top of page

Search this site

416 risultati trovati con una ricerca vuota

  • clan milieu

    dossier italia L’università liquida Liberalismo autoritario e trasformazione dell’accademia (2/2) Thomas Berra Cultura europea e università L’università è un’istituzione fondante della cultura europea ed occidentale. È un prodotto originariamente del basso medioevo, in particolare di quel risveglio della cultura e del pensiero filosofico e politico che si ha a partire dall’anno Mille. Si sviluppa nel quadro di ciò che Harold Berman ha definito una vera e propria “rivoluzione” in quel suo bel saggio che è Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition (1). La si collega alla ripresa degli studi giuridici nell’Europa occidentale a partire dalla riscoperta del corpus juris di Giustiniano. I primi studi su cui s’impernia l’università, è ben noto, sono quelli giuridici, che consistono in letture e commenti dei testi giustinianei. L’università medievale ovviamente è ben diversa dalla nostra. Si tratta di un’organizzazione che si basa su corporazioni di studenti, i veri protagonisti di quell’università, che si scelgono loro i docenti che pagano direttamente. Una tale università non ha ancora delle sedi istituzionali definite. Studenti e docenti si riuniscono per le lezioni o in abitazioni private, dei docenti generalmente, o nelle chiese. Il legame tra chiesa e istituzione accademica qui è fortissimo, anche se lo studente, quello paradigmaticamente di diritto, non è necessariamente destinato alla carriera ecclesiastica. Così con l’università si dà in nuce un processo di secolarizzazione che ab initio distingue tra teologia e giurisprudenza, e in maniera ancora più significativa tra fede e sapere. Irnerio o Azzone non insegnano dogmi di fede, né su questi si arrovellano. Il loro compito intellettuale è sin dall’inizio laico, pura ermeneutica, nella quale il riferimento all’intenzione del legislatore è meno pressante rispetto alle esigenze della fedeltà letterale al testo, ed alla lettura di questo coll’occhio rivolto ai casi della vita pratica. Si sviluppa pian piano un canone ed un metodo pedagogico che si articola fondamentalmente nel cosiddetto trivio, logica, grammatica e retorica, considerato poi come propedeutico alla stessa teologia, facoltà questa che compete ad armi impari con giurisprudenza, e ad armi più o meno pari con filosofia, la quale rispetto alla teologia ancora stenta ad affermare la propria indipendenza. L’università di questo tipo è tumultuosa, perché si innesta nel tessuto feudale della città. Città e università sono per certi versi consustanziali. Non v’è università se non in città. In questo senso, seppure lo studente medievale si proietta come un chierico, di certo la sua non è una vita monacale. Lo studio è immerso nel fragore delle strade cittadine, di cui gli studenti sono attori principali, e talvolta decisivi per le sorti politiche ed economiche della città medievale, come le vicende di Bologna tra Duecento e Trecento ben ci rappresentano. Questo primo modello di università si scontra con la Riforma protestante e la successiva Controriforma. In questo frangente storico il sapere è fortemente ideologizzato, e dunque dev’essere controllato, per verti versi irregimentato. Dall’università come momento turbolento di formazione per certi versi artigianale di un intellettuale si passa all’idea di un “collegio”, questa volta diretto non dagli studenti mai dai professori, e fortemente regolato e monitorato dalle autorità ecclesiastiche. Questo secondo momento segna il declino dell’università. Ora domina un pensiero unico, di diverso tenore a seconda che si tratti di territorio controriformato o riformato. I giuristi continuano a costituire l’ossatura di questa istituzione, ma sono ora subordinati alla volontà di qualche principe, non più liberi cittadini di un municipio libero. Non è un caso che in questa fase i filosofi più significativi siano tutti degli outsiders, soggetti che si muovono al di fuori delle mura universitarie. Mentre un San Tommaso, o un Marsilio da Padova, sono attori interni all’università, Hobbes non è un docente universitario, e non lo è nemmeno Cartesio. Non lo è Spinoza, e neppure Campanella. Lo è in maniera irregolare e disordinata Giordano Bruno. Il sospetto rispetto all’università vista come centro di pensiero dogmatico e scolastico si fa radicale nella Francia a partire del secolo diciassettesimo. I philosophes dell’Illuminismo non insegnano all’università. Non Locke, non Voltaire, non Rousseau o Diderot, e nemmeno Condorcet o D’Alembert. Si rifugiano semmai in accademie finanziate da potenti mecenati, com’è il caso dell’Inghilterra. O nel caso francese all’ombra della magnificenza del sovrano assoluto. Non che nel Settecento in Francia l’università abbia cessato di operare. Ma ciò che produce è solo pensiero sterile, ripetizione di luoghi comuni. È solo in Germania che in parte si mantiene ancora l’antico spirito tardo-medievale di una università capace di attrarre studenti e docenti di eccellenza. È il caso fortunatissimo di Kant che è chiamato ad insegnare in un ateneo abbastanza provinciale, Königsberg, da cui non vorrà mai muoversi. Ora, con la Rivoluzione francese si ha una rottura. L’università tradizionale, quella grosso modo di stampo medievale, collassa e si chiude. Ed è con Napoleone che è rifondata come istituzione pubblica e fortemente centralizzata sotto la direzione di un ministero di governo. Un tale modello non è certo capace di offrire alla società civile pensiero critico e innovativo. Ma sì sistemazione della legislazione e della dottrina giuridica. Il positivismo giuridico è anche figlio di una tale congerie. Diverso però è il destino dell’università germanica. Qui decisiva è la riforma apportata a tale istituzione da Wilhem von Humboldt, filosofo liberale di fine intelletto. Il modello che Von Humboldt (2) disegna fornisce un esempio d’eccellenza che si tenterà di copiare, con diversi risultati, in varie parti del mondo, specie in Europa. L’idea centrale qui è che insegnamento e ricerca debbano essere dipendenti l’una dall’altro. Si insegna e si fa ricerca, si fa ricerca anche insegnando. L’università ha dunque come fini precipui Lehre, insegnamento, e Forschung, ricerca. Ma ce n’è un terzo, e niente affatto subordinato, la Bildung, che potremmo tradurre come “paideia”, la formazione generale del cittadino, del buon cittadino, di un soggetto coinvolto e partecipe degli affari della propria comunità e pronto ad assumersene il carico oneroso e difficile. Questa tripartizione degli obiettivi paradigmatici dell’istituzione universitaria sarà un secolo dopo riformulata, e resa però abbastanza superficiale, in una nota conferenza di José Orteega y Gasset (3). E così alla Bildung corrisponderà la “cultura”, alla Lehre la “formazione professionale”, ed alla Forschung l’investigazione scientifica. Tre figure popolerebbero, nella prospettiva di Ortega, l’università: l’uomo colto, il professionista, e lo scienziato. Figure queste tra loro ben distinte, secondo il filosofo spagnolo e tra le quali a suo parere dovrebbe prevalere quella del professionista, formazione che in principio dovrebbe offrirsi a tutti gli studenti universitari in quanto tali. Mentre l’uomo colto sarebbe il risultato d’una educazione di carattere propedeutico, non specialistico, a pochissimi andrebbe offerta una formazione tale da farne uno scienziato o uno studioso. Ora, questa è una prospettiva che tradisce la concezione che sta dietro la costruzione humboldtiana, dove i tre fini preposti alla formazione universitaria non possono fare nessuno a meno dell’altro, e si intrecciano specialmente nella maniera in cui si offre l’insegnamento universitario, che oltre a dare una formazione professionale dev’essere anche preparazione alla cittadinanza e raccomandazione di raccoglimento e addestramento intellettuale di alta riflessività. Ai tre fini dell’università si accompagnano – sempre nel modello humboldtiano – due mezzi principali. Il primo è la Freiheit, la libertà, che nell’àmbito accademico si rappresenta essenzialmente come libertà di parola e di pensiero. Ma libertà anche nel percorso di formazione, senza che vi sia la costrizione di una classe da frequentare o di uno specifico e rigido curriculum di corsi da seguire, che ora tradisce l’intensità della proposta humboldtiana invece si sceglieranno a seconda delle preferenze e delle passioni dello studente. Non ci sono esami. O meglio vi sarà solo un esame finale, e nel frattempo per l’appunto libertà. Lo studente è un collega del docente, che gli è pari in dignità accademica. Così, con rispetto, dovrà essere trattato. E poi, oltre alla libertà, l’altro “mezzo” specifico dell’educazione universitaria è la Einsamkeit, la solitudine. Non ci si deve accodare a nessuno. Raggruppare con nessuno. E poi a studiare ed a leggere ed a scrivere si deve essere soli. La solitudine è implicita nel raccoglimento su stessi di cui necessita il pensare, la riflessione. E questa è la materia prima dell’educazione universitaria: imparare a pensare e riflettere. E si pensa e si riflette ovviamente da sé soli. Vale a dire autonomi e autarchici. Non può esservi dubbio che in questa trattazione di ciò che dev’essere l’educazione universitaria Von Humboldt sia innanzitutto influenzato dal saggio di Kant sul conflitto delle tre facoltà principali dell’università, teologia, giurisprudenza e filosofia, Der Streit der Facultäten del 1799, uno dei suoi ultimi scritti, nel quale affermava con netti argomenti la superiorità del sapere e dell’insegnamento filosofico sugli altri due (eminente l’argomento per cui la conoscenza e dunque la sua trasmissione hanno per fine precipuo la verità, non l’utilità) (4). Vi è una libertà di pensare nella filosofia che è ovviamente superiore, per la natura stessa della cosa, al discutere e ricercare su questioni mediche ed anche teologiche. Ora, questo modello germanico non è poi lontano dal coevo teorizzarsi in terre britanniche d’un’idea d’università incentrata sugli studi umanistici e sul raccoglimento interiore, così come tale ideale è espresso negli scritti del Cardinal John Henry Newman (5). Un tale modello non obbedisce ad esigenze economiche o strumentali, e nemmeno politiche. Ne rifugge drasticamente. La gerarchia in esso è tendenzialmente, o almeno in principio, abolita. Nel senso almeno che docente e discente sono membri di pari dignità di una medesima comunità di eletti orientata al sapere ed alla scoperta e diffusione della verità. Certo, si tratta di università per pochi, privilegiati in genere, siano essi aristocratici o borghesi. Ma in essa ci si forma ad uno stile di vita che non è quello del commercio o dell’impresa e nemmeno quello della disciplina militare. Per quanto il docente sia un soggetto dotato di grande autorità, la colleganza che stabilisce la comune attività di ricerca tende a superare le barriere gerarchiche. Che poi questo modello divenga funzionale ad una cultura nazionalistica ed elitistica è anche certo. Ed è proprio ciò che ne determina dopo la seconda guerra mondiale la crisi e la contestazione. Allora, in virtù anche dell’università di massa favorita dal keynesianesimo del Welfare State, i vecchi rituali dell’accademia humboldtiana vengono assaltati. Il professore è giustamente denunciato come “mandarino”, il sapere che trasmette come mero “giuoco delle perle di vetro”, esercizio sterile di erudizione. L’università come arrogante “torre d’avorio”. Si vuole invece democratizzare la gestione del mondo accademico, rompere le barriere di classe e di posizione sociale, e poi ricondurre il sapere accademico ai bisogni reali della società. L’università come azienda Ora, è su sulla negazione del sapere “inutile”, del “mandarinato”, che paradossalmente s’innesta la controrivoluzione neoliberale dell’università. La rivolta studentesca del 1968 mise in discussione i fondamenti elitistici dell’università occidentale, ed europea in particolare. Si contestava l’università come dispositivo di riproduzione del privilegio di classe della borghesia, si metteva in discussione il suo sistema di controllo del sapere, e se ne rigettava l’impostazione d’educazione imperniata su saperi considerati antiquati e ritenuti inutili, atti solo a rendere lo studente un soggetto lontano dalle questioni sociali e di classe. Latino e greco antico furono viste come materie che rendevano i giovani soggetti isolati rispetto alla società civile ed ai movimenti collettivi che in questa si manifestavano. L’università doveva essere per tutti e per tutte, di massa, senza filtri classisti ed aridi miti umanistici. Le cerimonie feudali ancora in vigore negli atenei, le toghe, la goliardia, rituali d’iniziazione delle matricole, vennero permanentemente combattuti. Queste lotte vennero in gran parte accolte dal sistema universitario, che di conseguenza almeno in apparenza modificò il suo funzionamento. Ma l’organizzazione baronale e la forte gerarchicità della struttura d’insegnamento risultò solo scalfita. È pur vero che si moltiplicarono i livelli dei ruoli d’insegnamento, popolandosi gli atenei di nuove figure, in Italia i professori associati ed i ricercatori a tempo indefinito, posizioni introdotte dalla riforma universitaria del 1980 con la legge n. 382. Cosicché l’università degli anni Ottanta si presentava abbastanza diversa rispetto a quella ancora tradizionale degli anni Cinquanta. Si moltiplicarono le sedi universitarie; le tasse per accedere all’educazione universitaria si abbassarono drasticamente. Gli studenti lavoratori vi furono favoriti. Ma surrettiziamente passava l’idea di una università tutta strumentale al contesto che la circondava, e questo contesto era dato dal mondo del lavoro, meglio dell’impresa, il quale a sua volta si aziendalizzava in senso neoliberale. Le lotte studentesche contro materie umanistiche come il latino e il greco antico si rivelavano così paradossalmente funzionali alla cattura del sapere universitario da parte del mercato e dell’economia capitalistica. Rotto l’argine feudale che isolava l’università dalla società circostante, nel momento in cui questa assumeva il volto d’un luogo di competizione tra attori essenzialmente economici e orientati al profitto ed all’efficienza, era aperta la strada ad un’ulteriore trasformazione dell’università, ed in una direzione opposta all’idea antiautoriaria e solidaristica che di essa si era fatta nel Sessantotto. Il trionfo politico del neoliberalismo negli anni Novanta spinge per la riforma dell’università in senso essenzialmente funzionalistico. Ed è qui anche che si rende manifesto il programma esistenziale e gestionale del neoliberalismo trionfante. L’azienda di cui si tessono infinite lodi veicola un modello di gestione che è il contrario dell’autogestione desiderata dalla contestazione studentesca. Gli atenei che tradizionalmente si governavano secondo il principio della pari dignità dei professori, là dove il rettore non era altro se non un primus inter pares, sono ora riorganizzate secondo il modello appunto dell’azienda. All’università sessantottesca, cui si rimprovera una grave crisi di governabilità, così come del resto si fa per l’intera società, si contrappone un regime nel quale l’autorità gestionale è concentrata in capo ad un solo soggetto, il rettore, coadiuvato da un … consiglio di amministrazione, che si sovrappone all’antico “senato”. È ciò che in Italia si dà prima con la cosiddetta “autonomia” degli atenei, che vengono ora in parte resi indipendenti per la programmazione dei corsi e per la gestione del bilancio dal ministero, in una prospettiva che li vorrebbe vedere competere nel mercato dell’offerta formativa. Ma il neoliberalismo non solo rivoluziona l’assetto istituzionale dell’università, ma ne riscrive il senso. Si parte dall’idea di “capitale umano”: ognuno di noi possiederebbe nella propria stessa vita un capitale da investire e rendere economicamente redditizio (6). L’università in questa prospettiva è il luogo propedeutico in cui questo capitale umano va investito. L’educazione universitaria diventa dunque il momento nel quale si dà l’“accumulazione primitiva” di quel capitale umano che formando il “sé imprenditoriale” dovrà poi competere nel mercato del lavoro. In Italia c’è poi la riforma cosiddetta “Gelmini” del 2010 (dal nome della ministra che la firma), che rivoluziona la struttura dell’università, rendendola – potrebbe dirsi – “liquida”, destrutturata, disossata. Non ci sono più le facoltà di antichissima memoria; solo corsi di laurea, che si fanno e rifanno secondo le convenienze economiche dell’ateneo, e poi una miriade di master, spesso di dubbia caratura scientifica, ed in genere ritagliati a fornire “titoli” piuttosto che vere competenze. L’identità del docente e dello studente un tempo agganciata per l’appunto alla “Facoltà” è ora resa “liquida”, indistinta, fluttuante, così come “liquida” è la struttura gestionale affidata a dei dipartimenti anch’essi prodotti di considerazioni spesso estemporanee ed interne alle dinamiche di potere proprie degli atenei. Si precarizza poi la figura del ricercatore, che era stata la vera novità della riforma del 1980 democratizzando il corpo docente, e si riforma la procedura concorsuale d’accesso alla funzione docente a tempo indefinito, rendendola dipendente da una valutazione fondamentalmente numerica del merito e riconcettualizzando questo come “prestazione”. Questi processi di “liquidazione” e deistituzionalizzazione e d’accentramento autoritario risultano particolarmente evidenti e radicali nel mondo delle università britanniche, alle quali guardano gli altri sistemi come un modello particolarmente attraente e universale (7). Qui tutto è innanzitutto numerizzato. Il merito è ritradotto in performance, in “prestazioni”, o “prodotti”, ed a questi si attribuisce un punteggio secondo criteri pretesamente oggettivi. Si introducono “classifiche”, rankings, in ogni settore accademico. Tra le università dapprima, tra i dipartimenti anche, poi tra le riviste, infine tra gli studiosi stessi cui si dànno dei voti, a secondo punteggi prestabiliti e di dubbia ragionevolezza, com’è stato il famigerato VQR delle università italiane. La tenure, lo status di impiegato pubblico, nel Regno Unito non è più concesso ai docenti. Il che consente il licenziamento per “giusta causa”, e questa si dà anche laddove l’università abbia delle esigenze di ristrutturazione del proprio bilancio. L’attività del docente è “monitorata” rigidamente e disciplinarmente, di maniera che una censura può darsi nel caso di “lack of competence”, e questa può farsi consistere per esempio nel non promuovere abbastanza studenti, o nel ritardo anche di un paio di giorni della pubblicazione dell’esito degli esami. “Mancanza di competenza” può anche essere considerata una deficienza nell’efficienza dell’insegnamento, da giudicarsi secondo le direttive del direttore del dipartimento. Questo è nominato dal rettore o Vice-Chancelor, e non dai suoi colleghi. Anche il rettore è nominato da un consiglio di amministrazione secondo una procedura nella quale i docenti non hanno alcuna influenza. La ricerca è condotta secondo “progetti” finanziati dal governo a dalle imprese, su temi di loro specifico interesse. In Italia a questo proposito abbiamo avuto il PNRR concesso dalla Unione Europea dopo la pandemia. L’aziendalizzazione ripropone dunque un regime di liberalismo autoritario con un piccolissimo napoleone come rettore, e con i docenti a concorrere tra loro nel più o meno libero mercato dei fondi di ricerca sotto l’occhiuta supervisione di autorità o “agenzie” accademiche (com’è il caso dell’ANVUR italiana) non democraticamente elette. Invero tale processo di messa in “liquidazione” investe tutta l’amministrazione pubblica, e la crisi che prima pareva riguardare solo il diritto del lavoro, ripensato al servizio della “liberalizzazione” del mercato del lavoro, si comunica al diritto amministrativo, che si tende a rimodellare secondo il paradigma fornito dall’economia aziendale. È la business school che in molte università britanniche suggestivamente assorbe la school of law. L’annunciata nuova riforma dell’università italiana promossa dalla ministra Bernini sembra confermare questo quadro. Si aumenta il potere dei rettori e del “consiglio di amministrazione”, secondo il modello dell’azienda capitalistica. L’università deve essere punto di raccordo tra i giovani discenti e il mondo del mercato e dell’impresa. La sua vocazione allora non è diretta a formare studiosi d’eccellenza, o buoni professionisti, o motivati cittadini, bensì quello di rifornire l’economia di soggetti atti a svolgere una funzione che sia soddisfacente per la concorrenza e la produzione. L’obiettivo ultimo è la crescita del Prodotto interno lordo. Per far questo la vocazione di ricerca dell’università viene sacrificata a quella dell’insegnamento, reso però sincopato, ritagliato in corsi ad hoc, secondo presunte domande di mercato. La poca ricerca che rimane si alimenta di giovani precari, e di “progetti” riferiti a temi tutti nuovamente funzionali al quadro economico vigente, oppure a qualche tema di moda necessariamente superficiale e passaggero. Essere “vincitori” di un progetto conta e conterà più che presentarsi come autori di un’erudita monografia. Parimenti, si presenta all’orizzonte una “terza missione” agli atenei, quella per cui dovrebbero risultare “utili” al contesto sociale che li circonda, che però nuovamente è considerato essere un universo essenzialmente di imprese e di attività imprenditoriali. C’è tutto un chiacchiericcio sulle start-up, imprese di nuova formazione, “innovative”, che l’università dovrebbe riuscire a moltiplicare. Stessa cosa vale per la tanta decantata “digitalizzazione”, che spesso non serve ad altro che a nascondere il vuoto di idee e di ricerca che si cela nella mera diffusione informatica di un triste poverissimo nozionismo. Alternativamente “terza missione” è quella che rende visibile l’ateneo sul “territorio”, incistandolo eventualmente in questo, e dunque spingendo verso una ulteriore provincializzazione e clientelizzazione dell’università. Qui le carriere si svilupperanno, come in Italia succede almeno dagli anni Duemila, secondo criteri rigidamente localistici. Come studioso si nasce e si muore nello stesso ateneo. Conterà più per un giovane essere pronto a fare da portaborse, o da addetto informatico, o persino da sicofante, che chiudersi in casa a studiare la Critica della ragion pura e scrivere un saggio su Kant. In questa fase liberale autoritaria si dà inoltre un ulteriore fenomeno che non va sottaciuto. Sempre più istituti d’educazione superiore, anche d’eccellenza, vengono subordinati alla propagazione o difesa di specifiche militanti concezioni del mondo, siano esse di carattere ideologico oppure geopolitico, e pertanto trasformati in una sorta di al servizio di qualche potentato politico o amministrativo, nazionale o sovranazionale. Ciò in parte già surrettiziamente avveniva per esempio mediante il sistema di succulenti progetti europei di ricerca, di fatto condizionati all’adozione di certe tematiche e di certe metodologie, oltreché di certe prospettive valoriali. Ma ora in maniera esplicita si discrimina o addirittura si cancella, nelle università europee ed occidentali in generale, in primo luogo in quelle statunitensi, ricerca e insegnamento che non si ritrovino in linea con certe esigenze di militanza ideologica o di allineamento geopolitico. Il risultato è un clima di sospetto e di delazione in qualche caso generalizzato, la riduzione drastica della libertà di parola, e maliziosa censura e vigliacca autocensura del corpo insegnante. L’università italiana però soffre di mali endemici che le sono propri e la caratterizzano da decenni. Si pensi alla sua ancora estrema gerarchizzazione dei ruoli accademici e agli abusi che questa permette, oltre al machiavellismo e clientelismo sempre in agguato. Qui è la natura del “bel paese” come territorio dominato dal “sistema di Don Abbondio” che perennemente si perpetua (8). Riassumendo e concludendo, dunque, lo “spirito del tempo” neoliberale, che rimette in gioco la preminenza della forza sul diritto, il “liberalismo autoritario”, si riflette e si rilegittima in uno spazio privilegiato che decenni addietro, e paradigmaticamente, era stato pensato come possibilmente resistente od opaco alle seduzioni del potere e del profitto (9). E l’antropologia che tutto ciò sottende e incoraggia sorprende per la sua pochezza e la sua miseria, inclinandoci alla disperazione. Note 1 Ristampa, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1983. 2 Vedi W. Von Humboldt, Schriften zur Bildung, a cura di G. Lauer, Reclam, Stuttgart, 2017. 3 J. Ortega y Gasset, La misión de la universidad, in Id., El libro de las misiones, VI ed., Espasa-Calpe, Madrid, 1956, pp. 57 ss 4 Vedi I. Kant, Der Streit der Fakultäten, a cura di H.D. Brandt e P. Giordanetti, Felix Meiner, Hamburg, 2005. 5 Il testo qui di riferimento è J. H. Newman, The Idea of University, a cura di I.T. Ker, Clarendon, Oxford, 1976. Cfr. I. T. Ker, Newman’s Idea of a University and Its Relevance for the 21st Century, in Australasian e-Journal of Theology, April 2011. 6 Vedi G. Becker, Human Capital: A Theoretical and Empirical Analysis, with special reference to Education, III ed., The University Of Chicago Press, Chicago, 1993. Cfr. Th. Biebricher, Neoliberalismus zur Einführung, Junius, Hamburg, 2012, pp. 178-179. 7 Cfr. S. Collini, What Are Universities For?, Penguin, London, 2012, e P. Fleming, Dark Academia. How Universities Die, Pluto, London, 2021. 8 Il rimando qui è all’acuto ed elegante saggio di G. Zottoli, Il sistema di Don Abbondio, Laterza, Bari, 1932. Cfr anche M. La Torre, La patria delle ombre. Diritto e politica nella società dello spettacolo, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 41/2011, pp. 163-186. 9 Per l’ideale dell’università come spazio utopico di riflessione e conversazione, si legga l’intenso romanzo di John Williams, Stoner, Random House, London, 2012. Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.

  • guerre

    dossier guerra e capitale Presentazione Thomas Berra Viviamo in tempi di guerra. Le guerre fra Stati si sono moltiplicate per quattro negli ultimi due anni. Si contano sessantacinque conflitti nel mondo. L’invasione dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022 e le guerre coloniali sferrate da Israele e gli Stati Uniti a Gaza, in Libano e in Iran coinvolgono di fatto l’Europa. Guerre ce ne sono state continuamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma mai di tale frequenza, intensità e brutalità. È salito esponenzialmente il numero delle vittime, in particolare di civili. È in corso a Gaza un genocidio dei palestinesi da parte di Israele, in Sudan si moltiplicano i massacri di civili e le violenze sulle donne. L’Intelligenza artificiale è stata integrata nella condotta della guerra: Gaza è forse il primo esempio di una guerra fatta con gli algoritmi. Quel che stiamo vivendo è un cambio di fase storica. Al neoliberalismo trionfante nei paesi capitalisti e alla globalizzazione in atto negli ultimi decenni si sta sostituendo una realtà più complessa. L’affermazione della Cina come potenza competitrice e la nascita del raggruppamento delle economie mondiali emergenti nel BRICS, che puntano a un nuovo ordine multipolare, hanno fragilizzato il dominio mondiale degli Stati Uniti. Nei paesi cosiddetti occidentali e in primo luogo negli USA, sotto la spinta della globalizzazione si è accelerata vertiginosamente la concentrazione del capitale tecnologico e finanziario nelle mani di pochi individui e di poche Holding. I sistemi politici parlamentari non funzionano più da mediazione fra lavoro e capitale e il capitale ha preso direttamente le redini del potere. La presidenza Trump e la partecipazione diretta al potere delle imprese tecnologiche della Silicon Valley e della Big Tech ne sono il più nudo esempio. In conseguenza le democrazie occidentali hanno imboccato una svolta autoritaria, tesa a controllare e reprimere i flussi migratori, causati dalla fame e dalle guerre, e i movimenti sociali interni a ogni paese. La situazione dell’Italia in questo contesto è stata analizzata nel Dossier Italia apparso su ahida nei mesi scorsi. Per le considerazioni avanzate qui sopra, ci è parso urgente aprire un nuovo Dossier, centrato sulla Guerra. Questo tema sarà affrontato su diversi piani e da diversi punti di vista. L’analisi geopolitica (iniziata col primo articolo apparso https://www.ahidaonline.com/post/guerre-2) cercherà di interpretare la fase storica e il ruolo della guerra in essa, la corsa al riarmo dell’Europa e lo spostamento delle priorità produttive verso l'industria bellica, l’impatto della guerra sull’ecologia e il cambiamento climatico, le sue conseguenze sul mercato e le scelte energetiche, il ruolo essenziale dell’Intelligenza artificiale e della tecnologia nell’organizzazione e la conduzione della guerra. Tuttavia il clima di guerra ha un impatto diretto su molti aspetti della vita sociale e quotidiana e il dossier cercherà di metterli in luce. La guerra a Gaza ha mobilitato in Italia decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, su un obiettivo, la difesa della Palestina e la denuncia del genocidio, lontano da rivendicazioni dirette. Ha dato vita a un’esperienza esaltante e nuova di comunicazione sovranazionale come la Flottilla. L’indignazione accesa dalla guerra a Gaza ha fatto da innesco al risveglio di molte iniziative di autoorganizzazione e di lotta nelle scuole e nel mondo del lavoro. Dal lato opposto stanno le misure del governo per criminalizzare ogni dissenso e reprimere così qualsiasi movimento di contestazione. Le scelte del bilancio dello Stato conseguenti al riarmo avranno un effetto negativo diretto sul finanziamento, già insufficiente, dell’educazione, della salute e della protezione delle persone fragili. Non solo nei paesi in guerra le donne pagano il tributo più pesante, subendo violenze sessuali e essendo le prime a piangere la morte dei figli. Il clima di guerra incide anche sui diritti della donna nei paesi non belligeranti, dove i governi tendono a relegare in secondo piano le rivendicazioni contro le disuguaglianze di genere. Infine tutti i settori dell’arte sono toccati, sia attraverso la diminuzione dei finanziamenti, sia con l’estromissione dei soggetti politicamente e socialmente scomodi per i governi. Oltre a articoli provenienti dalla stampa internazionale, contribuiranno al dossier, fra altri: Ferdinando Alliata, Luca Baldissara, Alberto Burgio, Rossana De Simone, Manuela Gandini, Marco Giovenale, Maurizio Lazzarato, Lavinia Marchetti, Paolo de Marchi, Giuseppe Onufrio, Arianna Pasquini, Beppe Zambon. C’è chi avanza l’ipotesi che il disordine globale che stiamo vivendo porterà alla crisi del sistema capitalista e può essere l’opportunità per ricomporre le popolazioni in lotte per nuove forme di società, per nuovi ordini politici in un mondo multipolare. L’ottimismo a volte può sorreggere la ragione in bilico. Vedremo.

  • guerre

    dossier guerra e capitale Introduzione Thomas Berra La Pax Silica, il genocidio di Gaza e la crisi del capitalismo globale William I. Robinson e M. Gürsan Şenalp La guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha momentaneamente distolto l’attenzione internazionale da Gaza, mentre Israele passa da un genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità. Il genocidio è senza dubbio il terrificante culmine di oltre settantacinque anni di colonialismo, occupazione e apartheid sionisti, ma, per comprenderlo appieno, è necessario analizzare le trasformazioni radicali che hanno avuto luogo negli ultimi decenni, nell’economia politica del Medio Oriente e del mondo. La tendenza al genocidio è sempre stata parte integrante del progetto sionista, ma questa tendenza si è concretizzata nel contesto della crisi storica del capitalismo globale. L’attacco sferrato dalla resistenza palestinese il 7 ottobre 2023, nome in codice «Operazione Diluvio al-Aqsa», ha fornito a Israele l’opportunità storica che attendeva da decenni. Se i sionisti continuano a perseguire la loro sfuggente Eretz Israel, gli Stati Uniti guidano un progetto molto più ambizioso, che pone Gaza al centro stesso del capitalismo globale e della sua crisi storica. Nel piano dell’asse Washington-Tel Aviv, Gaza diventa ora un campo di prova per una nuova e più letale fase del capitalismo globale. È questo panorama di più ampio respiro che vogliamo indagare in questo articolo. La crisi contemporanea del capitalismo globale è multidimensionale. Strutturalmente si tratta di una crisi di sovraccumulazione, ovvero una situazione in cui enormi quantità di capitale (profitti) non trovano sbocchi produttivi di reinvestimento. Questa crisi di sovraccumulazione genera un'intensa spinta espansiva, poiché i capitalisti transnazionali intraprendono una ricerca predatoria di opportunità per investire le enormi quantità di capitale in eccesso, aprendo così nuovi spazi per ottenere profitti. Questa espansione violenta implica l'appropriazione di mercati e risorse in tutto il mondo attraverso la guerra, lo sfollamento e la repressione. Gli Stati Uniti e ciò che chiameremo il «trumpismo globale» sono lo strumento fuori controllo di questa ondata espansionistica. Al centro del trumpismo globale si trova l’asse Washington-Tel Aviv. Il genocidio israeliano deve essere ricondotto al contesto più ampio dell’integrazione transnazionale del capitale nell’ultimo mezzo secolo e alla radicale ristrutturazione dei rapporti di classe e dei blocchi di potere su scala mondiale, conseguenza della globalizzazione capitalista. La globalizzazione nella regione dell’Asia occidentale, iniziata negli anni ’80, ha subito un’accelerazione con l’invasione e l’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003, seguita alla creazione nel 1997 della Zona di libero scambio del Medio Oriente (Middle East Free Trade Area, MEFTA) e a una serie di accordi di libero scambio bilaterali e multilaterali, regionali ed extraregionali, di programmi di aggiustamento strutturale e di misure di austerità supervisionate dal FMI. Questa integrazione ha innescato una cascata di investimenti transnazionali aziendali e finanziari nei settori finanziario, energetico, dell’alta tecnologia, dell’edilizia, delle infrastrutture, dei beni di lusso, del turismo e di altri servizi. Ha collegato i capitali del Golfo – compresi i miliardi di dollari dei fondi sovrani – a quelli provenienti da tutto il mondo, tra cui Unione Europea, Nord America, America Latina e Asia, integrandoli indissolubilmente nei circuiti globali emergenti di accumulazione. In questo modo, le borghesie arabe di orientamento nazionale si sono trasformate in borghesie di orientamento transnazionale man mano che l’intera regione veniva incorporata nel sistema produttivo, finanziario e dei servizi integrato su scala mondiale, emerso nell’ultimo mezzo secolo. Israele, lungi dall’essere escluso, si è integrato in queste reti capitalistiche regionali e transnazionali in espansione, dopo la firma degli Accordi di «Pace» di Oslo nel 1993, man mano che le borghesie israeliana e araba iniziavano a sviluppare interessi di classe comuni. Nel 2020 gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, insieme a Marocco e Sudan, hanno firmato gli Accordi di Abramo, seguendo Egitto e Giordania nel processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, apertura che ha permesso ai gruppi di investimento del Golfo di investire miliardi di dollari nell'economia israeliana. L'attacco dell'ottobre 2023 e il successivo assedio israeliano hanno temporaneamente sospeso questo processo. La nuova strategia statunitense-israeliana, che ruota attorno al «Board of Peace» (di seguito denominato Consiglio del Genocidio), mira a reintegrare gli Stati arabi e altri paesi della regione nell’architettura degli Accordi di Abramo. I palestinesi diventano «umanità in esubero» Fino al consolidamento della globalizzazione, alla fine del XX secolo, il rapporto di Israele con il popolo palestinese rifletteva il modello del colonialismo classico, in cui la potenza coloniale usurpa la terra e le risorse dei colonizzati e poi ne sfrutta la forza lavoro. Ma l’integrazione del Medio Oriente nell’economia globale ha contribuito a scatenare la diffusione di movimenti sociali e operai di massa e di pressioni democratizzanti dal basso, riflesse nelle intifada palestinesi, nel movimento operaio registrato in tutto il Nord Africa, nel crescente malcontento sociale e nelle rivolte della Primavera Araba del 2011. Le intifada palestinesi hanno esacerbato la storica tensione interna a Israele, in bilico tra la spinta a portare a compimento la pulizia etnica dello Stato ebraico e la necessità economica di disporre di una forza lavoro a basso costo, etnicamente segregata. Ma la globalizzazione avviata nel decennio degli anni '90 ha offerto a Israele una via d'uscita in grado di risolvere la tensione esistente tra il modello di espropriazione/ipersfruttamento e quello di espropriazione/espulsione a favore di quest'ultimo. La globalizzazione capitalista ha causato continue ondate migratorie nel Sud del mondo, che hanno generato un vasto esercito di migranti interni e transnazionali, dando origine a un nuovo sistema di mobilità e assunzione transnazionale e consentendo ai gruppi dominanti di tutto il mondo di riorganizzare i mercati del lavoro, con l’intento di indebolire il movimento operaio e massimizzare l’estrazione del plusvalore. Sebbene questo sistema di manodopera migrante mobile sia un fenomeno mondiale, è diventato un'opzione particolarmente attraente per Israele, perché elimina la necessità di ricorrere alla forza lavoro palestinese, che è politicamente conflittuale. Nel decennio 2010, centinaia di migliaia di lavoratori migranti, secondo alcune stime fino a 600.000, provenienti da Thailandia, Cina, Nepal, Sri Lanka, India, Europa dell'Est, Filippine, Kenya e altri luoghi, sono diventati la forza lavoro predominante nell'agroindustria israeliana e sono in continua crescita in altri settori dell'economia, dove sono sottoposti alle stesse condizioni precarie di ipersfruttamento e discriminazione dei lavoratori migranti in tutto il mondo. A seguito dell’attacco di Hamas del 2023, Israele ha rimpatriato a Gaza i 10.000 lavoratori palestinesi di Gaza presenti in Israele. All’inizio del 2024, anche in piena guerra, migliaia di lavoratori indiani e di altri paesi continuavano ad affluire in Israele per sostituirli. Il proletariato palestinese è così diventato una popolazione in esubero sempre più emarginata. Nel 1993, lo stesso anno in cui furono firmati gli Accordi di Oslo, Israele impose la sua politica di «chiusura», ovvero l’isolamento dei palestinesi nei territori occupati, la pulizia etnica e una forte escalation del colonialismo di insediamento. Il proletariato palestinese, con il suo progressivo trasformarsi da forza lavoro a basso costo a popolazione in esubero, ha iniziato a costituire un ostacolo non solo all’espropriazione delle terre e delle risorse del sottosuolo, ma anche al nuovo ciclo di espansione capitalista globale registrato in tutto il Medio Oriente. Per questo, le pressioni genocidarie si sono intensificate. Il genocidio è quindi diventato un'opzione sempre più allettante per lo Stato sionista e per i settori più violenti e predatori della classe capitalista transnazionale, per i quali l'assedio di Gaza e della Cisgiordania costituisce una forma di accumulazione primitiva. La Pax Silica e il Consiglio del Genocidio Il significato più ampio del Consiglio del Genocidio assume ora rilevanza, in quanto evidenzia il complesso egemonico emergente del capitale transnazionale, al centro dell'attuale vorticoso scenario mondiale. Questo blocco tripartito di potere riunisce le gigantesche aziende tecnologiche, il capitale finanziario transnazionale e il complesso militare-industriale-repressivo. Le grandi aziende tecnologiche controllano l'intero ecosistema del capitalismo digitalizzato, traducendo il loro enorme potere strutturale in controllo politico diretto attraverso lo Stato fascista. Per promuovere la propria agenda, il blocco ha fatto ricorso al «trumpismo globale», uno dei vari sintomi politici patologici che emergono con il progressivo sgretolarsi dell'ordine internazionale del dopoguerra. Le nuove tecnologie digitali e i multimiliardari che le controllano stanno guidando un nuovo ciclo radicale di ristrutturazione e trasformazione dell’economia politica globale. Le principali società tecnologiche, la maggior parte delle quali con sede negli Stati Uniti e in Cina, attraggono investitori da tutto il mondo assorbendo immense quantità di capitale in eccesso. Nel 2025, le venti principali aziende tecnologiche del mondo registravano nel loro complesso una capitalizzazione in borsa superiore ai 20.000 miliardi di dollari, circa un quinto del valore totale del mercato azionario mondiale. Le grandi aziende tecnologiche e i capitali industriali e commerciali transnazionali che queste raggruppano sono, a loro volta, intrecciati con i giganteschi conglomerati finanziari globali, che possiedono più della metà delle principali aziende tecnologiche. Nel 2022, trentatré società di gestione degli investimenti di capitale amministravano un trilione o diversi trilioni di dollari rispetto alle sole diciassette esistenti nel 2017. Questi titani del capitale controllavano oltre 83.000 miliardi di dollari di attività complessive, il che rappresentava più di quattro quinti del valore del PIL mondiale totale di quell'anno. La Silicon Valley e i suoi finanziatori si stanno orientando verso le tecnologie digitali per la guerra e la repressione, fondendosi progressivamente con il complesso militare-industriale-repressivo, completando l'asse del potere del capitale, che a sua volta si sta allineando con Stati autoritari, dittatoriali e fascisti, un allineamento dichiarato nella forma più agghiacciante nel manifesto in 22 punti di Palantir, pubblicato su X lo scorso aprile. Questo nuovo complesso del capitale è profondamente coinvolto nei sistemi transnazionali di guerra, controllo sociale, repressione e sorveglianza, che si stanno digitalizzando, automatizzando e integrando nell’economia e nella società globali. Questi sistemi forniscono un canale importante per allocare il capitale in eccesso accumulato, aprendo al contempo l’accesso a mercati e risorse. Questo blocco capitalista ha un forte investimento in Israele: nella sua industria tecnologica, nel suo apparato bellico e nel suo genocidio. Il rapporto del luglio 2025, presentato dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, faceva riferimento a 1.650 imprese transnazionali che collaborano con l’apparato bellico e di occupazione di Israele. L'elenco delle sessanta aziende segnalate nel rapporto costituisce di fatto il nucleo del blocco egemonico del capitale. Qui risiede il ruolo chiave che Israele svolge nel nuovo asse di potere del capitale. Israele è il terzo maggiore centro tecnologico del mondo; la sua globalizzazione si è concretizzata a partire da un complesso di alta tecnologia militare, di sicurezza e sorveglianza, integrato a sua volta nelle reti del capitale finanziario transnazionale. Proprio come l’economia globale più ampia di cui fa parte, Israele e il suo capitale tecnologico si nutrono della violenza, dei conflitti e delle permanenti disuguaglianze locali, regionali e globali. Gli interminabili cicli di distruzione seguiti da quelli di ricostruzione alimentano la generazione di profitti non solo per l’industria degli armamenti, ma anche per l’ingegneria, l’edilizia e le relative imprese di approvvigionamento, l’alta tecnologia, l’energia e molti altri settori. Il genocidio israeliano, a cui ora seguirà il Consiglio del Genocidio, sono laboratori raccapriccianti per la nuova modalità di accumulazione del capitale transnazionale. Il Dipartimento di Stato americano ha definito il nuovo ordine mondiale promosso dal blocco del capitale egemonico come Pax Silica. Il Medio Oriente è emerso come un corridoio regionale per la Pax Silica basato sull'alleanza tra Israele e gli Stati del Golfo, che si consoliderebbe attraverso il Consiglio del Genocidio inaugurato da Trump nel conclave del Forum economico mondiale del gennaio 2026. Israele è una potenza sia nelle tecnologie digitali che in quelle militari, avendo combinato entrambe nella sua repressione dei palestinesi. Il piano di «pace» in 20 punti per Gaza presentato nell’ottobre 2025 prevedeva la «riurbanizzazione» di Gaza, inclusa una «governance moderna ed efficiente favorevole ad attrarre investimenti» e l’istituzione di una «zona economica speciale», un linguaggio stereotipato per aprire la Striscia al saccheggio e al controllo capitalista transnazionale. Questa prevista nuova ondata di investimenti, non solo a Gaza ma in tutto il Medio Oriente, dipendeva in primo luogo e come condizione preliminare dalla «risoluzione» del conflitto di Gaza tramite il cessate il fuoco e poi dall’estensione degli Accordi di Abramo che, secondo quanto affermato dal vicepresidente statunitense J. D. Vance, spianerebbe la strada «ad alleanze di più ampia portata per Israele in Medio Oriente, anche se ciò mette in secondo piano la questione palestinese». Mentre Israele passa da un genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità a Gaza, il Consiglio intende aprire la Striscia al suo gas e al suo petrolio, ai suoi immobili sul mare e al suo potenziale turistico. Ma la sua missione principale è trasformare Gaza in un centro nevralgico dell’asse di potere pubblico-privato attorno al quale la tecnologia e la finanza avranno via libera per sviluppare un feudo corporativo sovrano. Rasa al suolo, la Striscia diventa tremendamente redditizia. A due anni di distruzione seguirebbe ora la bonanza: la «ricostruzione» guidata dal complesso del capitale egemonico. La vera portata del piano capitalista globale per Gaza non è stata rivelata nel piano in 20 punti, ma nel documento Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation (GREAT), una proposta del governo statunitense filtrata tramite la stampa prima dell’accordo di cessate il fuoco. Questo documento espone la macabra visione di un centro high-tech della Pax Silica. Il piano GREAT prevedeva la partenza «volontaria» dei palestinesi verso un altro paese, una catena di megalopoli high-tech alimentate dall’IA e un’autorità palestinese residua non meglio specificata che avrebbe aderito all’Accordo di Abramo. I palestinesi e le palestinesi a cui fosse permesso di rimanere avrebbero svolto il ruolo di funzionari, professionisti e lavoratori manuali rigorosamente controllati tramite la sorveglianza biometrica israeliana, i posti di blocco, il monitoraggio degli acquisti e i programmi educativi sionisti, che promuovono la normalizzazione con Israele, ufficializzando così l’occupazione israeliana e la sua amministrazione del campo di concentramento. Nella concezione di GREAT, la Striscia diventerà il punto di partenza e la porta d’ingresso di quella che ha definito una «Nuova Architettura Abramitica». Gaza è stata la prima guerra modellata secondo lo schema dell’intelligenza artificiale del XXI secolo, ovvero un genocidio algoritmico. Se il «trumpismo globale» avrà la meglio, Gaza diventerà ora il campo di prova per consentire alle classi dominanti di governare attraverso l’autoritarismo, il sangue e il capitale tecnocratico. Dei sessanta paesi che Trump ha invitato al conclave di Davos del gennaio 2026, venticinque hanno inizialmente aderito al Consiglio, tra cui Indonesia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Né la Russia né la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che approvava la creazione del Consiglio del Genocidio. L’inclusione di Israele e Netanyahu in tale organismo non potrebbe essere una rivelazione più cinica di questa farsa. In questo momento, il fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran rimane instabile, senza che si registrino progressi nei negoziati. Nel frattempo, solo nel 2025, con il pretesto della «sicurezza», Israele ha attaccato sei paesi, tra cui Palestina, Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen. Ha anche sferrato attacchi contro flotte di aiuti umanitari dirette a Gaza nelle acque territoriali di Tunisia, Malta e Grecia. Attualmente, entrata nel terzo mese di guerra contro l’Iran, condotta insieme agli Stati Uniti, Israele sta trasformando il sud del Libano in una seconda Gaza. Non c’è stata tregua nemmeno nel genocidio a bassa intensità; al contrario, Israele minaccia di tornare all’alta intensità. Infatti, gli attacchi contro Gaza sono aumentati del 35% dal cessate il fuoco con l'Iran. Non c'è modo di prevedere l'esito dell'attuale conflitto regionale, ma senza dubbio l'intero panorama regionale e globale si sta già radicalmente riconfigurando, mentre il sistema capitalista mondiale continua a sgretolarsi sotto il peso delle sue contraddizioni esplosive. La guerra contro l’Iran e l’assalto israeliano al Libano estendono gli obiettivi politici e la dinamica del genocidio di Gaza a tutta la regione. Nel frattempo, i palestinesi continueranno a resistere come hanno fatto per oltre un secolo. Si consiglia la lettura di Alexander Zevin, «Trump’s Gulf War», NLR 158. Mitchell Plitnick, «Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida», «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Diario Red. Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) y Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007), Giovanni Arrgihi y Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001). The White House, National Security Strategy of the United States of America 2017 y National Security Strategy of the Unites States of America 2025. William I. Robinson è professore emerito di Sociologia, Studi globali e Studi latinoamericani presso l’Università della California a Santa Barbara. È coeditore di We Will Not Be Silenced: The Academic Repression of Israel’s Critics (2018). Il suo libro più recente è Epochal Crisis: The Exhaustion of Global Capitalism (2025). M. Gürsan Şenalp, professore associato di Economia all’Università Atılım in Turchia, svolge attività di ricerca e insegna economia politica globale. È membro del comitato editoriale di Praksis, una rivista marxista di scienze sociali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è qui riprodotto con l’esplicito consenso del suo editore. Traduzione di Elisabetta Galasso

  • guerre

    dossier guerra e capitale Come si annuncia Introduzione 2 Thomas Berra Come si annuncia Si annuncia con dei clamori con dei clamori incessanti o brevi con dei clamori decifrabili o enigmatici con delle esplosioni di ottoni percossi violentemente con dei sibili di fischietti con dei rombi di motori con delle raffiche di risate con dei latrati di cani con dei battiti di remi contro l’acqua di un lago col brusco silenzio degli uccelli con degli schiaffi con delle circolari con degli squilli di trombe con una chiamata telefonica in the next appartment con barriti di elefanti con una antica canzone udita in una riunione di famiglia con un vago gesto della mano con una folla che tace con una bandiera che cade con una lettera perduta con un tono di voce appena cambiato con un curioso sentimento d’ingiustizia con una crisicon una partenza mancata per poco con delle tracce mal cancellate col solo gusto di farlo con dei manifesti affissi su tutti i muri di un paese con delle notevoli oscillazioni in Borsa con dei pugni sulla faccia con dei mercantili che appaiono all’orizzonte con dei sentieri apparsi in una fitta foresta con un via-vai di grossi camion scoperti con un notevole abuso di alcol con una freccia lanciata in una certa maniera in un certo luogo contro un certo albero a una certa altezza del tronco con del fumo che si alza sopra una collina con diversi passaggi rasoterra di un monomotore grigio con degli improvvisi abbandoni di prosperi commerci con degli stupri ripetuti di ragazze giovanissime nei parchi con dei pacchi esplosivi indirizzati a gente qualsiasi con delle sirene di fabbriche alle 10 di sera con la requisizione di tutte le prostitute con un’ondata di partenze riuscite con la costruzione di centinaia di baracche in uno stesso luogo di campagna con un'ondata di suicidi riusciti e non riportati dai media con qualcosa che ci si tira dietro chiaramente come un marchio della storia con una maniera improvvisa che ha la gente di mettersi a cantare insieme in pubblico con una tragica penuria di acqua potabile con la sparizione di tutti i gatti randagi con un colpo di fulmine a ciel sereno con altre cose con una quantità di altre cose ancora con un’enorme quantità di altre cose non importa quali ma che non si riusciranno mai a prevedere come per esempio: delle porte sfondate a calci della gente buttata giù per le scale degli assembramenti di uomini e donne nudi davanti a delle mitragliatrici dei soldati che guardano degli impiccati dei soldati chini su un letto delle gambe attaccate a dei rami dei corpi decapitati deposti sui dei lavatoi delle ombre accasciate su una zattera che discende un fiume dei profili individuati l’interdizione di parlare una lingua particolare un partito unico un sindacato unico delle frontiere invalicabili migliaia di carnai dei parcheggi di auto esplosive milioni di disoccupati degli scrittori imprigionati a vita dei musicisti imprigionati a vita di un sacco di gente imprigionata a vita dei falsi malati mentali: scrittori, musicisti, pittori, cineasti, attori, ricercatori, metallurgici, dottori, giornalisti, falegnami, impiegati, architetti, professori, tipografi, maestri, editori tutti falsi malati mentali delle interruzioni d’acqua, di gas e di elettricità nei quartieri che vengono restaurati per ordine di quei fetenti dei costruttori la tortura istituzionalizzata in tutti i paesi delle infiltrazioni dappertutto e di ogni genere di un numero sempre maggiore di stronzi con dei cani poliziotto a domicilio il balbettio generalizzato dei padiglioni di tiro a segno obbligatorio per tutti della musica dolce continua in tutti i palazzi oltre che in tutti i grandi magazzini un’impressionantissimo spessore di merda dappertutto dei barboni picchiati a morte un’invasione di piccole case individuali tutte minate un fortissimo odore di morte e tante altre cose una quantità di altre cose ancora. Jean-Jacques Viton (Marsiglia, 1933 – Marsiglia, 2021). Poeta francese. Fondatore di numerose riviste culturali, tra le quali spicca «Banana Split», amministratore del Théâtre Quotidien di Marsiglia, fu un adepto del movimento e del ritmo esplorando in modo anarchico il testo, strutturandolo e destrutturandolo.

  • guerre

    dossier guerra e capitale Engels, la guerra e l’ipertrofia dello Stato nel XX secolo Progresso tecnologico e cambiamento storico Thomas Berra Friedrich Engels, nato nel 1820 a Barmen, in Renania, e morto nel 1895 all’età di 75 anni a Londra, trascorse tutta la sua vita adulta all’ombra di Karl Marx, al quale sopravvisse di dodici anni, sentendosi a proprio agio in quella posizione[1]. Per volere del padre lasciò la scuola secondaria un anno prima di ottenere il diploma di maturità [Abitur] per entrare, in qualità di figlio maggiore, nell’azienda di famiglia. Completando così la sua formazione da autodidatta, il suo incontro con Marx lo lasciò profondamente impressionato, ammirando la brillantezza sistematico-filosofica del giovane hegeliano, in cui vedeva un genio con un talento ben superiore al proprio. Infatti, il tipo di pensiero speculativo in cui Marx eccelleva come nessun altro era considerato dai filosofi tedeschi dell’epoca la forma più elevata di attività scientifica; Engels, che condivideva tale valutazione, considerava forse il proprio compito, di tipo positivista, troppo banale in confronto, comprendendo che il suo ruolo nella collaborazione con Marx era quello di editore, lettore, pubblicista, traduttore e divulgatore della teoria marxista (non marxista-engelsiana), rendendola comprensibile al movimento socialista a cui era destinata. Il fatto che a volte il risultato di tale compito fossero semplificazioni o formulazioni riduzionistiche di pensieri complessi non solo era inevitabile ma anche desiderato, sebbene il prezzo che Engels dovesse pagare per ciò fosse il persistente sospetto di essere incapace di articolare una maggiore complessità. Tuttavia, a lui si devono risultati davvero notevoli e proprio perché il suo temperamento lo portava a interessarsi al mondo realmente esistente, verso le realtà piuttosto che le astrazioni. Oltre alle sue opere scientifiche, letterarie, giornalistiche e politiche, straordinariamente variegate, Engels fu per lungo tempo un imprenditore industriale di successo con molti anni di esperienza alle spalle, il che non solo gli permise di finanziare la lenta progressione della produzione teorica di Marx, ma gli fornì anche una comprensione del capitalismo dall’interno, insolita tra i suoi avversari. Forse si può affermare che, a modo suo, Engels si trovava più a suo agio nel mondo rispetto a Marx, il filosofo economista-politico, il che aiuta a spiegare come egli sia diventato, pur essendo ancora molto giovane, uno dei primi sociologi empirici con la sua opera Die Lage der arbeitenden Klasse in England: Nach eigner Anschauung und authentischen Quellen [La situazione della classe operaia in Inghilterra, secondo le mie opinioni e fonti autentiche], scritta all’età di 24 anni durante un periodo di formazione di due anni trascorso nella sede dell’azienda tessile di famiglia a Manchester. Marx, che Engels aveva visitato a Colonia nel 1842 mentre era in viaggio verso l’Inghilterra, rimase profondamente colpito dal libro e dichiarò che Engels era «giunto alla stessa conclusione» di lui, ma «per una via diversa», in particolare quella della ricerca empirica. Iniziò così un’amicizia e una collaborazione che sarebbero durate tutta la vita e che poco dopo avrebbero dato origine, tra le altre cose, al Manifesto del Partito Comunista del 1848, una pietra miliare nella storia delle scienze sociali piena di tracce testuali del libro di Engels, così come lo sarebbe stato, quasi due decenni dopo, il primo volume de Il capitale. Quello che potremmo definire il carattere concreto del pensiero e della ricerca di Engels, la sua esperienza e il suo stile di vita, si manifestano anche nella sua produzione intellettuale praticamente enciclopedica, alimentata da una vorace fame di fatti e dalla costante ricerca di nuovi temi, divorando intere biblioteche alla ricerca degli ultimi progressi nei diversi campi del sapere. Come studioso indipendente, ha indagato l’evoluzione delle scimmie antropoidi che avrebbe portato alla comparsa degli ominidi, l’antropologia storica del lavoro, l’origine della famiglia, la storia del cristianesimo primitivo e quella della Germania, in particolare le guerre contadine, oltre alle scienze naturali emergenti nella sua Dialettica della natura. Mentre Marx poteva mostrare tratti misantropici, per dirla in modo delicato, l’immediatezza dell’accesso di Engels al mondo spiega in parte perché fosse il più attivo politicamente dei due. Era in gran parte lui a mantenere i contatti con i movimenti e i partiti socialisti internazionali dell’epoca, aiutato dalla sua padronanza attiva di dodici lingue e dalla capacità di comprenderne con una certa facilità altre venti. Supplemento teorico Non sono affatto qualificato per riassumere la totalità degli studi e della produzione scientifica di Engels. Nel suo caso, come in quello di altri grandi pensatori, si possono rileggere le sue opere più e più volte e si scopre sempre qualcosa di nuovo. A me, in quanto sociologo interessato alle forze motrici che configurano lo sviluppo delle società complesse contemporanee, colpisce fino a che punto egli abbia integrato la concezione materialista della storia, elaborata (con il suo aiuto) da Marx come critica dell’economia politica del XIX secolo, con una sorta di teoria dello Stato e della politica. Sebbene lo stesso Engels considerasse il proprio contributo come un mero complemento alla teoria marxiana del materialismo storico, sostengo che egli possa essere considerato il fondatore di un ramo indipendente della teoria sociale materialista, che ha contribuito a una comprensione migliore e più esaustiva, assolutamente necessaria dal punto di vista attuale, della politica e dello Stato. Cosa intendo con «una sorta di teoria»? Innanzitutto, che Engels si affidò sempre a Marx per quanto riguarda il «quadro generale», perché, da un lato, confidava che Marx lo avrebbe sviluppato, ma anche, si può almeno supporre, per il suo temperamento personale di ricercatore, che si esprimeva in una certa avidità presistemica e insaziabile di fatti, sempre più resistenti alla sistematizzazione quanto più ampio era il flusso a cui la sua ricerca aveva accesso. Tra i temi che più attirarono la sua attenzione vi erano lo sviluppo delle forze armate e le guerre che accompagnarono l’ascesa simultanea del capitalismo e dello Stato-nazione moderno2. Il suo legame con l’economia politica dell’epoca e il suo futuro superamento rivoluzionario non era immediatamente evidente, in parte a causa degli elementi di imprevedibilità, cioè di «relativa autonomia», generati dalla «nebbia del campo di battaglia», se così si vuole dire, già segnalati da Clausewitz, nel ruolo della guerra come generatrice di contingenze storiche impreviste. Engels finì per diventare uno dei principali teorici militari della sua epoca, anche se ai suoi amici di Londra sembrava un capriccio personale che gli valse il soprannome di «il generale». In seguito fu studiato come autorità indiscussa su questi argomenti e non solo dagli strateghi militari del socialismo come Lenin, Trotsky e Mao Zedong; più tardi ancora quella sua inclinazione fu nascosta come qualcosa di vergognoso dai socialisti pacifisti, che negavano il ruolo strategico della violenza in politica dopo il 1945. Il suo contributo in questo campo, credo, deriva in larga misura dalla speciale affinità esistente tra la natura peculiare della guerra moderna nel contesto dello sviluppo capitalistico e la predisposizione di Engels a osservare la realtà in modo non dogmatico, il che gli permise di gettare le basi di un complemento teorico sullo Stato, che risultava realmente necessario per la critica dell’economia politica sviluppata da Marx e da lui stesso. Ciò non significa che Marx non fosse interessato alle guerre del suo tempo. Anche per lui, come affermava nel primo volume de Il capitale (1867), «la violenza è la levatrice di ogni vecchia società incinta di una nuova»3. Almeno fino al decennio del 1880, sia Marx che Engels speravano di vedere la fine del capitalismo durante la propria vita e immaginavano che tale transizione potesse avvenire pacificamente solo in casi eccezionali. Dove alla fine Engels aveva un vantaggio su Marx era nella sua esperienza pratica come volontario nell’artiglieria prussiana a Berlino nel 1841-1842, come partecipante alla rivolta di Elberfeld del 1849, organizzata per garantire l’adozione della Costituzione di Francoforte, e come partecipante alla ribellione antiprussiana, rapidamente schiacciata, dell’esercito del Baden-Palatinato e della Volkswehr [forze di difesa popolari] del Baden del 1848-1849, una dolorosa sconfitta che lo accompagnò fino alla morte. Probabilmente per questo motivo Marx lo considerava un esperto di questioni militari e cercò di convincerlo a scrivere un capitolo sulla storia militare per il primo volume de Das Kapital. Engels accettò la proposta, ma non la portò mai a termine, il che, a mio avviso, indica che il suo materiale empirico si opponeva a essere sussunto nella sistematizzazione del feticismo della merce in cui Marx inquadrò la sua critica dell’economia politica. Contrariamente a quanto molti suppongono oggi, ciò non era dovuto al fatto che la cosiddetta «concezione materialista della storia» di Marx ed Engels fosse economicamente deterministica e, quindi, apolitica. Le principali teorie delle scienze sociali del XIX secolo ricorrevano spesso a formulazioni deterministiche, se non teleologiche, se non altro per figurare al fianco delle scienze naturali in ascesa. Nella misura in cui tali tendenze sono individuabili nell’opera di Marx ed Engels – ed entrambi erano convinti che il corso della storia potesse in ultima analisi andare solo nella direzione del socialismo –, essi erano in buona compagnia. D’altra parte, si differenziavano dai loro contemporanei in quanto non erano solo teorici della società capitalista, ma anche militanti della rivoluzione proletaria che doveva essere organizzata; in quanto tali dovevano dispiegare la retorica della fiducia nella vittoria finale indispensabile per un movimento politico, che non va confusa con la previsione teorica. Dopotutto, entrambi dedicarono una parte importante del loro tempo alla creazione di organizzazioni internazionali di lavoratori e alla consulenza ai partiti nazionali, e interruppero ripetutamente il loro lavoro teorico a tal fine. Se la loro teoria avesse previsto che l’avanzata verso il socialismo sarebbe avvenuta per sé, avrebbero potuto risparmiarsi tale sforzo. Infatti, dal 1849 in poi dedicarono molta attenzione agli avvenimenti politici e militari dell’epoca e investirono notevoli energie nella stesura di innumerevoli analisi giornalistiche e teoriche su di essi. Se prendiamo in considerazione opere come Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte e La lotta di classe in Francia, nonché la lunga serie di articoli giornalistici scritti sulla guerra di Crimea, la guerra civile americana e altri conflitti bellici, possiamo affermare senza ombra di dubbio che il materialismo storico concede un posto molto più prominente all’intervento politico-collettivo nello svolgimento delle questioni sociali – ciò che in inglese viene solitamente designato come agency – rispetto a quanto facessero le scienze sociali accademiche del loro tempo e rispetto a quanto abbiano fatto quelle sviluppatesi da allora. Come ho già detto, le guerre del loro tempo furono seguite con grande attenzione da Marx ed Engels, il che non sorprende, poiché in quanto rivoluzionari intendevano imparare dalle guerre combattute tra Stati nel momento presente per concepire le guerre di classe del futuro che avrebbero dovuto porre fine al capitalismo. Dalla sua esperienza del 1849, Engels imparò che le ribellioni improvvisate non avevano senso; i combattenti per il comunismo dovevano essere almeno alla pari con gli avversari statali e di classe in termini di armamento e disciplina. Per chiarire come ciò potesse essere possibile, era necessario comprendere con precisione il rapido sviluppo della tecnologia militare e della conduzione della guerra e la sua relazione con lo sviluppo industriale registrato in quel momento. Nei quattro anni trascorsi tra il 1861 e il 1865, Marx ed Engels seguirono ogni evento della Guerra Civile americana, che giustamente riconoscevano come la prima guerra moderna. Già nel marzo del 1862, affermavano in uno degli articoli giornalistici che scrissero insieme: Da qualsiasi punto di vista, la guerra civile americana presenta uno spettacolo senza pari negli annali della storia militare. La vasta estensione del territorio conteso; l’ampio fronte delle linee di combattimento; la forza numerica degli eserciti contrapposti, la cui creazione ha potuto contare solo su un supporto organizzativo minimo; i costi enormi di questi eserciti, il modo di guidarli e le tattiche e i principi strategici generali secondo cui si combatte la guerra sono tutti nuovi agli occhi dello spettatore europeo.4 Alla fine della guerra si contavano quasi settecentomila morti sui campi di battaglia e nei campi di prigionia di entrambe le parti. Qualche anno dopo, tra marzo e maggio del 1871, Marx ed Engels osservarono da Londra la repressione della Comune di Parigi, la ribellione di una parte della popolazione parigina contro il proprio governo e l’occupazione prussiana, dopo la sconfitta francese nella guerra contro la Prussia del 1870-1871. Nei combattimenti e nelle successive esecuzioni di massa persero la vita non meno di trentamila persone della fazione insurrezionale; tra le truppe governative il numero dei morti fu di circa novecento5. Ciononostante, per Marx ed Engels era ancora chiaro che la via verso il socialismo avrebbe richiesto l’uso collettivo della forza. Ma come poteva inserirsi una guerra di classe tra lavoro e capitale in un mondo di eserciti statali professionalizzati ed equipaggiati come gli unionisti e i confederati della guerra civile americana o l’esercito prussiano, per non parlare degli eserciti del futuro? A mio giudizio, Marx ed Engels affrontarono ripetutamente nel corso della loro vita questo enigma strategico centrale, proponendo diverse soluzioni. Occasionalmente, nelle guerre interstatali imminenti o in corso, presero le parti dello Stato capitalista che a loro sembrava più avanzato da una prospettiva storico-mondiale; il più delle volte si trattava della Germania rispetto alla Francia, almeno durante il Secondo Impero, e la Russia zarista era sempre il paese del «modo di produzione asiatico», il baluardo della reazione, contro il quale il progresso tedesco doveva difendersi se necessario. Formularono anche risposte riduzionistiche: la forza militare di uno Stato era commisurata al suo livello di sviluppo industriale, per cui gli Stati avanzati con società mature per il socialismo dovevano sempre prevalere su quelli meno sviluppati. Un modo di distruzione capitalista? Gradualmente, tuttavia, e specialmente dopo la morte di Marx, prevalse un approccio più sfumato basato su due fatti osservati da Engels: il rafforzamento degli Stati rispetto alle loro società attraverso il monopolio dei moderni mezzi di sterminio e la dinamica interna dello sviluppo della tecnologia militare, che ha dato origine a un modo di annientamento sociale, diverso dal modo di produzione sociale e dotato di una propria dinamica di sviluppo, che integra quella del capitalismo. Insieme forniscono, a mio avviso, una spiegazione di ciò che chiamo l’ipertrofia dello Stato nel XX secolo e forse anche oltre. Nel resto della mia esposizione intendo dimostrare che in Engels c’è ben più di «qualcosa di simile a una teoria», in particolare che è possibile dedurre una teoria parziale dello sviluppo sociale simile alla teoria economica di Marx, e che insieme a quest’ultima essa permette di elaborare una teoria storico-materialista più realistica delle società capitalistiche oltre il XIX secolo. Comincio dall’aspetto tecnologico. A mio avviso, la critica al materialismo storico come presuntivamente deterministico allude a due versioni del determinismo, una tecnica e l’altra economica. Il locus classicus per la versione tecnologica è il seguente paragrafo de La miseria della filosofia: I rapporti sociali sono intimamente legati alle forze produttive. Acquisendo nuove forze produttive, gli uomini cambiano il modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, il modo di guadagnarsi da vivere, cambiano tutte le loro relazioni sociali. Il mulino a mano ci dà la società del signore feudale; il mulino a vapore, la società del capitalista industriale (il corsivo è mio, WS)6. Questo non è stato scritto da Engels, ma dallo stesso Marx nel 1847. «Intimamente legate a» (eng verknüpft mit) non significa «determinate da», anche se la frase finale, esagerata metaforicamente e spesso separata dal suo contesto, ha un tono deterministico. Ma l’affermazione che il progresso tecnologico, l’apparato di produzione volgare-utilitaristico nelle fabbriche capitalistiche, così come poteva osservarlo quotidianamente il figlio di un imprenditore industriale come Engels, dovesse almeno condizionare il progresso dell’umanità, doveva sembrare una provocazione agli idealisti hegeliani dell’epoca; e questa era senza dubbio proprio la sua intenzione. Non è questa la sede per indagare come la teoria della transizione dal mulino a braccio al mulino a vapore e la sua relazione con le forme di potere sociale sia stata successivamente elaborata nella direzione di «intimamente legate» (eng verknüpft) o di «generare» o «produrre» (ergibt) una società (o forse di entrambe). L’unica cosa da sottolineare qui è il ruolo centrale che lo sviluppo della tecnologia ha svolto fin dall’inizio nel pensiero storico-materialista di Marx e anche di Engels. Nel 1855, al culmine della guerra di Crimea, Engels pubblicò un ampio e documentato riassunto dello sviluppo degli armamenti in tutti gli Stati europei7. In qualità di industriale, gli sembrò utile non solo confrontare il progresso delle tecnologie distruttive dell’epoca con quelle produttive, ma anche considerare la loro interrelazione. Una delle questioni oggetto di indagine era se la tecnologia militare avesse tratto maggior beneficio da quella civile o viceversa, ovvero quale delle due potesse essere considerata predominante. Da una prospettiva politico-economica, la tecnologia militare non poteva che essere un sottoprodotto di quella civile. Ma la produzione industriale di massa, basata su componenti standardizzati (requisito essenziale per quello che sarebbe diventato il modo di produzione «fordista»), non poteva forse essere fatta risalire a un certo Samuel Colt, la cui invenzione gli permise di fornire centotrentamila revolver agli Stati del Nord durante la guerra civile americana? Ancora più rilevante per il materialismo storico era la questione se, per analogia con lo sviluppo dei mezzi di produzione a seguito del progresso dal mulino a braccio al mulino a vapore, si potesse ipotizzare lo sviluppo «relativamente autonomo» di quelli che potremmo chiamare i mezzi di distruzione – la sostituzione della spada con la mitragliatrice –, come un secondo filo parallelo dello sviluppo storico, intrecciato con il primo ma non identico a esso. Corone che rotolano per terra Chi distrugge chi nei rapporti di distruzione tecnologicamente rivoluzionati che si sono sviluppati nelle società industriali moderne? Le riflessioni di Engels sulla guerra durante l’ultimo terzo del XIX secolo indicano che ciò che per lui era sempre più importante era che il principale beneficiario del progresso militare nella trinità società-economia-Stato era lo Stato. Solo gli Stati disponevano delle risorse necessarie per acquisire i nuovi mezzi di distruzione su larga scala centralizzati e per costruire e mantenere le forze di lavoro note come «eserciti» necessarie al loro dispiegamento. Con ciò il peso dello Stato nella politica e nello sviluppo economico della società crebbe inevitabilmente oltre il ruolo che gli assegnava la teoria politico-economica della metà del XIX secolo, rendendolo qualcosa di più di un mero «comitato di gestione degli affari comuni della classe borghese»8, o di una «sovrastruttura» del modo di produzione capitalista. La portata dei nuovi poteri di distruzione nelle loro mani era destinata a scatenare una competizione tra gli Stati che si sarebbe aggiunta alla rivalità tra i monopoli e i cartelli emergenti nelle economie capitalistiche: una competizione sui generis per capacità di sterminio sempre più terrificanti, che per le società coinvolte poteva rivelarsi molto più pericolosa delle crisi periodiche causate dalla concorrenza economica. In tali circostanze, c’era ancora una prospettiva realistica di utilizzare con successo la violenza rivoluzionaria per liberare la società dal flagello del capitalismo? Verso la fine della sua vita, Engels sembra essersi visto costretto a introdurre di nascosto la guerra di classe per il socialismo nella guerra all’ultimo sangue tra gli Stati, che vedeva profilarsi all’orizzonte. Grazie alla sua conoscenza approfondita della corsa agli armamenti in atto, Engels non aveva dubbi su tale evoluzione. Nel 1887, meno di tre decenni prima del 1914, predisse una «guerra mondiale di portata e intensità senza precedenti»: Da otto a dieci milioni di soldati si scontreranno, devastando l’Europa più di una piaga di locuste. La devastazione della Guerra dei Trent’anni concentrata in tre o quattro anni ed estesa a tutto il continente; carestia, epidemie, barbarie generale degli eserciti e delle masse popolari causata da una miseria acuta; dislocazione irrecuperabile del nostro sistema artificiale di commercio, industria e credito, culminante nel fallimento generale; il crollo dei vecchi Stati e della loro tradizionale saggezza politica, cosicché decine di corone rotoleranno sul selciato senza che nessuno possa raccoglierle; è assolutamente impossibile prevedere come tutto ciò finirà e chi uscirà vincitore dalla battaglia [...]. Questa è la prospettiva per il momento in cui l’ipertrofico sistema di reciproca concorrenza negli armamenti darà finalmente i suoi inevitabili frutti9. Le ultime stime parlano di un totale di nove milioni e mezzo di morti da entrambe le parti, caduti in una guerra come non se ne erano mai viste prima. Per Engels, tuttavia, nemmeno un evento di quella mostruosa portata poteva portare a un punto morto la dialettica dell’avanzata della storia verso il socialismo. Alla fine della prossima guerra mondiale, proclamò, con quella combinazione di previsione e grido di battaglia così caratteristica dei primi socialisti, non si poteva che aspettarsi la vittoria della classe operaia internazionale: Solo un risultato [è] assolutamente certo: l’esaurimento generale e l’instaurazione delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia [...]. Ecco, signori principi e statisti, dove avete portato la vecchia Europa con la vostra saggezza. E se non vi resta altra scelta che iniziare l’ultima grande danza di guerra, così sia. La guerra può metterci in secondo piano per un po’, può strapparci alcune delle posizioni che abbiamo già conquistato. Ma una volta che avrete scatenato le forze, non potrete più controllarle, e queste seguiranno il loro corso; alla fine della tragedia, sarete rovinati e la vittoria del proletariato sarà già stata ottenuta o sarà inevitabile10. Questa prospettiva non era del tutto irrealistica, come avrebbe dimostrato poco dopo l’ondata rivoluzionaria del 1917-1919. Ciò che Engels proclamava era che, in conseguenza dell’imminente guerra mondiale, le classi lavoratrici armate dei paesi allora devastati si sarebbero sollevate contro i loro nemici di classe e, in una rivolta popolare, avrebbero finalmente rovesciato il capitalismo. Dopo il 1918 Engels avrebbe potuto sottolineare le numerose riforme democratiche ottenute in molti paesi: suffragio universale, diritti sindacali, contrattazione collettiva, nonché la Rivoluzione russa, senza dubbio favorita dalle operazioni strategiche dello Stato Maggiore tedesco. Come aveva previsto Engels, la guerra iniziata come lotta nazionale con eserciti reclutati con la forza poteva servire a rafforzare la classe operaia, sia nei paesi sconfitti che in quelli vittoriosi; lo stesso accadde inizialmente dopo il 1945. Dimensioni interstatali Il fatto che il capitalismo fosse rimasto praticamente indenne non era dovuto solo all’equilibrio interno delle forze politiche; già nel 1918, l’ordine interno degli Stati nazionali emergenti era diventato dipendente anche dalle circostanze militari internazionali. Il nuovo governo bolscevico dovette costituire immediatamente dopo la sua instaurazione un esercito statale regolare – l’«Armata Rossa» guidata da Leon Trotskij – per prevalere in una «guerra civile», che era fondamentalmente un’invasione straniera; Engels non ne sarebbe stato sorpreso. E in Germania fu il giurista socialdemocratico Hugo Sinzheimer, padre fondatore del diritto del lavoro tedesco e capo della polizia provvisoria nella città di Francoforte durante la rivoluzione di novembre del 1918, ad avvertire una manifestazione di massa di non tentare di instaurare direttamente una Repubblica dei consigli [Räterepublik] in stile sovietico, poiché ciò avrebbe inevitabilmente provocato, come in Russia, un’invasione dell’Intesa formata dalle potenze occidentali vincitrici della guerra. Un anno e mezzo dopo, Sinzheimer divenne, in qualità di membro dell’Assemblea Costituente, uno degli autori dell’articolo sui comitati aziendali della Costituzione di Weimar. Se si dà credito alla ricerca storica, i circoli governativi delle potenze europee speravano che la guerra iniziata nell’estate del 1914 sarebbe stata di breve durata, come le scaramucce che l’avevano preceduta. Non così Engels, probabilmente perché conosceva come nessun altro le forze di distruzione accumulate negli arsenali degli Stati-nazione ormai pienamente industrializzati. Il fatto che nel 1918 non solo si mantenessero i rapporti di produzione capitalistici, ma anche i rapporti di violenza tra gli Stati – cioè che gli Stati riuscissero, più o meno rapidamente, a ristabilirsi attorno alla loro identità nazionale mediante concessioni alla classe operaia, mediante la repressione su di essa o combinando entrambi i mezzi – probabilmente aveva a che fare anche con il fatto che nell’era industriale uno Stato nemico altamente armato poteva causare in breve tempo più danni a una società di qualsiasi crisi economica capitalista. Uno Stato straniero sembrava più pericoloso del capitale nazionale. Nessuna rivoluzione socialista poteva proteggerti da esso, ma, al contrario, un esercito nazionale, proprio come l’esercito prussiano aveva protetto la Germania dalla minaccia zarista nel XIX secolo. Per questo motivo, il pericolo di una guerra interstatale si frappose allo scoppio di una guerra di classe: i rapporti interni di produzione furono rafforzati dai rapporti di forza interstatali; le guerre di classe minacciavano con il pericolo di una sconfitta nella guerra interstatale; e le élite nazionali poterono proclamarsi protettrici dei propri popoli contro i mezzi di distruzione di altri popoli, dichiarare la nazione come una famiglia allargata (gli uomini proteggono le loro madri, mogli e figli) e far apparire la distribuzione dei mezzi di produzione nazionali di secondaria importanza rispetto alla loro difesa. Non è che la guerra di classe scomparisse del tutto. Dopo il 1918 dai conflitti tra Stati e classi emerse una nuova configurazione di Stati e classi, ancora una volta influenzata dalla natura e dalla distribuzione delle forze distruttive moderne. La teoria originale delle classi servì a poco a questo proposito dal punto di vista esplicativo, mentre le ultime opere di Engels, oserei dire, presero seriamente in considerazione gli Stati e il loro potenziale di violenza, sebbene senza voler o poterli incorporare sistematicamente nel quadro della «concezione materialista della storia» sviluppata come economia politica, che partiva dall’analisi del feticismo della merce. Dopo la Rivoluzione russa, a causa della Prima guerra mondiale, emerse una proiezione più o meno stabile del conflitto di classe nel sistema interstatale, che si mantenne per decenni nel confronto tra lo Stato socialista dell’Unione Sovietica e gli Stati capitalisti «dell’Occidente», in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, le potenze egemoniche ascendente e discendente del capitalismo dell’inizio del XX secolo. Già allora si era stabilita nell’Unione Sovietica una divisione del lavoro tra lo Stato, che in quanto tale doveva occuparsi della propria sicurezza tra gli altri Stati basandosi sulle forze armate professionali e sulla diplomazia internazionale convenzionale, e il partito, che, concepito come forza rivoluzionaria mondiale, interferiva in modo decisivo negli affari interni di altri paesi attraverso i partiti fratelli nazionali, rapidamente trasformati in dipendenze del PCUS e strumenti dello Stato sovietico, e gli agenti dell’Internazionale Comunista. Non posso trattare qui in dettaglio le contraddizioni e i conflitti che la politica estera di Stalin generò nel proprio paese e all’estero; basterà accennare alla sanguinosa «epurazione» del corpo degli ufficiali dell’Armata Rossa effettuata nel 1938 per garantire il controllo del partito sulle forze armate alla vigilia dell’imminente guerra contro il Terzo Reich tedesco, mentre si firmava il patto Hitler-Stalin poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, che si trasformò in una guerra tra le tre versioni della società industriale moderna – capitalismo, fascismo e comunismo – rappresentate dai rispettivi Stati-nazione armati fino ai denti con le più recenti tecnologie di distruzione, sebbene l’Unione Sovietica socialista in misura leggermente minore rispetto alle potenze capitaliste. L’ipertrofia degli Stati nel XX secolo, come risultato dell’uso di mezzi sempre più letali di violenza e sterminio messi a loro disposizione, raggiunse il suo culmine storico nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, dopo che l’invenzione della bomba atomica e la sua riproduzione nell’Unione Sovietica sotto Stalin trasformarono quest’ultima nella seconda delle due superpotenze mondiali. Per molto tempo, il più letale di tutti i mezzi di sterminio ha costretto entrambe le parti a coesistere, dividendosi il mondo. Sotto la formula della «coesistenza pacifica » gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno gareggiato per decenni cercando di promuovere il proprio sistema e di minare quello avversario senza dover ricorrere all’uso dei propri mezzi di distruzione reciproca assicurata, attraverso una rivalità sistemica mascherata da lotta di classe interstatale tra i popoli del lavoro e i popoli del capitale, uniti al loro interno dalla democrazia o dalla dittatura o da altre combinazioni specifiche di entrambe. Così come il conflitto di classe si trasformò in conflitto internazionale dopo il 1918, dopo il 1945 il conflitto internazionale ha dato una nuova forma al conflitto di classe, poiché entrambe le parti hanno represso la propria opposizione politica di classe interna, denunciandola come quinta colonna dello Stato nemico. A Washington e a Mosca, la politica estera all’ombra della bomba servì a difendere e diffondere forme antagoniste di organizzazione sociale, che riflettevano i fronti del conflitto di classe del XIX secolo, e a mobilitare i «fratelli di classe» nel resto del mondo nell’interesse dei propri Stati e blocchi statali. Mentre gli Stati Uniti riuscirono, durante la Guerra Fredda, a eliminare quasi completamente le simpatie per il comunismo tra gli oppositori del sistema, sia in patria che nei paesi appartenenti all’impero statunitense, durante gli anni ‘80 l’URSS iniziò a disintegrarsi sotto la pressione della sua opposizione filo-occidentale e, quindi, filo-capitalista. Commercianti e mercenari La ricerca di Engels alla fine del XIX secolo sullo sviluppo dei mezzi tecnici di distruzione può essere intesa, quindi, come l’inizio di un’ulteriore linea di indagine storico-materialista delle società moderne in cui i mezzi di distruzione si affiancano ai mezzi di produzione e la formazione degli Stati inquadra e si sovrappone alla formazione delle classi, linea che si adatta meglio alle realtà del sanguinoso XX secolo rispetto a una teoria storica incentrata esclusivamente sulla produzione. L’esposizione qui accennata potrebbe facilmente proseguire a partire dalle categorie individuate in Engels: storia del progresso tecnico come forza motrice dello sviluppo politico e sociale e della liberazione della politica statale dalla sua subordinazione teorica all’economia in virtù del controllo da parte degli Stati dei moderni mezzi di sterminio. Così, ad esempio, alla fine del XX secolo, si è venuta a creare una situazione in cui lo sviluppo tecnico nelle sue forme più avanzate non aveva più luogo nel settore privato dell’economia, ma nei programmi di armamento, in particolare in quelli dello Stato più potente del mondo, gli Stati Uniti: dai viaggi aerei e spaziali al cosiddetto «uso pacifico dell’energia atomica» e ai progressi della tecnologia microelettronica dell’informazione, che attualmente sta rivoluzionando l’economia capitalista. Per quanto riguarda la storia politica in senso stretto, potremmo citare il piano di Reagan per superare l’Unione Sovietica attraverso il suo programma Guerre stellari; la «globalizzazione» del potere militare statunitense dopo il 1989, messa in discussione solo trent’anni dopo dal rapido sviluppo dei mezzi di produzione e di distruzione in Cina; la disintegrazione dei movimenti di liberazione nazionale nella periferia capitalista di fronte alla loro disperata inferiorità militare e la loro sostituzione con movimenti religiosi -fondamentalisti, ai cui seguaci non importa perdere la vita per perseguire i propri obiettivi millenaristici. Attualmente assistiamo, nella misura in cui ci è permesso di essere spettatori, a un’ulteriore trasformazione radicale dei rapporti di distruzione attraverso l’impiego di nuove forze microelettroniche, che consentono lo spionaggio illimitato di avversari reali e potenziali e la loro eliminazione individuale tramite droni. L’organizzazione sociale di questo lavoro di sterminio corrisponde alla riprivatizzazione di gran parte delle attività belliche: l’esternalizzazione delle missioni letali ad aziende private, che ora dominano e sviluppano in modo migliore e più redditizio le nuove tecnologie; e la sostituzione dei cittadini-soldati reclutati o volontari della modernità europea e statunitense con servizi speciali professionalizzati o, se si preferisce esprimerlo in questo altro modo, dell’esercito permanente con un gruppo flessibile e adattabile di commercianti di alta tecnologia e mercenari della morte. Engels non sarebbe sorpreso dalle drammatiche conseguenze per la struttura e la funzione dello Stato moderno, anche se sono difficili da inserire nella versione iniziale della concezione materialista della storia, che ha trovato la sua espressione più significativa ne Il capitale. La distruzione mirata di singoli nemici tramite droni e operazioni speciali orchestrate con l’ausilio della tecnologia dell’informazione risparmia ai governi la necessità di mobilitare il consenso sul fronte interno per operazioni militari condotte in luoghi lontani, perché nessuno è più costretto con la forza a parteciparvi e a mettere in gioco la propria vita per lo Stato, e perché l’eliminazione di cattivi selezionati significa che il numero di vittime occidentali in tali operazioni è esiguo. Inoltre, i danni collaterali possono essere limitati migliorando la tecnologia e, d’altra parte, per poter vincere la Guerra al Terrorismo – una nuova interfaccia di lavoro bellico, di polizia e sociale – non se ne deve parlare molto. (Se in un futuro non troppo lontano combattessero robot contro robot, ad esempio droni Tesla contro droni Huawei, le battaglie potrebbero essere seguite comodamente dallo schermo delle nostre case). Allo stesso modo, il problema di dover costruire un nuovo Stato nel paese di un nemico sconfitto, come è successo dopo il 1945 in Giappone e in Germania, potrebbe sembrare altrettanto obsoleto: non c’è più motivo di costruire nuovi Stati. Come è stato dimostrato in Iraq e in Afghanistan, basta la distruzione di quelli esistenti, poiché gli Stati falliti o i non-Stati sono perfettamente tollerabili per i vincitori, purché si possa evitare, tramite la sorveglianza individualizzata e l’eliminazione selettiva, che la popolazione soggiogata militarmente si organizzi come soggetto politico collettivo. Si consideri, ad esempio, il tipo di guerra rivelato nella lettera inviata il 12 settembre 2014 al primo ministro israeliano da quarantatré ufficiali e soldati dell’unità d’élite 8200 dei servizi segreti israeliani, nella quale annunciavano il loro rifiuto di continuare a prestare servizio: La popolazione palestinese sottoposta al governo militare è completamente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza da parte dei servizi segreti israeliani [...]. Vengono raccolte e archiviate informazioni [...] che vengono utilizzate per la persecuzione politica e per creare divisioni all’interno della società palestinese attraverso il reclutamento di collaboratori e per mettere parte della società palestinese contro se stessa [...]. I servizi segreti consentono il controllo continuo su milioni di persone attraverso una sorveglianza e un’invasione minuziosa e intrusiva della maggior parte degli ambiti della vita11. Questo tipo di protesta è più importante che mai, ma è ben lontana dalle rivolte dei soldati del XIX secolo auspicate da Engels e dai socialisti, i cui partecipanti rivolgevano le armi contro il proprio nemico di classe nazionale. Possono i server di un impianto informatico rivoltarsi contro la classe dominante? Note [1] Testo basato sulla conferenza plenaria tenuta all’International Engels Congress, Università di Wuppertal, 19-21 febbraio 2020. 2 Gran parte di quanto segue si ispira ad autori con prospettive così diverse come Georg Fülberth e Herfried Münkler. Si vedano Georg Fülberth, Friedrich Engels, Colonia, 2018, e Herfried Münkler, «Der gesellschaftliche Fortschritt und die Rolle der Gewalt: Friedrich Engels als Theoretiker des Krieges», in Samuel Salzborn (a cura di), “... ins Museum der Altertümer”: Staatstheorie und Staatskritik bei Friedrich Engels, Baden-Baden, 2012, pp. 81-104. Cfr. anche Rüdiger Voigt, «Militärtheoretiker des Proletariats? Friedrich Engels als Kritiker des preußischen Militärwesens», in S. Salzborn (a cura di), “… ins Museum der Altertümer”: Staatstheorie und Staatskritik bei Friedrich Engels, cit., pp. 107-124. 3 Karl Marx, Das Kapital: Band I [1867], in Marx-Engels Werke, Band 23, Berlino, Dietz Verlag, 1968, cap. XXIV, p. 779 [Die Gewalt ist der Geburtshelfer jeder alten Gesellschaft, die mit einer neuen schwanger geht]; ed. spagnola, Il capitale, vol. I, Madrid, Siglo XXI, 2017, p. 844. 4 K. Marx e F. Engels, «Der Amerikanische Bürgerkrieg», Die Presse, 26 marzo 1862, in Marx-Engels Werke [MEW], vol. 15, Berlino, Dietz Verlag, 1972, p. 486. 5 Si stima che durante la guerra del Vietnam abbiano perso la vita in territorio vietnamita 58.000 statunitensi, il 20% dei quali sotto il fuoco amico o in attività non belliche (tale cifra equivale approssimativamente al numero annuale di morti per incidenti stradali negli Stati Uniti durante il decennio degli anni ‘60). Le perdite tra gli insorti e i civili sul fronte vietnamita sono più difficili da calcolare a causa dell’uso generalizzato di tecnologie distruttive da parte degli Stati Uniti. Le stime variano da 3 a 6 milioni di persone, il che porta a un «rapporto letale» compreso tra 1:50 e 1:100, contro il rapporto di 1:33 della Comune di Parigi. I risultati del progresso tecnologico sono qui evidenti. 6 K. Marx, Misère de la philosophie, Parigi e Bruxelles, 1847; ed. cast.: Miseria de la filosofía, Madrid, Siglo XXI, 1987, p. 68. 7 Cfr. F. Engels, «The Armies of Europe», pubblicato in tre puntate su Putnam’s Monthly. A Magazine of Literature, Science and Art, negli mesi di agosto, settembre e dicembre del 1855, in Marx-Engels Collected Works, vol. 14, Londra, 2010, pp. 401-469. 8 K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista [1848], in Marx-Engels Werke [MEW], vol. 4, Berlino, Dietz Verlag, 1972, p. 464 [Il potere statale moderno non è altro che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese]; ed. span.: Manifesto del Partito Comunista (edizione bilingue), Madrid, Akal, 2018, pp. 48-49. 9 F. Engels, «Introduzione all’opuscolo di S. Borkheim In memoria dei patrioti tedeschi, 1806-1807» [1887]. Pubblicato inizialmente in S. Borkheim, Zur Erinnerung fur die deutschen Mordspatrioten.1806-1807, Hottingen-Zurigo, 1888. È stato pubblicato in inglese su iniziativa di Engels come n. XXIV di The Social-Democratic Library, in Marx-Engels Collected Works, Londra, 2010, vol. 26, p. 451. 10 Ibid. 11 Peter Beaumont, «Israeli intelligence veterans refuse to serve in Palestinian territories», The Guardian, 12 settembre 2014. Durante l’«Operazione Piombo Fuso» delle Forze di Sicurezza Israeliane nella Striscia di Gaza, svoltasi tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, si sono registrate sei vittime israeliane e 1.398 palestinesi, il che porta a un rapporto di mortalità di 1:233. «New Left Review» 123, maggio-giugno di 2020. Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, ha insegnato Sociologia presso lo stesso istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università della stessa città tra il 1995 e il 2014; è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. Autore di decine di articoli, tra le sue pubblicazioni spiccano Democracy at Work: Contract, Status and Post-Industrial Justice (con Ruth Dukes, 2022), ¿Cómo terminará el capitalismo? (2017), Comprando tiempo: La crisi rinviata del capitalismo democratico (2014) e Re-Forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy (2009). Ha inoltre curato, tra le altre, le seguenti opere: Politics in the Age of Austerity (con A. Schäfer, 2013); The Diversity of Democracy (con C. Crouch, 2006); Beyond Continuity: Institutional Change in Advanced Political Economies (con K. Thelen, 2005); The Origins of Nonliberal Capitalism: Germany and Japan (con K. Yamamura, 2001). Collabora regolarmente con la «New Left Review», «Sidecar» e «Diario Red» e gestisce questo blog: https://wolfgangstreeck.com. Traduzione di Mauro Trotta

  • guerre

    dossier guerra e capitale Stati Uniti e Israele stanno distruggendo la Corte Penale Internazionale Thomas Berra La recente sospensione, nonostante la mancanza di prove, del procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, con l’accusa di condotta sessuale inappropriata, dimostra che gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati occidentali non si fermano davanti a nulla per sabotare qualsiasi tentativo di chiamare Israele a rispondere del genocidio e dei crimini contro l’umanità commessi. Questo attacco, sotto gli occhi del mondo, al funzionamento di istituzioni giudiziarie formalmente indipendenti, evidenzia chiaramente ciò che le attuali classi dominanti pensano del diritto, della legalità e della normativa internazionale. Lo scorso 8 giugno l’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati aderenti alla Corte penale internazionale (CPI) ha annunciato la decisione di sospendere il procuratore capo, Karim Khan, e di deferirlo a una sessione speciale dell’Assemblea degli Stati aderenti in seduta plenaria affinché venga avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Già nel mirino di funzionari statunitensi, britannici e israeliani, agenzie di spionaggio e gruppi di pressione incaricati di intimidirlo affinché non perseguisse i responsabili israeliani di crimini in Palestina, Khan è stato accusato nel maggio del 2024 da una terza persona (non da una presunta vittima) di molestie sessuali sul luogo di lavoro ed era in congedo in attesa di indagini più approfondite. Secondo le informazioni disponibili, Khan è stato informato del caso a suo carico proprio mentre si apprestava ad annunciare gli ordini di arresto contro il primo ministro e l’ex ministro della Difesa israeliani. I mandati, comunque, sono stati annunciati pochi giorni dopo. Le accuse contro Khan (che lui ha negato) sono state oggetto di indagine del meccanismo di controllo indipendente della stessa Corte, che ha esaminato e archiviato il caso per mancanza di prove e per l’assenza di un denunciante o della collaborazione di qualsiasi presunta vittima. Tuttavia, l’Ufficio di presidenza ha deferito il caso per un’indagine più approfondita all’Ufficio di supervisione interna delle Nazioni Unite (OIOS) e, in ultima istanza, a un collegio giudiziario indipendente e imparziale designato dallo stesso Consiglio per determinare se si fosse verificata una qualunque condotta scorretta. L’OIOS ha redatto la sua relazione riservata, che riportava in larga misura le accuse e le controaccuse, ma secondo quanto riferito «non è giunta a conclusioni fattuali definitive su una presunta condotta sessuale inappropriata o su presunte ritorsioni». Il collegio giudiziario ha quindi esaminato le accuse e le conclusioni fattuali dell’OIOS ed ha emesso la propria decisione nel marzo di quest’anno, concludendo all’unanimità che i fatti «non dimostravano una condotta scorretta né una violazione dei doveri ai sensi del quadro giuridico pertinente». Tuttavia, l’Ufficio di presidenza, guidato dai governi occidentali, ha deciso lo scorso aprile di ignorare i risultati dell’indagine e di procedere con il suddetto procedimento disciplinare, ritardando ulteriormente il ritorno del Procuratore alle sue funzioni, e ha ora emesso questa seconda decisione, deferendo Khan all’Assemblea plenaria per un procedimento disciplinare. L’Ufficio di presidenza ha sconvolto i sostenitori della Corte e gli attivisti per la giustizia nella Palestina devastata dal genocidio per il suo aperto disprezzo dei risultati degli organi investigativi, le sue evidenti irregolarità procedurali, l’apparente parzialità politica e la correlazione di tutto ciò con il lungo decennio di sforzi compiuti da parte di Israele, Stati Uniti, Regno Unito e altri Stati occidentali per rafforzare l’impunità israeliana e ostacolare la giustizia della Corte penale internazionale nel caso della Palestina. Gli osservatori sospettano che la campagna di ostruzionismo contro Khan per il perseguimento dei responsabili israeliani e la contemporanea emissione di questi provvedimenti siano più che semplici coincidenze. Una decisione politica L’operato dell’Ufficio di presidenza è a prima vista altamente irregolare e profondamente inappropriato. Si tratta di un organo ristretto e politico, privo dell’esperienza o dell’indipendenza necessarie per prendere decisioni di natura quasi giudiziaria o per annullare le conclusioni di organi investigativi e giudiziari competenti, ha dovuto inventare nuove procedure di dubbia legittimità per interferire in questo modo, non è rappresentativo della totalità dei membri della Corte penale internazionale e la sua composizione è fortemente sbilanciata a favore del regime israeliano e del suo sponsor statunitense. Infatti, più di tre quarti dei membri dell’Ufficio di presidenza sono allineati con gli Stati Uniti e Israele per quanto riguarda la Palestina. È importante sottolineare che i membri dell’Ufficio di presidenza non sono esperti indipendenti, rappresentano, al contrario, i rispettivi Stati in seno all’organismo. L’Ufficio di presidenza, composto da ventuno membri, è diretto da un presidente europeo (Finlandia) e comprende un totale di dieci membri europei e del Gruppo occidentale: Belgio, Bosnia-Erzegovina, Cipro, Finlandia, Italia, Lettonia, Polonia, Slovenia, Svizzera e Nuova Zelanda. Ai quali vanno aggiunti due stretti alleati degli Stati Uniti in Asia (la Repubblica di Corea e il Giappone), il Kenya, stretto alleato di Israele e degli Stati Uniti, il Cile, attualmente guidato dal presidente di estrema destra José Antonio Kast, che è apertamente sionista e sostenitore di Trump (e che si è opposto pubblicamente alla Corte penale internazionale per aver perseguito i responsabili del regime israeliano), l’Ecuador, filo-israeliano e allineato con Trump, e il nuovo governo filo-israeliano della Bolivia. Questo quadro lascia soli il Brasile, (che tuttavia ha votato a favore della decisione originale dell’Ufficio di presidenza) il Senegal, la Sierra Leone, il Sudafrica e forse l’Uganda (sebbene i suoi crescenti legami con il regime israeliano siano motivo di preoccupazione) a rispondere all’attacco sferrato da Stati Uniti, Israele e, più in generale, dall’Occidente contro la Corte penale internazionale in difesa del regime israeliano. Ancora una volta, l’Africa (compreso il Sudafrica) resta sola a difendere il diritto internazionale, proprio come è accaduto dall’altra parte della città, all’Aia, nel caso presentato contro Israele per genocidio dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, mentre i paesi occidentali intensificano la loro complicità con i crimini e l’impunità di Israele. Naturalmente, l’appartenenza regionale non è un indicatore perfetto dei comportamenti di voto, ma è comunque un indicatore generalmente affidabile. In una fase precedente del processo, lo scorso aprile, la decisione dell’Ufficio di presidenza di procedere con misure disciplinari, nonostante le conclusioni del collegio giudiziario che ha riesaminato il caso, è stata sostenuta da Belgio, Bolivia, Brasile, Cile, Cipro, Ecuador, Finlandia, Italia, Giappone, Lettonia, Nuova Zelanda, Polonia, Slovenia, Corea del Sud e Svizzera. Si sono opposti Senegal, Sudafrica, Kenya e Sierra Leone, con l’astensione di Bosnia-Erzegovina e Uganda. Un contesto di ostruzionismo La decisione rappresenta l’ultimo ostacolo posto sul percorso del caso della Corte penale internazionale contro i responsabili israeliani. L’aspetto più significativo a questo proposito è stata la campagna organizzata di ostruzionismo e intimidazione guidata da Stati Uniti, Regno Unito e dallo stesso regime israeliano. Per la verità, lo stesso Khan è stato nominato dal Regno Unito ed eletto procuratore con un forte sostegno occidentale, il che è dovuto in parte alle garanzie da lui offerte di dare priorità ai casi che gli sarebbero stati sottoposti dal Consiglio di Sicurezza, escludendo così di fatto i casi contro i responsabili delle potenze occidentali e di Israele (così come della Cina e della Russia). I paesi occidentali si sono mostrati entusiasti quando sono stati avviati i relativi procedimenti contro funzionari russi, ma indignati quando Khan ha portato avanti il caso della Palestina. La campagna ha incluso un decennio di sorveglianza e ingerenza da parte di agenzie di spionaggio israeliane, pressioni e campagne diffamatorie lanciate da gruppi filoisraeliani attivi in vari paesi occidentali, episodi di intimidazione diretta da parte di funzionari del governo britannico e sanzioni ufficiali imposte dagli Stati Uniti a Khan e ad altri funzionari della Corte penale internazionale. Gli Stati Uniti sono arrivati persino ad approvare una legge (soprannominata «The Hague Invasion Act»), che consentiva l’intervento militare presso la sede della Corte nei Paesi Bassi nel caso in cui fossero stati arrestati e processati autori di crimini provenienti dagli Stati Uniti o dai loro alleati (in particolare, Israele). E per un certo periodo tutto questo ha funzionato. La Corte penale internazionale ha impiegato quasi un decennio per agire di fronte alle atrocità commesse in Palestina dopo l’apertura iniziale di un fascicolo a seguito di un’indagine preliminare nel 2015. Lo stesso Khan, nominato nel 2021, ha rinviato il caso della Palestina fino a maggio 2024, intervenendo infine solo quando il genocidio perpetrato a Gaza sotto gli occhi del mondo e l’azione decisiva della procura nel caso Russia/Ucraina hanno reso l’inazione di fronte ai crimini del regime israeliano insostenibile dal punto di vista politico e della reputazione. La tempesta che ne è scaturita, scatenando tutta la furia del regime israeliano, dei suoi rappresentanti e dei suoi sostenitori a Washington e Londra, ha già raggiunto molti dei suoi nefandi obiettivi. Sono stati ritardati i casi contro gli esponenti israeliani in fuga dalla giustizia, come gli accusati Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. L’emissione di nuovi mandati di arresto contro altri responsabili del regime israeliano sembra in stallo. L’attenzione della Corte, dei suoi giudici e funzionari designati, nonché della sua Procura, è stata distolta dal suo mandato di perseguire la giustizia in favore delle vittime di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, per concentrarsi sulla difesa del personale della Corte penale internazionale sotto attacco e della stessa istituzione. Unire i puntini Tutte le denunce di condotta sessuale inappropriata, molestie sul lavoro o abuso di potere devono essere oggetto di indagini approfondite, nel pieno rispetto delle garanzie procedurali e tenendo debitamente conto dei diritti sia del denunciante che del denunciato. Per quanto imperfetto possa essere il processo, è proprio ciò che è accaduto in questo caso. Si è conclusa una revisione interna, seguita da un’indagine sui fatti da parte dell’OIOS e successivamente da una decisione di un collegio giudiziario indipendente e imparziale. Tutte le parti sono state ascoltate. Tutte le prove sono state esaminate. Il collegio giudiziario ha concluso che i fatti «non dimostravano alcuna condotta scorretta né violazione dei doveri nel quadro giuridico pertinente». Al di là delle gravi ripercussioni per le parti coinvolte in questo caso, il Tribunale penale internazionale, la Procura, il suo personale e la causa della giustizia nei casi pendenti da molto tempo hanno subito un enorme danno collaterale. Prolungare questo ritardo e imporre ulteriori costi consentendo l’ingerenza politica in una questione risolta da un organo giudiziario indipendente sarebbe indifendibile in questa fase. A meno che non vengano presentate nuove prove di comportamento scorretto (non accuse, ma prove), il caso dovrebbe essere chiuso e l’Ufficio del procuratore dovrebbe recuperare la sua piena capacità di agire. In caso contrario, la decisione dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati aderenti (un organo politico dominato dagli Stati occidentali e dai loro alleati) di sospendere il procuratore della Corte penale internazionale Khan, nonostante le conclusioni a discarico del collegio giudicante che ha riesaminato il caso, sarà inevitabilmente considerata come l’ultimo passo di una lunga campagna del regime israeliano e dei suoi alleati statunitensi, britannici e di altri paesi per ostacolare, ritardare e punire il procuratore e la Corte per i loro tentativi di chiamare a rispondere i responsabili del regime israeliano e per inviare un messaggio ai giudici e ai futuri procuratori: «Sfidate il regime israeliano o le potenze occidentali e vi schiacceremo». E ciò che è certo è che, se riuscissero a destituire Khan, gli Stati occidentali utilizzerebbero tutto il loro potere per garantire che il suo sostituto sia qualcuno che non porti avanti il processo contro i responsabili israeliani (né contro i responsabili statunitensi e britannici degli abusi commessi nella guerra in Afghanistan). In questo momento la Corte penale internazionale si trova in crisi. Quando si riunirà in sessione straordinaria per riesaminare il caso, l’Assemblea plenaria dovrà revocare questa azione indebita dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati aderenti e adottare misure concrete per proteggere la Corte e i suoi procuratori dalla persecuzione israeliana, statunitense e occidentale. Il che include protezione dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dalle intimidazioni del Regno Unito, dalle campagne diffamatorie per procura di Israele, dallo spionaggio e dalla sorveglianza, nonché da tutti i tentativi di ostacolare la giustizia. Per evitare un ulteriore danno alla reputazione della Corte penale internazionale, si deve dare priorità urgente al caso della Palestina, dimostrando così alle vittime e agli autori dei crimini che l’ingerenza nel corso della giustizia non avrà successo. Inoltre, devono essere riviste e rafforzate le politiche dell’Ufficio della Corte penale internazionale in materia di condotta sessuale inappropriata, concentrandosi sulla prevenzione, sull’evitare anche solo l’apparenza di irregolarità, sul giusto processo per gli imputati e sulla protezione di tutto il personale e dei collaboratori dall’abuso di potere. Se le autorità non seguiranno questa linea d’azione, il Tribunale penale internazionale, ancora agli albori, potrebbe appassire e morire nella sua fase preliminare e con esso scomparire ogni speranza che possano esistere istituzioni universali di giustizia e responsabilità penale nella nostra epoca. Testi consigliati Craig Mokhiber, Comprender las dimensiones jurídicas de la ilegalidad del ataque terrorista de Estados Unidos e Israel contra Irán, El inicio de la era de la impunidad: Venezuela, Palestina y el fin del derecho internacional, Estados canallas: la ilegalidad de los ataques israelíes contra Irán respaldado por Estados Unidos, Cómo podría actuar hoy la ONU para detener el genocidio en Palestina, Cómo el mundo puede enfrentarse al mandato colonial inaceptable en Gaza del Consejo de Seguridad de la ONU, El mundo de rodillas: la «Junta de Paz» de Trump y los tiempos oscuros que se avecinan», La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza, Las sanciones de Trump contra Francesca Albanese son ilegales e intensifican la complicidad de Estados Unidos en el genocidio, Estados Unido e Israel coaccionar a la Corte Penal Internacional» e El pueblo vs. el abismo: la Declaración de Sarajevo del Tribunal de Gaza, tutti pubblicati su «Diario Red». Perry Anderson, El estándar de la civilización, «New Left Review» 143 Marti Koskenniemi, Las leyes que nos gobiernas: La infraestructura legal del capitalismo global, «New Left Review» 154. Craig Gerard Mokhiber è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore. Traduzione di Mauro Trotta

  • clan milieu

    Collana settanta/milieu Il nostro futuro alle spalle Giancarlo Brusatore C’è un modo di ricordarsi degli anni Settanta – della rivoluzione italiana – che è un incubo non privo di aspetti paradossali. È un modo di ricordare riferito a una catena di repressioni alle quali sfuggimmo a stento – quando sfuggimmo: fascisti, servizi deviati, lo strapotere dello Stato e della grande industria, ovunque una repressione che a volte costrinse a una legittima difesa. Anni da inseguiti, anni da latitanti in pectore – perché anche chi non lo era doveva sentirsi tale. Ma noi sappiamo che è vero l’esatto contrario: i latitanti erano loro. Noi li abbiamo messi sotto una pressione sociale, politica e culturale dalla quale ancora adesso stentano a riprendersi. Noi abbiamo esercitato potere sulle loro vite mettendoli in condizione di non nuocere. Allora, si allargò la capacità di decidere alternativa a quella dei padroni e dello Stato in ogni anfratto dell’organizzazione sociale. Mai una generazione ha esercitato tanto potere sociale e per così lungo tempo. Vi era una spaccatura fra i poteri. Il potere non era più solo concentrato in una parte. Donne, uomini, ragazzi, talvolta persone anziane, esercitavano il loro potere. Questa è la verità degli anni Settanta. Il nostro obiettivo era la barbarie moderna, la continuazione del lavoro salariato, quello sotto padrone. Era a quel nucleo di violenza concentrata che riservavamo la nostra attenzione. Perché fu allora che fece irruzione sulla scena – con qualche rozzezza che le anime belle continuano a ricordarci – un nuovo soggetto sociale: quello del lavoro precario, del lavoro part-time, del lavoro intellettuale di massa. Entrò senza grazia e senza compromessi, carico di una forza politica dirompente, quello che sarebbe diventato il soggetto sfruttato dei decenni successivi. Un soggetto capace di seminare panico tra quelli che per mestiere seminano panico. Per questo diciamo che gli anni Settanta sono il nostro futuro alle spalle. Nel senso che i nuovi modi di produzione – quello che è stato chiamato postfordismo – l’organizzazione del lavoro intermittente, precario, intellettuale, si presentò all’inizio come grande potere di questi soggetti. I medesimi che oggi sono sottomessi ma che all’inizio mostrarono quello che potrebbero tornare a essere. (Paolo Virno) ● Riferimenti letterari storici: la collana «Franchi narratori» (prima parte) Nata su iniziativa di Nanni Balestrini nel 1970, la collana «Franchi narratori» di Feltrinelli accoglie testi «irregolari» – rispetto ai parametri sia della letteratura pura sia del documentarismo – in cui si raccontano esperienze direttamente vissute dagli autori stessi che rappresentano «spaccati» di problematiche profondamente vincolate alla realtà storico-sociale della situazione culturale in corso; testi quindi esemplari, che spesso costituiscono, in senso lato, delle testimonianze di una antropologia «in fieri», di una realtà troppo viva, attuale, complessa, per essere ingabbiata in già scontati moduli editoriali. Si tratta di testi autobiografici, quali memorie, diari e testimonianze in prima persona, dallo statuto ibrido rispetto alla letteratura canonica, i cui protagonisti si situano ai margini del sistema sociale per ragioni economiche e culturali, e mettono in luce, con il loro racconto, alcune zone d’ombra del sistema, nuovi contesti poco noti o rimossi dalla società contemporanea. Nella «Franchi narratori» sono rappresentate vite sregolate di militanti politici, banditi, carcerati, operai delusi dalla politica degli anni Settanta o da contadini del Sud colti nel momento della rivolta o nella loro condizione di inferiorità culturale e di povertà. L’obiettivo è quello di generare un «blocco» all’interno della produzione estetica borghese, distruggendo le forme canonizzate dei generi e contestando qualunque significato acquisito, per portare il discorso letterario alle sue estreme conseguenze, fino, in sostanza, all’autoconsunzione del letterario stesso. In questo senso l’avanguardia ha vinto, spiega Balestrini, esaurendo con ciò la propria funzione, ma ha lasciato dietro di sé una sorta di vuoto nella produzione letteraria, la quale appare, all’altezza degli anni Settanta, pienamente in crisi. La collana «Franchi narratori» si colloca in questo frangente portando con sé la proposta di una nuova letteratura e prospettando una via di rilancio dell’attività letteraria – in particolare della narrativa – che viene ampiamente discussa da critici e commentatori di cultura sulle terze pagine di riviste e quotidiani assumendo la definizione di «letteratura selvaggia. La collana diventa il volano di questa nuova tendenza, identificata con un’etichetta che, con un termine improprio e tendente al dispregiativo indica il complesso di una produzione letteraria dal basso, espressione dei movimenti politici così come dalle fasce marginali della società, sviluppatasi dopo il ’68, la cui innovatività e incisività eccedono i confini del sistema letterario, per rivelarsi appieno nel contesto politico e culturale. Proprio il ’68 rappresenta il momento cruciale in cui per gli intellettuali dell’avanguardia non si pone più il problema di una «rivoluzione sopra il terreno delle parole», ma quello della stessa legittimazione del fare letterario di fronte agli stravolgimenti operati dai movimenti politici, che proclamano la morte dell’arte, anche di quella d’avanguardia, alla ricerca di un integrazione tra arte e vita, e rinnegano l’azione intellettuale separata dalla classe, ovvero dalle masse in tumulto, reclamando per sé, per tutti, il diritto di esprimersi. (Giovanna Lo Monaco) ● Riferimenti letterari storici: la collana «Franchi narratori» (seconda parte) Per gli autori della collana «Franchi narratori», che non sono intellettuali o scrittori di mestiere, il primo interesse non è quello di offrire un prodotto estetico da imporre sul sistema culturale, né innovazioni formali che si pongano programmaticamente in rottura con la tradizione borghese, come aveva fatto l’avanguardia, bensì di utilizzare la scrittura come espressione del vissuto e come un modo per restituire la «realtà» senza troppi infingimenti o imbellettamenti letterari. Si tratta di «scrittori-non scrittori», scrive Angelo Gugliemi, che «non operano guidati (e motivati) da un modello letterario, ma da un’insostituibile urgenza interna», ed è nella definizione di questa tipologia di autori che si può individuare la prima particolarità della collana. I testi dei «Franchi narratori» vengono quindi come «preservati», come già si capisce dalla presentazione, all’interno di una zona di confine dell’ambito letterario in cui l’istanza estetica perde la priorità a favore della testimonianza antropologica e sociologica; tuttavia la collana non nasce avulsa dalle questioni della forma, giacché l’intento sembra essere, per l’appunto, quello di mettere in discussione i parametri letterari tradizionali, ovvero i «moduli editoriali», che corrispondono a tutte quelle istituzioni che determinano una differenza tra i generi, distinguendo nettamente in senso gerarchico tra l’alto e il basso, tra la letteratura d’élite e quella di massa, e, nella sostanza, tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è. In questo senso l’iniziativa dei «Franchi narratori» fa riferimento a quello che era emerso da una certa tradizione di studi in ambito antropologico, storico e sociologico, basata sulla trascrizione dei racconti orali e sulle scritture di prima mano di personaggi «illetterati», praticata negli ambienti di sinistra almeno dagli anni Cinquanta, che incrocia l’inchiesta alla testimonianza autobiografica sconfinando frequentemente nei «territori» della testualità letteraria. In questo senso si devono menzionare le ricerche di Rocco Scotellaro e di Gianni Bosio, preferentemente rivolte a operai e contadini, ma è lo stesso Balestrini a indicare nelle storie di sbandati, ladri e vagabondi contenute in «Autobiografie della leggera» di Danilo Montaldi il modello principale della collana, definendo Montaldi un franco narratore «ante litteram». Al contempo Balestrini sottolinea però l’attualità dell’approccio della collana, giacché si tratta, specifica, «di un’idea che ha attraversato tutti gli anni Settanta: la costruzione di una storiografia non ufficiale, fatta da chiunque avesse un caso esemplare, una storia rappresentativa da raccontare. In questo caso, poi, le storie erano ancora più forti: erano storie di personaggi irregolari, marginali. Storie dal basso». «Irregolari» sono dunque i protagonisti di queste storie prima che i testi stessi, personaggi la cui stessa esistenza viene rimossa, o propriamente repressa, dalla morale benpensante che domina il contesto sociale. Prevalgono infatti, in queste storie, il sentimento di emarginazione sociale, se non propriamente quello di abbandono, il senso di estraneità rispetto al sistema culturale dominante, oppure viene messa in evidenza l’oppressione operata da parte della società stessa nei confronti della diversità e di chi si oppone al sistema di valori precostituito. L’emarginazione e l’indifferenza subite da alcuni di questi soggetti appaiono invero, nel complesso dei titoli della collana, speculari alla repressione e alla reclusione cui sono sottoposti altri, come le due facce della stessa macchina repressiva, e per questa ragione i personaggi sembrano ugualmente coinvolti in un processo, più o meno consapevole, di rivolta. Se è vero, come nota Angelo Guglielmi, che questi autori, «scoprono la parola scritta [...] per un bisogno di sopperire, con un atto di autoconsapevolezza, alla totale assenza di comprensione pubblica», nell’atto stesso in cui essi si esprimono manifestano, infatti, attraverso la loro stessa irriducibile diversità, un’istanza di ribellione alla società stessa. La collana intercetta le problematiche tipiche del decennio e dei movimenti politici che lo animano, come quelle legate alla sessualità, alla differenza di genere, al consumo di droga, l’antipsichiatria, la questione delle carceri e delle varie forme di educazione oppressiva, l’affievolirsi del confine tra lotta politica e criminalità. In generale, il modello autobiografico presentato dai «Franchi narratori» si discosta nettamente dalla biografia di stampo borghese che esalta l’individuo per l’eccezionalità del suo percorso di vita, ed esibisce, invece, l’assoluta marginalità dei suoi protagonisti, distruggendo il mito dell’aura autoriale assieme a qualunque prospettiva narcisistica e individualistica. Come si è osservato, questi personaggi acquisiscono anzi rilevanza nella loro rappresentatività rispetto a una dimensione collettiva: se la voce e l’esperienza sono quelle di un individuo specifico, le situazioni presentate in questi testi e le stesse riflessioni dei protagonisti appartengono a un’intera comunità che fa fatica a essere riconosciuta all’interno del sistema sociale. Anni dopo lo stesso Balestrini parlerà del progetto dei «Franchi narratori» come di un «controromanzo epico», che costruisce attorno ai singoli personaggi un’epica popolare assumendo i tratti precisi di un’aperta opposizione culturale. Il «franco narratore» si conferma così come un tiratore scelto che scrive non solo contro una determinata idea di società e contro la morale comune, ma anche contro una certa idea di letteratura, quella borghese. (Giovanna Lo Monaco) Una figura nobile, quella del militante, della militante, che ha il suo esordio nelle strade parigine, in quella rivoluzione che ha scandito, politicamente, per sottrazione o per evidenziarne i limiti, la modernità capitalistica. È lì che vengono dichiarate le possibili virtù e le insidie che aspettano il militante. È un uomo, più recentemente una donna, che compie una scelta di vita, che ha il valore di uno spartiacque tra un prima e un dopo. Giorgio Agamben, scrivendo di San Paolo, allude sempre al mutamento che la vita conosce. Paolo di Tarso lascia tutto alle spalle per diventare un militante della chiesa di Pietro. Non è questa la sede di un’analisi del testo agambeniano, che parla più del funzionario di partito che del militante, ma è importante sottolineare il passaggio, l’irreversibilità della scelta. In un bellissimo libro di Sergio Luzzatto (Il Terrore ricordato. Memoria e tradizione dell’esperienza rivoluzionaria), lo storico italiano raccoglie le memorie, i ricordi dei rivoluzionari francesi in fuga dalla restaurazione. Ne emergono due elementi: generalmente i militanti sono giovani. Quando la biologia segue il suo corso, il militante torna sempre al momento della scelta compiuta, spesso per riconfermala, per dichiarale fedeltà, anche se si è stati sconfitti. L’altro elemento è appunto la vita che cambia, ma dalle testimonianze di Luzzatto, e le tante che costellano le vicende storiche del movimento operaio o dei più recenti movimenti sociali, si impone il fatto che la militanza è una prassi conoscitiva. Il militante si inoltra in quella terra di nessuno che è la realtà, la esplora, ne traccia mappe che non coincidono con quelle dominanti. (Benedetto Vecchi) […] Ormai, nella memoria della rimozione e del ritorno della marea nera, rimane solo il «piombo rosso», su cui si è riversato anche un rovesciamento semantico significativo: «Anni di piombo» era un film sulla carica repressiva dello Stato, non su chi lo combatteva. Lo stragismo di Stato e il terrorismo di destra sembra non siano mai esistiti, dispersi insieme alla loro archiviazione. La situazione non può però essere compresa se non si inscrive nel quadro internazionale dell’epoca. L’Italia è stato un Paese a sovranità limitata. La divisione del mondo in blocchi e la Guerra fredda non ammettevano alcuna possibilità di cambiamento di campo: ogni sussulto, in luoghi piccoli come Cuba; o periferici, per il mondo di allora, come il Vietnam, hanno scatenato crisi e guerre reali. Figuriamoci al centro dello scacchiere di quella forma particolare di conflitto. Questa realtà ha determinato la scissione tra piano istituzionale, politico e sociale. Il riciclaggio e l’utilizzazione del personale di polizia proveniente dal fascismo, la costituzione di Gladio, i rapporti di una parte della Democrazia cristiana con il sottopotere d’ordine della mafia erano funzionali alla difesa del quadro istituzionale. In quel contesto, persino le stragi e i tentativi o le allusioni di golpe assumevano un carattere di stabilizzazione dell’unico quadro politico possibile. Non ha senso allora parlare del coinvolgimento di «servizi segreti deviati» nelle stragi fasciste, ma di un ruolo attivo dei servizi segreti della Repubblica nelle stragi. I servizi segreti, per definizione, svolgono le attività che non si possono dire: il lavoro sporco. Noi, quella notte del 12 dicembre 1969, abbiamo perso la nostra innocenza. Non è una giustificazione, è un’assunzione di responsabilità […] Negli anni Settanta c’era un mondo, attorno a noi, vicino a noi, con noi, che voleva cambiare il mondo. La lotta armata ne è stata la parte estrema, non estranea. Di quegli anni è stato rimosso il contesto: un movimento denso di lotte, di condivisione, di appartenenza. Così, una scelta politica è stata ridotta a una scelta esistenziale nichilista, separata, folle. Trentaseimila persone inquisite e seimila incarcerate dovrebbero dire invece qualcosa sull’ampiezza di un fenomeno sociale. Una storia che ha conosciuto le sue origini in quel contesto: i fenomeni sociali scaturiscono dalla società, non dal nulla. Come sosteneva n tutti i suoi scritti un vecchio dalla barba bianca nato a Treviri, Karl Marx. L’unico grande vecchio che mi sia capitato di conoscere. (Cecco Bellosi) Che si fa, quando arriva una sconfitta epocale, quando le lotte si frantumano e poi si inabissano? Se storiografia operaia e storiografia militante coincidono, e sono una funzione delle lotte e della costruzione di una «scienza operaia», in assenza di un soggetto collettivo che esprima una potenzialità di lotta, la storiografia militante sarebbe priva di senso e di scopo, e a essa subentra la «storiografia accademica», che si occupa di operai, mestieri, storie e memorie individuali, trattando di storia operaia come di un qualunque altro oggetto. Con tipica, radicale consequenzialità, nel 1984 Sergio Bologna, in uno degli ultimi numeri di «Primo Maggio», rivista di storia militante, constatata la pesantezza della sconfitta politica che si è consumata nel decennio trascorso, scrive: «dobbiamo ammainare la bandiera straccia di “storia militante”, bruciarla. Tanto, sappiamo come vanno le cose: ci sarà sempre qualche raccoglitore di cimeli che le conserverà nel cassetto». Affermazione particolarmente amara e drastica, che implicherebbe la rinuncia alla possibilità di una qualunque storiografia operaia non accademica. I progetti della storiografia militante si erano fondati sull’ipotesi di una propria immediata utilità, nel dotare le lotte in corso di modelli teorici e di esperienze storiche, in una fecondazione continua. Venuta meno la composizione politica di classe, e poi lo stesso aggregato di forza lavoro che la esprimeva, vengono meno la possibilità e l’utilità di una storiografia operaia militante. Almeno, di quella accezione di storiografia militante. In realtà, come lo stesso Mario Tronti ha sottolineato, è facilmente constatabile «la presenza, l’esistenza, nascosta nelle pieghe della cultura contemporanea, di una serie di ricerche, di ricostruzioni, di analisi, di riflessioni, riguardanti la storia della classe operaia. Questi studi sono più diffusi di quanto non si creda. È solo il clima culturale, e il dominio in esso di un punto di vista superficialmente post-operaio, che non li fa vedere». Resistere alla rimozione delle lotte, della loro legittimità e grandezza, delle potenzialità, delle contraddizioni che hanno innescato, resistere al trionfo dell’esistente come dotato di necessità e di razionalità indiscutibile, rappresenta, a mio avviso, una forma di militanza, che fa della storiografia operaia una pratica comunque dotata di una sua specificità. Per altro, resta vero che in assenza di un ciclo di lotte, di un movimento chiaramente identificabile, qualunque militanza diviene più difficile da precisare, da definire, e resta potenzialmente sospesa tra un volontarismo individuale e un lavoro intellettuale onesto ma autoreferenziale. Insomma, secondo me potrebbe non essere inutile tornare a riflettere, anche, sulle possibili declinazioni del concetto di militanza dello storico di classe operaia. (Bruno Cartosio) L’operaismo conosce oggi una risonanza a livello globale perché risponde all’esigenza di una resistenza e di una ripresa delle lotte, come in altre culture critiche con le quali dialoga: il femminismo, l’ecologia politica, la critica postcoloniale ad esempio. E poi perché non è la costola di niente e di nessuno. Non lo è stato mai, e neanche è stato un capitolo della storia del Pci, come qualcuno s’illude. È invece un’idea precisa della lotta di classe e una critica della sovranità che coagula il potere attorno al polo padronale, proprietario e capitalista. Ma il potere è sempre scisso, ed è sempre aperto, anche quando non sembra esserci alternativa. Tutta la teoria del potere come estensione del dominio e dell’autorità fatta dalla Scuola di Francoforte e dalle sue recenti evoluzioni è falsa, anche se purtroppo rimane egemone. L’operaismo fa saltare questa lettura brutale. È uno stile di lavoro e di pensiero. Riprende la storia dal basso fatta da grandi masse che si muovono, cerca la singolarità in una dialettica aperta e produttiva. (Toni Negri)

  • guerre

    dossier guerra e capitale Intervista a Maurizio Lazzarato Andreina Angiolas Questi imbecilli, che pensano che non sia stato abbastanza fermo con l’Iran, proprio quando il mercato azionario ha appena raggiunto un livello record e i prezzi del petrolio stanno «crollando», sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi (...) Sapete, il mercato azionario è più brillante di chiunque altro qui dentro, comprese le persone sul palco, a parte me, ovviamente... Ogni volta che dicevamo qualcosa di straordinario, tipo raggiungeremo un accordo, il titolo saliva. Ogni volta che dicevamo qualcosa di negativo, tipo: indovinate un po’, non riusciremo a raggiungere un accordo, il titolo crollava, e di molto, molto, molto. Questo la dice lunga. Donald Trump, 17 giugno 2026 ahida: Abbiamo visto che tu in alcuni casi utilizzi il termine fascismo. Partiremmo dal legame tra fascismo e democrazia, che oggi vengono spesso presentati come termini contraddittori, mentre a noi pare che siano profondamente legati. Come ragioni su questi due termini e sul loro rapporto? Maurizio Lazzarato: Bisogna fare un passo indietro, riprendere alcuni concetti, parto da lontano. Gli Stati Uniti, dopo il ’45, hanno imposto regole giuridiche, economiche e politiche a tutto il mondo. Alla fine degli anni ’60 erano già in crisi: i costi delle guerre in Corea, e soprattutto in Vietnam, facevano aumentare il deficit e l’oro continuava a uscire dai forzieri Usa, ciò li costrinse a dichiarare l’inconvertibilità del dollaro. Nel frattempo, Europa e Giappone stavano diventando concorrenti pericolosi. Decisero allora, negli anni ’70, di lanciare una nuova strategia, una guerra civile mondiale (o guerra ibrida o più precisamente totale), insieme economica, militare, politica, tecnologica, comunicativa, e in questo i fascisti giocavano un ruolo fondamentale. Il fascismo, già allora organizzato e fomentato dalla grande democrazia Usa, la più politica e la sola vera secondo Hannah Arendt, ha accompagnato questa guerra civile mondiale attraverso i colpi di stato latinoamericani e la strategia della tensione in Europa. Ma oggi si è verificato un salto di qualità che era già in nuce nel capitalismo e nel suo stato delle origini. Il punto fondamentale per analizzare il nuovo rapporto tra fascismo e democrazia è il genocidio a Gaza che le democrazie liberali hanno armato, finanziato e legittimato producendo una copertura mediatica che negava e nega quello che tutti possono constatare. Qui sta il grande limite dei libri di Roberto Esposito e di Alberto Toscano sul fascismo. La loro analisi non parte dal fatto che il genocidio, che continua imperterrito in Cisgiordania, non è più delegato ai fascisti, come storicamente avvenuto nel XX secolo, ma gestito in proprio dalle democrazie. Che ci fosse incompatibilità tra democrazia e capitalismo, e invece la continuità di quest’ultimo con il fascismo, era già chiarissimo negli anni ’30 al seguito dell’esperienza della repubblica di Weimar. L’apparente ossimoro della «democrazia dittatoriale» (o «presidenziale» o ancora «autoritaria») capace di rappresentare la nostra attualità molto meglio delle definizioni liberali, è coniato da Wilhelm Röpke, uno dei fondatori del neo ordoliberalismo. In una lettera a Marcel van Zeeland (segretario generale della Banque des règlements internationaux), uno dei partecipanti al convegno Lippmann a Parigi nel 1938, considerato l’atto di nascita del neo ordoliberalismo, scriveva: «È possibile che, nella mia visione di uno Stato forte, io sia più fascista di te, perché vorrei davvero che tutte le decisioni politico-economiche fossero concentrate nelle mani di uno Stato vigoroso e pienamente indipendente, che non si lasci indebolire da autorità pluraliste di natura corporativista. Ritengo che la forza dello Stato risieda nell’intensità, non nell’estensione della sua politica economica (…) ma condivido la tua opinione secondo cui le vecchie formule della democrazia parlamentare hanno dimostrato la propria inutilità. La gente deve abituarsi al fatto che esiste anche una democrazia presidenziale, autoritaria e persino, orribile a dirsi, dittatoriale» (il corsivo è mio). Noi ci stiamo abituando ad accettare questa realtà che è stata scongiurata non dalle istituzioni liberali (divisioni dei poteri, libere elezioni, libertà di espressione e stampa, ecc.), ma dalle lotte di classe e dalle rivoluzioni proletarie. Sconfitte queste, il capitalismo, la democrazia e lo Stato che contengono elementi autoritari, fascisti, conservatori, razzisti e colonialisti, passano, come in occasione dell’avvento del nazismo, allo stato di eccezione (dittatura, autoritarismo, sospensione dello Stato di diritto) con una naturalezza e rapidità sorprendenti. Esattamente come adesso sono transitati al regime di guerra e al genocidio. Si possono distruggere le istanze democratiche, come il parlamento, tramite l’azione di un esecutivo autoritario, come dimostrano le leggi di eccezione istituite dalla repubblica di Weimar e usate dai governi socialdemocratici e conservatori che hanno spianato la strada a Hitler. I nazisti si sono limitati a decretare permanente lo stato di eccezione, ma i tedeschi erano abituati da anni a governi che agivano tramite decreti che non passavano per il parlamento, decreti decisi da un manipolo ristretto di persone. Ogni rottura della normalità del dominio fa emergere la realtà delle democrazie. Il movimento studentesco tedesco alla fine degli anni ’60, riscopriva, grazie alle lotte, la natura del liberalismo, del capitalismo e della democrazia emersa nella prima parte del XX secolo e che stava ancora evolvendo, realtà successivamente rapidamente rimossa. Hans Juger Krahl, in polemica con Adorno e Habermas, scrive nel 1969 che il sistema politico-economico liberale, l’economia sociale di mercato nel caso della Germania, può passare «alla situazione d’emergenza definita da Carl Schmitt senza alcuna rottura della legittimità giuridica e politica, senza dover ricorrere a un colpo di Stato». Krahl prosegue così questa sua disanima: l’economia sociale di mercato ordoliberale con la sua democrazia, «per passare al fascismo non attraversa più un sistema di grandi catastrofi naturali dell’economia, come il vecchio Stato liberale, ma può trasformarsi in un Führer tecnologico e fascista senza ricorrere a un Führer personale». Cioè senza l’ausilio delle forme storiche del fascismo. Perspicua anticipazione della situazione attuale, continuità che presenta comunque una novità: la «democrazia dittatoriale», invocata come necessità transitoria dagli ordoneoliberali e da tutti i liberali diventa permanente. Non si limita più a traghettare il capitalismo e lo Stato da un modo di accumulazione a un altro, come desideravano Hayek, Ropke, ecc., la sua periodica eccezione diventa normalità. Ma la storia del rapporto tra capitalismo, liberalismo e violenza genocidaria non è una novità del XX secolo incarnata dai fascismi storici. Il genocidio, la guerra di conquista, il controllo violento, la dittatura armata su intere popolazioni del mondo è iscritto nell’atto di nascita del capitalismo, del liberalismo e dello Stato di diritto. Lo stato di eccezione non è l’eccezione a quest’ultimo, ma il suo irrinunciabile fondamento. L’Assemblea Nazionale nata dalla rivoluzione francese prima di promulgare la Costituzione ha votato la legge marziale e ha represso violentemente l’universalizzazione dei diritti dell’uomo del 1789 richiesta dalla rivoluzione degli schiavi di Haiti. I diritti dell’uomo, fiore all’occhiello del liberalcapitalismo, non erano (e non sono) per niente universali, perché valevano solo in Francia e a certe condizioni. A partire da Locke, Tocqueville, fino ai cantori della democrazia contemporanei in lotta eroica contro le autocrazie, i liberali distinguono la gestione dello stato di eccezione, condizione dello Stato di diritto, a seconda che si tratti del Nord o del Sud del mondo. In Occidente lo stato di eccezione, faccia tenebrosa e armata dello Stato di diritto, garantisce il potere contro rivolte, insurrezioni ed è quindi temporaneo, in vigore il tempo necessario a reprimere qualsiasi attacco al potere «costituzionale capitalista» (come le migliaia di morti del 1848 francese e la semaine sanglante della Comune di Parigi, civilissima capitale del XX secolo). Nel sud deve invece essere permanente. Tocqueville parla dell’inarrestabile procedere dell’uguaglianza solo riguardo alla parte occidentale degli imperi. Nelle colonie lo stato di eccezione deve essere continuo ed esercitare una violenza senza sosta, perché abitate da popoli da civilizzare. Per l’Algeria, il grande liberale sollecita razzie, distruzione di raccolti, abitazioni, repressione violenta dei rivoltosi, ecc. Nessun limite deve essere posto alla «guerra infinita contro la barbarie» (gli Usa non hanno inventato niente). L’istinto colonialista e imperialista delle classi dirigenti occidentali è ancora vivo e vegeto a Gaza. Al contrario di Foucault che adotta un’analisi eurocentrica del potere, bisogna sempre seguire questa indicazione di Tocqueville: «È nelle colonie che si può meglio giudicare la fisionomia del governo della metropoli, perché è lì che di solito tutti i tratti che lo caratterizzano si amplificano e diventano più visibili» («L’Ancien Régime e la Rivoluzione»). Se si tiene conto di ciò che il colonialismo francese ha compiuto in Algeria e altrove, il giudizio sulla democrazia francese e su Tocqueville stesso è senza appello. Per noi invece è a partire da Gaza che si devono giudicare le nostre democrazie. Aimé Césaire, discendente di schiavi, nel sui testo sul colonialismo, conoscendo sulla sua pelle il rapporto tra stato di eccezione e stato di diritto, afferma: il genocidio nazista è solo il ritorno in Occidente della violenza senza limiti praticata nel Sud dal colonialismo occidentale, condizione dello sviluppo del capitalismo. Lo scandalo è rappresentato dal fatto che il genocidio è stato scatenato tra bianchi, tra occidentali, non contro dei «negri», come è normale che sia. Un altro concetto veicolato da Esposito e Toscano a seguito delle posizioni di Deleuze /Guattari e Foucault merita una critica anche radicale: il fascismo è stato desiderato dalle masse, il fascismo è in noi, il fascismo è dapprima un micro fascismo. Contro questa diffusione micro della colpa, come se non bastasse quella organizzata dal capitale e dallo Stato («il capitale è indebitante e colpevolizzante» – Benjamin), è utile assumere il punto di Karl Korsch, un comunista dei Consigli: il fascismo non emerge dal desiderio delle masse (la maggior parte degli operai e dei disoccupati hanno continuato a votare socialdemocratico e comunista fino alla consegna del potere a Hitler da parte del grande capitale e della borghesia tedesca), ma sempre dopo una sconfitta del movimento operaio, sempre a seguito di un fallimento della rivoluzione, o per l’incapacità di operare la rottura rivoluzionaria al momento opportuno. La decisione macro politica della socialdemocrazia tedesca e dei socialisti europei di votare i crediti di guerra nel 1914 ha avuto conseguenze catastrofiche, perché non solo implicava che i proletari delle differenti nazioni europee si massacrassero tra loro per difendere gli interessi dei loro padroni e dei loro Stati, ma ha reso possibile il fascismo, rendendo impossibile la rivoluzione in Europa. Braudel diceva che l’Europa era pronta, prima del ’14, a passare al socialismo. La parola d’ordine leninista (ancora una decisione macro politica) di rivoltare i fucili contro i propri ufficiali è stata sicuramente, per il popolo russo, un efficace antidoto contro la violenza fascista (micro e macro) che gronda dentro la macchina Stato-Capitale. Anche la rivoluzione cinese ha salvaguardato le masse dal desiderare il fascismo, ha evitato il micro fascismo perché ha combattuto il macro, confermando l’affermazione di Korsch. Non sono stati sicuramente gli americani, ma le due rivoluzioni, sovietica e cinese, che hanno fermato il nazismo tedesco e il fascismo giapponese, sacrificando insieme più di 50 milioni di morti. I tedeschi e i giapponesi contemporanei, su comando Usa, vogliono, mutatis mutandis, ritentare esperienza. Finirà come la volta scorsa. Le «democrazie per il genocidio» come si possono ormai chiamare, malgrado le differenze d’epoca, usciranno (stanno già uscendo) con le ossa rotte. Il grande problema dell’Occidente è ancora quello espresso da Spengler col suo libro scritto durante la Prima guerra mondiale: «I negri non obbediscono più» perché sobillati dai rossi bolscevichi. Sintesi mirabile della rottura rappresentata dalla rivoluzione sovietica, articolata tra Occidente e sud globale (i «popoli oppressi») che ha aperto la strada alla rivolta storica del Sud che prosegue sotto altre forme. Ritorniamo al fascismo. Il primo esperimento di neoliberalismo riassume tutta questa lunga tradizione in America Latina: in Cile e in Argentina i liberali governavano con i fascisti, mentre in mettevano le bombe. L’ordine liberale oggi non ha più bisogno dei fascisti storici, quello che le classi dominanti hanno fatto attraverso i fascisti oggi possono farlo da sole. La Palestina da questo punto di vista manifesta una verità enorme. Quella che viene definita come la più grande democrazia del Medio oriente, armata, sostenuta delle forze occidentali, sta continuando a perpetrare un genocidio, non so quanto se ne è consapevoli. Non hanno bisogno di Hitler, lo fanno loro stessi, e questa è una cosa nuova, anche perché i movimenti non minacciano l’esistenza del potere, non hanno la capacità di impensierire il capitale come è successo nella prima metà del XX secolo, e quindi non è necessario costruire una forza «nazional-socialista» per combattere la rivoluzione. Se mai nascerà un movimento di classe allora forse i movimenti fascisti di massa rinasceranno miracolosamente.Noi, si dice, siamo in democrazia, ma l’Europa sotto la ferrea guida americana che prevede di smembrare la Federazione Russa fin dalla presidenza Clinton, è entrata in guerra contro la Russia senza consultare né i cittadini né il parlamento. 500 voli solo decollati dalle basi americane in Italia (ce ne sono 120) contro l’Iran senza che neanche il Parlamento ne fosse al corrente: chiamano «servilismo assoluto» la sovranità di una «democrazia dittatoriale» capace di nascondere ai suoi sudditi che l’Italia è in guerra a tutti gli effetti contro l’Iran. ahida: Ci sembra che il fascismo sia funzionale essenzialmente al rinnovamento del capitale. Ha più un ruolo subordinato al capitalismo, anche se storicamente ha avuto una forma autonoma. M. L.: Ha avuto una sua forma autonoma negli anni ’20, perché c’era il pericolo sovietico: per una volta nella storia i padroni se la sono veramente fatta sotto, e hanno favorito in tutti i modi il fascismo come controrivoluzione «socialista». Il fascismo emerge sempre in situazioni di crisi. È una delle forme che prende l’accumulazione originaria, un concetto fondamentale, che si riproduce ogni volta che il capitalismo è in crisi, e si sostanzia in guerra, guerra civile, distruzione delle classi che hanno portato alla crisi. In queste fasi, la prima cosa da fare è disfarsi delle classi che hanno condotto alla crisi e produrne di nuove, strategia che riguarda sia la classe degli sfruttati sia quella dei padroni. Non si capisce cosa stia succedendo se non ci si rifà agli eventi degli anni ’70. Gli Stati Uniti stavano costruendo una nuova strategia globale organizzando, come oggi, una forma inedita d’accumulazione originaria, molto diversa da quella che avevano stabilito dopo il 1945: l’inconvertibilità del dollaro in oro li conduce a fare degli Usa il grande debitore, cosa mai avvenuta prima per il paese egemone dell’imperialismo; fanno della finanza il motore della produzione; decidono di integrare la Cina al capitalismo esportandovi insieme all’industria la lotta di classe occidentale; con l’imposizione del petrodollaro si autorizzano a comprare merci contro carta (i dollari) e impongono di riciclare i profitti ricavati dalle energie fossili in America nell’acquisto di azioni e Buoni del tesoro; lo Stato di New York utilizza dei Fondi pensione degli operai per salvare le città. Nixon impone dei dazi del 10% a tutti, gela i salari e installa il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto e la finanza al posto dell’industria. Nel 1979 la Fed completa questo primo decennio di controrivoluzione con la sua «rivoluzione monetaria» che fa esplodere i tassi di interesse e qualche anno dopo il Giappone (la Cina dell’epoca) deve sacrificare la sua economia per salvare quella Usa. Regan e Tatcher non sono l’inizio, ma solo il primo consolidamento della controrivoluzione. Tutte iniziative messe in atto con la forza e non grazie mercato, di cui Trump ha ripreso la logica, utilizzando anche le leggi speciali votate in quel periodo. Nixon ha iniziato il ciclo, Trump lo chiude, nei due casi utilizzando la guerra e la guerra civile. La strategia è sempre la stessa: fare degli Usa l’egemone dell’economia mondiale, costi quel che costi. E resta tale anche quando gli ideologi liberali parlano di mercato, di concorrenza, di innovazione. Chi decide sono sempre i monopoli statali, economici, finanziari, tecnologici, mediatici sorretti dal monopolio legittimo della forza. Ci abbiamo messo anni a capire la loro strategia centrata sul binomio finanza/guerra. Ora la stanno di nuovo cambiando, mettendoci al centro ancora una volta la forza armata, l’unico vero universale che resta loro in mano. Avendo rimosso la guerra e la guerra civile mondiale come quadro di ogni azione politica, siamo ancora completamente spiazzati dall’iniziativa del nemico. Ma un’altra problematica emerge chiaramente all’inizio degli anni Settanta: l’affermazione secondo la quale il capitalismo è incompatibile con la democrazia. I documenti della Trilateral Commission lo dicono esplicitamente, non è un’invenzione recente dei padroni della Silicon Valley. Si rompe il compromesso del New Deal e la dialettica con la classe operaia, per cui il lavoro tende a diventare povero come nel XIX secolo. Dobbiamo comprendere che la cosa fondamentale non è il neoliberalismo (semplice forma di governamentalità che Foucault confonde con la strategia della macchina Stato-Capitale) bensì questa guerra civile mondiale. Il neoliberalismo non ha mai funzionato secondo l’ideologia liberale perché né il mercato né la concorrenza sono mai stati il principio reale di comando e di organizzazione del capitalismo. Questo lo sapeva già Braudel, che non era nemmeno marxista: il capitalismo è un anti-mercato, o un contro-mercato. Non funziona attraverso la concorrenza ma attraverso rapporti di forza, il credito e la finanza, grazie ai monopoli che decidono i prezzi e attraverso l’imperialismo e il colonialismo, come insegna Samir Amin. C’è un bel saggio di James O’Connor, La crisi fiscale dello Stato, che spiega come funzionava il capitalismo americano negli anni ’70: c’è un capitalismo straccione e concorrenziale che non conta nulla, e poi c’è il capitalismo monopolistico che conta, che decide, che impone. Quando i vari monopoli hanno visto che questa ideologia/governance non funzionava più, l’hanno messa da parte come, prima del 1914, hanno fatto con il vecchio liberalismo e hanno scatenato la guerra contro I Brics, favorito l’estrema destra, lanciato il genocidio. Come dice Paul Samuelson: il capitalismo liberale contemporaneo è nato fascista in America Latina. ahida: In Europa però il passaggio al neoliberalismo ci sembra più complesso che in Cile. M. L.: I concetti sono più chiari quando sono estremizzati dall’azione del capitale e dello Stato. In Sud America la lotta rivoluzionaria era radicata, quindi sono intervenuti con gli eserciti fascisti manovrati dagli Usa. Noi eravamo più deboli e più integrati, e ci hanno distrutti politicamente: è bastata la Thatcher con lo sciopero dei minatori, è bastata la Fiat con la «marcia dei 40.000» (più una forte repressione poliziesca). Ma nei due casi sono le stesse forme di potere al comando. Nixon e Kissinger che volavano in Cina o in Arabia Saudita per ragioni economiche erano gli stessi che facevano la guerra civile in Sud America e la guerra politica in Europa usando i fascisti, perché le bombe le mettevano anche qui. Tutto dipende dai rapporti di forza: se c’è anche un lontano accenno di rivoluzione, di messa in discussione dei lori interessi, intervengono. Hanno bombardato la Moneda senza porsi alcun problema. Comunque loro avevano una vera strategia politica e noi praticamente non ne avevamo nessuna. Quando hanno deciso di mettere il debito al centro dell’economia hanno fatto un salto politico enorme che ci ha spiazzati completamente, perché per i marxisti il capitalismo è industriale, la finanza gli è subordinata. La realtà del capitalismo occidentale è esattamente il contrario. ahida: Ma questo passaggio avviene già tra il ’71 e il ’73? M. L.: Bisogna rileggere Paul Sweezy, l’unico marxista che abbia fatto un’analisi della costruzione dell’egemonia del capitalismo finanziario in tempo reale. Dentro la «Monthly Review» vede già nascere all’inizio degli anni Settanta il «grande indebitamento» (di Stato, famiglie, imprese) e il consumo finanziato a credito, come i motori dell’accumulazione. Ma in realtà, fa notare che i nuovi strumenti finanziari stavano esplodendo già negli anni ’60. Dopo la Seconda guerra mondiale, avendo constato che il sistema centrato sulla finanza avevaportato al fascismo e all’hitlerismo, ma anche alle rivoluzioni, l’avevano controllato politicamente, rendendolo ancella dell’industria. Poi, con la crisi degli anni ’60, hanno ristabilito l’egemonia del capitale finanziario di fine secolo, rimettendolo al centro dell’accumulazione. Braudel lo spiega bene: il capitalismo non va letto come processo a stadi: prima il capitalismo mercantile, poi industriale e infine finanziario, perché tutti e tre coesistono. Il capitalismo ha una grande malleabilità strategica (il capitale come strategia è la grande categoria dello storico francese) una grande capacità di decidere; è stato centrato sulla finanza fino alla Prima guerra mondiale, poi ha rimesso al centro l’industria, poi è tornato alla finanza. Ed è qui che ci troviamo. Il capitalismo non è solo un’immane raccolta di merci (Marx), ma anche un’ancora più grande raccolta di titoli (diritti sui profitti futuri) che speculano sui prezzi delle merci con l’aggiunta di numero spropositato di derivati che garantisce la speculazione dal modificarsi dei prezzi, il tutto accompagnato da una montagna di Buoni del Tesoro emessi dagli Stati per finanziare il loro debito. Non si dà produzione senza la sua Wall Street, il mercato dei beni funziona solo con il mercato dove si produce e si distrugge debito. Sweezy afferma che la finanza è la più grande contro-tendenza alla stagnazione determinata dal capitalismo dei monopoli. Tira l’accumulazione in tutta la prima fase della controrivoluzione, ha quindi un effetto «produttivo» organizzando la mondializzazione (trasferimento della produzione in Cina che ha distrutto il Movimento operaio occidentale) ma tende progressivamente a diventare autonoma e a catturare tutto il valore trasformandolo in rendita. Negli anni ’70 noi eravamo ancora a seguire le trasformazioni del capitalismo industriale e il denaro, era sì visto come capitale-denaro (vedi la rivista «Primo Maggio») ma non abbiamo colto l’identità di moneta e debito, perno della strategia della controrivoluzione. Comunque sia, la valorizzazione si fa tramite la finanza, che sarebbe più corretto chiamarla con il suo nome: rendita. Leggendo Sweezy, l’ipotesi di Arrighi per cui ogni ciclo d’accumulazione comincia con la produzione e finisce con la speculazione è contraddetta dal ciclo cominciato nel 1971: il credito, il debito e la finanza sono all’inizio e alla fine del ciclo e hanno sempre comandato la produzione. L’egemonia del capitale finanziario ha costruite teste di legno (Marx) come quella di Trump (ma anche di tutta la classe dominante formatasi dopo il 1971) che come si evince dall’esergo, crede nell’efficienza dei mercati, pensando la politica, la guerra e la pace, la vita e la morte di milioni di persone, a partire dell’instabilità assoluta del scendere e del salire degli indici di borsa. Sintesi di liberalismo e guerra, di capitalismo e volontà di potenza armata, materializzazione di una tradizione i cui fondatori sono Lock, Constant, Tocqueville, ecc. Effettivamente questa sintesi perfetta la dice lunga sulla demenza delle classi dominanti. ahida: Tu distingui tra ciclo strategico e ciclo di accumulazione, e parli della ripetizione del momento dell’accumulazione originaria come di qualcosa che istituisce ogni volta un nuovo nomos della terra. Puoi chiarire la tua lettura del 2008 alla luce di questa sequenza? M. L.: Il problema è il rapporto tra accumulazione e strategia politica, le due cose sono intrecciate, ma anche non identiche. Come in questa fase per la macchina Stato-Capitale, o come nelle rivoluzioni sovietica o cinese, il ciclo strategico può separarsi dal ciclo dell’accumulazione e assumere una logica politica propria. Ogni volta che sono in crisi, gli americani si inventano una strategia (il proletariato solo nella prima parte del XX secolo con le rivoluzioni è stato capace di dotarsi di una strategia all’altezza della tradizione del nemico). Il 2008 è il segno evidente che il sistema non riesce più a riprodursi secondo le sue stesse regole. E allora intervengono populismo, nuove forme di fascismo, democrazie dittatoriali, presidenziali, autoritarie, guerra, guerra civile: il ciclo strategico prende il sopravvento sul ciclo dell’accumulazione. La forza prevale sull’economia, sulla democrazia, il welfare ecc., forza che aveva comunque fondato queste istituzioni. Ma non bisogna opporre strategia e accumulazione. Per uscire dall’impasse in cui si cade opponendo l’economico e il politico, Stato e Capitale, io parlo di macchina Stato-Capitale:funzionano insieme, non si possono separare. Trump, per mettere in piedi questa nuova strategia, ha dovuto occupare il potere statale, cercando di coordinare interessi differenti (finanza, industria, energia, Federal Reserve) dentro un piano strategico. Ciò che Schmitt aveva compreso è proprio questo meccanismo. Dice che ogni ordine economico, politico e sociale si costruisce a partire da tre concetti: prendere, dividere e produrre. La produzione (la reindustrializzazione di Trump) arriva dopo che ha espropriato gli alleati (Europa, Giappone, Corea, che devono pagare la crisi americana) e i non alleati (Venezuela). Voleva ripetere lo stesso esproprio con l’Iran, ma gli è andata male. Solo dopo che hai diviso in modo nuovo chi comanda e chi obbedisce – proprietari e non proprietari – nel mercato mondiale, si può installare una nuova «produzione»: la forza, la strategia precedono l’essere. La sola cosa interessante degli ordoliberisti è una parte del loro nome, ordo, perché significa che l’economia presuppone un ordine extraeconomico che può essere imposto solo con la forza. Ed è quello che abbiamo la «fortuna» di poter toccare con mano, ma anche tra i marxisti gli economicisti sono legioni. Il punto di vista di Schmitt è molto simile alle conclusioni a cui arriva il marxismo (Marx + Lenin, Mao, ecc.). La trasformazione radicale presuppone l’«espropriazione degli espropriatori», un atto di forza politico a partire del quale si possono operare nuove divisioni, nuove distribuzioni del potere e della ricchezza. Solo dopo avere preso e diviso, si potrà produrre, si spera, in modo diverso. Nei movimenti di esalta il «comune», si propone l’«intersezionalità», si mette in avanti la «rivoluzione delle donne» e la politica «decoloniale» come delle valide alternative alla rivoluzione. Ma si tratta di concetti e parole inoffensive se il progetto politico non presuppone il prendere e il dividere che a loro volta rinviano alla forza e all’organizzazione capace di produrla. Senza la presa (che può essere di terra, industriale, finanziaria) e senza divisione il comune, l’intersezionalità ecc., restano flatus vocis. Da questo punto di vista niente è cambiato, tant’è vero che è quello che stanno cercando i fare gli Usa. ahida: Del nomos di Schmitt ultimamente si parlava di meno, come se fosse già dato. Tu invece dici che questo meccanismo si ripete ogni volta che vi è una crisi? Maurizio Lazzarato: In questo momento credo che si stia definendo un nuovo nomos della terra. Dal ’45 in poi possiamo individuare tre tipi di nomos: quello del ’45; quello degli anni ’70, costruito in quindici anni di controrivoluzione e poi chiamato neoliberalismo; e quello che stanno cercando di costruire oggi. Ogni volta che il capitale non funziona più come un automatismo, interviene come una forza politica che deve essere anche armata. Quando uno dice di poter occupare la Groenlandia o assaltare il Venezuela, distruggere la civiltà persiane e quando si guarda quello che accade a Gaza, occorre capire che l’accumulazione originaria ha sempre portato in grembo anche il genocidio. Il capitalismo è nato così. Per questo il ciclo strategico non si può separare dal ciclo economico. Basta che il mercato si blocchi e subito interviene immediatamente la forza armata che, ripeto, è a suo fondamento e veglia al suo buon funzionamento (la polizia, come diceva Benjamin, è l’altra faccia del diritto). Il problema politico è che, nella prima parte del Novecento, il ciclo strategico non era solo quello del nemico di classe, era anche quello della rivoluzione. Oggi i nuovi movimenti politici sono antistrategici, non possono essere definiti rivoluzionari, nel senso che sono per l’emancipazione, il cui modello è l’emancipazione dei neri: non erano più schiavi, ma «liberi» di formare l’ultima ruota del carro dell’organizzazione del mercato del lavoro e del potere. La stessa cosa è successa ai servi russi che dopo cinquant’anni hanno però fatto la rivoluzione. I movimenti post ’68 sono per il divenire, il rapporto a sé, le pratiche di libertà, il comune, tutte cose sacrosante, ma staccate, separate dalla rottura rivoluzionaria e quindi condannati all’irrilevanza o a essere sconfitti. Situazione drammatica. Il regime di guerra mostra tutti i limiti dei movimenti. ahida: Cosa pensi dei movimenti sociali degli ultimi anni in Europa: dai Gilets jaunes agli Indignados, dalla Grecia al No Tav, fino alle mobilitazioni per la Palestina? Tu dici che nel medio periodo questi movimenti hanno perso la battaglia strategica. Come si adatta tutto questo al problema dell’organizzazione militante? M. L.: I movimenti contemporanei non hanno più (ma neanche cercano di costruirla) una teoria della rivoluzione o una strategia, e anzi le rifiutano anche apertamente, pensando di riprodurre in questo modo le stesse forme del potere del nemico. I movimenti post ’68 sono per l’emancipazione, le pratiche di libertà, ma senza rottura radicale, restano dentro la gestione globale del potere che li lascia in parte riprodursi perché non lo minacciano veramente, fino a chiudere ogni libertà di azione con il regime di guerra. Per cinque secoli, solo per parlare della «modernità», i proletari si sono ribellati, sono insorti, ma sono stati regolarmente sconfitti. Prima i contadini, la Guerra dei contadini tedesca condotta da Munster come apice della loro lotta, poi gli operai hanno continuato queste pratiche di rottura violenta, insurrezionale venendo sempre battuti. Ancora ai tempi di Marx (il 1848 francese e europeo e la Comune di Parigi). I proletari continuavano a farsi massacrare per la gioia della borghesia, il cui odio di classe non è venuto mai meno. Solo per un beve periodo, dalla rivoluzione sovietica, 1905, alla rivoluzione vietnamita, 1975, per la prima volta nella storia dell’umanità il nemico di classe è stato sconfitto non in modo episodico. La rivolta e l’insurrezione senza rivoluzione sono destinate a essere sconfitte. Il problema è il rapporto tra evento e processo, l’immediato del sollevamento, della rottura e il lungo periodo dell’accumulazione e della gestione della forza: puoi avere tutte le rivolte che vuoi, ma se non c’è il processo di lungo periodo del farsi dell’organizzazione non riesci, come succede oggi, a costruire rapporti di forza. La rivoluzione russa non è stato un colpo di Stato, perché è un processo che va dal 1905 al ’17; quella cinese ha conosciuto un processo ancora più lungo; quella vietnamita non finisce che nel ’75. Gli unici che hanno davvero elaborato una strategia sono stati quelli che hanno saputo pensare l’ora, il presente della rottura e il tempo del dispiegarsi del processo. In un mio lavoro in uscita parlo del rapporto tra Lenin, Mao e Giap con Clausewitz. È fondamentale: per la prima volta nella storia del movimento operaio si confrontano col grande stratega della borghesia ed elaborano una strategia propria. C’è la strategia insurrezionale in Russia e quella della guerra di lunga durata in Mao, in entrambi i casi un pensiero del rapporto tra rivolta e rivoluzione è precisamente articolato. Mi definiscono leninista perché sollevo il problema della rivoluzione, ma ormai la maggior parte dei compagni non si rende conto di cosa rappresentano questi pochi anni di rivoluzione proletaria: una rottura storica, l’impossibile che diventa possibile (per sempre), perché dall’inizio del Neolitico, da quando cioè si sono formati le prime città-stato sumere, il primo impero che le ha riunificate sotto un solo comando (Impero Accadico) ed è stata inventata la moneta, formidabile anticipazione del dollaro attuale, la società (il tutto tra il 4000 e il 2500 prima di Cristo) si è divisa in oppressori e oppressi, proprietari e non proprietari, e i primi hanno regnato per millenni. In questa storia plurimillenaria di dominio, solo l’epoca delle rivoluzioni costituisce una discontinuità, breccia rapidamente colmata anche dai movimenti. Carl Schmitt e tutti i servitori del potere possono contare su 5000 anni di tradizione di presa del potere e della gestione del dominio, della violenza, della guerra di conquista, mentre Lenin, Mao, Giap, ecc. solo qualche timido esperimento qua e là. Giudicando le rivoluzioni del XX secolo bisogna tener conto del rapporto tra i 5000 anni di sfruttamento e di dominio e i 50 della sua rottura. Il secolo delle rivoluzioni del XX secolo si è concluso, le rivoluzioni sono terminate, ma i rapporti di forza sono stati comunque profondamente modificati. Le rivoluzioni hanno dato inizio alla fine dell’Occidente, hanno cominciato a demolire 500 anni di colonialismo e imperialismo. Hanno manifestato che il grande Sud non è più disponibile a farsi sfruttare. Ed è contro questa volontà che sbatte l’Occidente nella sua guerra contro i Brics (non riesce a smembrare la Russia, in Iran subisce una sconfitta strategica, la Cina non ha nemmeno la forza di scalfirla). Sconfitta la rivoluzione siamo ripiombati nel ciclo rivolta-repressione, nuova rivolta nuova repressione. Siamo, utilizzando un’espressione degli anni ’70, proletari senza rivoluzione, che vuol dire che siamo condannati alla servitù (che è la nostra condizione da qualche decennio). Formalmente, siamo in una situazione di generalizzazione della colonizzazione della forza lavoro al Nord. Il problema è capire perché si è prodotto, brevemente, il miracolo delle rivoluzioni. Perché l’elaborazione di un sapere strategico ha portato alla vittoria considerata impossibile?A partire dal 2011 i movimenti insorgono, producono anche vere insurrezioni, sembrano quasi ribaltare rapporti di forza consolidati, ma quando arriva lo scontro diretto col potere non sanno cosa fare e affondano. È la storia del Cile recente: i movimenti sociali pour scatenando una vera e propria insurrezione sono incapaci di costruire e consolidare rapporti di forza e dopo pochi mesi ne escono pesantemente sconfitti. La Costituzione di Pinochet liberalfascista (definizione concettuale ineccepibile perché scritta da liberali e militari fascisti) è ancora in vigore. Probabilmente perché si è persa di vista la dimensione globale del potere, il rapporto tra micro e macro (entrambi concetti discutibili). Bisogna ripartire dai movimenti, ma reintrodurre una serie di problemi che non si pongono più. Possiamo limitarci alla lotta contro il patriarcato, alle pratiche di libertà delle donne? Vanno perseguite. Contro il razzismo? Anche. La lotta economica dentro la produzione e la riproduzione? Assolutamente fondamentale. Ma è sufficiente? Se analizzi la teoria decoloniale latinoamericana elaborata nelle università Usa, come esempio dell’impasse teorica e politica dei movimenti, salta subito all’occhio che manca, a differenza delle generazioni politiche precedenti, una teoria della rivoluzione e una strategia: c’è una teoria dello sfruttamento, del razzismo, del sessismo, ma il punto di vista assunto sembra essere quello delle vittime senza una strategia politica di fronte al potere globale. Per Ho Chi Minh o Mao, che hanno prodotto le lotte contro il colonialismo più importanti del XX secolo, ignorate dal post e de-coloniale, il problema non era scoprire di essere vittime del razzismo, dell’imperialismo, del capitalismo, questo lo sapevano già, erano occupati da una potenza coloniale, subivano il razzismo, venivano selvaggiamente sfruttati e dominati ed erano anche consapevoli di avere grandi opportunità politiche (la proprietà collettiva della terra, una «religione ugualitaria», una forte solidarietà contadina, ecc.). Quando Ho Chi Minh, nel 1920, legge le tesi di Lenin sulle nazionalità e sul colonialismo, piange di gioia perché trova una strada: non la descrizione della sua condizione di vittima, ma un modo per fare la rivoluzione. Se avesse letto certi testi de-coloniali sudamericani di oggi, si sarebbe messo a piangere ma per la disperazione, non per la gioia, perché gli avrebbero detto soltanto quello che già sapeva. La tradizione dei popoli indigeni, su cui pur si appoggiavano non bastava. La stessa cosa vale per il confucianesimo cinese, esaltato come nuova forma politica che ricuce con la tradizione, al di là della rivoluzione. Ma con l’insegnamento di Confucio, la rivoluzione cinese non si sarebbe mai prodotta. Mao dice che sono i cannoni della flotta dell’Impero russo in ribellione che hanno portato con sé le categorie necessarie (il marxismo) alla rivoluzione. Nella tradizione non c’erano. Per Mao l’uno si divide in due, per Confucio il due si compone in uno. E ancora adesso, in Cina, è questa la verità politica, non Confucio per cui «viviamo tutti sotto lo stesso cielo». Certo commenta Mao, ma divisi dalla lotta di classe. Per questo dico che il problema non è riprendere in blocco il passato, ma capire che, se vuoi davvero batterti contro il capitale, devi articolare queste lotte fondamentali (sessismo, razzismo, la lotta di classe in senso classico) con il livello generale del capitalismo. Altrimenti restano dentro il ciclo dell’accumulazione. Puoi ottenere libertà parziali, ma poi ti vengono cancellate, come è successo dopo il 2008, con il populismo, il fascismo e la guerra. Gli spazi politici si sono chiusi, le libertà si sono rimpicciolite, e la produzione di soggettività oggi è sempre più una produzione di soggettività conservatrice o fascista. C’è il bel libro di Asef Bayat, Revolution without revolutionaries, sulle rivolte in Medio oriente. Lui racconta che al Cairo, durante le manifestazioni, c’era un cartello con scritto: Half Revolution, no Revolution. Puoi essere spinto dalla spontaneità dell’insurrezione, ma poi che cosa fai? Una volta il problema della presa del potere se lo ponevano come presupposto di qualsiasi cambiamento. Oggi, se dici che non vuoi prendere il potere, devi dirmi cosa metti al suo posto che abbia la stessa capacità di produrre rapporti di forza. ahida: Sembra che Deleuze, Guattari, Foucault, e quel tipo di pensiero, guardasse soprattutto alla dimensione micro politica senza vedere la riconfigurazione politica globale del capitale. M. L.: Esatto. I nuovi movimenti hanno messo in evidenza relazioni di potere che il marxismo classico aveva trascurato (uomo/donna, bianco/non bianco, vivente/accumulazione del capitale) ma non puoi fare l’analisi del potere saltando il suo funzionamento globale. La grande mancanza a livello teorico, è il concetto di guerra e di guerra civile. Io parlo del potere della macchina Stato-Capitale come di una totalità divisa e di una totalizzazione impossibile: totalità divisa, perché sempre attraversata da conflitti; totalizzazione impossibile, perché il potere tende alla totalizzazione, a chiudere cioè tutti i rapporti di potere nello sfruttamento e nel dominio, ma non ci riesce mai. Tuttavia quella totalizzazione a cui sempre tende è reale ed è sempre armata, inseparabile dallo Stato e dal suo monopolio della «violenza legittima». I movimenti contemporanei hanno la «paura del due». La molteplicità, nel capitalismo, è sempre presa dentro dei dualismi (capitale/lavoro, uomo/donna, bianco/non bianco). L’insieme di questi dualismi è a sua volta preso in un dualismo globale, il proletariato da una parte e il potere della macchina Stato-Capitale dall’altra, che alimenta e fomenta i vari dualismi, ma la sua gestione li supera sia verso l’interno dello Stato che verso l’esterno. Bisogna tenere insieme il potere come totalità divisa e il potere come organizzazione dei vari dualismi di classe, genere e razza. I due livelli non devono mai essere separati, pena l’impotenza della micro politica, della biopolitica, dei movimenti contemporanei, ecc. Il capitalismo non è né l’uno della trascendenza hobbesiana, né la molteplicità della moltitudine spinoziana, ma il due della divisione, dell’ostilità, dell’opposizione della lotta di classe, dualismo che bisogna costruire perché le classi sono politiche. Il nemico di classe vince perché è riuscito a costruire un nuovo dualismo fondato sulla finanza, che ha prodotto delle differenze di classe tanto profonde che ricordano gli inizi del capitalismo (addirittura l’Ancien Regime). A partire dalla sconfitta degli anni ’70, probabilmente per cercare di salvaguardare la forza, Toni Negri ha teorizzato una separazione in atto tra la moltitudine e il capitale. Ma questa separazione era vera solo per il XX secolo, perché il proletariato è stato rivoluzione in atto, rottura in atto, organizzazione rivoluzionaria in atto. Questo dipendeva da rapporti di forza reali, trasformare la separazione politica in ontologia è stato un errore teorico e politico madornale. Forse non c’è mai stato proletariato così debole nella storia del capitalismo come il contemporaneo. La vera separazione l’ha imposta il nemico: all’inizio degli anni ’70 è stato in grado di separare i rivoluzionari dalla rivoluzione e poi i proletari dalle condizioni materiali della loro riproduzione strappati con lotte durissime e rivoluzioni. L’odio di classe del nemico non è stato un «pranzo di gala»: salari sempre più bassi, welfare privatizzato, lavoro povero, anni di vita concessi al capitale grazie all’aumento continuo dell’età pensionabile, nuove forme d’imperialismo e colonialismo. Se valutiamo, come faceva Marx, la forza dei movimenti sulla capacità di ridurre il tempo di lavoro, la loro forza è in caduta libera dagli anni ’70. Questa separazione le classi dominanti l’hanno operata soprattutto attraverso la finanza. Questa debolezza politica è conseguenza dell’esaltazione della micro politica, perché da questo livello è impossibile passare alla lotta contro il potere globale, contro il potere come totalità. La micro politica o la biopolitica si concentra molto sulla produzione di soggettività, sul rapporto a sé, sulla valorizzazione del sé, sulle pratiche di libertà. Negli anni ’70 si parlava di «autovalorizzazione» del proletariato, oggi si può constatare un processo in atto di «autoimpoverimento» economico e politico proprio perché la soggettivazione non è pensata anche come produzione di soggettività capace di produrre rapporti di forza, organizzazione per distruggere il potere del nemico e quindi come strategia. Con la grande crisi finanziaria del 2008 (del livello del 1929, per capirci), arrivano guerra e fascismo, e non abbiamo più gli strumenti per affrontare quello che accade, proprio perché abbiamo separato la micro politica dal potere come totalità (divisa), il potere dalla guerra. Il capitalismo è inseparabile dalla guerra. Quest’ultima non è la continuazione della politica con altri mezzi (Clausewitz), la politica non è neanche la continuazione della guerra con altri mezzi (rovesciamento tentato da Foucault, Deleuze, Guattari). Politica, guerra, capitalismo funzionano insieme, come insegnano gli Usa la cui azione economico-politica è inseparabile dal Pentagono e dalle sue 800 e più basi militari in giro per il mondo. Gli Usa sono in guerra permanente dal 1945, ma in realtà lo sono dalla loro fondazione. Basta leggere i socialisti prima della Prima guerra mondiale: Rosa Luxemburg spiega bene che il mercato mondiale contiene necessariamente la guerra tra Stati, e che quindi le leggi del Capitale definite indipendentemente dai conflitti armati non funzionano secondo i principi definiti da Marx. Nell’accumulazione originaria contemporanea solo la minaccia armata, la rapina, l’esproprio, l’intimidazione, il ricatto costituiscono le «forze economiche». Da qui la necessità di introdurre la guerra nel concetto di Capitale (sia nel libro che nella realtà del capitalismo). Dopo il ’45 gli americani hanno continuato a controllare il mercato mondiale attraverso la guerra. Siamo stati noi a ritirarci da questo terreno. ahida: È un po’ quello che è successo coi Gilets jaunes: una classe che si costituisce nella lotta, ma che dopo qualche anno viene repressa e scompare. M. L.: Sì. I soggetti che il movimento femminista, ecologista e decoloniale costruisce sono soggetti politici reali, e devono continuare a muoversi contro il patriarcato, il razzismo di Stato, il capitale, la distruzione delle condizioni di vita, lo sfruttamento. Se non hai questo non hai neppure una presa sul reale. Però poi c’è il salto. Il ciclo strategico è questo: passare dal ciclo dell’accumulazione (dove ci sono lavoro salariato, lavoro domestico, lavoro servile, razzismo, sessismo ecc.) al potere che si esprime come totalità. Lenin, parte da una composizione di classe data, ma è consapevole che nel processo rivoluzionario il ciclo strategico diventa relativamente autonomo; dice che le classi e anche i Soviet devono cambiare secondo la fase. Si dà un’accelerazione che modifica la composizione stessa perché diventa politica. Noi restiamo al primo livello, che un tempo si sarebbe chiamato economicista. Il problema è trovare il modo di legare tutto questo alla negazione contro cui si sono scagliate le teorie degli anni ’70, esaltando invece l’affermazione (da Deleuze a Badiou). Una delle cose che pesano di più è l’abbandono del negativo. La storia non è spinoziana, avanza, come diceva Marx, dal lato negativo. Ci siamo inventati che potesse avanzare dal suo lato positivo, dalla creatività, dall’affermazione pura, dalla produzione di positività ma la smentita è drammatica. Ogni affermazione politica necessita di una doppia negazione: negare la realtà dello sfruttamento di classe, della dominazione di genere, del razzismo; ma l’affermazione si impone realmente solo se nega anche il capitalismo come totalità (divisa), come potere globale. Ognuno entra nella lotta a partire dalla propria situazione, operando la negazione del rapporto di potere specifico, ma poi c’è questa seconda negazione. Invece abbiamo pensato di poter fare politica eliminando la negazione. Bisogna partire contemporaneamente dall’alto e dal basso: dalle lotte che negano a partire dal basso, ma anche da un punto di vista che si costituisca soggettivamente «dall’alto», negando il potere del nemico. ahida: La grande accusa che fai al pensiero critico dagli anni Settanta è anche questa: non aver considerato la centralità della guerra e quindi della strategia. Come si differenzia il tuo uso del concetto di guerra civile da quello di Foucault, che lo introduce intorno al ’75? M. L.: Se vogliamo essere magnanimi, Foucault è stato uno dei pochi a provare a introdurre il concetto di guerra civile. Ma nel corso al College de France in cui lo introduce, La società punitiva, dice di studiare la Francia dal 1823 al 1848, ma non spende una parola sulla guerra civile che esplode proprio nel ’48 quando i «liberali» hanno fatto venire l’esercito coloniale a sparare sugli operai dell’Est parigino causando migliaia di morti. In Marx e nei marxisti, invece, era chiarissimo cos’era la guerra civile del ’48 e la pesantezza della sconfitta subita. Per Foucault le guerre civili non hanno né un fondamento economico né politico, ma si tratta solo contro-comportamenti, il cui modello sono le eresie religiose, che sono tutt’altra storia. Foucault non si confronta mai con la guerra civile vera, che col XX secolo è diventata mondiale, perché i «popoli oppressi» sono entrati nella lotta (Lenin). Foucault non si confronta cioè con che cosa è diventata la lotta di classe, sia dal lato della rivoluzione che della macchina Stato-Capitale, (negando la sovranità, cade nel ridicolo di fare la genealogia dello Stato moderno a partire dalla governamentalità, quando invece è il porre fine o scongiurare le guerre civili di religione, il suo vero fondamento) e alla fine abbandona il concetto, passando alla biopolitica. Lì finisce col prendere sul serio quello che dicono i neoliberali, Hayek, Ropke, Friedamn, evitando di far notare che sono una banda di colonialisti, imperialisti, anticomunisti viscerali. Anche i compagni (Adelino Zanini per tutti) li analizzano come fossero delle brave persone, ragionevoli, con cui sedersi a un tavolo e scambiare idee, per carità, differenti). Non è possibile pensare il politico come fa Foucault senza la concentrazione e il monopolio della forza. Il potere degli Stati Uniti è concepibile senza il Pentagono? Questo lo fa notare Poulantzas a Foucault già nel 1978: le tecniche disciplinari e biopolitiche (e anche le società del controllo) dipendono sempre da un monopolio politico della forza, hanno sempre come retroterra la polizia e l’esercito, cioè la forza. Voler ridurre il potere a disciplina, sicurezza, controllo è un’ingenuità messa in luce da cioè che stiamo vivendo. ahida: Sì, all’inizio degli anni Settanta la categoria dell’Imperialismo era ancora presente, anche in certi dibattiti vicini a Negri, poi all’improvviso sparisce. M. L.: Si arriva addirittura a dire che non c’è più l’imperialismo, che gli Stati avrebbero tutto l’interesse a collaborare perché potrebbero trarre maggiori benefici che facendosi la guerra (nuova versione dell’ultraimperialismo di Kautsky smontata impietosamente da Lenin). Non solo abbiamo visto nuove modalità dell’imperialismo (il dollaro), ma anche la riproduzione delle vecchie (la presa armata della terra, l’esproprio con la forza delle risorse, come in Venezuela). Questa storia della fine dell’Imperialismo presuppone una differenza di natura tra l’economico e il politico, lo Stato e il Capitale. Dal mio punto di vista è sbagliato pensare il capitale come un processo immanente separato dalla trascendenza dello Stato. Nel mercato mondiale, unico luogo in cui la realtà del capitale corrisponde al suo concetto, senza lo Stato il «cosmopolitismo» del capitale, che dal ’45 ha tinte foscamente yankee, non muove neanche i primi passi. Anche qui abbiamo l’esempio in atto della Cina, in cui la produzione, lo sviluppo tecnologico, l’innovazione, sono comandati dallo Stato. Il sedicente funzionamento impersonale del mercato, la sua indipendenza dallo Stato, modello perfetto dell’automa che agisce alle spalle di tutti gli individui, è una delle grandissime menzogne che l’ideologia neoliberale ci ha fatto ingoiare con la complicità del pensiero critico che ha dato credibilità al liberalismo. Prendiamo un esempio di questi giorni. Lo Stato americano ha portato in occasione della visita di Trump in Cina, il Ceo di Nvidia, per vendere i microprocessori che finalmente l’amministrazione autorizzava a commercializzare ai cinesi. Il problema, un altro Stato, la Cina, ha detto no, non vogliamo le vostre merci, le sviluppiamo noi. La parte di microprocessori Nvidia in Cina è passata dal 98% praticamente a zero. Perfetta dimostrazione che nel mercato mondiale il capitale non può fare nemmeno un passo senza lo Stato. Si tratta non di mercato, non di concorrenza economica, ma di strategia. La tecnologia, come ogni altra forza, è sottomessa alla strategia, alla volontà e alle decisioni dello Stato (in questo caso di due Stati: Usa e Cina). La moneta, la forma più astratta del valore, incarnazione del cosmopolitismo del capitale per Marx, è però sempre la moneta di uno Stato. Il dollaro è la moneta universale, ma è la moneta dello Stato Usa, e la guerra si fa giustamente perché i Brics non vogliono più soggiacere, per commerciare e investire, al signoraggio del dollaro, cioè dal potere della macchina Stato-Capitale. Non c’è «il» capitale, ma diverse macchine Stato-capitale che si combattono tra loro. ahida: Siamo anche la prima generazione a vivere ottant’anni di apparente pace in Europa. Forse non abbiamo avuto l’urgenza di ragionare strategicamente sul rapporto con la guerra. M. L.: Non è proprio così. La matrice della politica da un secolo a questa parte è la guerra civile mondiale (vedi Arendt, Schmitt, anche i liberali come Aron). A partire della Seconda guerra mondiale abbiamo vissuto in una situazione di «guerra improbabile e pace impossibile» in Occidente e di guerra civile mondiale nel Sud. Non c’è più la possibilità di distinguere tra guerra e pace: la Prima guerra mondiale ha introdotto per sempre questa impossibilità. Quindi non c’è mai stata la pace come dice la propaganda, e queste cose devono sempre essere considerate alla luce del mercato mondiale. Foucault in questo senso è eurocentrico: non considera mai l’economia mondo, e dimentica che quel potere che studia in Francia è lo stesso che opera in Africa e in altre parti del mondo come (neo) colonialismo e (neo) imperialismo. La democrazia è sempre relativa, e ha sempre presupposto che ci fossero altri posti in cui non esisteva. Come dicevano Lenin ed Engels, anche la classe operaia occidentale partecipa all’imperialismo, figuriamoci le nostre classi dirigenti, i capitalisti, ecc. La cosa fondamentale torna a essere la guerra. È la conferma che il capitalismo non può uscire dalle crisi che genera se non attraverso di essa, e il pensiero critico degli ultimi cinquant’anni ha rimosso proprio questa questione. Trump non è pazzo: è il frutto di un sistema folle. Il capitalismo in queste situazioni genera forme di soggettività come Hitler. La Germania della prima metà del Novecento era la nazione con una grande industria in piena espansione, era il paese più colto, più innovativo, con il maggior numero di premi Nobel, il luogo dove il capitalismo era più avanzato dal punto di vista tecnico-scientifico. Il General Intellect sotto le fauci della macchina Stato-Capitale tedesca ha prodotto Hitler. Adesso è nell’America che il General Intellect manifesta tutta la sua potenza e ha prodotto Trump. Lo sviluppo delle forze produttive sfocia in due genocidi, il che non pende a suo favore (anche in Cina puntano allo sviluppo di nuove forze produttive, ma... vedremo!) Il pericolo reale è il nucleare: quando l’estremizzazione capitalista spinge verso l’autodistruzione, non si può escludere nulla. Questa «razionalità irrazionale» del capitalismo è cruciale. L’Olocausto è stato organizzato con una logistica capitalista impeccabile, i princìpi dell’impresa sono stati applicati con precisione teutonica a qualcosa di totalmente irrazionale come lo sterminio degli ebrei. Questa cosa rischia di riprodursi, si è già riprodotta con il genocidio di Gaza. I primi passi sono già stati fatti in questa direzione. ahida: Per tornare alla guerra. Ci chiedevamo come questo nuovo scenario di guerra combattuta si inserisce nella continuità dei processi di trasformazione del capitale. M. L.: I problemi fondamentali che stanno dietro questa guerra sono tre e, a mio avviso, sono sempre gli stessi. Il primo riguarda la volontà di Trump e degli Stati Uniti di bloccare il processo di de-dollarizzazione del mercato dell’energia. Sempre più Stati stanno cercando di acquistare gas e petrolio senza passare per il dollaro. Questo genera un problema enorme, perché il potere degli Stati Uniti, dopo il 1971, si fonda proprio sul dollaro moneta imperialista e colonialista per eccellenza. Con lo sganciamento dalla convertibilità aurea, gli Stati Uniti erano riusciti a uscire dalla crisi degli anni Sessanta anche grazie al sistema dei petrodollari che finanziava i suoi numerosi deficit (debito federale, debito privato, debito studentesco, debito commerciale ed esposizione finanziaria netta), autorizzandoli a indebitarsi (quasi) all’infinito. Ora il cumularsi di deficit astronomici, secondo problema, che hanno permesso di vivere al di sopra dei loro mezzi e a nostre spese (per gli Usa non ci sono che «pasti gratis») è impossibile da sostenere. Mentre l’ennesima bolla tecnologica non si capisce ancora se sta sgonfiandosi o sta per scoppiare, con conseguenze che saranno molto più catastrofiche che lo scoppio della bolla dei subprime. Da cui l’urgenza della guerra. Da questo punto di vista, la guerra esprime la volontà strategica degli Stati Uniti di ricostruire il mercato dell’energia sotto il loro comando, vincolando nuovamente petrolio e gas al dollaro: prima con le operazioni in Venezuela, poi con i bombardamenti in Nigeria, ora con questa nuova fase del conflitto in Iran già fallita. Gli Stati Uniti obbligano tutti i loro alleati, Europa, Giappone, Corea Taiwan ecc., ad armarsi fino ai denti, da una parte per finanziare l’industria bellica Usa, ma soprattutto per continuare la guerre contro la Russia, fino all’ultimo ucraino continuando ad armare un nazionalismo da sempre vicino al nazismo (dopo le ultime celebrazioni presiedute da Zelensky del collaboratore nazista Melnyk, massacratore di ebrei durante la Seconda guerra mondiale, e dopo aver conferito a dei battaglioni il titolo «onorifico» di UPA anche la Polonia ha cominciato a protestare, perché UPA è il nome dei reparti che durante la Seconda guerra mondiale, con i nazisti, hanno ucciso migliaia di polacchi – un funzionario polacco ha affermato che con Bandera, altro eroe nazionale collaboratore nazista, «L’ucraina non entra in Europa») e contro la Cina. Per gli Usa è l’ultima finestra di possibilità. Ma sembra già tardi, da qui una violenza che potrebbe essere quella della riunificazione della guerra mondiale a pezzi.L’intelligenza artificiale occupa il centro del dibatto, sembra appassionare più della guerra, ma quest’ultima si fa per le energie fossili, non per un’industria che non ha prodotto neanche un centesimo di profitto e i cui costi di produzione sono già adesso sei volte superiori alla intelligenza artificiale cinese. L’ideologia che esplode a ogni innovazione tecnologica è impressionante, coazione a ripetere che investe anche i compagni. Si tratta anzi di vera e propria propaganda incarnatisi perfettamente nella campagna per la quotazione in borsa dell’impresa hyper tecnologica di Musk, imprenditore capace di trasformare l’acqua in vino e moltiplicare i pani e i pesci, proprio quando i risultati economici della sua imprenditorialità sono quantomeno deludenti; il fatturato è di 18 miliardi, le perdite di 5, ma la valutazione in borsa è di 2600 miliardi (il primo giorno, poi ha perso 300 miliardi, il solito su e giù dei giochi in borsa). L’impresa del grande imprenditore tiene solo grazie alle commesse pubbliche del Pentagono e della Nasa. L’unica parte del conglomerato di Musk che assicura utili indipendentemente delle commesse pubbliche è, guarda caso, la vecchia industria dell’automobile (Tesla). Quello che bisogna mettersi in testa è che la valorizzazione del capitale si fa in questo modo. Ed è tutta finanziaria, utilizza l’impresa di Musk come semplice sottostante. L’entrata in borsa di SpaceX può essere assunta come modello di questo tipo di valorizzazione. È costruita da una cooperazione tra monopoli (grandi Fondi di investimento, grandi banche americane e amministrazione Usa) e non ha niente della spontaneità del mercato alla Hayek. L’operazione è assolutamente necessaria per tenere in piedi il sempre più traballante mercato azionario Usa, e soprattutto dell’ancora più precario mercato del credito privato e, infine, il mercato delle obbligazioni che finanziano il colossale debito Usa, oberato da interessi sempre più alti. La glorificazione di Musk e dell’operazione SpaceX da parte della stampa asservita europea, ma soprattutto italiana, partecipa alla strategia Usa di costruzione di una narrazione capace di attirare i risparmi e i capitali da introdurre nei titoli di borsa seconda una logica alla Ponzi. Tra questi anche il complemento pensionistico o sanitario di milioni di lavoratori che affidano il loro futuro a un casinò che, alla prima crisi, farà pagare loro le sue impossibili promesse (tecnicamente siamo dentro un capitalismo della promessa di profitti futuri, cioè di colonizzazione non tanto del tempo di lavoro, quanto del tempo che viene, del futuro). Lo Stato Usa garantisce la struttura strategica della finanziarizzazione, assicura il monopolio nel loro settore a imprese tipo Musk, Nvidia, Google ecc., alle quali garantisce promesse infinite di profitti che in nessun caso potranno mantenere, se non grazie a una cattura di valore sul mercato mondiale che non ha niente a che vedere con ciò che producono. Una finanza capace di ingoiare capitali e risparmi trasformandoli in rendita fin dentro il mondo del lavoro, al quale non resta altra soluzione perché il progetto di distruzione del welfare per la classi sfruttate cominciato negli anni ’70 è oggi in via di completa realizzazione grazie alla solerte collaborazione dei politici (fiscalità, regole giuridiche, ecc.). La valorizzazione del capitale contemporaneo non è fondata né sulla conoscenza, né sulle piattaforme, né sulla logistica, né sulla tecnologia, ecc. Tutte queste cose, come il lavoro vivo che le anima, sono dei semplici sottostanti su cui giocano i futures e i fondi di investimento. Definire il capitalismo un tecno-feudalesimo o un capitalismo del cloud, o dell’intelligenza artificiale, o delle piattaforme, ecc., è cadere nell’ideologia della tecnica. È un giochino innocente, che non fa male a nessuno, a cui i primi a prestarsi sono i compagni. Ma tutto questa enorme circolazione di titoli, debiti e capitali è fondata sulla sabbia. Cercando una razionalità dove non c’è, non prevedendo prossimamente nessun profitto da SpaceX, rapportando la capitalizzazione al fatturato, la prima è centoquaranta volte il secondo. Quindi non c’è nessun rapporto economico razionale, né adesso, né dopo una impossibile colonizzazione di Marte. Si parla della follia di Trump, ma che dire di economisti, giornalisti, finanzieri, investitori, politici che credono di aver finalmente realizzato il sogno degli alchimisti: trovare la formula dell’oro. La finanza l’avrebbe trovata, produrre denaro tramite il denaro (come il pero produce le pere diceva Marx), anzi produrre denaro con il debito, con una semplice scrittura di pagherò. Da gente che crede nella fabbricazione dell’oro ci si può aspettare di tutto: la guerra, il genocidio, la guerra civile, la distruzione delle condizioni di vita dell’umanità. La razionalità rispetto allo scopo weberiano ne esce malconcia per sempre. E i compagni cascano sempre dentro la trappola della tecnologia (la rete, internet, i social ecc.) e parte il dibattito sull’intelligenza artificiale, o sulle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità o sul futuro apocalittico che ci aspetta, mentre dovremo sapere che è sempre un problema di potere, di relazioni di potere. La macchina (sociale) da guerra precede sempre la macchina tecnica, la produce e la comanda. Non si capisce come una nazione che dispone di questa potenza della tecnica (il General Intellect più sviluppato, le imprese tecnologiche più innovanti), possa trovarsi in uno stato di fallimento economico. Sopravvive solo grazie ai risparmi e ai capitali che cattura da tutto il mondo e che non fanno altro che gonfiare le bolle finanziarie di cui è costituita l’economia Usa. L’esercito più tecnologicamente avanzato del mondo non vince una guerra dal 1945 e si fa umiliare militarmente da una nazione sotto sanzioni dal 1979 (il fatto di produrre un numero considerevole di ingegneri è una scelta politica dell’Iran, come il deviare gli ingegneri americani verso la costruzione di modelli finanziari). Ripeto per chi non lo avesse capito: la macchina da guerra precede e produce la macchina tecnica. O, che è la stessa cosa: la strategia precede e comanda l’armamento, precede e comanda anche la produzione (Braudel). Questa mi sembra la vera ragione di quanto sta accadendo. Poi c’è un terzo insieme di problemi, che riguarda Israele. Ma credo che siano soprattutto gli americani ad aver spinto verso la linea della guerra combattuta, perché si trovano in una situazione disastrosa. Se colleghiamo i diversi aspetti, appare chiaro che, se il dollaro perde la sua forza, gli Stati Uniti sono finiti. I Brics stanno esercitando pressione proprio provando a svincolarsi dall’obbligo di usare il dollaro. Con la guerra in Ucraina questo aspetto era già emerso in primo piano, producendo un cortocircuito nel sistema dei pagamenti controllato dagli Stati Uniti. Trump è fuori di sé anche per il solo fatto che il Brasile si è dotato di un sistema in cui ogni tipo di pagamento non passa come in Europa per gli Usa (Visa, Paypal, Master Card, ecc.). In altre parole, mi pare che la situazione sia degenerata nel momento in cui il capitalismo finanziario americano si è trovato di fronte al fallimento del suo modello. A quel punto, l’ultimo strumento rimasto agli Stati Uniti è la potenza militare. Devono recuperare legittimità e capacità di comando affinché i capitali continuino ad avere fiducia nell’egemonia americana, e quindi continuino a finanziare e acquistare debito statunitense. E anche questa strategia sembra essere fallita, anche se gli Usa perseguono la diffusione del caos, del moltiplicarsi delle guerre per impedire qualsiasi consolidamento del multipolarismo, cioè di un nomos della terra di cui non sono il centro. ahida: Ci ricorda un po’ quello che è successo nel 1973, con la prima crisi petrolifera. Viene da chiedersi se non rischino di entrare in una spirale che li porterà, per far fronte alla recessione, a svalutare il dollaro. M. L.: Secondo me si rischia molto di più. La lotta tra Brics e capitalismo occidentale sta diventando drammatica. Se osserviamo il quadro complessivo dobbiamo chiamare in causa anche il Giappone e, più in generale, tutto ciò che Samir Amin definiva «imperialismo collettivo». Partiamo dall’Europa: l’Unione Europea a guida americana è decisa a portarci in guerra contro la Russia. Nessuna illusione, sono gli americani che decidono dove e quando bombardare, impongono di riarmarsi, non solo i servi europei, ma anche Giappone, Corea, Taiwan, ecc. Per gli Usa la guerra mondiale non più a pezzi è una volontà politica, anche se perdono tutte le guerre che intraprendono.L’Occidente è saldamente in mano agli Usa ma ha un grande problema. In passato gli europei avrebbero risolto una crisi del capitalismo globale espropriando il Sud del mondo. Nelle riconfigurazioni del capitalismo, la predazione del Sud era una pratica normale. Oggi, però, il Sud globale si organizza e si oppone. Questa è una grande novità che rende molto più difficile fare previsioni. Sorprende anche la risposta dell’Iran che ha inflitto una importantissima sconfitta ai presuntuosi yankees. Ha subìto colpi importanti, ma la riorganizzazione della sua struttura militare dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, fondata sulla decentralizzazione, lo ha reso una potenza che ha distrutto la maggior parte delle basi americane in Asia occidentale. Per il Sud in generale, e per i palestinesi in particolare, è una vittoria importante, anche se non definitiva. ahida: Volevamo continuare a ragionare sul rapporto tra organizzazione e soggettività. Ci viene in mente Gigi Roggero, Elogio della militanza, con la distinzione tra la classe come posizionamento oggettivo nella divisione del lavoro e come posizionamento soggettivo rispetto alle logiche dello sfruttamento. Oggi nei movimenti mi sembra ci sia una tendenza a dividersi secondo le logiche di dominazione della controparte, e l’intersezionalità sembra funzionare più come scambio a rispettosa distanza che come potenza aggiunta. M. L.: Sì. Il discorso dell’intersezionalità non può funzionare perché è troppo debole politicamente, non è sufficientemente radicale, nel senso che non va alla radice delle cose, cioè della natura del potere che ci domina, ne coglie solo una minima parte. È una specie di coordinamento, mai riuscito tra l’altro, che manca di intensità politica. Ci mettiamo insieme, va bene, ma per fare che cosa? Per prendere il potere, per consolidare forme di contropotere? Ma con che organizzazione? L’intersezionalità è incapace di mettere in pericolo l’esistenza del nemico. Si parla molto della politica degli affetti, del sensibile e addirittura del «comunismo del sensibile» («le partage du sensible» di Ranciere presuppone una divisione tramite l’uso della forza come dimostra chiaramente la divisione in corso che di sensibile ha ben poco, ma che produrrà, una volta definiti vincitori e vinti, una nuova divisione del sentire), ma l’affetto più importante, capace di mettere insieme il proletariato mobilizzando i suoi affetti, è stata la rivoluzione, la rottura radicale, l’ostilità dichiarata contro il nemico, l’idea escatologica della società senza classi. Pensiamo a Fanon. Nel suo libro sull’Algeria racconta che, quando lavorava come psichiatra, i pazienti algerini erano depressi, timidi, impauriti: avevano una soggettività subordinata alla dominazione coloniale. Quando il Fronte di liberazione dichiarò guerra alla Francia, le soggettività che consultava erano completamente differenti, non si sentivano più vittime ma attori della lotta, anche se non ci partecipavano direttamente. Questo apporto di Fanon è fondamentale, perché il suo rapporto tra violenza e affetti, tra forza e sensibile non è eurocentrico come in Ranciere. Il concetto di rivoluzione, di rottura, di nemico, è un affetto potente. Senza di esso l’intersezionalità diventa un mettersi d’accordo ma senza riuscire a produrre il salto. E non ci si riuscirà mai senza «i salti, i salti, i salti», esclamazione di un rivoluzionario della prima metà del XX secolo seguita alla lettura della Scienza della logica di Hegel. Dentro la rivoluzione c’era anche un punto di vista escatologico, non nel senso di un paradiso garantito, ma nel senso che la «società senza classi» era una direzione di marcia. Se non hai un punto di vista di questo tipo è difficile che la gente si mobiliti a fondo. E questo punto di vista l’abbiamo perso insieme alla rivoluzione. Se non troviamo qualcosa che funzioni come funzionava la rivoluzione, come affetto di rottura e passione della distruzione del capitalismo, sarà difficile ricomporre il proletariato. Per secoli siamo andati avanti con insurrezioni, rivolte, sconfitte. Una delle motivazioni di Lenin quando pensa l’organizzazione è proprio come non farsi massacrare come nella Comune di Parigi. Lì c’era una trasmissione di sapere che si interrompe negli anni Settanta con la fine del ciclo rivoluzionario. Le classi dominanti il loro sapere strategico lo hanno trasmesso, noi no, la nostra trasmissione si è interrotta. Per buona parte del Novecento il proletariato ha avuto in mano l’iniziativa, o comunque ha costretto il capitale a rispondere. È anche per questo che ci hanno dato welfare e diritti. Con la rimozione della guerra abbiamo rimosso anche la tradizione rivoluzionaria, che era l’unica ad aver pensato davvero il rapporto tra guerra e capitale. ahida: Qual è stato, in questa tradizione, l’apporto dell’operaismo? M. L.: L’operaismo è stato fondamentale ma non ha preso in considerazione la guerra, come se dopo il ’45 fossimo entrati in un periodo di pace. E invece era una situazione né di guerra né di pace. Il suo punto di partenza – ricominciare da Marx – era giusto. Però nel frattempo ci sono state le rivoluzioni del Novecento. E l’operaismo tendeva ancora a pensare che la rivoluzione sarebbe avvenuta dove lo sviluppo delle forze produttive era più alto: «Lenin in Inghilterra» o a Detroit, per dirla con Tronti. Invece Lenin ha guardato verso Pechino, verso i popoli oppressi dal colonialismo, verso il Vietnam, l’Algeria, la Guinea-Bissau. La rivoluzione ha avuto luogo non dove doveva aver luogo secondo quella visione. Perché? Qui entra in gioco l’importanza dell’analisi dell’imperialismo. Il capitale non è solo il centro europeo o nordamericano: è anche la periferia. Le fabbriche del centro e le situazioni coloniali sono altrettanto moderne. Non c’è una modernità «avanzata» e una «arretrata». Se la rivoluzione è avvenuta nei punti apparentemente più arretrati un motivo c’è. E quelle rivoluzioni sono state importantissime: hanno cambiato il mondo. In Meglio meno, ma meglio, uno dei suoi ultimi testi, Lenin afferma: «Il futuro dell’umanità dipenderà dalla Russia, dalla Cina e dall’India». Non male come previsione. L’operaismo ha introdotto una cosa fondamentale, la soggettività operaia, ma è rimasto in gran parte eurocentrico. Guardava spesso con sospetto il terzomondismo, eppure nel Sud la radicalità era maggiore che nel Nord. Per l’operaismo il solo soggetto rivoluzionario era l’operaio. Ma basta guardare cosa è successo in Africa e in America Latina, o cosa hanno fatto la rivoluzione cinese e quella vietnamita organizzando i contadini. L’operaismo, come tutto il marxismo, è stato completamente spiazzato dalla controrivoluzione finanziaria, dall’economia del debito, dalle centralità della moneta di credito fondata sul debito. Bisognerebbe sperare che i movimenti producano non solo soggettivazione intersezionale ma anche soggettivazione strategica. Che tipo di soggettivazione sarà? Non lo so. Per Lenin era chiaro: il rivoluzionario di professione. Oggi è impossibile riproporre quel concetto, è cambiata la composizione, e deve cambiare anche il concetto di rivoluzione e di soggettività rivoluzionaria.Bisogna ricostruire cosa vuol dire rivoluzione e quale soggettivazione va con essa. Lenin ha avuto la capacità di pensare insieme la rottura e la soggettività che opera dentro quella rottura. Oggi mi sembra che sia stata abbandonata perfino la prospettiva di pensare una rottura all’altezza del presente. ahida: Però i numeri delle mobilitazioni degli ultimi anni sono enormi. Non c’è semplicemente mancanza di partecipazione, ma una forma diversa di partecipazione politica. M. L.: Sì, è vero. La spontaneità di un tempo non c’è più in quelle forme, ma quello che c’è assume forme nuove. Il problema strategico resta: come passare da questi livelli di conflittualità (dopo il 2011 ci sono state rotture fortissime in Nord Africa e non solo) a una forma capace di produrre un altro tipo di vittoria? Guarda la Spagna: da un grande ciclo di movimento è uscito Podemos. Bravi per certi aspetti, per carità, ma privi di un’idea di rottura radicale, e privi della consapevolezza che dopo la crisi finanziaria del 2008, una delle cause della nascita del movimento, per il capitale non ci sarebbe stata altra soluzione che la guerra. Nessuno dei dirigenti di Podemos, li prendo come esempio, aveva in testa questa semplice verità. ahida: Diresti che oggi ci troviamo in una situazione oggettivamente rivoluzionaria? M. L.: No, non in senso classico. Dico però che, di solito, quando un sistema funziona soltanto attraverso la forza, è insieme molto forte e molto debole. Sono i momenti in cui i rivoluzionari un tempo dicevano: è il momento che aspettavamo. Ma ci arrivavano organizzati. A noi è mancato questo passaggio, mancano le categorie e un’analisi seria della guerra. Abbiamo cominciato a discutere della guerra dopo che la guerra è scoppiata. Nel 2016 abbiamo scritto Guerres et capital proprio per dire che la guerra stava arrivando, ma i compagni ci guardavano come fossimo degli Ufo: la guerra? ma quale guerra? questi sono matti! Non siamo in una situazione rivoluzionaria nel senso classico, ma ci sarebbero le condizioni per intervenire. Questi fanno la guerra, vanno in Venezuela, impongono ciò che vogliono, tranne forse ai Brics. E i Briscs sono un risultato delle rivoluzioni del Novecento: senza la rivoluzione cinese, non ci sarebbe la Cina di oggi. Trovo molto eurocentrico il dibattito sul considerare la Cina un’esperienza comunista oppure no: sono discussioni poco utili a capire i rapporti di forza reali. Maurizio Lazzarato (1955) è un sociologo e filosofo italiano residente a Parigi. Negli anni Settanta ha militato nell'Autonomia operaia. È stato membro fondatore del comitato editoriale della rivista «Multitudes» e ricercatore presso Matisse/CNRS (Università di Parigi I). È membro del Collège international de philosophie di Parigi e autore di numerosi saggi, gli ultimi dei quali sui temi della guerra.

  • selfie da zemrude

    Beef, No Other Choice e la fine della promessa del ceto medio EMe Muskan Cahiers Per gran parte del Novecento la politica occidentale ha ruotato attorno a una promessa semplice e potentissima: l’idea che ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Le lotte operaie, il welfare, la crescita economica e l’espansione dei diritti sociali non hanno prodotto soltanto una redistribuzione della ricchezza, hanno costruito un immaginario. L’operaio voleva che il figlio studiasse, il figlio del contadino aspirava a diventare impiegato, il lavoro garantito appariva come una conquista irreversibile e il ceto medio come il punto d’arrivo naturale della modernizzazione. Per decenni questa promessa ha funzionato come un orizzonte condiviso. Le grandi lotte del lavoro non scomparivano, ma sembravano progressivamente convergere verso una stabilizzazione sociale che rendeva meno visibile il conflitto di classe. La politica stessa smetteva di parlare agli operai e cominciava a inseguire il ceto medio, perché era lì che si concentravano consenso, aspettative e immaginario. La convinzione diffusa era che il benessere avrebbe continuato ad allargarsi e che la mobilità sociale avrebbe progressivamente assorbito le contraddizioni più radicali del capitalismo. Oggi quella promessa si è incrinata Non assistiamo semplicemente al ritorno della povertà. Assistiamo all’erosione di quel ceto medio che per decenni aveva rappresentato il principale prodotto politico, economico e culturale dell’Occidente. Il lavoro stabile si riduce, la precarietà si estende, il lavoro cognitivo perde gran parte delle garanzie che avevano accompagnato il lavoro industriale organizzato e una quota crescente di professionisti, autonomi, partite IVA e lavoratori della conoscenza scopre di essere molto più vicina all’insicurezza che al privilegio. I ricchi sono meno numerosi ma più ricchi. I poveri sono più numerosi e più poveri. In mezzo, quella vasta area sociale che aveva imparato a considerarsi al riparo dal conflitto torna improvvisamente a percepirne la pressione. È qui che la lotta di classe riappare nell’immaginario contemporaneo, ma in una forma diversa da quella novecentesca. Non come progetto collettivo di emancipazione, ma come paura della perdita, come timore di scivolare verso il basso, di perdere una posizione che sembrava acquisita, di scoprire che il benessere non era una conquista definitiva ma una parentesi storica. Cinema e Società Da questo punto di vista il cinema e la serialità coreana contemporanea rappresentano uno degli osservatori più interessanti a disposizione. Non perché la Corea del Sud sia un’eccezione, ma perché è uno dei luoghi in cui il capitalismo avanzato ha mostrato con maggiore chiarezza le proprie contraddizioni, trasformando la competizione in una condizione esistenziale permanente. È difficile guardare Parasite, Burning, Beef o l’ultimo film di Park Chan-wook senza riconoscere una comune tensione di fondo, anche quando le storie raccontate sono profondamente diverse tra loro. Parasite In Parasite il problema è l’accesso. La famiglia Kim osserva il mondo dei Park come si osserva una geografia proibita, uno spazio che promette sicurezza, riconoscimento e stabilità ma che può continuare a esistere soltanto mantenendo invisibili coloro che ne garantiscono il funzionamento. Il film non parla semplicemente di ricchi e poveri, parla della struttura che organizza la distanza tra loro, di una società in cui tutti cercano di salire ma in cui ogni avanzamento implica inevitabilmente la caduta di qualcun altro. In Burning il movimento si fa ancora più inquieto. Qui il conflitto non riguarda soltanto il denaro o la posizione economica, riguarda la possibilità stessa di essere percepiti come reali. Il protagonista si muove dentro un mondo che sembra aver smesso di accorgersi della sua esistenza, un universo in cui l’esclusione economica si trasforma progressivamente in irrilevanza simbolica. Beef È però osservando Beef che questa costellazione di temi assume una forma particolarmente contemporanea. Lee Sung Jin ha più volte parlato della pressione crescente esercitata sulla classe media americana, una pressione che non coincide con la povertà ma con la percezione costante della precarietà, con l’idea che ciò che si possiede oggi possa non esistere più domani. La seconda stagione della serie sviluppa questa intuizione spostando il conflitto dal terreno economico a quello antropologico. Il punto non è stabilire chi abbia ragione o chi abbia torto, ma osservare il modo in cui una società seleziona i propri futuri amministratori. Ciò che colpisce non è tanto il comportamento dei personaggi presi singolarmente, quanto la naturalezza con cui il racconto mostra la riconversione dell’energia antagonista in continuità sistemica. Il sistema riconosce, assorbe, integra. Le pulsioni che sembravano potenzialmente divergenti vengono progressivamente trasformate in competenze, in capitale sociale, in strumenti di riproduzione dell’ordine esistente. È un meccanismo che ricorda da vicino il modo in cui il capitalismo contemporaneo gestisce il dissenso, non eliminandolo ma incorporandolo, trasformandolo in valore, convertendolo in continuità. No Other Choice L’altro lato di questa stessa pressione emerge in No Other Choice, dove Park Chan-wook abbandona la questione dell’accesso per concentrarsi su quella della conservazione. Qui il problema non è entrare nel sistema ma restarci, non è conquistare una posizione ma impedirne la perdita. Il protagonista non appare mosso da un desiderio di emancipazione, ma dalla paura di precipitare al di sotto della soglia che definisce la sua identità sociale. È una differenza fondamentale perché sposta il centro del racconto dalla speranza alla difesa, dal futuro alla manutenzione del presente, mostrando quanto la classe media contemporanea sia spesso attraversata non dal sogno della mobilità ma dall’incubo della declassazione. Osservate insieme, queste opere non raccontano la stessa storia e sarebbe inutile tentare di ridurle a una formula unica. Raccontano però differenti modalità della stessa pressione storica. L’esclusione in Parasite, l’invisibilità in Burning, la cooptazione in Beef, la declassazione in No Other Choice, non sono che variazioni di una medesima inquietudine che attraversa il capitalismo avanzato e che riguarda sempre meno la conquista di nuovi spazi e sempre più la gestione di quelli esistenti. E chi produce le immagini? La questione diventa ancora più interessante quando si sposta lo sguardo dai personaggi a coloro che producono le immagini. Negli ultimi mesi il report di EAVE sulla salute mentale dei produttori audiovisivi europei ha restituito il ritratto di un settore attraversato da burnout, precarizzazione, insicurezza e crescente difficoltà nel progettare il futuro. Non si tratta semplicemente di un problema economico o organizzativo. Ciò che emerge è la progressiva erosione di una fascia professionale che per decenni ha occupato una posizione relativamente stabile all’interno dell’ecosistema culturale europeo, una sorta di classe media dell’immaginario che oggi si scopre improvvisamente esposta alle stesse dinamiche che il cinema racconta da anni. Forse il punto non è nemmeno capire se esista un problema. I dati ormai sono troppo chiari per essere liquidati come episodi isolati. La domanda vera è un’altra: cosa accade a un settore quando trasforma l’esaurimento in normalità? Per anni il mondo dell’audiovisivo ha costruito una parte della propria identità attorno a parole come passione, resilienza, vocazione e sacrificio. Sono parole che descrivono una motivazione reale, ma che a un certo punto rischiano di trasformarsi in meccanismi di compensazione. La passione finisce per occupare lo spazio che dovrebbe essere garantito da strutture più solide, compensando l’instabilità, la discontinuità e la pressione crescente. Una struttura fragile può sopravvivere molto a lungo se qualcuno continua a pagarne il costo personale. Il cortocircuito Forse è proprio qui che il cortocircuito tra immaginario e realtà diventa evidente. Il cinema racconta personaggi che cercano disperatamente di mantenere una posizione mentre una parte crescente di coloro che producono quelle immagini vive la stessa esperienza sotto forme diverse. Non è una coincidenza narrativa. È un sintomo storico. Da questo punto di vista la situazione italiana appare persino più interessante. Da mesi il settore discute apertamente della propria crisi, della riduzione delle risorse, delle difficoltà produttive, della concentrazione del mercato e dell’impoverimento progressivo di una parte crescente dei lavoratori culturali. Eppure ogni tentativo di trasformare questo malessere in conflitto organizzato sembra arrestarsi un attimo prima dello strappo. La recente stagione dei David di Donatello ne è stata un esempio significativo. Molti professionisti hanno denunciato apertamente le criticità del sistema, si è parlato di mobilitazione, di protesta, perfino di gesti simbolici di rottura, ma alla fine il meccanismo ha continuato a funzionare. Il problema è più profondo e probabilmente riguarda la natura stessa del capitalismo contemporaneo Molti comprendono perfettamente il funzionamento del sistema e contemporaneamente dipendono dalla sua sopravvivenza. Criticano il dispositivo che li sostiene. Contestano la struttura che continua a garantire loro accesso, riconoscimento e possibilità di esistenza professionale. Non si tratta di ipocrisia individuale, ma di una contraddizione strutturale. È la stessa che attraversa i personaggi di Beef e di No Other Choice, anche se in forme differenti. La paura di perdere posizione finisce per diventare più forte del desiderio di trasformazione. Forse è proprio questa la figura che il nostro tempo continua a produrre con maggiore insistenza, non il rivoluzionario e nemmeno il vincente, ma un soggetto che vive dentro la crisi e finisce per amministrarla, che non governa il cambiamento ma la propria esposizione al rischio, che non immagina più un altro mondo ma negozia continuamente il proprio posto in quello esistente. Se c’è una lotta di classe che il cinema contemporaneo sta tornando a raccontare, probabilmente comincia da qui. References 1. EAVE Report on the Mental Health of European Audiovisual Producers. 2. Interviews with Lee Sung Jin regarding the second season of Beef. 3. Interviews with Park Chan-wook regarding No Other Choice. 4. Parasite, directed by Bong Joon-ho, South Korea, 2019. 5. Burning, directed by Lee Chang-dong, South Korea, 2018. 6. Beef, created by Lee Sung Jin. 7. No Other Choice, directed by Park Chan-wook. Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, e in post-produzione Rumore e Gli Assenti. Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo - Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, l’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna. Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’European Producer Club, membro dell’European Film Academy, e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia. The Managers of crisis Beef, No Other Choice and the End of the Middle-Class Promise For much of the twentieth century, Western politics revolved around a simple yet powerful promise: the idea that each generation would live better than the one before it. Workers’ struggles, welfare systems, economic growth and the expansion of social rights did not merely redistribute wealth; they created an entire social imagination. The factory worker wanted his son to study, the farmer hoped his children would become office employees, secure employment appeared to be an irreversible achievement, and the middle class came to represent the natural destination of modernisation. For decades, this promise functioned as a shared horizon. Labour struggles did not disappear, but they increasingly seemed to converge toward a form of social stabilisation that made class conflict less visible. Politics itself gradually stopped addressing workers and began chasing the middle class, because that was where consensus, aspirations and collective imagination were concentrated. The prevailing belief was that prosperity would continue to expand and that social mobility would eventually absorb the most radical contradictions of capitalism. Today, that promise has fractured What we are witnessing is not simply the return of poverty. We are witnessing the erosion of the very middle class that for decades represented one of the principal political, economic and cultural achievements of the West. Stable employment is shrinking, precarity is expanding, cognitive and knowledge-based labour is losing many of the protections once associated with organised industrial work, and a growing number of professionals, freelancers, self-employed workers and knowledge workers are discovering that they are far closer to insecurity than to privilege. The wealthy are fewer, but wealthier. The poor are more numerous, and poorer. Between them lies a broad social territory that had learned to consider itself largely protected from class conflict and that now finds itself exposed to its pressure once again. It is here that class struggle reappears within the contemporary imagination, although in a form very different from that of the twentieth century. Not as a collective project of emancipation, but as the fear of loss, the fear of slipping downward, of losing a position that once appeared secure, of discovering that prosperity was not a permanent achievement but a historical parenthesis. Cinema and Society From this perspective, contemporary Korean cinema and television provide one of the most revealing observatories available to us. Not because South Korea is an exception, but because it is one of the places where advanced capitalism has displayed its contradictions with particular clarity, transforming competition into a permanent existential condition. It is difficult to watch Parasite, Burning, Beef or Park Chan-wook’s latest film without recognising a common underlying tension, even when the stories themselves are profoundly different. Parasite In Parasite, the central issue is access. The Kim family looks at the world of the Parks as one might look at a forbidden geography, a social space that promises security, recognition and stability while remaining dependent upon the invisibility of those who sustain it. The film is not simply about rich and poor. It is about the structure that organises the distance between them, a society in which everyone attempts to climb upward, yet every ascent necessarily implies someone else’s fall. In Burning, the movement becomes even more unsettling. Here the conflict is not only economic. It concerns the possibility of being recognised as real. The protagonist inhabits a world that seems to have stopped noticing his existence, a universe in which economic exclusion gradually turns into symbolic irrelevance. Beef It is in Beef, however, that this constellation of themes takes on a particularly contemporary form. Lee Sung Jin has repeatedly spoken about the growing pressure placed upon the American middle class, a pressure that does not necessarily coincide with poverty but with the constant perception of precarity, with the sense that what exists today may disappear tomorrow. The second season develops this intuition by shifting the conflict from the economic sphere to the anthropological one. The point is not to determine who is right and who is wrong, but to observe the way a society selects its future administrators. What is striking is not so much the behaviour of individual characters as the naturalness with which the narrative depicts the conversion of potentially antagonistic energy into systemic continuity. The system recognises, absorbs and integrates. Impulses that initially appear divergent are gradually transformed into competencies, social capital and instruments for reproducing the existing order. It is a mechanism that closely resembles the way contemporary capitalism manages dissent, not by eliminating it but by incorporating it, converting it into value and transforming it into continuity. No Other Choice The other side of this same pressure emerges in No Other Choice, where Park Chan-wook shifts the focus from access to preservation. Here the problem is not entering the system but remaining within it, not conquering a position but preventing its loss. The protagonist is not driven by the desire for emancipation but by the fear of falling below the threshold that defines his social identity. This is a crucial distinction because it shifts the centre of the narrative from hope to defence, from the future to the maintenance of the present, revealing how contemporary middle-class life is increasingly shaped not by the dream of mobility but by the nightmare of downward mobility. Taken together, these works do not tell the same story, and it would be pointless to reduce them to a single formula. They do, however, describe different manifestations of the same historical pressure. Exclusion in Parasite, invisibility in Burning, co-optation in Beef and declassification in No Other Choice are all variations of a common anxiety that runs through advanced capitalism and that concerns less and less the conquest of new spaces and more and more the management of existing ones. And who produces the images? The discussion becomes even more interesting when attention shifts from the characters to those who produce the images themselves. In recent months, EAVE’s report on the mental health of European audiovisual producers has portrayed a sector marked by burnout, precarity, insecurity and an increasing inability to plan for the future. This is not merely an economic or organisational issue. What emerges is the gradual erosion of a professional group that for decades occupied a relatively stable position within the European cultural ecosystem, a sort of middle class of the imagination that now finds itself exposed to many of the same dynamics that cinema has been depicting for years. Perhaps the point is no longer whether a problem exists. The evidence is now too clear to be dismissed as a collection of isolated episodes. The real question is different: what happens to an industry when exhaustion becomes normalised? For years, the audiovisual world has built part of its identity around concepts such as passion, resilience, vocation and sacrifice. These words describe something real, but at a certain point they risk becoming mechanisms of compensation. Passion begins to occupy the space that should be guaranteed by stronger structures, compensating for instability, discontinuity and increasing pressure. A fragile structure can survive for a very long time if someone continues to pay its costs personally. The short circuit This is perhaps where the short circuit between imagination and reality becomes most visible. Cinema tells stories about characters desperately trying to maintain a position, while a growing number of those who produce those images experience the same condition in different forms. This is not a narrative coincidence. It is a historical symptom. From this perspective, the Italian situation becomes particularly revealing. For months the sector has openly discussed its crisis, the reduction of resources, production difficulties, market concentration and the progressive impoverishment of a growing number of cultural workers. Yet every attempt to transform this discomfort into organised conflict seems to stop just before rupture. The recent season surrounding the David di Donatello awards offered a significant example. Many professionals openly criticised the system’s shortcomings, there was talk of mobilisation, protest and symbolic acts of rupture, yet the machinery ultimately continued to function. The problem is deeper and probably concerns the very nature of contemporary capitalism Many people understand perfectly how the system works while simultaneously depending on its survival. They criticise the very structures that provide them with access, recognition and the possibility of professional existence. This is not individual hypocrisy but a structural contradiction. It is the same contradiction that runs through the characters of Beef and No Other Choice, albeit in different forms. The fear of losing one’s position ultimately becomes stronger than the desire for transformation. Perhaps this is the figure that our time continues to produce with increasing insistence, neither the revolutionary nor the winner, but a subject who lives within crisis and ends up administering it, who does not govern change but manages exposure to risk, who no longer imagines another world but continuously negotiates a place within the existing one. If there is a form of class struggle that contemporary cinema is beginning to narrate once again, it probably starts here. References 1. EAVE Report on the Mental Health of European Audiovisual Producers. 2. Interviews with Lee Sung Jin regarding the second season of Beef. 3. Interviews with Park Chan-wook regarding No Other Choice. 4. Parasite, directed by Bong Joon-ho, South Korea, 2019. 5. Burning, directed by Lee Chang-dong, South Korea, 2018. 6. Beef, created by Lee Sung Jin. 7. No Other Choice, directed by Park Chan-wook. Franco Bocca Gelsi is a film and documentary producer. He is a graduate of E.A.V.E. and Eurodoc, international networks under Creative Europe. He primarily serves as a creative producer, overseeing the development of projects, some of which he also co-writes the screenplay for. Among his most famous productions are Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, and, currently in post-production, Rumore and Gli Assenti. His documentaries include L’importanza di essere scomodo – Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, L’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese, and E’ la vita che sogna, currently in production.He has taught at various film schools, including the Luchino Visconti Civic School in Milan, the Lombardy Experimental Center, N.AB.A., IULM, and Accademia 09. He is the founder and a member of the scientific committee of the Ecipa/CNA Advanced School for Series Production. He is involved in advanced training for professionals in the audiovisual industry. He was one of the first Italian members of the European Producer Club, a member of the European Film Academy, and a founder of CNA Cinema e Audiovisivo, where he serves as President of the Milan-Lombardy chapter.

  • selfie da zemrude

    Maschile liminare non tossico: Le città di pianura di Francesco Sossai Sergio Bianchi Penso che i miei film siano una forma di resistenza alla scomparsa dei luoghi Francesco Sossai Quando un vecchio amico salentino mi ha domandato se concordavo, ragionando su Le città di pianura, con un suo amico veneto che sosteneva che tipi come i due protagonisti non ne esistono più, ho risposto che c’è un locale in un angolo di Venezia che molti anni fa si chiamava Osteria al Canton. Ribattezzato nel nuovo millennio Snack Bar al Canton, adesso si chiama Corner Pub. Ma quei personaggi che a ridosso della sua ora di chiusura chiedono l’ultimo di una serie terrificante di bicchieri ancora li ritrovi. Il secondo lungometraggio di Francesco Sossai (feltrino classe 1989) racconta di questo: della discrasia tra la rigidità di un mondo trasformato e la flessibilità di due (adulti?) renitenti alla trasformazione. Doriano detto Dori e Carlobianchi tutto attaccato (ma anche Charliewhites in certi momenti) sono il parafango grigio della loro vecchia Jaguar S-Type, rigorosamente verde inglese. Tutto ciò che resta della loro vita precedente. Oltre alle ombre. Hanno fatto i soldi rivendendo occhiali di scarto, trafugati in una fabbrica del distretto bellunese dell’occhialeria, forse la stessa che oggi si fregia anche e non a caso del marchio Ray-Ban. Sputtanato tutto con il botto del 2008, sparito in Argentina il Genio del tesoretto, sono ancora compagni di bevute e di grande amicizia, sognando la perduta polenta con le lumache dell’Amelia. Nella ricerca notturna del bicchiere della staffa si imbattono in Giulio, napoletano laureando in architettura e incardinano un on the road nordestino, trainando un piccolo film dal sapore indie e dalla sorprendente fortuna cinematografica. Consenso di critica e grande partecipazione di pubblico, prevalentemente giovanile, otto David di Donatello (i premi, vabbe’, ma alla faccia dei mostri sacri) in categorie pesanti. Film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista. Sossai descrive la pianura come un paesaggio immaginario che non esiste, tra il mare e le montagne: le parole di Giulio davanti a un affresco, in una villa del trevigiano adeguatamente decadente. Evita accuratamente quello scenario indistinto di capannoni industriali, piccoli laboratori artigianali, aziende agricole che di quella pianura sono l’immagine maggiormente accreditata, conservando le villette da geometra e le colonne romaniche a due passi dal Bacareto da Lele a Venezia senza definire un centro geografico e narrativo. Così come dribbla la sfida Dell’utilizzo del dialetto veneto sottotitolato, limitandosi a qualche vecio, pochi mona, parecchi zio can. Scelte che concorrono ad assicurare un registro di leggerezza e di malinconia, paralizzando ogni necessità di scontro culturale. Senza dimenticare quel capitalismo paternalista del luogo di sfruttamento come grande famiglia (un orologio per una vita di lavoro) non vuole ridurre i suoi protagonisti a due cinquantenni arenati e schiacciati dalla crisi, troppo vecchi per crescere, come dice Dori al padre di Carlobianchi. Facendone due resistenti in lotta per la propria idea di libertà. Sono loro le due gocce di Pernod che secondo il nobile decaduto fanno la differenza nella ricetta di un perfetto Daiquiri, segreto a suo dire insegnato da blasonato barman veneziano. Su accordi di chitarra che dovrebbero piacere a Jim Jarmush e Neil Young, Sergio Romano (poco cinema e tanto teatro) e Pierpaolo Capovilla (quasi niente cinema e tanta musica) definiscono in progressione un dispositivo di complicità con la loro storia di amicizia e sbronze, di incontri e avventure. Con l’opposizione a un sistema che sembra generare solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare. Calati nella parte al punto che alla cerimonia dei David non ne sembravano del tutto usciti, superati comunque di varie lunghezze da Marco Spigariol, in arte Krano, premio per musiche e canzone. A Zaia il film è piaciuto, o più probabilmente gli sono piaciuti i premi. Salvini è rimasto una volta tanto inspiegabilmente silenzioso. Al Padiglione Russo con la vodka gli è andata male, è costretto a rifarsi con le sue periodiche incursioni segrete al Papeete. Dove però al Daiquiri non chiede mai l’aggiunta delle due gocce di Pernod. Sempre il solito mona. Masculin, liminal, non-toxic: Le città di pianura by Francesco Sossai I believe my movies are a form of resistance against the desappearence of places Francesco Sossai When an old friend from Salento asked me if I agreed, while we were discussing Le Città di Pianura (lett. Low-lying cities) with a friend of his from Veneto (the region where the movie is set), who was arguing that people like the two main characters no longer exist, I replied that there is a place half-hidden in a corner of Venice that a long time ago was named Osteria al Canton. Renamed Snack Bar al Canton at the start of the new millennium, it is now called Corner Pub. But the “regulars” who, just before closing time, ask for the last in a terrifying series of drinks, are still there. Thie is exactly what the second feature movie by Francesco Sossai (born in Feltre in 1989) is about: the discrepancy between the rigidity of a transformed world and the flexibility of two people (two adults?) who stubbornly resist change. Doriano, known as Dori, and Carlobianchi (written as one word, though sometimes referred to as Charliewhites) are the grey mudguard of their old Jaguar S-Type, strictly British green. All that remains of their former life. Apart from the ombre [the local way to refer to small glasses of red wine, ndr.]. They made money by selling discarded glasses stolen from a factory in the Belluno eyewear district, possibly the very same factory that today—and not by any chance—also produces the Ray-Ban brand. Though it all of that went down the drain with the crash of 2008, and the Treasury Genius has vanished to Argentina, they are still drinking buddies and close friends, dreaming of the lost polenta with snails from Amelia. Whilst out for a nightcap drink, they bump into Giulio, a Neapolitan architecture student, and set off on a road trip through the north-east, giving life to a small indie-style movie that enjoyed surprising cinematic success. It was met with critical acclaim and a huge response from the audience, mainly young people, winning eight David di Donatello awards in major categories (the awards are obviously a good result – but even more so in the face of the established giants they were up against). Film, direction, adapted screenplay, leading actor. Sossai describes the lowland as an imaginary landscape that doesn’t really exist, between the sea and the mountains: Giulio’s words in front of a fresco in a suitably dilapidated villa in the Treviso area. The director carefully avoids the indistinct landscape of industrial warehouses, small artisan workshops and farms – which is the most widely recognised image of the Veneto lowland – whilst focusing on the surveyor’s houses and Romanesque columns just a stone’s throw from Bacareto da Lele in Venice instead. All of this without really establishing a geographical or narrative centre. Just as it sidesteps the challenge of using the Venetian dialect with subtitles, limiting itself to a few ‘vecie’ (litt. Old ladies), a couple of ‘mona’ (old fool), and quite a few zio can (untranslatable really). A series of choices put together to create a tone of light-heartedness and melancholy, neutralising any need for cultural clash. Without forgetting to portray the paternalistic capitalism of the workplace as a big family (a watch for a lifetime’s work), it does not wish to reduce its protagonists to two fifty-somethings stranded and crushed by the crisis, too old to grow up, as Dori says to Carlobianchi’s father. Instead, it portrays them as two resilient figures fighting for their own idea of freedom. It is two drops of Pernod that, according to the fallen nobleman, make all the difference in the recipe for a perfect Daiquiri – a secret, he claims, taught to him by a renowned Venetian barman. To guitar riffs that would surely please Jim Jarmusch and Neil Young, Sergio Romano (little cinema and plenty of theatre) and Pierpaolo Capovilla (almost no cinema and plenty of music) gradually weave a web of complicity through their story of friendship and drunken nights, of encounters and adventures. In opposition to a system that seems to generate only ways of moving from one place to another, but nowhere to go. So immersed in their roles that at the David Awards ceremony they didn’t seem to have fully stepped out of them, though they were beaten by a considerable margin by Marco Spigariol, aka Krano, who won the award for music and song. Zaia [a popular right-wing figure who has been president of the region for years, ndr.] liked the film, or more likely he liked the awards. Salvini [from the same party, ndr], for once, remained inexplicably silent. Things went badly for him at the Russian Pavilion with the vodka, so he’s forced to make up for it with his regular secret forays to the Papeete. Where, however, he never asks for the two drops of Pernod in his daiquiri. Always the same mona. Translation by Matilde Moro

  • konnektor

    Perù, lotta di classe, violenza e frammentazione politica Paul Hertz Le classi dominanti latinoamericane stanno optando, con il sostegno dell’estrema destra di Donald Trump, in favore non solo della deregolamentazione economica e della dura mercatizzazione della riproduzione sociale secondo il modello neoliberista più aggressivo, ma anche della deregolamentazione delle loro forme di Stato attraverso la decostituzionalizzazione dei sistemi politici. La frammentazione e l’occupazione dell’apparato statale da parte di interessi privati predatori, la gestione caotica dell’attività pubblica generano un contesto di azione politica in cui i soggetti di sinistra e i settori e i movimenti popolari trovano estremamente difficile intervenire in modo efficace e coerente da un punto di vista di classe, mentre i soggetti e gli attori ascritti alle classi dominanti si trovano in una posizione eccellente per accrescere i propri profitti. Si instaura così una situazione di violenza strutturale in tutti gli ambiti della riproduzione sociale e di dominio e sfruttamento sistematici del bene comune, del pubblico e delle condizioni di vita sociale e politica delle classi lavoratrici e popolari. Tutto ciò emerge evidente anche dalle vicende legate alle recenti elezioni in Perù, paese-laboratorio che sembra non tanto un’eccezione ma piuttosto un’anticipazione di quanto potrebbe avvenire ovunque. Non sarebbe esagerato descrivere il primo turno delle elezioni presidenziali in Perù, tenutosi lo scorso 12 aprile, come una contesa di impopolarità. In una sfida serrata in cui erano in lizza trentacinque candidati, ventitré hanno ottenuto meno dell’1% dei voti e solo cinque hanno superato il 10%. L’astensionismo ha raggiunto il 26%, una cifra non sorprendente, ma comunque elevata per un paese in cui il voto è obbligatorio. Keiko Fujimori, figlia dell’autoritario ex presidente Alberto Fujimori, si è classificata al primo posto con il 17% dei voti, ma ci è voluto più di un mese per determinare chi l’avrebbe affrontata al ballottaggio del prossimo 7 giugno. Alla fine, sul filo del rasoio, un margine di appena 21.209 voti ha separato i candidati al secondo e terzo posto: Roberto Sánchez, della coalizione di sinistra Juntos por el Perú, ha ottenuto il 12% dei voti, superando Rafael López Aliaga, l’ex sindaco di estrema destra di Lima, che ne ha raccolti l’11,9%. Un decimo di punto percentuale è stato tutto ciò che ha salvato il Perù dal cupo scenario di un ballottaggio tra due versioni della destra autoritaria. Allo stato attuale, le elezioni di giugno rappresentano una contesa tra l’erede di Fujimori e una sinistra che cerca di riunire l’opposizione contro quella eredità. I sondaggi davano Fujimori (39%) in vantaggio su Sánchez (35%), ma con il 14% degli elettori che aveva dichiarato di votare scheda bianca e un altro 12% di indecisi, la corsa elettorale potrebbe ancora risolversi in favore di uno o dell’altro dei due candidati. I risultati del primo turno hanno in una certa misura rispecchiato le divisioni regionali che nel 2021 hanno caratterizzato la contesa tra Fujimori e Pedro Castillo. In quelle elezioni, Castillo si impose in gran parte dell’entroterra, mentre Fujimori vinse sulla costa. Il margine di vittoria di Castillo fu inferiore a 45.000 voti e la sua presidenza fu praticamente paralizzata fin dall’inizio a causa della resistenza del Congresso, che lo ha destituito alla fine del 2022 dopo il suo tentativo di sciogliere il parlamento per uscire dall’impasse. Sostituito dalla sua vice, Dina Boluarte, Castillo è stato incarcerato nel 2025 ed è ancora in prigione. Nelle attuali elezioni, Fujimori ha nuovamente fatto meglio nelle zone costiere, da Tumbes e Piura a Ica, mentre Sánchez si è imposto comodamente nei dipartimenti dell’altopiano: Huancavelica, Ayacucho, Apurímac, Cusco e Puno. Queste sono zone in genere più povere e con una maggiore presenza indigena; qui Fujimori ha ottenuto i suoi risultati peggiori, con percentuali di voto a cifra singola. A parte due anomalie regionali – il candidato che si è classificato al quarto posto, Jorge Nieto, ha vinto nel suo dipartimento natale di Arequipa e Ricardo Belmont, ex sindaco di Lima, ha vinto a Tacna – la grande eccezione al modello geografico binario è stata Lima, dove López Aliaga si è classificato al primo posto dopo aver ottenuto il 19,9% dei voti. Il dipartimento di Lima, che ospita circa un terzo dell’elettorato del Paese e comprende la capitale, è storicamente schierato a destra e sarà sicuramente un importante bastione elettorale per Fujimori al secondo turno, che al primo turno si è avvicinata molto a López Aliaga, ottenendo il 17,9% dei voti, mentre Sánchez si è classificato al nono posto ottenendo un misero 3,3%. Gran parte del dramma delle settimane successive al primo turno ha ruotato attorno alla reazione di López Aliaga ai risultati. Mentre lo scrutinio all’inizio gli era favorevole, non appena Sánchez lo ha superato nel conteggio, López Aliaga e i suoi sostenitori hanno gridato alla frode e hanno cercato di far annullare i risultati. Si sono concentrati in particolare sui risultati delle zone rurali, negandone la validità in una dimostrazione a malapena velata di disprezzo di classe e razzismo. Hanno offerto ricompense in denaro a chiunque denunciasse irregolarità elettorali (il che, ovviamente, costituiva di per sé una violazione della legge elettorale). Il 2 aprile, dieci giorni prima del primo turno, López Aliaga ha rivolto una velata minaccia di morte a Piero Corvetto, a capo dell’autorità elettorale peruviana (Onpe); il giorno dopo le elezioni ha minacciato pubblicamente di sodomizzare Roberto Burneo, presidente della Commissione elettorale nazionale. L’estrema destra ha continuato i suoi attacchi al vetriolo contro le autorità elettorali sui media mentre iniziava lo spoglio dei voti; Corvetto ha infine rassegnato le dimissioni il 21 aprile. Un mese dopo lo svolgimento delle elezioni, i sostenitori di López Aliaga hanno minacciato una rivolta se i risultati non fossero stati annullati, mentre lui stesso ha dichiarato che si stava verificando un «colpo di Stato elettorale». Tuttavia, quando il 14 maggio sono stati annunciati i risultati definitivi, il partito di López Aliaga ha di fatto capitolato, pur continuando a denunciare il gioco sporco, ma sostenendo di aver «esaurito tutti i ricorsi». Giunto così vicino al passaggio al ballottaggio, López Aliaga avrebbe potuto chiedere un prezzo elevato per agire da artefice dell’ascesa di Fujimori alla presidenza del Paese. Conosciuto popolarmente come «Porky» per i suoi tratti suini, López Aliaga (nato nel 1961) è entrato in politica negli anni 2000, dopo aver accumulato una fortuna nel settore bancario e alberghiero. Incarna una figura tipica, in un certo senso, della nuova destra latinoamericana, e ha cavalcato l’onda della falsa indignazione cristiano-conservatrice e del sentimento anti-sinistra e contro l’«ideologia di genere» per conquistare la carica di sindaco di Lima nel 2023 alla guida di Renovación Popular, un nuovo partito fondato nel 2020. Ma sotto altri aspetti, come ha sottolineato la storica peruviana Cecilia Méndez, López Aliaga rappresenta le forze più vecchie della destra, richiamandosi a una profonda tradizione elitaria in cui il potere arbitrario e la violenza – compresa quella sessuale – vengono impiegati senza remore in difesa di privilegi consolidati. Va tuttavia sottolineato che l’11,9% dei voti ottenuti da López Aliaga ha rappresentato solo un miglioramento minimo rispetto all’11,8% raccolto nel 2021, quando si classificò sempre terzo e difficilmente può essere considerato un segnale inequivocabile dell’inesorabile avanzata dell’estrema destra. Inoltre la base di sostegno di López Aliaga fuori Lima è insignificante e Fujimori potrebbe calcolare che i sostenitori di «Porky» saranno in ogni caso più che disposti a sostenerla di fronte a un candidato di sinistra. Il successo di Sánchez è stato forse la sorpresa più grande del primo turno: il suo risultato finale ha più che raddoppiato il 4-6% previsto dai sondaggi. Nato nel 1969 a Huaral, una città costiera situata a 75 chilometri a nord di Lima, Sánchez si è formato come psicologo sociale prima di entrare in politica come membro dell’ormai defunto Partito Umanista Peruviano, uno dei quattro partiti che si erano uniti per formare la coalizione Juntos por el Perú nel 2017. Presidente della coalizione da allora, Sánchez è stato eletto deputato nel 2021 e successivamente nominato ministro del Commercio e del Turismo nel governo di breve durata di Pedro Castillo, prima di dimettersi in seguito al fallito tentativo del presidente di sciogliere il Congresso nel 2022. Il programma di Sánchez sostiene una «rifondazione del Paese» basata su un «nuovo contratto sociale e uno Stato plurinazionale, che riconosca il vero volto del Perù». Oltre a sostenere la necessità di una nuova Costituzione, Juntos por el Perú ha proposto altre misure in grado di attrarre gli elettori dell’entroterra: decentramento del potere dalla capitale verso i governi dipartimentali; revisione dei contratti minerari al fine di garantire maggiori entrate ai luoghi vicino agli impianti minerari; e iniziative per riequilibrare l’agricoltura del paese, riducendo la dipendenza dalle esportazioni. Altre politiche potenzialmente popolari includevano vari impegni per contrastare il flagello delle università private a scopo di lucro e ampliare l’accesso all’istruzione superiore, così come l’abrogazione di diverse leggi approvate dal Congresso a partire dal 2023, che rendono più difficile perseguire la criminalità organizzata. Durante la campagna elettorale Sánchez ha sottolineato il suo legame con Castillo, sfoggiando lo stesso cappello bianco a tesa larga e promettendo di ottenere la scarcerazione del presidente destituito. Ha tentato così di raggiungere quegli elettori che nel 2021, diffidenti nei confronti di tutti i partiti tradizionali, si erano rivolti al partito di Castillo, il piccolo e marginale Perú Libre, piuttosto che a Juntos por el Perú. Sánchez non ha lo status dell’outsider come Castillo, e non è stato in grado di replicare il risultato di quest’ultimo nel 2021. Ma ha superato l’8% ottenuto dalla precedente candidata di Juntos por el Perú, Verónika Mendoza, suggerendo che, almeno negli altipiani dell’interno, è stato in grado di attrarre alcuni degli elettori di Castillo. L’ex presidente continua a essere popolare nonostante il sostegno a Perú Libre, si sia quasi completamente dissolto, in gran parte a causa dell’incompetenza e del comportamento sfacciatamente opportunista del partito, sia prima che dopo la destituzione di Castillo. In queste elezioni, il candidato di Perú Libre era il veterano leader del partito, Vladimir Cerrón, che dal 2023 era in fuga dalle autorità peruviane con l’accusa di corruzione; ha ottenuto appena 100.000 voti in tutto il Paese (0,6%). Fujimori, dal canto suo, ha ottenuto un risultato leggermente migliore rispetto al 2021, aumentando i propri consensi al primo turno, passati dal 13 al 17%. Ma data la frammentazione del panorama elettorale, avrebbe potuto sperare di sottrarre più voti ai suoi avversari, e il risultato, insieme alla sua marcata distribuzione regionale, suggerisce che il suo appeal al di fuori di un nucleo duro di fujimoristi rimane relativamente limitato. Ha assecondato questo elettorato, facendo eco all’approccio di suo padre in materia di sicurezza, promettendo di condurre una «guerra frontale» al crimine. Ma al di là di questo, la sua speranza è che l’ostilità verso la sinistra e la memoria corta – un quarto dell’elettorato ha meno di 30 anni, troppo giovane per ricordare il mandato decennale di suo padre (1990-2000) – siano sufficienti ad assicurarle la presidenza al suo quarto tentativo. In una certa misura, nel ballottaggio del 7 giugno è in questione quale avversione sia più forte, il sentimento anti-Fujimori o quello anti-Castillo. Entrambe sono forti: i sondaggi di fine aprile mostravano che il 48% degli intervistati «decisamente non» avrebbe votato per Fujimori, mentre il 43% si opponeva a Sánchez. Tuttavia, il panorama politico in Perù è più confuso e frammentato di quanto implichi tale polarizzazione. La lunga lista di candidati presidenziali al primo turno è solo il sintomo di una crisi politica più profonda e duratura. Il suo segnale più visibile è stata la destituzione in serie dei presidenti: dal 2018 quattro sono stati destituiti per impeachment o da una mozione di censura e due si sono dimessi di fronte alla minaccia imminente che potesse accadere loro lo stesso. Un altro sintomo correlato è stata l’abissale impopolarità sia di questi presidenti effimeri sia del Congresso che li ha destituiti e insediati come se fossero mobili da ufficio di seconda mano. Per gran parte del suo mandato, Boluarte, che ha assunto la presidenza dopo la destituzione di Castillo nel dicembre 2022, è stata il capo di Stato meno popolare al mondo; alla fine – ha resistito fino ad Ottobre 2025 prima di subire un impeachment – i suoi indici di popolarità nei sondaggi si attestavano su percentuali a una sola cifra. Chiunque vincerà il 7 giugno sarà il nono presidente del Perù nell’arco di un decennio e si assumerà la responsabilità di un esecutivo che è stato costantemente svuotato di autorità e potere. Il primo turno delle elezioni presidenziali ha coinciso con le elezioni per la Camera dei deputati e per un nuovo Senato. Il ritorno al bicameralismo è stato il risultato della riforma costituzionale approvata dal Congresso peruviano nel 2024, che ha istituito un Senato per la prima volta da quando Alberto Fujimori ha riscritto la Costituzione per abolirlo nel 1993. In teoria, si potrebbe immaginare che un aumento del numero di cariche elettive comporti un aumento del potere democratico. Ma, significativamente, i peruviani si sono opposti con forza: nel referendum tenutosi nel 2018, il 91% ha votato contro il ritorno al bicameralismo e l’86% a favore del divieto di rielezione dei deputati. Sebbene quest’ultima misura sia stata applicata nel 2021, la riforma del Congresso del 2024 ha annullato entrambi questi verdetti, oltre a consentire agli attuali deputati di essere eletti al nuovo Senato. Più che un riequilibrio costituzionale, il ritorno al bicameralismo è ampiamente considerato come una manovra dell’attuale classe politica per ampliare le proprie opportunità di corruzione. La sconcertante proliferazione di candidature e la commistione di sistemi elettorali – i 130 deputati della Camera sono eletti in circoscrizioni regionali plurinominali col metodo proporzionale; metà dei 60 senatori viene eletta attraverso una lista nazionale con metodo proporzionale e l’altra metà in circoscrizioni regionali, sempre con metodo proporzionale – hanno portato a una scheda elettorale lunga mezzo metro. I calcoli sono complessi, ma i risultati sia per la nuova Camera dei deputati che per il Senato sembrano riflettere in larga misura l’andamento del voto presidenziale. I grandi vincitori, tenendo conto che non si tratta di risultati assolutamente definitivi, sono stati, secondo i dati pubblicati da Caretas lo scorso 18 maggio, Juntos por el Perú, che ha ottenuto 31 deputati, aumentando di 26 seggi la propria rappresentanza rispetto alle elezioni del 2021, e Fuerza Popular, che si è aggiudicato 39 deputati, aumentando di 15 la propria rappresentanza. Il vero perdente è stato Perú Libre, che è passato dall’essere il partito più votato nel 2021, con 37 deputati, a rimanere totalmente fuori gioco e fuori dal Congresso in queste elezioni. Nessun partito si avvicina alla maggioranza in nessuna delle due camere ed è probabile che l’eventuale vincitore della presidenziali debba avviare costanti negoziazioni per attuare qualcosa che assomigli a un programma politico. Un fattore cruciale nell’opacità della politica peruviana per gli osservatori esterni è che le etichette dei partiti tendono ad avere, nel migliore dei casi, un significato provvisorio. I politici con una lunga carriera alle spalle sotto le bandiere di un’unica organizzazione politica sono la grande eccezione, mentre una specie molto più comune è quella dei «transfughi», che cambiano affiliazione ad ogni ciclo elettorale. Sono sempre più comuni anche i debuttanti assoluti: secondo quanto affermato da Steven Levitsky e Mauricio Zavaleta nel loro libro Perché non ci sono partiti politici in Perù? (2026), oltre il 90% dei deputati eletti nel 2021 occupava un seggio al Congresso per la prima volta e l’80% non aveva alcuna esperienza precedente in cariche elettive. Non è difficile constatare come queste tendenze siano suscettibili di andare di pari passo con l’ascesa dell’opportunismo e della ricerca di benefici a breve termine, il che, ovviamente, alimenta il disincanto nei confronti dei partiti esistenti e porta gli elettori a optare per una nuova ondata di candidati outsider, che a loro volta deludono gli elettori, generando inevitabilmente un nuovo ciclo di frammentazione. Queste dinamiche fanno parte di un processo a più lungo termine definito «svuotamento democratico» dai politologi Rodrigo Barrenechea e Alberto Vergara. i quali sostengono che mentre in molti paesi l’eccessiva concentrazione di potere spiana la strada all’autoritarismo, in Perù è la diluizione del potere a provocare tale effetto. Questo processo si è verificato attraverso due processi interconnessi. In primo luogo, lo spostamento del potere decisionale dall’esecutivo al legislativo. Questo spostamento si è accentuato negli ultimi anni, ma, come sostiene il politologo Omar Coronel, in realtà è iniziato con la sconfitta di Keiko Fujimori alle elezioni presidenziali del 2016, la quale, in seguito a ciò, avrebbe giurato: «Governeremo dal Congresso». Quello che era iniziato come un mero ostruzionismo parlamentare si è trasformato in un progetto per riformare la Costituzione in modo furtivo, man mano che il partito di Fujimori prendeva l’iniziativa per affermare il potere del Congresso a scapito di quello del governo. L’articolo 113 della Costituzione peruviana consente al Congresso di destituire il presidente in carica per «incapacità morale o fisica permanente». Questa formulazione lascia spazio all’interpretazione e così, nell’ultimo decennio, il Congresso peruviano ha trasformato questa disposizione in un abisso in cui i presidenti possono essere gettati a piacimento. Allo stesso tempo il Perù ha vissuto il crollo del proprio sistema partitico a tal punto che, da tempo, il sistema peruviano viene definito una «democrazia senza partiti». Questa secondo processo risale agli anni ‘80, quando si verificò la doppia emergenza di una vertiginosa crisi economica e del conflitto tra le forze armate e la guerriglia di Sendero Luminoso. Se i partiti di sinistra furono in gran parte smantellati dalla profondissima crisi di sussistenza e dalla virulenta controrivoluzione degli anni ‘90, i partiti di destra si sono disintegrati non solo a causa dell’autoritarismo di Alberto Fujimori, ma anche della sua preferenza per strutture ad hoc personalistiche (creava un nuovo partito per ogni elezione alla quale partecipava). In tal senso, come osservano Levitsky e Zavaleta, Fuerza Popular di Keiko Fujimori – creata nel 2010 per unificare diverse organizzazioni fujimoriste praticamente abbandonate ma ancora esistenti sedici anni dopo – è una ironica eccezione al modello generale emerso durante le presidenze di suo padre. Questa prolungata frammentazione non è stata sanata nel XXI secolo. Anzi, si è accelerata con l’emergere di partiti privi di qualsiasi legame organico con gli elettori e tanto meno con i propri iscritti, che si limitano a entrare e uscire dal Congresso in seguito a cambiamenti, spesso minori, registrati nell’umore o nelle preferenze dell’elettorato. Levitsky e Zavaleta la definiscono «lotterizzazione» [qualcosa che funziona come una lotteria], ma è ben lungi dall’essere un fenomeno casuale: una volta che l’affiliazione di massa e il solido lavoro di organizzazione sono fuori gioco, il fattore che permette di vincere le elezioni sono le risorse, sia sotto forma di proprietà dei media sia di denaro contante per pagare campagne di pubbliche relazioni e acquistare spazi televisivi. Anche le fonti di finanziamento illecite sono chiaramente parte integrante del quadro, con la criminalità organizzata, le università private a scopo di lucro e gli interessi informali nel settore minerario e del disboscamento che cercano di infiltrarsi nella sfera politica. Queste caratteristiche non sono affatto, ovviamente, esclusive del Perù: caratterizzano in modo pervasivo i sistemi politici democratici di gran parte del mondo. Come ha sostenuto Peter Mair più di un decennio fa in Ruling the Void (2013), il declino della partecipazione politica e dell’identificazione con i partiti sono andati di pari passo con una crescente separazione delle élite politiche dall’elettorato. Da questa prospettiva, il Perù sembra non un’anomalia ma un’anticipazione di ciò che ci aspetta. Nel frattempo, ci vorrà molto più di una vittoria di Sánchez il 7 giugno perché il Perù esca da questa spirale di frammentazione e disillusione. Ma una pausa nel sistema business-as-usual orchestrato da Fujimori potrebbe almeno fornire una tregua in cui iniziare a immaginare vie d’uscita da questa palude. Testi consigliati Tony Wood, México en estado de cambio, «Diario Red»/«New Left Review» 147, e ¿América Latina domesticada?, «NLR» 58 Ernesto Teuma, Una nueva izquierda en Cuba, «Diario Red»/«New Left Review 150 Rob Lucas, «¿Cuba a punto de ser estrangulada?», «Diario Red» 14/02/26 André Singer, Lulismo 3.0: un diagnóstico a mitad de mandato, «Diario Red»/«New Left Review 150, Rebelión en Brasil», «NLR» 85, e El regreso de Lula, «NLR» 139 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka «América Latina: la siguiente transición», «Diario Red»/«New Left Review 149 Gabriel Hetland, Trump comete múltiples asesinatos en el Caribe y el Pacífico, «Diario Red» 29/10/25 Juan Carlos Monedero, Francotiradores en la cocina, «NLR» 120 Julia Buxton, Venezuela después de Chávez, «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, Colombia en la encrucijada, «NLR» 137 Mauricio Velásquez, La batalla de Bogotá, «NLR» 91 Camila Vergara, La Constitución de Chile, «NLR» 135 Rafael Correa, La vía del Ecuador, «NLR» 77 Maria Stella Svampa, El final del kirchnerismo, «NLR» 53 Tony Wood vive a New York e si occupa di Russia ed America Latina. Membro del comitato editoriale della «New Left Review», è l’autore di Chechnya: The Case for Independence, suoi articoli sono apparsi su «The London Review of Books», «The Guardian», «n+1» e «The Nation». Traduzione dall’inglese di Mauro Trotta Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños.

  • clan milieu

    Racconti Gourmand seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxus In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari non Identificabili) Dimitri Zudov (detto Dima) Qui un’anticipazione del libro pubblicato da Milieu nella collana «settanta». Doppiando Punta della Dogana Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe, l’universo è pari al suo smisurato appetito. Charles Baudelaire Adesso si chiamano travel blogger, fanno del viaggio una professione, della commensalità un affare teatrale. La mia generazione cercava l’altrove, l’imprevisto, nuove avventure per la socialità, amori, il filo di bisso del desiderio, conoscenze. Bastava aver pazienza, fiducia, guardarsi intorno. Bastava sedersi in un dehor, accettare un invito occasionale, ascoltare. La tavola apparecchiata con i suoi lattici smemoranti ci attirava, poteva diventare un antro delle meraviglie, il luogo di dissezioni politiche, un anfiteatro della questione sociale o, più semplicemente, l’anticamera di un’alcova. Un altro modo di vivere la cultura materiale. Eravamo cacciatori d’imprevisti, i bardi dello scontro di classe, sconfitti, ma mai arresi. Eravamo prodighi nei brindisi, negli abbracci e negli addii. Speravamo di farcela. La nostra maschera era l’indifferenza. Ci illudevamo di venire da lontano. Imbastivamo storia e sogni, credevamo nelle illusioni e come Madame Récamier – nella perduta giovinezza dei sicomori. Ci credevamo nati per accendere i bracieri, temevamo il vento di tramontana che soffia la polvere dello spettacolo sui tavoli dei circoli operai. Ci sono nodi ideologici che neppure il cardo scioglie. Non sempre amavamo i nostri anfitrioni. Racconti gourmand. Due. Il viaggio in Spagna era agli sgoccioli, ancora quattro giorni e poi il ritorno in treno dalla stazione di Atocha, con l’espresso Madrid-Milano. Decisi di visitare il monastero dell’Escorial, ai piedi dellaSierra de Guadamarra. Nel Panteon de los Reyes sono conservate opere di Tiziano, Goya, Veronese, El Greco e tra i pittori fiamminghi una tavola di un allievo di Bosch. In più c’era la possibilità di dormire con poche pesetas a ridosso dei Giardini del Principe in un campo estivo della gioventù falangista dedicato a José Antonio Primo de Rivera – un criminale fascista fucilato dai patrioti repubblicani – aperto anche agli studenti stranieri. Era la tarda primavera del 1960, faceva già molto caldo. Quando arrivai davanti all’Incoronazione di spine nella sala c’erano due giovani anch’essi stranieri della mia età, uno intento a ricopiare su un quadernetto alcuni particolari dell’opera. Ci mettemmo a parlare, quello con il quadernetto veniva da Nancy e studiava filosofia, l’altro dalle parti di Berna e frequentava il Politecnico. Dopo esserci scambiate le classiche informazioni tra autostoppisti decidemmo di far colazione insieme. La scelta cadde su una tasca che aveva il pregio di avere sul retro un grande giardino con tavolini ombreggiato da una pergola. Senza neanche chiedercelo ci fu subito servita una enorme jarras di sangria e proposto un piatto di paella che stava cocendo per degl’altri ospiti. Un gruppo di americani. Erano a qualche tavolo da noi, uno di loro mi sembrò subito una figura familiare, ma non riuscivo a ricordare chi fosse. Due di loro avevano dei foderi con dei fucili da caccia, parlavano in continuazione, bevevano e ridevano. Quello che non riuscivo a riconoscere era l’unico che taceva. Attraverso la barba bianca si intravvedeva un volto tirato, un leggero tremito gli scuoteva le mani. Indossava una camicia chiara a quadretti e un paio di pantaloni in cotone color panna, molto vissuti. Ogni tanto fissava con insistenza qualcosa sul muro bianco della tasca che vedeva solo lui, poi si riprendeva e s’infilava in bocca un filo d’erba che strappava da sotto il tavolo. Gli occhi erano rossi e incavati, non sembrava deperito, piuttosto stanco. La sangria e una discussione sul franchismo con i miei due amici occasionali, i cui simboli imbrattavano dappertutto la Spagna, mi fece dimenticare quel incontro fino a quando non rividi la sua fotografia sul giornale, un anno e qualche giorno dopo. Era il 2 luglio 1962. Quel uomo aveva scritto: «Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero...». Si chiamava Ernest Miller Hemingway, era nato nel 1899. Si era sparato alla tempia con un fucile da caccia la mattina di domenica. Ancora oggi non posso bere un Mojito o un Daiquiri senza sognare i bar della sua Avana o ricordare le pagine più belle dei suoi libri. Una sangria Sostanzialmente è un poncho di vino rosso e frutta fresca. Non esiste una ricetta originale, ogni regione della Spagna ne ha una ed è impossibile dire quale sia la più antica. Le regole per una buona sangria sono semplici. Uno. Preparatela al momento, la frutta non deve impregnarsi eccessivamente di vino. Due. Tutti gli ingredienti quando si mettono insieme devono essere già freddi e non fatto raffreddare insieme. Tre. Usate un buon vino rosso, robusto e generoso. Per una bottiglia di vino ci vuole il succo di due arance, un limone tagliato a fettine, un paio di cucchiai di rum agricole, due cucchiai di zucchero per attenuare l’acidità. A questo punto metteteci la frutta che volete, arance, mele, pere, pesche, melone, anguria, fragole, tagliata a tocchetti. Sono facoltativi i chiodi di garofano, il tronchetto di cannella, la soda o la gassosa. Un ultimo consiglio, servitela con un mestolo di legno per recuperare la frutta e usato solo per questo. Una paella È sostanzialmente una padellata (patella, in latino) di riso, zafferano e olio d’oliva tipica della regione di Valencia. Qui, poi, la condiscono con carne e verdure, ma soprattutto per i turisti è più popolare quella con crostacei, pesce e frutti di mare. Per questo arròs a la paella è fondamentale la padella che deve essere in ferro a due manici, bassa e molto larga. Per una paella di otto persone ci vorrebbe una padella di un metro di diametro. Le varianti sono infinite. Per esempio si possono mescolare i crostacei e i frutti di mare con la carne di coniglio, si possono aggiungere i fagioli (un consiglio, usate il fagiolo di Lamon) e le rape, l’aglio, la noce moscata. La paella una volta cotta può essere passata al forno per tostare il riso. C’è chi ci aggiunge fagiolini e piccoli pomodori, chi le zucchine e le carote. Quella che mi fu servita aveva carne di pollo, cozze, lumache e fagioli. Gianni-Emilio Simonetti (1940) è un artista, scrittore e saggista di fama internazionale. Esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus, è autore di numerosi testi di impegno teorico in campo artistico, politico e sociale.

bottom of page