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  • konnektor

    Perché NAZA terrorizza l’élite liberale israeliana Abdelha Djellab Il film infrange l’illusione di superiorità morale degli israeliani “rispettabili”: i soldati più prestigiosi e altamente istruiti sono i principali responsabili del genocidio. Per decenni, l’ala liberale israeliana ha coltivato un meccanismo di difesa comodo ed efficace. Di fronte a scomode questioni morali sulle azioni di Israele, la responsabilità poteva solitamente essere attribuita alle frange politiche. I colpevoli erano sempre le «mele marce»: i giovani delle colline, i ministri di estrema destra, un’unità di fanteria ribelle, coloni che nessuno a Tel Aviv nord inviterebbe a cena Questa divisione dei ruoli era straordinariamente comoda. La destra commetteva i crimini; i liberali fornivano la morale. L’occupazione e le numerose ondate di guerra a Gaza, con tutta la loro bruttezza, erano cose che facevano «loro», mentre «noi» indagavamo sugli abusi e protestavamo per salvare la democrazia israeliana. NAZA attacca quell’alibi. Il film aggira i soliti cattivi e punta dritto al Santo dei Santi dell’élite israeliana: l’Unità 8200, che fornisce le informazioni di intelligence per gli obiettivi dei raid aerei, e l’Aeronautica Militare, che trasforma quegli obiettivi in macerie e famiglie sterminate. Le persone sottoposte a scrutinio morale non sono i coloni, ma i diplomati delle scuole più prestigiose e delle unità militari d’élite che proseguono gli studi all’università o entrano in aziende high-tech – esattamente le persone che l’Israele liberale vede quando si guarda allo specchio. Questa è la tesi più intollerabile del film. Se ciò che Israele ha fatto a Gaza è un genocidio, allora si tratta, in gran parte, di un genocidio liberale. Non perché i suoi artefici si definiscano liberali, ma perché il meccanismo di distruzione si basa su istituzioni gestite da israeliani laici, istruiti e tecnologicamente avanzati che si considerano l’antitesi dell’estrema destra. I registi negano persino ai protagonisti il vecchio rituale israeliano del «sparare e piangere», in cui il senso di colpa per la violenza in qualche modo la redime. La reazione della destra era prevedibile: il capo dell’esercito ha definito il film una «calunnia di sangue», il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Cultura Miki Zohar hanno appoggiato la revoca della cittadinanza ai registi, mentre l’esercito ha valutato l’avvio di un’azione legale per presunte fughe di notizie. Ancora più rivelatrice è stata la furia dei media «liberali» israeliani. I commentatori condannano un film che non hanno visto e ne respingono la testimonianza, proprio mentre l’esercito indaga su come informazioni riservate siano giunte ai registi e mentre la realtà della distruzione sistematica di Gaza è evidente. Giornalisti che abitualmente si affidano a fonti anonime dei servizi di sicurezza hanno scoperto un’improvvisa, quasi puritana preoccupazione per la trasparenza delle fonti, dimostrando scarsa solidarietà professionale e tagliando il ramo su cui si regge il giornalismo d’inchiesta. I critici lamentano di non poter esaminare adeguatamente il film, senza quasi mai riconoscere che Israele ha negato ai giornalisti stranieri l’accesso indipendente a Gaza dall’ottobre 2023. Gli standard di scetticismo, praticamente inesistenti mentre l’esercito operava dietro un muro di censura e di accesso limitato, sono diventati notevolmente più rigorosi ora che sono gli stessi soldati israeliani a parlare. Il dibattito pubblico ha dedicato ben meno attenzione alla sostanza delle testimonianze contenute in NAZA. Nell’Israele di oggi, chi ha parlato di possibili crimini sembra affrontare un pericolo legale più immediato per averne parlato rispetto a chi è accusato di averli commessi. E, come se non bastasse, le rivelazioni principali non sono una novità. Yuval Abraham aveva già denunciato, nel novembre 2023, l’uso da parte dell’esercito di sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale e i livelli permissivi di vittime civili. I media israeliani hanno avuto tutto il tempo – anzi, anni – per approfondire la vicenda. Il clamore attuale ha quindi ben poco a che vedere con gli standard giornalistici. Si tratta piuttosto di ciò che accade quando fatti che erano tollerabili finché confinati in una cronaca marginale diventano impossibili da tenere ai margini. L’insensibilità burocratica NAZA è particolarmente inquietante quando mostra come l’uccisione di massa venga tradotta nel linguaggio dell’industria tecnologica. I soldati dei servizi segreti parlano di sviluppo di algoritmi, generazione di obiettivi, set di dati, soglie e ottimizzazione. La persona che morirà alla fine del processo appare inizialmente come una voce in un sistema. La famiglia che la circonda appare come una stima. L’edificio distrutto e i cadaveri carbonizzati appaiono come il risultato finale. L’Unità 8200 è anche uno dei percorsi più prestigiosi per entrare nel mondo dell’high-tech, consentendo di convertire in seguito, in capitale professionale, le competenze acquisite all’interno dell’apparato di targeting di massa. L’oscenità non sta nel fatto che i soldati sembrino sadici, ma in quanto spesso appaiano semplicemente competenti. È qui che la descrizione di Hannah Arendt della «spensieratezza» burocratica diventa utile – non come una banale analogia storica, ma come descrizione di come la responsabilità possa essere frammentata. La spensieratezza, per Arendt, non significava tanto stupidità quanto il fallimento o l’incapacità di vedere il mondo dal punto di vista della persona su cui si agisce. Le grandi burocrazie facilitano questo processo dividendo l’azione in funzioni distinte. Una persona scrive il codice, un’altra verifica le informazioni di intelligence, un’altra ancora approva un obiettivo, un’altra pilota l’aereo. Ciascuno può svolgere il proprio compito in modo professionale, mentre la responsabilità morale per l’insieme rimane senza proprietario. Arendt era chiara sul fatto che la spensieratezza burocratica non esonerasse gli individui dalla responsabilità delle loro azioni. Ma alcuni critici di Arendt hanno sostenuto che l’adesione alla burocrazia può fungere da comodo travestimento: l’ideologo convinto che si presenta come un impiegato obbediente. I soldati di NAZA ci offrono un altro modo di riflettere su questa distinzione. Non sono imputati che cercano di sfuggire alla punizione. Hanno scelto di parlare, esponendosi potenzialmente a un procedimento penale per averlo fatto. Eppure, anche nella confessione, ricorrono ripetutamente e istintivamente al vocabolario dei sistemi, delle procedure e dei compiti tecnici. La loro testimonianza suggerisce che il linguaggio burocratico non deve necessariamente essere né un’autentica espressione di spensieratezza né una difesa strategica in aula. Può essere il linguaggio attraverso il quale le persone comprendono il proprio lavoro e, allo stesso tempo, razionalizzano la propria partecipazione alla violenza. Anche la distanza tra questi soldati e le loro vittime è in qualche modo paradossale. Gli ufficiali dei servizi segreti possono intercettare telefonate, ascoltare le famiglie all’interno degli edifici, guardare le immagini in diretta ed esaminare le conseguenze degli attacchi in alta risoluzione. Lo stesso sistema che crea una straordinaria vicinanza alle vittime può anche mantenere una profonda distanza morale da esse. La voce di un bambino diventa un’informazione utilizzata per una verifica; una famiglia diventa un «danno collaterale». Una maggiore quantità di informazioni non produce necessariamente una maggiore consapevolezza, ma piuttosto un’astrazione più dettagliata. All’interno delle unità militari d’élite, questa distanza può essere rafforzata dalla mentalità del joiner: una persona il cui desiderio di appartenenza la spinge a subordinare il pensiero critico indipendente alle norme del gruppo. Il titolo stesso del film coglie questo processo. NAZA è l’abbreviazione militare di «nezek agavi», che in ebraico significa «danno collaterale». La frase compie già di per sé un atto di compressione morale: uomini, donne e bambini morti e feriti diventano una categoria all’interno di un calcolo operativo. L’automazione conferisce a quell’eufemismo un potere ancora maggiore. Precedenti reportage di +972 e Local Call hanno descritto periodi in cui gli ufficiali affermavano che l’esercito consentiva l’uccisione di un massimo di 15 o 20 civili quando si prendeva di mira un membro di basso rango di Hamas, e di oltre 100 in alcuni attacchi contro comandanti di alto livello. L’esercito contesta gli elementi chiave di tali resoconti e sostiene che le decisioni relative agli attacchi sono prese da esseri umani in conformità con il diritto internazionale. Ma il problema morale messo in luce dalle testimonianze rimane: una volta che la morte dei civili viene rappresentata principalmente come un numero ammissibile associato a un obiettivo, l’uccisione può essere trattata come un problema contabile. Ecco come si presenta la banalità del male nell’era digitale. La vecchia burocrazia prevedeva moduli, firme e catene di comando; il nuovo apparato di selezione aggiunge interfacce, indici di affidabilità, elenchi di obiettivi e strumenti software. Nessuno dei due esonera chi li utilizza. Ma entrambi possono aiutare l’utente a percepirsi come operatore di un sistema piuttosto che come responsabile delle conseguenze. Offuscamento calcolato La reazione dei media israeliani riproduce spesso questo spostamento di responsabilità. Di fronte alle testimonianze relative a uccisioni di massa, gran parte del dibattito si rifugia immediatamente nelle questioni procedurali: un determinato sistema era davvero «IA»? È stato un algoritmo a prendere la decisione o si è limitato ad assisterla? La catena di comando è stata descritta con perfetta precisione? Alcune di queste domande sono importanti. Ma l’analisi tecnica può anche diventare un rifugio per sfuggire alla questione più ampia sollevata dalle testimonianze. Se la discussione può essere ridotta a stabilire se il numero di civili uccisi in un particolare attacco sia esatto, si può evitare di confrontarsi con il fatto che i soldati stanno descrivendo un sistema costruito per generare ed elaborare uccisioni su vasta scala. I soldati della NAZA si proteggono dal peso umano del loro lavoro parlando di individuazione e ottimizzazione degli obiettivi. I loro critici nei media israeliani possono proteggersi trasformandosi in revisori incaricati di verificare i fatti all’interno di quel meccanismo. La simmetria è scomoda: entrambi trasformano un problema etico in uno tecnico. E i problemi tecnici sono rassicuranti, perché hanno una soluzione. Gli algoritmi possono essere migliorati, i database ripuliti, i protocolli riscritti. Ciò che gli israeliani liberali non riescono a sopportare di sentire è la possibilità che la macchina stia effettivamente funzionando come previsto. Ci sono ragioni strutturali per cui il giornalismo israeliano è così incline a questa fuga in avanti. La stampa è radicata in una società in cui il servizio militare è un’istituzione fondamentale per la socializzazione e l’avanzamento professionale. Molti giornalisti di spicco hanno iniziato la carriera nei media militari o nel giornalismo di sicurezza, e i corrispondenti militari dipendono dall’Unità del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) per l’accesso alle informazioni. Le categorie linguistiche dell’esercito – precisione, intelligence, necessità operativa, qualità dell’obiettivo – arrivano in redazione già dotate dell’autorità di descrizioni neutre, piuttosto che del linguaggio di una delle parti in guerra. A seguito di una serie di dichiarazioni provocatorie da parte del capo di stato maggiore, l’esercito ha infine rilasciato una risposta ufficiale al film che riproduce perfettamente proprio quella evasività burocratica che il documentario critica. I militari hanno affermato, ad esempio, che i civili venivano regolarmente avvertiti prima degli attacchi, nascondendo deliberatamente la triste realtà secondo cui si trattava di un’eccezione sporadica. La vera prassi operativa – quella responsabile del massacro di migliaia di bambini – era il bombardamento improvviso senza preavviso. L’esercito ha sostenuto che, tecnicamente parlando, l’intelligenza artificiale «non ha mai selezionato autonomamente gli obiettivi», ben sapendo che i pochi secondi concessi a un operatore umano per autorizzare un attacco precludono qualsiasi revisione significativa dal punto di vista fattuale o etico. Allo stesso modo, ha evitato qualsiasi discussione sulla scelta come obiettivi di membri di basso livello, molti dei quali sono stati uccisi in attacchi condotti deliberatamente nelle loro case, spesso in presenza delle loro famiglie. Nella sua risposta al film, l’esercito ha inoltre affermato di non aver mai «approvato o effettuato alcun attacco a Gaza in cui si prevedesse la morte di 500 civili o di un numero anche solo vagamente simile», come menzionato in una delle testimonianze del film. Anche questa è una manovra volta a confondere le acque: concentrando il dibattito su uno dei rapporti più elevati tra obiettivi e civili, si cerca di distogliere l’attenzione dall’accumulo di migliaia di attacchi che hanno costituito il meccanismo principale del massacro di massa a Gaza, in ciascuno dei quali l’uccisione di un numero di civili compreso tra decine e centinaia era considerata accettabile. E come sempre, l’esercito ha suggerito che i presunti crimini vengono «affrontati attraverso azioni disciplinari, indagini penali o altre misure». La realtà è che Israele ha condannato solo due soldati per aver causato danni ai palestinesi negli ultimi tre anni – cosa che non sorprende, visto che alti funzionari militari si sono vantati di aver ucciso 70.000 «terroristi» a Gaza. Eppure, per la stampa israeliana, le confutazioni prive di fondamento dell’esercito erano esattamente ciò che voleva sentire. Desiderosi di un alibi psicologico, e forse inconsciamente in colpa per non aver fatto il proprio lavoro, i giornalisti israeliani si sono affrettati a celebrare la dichiarazione dell’esercito, definendo il film un esempio di giornalismo approssimativo e rifugiandosi in una confortante tautologia autoritaria: i fatti riportati nel film devono essere sbagliati, semplicemente perché lo dice l’esercito. L’alibi liberale Il centro-sinistra israeliano si è a lungo definito attraverso i propri nemici: se il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ci disprezza, se i coloni ci definiscono traditori, se l’estrema destra attacca i tribunali e la stampa, allora noi dobbiamo essere l’Israele democratico e morale.NAZA infrange questa confortante illusione. Suggerisce che si possa opporsi a Ben Gvir, votare per il centro, lavorare nel settore high-tech, manifestare per la democrazia e tuttavia partecipare a – o sostenere materialmente – un sistema capace di uccisioni di massa. L’odio da parte dei fascisti non è un certificato di innocenza. I coloni saranno anche le voci più forti che invocano l’«emigrazione volontaria» di milioni di palestinesi da Gaza, ma la capacità di trasformare quella popolazione in bersagli è stata costruita e gestita da istituzioni al centro della rispettabile società israeliana. Il film si conclude passando dai tetti di Tel Aviv alle rovine di Gaza, annullando la distanza creata dal linguaggio burocratico. Un padre palestinese scava freneticamente tra le macerie di un edificio crollato alla ricerca dei suoi figli morti. Nella marea di commenti israeliani su NAZA, non ho visto quasi nessuna discussione su quel padre. Questa assenza non è casuale. I sistemi dell’esercito trasformano i palestinesi in bersagli e in stime di danni collaterali; il dibattito pubblico, a sua volta, trasforma il film stesso in una controversia tecnica. In entrambe le fasi, il palestinese scompare. Ma, in definitiva, la disumanizzazione è reciproca: solo un popolo che ha perso la propria umanità può ignorare una scena così straziante che mostra al pubblico israeliano, forse per la prima volta, il risultato delle proprie azioni. Lo scandalo di NAZA non sta nel fatto che riveli agli israeliani qualcosa che non avevano modo di sapere. Sta piuttosto nel fatto che attacca il privilegio dell’ignoranza. Prende il linguaggio dei codici, dei servizi segreti e delle procedure – il linguaggio attraverso il quale le persone rispettabili si proteggono da ciò che viene fatto a loro – e vi reinserisce i corpi. Ecco perché la furia che circonda il film fa parte della storia che il film racconta. Una società che può ancora inorridire di fronte all’accusa di un crimine di guerra, ma non di fronte a un padre che scava tra le macerie alla ricerca dei propri figli, ha già deciso cosa ritiene intollerabile. E la reazione violenta al film dimostra che l’opinione pubblica israeliana è incapace di confrontarsi con la propria immagine allo specchio, anche quando ciò che riflette sono i suoi soldati più prestigiosi. 2 ottobre 2026 Sebastian Ben Daniel (John Brown) è un accademico e blogger israeliano. Per gentile concessione di +972, che ringraziamo.

  • nuovi movimenti

    Per contrastare la nuova “corsa all’oro” dei data center lanciata una richiesta di moratoria a tutela dei territori Mila Yaz C’è chi dice che i data center sono utili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ed è vero. Ma bisogna chiedersi anche: l’intelligenza artificiale sviluppata da chi e a vantaggio di chi? I data center di grandi dimensioni, quelli per “addestrare” l’intelligenza artificiale, non comportano nessun vantaggio per i paesi che li ospitano. I vantaggi sono limitati a poche società che conferiscono la struttura materiale; mentre i fornitori di dati, che vanno ad alimentare gli enormi profitti del settore, sono per lo più le multinazionali che stanno sviluppando gli agenti intelligenti. Il vantaggio occupazionale è ridotto, infatti, un recente studio del britannico “think tank Vardant”, ricercatori indipendenti di area progressista ed ecologica, ha ridimensionato la reale creazione di posti di lavoro del 75% rispetto a quelli previsti. Al territorio in assenza di una regolamentazione solida, restano soltanto i problemi ambientali e strutturali che i data center comportano. L’ignorare l’impatto ambientale dei data center non ha fatto desistere la Giunta Comunale di Acquaviva delle Fonti ad esprimere il suo “apprezzamento istituzionale” alla proposta di istallare un Campus Data Center nel territorio comunale. Le difficoltà a reperire dati su questo aspetto non può essere una giustificazione, in quanto già questo avrebbe dovuto insospettire Sindaco ed Assessori. Se questo non è avvenuto e nemmeno sono stati chiesti dati specifici, probabilmente è dovuto al fatto che non si conosce neanche la Direttiva Europea del 2023 che impone a “titolari e gestori di centri dati di rendere pubbliche le informazioni su consumo di energia, utilizzo della potenza, uso di calore di scarto, acqua ed energia elettrica da fonte rinnovabile o no”, oltre ad altri indicatori. Ma gli Amministratori di Acquaviva delle Fonti sono in buona compagnia quella Direttiva non ha prodotto dati sufficienti, infatti, la banca dati predisposta dalla Commissione Europea sui tremila data center europei già esistenti è semivuota. Diversi governi, tra cui quello italiano, non divulgano i dati perché li considerano alla stregua di segreti industriali. Il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica italiana non li rende pubblici poiché li considera “informazioni riservate che incidono sugli interessi dei gestori e dei titolari dei data center”, interessi che evidentemente per Lui prevalgono sugli interessi dei cittadini. I data center sono un problema globale I problemi legati ai data center riguardano, per dirla in modo meloniano, “l’intero globo terraqueo”, tanto che l’apprezzamento istituzionale degli Amministratori comunali di Acquaviva delle Fonti, pur pericoloso, è del tutto insignificante perché espresso da soggetti che non sono capaci di rendersi conto su cosa si stessero pronunciando e la gravità della loro posizione a favore. Benedetta Scuderi, parlamentare europea del gruppo verde, ha dichiarato che “nemmeno all’Europa le imprese e gli stati membri forniscono dati completi. Eppure la Commissione ha deciso di triplicare il numero di data center in Europa nei prossimi 5-7 anni senza conoscere il reale impatto ambientale”. La redazione del giornalismo investigativo “Lighthouse Reports”, fondata nei Paesi Bassi nel 2019, ha tentato per un intero anno di scavare alla ricerca di dati e informazioni sull’impatto dei data center, scontrandosi con un muro di silenzi eretto dai vari governi nazionale e dalla Commissione Europea. Tanto da dover inoltrare un ricorso legale al fine di cambiare questa situazione. Quello che è certo è che si tratta di un classico esempio di “scambio ineguale”, nel quale le grandi multinazionali di intelligenza artificiale e poche società italiane di logistica socializzano il danno, ma si tengono ben stretti i profitti, che consentono alle multinazionali di aggirare il movimento di protesta, a iniziare dagli Stati Uniti a tutto il resto del mondo e, quel che più conta, che va ad aggravare la dipendenza dell’Europa in un settore strategico. Pressioni dei gestori sulle istituzioni I gestori dei data center premono sulle istituzioni affinché adottino le loro stesse agende. “Lo dimostrano le spese dichiarate dai lobbisti registrati presso la Commissione. Microsoft e Amazon, leader nel settore dei servizi cloud, hanno investito più di tutte. Da un articolo de «il manifesto» del 30.09.2026 apprendiamo che per premere sulle istituzioni Microsoft e Amazon “dal 2023 a oggi hanno speso almeno 20 milioni di euro … per influenzare i decisori politici su varie materie tra cui l’intelligenza artificiale e data center”. Le istituzioni, come dimostra la “gratitudine” delle Giunta Comunale di Acquaviva delle Fonti, consapevoli o no, si prestano al gioco. Ma a livello generale la contrarietà della società civile sta montando sempre più, tanto che è riuscita ad ottenere delle risposte a tale opacità, infatti, la Commissione Europea ha vinto le resistenze dei gestori ed ha ottenuto che a partire dal 2027 si imporrà ai data center, con potenza superiore a 500 KW, quello proposto ad Acquaviva è di 120.000 KW, di dotarsi di un’etichetta energetica. Un sistema che assegnerà a ogni struttura una classe di efficienza da A a G – come gli elettrodomestici – divulgando solo la percentuale di energia destinata al raffreddamento e i litri d’acqua consumati per megawatt. Un passo avanti, ma senza conoscere il dato assoluto sul consumo energetico valutare l’impatto ambientale è impossibile, un limite che volevano le società del settore. Tale scelta dovrà andare in discussione in Parlamento Europeo, se non cambiata sarà difficile fermare la corsa ai data center solo con motivazioni ambientali. Sebbene in Italia le richieste di nuovi allacciamenti di data center supera la potenza elettrica totale. Cosa che mette fortemente a rischio gli impegni alla decarbonizzazione. Di che si tratta Bjorn Ronning, senior advisor dell’associazione norvegese degli imprenditori dei data center, a Cannes ha confessato che si è in presenza di “una corsa all’oro e ognuno ha la sua pala”. Evidentemente per spalare soldi! Secondo Stijn Van Nieuwerburgh della Columbia Business School, tra il 2025 e il 2032 gli investimenti nelle infrastrutture necessarie all’Intelligenza Artificiale potrebbero raggiungere i 10.300 miliardi di dollari. In Italia si parla di investimenti previsti tra il 2026 e il 2028, per finanziare 83 nuovi progetti che si aggiungeranno ai 205 già esistenti, di ben 25 miliardi di euro (Milano Finanze, 24 luglio 2026). Forse sono questi gli unici dati che gli Assessori e il Sindaco di Acquaviva delle Fonti conoscono o ne hanno solo sentito l’odore, tanto da spingerli ad esprimersi in modo tanto lusinghiero nella delibera di Giunta Comunale. Per questo è importante che chi ha le informazioni utili a comprendere cosa comporta un Campus Data Center le renda pubbliche, prenda la parola e s’impegni ad informare la popolazione dei rischi legati alla costruzione di un Campus Data Center ad Acquaviva delle Fonti. La Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center ha lanciato ufficialmente una proposta di moratoria a tutela dei territori, della transizione ecologica e del bene pubblico. Si tratta di una richiesta di sospensione immediata della costruzione di nuovi centri fino a quando non verranno definiti quadri normativi chiari, limiti trasparenti all’impatto ambientale e una reale pianificazione partecipata con la cittadinanza. Il testo integrale della Moratoria è scaricabile al link: https://drive.google.com/.../1TiV2kTbfJXbmn.../view... La tecnologia deve garantire il futuro di tutti non compromettere la vivibilità a vantaggio di pochi. Per gentile concessione di pubblicazione da parte di «Pressenza. International press Agency». Si ringrazia. Si ringrazia anche l'autrice dell'immagine di copertina.

  • konnektor

    La tesi del «capitalismo politico» Sergio Bianchi È come se il furto sfacciato, la corruzione e gli eccessi orgastici delle élite attuali fossero talmente spudorati da rendere superficiale, poco scientifico e pre-teorico prenderli sul serio. Senza dubbio, secondo questa linea di pensiero, la vera azione si trova altrove, dietro la scena politica stridente e pomposamente appariscente, piena di personaggi di bassa lega e truffatori da quattro soldi. Ma è proprio questo – l’elucidazione teorica della caotica oscenità del nostro momento attuale – che richiede urgentemente e imperativamente una spiegazione. Quello che segue è un tentativo rudimentale e panoramico di fare proprio questo. In via preliminare possiamo ipotizzare tre tratti distintivi dell’economia politica post-2008: bassi tassi di crescita, alti livelli di disuguaglianza e un panorama politico confuso. Una quota considerevole di lavoratori e lavoratrici, specialmente quelli privi di titolo di studio, si è spostata verso l’estrema destra, mentre una parte equivalente della popolazione istruita si è spostata verso sinistra. Qualsiasi teoria sociale critica adeguata deve partire da queste realtà fondamentali. Ma come spiegarle? Ci sono due risposte principali. Una suggerisce che il nuovo periodo iniziato dopo la crisi finanziaria sistemica del 2008 presenti le caratteristiche e i tratti endogeni del capitalismo «normale». L’anomalia, da questa prospettiva, fu il periodo di alta crescita e bassa disuguaglianza dei «trenta anni gloriosi» trascorsi tra il 1945 e il 1975. Ora stiamo tornando a un sistema di bassa crescita, che è il modo in cui il capitalismo ha funzionato per la maggior parte della sua storia. Pertanto, come ha sottolineato l’opera di Thomas Piketty, la nuova economia politica è la vecchia economia politica: semplicemente, la nostra visione è stata distorta dall’esperienza del XX secolo [1]. La seconda risposta consiste nell’attribuire questi cambiamenti alla tecnologia, in particolare alla capacità dei proprietari delle aziende tecnologiche di ricavare rendite dai propri utenti. L’idea di fondo è che, man mano che un numero crescente di persone utilizza un software specifico o una determinata piattaforma di social media, il suo valore aumenta senza che vi sia alcun miglioramento tecnico; ciò è dovuto o al fatto che la piattaforma estrae più informazioni man mano che accumula più utenti, oppure al fatto che l’utilità della piattaforma aumenta per ciascuno di essi all’aumentare del loro numero. In entrambi i casi, il proprietario della piattaforma può appropriarsi di questo valore aggiunto senza essere costretto a effettuare alcun investimento proporzionale. Per i sostenitori di questa tesi, ciò costituisce una nuova forma di rendita, denominata nel gergo attuale «rendite di piattaforma» [2]. C’è molto da imparare da queste interpretazioni. La prima offre una serie di analogie tra la nostra epoca e il periodo precedente all’ascesa dello Stato sociale, mentre la seconda ci indica che gli effetti di rete e i redditi da piattaforma sono reali; tuttavia, come interpretazioni globali dell’economia, nessuna delle due risulta convincente. Il problema della prima interpretazione è che risulta difficile conciliarla con gran parte di ciò che sappiamo sul capitalismo a partire dal XV secolo. L’affermazione centrale secondo cui il capitalismo è stato, in generale, un sistema economico a bassa crescita semplicemente non è vera. Se lo fosse, come avrebbero potuto verificarsi, ad esempio, l’uscita dalla trappola maltusiana o la Prima e la Seconda Rivoluzione Industriale? Il problema della seconda interpretazione è che non tiene conto della natura competitiva delle grandi aziende tecnologiche. Senza dubbio le rendite di piattaforma esistono, ma fino a che punto sono durature? Prendiamo ad esempio Microsoft Word, una piattaforma che intrappola gli utenti semplicemente perché molti altri la utilizzano. Quel monopolio si è dimostrato vulnerabile alla pressione competitiva di Google Docs, in quello che sembra un esempio da manuale di concorrenza. Inoltre, anche se questi proventi fossero davvero duraturi, si tratta davvero di un fenomeno economico nuovo? In che cosa differisce il provento che Amazon ricava da quello che un tempo ricavano i proprietari dei centri commerciali tradizionali? [3]. Fortunatamente, esiste un approccio alternativo: la tesi del capitalismo politico. Il termine è stato coniato originariamente da Max Weber per descrivere un’attività economica orientata al profitto, ma che si basa prevalentemente su mezzi politici e non sull’ottenimento di guadagni di produttività derivanti dall’investimento [4]. Un ampio ventaglio di studiosi ne riconosce ormai l’utilità per descrivere diversi casi di comportamento dei sistemi economici, tra cui figurano gli Stati Uniti e l’Europa occidentale al momento attuale, la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Europa orientale post-comunista [5]. Il termine è stato utilizzato in modi davvero disparati. Per i neoliberisti sostenitori della «scelta pubblica», significa qualcosa di simile al «capitalismo clientelare», legato alla corruzione e alla ricerca di rendite in senso molto generale [6]. A sinistra, ha quasi il significato opposto, poiché viene associato agli Stati sviluppisti dell’Asia orientale, come la Cina e il Vietnam [7]. A complicare ulteriormente le cose, alcuni studiosi equiparano il capitalismo politico al capitalismo monopolistico [8]. Io utilizzo il termine per riferirmi a un tipo specifico di rapporto di proprietà in cui il potere politico interviene nel processo di espansione del valore. Storicamente, il capitalismo è stato caratterizzato come un circuito: il denaro viene utilizzato per acquistare merci, in particolare mezzi di produzione, materie prime e forza lavoro, che vengono poi combinati in un processo produttivo per generare altre merci. Successivamente, queste merci vengono vendute per ottenere altro denaro (D–M–D’). Questa è la formula generale di Marx per concettualizzare il capitale, che continua a funzionare nell’economia attuale: il denaro porta alle merci, che a loro volta portano a più denaro. La tesi del capitalismo politico suggerisce che sia emersa una nuova forma di espansione del valore, una nuova forma di proprietà, accanto a D–M–D’ e intrecciata con essa. In questo nuovo circuito, il denaro viene utilizzato per acquisire beni e influenza politica, fattori che, quando combinati adeguatamente – ovvero quando l’acquisizione di un bene è collegata a un investimento in politica – ampliano il valore del bene in questione. Il bene può quindi essere venduto per ottenere un profitto oppure utilizzato per effettuare nuovi acquisti di beni e nuovi investimenti politici. Questo nuovo circuito può essere descritto come D–A–D’ o, nella sua forma estesa, D–(A+P)–D’. I profitti derivano dall’accaparramento di una parte del prezzo gonfiato dei beni, manipolato politicamente. Ci sono due obiezioni immediate a questo schema. La prima è che il capitalismo politico è sempre esistito. Le imprese hanno sempre esercitato pressioni per ottenere appalti pubblici. E i governi, a loro volta, hanno sempre avuto bisogno di promuovere gli investimenti e generare crescita economica per garantire la propria legittimità politica. Sebbene in generale sia vero che il capitalismo è sempre politico, nel senso che richiede un sistema politico che faccia valere la proprietà capitalista, l’inflazione dei prezzi degli asset guidata politicamente è emersa solo intorno al 1980. Gli sgravi fiscali, in particolare sulle plusvalenze, hanno fatto impennare il valore delle azioni senza che vi fosse un aumento sottostante della redditività. Questo impulso iniziale è stato rafforzato dall’impegno incrollabile delle banche centrali a mantenere alte le quotazioni di borsa a tutti i costi. La strategia di base dell’inflazione dei prezzi degli asset si è poi estesa dalle azioni ad altri investimenti, come gli immobili [9]. In questo nuovo contesto, le politiche fiscale e monetaria non possono più essere concepite come interventi esterni al processo di espansione del valore, poiché, al contrario, sono ora meccanismi centrali attraverso i quali si generano profitti. La seconda obiezione è che il drastico progresso dell’intelligenza artificiale ha trasformato la situazione, ponendoci in questo momento alle soglie di una rinnovata crescita del PIL e della produttività del lavoro [10]. Una prova fondamentale sembrerebbe essere il recente boom degli investimenti nei data center. A prima vista, ciò sembra essere una prova inconfutabile che l’era della «stagnazione secolare», così definita da molti economisti, sia giunta al termine. In realtà, questo boom è un’espressione del problema sottostante, ovvero l’esistenza di un’enorme riserva di risparmio priva di opportunità di investimento allettanti. Una differenza iniziale tra la bolla delle dot-com dei primi anni 2000 e l’attuale ondata di investimenti nell’IA risiede nel fatto che, mentre la prima era alimentata principalmente da piccole start-up fortemente indebitate e prive di un modello di business plausibile, la seconda è trainata in gran parte da aziende altamente redditizie. Tuttavia, a causa dei recenti ingenti investimenti di capitale, questa attività è ora finanziata in gran parte tramite indebitamento organizzato attraverso complesse strutture finanziarie, mentre la nuova tecnologia non ha ancora dimostrato alcuna redditività [11]. Sebbene sia forse prematuro esigere redditività dall’IA, la pazienza degli investitori sembra esaurirsi. Anziché un ciclo di crescita autosufficiente, ciò presenta tutte le caratteristiche dell’ennesima bolla generata dal settore finanziario. Le obiezioni sollevate, secondo cui nulla è cambiato molto e tutto sta per cambiare, non risultano particolarmente convincenti. Al contrario, l’ascesa del nuovo circuito D–A–D’ di espansione del valore spiega in larga misura la natura del capitalismo contemporaneo: il suo elevato livello di disuguaglianza, la forma specifica di tale disuguaglianza, il suo basso tasso di crescita e il suo basso tasso di investimento al di fuori dell’iniezione di denaro, di natura molto limitata, destinata all’IA. È importante sottolineare che questa nuova forma di capitalismo non è tanto l’espressione di una trasformazione tecnologica quanto la conseguenza di una specifica storia politica: una generalizzata e diretta appropriazione del potere politico e il suo utilizzo per promuovere continuamente l’inflazione dei prezzi degli asset. Qual è e come si presenta il panorama politico del nuovo capitalismo? I fatti macropolitici non sono oggetto di grande controversia. Nonostante la vertiginosa disuguaglianza di ricchezza e reddito, la politica di classe, che inizialmente aveva dato vita agli Stati del benessere nel dopoguerra, brilla per la sua assenza. I vari tentativi di rivitalizzare la socialdemocrazia sono falliti e la rivolta contro la classe politica dominante si è manifestata principalmente nell’estrema destra. Perché? E qual è il nesso tra questa situazione e la nuova fase del capitalismo? È utile, in primo luogo, esaminare l’impatto generale del capitalismo politico sulla quota del lavoro nel reddito nazionale e, successivamente, analizzare più approfonditamente la struttura della disuguaglianza esistente tra gli stessi lavoratori dipendenti. La combinazione di questi due processi spiega perché si registri un malcontento così profondo nei confronti della democrazia liberale e perché risulti così difficile organizzare una politica socialdemocratica. Le conseguenze distributive del capitalismo politico sono evidenti e brutali. Dal 1980 la quota del lavoro nel reddito nazionale degli Stati Uniti è diminuita del 7 per 100, mentre la quota degli utili è aumentata drasticamente in un contesto di calo degli investimenti [12]. A prima vista, ciò potrebbe sembrare una base ovvia per un programma populista di sinistra diretto specificamente contro il gruppo di coloro che traggono profitti in modo sempre più parassitario. Ma tale conclusione sarebbe errata, poiché ignora la distribuzione estremamente diseguale della fetta sempre più ridotta del reddito da lavoro dipendente. Un elemento importante è il forte aumento della disuguaglianza tra le imprese. Se è vero che l’economia è sempre stata dominata da un numero relativamente ridotto di imprese di grande successo, il modo in cui ciò interagisce con la disuguaglianza salariale è nuovo [13]. Le imprese erano solite impiegare una combinazione di manodopera qualificata e non qualificata o, in altre parole, di lavoratori in possesso di titolo di studio e privi di esso. Questo è sempre meno comune, poiché le imprese si dividono tra quelle che assumono principalmente lavoratori senza titolo di studio e quelle che ricorrono esclusivamente a laureati [14]. La dinamica macroeconomica dell’aumento della disuguaglianza di reddito non ha quindi portato a un’ampia divisione della popolazione tra proprietari e non proprietari, ma in realtà il processo ha frammentato la classe lavoratrice. Un gruppo di aziende altamente redditizie, che per lo più traggono vantaggio dall’inflazione dei prezzi degli attivi, ha condiviso parte dei propri profitti con un gruppo ristretto e altamente qualificato dei propri lavoratori, mentre la grande maggioranza delle aziende a bassa redditività paga molto poco ai propri dipendenti [15]. Pertanto, nel contesto di una diminuzione generale della quota dei redditi da lavoro nel reddito nazionale totale, i lavoratori con e senza titolo universitario hanno avuto destini economici molto diversi. Il primo gruppo se l’è cavata relativamente bene, mentre la posizione relativa del secondo si è deteriorata [16]. Nonostante il calo della quota del reddito da lavoro nel reddito nazionale, la politica non è stata caratterizzata da una recrudescenza del conflitto di classe, ma piuttosto da una lotta tra gruppi di status in cui chi possiede una formazione universitaria o titoli accademici si oppone a chi ne è sprovvisto. Intrecciato a questa opposizione vi è un conflitto che contrappone i lavoratori bianchi e nativi del Paese alle persone di colore e agli immigrati [17]. Perché la politica ha assunto questa forma? Non vi sono risposte del tutto soddisfacenti a questa domanda. Un gruppo di studiosi invoca, in modo piuttosto tautologico, l’esistenza di uno «scontro culturale», mentre un altro lo attribuisce in generale alle concezioni errate sostenute dalla sinistra e dal centro-sinistra. Nel contesto del capitalismo politico, tuttavia, il motivo per cui la nostra politica assume questa forma risulta chiaro. Man mano che l’autorità politica si orienta sempre più verso gli interessi dei detentori di capitale, il margine per offrire benefici alla massa dei lavoratori dipendenti si è ridotto, mentre, allo stesso tempo, si è ampliato il margine affinché un segmento relativamente piccolo della classe operaia possa partecipare a questi enormi profitti, il che ha portato i lavoratori dipendenti ad adottare strategie diverse, estranee alla classe, per proteggere i propri interessi materiali. Hanno prevalso due strategie di questo tipo. La prima, accessibile principalmente a chi possiede titoli di studio formali, consiste nel cercare di ottenere alcuni vantaggi dalle imprese che hanno beneficiato, direttamente o indirettamente, dell’inflazione dei prezzi degli asset. Questo gruppo di lavoratori dipendenti relativamente privilegiati ha costituito la base della politica di centro-sinistra, che ha rivendicato la competenza specialistica e la scienza e si è sentita spontaneamente attratta dall’ideologia della meritocrazia, che si adatta perfettamente alle sue circostanze materiali. La seconda strategia, alla portata soprattutto di chi non possiede titoli accademici, è consistita nel ricorrere a identità primarie (razza, cittadinanza, genere) per difendere ciò che si può ragionevolmente difendere [18]. Questo gruppo è stato il principale sostegno della politica di destra nel periodo attuale, la quale divide i lavoratori dipendenti e delegittima le istituzioni democratiche, oltre ad essere profondamente connessa alle realtà materiali del capitalismo nella sua fase attuale. La conclusione politica di questa analisi è cupa. Il capitalismo è stato compatibile con la democrazia nella misura in cui si è verificata una separazione relativa tra l’economia e lo Stato. Se si potevano garantire gli interessi materiali fondamentali dei capitalisti, questi ultimi potevano tollerare una varietà di esiti politici. Inoltre, nella misura in cui il capitalismo era un sistema dinamico orientato alla crescita, ha creato una classe lavoratrice interessata ad ampliare i propri diritti e dotata della capacità di rivendicarli, il che ha portato a un sistema in cui le elezioni avevano delle conseguenze. Ma il capitalismo politico mina la democrazia su entrambi i fronti. Dal punto di vista capitalista, trasforma il controllo sullo Stato in una questione economicamente decisiva, riducendo così la tolleranza nei confronti dei cambiamenti elettorali. Dal punto di vista della classe lavoratrice, la frammenta in gruppi privilegiati e meno privilegiati, una realtà che mina la formazione di interessi collettivi e la capacità dei movimenti sociali. Questa configurazione politica tende a rafforzarsi e a erodere profondamente la democrazia elettorale. È probabile che il matrimonio forzato tra capitalismo e democrazia vada in pezzi nei prossimi decenni, se non verrà modificata la struttura fondamentale dell’economia politica. La crisi della democrazia non può essere attribuita agli errori strategici e di comunicazione dei partiti di centro-sinistra, né a una trasformazione culturale diffusa. In realtà, è il carattere stesso del capitalismo contemporaneo a minarla. Questo è un monito per tutti noi. Note [1] Thomas Piketty documenta in modo ben noto tre fasi fondamentali della disuguaglianza: un regime di elevata disuguaglianza precedente alla Seconda guerra mondiale; un regime di bassa disuguaglianza e alta crescita durante «les trente glorieuses»; e un ritorno a livelli più elevati di disuguaglianza e minore crescita a partire all’incirca dal 1980. Cfr. Le capital au XXIe siècle, Parigi, 2013 [ed. inglese: Capital in the Twenty-First Century, Cambridge (MA), 2014, p. 368; ed. spagnola: Il capitale nel XXI secolo, Madrid, 2014], e Capital et idéologie, Parigi, 2019; Capital and Ideology, Cambridge (MA), 2020, pp. 16-20. [2] Si vedano Cédric Durand, Techno-féodalisme: critique de l’économie numérique, Parigi, 2020, e Yanis Varoufakis, Technofeudalism: what killed capitalism, New York, 2023. [3] Per due critiche incisive al modello tecnofeudale, si vedano Evgeny Morozov, «Critica de la razón tecnofeudal», New Left Review 133-134, marzo-giugno 2022, pp. 99-140 [«Critique of Techno-Feudal Reason» New Left Review 133-134, novembre-febbraio di 2022, pp. 89-126, e «Le numérique nous ramène-t-il au Moyen Âge?», Le Monde Diplomatique, n. 857, 72, agosto 2025, pp. 1, 8-9. [4] Max Weber, Economy and Society: An Outline of Interpretive Sociology, Oakland (CA), 1978, pp. 965-966 e Richard Holcombe, Political Capitalism: How Political Power is Made and Maintained, New York, 2018, p. 41. [5] Per una prima esposizione, cfr. Dylan Riley e Robert Brenner, «Siete tesis sobre la política estadounidense», New Left Review 138, gennaio-febbraio 2023, pp. 7-31. Una spiegazione più dettagliata del modello si trova in Dylan Riley, «The Rise of Political Capitalism, the Crisis of Democracy, and the Strategic Tasks of the Left», in Rosa Vasilaki e George Souvlis (a cura di), Politics of Liberation: Conversations with Theory and History, Atene, 2025, pp. 79-103. Dylan Riley e Robert Brenner, «La larga desaceleración económica y sus consecuencias políticas: Una respuesta a los críticos», New Left Review 155, novembre-dicembre 2025, pp. 29-80, rispondono a una serie di obiezioni. Mehrdad Vahab, Destructive Coordination, Anfal and Islamic Political Capitalism: A New Reading of Contemporary Iran, Londra, 2022, p. 117, descrive il capitalismo politico come una forma di generazione di profitti basata sull’appropriazione politica piuttosto che sulla produzione. Péter Mihályi e Iván Szelényi. «The Place of Rent-Seeking and Corruption in Varieties of Capitalism Models», in Tamás Gerőcs e Miklós Szani (a cura di), Market Liberalism and Economic Patriotism in the Capitalist World System, Londra, 2019, pp. 67-97, sviluppano ampiamente il concetto di rendita come spiegazione alternativa alle tesi sostenute da Piketty. Venelin I. Ganev, in «Postcommunist Political Capitalism: A Weberian Interpretation», Comparative Studies in Society and History, vol. 51, n. 3, 2009, pp. 648-674, sviluppa l’idea del capitalismo politico come un insieme di poteri politici de facto associati alla frammentazione dello Stato e alla violazione del diritto formale. [6] Vahabi definisce il capitalismo politico come un sistema in cui «si trae profitto dalla sfera della distribuzione attraverso attività di appropriazione», Destructive Coordination, Anfal and Islamic Political Capitalism: A New Reading of Contemporary Iran, cit., p. 117; Randall G. Holcombe, Political Capitalism: How Economic and Political Power is Made and Maintained, Cambridge, 2018, p. 41, suggerisce che il capitalismo politico sia un sistema in cui «la redditività aziendale dipende dalle relazioni e dai contatti, e le imprese devono partecipare a tale sistema per continuare a essere redditizie». [7] Branko Milanovic, in Capitalism Alone, Cambridge (MA), 2019, pp. 96-97, individua tre caratteristiche del capitalismo politico: una burocrazia efficiente, l’assenza dello Stato di diritto e l’autonomia dello Stato. È curioso, quindi, che non lo analizzi realmente come una forma di capitalismo, bensì come una forma di Stato. [8] Stephen Maher e Scott Aquanno, «Profitable Immiseration: Finance Capital at the End of the World», Socialist Register, 2026, pp. 1-31, 1-2, combinano il capitalismo politico con il tecnofeudalismo e condannano entrambi come una versione rinnovata della «teoria del “capitale monopolistico”, secondo cui le tendenze intrinseche del capitalismo verso la concentrazione e la centralizzazione riducono la concorrenza, consentendo alle grandi imprese di fissare i prezzi e ottenere “superprofitti”». [9] Melinda Cooper, Counterrevolution: Extravagance and Austerity in Public Finance (2024), pp. 70-71, spiega molto bene la stretta relazione esistente tra la politica fiscale e l’impennata dei prezzi degli attivi nel caso del settore immobiliare. Thomas Piketty Capital in the Twenty-First Century, cit., p. 189, documenta l’aumento storico della «Q di Tobin», ovvero la differenza tra il valore di mercato e il valore contabile delle imprese a partire dal 1980. Cfr. anche Jonathan Levy, Ages of American Capitalism: A History of the United States, New York, 2021, pp. 611-622. [10] S. Maher e S. Aquanno, «Profitable Immiseration: Finance Capital at the End of the World», cit., p. 2, dove gli autori affermano che «Trump non è emerso dal declino capitalista, ma da una crisi politica e sociale generata dal successo dell’accumulazione». [11] Cfr. Jared Bernstein e Ryan Cummings, «Updating Our AI Bubble Call», Substack, 8 luglio 2026. Come sottolinea Frédéric Lordon, «OpenAI e Anthropic, che stanno perdendo denaro a fiumi, non hanno ancora generato nemmeno un kopek di profitto». Cfr. «In attesa del crollo? Ant/agón, 12 luglio 2026. [12] Per una buona spiegazione di queste dinamiche, cfr. Jan Eeckhout, The Profit Paradox: How Thriving Firms Threaten the Future of Work, Princeton (NJ), 2021, pp. 10-11 e 76-77. [13] Hendrik Bessembinder, «One Hundred Years in the US Stock Markets», manoscritto inedito, 21 marzo 2026. [14] J. Eeckhout, The Profit Paradox: How Thriving Firms Threaten the Future of Work, cit., pp. 9-10. [15] Andrew Yamakura Elrod, «What Was Bidenomics», Phenomenal World, 26 settembre 2024, e J. Eeckhout, The Profit Paradox: How Thriving Firms Threaten the Future of Work, cit., p. 10. [16] Ibid., p. 8. [17] Matt Grossman e David A. Hopkins, Polarized by Degrees: How the Diploma Divide and the Culture War Transformed American Politics (2024), pp. 1-4. [18] Per un’eccellente analisi di questa strategia, si veda David Ost, Red Pill Politics: Demystifying the Far Right From Fascism to Right-Wing Populism (2026), in particolare p. 14. Consigliamo la lettura di Dylan Riley, «Conjeturas de inversión a ciegas sobre la IA», «Marx y Weber o la racionalidad política del capitalismo», «Capitalismo, capitalistas, política», «Culturas políticas, marxismo, política de clase», «Intereses materiales y lucha de clases», «Lenin en Estados Unidos», «Después de la cultura de masas» y «Contra Arendt», todos ellos publicados en Diario Red, y «Sermones para príncipes», NLR 143, «Líneas de fractura: Lógicas políticas del sistema de partidos en Estados Unidos», NLR 126, y Dylan Riley y Robert Brenner, «Siete tesis sobre la política estadounidense», NLR 138, y «La lógica política de los horizontes bloqueados del capitalismo», NLR 155. Aaron Benanav, «Más allá del capitalismo –1: Fundamentos para una economía multicriterio», NLR 153. Questo testo è stato pubblicato su The Ideas Letter e viene qui riprodotto con l’esplicito consenso dell’autore. Dylan Riley è professore di sociologia all’Università della California, Berkeley. È autore di The Civic Foundations of Fascism in Europe: Italy, Spain, and Romania 1870-1945 (Johns Hopkins University Press, 2010; Verso, 2019). È inoltre coautore, insieme a Rebecca Jean Emigh e Patricia Ahmed, di un’opera in due volumi intitolata Antecedents of Censuses: From Medieval to Nation States e Changes in Censuses: From Imperialism to Welfare States (Palgrave, 2016). Oltre a questi libri, ha pubblicato articoli su «American Journal of Sociology», «American Sociological Review», «Catalyst», «Comparative Sociology», «Contemporary Sociology», «Comparative Studies in Society and History», «Social Science History», «The Socio-Economic Review» e «New Left Review» (di cui è membro del comitato editoriale). I suoi lavori sono stati tradotti in tedesco, russo e spagnolo.

  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia Chi sono questi studenti – Le rivendicazioni – Le forme di lotta – La solidarietà sociale e politica – La repressione – il seguito Steve Libbey Dopo un’estate canicolare vissuta in aule vetuste, senza tapparelle e climatizzazione, in una Francia sulle quale sta per abbattersi una finanziaria 2027 con 47 miliardi di euro di tagli, un grande movimento degli studenti medi ha fatto irruzione sule scena politica. La situazione evolve rapidamente, ogni giorno nuovi istituti entrano in lotta. Ieri, 6 ottobre, grandi manifestazioni in tutta la Francia di studenti, sindacati e cittadini indignati per la grande ondata di repressione, di una violenza mai vista soprattutto contro giovani minori.Giovani dai 14 ai 18 anni colpiti in parti vitali del corpo da armi altamente offensive.Arresti intimidatori per qualsiasi pretesto degli adolescenti dagli 11 anni in su. Ma il governo macronista non la vince. Anzi, la repressione inaudita e la legittimità delle rivendicazioni degli studenti medi hanno innescato una grande solidarietà in molta parte della società francese che si sente coinvolta in un unico corpo con gli studenti. In più, la solidarietà di generazione ha coinvolto anche gli studenti universitari che cominciano a bloccare le università. Sono due universi che si scontrano. Da un lato le aspirazioni di giovani e studenti per un altro mondo, dall’altro la logica infernale della finanziarizzazione totale della società, dell’istruzione e della vita. Grandi cortei nelle principali città. La società francese si mobilita per sostenere le rivendicazioni degli studenti medi e difenderli dagli attacchi polizieschi e dalla repressione statale. Molti reportage ed articoli sono stati prodotti, anche in Italia, sugli studenti e le manifestazioni. Chi sono questi studenti, a quale strato sociale appartengono? A differenza degli altri movimenti studenteschi che si sono succeduti in Francia negli ultimi anni, il movimento attuale non è partito dalle scuole superiori delle grandi città. Le lotte sono iniziate con uno sciopero in un Liceo Professionale (LP) della banlieue parigina e si è diffuso rapidamente in tutta la Francia. I motivi più evidenti sono provocati dall’abbandono di immobili ed istituti, dalla mancanza di professori e mezzi, dal troppo tempo passato in classe ma è tutta la struttura dell’insegnamento che è messa in discussione. La generazione in lotta si è formata negli ultimi due/tre anni attraverso le mobilitazioni in favore degli immigrati, della solidarietà di genere e soprattutto contro il genocidio in atto a Gaza ed in tutta la Palestina. In tutti i picchetti davanti alle scuole ed alle mobilitazioni svetta la bandiera palestinese come un vessillo unificante. In Francia, sono chiamate Licei tutte le scuole superiori dopo le medie, e corrispondono in Italia all’IPSIA, agli Istituti Tecnici ed ai Licei (classico e scientifico). Il corso di studio dura tre anni, da 15 a 18 anni, il che spiega la grande quantità di minorenni feriti ed arrestati. I Licei Professionali sono quindi l’equivalente degli IPSIA e degli ITIS in Italia. Sorgono in maggioranza nelle banlieue e nei quartier cittadini periferici delle grandi città dove risiedono le famiglie di quello che potremo chiamare il nuovo proletariato. Nelle grandi città, sono i quartieri delle cinture est e nord-est e sud e sud-ovest, dove esistono i maggiori conglomerati di case popolari. I residenti sono in maggioranza famiglie a basso reddito con reddito precario, i cui componenti vivono con lo SMIC (salario minimo) e sussidi vari e spesso devono prendere prestiti per arrivare a fine mese. La popolazione che abita in questi quartieri si compone di francesi poveri, così definiti per distinguerli dagli immigrati (sic!), da francesi provenienti dalle ex colonie africane, asiatiche e caraibiche e da immigrati naturralizzati. Infatti, anche se non ancora scritto da nessune parte, si capisce dalla composizione di questi quartieri che almeno a Parigi una implicita priorità nell’assegnazione dell’alloggio popolare è data ai nazionali. Nelle banlieue invece, la grande maggioranza delle scuole superiori è sita nelle zone ghetto costruite a partire dagli anni 60 per i francesi originari delle colonie e gli immigrati, a frequentarle sono la quarta o quinta generazione. Il movimento si è poi esteso ai licei letterari e scientifici dei centri città soprattutto per solidarietà poiché questi istituti sono generalmente meglio forniti e dispongono di strutture efficaci e professori disponibili. Le rivendicazioni Oltre alle rivendicazioni riguardanti i finanziamenti per le scuole, le infrastrutture scolastiche, le mense ed il costo del pasto, i professori, gli orari scolastici, la didattica e la pauperizzazione del sistema scolastico, è tutta la struttura della formazione che viene contestata. In Francia l’istituzione scolastica è uno dei principali dispositivi di selezione sociale. Il futuro dei giovani dipende spesso dal quartiere di nascita, dal cognome e dalla scuola frequentata. La carta scolastica impone di frequentare una determinata scuola pubblica, dalla materna (che qui è obbligatoria) alle superiori, nel quartiere in cui sei nato. Questo spiega anche la ghettizzazione di intere schiere di giovani soprattutto in banlieue. Quindi, dai 3 ai 18 anni è impossibile uscire dal proprio quartiere, a meno di ricorrere a stratagemmi, ossia residenze fittizie in un altro quartiere, generalmente in centro città oppure all’iscrizione in uno dei numerosissimi istituti privati che sono parzialmente finanziati dalla spesa pubblica statale con i fondi del ministero dell’Istruzione. Ad esempio, famiglie aderenti alla religione musulmana e che hanno il reddito necessario, non esitano ad iscrivere i figli anche in istituti privati cattolici od israeliti che sono i migliori e meno cari, pur di far uscire i figli dal ghetto. In generale sono accolti ed esentati dagli insegnamenti religiosi. In conseguenza, sono soprattutto nei centri città, dove abita in genere lo strato sociale a maggior reddito, che troviamo le scuole pubbliche elementari, medie inferiori e superiori che aprono la strada per le migliori università e, per quanto riguarda soprattutto Parigi, alla formazione di quelle classi dirigenti destinate ad andare poi nei ministeri ed in parlamento. Questo aspetto residenziale delle scuole innesca un’omogeneizzazione di schiere di giovani attaccati al loro quartiere e banlieue, determina anche un linguaggio e una cultura propria che troviamo poi nella musica Rap, nelle animazioni e clip distribuite via social che creano una corposa dimensione culturale. Attitudine culturale che caratterizza le lotte attuali: dai picchetti davanti alle scuole, alle pratiche di comunicazione fino al linguaggio utilizzato. Altro elemento che ha dato via alle lotte è costituito dalla grande selezione e competitività che è alla base dell’insegnamento. La cultura scolastica, nelle intenzioni del sistema, deve servire a far emergere individualmente e a preparare i migliori per le università quotate e per i concorsi che servono ad entrare nelle facoltà destinate, almeno nelle intenzioni a formare la classe dirigente. Di fatto nei licei normali è difficile sostenere con profitto corsi in classi che - dalla materna alle superiori - contano 35 alunni. Per cui chi ci riesce, riesce e gli altri restano indietro; non a caso un alto tasso di giovani, soprattutto in banlieue, hanno difficoltà a leggere e scrivere dopo la 5° elementare. L’aspetto burocratico ed amministrativo si aggiunge a complicare ulteriormente la vita scolastica. L’ultima riforma di 4 anni fa delle scuole superiori, con creazione di filiere di corsi, obbliga gli studenti a scegliere, a 13/14 anni, il percorso professionale o scolastico che per tutta la sua durata li inchioderà, ghettizzandoli, nelle zone di appartenenza (quasi sempre estrema periferia). Stranieri nella stessa città in cui vivono, spaesati e estranei, immediatamente riconoscibili, appena escono di confini della banlieue, individuati a vista dai buttafuori che non li ammettono nei loro locali e sottoposti a continui controlli di polizia. Sono insomma i nuovi zombie, i ficiés ossia quelli che hanno una faccia diversa. Infine, l’ingresso all’università passa attraverso un contestatissimo sistema informatico, Parcours Sup di cui gli studenti chiedono l’abolizione. Parcour Sup, in pratica invia gli studenti verso un corso di laurea definito da un algoritmo misterioso che utilizza le tre richieste di corso formulate dallo studente, i risultati scolastici, la disponibilità di posti, la zona di residenza abitativa e l’età del capitano (formula ironica popolare) per determinare il corso di laurea obbligatorio, senza possibilità di scelta. In più, tutta questa selezione non serve a niente poiché la società capitalista non offre posti per tutti, men che meno a alto reddito, l’anacronismo della situazione non incanta più nessuno, neppure quelli delle scuole della élite. Conseguentemente, la nuova generazione, ora in lotta, non vede un futuro consistente ed attrattivo ma una vita fatta di sacrifici, inquinamento, guerra alla natura ed alla vita. La selettività della scuola è accompagnata da un corpo insegnante e dirigente che è, seppure minoritariamente e parzialmente, molto repressivo. Gli insegnanti ed i presidi hanno facoltà di segnalare allievi e studenti fino dalla scuola elementare con tutte le derive del caso. Segnalare significa che, fin dalla scuola materna, se sei un bimbo giudicato iperattivo sei schedato dall’istituzione come affetto da TDAH (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) alla famiglia, al medico scolare ed al servizio psichiatrico dell’educazione nazionale. Questa schedatura ti segue per tutto il percorso scolastico e può comportare una sorveglianza di anni e l’attivazione da parte delle istituzioni di un percorso scolastico speciale che può portare al disastro scolastico e personale. Esiste poi un servizio di protezione e sicurezza del ministero incaricato fra l’altro di vigilare sulla disciplina, la gestione degli incidenti, la sicurezza, ecc… In Francia il potere dello stato e dell’istituzione è totale e prioritario, e è detto il potere della procedura. Presidi e servizi di sicurezza sono incaricati di chiamare la polizia per intervenire e sbloccare i picchetti ai cancelli ed i blocchi degli istituti. Questo spiega forse come mai, come riportato con enfasi fuori luogo dai media in Francia ed all’estero, durante momenti di scontro e di tensione, alcuni presidi, insegnanti ed altro personale siano stati oggetto di fenomeni di violenza. Le forme di lotta In questo momento, il ministro degli interni sta con dovizia enumerando in una commissione parlamentare gli atti di violenza commessi dagli studenti in lotta in tutta la Francia, tralasciando quelli commessi da polizia e gendarmi. In realtà, gli studenti picchettano le entrate degli istituti, bloccano gli ingressi o le strade adiacenti. La polizia ed i gendarmi intervengono per sbloccare le scuole e, di fronte al rifiuto degli studenti, applicano violenza e provocazioni a cui seguono le reazioni degli studenti, spesso per difendere compagni ed amici da botte ed arresti. Durante i cortei che sono sempre vietati, le contraddizioni sociali possono esplodere e provocare atti di appropriazione di quei beni di cui i giovani sono privati a causa della loro situazione sociale. Per il resto, si tratta di difesa dalla repressione poliziesca che si scatena immancabilmente non solo contro gli studenti e genitori ma contro chiunque tenti di interporsi in loro difesa, inclusi eletti in parlamento o nei consigli comunali. In alcune città – Marsiglia è il caso più eclatante, dove la ghettizzazione è enorme e una parte della giovinezza è condannata all’illegalità ed alla galera - per la prima volta la rivolta studentesca è stata totale ed ha investito tutta la città con forme di lotta articolate. La repressione è comunque sempre brutale, spesso anticipata e destinata a terrorizzare intere fasce di popolazione. La solidarietà sociale e politica Alle contraddizioni presenti nella scuola si aggiunge la precarizzazione della società francese. Da anni, la spesa pubblica che è un pilastro importante nella struttura del reddito familiare, è stata attaccata a tutti i livelli. Non solo i posti disponibili nella funzione pubblica sono drasticamente diminuiti, ma i servizi pubblici si sono notevolmente degradati. La Sanità Pubblica è stata gravemente colpita dai tagli della spesa sanitaria, dalla diminuzione dei posti letto e soprattutto dal sistema di finanziamento secondo gli atti medici che favorisce per varie ragioni la sanità privata. In più, i tagli alla spesa pubblica hanno provocato la cancellazione e la drastica diminuzione di tutti i sussidi che alimentano il reddito familiare, fra cui gli assegni familiari, i pre salari per i dottorati, le borse di studio e gli aiuti a pagare l’affitto di famiglie e degli alloggi in città per i figli che continuano gli studi. L’accanimento del governo contro le famiglie povere, soprattutto della banlieue si è concretizzato tramite lo sfratto forzato dagli alloggi popolari di intere famiglie che hanno uno dei loro componenti che pregiudicato anche solo per reati minori. D’altronde, la pauperizzazione delle scuole pubbliche, e anche soprattutto della sanità, non è una tematica nuova. La novità invece è che ora non colpisce solo le fasce invisibili ma anche la classe media in declino e in perdita di reddito che non potendo più affrontare i costi del risiedere nel centro della città si sta spostando in massa in quartieri che non aveva mai preso in considerazione prima, proletari, e soprattutto si espande nella prima periferia di Parigi, ossia I quartieri di Parigi che si trovano sul lato interno del bordo della tangenziale cittadina, il périphérique dove sorgono le grosse concentrazioni di case popolari. Tutto ciò ha creato una miscela esplosiva che è penetrata nella scuola tramite le nuove generazioni che non solo subiscono i problemi descritti ma sono anche un riflesso della società in cui vivono. La solidarietà sociale creata attorno al movimento si manifesta tutti i giorni con presidi di adulti, genitori, sindacalisti, avvocati, parlamentari di LFI (La France insoumise) e del PCF (Parti communiste français) davanti ai picchetti ed alla polizia per fare corpo unico con gli studenti. Questa volta l’indignazione non è stata solo di una parte della sinistra ma più generalmente di insegnanti; genitori e società civile. Non solo, i licei dei centri città e le facoltà prestigiose, pur in una situazione scolastica migliore, sono scesi in lotta per pura solidarietà con i giovani stigmatizzati e discriminati delle scuole di periferia e di banlieue. A livello politico-istituzionale, numerosi parlamentari ed eletti del partito La France Insoumise (LFI) si presentano davanti alle scuole e cercano di interporsi fra studenti e forze poliziesche tentando di impedire le cariche e le brutalità e ne escono spesso bastonati. In più, membri di LFI ed altri esponenti della sinistra di rottura vanno spesso nei commissariati a controllare le condizioni di detenzione dei minorenni ed a controllare che non vi siano ulteriori violenze. In reazione, ministri e esponenti macronisti e della destra si scatenano contro il partito LFI arrivando a chiederne lo scioglimento, accusandolo di organizzare gli studenti e fomentare blocchi e manifestazioni violente. La repressione Da sempre le forze repressive francesi sono note per la brutalità del loro intervento soprattutto nei conftonti dei movimenti sociali, come ultimamente contro i Gilets Jaunes (50 mutilati) e il movimento di lotta contro la legge sulle pensioni. La prima risposta del governo francese, da sempre, è di reprimere immediatamente, terrorizzare, incarcerare. Questa brutalità proviene da una lunga storia coloniale, quando nei commissariati di quartiere si torturavano gli aderenti al FLN algerino o gli anticolonialisti di vari paesi africani. Ricordiamo in particolare la sera del 17 ottobre 1961, il FLN (Front de Libération Nationale Algeria - Federazione di Francia) organizzò una protesta pacifica invitando intere famiglie (uomini, donne e bambini) a sfilare disarmate nelle vie del centro. La reazione della polizia, sotto gli ordini diretti di Papon1, fu di una violenza inaudita: gli agenti attaccarono i manifestanti non appena usciti dalle stazioni del metrò e quelli che erano riusciti a concentrarsi sui grandi boulevard (come vicino all'Opéra o a Saint-Germain-des-Prés). Molti algerini furono massacrati a colpi di manganello, calci e armi da fuoco.Decine di manifestanti feriti o tramortiti vennero gettati coscientemente nella Senna dai ponti di Parigi (come il Pont Saint-Michel), dove morirono annegati.Più di 11.000 algerini furono arrestati e ammassati in centri di detenzione improvvisati, come il Palazzo dello Sport o lo stadio di Coubertin, dove subirono violenze e privazioni per giorni. Alcuni storici sostengono che viene applicata agli studenti la stessa metodologia usata contro le rivolte anticoloniali del passato. Seimila adolescenti di 11, 12, 13, 14 anni arrestati in pochi giorni, massacrati e feriti in tutto il territorio nazionale. Non risulta nessun precedente recente di tale terrificante dimensione. Durante tutti mesi del maggio 68 ci furono circa 300/400 arresti. La legge francese che vieta l’arresto di minori è calpestata con infamia. I tribunali per direttissima sfornano condanne vergognose e sommarie e strappano i minori alle famiglie confinandoli in riformatori ed in orridi istituti di rieducazione lontani dalle città di residenza. Le immagini delle violenze poliziesche che ci pervengono sono terrorizzanti, destinate a terrorizzare gli studenti e la popolazione intera. Le armi utilizzate sono le più letali: fucili flash-ball2, lancio di candelotti ad altezza d’uomo da distanza ravvicinata granate modello GM2L3 come quella che ha provocato la mutilazione di un quindicenne, taser4, manganelli e tonfa, esibizione di armi da guerra. Le cariche sono spesso impreviste e di estrema brutalità e coinvolgono anche chi si trova nei paraggi o chi tenta di prendere delle immagini. Sembra che sia stata data l’autorizzazione alle Gerarchie poliziesche territoriali - capisquadra, caporali, graduati ed altri responsabili operativi della polizia antisommossa e gendarmi che comandano le operazioni di piazza contro i manifestanti – di organizzare liberamente la repressione e gli atti repressivi al di là di qualsiasi direttiva centrale, senza nessuna considerazione per età – le mobilitazioni studentesche sono in gran parte composte da adolescenti sesso... D’altrondeo sono numerose le leggi che criminalizzano le lotte sociali e che lasciano campo libero a polizia e gendarmi, promulgate negli ultimi anni, fra cui la più recente che protegge automaticamente, le forze dell’ordine, in caso di uso delle armi, vedi articolo L435-15. Questa impunità si è aggravata negli ultimi anni, dapprima con il presidente socialista Hollande e poi potenziata da Macron negli ultimi dieci anni e non risparmia neppure gli insegnati e gli assistenti sociali scolastici che si schierano con gli studenti. L’impunità è garantita inoltre dal sistema di inchiesta in caso di violenze poliziesche. Di fronte ad una denuncia per brutalità, interviene prima un organo interno alla polizia e alla gendarmeria, l’Ispezione Generale di Polizia o Gendarmeria (IGPN). L’IGPN stabilisce se esite o no un motivo fondato per mandare a giudizio un funzionario od una squadra di poliziotti. Come prevedibile, la maggioranza di queste pre-inchieste si chiudono con un non luogo a procedere, il che incentiva polizia e gendarmi a continuare gli atti di repressione.Un quadro che giustifica gli allarmi lanciati a livello internazionale ed all’ONU dalla lega per i Diritti dell’Uomo ma che non scalfiscono il potere macronista. Quale sarà il seguito? Ad oggi non sembra che il movimento degli studenti sia destinato ad esaurirsi ed abbandonare le rivendicazioni e la lotta. La solidarietà sociale è destinata ad allargarsi a tutti gli strati di popolazione in difficoltà e coinvolti nella crisi in corso e nella perdita di poter d’acquisto. Non avendo niente da offrire sul terreno della mediazione sindacale e politica, il governo punterà a tirare avanti con la repressione fino al 18 ottobre, data di inizio delle due settimane di vacanze scolastiche6, sperando che, insieme alla ripresa di corsi ed esami e della selezione, si produca l’effetto di fermare il movimento. Tuttavia, tutto non sarà così facile, non solo per la determinazione del movimento ma per l’intervento di altri fattori. Comincia a montare l’opposizione sociale contro la legge di bilancio 2027 in preparazione che, come detto sopra, prevede un taglio di 46 miliardi di € alla spesa pubblica. Tutti i settori sociali ne saranno colpiti. Fra le principali misure, i pensionati vedranno le pensioni ridotte e la tassazione aumentata, gli studenti vedranno per la prima volta l’introduzione delle tasse d’iscrizione alle scuole superiori ed all’università (non esistono ad oggi), le indennità di disoccupazione saranno ulteriormente ridotte insieme a tutti i principali sussidi che aiutano le famiglie a tirare fine mese. Parallelamente, la spesa militare ammonta attualmente a quasi 100 miliardi di euro e le esenzioni dai contributi sociali alle aziende ammonta a circa 75 miliardi de euro annui, di che finanziare ampliamente tutte le spese sociali. In più il governo prevede l’estinzione di altre due tasse alle imprese di cui una per un valore di circa 4 miliardi annui. La lotta degli studenti non è destinata ad estinguersi. Uno sciopero sindacale è previsto in novembre, i Gilets Jaunes sono intenzionati a rifare apparizione il 17 ottobre, assemblee e manifestazioni cominciano a svilupparsi contro questo massacro sociale… Parigi, 7 ottobre 2026 Note 1. Maurice Papon: segretario generale della prefettura della Gironda dal '42 al '44 – governo Vichy – accusato di essere tra i responsabili della deportazione di 1500 ebrei a Auschwitz -, poi prefetto con De Gaulle e infine ministro del bilancio con Giscard d'Estaing; 2. Flash-Ball: un lanciatore di proiettili portatile, progettato dal produttore francese di armi Verney Carron, usato dalla polizia antisommossa francese e da società di sicurezza private, come alternativa alle armi da fuoco e ai proiettili di plastica. Le munizioni hanno la forma di un proiettile di grande diametro, 40 millimetri che viene sparato a circa 80 m/s; 3. Granata modello GM2L: dispositivo lacrimogeno e assordante utilizzato dalle forze dell'ordine francesi; 4. Taser: dispositivo di immobilizzazione, quando i dardi colpiscono il bersaglio, rilasciano una scarica elettrica in grado di bloccare temporaneamente i muscoli; 5. Articolo L435-1: il 7 luglio 2026 l'Assemblée nationale ha approvato una nuova proposta di legge (sostenuta dal partito Les Républicains e dal governo) che introduce una presunzione di legalità (o presunzione d'uso legittimo) dell'arma; 6. Vacanze scolastiche: in Francia, il calendario scolastico dell'anno 2026 è organizzato con pause di due settimane ogni sei o otto settimane e vede la divisione del Paese in tre zone accademiche (A, B e C) per le vacanze invernali e primaverili Massimo Meloni fino al 1983 ha lavorato alla SIT-Siemens di Milano militando nei Collettivi politici operai. Si è poi trasferito in Francia, a Parigi, dove ha lavorato per molti anni nel settore delle telecomunicazioni. Si occupa attivamente di politica antagonista e ha partecipato fin dall’inizio al movimento dei Gilets jaunes.

  • konnektor

    Chi pagherà i costi della crisi sistemica del capitalismo? Elaborazione grafica da un'opera di Peter Keighron Cosa significa dire che ci troviamo in una «policrisi»? Nel contesto di un capitalismo sempre meno democratico, la totalità degli Stati ricchi del mondo si trova ad affrontare un insieme simile di crisi emerse in modo più o meno impercettibile. Dietro a esse si nasconde una crisi fiscale dello Stato, in gestazione da molto tempo, e che ora finalmente viene alla luce, in cui le crescenti esigenze poste alla società dal capitalismo contemporaneo si scontrano con le capacità sempre minori dei sistemi politici democratici di garantire le risorse necessarie per soddisfarle. Una delle conseguenze è la significativa ascesa, più o meno simultanea in tutti questi paesi, di partiti di opposizione di nuova generazione, critici nei confronti dell’ordine esistente, che minacciano di estromettere dal potere i vecchi partiti al governo dal secondo dopoguerra. I dettagli variano da un paese all’altro, anche se non in misura significativa. Per quanto riguarda la Germania, tutti i governi, indipendentemente da chi li guidi, si trovano ad affrontare all’incirca i seguenti problemi, che sono tanto acuti quanto difficili da risolvere, almeno nel breve termine. E tutti causati da una politica latente di austerità, che si è tradotta in una mancanza di investimenti in beni pubblici. Tali problemi, non secondo un ordine di priorità particolare, sono: la stagnazione della crescita, in cui ogni cambiamento strutturale assume il carattere di un gioco a somma zero; il deterioramento delle infrastrutture pubbliche, comprese ferrovie, ponti e strade; una crescente carenza di alloggi e l’aumento degli affitti urbani; l’incapacità di adattare sia le città che le zone rurali alle conseguenze del cambiamento climatico; la mancanza di una politica in materia di immigrazione in grado di contrastare l’invecchiamento della popolazione e il forte calo dei tassi di natalità; il decadimento del sistema educativo, in particolare dell’istruzione primaria; l’indebitamento delle autorità locali e la loro sempre minore capacità di effettuare gli investimenti necessari e di fornire i servizi essenziali; la crescente disuguaglianza di reddito e di ricchezza, con le famiglie a basso reddito – in particolare, quelle con a capo madri single – che ne sono cronicamente le più colpite; e, ultimo ma non meno importante, l’ansia generalizzata per il futuro, alimentata in parte dal timore di tagli ai servizi pubblici essenziali forniti dallo Stato, il cui finanziamento sta diventando sempre più difficile. Queste crisi, in Germania come altrove, hanno due cose in comune: in primo luogo, sorgono in un momento in cui gli Stati, in teoria responsabili della loro risoluzione, sono già profondamente indebitati; e, in secondo luogo, le promesse fatte dai leader di risolverle sono impossibili da mantenere, quanto meno non prima delle prossime elezioni. Non c’è, ovviamente, nulla di nuovo nell’idea che le finanze pubbliche possano diventare il tallone d’Achille del capitalismo governato democraticamente. A partire dagli anni ‘70 si è ampliato il divario tra i costi generali del capitalismo e ciò che le imprese capitalistiche sono disposte – o possono essere costrette – a pagare per coprirli. Tali costi derivano sia dalle precondizioni necessarie alla produzione capitalistica, sia dalle sue conseguenze – dagli investimenti in ricerca e sviluppo e nella formazione del «capitale umano» alla bonifica dei danni ambientali – ma anche dall’esigenza di garantire legittimità a un modo di produzione in cui i surplus generati finiscono nelle mani di una ristretta classe di detentori di capitale. Tutte le forme di salario sociale – cioè le integrazioni statali al salario fissato dal mercato, come la previdenza sociale e l’assicurazione sanitaria – servono a rafforzare tale legittimità. Man mano che lo sviluppo capitalista (o la «modernizzazione») avanza, e sorgono nuove esigenze tra i lavoratori e le lavoratrici e le loro famiglie, queste spese aumentano, come nel caso delle scuole per l’infanzia o dell’assistenza agli anziani. Allo stesso tempo, la capacità di tassare sia le classi lavoratrici sia le classi dominanti, che traggono profitto dal lavoro altrui, sta raggiungendo il limite: per quanto riguarda i lavoratori, perché ulteriori aumenti delle tasse mettono a repentaglio l’etica del lavoro necessaria al capitalismo e il patriottismo necessario alla democrazia; e nel caso dei capitalisti, perché l’intensificarsi della globalizzazione e della finanziarizzazione ha enormemente accresciuto la capacità del capitale di dileguarsi quando le autorità fiscali si fanno avanti. Già negli anni ‘50 John Kenneth Galbraith descrisse la discrepanza che derivava da una situazione di opulenza privata e miseria pubblica. Tuttavia, ciò che vedeva non era che l’inizio. Negli anni ‘80 e ‘90, al fine di colmare il crescente divario tra le esigenze poste allo Stato e le risorse di cui disponeva – o, più precisamente, per sovvenzionare il sistema di produzione capitalistico in modo tale che sia i soggetti capitalisti che lo guidavano sia i soggetti non capitalisti da essi utilizzati ne rimanessero coinvolti – gli Stati a capitalismo avanzato idearono la strategia di indebitarsi presso il settore finanziario deregolamentato – in termini cumulativi, anziché secondo una logica ciclica di stampo keynesiano – per soddisfare le richieste di entrambe le classi, in funzione del loro rispettivo potere contrattuale. Ma non si poteva continuare all’infinito. Gli ultimi tre decenni hanno visto una serie di tagli fiscali a favore delle imprese e dei redditi più elevati, che hanno portato a un ulteriore accumulo di ricchezza tra i detentori di ingenti patrimoni, oltre che all’aumento dei costi per il sostegno a una popolazione che invecchia e che dipende dalla manodopera immigrata. Il risultato è stato un aumento vertiginoso dei livelli di indebitamento. In Germania, questa situazione è stata a lungo evitata in parte trascurando la manutenzione delle infrastrutture costruite negli anni ‘60. Ma con l’introduzione dei cosiddetti «fondi speciali» del governo Merz – destinati a finanziare le infrastrutture tramite indebitamento al di fuori dei tetti fissati costituzionalmente – e con un bilancio della difesa ormai senza più limiti, il debito sta raggiungendo livelli tali da destare segni di nervosismo tra i creditori. Normalmente, i detentori di capitale possono convivere tranquillamente, anzi, molto tranquillamente, con il debito pubblico. Quando lo Stato ha bisogno di prestiti, prima o poi ricorre a quelli che possono prestare capitali che, altrimenti, avrebbero dovuto versare sotto forma di imposte. Se, invece, ora li cedono allo Stato, lo fanno solo in via temporanea; non solo quei capitali rimangono loro proprietà privata, ma lo Stato li custodisce in modo sicuro per loro conto e in più riconosce un tasso di interesse competitivo; inoltre, quando i creditori venissero a mancare, possono lasciare in eredità sia il capitale che gli interessi ai propri discendenti, assicurandosi che la propria ricchezza rimanga non solo all’interno della propria classe sociale, ma pure all’interno della propria famiglia. Chi si sentirebbe in ansia per questo? Si è tuttavia raggiunto un punto critico in cui il livello di indebitamento è talmente elevato che, secondo la valutazione dei «mercati», lo Stato rischia di perdere la propria «solvibilità», sorgono cioè dubbi sulla sua capacità di onorare il pagamento degli interessi attingendo alle entrate correnti, al punto che anche gli interessi devono essere finanziati ricorrendo a nuovo debito. Di conseguenza, i tassi di interesse su ulteriore debito aumentano a causa del rischio di insolvenza o di un cosiddetto “haircut” [letteralmente «taglio di capelli»] ovvero lo sconto di valore applicato a un titolo offerto in garanzia per ottenere un prestito, imposto democraticamente dal secondo sovrano: l’elettorato. Lo stesso accade quando i tassi di interesse salgono per altre ragioni, come la lotta all’inflazione. A ciò si è già arrivati, o si sta per arrivare, in un numero sempre maggiore di paesi, compresi gli Stati Uniti, dove l’onere degli interessi che il governo federale deve pagare è ora superiore al suo astronomico bilancio della difesa, che a sua volta è il più alto nella storia del paese, compreso anche il periodo della Seconda guerra mondiale. Gli Stati che rischiano di perdere la propria solvibilità, secondo l’imperscrutabile verdetto dei mercati, devono ora convincere i propri cittadini ad accettare un’austerità manifesta anziché latente. Questo è esattamente ciò che sta accadendo oggi in tutto il mondo, ad eccezione degli Stati Uniti, che, in quanto detentori della valuta di riserva mondiale, possono stampare dollari a piacimento, almeno fino all’inevitabile collasso. Attualmente, i responsabili politici dei paesi grandi e piccoli del capitalismo ancora democratico si trovano alle prese con la questione di come dare la notizia ai propri cittadini. In Germania tale strategia si sta sviluppando attraverso il cosiddetto «dibattito sulle riforme» – che comprende tagli alle pensioni, alle indennità di malattia e ai diritti dei lavoratori – condotto sotto lo sguardo attento dei «mercati», mentre, allo stesso tempo, si aprono i rubinetti del debito per placare gli alleati occidentali e l’industria degli armamenti e forse per tentare un ultimo disperato tentativo di frenare la deindustrializzazione. Dato che non hanno alcuna speranza, in un futuro prevedibile, di tenere sotto controllo una crisi fiscale che ormai non procede più lentamente, né le crisi delle infrastrutture e del welfare che la accompagnano – soprattutto ora che il tetto del debito è stato raggiunto – i partiti del centro conservatore hanno abbandonato il loro tradizionale approccio a diffondere buon umore e ottimismo («Ce la faremo!»). Tale approccio non riscuote più lo stesso successo che aveva ai tempi di Angela Merkel. Lo stesso vale per il consueto ritornello democratico secondo cui, se non si è soddisfatti delle politiche del governo, basta semplicemente votare un altro partito alle prossime elezioni; il rischio che ciò avvantaggi la nuova opposizione antisistemica sembra troppo grande. Tale situazione spiana la strada alla formazione di un cartello di partiti all’interno del quale si eviti il conflitto almeno tra le formazioni principali. In Germania questo scenario risulta particolarmente plausibile: dopotutto, la CDU e l’SPD sono state al governo in modo quasi ininterrotto durante i lunghi anni di «austerità nell’ombra», governando prevalentemente in coalizione. Così uniti, si può aprire un secondo fronte di crisi. Il problema non è più semplicemente l’aumento degli affitti e il costo della vita alle stelle, la riduzione dei servizi pubblici o il fatto che fasce sempre più ampie della popolazione dipendano dai banchi alimentari – il settore con il tasso di crescita più alto in Germania – ma il «populismo», l’AfD e il neofascismo. Tutto ciò rende necessario che «noi, i democratici», serriamo ancora una volta le file. Anziché lottare contro il crescente potere dei mercati sul popolo, ci viene chiesto di combattere la destra, di difendere fino in fondo la «nostra democrazia», in nome della quale ci si chiede, per favore, di mettere da parte le nostre meschine dispute su chi debba subire per primo la spietata austerità richiesta dai mercati dei capitali sovvenzionati e chi dovrebbe per ora esserne risparmiato. A prima vista, nella prospettiva della classe politica dominante, questa linea d’azione risulta senza dubbio allettante. Le manifestazioni di tutte le persone di buon senso contro l’AfD sono preferibili alle manifestazioni contro l’aumento del costo della vita; fare muro contro l’AfD costa molto meno che isolare le pareti dei vecchi appartamenti; i rapporti del Bundesamt für Verfassungsschutz (Ufficio federale e per la tutela della Costituzione) sono molto più economici degli asili e delle scuole in cui si possano accogliere ed educare tutti i bambini e le bambine. Inoltre, giocare con l’idea, in nome della «democrazia militante», che la Corte costituzionale tedesca vieti un partito sostenuto da almeno un terzo dell’elettorato garantisce che ci sia qualcosa di emozionante da raccontare nei telegiornali serali sul lavoro quotidiano di chi governa lo Stato. Ma tutto questo non funzionerà, né ora né a lungo termine. La «lotta contro la destra» non risolve nemmeno il problema dell’AfD. Né le manifestazioni di massa, né i boicottaggi ai congressi del partito, né i blocchi stradali, né le valutazioni del Bundesamt für Verfassungsschutz (l’AfD è stata «riconosciuta come [un partito] di estrema destra»), né la minaccia della sua messa al bando sono servite a frenarne l’ascesa al primo posto negli ultimi sondaggi d’opinione né a impedirne la vittoria nelle recenti elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, perché tutte queste azioni non fanno nulla per risolvere i veri problemi, che la classe politica vorrebbe nascondere dietro il problema AfD. Anche se il partito venisse messo al bando, i treni continuerebbero a non circolare in orario, il numero di morti per il caldo non diminuirebbe, le città non diventerebbero più vivibili, gli affitti non calerebbero e le pensioni e i posti di lavoro non sarebbero più garantiti. Lo stesso accadrebbe, del resto, se l’AfD entrasse al governo invece di finire in prigione, politicamente o fisicamente. Tuttavia, la saggezza politica dominante teme di dare all’AfD l’opportunità di fallire di fronte alla policrisi, proprio come hanno fatto tutti gli altri. I «democratici» farebbero bene a ricordare qualcosa che Einstein molto probabilmente non ha mai detto, anche se avrebbe dovuto farlo: «La follia è fare sempre la stessa cosa, aspettandosi risultati diversi». L’AfD non vedrà calare il consenso con la prossima manifestazione né con la prossima ondata di informazione televisiva di parte; in realtà, accadrà il contrario. Mentre le forze dello Stato e della democrazia si esauriscono sul campo di battaglia secondario della «democrazia contro il populismo» nel tentativo di distogliere l’attenzione dalle crisi che esse stesse hanno provocato, l’AfD avrà vita facile. Ciò vale anche per l’ultima versione della «democrazia militante», che consiste nell’affiancare al nemico interno uno esterno (russo), confondendo il più possibile le due questioni utilizzando teorie del complotto. Tuttavia, la trasformazione di uno Stato sociale in uno Stato di guerra – ispirata alla Zeitenwende [“svolta epocale” espressione riferita in particolare all’aggressione russa all’Ucraina] e bollando l’AfD come «quinta colonna del Cremlino» – solleva la questione di come un governo oberato dal debito intenda finanziare il conseguente aumento della spesa per la difesa fino ad almeno il 5% del PIL. Ricorrerà a un’austerità ancora maggiore – o addirittura a ulteriore debito – a rischio di una rottura definitiva con il popolo sovrano o con i mercati finanziari mondiali, o con entrambi contemporaneamente? Cosa dovrebbero fare coloro che stanno dalla parte della «democrazia»? Un primo passo sarebbe ammettere che, dopo tutti questi anni di credit-pump capitalism [capitalismo pompato da credito e da debito], come lo definì Ralf Dahrendorf, non può più esserci una formula magica. In secondo luogo, bisognerebbe smettere di fare promesse che tutti sanno essere prive di sostanza: quella di «dare una scossa all’economia», come se fosse il motore di un vecchio Maggiolino Volkswagen in panne; quella di pareggiare il bilancio pur spendendo il 5% del prodotto nazionale lordo – per di più ricorrendo all’indebitamento – in armamenti; o quella di portare il sistema scolastico agli standard scandinavi mentre gli attuali alunni sono ancora sui banchi; tutto ciò continuando semplicemente a «tagliare le spese» e a «lavorare sodo». Soprattutto, bisogna porsi delle domande – specialmente da parte della sinistra – di fronte a un pubblico che, contrariamente ai consigli degli «esperti» di pubbliche relazioni, dobbiamo continuare a considerare capace di ragionare, se vogliamo che la democrazia continui a esistere. Come possiamo fare in modo che il capitale si faccia carico dei costi che impone alla società e alla natura? Come possiamo evitare l’elusione e l’evasione fiscale? Come possiamo proteggere le imprese che offrono lavoro di qualità ai cittadini del nostro Paese da un sistema commerciale globale che non ha alcun riguardo per i lavoratori? Come possiamo frenare il calo demografico, sia attraverso l’immigrazione sia grazie a migliori politiche a favore della famiglia? Come possiamo alleggerire il peso del debito delle nostre amministrazioni locali per consentire loro di fornire i servizi pubblici indispensabili per una vita dignitosa di tutti e tutte in società in transizione come la nostra? E come deve essere ristrutturata la «nostra democrazia» affinché sia una democrazia per tutti e tutte e offra ai cittadini l’opportunità di prendere in mano la propria vita, invece di dover implorare aiuto a uno Stato le cui casse sono vuote e continueranno a esserlo per molto tempo? Il tempo dei giochi è finito; la situazione è grave ed è urgente diventare adulti. Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, dopo aver insegnato Sociologia presso lo stesso Istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università di quella città tra il 1995 e il 2014. Inoltre è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. Consigliamo di leggere: Wolfgang Streeck, Gewaltbereit: Essays zur Zeitenwende (2026), Taking Back Control? States and State Systems After Globalism (2024), «Sí, podemos», ¿o acaso no? Sobre el catastrófico curso diseñado para Europa por sus clases dominantes», «La guerra de Irán y sus consecuencias: entrevista a Wolfgang Streeck», «No se vislumbra un final: reflexiones sobre la literatura reciente en torno a la destrucción de Gaza», «Violencia estadounidense: entrevista a Wolfgang Streeck», «Progreso tecnológico y cambio histórico: Engels, la guerra y la hipertrofia del Estado en el siglo XX», NLR 123, «¿Cómo terminará el capitalismo?», NLR 87, «La crisis del capitalismo democrático», NLR 71, ¿Cómo terminará el capitalismo?, (2017), Comprando tiempo: La crisis pospuesta del capitalismo democrático (2016), «La coyuntura leída por Wolfgang Streeck» y «La Unión Europea en guerra: dos años después», Diario Red; «El retorno del rey», «El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales», «Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos» y «La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial», tutti pubblicati su El Salto. Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata nell’edizione tedesca di Jacobin. Questo testo è stato originariamente pubblicato su Sidecar e viene ripubblicato qui con l’espressa autorizzazione dell’autore. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • nuovi movimenti

    Lotte d'Europa Il calendario e la rivolta Isabelle Paget-Agnès Ipacolor Sabato 17 ottobre sono attesi cortei in tre capitali europee: a Lisbona sfilerà la CGTP, la confederazione sindacale portoghese; a Roma gli studenti medi raggiungeranno la manifestazione della Cgil per la scuola pubblica, «La Via Maestra». A Parigi, infine, dove i licei sono in agitazione da quasi un mese, la data del 17 è spuntata a settembre da un video anonimo su TikTok contro il caro carburante. I liceali l’hanno adottato come il giorno in cui la loro rivolta potrebbe saldarsi con i salariati. Nessun sindacato ha convocato: le confederazioni hanno fissato il loro sciopero generale al 5 novembre. A Lisbona e a Roma il 17 lo hanno messo in calendario le organizzazioni, da tempo. A Parigi nessuno sa chi l'abbia scelto. A Créteil, periferia est della capitale francese, il 18 settembre gli studenti del liceo Saint-Exupéry hanno scioperato a fianco dei professori, perché le cattedre vacanti restavano vacanti. Il 21 hanno bloccato l'ingresso. Il 6 ottobre i licei toccati erano 891, in piazza c'erano 256mila persone secondo il ministero dell'Interno, 450mila per gli organizzatori. A Madrid, il 26 settembre, dopo un corteo per una donna di ottantasette anni sfrattata dalla casa in cui viveva da settant'anni, un centinaio di tende è comparso alla Puerta del Sol. Sei giorni dopo erano 1.300. Maricarmen è morta il 7 ottobre. Quel giorno i due maggiori sindacati spagnoli hanno fissato lo sciopero generale per l'11 novembre, la data proposta dagli inquilini. La domanda che circola, perché da noi i giovani non si ribellano, è mal posta. Il punto non è se una data ci sia. È chi la fissa e se viene prima o dopo il conflitto. Due e mezzo Fino all'inizio di ottobre, tra i paesi latini d'Europa, il conto era di due a due: Francia e Spagna in piazza, Portogallo e Italia no. Ora è cambiato. Il 10 ottobre una piattaforma di una quarantina di associazioni, «Não dá mais para viver assim», ha portato molte migliaia di persone nelle strade di cinque città portoghesi, con l'intenzione dichiarata di fare come in Francia e in Spagna. Nessuno ha piantato le tende, gli universitari hanno fissato il loro corteo contro le tasse per il 21 ottobre. In Italia, dal 5 ottobre, le occupazioni si moltiplicano a Torino, a Roma, a Napoli, con la parola d'ordine: «Facciamo come in Francia». L'imitazione è già un dato: la ferita esiste. Resta da capire se c'è anche il resto. Le spiegazioni correnti non aiutano. Il familismo: spagnoli e italiani lasciano la casa dei genitori alla stessa età, poco più di trent'anni, ma gli spagnoli sono in piazza. La repressione: in Italia bloccare una strada con il proprio corpo è diventato un delitto, ma in Francia i fermati sono stati migliaia e la protesta è cresciuta. L'apatia: un anno fa, il 3 ottobre 2025, per Gaza la Cgil contò oltre due milioni di persone in cento piazze. I ragazzi italiani scendono in piazza per una causa lontana e giusta più che per la propria scuola o il caro affitti. Resta la demografia, che non va liquidata. L'Italia ha l'età mediana più alta dell'Unione, 49,1 anni; il Portogallo segue con 47,3. I minori di quindici anni sono il 16,6 per cento dei francesi e l'11,9 degli italiani, ultimi fra i ventisette. In pochi si conta poco. Ma è una condizione, non una causa: dice quanti sono, non perché restino divisi. Due ponti Che cosa è scattato a Parigi e Madrid? Non più rabbia, ma un ponte, un innesco materiale che costringe composizioni sociali diverse a trovarsi nello stesso posto a condividere il conflitto. In Francia il ponte è la scuola di periferia e passa per gli insegnanti. Il movimento non nasce contro i professori ma con loro. In Seine-Saint-Denis un docente racconta di un liceo costruito per 1.200 alunni che ne ospita più di 1.600. Dietro i primi blocchi ci sarebbe stato un piccolo sindacato liceale, l'USL; dalla banlieue la protesta è risalita ai licei del centro, poi alle università, infine ai sindacati. Per il 13 ottobre l'intero fronte sindacale della scuola, dalla FSU alla CFDT, ha proclamato lo sciopero e la CGT chiama in piazza i dipendenti pubblici. Le confederazioni, invece, hanno scelto una data loro: lo sciopero interprofessionale del 5 novembre, un mese dopo. Non è una linea retta: l'8 ottobre i manifestanti erano scesi a 71.500. Ma la Francia ha un repertorio a cui attingere: dai liceali del 1990 a quelli contro il contratto di primo impiego del 2006, un movimento che rifluisce ma sa ripartire. Parcoursup, la piattaforma che smista ogni diplomato verso gli studi superiori, accomuna tutti: un solo algoritmo per un'intera generazione. Il governo ha prima cercato un mandante nella France Insoumise, poi ha concesso 3.024 supplenti. In Spagna il ponte è l'affitto. Solo il 14,5 per cento dei giovani tra i sedici e i ventinove anni vive fuori casa; l'affitto medio, 1.176 euro, equivale al 98,7 per cento del salario di un giovane. È una penale che attraversa classi e generazioni. Il promotore è un sindacato di inquilini, non un partito né un'associazione studentesca. Anche qui c'era un repertorio: quindici anni fa, nella stessa piazza, le tende del 15-M avevano insegnato come si fa. Il 2 ottobre il Congresso ha bocciato i decreti del governo sulla casa, Sánchez ha sciolto le Camere: si vota il 29 novembre. Gli accampati non hanno smontato: chiedono affitti dimezzati, contratti a tempo indeterminato, l'esproprio delle case dei fondi speculativi. Hanno chiesto lo sciopero generale e ne hanno indicato il giorno. Comisiones Obreras e UGT, che non ne proclamavano uno insieme da quattordici anni, si sono adeguati. Anche Madrid, dunque, ha una data. Ma l'ha scelta la piazza. Due metà L'Italia ha avuto la sua Puerta del Sol e la sua Créteil. Non si sono mai incontrate. La prima è del maggio 2023: una studentessa di ingegneria pianta una tenda davanti al Politecnico di Milano. In due settimane le tende sono davanti agli atenei di una dozzina di città. Le montano le rappresentanze studentesche, le abitano i fuori sede. A Roma ottengono un tavolo con la Regione. Tre anni dopo una stanza singola a Milano costa in media 704 euro al mese; dal 2020 i canoni sono saliti del 40 per cento a Roma e del 45 a Torino. La seconda è del novembre 2024. Ramy Elgaml, diciannove anni, muore a Milano al termine di un inseguimento dei carabinieri. Il Corvetto brucia per due notti, la rivolta non esce dal quartiere. Un mese dopo arrivano le Zone Rosse, nel primo elenco il Corvetto è l'unica periferia. In nove mesi vengono identificate 463.250 persone per emettere 3.459 ordini di allontanamento. Chi siano i controllati non si sa, perché la prefettura ha negato i dati disaggregati. Si sa come li chiamano i giornali: «maranza», il nome con cui un conflitto viene consegnato alla cronaca nera, prima che possa diventare politico. Intanto, dopo il decreto Caivano, i ragazzi negli istituti penali minorili sono passati da 381 a 572: per Antigone non è cresciuta la criminalità, è cresciuta la risposta penale. Studenti senza periferia, periferia senza studenti: è il modo in cui la scuola italiana distribuisce i suoi ragazzi, a quattordici anni li divide in tre canali: liceo, istituto tecnico e istituto professionale. È una scelta che arriva due anni prima della fine dell’obbligo scolastico; in Francia e in Spagna si fa più tardi, a quindici o sedici anni. C’è poi la provenienza di classe: al liceo il 50% dei diplomati ha un genitore laureato; al professionale uno su sette. Gli alunni senza cittadinanza italiana sono cinque su cento nei licei e quindici su cento nei professionali; alle superiori quasi uno su due di loro è in ritardo e più di un quarto non arriva al diploma. Il decreto approvato il 24 settembre promette di combattere le classi ghetto con un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri che non parlano bene l'italiano. Il ministro respinge come falsa l'accusa di voler spostare gli alunni già in classe: la misura riguarda le nuove classi e i nuovi arrivi. Ma un tetto per classe non tocca la distanza tra licei e professionali, né il rapporto fra scuole e abitazioni, che è dove la separazione avviene davvero. Il calendario è lo strumento del primo canale. Fissare una data in anticipo è il gesto di chi ha qualcosa da perdere e un interlocutore da cui farsi ricevere. Gli altri non hanno né l'uno né l'altro, quando si muovono lo fanno come al Corvetto: senza data e senza seguito. Quando il ponte c'era Non è sempre andata così. All'università il Sessantotto nasce al centro: gli iscritti erano passati da 268mila a mezzo milione in sette anni, ma fino al dicembre del 1969 a molte facoltà si accedeva soltanto dal liceo. Nelle scuole superiori è un'altra storia. Monica Galfré ha mostrato che scioperi e occupazioni travolsero licei, istituti tecnici, magistrali e professionali senza distinzione; nel 1967-68 scioperò mezzo milione di studenti medi. Erano la prima leva uscita dalla media unica del 1962, i ragazzi di Lettera a una professoressa di Don Milani. La selezione a quattordici anni esisteva già. Non bastò a dividerli: forse perché allora il tecnico era la scuola dell'integrazione, non quella dei respinti. Il ponte, allora, fu doppio. Il primo era la scuola stessa, appena aperta ai figli dei ceti popolari e ancora gentiliana nei programmi e nei modi: un nemico comune. Il secondo fu la fabbrica. Il 3 luglio 1969, a Torino, il corteo deciso dall'assemblea di operai e studenti parte da Mirafiori e finisce nella battaglia di corso Traiano. Era un giorno di sciopero generale contro il caro affitti e gli sfratti. Il ponte aveva un indirizzo: un cancello, un turno, un'ora. Gli operaisti parlavano di composizione tecnica: il modo in cui la produzione mette i corpi uno accanto all'altro, prima delle idee. Nel 1977 il ponte fu l'università di massa, aperta a tutti i diplomati e diventata il parcheggio di una generazione senza impiego. Asor Rosa parlò di due società; i protagonisti si chiamarono non garantiti. Quando Lama salì alla Sapienza, il 17 febbraio, fu cacciato. Nessuno di questi ponti fu costruito da un'organizzazione. Stavano già lì, qualcuno li attraversò. Un edificio a San Salvario Vista così, la domanda cambia soggetto. Non riguarda il carattere dei giovani italiani e nemmeno il loro numero, che pure pone un limite. Riguarda i luoghi. La fabbrica che metteva insieme l'operaio meridionale e lo studente non c'è più. La scuola che nel Sessantotto teneva insieme liceali e periti oggi separa anche per cittadinanza. L'affitto, che in Spagna ha fatto da ponte, in Italia è rimasto un problema dei fuori sede. Eppure, in questi giorni qualcosa si muove proprio dove bisognava guardare. A Torino le prime due scuole occupate sono un liceo e l'istituto Giulio, che l'Ansa indica come tecnico; dividerebbero lo stesso edificio, a San Salvario. Tra i motivi c'è un regolamento che punisce chi supera cinque entrate o uscite fuori orario in un trimestre: la scuola-caserma è un torto comune a tutti gli indirizzi. A Roma, dopo il Cavour, a due passi dal Colosseo, è toccato a un istituto tecnico commerciale e a un liceo scientifico del quadrante est. Al Cavour, dopo la prima assemblea sull'edilizia scolastica, era in programma un incontro con il movimento per il diritto all'abitare: è la saldatura spagnola, in miniatura. Poi l'onda si è allargata, ma lungo un solo canale. Il 12 ottobre a Torino si aggiungevano altri licei; a Napoli ne erano occupati cinque, il primo a Posillipo; a Genova un liceo annunciava la prima occupazione della città. I tecnici restano l'eccezione. Il calendario si è già riempito: lo sciopero studentesco del 16 ottobre, la Cgil il 17, una mobilitazione generale il 30, lo sciopero internazionale del 20 novembre. La cerniera c'è stata, per qualche giorno. Non stupisce che si sia cominciato da Torino, la città di corso Traiano, dove dal 2020 il prezzo di una stanza è cresciuto del 45 per cento. A Créteil e a Puerta del Sol le organizzazioni c'erano, piccole e radicate dove stava il conflitto: un sindacato liceale di periferia, un sindacato di inquilini. In Spagna le grandi sono arrivate dopo, sulla data decisa dalla piazza; in Francia le confederazioni hanno preferito un mese di distanza. Il 17 ottobre i cortei italiani partiranno in orario. Sarà bene andarci, e contare quanti vengono dai tecnici, dai professionali, dal Corvetto. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The Calendar and the Uprising @Paolo Butturini On Saturday, October 17, marches are expected in three European capitals: in Lisbon, the CGTP, the Portuguese trade union confederation, will march; in Rome, high school students will join the CGIL demonstration in support of public education, La Via Maestra. Finally, in Paris—where high school students have been in turmoil for nearly a month—the date of the 17th emerged in September from an anonymous TikTok video protesting high fuel prices. High school students have adopted it as the day their uprising could merge with that of the working class. No union has called for a strike: the confederations have set their general strike for November 5. In Lisbon and Rome, organizations had already put the 17th on the calendar some time ago. In Paris, no one knows who chose it. In Créteil, on the eastern outskirts of the French capital, students at the Saint-Exupéry high school went on strike alongside their teachers on September 18 because vacant teaching positions remained unfilled. On the 21st, they blocked the entrance. On October 6, 891 high schools were affected; 256,000 people took to the streets according to the Ministry of the Interior, while organizers put the number at 450,000. In Madrid, on September 26, following a march in support of an 87-year-old woman evicted from the home she had lived in for 70 years, about a hundred tents appeared at the Puerta del Sol. Six days later, there were 1,300. Maricarmen died on October 7. That day, Spain’s two largest labor unions set a general strike for November 11, the date proposed by the tenants. The question being asked—why don’t young people rebel here?—is misguided. The point isn’t whether there’s a date. It’s who sets it and whether it comes before or after the conflict. Two and a half Until early October, among the Latin countries of Europe, the tally was two to two: France and Spain took to the streets, while Portugal and Italy did not. Now that has changed. On October 10, a coalition of some forty associations, Não dá mais para viver assim, brought many thousands of people onto the streets of five Portuguese cities, with the stated intention of doing as they did in France and Spain. No one has set up tents yet, but university students have scheduled their protest march against tuition fees for October 21. In Italy, since October 5, sit-ins have been multiplying in Turin, Rome, and Naples, with the slogan: «Let’s do as they do in France». The imitation is already a fact: the wound exists. It remains to be seen whether the rest is there as well. The current explanations aren’t helpful. Familism: Spaniards and Italians leave their parents’ homes at the same age—just over thirty—but the Spaniards are out in the streets. Repression: in Italy, blocking a street with one’s own body has become a crime, but in France, thousands were detained and the protest grew. Apathy: a year ago, on October 3, 2025, the CGIL union counted over two million people in one hundred squares in support of Gaza. Italian youth take to the streets for a distant and just cause rather than for their own schools or high rents. Demographics remain a factor that cannot be dismissed. Italy has the highest median age in the EU, at 49.1 years; Portugal follows at 47.3. Those under fifteen make up 16.6 percent of the French population and 11.9 percent of the Italian population, the lowest among the twenty-seven member states. Few people count for little. But this is a condition, not a cause: it indicates how many there are, not why they remain divided. Two Bridges What sparked the protests in Paris and Madrid? No longer anger, but a bridge—a tangible catalyst that forces different social groups to find themselves in the same place, sharing the conflict. In France, the bridge is the suburban school, and it runs through the teachers. The movement did not arise against the teachers but alongside them. In Seine-Saint-Denis, a teacher describes a high school built for 1,200 students that now houses more than 1,600. Behind the initial walkouts was reportedly a small high school union, the USL; the protest spread from the banlieue to the high schools in the city center, then to the universities, and finally to the unions. For October 13, the entire education union front—from the FSU to the CFDT—has called for a strike, and the CGT is calling on public employees to take to the streets. The confederations, however, have chosen their own date: the interprofessional strike on November 5, one month later. It hasn’t been a straight line: by October 8, the number of protesters had dropped to 71,500. But France has a history to draw upon: from the high school students of 1990 to those protesting the first-job contract in 2006—a movement that ebbs but knows how to surge again. Parcoursup, the platform that assigns every high school graduate to a higher education program, unites them all: a single algorithm for an entire generation. The government first sought to pin the blame on La France Insoumise, then granted 3,024 substitute teaching positions. In Spain, the crux of the issue is rent. Only 14.5 percent of young people between the ages of 16 and 29 live away from home; the average rent, 1,176 euros, amounts to 98.7 percent of a young person’s salary. It is a burden that cuts across classes and generations. The organizer is a tenants’ union, not a political party or a student association. Here, too, there was a precedent: fifteen years ago, in the same square, the 15-M tents had shown how it’s done. On October 2, Congress rejected the government’s housing decrees, and Sánchez dissolved Parliament: the election is on November 29. The campers have not taken down their tents: they are demanding rents cut in half, open-ended leases, and the expropriation of homes owned by speculative funds. They have called for a general strike and set the date. Comisiones Obreras and UGT—which had not called one together in fourteen years—have fallen in line. So Madrid, too, has a date. But it was the people in the square who chose it. Two Halves Italy has had its own Puerta del Sol and its own Créteil. They never met. The first took place in May 2023: an engineering student pitched a tent in front of the Polytechnic University of Milan. Within two weeks, tents had sprung up in front of universities in a dozen cities. Student councils set them up; students living away from home occupied them. In Rome, they secured a meeting with the regional government. Three years later, a single room in Milan costs an average of 704 euros per month; since 2020, rents have risen by 40 percent in Rome and 45 percent in Turin. The second took place in November 2024. Ramy Elgaml, nineteen years old, died in Milan at the end of a chase by the Carabinieri. Corvetto burns for two nights, but the uprising remains confined to the neighborhood. A month later, the Red Zones are established; on the first list, Corvetto is the only outlying neighborhood. In nine months, 463,250 people are identified, resulting in 3,459 removal orders. The identities of those checked remain unknown, as the prefecture has refused to provide disaggregated data. We know what the newspapers call them: maranza, the label used to relegate a conflict to the crime section before it can become a political issue. Meanwhile, following the Caivano decree, the number of youths in juvenile detention centers rose from 381 to 572: according to Antigone, crime hasn’t increased—the criminal justice response has. Students without the suburbs, suburbs without students: this is how the Italian school system distributes its students, dividing them at age fourteen into three tracks: high school, technical school, and vocational school. This choice is made two years before the end of compulsory education; in France and Spain, it is made later, at age fifteen or sixteen. Then there is the issue of class background: in high school, 50% of graduates have a parent with a college degree; in vocational school, it’s one out of seven. Students without Italian citizenship account for 5 percent of the student body in high schools and 15 percent in vocational schools; in high school, nearly one in two of them is behind in their studies, and more than a quarter do not graduate. The decree approved on September 24 promises to combat ghetto classes by capping the number of foreign students who do not speak Italian well at 30 percent. The minister rejects as false the accusation that he wants to move students already in class: the measure applies to new classes and new arrivals. But a cap per class does not address the gap between academic and vocational high schools, nor the relationship between schools and homes—which is where the real separation occurs. The calendar is the tool of the mainstream media. Setting a date in advance is the move of someone who has something to lose and a counterpart to whom they must be heard. The others have neither; when they act, they do so as they did at Corvetto: without a date and without follow-through. When the bridge was there It wasn’t always like this. At the university level, the ’68 movement began at the core: enrollment had risen from 268,000 to half a million in seven years, but until December 1969, many departments were accessible only through high school. In high schools, it was a different story. Monica Galfré has shown that strikes and occupations swept through high schools, technical institutes, teacher-training colleges, and vocational schools without distinction; in 1967–68, half a million high school students went on strike. They were the first cohort to emerge from the unified secondary school system of 1962—the students from Don Milani’s Letter to a Teacher. Selection at age fourteen already existed. It wasn’t enough to divide them: perhaps because, at that time, technical school was a place of integration, not one for the rejected. The bridge, then, was twofold. The first was the school itself, which had only just opened its doors to the children of the working classes and still followed Gentile’s model in its curricula and methods: a common enemy. The second was the factory. On July 3, 1969, in Turin, the march organized by the assembly of workers and students set out from Mirafiori and culminated in the clash on Corso Traiano. It was a day of general strike against high rents and evictions. The bridge had a specific destination: a gate, a shift, a time. The workerists – Operaisti: Workerism is an anti-authoritarian Marxist school of thought and research that developed in Italy in the early 1960s, https://it.wikipedia.org/wiki/Operaismo - spoke of technical composition—the way production places bodies side by side, before ideas. In 1977, the bridge was the mass university, open to all high school graduates and having become a holding pen for a generation without jobs. Asor Rosa spoke of two societies; the protagonists called themselves the unprotected. When Lama went to La Sapienza on February 17, he was driven out. None of these bridges were built by an organization. They were already there; someone crossed them. A building in San Salvario Seen this way, the question shifts focus. It’s not about the character of young Italians, nor even their numbers—though those do pose a limit. It’s about places. The factory that brought together southern workers and students is no more. The school that, in ’68, held high school and vocational students together now separates them—even by citizenship. Rent, which served as a bridge in Spain, has remained a problem for students living away from home in Italy. And yet, these days, something is happening precisely where we needed to look. In Turin, the first two occupied schools are a high school and the Giulio Institute, which ANSA describes as a technical school; they would share the same building in San Salvario. Among the reasons is a regulation that punishes students who enter or leave the school outside of scheduled hours more than five times in a quarter: the barracks-like school environment is a common problem across all academic tracks. In Rome, following the Cavour school—just a stone’s throw from the Colosseum—it was the turn of a technical-commercial institute and a science high school in the eastern part of the city. At Cavour, following the first assembly on school buildings, a meeting with the housing rights movement was scheduled: it’s a miniature version of the Spanish solidarity movement. Then the wave spread, but along a single channel. On October 12 in Turin, other high schools joined in; in Naples, five were occupied, the first in Posillipo; in Genoa, a high school announced the city’s first occupation. Technical schools remain the exception. The calendar is already full: the student strike on October 16, the CGIL strike on the 17th, a general mobilization on the 30th, and the international strike on November 20. The turning point came, for a few days. It’s no surprise that it began in Turin, the city of Corso Traiano, where the price of a room has risen by 45 percent since 2020. In Créteil and at Puerta del Sol, the organizations were there—small and deeply rooted where the conflict was taking place: a high school union in the suburbs, a tenants’ union. In Spain, the major unions joined later, on the date decided by the protesters; in France, the labor federations preferred to wait a month. On October 17, the Italian marches will start on time. It would be wise to attend and count how many come from the technical and professional sectors, and from Corvetto. Paolo Butturini is a journalist. He has covered crime and legal news, entertainment, sports, and politics.Alongside his professional career, he has been active in the labor movement, serving as Secretary of the Roman Press Association and as Deputy Secretary of the National Press Federation. In 2019, he made hisdebut as an author with Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Together with a group of professionals, he founded the A mano disarmata Association (an international and multimedia forum for information against the mafia).

  • il secondo senso

    C'eravamo tanto armati Se questo è un robot seconda parte Méryl Marchetti La prima parte di questo testo è stato pubblicato mercoledì 7 ottobre. Intelligentia ex machina L’atto fondativo dell’Intelligenza Artificiale come disciplina scientifica autonoma è comunemente riconosciuto nella conferenza di Dartmouth, Stati Uniti del Nord-Est, nell’estate del 1956. L’informatico John McCarthy, da non confondere con il Joseph McCarthy del Maccartismo, coniò e utilizzò ufficialmente il termine Intelligenza Artificiale. Recita così il documento che presentava il progetto: «proponiamo che 10 persone per 2 mesi svolgano una ricerca sull’intelligenza artificiale durante l’estate del 1956 presso il Dartmouth college di Hanover, New Hampshire. Lo studio procederà sulla base della congettura per cui, in linea di principio, ogni aspetto dell’apprendimento o una qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possano essere descritte così precisamente da poter costruire una macchina che le simuli. Si tenterà di capire come le macchine possano utilizzare il linguaggio, formare astrazioni e concetti, risolvere tipi di problemi riservati per ora solo agli esseri umani e migliorare se stesse». Tecnologicamente non esistevano ancora gli strumenti per sostenere esperimenti all’altezza di queste intuizioni, ma posero le basi per la cornice scientifica e concettuale in cui ci si muove ancora oggi per parlare di IA, ovvero il principio della sostituzione dell’intelligenza umana con quella della macchina. La lavatrice Dicevamo nell’ultimo articolo [1], che l’Intelligenza Artificiale non ha ancora capacità cognitive autonome, come alcuni vorrebbero. Ovvero non è in grado di processare l’esperienza e la relazione con il mondo esterno, come invece fa la mente umana. Quando l’IA organizza la priorità delle informazioni per classificare, ad esempio, le notizie che arrivano sui social riguardo al genocidio di Gaza, segue un principio non riflessivo ma classificatorio, ovvero l’adeguatezza e l’accondiscendenza dei contenuti rispetto alle abitudini e agli algoritmi prodotti da chi opera la ricerca di informazioni online sull’argomento; non interpreta né riflette sulla selezione di informazioni eseguita e su cosa potrebbe veicolare. In altre parole l’IA non sa nulla degli atroci orrori di Gaza, non conosce la sofferenza [2]. Tutti i discorsi esistenti a livello pop intorno all’IA, che oscillano tra la speculazione finanziaria e la copertina di Linus della perversione post-apocalittica, vivono proprio la tensione, insita nel potenziale dell’IA come ci viene propinata, a sostituire l’umano e le sue capacità. Poi, oltre al discorso della «sostituzione», che in alcuni casi si concretizza in favole mistiche astratte, c’è anche e soprattutto la realtà materiale delle ricadute dell’utilizzo di questa tecnologia avanzata che, come detto, precipita le condizioni di erosione della geosfera e accelera il cambiamento climatico, con tutte le conseguenze tragiche sulla salute e sulla qualità dell’esistenza umana e di tutto il vivente. Ma non solo, esiste un piano, volendo negare qualsiasi responsabilità diretta dell’IA per il global warming, restando in una dimensione prettamente umana, fingendo che essa sia distaccata da tutto il resto, che riguarda l’economia e il lavoro: a oggi l’IA è ancora utilizzata da pochi (la giusta domanda da porsi è: «a chi serve l’Intelligenza Artificiale?») ma viene finanziata con fondi esorbitanti da Stati (non solo occidentali), aziende private e soprattutto dai Big Three [3], senza che produca altrettanti profitti e prodotti (escludendo il mercato bellico, della sorveglianza e della difesa) per il consumo di massa. In poche parole l’IA non sta immettendo lavatrici sul mercato. La rivoluzione tecnologica promessa non è entrata nelle case di tutti noi, come fu per l’aspirapolvere prima e per internet e i computer poi. Non solo, perfino l’oracolo della sostituzione del lavoro umano e la fine di interi settori lavorativi, come speculavano i fascisti dell’apocalisse e tutta l’opinione pubblica appresso a loro, non si è avverato nella misura prevista. Né liberazione, né rivoluzione; è ancora tutto nella sfera del potenziale. Di reale ci sono «solo» lo sfruttamento scellerato delle risorse energetiche della terra e gli investimenti di capitali stratosferici che si reggono sulla promessa di ciò che l’IA potrà fare in futuro. E questo mese, come detto precedentemente, Anthropic debutterà a Wall Street, aprendosi anche alla quotazione in borsa di privati cittadini. Questi giganteschi investimenti, senza il ritorno tangibile di una produzione di massa, sono proprio l’anticamera di una mastodontica bolla finanziaria e di una conseguente crisi economica internazionale che dovremo pagare profumatamente (e molto più salata di quella immobiliare dei primi anni Duemila). La profezia della sostituzione si è scontrata con la realtà dei fattori produttivi. La crescita della produttività nell’era dell’Intelligenza Artificiale sta marciando a ritmi più lenti rispetto all’esplosione informatica degli anni Novanta [4]. E questo non è pensiero dell’apocalisse, sono insegnamenti della Storia recente che dovrebbero metterci sull’attenti. Quindi, nella favola seria dell’IA, ci sono tutti gli ingredienti per grandi conflitti. NOI, sostituiti e mazziati Tutto questo casino, dicevamo all’inizio, è veicolato dalla libidinosa possibilità, promessa dall’avanzamento tecnologico, di sostituire l’umano e la sua intelligenza con la macchina, che attira parecchio certi umani e i loro investimenti. C’è però una questione molto seria, che riguarda il fatto che l’umano non è definito prettamente dalla sua intelligenza. Solo un certo «prototipo» di umano, funzionale a dinamiche produttive e a favole scientifiche moderne, è definito tale unicamente per le sue capacità razionali. Ci sono la dimensione psichica, la sfera delle emozioni, l’esperienza corporea, le dinamiche relazionali, l’inconscio collettivo, l’attività onirica, l’intreccio quantistico – uno dei fenomeni più straordinari e controintuitivi della fisica – e mille altre logiche, che intervengono a qualificare l’animale uomo tra tanti animali e, per alcuni tratti, insieme agli altri animali. La presa in considerazione di queste dimensioni non classicamente definite come «razionali» o «produttive», non è un incidente di percorso, è una scelta storica situata. È una frattura incorporata nella costruzione sociale dell’identità maschile, bianca e occidentale dell’umano e nella costruzione dei prodotti del suo pensiero. Quello che attiviamo quando interagiamo con il mondo e con gli altri nel mondo (umani e non) non è solo la parte razionale, in senso positivista, del nostro cervello; attiviamo una cifra di roba. Tra questa roba c’è della materia iper-valorizzata, quella razionale appunto, in cui l’epoca moderna ha investito, a cui siamo stati addestrati come figli e figlie della modernità. E poi c’è tutto il resto, a cui non è stato attribuito valore ma si muove e agisce comunque dalla dimensione dell’invisibile e dell’invisibilizzato, che «fa» delle cose. Ma ci torneremo, perché questa è una faccenda che conta, senza la quale è impossibile cogliere fino in fondo le implicazioni tra scienza e tecnologia nell’odierna dialettica dell’IA. Divenire altri umani, distruggere NOI. Il dilemma etico sull’IA Dunque l’IA ordina, semplifica, riduce, pettina l’ego di chi la usa che vi trova ripetute verifiche che rafforzano ciò in cui già crede; dando l’illusione della conoscenza soddisfatta e della ragione dalla propria parte, crea scorciatoie nella complessità. La complessità è un attributo del mondo e dei mondi individuali e collettivi all’interno di questo mondo. La vita è una faccenda complessa. Ma nonostante l’IA sia, possiamo dire a questo punto, un’illusione di intelligenza o un’intelligenza parziale, ciò non significa che la sua presenza nel discorso pubblico e il suo utilizzo, per quanto limitato, non faccia qualcosa all’umano che ci si interfaccia. C’è una parte di questo discorso che riguarda la definizione contemporanea di cosa sia «umano», con non pochi limiti nell’usare questa categoria universale neutralizzante; e poi c’è una parte fisiologica non trascurabile, che riguarda la scissione corpo-mente dell’Uomo moderno di cui sopra. Quando, come si dice in neurofisiologia, compio una «delega di funzione», ovvero delego alla macchina lo svolgimento di una funzione celebrale che prima mi dovevo ingegnare a svolgere da sola, cosa succede al mio cervello, al mio modo di pensare e agire? In una recentissima intervista, l’argentino Miguel Benasayag, ex guerrigliero, filosofo e psicanalista, scrive a riguardo delle parole importanti: «Non è strano che io non parli di “rapporto” [in riferimento all’IA], perché il rapporto riguarda il vivente, avviene tra viventi: puoi avere un rapporto con il tuo gatto, con il tuo cane, con la tua compagna, ma non si ha un rapporto con gli oggetti. E questo è un vero problema, perché le conseguenze sono molteplici, e una delle più gravi è che questa “formattazione” che la macchina opera sul vivente elimina dimensioni di soggettività, di complessità, di capacità di regolare il rapporto con sé stessi e con il mondo. Dunque [...] è una trappola: nel momento in cui uno mette un dito in questo tipo di dialogo, ne rimane intrappolato. Un esempio, che ho usato in una conferenza, in Italia e poi in Grecia, dove dicevo: immaginate una cosa un po’ cruda. Immaginate di dover raccontare al vostro amico Roberto che siete un masturbatore compulsivo. Vi sentireste malissimo, perché pensereste: magari Roberto riderà, lo racconterà in giro, cosa penserà di me. Se invece lo dici a una chatbot e ti risponde in modo positivo, non c’è nessun problema. Ma quello che succede con Roberto, in questo esempio – che non è solo buffo, non è detto per scherzare – è che c’è una prudenza in quello che puoi dire e in quello che non puoi dire, perché sei davanti a un altro, un’alterità, che testimonia della tua stessa alterità. Quindi tu vai a regolare quello che dici, a pensarci su, e questo ti fa riflettere. Il modo in cui lo diresti a Roberto ti fa pensare a te stesso, capisci? Sono tutti questi legami sottili a strutturare la relazione, a regolare non solo il rapporto con l’altro, ma anche con sè stessi. Ecco, tutto questo si sta perdendo» [5]. Benasayag nel panorama del pensiero contemporaneo si definisce un «umanista», uno cioè che non separa corpo e mente nell’analisi dell’individuo e delle espressioni sociali collettive. In contrasto con molti post-umanisti e trans-umanisti che oggi, da destra, applicano un pensiero affine a quello degli accelerazionisti e si augurano l’ibridazione dell’umano con l’extraumano per divenire una bio-tecnologia in grado di sfidare la morte e le cosiddette leggi della natura. Parlano di ibridazione, ma di tutt’altro segno, anche alcune autrici femministe, eredi del pensiero del Manifesto cyborg di Donna Haraway, che scommettono sull’ibrido tra organismo e macchina come figura sovversiva. La caduta dei confini tra umano e animale aiuterebbe, in questo senso, a rifiutare i vecchi dualismi natura/cultura, corpo/ragione, maschile/femminile, estirpando la posizione antropocentrica dell’Uomo moderno e dunque la sua capacità predatoria nei confronti di corpi e risorse. Ancora più a fondo va il pensiero femminista che ha origine dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione di Karen Barad della politica nelle pieghe della materia, veicolata dalla teoria fisica dell’entanglement; ovvero, il concetto di intra-azione: nel cosiddetto «realismo agenziale», i soggetti e gli oggetti non preesistono al loro incontro, ma emergono attraverso la loro relazione. Ciò significa che perfino per la fisica quantistica, descritta come la scienza dura per eccellenza, le cose vive del mondo non pre-esistono, non sono determinate una volta e per tutte; esse sono in quanto in relazione complessa con l’altro. La domanda dunque è, può essere quest’altro anche la macchina? Come Benasayag anche i neo-materialisti rispondono di no, ma per altri motivi. Né governata, né vissuta in relazione, per loro l’IA va sabotata sul nascere, perché finché sarà incorniciata nella configurazione capitalista potrà produrre solo sfruttamento di corpi e terre, e privilegio e accumulo di ricchezze per pochi. Ho chiamato questo articolo «c'eravamo tanto armati», citando volutamente a sproposito il mio film preferito di Scola e distorcendone il titolo, perché penso che, come per Luciana, Nicola, Antonio e Gianni, che rappresentano ognuno una grande ideologia del Novecento o la sua totale sconfitta, la vita non ti prepara mai a ciò che sarà. Il futuro è tutto da scrivere e si modifica mentre lo si vive insieme. Quindi penso che la relazione tra le cose del mondo, è vero, faccia il mondo. Ma penso anche che la relazione non è solo un incontro di tipo appagante, può essere conflittuale e portare a strappi e a grandi cambiamenti. L’avanguardia non la fa la delega dell’intelligenza umana al prodotto della sua ansia di morte, ma la fa la capacità, anche quella tutta umana, di scegliere nella complessità, con la complessità. Quindi sì, ci eravamo tanto armati, di strumenti cognitivi e materiali per affrontare l’evoluzione umana del mito moderno e invece, giunti a quello che dovrebbe essere il picco evolutivo, ci specchiamo con l’effige plastica di un’immagine di noi che non ci piace riflessa nello schermo, anche se scherma la nostra fobia moderna della morte. E tocca tirare fuori tutta un’altra umanità, maltrattata e inesplorata in noi, magari incapace di guerre, devastazione ambientale e orizzonte dell’apocalisse ma capace di relazione, anche spiacevole, con l’altro. Note [1] https://www.ahidaonline.com/post/il-secondo-senso-1 2 Per approfondire, sul rapporto accondiscendente chatbot - fruitore e sul lavoro umano di controllo dell’IA, si leggano le riflessioni di Walter Quattrociocchi (docente di Data Science presso la Sapienza), qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/15/intelligenza-artificiale-quattrociocchi-bolla-notizie/8506908/ e qui: https://www.cdt.ch/news/mondo/non-chiedete-allia-non-sa-niente-degli-orrori-di-gaza-e-questo-bimbo-non-viene-dallo-yemen-400549 3 BlackRock, Vanguard e State Street, i cosiddetti Big Three, figurano tra i principali azionisti globali delle maggiori aziende e produttori di tecnologia legata all'intelligenza artificiale. 4 Come giustamente sottolineato da Roberto Ciccarelli in questo articolo del Manifesto: https://ilmanifesto.it/lapocalisse-capitalista 5 «L’IA e la perdita del corpo», Loris Narda, Intervista a Miguel Benasayag, Machina rivista, 21 settembre 2026. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia L'ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell'interruzione terza parte Elaborazione grafica di un'opera di Antonio Brech La prima parte di questo testo è stata pubblicata il giorno 8 ottobre c.a., la seconda il 9. Originariamente questo testo è stato pubblicato su «lundimatin» n. 536, lundimatin#536, il 6 ottobre 2026. Si ringrazia. Conclusione: L’ordine a spese della gioventù Ciò che è accaduto davanti alle scuole superiori non può essere archiviato con la ripresa delle lezioni, lo scioglimento dei raduni o la diminuzione del numero di blocchi stradali. Alcuni adolescenti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, migliaia di giovani sono stati fermati, intorno agli istituti scolastici sono state utilizzate armi in grado di mutilare, mentre una parte del territorio era sottoposta a un dispositivo di mantenimento dell’ordine di cui il ministro dell’Interno continuava a rivendicare il carattere «molto proporzionato». Una simile sequenza di eventi comporta direttamente la responsabilità dello Stato, non solo attraverso gli atti compiuti sul campo, ma anche nelle scelte politiche, nelle dottrine operative, negli ordini impartiti e nelle condizioni istituzionali che hanno reso possibile un tale livello di coercizione nei confronti dei minori. Tale responsabilità non può essere rinviata esclusivamente alla fase delle indagini avviate dopo i fatti. Riguarda le armi autorizzate, il modo in cui le forze dell’ordine intervengono nei confronti degli adolescenti, la formazione degli agenti, le decisioni del comando e la reale possibilità di accertare le responsabilità quando la forza supera i limiti imposti dalla legge. Uno Stato che dispone del potere di fermare, colpire e, in determinate circostanze, uccidere non può limitarsi ad affermare che la propria forza è legittima solo perché esercitata in suo nome. Quanto maggiore è tale potere, tanto più il suo controllo deve essere indipendente, efficace, accessibile e in grado di produrre conseguenze quando vengono accertati errori o violenze. Ma l’urgenza non riguarda solo il controllo da parte della polizia. Deriva anche dalla cecità politica di cui questa vicenda è testimonianza. Da mesi o anni gli adolescenti segnalano insegnanti assenti, istituti in stato di degrado, disparità di risorse, condizioni di studio che rendono irrisoria la promessa di uguaglianza scolastica. Quando questi problemi rimangono frammentati, lo Stato può gestirli con calma, affrontarli istituto per istituto o lasciarli protrarsi. Quando invece si trasformano in una forza collettiva in grado di bloccare, di mobilitarsi, di incontrare altri sostenitori e di rendere questa disuguaglianza impossibile da ignorare, la risposta cambia bruscamente di natura. Ciò che lo Stato non ha saputo o voluto risolvere diventa ciò che va contenuto. Questa cecità diventa ancora più grave quando si scontra con la distribuzione razzializzata della coercizione. Una parte significativa dei giovani che si mobilitano nei quartieri popolari appartiene a famiglie che affondano le loro radici nella storia coloniale e postcoloniale francese e conosce già, spesso prima ancora del conflitto scolastico, un rapporto particolare con la polizia, fatto di controlli più frequenti, di sospetto territorializzato, di espulsioni dallo spazio pubblico e di una presunzione di pericolosità che non grava allo stesso modo su tutte le fasce della popolazione. Questo rapporto non deriva solo da esperienze individuali o percezioni isolate. Si inserisce in pratiche discriminatorie documentate, in una storia di controllo della popolazione e in una geografia sociale in cui certi corpi e certi territori diventano, più rapidamente di altri, oggetto di sorveglianza. È in questo contesto che va interpretato il massiccio dispiegamento di forze di polizia davanti ad alcuni licei di periferia. Quando i giovani, già più esposti di altri al controllo della polizia, si trovano davanti al proprio istituto di fronte a forze numerose, dotate di armi intermedie ben visibili, la violenza di questo dispositivo non può essere separata dalla storia sociale e razziale in cui si inserisce. Il conflitto scolastico rischia quindi di essere riclassificato attraverso le categorie già disponibili per governare questi territori, quelle del disordine, della pericolosità e delle «violenze urbane», fino a quando la figura del giovane pericoloso non sovrascrive quella dello studente che reclamava un insegnante, un istituto scolastico funzionante o semplicemente le condizioni di un’uguaglianza che non fosse una finzione. Il razzismo non risiede quindi solo nell’insulto esplicito o nell’intenzione individuale di un agente. Emerge anche nelle strutture di controllo differenziale, nel modo in cui certe presenze diventano più rapidamente sospette, nella soglia più bassa a partire dalla quale certi gruppi vengono trattati come una minaccia e nella credibilità diseguale accordata ai racconti di coloro che subiscono la forza. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere proclamata come programma per produrre i propri effetti quando deriva dal modo in cui i territori vengono sorvegliati, i raggruppamenti interpretati e la distribuzione della violenza. È ora che questa società smetta di trattare intere fasce della propria popolazione come se costituissero costantemente un problema interno da sorvegliare, contenere o neutralizzare. Una parte significativa di coloro che oggi sono maggiormente esposti a controlli, discriminazioni e coercizioni appartiene alle generazioni che discendono dalla storia coloniale e postcoloniale francese. Governarli in modo duraturo all’insegna del sospetto, trasformare certi territori in spazi in cui la presenza della polizia diventa quasi parte integrante della vita quotidiana e considerare certi gruppi come potenzialmente minacciosi prima ancora che sia stato commesso un atto equivale a instaurare nel cuore stesso della cittadinanza un confine che il diritto proclama abolito, ma che l’esperienza continua a rendere percepibile. È qui che la figura del nemico interno assume tutto il suo significato. Essa non presuppone che un governo abbia ufficialmente designato determinate popolazioni come nemiche, ma descrive una situazione in cui i cittadini vengono trattati in modo ricorrente come se appartenessero innanzitutto a una zona di pericolo prima di appartenere pienamente alla comunità politica. Questa guerra civile fredda, fatta di controlli ripetuti, sospetti territoriali, discriminazioni, umiliazioni, ferite e violenze la cui intensità varia ma la cui continuità è di lunga data, non può più essere considerata come il normale sfondo della vita sociale. Il fatto che sia diventata così familiare la dice già lunga sulla società che ha permesso che si instaurasse. È proprio qui che l’autoritarismo del governo emerge con maggiore chiarezza. Non nasce improvvisamente da questa mobilitazione. Lo avevamo già visto all’opera contro i Gilet Gialli, nelle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e ogni volta che un movimento aveva acquisito la capacità di interrompere concretamente il normale funzionamento della società. Allo stesso modo, la violenza e la pressione delle forze dell’ordine su una parte dei giovani dei quartieri popolari precedono di gran lunga la fase attuale. Ciò che cambia oggi riguarda l’oggetto stesso della repressione e la portata che essa raggiunge. Sono ormai gli studenti delle scuole superiori, spesso minorenni, a trovarsi di fronte a dispositivi, armi e pratiche forgiate o banalizzate in altri conflitti sociali, mentre una parte di questi giovani conosceva già la polizia sotto forma di controlli ripetuti e di un sospetto molto più frequente rispetto a quello che grava sul resto della popolazione. Ciò che accade davanti alle scuole superiori non crea quindi ex nihilo un rapporto violento tra questi giovani e la polizia. Lo estende, lo intensifica e gli conferisce una nuova visibilità, proprio nel momento in cui la contestazione scolastica fa incontrare studenti provenienti da territori e contesti diversi. Il fatto che un governo che ha già fatto ricorso a una coercizione massiccia contro i movimenti sociali dispieghi ora quella stessa forza contro adolescenti che bloccano i propri istituti la dice lunga sulla gravità estrema della soglia raggiunta dal rapporto tra potere e contestazione. Il fatto che gli agenti di polizia picchino, feriscano o mutilino gli studenti delle scuole superiori, e che lo Stato continui nonostante ciò a parlare di proporzionalità degli interventi, rivela una forma di cecità politica di cui diventa difficile misurare la profondità se non osservando i corpi che essa produce. Una sequenza del genere non può essere banalizzata senza che la società acconsenta a una profonda trasformazione di ciò che ritiene accettabile, ed è per questo che richiede una reazione politica e civica immediata in merito al controllo della polizia, all’identificazione degli agenti, all’accesso alle immagini, all’indipendenza delle indagini, alla responsabilità del comando e alla possibilità di sanzioni concrete quando vengono accertati atti di violenza. Queste questioni non possono essere rimandate a dopo, una volta che le strade saranno tornate tranquille e gli esercizi commerciali riaperti, poiché determinano il valore concreto dello Stato di diritto proprio nel momento in cui si trova a confrontarsi con chi gli oppone resistenza. Ma la reazione non può nemmeno limitarsi alla polizia. Ridurre questa vicenda alla sola questione del mantenimento dell’ordine pubblico equivarrebbe ancora una volta a lasciare che sia la repressione a determinare il significato del movimento. All’inizio, gli studenti delle scuole superiori hanno chiesto insegnanti presenti, istituti in cui fosse possibile studiare con dignità, risorse distribuite in modo diverso e condizioni che dessero un contenuto reale all’uguaglianza scolastica. Queste rivendicazioni permangono. Non sono scomparse perché un ministro ha parlato di rivoltosi, perché gli istituti sono stati chiusi o perché i cancelli sono stati sgomberati. Il movimento ha invece messo in luce ciò che l’amministrazione, separando le difficoltà, rendeva meno visibile. L’assenza di un insegnante in un istituto, lo stato di un edificio in un altro, la mancanza di risorse altrove hanno cominciato ad essere riconosciuti come elementi di una stessa esperienza di disuguaglianza. Gli studenti che vivevano separatamente queste situazioni hanno scoperto che potevano essere messe a confronto, collegate e trasformate in una questione comune. È proprio questo passaggio dall’esperienza isolata all’esperienza condivisa che costituisce una delle forze politiche del movimento e che rende ormai molto più difficile il ritorno a una gestione silenziosa di problemi presentati come puramente locali. Il dissenso, tuttavia, non ha valore solo per ciò che rivela. Può produrre effetti, modificare i rapporti di forza e costringere il potere a cedere su ciò che prima presentava come un dato di fatto. L’abolizione delle tasse di iscrizione ai corsi BTS e alle classi preparatorie ne è già un primo segnale. Ovviamente ciò non risponde alle cause profonde della mobilitazione, ma dimostra che l’ordine non è mai così chiuso come vorrebbe apparire e che una mobilitazione può spostare i limiti del possibile quando rende il proprio rifiuto sufficientemente collettivo e concreto da non poter più essere ignorato. Ecco perché il passo successivo non può consistere nell’attendere che il movimento si esaurisca. È necessario che le violenze perpetrate siano accertate e sanzionate quando hanno oltrepassato i limiti della legge, che le pratiche discriminatorie siano realmente combattute, che il controllo della polizia cessi di dipendere principalmente da coloro che appartengono allo stesso apparato e che le rivendicazioni che hanno preceduto l’arrivo delle forze dell’ordine davanti ai licei ottengano finalmente una risposta politica. Una società che pretende di formare cittadini non può continuare a trattare come una minaccia coloro che prendono sul serio i principi che essa stessa insegna loro. Non può proclamare l’uguaglianza mantenendo al contempo condizioni scolastiche profondamente ineguali, né invocare lo Stato di diritto tollerando che le forze dell’ordine feriscano, mutilino o umilino senza che le responsabilità vengano rapidamente accertate. Non può nemmeno chiedere a generazioni che in parte derivano dalla storia coloniale e postcoloniale di aderire pienamente alla comunità politica, continuando al contempo a esporle, più di altre, al sospetto, al controllo e alla coercizione. La violenza di questa vicenda mette in discussione anche la possibilità stessa per i giovani di proiettarsi nel futuro. Gli studenti delle scuole superiori, preoccupati per il loro presente scolastico e per il futuro che viene loro riservato, difendono ancora, nella loro mobilitazione, l’idea che quel futuro possa essere trasformato. Rispondere loro con la forza, al prezzo di ferite, alcune delle quali lasceranno segni irreversibili, non significa solo contenere un movimento, ma intacca la capacità di credere ancora che un altro futuro sia possibile. Una società che lascia spegnere questa possibilità crea giovani ai quali chiede di diventare adulti prima ancora di aver permesso loro di sognare, e che rischiano così di nascere già vecchi. È anche in questo punto che la sequenza rivolge una domanda alle generazioni che li precedono, in particolare a quelle che hanno visto ridursi le proprie speranze o abbandonare i propri sogni: che facciano in modo che i più giovani continuino, nonostante tutto, a immaginare il proprio futuro in modo diverso. Proteggere questa capacità di proiettarsi nel futuro non significa idealizzare la gioventù, ma rifiutare che una società trasformi il proprio disincanto in eredità e faccia della rassegnazione la prima condizione per l’ingresso nell’età adulta. Quando una protesta scolastica incontra una repressione spettacolare e sanguinosa, come testimoniano le gravi ferite e le mutilazioni inflitte a diversi adolescenti, lo scandalo non risiede solo nella violenza dei colpi e nei corpi colpiti. Risiede anche nella cecità che permette ancora di trattare questi fatti come incidenti isolati, di parlare di proporzionalità quando degli adolescenti escono mutilati da un intervento e di considerare come un problema di sicurezza ciò che era iniziato come una richiesta di uguaglianza. Questa cecità non è più solo una mancanza del governo. Diventa una questione rivolta all’intera società, dal momento che essa accetta che questa violenza si insedi come scenario ordinario della vita politica. Quando un governo risponde in questo modo a una gioventù che si ribella, non si limita a proteggere l’ordine, ma mette a nudo ciò che quell’ordine è ormai in grado di fare per mantenersi. Quando una società accetta di vedere i propri figli picchiati, feriti o mutilati piuttosto che ascoltare ciò che sono venuti a dirle, deve smettere di considerare la loro rabbia come il primo pericolo che la minaccia e iniziare a interrogarsi sulla violenza che tollera al proprio interno. Ciò che bisognerebbe cogliere in questa rabbia è anche l’ostinazione di un futuro che non accetta ancora di lasciarsi chiudere. Finché persisteranno le ragioni che hanno spinto questi liceali a ribellarsi, il ritorno all’ordine non potrà sostituirsi alla risposta e la loro mobilitazione dovrà continuare a far sentire ciò che la polizia non è riuscita a metterli a tacere. Nel loro rifiuto di essere condannati all’oblio e alla non-esistenza risiede forse la forza insurrezionale più preziosa della gioventù: quella in grado di abbattere i conservatorismi di una società sclerotizzata, di smantellare gli assetti che essa credeva definitivamente stabiliti e di riaprire, là dove non sapeva più fare altro che riprodurre il presente, la possibilità stessa del futuro.

  • konnektor

    La vittoria nella sconfitta del centro-sinistra svedese Lynch-Viscount Kit Kelen L’atmosfera nella sede scelta dal partito di estrema destra, i Democratici Svedesi (SD), per seguire i risultati elettorali di domenica scorsa, 13 settembre, era cupa. Nelle prime ore della serata i sostenitori del partito si erano lasciati trasportare dal ritmo di Dancing Queen, ballando sotto luci viola e rosa, e avevano imitato il caratteristico gesto di Trump di alzare il pugno al ritmo di “YMCA”. Ma man mano che cominciavano ad arrivare i risultati degli exit poll, l’atmosfera è cambiata. Le notizie erano deludenti, anche se non del tutto inaspettate: con il 17,5 per cento dei voti, i Democratici Svedesi avevano perso terreno per la prima volta in un’elezione al Riksdag, il Parlamento unicamerale svedese. Quattro anni fa, quando i sostenitori si erano riuniti in un hotel sul mare a Nacka per festeggiare lo storico avanzamento del partito, che aveva raggiunto il 20,5 per cento dei voti, diventando il secondo partito del Paese dopo i socialdemocratici, regnava l’euforia. Guidati da Jimmie Åkesson, a cui va il merito, grazie alla sua immagine moderna e disinvolta, di averlo portato fuori dalla marginalità tipica dell’estrema destra per collocarlo al centro della politica svedese, i Democratici Svedesi sembravano inarrestabili. Ma in quest’ultima notte elettorale, la triste immagine delle luci da discoteca che illuminavano una pista da ballo che si svuotava di momento in momento era lontana anni luce dall’energia ribelle del 2022. Nel 2022 il buon risultato del partito gli aveva conferito un notevole potere negoziale nei confronti dei partiti borghesi tradizionali: il Partito Moderato, i Liberali e i Democratici Cristiani. L’accordo che ne derivò fu formalizzato nell’Accordo di Tidö: i partiti di centro-destra formarono un governo guidato da Ulf Kristersson, del Partito Moderato, lasciando i Democratici Svedesi fuori dal gabinetto, ma contando sul loro sostegno in Parlamento in cambio di una sostanziale influenza sulle politiche governative. Åkesson ha chiarito in seguito che non intendeva rimanere ai margini per sempre e, durante la campagna elettorale di quest’anno, Kristersson ha promesso che, se la coalizione di Tidö avesse prevalso, i Democratici Svedesi avrebbero finalmente ottenuto incarichi ministeriali. Dopo uno spoglio elettorale da cardiopalma, le ambizioni di entrare nel governo dei Democratici Svedesi non si sono concretizzate. Il blocco di destra attualmente al governo si è attestato a poco meno di un punto percentuale (48,9 contro il 49,6 per cento) al di sotto dell’opposizione di centro-sinistra guidata dal Partito Socialdemocratico Svedese dell’ex prima ministra Magdalena Andersson, in alleanza con il Partito di Sinistra, i Verdi e il Partito di Centro. La ripartizione dei seggi in Parlamento è stata identica a quella del 2022: la coalizione dei partiti aderenti all’Accordo di Tidö ha ottenuto 173 seggi, mentre l’alleanza di centro-sinistra ne ha ottenuti 176. Dato il margine estremamente ridotto che ha garantito la vittoria di quest’ultima, il blocco vincitore è stato, in un certo senso, anche perdente. Forse i socialdemocratici hanno ottenuto la maggioranza dei voti, ma hanno comunque registrato il loro peggior risultato elettorale in quasi un secolo. Questa primavera il tradizionale partito di governo in Svezia si aggirava intorno al 34 per cento di intenzioni di voto nei sondaggi, ma domenica 13 settembre il Partito Socialdemocratico ha finito per raccogliere il 28 per cento dei voti, il che rappresenta 2,3 punti percentuali in meno rispetto al risultato ottenuto nel 2022 (30,3 per cento) e 8 seggi in meno, un ridimensionamento che gli ha fatto ottenere 99 seggi in totale. I sondaggi di Novus indicavano che la sanità, l’istruzione e la sicurezza pubblica figuravano tra le tre principali preoccupazioni degli elettori. In questo contesto, anche i socialdemocratici hanno condotto la loro campagna elettorale sfruttando il timore degli elettori che i Democratici Svedesi entrassero a far parte del governo. Un messaggio ricorrente della campagna è stato: «Se non vuoi dodici ministri dei Democratici Svedesi dopo le elezioni, allora dovresti votare i socialdemocratici». (La cifra proviene da Åkesson, il quale ha dichiarato all’Aftonbladet che, se l’alleanza di Tidö avesse vinto le elezioni, gli incarichi ministeriali avrebbero dovuto essere ripartiti in proporzione al consenso popolare). I socialdemocratici hanno cercato di stabilire un equilibrio con settori della destra borghese. Il Partito Socialdemocratico ha corteggiato in modo aggressivo i cosiddetti «Magdamoderater», ovvero i simpatizzanti del Partito Moderato disposti a votare per Andersson. Questo gruppo di elettori urbani, che vanta un alto livello di istruzione e redditi elevati, ha delle posizioni fermamente di destra sulle questioni economiche, ma rifiuta il razzismo grossolano dei Democratici Svedesi, gruppo che suscita in loro repulsione in parte per il disprezzo di classe che provano nei confronti del proprio elettorato, caratterizzato dalla passione per i tatuaggi vichinghi, la cultura hillbilly americana e il kitsch da motociclisti. Come affermava un editoriale del quotidiano liberale Dagens Nyheter: «Vuoi una politica borghese? Allora non dovresti votare i partiti del Tidö». Nel corso della campagna elettorale, Andersson ha insistito sulle «coalizioni ampie» e ha affermato che sarebbe disposta a collaborare con qualsiasi partito, ad eccezione dei Democratici Svedesi. Per conquistare i centristi e i conservatori tradizionali, il suo partito ha adottato una linea più dura in materia di «legge e ordine» – tema che ha dato buoni frutti alla destra – e ha abbracciato posizioni tradizionalmente appannaggio di quest’ultima a favore dell’energia nucleare. È stata una scommessa che le è costata cara alle urne: virando a destra, il Partito Socialdemocratico ha perso parte del proprio elettorato, trasferendo voti a favore del Partito di Sinistra e del Partito dei Verdi, che hanno registrato un modesto aumento della percentuale di voti. Il Partito di Sinistra, socialista, che si è presentato a queste elezioni con un programma incentrato sulla ricostruzione dello Stato sociale, la fine della privatizzazione della sanità e dell’istruzione e una politica occupazionale rispettosa del clima, ha ottenuto l’8,4 per cento dei voti (rispetto al 6,8 per cento nel 2022) e sei seggi in più, che si sono tradotti in 30 seggi, registrando il maggiore avanzamento ottenuto nelle presenti elezioni dalle formazioni politiche in lizza. Non molto distanti, i Verdi, di centro-sinistra e socialmente liberali, hanno ottenuto il 6,1 per cento dei voti (5,1 per cento nel 2022) e hanno conquistato quattro seggi in più sul proprio totale. Nel frattempo, molti dei «Magdamoderater» hanno finito per votare per il Partito di Centro, di orientamento neoliberista, che ha ottenuto circa il 7 per cento dei voti. Alla fine, il 17,5 per cento ottenuto dai Democratici Svedesi è stato superato dal Partito Moderato, la formazione più grande del blocco di destra, che ha raccolto il 19,8 per cento dei voti, ribaltando così il risultato di quattro anni prima. I Liberali (Partito Popolare Liberale), sostenitori del libero mercato, hanno ottenuto il 5,3 per cento, superando la soglia del 4 per cento necessaria per ottenere una rappresentanza nel Riksdag, probabilmente grazie ai «voti tattici» sottratti al Partito di Centro e ai Democratici Svedesi, mentre i Democratici Cristiani hanno ottenuto poco più del 6 per cento. Kristersson ha lottato per la rielezione, sostenendo che il suo Partito Moderato avesse «messo ordine», citando spesso i dati relativi alle richieste di asilo, scesi al livello più basso degli ultimi quarant’anni, e affermando che le sparatorie mortali si sono ridotte del 75 per cento da quando la coalizione è salita al potere. I Democratici Svedesi, cosa non del tutto inverosimile, hanno cercato di attribuirsi il merito di questi stessi risultati, posizionandosi come i «garanti» delle politiche restrittive in materia di immigrazione attuate dal governo dei partiti firmatari dell’Accordo di Tidö. In effetti, il calo della quota di voti dei Democratici Svedesi potrebbe riflettere in parte il loro stesso successo nel promuovere il loro tema di punta. Nel 2022 l’immigrazione occupava il primo posto tra le principali preoccupazioni degli elettori. Per anni, Stoccolma ha adottato alcune delle politiche di asilo più generose dell’Unione Europea. Al culmine della crisi dei rifugiati del 2015 la Svezia ha accolto 163.000 richiedenti asilo in un Paese con meno di dieci milioni di abitanti, ovvero il 12 per cento di coloro che cercavano protezione in Europa. I Democratici Svedesi hanno sfruttato la reazione negativa della popolazione, esigendo che il welfare svedese fosse riservato agli svedesi in un momento in cui si stavano verificando importanti tagli di bilancio. Nel 2010, anno in cui i Democratici Svedesi entrarono per la prima volta nel Riksdag, le indennità di disoccupazione in Svezia scesero al di sotto della media dell’OCSE; dodici anni dopo, gli elettori si recarono alle urne nel bel mezzo di una crisi provocata dall’aumento del costo della vita, derivante in parte dalla guerra in Ucraina. I quattro anni successivi di governo di destra hanno trasformato la Svezia, che da uno dei paesi più accoglienti per i rifugiati è diventata uno dei più restrittivi. Dal picco storico del 2015, raggiunto durante la crisi dei rifugiati, le richieste di asilo sono crollate del 96 per cento e il numero di rifugiati accettati per il reinsediamento è sceso da 5.000 a 900. Nel 2024 il governo di Tidö ha annunciato che, per la prima volta in oltre mezzo secolo, il numero di persone che lasciavano la Svezia superava quello di coloro che vi si trasferivano. Il nuovo regime in materia di immigrazione ha comportato l’introduzione di diverse politiche controverse. Ora ai rifugiati vengono offerti 31.000 euro affinché lascino il Paese. Ancora più polemiche hanno suscitato le cosiddette «espulsioni di adolescenti». L’Agenzia svedese per l’immigrazione afferma ora che il permesso di soggiorno basato sui legami familiari viene concesso solo in casi eccezionali, che comportino una «dipendenza speciale» dopo diciotto anni di residenza in Svezia. In pratica, ciò significa che gli adolescenti che non abbiano ottenuto un permesso di soggiorno permanente prima di compiere 18 anni possono ora andare incontro all’espulsione verso il paese d’origine della loro famiglia. Il governo ha inoltre puntato l’attenzione sugli adolescenti provenienti da famiglie di immigrati nell’ambito della sua promessa di «mano dura contro la criminalità», in particolare contro la violenza delle bande legata al traffico di droga. Il 1° luglio le carceri di massima sicurezza per adulti hanno iniziato ad accogliere detenuti di appena quindici anni e il mese scorso il Parlamento ha votato a favore di un’ulteriore riduzione dell’età della responsabilità penale fino ai quattordici anni. A giugno il Riksdag ha approvato la controversa «legge sulla delazione», che obbliga i dipendenti della previdenza sociale, dei servizi per l’impiego e di altri enti pubblici a segnalare alla polizia i presunti immigrati privi di documenti. Gli esperti di diritto affermano che la legislazione rappresenta l’«internalizzazione della gestione delle frontiere nelle infrastrutture del welfare». Proprio come i loro omologhi della vicina Danimarca, i socialdemocratici svedesi hanno seguito le orme della destra adottando un approccio più restrittivo in materia di immigrazione. «Avevamo uno dei sistemi di asilo più generosi d’Europa», ha affermato la leader del Partito Socialdemocratico, Andersson, «e questo era sbagliato». Sebbene i Democratici di Svezia non abbiano ottenuto in queste elezioni i voti che si aspettavano, sono comunque riusciti a modificare in modo duraturo la politica migratoria svedese, con la quale ora concorda sostanzialmente anche il Partito di Centro, lasciando solo il Partito di Sinistra e i Verdi come difensori del tradizionale modello svedese di accoglienza dei rifugiati. Parallelamente a questa evoluzione, i criminologi svedesi hanno individuato un «cambiamento di paradigma» nelle percezioni del pericolo e del rischio sociale. La nozione socialdemocratica classica di sicurezza – trygghet in svedese – affonda le sue radici nell’accesso al lavoro, al welfare, alle pensioni e all’assistenza sanitaria. Negli ultimi anni, i partiti che fanno parte dell’Accordo di Tidö hanno cercato di ridefinire il concetto di trygghet in termini di protezione dalla criminalità. I socialdemocratici hanno di fatto accettato l’interpretazione della destra; «sicurezza» significa ora proteggere la nazione dalle minacce straniere e nazionali attraverso pene più severe e una maggiore sorveglianza da parte delle forze dell’ordine. Sebbene il Partito Moderato abbia registrato un leggero aumento della percentuale di voti rispetto alle elezioni del 2022, soprattutto grazie all’afflusso di elettori provenienti dai Democratici di Svezia, il mandato del primo ministro uscente, Kristersson, è stato offuscato da una serie di scandali decisamente poco svedesi, il che non ha aiutato la coalizione Tidö in queste elezioni. La Svezia figura solitamente tra i paesi meno corrotti al mondo; nel loro periodo di massimo splendore, i socialdemocratici erano famosi per restituire le loro penne al Parlamento quando andavano in pensione. Questa cultura civica ha reso gli abusi di Kristersson ancora più scioccanti. Alla fine del 2022 il neoeletto primo ministro ha nominato un suo caro amico d’infanzia, Henrik Landerholm, alla carica di consigliere per la sicurezza nazionale. Landerholm si è distinto per una negligenza quasi comica nell’esercizio delle sue funzioni: ha lasciato il telefono per tutta la notte all’ambasciata ungherese durante le tese trattative sull’adesione della Svezia alla NATO; ha smarrito un taccuino a Radio Svezia e ha fatto sì che un taxi lo portasse in un bar di Stoccolma; e, cosa ancora più grave, ha dimenticato documenti riservati nell’armadietto di un hotel, dove sono stati poi scoperti dal personale delle pulizie. Durante tutto quel periodo, Kristersson ha difeso il suo amico d’infanzia, che alla fine si è dimesso lo scorso anno. D’altra parte, anche la moglie di Kristersson, Birgitta Ed, una pastora luterana che ha ricevuto gli ordini sacri, è stata oggetto di polemiche. A giugno la Chiesa di Svezia ha avviato un’indagine sulla sua condotta dopo che sono emerse accuse secondo cui la sua fondazione spirituale reclutava volontari per svolgere lavori non retribuiti di raccolta fondi e di ristrutturazione di un immobile di cui è comproprietaria, attività svolte in linea di principio allo scopo di creare opportunità di «networking». La fondazione promuove la «salute esistenziale», secondo cui il senso e lo scopo della vita sono essenziali per il benessere tanto quanto la salute fisica; Aftonbladet ha riferito che il direttore dell’Agenzia svedese per la salute pubblica era stato destituito dopo aver contestato una direttiva del governo che prevedeva l’integrazione di tale concetto nel proprio lavoro. Notabile è stata l’assenza in campagna elettorale di qualsiasi disaccordo significativo sull’orientamento della politica estera svedese. Sebbene i deputati di sinistra e i Verdi abbiano votato in blocco contro l’adesione alla NATO nel 2023, oggi prevale un consenso bellicista. L’ex leader del Partito di Sinistra, Jonas Sjöstedt, attualmente eurodeputato, è stato descritto dai media svedesi come un «militarista riluttante»: sebbene il suo programma ufficiale affermi di opporsi alla «militarizzazione e alla corsa agli armamenti», il partito sostiene ora il riarmo svedese e il sostegno massimalista all’Ucraina, unendosi ai Verdi in un consenso che abbraccia l’intero Riksdag. Sebbene si sentano ancora voci dissenzienti, come dimostra il fatto che parlamentari del Partito di Sinistra e dei Verdi si siano opposti all’Accordo di cooperazione in materia di difesa firmato con gli Stati Uniti, che consente all’esercito statunitense di accedere a più di una dozzina di basi sparse in tutto il Paese, l’adesione può tuttavia manifestarsi in altri modi. Quando il tabloid di centro-destra Expressen ha organizzato una caccia alle streghe, accusando di «antisemitismo» alcuni membri del Partito di Sinistra durante la campagna elettorale, la sua dirigenza non ha tardato a espellere dalle proprie liste gli accusati. Durante la campagna elettorale, il Partito di Sinistra ha chiarito che avrebbe aspirato a ricoprire incarichi ministeriali per la prima volta nella sua storia. A differenza della vicina Finlandia, dove il Partito Comunista ha fatto parte di governi di coalizione durante la Guerra Fredda e dove il suo successore, l’Alleanza di Sinistra, ha fatto parte di diversi governi a partire dagli anni Novanta, in Svezia la sinistra non ha mai fatto parte del governo. Dopo aver ottenuto il maggiore incremento della quota di voti tra tutti i partiti in queste elezioni, il Partito di Sinistra si sentirà senza dubbio più forte nei negoziati. Ma sono in gioco anche potenti forze contrarie. Il Partito di Centro, che detesta sia i Democratici di Svezia che il Partito di Sinistra, ha condotto una campagna a favore di un governo di centro per escludere i due «partiti estremisti». Prima delle elezioni, la sua formula preferita era un governo composto da socialdemocratici, Verdi e democratici cristiani, anche se tale combinazione ora non raggiunge più la maggioranza. La stessa Andersson si è mostrata poco entusiasta all’idea di includere il Partito di Sinistra nel governo. I rapporti sono tesi dal 2021, quando il partito ha contribuito a far cadere il suo predecessore socialdemocratico, Stefan Löfven, a seguito dei piani per liberalizzare la fissazione dei canoni di locazione nelle abitazioni di nuova costruzione. Ma escludere il Partito di Sinistra comporta delle difficoltà e un governo di centro-destra sarebbe molto impopolare tra la base socialdemocratica. È probabile che le prossime settimane siano estenuanti per Andersson. Nonostante l’apparente successo dell’opposizione di centro-sinistra da lei guidata, il voto di domenica è stato, in realtà, una vittoria per la destra. In Svezia, così come in Finlandia e in Danimarca, la popolarità dei partiti di estrema destra ha portato ampi settori dei principali partiti e degli opinionisti ad assimilarne il programma. E data la scarsa diversità di opinioni realmente esistente sul militarismo e sulla difesa, è improbabile che i prossimi quattro anni siano molto diversi dai quattro precedenti. Lily Lynch è una giornalista specializzata in affari esteri. I suoi articoli sono stati pubblicati su «New Left Review», «New Statesman», «Le Monde diplomatique», «UnHerd», «The Baffler», «Noema» e «Liberties». Collabora con l’Alameda Institute. Durante il suo soggiorno in Serbia, ha cofondato la rivista «Balkanist Magazine», di cui è stata anche caporedattrice. È originaria della California. Si consiglia la lettura di Göran Therborn, «El ocaso de la socialdemocracia sueca», NLR 113, «El futuro y la izquierda», NLR 145, y «El mundo y la izquierda», NLR 137. Maurizio Lazzarato, «Los callejones sin salida del pensamiento crítico occidental», Diario Red. Questo testo è stato originariamente pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista di politica e teoria edita a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, e viene qui ripubblicato con l’espressa autorizzazione del suo editore.

  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia L’ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell’interruzione seconda parte Elaborazione grafica da un'opera di Antonio Brech La prima parte di questo testo è stata pubblicata il giorno 8 ottobre c.a. Originariamente questo testo è stato pubblicato su «lundimatin» n. 536, lundimatin#536, il 6 ottobre 2026. Si ringrazia. IV. Governare l’interruzione Il 6 dicembre 2018, a Mantes-la-Jolie, 153 giovani sono stati fermati nei pressi di due licei. Le immagini mostrano adolescenti in ginocchio, con le mani dietro la testa o dietro la schiena, circondati da poliziotti in tenuta antisommossa e armati. Una voce commenta la scena pronunciando la frase ormai diventata famosa: «Ecco una classe che si comporta bene». [15] La scena sintetizza già gran parte di ciò che si ripete oggi. La «classe» non è più qui il luogo in cui si insegna, ma il gruppo che viene immobilizzato, e il vocabolario scolastico scivola così verso quello della sottomissione. Una gioventù che esce dal posto a lei riservato nell’istituzione incontra un altro potere dello Stato, incaricato non più di istruirla ma di contenerla. Gli eventi di Mantes si svolgono in concomitanza con le prime settimane del movimento dei Gilet Gialli. Qualche mese dopo, Laurent Nuñez illustra al Senato la portata della violenza raggiunta, con migliaia di feriti e oltre tredicimila colpi di LBD, mentre il Consiglio d’Europa chiederà alla Francia di rivedere la propria dottrina sull’uso di queste armi. I Gilet Gialli non scoprono una violenza poliziesca fino ad allora sconosciuta, ma la rendono visibile su una nuova scala sociale e geografica. Qualche mese dopo, i vigili del fuoco mobilitati contro la carenza di personale tentano di bloccare la tangenziale parigina e si trovano a loro volta di fronte ai gas lacrimogeni e alle forze dell’ordine. L’episodio è significativo perché i vigili del fuoco non corrispondono alla figura razzializzata del «giovane di periferia» e godono di una forte legittimità sociale. Nel momento in cui interrompono il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale, si scontrano comunque con l’apparato incaricato di ripristinare la circolazione. La riforma delle pensioni del 2023 approfondisce questa logica. Dopo il ricorso all’articolo 49.3 e le manifestazioni spontanee che ne seguono, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa esprime preoccupazione in particolare per gli arresti di persone, molte delle quali saranno rilasciate senza che venga avviato alcun procedimento. Il fermo assume quindi una funzione che va oltre il processo penale, poiché bastano già poche ore trascorse in commissariato per allontanare qualcuno dal conflitto prima che la giustizia decida eventualmente come procedere. Dopo la morte di Nahel Merzouk, questa capacità di neutralizzazione assume una dimensione diversa nel corso delle rivolte dell’estate 2023. [16] Gli arresti sono una risposta agli incendi e agli scontri gravi. Contribuiscono inoltre alla rapida riconquista di territori in cui l’autorità dello Stato è apertamente contestata. Queste sequenze non raccontano la stessa storia e la loro giustapposizione non deve cancellarne le differenze. Ciò che si trasmette dall’una all’altra riguarda alcune tecniche di gestione del conflitto, che diventano particolarmente visibili quando il rifiuto smette di essere solo un’opinione e acquisisce la capacità concreta di impedire a qualcosa di funzionare. Un movimento smette infatti di essere solo un’opinione quando diventa capace di impedire il funzionamento [meccanismo] di qualcosa. Il blocco rientra proprio in quelle forme di azione che rendono il rifiuto materialmente tangibile. Chiudere temporaneamente un liceo, cessare il lavoro o interrompere la circolazione permette a chi ha scarso accesso diretto ai luoghi decisionali di incidere in altro modo sui rapporti di forza. Laddove una petizione rivolge una richiesta a chi può ancora ignorarla, l’interruzione gli impone di subirne, almeno temporaneamente, le conseguenze. L’intervento delle forze dell’ordine avviene nel momento in cui tale potere diventa effettivo. Riapre una strada o libera l’ingresso di un edificio, ripristinando così il funzionamento che il conflitto aveva sospeso per farsi sentire. Ciascuna di queste operazioni può avere una giustificazione giuridica specifica, ma la loro funzione politica non per questo scompare, poiché riducono la capacità di un movimento di imporre materialmente l’esistenza del problema che solleva. Il «governo dell’interruzione» designa quindi, in modo più preciso rispetto alla repressione in generale, l’insieme dei mezzi impiegati per ridurre la capacità di un conflitto di sospendere il normale funzionamento e di rendere costoso il rifiuto per coloro a cui è rivolto. Questa questione presenta una dimensione di classe perché i gruppi sociali non dispongono degli stessi strumenti per difendere i propri interessi. La proprietà e l’accesso ai decisori conferiscono alle classi dominanti mezzi di influenza che generalmente non richiedono l’occupazione di una strada, mentre le classi popolari devono più spesso rendere politicamente visibili i propri interessi attraverso l’azione collettiva e la loro capacità di interrompere un servizio. Quando una strada o un liceo viene sgomberato, il servizio che era stato interrotto riprende, indipendentemente da ciò che il poliziotto che interviene pensa personalmente del conflitto. La portata politica del suo gesto risiede innanzitutto in ciò che ripristina, ovvero l’ordine sociale così come esisteva prima che il movimento lo interrompesse. Questa questione emerge esplicitamente nel linguaggio della «normalità». Quando Édouard Philippe afferma, nel pieno del movimento dei Gilet Gialli, che «tutti i francesi hanno il diritto di manifestare», ma che tutti hanno anche «il diritto alla sicurezza, alla circolazione, a vivere normalmente», conferisce alla continuità sociale un’ovvietà che il conflitto viene proprio a mettere in discussione. [17] Gli studenti delle scuole superiori protestano contro insegnanti assenti da settimane, edifici fatiscenti e condizioni di studio fortemente diseguali. Tutto ciò può protrarsi senza impedire giuridicamente il funzionamento dell’istituzione. Il mantenimento dell’ordine ripristina quindi come normale ciò che il conflitto ha appena fatto emergere come intollerabile. La «normalità» non è quindi un terreno neutro al quale il disordine verrebbe poi a opporsi, ma l’oggetto stesso della controversia, poiché ciò che alcuni chiamano ritorno alla normalità è proprio ciò che altri hanno interrotto per renderne visibile la violenza. La scuola è in questo contesto un terreno decisivo perché non si limita a trasmettere conoscenze, ma partecipa alla riproduzione sociale. Una classe di trenta alunni non offre le stesse possibilità di una classe molto più piccola, così come un liceo in cui gli insegnanti non vengono sostituiti non mette a disposizione le stesse risorse di un istituto in grado di garantire la continuità delle lezioni. La disuguaglianza scolastica indebolisce così la narrazione morale attraverso la quale potranno essere giustificate le disuguaglianze future. Se le posizioni sociali devono essere intese come il risultato del merito, le condizioni di partenza devono rimanere sufficientemente comparabili affinché questa idea conservi una certa plausibilità. Quando le opportunità divergono a monte, il merito rischia di diventare il nome dato a posteriori a divari che l’istituzione stessa ha contribuito a produrre. Intervenire con la forza contro degli adolescenti che si preoccupano, a ragione, sia del loro presente scolastico sia del futuro che esso preannuncia non significa quindi solo ristabilire l’ordine all’interno di un liceo. Significa anche perpetuare concretamente le condizioni della successione sociale. Più le disuguaglianze scolastiche si accentuano, più l’interruzione di questo ordine da parte di coloro che ne subiscono gli effetti diventa minacciosa per la sua continuità; la repressione contribuisce allora a consolidare il gruppo degli eredi e l’ordine che garantisce la successione, rendendo più costosa la contestazione di coloro che non ereditano né gli stessi istituti, né le stesse risorse, né le stesse tutele. Ecco perché la «crisi della scuola» non può essere separata dall’ordine sociale più ampio in cui si inserisce. Gli studi dell’Istituto delle politiche pubbliche sulle misure socio-fiscali del primo quinquennio di Macron hanno evidenziato aumenti del tenore di vita più significativi ai vertici della distribuzione rispetto alle famiglie più modeste, mentre diverse modifiche del sussidio di disoccupazione hanno accentuato i vincoli imposti a una parte dei lavoratori precari e delle persone in cerca di occupazione. [18] Il problema non è quindi quello di un ritiro generale dello Stato, che rimane molto attivo in materia di fiscalità, pensioni, del sussidio di disoccupazione e organizzazione dei servizi pubblici. Il neoliberismo non distrugge lo Stato, quanto piuttosto ne ridefinisce le funzioni e le priorità. La disponibilità differenziale riscontrata davanti alle scuole superiori assume qui una portata più generale. Uno stesso Stato può mostrarsi lento quando si tratta di riparare ciò che anni di abbandono hanno lasciato degradare, ed estremamente rapido quando coloro che subiscono tale degrado ne interrompono le conseguenze normali. Non si tratta quindi di contrapporre ingenuamente uno Stato sociale assente a uno Stato di polizia onnipotente, ma di osservare come il potere pubblico distribuisca le proprie capacità e il proprio ritmo di intervento a seconda di ciò che incontra. Grégoire Chamayou ha dimostrato quanto la questione della governabilità attraversi storicamente il neoliberismo, in particolare quando si tratta di trasformare in modo duraturo un ordine sociale di fronte a gruppi che dispongono ancora di mezzi collettivi per opporvisi. [19] Il problema riguarda quindi i sindacati, lo sciopero, l’occupazione e, più in generale, tutte le forme di azione che rendono il rifiuto materialmente costoso. La riforma delle pensioni del 2023 ha dato a questo problema una forma particolarmente visibile. L’esecutivo disponeva di meccanismi costituzionali che gli consentivano di portare a termine la riforma nonostante l’assenza di un voto finale favorevole all’Assemblea sul testo adottato. Quando il rifiuto si è spostato nelle strade, è intervenuta un’altra capacità dello Stato per limitare la possibilità che tale opposizione bloccasse il Paese in modo duraturo. La procedura costituzionale e la polizia non sono della stessa natura, ma qui si incontrano in un’unica questione politica: come governare quando il rifiuto non può più essere assorbito dalla rappresentanza. È proprio in questo punto che il concetto di neoliberismo autoritario diventa rilevante. Esso non indica un liberalismo economico a cui si aggiungerebbe accidentalmente un eccesso di potere di polizia. Permette invece di concepire una forma di governo in cui la continua trasformazione delle tutele collettive si scontra con la necessità di ridurre la capacità di coloro che la rifiutano di interrompere tale processo. Il confronto con le mobilitazioni degli agricoltori permette di comprendere la selettività di questa coercizione. Nel gennaio 2024, alcuni agricoltori hanno bloccato a lungo le autostrade e causato danni. Gérald Darmanin ha tuttavia affermato che «non si risponde alla sofferenza inviando la CRS» [Compagnies républicaines de sécurité] e si è detto disposto a «lasciar fare» una parte delle azioni. [20] Non si tratta di rimproverare agli agricoltori di aver beneficiato di questa moderazione, ma di constatare che non esiste una soglia meccanica di ostacolo o di distruzione a partire dalla quale si innescherebbe necessariamente un determinato livello di coercizione. Lo status sociale dei gruppi mobilitati, la loro modalità di riconoscimento politico e il grado di disordine che il governo accetta di sopportare fanno quindi parte della situazione. Il governo dell’interruzione è quindi socialmente selettivo. Non protegge in modo astratto la società da ogni disordine in modo identico, ma interviene in un ordine già attraversato da gerarchie e partecipa alla decisione riguardo ai sommovimenti che tale ordine può tollerare prima che venga impiegata la forza. Il mantenimento dell’ordine non si limita quindi a porre fine a un disordine puntuale. Esso opera per ripristinare le condizioni in cui un ordine giuridico e sociale possa continuare a funzionare. È in questo senso che si può già riconoscere in esso ciò che Walter Benjamin definirà una violenza conservatrice del diritto, senza che questa funzione sia ancora sufficiente a esaurire la questione della violenza poliziesca. V. Il diritto, l’impunità attiva e la prevenzione Il diritto stabilisce tuttavia dei limiti al potere che conferisce alle forze dell’ordine. Dal 2017, l’articolo L. 435-1 del Codice della sicurezza interna prevede che poliziotti e gendarmi possano far uso delle loro armi solo in caso di assoluta necessità e in modo strettamente proporzionato. La legge del 28 febbraio 2017 ha tuttavia ridefinito il loro quadro di impiego e modificato le situazioni in cui gli agenti di polizia possono utilizzare le armi. [21] Gli anni successivi hanno alimentato una controversia i cui dati impediscono di ridurre la questione a una semplice disputa terminologica. Dopo la riforma, sono aumentati i casi di colpi sparati dalla polizia contro veicoli in movimento, mentre alcune ricerche hanno rilevato anche un aumento dei casi di colpi mortali contro gli occupanti dei veicoli. Ciò non consente di attribuire ogni singolo caso di spari alla modifica legislativa. Esiste tuttavia un’evoluzione che impone di esaminare gli effetti di un quadro giuridico sulle pratiche che esso rende possibili. Le recenti decisioni del Difensore dei diritti spostano la questione dall’atto individuale all’istituzione. Una di esse riguarda l’uso a distanza molto ravvicinata di uno spray lacrimogeno contro studenti minorenni delle scuole superiori. Il Difensore dei diritti ha concluso che tale uso della forza fosse non necessario e sproporzionato e ha richiesto l’avvio di un procedimento disciplinare. Questa decisione permette di comprendere come un gesto compiuto da un determinato agente possa coinvolgere più ampiamente lo Stato senza che la responsabilità individuale di tale agente venga meno. L’intervento si inserisce in una dottrina, in un dispositivo e in una catena di comando che esistevano prima del gesto, mentre dopo di esso si pongono le questioni dell’identificazione, dell’indagine, della disciplina e del modo in cui il potere politico qualifica i fatti. È a questo livello che la violenza poliziesca diventa violenza di Stato, non perché la responsabilità individuale venga meno, ma perché cessa di essere l’ultimo livello su cui l’analisi deve fermarsi. [22] La definizione classica di Max Weber permette innanzitutto di porre il problema: lo Stato moderno rivendica, su un determinato territorio, il monopolio dell’uso legittimo della violenza fisica. Questa definizione non significa ovviamente che ogni violenza esercitata dai suoi agenti sia legittima per natura; essa indica il potere specifico dello Stato di determinare le condizioni in cui la coercizione può essere esercitata in suo nome. La distinzione proposta da Walter Benjamin tra violenza fondatrice del diritto e violenza conservatrice del diritto permette di precisare ulteriormente questa posizione. La prima istituisce un ordine giuridico; la seconda opera per garantirne la continuità. Il mantenimento dell’ordine appartiene innanzitutto a questa seconda logica, poiché interviene per ripristinare le condizioni in cui l’ordine esistente possa continuare a produrre i propri effetti. Ma Benjamin complica immediatamente questa distinzione quando affronta il tema della polizia. Quest’ultima non si limita sempre ad applicare una norma già stabilita. Interviene anche in situazioni in cui il confine tra applicazione del diritto e produzione pratica della decisione diventa incerto, quando l’agente o il comando determina sul campo cosa costituisca una minaccia, a partire da quale soglia sia necessario disperdere la folla, chi debba essere fermato e quale forza possa essere impiegata. La polizia diventa allora il luogo in cui la violenza conservatrice del diritto tende ad avvicinarsi a un potere che decide autonomamente le condizioni del proprio intervento. [23] Un’altra decisione del Difensore dei diritti permette di seguire questa catena fino al comando. Nel 2018, più di un centinaio di persone sono state fermate in un liceo parigino al termine di una mobilitazione contro la piattaforma digitale Parcoursup. L’ordine trasmesso alle unità era di «fermare tutti gli occupanti», mentre l’azione si stava concludendo senza particolari difficoltà. Diversi anni dopo, il Difensore dei diritti ha rilevato una violazione dell’obbligo di discernimento da parte del comando. L’arresto collettivo appare quindi come una scelta del governo in materia di gestione delle manifestazioni. La responsabilità non si colloca solo nel momento in cui un agente sferra un colpo, poiché essa esiste già nell’ordine impartito, nella forma dell’operazione e nei mezzi previsti per occuparsi di coloro ai quali viene negata la libertà. Emerge quindi chiaramente una asimmetria temporale. La coercizione esercitata su chi viene fermato produce immediatamente i suoi effetti, mentre l’accertamento dell’eventuale responsabilità di chi esercita la forza può avviare un iter che dura diversi mesi o anni. È in questo divario che assume significato il concetto di «impunità attiva». Esso non presuppone che i poliziotti sfuggano sempre alle indagini o alle sanzioni, ma indica una situazione in cui la coercizione esercitata dalle forze dell’ordine produce immediatamente i suoi effetti, mentre l’accertamento della loro responsabilità si scontra spesso con ritardi, difficoltà di identificazione o di accesso alle prove e con la lunghezza dei procedimenti. Il caso Nahel ne offre un esempio particolarmente chiaro. Nel giugno 2026, tre anni dopo la morte dell’adolescente, la Difenditrice civica ha riscontrato diverse violazioni deontologiche e ha richiesto l’avvio di procedimenti disciplinari. Ha rilevato che una violazione era già stata individuata in ambito amministrativo senza che ne fosse seguito un procedimento disciplinare, pur ricordando esplicitamente che la sua decisione non si sostituiva al procedimento penale ancora in corso. L’impunità attiva risiede quindi in questo divario tra la temporalità della violenza e quella della responsabilità, senza tuttavia ridursi alla sola lentezza dei procedimenti. Il video girato a Tolosa il 2 ottobre dimostra che la questione non riguarda solo le procedure successive all’uso della forza, ma anche il modo in cui alcuni agenti possono parlare delle sue conseguenze proprio nel momento in cui intervengono. Si vede un adolescente fermato che si lamenta del dolore al braccio mentre un poliziotto lo maneggia, poi si sente un agente rispondere alla persona che sta filmando, quando questa menziona gli studenti feriti nei giorni precedenti: «Ne ho accecati tre». Al momento in cui scriviamo, l’autenticità della sequenza e l’identità dell’agente devono ancora essere accertate in modo indipendente. Se così fosse, ciò che conta in questa frase non è solo la sua brutalità, ma il modo in cui una lesione grave come la perdita di un occhio possa essere evocata come un fatto di cui vantarsi. Il dolore di chi subisce la violenza può così smettere di essere al centro dell’attenzione e diventare oggetto di scherno, mentre la mutilazione attribuita all’azione della polizia viene formulata come una performance. Qualcosa si spezza nel rapporto che dovrebbe legare l’esercizio della forza alla responsabilità delle sue conseguenze. L’impunità non è più solo l’eventuale assenza di sanzioni dopo l’atto, ma può diventare un modo di incarnare l’atto stesso quando chi detiene la forza si comporta come se la ferita che provoca non dovesse gravare su di lui. Questa protezione può anche formarsi nel discorso politico che precede l’intervento. Quando il ministro dell’interno proclama un uso «molto proporzionato» della forza mentre diversi interventi sono già oggetto di indagini, non annuncia il risultato di un’indagine, ma conferisce al dispositivo che dirige una presunzione politica di legittimità. Questa differenza nel modo di raccontare le violenze si riflette poi nel modo in cui vengono attribuite le responsabilità. Un atto di violenza commesso da un partecipante può qualificare immediatamente il movimento a cui è associato, mentre una grave violenza da parte delle forze dell’ordine viene più spesso isolata e rinviata in attesa delle conclusioni di un’indagine. Lo Stato chiede così di sospendere il giudizio sulla propria forza proprio nel momento in cui può generalizzare molto più rapidamente il giudizio espresso su quella che attribuisce al movimento. Questa logica sta oggi subendo un’ulteriore trasformazione giuridica. Il 7 luglio 2026, l’Assemblea nazionale ha adottato, con 313 voti contro 199, una proposta di legge volta a riconoscere una presunzione di legittima difesa alle forze dell’ordine in determinate condizioni di uso delle armi. Il testo non elimina formalmente il requisito di necessità o proporzionalità, ma modifica il punto di partenza dell’esame dell’atto introducendo una presunzione a favore dell’agente quando sono soddisfatte le condizioni previste dalla legge. Non si tratta quindi di una scomparsa brusca del diritto, ma di uno spostamento della posizione istituzionale da cui verrà esaminato l’atto di forza. Questo spostamento si inserisce in una più ampia trasformazione del rapporto tra sicurezza, diritto e governo. Dopo gli attentati del 2015, diversi strumenti elaborati in stato di emergenza sono stati trasferiti all’interno del diritto comune nel 2017. Nel 2026, la legge del 18 agosto intitolata «volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l’ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei nostri concittadini» ha nuovamente modificato numerose misure di sicurezza. Alcune delle sue disposizioni erano state dichiarate incostituzionali dal Consiglio costituzionale prima della promulgazione. [24] Questi testi appartengono ad ambiti diversi, ma evidenziano lo stesso cambiamento nelle tecniche di governo. L’azione pubblica tende sempre più a porsi a monte del disordine, non più solo per rispondere a un atto già compiuto, ma per intervenire su ciò che potrebbe accadere, a partire da un comportamento, un raduno, un’appartenenza o una situazione interpretati come forieri di un possibile pericolo. La coercizione cambia quindi la propria temporalità: non si limita più a sanzionare ciò che è avvenuto, ma cerca di impedire che qualcosa possa avvenire. Questa logica preventiva modifica profondamente il rapporto tra potere pubblico e libertà. Chi è oggetto dell’intervento non viene più considerato solo in base a ciò che ha fatto, ma in base a ciò che si suppone possa fare. Il sospetto acquisisce così un potere proprio, poiché permette che la coercizione preceda l’atto di cui pretende di impedire il compimento. Applicata alle mobilitazioni collettive, questa logica tende ad anticipare sempre di più il momento in cui lo Stato ritiene di poter legittimamente intervenire, chiudere, disperdere, vietare o fermare. Il 2 ottobre, il meccanismo diventa particolarmente visibile. Quasi quattrocento licei rimangono chiusi e i prefetti vietano gli assembramenti nei pressi degli istituti interessati, mentre il passaggio alla didattica a distanza priva il movimento di una parte dei suoi luoghi materiali di incontro e, al contempo, trasforma la forma delle lezioni. È qui che emerge la «prevenzione» del movimento, distinta dalla repressione in quanto non risponde solo a un atto già compiuto, ma cerca di ridurre, a monte, i luoghi di raduno e le possibilità di estensione del conflitto. Occorre distinguere questa azione preventiva nei confronti del movimento da quella che si può definire «azione preventiva nei confronti dei giovani», che non riguarda più solo le condizioni materiali della mobilitazione, ma le persone stesse, quando vengono governate in base a ciò che potrebbero fare o alla pericolosità che viene loro attribuita. L'azione preventiva nei confronti dei giovani si ricollega così alla assimilazione del sospetto e alla figura del nemico interno, poiché non si limita ad anticipare un reato specifico, ma tende a costituire una popolazione il cui futuro possibile diventa esso stesso oggetto di governo. È proprio in questo punto che Poulantzas riacquista attualità. Il suo «statismo autoritario» non descriveva la scomparsa improvvisa della democrazia rappresentativa. Analizzava una trasformazione interna a essa, in cui le istituzioni rappresentative permangono ma gli apparati esecutivi e amministrativi acquisiscono una crescente capacità di agire di fronte alle mediazioni collettive. La democrazia può quindi continuare a organizzare elezioni, a garantire le libertà e a far funzionare i propri tribunali, modificando al contempo lo status del conflitto. Il dissenso rimane possibile, ma la capacità di un movimento di bloccare una decisione o di renderla materialmente onerosa può diventare oggetto di un’opera politica di neutralizzazione. La contestazione rimane quindi pienamente tollerabile fintanto che rimane compatibile con la continuità di ciò che contesta, ma il suo status cambia non appena blocca il sistema e il disaccordo diventa un problema di funzionamento. L'azione preventiva e l’impunità attiva descrivono due momenti distinti di questa trasformazione. La prima cerca di limitare la potenza del conflitto prima che si dispieghi appieno, mentre la seconda incide sulle condizioni in cui coloro che hanno esercitato la forza dovranno poi renderne conto. Il controllo della polizia diventa quindi una questione centrale dello Stato di diritto. Un’istituzione che possiede il potere di arrestare e, in determinate circostanze, di uccidere non può essere garante sufficiente della legittimità della propria forza. Né il potere politico che ne decide l’impiego può sostituirsi a tale controllo. Maggiore è il potere coercitivo, più devono essere garantiti l’accesso alle prove, l’identificazione degli agenti e la possibilità di risalire alle decisioni del comando. L’impunità attiva indica, in definitiva, questa contraddizione: quella di un ordine giuridico capace di mantenere le proprie garanzie formali, lasciando al contempo che attorno alle forze dell’ordine si crei una zona di protezione sufficientemente ampia da far riemergere le stesse controversie di conflitto in conflitto. La questione verte quindi sulla reale capacità delle norme esistenti di vincolare l’apparato che dispone delle armi. VI. Ciò che si costituisce nel movimento A forza di osservare ciò che il potere fa al movimento, si rischierebbe di dimenticare ciò che il movimento fa a coloro che vi prendono parte. Gli studenti che vivevano individualmente l’assenza di un insegnante, il degrado del proprio istituto o l’incertezza del proprio futuro cominciano a riconoscere in queste esperienze particolari una condizione comune. Questo riconoscimento non presuppone necessariamente una dottrina preesistente, poiché nasce innanzitutto dal confronto tra situazioni che ciascuno poteva prima ritenere singolari. Ciò che sembrava essere frutto della sfortuna di un istituto riappare in un altro, e si delinea una geografia della disuguaglianza man mano che alcuni istituti appaiono meglio dotati mentre altri versano in difficoltà persistenti. Ciò che viene quindi messo in discussione non è più solo il funzionamento puntuale della scuola, ma la promessa attraverso la quale essa giustifica una parte del proprio ruolo sociale. Se le condizioni stesse in cui si studia divergono fortemente, diventa più difficile attribuire i percorsi che ne derivano al solo merito individuale. La mobilitazione tocca così qualcosa di molto più profondo della qualità immediata dei corsi. Essa raggiunge la narrazione morale sulla base della quale le future disuguaglianze potranno essere rese accettabili. Il 1° ottobre, questa mobilitazione collettiva supera una nuova soglia quando diverse università vengono a loro volta coinvolte nella mobilitazione. A Saint-Denis, gli studenti dell’Università Paris-VIII si uniscono al liceo Bartholdi per sostenere gli studenti delle scuole superiori che chiedono migliori condizioni di apprendimento. La diffusione del movimento non avviene più solo tra licei, ma inizia a superare il confine istituzionale tra istruzione secondaria e accademica. Un altro spostamento si verifica all’Henri-IV, dove gli studenti di un istituto molto privilegiato si mobilitano in solidarietà con coloro le cui condizioni di studio sono molto meno protette. Il gesto è importante proprio perché le situazioni non diventano identiche. Uno studente di Saint-Denis e uno dell’Henri-IV non studiano nelle stesse condizioni, e la politicizzazione ha inizio quando questo divario smette di essere interpretato come una semplice differenza di destino per essere ricondotto all’organizzazione materiale di una stessa istituzione. La diffusione del movimento supera ora un altro confine quando una parte del mondo degli insegnanti e dei sindacati inizia ad aderire alla mobilitazione. Il 2 ottobre, le organizzazioni degli studenti delle scuole superiori e universitari escono dal loro incontro con il ministro dell’Istruzione affermando di non aver ottenuto alcuna «misura concreta» e chiamano a una nuova mobilitazione nazionale il 6 ottobre. La CGT e Solidaires annunciano la loro partecipazione, mentre diversi sindacati degli insegnanti invitano a loro volta il proprio personale a schierarsi al fianco degli studenti e a scioperare quel giorno. Le chiusure degli istituti e i divieti di assembramento intervengono quindi proprio nel momento in cui la rabbia nata nelle scuole superiori comincia a uscire dal solo ambito scolastico e a incontrare altre forze sociali. È così che si costituisce un soggetto politico, non attraverso l’annullamento delle differenze sociali e dei diversi rapporti all’azione collettiva, ma mettendoli in relazione nel corso stesso della mobilitazione, cosicché il contesto comune appare meno come il suo punto di partenza che come uno dei suoi prodotti. Questa capacità collettiva sta già dando i suoi frutti. La sera del 1° ottobre, il governo ha ritirato dal disegno di legge di bilancio la misura che prevedeva il pagamento delle tasse di iscrizione ai corsi BTS e alle classi preparatorie per gli studenti non beneficiari di borse di studio. [25] Questo passo indietro non risolve la crisi scolastica e non può essere attribuito meccanicamente a un unico attore, ma dimostra che la dinamica non è quella di una pura chiusura da parte del potere, poiché il movimento coincide con una modifica della decisione proprio nel momento in cui la coercizione si intensifica. La concessione e la coercizione possono quindi coesistere nello stesso momento politico, poiché il governo può riconoscere, attraverso una misura, l’esistenza di un rapporto di forze, cercando al contempo, con altri mezzi, di impedirne l’estensione. Le chiusure, i divieti e gli arresti non riguardano quindi solo coloro che ne sono immediatamente oggetto, poiché riducono anche le occasioni di incontro grazie alle quali il movimento potrebbe conquistare nuovi istituti o nuovi sostenitori. L’arrivo degli studenti davanti a un liceo mostra proprio ciò che diventa possibile quando queste circolazioni proseguono. Occorre quindi interrogarsi sulla stessa geografia del mantenimento dell’ordine. Davanti a diversi istituti delle periferie popolari vengono dispiegate forze numerose, pur se alcuni blocchi rimangono tranquilli, con agenti equipaggiati di armi intermedie ben visibili. Al contrario, mobilitazioni simili possono incontrare altrove una presenza di polizia molto più discreta. Sarebbe azzardato dedurne, senza ulteriori elementi, l’esistenza di una strategia deliberata volta a provocare scontri. Ma il dispositivo di polizia non è mai al di fuori della situazione in cui interviene. Una presenza massiccia e armata modifica i comportamenti, gli spostamenti e la percezione stessa del raduno, introducendo fin dall’inizio la possibilità dello scontro in una situazione che non l’avrebbe comportata necessariamente. Questa differenza acquista un’importanza particolare quando si sovrappone alle divisioni territoriali e sociali già descritte. Una mobilitazione nata dalla disuguaglianza scolastica può allora essere progressivamente reinterpretata attraverso le categorie disponibili per governare i quartieri popolari, quelle del disordine, della pericolosità e delle «violenze urbane». La questione scolastica si sposta su un terreno in cui la figura del giovane pericoloso e del quartiere da controllare rischia di sovrascrivere quella dello studente che rivendica pari condizioni di studio. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere stata programmata come tale per essere prodotta dal modo in cui esso viene gestito, reso visibile e raccontato. Il mantenimento dell’ordine non si limita quindi a rispondere a una situazione già costituita. Contribuisce anche a determinare sotto quale forma essa si manifesterà. Laddove un blocco può essere trattato come un disturbo scolastico, lo stesso tipo di azione, in un territorio già associato al disordine urbano e sottoposto a una presenza poliziesca più forte, può essere percepito molto più rapidamente come una minaccia alla sicurezza. Man mano che la questione scolastica viene tradotta nel linguaggio dell’ordine pubblico, le disuguaglianze che avevano dato origine al movimento rischiano di diventare meno visibili, mentre la figura del giovane pericoloso e della violenza da reprimere occupa progressivamente lo spazio. L’ampiezza dell’intervento delle forze dell’ordine produce anche effetti più diffusi. Quando un minore viene condotto in commissariato o un adolescente torna a casa con una ferita grave, l’evento si ripercuote sulle famiglie, dove genitori e compagni capiscono quale prezzo possa comportare la partecipazione al movimento. La decisione di tornare il giorno dopo non viene quindi più presa nelle stesse condizioni. Una ferita o un fermo non ha quindi effetti solo su chi la subisce. Quando ne viene appresa la notizia dagli altri studenti e dalle loro famiglie, entra anche nel calcolo di chi si chiede se tornare a manifestare o a bloccare il proprio istituto. Alla paura di vedere il conflitto protrarsi risponde allora una politica della paura che si può formulare in modo brutale con questa frase: «Lo Stato trema. Deve terrorizzare.» Non si tratta né di diagnosticare lo stato psicologico di chi governa né di ridurre ogni intervento di polizia a un intento di terrorizzare, ma di definire un rapporto politico in cui la coercizione, quando il potere ritiene che un movimento possa sfuggire alle forme previste di negoziazione, produce paura anche in coloro che stanno ancora valutando di unirsi ad esso. Questa paura non ha bisogno di colpire direttamente ciascuno, poiché è sufficiente che la possibilità di essere fermati o feriti diventi un dato di fatto nella decisione. Da quel momento in poi, la forza non agisce più solo nell’istante dell’intervento, ma anche nell’anticipazione di chi si chiede se tornerà davanti al proprio liceo. Di fronte a questa dissuasione, gli studenti dispongono tuttavia delle proprie testimonianze e delle proprie immagini. Quando il movimento viene presentato come estraneo a chi vi partecipa o ridotto a scene di disordine, questi dati mettono in luce altre dimensioni dell’evento: le ferite, le rivendicazioni, gli insegnanti al fianco degli studenti, ma anche le circostanze che precedono certi interventi. Anche le immagini, quindi, creano circolazione. Un’esperienza locale diventa paragonabile a un’altra. Ciò che poteva apparire come un incidente isolato in un istituto si mette in relazione con ciò che è accaduto altrove, e studenti che non si conoscono scoprono nelle immagini degli altri qualcosa della propria situazione. Il contro-archivio si costituisce così non tanto come un semplice insieme di prove, quanto come uno spazio in cui esperienze separate diventano leggibili l’una a partire dall’altra. Impedisce che ogni intervento rimanga confinato alla sola versione prodotta localmente dall’istituzione e modifica le condizioni in cui una testimonianza può essere ritenuta credibile. Un’amministrazione dispone di comunicati, portavoce e accesso immediato ai media, mentre uno studente delle superiori a volte dispone solo di un video girato con il proprio cellulare. Questo squilibrio non scompare, ma cessa di essere assoluto. Il conflitto verte quindi anche sul diritto di descrivere ciò che accade e di descrivere sé stessi. Essere presentati come manipolati, come rivoltosi o come parte di un movimento ridotto a «violenze urbane» non significa solo ricevere un’etichetta discutibile. Significa vedere messa in dubbio la capacità stessa di spiegare perché si agisce. Il contro-archivio diventa politico perché permette a coloro che sono identificati come oggetti del mantenimento dell’ordine dal discorso del potere, di riapparire come soggetti della propria esperienza e del conflitto che hanno intrapreso. È uno dei principali eventi politici del movimento. Una generazione non diventa politica perché improvvisamente condividerebbe un’ideologia uniforme, ma quando esperienze fino ad allora isolate entrano in relazione tra loro e coloro che le vivono scoprono che non sono né puramente individuali né naturali. Una scuola la cui uguaglianza è materialmente smentita può allora essere collegata a uno Stato che si mostra altrimenti disponibile non appena questa disuguaglianza cessa di essere sopportata in silenzio. Qui ritroviamo il dissenso nel suo senso più preciso. Esso non riguarda solo la risposta da dare alle rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori. Riguarda ciò che merita di essere riconosciuto come rivendicazione, chi può legittimamente avanzarla e il modo in cui la sua presenza deve essere interpretata quando smette di occupare il posto che gli era stato assegnato. La disputa sulla scuola diventa allora una disputa sulla scena politica stessa. È proprio in questo punto che la distinzione proposta da Jacques Rancière tra la politica e ciò che egli chiama “polizia” permette di comprendere cosa sia in gioco. Per lui, il termine “polizia” non indica solo l’apparato di polizia, ma l’ordine che distribuisce i ruoli, le funzioni e le competenze, determinando chi può parlare, da quale posizione e su quali argomenti. La politica emerge quando questa distribuzione viene interrotta da coloro che rifiutano di rimanere nel posto loro assegnato e fanno valere, proprio attraverso le loro azioni, l’uguaglianza a cui si richiamano. Il movimento studentesco delle scuole superiori può essere interpretato alla luce di questo dissenso. Confrontando le proprie situazioni, trasformando esperienze fino ad allora separate in una questione comune e interrompendo il normale funzionamento degli istituti, gli studenti smettono di essere solo i destinatari di una politica educativa. Diventano i soggetti di un conflitto sull’uguaglianza stessa. La scuola insegna loro che appartengono a una comunità di cittadini uguali e loro prendono sul serio questa affermazione chiedendo che possa essere verificata proprio nelle condizioni in cui studiano. Miguel Abensour permette di spingere oltre questa lettura. La democrazia non si riduce, nella prospettiva che egli apre, alle istituzioni che governano in suo nome. Rimane attraversata dalla possibilità che il demos emerga come forza d’azione e impedisca allo Stato di chiudersi in sé stesso come forma separata. La democrazia possiede in questo senso qualcosa di insurrezionale, non perché sia destinata alla rivolta o alla violenza, ma perché il popolo democratico non coincide mai interamente con i ruoli che l’ordine istituzionale gli riserva. Benjamin solleva tuttavia una questione che la distinzione tra violenza fondatrice e violenza conservatrice del diritto non risolve: quella dell’interruzione del circolo che le collega. Tutta la sua critica cerca di spezzare questo circolo in cui una violenza istituisce un diritto che deve poi essere mantenuto dalla violenza, finché una nuova violenza fondatrice non venga a sua volta a sostituire la precedente. È a partire da questa possibilità di interruzione che il suo testo può incontrare, senza confondersi con esso, ciò che Rancière chiama dissenso e ciò che Abensour riconosce nella dimensione insurrezionale della democrazia. Il movimento politico non consiste più solo nell’opporre un’altra forza a quella dello Stato né nel conquistare il posto di chi comanda. Esso introduce un’interruzione nell’ordine dei ruoli, delle evidenze e delle continuità attraverso cui tale ordine si riproduceva. In Benjamin, questa rottura assume la figura ben più enigmatica della «violenza divina», violenza che non fonda un nuovo diritto ma interrompe il rapporto circolare tra diritto e violenza. In Rancière e Abensour, essa diventa politicamente concepibile a partire dall’emergere di coloro che non accettano più il posto loro assegnato. [26] Ovviamente non si tratta di identificare troppo frettolosamente un blocco studentesco con la «violenza divina» di Benjamin. Ciò che conta è la questione che essa solleva: ogni rottura politica deve a sua volta diventare fondatrice di un nuovo ordine, oppure può innanzitutto sospendere ciò che sembrava scontato e rendere nuovamente contestabile ciò che la violenza conservatrice del diritto si adoperava proprio per mantenere? Ecco perché l’incontro tra politica e polizia cessa qui di essere una semplice metafora filosofica. Assume una forma estremamente concreta quando coloro che stravolgono l’ordine dei posti incontrano l’apparato incaricato di ristabilire l’ordine materiale. I cancelli del liceo diventano il luogo in cui i due significati della parola si incontrano. Gli studenti contestano il modo in cui è stato definito il loro posto, rivendicano il diritto di raccontare in prima persona ciò che vivono e interrompono il normale funzionamento dell’istituzione, mentre di fronte a loro interviene la forza pubblica incaricata di riaprire l’istituto, disperdere l’assembramento e rendere possibile la ripresa di tale funzionamento. È proprio perché lì si costituisce un potere politico che la violenza che gli si oppone non può essere relegata a una questione marginale di mantenimento dell’ordine. Essa emerge nel momento in cui la rivendicazione cessa di essere solo una richiesta rivolta al potere e diventa un potere in grado di turbare l’ordine a cui si rivolge. L’uso della forza non viene quindi dopo la politica come una questione puramente tecnica. Esso dipende dal modo in cui lo Stato risponde all’emergere di un soggetto che non controlla interamente. Questa lettura, tuttavia, non esaurisce la questione della violenza di Stato. Il fatto che lo Stato cerchi di preservare l’ordine giuridico e sociale di cui è garante non significa che possa ricorrere a qualsiasi mezzo per farlo. L’emergere del dissenso non abroga né il diritto né i limiti imposti alle forze dell’ordine. È proprio perché lo Stato dispone della polizia che deve essere in grado di controllarne l’uso, di stabilirne le responsabilità e di rispondere quando vengono superati i limiti fissati alla propria violenza. Alcuni adolescenti sono stati gravemente feriti nei pressi delle loro scuole e migliaia di persone sono state fermate, mentre il ministro dell’Interno proclamava la proporzionalità del dispiegamento, nonostante diversi interventi fossero già oggetto di indagini. Un’autorità pubblica che rivendica il monopolio della violenza legittima non può limitarsi a certificare da sola la legittimità della violenza che esercita, proprio perché lo Stato di diritto presuppone che tale forza possa essere sottoposta a un controllo esterno rispetto a chi la decide e la impiega. Le norme esistono poiché l’uso della forza rimane giuridicamente subordinato ai principi di necessità e proporzionalità, mentre gli agenti devono poter essere identificati e le loro azioni controllate. La questione decisiva è quindi quella della capacità di questi principi di produrre conseguenze effettive quando l’istituzione che dispone della forza li trasgredisce. Un’indagine che giunge a conclusione solo diversi anni dopo un ferimento o un procedimento disciplinare che non viene avviato nonostante una violazione già accertata non costituiscono semplici imperfezioni amministrative. Esse determinano la quantità di violenza che un apparato statale può esercitare pur continuando a dichiararsi correttamente controllato. La vicenda pone quindi lo Stato di fronte ai propri obblighi. Deve essere in grado di rendere conto degli ordini impartiti e delle condizioni in cui gli adolescenti sono stati feriti, dimostrando al contempo che i meccanismi incaricati di accertare le responsabilità godono di una reale indipendenza. La questione non riguarda solo alcuni agenti di polizia che avrebbero oltrepassato un limite, ma la capacità di uno Stato di sottoporre il proprio potere coercitivo ai principi di cui esige il rispetto da parte degli altri. Perché è proprio questo il ribaltamento con cui questa mobilitazione mette alle strette l’istituzione scolastica e politica. Gli studenti delle scuole superiori chiedevano insegnanti presenti, edifici agibili e le condizioni materiali di un’uguaglianza che la scuola proclama come una delle sue promesse fondamentali, mentre una parte di loro si è trovata di fronte a gas lacrimogeni, armi e arresti. Lo Stato non può chiedere a questa gioventù di credere nell’uguaglianza repubblicana e nello Stato di diritto, facendola al contempo sperimentare, quando trasforma questi principi in rivendicazioni collettive, un potere pubblico innanzitutto capace di contenerla. Il fatto che Rancière e Abensour aiutino a comprendere perché l’emergere del demos si scontri con la forza di uno Stato legato alla conservazione del proprio ordine, e che Benjamin permetta di concepire tale forza come violenza conservatrice del diritto, non risolve affatto la questione dei suoi limiti. Lo Stato svolge anche una funzione di conservazione dell’ordine giuridico e sociale di cui è garante, ma tale funzione non lo autorizza a fare tutto. Essa non sospende né il diritto, né i requisiti di necessità e proporzionalità, né l’obbligo di controllare coloro ai quali affida l’uso della forza. La tensione democratica risiede proprio qui, in uno Stato che cerca di conservare il proprio ordine pur rimanendo esso stesso vincolato da principi che limitano i mezzi con cui può conservarlo. Il dissenso, tuttavia, non è condannato a rimanere un’irruzione che l’ordine finirebbe per assorbire. Può modificare un rapporto di forze, costringere il potere a fare marcia indietro su alcune decisioni e rendere politicamente impossibile ciò che sembrava ancora accettabile pochi giorni prima. L’abolizione delle tasse di iscrizione ai BTS e alle classi preparatorie ne è già un segno, anche se di per sé non può rispondere alle rivendicazioni che hanno dato origine al movimento. La forza politica che si è costituita nei licei non si misura quindi solo in base a ciò che ha rivelato della scuola, dello Stato o della sua polizia. Si misura anche in base alla sua capacità di influenzare le decisioni e di ottenere risposte laddove prima non ce n’erano. Finché permangono le condizioni che hanno generato il movimento, il conflitto che le ha rese visibili rimane aperto. Il suo proseguimento porta con sé la possibilità che questo primo spostamento dei rapporti di forza non rimanga un caso isolato e che le rivendicazioni formulate dagli studenti delle scuole superiori smettano di essere ridotte a una questione di ordine pubblico per ottenere finalmente le risposte politiche che esigono. Note [15] Il 6 dicembre 2018, 153 giovani sono stati fermati a Mantes-la-Jolie; il video degli adolescenti in ginocchio è accompagnato dalla frase «Ecco una classe che si comporta bene». Nel marzo 2019, Laurent Nuñez ha riferito al Senato che dall’inizio del movimento dei Gilet Gialli erano stati sparati 13.095 colpi di LBD. La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha successivamente chiesto alla Francia di rivedere la propria dottrina sull’uso delle armi intermedie e, nel marzo 2023, ha espresso preoccupazione per l’elevato numero di fermi seguiti da rilasci senza accuse durante il movimento contro la riforma delle pensioni. https://www.lemonde.fr/police-justice/article/2018/12/06/mantes-la-jolie-des-images-choquantes-de-lyceens-interpelles-par-la-police_5393757_1653578.html; https://www.senat.fr/seances/s201903/s20190307/s20190307008.html; https://www.coe.int/fr/web/commissioner/-/maintaining-public-order-and-freedom-of-assembly-in-the-context-of-the-yellow-vest-movement-recommendations-by-the-council-of-europe-commissioner-for- [16] Difensore dei diritti, decisione del 18 giugno 2026 relativa alla morte di Nahel Merzouk: accertate diverse violazioni deontologiche e richiesta di procedimenti disciplinari. Il 7 luglio 2026, l’Assemblea nazionale ha inoltre adottato in prima lettura, con 313 voti contro 199, una proposta di legge che prevede, in particolare, che i poliziotti e i gendarmi che fanno uso delle armi siano presunti aver agito in uno dei casi autorizzati dall’articolo L. 435-1 e nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità, presunzione che può essere confutata dalla prova contraria. Al 3 ottobre 2026, il testo è ancora all’esame del Senato e non è quindi una legge in vigore. https://www.defenseurdesdroits.fr/deces-de-nahel-merzouk-lors-dun-controle-routier-la-defenseure-des-droits-conclut-des-manquements; https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/scrutins/7987; https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/opendata/PIONANR5L17BTA0328.html [17] Édouard Philippe, dichiarazione all’Hôtel de Matignon, 4 dicembre 2018, in merito al movimento dei Gilet Gialli: «Tutti i francesi hanno il diritto di manifestare. Ma tutti i francesi hanno anche diritto alla sicurezza, alla libertà di circolazione, a vivere normalmente. » [18] Sugli effetti redistributivi del primo quinquennio di Macron, cfr. Paul Dutronc-Postel et al., «Effetti redistributivi delle misure socio-fiscali del quinquennio 2017-2022 a favore delle famiglie», Notes IPP, n. 81, marzo 2022: guadagni medi dello 0,8% per il 5% più povero contro il 3,3% per l’1% più ricco. https://www.ipp.eu/publication/effets-redistributifs-des-mesures-socio-fiscales-du-quinquennat-2017-2022-a-destination-des-menages/ [19] Sulla genealogia del «liberalismo autoritario» e sulla questione della neutralizzazione delle forze collettive, cfr. Grégoire Chamayou, La Société ingouvernable. Une généalogie du libéralisme autoritaire, La Fabrique, 2018. https://www.contretemps.eu/liberalisme-autoritaire-chamayou/ [20] Gérald Darmanin, allora ministro dell’Interno, dichiara il 25 gennaio 2024: «Non si risponde alla sofferenza inviando i CRS» e si assume la responsabilità di «lasciar fare» una parte delle azioni degli agricoltori mobilitati. Le Monde, 25 gennaio 2024. https://www.lemonde.fr/politique/article/2024/01/25/gerald-darmanin-assume-de-laisser-faire-les-agriculteurs-lors-de-leurs-actions-de-blocage_6213019_823448.html [21] Articolo L. 435-1 del Codice della sicurezza interna, introdotto dalla legge n. 2017-258 del 28 febbraio 2017: l’uso delle armi è soggetto ai principi di «assoluta necessità» e di «stretta proporzionalità». https://www.legifrance.gouv.fr/codes/article_lc/LEGIARTI000034107970/2017-05-11; Sull’evoluzione degli spari contro veicoli in movimento dopo il 2017, cfr. Sebastian Roché, Paul Le Derff e Simon Varaine, «Omicidi da parte della polizia e rifiuto di obbedire. La legge ha reso i poliziotti irresponsabili?», Esprit, 2022. https://www.lemonde.fr/societe/article/2023/06/28/ il-numero-di-spari-della-polizia-è-diminuito-dal-2017-perché-questa-affermazione-di-gerald-darmanin-è-falsa_6179673_3224.html; Sull’uso sproporzionato di gas lacrimogeni contro manifestanti minorenni: Difensore dei diritti, decisione n. 2026-070 del 23 marzo 2026. https://www.defenseurdesdroits.fr/retour-sur-le-college-deontologie-de-la-securite-du-17-mars-2026-1105 ; Sull’arresto collettivo di 102 occupanti di un liceo durante una mobilitazione contro Parcoursup: Difensore dei diritti, decisione n. 2025-129 del 4 luglio 2025. https://juridique.defenseurdesdroits.fr/doc_num.php?explnum_id=22830 [22] Su questi temi, si veda anche Sylvain George: «Nahel Merzouk: dal nome proprio allo sparo — Anatomia di un’impunità», Lundimatin, 30 luglio 2025; «Aly: dal nome proprio alla silenziosa emarginazione — Anatomia di una cancellazione», Lundimatin, 17 agosto 2025; «Alexandre Georges: dal nome proprio all’occhio ferito — Anatomia della monocolarità di Stato», Lundimatin, n. 487, 9 settembre 2025; «Bilal: dal nome proprio all’infra-umano — Anatomia dell’animalizzazione poliziesca», Lundimatin, n. 503, 9 gennaio 2026; «Renée Nicole Good o il crimine dello sguardo: anatomia di un tanato-eugenismo di Stato», Lundimatin, n. 504, 14 gennaio 2026; «Permesso di impunità, permesso di uccidere: la presunzione di legittima difesa», Lundimatin, n. 506, 27 gennaio 2026; «Alex Jeffrey Pretti — Dal testimone giustiziato al terrore come forma di governo», Lundimatin, n. 506, 27 gennaio 2026; «Nahel Merzouk, atto II: La “seconda morte” o la sovranità giudiziaria», Lundimatin, n. 511, 11 marzo 2026; «Zakariyya Seddaoui, senza fiato — Polizia, soglie e vite irrespirabili nel Pas-de-Calais», Lundimatin, n. 520, 19 maggio 2026. [23] Max Weber, «Il mestiere e la vocazione del politico», in Il sapiente e il politico, trad. Julien Freund, introduzione di Raymond Aron, Parigi, Plon, 1959; Walter Benjamin, «Per una critica della violenza», in Opere I, trad. Maurice de Gandillac, Rainer Rochlitz e Pierre Rusch, Parigi, Gallimard, collana «Folio Essais», 2000. Weber definisce lo Stato moderno in base alla sua rivendicazione del monopolio della violenza fisica legittima; Benjamin distingue la violenza fondatrice del diritto dalla violenza conservatrice del diritto e mostra che, nella polizia, questa distinzione tende a confondersi. [24] Legge n. 2026-798 del 18 agosto 2026 «volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l’ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei nostri concittadini», a seguito della decisione del Consiglio costituzionale n. 2026-915 DC del 14 agosto 2026 che ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni. https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000054707332; https://www.vie-publique.fr/dossierlegislatif/JORFDOLE000053715760 [25] Il progetto di bilancio 2027 presentato il 1° ottobre prevedeva 178 euro di tasse annuali per i corsi BTS e 270 euro per i corsi CPGE per gli studenti non beneficiari di borse di studio. La sera stessa, Édouard Geffray annunciò che il governo avrebbe ritirato la misura dopo averne discusso con i sindacati e il Primo Ministro. LCP, 2 ottobre 2026. https://lcp.fr/actualites/lycees-bloques-le-gouvernement-renonce-a-faire-payer-l-inscription-en-bts-et-en-classes [26] Jacques Rancière, La Mésentente. Politique et philosophie, Galilée, 1995, in particolare la distinzione tra «polizia» intesa come ordine dei posti e politica intesa come interruzione di tale ordine; Miguel Abensour, *La Démocratie contre l’État. Marx e il momento machiavellico, PUF, 1997, poi La democrazia insorgente, 2012; Walter Benjamin, «Per una critica della violenza», 1921, sulla violenza divina o «pura» come interruzione della circolarità tra violenza fondatrice e violenza conservatrice del diritto.

  • post-poetica

    dossier guerra e capitale La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso. Un intervento di Renata Morresi / 5 Sophie Durand Per il dossier di ahida Guerra e capitale, il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori. A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio? Gilet bianco da paramedico, per essere d’aiuto durante la grande marcia del 2018: lo indossa Razan al-Najjar quando un proiettile israeliano le trapassa il petto; assassinio fisico di una ventunenne, segue character assassination. Gente di Iqrit costretta ad abbandonare il villaggio nel 1948, si diceva “per due settimane”; erano palestinesi cristiani, alla vigilia di Natale del 1951 le loro case furono fatte detonare. Gli abitanti di Kafr Qasim il 29 ottobre 1956 tornarono dal lavoro non sapendo che il coprifuoco era stato anticipato di cinque ore. “Gira e rigira, sempre lì ritorna”: provare noia, saturazione, risentimento, cinismo, assuefazione, indifferenza, scetticismo, superiorità, delegittimazione preventiva, neutralismo autoassolutorio, terzietà immaginaria, ansia da equivalenza morale – sembra normale per alcuni lettori del medio continente, dèi medi della loro norma. Governare: dirigere una nave, decidere chi può attraversare una strada, raggiungere un ospedale, tornare a casa, e con quale lasciapassare; “gli uomini per lo piú si lasciano governare dai nomi” dice Leop Giac. Goccia dopo goccia, nove cisterne di Beit Ula raccoglievano la pioggia per irrigare un progetto dell'unione europea con 3.200 ulivi, mandorli, limoni e fichi; gennaio 2008, l’esercito israeliano distrugge sia cisterne che coltivazioni. Evidentemente si può continuare, le lettere sono molte e hanno infinite combinazioni, e gli anni, e le occasioni, ciò che è profondo e ciò che eccede. Esattamente quaranta secondi separarono nel luglio 2014 il primo colpo sulla spiaggia di Gaza dal secondo, che raggiunse i bambini della famiglia Bakr mentre correvano verso l’albergo dei giornalisti. Essere malate, avere cure, e altre aritmetiche della divisione: le macchine non bastavano per i circa mille pazienti, così nel maggio 2024 le quattro ore di dialisi necessarie a Souad Zohair diventarono due. Eppure un confine, una sacca di sangue, un sacco di farina, una firma sotto un ordine non sono metafore. Esperimento attorno le forme della descrizione: non manca l’esattezza, ma la distribuzione della potenza linguistica è radicalmente diseguale. Non abbiamo mai avuto tanti testimoni-autori simultanei, non abbiamo mai avuto tanti documenti, non abbiamo mai potuto trasformare tanti documenti in prova, non abbiamo mai potuto ricostruire la sequenza di immagini satellitari, ombre, edifici, posizione sole, mappe, audio, crateri, traiettorie con tanta precisione, non è mai stato così semplice conservare una testimonianza, non è mai stato così semplice perderla, non s’è mai avuta una così vasta autorialità collettiva e anonima, non c’è mai stata tanta capacità di produrre dubbio e rumore, non è mai stata così grande la distanza fra la testimonianza della violenza e il potere di interromperla, non smettiamo di studiare la grammatica. Negare un foglio non ferisce un corpo – il corpo ha bisogno di trovarsi dall’altra parte del posto di blocco: trova la congiunzione. Nell’ottobre 2024 una missione dell’OMS aveva ottenuto l’accordo per portare sangue, carburante e medicine agli ospedali Kamal Adwan e Al-Awda; tuttavia, poche ore prima della partenza ecc. Nulla è antropologicamente inevitabile nell’ostilità; ciò che appare inevitabile può essere il risultato di strutture politiche diventate abitudine. Noi studiamo (studio) culture come sistemi delicatamente interconnessi e le vite come egualmente degne di conoscenza e passione, ma lavoriamo (lavoro) dentro istituzioni che appartengono anche alle economie della distruzione e alle alleanze relative. Oggetti minimi come infrastrutture della sopravvivenza: una tanica, una tessera, una dose di insulina, un quaderno, un ulivo, un'oliva. Ospedali senza letti costrinsero il decenne Hazem Farjallah, ferito da schegge, a rimanere per giorni sul pavimento di un corridoio mentre la zia reggeva la sua flebo; o serve ancora mostrare dei braccini? delle gambe? Ogni volta che a Gaza si trova uno spazio libero dalle macerie per improvvisare una classe, un nuovo ordine di evacuazione. Ordini, permessi, sentenze, contratti, notizie e poesie sono fatti di parole, sono fatti; alcuni hanno dietro parlamenti, polizia, tribunali, eserciti, pure istituiti a parole e così via a loro volta, a risalire. Ora il problema non è trovare la parola abbastanza terribile per descrivere quello che ben sappiamo. Chiamava la Mezzaluna Rossa da un’automobile crivellata di colpi Hind Rajab: la sua voce di seienne esce dal dolby surround; i suoni acuti, alte frequenze, rimbalzano anche su ostacoli leggeri, per esempio i cadaveri dei famigliari. Colpiti in successione tre veicoli di World Central Kitchen, che organizza cucine da campo: dopo il primo attacco i superstiti scendono per salire sul secondo mezzo, dopo il secondo attacco scendono per salire sul terzo, dopo il terzo attacco, dopo quattro minuti, dopo un chilomentro e mezzo. Campi, serre, pozzi, orti, ovili, vigne, pompe, tubi, stalle, barche, reti, muli, auto, torri, impianti, stazioni, officine, trattori, alveari, vivai. Causa ed effetto, oppressori e vittime, le pressioni contrapposte: tutto scompare dentro una nube avvolgente, un dispositivo anti-narrativo; in verità basta poco, per esempio: c'era un asinello a sud di Hebron. Cultura è anche l’insieme delle cose che permettono di conservare il presente e pensare al futuro, come coltivare un orto, farsi una foto, avere dell'acqua mentre si sta partorendo, andare a scuola a dare un esame come andava Raghad, 16 anni, credendo nel. Chi dispone del potere non possiede parole migliori: possiede le catene attraverso le quali si trasformano parole in conseguenza; insomma, oltre lo splendore e la pletora: orientamento per contaminazione semantica. Istituzioni significa precisamente che alcune frasi non descrivono il mondo ma lo modificano. Insufficienti, deviate, laterali, opache, interrotte, difficili, vietate le tubature per collegare i villaggi palestinesi agli impianti idrici. In sé le parole sono lemmi collezionabili nei dizionari; acquistano forza illocutoria quando dispongono di autorità; l’autorità non cresce spontaneamente in natura. Il volto della treenne Yasmine al-Shanbari si riempì di chiazze rosse e pruriginose in un rifugio circondato da rifiuti. Interno della frase: nessun esplosivo rilevato, la sua forza emerge dall’incontro tra l’enunciato e le condizioni materiali, istituzionali e affettive (rifare finché non funziona). “Double tap”: settembre 2026, attacco mirato a Gaza City, diverse persone vanno in soccorso del ferito; poco dopo, stesso luogo, secondo attacco uccide lui più adolescente accorso. Dentro il campo di Sde Teiman, racconta un ragazzo di quindici anni, ho trascorso ventitré giorni in una cella con settanta adulti, le gambe incatenate e i polsi ammanettati fino a sanguinare. Distruggere una vita non richiede sempre di ucciderla: si può ridurre lo spazio in cui può muoversi, curarsi, coltivare, tra l'arsenale, la riviera e la pancia putrescente dell'Europa. “Dov'è papà?” Dipendere da un’autorizzazione potrebbe essere tradotto con: il tempo e lo spazio dell’altro entrano nel tuo corpo. Impotenza è una parola pericolosa quando trasforma l’assenza di conseguenze nell’assenza di cause. Il 23 marzo 2025 le ambulanze in arrivo a Tel al-Sultan avevano lampeggianti accesi, insegne visibili e soccorritori in uniforme; il video di uno degli uomini uccisi le mostra pochi secondi prima. Isolato nel 1669 da Hennig Brand, che bolliva galloni di urina cercando la pietra filosofale, il fosforo (“portatore di luce”) viene usato da Israele nel sud del Libano: lo vedete scendere come lance bianche, brucia a contatto con l'ossigeno. Intanto che ci domandiamo quale altra informazione manchi, il montaggio modifica le distanze tra le prove così da fare, implicitamente o esplicitamente, apparire. Insieme, una firma, un finanziamento, una frontiera, una nave, un voto, una licenza, una consegna o un rifiuto possono costituire una catena materiale come una catena; ah, la similitudine. Oggi Ramadan Ghaban ha dodici anni, lavora fino a sera in un caffè per mantenere il fratello e le sorelle, suo padre è morto e lui non va più a scuola, vorrebbe diventare medico o bagnino, vive in una tenda. Ogni vita è nel suo contesto prima ancora che qualcuno elabori una teoria dell’interdipendenza. Organizzare significa costruire passaggi fra ciò che sappiamo e qualcuno che possa farne qualcosa. Opporsi alla distruzione richiede ________________________________ e anche parole che le tengano insieme. Ottenere il permesso di narrare sotto condizioni anti-narrative è un’azione materiale che non può avvenire senza essere detta e resa esecutiva. Ora, ricominciare la catena. ___________________________________________________________________________ Renata Morresi scrive poesia e saggistica, ed è ricercatrice di letteratura anglo-americana all’Università di Padova. Tra le pubblicazioni accademiche recenti: Attraversamenti. Traiettorie del postcoloniale e degli studi sulle migrazioni nelle Americhe, co-curato con A. Scacchi, M. Fontes e E. Leonardi (Lithos, 2025), che include il suo Migrazioni, traduzioni, attraversamenti nelle scritture del confine tra Messico e Stati Uniti. In poesia ha pubblicato le raccolte Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026), La cerimonia (Collana Isola, 2025), Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone, 2013), La signora W. (La camera verde, 2013), Cuore comune (peQuod, 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Ha tradotto, tra gli altri, testi di Emily Dickinson, Lorine Niedecker, Robert Lax, Rachel Blau DuPlessis, Louis Zukofsky; nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. È nella redazione di Nazione Indiana e cura la collana di poesia Lacustrine per Arcipelago Itaca Edizioni.

  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia L'ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell'interruzione prima parte Antonio Brech Questo testo è ripreso da «lundimatin» n. 536, lundimatin#536. È stato pubblicato il 6 ottobre 2026. Si ringrazia molto. Da diversi giorni, migliaia di studenti delle scuole superiori vengono arrestati, colpiti con gas lacrimogeni, picchiati e gravemente feriti nei pressi dei loro istituti. A Saint-Ouen-l’Aumône, un ragazzo di quattordici anni ha perso numerosi denti a seguito dell’uso, a distanza molto ravvicinata, di un lanciagranate Cougar. A Tours, uno studente sedicenne ha perso l’uso di un occhio. Ad Argenteuil, un altro è stato gravemente ferito all’occhio. In diversi istituti delle periferie popolari, numerose forze dell’ordine sono schierate davanti a blocchi a volte tranquilli, con armi a letalità ridotta ben messe in mostra. Allo stesso tempo, il ministro dell’Interno afferma che l’uso della forza è «molto proporzionato». Introduzione: La gioventù liceale, vittima di un suicidio sociale Bisogna partire da questa scena, perché dice molto di più di un semplice inasprimento del mantenimento dell’ordine. Mostra ciò che accade quando un conflitto scolastico, portato avanti in gran parte da una gioventù popolare, spesso già abituata ai controlli di polizia sui mezzi di trasporto, nelle strade e nei quartieri in cui vive, smette di essere gestito come una difficoltà scolastica e inizia a essere trattato come un problema di sicurezza. Gli insegnanti assenti, gli edifici fatiscenti, la disuguaglianza delle condizioni di studio e l’incertezza sul futuro non scompaiono. Ma man mano che gli studenti delle scuole superiori bloccano, si radunano e rendono materialmente impossibile il normale svolgimento delle attività scolastiche, altre categorie prendono il sopravvento: «violenza urbana», «gruppuscoli», «rivoltosi», «ristabilimento dell’ordine repubblicano». Questo spostamento non è solo lessicale. Trasforma lo status di coloro con cui lo Stato si confronta. Il giovane che, poche ore prima, era ancora definito come studente diventa una presenza da controllare, un assembramento da disperdere, un corpo suscettibile di essere fermato o colpito da un’arma cosiddetta «intermedia» (armi a letalità ridotta). Nei quartieri popolari, questa trasformazione si scontra con una storia già esistente, fatta di controlli più frequenti, di sospetto territorializzato, di discriminazioni documentate e di un’antica familiarità con la coercizione pubblica. Il conflitto scolastico entra così in uno spazio sociale in cui la polizia non fa la sua prima apparizione. È anche questo che spiega la rapidità con cui la questione della scuola può essere rivestita con quella del disordine. Una mobilitazione nata dalla disuguaglianza scolastica può, nel giro di pochi giorni, essere reinterpretata attraverso le categorie già disponibili per governare i quartieri popolari. La figura dello studente che reclama un insegnante, aule agibili o condizioni di studio eque viene progressivamente affiancata, e talvolta sostituita, da quella del giovane pericoloso, della periferia da controllare, del gruppo suscettibile di degenerare. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere proclamata come programma per produrre i propri effetti. Può costituirsi proprio nel modo stesso in cui certi territori vengono sorvegliati, certe presenze interpretate e certe violenze rese immediatamente credibili, mentre altre devono ancora essere provate. Il problema non risiede quindi solo nel numero di agenti di polizia dispiegati né nella gravità delle ferite. Risiede nel modo in cui una parola politica può essere destituita proprio nel momento in cui diventa efficace. Finché una rivendicazione rimane isolata, formulata nei contesti ordinari e senza la capacità di interrompere alcunché, può essere intesa come una richiesta. Quando blocca un ingresso, collega diversi istituti, coinvolge studenti, docenti o sindacati e inizia a incidere sul funzionamento dell’istituzione, si scontra con un altro potere dello Stato. È proprio qui che i giovani rivestono un ruolo particolare. La scuola chiede loro di imparare il senso civico, l’uguaglianza, il discernimento e l’autonomia. Ma quando questi principi smettono di essere oggetti di insegnamento e diventano pratiche collettive, quando servono a contestare le condizioni concrete in cui gli studenti vivono e studiano, l’istituzione può scoprire che accetta più facilmente la cittadinanza come promessa che come pratica. Coloro ai quali si insegna a diventare cittadini iniziano ad agire come tali prima ancora che ne sia stata data loro l’autorizzazione. Il conflitto liceale rende allora visibile una tensione più ampia tra democrazia e ordine. Non si tratta solo di sapere come lo Stato risponde a una mobilitazione, ma cosa fa quando coloro ai quali è stato assegnato un posto smettono di accettarlo e trasformano la loro esperienza in una questione comune. Il blocco, l’occupazione, la circolazione delle immagini, le solidarietà tra istituti e la messa in relazione di esperienze fino ad allora separate costituiscono una forza politica proprio perché rendono impossibile il silenzioso proseguimento di ciò che prima poteva essere gestito come una somma di problemi particolari. La polizia interviene all’interno di questa tensione, non al suo margine. Non interviene solo dopo il conflitto per contenerne gli eccessi. Partecipa al modo in cui esso viene definito, distribuito territorialmente e reso visibile. Ristabilisce la circolazione, riapre un istituto, disperde un assembramento, ma va anche incontro a coloro che hanno interrotto l’ordine ordinario affinché il loro rifiuto divenga udibile. Quando questo intervento ferisce, mutila o interroga in massa dei minorenni, la questione non è più solo quella del mantenimento dell’ordine. Diventa quella dei limiti che lo Stato impone realmente alla propria forza e di quanto valgano questi limiti quando coloro che li superano appartengono all’istituzione che dispone delle armi. Questo testo parte quindi da questa scena. Cerca di comprendere come un conflitto scolastico diventi un conflitto sull’ordine, come la violenza si distribuisca socialmente e razzialmente, come la qualificazione prepari la coercizione, come la paura agisca a monte del movimento, ma anche come gli studenti delle scuole superiori producano le proprie narrazioni, le proprie immagini e le proprie forme di solidarietà. Perché ciò che è in gioco qui non riguarda solo la violenza che lo Stato esercita contro una gioventù mobilitata. Riguarda anche ciò che questa gioventù mette in luce quando rifiuta di rimanere nel posto che le era stato assegnato. I. L’estensione poliziesca del conflitto liceale Venerdì 2 ottobre, al termine di una nuova giornata di mobilitazione liceale, in Francia erano state fermate più di cinquemila persone dall’inizio della settimana. Solo per la giornata di venerdì, il Ministero dell’Interno ha segnalato 1.747 nuovi fermi. Secondo Laurent Nuñez, l’85% riguardava minori. Il Ministero dell’Istruzione nazionale ha registrato 735 istituti scolastici interessati da disordini nel corso della giornata, mentre quasi quattrocento licei erano stati chiusi a titolo preventivo. Il giorno precedente, 1.949 persone erano state fermate in un solo giorno nell’ambito delle mobilitazioni degli studenti delle scuole superiori, e il movimento aveva interessato 1.027 istituti, di cui 222 bloccati. Queste cifre da sole non descrivono ciò che è in gioco e non consentono di confondere mobilitazione, incidenti, violenze e interventi di polizia. Tuttavia, danno la misura del cambiamento di scala. In pochi giorni, un conflitto nato nelle scuole superiori ha portato a diverse migliaia di fermi e ha posto una parte del sistema scolastico sotto un regime di mantenimento dell’ordine. [1] Giovedì 1° ottobre segna una svolta in questo senso. Fino ad allora, i primi interventi si erano basati in gran parte su unità locali, meno specializzate nel mantenimento dell’ordine. Quel giorno Laurent Nuñez annuncia il ricorso ai CRS e ai gendarmi mobili in nome del «ripristino dell’ordine repubblicano». I blocchi stradali e gli assembramenti sono ormai accompagnati da gas lacrimogeni, cariche, arresti di massa e dall’uso delle cosiddette armi intermedie. Il 2 ottobre non pone fine a questa sequenza poiché, nonostante una diminuzione del numero di istituti scolastici presi di mira, gli arresti proseguono in modo massiccio, mentre le chiusure amministrative e i divieti di assembramento conferiscono all’intervento dello Stato una forma diversa. A Saint-Ouen-l’Aumône, questo cambiamento di scala si misura innanzitutto nel corpo di Eden, un ragazzo di quattordici anni. Il 28 settembre, davanti al liceo Château-d’Épluches, un video mostra diversi poliziotti a contatto con l’adolescente. Viene colpito, cade a terra, poi un agente utilizza a distanza molto ravvicinata un lanciagranate Cougar, il cui proiettile lo colpisce alla mascella. Il procuratore di Pontoise ha confermato che il ragazzo ha perso numerosi denti. Sono state avviate due indagini: una sulle presunte violenze commesse dal giovane nei confronti di un’agente di polizia, l’altra sull’uso del lanciagranate. La categoria di «arma intermedia» dice ancora poco di ciò che un’arma del genere provoca concretamente quando colpisce un corpo: in questo caso, denti rotti, una ferita alla mascella e conseguenze che non si esauriscono con la fine dell’intervento. Contemporaneamente si registrano altre lesioni. A Tours, Maël, uno studente liceale di sedici anni ferito il 30 settembre davanti al liceo Balzac, ha perso l’uso dell’occhio destro. Le perizie medico-legali hanno stabilito che le sue lesioni erano compatibili con l’impatto di un proiettile di difesa di tipo LBD, mentre un’indagine dell’IGPN deve ancora stabilire le circostanze precise dello sparo. Ad Argenteuil, un altro studente liceale di sedici anni è stato gravemente ferito all’occhio il 1° ottobre nel corso di un intervento di polizia, anch’esso oggetto di indagine. A Sevran, un altro intervento è anch’esso oggetto di un’indagine dell’IGPN. [2] Il mantenimento dell’ordine si svolge nel breve arco di tempo di un intervento, di uno sgombero o di un fermo, mentre le lesioni che provoca possono durare mesi o rimanere irreversibili. Una mascella frantumata, la perdita dell’uso di un occhio, una grave lesione oculare o una possibile mutilazione continuano ben oltre il momento in cui la strada è stata restituita al traffico. È proprio nel corso di questa sequenza che Laurent Nuñez afferma che, proprio perché i minori si trovano di fronte alle forze dell’ordine, si fa un uso «molto proporzionato» delle armi intermedie. La scelta dell’espressione merita una riflessione. In diritto, la proporzionalità non è una qualità generale che si possa possedere in misura maggiore o minore. Essa indica un rapporto da stabilire, in una situazione determinata, tra la forza impiegata, la necessità del suo uso e la minaccia alla quale essa pretende di rispondere. Affermare che l’uso della forza sarebbe stato «molto proporzionato» sposta quindi già di per sé la questione. La proporzionalità non è più qualcosa che andrebbe verificata sulla base dei fatti, delle distanze di tiro, dei gesti compiuti e delle ferite provocate. Diventa una qualità attribuita in anticipo al dispositivo stesso, proprio nel momento in cui diversi interventi sono oggetto di indagini e alcuni adolescenti sono rimasti gravemente feriti. La formulazione della frase finisce così per sollevare una domanda che il ministro non pone. Se un intervento nel corso del quale un ragazzo di quattordici anni perde numerosi denti a seguito dell’uso a distanza molto ravvicinata di un lanciagranate, mentre un altro di sedici anni perde definitivamente l’uso di un occhio, può ancora essere definito «molto proporzionato», a partire da quale soglia inizierebbe, secondo il ministro, la sproporzione? A che punto la lesione provocata dalla forza cesserebbe di essere compatibile con l’idea che essa sia stata impiegata in modo misurato? Il problema non sta quindi solo nel fatto che l’affermazione ministeriale possa essere smentita dalle indagini in corso. Risiede piuttosto nel fatto che essa tende a svuotare la proporzionalità della sua funzione critica. Un limite giuridico ha senso solo se può servire a stabilire che la forza è andata troppo oltre. Quando diventa una qualità che il potere attribuisce in modo generalizzato al proprio apparato, rischia di non limitare più la violenza, ma di fornirle il vocabolario per giustificarla. La sera del 2 ottobre, Laurent Nuñez spinge ancora più in là questa logica. Intervistato nel telegiornale delle 20:00 di TF1 sugli studenti feriti e sull’eventuale carattere sproporzionato degli interventi di polizia, afferma che «non vi è alcuna direttiva di moderazione» e che non è stata data alcuna direttiva di non utilizzare l’intero arsenale di armi intermedie a disposizione delle forze di sicurezza interna. Precisa che, quando una situazione viene definita «rivolta» o «violenza urbana», tali armi devono essere impiegate per porvi fine. Nella stessa intervista, tuttavia, invoca nuovamente la «proporzionalità» e la «moderazione», pur indicando che cinque agenti di polizia sono oggetto di un deferimento all’IGPN per azioni la cui proporzionalità dovrà essere valutata dalla giustizia. [3] La contraddizione qui non riguarda più solo la scelta di un aggettivo. La moderazione viene contemporaneamente scartata come direttiva politica e reintrodotta come presunta qualità dell’intervento. La proporzionalità interviene quindi meno come un limite preventivo imposto all’uso della forza che come una qualifica che può essere rivendicata dopo che è stato autorizzato l’uso di tutti i mezzi disponibili. In una mobilitazione in cui la stragrande maggioranza delle persone fermate è minorenne e in cui diversi adolescenti sono già stati gravemente feriti, questa dichiarazione segna un’ulteriore soglia nel modo in cui il potere assume la coercizione. Alcuni incidenti e atti di vandalismo hanno accompagnato certi blocchi stradali. La loro esistenza fa parte della sequenza degli eventi, ma non permette di qualificare retrospettivamente l’intero movimento sulla base di essi, né risolve da sola la questione della violenza. Un’aggressione contro una persona, un atto di vandalismo, la resistenza a un intervento di polizia o la distruzione di un bene non sono atti identici. Raggrupparli in un’unica categoria di «violenza» esime proprio dall’esaminare ciò a cui mirano, ciò che producono e le circostanze in cui avvengono. L’altro fatto rilevante è la portata assunta dagli stessi fermi. Come abbiamo visto, in pochi giorni, nell’ambito del movimento studentesco, sono state fermate più di cinquemila persone, di cui una stragrande maggioranza di minorenni. A prescindere dall’esito giudiziario, questi fermi hanno già prodotto i loro effetti prima ancora che un giudice si pronunciasse. Allontanano immediatamente le persone dal raduno, disorganizzano i gruppi e, quando si tratta di minorenni, fanno entrare la mobilitazione nelle famiglie. A questa scala, l’arresto non è più solo l’anticamera di un eventuale procedimento penale, ma diventa una tecnica di governo del movimento il cui effetto dissuasivo e di disorganizzazione collettiva precede interamente ciò che la giustizia deciderà in seguito. Le immagini riprese da studenti, insegnanti o passanti diventano in queste condizioni parte integrante del conflitto stesso. A Saint-Ouen-l’Aumône, senza il video, l’uso del Cougar rimarrebbe intrappolato in un contrasto di versioni molto più difficile da verificare. I telefoni costituiscono, quasi in tempo reale, un archivio esterno all’istituzione di polizia. Frammentario, incapace di fornire da solo la totalità di un evento, questo archivio possiede tuttavia un potere decisivo perché sottrae all’istituzione che ha esercitato la forza il monopolio della descrizione di ciò che ha fatto. La questione della testimonianza ha inizio qui. Un atto di violenza non occupa lo stesso spazio nell’opinione pubblica a seconda che ne rimanga o meno una traccia e a seconda che la parola di chi lo riferisce sia ritenuta credibile. L’immagine da sola non garantisce la verità, ma può dare peso a una versione che il resoconto della polizia avrebbe altrimenti oscurato e impedire che la prima versione fornita dall’istituzione si imponga come l’unica. Il 1° ottobre segna inoltre un cambiamento nella natura del dispositivo messo in campo. Laurent Nuñez annuncia il ricorso ai CRS e ai gendarmi mobili in nome del «ripristino dell’ordine repubblicano», mentre il ministro della Giustizia riunisce i procuratori generali per definire una risposta penale annunciata come «ferma». Inoltre, diverse centinaia di istituti scolastici dovranno chiudere il giorno successivo. Il conflitto scolastico è ora gestito contemporaneamente dal Ministero dell’Istruzione, dal Ministero dell’Interno e dall’apparato giudiziario. Tale dispiegamento di forze intorno alle scuole superiori rischia tuttavia di oscurare ciò che era presente prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il movimento non è nato dallo scontro con la polizia, ma da istituti in cui gli studenti vivono da anni l’esperienza molto concreta di un servizio pubblico che non mantiene da alcuna parte le proprie promesse. All’inizio dell’anno scolastico 2026, un’indagine dello SNES-FSU condotta su 1.033 istituti pubblici ha stabilito che il 69% aveva iniziato l’anno con un corpo docente o educativo incompleto. [4] In più della metà degli istituti esaminati mancava almeno un insegnante con un posto fisso o per una sostituzione di durata significativa. Le assenze occasionali non sono state prese in considerazione in questo calcolo. [5] Questa carenza di personale è anche il risultato di scelte di bilancio. Per l’inizio dell’anno scolastico 2026 sono stati soppressi 4.018 posti di insegnante, di cui 1.645 nella scuola secondaria, mentre la riforma della formazione iniziale ha portato all’inserimento di quasi ottomila insegnanti tirocinanti nell’organico del ministero e sono stati creati altri posti per gli AESH, gli psicologi e l’assistenza sociale. Il calo demografico è un dato di fatto e avrebbe potuto consentire di alleggerire le classi o di rafforzare la capacità di sostituzione. Ma è stato anche utilizzato per ridurre il numero di posti di insegnante. Ad Aubervilliers e Montreuil, gli studenti intervistati parlano di corsi non rimpiazzati, di locali fatiscenti e di materiale insufficiente. Soprattutto, esprimono la sensazione di prepararsi agli stessi esami degli studenti di istituti meglio dotati, in condizioni che non sono paragonabili. La loro rivendicazione riguarda quindi qualcosa di più profondo di una serie di disfunzioni. Mette in discussione la distribuzione territoriale e sociale delle condizioni stesse in cui l’uguaglianza scolastica dovrebbe diventare realtà. Questa disuguaglianza si riscontra persino negli edifici. Una scuola in cui si lavora al freddo, al caldo o nell’umidità non presenta solo un problema di comfort, poiché queste condizioni incidono direttamente sull’attenzione, sulla stanchezza e sulla possibilità di lavorare. Il liceo Paul-Éluard di Saint-Denis ne offre un chiaro esempio. Dopo anni di richieste e di degrado, è stata avviata una notevole ristrutturazione energetica, senza che i lavori oggi intrapresi possano cancellare il tempo che li ha preceduti, durante il quale le condizioni di studio si sono deteriorate al punto da diventare esse stesse un motivo di mobilitazione. Ciò che queste situazioni mettono in discussione va quindi oltre la qualità del servizio pubblico. Esse toccano uno dei suoi principi di legittimazione più forti: l'uguaglianza delle opportunità. La scuola continua a presentarsi come il luogo in cui le differenze di origine dovrebbero poter essere in parte compensate da una sufficiente uguaglianza delle condizioni di apprendimento. Ma quando gli studenti non hanno a disposizione gli stessi insegnanti o lo stesso numero di ore effettivamente garantite, le pari opportunità smettono di essere solo imperfette e diventano una promessa che l’organizzazione materiale dell’istituzione contraddice. Man mano che le testimonianze circolano da un istituto all’altro, ciò che poteva essere vissuto come sfortuna smette di esserlo. L’insegnante assente in un liceo si aggiunge all’aula diventata inagibile in un altro e situazioni inizialmente percepite come particolari cominciano a entrare in risonanza. Il movimento le mette in relazione e ne fa emergere la geografia, la storia budgetariua e la distribuzione sociale. È qui che il blocco acquista il suo significato politico. Non si limita a impedire l’accesso a un istituto, ma rompe il regime ordinario in cui queste difficoltà possono essere trattate separatamente. Finché la mancanza di un insegnante rimane confinata in una classe, rimane un problema amministrativo. Quando centinaia di istituti smettono di funzionare contemporaneamente, la stessa questione diventa di dominio pubblico, perché il blocco sospende per alcune ore la possibilità di continuare a gestire separatamente ciò che comincia ad essere riconosciuto come una condizione comune. Il contrasto risiede quindi nella rapidità con cui lo Stato interviene a seconda della natura del problema. Un posto vacante può rimanere tale per settimane e un edificio può attendere anni prima di essere ristrutturato, mentre un blocco comporta in poche ore l’intervento delle forze di polizia, la mobilitazione dei pubblici ministeri o la chiusura preventiva di centinaia di istituti. Lo Stato non si dimostra quindi ugualmente disponibile quando si tratta di migliorare le condizioni dell’insegnamento e quando si tratta di interrompere un movimento. Non manca in modo uniforme di mezzi o di potere d’azione, ma distribuisce la propria capacità di intervento a seconda che si tratti di riparare o di contenere. È in questo senso che si può parlare di una disponibilità differenziale dello Stato, in cui la lentezza della risposta sociale e la rapidità della risposta coercitiva appartengono a un unico potere pubblico. Coloro che si mobilitano chiedono quindi più scuola, non meno scuola. Tuttavia, man mano che il movimento si estende, gli incidenti e le violenze assumono nel discorso governativo un peso crescente a scapito delle rivendicazioni stesse. Una crisi che inizialmente riguardava la mancanza di insegnanti, gli edifici e le condizioni di studio viene ora affrontata sempre più con i mezzi del mantenimento dell’ordine. II. Creare il disordine Il cambiamento decisivo non avviene con gli episodi di disordine in sé, ma quando questi iniziano a dare il nome all’intero movimento. Già dal 28 settembre, mentre la mobilitazione era ancora molto più limitata, Laurent Nuñez utilizza la categoria di «violenze urbane». Tre giorni dopo, il governo parla di una «svolta», mentre il ministro dell’Istruzione afferma che il movimento è «preso in ostaggio da gruppuscoli ultraviolenti». Le rivendicazioni scolastiche permangono, ma non determinano più il modo in cui il potere definisce ciò che sta accadendo. [6] Definire il movimento come «violenza urbana» non cambia solo il modo di raccontarlo, poiché tale definizione coinvolge anche altre istituzioni oltre a quelle a cui erano inizialmente rivolte le rivendicazioni scolastiche. La polizia, i servizi di intelligence e la giustizia penale passano in primo piano, mentre lo studente liceale che chiede di un insegnante assente può ora essere considerato come membro di un raduno suscettibile di turbare l’ordine pubblico, e quindi come individuo da controllare o da disperdere. Lo stesso spostamento emerge quando Matignon riporta l’analisi attribuita ai servizi di intelligence, secondo cui l’origine del movimento risiederebbe in una «manovra organizzata da LFI (La France Insoumise, partito francese di sinistra) e dai suoi rappresentanti dell’estrema sinistra». Diversi rappresentanti eletti di LFI hanno effettivamente sostenuto i blocchi, e il fatto che un’organizzazione politica cerchi di amplificare un movimento sociale non ha nulla di eccezionale. Ciò non basta tuttavia a spiegare perché centinaia e poi più di mille istituti scolastici abbiano aderito alla mobilitazione. Le osservazioni sul campo mostrano appelli che circolano sulle reti sociali e studenti delle scuole superiori che respingono essi stessi l’idea di un movimento orchestrato dall’esterno. Considerare l’intervento di un’organizzazione politica come l’«origine» del conflitto sostituisce una causalità esterna alle cause che gli studenti stessi enunciano. I posti vacanti, il degrado degli edifici e l’inquietudine per il futuro cessano così di essere le ragioni del conflitto per diventare gli elementi di un’operazione che si suppone sia stata concepita altrove. La voce politica degli studenti delle scuole superiori viene così sminuita proprio nel momento in cui acquisisce efficacia collettiva. Il termine «presa in ostaggio» compie un’operazione simile, dividendo il movimento tra una gioventù le cui rivendicazioni potrebbero essere riconosciute e gruppi che l’avrebbero “catturata”. I problemi scolastici possono quindi essere ammessi senza che venga pienamente riconosciuto il soggetto collettivo che li porta avanti, poiché la rivendicazione rimane ammissibile fintanto che rientra nelle forme previste del dialogo, mentre la mobilitazione che le conferisce la sua forza diventa il fenomeno dal quale bisognerebbe liberare gli studenti. Una rabbia che aveva un oggetto preciso cambia così progressivamente di status. Riguardava la scuola, i suoi mezzi e la distribuzione ineguale delle sue risorse, ma non appena blocca, comincia ad essere gestita a partire dal disordine che produce piuttosto che compresa a partire da ciò che dice. Si può definire «destituzione poliziesca della collera» quell’operazione mediante la quale una parola conflittuale, senza nemmeno essere stata confutata, cessa di essere ascoltata come un’affermazione politica nel momento in cui diventa materialmente vincolante. È in questa dinamica che si inserisce la polemica intorno a Bally Bagayoko (sindaco LFI di Saint Denis e Pierrefitte). Quando afferma che «la violenza può essere legittima», la sua formula viene immediatamente recepita come se abolisse ogni distinzione tra resistenza, danneggiamento o aggressione contro una persona. Eppure, l’idea che una violenza possa essere legittima non è affatto estranea all’ordine politico. Lo Stato stesso rivendica un uso legittimo della forza; il diritto distingue la violenza autorizzata da quella non autorizzata e riconosce la legittima difesa. La Dichiarazione del 1789 inserisce inoltre la resistenza all’oppressione tra i diritti naturali e imprescrittibili. Questi elementi non conferiscono un’autorizzazione generale alla violenza in un movimento sociale, ma rendono insostenibile l’affermazione secondo cui ogni violenza sarebbe, per definizione e indipendentemente dalle circostanze, illegittima nel momento in cui proviene da chi contesta. La questione verte quindi sulle situazioni, su ciò che viene preso di mira e sul rapporto di proporzionalità tra il mezzo impiegato e ciò a cui esso pretende di rispondere, ma anche su chi detiene il potere di qualificare l’atto. Lo Stato stesso risponde quotidianamente a queste domande quando distingue, per i propri agenti, un uso legittimo o illegittimo della forza. Non può quindi riservare la questione della legittimità alla violenza che esso stesso esercita. Il monopolio istituzionale della coercizione non può trasformarsi in un monopolio sulla definizione di ciò che è legittimo. Il trattamento mediatico riservato a Bally Bagayoko permette di osservare lo stesso problema da un’altra prospettiva. Circolano immagini che lo ritraggono vicino a un bidone della spazzatura in fiamme, alimentando l’accusa secondo cui il sindaco di Saint-Denis sarebbe lui stesso coinvolto nei disordini. L’analisi di una sequenza più lunga mostra invece che stava cercando di allontanare un bidone già in fiamme dalle grate dell’edificio e di limitare i danni. [7] La sua frase sulla violenza legittima ha poi avuto una diffusione molto più ampia rispetto all’argomentazione in cui era inserita. Non occorre alcuna direttiva alle redazioni per spiegare questa riduzione, poiché bastano la routine dell’informazione. Un bidone in fiamme fornisce immediatamente un’immagine, mentre l’assenza prolungata di un insegnante o il deterioramento di un servizio pubblico richiedono tempo per essere accertati e raccontati. Questa disparità di visibilità incide inevitabilmente sul modo in cui il conflitto viene percepito. Chi sostiene la mobilitazione può quindi essere invitato a iniziare con una «condanna delle violenze», come se tale condanna costituisse la condizione preliminare per qualsiasi intervento credibile sul movimento. L’incidente spettacolare finisce così per strutturare la narrazione, mentre la crisi della scuola passa in secondo piano. Il «cane da guardia» non è necessariamente chi mente, ma anche chi mantiene il dibattito all’interno di categorie in cui alcune dimensioni della realtà diventano immediatamente visibili e altre molto meno. L’episodio dell’«acido» rivela un meccanismo simile. L’affermazione secondo cui alcuni manifestanti avrebbero usato l’acido viene ripresa nel dibattito politico prima ancora che siano accertati i fatti a cui si presume si riferisca. Ciò che conta in questo caso non è quindi solo la diffusione di un’informazione incerta, ma la rapidità con cui un’accusa spettacolare può servire a qualificare l’intero movimento. Un atto di violenza attribuito a un partecipante viene facilmente utilizzato per qualificare il movimento nel suo insieme, mentre la violenza della polizia viene più spesso ricondotta all’azione di un singolo agente, la cui responsabilità dovrebbe essere accertata dall’indagine. Il primo gesto tende così a essere generalizzato al gruppo, mentre il secondo rimane un caso isolato. La giornata del 2 ottobre offre un nuovo episodio di questa battaglia per la qualificazione. A Belfort, le prime immagini ampiamente diffuse mostrano un comandante di polizia in borghese gettato a terra e poi colpito ripetutamente da un gruppo di giovani. I colpi, in particolare quelli alla testa, sono di una violenza innegabile. Il poliziotto perde brevemente conoscenza e viene avviata un’indagine per tentato omicidio ai danni di un pubblico ufficiale. Nelle prime ore, è proprio a partire da questa sequenza che viene raccontato l’evento. Il procuratore parla di una «orda selvaggia di giovani» e il ministro dell’Interno di «rivoltosi». Ma un’immagine può arrivare troppo tardi. Nel pomeriggio, altri video pubblicati da L’Est Républicain mostrano ciò che precede immediatamente i colpi. Lo stesso poliziotto, capo dei servizi di intelligence territoriale di Belfort e presente in borghese, ha appena effettuato un fermo particolarmente violento nella Savoureuse, il fiume che costeggia il liceo. La violenza dei colpi che gli saranno poi inflitti rimane inalterata. Queste immagini, tuttavia, cambiano la scena impedendo di presentarla come un episodio isolato e senza contesto. Laddove il primo montaggio faceva iniziare l’evento con l’aggressione al poliziotto, il secondo costringe a risalire a monte e a chiedersi cosa sia successo prima che il gruppo si rivoltasse contro di lui. [8] Nella prima diffusione di queste immagini, ciò che precede i colpi scompare. Quando altri video ricostruiscono quel “prima”, la scena assume un significato diverso senza che la violenza dei colpi scompaia. Contestualizzare non significa né giustificare né scusare, ma rifiutare che sia il punto di partenza del montaggio a determinare da solo la causalità. Questa asimmetria fa parte di quella che potremmo definire una «finzione poliziesca del reale». Non si tratta di ritenere falso ogni racconto istituzionale, ma di constatare che l’istituzione che esercita la forza dispone anche del potere di definire immediatamente la situazione in cui l’ha esercitata. Termini come «mantenimento dell’ordine», «uso intermedio», «proporzionalità», «violenze urbane» o «rifiuto di obbedire» non descrivono quindi mai solo i fatti a posteriori, poiché orientano anche il modo in cui questi saranno inizialmente percepiti e compresi. Il linguaggio amministrativo può così attenuare la concretezza di ciò che è accaduto senza per questo essere necessariamente mendace. Una ferita alla mascella diventa «uso di un’arma intermedia» e una mobilitazione nata da un conflitto scolastico viene progressivamente descritta in termini di «violenze urbane». Questo linguaggio accompagna l’uso della forza contribuendo a farla apparire come una risposta ragionevole a una situazione già definita come minacciosa. Il contrasto diventa più evidente se si osserva, allo stesso tempo, il modo in cui viene trattato il Rassemblement National. Alcune rivelazioni hanno attribuito a Jordan Bardella alcune vecchie dichiarazioni antisemite. Egli ne nega l’autenticità e ha avviato un procedimento contro Mediapart. Queste accuse, come altre polemiche riguardanti i candidati del RN in occasione delle elezioni legislative del 2024, non impediscono al partito di continuare a essere trattato come un normale attore della competizione politica, al quale viene chiesto di rendere conto della propria storia e della propria strategia. I giovani mobilitati attorno alle scuole superiori passano molto più rapidamente a una posizione diversa. Le situazioni non sono giuridicamente equivalenti e il loro confronto non verte su una scala comune di gravità, ma sullo status politico attribuito agli attori. Una forza già insediata nel gioco istituzionale rimane un interlocutore anche nel mezzo di polemiche estremamente gravi, mentre una gioventù che interrompe materialmente il funzionamento dei propri istituti scolastici diventa rapidamente una popolazione di competenza delle forze dell’ordine. Il confine passa anche tra coloro ai quali l’ordine politico ha già riconosciuto un posto e coloro la cui irruzione collettiva sconvolge tale distribuzione. I telefoni sconvolgono questa asimmetria senza eliminare né il montaggio né il fuori campo. Impediscono tuttavia che la descrizione dell’intervento appartenga esclusivamente all’istituzione che lo ha condotto. Il contro-archivio non è quindi solo una riserva di prove, ma un contro-potere sulla descrizione del reale. Riguarda anche la credibilità della testimonianza. I giovani ai quali il discorso pubblico attribuisce una manipolazione esterna o un’appartenenza indifferenziata alle «violenze urbane» producono le proprie immagini e descrivono ciò che vivono. Il conflitto si sposta quindi verso una questione fondamentale: chi può attestare ciò che è accaduto, quale parola deve essere corroborata per essere creduta e quale beneficia di una presunzione di serietà per il solo fatto di provenire da un’istituzione. A questo livello, la qualificazione diventa già una forma di violenza politica quando priva una collera del suo oggetto, un movimento della propria causalità e coloro che protestano di una parte della loro capacità di dire da soli ciò che stanno facendo. La violenza di Stato non inizia quindi necessariamente con il primo colpo. Inizia anche nel modo in cui lo Stato definisce coloro che ha di fronte. Gli studenti che contestano le loro condizioni di studio possono progressivamente essere trattati non tanto come attori di un conflitto scolastico quanto come un problema di ordine pubblico, e questa nuova qualificazione contribuisce poi a rendere la coercizione più facilmente accettabile. III. Una violenza di Stato socialmente distribuita La categoria delle «violenze urbane» non si abbatte su uno spazio sociale indifferenziato. Per una parte dei giovani mobilitati a Saint-Denis, Sevran o Aubervilliers, la polizia non compare per la prima volta in occasione del blocco del liceo. Fa già parte del panorama dei trasporti, delle uscite della metropolitana e dei controlli di strada. Questa differenza è misurabile. L’indagine pubblicata dal Difensore dei diritti nel 2025 stabilisce che i giovani percepiti come neri, arabi o magrebini corrono un rischio quattro volte maggiore di essere sottoposti a controllo rispetto al resto della popolazione, e un rischio dodici volte maggiore di subire un controllo approfondito. Quasi una persona controllata su cinque riferisce inoltre di comportamenti da parte della polizia giudicati inappropriati. [9] Un altro studio dedicato alla «gestione degli indesiderati» documenta pratiche ripetute di controllo, contravvenzioni e allontanamento dagli spazi pubblici rivolte principalmente ad adolescenti e giovani delle classi popolari, spesso provenienti da contesti di immigrazione postcoloniale. La categoria utilizzata merita di essere presa sul serio, poiché queste pratiche non rispondono solo a infrazioni precise. Esse determinano anche, in modo molto concreto, chi può rimanere in un luogo, riunirsi o circolare senza essere regolarmente invitato a giustificare la propria presenza. Questa disuguaglianza di fronte al controllo va oltre una semplice differenza statistica. Significa che alcune presenze sono considerate normali, mentre altre devono dimostrare regolarmente di non rappresentare un pericolo. È a partire da questa asimmetria che riappare, in una forma trasformata, la figura politica del nemico interno. Per nemico interno non si deve ovviamente intendere che un governo abbia ufficialmente designato come tali gli studenti delle scuole superiori o gli abitanti dei quartieri popolari. Il concetto permette piuttosto di descrivere ciò che accade quando una parte della popolazione comincia ad essere percepita non tanto in base ai propri diritti o alle proprie azioni, quanto al pericolo che le viene attribuito, in modo che i suoi spostamenti e i suoi raduni assumano fin dall’inizio un significato preventivo. L’avversario non ha bisogno di aver attaccato lo Stato per rientrare in questa logica, che emerge non appena l’esistenza collettiva di alcuni viene inquadrata nella categoria del pericolo. Lo stesso giovane può così essere considerato uno studente quando è in classe e una presenza sospetta non appena blocca l’ingresso del liceo o si unisce a un gruppo per strada. Questo cambiamento è tanto più rapido in quanto alcuni avevano già avuto a che fare con la polizia prima del movimento, non come manifestanti, ma come abitanti di quartieri popolari. È in questo senso che si può parlare di una «naturalizzazione del sospetto», quando questo non dipende più solo da un atto determinato, ma comincia ad essere associato a un aspetto, a un territorio o al semplice fatto di trovarsi in gruppo, al punto che l’atto successivo potrà sempre essere interpretato come la conferma di una pericolosità già presupposta. Didier Fassin aveva dimostrato, nella sua indagine su una brigata anticrimine della regione parigina [10], quanto una parte dell’attività di polizia in certi quartieri si svolgesse nelle interazioni quotidiane con i giovani, al di là del perseguimento di reati gravi. I controlli, i fermi e le umiliazioni quotidiane rivelavano in quel contesto un potere discrezionale il cui scopo andava oltre la ricerca di un reato specifico. La polizia contribuiva così al mantenimento di un ordine sociale, decidendo anche in che modo alcuni potessero occupare lo spazio. Questo ordine è indissolubilmente sociale e razziale. L’immigrazione proveniente dalle ex colonie si è ampiamente integrata nelle fasce operaie e impiegatizie delle classi popolari francesi. I suoi discendenti sono cresciuti in territori segnati dalla deindustrializzazione, dall’edilizia popolare e dalle discriminazioni. Le categorie di «giovani delle periferie» o di «violenza urbana» hanno sintetizzato per decenni questo rapporto tra territorio, presunta origine e pericolosità. Questa distribuzione razziale della repressione si scontra inoltre con una particolare cultura politica presente in una parte delle forze dell’ordine. I dati elettorali devono essere trattati con cautela, in particolare a causa delle dimensioni limitate dei sottocampioni. Le indagini del CEVIPOF [Centre de recherches politiques de Sciences Po] indicavano tuttavia nel 2024 che il gruppo «poliziotti e militari» si distingueva nettamente dalla media per il proprio voto a favore del RN e dell’estrema destra. Questo risultato non permette né di attribuire un’opinione a ogni singolo agente né di spiegare un colpo o uno sparo con una scheda elettorale, ma obbliga a prendere sul serio le rappresentazioni che potrebbero circolare in un’istituzione detentrice di un potere coercitivo. [11] Diversi casi documentati negli ultimi anni hanno inoltre rivelato scambi razzisti e violenti tra agenti di polizia. La questione non consiste nel trasformare questi casi in un ritratto globale della polizia francese. Un caso individuale non vale come dimostrazione per l’intero corpo. Ma l’istituzione non può nemmeno ridurre sistematicamente queste scene a eccezioni isolate quando coloro che tengono tali discorsi dispongono, nell’esercizio delle loro funzioni, di un potere pubblico su altre persone. Queste rappresentazioni assumono un’altra portata quando si intrecciano con pratiche discriminatorie già documentate da diverse istituzioni. Nel 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Francia in un caso di controllo d’identità discriminatorio, mentre il Difensore dei diritti documenta la sovraesposizione di alcuni giovani ai controlli. [12] La questione assume una dimensione istituzionale quando pregiudizio e potere si incontrano. Un’opinione razzista custodita nella sfera privata rimane un’opinione privata, ma i suoi potenziali effetti cambiano natura quando è espressa da chi può controllare, perquisire o decidere l’uso della forza. Una Repubblica non può aspettare che una telecamera indossabile registri accidentalmente una conversazione per scoprire ciò che circola nei propri servizi. Deve rendere identificabili le pratiche discriminatorie e consentire che vengano segnalate senza che il loro controllo dipenda dall’istituzione in questione. Questo nesso tra rappresentazioni razzializzate e potere discrezionale ha una storia più antica. Gli studi sulla polizia delle popolazioni algerine nelle metropoli hanno mostrato come si fosse costituito un repertorio specifico di sorveglianza, controllo e territorializzazione del sospetto. La decolonizzazione ha profondamente trasformato il diritto e le istituzioni. Non ha necessariamente cancellato tutte le rappresentazioni e tutti i comportamenti elaborati nel corso di quella storia. [13] La situazione postcoloniale non può quindi essere definita come se la colonia fosse immutata. Essa indica piuttosto la trasformazione, all’interno di un ordine giuridico egualitario, di rapporti di cui una parte era stata elaborata nell’impero. Il controllo differenziale non si basa più su uno status coloniale esplicito. Può avvenire attraverso la distribuzione statisticamente diseguale dei controlli, attraverso la territorializzazione della sorveglianza e attraverso il ricorrente inquadramento di determinate popolazioni come più pericolose. Fanon ci aiuta a comprendere quali siano le conseguenze di questa distribuzione nello spazio. Il mondo coloniale non si basava solo su norme diverse, ma anche su una possibilità diseguale di abitare e circolare. Il confronto con la Francia contemporanea non presuppone alcuna identità tra le due situazioni. Invita piuttosto a chiedersi che ne è dell’universalità della cittadinanza quando l’esperienza concreta del potere pubblico rimane fortemente differenziata a seconda del territorio, dell’origine attribuita e della classe sociale. Césaire sposta ulteriormente lo sguardo. La violenza coloniale non trasforma solo coloro che la subiscono. Trasforma una società che impara a tollerare nei confronti di alcune popolazioni ciò che considererebbe intollerabile nei confronti di altre. Il suo imbarbarimento del colonizzatore indica questa assuefazione alla violenza resa possibile dalla designazione preventiva di coloro contro cui essa potrà essere esercitata. [14] Questa assuefazione possiede una dimensione antropologica. Alcune violenze da parte delle forze dell’ordine o certi discorsi razzisti non si limitano a insultare, poiché intaccano lo status stesso di chi ne è destinatario. L’animalizzazione ne costituisce la forma più brutale quando riduce qualcuno al grido, alla ferocia o a un corpo ritenuto incapace di ragionare, e produce quindi non solo un’umiliazione, ma un’operazione di disumanizzazione. La disumanizzazione indica il gesto attraverso il quale chi subisce la violenza viene progressivamente sottratto a una relazione in cui la sua parola, il suo dolore e la sua dignità dovrebbero vincolare chi gli sta di fronte. Rende così più facile rivolgersi a lui in modo diverso, infliggergli ulteriori sofferenze o ritenere che la sua sofferenza richieda meno responsabilità. Tra l’animalizzazione razzista e la categoria amministrativa di «indesiderabile», i gradi sono ovviamente diversi, ma il meccanismo fa emergere una questione comune. Si tratta di sapere chi rimane pienamente riconosciuto come soggetto quando inizia la coercizione, chi rimane un cittadino al quale l’istituzione deve rendere conto e chi comincia ad essere considerato innanzitutto come un corpo da spostare, contenere o neutralizzare. Il vocabolario utilizzato a Belfort il 2 ottobre conferisce a questa operazione una formulazione quasi letterale quando il procuratore descrive gli aggressori del poliziotto come una «orda selvaggia di giovani». L’espressione non si limita più a qualificare atti estremamente violenti, ma sposta coloro che li commettono verso l’immagine di un gruppo animalizzato mosso da una ferocia collettiva. È qui che la figura del nemico interno si ricongiunge a quella della disumanizzazione senza però confondersi con essa. Il nemico conserva spesso un potere politico che all’animalizzato viene invece negato, ma entrambe le operazioni alterano lo status ordinario del cittadino, sia trasformando innanzitutto la sua presenza in una minaccia, sia sminuendo il peso attribuito alla sua parola e alla sua sofferenza. La massiccia presenza di agenti di polizia intorno a un locale popolare va considerata alla luce di questa storia. Un dispiegamento identico intorno a un prestigioso liceo nel centro di Parigi non susciterebbe necessariamente la stessa indifferenza. Alcune popolazioni hanno acquisito una familiarità tale con il controllo che la violenza di questa familiarità cessa essa stessa di costituire un evento, e la disuguaglianza si misura anche in base alla soglia a partire dalla quale la coercizione diventa socialmente accettabile. La violenza di Stato appare quindi come qualcosa di diverso da una somma di illegalità individuali quando un insieme di istituzioni e pratiche espone in modo duraturo alcune fasce della popolazione a un maggiore controllo. La scuola può offrire loro condizioni materiali meno favorevoli e la polizia può controllarli più frequentemente; poi, quando trasformano questa esperienza in un conflitto politico, le forze dell’ordine si trovano di fronte a una popolazione già abituata alla coercizione pubblica. Non è necessario che un’autorità abbia concepito questa sequenza come un programma unico affinché gli effetti di diverse istituzioni convergano sugli stessi territori e sulle stesse persone. È proprio questo che distingue un’analisi strutturale da una narrazione intenzionalista, poiché amministrazioni che perseguono obiettivi diversi possono comunque produrre, in alcune vite, un’esperienza coerente dello Stato. Questa genealogia postcoloniale non basta tuttavia a comprendere ciò che sta accadendo in Francia dal 2018. I Gilet Gialli hanno subito l’uso delle armi LBD [flash-ball], mutilazioni e arresti di massa; i vigili del fuoco sono stati colpiti con gas lacrimogeni e gli oppositori della riforma delle pensioni hanno subito pratiche di polizia la cui proporzionalità è stata messa in discussione dalle istituzioni europee. La coercizione non rimane quindi confinata ai territori in cui era storicamente concentrata. A partire dal movimento dei Gilet Gialli, questa genealogia razziale e postcoloniale è attraversata da un altro movimento. La coercizione continua a colpire in modo sproporzionato le popolazioni che storicamente erano più esposte, ma raggiunge anche gruppi socialmente diversi quando questi acquisiscono a loro volta una reale capacità di interrompere il funzionamento ordinario. Note [1] Il 2 ottobre 2026, il Ministero dell’Interno ha riferito di 1.747 fermi nella giornata, con Laurent Nuñez che ha precisato che l’85% riguardava minori; 735 istituti erano stati coinvolti nella mobilitazione. Il giorno precedente, erano stati coinvolti 1.027 istituti, di cui 222 bloccati, e il ministero aveva annunciato 1.949 fermi. Cfr. Le Monde, «Mobilitazione nelle scuole superiori: di fronte all’“aggravarsi della situazione”, Laurent Nuñez ricorre alle CRS e alla gendarmeria mobile», 1° ottobre 2026, e la cronaca in diretta del 2 ottobre 2026. https://www.lemonde.fr/societe/ article/2026/10/01/mobilizzazione-nelle-scuole-superiori-di-francia-di-fronte-all-aggravarsi-della-situazione-il-ministro-dell-interno-laurent-nunez-ricorre-alle-crs-e-ai-gendarmi-mobili_6786588_3224.html [2] L’IGPN è stata incaricata di indagare sugli interventi avvenuti a Saint-Ouen-l’Aumône, Tours e Sevran. Anche ad Argenteuil le è stata affidata un’indagine in seguito al ferimento all’occhio di uno studente liceale di sedici anni. A Tours, il procuratore della Repubblica ha confermato che Maël, sedicenne, aveva perso l’uso dell’occhio destro e che i referti medico-legali erano compatibili con l’impatto di un proiettile di difesa di tipo LBD. Vedi TF1 Info, 30 settembre 2026 https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/lyceens-blesses-devant-des-etablissements-bloques-la-police-des-polices-saisie-de-trois-enquetes-annonce-laurent-nunez-2467304.html ; Le Parisien, 1° ottobre 2026: https://www.leparisien.fr/val-d-oise-95/il-sest-retourne-et-a-pris-quelque-chose-dans-loeil-un-lyceen-de-16-ans-blesse-lors-du-blocus-des-lycees-a-argenteuil -01-10-2026-2JLRYH3WZVBUNP2OI4RH26LV3I.php; La Dépêche, 3 ottobre 2026 https://www.ladepeche.fr/2026/10/03/blocage-des-lycees-un-adolescent-de-16-ans-a-perdu-lusage-dun-oeil-a-tours-sans-doute-victime-dun-tir-de-lbd-de-la-police -13581736.php [3] Laurent Nuñez, intervista al telegiornale delle 20:00 di TF1, 2 ottobre 2026. Interrogato sugli interventi della polizia che hanno ferito diversi studenti delle scuole superiori, il ministro dell’Interno afferma che «non vi è alcuna direttiva di moderazione» e che non è stata data alcuna direttiva di non utilizzare tutte le armi intermedie disponibili; indica inoltre che cinque agenti di polizia sono stati sottoposti a indagine da parte dell’IGPN. Cfr. Virginie Fauroux, «Blocco delle scuole superiori: “Oltre 5.000 fermi da lunedì”, annuncia Laurent Nuñez su TF1», TF1 Info, 2 ottobre 2026. https://www.tf1info.fr/societe/blocus-des-lycees-plus-de-5-000-interpellations-depuis-lundi-annonce-sur-tf1-laurent-nunez-qui-reconnait-que-la-mobilisation-lyceenne-est-surprenante-par-son-ampleur-2467768.html [4] Indagine SNES-FSU condotta su 1.033 scuole medie e superiori pubbliche: il 69% di esse, all’inizio dell’anno scolastico 2026, disponeva di un corpo docente o educativo incompleto; le assenze occasionali sono state escluse dal campo di applicazione dell’indagine. SNES-FSU, «Inizio dell’anno scolastico 2026, ancora carenza di personale!», 7 settembre 2026. https://www.snes.edu/article/rentree-2026-toujours-la-penurie/; https://www.snes.edu/article/rentree-2026-toujours-la-penurie/ [5] Il progetto di bilancio per il 2026 prevedeva 4.018 tagli di posti di lavoro per insegnanti nella scuola primaria e secondaria pubblica e privata, di cui 1.645 nella scuola secondaria pubblica e privata. Cfr. SNES-FSU, «Bilancio 2026: ancora tagli di posti di lavoro!», 22 ottobre 2025, e «Inizio anno scolastico 2026: mobilitiamoci senza indugio!», 14 febbraio 2026. https://www.snes.edu/article/budget-2026-encore-des-suppressions-demplois/ [6] Questi termini sono stati utilizzati dal governo nel corso dell’intensificarsi del movimento, in particolare durante la riunione di crisi del 1° ottobre. Il Ministero dell’Interno ha allora annunciato il dispiegamento di CRS e gendarmi mobili per il «ripristino dell’ordine repubblicano». Cfr. Le Monde, 1° ottobre 2026 https://www.lemonde.fr/societe/ article/2026/10/01/mobilizzazione-nei-licei-di-fronte-all-aggravarsi-della-situazione-il-ministro-dell-interno-laurent-nunez-ricorre-alle-crs-e-ai-gendarmi-mobili_6786588_3224.html ; Reuters, 1° ottobre 2026 https://www.reuters.com/world/europe/attackers-douse-teacher-petrol-student-protests-rage-across-france-2026-10-01/ [7] Bally Bagayoko aveva dichiarato il 29 settembre che «la violenza, in determinati casi, può essere legittima», aggiungendo immediatamente che «ogni volta che è possibile evitarla, è meglio». Una verifica condotta sulla base di filmati più lunghi ha inoltre stabilito che egli aveva allontanato un bidone della spazzatura già in fiamme dalle grate del liceo e non aveva partecipato al suo incendio. TF1 Info, 29 e 30 settembre 2026. https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/verif-le-maire-bally-bagayoko-a-t-il-mis-le-feu-aux-poubelles-devant-un-lycee-de-saint-denis-2467033.html ; https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/blocages-de-lycees-le-prefet-de-police-saisit-la-justice-contre-bally-bagayoko-pour-provocation-a-commettre-un-delit-2467286.html [8] Il quotidiano L’Est Républicain ha pubblicato il 2 ottobre alcune immagini che mostrano, immediatamente prima del pestaggio del comandante di polizia, un fermo particolarmente violento da lui effettuato nel quartiere della Savoureuse. L’Est Républicain, «Blocco delle scuole superiori: prima del pestaggio di un poliziotto, un fermo nel fiume che solleva interrogativi», 2 ottobre 2026. https://www.estrepublicain.fr/faits-divers-justice/2026/10/02/blocus-des-lycees-avant-le-passage-a-tabac-d-un-policier-une-interpellation-dans-la-riviere-qui-interroge [9] Difensore dei diritti, La fiducia tra polizia e popolazione: gli insegnamenti di un’indagine sulla popolazione generale attraverso la lente dei controlli d’identità e delle denunce presentate, 2025: i giovani uomini percepiti come neri, arabi o magrebini corrono un rischio quattro volte maggiore di essere controllati e dodici volte maggiore di subire un controllo «approfondito». Si veda anche Aline Daillère e Magda Boutros, Multe, allontanamenti, controlli: la gestione degli «indesiderabili» da parte della polizia parigina, studio pubblicato dal Difensore dei diritti il 9 aprile 2025, che documenta una politica di allontanamento che colpisce principalmente giovani uomini in condizioni di precarietà provenienti dall’immigrazione postcoloniale. https://www.defenseurdesdroits.fr/ la-fiducia-polizia-popolazione-gli-insegnamenti-di-un’indagine-sulla-popolazione-generale-attraverso-il-prisma-di ; https://www.defenseurdesdroits.fr/amendes-evictions-controles-une-etude-sur-la-gestion-des-indesirables-par-la-police-850 [10] Didier Fassin, La Force de l’ordre. Une anthropologie de la police des quartiers, Seuil, 2011. [11] Sulle preferenze elettorali di poliziotti e militari, si vedano le indagini elettorali del CEVIPOF e in particolare i lavori di Luc Rouban sulle elezioni europee e legislative del 2024. Sugli scambi razzisti, sessisti o violenti nei gruppi WhatsApp della polizia, si vedano in particolare la sentenza del Consiglio di Stato del 28 dicembre 2023, n. 474289, che conferma la revoca di un agente di polizia per partecipazione a scambi razzisti e discriminatori, nonché l’articolo di Le Monde del 17 febbraio 2024. https://www.sciencespo.fr/cevipof/fr/etudes-enquetes/enquete-electorale-francaise-2023-elections-europeennes-2024; https://www.legifrance.gouv.fr/ceta/id/CETATEXT000048725213; https://www.lemonde.fr/societe/article/2024/02/17/les-boucles-whatsapp-un-phenomene-dont-la-police-tente-de-maitriser-l-usage-intempestif-en-son-sein_6217039_3224.html [12] Corte europea dei diritti dell’uomo, Seydi e altri c. Francia, 26 giugno 2025, ric. n. 35844/17. La Corte ha concluso, per uno dei sei ricorrenti, che vi fosse stata una violazione dell’articolo 14 in combinato disposto con l’articolo 8 a causa del carattere discriminatorio dei controlli subiti; ha respinto tale addebito per gli altri cinque ricorrenti. file :///Users/SylvainGEORGE/Downloads/Arr%C3%AAt%20Seydi%20e%20altri%20c.% 20France%20-%20all%C3%A9gations%20de%20discriminations%20lors%20de%20contr%C3%B4les%20d%E2%80%99identit%C3%A9.pdf ; https://www.defenseurdesdroits.fr/controles-didentite-discriminatoires-la-france-condamnee-par-la-cedh-904 [13] Emmanuel Blanchard, La Police parisienne et les Algériens, 1944-1962, Nouveau Monde, 2011. Sulla creazione di specifici dispositivi di sorveglianza delle popolazioni algerine in Francia metropolitana e sulla continuità di alcuni registri di polizia, si veda anche Emmanuel Blanchard, «La polizia e le “medine algerine” in Francia metropolitana», Métropolitiques, 8 febbraio 2012. https://metropolitics.org/La-police-et-les-medinas.html ; [14] Frantz Fanon, I dannati della terra, Maspero, 1961, in particolare il capitolo «Sulla violenza», sulla spazializzazione e la compartimentazione del mondo coloniale; Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, Présence africaine, 1955, in cui la colonizzazione viene descritta come un processo volto a «decivilizzare il colonizzatore» e a provocare un «rimpastrozimento» dell’Europa. https://clg-leodate-volmar.eta.ac-guyane.fr/IMG/pdf/discours-sur-le-colonialisme-1955-aimc3a9-cc3a9saire.pdf

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