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  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia L'ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell'interruzione terza parte Elaborazione grafica di un'opera di Antonio Brech La prima parte di questo testo è stata pubblicata il giorno 8 ottobre c.a., la seconda il 9. Originariamente questo testo è stato pubblicato su «lundimatin» n. 536, lundimatin#536, il 6 ottobre 2026. Si ringrazia. Conclusione: L’ordine a spese della gioventù Ciò che è accaduto davanti alle scuole superiori non può essere archiviato con la ripresa delle lezioni, lo scioglimento dei raduni o la diminuzione del numero di blocchi stradali. Alcuni adolescenti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, migliaia di giovani sono stati fermati, intorno agli istituti scolastici sono state utilizzate armi in grado di mutilare, mentre una parte del territorio era sottoposta a un dispositivo di mantenimento dell’ordine di cui il ministro dell’Interno continuava a rivendicare il carattere «molto proporzionato». Una simile sequenza di eventi comporta direttamente la responsabilità dello Stato, non solo attraverso gli atti compiuti sul campo, ma anche nelle scelte politiche, nelle dottrine operative, negli ordini impartiti e nelle condizioni istituzionali che hanno reso possibile un tale livello di coercizione nei confronti dei minori. Tale responsabilità non può essere rinviata esclusivamente alla fase delle indagini avviate dopo i fatti. Riguarda le armi autorizzate, il modo in cui le forze dell’ordine intervengono nei confronti degli adolescenti, la formazione degli agenti, le decisioni del comando e la reale possibilità di accertare le responsabilità quando la forza supera i limiti imposti dalla legge. Uno Stato che dispone del potere di fermare, colpire e, in determinate circostanze, uccidere non può limitarsi ad affermare che la propria forza è legittima solo perché esercitata in suo nome. Quanto maggiore è tale potere, tanto più il suo controllo deve essere indipendente, efficace, accessibile e in grado di produrre conseguenze quando vengono accertati errori o violenze. Ma l’urgenza non riguarda solo il controllo da parte della polizia. Deriva anche dalla cecità politica di cui questa vicenda è testimonianza. Da mesi o anni gli adolescenti segnalano insegnanti assenti, istituti in stato di degrado, disparità di risorse, condizioni di studio che rendono irrisoria la promessa di uguaglianza scolastica. Quando questi problemi rimangono frammentati, lo Stato può gestirli con calma, affrontarli istituto per istituto o lasciarli protrarsi. Quando invece si trasformano in una forza collettiva in grado di bloccare, di mobilitarsi, di incontrare altri sostenitori e di rendere questa disuguaglianza impossibile da ignorare, la risposta cambia bruscamente di natura. Ciò che lo Stato non ha saputo o voluto risolvere diventa ciò che va contenuto. Questa cecità diventa ancora più grave quando si scontra con la distribuzione razzializzata della coercizione. Una parte significativa dei giovani che si mobilitano nei quartieri popolari appartiene a famiglie che affondano le loro radici nella storia coloniale e postcoloniale francese e conosce già, spesso prima ancora del conflitto scolastico, un rapporto particolare con la polizia, fatto di controlli più frequenti, di sospetto territorializzato, di espulsioni dallo spazio pubblico e di una presunzione di pericolosità che non grava allo stesso modo su tutte le fasce della popolazione. Questo rapporto non deriva solo da esperienze individuali o percezioni isolate. Si inserisce in pratiche discriminatorie documentate, in una storia di controllo della popolazione e in una geografia sociale in cui certi corpi e certi territori diventano, più rapidamente di altri, oggetto di sorveglianza. È in questo contesto che va interpretato il massiccio dispiegamento di forze di polizia davanti ad alcuni licei di periferia. Quando i giovani, già più esposti di altri al controllo della polizia, si trovano davanti al proprio istituto di fronte a forze numerose, dotate di armi intermedie ben visibili, la violenza di questo dispositivo non può essere separata dalla storia sociale e razziale in cui si inserisce. Il conflitto scolastico rischia quindi di essere riclassificato attraverso le categorie già disponibili per governare questi territori, quelle del disordine, della pericolosità e delle «violenze urbane», fino a quando la figura del giovane pericoloso non sovrascrive quella dello studente che reclamava un insegnante, un istituto scolastico funzionante o semplicemente le condizioni di un’uguaglianza che non fosse una finzione. Il razzismo non risiede quindi solo nell’insulto esplicito o nell’intenzione individuale di un agente. Emerge anche nelle strutture di controllo differenziale, nel modo in cui certe presenze diventano più rapidamente sospette, nella soglia più bassa a partire dalla quale certi gruppi vengono trattati come una minaccia e nella credibilità diseguale accordata ai racconti di coloro che subiscono la forza. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere proclamata come programma per produrre i propri effetti quando deriva dal modo in cui i territori vengono sorvegliati, i raggruppamenti interpretati e la distribuzione della violenza. È ora che questa società smetta di trattare intere fasce della propria popolazione come se costituissero costantemente un problema interno da sorvegliare, contenere o neutralizzare. Una parte significativa di coloro che oggi sono maggiormente esposti a controlli, discriminazioni e coercizioni appartiene alle generazioni che discendono dalla storia coloniale e postcoloniale francese. Governarli in modo duraturo all’insegna del sospetto, trasformare certi territori in spazi in cui la presenza della polizia diventa quasi parte integrante della vita quotidiana e considerare certi gruppi come potenzialmente minacciosi prima ancora che sia stato commesso un atto equivale a instaurare nel cuore stesso della cittadinanza un confine che il diritto proclama abolito, ma che l’esperienza continua a rendere percepibile. È qui che la figura del nemico interno assume tutto il suo significato. Essa non presuppone che un governo abbia ufficialmente designato determinate popolazioni come nemiche, ma descrive una situazione in cui i cittadini vengono trattati in modo ricorrente come se appartenessero innanzitutto a una zona di pericolo prima di appartenere pienamente alla comunità politica. Questa guerra civile fredda, fatta di controlli ripetuti, sospetti territoriali, discriminazioni, umiliazioni, ferite e violenze la cui intensità varia ma la cui continuità è di lunga data, non può più essere considerata come il normale sfondo della vita sociale. Il fatto che sia diventata così familiare la dice già lunga sulla società che ha permesso che si instaurasse. È proprio qui che l’autoritarismo del governo emerge con maggiore chiarezza. Non nasce improvvisamente da questa mobilitazione. Lo avevamo già visto all’opera contro i Gilet Gialli, nelle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e ogni volta che un movimento aveva acquisito la capacità di interrompere concretamente il normale funzionamento della società. Allo stesso modo, la violenza e la pressione delle forze dell’ordine su una parte dei giovani dei quartieri popolari precedono di gran lunga la fase attuale. Ciò che cambia oggi riguarda l’oggetto stesso della repressione e la portata che essa raggiunge. Sono ormai gli studenti delle scuole superiori, spesso minorenni, a trovarsi di fronte a dispositivi, armi e pratiche forgiate o banalizzate in altri conflitti sociali, mentre una parte di questi giovani conosceva già la polizia sotto forma di controlli ripetuti e di un sospetto molto più frequente rispetto a quello che grava sul resto della popolazione. Ciò che accade davanti alle scuole superiori non crea quindi ex nihilo un rapporto violento tra questi giovani e la polizia. Lo estende, lo intensifica e gli conferisce una nuova visibilità, proprio nel momento in cui la contestazione scolastica fa incontrare studenti provenienti da territori e contesti diversi. Il fatto che un governo che ha già fatto ricorso a una coercizione massiccia contro i movimenti sociali dispieghi ora quella stessa forza contro adolescenti che bloccano i propri istituti la dice lunga sulla gravità estrema della soglia raggiunta dal rapporto tra potere e contestazione. Il fatto che gli agenti di polizia picchino, feriscano o mutilino gli studenti delle scuole superiori, e che lo Stato continui nonostante ciò a parlare di proporzionalità degli interventi, rivela una forma di cecità politica di cui diventa difficile misurare la profondità se non osservando i corpi che essa produce. Una sequenza del genere non può essere banalizzata senza che la società acconsenta a una profonda trasformazione di ciò che ritiene accettabile, ed è per questo che richiede una reazione politica e civica immediata in merito al controllo della polizia, all’identificazione degli agenti, all’accesso alle immagini, all’indipendenza delle indagini, alla responsabilità del comando e alla possibilità di sanzioni concrete quando vengono accertati atti di violenza. Queste questioni non possono essere rimandate a dopo, una volta che le strade saranno tornate tranquille e gli esercizi commerciali riaperti, poiché determinano il valore concreto dello Stato di diritto proprio nel momento in cui si trova a confrontarsi con chi gli oppone resistenza. Ma la reazione non può nemmeno limitarsi alla polizia. Ridurre questa vicenda alla sola questione del mantenimento dell’ordine pubblico equivarrebbe ancora una volta a lasciare che sia la repressione a determinare il significato del movimento. All’inizio, gli studenti delle scuole superiori hanno chiesto insegnanti presenti, istituti in cui fosse possibile studiare con dignità, risorse distribuite in modo diverso e condizioni che dessero un contenuto reale all’uguaglianza scolastica. Queste rivendicazioni permangono. Non sono scomparse perché un ministro ha parlato di rivoltosi, perché gli istituti sono stati chiusi o perché i cancelli sono stati sgomberati. Il movimento ha invece messo in luce ciò che l’amministrazione, separando le difficoltà, rendeva meno visibile. L’assenza di un insegnante in un istituto, lo stato di un edificio in un altro, la mancanza di risorse altrove hanno cominciato ad essere riconosciuti come elementi di una stessa esperienza di disuguaglianza. Gli studenti che vivevano separatamente queste situazioni hanno scoperto che potevano essere messe a confronto, collegate e trasformate in una questione comune. È proprio questo passaggio dall’esperienza isolata all’esperienza condivisa che costituisce una delle forze politiche del movimento e che rende ormai molto più difficile il ritorno a una gestione silenziosa di problemi presentati come puramente locali. Il dissenso, tuttavia, non ha valore solo per ciò che rivela. Può produrre effetti, modificare i rapporti di forza e costringere il potere a cedere su ciò che prima presentava come un dato di fatto. L’abolizione delle tasse di iscrizione ai corsi BTS e alle classi preparatorie ne è già un primo segnale. Ovviamente ciò non risponde alle cause profonde della mobilitazione, ma dimostra che l’ordine non è mai così chiuso come vorrebbe apparire e che una mobilitazione può spostare i limiti del possibile quando rende il proprio rifiuto sufficientemente collettivo e concreto da non poter più essere ignorato. Ecco perché il passo successivo non può consistere nell’attendere che il movimento si esaurisca. È necessario che le violenze perpetrate siano accertate e sanzionate quando hanno oltrepassato i limiti della legge, che le pratiche discriminatorie siano realmente combattute, che il controllo della polizia cessi di dipendere principalmente da coloro che appartengono allo stesso apparato e che le rivendicazioni che hanno preceduto l’arrivo delle forze dell’ordine davanti ai licei ottengano finalmente una risposta politica. Una società che pretende di formare cittadini non può continuare a trattare come una minaccia coloro che prendono sul serio i principi che essa stessa insegna loro. Non può proclamare l’uguaglianza mantenendo al contempo condizioni scolastiche profondamente ineguali, né invocare lo Stato di diritto tollerando che le forze dell’ordine feriscano, mutilino o umilino senza che le responsabilità vengano rapidamente accertate. Non può nemmeno chiedere a generazioni che in parte derivano dalla storia coloniale e postcoloniale di aderire pienamente alla comunità politica, continuando al contempo a esporle, più di altre, al sospetto, al controllo e alla coercizione. La violenza di questa vicenda mette in discussione anche la possibilità stessa per i giovani di proiettarsi nel futuro. Gli studenti delle scuole superiori, preoccupati per il loro presente scolastico e per il futuro che viene loro riservato, difendono ancora, nella loro mobilitazione, l’idea che quel futuro possa essere trasformato. Rispondere loro con la forza, al prezzo di ferite, alcune delle quali lasceranno segni irreversibili, non significa solo contenere un movimento, ma intacca la capacità di credere ancora che un altro futuro sia possibile. Una società che lascia spegnere questa possibilità crea giovani ai quali chiede di diventare adulti prima ancora di aver permesso loro di sognare, e che rischiano così di nascere già vecchi. È anche in questo punto che la sequenza rivolge una domanda alle generazioni che li precedono, in particolare a quelle che hanno visto ridursi le proprie speranze o abbandonare i propri sogni: che facciano in modo che i più giovani continuino, nonostante tutto, a immaginare il proprio futuro in modo diverso. Proteggere questa capacità di proiettarsi nel futuro non significa idealizzare la gioventù, ma rifiutare che una società trasformi il proprio disincanto in eredità e faccia della rassegnazione la prima condizione per l’ingresso nell’età adulta. Quando una protesta scolastica incontra una repressione spettacolare e sanguinosa, come testimoniano le gravi ferite e le mutilazioni inflitte a diversi adolescenti, lo scandalo non risiede solo nella violenza dei colpi e nei corpi colpiti. Risiede anche nella cecità che permette ancora di trattare questi fatti come incidenti isolati, di parlare di proporzionalità quando degli adolescenti escono mutilati da un intervento e di considerare come un problema di sicurezza ciò che era iniziato come una richiesta di uguaglianza. Questa cecità non è più solo una mancanza del governo. Diventa una questione rivolta all’intera società, dal momento che essa accetta che questa violenza si insedi come scenario ordinario della vita politica. Quando un governo risponde in questo modo a una gioventù che si ribella, non si limita a proteggere l’ordine, ma mette a nudo ciò che quell’ordine è ormai in grado di fare per mantenersi. Quando una società accetta di vedere i propri figli picchiati, feriti o mutilati piuttosto che ascoltare ciò che sono venuti a dirle, deve smettere di considerare la loro rabbia come il primo pericolo che la minaccia e iniziare a interrogarsi sulla violenza che tollera al proprio interno. Ciò che bisognerebbe cogliere in questa rabbia è anche l’ostinazione di un futuro che non accetta ancora di lasciarsi chiudere. Finché persisteranno le ragioni che hanno spinto questi liceali a ribellarsi, il ritorno all’ordine non potrà sostituirsi alla risposta e la loro mobilitazione dovrà continuare a far sentire ciò che la polizia non è riuscita a metterli a tacere. Nel loro rifiuto di essere condannati all’oblio e alla non-esistenza risiede forse la forza insurrezionale più preziosa della gioventù: quella in grado di abbattere i conservatorismi di una società sclerotizzata, di smantellare gli assetti che essa credeva definitivamente stabiliti e di riaprire, là dove non sapeva più fare altro che riprodurre il presente, la possibilità stessa del futuro.

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    Lotte di Francia L’ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell’interruzione seconda parte Elaborazione grafica da un'opera di Antonio Brech La prima parte di questo testo è stata pubblicata il giorno 8 ottobre c.a. Originariamente questo testo è stato pubblicato su «lundimatin» n. 536, lundimatin#536, il 6 ottobre 2026. Si ringrazia. IV. Governare l’interruzione Il 6 dicembre 2018, a Mantes-la-Jolie, 153 giovani sono stati fermati nei pressi di due licei. Le immagini mostrano adolescenti in ginocchio, con le mani dietro la testa o dietro la schiena, circondati da poliziotti in tenuta antisommossa e armati. Una voce commenta la scena pronunciando la frase ormai diventata famosa: «Ecco una classe che si comporta bene». [15] La scena sintetizza già gran parte di ciò che si ripete oggi. La «classe» non è più qui il luogo in cui si insegna, ma il gruppo che viene immobilizzato, e il vocabolario scolastico scivola così verso quello della sottomissione. Una gioventù che esce dal posto a lei riservato nell’istituzione incontra un altro potere dello Stato, incaricato non più di istruirla ma di contenerla. Gli eventi di Mantes si svolgono in concomitanza con le prime settimane del movimento dei Gilet Gialli. Qualche mese dopo, Laurent Nuñez illustra al Senato la portata della violenza raggiunta, con migliaia di feriti e oltre tredicimila colpi di LBD, mentre il Consiglio d’Europa chiederà alla Francia di rivedere la propria dottrina sull’uso di queste armi. I Gilet Gialli non scoprono una violenza poliziesca fino ad allora sconosciuta, ma la rendono visibile su una nuova scala sociale e geografica. Qualche mese dopo, i vigili del fuoco mobilitati contro la carenza di personale tentano di bloccare la tangenziale parigina e si trovano a loro volta di fronte ai gas lacrimogeni e alle forze dell’ordine. L’episodio è significativo perché i vigili del fuoco non corrispondono alla figura razzializzata del «giovane di periferia» e godono di una forte legittimità sociale. Nel momento in cui interrompono il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale, si scontrano comunque con l’apparato incaricato di ripristinare la circolazione. La riforma delle pensioni del 2023 approfondisce questa logica. Dopo il ricorso all’articolo 49.3 e le manifestazioni spontanee che ne seguono, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa esprime preoccupazione in particolare per gli arresti di persone, molte delle quali saranno rilasciate senza che venga avviato alcun procedimento. Il fermo assume quindi una funzione che va oltre il processo penale, poiché bastano già poche ore trascorse in commissariato per allontanare qualcuno dal conflitto prima che la giustizia decida eventualmente come procedere. Dopo la morte di Nahel Merzouk, questa capacità di neutralizzazione assume una dimensione diversa nel corso delle rivolte dell’estate 2023. [16] Gli arresti sono una risposta agli incendi e agli scontri gravi. Contribuiscono inoltre alla rapida riconquista di territori in cui l’autorità dello Stato è apertamente contestata. Queste sequenze non raccontano la stessa storia e la loro giustapposizione non deve cancellarne le differenze. Ciò che si trasmette dall’una all’altra riguarda alcune tecniche di gestione del conflitto, che diventano particolarmente visibili quando il rifiuto smette di essere solo un’opinione e acquisisce la capacità concreta di impedire a qualcosa di funzionare. Un movimento smette infatti di essere solo un’opinione quando diventa capace di impedire il funzionamento [meccanismo] di qualcosa. Il blocco rientra proprio in quelle forme di azione che rendono il rifiuto materialmente tangibile. Chiudere temporaneamente un liceo, cessare il lavoro o interrompere la circolazione permette a chi ha scarso accesso diretto ai luoghi decisionali di incidere in altro modo sui rapporti di forza. Laddove una petizione rivolge una richiesta a chi può ancora ignorarla, l’interruzione gli impone di subirne, almeno temporaneamente, le conseguenze. L’intervento delle forze dell’ordine avviene nel momento in cui tale potere diventa effettivo. Riapre una strada o libera l’ingresso di un edificio, ripristinando così il funzionamento che il conflitto aveva sospeso per farsi sentire. Ciascuna di queste operazioni può avere una giustificazione giuridica specifica, ma la loro funzione politica non per questo scompare, poiché riducono la capacità di un movimento di imporre materialmente l’esistenza del problema che solleva. Il «governo dell’interruzione» designa quindi, in modo più preciso rispetto alla repressione in generale, l’insieme dei mezzi impiegati per ridurre la capacità di un conflitto di sospendere il normale funzionamento e di rendere costoso il rifiuto per coloro a cui è rivolto. Questa questione presenta una dimensione di classe perché i gruppi sociali non dispongono degli stessi strumenti per difendere i propri interessi. La proprietà e l’accesso ai decisori conferiscono alle classi dominanti mezzi di influenza che generalmente non richiedono l’occupazione di una strada, mentre le classi popolari devono più spesso rendere politicamente visibili i propri interessi attraverso l’azione collettiva e la loro capacità di interrompere un servizio. Quando una strada o un liceo viene sgomberato, il servizio che era stato interrotto riprende, indipendentemente da ciò che il poliziotto che interviene pensa personalmente del conflitto. La portata politica del suo gesto risiede innanzitutto in ciò che ripristina, ovvero l’ordine sociale così come esisteva prima che il movimento lo interrompesse. Questa questione emerge esplicitamente nel linguaggio della «normalità». Quando Édouard Philippe afferma, nel pieno del movimento dei Gilet Gialli, che «tutti i francesi hanno il diritto di manifestare», ma che tutti hanno anche «il diritto alla sicurezza, alla circolazione, a vivere normalmente», conferisce alla continuità sociale un’ovvietà che il conflitto viene proprio a mettere in discussione. [17] Gli studenti delle scuole superiori protestano contro insegnanti assenti da settimane, edifici fatiscenti e condizioni di studio fortemente diseguali. Tutto ciò può protrarsi senza impedire giuridicamente il funzionamento dell’istituzione. Il mantenimento dell’ordine ripristina quindi come normale ciò che il conflitto ha appena fatto emergere come intollerabile. La «normalità» non è quindi un terreno neutro al quale il disordine verrebbe poi a opporsi, ma l’oggetto stesso della controversia, poiché ciò che alcuni chiamano ritorno alla normalità è proprio ciò che altri hanno interrotto per renderne visibile la violenza. La scuola è in questo contesto un terreno decisivo perché non si limita a trasmettere conoscenze, ma partecipa alla riproduzione sociale. Una classe di trenta alunni non offre le stesse possibilità di una classe molto più piccola, così come un liceo in cui gli insegnanti non vengono sostituiti non mette a disposizione le stesse risorse di un istituto in grado di garantire la continuità delle lezioni. La disuguaglianza scolastica indebolisce così la narrazione morale attraverso la quale potranno essere giustificate le disuguaglianze future. Se le posizioni sociali devono essere intese come il risultato del merito, le condizioni di partenza devono rimanere sufficientemente comparabili affinché questa idea conservi una certa plausibilità. Quando le opportunità divergono a monte, il merito rischia di diventare il nome dato a posteriori a divari che l’istituzione stessa ha contribuito a produrre. Intervenire con la forza contro degli adolescenti che si preoccupano, a ragione, sia del loro presente scolastico sia del futuro che esso preannuncia non significa quindi solo ristabilire l’ordine all’interno di un liceo. Significa anche perpetuare concretamente le condizioni della successione sociale. Più le disuguaglianze scolastiche si accentuano, più l’interruzione di questo ordine da parte di coloro che ne subiscono gli effetti diventa minacciosa per la sua continuità; la repressione contribuisce allora a consolidare il gruppo degli eredi e l’ordine che garantisce la successione, rendendo più costosa la contestazione di coloro che non ereditano né gli stessi istituti, né le stesse risorse, né le stesse tutele. Ecco perché la «crisi della scuola» non può essere separata dall’ordine sociale più ampio in cui si inserisce. Gli studi dell’Istituto delle politiche pubbliche sulle misure socio-fiscali del primo quinquennio di Macron hanno evidenziato aumenti del tenore di vita più significativi ai vertici della distribuzione rispetto alle famiglie più modeste, mentre diverse modifiche del sussidio di disoccupazione hanno accentuato i vincoli imposti a una parte dei lavoratori precari e delle persone in cerca di occupazione. [18] Il problema non è quindi quello di un ritiro generale dello Stato, che rimane molto attivo in materia di fiscalità, pensioni, del sussidio di disoccupazione e organizzazione dei servizi pubblici. Il neoliberismo non distrugge lo Stato, quanto piuttosto ne ridefinisce le funzioni e le priorità. La disponibilità differenziale riscontrata davanti alle scuole superiori assume qui una portata più generale. Uno stesso Stato può mostrarsi lento quando si tratta di riparare ciò che anni di abbandono hanno lasciato degradare, ed estremamente rapido quando coloro che subiscono tale degrado ne interrompono le conseguenze normali. Non si tratta quindi di contrapporre ingenuamente uno Stato sociale assente a uno Stato di polizia onnipotente, ma di osservare come il potere pubblico distribuisca le proprie capacità e il proprio ritmo di intervento a seconda di ciò che incontra. Grégoire Chamayou ha dimostrato quanto la questione della governabilità attraversi storicamente il neoliberismo, in particolare quando si tratta di trasformare in modo duraturo un ordine sociale di fronte a gruppi che dispongono ancora di mezzi collettivi per opporvisi. [19] Il problema riguarda quindi i sindacati, lo sciopero, l’occupazione e, più in generale, tutte le forme di azione che rendono il rifiuto materialmente costoso. La riforma delle pensioni del 2023 ha dato a questo problema una forma particolarmente visibile. L’esecutivo disponeva di meccanismi costituzionali che gli consentivano di portare a termine la riforma nonostante l’assenza di un voto finale favorevole all’Assemblea sul testo adottato. Quando il rifiuto si è spostato nelle strade, è intervenuta un’altra capacità dello Stato per limitare la possibilità che tale opposizione bloccasse il Paese in modo duraturo. La procedura costituzionale e la polizia non sono della stessa natura, ma qui si incontrano in un’unica questione politica: come governare quando il rifiuto non può più essere assorbito dalla rappresentanza. È proprio in questo punto che il concetto di neoliberismo autoritario diventa rilevante. Esso non indica un liberalismo economico a cui si aggiungerebbe accidentalmente un eccesso di potere di polizia. Permette invece di concepire una forma di governo in cui la continua trasformazione delle tutele collettive si scontra con la necessità di ridurre la capacità di coloro che la rifiutano di interrompere tale processo. Il confronto con le mobilitazioni degli agricoltori permette di comprendere la selettività di questa coercizione. Nel gennaio 2024, alcuni agricoltori hanno bloccato a lungo le autostrade e causato danni. Gérald Darmanin ha tuttavia affermato che «non si risponde alla sofferenza inviando la CRS» [Compagnies républicaines de sécurité] e si è detto disposto a «lasciar fare» una parte delle azioni. [20] Non si tratta di rimproverare agli agricoltori di aver beneficiato di questa moderazione, ma di constatare che non esiste una soglia meccanica di ostacolo o di distruzione a partire dalla quale si innescherebbe necessariamente un determinato livello di coercizione. Lo status sociale dei gruppi mobilitati, la loro modalità di riconoscimento politico e il grado di disordine che il governo accetta di sopportare fanno quindi parte della situazione. Il governo dell’interruzione è quindi socialmente selettivo. Non protegge in modo astratto la società da ogni disordine in modo identico, ma interviene in un ordine già attraversato da gerarchie e partecipa alla decisione riguardo ai sommovimenti che tale ordine può tollerare prima che venga impiegata la forza. Il mantenimento dell’ordine non si limita quindi a porre fine a un disordine puntuale. Esso opera per ripristinare le condizioni in cui un ordine giuridico e sociale possa continuare a funzionare. È in questo senso che si può già riconoscere in esso ciò che Walter Benjamin definirà una violenza conservatrice del diritto, senza che questa funzione sia ancora sufficiente a esaurire la questione della violenza poliziesca. V. Il diritto, l’impunità attiva e la prevenzione Il diritto stabilisce tuttavia dei limiti al potere che conferisce alle forze dell’ordine. Dal 2017, l’articolo L. 435-1 del Codice della sicurezza interna prevede che poliziotti e gendarmi possano far uso delle loro armi solo in caso di assoluta necessità e in modo strettamente proporzionato. La legge del 28 febbraio 2017 ha tuttavia ridefinito il loro quadro di impiego e modificato le situazioni in cui gli agenti di polizia possono utilizzare le armi. [21] Gli anni successivi hanno alimentato una controversia i cui dati impediscono di ridurre la questione a una semplice disputa terminologica. Dopo la riforma, sono aumentati i casi di colpi sparati dalla polizia contro veicoli in movimento, mentre alcune ricerche hanno rilevato anche un aumento dei casi di colpi mortali contro gli occupanti dei veicoli. Ciò non consente di attribuire ogni singolo caso di spari alla modifica legislativa. Esiste tuttavia un’evoluzione che impone di esaminare gli effetti di un quadro giuridico sulle pratiche che esso rende possibili. Le recenti decisioni del Difensore dei diritti spostano la questione dall’atto individuale all’istituzione. Una di esse riguarda l’uso a distanza molto ravvicinata di uno spray lacrimogeno contro studenti minorenni delle scuole superiori. Il Difensore dei diritti ha concluso che tale uso della forza fosse non necessario e sproporzionato e ha richiesto l’avvio di un procedimento disciplinare. Questa decisione permette di comprendere come un gesto compiuto da un determinato agente possa coinvolgere più ampiamente lo Stato senza che la responsabilità individuale di tale agente venga meno. L’intervento si inserisce in una dottrina, in un dispositivo e in una catena di comando che esistevano prima del gesto, mentre dopo di esso si pongono le questioni dell’identificazione, dell’indagine, della disciplina e del modo in cui il potere politico qualifica i fatti. È a questo livello che la violenza poliziesca diventa violenza di Stato, non perché la responsabilità individuale venga meno, ma perché cessa di essere l’ultimo livello su cui l’analisi deve fermarsi. [22] La definizione classica di Max Weber permette innanzitutto di porre il problema: lo Stato moderno rivendica, su un determinato territorio, il monopolio dell’uso legittimo della violenza fisica. Questa definizione non significa ovviamente che ogni violenza esercitata dai suoi agenti sia legittima per natura; essa indica il potere specifico dello Stato di determinare le condizioni in cui la coercizione può essere esercitata in suo nome. La distinzione proposta da Walter Benjamin tra violenza fondatrice del diritto e violenza conservatrice del diritto permette di precisare ulteriormente questa posizione. La prima istituisce un ordine giuridico; la seconda opera per garantirne la continuità. Il mantenimento dell’ordine appartiene innanzitutto a questa seconda logica, poiché interviene per ripristinare le condizioni in cui l’ordine esistente possa continuare a produrre i propri effetti. Ma Benjamin complica immediatamente questa distinzione quando affronta il tema della polizia. Quest’ultima non si limita sempre ad applicare una norma già stabilita. Interviene anche in situazioni in cui il confine tra applicazione del diritto e produzione pratica della decisione diventa incerto, quando l’agente o il comando determina sul campo cosa costituisca una minaccia, a partire da quale soglia sia necessario disperdere la folla, chi debba essere fermato e quale forza possa essere impiegata. La polizia diventa allora il luogo in cui la violenza conservatrice del diritto tende ad avvicinarsi a un potere che decide autonomamente le condizioni del proprio intervento. [23] Un’altra decisione del Difensore dei diritti permette di seguire questa catena fino al comando. Nel 2018, più di un centinaio di persone sono state fermate in un liceo parigino al termine di una mobilitazione contro la piattaforma digitale Parcoursup. L’ordine trasmesso alle unità era di «fermare tutti gli occupanti», mentre l’azione si stava concludendo senza particolari difficoltà. Diversi anni dopo, il Difensore dei diritti ha rilevato una violazione dell’obbligo di discernimento da parte del comando. L’arresto collettivo appare quindi come una scelta del governo in materia di gestione delle manifestazioni. La responsabilità non si colloca solo nel momento in cui un agente sferra un colpo, poiché essa esiste già nell’ordine impartito, nella forma dell’operazione e nei mezzi previsti per occuparsi di coloro ai quali viene negata la libertà. Emerge quindi chiaramente una asimmetria temporale. La coercizione esercitata su chi viene fermato produce immediatamente i suoi effetti, mentre l’accertamento dell’eventuale responsabilità di chi esercita la forza può avviare un iter che dura diversi mesi o anni. È in questo divario che assume significato il concetto di «impunità attiva». Esso non presuppone che i poliziotti sfuggano sempre alle indagini o alle sanzioni, ma indica una situazione in cui la coercizione esercitata dalle forze dell’ordine produce immediatamente i suoi effetti, mentre l’accertamento della loro responsabilità si scontra spesso con ritardi, difficoltà di identificazione o di accesso alle prove e con la lunghezza dei procedimenti. Il caso Nahel ne offre un esempio particolarmente chiaro. Nel giugno 2026, tre anni dopo la morte dell’adolescente, la Difenditrice civica ha riscontrato diverse violazioni deontologiche e ha richiesto l’avvio di procedimenti disciplinari. Ha rilevato che una violazione era già stata individuata in ambito amministrativo senza che ne fosse seguito un procedimento disciplinare, pur ricordando esplicitamente che la sua decisione non si sostituiva al procedimento penale ancora in corso. L’impunità attiva risiede quindi in questo divario tra la temporalità della violenza e quella della responsabilità, senza tuttavia ridursi alla sola lentezza dei procedimenti. Il video girato a Tolosa il 2 ottobre dimostra che la questione non riguarda solo le procedure successive all’uso della forza, ma anche il modo in cui alcuni agenti possono parlare delle sue conseguenze proprio nel momento in cui intervengono. Si vede un adolescente fermato che si lamenta del dolore al braccio mentre un poliziotto lo maneggia, poi si sente un agente rispondere alla persona che sta filmando, quando questa menziona gli studenti feriti nei giorni precedenti: «Ne ho accecati tre». Al momento in cui scriviamo, l’autenticità della sequenza e l’identità dell’agente devono ancora essere accertate in modo indipendente. Se così fosse, ciò che conta in questa frase non è solo la sua brutalità, ma il modo in cui una lesione grave come la perdita di un occhio possa essere evocata come un fatto di cui vantarsi. Il dolore di chi subisce la violenza può così smettere di essere al centro dell’attenzione e diventare oggetto di scherno, mentre la mutilazione attribuita all’azione della polizia viene formulata come una performance. Qualcosa si spezza nel rapporto che dovrebbe legare l’esercizio della forza alla responsabilità delle sue conseguenze. L’impunità non è più solo l’eventuale assenza di sanzioni dopo l’atto, ma può diventare un modo di incarnare l’atto stesso quando chi detiene la forza si comporta come se la ferita che provoca non dovesse gravare su di lui. Questa protezione può anche formarsi nel discorso politico che precede l’intervento. Quando il ministro dell’interno proclama un uso «molto proporzionato» della forza mentre diversi interventi sono già oggetto di indagini, non annuncia il risultato di un’indagine, ma conferisce al dispositivo che dirige una presunzione politica di legittimità. Questa differenza nel modo di raccontare le violenze si riflette poi nel modo in cui vengono attribuite le responsabilità. Un atto di violenza commesso da un partecipante può qualificare immediatamente il movimento a cui è associato, mentre una grave violenza da parte delle forze dell’ordine viene più spesso isolata e rinviata in attesa delle conclusioni di un’indagine. Lo Stato chiede così di sospendere il giudizio sulla propria forza proprio nel momento in cui può generalizzare molto più rapidamente il giudizio espresso su quella che attribuisce al movimento. Questa logica sta oggi subendo un’ulteriore trasformazione giuridica. Il 7 luglio 2026, l’Assemblea nazionale ha adottato, con 313 voti contro 199, una proposta di legge volta a riconoscere una presunzione di legittima difesa alle forze dell’ordine in determinate condizioni di uso delle armi. Il testo non elimina formalmente il requisito di necessità o proporzionalità, ma modifica il punto di partenza dell’esame dell’atto introducendo una presunzione a favore dell’agente quando sono soddisfatte le condizioni previste dalla legge. Non si tratta quindi di una scomparsa brusca del diritto, ma di uno spostamento della posizione istituzionale da cui verrà esaminato l’atto di forza. Questo spostamento si inserisce in una più ampia trasformazione del rapporto tra sicurezza, diritto e governo. Dopo gli attentati del 2015, diversi strumenti elaborati in stato di emergenza sono stati trasferiti all’interno del diritto comune nel 2017. Nel 2026, la legge del 18 agosto intitolata «volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l’ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei nostri concittadini» ha nuovamente modificato numerose misure di sicurezza. Alcune delle sue disposizioni erano state dichiarate incostituzionali dal Consiglio costituzionale prima della promulgazione. [24] Questi testi appartengono ad ambiti diversi, ma evidenziano lo stesso cambiamento nelle tecniche di governo. L’azione pubblica tende sempre più a porsi a monte del disordine, non più solo per rispondere a un atto già compiuto, ma per intervenire su ciò che potrebbe accadere, a partire da un comportamento, un raduno, un’appartenenza o una situazione interpretati come forieri di un possibile pericolo. La coercizione cambia quindi la propria temporalità: non si limita più a sanzionare ciò che è avvenuto, ma cerca di impedire che qualcosa possa avvenire. Questa logica preventiva modifica profondamente il rapporto tra potere pubblico e libertà. Chi è oggetto dell’intervento non viene più considerato solo in base a ciò che ha fatto, ma in base a ciò che si suppone possa fare. Il sospetto acquisisce così un potere proprio, poiché permette che la coercizione preceda l’atto di cui pretende di impedire il compimento. Applicata alle mobilitazioni collettive, questa logica tende ad anticipare sempre di più il momento in cui lo Stato ritiene di poter legittimamente intervenire, chiudere, disperdere, vietare o fermare. Il 2 ottobre, il meccanismo diventa particolarmente visibile. Quasi quattrocento licei rimangono chiusi e i prefetti vietano gli assembramenti nei pressi degli istituti interessati, mentre il passaggio alla didattica a distanza priva il movimento di una parte dei suoi luoghi materiali di incontro e, al contempo, trasforma la forma delle lezioni. È qui che emerge la «prevenzione» del movimento, distinta dalla repressione in quanto non risponde solo a un atto già compiuto, ma cerca di ridurre, a monte, i luoghi di raduno e le possibilità di estensione del conflitto. Occorre distinguere questa azione preventiva nei confronti del movimento da quella che si può definire «azione preventiva nei confronti dei giovani», che non riguarda più solo le condizioni materiali della mobilitazione, ma le persone stesse, quando vengono governate in base a ciò che potrebbero fare o alla pericolosità che viene loro attribuita. L'azione preventiva nei confronti dei giovani si ricollega così alla assimilazione del sospetto e alla figura del nemico interno, poiché non si limita ad anticipare un reato specifico, ma tende a costituire una popolazione il cui futuro possibile diventa esso stesso oggetto di governo. È proprio in questo punto che Poulantzas riacquista attualità. Il suo «statismo autoritario» non descriveva la scomparsa improvvisa della democrazia rappresentativa. Analizzava una trasformazione interna a essa, in cui le istituzioni rappresentative permangono ma gli apparati esecutivi e amministrativi acquisiscono una crescente capacità di agire di fronte alle mediazioni collettive. La democrazia può quindi continuare a organizzare elezioni, a garantire le libertà e a far funzionare i propri tribunali, modificando al contempo lo status del conflitto. Il dissenso rimane possibile, ma la capacità di un movimento di bloccare una decisione o di renderla materialmente onerosa può diventare oggetto di un’opera politica di neutralizzazione. La contestazione rimane quindi pienamente tollerabile fintanto che rimane compatibile con la continuità di ciò che contesta, ma il suo status cambia non appena blocca il sistema e il disaccordo diventa un problema di funzionamento. L'azione preventiva e l’impunità attiva descrivono due momenti distinti di questa trasformazione. La prima cerca di limitare la potenza del conflitto prima che si dispieghi appieno, mentre la seconda incide sulle condizioni in cui coloro che hanno esercitato la forza dovranno poi renderne conto. Il controllo della polizia diventa quindi una questione centrale dello Stato di diritto. Un’istituzione che possiede il potere di arrestare e, in determinate circostanze, di uccidere non può essere garante sufficiente della legittimità della propria forza. Né il potere politico che ne decide l’impiego può sostituirsi a tale controllo. Maggiore è il potere coercitivo, più devono essere garantiti l’accesso alle prove, l’identificazione degli agenti e la possibilità di risalire alle decisioni del comando. L’impunità attiva indica, in definitiva, questa contraddizione: quella di un ordine giuridico capace di mantenere le proprie garanzie formali, lasciando al contempo che attorno alle forze dell’ordine si crei una zona di protezione sufficientemente ampia da far riemergere le stesse controversie di conflitto in conflitto. La questione verte quindi sulla reale capacità delle norme esistenti di vincolare l’apparato che dispone delle armi. VI. Ciò che si costituisce nel movimento A forza di osservare ciò che il potere fa al movimento, si rischierebbe di dimenticare ciò che il movimento fa a coloro che vi prendono parte. Gli studenti che vivevano individualmente l’assenza di un insegnante, il degrado del proprio istituto o l’incertezza del proprio futuro cominciano a riconoscere in queste esperienze particolari una condizione comune. Questo riconoscimento non presuppone necessariamente una dottrina preesistente, poiché nasce innanzitutto dal confronto tra situazioni che ciascuno poteva prima ritenere singolari. Ciò che sembrava essere frutto della sfortuna di un istituto riappare in un altro, e si delinea una geografia della disuguaglianza man mano che alcuni istituti appaiono meglio dotati mentre altri versano in difficoltà persistenti. Ciò che viene quindi messo in discussione non è più solo il funzionamento puntuale della scuola, ma la promessa attraverso la quale essa giustifica una parte del proprio ruolo sociale. Se le condizioni stesse in cui si studia divergono fortemente, diventa più difficile attribuire i percorsi che ne derivano al solo merito individuale. La mobilitazione tocca così qualcosa di molto più profondo della qualità immediata dei corsi. Essa raggiunge la narrazione morale sulla base della quale le future disuguaglianze potranno essere rese accettabili. Il 1° ottobre, questa mobilitazione collettiva supera una nuova soglia quando diverse università vengono a loro volta coinvolte nella mobilitazione. A Saint-Denis, gli studenti dell’Università Paris-VIII si uniscono al liceo Bartholdi per sostenere gli studenti delle scuole superiori che chiedono migliori condizioni di apprendimento. La diffusione del movimento non avviene più solo tra licei, ma inizia a superare il confine istituzionale tra istruzione secondaria e accademica. Un altro spostamento si verifica all’Henri-IV, dove gli studenti di un istituto molto privilegiato si mobilitano in solidarietà con coloro le cui condizioni di studio sono molto meno protette. Il gesto è importante proprio perché le situazioni non diventano identiche. Uno studente di Saint-Denis e uno dell’Henri-IV non studiano nelle stesse condizioni, e la politicizzazione ha inizio quando questo divario smette di essere interpretato come una semplice differenza di destino per essere ricondotto all’organizzazione materiale di una stessa istituzione. La diffusione del movimento supera ora un altro confine quando una parte del mondo degli insegnanti e dei sindacati inizia ad aderire alla mobilitazione. Il 2 ottobre, le organizzazioni degli studenti delle scuole superiori e universitari escono dal loro incontro con il ministro dell’Istruzione affermando di non aver ottenuto alcuna «misura concreta» e chiamano a una nuova mobilitazione nazionale il 6 ottobre. La CGT e Solidaires annunciano la loro partecipazione, mentre diversi sindacati degli insegnanti invitano a loro volta il proprio personale a schierarsi al fianco degli studenti e a scioperare quel giorno. Le chiusure degli istituti e i divieti di assembramento intervengono quindi proprio nel momento in cui la rabbia nata nelle scuole superiori comincia a uscire dal solo ambito scolastico e a incontrare altre forze sociali. È così che si costituisce un soggetto politico, non attraverso l’annullamento delle differenze sociali e dei diversi rapporti all’azione collettiva, ma mettendoli in relazione nel corso stesso della mobilitazione, cosicché il contesto comune appare meno come il suo punto di partenza che come uno dei suoi prodotti. Questa capacità collettiva sta già dando i suoi frutti. La sera del 1° ottobre, il governo ha ritirato dal disegno di legge di bilancio la misura che prevedeva il pagamento delle tasse di iscrizione ai corsi BTS e alle classi preparatorie per gli studenti non beneficiari di borse di studio. [25] Questo passo indietro non risolve la crisi scolastica e non può essere attribuito meccanicamente a un unico attore, ma dimostra che la dinamica non è quella di una pura chiusura da parte del potere, poiché il movimento coincide con una modifica della decisione proprio nel momento in cui la coercizione si intensifica. La concessione e la coercizione possono quindi coesistere nello stesso momento politico, poiché il governo può riconoscere, attraverso una misura, l’esistenza di un rapporto di forze, cercando al contempo, con altri mezzi, di impedirne l’estensione. Le chiusure, i divieti e gli arresti non riguardano quindi solo coloro che ne sono immediatamente oggetto, poiché riducono anche le occasioni di incontro grazie alle quali il movimento potrebbe conquistare nuovi istituti o nuovi sostenitori. L’arrivo degli studenti davanti a un liceo mostra proprio ciò che diventa possibile quando queste circolazioni proseguono. Occorre quindi interrogarsi sulla stessa geografia del mantenimento dell’ordine. Davanti a diversi istituti delle periferie popolari vengono dispiegate forze numerose, pur se alcuni blocchi rimangono tranquilli, con agenti equipaggiati di armi intermedie ben visibili. Al contrario, mobilitazioni simili possono incontrare altrove una presenza di polizia molto più discreta. Sarebbe azzardato dedurne, senza ulteriori elementi, l’esistenza di una strategia deliberata volta a provocare scontri. Ma il dispositivo di polizia non è mai al di fuori della situazione in cui interviene. Una presenza massiccia e armata modifica i comportamenti, gli spostamenti e la percezione stessa del raduno, introducendo fin dall’inizio la possibilità dello scontro in una situazione che non l’avrebbe comportata necessariamente. Questa differenza acquista un’importanza particolare quando si sovrappone alle divisioni territoriali e sociali già descritte. Una mobilitazione nata dalla disuguaglianza scolastica può allora essere progressivamente reinterpretata attraverso le categorie disponibili per governare i quartieri popolari, quelle del disordine, della pericolosità e delle «violenze urbane». La questione scolastica si sposta su un terreno in cui la figura del giovane pericoloso e del quartiere da controllare rischia di sovrascrivere quella dello studente che rivendica pari condizioni di studio. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere stata programmata come tale per essere prodotta dal modo in cui esso viene gestito, reso visibile e raccontato. Il mantenimento dell’ordine non si limita quindi a rispondere a una situazione già costituita. Contribuisce anche a determinare sotto quale forma essa si manifesterà. Laddove un blocco può essere trattato come un disturbo scolastico, lo stesso tipo di azione, in un territorio già associato al disordine urbano e sottoposto a una presenza poliziesca più forte, può essere percepito molto più rapidamente come una minaccia alla sicurezza. Man mano che la questione scolastica viene tradotta nel linguaggio dell’ordine pubblico, le disuguaglianze che avevano dato origine al movimento rischiano di diventare meno visibili, mentre la figura del giovane pericoloso e della violenza da reprimere occupa progressivamente lo spazio. L’ampiezza dell’intervento delle forze dell’ordine produce anche effetti più diffusi. Quando un minore viene condotto in commissariato o un adolescente torna a casa con una ferita grave, l’evento si ripercuote sulle famiglie, dove genitori e compagni capiscono quale prezzo possa comportare la partecipazione al movimento. La decisione di tornare il giorno dopo non viene quindi più presa nelle stesse condizioni. Una ferita o un fermo non ha quindi effetti solo su chi la subisce. Quando ne viene appresa la notizia dagli altri studenti e dalle loro famiglie, entra anche nel calcolo di chi si chiede se tornare a manifestare o a bloccare il proprio istituto. Alla paura di vedere il conflitto protrarsi risponde allora una politica della paura che si può formulare in modo brutale con questa frase: «Lo Stato trema. Deve terrorizzare.» Non si tratta né di diagnosticare lo stato psicologico di chi governa né di ridurre ogni intervento di polizia a un intento di terrorizzare, ma di definire un rapporto politico in cui la coercizione, quando il potere ritiene che un movimento possa sfuggire alle forme previste di negoziazione, produce paura anche in coloro che stanno ancora valutando di unirsi ad esso. Questa paura non ha bisogno di colpire direttamente ciascuno, poiché è sufficiente che la possibilità di essere fermati o feriti diventi un dato di fatto nella decisione. Da quel momento in poi, la forza non agisce più solo nell’istante dell’intervento, ma anche nell’anticipazione di chi si chiede se tornerà davanti al proprio liceo. Di fronte a questa dissuasione, gli studenti dispongono tuttavia delle proprie testimonianze e delle proprie immagini. Quando il movimento viene presentato come estraneo a chi vi partecipa o ridotto a scene di disordine, questi dati mettono in luce altre dimensioni dell’evento: le ferite, le rivendicazioni, gli insegnanti al fianco degli studenti, ma anche le circostanze che precedono certi interventi. Anche le immagini, quindi, creano circolazione. Un’esperienza locale diventa paragonabile a un’altra. Ciò che poteva apparire come un incidente isolato in un istituto si mette in relazione con ciò che è accaduto altrove, e studenti che non si conoscono scoprono nelle immagini degli altri qualcosa della propria situazione. Il contro-archivio si costituisce così non tanto come un semplice insieme di prove, quanto come uno spazio in cui esperienze separate diventano leggibili l’una a partire dall’altra. Impedisce che ogni intervento rimanga confinato alla sola versione prodotta localmente dall’istituzione e modifica le condizioni in cui una testimonianza può essere ritenuta credibile. Un’amministrazione dispone di comunicati, portavoce e accesso immediato ai media, mentre uno studente delle superiori a volte dispone solo di un video girato con il proprio cellulare. Questo squilibrio non scompare, ma cessa di essere assoluto. Il conflitto verte quindi anche sul diritto di descrivere ciò che accade e di descrivere sé stessi. Essere presentati come manipolati, come rivoltosi o come parte di un movimento ridotto a «violenze urbane» non significa solo ricevere un’etichetta discutibile. Significa vedere messa in dubbio la capacità stessa di spiegare perché si agisce. Il contro-archivio diventa politico perché permette a coloro che sono identificati come oggetti del mantenimento dell’ordine dal discorso del potere, di riapparire come soggetti della propria esperienza e del conflitto che hanno intrapreso. È uno dei principali eventi politici del movimento. Una generazione non diventa politica perché improvvisamente condividerebbe un’ideologia uniforme, ma quando esperienze fino ad allora isolate entrano in relazione tra loro e coloro che le vivono scoprono che non sono né puramente individuali né naturali. Una scuola la cui uguaglianza è materialmente smentita può allora essere collegata a uno Stato che si mostra altrimenti disponibile non appena questa disuguaglianza cessa di essere sopportata in silenzio. Qui ritroviamo il dissenso nel suo senso più preciso. Esso non riguarda solo la risposta da dare alle rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori. Riguarda ciò che merita di essere riconosciuto come rivendicazione, chi può legittimamente avanzarla e il modo in cui la sua presenza deve essere interpretata quando smette di occupare il posto che gli era stato assegnato. La disputa sulla scuola diventa allora una disputa sulla scena politica stessa. È proprio in questo punto che la distinzione proposta da Jacques Rancière tra la politica e ciò che egli chiama “polizia” permette di comprendere cosa sia in gioco. Per lui, il termine “polizia” non indica solo l’apparato di polizia, ma l’ordine che distribuisce i ruoli, le funzioni e le competenze, determinando chi può parlare, da quale posizione e su quali argomenti. La politica emerge quando questa distribuzione viene interrotta da coloro che rifiutano di rimanere nel posto loro assegnato e fanno valere, proprio attraverso le loro azioni, l’uguaglianza a cui si richiamano. Il movimento studentesco delle scuole superiori può essere interpretato alla luce di questo dissenso. Confrontando le proprie situazioni, trasformando esperienze fino ad allora separate in una questione comune e interrompendo il normale funzionamento degli istituti, gli studenti smettono di essere solo i destinatari di una politica educativa. Diventano i soggetti di un conflitto sull’uguaglianza stessa. La scuola insegna loro che appartengono a una comunità di cittadini uguali e loro prendono sul serio questa affermazione chiedendo che possa essere verificata proprio nelle condizioni in cui studiano. Miguel Abensour permette di spingere oltre questa lettura. La democrazia non si riduce, nella prospettiva che egli apre, alle istituzioni che governano in suo nome. Rimane attraversata dalla possibilità che il demos emerga come forza d’azione e impedisca allo Stato di chiudersi in sé stesso come forma separata. La democrazia possiede in questo senso qualcosa di insurrezionale, non perché sia destinata alla rivolta o alla violenza, ma perché il popolo democratico non coincide mai interamente con i ruoli che l’ordine istituzionale gli riserva. Benjamin solleva tuttavia una questione che la distinzione tra violenza fondatrice e violenza conservatrice del diritto non risolve: quella dell’interruzione del circolo che le collega. Tutta la sua critica cerca di spezzare questo circolo in cui una violenza istituisce un diritto che deve poi essere mantenuto dalla violenza, finché una nuova violenza fondatrice non venga a sua volta a sostituire la precedente. È a partire da questa possibilità di interruzione che il suo testo può incontrare, senza confondersi con esso, ciò che Rancière chiama dissenso e ciò che Abensour riconosce nella dimensione insurrezionale della democrazia. Il movimento politico non consiste più solo nell’opporre un’altra forza a quella dello Stato né nel conquistare il posto di chi comanda. Esso introduce un’interruzione nell’ordine dei ruoli, delle evidenze e delle continuità attraverso cui tale ordine si riproduceva. In Benjamin, questa rottura assume la figura ben più enigmatica della «violenza divina», violenza che non fonda un nuovo diritto ma interrompe il rapporto circolare tra diritto e violenza. In Rancière e Abensour, essa diventa politicamente concepibile a partire dall’emergere di coloro che non accettano più il posto loro assegnato. [26] Ovviamente non si tratta di identificare troppo frettolosamente un blocco studentesco con la «violenza divina» di Benjamin. Ciò che conta è la questione che essa solleva: ogni rottura politica deve a sua volta diventare fondatrice di un nuovo ordine, oppure può innanzitutto sospendere ciò che sembrava scontato e rendere nuovamente contestabile ciò che la violenza conservatrice del diritto si adoperava proprio per mantenere? Ecco perché l’incontro tra politica e polizia cessa qui di essere una semplice metafora filosofica. Assume una forma estremamente concreta quando coloro che stravolgono l’ordine dei posti incontrano l’apparato incaricato di ristabilire l’ordine materiale. I cancelli del liceo diventano il luogo in cui i due significati della parola si incontrano. Gli studenti contestano il modo in cui è stato definito il loro posto, rivendicano il diritto di raccontare in prima persona ciò che vivono e interrompono il normale funzionamento dell’istituzione, mentre di fronte a loro interviene la forza pubblica incaricata di riaprire l’istituto, disperdere l’assembramento e rendere possibile la ripresa di tale funzionamento. È proprio perché lì si costituisce un potere politico che la violenza che gli si oppone non può essere relegata a una questione marginale di mantenimento dell’ordine. Essa emerge nel momento in cui la rivendicazione cessa di essere solo una richiesta rivolta al potere e diventa un potere in grado di turbare l’ordine a cui si rivolge. L’uso della forza non viene quindi dopo la politica come una questione puramente tecnica. Esso dipende dal modo in cui lo Stato risponde all’emergere di un soggetto che non controlla interamente. Questa lettura, tuttavia, non esaurisce la questione della violenza di Stato. Il fatto che lo Stato cerchi di preservare l’ordine giuridico e sociale di cui è garante non significa che possa ricorrere a qualsiasi mezzo per farlo. L’emergere del dissenso non abroga né il diritto né i limiti imposti alle forze dell’ordine. È proprio perché lo Stato dispone della polizia che deve essere in grado di controllarne l’uso, di stabilirne le responsabilità e di rispondere quando vengono superati i limiti fissati alla propria violenza. Alcuni adolescenti sono stati gravemente feriti nei pressi delle loro scuole e migliaia di persone sono state fermate, mentre il ministro dell’Interno proclamava la proporzionalità del dispiegamento, nonostante diversi interventi fossero già oggetto di indagini. Un’autorità pubblica che rivendica il monopolio della violenza legittima non può limitarsi a certificare da sola la legittimità della violenza che esercita, proprio perché lo Stato di diritto presuppone che tale forza possa essere sottoposta a un controllo esterno rispetto a chi la decide e la impiega. Le norme esistono poiché l’uso della forza rimane giuridicamente subordinato ai principi di necessità e proporzionalità, mentre gli agenti devono poter essere identificati e le loro azioni controllate. La questione decisiva è quindi quella della capacità di questi principi di produrre conseguenze effettive quando l’istituzione che dispone della forza li trasgredisce. Un’indagine che giunge a conclusione solo diversi anni dopo un ferimento o un procedimento disciplinare che non viene avviato nonostante una violazione già accertata non costituiscono semplici imperfezioni amministrative. Esse determinano la quantità di violenza che un apparato statale può esercitare pur continuando a dichiararsi correttamente controllato. La vicenda pone quindi lo Stato di fronte ai propri obblighi. Deve essere in grado di rendere conto degli ordini impartiti e delle condizioni in cui gli adolescenti sono stati feriti, dimostrando al contempo che i meccanismi incaricati di accertare le responsabilità godono di una reale indipendenza. La questione non riguarda solo alcuni agenti di polizia che avrebbero oltrepassato un limite, ma la capacità di uno Stato di sottoporre il proprio potere coercitivo ai principi di cui esige il rispetto da parte degli altri. Perché è proprio questo il ribaltamento con cui questa mobilitazione mette alle strette l’istituzione scolastica e politica. Gli studenti delle scuole superiori chiedevano insegnanti presenti, edifici agibili e le condizioni materiali di un’uguaglianza che la scuola proclama come una delle sue promesse fondamentali, mentre una parte di loro si è trovata di fronte a gas lacrimogeni, armi e arresti. Lo Stato non può chiedere a questa gioventù di credere nell’uguaglianza repubblicana e nello Stato di diritto, facendola al contempo sperimentare, quando trasforma questi principi in rivendicazioni collettive, un potere pubblico innanzitutto capace di contenerla. Il fatto che Rancière e Abensour aiutino a comprendere perché l’emergere del demos si scontri con la forza di uno Stato legato alla conservazione del proprio ordine, e che Benjamin permetta di concepire tale forza come violenza conservatrice del diritto, non risolve affatto la questione dei suoi limiti. Lo Stato svolge anche una funzione di conservazione dell’ordine giuridico e sociale di cui è garante, ma tale funzione non lo autorizza a fare tutto. Essa non sospende né il diritto, né i requisiti di necessità e proporzionalità, né l’obbligo di controllare coloro ai quali affida l’uso della forza. La tensione democratica risiede proprio qui, in uno Stato che cerca di conservare il proprio ordine pur rimanendo esso stesso vincolato da principi che limitano i mezzi con cui può conservarlo. Il dissenso, tuttavia, non è condannato a rimanere un’irruzione che l’ordine finirebbe per assorbire. Può modificare un rapporto di forze, costringere il potere a fare marcia indietro su alcune decisioni e rendere politicamente impossibile ciò che sembrava ancora accettabile pochi giorni prima. L’abolizione delle tasse di iscrizione ai BTS e alle classi preparatorie ne è già un segno, anche se di per sé non può rispondere alle rivendicazioni che hanno dato origine al movimento. La forza politica che si è costituita nei licei non si misura quindi solo in base a ciò che ha rivelato della scuola, dello Stato o della sua polizia. Si misura anche in base alla sua capacità di influenzare le decisioni e di ottenere risposte laddove prima non ce n’erano. Finché permangono le condizioni che hanno generato il movimento, il conflitto che le ha rese visibili rimane aperto. Il suo proseguimento porta con sé la possibilità che questo primo spostamento dei rapporti di forza non rimanga un caso isolato e che le rivendicazioni formulate dagli studenti delle scuole superiori smettano di essere ridotte a una questione di ordine pubblico per ottenere finalmente le risposte politiche che esigono. Note [15] Il 6 dicembre 2018, 153 giovani sono stati fermati a Mantes-la-Jolie; il video degli adolescenti in ginocchio è accompagnato dalla frase «Ecco una classe che si comporta bene». Nel marzo 2019, Laurent Nuñez ha riferito al Senato che dall’inizio del movimento dei Gilet Gialli erano stati sparati 13.095 colpi di LBD. La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha successivamente chiesto alla Francia di rivedere la propria dottrina sull’uso delle armi intermedie e, nel marzo 2023, ha espresso preoccupazione per l’elevato numero di fermi seguiti da rilasci senza accuse durante il movimento contro la riforma delle pensioni. https://www.lemonde.fr/police-justice/article/2018/12/06/mantes-la-jolie-des-images-choquantes-de-lyceens-interpelles-par-la-police_5393757_1653578.html; https://www.senat.fr/seances/s201903/s20190307/s20190307008.html; https://www.coe.int/fr/web/commissioner/-/maintaining-public-order-and-freedom-of-assembly-in-the-context-of-the-yellow-vest-movement-recommendations-by-the-council-of-europe-commissioner-for- [16] Difensore dei diritti, decisione del 18 giugno 2026 relativa alla morte di Nahel Merzouk: accertate diverse violazioni deontologiche e richiesta di procedimenti disciplinari. Il 7 luglio 2026, l’Assemblea nazionale ha inoltre adottato in prima lettura, con 313 voti contro 199, una proposta di legge che prevede, in particolare, che i poliziotti e i gendarmi che fanno uso delle armi siano presunti aver agito in uno dei casi autorizzati dall’articolo L. 435-1 e nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità, presunzione che può essere confutata dalla prova contraria. Al 3 ottobre 2026, il testo è ancora all’esame del Senato e non è quindi una legge in vigore. https://www.defenseurdesdroits.fr/deces-de-nahel-merzouk-lors-dun-controle-routier-la-defenseure-des-droits-conclut-des-manquements; https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/scrutins/7987; https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/opendata/PIONANR5L17BTA0328.html [17] Édouard Philippe, dichiarazione all’Hôtel de Matignon, 4 dicembre 2018, in merito al movimento dei Gilet Gialli: «Tutti i francesi hanno il diritto di manifestare. Ma tutti i francesi hanno anche diritto alla sicurezza, alla libertà di circolazione, a vivere normalmente. » [18] Sugli effetti redistributivi del primo quinquennio di Macron, cfr. Paul Dutronc-Postel et al., «Effetti redistributivi delle misure socio-fiscali del quinquennio 2017-2022 a favore delle famiglie», Notes IPP, n. 81, marzo 2022: guadagni medi dello 0,8% per il 5% più povero contro il 3,3% per l’1% più ricco. https://www.ipp.eu/publication/effets-redistributifs-des-mesures-socio-fiscales-du-quinquennat-2017-2022-a-destination-des-menages/ [19] Sulla genealogia del «liberalismo autoritario» e sulla questione della neutralizzazione delle forze collettive, cfr. Grégoire Chamayou, La Société ingouvernable. Une généalogie du libéralisme autoritaire, La Fabrique, 2018. https://www.contretemps.eu/liberalisme-autoritaire-chamayou/ [20] Gérald Darmanin, allora ministro dell’Interno, dichiara il 25 gennaio 2024: «Non si risponde alla sofferenza inviando i CRS» e si assume la responsabilità di «lasciar fare» una parte delle azioni degli agricoltori mobilitati. Le Monde, 25 gennaio 2024. https://www.lemonde.fr/politique/article/2024/01/25/gerald-darmanin-assume-de-laisser-faire-les-agriculteurs-lors-de-leurs-actions-de-blocage_6213019_823448.html [21] Articolo L. 435-1 del Codice della sicurezza interna, introdotto dalla legge n. 2017-258 del 28 febbraio 2017: l’uso delle armi è soggetto ai principi di «assoluta necessità» e di «stretta proporzionalità». https://www.legifrance.gouv.fr/codes/article_lc/LEGIARTI000034107970/2017-05-11; Sull’evoluzione degli spari contro veicoli in movimento dopo il 2017, cfr. Sebastian Roché, Paul Le Derff e Simon Varaine, «Omicidi da parte della polizia e rifiuto di obbedire. La legge ha reso i poliziotti irresponsabili?», Esprit, 2022. https://www.lemonde.fr/societe/article/2023/06/28/ il-numero-di-spari-della-polizia-è-diminuito-dal-2017-perché-questa-affermazione-di-gerald-darmanin-è-falsa_6179673_3224.html; Sull’uso sproporzionato di gas lacrimogeni contro manifestanti minorenni: Difensore dei diritti, decisione n. 2026-070 del 23 marzo 2026. https://www.defenseurdesdroits.fr/retour-sur-le-college-deontologie-de-la-securite-du-17-mars-2026-1105 ; Sull’arresto collettivo di 102 occupanti di un liceo durante una mobilitazione contro Parcoursup: Difensore dei diritti, decisione n. 2025-129 del 4 luglio 2025. https://juridique.defenseurdesdroits.fr/doc_num.php?explnum_id=22830 [22] Su questi temi, si veda anche Sylvain George: «Nahel Merzouk: dal nome proprio allo sparo — Anatomia di un’impunità», Lundimatin, 30 luglio 2025; «Aly: dal nome proprio alla silenziosa emarginazione — Anatomia di una cancellazione», Lundimatin, 17 agosto 2025; «Alexandre Georges: dal nome proprio all’occhio ferito — Anatomia della monocolarità di Stato», Lundimatin, n. 487, 9 settembre 2025; «Bilal: dal nome proprio all’infra-umano — Anatomia dell’animalizzazione poliziesca», Lundimatin, n. 503, 9 gennaio 2026; «Renée Nicole Good o il crimine dello sguardo: anatomia di un tanato-eugenismo di Stato», Lundimatin, n. 504, 14 gennaio 2026; «Permesso di impunità, permesso di uccidere: la presunzione di legittima difesa», Lundimatin, n. 506, 27 gennaio 2026; «Alex Jeffrey Pretti — Dal testimone giustiziato al terrore come forma di governo», Lundimatin, n. 506, 27 gennaio 2026; «Nahel Merzouk, atto II: La “seconda morte” o la sovranità giudiziaria», Lundimatin, n. 511, 11 marzo 2026; «Zakariyya Seddaoui, senza fiato — Polizia, soglie e vite irrespirabili nel Pas-de-Calais», Lundimatin, n. 520, 19 maggio 2026. [23] Max Weber, «Il mestiere e la vocazione del politico», in Il sapiente e il politico, trad. Julien Freund, introduzione di Raymond Aron, Parigi, Plon, 1959; Walter Benjamin, «Per una critica della violenza», in Opere I, trad. Maurice de Gandillac, Rainer Rochlitz e Pierre Rusch, Parigi, Gallimard, collana «Folio Essais», 2000. Weber definisce lo Stato moderno in base alla sua rivendicazione del monopolio della violenza fisica legittima; Benjamin distingue la violenza fondatrice del diritto dalla violenza conservatrice del diritto e mostra che, nella polizia, questa distinzione tende a confondersi. [24] Legge n. 2026-798 del 18 agosto 2026 «volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l’ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei nostri concittadini», a seguito della decisione del Consiglio costituzionale n. 2026-915 DC del 14 agosto 2026 che ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni. https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000054707332; https://www.vie-publique.fr/dossierlegislatif/JORFDOLE000053715760 [25] Il progetto di bilancio 2027 presentato il 1° ottobre prevedeva 178 euro di tasse annuali per i corsi BTS e 270 euro per i corsi CPGE per gli studenti non beneficiari di borse di studio. La sera stessa, Édouard Geffray annunciò che il governo avrebbe ritirato la misura dopo averne discusso con i sindacati e il Primo Ministro. LCP, 2 ottobre 2026. https://lcp.fr/actualites/lycees-bloques-le-gouvernement-renonce-a-faire-payer-l-inscription-en-bts-et-en-classes [26] Jacques Rancière, La Mésentente. Politique et philosophie, Galilée, 1995, in particolare la distinzione tra «polizia» intesa come ordine dei posti e politica intesa come interruzione di tale ordine; Miguel Abensour, *La Démocratie contre l’État. Marx e il momento machiavellico, PUF, 1997, poi La democrazia insorgente, 2012; Walter Benjamin, «Per una critica della violenza», 1921, sulla violenza divina o «pura» come interruzione della circolarità tra violenza fondatrice e violenza conservatrice del diritto.

  • post-poetica

    dossier guerra e capitale La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso. Un intervento di Renata Morresi / 5 Sophie Durand Per il dossier di ahida Guerra e capitale, il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori. A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio? Gilet bianco da paramedico, per essere d’aiuto durante la grande marcia del 2018: lo indossa Razan al-Najjar quando un proiettile israeliano le trapassa il petto; assassinio fisico di una ventunenne, segue character assassination. Gente di Iqrit costretta ad abbandonare il villaggio nel 1948, si diceva “per due settimane”; erano palestinesi cristiani, alla vigilia di Natale del 1951 le loro case furono fatte detonare. Gli abitanti di Kafr Qasim il 29 ottobre 1956 tornarono dal lavoro non sapendo che il coprifuoco era stato anticipato di cinque ore. “Gira e rigira, sempre lì ritorna”: provare noia, saturazione, risentimento, cinismo, assuefazione, indifferenza, scetticismo, superiorità, delegittimazione preventiva, neutralismo autoassolutorio, terzietà immaginaria, ansia da equivalenza morale – sembra normale per alcuni lettori del medio continente, dèi medi della loro norma. Governare: dirigere una nave, decidere chi può attraversare una strada, raggiungere un ospedale, tornare a casa, e con quale lasciapassare; “gli uomini per lo piú si lasciano governare dai nomi” dice Leop Giac. Goccia dopo goccia, nove cisterne di Beit Ula raccoglievano la pioggia per irrigare un progetto dell'unione europea con 3.200 ulivi, mandorli, limoni e fichi; gennaio 2008, l’esercito israeliano distrugge sia cisterne che coltivazioni. Evidentemente si può continuare, le lettere sono molte e hanno infinite combinazioni, e gli anni, e le occasioni, ciò che è profondo e ciò che eccede. Esattamente quaranta secondi separarono nel luglio 2014 il primo colpo sulla spiaggia di Gaza dal secondo, che raggiunse i bambini della famiglia Bakr mentre correvano verso l’albergo dei giornalisti. Essere malate, avere cure, e altre aritmetiche della divisione: le macchine non bastavano per i circa mille pazienti, così nel maggio 2024 le quattro ore di dialisi necessarie a Souad Zohair diventarono due. Eppure un confine, una sacca di sangue, un sacco di farina, una firma sotto un ordine non sono metafore. Esperimento attorno le forme della descrizione: non manca l’esattezza, ma la distribuzione della potenza linguistica è radicalmente diseguale. Non abbiamo mai avuto tanti testimoni-autori simultanei, non abbiamo mai avuto tanti documenti, non abbiamo mai potuto trasformare tanti documenti in prova, non abbiamo mai potuto ricostruire la sequenza di immagini satellitari, ombre, edifici, posizione sole, mappe, audio, crateri, traiettorie con tanta precisione, non è mai stato così semplice conservare una testimonianza, non è mai stato così semplice perderla, non s’è mai avuta una così vasta autorialità collettiva e anonima, non c’è mai stata tanta capacità di produrre dubbio e rumore, non è mai stata così grande la distanza fra la testimonianza della violenza e il potere di interromperla, non smettiamo di studiare la grammatica. Negare un foglio non ferisce un corpo – il corpo ha bisogno di trovarsi dall’altra parte del posto di blocco: trova la congiunzione. Nell’ottobre 2024 una missione dell’OMS aveva ottenuto l’accordo per portare sangue, carburante e medicine agli ospedali Kamal Adwan e Al-Awda; tuttavia, poche ore prima della partenza ecc. Nulla è antropologicamente inevitabile nell’ostilità; ciò che appare inevitabile può essere il risultato di strutture politiche diventate abitudine. Noi studiamo (studio) culture come sistemi delicatamente interconnessi e le vite come egualmente degne di conoscenza e passione, ma lavoriamo (lavoro) dentro istituzioni che appartengono anche alle economie della distruzione e alle alleanze relative. Oggetti minimi come infrastrutture della sopravvivenza: una tanica, una tessera, una dose di insulina, un quaderno, un ulivo, un'oliva. Ospedali senza letti costrinsero il decenne Hazem Farjallah, ferito da schegge, a rimanere per giorni sul pavimento di un corridoio mentre la zia reggeva la sua flebo; o serve ancora mostrare dei braccini? delle gambe? Ogni volta che a Gaza si trova uno spazio libero dalle macerie per improvvisare una classe, un nuovo ordine di evacuazione. Ordini, permessi, sentenze, contratti, notizie e poesie sono fatti di parole, sono fatti; alcuni hanno dietro parlamenti, polizia, tribunali, eserciti, pure istituiti a parole e così via a loro volta, a risalire. Ora il problema non è trovare la parola abbastanza terribile per descrivere quello che ben sappiamo. Chiamava la Mezzaluna Rossa da un’automobile crivellata di colpi Hind Rajab: la sua voce di seienne esce dal dolby surround; i suoni acuti, alte frequenze, rimbalzano anche su ostacoli leggeri, per esempio i cadaveri dei famigliari. Colpiti in successione tre veicoli di World Central Kitchen, che organizza cucine da campo: dopo il primo attacco i superstiti scendono per salire sul secondo mezzo, dopo il secondo attacco scendono per salire sul terzo, dopo il terzo attacco, dopo quattro minuti, dopo un chilomentro e mezzo. Campi, serre, pozzi, orti, ovili, vigne, pompe, tubi, stalle, barche, reti, muli, auto, torri, impianti, stazioni, officine, trattori, alveari, vivai. Causa ed effetto, oppressori e vittime, le pressioni contrapposte: tutto scompare dentro una nube avvolgente, un dispositivo anti-narrativo; in verità basta poco, per esempio: c'era un asinello a sud di Hebron. Cultura è anche l’insieme delle cose che permettono di conservare il presente e pensare al futuro, come coltivare un orto, farsi una foto, avere dell'acqua mentre si sta partorendo, andare a scuola a dare un esame come andava Raghad, 16 anni, credendo nel. Chi dispone del potere non possiede parole migliori: possiede le catene attraverso le quali si trasformano parole in conseguenza; insomma, oltre lo splendore e la pletora: orientamento per contaminazione semantica. Istituzioni significa precisamente che alcune frasi non descrivono il mondo ma lo modificano. Insufficienti, deviate, laterali, opache, interrotte, difficili, vietate le tubature per collegare i villaggi palestinesi agli impianti idrici. In sé le parole sono lemmi collezionabili nei dizionari; acquistano forza illocutoria quando dispongono di autorità; l’autorità non cresce spontaneamente in natura. Il volto della treenne Yasmine al-Shanbari si riempì di chiazze rosse e pruriginose in un rifugio circondato da rifiuti. Interno della frase: nessun esplosivo rilevato, la sua forza emerge dall’incontro tra l’enunciato e le condizioni materiali, istituzionali e affettive (rifare finché non funziona). “Double tap”: settembre 2026, attacco mirato a Gaza City, diverse persone vanno in soccorso del ferito; poco dopo, stesso luogo, secondo attacco uccide lui più adolescente accorso. Dentro il campo di Sde Teiman, racconta un ragazzo di quindici anni, ho trascorso ventitré giorni in una cella con settanta adulti, le gambe incatenate e i polsi ammanettati fino a sanguinare. Distruggere una vita non richiede sempre di ucciderla: si può ridurre lo spazio in cui può muoversi, curarsi, coltivare, tra l'arsenale, la riviera e la pancia putrescente dell'Europa. “Dov'è papà?” Dipendere da un’autorizzazione potrebbe essere tradotto con: il tempo e lo spazio dell’altro entrano nel tuo corpo. Impotenza è una parola pericolosa quando trasforma l’assenza di conseguenze nell’assenza di cause. Il 23 marzo 2025 le ambulanze in arrivo a Tel al-Sultan avevano lampeggianti accesi, insegne visibili e soccorritori in uniforme; il video di uno degli uomini uccisi le mostra pochi secondi prima. Isolato nel 1669 da Hennig Brand, che bolliva galloni di urina cercando la pietra filosofale, il fosforo (“portatore di luce”) viene usato da Israele nel sud del Libano: lo vedete scendere come lance bianche, brucia a contatto con l'ossigeno. Intanto che ci domandiamo quale altra informazione manchi, il montaggio modifica le distanze tra le prove così da fare, implicitamente o esplicitamente, apparire. Insieme, una firma, un finanziamento, una frontiera, una nave, un voto, una licenza, una consegna o un rifiuto possono costituire una catena materiale come una catena; ah, la similitudine. Oggi Ramadan Ghaban ha dodici anni, lavora fino a sera in un caffè per mantenere il fratello e le sorelle, suo padre è morto e lui non va più a scuola, vorrebbe diventare medico o bagnino, vive in una tenda. Ogni vita è nel suo contesto prima ancora che qualcuno elabori una teoria dell’interdipendenza. Organizzare significa costruire passaggi fra ciò che sappiamo e qualcuno che possa farne qualcosa. Opporsi alla distruzione richiede ________________________________ e anche parole che le tengano insieme. Ottenere il permesso di narrare sotto condizioni anti-narrative è un’azione materiale che non può avvenire senza essere detta e resa esecutiva. Ora, ricominciare la catena. ___________________________________________________________________________ Renata Morresi scrive poesia e saggistica, ed è ricercatrice di letteratura anglo-americana all’Università di Padova. Tra le pubblicazioni accademiche recenti: Attraversamenti. Traiettorie del postcoloniale e degli studi sulle migrazioni nelle Americhe, co-curato con A. Scacchi, M. Fontes e E. Leonardi (Lithos, 2025), che include il suo Migrazioni, traduzioni, attraversamenti nelle scritture del confine tra Messico e Stati Uniti. In poesia ha pubblicato le raccolte Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026), La cerimonia (Collana Isola, 2025), Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone, 2013), La signora W. (La camera verde, 2013), Cuore comune (peQuod, 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Ha tradotto, tra gli altri, testi di Emily Dickinson, Lorine Niedecker, Robert Lax, Rachel Blau DuPlessis, Louis Zukofsky; nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. È nella redazione di Nazione Indiana e cura la collana di poesia Lacustrine per Arcipelago Itaca Edizioni.

  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia L'ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell'interruzione prima parte Antonio Brech Questo testo è ripreso da «lundimatin» n. 536, lundimatin#536. È stato pubblicato il 6 ottobre 2026. Si ringrazia molto. Da diversi giorni, migliaia di studenti delle scuole superiori vengono arrestati, colpiti con gas lacrimogeni, picchiati e gravemente feriti nei pressi dei loro istituti. A Saint-Ouen-l’Aumône, un ragazzo di quattordici anni ha perso numerosi denti a seguito dell’uso, a distanza molto ravvicinata, di un lanciagranate Cougar. A Tours, uno studente sedicenne ha perso l’uso di un occhio. Ad Argenteuil, un altro è stato gravemente ferito all’occhio. In diversi istituti delle periferie popolari, numerose forze dell’ordine sono schierate davanti a blocchi a volte tranquilli, con armi a letalità ridotta ben messe in mostra. Allo stesso tempo, il ministro dell’Interno afferma che l’uso della forza è «molto proporzionato». Introduzione: La gioventù liceale, vittima di un suicidio sociale Bisogna partire da questa scena, perché dice molto di più di un semplice inasprimento del mantenimento dell’ordine. Mostra ciò che accade quando un conflitto scolastico, portato avanti in gran parte da una gioventù popolare, spesso già abituata ai controlli di polizia sui mezzi di trasporto, nelle strade e nei quartieri in cui vive, smette di essere gestito come una difficoltà scolastica e inizia a essere trattato come un problema di sicurezza. Gli insegnanti assenti, gli edifici fatiscenti, la disuguaglianza delle condizioni di studio e l’incertezza sul futuro non scompaiono. Ma man mano che gli studenti delle scuole superiori bloccano, si radunano e rendono materialmente impossibile il normale svolgimento delle attività scolastiche, altre categorie prendono il sopravvento: «violenza urbana», «gruppuscoli», «rivoltosi», «ristabilimento dell’ordine repubblicano». Questo spostamento non è solo lessicale. Trasforma lo status di coloro con cui lo Stato si confronta. Il giovane che, poche ore prima, era ancora definito come studente diventa una presenza da controllare, un assembramento da disperdere, un corpo suscettibile di essere fermato o colpito da un’arma cosiddetta «intermedia» (armi a letalità ridotta). Nei quartieri popolari, questa trasformazione si scontra con una storia già esistente, fatta di controlli più frequenti, di sospetto territorializzato, di discriminazioni documentate e di un’antica familiarità con la coercizione pubblica. Il conflitto scolastico entra così in uno spazio sociale in cui la polizia non fa la sua prima apparizione. È anche questo che spiega la rapidità con cui la questione della scuola può essere rivestita con quella del disordine. Una mobilitazione nata dalla disuguaglianza scolastica può, nel giro di pochi giorni, essere reinterpretata attraverso le categorie già disponibili per governare i quartieri popolari. La figura dello studente che reclama un insegnante, aule agibili o condizioni di studio eque viene progressivamente affiancata, e talvolta sostituita, da quella del giovane pericoloso, della periferia da controllare, del gruppo suscettibile di degenerare. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere proclamata come programma per produrre i propri effetti. Può costituirsi proprio nel modo stesso in cui certi territori vengono sorvegliati, certe presenze interpretate e certe violenze rese immediatamente credibili, mentre altre devono ancora essere provate. Il problema non risiede quindi solo nel numero di agenti di polizia dispiegati né nella gravità delle ferite. Risiede nel modo in cui una parola politica può essere destituita proprio nel momento in cui diventa efficace. Finché una rivendicazione rimane isolata, formulata nei contesti ordinari e senza la capacità di interrompere alcunché, può essere intesa come una richiesta. Quando blocca un ingresso, collega diversi istituti, coinvolge studenti, docenti o sindacati e inizia a incidere sul funzionamento dell’istituzione, si scontra con un altro potere dello Stato. È proprio qui che i giovani rivestono un ruolo particolare. La scuola chiede loro di imparare il senso civico, l’uguaglianza, il discernimento e l’autonomia. Ma quando questi principi smettono di essere oggetti di insegnamento e diventano pratiche collettive, quando servono a contestare le condizioni concrete in cui gli studenti vivono e studiano, l’istituzione può scoprire che accetta più facilmente la cittadinanza come promessa che come pratica. Coloro ai quali si insegna a diventare cittadini iniziano ad agire come tali prima ancora che ne sia stata data loro l’autorizzazione. Il conflitto liceale rende allora visibile una tensione più ampia tra democrazia e ordine. Non si tratta solo di sapere come lo Stato risponde a una mobilitazione, ma cosa fa quando coloro ai quali è stato assegnato un posto smettono di accettarlo e trasformano la loro esperienza in una questione comune. Il blocco, l’occupazione, la circolazione delle immagini, le solidarietà tra istituti e la messa in relazione di esperienze fino ad allora separate costituiscono una forza politica proprio perché rendono impossibile il silenzioso proseguimento di ciò che prima poteva essere gestito come una somma di problemi particolari. La polizia interviene all’interno di questa tensione, non al suo margine. Non interviene solo dopo il conflitto per contenerne gli eccessi. Partecipa al modo in cui esso viene definito, distribuito territorialmente e reso visibile. Ristabilisce la circolazione, riapre un istituto, disperde un assembramento, ma va anche incontro a coloro che hanno interrotto l’ordine ordinario affinché il loro rifiuto divenga udibile. Quando questo intervento ferisce, mutila o interroga in massa dei minorenni, la questione non è più solo quella del mantenimento dell’ordine. Diventa quella dei limiti che lo Stato impone realmente alla propria forza e di quanto valgano questi limiti quando coloro che li superano appartengono all’istituzione che dispone delle armi. Questo testo parte quindi da questa scena. Cerca di comprendere come un conflitto scolastico diventi un conflitto sull’ordine, come la violenza si distribuisca socialmente e razzialmente, come la qualificazione prepari la coercizione, come la paura agisca a monte del movimento, ma anche come gli studenti delle scuole superiori producano le proprie narrazioni, le proprie immagini e le proprie forme di solidarietà. Perché ciò che è in gioco qui non riguarda solo la violenza che lo Stato esercita contro una gioventù mobilitata. Riguarda anche ciò che questa gioventù mette in luce quando rifiuta di rimanere nel posto che le era stato assegnato. I. L’estensione poliziesca del conflitto liceale Venerdì 2 ottobre, al termine di una nuova giornata di mobilitazione liceale, in Francia erano state fermate più di cinquemila persone dall’inizio della settimana. Solo per la giornata di venerdì, il Ministero dell’Interno ha segnalato 1.747 nuovi fermi. Secondo Laurent Nuñez, l’85% riguardava minori. Il Ministero dell’Istruzione nazionale ha registrato 735 istituti scolastici interessati da disordini nel corso della giornata, mentre quasi quattrocento licei erano stati chiusi a titolo preventivo. Il giorno precedente, 1.949 persone erano state fermate in un solo giorno nell’ambito delle mobilitazioni degli studenti delle scuole superiori, e il movimento aveva interessato 1.027 istituti, di cui 222 bloccati. Queste cifre da sole non descrivono ciò che è in gioco e non consentono di confondere mobilitazione, incidenti, violenze e interventi di polizia. Tuttavia, danno la misura del cambiamento di scala. In pochi giorni, un conflitto nato nelle scuole superiori ha portato a diverse migliaia di fermi e ha posto una parte del sistema scolastico sotto un regime di mantenimento dell’ordine. [1] Giovedì 1° ottobre segna una svolta in questo senso. Fino ad allora, i primi interventi si erano basati in gran parte su unità locali, meno specializzate nel mantenimento dell’ordine. Quel giorno Laurent Nuñez annuncia il ricorso ai CRS e ai gendarmi mobili in nome del «ripristino dell’ordine repubblicano». I blocchi stradali e gli assembramenti sono ormai accompagnati da gas lacrimogeni, cariche, arresti di massa e dall’uso delle cosiddette armi intermedie. Il 2 ottobre non pone fine a questa sequenza poiché, nonostante una diminuzione del numero di istituti scolastici presi di mira, gli arresti proseguono in modo massiccio, mentre le chiusure amministrative e i divieti di assembramento conferiscono all’intervento dello Stato una forma diversa. A Saint-Ouen-l’Aumône, questo cambiamento di scala si misura innanzitutto nel corpo di Eden, un ragazzo di quattordici anni. Il 28 settembre, davanti al liceo Château-d’Épluches, un video mostra diversi poliziotti a contatto con l’adolescente. Viene colpito, cade a terra, poi un agente utilizza a distanza molto ravvicinata un lanciagranate Cougar, il cui proiettile lo colpisce alla mascella. Il procuratore di Pontoise ha confermato che il ragazzo ha perso numerosi denti. Sono state avviate due indagini: una sulle presunte violenze commesse dal giovane nei confronti di un’agente di polizia, l’altra sull’uso del lanciagranate. La categoria di «arma intermedia» dice ancora poco di ciò che un’arma del genere provoca concretamente quando colpisce un corpo: in questo caso, denti rotti, una ferita alla mascella e conseguenze che non si esauriscono con la fine dell’intervento. Contemporaneamente si registrano altre lesioni. A Tours, Maël, uno studente liceale di sedici anni ferito il 30 settembre davanti al liceo Balzac, ha perso l’uso dell’occhio destro. Le perizie medico-legali hanno stabilito che le sue lesioni erano compatibili con l’impatto di un proiettile di difesa di tipo LBD, mentre un’indagine dell’IGPN deve ancora stabilire le circostanze precise dello sparo. Ad Argenteuil, un altro studente liceale di sedici anni è stato gravemente ferito all’occhio il 1° ottobre nel corso di un intervento di polizia, anch’esso oggetto di indagine. A Sevran, un altro intervento è anch’esso oggetto di un’indagine dell’IGPN. [2] Il mantenimento dell’ordine si svolge nel breve arco di tempo di un intervento, di uno sgombero o di un fermo, mentre le lesioni che provoca possono durare mesi o rimanere irreversibili. Una mascella frantumata, la perdita dell’uso di un occhio, una grave lesione oculare o una possibile mutilazione continuano ben oltre il momento in cui la strada è stata restituita al traffico. È proprio nel corso di questa sequenza che Laurent Nuñez afferma che, proprio perché i minori si trovano di fronte alle forze dell’ordine, si fa un uso «molto proporzionato» delle armi intermedie. La scelta dell’espressione merita una riflessione. In diritto, la proporzionalità non è una qualità generale che si possa possedere in misura maggiore o minore. Essa indica un rapporto da stabilire, in una situazione determinata, tra la forza impiegata, la necessità del suo uso e la minaccia alla quale essa pretende di rispondere. Affermare che l’uso della forza sarebbe stato «molto proporzionato» sposta quindi già di per sé la questione. La proporzionalità non è più qualcosa che andrebbe verificata sulla base dei fatti, delle distanze di tiro, dei gesti compiuti e delle ferite provocate. Diventa una qualità attribuita in anticipo al dispositivo stesso, proprio nel momento in cui diversi interventi sono oggetto di indagini e alcuni adolescenti sono rimasti gravemente feriti. La formulazione della frase finisce così per sollevare una domanda che il ministro non pone. Se un intervento nel corso del quale un ragazzo di quattordici anni perde numerosi denti a seguito dell’uso a distanza molto ravvicinata di un lanciagranate, mentre un altro di sedici anni perde definitivamente l’uso di un occhio, può ancora essere definito «molto proporzionato», a partire da quale soglia inizierebbe, secondo il ministro, la sproporzione? A che punto la lesione provocata dalla forza cesserebbe di essere compatibile con l’idea che essa sia stata impiegata in modo misurato? Il problema non sta quindi solo nel fatto che l’affermazione ministeriale possa essere smentita dalle indagini in corso. Risiede piuttosto nel fatto che essa tende a svuotare la proporzionalità della sua funzione critica. Un limite giuridico ha senso solo se può servire a stabilire che la forza è andata troppo oltre. Quando diventa una qualità che il potere attribuisce in modo generalizzato al proprio apparato, rischia di non limitare più la violenza, ma di fornirle il vocabolario per giustificarla. La sera del 2 ottobre, Laurent Nuñez spinge ancora più in là questa logica. Intervistato nel telegiornale delle 20:00 di TF1 sugli studenti feriti e sull’eventuale carattere sproporzionato degli interventi di polizia, afferma che «non vi è alcuna direttiva di moderazione» e che non è stata data alcuna direttiva di non utilizzare l’intero arsenale di armi intermedie a disposizione delle forze di sicurezza interna. Precisa che, quando una situazione viene definita «rivolta» o «violenza urbana», tali armi devono essere impiegate per porvi fine. Nella stessa intervista, tuttavia, invoca nuovamente la «proporzionalità» e la «moderazione», pur indicando che cinque agenti di polizia sono oggetto di un deferimento all’IGPN per azioni la cui proporzionalità dovrà essere valutata dalla giustizia. [3] La contraddizione qui non riguarda più solo la scelta di un aggettivo. La moderazione viene contemporaneamente scartata come direttiva politica e reintrodotta come presunta qualità dell’intervento. La proporzionalità interviene quindi meno come un limite preventivo imposto all’uso della forza che come una qualifica che può essere rivendicata dopo che è stato autorizzato l’uso di tutti i mezzi disponibili. In una mobilitazione in cui la stragrande maggioranza delle persone fermate è minorenne e in cui diversi adolescenti sono già stati gravemente feriti, questa dichiarazione segna un’ulteriore soglia nel modo in cui il potere assume la coercizione. Alcuni incidenti e atti di vandalismo hanno accompagnato certi blocchi stradali. La loro esistenza fa parte della sequenza degli eventi, ma non permette di qualificare retrospettivamente l’intero movimento sulla base di essi, né risolve da sola la questione della violenza. Un’aggressione contro una persona, un atto di vandalismo, la resistenza a un intervento di polizia o la distruzione di un bene non sono atti identici. Raggrupparli in un’unica categoria di «violenza» esime proprio dall’esaminare ciò a cui mirano, ciò che producono e le circostanze in cui avvengono. L’altro fatto rilevante è la portata assunta dagli stessi fermi. Come abbiamo visto, in pochi giorni, nell’ambito del movimento studentesco, sono state fermate più di cinquemila persone, di cui una stragrande maggioranza di minorenni. A prescindere dall’esito giudiziario, questi fermi hanno già prodotto i loro effetti prima ancora che un giudice si pronunciasse. Allontanano immediatamente le persone dal raduno, disorganizzano i gruppi e, quando si tratta di minorenni, fanno entrare la mobilitazione nelle famiglie. A questa scala, l’arresto non è più solo l’anticamera di un eventuale procedimento penale, ma diventa una tecnica di governo del movimento il cui effetto dissuasivo e di disorganizzazione collettiva precede interamente ciò che la giustizia deciderà in seguito. Le immagini riprese da studenti, insegnanti o passanti diventano in queste condizioni parte integrante del conflitto stesso. A Saint-Ouen-l’Aumône, senza il video, l’uso del Cougar rimarrebbe intrappolato in un contrasto di versioni molto più difficile da verificare. I telefoni costituiscono, quasi in tempo reale, un archivio esterno all’istituzione di polizia. Frammentario, incapace di fornire da solo la totalità di un evento, questo archivio possiede tuttavia un potere decisivo perché sottrae all’istituzione che ha esercitato la forza il monopolio della descrizione di ciò che ha fatto. La questione della testimonianza ha inizio qui. Un atto di violenza non occupa lo stesso spazio nell’opinione pubblica a seconda che ne rimanga o meno una traccia e a seconda che la parola di chi lo riferisce sia ritenuta credibile. L’immagine da sola non garantisce la verità, ma può dare peso a una versione che il resoconto della polizia avrebbe altrimenti oscurato e impedire che la prima versione fornita dall’istituzione si imponga come l’unica. Il 1° ottobre segna inoltre un cambiamento nella natura del dispositivo messo in campo. Laurent Nuñez annuncia il ricorso ai CRS e ai gendarmi mobili in nome del «ripristino dell’ordine repubblicano», mentre il ministro della Giustizia riunisce i procuratori generali per definire una risposta penale annunciata come «ferma». Inoltre, diverse centinaia di istituti scolastici dovranno chiudere il giorno successivo. Il conflitto scolastico è ora gestito contemporaneamente dal Ministero dell’Istruzione, dal Ministero dell’Interno e dall’apparato giudiziario. Tale dispiegamento di forze intorno alle scuole superiori rischia tuttavia di oscurare ciò che era presente prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il movimento non è nato dallo scontro con la polizia, ma da istituti in cui gli studenti vivono da anni l’esperienza molto concreta di un servizio pubblico che non mantiene da alcuna parte le proprie promesse. All’inizio dell’anno scolastico 2026, un’indagine dello SNES-FSU condotta su 1.033 istituti pubblici ha stabilito che il 69% aveva iniziato l’anno con un corpo docente o educativo incompleto. [4] In più della metà degli istituti esaminati mancava almeno un insegnante con un posto fisso o per una sostituzione di durata significativa. Le assenze occasionali non sono state prese in considerazione in questo calcolo. [5] Questa carenza di personale è anche il risultato di scelte di bilancio. Per l’inizio dell’anno scolastico 2026 sono stati soppressi 4.018 posti di insegnante, di cui 1.645 nella scuola secondaria, mentre la riforma della formazione iniziale ha portato all’inserimento di quasi ottomila insegnanti tirocinanti nell’organico del ministero e sono stati creati altri posti per gli AESH, gli psicologi e l’assistenza sociale. Il calo demografico è un dato di fatto e avrebbe potuto consentire di alleggerire le classi o di rafforzare la capacità di sostituzione. Ma è stato anche utilizzato per ridurre il numero di posti di insegnante. Ad Aubervilliers e Montreuil, gli studenti intervistati parlano di corsi non rimpiazzati, di locali fatiscenti e di materiale insufficiente. Soprattutto, esprimono la sensazione di prepararsi agli stessi esami degli studenti di istituti meglio dotati, in condizioni che non sono paragonabili. La loro rivendicazione riguarda quindi qualcosa di più profondo di una serie di disfunzioni. Mette in discussione la distribuzione territoriale e sociale delle condizioni stesse in cui l’uguaglianza scolastica dovrebbe diventare realtà. Questa disuguaglianza si riscontra persino negli edifici. Una scuola in cui si lavora al freddo, al caldo o nell’umidità non presenta solo un problema di comfort, poiché queste condizioni incidono direttamente sull’attenzione, sulla stanchezza e sulla possibilità di lavorare. Il liceo Paul-Éluard di Saint-Denis ne offre un chiaro esempio. Dopo anni di richieste e di degrado, è stata avviata una notevole ristrutturazione energetica, senza che i lavori oggi intrapresi possano cancellare il tempo che li ha preceduti, durante il quale le condizioni di studio si sono deteriorate al punto da diventare esse stesse un motivo di mobilitazione. Ciò che queste situazioni mettono in discussione va quindi oltre la qualità del servizio pubblico. Esse toccano uno dei suoi principi di legittimazione più forti: l'uguaglianza delle opportunità. La scuola continua a presentarsi come il luogo in cui le differenze di origine dovrebbero poter essere in parte compensate da una sufficiente uguaglianza delle condizioni di apprendimento. Ma quando gli studenti non hanno a disposizione gli stessi insegnanti o lo stesso numero di ore effettivamente garantite, le pari opportunità smettono di essere solo imperfette e diventano una promessa che l’organizzazione materiale dell’istituzione contraddice. Man mano che le testimonianze circolano da un istituto all’altro, ciò che poteva essere vissuto come sfortuna smette di esserlo. L’insegnante assente in un liceo si aggiunge all’aula diventata inagibile in un altro e situazioni inizialmente percepite come particolari cominciano a entrare in risonanza. Il movimento le mette in relazione e ne fa emergere la geografia, la storia budgetariua e la distribuzione sociale. È qui che il blocco acquista il suo significato politico. Non si limita a impedire l’accesso a un istituto, ma rompe il regime ordinario in cui queste difficoltà possono essere trattate separatamente. Finché la mancanza di un insegnante rimane confinata in una classe, rimane un problema amministrativo. Quando centinaia di istituti smettono di funzionare contemporaneamente, la stessa questione diventa di dominio pubblico, perché il blocco sospende per alcune ore la possibilità di continuare a gestire separatamente ciò che comincia ad essere riconosciuto come una condizione comune. Il contrasto risiede quindi nella rapidità con cui lo Stato interviene a seconda della natura del problema. Un posto vacante può rimanere tale per settimane e un edificio può attendere anni prima di essere ristrutturato, mentre un blocco comporta in poche ore l’intervento delle forze di polizia, la mobilitazione dei pubblici ministeri o la chiusura preventiva di centinaia di istituti. Lo Stato non si dimostra quindi ugualmente disponibile quando si tratta di migliorare le condizioni dell’insegnamento e quando si tratta di interrompere un movimento. Non manca in modo uniforme di mezzi o di potere d’azione, ma distribuisce la propria capacità di intervento a seconda che si tratti di riparare o di contenere. È in questo senso che si può parlare di una disponibilità differenziale dello Stato, in cui la lentezza della risposta sociale e la rapidità della risposta coercitiva appartengono a un unico potere pubblico. Coloro che si mobilitano chiedono quindi più scuola, non meno scuola. Tuttavia, man mano che il movimento si estende, gli incidenti e le violenze assumono nel discorso governativo un peso crescente a scapito delle rivendicazioni stesse. Una crisi che inizialmente riguardava la mancanza di insegnanti, gli edifici e le condizioni di studio viene ora affrontata sempre più con i mezzi del mantenimento dell’ordine. II. Creare il disordine Il cambiamento decisivo non avviene con gli episodi di disordine in sé, ma quando questi iniziano a dare il nome all’intero movimento. Già dal 28 settembre, mentre la mobilitazione era ancora molto più limitata, Laurent Nuñez utilizza la categoria di «violenze urbane». Tre giorni dopo, il governo parla di una «svolta», mentre il ministro dell’Istruzione afferma che il movimento è «preso in ostaggio da gruppuscoli ultraviolenti». Le rivendicazioni scolastiche permangono, ma non determinano più il modo in cui il potere definisce ciò che sta accadendo. [6] Definire il movimento come «violenza urbana» non cambia solo il modo di raccontarlo, poiché tale definizione coinvolge anche altre istituzioni oltre a quelle a cui erano inizialmente rivolte le rivendicazioni scolastiche. La polizia, i servizi di intelligence e la giustizia penale passano in primo piano, mentre lo studente liceale che chiede di un insegnante assente può ora essere considerato come membro di un raduno suscettibile di turbare l’ordine pubblico, e quindi come individuo da controllare o da disperdere. Lo stesso spostamento emerge quando Matignon riporta l’analisi attribuita ai servizi di intelligence, secondo cui l’origine del movimento risiederebbe in una «manovra organizzata da LFI (La France Insoumise, partito francese di sinistra) e dai suoi rappresentanti dell’estrema sinistra». Diversi rappresentanti eletti di LFI hanno effettivamente sostenuto i blocchi, e il fatto che un’organizzazione politica cerchi di amplificare un movimento sociale non ha nulla di eccezionale. Ciò non basta tuttavia a spiegare perché centinaia e poi più di mille istituti scolastici abbiano aderito alla mobilitazione. Le osservazioni sul campo mostrano appelli che circolano sulle reti sociali e studenti delle scuole superiori che respingono essi stessi l’idea di un movimento orchestrato dall’esterno. Considerare l’intervento di un’organizzazione politica come l’«origine» del conflitto sostituisce una causalità esterna alle cause che gli studenti stessi enunciano. I posti vacanti, il degrado degli edifici e l’inquietudine per il futuro cessano così di essere le ragioni del conflitto per diventare gli elementi di un’operazione che si suppone sia stata concepita altrove. La voce politica degli studenti delle scuole superiori viene così sminuita proprio nel momento in cui acquisisce efficacia collettiva. Il termine «presa in ostaggio» compie un’operazione simile, dividendo il movimento tra una gioventù le cui rivendicazioni potrebbero essere riconosciute e gruppi che l’avrebbero “catturata”. I problemi scolastici possono quindi essere ammessi senza che venga pienamente riconosciuto il soggetto collettivo che li porta avanti, poiché la rivendicazione rimane ammissibile fintanto che rientra nelle forme previste del dialogo, mentre la mobilitazione che le conferisce la sua forza diventa il fenomeno dal quale bisognerebbe liberare gli studenti. Una rabbia che aveva un oggetto preciso cambia così progressivamente di status. Riguardava la scuola, i suoi mezzi e la distribuzione ineguale delle sue risorse, ma non appena blocca, comincia ad essere gestita a partire dal disordine che produce piuttosto che compresa a partire da ciò che dice. Si può definire «destituzione poliziesca della collera» quell’operazione mediante la quale una parola conflittuale, senza nemmeno essere stata confutata, cessa di essere ascoltata come un’affermazione politica nel momento in cui diventa materialmente vincolante. È in questa dinamica che si inserisce la polemica intorno a Bally Bagayoko (sindaco LFI di Saint Denis e Pierrefitte). Quando afferma che «la violenza può essere legittima», la sua formula viene immediatamente recepita come se abolisse ogni distinzione tra resistenza, danneggiamento o aggressione contro una persona. Eppure, l’idea che una violenza possa essere legittima non è affatto estranea all’ordine politico. Lo Stato stesso rivendica un uso legittimo della forza; il diritto distingue la violenza autorizzata da quella non autorizzata e riconosce la legittima difesa. La Dichiarazione del 1789 inserisce inoltre la resistenza all’oppressione tra i diritti naturali e imprescrittibili. Questi elementi non conferiscono un’autorizzazione generale alla violenza in un movimento sociale, ma rendono insostenibile l’affermazione secondo cui ogni violenza sarebbe, per definizione e indipendentemente dalle circostanze, illegittima nel momento in cui proviene da chi contesta. La questione verte quindi sulle situazioni, su ciò che viene preso di mira e sul rapporto di proporzionalità tra il mezzo impiegato e ciò a cui esso pretende di rispondere, ma anche su chi detiene il potere di qualificare l’atto. Lo Stato stesso risponde quotidianamente a queste domande quando distingue, per i propri agenti, un uso legittimo o illegittimo della forza. Non può quindi riservare la questione della legittimità alla violenza che esso stesso esercita. Il monopolio istituzionale della coercizione non può trasformarsi in un monopolio sulla definizione di ciò che è legittimo. Il trattamento mediatico riservato a Bally Bagayoko permette di osservare lo stesso problema da un’altra prospettiva. Circolano immagini che lo ritraggono vicino a un bidone della spazzatura in fiamme, alimentando l’accusa secondo cui il sindaco di Saint-Denis sarebbe lui stesso coinvolto nei disordini. L’analisi di una sequenza più lunga mostra invece che stava cercando di allontanare un bidone già in fiamme dalle grate dell’edificio e di limitare i danni. [7] La sua frase sulla violenza legittima ha poi avuto una diffusione molto più ampia rispetto all’argomentazione in cui era inserita. Non occorre alcuna direttiva alle redazioni per spiegare questa riduzione, poiché bastano la routine dell’informazione. Un bidone in fiamme fornisce immediatamente un’immagine, mentre l’assenza prolungata di un insegnante o il deterioramento di un servizio pubblico richiedono tempo per essere accertati e raccontati. Questa disparità di visibilità incide inevitabilmente sul modo in cui il conflitto viene percepito. Chi sostiene la mobilitazione può quindi essere invitato a iniziare con una «condanna delle violenze», come se tale condanna costituisse la condizione preliminare per qualsiasi intervento credibile sul movimento. L’incidente spettacolare finisce così per strutturare la narrazione, mentre la crisi della scuola passa in secondo piano. Il «cane da guardia» non è necessariamente chi mente, ma anche chi mantiene il dibattito all’interno di categorie in cui alcune dimensioni della realtà diventano immediatamente visibili e altre molto meno. L’episodio dell’«acido» rivela un meccanismo simile. L’affermazione secondo cui alcuni manifestanti avrebbero usato l’acido viene ripresa nel dibattito politico prima ancora che siano accertati i fatti a cui si presume si riferisca. Ciò che conta in questo caso non è quindi solo la diffusione di un’informazione incerta, ma la rapidità con cui un’accusa spettacolare può servire a qualificare l’intero movimento. Un atto di violenza attribuito a un partecipante viene facilmente utilizzato per qualificare il movimento nel suo insieme, mentre la violenza della polizia viene più spesso ricondotta all’azione di un singolo agente, la cui responsabilità dovrebbe essere accertata dall’indagine. Il primo gesto tende così a essere generalizzato al gruppo, mentre il secondo rimane un caso isolato. La giornata del 2 ottobre offre un nuovo episodio di questa battaglia per la qualificazione. A Belfort, le prime immagini ampiamente diffuse mostrano un comandante di polizia in borghese gettato a terra e poi colpito ripetutamente da un gruppo di giovani. I colpi, in particolare quelli alla testa, sono di una violenza innegabile. Il poliziotto perde brevemente conoscenza e viene avviata un’indagine per tentato omicidio ai danni di un pubblico ufficiale. Nelle prime ore, è proprio a partire da questa sequenza che viene raccontato l’evento. Il procuratore parla di una «orda selvaggia di giovani» e il ministro dell’Interno di «rivoltosi». Ma un’immagine può arrivare troppo tardi. Nel pomeriggio, altri video pubblicati da L’Est Républicain mostrano ciò che precede immediatamente i colpi. Lo stesso poliziotto, capo dei servizi di intelligence territoriale di Belfort e presente in borghese, ha appena effettuato un fermo particolarmente violento nella Savoureuse, il fiume che costeggia il liceo. La violenza dei colpi che gli saranno poi inflitti rimane inalterata. Queste immagini, tuttavia, cambiano la scena impedendo di presentarla come un episodio isolato e senza contesto. Laddove il primo montaggio faceva iniziare l’evento con l’aggressione al poliziotto, il secondo costringe a risalire a monte e a chiedersi cosa sia successo prima che il gruppo si rivoltasse contro di lui. [8] Nella prima diffusione di queste immagini, ciò che precede i colpi scompare. Quando altri video ricostruiscono quel “prima”, la scena assume un significato diverso senza che la violenza dei colpi scompaia. Contestualizzare non significa né giustificare né scusare, ma rifiutare che sia il punto di partenza del montaggio a determinare da solo la causalità. Questa asimmetria fa parte di quella che potremmo definire una «finzione poliziesca del reale». Non si tratta di ritenere falso ogni racconto istituzionale, ma di constatare che l’istituzione che esercita la forza dispone anche del potere di definire immediatamente la situazione in cui l’ha esercitata. Termini come «mantenimento dell’ordine», «uso intermedio», «proporzionalità», «violenze urbane» o «rifiuto di obbedire» non descrivono quindi mai solo i fatti a posteriori, poiché orientano anche il modo in cui questi saranno inizialmente percepiti e compresi. Il linguaggio amministrativo può così attenuare la concretezza di ciò che è accaduto senza per questo essere necessariamente mendace. Una ferita alla mascella diventa «uso di un’arma intermedia» e una mobilitazione nata da un conflitto scolastico viene progressivamente descritta in termini di «violenze urbane». Questo linguaggio accompagna l’uso della forza contribuendo a farla apparire come una risposta ragionevole a una situazione già definita come minacciosa. Il contrasto diventa più evidente se si osserva, allo stesso tempo, il modo in cui viene trattato il Rassemblement National. Alcune rivelazioni hanno attribuito a Jordan Bardella alcune vecchie dichiarazioni antisemite. Egli ne nega l’autenticità e ha avviato un procedimento contro Mediapart. Queste accuse, come altre polemiche riguardanti i candidati del RN in occasione delle elezioni legislative del 2024, non impediscono al partito di continuare a essere trattato come un normale attore della competizione politica, al quale viene chiesto di rendere conto della propria storia e della propria strategia. I giovani mobilitati attorno alle scuole superiori passano molto più rapidamente a una posizione diversa. Le situazioni non sono giuridicamente equivalenti e il loro confronto non verte su una scala comune di gravità, ma sullo status politico attribuito agli attori. Una forza già insediata nel gioco istituzionale rimane un interlocutore anche nel mezzo di polemiche estremamente gravi, mentre una gioventù che interrompe materialmente il funzionamento dei propri istituti scolastici diventa rapidamente una popolazione di competenza delle forze dell’ordine. Il confine passa anche tra coloro ai quali l’ordine politico ha già riconosciuto un posto e coloro la cui irruzione collettiva sconvolge tale distribuzione. I telefoni sconvolgono questa asimmetria senza eliminare né il montaggio né il fuori campo. Impediscono tuttavia che la descrizione dell’intervento appartenga esclusivamente all’istituzione che lo ha condotto. Il contro-archivio non è quindi solo una riserva di prove, ma un contro-potere sulla descrizione del reale. Riguarda anche la credibilità della testimonianza. I giovani ai quali il discorso pubblico attribuisce una manipolazione esterna o un’appartenenza indifferenziata alle «violenze urbane» producono le proprie immagini e descrivono ciò che vivono. Il conflitto si sposta quindi verso una questione fondamentale: chi può attestare ciò che è accaduto, quale parola deve essere corroborata per essere creduta e quale beneficia di una presunzione di serietà per il solo fatto di provenire da un’istituzione. A questo livello, la qualificazione diventa già una forma di violenza politica quando priva una collera del suo oggetto, un movimento della propria causalità e coloro che protestano di una parte della loro capacità di dire da soli ciò che stanno facendo. La violenza di Stato non inizia quindi necessariamente con il primo colpo. Inizia anche nel modo in cui lo Stato definisce coloro che ha di fronte. Gli studenti che contestano le loro condizioni di studio possono progressivamente essere trattati non tanto come attori di un conflitto scolastico quanto come un problema di ordine pubblico, e questa nuova qualificazione contribuisce poi a rendere la coercizione più facilmente accettabile. III. Una violenza di Stato socialmente distribuita La categoria delle «violenze urbane» non si abbatte su uno spazio sociale indifferenziato. Per una parte dei giovani mobilitati a Saint-Denis, Sevran o Aubervilliers, la polizia non compare per la prima volta in occasione del blocco del liceo. Fa già parte del panorama dei trasporti, delle uscite della metropolitana e dei controlli di strada. Questa differenza è misurabile. L’indagine pubblicata dal Difensore dei diritti nel 2025 stabilisce che i giovani percepiti come neri, arabi o magrebini corrono un rischio quattro volte maggiore di essere sottoposti a controllo rispetto al resto della popolazione, e un rischio dodici volte maggiore di subire un controllo approfondito. Quasi una persona controllata su cinque riferisce inoltre di comportamenti da parte della polizia giudicati inappropriati. [9] Un altro studio dedicato alla «gestione degli indesiderati» documenta pratiche ripetute di controllo, contravvenzioni e allontanamento dagli spazi pubblici rivolte principalmente ad adolescenti e giovani delle classi popolari, spesso provenienti da contesti di immigrazione postcoloniale. La categoria utilizzata merita di essere presa sul serio, poiché queste pratiche non rispondono solo a infrazioni precise. Esse determinano anche, in modo molto concreto, chi può rimanere in un luogo, riunirsi o circolare senza essere regolarmente invitato a giustificare la propria presenza. Questa disuguaglianza di fronte al controllo va oltre una semplice differenza statistica. Significa che alcune presenze sono considerate normali, mentre altre devono dimostrare regolarmente di non rappresentare un pericolo. È a partire da questa asimmetria che riappare, in una forma trasformata, la figura politica del nemico interno. Per nemico interno non si deve ovviamente intendere che un governo abbia ufficialmente designato come tali gli studenti delle scuole superiori o gli abitanti dei quartieri popolari. Il concetto permette piuttosto di descrivere ciò che accade quando una parte della popolazione comincia ad essere percepita non tanto in base ai propri diritti o alle proprie azioni, quanto al pericolo che le viene attribuito, in modo che i suoi spostamenti e i suoi raduni assumano fin dall’inizio un significato preventivo. L’avversario non ha bisogno di aver attaccato lo Stato per rientrare in questa logica, che emerge non appena l’esistenza collettiva di alcuni viene inquadrata nella categoria del pericolo. Lo stesso giovane può così essere considerato uno studente quando è in classe e una presenza sospetta non appena blocca l’ingresso del liceo o si unisce a un gruppo per strada. Questo cambiamento è tanto più rapido in quanto alcuni avevano già avuto a che fare con la polizia prima del movimento, non come manifestanti, ma come abitanti di quartieri popolari. È in questo senso che si può parlare di una «naturalizzazione del sospetto», quando questo non dipende più solo da un atto determinato, ma comincia ad essere associato a un aspetto, a un territorio o al semplice fatto di trovarsi in gruppo, al punto che l’atto successivo potrà sempre essere interpretato come la conferma di una pericolosità già presupposta. Didier Fassin aveva dimostrato, nella sua indagine su una brigata anticrimine della regione parigina [10], quanto una parte dell’attività di polizia in certi quartieri si svolgesse nelle interazioni quotidiane con i giovani, al di là del perseguimento di reati gravi. I controlli, i fermi e le umiliazioni quotidiane rivelavano in quel contesto un potere discrezionale il cui scopo andava oltre la ricerca di un reato specifico. La polizia contribuiva così al mantenimento di un ordine sociale, decidendo anche in che modo alcuni potessero occupare lo spazio. Questo ordine è indissolubilmente sociale e razziale. L’immigrazione proveniente dalle ex colonie si è ampiamente integrata nelle fasce operaie e impiegatizie delle classi popolari francesi. I suoi discendenti sono cresciuti in territori segnati dalla deindustrializzazione, dall’edilizia popolare e dalle discriminazioni. Le categorie di «giovani delle periferie» o di «violenza urbana» hanno sintetizzato per decenni questo rapporto tra territorio, presunta origine e pericolosità. Questa distribuzione razziale della repressione si scontra inoltre con una particolare cultura politica presente in una parte delle forze dell’ordine. I dati elettorali devono essere trattati con cautela, in particolare a causa delle dimensioni limitate dei sottocampioni. Le indagini del CEVIPOF [Centre de recherches politiques de Sciences Po] indicavano tuttavia nel 2024 che il gruppo «poliziotti e militari» si distingueva nettamente dalla media per il proprio voto a favore del RN e dell’estrema destra. Questo risultato non permette né di attribuire un’opinione a ogni singolo agente né di spiegare un colpo o uno sparo con una scheda elettorale, ma obbliga a prendere sul serio le rappresentazioni che potrebbero circolare in un’istituzione detentrice di un potere coercitivo. [11] Diversi casi documentati negli ultimi anni hanno inoltre rivelato scambi razzisti e violenti tra agenti di polizia. La questione non consiste nel trasformare questi casi in un ritratto globale della polizia francese. Un caso individuale non vale come dimostrazione per l’intero corpo. Ma l’istituzione non può nemmeno ridurre sistematicamente queste scene a eccezioni isolate quando coloro che tengono tali discorsi dispongono, nell’esercizio delle loro funzioni, di un potere pubblico su altre persone. Queste rappresentazioni assumono un’altra portata quando si intrecciano con pratiche discriminatorie già documentate da diverse istituzioni. Nel 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Francia in un caso di controllo d’identità discriminatorio, mentre il Difensore dei diritti documenta la sovraesposizione di alcuni giovani ai controlli. [12] La questione assume una dimensione istituzionale quando pregiudizio e potere si incontrano. Un’opinione razzista custodita nella sfera privata rimane un’opinione privata, ma i suoi potenziali effetti cambiano natura quando è espressa da chi può controllare, perquisire o decidere l’uso della forza. Una Repubblica non può aspettare che una telecamera indossabile registri accidentalmente una conversazione per scoprire ciò che circola nei propri servizi. Deve rendere identificabili le pratiche discriminatorie e consentire che vengano segnalate senza che il loro controllo dipenda dall’istituzione in questione. Questo nesso tra rappresentazioni razzializzate e potere discrezionale ha una storia più antica. Gli studi sulla polizia delle popolazioni algerine nelle metropoli hanno mostrato come si fosse costituito un repertorio specifico di sorveglianza, controllo e territorializzazione del sospetto. La decolonizzazione ha profondamente trasformato il diritto e le istituzioni. Non ha necessariamente cancellato tutte le rappresentazioni e tutti i comportamenti elaborati nel corso di quella storia. [13] La situazione postcoloniale non può quindi essere definita come se la colonia fosse immutata. Essa indica piuttosto la trasformazione, all’interno di un ordine giuridico egualitario, di rapporti di cui una parte era stata elaborata nell’impero. Il controllo differenziale non si basa più su uno status coloniale esplicito. Può avvenire attraverso la distribuzione statisticamente diseguale dei controlli, attraverso la territorializzazione della sorveglianza e attraverso il ricorrente inquadramento di determinate popolazioni come più pericolose. Fanon ci aiuta a comprendere quali siano le conseguenze di questa distribuzione nello spazio. Il mondo coloniale non si basava solo su norme diverse, ma anche su una possibilità diseguale di abitare e circolare. Il confronto con la Francia contemporanea non presuppone alcuna identità tra le due situazioni. Invita piuttosto a chiedersi che ne è dell’universalità della cittadinanza quando l’esperienza concreta del potere pubblico rimane fortemente differenziata a seconda del territorio, dell’origine attribuita e della classe sociale. Césaire sposta ulteriormente lo sguardo. La violenza coloniale non trasforma solo coloro che la subiscono. Trasforma una società che impara a tollerare nei confronti di alcune popolazioni ciò che considererebbe intollerabile nei confronti di altre. Il suo imbarbarimento del colonizzatore indica questa assuefazione alla violenza resa possibile dalla designazione preventiva di coloro contro cui essa potrà essere esercitata. [14] Questa assuefazione possiede una dimensione antropologica. Alcune violenze da parte delle forze dell’ordine o certi discorsi razzisti non si limitano a insultare, poiché intaccano lo status stesso di chi ne è destinatario. L’animalizzazione ne costituisce la forma più brutale quando riduce qualcuno al grido, alla ferocia o a un corpo ritenuto incapace di ragionare, e produce quindi non solo un’umiliazione, ma un’operazione di disumanizzazione. La disumanizzazione indica il gesto attraverso il quale chi subisce la violenza viene progressivamente sottratto a una relazione in cui la sua parola, il suo dolore e la sua dignità dovrebbero vincolare chi gli sta di fronte. Rende così più facile rivolgersi a lui in modo diverso, infliggergli ulteriori sofferenze o ritenere che la sua sofferenza richieda meno responsabilità. Tra l’animalizzazione razzista e la categoria amministrativa di «indesiderabile», i gradi sono ovviamente diversi, ma il meccanismo fa emergere una questione comune. Si tratta di sapere chi rimane pienamente riconosciuto come soggetto quando inizia la coercizione, chi rimane un cittadino al quale l’istituzione deve rendere conto e chi comincia ad essere considerato innanzitutto come un corpo da spostare, contenere o neutralizzare. Il vocabolario utilizzato a Belfort il 2 ottobre conferisce a questa operazione una formulazione quasi letterale quando il procuratore descrive gli aggressori del poliziotto come una «orda selvaggia di giovani». L’espressione non si limita più a qualificare atti estremamente violenti, ma sposta coloro che li commettono verso l’immagine di un gruppo animalizzato mosso da una ferocia collettiva. È qui che la figura del nemico interno si ricongiunge a quella della disumanizzazione senza però confondersi con essa. Il nemico conserva spesso un potere politico che all’animalizzato viene invece negato, ma entrambe le operazioni alterano lo status ordinario del cittadino, sia trasformando innanzitutto la sua presenza in una minaccia, sia sminuendo il peso attribuito alla sua parola e alla sua sofferenza. La massiccia presenza di agenti di polizia intorno a un locale popolare va considerata alla luce di questa storia. Un dispiegamento identico intorno a un prestigioso liceo nel centro di Parigi non susciterebbe necessariamente la stessa indifferenza. Alcune popolazioni hanno acquisito una familiarità tale con il controllo che la violenza di questa familiarità cessa essa stessa di costituire un evento, e la disuguaglianza si misura anche in base alla soglia a partire dalla quale la coercizione diventa socialmente accettabile. La violenza di Stato appare quindi come qualcosa di diverso da una somma di illegalità individuali quando un insieme di istituzioni e pratiche espone in modo duraturo alcune fasce della popolazione a un maggiore controllo. La scuola può offrire loro condizioni materiali meno favorevoli e la polizia può controllarli più frequentemente; poi, quando trasformano questa esperienza in un conflitto politico, le forze dell’ordine si trovano di fronte a una popolazione già abituata alla coercizione pubblica. Non è necessario che un’autorità abbia concepito questa sequenza come un programma unico affinché gli effetti di diverse istituzioni convergano sugli stessi territori e sulle stesse persone. È proprio questo che distingue un’analisi strutturale da una narrazione intenzionalista, poiché amministrazioni che perseguono obiettivi diversi possono comunque produrre, in alcune vite, un’esperienza coerente dello Stato. Questa genealogia postcoloniale non basta tuttavia a comprendere ciò che sta accadendo in Francia dal 2018. I Gilet Gialli hanno subito l’uso delle armi LBD [flash-ball], mutilazioni e arresti di massa; i vigili del fuoco sono stati colpiti con gas lacrimogeni e gli oppositori della riforma delle pensioni hanno subito pratiche di polizia la cui proporzionalità è stata messa in discussione dalle istituzioni europee. La coercizione non rimane quindi confinata ai territori in cui era storicamente concentrata. A partire dal movimento dei Gilet Gialli, questa genealogia razziale e postcoloniale è attraversata da un altro movimento. La coercizione continua a colpire in modo sproporzionato le popolazioni che storicamente erano più esposte, ma raggiunge anche gruppi socialmente diversi quando questi acquisiscono a loro volta una reale capacità di interrompere il funzionamento ordinario. Note [1] Il 2 ottobre 2026, il Ministero dell’Interno ha riferito di 1.747 fermi nella giornata, con Laurent Nuñez che ha precisato che l’85% riguardava minori; 735 istituti erano stati coinvolti nella mobilitazione. Il giorno precedente, erano stati coinvolti 1.027 istituti, di cui 222 bloccati, e il ministero aveva annunciato 1.949 fermi. Cfr. Le Monde, «Mobilitazione nelle scuole superiori: di fronte all’“aggravarsi della situazione”, Laurent Nuñez ricorre alle CRS e alla gendarmeria mobile», 1° ottobre 2026, e la cronaca in diretta del 2 ottobre 2026. https://www.lemonde.fr/societe/ article/2026/10/01/mobilizzazione-nelle-scuole-superiori-di-francia-di-fronte-all-aggravarsi-della-situazione-il-ministro-dell-interno-laurent-nunez-ricorre-alle-crs-e-ai-gendarmi-mobili_6786588_3224.html [2] L’IGPN è stata incaricata di indagare sugli interventi avvenuti a Saint-Ouen-l’Aumône, Tours e Sevran. Anche ad Argenteuil le è stata affidata un’indagine in seguito al ferimento all’occhio di uno studente liceale di sedici anni. A Tours, il procuratore della Repubblica ha confermato che Maël, sedicenne, aveva perso l’uso dell’occhio destro e che i referti medico-legali erano compatibili con l’impatto di un proiettile di difesa di tipo LBD. Vedi TF1 Info, 30 settembre 2026 https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/lyceens-blesses-devant-des-etablissements-bloques-la-police-des-polices-saisie-de-trois-enquetes-annonce-laurent-nunez-2467304.html ; Le Parisien, 1° ottobre 2026: https://www.leparisien.fr/val-d-oise-95/il-sest-retourne-et-a-pris-quelque-chose-dans-loeil-un-lyceen-de-16-ans-blesse-lors-du-blocus-des-lycees-a-argenteuil -01-10-2026-2JLRYH3WZVBUNP2OI4RH26LV3I.php; La Dépêche, 3 ottobre 2026 https://www.ladepeche.fr/2026/10/03/blocage-des-lycees-un-adolescent-de-16-ans-a-perdu-lusage-dun-oeil-a-tours-sans-doute-victime-dun-tir-de-lbd-de-la-police -13581736.php [3] Laurent Nuñez, intervista al telegiornale delle 20:00 di TF1, 2 ottobre 2026. Interrogato sugli interventi della polizia che hanno ferito diversi studenti delle scuole superiori, il ministro dell’Interno afferma che «non vi è alcuna direttiva di moderazione» e che non è stata data alcuna direttiva di non utilizzare tutte le armi intermedie disponibili; indica inoltre che cinque agenti di polizia sono stati sottoposti a indagine da parte dell’IGPN. Cfr. Virginie Fauroux, «Blocco delle scuole superiori: “Oltre 5.000 fermi da lunedì”, annuncia Laurent Nuñez su TF1», TF1 Info, 2 ottobre 2026. https://www.tf1info.fr/societe/blocus-des-lycees-plus-de-5-000-interpellations-depuis-lundi-annonce-sur-tf1-laurent-nunez-qui-reconnait-que-la-mobilisation-lyceenne-est-surprenante-par-son-ampleur-2467768.html [4] Indagine SNES-FSU condotta su 1.033 scuole medie e superiori pubbliche: il 69% di esse, all’inizio dell’anno scolastico 2026, disponeva di un corpo docente o educativo incompleto; le assenze occasionali sono state escluse dal campo di applicazione dell’indagine. SNES-FSU, «Inizio dell’anno scolastico 2026, ancora carenza di personale!», 7 settembre 2026. https://www.snes.edu/article/rentree-2026-toujours-la-penurie/; https://www.snes.edu/article/rentree-2026-toujours-la-penurie/ [5] Il progetto di bilancio per il 2026 prevedeva 4.018 tagli di posti di lavoro per insegnanti nella scuola primaria e secondaria pubblica e privata, di cui 1.645 nella scuola secondaria pubblica e privata. Cfr. SNES-FSU, «Bilancio 2026: ancora tagli di posti di lavoro!», 22 ottobre 2025, e «Inizio anno scolastico 2026: mobilitiamoci senza indugio!», 14 febbraio 2026. https://www.snes.edu/article/budget-2026-encore-des-suppressions-demplois/ [6] Questi termini sono stati utilizzati dal governo nel corso dell’intensificarsi del movimento, in particolare durante la riunione di crisi del 1° ottobre. Il Ministero dell’Interno ha allora annunciato il dispiegamento di CRS e gendarmi mobili per il «ripristino dell’ordine repubblicano». Cfr. Le Monde, 1° ottobre 2026 https://www.lemonde.fr/societe/ article/2026/10/01/mobilizzazione-nei-licei-di-fronte-all-aggravarsi-della-situazione-il-ministro-dell-interno-laurent-nunez-ricorre-alle-crs-e-ai-gendarmi-mobili_6786588_3224.html ; Reuters, 1° ottobre 2026 https://www.reuters.com/world/europe/attackers-douse-teacher-petrol-student-protests-rage-across-france-2026-10-01/ [7] Bally Bagayoko aveva dichiarato il 29 settembre che «la violenza, in determinati casi, può essere legittima», aggiungendo immediatamente che «ogni volta che è possibile evitarla, è meglio». Una verifica condotta sulla base di filmati più lunghi ha inoltre stabilito che egli aveva allontanato un bidone della spazzatura già in fiamme dalle grate del liceo e non aveva partecipato al suo incendio. TF1 Info, 29 e 30 settembre 2026. https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/verif-le-maire-bally-bagayoko-a-t-il-mis-le-feu-aux-poubelles-devant-un-lycee-de-saint-denis-2467033.html ; https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/blocages-de-lycees-le-prefet-de-police-saisit-la-justice-contre-bally-bagayoko-pour-provocation-a-commettre-un-delit-2467286.html [8] Il quotidiano L’Est Républicain ha pubblicato il 2 ottobre alcune immagini che mostrano, immediatamente prima del pestaggio del comandante di polizia, un fermo particolarmente violento da lui effettuato nel quartiere della Savoureuse. L’Est Républicain, «Blocco delle scuole superiori: prima del pestaggio di un poliziotto, un fermo nel fiume che solleva interrogativi», 2 ottobre 2026. https://www.estrepublicain.fr/faits-divers-justice/2026/10/02/blocus-des-lycees-avant-le-passage-a-tabac-d-un-policier-une-interpellation-dans-la-riviere-qui-interroge [9] Difensore dei diritti, La fiducia tra polizia e popolazione: gli insegnamenti di un’indagine sulla popolazione generale attraverso la lente dei controlli d’identità e delle denunce presentate, 2025: i giovani uomini percepiti come neri, arabi o magrebini corrono un rischio quattro volte maggiore di essere controllati e dodici volte maggiore di subire un controllo «approfondito». Si veda anche Aline Daillère e Magda Boutros, Multe, allontanamenti, controlli: la gestione degli «indesiderabili» da parte della polizia parigina, studio pubblicato dal Difensore dei diritti il 9 aprile 2025, che documenta una politica di allontanamento che colpisce principalmente giovani uomini in condizioni di precarietà provenienti dall’immigrazione postcoloniale. https://www.defenseurdesdroits.fr/ la-fiducia-polizia-popolazione-gli-insegnamenti-di-un’indagine-sulla-popolazione-generale-attraverso-il-prisma-di ; https://www.defenseurdesdroits.fr/amendes-evictions-controles-une-etude-sur-la-gestion-des-indesirables-par-la-police-850 [10] Didier Fassin, La Force de l’ordre. Une anthropologie de la police des quartiers, Seuil, 2011. [11] Sulle preferenze elettorali di poliziotti e militari, si vedano le indagini elettorali del CEVIPOF e in particolare i lavori di Luc Rouban sulle elezioni europee e legislative del 2024. Sugli scambi razzisti, sessisti o violenti nei gruppi WhatsApp della polizia, si vedano in particolare la sentenza del Consiglio di Stato del 28 dicembre 2023, n. 474289, che conferma la revoca di un agente di polizia per partecipazione a scambi razzisti e discriminatori, nonché l’articolo di Le Monde del 17 febbraio 2024. https://www.sciencespo.fr/cevipof/fr/etudes-enquetes/enquete-electorale-francaise-2023-elections-europeennes-2024; https://www.legifrance.gouv.fr/ceta/id/CETATEXT000048725213; https://www.lemonde.fr/societe/article/2024/02/17/les-boucles-whatsapp-un-phenomene-dont-la-police-tente-de-maitriser-l-usage-intempestif-en-son-sein_6217039_3224.html [12] Corte europea dei diritti dell’uomo, Seydi e altri c. Francia, 26 giugno 2025, ric. n. 35844/17. La Corte ha concluso, per uno dei sei ricorrenti, che vi fosse stata una violazione dell’articolo 14 in combinato disposto con l’articolo 8 a causa del carattere discriminatorio dei controlli subiti; ha respinto tale addebito per gli altri cinque ricorrenti. file :///Users/SylvainGEORGE/Downloads/Arr%C3%AAt%20Seydi%20e%20altri%20c.% 20France%20-%20all%C3%A9gations%20de%20discriminations%20lors%20de%20contr%C3%B4les%20d%E2%80%99identit%C3%A9.pdf ; https://www.defenseurdesdroits.fr/controles-didentite-discriminatoires-la-france-condamnee-par-la-cedh-904 [13] Emmanuel Blanchard, La Police parisienne et les Algériens, 1944-1962, Nouveau Monde, 2011. Sulla creazione di specifici dispositivi di sorveglianza delle popolazioni algerine in Francia metropolitana e sulla continuità di alcuni registri di polizia, si veda anche Emmanuel Blanchard, «La polizia e le “medine algerine” in Francia metropolitana», Métropolitiques, 8 febbraio 2012. https://metropolitics.org/La-police-et-les-medinas.html ; [14] Frantz Fanon, I dannati della terra, Maspero, 1961, in particolare il capitolo «Sulla violenza», sulla spazializzazione e la compartimentazione del mondo coloniale; Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, Présence africaine, 1955, in cui la colonizzazione viene descritta come un processo volto a «decivilizzare il colonizzatore» e a provocare un «rimpastrozimento» dell’Europa. https://clg-leodate-volmar.eta.ac-guyane.fr/IMG/pdf/discours-sur-le-colonialisme-1955-aimc3a9-cc3a9saire.pdf

  • il secondo senso

    C'eravamo tanto armati Sul gioco serio dell'Intelligenza artificiale / 1 David Artur Brown Antefatto: un autunno particolare. L’aggressione di una maestra a Centocelle, la Super Intelligenza, la manovra di Anthropic Venerdì 18 settembre uno studente di 13 anni si reca a scuola, la media Giovanni Verga di Centocelle a Roma, come quasi ogni mattina. Entra in classe regolarmente alla prima ora, tira fuori uno spray urticante con cui acceca la sua professoressa di italiano e poi la accoltella, senza ucciderla, grazie all’intervento di un altro studente tredicenne originario del Congo che evita il peggio. Lo studente aggressore, mentre è impegnato nell’azione, tenta di filmare le sue imprese in diretta sul canale Telegram internazionale True crime community di cui fa parte, dove spesso, si scoprirà, scambia messaggi in inglese con suprematisti bianchi più grandi di lui che mitizzano le stragi nelle scuole e invitano alla radicalizzazione e all’azione. Diversamente da come funzionano gli Incel (dall’inglese involuntary celibate) membri della Manosfera, nonostante anche in questi canali Telegram la maggior parte degli iscritti siano uomini eterosessuali bianchi e giovani, l’Intelligenza Artificiale non viene impiegata attivamente come strumento per alimentare l’ideologia misogina (se sono solo è colpa delle donne) e i deepfake, o come surrogato relazionale per far fronte all’isolamento – l’IA in questo caso della True crime community non ha dunque un uso nativo di tipo ideologico, che si alimenta di dinamiche di gruppo – ma viene comunque impiegata da Telegram nella forma di sistemi di moderazione basati sull’IA per cercare di arginare la diffusione di contenuti illeciti, gruppi violenti e apologia di reati, sebbene con risultati spesso, evidentemente, molto limitati. La sicurezza è, come vedremo, nelle sue varie vesti (dalla gestione del rischio delle nuove tecnologie, alla sicurezza finanziaria, al dilemma etico), il tema principale per le politiche sull’Intelligenza Artificiale oggi. Giovedì 24 settembre XI Jinping e Trump, oscurando tatticamente i riflettori che, nella vicina New York, sono tutti puntati sui lavori per l’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (a cui il presidente cinese non partecipa), si incontrano presso la Casa bianca, a Washington DC. La durata dell’incontro a porte chiuse si prolunga più del previsto e, si saprà subito dopo, il nodo da sciogliere che inchioda i due leader al tavolo è proprio quello dell’Intelligenza Artificiale. L’IA lanciata sul mercato internazionale dalla Cina con i modelli DeepSeek, è open weight – cioè rilascia liberamente i «pesi» dei modelli consentendo a sviluppatori e ricercatori di scaricarli, usarli e modificarli – è più efficiente e ha una spesa computazionale minima rispetto ai colossi occidentali finanziati da esorbitanti investimenti, soprattutto americani (OpenAI, Google, Anthropic, ecc). Questo per Trump è un chiaro ostacolo economico e geopolitico nella corsa alla Super Intelligenza, come l’ha di recente ribattezzata per non depotenziarla, in quanto per lui il fatto che fosse definita «Artificiale» la sminuiva e ne svalutava il potenziale di mercato. I due presidenti si sono dati una prima annusata a riguardo, addirittura vis a vis (perché la faccenda è seria!) per decretare qualora siano possibili accordi comuni di non belligeranza tra la regolamentazione statale dell’IA (posizione di XI) e lo sviluppo dei modelli illimitato senza freni – l’autoregolamentazione delle Big Tech (posizione di Trump), per quello che si profila essere il principale gioco di potere e il principale conflitto del prossimo futuro. La necessità che spinge all’accordo posizioni altrimenti inconciliabili, è quella di cooperare sulla sicurezza globale senza però rinunciare alla corsa alla leadership tecnologica. Lo strumento decretato per fare ciò, per il momento, è una «hotline» diretta tra i due paesi dedicata specificamente alla gestione e al disinnesco di potenziali incidenti gravi legati all’uso dell’Intelligenza Artificiale. Martedì 29 settembre il presidente cinese è ormai ripartito e Donald Trump convoca alla Casa Bianca i vertici delle principali aziende tecnologiche occidentali tra cui: Dario Amodei (Anthropic), Jensen Huang (Nvidia), Mark Zuckerberg (Meta), Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google), Greg Brockman (OpenAI) ed Elon Musk (xAI Corp). L’incontro, promosso dal repubblicano Mike Johnson, serve a definire e suggellare la posizione suprematista USA a livello internazionale nel grande salto in avanti della tecnologia promesso dai nuovi modelli di IA. Per il presidente USA serve fare fronte comune per veicolare il messaggio che l’IA non è rischiosa, anzi, va pubblicamente accolta e normalizzata, per non frenarne il progresso. Ma i CEO dei colossi tecnologici sono divisi sull’argomento: c’è chi sta con il presidente e chi freme per aumentare la regolamentazione allo sviluppo e all’utilizzo dei modelli, paventando il rischio etico e reale della perdita del controllo degli strumenti e il possibile scatto di autonomia della macchina, in perfetto stile catastrofico post-apocalittico. In particolare l’italiano Amodei, di Anthropic, cavalca pubblicamente quest’ultima onda, accusato dagli altri di farlo non per dilemmi etici, bensì per strategie finanziarie volte a creare più sicurezza intorno alla narrativa dell’IA per preparare il terreno al proprio lancio, si dice a ottobre, dentro Wall Street e quotarsi in borsa alla cifra record che potrebbe superare i 2000 miliardi di dollari, forte del successo dei suoi modelli Claude. Ce n’est pas une intelligenza All’inizio, per scrivere questo articolo, sono ricorsa all’Intelligenza Artificiale (che per comodità chiamerò solo IA, all’italiana, da qui in poi). L’ho fatto per addentrarmi nella materia, pensando che nell’utilizzo dello strumento, nelle sue forme elementari «aperte» a noi non addetti ai lavori (Gemini di Google e ChatGPT di Open AI), potessi catturare più sfumature del dibattito internazionale che tanto confonde. Il dibattito, appunto, spazia vertiginosamente tra politiche pubbliche, matematica, linguistica, cognitive computing, antropologia, psicanalisi, geopolitica e science fiction. Il risultato della prima bozza di questo testo, così prodotta «aiutandomi» con l’IA, era un disastro, ma non sapevo spiegarmi il perché; nel senso che c’era qualcosa di complessivamente straniante nel testo, cacofonico e che sembrava quasi «scorretto» in italiano anche se, a ben vedere, non c’era nessun errore grammaticale, lessicale o di punteggiatura. Nell’insieme però non scorreva, nonostante i miei continui interventi che richiedevano al bot la modifica dello stile, delle intenzioni, del contesto e della finalità di utilizzo. E non era solo una questione, diciamo, profonda, legata al fatto che il testo prodotto non mi corrispondesse del tutto e non lo sentissi mio, ma anche che proprio non sembrava funzionare la sua sonorità, come se leggendolo ad alta voce non fosse armonioso e risultasse avvitato (non mi viene in mente un aggettivo migliore). Grazie a questo esperimento elementare però, sono riuscita a dischiudere un primo livello di complessità del fenomeno: ho capito che l’IA è innanzitutto un modello linguistico [1]. Ma non è (ancora) un linguaggio. Un modello linguistico è un sistema, è un’architettura, può essere quindi programmato e costruito (e governato?) ma non è una proprietà cognitiva. Il linguaggio è, invece, una facoltà cognitiva propria dell’essere umano. Quindi l’odierna dialettica dell’IA, che riguarda cos’è umano e cosa gli può somigliare, se la macchina può sostituirsi completamente all’umano e alle sue facoltà o meno, gira concretamente intorno alla questione: l’IA potrà produrre un linguaggio autonomo, quindi smettere di essere uno strumento e autodeterminarsi con «volontà propria» indipendente dall’umano? Il punto è che questi sono, innanzitutto, quesiti mistificatori e domande mal poste. Infatti una tale dialettica della sostituzione (che fa da contraltare all’altra narrativa della sostituzione tipicamente fascista, di segno opposto, ovvero quella della sostituzione etnica dei bianchi da parte degli immigrati), è una dialettica depoliticizzante, che non vuole l’impegno nell’analisi etica del fenomeno e men che meno nelle sue implicazioni materiali e di classe. Similmente a come fu agli inizi per il dibattito sul global warming, che situava le cause del cambiamento climatico in una generica umanità marcia e colpevole, raccolta dentro la formula Antropocene, senza differenziazioni di responsabilità al suo interno tra chi veramente ha accelerato il processo di decadimento della geosfera con l’industrializzazione e chi l’ha solo subito... ecco, proprio così, in questi giorni, si parla di IA: cioè neutralizzando i dilemmi etici e i conflitti sociali che ovviamente potrebbero scaturirne e costruendo il discorso sulla generica inevitabile evoluzione della tecnologia, rendendo invisibili le responsabilità dei soggetti che la vogliono, la finanziano e la usano realmente. Perciò sembra, a oggi, che i problemi siano limitati alla regolamentazione a livello governativo (vedi l’incontro bilaterale tra XI Jinping e Trump) quando, in realtà, questa è un’ulteriore rapida corsa ad accaparrarsi nuovi profitti giganteschi per pochissimissimi. Quindi la giusta domanda ora è, a chi serve l’IA? Le risorse fossili estratte dalla terra, il carbone in primis, tra guerre e climate change non renderanno più profitti come una volta, tocca perciò trovare nuovi sistemi di accumulazione altrettanto profittevoli. Succede però, amaramente, che il consumo dell’infrastruttura intangibile dell’IA stia riattivando e prolungando, tra le altre cose, proprio la vita delle centrali a carbone, per soddisfare la sua domanda vorace di elettricità. Non solo, tornando a quanto detto sopra, addestrare un modello linguistico (LLM) [2] sfruttando reti elettriche alimentate a combustibili fossili, emette oltre 500 tonnellate metriche di CO₂ per singolo ciclo di training (è un’enormità), che ovviamente non risolve, anzi aggrava, la scarsità delle fonti energetiche «classiche» e, cosa ben peggiore, accelera il disastro ecologico. Penso perciò che il dibattito sul cambiamento climatico sia un ottimo punto di partenza per parlare, a livello materiale, di cosa fa l’IA. Perché in un gioco degli specchi distorto, costituisce esattamente l’altra faccia della medaglia di questo dibattito. E se ne parla, a livello narrativo di massa, con dinamiche simili. To be continued... Spiegherò meglio nella seconda parte (che uscirà prossimamente) il titolo di questo articolo e le implicazioni etiche complesse del dibattito odierno sull’IA. Per ora basti dire, che se l’utilizzo di questo strumento (forse la sua distruzione?) non verrà appropriato dalla gente comune ma resterà, come è ora, nelle mani sporche di chi ne stabilisce la proprietà e le finalità, ci aspetta una schiavitù dolorosa (non dalla macchina ma dal potere che la gestisce, che è tutto umano). Note 1) A onor del vero non si può dire che l’intelligenza artificiale sia un modello linguistico, poiché il modello linguistico è solo un tipo specifico di intelligenza artificiale. L’IA è una disciplina informatica molto vasta che studia come creare sistemi in grado di imitare le capacità umane, come il ragionamento, la guida autonoma, la visione artificiale o il calcolo matematico. Ciò che mi importa qui, è che il modello linguistico sia, tra tutti gli utilizzi dell’IA, quello più diffuso tra noi comuni mortali che facciamo un utilizzo dell’AI molto limitato e ristretto rispetto, ad esempio, al settore bellico, che ne sfrutta maggiormente il potenziale. In sintesi i grandi modelli linguistici (o LLM) sono i sistemi di intelligenza artificiale più utilizzati in modo consapevole e diretto dalla gente comune nella vita di tutti i giorni (su quelli inconsapevoli e indiretti si aprirebbe una parentesi troppo grande, materia per altri articoli). 2) L’IA, a cui mi sono rivolta per scrivere questa nota, definisce un modello linguistico come un sistema di intelligenza artificiale progettato per comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano. Funziona principalmente attraverso: la previsione statistica (il modello analizza un testo e calcola la probabilità statistica della parola o del frammento successivo – token – basandosi sui dati su cui è stato addestrato); attraverso reti neurali e Transformer (i modelli di ultima generazione, detti Modelli linguistici di grandi dimensioni – LLM appunto – utilizzano architetture avanzate di deep learning chiamate Transformer per riconoscere le relazioni complesse tra le parole all’interno di un contesto), e la generatività passo-passo (il sistema non pensa come un essere umano, ma produce testo una parola alla volta, scegliendo quella più coerente con il contesto ricevuto). Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

  • clan milieu

    L’altro, di Charles Rohmer Pubblichiamo lo stralcio della Postfazione di Alberto Burgio al libro di Charles Rohmer L’altro, collana «la corda pazza» di Milieu edizioni, in questi giorni in libreria. L'altro vide la luce nella «collection Blanche» di Gallimard l’8 settembre del 1951, e non fu mai riedito. Einaudi lo pubblicò quattro anni dopo nei «Gettoni» di Vittorini, e anche l’edizione italiana non ebbe repliche. Capita: non tutti i libri possono trasformarsi in casi letterari. Eppure il silenzio che ha accompagnato L’autre ci sorprende, se diamo il giusto peso a quanto ne scrisse un lettore attento ed esigente come Leonardo Sciascia. Rohmer era stato tra i primi a comprendere che gli aguzzini nazisti erano «buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali»: in una parola, degli scrupolosi «burocrati del Male». «Quanto di più terribile ci sia rimasto nella memoria e nella coscienza di tutta la letteratura sugli orrori nazisti pubblicata dal 1945 in poi». Così Leonardo Sciascia scrisse di questo libro di Charles Rohmer, capolavoro dimenticato della letteratura concentrazionaria. Un mondo comicamente tragico Il libro si apre con l’arrivo del protagonista («l’homme», del quale mai conosceremo il nome) alla villa del Comandante di un Lager nazista. È «storpio», menomato o ferito a una gamba che lo costringe a zoppicare. Il dolore si fa lancinante nei momenti di tensione e paura, quando più angosciante si manifesta il divario tra lui, prigioniero e schiavo, e i suoi onnipotenti padroni. Ovviamente lui si sforza di dissimularlo, camminando con passo fermo, nonostante spasmi e fitte; d’altra parte, la ferita è una fortuna perché lo salva dal lavoro forzato in cui sono impiegati gli altri deportati (da uno come lui, sciancato e inabile, «non si ricava più granché»). Internato da oltre un anno, l’uomo sarà tutto il giorno a disposizione della moglie del Comandante, che ne potrà disporre a piacere, e di fatto agli ordini di Julia, la servante: dovrà pulire e spolverare («Bisogna pulire e far brillare tutto»); lucidare scarpe e stivali; scaricare sacchi di carbone e badare alle stufe; tenere in buon ordine la legna in cantina; caricare su una camionetta le casse degli indumenti dei deportati. Alla sera un camion lo riporterà nella baracca del campo in cui alloggia con i compagni di prigionia, come lui francesi, come lui giunti al campo come «blocchi scheletriti di carni irrigidite». E come lui destinati al massacro. L’uomo è l’«altro»: un oggetto insignificante, uno strumento di cui ci si accorge a malapena. A sprazzi ricorda la vita di prima: sogna, tra incubi e allucinazioni. Ascolta ma non parla, neppure coi compagni. E a suo modo comprende quanto gli accade intorno. Soprattutto osserva – e consente, a noi che lo seguiamo, di osservare, con il suo stesso sguardo estraniato – una realtà assurda e oscena, e tanto incredibilmente normale da sembrare una scenografia, la rappresentazione di una commedia dell’assurdo che decide della sua sorte e di quella non meno atroce degli altri deportati. Così due vicende si intrecciano, o meglio: due piani della narrazione, il primo dei quali, per così dire “esterno”, concerne la condizione dei prigionieri. E qui ci sono date informazioni tutt’altro che banali. Apprendiamo ben presto che il Lager ha un «Servizio centrale» che custodisce migliaia di schede di detenuti, coi loro «nomi davvero strampalati». Scritte in bella grafia, di colori, sfumature e formati diversi, sono conservate con cura, classificate «con competenza e amore» per la Storia, per l’eternità. Il vice del Comandante veglia su di esse con lo zelo di un bibliotecario, consapevole che una pratica è più importante di un uomo, essendo l’unica cosa che ne rimarrà. Nel campo opera un medico, incaricato delle «selezioni»: del che si lagna perché il lavoro è monotono, banale: una perdita di tempo per la quale basterebbe un veterinario. Poco distante dal campo di lavoro (una «piacevole passeggiata» sul camion) vi è un «Centro» di sterminio, sulla struttura e l’organizzazione del quale riceviamo, disperse tra le pieghe del racconto, informazioni dettagliate. Il «Centro» ha un reparto di contabilità, ove si aggiornano statistiche e percentuali. Vi si catalogano i beni sottratti ai deportati («beni dello Stato, della collettività, del popolo») e se ne stima attentamente il valore. Orologi, gioielli e denti d’oro (una vera «trovata»): nulla sfugge. Soprattutto dispone di forni crematori (il «Centro di fusione») e di un esperto fuochista, che ha ogni giorno sin troppo da fare. Diligente, «Lucifero» procura che tutto il «materiale» se ne voli al più presto via col vento. Anche l’autista incaricato di recapitare il «materiale» al «Centro» è soddisfatto: uomini e indumenti pesano poco, il solo inconveniente è una stradaccia scivolosa e piena di curve. Insomma, il «Centro» è un’«impresa grande e redditizia» in cui il personale scarseggia, dato che ogni giorno arriva, sovrabbondante, altra «materia prima». Lo guida un Direttore zelante e appassionato («è sempre felice quando gli si parla di nuovi arrivi»), esasperato dalla lungaggine delle procedure. Il suo compito è ridurre i tempi morti, «razionalizzare»; il suo fine, arraffare le ricchezze dei deportati che sarebbe «criminale» disperdere: come dice il Comandante, «è questione di onestà», «d’onore» e «di rigore». Finché, improvvisamente, la situazione non precipita, travolgendo il destino dell’uomo. Capita che un suo compagno, non rassegnato alla passività («Ci sono comunque cose che dipendono da noi. Lo si vedrà»), tenti di uccidere il Comandante. Si impossessa di una pistola, gli spara, lo ferisce di striscio. È individuato e torturato a morte: ridotto a un pupazzo di segatura, la faccia tumefatta trasformata in una maschera di sangue. Ma inevitabilmente l’attentato coinvolge anche altri prigionieri e, tra questi, l’uomo, sospettato di complicità. A un tratto questi scopre di non essere più invisibile. I padroni si accorgono della sua presenza, della sua esistenza, e naturalmente ne diffidano. Ora l’uomo è al centro dei loro pensieri, un personaggio in vista, tanto che la sua stessa ombra lo atterrisce. Gli ufficiali del Lager studiano il suo fascicolo, lo esaminano con cura come avide talpe, come furetti curiosi. I loro occhi brillano di malizia: il suo è un caso semplicissimo, banale. Nulla osta al suo «trasferimento» e alla rapida archiviazione della pratica. Finalmente l’uomo è condotto al «Centro», dove dal camion scorge «un massiccio edificio sormontato da una ciminiera». Questo dunque lo sfondo “esterno” della trama in cui l’uomo resta fatalmente invischiato. Ma scorre, dentro questa narrazione, anche un altro racconto, che si incentra sul dialogo interiore dell’uomo e riflette le sorprendenti virtù del suo sguardo. Certo l’uomo è tragicamente coinvolto nella vicenda che decide la sua fine, ma ne è al tempo stesso estraneo, il che gli permette di penetrare nel cuore stesso della realtà e di scoprirne l’essenza nascosta. Qui il romanzo di Rohmer assume effettivamente un valore paradigmatico, una dimensione universale. E offre un commento alla vicenda complessiva dell’orrore nazista poiché nella villa di quel Comandante si rivela la sconvolgente verità di un crimine totale, il suo mistero assurdo. Quel che l’uomo vede è la irrealtà di una situazione in apparenza intangibile e immutabile. Se nella villa sembrava non accadere nulla (non potere accadere mai nulla); se il Comandante e i suoi sodali apparivano sempre uguali a sé stessi, immutabili nella loro onnipotenza, è perché la loro «realtà» era un simulacro, una scena teatrale in cui la tragedia si mescolava alla farsa. I nazisti – nella storia e nella realtà, come nel libro – erano soltanto personaggi di uno scenario miserabile: di un mondo comicamente tragico e privo di senso; quindi di una narrazione che ricorda da vicino il teatro beckettiano dell’assurdo. È questo il terribile segreto che scopre e racconta l’uomo. Il quale svolge ne L’autre il ruolo che l’altro libro di Rohmer – un saggio filosofico pervaso da un opprimente sentimento di morte – affida al Veilleur: a «colui che osserva» e che, «indifferente e lontano», «nega il mondo» poiché ne percepisce la sinistra, para- dossale verità. Così tutta la storia dello sterminio nazista – tutta, non soltanto le vicende che coinvolgono personalmente l’uomo e lo travolgono – si rivela per quel che è: una recita atroce e oscena, nella quale ci si scambiano parole inconsistenti. Invano l’uomo si domanda se quanto gli accade sia reale: in verità «niente significa più niente» e non c’è da scoprire proprio nessuna realtà. Finché, come sappiamo, lo scenario non si sfalda da ogni lato. Scrisse Vittorini che Rohmer offre «una dimostrazione per assurdo» di un orrore in cui la normalità dà la misura dell’aberrazione, e Sciascia aggiunse che a far «tremare» sono proprio la «delicata» sensibilità e la grottesca moralità degli «aguzzini» che Rohmer mette in scena. Difatti dove si origina l’assurdo che l’uomo scopre e che sempre di nuovo rischia di scatenare la sua bizzarra ilarità? Scaturisce precisamente dai buoni sentimenti dei carnefici e dei loro cari, dalla loro ostentata sensibilità e tenerezza, dalla loro salda religiosità che non si manifesta soltanto in occasione del travaglio della piccola Hilda malata («Dio non ci abbandonerà, vede la nostra pena. Siamo suoi figli e lo preghiamo») ma anche, paradossalmente, in occasione degli interrogatori dei deportati destinati al macello. Sotto gli occhi del lettore si verifica un contrasto che non ha nulla di scontato né di meccanico e che – così ci pare – giunge al culmine proprio nella figura, emblematica e tragica, di Hilda. La quale, sola, si rivolge all’uomo gentilmente – poiché non scorge in lui lo schiavo, un oggetto privo di valore, bensì un essere umano – ma poi si addormenta felice («scoppiò in un’allegra risata») nell’apprendere che l’attentatore sarà spietatamente torturato e poi decapitato. Alberto Burgio, storico della filosofia, ha dedicato importanti studi al pensiero politico moderno e contemporaneo e alla critica delle ideologie razziste

  • nuovi movimenti

    Lotte di Spagna Contropotere e lotta alla rendita Gustavo Vega Siamo riusciti a trasformare lo sfratto di Maricarmen in un’esplosione di protesta nelle strade che ha cambiato il dibattito pubblico nel Paese. Da “il problema sono gli invasori” a “il problema sono gli investitori”. Questo testo è stato scritto da militanti del Sindicat de Inquilinas di Madrid, del Sindicat de Llogateres di Catalogna e della Confederazione dei Sindacati delle Inquiline. Il nostro obiettivo con questo testo non è contribuire a un dibattito o replicare a qualcosa. Intendiamo spiegare e rendere conto del quadro di riferimento con cui stiamo lavorando. E, sebbene ora non sia il momento di fare un bilancio, speriamo che queste righe servano anche per gli insegnamenti collettivi e i bilanci critici che dovranno seguire. Siamo riusciti a trasformare lo sfratto di Maricarmen in un’esplosione di protesta nelle strade che ha cambiato il dibattito pubblico nel Paese. Da «il problema sono gli invasori» a «il problema sono gli investitori». A nostro avviso, questa esplosione di protesta nasce dalle condizioni materiali in cui versano moltissime persone, ma anche dalla solidarietà e dalla presa di coscienza suscitate dalle circostanze di questo caso. Ma c’è sicuramente qualcosa di più. C’è una rivolta rapida e feroce causata dalla rabbia accumulata per oltre un mese e mezzo a causa dell’inerzia della sinistra istituzionale e dell’offensiva reazionaria, razzista e protofascista della destra di fronte agli eventi di Ceuta. Inoltre, tutto questo è accaduto nella Madrid governata da Ayuso. Una presidente prepotente e altezzosa, coinvolta in scandali personali legati ad abitazioni di lusso, che rappresenta chiaramente l’altra faccia della medaglia di Maricarmen. Infine, c’è la rabbia accumulata dopo almeno 18 anni di crisi abitativa e otto anni di inazione del governo progressista. La risposta massiccia a questa esplosione è legata a questi fattori. Pura battaglia di idee. Battaglia, quindi, di posizioni. Continuare a incidere su questa dimensione è prioritario. Questo è un contrattacco. Una sfida alla rendita e al governo Ma la nostra proposta non si fermerà alla battaglia di idee.L’approccio è stato ed è quello di trasformare questa rivolta in una sfida alla rendita (in particolare alla società proprietaria, Urbagesa), al governo regionale e al governo centrale. I primi devono pagare la loro audacia con una sconfitta. I secondi devono cadere. E i terzi vanno piegati per costringerli ad ascoltare la piazza. In questo senso è stato elaborato un piano affinché la rivolta abbia degli obiettivi concreti. È impossibile organizzarsi e lottare collettivamente senza un piano più o meno chiaro a medio termine. Non bisogna aspettare di dissolversi quando le energie si esauriranno. L’assalto è adesso. Ma vogliamo anche che questa rivolta rimanga incerta. Se la sua forza deriva da ragioni che vanno oltre la questione abitativa – anche se non saremo certo noi a negarne ora la centralità –, è nostra responsabilità non precludere questa opportunità. Allora, in cosa consiste il piano? Contropotere: conciliare riforma e contestazione Stiamo creando un contropotere. Governare senza presentarci alle elezioni. Sembra pretenzioso, ma a volte bisogna provare a metterlo in pratica, non solo a teorizzarlo.Noi dei Sindacati delle Inquiline conduciamo i conflitti integrando in essi richieste di riforma immediata. Fanno parte del nostro quadro di lotta sindacale. Le vittorie, anche quelle parziali e contraddittorie, educano alla lotta e generano organizzazione. Lo difendiamo nei conflitti contro i proprietari privati e lo difendiamo nell’azione istituzionale. Un po’ di contesto istituzionale senza perderci nella letteratura. Il governo ha deciso di accantonare, per mancanza di appoggi parlamentari garantiti, un decreto reale. Questo decreto conteneva misure positive. Alcune erano riforme interessanti – come la legge anti-frodi redatta da noi, che include, tra le altre misure, la regolamentazione dei contratti di affitto per camere e stagionali –. Conteneva anche misure palliative – misure temporanee –. Infine, includeva misure a favore degli speculatori, principalmente la riforma della Legge sul Terreno. Pertanto, noi volevamo che questo decreto venisse approvato. Tuttavia, non eravamo disposte ad accettare una riforma della Legge sul Terreno. Ma la risposta è stata più forte del previsto. Ce ne siamo rese conto subito, dopo la manifestazione tenutasi lo stesso giorno dello sfratto a Madrid e in più di una decina di altre città. Chiaramente il decreto reale di luglio non era più adeguato alla situazione. E abbiamo deciso di esigere il «decreto Maricarmen».Abbiamo sostenuto che la rivolta di Maricarmen serva a combattere la battaglia delle idee e che miri a ottenere una vittoria concreta (che sarà sempre parziale), ma che possa essere qualcosa di più. Il «decreto Maricarmen» viene elaborato raccogliendo e migliorando le riforme interessanti su cui si era già lavorato e le modifiche accettabili del precedente decreto reale. E se ne aggiungono altre due: i) i contratti a tempo indeterminato / il rinnovo automatico dei contratti; ii) il congelamento dei canoni di locazione. Il decreto viene redatto e portato alla riunione con il Ministero dell’Edilizia abitativa. Perché queste rivendicazioni e non tutto il nostro programma in un colpo solo? Bilancio dei rapporti di forza per una battaglia immediata. Per combattere una battaglia seria, non si tratta di enunciare un programma completo. Pertanto, il piano prevede di combattere per queste riforme. A tal fine, occorre mobilitare tutte le forze di piazza, di pressione mediatica e di pressione istituzionale (sia all’interno che all’esterno del governo) per provocare una crisi istituzionale. Fino all’ultimo minuto. Che la riforma sia il più avanzata possibile. Finora abbiamo sostenuto che la rivolta di Maricarmen serva a combattere la battaglia delle idee e che miri a ottenere una vittoria concreta (che sarà sempre parziale). Che diventi qualcosa di più dipende da due fattori. Un programma ancora più ambizioso in materia di alloggi. E anche che la forza della rivolta trovi eco al di là del problema degli alloggi. In parte ciò ha a che fare con il collegarsi alla frustrazione diffusa di chi non vuole rassegnarsi all’avanzata dei barbari. Ma occorre qualcosa di più solido. Deve riunire il resto delle lotte sociali e far emergere la causa comune. La confluenza delle lotte. L’irruzione e la frenesia dell’immaginazione illimitata al servizio dell’affermazione della classe. La classe, quel soggetto plurale che rappresenta molte realtà diverse su un unico percorso. Nella tabella di marcia dei Sindacati delle Inquiline c’è l’organizzazione e la convocazione di uno sciopero generale per il diritto alla casa e contro il caro vita. Un’iniziativa per lottare per un programma più ambizioso (e non necessariamente molto lungo) che metta in luce il conflitto sociale di cui abbiamo bisogno: sopra contro sotto, ricchi contro poveri, oligarchia contro popolo, borghesia contro proletariato. Che ciascuno lo chiami come meglio crede, senza voler eludere i dibattiti teorici. Per uno sciopero generale occorre stringere un’alleanza con il sindacalismo dei lavoratori. Ma un’alleanza consapevole degli attuali limiti del sindacalismo dei lavoratori come agente di trasformazione. Riconoscere l’importanza di rinnovare l’intero sindacalismo per renderlo una vera alternativa di organizzazione sociale, al di là di quella partitico-elettorale che solitamente domina la vita della nostra società. La sfida di dare dignità al sindacalismo, presentandolo come un attore onesto nella lotta per la vita della maggioranza lavoratrice. E soprattutto, capace di ampliare lo spettro del possibile e di mobilitare tutti i settori che rimangono al di fuori del quadro abituale del sindacalismo e delle sue mobilitazioni. In poche parole, che lo scoppio di questa mobilitazione contribuisca a costruire il potere popolare, a rivitalizzare, ampliare, trasformare, unire il movimento operaio e a renderlo di massa. Non sacrificare alcuna possibilità di crescere in termini di organizzazione ed esperienza politica per una battaglia a breve termine. Al contrario, cercare di mantenere aperto il momento per dare tempo sufficiente ad altre lotte sociali di entrare in scena. Uno sguardo a lungo termine per le sfide di fondo. A questa concezione della lotta in generale, così come al momento in particolare, c’è un intero gruppo di compagne impegnate ad esercitare tutta l’influenza possibile e a poter controllare tempi e scenari. L’attenzione non è sui dettagli, anche se i dibattiti non mancano mai. È sul favorire la transizione: da una lotta concreta a una protesta generale. Prime vittorie Ci sono già state delle vittorie. Innanzitutto, Urbagesa e il Sindacato delle Inquiline hanno firmato un accordo per consentire a Maricarmen di tornare nella sua abitazione. Una dimostrazione di potere sindacale. Mettere in riga, dal basso verso l’alto, i proprietari che si credono impuniti. Che tutti ne prendano nota. Inoltre, il Consiglio dei Ministri approva tutte le misure del «decreto Maricarmen». Il Sindacato ha detto al governo cosa deve scrivere nella Gazzetta Ufficiale e cosa deve rimanere fuori (la Legge sul Territorio). Potere popolare allo stato puro. Si è piegato il braccio al governo dei proprietari. Organizzarsi e lottare rende possibile ciò che sembra irrealizzabile. Concretizzare la rivolta In una settimana sono state indette più di 60 mobilitazioni in città di tutto lo Stato e sono stati allestiti quasi una decina di accampamenti. La mobilitazione deve continuare. Ce l’hanno reso facile con la convocazione di ratifica al Congresso prevista per venerdì. Proteste con le pentole in tutte le città dello Stato giovedì e manifestazioni di massa nel fine settimana. Questo è solo l’inizio. Ma una rivolta non dura né si moltiplica se non si concretizza a livello locale. Né se tutta la sua potenza è diretta verso conflitti statali. Capacità di adattarla al maggior numero possibile di realtà e di integrarla con le linee guida di tutti i sindacati e i movimenti che si stanno offrendo di partecipare. Risolvere i dubbi sollevati dai pericoli di un’azione di «pace sociale» da parte del governo centrale, aprendo altri scenari di conflitto a livello locale. Promuovere alleanze ampie e posizionarsi come attore di riferimento. Sfruttare la forza nei conflitti sindacali concreti che si trovano in una fase di stallo. E sempre con un’ottica organizzativa: mobilitazione, sensibilizzazione, formazione, organizzazione. In quest’ordine di solito funziona bene. Che dopo la protesta sia già convocata l’assemblea di benvenuto. Poi una formazione teorico-pratica. Successivamente in piazza e nei blocchi, con brigate per continuare a crescere e a vincere. E lo sguardo fisso sul prossimo grande traguardo. Uno sciopero generale per abbassare il prezzo delle case. Sfondo E sullo sfondo una moltitudine di elementi da analizzare e discutere. È un nuovo 15M? Si paragona il momento attuale al 15M. Perché non paragonarci al Campamento Esperanza? Chi non conosce la storia può guardare il documentario «El efecto Iguazú». Gli accampamenti non sono nati con il 15M. Il sindacalismo li aveva già utilizzati in precedenza. Nel quadro di proteste concrete. Con organizzazione e coordinamento. Non si può sottovalutare il 15M. Da allora, nulla si spiega senza guardare a quel giorno. Non si costruisce una classe rinnegando la storia della lotta collettiva recente. E tanto meno riducendola, per assurdo, allo stato attuale della sinistra istituzionale. Vale la pena ricordare che senza il 15M non ci sarebbe stata la PAH e senza la PAH non ci sarebbe stato il Sindicato de Inquilinas. Da quell’esperienza si sono apprese cose che oggi continuiamo a cercare di mettere in pratica. E anche le lezioni sui percorsi propri dell’organizzazione sociale e sindacale sono rimaste impresse nel DNA di molte organizzazioni. Le vittorie parziali demotivano? A volte sì, specialmente quando si scontrano con l’esaurimento. Altre volte, invece, è proprio il contrario. Dimostrano la forza collettiva delle persone emarginate. Aprono spazio alla speranza e scatenano la voglia di ottenere di più. Combattono l’ingiustizia e per questo diventano un’alternativa. Sono la prova vivente che si possono realizzare cambiamenti senza denigrare chi è più povero di te. Antifascismo con la A maiuscola e antidoto contro l’individualismo. Trasmettere questa idea con fatti che la sostengano è fondamentale. In questi giorni ci siamo riusciti. Ha comandato il sindacato. Abbiamo preso molto sul serio l’esercizio del potere e abbiamo costretto molti attori rilevanti del Paese ad ascoltarci. Aspirazione fondamentale del contro-potere. Ma questo movimento non finirà per rafforzare un governo che gestisce lo statu quo? Senza una presa di distanza netta, la sinistra istituzionale non cercherà di approfittarne per i propri piani elettorali? Rischi reali. Di fronte a essi, la nostra scommessa. Che il sindacato abbia la parola. In minuscolo, perché in termini generali sosteniamo che la scommessa sia che oggi la forma sindacale di lotta sia protagonista, all’interno dello spettro delle tipologie di organizzazioni presenti nella lotta sociale. Non solo enunciazione teorica. Alcune contraddizioni. Nessun disprezzo per le strutture che permangono e operano anche quando lo scoppio della rivolta abbaglia. Non perdere di vista il rapporto di forze esistente, anche se lo stiamo modificando. Anche se in una settimana si sono iscritte migliaia di persone e sono arrivate una decina di richieste per aprire un Sindacato delle Inquiline in altre città. Non siamo ancora un’organizzazione di massa. È da questa umiltà che partiamo per lottare, ambiziose e senza paura di sbagliare. I media, i governi e i partiti cercheranno di strumentalizzarci, e anche noi faremo lo stesso con loro. Esito in sospeso Il presente non è ancora scritto. Questo venerdì si possono ottenere riforme importanti. E questo fine settimana potremmo essere milioni nelle strade a contestare questo sistema di rendita che colpisce sempre più duramente. C’è una partita, giochiamola. Note esplicative (a cura di Mauro Trotta) Campamento Esperanza: insediamento allestito nel deserto di Atacama (Cile) nel 2010 per attendere il salvataggio dei 33 minorenni intrappolati nella miniera di San José. PAH (Plataforma de Afectados por la Hipoteca): movimento sociale nato a Barcellona nel febbraio del 2009 per difendere il diritto alla casa e contrastare gli sfratti. 15M (noto anche come movimento degli Indignados): movimento di protesta nato in Spagna il 15 maggio 2011. 30 settembre 2026

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    Lotte di Spagna: Da Ceuta a Sol. Per una nuova composizione di classe Esther Ferrer C’è un filo che attraversa la Spagna di queste ultime settimane, anche se apparentemente tiene insieme episodi molto diversi: la crisi migratoria di Ceuta, le mobilitazioni antifasciste contro le iniziative della destra e dell’estrema destra, il ritorno della questione abitativa al centro del conflitto sociale e, infine, l’acampada1 di Puerta del Sol nata dopo lo sgombero di Maricarmen Abascal. Non si tratta di stabilire un rapporto diretto tra questi avvenimenti. Il loro legame sta piuttosto nel contesto politico e sociale nel quale si stanno producendo: da una parte un governo socialista che continua a rivendicare la propria capacità di gestione delle crisi; dall’altra una destra che ha trovato nell’immigrazione, nella sicurezza e nella proprietà alcuni dei principali terreni di mobilitazione; nel mezzo, una società che in diversi luoghi torna a organizzarsi nello spazio pubblico. La crisi di Ceuta aveva già aperto una prima crepa. Tra il 30 e il 31 luglio, secondo le autorità spagnole, tra 70.000 e 80.000 persone sono entrate nell’enclave dal Marocco, in una situazione che ha messo sotto pressione i servizi di accoglienza e la gestione della frontiera. La vicenda ha prodotto uno scontro politico sulla risposta del governo e sulle responsabilità delle autorità locali e centrali. Il 28 settembre Miguel Ángel Pérez Triano ha lasciato l’incarico di delegato del Governo a Ceuta e ha annunciato anche l’abbandono della politica, sostenendo di essere stato sottoposto a una forte pressione e ribadendo di aver avvertito in anticipo il governo centrale della situazione alla frontiera. La crisi ha avuto anche un'altra conseguenza politica. L'immigrazione è diventata il punto di partenza per una serie di mobilitazioni della destra radicale. Il 2 settembre, a Madrid, una concentrazione convocata con lo slogan «Ceuta nos une» ha riunito sostenitori della causa ceutina e, tra gli altri, militanti di Núcleo Nacional2. Gli incidenti avvenuti al termine della manifestazione hanno portato a quattro arresti e al ferimento di quattro agenti di polizia. Quella dinamica non è rimasta confinata alla questione migratoria. Le iniziative di Vox3 e dell'estrema destra hanno incontrato in diverse città risposte antifasciste, con forme e dimensioni differenti. A Granada, in aprile, una protesta aveva ritardato un comizio di Santiago Abascal; a Barcellona, nei mesi successivi, le mobilitazioni contro iniziative della destra radicale hanno nuovamente portato il conflitto politico nello spazio pubblico. L'antifascismo, quindi, non è rimasto soltanto una posizione espressa nelle campagne elettorali o sui social network, ma ha continuato a produrre mobilitazione nelle strade. È dentro questo quadro, e non come sua conseguenza diretta, che esplode la questione abitativa. Quindici anni dopo, Sol Il 15M4 occupa inevitabilmente la memoria di quello che sta succedendo oggi a Madrid. Nel 2011 migliaia di persone occuparono la Puerta del Sol contro una crisi economica che aveva trasformato disoccupazione, debito, mutui e precarietà in una condizione generazionale. Quindici anni dopo, le tende sono tornate nella stessa piazza, ma attorno a una questione molto più precisa: il diritto alla casa. La nuova acampada è nata il 26 settembre, al termine della manifestazione convocata dal Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid5 dopo lo sgombero di Maricarmen Abascal. In pochi giorni è cresciuta fino a superare le mille tende e a coinvolgere migliaia di persone. El País ha raccontato la presenza contemporanea di giovani che non avevano vissuto il 15M e di attivisti che invece avevano partecipato alle mobilitazioni del 2011. Nella stessa piazza si incontrano così due generazioni politiche diverse, separate da quindici anni e da cicli di mobilitazione differenti, ma confrontate con una difficoltà materiale che continua a ripresentarsi: poter costruire una vita economicamente e abitativamente stabile. A dare continuità politica a questa mobilitazione è il Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Tra le figure più visibili in questi giorni ci sono Valeria Racu e Alicia del Río, entrambe portavoce del sindacato e protagoniste della mobilitazione di Sol e della pressione sul governo per l'approvazione delle misure rivendicate dal movimento. Carolina Vilariño, anch'essa portavoce del sindacato, ha partecipato invece alla presentazione del decreto Maricarmen e alle trattative che hanno portato a un accordo sul nuovo contratto di Maricarmen e sul suo ritorno nell'abitazione. La presenza di più portavoce restituisce il carattere organizzato e collettivo del sindacato, che non concentra la rappresentanza della mobilitazione in una sola figura ma la costruisce attraverso una pluralità di voci. La differenza rispetto al 15M sta però anche nella tattica. La mobilitazione del 2011 aveva assunto rapidamente una dimensione generale, mettendo in discussione il funzionamento delle istituzioni, della rappresentanza politica e delle politiche economiche adottate durante la crisi. L'acampada di oggi nasce invece da un conflitto molto concreto e da una richiesta legislativa precisa: impedire che quanto accaduto a Maricarmen possa ripetersi. Maricarmen Abascal, 87 anni, aveva vissuto per 71 anni nello stesso appartamento nel quartiere di Retiro. Il 23 settembre è stata sgomberata dopo diversi tentativi di esecuzione dello sfratto, nonostante la mobilitazione del Sindicato de Inquilinas e una richiesta delle Nazioni Unite di sospendere la procedura. È stata portata via in barella e ricoverata all'ospedale Gregorio Marañón. Le immagini dello sgombero hanno avuto una circolazione molto ampia e hanno contribuito a trasformare un caso individuale in un simbolo della crisi abitativa. Nel frattempo, il caso individuale ha avuto una soluzione. Dopo la mobilitazione e una trattativa nella quale è intervenuta anche l'Empresa Municipal de Vivienda y Suelo di Madrid7, la proprietaria dell'appartamento ha raggiunto un accordo con Maricarmen: un nuovo contratto di otto anni, con un canone non superiore al 30% dei suoi redditi, e il ritorno nell'abitazione dopo le dimissioni dall'ospedale. Per il Sindicato de Inquilinas, però, questo non chiude la questione. La mobilitazione a Sol è continuata anche dopo l'accordo, proprio perché l'obiettivo dichiarato non è soltanto ottenere una soluzione per Maricarmen, ma impedire che la soluzione di un singolo caso sostituisca una modifica delle condizioni che rendono possibili sfratti analoghi. Che cosa chiede il decreto Maricarmen Il cosiddetto decreto Maricarmen nasce da questa esigenza. La proposta è stata presentata il 25 settembre a Madrid dal Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid, insieme alla Confederación de Sindicatos de Inquilinas, alla quale partecipano diverse organizzazioni territoriali. Alla conferenza stampa era presente anche Carme Arcarazo, portavoce del Sindicat de Llogateres de Catalunya. Le cinque richieste principali riguardano un sistema strutturale di protezione contro gli sfratti, la riforma della Ley de Arrendamientos Urbanos7 per limitare gli abusi degli affitti temporanei e per stanze, il congelamento degli affitti, proroghe generalizzate dei contratti e il rinnovo automatico dei contratti per impedire gli sfratti senza causa. La distinzione organizzativa è importante. A Madrid è il Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid a guidare direttamente la mobilitazione di Sol; la Confederación serve invece da spazio di coordinamento tra organizzazioni territoriali. Il Sindicat de Llogateres de Catalunya8 partecipa alla mobilitazione nazionale, ma non è l'organizzazione che ha promosso l'acampada madrilena.La dimensione nazionale della mobilitazione è evidente anche nelle iniziative successive. Il 26 settembre il sindacato madrileno ha portato la protesta dalla Puerta del Sol al Congresso, mentre il movimento catalano ha organizzato proprie mobilitazioni durante la visita di Pedro Sánchez a Barcellona. Carme Arcarazo ha collegato questa piattaforma a una questione più ampia: quella del rapporto tra casa e lavoro. La richiesta rivolta a CCOO9 e UGT10 è infatti quella di arrivare a uno sciopero generale se il governo non assume misure sufficienti sulla casa e sul costo della vita. Il Sindicato de Inquilinas ha rilanciato pubblicamente la proposta durante la mobilitazione di Sol, chiedendo che la protesta non si esaurisca nell'accampamento e nelle manifestazioni già convocate. È probabilmente il passaggio più interessante della mobilitazione, perché modifica la scala del conflitto. Non si parla più soltanto di sfratti o di prezzo degli affitti, ma della possibilità di mettere in relazione ciò che accade dentro e fuori dal luogo di lavoro. Se una quota crescente del salario serve a pagare l'abitazione, il problema dell'affitto entra direttamente nella discussione sul salario reale. E se la difesa del salario non considera il costo della casa, una parte decisiva delle condizioni materiali di chi lavora rimane fuori dalla contrattazione. La casa non è soltanto il caro-affitti Ridurre tutto al prezzo degli affitti sarebbe però riduttivo. Il problema è più ampio e riguarda la distanza tra redditi e costo complessivo della vita. Nel secondo trimestre del 2026 il costo salariale medio in Spagna è cresciuto del 4%, raggiungendo 2.512,68 euro mensili per lavoratore. È un dato nominale e non coincide con il reddito effettivamente disponibile dalle famiglie. Per questo il tema dell'inflazione è importante. L'aumento dei salari può coesistere con una perdita di potere d'acquisto quando il costo dell'abitazione, dell'alimentazione, dell'energia e degli altri beni essenziali cresce a un ritmo elevato. La questione abitativa non riguarda quindi soltanto chi rischia uno sfratto o chi cerca casa sul mercato: riguarda anche chi lavora ma non riesce a mettere da parte il denaro necessario per un anticipo, chi rimanda l'uscita dalla casa dei genitori, chi è costretto a cambiare quartiere o città e chi vede una parte sempre maggiore del proprio reddito assorbita dall'affitto. È in questo spazio che la richiesta dello sciopero generale acquista il suo significato politico. Il movimento degli inquilini sta cercando di portare dentro il conflitto sindacale una questione che tradizionalmente è stata trattata attraverso altri strumenti: associazioni di quartiere, piattaforme contro gli sfratti, sindacati degli inquilini e movimenti per il diritto alla casa. Non è ancora una convergenza realizzata, ma la richiesta è esplicita e mette CCOO e UGT davanti alla possibilità di assumere o meno la casa come parte del conflitto sul costo della vita. 169 SOCIMI11 In questo quadro diventa difficile ignorare la dimensione finanziaria del mercato immobiliare spagnolo. A metà del 2026 erano quotate in Spagna 169 SOCIMI, con una capitalizzazione borsistica vicina ai 34 miliardi di euro e un patrimonio immobiliare di 52,337 miliardi. Il dato proviene da uno studio di Armanext riportato da Cinco Días e fotografa la crescita di un settore che ha superato per la prima volta i 50 miliardi di euro di immobili gestiti. Le SOCIMI sono state introdotte nel 2009, durante il governo Zapatero, e il loro regolamento è stato approvato nel 2013 dal governo Rajoy. Il governo Sánchez ha successivamente messo in discussione alcuni aspetti del regime fiscale, ma senza intervenire sull'esistenza dello strumento. È importante anche non confondere la crescita delle SOCIMI con una spiegazione unica della crisi abitativa: una parte consistente del loro patrimonio riguarda infatti immobili non residenziali e non tutte operano nel mercato degli affitti abitativi. Il dato resta però significativo per un'altra ragione. Mostra quanto il patrimonio immobiliare possa essere inserito dentro circuiti finanziari e di investimento molto più grandi del rapporto tra proprietario e inquilino. La casa può essere contemporaneamente abitazione, bene patrimoniale e asset finanziario, e questi tre significati non sempre coincidono. È questa contraddizione che rende comprensibile uno degli slogan ripetuti nelle mobilitazioni: «Come può essere, gente senza casa e case senza gente?». La domanda non riguarda soltanto il numero degli appartamenti disponibili, ma il modo in cui il patrimonio abitativo viene utilizzato e il peso che la rendita ha nella determinazione del suo valore. Il governo ha inserito nel nuovo decreto anche misure contro alcune operazioni speculative e modifiche fiscali. Il provvedimento limita fino al 31 dicembre 2028 determinate acquisizioni immobiliari da parte di soggetti che operano nel settore e introduce interventi fiscali legati alla funzione sociale della casa. Il decreto stesso presenta la concentrazione del capitale e il peso della speculazione come elementi della crisi abitativa. D'altra parte, le organizzazioni del settore immobiliare sostengono che alcune di queste misure possano ridurre l'offerta di affitti, perché una parte dei proprietari potrebbe preferire vendere gli immobili anziché mantenerli sul mercato locativo. È una posizione che fa parte del confronto in corso e che rende evidente quanto sia complesso intervenire sul rapporto tra rendita, investimento e accesso alla casa. Dal decreto alla piazza La pressione della mobilitazione ha contribuito ad accelerare la risposta del governo, che il 29 settembre ha approvato due real decretos12 sulla casa. Il primo estende fino al 2030 la protezione dagli sfratti per le persone vulnerabili senza alternativa abitativa e introduce una proroga straordinaria di due anni per determinati contratti in scadenza entro il 2028. Il secondo introduce invece un sistema di rinnovo automatico dei contratti una volta esaurita la durata ordinaria, con condizioni e meccanismi di compensazione specifici. I testi sono stati separati proprio per permettere una diversa gestione parlamentare delle misure. Il governo ha sostenuto che la divisione consente di salvaguardare le misure più urgenti nel caso in cui non si raggiunga un accordo su tutte le disposizioni. Per il movimento degli inquilini, invece, la separazione dei provvedimenti rischia di lasciare fuori alcune delle richieste centrali del decreto Maricarmen. La situazione parlamentare è cambiata rapidamente nelle ultime ore. Il 1° ottobre Podemos ha annunciato il proprio voto favorevole a entrambi i decreti, dopo avere inizialmente criticato la decisione del governo di dividerli. Anche PSOE13, Sumar14, ERC15, EH Bildu16, PNV17, BNG18 e Compromís19 sostengono il pacchetto, mentre il PNV ha precisato che il suo appoggio riguarda soltanto il primo decreto. La posizione di Junts e Coalición Canaria rimane quindi determinante per la convalida parlamentare. È qui che la tattica dell'acampada si distingue dal precedente del 15-M. Non si tratta soltanto di costruire uno spazio di protesta o di esprimere una critica generale alle istituzioni. La piazza sta cercando di intervenire direttamente su una decisione legislativa, utilizzando il tempo parlamentare come uno degli elementi della mobilitazione. La manifestazione, l'accampamento, le assemblee e la pressione sui gruppi parlamentari fanno parte dello stesso processo. Una mobilitazione che supera Sol Il fenomeno, nel frattempo, non è rimasto circoscritto a Madrid. A Barcellona, dopo una manifestazione convocata dal Sindicat de Llogateres e da altri collettivi, è nata un'acampada in Plaza Catalunya. Il sindacato catalano ha mantenuto una propria iniziativa politica durante la visita di Sánchez, chiedendo che il decreto includesse anche contratti indefiniti e misure strutturali.Anche Santander ha visto nascere un'accampata in Plaza Porticada, mentre nei giorni successivi iniziative analoghe sono comparse a Siviglia, Cadice, Málaga, Córdoba, Palma e in altre città. In Andalusia, decine di persone hanno occupato le piazze dopo le mobilitazioni sulla casa, esplicitamente in solidarietà con Sol. La riproduzione della stessa forma di protesta non significa che tutte queste esperienze siano organizzate da un'unica struttura. È piuttosto il segnale che la casa può funzionare come terreno comune per esperienze politiche e sociali differenti. A questo si aggiunge una dimensione internazionale che non riguarda soltanto la presenza fisica di attivisti stranieri a Madrid. El País ha raccontato la partecipazione alla mobilitazione di rappresentanti di organizzazioni per il diritto alla casa provenienti da diversi Paesi europei, tra cui il London Renters' Union. E Carme Arcarazo, portavoce della Confederación de Sindicatos de Inquilinas e del Sindicat de Llogateres de Catalunya, è stata intervistata dalla CNN, portando il caso Maricarmen e la mobilitazione di Sol dentro un circuito informativo che supera ampiamente la Spagna. Non è un dettaglio secondario. La mobilitazione ha cominciato a costruire un linguaggio comune con altre lotte per la casa che si sviluppano in città europee molto diverse tra loro. Il caso Maricarmen è diventato riconoscibile anche fuori dalla Spagna non perché la situazione abitativa spagnola sia identica a quella britannica, francese o tedesca, ma perché affitti, precarietà abitativa, espulsione degli abitanti dai quartieri e finanziarizzazione della casa sono questioni che, con caratteristiche differenti, attraversano oggi molte grandi città europee. È in questo passaggio che la mobilitazione smette di essere soltanto una risposta a una vicenda spagnola. La casa diventa un terreno sul quale esperienze diverse possono riconoscersi, mettere in comune strumenti e costruire forme di solidarietà che non coincidono con i confini dello Stato. E dopo Sol? La questione è ora cosa resterà della mobilitazione quando il passaggio parlamentare sarà concluso. L'acampada ha già ottenuto un risultato concreto nel caso di Maricarmen, ma il movimento non considera quella soluzione sufficiente e continua a chiedere modifiche strutturali. Il rischio è che una mobilitazione molto intensa riesca a ottenere una risposta istituzionale parziale senza riuscire a costruire una struttura politica e sociale capace di mantenerne la pressione nel tempo. Nelle piazze, intanto, accanto a «come può essere, gente senza casa e case senza gente», circolano slogan rivolti contro l'intero arco dei partiti. Non è necessario interpretarli come l'indicazione di un nuovo soggetto politico già formato. Sono piuttosto il segnale di una distanza tra una parte della mobilitazione sociale e le forme attraverso le quali la politica istituzionale cerca di rappresentarla. Anche a sinistra la discussione è già cominciata. Irene Montero ha annunciato a settembre la propria disponibilità a guidare una candidatura alle prossime elezioni generali attraverso primarie aperte. Sumar ha risposto mantenendo una posizione diversa sul meccanismo delle primarie e il confronto sulla forma di un'eventuale candidatura unitaria è ancora aperto. Ada Colau, dal canto suo, è tornata nel dibattito sulla possibile ricomposizione della sinistra. La sua esperienza istituzionale costituisce però anche uno degli elementi che rendono più complessa la discussione. Colau ha governato Barcellona dal 2015 al 2023 alla guida di Barcelona en Comú. Nel primo mandato il PSC entrò nell'esecutivo municipale nel 2016; dopo le elezioni del 2019, Barcelona en Comú e PSC formarono nuovamente un governo di coalizione. Dopo le elezioni del 2023, i Comuns non sono entrati nel governo cittadino guidato dal socialista Jaume Collboni, che venne eletto anche grazie ai loro voti. Il precedente catalano, così come quello del governo di coalizione tra Podemos e PSOE a livello statale dal 2020 al 2023, pesa quindi sulla discussione attuale. Da una parte c'è chi considera l'esperienza istituzionale uno strumento per trasformare le mobilitazioni in politiche pubbliche; dall'altra c'è chi ritiene che gli accordi con i socialisti abbiano progressivamente ridotto l'autonomia politica delle forze alla loro sinistra. Non è una questione risolta e difficilmente potrà esserlo senza affrontare il rapporto tra movimento sociale e rappresentanza politica. Per questo sarebbe un errore leggere ciò che sta accadendo a Sol soltanto attraverso la geografia dei partiti. La richiesta dello sciopero generale porta infatti il conflitto su un altro terreno. Il Sindicato de Inquilinas sta chiedendo a CCOO e UGT di collegare la crisi della casa con il costo della vita, e quindi di trasformare una mobilitazione nata attorno agli sfratti in una questione che riguarda direttamente il mondo del lavoro. Se questa convergenza si realizzerà oppure no dipenderà da decisioni che oggi non sono ancora state prese. Ma il terreno sul quale viene proposta è abbastanza chiaro: affitti, salari, inflazione e precarietà non sono problemi identici, anche se per chi vive del proprio lavoro finiscono spesso per gravare sullo stesso reddito. A questo si aggiunge il conflitto antifascista, che nelle ultime settimane ha continuato a produrre mobilitazioni nelle strade e che incontra una questione sociale sulla quale la destra radicale cerca a sua volta di intervenire, utilizzando l'immigrazione come chiave di lettura della crisi abitativa. Vox, per esempio, ha cercato di collegare il caso Maricarmen alla questione migratoria, mentre il movimento degli inquilini ha respinto questa lettura. È probabilmente questo l'elemento che rende la situazione attuale diversa da una semplice protesta contro una legge sugli affitti. La mobilitazione sta mettendo in relazione tre terreni che spesso vengono organizzati separatamente: il diritto alla casa, il conflitto sul salario e l'antifascismo. Non significa che esista già un fronte comune, né che tutte le persone presenti nelle acampadas condividano la stessa prospettiva politica. Significa piuttosto che questi conflitti stanno occupando contemporaneamente lo stesso spazio sociale e, in alcuni casi, stanno cominciando a riconoscersi l'uno nell'altro. Il riferimento al 15-M resta inevitabile, ma non deve diventare una gabbia interpretativa. Quella mobilitazione appartiene a una crisi diversa, a un altro ciclo politico e a un'altra generazione. Quello che succede oggi a Sol nasce invece da una questione molto concreta, lo sfratto di una donna di 87 anni, e si sta allargando attraverso una serie di domande sulla proprietà, sulla rendita, sui salari, sulla rappresentanza politica e sulla capacità delle organizzazioni sindacali di intervenire sul costo della vita. È ancora presto per sapere se questa mobilitazione riuscirà a trasformarsi in qualcosa di stabile. Per ora, però, la questione della casa è uscita dal perimetro delle organizzazioni degli inquilini ed è entrata nel dibattito parlamentare, ha costretto il governo a intervenire e ha aperto un confronto con i sindacati sul rapporto tra abitazione, salario e costo della vita. A Madrid, casa, lavoro e antifascismo si incontrano oggi dentro uno stesso spazio di conflitto, senza che esista ancora una forma politica capace di tenerli insieme. L'acampada di Sol non è la ripetizione del 15M né un nuovo soggetto politico già costituito. È una mobilitazione che, partendo dallo sfratto di una donna di 87 anni, ha allargato rapidamente il campo del conflitto alla rendita, ai salari, alla rappresentanza politica e al ruolo dei sindacati. Il dato forse più interessante è che questo allargamento non si è fermato ai confini di Madrid. Le acampadas nate a Barcellona, Santander, Siviglia, Cadice, Málaga, Córdoba e Palma, la presenza a Sol di organizzazioni europee per il diritto alla casa, fino all'intervista a Carme Arcarazo rilasciata alla CNN, mostrano come la vicenda abbia cominciato a circolare fuori dalla Spagna. Il confronto con il London Renters' Union e con altri movimenti europei indica un terreno comune che non dipende dall'identità dei singoli sistemi abitativi, ma da problemi che si ripresentano in forme diverse: affitti, precarietà, salari insufficienti e finanziarizzazione della casa. È qui che si apre la questione politica che va oltre Sol. Se queste esperienze riusciranno a riconoscersi non soltanto nella solidarietà, ma nella costruzione di iniziative comuni, la casa potrebbe diventare uno dei terreni attraverso cui un conflitto oggi frammentato comincia a organizzarsi su scala europea. Non è ancora una realtà, ma è una possibilità che le mobilitazioni di queste settimane hanno reso visibile. La domanda, allora, non riguarda soltanto quanto dureranno le tende di Sol. Riguarda se una mobilitazione nata a Madrid potrà mettere in comunicazione chi, in città diverse e oltre i confini dello Stato spagnolo, sta affrontando lo stesso rapporto sempre più difficile tra salario, casa e costo della vita. Se questo passaggio avverrà, Sol non sarà soltanto il luogo in cui è tornata l'acampada: potrebbe essere uno dei punti da cui una nuova geografia delle lotte comincia a prendere forma. Note Acampada: in questo caso si tratta di un campeggio di lotta attuato in uno spazio urbano centrale e politicamente significativo di una città; Núcleo Nacional: è un’organizzazione e un partito politico neonazista spagnola, legalmente iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni del Ministero dell’Interno spagnolo dall’agosto del 2024; Vox: è un partito politico spagnolo di estrema destra fondato il 17 dicembre 2013 da alcuni membri dissidenti del Partito Popolare Spagnolo (PPE): 15M: noto anche come movimento degli indignati, è stato un movimento civico nato in seguito alla manifestazione del 15 maggio 2011 indetta da diversi collettivi e agli accampamenti spontanei che alcuni gruppi di persone hanno allestito quella notte nelle piazze di diverse città della Spagna. L'esperienza del 15-M ha influenzato diversi movimenti sorti in seguito, come il Movimento Occupy (Stati Uniti), YoSoy132 (Messico) o Nuit debout (Francia). Al suo apice, il movimento ha mobilitato oltre sei milioni di persone in Spagna, dando vita a un ciclo di proteste nel Paese che ha incluso Rodea el Congreso, il Treno della Libertà e le Marce della Dignità del 2014 e del 2015; Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid: detto anche Sindicato de Inquilinas de Madrid è un’organizzazione che riunisce e organizza principalmente persone che vivono in affitto per difendere i loro diritti. Inoltre, si batte affinché l’accesso all’alloggio sia un diritto garantito a tutti, come stabilito dalla Costituzione spagnola; lEmpresa Municipal de Vivienda y Suelo di Madrid (EMVS): del Comune di Madrid, nata dalla fusione tra l’Azienda municipale per l’edilizia abitativa (EMV) e l’Azienda municipale per il territorio (EMS), ha come «obiettivo principale... garantire il diritto a un alloggio adeguato alla popolazione madrilena, attraverso i programmi previsti dal regolamento di assegnazione degli alloggi, nonché altri programmi sociali rivolti alle persone in situazioni di estrema vulnerabilità abitativa»; Ley de Arrendamientos Urbanos: è la normativa che disciplina i contratti di locazione di immobili ad uso abitativo e ad uso diverso da quello abitativo (come i locali commerciali) in Spagna; Sindicat de Llogateres de Catalunya: è un'associazione catalana che difende i diritti degli inquilini; CCOO: (Commissioni operaie) sono una confederazione sindacale spagnola. Fin dagli anni settanta, dopo la restaurazione della monarchia costituzionale, sono la più importante centrale sindacale, nonché la prima per numero di iscritti e di delegati; UGT: (Unión General de Trabajadores, UGT) è uno dei più importanti sindacati spagnoli, storicamente vicino al Partito Socialista Operaio Spagnolo; SOCIMI: (Società di Investimento Immobiliare) sono società il cui scopo principale è investire in immobili urbani destinati alla locazione. Questo strumento di investimento beneficia di un regime fiscale speciale in Spagna, che può risultare particolarmente interessante per determinati progetti e portafogli immobiliari; Real Decreto: in Spagna è una norma giuridica avente rango di legge, tipica dei paesi con monarchia parlamentare, emanata dal potere esecutivo e adottata in caso di necessità straordinaria e urgente. Richiede una successiva convalida o ratifica da parte del potere legislativo, solitamente entro un breve termine (trenta giorni lavorativi al massimo); PSOE: Partito Socialista Operaio Spagnolo, è un partito politico della Spagna, fondato nel 1879 da Pablo Iglesias Posse. È membro del Partito del Socialismo Europeo e dell'Internazionale Socialista; Sumar: è una coalizione spagnola, creata da diversi partiti della sinistra e di sinistra radicale per presentarsi alle elezioni generali in Spagna del 2023. Si tratta della più grande coalizione elettorale della storia spagnola, raggruppando al suo interno 20 partiti politici; ERC: (Esquerra Democràtica de Catalunya) è stato un partito politico di centro riformista creato in Catalogna da Joan Baptista Cendrós nel 1975 poco dopo la morte di Francisco Franco; EH Bildu: (Euskal Herria Bildu) - unire il Paese Basco - è una coalizione di partiti politici spagnoli fondata nel 2012. È presente nelle comunità autonome della Navarra e dei Paesi Baschi; PNV: Partito Nazionalista Basco; BNG: Blocco Nazionalista Galiziano è una federazione di partiti politici spagnoli, operativi nella comunità autonoma della Galizia Compromìs: è un partito politico valenciano, originariamente una coalizione elettorale, nella Comunißtà Valenciana, in Spagna. Dario Lovaglio. Ricercatore indipendente, membro dell Observatorio.del Conflicto Urbano (OACU). Dottore in Società e Cultura presso l'Universitat de Barcelona. From Ceuta to Sol: Towards a New Class Composition by Dario Lovaglio A thread runs through Spain in these recent weeks, even if it seemingly binds together very different episodes: the migration crisis in Ceuta, the anti-fascist mobilizations against the initiatives of the right and extreme right, the return of the housing question to the center of social conflict, and finally, the acampada1 in Puerta del Sol born in the wake of Maricarmen Abascal’s eviction.This is not about establishing a direct causal link between these events. Their connection lies rather in the political and social context in which they are taking place: on the one hand, a socialist government that continues to assert its capacity for crisis management; on the other, a right wing that has found in immigration, security, and property some of its primary grounds for mobilization; in the middle, a society that in various places is once again organizing itself in public space.The crisis in Ceuta had already opened an initial fissure. Between July 30 and 31, according to Spanish authorities, between 70,000 and 80,000 people entered the enclave from Morocco, in a situation that put severe pressure on reception services and border management. The affair generated a political clash over the government's response and the responsibilities of local and central authorities. On September 28, Miguel Ángel Pérez Triano stepped down as Government Delegate in Ceuta and announced his withdrawal from politics, claiming he had been subjected to intense pressure and reiterating that he had warned the central government in advance about the situation at the border. The crisis had another political consequence as well. Immigration became the starting point for a series of mobilizations by the radical right. On September 2, in Madrid, a rally called under the slogan «Ceuta nos une» brought together supporters of the Ceutan cause and, among others, militants of Núcleo Nacional2. The clashes that occurred at the end of the demonstration led to four arrests and four injured police officers. That dynamic did not remain confined to the migration issue. The initiatives of Vox3 and the extreme right met with anti-fascist responses in various cities, differing in form and scale. In Granada, in April, a protest had delayed a rally by Santiago Abascal; in Barcelona, in the following months, mobilizations against radical right initiatives once again brought political conflict into the public space. Anti-fascism, therefore, did not remain merely a stance expressed in electoral campaigns or on social networks, but continued to generate mobilization in the streets.It is within this framework, and not as its direct consequence, that the housing question explodes. Fifteen Years Later, Sol 15M4 inevitably occupies the memory of what is happening today in Madrid. In 2011, thousands of people occupied Puerta del Sol against an economic crisis that had transformed unemployment, debt, mortgages, and precarity into a generational condition. Fifteen years later, tents have returned to the same square, but around a much more precise issue: the right to housing. The new acampada was born on September 26, at the end of the demonstration called by the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid5 following the eviction of Maricarmen Abascal. In a few days, it grew to exceed a thousand tents and involve thousands of people. El País recounted the simultaneous presence of young people who had not lived through 15M and activists who had instead participated in the 2011 mobilizations. Thus, two different political generations meet in the same square, separated by fifteen years and different cycles of mobilization, yet confronted with a material difficulty that continues to reappear: being able to build an economically and residentially stable life. Giving political continuity to this mobilization is the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Among the most visible figures in these days are Valeria Racu and Alicia del Río, both spokespersons for the union and protagonists of the mobilization in Sol and of the pressure on the government for the approval of the measures demanded by the movement. Carolina Vilariño, also a union spokesperson, instead participated in the presentation of the Maricarmen decree and in the negotiations that led to an agreement on Maricarmen's new contract and her return to her home. The presence of multiple spokespersons reflects the organized and collective character of the union, which does not concentrate the representation of the mobilization in a single figure but builds it through a plurality of voices. The difference compared to 15M, however, also lies in tactics. The 2011 mobilization had rapidly assumed a general dimension, calling into question the functioning of institutions, political representation, and the economic policies adopted during the crisis. Today’s acampada, on the other hand, stems from a very concrete conflict and a precise legislative demand: to prevent what happened to Maricarmen from happening again. Maricarmen Abascal, 87 years old, had lived for 71 years in the same apartment in the Retiro district. On September 23, she was evicted after several attempts to execute the eviction order, despite the mobilization of the Sindicato de Inquilinas and a request from the United Nations to suspend the procedure. She was carried out on a stretcher and hospitalized in the Gregorio Marañón hospital. The images of the eviction circulated very widely and helped transform an individual case into a symbol of the housing crisis. Meanwhile, the individual case found a solution. Following mobilization and a negotiation in which the Empresa Municipal de Vivienda y Suelo of Madrid6 also intervened, the apartment owner reached an agreement with Maricarmen: a new eight-year contract, with a rent not exceeding 30% of her income, and her return to the home after discharge from the hospital.For the Sindicato de Inquilinas, however, this does not close the issue. The mobilization in Sol continued even after the agreement, precisely because the declared objective is not only to obtain a solution for Maricarmen, but to prevent the resolution of a single case from substituting a change in the conditions that make analogous evictions possible. What the Maricarmen Decree Demands The so-called Maricarmen decree stems from this need. The proposal was presented on September 25 in Madrid by the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid, together with the Confederación de Sindicatos de Inquilinas, in which various territorial organizations participate. Carme Arcarazo, spokesperson for the Sindicat de Llogateres de Catalunya8, was also present at the press conference. The five main demands concern a structural system of protection against evictions, the reform of the Ley de Arrendamientos Urbanos7 to curb abuses in temporary and room rentals, rent freezes, generalized contract extensions, and automatic contract renewal to prevent evictions without cause. The organizational distinction is important. In Madrid, it is the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid that directly leads the mobilization in Sol; the Confederación, on the other hand, serves as a coordination space among territorial organizations. The Sindicat de Llogateres de Catalunya participates in the national mobilization, but it is not the organization that promoted the Madrid acampada. The national dimension of the mobilization is also evident in subsequent initiatives. On September 26, the Madrid union took the protest from Puerta del Sol to Congress, while the Catalan movement organized its own mobilizations during Pedro Sánchez's visit to Barcelona. Carme Arcarazo linked this platform to a broader issue: that of the relationship between housing and labor. The demand addressed to CCOO9 and UGT10 is indeed to move towards a general strike if the government fails to take sufficient measures on housing and the cost of living. The Sindicato de Inquilinas publicly relaunched the proposal during the Sol mobilization, demanding that the protest not exhaust itself in the encampment and the demonstrations already called. This is arguably the most interesting passage of the mobilization, because it alters the scale of the conflict. It is no longer just a matter of evictions or rent prices, but of the possibility of connecting what happens inside and outside the workplace. If a growing share of wages goes toward paying for housing, the rent problem directly enters the discussion on real wages. And if the defense of wages fails to factor in the cost of housing, a decisive part of the material conditions of those who work remains outside collective bargaining. Housing is Not Just High Rents Reducing everything to rent prices, however, would be reductive. The problem is broader and concerns the gap between incomes and the overall cost of living. In the second quarter of 2026, the average wage cost in Spain grew by 4%, reaching €2,512.68 per month per worker. This is a nominal figure and does not coincide with the income effectively available to families.This is why the issue of inflation matters. Wage increases can coexist with a loss of purchasing power when the cost of housing, food, energy, and other essential goods grows at a rapid pace. The housing crisis therefore does not only concern those facing the risk of eviction or those looking for housing on the market: it also concerns those who work but cannot set aside the money necessary for a down payment, those who delay leaving their parents' homes, those forced to change neighborhoods or cities, and those who see an ever-increasing portion of their income absorbed by rent. It is in this space that the demand for a general strike acquires its political significance. The tenants' movement is trying to bring into trade union conflict an issue that has traditionally been handled through other instruments: neighborhood associations, anti-eviction platforms, tenants' unions, and housing rights movements. It is not yet a realized convergence, but the demand is explicit and confronts CCOO and UGT with the choice of whether or not to adopt housing as part of the conflict over the cost of living. 169 SOCIMI11 Within this framework, it becomes difficult to ignore the financial dimension of the Spanish real estate market. In mid-2026, there were 169 SOCIMI listed in Spain, with a market capitalization close to €34 billion and a real estate portfolio of €52.337 billion. The data comes from a study by Armanext reported by Cinco Días and captures the growth of a sector that for the first time has exceeded €50 billion in managed real estate. SOCIMI were introduced in 2009, under the Zapatero government, and their regulations were approved in 2013 by the Rajoy government. The Sánchez government subsequently challenged certain aspects of the tax regime, without intervening in the existence of the instrument itself. It is also important not to confuse the growth of SOCIMI with a single explanation for the housing crisis: a consistent part of their portfolio involves non-residential properties, and not all operate in the residential rental market. The data remains significant for another reason. It shows how deeply real estate assets can be integrated into financial and investment circuits that far transcend the landlord-tenant relationship. A home can simultaneously be a dwelling, a property asset, and a financial asset, and these three meanings do not always coincide. It is this contradiction that makes one of the slogans repeated in the mobilizations understandable: «How can this be, people without homes and homes without people?». The question concerns not only the number of available apartments, but the way housing stock is utilized and the weight that rent-seeking plays in determining its value. The government has also included measures against certain speculative operations and tax modifications in the new decree. The provision limits certain real estate acquisitions by entities operating in the sector until December 31, 2028, and introduces fiscal interventions linked to the social function of housing. The decree itself presents the concentration of capital and the weight of speculation as elements of the housing crisis. On the other hand, real estate sector organizations argue that some of these measures could reduce the supply of rentals, as some owners might prefer to sell properties rather than keep them on the rental market. This is a stance that is part of the ongoing confrontation and makes clear how complex it is to intervene in the relationship between rent, investment, and access to housing. From the Decree to the Square The pressure of mobilization helped accelerate the government's response, which on September 29 approved two real decretos12 on housing. The first extends eviction protection for vulnerable populations without housing alternatives until 2030 and introduces an extraordinary two-year extension for certain contracts expiring by 2028. The second introduces a system of automatic contract renewal once the ordinary duration has expired, with specific conditions and compensation mechanisms. The texts were separated precisely to allow for different parliamentary management of the measures. The government argued that the division allows for the safeguarding of the most urgent measures in the event that an agreement on all provisions is not reached. For the tenants' movement, however, the separation of the measures risks leaving out some of the core demands of the Maricarmen decree. The parliamentary situation changed rapidly in recent hours. On October 1, Podemos announced its vote in favor of both decrees, after initially criticizing the government's decision to split them. PSOE13, Sumar14, ERC15, EH Bildu16, PNV17, BNG18, and Compromís19 also support the package, while PNV specified that its support concerns only the first decree. The positions of Junts and Coalición Canaria thus remain decisive for parliamentary validation. Here is where the tactics of the acampada differ from the 15M precedent. It is not merely a matter of building a space of protest or expressing a general critique of institutions. The square is attempting to directly intervene in a legislative decision, utilizing parliamentary timing as one of the elements of mobilization. The demonstration, the encampment, the assemblies, and the pressure on parliamentary groups are all part of the same process. A Mobilization that Transcends Sol The phenomenon, meanwhile, has not remained circumscribed to Madrid. In Barcelona, following a demonstration called by the Sindicat de Llogateres and other collectives, an acampada was born in Plaza Catalunya. The Catalan union maintained its own political initiative during Sánchez's visit, demanding that the decree also include open-ended contracts and structural measures.Santander also saw an encampment arise in Plaza Porticada, while in subsequent days analogous initiatives appeared in Seville, Cádiz, Málaga, Córdoba, Palma, and other cities. In Andalusia, dozens of people occupied public squares following mobilizations on housing, explicitly in solidarity with Sol. The reproduction of the same form of protest does not mean that all these experiences are organized by a single structure. Rather, it is a signal that housing can function as common ground for different political and social experiences. Added to this is an international dimension that goes beyond the physical presence of foreign activists in Madrid. El País recounted the participation in the mobilization of representatives of housing rights organizations from various European countries, including the London Renters' Union. And Carme Arcarazo, spokesperson for the Confederación de Sindicatos de Inquilinas and the Sindicat de Llogateres de Catalunya, was interviewed by CNN, bringing the Maricarmen case and the Sol mobilization into an informational circuit that extends far beyond Spain.This is not a secondary detail. The mobilization has begun to construct a common language with other housing struggles developing in very different European cities. The Maricarmen case has become recognizable outside Spain not because the Spanish housing situation is identical to the British, French, or German ones, but because rents, housing precarity, the displacement of inhabitants from neighborhoods, and the financialization of housing are issues that, with varying characteristics, cut across many major European cities today. It is in this passage that the mobilization ceases to be merely a response to a Spanish affair. Housing becomes terrain upon which different experiences can recognize one another, pool instruments, and build forms of solidarity that do not coincide with state borders. And After Sol? The question now is what will remain of the mobilization once the parliamentary phase is concluded. The acampada has already achieved a concrete result in Maricarmen's case, but the movement does not consider that solution sufficient and continues to demand structural modifications. The risk is that a highly intense mobilization succeeds in obtaining a partial institutional response without managing to build a political and social structure capable of sustaining pressure over time. In the squares, meanwhile, alongside «how can this be, people without homes and homes without people», slogans directed against the entire political spectrum are circulating. It is not necessary to interpret them as an indication of a new political subject already formed. Rather, they are a sign of a distance between a part of social mobilization and the forms through which institutional politics seeks to represent it. On the left as well, discussion has already begun. Irene Montero announced in September her willingness to lead a candidacy in the next general elections through open primaries. Sumar responded by maintaining a different position on the primary mechanism, and the confrontation over the shape of a potential unitary candidacy remains open. Ada Colau, for her part, has returned to the debate on the possible recomposition of the left. Her institutional experience, however, is also one of the elements that makes the discussion more complex. Colau governed Barcelona from 2015 to 2023 at the head of Barcelona en Comú. In her first term, the PSC entered the municipal executive in 2016; after the 2019 elections, Barcelona en Comú and the PSC once again formed a coalition government. Following the 2023 elections, the Comuns did not enter the city government led by socialist Jaume Collboni, who was elected also thanks to their votes. The Catalan precedent, as well as that of the coalition government between Podemos and PSOE at the state level from 2020 to 2023, thus weighs on the current discussion. On one side are those who view institutional experience as an instrument to transform mobilizations into public policies; on the other are those who believe that agreements with socialists have progressively reduced the political autonomy of the forces to their left. This is an unresolved issue and can hardly be settled without addressing the relationship between social movements and political representation. For this reason, it would be an error to read what is happening in Sol solely through the geography of parties. The demand for a general strike brings conflict onto another terrain entirely. The Sindicato de Inquilinas is asking CCOO and UGT to link the housing crisis to the cost of living, thereby transforming a mobilization born around evictions into an issue that directly concerns the world of labor. Whether this convergence will materialize depends on decisions not yet made today. But the terrain on which it is proposed is clear enough: rents, wages, inflation, and precarity are not identical problems, even if for those who live by their labor they frequently end up weighing on the exact same income. Added to this is the anti-fascist conflict, which in recent weeks has continued to generate street mobilizations and which intersects with a social question that the radical right is likewise attempting to intervene in, using immigration as an interpretive key for the housing crisis. Vox, for instance, has sought to link the Maricarmen case to the migration issue, whereas the tenants' movement has rejected this reading. This is arguably the element that makes the current situation different from a simple protest against a rent law. The mobilization is connecting three terrains that are frequently organized separately: the right to housing, the wage conflict, and anti-fascism. This does not mean a common front already exists, nor that everyone present in the acampadas shares the same political perspective. Rather, it means these conflicts are simultaneously occupying the same social space and, in some cases, beginning to recognize one another. The reference to 15M remains inevitable, but it must not become an interpretive cage. That mobilization belongs to a different crisis, another political cycle, and another generation. What happens today in Sol stems instead from a very concrete issue—the eviction of an 87-year-old woman—and is expanding through a series of questions regarding property, rent, wages, political representation, and the capacity of trade union organizations to intervene in the cost of living.It is still too early to know whether this mobilization will succeed in transforming into something stable. For now, however, the housing issue has stepped out of the perimeter of tenants' organizations and entered parliamentary debate, forced the government to intervene, and opened a confrontation with unions over the relationship between housing, wages, and the cost of living. In Madrid, housing, labor, and anti-fascism meet today within the same space of conflict, without a political form yet existing capable of holding them together. The acampada in Sol is neither a repetition of 15M nor a pre-constituted new political subject. It is a mobilization that, starting from the eviction of an 87-year-old woman, has rapidly broadened the field of conflict to rent, wages, political representation, and the role of trade unions. Perhaps the most interesting data point is that this enlargement did not stop at the borders of Madrid. The acampadas born in Barcelona, Santander, Seville, Cádiz, Málaga, Córdoba, and Palma, the presence in Sol of European housing rights organizations, down to Carme Arcarazo’s interview with CNN, demonstrate how the affair has begun to circulate outside Spain. The comparison with the London Renters' Union and other European movements points to a common terrain that does not depend on the identity of individual housing systems, but on problems that recur in different forms: rents, precarity, insufficient wages, and the financialization of housing. It is here that the political question beyond Sol opens up. If these experiences succeed in recognizing one another not only in solidarity, but in the construction of common initiatives, housing could become one of the terrains through which a currently fragmented conflict begins to organize on a European scale. It is not yet a reality, but it is a possibility that the mobilizations of these weeks have made visible. The question, then, concerns not only how long the tents of Sol will last. It concerns whether a mobilization born in Madrid will be able to connect those who, in different cities and beyond the borders of the Spanish state, are confronting the same increasingly difficult relationship between wages, housing, and the cost of living. If this transition occurs, Sol will not merely be the place where the acampada returned: it could be one of the points from which a new geography of struggles begins to take shape. Editorial Note: breaking news — the housing real decrees issued by the Sánchez government (PSOE) currently in office have been voted down in parliament; immediately, hundreds of thousands of people took to the streets across Spain. The Sol acampada continues. Notes Acampada: in this case, a political protest encampment set up in a central and politically significant urban space of a city; Núcleo Nacional: a Spanish neo-Nazi political organization and party, legally registered in the National Register of Associations of the Spanish Ministry of the Interior since August 2024; Vox: a Spanish extreme-right political party founded on December 17, 2013, by dissident members of the Spanish People's Party (PP); 15M: also known as the indignados movement, a civic movement born following the demonstration of May 15, 2011, called by various collectives and the spontaneous encampments set up that night in squares across Spanish cities. The 15M experience influenced subsequent movements such as Occupy (United States), YoSoy132 (Mexico), and Nuit debout (France). At its peak, the movement mobilized over six million people in Spain, sparking a wave of protests including Rodea el Congreso, the Train of Freedom, and the Dignity Marches of 2014 and 2015; Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid: also known as the Madrid Tenants' Union, an organization bringing together and organizing renters to defend their rights, while fighting for housing access as a guaranteed right under the Spanish Constitution; Empresa Municipal de Vivienda y Suelo (EMVS): of the Madrid City Council, born from the merger of the Municipal Housing Company (EMV) and the Municipal Land Company (EMS), aimed at ensuring the right to adequate housing for the Madrid population through allocation programs and social schemes for vulnerable groups; Ley de Arrendamientos Urbanos: the legislation regulating urban residential and non- residential (e.g., commercial) lease contracts in Spain; Sindicat de Llogateres de Catalunya: a Catalan association defending tenants' rights; CCOO (Comisiones Obreras): Workers' Commissions, a major Spanish trade union confederation, historically the largest by membership and delegates since the restoration of constitutional monarchy in the 1970s; UGT (Unión General de Trabajadores): one of Spain's principal trade unions, historically close to the Spanish Socialist Workers' Party; SOCIMI (Sociedades Anónimas Cotizadas de Inversión en el Mercado Inmobiliario): Real Estate Investment Trusts, companies whose main purpose is investing in urban rental properties under a special tax regime in Spain; Real Decreto: in Spain, a legal norm with the rank of law, typical of parliamentary monarchies, issued by the executive branch in cases of extraordinary and urgent need, requiring subsequent parliamentary ratification within a short timeframe (maximum thirty working days); PSOE (Partido Socialista Obrero Español): Spanish Socialist Workers' Party, founded in 1879 by Pablo Iglesias Posse, a member of the Party of European Socialists and the Socialist International; Sumar: a Spanish electoral coalition created by various left and radical-left parties for the 2023 general elections, grouping 20 political parties; ERC (Esquerra Republicana de Catalunya): Catalan Republican Left (note: translated contextually reflecting standard historical nomenclature, reformist center party created by Joan Baptista Cendrós in 1975); EH Bildu (Euskal Herria Bildu): "Unite the Basque Country", a coalition of Basque political parties founded in 2012, operating in Navarre and the Basque Autonomous Community; PNV (Partido Nacionalista Vasco): Basque Nationalist Party; BNG (Bloque Nacionalista Galego): Galician Nationalist Bloc, a federation of political parties operating in Galicia; Compromís: a Valencian political party, originally an electoral coalition in the Valencian Community, Spain. Author bio: Dario Lovaglio is an independent researcher and member of the Observatorio del Conflicto Urbano (OACU). He holds a PhD in Society and Culture from the Universitat de Barcelona.

  • konnektor

    Non c'è alternativa al fascismo dell'AfD? JoselynnFinch La schiacciante vittoria dell’Alternative für Deutschland alle elezioni del Parlamento regionale della Sassonia-Anhalt dimostra l’enorme disordine reazionario che imperversa nei sistemi politici europei, le cui forze politiche maggioritarie convergono sulle politiche fondamentali (corsa agli armamenti, politiche economiche e fiscali, politiche ambientali, austerità, politica monetaria, politica estera, struttura istituzionale, ecc.), mentre si scandalizzano di fronte al rafforzamento dei partiti politici di estrema destra, che le enunciano in modo più incisivo. Il conservatorismo reazionario dell’«estremo centro», ovvero di ciò che un tempo era noto come centro-destra e centro-sinistra, su questioni quali, ad esempio, la politica migratoria, provoca la radicalizzazione stessa dell’estrema destra in materia, che a sua volta viene denunciata dall’estremo centro per rafforzarsi politicamente come polo democratico e naturalizzare così il proprio discorso e le proprie politiche in materia, rafforzamento e normalizzazione che, a loro volta, radicalizzano ulteriormente la stessa politica migratoria, effettivamente attuata dall’estremo centro, come dimostrano la recente approvazione, lo scorso aprile, del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e gli eventi verificatisi a Ceuta nelle ultime settimane. Jean Baudrillard, scrivendo delle rivolte verificatesi nelle città francesi nell’autunno del 2005, ha sottolineato che «tutti gli esclusi, tutti gli emarginati, che provengano dalle banlieues, che siano immigrati o “autoctoni”, prima o poi trasformano la loro emarginazione in ribellione e passano all’offensiva». Mesi prima, in un testo sul «No» francese alla proposta di una Costituzione europea – che Baudrillard descrisse come il «rifiuto di questa Europa, che postula che “non ci sia alternativa”» – aveva messo in guardia dal crollo della democrazia «nella misura in cui le istituzioni rappresentative non funzionano più in senso “democratico”, cioè dal popolo e dai cittadini verso le autorità, ma al contrario, operando dalle autorità verso il popolo». Il voto per il «No» è stato, secondo questa interpretazione, il rifiuto di un ordine politico che lascia ai cittadini l’unica opzione di avallare accordi già pronti. La vittoria del partito di destra Alternative für Deutschland (AfD) alle elezioni del Landtag [Parlamento] della Sassonia-Anhalt, tenutesi lo scorso 6 settembre, dà una nuova forma al rifiuto politico nella Repubblica Federale. Formazione politica esclusa dal cartello dell’“estremo centro” sin dalla sua fondazione nel 2013, l’AfD è riuscito a ottenere, con un’affluenza alle urne record vicina al 78 per cento, una maggioranza relativa di quasi il 44 per cento dei voti espressi, cifra che costituisce la quota più alta ottenuta da qualsiasi altro partito in elezioni regionali tedesche da oltre undici anni. L’AfD si è imposta in ciascuno dei 218 comuni della Sassonia-Anhalt, comprese le città di Halle e Magdeburgo, che sono le più grandi dello Stato federale. Cinque anni fa, la CDU aveva ottenuto il 37,1 per cento dei voti contro il 20,8 per cento raccolto dall’AfD; questa volta, le posizioni si sono invertite e l’AfD ha vinto, ottenendo un margine a proprio favore ancora maggiore rispetto al suo diretto rivale, la CDU, che è crollato al 17,2 per cento. La CDU, l’SPD e i Verdi hanno totalizzato insieme solo il 35,4 per cento dei voti, rimanendo quasi otto punti e mezzo al di sotto dell’AfD, che, con il 28 per cento delle intenzioni di voto a livello nazionale, è ora il partito più popolare della Germania. Tra gli operai (Arbeiter) della Sassonia-Anhalt, che costituiscono circa un decimo dell’elettorato, circa il 60 per cento ha votato per l’AfD. Il partito ha attirato 170.000 elettori tra coloro che non avevano votato nel 2021, posizionandosi ben davanti al suo concorrente più vicino, la CDU, che ne ha attirati 30.000. Anche la maggior parte delle persone con un livello di istruzione formale basso o medio ha sostenuto l’AfD, così come il 65 per cento di coloro che hanno descritto la propria situazione economica come critica. Situato nella regione occidentale dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (RDT), il Land della Sassonia-Anhalt comprende vaste aree rurali e i centri industriali di Leuna e Bitterfeld, inseriti nel «triangolo chimico della Germania centrale» o Chemiedreieck. Con una popolazione di 2,1 milioni di abitanti, è uno dei Land più poveri della Germania e, dal punto di vista demografico, quello con la popolazione più anziana. I salari sono tra i più bassi del Paese. In nessun altro Land tedesco vi è un numero maggiore di persone in età pensionabile rispetto alla popolazione in età lavorativa. La Sassonia-Anhalt ha subito il crollo demografico caratteristico di molti dei nuovi Länder dell’ex RDT: la sua popolazione si è ridotta del 26 per cento dalla riunificazione, registrando il calo più marcato di tutta la Germania. In questo caso, è il malcontento nei confronti del governo statale della CDU e del suo ex ministro-presidente Sven Schulze, a sostenere la schiacciante vittoria dell’AfD. Nonostante la sua schiacciante vittoria, all’AfD mancano tre seggi per raggiungere la maggioranza parlamentare, e gli altri partiti potrebbero ancora trovare il modo di tenerla fuori dal governo. L’elevata soglia del 5 per cento normalmente richiesta per entrare nel Landtag significa che la ripartizione dei seggi e, di conseguenza, le prospettive di ottenere una maggioranza, possono dipendere dai risultati ottenuti dai partiti minori. In queste elezioni, il 5,3 per cento dei voti ottenuti dalla Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) le garantirà cinque seggi; la sua leadership ha escluso sia di far parte di qualsiasi governo di coalizione sia di partecipare al Brandmauer (muro tagliafuoco) contro l’AfD. I partiti impegnati nel Brandmauer – la CDU (17,2 per cento), l’SPD (9,3 per cento), i Verdi (8,9 per cento) e Die Linke (8,6 per cento) – hanno ottenuto complessivamente 39 seggi, pari al totale ottenuto dall’AfD. Il modo in cui questa aritmetica influirà sulla composizione del prossimo governo della Sassonia-Anhalt dipende, a sua volta, dalle procedure per l’elezione del ministro-presidente. La Costituzione della Sassonia-Anhalt richiede la maggioranza assoluta dei deputati del Landtag per eleggere il ministro-presidente dello Stato tramite votazione segreta nei primi due turni. Se tale maggioranza non viene raggiunta, il Landtag appena costituito vota se sciogliersi e indire nuove elezioni; in caso contrario, si tiene un terzo scrutinio con una soglia più bassa, che richiede solo la maggioranza dei voti espressi. Pertanto, le astensioni al terzo scrutinio riducono il denominatore e possono facilitare il raggiungimento della maggioranza. Ciò pone la BSW in una posizione insolitamente decisiva. Il partito ha dichiarato che non voterà né per Schulze né per Ulrich Siegmund (AfD) e prevede di astenersi al terzo turno. Supponendo che i due blocchi opposti rimangano uniti, nessuno dei due raggiungerebbe i 42 voti necessari nei primi due turni, e il terzo darebbe luogo a un pareggio di 39 a 39. In queste circostanze, la richiesta della BSW di un ministro-presidente «apartitico», affiancato da un gabinetto di «esperti», potrebbe non essere così irrealistica come sembrava inizialmente. Una soluzione di questo tipo potrebbe portare alla formazione di un gabinetto di compromesso, che governerebbe de facto come un governo di minoranza, cercando di ottenere maggioranze nel Landtag per le proprie leggi e il proprio bilancio caso per caso. Le manovre parlamentari, la campagna elettorale che ha preceduto il voto di domenica, lo spettacolare effetto controproducente del Brandmauer e il ruolo dei piccoli partiti hanno messo in luce un clima politico caratterizzato da reazioni e conseguenze impreviste. Giornalisti e leader dei partiti federali hanno cercato, volenti o nolenti, di dare una risposta a questa dinamica. Mentre la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha intitolato senza mezzi termini l’evento «Trionfo dell’AfD – Crollo della CDU», lo stesso Merz si è dichiarato «profondamente sconvolto» dalla sconfitta del suo partito. Al Bundestag, tuttavia, ha sottolineato che una maggioranza del 56 per cento non aveva ancora votato per l’AfD. Gli articoli di Die Zeit e del quotidiano liberale di sinistra t.a.z. hanno lanciato l’allarme, dichiarando una «situazione di emergenza»; quest’ultimo ha pubblicato un editoriale in cui rinnovava l’appello a rendere illegale l’AfD con l’argomentazione che «i nemici della democrazia non possono essere sconfitti attraverso il dibattito», una posizione sostenuta dall’SPD, dai Verdi e da Die Linke. Tuttavia, l’AfD ha tratto vantaggio proprio dalla sua esclusione. Grazie al tabù che si è creato attorno alla sua presenza nelle istituzioni, ha potuto incanalare gran parte dell’indignazione dei cittadini di fronte a un tenore di vita in costante deterioramento; d’altra parte, la sua assenza da incarichi di governo le permette di apparire come una formazione priva di ogni macchia. L’AfD è diventata la principale opposizione a un regime disprezzato. Solo il 13 per cento della popolazione tedesca è soddisfatta dell’operato dell’attuale cancelliere, il dato più basso mai registrato per un cancelliere in carica secondo l’istituto di sondaggi ARD-DeutschlandTrend; Merz, inoltre, occupa l’ultimo posto tra i sei leader europei secondo un sondaggio condotto a luglio. Le cause di questo malcontento risiedono nelle decisioni politiche e nelle difficoltà economiche degli ultimi decenni. Sebbene fino a poco tempo fa la Germania fosse lodata come il grande esempio di successo, grazie alla sua performance economica relativamente buona durante gli anni della crisi dell’euro, che hanno coinciso con la cancelleria di Angela Merkel, il Paese rimaneva comunque vulnerabile alle pressioni a lungo termine sui suoi principali settori economici, che godevano solo di vantaggi temporanei derivanti dalla debolezza dell’euro, dal contenimento salariale e dagli elevati tassi di crescita registrati nei suoi mercati di esportazione, in particolare in Cina. Gli apparenti successi di quel periodo hanno mascherato debolezze persistenti negli investimenti interni. Nel 2025 la bilancia commerciale dei beni strumentali con la Cina era diventata negativa, una manifestazione di ciò che è stato definito lo «shock cinese». Sul piano politico, il programma di austerità Agenda 2010, imposto dal governo di coalizione tra SPD e Verdi guidato da Gerhard Schröder tra il 2003 e il 2005, ha ristretto le indennità di disoccupazione e aumentato la pressione sui beneficiari, in modo sproporzionato nei Länder orientali, come la Sassonia-Anhalt. Più recentemente, l’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Ucraina e al sabotaggio delle infrastrutture energetiche tedesche, nonché l’annuncio di un enorme aumento della spesa militare, noto come Zeitenwende [svolta], hanno esercitato un’ulteriore pressione su gran parte della popolazione, mentre la Germania soffre di una prolungata stagnazione economica. Quali proposte politiche offre l’AfD agli elettori che ha mobilitato? Tenendo conto delle origini del partito, legate all’opposizione liberale ai salvataggi dell’eurozona dell’ultimo decennio, e della sua politica sempre più sciovinista da allora, la risposta è ambigua. Il suo programma per la Sassonia-Anhalt affronta direttamente alcune rivendicazioni concrete: energia e carburante più economici, tasse più basse, il rilancio delle zone rurali in declino, che hanno perso terreno rispetto ai centri urbani, un rinnovato investimento negli ospedali e la fornitura di asili nido e pasti scolastici gratuiti. Tuttavia, queste promesse coesistono con un rigoroso impegno a frenare l’indebitamento e con una proposta di taglio di almeno il 10 per cento alla spesa di tutti i ministeri. La contraddizione tra i suoi appelli a favore dell’ampliamento dell’erogazione dei servizi pubblici e il suo impegno per l’austerità fiscale è evidente. Le sfumature civil-libertarie e contrarie alla guerra presenti nel programma e nella retorica dell’AfD – l’analisi delle contraddizioni del periodo della pandemia da COVID-19, l’opposizione al finanziamento e alle forniture di armi da parte della Germania per alimentare la guerra in Ucraina in fase di intensificazione, la critica agli apparati educativi e mediatici finanziati con fondi pubblici, che equiparano il dissenso al tradimento filorusso– coesistono con una reazione apertamente razzista e un profondo conservatorismo sociale. Il programma della Sassonia-Anhalt propone misure di espulsione spietate, la segregazione scolastica per gli alunni rifugiati e la creazione di «pattuglie cittadine» volontarie (Bürgerwacht) nell’ambito del suo programma di sicurezza pubblica. Sostiene inoltre l’introduzione di cambiamenti «patriottici» nel finanziamento dell’istruzione e della cultura per contrastare la campagna pubblicitaria del Land, concepita a suo avviso sul modello del Bauhaus e bollata come moderndenken [pensiero moderno], che dovrebbe essere sostituito dal proprio e stilizzato deutschdenken [pensiero tedesco] e dalla sua enfasi sul «radicamento nazionale». La sua ostilità nei confronti del Bauhaus ha fatto ipotizzare che, se l’AfD dovesse arrivare al potere, potrebbe decidere di tagliare i finanziamenti che lo Stato della Sassonia concede alla Fondazione Bauhaus di Dessau. A livello federale, le contraddizioni sono particolarmente evidenti in politica estera. L’AfD ha sostenuto, ad esempio, una risoluzione diplomatica della guerra in Ucraina, basata su una valutazione realistica di ciò che è nell’interesse nazionale della Germania in materia di politica energetica e del futuro della sua competitività industriale. Ma l’AfD è ben lungi dall’essere un partito pacifista. In linea con il consenso dell’establishment, sostiene il riarmo e il potenziamento della Bundeswehr [le forze armate tedesche], sebbene discordi sulle modalità di finanziamento. Il suo portavoce per la politica estera, Markus Frohnmaier, ha approvato l’invasione del Venezuela da parte di Trump e il sequestro di Maduro, e in seguito ha elogiato l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran («il principale fattore destabilizzante della regione») per la sua «precisione chirurgica», definendo gli americani «il nostro partner più importante», sebbene Weidel e il suo copresidente, Tino Chrupalla, abbiano messo in guardia dai pericoli che l’attacco aveva scatenato. Nel 2023 il gruppo parlamentare dell’AfD ha chiesto che il software di sorveglianza di Palantir fosse immediatamente messo a disposizione della polizia federale e giudiziaria tedesca, nonché delle autorità doganali. Gran parte del carattere reazionario dell’AfD è tuttavia già condiviso dalla classe dirigente tedesca. Mentre il Bundesamt für Verfassungsschutz [Ufficio per la protezione della Costituzione] della Sassonia-Anhalt ha classificato l’AfD di questo Land come organizzazione «di estrema destra confermata», il Bundesamt für Verfassungsschutz federale, guidato tra il 1955 e il 1972 da Hubert Schrübbers, ex membro delle SA e procuratore nazista, ha trattato il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) come un caso di presunto estremismo. La Grande Coalizione alla guida del governo di Berlino ha approvato, dal canto suo, quasi 736 milioni di euro in esportazioni di armi verso Tel Aviv solo nel secondo trimestre del 2026 e continua a essere uno dei più fermi sostenitori della sua guerra di annientamento a Gaza; all’inizio di settembre ha consegnato alla Marina dell’esercito israeliano un sesto sottomarino della classe Dolphin, parte di una flotta che quasi certamente garantisce a Tel Aviv la capacità di rispondere a un “first-strike” nucleare subito da Israele. Merz, Klingbeil, Pistorius e i loro collaboratori continuano a spendere miliardi per sostenere una campagna politica di rischio nucleare con Mosca. La presenza di elementi di estrema destra nelle forze armate di Kiev e la decisione presa dal governo ucraino nel maggio di quest’anno di rimpatriare i resti del collaborazionista ucraino filonazista Andriy Melnyk per seppellirlo in terra ucraina con i relativi funerali di Stato non sono ostacolate da alcun filtro contro l’estrema destra. A livello nazionale, l’applicazione delle sanzioni dell’UE ha privato il giornalista tedesco Hüseyin Doğru e la sua famiglia dell’accesso ai servizi bancari dopo che egli è stato accusato di aver diffuso «disinformazione» sulla Palestina e su altre questioni per conto della Russia. I servizi di intelligence nazionali sorvegliano ora anche persone e gruppi sotto la voce «delegittimazione dello Stato con rilevanza costituzionale». In materia di migrazione e asilo, il governo federale sostiene «più restrizioni, più rifiuti, più controlli, più espulsioni», come ha affermato Merz nella sua prima dichiarazione politica davanti al Bundestag. La reazione politica, che oggi consiste nella militarizzazione e nella repressione a oltranza, si manifesta in quasi tutti i partiti. Oggi sono poche le correnti politiche che mettono in discussione il riarmo come questione di principio. Una combinazione di tabù e repressione ha permesso a un’impopolare «santa alleanza», che abbraccia due governi consecutivi, di dettare la rotta della politica, mentre un elettorato in gran parte distaccato da queste forze politiche si limita a osservare. In questo processo, il centro liberale ha rinunciato, in sostanza, al repertorio ideologico che un tempo lo legittimava; l’appropriazione opportunistica di quest’ultimo da parte dell’AfD mette in luce la portata di questa abdicazione. La conseguenza è una strana inversione: la destra ha adottato, almeno pubblicamente, il linguaggio del dibattito e dell’apertura che Carl Schmitt identificò un secolo fa come i principi essenziali del parlamentarismo, mentre i sedicenti custodi della democrazia dell’establishment parlano in termini molto più schmittiani degli interessi politici e degli antagonismi che sottendono alle procedure formalmente parlamentari. La diagnosi di Schmitt andava oltre: l’autentico dibattito pubblico stava cedendo il passo alla propaganda, alla suggestione e a ciò che, seguendo Walter Lippmann, egli definiva il «simbolo», riducendo le forme parlamentari a una «decorazione superflua». A Dessau, dal canto suo, ribollono altre idee diverse dai «firewall» e dal simbolismo della Heimat [patria]. I quaderni di Paul Klee, tratti dalle sue conferenze al Bauhaus degli anni Venti e successivamente raccolti in inglese con il titolo The Thinking Eye, trattano del movimento e della trasformazione, delle relazioni tra forme e colori elementari: punto, linea, piano; dall’arancione al blu. Al Museo del Bauhaus, un numero di bauhaus, la rivista trimestrale della scuola, pubblicato nel 1929, presenta la proposta di Henrik Neugeboren per un monumento a Bach: una fuga trasposta in una struttura tridimensionale. Il venerdì pomeriggio prima delle elezioni, a est della Hauptbahnhof [stazione], c’era poca gente che passeggiava per le strade che collegano il museo, inaugurato nel centro della città nel 2019, e il viale pedonale che circonda il Rathaus [municipio]. Sulla targa consumata dedicata a Kurt Weill, originario della città, si legge: «La musica deve riflettere lo spirito del tempo: scomoda, diretta e onesta». Più tardi quel giorno, nel quartiere residenziale di Siedlung, situato a ovest della stazione, vicino al campus del Bauhaus, gli studenti stavano allestendo una mostra. Si era formata una coda davanti alla sede progettata da Gropius. Dalle finestre si vedevano bandiere che annunciavano il centenario. Domenica pomeriggio, la portata della trasformazione elettorale in Sassonia-Anhalt era evidente. La sua importanza a lungo termine e le reali alternative che potrebbero emergere rimangono ancora poco chiare. Si consiglia la lettura di Joshua Rahtz, «¿Corrección del rumbo hacia la izquierda en Alemania? y Oliver Nachtwey, «¿Virtudes soberanas? En torno a Sahra Wagenknecht» El Salto. Loren Balhorn, «Un giro más oscuro en la izquierda alemana», Diario Red. Sahra Wagenknecht, «La situación de Alemania», NLR 146. Wolfgang Streeck, «Alemania gira a la derecha», NLR 152, «Las elecciones federales alemanas de 2021», NLR 131, «La tormenta de Alternative für Deutschland acaba de comenzar», «La coyuntura leída por Wolfgang Streeck» y «La Unión Europea en guerra: dos años después», Diario Red; «El retorno del rey», «El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales», «Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos» y «La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial», tutti pubblicati su El Salto. Questo testo è stato originariamente pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista di politica e teoria pubblicata a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, e viene qui ripubblicato con l’espressa autorizzazione dell’autore. Joshua Rahtz, storico e docente all'Università Künstle di Berlino. Colabora abitualmente con la New Left Review e Sidecar.

  • nuovi movimenti

    Lotte di Francia Elaborazione da una immagine di Antonio Brech Ceci est un soulèvement de la jeunesse Chi avrebbe mai potuto immaginare, solo pochi giorni fa, che questo governo illegittimo, odiato e odioso, che fa soffrire così tanto la popolazione e che si appresta a imporci un piano di austerità ultraviolento, sarebbe stato messo in difficoltà dai giovani? Una gioventù coraggiosa, travolgente e incontrollabile. Questo giovedì 1° ottobre, il regime comincia ad avere paura, perché la situazione gli sta sfuggendo di mano. Facciamo il punto della situazione: · Per stessa ammissione delle autorità statali, oggi in Francia sono state registrate oltre «900 azioni». Si tratta di quasi 10 blocchi stradali e manifestazioni in ogni dipartimento. Il movimento, partito dalla periferia parigina, si è diffuso a macchia d’olio in tempo record. Nelle grandi metropoli, naturalmente, ma anche nelle piccole città e persino nei comuni rurali. In Bretagna, ad esempio, si sono verificati blocchi organizzati dagli studenti delle scuole superiori a Lannion (20.000 abitanti), Carhaix (7000), Douarnenez (14.000) o Savenay (9000)… Un’ondata di proteste studentesche di questo tipo, che riunisce realtà locali molto diverse tra loro in modo spontaneo e con un proprio programma, non si vedeva da decenni. Tutta la gioventù francese grida che non ne può più e rivendica un futuro. Altrettanto impressionante: anche numerose università sono bloccate in segno di solidarietà, nonostante l’anno accademico sia appena iniziato. · Nel tentativo di smobilitare il movimento, il governo gioca la carta della disinformazione e delle teorie del complotto. I servizi di intelligence macronisti sostengono che il movimento sarebbe una «manovra organizzata da LFI e dai suoi rappresentanti dell’estrema sinistra». È assolutamente ridicolo: nessun partito né alcuna organizzazione, nemmeno nei suoi sogni più folli, è in grado di generare per magia una simile rivolta. I giovani spiegano chiaramente le loro rivendicazioni su striscioni, volantini e cartelli ovunque: basta leggerli. Cercando di demonizzare LFI, lo Stato gli attribuisce un potere che lo valorizza. Le autorità affermano inoltre che ci sarebbe «una svolta con un cambiamento di tono, più radicale». Ancora un piccolo sforzo e i mascalzoni al potere capiranno che mutilare e rastrellare adolescenti tende a far arrabbiare. · Proprio le retate: mai, nella storia recente, un governo aveva arrestato così tanti minori in così poco tempo. Il Ministero dell’Interno dichiara oggi 1949 fermi in tutta la Francia. Ieri erano 625. Se si sommano gli arresti effettuati da venerdì scorso, si arriva a 3209 giovani, in gran parte minorenni, rinchiusi in cella in cinque giorni. Ricordate bene questa cifra: 3000. Maltrattati, privati della libertà, che marciscono in carcere per aver lottato. In qualsiasi altro paese, i media francesi parlerebbero di un regime totalitario che rinchiude i propri giovani. Con un tale livello di repressione, ci sono solo due possibili esiti: o il movimento si spegne perché troppi giovani sono stati terrorizzati, oppure si arriva a un’esplosione generalizzata. · “La violenza non risolve nulla”, ci ripetono? Il ministro dell’Istruzione nazionale ha appena annunciato che già domani riceverà i sindacati degli insegnanti, le associazioni dei genitori e quelle degli studenti delle scuole superiori. Si tratta ovviamente di una manovra diversiva per cercare di incanalare il movimento. Ma allo stesso tempo, i ministri dell’Istruzione disprezzano i sindacati polverosi che da anni chiedono educatamente aiuto e implorano di poter negoziare. In pochi giorni di proteste, vengono invitati al tavolo. Ancora più ironico è il fatto che il governo abbia appena annullato con effetto immediato l’introduzione delle tasse di iscrizione per i BTS e le classi preparatorie, a dimostrazione che sta cedendo terreno e che la situazione potrebbe spingersi ben oltre. · Il Primo Ministro ha convocato d’urgenza una cellula di crisi interministeriale. Il governo sta valutando di imporre la didattica a distanza in numerose scuole superiori. Di fatto, bloccherà proprio quelle scuole che voleva riaprire con le sue forze di polizia pesantemente armate. È un altro modo per spezzare il movimento, impedendo agli studenti delle scuole superiori di riunirsi. Édouard Philippe afferma che domani tutte le scuole superiori di Le Havre saranno chiuse. Anche a Nantes lo sarà gran parte degli istituti. In totale, domani nel Paese saranno chiuse 400 scuole superiori. · Il ministro della Giustizia Darmanin ha convocato i 36 procuratori generali per ordinare loro una «risposta penale risoluta» nei confronti degli studenti delle scuole superiori. In concreto, chiede alla giustizia di colpire con la massima durezza possibile i giovani di questo Paese. Chiede ai magistrati di prolungare al massimo la custodia cautelare e di infliggere le pene più severe. Anche in questo caso, si tratta di una logica puramente dittatoriale che dovrebbe far infuriare tutti noi. · Ora il regime ha paura. Teme che la rivolta si consolidi e raccolga nuovi aderenti, proprio mentre sta per iniziare la campagna presidenziale e mentre aveva in programma di far approvare una serie di misure neoliberiste. I consiglieri del Primo Ministro temono una convergenza delle lotte tra i giovani delle periferie e quelli del centro città, e tra gli studenti delle scuole superiori e i lavoratori. Allora, cosa stiamo aspettando? Che l’estrema destra venga ufficialmente eletta? Che diventi del tutto impossibile muovere anche solo un dito? La mobilitazione avviata dagli studenti delle scuole superiori è forse l’ultima possibilità di conquistare diritti e dignità per molto tempo a venire. Non lasciamocela sfuggire. 1 ottobre 2026 Da: «Contre Attaque», che ringraziamo. Appello del Coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia Sabato 3 ottobre eravamo 300 studenti delle scuole superiori di tutta la regione parigina riuniti in un’assemblea di coordinamento. La collera ha avuto inizio dal fatto che nelle scuole della periferia c’è una vera e propria rottamazione sociale. La selezione tra ricchi e poveri a scuola è morta e la rifiutiamo. Chiediamo la fine di Parcoursup. Chiediamo risorse, insegnanti e assistenti educativi (AESH). Vogliamo classi che non superino i 35 alunni, del rispetto per tutti gli studenti, borse di studio che arrivino in tempo, licei dove non ci siano topi, né soffitti che crollano, né amianto, né aule a 40° in estate. Chiediamo un futuro per gli studenti delle periferie. Sappiamo che la meritocrazia è un'illusione. Non c’è motivo per cui noi dovremmo avere un’istruzione e un futuro di seconda categoria rispetto alle scuole private o dei quartieri benestanti. E in fondo, sappiamo che non abbiamo futuro in questo sistema in cui sono i ricchi a decidere. Vogliamo sapere dove finiscono i soldi e vogliamo che vadano dove ce n’è bisogno! Il governo investe miliardi nell’esercito, nei padroni, nella polizia. Questa è violenza. Quindi noi non ci lasceremo dividere dai discorsi contro i teppisti, siamo tutti uniti. Il governo, l’estrema destra e i grandi media hanno tentato di tutto per zittirci. Tutta la violenza della polizia, l’abbiamo vista. Le chiusure delle scuole superiori, le abbiamo subite. Quelli che dicono che siamo strumentalizzati o che siamo stupidi, li abbiamo visti. Ok, preso nota. Ok, non vogliono che ci mobilitiamo di nuovo. Ok, la repressione ha lo scopo di spaventarci, di spegnere la nostra rabbia e di dividerci. I 5000 studenti delle scuole superiori arrestati devono essere tutti rilasciati senza alcuna accusa. Continueremo a mobilitarci. E non ci fermeremo nemmeno alle scuole superiori. Non siamo soli. I lavoratori si uniscono alla mobilitazione. E la nostra collera può parlare a tutti i giovani, anche al di fuori della Francia. Quindi noi organizzeremo lo sciopero degli studenti delle scuole superiori! Chiediamo a tutti di unirsi a noi e di scioperare: insegnanti, genitori, studenti universitari, vigili del fuoco, altri lavoratori. Ci stanno mettendo i bastoni tra le ruote? Noi gli riproponiamo il ’68 e andremo oltre. I sindacati chiamano allo sciopero martedì, tutti devono unirsi a noi! E se questo fa scendere in piazza i gilet gialli anche prima del 17 ottobre, tanto meglio! Vogliamo prendere in mano la nostra lotta: sono gli studenti delle scuole superiori impegnati che devono decidere del proprio movimento, e non spetta a nessun altro decidere al posto nostro. Quindi, ad ogni blocco, davanti a ogni scuola superiore, dobbiamo prendere la parola, organizzarci e decidere insieme. Da lunedì, ci mobilitiamo dovunque. E martedì dobbiamo andare tutti alla manifestazione a République alle 14:00. Ci saremo in corteo con il coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia. Invitiamo tutte le scuole superiori a partecipare e a preparare i propri striscioni. E poi, appuntamento per tutte le scuole mobilitate all’assemblea del coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia alle 17:00. Perché dopo martedì, ovviamente, continueremo! Ai nostri figli e agli studenti delle scuole superiori – «Grazie di tutto. Per l’audacia, il coraggio e la determinazione» Alcuni rappresentanti dei genitori, preoccupati, ci hanno fatto pervenire questo messaggio rivolto agli studenti, ai loro insegnanti, ma anche ai ministri che orchestrano la repressione del movimento studentesco. Un’analisi della situazione e, al tempo stesso, una testimonianza. Ai nostri figli e agli studenti delle superiori Grazie di tutto. Per l’audacia, il coraggio e la determinazione. Grazie per averci ricordato che non c’è nulla da aspettare. Noi stessi abbiamo aspettato così a lungo che sappiamo bene quale sia il prezzo da pagare alla fine. Aspettare la fine della giornata, la fine della settimana, l’inizio del mese, l’accredito della CAF (Cassa degli assegni familiari). Aspettare che le acque si calmino, aspettare giorni migliori, aspettare le elezioni, aspettare l’autobus, la metropolitana. Aspettare di andare finalmente a dormire. Di piegarsi sempre. Anche a voi è stato detto di aspettare. La fine della giornata, l’inizio delle vacanze, i risultati di Parcoursup [1]. Aspettare un corso di formazione, magari un lavoro, di diventare indipendenti e scoprire che è l’opposto dell’essere liberi. Aspettare che la vita inizi proprio laddove finisce. Avete fatto proprio bene a smettere di aspettare. Complimenti per l’umorismo, i travestimenti, i fuochi d’artificio, la solidarietà e tutto ciò che abbiamo visto per le strade. Il mondo che vi lasciamo è una rovina, il futuro che vi stiamo preparando è un incubo, eppure riuscite ancora a divertirvi. Siete la versione migliore di noi stessi, la somma di tutto ciò che abbiamo fallito, di tutto ciò a cui abbiamo rinunciato. Lo sapete, ma è importante ripetervelo. Anche noi siamo molto preoccupati. Ma lo saremmo ancora di più se accettaste il mondo così com’è. Agli insegnanti, ai sorveglianti e ai presidi Martedì eravate in sciopero per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Avete marciato, sfilato e scandito slogan, e poi siete tornati a casa. Il governo non si è nemmeno preso la briga di disprezzarvi. In due giorni di blocchi i vostri studenti hanno scatenato una cellula di crisi all’Eliseo, il panico negli studi televisivi e la chiusura di gran parte dei licei francesi. C’è una lezione da trarne. Conoscete bene tutte le loro rivendicazioni e le condividete: classi sovraffollate, colleghi non sostituiti, locali insalubri e coperte termiche alle finestre per non cuocere già a maggio. E Parcoursup, ovviamente: ne conoscete a memoria i danni e le ingiustizie. Quella sporca macchina di selezione e di pressione psicologica che grava ogni giorno sui vostri studenti tanto quanto su di voi. Pedagogia dell’umiliazione. Eppure i vostri studenti sono venuti a ricordarvelo: nulla di ciò che è stato fatto non può essere disfatto. Grazie a chi tra voi ha aderito ai blocchi, sostenendo i propri studenti. L’equazione è semplice: oggettivamente non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, a cominciare dal fatto di non lasciarvi più umiliare, nemmeno voi. Se rifiutaste sinceramente la vostra condizione comune, sarebbe una tutt’altra storia: è meno facile per un governo strangolare un insegnante di matematica o sparare con un LBD [2] alla testa dell’insegnante di francese. Forse allora tutti reagirebbero. A Laurent Nuñez, Edouard Geffray e ai prefetti È sotto i vostri ordini che, da diversi giorni, la polizia molesta dei ragazzi. È sotto i vostri ordini che sono stati malmenati, trascinati per terra, strangolati, colpiti a bruciapelo con il LBD. Non avete solo voluto ferirli, avete fatto di tutto per umiliarli. 1949 studenti delle scuole superiori fermati, quanti poliziotti indagati? Quali lezioni trarne? Eppure, vi chiudete nella menzogna e nell’irresponsabilità. Bisogna davvero non aver mai messo piede davanti a un liceo per credere che «La France insoumise» [3] abbia anche una minima responsabilità in questa rivolta giovanile. Bisogna essere particolarmente male informati per immaginare che dei «proxy dell’estrema sinistra» teleportino segretamente i bidoni della spazzatura ammucchiati davanti agli istituti. Semplicemente state mentendo in modo sporco. Mentre gli studenti chiedono insegnanti, risorse e un po’ di considerazione, voi invitate la polizia a «non limitarsi a un uso proporzionato della forza»; quando i sindacati di polizia chiedono di poter sparargli con i LBD, voi mettete in guardia i prefetti contro qualsiasi «istruzione contraria a livello locale». Non stiamo inventando né estrapolando nulla: vi leggiamo su «Le Monde» del 2 ottobre 2026. Incitate e incoraggiate la violenza contro i nostri figli. Rintanati nei vostri uffici dorati, scatenate la polizia e tenete il conto degli arresti e dei feriti. Questa mattina, 400 licei bloccati. Non dagli studenti, ma dai vostri decreti. Le misure sanitarie elaborate durante una pandemia diventano l’arma con cui isolate i giovani. Il trucco è troppo evidente: divieto per chiunque di radunarsi nelle vicinanze di un liceo. Chi oserà uscire di casa potrà essere fermato. Dopo aver orchestrato la violenza, ora organizzate il loro sequestro. A tutti noi Come fare per prendere sul serio ciò che esprimono i nostri figli, i ragazzi, con gioia e nonostante i gas lacrimogeni? Come essere all’altezza della situazione, cioè senza il peso delle nostre stesse rinunce? La prossima scadenza nazionale sembra sia stata fissata per il 6 ottobre. Bisognerà ben cominciare a essere presenti. Alcuni genitori Note [1] Piattaforma digitale francese per gestire le ammissioni al primo anno dell0Università. [2] Lanceur de balles de défense. Spara pallottole in gomma, che possono provocare ferite gravi, come la perdita di un occhio. [3] LFI: Partito di sinistra francese.

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