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  • selfie da zemrude

    Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Il Flop di Man2Man e Ur-Fascismo e Nucleare Celeste Il Flop di Man2Man Il Boomernauta prosegue il racconto: all’inizio del XXII secolo la direzione del progetto Man2Man si era lanciata in una sfrenata generazione di specie nonumane geneticamente modificate con l’uso delle forbici genetiche. In questo contesto emergono nuove categorie, come i pocoumani, animali modificati con geni umani per varie finalità fra cui il lancio dell’uso delle TAM e gli human+, umani geneticamente modificati.Gli esperimenti con i pocoumani si rivelano abbastanza infruttuosi per la loro scarsa cooperazione e Man2Man si incaglia in questo passaggio. Ma ciò porta alla creazione di un mercato grigio per la cura e “l’augmentation” degli umani al di fuori di qualsiasi controllo etico. Nel frattempo, l’accesso alle TAM diventa libero grazie ai semio-hacker, il che provoca un grande interesse e una convergenza di lavoro cooperativo come non si era visto dall’epoca della nascita di Linux e del Foss. Quando le TAM cominciano a diffondersi, nei primi decenni del XXII secolo, la Gov Q aveva di fatto preparato il terreno a tale propagazione. Le manipolazioni genetiche sui nonumani per renderli biologicamente più compatibili con l’essere umano erano iniziate molto prima delle TAM, a partire dall’allevamento di bovini, ovini e altre specie simili. In certi casi l’obiettivo era quello di produrre latte con le stesse caratteristiche del latte materno umano, ma ciò aveva comportato gravi conseguenze per il benessere fisico degli animali. Poi si era passati a trasformazioni più consistenti di molte classi nonumane utilizzabili per produrre cellule, tessuti, organi e quanto biologicamente necessario per curare oppure semplicemente migliorare e prolungare la vita degli umani e, ovviamente, questo era riservato a chi poteva permetterselo. Tutto si accelerò a partire dalletecnologie Crispr-Cas9 1 , uno strumento volgarmente chiamato le forbici genetiche  e in seguito perfezionato e ulteriormente semplificato. Questo procedere aveva generato una gran varietà e quantità di animali transgenici noti come pocoumani o h- , per via della presenza di parti del DNA umano all’interno del loro patrimonio genetico. Nel caos causato dalla setticemia di Gaia, si persero controllo e tracciabilità di molti ibridi transgenici. Alcuni di loro erano diventati sterili a causa delle manipolazioni subite, mentre altri tornarono allo stato brado e si riprodussero in modo incontrollato, diffondendo le loro variazioni genetiche. In molti casi, diventò difficile distinguere tra nonumani transgenici e non, poiché individui della stessa specie, modificati geneticamente per scopi diversi, si incrociavano dando vita a nuovi ibridi. Con il passare del tempo, e ne era passato parecchio dai primi nonumani transgenici, si poteva ben immaginare che ne esistesse un gran numero di cui nessuno si preoccupava veramente. Tuttavia furono proprio i pocoumani transgenici  che per primi vennero attratti dalle TAM, anche se questo venne scoperto solo in seguito senza capirne le ragioni scientifiche. Le modifiche genetiche riguardavano anche gli umani, ma all’inizio venivano autorizzate e praticate principalmente per motivi terapeutici, come la cura di malattie ereditarie e la prevenzione della trasmissione genetica di tali malattie. Si entrò poi in una zona e un mercato grigi, in cui venivano introdotte variazioni cognitive ed estetiche sino ad arrivare a vere e proprie operazioni di potenziamento. A queste manipolazioni genetiche si aggiungevano anche tutte le altre con integrazioni biologiche – specialmente di tessuti e organi provenienti da pocoumani  opportunamente modificati – e di protesi bioniche in generale. Ovviamente, con la privatizzazione e la riduzione di ogni forma di previdenza e assistenza sociale, avvenuta alla fine anche in Europa, pochi potevano accedere a queste trasformazioni in cui era sempre più difficile fare una distinzione fra cura e augmentation  e questo ovviamente riguardava anche la procreazione e i neonati. In ogni caso davanti alla complessità della situazione e alle problematiche di dover gestire una limitata prossima migrazione spaziale, i problemi etici passavano in secondo piano. Più difficile si era rivelato il tentativo di potenziare i tanto martoriati sensi degli umani attingendo ai geni dei nonumani. Ad esempio quando il leggendario fiuto canino si confermò soprattutto neurologico questo rese praticamente impossibile la augmentation  olfattiva umana. In ogni caso nessuno era in grado di prevedere le conseguenze e i rischi di tali sperimentazioni, che erano le sole ancora formalmente vietate in molti PoSt/ati. Girava voce però che fossero segretamente in corso esperienze di editing genetico per gli umani destinati alle colonizzazioni spaziali a venire. Non era chiaro d’altronde se si pensasse addirittura a due tipi di colonizzazioni, e cioè se fosse prevista una colonizzazione di serie B separata da quelle destinate alle élite che avrebbero avuto il privilegio di colonizzare e terraformare Marte. Nelle istanze della Gov Q c’era chi sosteneva discretamente che la Grande Fuga  sarebbe stata l’occasione ideale per separarsi materialmente dalle classi subalterne. Si cercava in tal modo di giustificare un’idea di sfruttamento a distanza, ricordando quanto fosse stato difficile la coabitazione coi poveri  sullo stesso pianeta o territorio. Tuttavia, questa era una visione teorica e poco realizzabile. Altri ribattevano che l’estinzione non sarebbe stata totale e che una parte degli umani sarebbe sopravvissuta sulla Terra. In questo caso, sarebbe stato possibile riorganizzarli, farli produrre e ricominciare le estrazioni non appena possibile. Nel campo dell’ingegneria genetica, che si era ampiamente sviluppato, la filosofia transumanista predominava nella Gov Q. Questo periodo aveva riattualizzato l’antico mito che andava dal Golem al cyborg, ma in modo massificato, degradato e monetizzato. Il vecchio sogno del superuomo di transumanisti, maltusiani e suprematisti era ora diventato la prosaica realtà degli h+ . Naturalmente la realtà di un’ibridazione tanto estesa era stata presa in conto nell’ambito degli sviluppi effettuati nel progetto Man2Man  e i ricercatori associati/asserviti alla Gov credevano che avrebbe offerto un terreno molto fertile per il successo delle TAM e dei loro obiettivi principali. I primi tentativi di utilizzazione delle TAM furono messi in scena attraverso le piattaforme dei techno-tycoon e dei soliti media controllati dalla Gov. Oltre allo sviluppo delle componenti più tecniche, una buona parte degli investimenti di Man2Man  era consistita nel cercare di reclutare  battaglioni di nonumani che avrebbero dovuto entrare finalmente nel circuito e diventare a termine i nuovi agenti emozionali e affettivi della Gov Q. Il reclutamento  avrebbe dovuto avvenire attraverso categorie scelte di nonumani che sarebbero stati istruiti . A questo scopo erano stati concepiti speciali bot affettivi il cui compito era di addestrarli all’uso delle TAM. Ma questa seconda parte del piano non funzionò esattamente come previsto. I pocoumani 2  in particolare non si prestarono a questi esercizi, dando segni di privilegiare piuttosto i veri scambi affettivi solo con entità viventi. Non fu chiaro se ciò fosse dovuto alla mancanza di sofisticazione dei bot o ad altre ragioni. In quel periodo di test e pre-produzione, si iniziarono a notare gli effetti della propagazione disordinata delle TAM al di fuori dei controlli dei responsabili del progetto e della Gov Q in generale. La libera diffusione in rete del codice e l’accesso ai dispositivi di quell’insieme ancora in divenire delle TAM, di cui molte componenti essenziali venivano dal mondo free/open software e hardware, fu un evento maggiore, quasi una ripetizione del fenomeno internet avvenuto molto prima. Si sviluppò allora un’incredibile convergenza di interessi e concentrazione di attività di sviluppo nella Sfera Autonoma  e oltre. Il lavoro cooperativo del comune riuscì a organizzarsi e a procedere creando una sorprendente capacità di propagazione della conoscenza. Forse c’era un’intuizione collettiva del potenziale esistente in questa estensione cognitiva senza precedenti. Nonostante il progetto Man2Man  avesse impiegato una grande quantità di lavoro segreto, algoritmi sofisticati e big data, si era ormai rivelato un fallimento come tentativo della Gov di riprendere il controllo della situazione generale. Tuttavia le TAM e la loro applicazione ai nonumani aprivano un nuovo capitolo nelle conoscenze e nelle intra-azioni fra specie. Grazie alle TAM, infatti, si sarebbe potuto interagire in modo più profondo ed efficace con i nonumani, non solo raccogliendo informazioni, ma anche comprendendo le loro emozioni e i loro bisogni. Tra l’altro nessuno aveva potuto prevedere che gli interscambi multispecie avrebbero permesso agli umani di ritrovare percezioni perse nella notte dei tempi, come la prossimità di un pericolo, le intenzioni dell’Altro. E questo rischiava di sconvolgere molte cose e forse anche la pandemia nekomemetica. Note: Il sistema CRISPR/Cas9 a cui si riferisce il Boomernauta si basa sull’impiego della proteina Cas9, una sorta di forbice molecolare in grado di tagliare un DNA bersaglio, che può essere programmata per effettuare specifiche modifiche al genoma di una cellula, sia questa animale o vegetale. Pocoumani: cfr. glossario. Ur-Fascismo e Nucleare Celeste In questo capitolo, il racconto del Boomernauta assume nuovamente un tono politico, probabilmente in relazione all’incrementarsi delle migrazioni causate dall’aggravarsi della setticemia di Gaia. Nella Sfera Autonoma, ci sono discussioni e ricerche sulle mutazioni politiche e teoriche necessarie per uscire dallo stato di stasi o incertezza, soprattutto al Nord. I movimenti di questa fase, a cavallo fra la fine del XXI e l’inizio del XXII sec., sono numerosi, ma sempre frammentari ed effimeri. Le lotte e i sabotaggi riescono talvolta a far recedere temporaneamente la pandemia in certi luoghi, ma non a opporsi all’avanzata generale del morbo nekomemetico.In tali condizioni tutto è possibile, anche il risorgere e l’affermarsi di un fascismo eterno (ur-fascismo) in grado di convivere con gli ultimi simulacri della democrazia rappresentativa e capace di sfruttare a fondo i limiti delle teorie rivoluzionarie dei secoli precedenti. In ogni caso la Gov Q sembra perfettamente in grado d’integrare nei suoi processi la gestione dell’ur-fascismo così come quella degli arsenali nucleari locali, creandone fra l’altro uno speciale che minaccia la biosfera dall’alto. Una minaccia e un ultimo ricorso. Una delle conseguenze più gravi della pandemia nekomemetica e della setticemia di Gaia è stata la produzione di enormi spostamenti di popolazioni migranti. Da più di un secolo, masse crescenti di migranti erano pronte ad affrontare tutti i pericoli e a rischiare la vita pur di abbandonare la situazione a cui erano destinati nei loro luoghi di nascita. Il fenomeno era cominciato nell’era neolib ed era andato amplificandosi con il peggiorare della setticemia. Questo preoccupava la Gov Q dove le élite dei paesi del Nord avevano un gran peso. Ma, nonostante gli innumerevoli ostacoli come i muri im/materiali che si aggiungevano alle vecchie barriere nazionali, i flussi umani continuavano ad aumentare. Nella Sfera Autonoma  di fatto si continuava a tessere una trama di esperienze, che intuitivamente o anche inconsapevolmente almeno sino alla scoperta del morbo nekomemetico, cercavano di non aggravare la setticemia di Gaia. Le lotte ecologiche, che erano cominciate con noi boomer del lungo ’68, creavano anticorpi contro la pandemia, ma non avevano certo la finalità di costruire una macchina politica equivalente e speculare a quella della Gov Q. La profezia dell’incantatore francese della biopolitica 1  sull’incompatibilità della Sfera Autonoma  con la governamentalità  pesava ancora, ma meno di prima perché i cinque o più secoli di quella capitalista stavano per sfociare nella Grande Fuga  delle élite e in uno sfacelo senza precedenti per chi era costretto a restare. Le esperienze alternative/antagoniste che avevano più successo riuscivano a creare forme di cooperazione originali e un nuovo comune. Lo stesso si poteva dire delle lotte contro discriminazioni, oppressioni o dominazioni ecologiche, biologiche, sociali, culturali, che tendevano a focalizzare solo su un aspetto specifico: classe, genere, etnia, religione, orientamento sessuale, nazionalità e così via. Finora queste ribellioni separate non erano riuscite a confluire in alcunché di significativamente e politicamente incisivo dal punto di vista globale, e le Gov Neolib e Q potevano controllarle con una certa facilità se non addirittura ignorarle. Per sopperire a tale frammentarietà e all’effimero si cercò ancora una volta – con la partecipazione di quel che restava dell’ambito accademico non allineato – di creare meccanismi di confluenza capaci di collegare queste lotte e superare lo status quo. Data la difficoltà a far emergere qualcosa di politicamente incisivo negli ambiti autonomi si lavorò alla creazione di un’intelligenza artificiale intersezionale (IAI). L’IAI 2  avrebbe dovuto rendere ogni singolarità cosciente dell’interesse a non limitarsi al suo ambito di lotta. Solo un afflato mondiale avrebbe potuto dare a queste esperienze un reale peso politico. I risultati però furono deludenti, l’intelligenza artificiale non solo si rivelò un surrogato inefficiente delle utopie e dei miti che avevano animato le rivoluzioni del passato, ma spesso generò conflitti interni ancora più acuti di quelli che avevano caratterizzato la defunta sinistra storica. Il che è tutto dire… Interrogata in merito alla sua propria identità l’IAI aveva dato questa risposta, ambigua soprattutto nella sua parte finale: L’intelligenza artificiale intersezionale ( IAI, Intersectional AI 3  in inglese) si riferisce all’uso di tecniche di intelligenza artificiale per analizzare e affrontare questioni di discriminazione e disuguaglianza che derivano dall’intersezione di molteplici fattori, come il genere, la razza, l’orientamento sessuale e l’identità di genere, la disabilità e altri.L’obiettivo dell’IAI è di sviluppare sistemi che riconoscono e comprendono meglio la complessità dell’identità umana, evitando così la creazione di sistemi di intelligenza artificiale che riflettono e amplificano le disuguaglianze esistenti.Ad esempio, i sistemi di riconoscimento facciale basati sull’IA possono presentare problemi di discriminazione razziale, poiché le tecnologie esistenti sono state addestrate principalmente su dataset contenenti immagini di individui di pelle bianca, e quindi possono avere difficoltà a riconoscere individui con altre carnagioni. L’intelligenza artificiale intersezionale può aiutare a individuare e correggere questi tipi di problemi e a sviluppare sistemi di intelligenza artificiale più equi e inclusivi. Non si era trovato il bandolo della matassa perché forse la matassa non c’era, così come forse non ci sarebbe stato un Marx dell’intersezionalità. E se sembrava un’impresa impossibile costruire un comune fra umani tanto divisi quanto dominati da forze diverse, era poi quasi impensabile includere anche Gaia, evitando di cadere in forme di trascendenza che la facevano diventare un essere superiore. Nel frattempo il virus nekomemetico trovava forme sottili per insinuarsi e continuare a diffondersi, in tono minore, anche nei luoghi e nelle collettività della Sfera Autonoma . Questo si spiega col fatto che, al contrario dei virus materiali che approfittavano della socialità per moltiplicarsi passando da un ospite all’altro, il virus nekomemetico approfittava e si insinuava spesso nei momenti e nei luoghi di isolamento, come quando si è soli davanti a un’interfaccia di rete a due, tre o quattro dimensioni 4 . Per questo motivo, come ti dirò in seguito, alcuni gruppi della Sfera Autonoma  si erano impegnati a sviluppare strategie di contrasto al virus nekomemetico, promuovendo forme di socialità autentica, solidale e cooperativa, basate sulla fiducia reciproca e sulla condivisione di obiettivi e valori comuni. In questo modo, si cercava di creare un terreno meno fertile per il virus nekomemetico, riducendo la sua capacità di diffusione e di insinuarsi nelle dinamiche relazionali delle comunità. Tuttavia ciò non era sufficiente perché, specie al Nord, le rivolte prendevano direzioni contraddittorie e pericolose. Le frange più deboli e meno istruite delle classi subordinate della Governance, condizionate dall’individualismo egoistico in cui erano state cresciute ed educate, non vedevano sbocchi: nel peggioramento generale, la loro condizione restava comunque spesso meno misera e disperata di quella dei colonizzati/razzializzati dell’emisfero Sud, in prima linea della setticemia di Gaia. Devo ammettere che al mantenimento e spesso all’aggravamento di tali ineguaglianze aveva anche contribuito il peccato originale delle teorie rivoluzionarie dei proletari del XX secolo. Esse avevano infatti in parte condiviso l’eurocentrismo e il produttivismo del loro nemico capitalista, mettendo al centro le lotte della classe operaia del Nord. L’assenza di strategie definite nella Sfera Autonoma e tutte le altre difficoltà esponevano vaste porzioni di popolazioni a influenze più insensate che irrazionali: dall’integrismo no-tech a quello razzista o di neo religioni con venature apocalittiche. Poteva talvolta succedere che in movimenti di rivolta spontanea confluissero elementi apparentemente incompatibili, il che li rendeva facile preda dell’ur-fascismo, il fascismo primordiale ed eterno. Il fascismo di massa era sempre stato duttile, a logica ambigua e basato su una retorica di rivolta e di rivendicazioni. L’ur-fascismo, che aveva la caratteristica di dirottare la rabbia delle persone dai veri problemi verso facili capri espiatori, in quell’epoca era ben integrato negli algoritmi della Gov Q e non aveva più bisogno di sospendere violentemente i miseri residui istituzionali dei governi locali dei PoSt/ati . Gli bastava usare i migranti come vittime sacrificali, sfruttando la loro vulnerabilità per creare un nemico comune verso cui deviare la rabbia dei rivoltosi.Che questo attraesse qualche despota dell’Ur-fascismo, in versione travestita nell’ossimoro di democrazia autocratica  non preoccupava assolutamente la Gov Q, che aveva elaborato uno speciale protocollo per designarli. Nei casi in cui si facevano luce autonomamente, la Gov Q era comunque capace di coabitare integrandoli o di manipolarli o, al limite, di neutralizzarli se non erano più funzionali al sistema. L’unica preoccupazione che avrebbe potuto turbare la Gov Q era l’eventualità di un utilizzo incontrollato, nei PoSt/ati , dell’arsenale che comprendeva le classiche armi nucleari e quelle più recenti, denominate deterrente clean , in grado di distruggere umani e gran parte del vivente, lasciando intatto il resto. Un pericolo facilitato anche dalla dislocazione dell’ Impero di Sbieco  (USA) a seguito del cronicizzarsi della seconda guerra civile. Ma come vedremo la Gov Q teneva sotto controllo la situazione, senza mai troppo sconfessare o umiliare apertamente quel che restava dei governi locali dei PoSt/ati. Il passaggio del controllo delle armi nucleari dai governi locali alla WorldForce  era stato un processo complesso, segnato da intense lotte interne. Tuttavia, l’implementazione di tali misure avvenne con una magistrale ipocrisia: formalmente, alcuni dei PoSt/ati maggiori mantenevano ancora il controllo dei loro arsenali nucleari, ma, in caso di disaccordo, la Gov Q disponeva di un insieme di mezzi tecnopolitici in grado di impedire qualsiasi uso non autorizzato o colpo di mano. Inoltre, fin dalla fase della High Frontier, la Gov Neolib aveva sviluppato in gran segreto un nuovo sistema di armi nucleari in grado di essere lanciate dallo spazio con grande precisione. Successivamente, la Governance Quantistica aveva scelto di non smentire mai le informazioni trapelate riguardo all’esistenza di questo nuovo sistema, alimentando i sospetti riguardo a una presunta protezione divina affiancata a quella celeste. Approfittando inoltre dell’estrema debolezza di alcuni Paesi detentori di armi nucleari (in primis quelli dispersi nei territori dell’ Impero di Sbieco ), la Gov Q aveva preso un discreto controllo diretto di una parte dell’arsenale nucleare mondiale tramite la WorldForce . Qualsiasi utilizzazione di questi mezzi di distruzione massiccia era integrata alla gestione quantistica globale. In pratica nessuna catena di comando umana nella Governance e ancor meno dei PoSt/ati poteva lanciare il famoso ordine senza l’ok dei bot di controllo nucleare, così come questi ultimi avevano bisogno dell’accordo del comando umano. I processi integrati in questi dispositivi smart concepiti per evolvere in funzione del contesto erano ovviamente top secret. Le tecniche di deep learning si basavano sull’utilizzo di reti neurali artificiali, strutturate in diversi strati, che operavano in modo simile alle reti neurali biologiche. Ogni strato elaborava i valori e li trasmetteva al successivo strato, permettendo un’elaborazione dell’informazione sempre più completa. Per tornare a bomba, appunto, sul contesto post-nucleare, la molla dei movimenti ur-fascisti erano paura e disperazione. Per la Gov le rivolte, qualsiasi fosse l’eventuale sensibilità politica dei partecipanti, non rappresentavano una vera preoccupazione. In fin dei conti si trattava di alcuni momenti delicati da passare ed erano in generale gestiti dai SecurServ  dei PoSt/ati anche se ormai in diversi casi si era dovuto discretamente intervenire dal centro tramite la WorldForce. Le sommosse, le insurrezioni e i movimenti erano episodi di ribellione contro il sistema, ma spesso mancavano di un substrato teorico solido che garantisse una continuità strategica. Inoltre, considerando la violenza della repressione e la complessità, l’estensione e la correlazione delle componenti del sistema della Gov Q, le possibilità di un sovvertimento su larga scala erano pressoché inesistenti. Ora però i flussi emozionali e affettivi multispecie delle TAM, che cominciavano a investire una parte degli umani, si manifestavano come qualcosa di potenzialmente destabilizzante che non poteva essere facilmente controllato neanche a livello quantistico. In questo scenario abbastanza nuovo i sistemi di simulazione e controllo automatico della Gov Q tramite le piattaforme globali indicavano chiaramente che la vecchia ricetta del rilancio di produzione/consumismo, oltre a essere difficilmente praticabile in una biosfera tanto degradata, sarebbe stata inoperante. I calcoli quantistici indicavano che sarebbe stato senz’altro preferibile alimentare le divisioni all’interno delle classi subordinate. E quindi conveniva alle istanze locali della Gov Q fomentare movimenti che si ispirassero agli archetipi dell’ur-fascismo. Almeno per un tempo la Gov avrebbe potuto creare diversioni, anche se difficilmente si sarebbe potuti arrivare alla fase della Grande Fuga  spaziale in tali condizioni. Sta di fatto che, come già nel passato, l’ur-fascismo dell’epoca Q era riuscito a mordere un po’ dovunque e specialmente sulla fascia meno istruita delle classi subalterne del Nord. Note: Sempre il nostro Michel Foucault come spiegato in nota precedente nel capitolo sulla Sfera Autonoma. IAI: cfr. glossario. AI, Artificial Intelligence: cfr. glossario. Con questa espressione sibillina il Boomernauta fa riferimento a qualsiasi dispositivo di interfaccia dagli schermi sino a quelli che gestiscono la Virtual Reality, probabilmente fa riferimento anche a quelli come i time glasses capaci anche di distorcere il tempo.

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    VI° La fantascienza dopo la morte della fantascienza Il testo riprende la tesi di Antonio Caronia sulla <> della fantascienza, intesa come fine della sua funzione novecentesca di dispositivo capace di accompagnare l’immaginazione del futuro nell’epoca dell’innovazione tecnoscientifica. Oggi la SF sopravvive come etichetta commerciale o ideologica, mentre i suoi temi si sono dispersi nel reale. L’esperienza di Un'Ambigua Utopia  aveva già colto la crisi dell’immaginario moderno, proponendo una destrutturazione del genere. Con Donna Haraway, <> diventa un acronimo plurale e una pratica speculativa che rende porosi i confini tra umano e non umano. La fantascienza non evolve in altro: si dissemina nella realtà, fino a coincidere con essa, imponendo di essere riletta e rimappata da nuove prospettive collettive e post-umane. Voglio dire che bisogna per forza essere molto giovani per giocare a tutti quei giochi finanziari senza pensare nemmeno per un secondo agli interessi e alle conseguenze. Il capitalismo funziona proprio così – afferrare un’occasione e reagire il più velocemente possibile. È pensiero completamente astratto e piace molto ai giovani, che lo trovano divertente. Per cui, in modo molto bizzarro, buona parte del nostro futuro è nelle mani di giovani che ci stanno giocando senza pensarci troppo su. Sembra fantascienza, ma d’altra parte siamo nella fantascienza. - Isabelle Stengers 1 In un articolo del 2009 Antonio Caronia decretò la scomparsa della fantascienza, La FS è morta, viva la FS!   suscitando un certo scandalo tra gli estimatori del genere e perfino tra gli stretti amici: «I generi della letteratura popolare sono, più di altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a progettare il proprio futuro : ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy al noir» 2 . La fine della fantascienza è la fine di un'epoca. Per parlare di moltiplicazione, diversificazione, ramificazione , cioè di ciò che sottintende l'idea di migrazione , occorrerebbe ricontestualizzare tutta questa polluzione nel mondo attuale. Ed è quello che nessuna critica specializzata sta facendo. E non lo sta facendo perché troppo presa da un presunto continuismo col passato anche se inesorabilmente smentito da una realtà che si è vista, come diceva sempre Caronia, precipitare addosso tutto il cielo dell'immaginario. Oggi, in quanto genere, ha perso completamente la sua funzione novecentesca che era quella, non ci stancheremo di ribadirlo, di essere un dispositivo capace di accompagnare l'essere umano in una fase dominata dal ritmo esponenziale dell'innovazione tecnoscientifica. Ad essere quindi un dispositivo ponte, passaggio. La SF  oggi è ciò che si etichetta come tale per motivi che possono essere puramente commerciali e di convenienza, o prettamente ideologici, per la costruzione di immaginari specifici: Solarpunk, accelerazionismi, possibili fughe su altri pianeti per salvarci dalla catastrofe climatica, l'idea che lo stesso tipo di tecnologia che ci sta portando alla distruzione possa anche salvarci, ecc. Ma soprattutto l'idea, molto pericolosa perché poco avvertita, di un continuismo col passato, per mantenere in vita l'idea di un progressismo (quello ereditato dalla modernità) che guarda al futuro pensando di poterlo governare anticipandolo. Instaurando così una forma nuova della vecchia ideologia del dominio e del possesso tramite la conoscenza. L'esperienza di una rivista (e un collettivo) come «Un'Ambigua Utopia», negli anni '70 3 , è stata quella di evidenziare e tenere aperto il più possibile la frattura della crisi dell'immaginario della modernità, arrivata all'apice proprio in quegli anni. Distruggere la fantascienza era nell'editoriale/manifesto del primo numero. Da qui la dichiarazione di morte della SF  di Caronia, in quanto la SF non si è evoluta in altro ma si è disseminata nel territorio del reale costruendo mondi che Donna Haraway dice sono: «pratiche di modellamento, co-creazioni rischiose, fabule speculative» e aggiunge «la SF  oggi è un acronimo che sta per Fantascienza, Femminismo Speculativo, Fabula Speculativa, Fatto Scientifico» 4 . La SF  è diventata un acronimo! Un gioco pericoloso che fa stare a contatto con il problema. Ciò non va a costruire o ricostruire un genere, ma a certificare una pratica di ripresa dell'attività del pensiero come immaginazione. Si scardina proprio l'idea di immaginario ereditata dai dispositivi precedenti. A questo sparigliare le carte Haraway ci aveva già abituati col suo divenire cyborg , che altro non era che un invito a divenire ciò che siamo sempre stati, null'altro che cyborg. Oggi nelle fabule speculative - ne abbiamo presentate due in Torchiera: Cronache del boomernauta di Giorgio Griziotti e Libellule nella rete  di Loretta Borrelli 5  - si misurano i confini tra umano e non umano, tra individuo e collettività, tra sé e l'altro, tra razionalità e irrazionalità, non per eliminarli né per ratificarli ma per renderli porosi e farci assumere la responsabilità delle loro possibili modificazioni. E quindi farci acquisire una nuova coscienza, un nuovo modo di pensare, una nuova forma di vita. Sì, la fantascienza è proprio finita perché è diventata, infine, realtà. E allora l'invito, oggi, per fare ancora fantascienza, è di leggerla al contrario, da altra prospettiva. Rimapparla e risignificarla in un nuovo percorso collettivo umano quanto non umano come in quel romanzo di Philip K. Dick in cui il protagonista si trova a discutere, per un'impresa da farsi collettivamente, con varie specie aliene tra cui anche esseri dei quali si era cibato in qualche ristorante nel proprio pianeta Terra 6 . Note: 1: I. Stengers, Una cosmopolitica - rischio, speranza, cambiamento in Mary Zournazi, Tutto sulla speranza, Moretti & Vitali, Bergamo 2013 2: pubblicato sulla rivista «Hamelin» n. 22, marzo 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_ 3: L'unicità di un'esperienza come quella di «Un'Ambigua Utopia» è ben esemplificata dalle parole di Antonio Caronia ritrovate recentemente in un audio (una vecchia musicassetta contenente la registrazione di una parte di una riunione del collettivo redazionale del 1979 in mezzo ad altre registrazione di altra natura): «certo è una rivista che è nata da gente che era appassionata di fantascienza, questo è ovvio, però fin dall'inizio ha avuto una caratterizzazione estranea, completamente opposta, diversa, con un altro linguaggio su un altro piano, a qualunque esperienza di fandom italiano e aggiungiamo pure americano per quello che noi ne sappiamo, anche se negli ultimi tempi sappiamo che ci sono alcune riviste negli Stati Uniti che potrebbero essere classificate a metà strada diciamo tra il fandom tradizionale e la nostra esperienza...» l'intera registrazione è ascoltabile qui https://www.youtube.com/watch?v=PPPEZGZZ_24 4: Donna Haraway, Chthulucene , Nero, Roma 2019 5: G. Griziotti, Cronache del boomernauta , Mimesis, Milano 2024. (Pubblicato a puntate su AHIDA https://www.ahidaonline.com/ ) – L. Borrelli, Libellule nella rete , Zona 42, Modena 2023. 6: Philip K. Dick, Guaritore galattico , Fanucci, Roma. VI. Science‑Fiction After the Death of Science‑Fiction « I say that one must be very young to play all those financial games without thinking even for a second about interest and consequences. Capitalism works exactly like that—grab an opportunity and react as fast as possible. It is a completely abstract thought that young people love because they find it fun. Thus, in a very strange way, a large part of our future is in the hands of youths who are playing with it without thinking too much. It sounds like science‑fiction, but on the other hand we are in science‑fiction ». - Isabelle Stengers¹ In a 2009 article Antonio Caronia declared the disappearance of science‑fiction, «SF is dead, long live SF!» causing a scandal among genre enthusiasts and even among close friends: «The popular‑literature genres are, more than others, contingent historical phenomena that are born and die in symbiosis with social processes. Science‑fiction therefore died at the moment society could no longer design its own future; however, its themes, narrative strategies, and discursive modes have already been migrating in recent years into the productions of the new cultural industry, into the new genres already living in literature, cinema, video games, from fantasy to noir».² The end of science‑fiction marks the end of an era. To speak of multiplication, diversification, branching - that is, of what underlies the idea of migration - we would have to re‑contextualize this whole pollution in today’s world. No specialized criticism is doing that, because it is too caught up in a presumed continuity with the past, even though reality - as Caronia always said - has precipitated the entire sky of imagination onto us. Today, as a genre, it has completely lost its twentieth‑century function, which we will not tire of reiterating: to be a device capable of accompanying humanity through a phase dominated by the exponential rhythm of technoscientific innovation. It is therefore a bridge device, a passage. Contemporary SF is labeled as such for reasons that may be purely commercial and convenient, or ideologically driven, to construct specific imaginaries: solarpunk, accelerationism, possible escapes to other planets to save us from climate catastrophe, the idea that the very technology leading us to destruction might also save us, etc. More dangerously, there is the barely noticed notion of a continuity with the past to keep alive the idea of progressivism (inherited from modernity) that looks to the future believing it can be governed by anticipating it - thus establishing a new form of the old ideology of domination and possession through knowledge. The experience of a magazine (and collective) like Un’Ambigua Utopia in the ’70s was to highlight and keep open as much as possible the fracture of the modern‑imaginary crisis, which peaked precisely in those years. Destroying science‑fiction was the editorial/manifesto of the first issue. Hence Caronia’s declaration of SF’s death: SF did not evolve into something else but scattered across the real world, building worlds that Donna Haraway calls «practices of modeling, risky co‑creations, speculative fables - adding that - today SF is an acronym that stands for F antascienza, F emminismo Speculativo, F abula Speculativa, F atto Scientifico ».⁴ SF has become an acronym - a dangerous game that keeps the problem in view. This does not build or reconstruct a genre; it certifies a practice of reviving thought activity as imagination. It discards the imaginary inherited from previous devices. Haraway had already prepared us for this with her cyborg becoming, essentially, an invitation to become what we have always been: cyborgs. Today, in speculative fables - two of which we presented in Torchiera : Cronache del Boomernauta by Giorgio Griziotti and Libellule nella rete by Loretta Borrelli⁵ - boundaries between human and non‑human, individual and collective, self and other, rationality and irrationality are measured not to eliminate or ratify them but to make them porous and to assume responsibility for their possible modifications. Thus, we acquire a new consciousness, a new way of thinking, a new form of life. Yes, science‑fiction is truly finished because it has become reality. The invitation today, to still do science‑fiction, is to read it backwards, from another perspective. Remap it and re‑signify it in a new collective human‑as‑well‑as‑non‑human path, as in that Philip K. Dick novel where the protagonist must, for a collective undertaking, negotiate with various alien species, including beings he once ate on Earth⁶. Notes: 1 I. Stengers, Una cosmopolitica - rischio, speranza, cambiamento in M. Zournazi, Tutto sulla speranza, Moretti & Vitali, Bergamo 2013; 2 On Hamelin magazine n. 22, marzo 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_ 3 The uniqueness of an experience like Un'Ambigua Utopia is well exemplified by the words of Antonio Caronia, recently found in an audio recording (an old cassette containing part of a 1979 editorial team brief, amid other tracks of diverse topics): «Of course, it's a magazine that was born from passionate people about scifi – that's fair – since its start it had an alien profile, completely opposite, different, with a singular glossary – on another level – to any experience of Italian fandom, and let's add American – as far as we know – even though we know that recently there are US magazines halfway between, let's say, traditional fandom and our experience». Find the full track here: https://www.youtube.com/watch?v=PPPEZGZZ_24 4 D. Haraway, Chthulucene , Nero, Rome 2019; 5 G. Griziotti, Cronache del boomernauta , Mimesis, Milan 2024. (Published in istallments on Ahida magazine https://www.ahidaonline.com/ ) – L. Borrelli, Libellule nella rete , Zona 42, Modena 2023; 6 P. K. Dick, Guaritore galattico , Fanucci, Rome 2016.

  • konnektor

    Il ritmo della lotta NO KINGS Thomas Berra Il testo riflette sull’esperienza della due giorni bolognese <>, interpretata come apertura di uno spazio politico nuovo, non proprietario, capace di avviare un processo confederale a partire dalle città in chiave europea. In un contesto segnato dalla crisi della democrazia liberale e dall’intreccio tra capitalismo digitale, autoritarismo e produzione bellica – incarnato in Italia dal governo Giorgia Meloni – gli autori sostengono che una postura meramente difensiva sia insufficiente. Propongono invece una convergenza ampia tra soggetti sociali, lavoro, conoscenza e tecnologia, per sottrarre infrastrutture e potere ai <> contemporanei. La risposta non può essere nazionale, ma deve fondarsi su una confederazione di città ribelli, capace di agire su scala europea e globale. Il movimento <> viene così indicato come ritmo politico condiviso e occasione per trasformare l’onda della mobilitazione in organizzazione stabile. La due giorni di Bologna O Re o Libertà ha aperto uno spazio politico non proprietario che ora va fatto crescere, tenendo vivo l’effetto onda che ha generato. L’ipotesi — che il processo confederale parta dalle città guardando all’Europa — è stata confermata: migliaia di persone hanno trasformato quello spazio in un luogo di organizzazione all’altezza delle contraddizioni che abbiamo davanti, e in cui discuterle insieme. È stato qualcosa di raro, ma necessario: uno spazio reale, percepito come tale anche da chi vi si affacciava per la prima volta. Questo si è reso possibile perché è stato il frutto di percorsi di convergenza reale che hanno scommesso nell’aprire qualcosa di nuovo. Viviamo un passaggio in cui le vecchie certezze della politica non producono più rottura. Difendere diritti, costituzioni e pace è necessario ma insufficiente: una linea solo difensiva arretra ogni giorno. Mentre proteggiamo le conquiste passate, nuovi poteri ridisegnano il mondo con mezzi economici, tecnologici e militari, servendosi anche dei fascisti. Se lasciamo a loro il monopolio di algoritmi, infrastrutture e capitale senza porci il problema di come prenderli, ogni difesa si indebolisce e consegniamo a loro i mezzi per riscrivere i diritti della nuova epoca. Questa dinamica moltiplicata su scala globale produce una guerra civile permanente, in cui combattono stati, grandi compagnie, imperi e sotto-sistemi. La questione non è solo resistere, è intervenire nella produzione del futuro, cioè pensare oltre la democrazia liberale. “ Together”  è un metodo da mettere a terra nei prossimi mesi: confederare città, lotte e soggetti sociali e politici, unire intelligenza umana e macchine, lavoro, cultura e produzione artistica, allargando il campo a lavoratorx, precarx e mondi della conoscenza. I confini tra politica, scienza e conflitto sociale sono già saltati: solo una convergenza ampia può reggere l’urto del presente e ingaggiare il futuro; disertando il governo della fiamma e quello della portavoce del capitalismo finanziario europeo, rimanendo però al fianco delle popolazioni civili in lotta. Di fronte a noi, il governo Meloni non è un’anomalia isolata. È la versione italiana di una trasformazione in cui capitalismo digitale, produzione bellica e autoritarismo si rafforzano a vicenda. È un fatto materiale: città finanziarizzate, welfare che arretra, servizi che si deteriorano mentre crescono spazi esclusivi e privatizzati. Senza organizzazione rischiamo di essere schiacciati dai padroni che vogliono prendersi tutto. La scelta è politica: macchine di controllo e guerra o tecnologie per un progetto ecologico, transfemminista e democratico. Non esiste neutralità tecnologica: per avere le seconde bisogna sottrarre le prime ai Re. Per questo la democrazia deve ripartire dal basso. La proposta trova il suo baricentro nelle città, confederate in Europa contro l’internazionale nera dei big tech, degli oligarchi e dei padroni delle città. Qualsiasi progetto solo nazionale è insufficiente. Serve una confederazione di città ribelli capace di competere su scala europea, costruendo autonomia dalla forma Stato. Nel nazionalismo si soccombe, nell’autarchia locale si resta irrilevanti. La conoscenza attraversa confini e si coagula nelle metropoli: è lì che può nascere una forza reale. Questa forza ha già una geografia. Attraversa le resistenze urbane europee, da Budapest a Kiev, da Zagabria a Bruxelles, parla con Londra e New York, guarda al coraggio delle rivolte in Iran e all’esperimento ecologico e femminista del Rojava. In molti luoghi la scelta è già radicale: libertà o morte. Da qui al 28 marzo dobbiamo trasformare questo battito in organizzazione. Il ritmo è accelerato: o lo abitiamo insieme o ci travolge: abbiamo fatto sponda con il together di Londra, ora Minneapolis chiama il No Kings Day proprio il 28 marzo. Non è folklore internazionale, è sincronizzazione politica. È il segno che esiste una temporalità comune delle lotte, in un mondo che si trasforma. Dalle città ribelli, nella lotta di classe di questo passaggio epocale, può nascere una proposta capace di chiudere definitivamente con il vecchio mondo. No Kings ha aperto una strada. Ora serve riempirla: milioni di persone in movimento, insieme, per dare una spallata reale al governo della fiamma tricolore. Non abituiamoci più a perdere, questo è il ritmo europeo dei No Kings. Together! I municipi sociali di Bologna, noti anche come "municipi zero" o spazi autogestiti, operano come centri di mutualismo, cultura e politica dal basso. Il principale esempio è  Làbas  che offre sportelli casa, lavoro, consulenza legale e salute popolare. Anche il  TPO  (Teatro Polivalente Occupato) è un centro attivo in ambito culturale e politico.

  • scienza e politica

    Giocare con il fuoco Michael J. Maloney Il testo prende avvio dalle riflessioni di Graham D. Burnett, docente alla Università di Princeton, che descrive l’intelligenza artificiale come una “nuova creatura” capace di competenze enciclopediche e di trasformare profondamente le scienze umane attraverso una co-produzione dinamica del sapere. Se da un lato l’IA accelera e densifica la ricerca, mettendo in discussione l’autorità epistemica dell’umano, dall’altro richiede una costante regia critica per evitare interferenze e dipendenze. Il testo amplia poi lo sguardo agli ambiti scientifici e soprattutto politico-militari, denunciando l’uso dell’IA nei conflitti – dalla guerra in Ucraina alle operazioni di Israele – e il ruolo di aziende come Palantir Technologies. Ne emerge il rischio di una “necropolitica computazionale”, in cui l’IA diventa infrastruttura di dominio e automazione della violenza. A questi link è possibile trovare il primo , il secondo e il terzo articolo sul tema dell'intelligenza artificiale dello stesso autore. La citazione che segue è tratta da un articolo intitolato Le scienze umane sopravviveranno all’intelligenza artificiale? di Graham D. Burnett 1 , storico delle scienze e saggista statunitense, che insegna all’Università di Princeton. Dopo aver sperimentato a lungo l’IA personalmente e averla fatta utilizzare ai suoi studenti in compiti in classe con risultati sorprendenti («Leggere i risultati, sul divano del mio soggiorno, si è rivelata l’esperienza più profonda della mia carriera di insegnante… ho avuto la sensazione di assistere alla nascita di un nuovo tipo di creatura»), Burnett arriva a questa considerazione: Sono un essere umano che legge e scrive libri – formato in una quasi monastica devozione allo studio canonico della storia, filosofia, arte e letteratura. Ma già ora, le migliaia di volumi che riempiono il mio ufficio iniziano a sembrare reperti archeologici. Perché usarli per rispondere a una domanda? Sono così inefficienti, così eccentrici nei loro percorsi. Ora posso avere una conversazione lunga e personalizzata su qualsiasi argomento mi interessi, dall’agnotologia alla zoosemiotica, con un sistema che ha effettivamente raggiunto la competenza da dottorato in ciascuno di essi. Posso costruire il «libro» che voglio in tempo reale, reattivo alle mie domande, centrato sul mio interesse, sintonizzato con lo spirito della mia ricerca. La cosa stupefacente è che la produzione di libri come quelli sugli scaffali – frutto di anni o decenni di lavoro – sta rapidamente diventando questione di prompt ben congegnati. Il punto non è più «possiamo scriverli?»; sì, possono essere scritti all’infinito, per noi. Il punto è: vogliamo ancora leggerli? La testimonianza del professore «liberal», che non si fa alcuna illusione sulle finalità estrattive dell’IA, mette in evidenza come, negli scambi con i ricercatori di Scienze Umane, essa porti non solo una finezza linguistica nella manipolazione dei pattern, ma anche una portata enciclopedica. Burnett ne conclude che questo cambierà in profondità le Scienze Umane. Impatti analoghi si osservano in innumerevoli campi di ricerca e attività umane. Un esempio significativo riguarda la biologia strutturale: l’IA ha permesso di determinare la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine in pochi anni, mentre con la cristallografia a raggi X in decenni se ne erano identificate solo decine di migliaia – un salto che ha implicazioni decisive per la comprensione dei meccanismi biologici e lo sviluppo farmaceutico 2 . Tornando alle scienze umane, Burnett è meravigliato dal prodotto di questa nuova «creatura» nata dall’interazione fra le due entità, e al tempo stesso è un po’ preoccupato per la rimessa in discussione dell’autorità epistemica dell’umano nel suo campo di ricerca. Ricercatori come Burnett e i suoi allievi, impegnati in ambiti altamente specializzati, riescono a co-produrre con l’IA risultati difficilmente ottenibili altrimenti, non solo per la finezza linguistica, ma anche per la capacità di mobilitare istantaneamente un patrimonio concettuale e terminologico che nessuna enciclopedia, nemmeno online, potrebbe fornire in modo altrettanto dinamico e situato. Il risultato è sempre l’esito di un’interazione, e specialmente in un contesto di ricerca, la co-produzione è in qualche modo equilibrata e può essere arricchente e proficua, perché negarlo? Non si può analizzare una tecnologia come l’intelligenza artificiale senza averla sperimentata dall’interno. È nell’interazione che si producono i suoi effetti e la conoscenza stessa. Per questo ho scelto di impiegarla a fondo anche nella scrittura di questo saggio, mettendone alla prova funzionamento e limiti. L’esperienza conferma quanto detto: il chatbot si rivela efficace nel reperire informazioni e, in parte, nell’editing, per affinare il linguaggio, ma con la tendenza a generare ridondanze che richiedono continua vigilanza e pulizia. Il confine tra aiuto e interferenza resta sottile, e il lavoro di discernimento è insostituibile. Allo stesso tempo, quando l’interazione è guidata con istruzioni dettagliate e strutturate sui contenuti e sullo stile richiesto, l’IA non si limita a correggere o fornire dati: può accelerare e densificare un’intuizione già in atto, mettendola subito in gioco attraverso esempi pertinenti, variazioni argomentative e una notevole ampiezza espressiva. Qui emerge quello che potremmo chiamare un effetto Burnett : una capacità enciclopedica di rintracciare rapidamente riferimenti e connessioni che non sarebbero immediatamente accessibili, redigendole nello stile richiesto. Questo saggio è dunque una co-produzione, come qualsiasi altro artefatto. L’impressione che ne ricavo non è di aver risparmiato tempo e fatica, ma eventualmente di aver guadagnato in densità argomentativa – anche se il giudizio spetta ai lettori. Tutto questo vale però solo finché si è in grado di mantenere effettivamente la regia critica dell'interazione – ed è proprio questa capacità che non può essere data per scontata. La situazione è diversa negli usi generalisti dell’IA, come quelli elencati in precedenza, destinati a diffondersi tra la maggioranza della popolazione. Oltre a funzionare come veri e propri giacimenti da cui le global platform continuano a estrarre il petrolio cognitivo, per loro stessa natura producono una forma di dipendenza individuale e collettiva ancora più profonda e pervasiva. La questione però non si ferma all’estrazione di valore o alla dipendenza cognitiva. Quando sistemi algoritmici acquisiscono il potere di automatizzare decisioni su larga scala – su chi sorvegliare, chi escludere, chi designare come bersaglio – entriamo in un territorio radicalmente diverso: quello della necropolitica computazionale. L’IA diventa infrastruttura letale della violenza politica e militare: droni autonomi che, già oggi nella guerra in Ucraina, nella fase finale dell’attacco operano senza connessione umana 3 , mine vaganti intelligenti, e sciami di dispositivi coordinati a cui viene delegato il diritto di vita e di morte. Ci viene ripetuto che, oltre a fornire «comfort individuale», l’IA attuale rivoluzionerà tutti i campi della tecnoscienza, in particolare quelli legati alla vita e al vivente (biologia, medicina, ecc.). Ma ciò che vediamo avanzare, se non riusciremo a bloccarlo, non sono progressi per la cura e la conoscenza, bensì per la guerra e la morte. Hitler e il nazismo avevano ideato e realizzato il genocidio di milioni di persone attraverso i mezzi pesanti del capitalismo industriale: dai treni della morte ai campi di sterminio, fino alle camere a gas. Oggi, un altro regime criminale – quello dello Stato di Israele – grazie soprattutto alle complicità attive dell’imperialismo statunitense e dei suoi vassalli dell’UE, ricorre sistematicamente all’intelligenza artificiale per attuare il genocidio del popolo palestinese. Sistemi d’IA come Lavender e Where’s Daddy ? hanno registrato solo nei due primi anni di guerra almeno 37.000 palestinesi come sospetti militanti, trasformando le loro case in obiettivi per attacchi aerei 4 . Secondo ufficiali dell’intelligence israeliana coinvolti direttamente nell’uso di questi sistemi durante la guerra a Gaza, il personale umano fungeva solo da «timbro di approvazione», dedicando spesso solo 20 secondi a ciascun obiettivo prima di autorizzare un bombardamento. Dalle migliaia di cercapersone e dispositivi Hezbollah fatti esplodere in modo coordinato dal Mossad, all’automazione delle decisioni di morte che hanno prodotto decine di migliaia di vittime civili, emerge l’impiego genocidario dell’IA come vera e propria kill-chain algoritmicamente guidata. Nel luglio scorso il Pentagono ha affidato a Palantir di Peter Thiel (un’ex start-up da più di 400 miliardi di dollari) un contratto da 10 miliardi, che delega irreversibilmente a un’azienda privata funzioni di comando, monitoraggio e analisi militare, segnando un vero trasferimento di sovranità alle logiche aziendali e algoritmiche. E non si tratta di un’azienda qualsiasi, Peter Thiel, grande elettore di JD Vance, è un ideologo del tecnofascismo per cui «la libertà non è più compatibile con la democrazia». Esiste ormai una cartografia 5 che mostra come i techno-oligarchi statunitensi stiano investendo e infiltrando le istituzioni nazionali – dal «Ministero della guerra» alle polizie speciali come l’ICE – trasformandole in un complesso autoritario in cui l’intelligenza artificiale diventa strumento di repressione e, se necessario, di annientamento. Un’evoluzione resa ancora più inquietante dal fatto che l’amministrazione statunitense tende ormai a ridefinire come «terroristiche» le forze sociali e politiche antagoniste, integrando la guerra interna e quella esterna in un medesimo dispositivo algoritmico di dominio. Nelle mani dei regimi cybernazisti – come quello israeliano (Israele, nonostante l’esiguità di popolazione e territorio, è da tempo una delle prime potenze mondiali delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e, soprattutto, degli Stati Uniti – queste megamacchine appaiono destinate non solo a governare le nuove modalità di estrazione di valore e l’organizzazione totalitaria del lavoro sociale, ma anche ad aprire la strada a forme di violenza strutturale e tecnologicamente mediate del tutto inedite: genocidi algoritmici e accelerazione del caos ecologico, che non solo si sommano ai mezzi distruttivi tradizionali, ma sono persino in grado di guidarli e potenziarli. Una violenza fondata su infrastrutture di sorveglianza, decisioni automatizzate e pratiche di deresponsabilizzazione umana, che proprio per questo diventa più «efficiente», replicabile e difficilmente imputabile. 1 Burnett, D. Graham, Will the Humanities Survive Artificial Intelligence? , « The New Yorker» , 26 aprile 2025. Ringrazio Tiziana Terranova per avermi segnalato questo articolo, così come quello di Colin Fraser citato in precedenza. 2 Il riferimento è ad AlphaFold (DeepMind/Google), sistema basato su reti neurali per la predizione di strutture proteiche – non un’IA linguistica come i Large Language Models, ma un’IA specializzata in biologia molecolare. Ringrazio Gianfranco Pancino per questa segnalazione. 3 Ukraine: sur le champ de bataille, l’IA décuple la précision des frappes , « Le Monde» , 14 novembre 2025, https://www.lemonde.fr/international/article/2025/11/14/ukraine-sur-le-champ-de-bataille-l-ia-decuple-la-precision-des-frappes_6653426_3210.html . L’articolo documenta come i droni militari dotati di IA diventino completamente autonomi nella fase finale dell’attacco, quando perdono la connessione con gli operatori umani, rendendo impossibile interrompere l’operazione letale. 4 Lavender identifica sospetti militanti, mentre Where’s Daddy? li localizza nelle loro abitazioni per assassinarli insieme alle famiglie – un nome di terribile cinismo che trasforma l’intimità domestica del «dov’è papà?» in algoritmo di sterminio familiare. L’influenza dell’IA è stata tale che i militari trattavano i risultati «come se si trattasse di una decisione umana». Cfr. I sistemi di intelligenza artificiale che dirigono i raid di Israele a Gaza , valori.it , 4 maggio 2024, https://valori.it/intelligenza-artificiale-gaza-israele/ 5 Fonte https://www.authoritarian-stack.info/

  • konnektor

    Dopo il Rojava Pizo Meyer La situazione di instabilità permanente nella Turchia orientale e nella Siria settentrionale, unita alle mutevoli strategie degli Stati Uniti, di Israele e della Turchia nell’intera zona, e l’emergere di un nuovo potere politico a Damasco hanno condannato il destino del Rojava come entità politica curda dotata di un’intensa vocazione democratica e costituente, un evento che riporta la causa curda sul filo del rasoio geopolitico. L’accordo di cessate il fuoco raggiunto la scorsa settimana (30 gennaio) tra il governo siriano di al-Sharaa e le Forze Democratiche Siriane (FDS), guidate dai curdi, e salutato dagli Stati Uniti come «una pietra miliare storica nel cammino della Siria verso la riconciliazione nazionale», rappresenta una grande vittoria per Damasco. Significa anche la fine del Rojava come enclave curda autonoma nel nord-est del Paese. I colloqui tra il governo di al-Sharaa e i leader delle FDS, per concordare l’integrazione delle strutture politiche e militari del Rojava in quelle del nuovo Stato centrale, sono iniziati poco dopo la destituzione di Assad nel dicembre 2024. Tuttavia, nessun accordo era stato raggiunto e, dopo la scadenza del termine per il completamento del piano di integrazione nel dicembre 2025, Damasco ha deciso di imporre con la forza ciò che il processo diplomatico non era riuscito a ottenere fino a quel momento. Lo scorso 6 gennaio, le truppe governative siriane hanno attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, un’enclave isolata controllata dalle FDS nel centro della Siria. L’esercito siriano ha anche attaccato la debole posizione delle FDS lungo l’Eufrate, nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Deir-ez-Zor, provocando significative defezioni arabe. Infine, l’offensiva su larga scala contro il Rojava ha costretto le FDS a ritirarsi nei territori a maggioranza curda. Ulteriori violenze sono state evitate grazie a un cessate il fuoco temporaneo. Ora, in base ai termini della tregua, le FDS dovrebbero essere integrate nell’esercito siriano in tre brigate e gli organi di governo curdi fusi con le istituzioni statali. Secondo le informazioni disponibili, le forze di sicurezza del Ministero dell’Interno hanno iniziato a entrare nelle città di Hasaka e Qamishli, controllate dalle FDS. L’esistenza del Rojava come spazio semiautonomo, dotato di una risonanza simbolica su scala mondiale – per la liberazione delle donne, senza precedenti nella Regione, e per l’autogoverno democratico di un popolo oppresso – dipendeva da circostanze uniche. Le FDS, che al loro apice controllavano più di un quarto della Siria, compresi i suoi principali giacimenti petroliferi, si sono formate nel contesto della guerra civile siriana, durante la quale le unità militari affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno iniziato a prendere il controllo delle zone prevalentemente curde del nord della Siria. Le FDS vere e proprie sono nate nel 2015, dopo che i combattenti curdi hanno difeso con successo la città di Kobane dall’assalto dei militanti dello Stato Islamico (ISIS) con l’aiuto di un ponte aereo statunitense, segnando l’inizio di un’alleanza con Washington che dura ormai da dieci anni. Il Rojava non si è unito alle principali forze di opposizione, che considerava jihadiste e nazionaliste, e ha persino avviato negoziati con Assad, senza mai raggiungere un accordo. Dopo la battaglia di Kobane, gli Stati Uniti hanno armato e addestrato le FDS, delegando alla forza guidata dai curdi la guerra contro l’ISIS garantendosi in questo modo un presidio nel Paese devastato dalla guerra. Il sostegno statunitense ai curdi, sempre «temporaneo, tattico e  transazionale», non è mai stato un accordo solido. Washington ha chiuso un occhio su una serie di operazioni militari turche che hanno ridotto il territorio e l’unità della regione autonoma da parte delle forze curde. Ankara considerava il Rojava una grave minaccia alla sicurezza nazionale, temendo che i progressi lì ottenuti si estendessero oltre il confine siriano. La precarietà del sostegno statunitense è diventata evidente con la caduta di Assad, evento che ha alterato radicalmente gli equilibri geopolitici, di cui i curdi avevano temporaneamente beneficiato. Gli Stati Uniti hanno espresso immediato sostegno ai nuovi jihadisti, convertiti in democratici, insediatisi a Damasco. La fragile aura egemonica del regime siriano guidato dall’ex comandante di Al Qaeda si è indebolita per i massacri commessi contro gli alauiti nell’ovest e contro i drusi nel sud nella primavera e estate del 2025. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno raffreddato la loro posizione nei suoi confronti, non certo per motivazioni di ordine etico, ma per timore che il governo di al-Sharaa si rivelasse troppo debole per controllare le milizie attive nel Paese e per garantirne la stabilità. In questo contesto, la strategia di Washington sembra essere ancora una volta quella di destreggiarsi tra i diversi attori per favorire il loro reciproco riequilibrio. I negoziati tra il governo siriano e le FDS sembravano inizialmente pendere leggermente a favore dei curdi: i rapporti  disponibili nel mese di ottobre propendevano per un rafforzamento del governo regionale curdo e il mantenimento delle strutture della FDS, ma i calcoli erano già cambiati nel mese di dicembre. Le informazioni disponibili non suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano esplicitamente dato il via libera alla successiva escalation militare di Damasco, ma neppure che l’abbiano ostacolata, posizione peraltro abituale dell’alleato americano: se fallisci, è un tuo problema; se hai successo, ti copriamo le spalle. Il successo dell’assalto delle forze di al-Sharaa ha cambiato decisamente l’equilibrio delle forze. Dopo l’incursione, l’inviato speciale degli Stati Uniti, Tom Barrack, ha dato il colpo di grazia all'«alleanza contro l’ISIS»: il ruolo delle FDS era da considerarsi «in gran parte scaduto», poiché il «governo siriano era pronto ad assumersi le responsabilità in materia di sicurezza». Con un nuovo governo centrale siriano al comando del Paese, che ora sembrava ricettivo agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati, Washington non aveva più motivo di sostenere un alleato alternativo in Siria. Se questo è un tradimento, è stato un tradimento assolutamente prevedibile, perché si tratta e si è trattato di una coerente politica estera imperialista. Non è stata solo Washington a far pendere l’ago della bilancia a sfavore delle forze curde. Dall’istituzione del governo di transizione a Damasco, gli interessi di Israele, Turchia, Siria e Stati Uniti – discussi in una serie di incontri tenutisi all’inizio del 2026 volti a spianare la strada verso nord-est a  al-Sharaa – hanno trovato un punto d’incontro, superando le precedenti divergenze che consentivano l’indipendenza del Rojava. Israele ha firmato un patto di sicurezza con il nuovo regime siriano, negoziato dagli Stati Uniti, che ha ridotto il suo interesse a utilizzare i curdi per mantenere una pressione su Damasco; la Turchia ha manifestato la sua intenzione di allontanarsi ulteriormente dalla  Russia , il che ha ammorbidito la posizione degli Stati Uniti nei confronti delle ingerenze turche in Siria. Infatti, la Turchia ha esercitato una significativa inflluenza nel riorientare le scelte di Damasco nei confronti delle FDS. A partire da dicembre, il Ministero della Difesa turco e il Ministro degli Affari Esteri, Hakan Fidan, hanno lanciato esplicite minacce militari contro le FDS accompagnate da forti rassicurazioni di sostegno allo Stato siriano nel caso di suo intervento.  Al-Sharaa ha goduto a lungo del sostegno di Ankara, in modo esplicito sin dalla sua blitzkrieg contro il regime indebolito di Assad alla fine del 2024. Le relazioni della Turchia con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), con cui è in conflitto da decenni, rappresentano un contesto significativo per quanto sta accadendo in territorio siriano. Dall’altra parte del confine turco. I negoziati tra le due parti sono in corso da oltre un anno, su iniziativa dello Stato turco, forse nella speranza di sfruttare in un modo o nell’altro la nuova dinamica scatenatasi in Siria, con l’obiettivo di costringere il PKK e le FDS, che considera una loro estensione, a disarmarsi e a sciogliersi. Erdoğan stesso potrebbe avere interessi più limitati: conquistare gli elettori e i deputati curdi attraverso un riconoscimento simbolico per prolungare il suo mandato. Da parte sua, il PKK è evidentemente entrato nel processo di pace sulla base di un calcolo realistico dei rapporti di forza esistenti nella Regione, poiché la diplomazia è forse il mezzo più idoneo a garantire i diritti che lo legittimerebbero come attore sociale e politico. Nel frattempo, lo smantellamento del Rojava, risorsa vitale per il movimento curdo in generale, nonché un’influenza extraterritoriale cruciale per il PKK, ha costituito un tassello fondamentale delle ambizioni turche di ottenere una «Turchia libera dal terrorismo». È difficile valutare quali effetti avranno gli eventi in Siria sui negoziati. Alcuni ritengono che si tratti del colpo definitivo al PKK, ma non bisogna dimenticare che il partito ha subito battute d’arresto peggiori nella sua storia, in particolare durante il periodo di sconfitta organizzativa e militare e di disorientamento registrato nel decennio 2000, dopo l’incarcerazione del suo leader Abdullah Öcalan. Quale altra strategia alternativa avrebbe potuto eventualmente seguire il Rojava? Fin dall’inizio era chiaro che la finestra di opportunità per l’autogoverno non sarebbe rimasta aperta per sempre e che il Rojava non aveva affatto il potenziale necessario per diventare un attore regionale a pieno titolo. Le FDS avrebbero potuto raggiungere un accordo con Assad, scegliendo di lottare per ottenere un maggiore riconoscimento all’interno di una Siria integrata, riducendo così la possibilità che i jihadisti prendessero il potere? Oppure, destituito Assad, le FDS avrebbero potuto raggiungere un qualche tipo di accordo con i nuovi governanti di Damasco senza insistere su un cambiamento costituzionale e accettando lo status quo raggiunto nel dicembre 2025, evitando l’escalation militare e di ritrovarsi in una posizione molto indebolita nel successivo accordo? I leader del PKK erano consapevoli dell’approccio strumentale di Washington. Sono stati poco proattivi nel coltivare alleanze strategiche alternative? E perché il Rojava non è stato evidentemente in grado di esercitare una influenza egemonica sulle zone a maggioranza araba? È imperativo discutere queste e altre questioni simili in modo autocritico, non per perdersi in ipotesi controfattuali e recriminazioni, ma per trarne insegnamenti per le sfide che ci attendono. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review , rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Si consiglia di leggere  Alp Kayserilioglu, «Pillola amara per le forze  curde», «Il terremoto dello Stato in  Turchia» e «Rinascita repubblicana in Turchia? », El Salto . Cihan Tuğal, «La Siria nelle mani di Erdoğan? », Diario Red , e «La resilienza di  Erdoğan» e «Rinascita turca? », El Salto , e «La Turchia al bivio? », NLR  127 e «Islamisti della  NATO» NLR  44. Daniel Finn, «Le fogne di  Erdoğan» e Cengiz Gunes, «La nuova sinistra  turca», NLR  107. Lorenzo Trombetta, « Stati Uniti abbandonano i curdi siriani per al-Shara'a  », Limes , 20 gennaio 2026. Si consiglia di leggere Alp Kayserilioğlu, Píldora amarga para las fuerzas kurdas (El Salto, 4 aprile 2024); El terremoto del Estado en Turquía (El Salto, 23 febbraio 2023). ¿Renacimiento republicano en Turquía? (El Salto, 16 maggio 2023). Cihan Tuğal ¿Siria en manos de Erdogan? (Diario Red, 9 dicembre 2024); La resiliencia de Erdoğan (El Salto, 30 maggio 2023). ¿Renacimiento turco? (El Salto, 20 maggio 2023); Turkey at the Crossroads? (New Left Review 127, Gen/Feb 2021); Nato’s Islamists (New Left Review 44, Mar/Apr 2007). Daniel Finn e Cengiz Gunes, Erdoğan’s Sewers (New Left Review / Sidecar, 20 febbraio 2023). Cengiz Gunes, The New Turkish Left (New Left Review 107, Set/Ott 2017). Lorenzo Trombetta, Stati Uniti e Russia scaricano i curdi per al-Shara'a (Limes, 20 gennaio 2026).  ● Traduzione di Elisabetta Galasso

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    Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: La Governance quantistica e Le Tecnologie degli affetti Multispecie DeeP_Bloo_M3x1-KO Il Progetto Man2Man Il Boomernauta racconta la nascita di Man2Man in seno alla Gov Q. L’obbiettivo del progetto era di arrivare a un livello di padronanza e di controllo delle soggettività tali da indurre le grandi masse a lavorare contro il loro interesse per permettere alle élite di sottrarsi al caos terrestre fuggendo nello spazio. Il progetto Man2Man sarebbe partito dalle acquisizioni ed esperienze del neurocapitalismo, che aveva aperto la strada alle manipolazioni di massa delle emozioni e degli affetti. Modalità delle grandi opere, capillarità di sensori disseminati ovunque, algoritmica e potenza di calcolo quantistica erano i principali ingredienti del piano operativo. Nel passato economisti della Gov Neolib, ricercatori e soprattutto i team di punta delle grandi piattaforme avevano già lavorato a fondo sulla valorizzazione delle emozioni. Si trattava di tecniche talvolta efficaci, ma ancora rudimentali e spesso basate solo sui segni comportamentali o somatici tipici della specie umana. Lo scopo di ottenere prevedibilità e conseguente valorizzazione economica veniva poi raggiunto usando opportunamente i big data e le tecniche di neuromarketing derivate da quegli studi. Nei tempi neolib i premi Nobel di economia venivano talvolta propinati a ricercatori che, proclamandosi libertari paternalisti, avevano inventato i concetti dell’economia comportamentale e i nudge , la cosiddetta spinta gentile  a obbedire senza rendersene conto 1 . In quell’epoca la trovata dei nudge venne illustrata dall’esempio della mosca finta posta negli orinatoi di Schiphol 2  che, attirando l’attenzione degli utenti, impediva di pisciare fuori dalla preziosa tazza ready made di Duchamp e quindi permetteva sostanziali economie nelle spese di pulizia. Raramente si era trovato luogo più appropriato per spiegare un raffinato e altamente premiato concetto di economia che si iscrivesse perfettamente nella continuità delle procedure di controllo neurocapitalista occulto. Lo zoccolo di Man2Man  si basava su tre dispositivi fondamentali. Il primo mirava a raccogliere il minimo palpito della grande maggioranza dei miliardi di umani e di buona parte dei nonumani di Gaia, il secondo era di mettere in campo una potenza di calcolo quantistica e convenzionale in grado d’utilizzare l’inverosimile quantità di dati prodotti a ogni istante. Il terzo dispositivo, quasi tutto da inventare, prevedeva una capacità d’azione anche in tempo reale sulla base dei dati raccolti delle elaborazioni effettuate. L’obbiettivo era di arrivare a una gestione algoritmica globale e di fine precisione di affetti ed emozioni. I techno-tycoon la chiamavano intelligenza artificiale e, soprattutto, molto artificialmente orientata dal punto di vista politico. Secondo loro questo avrebbe permesso di dare un nuovo impulso alle vecchie procedure del neurocapitalismo. Quest’ultimo era arrivato all’apice nell’epoca d’oro delle global Platform dei techno-tycoon, ma poi era cominciato il declino proprio nei due grandi Imperi, quello di Mezzo  col fallimento del progetto Lunga Primavera  e quello di Sbieco  con le sindromi dissociative che avevano colpito la popolazione. Ovviamente non c’era bisogno di ricominciare tutto da zero, si sarebbero potuti utilizzare i concetti, le procedure già sperimentate e soprattutto l’inverosimile quantità di bot, di spie, di sensori, di oggetti connessi di ogni tipo che già reticolavano la biosfera in cielo, terra e mari e che sarebbero stati ulteriormente potenziati e sviluppati. Questa sarebbe stata la base da cui partire con un nuovo paradigma tecnologico. Man2Man  venne lanciato nel più grande segreto. Ovviamente non si voleva con questo penalizzare l’iniziativa privata e le multinazionali, ma piuttosto approfittare del progetto per riorganizzare l’assetto generale e i centri di potere. In modo speculare e opposto ai sostenitori del Capitalocene, la Gov Q pensava che, una volta ripreso il controllo delle popolazioni, sarebbe poi stato più semplice far fronte alla malattia di Gaia, che loro non riconoscevano e definivano in modo asettico e astratto con definizioni tipo problema ecologico  e cambiamento climatico . Nel passaggio avrebbero anche neutralizzato se non proprio la Sfera Autonoma  almeno i movimenti che si agitavano in essa, come importante obbiettivo collaterale. All’interno della Gov la WorldForce  (WF) aveva preso la direzione del progetto che sarebbe stato coordinato con i centri di ricerca privati e nella maggior parte segreti, detenuti dalle piattaforme dei techno-tycoon. Se del progetto Manhattan restavano l’aura di mistero e la vastità, la WF  si era piuttosto ispirata a ARPANET per mettere a punto un apparato globale in grado di gestire nuove modalità emozionali e affettive. ARPANET, la rete militare da cui era derivato Internet, era stato un progetto lanciato dalla Defense Advanced Research Project Agency (DARPA) l’agenzia militare USA per lo sviluppo di nuove tecnologie a uso bellico durante il periodo della guerra fredda. In quell’occasione DARPA aveva fatto ricorso alle grandi università per inventare una vasta rete elettronica, resiliente rispetto a un possibile attacco nucleare. Fu la scintilla che poi diede vita alla svolta epocale d’internet e della comunicazione universale. Una svolta che, nell’ambito della Sfera Autonoma , sembrava portare con sé nuove possibilità politiche, ma questa illusione si rivelò effimera poiché i techno-tycoon e le figure dominanti del Neolib riuscirono rapidamente a riacquistare il controllo. Man2Man  aveva dei geni in comune con Internet, nato da un progetto militare trasformatosi in civile, ma doveva però fare i conti col fatto che le università, come il resto dell’insegnamento e della ricerca, erano state completamente privatizzate. Da tempo la WorldForce , che aveva fra l’altro inglobato anche DARPA come molti altri organismi simili nel mondo, lavorava già sulla ricerca neurotecnologica, includendo interfacce neurali e sensori che interagivano con il sistema nervoso centrale e periferico e usando nanoneuroscienze , neuroimaging  e cyber-neurosistemi . Già precedentemente al lancio di Man2Man  la WorldForce  stava sviluppando tecnologie per accedere, valutare, e manipolare i segnali neurali, influenzando gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali di militari, trader e altre professioni sensibili. Il progetto prevedeva di costituire una bio-rete 3  specifica, che avrebbe anche utilizzato, ove necessario, le infrastrutture reticolari esistenti (internet, reti mobili ecc.). La bio-rete, gestita da una specifica intelligenza artificiale e alimentata da potenziometri neurocognitivi, era destinata a usi molteplici sia per la produzione che per il controllo. Fra gli altri l’avrebbero usata tanto i cyber trader delle sfere Ecofin quanto i cyber warrior dei SecurServ . Forse c’era qualcosa in Man2Man  che evocava anche il progetto diretto da Alan Turing durante la seconda guerra mondiale. In quel caso si era trattato di decifrare i codici prodotti da Enigma, la criptomacchina usata dai nazisti, e il successo dell’operazione era stato decisivo nell’accelerare la sconfitta della Germania. Ma in fondo si trattava di un duello mediato da macchine pilotate da umani i cui corpi non erano direttamente implicati e messi in gioco. I cyborg dovevano ancora nascere. A circa un secolo dalla creazione di Internet – ti sto raccontando fatti che si svolgono a cavallo fra il XXI e il XXII secolo – la ricerca aveva fatto progressi enormi sulle modalità d’intra-azione fra reti e segnali neurali e sulla precisa rilevazione in real time dei principali stati emozionali primari. Tutto questo sarebbe stato al cuore del progetto. L’altro fattore determinante era la straordinaria estensione dell’ Internet of Things (IoT) 4 . Da quasi un secolo la biosfera era stata inondata silenziosamente da oggetti connessi, da sensori, da trigger, da dispositivi sempre più miniaturizzati come le webcam capaci di captare immagini anche all’interno dei corpi e poi anche da chips di GPS o GLS 5  collegati alle reti, ma anche direttamente a satelliti.A partire da questa base il progetto aveva come obbiettivo intermediario di utilizzare l’IoT esistente ampliandolo e di sviluppare procedure e altri dispositivi miniaturizzati che fossero in grado di trasmettere nei canali della nuova bio-rete, emozioni, affetti e stati d’animo del vivente circostante. Si era perduto il conto esatto, ma si presumeva che la densità fosse in media di circa 2000 pezzi al km2 compresi gli oceani, i poli, i deserti ecc. Quindi ce ne sarebbero stati circa 50 per ogni umano, ma forse erano molti di più considerando i miliardi di oggetti miniaturizzati connessi dispersi segretamente e fuori da ogni controllo, con fini anche illegali o comunque illeciti, da multinazionali, governi, mafie, SecurServ  ecc.Semplificando oltremisura si sarebbe potuto parlare di un internet delle percezioni in grado di mettere in una rete del vivente le trame del vissuto emotivo e motivazionale dei terrestri. Oltre al mistero che circondava Man2Man , ciò che univa questa tecnologia al suo predecessore nucleare era la convinzione che rappresentasse una svolta nella storia dell’umanità. Anche quando iniziarono a trapelare informazioni sul potenziale di questi studi, non si sapeva ancora come fosse possibile interagire in modo quasi diretto con le funzioni cerebrali che governano le emozioni. Le ricerche erano innanzitutto mirate a trovare forme di assoggettamento che fossero più potenti di quelle ormai quasi obsolete del neurocapitalismo, utilizzate in decenni di egemonia sul bioipermedia da parte delle grandi piattaforme dei techno-tycoon. Note: Riferimento alle teorie di tal Richard Thaler. Premio Nobel di economia 2017. Aeroporto di Amsterdam. Il Boomernauta ha buona memoria perché ho riscontrato questa informazione su Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_nudge  . Bio-rete: cfr. glossario. Internet of Things: cfr. glossario. Global Location System. Tecnologie degli Affetti Multispecie Secondo il Boomernauta a un certo punto i responsabili funzionali del progetto Man2Man si ispirarono ai movimenti antispecisti in una classica operazione di recupero e sfruttamento del valore. Volevano utilizzare le neuropsicologie nonumane e le modalità di manipolazione neurale al fine di influenzare le emozioni e gli affetti umani. Nacquero così nel più grande segreto le Tecnologie degli Affetti Multispecie (TAM,) basate sulla bio-rete. Ma ben presto cominciarono i leaks e i movimenti hacker riuscirono a infiltrarsi e a recuperare procedure e codici. I manager di Man2man 1  furono costretti allora a operare un dietrofront e a rendere open gli sviluppi effettuati. Ad un certo punto, la direzione di Man2Man  si rese conto che non sarebbe stato possibile raggiungere un nuovo livello di sottomissione dell’umanità semplicemente affinando e potenziando le capacità di raccolta e trattamento delle informazioni, nemmeno con l’aggiunta di nuove tecnologie in grado di catturare affetti ed emozioni. Il veloce deterioramento della biosfera e dei suoi equilibri costituiva una grave minaccia non solo per la sopravvivenza della comunità umana, ma anche per la sopravvivenza delle molte specie non umane fondamentali per essa. Nonostante la Governance avesse sempre negato l’esistenza del principio del morbo nekomemetico, era chiaro che qualcosa doveva essere fatto per proteggere l’ecosistema. Pertanto, l’estensione del progetto Man2Man anche ai nonumani era diventata una necessità. C’era addirittura un manipolo di manager, più transumanisti di altri, che coltivava la segreta speranza di arrivare, scalando di specie in specie, a un assoggettamento globale di Gaia. L’avevano scambiata per una dea capricciosa e vendicativa e volevano che la smettesse di ribellarsi e si piegasse una volta per tutte all’ Uomo . Fantasticavano di tornare ai tempi antichi in cui, come appariva su scritture sacre e consimili, si era convinti che Gaia era stata creata per essere al servizio degli umani. Era un tentativo un po’ disperato, ma loro ci credevano e quindi consideravano la High Frontier  e le migrazioni spaziali solo come un piano B. Ma torniamo ai nonumani: c’erano già stati nella prima parte del XXI secolo grandi progetti per monitorare i comportamenti di qualche milione di insetti, uccelli, pipistrelli e pesci dalle Stazioni Spaziali 2  e per raccogliere conoscenze utili alla comprensione della loro vita e degli ecosistemi a cui appartengono. In particolare, erano state utilizzate diverse tecnologie come dispositivi radio iperminiaturizzati, telecamere nanogopro, modalità di geolocalizzazione dei nonumani, sensori di vario genere e altre tecnologie ancora più avanzate. Elaborando i dati della loro mobilità memorizzati in un’enorme base, gli addetti ai lavori dicevano di avere una comprensione nuova della vita sulla Terra . Sicuramente potevano scrutare da vicino e da un altro angolo le reti della vita. E poi riuscivano anche a ottenere informazioni utili e salvifiche. Per esempio, monitorando gli improvvisi movimenti collettivi dei nonumani nelle zone vulcaniche, venivano informati con diverse ore di anticipo di una prossima eruzione. O arrivavano a scoprire discariche illegali seguendo i raggruppamenti di gabbiani o avvoltoi opportunamente equipaggiati. Oltre a essere un modo nuovo di mettere al lavoro le reti della vita, si trattava soprattutto di sfruttare nuovi giacimenti di informazioni sulla biosfera da cui trarre profitto. In precedenza erano stati fatti esperimenti anche estesi ma non coordinati, Man2Man  aveva l’obiettivo di coinvolgere il maggior numero possibile di specie individualmente e collettivamente. In questo procedere la superficie di Gaia doveva essere coperta in modo omogeneo da una vasta gamma di micro e nano-dispositivi attivi e passivi, di varie forme e complessità e disposti in modo casuale nel corso del tempo. Nelle sfere della governance si decise che sin dai primi anni d’istruzione scolastica si dovesse imparare a diffondere chip e sensori ormai talmente minuscoli da essere difficilmente rilevabili nell’ambiente. La ragione ufficiale consisteva nel far credere che ognuno dovesse avere il suo pass o la sua Global Digital Identity (GDI), perché solo così si sarebbe riusciti ad arginare il deterioramento delle condizioni di vita (umana) in Terra. E questo era una base essenziale per il successo di Man2Man . Tuttavia, l’obiettivo principale era quello di tradurre il pulsare di Gaia in Tsunami di dati, noti come Data Tsunami 3 , che sarebbero stati milioni di volte più estesi dei Big Data. Secondo la Gov Q, questo target avrebbe permesso un nuovo sistema di assoggettamento separato tra esseri umani e non, sfruttando emozioni e sentimenti di entrambi per indurre un controllo reciproco, creando una sorta di divide et impera affettivo-digitale. Questo nuovo orientamento del progetto Man2Man  implicava un’articolazione abbastanza complessa della sperimentazione. Come era avvenuto abitualmente nella storia conosciuta, anche la Gov Q non aveva mai avuto scrupoli a condurre esperimenti rischiosi e anche mortali sugli umani quando conveniva, tuttavia era molto più semplice gestire la morte di cavie nonumane in caso di esperimenti fallimentari. L’obbiettivo primario era la ricerca di elementi chiave per il controllo emotivo degli umani attraverso l’utilizzo di altre specie. Restando nell’ambito quantistico si sarebbero indagate anche le intra-azioni del vivente con il non-vivente, l’abiotico. Si sperava di ottenere informazioni dall’interno  di Gaia sui modi con cui si sarebbe potuto combattere il suo deperimento senza rinunciare al modo di vita abituale . Questa tendenza aveva anche i favori di una corrente new age  all’interno del progetto. Da quando la setticemia aveva cominciato ad aggravarsi la Gov Q si rifiutava di considerarla tale, soffocando le voci dissidenti al suo interno, e i suoi media la scambiavano con alcuni dei suoi sintomi definendola riscaldamento globale  o dissesto climatico . Non potevano non ammettere che la causa prima fosse legata ai comportamenti collettivi dell’umanità, ma garantivano, senza troppo crederci, che con la geoingegneria avrebbero ristabilito gli equilibri. Nel migliore dei casi il loro antropocenismo  era semplicemente un modo per minimizzare le responsabilità del sistema che gestivano e che aveva agito da acceleratore verso l’era dei collassi. Pur avendo represso i movimenti antispecisti, non erano del tutto ignari del fatto che facevano parte di una tendenza che cercava di comprendere le cause dei cataclismi climatici e dei collassi successivi, stabilendo relazioni completamente diverse con il resto di Gaia. I nonumani potevano essere un elemento di rivelazione e di mediazione per capire la situazione. Intuendo i vantaggi di un tale approccio, i manager del programma Man2Man non si lasciarono sfuggire l’occasione per approfittare di questa tendenza e volgerla a proprio favore. In pratica si fissarono l’obbiettivo di poter addestrare i nonumani a propagare emozioni quasi a comando. Qualora fosse stato necessario avrebbero anche potuto diffondere, più efficacemente di come erano soliti fare, passioni tristi: paura, rabbia, disgusto e tristezza. Come al solito vollero proseguire le loro ricerche e sviluppi nel segreto totale, nascondendo i veri obbiettivi politici che li animavano. Questo destò invece molta attenzione nella Sfera Autonoma . In breve tempo, iniziarono i leaks e i movimenti hacker riuscirono a infiltrarsi e a ottenere accesso a procedure e codici sensibili. I responsabili di Man2Man  e la direzione politica della Gov Q furono così costretti a rendere open gli sviluppi effettuati a cui avevano dato il nome di Tecnologie degli Affetti Multispecie  (che poi tutti abbreviarono in TAM). In quell’occasione decisero di accompagnare la loro decisione con una (ipocrita) dichiarazione ufficiale, elaborata peraltro da una loro intelligenza artificiale 4 : Le TAM 5 , basate sulla bio-rete, di cui costituiranno un’estensione fondamentale, sono un insieme di pratiche e tecnologie che considerano il benessere e la soddisfazione emotiva degli animali, insieme a quella degli esseri umani, come un obiettivo centrale nella loro progettazione e utilizzo. Queste tecnologie cercano di promuovere relazioni interspecie positive e di migliorare la qualità della vita per tutte le specie coinvolte. Possono includere tecnologie per la comunicazione interspecie, sistemi di controllo ambientale che tengono conto del benessere animale, prodotti alimentari etici e tecnologie per la loro cura. Il concetto di tecnologie degli affetti multispecie è un’area emergente di ricerca che si sta sviluppando per affrontare le sfide etiche e sociali legate alla convivenza tra esseri umani e animali.Ottennero tutt’altro risultato, come talvolta capita. Da tempo era risaputo che alcuni nonumani possedevano la capacità di percepire le emozioni e le intenzioni umane, anche quando queste erano celate. Coloro che ostentavano una grande imperturbabilità e impenetrabilità, caratteristiche attribuite a certe culture o a certe personalità, spesso ingannavano i loro simili, ma non sempre gli animali. Per metterla sull’avanspettacolo: quando si trattava di far contare a un elefante sino a dieci davanti al pubblico, per esempio battendo una zampa, lui ci riusciva perfettamente. Questo avveniva non perché sapesse realmente contare, ma grazie alla sua capacità di percepire il netto cambiamento emozionale degli spettatori quando arrivava al decimo battito, una percezione che negli esseri umani si era atrofizzata. Dopo secoli di asservimenti muscolari, come l’aratura dei campi o il trasporto, verso la fine del XX c’era già stata una svolta del riconoscimento delle abilità cognitive/affettive di molti animali. Gli animali in grado di riconoscere lo stato emotivo delle persone e offrire conforto, svolgevano già da tempo funzioni terapeutiche nei loro confronti riducendo l’ansia e lo stress. Ci potevano essere addirittura fenomeni di moda come i Neko cafè 6 . Col potenziamento delle TAM lo sfruttamento del lavoro affettivo nonumano avrebbe preso un’altra importanza. Gli animali sarebbero entrati nel ciclo della produzione capitalista non solo attraverso le multinazionali dei Pet food. Nei laboratori di Man2Man  venivano testati dei sistemi di retroazione neuronale ed emotiva abbastanza sofisticati ed esperimenti optogenetici che consentivano flussi di comunicazione bidirezionale fra menti e sistemi nervosi centrali di diverse specie. Talvolta si erano utilizzati anche degli implant corporei. Per gli umani sin dalla fine del secolo precedente, il XX, erano stati sperimentati e diffusi dispositivi destinati a funzionare come BCI 7  (Brain Computer Interface) per connettere direttamente la mente allo spazio bioipermediatico. Inizialmente si trattava di pesanti caschi pieni di elettrodi e fili usati su persone con disabilità fisiche. Successivamente, questi dispositivi erano diventati molto più leggeri e discreti, adatti per usi più generali. In Man2Man  questo tipo di dispositivi poteva essere impiegato in esperimenti di scambi fra umani e nonumani cooperativi  come si diceva. Talvolta non si trattava di scambi, ma semplicemente di telecomandi  di movimenti e azioni basiche a distanza. Si radiocomandavano così grossi insetti volanti che funzionavano come droni miniaturizzati molto più economici da produrre. Nonumani e cineprese portatili analogiche erano stati già impiegati da tempo come mezzi di raccolta dati, trasmissione, e sorveglianza in guerra. Piccioni con macchine fotografiche temporizzate avevano inaugurato la ricognizione fotografica aerea all’inizio del XX secolo, e poi c’erano stati addirittura tentativi di bombardamento aereo con gli stessi volatili durante la seconda guerra mondiale 8 . In mare si sfruttava il biosonar , il sesto senso  dei delfini, per segnalare l’arrivo nei porti di oggetti sommersi non identificati.In seguito si passò a scambi molto più complessi a esclusivo livello mentale e senza implant. Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava soprattutto di lavorare con i segnali neurali, ma potevano entrare in gioco anche la chimica, le nanoparticelle, i punti quantici, e infine i dati somatici e la propriocezione, ovvero la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio. La ricerca si concentrava anche sul principio e sulla capacità di rendere i diversi tipi di affetti percettibili e interscambiabili fra umani e non-umani. Forse chi dirigeva il progetto aveva visto troppi vecchi film di spionaggio della guerra fredda, in cui i sieri e le macchine della verità erano grandi protagonisti. Questo probabilmente generava altre segrete motivazioni, come quella che i nonumani sarebbero stati molto più efficaci di qualsiasi macchina nell’indagare e nell’influenzare le intenzioni umane.Quando si poté accedere ai codici i semio-hacker 9  non ebbero molte difficoltà a riappropriarsi di queste tecnologie 10  che offrivano nuove prospettive negli scambi con i nonumani. Non si trattava solo di coinvolgere i mammiferi evoluti  come primati, delfini o elefanti e altri mammiferi – geneticamente, funzionalmente o emozionalmente più prossimi degli umani – solo perché erano stati costretti a fare i fenomeni da baraccone nei secoli precedenti. Vennero prese in considerazione molte specie e solo in certi casi c’erano state difficoltà dovute alle distorsioni razionali della mente umana. La diffusione delle tecnologie di scambio mentale con i nonumani era diventata una realtà inarrestabile, con tutte le conseguenze che ne sarebbero seguite. Nelle sfere dirigenti della Gov Q si adottò per le TAM lo stesso approccio utilizzato per il free-software: succhiare il miele prodotto dal general intellect, peraltro in grande declino rispetto ai tempi in cui il (tris)nonno Karl ne aveva rivelato l’esistenza. In effetti, il progetto stesso rappresentava un’ammissione implicita che si stesse manipolando non solo il general intellect umano, ma anche quello di Gaia. Questa volontà di sfruttamento fu alla base della decisione di rendere accessibile le ricerche relative alle Tecnologie degli Affetti Multispecie  (TAM). Ma questa volta non tutto andò come previsto. Note: Man2Man: cfr. glossario. Il primo progetto di questo tipo era stato ICARUS e venne lanciato nel lontano 2018. Data Tsunami: cfr. glossario. Secondo il Boomernauta questo testo sarebbe stato prodotto da una IA. La dimostrazione che fece sotto i miei occhi usando il chatbot e VdVChApp  fu pienamente convincente. TAM: cfr. glossario. Qui il Boomernauta faceva riferimento al fenomeno delle Caffetterie con Gatti nate in Giappone e che poi secondo le sue affermazioni si diffusero in molte zone metropolitane globali e si allargarono a molti altri animali messi al lavoro psicologico. BCI: cfr. glossario. https://www.researchgate.net/publication/326273659_Animal_Technics_On_Borders_and_the_Labour_of_Knowing_the_World Semio-hacker: cfr. glossario. Secondo il Boomernauta questa riappropriazione era stata favorita dal fatto che quanto sviluppato nel progetto Man2Man , anche prima di diventare open, era comunque basato su infrastrutture di codice free-software.

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    V° Fantascienza e modernità L’articolo mette in relazione fantascienza e modernità, assumendo Bruno Latour come guida critica per interrogare l’idea occidentale di progresso e primato scientifico. Attraverso il confronto tra le invenzioni immaginate da Hugo Gernsback e l’elenco delle innovazioni cinesi ricostruito da Joseph Needham, viene messa in discussione l’origine esclusivamente europea della modernità. Il cosiddetto <>, ripreso anche da Amitav Ghosh, apre un dibattito sulle condizioni storiche e politiche che hanno favorito l’ascesa occidentale. L’autore propone che la forza della modernità risieda nell’alleanza tra fede religiosa e nuova scienza, trasformando la promessa di salvezza in fede nel progresso. La fantascienza diventa così il luogo simbolico in cui questa promessa viene prima celebrata e poi accompagnata nella sua crisi. Con l’agonia della modernità, anche la fantascienza perde la propria funzione fondativa, lasciando aperta la domanda su ciò che potrà nascere dopo la fine del sogno moderno. Tutti quei personaggi fittizi che avete mandato via, richiamateli indietro! Annunciate al capitano Kirk che l'astronave Enterprise deve tornare alla base. 'la fuori, non troverete nulla di simile a noi; siamo soli con la nostra storia terrestre e terribile' - Bruno Latour 1 «Chi non è mai stato ossessionato dalla distinzione tra razionale e irrazionale, tra falsi saperi e vera scienza, non è mai stato moderno» 2 e, quindi, potremmo aggiungere, non potrà mai aspirare a essere accettato a bordo dell'astronave Enterprise. Se Star Trek è il sogno, potente quanto infantile, di abbandonare la Terra per guadagnare il posto che ci spetta come specie superiore che ha saputo elevarsi in posizione eretta - per riuscire poi per di più a spiccare il volo senza doversi fornire di ali come gli uccelli -, la modernità è l'idea forte di un sogno che si eleva al di sopra di qualunque altro sogno di qualsivoglia cultura vicina o lontana dalla nostra sia geograficamente che temporalmente. Nell'introduzione al libro di Darko Suvin, Metamorfosi della fantascienza , Oreste del Buono riporta un elenco di invenzioni che Hugo Gernsback pronostica nel suo primo romanzo del 1911 Ralph124C41  per sfogare «l'insofferenza che avvertiva per la lentezza del progresso scientifico» rendendo così questa opera ancora suggestiva e interessante, oggi, «più che nelle vicende ripetute quasi subito da centinaia se non migliaia di epigoni» nell'avverarsi delle mirabolanti eterogenee realizzazioni tecnologiche: «tipo il radar, l'illuminazione fluorescente, le materie plastiche, i fertilizzanti chimici, le culture idroponiche, i juke-box, i registratori a nastro, gli altoparlanti, i microfilm, le reti radiofoniche, la televisione, il meccanismo per imparare durante il sonno, l'utilizzatore dell'energia solare per il riscaldamento e il fabbisogno energetico, l'acciaio inossidabile, i tessuti di fibre di vetro, i materiali sintetici come il nylon per indumenti, le macchine per imballaggio automatico, i distributori automatici di bibite e cibi caldi e freddi, i dischi volanti, e così via» 3 . Sul finire del secolo Joseph Needham stilando un lungo elenco di invenzioni fatte in Cina osserva che «il semplice fatto di vedersele elencate una dopo l'altra fa aprire gli occhi sull'incredibile inventiva del popolo cinese» 4 . Elenchi e domande, o per meglio dire: un elenco, quello del padre della fantascienza nel suo romanzo - e in altre forme in tutte le riviste di tecnica e fantasia da lui fondate - che non pone alcun quesito ma solo meraviglia e stupore per l'implicito primato della nostra civiltà, e un elenco, quello del grande sinologo novecentesco, che invece mette a problema l'idea stessa che la modernità sia merito indiscusso del nostro Occidente . Il problema Needham , come viene ricordato, sul perché la nuova scienza, e con essa la Modernità, sia nata in Europa e non in Asia nonostante che la gran parte delle innovazioni tecniche scientifiche siano nate prima, in quest'altra parte di mondo, resta tutt'oggi una sorta di tormentone non ancora concordemente risolto. Amitav Ghosh con un taglio netto vuole risolverlo imputando alla forte presenza militare e politica occidentale in Asia nel Sette e Ottocento, l'aver impedito una rivoluzione industriale simile, se non superiore, alla nostra 5 . Lungi dal voler pretendere di dare una qualche parola definitiva a questa disputa, possiamo avanzare qui comunque una ipotesi altra da quella di Ghosh, e utile ai discorsi fatti fin qui per comprendere il ruolo che l'immaginario fantascientifico ha svolto nel secolo da poco trascorso. Possiamo provare, allora a supporre che, più che sulle armi dell'imperialismo occidentale, le gambe della modernità abbiano trovato il loro più forte sostegno e possibilità di dispiegare al massimo le proprie potenzialità, e quindi la propria forza, in quel connubio tra il diavolo e l'acqua santa che in quell'arco di tempo tra la fine del XIV° secolo e l'inizio del XVI° garantì la nascita e lo sviluppo accelerato di un nuovo sapere e della sua applicazione pratica. Quando la Chiesa bruciò Giordano Bruno e non Galilei, fece la sua scelta 6 . E scelse di sposare, anche se certamente non per amore, la nascente modernità. E la fede per la salvezza delle anime diviene, via via, fede per le magnifiche sorti e progressive. E sempre la fede è il vero, «unico ingrediente indispensabile della fantascienza: la fede in un mondo che viene trasformato dall'intelletto dell'uomo, una convinzione che quel che viene scritto potrebbe accadere» 7 . E la fantascienza, come abbiamo cercato di raccontare nei capitoli precedenti, ha assolto alla funzione di assistere all'agonia di questa tormentata, e mai raggiunta, promessa di modernità, per cercare di trasportarci (teletrasportarci?) oltre quella sentenza fatale così cara ai postmodernisti: dopo di noi non c'è più niente 8 . Sempre Latour ci avverte quindi che questo presunto post  è in verità più un sintomo che non una terapia e, citando Gianni Vattimo, aggiunge che «esso rivela l'essenza della modernità  come l'epoca della riduzione dell'essere al novum  […]. La postmodernità  non fa che cominciare, e l'identificazione dell'essere con il novum […] continua a gettare la sua ombra su di noi, come il Dio già morto di cui parla la Gaia Scienza » 9 . Con la morte di Dio in realtà è l'uomo che muore, così come viene prefigurato in quell'esemplare parabola della fine del moderno rappresentata ne L'isola misteriosa di Jules Verne   in cui l'aiuto ai naufraghi si rivela alla fine tutt'altro che di origine trascendentale, divina - com'era per altro ovvio per la figura del personaggio più moderno del gruppo: l'ingegnere Cyrus Smith - ma interamente umano: solamente che di un uomo che sta morendo. La fantascienza, anch'essa muore con l'agonizzare della modernità, che chiude la fine del sogno di una scienza che tutto pensa di poter vedere e prevedere, così come il sogno di uno sviluppo (e consumo) illimitato, e tanti altri sogni sempre più o meno faustiani. E ciò che nascerà dalla sua fine cercheremo di vederlo nel prossimo e ultimo capitolo di questa breve saga di speculazione fantascientifica. Note: 1: Bruno Latour, La sfida di Gaia , Meltemi, Milano 2020, p. 124 2: B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera Milano, 2018, p. 57 3: Oreste del Buono, introduzione a Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Bologna 1985, p. VIII 4: Joseph Needham, Science and Civilisation in China , 1993, citato in Simon Winchester, L'uomo che amava la Cina , Adelphi, Milano 2010, p. 317 5: Amitav Ghosh, La grande cecità , Neri Pozza, Vicenza 2017. 6: «Il martire fu Giordano Bruno, benché la causa del suo martirio non fosse la scienza ma la libera speculazione immaginativa.» Alfred N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno , Boringhieri, Torino 1979, p. 19. 7: James Gunn, Storia illustrata della fantascienza , Armenia, Milano 1979, p. 33. 8: B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera, Milano 2018, p. 82 9: B. Latour, Ivi, p. 98 V. Science‑Fiction and Modernity All those fictional characters you have sent away, bring them back! Tell Captain Kirk that the starship Enterprise must return to base. “ Out there you’ll find nothing like us; we are alone with our terrible earthly history” - Bruno Latour¹ «Anyone who has never been obsessed with the distinction between the rational and the irrational, between false knowledge and true science has never been modern»², and therefore, we might add, can never hope to be accepted aboard the Enterprise. If Star Trek is the powerful yet child‑like dream of abandoning Earth to claim the place owed to us as a superior species - one that has learned to stand upright and, moreover, to soar without needing wings like birds - then modernity is the strong idea of a dream that rises above any other dream of any culture, near or far, geographically or temporally. In the introduction to Darko Suvin’s Metamorphoses of Science‑Fiction , Oreste del Buono lists the inventions Hugo Gernsback predicts in his 1911 novel Ralph 124C + 41 to vent «the impatience he felt toward the slowness of scientific progress», making the work still evocative today, «more than the repeated events soon reproduced by hundreds or thousands of imitators» in the realization of astonishing heterogeneous technologies: «radar, fluorescent lighting, plastics, chemical fertilizers, hydroponic crops, jukeboxes, tape recorders, loudspeakers, microfilm, radio networks, television, a mechanism for learning during sleep, solar‑energy heating, stainless steel, glass‑fiber fabrics, synthetic materials such as nylon for clothing, automatic packaging machines, vending machines for hot and cold food and drink, flying discs, and so on».³ At the turn of the century, Joseph Needham, compiling a long list of Chinese inventions, observes that «the simple fact of seeing them listed one after another opens the eyes to the incredible inventiveness of the Chinese people»⁴. Lists and questions—better said, a list from the father of science‑fiction in his novel (and in the many technical‑fantasy magazines he founded) that poses no question but only wonder at the implicit primacy of our civilization, and a list from the great twentieth‑century sinologist that instead problematizes the very idea that modernity is an undisputed merit of the “West”. Needham’s problem , as it is remembered, concerns why the new science—and with it Modernity—was born in Europe rather than Asia, even though most technical‑scientific innovations originated earlier in the other part of the world. The issue remains an unresolved refrain. Amitav Ghosh, taking a sharp angle, attributes the answer to the strong military‑political presence of the West in Asia during the seventeenth and eighteenth centuries, which prevented an industrial revolution comparable, if not superior, to ours⁵. Without claiming to settle the dispute, we may propose an alternative hypothesis useful for the discussion so far about the role of the science‑fictional imagination in the just‑past century. We might suppose that, rather than the weapons of Western imperialism, the legs of modernity found their strongest support and capacity for maximal deployment in the devil‑and‑holy‑water conjunction that, between the late‑fourteenth and early‑sixteenth centuries, guaranteed the birth and accelerated development of a new knowledge and its practical application. When the Church burned Giordano Bruno - not Galileo - it made its choice⁶, and chose, albeit not out of love, to embrace the nascent modernity. Faith for the salvation of souls gradually became faith for magnificent and progressive destinies. Faith is, indeed, «the only indispensable ingredient of science‑fiction: faith in a world transformed by the human intellect, a conviction that what is written could happen».⁷ Science‑fiction, as we have tried to show in previous chapters, has fulfilled the function of witnessing the agony of this tormented, never‑realized promise of modernity, attempting to transport us (tele‑transport us?) beyond that fatal sentence dear to post‑modernists: “after us there is nothing left”⁸. Latour therefore warns that this presumed post is in truth more a symptom than a therapy; citing Gianni Vattimo, he adds that «it reveals the essence of modernity as the era of the reduction of being to the novum […]. Post‑modernity merely begins, and the identification of being with the novum […] continues to cast its shadow over us, like the already‑dead God spoken of in The Gay Science ».⁹ With the death of God, man dies, as prefigured in the parable‑like episode at the end of Jules Verne’s The Mysterious Island , where the aid to the castaways proves ultimately non‑transcendental, non‑divine - as was obvious for the most modern character, engineer Cyrus Smith - but wholly human: merely a man who is dying. Science‑fiction itself dies with the agonizing of modernity, which closes the dream of a science that thinks it can see and predict everything, as well as the dream of unlimited development (and consumption) and many other increasingly Faustian dreams. What will be born from its end we shall try to glimpse in the next and final chapter of this brief saga of speculative science‑fiction. Notes 1 B.Latour, La sfida di Gaia , Meltemi, Milan 2020, p. 124; 2 B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera, Milan 2018, p. 57; 3 O. del Buono, forewords to D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Boulogne 1985, p. VIII; 4 J. Needham, Science and Civilisation in China , 1993, in S. Winchester, L'uomo che amava la Cina , Adelphi, Milan 2010, p. 317; 5 A. Ghosh, La grande cecità , Neri Pozza, Vicenza 2017; 6 «The martyr was Giordano Bruno, although the cause of his martyrdom was not science but free imaginative speculation». A. N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno , Boringhieri, Turin 1979, p. 19; 7 J. Gunn, Storia illustrata della fantascienza , Armenia, Milan 1979, p. 33; 8 B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera, Milan 2018, p. 82; 9 B. Latour, Ivi , p. 98.

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    L’occupazione americana di Gaza è iniziata Paul Hertz I piani del Board of peace di Donald Trump per Gaza dimostrano inequivocabilmente che il nuovo imperialismo statunitense intende mettere il potere della potenza egemonica americana al servizio esclusivo di un’oligarchia fascista assolutamente ristretta, che desidera amministrare il mondo come uno spazio liscio di iper-sfruttamento, iper-estrazione e genocidio, concepiti come altrettante strategie puramente imprenditoriali a beneficio esclusivo del settore privato. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss  ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Questa settimana «Drop Site News»   ha rivelato una bozza di risoluzione  del Board of peace recentemente costituito da Trump. La risoluzione delinea quella che, in sostanza, è la seconda fase del suo piano di pace poco realistico, che ha segnato l’inizio di una nuova fase di orrore a Gaza sotto le mentite spoglie di un cessate il fuoco. Le misure delineate nella risoluzione ignorano la realtà sul campo e dipingono un quadro molto cupo di ciò che gli Stati Uniti stanno pianificando per Gaza. Lungi dall’abbandonare le immagini ridicole e offensive che Trump ha condiviso in questo video di IA  pubblicato lo scorso anno in cui appariva insieme a Elon Musk su una spiaggia di una Gaza irriconoscibile, questa bozza di risoluzione è il piano di battaglia per trasformare Gaza nel parco giochi dei ricchi, presentato  da Jared Kushner  al Forum economico mondiale di Davos la scorsa settimana. È una Gaza in cui gli unici palestinesi rimasti sono quelli scelti per essere i servitori del nuovo regime. È una Gaza sotto occupazione permanente degli Stati Uniti. Il Comitato   esecutivo che controllerebbe Gaza Il Board of peace ha recentemente attirato molta attenzione, ma non è il punto cruciale per Gaza. Il Board of peace è stato creato come forza internazionale per sfidare le Nazioni Unite. Attualmente è composto interamente da figure di estrema destra e soggetti autocratici ed è probabile che la sua composizione non cambi nell’immediato futuro. Il Board of peace sarà guidato da Donald Trump e il suo ruolo di presidente del Board è personale, indipendente dalla sua funzione di presidente degli Stati Uniti. Trump ha pieno potere sulla composizione del Board e pieno potere di veto su tutte le sue azioni. Trump continuerà a controllare il Board of peace fino a quando non deciderà di abbandonarlo o morirà e ha l’autorità esclusiva di nominare il suo successore. Non si potrebbe costruire un’autocrazia più chiara. Il Board of peace può delegare la propria autorità come desidera, ed è ciò che ha fatto riguardo a Gaza. Il Comitato Esecutivo (Executive Board) è l’organo che governerà Gaza. Lo stesso Comitato Esecutivo avrà anche altre aree di competenza, per cui ha delegato il proprio potere anche a un altro organismo, denominato Comitato Esecutivo di Gaza (Gaza Executive Board). Esiste una notevole sovrapposizione tra i membri del Comitato esecutivo e quelli del Comitato esecutivo di Gaza. Tra i membri di quest’ultimo figurano alcuni nomi molto noti, come Steve Witkoff, negoziatore capo di Trump; Susan Wiles, suo capo di gabinetto; Jared Kushner, genero del presidente americano; e Tony Blair, ex primo ministro del Regno Unito e criminale di guerra per gli atti commessi durante l’invasione dell’Iraq nel 2003. Gli altri nomi possono essere meno noti, ma sono tutti importanti e, nel loro insieme, dipingono un quadro molto preoccupante su come si comporterà questo Comitato. Il ministro Hakan Fidan Ali Al-Thawadi è il ministro degli Affari strategici del Qatar. È stato una figura chiave nei negoziati tra Stati Uniti e Hamas nell’ultimo anno. Israele si è opposto alla sua inclusione, ma non con troppa veemenza. Al-Thawadi ha instaurato un solido rapporto con Trump. Il generale Hassan Rashad è il capo dei servizi segreti egiziani. Marc Rowan è un miliardario statunitense e uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Donald Trump. È presidente della United Jewish Appeal-Federation of New York e una figura di spicco della comunità ebraica americana filoisraeliana. Rowan è stato uno dei leader della campagna per mettere a tacere le critiche di accademici e attivisti studenteschi al genocidio di Israele e ha guidato la campagna per la destituzione  della presidente dell’Università della Pennsylvania, Liz Magill, nel 2024. Il ministro Reem Al-Hashimy è il ministro di Stato per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti. È stata una delle principali portavoce a sostegno degli Accordi di Abramo. Nickolay Mladenov è un diplomatico bulgaro di lunga data, che è stato membro del Parlamento europeo e alto funzionario delle Nazioni Unite. Ha lavorato a stretto contatto con Blair nel cosiddetto Quartetto, un organismo internazionale apparentemente incaricato di promuovere la soluzione dei due Stati in Israele e Palestina, il cui fallimento è stato clamoroso, e ha sostenuto gli Accordi di Abramo quando sono stati stipulati. Mladenov è stato un diplomatico così abile da guadagnarsi gli elogi pubblici  di Israele, Stati Uniti, Autorità Palestinese e leader di Hamas. Trump lo ha anche nominato alto rappresentante per Gaza, quindi avrà un ruolo centrale, al di là della sua semplice appartenenza al Comitato esecutivo di Gaza, nell’attuazione del piano di Trump. Mladenov aveva espresso scetticismo sull’«accordo del secolo» del primo mandato di Trump, quindi varrebbe la pena capire come si sia guadagnato la fiducia di Trump. Yakir Gabay è un israeliano che ha anche la cittadinanza cipriota. Gabay, un magnate immobiliare multimiliardario, ha fatto notizia per il suo coinvolgimento nel gruppo che ha fatto pressione sull’allora sindaco di New York, Eric Adams, affinché dispiegasse la polizia  per reprimere violentemente le proteste contro il genocidio organizzate alla Columbia University. Sigrid Kaag è una diplomatica delle Nazioni Unite di lunga data ed è stata ministro degli Affari esteri dei Paesi Bassi. Recentemente è stata coordinatrice speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ma si è dimessa da tale carica lo scorso giugno. Kaag non ha commentato la sua presunta nomina al Comitato esecutivo di Gaza e non si sa se abbia effettivamente accettato o accetterà questa carica. Non solo non ci sono palestinesi nel Comitato esecutivo di Gaza, ma non c’è nemmeno nessuno che in passato abbia mai preso posizione in difesa delle preoccupazioni e degli interessi palestinesi. Il Comitato esecutivo, al quale il Comitato esecutivo di Gaza offrirà servizi di consulenza attraverso i suoi membri, include gran parte dei membri di quest’ultimo: Witkoff, Wiles, Kushner, Blair e Rowan fanno anche parte del primo, insieme al Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio e al vicedirettore della NSA Robert Gabriel. Trump ha anche nominato membri del Comitato esecutivo il direttore della Banca mondiale, Ajay Banga, e l’avvocato Martin Edelman, che ha stretti legami sia con Trump che con gli Emirati Arabi Uniti . Aryeh Lightstone, ex consigliere dell’ambasciatore di Trump in Israele durante il suo primo mandato, David Friedman, e Josh Gruenbaum, un burocrate che ha lavorato a stretto contatto con Witkoff e Kushner, sono stati nominati consiglieri del Comitato esecutivo. I palestinesi non partecipano alla pianificazione del futuro di Gaza Sebbene non ci siano israeliani nel Comitato esecutivo, esso è pieno di sostenitori dell’estrema destra israeliana e di Netanyahu, il che rende l’ambiguità del mandato che governa tutta questa iniziativa di Trump ancora più preoccupante. La proposta pubblicata da «Drop Site News»   afferma che «le attività di ricostruzione e riabilitazione del Comitato saranno rivolte esclusivamente a coloro che considerano Gaza la loro casa e il loro luogo di residenza». Ma la proposta non offre alla popolazione di Gaza alcuna possibilità di avere voce in capitolo sulla sua situazione attuale, e tanto meno sul suo futuro. Il Comitato esecutivo emana e applica tutte le leggi.  Una Forza Internazionale di Stabilizzazione – International Stabilization Force (ISF) – guidata dagli Stati Uniti, controllerà tutti gli aspetti relativi alla sicurezza. Questa forza sarà sotto il comando del generale di divisione statunitense Jasper Jeffers. Trump, e solo Trump, ha il potere di destituire il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione e deve approvare personalmente qualsiasi candidato alla sua sostituzione. Il piano stabilisce inoltre che «solo le persone che sostengono e agiscono in modo coerente [con il Piano globale di Trump per Gaza] potranno partecipare alle attività di governance, ricostruzione, sviluppo economico o assistenza umanitaria a Gaza». L’unico ruolo attualmente previsto per i palestinesi a Gaza è quello di attuare le decisioni prese da altri per loro conto. In altre parole, i palestinesi che desiderano far parte di Gaza in qualsiasi modo devono superare la prova del fuoco imposta da Trump e sostenere il controllo esterno statunitense sulla Striscia di Gaza. Lo stesso vale per qualsiasi azienda, ONG o anche individuo che desideri partecipare in qualsiasi modo alla ricostruzione di Gaza, sia essa fisica, politica o economica. Idealmente, per Trump e Jared Kushner, Gaza si trasformerebbe  in una gigantesca «città-azienda». La maggior parte della costa dovrebbe dedicarsi al turismo. La maggior parte del confine orientale di Gaza con Israele dovrebbe ospitare zone industriali e enormi centri dati, il che rifletterebbe senza dubbio gli enormi investimenti che Trump e i suoi amici degli Emirati stanno facendo nell’intelligenza artificiale. Tra le due aree ci sarebbero zone residenziali separate da parchi, terreni agricoli e impianti sportivi. In Cisgiordania, questi parchi e zone agricole sono spesso dichiarati zone militari chiuse e utilizzati per altri scopi dalla forza di occupazione. Come è stato chiaro fin dall’inizio, l’unico ruolo attualmente previsto per i palestinesi è quello di attuare le decisioni prese dal Comitato esecutivo. In altre parole, ai tecnocrati, ai lavoratori e agli impiegati amministrativi palestinesi sarebbe «permesso» di eseguire le decisioni prese da altri a loro nome. L’occupazione americana di Gaza La bozza di questa risoluzione dello statuto del Board of peace diffusa da «Drop Site News»   aggiunge solo un po’ più di sostanza alle idee abbozzate che Trump sta proponendo da ottobre. E continua a contemplare un futuro prossimo in cui Hamas avrebbe accettato volontariamente il disarmo, Israele si sarebbe ritirato da Gaza e la Forza Internazionale di Stabilizzazione avrebbe assunto il pieno controllo della sicurezza, il tutto ben accolto dalla popolazione palestinese che rimane a Gaza. Ma tutto questo non è altro che pura fantasia. Hamas ha ripetutamente chiarito  che è disposta a discutere la consegna delle sue armi, ma che non si disarmerà. Dato che Israele sta, ancora una volta, finanziando bande palestinesi collaborazioniste  a Gaza, il disarmo totale è un suicidio per molti membri di Hamas, della Jihad Islamica e di altre fazioni politico-militari. Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di offrire un’amnistia e persino un programma di riacquisto  delle armi, ma queste offerte hanno scarsa utilità se il disarmo mette gravemente in pericolo la vita dei membri di Hamas e degli altri gruppi armati, anche supponendo che gli Stati Uniti mantengano la parola data e che Israele non persegua questi combattenti. Inoltre, Israele è molto critico nei confronti di questo piano. Lo Stato genocida israeliano preferisce colpire nuovamente Gaza con forza, soprattutto ora che non ci sono ostaggi, vivi o morti, di cui preoccuparsi. Netanyahu sta dichiarando apertamente  che Israele non permetterà la ricostruzione di Gaza, dove continua a uccidere persone, compresi neonati , non solo con le armi , ma anche negando alla popolazione palestinese i materiali necessari per proteggersi dalle intemperie invernali fino a quando Hamas non sarà «disarmata». Netanyahu ha anche dichiarato che Israele manterrà il «controllo di sicurezza» su Gaza in perpetuo. Israele ha informato gli Stati Uniti che vuole espandere la zona di controllo israeliano a Gaza , che già copre più della metà della Striscia, invece di ridurla, come richiesto dal piano di Trump. Secondo le informazioni disponibili, Israele ha già elaborato un piano per lanciare un’importante operazione militare, un ritorno al genocidio in piena regola dello scorso anno, che prevede di avviare a marzo  a meno che gli Stati Uniti non si rifiutino di permetterlo. Infine, rimane molta ambiguità sulla possibile composizione della Forza Internazionale di Stabilizzazione. Sebbene numerosi Stati si siano impegnati a sostenere il disarmo di Gaza, molti hanno anche espresso la loro riluttanza a far parte di questa forza, se ciò significa dover affrontare i gruppi armati di resistenza palestinesi. C’è una buona ragione per la loro riluttanza. Quello che si sta preparando a Gaza è un nuovo tipo di occupazione straniera. Questa volta, gli Stati Uniti sarebbero la forza principale sul campo, a meno che non permettano a Israele di rinnovare la sua aggressione, cosa che Trump non vuole. Sarebbe il più grande fallimento della sua lunga lista di fallimenti, che minerebbe la sua affermazione di aver «messo fine a tutte le guerre del mondo». Ma le truppe straniere sono truppe straniere. È possibile che l’amministrazione Trump creda così profondamente alle proprie sciocchezze e a quelle di Israele da pensare davvero che, finché lo stivale che calpesta il collo dei palestinesi non sarà ebraico, questi potranno essere controllati e non lotteranno per la loro libertà. Perché, secondo loro, tutta la lotta palestinese si riduce a combattere «gli ebrei». Ma un’occupazione guidata dagli Stati Uniti incontrerebbe la stessa resistenza che ha incontrato l’occupazione israeliana, che si verificherà anche se Hamas fosse disarmata. L’occupazione americana di Gaza in nome di Israele sarà mal accolta dal popolo palestinese tanto quanto l’occupazione israeliana sostenuta dagli Stati Uniti. Forse la popolazione di Gaza impiegherà un po’ di tempo per riorganizzarsi dopo gli ultimi due anni e mezzo e rilanciare una resistenza di grande impatto, ma questa arriverà, come ha sempre fatto. La soluzione è semplice: concedere al popolo palestinese la sua libertà e i suoi diritti. Ma questa soluzione va oltre l’immaginazione di Washington e Tel Aviv. Quindi, prepariamoci alla nuova occupazione. Non sarà più piacevole della precedente. Testi consigliati Huda Ammori,   Palestine Action: sabotaggio all’industria bellica  israeliana   Mitchell Plitnick,   Cosa significa l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela per il Medio  Oriente Craig Mokhiber,   L’inizio dell’era dell’impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto  internazionale  e   L’ONU abbraccia il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza per l’amministrazione coloniale statunitense di  Gaza Nora Barrows-Friedman Lo Stato terrorista israeliano e le potenze genocidarie occidentali fanno morire i bambini di ipotermia e impongono condizioni di vita mostruose a  Gaza   Qasaam Muaddi,   Gli Stati Uniti hanno annunciato la "Fase 2" del cessate il fuoco a Gaza, che lascia indifferenti i palestinesi per la sua vacuità e la sua immutata violenza genocida   Tutti questi articoli sono stati pubblicati su «Diario Red».  Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese,   Anatomia di un  genocidio  (2024) e   Dall’economia dell’occupazione all’economia del  genocidio  (2025) e   Gaza Genocide: a Collective  Crime  (2025).  Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?  e El colapso del  sionismo , «El Salto».  Antony Loewenstein,   El laboratorio palestino  (2024).  Baruch Kimmerling,   Politicidio: La guerra di Ariel Sharon contro i palestinesi  (2004) Politicidio: la guerra de Ariel Sharon contra los palestinos . Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics  e cura la newsletter «Cutting Through» su Substack all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/ . Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di Jewish Voice for Peace .

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    The Flood. Sopravvivenza, simulazione e lo scarto che resiste Mira Gupta Negli ultimi anni il cinema che interroga il rapporto tra umano e intelligenza artificiale ha spesso scelto la via della metafora esplicita: macchine pensanti, coscienze artificiali, sistemi che imitano o sfidano l’uomo sul terreno dell’intelligenza e del controllo. The Great Flood prende una strada diversa. Non mette in scena un’IA come personaggio, né costruisce un conflitto frontale tra uomo e macchina. Sposta invece la questione sul piano dell’esperienza, usando il disaster movie come dispositivo per interrogare ciò che resta dell’agire umano quando è messo con le spalle al muro di fronte a scelte apparentemente impossibili. Il genere come dispositivo The Flood è un film che stupisce e lascia sospese diverse riflessioni, ben oltre la sua struttura catastrofica o sci-fi. Kim Byung-woo sceglie una forma apparentemente classica, costruita intorno a un evento estremo che costringe i personaggi a una lotta per la sopravvivenza.  L’impianto iniziale è riconoscibile, nemesi imminente, sopravvivenza estrema. Per una buona parte della visione, The Great Flood lavora sul genere più che sulla sua interpretazione, il tempo è scandito dall’urgenza, l’alluvione invade gli ambienti e ridisegna le possibilità, siamo nel genere puro. L’acqua non è un simbolo da interpretare, ma un dispositivo filmico classico, perché irrompe in modo spettacolare, occupando tutto e restringendo gli spazi ridisegnando le possibilità dei personaggi. L’alluvione viene percepita come un ambiente che costringe a ri-orientarsi continuamente.  Il presente si restringe, piano dopo piano, decisione dopo decisione, ma il tempo non accelera, come spesso accade nel disaster movie, al contrario, ad un certo punto sembra cristallizzarsi. L’acqua funziona come spazio narrativo perché isola i personaggi, impedisce panoramiche rassicuranti e soluzioni rapide, riducendo la sopravvivenza a una condizione sempre provvisoria. Man mano che l’acqua sale, il campo del possibile si restringe, le vie di fuga si riducono, i percorsi diventano obbligati. Gli eventi si riorganizzano senza produrre una svolta riconoscibile, e l’idea che ogni azione conduca a una soluzione comincia a incrinarsi. Le decisioni restano urgenti, il pericolo non diminuisce, ma l’orizzonte si fa più opaco. Il film non insiste su questo punto né lo spiega, lascia che sia lo spettatore a riconoscere, lentamente, il ripresentarsi di certe dinamiche. L’alluvione resta, il pericolo resta, l’urgenza non diminuisce, ma ciò che comincia a emergere non riguarda più soltanto il come salvarsi, bensì cosa significa scegliere quando non esiste una via d’uscita reale, ma ciò che viene messo sotto pressione è una decisone passata, compiuta anni prima, che continua a produrre conseguenze, che non può essere annullata, ma solo riconsiderata. Qui entra in campo il legame che struttura l’intero film, è qui che l’amore, e in particolare l’amore materno, entra in campo senza essere mai presentato come principio morale o forza salvifica universale, piuttosto come forza che governa, concreta, situata, attraversata da ambivalenze e fallimenti.  Il film non idealizza questa relazione e non la propone come soluzione.  La tratta piuttosto come una variabile instabile, che resiste a ogni tentativo di riduzione.  Ogni volta che sembra possibile salvare  qualcosa, emerge il costo di quella salvezza.  Ogni volta che una decisione appare necessaria, resta aperta la domanda su ciò che viene lasciato indietro, e in questo senso, la ripetizione non funziona come possibilità ulteriore, ma come esposizione reiterata a un limite. Diventa allora chiaro che il tentativo in atto costringe a confrontarsi con ciò che non può essere formalizzato senza perdere l’essenzialità stessa dell’esperienza della vita.  Ogni passaggio, ogni ritorno, ogni aggiustamento produce inevitabilmente una sottrazione. L’universo del film non sta semplicemente collassando, sta venendo messo alla prova.  Le stesse traiettorie vengono percorse più volte, le stesse condizioni vengono ricalibrate, come se ciò che conta non fosse l’esito, ma ciò che emerge nell’interrogarsi sulla scelta da farsi, anche se l’esito non può cambiare. A questo punto, la posta in gioco si sposta definitivamente, non è più la sopravvivenza in quanto tale, né la gestione dell’emergenza, è il tentativo di comprendere cosa resti dell’uomo quando tutto ciò che può essere previsto, simulato, reiterato è già stato messo in campo. L’esperimento non cerca una soluzione ottimale, ma qualcosa che resista alla soluzione stessa. È qui che il film introduce il suo aspetto più radicale, ciò che viene osservato non è la ricerca di un risultato corretto, né una risposta più efficace di un’altra, ma un comportamento che non smette di produrre conseguenze, anche quando si sa già come andrà a finire.  Una scelta che non può essere cancellata, solo attraversata di nuovo.  L’amore, in particolare l’amore materno, non viene proposto non come forza redentrice, ma come vincolo interno che continua ad agire anche quando ogni alternativa sembra già esclusa. La simulazione insiste perché qualcosa non torna, non perché manchi potenza di calcolo o precisione, ma perché ciò che viene messo alla prova non si lascia chiudere.  Le varianti possono moltiplicarsi, le condizioni possono essere raffinate, ma il risultato non converge, ogni tentativo di rendere coerente l’esperimento produce uno scarto ulteriore. Il fallimento non è tecnico, è strutturale. Non riguarda i limiti della macchina, ma ciò che non si lascia contenere da alcun criterio di ottimizzazione. Il film non suggerisce che questo scarto sia un difetto da eliminare, al contrario, è proprio lì che si manifesta ciò che l’esperimento sta cercando di osservare, non l’errore, ma la resistenza. Non l’imprevedibilità come rumore, ma come nucleo irriducibile dell’essere.  La perdita non è un incidente, è parte del processo, non tutte le vite possono essere salvate, non tutte le relazioni possono essere preservate, niente garantisce giustizia o equilibrio. Quando il ripetere non è più percepito come un tentativo di controllo, il suo disporsi cambia.  Non serve più a individuare una sequenza giusta né a correggere un percorso sbagliato. La simulazione non viene superata, né umanizzata. Viene abitata. È in questo scarto che si apre uno spazio nuovo. Non una sintesi tra bios e artificiale, né un compromesso rassicurante, piuttosto, un campo in cui il linguaggio dell’esperienza e quello della tecnica si intrecciano senza coincidere.  Il quid non è dato in partenza, né deducibile a posteriori, si produce nel movimento stesso, nel fatto che qualcosa continua a ripresentarsi senza poter essere risolto. Il film suggerisce tutto questo senza proclami.  Non c’è un momento in cui si possa dire che l’esperimento abbia funzionato, c’è la percezione che abbia smesso di cercare una risposta univoca.  La tecnologia qui non promette salvezza, impedisce una chiusura, non conserva intatto ciò che è stato, ma permette che qualcosa continui a muoversi. In questo quadro, l’acqua assume finalmente il suo significato pieno, non come simbolo, né come impulso di rigenerazione, tutto ciò non redime, non seleziona, non inaugura un nuovo ordine, cancella, travolge, è una potenza indifferenziata.  Se il diluvio fonda un sentiment nuovo attraverso un atto irreversibile, qui il reset è procedurale, reiterabile, privo di promessa, non conferma nessuna legge, la sospende. In questo caso l’atto in se non ha nulla di sacro, è una cancellazione che non affranca. Il parallelismo con l’archetipico è inevitabile, ma viene svuotato di ogni consolazione. Se il diluvio biblico è un atto, un fatto irreversibile che inaugura un topos nuovo, qui il reset assume una forma diversa, procedurale, reiterabile e priva di promessa. L’acqua torna così a mostrarsi per ciò che è sempre stata nel film, una potenza in atto. Non contiene un giudizio, non offre un orientamento, travolge, conserva, cancella. E proprio per questo costringe a interrogarsi su ciò che può attraversare il disastro senza sperare di uscirne intatto. Questo meccanismo investe direttamente chi guarda, lo spettatore non viene accompagnato verso una soluzione, ma trattenuto dentro una soglia. La fatica percettiva, l’incertezza, l’assenza di un esito giusto non sono difetti del racconto, ma parte della proposta.  Non si tratta di confusione, ma di esposizione al dubbio. Arrivati alla fine, la domanda su cosa sia reale e cosa no perde progressivamente centralità. Ciò che conta non è stabilire se ciò che resta appartenga al reale o a un suo doppio, ma verificare se regge un legame, se esiste ancora una continuità possibile, se qualcosa può essere attraversato senza pretendere di uscirne intatto. The Great Flood trova qui la sua posizione più netta, non celebra la tecnologia come strumento salvifico, né la demonizza come minaccia, mostra piuttosto un campo instabile, in cui l’umano non può essere ottimizzato, e la resilienza non consiste nel vincere l’algoritmo, ma nel continuare a scegliere anche quando non cambia l’esito. Non conta tanto stabilire se ciò che sopravvive sia vero  in senso assoluto, quanto verificare se può esistere una continuità, un principio etico intelligibile.  Anche un’illusione, se produce esperienza, smette di essere una semplice finzione. In questo modo, il film evita tanto la celebrazione ingenua della tecnologia quanto la sua demonizzazione. Non immagina una macchina capace di clonare l’umano, né un umano destinato a soccombere sotto il peso della propria creazione, mostra piuttosto un campo instabile, in cui ciò che resta è una possibilità aperta, fragile, mai garantita. Forse è proprio qui che The Great Flood prova ad offrire una risposta all’abisso dell’AI, nel ricordare che, anche quando tutto viene simulato, ripetuto, cancellato, ciò che conta non è ciò che viene conservato intatto, ma ciò che continua a procedere, non la chiusura di un sistema, ma la possibilità di attraversarlo. Quando il film lascia intravedere che ciò che stiamo vivendo non è solo la fine , bensì un esperimento, la posta in gioco cambia. Non perché arrivi una spiegazione, ma perché improvvisamente si percepisce che il ripetersi non è un effetto narrativo, è un metodo scelto a monte.  Un processo che insiste, variante dopo variante, come se stesse cercando non la soluzione più efficiente, ma la misura di ciò che resta di noi quando tutto può essere simulato, riprodotto, corretto e qualcosa, ostinatamente, non converge. È qui che emerge il nodo più spinoso (e più contemporaneo) del film: individuo vs collettività. Salvare l’umanità  è una logica generale, da sistema, salvare un singolo, un legame non negoziabile, è una logica che non scala, non diventa protocollo.  Eppure è proprio lì che si decide se ciò che stiamo trasferendo in una macchina è vero  o solo un’imitazione funzionale. Il dubbio finale resta appeso come una lama, l’esperimento mette deliberatamente sé stesso davanti a una scelta impossibile, proprio perché una madre non può farla… e proprio perché, se la fa, produce una frattura che non si ricompone. Questo dispositivo non agisce solo sui personaggi, ma coinvolge direttamente chi guarda. Il film non offre allo spettatore una posizione stabile da cui osservare. La ripetizione, l’incertezza, l’assenza di una soluzione definitiva producono una fatica percettiva che non viene mai del tutto risolta, volutamente. Il criterio decisivo non è ontologico, ma relazionale, se regge un legame, se è permesso ancora un attraversamento del senso senza che esso stesso venga distrutto, allora l’obiettivo c’è. Non serve trovare una risposta all’inevitabile, ma mostrare che l’assunto finale dell’esistenza non coincide con ciò che può essere deciso, ottimizzato, pragmatizzato. La differenza non sta nella potenza di calcolo, nel numero, ma in uno scarto minimo, una possibilità su decine di migliaia, non perché sia la migliore , ma perché è l’unica che non tradisce il fragile legame tra episteme e doxa nell’agire umano. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- The Flood Survival, Simulation, and the Resistant Remainder by Franco Bocca Gelsi In recent years, cinema that interrogates the relationship between the human and artificial intelligence has often chosen the path of explicit metaphor: thinking machines, artificial consciousness, systems that imitate or challenge human beings on the terrain of intelligence and control. The Flood takes a different route. It does not stage AI as a character, nor does it construct a frontal conflict between humans and machines. Instead, it shifts the question onto the level of experience, using the disaster movie as a device to probe what remains of human agency when it is pushed up against the wall by apparently impossible choices. Genre as Device The Flood is a film that surprises and leaves several questions suspended, well beyond its catastrophic or sci-fi framework. Kim Byung-woo adopts an apparently classical form, structured around an extreme event that forces the characters into a struggle for survival. The initial setup is immediately recognizable: an imminent nemesis, extreme survival. For a large portion of its runtime, The Flood works within genre rather than reflecting on it. Time is governed by urgency, the flood invades spaces and redraws the field of possibilities; we are firmly inside genre territory. Water is not a symbol to be interpreted, but a classical cinematic device. It erupts spectacularly, occupies everything, and compresses space, reshaping what the characters can or cannot do. The flood is perceived as an environment that forces continuous reorientation. The present narrows, floor by floor, decision by decision, yet time does not accelerate — as often happens in disaster movies. On the contrary, at a certain point it seems to crystallize. Water functions as narrative space because it isolates the characters, prevents reassuring wide shots and quick solutions, and reduces survival to an always provisional condition. As the water rises, the field of possibility contracts, escape routes diminish, paths become compulsory. Events reorganize themselves without producing a recognizable turning point, and the idea that every action necessarily leads to a solution begins to crack. Decisions remain urgent, danger does not diminish, but the horizon grows more opaque. The film does not insist on this point, nor does it explain it; it allows the viewer to slowly recognize the reappearance of certain dynamics. The flood remains, the danger remains, urgency does not diminish. What begins to emerge no longer concerns only how to survive, but what it means to choose when no real way out exists. What is put under pressure is a past decision, made years earlier, which continues to produce consequences and cannot be undone — only reconsidered. Here the bond that structures the entire film comes into play. Love, and in particular maternal love, enters the frame without ever being presented as a moral principle or a universal salvific force, but rather as a governing force — concrete, situated, traversed by ambivalence and failure. The film does not idealize this relationship, nor does it present it as a solution. It treats it instead as an unstable variable that resists every attempt at reduction. Each time something seems possible to save , the cost of that salvation emerges. Each time a decision appears necessary, the question of what is left behind remains open. In this sense, repetition does not function as an additional opportunity, but as repeated exposure to a limit. It becomes clear that the ongoing attempt forces a confrontation with what cannot be formalized without losing the very essence of lived experience. Every passage, every return, every adjustment inevitably produces a subtraction. The film’s universe is not simply collapsing; it is being put to the test. The same trajectories are traversed multiple times, the same conditions recalibrated, as if what matters were not the outcome, but what emerges in the act of questioning the choice to be made, even when the outcome cannot change. At this point, the stakes shift definitively. What is at issue is no longer survival as such, nor the management of emergency, but an attempt to understand what remains of the human when everything that can be predicted, simulated, and reiterated has already been deployed. The experiment does not seek an optimal solution, but something that resists solution itself. This is where the film reveals its most radical aspect: what is at stake is not the pursuit of a correct result, nor of a more efficient response, but a form of behavior that keeps producing consequences, even when its ending is already known. A choice that cannot be erased, only crossed again. Love — particularly maternal love — is not proposed as a redemptive force, but as an internal constraint that continues to act even when every alternative appears to have been excluded. The simulation persists not because of insufficient computational power or precision, but because what is being tested refuses closure. Variants can multiply, conditions can be refined, yet the result does not converge; every attempt to render the experiment coherent produces an additional gap. Failure is not technical; it is structural. It does not concern the limits of the machine, but what cannot be contained within any criterion of optimization. The film does not suggest that this gap is a defect to be eliminated. On the contrary, it is precisely where the experiment reveals what it is trying to observe: not error, but resistance — not unpredictability as noise, but as an irreducible core of being. Loss is not an accident; it is part of the process. Not all lives can be saved, not all relationships preserved; nothing guarantees justice or equilibrium. When repetition is no longer perceived as an attempt at control, its configuration changes. It no longer serves to identify the correct sequence or to correct a wrong path. The simulation is not overcome, nor humanized. It is inhabited. It is within this gap that a new space opens up — not a synthesis between bios and the artificial, nor a reassuring compromise, but a field in which the language of experience and that of technique intertwine without coinciding. The quid is not given in advance, nor deducible after the fact; it is produced in the movement itself, in the fact that something continues to reappear without being resolved. The film suggests all this without proclamations. There is no moment in which one can say the experiment has worked; there is instead the perception that it has stopped searching for a single, definitive answer. Technology does not promise salvation here; it prevents closure. It does not preserve what has been intact, but allows something to keep moving. Within this framework, water finally assumes its full meaning — not as symbol, nor as regenerative impulse. It does not redeem, does not select, does not inaugurate a new order. It erases, overwhelms; it is an undifferentiated force. If the biblical flood founds a new meaning through an irreversible act, here the reset is procedural, reiterable, and devoid of promise. It confirms no law; it suspends it. The act itself contains nothing sacred — it is a cancellation that does not liberate. The parallel with the archetypal flood is inevitable, but it is emptied of any consolation. If the biblical flood is an irreversible event that inaugurates a new topos, here the reset takes a different form: procedural, reiterable, and without promise. Water thus returns to what it has always been in the film: a force in action. It contains no judgment, offers no orientation; it overwhelms, preserves, erases. And precisely for this reason, it forces a confrontation with what can pass through disaster without hoping to emerge intact. This mechanism directly implicates the viewer. The spectator is not guided toward a solution, but held within a threshold. Perceptual fatigue, uncertainty, and the absence of a right  outcome are not flaws of the narrative, but part of its proposal. This is not confusion, but exposure to doubt. By the end, the question of what is real and what is not progressively loses centrality. What matters is not determining whether what remains belongs to reality or to its double, but whether a bond holds, whether a continuity is still possible, whether something can be traversed without demanding to emerge unscathed. Here The Flood finds its most definitive position. It neither celebrates technology as a salvific instrument nor demonizes it as a threat. Instead, it shows an unstable field in which the human cannot be optimized, and resilience does not consist in defeating the algorithm, but in continuing to choose even when the outcome does not change. What matters is not establishing whether what survives is true  in an absolute sense, but whether a continuity can exist — an intelligible ethical principle. Even an illusion, if it produces experience, ceases to be mere fiction. In this way, the film avoids both naïve celebration and simplistic demonization of technology. It does not imagine a machine capable of cloning the human, nor a human destined to collapse under the weight of its own creation. It shows instead an unstable field, in which what remains is an open possibility — fragile, never guaranteed. Perhaps it is precisely here that The Flood attempts to offer a response to the abyss of AI: by reminding us that even when everything is simulated, repeated, erased, what matters is not what is preserved intact, but what continues to proceed — not the closure of a system, but the possibility of crossing through it. When the film allows us to glimpse that what we are witnessing is not only the end ,   but an experiment, the stakes shift. Not because an explanation arrives, but because it suddenly becomes perceptible that repetition is not a narrative effect — it is a method chosen in advance. A process that persists, variant after variant, as if searching not for the most efficient solution, but for the measure of what remains of us when everything can be simulated, reproduced, corrected—and something, stubbornly, does not converge. Here emerges the film’s most thorny — and most contemporary — node: individual versus collectivity. Saving humanity  is a general, systemic logic. Saving a single individual, a non-negotiable bond, follows a logic that does not scale, that cannot become protocol. And yet it is precisely there that it is decided whether what we are transferring into a machine is true ,   or merely a functional imitation. The final doubt hangs like a blade: the experiment deliberately places itself before an impossible choice, precisely because a mother cannot make it — and precisely because, if she does, it produces a fracture that cannot be repaired. This device does not act only on the characters; it directly involves the viewer. The film offers no stable position from which to observe. Repetition, uncertainty, and the absence of a definitive solution generate a perceptual fatigue that is never fully resolved — deliberately. The decisive criterion is not ontological, but relational: if a bond holds, if a traversal of meaning remains possible without meaning itself being destroyed, then the objective has been met. There is no need to find an answer to the inevitable, but to show that the ultimate assumption of existence does not coincide with what can be decided, optimized, or pragmatized. The difference does not lie in computational power or scale, but in a minimal gap — a possibility among tens of thousands — not because it is the best , but because it is the only one that does not betray the fragile bond between episteme and doxa in human action.

  • konnektor

    La nuova politica Usa sulla Palestina Paul Hertz Nel 2025 si sono iniziati a produrre cambiamenti percepibili nel Partito Democratico e nel Partito Repubblicano riguardo alla politica statunitense sulla Palestina, il che dimostra che il consenso irrazionale imposto dalle classi dirigenti atlantiche è molto più debole e fragile, se le lotte sono davvero di massa e i nuovi soggetti politici dispongono di mezzi di comunicazione che riescono a spiegarle ai cittadini. Il 2025 è iniziato con un cessate‑il‑fuoco a Gaza che non era destinato a durare e si conclude con uno che non è mai stato realmente istituito. L’anno ha anche visto un’intensificazione costante dell’occupazione in Cisgiordania e un’ondata senza precedenti di conflitti israeliani in tutto il Medio Oriente.   Negli Stati Uniti, il passaggio dal fervente e autolesionista sostegno a Israele di Joe Biden a quello più transazionale, ma comunque solido, di Donald Trump ha avuto un impatto trascurabile sulla politica della superpotenza, che rimane uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione dei diritti inalienabili dei palestinesi.   C’è però una reale speranza che quest’anno si possa cogliere un significativo movimento nel discorso americano su Palestina e Israele, e che questo spostamento stia finalmente iniziando a riflettersi nella politica statunitense, sebbene in forme troppo limitate per soddisfare le esigenze del momento.   Il più evidente è che nel 2025 l’opinione pubblica americana ha continuato a allontanarsi da Israele.   A luglio, un articolo di «The Economist» – una pubblicazione che difficilmente può essere considerata progressista – osservava:   «Il progressivo spostamento verso destra della politica israeliana negli ultimi anni, e soprattutto la guerra prolungata a Gaza, ha alienato molti americani comuni. Il malcontento verso Israele, che si era già sedimentato da tempo all’interno del Partito Democratico, sta ora crescendo anche tra i Repubblicani. I membri più giovani di entrambi i partiti hanno cambiato posizione in modo particolarmente drastico. Un ridisegno fondamentale di una delle alleanze più radicate d’America sembra quasi inevitabile, con enormi ripercussioni per il Medio Oriente e per il mondo».   Anche i più accaniti sostenitori di Israele hanno constatato che i venti politici si fossero spostati a tal punto da costringerli a disapprovare, almeno implicitamente, il comportamento israeliano. Il rappresentante Ritchie Torres, noto per la sua ferma opposizione ai diritti palestinesi, non ha retto le proteste dei suoi elettori di New York di fronte alla deliberata carestia imposta da Israele a Gaza nell’estate 2025. Su X ha scritto: «Il mondo libero ha una responsabilità morale verso i palestinesi in difficoltà. Inondiamo Gaza di cibo».   L’insinuazione di Torres – che Israele non consentisse un apporto sufficiente di viveri a Gaza (in quel periodo quasi nessun aiuto arrivava, e la Striscia era in stato di carestia) – è stata disorientante, ma soprattutto ha riflesso il crescente disgusto dei Democratici verso Israele.   Nessun dato convince più i Democratici dei sondaggi, e molti di essi mostrano che gli elettori sono sempre più stufi di Israele.   Quando Israele ha iniziato il genocidio a Gaza dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, gli americani erano divisi sulla risposta israeliana. Un sondaggio Gallup mostrava il 50 % a favore delle azioni israeliane e il 45 % contrario. Tale percentuale è rapidamente passata alla disapprovazione, e nel 2025 è scivolata drasticamente: a metà luglio, il 60 % degli americani condannaa le azioni di Israele, contro il 32 %.   I numeri erano ancora più marcati tra i Democratici: dal 36 % di sostegno iniziale, al solo 8 % a luglio 2025.   Il cambiamento non è limitato ai Democratici. Se i Repubblicani rimangono più favorevoli a Israele, il loro sostegno sta diminuendo, soprattutto tra i giovani. Il politologo Shibley Telhami, titolare della Anwar Sadat Chair for Peace and Development all’Università del Maryland, ha condotto un sondaggio nell’agosto 2025, rilevando che il 21 % dei Repubblicani definiva le politiche di Donald Trump «troppo pro‑Israele».   «Il cambiamento tra i giovani Repubblicani è sbalorditivo — ha commentato Telhami — Mentre il 52 % dei Repubblicani più anziani (35 anni e oltre) simpatizza maggiormente con Israele, solo il 24 % dei giovani (18‑34 anni) condivide lo stesso sentimento – meno della metà».   L’opinione pubblica influenza i politici   Nel novembre 2024 il senatore Bernie Sanders ha presentato una Joint Resolution of Disapproval (JRAD) per bloccare una grande vendita di armi a Israele. L’iniziativa è fallita, ma 18 senatori hanno votato a favore. Quel voto è stato significativo anche perché alcuni dei senatori che hanno sostenuto Sanders non erano quelli che ci si sarebbe aspettati. Ad esempio, il candidato alla vicepresidenza con Hillary Clinton nel 2016, Tim Kaine (Virginia), è stato uno dei supporter della proposta di legge di Sanders. Difficilmente sarebbe arrivato al Senato in passato un disegno di legge simile. Come ha affermato Beth Miller, direttrice politica di Jewish Voice for Peace Action: «È troppo poco, troppo tardi; questo genocidio dura da 13 mesi, ma ciò non cambia il fatto che questo sia un passo critico».   Nel 2025 Sanders ha riproposto la risoluzione a luglio, ottenendo 24 voti di sostegno, un aumento del 33 %.  Questo risultato non dice molto a favore del Senato, del Congresso o persino dei Democratici nel loro insieme. Questa votazione verteva su un genocidio che, al momento, durava da oltre ventidue mesi. Tuttavia, come aveva affermato Miller in precedenza, l'aumento era significativo, così come lo era l'adesione di democratici più moderati, come Amy Klobuchar (Minnesota). Queste votazioni, sebbene non siano riuscite a salvare alcuna vita palestinese, hanno rappresentato un importante punto di svolta politico. La percezione generale era che Israele fosse coinvolto in una "guerra", per quanto inadeguato potesse risultare questo termine per chi osservava ciò che stava realmente accadendo in quel momento. E non si trattava di aiutare Israele, ma della vendita di armi. L'idea di votare contro l’iniziativa in qualsiasi circostanza, e ancor più in una situazione percepita come di conflito, era semplicemente assurda in passato. Avrebbe costituito un suicidio politico per chiunque si fosse impegnato in tale iniziativa, ad eccezione di un ristretto numero di politici, e non avrebbe mai ottenuto più di uno o due voti a favore al Senato. Solo pochi anni fa, il semplice fatto di suggerire la possibilità di condizionare gli aiuti a Israele era considerato un passo pericoloso e controverso. Nel 2025, tuttavia, più della metà dei quarantasette membri del gruppo democratico al Senato ha votato a favore del blocco della vendita di armi a Israele. Le tendenze politiche possono richiedere tempo per cambiare, soprattutto quando sono sostenute da forze politiche potenti e radicate da decenni. Si tratta di un cambiamento notevole e, dato che gli sforzi per modificare la politica statunitense sulla Palestina continuano e si intensificano, ci sono molte ragioni per credere che si tratti di una tendenza destinata a persistere. Divisione interna ai partiti   Il 2025 ha visto una notevole spinta verso un cambiamento sostanziale nella politica americana verso la Palestina, sia tra i Democratici che tra i Repubblicani.   Dopo la sconfitta di Kamala Harris nel 2024, è emerso che la politica di Biden e Harris verso la Palestina ha alienato gli elettori Democratici, contribuendo alla perdita. Un sondaggio IMEU/YouGov ha identificato Gaza come la principale ragione per cui gli ex‑votanti Biden hanno cambiato o trattenuto il voto nel 2024, soprattutto negli stati chiave, dimostrando che i democratici, noti per basarsi sui sondaggi e sui focus group, avevano completamente frainteso o ignorato la mappa ideologica degli Stati in cui avevano più bisogno di vincere. A dicembre i democratici hanno deciso di insabbiare un rapporto post mortem che avevano commissionato sulle elezioni del 2024. Non hanno fornito molte spiegazioni al riguardo, solo alcune dichiarazioni sconnesse sulla necessità di guardare avanti che chiunque avrebbe potuto considerare, senza pensarci due volte, come uno sfacciato tentativo di elusione. Senza dubbio, il Partito Democratico ha trovato innumerevoli ragioni per spiegare la propria sconfitta, che erano scomode e  ne riflettevano semplicemente la miopia politica, ma praticamente tutte le analisi serie di quella sconfitta hanno menzionato non solo Gaza come fattore chiave, ma anche diverse questioni tangenziali ad essa correlate, come la sensazione di scollamento tra i candidati e la base, nonché la perdita di voti tra i giovani.  I Repubblicani, d’altro canto, stanno vivendo una frattura tra gli elettori tradizionali e quelli più isolazionisti “America First”. Figure come Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Candace Owens usano la questione palestinese per mascherare l’antisemitismo.  Owens, in particolare, è stata molto esplicita nell'uso di classici tropi antisemiti e di espressioni dirette di odio verso gli ebrei per promuovere la propria causa. Nel suo caso, l’aperta intolleranza ha sostituito i tentativi iniziali di collegare il proprio odio alla causa palestinese. Carlson e Greene – entrambi con una lunga storia di antisemitismo, islamofobia e razzismo anti-arabo – non hanno rinnegato alcuna delle precedenti dichiarazioni, ma si sono aggrappati alle petizioni anti-israeliane attuali istogliendo il focus dalle dichiarazioni d’odio razziale su cui da sempre hanno costruito consenso. Tuttavia, un sondaggio IMEU/YouGov recente mostra che il 51 % dei giovani Repubblicani preferirebbe sostenere candidati che riducano gli aiuti a Israele, il 53 % è contrario al rinnovo dell’impegno annuale di aiuti, e il 51 % si oppone a un accordo di 20 anni a favore di Israele.   Il sostegno conservatore a Israele è tradizionalmente radicato nel cristianesimo evangelico e nel sionismo dispensazionalista (corrente teologica protestante che interpreta il ritorno degli ebrei in Israele come parte della profezia escatologica cristiana, N.d.T.), ma sempre più giovani evangelici stanno abbandonando questa posizione, come ha dichiarato il pastore palestinese‑americano Fares Abraham nel febbraio 2025: «Un significativo spostamento generazionale si sta verificando, passando da un falso evangelio di impero a una fede che difende giustizia, misericordia e verità».   Si tratta di una tendenza visibile già da tempo. È accompagnata da un aumento dell'isolazionismo tra i repubblicani, che è emerso chiaramente anche nelle parole scelte con cura dal vicepresidente JD Vance alla recente conferenza Turning Point USA: «Il 99% dei repubblicani e probabilmente il 97% dei democratici non odiano gli ebrei perché sono ebrei. Quello che sta realmente accadendo è che si sta verificando una reazione violenta contro l'opinione consensuale sulla politica estera americana». Il 2025 è stato un anno di tragedia continua per il popolo palestinese, ma anche di progressi senza precedenti negli Stati Uniti verso la riduzione del sostegno a Israele. Cambiare una politica radicata da decenni è difficile, ma il cambiamento sembra avvicinarsi.   Il 2025 non solo ha fornito motivi di speranza, ma anche il potenziale per dare slancio alle forze del cambiamento nei prossimi anni. --- Note di traduzione: Joint Resolution of Disapproval – JRAD  è volto come “risoluzione congiunta di disapprovazione”, mantenendo l’acronimo per chiarezza. Consigli di lettura: F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); T. Ali, Unending war , «Sidecar», 16 ottobre 2025; H. Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar», 18 aprile 2025;  M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org , 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); N. Barrows-Friedman, Israel violates ceasefire, freed Palestinians bear torture marks , «Electronic Intifada», 17 ottobre 2025; T.S. Hajjaj, New Hamas crackdown on Gaza militias will be ‘largest yet,’ security source says , «Mondoweiss», 21 ottobre 2025; F. Lordon,   Endgame , «Sidecar», 27 giugno 2025; A. Lowenstein, The Palestine laboratory. Hoe Israel exports the technology of occupation around the world , Verso + Scribe, London-New York 2023; — Disaster capitalism. Making a killing out of catastrophe,  Verso, London-New York 2015; C. Mokhiber, Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo. Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA , «Ahida»,   11 dicembre 2025; Q. Muaddi, El Estado genocida de Israel pretende dividir definitivamente Gaza a lo largo de la «Línea Amarilla» , «Diario Red», 7 novembre 2025; — 9100 palestinos languidecen en pésimas condiciones en las prisiones del Estado genocida israelí tras el acuerdo de «paz» , «Diario Red», 15 ottobre 2025; I. Pappé, La fine di Israele, Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina , Fazi, Roma 2025; — Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? , «El Salto», 20 aprile 2023; S. Watkins, Israel after Fordow , «NLR», n. 154, luglio-agosto 2025. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Mitchell Plitnick – già vicepresidente della Fondazione per la Pace in Medio Oriente e direttore dell'ufficio statunitense di B'Tselem, il centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati (2008-2010) ed executive per Jewish Voice for Peace (2002-2008). Editorialista politico, i suoi articoli sono apparsi su Ha'aretz, New Republic, Jordan Times, Middle East Report, San Francisco Chronicle, +972 Magazine, Outlook ed altre testate. Ha conseguito un Master in politiche pubbliche al College Park del Maryland ed una laurea in Studi mediorientali presso Berkeley, California.

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