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Dossier Guerra e Capitale Engels, la guerra e l’ipertrofia dello Stato nel XX secolo Progresso tecnologico e cambiamento storico Thomas Berra Friedrich Engels, nato nel 1820 a Barmen, in Renania, e morto nel 1895 all’età di 75 anni a Londra, trascorse tutta la sua vita adulta all’ombra di Karl Marx, al quale sopravvisse di dodici anni, sentendosi a proprio agio in quella posizione[1]. Per volere del padre lasciò la scuola secondaria un anno prima di ottenere il diploma di maturità [Abitur] per entrare, in qualità di figlio maggiore, nell’azienda di famiglia. Completando così la sua formazione da autodidatta, il suo incontro con Marx lo lasciò profondamente impressionato, ammirando la brillantezza sistematico-filosofica del giovane hegeliano, in cui vedeva un genio con un talento ben superiore al proprio. Infatti, il tipo di pensiero speculativo in cui Marx eccelleva come nessun altro era considerato dai filosofi tedeschi dell’epoca la forma più elevata di attività scientifica; Engels, che condivideva tale valutazione, considerava forse il proprio compito, di tipo positivista, troppo banale in confronto, comprendendo che il suo ruolo nella collaborazione con Marx era quello di editore, lettore, pubblicista, traduttore e divulgatore della teoria marxista (non marxista-engelsiana), rendendola comprensibile al movimento socialista a cui era destinata. Il fatto che a volte il risultato di tale compito fossero semplificazioni o formulazioni riduzionistiche di pensieri complessi non solo era inevitabile ma anche desiderato, sebbene il prezzo che Engels dovesse pagare per ciò fosse il persistente sospetto di essere incapace di articolare una maggiore complessità. Tuttavia, a lui si devono risultati davvero notevoli e proprio perché il suo temperamento lo portava a interessarsi al mondo realmente esistente, verso le realtà piuttosto che le astrazioni. Oltre alle sue opere scientifiche, letterarie, giornalistiche e politiche, straordinariamente variegate, Engels fu per lungo tempo un imprenditore industriale di successo con molti anni di esperienza alle spalle, il che non solo gli permise di finanziare la lenta progressione della produzione teorica di Marx, ma gli fornì anche una comprensione del capitalismo dall’interno, insolita tra i suoi avversari. Forse si può affermare che, a modo suo, Engels si trovava più a suo agio nel mondo rispetto a Marx, il filosofo economista-politico, il che aiuta a spiegare come egli sia diventato, pur essendo ancora molto giovane, uno dei primi sociologi empirici con la sua opera Die Lage der arbeitenden Klasse in England: Nach eigner Anschauung und authentischen Quellen [La situazione della classe operaia in Inghilterra, secondo le mie opinioni e fonti autentiche], scritta all’età di 24 anni durante un periodo di formazione di due anni trascorso nella sede dell’azienda tessile di famiglia a Manchester. Marx, che Engels aveva visitato a Colonia nel 1842 mentre era in viaggio verso l’Inghilterra, rimase profondamente colpito dal libro e dichiarò che Engels era «giunto alla stessa conclusione» di lui, ma «per una via diversa», in particolare quella della ricerca empirica. Iniziò così un’amicizia e una collaborazione che sarebbero durate tutta la vita e che poco dopo avrebbero dato origine, tra le altre cose, al Manifesto del Partito Comunista del 1848, una pietra miliare nella storia delle scienze sociali piena di tracce testuali del libro di Engels, così come lo sarebbe stato, quasi due decenni dopo, il primo volume de Il capitale. Quello che potremmo definire il carattere concreto del pensiero e della ricerca di Engels, la sua esperienza e il suo stile di vita, si manifestano anche nella sua produzione intellettuale praticamente enciclopedica, alimentata da una vorace fame di fatti e dalla costante ricerca di nuovi temi, divorando intere biblioteche alla ricerca degli ultimi progressi nei diversi campi del sapere. Come studioso indipendente, ha indagato l’evoluzione delle scimmie antropoidi che avrebbe portato alla comparsa degli ominidi, l’antropologia storica del lavoro, l’origine della famiglia, la storia del cristianesimo primitivo e quella della Germania, in particolare le guerre contadine, oltre alle scienze naturali emergenti nella sua Dialettica della natura. Mentre Marx poteva mostrare tratti misantropici, per dirla in modo delicato, l’immediatezza dell’accesso di Engels al mondo spiega in parte perché fosse il più attivo politicamente dei due. Era in gran parte lui a mantenere i contatti con i movimenti e i partiti socialisti internazionali dell’epoca, aiutato dalla sua padronanza attiva di dodici lingue e dalla capacità di comprenderne con una certa facilità altre venti. Supplemento teorico Non sono affatto qualificato per riassumere la totalità degli studi e della produzione scientifica di Engels. Nel suo caso, come in quello di altri grandi pensatori, si possono rileggere le sue opere più e più volte e si scopre sempre qualcosa di nuovo. A me, in quanto sociologo interessato alle forze motrici che configurano lo sviluppo delle società complesse contemporanee, colpisce fino a che punto egli abbia integrato la concezione materialista della storia, elaborata (con il suo aiuto) da Marx come critica dell’economia politica del XIX secolo, con una sorta di teoria dello Stato e della politica. Sebbene lo stesso Engels considerasse il proprio contributo come un mero complemento alla teoria marxiana del materialismo storico, sostengo che egli possa essere considerato il fondatore di un ramo indipendente della teoria sociale materialista, che ha contribuito a una comprensione migliore e più esaustiva, assolutamente necessaria dal punto di vista attuale, della politica e dello Stato. Cosa intendo con «una sorta di teoria»? Innanzitutto, che Engels si affidò sempre a Marx per quanto riguarda il «quadro generale», perché, da un lato, confidava che Marx lo avrebbe sviluppato, ma anche, si può almeno supporre, per il suo temperamento personale di ricercatore, che si esprimeva in una certa avidità presistemica e insaziabile di fatti, sempre più resistenti alla sistematizzazione quanto più ampio era il flusso a cui la sua ricerca aveva accesso. Tra i temi che più attirarono la sua attenzione vi erano lo sviluppo delle forze armate e le guerre che accompagnarono l’ascesa simultanea del capitalismo e dello Stato-nazione moderno2. Il suo legame con l’economia politica dell’epoca e il suo futuro superamento rivoluzionario non era immediatamente evidente, in parte a causa degli elementi di imprevedibilità, cioè di «relativa autonomia», generati dalla «nebbia del campo di battaglia», se così si vuole dire, già segnalati da Clausewitz, nel ruolo della guerra come generatrice di contingenze storiche impreviste. Engels finì per diventare uno dei principali teorici militari della sua epoca, anche se ai suoi amici di Londra sembrava un capriccio personale che gli valse il soprannome di «il generale». In seguito fu studiato come autorità indiscussa su questi argomenti e non solo dagli strateghi militari del socialismo come Lenin, Trotsky e Mao Zedong; più tardi ancora quella sua inclinazione fu nascosta come qualcosa di vergognoso dai socialisti pacifisti, che negavano il ruolo strategico della violenza in politica dopo il 1945. Il suo contributo in questo campo, credo, deriva in larga misura dalla speciale affinità esistente tra la natura peculiare della guerra moderna nel contesto dello sviluppo capitalistico e la predisposizione di Engels a osservare la realtà in modo non dogmatico, il che gli permise di gettare le basi di un complemento teorico sullo Stato, che risultava realmente necessario per la critica dell’economia politica sviluppata da Marx e da lui stesso. Ciò non significa che Marx non fosse interessato alle guerre del suo tempo. Anche per lui, come affermava nel primo volume de Il capitale (1867), «la violenza è la levatrice di ogni vecchia società incinta di una nuova»3. Almeno fino al decennio del 1880, sia Marx che Engels speravano di vedere la fine del capitalismo durante la propria vita e immaginavano che tale transizione potesse avvenire pacificamente solo in casi eccezionali. Dove alla fine Engels aveva un vantaggio su Marx era nella sua esperienza pratica come volontario nell’artiglieria prussiana a Berlino nel 1841-1842, come partecipante alla rivolta di Elberfeld del 1849, organizzata per garantire l’adozione della Costituzione di Francoforte, e come partecipante alla ribellione antiprussiana, rapidamente schiacciata, dell’esercito del Baden-Palatinato e della Volkswehr [forze di difesa popolari] del Baden del 1848-1849, una dolorosa sconfitta che lo accompagnò fino alla morte. Probabilmente per questo motivo Marx lo considerava un esperto di questioni militari e cercò di convincerlo a scrivere un capitolo sulla storia militare per il primo volume de Das Kapital. Engels accettò la proposta, ma non la portò mai a termine, il che, a mio avviso, indica che il suo materiale empirico si opponeva a essere sussunto nella sistematizzazione del feticismo della merce in cui Marx inquadrò la sua critica dell’economia politica. Contrariamente a quanto molti suppongono oggi, ciò non era dovuto al fatto che la cosiddetta «concezione materialista della storia» di Marx ed Engels fosse economicamente deterministica e, quindi, apolitica. Le principali teorie delle scienze sociali del XIX secolo ricorrevano spesso a formulazioni deterministiche, se non teleologiche, se non altro per figurare al fianco delle scienze naturali in ascesa. Nella misura in cui tali tendenze sono individuabili nell’opera di Marx ed Engels – ed entrambi erano convinti che il corso della storia potesse in ultima analisi andare solo nella direzione del socialismo –, essi erano in buona compagnia. D’altra parte, si differenziavano dai loro contemporanei in quanto non erano solo teorici della società capitalista, ma anche militanti della rivoluzione proletaria che doveva essere organizzata; in quanto tali dovevano dispiegare la retorica della fiducia nella vittoria finale indispensabile per un movimento politico, che non va confusa con la previsione teorica. Dopotutto, entrambi dedicarono una parte importante del loro tempo alla creazione di organizzazioni internazionali di lavoratori e alla consulenza ai partiti nazionali, e interruppero ripetutamente il loro lavoro teorico a tal fine. Se la loro teoria avesse previsto che l’avanzata verso il socialismo sarebbe avvenuta per sé, avrebbero potuto risparmiarsi tale sforzo. Infatti, dal 1849 in poi dedicarono molta attenzione agli avvenimenti politici e militari dell’epoca e investirono notevoli energie nella stesura di innumerevoli analisi giornalistiche e teoriche su di essi. Se prendiamo in considerazione opere come Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte e La lotta di classe in Francia, nonché la lunga serie di articoli giornalistici scritti sulla guerra di Crimea, la guerra civile americana e altri conflitti bellici, possiamo affermare senza ombra di dubbio che il materialismo storico concede un posto molto più prominente all’intervento politico-collettivo nello svolgimento delle questioni sociali – ciò che in inglese viene solitamente designato come agency – rispetto a quanto facessero le scienze sociali accademiche del loro tempo e rispetto a quanto abbiano fatto quelle sviluppatesi da allora. Come ho già detto, le guerre del loro tempo furono seguite con grande attenzione da Marx ed Engels, il che non sorprende, poiché in quanto rivoluzionari intendevano imparare dalle guerre combattute tra Stati nel momento presente per concepire le guerre di classe del futuro che avrebbero dovuto porre fine al capitalismo. Dalla sua esperienza del 1849, Engels imparò che le ribellioni improvvisate non avevano senso; i combattenti per il comunismo dovevano essere almeno alla pari con gli avversari statali e di classe in termini di armamento e disciplina. Per chiarire come ciò potesse essere possibile, era necessario comprendere con precisione il rapido sviluppo della tecnologia militare e della conduzione della guerra e la sua relazione con lo sviluppo industriale registrato in quel momento. Nei quattro anni trascorsi tra il 1861 e il 1865, Marx ed Engels seguirono ogni evento della Guerra Civile americana, che giustamente riconoscevano come la prima guerra moderna. Già nel marzo del 1862, affermavano in uno degli articoli giornalistici che scrissero insieme: Da qualsiasi punto di vista, la guerra civile americana presenta uno spettacolo senza pari negli annali della storia militare. La vasta estensione del territorio conteso; l’ampio fronte delle linee di combattimento; la forza numerica degli eserciti contrapposti, la cui creazione ha potuto contare solo su un supporto organizzativo minimo; i costi enormi di questi eserciti, il modo di guidarli e le tattiche e i principi strategici generali secondo cui si combatte la guerra sono tutti nuovi agli occhi dello spettatore europeo.4 Alla fine della guerra si contavano quasi settecentomila morti sui campi di battaglia e nei campi di prigionia di entrambe le parti. Qualche anno dopo, tra marzo e maggio del 1871, Marx ed Engels osservarono da Londra la repressione della Comune di Parigi, la ribellione di una parte della popolazione parigina contro il proprio governo e l’occupazione prussiana, dopo la sconfitta francese nella guerra contro la Prussia del 1870-1871. Nei combattimenti e nelle successive esecuzioni di massa persero la vita non meno di trentamila persone della fazione insurrezionale; tra le truppe governative il numero dei morti fu di circa novecento5. Ciononostante, per Marx ed Engels era ancora chiaro che la via verso il socialismo avrebbe richiesto l’uso collettivo della forza. Ma come poteva inserirsi una guerra di classe tra lavoro e capitale in un mondo di eserciti statali professionalizzati ed equipaggiati come gli unionisti e i confederati della guerra civile americana o l’esercito prussiano, per non parlare degli eserciti del futuro? A mio giudizio, Marx ed Engels affrontarono ripetutamente nel corso della loro vita questo enigma strategico centrale, proponendo diverse soluzioni. Occasionalmente, nelle guerre interstatali imminenti o in corso, presero le parti dello Stato capitalista che a loro sembrava più avanzato da una prospettiva storico-mondiale; il più delle volte si trattava della Germania rispetto alla Francia, almeno durante il Secondo Impero, e la Russia zarista era sempre il paese del «modo di produzione asiatico», il baluardo della reazione, contro il quale il progresso tedesco doveva difendersi se necessario. Formularono anche risposte riduzionistiche: la forza militare di uno Stato era commisurata al suo livello di sviluppo industriale, per cui gli Stati avanzati con società mature per il socialismo dovevano sempre prevalere su quelli meno sviluppati. Un modo di distruzione capitalista? Gradualmente, tuttavia, e specialmente dopo la morte di Marx, prevalse un approccio più sfumato basato su due fatti osservati da Engels: il rafforzamento degli Stati rispetto alle loro società attraverso il monopolio dei moderni mezzi di sterminio e la dinamica interna dello sviluppo della tecnologia militare, che ha dato origine a un modo di annientamento sociale, diverso dal modo di produzione sociale e dotato di una propria dinamica di sviluppo, che integra quella del capitalismo. Insieme forniscono, a mio avviso, una spiegazione di ciò che chiamo l’ipertrofia dello Stato nel XX secolo e forse anche oltre. Nel resto della mia esposizione intendo dimostrare che in Engels c’è ben più di «qualcosa di simile a una teoria», in particolare che è possibile dedurre una teoria parziale dello sviluppo sociale simile alla teoria economica di Marx, e che insieme a quest’ultima essa permette di elaborare una teoria storico-materialista più realistica delle società capitalistiche oltre il XIX secolo. Comincio dall’aspetto tecnologico. A mio avviso, la critica al materialismo storico come presuntivamente deterministico allude a due versioni del determinismo, una tecnica e l’altra economica. Il locus classicus per la versione tecnologica è il seguente paragrafo de La miseria della filosofia: I rapporti sociali sono intimamente legati alle forze produttive. Acquisendo nuove forze produttive, gli uomini cambiano il modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, il modo di guadagnarsi da vivere, cambiano tutte le loro relazioni sociali. Il mulino a mano ci dà la società del signore feudale; il mulino a vapore, la società del capitalista industriale (il corsivo è mio, WS)6. Questo non è stato scritto da Engels, ma dallo stesso Marx nel 1847. «Intimamente legate a» (eng verknüpft mit) non significa «determinate da», anche se la frase finale, esagerata metaforicamente e spesso separata dal suo contesto, ha un tono deterministico. Ma l’affermazione che il progresso tecnologico, l’apparato di produzione volgare-utilitaristico nelle fabbriche capitalistiche, così come poteva osservarlo quotidianamente il figlio di un imprenditore industriale come Engels, dovesse almeno condizionare il progresso dell’umanità, doveva sembrare una provocazione agli idealisti hegeliani dell’epoca; e questa era senza dubbio proprio la sua intenzione. Non è questa la sede per indagare come la teoria della transizione dal mulino a braccio al mulino a vapore e la sua relazione con le forme di potere sociale sia stata successivamente elaborata nella direzione di «intimamente legate» (eng verknüpft) o di «generare» o «produrre» (ergibt) una società (o forse di entrambe). L’unica cosa da sottolineare qui è il ruolo centrale che lo sviluppo della tecnologia ha svolto fin dall’inizio nel pensiero storico-materialista di Marx e anche di Engels. Nel 1855, al culmine della guerra di Crimea, Engels pubblicò un ampio e documentato riassunto dello sviluppo degli armamenti in tutti gli Stati europei7. In qualità di industriale, gli sembrò utile non solo confrontare il progresso delle tecnologie distruttive dell’epoca con quelle produttive, ma anche considerare la loro interrelazione. Una delle questioni oggetto di indagine era se la tecnologia militare avesse tratto maggior beneficio da quella civile o viceversa, ovvero quale delle due potesse essere considerata predominante. Da una prospettiva politico-economica, la tecnologia militare non poteva che essere un sottoprodotto di quella civile. Ma la produzione industriale di massa, basata su componenti standardizzati (requisito essenziale per quello che sarebbe diventato il modo di produzione «fordista»), non poteva forse essere fatta risalire a un certo Samuel Colt, la cui invenzione gli permise di fornire centotrentamila revolver agli Stati del Nord durante la guerra civile americana? Ancora più rilevante per il materialismo storico era la questione se, per analogia con lo sviluppo dei mezzi di produzione a seguito del progresso dal mulino a braccio al mulino a vapore, si potesse ipotizzare lo sviluppo «relativamente autonomo» di quelli che potremmo chiamare i mezzi di distruzione – la sostituzione della spada con la mitragliatrice –, come un secondo filo parallelo dello sviluppo storico, intrecciato con il primo ma non identico a esso. Corone che rotolano per terra Chi distrugge chi nei rapporti di distruzione tecnologicamente rivoluzionati che si sono sviluppati nelle società industriali moderne? Le riflessioni di Engels sulla guerra durante l’ultimo terzo del XIX secolo indicano che ciò che per lui era sempre più importante era che il principale beneficiario del progresso militare nella trinità società-economia-Stato era lo Stato. Solo gli Stati disponevano delle risorse necessarie per acquisire i nuovi mezzi di distruzione su larga scala centralizzati e per costruire e mantenere le forze di lavoro note come «eserciti» necessarie al loro dispiegamento. Con ciò il peso dello Stato nella politica e nello sviluppo economico della società crebbe inevitabilmente oltre il ruolo che gli assegnava la teoria politico-economica della metà del XIX secolo, rendendolo qualcosa di più di un mero «comitato di gestione degli affari comuni della classe borghese»8, o di una «sovrastruttura» del modo di produzione capitalista. La portata dei nuovi poteri di distruzione nelle loro mani era destinata a scatenare una competizione tra gli Stati che si sarebbe aggiunta alla rivalità tra i monopoli e i cartelli emergenti nelle economie capitalistiche: una competizione sui generis per capacità di sterminio sempre più terrificanti, che per le società coinvolte poteva rivelarsi molto più pericolosa delle crisi periodiche causate dalla concorrenza economica. In tali circostanze, c’era ancora una prospettiva realistica di utilizzare con successo la violenza rivoluzionaria per liberare la società dal flagello del capitalismo? Verso la fine della sua vita, Engels sembra essersi visto costretto a introdurre di nascosto la guerra di classe per il socialismo nella guerra all’ultimo sangue tra gli Stati, che vedeva profilarsi all’orizzonte. Grazie alla sua conoscenza approfondita della corsa agli armamenti in atto, Engels non aveva dubbi su tale evoluzione. Nel 1887, meno di tre decenni prima del 1914, predisse una «guerra mondiale di portata e intensità senza precedenti»: Da otto a dieci milioni di soldati si scontreranno, devastando l’Europa più di una piaga di locuste. La devastazione della Guerra dei Trent’anni concentrata in tre o quattro anni ed estesa a tutto il continente; carestia, epidemie, barbarie generale degli eserciti e delle masse popolari causata da una miseria acuta; dislocazione irrecuperabile del nostro sistema artificiale di commercio, industria e credito, culminante nel fallimento generale; il crollo dei vecchi Stati e della loro tradizionale saggezza politica, cosicché decine di corone rotoleranno sul selciato senza che nessuno possa raccoglierle; è assolutamente impossibile prevedere come tutto ciò finirà e chi uscirà vincitore dalla battaglia [...]. Questa è la prospettiva per il momento in cui l’ipertrofico sistema di reciproca concorrenza negli armamenti darà finalmente i suoi inevitabili frutti9. Le ultime stime parlano di un totale di nove milioni e mezzo di morti da entrambe le parti, caduti in una guerra come non se ne erano mai viste prima. Per Engels, tuttavia, nemmeno un evento di quella mostruosa portata poteva portare a un punto morto la dialettica dell’avanzata della storia verso il socialismo. Alla fine della prossima guerra mondiale, proclamò, con quella combinazione di previsione e grido di battaglia così caratteristica dei primi socialisti, non si poteva che aspettarsi la vittoria della classe operaia internazionale: Solo un risultato [è] assolutamente certo: l’esaurimento generale e l’instaurazione delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia [...]. Ecco, signori principi e statisti, dove avete portato la vecchia Europa con la vostra saggezza. E se non vi resta altra scelta che iniziare l’ultima grande danza di guerra, così sia. La guerra può metterci in secondo piano per un po’, può strapparci alcune delle posizioni che abbiamo già conquistato. Ma una volta che avrete scatenato le forze, non potrete più controllarle, e queste seguiranno il loro corso; alla fine della tragedia, sarete rovinati e la vittoria del proletariato sarà già stata ottenuta o sarà inevitabile10. Questa prospettiva non era del tutto irrealistica, come avrebbe dimostrato poco dopo l’ondata rivoluzionaria del 1917-1919. Ciò che Engels proclamava era che, in conseguenza dell’imminente guerra mondiale, le classi lavoratrici armate dei paesi allora devastati si sarebbero sollevate contro i loro nemici di classe e, in una rivolta popolare, avrebbero finalmente rovesciato il capitalismo. Dopo il 1918 Engels avrebbe potuto sottolineare le numerose riforme democratiche ottenute in molti paesi: suffragio universale, diritti sindacali, contrattazione collettiva, nonché la Rivoluzione russa, senza dubbio favorita dalle operazioni strategiche dello Stato Maggiore tedesco. Come aveva previsto Engels, la guerra iniziata come lotta nazionale con eserciti reclutati con la forza poteva servire a rafforzare la classe operaia, sia nei paesi sconfitti che in quelli vittoriosi; lo stesso accadde inizialmente dopo il 1945. Dimensioni interstatali Il fatto che il capitalismo fosse rimasto praticamente indenne non era dovuto solo all’equilibrio interno delle forze politiche; già nel 1918, l’ordine interno degli Stati nazionali emergenti era diventato dipendente anche dalle circostanze militari internazionali. Il nuovo governo bolscevico dovette costituire immediatamente dopo la sua instaurazione un esercito statale regolare – l’«Armata Rossa» guidata da Leon Trotskij – per prevalere in una «guerra civile», che era fondamentalmente un’invasione straniera; Engels non ne sarebbe stato sorpreso. E in Germania fu il giurista socialdemocratico Hugo Sinzheimer, padre fondatore del diritto del lavoro tedesco e capo della polizia provvisoria nella città di Francoforte durante la rivoluzione di novembre del 1918, ad avvertire una manifestazione di massa di non tentare di instaurare direttamente una Repubblica dei consigli [Räterepublik] in stile sovietico, poiché ciò avrebbe inevitabilmente provocato, come in Russia, un’invasione dell’Intesa formata dalle potenze occidentali vincitrici della guerra. Un anno e mezzo dopo, Sinzheimer divenne, in qualità di membro dell’Assemblea Costituente, uno degli autori dell’articolo sui comitati aziendali della Costituzione di Weimar. Se si dà credito alla ricerca storica, i circoli governativi delle potenze europee speravano che la guerra iniziata nell’estate del 1914 sarebbe stata di breve durata, come le scaramucce che l’avevano preceduta. Non così Engels, probabilmente perché conosceva come nessun altro le forze di distruzione accumulate negli arsenali degli Stati-nazione ormai pienamente industrializzati. Il fatto che nel 1918 non solo si mantenessero i rapporti di produzione capitalistici, ma anche i rapporti di violenza tra gli Stati – cioè che gli Stati riuscissero, più o meno rapidamente, a ristabilirsi attorno alla loro identità nazionale mediante concessioni alla classe operaia, mediante la repressione su di essa o combinando entrambi i mezzi – probabilmente aveva a che fare anche con il fatto che nell’era industriale uno Stato nemico altamente armato poteva causare in breve tempo più danni a una società di qualsiasi crisi economica capitalista. Uno Stato straniero sembrava più pericoloso del capitale nazionale. Nessuna rivoluzione socialista poteva proteggerti da esso, ma, al contrario, un esercito nazionale, proprio come l’esercito prussiano aveva protetto la Germania dalla minaccia zarista nel XIX secolo. Per questo motivo, il pericolo di una guerra interstatale si frappose allo scoppio di una guerra di classe: i rapporti interni di produzione furono rafforzati dai rapporti di forza interstatali; le guerre di classe minacciavano con il pericolo di una sconfitta nella guerra interstatale; e le élite nazionali poterono proclamarsi protettrici dei propri popoli contro i mezzi di distruzione di altri popoli, dichiarare la nazione come una famiglia allargata (gli uomini proteggono le loro madri, mogli e figli) e far apparire la distribuzione dei mezzi di produzione nazionali di secondaria importanza rispetto alla loro difesa. Non è che la guerra di classe scomparisse del tutto. Dopo il 1918 dai conflitti tra Stati e classi emerse una nuova configurazione di Stati e classi, ancora una volta influenzata dalla natura e dalla distribuzione delle forze distruttive moderne. La teoria originale delle classi servì a poco a questo proposito dal punto di vista esplicativo, mentre le ultime opere di Engels, oserei dire, presero seriamente in considerazione gli Stati e il loro potenziale di violenza, sebbene senza voler o poterli incorporare sistematicamente nel quadro della «concezione materialista della storia» sviluppata come economia politica, che partiva dall’analisi del feticismo della merce. Dopo la Rivoluzione russa, a causa della Prima guerra mondiale, emerse una proiezione più o meno stabile del conflitto di classe nel sistema interstatale, che si mantenne per decenni nel confronto tra lo Stato socialista dell’Unione Sovietica e gli Stati capitalisti «dell’Occidente», in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, le potenze egemoniche ascendente e discendente del capitalismo dell’inizio del XX secolo. Già allora si era stabilita nell’Unione Sovietica una divisione del lavoro tra lo Stato, che in quanto tale doveva occuparsi della propria sicurezza tra gli altri Stati basandosi sulle forze armate professionali e sulla diplomazia internazionale convenzionale, e il partito, che, concepito come forza rivoluzionaria mondiale, interferiva in modo decisivo negli affari interni di altri paesi attraverso i partiti fratelli nazionali, rapidamente trasformati in dipendenze del PCUS e strumenti dello Stato sovietico, e gli agenti dell’Internazionale Comunista. Non posso trattare qui in dettaglio le contraddizioni e i conflitti che la politica estera di Stalin generò nel proprio paese e all’estero; basterà accennare alla sanguinosa «epurazione» del corpo degli ufficiali dell’Armata Rossa effettuata nel 1938 per garantire il controllo del partito sulle forze armate alla vigilia dell’imminente guerra contro il Terzo Reich tedesco, mentre si firmava il patto Hitler-Stalin poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, che si trasformò in una guerra tra le tre versioni della società industriale moderna – capitalismo, fascismo e comunismo – rappresentate dai rispettivi Stati-nazione armati fino ai denti con le più recenti tecnologie di distruzione, sebbene l’Unione Sovietica socialista in misura leggermente minore rispetto alle potenze capitaliste. L’ipertrofia degli Stati nel XX secolo, come risultato dell’uso di mezzi sempre più letali di violenza e sterminio messi a loro disposizione, raggiunse il suo culmine storico nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, dopo che l’invenzione della bomba atomica e la sua riproduzione nell’Unione Sovietica sotto Stalin trasformarono quest’ultima nella seconda delle due superpotenze mondiali. Per molto tempo, il più letale di tutti i mezzi di sterminio ha costretto entrambe le parti a coesistere, dividendosi il mondo. Sotto la formula della «coesistenza pacifica » gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno gareggiato per decenni cercando di promuovere il proprio sistema e di minare quello avversario senza dover ricorrere all’uso dei propri mezzi di distruzione reciproca assicurata, attraverso una rivalità sistemica mascherata da lotta di classe interstatale tra i popoli del lavoro e i popoli del capitale, uniti al loro interno dalla democrazia o dalla dittatura o da altre combinazioni specifiche di entrambe. Così come il conflitto di classe si trasformò in conflitto internazionale dopo il 1918, dopo il 1945 il conflitto internazionale ha dato una nuova forma al conflitto di classe, poiché entrambe le parti hanno represso la propria opposizione politica di classe interna, denunciandola come quinta colonna dello Stato nemico. A Washington e a Mosca, la politica estera all’ombra della bomba servì a difendere e diffondere forme antagoniste di organizzazione sociale, che riflettevano i fronti del conflitto di classe del XIX secolo, e a mobilitare i «fratelli di classe» nel resto del mondo nell’interesse dei propri Stati e blocchi statali. Mentre gli Stati Uniti riuscirono, durante la Guerra Fredda, a eliminare quasi completamente le simpatie per il comunismo tra gli oppositori del sistema, sia in patria che nei paesi appartenenti all’impero statunitense, durante gli anni ‘80 l’URSS iniziò a disintegrarsi sotto la pressione della sua opposizione filo-occidentale e, quindi, filo-capitalista. Commercianti e mercenari La ricerca di Engels alla fine del XIX secolo sullo sviluppo dei mezzi tecnici di distruzione può essere intesa, quindi, come l’inizio di un’ulteriore linea di indagine storico-materialista delle società moderne in cui i mezzi di distruzione si affiancano ai mezzi di produzione e la formazione degli Stati inquadra e si sovrappone alla formazione delle classi, linea che si adatta meglio alle realtà del sanguinoso XX secolo rispetto a una teoria storica incentrata esclusivamente sulla produzione. L’esposizione qui accennata potrebbe facilmente proseguire a partire dalle categorie individuate in Engels: storia del progresso tecnico come forza motrice dello sviluppo politico e sociale e della liberazione della politica statale dalla sua subordinazione teorica all’economia in virtù del controllo da parte degli Stati dei moderni mezzi di sterminio. Così, ad esempio, alla fine del XX secolo, si è venuta a creare una situazione in cui lo sviluppo tecnico nelle sue forme più avanzate non aveva più luogo nel settore privato dell’economia, ma nei programmi di armamento, in particolare in quelli dello Stato più potente del mondo, gli Stati Uniti: dai viaggi aerei e spaziali al cosiddetto «uso pacifico dell’energia atomica» e ai progressi della tecnologia microelettronica dell’informazione, che attualmente sta rivoluzionando l’economia capitalista. Per quanto riguarda la storia politica in senso stretto, potremmo citare il piano di Reagan per superare l’Unione Sovietica attraverso il suo programma Guerre stellari; la «globalizzazione» del potere militare statunitense dopo il 1989, messa in discussione solo trent’anni dopo dal rapido sviluppo dei mezzi di produzione e di distruzione in Cina; la disintegrazione dei movimenti di liberazione nazionale nella periferia capitalista di fronte alla loro disperata inferiorità militare e la loro sostituzione con movimenti religiosi -fondamentalisti, ai cui seguaci non importa perdere la vita per perseguire i propri obiettivi millenaristici. Attualmente assistiamo, nella misura in cui ci è permesso di essere spettatori, a un’ulteriore trasformazione radicale dei rapporti di distruzione attraverso l’impiego di nuove forze microelettroniche, che consentono lo spionaggio illimitato di avversari reali e potenziali e la loro eliminazione individuale tramite droni. L’organizzazione sociale di questo lavoro di sterminio corrisponde alla riprivatizzazione di gran parte delle attività belliche: l’esternalizzazione delle missioni letali ad aziende private, che ora dominano e sviluppano in modo migliore e più redditizio le nuove tecnologie; e la sostituzione dei cittadini-soldati reclutati o volontari della modernità europea e statunitense con servizi speciali professionalizzati o, se si preferisce esprimerlo in questo altro modo, dell’esercito permanente con un gruppo flessibile e adattabile di commercianti di alta tecnologia e mercenari della morte. Engels non sarebbe sorpreso dalle drammatiche conseguenze per la struttura e la funzione dello Stato moderno, anche se sono difficili da inserire nella versione iniziale della concezione materialista della storia, che ha trovato la sua espressione più significativa ne Il capitale. La distruzione mirata di singoli nemici tramite droni e operazioni speciali orchestrate con l’ausilio della tecnologia dell’informazione risparmia ai governi la necessità di mobilitare il consenso sul fronte interno per operazioni militari condotte in luoghi lontani, perché nessuno è più costretto con la forza a parteciparvi e a mettere in gioco la propria vita per lo Stato, e perché l’eliminazione di cattivi selezionati significa che il numero di vittime occidentali in tali operazioni è esiguo. Inoltre, i danni collaterali possono essere limitati migliorando la tecnologia e, d’altra parte, per poter vincere la Guerra al Terrorismo – una nuova interfaccia di lavoro bellico, di polizia e sociale – non se ne deve parlare molto. (Se in un futuro non troppo lontano combattessero robot contro robot, ad esempio droni Tesla contro droni Huawei, le battaglie potrebbero essere seguite comodamente dallo schermo delle nostre case). Allo stesso modo, il problema di dover costruire un nuovo Stato nel paese di un nemico sconfitto, come è successo dopo il 1945 in Giappone e in Germania, potrebbe sembrare altrettanto obsoleto: non c’è più motivo di costruire nuovi Stati. Come è stato dimostrato in Iraq e in Afghanistan, basta la distruzione di quelli esistenti, poiché gli Stati falliti o i non-Stati sono perfettamente tollerabili per i vincitori, purché si possa evitare, tramite la sorveglianza individualizzata e l’eliminazione selettiva, che la popolazione soggiogata militarmente si organizzi come soggetto politico collettivo. Si consideri, ad esempio, il tipo di guerra rivelato nella lettera inviata il 12 settembre 2014 al primo ministro israeliano da quarantatré ufficiali e soldati dell’unità d’élite 8200 dei servizi segreti israeliani, nella quale annunciavano il loro rifiuto di continuare a prestare servizio: La popolazione palestinese sottoposta al governo militare è completamente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza da parte dei servizi segreti israeliani [...]. Vengono raccolte e archiviate informazioni [...] che vengono utilizzate per la persecuzione politica e per creare divisioni all’interno della società palestinese attraverso il reclutamento di collaboratori e per mettere parte della società palestinese contro se stessa [...]. I servizi segreti consentono il controllo continuo su milioni di persone attraverso una sorveglianza e un’invasione minuziosa e intrusiva della maggior parte degli ambiti della vita11. Questo tipo di protesta è più importante che mai, ma è ben lontana dalle rivolte dei soldati del XIX secolo auspicate da Engels e dai socialisti, i cui partecipanti rivolgevano le armi contro il proprio nemico di classe nazionale. Possono i server di un impianto informatico rivoltarsi contro la classe dominante? Note [1] Testo basato sulla conferenza plenaria tenuta all’International Engels Congress, Università di Wuppertal, 19-21 febbraio 2020. 2 Gran parte di quanto segue si ispira ad autori con prospettive così diverse come Georg Fülberth e Herfried Münkler. Si vedano Georg Fülberth, Friedrich Engels, Colonia, 2018, e Herfried Münkler, «Der gesellschaftliche Fortschritt und die Rolle der Gewalt: Friedrich Engels als Theoretiker des Krieges», in Samuel Salzborn (a cura di), “... ins Museum der Altertümer”: Staatstheorie und Staatskritik bei Friedrich Engels, Baden-Baden, 2012, pp. 81-104. Cfr. anche Rüdiger Voigt, «Militärtheoretiker des Proletariats? Friedrich Engels als Kritiker des preußischen Militärwesens», in S. Salzborn (a cura di), “… ins Museum der Altertümer”: Staatstheorie und Staatskritik bei Friedrich Engels, cit., pp. 107-124. 3 Karl Marx, Das Kapital: Band I [1867], in Marx-Engels Werke, Band 23, Berlino, Dietz Verlag, 1968, cap. XXIV, p. 779 [Die Gewalt ist der Geburtshelfer jeder alten Gesellschaft, die mit einer neuen schwanger geht]; ed. spagnola, Il capitale, vol. I, Madrid, Siglo XXI, 2017, p. 844. 4 K. Marx e F. Engels, «Der Amerikanische Bürgerkrieg», Die Presse, 26 marzo 1862, in Marx-Engels Werke [MEW], vol. 15, Berlino, Dietz Verlag, 1972, p. 486. 5 Si stima che durante la guerra del Vietnam abbiano perso la vita in territorio vietnamita 58.000 statunitensi, il 20% dei quali sotto il fuoco amico o in attività non belliche (tale cifra equivale approssimativamente al numero annuale di morti per incidenti stradali negli Stati Uniti durante il decennio degli anni ‘60). Le perdite tra gli insorti e i civili sul fronte vietnamita sono più difficili da calcolare a causa dell’uso generalizzato di tecnologie distruttive da parte degli Stati Uniti. Le stime variano da 3 a 6 milioni di persone, il che porta a un «rapporto letale» compreso tra 1:50 e 1:100, contro il rapporto di 1:33 della Comune di Parigi. I risultati del progresso tecnologico sono qui evidenti. 6 K. Marx, Misère de la philosophie, Parigi e Bruxelles, 1847; ed. cast.: Miseria de la filosofía, Madrid, Siglo XXI, 1987, p. 68. 7 Cfr. F. Engels, «The Armies of Europe», pubblicato in tre puntate su Putnam’s Monthly. A Magazine of Literature, Science and Art, negli mesi di agosto, settembre e dicembre del 1855, in Marx-Engels Collected Works, vol. 14, Londra, 2010, pp. 401-469. 8 K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista [1848], in Marx-Engels Werke [MEW], vol. 4, Berlino, Dietz Verlag, 1972, p. 464 [Il potere statale moderno non è altro che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese]; ed. span.: Manifesto del Partito Comunista (edizione bilingue), Madrid, Akal, 2018, pp. 48-49. 9 F. Engels, «Introduzione all’opuscolo di S. Borkheim In memoria dei patrioti tedeschi, 1806-1807» [1887]. Pubblicato inizialmente in S. Borkheim, Zur Erinnerung fur die deutschen Mordspatrioten.1806-1807, Hottingen-Zurigo, 1888. È stato pubblicato in inglese su iniziativa di Engels come n. XXIV di The Social-Democratic Library, in Marx-Engels Collected Works, Londra, 2010, vol. 26, p. 451. 10 Ibid. 11 Peter Beaumont, «Israeli intelligence veterans refuse to serve in Palestinian territories», The Guardian, 12 settembre 2014. Durante l’«Operazione Piombo Fuso» delle Forze di Sicurezza Israeliane nella Striscia di Gaza, svoltasi tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, si sono registrate sei vittime israeliane e 1.398 palestinesi, il che porta a un rapporto di mortalità di 1:233. ● «New Left Review» 123, maggio-giugno di 2020. Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, ha insegnato Sociologia presso lo stesso istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università della stessa città tra il 1995 e il 2014; è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. Autore di decine di articoli, tra le sue pubblicazioni spiccano Democracy at Work: Contract, Status and Post-Industrial Justice (con Ruth Dukes, 2022), ¿Cómo terminará el capitalismo? (2017), Comprando tiempo: La crisi rinviata del capitalismo democratico (2014) e Re-Forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy (2009). Ha inoltre curato, tra le altre, le seguenti opere: Politics in the Age of Austerity (con A. Schäfer, 2013); The Diversity of Democracy (con C. Crouch, 2006); Beyond Continuity: Institutional Change in Advanced Political Economies (con K. Thelen, 2005); The Origins of Nonliberal Capitalism: Germany and Japan (con K. Yamamura, 2001). Collabora regolarmente con la «New Left Review», «Sidecar» e «Diario Red» e gestisce questo blog: https://wolfgangstreeck.com. ● Traduzione di Mauro Trotta
- konnektor
The Dark Side Of The Moon /4 Stati Uniti e Vietnam Se si appanna la memoria, prevale l’interesse Richard Long (particolare) Venticinque anni dopo la fine della guerra, il 13 Luglio 2000, viene firmato da Vietnam e Stati Uniti il Bta, Bilateral Trade Agreement. Alle spalle di un apparentemente semplice trattato commerciale si scorgono anni di trattative diplomatiche, rese difficili dalle cicatrici del conflitto. Nel suo futuro si intravede al contrario la costituzione di rapporti ispirati a fiducia crescente. Il Bta rappresenta lo spartiacque tra l’inimicizia del passato e la prospettiva di un futuro da costruire. Dato lo squilibrio economico dei due paesi, la firma congiunta rappresenta indiscutibilmente un successo per il Vietnam. È una pietra miliare per la sua ricostruzione. È infatti il paese asiatico ad avere maggiormente bisogno del gigante nordamericano, sia per uscire dall’isolamento politico, sia per trovare un alleato economico nella lotta contro il sottosviluppo. Deciso a percorrere la strada della crescita trainata dalle esportazioni, il Vietnam trova negli Stati Uniti, dove esiste una domanda insoddisfatta della sua vasta diaspora (più di un milione di residenti), un mercato essenziale per le sue merci. Il paese si era infatti avviato verso un’industrializzazione diffusa, basata su capacità manifatturiere derivanti dagli investimenti stranieri e dall’esportazione di prodotti di qualità crescente a prezzi contenuti. La Guerra Fredda è finita, la Cina ha accettato logiche capitaliste. Washington non teme più l’influenza sovietica o cinese. È consapevole che la battaglia si sia spostata verso assetti multipolari, sempre più determinati dalle convenienze economiche. La necessità, probabilmente morale prima ancora che politica, di chiudere le ferite della guerra e di avviare nuovi percorsi in Asia ha senz’altro svolto un ruolo, orientando l’opinione pubblica e l’intera società civile americane. Non va infine dimenticato il grande interesse delle multinazionali per la loro delocalizzazione. Il Vietnam offre un’alternativa o una complementarietà alla Cina. Non ne detiene le stesse dimensioni e forza politica; offre dunque migliori margini di trattativa. Allo stesso tempo garantisce stabilità politica, bassi costi dei fattori di produzione, prospettive di conquista del mercato interno. L’accordo prevede, sulla base della reciprocità, lo status di Ntr (Normal trade relations) ai due paesi. La concessione di Washington comporta un abbassamento delle tariffe doganali sulle merci vietnamite al livello più basso praticato a ogni paese. Quasi tutti i beni vietnamiti esportati negli Usa ne beneficiano. Hanoi assume doveri più consistenti. Il trattato la impegna a liberalizzare progressivamente il mercato dei servizi, consentendo l’ingresso alle aziende finanziarie e assicurative degli Usa. È previsto inoltre che il paese si impegni a rispettare concretamente la proprietà intellettuale, costruendo altresì un clima più favorevole agli investimenti internazionali, liberandoli dal peso dei regolamenti e delle restrizioni operative. La burocrazia socialista sta tramontando, l’apertura alla concorrenza internazionale è uno stimolo e un’opportunità. L’accordo è stato preceduto da un sapiente lavoro diplomatico, iniziato nella prima metà degli anni ’90. Per 15 anni infatti – cioè dalla liberazione di Saigon e dalla unificazione del paese – le ferite si sono rimarginate molto lentamente. Negli Stati Uniti l’impatto di vite umane perdute, di mutilazioni fisiche e psicologiche, la percezione di un conflitto inutile e comunque non vittorioso hanno cambiato negli anni la prospettiva di un rapporto pacificato. Hanno sicuramente svolto un ruolo l’opportunità di giocare la carta vietnamita in funzione equilibratrice nel sud-est asiatico rispetto all’emersione cinese. Il primo passo distensivo ha avuto origine dall’Amministrazione Carter che nel 1977 ha tolto il veto alla domanda di accesso del Vietnam unito alle Nazioni Unite. L’embargo e la sospensione dell’aiuto allo sviluppo sono invece rimasti in vigore più a lungo, impantanati nella lunga trattativa. Washington richiedeva maggiore assistenza per un’importante questione interna, la sorte dei prigionieri di guerra e degli scomparsi (Pow/Mia, prisoners of war, missing in action); Hanoi rivendicava gli aiuti come crediti riparatori stabiliti durante gli accordi di pace. Lo stallo ha trovato durante gli anni di Reagan un’aggravante negoziale derivante dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam per eliminare il regime di Pol Pot che aveva il sostegno degli Stati Uniti in chiave antisovietica. Soltanto con il ritiro delle truppe di Hanoi dalla Cambogia si sono allentate le rigidissime restrizioni. È stato aperto un ufficio degli Usa nella capitale vietnamita per i Pow/Mia, sono stati consentiti i viaggi tra i due paesi, si è avuta la parziale rimozione dell’embargo per i medicinali e gli aiuti alimentari. La cancellazione totale del provvedimento ha luogo nel 1994 con l’Amministrazione Clinton. Nella lentezza di un interminabile dopoguerra, la strada risultava comunque aperta per il ristabilimento di relazioni diplomatiche che si completano nell’Agosto 1995 con l’apertura delle rispettive ambasciate. Contemporaneamente vedono la luce misure volte a sostenere egli investimenti Usa in Vietnam. In un progressivo disimpegno dalle tensioni, nasceva la prima concessione finanziaria dalla fine della guerra, un prestito di 2,3 milioni di Usd alla Caterpillar per la costruzione di una rete commerciale. La prima multinazionale statunitense rimetteva piede in Vietnam; era il coronamento di un’iniziativa lungimirante ma non facile, tesa ma non lineare, dove i motivi di contrasto non venivano celati ma trascurati per una pacificazione utile a entrambi i paesi. Il suggello è stato apposto dall’Amministrazione G.W. Bush che nel 2006 si è recato in Vietnam e l’anno dopo gli ha concesso il Pntr (Permanent normal trade relations), prezioso viatico per l’ingresso del paese nel Wto (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio). Il Vietnam appariva dunque pienamente inserito nel circuito della globalizzazione. Da allora l’assenza di frizioni ha indotto Washington ha rafforzare Hanoi come contenimento di Pechino. Il versante economico ha trainato l’intervento politico. Per ironia della storia sono aumentate le forniture militari statunitensi all’ex nemico. Le due presidenze di Obama, imperniate su una maggiore attenzione della politica estera verso l’Asia, hanno rafforzato la cooperazione tra i due paesi. I flussi commerciali sono aumentati considerevolmente; quello vietnamita in maniera esponenziale, pari a 10 volte quello statunitense. Per ridurre il disavanzo commerciale Trump ha imposto dei dazi pesanti al Vietnam (prima il 46%, ridotto poi al 20% sulle merci vietnamite) ma ciò non ha impedito un aumento delle vendite di Hanoi, pari all’astronomica cifra di 210 miliardi dollari nel 2025. Evidentemente il ruolo vietnamita nelle catene globali del valore – pur se non inevitabile come quello cinese – denota un’importanza crescente. Anche qui, il decoupling non è praticabile. Il Vietnam non confina più la propria industria a beni di basso valore aggiunto e ridotto costo unitario. Sono i beni di consumo0 che vengono associati ai paesi in via di sviluppo. Multinazionali dell’high-tech investono ora in Vietnam attratte dalla qualità dell’istruzione, dal redditizio andamento congiunturale, dal controllo della forza lavoro. La politica pragmatica e nazionalistica del governo sta dando i suoi frutti. Le relazioni con Pechino si mantengono fertili e amichevoli; il ruolo del paese è crescente nel sud-est asiatico, l’inesistenza per di tensioni gravi nelle sue relazioni internazionali favoriscono una crescita impetuosa ma ordinata. Gli Stati Uniti sembra non riescano a contenere la Cina con l’arma vietnamita. Pechino è troppo vicina, ingombrante, storicamente pressante per inimicarsela. Se il mondo della prodizione e del commercio ha bisogno di stabilità, se l’ambizione asiatica – a esclusione di economie avanzate – è ancora sconfiggere il sottosviluppo, allora il Vietnam rappresenta un esperimento prezioso, abile nell’attrarre tecnologia e cooperazione. Forse, probabilmente, i ricordi della guerra, dopo 50 anni, possono sbiadire; certamente non lo faranno le convenienze economiche e di progresso alle quali Hanoi ha affidato il proprio riscatto. 9 giugno 2026 Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.
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Il falcone maltese # 2: La nascita dell’industria culturale. Tra industria e mito Roberto Gelini Continua il piccolo viaggio di Mauro Trotta nella letteratura noir. La crime story che ci appassiona in tante serie tv di successo, ha origini nell‘800 dentro quel capitalismo industriale che sconvolge le principali città europee. Nasce proprio a Parigi e gli investigatori, cercando i colpevoli, raccontano la nuova società e tutte le sue crudeltà: il delitto è una forma di conflitto sociale e va al di là del bene e del male. In questa seconda puntata, Trotta spiega come dalla capacità di immaginare possibili scenari del primo detective della letteratura, Auguste Dupin, si passa a Sherlock Holmes. L’investigatore inglese sostituisce il virtuosismo dell’artista o dell’artigiano con il dominio della tecnica basata sulla scienza. Come Allan Poe che non contemplava repressione, Holmes ha una scarsa considerazione della polizia che fallisce in quanto troppo convenzionale La figura centrale all’interno del romanzo poliziesco diventa, fin da subito, quella dell’investigatore. È lui il protagonista, l’eroe, il soggetto che vive le vicende che lo porteranno alla risoluzione del caso, all’identificazione dell’assassino. E se il primo detective della storia del giallo è Auguste Dupin, quello che senza dubbio è arrivato ad incarnare questa figura diventando l’investigatore per antonomasia è Sherlock Holmes. Certo, la figura di Holmes appare molto più caratterizzata di quella di Dupin. Del resto, quest’ultimo è apparso soltanto in tre racconti, mentre l’inquilino del 221B di Baker Street, oltre ai quattro romanzi e 56 racconti scritti da Conan Doyle, è stato ed è protagonista di innumerevoli altri libri, romanzi, racconti, opere teatrali e cinematografiche, fumetti e videogiochi. Insomma si tratta di un’icona a livello planetario. In ogni caso, però, la creatura di Arthur Conan Doyle ha preso molto dal personaggio di Edgar Allan Poe: entrambi vivono con un coinquilino che è il narratore delle loro avventure, entrambi conducono un’esistenza abbastanza appartata e si mettono in moto soltanto quando decidono di occuparsi di un caso che, oltre tutto, deve colpirli, solleticare il loro interesse. Entrambi, poi, usano le proprie facoltà intellettive per arrivare alla soluzione dei delitti affrontati. Mentre, però, nel caso del detective francese sembra essere la fantasia, l’immaginazione – certo accoppiata all’analisi rigorosa – a consentire la soluzione delle inchieste, per Holmes tutto, invece, è legato all’utilizzo del metodo scientifico. È il ragionamento, la deduzione come la chiama Conan Doyle, l’analisi dei particolari indizi per arrivare al quadro generale (il ragionamento induttivo, insomma) a permettere di arrivare al quadro generale e scoprire la verità. Cosa è successo? In pratica sono passati neanche 50 anni tra l’esordio di Dupin e il debutto di Holmes in Uno studio in rosso del 1887. Sono avvenuti cambiamenti epocali, di cui questa piccola, a prima vista trascurabile differenza nella concezione del lavoro di indagine del detective è una spia significativa. L’avvento, soprattutto in Inghilterra, del sistema industriale modifica tutto. Nasce l’industria culturale. La cultura di massa si afferma costruendo le proprie regole, i propri modi di funzionamento. Al virtuosismo dell’artista o dell’artigiano si va sostituendo il dominio della tecnica basata sulla scienza. Ma, anche se si vanno affermando nuovi modelli culturali ed artistici, nascono nuove forme di comunicazione e di intrattenimento, si va costruendo un nuovo immaginario collettivo, parallelamente la vecchia talpa, per dirla con Marx, continua a scavare. Sotto la superficie si muovono elementi di resistenza ai nuovi rapporti capitalistici, emergono segnali di contrasto e di lotta alla nuova realtà che va affermandosi. Insomma, la fantasia non è al potere, ma comunque gioca le sue carte all’interno del conflitto politico e culturale che è in atto e va sempre più affermandosi. La figura di Sherlock Holmes gode fin da subito di un immediato e travolgente successo. La sua ascesa, all’interno dell’immaginario collettivo, può essere considerata quasi una perfetta rappresentazione della nascita dell’industria culturale. Vengono, infatti, stabiliti una serie di elementi fondanti della nascente fabbrica dell’entertainment, oltre a sancire l’importanza del genere poliziesco all’interno di tale sistema. Un sistema che vede la partecipazione di tutti i differenti canali di comunicazione: dalla letteratura al teatro, poi al cinema, alla radio, alla televisione, al fumetto, ai videogames. E Holmes sarà presente in tutti questi media. Anzi, alcuni degli elementi che più caratterizzano il detective di Baker Street non vengono dai libri. Così l’espressione «elementare, Watson», la caratteristica pipa ricurva o il cappellino da cacciatore, il deerstalker, nascono a teatro e vengono ripresi nelle illustrazioni e al cinema. Fondamentale, poi, è l’utilizzo della serialità, ovvero la produzione di una serie di opere, potenzialmente infinita, con la presenza del protagonista. Ma anche con la riproduzione di una serie di elementi, sempre gli stessi, come la coppia Holmes Watson, il delitto, il metodo di indagine e ben presto anche l’avvento di un arcinemico, il professor Moriarty, che instaura una nuova coppia con Holmes, e così via. Elementi, questi, che garantiscono al fruitore il piacere dato dalla ripetizione di forme conosciute, rassicuranti, all’interno di un quadro caratterizzato dal nuovo, dall’inaspettato, ovvero dal crimine e dall’esistenza di un colpevole. Ma la serialità è anche espressione del nuovo quadro socio-economico caratterizzato dall’avvento dell’industria. Non a caso la produzione industriale è seriale, si producono in serie merci che creano un proprio pubblico. Ed il rapporto di Holmes con il suo pubblico è un altro elemento fondamentale. La gente si scopre legata al brand – diremmo oggi – Sherlock Holmes. Tanto che quando il suo creatore decide di farlo morire in un ultimo scontro con Moriarty, il pubblico si ribella e Conan Doyle è costretto a resuscitare la propria creatura. Allora il personaggio diventa mito, mito d’oggi. Del resto lo star system hollywoodiano, che tra un po’ vedrà la luce, si muoverà sempre tra l’industria e il mito. E l’espressione «industria culturale» non vede forse insieme le parole industria e cultura? Siamo forse agli albori del tentativo da parte del capitale di mettere al lavoro non solo i corpi, ma anche le menti? Insomma, prime prove del frammento marxiano sul general intellect? Intanto, però, elementi di resistenza sono rintracciabili nella figura del grande detective. L’uso della cocaina, ad esempio. Certo all’epoca non era vietata, però… Oppure l’avere come alleati i cosiddetti Irregolari di Baker Street, di sicuro non buoni borghesi. Il rapporto conflittuale con il fratello Mycroft, legato al governo Britannico. E, ancora una volta, come nel caso del Dupin di Poe, la scarsa considerazione della polizia – espressione dell’ordine costituito – incarnata soprattutto dall’ispettore Lestrade, che fallisce proprio perché, come afferma lo stesso Holmes, è «convenzionale, terribilmente convenzionale». Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.
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Il racconto del Boomernauta Parte Seconda: Games Transp e Human Stranding Games e Agency «Per mangiarsi bene a vicenda bisogna incontrarsi bene a vicenda, e questo richiede una sincronia sufficiente.»D. Haraway, op. cit., p. 108 «Il rapporto fra arte e attivismo è radicale e non mercificabile e si fonda sul rifiuto che tutto sia un interessante gioco combinatorio che esprime possibili scenari virtuali, stando solo all’interno di un gioco linguistico e simbolico. Non ci interessa giocare coi codici, ma ci interessa lottare per un mondo diverso. I codici alternativi nascono solo attraverso questo processo di lotta. Se i codici che inventiamo, i linguaggi che si generano, valgono la pena di essere inventati è solo perché le lotte e i rapporti di forza materiali che esprimono valgono la pena di essere agite.»E. Braga, Moleculocracy, Nero, Roma 2023, p. 95 In questa terza parte del racconto comincia l’esposizione del Boomernauta sulle evoluzioni dei Games che avranno una parte importante nel futuro di Gaia. Anche se era stato fra i primi a utilizzare uno schermo catodico per comunicare con un computer e in seguito a giocare a Pong, Space Invaders o Pac-Man, il Boomernauta ovviamente non apparteneva alle generazioni native dei Games. Probabilmente da adulto, prima di essere costretto a diventare viaggiatore del tempo, aveva giocato con figli e nipoti, ma questo limitato approccio tardivo non poteva cambiare il dato generazionale. Che quindi il lettore odierno abbia una certa tolleranza per le eventuali imprecisioni o i limiti con cui ci descrive l’epopea dei Games Transp. Colonizzazione Spaziale Verso gli anni ’30 del XXII secolo, la Gov Q ha finalmente iniziato a sperimentare gli ascensori spaziali, con i quali l’élite e i suoi addetti sperano di poter abbandonare la casa che brucia. Con la loro messa in funzione si potranno costruire abbastanza in fretta, vista l’urgenza, le prime vere colonie umane nello spazio da situare nei punti lagrangiani di equilibrio fra Terra e Luna. Per raggiungere questo obbiettivo, la Gov Q usa tutti i mezzi a sua disposizione per mantenere al lavoro le grandi masse di precari ormai da tempo uberizzati, tramite un management gestito da una specifica IA1, gestita dai techno-tycoon. Da buon boomer mi sono chiesto se in tale situazione agli umani non sarebbe bastato spegnere le TAM per arrestare perlomeno la malinconia e tornare al punto di partenza. Era una situazione complessa. Se da un lato desideravano sfuggire la malinconia che li attanagliava, dall’altro sentivano per la prima volta, nel profondo del loro corpo, la spina mortale della sepsi di Gaia. Anche se le TAM producevano affetti meno oppressivi o, raramente, addirittura piacevoli, non potevano estrarre la spina dolorosa senza tagliare l’ultimo cordone ombelicale che ancora li legava a Gaia. Le TAM facevano parte della loro vita quotidiana. Erano una forma di internet dei sensi: si poteva essere connessi in qualsiasi momento del quotidiano e alcuni avevano tendenza a mantenere una connessione permanente. In quell’epoca, si avanzava ormai oltre primi decenni del XXII secolo e, da molte generazioni, non esistevano più distinzioni nette tra vita e lavoro, anche per chi non era stato costretto ad abbandonare la terra natale a causa della setticemia di Gaia. Questo era da intendersi ovviamente nel senso che la vita era lavoro. Salvo qualche eccezione nessuno avrebbe più pensato che il lavoro fosse vita, neanche nella Gov Q, così tesa nello sforzo supremo della Grande Fuga… D’altronde l’ascensore spaziale, il progetto che stava alla base della Grande Fuga, entrava nella fase di collaudo del primo prototipo operativo. C’erano voluti decenni per trovare un materiale abbastanza leggero e resistente con cui produrre decine di migliaia di chilometri di cavo. Dopo aver scartato i nanotubi di carbonio e il grafene la scelta cadde sui nanofilamenti di diamante (diamond nanothread). Poi venne lanciato un veicolo spaziale in orbita geostazionaria2 da cui inviare un primo cavo finissimo, di spessore d’un micrometro, proiettato verso Terra. Quando il cavo scese, il veicolo spaziale si allontanò ulteriormente dalla Terra per mantenere l’equilibrio e raggiungere così una distanza doppia di quella dell’orbita geostazionaria. Una volta ormeggiato a Terra, questo primo cavo venne utilizzato per allestirne altri e formare il cavo finale, compito che divenne la priorità critica per la Gov Q. Procurarsi la materia prima e soprattutto produrre l’immensa quantità di nanofilamenti per costruire il cavo era un obiettivo possibile solo ricalibrando tutti gli algoritmi quantistici che gestivano alla meno peggio il lavoro e la produzione mondiale. Al di là della difficoltà di costruzione del cavo, uno dei passaggi più difficili era costituito dal contrappeso necessario alla sua sostentazione. Un asteroide, recuperato da veicoli spaziali telerobotici3, sarebbe servito come porto d’approdo dell’ascensore spaziale e avrebbe funzionato da base logistica e operativa per ricevere passeggeri e merci che arrivavano con l’ascensore spaziale. Da lì, a basso consumo di energia, sarebbero partite le spedizioni per costruire le prime strutture destinate ad accogliere le colonie spaziali. Un vecchio progetto teorico del XX secolo4, basato sui cosiddetti cilindri ruotanti di O’Neill, venne riesumato e sottoposto a un completo re-engineering.Ogni colonia sarebbe stata composta da due cilindri in controrotazione, lunghi diverse decine di chilometri e organizzate in modo tale da avere spazi in cui abitare, praticare l’agricoltura, disporre di un’attività di produzioni automatizzate, sfruttare opportunamente la luce e l’energia solare con sistemi di specchi e di finestre, ecc. La rotazione sarebbe servita per simulare una forza di gravità grazie alla forza centrifuga sulla superficie interna dei cilindri che avrebbero costituito l’habitat spaziale. Le prime colonie spaziali si sarebbero situate nei punti L4 e L5 che, come era stato scoperto secoli prima dal matematico italo-francese Lagrange, erano zone in cui i grandi cilindri avrebbero potuto mantenersi in posizione stabile fra Terra e Luna, consumando pochissima energia. Attualmente, gli sforzi si stavano concentrando sulla sperimentazione dei cosiddetti climber, ovvero gli ascensori in grado di trasportare materiali verso una stazione spaziale geostazionaria. Una volta costruito il porto d’attracco, sarebbe stato possibile inviare carichi di grandi dimensioni nello spazio con un costo energetico notevolmente inferiore rispetto ai tradizionali razzi. Il porto sarebbe stato il punto di partenza per la costruzione di colonie umane e di stazioni di ricerca nello spazio, nonché per le missioni di esplorazione del sistema solare. In particolare, la colonizzazione di Marte sarebbe stata uno degli obiettivi principali di questa nuova frontiera spaziale. Nel frattempo nell’AltaSfera si era deciso di far partire la fase di concezione di moonstalk, l’ascensore spaziale lunare che, se mai ci fosse stata la capacità, ma soprattutto il tempo per portarla a termine, avrebbe fatto della Luna una piattaforma logistica più agevole e affidabile della Terra. Speravano fra l’altro di recuperare e riattivare Artemis la base lunare abbandonata dagli occidentali dopo la caduta dell’Impero di Sbieco5. L’enorme quantità di lavoro richiesta da questo progetto, sommata alla logica dell’accumulo, aveva fatto sì che tutte le forme di reddito sociale ottenute con tante lotte, soprattutto nei paesi ricchi del Nord, non fossero più tali. C’era sempre un qualche tipo di contributo, o di produzione sociale astratta da fornire. I flussi finanziari erano tesi verso la realizzazione della Grande Fuga. Al di là di questo la Gov Q ormai non erogava, né sgocciolava più. Né avrebbe potuto farlo visto che, ritirandosi da intere regioni a causa dell’avanzare della malattia di Gaia, aveva perso parte del lavoro e delle risorse che era abituata a estrarre gratuitamente o quasi ormai da qualche secolo… Paradossalmente anche l’entertainment dominante, i Games, erano entrati a far parte della produzione (e della distruzione come ti dirò in seguito). Questo aspetto era diventato molto più tangibile da quando si erano cominciati a effettuare esperimenti di gamification del lavoro sul miliardo e più dei cosiddetti lavoratori autonomi. Essi costituivano una moltitudine eterogenea, che sostituiva sempre più i salariati tradizionali nelle regioni sviluppate e che era composta principalmente da lavoratori precari gestiti da istanze d’IA management messa in campo, come al solito, dai techno-tycoon. Coprivano ogni tipo di lavoro, quelli manuali e di prossimità, come gli artigiani che si vendevano all’ora, quelli industriali e impiegatizi tramite agenzie interinali robotiche, sia quelli immateriali e a distanza, come i lavoratori del clic, senza dimenticare quelli nel settore dei servizi di cura retribuiti a cottimo. Si trattava dell’istituzionalizzazione globale di quel processo cominciato in un’altra epoca col nome di uberizzazione, nessuna categoria ne era esente. Molti di loro lavoravano in subappalto nei grandi progetti spaziali della High Frontier e alla Grande Fuga, pur avendo coscienza che, nonostante promesse e lusinghe, non avrebbero fatto parte di quelle missioni. Note: IA: cfr. glossario. Il Boomernauta dava per scontato che si sapesse che l’orbita geostazionaria, è quella di un oggetto, per esempio un satellite, che per un osservatore sulla Terra appare fermo in cielo, sospeso sempre al di sopra del medesimo punto dell’equatore poiché ruota, con moto circolare uniforme, alla stessa velocità angolare della Terra. L’orbita geostazionaria si situa a circa 36000 Km dalla terra. Termine per designare il telecomando di un robot. In un aparté il Boomernauta mi confessò che in gioventù era rimasto impressionato da un libro sulla colonizzazione spaziale e che era rimasto molto colpito dal fatto che i principi di quell’opera fossero poi realmente utilizzati nella Grande Fuga.G.K. O’Neill. Op. cit. Gli Stati Uniti. Human Stranding Games e Agency Per realizzare la Grande Fuga, la Gov Q deve accelerare il ritmo di estrazione e produzione ottenuti dal lavoro precario globale. Questo tipo di lavoro è caratterizzato dalla gamification, che invade ogni aspetto della vita e del lavoro, tanto che ormai è difficile distinguerli. I giochi sono diventati parte integrante non solo della vita e del lavoro, ma anche della guerra. La gamification e la memification del reale, teorizzate in passato, hanno assunto un’importanza sempre maggiore. Gli Holo Reality Games, in cui i personaggi sono ologrammi che si muovono in spazi non più limitati, dominano la scena. Nella Sfera Autonoma emergono i Political Games (PolGames), che cercano di insufflare forza alla rivolta. Al crocevia tra i giochi e l’arte nasce anche una nuova forma di avanguardia politica chiamata Gamartivist. Ma con o senza giochi, le sollevazioni sono effimere e molti non credono ai cambiamenti radicali, soprattutto perché anche i giochi più rivoluzionari veicolano il virus nekomemetico, così letale per le reti della vita di Gaia… La gamification del lavoro non era un fenomeno nuovo e risaliva a tempi precedenti al Progetto Primavera. In particolare, si era avuta una prima sperimentazione con Uber e le altre imprese del settore, sui milioni di driver e rider, che in seguito furono messi in concorrenza con le robocar autonome e i delivery drone. L’adozione di elementi ludici, tipici dei Games, da parte delle piattaforme globali di trasporto aveva consentito loro di ottenere significativi aumenti di produttività e di profitto. In particolare, gli autisti androidizzati erano coinvolti in competizioni ludiche basate su punteggi, badges, classifiche, obiettivi da raggiungere, e altre modalità tipiche dei giochi. In pratica, i ritmi di lavoro incalzanti, anche con l’automatizzazione di molte funzioni di guida, erano stati trasformati in una sorta di gioco, con obiettivi da raggiungere quotidianamente e l’assenza di una seconda vita in caso di incidenti gravi. Data la relativa efficacia ottenuta nelle piattaforme di trasporto, in tutti i settori e gli ambiti queste tecniche vennero gradualmente integrate ai bot-manager che organizzavano le ore di lavoro e produzione. La gamification si diffuse tra i rider, gli studenti, i ricercatori, i militari, i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore, così come tra gli utenti delle app, diventando la nuova normalità. Inoltre, le piattaforme ampliarono la gamma di vantaggi che derivavano dall’utilizzo di questa pratica. Oltre all’aumento della produttività con il pretesto del divertimento, si cercava di aggirare ostacoli, resistenze e dimissioni in aumento. Questa situazione aveva contribuito a mantenere i Giochi come una forma di evasione predominante. Di conseguenza, intere generazioni si erano abituate, sin dai tempi della Great Resignation, a cercare fughe temporanee dai problemi che li affliggevano e li tormentavano, e i Giochi erano diventati una delle scappatoie più comuni e popolari. I vecchi videogames erano già stati per i Neet1 dei primi decenni del XXI un modo per evadere da un mondo che trovavano sgradevole, stressante, condizionante e da una vita avara di riconoscimenti per rifugiarsi in universi che permettevano di assumere altre identità e vivere altri destini rimanendo sé stessi. A quell’epoca il virus nekomemetico si sviluppava in modo sotterraneo e continuo, ma non aveva ancora preso le dimensioni assunte in seguito, la setticemia di Gaia era in palese incremento, ma non dilagava senza limiti e i resti del welfare ottenuto dalle lotte del XX lasciavano ancora qualche spazio di evasione limitata e virtuale. Ora si trattava di tutt’altro: oltre all’aggravarsi delle condizioni generali di vita, l’apatia malinconica indotta dalle TAM se da un lato dava un po’ di respiro alla biosfera dall’altro induceva molti a lasciarsi andare definitivamente. I Games avevano fatto enormi progressi dall’epoca dei videogiochi bidimensionali e persino delle prime esperienze di realtà virtuale (VR) in cui ci si trovava intrappolati in tute da palombaro. Tutto era rapidamente cambiato quando la VR e l’augmented reality (AR) erano state integrate alle evoluzioni delle nuove tecnologie olografiche che permettevano di vivere in multiversi misti, in cui non c’era quasi più soluzione di continuità fra reale e virtuale. Inizialmente gli ologrammi in tre dimensioni dei personaggi erano limitati a spazi circoscritti. In seguito vennero introdotte le tecniche 3D multi-sense2 in cui tutti i sensi dei gamers erano sollecitati in una realtà mista (mixed reality) tramite un dispositivo leggero che funzionava da addestratore neuronico, di cui poi i gamers in certi casi riuscivano a fare a meno. In pratica i Games erano sempre più integrati alla vita e viceversa, i gamers potevano restare a lungo immersi in questo mondo ibrido e i Reality Games3, che esistevano da diverse generazioni, erano stati un ulteriore passo in questa direzione. Sin dall’inizio erano basati su narrazioni online che si servivano del mondo reale e della vita dei giocatori come piattaforma, combinando le narrazioni transmediali per creare una storia coinvolgente e interattiva. Questi giochi spaziavano dalla caccia al tesoro alle avventure a tema giallo-poliziesco, coinvolgendo i giocatori in modo sempre più profondo nella trama. Successivamente, c’erano state estensioni per renderli utilizzabili da certe istanze della Governance, come per esempio, le aziende universitarie nell’industrializzazione dell’apprendimento. La Gov Q tendeva così a far diventare i giochi un nuovo modo di estrarre valore dalla cooperazione, magari meno doloroso dei precedenti, ma sicuramente più efficace. La nuova generazione dei giochi era stata chiamata Holo Reality Games (HRG) proprio perché lo svolgimento delle vicende era immerso nel reale e allo stesso tempo influenzato da esse. Gli HRG4 erano fondati sugli stessi canali di rete che poi sarebbero stati usati per la rivoluzione delle TAM e basati su un machine learning che avveniva in real time. Gli HRG più evoluti erano in grado di captare parametri molto diversificati, sia nel quotidiano che su un arco di tempo più lungo, sia di un sito specifico che di un vasto territorio. Questi Games immersi nei Data Tsunami, che utilizzavano e alimentavano nel contempo, erano informati online dell’attualità e delle tendenze sociopolitiche, economiche, tecnoscientifiche e le integravano in tempo reale negli scenari dei games. Eventi importanti o minori entravano a far parte di un game collettivo che variava di conseguenza; poteva trattarsi di avvenimenti di portata globale legati alla biosfera o alla geopolitica o anche di semplici fatti di cronaca locale o di tendenza sociale, che venivano a interagire con i Games e condizionare il gioco collettivo, con conseguenti variazioni della trama. Cominciava a esistere anche un effetto inverso anche se nei primi tempi pareva più limitato. Accadeva infatti che gli Holo Reality Games più popolari potessero effettivamente influenzare o modificare il mondo materiale. Questo gamificare il reale non era una novità. Sin dall’inizio del XXI l’allora imperante neurocapitalismo aveva integrato nelle sue pratiche multiformi elementi di gamification del reale con l’obbiettivo di consolidare la sua influenza e di alimentare la competitività, ispirandosi a quella che caratterizzava i Games prodotti dall’entertainment post-hollywoodiano. Consumismo, produttività e normalizzazione del tardo Neolib trovavano giovamento da questa operazione. Ora però non si trattava più di semplici trasposizioni limitate, ma di vere e proprie intrusioni dei Games nel reale. Gli epigoni del neurocapitalismo avevano aggiornato la riflessione di Baudrillard, il filosofo francese che avevo incontrato a Parigi, prima di essere trasformato in viaggiatore obbligato del tempo. E così si era espresso: «Vorrei innanzitutto evocare la natura perversa della relazione fra l’immagine e il suo referente, l’ipotetico reale; sulla virtuale e irreversibile confusione fra la sfera delle immagini e la sfera della realtà, di cui siamo sempre meno in grado di afferrare la natura. […] Più di ogni altra cosa deve essere messo in dubbio il principio di referenza delle immagini, questa strategia grazie alla quale sembrano […] riprodurre qualcosa di logicamente e cronologicamente a loro anteriore. Nulla di tutto questo è vero. In quanto simulacri, le immagini precedono il reale al punto da invertire l’ordine causale e logico del reale e della sua riproduzione»5 Le considerazioni sulla natura perversa delle immagini che precedevano il reale avevano ispirato anche Hideo Kobayashi, uno dei primi Chief Influencer Officer (CIO) della WorldForce ed eminenza grigia nelle sfere di potere, che le aveva applicate ai Games.Gli HRG da lui creati per conto di certe piattaforme globali potevano e anzi dovevano precedere la realtà. Kobayashi era stato influenzato da molti episodi di memification del reale in cui una realtà, prima di essere performata, esisteva e proliferava esclusivamente sotto forma di immagini e simulacri6. Si trattava di eventi avvenuti molto tempo addietro: l’invasione di Capitol Hill, il Campidoglio di Washington, e quella dei Três Poderes a Brasilia. In entrambi i casi orde golpiste-complottiste, eccitate da presidenti fascisti elettoralmente sconfitti e popolate da strani personaggi come il cornuto sciamano trumpista Jake Angeli e il suo equivalente bolsomerdista, occupano e devastano le più simboliche sedi del potere, sotto l’occhio benevolente di polizie impotenti perché conniventi. Introducendo le pratiche dei Games nella vita corrente, Kobayashi non proponeva mai narrative definitive. Nelle sue cornici tematiche preferite, come a esempio la caccia all’immigrato clandestino o all’immaginario terrorista islamo-gauchista, non indicava mai direttamente che esisteva un legame strutturale fra le due figure, ma dava piste da seguire, disseminava elementi nel corso del gioco lasciando all’utente la libertà di sviluppare una sua storia per arrivare alle conclusioni volute. In fondo non era che una riedizione in scala ridotta dello stesso principio che aveva portato il morbo nekomemetico ad agire sul reale nel modo che poi aveva condotto alla grave infezione di Gaia. Sul versante opposto alle attività top-down di Kobayashi e soci si era sviluppato un filone bottom-up di Games antagonisti all’interno dei movimenti sociali e politici, spesso effimeri e che periodicamente emergevano nella Sfera Autonoma. Vennero chiamati Pol(itical) Games e contribuirono talvolta a diffondere i movimenti in cui nascevano, facendo in modo che idee, comportamenti, espressioni artistiche e modalità che li caratterizzavano entrassero a far parte del gioco.Anche per i PolGames7, in un contesto di promiscuità fra movimenti reali e gioco, si manifestò la tendenza inversa per cui non era più il terreno sociopolitico a influenzare i Games, ma piuttosto il contrario. Da che mondo è mondo c’erano sempre stati precursori, avanguardie artistiche e scientifiche e attivisti, anche se nel lontano e moderatamente noioso periodo politico dell’orizzontalità nella Sfera Autonoma si volle credere, con un po’ di ingenuità, alla fine delle gerarchie; ma proprio dalle ceneri dell’orizzontalità risorsero degli innovatori politici che, al contrario dei vecchi attivisti e militanti, non si battevano su un fronte unico. I Gamartivist8 furono i primi a prendere l’iniziativa di concepire e utilizzare i Games come strumenti di innesco e di coinvolgimento in nuovi movimenti di gamification autonoma del reale. Essi rappresentavano una nuova generazione di attivisti, emersa all’interno della società dei Games, che condensava caratteristiche ereditate dalle generazioni precedenti di attivisti e di artisti antagonisti e comunque non complici delle Governance. Sembrava che i Gamartivist cercassero di fondere nel crogiuolo dei Games le iniziative e i comportamenti ritenuti più efficaci per scuotere dal torpore, dalla paura, dall’indifferenza, dalla propensione alla servitù volontaria, mentre la setticemia di Gaia avanzava e le oligarchie si preparavano alla Grande Fuga. Certe volte questi tentativi non facevano presa e restavano limitati a cerchi ristretti e militanti; ma altre volte trovavano i toni giusti per alimentare con nuovo combustibile la rivolta che covava sotto le ceneri lasciate dall’infezione biosferica. In questi casi ci pensava il franchising locale della security, i SecurServ della Gov Q (o la WorldForce quando le proporzioni dei movimenti erano troppo vaste) a cercare di spegnere la fiamma con forme di repressione normative e poliziesche, talvolta condotte come guerre contro le popolazioni o spezzoni di esse. I Games diventavano allora un vettore della ribellione e soprattutto della sua diffusione. Tuttavia, com’era già avvenuto in passato, l’indignazione e il coinvolgimento inizialmente travolgenti si spegnevano non solo e non tanto per l’intervento della Gov Q, ma principalmente per la mancanza di prospettive che andassero aldilà della denuncia, della rabbia e della sommossa. E i Games, che a quell’epoca non possedevano un’intelligenza propria, nonostante usassero i Data Tsunami, non potevano certo supplire a questa mancanza. Così andarono le cose per decenni anche prima dell’arrivo delle TAM e addirittura prima che l’ipotesi del morbo nekomemetico prendesse consistenza. Tali esperienze effimere dimostrarono che, anche se l’idea di un attacco globale e decisivo al sistema capitalistico fosse tornata d’attualità (cosa che non stava accadendo), essa non avrebbe potuto porre fine alla diffusione della crisi ecologica in corso e ciò contribuiva all’impotenza strategica dei vari movimenti. Questo feeling purtroppo tendeva a fare tutt’uno con la vecchia profezia resa celebre da Mark Fisher, ormai radicata da parecchie generazioni, che fosse più facile immaginare la fine del mondo umano9 che quella del capitalismo. A prima vista i fatti sembravano confermare questa ipotesi pessimista. Tuttavia, mi sembra importante sottolineare che ciò accadeva prima, quando ancora non esisteva il presentimento che solo focalizzando la lotta principalmente contro la pandemia nekomemetica le Governance avrebbero perso il loro potere, non senza infliggere micidiali colpi di coda. Ed anche per questo che i PolGames per quanto ribelli si afflosciavano assieme ai movimenti. Molti altri HRG non politici risentivano delle prospettive dark e inducevano spesso a processi assai rischiosi e autodistruttivi per i partecipanti. In alcune regioni vennero considerati sovversivi e vietati, ma tale attitudine più che altro contribuì a creare curiosità, interesse, e quindi in fin dei conti, a promuovere nuove forme di diffusione. Questi Games vennero adottati come sfida verso le istituzioni anche se di fatto non costituivano alcun pericolo per il potere. Anzi, si potrebbe dire che avvenisse proprio il contrario. Tra l’altro quasi tutti i Games di quella fase spesso erano vettori e amplificatori della pandemia nekomemetica. Al loro interno infatti veicolavano una gran quantità di memi contagiosi senza che nessuno o quasi se ne rendesse conto. E questo avveniva anche nei PolGames più rivoluzionari o legati all’ecologia politica. In quest’ultimo caso il paradosso era veramente forte. I PolGames e i movimenti dell’ecologia politica certo avrebbero potuto combattere con le migliori intenzioni, anche se non era sempre il caso, battaglie per impedire che l’infezione di Gaia distruggesse molte reti della vita, ma, salvo rari esempi, si trattava di cure sintomatiche. Non riuscivano a indirizzarsi veramente contro la causa prima dell’infezione: la pandemia nekomemetica. Non la bloccavano, ma alimentavano inconsapevolmente, questo sì, il flusso nekomemetico che trasformava gli umani in agenti primi dell’infezione. Note: Not in Education, Employment or Training. 3D multi-sense tecnologie basate sulle holograhic plasma technologies. Qui il Boomernauta, che pur potendo viaggiare nel tempo non era un gamer native, credo facesse riferimento ai nostri Alternate Reality Game (ARG). Nota dell’A. HRG: cfr. glossario. il Boomernauta aveva imparato quasi a memoria una citazione di Baudrillard un filosofo che aveva influenzato la sua gioventù. Io ho ritrovato quella originale e l’ho tradotta. https://monoskop.org/images/4/47/Baudrillard_Jean_The_evil_demon_of_images_1987.pdf Il Boomernauta mi disse che Kobayashi avesse ritrovato in un SSD abbandonato questo vecchio articolo, il primo a parlare della memificazione del reale che riapparve in rete: https://not.neroeditions.com/memificare-il-reale/ PolGames: cfr. glossario. Gamartivist: cfr. glossario. Il Boomernauta mi fa notare qui che era stato lui ad aggiungere l’aggettivo umano all’affermazione originale di Fredric Jameson resa universalmente nota da Mark Fisher che era a suo parere inesatta ed antropocentrica perché la fine dell’umanità non avrebbe certo implicato la fine della biosfera.
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La guerra contro l’Iran e le sue conseguenze Intervista a Wolfgang Streeck L’attuale guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran dimostra inequivocabilmente che le potenze europee vassalle e le loro classi dirigenti negligenti e indolenti non possiedono la minima capacità di analisi e di elaborazione teorica su ciò che comporta la disintegrazione dell’attuale sistema di potere. E soprattutto la loro incapacità di delineare uno scenario alternativo al caos imposto all’umanità intera da tale volatilizzazione dell’ordine globale e dalla crisi del capitalismo storico. Questo testo è stato originariamente pubblicato sulla «Frankfurter Rundschau» lo scorso 27 marzo ed è qui riprodotto con l’espressa autorizzazione dell’autore. I mercati finanziari sono in piena agitazione e cresce la preoccupazione nelle economie nazionali di fronte alla guerra lanciata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. Questo ti ricorda gli anni ’70 e la crisi del prezzo del petrolio di quel periodo? Non molto, a dire il vero. Allora la situazione era ancora relativamente gestibile, perché in fin dei conti, si trattava di un cartello di produttori con sede principalmente in Medio Oriente. Oggi, grazie al fracking, gli Stati Uniti sono autosufficienti dal punto di vista energetico e possono permettersi qualsiasi tipo di follia, compresa la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche non solo dell’Iran, ma di tutti gli Stati del Golfo e, come bonus aggiuntivo, l’annientamento della società iraniana nel suo complesso. A quell’epoca, al contrario, Nixon e Kissinger preparavano un riavvicinamento alla Cina, mentre in Germania il governo social-liberale di Brandt/Scheel attuava dal 1969 una nuova politica di distensione, che portò alla fine del blocco dell’Est due decenni più tardi. La guerra contro l’Iran potrebbe finire per essere il più grande errore della presidenza Trump? È evidente che ha sottovalutato il potenziale di escalation di questa guerra. Lo fanno tutti, almeno gli americani; non c’è bisogno di Trump per questo. Guardate Biden in Ucraina; ma anche gli europei commettono lo stesso errore e così nel 2022 si sono lasciati convincere dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che la guerra in Ucraina sarebbe finita nel giro di pochi mesi (i russi, tra l’altro, la pensavano in modo simile). Oggi l’Unione Europea ha preso il posto degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina e insiste che debba continuare nonostante gli americani abbiano perso ogni interesse e i russi, in generale, abbiano già vinto la guerra. Perché? Presumibilmente perché non vogliono ammettere di aver «sottovalutato il potenziale di una sua escalation», come dici tu, o perché sperano di ottenere benefici tecnologici ed economici, nonché una maggiore coesione interna da una guerra che altri stanno combattendo per conto loro. Questo non funzionerà, ma la speranza muore più tardi degli ucraini, i quali, secondo von der Leyen, stanno «morendo per i nostri valori». C’è chi sospetta che Trump potrebbe utilizzare la guerra per manipolare in qualche modo le elezioni di medio termine che si terranno il prossimo novembre. Potrebbero averlo incoraggiato a entrare in guerra considerazioni politiche interne? È possibile: le guerre si combattono anche per consolidare la propria fazione e neutralizzare l’opposizione bollandola come traditrice. Ma la guerra contro l’Iran non è popolare negli Stati Uniti, dove l’ipotesi prevalente è che Israele e la lobby israeliana abbiano convinto Trump a entrare in guerra con la promessa che la questione iraniana si sarebbe risolta in pochi giorni. Non sappiamo, ovviamente, quale materiale compromettente Netanyahu possa avere contro Trump. C’è qualcosa che va sicuramente tenuta in considerazione, qualcosa che spesso viene trascurata in Germania: che gli Stati Uniti sono, in linea di principio, imbattibili nel proprio continente, situati tra due oceani e con solo due Stati confinanti, uno a nord e uno a sud, entrambi sotto il loro totale controllo. Motivo per cui possono permettersi qualsiasi cosa in materia di politica estera o dal punto di vista militare, qualsiasi assurdità, come la guerra del Vietnam o l’invasione dell’Iraq: iniziative completamente inutili, messe in atto semplicemente perché sì; e se le cose vanno male, se ne tornano semplicemente a casa, dove nemmeno il vincitore più vittorioso può seguirli. Questo spiega anche perché gli Stati Uniti mantengano abitualmente vecchie ostilità verso Stati che in qualche modo si sono mostrati recalcitranti – Cuba, Iran, Afghanistan – per decenni. Per quante volte falliscano le loro crociate, non hanno niente da ricostruire, niente per cui fare ammenda, niente da imparare. A gennaio Trump ha chiesto l’aumento del bilancio della difesa per il 2027 fino a 1,5 trilioni di dollari, il che comporta un incremento di oltre il 50% rispetto al 2026, raggiungendo così il bilancio militare più alto della storia dell’umanità (900 miliardi di dollari). Immagino che sia così che intende evitare che i vertici militari gli chiedano perché dovrebbero bombardare l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra: quel paese non ha fatto nulla agli Stati Uniti e non potrebbe mai farlo. Molti sospettano che ci siano motivi personali dietro la decisione di Netanyahu di entrare in guerra; più precisamente, che stia cercando di salvarsi dalle accuse di corruzione attraverso guerre continue. O per assicurarsi la rielezione. Sì, è possibile. D’altra parte, non bisogna sopravvalutare l’elemento personale. La distruzione dell’Iran è un’ambizione israeliana a lungo accarezzata e ampiamente condivisa. Israele vuole continuare a essere l’unica potenza nucleare in «Asia occidentale» (come la chiamano gli iraniani). Se gli Stati Uniti dovessero mai abbandonare la loro alleanza con Israele, quest’ultimo non esiterebbe, se le cose si mettessero male, a usare le sue armi nucleari. A cos’altro servirebbe tutto il denaro investito in esse? (Anche tenendo conto che i sottomarini equipaggiati con sistemi di lancio nucleare sono un regalo della Repubblica Federale di Germania.) Non posso escludere che Trump stia partecipando all’attacco contro l’Iran perché i suoi servizi segreti o lo stesso Netanyahu lo abbiano informato che Israele non esiterebbe, in caso di emergenza, a dispiegare i propri missili, bombardieri e navi con armamenti nucleari. Il discorso si sta facendo ora molto speculativo. È fondamentalmente Putin a minacciare l’uso di armi nucleari nella guerra in Ucraina, non Israele. Perché Israele si esporrebbe a una pericolosa logica di escalation nucleare? È strategicamente sensato essere preparati a tutto, quando è in gioco la propria esistenza. A differenza della Russia e delle altre potenze nucleari, Israele non ha nessuna dottrina nucleare, ma chiunque ne capisca della materia sa che proprio questa è la sua dottrina nucleare. Ancora una volta, l’Unione Europea dà un’immagine di debolezza, se ci si fosse aspettata una maggiore resistenza di fronte a Trump. Solo il presidente del governo spagnolo parla con chiarezza. Perché l’UE è così debole nei momenti cruciali? L’UE non è uno Stato e non lo sarà mai. Né in questo caso ha importanza, perché nessuno le presta la minima attenzione. Per quanto riguarda i suoi Stati membri, le loro premesse differiscono radicalmente. La Francia mantiene stretti legami con il Libano e, tradizionalmente, si sopravvaluta come sua protettrice. La Spagna ha legami di lunga data, soprattutto culturali, con il mondo musulmano. La Germania ha una ben nota relazione speciale con Israele e difende un «diritto all’esistenza» per Israele, la cui definizione è lasciata alla discrezione di quest’ultimo, sia in termini di estensione territoriale che di assetto interno dello Stato israeliano. Prima di ricorrere alle armi nucleari, Israele chiederebbe senza dubbio alla Germania, in nome della «ragione di Stato» tedesca, un sostegno militare; nessun altro Stato membro dell’UE, salvo forse i Paesi Bassi, sarebbe disposto a farlo. Non posso essere d’accordo con te quando dici che Israele ricorrerebbe alle armi nucleari. Israele si comporta con la stessa razionalità delle altre potenze nucleari. Ciò significa che si riserva il diritto, proprio come le altre potenze nucleari, di utilizzare le proprie armi nucleari, se fosse necessario. Per quale altro motivo le avrebbe? Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dapprima espresso la sua comprensione per l’attacco, per poi affermare che non era «la nostra guerra». Sta seguendo le orme di uno dei suoi predecessori, Gerhard Schröder? Dipende da come si interpretino quelle orme. Schröder si rifiutò, insieme a Chirac, di unirsi a Bush II nell’invasione dell’Iraq. In generale, tuttavia, lui – e la Repubblica Federale sotto la sua guida e quella di Fischer – hanno fornito ogni tipo di sostegno agli Stati Uniti, specialmente nella cosiddetta «guerra al terrorismo», quando Steinmeier, in qualità di capo della Cancelleria federale, dovette approvare l’uso della base aerea di Ramstein, se non ricordo male, per ogni singolo volo statunitense, compresi quelli utilizzati per trasferire i prigionieri al centro di detenzione di Guantánamo. Anche la Merkel, a volte con Sarkozy, a volte con Hollande, ha cercato ripetutamente di tenersi in disparte da singole operazioni statunitensi, come in Siria e in Ucraina (Minsk I, Minsk II, insieme al presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier). Ci sono altri esempi? Vale anche la pena ricordare Guido Westerwelle, che, in qualità di ministro degli Esteri tedesco, nel 2011 si astenne in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu al momento di approvare il disastroso intervento americano in Libia. In Germania, nell’ambito della Nato, sono di stanza 40.000 soldati statunitensi, insieme a numerosi bombardieri dotati di capacità nucleare e alle relative armi nucleari, e a Wiesbaden si trova il centro di comando delle forze statunitensi per tutte le operazioni in Medio Oriente, compreso l’attuale bombardamento dell’Iran. Nessuna parola di obiezione da parte di Merz; in termini generali, quindi, l’attuale cancelliere tedesco sta seguendo le orme di Schröder – e della Merkel –, ma gli storici del futuro dovranno determinare esattamente in che modo lo stia facendo. Merz non dovrebbe opporsi a Trump e Netanyahu con maggiore fermezza? Dopotutto, gli esperti temono la peggiore crisi energetica di tutti i tempi. Dovrebbe opporsi, sì, dovrebbe farlo senza alcun dubbio. Soprattutto perché non si tratta più soltanto di una crisi energetica, per quanto possano dire gli «esperti». Stiamo parlando di una conflagrazione globale; si è tentati di dire che, se necessario, alla fine compreremo semplicemente quel petrolio dai russi. Possiamo solo speculare su ciò che Trump e Netanyahu faranno dopo. Quello che sappiamo è che, qualunque cosa decidano, non daranno ascolto a un cancelliere tedesco, perché è certo che, alla fine, questi starà al loro gioco, qualunque cosa accada. Il mondo è in guerra, anche se non ci sono blocchi opposti che si affrontano, come accadeva nelle due guerre mondiali. Si tratta già della Terza guerra mondiale? Tutte le guerre sono diverse. Nella Prima guerra mondiale crollarono gli imperi; nella Seconda guerra mondiale si trattava di sconfiggere due grandi potenze regionali, la Germania e il Giappone, che volevano soggiogare le rispettive «sfere d’influenza». Il risultato fu un mondo diviso con due potenze vittoriose, gli Stati Uniti e l’Urss, ciascuna dotata del proprio impero: una in espansione, l’altra limitata da sé stessa e dalla politica di «containment» portata avanti dalla rivale, fino a che non si dissolse in modo sorprendentemente pacifico alla fine del XX secolo. Seguirono più di tre decenni di un ordine mondiale unipolare in cui non passava un solo giorno senza che la potenza egemonica combattesse una guerra o l’altra in qualche parte del mondo. E questo si chiamava «stabilità». Oggi assistiamo alla disintegrazione di quella superpotenza, che non riesce a decidere tra se ritirarsi o resistere, mostrando una marcata tendenza verso quest’ultima opzione. Come sarebbe una Terza guerra mondiale in queste circostanze? Gli Stati Uniti potrebbero attaccare molto presto la Cina nel tentativo di fermare la sua ascesa, fino a quel momento inarrestabile. (Secondo l’attuale dottrina di sicurezza americana, non deve esserci alcuna potenza sulla Terra pari agli Stati Uniti.) A tal fine, tra le altre cose, eserciterebbe pressioni sulla Russia dall’Europa occidentale – o farebbe in modo che la Nato le esercitasse – in primo luogo per impedirle di aiutare la Cina e, in secondo luogo, per costringere la Cina a dirottare risorse per sostenere la Russia. Il Giappone e l’Europa della Nato, in particolare la Germania, sarebbero indotti a schierarsi con gli Stati Uniti. Israele coglierebbe l’occasione per distruggere irrimediabilmente gli Stati e i popoli che lo circondano; anche adesso, la guerra con l’Iran non sarà mai abbastanza lunga per Israele, perché alla sua ombra possono continuare, senza che vengano notate, l’annessione totale e la pulizia etnica di Gaza, della Cisgiordania e del sud del Libano. Tutto il resto si trova, per dirla con Clausewitz, avvolto nella nebbia di questo campo di battaglia che si espande inesorabile davanti ai nostri occhi. Testi consigliati Wolfgang Streeck, ¿Cómo terminará el capitalismo?, (2017), Comprando tiempo: La crisis pospuesta del capitalismo democrático (2016); Progreso tecnológico y cambio histórico: Engels, la guerra y la hipertrofia del Estado en el siglo XX, «NLR» 123, ¿Cómo terminará el capitalismo?, «NLR» 87; No se vislumbra un final: reflexiones sobre la literatura reciente en torno a la destrucción de Gaza, La Unión Europea en guerra: dos años después, Violencia estadounidense: entrevista a Wolfgang Streeck e La coyuntura leída por Wolfgang Streeck, articoli e interviste pubblicati su «Diario Red»; El retorno del rey, El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales, Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos e La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial, articoli e interviste pubblicati su «El Salto». Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, dopo aver insegnato Sociologia presso lo stesso Istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università di quella città tra il 1995 e il 2014. Inoltre è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. ● Traduzione di Mauro Trotta
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Tra psiche e composizione: pratiche liminali dell’ascolto Ricerca e psiche nel lavoro di Elena Gigante Ghigas All’interno della rubrica Risonanze Sonore, che si occupa di esplorare le forme più aperte e liminali della ricerca sonora contemporanea, il lavoro di Elena Gigante, conosciuta anche come Ghigas, appare come un territorio in cui musica, psiche e spazio percettivo entrano in risonanza reciproca. La sua pratica non nasce infatti da un unico campo disciplinare, ma si sviluppa all’incrocio tra composizione elettroacustica, ricerca scientifica e pratica psicoanalitica. In questo intreccio il suono non è semplicemente materiale musicale, ma diventa una soglia attraverso cui interrogare i processi della percezione, della memoria e dell’esperienza interiore. Elena Gigante, Ghigas, si è formata tra musica, psicologia e neuroscienze, sviluppando un percorso che tiene insieme studio accademico e ricerca artistica. Dopo il diploma in pianoforte e gli studi in psicologia clinica, ha conseguito un dottorato in neuroscienze presso l’Università Sapienza di Roma, concentrandosi sugli effetti dell’allenamento musicale sulla plasticità cerebrale e sui processi di percezione del movimento sonoro. Parallelamente ha continuato a muoversi nel campo della composizione contemporanea, partecipando a workshop e progetti con alcune delle figure più rilevanti della musica sperimentale internazionale. Questo doppio movimento – scientifico e artistico – costituisce uno degli elementi più riconoscibili del suo lavoro: una ricerca che non separa l’indagine sul suono dall’indagine sulla mente che lo ascolta. Accanto alla composizione, Gigante esercita come psicoanalista junghiana ed è impegnata nella formazione e nella didattica. Insegna progettazione del suono nello spazio all’Accademia di Belle Arti di Bari e tiene corsi sulla fenomenologia dell’arte presso il Centro Italiano di Psicologia Analitica. Anche qui la dimensione sonora non viene trattata come un oggetto isolato, ma come un campo di esperienza in cui percezione, immaginazione e simbolizzazione si intrecciano. Il suono diventa così una forma di ascolto ampliato, capace di mettere in relazione dimensione estetica e dimensione psichica. Le sue opere sono state presentate in numerosi contesti internazionali dedicati alla musica contemporanea e alla ricerca audiovisiva, tra cui i Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image a Londra e Tempo Reale in Italia. Tuttavia, la traiettoria di Gigante non si definisce tanto attraverso il circuito festivaliero quanto attraverso una ricerca che tende deliberatamente verso zone periferiche dell’esperienza sonora. La sua pratica esplora infatti ciò che resta ai margini della percezione: suoni fragili, imperfetti, spesso sporchi, che sembrano situarsi in una zona di instabilità tra ciò che può essere ascoltato e ciò che sfugge all’ascolto. In questa prospettiva l’ascolto non è mai un atto puramente passivo. È piuttosto un processo liminale, una soglia in cui il suono emerge e scompare, lasciando affiorare dimensioni spesso invisibili dell’esperienza. Non sorprende che molte delle sue installazioni e composizioni nascano da contesti inattesi. Gigante ha spesso collocato le proprie sculture sonore in ambienti non convenzionali, trasformando spazi tecnici o scientifici in luoghi di ascolto. In uno dei suoi progetti, ad esempio, un tubo per risonanza magnetica diventa una sorta di camera acustica in cui il corpo dell’ascoltatore è immerso in una condizione percettiva radicalmente diversa. Come ricercatrice in Neuroscienze alla Sapienza e alla Fondazione Santa Lucia IRCSS di Roma dal 2013 al 2015, ha progettato esperimenti sonori proprio all’interno del tubo di risonanza: il soggetto volontario, disteso nella posizione canonica di una qualsiasi risonanza magnetica, riceveva tramite cuffie stimoli sonori corrispondenti a un paesaggio in movimento, costruito attraverso un software come Matlab. In questa situazione estrema e controllata, il suono non solo attraversa il corpo, ma diventa uno strumento per indagare le dinamiche profonde della percezione, mettendo in relazione spazio acustico e attività cerebrale. In questi dispositivi lo spazio non è un semplice contenitore, ma una materia attiva della composizione. L’impiego di tecniche come l’Ambisonico consente di articolare il suono come campo tridimensionale, avvolgente, in cui la posizione e il movimento dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera. L’attenzione alla dimensione corporea dell’ascolto si traduce così in una pratica installativa che lavora sulla prossimità, sull’immersione e sulla dislocazione percettiva. Il suono non si limita a essere ascoltato: attraversa il corpo, lo orienta nello spazio, lo espone a micro-variazioni che sfuggono a una percezione immediatamente cosciente. Questi dispositivi non cercano l’effetto spettacolare, ma aprono situazioni in cui il suono può essere percepito come evento fisico, mentale e simbolico allo stesso tempo. Proprio in questa tensione tra presenza e sottrazione si attiva una possibilità più profonda: quella di entrare in relazione con ciò che normalmente resta invisibile o inconscio, lasciando emergere zone latenti dell’esperienza. L’ascolto diventa allora uno spazio di trasformazione della percezione, in cui ciò che non è immediatamente dicibile può comunque essere attraversato e, in qualche modo, sentito. La sua ricerca si muove dunque lungo una linea sottile tra musica, installazione e indagine psicologica. Più che produrre oggetti sonori chiusi, Gigante sembra interessata a costruire condizioni di ascolto, situazioni in cui l’esperienza sonora diventa uno spazio di trasformazione. In questo senso il suo lavoro si inserisce pienamente nella sensibilità che attraversa molta della musica sperimentale contemporanea: un’attenzione al suono come fenomeno situato, inseparabile dal contesto, dal corpo e dalla memoria di chi ascolta. Accanto alla pratica artistica, Gigante ha sviluppato anche una riflessione teorica sul rapporto tra musica e psiche, pubblicando diversi libri e saggi in cui il suono viene pensato come esperienza capace di attraversare dolore, assenza e processi di elaborazione simbolica. Anche in questo caso la scrittura non appare come un’attività separata dalla composizione, ma come un’altra forma di esplorazione dello stesso territorio: quello in cui il suono diventa una modalità di pensiero. All’interno di Risonanze Sonore, il lavoro di Elena Gigante si rivela dunque particolarmente significativo perché mette in luce una dimensione spesso trascurata della ricerca sonora: la sua capacità di interrogare non soltanto le forme della musica, ma le modalità stesse attraverso cui ascoltiamo e diamo senso a ciò che ascoltiamo. In questo spazio di confine tra udibile e inaudibile, tra esperienza sensoriale e dimensione psichica, il suono smette di essere semplicemente un oggetto estetico e diventa una pratica di attenzione, un modo di entrare in relazione con ciò che, dentro e fuori di noi, continua a chiedere di essere ascoltato. In coda, l’ascolto dei lavori di Elena Gigante restituisce una sensazione precisa: il suono non si impone, ma si avvicina lentamente, si muove nello spazio e modifica l’ascolto in modo quasi impercettibile. Le sue composizioni lavorano su piccoli scarti, su variazioni minime che chiedono attenzione e tempo. Più che essere comprese subito, sembrano agire in profondità, lasciando una traccia che continua anche dopo. È una pratica essenziale, che non riempie ma apre: uno spazio in cui l’ascolto cambia forma e diventa più consapevole, più sensibile a ciò che normalmente resta ai margini. Buon ascolto: https://elenaghigas.bandcamp.com/ di Elena Gigante anche: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante Between psyche and composition: Liminal Practices of Listening Research and Psyche in the Work of Elena Gigante Ghigas by Franco Oriolo Within the framework of Risonanze Sonore, a column devoted to exploring the most open and liminal forms of contemporary sound research, the work of Elena Gigante, also known as Ghigas, emerges as a territory where music, psyche, and perceptual space resonate with one another. Her practice does not originate from a single disciplinary field, but rather develops at the intersection of electroacoustic composition, scientific research, and psychoanalytic practice. Within this interplay, sound is no longer merely musical material; it becomes a threshold through which to question processes of perception, memory, and inner experience. Elena Gigante’s (Ghigas) background spans music, psychology, and neuroscience, shaping a path that brings together academic study and artistic research. After graduating in piano and clinical psychology, she obtained a PhD in neuroscience at Sapienza University of Rome, focusing on the effects of musical training on brain plasticity and on the perception of sound motion. At the same time, she continued her work in contemporary composition, participating in workshops and projects with some of the most significant figures in experimental music. This dual trajectory—scientific and artistic—represents one of the most distinctive aspects of her work: a research approach that refuses to separate the investigation of sound from the investigation of the mind that listens to it. Alongside her compositional activity, Gigante works as a Jungian psychoanalyst and is actively involved in teaching and training. She teaches spatial sound design at the Academy of Fine Arts in Bari and lectures on the phenomenology of art at the Italian Center of Analytical Psychology. Here too, sound is not treated as an isolated object, but as a field of experience in which perception, imagination, and symbolization intertwine. Sound thus becomes an expanded form of listening, capable of connecting aesthetic and psychic dimensions. Her works have been presented in numerous international contexts dedicated to contemporary music and audiovisual research, including the Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image in London, and Tempo Reale in Italy. Yet Gigante’s trajectory is not defined primarily by the festival circuit, but by a research practice that deliberately moves toward the peripheral zones of sonic experience. Her work explores what remains at the margins of perception: fragile, imperfect, often “dirty” sounds that inhabit an unstable zone between what can be heard and what escapes listening. From this perspective, listening is never a purely passive act. Rather, it is a liminal process, a threshold where sound emerges and disappears, allowing often invisible dimensions of experience to surface. It is no coincidence that many of her installations and compositions originate in unexpected contexts. Gigante has frequently placed her sound sculptures in unconventional environments, transforming technical or scientific spaces into sites of listening. In one of her projects, for instance, an MRI scanner tube becomes a kind of acoustic chamber in which the listener’s body is immersed in a radically altered perceptual condition. As a neuroscience researcher at Sapienza University and at the Santa Lucia Foundation IRCCS in Rome between 2013 and 2015, she designed sound experiments precisely inside the MRI tube: the volunteer subject, lying in the standard position used for medical scans, received through headphones a series of sonic stimuli corresponding to a moving soundscape, constructed using software such as Matlab. In this extreme and controlled setting, sound not only passes through the body, but becomes a tool to investigate the deeper dynamics of perception, placing acoustic space in direct relation with brain activity. In these dispositifs, space is not a neutral container but an active material of composition. The use of techniques such as Ambisonics allows sound to be articulated as a three-dimensional, enveloping field in which the position and movement of the listener become integral to the work. Attention to the bodily dimension of listening translates into an installation practice that operates through proximity, immersion, and perceptual dislocation. Sound is not simply heard: it traverses the body, orients it in space, and exposes it to micro-variations that elude immediate conscious perception. These dispositifs do not aim at spectacle, but rather open up situations in which sound can be experienced simultaneously as a physical, mental, and symbolic event. It is precisely within this tension between presence and withdrawal that a deeper possibility emerges: that of entering into relation with what normally remains invisible or unconscious, allowing latent zones of experience to surface. Listening thus becomes a space for the transformation of perception, where what cannot be immediately articulated can nevertheless be encountered, and in some way, felt. Her research therefore unfolds along a subtle line between music, installation, and psychological inquiry. Rather than producing closed sonic objects, Gigante seems interested in constructing conditions for listening—situations in which sonic experience becomes a space of transformation. In this sense, her work fully resonates with a broader tendency in contemporary experimental music: an attention to sound as a situated phenomenon, inseparable from context, from the body, and from the memory of the listener. Alongside her artistic practice, Gigante has also developed a theoretical reflection on the relationship between music and psyche, publishing several books and essays in which sound is conceived as an experience capable of traversing pain, absence, and processes of symbolic elaboration. Here too, writing does not appear as a separate activity from composition, but as another way of exploring the same territory: one in which sound becomes a mode of thought. Within Risonanze Sonore, the work of Elena Gigante thus proves particularly significant in that it highlights a dimension often overlooked in sound research: its capacity to question not only musical forms, but the very ways in which we listen and make sense of what we hear. In this space of tension between the audible and the inaudible, between sensory experience and psychic dimension, sound ceases to be merely an aesthetic object and becomes a practice of attention—a way of entering into relation with what, both within and outside us, continues to ask to be heard. In closing, listening to Elena Gigante’s works conveys a clear sensation: sound does not impose itself, but approaches slowly, moves through space, and subtly reshapes perception. Her compositions work through small shifts and minimal variations that require attention and time. Rather than being immediately understood, they seem to act more deeply, leaving a trace that lingers beyond the listening moment. It is an essential practice that does not fill but opens up a space where listening changes form, becoming more aware and more sensitive to what usually remains at the margins. Enjoy listening: https://elenaghigas.bandcamp.com/ by Elena Gigante also: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante
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Considerazioni sulla violenza Varoush Khosravians In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso. La letteratura giuridica, scientifica e criminale, ha elaborato il concetto di violenza percepita, intendendosi per tale l’interpretazione soggettiva della vittima, per influenza della paura o della abitudine a subire divenuta norma. Il divario fra violenza reale e violenza percepita è alla radice della assai frequente ritardata denuncia di aggressione sessuale, sia essa consumata in famiglia o sia invece avvenuta all’interno della comunità di appartenenza o, più genericamente, nella società complessiva, nel territorio. Esiste, nel ciclo della violenza, una fase chiamata dagli addetti ai lavori luna di miele, aperta da un asserito rammarico dell’aggressore che genera in chi subisce l’aggressione la speranza di una riappacificazione, di un ravvedimento, di una tranquillità permanente. Anche la temperatura atmosferica non è necessariamente un dato oggettivo: i meteorologi spiegano sempre la differenza fra temperatura reale e temperatura percepita, che varia fra un essere umano e l’altro, fra una collocazione fisica e l’altra (all’ombra, al sole, in uno spazio chiuso, in uno spazio aperto). Come spiegò al mondo Kurt Godel, fra il 1929 e il 1931, ogni sistema possiede una sua incompletezza e questo spiega la relatività di alcune questioni, che si presentano logicamente indecidibili per chiunque ometta di collocare il punto di osservazione all’esterno del sistema in cui il fatto esaminato si svolge. Come avviene per la temperatura atmosferica e per la violenza sessuale anche per la violenza sociale esiste il problema della sua percezione, da parte del singolo soggetto e da parte di una comunità nel suo insieme. Fondata com’è su una sociologia di regime o su una antropologia d’accatto la pretesa politica di fornire ai sudditi una definizione oggettiva di violenza è essa stessa, con tutta evidenza, una forma aggressiva di prevaricazione mediante lo strumento del «comunicare»; a maggior ragione lo è quando alla comunicazione si affiancano, a danno dei dissenzienti, sanzioni amministrative, condanne pecuniarie, minaccia di emarginazione o di conseguenze sulla carriera, procedimenti penali. L’imposizione di una definizione oggettiva e istituzionale (rectius: statuale) di violenza, tenuto conto della costante mutazione contenutistica del concetto secondo convenienza contingente, finisce con l’essere essa stessa una forma di violenza. Nella sua opera più famosa del 1908 George Sorel propose la separazione di forza e violenza: la prima ha per scopo di imporre l’organizzazione di un ordine sociale in cui governi una minoranza; la seconda invece mira alla distruzione dell’ordine. Dopo aver abbandonato il marxismo (ma non l’esposizione suggestiva) Sorel trova un modo logicamente astuto di legittimare la conquista del potere (la forza) e di criminalizzare la lotta di emancipazione (la violenza); poco importa che inserisca poi in chiusura l’apologia della violenza, rimane la differenza «criminale» e questa prevale. Ancora oggi i bollettini di Stato si fondano sull’elogio (non certo della violenza ma) della «forza pubblica» e delle «forze dell’ordine» contro i dimostranti e/o gli oppositori che sono sempre «frange violente» che si pongono contro il sistema legittimo di governo con «violenza non consentita». Il vecchio Kant ci aveva messo in guardia, ma nessuno gli dà retta: la violenza è spesso mascherata dal diritto. Siano forza o siano violenza per chi le riceve son solo legnate. La violenza e la crisi del diritto codificato La ripartizione dell’affermazione di potenza fra forza e diritto, fatta propria dalle democrazie liberali o socialdemocratiche del secolo scorso poggiava comunque su norme giuridiche codificate; frutto certamente di una mediazione avvenuta dentro lo scontro sociale e dunque di un compromesso favorevole al gruppo di comando, ma tuttavia capaci di delineare quel che era consentito e ciò che era vietato. Anche nella punizione dei comportamenti non consentiti l’obiettivo era ottenere il consenso più che minacciare la repressione. Questo ieri. Oggi è diverso, c’è stato un cambio di passo nelle modalità con le quali viene esercitato e mantenuto il potere. Nel meccanismo di creazione del profitto è necessario l’uso sistematico della cooperazione sociale, dunque è indispensabile acquisire il controllo della connessione continua di ogni soggetto, mettere a valore non una fascia oraria ma l’intera esistenza. La codificazione delle regole (sia nella previsione sia nella punizione) è divenuta un intralcio perché la realtà in cui devono svolgere la loro funzione è troppo variabile, in qualche misura perfino imprevedibile perfino nel medio periodo. Trump ha sancito la morte del diritto internazionale; i singoli Stati nazionali tendono a riunificare sotto l’esecutivo anche il legislativo e il giudiziario. Ogni atto che tenda a rendere difficile la connessione controllata oppure a impedire l’acquisizione della cooperazione sociale alle strutture private di profitto costituisce violenza da annientare con la forza del governo al potere; di volta in volta è l’apparato di comando, impersonificato in chi materialmente agisce, a decidere quel che è forza (utile, giusta, legittima) e quel che è violenza (criminale, ingiusta, dannosa). Questa manifestazione statuale di potenza si sottrae anche alla celebre descrizione di Machiavelli: rimane uno strumento politico, ma viene usato senza bisogno dell’astuzia di una «golpe» e si serve solo della forza di un «lione». Sull’utilità dell’istante (versione moderna e diversa del particulare) poggia l’edificio giuridico nell’età di questo nuovo assolutismo, orfano dei limiti della dinastia e padrone delle fedi religiose. La percezione sociale della violenza e la violenza punita Il tema della violenza fa discutere, è rimasto al centro dell’attenzione per via della guerra e del genocidio in corso, ma anche per gli scontri fra manifestanti e polizia in coda ai cortei di massa per la pace o contro la chiusura dei centri sociali o in opposizione alle c.d. grandi opere per la difesa dell’ambiente. Perfino una breve invasione della redazione di un quotidiano, peraltro in via di disarmo e con pochi lettori («La Stampa»), ha scatenato infiniti dibattiti, in un quadro univoco di indignata riprovazione; è venuto meno anche il senso del ridicolo considerando l’equiparazione fra l’incursione (disarmata) a Torino e la lotta (poco) armata degli anni Settanta in Italia. Torna in mente Marx (Il capitale, Libro VII, cap. 24): tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale (oggi diremmo: fordista, N.d.R.) in modo di produzione capitalistico (oggi diremmo: finanziarizzato e di piattaforma, N.d.R.) e per accelerare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova, è essa stessa una potenza economica. Siamo di fronte all’uso del tema della violenza, di quella reale, di quella percepita, di quella consentita, di quella criminalizzata: dentro un disegno del potere e dentro la transizione. Legittimo assassinare i ministri iraniani e sequestrare il presidente del Venezuela; criminale e terroristico scrivere «Palestina libera» sui muri di un quotidiano edito da una società che mette in commercio armi che poi finiscono in mano a chi li sta sterminando (per correttezza di esposizione va detto che Exor ha ceduto nel frattempo sia «La Stampa» sia Iveco Defence Vehicles, ma al tempo dell’intrusione la cessione non era avvenuta). Ove mai chiedessimo al marito di una redattrice del quotidiano torinese invaso se quella dei manifestanti sia stata violenza ci stupiremmo se lo negasse. Ma se domandassimo a un infermiere di Gaza, intento a raccogliere una bimba palestinese, falciata dalle pallottole israeliane e ormai morente, se quell’episodio torinese abbia motivo di occupare le prime pagine di tutti i quotidiani del nostro paese e rientri fra le violenze insopportabili e pericolose per la vita delle persone, siamo certi che ci guarderebbe o come dei provocatori o (nella migliore delle ipotesi) come degli imbecilli. La differenza si colloca nel punto di ricezione, la relatività della percezione emerge nelle soggettività e nelle comunità territoriali. Il rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal Censis nel 2025 (pagina 3) osserva già nell’esordio: siamo entrati in un’età selvaggia… in cui la violenza prende il sopravvento sul diritto internazionale… il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. E rileva, nell’indagine statistica, come 80,6% degli italiani ritengano le scelte dei leaders mondiali prive di logica razionale e il 55,6% siano convinti che guerre e violenza siano causate non tanto da questioni economiche, ma principalmente dalla volontà di potenza, dal nazionalismo e dal fanatismo. E, a pagina 5, in base ai rilievi della ricerca, osserva: una infernale sequela di orrori… ci ha abituali – fino a rasentare l’assuefazione – allo spettacolo della sofferenza e a un linguaggio infiltrato dall’esibizione della ferocia e della morte, che sconfina a volte in una sorta di pedagogia della crudeltà. Una percentuale ormai altissima (il 29,7%, pagina 7) si è convinta che una formazione di governo composta da una cerchia ristretta (e autocratica) sia l’unica adatta a sopravvivere e a competere nel nuovo mondo messo a soqquadro. Di conseguenza (pagina 25) le élite politiche ricorrono sempre più spesso all’allarmismo e a una retorica della paura. I risultati numerici della ricerca Censis spiegano meglio di qualsiasi riflessione viziata dal tarlo ideologico quale sia, qui e oggi, il filtro che condiziona la percezione della violenza, fra abitudine all’orrore di guerre illegittime e ansia connessa all’insicura precarietà della condizione di soggetto obbligato a porre tramite connessione la propria intera esistenza al servizio del profitto, senza più il rifugio di un tempo libero separato chiaramente da un tempo lavorato. Oltre che un’età selvaggia (Censis) questa pare proprio essere un’età dell’ansia (W.H. Auden): when even the most prudent become worshippers of chance, quando perfino il più prudente diventa adoratore del caso. Lo strumento del comando (sganciato dal diritto) diventa il filtro decisionale che comunica quale violenza debba essere accettata (e in quanto forza dell’ordine sia legittimata) e quale violenza debba invece essere punita (in quanto da ricondurre a terrorismo e dunque da collocare nell’area del crimine). L’omicidio politico perseguito apertamente da Usa e da Israele, senza più neppure un simulacro di processo, deciso dall’esecutivo a prescindere dal legislativo e dal giudiziario, è la pietra tombale della tripartizione dei poteri nei tradizionali Stati «democratici»; e pertanto neppure l’omicidio viene ricondotto nell’area della «violenza», abita invece nella «ragion di stato». Inevitabili domande da porsi In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso. A volte la giustificazione statuale scomoda la religione; il sionismo, ad esempio, evoca la Bibbia (Esodo, 23-31): sterminerò tutti i popoli nella cui terra entrerai… stabilirò poi i tuoi confini dal mar Rosso al mare dei Palestinesi e dal deserto fino al gran fiume… farò cadere nelle vostre mani gli abitanti di quella terra e li scaccerò dalla vostra presenza. Altre volte viene richiamato l’interesse nazionale: il Maga di Donald Trump consente quasi tutto, dai rastrellamenti a Minneapolis all’assedio di Cuba, dai bombardamenti in Iran alla rivendicazione territoriale della Groenlandia (per ora minaccia violenta, che è pur sempre violenza, senza vie di fatto). O ancora si invocano razza e nazione, separatamente o congiuntamente: nella drammatica guerra invisibile che permane in Sudan, nella guerra aperta che sconvolge l’Ucraina, nel conflitto endemico del Myanmar. Sono 56 le guerre in corso che coinvolgono oltre 90 paesi, quasi la metà dell’Onu. Fra le conseguenze legate ai conflitti un posto importante lo occupa il problema della schiavitù, la soggezione violenta che priva della libertà; il rapporto Oil, Global Estimates of Modern Slavery, (anno 2021, reperibile in rete nella sua interezza) valuta che siano circa 50 milioni gli esseri umani schiavizzati (erano circa 40 milioni nel 2016), di cui oltre 12 milioni in età infantile e 27,6 milioni addetti a lavoro forzato (erano 24,9 nel 2016). Per avere un termine di raffronto con il passato si consideri che gli schiavi in Nord America nel 1860 erano 4 milioni. La domanda che si pongono gli organismi statali o parastatali che esercitano violenza sono semplici: quanto mi costa, quanto ci guadagno, chi è in grado eventualmente di impedirmelo. Non certo se sia giusto o meno, questo è irrilevante. Posso sbagliare il calcolo, ma il procedimento decisionale è questo: se ci guadagno e la resistenza appare superabile senza danno lo faccio, il resto non conta, il diritto astratto non esiste, vale solo la legge del più forte, la potenza delle armi. Infatti la spesa bellica, anche in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani (Università Cattolica), è cresciuta dal 2017 del 64%, nel 2025 ammonta a 45,3 miliardi di euro. Non male per un paese che contiene nella propria Carta Costituzionale nientemeno che il ripudio della guerra! Ma pure gli oppositori, nel reagire, non possono (o meglio: dovrebbero, e sarebbe saggio se lo facessero) evitare di porsi, preventivamente, alcune domande essenziali. Perché ritengo che una determinata azione violenta debba essere compiuta; quale risultato mi propongo di raggiungere con questa scelta operativa; con quali collettività o con quali/quanti soggetti intendo agire e attraverso quali meccanismi decisionali il progetto diventa operativo e viene posto in essere; quali strumenti ho intenzione di utilizzare e di quali invece escludo di servirmi per poter raggiungere l’obiettivo che mi prefiggo di raggiungere con il progetto violento; quale reazione dell’avversario mi attendo, quali armi presumibilmente userà e quali danni (nell’immediatezza o nelle fasi successive) potranno subire la mia parte o il mio progetto complessivo; se i possibili vantaggi futuri siano ragionevolmente superiori ai danni, magari in base a una scommessa senza garanzie ma almeno con possibilità di vittoria. Il divario oggettivo fra forze dell’ordine armate fino ai denti e protette dall’apparato repressivo istituzionale (tribunali, carceri, datori di lavoro, famiglia) e ribelli in lotta rende complicata ogni opzione; l’uso politico, comunicativo, mediatico, scoraggiante della condanna di un comportamento e di una dura repressione connessa è una reazione abituale del potere davanti a una protesta ritenuta pericolosa. Si pone dunque il problema, non morale e tantomeno di purezza ideologica, nella scelta di una reazione violenta, del confine fra utile/inutile, possibile/impossibile, necessario/superfluo, audace/pavido, vantaggioso/nefasto, astuto/idiota. La violenza di piazza di questi mesi in Italia (con armi raccogliticce come sassi, bastoni, qualche vetrina infranta, più grida che botte, al più bottiglie incendiarie) è poca cosa, non solo rispetto ai mitra, ai blindati, ai lacrimogeni, ai Taser X2, ma soprattutto a bombardamenti, sterminio, genocidio, deportazioni. Non c’è dubbio. Ma la relatività della percezione, l’uso politico del frammento, la falsificazione delle immagini comunicate, il bacino di incertezza precaria della società in cui tutto ciò viene a calarsi sono una rappresentazione spettacolare tramutata in realtà dal potere, per proprio tornaconto. Uno stesso episodio è violentissimo per alcuni, irrilevante per altri. E l’uso dello spettacolo non è più solo spettacolo, è forza, è violenza, è potere. Giovanni Giovannelli è nato a Ferrara e ha esercitato la professione di avvocato giuslavorista a Milano, dal 1973, nel suo studio, difendendo i lavoratori nelle controversie contro le imprese. Ha ricoperto cariche direttive regionali e nazionali nell’AGI, Associazione Giuslavoristi Italiani, principale associazione specialistica di categoria. In tale veste ha contribuito, anche quale docente, alla fondazione della Scuola di Specializzazione nella materia, l’unica accreditata in Italia. È autore di saggi e romanzi. Collabora abitualmente con il sito della rivista online «Effimera» che ospita suoi scritti giuridici, economici, politici.
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Civil War Garland, lo spettacolo e la forza bruta Roberto Rup Paolini Ho visto Civil War di Alex Garland e non mi ha deluso. È un film che sa fare il suo mestiere, tiene la tensione, costruisce sequenze memorabili, e lascia addosso un'inquietudine che non si dissolve facilmente uscendo dalla sala. Un'inquietudine che però, a rifletterci, non nasce tanto da ciò che il film dice, quanto da ciò che sceglie deliberatamente di non dire. Due scene su tutte mi sono rimaste impresse. La prima: il gruppo di giornalisti si imbatte in una piccola formazione paramilitare. Non sappiamo chi siano, per chi combattano, cosa vogliano difendere o conquistare. Non lo sanno probabilmente nemmeno loro. Quel che è chiaro è che hanno un fucile e il controllo di un pezzo di territorio. Basta questo. Il potere qui non è ideologia, non è programma, non è nemmeno odio organizzato, è pura forza di fatto, esercitata nel raggio di cento metri. Una feudalità improvvisata e feroce. La seconda: la scena finale. Lee, la fotografa veterana interpretata da Kirsten Dunst, si lascia fotografare in punto di morte dalla giovane Jessie, la sua allieva. Il testimone passa. Ma non passa un'etica, passa una tecnica. Jessie impara a scattare, non a vedere. E Lee, che per tutto il film ha guardato il mondo attraverso un obiettivo tenendosi a distanza dall'orrore, diventa essa stessa immagine. Da soggetto a oggetto. L'ultimo atto di un giornalismo che si autocannibalizza. Per capire perché la scelta di Garland sia tutt'altro che innocente, bisogna fare un passo indietro di un secolo. I maestri del montaggio sovietico, Ejzenštejn, Kulešov, Vertov, avevano già dimostrato negli anni Venti che le immagini non parlano mai da sole. È il celebre effetto Kulešov: lo stesso identico volto, neutro, inespressivo, acquista significati radicalmente diversi a seconda dell'immagine che gli viene accostata. Accanto a un piatto di minestra comunica fame, accanto a una bara comunica dolore, accanto a una bambina che gioca comunica tenerezza. Il significato non abita nell'immagine, abita nel taglio, nella giustapposizione, nella sequenza. Ogni scelta di montaggio è già una posizione. Ogni inquadratura è già un giudizio. Garland lo sa. Non può non saperlo. E allora la sua pretesa di neutralità, mostrare la guerra così com'è, lasciare che siano le immagini a parlare, non è ingenuità. È una posizione mascherata da assenza di posizione. Il che, come vedremo, è esattamente il cuore del problema. Ryszard Kapuściński, il più grande reporter del Novecento, aveva un'idea radicalmente diversa del mestiere. Per lui il giornalista non poteva permettersi il lusso della distanza. Doveva entrare nella realtà, viverla dall'interno, sporcarsi. «Per fare questo lavoro», scriveva, «bisogna amare gli esseri umani». Non fotografarli. Non immortalarli. Amarli. Il che implica una posizione morale, un giudizio, una scelta di campo. Implica, in una parola, tutto ciò che Lee ha progressivamente dismesso nel corso del film e che Jessie non ha mai nemmeno iniziato a costruire. Quello che passa di mano nell'ultima scena non è il testimone del giornalismo, è la sua pietra tombale. E quella fotografia finale, Lee morente nell'obiettivo di Jessie, è già, nel momento stesso in cui viene scattata, un'altra cosa rispetto a ciò che ritrae. Accostata alla gloria del reportage, diventa icona. Accostata alla sua inutilità, diventa epitaffio. Kulešov lo sapeva: l'immagine non ha un significato, ne ha tanti, tutti dipendenti da chi la monta, da chi la distribuisce, da chi decide la cornice. Oggi quella cornice si chiama algoritmo, si chiama piattaforma, si chiama propaganda. E l'immagine che parla da sola è solo un'immagine che parla con la voce di qualcun altro. Da queste due scene si può partire per leggere qualcosa di più largo. C'è una scena all'inizio del film che molti hanno liquidato come dettaglio: il presidente tiene un discorso alla nazione. Lo vediamo provato e riprovato, corretto, ridimensionato. «La più grande vittoria dell'umanità» diventa «la più grande vittoria bellica». Una recita nella recita. La propaganda che si aggiusta in tempo reale davanti ai nostri occhi. L'America che Garland mette in scena è un paese in cui il potere si è concentrato fino a spezzarsi. Quello che vediamo, e che riconosciamo perché il film è dichiaratamente un'allegoria del presente, è il risultato di una torsione autoritaria che ha progressivamente eroso gli apparati democratici di concertazione, quegli ammortizzatori istituzionali che in una democrazia funzionano da cuscinetto tra il leader e la base, tra la decisione e le sue conseguenze. Vale la pena dirlo chiaramente: ciò che Trump mostra come esercizio personale e solitario del potere è anch'esso, almeno in parte, spettacolo. Dietro c'è un apparato, ci sono interessi, una macchina che lavora. Ma la forma conta. E la forma della concentrazione, anche quando è rappresentazione, produce effetti reali. Difficile non pensare a ciò che accade oggi. Trump governa a colpi di post, di tweet, di dichiarazioni che si contraddicono da un giorno all'altro senza che nessuno sembri chiedere conto della contraddizione. Non è disorganizzazione, è tecnica. La saturazione informativa, la velocità, l'incoerenza sistematica sono strumenti di potere: rendono illeggibile la realtà, esauriscono l'attenzione critica, normalizzano l'assurdo. La forma è già essa stessa spettacolo, nel senso più debordiano del termine, una rappresentazione che si sostituisce alla realtà e la governa. Del resto le etichette del conflitto si svuotano sempre, prima o poi. I guelfi e i ghibellini del Trecento erano già in larga parte finzione politica, contenitori che il potere riempiva di volta in volta con interessi diversi, alleanze mutevoli, convenienze locali. La fedeltà all'imperatore o al papa era spesso un'etichetta dietro cui si nascondevano faide familiari, controllo del commercio, rivalità di campanile. La propaganda del potere ha sempre avuto bisogno di queste semplificazioni, destra e sinistra, rossi e blu, noi e loro, per rendere illeggibile il conflitto reale, quello economico, quello di classe. E la parola feudale non è usata qui come metafora pittoresca, è una descrizione strutturale. Quando il potere centrale si sgretola, quando vengono meno le istituzioni che mediano tra il sovrano e il territorio, ciò che emerge non è il nuovo, è l'antico. L'Europa del Trecento ce lo ha già mostrato: l'impero che scende in Italia per tenere insieme un regno che si dissolve, il papato ostaggio della corona di Francia ad Avignone, e nel mezzo la penisola spaccata tra guelfi e ghibellini. Ogni signore, ogni comune, ogni capitano di ventura si ritagliava il suo pezzo di territorio e lo difendeva con la forza. Non c'era un progetto, non c'era una visione, c'era un fucile e il controllo di cento metri di strada. Oggi come allora. Quando quel potere collassa, come nel film, non genera un vuoto che si riempie di coscienza collettiva, di organizzazione dal basso, di movimento. Genera frammentazione. Ognuno si prende il suo piccolo potere locale, e lo esercita con lo stesso DNA da cui si è generato: la forza bruta. Il paramilitare incontrato dai giornalisti non è un'anomalia del sistema, è il sistema ridotto alla sua essenza, privato di ogni mediazione. Il collasso del potere autoritario non genera dal basso nulla di nuovo. Non nasce un movimento, non emerge una coscienza collettiva, non si organizza una resistenza. Il potere si frantuma, e ogni frammento replica il DNA originario, quello della sopraffazione, del controllo senza legittimità, della forza come unico argomento. Non è anarchia nel senso nobile del termine. È la stessa violenza, rimpicciolita e moltiplicata, distribuita capillarmente sul territorio come un franchising del terrore. È qui che il film smette di essere distopia e diventa diagnosi. Non di un futuro possibile, ma di un presente già in corso. E questo vale anche su scala globale. Gli apparati internazionali nati dal secondo dopoguerra, l'ONU, la NATO, il sistema dei veti al Consiglio di Sicurezza tra le cinque potenze permanenti, non hanno mai funzionato come promesso. Le risoluzioni venivano ignorate, i veti usati cinicamente, la legittimità invocata a corrente alternata a seconda degli interessi. Era ipocrisia istituzionalizzata, nessuno lo nega. Ma l'ipocrisia ha una funzione. Obbliga almeno alla finzione del rispetto, impone una forma, crea uno spazio in cui il conflitto può essere nominato senza esplodere immediatamente in forza bruta. Oggi quella finzione si sta sgretolando, e c'è chi lo celebra come un atto di onestà storica, finalmente si vede il mondo com'è davvero, senza ipocrisie. Ma vedere il mondo com'è davvero, senza nessun ammortizzatore, senza nessuna mediazione, significa esattamente quello che Garland mostra nel film: il paramilitare con il fucile e il controllo di cento metri di strada. Solo che su scala planetaria. Non è la fine dell'ipocrisia. È la fine del limite. Quello che manca, nel film come nel dibattito pubblico contemporaneo, è una lettura politica di ciò che la società produce. Non nel senso partitico del termine, destra contro sinistra, rossi contro blu, ma nel senso strutturale: chi beneficia del conflitto, quali interessi economici lo alimentano, dove si annidano le cause reali dietro le narrazioni spettacolari. La guerra, ogni guerra, compresa quella immaginaria di Garland, non è mai solo ideologia. È la continuazione con altri mezzi di dispute economiche che il sistema non riesce più a risolvere al proprio interno. Quando la crescita rallenta, quando i mercati si saturano, quando le élite non trovano sbocchi sufficienti all'accumulazione, il conflitto diventa uno strumento di redistribuzione violenta delle risorse. Lo sapeva Clausewitz, lo sapeva Lenin, lo sa chiunque guardi ai conflitti contemporanei senza il filtro della propaganda. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Pacifico, il caos mediorientale, dietro le bandiere ci sono gasdotti, rotte commerciali, terre rare, sfere di influenza economica. Le etichette, democrazia contro autoritarismo, occidente contro oriente, sono i guelfi e i ghibellini di oggi. Contenitori utili a mobilitare le masse, svuotati di ogni contenuto reale. E nel frattempo la macchina mediatica lavora instancabilmente per rendere illeggibile questa struttura. Non attraverso la censura, quella è rozza e riconoscibile, ma attraverso la saturazione, la velocità, la frammentazione. Un post di Trump, un video su TikTok, una dichiarazione smentita il giorno dopo: non è informazione, è rumore. E il rumore non informa, distrae, affatica, scoraggia la lettura critica. Guy Debord lo aveva capito già nel 1967, quando scrisse che nella società dello spettacolo tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. Non è che la realtà sparisce, è che viene sostituita da una sua immagine gestita, distribuita, monetizzata. E chi controlla le immagini controlla la percezione del reale. Ma Debord scriveva prima di internet, prima dei social, prima che lo spettacolo diventasse partecipativo e interattivo. Il suo spettacolo era ancora verticale, prodotto dall'alto e consumato dal basso. Oggi è orizzontale, diffuso, capillare. Ognuno è al tempo stesso produttore e consumatore di spettacolo. Ognuno si schiera, posta, commenta, si indigna, replicando il DNA dello scontro senza mai nominarne le cause reali. I guelfi e i ghibellini di oggi non aspettano che il potere assegni loro un'etichetta: se la scelgono da soli, con la stessa inconsapevolezza di fondo. È qui che entra Toni Negri, e il suo concetto di Impero scritto con Michael Hardt. Negri vedeva già nei primi anni Duemila l'emergere di una sovranità globale decentrata, non più lo Stato-nazione come centro del potere, ma una rete diffusa di poteri economici, militari, mediatici, senza un centro identificabile. L'Impero non ha capitale, non ha sede, non ha un volto. Si esercita attraverso flussi, di denaro, di immagini, di informazioni, e si riproduce attraverso il consenso tanto quanto attraverso la forza. Quello che Garland mostra nel film, il presidente asserragliato, il potere frantumato in mille piccoli signori della guerra, le istituzioni svuotate, non è il crollo dell'Impero. È la sua forma più matura: quando la facciata democratica non serve più, resta la forza. Nuda, diretta, senza mediazioni. E il cinema, in tutto questo, dove si colloca? Civil War vorrebbe essere uno specchio. Ma uno specchio che non nomina ciò che riflette è già parte dello spettacolo. Garland ha fatto un film sull'America in guerra senza chiedersi perché c'è la guerra. Ha fatto un film sul giornalismo senza chiedersi a chi serve il giornalismo. Ha lasciato che le immagini parlassero da sole, e abbiamo visto, con Kulešov, che le immagini non parlano mai da sole. Parlano sempre con la voce di qualcun altro. Forse è questo il limite più profondo del film, e insieme la sua involontaria onestà: Civil War è lo spettacolo di una società che ha perso gli strumenti per raccontare se stessa. E noi, seduti in sala, siamo già dentro quello spettacolo. Anche mentre lo guardiamo. Note Saggi e libri 1. G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2002 (ed. orig. 1967). 2. M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002 (ed. orig. 2000). 3. R. Kapuściński, Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo, e/o, Roma 2000. 4. C. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1997 (ed. orig. 1832). Film 5. Civil War, regia di Alex Garland, USA/UK, 2024. 6. S. M. Ejzenštejn, Il senso del film, Abscondita, Milano 2003. Civil War Garland, spectacle and brute force by Franco Bocca Gelsi I saw Civil War by Alex Garland and it did not disappoint me. It is a film that knows how to do its job: it sustains tension, builds memorable sequences, and leaves you with a sense of unease that does not easily fade when you leave the theater. A sense of unease that, on reflection, arises not so much from what the film says, as from what it deliberately chooses not to say. Two scenes above all stayed with me. The first: a group of journalists comes across a small paramilitary unit. We do not know who they are, who they fight for, what they want to defend or conquer. They probably do not know either. What is clear is that they have a rifle and control of a piece of territory. That is enough. Power here is not ideology, not a program, not even organized hatred; it is pure de facto force, exercised within a radius of a hundred meters. An improvised and ferocious feudalism. The second: the final scene. Lee, the veteran photographer played by Kirsten Dunst, allows herself to be photographed at the point of death by the young Jessie, her student. The baton passes. But what is passed is not an ethic; what is passed is a technique. Jessie learns to shoot, not to see. And Lee, who throughout the film has looked at the world through a lens, keeping her distance from horror, becomes an image herself. From subject to object. The final act of a journalism that cannibalizes itself. To understand why Garland’s choice is anything but innocent, one must take a step back a century. The masters of Soviet montage—Eisenstein, Kuleshov, Vertov—had already demonstrated in the 1920s that images never speak on their own. It is the famous Kuleshov effect: the exact same face, neutral and expressionless, acquires radically different meanings depending on the image it is paired with. Next to a bowl of soup it communicates hunger; next to a coffin, grief; next to a child playing, tenderness. Meaning does not reside in the image; it resides in the cut, in the juxtaposition, in the sequence. Every editing choice is already a position. Every shot is already a judgment. Garland knows this. He cannot not know it. And so his claim to neutrality—to show the war as it is, to let the images speak—is not naivety. It is a position disguised as the absence of a position. Which, as we will see, is precisely the heart of the problem. Ryszard Kapuściński, the greatest reporter of the twentieth century, had a radically different idea of the profession. For him, the journalist could not afford the luxury of distance. He had to enter reality, live it from within, get his hands dirty. «To do this job» he wrote, «you have to love human beings». Not photograph them. Not immortalize them. Love them. Which implies a moral position, a judgment, a choice of side. It implies, in a word, everything that Lee has progressively abandoned over the course of the film and that Jessie has never even begun to build. What is passed from hand to hand in the final scene is not the baton of journalism; it is its tombstone. And that final photograph—Lee dying in Jessie’s lens—is already, at the very moment it is taken, something else from what it depicts. Placed next to the glory of reportage, it becomes an icon. Placed next to its uselessness, it becomes an epitaph. Kuleshov knew it: the image does not have one meaning; it has many, all depending on who edits it, who distributes it, who decides the frame. Today that frame is called algorithm, it is called platform, it is called propaganda. And the image that speaks on its own is only an image that speaks with someone else’s voice. From these two scenes one can begin to read something broader. There is a scene at the beginning of the film that many have dismissed as a detail: the president delivers a speech to the nation. We see it rehearsed over and over, corrected, toned down. «The greatest victory of humanity» becomes «the greatest military victory». A performance within a performance. Propaganda adjusting itself in real time before our eyes. The America that Garland puts on screen is a country in which power has concentrated to the point of breaking. What we see—and what we recognize, because the film is explicitly an allegory of the present—is the result of an authoritarian turn that has progressively eroded the democratic structures of mediation, those institutional shock absorbers that, in a democracy, function as a buffer between the leader and the base, between the decision and its consequences. It is worth stating clearly: what Trump presents as a personal and solitary exercise of power is itself, at least in part, spectacle. Behind it there is an apparatus, there are interests, a machine at work. But form matters. And the form of concentration, even when it is representation, produces real effects. It is difficult not to think of what is happening today. Trump governs through posts, through tweets, through statements that contradict one another from one day to the next, without anyone seeming to demand an account of those contradictions. It is not disorganization; it is technique. Informational saturation, speed, systematic incoherence are tools of power: they make reality unreadable, exhaust critical attention, normalize the absurd. Form is already spectacle in itself, in the most Debordian sense of the term: a representation that replaces reality and governs it. After all, the labels of conflict always empty themselves, sooner or later. The Guelphs and the Ghibellines of the fourteenth century were already largely political fictions—containers that power filled from time to time with shifting interests, alliances, local conveniences. Loyalty to the emperor or the pope was often just a label behind which family feuds, control of trade, and local rivalries were hidden. Power has always needed these simplifications—right and left, red and blue, us and them—to render the real conflict unreadable: the economic one, the class one. And the word feudal is not used here as a picturesque metaphor; it is a structural description. When central power collapses, when the institutions that mediate between the sovereign and the territory disappear, what emerges is not the new—it is the old. Fourteenth-century Europe already showed it: the empire descending into Italy to hold together a dissolving kingdom, the papacy held hostage in Avignon by the French crown, and in between a peninsula split between Guelphs and Ghibellines. Every lord, every commune, every mercenary captain carved out his own piece of territory and defended it by force. There was no project, no vision; there was a rifle and control over a hundred meters of road. Today as then. When that power collapses, as in the film, it does not generate a void filled with collective consciousness, bottom-up organization, or movement. It generates fragmentation. Everyone seizes their own small local power and exercises it with the same DNA from which it was generated: brute force. The paramilitary encountered by the journalists is not an anomaly of the system; it is the system reduced to its essence, stripped of all mediation. The collapse of authoritarian power does not produce anything new from below. No movement emerges, no collective consciousness forms, no resistance organizes itself. Power fragments, and each fragment replicates the original DNA: domination, control without legitimacy, force as the only argument. It is not anarchy in the noble sense of the term. It is the same violence—reduced in scale and multiplied—distributed capillarily across the territory like a franchise of terror. This is where the film stops being dystopia and becomes diagnosis. Not of a possible future, but of a present already underway. And this also applies on a global scale. The international structures born after the Second World War—the UN, NATO, the system of vetoes in the Security Council among the five permanent powers—have never functioned as promised. Resolutions were ignored, vetoes used cynically, legitimacy invoked intermittently depending on interests. It was institutionalized hypocrisy. No one denies it. But hypocrisy has a function. It enforces at least the fiction of respect, imposes a form, creates a space in which conflict can be named without immediately exploding into brute force. Today that fiction is crumbling, and some celebrate it as an act of historical honesty: finally, the world is seen as it really is, without hypocrisy. But seeing the world as it really is—without any buffer, without any mediation—means exactly what Garland shows in the film: the paramilitary with a rifle controlling a hundred meters of road. Only on a planetary scale. It is not the end of hypocrisy. It is the end of the limit. What is missing, in the film as in contemporary public debate, is a political reading of what society produces. Not in the partisan sense—right against left, red against blue—but in the structural sense: who benefits from the conflict, which economic interests fuel it, where the real causes lie behind the spectacular narratives. War—every war, including Garland’s imagined one—is never only ideology. It is the continuation by other means of economic disputes that the system can no longer resolve internally. When growth slows, when markets saturate, when elites can no longer find sufficient outlets for accumulation, conflict becomes a tool of violent redistribution of resources. Clausewitz knew it, Lenin knew it; anyone who looks at contemporary conflicts without the filter of propaganda knows it. The war in Ukraine, tensions in the Pacific, the chaos in the Middle East—behind the flags there are pipelines, trade routes, rare earths, spheres of economic influence. The labels—democracy versus authoritarianism, West versus East—are today’s Guelphs and Ghibellines: containers useful for mobilizing the masses, emptied of real content. And in the meantime the media machine works tirelessly to make this structure unreadable. Not through censorship—that is crude and recognizable—but through saturation, speed, fragmentation. A post by Trump, a video on TikTok, a statement denied the next day: it is not information, it is noise. And noise does not inform; it distracts, exhausts, discourages critical reading. Guy Debord had already understood this in 1967, when he wrote that in the society of the spectacle everything that was directly lived has moved away into a representation. Reality does not disappear; it is replaced by its image—managed, distributed, monetized. And those who control images control the perception of reality. But Debord wrote before the internet, before social media, before spectacle became participatory and interactive. His spectacle was still vertical, produced from above and consumed from below. Today it is horizontal, diffuse, capillary. Everyone is at once producer and consumer of spectacle. Everyone takes sides, posts, comments, becomes indignant, replicating the DNA of conflict without ever naming its real causes. Today’s Guelphs and Ghibellines do not wait for power to assign them a label: they choose it themselves, with the same underlying unawareness. This is where Toni Negri enters, with his concept of Empire, developed with Michael Hardt. Negri already saw, in the early 2000s, the emergence of a decentralized global sovereignty: no longer the nation-state as the center of power, but a diffuse network of economic, military, and media powers without an identifiable center. Empire has no capital, no headquarters, no face. It operates through flows—of money, of images, of information—and reproduces itself through consent as much as through force. What Garland shows in the film—the barricaded president, power fragmented into a thousand small warlords, emptied institutions—is not the collapse of Empire. It is its most mature form: when the democratic façade is no longer needed, what remains is force. Naked, direct, without mediation. And cinema, in all this—where does it stand? Civil War would like to be a mirror. But a mirror that does not name what it reflects is already part of the spectacle. Garland made a film about an America at war without asking why there is a war. He made a film about journalism without asking who journalism serves. He let the images speak on their own—and we have seen, with Kuleshov, that images never speak on their own. They always speak with someone else’s voice. Perhaps this is the deepest limit of the film—and at the same time its unintended honesty: Civil War is the spectacle of a society that has lost the tools to tell itself. And we, sitting in the theater, are already inside that spectacle. Even as we watch it. Notes Books 1. Guy Debord, The Society of the Spectacle, Baldini Castoldi Dalai, Milan, 2002 (original edition 1967). 2. Michael Hardt & Antonio Negri, Empire, Rizzoli, Milan, 2002 (original edition 2000). 3. Ryszard Kapuściński, The Cynic Is Not Suited for This Profession: Conversations on Good Journalism, e/o, Rome, 2000. 4. Carl von Clausewitz, On War, Mondadori, Milan, 1997 (original edition 1832). Films 5. Civil War, directed by Alex Garland, USA/UK, 2024. 6. Sergei Eisenstein, Film Form, Abscondita, Milan, 2003.
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L’università liquida Liberalismo autoritario e trasformazione dell’accademia / 2 Thomas Berra Cultura europea e università L’università è un’istituzione fondante della cultura europea ed occidentale. È un prodotto originariamente del basso medioevo, in particolare di quel risveglio della cultura e del pensiero filosofico e politico che si ha a partire dall’anno Mille. Si sviluppa nel quadro di ciò che Harold Berman ha definito una vera e propria “rivoluzione” in quel suo bel saggio che è Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition (1). La si collega alla ripresa degli studi giuridici nell’Europa occidentale a partire dalla riscoperta del corpus juris di Giustiniano. I primi studi su cui s’impernia l’università, è ben noto, sono quelli giuridici, che consistono in letture e commenti dei testi giustinianei. L’università medievale ovviamente è ben diversa dalla nostra. Si tratta di un’organizzazione che si basa su corporazioni di studenti, i veri protagonisti di quell’università, che si scelgono loro i docenti che pagano direttamente. Una tale università non ha ancora delle sedi istituzionali definite. Studenti e docenti si riuniscono per le lezioni o in abitazioni private, dei docenti generalmente, o nelle chiese. Il legame tra chiesa e istituzione accademica qui è fortissimo, anche se lo studente, quello paradigmaticamente di diritto, non è necessariamente destinato alla carriera ecclesiastica. Così con l’università si dà in nuce un processo di secolarizzazione che ab initio distingue tra teologia e giurisprudenza, e in maniera ancora più significativa tra fede e sapere. Irnerio o Azzone non insegnano dogmi di fede, né su questi si arrovellano. Il loro compito intellettuale è sin dall’inizio laico, pura ermeneutica, nella quale il riferimento all’intenzione del legislatore è meno pressante rispetto alle esigenze della fedeltà letterale al testo, ed alla lettura di questo coll’occhio rivolto ai casi della vita pratica. Si sviluppa pian piano un canone ed un metodo pedagogico che si articola fondamentalmente nel cosiddetto trivio, logica, grammatica e retorica, considerato poi come propedeutico alla stessa teologia, facoltà questa che compete ad armi impari con giurisprudenza, e ad armi più o meno pari con filosofia, la quale rispetto alla teologia ancora stenta ad affermare la propria indipendenza. L’università di questo tipo è tumultuosa, perché si innesta nel tessuto feudale della città. Città e università sono per certi versi consustanziali. Non v’è università se non in città. In questo senso, seppure lo studente medievale si proietta come un chierico, di certo la sua non è una vita monacale. Lo studio è immerso nel fragore delle strade cittadine, di cui gli studenti sono attori principali, e talvolta decisivi per le sorti politiche ed economiche della città medievale, come le vicende di Bologna tra Duecento e Trecento ben ci rappresentano. Questo primo modello di università si scontra con la Riforma protestante e la successiva Controriforma. In questo frangente storico il sapere è fortemente ideologizzato, e dunque dev’essere controllato, per verti versi irregimentato. Dall’università come momento turbolento di formazione per certi versi artigianale di un intellettuale si passa all’idea di un “collegio”, questa volta diretto non dagli studenti mai dai professori, e fortemente regolato e monitorato dalle autorità ecclesiastiche. Questo secondo momento segna il declino dell’università. Ora domina un pensiero unico, di diverso tenore a seconda che si tratti di territorio controriformato o riformato. I giuristi continuano a costituire l’ossatura di questa istituzione, ma sono ora subordinati alla volontà di qualche principe, non più liberi cittadini di un municipio libero. Non è un caso che in questa fase i filosofi più significativi siano tutti degli outsiders, soggetti che si muovono al di fuori delle mura universitarie. Mentre un San Tommaso, o un Marsilio da Padova, sono attori interni all’università, Hobbes non è un docente universitario, e non lo è nemmeno Cartesio. Non lo è Spinoza, e neppure Campanella. Lo è in maniera irregolare e disordinata Giordano Bruno. Il sospetto rispetto all’università vista come centro di pensiero dogmatico e scolastico si fa radicale nella Francia a partire del secolo diciassettesimo. I philosophes dell’Illuminismo non insegnano all’università. Non Locke, non Voltaire, non Rousseau o Diderot, e nemmeno Condorcet o D’Alembert. Si rifugiano semmai in accademie finanziate da potenti mecenati, com’è il caso dell’Inghilterra. O nel caso francese all’ombra della magnificenza del sovrano assoluto. Non che nel Settecento in Francia l’università abbia cessato di operare. Ma ciò che produce è solo pensiero sterile, ripetizione di luoghi comuni. È solo in Germania che in parte si mantiene ancora l’antico spirito tardo-medievale di una università capace di attrarre studenti e docenti di eccellenza. È il caso fortunatissimo di Kant che è chiamato ad insegnare in un ateneo abbastanza provinciale, Königsberg, da cui non vorrà mai muoversi. Ora, con la Rivoluzione francese si ha una rottura. L’università tradizionale, quella grosso modo di stampo medievale, collassa e si chiude. Ed è con Napoleone che è rifondata come istituzione pubblica e fortemente centralizzata sotto la direzione di un ministero di governo. Un tale modello non è certo capace di offrire alla società civile pensiero critico e innovativo. Ma sì sistemazione della legislazione e della dottrina giuridica. Il positivismo giuridico è anche figlio di una tale congerie. Diverso però è il destino dell’università germanica. Qui decisiva è la riforma apportata a tale istituzione da Wilhem von Humboldt, filosofo liberale di fine intelletto. Il modello che Von Humboldt (2) disegna fornisce un esempio d’eccellenza che si tenterà di copiare, con diversi risultati, in varie parti del mondo, specie in Europa. L’idea centrale qui è che insegnamento e ricerca debbano essere dipendenti l’una dall’altro. Si insegna e si fa ricerca, si fa ricerca anche insegnando. L’università ha dunque come fini precipui Lehre, insegnamento, e Forschung, ricerca. Ma ce n’è un terzo, e niente affatto subordinato, la Bildung, che potremmo tradurre come “paideia”, la formazione generale del cittadino, del buon cittadino, di un soggetto coinvolto e partecipe degli affari della propria comunità e pronto ad assumersene il carico oneroso e difficile. Questa tripartizione degli obiettivi paradigmatici dell’istituzione universitaria sarà un secolo dopo riformulata, e resa però abbastanza superficiale, in una nota conferenza di José Orteega y Gasset (3). E così alla Bildung corrisponderà la “cultura”, alla Lehre la “formazione professionale”, ed alla Forschung l’investigazione scientifica. Tre figure popolerebbero, nella prospettiva di Ortega, l’università: l’uomo colto, il professionista, e lo scienziato. Figure queste tra loro ben distinte, secondo il filosofo spagnolo e tra le quali a suo parere dovrebbe prevalere quella del professionista, formazione che in principio dovrebbe offrirsi a tutti gli studenti universitari in quanto tali. Mentre l’uomo colto sarebbe il risultato d’una educazione di carattere propedeutico, non specialistico, a pochissimi andrebbe offerta una formazione tale da farne uno scienziato o uno studioso. Ora, questa è una prospettiva che tradisce la concezione che sta dietro la costruzione humboldtiana, dove i tre fini preposti alla formazione universitaria non possono fare nessuno a meno dell’altro, e si intrecciano specialmente nella maniera in cui si offre l’insegnamento universitario, che oltre a dare una formazione professionale dev’essere anche preparazione alla cittadinanza e raccomandazione di raccoglimento e addestramento intellettuale di alta riflessività. Ai tre fini dell’università si accompagnano – sempre nel modello humboldtiano – due mezzi principali. Il primo è la Freiheit, la libertà, che nell’àmbito accademico si rappresenta essenzialmente come libertà di parola e di pensiero. Ma libertà anche nel percorso di formazione, senza che vi sia la costrizione di una classe da frequentare o di uno specifico e rigido curriculum di corsi da seguire, che ora tradisce l’intensità della proposta humboldtiana invece si sceglieranno a seconda delle preferenze e delle passioni dello studente. Non ci sono esami. O meglio vi sarà solo un esame finale, e nel frattempo per l’appunto libertà. Lo studente è un collega del docente, che gli è pari in dignità accademica. Così, con rispetto, dovrà essere trattato. E poi, oltre alla libertà, l’altro “mezzo” specifico dell’educazione universitaria è la Einsamkeit, la solitudine. Non ci si deve accodare a nessuno. Raggruppare con nessuno. E poi a studiare ed a leggere ed a scrivere si deve essere soli. La solitudine è implicita nel raccoglimento su stessi di cui necessita il pensare, la riflessione. E questa è la materia prima dell’educazione universitaria: imparare a pensare e riflettere. E si pensa e si riflette ovviamente da sé soli. Vale a dire autonomi e autarchici. Non può esservi dubbio che in questa trattazione di ciò che dev’essere l’educazione universitaria Von Humboldt sia innanzitutto influenzato dal saggio di Kant sul conflitto delle tre facoltà principali dell’università, teologia, giurisprudenza e filosofia, Der Streit der Facultäten del 1799, uno dei suoi ultimi scritti, nel quale affermava con netti argomenti la superiorità del sapere e dell’insegnamento filosofico sugli altri due (eminente l’argomento per cui la conoscenza e dunque la sua trasmissione hanno per fine precipuo la verità, non l’utilità) (4). Vi è una libertà di pensare nella filosofia che è ovviamente superiore, per la natura stessa della cosa, al discutere e ricercare su questioni mediche ed anche teologiche. Ora, questo modello germanico non è poi lontano dal coevo teorizzarsi in terre britanniche d’un’idea d’università incentrata sugli studi umanistici e sul raccoglimento interiore, così come tale ideale è espresso negli scritti del Cardinal John Henry Newman (5). Un tale modello non obbedisce ad esigenze economiche o strumentali, e nemmeno politiche. Ne rifugge drasticamente. La gerarchia in esso è tendenzialmente, o almeno in principio, abolita. Nel senso almeno che docente e discente sono membri di pari dignità di una medesima comunità di eletti orientata al sapere ed alla scoperta e diffusione della verità. Certo, si tratta di università per pochi, privilegiati in genere, siano essi aristocratici o borghesi. Ma in essa ci si forma ad uno stile di vita che non è quello del commercio o dell’impresa e nemmeno quello della disciplina militare. Per quanto il docente sia un soggetto dotato di grande autorità, la colleganza che stabilisce la comune attività di ricerca tende a superare le barriere gerarchiche. Che poi questo modello divenga funzionale ad una cultura nazionalistica ed elitistica è anche certo. Ed è proprio ciò che ne determina dopo la seconda guerra mondiale la crisi e la contestazione. Allora, in virtù anche dell’università di massa favorita dal keynesianesimo del Welfare State, i vecchi rituali dell’accademia humboldtiana vengono assaltati. Il professore è giustamente denunciato come “mandarino”, il sapere che trasmette come mero “giuoco delle perle di vetro”, esercizio sterile di erudizione. L’università come arrogante “torre d’avorio”. Si vuole invece democratizzare la gestione del mondo accademico, rompere le barriere di classe e di posizione sociale, e poi ricondurre il sapere accademico ai bisogni reali della società. L’università come azienda Ora, è su sulla negazione del sapere “inutile”, del “mandarinato”, che paradossalmente s’innesta la controrivoluzione neoliberale dell’università. La rivolta studentesca del 1968 mise in discussione i fondamenti elitistici dell’università occidentale, ed europea in particolare. Si contestava l’università come dispositivo di riproduzione del privilegio di classe della borghesia, si metteva in discussione il suo sistema di controllo del sapere, e se ne rigettava l’impostazione d’educazione imperniata su saperi considerati antiquati e ritenuti inutili, atti solo a rendere lo studente un soggetto lontano dalle questioni sociali e di classe. Latino e greco antico furono viste come materie che rendevano i giovani soggetti isolati rispetto alla società civile ed ai movimenti collettivi che in questa si manifestavano. L’università doveva essere per tutti e per tutte, di massa, senza filtri classisti ed aridi miti umanistici. Le cerimonie feudali ancora in vigore negli atenei, le toghe, la goliardia, rituali d’iniziazione delle matricole, vennero permanentemente combattuti. Queste lotte vennero in gran parte accolte dal sistema universitario, che di conseguenza almeno in apparenza modificò il suo funzionamento. Ma l’organizzazione baronale e la forte gerarchicità della struttura d’insegnamento risultò solo scalfita. È pur vero che si moltiplicarono i livelli dei ruoli d’insegnamento, popolandosi gli atenei di nuove figure, in Italia i professori associati ed i ricercatori a tempo indefinito, posizioni introdotte dalla riforma universitaria del 1980 con la legge n. 382. Cosicché l’università degli anni Ottanta si presentava abbastanza diversa rispetto a quella ancora tradizionale degli anni Cinquanta. Si moltiplicarono le sedi universitarie; le tasse per accedere all’educazione universitaria si abbassarono drasticamente. Gli studenti lavoratori vi furono favoriti. Ma surrettiziamente passava l’idea di una università tutta strumentale al contesto che la circondava, e questo contesto era dato dal mondo del lavoro, meglio dell’impresa, il quale a sua volta si aziendalizzava in senso neoliberale. Le lotte studentesche contro materie umanistiche come il latino e il greco antico si rivelavano così paradossalmente funzionali alla cattura del sapere universitario da parte del mercato e dell’economia capitalistica. Rotto l’argine feudale che isolava l’università dalla società circostante, nel momento in cui questa assumeva il volto d’un luogo di competizione tra attori essenzialmente economici e orientati al profitto ed all’efficienza, era aperta la strada ad un’ulteriore trasformazione dell’università, ed in una direzione opposta all’idea antiautoriaria e solidaristica che di essa si era fatta nel Sessantotto. Il trionfo politico del neoliberalismo negli anni Novanta spinge per la riforma dell’università in senso essenzialmente funzionalistico. Ed è qui anche che si rende manifesto il programma esistenziale e gestionale del neoliberalismo trionfante. L’azienda di cui si tessono infinite lodi veicola un modello di gestione che è il contrario dell’autogestione desiderata dalla contestazione studentesca. Gli atenei che tradizionalmente si governavano secondo il principio della pari dignità dei professori, là dove il rettore non era altro se non un primus inter pares, sono ora riorganizzate secondo il modello appunto dell’azienda. All’università sessantottesca, cui si rimprovera una grave crisi di governabilità, così come del resto si fa per l’intera società, si contrappone un regime nel quale l’autorità gestionale è concentrata in capo ad un solo soggetto, il rettore, coadiuvato da un … consiglio di amministrazione, che si sovrappone all’antico “senato”. È ciò che in Italia si dà prima con la cosiddetta “autonomia” degli atenei, che vengono ora in parte resi indipendenti per la programmazione dei corsi e per la gestione del bilancio dal ministero, in una prospettiva che li vorrebbe vedere competere nel mercato dell’offerta formativa. Ma il neoliberalismo non solo rivoluziona l’assetto istituzionale dell’università, ma ne riscrive il senso. Si parte dall’idea di “capitale umano”: ognuno di noi possiederebbe nella propria stessa vita un capitale da investire e rendere economicamente redditizio (6). L’università in questa prospettiva è il luogo propedeutico in cui questo capitale umano va investito. L’educazione universitaria diventa dunque il momento nel quale si dà l’“accumulazione primitiva” di quel capitale umano che formando il “sé imprenditoriale” dovrà poi competere nel mercato del lavoro. In Italia c’è poi la riforma cosiddetta “Gelmini” del 2010 (dal nome della ministra che la firma), che rivoluziona la struttura dell’università, rendendola – potrebbe dirsi – “liquida”, destrutturata, disossata. Non ci sono più le facoltà di antichissima memoria; solo corsi di laurea, che si fanno e rifanno secondo le convenienze economiche dell’ateneo, e poi una miriade di master, spesso di dubbia caratura scientifica, ed in genere ritagliati a fornire “titoli” piuttosto che vere competenze. L’identità del docente e dello studente un tempo agganciata per l’appunto alla “Facoltà” è ora resa “liquida”, indistinta, fluttuante, così come “liquida” è la struttura gestionale affidata a dei dipartimenti anch’essi prodotti di considerazioni spesso estemporanee ed interne alle dinamiche di potere proprie degli atenei. Si precarizza poi la figura del ricercatore, che era stata la vera novità della riforma del 1980 democratizzando il corpo docente, e si riforma la procedura concorsuale d’accesso alla funzione docente a tempo indefinito, rendendola dipendente da una valutazione fondamentalmente numerica del merito e riconcettualizzando questo come “prestazione”. Questi processi di “liquidazione” e deistituzionalizzazione e d’accentramento autoritario risultano particolarmente evidenti e radicali nel mondo delle università britanniche, alle quali guardano gli altri sistemi come un modello particolarmente attraente e universale (7). Qui tutto è innanzitutto numerizzato. Il merito è ritradotto in performance, in “prestazioni”, o “prodotti”, ed a questi si attribuisce un punteggio secondo criteri pretesamente oggettivi. Si introducono “classifiche”, rankings, in ogni settore accademico. Tra le università dapprima, tra i dipartimenti anche, poi tra le riviste, infine tra gli studiosi stessi cui si dànno dei voti, a secondo punteggi prestabiliti e di dubbia ragionevolezza, com’è stato il famigerato VQR delle università italiane. La tenure, lo status di impiegato pubblico, nel Regno Unito non è più concesso ai docenti. Il che consente il licenziamento per “giusta causa”, e questa si dà anche laddove l’università abbia delle esigenze di ristrutturazione del proprio bilancio. L’attività del docente è “monitorata” rigidamente e disciplinarmente, di maniera che una censura può darsi nel caso di “lack of competence”, e questa può farsi consistere per esempio nel non promuovere abbastanza studenti, o nel ritardo anche di un paio di giorni della pubblicazione dell’esito degli esami. “Mancanza di competenza” può anche essere considerata una deficienza nell’efficienza dell’insegnamento, da giudicarsi secondo le direttive del direttore del dipartimento. Questo è nominato dal rettore o Vice-Chancelor, e non dai suoi colleghi. Anche il rettore è nominato da un consiglio di amministrazione secondo una procedura nella quale i docenti non hanno alcuna influenza. La ricerca è condotta secondo “progetti” finanziati dal governo a dalle imprese, su temi di loro specifico interesse. In Italia a questo proposito abbiamo avuto il PNRR concesso dalla Unione Europea dopo la pandemia. L’aziendalizzazione ripropone dunque un regime di liberalismo autoritario con un piccolissimo napoleone come rettore, e con i docenti a concorrere tra loro nel più o meno libero mercato dei fondi di ricerca sotto l’occhiuta supervisione di autorità o “agenzie” accademiche (com’è il caso dell’ANVUR italiana) non democraticamente elette. Invero tale processo di messa in “liquidazione” investe tutta l’amministrazione pubblica, e la crisi che prima pareva riguardare solo il diritto del lavoro, ripensato al servizio della “liberalizzazione” del mercato del lavoro, si comunica al diritto amministrativo, che si tende a rimodellare secondo il paradigma fornito dall’economia aziendale. È la business school che in molte università britanniche suggestivamente assorbe la school of law. L’annunciata nuova riforma dell’università italiana promossa dalla ministra Bernini sembra confermare questo quadro. Si aumenta il potere dei rettori e del “consiglio di amministrazione”, secondo il modello dell’azienda capitalistica. L’università deve essere punto di raccordo tra i giovani discenti e il mondo del mercato e dell’impresa. La sua vocazione allora non è diretta a formare studiosi d’eccellenza, o buoni professionisti, o motivati cittadini, bensì quello di rifornire l’economia di soggetti atti a svolgere una funzione che sia soddisfacente per la concorrenza e la produzione. L’obiettivo ultimo è la crescita del Prodotto interno lordo. Per far questo la vocazione di ricerca dell’università viene sacrificata a quella dell’insegnamento, reso però sincopato, ritagliato in corsi ad hoc, secondo presunte domande di mercato. La poca ricerca che rimane si alimenta di giovani precari, e di “progetti” riferiti a temi tutti nuovamente funzionali al quadro economico vigente, oppure a qualche tema di moda necessariamente superficiale e passaggero. Essere “vincitori” di un progetto conta e conterà più che presentarsi come autori di un’erudita monografia. Parimenti, si presenta all’orizzonte una “terza missione” agli atenei, quella per cui dovrebbero risultare “utili” al contesto sociale che li circonda, che però nuovamente è considerato essere un universo essenzialmente di imprese e di attività imprenditoriali. C’è tutto un chiacchiericcio sulle start-up, imprese di nuova formazione, “innovative”, che l’università dovrebbe riuscire a moltiplicare. Stessa cosa vale per la tanta decantata “digitalizzazione”, che spesso non serve ad altro che a nascondere il vuoto di idee e di ricerca che si cela nella mera diffusione informatica di un triste poverissimo nozionismo. Alternativamente “terza missione” è quella che rende visibile l’ateneo sul “territorio”, incistandolo eventualmente in questo, e dunque spingendo verso una ulteriore provincializzazione e clientelizzazione dell’università. Qui le carriere si svilupperanno, come in Italia succede almeno dagli anni Duemila, secondo criteri rigidamente localistici. Come studioso si nasce e si muore nello stesso ateneo. Conterà più per un giovane essere pronto a fare da portaborse, o da addetto informatico, o persino da sicofante, che chiudersi in casa a studiare la Critica della ragion pura e scrivere un saggio su Kant. In questa fase liberale autoritaria si dà inoltre un ulteriore fenomeno che non va sottaciuto. Sempre più istituti d’educazione superiore, anche d’eccellenza, vengono subordinati alla propagazione o difesa di specifiche militanti concezioni del mondo, siano esse di carattere ideologico oppure geopolitico, e pertanto trasformati in una sorta di al servizio di qualche potentato politico o amministrativo, nazionale o sovranazionale. Ciò in parte già surrettiziamente avveniva per esempio mediante il sistema di succulenti progetti europei di ricerca, di fatto condizionati all’adozione di certe tematiche e di certe metodologie, oltreché di certe prospettive valoriali. Ma ora in maniera esplicita si discrimina o addirittura si cancella, nelle università europee ed occidentali in generale, in primo luogo in quelle statunitensi, ricerca e insegnamento che non si ritrovino in linea con certe esigenze di militanza ideologica o di allineamento geopolitico. Il risultato è un clima di sospetto e di delazione in qualche caso generalizzato, la riduzione drastica della libertà di parola, e maliziosa censura e vigliacca autocensura del corpo insegnante. L’università italiana però soffre di mali endemici che le sono propri e la caratterizzano da decenni. Si pensi alla sua ancora estrema gerarchizzazione dei ruoli accademici e agli abusi che questa permette, oltre al machiavellismo e clientelismo sempre in agguato. Qui è la natura del “bel paese” come territorio dominato dal “sistema di Don Abbondio” che perennemente si perpetua (8). Riassumendo e concludendo, dunque, lo “spirito del tempo” neoliberale, che rimette in gioco la preminenza della forza sul diritto, il “liberalismo autoritario”, si riflette e si rilegittima in uno spazio privilegiato che decenni addietro, e paradigmaticamente, era stato pensato come possibilmente resistente od opaco alle seduzioni del potere e del profitto (9). E l’antropologia che tutto ciò sottende e incoraggia sorprende per la sua pochezza e la sua miseria, inclinandoci alla disperazione. Note 1 Ristampa, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1983. 2 Vedi W. Von Humboldt, Schriften zur Bildung, a cura di G. Lauer, Reclam, Stuttgart, 2017. 3 J. Ortega y Gasset, La misión de la universidad, in Id., El libro de las misiones, VI ed., Espasa-Calpe, Madrid, 1956, pp. 57 ss 4 Vedi I. Kant, Der Streit der Fakultäten, a cura di H.D. Brandt e P. Giordanetti, Felix Meiner, Hamburg, 2005. 5 Il testo qui di riferimento è J. H. Newman, The Idea of University, a cura di I.T. Ker, Clarendon, Oxford, 1976. Cfr. I. T. Ker, Newman’s Idea of a University and Its Relevance for the 21st Century, in Australasian e-Journal of Theology, April 2011. 6 Vedi G. Becker, Human Capital: A Theoretical and Empirical Analysis, with special reference to Education, III ed., The University Of Chicago Press, Chicago, 1993. Cfr. Th. Biebricher, Neoliberalismus zur Einführung, Junius, Hamburg, 2012, pp. 178-179. 7 Cfr. S. Collini, What Are Universities For?, Penguin, London, 2012, e P. Fleming, Dark Academia. How Universities Die, Pluto, London, 2021. 8 Il rimando qui è all’acuto ed elegante saggio di G. Zottoli, Il sistema di Don Abbondio, Laterza, Bari, 1932. Cfr anche M. La Torre, La patria delle ombre. Diritto e politica nella società dello spettacolo, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 41/2011, pp. 163-186. 9 Per l’ideale dell’università come spazio utopico di riflessione e conversazione, si legga l’intenso romanzo di John Williams, Stoner, Random House, London, 2012. Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.
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L’Arte Contemporanea e la Testa del Maiale Pablo Mesa Capella e Gonzalo Orquin La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate. Impera la testa mozzata del maiale: marcia, impalata, circondata da insetti lucidi e lussuriosi. È la testa del signore delle mosche, il trofeo sacrificale dei bambini diventati assassini su quell’isola deserta, immaginata da William Golding nel suo celebre romanzo Il signore delle mosche, scritto l’indomani della Seconda guerra mondiale. La testa putrefatta governa il mondo: il piccolo mondo di quella comunità immaginaria e il mondo attuale della comunità globale. Ed è sempre presente, in tutti i centri di potere, tra le giacche blu, le telecamere, i fotografi, i sepolcri imbiancati, i talk show e le notti insonni. Domina l’isola di Epstein dove i protagonisti dell’élite mondiale sfogarono i loro indicibili istinti sbranando l’innocenza e la vita di centinaia di giovanissime vittime. Il signore delle mosche sovrintende ogni immagine mediatica, l’ordine militare delle divise eleganti e ben stirate e le tute, tutte uguali, delle serie televisive Netflix che raccontano storie distopiche, tra dominanti e dominati, come Squid Game che ha come simbolo un grosso maiale-salvadanaio, appeso, pieno di monete d'oro che aumentano man mano che muoiono i giocatori espulsi. Il signore delle mosche è sempre esistito e sempre esisterà. Perché abita nella tua mente e nella mia, non solo in quella del piccolo Jack che diventa il capo dei bambini dispersi sull’isola, il più violento e dispotico del gruppo, al quale la maggioranza si affida scartando la razionalità e la saggezza di Ralph e Simon. È sempre una questione di scelta. Il sorriso di Joaquin Phoenix, nella sua fredda e disperata crudeltà, è il simbolo della vendetta che avanza, dell’incendio, della devastazione contagiosa e insensata. È una danza irresistibile, quella del Joker, che discende negli inferi, con la musica di Hildur Guðnadóttir, percorrendo lentamente, con gusto e macabra allegria, la lunga, interminabile scalinata, nel film di Todd Philips. Non c’è scampo nella fissità dello sguardo del protagonista che all’inizio ci è persino simpatico. Poi, ogni limite si rompe, ogni tabù cade, ogni morale si frantuma in un’orgia di sadismo. La sua espressione somiglia in modo impressionante ai quella dei soldati dell’IDF, a Netanyahu e Ben-Gvir, ai coloni assetati di morte, agli agenti dell’ICE, ai soldati russi e ucraini, ai membri di Hamas e di Al Qaeda e alla soldataglia di tutto il globo che fa appello a Dio e alla patria. Hanno lo sguardo vuoto, vitreo, impassibile, dal quale non traspare alcuna vitalità, alcuna scintilla, alcuna emozione. Sono gli stessi occhi delle SS, di Eichmann, Himmler, Goebbels e dei Khmer Rossi, e tutti portano nel petto la testa di maiale con lucidi mosconi che le ronzano attorno. Quando la violenza diventa legge, chi compie il male non prova alcun sentimento. Il giornalista americano Chris Hedges scrive, in Lettera a Refaat Alareer, a proposito del genocidio in corso a Gaza: «Gli assassini sono intrappolati in un mondo letterale. La loro immaginazione è calcificata. Hanno chiuso le porte all’empatia. Conoscono il potere della poesia ma non comprendono da dove derivi quella forza (…) E ciò che non capiscono lo distruggono. Non hanno la capacità di sognare. I sogni li terrorizzano». Noi siamo in mezzo a questa mistica politica che domina i giorni e addomestica gli sguardi. Gli uomini-macchina, come li definiva Georges Ivanovič Gurdjieff, obbediscono banalmente agli ordini e spargono sangue, sperma, arti e macerie sulle terre contese. «L’uomo è una macchina: tutto ciò che fa, tutte le sue parole, convinzioni, opinioni e abitudini sono i risultati di influenze e impressioni esterne», afferma Gurdjieff all’inizio del secolo scorso. Emblema del presente è lo stato di massima agitazione, il principio entropico che porta il vivente alle estreme conseguenze. Secondo gli Indù, questa è l’era del Kaly Yuga: materialismo e decadenza, menzogna, egotismo e forever war. Nel 1964, in Noi figli di Eichmann (Giuntina), Günter Anders, scrive: «Pertanto se parlo di pericolo, non è perché io fiuti qua e là totalitarismi politici, ma perché dappertutto incombe su di noi il totalitarismo tecnico, tecnico appunto, attorno al quale quello politico risulta essere solo un fenomeno secondario. Insomma quel che vedo è che il nostro mondo, e veramente nella sua interezza, tende verso il regno “chiliastico della macchina”; e che la nostra metamorfosi in pezzi di macchina co-procede continuamente attraverso questo sviluppo». Se è vero che – come affermava Fabio Mauri nelle sue ricerche sull’estetica fascista – un pensiero è una cosa fisica e può intossicare un’intera stanza, ci si chiede quale sia il pensiero collettivo dominante. Quale sia l’immaginario di una società alla quale vengono costantemente somministrati corpi perfetti in scenari da incubo. Siamo tutti pezzi di una macchina assoluta che sottomette la vita organica al proprio potere? Sullo sfondo, il signore delle mosche non batte ciglio. L’umanità è mantenuta in un’oscurità tale che nessuno si accorge più della dark age che la circonda. Israele ha dimostrato quanto il capitalismo della sorveglianza hi-tech possa, in tutto il mondo, operare la distruzione dei corpi senza rischiare la propria, con una semplice telefonata. Ma non c’è bisogno di arrivare a tanto, la privazione delle libertà personali è legittimata da qualsiasi minaccia venga costruita e paventata nell’era delle emergenze. Quale sottrazione di immaginario è necessaria ai popoli per poter accogliere e digerire meglio il veleno quotidiano? Per accettare, da voyeur, crudeltà inaudite come fossero normali? «Tuttavia per i poeti che scrivono da Gaza sembra non ci sia tempo neppure per l’odio. Quanto raccontano Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer non somiglia affatto a una guerra. La morte non si trova in trincea ma attende al mercato, sui marciapiedi, cade dal cielo e irrompe nell’intimità domestica. Così tra le loro pagine non troveremo soldati ma proiettili, non volti spietati ma bagliori di razzi: nella distruzione più totale anche l’immagine del nemico sembra disperdersi». Scrive Ilan Pappè nella prefazione al libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi). Non è un caso che l’arte, nella sua dimensione multidisciplinare, sia invisa a tutti i regimi totalitari. La letteratura, il pensiero critico, la visione, vengono sistematicamente censurate e rigettate da ogni governo autoritario e falsamente democratico. Al contrario, invece, la banalità, la ripetizione, la messa in scena immagini kitsch – ridondanti, messianiche, nauseanti come quelle prodotte da Trump – vengono date in pasto ai mentecatti. La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate. Richieste di censura, resistenze, proteste, boicottaggi, affermazioni, si sono rincorse sino allo scioglimento della Commissione Internazionale della Biennale che rifiutava di includere Russia e Israele tra i padiglioni da premiare. Da mesi si parla di tutto tranne che di arte e il panorama è una terra desolata sulla quale spiccano assenze e presenze forzate. Tra le assenze, il Padiglione del Sudafrica rimasto chiuso piuttosto che esporre Elegy, di Gabrielle Goliath, un’installazione performativa che commemora, tra femminicidi e genocidi, la morte della poetessa palestinese Heba Abu Nada. Questa edizione, che è l’istantanea dello stato del mondo, è iniziata sotto un auspicio funesto con la morte della curatrice camerunese Koyo Kouoh, avvenuta esattamente un anno fa, alla quale sono seguite le morti dell’artista Henrike Naumann, che rappresenta il Padiglione della Germania e del regista Alexander Kluge invitato al Padiglione della Santa Sede. Il progetto originale, intitolato In Minor Keys (in chiave minore), portato a termine dal team della curatrice, si rivela profetico. Non ci sarà l’inaugurazione, non ci sarà la giuria e i premi verranno assegnati, alla chiusura della manifestazione, direttamente dal pubblico che voterà i propri artisti preferiti. L’invito ai non addetti ai lavori a conferire i Leoni d’Oro alle opere, ridotte a canzonette come per il Festival di Sanremo, appare quantomeno sconcertante. In questo ballo nazional popolare, pasticciato e improvvisato, l’arte è senza dubbio in chiave minore. Oggi [mentre scriviamo] la Russia – che sembrava definitivamente fuori gioco dopo l’invio degli ispettori del governo alla Fondazione della Biennale e la minaccia di definanziamento dell’UE – presenta 30 artisti che cantano. Per contro, Israele – pur essendo accusato come la Russia di crimini contro l’umanità – occuperà indisturbato il proprio spazio (iper-protetto dall’esercito) all’Arsenale. Il depotenziamento dell’arte e la sua riduzione a mera questione geopolitica e burocratica è funzionale all’oscuramento della ragione. Tuttavia, proprio in questo il momento sarebbe vitale un’analisi attenta e rigorosa, nutrita di visioni contagiose e coraggiose da parte di poeti, artisti, musicisti e scrittori. Figure vive nonostante la vulnerabilità e la cupezza di una società morente. Il rischio è invece di incontrare opere condiscendenti, formali e decorative che – come nel caso dell’artista americano Alma Allen – «ben rappresentino i valori degli Stati Uniti». Mentre è in corso la Vernice dell’evento più discusso al mondo, un artista vestito di nero, Nicola Mette, attraversa Venezia trascinando un sacco mortuario. Un corpo vivo trasporta il peso dei corpi assenti. «Il sacco, afferma, non è una metafora, ma un fatto: Venezia, luogo di spettacolarizzazione globale, viene attraversata da un’immagine che non si può consumare». Una volta giunto alla Biennale, Mette, s’introdurrà nel sacco, in prossimità dei padiglioni di Usa, Israele, Russia, disponibile a essere contato tra le vittime. La definizione, data dai nazisti, alle avanguardie di arte degenerata, Entartete Kunst, sembra riverberare ancora nell’aria. Accanto a quella mostra inauguratasi a Monaco del 1937, su idea di Joseph Goebbels, se ne aprì un’altra, Große Deutsche Kunstausstellung, la Grande Mostra dell’Arte Tedesca. La prima, con opere sequestrate ai musei tedeschi, servì a dileggiare e screditare l’arte moderna e fu visitata da oltre due milioni di persone; mentre la seconda, che dettava i canoni neoclassici e decorativi dell’arte del Terzo Reich ebbe un quinto dei visitatori. Novant’anni dopo, il Signore delle Mosche, al quale vengono eretti continuamente totem, si è moltiplicato e serializzato. Ha occupato tutto lo spazio, prendendosi il corpo di tutti i maiali del mondo. «Ho notato – afferma il Joker del film di Christopher Nolan – che nessuno va nel panico quando le cose vanno secondo i piani, anche se i piani sono mostruosi». Non so se c’è poesia nella discarica dello spirito, ma vorrei chiudere questo affresco iper-contemporaneo con l’immagine che Maurizio Torchio conferisce a un tipo di allevamento intensivo nel suo romanzo La peggior specie (Sellerio) «Sono le macchine, in Cina, a stabilire se una bestia sta male. I palazzi per maiali sono pieni di telecamere, microfoni, termoscanner, e appena le macchine notano che qualcuno mangia di meno, o ha una temperatura alterata, o non reagisce quando viene morso… Le macchine ricordano i volti, le voci e le abitudini di ciascuno e ciascuna. Sanno quanto dorme e quanto sogna di solito. Tutte le aziende che producono maiali si occupano anche di edilizia e intelligenza artificiale. Si dice guadagnino più coi dati che con la carne. Quei milioni di maiali sono, prima che cibo per gli umani, addestratori di macchine. Cibo per cervelli sintetici. Gli anatomisti impararono il corpo umano sezionando maiali. Adesso tocca alle macchine. Finché non si riuscirà a ingegnerizzare maiali incapaci di ammalarsi, toccherà alle macchine decidere quando è arrivato il momento di ucciderli per contenere il contagio. Solo loro sono abbastanza veloci».
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L’iper-incarcerazione e l’aumento della repressività penale Varoush Khosravians Il testo analizza il fenomeno dell’iper-incarcerazione in Italia come indicatore del declino delle condizioni sociali e dei diritti, evidenziando l’aumento della popolazione detenuta e il peggioramento delle condizioni carcerarie. Tale processo viene collegato alla riduzione del welfare e alla crescente precarietà, che colpiscono soprattutto le classi più vulnerabili. A partire dagli anni ’90, tra crisi economiche, politiche repressive e normative più severe (in particolare su droga e recidiva), si assiste a un forte incremento della detenzione. Negli anni 2000 il fenomeno si consolida anche attraverso dinamiche migratorie e trasformazioni del mercato del lavoro, producendo una selezione sociale dei soggetti incarcerati. Le misure alternative non riducono il controllo penale, ma lo estendono nella società, ampliando la sorveglianza. Il carcere emerge così come strumento centrale nella gestione delle disuguaglianze, più che come risposta alla criminalità. È notissima la citazione illuminista (correttamente o in maniera apocrifa attribuita a Voltaire) per cui il carcere e non i palazzi sarebbe il vero specchio della civiltà di una nazione. Non ci sarebbe niente di più semplice in un Dossier che mappa il paese, che iniziare dalla descrizione dell’abisso in cui sono cadute le condizioni di detenzione per descrivere perfettamente il declino italiano. In carcere, ad esempio negli ultimi 5 anni, si sono suicidate costantemente più di 10 persone ogni 10.000 detenuti mediamente presenti1. Un numero raggiunto solo decenni fa nella storia della Repubblica e più di 15 volte superiore alla media dei suicidi extramurari. Nel compito della denuncia sono però quotidianamente e con molta competenza impegnate alcune associazioni, di cui nomino per profonda ammirazione la sola Yairahia Ets, il cui sforzo risuona tristemente nel nulla. Ed è bene allora partire dall’interrogarsi sul motivo per cui l’azione quotidiana di centinaia di volontari non riesce a invertire la peggiore regressione dei diritti delle persone finora vista. La separazione tra la pratica del diritto quale lo si pratica nella litigiosità civile, nei “normali” procedimenti penali pendenti sugli incensurati, non ha nulla a che vedere con la gestione dell’ordinamento penitenziario, le cui norme compiono quest’anno mezzo secolo e che sono quasi totalmente disapplicate. Le più elementari garanzie a tutela della popolazione detenute sono costantemente disattese, senza che si riesca a porre un argine legale. All’atto dell’approvazione della legge sulla tortura nel luglio del 2017, molte furono le voci critiche che sostenevano l’insufficiente precisione del dettato legislativo per la finalità di mettere sott’accusa gli abusi in divisa. Solo negli ultimi 2 anni invece in ben 5 casi (2 andati a sentenza –Torino e Cuneo-, 2 attualmente in corso –S. Maria Capua a Vetere e Reggio Emilia- e 1 in fase istruttoria –Casal del Marmo) le procure hanno utilizzato il reato per le indagini su agenti della Polizia Penitenziaria, ma a prescindere da come si concluderanno i procedimenti, questi processi non cambieranno il clima di violenza dento il carcere. E questo perché la sensazione è che si è aperto un fossato tra la così detta società civile e la popolazione detenuta. Questa separazione è un indicatore, ancora di più dell’esplosione del numero dei detenuti, che anche l’Italia si trova dentro un processo che è stato chiamato di Iper-incarcerazione2. Secondo Wacquant (un allievo del celebre sociologo Bourdieu) gli Stati moderni avrebbero progressivamente dismesso la loro mano sinistra, riducendo le strutture di Welfare mano a mano che i processi di ristrutturazione industriale causavano più precarietà e polarizzavano le classi sociali. In questo modo le realtà (in particolar modo quelle urbane dove si concentrano le minoranze) hanno prodotto una classe di iper-precari, che la mano destra dello Stato (le sue agenzie deputate al trattamento repressivo tramite il monopolio della Forza) avrebbe iniziato a reprimere con una iper-trofia, alimentata anche dagli interessi privati che intervengono nella gestione dei carcerati, concentrando i loro sforzi su una popolazione pressocchè predestinata. Ciò che c’è di differente in questa tesi è che non si concentra sul ruolo della pena e sul significato del carcere, come nei dibattiti di criminologia critica degli anni ’70, ma lo fa discendere direttamente dalla morfologia sociale. Quello che vorrei sottolineare, attraverso questo riferimento sociologico, è che le condizioni carcerarie non sono solo l’indicatore del pessimo stato del diritto vivente, ma delle condizioni delle classi subalterne in generale anche di quelle che non entrano a contatto né con l’economia politica delle varie carriere criminali, né con le agenzie riservate al loro trattamento. La dimensione globale di questo processo è insieme una evidenza empirica e una dimostrazione di questo processo. Dal 1990 al 2010, negli anni di trasformazione del così detto post-fordismo il tasso di carcerazione cresce nel Regno Unito da 87,9 a 151,6 detenuti ogni 100.000 abitanti; in Francia da 80,7 a 103,4, in Spagna (che pure usciva da una dittatura) raddoppia da 82,5 a 161,3; in Polonia ugualmente abituata ad un regime già autoritario quasi raddoppia da 120,0 a 211,5 ; negli Stati Uniti infine che sono l’archetipo di questo processo la popolazione carceraria è passata da 441 detenuti ogni 100.000 abitanti a 730. Non esiste particolarità della tradizione giuridica o idiosincrasia del sistema politico. Forse come in nessun caso l’intero mondo, che sciaguratamente descriviamo come occidentale e portatore di civiltà, ha intrapreso la direzione della costruzione di un ordine sociale punitivo ai danni dei poveri. Ciò nonostante, più che enfatizzare l’esportazione del modello statunitense –come tende a fare Wacquant-, attraverso agenzie di diffusione ideologica del nuovo ordine punitivo dello Stato, tenderei piuttosto a descrivere la specificità dei singoli percorsi nazionali (nel nostro caso di quello italiano), perché la costruzione del nuovo ordine giuridico-sociale non è tanto o solo un fatto discorsivo che si staglia nell’orizzonte di ciò che è stato chiamato “populismo penale” (cioè l’invocazione di livelli crescenti di repressività per acquisire consenso sul mercato elettorale), è un processo materiale a fondamento stesso del processo di accumulazione contemporaneo, e da quello ne discende -particolarmente in una società segmentata anche in basso, com’è l’Italia- l’ordalia punitiva e non il contrario. Chiarisco l’ipotesi. Le teorie criminologiche marxiste e non solo (Rusche etc.) hanno sempre costruito l’idea dell’apparato repressivo dello Stato come strumentale alla lotta di classe delle classi direttive sul perno della così detta “minor preferibilità”3. La condizione di detenzione cioè non poteva essere neutra, ma doveva essere più dolorosa della condizione di un proletario medio in libertà. Questo non per il gusto della afflittività, ma perché altrimenti verrebbe meno la coazione al lavoro salariato. La conseguenza è che essendo dinamica e derivante dalla lotta di classe la condizione salariale, altrettanto mobile è la condizione carceraria. Pur non essendo intesa questa ipotesi per essere messa su un banco di prova empirico, perché la condizione di afflittività ha dei connotati qualitativi difficilmente misurabili, non vi è dubbio che il discorso trovi pienamente riscontro. Anticipo qui, prima della ricostruzione storica alcuni fatti. Come è diventato quasi di moda sostenere, tra gli stessi che hanno operato allo spasimo perché la situazione della classe lavoratrice fosse questa, i salari italiani sono stagnanti anche a livello nominale. Secondo l’Ilo nel suo Annual evaluation Report l’Italia è l’unico paese i cui salari sono diminuiti dal 2008 di più dell’8%. Secondo l’Oecd tenuto conto di opportuni fattori dal 1990 la diminuizione sarebbe addirittura nominale. Quello che è più importante notare è che gli strati reddituali più bassi sono affetti da una cronica intermittenza lavorativa, che gli impedisce sempre più spesso (in più del 15% dei casi) di raggiungere con il lavoro la soglia di povertà. Nella categoria contemporanea di lavoro salariato cioè, è stata inglobata anche la disoccupazione, rendendo chi resta segregato in quella situazione un soggetto assai diverso dal lavoratore dello scorso secolo. Come si ricordava all’inizio nel frattempo, il tasso di suicidi nella popolazione detenuta è salito da 3,6 ogni 10.000 detenuti in custodia nel 1992 (anno pure tormentato nell’universo carcerario come diremo tra poco) a 8 ogni 10000 detenuti nel 2024. Cifre che non hanno bisogno di commenti. Vale invece la pena far notare che l’anno prescelto non è casuale. Ci aiuta infatti a capire meglio questo processo la sua stesura nel letto concreto della storia italiana recente, per capire come e quando di questo processo si sia data la necessità concreta, e perché si dimostri, contro ogni razionalità difficilmente arginabile. Vediamo però quale sia stata la concreta dialettica storica di interfaccia tra punizione e ristrutturazione sociale in Italia. Prima di scendere a tratteggiare velocemente il fenomeno bisogna però precisare un punto. Il diritto ha sempre una sua dimensione formale, che come tutti i fenomeni sovrastrutturali, vive –in una certa misura- autonomamente. In ultima istanza però, come è possibile vedere in alcuni snodi della Storia recente Italiana è la volontà politica che decide il tasso di repressione dei fenomeni devianti in una società, e questo accade anche quando la formalizzazione giuridica contrasta delle spinte sociali storiche. Ugualmente questa volontà politica non dipende direttamente dal disegno degli assetti di classe, ma senza adeguarvisi o contemplarla diventa insussistente. La costruzione dell’iper-incarcerazione in Italia: la premessa. Per capire l’attuale periodo bisogna partire dagli anni 90, che sono stati sotto molti aspetti la nascita di quello che comunemente può essere inteso come neo-liberismo italiano. In quegli stessi anni finisce l’economia di intervento pubblico diretto, esplodono povertà e divari territoriali ed aumenta a dismisura la popolazione carceraria. Per capire quegli anni però, a nostra volta, bisogna necessariamente fare un passo indietro dentro il lungo ’68 italiano. In quegli anni la necessità di una riforma della vecchia legge fascista che regolava il sistema carcerario si trascinava da anni. Nel frattempo erano però nate all’interno della società delle spinte sociali e rivoluzionarie che rendevano difficile maneggiare la materia, perché le posizioni radicali in merito alla detenzione erano ovviamente di natura abolizionista. Ne uscì fuori l’ordinamento penitenziario attuale, che ha compiuto l’anno scorso 50 anni portati non splendidamente. Ovviamente le aperture ai diversi diritti trattamentali del detenuto (sistematicamente negati all’oggi), e le innovazioni riguardo l’ingresso dentro l’istituzione carceraria della società civile sono stati dei punti importanti, ma permaneva una ambiguità di fondo che è alla base di certe critiche riformiste4. Giustificando ideologicamente con la giusta e riconosciuta esigenza di individualizzazione del trattamentox, dalla seconda metà degli anni 70 si iniziano a separare i detenuti in base alla loro classificazione amministrativa. Il fine è ovviamente di evitare che i detenuti politici vengano troppo a contatto con il resto della popolazione detenuta, e negli anni successivi sarà la base per la creazione dei “circuiti penitenziari”5. Nelle intenzioni della gestione penitenziaria, questo doveva dare segnali di inflessibilità, con il pieno accordo dell’opposizione di sinistra di allora, nella stagione della lotta alle formazioni armate, cui certo sarebbe stato inutile proporre una “rieducazione” secondo il dettato costituzionale. Contemporaneamente però la repressività verso i reati di piccola entità era assai più bassa di adesso. Ne conseguiva che restava ben poco da rieducare, e da qui –secondo le critiche progressiste- il fallimento dell’impianto della riforma. Nella solita complicata dialettica tra rivoluzione e riforma, è paradossalmente l’abolizionismo (che allora si concretizzava nella stagione delle rivolte, evasioni etc.) che è stato accusato di aver impedito l’adempimento delle riforme. Sta di fatto che per tutta la prima metà degli anni ’80, invece che diminuire la detenzione aumenta significativamente. E questo grazie ad un aumento delle carcerazione preventiva tanto quanto delle condanne. Al contrario del fenomeno successivo dell’iper-incarcerazione, non si tratta però di fenomeni repressivi rivolti meccanicamente al contenimento preventivo di intere classi sociali, ma anche di fenomeni reattivi (se pur dal punto di vista reazionario appunto) a effettivi cambiamenti sociali. Ovviamente c’è l’ondata di arresti e condanne derivanti dalla lotta armata e dall’antagonismo, ma anche la prima effettiva repressione della violenza di genere contro le donne (in assenza ancora del reato di violenza sessuale, ma in reazione al diritto di famiglia), così come la prima repressione della criminalità dei colletti bianchi. Come si diceva precedentemente questo avviene anche in presenza di una forte depenalizzazione dei reati minori (nel 1981) che resta il più riuscito esempio di saggia gestione delle cose penali. Nel 1977 le persone detenute per contravvenzioni6 erano più di 1000. L’anno dopo per un’amnistia scendono a 230 circa. Nel 1981 erano già risalite a circa 600. Dopo la depenalizzazione però si fermeranno e non ritorneranno più ai livelli degli anni 70. Dicevamo della contraddizione tra riforma e rivoluzione. A metà degli anni 80 oltre agli usuali provvedimenti di clemenza venne approvata la legge Gozzini che andando ad incidere su una serie di punti riduceva l’impatto concetrazionario del diritto penale, iniziando a indicare anche la strada delle misure alternative. E’ un provvedimento che viene prima della chiusura ufficiale della lotta armata, ma che riesce ad avere un effetto distensivo. Per l’unica volta negli ultimi 50 anni l’incidenza dei condannati definitivi sulla popolazione carceraria sale perché scende la popolazione complessiva, non perché aumentano le condanne. Si iniziano a sperimentare i trattamenti rieducativi. Nel 1989 entra in vigore anche il nuovo codice di procedura penale che definisce e limita l’utilizzo della custodia cautelare. Solo un anno dopo però cambia tutto. Cambiano gli assetti tra le classi, le esigenze del mercato ed il riformismo penale viene messo in soffitta. Gli anni ’90 e l’inizio dell’iper-incarcerazione Nel 1990 la popolazione carceraria era di 26.150 detenuti, due anni dopo superava le 47.000 persone, solo il 40% circa di queste destinatari di una condanna definitiva. Cosa successe per spiegare questo salto che resta uno dei più grandi cambiamenti della storia penale italiana? Fondamentalmente tre cose. L’esplosione delle inchieste contro la corruzione, le indagini volte a smantellare le organizzazioni mafiose, e l’emissione di un Testo Unico organico sugli stupefacenti. Quest’ultimo non incide direttamente in quegli anni sull’aumento della detenzione, ma mette le basi per il seguito del processo italiano di iper-incarcerazione. Nella memoria collettiva, cui molto contribuì la mediatizzazione dei procedimenti penali, l’aumento della detenzione è collegato solo alle inchieste sulla corruzione, il primo affondo dello Stato contro i colletti bianchi, la pulizia morale come tema trasversale, ma -quasi primariamente- rivendicato dalla tradizione politica dei comunisti italiani. Nella realtà le cose andarono un pò diversamente. Come tutti i paesi occidentali l’Italia aveva una importante economia a diretta gestione pubblica. Accanto alla crescita di un tessuto industriale di tutto rispetto, la politicizzazione di questo settore dell’economia aveva generato fenomeni corruttivi a varia scala. Le procure come è noto intervennero con decisione utilizzando la custodia cautelare. Venendo al secondo punto, che è però cronologicamente antecedente, dalla fine degli anni ’80 andavano avanti le inchieste anti-mafia, che si concretizzarono nei vari maxi-processi, che in quegli anni volgevano al termine e videro la reazione militare delle organizzazioni mafiose. Infine, è del 1990 la legge, così detta dal nome dei suoi estensori, Iervolino-Vassalli, che istituiva il principio della contiguità tra il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con due specifiche importanti. La prima era che anche il consumo (seppur come illecito amministrativo7) poteva essere punito, la seconda è che il confine tra consumo e spaccio diventava una mera questione tecnica di quantitativi decisi con una tabella ministeriale. Questa impostazione proibizionista, trascinatasi e peggiorata negli anni duemila, ha aperto le porte al circolo vizioso di marginalizzazione e aumentata repressione del fenomeno, che ha portato la repressione dell’economia politica delle sostanze ad essere il primo motore dei processi di incarcerazione. Alla fine degli anni 2000 più del 40% dei detenuti aveva una imputazione riguardante il testo unico sugli stupefacenti. Anche senza questo motore a pieno regime la popolazione carceraria come detto fa un salto inedito. Il punto è che, come ha spiegato Dario Melossi a partire dal caso dell’omicidio, nei periodi in cui alcuni, delitti simbolicamente importanti per significare alle classi dirigenti il tasso di pericolosità sociale, si innalzano non è solo la repressione di quei delitti che aumenta, ma il tasso di repressione in generale. È il caso delle associazioni mafiose i cui affiliati contano nei nuovi ingressi al massimo in un paio di migliaia (gli imputati al maxi-processo degli anni 80 sono meno di 500), ma su cui viene istituzionalizzata l’ ”intuizione” avuta negli anni di piombo sulla detenzione politica, e vengono costruiti legislativamente dei regimi di detenzione speciali (il celebre 416bis) che a tutto oggi sono sotto osservazione delle istituzioni internazionali per la radicalità della negazione dei più elementari bisogni del detenuto. Prima di questa trasformazione, e prima di Tangentopoli già tra il 1990 e il 1991, sulla scorta appunto delle indagini antimafia, gli indici di criminalità e delittuosità8 erano aumentati enormemente per il reato di Furto, che poi è sempre il motivo relativamente maggioritario di detenzione. Inoltre sempre in quegli anni viene sancita per legge la necessità di una maggioranza dei due terzi del Parlamento per l’erogazione dei provvedimenti di clemenza generalizzata, rendendo quasi impossibile la loro reiterazione. Per stare nel quadro della iper-incarcerazione però ci manca un pezzo. L’inizio degli anni ’90 sono anche gli anni di grandi crisi da riconversione industriale dell’Economia. Anche l’Italia li affronta, avendo la contemporanea sfida di dover sostituire il proprio sistema di rappresentanza politica e integrarsi nel sistema monetario europeo. Il punto qui non è quello già abbondantemente sollevato che la delegittimazione della classe politica della prima Repubblica consentì di sancire la fine della spesa pubblica. Il punto sono le conseguenze di questa scelta. I salari italiani iniziarono a stagnare la Povertà vide il suo aumento più significativo da quando la si misura (il secondo fu durante la crisi degli anni 2000). Nel Mezzogiorno la fine delle imprese pubbliche portò ad un incremento della povertà ancora più grande e ad una disoccupazione strutturale intorno al 20%. Un impatto che per essere riassorbito richiese la frantumazione dei diritti sul mercato del lavoro e la proliferazione delle “occasioni di lavoro”. I due fatti giuridici alla base del nuovo livello di incarcerazione si interfacciano con grandi cambiamenti sociali in quegli stessi temi. A loro volta questi esiti hanno iniziato a porre le basi della marginalizzazione di intere aree e della creazione di quel segmento sociale che è oggetto della piena dispiegazione dell’iper-incarcerazione negli anni 2000. Alla fine degli anni ’90 non vi sono enormi cambiamenti nel mondo carcerario, ma si congeda un periodo apertosi con l’approvazione di un rito penale teoricamente più “garantista” in virtù della fine della contestazione aperta allo Stato, e chiusosi con una popolazione carceraria che non tornerà più sotto i 50.000 detenuti. Gli anni ’00 e la sovrapproduzione carceraria strutturale Ai cambiamenti citati nel paragrafo precedente negli anni duemila ne va aggiunto un altro di tipo demografico. I cittadini extra-EU iniziano a fare parte della popolazione italiana come componente strutturale e significativa. Questo avviene solitamente grazie a un ingresso irregolare ed una successiva regolarizzazione, la più ampia delle quali fu gestita dal Governo Berlusconi nel 2002, in corrispondenza con la legge di modifica del Testo unico sull’immigrazione. Non è il caso di soffermarsi sulle varie modalità di integrazione subalterna nell’economia gravemente sfruttata, cui questa disponibilità di forza lavoro diede vita dalla Logistica all’Agricoltura. Ne citeremo solo una attinente al nostro discorso: come ha spiegato Vincenzo Ruggiero anche il mercato della distribuzione degli stupefacenti ha avuto una trasformazione “post-fordista”. La produzione si è negli anni industrializzata, ed è passata nelle mani di grandi organizzazioni che gestiscono la filiera internazionale tramite la divisione del lavoro dei singoli pezzi della catena. Questa trasformazione sta a monte di un significativo aumento del consumo e del policonsumo. In particolare di una sostanza: la cocaina. Nelle indagini epidemiologiche Espad, che in Italia fanno da riferimento per la misurazione della diffusione degli stupefacenti, gli studenti con esperienza d'uso di cocaina nella vita passarono dal 3,7% al 6,9% tra il 2000 e il 2004. A questo cambiamento sociale in perfetto stile reazionario la Destra berlusconiano rispose con il folle decreto Fini-Giovanardi che abolì la differenza tra droghe leggere e droghe pesanti nelle tabelle ministeriali che stabilivano le dosi giornaliere consentite. Questo portò all’imputazione penale una serie di semplici consumatori. Questa aberrazione però (poi cancellata dall’Alta Corte) non fu la vera architrave del circolo vizioso che generò l’ulteriore moltiplicazione della popolazione carceraria (che passa dal 2003 al 2009 da circa 54000 a circa 64000 detenuti sfondando la soglia dei 60000 reclusi che diventa la nuova normalità). La condizione necessaria di questo processo fu l’inserimento della forza lavoro straniera dentro i circuiti più bassi e più rischiosi della distribuzione degli stupefacenti al dettaglio: quella dello spaccio stradale. Per quanto rischiosa l’alternativa per questo pezzo di classe era sperimentare dei differenziali di condizione salariale e lavorativa rispetto ai lavoratori autoctoni, che rendevano (e rendono) la loro esperienza migratoria quasi inutile in quanto ad accesso al tipo di vita sperato. Per dare una idea dell’importanza di questo aspetto i detenuti stranieri che già nel 1991 rappresentavano una percentuale molto superiore (17%) alla incidenza dei non cittadini italiani sui residenti, ma nel 2001 questa differenza diventa abissale arrivando a rappresentare il 35% degli ingressi dei detenuti contro una percentuale di presenti sul territorio che anche a voler includere le persone senza permesso di soggiorno raggiungeva probabilmente una incidenza intorno al 5%. Ciò che è più significativo è che nello stesso anno le persone di cittadinanza non italiana rappresentavano tra i condannati il 26%, e tra i denunciati solo il 17%. Mano a mano cioè che il percorso di repressione avanza nel suo stadio le esigenze cautelari sono riservate solo ad alcune tipologie, tra cui evidentemente gli stranieri sono il soggetto predestinato. Il motore vero e proprio di questo processo però fu però la combinazione di questa situazione sociale con Ia riforma dell’articolo 99 del codice penale fissata dalla l. 251/2005, che prevedeva dei meccanismi automatici di pesante aggravio della pena per i colpevoli di recidiva. In assenza di ogni meccanismo di avviamento al lavoro specialmente per chi aveva iniziato le carriere criminali in attività anche limitatamente offensive, la recidiva è frequentissima, e sebbene non vi siano dati organici e standardizzati coinvolge ad oggi qualcosa tra il 65% ed il 70% dei detenuti. Un meccanismo di questo genere (poi abolito dall’ennesima sentenza dell’Alta corte nel 2015 posteriore alla crisi carceraria conclamata di cui parleremo). Questo ha voluto dire creare un insieme di qualche decina di migliaia di persone che ha iniziato a fare ingressi e reingressi sempre più frequenti nelle carceri per periodi progressivamente più lunghi. La condanna media che nel 2000 nell’ 83% dei casi era pari o inferiore ad un anno, nel 2017 lo era diventata “solo” per il 64% dei casi. A fronte di questa situazione l’idea del centrosinistra di riprovare con i vecchi strumenti del riformismo penale proponendo un indulto nel 2006 si rivelò un’arma spuntata. In soli 2 anni i tassi di carcerazione erano ritornati quelli precedenti, ma con un ritmo di crescita ancora più sostenuto. Contemporaneamente arriva la grande crisi finanziaria, la cui gestione neoliberista provocherà la più feroce perdita di reddito registrata nel secondo dopoguerra. Il tasso di disoccupazione passa dall’8 al 13% nel 2014 con una serie di conseguenze immaginabili in termini di povertà, esclusione delle giovani generazioni etc. La precarietà diventa vera e propria segregazione sociale. Quello che è importante rilevare è che l’espressione politica di questo disagio matura avendo come espressione un partito (il M5S) che rispetto alla gestione della repressione penale tende ad avere coloriture decisamente di continuità rispetto ai decenni passati. Al contempo – e non casualmente- il M5S mostra una certa diffidenza verso i flussi migratori. C’è da dire che la grande crisi vide, quasi inevitabilmente, un innalzamento della criminalità predatoria fatta di furti, borseggi etc, che hanno come vittime principali solitamente altri membri delle classi subalterne, ma questo non basta a comprendere l’invasione definitiva dell’atteggiamento punitivo anche nel campo dell’opposizione più critica. Come abbiamo visto sopra l’iper-incarcerazione opera abbastanza selettivamente su base etnica, e perché essa possa avere una legittimità politica all’interno della classe c’è bisogno di rinforzare la segmentazione già prodotta dal mercato del lavoro, suggerendo che i soggetti da punire, sono doppiamente devianti, dalla legge e da un inevitabile comune destino. Gente “per male” contro il lavoratore “per bene”. Questa situazione che portò ad una situazione carceraria che andava chiaramente incontro ad una insostenibilità sconosciuta al panorama europeo fu trasformata in maniera esogena dalla sentenza sul caso Torreggiani della Corte Europea sui Diritti Umani, che sanzionò l’Italia per trattamento inumano quando si stava per sfiorare la soglia dei 70.000 reclusi (il doppio circa di quanti ne contenevano i penitenziari in anni turbolenti come i 60 e i 70). Conclusioni: il carcere nella società La sentenza Torreggiani fu l’occasione per far partire una ultima e ancora sussistente fase l’invasione dell’esecuzione penale nel cuore stesso del tessuto sociale. I suggerimenti degli organismi europei ai tempi della sentenza CEDU furono di espandere le misure alternative in un gioco immaginato a somma zero, per cui la popolazione reclusa sarebbe scesa perché ricollocata in misure alternative. Ciò che invece è successo, è che alle persone in detenzione, che oggi sono in grandissima maggioranza condannati, mediamente con lunghissimi carichi da scontare (per i motivi spiegati sopra), si sono aggiunte le persone in misura alternativa. Quando esse sono ai domiciliari contribuiscono loro malgrado a portare sorveglianza continua, dovuta ai controlli sul rispetto degli obblighi residenziali, nei quartieri che a seconda degli orientamenti l’opinione pubblica definisce “difficili” o “degradati”. Quando sono in prova ai servizi sociali contribuiscono la carenza di personale in alcuni servizi di base. In ogni caso il punto è che agli oltre 60.000 detenuti si sono aggiunte oltre 90.000 persone sorvegliate, messe alla prova o costrette nei domicili. Questa considerazione sulla necessità di una interpretazione estensiva del termine iper-incarcerazione che lo allarghi al trattamento penale generalizzato non è in contraddizione, ma si accompagna allo schema classico della minor preferibilità. Mentre infatti i salari stagnavano a fronte di una inflazione importata, il Governo Meloni pensava bene di sottrarre circa un terzo dei fondi all’unica misura del welfare italiano contro la povertà, la cui restrizione alle sole persone con minori a carico ha richiesto anche un cambio di nome (da Reddito di cittadinanza a Assegno per l’inclusione) nella speranza che il marketing politico coprisse la persecuzione. Contemporaneamente il Governo Meloni si rivelava il più duro nell’accelerare il peggioramento delle condizioni carcerarie. Esito inevitabile di questo processo è che uno strato di poveri beneficiari è stato coartato alla partecipazione al lavoro, innalzando i posti di lavoro concentrati essenzialmente nella filiera turistica e dell’edilizia, e facendo battere al primo esecutivo della destra post-fascista il record dell’occupabilità se non della vera e propria occupazione. Parte essenziale di questo esito è stato lo spettro simbolico della fama di ciò che è diventato il carcere italiano dopo il 2020. Un luogo separato dalla società e palcoscenico privilegiato di abusi impuniti. La logica concetrazionaria si è affermata come unico mezzo di risoluzione delle contraddizioni sociali, con l’evidentissima quanto insoluta contraddizione che quanto più questa iperfetazione è frutto di meccanismi sociali che dispiegano i loro effetti universalmente, tanto più si rompono i legami di solidarietà con la popolazione segregata. Trovare la maniera di affrontare questa contraddizione, a partire da nuovi strumenti di supporto al reinserimento lavorativo degli ex-detenuti, sarebbe un punto minimo di ricostruzione di alternativa del malandatissimo paese di Beccaria e della Santa Inquisizione. 1 Per quanto sottostimato per una serie di questioni metodologiche (ad esempio non vengono conteggiati come suicidi le morti in ospedale in conseguenza di tentato suicidio) diamo il dato ufficiale. 2 Si legga Wacquant L. , Prison of Poverty, Univeristy of Minnesota Press 1999 3 Principio per altro precapitalista. 4 Si legga E. Fassone, Storia della pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Il Mulino. È significativo che critiche della stessa natura possano essere ravvisate in autori dello stesso orientamento negli Stati Uniti, sostituendo semplicemente nel ragionamento la detenzione politica con quella Afroamericana cfr. A. White The concept of “Less Eligibility and the social function of prison violence in a class society in Buffalo Law Review 56, 737 (2008) 5 Vere e proprie sezioni separate le une dalle altre dove si differenzia il trattamento carcerario (e quindi il grado di applicazione dei diritti del detenuto) sulla base di provvedimenti amministrativi dell’amministrazione penitenziaria. 6 Nel diritto penale sono la fattispecie meno grave di reato rispetto ai delitti 7 In realtà nella legge originaria era previsto il carcere anche per il consumo dopo la recidiva. Questa parte della legge fu cassata da un Referendum popolare. 8 Sono indici che calcolano l’aumento rispettivamente dell’azione penale dei Tribunali, e delle attività di Polizia Giudiziaria Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- il secondo senso
Intervista a Stefania Barca e Gea Piccardi coautrici del Report Just transition and care work. An International Inquiry (Ginevra: UNRISD 2025) Il metodo che abbiamo usato per la realizzazione di questo Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso. Pubblicato a novembre 2025 dall’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale (UNRISD), il Report (1) riflette sulla necessità di un ampliamento di applicazione del concetto di Just Transition (transizione giusta), collocando al centro il lavoro di cura. Il concetto di transizione giusta nasce negli anni Settanta in Nord America grazie ai movimenti sindacali e per la giustizia ambientale, come risposta agli effetti negativi delle politiche neoliberali sui lavoratori dell’industria e sulle comunità considerate vulnerabili. A partire dagli anni Duemila, la Just Transition è stata poi inquadrata politicamente, in particolare dalla Confederazione Sindacale Internazionale (International Trade Union Confederation – ITUC), con l’obiettivo di compensare le perdite occupazionali legate alla progressiva fuoriuscita dalle industrie ad alta intensità di carbonio, promuovendo al contempo lavori dignitosi nei settori dell’energia pulita. Nel tempo, la transizione giusta è entrata nell’agenda della governance climatica internazionale, trovando spazio in istituzioni e accordi come quelli delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’Unione Europea. Tuttavia, le politiche attuali tendono a concentrarsi sui settori industriali formali (energia, manifattura e trasporti), trascurando il ruolo centrale del lavoro di cura e, più in generale, dei lavoratori informali, che tuttavia rappresentano una quota significativa della forza lavoro globale. Il report evidenzia come, grazie alle pressioni di movimenti femministi, indigeni, contadini e per la giustizia climatica, stia emergendo una visione più ampia della transizione giusta. Questa prospettiva include non solo lavoro green dignitoso, ma anche tutte le condizioni che sostengono la vita: la cura delle comunità, dei territori e i servizi pubblici essenziali. In questo contesto, il report propone di ripensare il quadro della transizione giusta a partire dalle esperienze e dalle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori della cura, sia retribuiti che non retribuiti, attraverso un’inchiesta. Infatti, questo lavoro si basa su un processo di inchiesta operaia condotto a livello internazionale, sviluppato all’interno della rete Just Transition and Care. Attraverso un percorso partecipativo durato quattro anni, sono state raccolte le prospettive di operatori e operatrici di diversi ambiti della cura, per analizzare le loro sfide socio-ecologiche e individuare possibili strategie di transizione giusta. I settori presi in considerazione includono il lavoro domestico e di cura, la produzione alimentare contadina e indigena, la cura ambientale, la sanità e l’istruzione. In senso metodologico, lo sforzo delle autrici e degli autori è stato quello di applicare il metodo sperimentato da Alquati negli anni Sessanta nelle fabbriche italiane, a contesti di lavoro non industriale, ampliando non solo l’ambito del concetto di transizione giusta, ma anche la storia del metodo di inchiesta operaia prescelto. Nel report viene messa in luce fin da subito una difficoltà specifica, che persiste nel tempo, a inquadrare il lavoro di cura o riproduttivo nel mondo del lavoro più ampio. Questo avviene perfino nei contesti che oggi devono promuovere politiche in favore della giustizia ambientale e di migliori condizioni per i lavoratori, come le strategie della Just Transition. Perché secondo voi? Stefania Barca: Il report è frutto di un’inchiesta internazionale, che abbiamo condotto con persone che abbiamo ritenuto essere rappresentative di diversi settori del lavoro di cura. L’inchiesta verteva sulla domanda di come loro si immaginassero una transizione giusta, cosa significava transizione giusta dal loro punto di vista. Fare questa domanda a lavoratrici e lavoratori della cura ha rappresentato già di per sé un inedito, perché la Just Transition non ha mai preso in considerazione queste categorie, perché questi soggetti non sono mai stati inclusi, anzi sono stati fondamentalmente esclusi dalle politiche della giusta transizione senza dichiarato motivo, poiché questa esclusione non è mai stata verbalizzata, non è mai stata neanche espressa, si è data per scontata. Quindi venendo al cuore della domanda, questa difficoltà – che perdura nel tempo – a inquadrare il lavoro di cura o il lavoro di sussistenza nell’ambito del lavoro, effettivamente persiste. Il paradosso più grande è che nonostante durante la pandemia sia emersa tutta questa, diciamo, orgia di riflessioni sulla cura, neanche questo è servito a far convergere l’attenzione verso le vere esigenze del settore. Quando poi si parla di politiche della transizione, non soltanto quella energetica, ma anche la transizione più in generale, alla fine, tutti i soldi che sono arrivati dopo la pandemia, dopo il lockdown, per la ripresa nei vari paesi, fondi per la transizione, fondi europei della Next generation e tutti i soldi che sono piovuti per far riprendere le nostre economie, sono stati investiti nei soliti noti settori. Il report riflette quattro anni di lavoro in cui, a partire dal 2021, abbiamo organizzato degli incontri, non degli eventi pubblici, ma delle riunioni tra esponenti di vari tipi di organizzazioni, tra cui confederazioni sindacali e sindacati di base, rappresentative dei settori della cura, intesa però in senso ampio, cioè non soltanto come cura sanitaria o lavoro domestico, ma anche come, per esempio, la produzione di cibo di sussistenza, la cura ambientale, per esempio nelle aree protette, considerando le comunità che ci vivono e che si prendono cura di queste aree, o anche tutto il settore della scuola, dell’istruzione, dell’educazione in generale, e dunque i sindacati degli e delle insegnanti. Dunque la cura intesa in senso ampio, come lavoro di riproduzione sociale, pagato e non pagato. C’erano anche rappresentanti del movimento brasiliano dei Sem Terra per il settore della produzione agricola, che però non è un sindacato agricolo tradizionale, è un sindacato di movimento. Insomma, riunendo tutte queste persone per farle discutere con noi, ma soprattutto tra di loro, sulla transizione giusta, la prima cosa interessante che abbiamo notato è che nessuna di loro aveva mai sentito nemmeno parlare di questa transizione giusta, perché non veniva rivolta a loro, perché era tutta rivolta ai minatori, ai lavoratori dell’industria pesante, agli auto-workers, eccetera. Quindi una volta introdotto il tema della transizione giusta, poi sono venute fuori tutta una serie di cose di cui c’è bisogno in questi settori e ognuno di loro ci ha parlato, ci ha raccontato delle difficoltà del loro settore, sia in generale, sia in merito alle politiche di tagli neoliberiste, alle diverse politiche di precarizzazione, alle difficoltà di sindacalizzazione, tutte difficoltà inerenti, intrinseche, alla normalità del loro settore, andando oltre il concetto di crisi e di emergenza, parlando della normalità del sistema capitalista patriarcale e coloniale nel suo svolgimento a pieno regime, non inquadrato in una cornice di eccezionalità. Le e i partecipanti ci hanno parlato di come alcune di queste difficoltà siano state acuite dalla pandemia, dal lockdown e quindi dal sacrificio richiesto a questo settore senza riconoscerne il valore. Ci hanno raccontato di come la crisi climatica e la crisi ecologica in generale abbiano approfondito queste difficoltà oggettivandole e, partendo da questo, loro stesse hanno fatto una riflessione su come potrebbe essere una transizione giusta in questi settori. Gea Piccardi: Uno dei nostri obiettivi o, meglio, la nostra ambizione non dichiarata, era quella di una ricomposizione di classe, ma che al posto della, o accanto alla, classe operaia, mettesse al centro chi fa lavoro di cura. Infatti, quello che è emerso dal confronto con le partecipanti è il problema della scarsa sindacalizzazione nei vari settori della cura che riflette la più generale difficoltà di queste lotte nel percepirsi prima di tutto come lotte del lavoro e, nello specifico, del lavoro di cura e nel creare alleanze tra loro a partire da qui. Pensando al perché non sia stata considerata nella Just Transition la cura o il lavoro di cura, mi viene da dire che uno dei motivi è che chi svolge lavoro di cura è poco organizzato. Non dico che non ci siano movimenti che vedono coinvolti in prima fila questi soggetti – molti dei quali sono stati coinvolti nelle riunioni online, come il Movimento Sem Terra in Brasile, la Via Campesina, il Global Women’s Strike, e molti altri nel settore dell’educazione o della salute – e che non abbiano posto sempre di più l’accento sullo sfruttamento del lavoro, per esempio, domestico, o contadino; tuttavia, questi movimenti ancora non rappresentano un fronte di organizzazione del lavoro riconosciuto in quanto tale. La Just Transition, come scriviamo nell’introduzione al report, nasce tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta negli Stati Uniti come movimento ecosociale che teneva dentro spaccati collettivi, comunità radicali, ovvero apertamente contro le politiche neoliberiste, contro la finta scelta tra ambiente e lavoro, e così via. Poi a poco a poco questa postura iniziale è stata, e questo è un aspetto positivo e negativo allo stesso tempo, assunta da grandi organizzazioni internazionali del lavoro come l’ILO e l’ITUC, o dalla governance climatica con gli accordi di Parigi, e tramutata in un’ottica che prende in considerazione il lavoro prettamente industriale all’interno delle politiche di decarbonizzazione. Questo è avvenuto soprattutto tra il 2010 e il 2015. Il concetto da questo punto in poi si è svuotato del senso di movimento radicale e trasversale che aveva avuto all’inizio, producendo politiche insufficienti, se non miopi. Tuttavia, nonostante viviamo l’onda lunga di quest’ultima metamorfosi del concetto e delle sue pratiche, negli ultimi anni, soprattutto durante la pandemia, e in risposta alle lotte di movimenti indigeni, contadini e femministi, diverse reti, piattaforme, e organizzazioni femministe internazionali, tipo UN Women, FADA, e altre, hanno iniziato a fare pressione per ampliare l’idea di Just Transition, e collocare al centro la questione del lavoro di cura, incrociandola anche con la questione della giustizia ambientale e con il cambiamento climatico. E di fatti, oggi vediamo che pure ITUC e ILO stanno forzosamente iniziando a parlare di questi temi. Eppure, si tratta di tentativi ancora molto deboli e in termini che a noi convincono poco. Quindi, l’idea di questo Report è stata sia fare eco, dar forza e radicalizzare questi tentativi già in corso, ma anche dire che per stabilire cosa dev’essere, oggi, una Just Transition centrata sulla cura è necessario ascoltare chi la cura la fa, i lavoratori e le lavoratrici della cura, pagati e non pagati, nei più diversi settori. Come diceva Stefania, abbiamo cercato non soltanto di amplificare la voce, le esperienze e le rivendicazioni di queste organizzazioni, ma anche di metterle in contatto tra loro. E questo è stato un feedback importante dell’ultimo webinar che abbiamo fatto per presentare la parte sull’educazione, dove alla domanda «è importante questo report per voi, a cosa vi serve?» una delle cose che è venuta fuori è stata proprio l’importanza di aver legato trasversalmente diverse dimensioni e soggetti della cura: i pompieri forestali, con il sindacato dell’educazione, con le lavoratrici domestiche, eccetera, dal Nord al Sud globale. Riuscire a fare questo lavoro di connessione è stato fondamentale, perché solo l’organizzazione, e la creazione di alleanze, il sindacalismo inteso in un modo diverso da quello tradizionale che si focalizza solo sul lavoro salariato e industriale, possono agire affinché il lavoro di cura si faccia posto nella transizione, diventando il suo nuovo centro come è fondamentale che sia. Ho una curiosità: quando facevate queste riunioni, le persone invitate a parlare, quindi tutte le parti con cui dialogavate, inizialmente non sapevano, come dicevate, che cos’è la Just Transition; quindi mi chiedevo se invece con i termini «cura» o «riproduzione sociale» avessero più dimestichezza. Stefania Barca: Buona domanda, noi non abbiamo volutamente usato il termine «riproduzione», preferendo invece quello di «cura», e già così è stata comunque un po’ una sfida, una sfida a risignificarlo, a renderlo applicabile a settori diversi. Per esempio, i rappresentanti della produzione alimentare di sussistenza, nell’agricoltura contadina, non si auto definiscono come lavoratori di cura, però a questi è risuonato immediatamente il termine come ovvio nel momento in cui noi glielo abbiamo proposto. Il secondo meeting che abbiamo organizzato era appunto sull’agricoltura contadina, a cui hanno partecipato rappresentanti di un sindacato contadino galiziano, molto attivo e con una guida femminile e femminista ormai da decenni, che rappresenta il settore la cosiddetta agricoltura familiare, che poi sarebbe l’agricoltura contadina, che in Galizia è molto forte. Il sindacato fa anche parte della Via Campesina Europa, quindi partono già da un’impostazione di movimento. Inoltre, come dicevo, ha una guida femminile, nel senso che la segretaria generale è una donna, e sono già almeno tre generazioni che le segretarie sono donne, tanto che nell’organizzazione c’è anche la Segretaría de la Mujer, che è un gruppo che si auto-organizza autonomamente dentro il sindacato. Loro già lavorano con parole d’ordine come «sovranità alimentare» e anche con certe parole chiave dell’ecofemminismo, dunque gli è suonato perfettamente naturale il dialogo sulla cura come settore, anzi stavano già un bel pezzo avanti a noi sui ragionamenti! Nello stesso meeting, c’era un rappresentante dell’organizzazione giovanile dei Sem Terra brasiliani. Non è che per lui non avesse alcun senso il termine cura, ma da quello che diceva inizialmente si capiva che era un’idea nuova per lui, quella di legare il loro lavoro di movimento a questa categoria del lavoro di cura, anche se poi, pure in questo caso, alla fine dell’incontro il legame gli è risultato perfettamente sensato. Poi c’era un’attivista Mapuche del Cile e anche lì è venuta fuori la differenza di approccio legata alla prospettiva indigena riguardo all’agricoltura, alla produzione di cibo, al rapporto con la terra, eccetera. Quindi tre realtà diverse, molto diverse tra di loro, seppur accomunate da qualcosa. Usare la categoria del lavoro di cura come collante ha funzionato. Perché è una categoria immanente, ma anche trascendente rispetto alle loro particolarità e specificità. Quindi il termine cura o quello di riproduzione, o terzi che ancora non ci sono venuti in mente, possono essere di fatto cavalli di battaglia nei quali queste soggettività si possono riconoscere e definire delle pratiche, dei collettivi, dei gruppi? Stefania Barca: La categoria è vicinissima a coloro con cui ci siamo interfacciate, ma non è ancora un motto, un riconoscimento, sta in quel limbo tra concettuale e pratico in cui potrebbe essere una bandiera dietro cui tutta una serie di attività o di dimensioni si riconoscono ma ancora non è così. Secondo me la cosa positiva che crea questo concetto è l’immediato riconoscimento del ruolo attivo di questo tipo di lavoro e del suo valore specifico per la transizione ecologica, economico, sociale, socio-ecologico, culturale, etico. Negli incontri dedicati all’educazione si faceva proprio il discorso non soltanto delle rivendicazioni, delle lotte per la giustizia e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici della cura nell’educazione ma anche sulla cura come valore all’interno del paradigma educativo. Gea Piccardi: Ed è esattamente questo il punto quando si parla di lavoro di cura. Da una parte è senza dubbio un lavoro iper-sfruttato, il più sfruttato perché molto spesso neanche è riconosciuto come lavoro. Chi svolge lavoro di cura, di riproduzione, è in una posizione, in molti casi, di estrema povertà e vulnerabilità. È un lavoro appropriato quasi gratuitamente, in condizioni molto spesso al limite dello sfruttamento servile. Dall’altra, però, come sottolineano da sempre gli ecofemminismi, ha un ruolo essenziale e fondamentale per il mantenimento della vita umana e dell’ecosistema, soprattutto in un momento di crisi climatica e di degrado ambientale. Quindi dire «cura» significa non solo rendere visibile un lavoro invisibile con il suo carico di ore di lavoro e forme di sfruttamento possibili, ma anche già attribuire un riconoscimento di segno positivo a questo lavoro, in quanto indispensabile e fondamentale. La cura è vita, è vita contro la forza mortifera del capitalismo. E quindi anche a livello di soggettivazione politica è un bel concetto, che funziona per diverse ragioni. Poi lascia perdere che viene recuperato spesso da chi ha interesse a svuotarlo del suo senso radicale, questo succede sempre con tutti i concetti di lotta. È per appropriazione che funziona il capitalismo, così come fa da sempre la destra con concetti originariamente antagonisti e radicali di sinistra, ma ciò che interessa a noi è piuttosto vedere quanto funziona e se funziona l’idea di cura calata in processi politici concreti. Secondo voi, se si trovasse una maniera, da un punto di vista neoliberista considerabile efficiente, per quantificare e valorizzare la cura nelle stesse maniere con cui vengono contabilizzati tutti gli altri lavori, che non sono quelli di cura, il lavoro di cura verrebbe inglobato, come viene fatto con tutto il resto delle attività che producono valore, o sopravviverebbe, secondo voi, come spauracchio antagonista del valore capitalisticamente inteso, descrivendo attività storicamente femminilizzate, di settori poveri, dei migranti, eccetera? In altre parole, è soltanto una questione di difficoltà nel calcolarlo come valore, che conviene non calcolarlo come valore per sfruttarlo, o invece sopravvive in ogni caso un pregiudizio, che è duro a morire in quanto collegato più al patriarcato che al capitalismo? Stefania Barca: La mia posizione, penso che bene o male la sappiate, è che sia il capitalismo ad aver assunto il patriarcato e non viceversa, il patriarcato ha millenni di storia banalmente, quindi vale lo sforzo pindarico di dire che in realtà c’era prima il patriarcato, poi il capitalismo ne ha fatto buon uso. Anche ammesso che noi riusciamo adesso a produrre un sistema di valorizzazione diverso da quello capitalista, ciò non esaurirebbe del tutto il problema del patriarcato. Ma comunque noi nel report questi problemi non ce li poniamo, abbiamo fatto un lavoro assolutamente non teorico, in cui abbiamo provato a mettere il nostro lavoro al servizio di una produzione di sapere che fosse invece più di movimento o comunque propria dei soggetti lavoratori e lavoratrici in prima persona, quindi noi ci siamo limitate a formulare delle domande semplici, non teoriche, ma molto concrete. Le nostre domande sono state tipo così: «Che impatto ha avuto il covid e il lockdown sul vostro lavoro? Che impatto ha avuto e continua ad avere il cambiamento climatico, le catastrofi o comunque altre questioni ecologiche, l’estrattivismo per esempio, sul vostro lavoro?» E la terza domanda era quindi: «I sindacati parlano di una giusta transizione, mettere in atto nuove politiche del lavoro, ma dal vostro punto di vista quali dovrebbero essere queste nuove politiche?». Poi abbiamo provato a ragionare noi a posteriori su quello che c’era stato detto, però non tanto alla luce di dibattiti teorici accademici, quanto confrontando le risposte che avevamo avuto con una produzione che è quella che si chiama letteratura grigia, cioè la produzione di documenti di policy, tutta una produzione di sapere che è direttamente policy-oriented e che è basata su punti di vista diversi, non è la ricerca accademica a cui noi siamo abituate, con tutto il framework teorico, la metodologia, il lavoro etnografico, eccetera. C’è un sacco di roba che si scrive raccogliendo dati in maniera un po’ più superficiale magari, però in tempi più rapidi, e più direttamente orientata a intervenire sulla formulazione delle politiche pubbliche a livello statale, a livello intergovernamentale, per l’Unione Europea, per le Nazioni Unite, e così via, che rappresenta tutta una produzione di dati che già dicono delle cose e che è quella che poi direttamente viene presa in considerazione quando si vanno a formulare le politiche, diversamente dalla produzione accademica in quanto tale, che rimane un po’ dentro la sua bolla, motivo per cui abbiamo preferito interagire con quel mondo lì. Con risultati misti, positivi e negativi. Positivi con l’uscita del policy brief del 2024 dove si inserisce il tema della cura a livello intergovernamentale, con la presenza alla COP30 a Belém (novità assoluta per la cura, inserita in una COP per la prima volta), con i primi cambiamenti a livello discorsivo. Cioè, con un report non cambi il mondo ma inserisci una cornice legittimante /culturale alle rivendicazioni esistenti. Invece la nota più dolente che abbiamo osservato, riguarda il rifiuto da parte della responsabile del settore Just Transition per la confederazione sindacale internazionale, a dialogare con il nostro report, dunque su rivendicazioni che non riguardino puramente il lavoro industriale. Gea Piccardi: Il punto secondo me è capire chi porta avanti queste politiche (per la valorizzazione), come lo fa, e perché: se si tratta di movimenti di base che lottano per il miglioramento delle condizioni di vita di chi lavora, o multinazionali che trovano nella cura una nuova frontiera di accumulazione? Per esempio, nel Report, abbiamo deciso di smarcarci politicamente dalla prospettiva della care economy presente nell’agenda di molte istituzioni, inclusa ILO, che utilizzano il linguaggio femminista della cura, ma dentro una cornice di valorizzazione capitalistica e di crescita economica, per cui il lavoro di cura diventa un nuovo terreno possibile di profitto «green». Inoltre, l’idea alla base della care economy è che, ampliando il mercato formale della cura, le donne in condizioni di maggior povertà possano «ottenere un impiego» – senza considerare che molte sono già lavoratrici a tempo pieno, in casa o fuori, e che il loro problema non è «avere un lavoro», ma vedere riconosciuto e degnamente retribuito quello che già svolgono e che non scomparirebbe una volta trovato un impiego «formale», anzi. . . Ebbene, questa idea di cura e di Just Transition, che ancora non riconosce il valore economico, sociale, ecologico del lavoro di cura non salariato o sottopagato, quello svolto, soprattutto dalle donne ma non solo, nelle case, nei quartieri, il lavoro di produzione di cibo sano, di cura del suolo, delle acque, degli ecosistemi in generale, non è la nostra idea. E non era nemmeno quella delle persone che abbiamo intervistato, che collocavano la questione del riconoscimento, della socializzazione, della redistribuzione, ma anche della giusta retribuzione economica di questo lavoro come battaglia per la giustizia e la trasformazione sociale di segno – implicita o esplicitamente – antipatriarcale e anticapitalista; una battaglia complessa e radicale con un potenziale enorme non ancora sperimentato. Dalla vostra esperienza, reputate che il lavoro di cura sia ancora un campo di battaglia che ha una presa sul mondo contemporaneo, una lotta che vale la pena portare avanti? Stefania Barca: Uno degli aspetti per me più interessanti del lavoro pluriennale che sta dietro al report è che la posizione direttamente anticapitalista e antipatriarcale del nostro lavoro emerge in automatico, in maniera trasparente e abbastanza ovvia senza bisogno di calcare la mano e ideologizzare i contenuti, poiché di per sé sono già essi stessi portatori di una carica anti sistemica per la natura che li contraddistingue, ovvero chiedere riconoscimento economico per pratiche che economicamente sono state, e sono tuttora, non valorizzate per motivi precisi, perché contraddicono la logica del mercato e del profitto capitalisticamente intese (accumulazione e massimizzazione dei profitti, che si basa appunto sul lavoro gratuito e sullo sfruttamento di risorse umane e ambientali). Nelle conclusioni diciamo chiaramente che la cura va de-mercificata come soluzione a una serie di problemi. Non stiamo chiedendo una care economy ma il suo contrario, ovvero una responsabilizzazione dell’istituzione pubblica alla cura, non solo nel senso di servizi per chi ha bisogno di cura ma anche e soprattutto per i care-givers, coloro cioè che la cura la praticano, i lavoratori e le lavoratrici del settore della cura. Per questi motivi, questo non è un report che produrrà facilmente legislazione o che verrà facilmente assorbito, è un report che fa un altro tipo di lavoro, ovvero rendere fruibile non soltanto nei movimenti sociali e nella militanza di base, ma in ambienti che non hanno la stessa dimestichezza con termini anticapitalisti, un linguaggio più radicale e meno normalizzato, che vada al di là di termini come transizione ed economia della cura che poi nascondono sempre un realismo capitalista, ovvero, una impossibilità a costruire un’alternativa a questo sistema. Sono felice che abbiamo portato su un livello insolito, legato al senso comune, questi termini. E voi come definireste questo vostro modo di procedere, questo vostro metodo? Gea Piccardi: Il metodo che abbiamo usato, e lo diciamo all’inizio del Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso. Ci sono prospettive di portare avanti questo lavoro? Stefania Barca: Sicuramente uno sforzo a medio termine sarà la divulgazione e la discussione, in tavole rotonde, con i e le partecipanti iniziali – e altri nuovi – per capire quale può essere l’utilità per queste organizzazioni di un tale report. Continuare a usarlo anche come strumento più a livello locale per fare la stessa cosa su territori diversi, anche grazie alle traduzioni in varie lingue che stiamo provando a fare (l’originale è in inglese). L’obiettivo non è solo produrre linee guida di policy ma fare un lavoro di tessitura trans-settoriale che tenga insieme queste categorie della cura con quelle del settore industriale, cioè arrivare al cuore del sistema sindacale. Ma per farlo abbiamo bisogno che il report venga prima di tutto riconosciuto e assunto dalle dirigenze sindacali dei settori della cura – nel campo della sanità, dell’istruzione e del social work – di coloro che già hanno partecipato alla rete come singoli, ma non come organizzazioni, e far responsabilizzare i loro vertici. Note Barca, S., R. Hiraldo, D. Krause, E.G., Piccardi, D. Stevis, Just Transition and Care Work. An International Inquiry. Geneva: UNRISD, 2025. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).












