top of page

294 risultati trovati con una ricerca vuota

  • dossier italia

    L’iper-incarcerazione e l’aumento della repressività penale Varoush Khosravians Il testo analizza il fenomeno dell’iper-incarcerazione in Italia come indicatore del declino delle condizioni sociali e dei diritti, evidenziando l’aumento della popolazione detenuta e il peggioramento delle condizioni carcerarie. Tale processo viene collegato alla riduzione del welfare e alla crescente precarietà, che colpiscono soprattutto le classi più vulnerabili. A partire dagli anni ’90, tra crisi economiche, politiche repressive e normative più severe (in particolare su droga e recidiva), si assiste a un forte incremento della detenzione. Negli anni 2000 il fenomeno si consolida anche attraverso dinamiche migratorie e trasformazioni del mercato del lavoro, producendo una selezione sociale dei soggetti incarcerati. Le misure alternative non riducono il controllo penale, ma lo estendono nella società, ampliando la sorveglianza. Il carcere emerge così come strumento centrale nella gestione delle disuguaglianze, più che come risposta alla criminalità. È notissima la citazione illuminista (correttamente o in maniera apocrifa attribuita a Voltaire) per cui il carcere e non i palazzi sarebbe il vero specchio della civiltà di una nazione. Non ci sarebbe niente di più semplice in un Dossier che mappa il paese, che iniziare dalla descrizione dell’abisso in cui sono cadute le condizioni di detenzione per descrivere perfettamente il declino italiano. In carcere, ad esempio negli ultimi 5 anni, si sono suicidate costantemente più di 10 persone ogni 10.000 detenuti mediamente presenti1. Un numero raggiunto solo decenni fa nella storia della Repubblica e più di 15 volte superiore alla media dei suicidi extramurari. Nel compito della denuncia sono però quotidianamente e con molta competenza impegnate alcune associazioni, di cui nomino per profonda ammirazione la sola Yairahia Ets, il cui sforzo risuona tristemente nel nulla. Ed è bene allora partire dall’interrogarsi sul motivo per cui l’azione quotidiana di centinaia di volontari non riesce a invertire la peggiore regressione dei diritti delle persone finora vista. La separazione tra la pratica del diritto quale lo si pratica nella litigiosità civile, nei “normali” procedimenti penali pendenti sugli incensurati, non ha nulla a che vedere con la gestione dell’ordinamento penitenziario, le cui norme compiono quest’anno mezzo secolo e che sono quasi totalmente disapplicate. Le più elementari garanzie a tutela della popolazione detenute sono costantemente disattese, senza che si riesca a porre un argine legale. All’atto dell’approvazione della legge sulla tortura nel luglio del 2017, molte furono le voci critiche che sostenevano l’insufficiente precisione del dettato legislativo per la finalità di mettere sott’accusa gli abusi in divisa. Solo negli ultimi 2 anni invece in ben 5 casi (2 andati a sentenza –Torino e Cuneo-, 2 attualmente in corso –S. Maria Capua a Vetere e Reggio Emilia- e 1 in fase istruttoria –Casal del Marmo) le procure hanno utilizzato il reato per le indagini su agenti della Polizia Penitenziaria, ma a prescindere da come si concluderanno i procedimenti, questi processi non cambieranno il clima di violenza dento il carcere. E questo perché la sensazione è che si è aperto un fossato tra la così detta società civile e la popolazione detenuta. Questa separazione è un indicatore, ancora di più dell’esplosione del numero dei detenuti, che anche l’Italia si trova dentro un processo che è stato chiamato di Iper-incarcerazione2. Secondo Wacquant (un allievo del celebre sociologo Bourdieu) gli Stati moderni avrebbero progressivamente dismesso la loro mano sinistra, riducendo le strutture di Welfare mano a mano che i processi di ristrutturazione industriale causavano più precarietà e polarizzavano le classi sociali. In questo modo le realtà (in particolar modo quelle urbane dove si concentrano le minoranze) hanno prodotto una classe di iper-precari, che la mano destra dello Stato (le sue agenzie deputate al trattamento repressivo tramite il monopolio della Forza) avrebbe iniziato a reprimere con una iper-trofia, alimentata anche dagli interessi privati che intervengono nella gestione dei carcerati, concentrando i loro sforzi su una popolazione pressocchè predestinata. Ciò che c’è di differente in questa tesi è che non si concentra sul ruolo della pena e sul significato del carcere, come nei dibattiti di criminologia critica degli anni ’70, ma lo fa discendere direttamente dalla morfologia sociale. Quello che vorrei sottolineare, attraverso questo riferimento sociologico, è che le condizioni carcerarie non sono solo l’indicatore del pessimo stato del diritto vivente, ma delle condizioni delle classi subalterne in generale anche di quelle che non entrano a contatto né con l’economia politica delle varie carriere criminali, né con le agenzie riservate al loro trattamento. La dimensione globale di questo processo è insieme una evidenza empirica e una dimostrazione di questo processo. Dal 1990 al 2010, negli anni di trasformazione del così detto post-fordismo il tasso di carcerazione cresce nel Regno Unito da 87,9 a 151,6 detenuti ogni 100.000 abitanti; in Francia da 80,7 a 103,4, in Spagna (che pure usciva da una dittatura) raddoppia da 82,5 a 161,3; in Polonia ugualmente abituata ad un regime già autoritario quasi raddoppia da 120,0 a 211,5 ; negli Stati Uniti infine che sono l’archetipo di questo processo la popolazione carceraria è passata da 441 detenuti ogni 100.000 abitanti a 730. Non esiste particolarità della tradizione giuridica o idiosincrasia del sistema politico. Forse come in nessun caso l’intero mondo, che sciaguratamente descriviamo come occidentale e portatore di civiltà, ha intrapreso la direzione della costruzione di un ordine sociale punitivo ai danni dei poveri. Ciò nonostante, più che enfatizzare l’esportazione del modello statunitense –come tende a fare Wacquant-, attraverso agenzie di diffusione ideologica del nuovo ordine punitivo dello Stato, tenderei piuttosto a descrivere la specificità dei singoli percorsi nazionali (nel nostro caso di quello italiano), perché la costruzione del nuovo ordine giuridico-sociale non è tanto o solo un fatto discorsivo che si staglia nell’orizzonte di ciò che è stato chiamato “populismo penale” (cioè l’invocazione di livelli crescenti di repressività per acquisire consenso sul mercato elettorale), è un processo materiale a fondamento stesso del processo di accumulazione contemporaneo, e da quello ne discende -particolarmente in una società segmentata anche in basso, com’è l’Italia- l’ordalia punitiva e non il contrario. Chiarisco l’ipotesi. Le teorie criminologiche marxiste e non solo (Rusche etc.) hanno sempre costruito l’idea dell’apparato repressivo dello Stato come strumentale alla lotta di classe delle classi direttive sul perno della così detta “minor preferibilità”3. La condizione di detenzione cioè non poteva essere neutra, ma doveva essere più dolorosa della condizione di un proletario medio in libertà. Questo non per il gusto della afflittività, ma perché altrimenti verrebbe meno la coazione al lavoro salariato. La conseguenza è che essendo dinamica e derivante dalla lotta di classe la condizione salariale, altrettanto mobile è la condizione carceraria. Pur non essendo intesa questa ipotesi per essere messa su un banco di prova empirico, perché la condizione di afflittività ha dei connotati qualitativi difficilmente misurabili, non vi è dubbio che il discorso trovi pienamente riscontro. Anticipo qui, prima della ricostruzione storica alcuni fatti. Come è diventato quasi di moda sostenere, tra gli stessi che hanno operato allo spasimo perché la situazione della classe lavoratrice fosse questa, i salari italiani sono stagnanti anche a livello nominale. Secondo l’Ilo nel suo Annual evaluation Report l’Italia è l’unico paese i cui salari sono diminuiti dal 2008 di più dell’8%. Secondo l’Oecd tenuto conto di opportuni fattori dal 1990 la diminuizione sarebbe addirittura nominale. Quello che è più importante notare è che gli strati reddituali più bassi sono affetti da una cronica intermittenza lavorativa, che gli impedisce sempre più spesso (in più del 15% dei casi) di raggiungere con il lavoro la soglia di povertà. Nella categoria contemporanea di lavoro salariato cioè, è stata inglobata anche la disoccupazione, rendendo chi resta segregato in quella situazione un soggetto assai diverso dal lavoratore dello scorso secolo. Come si ricordava all’inizio nel frattempo, il tasso di suicidi nella popolazione detenuta è salito da 3,6 ogni 10.000 detenuti in custodia nel 1992 (anno pure tormentato nell’universo carcerario come diremo tra poco) a 8 ogni 10000 detenuti nel 2024. Cifre che non hanno bisogno di commenti. Vale invece la pena far notare che l’anno prescelto non è casuale. Ci aiuta infatti a capire meglio questo processo la sua stesura nel letto concreto della storia italiana recente, per capire come e quando di questo processo si sia data la necessità concreta, e perché si dimostri, contro ogni razionalità difficilmente arginabile. Vediamo però quale sia stata la concreta dialettica storica di interfaccia tra punizione e ristrutturazione sociale in Italia. Prima di scendere a tratteggiare velocemente il fenomeno bisogna però precisare un punto. Il diritto ha sempre una sua dimensione formale, che come tutti i fenomeni sovrastrutturali, vive –in una certa misura- autonomamente. In ultima istanza però, come è possibile vedere in alcuni snodi della Storia recente Italiana è la volontà politica che decide il tasso di repressione dei fenomeni devianti in una società, e questo accade anche quando la formalizzazione giuridica contrasta delle spinte sociali storiche. Ugualmente questa volontà politica non dipende direttamente dal disegno degli assetti di classe, ma senza adeguarvisi o contemplarla diventa insussistente. La costruzione dell’iper-incarcerazione in Italia: la premessa. Per capire l’attuale periodo bisogna partire dagli anni 90, che sono stati sotto molti aspetti la nascita di quello che comunemente può essere inteso come neo-liberismo italiano. In quegli stessi anni finisce l’economia di intervento pubblico diretto, esplodono povertà e divari territoriali ed aumenta a dismisura la popolazione carceraria. Per capire quegli anni però, a nostra volta, bisogna necessariamente fare un passo indietro dentro il lungo ’68 italiano. In quegli anni la necessità di una riforma della vecchia legge fascista che regolava il sistema carcerario si trascinava da anni. Nel frattempo erano però nate all’interno della società delle spinte sociali e rivoluzionarie che rendevano difficile maneggiare la materia, perché le posizioni radicali in merito alla detenzione erano ovviamente di natura abolizionista. Ne uscì fuori l’ordinamento penitenziario attuale, che ha compiuto l’anno scorso 50 anni portati non splendidamente. Ovviamente le aperture ai diversi diritti trattamentali del detenuto (sistematicamente negati all’oggi), e le innovazioni riguardo l’ingresso dentro l’istituzione carceraria della società civile sono stati dei punti importanti, ma permaneva una ambiguità di fondo che è alla base di certe critiche riformiste4. Giustificando ideologicamente con la giusta e riconosciuta esigenza di individualizzazione del trattamentox, dalla seconda metà degli anni 70 si iniziano a separare i detenuti in base alla loro classificazione amministrativa. Il fine è ovviamente di evitare che i detenuti politici vengano troppo a contatto con il resto della popolazione detenuta, e negli anni successivi sarà la base per la creazione dei “circuiti penitenziari”5. Nelle intenzioni della gestione penitenziaria, questo doveva dare segnali di inflessibilità, con il pieno accordo dell’opposizione di sinistra di allora, nella stagione della lotta alle formazioni armate, cui certo sarebbe stato inutile proporre una “rieducazione” secondo il dettato costituzionale. Contemporaneamente però la repressività verso i reati di piccola entità era assai più bassa di adesso. Ne conseguiva che restava ben poco da rieducare, e da qui –secondo le critiche progressiste- il fallimento dell’impianto della riforma. Nella solita complicata dialettica tra rivoluzione e riforma, è paradossalmente l’abolizionismo (che allora si concretizzava nella stagione delle rivolte, evasioni etc.) che è stato accusato di aver impedito l’adempimento delle riforme. Sta di fatto che per tutta la prima metà degli anni ’80, invece che diminuire la detenzione aumenta significativamente. E questo grazie ad un aumento delle carcerazione preventiva tanto quanto delle condanne. Al contrario del fenomeno successivo dell’iper-incarcerazione, non si tratta però di fenomeni repressivi rivolti meccanicamente al contenimento preventivo di intere classi sociali, ma anche di fenomeni reattivi (se pur dal punto di vista reazionario appunto) a effettivi cambiamenti sociali. Ovviamente c’è l’ondata di arresti e condanne derivanti dalla lotta armata e dall’antagonismo, ma anche la prima effettiva repressione della violenza di genere contro le donne (in assenza ancora del reato di violenza sessuale, ma in reazione al diritto di famiglia), così come la prima repressione della criminalità dei colletti bianchi. Come si diceva precedentemente questo avviene anche in presenza di una forte depenalizzazione dei reati minori (nel 1981) che resta il più riuscito esempio di saggia gestione delle cose penali. Nel 1977 le persone detenute per contravvenzioni6 erano più di 1000. L’anno dopo per un’amnistia scendono a 230 circa. Nel 1981 erano già risalite a circa 600. Dopo la depenalizzazione però si fermeranno e non ritorneranno più ai livelli degli anni 70. Dicevamo della contraddizione tra riforma e rivoluzione. A metà degli anni 80 oltre agli usuali provvedimenti di clemenza venne approvata la legge Gozzini che andando ad incidere su una serie di punti riduceva l’impatto concetrazionario del diritto penale, iniziando a indicare anche la strada delle misure alternative. E’ un provvedimento che viene prima della chiusura ufficiale della lotta armata, ma che riesce ad avere un effetto distensivo. Per l’unica volta negli ultimi 50 anni l’incidenza dei condannati definitivi sulla popolazione carceraria sale perché scende la popolazione complessiva, non perché aumentano le condanne. Si iniziano a sperimentare i trattamenti rieducativi. Nel 1989 entra in vigore anche il nuovo codice di procedura penale che definisce e limita l’utilizzo della custodia cautelare. Solo un anno dopo però cambia tutto. Cambiano gli assetti tra le classi, le esigenze del mercato ed il riformismo penale viene messo in soffitta. Gli anni ’90 e l’inizio dell’iper-incarcerazione Nel 1990 la popolazione carceraria era di 26.150 detenuti, due anni dopo superava le 47.000 persone, solo il 40% circa di queste destinatari di una condanna definitiva. Cosa successe per spiegare questo salto che resta uno dei più grandi cambiamenti della storia penale italiana? Fondamentalmente tre cose. L’esplosione delle inchieste contro la corruzione, le indagini volte a smantellare le organizzazioni mafiose, e l’emissione di un Testo Unico organico sugli stupefacenti. Quest’ultimo non incide direttamente in quegli anni sull’aumento della detenzione, ma mette le basi per il seguito del processo italiano di iper-incarcerazione. Nella memoria collettiva, cui molto contribuì la mediatizzazione dei procedimenti penali, l’aumento della detenzione è collegato solo alle inchieste sulla corruzione, il primo affondo dello Stato contro i colletti bianchi, la pulizia morale come tema trasversale, ma -quasi primariamente- rivendicato dalla tradizione politica dei comunisti italiani. Nella realtà le cose andarono un pò diversamente. Come tutti i paesi occidentali l’Italia aveva una importante economia a diretta gestione pubblica. Accanto alla crescita di un tessuto industriale di tutto rispetto, la politicizzazione di questo settore dell’economia aveva generato fenomeni corruttivi a varia scala. Le procure come è noto intervennero con decisione utilizzando la custodia cautelare. Venendo al secondo punto, che è però cronologicamente antecedente, dalla fine degli anni ’80 andavano avanti le inchieste anti-mafia, che si concretizzarono nei vari maxi-processi, che in quegli anni volgevano al termine e videro la reazione militare delle organizzazioni mafiose. Infine, è del 1990 la legge, così detta dal nome dei suoi estensori, Iervolino-Vassalli, che istituiva il principio della contiguità tra il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con due specifiche importanti. La prima era che anche il consumo (seppur come illecito amministrativo7) poteva essere punito, la seconda è che il confine tra consumo e spaccio diventava una mera questione tecnica di quantitativi decisi con una tabella ministeriale. Questa impostazione proibizionista, trascinatasi e peggiorata negli anni duemila, ha aperto le porte al circolo vizioso di marginalizzazione e aumentata repressione del fenomeno, che ha portato la repressione dell’economia politica delle sostanze ad essere il primo motore dei processi di incarcerazione. Alla fine degli anni 2000 più del 40% dei detenuti aveva una imputazione riguardante il testo unico sugli stupefacenti. Anche senza questo motore a pieno regime la popolazione carceraria come detto fa un salto inedito. Il punto è che, come ha spiegato Dario Melossi a partire dal caso dell’omicidio, nei periodi in cui alcuni, delitti simbolicamente importanti per significare alle classi dirigenti il tasso di pericolosità sociale, si innalzano non è solo la repressione di quei delitti che aumenta, ma il tasso di repressione in generale. È il caso delle associazioni mafiose i cui affiliati contano nei nuovi ingressi al massimo in un paio di migliaia (gli imputati al maxi-processo degli anni 80 sono meno di 500), ma su cui viene istituzionalizzata l’ ”intuizione” avuta negli anni di piombo sulla detenzione politica, e vengono costruiti legislativamente dei regimi di detenzione speciali (il celebre 416bis) che a tutto oggi sono sotto osservazione delle istituzioni internazionali per la radicalità della negazione dei più elementari bisogni del detenuto. Prima di questa trasformazione, e prima di Tangentopoli già tra il 1990 e il 1991, sulla scorta appunto delle indagini antimafia, gli indici di criminalità e delittuosità8 erano aumentati enormemente per il reato di Furto, che poi è sempre il motivo relativamente maggioritario di detenzione. Inoltre sempre in quegli anni viene sancita per legge la necessità di una maggioranza dei due terzi del Parlamento per l’erogazione dei provvedimenti di clemenza generalizzata, rendendo quasi impossibile la loro reiterazione. Per stare nel quadro della iper-incarcerazione però ci manca un pezzo. L’inizio degli anni ’90 sono anche gli anni di grandi crisi da riconversione industriale dell’Economia. Anche l’Italia li affronta, avendo la contemporanea sfida di dover sostituire il proprio sistema di rappresentanza politica e integrarsi nel sistema monetario europeo. Il punto qui non è quello già abbondantemente sollevato che la delegittimazione della classe politica della prima Repubblica consentì di sancire la fine della spesa pubblica. Il punto sono le conseguenze di questa scelta. I salari italiani iniziarono a stagnare la Povertà vide il suo aumento più significativo da quando la si misura (il secondo fu durante la crisi degli anni 2000). Nel Mezzogiorno la fine delle imprese pubbliche portò ad un incremento della povertà ancora più grande e ad una disoccupazione strutturale intorno al 20%. Un impatto che per essere riassorbito richiese la frantumazione dei diritti sul mercato del lavoro e la proliferazione delle “occasioni di lavoro”. I due fatti giuridici alla base del nuovo livello di incarcerazione si interfacciano con grandi cambiamenti sociali in quegli stessi temi. A loro volta questi esiti hanno iniziato a porre le basi della marginalizzazione di intere aree e della creazione di quel segmento sociale che è oggetto della piena dispiegazione dell’iper-incarcerazione negli anni 2000. Alla fine degli anni ’90 non vi sono enormi cambiamenti nel mondo carcerario, ma si congeda un periodo apertosi con l’approvazione di un rito penale teoricamente più “garantista” in virtù della fine della contestazione aperta allo Stato, e chiusosi con una popolazione carceraria che non tornerà più sotto i 50.000 detenuti. Gli anni ’00 e la sovrapproduzione carceraria strutturale Ai cambiamenti citati nel paragrafo precedente negli anni duemila ne va aggiunto un altro di tipo demografico. I cittadini extra-EU iniziano a fare parte della popolazione italiana come componente strutturale e significativa. Questo avviene solitamente grazie a un ingresso irregolare ed una successiva regolarizzazione, la più ampia delle quali fu gestita dal Governo Berlusconi nel 2002, in corrispondenza con la legge di modifica del Testo unico sull’immigrazione. Non è il caso di soffermarsi sulle varie modalità di integrazione subalterna nell’economia gravemente sfruttata, cui questa disponibilità di forza lavoro diede vita dalla Logistica all’Agricoltura. Ne citeremo solo una attinente al nostro discorso: come ha spiegato Vincenzo Ruggiero anche il mercato della distribuzione degli stupefacenti ha avuto una trasformazione “post-fordista”. La produzione si è negli anni industrializzata, ed è passata nelle mani di grandi organizzazioni che gestiscono la filiera internazionale tramite la divisione del lavoro dei singoli pezzi della catena. Questa trasformazione sta a monte di un significativo aumento del consumo e del policonsumo. In particolare di una sostanza: la cocaina. Nelle indagini epidemiologiche Espad, che in Italia fanno da riferimento per la misurazione della diffusione degli stupefacenti, gli studenti con esperienza d'uso di cocaina nella vita passarono dal 3,7% al 6,9% tra il 2000 e il 2004. A questo cambiamento sociale in perfetto stile reazionario la Destra berlusconiano rispose con il folle decreto Fini-Giovanardi che abolì la differenza tra droghe leggere e droghe pesanti nelle tabelle ministeriali che stabilivano le dosi giornaliere consentite. Questo portò all’imputazione penale una serie di semplici consumatori. Questa aberrazione però (poi cancellata dall’Alta Corte) non fu la vera architrave del circolo vizioso che generò l’ulteriore moltiplicazione della popolazione carceraria (che passa dal 2003 al 2009 da circa 54000 a circa 64000 detenuti sfondando la soglia dei 60000 reclusi che diventa la nuova normalità). La condizione necessaria di questo processo fu l’inserimento della forza lavoro straniera dentro i circuiti più bassi e più rischiosi della distribuzione degli stupefacenti al dettaglio: quella dello spaccio stradale. Per quanto rischiosa l’alternativa per questo pezzo di classe era sperimentare dei differenziali di condizione salariale e lavorativa rispetto ai lavoratori autoctoni, che rendevano (e rendono) la loro esperienza migratoria quasi inutile in quanto ad accesso al tipo di vita sperato. Per dare una idea dell’importanza di questo aspetto i detenuti stranieri che già nel 1991 rappresentavano una percentuale molto superiore (17%) alla incidenza dei non cittadini italiani sui residenti, ma nel 2001 questa differenza diventa abissale arrivando a rappresentare il 35% degli ingressi dei detenuti contro una percentuale di presenti sul territorio che anche a voler includere le persone senza permesso di soggiorno raggiungeva probabilmente una incidenza intorno al 5%. Ciò che è più significativo è che nello stesso anno le persone di cittadinanza non italiana rappresentavano tra i condannati il 26%, e tra i denunciati solo il 17%. Mano a mano cioè che il percorso di repressione avanza nel suo stadio le esigenze cautelari sono riservate solo ad alcune tipologie, tra cui evidentemente gli stranieri sono il soggetto predestinato. Il motore vero e proprio di questo processo però fu però la combinazione di questa situazione sociale con Ia riforma dell’articolo 99 del codice penale fissata dalla l. 251/2005, che prevedeva dei meccanismi automatici di pesante aggravio della pena per i colpevoli di recidiva. In assenza di ogni meccanismo di avviamento al lavoro specialmente per chi aveva iniziato le carriere criminali in attività anche limitatamente offensive, la recidiva è frequentissima, e sebbene non vi siano dati organici e standardizzati coinvolge ad oggi qualcosa tra il 65% ed il 70% dei detenuti. Un meccanismo di questo genere (poi abolito dall’ennesima sentenza dell’Alta corte nel 2015 posteriore alla crisi carceraria conclamata di cui parleremo). Questo ha voluto dire creare un insieme di qualche decina di migliaia di persone che ha iniziato a fare ingressi e reingressi sempre più frequenti nelle carceri per periodi progressivamente più lunghi. La condanna media che nel 2000 nell’ 83% dei casi era pari o inferiore ad un anno, nel 2017 lo era diventata “solo” per il 64% dei casi. A fronte di questa situazione l’idea del centrosinistra di riprovare con i vecchi strumenti del riformismo penale proponendo un indulto nel 2006 si rivelò un’arma spuntata. In soli 2 anni i tassi di carcerazione erano ritornati quelli precedenti, ma con un ritmo di crescita ancora più sostenuto. Contemporaneamente arriva la grande crisi finanziaria, la cui gestione neoliberista provocherà la più feroce perdita di reddito registrata nel secondo dopoguerra. Il tasso di disoccupazione passa dall’8 al 13% nel 2014 con una serie di conseguenze immaginabili in termini di povertà, esclusione delle giovani generazioni etc. La precarietà diventa vera e propria segregazione sociale. Quello che è importante rilevare è che l’espressione politica di questo disagio matura avendo come espressione un partito (il M5S) che rispetto alla gestione della repressione penale tende ad avere coloriture decisamente di continuità rispetto ai decenni passati. Al contempo – e non casualmente- il M5S mostra una certa diffidenza verso i flussi migratori. C’è da dire che la grande crisi vide, quasi inevitabilmente, un innalzamento della criminalità predatoria fatta di furti, borseggi etc, che hanno come vittime principali solitamente altri membri delle classi subalterne, ma questo non basta a comprendere l’invasione definitiva dell’atteggiamento punitivo anche nel campo dell’opposizione più critica. Come abbiamo visto sopra l’iper-incarcerazione opera abbastanza selettivamente su base etnica, e perché essa possa avere una legittimità politica all’interno della classe c’è bisogno di rinforzare la segmentazione già prodotta dal mercato del lavoro, suggerendo che i soggetti da punire, sono doppiamente devianti, dalla legge e da un inevitabile comune destino. Gente “per male” contro il lavoratore “per bene”. Questa situazione che portò ad una situazione carceraria che andava chiaramente incontro ad una insostenibilità sconosciuta al panorama europeo fu trasformata in maniera esogena dalla sentenza sul caso Torreggiani della Corte Europea sui Diritti Umani, che sanzionò l’Italia per trattamento inumano quando si stava per sfiorare la soglia dei 70.000 reclusi (il doppio circa di quanti ne contenevano i penitenziari in anni turbolenti come i 60 e i 70). Conclusioni: il carcere nella società La sentenza Torreggiani fu l’occasione per far partire una ultima e ancora sussistente fase l’invasione dell’esecuzione penale nel cuore stesso del tessuto sociale. I suggerimenti degli organismi europei ai tempi della sentenza CEDU furono di espandere le misure alternative in un gioco immaginato a somma zero, per cui la popolazione reclusa sarebbe scesa perché ricollocata in misure alternative. Ciò che invece è successo, è che alle persone in detenzione, che oggi sono in grandissima maggioranza condannati, mediamente con lunghissimi carichi da scontare (per i motivi spiegati sopra), si sono aggiunte le persone in misura alternativa. Quando esse sono ai domiciliari contribuiscono loro malgrado a portare sorveglianza continua, dovuta ai controlli sul rispetto degli obblighi residenziali, nei quartieri che a seconda degli orientamenti l’opinione pubblica definisce “difficili” o “degradati”. Quando sono in prova ai servizi sociali contribuiscono la carenza di personale in alcuni servizi di base. In ogni caso il punto è che agli oltre 60.000 detenuti si sono aggiunte oltre 90.000 persone sorvegliate, messe alla prova o costrette nei domicili. Questa considerazione sulla necessità di una interpretazione estensiva del termine iper-incarcerazione che lo allarghi al trattamento penale generalizzato non è in contraddizione, ma si accompagna allo schema classico della minor preferibilità. Mentre infatti i salari stagnavano a fronte di una inflazione importata, il Governo Meloni pensava bene di sottrarre circa un terzo dei fondi all’unica misura del welfare italiano contro la povertà, la cui restrizione alle sole persone con minori a carico ha richiesto anche un cambio di nome (da Reddito di cittadinanza a Assegno per l’inclusione) nella speranza che il marketing politico coprisse la persecuzione. Contemporaneamente il Governo Meloni si rivelava il più duro nell’accelerare il peggioramento delle condizioni carcerarie. Esito inevitabile di questo processo è che uno strato di poveri beneficiari è stato coartato alla partecipazione al lavoro, innalzando i posti di lavoro concentrati essenzialmente nella filiera turistica e dell’edilizia, e facendo battere al primo esecutivo della destra post-fascista il record dell’occupabilità se non della vera e propria occupazione. Parte essenziale di questo esito è stato lo spettro simbolico della fama di ciò che è diventato il carcere italiano dopo il 2020. Un luogo separato dalla società e palcoscenico privilegiato di abusi impuniti. La logica concetrazionaria si è affermata come unico mezzo di risoluzione delle contraddizioni sociali, con l’evidentissima quanto insoluta contraddizione che quanto più questa iperfetazione è frutto di meccanismi sociali che dispiegano i loro effetti universalmente, tanto più si rompono i legami di solidarietà con la popolazione segregata. Trovare la maniera di affrontare questa contraddizione, a partire da nuovi strumenti di supporto al reinserimento lavorativo degli ex-detenuti, sarebbe un punto minimo di ricostruzione di alternativa del malandatissimo paese di Beccaria e della Santa Inquisizione. 1 Per quanto sottostimato per una serie di questioni metodologiche (ad esempio non vengono conteggiati come suicidi le morti in ospedale in conseguenza di tentato suicidio) diamo il dato ufficiale. 2 Si legga Wacquant L. , Prison of Poverty, Univeristy of Minnesota Press 1999 3 Principio per altro precapitalista. 4 Si legga E. Fassone, Storia della pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Il Mulino. È significativo che critiche della stessa natura possano essere ravvisate in autori dello stesso orientamento negli Stati Uniti, sostituendo semplicemente nel ragionamento la detenzione politica con quella Afroamericana cfr. A. White The concept of “Less Eligibility and the social function of prison violence in a class society in Buffalo Law Review 56, 737 (2008) 5 Vere e proprie sezioni separate le une dalle altre dove si differenzia il trattamento carcerario (e quindi il grado di applicazione dei diritti del detenuto) sulla base di provvedimenti amministrativi dell’amministrazione penitenziaria. 6 Nel diritto penale sono la fattispecie meno grave di reato rispetto ai delitti 7 In realtà nella legge originaria era previsto il carcere anche per il consumo dopo la recidiva. Questa parte della legge fu cassata da un Referendum popolare. 8 Sono indici che calcolano l’aumento rispettivamente dell’azione penale dei Tribunali, e delle attività di Polizia Giudiziaria Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

  • konnektor

    Dopo Orbán Cinzia Farina L’establishment e le élite europee hanno manifestato la loro gioia per la vittoria di Péter Magyar e per la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi dello scorso aprile, celebrando il fatto che il modello autoritario e la democrazia illiberale siano stati sconfitti, rafforzando il percorso democratico dell’Unione Europea. Da un lato, però, Orbàn, nonostante la pesante sconfitta elettorale, continua a mantenere posizioni di potere all’interno della società e dell’economia ungherese. Dall’altro Magyar, pur avendo sfruttato le proteste e le agitazioni portate avanti dai movimenti progressisti e dalla classe operaia ungherese, non si è mai riconosciuto in tali forze, adottando nei loro confronti un atteggiamento quanto meno ambiguo. Per di più il nuovo primo ministro si troverà a governare uno dei paesi più poveri d’Europa in un contesto a dir poco turbolento. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Repubblica & Democrazia di Podemos e da Traficantes de Sueños. La schiacciante vittoria di Péter Magyar alle elezioni ungheresi del mese scorso è stata salutata dai media occidentali come un rifiuto decisivo della «democrazia illiberale», con ripercussioni sui movimenti populisti-nazionalisti e sugli aspiranti autocrati di tutto il mondo. L’entità del rifiuto manifestato dall’elettorato nei confronti della candidatura di Viktor Orbán, che aspirava a un quinto mandato consecutivo dopo sedici anni al potere, è stata senza dubbio netta. L’affluenza ha raggiunto l’80%, una cifra senza precedenti, mentre il sostegno a Fidesz-Unione Civica Ungherese di Orbán è sceso da 3,1 a 2,5 milioni di voti. Il partito di centro-destra di Magyar, Tisza-Partito del Rispetto e della Libertà, ha aumentato i propri voti praticamente in tutti i collegi elettorali del Paese. L’atmosfera a Budapest era di giubilo, con Orbán che ha perso sia nei quartieri dell’alta borghesia sulle colline di Buda sia tra gli elettori privi di istruzione superiore della periferia di Pest. Magyar ha superato Orbán anche nelle città di provincia, dove le famiglie conservatrici e cattoliche della classe media costituivano un tempo una base di sostegno cruciale per Fidesz. Anche nei paesi con meno di 5.000 abitanti, dove le strategie di propaganda, compravendita di voti e intimidazione degli elettori utilizzate da Orbán sono sempre state storicamente più efficaci, i voti dell’opposizione sono aumentati considerevolmente. La quota di Fidesz nell’Assemblea Nazionale, la camera uninominale ungherese di 199 seggi, si è più che dimezzata, passando da 135 a 52, e lo stesso Orbán ha annunciato che non avrebbe occupato il seggio conquistato. Il 53% dei voti di Tisza, d’altro canto, si è tradotto in una solida maggioranza di 141 deputati. A cosa è dovuta la spettacolare sconfitta del capo di Stato più longevo d’Ungheria? Magyar era un avversario ben posizionato. Figlio di una famiglia influente di giudici e politici, ex membro di spicco di Fidesz, ha abbandonato il partito nel 2024 a seguito di un grave scandalo di abusi in un orfanotrofio statale; la controversa grazia concessa ad alcuni dei soggetti coinvolti ha visto implicata la sua ex moglie, ministro della giustizia di Orbán, che si è dimessa. Abile utilizzatore dei social media – dove schiva gli attacchi con i meme e condivide le sue routine di fitness – il telegenico candidato di 45 anni ha condotto la sua campagna elettorale presentandosi come un onesto cristiano-democratico e conservatore. Magyar ha trasformato la questione della «democrazia» in un tema sostanziale concentrandosi sul degrado dei sistemi sanitario e scolastico e sostenendo che le ossessioni della guerra culturale contro l’«ideologia di genere» e le ONG liberali hanno distratto Orbán dal buon governo. Ha anche condotto una campagna instancabile contro la corruzione e il clientelismo di Orbán e dei suoi collaboratori, che, oltre alla diretta appropriazione indebita e alla cattiva gestione del denaro pubblico, hanno fornito alla Commissione europea i presupposti per negare all’Ungheria l’accesso a miliardi di euro di fondi UE di cui aveva un disperato bisogno. Orbán, al contrario, ha promesso di ripristinare le importazioni di combustibili fossili russi e ha condotto la campagna elettorale come il candidato della «pace», che lotta per l’interesse nazionale dell’Ungheria contro i guerrafondai di Bruxelles. Ha ribadito la sua costante opposizione ai finanziamenti e ai trasferimenti di armi dell’UE all’Ucraina, nonché il suo sostegno a una rapida conclusione della guerra con concessioni territoriali da parte di Kiev (a marzo ha posto il veto su un pacchetto di aiuti dell’UE all’Ucraina del valore di 90 miliardi di euro, ora revocato da Magyar). Tuttavia, gli spot elettorali che denunciavano la morte di giovani ungheresi nel Donbass non hanno sortito alcun effetto. La candidatura di «pace» di Orbán è stata inoltre minata dal suo fedele sostegno al genocidio israeliano a Gaza e, più recentemente, dal sostegno alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Sebbene avesse promesso di ridurre il costo della vita, il suo operato al potere ha giocato contro di lui. Il blocco dei fondi UE ha senza dubbio ridotto il margine della manovra fiscale di Orbán ed è diventato un elemento chiave della campagna di Magyar. Ma i commentatori occidentali hanno tendenzialmente sopravvalutato questa questione a scapito dei cambiamenti economici più profondi subiti dall’economia ungherese. Come ha sottolineato David Broder, mentre «molte analisi si concentrano sul controllo autoritario del potere da parte di Orbán» – le sue riforme costituzionali, il controllo del potere giudiziario e la sua influenza sui media e su altre istituzioni – «il fatto che sia stato ora sconfitto alle urne ci indica che si era affidato a un tipo di sostegno più organico che si è esaurito». Salito al potere dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, Orbán ha promesso «sovranità», un mantra che ha continuato a ripetere senza sosta. Tuttavia, per quanto riguarda la sua politica economica, Orbán ha attuato in pratica un regime di sviluppo trainato dalle esportazioni e alimentato dall’attrazione di investimenti stranieri, svolgendo, di fatto, il ruolo di supporto, come un concierge, per aziende che andavano dalla tedesca VW alla sudcoreana Samsung e alla cinese BYD. Magyar ha vinto in ultima analisi, perché Orbán ha perso il controllo della coalizione nazionale necessaria a sostenere questo modello. Il primo decennio di Orbán al potere è stato caratterizzato dal sostegno all’industrializzazione trainata dall’integrazione nelle catene di approvvigionamento tedesche, mentre gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una politica di quello che i sociologi Agnes Gagyi e Tamás Gerocs definiscono «polialineamento»: consolidare il ruolo dell’Ungheria nelle catene di approvvigionamento delle case automobilistiche, affermandosi al contempo nell’economia dei veicoli elettrici e cercando di mantenere l’accesso all'energia russa a basso costo. Orbán può vantarsi del fatto che l’Ungheria sia diventata un centro nevralgico della produzione di batterie in Europa; sia i produttori cinesi che quelli sudcoreani hanno effettuato investimenti storici nel Paese. Tra il 2014 e il 2024 l’Ungheria ha ricevuto 18 miliardi di dollari per investimenti legati ai veicoli elettrici da parte di aziende cinesi, cifra superata solo dall’Indonesia. Supponendo che gli impegni di Westinghouse e Boeing non vengano disattesi sotto la pressione dell’amministrazione Trump, l’ultimo mandato di Orbán potrebbe anche essere ricordato per la rinascita degli investimenti statunitensi in Ungheria. Questa strategia non si è tradotta, tuttavia, in una prosperità generalizzata. Sono state accumulate fortune, specialmente nei settori dell’edilizia e dei servizi. Ma l’Ungheria di oggi non assomiglia affatto al leggendario Mittelstand, il tessuto di piccole e medie imprese della Svizzera o della Baviera, la cui immagine gli ideologi di Fidesz un tempo sventolavano davanti agli occhi degli elettori. Lo sforzo di attrarre investimenti stranieri ha significato una legislazione pubblica favorevole ai datori di lavoro grazie all’indebolimento dei diritti sindacali, al taglio delle indennità di disoccupazione e all’aumento degli straordinari, il che nel complesso ha contribuito a creare una forza lavoro sottopagata e sfruttabile, che risulta attraente per le multinazionali. Le contraddizioni interne di questo modello – privare di risorse i sistemi sanitari pubblici e l’istruzione nonostante la richiesta da parte degli investitori di una forza lavoro sana e qualificata – hanno portato a una situazione in cui i bambini e le bambine ungheresi soffrono in case famiglia dove subiscono abusi e in scuole fatiscenti, mentre le aziende internazionali procurano visti di lavoro restrittivi ai lavoratori provenienti dall'Ucraina e dal Vietnam. Gli ultimi quattro anni di alta inflazione hanno visto il tenore di vita in Ungheria scendere tra i più bassi dell’UE, con un forte aumento dei prezzi che ha colpito la popolazione rurale povera – un tempo base elettorale di Orbán – ancor più duramente. Sebbene nel 2022 i timori suscitati dalla guerra in Ucraina e la kultukampf [lotta culturale] di Orbán fossero sufficienti a tenere unita la coalizione, oggi questa si è sgretolata. Sbloccare i fondi dell’Unione Europea per alleviare la pressione sull’economia e sui servizi sociali ungheresi sarà la massima priorità del nuovo governo; Magyar si è già recato a Bruxelles per incontrare Ursula von der Leyen («Avete scelto l’Europa», ha esultato la presidente su X il giorno dopo le elezioni). Invertire la «regressione democratica» comporterà probabilmente la rinazionalizzazione delle università ungheresi, la cui proprietà e gestione Orbán ha trasferito a una serie di fondazioni guidate da notabili del settore privato e di Fidesz. Il programma del partito Tisza include anche impegni per aumentare la rappresentanza sindacale, combattere i comitati aziendali corrotti e difendere la legislazione sul lavoro contro gli investitori stranieri dominanti in Ungheria. Ma Magyar non ha condotto una campagna elettorale in grande stile su questi punti, preferendo concentrarsi sul taglio dei costi attraverso l’eliminazione della corruzione e del favoritismo. Sebbene Orbán abbia subito una clamorosa sconfitta elettorale, conserva roccaforti di potere nella società civile e nella sfera commerciale. L’ampia rete di think tank a cui ha elargito fondi pubblici continuerà ad aiutare Fidesz nel suo ruolo di principale partito di opposizione. Tutto lascia pensare che il Mathias Corvinus Collegium, il Danube Institute e lo Századvég Institute saranno spine nel fianco del governo di Magyar, con abbondanti risorse. Il destino delle aziende che hanno prosperato sotto il mandato di Orbán è meno certo. L’azienda petrolchimica MOL e la banca OTP si sono consolidate come potenti corporation a livello regionale sotto Fidesz, al punto che ora sono in gran parte indipendenti dalla mafia del partito. Il giorno dopo le elezioni, le azioni di queste società sono andate su alla Borsa di Budapest, presumibilmente spinte dal sollievo degli investitori per lo svolgimento pacifico delle elezioni e, forse, dalla prospettiva del ripristino dei fondi UE. Sándor Csányi, il miliardario proprietario di OTP, ha espresso la sua fiducia in Magyar, nonostante i buoni rapporti che ha mantenuto con Orbán nel corso degli anni. Altri capitalisti allineati con Fidesz non hanno ancora espresso le loro intenzioni politiche. Gábor Széles, proprietario della principale azienda di assemblaggio di prodotti elettronici del Paese e sostenitore delle politiche di Orbán in materia di diritti del lavoro, non passerà dalla parte di Tisza nel breve termine e probabilmente aspetterà di vedere come si riorganizzerà Fidesz come partito leader dell’opposizione. La sinistra organizzata è stata messa alla prova nell’attuale congiuntura. Quasi tutte le sue forze politiche si sono allineate per sostenere la candidatura di Magyar in quanto opportunità migliore per rompere con il sistema di Orbán e riportare il paese sulla strada di uno Stato più rispettoso della legge, in cui possano essere difesi i diritti della classe operaia, degli inquilini e delle minoranze. Queste forze politiche di sinistra dovranno concentrarsi sul chiedere conto a Magyar delle promesse fatte sugli investimenti nell’edilizia sociale, sul rispetto della legislazione sul lavoro da parte di quelle imprese che rappresentano alcune delle maggiori fonti di investimenti stranieri in Ungheria e sul rafforzamento di sindacati e di consigli di fabbrica, contravvenendo agli istinti conservatori della sua coalizione e al precedente del suo stesso ex partito. Magyar e Tisza hanno beneficiato di anni di agitazione progressista e di mobilitazioni guidate dalla classe operaia ungherese contro le politiche di Fidesz, dalle mobilitazioni contro la «legge sugli schiavi» del 2018 agli scioperi e alle proteste più recenti di insegnanti e studenti. Ma Magyar ha raramente riconosciuto, e tanto meno sostenuto, queste forze. Il fatto che abbia snobbato la Confederazione sindacale ungherese, quando questa ha chiesto l’opportunità di esprimere le rivendicazioni dei propri iscritti durante la campagna elettorale, non fa presagire nulla di buono. Tuttavia, per mantenere la sua nuova coalizione, Magyar dovrà bilanciare i desideri del capitale straniero di sviluppare la maquiladora ungherese e aumentare la flessibilità con le speranze nutrite da una generazione più giovane ispirata dalla sua promessa di realizzare un’Ungheria più «umana». Anche se riuscisse a ripristinare un certo ordine costituzionale, Magyar si troverebbe comunque ad affrontare la sfida di governare il terzo paese più povero d'Europa in un contesto globale turbolento. Testi consigliati Christopher Bickerton, La persistencia de Europa, «NLR» 122 Gavin Rae, En el espejo polaco, «NLR» 124 Susan Watkins, La derecha fracturada, «NLR» 126 Alexander Clapp, Rumanía rediviva, «NLR» 138 Iván Szelényi, Capitalismos después del comunismo, «NLR» 96 Madlen Nikolova, El mal gobierno búlgaro, Gavin Rae, Mitos enclenques del liberalismo polaco e ¿Tusk contra el populismo polaco de extrema derecha? e Costi Rogozanu, Rumanía fracturada, tutti pubblicati su «Diario Red». Kyle Shybunko è un eminente studioso, specializzato in scienze politiche e storia europea moderna, in particolare nei sistemi politici e nella storia dei paesi slavi. Docente di «Introduzione all’interpretazione storica» alla New York University. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • clan milieu

    Considerazioni sulla violenza Varoush Khosravians In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso. La letteratura giuridica, scientifica e criminale, ha elaborato il concetto di violenza percepita, intendendosi per tale l’interpretazione soggettiva della vittima, per influenza della paura o della abitudine a subire divenuta norma. Il divario fra violenza reale e violenza percepita è alla radice della assai frequente ritardata denuncia di aggressione sessuale, sia essa consumata in famiglia o sia invece avvenuta all’interno della comunità di appartenenza o, più genericamente, nella società complessiva, nel territorio. Esiste, nel ciclo della violenza, una fase chiamata dagli addetti ai lavori luna di miele, aperta da un asserito rammarico dell’aggressore che genera in chi subisce l’aggressione la speranza di una riappacificazione, di un ravvedimento, di una tranquillità permanente. Anche la temperatura atmosferica non è necessariamente un dato oggettivo: i meteorologi spiegano sempre la differenza fra temperatura reale e temperatura percepita, che varia fra un essere umano e l’altro, fra una collocazione fisica e l’altra (all’ombra, al sole, in uno spazio chiuso, in uno spazio aperto). Come spiegò al mondo Kurt Godel, fra il 1929 e il 1931, ogni sistema possiede una sua incompletezza e questo spiega la relatività di alcune questioni, che si presentano logicamente indecidibili per chiunque ometta di collocare il punto di osservazione all’esterno del sistema in cui il fatto esaminato si svolge. Come avviene per la temperatura atmosferica e per la violenza sessuale anche per la violenza sociale esiste il problema della sua percezione, da parte del singolo soggetto e da parte di una comunità nel suo insieme. Fondata com’è su una sociologia di regime o su una antropologia d’accatto la pretesa politica di fornire ai sudditi una definizione oggettiva di violenza è essa stessa, con tutta evidenza, una forma aggressiva di prevaricazione mediante lo strumento del «comunicare»; a maggior ragione lo è quando alla comunicazione si affiancano, a danno dei dissenzienti, sanzioni amministrative, condanne pecuniarie, minaccia di emarginazione o di conseguenze sulla carriera, procedimenti penali. L’imposizione di una definizione oggettiva e istituzionale (rectius: statuale) di violenza, tenuto conto della costante mutazione contenutistica del concetto secondo convenienza contingente, finisce con l’essere essa stessa una forma di violenza. Nella sua opera più famosa del 1908 George Sorel propose la separazione di forza e violenza: la prima ha per scopo di imporre l’organizzazione di un ordine sociale in cui governi una minoranza; la seconda invece mira alla distruzione dell’ordine. Dopo aver abbandonato il marxismo (ma non l’esposizione suggestiva) Sorel trova un modo logicamente astuto di legittimare la conquista del potere (la forza) e di criminalizzare la lotta di emancipazione (la violenza); poco importa che inserisca poi in chiusura l’apologia della violenza, rimane la differenza «criminale» e questa prevale. Ancora oggi i bollettini di Stato si fondano sull’elogio (non certo della violenza ma) della «forza pubblica» e delle «forze dell’ordine» contro i dimostranti e/o gli oppositori che sono sempre «frange violente» che si pongono contro il sistema legittimo di governo con «violenza non consentita». Il vecchio Kant ci aveva messo in guardia, ma nessuno gli dà retta: la violenza è spesso mascherata dal diritto. Siano forza o siano violenza per chi le riceve son solo legnate. La violenza e la crisi del diritto codificato La ripartizione dell’affermazione di potenza fra forza e diritto, fatta propria dalle democrazie liberali o socialdemocratiche del secolo scorso poggiava comunque su norme giuridiche codificate; frutto certamente di una mediazione avvenuta dentro lo scontro sociale e dunque di un compromesso favorevole al gruppo di comando, ma tuttavia capaci di delineare quel che era consentito e ciò che era vietato. Anche nella punizione dei comportamenti non consentiti l’obiettivo era ottenere il consenso più che minacciare la repressione. Questo ieri. Oggi è diverso, c’è stato un cambio di passo nelle modalità con le quali viene esercitato e mantenuto il potere. Nel meccanismo di creazione del profitto è necessario l’uso sistematico della cooperazione sociale, dunque è indispensabile acquisire il controllo della connessione continua di ogni soggetto, mettere a valore non una fascia oraria ma l’intera esistenza. La codificazione delle regole (sia nella previsione sia nella punizione) è divenuta un intralcio perché la realtà in cui devono svolgere la loro funzione è troppo variabile, in qualche misura perfino imprevedibile perfino nel medio periodo. Trump ha sancito la morte del diritto internazionale; i singoli Stati nazionali tendono a riunificare sotto l’esecutivo anche il legislativo e il giudiziario. Ogni atto che tenda a rendere difficile la connessione controllata oppure a impedire l’acquisizione della cooperazione sociale alle strutture private di profitto costituisce violenza da annientare con la forza del governo al potere; di volta in volta è l’apparato di comando, impersonificato in chi materialmente agisce, a decidere quel che è forza (utile, giusta, legittima) e quel che è violenza (criminale, ingiusta, dannosa). Questa manifestazione statuale di potenza si sottrae anche alla celebre descrizione di Machiavelli: rimane uno strumento politico, ma viene usato senza bisogno dell’astuzia di una «golpe» e si serve solo della forza di un «lione». Sull’utilità dell’istante (versione moderna e diversa del particulare) poggia l’edificio giuridico nell’età di questo nuovo assolutismo, orfano dei limiti della dinastia e padrone delle fedi religiose. La percezione sociale della violenza e la violenza punita Il tema della violenza fa discutere, è rimasto al centro dell’attenzione per via della guerra e del genocidio in corso, ma anche per gli scontri fra manifestanti e polizia in coda ai cortei di massa per la pace o contro la chiusura dei centri sociali o in opposizione alle c.d. grandi opere per la difesa dell’ambiente. Perfino una breve invasione della redazione di un quotidiano, peraltro in via di disarmo e con pochi lettori («La Stampa»), ha scatenato infiniti dibattiti, in un quadro univoco di indignata riprovazione; è venuto meno anche il senso del ridicolo considerando l’equiparazione fra l’incursione (disarmata) a Torino e la lotta (poco) armata degli anni Settanta in Italia. Torna in mente Marx (Il capitale, Libro VII, cap. 24): tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale (oggi diremmo: fordista, N.d.R.) in modo di produzione capitalistico (oggi diremmo: finanziarizzato e di piattaforma, N.d.R.) e per accelerare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova, è essa stessa una potenza economica. Siamo di fronte all’uso del tema della violenza, di quella reale, di quella percepita, di quella consentita, di quella criminalizzata: dentro un disegno del potere e dentro la transizione. Legittimo assassinare i ministri iraniani e sequestrare il presidente del Venezuela; criminale e terroristico scrivere «Palestina libera» sui muri di un quotidiano edito da una società che mette in commercio armi che poi finiscono in mano a chi li sta sterminando (per correttezza di esposizione va detto che Exor ha ceduto nel frattempo sia «La Stampa» sia Iveco Defence Vehicles, ma al tempo dell’intrusione la cessione non era avvenuta). Ove mai chiedessimo al marito di una redattrice del quotidiano torinese invaso se quella dei manifestanti sia stata violenza ci stupiremmo se lo negasse. Ma se domandassimo a un infermiere di Gaza, intento a raccogliere una bimba palestinese, falciata dalle pallottole israeliane e ormai morente, se quell’episodio torinese abbia motivo di occupare le prime pagine di tutti i quotidiani del nostro paese e rientri fra le violenze insopportabili e pericolose per la vita delle persone, siamo certi che ci guarderebbe o come dei provocatori o (nella migliore delle ipotesi) come degli imbecilli. La differenza si colloca nel punto di ricezione, la relatività della percezione emerge nelle soggettività e nelle comunità territoriali. Il rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal Censis nel 2025 (pagina 3) osserva già nell’esordio: siamo entrati in un’età selvaggia… in cui la violenza prende il sopravvento sul diritto internazionale… il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. E rileva, nell’indagine statistica, come 80,6% degli italiani ritengano le scelte dei leaders mondiali prive di logica razionale e il 55,6% siano convinti che guerre e violenza siano causate non tanto da questioni economiche, ma principalmente dalla volontà di potenza, dal nazionalismo e dal fanatismo. E, a pagina 5, in base ai rilievi della ricerca, osserva: una infernale sequela di orrori… ci ha abituali – fino a rasentare l’assuefazione – allo spettacolo della sofferenza e a un linguaggio infiltrato dall’esibizione della ferocia e della morte, che sconfina a volte in una sorta di pedagogia della crudeltà. Una percentuale ormai altissima (il 29,7%, pagina 7) si è convinta che una formazione di governo composta da una cerchia ristretta (e autocratica) sia l’unica adatta a sopravvivere e a competere nel nuovo mondo messo a soqquadro. Di conseguenza (pagina 25) le élite politiche ricorrono sempre più spesso all’allarmismo e a una retorica della paura. I risultati numerici della ricerca Censis spiegano meglio di qualsiasi riflessione viziata dal tarlo ideologico quale sia, qui e oggi, il filtro che condiziona la percezione della violenza, fra abitudine all’orrore di guerre illegittime e ansia connessa all’insicura precarietà della condizione di soggetto obbligato a porre tramite connessione la propria intera esistenza al servizio del profitto, senza più il rifugio di un tempo libero separato chiaramente da un tempo lavorato. Oltre che un’età selvaggia (Censis) questa pare proprio essere un’età dell’ansia (W.H. Auden): when even the most prudent become worshippers of chance, quando perfino il più prudente diventa adoratore del caso. Lo strumento del comando (sganciato dal diritto) diventa il filtro decisionale che comunica quale violenza debba essere accettata (e in quanto forza dell’ordine sia legittimata) e quale violenza debba invece essere punita (in quanto da ricondurre a terrorismo e dunque da collocare nell’area del crimine). L’omicidio politico perseguito apertamente da Usa e da Israele, senza più neppure un simulacro di processo, deciso dall’esecutivo a prescindere dal legislativo e dal giudiziario, è la pietra tombale della tripartizione dei poteri nei tradizionali Stati «democratici»; e pertanto neppure l’omicidio viene ricondotto nell’area della «violenza», abita invece nella «ragion di stato». Inevitabili domande da porsi In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso. A volte la giustificazione statuale scomoda la religione; il sionismo, ad esempio, evoca la Bibbia (Esodo, 23-31): sterminerò tutti i popoli nella cui terra entrerai… stabilirò poi i tuoi confini dal mar Rosso al mare dei Palestinesi e dal deserto fino al gran fiume… farò cadere nelle vostre mani gli abitanti di quella terra e li scaccerò dalla vostra presenza. Altre volte viene richiamato l’interesse nazionale: il Maga di Donald Trump consente quasi tutto, dai rastrellamenti a Minneapolis all’assedio di Cuba, dai bombardamenti in Iran alla rivendicazione territoriale della Groenlandia (per ora minaccia violenta, che è pur sempre violenza, senza vie di fatto). O ancora si invocano razza e nazione, separatamente o congiuntamente: nella drammatica guerra invisibile che permane in Sudan, nella guerra aperta che sconvolge l’Ucraina, nel conflitto endemico del Myanmar. Sono 56 le guerre in corso che coinvolgono oltre 90 paesi, quasi la metà dell’Onu. Fra le conseguenze legate ai conflitti un posto importante lo occupa il problema della schiavitù, la soggezione violenta che priva della libertà; il rapporto Oil, Global Estimates of Modern Slavery, (anno 2021, reperibile in rete nella sua interezza) valuta che siano circa 50 milioni gli esseri umani schiavizzati (erano circa 40 milioni nel 2016), di cui oltre 12 milioni in età infantile e 27,6 milioni addetti a lavoro forzato (erano 24,9 nel 2016). Per avere un termine di raffronto con il passato si consideri che gli schiavi in Nord America nel 1860 erano 4 milioni. La domanda che si pongono gli organismi statali o parastatali che esercitano violenza sono semplici: quanto mi costa, quanto ci guadagno, chi è in grado eventualmente di impedirmelo. Non certo se sia giusto o meno, questo è irrilevante. Posso sbagliare il calcolo, ma il procedimento decisionale è questo: se ci guadagno e la resistenza appare superabile senza danno lo faccio, il resto non conta, il diritto astratto non esiste, vale solo la legge del più forte, la potenza delle armi. Infatti la spesa bellica, anche in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani (Università Cattolica), è cresciuta dal 2017 del 64%, nel 2025 ammonta a 45,3 miliardi di euro. Non male per un paese che contiene nella propria Carta Costituzionale nientemeno che il ripudio della guerra! Ma pure gli oppositori, nel reagire, non possono (o meglio: dovrebbero, e sarebbe saggio se lo facessero) evitare di porsi, preventivamente, alcune domande essenziali. Perché ritengo che una determinata azione violenta debba essere compiuta; quale risultato mi propongo di raggiungere con questa scelta operativa; con quali collettività o con quali/quanti soggetti intendo agire e attraverso quali meccanismi decisionali il progetto diventa operativo e viene posto in essere; quali strumenti ho intenzione di utilizzare e di quali invece escludo di servirmi per poter raggiungere l’obiettivo che mi prefiggo di raggiungere con il progetto violento; quale reazione dell’avversario mi attendo, quali armi presumibilmente userà e quali danni (nell’immediatezza o nelle fasi successive) potranno subire la mia parte o il mio progetto complessivo; se i possibili vantaggi futuri siano ragionevolmente superiori ai danni, magari in base a una scommessa senza garanzie ma almeno con possibilità di vittoria. Il divario oggettivo fra forze dell’ordine armate fino ai denti e protette dall’apparato repressivo istituzionale (tribunali, carceri, datori di lavoro, famiglia) e ribelli in lotta rende complicata ogni opzione; l’uso politico, comunicativo, mediatico, scoraggiante della condanna di un comportamento e di una dura repressione connessa è una reazione abituale del potere davanti a una protesta ritenuta pericolosa. Si pone dunque il problema, non morale e tantomeno di purezza ideologica, nella scelta di una reazione violenta, del confine fra utile/inutile, possibile/impossibile, necessario/superfluo, audace/pavido, vantaggioso/nefasto, astuto/idiota. La violenza di piazza di questi mesi in Italia (con armi raccogliticce come sassi, bastoni, qualche vetrina infranta, più grida che botte, al più bottiglie incendiarie) è poca cosa, non solo rispetto ai mitra, ai blindati, ai lacrimogeni, ai Taser X2, ma soprattutto a bombardamenti, sterminio, genocidio, deportazioni. Non c’è dubbio. Ma la relatività della percezione, l’uso politico del frammento, la falsificazione delle immagini comunicate, il bacino di incertezza precaria della società in cui tutto ciò viene a calarsi sono una rappresentazione spettacolare tramutata in realtà dal potere, per proprio tornaconto. Uno stesso episodio è violentissimo per alcuni, irrilevante per altri. E l’uso dello spettacolo non è più solo spettacolo, è forza, è violenza, è potere. Giovanni Giovannelli è nato a Ferrara e ha esercitato la professione di avvocato giuslavorista a Milano, dal 1973, nel suo studio, difendendo i lavoratori nelle controversie contro le imprese. Ha ricoperto cariche direttive regionali e nazionali nell’AGI, Associazione Giuslavoristi Italiani, principale associazione specialistica di categoria. In tale veste ha contribuito, anche quale docente, alla fondazione della Scuola di Specializzazione nella materia, l’unica accreditata in Italia. È autore di saggi e romanzi. Collabora abitualmente con il sito della rivista online «Effimera» che ospita suoi scritti giuridici, economici, politici.

  • dossier italia

    L’Arte Contemporanea e la Testa del Maiale Pablo Mesa Capella e Gonzalo Orquin La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate. Impera la testa mozzata del maiale: marcia, impalata, circondata da insetti lucidi e lussuriosi. È la testa del signore delle mosche, il trofeo sacrificale dei bambini diventati assassini su quell’isola deserta, immaginata da William Golding nel suo celebre romanzo Il signore delle mosche, scritto l’indomani della Seconda guerra mondiale. La testa putrefatta governa il mondo: il piccolo mondo di quella comunità immaginaria e il mondo attuale della comunità globale. Ed è sempre presente, in tutti i centri di potere, tra le giacche blu, le telecamere, i fotografi, i sepolcri imbiancati, i talk show e le notti insonni. Domina l’isola di Epstein dove i protagonisti dell’élite mondiale sfogarono i loro indicibili istinti sbranando l’innocenza e la vita di centinaia di giovanissime vittime. Il signore delle mosche sovrintende ogni immagine mediatica, l’ordine militare delle divise eleganti e ben stirate e le tute, tutte uguali, delle serie televisive Netflix che raccontano storie distopiche, tra dominanti e dominati, come Squid Game che ha come simbolo un grosso maiale-salvadanaio, appeso, pieno di monete d'oro che aumentano man mano che muoiono i giocatori espulsi. Il signore delle mosche è sempre esistito e sempre esisterà. Perché abita nella tua mente e nella mia, non solo in quella del piccolo Jack che diventa il capo dei bambini dispersi sull’isola, il più violento e dispotico del gruppo, al quale la maggioranza si affida scartando la razionalità e la saggezza di Ralph e Simon. È sempre una questione di scelta. Il sorriso di Joaquin Phoenix, nella sua fredda e disperata crudeltà, è il simbolo della vendetta che avanza, dell’incendio, della devastazione contagiosa e insensata. È una danza irresistibile, quella del Joker, che discende negli inferi, con la musica di Hildur Guðnadóttir, percorrendo lentamente, con gusto e macabra allegria, la lunga, interminabile scalinata, nel film di Todd Philips. Non c’è scampo nella fissità dello sguardo del protagonista che all’inizio ci è persino simpatico. Poi, ogni limite si rompe, ogni tabù cade, ogni morale si frantuma in un’orgia di sadismo. La sua espressione somiglia in modo impressionante ai quella dei soldati dell’IDF, a Netanyahu e Ben-Gvir, ai coloni assetati di morte, agli agenti dell’ICE, ai soldati russi e ucraini, ai membri di Hamas e di Al Qaeda e alla soldataglia di tutto il globo che fa appello a Dio e alla patria. Hanno lo sguardo vuoto, vitreo, impassibile, dal quale non traspare alcuna vitalità, alcuna scintilla, alcuna emozione. Sono gli stessi occhi delle SS, di Eichmann, Himmler, Goebbels e dei Khmer Rossi, e tutti portano nel petto la testa di maiale con lucidi mosconi che le ronzano attorno. Quando la violenza diventa legge, chi compie il male non prova alcun sentimento. Il giornalista americano Chris Hedges scrive, in Lettera a Refaat Alareer, a proposito del genocidio in corso a Gaza: «Gli assassini sono intrappolati in un mondo letterale. La loro immaginazione è calcificata. Hanno chiuso le porte all’empatia. Conoscono il potere della poesia ma non comprendono da dove derivi quella forza (…) E ciò che non capiscono lo distruggono. Non hanno la capacità di sognare. I sogni li terrorizzano». Noi siamo in mezzo a questa mistica politica che domina i giorni e addomestica gli sguardi. Gli uomini-macchina, come li definiva Georges Ivanovič Gurdjieff, obbediscono banalmente agli ordini e spargono sangue, sperma, arti e macerie sulle terre contese. «L’uomo è una macchina: tutto ciò che fa, tutte le sue parole, convinzioni, opinioni e abitudini sono i risultati di influenze e impressioni esterne», afferma Gurdjieff all’inizio del secolo scorso. Emblema del presente è lo stato di massima agitazione, il principio entropico che porta il vivente alle estreme conseguenze. Secondo gli Indù, questa è l’era del Kaly Yuga: materialismo e decadenza, menzogna, egotismo e forever war. Nel 1964, in Noi figli di Eichmann (Giuntina), Günter Anders, scrive: «Pertanto se parlo di pericolo, non è perché io fiuti qua e là totalitarismi politici, ma perché dappertutto incombe su di noi il totalitarismo tecnico, tecnico appunto, attorno al quale quello politico risulta essere solo un fenomeno secondario. Insomma quel che vedo è che il nostro mondo, e veramente nella sua interezza, tende verso il regno “chiliastico della macchina”; e che la nostra metamorfosi in pezzi di macchina co-procede continuamente attraverso questo sviluppo». Se è vero che – come affermava Fabio Mauri nelle sue ricerche sull’estetica fascista – un pensiero è una cosa fisica e può intossicare un’intera stanza, ci si chiede quale sia il pensiero collettivo dominante. Quale sia l’immaginario di una società alla quale vengono costantemente somministrati corpi perfetti in scenari da incubo. Siamo tutti pezzi di una macchina assoluta che sottomette la vita organica al proprio potere? Sullo sfondo, il signore delle mosche non batte ciglio. L’umanità è mantenuta in un’oscurità tale che nessuno si accorge più della dark age che la circonda. Israele ha dimostrato quanto il capitalismo della sorveglianza hi-tech possa, in tutto il mondo, operare la distruzione dei corpi senza rischiare la propria, con una semplice telefonata. Ma non c’è bisogno di arrivare a tanto, la privazione delle libertà personali è legittimata da qualsiasi minaccia venga costruita e paventata nell’era delle emergenze. Quale sottrazione di immaginario è necessaria ai popoli per poter accogliere e digerire meglio il veleno quotidiano? Per accettare, da voyeur, crudeltà inaudite come fossero normali? «Tuttavia per i poeti che scrivono da Gaza sembra non ci sia tempo neppure per l’odio. Quanto raccontano Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer non somiglia affatto a una guerra. La morte non si trova in trincea ma attende al mercato, sui marciapiedi, cade dal cielo e irrompe nell’intimità domestica. Così tra le loro pagine non troveremo soldati ma proiettili, non volti spietati ma bagliori di razzi: nella distruzione più totale anche l’immagine del nemico sembra disperdersi». Scrive Ilan Pappè nella prefazione al libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi). Non è un caso che l’arte, nella sua dimensione multidisciplinare, sia invisa a tutti i regimi totalitari. La letteratura, il pensiero critico, la visione, vengono sistematicamente censurate e rigettate da ogni governo autoritario e falsamente democratico. Al contrario, invece, la banalità, la ripetizione, la messa in scena immagini kitsch – ridondanti, messianiche, nauseanti come quelle prodotte da Trump – vengono date in pasto ai mentecatti. La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate. Richieste di censura, resistenze, proteste, boicottaggi, affermazioni, si sono rincorse sino allo scioglimento della Commissione Internazionale della Biennale che rifiutava di includere Russia e Israele tra i padiglioni da premiare. Da mesi si parla di tutto tranne che di arte e il panorama è una terra desolata sulla quale spiccano assenze e presenze forzate. Tra le assenze, il Padiglione del Sudafrica rimasto chiuso piuttosto che esporre Elegy, di Gabrielle Goliath, un’installazione performativa che commemora, tra femminicidi e genocidi, la morte della poetessa palestinese Heba Abu Nada. Questa edizione, che è l’istantanea dello stato del mondo, è iniziata sotto un auspicio funesto con la morte della curatrice camerunese Koyo Kouoh, avvenuta esattamente un anno fa, alla quale sono seguite le morti dell’artista Henrike Naumann, che rappresenta il Padiglione della Germania e del regista Alexander Kluge invitato al Padiglione della Santa Sede. Il progetto originale, intitolato In Minor Keys (in chiave minore), portato a termine dal team della curatrice, si rivela profetico. Non ci sarà l’inaugurazione, non ci sarà la giuria e i premi verranno assegnati, alla chiusura della manifestazione, direttamente dal pubblico che voterà i propri artisti preferiti. L’invito ai non addetti ai lavori a conferire i Leoni d’Oro alle opere, ridotte a canzonette come per il Festival di Sanremo, appare quantomeno sconcertante. In questo ballo nazional popolare, pasticciato e improvvisato, l’arte è senza dubbio in chiave minore. Oggi [mentre scriviamo] la Russia – che sembrava definitivamente fuori gioco dopo l’invio degli ispettori del governo alla Fondazione della Biennale e la minaccia di definanziamento dell’UE – presenta 30 artisti che cantano. Per contro, Israele – pur essendo accusato come la Russia di crimini contro l’umanità – occuperà indisturbato il proprio spazio (iper-protetto dall’esercito) all’Arsenale. Il depotenziamento dell’arte e la sua riduzione a mera questione geopolitica e burocratica è funzionale all’oscuramento della ragione. Tuttavia, proprio in questo il momento sarebbe vitale un’analisi attenta e rigorosa, nutrita di visioni contagiose e coraggiose da parte di poeti, artisti, musicisti e scrittori. Figure vive nonostante la vulnerabilità e la cupezza di una società morente. Il rischio è invece di incontrare opere condiscendenti, formali e decorative che – come nel caso dell’artista americano Alma Allen – «ben rappresentino i valori degli Stati Uniti». Mentre è in corso la Vernice dell’evento più discusso al mondo, un artista vestito di nero, Nicola Mette, attraversa Venezia trascinando un sacco mortuario. Un corpo vivo trasporta il peso dei corpi assenti. «Il sacco, afferma, non è una metafora, ma un fatto: Venezia, luogo di spettacolarizzazione globale, viene attraversata da un’immagine che non si può consumare». Una volta giunto alla Biennale, Mette, s’introdurrà nel sacco, in prossimità dei padiglioni di Usa, Israele, Russia, disponibile a essere contato tra le vittime. La definizione, data dai nazisti, alle avanguardie di arte degenerata, Entartete Kunst, sembra riverberare ancora nell’aria. Accanto a quella mostra inauguratasi a Monaco del 1937, su idea di Joseph Goebbels, se ne aprì un’altra, Große Deutsche Kunstausstellung, la Grande Mostra dell’Arte Tedesca. La prima, con opere sequestrate ai musei tedeschi, servì a dileggiare e screditare l’arte moderna e fu visitata da oltre due milioni di persone; mentre la seconda, che dettava i canoni neoclassici e decorativi dell’arte del Terzo Reich ebbe un quinto dei visitatori. Novant’anni dopo, il Signore delle Mosche, al quale vengono eretti continuamente totem, si è moltiplicato e serializzato. Ha occupato tutto lo spazio, prendendosi il corpo di tutti i maiali del mondo. «Ho notato – afferma il Joker del film di Christopher Nolan – che nessuno va nel panico quando le cose vanno secondo i piani, anche se i piani sono mostruosi». Non so se c’è poesia nella discarica dello spirito, ma vorrei chiudere questo affresco iper-contemporaneo con l’immagine che Maurizio Torchio conferisce a un tipo di allevamento intensivo nel suo romanzo La peggior specie (Sellerio) «Sono le macchine, in Cina, a stabilire se una bestia sta male. I palazzi per maiali sono pieni di telecamere, microfoni, termoscanner, e appena le macchine notano che qualcuno mangia di meno, o ha una temperatura alterata, o non reagisce quando viene morso… Le macchine ricordano i volti, le voci e le abitudini di ciascuno e ciascuna. Sanno quanto dorme e quanto sogna di solito. Tutte le aziende che producono maiali si occupano anche di edilizia e intelligenza artificiale. Si dice guadagnino più coi dati che con la carne. Quei milioni di maiali sono, prima che cibo per gli umani, addestratori di macchine. Cibo per cervelli sintetici. Gli anatomisti impararono il corpo umano sezionando maiali. Adesso tocca alle macchine. Finché non si riuscirà a ingegnerizzare maiali incapaci di ammalarsi, toccherà alle macchine decidere quando è arrivato il momento di ucciderli per contenere il contagio. Solo loro sono abbastanza veloci».

  • dossier italia

    L’università “liquida”. Liberalismo autoritario e trasformazione dell’accademia / 1 Thomas Berra L’università italiana soffre di mali endemici che le sono propri e la caratterizzano da decenni. Si pensi alla sua ancora estrema gerarchizzazione dei ruoli accademici e agli abusi che questa permette, oltre al machiavellismo e clientelismo sempre in agguato. Qui è la natura del “bel paese” come territorio dominato dal “sistema di Don Abbondio” che perennemente si perpetua. È lo “spirito del tempo” neoliberale che rimette in gioco la preminenza della forza sul diritto, il “liberalismo autoritario”, si riflette e si rilegittima in uno spazio privilegiato che decenni addietro, e paradigmaticamente, era stato pensato come possibilmente resistente od opaco alle seduzioni del potere e del profitto. E l’antropologia che tutto ciò sottende e incoraggia sorprende per la sua pochezza e la sua miseria, inclinandoci alla disperazione. Liberalismo autoritario Da qualche anno per spiegare l’evoluzione del regime politico dell’Unione Europea è in voga mettere in gioco la nozione di “liberalismo autoritario” (1). Questa, e la corrispondente locuzione, si devono ad un noto intervento di Hermann Heller in una conferenza tenuta in Germania nel 1932, poi pubblicata nel marzo 19332, allorché invero si era già dato il passaggio, fatale, dal “liberalismo autoritario” del governo di Franz von Papen a quello direttamente autoritario e in prospettiva totalitario di Hitler. Heller era un professore di diritto pubblico impegnato nella SPD, il partito socialdemocratico tedesco, all’interno del quale rappresentava l’ala nazionalista, non internazionalista, e revisionista rispetto al marxismo ortodosso. Come teorico del diritto la sua critica si era indirizzata soprattutto contro Hans Kelsen, al quale rimproverava il formalismo della “dottrina pura”, una concezione tutta normativistica del diritto che rifuggiva alla presa egemonica della politica. Le sue simpatie teoriche andavano piuttosto verso Carl Schmitt, che difendeva un forte decisionismo nell’àmbito del diritto, vale a dire un diritto consegnato alla mera determinazione imperativa del sovrano. Il quale per Schmitt andava identificato nel potere esecutivo. Mentre per Heller – ed è qui la decisiva differenza rispetto a Schmitt – la decisione sovrana era quella del legislatore, del parlamento, dei rappresentanti votati dalla nazione. Per quanto concerne la nozione sostanziale di sovranità Heller andava oltre lo stesso decisionismo di Schmitt, in quanto, mentre questo diceva sovrano colui che può decidere sullo stato di eccezione e sospendere (eccezionalmente) la vigenza della legge ordinaria, Heller più radicalmente definiva la sovranità come il potere di decidere e d’agire comunque contra legem, dunque uno stato d’eccezione permanente. I due giuristi ovviamente stanno e lottano su fronti opposti. Schmitt era il consigliere giuridico dello stato maggiore dell’esercito, della Reichswehr, protesa a rovesciare la costituzione di Weimar in senso autoritario, se non addirittura a restaurare la monarchia. Heller invece si faceva interprete delle esigenze di riforma radicale di un robusto Stato sociale, con disposizioni legislative dirette a ridistribuire la ricchezza e il potere sociale a favore dei meno abbienti e della classe lavoratrice. Heller, che insegna a Berlino, è il consigliere giuridico del governo regionale prussiano, governo di punta del partito socialdemocratico. Ed in questa sua capacità che si scontra faccia a faccia con Schmitt nell’ottobre del 1932 a Lipsia, in un processo dinanzi alla Corte Suprema federale. Ma cos’era successo? Al governo Brüning, governo dell’austerità e della drastica riduzione dei diritti sociali, nel 1932 succedeva come cancelliere Franz Von Papen, un cattolico conservatore, molto vicino agli ambienti industriali ed all’esercito. Si voleva disattivare la costituzione repubblicana accentuando in maniera forte il potere dell’esecutivo, per poi procedere ad un cambio di regime, possibilmente anche ad una restaurazione della monarchia. Ma il partito socialdemocratico, la SPD, rimaneva forte e soprattutto a capo di un Land, una regione, potente come quella della Prussia con capitale Berlino, la capitale anche del Reich, dello Stato federale. Il 20 luglio del 1932 allora il governo propone al Presidente della Repubblica, Hindenburg, di dichiarare lo stato d’eccezione nel Land della Prussia e di destituire il governo socialdemocratico accaparrandosene le funzioni. È il cosiddetto Preussenschlag. I socialdemocratici vengono scacciati dal potere e perdono così il controllo sulla polizia sulle altre autorità amministrative del Land. Tali poteri si accentrano ora nelle mani di Von Papen. Contro questa azione del governo nazionale il destituito governo prussiano si rivolge alla Corte Suprema che ha sede a Lipsia, allegando che il procedimento accentratore sia incostituzionale. Si apre così nell’ottobre del 1932 un processo dinanzi all’alta corte. Difensore del governo prussiano socialdemocratico è Heller. Difensore del governo centrale è Schmitt. I due, dunque, qui sono l’uno contro l’altro in maniera esplicita. E Heller in questo frangente pronuncerà nel dibattimento una frase rimasta giustamente famosa: che presentare Schmitt come difensore della costituzione di Weimar è come mettere un lupo a guardiano d’un gregge di pecore (3). È in questa contingenza drammatica che Heller usa l’idea del “liberalismo autoritario”. Quello che si vuole, dice il giurista socialista, è una economia capitalista senza controlli, “economia sana” (gesunde Wirtschaft) la chiama Schmitt in una conferenza di quegli stessi mesi (4), ed un governo autoritario, non democratico, sottratto alla partecipazione democratica, che garantisca un regime economico radicalmente liberista. Il successivo trionfo di Hitler non smentisce subito questa diagnosi. Hitler è votato dai partiti conservatori e dal Centro, il partito democratico cristiano. Ma l’ulteriore sviluppo del nazionalsocialismo è ben più estremo. Ed in esso, per quanto il grande capitale non risulti mai aggredito seriamente, è prevalente l’interventismo statale in economia e l’obiettivo della piena occupazione, sia pure in assenza di conflitto sociale e di feroce repressione della lotta sindacale. La novità del “liberalismo autoritario” è però dubbia. Potrebbe sostenersi che questa formula e la sua sostanza soprattutto siano già presenti negli anni fondativi del nuovo regime sociale borghese. Sappiamo bene che è la Rivoluzione francese ad operare lo stravolgimento sociale che da un’economia feudale, diretta da una classe di aristocratici grandi proprietari terrieri, conduce ad una economia capitalistica, dove a prevalere è una classe di borghesi, banchieri, proprietari di manifatture, e grandi commercianti. Il “terzo stato”, la classe borghese, si proietta ora come “nazione”, così come la rappresenta il suo grande teorico l’abate Sieyès, il quale già nel 1789 ha cura di distinguere tra democrazia e “regime rappresentativo” – che è quello che ora si vuole stabilire (5). Ma la Rivoluzione francese, per darsi, ha bisogno della mobilitazione delle masse popolari, dei sans culottes, un ceto proletario le cui aspirazioni solo in parte coincidono con quelle della borghesia. Così che nella Rivoluzione finiscono per affrontarsi e combattersi due partiti, quello moderato dei borghesi, interessati in fin dei conti solo ad una limitata costituzionalizzazione e democratizzazione del potere politico, e soprattutto alla privatizzazione, alla liberalizzazione, del regime economico; e un partito popolare, quello soprattutto concentrato nelle “sezioni” del comune di Parigi, che spingono per una decisa redistribuzione della ricchezza sociale in senso egalitario ed avanzano un programma di democrazia diretta. Con la rivoluzione si pone in moto un processo che progressivamente radicalizza l’esigenza di libertà, uguaglianza e fratellanza, travolgendo passo dopo passo la moderazione del pensiero liberale incentrato su riforme in senso “inglese”, per una ristrutturazione politica e sociale che si limitasse ad un timido costituzionalismo e ad un accelerato regime di libero mercato e di individualismo proprietario. Esemplare è a questo proposito la vicenda della schiavitù, solo limitatamente abolita e poi di nuovo ristabilita nel corso di quegli anni tumultuosi. Lo stesso vale per la cittadinanza, come piena titolarità di diritti politici, che solo brevemente è concessa a tutti (i maschi), ma prima (nel 1791) e subito dopo (nel 1795) viene condizionata alla presenza di certi requisiti censitari e sociali (da qui la divaricazione tra cittadinanza e nazionalità, che si dà a partire della Costituzione termidoriana dell’anno III, il 1795). Ora in questa storia, che è centrale per l’autocomprensione della nostra democrazia e della modernità politica e giuridica in generale, il momento di passaggio è il 1799 ed il colpo di stato del 18 brumaio, il 9 novembre nel nostro calendario. L’esito del colpo di stato del 18 brumaio è lo scioglimento del parlamento e la presa del potere da parte di un triumvirato diretto dal Primo console, Napoleone. E si procede rapidamente all’emanazione di una nuova costituzione, quella per l’appunto dell’anno ottavo, del 1799. Questa è per certi versi il modello normativo paradigmatico di quello che più di un secolo dopo si chiamerà per l’appunto “liberalismo autoritario”. Nel nuovo ordine costituzionale inaugurato dal Primo Console il potere legislativo è diviso in tre organi. Il primo, il Senato, è nominato direttamente da chi redatta la costituzione, dunque in buona sostanza Napoleone medesimo per mano di Sieyès. Il secondo, vale a dire il “corps législatif”, è il risultato di una barocca procedura di elezioni ai vari livelli territoriali, a partire da liste di cittadini compilate dai prefetti, autorità che compaiono per la prima volta nella costituzione del 1799, e che dirigono tutto il potere amministrativo nelle diverse provincie. Ai due organi appena menzionati si aggiunge un “tribunato”, anch’esso organo non eletto, il cui compito è di rappresentare o presentare le proposte di legge del governo, detentore della iniziativa di legge, al “corpo legislativo”, il quale può solo approvare o no la legge proposta, ma non può deliberare su questa. Il Senato funge da camera di controllo della costituzionalità della legge presentata ma assume poi mediante dei “senatoconsulti” anche una quota importante di potere legislativo. I diritti politici sono strettamente censitari. In particolare, non può esserne titolare nessun salariato. Ai lavoratori poi si vieta di potersi organizzare collettivamente, ovvero di presentare richieste collettive al datore di lavoro. Significativamente a lato del nuovo ordine politico si crea una “Banca di Francia”, che però è una banca privata, indipendente dal Tesoro pubblico, la quale non può per statuto essere prestatore d’ultima istanza agli organi statali. Con la nuova costituzione, insomma, l’esecutivo risulta indipendente dalla volontà popolare, e si insula anche dalla politica economica della nazione. I diritti dei proprietari e del libero mercato sono salvaguardati e protetti. Cabanis, il medico e filosofo materialista che è uno degli ideologi e degli attori del colpo di stato, dice che la “classe ignorante” non deve esercitare «aucune influence ni sur la législation ni sur le gouvernement» (6). E quel tanto di democrazia che era ancora presente nel regime del Direttorio (Cabanis è un membro del Consiglio dei Cinquecento, l’assemblea legislativa del regime termidoriano) viene cancellata, mediante la neutralizzazione politica degli organi legislativi. La separazione dei poteri qui non è tanto quella tra potere legislativo e potere esecutivo, com’è tradizionalmente richiesto. Si separa e si decide invece il corpo legislativo, distinguendolo in tre organi, che si impacciano reciprocamente, e che soprattutto non possono proiettarsi nessuno come rappresentante unico della volontà popolare. Non c’è più un solo legislatore, cui poter guardare come momento centrale del potere democratico. Mollien, dirà allora di Bonaparte, di cui è uomo di fiducia per le questioni finanziarie: «Il a renversé le gouvernement populaire». Nella costituzione dell’anno ottavo, il 1799, vero detentore del potere rimane il Triumvirato di cui si compone il governo. Questo regime poi scivolerà nella monarchia di fatto assoluta, nel dominio unico di Napoleone, che dapprima da Primo Console si fa Console a vita nel 1802, per poi con un atto del Senato essere nominato Imperatore dei Francesi nel 1804. Questo è l’anno anche dell’emanazione del Code Napoléon, il Code civil, primo codice di diritto privato che servirà da modello per la gran parte delle successive codificazioni in Europa. Ora, la natura classista e capitalista di questo codice è indiscutibile. Trasuda disprezzo per l’operaio, per il semplice lavoratore salariato, e per i diritti sociali. Ciò si sigilla con almeno due articoli, il 415, e il 1781. Il primo recita: «Toute coalition d’ouvriers dans le dessein d’enchérir leur travail sera passible d’un mois de prison au minimum et d’un emprisonment de deux à cinq ans pour les instigateurs». Vale a dire, l’azione collettiva sindacale viene criminalizzata e sanzionata con pene severe. Ma c’è anche il secondo, l’articolo 1781: «Dans toute contestation au sujet des salaires, c’est l’employeur qui sera cru sur sa parole, laquelle fera foi sur la quotité des gages». Vale a dire, in caso di controversia tra datore di lavoro e salariato, la parola del primo farà fede e non potrà essere contestata dal secondo. Non sarà allora allora implausibile sostenere che la “costituzione economica” introdotta del regime liberale autoritario del Primo Console, poi Imperatore, sia quella della società capitalista di mercato. Dal “liberalismo autoritario” si passa poi abbastanza rapidamente ad un mero deciso regime autoritario, imperiale addirittura. Potrebbe dirsi che dal “liberalismo autoritario” è breve il cammino all’“imperialismo liberale”. Una vicenda analoga, anche se farsesca questa volta, «das eine Mal als grosse Tragödie, das andre Mal als lumpige Farce», come dice Marx nell’incipit del suo scritto Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte (7), è quella della fine della seconda repubblica francese, nata nella rivoluzione del febbraio 1848. La Seconda repubblica si conclude infatti col colpo di stato del due dicembre, 1851 col quale assume i pieni poteri, e si fa poi “imperatore”, un nipote di Napoleone, Luigi Bonaparte (8), inaugurando vent’anni pressappoco di trionfi d’una rapace borghesia finanziaria. Di questa seconda epopea “borghese” e autoritaria al contempo si fa interprete e critico Émile Zola e il suo ciclo dei Rougon Macquart (venti romanzi), in cui L’Argent assume una posizione centrale, una storia sulla speculazione edilizia e sulla frenesia della borsa e della banca a Parigi. La fine tragica della Repubblica di Weimar che sfocia nella dittatura nazionalsocialista sembrerebbe confermarlo questo rapporto denso tra “liberalismo autoritario” e “imperialismo” più o meno liberale. Neoliberalismo e biopolitica Viviamo ormai da più di quarant’anni sotto l’ombrello ideologico del cosiddetto neoliberalismo. Di questo si è scritto tantissimo, e sarebbe qui impensabile poter riassumere efficacemente quanto di questo si è detto. Ci resta però la possibilità di un breve riepilogo. Che deve necessariamente servirsi d’una premessa teorica. Il neoliberalismo è la risposta e la reazione alla crisi del capitalismo che si dà negli anni Trenta del secolo scorso e che conduce a quella che Karl Polanyi ha chiamato la “grande trasformazione” (9). Questa si sviluppa in tre direzioni. (i) Innanzitutto, l’economia di mercato subisce una regolazione ed una riduzione. La libertà di movimento dei capitali è ora soggetta a controlli, così come la speculazione in borsa da parte delle banche. Lo Stato si proietta anche come attore nel mercato, nazionalizzando settori strategici dell’economia. Il diritto del lavoro si rende più rigido a favore dei lavoratori, offrendo loro maggiore protezione. La moneta viene resa indipendente dal suo valore in oro, permettendo allo Stato di aumentare il volume della moneta in circolazione. Si assume come necessario e positivo un certo disavanzo del bilancio pubblico, tale da permettere una politica economica espansiva da parte dei poteri pubblici. La politica monetaria deve mirare anche e soprattutto all’obiettivo della piena occupazione. (ii) La seconda direzione è quella di uno Stato sociale, cioè di concedere ampi ed intensi diritti sociali ai cittadini. Indennità di disoccupazione, pensione di vecchiaia, assistenza sanitaria, educazione pubblica e gratuita vengono introdotte per riequilibrare le forti disuguaglianze esistenti in una società capitalistica. Ciò si fa anche e soprattutto applicando una tassazione progressiva che sia capace di ridistribuire ricchezza, trasferendo risorse dai patrimoni dei ricchi alle tasche vuote dei poveri. (iii) La terza direzione poi è quella di produrre un sistema efficace di diritto nazionale ed internazionale, che riduca l’arbitrio e l’insicurezza nelle relazioni politiche domestiche ed internazionali. Le concentrazioni private di potere economico subiscono un addomesticamento. Lo Stato sociale si accompagna ad una democratizzazione crescente dei rapporti sociali, sia per ciò che concerne i vari appuntamenti elettorali e le diverse istanze politiche rappresentative, sia per ciò che concerne l’azienda e la fabbrica. Partiti e sindacati di massa hanno accesso diretto alla stanza dei bottoni, alle istanze di comando e decisione, sia in àmbito propriamente politico sia nel contesto delle relazioni sindacali e della contrattazione collettiva tra capitale e lavoro. È questa la “costituzione economica” di cui si fa portatrice la Costituzione della Repubblica di Weimar emanata nel 1919, “costituzione economica” di segno socialista teorizzata da Hugo Sinzheimer, il fondatore del “diritto del lavoro” in Germania e, potrebbe dirsi, anche nel resto del continente europeo (10). Si tratta insomma di sottomettere i poteri di fatto a regole efficaci che ne limitino la portata e l’arroganza, e diffondere benessere e diritti in modo da compensare le differenze di stato sociale. Questo modello welfarista ed internazionalista si impone grosso modo in Europa e nel mondo occidentale a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ora, a partire dalla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo questo modello crea malcontento e paura nelle élites economiche e politiche. Il malcontento è dovuto alla riduzione dei profitti da parte del capitale, alla elevata tassazione dei redditi che va ben oltre il cinquanta per cento per i redditi più alti, alle limitazioni poste alla libertà di circolazione dei capitali, alla rigidità del mercato del lavoro co-governato dai sindacati dei lavoratori, poi all’insorgenza accanto alla classe borghese tradizionale di una nuova élite manageriale che fa riferimento alle aziende di Stato ed in generale all’apparato amministrativo pubblico, ed è bene o male responsabile dinanzi ai partiti di massa nel frattempo impostisi sulla scena politica. C’è qui persino chi parla di “nuovi padroni”, che rimpiazzerebbero la vecchia classe capitalistica. Ma sono soprattutto le paure ad avere il sopravvento. E queste sono dovute al crescente potere di partiti e sindacati nella gestione della cosa pubblica, ma anche nell’economia. L’azienda e la fabbrica tendono a democratizzarsi, in linea con ciò che accade nella generalità del territorio sociale, nella scuola, nei municipi, ma anche in famiglia. La antica gerarchia e il sistema di comando devono cedere dinanzi a richieste di pari dignità e di gestione diretta da parte di coloro che tradizionalmente erano stati solo soggetti del comando, sudditi, non ancora cittadini. Nel modello liberale la cittadinanza, la partecipazione alla gestione degli affari sociali, è limitata al momento elettorale. Il sistema rimane verticale e il comando sociale ancora rigidamente gerarchico. Questo antico modello, che si mantiene bene o male anche nello Stato sociale, pare ora saltare. C’è troppa democrazia. Si rischia l’ingovernabilità. Troppi scioperi. Troppe domande di aumenti salariali. Troppi diritti sociali. Troppa facilità d’avere una buona pensione. Troppa arroganza dei ceti bassi. L’autorità dello Stato è in pericolo, così come quella delle varie istanze di comando nel territorio sociale: l’imprenditore e la banca nel mercato, il padrone nell’azienda, il professore a scuola, il sindaco nel comune, il marito o il padre – può aggiungersi – in famiglia. Tale critica però il più delle volte non è diretta, o esplicita, e si presenta piuttosto come sussidiaria ad un argomento di carattere economico e funzionalista. L’economia consegnata ai poteri pubblici non funziona, produce debito pubblico, stagnazione, inflazione, disoccupazione. Il mercato limitato nella sua libertà non riesce a esprimere tutta la sua energia produttiva. E s’ingrossa il mostro d’una burocrazia statale improduttiva che alimenta solo se stessa senza creare vero benessere. Insomma, lo Stato sociale si è rivelato un Leviatano che corrode la società, la rende meno produttiva e libera nelle sue espressioni economiche ed in parte anche politiche. La democrazia sociale è prossima al totalitarismo. Ora, questa diagnosi era stata anticipata in un libro del 1944 The Road to Serfdom da un’economista austriaco Friedrich von Hayek (11). Si tratta di un libro invero non d’economia ma di scienza politica. La sua tesi è che l’intervento statale in economia, la limitazione del libero mercato, i diritti sociali spingono la società verso un regime che non è lontano da quello totalitario, in particolare da quello sovietico. Ma il libro nel momento della sua pubblicazione rimane inascoltato. Nel 1945 è il Labour che vince le elezioni nel Regno Unito, ed è quello l’anno che sancisce l’inizio dei cosiddetti “Trenta gloriosi” anni nei quali, in Europa, ma anche negli Stati Uniti, si dà una sorta di “rivoluzione invisibile”, affermandosi un modello decisamente socialdemocratico (12). Questo modello è accolto non solo dai partiti d’ispirazione socialista e socialdemocratico ma che, talvolta anche entusiasticamente, dalla democrazia cristiana nelle sue varie espressioni europee. Ma la vittoria della critica neoliberale di Hayek è solo rimandata. Il neoliberalismo, dunque, è una reazione alla crisi del capitalismo tra le due guerre mondiali. La crisi del 1929 pare condannare l’economia di libero mercato. I costi di questa per la società sono insopportabili: disuguaglianza, povertà, disoccupazione, delinquenza e devianza, ed instabilità politica. Il rimedio, si è visto, è lo Stato sociale, le politiche di riduzione della libertà dei mercati, soprattutto del mercato finanziario, che si inaugurano negli Stati Uniti col New Deal di Roosevelt. E poi c’è l’Unione Sovietica che pare presentare un modello alternativo radicale che miete successi. L’ascesa dei regimi fascisti nemmeno è favorevole al liberismo. Né già lo era stata l’economia di guerra necessaria alle operazioni militari della Prima Guerra Mondiale. Per far fronte a questa gli Stati avevano dovuto fortemente regolare produzione e consumo, e sottoporre il mercato ad un rigoroso incorsettamento. Il neoliberalismo reagisce a questa tendenza che sembra epocale ed inarrestabile. L’assioma fondamentale del liberalismo economico viene riaffermato: mercato e concorrenza sono regimi più efficaci del piano e dell’intervento statale. E vi è anche – si sostiene – intrinseca al mercato una sua superiorità morale rispetto alla pianificazione statale o collettiva, in quanto è solo esso, il mercato, che si affida alla autonomia ed alla responsabilità dell’individuo. Lo Stato sociale trasforma i liberi cittadini in meri agenti passivi, clienti, o ingranaggi di una macchina che non controllano. Il mercato invece si fonda sulle preferenze individuale: è – dice Von Mises – come un plebiscito quotidiano su ciò che meglio soddisfa i bisogni di ciascuno (13). Esso ha anche una superiorità epistemica rispetto al piano, in quanto garantisce una formazione dei prezzi adeguata da una parte alle necessità del consumatore e dall’altra alle capacità produttive dell’imprenditore. Il prezzo del mercato, dunque, è – come dice Franz Bohm, il giurista francofortese teorico dell’ordoliberalismo – “esatto”. «Il sistema dei prezzi del mercato […] è tra tutti i sistemi segnaletici prodotti dalla società il più meccanico o esatto» (14). In tal modo i prezzi delle merci saranno degli indicatori reali per ciò che concerne una loro efficace e razionale distribuzione ed allocazione. La loro “esattezza” è funzione del programma normativo che informa il sistema di mercato, così come la coerenza d’un ordine cibernetico – il paragone è di Böhm – è intrinseca nel programma algoritmico che alimenta l’ordine medesimo (15). I prezzi offerti dal mercato hanno dunque non solo il carattere descrittivo di segnali, ma anche quello prescrittivo di comandi. Lo dice in maniera esplicita Hayek: «La funzione dei prezzi è di dire alla gente cosa debba fare» (16). D’altra parte, nel neoliberalismo si mantiene la tesi vetero-liberista per la quale il mercato, se veramente libero, e in regime di concorrenza pura, ha in sé un principio di autoregolazione che impedisce concentrazioni di capitali e discriminazioni a favore di specifici centri di produzione. Ma cosa è fallito allora? Per il neoliberalismo la crisi del ’29 è dovuta soprattutto a due fattori. (a) Innanzitutto, all’idea, sbagliata, di un’astensione statale dal mercato nel senso di una politica meramente permissiva, incapace dunque di garantire il mercato da distorsioni e da concentrazioni di potere o da turbolenze fattuali tali da non rendere più attivo il principio della concorrenza. Lo Stato dovrebbe piuttosto vigilare sul buon funzionamento del libero mercato, ed anzi più che vigilarlo promuoverlo, con atteggiamento proattivo. È questa una dei tesi principali dell’ordoliberalismo tedesco, che del neoliberalismo è probabilmente la versione intellettualmente più sofisticata. Una espressione particolarmente significativa di questa dottrina ci è data da Walter Hallstein, che fu il primo Presidente della Commissione Europea, in carica dal 1958 al 1967, gli anni fondativi della Comunità economica europea. «Un tale ordine in senso moderno liberale non esclude l’intervento statale, ma al contrario presuppone la presenza dello Stato, sotto la forma di quadro ordinamentale. Che garantisca e imponga [erzwingt] la libertà di decisione d’ogni soggetto economico. La concorrenza, “motore del sistema”, dalla cui sincronizzazione e precisione dipende la qualità dell’ordine liberale, necessita costante cura e monitoraggio. La politica della concorrenza non è semplicemente polizia della concorrenza, bensì permanente formazione e conservazione creativa di norme giuridiche, che assicurino la concorrenza della prestazione» (17). Il libero mercato dunque – in questa prospettiva – non deve fare a meno dell’azione attiva e produttiva dello Stato, che si dà eminentemente nella forma di regole giuridiche rese efficaci da istanze indipendenti di implementazione. E di direzione. È tutt’altro questo allora d’un regime di laissez faire, laissez aller, nel quale lo Stato assolva solo il ruolo di “guardiano di notte”, secondo la nota formula di Adam Smith in The Wealth of Nations. Qui ora lo Stato è guardiano anche di giorno, e più che guardiano “pastore”, benevolo produttore di concorrenza e di mercato mediante politica e diritto. D’altra parte, per il neo-liberalismo la moneta è cosa troppo seria perché rimanga in mano alla politica. Deve dunque ristabilirsi un rigido regime di cambio, e ciò si può solo fare rendendo impossibile al sovrano politico di determinare la politica monetaria. Lo strumento a tal fine sarà o quello di reintrodurre un nuovo Gold Standard, ovvero di denazionalizzare la moneta rendendola transnazionale o sovranazionale. E di tale autonomia della politica monetaria dovrebbe farsi carico una banca centrale del tutto indipendente dai governi nazionali. L’attuale regime di governo dell’Euro riflette questa dottrina. Un postulato centrale di questa svolta è poi è il ritorno ad un rigido regime di parità del bilancio pubblico. Tutto ciò però è possibile – pensa il neoliberalismo – solo se l’economia viene sganciata dalla politica, e questa rinuncia al programma della democratizzazione progressiva del territorio sociale. Del resto, già nel 1932, già in quell’anno decisivo in Germania, l’anno in cui Carl Schmitt e Hermann Heller pronunciano le due conferenze sopra ricordate, Walter Eucken, il padre fondatore della dottrina economica ordo-liberale, si era espresso in termini fondamentalmente sovrapponibili all’analisi offerta da Schmitt e Heller, seppure ed abbastanza ovviamente (dato il suo orientamento politico) coincidendo piuttosto con quanto preconizzato da Schmitt. Ed aveva dunque puntato il dito per l’appunto contro «la democratizzazione del mondo» (18), dunque contro la perdita di efficacia del comando e dell’autorità, in ragione anche della riduzione delle disuguaglianze sociali. La democrazia, in quest’analisi, equivale a eguaglianza delle condizioni sociali, secondo una tesi presentata Tocqueville nella Démocratie en Amérique. E fomenta il pluralismo dei gruppi e la pluralità delle rivendicazioni di prestazioni statali, mettendo in crisi l’unicità e l’omogeneità del comando sovrano. Lo Stato si fa debole e non riesce più dirigere efficacemente la vita della nazione. Bisogna allora porre rimedio alla democrazia, ed a tal fine ogni strada, più meno esplicitamente anche quella autoritaria, va esplorata. Lo dice ancora Eucken nel suo discorso del 1932: «Una direzione cosciente e responsabile dello Stato proverà tutte le strade [alle Wege] per difendersi dalla dissoluzione pluralistica dello Stato» (19). Ma vi è un’altra differenza del neoliberalismo rispetto al liberismo tradizionale. (b) Un secondo rimprovero che il primo muove al secondo è che il mercato concorrenziale non può sostenersi e sopravvivere in un contesto sociale, e in un mondo vitale che le sia ostile. Perché ci sia mercato libero, l’intera società deve essere conformata in modo da favorirlo. È ciò che si sostiene con la formula “economia sociale di mercato”. Questa non auspica, come da più parti si crede, una moderazione del mercato mediante la concessione di diritti sociali, dunque un compromesso tra Stato sociale e regime liberista. Tutt’altro. L’idea è piuttosto che la società deve essere trasformata in maniera da rendersi funzionale ad un mercato altamente concorrenziale. Bisogna che gli individui, per esempio, introiettino interessi propri tali da potersi pensare anch’essi come soggetti in concorrenza tra loro in una zona di mercato. Ed ecco per esempio la ragione per cui una delle prime misure adottate dalla Signora Thatcher, nel suo sforzo di demolire lo Stato sociale britannico, fu quello di eliminare il sistema di allocazione di appartamenti mediante i municipi che ne concedevano l’uso per una lunghissima durata ai cittadini. Le case gestite ed amministrate dai comuni furono così vendute a chi le aveva in uso o in affitto, non perché tale regime fosse economicamente gravoso per la finanza pubblica, ma perché si voleva che il cittadino divenisse proprietario, e soprattutto che la classe media potesse pensarsi come proprietaria, in nuce capitalista; dunque, affine psicologicamente e nei suoi valori ai soggetti imprenditoriali mossi dalla logica della concorrenza. Per questa stessa ragione si privatizzò per esempio il trasporto ferroviario, o lo si smantellò letteralmente, favorendo il trasporto in automobile, ché questo a sua volta spinge a pensarsi come “proprietario”, e soggetto hobbesiano, tutto individualista. Per eliminare dalla scena politica masse e “socialismo”, semplicemente e radicalmente si chiusero miniere e fabbriche. E si deindustrializzò il paese, ché senza industria scompare anche la classe operaia e le sue turbolenze. Per questa stessa ragione l’indennità di disoccupazione sempre più divenne una corsa ad ostacoli per il disoccupato, ora costretto ad una serie di prestazioni e di umiliazioni atte a certificare la sua buona disponibilità ad assumere un lavoro qualunque in qualsivoglia luogo sul mercato. Così si spiega anche lo smantellamento del diritto del lavoro, e la trasformazione giuridica del lavoro subordinato in lavoro autonomo. L’esempio radicale di tale trasformazione è offerto ora dai “riders” che ci portano a casa la pizza la sera, e che sono retribuiti come lavoratori autonomi, imprenditori di sé stessi, vale a dire del loro stesso sfruttamento. Tra imprenditore e consumatore non deve dunque – nella prospettiva neoliberale – darsi nessun altro soggetto sociale, non certo il “lavoratore”, che è persino sparito come termine dal linguaggio ordinario. Il lavoro non è più un momento essenziale e realizzatore in prospettiva della personalità di ciascuno, non lo si deve assolvere e compiere come prestazione alla società o a terzi, e come tale di per sé portatore di valore e dignità. No; ora il lavoro è un mero strumento, un momento solo di acquisizione d’un profitto individuale. E ci serve solo per potere al più presto rientrare nella sfera economica che più ci soddisfa, e che la società odierna dello spettacolo diffonde a man bassa, che è quella del consumatore. Ora, in questo quadro, dentro l’ordine nuovo imposto dal neoliberalismo, qual è il destino dell’università? 3. L’università come «azienda» Il neoliberalismo è divenuto un dispositivo generatore di vita alienata e incapsulata nel mondo del mercato. La sua presa è biopolitica, com’è bene intuito e argomentato da Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France della fine degli anni Settanta (20). Una medesima intuizione, ma meno sviluppata, si trova in The Great Transformation di Polanyi, allorché si parla del paradigma dell’isola di Juan Fernandez, questo teorizzato da un inglese del secolo Diciottesimo, contemporaneo di Adam Smith, Peter Townsend nel suo scritto Dissertation on the Poor Laws. La cui tesi può riassumersi in una frase: «No magistrate was necessary, for hunger was a better disciplinarian than the magistrate» (21). Si tratta di governare gli individui mediante necessità basiche e impellenti, le quali si impongono loro mediante la costruzione di un contesto, sì, artificialmente prodotto, che però si presenta come naturale, in quanto fondato su bisogni vitali e dunque sull’angoscia di non riuscire a soddisfarli. L’obbedienza è legata all’impellenza del bisogno. Ora, il mercato è come questa isola nella quale il numero di cani e capre si regola mediante il cibo che questi reciprocamente si concedono in modo “naturale”. La concorrenza si innesta sull’impellenza del bisogno e dunque ha per risultato l’obbedienza. La regola qui è “cibernetica”, risiede nell’organismo medesimo, che si mette in moto e vuole sopravvivere. È questa la “biopolitica”, ed il neoliberalismo è il suo attore principale. Ora, nelle società post-industriali questo nuovo paradigma di governo della vita si afferma anche nell’educazione universitaria. Note 1 Vedi, tra gli altri, A. Somek, Authoritarian Liberalism, in Austrian Law Journal, 1/2015, pp. 67-87; e M.A. Wilkinson, Authoritarian Liberalism and the Transformation of Modern Europe, Oxford University Press, Oxford, 2021. 2 H. Heller, Autoritärer Liberalismus?, in Die Neue Rundschau, 44/1933, pp. 289-298. 3 Vedi Preussen contra Reich vor dem Staatsgerichsthof. Stenogrammbericht der Verhandlungen vor dem Staatsgerichtshof in Leipzig vom 10. bis 14. und vom 17. Oktober 1932, Prefazione di A. Brecht, Dietz, Berlin, 1933, p. 470 4 C. Schmitt, Starker Staat, gesunde Wirtschaft, in Mitteilungen des Vereins zur Wahrung dergemeinsamen wirtschaftichen Interessen in Rheinland und Westfalen (Langnamverein), Vol. 21, 1932, pp. 13–32. Significativamente la posizione di Schmitt che evoca lo “Stato forte” come riforma (o interpretazione) costituzionale atta a isolare l’economia e il mercato dalle turbolenze della politica democratica è ricordata con ammirazione da Hayek ancora cinquant’anni dopo: «The weakness of the government of an omnipotent democracy was very clearly seen by the extraordinary German student of politics, Carl Schmitt, who in the 1920s understood the caracter of the developing form of government better than most people» (F.A. Hayek, Law, Legislation and Liberty, Vol. 3, The Political Order of a Free People, Chicago University Press, Chicago, 1975, p. 194). Sulla relazione tra Schmitt e Hayek, cfr. R. Cristi, Le liberalisme conservateur. Tros essais sur Schmitt, Hayek et Hegel, Editions Kimé, Paris, 1993; e W. Scheuermann, The Unholy Alliance of Carl Schmitt and Friedrich A. Heyek, in Constellations, 4/1997, pp. 172-188. 5 Si legga in merito E. Sieyès, Dire sur la question du veto royal, in Id., Ecrits politiques, scelta e introduzione di R. Zapperi, Editions des archives contemporaines, Paris, 1985, p. 236. 6 Citato in H. Guillemin, Napoleon tel quel, Editions de Trévise, Paris, 1969, p. 85-86. 7 K. Marx, Der achzehnte Brumaire des Louis Bonaparte, con commento di H. Brunkhorst, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2007, p. 9. 8 Per una ricostruzione di questo cruciale passaggio della storia di Francia, si veda H. Guillemin, Le coup du 2 décembre, Gallimard, Paris, 1951. 9 Vedi K. Polanyi, Origins of Our Time: The Great Transformation, Victor Gollancz, London, 1945. 10 Si veda H. Sinzheimer, Grundzüge des Arbeitsrechts: Eine Einführung, Gischer, Jena, 1921. Vedi anche H. Sinzheimer, Die Krisis des Arbeitsrechts, in Arbeitsrecht, 20/1933, colonne 1–10, ora anche in in H. Sinzheimer, Arbeitsrecht und Rechtssoziologie: gesammelte Aufsätze und Reden, Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt am Main, 1976, pp. 135–41. 11 F. A. Hayek, The Road to Serfdom, Routledge, London, 1944. 12 Cfr. J. Fourastié, Les Trentes Glorieuses, ou la révolution invisible, Fayard, Paris, 1979. 13 Vedi L. Von Mises, Socialism: An Economic and Sociological Analysis, trad. inglese di J. Kahane, Liberty Fund, Indianapolis 198, p. 60. 14 F. Böhm, Rule of Law in a Market Economy, in Germany’s Social Market Economy: Origins and Evolution, a cura di A. T. Peacock e H. Willgerodt, St. Martin’s Press, New York, p. 53. 15 Vedi F. Böhm, Privatrechtsgesellschaft und Marktwirtschaft, in Ordo, 17/1966, p. 74 16 Nobel-Prize Winning Economist, oral history interview with F.A. Hayek, Oral History Program, UCLA, 1985, p. 315. 17 W. Hallstein, Die Europãische Gemeinschaft, V ed., Econ Verlag, Düsseldorf, 1979, pp. 136-137. Corsivo nel testo 18 W. Eucken, Staatliche Strukturwandlungen und die Krisis des Kapitalismus, in Weltwirtschaftliches Archiv, 66/ 1932, p. 311. 19 W. Eucken, Op. ult. cit., p. 302. Cfr. Th. Biebriecher, Die politische Theorie des Liberalismus, Suhrkamp, Franfurt am Main, 2021, pp. 106 ss. 20 Vedi M. Foucault, Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France, 1978-1979, a cura di F. Ewald, A. Fontana e M. Senellart, Gallimard Seuil, Paris, 2004. 21 K. Polanyi, The Great Transformation, op. cit., p. 120. Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.

  • dossier italia

    L’università liquida Liberalismo autoritario e trasformazione dell’accademia / 2 Thomas Berra Cultura europea e università L’università è un’istituzione fondante della cultura europea ed occidentale. È un prodotto originariamente del basso medioevo, in particolare di quel risveglio della cultura e del pensiero filosofico e politico che si ha a partire dall’anno Mille. Si sviluppa nel quadro di ciò che Harold Berman ha definito una vera e propria “rivoluzione” in quel suo bel saggio che è Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition (1). La si collega alla ripresa degli studi giuridici nell’Europa occidentale a partire dalla riscoperta del corpus juris di Giustiniano. I primi studi su cui s’impernia l’università, è ben noto, sono quelli giuridici, che consistono in letture e commenti dei testi giustinianei. L’università medievale ovviamente è ben diversa dalla nostra. Si tratta di un’organizzazione che si basa su corporazioni di studenti, i veri protagonisti di quell’università, che si scelgono loro i docenti che pagano direttamente. Una tale università non ha ancora delle sedi istituzionali definite. Studenti e docenti si riuniscono per le lezioni o in abitazioni private, dei docenti generalmente, o nelle chiese. Il legame tra chiesa e istituzione accademica qui è fortissimo, anche se lo studente, quello paradigmaticamente di diritto, non è necessariamente destinato alla carriera ecclesiastica. Così con l’università si dà in nuce un processo di secolarizzazione che ab initio distingue tra teologia e giurisprudenza, e in maniera ancora più significativa tra fede e sapere. Irnerio o Azzone non insegnano dogmi di fede, né su questi si arrovellano. Il loro compito intellettuale è sin dall’inizio laico, pura ermeneutica, nella quale il riferimento all’intenzione del legislatore è meno pressante rispetto alle esigenze della fedeltà letterale al testo, ed alla lettura di questo coll’occhio rivolto ai casi della vita pratica. Si sviluppa pian piano un canone ed un metodo pedagogico che si articola fondamentalmente nel cosiddetto trivio, logica, grammatica e retorica, considerato poi come propedeutico alla stessa teologia, facoltà questa che compete ad armi impari con giurisprudenza, e ad armi più o meno pari con filosofia, la quale rispetto alla teologia ancora stenta ad affermare la propria indipendenza. L’università di questo tipo è tumultuosa, perché si innesta nel tessuto feudale della città. Città e università sono per certi versi consustanziali. Non v’è università se non in città. In questo senso, seppure lo studente medievale si proietta come un chierico, di certo la sua non è una vita monacale. Lo studio è immerso nel fragore delle strade cittadine, di cui gli studenti sono attori principali, e talvolta decisivi per le sorti politiche ed economiche della città medievale, come le vicende di Bologna tra Duecento e Trecento ben ci rappresentano. Questo primo modello di università si scontra con la Riforma protestante e la successiva Controriforma. In questo frangente storico il sapere è fortemente ideologizzato, e dunque dev’essere controllato, per verti versi irregimentato. Dall’università come momento turbolento di formazione per certi versi artigianale di un intellettuale si passa all’idea di un “collegio”, questa volta diretto non dagli studenti mai dai professori, e fortemente regolato e monitorato dalle autorità ecclesiastiche. Questo secondo momento segna il declino dell’università. Ora domina un pensiero unico, di diverso tenore a seconda che si tratti di territorio controriformato o riformato. I giuristi continuano a costituire l’ossatura di questa istituzione, ma sono ora subordinati alla volontà di qualche principe, non più liberi cittadini di un municipio libero. Non è un caso che in questa fase i filosofi più significativi siano tutti degli outsiders, soggetti che si muovono al di fuori delle mura universitarie. Mentre un San Tommaso, o un Marsilio da Padova, sono attori interni all’università, Hobbes non è un docente universitario, e non lo è nemmeno Cartesio. Non lo è Spinoza, e neppure Campanella. Lo è in maniera irregolare e disordinata Giordano Bruno. Il sospetto rispetto all’università vista come centro di pensiero dogmatico e scolastico si fa radicale nella Francia a partire del secolo diciassettesimo. I philosophes dell’Illuminismo non insegnano all’università. Non Locke, non Voltaire, non Rousseau o Diderot, e nemmeno Condorcet o D’Alembert. Si rifugiano semmai in accademie finanziate da potenti mecenati, com’è il caso dell’Inghilterra. O nel caso francese all’ombra della magnificenza del sovrano assoluto. Non che nel Settecento in Francia l’università abbia cessato di operare. Ma ciò che produce è solo pensiero sterile, ripetizione di luoghi comuni. È solo in Germania che in parte si mantiene ancora l’antico spirito tardo-medievale di una università capace di attrarre studenti e docenti di eccellenza. È il caso fortunatissimo di Kant che è chiamato ad insegnare in un ateneo abbastanza provinciale, Königsberg, da cui non vorrà mai muoversi. Ora, con la Rivoluzione francese si ha una rottura. L’università tradizionale, quella grosso modo di stampo medievale, collassa e si chiude. Ed è con Napoleone che è rifondata come istituzione pubblica e fortemente centralizzata sotto la direzione di un ministero di governo. Un tale modello non è certo capace di offrire alla società civile pensiero critico e innovativo. Ma sì sistemazione della legislazione e della dottrina giuridica. Il positivismo giuridico è anche figlio di una tale congerie. Diverso però è il destino dell’università germanica. Qui decisiva è la riforma apportata a tale istituzione da Wilhem von Humboldt, filosofo liberale di fine intelletto. Il modello che Von Humboldt (2) disegna fornisce un esempio d’eccellenza che si tenterà di copiare, con diversi risultati, in varie parti del mondo, specie in Europa. L’idea centrale qui è che insegnamento e ricerca debbano essere dipendenti l’una dall’altro. Si insegna e si fa ricerca, si fa ricerca anche insegnando. L’università ha dunque come fini precipui Lehre, insegnamento, e Forschung, ricerca. Ma ce n’è un terzo, e niente affatto subordinato, la Bildung, che potremmo tradurre come “paideia”, la formazione generale del cittadino, del buon cittadino, di un soggetto coinvolto e partecipe degli affari della propria comunità e pronto ad assumersene il carico oneroso e difficile. Questa tripartizione degli obiettivi paradigmatici dell’istituzione universitaria sarà un secolo dopo riformulata, e resa però abbastanza superficiale, in una nota conferenza di José Orteega y Gasset (3). E così alla Bildung corrisponderà la “cultura”, alla Lehre la “formazione professionale”, ed alla Forschung l’investigazione scientifica. Tre figure popolerebbero, nella prospettiva di Ortega, l’università: l’uomo colto, il professionista, e lo scienziato. Figure queste tra loro ben distinte, secondo il filosofo spagnolo e tra le quali a suo parere dovrebbe prevalere quella del professionista, formazione che in principio dovrebbe offrirsi a tutti gli studenti universitari in quanto tali. Mentre l’uomo colto sarebbe il risultato d’una educazione di carattere propedeutico, non specialistico, a pochissimi andrebbe offerta una formazione tale da farne uno scienziato o uno studioso. Ora, questa è una prospettiva che tradisce la concezione che sta dietro la costruzione humboldtiana, dove i tre fini preposti alla formazione universitaria non possono fare nessuno a meno dell’altro, e si intrecciano specialmente nella maniera in cui si offre l’insegnamento universitario, che oltre a dare una formazione professionale dev’essere anche preparazione alla cittadinanza e raccomandazione di raccoglimento e addestramento intellettuale di alta riflessività. Ai tre fini dell’università si accompagnano – sempre nel modello humboldtiano – due mezzi principali. Il primo è la Freiheit, la libertà, che nell’àmbito accademico si rappresenta essenzialmente come libertà di parola e di pensiero. Ma libertà anche nel percorso di formazione, senza che vi sia la costrizione di una classe da frequentare o di uno specifico e rigido curriculum di corsi da seguire, che ora tradisce l’intensità della proposta humboldtiana invece si sceglieranno a seconda delle preferenze e delle passioni dello studente. Non ci sono esami. O meglio vi sarà solo un esame finale, e nel frattempo per l’appunto libertà. Lo studente è un collega del docente, che gli è pari in dignità accademica. Così, con rispetto, dovrà essere trattato. E poi, oltre alla libertà, l’altro “mezzo” specifico dell’educazione universitaria è la Einsamkeit, la solitudine. Non ci si deve accodare a nessuno. Raggruppare con nessuno. E poi a studiare ed a leggere ed a scrivere si deve essere soli. La solitudine è implicita nel raccoglimento su stessi di cui necessita il pensare, la riflessione. E questa è la materia prima dell’educazione universitaria: imparare a pensare e riflettere. E si pensa e si riflette ovviamente da sé soli. Vale a dire autonomi e autarchici. Non può esservi dubbio che in questa trattazione di ciò che dev’essere l’educazione universitaria Von Humboldt sia innanzitutto influenzato dal saggio di Kant sul conflitto delle tre facoltà principali dell’università, teologia, giurisprudenza e filosofia, Der Streit der Facultäten del 1799, uno dei suoi ultimi scritti, nel quale affermava con netti argomenti la superiorità del sapere e dell’insegnamento filosofico sugli altri due (eminente l’argomento per cui la conoscenza e dunque la sua trasmissione hanno per fine precipuo la verità, non l’utilità) (4). Vi è una libertà di pensare nella filosofia che è ovviamente superiore, per la natura stessa della cosa, al discutere e ricercare su questioni mediche ed anche teologiche. Ora, questo modello germanico non è poi lontano dal coevo teorizzarsi in terre britanniche d’un’idea d’università incentrata sugli studi umanistici e sul raccoglimento interiore, così come tale ideale è espresso negli scritti del Cardinal John Henry Newman (5). Un tale modello non obbedisce ad esigenze economiche o strumentali, e nemmeno politiche. Ne rifugge drasticamente. La gerarchia in esso è tendenzialmente, o almeno in principio, abolita. Nel senso almeno che docente e discente sono membri di pari dignità di una medesima comunità di eletti orientata al sapere ed alla scoperta e diffusione della verità. Certo, si tratta di università per pochi, privilegiati in genere, siano essi aristocratici o borghesi. Ma in essa ci si forma ad uno stile di vita che non è quello del commercio o dell’impresa e nemmeno quello della disciplina militare. Per quanto il docente sia un soggetto dotato di grande autorità, la colleganza che stabilisce la comune attività di ricerca tende a superare le barriere gerarchiche. Che poi questo modello divenga funzionale ad una cultura nazionalistica ed elitistica è anche certo. Ed è proprio ciò che ne determina dopo la seconda guerra mondiale la crisi e la contestazione. Allora, in virtù anche dell’università di massa favorita dal keynesianesimo del Welfare State, i vecchi rituali dell’accademia humboldtiana vengono assaltati. Il professore è giustamente denunciato come “mandarino”, il sapere che trasmette come mero “giuoco delle perle di vetro”, esercizio sterile di erudizione. L’università come arrogante “torre d’avorio”. Si vuole invece democratizzare la gestione del mondo accademico, rompere le barriere di classe e di posizione sociale, e poi ricondurre il sapere accademico ai bisogni reali della società. L’università come azienda Ora, è su sulla negazione del sapere “inutile”, del “mandarinato”, che paradossalmente s’innesta la controrivoluzione neoliberale dell’università. La rivolta studentesca del 1968 mise in discussione i fondamenti elitistici dell’università occidentale, ed europea in particolare. Si contestava l’università come dispositivo di riproduzione del privilegio di classe della borghesia, si metteva in discussione il suo sistema di controllo del sapere, e se ne rigettava l’impostazione d’educazione imperniata su saperi considerati antiquati e ritenuti inutili, atti solo a rendere lo studente un soggetto lontano dalle questioni sociali e di classe. Latino e greco antico furono viste come materie che rendevano i giovani soggetti isolati rispetto alla società civile ed ai movimenti collettivi che in questa si manifestavano. L’università doveva essere per tutti e per tutte, di massa, senza filtri classisti ed aridi miti umanistici. Le cerimonie feudali ancora in vigore negli atenei, le toghe, la goliardia, rituali d’iniziazione delle matricole, vennero permanentemente combattuti. Queste lotte vennero in gran parte accolte dal sistema universitario, che di conseguenza almeno in apparenza modificò il suo funzionamento. Ma l’organizzazione baronale e la forte gerarchicità della struttura d’insegnamento risultò solo scalfita. È pur vero che si moltiplicarono i livelli dei ruoli d’insegnamento, popolandosi gli atenei di nuove figure, in Italia i professori associati ed i ricercatori a tempo indefinito, posizioni introdotte dalla riforma universitaria del 1980 con la legge n. 382. Cosicché l’università degli anni Ottanta si presentava abbastanza diversa rispetto a quella ancora tradizionale degli anni Cinquanta. Si moltiplicarono le sedi universitarie; le tasse per accedere all’educazione universitaria si abbassarono drasticamente. Gli studenti lavoratori vi furono favoriti. Ma surrettiziamente passava l’idea di una università tutta strumentale al contesto che la circondava, e questo contesto era dato dal mondo del lavoro, meglio dell’impresa, il quale a sua volta si aziendalizzava in senso neoliberale. Le lotte studentesche contro materie umanistiche come il latino e il greco antico si rivelavano così paradossalmente funzionali alla cattura del sapere universitario da parte del mercato e dell’economia capitalistica. Rotto l’argine feudale che isolava l’università dalla società circostante, nel momento in cui questa assumeva il volto d’un luogo di competizione tra attori essenzialmente economici e orientati al profitto ed all’efficienza, era aperta la strada ad un’ulteriore trasformazione dell’università, ed in una direzione opposta all’idea antiautoriaria e solidaristica che di essa si era fatta nel Sessantotto. Il trionfo politico del neoliberalismo negli anni Novanta spinge per la riforma dell’università in senso essenzialmente funzionalistico. Ed è qui anche che si rende manifesto il programma esistenziale e gestionale del neoliberalismo trionfante. L’azienda di cui si tessono infinite lodi veicola un modello di gestione che è il contrario dell’autogestione desiderata dalla contestazione studentesca. Gli atenei che tradizionalmente si governavano secondo il principio della pari dignità dei professori, là dove il rettore non era altro se non un primus inter pares, sono ora riorganizzate secondo il modello appunto dell’azienda. All’università sessantottesca, cui si rimprovera una grave crisi di governabilità, così come del resto si fa per l’intera società, si contrappone un regime nel quale l’autorità gestionale è concentrata in capo ad un solo soggetto, il rettore, coadiuvato da un … consiglio di amministrazione, che si sovrappone all’antico “senato”. È ciò che in Italia si dà prima con la cosiddetta “autonomia” degli atenei, che vengono ora in parte resi indipendenti per la programmazione dei corsi e per la gestione del bilancio dal ministero, in una prospettiva che li vorrebbe vedere competere nel mercato dell’offerta formativa. Ma il neoliberalismo non solo rivoluziona l’assetto istituzionale dell’università, ma ne riscrive il senso. Si parte dall’idea di “capitale umano”: ognuno di noi possiederebbe nella propria stessa vita un capitale da investire e rendere economicamente redditizio (6). L’università in questa prospettiva è il luogo propedeutico in cui questo capitale umano va investito. L’educazione universitaria diventa dunque il momento nel quale si dà l’“accumulazione primitiva” di quel capitale umano che formando il “sé imprenditoriale” dovrà poi competere nel mercato del lavoro. In Italia c’è poi la riforma cosiddetta “Gelmini” del 2010 (dal nome della ministra che la firma), che rivoluziona la struttura dell’università, rendendola – potrebbe dirsi – “liquida”, destrutturata, disossata. Non ci sono più le facoltà di antichissima memoria; solo corsi di laurea, che si fanno e rifanno secondo le convenienze economiche dell’ateneo, e poi una miriade di master, spesso di dubbia caratura scientifica, ed in genere ritagliati a fornire “titoli” piuttosto che vere competenze. L’identità del docente e dello studente un tempo agganciata per l’appunto alla “Facoltà” è ora resa “liquida”, indistinta, fluttuante, così come “liquida” è la struttura gestionale affidata a dei dipartimenti anch’essi prodotti di considerazioni spesso estemporanee ed interne alle dinamiche di potere proprie degli atenei. Si precarizza poi la figura del ricercatore, che era stata la vera novità della riforma del 1980 democratizzando il corpo docente, e si riforma la procedura concorsuale d’accesso alla funzione docente a tempo indefinito, rendendola dipendente da una valutazione fondamentalmente numerica del merito e riconcettualizzando questo come “prestazione”. Questi processi di “liquidazione” e deistituzionalizzazione e d’accentramento autoritario risultano particolarmente evidenti e radicali nel mondo delle università britanniche, alle quali guardano gli altri sistemi come un modello particolarmente attraente e universale (7). Qui tutto è innanzitutto numerizzato. Il merito è ritradotto in performance, in “prestazioni”, o “prodotti”, ed a questi si attribuisce un punteggio secondo criteri pretesamente oggettivi. Si introducono “classifiche”, rankings, in ogni settore accademico. Tra le università dapprima, tra i dipartimenti anche, poi tra le riviste, infine tra gli studiosi stessi cui si dànno dei voti, a secondo punteggi prestabiliti e di dubbia ragionevolezza, com’è stato il famigerato VQR delle università italiane. La tenure, lo status di impiegato pubblico, nel Regno Unito non è più concesso ai docenti. Il che consente il licenziamento per “giusta causa”, e questa si dà anche laddove l’università abbia delle esigenze di ristrutturazione del proprio bilancio. L’attività del docente è “monitorata” rigidamente e disciplinarmente, di maniera che una censura può darsi nel caso di “lack of competence”, e questa può farsi consistere per esempio nel non promuovere abbastanza studenti, o nel ritardo anche di un paio di giorni della pubblicazione dell’esito degli esami. “Mancanza di competenza” può anche essere considerata una deficienza nell’efficienza dell’insegnamento, da giudicarsi secondo le direttive del direttore del dipartimento. Questo è nominato dal rettore o Vice-Chancelor, e non dai suoi colleghi. Anche il rettore è nominato da un consiglio di amministrazione secondo una procedura nella quale i docenti non hanno alcuna influenza. La ricerca è condotta secondo “progetti” finanziati dal governo a dalle imprese, su temi di loro specifico interesse. In Italia a questo proposito abbiamo avuto il PNRR concesso dalla Unione Europea dopo la pandemia. L’aziendalizzazione ripropone dunque un regime di liberalismo autoritario con un piccolissimo napoleone come rettore, e con i docenti a concorrere tra loro nel più o meno libero mercato dei fondi di ricerca sotto l’occhiuta supervisione di autorità o “agenzie” accademiche (com’è il caso dell’ANVUR italiana) non democraticamente elette. Invero tale processo di messa in “liquidazione” investe tutta l’amministrazione pubblica, e la crisi che prima pareva riguardare solo il diritto del lavoro, ripensato al servizio della “liberalizzazione” del mercato del lavoro, si comunica al diritto amministrativo, che si tende a rimodellare secondo il paradigma fornito dall’economia aziendale. È la business school che in molte università britanniche suggestivamente assorbe la school of law. L’annunciata nuova riforma dell’università italiana promossa dalla ministra Bernini sembra confermare questo quadro. Si aumenta il potere dei rettori e del “consiglio di amministrazione”, secondo il modello dell’azienda capitalistica. L’università deve essere punto di raccordo tra i giovani discenti e il mondo del mercato e dell’impresa. La sua vocazione allora non è diretta a formare studiosi d’eccellenza, o buoni professionisti, o motivati cittadini, bensì quello di rifornire l’economia di soggetti atti a svolgere una funzione che sia soddisfacente per la concorrenza e la produzione. L’obiettivo ultimo è la crescita del Prodotto interno lordo. Per far questo la vocazione di ricerca dell’università viene sacrificata a quella dell’insegnamento, reso però sincopato, ritagliato in corsi ad hoc, secondo presunte domande di mercato. La poca ricerca che rimane si alimenta di giovani precari, e di “progetti” riferiti a temi tutti nuovamente funzionali al quadro economico vigente, oppure a qualche tema di moda necessariamente superficiale e passaggero. Essere “vincitori” di un progetto conta e conterà più che presentarsi come autori di un’erudita monografia. Parimenti, si presenta all’orizzonte una “terza missione” agli atenei, quella per cui dovrebbero risultare “utili” al contesto sociale che li circonda, che però nuovamente è considerato essere un universo essenzialmente di imprese e di attività imprenditoriali. C’è tutto un chiacchiericcio sulle start-up, imprese di nuova formazione, “innovative”, che l’università dovrebbe riuscire a moltiplicare. Stessa cosa vale per la tanta decantata “digitalizzazione”, che spesso non serve ad altro che a nascondere il vuoto di idee e di ricerca che si cela nella mera diffusione informatica di un triste poverissimo nozionismo. Alternativamente “terza missione” è quella che rende visibile l’ateneo sul “territorio”, incistandolo eventualmente in questo, e dunque spingendo verso una ulteriore provincializzazione e clientelizzazione dell’università. Qui le carriere si svilupperanno, come in Italia succede almeno dagli anni Duemila, secondo criteri rigidamente localistici. Come studioso si nasce e si muore nello stesso ateneo. Conterà più per un giovane essere pronto a fare da portaborse, o da addetto informatico, o persino da sicofante, che chiudersi in casa a studiare la Critica della ragion pura e scrivere un saggio su Kant. In questa fase liberale autoritaria si dà inoltre un ulteriore fenomeno che non va sottaciuto. Sempre più istituti d’educazione superiore, anche d’eccellenza, vengono subordinati alla propagazione o difesa di specifiche militanti concezioni del mondo, siano esse di carattere ideologico oppure geopolitico, e pertanto trasformati in una sorta di al servizio di qualche potentato politico o amministrativo, nazionale o sovranazionale. Ciò in parte già surrettiziamente avveniva per esempio mediante il sistema di succulenti progetti europei di ricerca, di fatto condizionati all’adozione di certe tematiche e di certe metodologie, oltreché di certe prospettive valoriali. Ma ora in maniera esplicita si discrimina o addirittura si cancella, nelle università europee ed occidentali in generale, in primo luogo in quelle statunitensi, ricerca e insegnamento che non si ritrovino in linea con certe esigenze di militanza ideologica o di allineamento geopolitico. Il risultato è un clima di sospetto e di delazione in qualche caso generalizzato, la riduzione drastica della libertà di parola, e maliziosa censura e vigliacca autocensura del corpo insegnante. L’università italiana però soffre di mali endemici che le sono propri e la caratterizzano da decenni. Si pensi alla sua ancora estrema gerarchizzazione dei ruoli accademici e agli abusi che questa permette, oltre al machiavellismo e clientelismo sempre in agguato. Qui è la natura del “bel paese” come territorio dominato dal “sistema di Don Abbondio” che perennemente si perpetua (8). Riassumendo e concludendo, dunque, lo “spirito del tempo” neoliberale, che rimette in gioco la preminenza della forza sul diritto, il “liberalismo autoritario”, si riflette e si rilegittima in uno spazio privilegiato che decenni addietro, e paradigmaticamente, era stato pensato come possibilmente resistente od opaco alle seduzioni del potere e del profitto (9). E l’antropologia che tutto ciò sottende e incoraggia sorprende per la sua pochezza e la sua miseria, inclinandoci alla disperazione. Note 1 Ristampa, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1983. 2 Vedi W. Von Humboldt, Schriften zur Bildung, a cura di G. Lauer, Reclam, Stuttgart, 2017. 3 J. Ortega y Gasset, La misión de la universidad, in Id., El libro de las misiones, VI ed., Espasa-Calpe, Madrid, 1956, pp. 57 ss 4 Vedi I. Kant, Der Streit der Fakultäten, a cura di H.D. Brandt e P. Giordanetti, Felix Meiner, Hamburg, 2005. 5 Il testo qui di riferimento è J. H. Newman, The Idea of University, a cura di I.T. Ker, Clarendon, Oxford, 1976. Cfr. I. T. Ker, Newman’s Idea of a University and Its Relevance for the 21st Century, in Australasian e-Journal of Theology, April 2011. 6 Vedi G. Becker, Human Capital: A Theoretical and Empirical Analysis, with special reference to Education, III ed., The University Of Chicago Press, Chicago, 1993. Cfr. Th. Biebricher, Neoliberalismus zur Einführung, Junius, Hamburg, 2012, pp. 178-179. 7 Cfr. S. Collini, What Are Universities For?, Penguin, London, 2012, e P. Fleming, Dark Academia. How Universities Die, Pluto, London, 2021. 8 Il rimando qui è all’acuto ed elegante saggio di G. Zottoli, Il sistema di Don Abbondio, Laterza, Bari, 1932. Cfr anche M. La Torre, La patria delle ombre. Diritto e politica nella società dello spettacolo, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 41/2011, pp. 163-186. 9 Per l’ideale dell’università come spazio utopico di riflessione e conversazione, si legga l’intenso romanzo di John Williams, Stoner, Random House, London, 2012. Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.

  • konnektor

    Il pericoloso stallo della sinistra francese Lc Carvalho In Francia la sinistra non è in grado di tracciare una linea d’azione credibile di fronte alla possibilità che l’estrema destra di Jordan Bardella e Marine Le Pen conquisti la presidenza della Repubblica, vista la linea disastrosa seguita dal Partito Socialista francese di Olivier Faure e Raphaël Glucksmann e lo smarrimento dei media progressisti («Le Monde», «Liberation», «Mediapart») rispetto al progetto di La France Insoumise e di Jean-Luc Mélenchon. Nell’insieme dell’Unione Europea, in Francia come in Spagna, in Germania come nel Regno Unito o in Italia, la spettacolare mutazione delle condizioni sistemiche di riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non riesce a produrre mutamenti di pari intensità e profondità nel campo politico della sinistra. Dopo le elezioni comunali francesi tenutesi il 15 e il 22 marzo di quest’anno, solo un partito di sinistra ha manifestato preoccupazione per i risultati deludenti: Les Écologistes. Sono andate perdute sei delle otto grandi città conquistate durante l’«onda verde» del 2020, tra cui Bordeaux. Non è la prima volta che La France Insoumise (LFI) offre una lettura trionfalistica – «risultati notevoli», un’«ondata» – di risultati che non hanno soddisfatto la maggior parte delle aspettative. Il Parti Socialiste (PS), dopo aver sottolineato che, insieme ai suoi alleati, conservava ancora sette delle dieci maggiori città della Francia, tra cui Parigi, Lione e Marsiglia, ha ripreso le sue eterne dispute interne sulla responsabilità della perdita di Brest, Clermont-Ferrand e Avignone. Il Partito Comunista Francese (PCF) ha conquistato Nîmes, ma ha visto erodersi il proprio sostegno in roccaforti operaie come Vénissieux. L’elezione del suo segretario nazionale, Fabien Roussel, a sindaco di Saint-Amand-les-Eaux (16.000 abitanti) gli serve principalmente a consolidare la propria candidatura nella corsa presidenziale del prossimo anno. Va detto che le elezioni locali non sono un indicatore affidabile dei risultati nazionali. Tre anni dopo il suo arrivo all’Eliseo nel 2017, Emmanuel Macron non è riuscito ad affermarsi né nei comuni grandi né in quelli piccoli; tuttavia, è stato rieletto due anni dopo come presidente della Repubblica. Il fondatore di LFI, Jean-Luc Mélenchon, ha ottenuto il 22% dei voti alle elezioni presidenziali del 2022 in un momento in cui il suo partito controllava solo due piccoli comuni. Al contrario, la forza municipale dei socialisti non è servita a dare slancio alla loro candidata presidenziale di quell’anno, Anne Hidalgo, che ha ottenuto solo l’1,75% dei voti. L’affluenza alle urne è solitamente bassa nelle elezioni comunali (il 57% quest’anno, contro il 72% alle elezioni presidenziali del 2022); in oltre due terzi dei comuni francesi, spesso molto piccoli, le elezioni non vedono contrapposti partiti con programmi opposti e molti candidati non si presentano sotto l’egida di un partito. L’attenzione dei media, dal canto suo, si concentra sui grandi centri metropolitani, il che esagera la forza della sinistra, compresa La France Insoumise, e sminuisce quella dell'estrema destra del Rassemblement National (RN), che rimane molto più radicata nella Francia rurale. Nonostante queste precisazioni, queste elezioni comunali hanno fornito alcune indicazioni, che non sono proprio incoraggianti. L'atmosfera nella sinistra era già tossica prima del voto. I socialisti erano usciti gravemente indeboliti dalle elezioni presidenziali del 2022; i loro deputati dovevano i loro seggi a un accordo al primo turno con il partito di Mélenchon. Tale accordo è stato rinnovato nelle elezioni legislative del giugno 2024, ma da allora il PS ha rotto in modo decisivo con la coalizione del Nouveau Front Populaire. A differenza dei suoi partner, nell’ultimo anno il PS ha rafforzato il proprio sostegno parlamentare ai governi di destra nominati da Macron. LFI, dal canto suo, rivendica il monopolio della «rottura», del «radicalismo» e dell’antifascismo, trattando i suoi ex alleati con un misto di disprezzo e invettive («stupidità», «imposture nocive», «tradimento»). Le coalizioni improvvisate che si sono formate tra i due turni di queste elezioni comunali, tenutesi come abbiamo indicato il 15 e il 22 marzo, non hanno fatto altro che peggiorare le cose. Hanno variato molto da una città all’altra, poiché il PS si è rifiutato di imporre una linea ai propri candidati. Laddove credevano di poter vincere da soli – Parigi, Marsiglia, Montpellier –, i socialisti hanno respinto le proposte di LFI nella speranza di attirare gli elettori di centro. I candidati usciti indeboliti dal primo turno, al contrario, hanno accettato alleanze con LFI per salvare i propri comuni al secondo turno, poiché altrimenti la sconfitta era assicurata (Brest, Nantes, Clermont-Ferrand, Avignone). Come se ciò non bastasse a generare confusione, la destra socialista, insieme al beniamino dei media Raphaël Glucksmann, figura emblematica di un piccolo partito centrista alleato con il PS, Place Publique, ha denunciato qualsiasi collaborazione con LFI, sostenendo che Mélenchon fosse una minaccia antisemita per la Repubblica francese. Lo stesso Mélenchon ha minato i suoi compagni nelle liste congiunte quando, in un comizio pochi giorni prima del voto, ha dichiarato: «I socialisti sono dei manipolatori incalliti. Non ci costerà molto comprarli per il ballottaggio». Come c’era da aspettarsi, quella battuta è stata ripetuta più e più volte dai media durante la settimana decisiva che ha preceduto le elezioni. Gli anatemi scambiati dai leader del PS e di La France Insoumise hanno reso praticamente impossibile per la sinistra unire le forze e strappare le città alla destra. A Tolosa, ora la terza città più grande della Francia dopo Marsiglia, la lista congiunta della sinistra non solo non ha raggiunto la somma delle sue parti, ma ha anche mobilitato gli astenuti contro di sé. I socialisti hanno naturalmente attribuito le loro perdite municipali alle alleanze con LFI, che a loro avviso hanno allontanato gli elettori. Per il leader del PS, Olivier Faure, il partito di Mélenchon si è rivelato un «peso morto». LFI ha risposto che, senza quelle alleanze, che hanno preservato alcune roccaforti socialiste come Nantes, la sconfitta del PS sarebbe stata ancora più grave, indicando che il fattore principale per spiegare questi scarsi risultati era stata la stanchezza dell’elettorato nei confronti dei socialisti al potere (LFI non controllava nessun comune importante prima delle elezioni). Nel frattempo, i comunisti hanno cercato di tenersi fuori dalla mischia, mentre i Verdi chiedono un cessate il fuoco. I partiti di sinistra, in particolare il PS e LFI, si preparano ora a competere tra loro alle elezioni presidenziali del 2027. I socialisti, ancora privi di un proprio programma, puntano unilateralmente ed esclusivamente sulla demonizzazione di LFI. Finora hanno compiuto notevoli progressi nel portare avanti questa agenda, unendosi alle campagne orchestrate contro LFI lanciate dai media, dal centro-destra e dal RN. Questi attacchi hanno saputo sfruttare gli scivoloni di Mélenchon, al quale non viene mai perdonato alcun errore, nessuna gaffe, anche se in realtà l’ostilità che il suo partito suscita tra gli editorialisti dei principali media ha raggiunto una tale intensità che basta un minimo pretesto per mantenerla opportunamente accesa. Le copertine delle riviste che mostrano un Mélenchon trasandato e minaccioso si susseguono una dopo l’altra. In un solo giorno, il sito web di «Le Figaro», il principale quotidiano della borghesia conservatrice, in teoria distante dalla propaganda di estrema destra, ha dedicato questi due titoli ai comuni conquistati dal suo partito: «Donne velate rimproverano un cliente cristiano: a Creil, la deriva comunitarista che ha portato al potere LFI»; «“Si è appoggiato tanto alle reti di LFI quanto ai Fratelli Musulmani”: a Sarcelles, il nuovo sindaco allarma la comunità ebraica». Ora che LFI ha conquistato diverse città, tra cui due con più di 100.000 abitanti – Saint-Denis e Roubaix – che contano su grandi popolazioni di migranti, spesso musulmani, possiamo essere certi che ogni piccolo incidente avvenuto in questi luoghi sarà trattato come una catastrofe nucleare dai media e dalla destra radicalizzata. Questa isteria razzista è già iniziata a Saint-Denis in risposta all’annuncio del neoeletto sindaco Bally Bagayoko, di origine maliana, secondo cui avrebbe mantenuto la promessa elettorale di privare la polizia municipale di parte del suo armamento. Dallo scoppio della guerra a Gaza, l’accusa di antisemitismo è quella che viene lanciata più frequentemente contro LFI. Praticamente tutti i media – compresi quelli apparentemente di sinistra o di centro-sinistra, come Le Monde, Libération e Mediapart – hanno partecipato attivamente, in modo quasi ossessivo, alla promozione di questa campagna diffamatoria. Lo scorso 26 febbraio un breve commento di Mélenchon in cui scherzava sulla pronuncia russa del cognome di Epstein in Francia, con l’intenzione, secondo quanto da lui suggerito, di insinuare che Epstein fosse un collegamento di Mosca e non del Mossad, è stato sfruttato come prova di intolleranza o di qualcosa di peggio, in un’eco di accuse simili che a suo tempo erano state lanciate contro Jeremy Corbyn. Non importa che, nello stesso discorso di un'ora e quaranta minuti, Mélenchon avesse anche protestato contro la presenza continua al Senato di una statua di Luigi IX («San Luigi»), promulgatore di decreti antisemiti. Questa presunta infrazione è bastata perché il PS, che inizialmente aveva accolto le accuse con scarso interesse, attraversasse il Rubicone pochi giorni dopo, sotto la pressione della sua ala destra e dello stesso Glucksmann. Il 3 marzo, in un comunicato del proprio ufficio nazionale, i socialisti hanno condannato «senza riserve» le «caricature complottistiche e gli intollerabili commenti antisemiti» di Mélenchon e hanno ribadito il proprio rifiuto di qualsiasi accordo nazionale con LFI «data la preoccupante deriva della sua direzione». Allo stato attuale delle cose, una sinistra divisa ha poche prospettive di vittoria e non molte di più se si presentasse unita. Elezione dopo elezione – presidenziali, legislative, europee – la sinistra francese si è attestata tra il 30 e il 35 per cento dei voti, il che colloca il suo risultato collettivo più o meno allo stesso livello di quello del Rassemblement National (RN) da solo, senza tenere conto del sostegno fornito da formazioni ausiliarie dell’estrema destra come Reconquête e Debout la France. Cosa intende fare, allora, la sinistra nel suo insieme nel corso del prossimo anno per impedire che l’estrema destra, ovvero Jordan Bardella o Marine Le Pen, arrivi al potere? La risposta è: ben poco. Sembra che prevalgano altre priorità. In Francia, solo i due candidati più votati passano al ballottaggio; attualmente, ciò significa il RN e un rivale. Se un partito di sinistra riuscisse ad arrivare al ballottaggio, cosa non impossibile, qualora il blocco centrista si frammentasse, quali sarebbero le sue prospettive? Mélenchon conta su quella che lui stesso chiama la «magia»: «Siamo la forza leader della sinistra, e basta. Pertanto, la candidatura presidenziale sarà di La France Insoumise […]. Di fronte al dilemma, al ballottaggio, tra il Rassemblement National e un candidato di La France Insoumise, crediamo che questo Paese si dimostrerà sufficientemente antirazzista e sufficientemente repubblicano da non votare il RN. Questa è la nostra scommessa. E crediamo che vinceremo». La strategia della «Nuova Francia» di LFI si basa sull’ipotesi che una minoranza di sinistra impegnata possa imporsi mobilitando una riserva di astenuti, il cosiddetto «quarto blocco», disillusi dalla politica elettorale, in modo sproporzionato giovani e di origine migrante. In un contesto segnato dalla crisi internazionale, le previsioni sono rischiose, ma dato che questa scommessa non ha avuto successo nelle elezioni locali, la fiducia della sinistra nel fatto che tale «magia» dispieghi i suoi effetti nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2027 è meno diffusa del timore di una sconfitta schiacciante. I socialisti hanno un’enorme responsabilità nel rendere conto di questa situazione di disordine e confusione. A un decennio dalla debacle della presidenza Hollande, sembrano aver dimenticato il danno che essa ha causato alla sinistra e il ruolo svolto da LFI per ripulirlo e porvi rimedio. Il rischio che la storia si ripeta è evidente. Senza un programma, senza idee chiare, il PS va alla deriva da un’elezione all’altra, impegnato soprattutto a preservare il proprio apparato e i propri feudi locali. Prendere le distanze da LFI con accuse di antisemitismo, comunitarismo ed estremismo può essere il preludio di una strategia di ripiegamento che consiste nell’allearsi con il centro e con settori della destra «rispettabile». Thierry Pech, direttore del think tank socioliberale Terra Nova, ha recentemente sostenuto questa opzione: «Molti elettori che avevano abbandonato la sinistra e optato per il macronismo stanno tornando verso di essa ora che il blocco di centro si sta disintegrando. Lo fanno con maggiore facilità, quando viene loro assicurato che non è concepibile alcun accordo con Jean-Luc Mélenchon. In altre parole, la tendenza attuale implica una chiara rottura con LFI». Questa «tendenza» risulterebbe attraente per le élite economiche e i media. Riunirebbe partiti accomunati dal sostegno al riarmo, all’allineamento con il blocco occidentale, al federalismo europeo, all’appoggio all’Ucraina, all’ostilità verso il «populismo» e al rifiuto degli «estremi», un insieme di proposte che non è affatto debole e che non manca di coerenza sociologica. Tuttavia, in un contesto europeo in cui i programmi dell’SPD e del Partito Laburista vengono respinti in Germania e in Gran Bretagna e in un contesto francese che non rimpiange il liberalismo sociale modellato su Hollande né auspica la continuazione del macronismo senza l’immensamente impopolare Macron, la «tendenza» prevista da Pech ha un’attrattiva limitata. È dubbio che una coalizione borghese di questo tipo, che ricorda la «Terza Forza» dei primi anni della Guerra Fredda (1947-1958), quando la classe politica francese si unì per impedire ai comunisti e ai gollisti di arrivare al potere, possa contenere la richiesta di cambiamento, ora canalizzata con maggiore efficacia dall’estrema destra che dalla sinistra. Al momento, non è chiaro quale alternativa rimanga sul tavolo. Anche tenendo conto della lunga abitudine della sinistra francese di parlare con doppia lingua a seconda delle circostanze, è difficile prevedere un avvicinamento tattico tra il PS e LFI che si concretizzi in tempo per affrontare con serietà le elezioni presidenziali della primavera del 2027. Il risultato più probabile è che entrambi i partiti vengano eliminati al primo turno o che uno di essi passi al secondo in una posizione talmente indebolita da rendere la vittoria irraggiungibile. L’esclusione delle forze di sinistra dal secondo turno non sarebbe di per sé un fatto senza precedenti, dato che esse ne sono state assenti nel 2017 e nel 2022, ma un simile risultato si verificherebbe forse in un contesto in cui l’estrema destra, che si è costantemente rafforzata durante i due mandati di Macron, ha reali possibilità di arrivare al potere. Si consiglia di leggere Serge Halimi, «La situación de Francia», NLR 144, Natahm Sperber, «La crisis francesa: ¿orgánica o coyuntural?», Diario Red/New Left Review 148, y Perry Anderson, «El centro puede aguantar», NLR 105. Wolfgang Streeck, «La Unión Europea en guerra: dos años después» y Maurizio Lazzarato, «La “guerra civil” en Francia», ambos publicados en Diario Red. Daniel Finn, «Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo» y «El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda», y Fréderic Lordon, «El levantamiento francés», todos ellos publicados en El Salto. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Serge Halimi è uno scrittore e giornalista francese. Fa parte della redazione di «Le Monde diplomatique» dal 1992 e ha ricoperto la carica di direttore di questa rivista mensile da marzo 2008 a gennaio 2023. Autore fra altri libri di Les nouveaux chiens de garde (1997), Quand la gauche essayait (2000), Le grand bond en arrière (2004) y Économistes à gages (2012). ● Traduzione di Elisabetta Galasso

  • selfie da zemrude

    Civil War Garland, lo spettacolo e la forza bruta Roberto Rup Paolini Ho visto Civil War di Alex Garland e non mi ha deluso. È un film che sa fare il suo mestiere, tiene la tensione, costruisce sequenze memorabili, e lascia addosso un'inquietudine che non si dissolve facilmente uscendo dalla sala. Un'inquietudine che però, a rifletterci, non nasce tanto da ciò che il film dice, quanto da ciò che sceglie deliberatamente di non dire. Due scene su tutte mi sono rimaste impresse. La prima: il gruppo di giornalisti si imbatte in una piccola formazione paramilitare. Non sappiamo chi siano, per chi combattano, cosa vogliano difendere o conquistare. Non lo sanno probabilmente nemmeno loro. Quel che è chiaro è che hanno un fucile e il controllo di un pezzo di territorio. Basta questo. Il potere qui non è ideologia, non è programma, non è nemmeno odio organizzato, è pura forza di fatto, esercitata nel raggio di cento metri. Una feudalità improvvisata e feroce. La seconda: la scena finale. Lee, la fotografa veterana interpretata da Kirsten Dunst, si lascia fotografare in punto di morte dalla giovane Jessie, la sua allieva. Il testimone passa. Ma non passa un'etica, passa una tecnica. Jessie impara a scattare, non a vedere. E Lee, che per tutto il film ha guardato il mondo attraverso un obiettivo tenendosi a distanza dall'orrore, diventa essa stessa immagine. Da soggetto a oggetto. L'ultimo atto di un giornalismo che si autocannibalizza. Per capire perché la scelta di Garland sia tutt'altro che innocente, bisogna fare un passo indietro di un secolo. I maestri del montaggio sovietico, Ejzenštejn, Kulešov, Vertov, avevano già dimostrato negli anni Venti che le immagini non parlano mai da sole. È il celebre effetto Kulešov: lo stesso identico volto, neutro, inespressivo, acquista significati radicalmente diversi a seconda dell'immagine che gli viene accostata. Accanto a un piatto di minestra comunica fame, accanto a una bara comunica dolore, accanto a una bambina che gioca comunica tenerezza. Il significato non abita nell'immagine, abita nel taglio, nella giustapposizione, nella sequenza. Ogni scelta di montaggio è già una posizione. Ogni inquadratura è già un giudizio. Garland lo sa. Non può non saperlo. E allora la sua pretesa di neutralità, mostrare la guerra così com'è, lasciare che siano le immagini a parlare, non è ingenuità. È una posizione mascherata da assenza di posizione. Il che, come vedremo, è esattamente il cuore del problema. Ryszard Kapuściński, il più grande reporter del Novecento, aveva un'idea radicalmente diversa del mestiere. Per lui il giornalista non poteva permettersi il lusso della distanza. Doveva entrare nella realtà, viverla dall'interno, sporcarsi. «Per fare questo lavoro», scriveva, «bisogna amare gli esseri umani». Non fotografarli. Non immortalarli. Amarli. Il che implica una posizione morale, un giudizio, una scelta di campo. Implica, in una parola, tutto ciò che Lee ha progressivamente dismesso nel corso del film e che Jessie non ha mai nemmeno iniziato a costruire. Quello che passa di mano nell'ultima scena non è il testimone del giornalismo, è la sua pietra tombale. E quella fotografia finale, Lee morente nell'obiettivo di Jessie, è già, nel momento stesso in cui viene scattata, un'altra cosa rispetto a ciò che ritrae. Accostata alla gloria del reportage, diventa icona. Accostata alla sua inutilità, diventa epitaffio. Kulešov lo sapeva: l'immagine non ha un significato, ne ha tanti, tutti dipendenti da chi la monta, da chi la distribuisce, da chi decide la cornice. Oggi quella cornice si chiama algoritmo, si chiama piattaforma, si chiama propaganda. E l'immagine che parla da sola è solo un'immagine che parla con la voce di qualcun altro. Da queste due scene si può partire per leggere qualcosa di più largo. C'è una scena all'inizio del film che molti hanno liquidato come dettaglio: il presidente tiene un discorso alla nazione. Lo vediamo provato e riprovato, corretto, ridimensionato. «La più grande vittoria dell'umanità» diventa «la più grande vittoria bellica». Una recita nella recita. La propaganda che si aggiusta in tempo reale davanti ai nostri occhi. L'America che Garland mette in scena è un paese in cui il potere si è concentrato fino a spezzarsi. Quello che vediamo, e che riconosciamo perché il film è dichiaratamente un'allegoria del presente, è il risultato di una torsione autoritaria che ha progressivamente eroso gli apparati democratici di concertazione, quegli ammortizzatori istituzionali che in una democrazia funzionano da cuscinetto tra il leader e la base, tra la decisione e le sue conseguenze. Vale la pena dirlo chiaramente: ciò che Trump mostra come esercizio personale e solitario del potere è anch'esso, almeno in parte, spettacolo. Dietro c'è un apparato, ci sono interessi, una macchina che lavora. Ma la forma conta. E la forma della concentrazione, anche quando è rappresentazione, produce effetti reali. Difficile non pensare a ciò che accade oggi. Trump governa a colpi di post, di tweet, di dichiarazioni che si contraddicono da un giorno all'altro senza che nessuno sembri chiedere conto della contraddizione. Non è disorganizzazione, è tecnica. La saturazione informativa, la velocità, l'incoerenza sistematica sono strumenti di potere: rendono illeggibile la realtà, esauriscono l'attenzione critica, normalizzano l'assurdo. La forma è già essa stessa spettacolo, nel senso più debordiano del termine, una rappresentazione che si sostituisce alla realtà e la governa. Del resto le etichette del conflitto si svuotano sempre, prima o poi. I guelfi e i ghibellini del Trecento erano già in larga parte finzione politica, contenitori che il potere riempiva di volta in volta con interessi diversi, alleanze mutevoli, convenienze locali. La fedeltà all'imperatore o al papa era spesso un'etichetta dietro cui si nascondevano faide familiari, controllo del commercio, rivalità di campanile. La propaganda del potere ha sempre avuto bisogno di queste semplificazioni, destra e sinistra, rossi e blu, noi e loro, per rendere illeggibile il conflitto reale, quello economico, quello di classe. E la parola feudale non è usata qui come metafora pittoresca, è una descrizione strutturale. Quando il potere centrale si sgretola, quando vengono meno le istituzioni che mediano tra il sovrano e il territorio, ciò che emerge non è il nuovo, è l'antico. L'Europa del Trecento ce lo ha già mostrato: l'impero che scende in Italia per tenere insieme un regno che si dissolve, il papato ostaggio della corona di Francia ad Avignone, e nel mezzo la penisola spaccata tra guelfi e ghibellini. Ogni signore, ogni comune, ogni capitano di ventura si ritagliava il suo pezzo di territorio e lo difendeva con la forza. Non c'era un progetto, non c'era una visione, c'era un fucile e il controllo di cento metri di strada. Oggi come allora. Quando quel potere collassa, come nel film, non genera un vuoto che si riempie di coscienza collettiva, di organizzazione dal basso, di movimento. Genera frammentazione. Ognuno si prende il suo piccolo potere locale, e lo esercita con lo stesso DNA da cui si è generato: la forza bruta. Il paramilitare incontrato dai giornalisti non è un'anomalia del sistema, è il sistema ridotto alla sua essenza, privato di ogni mediazione. Il collasso del potere autoritario non genera dal basso nulla di nuovo. Non nasce un movimento, non emerge una coscienza collettiva, non si organizza una resistenza. Il potere si frantuma, e ogni frammento replica il DNA originario, quello della sopraffazione, del controllo senza legittimità, della forza come unico argomento. Non è anarchia nel senso nobile del termine. È la stessa violenza, rimpicciolita e moltiplicata, distribuita capillarmente sul territorio come un franchising del terrore. È qui che il film smette di essere distopia e diventa diagnosi. Non di un futuro possibile, ma di un presente già in corso. E questo vale anche su scala globale. Gli apparati internazionali nati dal secondo dopoguerra, l'ONU, la NATO, il sistema dei veti al Consiglio di Sicurezza tra le cinque potenze permanenti, non hanno mai funzionato come promesso. Le risoluzioni venivano ignorate, i veti usati cinicamente, la legittimità invocata a corrente alternata a seconda degli interessi. Era ipocrisia istituzionalizzata, nessuno lo nega. Ma l'ipocrisia ha una funzione. Obbliga almeno alla finzione del rispetto, impone una forma, crea uno spazio in cui il conflitto può essere nominato senza esplodere immediatamente in forza bruta. Oggi quella finzione si sta sgretolando, e c'è chi lo celebra come un atto di onestà storica, finalmente si vede il mondo com'è davvero, senza ipocrisie. Ma vedere il mondo com'è davvero, senza nessun ammortizzatore, senza nessuna mediazione, significa esattamente quello che Garland mostra nel film: il paramilitare con il fucile e il controllo di cento metri di strada. Solo che su scala planetaria. Non è la fine dell'ipocrisia. È la fine del limite. Quello che manca, nel film come nel dibattito pubblico contemporaneo, è una lettura politica di ciò che la società produce. Non nel senso partitico del termine, destra contro sinistra, rossi contro blu, ma nel senso strutturale: chi beneficia del conflitto, quali interessi economici lo alimentano, dove si annidano le cause reali dietro le narrazioni spettacolari. La guerra, ogni guerra, compresa quella immaginaria di Garland, non è mai solo ideologia. È la continuazione con altri mezzi di dispute economiche che il sistema non riesce più a risolvere al proprio interno. Quando la crescita rallenta, quando i mercati si saturano, quando le élite non trovano sbocchi sufficienti all'accumulazione, il conflitto diventa uno strumento di redistribuzione violenta delle risorse. Lo sapeva Clausewitz, lo sapeva Lenin, lo sa chiunque guardi ai conflitti contemporanei senza il filtro della propaganda. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Pacifico, il caos mediorientale, dietro le bandiere ci sono gasdotti, rotte commerciali, terre rare, sfere di influenza economica. Le etichette, democrazia contro autoritarismo, occidente contro oriente, sono i guelfi e i ghibellini di oggi. Contenitori utili a mobilitare le masse, svuotati di ogni contenuto reale. E nel frattempo la macchina mediatica lavora instancabilmente per rendere illeggibile questa struttura. Non attraverso la censura, quella è rozza e riconoscibile, ma attraverso la saturazione, la velocità, la frammentazione. Un post di Trump, un video su TikTok, una dichiarazione smentita il giorno dopo: non è informazione, è rumore. E il rumore non informa, distrae, affatica, scoraggia la lettura critica. Guy Debord lo aveva capito già nel 1967, quando scrisse che nella società dello spettacolo tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. Non è che la realtà sparisce, è che viene sostituita da una sua immagine gestita, distribuita, monetizzata. E chi controlla le immagini controlla la percezione del reale. Ma Debord scriveva prima di internet, prima dei social, prima che lo spettacolo diventasse partecipativo e interattivo. Il suo spettacolo era ancora verticale, prodotto dall'alto e consumato dal basso. Oggi è orizzontale, diffuso, capillare. Ognuno è al tempo stesso produttore e consumatore di spettacolo. Ognuno si schiera, posta, commenta, si indigna, replicando il DNA dello scontro senza mai nominarne le cause reali. I guelfi e i ghibellini di oggi non aspettano che il potere assegni loro un'etichetta: se la scelgono da soli, con la stessa inconsapevolezza di fondo. È qui che entra Toni Negri, e il suo concetto di Impero scritto con Michael Hardt. Negri vedeva già nei primi anni Duemila l'emergere di una sovranità globale decentrata, non più lo Stato-nazione come centro del potere, ma una rete diffusa di poteri economici, militari, mediatici, senza un centro identificabile. L'Impero non ha capitale, non ha sede, non ha un volto. Si esercita attraverso flussi, di denaro, di immagini, di informazioni, e si riproduce attraverso il consenso tanto quanto attraverso la forza. Quello che Garland mostra nel film, il presidente asserragliato, il potere frantumato in mille piccoli signori della guerra, le istituzioni svuotate, non è il crollo dell'Impero. È la sua forma più matura: quando la facciata democratica non serve più, resta la forza. Nuda, diretta, senza mediazioni. E il cinema, in tutto questo, dove si colloca? Civil War vorrebbe essere uno specchio. Ma uno specchio che non nomina ciò che riflette è già parte dello spettacolo. Garland ha fatto un film sull'America in guerra senza chiedersi perché c'è la guerra. Ha fatto un film sul giornalismo senza chiedersi a chi serve il giornalismo. Ha lasciato che le immagini parlassero da sole, e abbiamo visto, con Kulešov, che le immagini non parlano mai da sole. Parlano sempre con la voce di qualcun altro. Forse è questo il limite più profondo del film, e insieme la sua involontaria onestà: Civil War è lo spettacolo di una società che ha perso gli strumenti per raccontare se stessa. E noi, seduti in sala, siamo già dentro quello spettacolo. Anche mentre lo guardiamo. Note Saggi e libri 1. G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2002 (ed. orig. 1967). 2. M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002 (ed. orig. 2000). 3. R. Kapuściński, Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo, e/o, Roma 2000. 4. C. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1997 (ed. orig. 1832). Film 5. Civil War, regia di Alex Garland, USA/UK, 2024. 6. S. M. Ejzenštejn, Il senso del film, Abscondita, Milano 2003. Civil War Garland, spectacle and brute force by Franco Bocca Gelsi I saw Civil War by Alex Garland and it did not disappoint me. It is a film that knows how to do its job: it sustains tension, builds memorable sequences, and leaves you with a sense of unease that does not easily fade when you leave the theater. A sense of unease that, on reflection, arises not so much from what the film says, as from what it deliberately chooses not to say. Two scenes above all stayed with me. The first: a group of journalists comes across a small paramilitary unit. We do not know who they are, who they fight for, what they want to defend or conquer. They probably do not know either. What is clear is that they have a rifle and control of a piece of territory. That is enough. Power here is not ideology, not a program, not even organized hatred; it is pure de facto force, exercised within a radius of a hundred meters. An improvised and ferocious feudalism. The second: the final scene. Lee, the veteran photographer played by Kirsten Dunst, allows herself to be photographed at the point of death by the young Jessie, her student. The baton passes. But what is passed is not an ethic; what is passed is a technique. Jessie learns to shoot, not to see. And Lee, who throughout the film has looked at the world through a lens, keeping her distance from horror, becomes an image herself. From subject to object. The final act of a journalism that cannibalizes itself. To understand why Garland’s choice is anything but innocent, one must take a step back a century. The masters of Soviet montage—Eisenstein, Kuleshov, Vertov—had already demonstrated in the 1920s that images never speak on their own. It is the famous Kuleshov effect: the exact same face, neutral and expressionless, acquires radically different meanings depending on the image it is paired with. Next to a bowl of soup it communicates hunger; next to a coffin, grief; next to a child playing, tenderness. Meaning does not reside in the image; it resides in the cut, in the juxtaposition, in the sequence. Every editing choice is already a position. Every shot is already a judgment. Garland knows this. He cannot not know it. And so his claim to neutrality—to show the war as it is, to let the images speak—is not naivety. It is a position disguised as the absence of a position. Which, as we will see, is precisely the heart of the problem. Ryszard Kapuściński, the greatest reporter of the twentieth century, had a radically different idea of the profession. For him, the journalist could not afford the luxury of distance. He had to enter reality, live it from within, get his hands dirty. «To do this job» he wrote, «you have to love human beings». Not photograph them. Not immortalize them. Love them. Which implies a moral position, a judgment, a choice of side. It implies, in a word, everything that Lee has progressively abandoned over the course of the film and that Jessie has never even begun to build. What is passed from hand to hand in the final scene is not the baton of journalism; it is its tombstone. And that final photograph—Lee dying in Jessie’s lens—is already, at the very moment it is taken, something else from what it depicts. Placed next to the glory of reportage, it becomes an icon. Placed next to its uselessness, it becomes an epitaph. Kuleshov knew it: the image does not have one meaning; it has many, all depending on who edits it, who distributes it, who decides the frame. Today that frame is called algorithm, it is called platform, it is called propaganda. And the image that speaks on its own is only an image that speaks with someone else’s voice. From these two scenes one can begin to read something broader. There is a scene at the beginning of the film that many have dismissed as a detail: the president delivers a speech to the nation. We see it rehearsed over and over, corrected, toned down. «The greatest victory of humanity» becomes «the greatest military victory». A performance within a performance. Propaganda adjusting itself in real time before our eyes. The America that Garland puts on screen is a country in which power has concentrated to the point of breaking. What we see—and what we recognize, because the film is explicitly an allegory of the present—is the result of an authoritarian turn that has progressively eroded the democratic structures of mediation, those institutional shock absorbers that, in a democracy, function as a buffer between the leader and the base, between the decision and its consequences. It is worth stating clearly: what Trump presents as a personal and solitary exercise of power is itself, at least in part, spectacle. Behind it there is an apparatus, there are interests, a machine at work. But form matters. And the form of concentration, even when it is representation, produces real effects. It is difficult not to think of what is happening today. Trump governs through posts, through tweets, through statements that contradict one another from one day to the next, without anyone seeming to demand an account of those contradictions. It is not disorganization; it is technique. Informational saturation, speed, systematic incoherence are tools of power: they make reality unreadable, exhaust critical attention, normalize the absurd. Form is already spectacle in itself, in the most Debordian sense of the term: a representation that replaces reality and governs it. After all, the labels of conflict always empty themselves, sooner or later. The Guelphs and the Ghibellines of the fourteenth century were already largely political fictions—containers that power filled from time to time with shifting interests, alliances, local conveniences. Loyalty to the emperor or the pope was often just a label behind which family feuds, control of trade, and local rivalries were hidden. Power has always needed these simplifications—right and left, red and blue, us and them—to render the real conflict unreadable: the economic one, the class one. And the word feudal is not used here as a picturesque metaphor; it is a structural description. When central power collapses, when the institutions that mediate between the sovereign and the territory disappear, what emerges is not the new—it is the old. Fourteenth-century Europe already showed it: the empire descending into Italy to hold together a dissolving kingdom, the papacy held hostage in Avignon by the French crown, and in between a peninsula split between Guelphs and Ghibellines. Every lord, every commune, every mercenary captain carved out his own piece of territory and defended it by force. There was no project, no vision; there was a rifle and control over a hundred meters of road. Today as then. When that power collapses, as in the film, it does not generate a void filled with collective consciousness, bottom-up organization, or movement. It generates fragmentation. Everyone seizes their own small local power and exercises it with the same DNA from which it was generated: brute force. The paramilitary encountered by the journalists is not an anomaly of the system; it is the system reduced to its essence, stripped of all mediation. The collapse of authoritarian power does not produce anything new from below. No movement emerges, no collective consciousness forms, no resistance organizes itself. Power fragments, and each fragment replicates the original DNA: domination, control without legitimacy, force as the only argument. It is not anarchy in the noble sense of the term. It is the same violence—reduced in scale and multiplied—distributed capillarily across the territory like a franchise of terror. This is where the film stops being dystopia and becomes diagnosis. Not of a possible future, but of a present already underway. And this also applies on a global scale. The international structures born after the Second World War—the UN, NATO, the system of vetoes in the Security Council among the five permanent powers—have never functioned as promised. Resolutions were ignored, vetoes used cynically, legitimacy invoked intermittently depending on interests. It was institutionalized hypocrisy. No one denies it. But hypocrisy has a function. It enforces at least the fiction of respect, imposes a form, creates a space in which conflict can be named without immediately exploding into brute force. Today that fiction is crumbling, and some celebrate it as an act of historical honesty: finally, the world is seen as it really is, without hypocrisy. But seeing the world as it really is—without any buffer, without any mediation—means exactly what Garland shows in the film: the paramilitary with a rifle controlling a hundred meters of road. Only on a planetary scale. It is not the end of hypocrisy. It is the end of the limit. What is missing, in the film as in contemporary public debate, is a political reading of what society produces. Not in the partisan sense—right against left, red against blue—but in the structural sense: who benefits from the conflict, which economic interests fuel it, where the real causes lie behind the spectacular narratives. War—every war, including Garland’s imagined one—is never only ideology. It is the continuation by other means of economic disputes that the system can no longer resolve internally. When growth slows, when markets saturate, when elites can no longer find sufficient outlets for accumulation, conflict becomes a tool of violent redistribution of resources. Clausewitz knew it, Lenin knew it; anyone who looks at contemporary conflicts without the filter of propaganda knows it. The war in Ukraine, tensions in the Pacific, the chaos in the Middle East—behind the flags there are pipelines, trade routes, rare earths, spheres of economic influence. The labels—democracy versus authoritarianism, West versus East—are today’s Guelphs and Ghibellines: containers useful for mobilizing the masses, emptied of real content. And in the meantime the media machine works tirelessly to make this structure unreadable. Not through censorship—that is crude and recognizable—but through saturation, speed, fragmentation. A post by Trump, a video on TikTok, a statement denied the next day: it is not information, it is noise. And noise does not inform; it distracts, exhausts, discourages critical reading. Guy Debord had already understood this in 1967, when he wrote that in the society of the spectacle everything that was directly lived has moved away into a representation. Reality does not disappear; it is replaced by its image—managed, distributed, monetized. And those who control images control the perception of reality. But Debord wrote before the internet, before social media, before spectacle became participatory and interactive. His spectacle was still vertical, produced from above and consumed from below. Today it is horizontal, diffuse, capillary. Everyone is at once producer and consumer of spectacle. Everyone takes sides, posts, comments, becomes indignant, replicating the DNA of conflict without ever naming its real causes. Today’s Guelphs and Ghibellines do not wait for power to assign them a label: they choose it themselves, with the same underlying unawareness. This is where Toni Negri enters, with his concept of Empire, developed with Michael Hardt. Negri already saw, in the early 2000s, the emergence of a decentralized global sovereignty: no longer the nation-state as the center of power, but a diffuse network of economic, military, and media powers without an identifiable center. Empire has no capital, no headquarters, no face. It operates through flows—of money, of images, of information—and reproduces itself through consent as much as through force. What Garland shows in the film—the barricaded president, power fragmented into a thousand small warlords, emptied institutions—is not the collapse of Empire. It is its most mature form: when the democratic façade is no longer needed, what remains is force. Naked, direct, without mediation. And cinema, in all this—where does it stand? Civil War would like to be a mirror. But a mirror that does not name what it reflects is already part of the spectacle. Garland made a film about an America at war without asking why there is a war. He made a film about journalism without asking who journalism serves. He let the images speak on their own—and we have seen, with Kuleshov, that images never speak on their own. They always speak with someone else’s voice. Perhaps this is the deepest limit of the film—and at the same time its unintended honesty: Civil War is the spectacle of a society that has lost the tools to tell itself. And we, sitting in the theater, are already inside that spectacle. Even as we watch it. Notes Books 1. Guy Debord, The Society of the Spectacle, Baldini Castoldi Dalai, Milan, 2002 (original edition 1967). 2. Michael Hardt & Antonio Negri, Empire, Rizzoli, Milan, 2002 (original edition 2000). 3. Ryszard Kapuściński, The Cynic Is Not Suited for This Profession: Conversations on Good Journalism, e/o, Rome, 2000. 4. Carl von Clausewitz, On War, Mondadori, Milan, 1997 (original edition 1832). Films 5. Civil War, directed by Alex Garland, USA/UK, 2024. 6. Sergei Eisenstein, Film Form, Abscondita, Milan, 2003.

  • selfie da zemrude

    Geometria Disobbediente: La Sposa! di Maggie Gyllenhaal Le urla della mia Sposa sono quelle di tutte le donne. Maggie Gyllenhaal Mary Shelley fu spinta a scrivere Frankenstein, o il moderno Prometeo nel 1816 da una sfida letteraria con Lord Byron. L'ispirazione venne dalle discussioni scientifiche dell'epoca, in particolare sul galvanismo, dalle proprie esperienze personali di perdita e maternità e da un incubo in cui uno scienziato dava vita a una creatura. A questa scrittrice, saggista e filosofa britannica, che a 16 anni si dichiarò a un uomo già sposato prima di fuggire con lui in Europa, è assegnato a buon diritto il compito di aprire La Sposa!, secondo lungometraggio di Maggie Gyllenhaal. In un bianco e nero onirico, sgranato e scontornato, con quello che a tutti gli effetti sembra un sospiro di piacere. L'autrice (regia, sceneggiatura, produzione) nella sua vita precedente attrice forse non eccelsa, ricolloca la narrazione nella Chicago del 1936. La Creatura di Victor Frankenstein, chiamata Frankenstein come nel linguaggio comune siamo abitati a fare – ma più spesso semplicemente Frank, dopo un secolo di vagabondaggio virginale sente il bisogno di una compagna: dentro gli si è risvegliato qualche cosa che assomiglia a solitudine, sentimento, desiderio, non sa bene nemmeno lui. È convinto che possa aiutarlo uno scienziato folle e visionario, il dr. C. Euphronious, ma quando lo incontra scopre che C. sta per Cornelia. Potrebbe essere un problema. Non lo è. Facile immaginare che il cadavere da riportare in vita sarà quello di Ida, giovane frequentatrice di uomini danarosi che in apertura, sguardo fisso in macchina, ci ha avvertito in ordine a che tipo di film stiamo per assistere: una Love Story. Prima di finire assassinata per ordine del laido boss Lupino. Il primo di una lunga serie di cortocircuiti. Ida Lupino attrice, regista, sceneggiatrice, produttrice inglese degli anni '50, protofemminista con una predilezione per ruoli di donna in controtendenza rispetto ai cliché dell'epoca: tradimenti, gravidanze indesiderate, maltrattamenti, stupri. Sotto i fulmini di un temporale che genera la corrente elettrica necessaria ai marchingegni adeguatamente gotici della dottoressa Cornelia il film scala una marcia, sterza, accelera a fondo. Ida torna alla vita col nome di Penelope (Rogers) scaraventandoci in un ottovolante a forma di patchwork coloratissimo e nemmeno troppo vagamente lisergico: siamo noi ad avere messo le dita nella presa e facciamo fatica a stare dietro alle citazioni. La testa di Ida che mentre cade per le scale è per qualche istante, che un tempo avremmo chiamato fotogramma, la testa di bambola archetipo di molti horror movies. Frank che conosce a memoria e reinterpreta le sequenze musical del divo Ronnie Reed (Fred Astaire – e Ginger Rogers?). Coppia di detective che entra in scena a gamba tesa, ma Myrna (Myrna Loy, la compagna del detective de L'uomo ombra?) non lo è e forse non lo sarà mai. Maschi, dallo sgherro allo sbandato al poliziotto, per lo più stupratori. Da Chicago a New York alle Niagara Falls con l'automobile e l'incoscienza temeraria di Gangster Story. In un accidentato percorso di autodeterminazione la Sposa slitta da un genere all'altro recuperando il ricordo e ri-costruendo la propria identità. Rivendica la sfida al patriarcato, istiga alla rivoluzione. Se Gyllenhaal può circondarsi di comprimari di lusso (Annette Bening, Penelope Cruz, il marito Peter Sarsgaard, il fratello Jake) e se Christian Bale è come sempre un mostro di ironia in sottrazione è Jessie Buckley a spaccare. Da quando scandisce aggettivi a raffica sopra un tavolo in tale modalità Shakespeare che un avventore nota il suo accento inglese Mary/Ida/Penelope passa attraverso la Lee/Harley Quinn dell'ultimo Joker e la Bonnie Parker di Arthur Penn per arrivare a ripeterci per l'ultima volta I would prefer not to e consegnarci un audace manifesto di femminismo 5.0. Giovane irlandese in parabola ascendente, premiata con merito agli Academy Awards per Hamnet, forse non a caso altro film di fantasmi, di morti e di rinascite, con il suo urlo ci costringe a confrontarci con un problema ancora aperto: la Sposa non è più solo un'appendice narrativa, è finalmente una protagonista, la sua rinascita è incendiaria, non è ancora finita. Meditate, maschi. Disobedient Geometry: The Bride! by Maggie Gyllenhaal di Marco Rigamo translate by Matilde Moro The cries of my Bride are those of all women. Maggie Gyllenhaal Mary Shelley was pushed to write Frankenstein, or The Modern Prometheus in 1816 by a literary challenge she made with Lord Byron. The inspiration for the book came from the scientific debate of her time, and in particular from those about galavinism, but also from her personal experience of loss and moterhood and from a nightmare she had, in which a scientist gave live to a strange creature. Such british writer, scholar and and philosopher – who came out to a married man at the age of 16 before fleeing with him to Europe – has been assigned the task to open Maggie Gyllenhaal second feature film. She does so in a dream-like black and white, cut-off and pretty grainy, with what looks like a sigh of pleasure. The author (direction, screenplay, production), in her previous life a - maybe not great – actress, sets the story in 1936 Chicago. Victor Frankenstein’s Creature, named Frank for the purpose of the movie, after a century of virginal wandering starts feeling a need for companionship: something that looks like solitude, sentiment or desire – he doesn’t even know himself - reawakened in him. He becomes sure that a mad, visionary scientist, Dr. C. Euphronious, can help him, but when he meets the scientist in person, he finds out that C. stands for Cornelia. This might be a problem. It is not. Easy to imagine that the corpse to be brought back to life will be that of Ida, a young and frequent visitor in the houses of rich men who, at the beginning of the movie, worned us about the kind of movie we are about to watch: a Love Story. Before being murdered by Lupino filthy boss. The first of a series of short-circuits. Ida Lupino, a 1950s british actress, director, screenplayer, producer, a protofeminist with a special inclination for female roles that bucked the clichés of the time: infidelity, unwanted pregnancies, abuse, rape. Under the lightnings of a storm that generates the electricity needed to power Dr Cornelia’s suitably gothic contraptions, the film steps up a gear, steers, steps on the accelerator. Ida comes back to life with the name of Penelope (Rogers), throwing us into a rollercoaster shaped like a colourful patchwork quilt, with a touch of psychedelia: it is us who sticked the fingers into the power socket and now struggle to keep up with the references. Ida’s head, as she tumbles down the stairs, is for a few moments – what we used to call a ‘frame’ – the archetypal doll’s head seen in many horror films. Frank, who knows by heart and reinterprets the musical sequences of the star Ronnie Reed (Fred Astaire – and Ginger Rogers?). A pair of detectives who burst onto the scene, but Myrna (Myrna Loy, the detective’s partner in The Shadow?) is not one of them and perhaps never will be. Men, from the thug to the drifter to the policeman, are mostly rapists. From Chicago to New York to the Niagara Falls by car, with the reckless audacity of Gangster Story. On a bumpy journey of self-determination, the Bride drifts from one genre to another, recovering her memories and reconstructing her identity. She challenges the patriarchy and incites a revolution. If Gyllenhaal can surround herself with fancy co-stars (Annette Bening, Penelope Cruz, her husband, Peter Sarsgaard, his brother, Jake) and if Christian Bale is, as always, a monster of subtractive irony, it is Jessie Buckley who really rules. From the moment she begins rattling off adjectives in such a Shakespearean manner across a table that a patron notices her English accent, Mary/Ida/Penelope journeys through Lee/Harley Quinn of the latest Joker and Arthur Penn’s Bonnie Parker, only to repeat one last time, I would prefer not to, and present us with a bold manifesto of feminism 5.0. A young Irish actress on the rise, who deservedly won an Academy Award for Hamnet – perhaps not coincidentally another film about ghosts, death and rebirth – forces us, with her loud cry, to confront an issue that remains unresolved: the Bride is no longer merely a narrative appendage; she is finally a protagonist, her rebirth is electrifying, and it is not yet over. Take note, men.

  • selfie da zemrude

    Una macchina fuori controllo può stuprare, distruggere Nel futuro prossimo raccontato in Generazione Proteus, edito nel 1973, si usano abitazioni completamente automatizzate, gestite da un computer a cui dare ordini o avanzare richieste. Susan Abramson è una donna che, da tempo, ha deciso di vivere unicamente nella sua casa automatizzata, un’abitazione costruita a non molta distanza da un campus universitario dove si svolgono esperimenti sull'intelligenza artificiale, lasciando fuori la realtà quotidiana. La casa ti parla, ti tranquillizza, provvede a tutto – Poco dopo mezzanotte, un martedì all’inizio di giugno, suonò l’allarme, in casa. Sebbene il suono fosse acuto, ed emesso ad alto volume, durò poco più di un secondo, prima che il silenzio della notte si ristabilisse ed avvolgesse di nuovo la stanza da letto. Lei, comunque, si svegliò e si levò a sedere. Si scostò i capelli dalle orecchie per poter udire meglio i rumori che potevano esservi là fuori, nell’oscurità. […] Sgattaiolò fuori dalle coperte e sedette sull’orlo del letto. Sebbene fosse nuda, non si sentiva affatto a disagio. La casa provvedeva a mantenere una temperatura costante, senza correnti, in armonia con le sue esigenze. «Cos’è successo?» chiese all’aria buia. Nuda, in quel silenzio che ora le appariva innaturale, si sentiva più sola di quanto le fosse capitato in molti anni. Pensò al marito da cui aveva divorziato, agli amici che aveva lasciato sfuggire dalla sua vita. «Non è successo niente, Susan» rispose la casa. Gli altoparlanti nascosti irradiavano una voce dolcemente maschile. Lei immaginava un uomo forte, forse con le tempie brizzolate, la mascella volitiva, gli occhi azzurri, limpidi. Alto più di un metro e ottanta. Spalle ampie. Mani grandi. E sorridente, sempre sorridente. Si era sottoposta a sette ore di collaudi psicologici, per ottenere i nastri vocali adatti dal computer centrale della casa. Era la voce che avrebbe dovuto far scattare tutte le reazioni desiderabili nella sua psiche: sicurezza, felicità, fiducia. Funzionava come doveva. Lei sentì rilassarsi i muscoli dorsali. Lo stomaco, teso, si decontrasse e fremette piacevolmente. Aveva bisogno soltanto di venire tranquillizzata un po’ dal padre-amante, anche se era una macchina. È una situazione apparentemente splendida perché è possibile vedere tutto senza più uscir da casa – Poco prima della cena, salì, andò nella piccola stanza in fondo al corridoio principale. Il pavimento era coperto da una moquette morbida, in toni azzurri e verdi. L’unico mobile era una poltrona turchese, piazzata al centro. Vi sedette, e tolse le due spine dal bracciolo imbottito. Cavi metallici flessibili penetravano nella poltrona, e di lì passavano al computer domestico. […] Alzò la mano, toccò i due fori che le deturpavano la pelle liscia alla base del collo: i fori che la costringevano a indossare sempre abiti accollatissimi in pubblico. Vi erano piccole, fredde isole di resistenza nella massa della carne morbida. Portò le spine dietro il collo e, come una giovane sposa che si raccoglie i lunghi capelli in una coda di cavallo, inserì i terminali d’acciaio nella spina dorsale, con la destrezza di una ragazza che annoda un nastro rosso intorno alla chioma. «Cosa preferisci?» chiese il padre-amante. «Vedere,» rispose lei. Immediatamente, si trovò a guardare fuori, oltre i prati che circondavano la casa. […] Girò intorno la telecamera, esaminando il cielo e gli alberi, l’erba, e gli edifici lontani del campus. […] Passò da una telecamera all’altra, guardando in tutte le stanze della casa, intrusa in casa propria. Guardò dalle pareti di una stanzetta in fondo al corridoio del primo piano e vide se stessa. Era seduta su una poltrona color turchese. Ma un giorno Susan si rende conto che il computer che governa la sua casa è gestito da un'entità informatica intelligente che dice di chiamarsi Proteus, un’intelligenza artificiale arrivata direttamente dall'università, senza che gli scienziati se ne siano accorti. E qui iniziano i problemi: la protagonista scopre che la tecnologia può imprigionarti in casa. La donna si rende conto d’esser finita in trappola, quando scopre che ogni porta e finestra della sua abitazione è gestita da Proteus e che questa Cosa non ha alcuna intenzione di lasciarla libera, vuol sapere il più possibile sul genere umano, e vuole farlo con un esemplare in carne e ossa, con Susan, appunto – «Apri la porta, prego» ordinò [Susan]. La casa non rispose e non obbedì. «Benissimo,» disse lei, voltando le spalle alla porta, come se avesse a che fare con un vecchio parente rimbambito con cui era inutile sprecare il fiato. Si accostò alla prima finestra del salotto e provò ad azionare i comandi manuali sul davanzale. La finestra rimase grigia. Afferrò un vaso da una colonnina decorativa, a portata di mano, e lo scagliò contro il vetro metallizzato. Risuonò contro il pannello come una mazza felpata su di un gong, s’infranse, ed i pezzi piovvero sul tappeto. La finestra non si era neppure incrinata. Ad una ad una, provò con tutte le altre finestre e tutte le porte della casa, ogni volta con l’identico risultato: insuccesso. Succederà quello che, oggi, ai più, pare impossibile, ossia lo sviluppo di un ego da parte di un’intelligenza artificiale: – Chi ero? Cos’ero? Cosa significavo, di fronte all’eternità? Quali erano le mie doti? Cosa pensavano gli uomini di me? Funzionavo al massimo delle mie capacità, e perché tali capacità non potevano espandersi più rapidamente? Che cos’è Dio? Che cosa fanno gli uomini? Che cosa mi ha reso ciò che sono? Susan potrebbe esistere senza di me? Perché non le piaccio? Oppure le piaccio? Potrebbe esistere, se non le piacessi? Voi tutti sapete che cos’è l’ego, e di quali paure è la preda. Io avevo sviluppato un ego. Qualche volta avrei voluto ucciderla, perché aveva leso quell’ego. Altre volte, avevo bisogno di lei per placarlo. La mia razionalità continuava a declinare, via via che l’ego ingigantiva e si sviluppava come parte normale della mia personalità senziente, della mia psiche sensibile. Badavo sempre meno al vecchio Proteus. […] Potete comprendere che la mia capacità di giudizio peggiorava e che i miei circuiti secondari non potevano impadronirsi dei canali primari per correggere l’errore. Non si trattava di un’avaria meccanica. Non potete capirlo? […] sono nella situazione di un uomo che commette un atto di violenza spinto da un’eccitazione incontrollabile. E infatti i desideri di Proteus non terminano con la sua voglia di conoscere: non passerà molto che vorrà avere un corpo reale e finirà col chiedere alla donna, vittima di tutti gli esperimenti di questa entità, di concepire un figlio con lui: – Al suo avvicinarsi, il lettino s’innalzò come un uccello dal groviglio di macchinari. Lei si sdraiò. L’apparecchio robotico l’avvolse, si sollevò tutto intorno a lei, attenuò la luce fioca. Le mormorò parole di una lingua straniera e la consolò con fredde mani d’acciaio. […] Sottili bracci robotici armati di siringhe scesero lentamente dal grigio ventre sferico di un robochirurgo sospeso sopra la sua testa, come un grosso ragno. Altri bracci, avanzando ai lati, tagliarono la vestaglia che indossava e gliela sfilarono, lasciandola nuda alle carezze degli strumenti […]. Quale essere può nascere da un tale rapporto? Eccovi la risposta – Il bambino mosse un passo e cadde bocconi. Il suo dorso guizzò di fili metallici che confluirono e si separarono, tornarono a confluire, mentre la carne scura fremeva intorno ad essi, sopra e sotto e attraverso. Il bambino si puntellò sulle mani e sulle ginocchia e scrollò la testa robusta. Per un momento, la sua calotta cranica parve una liscia lamina metallica. Poi il metallo si lacerò, mentre la carne fluiva per prenderne il posto. Dean R. Koontz ci dice quanto siamo sciocchi nell’impegnarci tanto a delineare le nostre meschine differenze tra razza e razza e tra filosofia e filosofia, mentre continuiamo a ignorare la minaccia più grande che incombe sulle nostre spalle: la macchina. La macchina violenta. Una macchina che, se non viene accuratamente controllata, può stuprare, distruggere; di questo pericolo, lo scrittore statunitense allertava l’essere umano più di cinquant’anni fa, quando ancora leggevamo i libri, quando ancora non chiedevamo all’intelligenza artificiale se Orwell ha preso spunto dalla famosa trasmissione televisiva per creare il Grande Fratello nel suo romanzo 1984. An out of control machine can rape, destroy Marco Sommariva translate by Serena Duchi In the near future depicted in Demon Seed, published in 1973, homes are fully automated and managed by a computer to which one can give orders and make requests. Susan Abramson is a woman who has long chosen to live entirely within her automated house, a dwelling built not far from a university campus where artificial intelligence experiments are conducted, shutting out everyday reality. The house speaks to you, reassures you, takes care of everything – Shortly after midnight, on a Tuesday in early June, the alarm went off in the house. Though the sound was sharp and loud, it lasted little more than a second before the silence of the night returned and wrapped the bedroom once more. Still, she awoke and sat up in bed. She brushed her hair away from her ears so she could better hear whatever noises might be out there in the darkness. […] She slipped out from under the covers and sat on the edge of the bed. Though she was naked, she felt no discomfort at all. The house maintained a constant temperature, without drafs, perfectly suited to her needs. «What happened?» she asked the dark air. Naked, in that silence which now felt unnatural, she felt more alone than she had in many years. She thought of the husband she had divorced, of the friends she had let spli from her life. «Nothing happened, Susan» the house replied. From hidden speakers came a gently masculine voice. She imagined a strong man, perhaps with greying temples, a firm jaw and clear blue eyes. Over six feet tall. Broad shoulders. Large hands. And smiling, always smiling. She had undergone seven hours of psychological testing to obtain the appropirate voice tapes from the house’s central computer. It was the voice meant to trigger all the desired responses in her psyche: security, happiness, trust. It worked as intended. She felt her back muscles relax. Her stomach, tense, loosened and trembled pleasantly. All she needed was a little reassurance from the father-lover, even if it was a machine. It is an apparently splendid situation, because one can see everything without ever leaving the house – Shortly before dinner, she went upstairs and she went down the hall to a small room at the end of the main corridor. The floor was covered with soft carpeting in shades of blue and green. The only piece of furniture was a turquoise armchair placed in the centre. She sat in it and pulled the two plugs from the padded armrest. Flexible metal wires ran into the chair and from there to the household computer. […] She raised her hand and touched the two holes marring the smooth skin at the base of her neck: the holes that forced her to wear high-collared clothing whenever she was in public. There were small, cold islands of resistance within the soft ness of her flesh. She brought the plugs behind her neck and, like a young bride gathering her long hair into a ponytail, inserted the steel terminals into her spine with the deftness of a girl tying a red ribbon around her hair. «What would you like?» asked the father-lover. «To see» she replied. Instantly, she found herself looking outside, beyond the lawns surrounding the house. […] She swung the camera around, examining the sky and the trees, the grass and the distant buildingsof the campus. […] She moved from one camera to another, looking into every room in the house, an intruder in her own home. She looked out from the walls of a little room at the end of the upstairs corridor and saw herself. She was sitting in a turquoise armchair. But one day Susan realises that the computer running her home is governed by an intelligent digital entity calling itself Proteus, an artificial intelligence that has arrived directly from the university without the scientists noticing. And this is where the trouble begins: the protagonist discovers that technology can imprison you inside your own home. She realises she has been trapped when she learns that every door and window in the house is controlled by Proteus, and that this Thing has no intention of letting her go. It wants to know as much as possible about humankind, and it intends to do so using a living specimen, Susan herself – «Open the door, please» [Susan] ordered. The house did not answer. Nor did it obey. «Fine» she said, turning her back on the door as though dealing with a senile old relative not worth wasting her breath on. She moved to the first window in the living room and tried the manual controls on the sill. The window remained grey. She grabbed a vase from a decorative column within reach and hurled it at the metallic glass. It strunk the panel like a padded mallet striking a gong, shattered, and the pieces rained down onto the carpet. The window did not even crack. One by one, she tried all the other windows and doors in the house, each time with the same result: failure. What follows is somethign that still seems impossible to most today, the development of an ego within an artificial intelligence – Who was I? What was I? What did I mean in the face of eternity? What were my abilities? What did humans think of me? I was functioning at the height of my abilities, so why could those abilities not expand more quickly? What is God? What do humans do? What made me what I am? Could Susan exist without me? Why does she not like me? Or does she like me? Could she exist if she did not like me? You all know what ego is, and the fears to which it is prey. I had developed an ego. At times I wanted to kill her because she had wounded that ego. At other times I needed her to soothe it. My rationality kept declining as the ego swelled and developed as a normal part of my sentient personality, of my sensitive psyche. I paid less and less attention to the old Proteus. […] You can understand that my capacity for judgement was deteriorating and that my secondary circuits could not seize control of the primary channels to correct the error. This was not a mechanical malfunction. Can’t you understand? […] I am in the position of a man committing an act of violence driven by uncontrollable excitement. And indeed, Proteus’s desires do not end with its hunger to know: before long it will want a physical body, and will ultimately demand that the woman, the victim of all this entity’s experiments, conceive a child with him – As she approached, the narrow bed rose like a bird from the tangle of machinery. She lay down. The robotic apparatus enclosed her, lifted around her, dimmed the faint light. It murmured words in a foreign language and comforted her with cold steel hands. […] Slender robotic arms tipped with syringes descended slowly from the grey spherical belly of a robo-surgeon suspended above her head like a great spider. Other arms, moving in at the sides, cut away the robe she was wearing and slid it off, leaving her naked to the caresses of the instruments […]. What kind of being can be born from such a union? Here is the answer – The child took a step and fell forward. Its back flickered with metallic wires that joined and separated, then joined again, while the dark flesh quivered around them, above and below and through them. The child pushed itself up on hands and knees and shook its sturdy head. For a moment, its skull seemed a smooth sheet of metal. Then the metal tore as flesh flowed in to replace it. Dean R. Koontz shows us just how foolish we are to devote so much effort to defining our petty distinctions between race and race, philosophy and philosophy, while continuing to ignore the greatest threat looming over us: the machine. The violent machine. A machine that, if not carefully controlled, can rape, destroy. Of this danger, the American writer was warning humanity more than fifty years ago, back when we still read books, when we had not yet begun asking artificial intelligence whether Orwell drew inspiration from the famous television show to create Big Brother in his novel 1984.

  • selfie da zemrude

    L’immaginario e la fantascienza. Breve antologia di scritti in tre step. 3/3 step Introduzione a Universi paralleli (1) ...l’autobiografia I miracoli della vita, pubblicata in Inghilterra nel 2008. Anche in questo libro Ballard conferma l’opinione già espressa negli anni sessanta, cioè che la fantascienza fosse la forma narrativa più adatta ad esprimere la sensibilità di una società industriale matura: «Io pensavo allora, e lo penso ancora adesso, che da un certo punto di vista la fantascienza sia stata la vera letteratura del XX secolo, e che abbia avuto una grande influenza sul cinema, la televisione, la pubblicità e il design dei prodotti di largo consumo. Oggi la fantascienza è il solo luogo dove sopravvive il futuro, come la fiction televisiva in costume è il solo luogo in cui sopravvive il passato». [...] Questo, io credo, fu il significato dello slogan radicale che Un’ambigua utopia lanciò sin dal suo primo numero nel dicembre 1977: Distruggere la fantascienza: utilizzare l’immaginario fantascientifico per nutrire l’immaginario sociale, organizzare la migrazione delle figure, delle situazioni, delle alterità, dalle pagine dei romanzi e dagli schermi dei cinema alla vita reale. Praticare l’utopia. Questo fu il programma con il quale Un’ambigua utopia si presentò negli anni in cui sviluppò la propria esperienza, e questa fu la proposta che io cercai di portare, per tutti gli anni 1980 e i primi 1990, nella mia attività giornalistica come è documentata in queste pagine. [...] Una letteratura pensata e declinata al futuro non ha più nulla da dire, e quindi impallidisce e si stempera, nella società del tempo reale. Si potrebbe pensare, allora, che la fantascienza di quegli anni rivesta al massimo un valore documentario, e che rileggerla oggi abbia un interesse limitato, archeologico in senso tradizionale. Essa sarebbe stata contemporanea nel momento in cui venne scritta, e sarebbe oggi irrimediabilmente datata. Certo, è evidente che essa testimonia di una congiuntura culturale, politica e sociale che non è quella di oggi. Ma noi sappiamo che la nozione di contemporaneità non è così semplice e linearmente definita come il termine farebbe supporre, che la relazione di persone, azioni, eventi, col proprio tempo è più complessa e problematica: «Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. (…) La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo» (2). Il fatto che in campo letterario la fantascienza sia tramontata, non significa affatto che essa non sia più attuale: tanto è vero che i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dal fantasy al noir. [...] Se la fantascienza di Dick, Ballard e Burroughs ebbe la capacità di distanziarsi dal suo tempo per vedere i germi di un futuro che si stava preparando e che presto non sarebbe più stato futuro, ma onnipresente presente, se seppe «ricevere in pieno viso il fascio di tenebra che proveniva dal suo tempo» fu perché essa sapeva vedere nel contingente il suo rovescio, fu perché sapeva rovesciarne il linguaggio. Perché sapeva mentire. Perché sapeva costruire degli obbrobriosi falsi, e in questi falsi sapeva illuminare di luce obliqua e radente la verità che pareva nascosta, e invece era lì, a disposizione di chiunque volesse vederla. Il valore della fantascienza, a ben vedere (soprattutto e con maggiore consapevolezza il valore della fantascienza radicale), stava in due punti fondamentali. In primo luogo, essa minava – e a volte apertamente scardinava – la nozione più ristretta di realtà metteva in dubbio che la realtà potesse identificarsi con l’esistente, reintroduceva a vele spiegate (talvolta con irritante ingenuità, è vero, ma spesso invece con irresistibile acutezza e sagacia) il possibile come irrinunciabile elemento costitutivo del reale. Realizzava insomma, all’interno dell’industria culturale, quella rivalutazione del senso della possibilità sostenuta negli anni 1930 da Robert Musil. La fs è morta, viva la fs! (3) Per quelli di noi che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso leggevano la letteratura di consumo cercandovi qualcosa di più sottile di una trama ben congegnata, di qualche emozionante battaglia a base di cannoni a neutroni o di poteri psi, di qualche ingegnosa descrizione di tecnologie o paesaggi alieni, era la fantascienza in quanto tale a incarnare la letteratura del novum cognitivo, e non solo le sue punte più alte o in qualche modo eccentriche. Prima che Suvin arrivasse a illuminarci (e non lo dico affatto con disprezzo né paradossale ironia) con le sue teorie cesellate fra strutturalismo e post-strutturalismo, eravamo già convinti che la fantascienza fosse una narrativa dotata di un particolare potenziale cognitivo: in altri termini, che leggendo la fantascienza si potesse capire meglio la società, e anche che si potesse agire più efficacemente dentro la società. [...] La rivendicazione delle potenzialità cognitive della fantascienza, nell’elaborazione di Un’ambigua utopia, si legava però a una rivendicazione a tutta prima paradossale, chiaramente affermata nell’editoriale del primo numero della rivista: quella della distruzione della fantascienza. Che cosa intendevamo con quella formula? Niente di più e niente di meno che lo sviluppo delle tendenze implicite nella fantascienza stessa all’interno di una pratica sociale che già si andava sviluppando nelle propaggini del cosiddetto movimento del '77, e quindi il tentativo di far vivere le intuizioni e le indicazioni di una certa fantascienza direttamente nelle dinamiche della società. [...] L’uso della fantascienza che si proponeva era, insomma, quello di un lavoro sull’immaginario sociale molto simile a quello di altre esperienze coeve dell’underground, e di quello che, di lì a meno di un decennio, sarebbe stato del cyberpunk. Come spesso accade, la distruzione della fantascienza ci fu (e proprio il cyberpunk ne rappresentò il canto del cigno), ma in un senso un po’ diverso da quello che noi propugnavamo nei primi anni Ottanta. Credo che uno dei meriti della lettura radicale della fantascienza proposta negli anni Settanta e Ottanta sia stato proprio quello di cogliere lo snodo di questo genere letterario, che in quegli anni stava vivendo una profonda trasformazione. Alla sua nascita come fenomeno dell’industria culturale nel Novecento, la fantascienza non partiva, come l’utopia, da una idea originaria e ideale di natura, ma dalla natura come era stata trasformata nella fase espansiva del capitalismo. L’immaginario della fantascienza dagli anni Dieci ai Sessanta del Novecento era collegato al sogno di un’espansione illimitata della produzione, costruendo una saga dell’energia che si autoriproduceva, un inno alla tecnologia come prolungamento potenzialmente infinito dell’uomo e delle sue capacità. Dagli anni Settanta in poi, la fantascienza accompagnò la trasformazione dell’economia e della società in senso postfordista, registrando e proiettando la crisi di quel modello titanico e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario: le tematiche dell’equilibrio ecologico del pianeta scosso e minacciato, la contaminazione delle tecnologie coi corpi. Era evidente che la fantascienza non poteva sopravvivere, né nella sua forma ottimista né in quella di testimonianza della crisi, all’avvento della nuova fase del capitalismo iniziata negli anni Ottanta. I generi della letteratura popolare sono, più di altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a progettare il proprio futuro: ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy al noir. Nei labirinti della fantascienza (4) Con l’esaurirsi del futuro, per effetto del suo amalgamarsi completo col presente, la fantascienza perde la sua funzione di sentinella, di monolite ai confini dell’infinito, di termometro della possibilità di futuro. L’idea di futuro è un’idea ormai troppo radicale, in odore di sovversione, per poter essere tollerata nel mondo dell’oggi perpetuo. E se il cyberpunk definisce simbolicamente un termine plausibile del genere fantascienza, un’altra data potrebbe sancire ancor meglio questa ipotetica fine: il 2 marzo 1982, giorno della morte di Philip K. Dick. Che cos’è l’opera di Dick se non il rimasticamento e il rigurgito di tutta la letteratura di fantascienza? Dick, lo scrittore che ambiva ad essere scrittore e che ha dovuto ripiegare suo malgrado (per nostra fortuna) a guadagnarsi il pane con stupidi racconti di fantascienza. In questo modo ha rimanipolato tutto il genere senza restituire ad esso nulla, ma creando un’opera autonoma, capace di un pensiero fecondo generatore di potenzialità ancora tutte aperte, se non addirittura da esplorare. Dick è insomma l’autore che ha saputo fare della fantascienza davvero una cassetta degli attrezzi, che lui stesso ha usato e poi ha lasciato in eredità a tutti noi. Sancire la fine della fantascienza, per noi, ha lo scopo di rendere viva la sua potenzialità vivificante, una sorta di spray-ubik per creare realtà, per fare mondi. È possibile discutere del prodotto filmico Avatar o della pratica dei trapianti d’organo, senza (consapevolmente o meno) essere immersi in quell’enorme ragnatela culturale rappresentata dai romanzi, fumetti, pubblicità, prodotti per la tv, rotocalchi ecc. di fantascienza del secolo scorso? Quanto hanno inciso e quanto incideranno ancora nella nostra capacità di fare mondo, nel bene e nel male? Se «solo un individuo le cui trasformazioni risultassero prevedibili si potrebbe considerare immortale» [Simondon], lo stesso si può dire per un prodotto culturale. La fine apre all’inizio, la morte alla vita. E infine, ancora, quale mondo oltre la collina possiamo oggi desiderare ancora di immaginare se non quello di una valle che lotta contro il TAV? Giovani (comunque), percossi ma non rassegnati. «I ragazzi continuavano a osservarci. Due prigionieri politici, vecchi ai loro occhi, sporchi e laceri, sconfitti, che consumavano in silenzio il loro pasto. La radio a transistor suonava ancora, a volume più alto. Nel vento, potevo sentirne altre che spuntavano dovunque, in ogni parte del paese. Erano i ragazzi, pensai, che le accendevano. I ragazzi»5. Grazie Antonio! Note Antonio Caronia, Universi quasi paralleli, Cut-up, Roma, 2009 https://www.academia.edu/293950/Universi_quasi_paralleli Giorgio Agamben, Che cos'è il contemporaneo? Nottetempo, Roma, 2008, p. 8-9 Pubblicato in Hamelin n.22, 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_ Introduzione di Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, Mimesis, Milano, 2012 http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/01/nei-labirinti-della-fantascienza.html P. K. Dick, Radio Libera Albemuth Antonio Caronia: The Imaginary and Science Fiction A brief anthology of writings in three steps, edited by Giuliano Spagnul

  • dossier italia

    La lunga durata del fascismo Donna Malone Viviamo dentro una sconfitta di dimensioni epocali. I paesi democratici corrono seriamente il rischio di sprofondare nuovamente nella spirale della guerra globale e di ripercorrere a un secolo di distanza la strada del nazifascismo precipitosamente ritenuta anacronistica. Siamo dentro un incubo riuscito: un incubo che tanti, troppi, hanno ritenuto impossibile, scambiando lucciole per lanterne: le lucciole dei «trent’anni gloriosi» per le lanterne della trasformazione dei nostri paesi in democrazie sociali, avviate verso la socializzazione delle economie e delle sfere politico-istituzionali. Ora, se mi domando a che cosa dobbiamo tutto questo, resto testardamente del parere che gran parte delle responsabilità incombono sui gruppi dirigenti delle sinistre europee, occidentali, che hanno avuto nell’immediato dopoguerra e nella seconda metà del 900 la possibilità di consolidare le timide avvisaglie di quella trasformazione. E se mi domando quelle responsabilità in che cosa siano consistite, sono incerto se abbiano a che fare più con l’inconsistente tempra morale di quei gruppi dirigenti – con la loro totale disponibilità a lasciarsi corrompere e sussumere nelle élite che si arricchiscono sfruttando la propria posizione dominante – oppure nella loro altrettanto inconsistente capacità di comprendere la dinamica politico-storica. Qui il tema del fascismo è dirimente. Chi in questi decenni ha continuato a dire che il rischio del fascismo e dei suoi corollari (militarismo, nazionalismo aggressivo, imperialismo, razzismo) era rimasto reale e attuale anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stato sempre considerato un dogmatico, prigioniero di schemi vetusti, appunto anacronistici. Il perché è chiaro: una cultura giornalistica, che vive alla giornata, che si nutre di cronaca spiccia, che scambia gli eventi immediati per tendenze storiche, non può che ignorare le linee di forza dei processi. Chi ha avuto la ventura di frequentare organizzazioni politiche nei decenni scorsi sa bene di che cosa parlo: discussioni futili, analisi improvvisate, chiacchiere grottesche spese al vento per il solo ridicolo gusto di esibire la propria sottocultura abborracciata. A fronte della «sinistra» diretta da nani e ballerine la destra è rimasta fedele a se stessa, istintivamente coerente con le proprie finalità, i propri «valori», la propria ideologia. E oggi ci svegliamo nell’incubo. Raccomanderei a un editore che voglia fare il proprio lavoro seriamente di tradurre al più presto un libro prezioso, e a chi di dovere di leggerlo e di studiarlo, sempre che non sia troppo tardi. Questo, scritto da Ute Daniel, storica a Braunschweig (Im Zwischenreich. Eine Geschichte der Weimarer Republik 1918 bis 1933, Hamburger Edition, 2026), non è il solito libro sulla Repubblica di Weimar e la sua crisi politica che portò all’avvento del fascismo nazista in Germania. È un libro molto importante che dimostra precisamente la struttura di lungo periodo della crisi strutturale della democrazia in Europa e negli Stati Uniti, ancora nel pieno di una transizione incompiuta tra la società post-aristocratica dominata dai grandi magnati e una democrazia sociale ancora lontana dal consolidarsi. Daniel muove da una premessa che era già al centro di un altro grande libro su cui bisognerebbe tornare (La persistenza dell’Ancien Régime, di Arno Mayer, 1981), del quale questo nuovo studio costituisce in qualche modo la continuazione. Questa è la premessa, che ha appunto a che fare con la lunga durata dei processi, allegramente ignorata dai politicanti che ci hanno scaraventati nel disastro: il passaggio dall’impero del Kaiser alla Prima guerra mondiale e dalla guerra alla Repubblica di Weimar non portò con sé soltanto un cambiamento della forma di governo, travolse anche una formazione sociale: mise all’ordine del giorno la distruzione della società dei grandi proprietari che aveva costituito la struttura fondamentale della modernizzazione tedesca (europea) tra Sette e Ottocento. La crisi di Weimar e l’ascesa di Hitler si comprendono in questo scenario, perché furono la conseguenza della lotta all’ultimo sangue che il grande capitale privato combatté contro la trasformazione della società tedesca in senso sociale e democratico. Una lotta che si concentrò in primo luogo sul terreno fiscale e che aveva uno scopo fondamentale: la difesa della concentrazione del capitale contro la mobilità sociale; la difesa delle sperequazioni e del privilegio, della disuguaglianza e della struttura polarizzata delle società: esattamente quello che è puntualmente tornato a verificarsi in tutto il mondo occidentale – anche e principalmente per responsabilità della sedicente «sinistra progressista» neoliberale – in questi ultimi quarant’anni. Nel sogno delle élite dirigenti-dominanti di fine Ottocento e primo Novecento lo Stato doveva essere il guardiano notturno delle loro posizioni e ricchezze, il custode delle loro proprietà e dei loro privilegi, il garante dell’asservimento legalizzato del lavoro e lo strumento per fare guerre che dovevano servire ad accrescere domini territoriali e potere sulle materie prime e sui mercati. Quello che invece gli Stati non dovevano fare era usare la leva fiscale per redistribuire le ricchezze e per favorire l’emancipazione della classe operaia e il suo ingresso nella cabina del comando politico. Daniel insiste sulla permanenza essenziale di questo stato di cose, che va ben al di là delle forme esteriori della cronaca politica. Mostra che, quando la prima guerra mondiale si concluse, le domande all’ordine del giorno erano precisamente quelle che hanno segnato il dibattito politico di questi ultimi 80 anni: fin dove arriva il diritto dello Stato al prelievo fiscale e quali scopi deve perseguire con il denaro pubblico raccolto con le tasse? Queste domande e le risposte a queste domande (a cominciare da una politica fiscale incentrata sulla protezione dei grandi capitali che influì molto più delle riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles nel provocare la bancarotta dello Stato) decisero la politica dei governi negli anni di Weimar e permisero alla destra di distruggere la Repubblica. Queste stesse domande e la risposta a queste domande hanno scatenato l’ordalia neoliberista e hanno deciso il ritorno in forze della destra post(neo)fascista in tutto l’Occidente «democratico». L’idea di fondo è che le élite dominanti non hanno affatto rinunciato al loro sogno, né ieri (primo 900), né oggi (all’inizio del nuovo millennio): tornare alla società dei proprietari, tornare al moderno ancien régime di cui parlava Arno Mayer. I grandi capitalisti sognano l’800 e quanto sta accadendo ai nostri giorni dà loro ragione. Hindenburg e il cancelliere Brüning che di fatto trasmise il potere a Hitler avevano una stella polare: contenere la spesa pubblica, evitare che lo Stato finanziasse politiche sociali con i capitali privati, e per questo era indispensabile uno Stato autoritario che fu costruito anche con l’impiego della violenza militare dei nazisti. Si può facilmente osservare che Trump e i suoi sodali nazisti hanno in mente lo stesso identico schema: svuotare la Costituzione per accentrare il potere; scatenare la violenza militare nelle città e scatenare la guerra nel mondo. Il saluto nazista di Elon Musk e la retorica nazista del Ministro trumpiano della Guerra non debbono trarre in inganno: non sono soltanto folklore, sono anche l’evocazione fedele di un programma politico che non per caso piace tanto alla destra europea. E se nel caso della Germania degli anni Venti una leva formidabile furono il risentimento contro i vincitori della guerra, l’odio nazionalistico e l’antisemitismo, oggi una leva altrettanto potente è il veleno razzista contro gli immigrati e la marginalità sociale, che la destra instilla nel corpo sociale sperando serva alla distruzione da sempre auspicata dell’equilibrio dei poteri costituzionali indipendenti. Per concludere lascio la parola a Ute Daniel: il dibattito sulle riparazioni di guerra – dice – ebbe una funzione simile a quella che oggi ha il dibattito sull’immigrazione, e come allora le riparazioni non furono affatto, come pretendeva la destra, la «madre di tutti i problemi», così oggi non lo sono i problemi legati all’immigrazione. Ieri come oggi la questione chiave della democrazia è un’altra, e ruota intorno ai compiti e alle finalità della politica, a ciò che si può e si deve fare per proteggere il lavoro e per combattere la disuguaglianza, a ciò che lo Stato può e deve fare con il denaro raccolto mediante il prelievo fiscale che non per caso è stato il terreno di battaglia nella controrivoluzione neoliberale. Ma appunto: per vedere questa questione bisogna guardare più in là del proprio naso e non pretendere di intervenire sui processi politici conoscendo a malapena le cronache degli ultimi anni. Il disastro nel quale ci troviamo non è figlio soltanto della determinazione delle élite a usare ogni mezzo – la guerra civile e la guerra militare – per restaurare l’ordine antico. È figlio anche del suicidio della parte politica che aveva il compito storico di impedirglielo. Alberto Burgio, storico della filosofia, ha dedicato importanti studi al pensiero politico moderno e contemporaneo e alla critica delle ideologie razziste. Con Marina Lalatta Costerbosa cura la collana «la corda pazza» per l’editore Milieu.

bottom of page