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Senza Basaglia il Far West (sulla mancanza di cura del disagio psichico) Thomas Berra Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano oggetti, distribuiscono spintoni e pugni, provano a difendersi quando sono derisi dai passanti. A volte capita che tentino la fuga se qualcuno vuole stanarli dai ruderi di vecchi edifici in cui si infilano per passare la notte. Ogni tanto si appiccano fuoco e divengono torce umane. Accade pure che senza alcun movente pugnalino estranei o persone care. Sono donne e uomini abbandonati, sofferenti per forme multiple e diversificate del disagio psichico. Intorno a questi fantasmi viventi, corroborati dal social chiacchiericcio, i media allestiscono campagne di odio digitale che alimentano paura. Se tali fragilissime persone provengono da altre zone del pianeta, sono bollate come maranza. E divengono così folk devil, alimentando il moral panic1. È la militarizzazione sociale del deviante, l’ostentazione della sua eliminazione ai fini della propaganda securitaria, la propaggine armata di ciò che è stato definito «arbitrio punitivo»2. Soprattutto, il ricorso alla violenza di Stato, in luogo della cura, materializza nelle strade la modalità annichilente già in uso all’interno delle carceri. Nel 2025 nelle galere italiane sono avvenuti 76 suicidi; 50 i decessi per cause da accertare3. A colpi di pistola, fulminate con la taser o soffocate a terra, almeno 22 persone con disagio psichico così hanno perso la vita in Italia nel nuovo millennio. In totale sono 77 i soggetti morti negli ultimi 25 anni durante fermi e inseguimenti attuati da polizia e carabinieri. Li ha censiti Luigi Mastrodonato in un’inchiesta pubblicata dal quotidiano «Il Domani». Incrociando i dati raccolti nella mappa4, sempre realizzata da Mastrodonato con le testimonianze dei familiari delle vittime, e analizzando le dinamiche dei fatti, si conferma il dato raccapricciante: era in preda a deliri paranoici, attacchi di panico e crisi isteriche quasi il 30 per cento delle persone decedute nel corso o all’esito di attività operative svolte da agenti e militari delle forze dell’ordine. Così la prassi brutale della segregazione dei mattacchioni, combattuta e sconfitta dal movimento basagliano e dalla legge 180, degenera e si istituzionalizza in eliminazione fisica. Carceri e manicomi eccedenti «La scienza nata nei tribunali e nei manicomi sopravvive nella prigione tra le suggestioni della psichiatria forense, rassicurante approdo per quanti ritengono che, in fondo, non si tratti altro che della vecchia questione della pericolosità del folle, e le illusioni della psichiatria clinica, convinta che si possa contemporaneamente curare e punire. All’invito che il carcere sta facendo alla psichiatria di estendere il suo campo di azione nei suoi territori, l’istituzione psichiatrica sta rispondendo applicando le tecnologie di gestione della sofferenza psichica già operanti nei suoi servizi»5. Tutto ciò deborda, tracima, fuoriesce dalle pareti carcerarie e riversa l’istituzione totale nella dimensione della vita quotidiana. Al contempo assistiamo all’estensione della funzione punitiva delle cliniche psichiatriche, trabocca la loro essenza regolatrice e coercitiva6, trova legittimazione securizzando le strade, alimentandosi dell’umana disperazione brandita e distorta come minaccia da debellare. Non è casuale che poche settimane fa l’avvocatura dello Stato abbia presentato ricorso contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che nel gennaio 2026 aveva condannato l’Italia a risarcire con 140.000 euro la famiglia del trentanovenne Riccardo Magherini, morto a Firenze nella notte del 2 marzo 2014. In preda a una crisi di panico, l’ex calciatore era stato bloccato a terra e ammanettato dai carabinieri. La CEDU sostiene che lo Stato non protesse la vita di una persona sotto la sua custodia e i carabinieri (assolti nel 2018 dalla giustizia italiana) non furono adeguatamente formati sulle tecniche di contenimento. Di tragiche storie analoghe a questa se ne stanno verificando tante. Come la tragedia di Andrea, quarantacinque anni, soffocato nel 2015 a Torino mentre gli agenti provavano a imporgli un TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio – o quella del trentenne Vincenzo, morto in Calabria un anno prima, in circostanze analoghe. In questo come in tanti altri casi, evidentemente per il governo Meloni l’insicurezza nelle strade rimane solo un problema di ordine pubblico, non sanitario. L’uso strumentale delle tragiche storie di tanti soggetti vaganti, sofferenti, abbandonati a se stessi, così alimenta la percezione di insicurezza. Ne sono convinti anche molti agenti e militari dell’Arma. Dopo essere intervenuto in una situazione critica di questo tipo, lo spiega un poliziotto che preferisce mantenere l’anonimato: «Quando ho capito che il soggetto non stava bene con la testa, mi sono sentito perso. Non sapevo come comportarmi. Temevo di fargli del male, ma non potevo aspettare che mi ammazzasse o ferisse qualcuno. Grazie a Dio, a un certo punto è scappato. E il collega mi ha detto di lasciarlo andar via, perché comunque lo avremmo ripreso due minuti dopo, quando si sarebbe un po’ calmato». Privi di riferimenti familiari, costretti a vivere in condizioni di estremo disagio, i più esposti alla sofferenza mentale sono i migranti. Lo sono ben 8 dei 22 morti durante le operazioni di polizia. Sono almeno due le cause di questa mattanza. Una, di carattere più recente, è da ricercare nell’aziendalizzazione del servizio sanitario nazionale. L’altra, più antica, riguarda le modalità di esercizio della violenza statale ed è connaturata ai poteri costituiti italiani, senza soluzione di continuità fra le tre fasi principali: monarchica postrisorgimentale, fascista e repubblicana. Manca quel che manca Ci sarebbero strumenti normativi e risorse economiche per consentire l’inclusione sociale delle persone che vivono un disagio psichico. Di tutto ciò sono convinti pure i collettivi che denunciano il carattere strutturale della violenza psichiatrica7 e gli studiosi che analizzano la mancata applicazione della legge Basaglia8 e del Budget di Salute nelle regioni italiane più povere. «I tagli alla spesa e la carenza di personale hanno penalizzato in maniera vistosissima i servizi di salute mentale territoriale. (...) oggi gran parte dei centri di salute mentale del paese sono sottoutilizzati o utilizzati come semplici ambulatori o dispensari di terapie farmacologiche (...)»9. Il Budget di Salute attua progetti di vita personalizzati per l’inclusione sociale e l’autonomia di persone fragili. «Sta passando sotto traccia – spiega Giorgio Marcello, sociologo – la riemersione di nuovi centri di segregazione, sotto forma di istituzioni totaloidi10. La profezia di Basaglia è sempre più disattesa. È in atto un processo di desertificazione progressiva dei presidi territoriali di tutela della salute mentale, che appare irreversibile, a fronte di un aumento esponenziale di richieste di accesso – da parte soprattutto di giovani – a servizi in stato comatoso. E nel deserto, la logica del far west inevitabilmente si impone, se non matura una resistenza dal basso». Per quanto riguarda l’altra origine della mattanza, di segno più storico-politico, nonché́ riflesso della tendenza molto italiana all’impiego della violenza di Stato in contesti di turbolenza sociale, l’odierno far west non rappresenta una novità. In fondo i dispositivi securitari attivati negli ultimi anni costituiscono la prosecuzione delle prassi repressive inaugurate negli anni Settanta e durante le altre insorgenze manifestatesi fra il vecchio e il nuovo millennio. Un vizietto antico «Il riarmo interno, espressione onnicomprensiva delle trasformazioni in corso, è dunque una reazione globale dello Stato e delle classi al potere, sia contro la conflittualità sociale, sia contro la crisi economico-politica che attanaglia il Paese. In altri termini: non si tratta né di una misura congiunturale, né di una misura puramente repressiva; bensì̀ di una iniziativa programmatica a larghissimo spettro sociale e di tendenziale gittata strategica. (...) Obiettivo: una società senza tensioni, ovvero una società le cui tensioni siano sublimate nella lotta al terrorismo, nella denuncia, nella delazione; o dissipate nel suicidio, nel qualunquismo, nella droga, nell’apatia trasognata del capitalismo fatiscente. (...) La repubblica ri-fondata sulla sicurezza interna, alla cui edificazione hanno posto mano tutti i partiti della grande coalizione, avvalendosi degli originali apporti del Pci (...), non è una mera ripetizione dei modelli consolidati altrove»11. Oggi leggiamo e sentiamo dire che negli anni Settanta lo Stato avrebbe combattuto il terrorismo senza instaurare uno stato di polizia, mantenendo saldo il rispetto delle regole democratiche. È una delle menzogne diffuse in tempi recenti, nel dibattito pubblico sulle riforme costituzionali riguardanti il sistema giudiziario e i decreti sicurezza approvati dal governo Meloni. L’ampio uso della normativa d’emergenza, le leggi speciali, il ricorso alla tortura12, a uccisioni mirate e alla carcerazione di massa, è documentato da numerose pubblicazioni. Il fermo preventivo e prolungato degli attivisti politici, la soppressione delle libertà basilari, i superpoteri attribuiti alle forze dell’ordine, la costruzione di teoremi accusatori fondati su acrobatiche inchieste giudiziarie, videro e vedono il concorso di apparati in teoria deputati al mantenimento dello Stato di diritto, ma nei fatti esecutori di una vasta campagna politica e militare finalizzata a soffocare ogni possibile forma di insorgenza. Non è casuale che dal 1975 al 1989, in contesti diversi 625 persone furono uccise o ferite dalle forze di polizia in Italia13. Il 1975 è l’anno in cui entrò in vigore la legge che prese il nome dal ministro di Grazia e Giustizia, Oronzo Reale. «Quarantamila denunciati, quindicimila passati dalle carceri, quattromila condannati, spesso senza nessuna garanzia del diritto di difesa. Queste le aride cifre finali e contabili della brillante operazione di difesa della democrazia. Dietro le cifre, le carceri speciali, la tortura, l’isolamento, la parte migliore di due generazioni ricondotta al silenzio, costretta all’esilio, o restituita alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità»14. In questo contesto, una mano (che uccide le persone sofferenti nelle strade) lava l’altra (impegnata a promulgare leggi e decreti che autorizzano l’uso letale della forza pubblica), con le finalità di sempre: controllare il dissenso, reprimere i movimenti antagonisti al sistema. Citando Friedrich Engels, Lenin definì̀ il cervello umano il «più alto prodotto della materia». Oggi, in condizione di sofferenza, nel sistema vigente, esso è strumentalizzato per giustificare i dispositivi securitari. Note 1. V. Marchi, SMV Stile Maschio Violento. I demoni di fine millennio, Genova, Costa & Nolan, 1994 2. L. Ferrajoli, Giustizia e politica, Bari, Laterza, 2024 3. Report del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone private della Libertà Personale, 2025 4. https://www.instagram.com/p/DIa9cm2s6E9/ 5. S. Verde, Il carcere manicomio, Roma, Sensibili alle foglie, 2011 6. O. Greco, I demoni del mezzogiorno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018 7. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, Pazzi da morire, Roma, Sensibili alle foglie, 2026 8. https://www.icalabresi.it/archivio/calabria-manicomio-prigionieri-silenzio-reggio-girifalco/ 9. G. Marcello, G. Procopio, L'innovazione possibile. La sperimentazione del budget di salute e la sua applicabilità in un contesto di welfare debole, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2025 10. Le istituzioni totaloidi sono contesti contemporanei che, pur non essendo formalmente totali come le prigioni o i manicomi, ne replicano le dinamiche segreganti, limitando la libertà e la vita relazionale delle persone. Esse operano spesso attraverso campi rom, centri di accoglienza, o forme di internamento di fatto per anziani e disabili 11. Controinformazione, La Repubblica rifondata, gennaio 1980, n° 17 12. AA.VV. Progetto Memoria, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 1988 13. Centro di Iniziativa Luca Rossi (a cura di), 625 Libro bianco sulla legge Reale 14. N. Balestrini – P. Moroni, L’Orda d’oro, Milano, SugarCo, 1988 Claudio Dionesalvi è nato a Cosenza. Insegnante di Lettere nella scuola media, già militante del Centro Sociale Autogestito Gramna e ultrà del Cosenza Calcio, impegnato nella scolarizzazione dei bambini di origini rom, tra i fondatori dell’associazione Coessenza. Collabora con diverse testate, tra cui «il manifesto». È direttore del semestrale «Registro Sconnesso». Ha pubblicato numerosi libri. Without Basaglia, the Wild West By Claudio Dionesalvi Wandering the cold or scorching streets of our cities, they bang their heads against walls and shop shutters, scream, curse the void, hurl objects, shove and punch, try to defend themselves when mocked by passers‑by. Sometimes they attempt to flee if someone tries to corner them in the ruins of old buildings where they hide for the night. Occasionally they set fire to themselves and become human torches. It also happens that, without any motive, they stab strangers or loved ones. They are men and women abandoned, suffering from multiple and varied forms of mental distress. Around these living ghosts, reinforced by gossip‑filled social media, the press stages digital hate campaigns that feed fear. If such fragile people come from other parts of the planet, they are labelled “maranza” and become a folk devil, fueling a moral panic¹. This is the social militarisation of the deviant, the ostentatious elimination of the deviant for security‑propaganda purposes, the armed propagation of what has been called “punitive arbitrariness”². Most importantly, the resort to State violence instead of care materialises on the streets in a annihilating mode already used inside prisons. In 2025, Italian penitentiaries recorded 76 suicides; 50 deaths remained pending investigation³. Shot with pistols, stunned with tasers or suffocated on the ground, at least 22 people with mental distress have lost their lives in Italy in the new millennium. In total, 77 individuals have died during the last 25 years while being detained or chased by police and carabinieri. The figures were compiled by Luigi Mastrodonato in an investigation published by «Il Domani». By cross‑referencing the data collected in the map⁴—also produced by Mastrodonato and based on testimonies from victims’ families—and analysing the dynamics of each case, a chilling statistic emerges: nearly 30 % of the deceased were experiencing paranoid delusions, panic attacks or hysterical crises at the time of the police or military operation. Thus, the brutal practice of segregating “madmen,” fought and overturned by the Basaglian movement and Law 180, has degenerated into physical elimination. Prisons and Overcrowded Asylums «The science born in courts and asylums survives in prison, within the suggestions of forensic psychiatry—a reassuring landing place for those who believe that, after all, it is only the old question of the danger posed by the ‘mad’ and the fantasies of clinical psychiatry, convinced that one can simultaneously cure and punish. At the invitation of prisons to extend their field of action into psychiatric territories, the psychiatric institution replies by applying the same technologies for managing psychic suffering already in use in its services»⁵. All this overflows, spills, and bursts through prison walls, pouring the total institution into everyday life. Simultaneously we witness the extension of the punitive function of psychiatric clinics: their regulatory and coercive essence overflows⁶, gaining legitimacy by securitising streets and feeding on human desperation, brandished and distorted as a threat to be eradicated.It is not a coincidence that, a few weeks ago, the State’s legal office lodged an appeal against the European Court of Human Rights (ECHR) ruling of January 2026, which ordered Italy to pay €140,000 to the family of 39‑year‑old Riccardo Magherini, who died in Florence on the night of 2 March 2014. Suffering a panic crisis, the former footballer was pinned to the ground and handcuffed by carabinieri. The ECHR held that the State failed to protect a person in its custody and that the carabinieri (acquitted in 2018 by Italian courts) had not received adequate training in restraint techniques. Similar tragic stories are multiplying: the 2015 case of Andrea, 45, suffocated in Turin while officers attempted to impose a TSO (Compulsory Health Treatment); the 2024 death of 30‑year‑old Vincenzo in Calabria under comparable circumstances.In these and many other cases, the Meloni government clearly treats street insecurity as a purely public‑order issue, not a health one. The instrumental use of countless tragic stories of wandering, suffering, abandoned individuals fuels the perception of insecurity. Many police officers and military personnel share this conviction. After intervening in a critical situation, one officer—who wished to remain anonymous—explained: «When I realized the person was not well mentally, I felt lost. I didn’t know how to act. I feared harming him, but I couldn’t wait for him to kill or injure someone. Thank God, at some point he fled. A colleague told me to let him go, because we would have caught him again a couple of minutes later, once he had calmed down».Deprived of family ties and forced to live in extreme distress, the most vulnerable to mental suffering are migrants: they represent 8 of the 22 deaths recorded during police operations.Two the causes of this bloodshed. A recent factor – the corporatisation of the National Health Service. An older one – the long‑standing modalities of State violence, rooted in the three main Italian regimes: post‑Risorgimento monarchy, Fascism, and the Republic. What Is Missing There exist normative tools and economic resources that could enable the social inclusion of people experiencing mental distress. Such tools are recognised by collectives denouncing the structural nature of psychiatric violence⁷ and by scholars analysing the failure to implement Basaglia’s Law⁸ and the Health Budget in Italy’s poorest regions.«Cuts to spending and staff shortages have severely penalised community mental‑health services. (…) Today, most mental‑health centres are under‑used or reduced to simple outpatient clinics dispensing pharmacological therapies»⁹.The Health Budget should fund personalised life‑projects for the social inclusion and autonomy of vulnerable individuals. Yet, as sociologist Giorgio Marcello notes «a new wave of segregationist institutions— totalitarian‑type facilities¹⁰—appears under the radar. Basaglia’s prophecy is increasingly ignored. A progressive desertification of territorial mental‑health safeguards is underway, seemingly irreversible, while demand for access—especially from young people—to coma‑state services surges. In this desert, the logic of the wild west inevitably dominates unless a grassroots resistance matures».The current wild west is not a novelty. The security devices deployed in recent years continue the repressive practices inaugurated in the 1970s and during subsequent social upheavals between the old and the new millennium. A Deep-seated Habit «The internal re‑armament, an all‑encompassing expression of ongoing transformations, is therefore a global reaction of the State and ruling classes—both against social conflict and against the economic‑political crisis gripping the country. In other terms: it is neither a temporary measure nor a purely repressive one; it is a programmatic initiative of very broad social scope and strategic reach. Goal: a society without tensions, or a society whose tensions are sublimated into the fight against terrorism, denunciation, denunciation; or dissipated in suicide, populism, drugs, the dreamy apathy of a dying capitalism. The Republic, rebuilt on internal security, with the participation of all parties of the great coalition and the original contributions of the PCI (Italian Communist Party), is not a mere repetition of models established elsewhere»¹¹.The claim that the State in the 1970s fought terrorism without establishing a police state while preserving democratic rules is a widespread lie, now resurfacing in public debate over constitutional reforms concerning the judiciary and the security decrees of the Meloni government. The extensive use of emergency legislation, special laws, torture¹², targeted killings and mass incarceration is documented by numerous publications. Preventive and prolonged detention of political activists, suppression of basic freedoms, super‑powers granted to police forces, and the construction of accusatory theorems based on acrobatic judicial investigations—all see the participation of bodies theoretically tasked with safeguarding the rule of law, but in practice act as executors of a wide‑scale political and military campaign aimed at crushing any form of dissent.From 1975 to 1989, across various contexts, 625 people were killed or injured by police forces in Italy¹³. 1975 also marked the entry into force of the law named after the Minister of Justice, Oronzo Reale.«Forty‑thousand denounced, fifteen‑thousand passed through prisons, four‑thousand sentenced, often without any guarantee of a right to defence. These are the stark, final figures of the brilliant operation defending democracy. Behind the numbers lie special prisons, torture, isolation, the best part of two generations driven into silence, forced into exile, or returned to society after being humiliated in their identity»¹⁴.In this context, one hand (that kills suffering people on the streets) washes the other (that enacts laws and decrees authorising lethal public‑force), with the timeless objective of controlling dissent and repressing movements antagonistic to the system. Citing Friedrich Engels, Lenin described the human brain as “the highest product of matter”. Today, in a state of suffering, that brain is instrumentalised to justify security devices. Notes 1. V. Marchi, SMV Stile Maschio Violento. I demoni di fine millennio, Genova, Costa & Nolan, 1994. 2. L. Ferrajoli, Giustizia e politica, Bari, Laterza, 2024. 3. Report of the National Guarantee of the Rights of Persons Deprived of Personal Liberty, 2025. 4. https://www.instagram.com/p/DIa9cm2s6E9/ 5. S. Verde, Il carcere manicomio, Roma, Sensibili alle foglie, 2011. 6. O. Greco, I demoni del mezzogiorno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018. 7. Collectivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, Pazzi da morire, Roma, Sensibili alle foglie, 2026. 8. https://www.icalabresi.it/archivio/calabria‑manicomio‑prigionieri‑silenzio‑reggio‑girifalco/ 9. G. Marcello, G. Procopio, L’innovazione possibile. La sperimentazione del budget di salute e la sua applicabilità in un contesto di welfare debole, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2025. 10. Le istituzioni totaloidi – contemporary contexts that, while not formally total as prisons or asylums, replicate segregating dynamics, limiting liberty and relational life; they often operate through Rom camps, reception centres, or de‑facto internment for the elderly and disabled. 11. Controinformazione, La Repubblica rifondata, January 1980, n. 17. 12. AA.VV., Progetto Memoria, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 1988. 13. Centro di Iniziativa Luca Rossi (ed.), 625 Libro bianco sulla legge Reale. 14. N. Balestrini – P. Moroni, L’Orda d’oro, Milano, SugarCo, 1988.
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Autonomia operaia L’esperienza fiorentina (1973-1977) Pubblichia l'Introduzione al volume Autonomia operaia. L'esperienza fiorentina (1973-1977), di Lauro Rosso, recentemente pubblicato da Milieu nella collana «settanta». Autonomia operaia – che non rappresentò mai un’organizzazione a diffusione nazionale – fu una variegata area politica accumunata da comportamenti e prassi politiche peculiari. Possiamo affermare che l’Autonomia non ebbe mai una «norma», ma solo delle «eccezioni». Il suo localismo e le sue differenze, sia teoriche che pratiche, ne rappresentano quindi un carattere definitorio. Non è possibile dunque scrivere una storia dell’Autonomia nazionale, esiste invece una storia dell’Autonomia per ogni regione, per ogni città e, come vedremo, quasi per ogni quartiere; una storia in gran parte ancora da scrivere. Scopo di questo libro è dunque indagare come l’Autonomia si declinò nella città di Firenze. Un caso che sarebbe un errore giudicare «periferico» rispetto a quello di altre città considerate gli epicentri della contestazione, perché Firenze rappresenta la tessera di un puzzle che altrimenti rimarrebbe incompleto. Un puzzle in cui ogni pezzo è fortemente connesso agli altri. Questo saggio vuole essere un contributo all’analisi di un fenomeno ancora trascurato dalla riflessione storiografica. Lo studio della complessa esperienza dell’Autonomia operaia, come il tema più generale della violenza politica e della lotta armata degli anni ’70, è stato ritardato da censure multiple: morali, politiche e generazionali. Le diverse e contrastanti esigenze della giustizia, della memoria pubblica e della storia hanno spesso prodotto un cortocircuito. Definizioni fuorvianti come «anni di piombo» e «opposti estremismi» riflettono l’insieme delle strumentalizzazioni politiche che hanno complicato ulteriormente il quadro. Nello specifico si è manifestata la tendenza a confondere lotta armata e violenza politica, lasciando così che la condanna morale sostituisse in tutto o in parte il metodo storico. Una confusione che ha trovato la sua sanzione nel 1979, a un anno dall’omicidio Moro, con l’insieme di inchieste conosciute come 7 aprile. Presupposto delle indagini fu il cosiddetto teorema Calogero. Secondo l’allora sostituto procuratore di Padova, Pietro Calogero, i principali leader, nonché teorici, dell’Autonomia operaia sarebbero stati i promotori di una associazione sovversiva volta all’insurrezione armata contro lo Stato. Nell’impianto accusatorio di Calogero quei «cattivi maestri», come vennero definiti, rappresentavano dunque la mente di una vasta organizzazione che comprendeva al suo interno buona parte dell’arco extraparlamentare: dai collettivi autonomi alle Brigate rosse. Lo stesso Toni Negri, forse il più noto esponente dell’Autonomia, venne accusato di essere il telefonista delle Br durante il sequestro Moro. L’ipotesi, rivelatasi completamente errata anche sul piano giudiziario, si è però radicata nella memoria collettiva ed è stata rilanciata proprio sul piano storiografico1. Se è indubbia la contiguità tra l’area dell’Autonomia e quella della lotta armata, le due esperienze non sono però sovrapponibili né certamente ascrivibili all’interno di un progetto comune. Se la storiografia su questo fenomeno stenta a decollare è comunque anche per la natura di per sé stessa sfuggente dell’Autonomia, per questo generalmente descritta solo come area di transizione tra il movimento e la lotta armata. Dalla numerosa memorialistica e letteratura critica che è stata altresì prodotta negli ultimi anni, per quanto interna e autoriferita, emerge infatti chiaramente come l’Autonomia – che non rappresentò mai un’organizzazione a diffusione nazionale – fu una variegata area politica accumunata da comportamenti e prassi politiche peculiari2. Possiamo affermare che l’Autonomia non ebbe mai una «norma», ma solo delle «eccezioni». Il suo localismo e le sue differenze, sia teoriche che pratiche, ne rappresentano quindi un carattere definitorio. Non è possibile dunque scrivere una storia dell’Autonomia nazionale, esiste invece una storia dell’Autonomia per ogni regione, per ogni città e, come vedremo, quasi per ogni quartiere; una storia in gran parte ancora da scrivere. Scopo di questo libro è dunque indagare come l’Autonomia si declinò nella città di Firenze. Un caso che sarebbe un errore giudicare «periferico» rispetto a quello di altre città considerate gli epicentri della contestazione, perché Firenze rappresenta la tessera di un puzzle che altrimenti rimarrebbe incompleto. Un puzzle in cui ogni pezzo è fortemente connesso agli altri. Non si tratta dunque solo di colmare una lacuna della storiografia locale, ma di documentare sul ruolo preponderante avuto da una parte dalla sinistra extraparlamentare di Firenze in quel particolare momento in cui il sogno di profondi mutamenti sociali percorreva larghi strati della popolazione italiana. Considerazioni, queste, che non trovano alcun riscontro nella letteratura: quella dell’Autonomia fiorentina, così come quella di molti altri centri minori, è infatti una pagina sconosciuta. L’unica eccezione è rappresentata dal saggio a carattere memorialistico di Massimo Cervelli e Bruno Paladini: Autonomi a Firenze, che nella forzata economia delle loro pagine non può che affrontare l’argomento limitatamente3. In totale assenza di fonti edite la mia ricerca si è quindi quasi interamente sviluppata sulla base del materiale conservato presso l’Archivio ’68 di Firenze, che non è mai fuori luogo ringraziare per l’ottimo lavoro che continua a portare avanti. A fianco dei documenti, dei volantini e dei giornali prodotti dal movimento, indispensabile è risultato poi l’apporto della fonte orale. È solo grazie ai tanti racconti dei protagonisti di allora che sono riuscito a risalire ad alcuni aspetti fondamentali dell’Autonomia fiorentina, dai comportamenti quotidiani di centinaia di persone alle varie interconnessioni tra i gruppi. Le loro interviste risultano inoltre tanto più interessanti per la varietà di posizioni che esprimono: non solo per dato anagrafico e gruppo di appartenenza, ma anche per il ruolo politico rivestito all’epoca. Come si vedrà, ho infatti raccolto la testimonianza sia di alcuni «leader» che della cosiddetta «base» di quell’area politica. A tutti loro vanno i miei ringraziamenti, per la disponibilità, ma soprattutto per la fiducia4. Gli anni ’70 furono gli anni in cui oggi individuiamo una svolta nella crescita culturale e civile del paese, ma furono anche gli anni in cui maggiormente si dispiegò il conflitto sociale nella storia dell’Italia repubblicana. Uno degli attori principali della seconda metà del decennio, quando cioè la violenza politica di sinistra superò quella di destra, fu appunto l’area dell’Autonomia. Un’area che sin dalla sua nascita rifiutò la centralizzazione propria dei gruppi extraparlamentari e il principio della delega. Un’area che con il passare degli anni abbandonò sempre più la teoria operaista da cui era sorta per riferirsi a un nuovo soggetto sociale, principalmente giovanile, che già nel 1973 Toni Negri aveva iniziato a definire «operaio sociale»5. Non stupisce quindi che l’Autonomia mosse i suoi primi passi proprio nel ’73, quando la crisi economica più che le teorie rivoluzionarie iniziarono a erodere la centralità dell’operaio massa. Prima di affrontare la trattazione della storia dell’Autonomia fiorentina negli anni presi in esame, cioè dal ’73 al ’77, ho ritenuto necessario soffermarmi, nel primo capitolo, sul contesto storico che contribuì alle genesi delle sue radicali posizioni. Uno sguardo ai principali avvenimenti, sia nazionali che internazionali, che rivestirono un ruolo determinante nello svilupparsi di quell’area. Nel secondo capitolo ho poi tentato di analizzare le principali componenti teoriche dell’Autonomia operaia cercando di evidenziarne sia gli elementi comuni che di frattura. Molto utili in questo senso sono risultate le raccolte antologiche di documenti prodotte tra il 1976 e il 1980 dall’Autonomia operaia stessa6. Non solo i documenti citati, ma la loro stessa selezione risultano per noi una fonte per comprendere le differenze teoriche all’interno di quell’area. Un’analisi, questa, che ho giudicato fondamentale per una corretta comprensione delle vicende del capoluogo toscano. Salvo rare eccezioni, le componenti teoriche prima citate non coincisero con delle aree geografiche. A Firenze, come in molte altre città, si dispiegarono infatti compiutamente diverse tendenze che, pur nella loro marcata differenza, partecipavano parimenti all’area dell’Autonomia di cui si sentivano espressione. Possiamo sin d’ora affermare che la principale linea di demarcazione tra le diverse componenti dell’Autonomia fu sul tema dell’organizzazione: se cioè ricorrere a una forma più o meno leninista di partito, o adottare una forma orizzontale di rapporti che si affidasse, in parte o del tutto, allo spontaneismo delle piazze e dei militanti. Ciò che, come vedremo nel secondo capitolo, già all’epoca incominciava a essere chiamato: «autonomia diffusa». L’esposizione proseguirà sviluppandosi intorno alle vicende e alle teorizzazioni dei principali aggregati di militanti che meglio incarnarono le due differenti anime dell’Autonomia. La componente più operaista fu quella che si organizzò in particolare, ma non solo, intorno alle università, l’altra, che rientra pienamente nella definizione di «autonomia diffusa», nel quartiere popolare di Santa Croce. Ho ricostruito il loro evolversi negli anni: per la prima dallo scioglimento di Potere operaio sino all’ingresso massiccio in Prima linea, per la seconda dal Collettivo Jackson sino all’organizzazione informale che quotidianamente si riuniva in Piazza Santa Croce nel 1977. Occorre però fare una doverosa precisazione: quelle due componenti modificarono notevolmente il loro pensiero lungo l’arco di tempo qui esaminato, così come cambiarono praticamente tutti i militanti al loro interno. Ciò nonostante ho voluto valorizzare i caratteri che rimasero, pur modificandosi, da una forma organizzativa all’altra, individuando in questi un elemento fondamentale di identità politica. Uno su tutti il soggetto politico su cui tentarono di intervenire: operai e studenti fuori sede per i primi, abitanti dei quartieri poveri e «proletariato extralegale» per i secondi. Caratteristica comune di tutti i gruppi della città che si richiamavano all’Autonomia fu comunque sempre la quasi completa esclusione dal contesto di fabbrica, pur considerevolmente presente a Firenze. Non solo la parte più consistente del movimento autonomo rifiutò qualsiasi intervento a riguardo, ma anche chi fece dei tentativi in quella direzione, come l’area che si organizzò intorno alla rivista «Senza tregua», si scontrò contro il muro eretto dagli operai a difesa della linea del Pci. Alle peculiari origini dell’Autonomia fiorentina ho dedicato il terzo capitolo, cercando di mettere in luce proprio le cause che hanno impedito qualsiasi suo radicamento nei grandi stabilimenti industriali della provincia e il suo volgersi ad altri ambiti: dagli studenti al territorio urbano con le sue trasformazioni. Un’ultima considerazione: in questa ricostruzione mi sono soffermato su episodi specifici solo quando questi segnarono marcatamente la storia cittadina dell’Autonomia. Piuttosto che concentrarmi su una sequenza cronologica di episodi che videro quell’area protagonista ho scelto di valorizzare l’evoluzione delle posizioni, dei comportamenti e delle elaborazioni teoriche che essa produsse. Per questo ho preferito ricorrere al materiale prodotto dal movimento piuttosto che affidarmi alla cronaca dei quotidiani «istituzionali» nella narrazione degli eventi. Un approccio leggermente diverso ho invece adottato nell’esposizione dei fatti del 1977, quando cioè la mobilitazione, in tutta Italia come a Firenze, raggiunse il suo apice. A fianco del materiale grigio e ai racconti dei militanti di allora ho dedicato un maggiore spazio agli articoli di quotidiani con una pagina locale. Ho ritenuto infatti che una piena conoscenza di cosa rappresentò l’Autonomia a Firenze, di quali furono le sue pratiche e di quanto incise sul movimento extraparlamentare qui inteso nella sua interezza, non può prescindere dai fatti di cronaca di cui in quell’anno si rese protagonista. Note 1A. Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Donzelli, Roma 2010; G. Licciardi, Macchie rosse. Le cointeressenze politiche armate dell’operaismo italiano negli anni Sessanta e Settanta, Nda, Rimini, 2014; C. Fumian, P. Calogero, M. Sartori, Terrore rosso, dall’Autonomia al partito armato, Laterza, Roma 2010. 2 AA.VV., a cura di S. Bianchi, L. Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, Roma 2007; A.A.V.V. Una sparatoria tranquilla, per una storia orale del ’77, Odradek Edizioni, Roma 2005; E. Quadrelli, Autonomia operaia, Nda Press, Rimini 2008; M. Tarì, Il ghiaccio era sottile, per una storia dell’autonomia, DeriveApprodi, Roma 2012; E. Mentasti, Senza tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011; G. Borio, F. Pozzi, G. Roggero, Futuro anteriore. Dai «Quaderni rossi» ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2002. 3 M. Cervelli, B. Paladini, Autonomi a Firenze, in AA.VV. Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007. 4 La versione integrale delle interviste è liberamente consultabile sul sito: https:// archivioautonomia.it/autonomia-toscana-archivio/, da ora in poi indicato nelle note solo come: Archivio dell’Autonomia. 5 Inizialmente affidata a documenti di movimento, tale teoria sarà successivamente rielaborate in forma più organica e approfondita in A. Negri, Crisi dello Stato-piano: comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano 1974 e A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale: intervista sull’operaismo, a cura di Paolo Pozzi e Roberta Tomassini, Multhipla, Milano 1979. 6 Comitati autonomi operai di Roma, Autonomia Operaia, nascita sviluppo e prospettive dell’area dell’autonomia nella prima organica antologia documentaria, Savelli, Roma 1976; S. Morandini, G. Martignoni, Diritto all’odio, dentro fuori ai bordi dell’area dell’autonomia, Bertani editore, Verona 1977; AA.VV. Aut. Op. La storia e i documenti: da Potere operaio all’Autonomia organizzata, Savelli Editori, Milano 1980.
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L’uomo dal doppio sguardo In memoria di Edgar Morin Philips Motta Quando, alla soglia dei cento anni, Edgar Morin si mise a scrivere della guerra in Ucraina, non descrisse soltanto ciò che vedeva in televisione. Vide riemergere tutto il resto: le città sventrate, le carcasse degli edifici, i profughi in fuga, i crimini, il manicheismo assoluto, le menzogne. La guerra del 2022 gli riportò alla memoria la Seconda guerra mondiale, l’Algeria, la Jugoslavia, l’Iraq, la Palestina. Da quella sovrapposizione nacque Di guerra in guerra (Raffaello Cortina, 2023), un libretto breve e tagliente che è insieme un testamento civile e una lezione di metodo. È da qui che conviene partire, ora che il suo autore è morto a Parigi il 29 maggio, a centoquattro anni, per capire che cosa abbiamo perso e per risalire all’indietro, fino al punto in cui tutto era cominciato. La grammatica di ogni guerra La tesi del libro è semplice e scomoda. Ogni guerra, al di là delle sue cause specifiche, parla la stessa lingua. Criminalizza non solo l'esercito nemico ma l’altro popolo, come se fosse colpevole dei crimini dei suoi governanti. Produce isteria di guerra, complotti di spie, propaganda unilaterale, il delirio della colpa collettiva. Diffonde la menzogna e la peggiore delle menzogne è attribuire all'avversario i propri crimini. Innesca radicalizzazioni che trasformano in nemici i vicini, gli amici, i parenti. Morin lo aveva visto in Bosnia, dove musulmani, ortodossi e cattolici avevano convissuto per secoli prima che l'odio fratricida bruciasse ogni cosa. C'è di più: nessuna guerra, nemmeno la più giusta, è pura. Morin lo aveva imparato da partigiano. La guerra contro il nazismo e i suoi massacri razziali era giusta, eppure i bombardamenti alleati sulle città tedesche furono anch'essi una carneficina di civili. La guerra del Bene, ripeteva, porta il Male dentro di sé. È un'idea che disturba chi cerca narrazioni rassicuranti e proprio per questo Morin la considerava indispensabile: senza di essa, ogni causa giusta scivola nella propria barbarie. Lo aveva visto in Algeria, dove la radicalizzazione del conflitto produsse il colpo di Stato dei generali, la tortura eretta a sistema e, dall'altra parte, decenni di dittatura. Lo aveva visto in Jugoslavia, una guerra durata quasi quanto le due mondiali, ha lasciato odi non ancora sopiti. Riconoscere questa grammatica non significa rinunciare a giudicare. Morin è netto: la Russia di Putin è l'autrice dell'aggressione e l'Ucraina va sostenuta nella sua indipendenza. Ma l'aggressione è il punto d'arrivo di un processo di radicalizzazione reciproca che va contestualizzato (la Crimea, il Donbass, l'allargamento della NATO, l'influenza crescente degli Stati Uniti su Kiev) pena l’incapacità di vedere. La sua arma è una parola che ricorre come un'ossessione: contestualizzazione. Quando l'isteria bellica diventa sovrana, scrive, essa odia ogni conoscenza complessa, ogni lettura del contesto. La propaganda di guerra ci chiede di odiare un popolo e la sua cultura: la messa al bando di Puškin, Tolstoj, Dostoevskij nelle biblioteche ucraine lo allarmava come un sintomo, non come un dettaglio. Su questa base Morin avanzava una proposta di pace concreta e su alcuni punti volutamente provocatoria: neutralità o ingresso dell'Ucraina nell'Unione con garanzia militare; il destino del Donbass affidato a un referendum sotto controllo internazionale; la Crimea, a maggioranza russofona, riconosciuta per ciò che storicamente è. Sono posizioni che fecero scandalo. Ma vanno lette come il ragionamento di un uomo che a vent'anni era entrato insieme nel Partito comunista e nella Resistenza gollista, prima di rompere con lo stalinismo. La sua Autocritica del 1959 resta uno dei documenti più lucidi sulla disillusione comunista del Novecento. Nato Edgar Nahoum nel 1921 a Parigi, in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, aveva assunto il nome di Morin proprio entrando in clandestinità, anche per sottrarsi alle persecuzioni antisemite. Non un pacifista ingenuo, dunque, ma un partigiano che aveva combattuto il nazismo con le armi e che, proprio per questo, sapeva distinguere fra il giudizio sul carnefice e l'odio verso un popolo. Nei suoi volantini clandestini antinazisti, ha raccontato, non fu mai antitedesco. È la differenza che segna un divario e che oggi quasi nessuno ha più la pazienza di scavare. Respingere l’odio La stessa grammatica Morin l’ha applicata al 7 ottobre 2023 e alla rappresaglia su Gaza. Nel commento Respingere l'odio, uscito su La Repubblica, condanna senza attenuanti i massacri di Hamas e, allo stesso tempo, rifiuta di lasciare che l'orrore cancelli la causa palestinese. Anche qui la chiave è la contestualizzazione: il lungo martirio del popolo ebraico (vittima dell'antigiudaismo cristiano prima e dello sterminio nazista poi) e la Nakba, la catastrofe palestinese, parola gemella della Shoah. Israele, scrive con un'immagine fulminante, non è stato un'oasi di rifugio ma una cittadella in guerra. Al fondo c'è uno scontro fra due sacralizzazioni antagoniste della stessa terra. La conclusione non è equidistanza, è un compito. La missione dell'intellettuale, per Morin, non è solo respingere l'odio in sé, ma fare di tutto perché cominci una comprensione reciproca: fra israeliani e palestinesi, fra i sostenitori dell'uno e dell'altro popolo, senza abbandonare all'oblio una causa giusta. Resistere ai deliri: questo chiedeva, prima di tutto, alle nostre menti. Il filo che porta allo schermo Da dove viene questo sguardo capace di tenere insieme il giudizio e la complessità, il torto evidente e il contesto intricato? Qui sta la sorpresa e il filo conduttore di tutta la sua opera. Non dalla filosofia politica. Viene dal cinema. Fra il 1945 e il 1965 Morin dedicò due decenni al cinema, un periodo che gli studiosi collocano oggi all'origine stessa del suo pensiero. Non era una scelta scontata. Entrato al CNRS nel 1950 come sociologo, avrebbe voluto lavorare sul comunismo, ma si trovava – sono parole sue – «sul fondo della pattumiera della storia», escluso al tempo stesso dal mondo borghese e da quello staliniano. Cercò allora un soggetto-rifugio, qualcosa che piacesse al suo protettore Georges Friedmann, il sociologo delle macchine. Pensò all'estetica della macchina nella società contemporanea. Finì per scrivere, nel 1956, Le Cinéma ou l'Homme imaginaire (Éditions de Minuit), sottotitolo Essai d'anthropologie sociologique, seguito l'anno dopo da Le Star, studio sul divismo. Con il cinema, scriveva nelle prime pagine, entriamo nelle tenebre di una grotta artificiale: una polvere di luce si proietta e danza su uno schermo, prende corpo e vita, ci trascina in un'avventura errante attraverso tempi e spazi. Dietro l'immagine quotidiana dell'andare al cinema, Morin scorgeva un processo arcaico: la magia del doppio, la proiezione e l'identificazione con cui da sempre l'uomo popola il mondo di presenze. Attingeva a Sartre, L'immaginario; a Otto Rank, Il doppio; per mostrare che la sala buia non è un'evasione dal reale ma il rivelatore di una «realtà semi-immaginaria dell'uomo»: un'espressione di sapore eracliteo che dà il titolo a un capitolo del libro. Il divo, oggetto del saggio gemello Le Star, è il punto d'arrivo di questo meccanismo: una divinità laica fabbricata dalla cultura di massa, in cui il pubblico riversa il proprio bisogno di sogno e di mito. Il libro è ciò che Morin stesso definì «un aerolito»: parla di cinema ma non parla né dell'arte né dell'industria del film. Parla dell'uomo. La sua intuizione è che il cinema non sia uno specchio del vero, ma la rivelazione di una verità antropologica più profonda: l'essere umano vive sempre del rapporto fra reale e immaginario, è insieme homo sapiens e homo demens, ragione e mito, logica e affettività. Lo schermo è il luogo dove questa doppia natura si disvela. Il film, scriveva, funziona come una macchina che integra atteggiamenti e comportamenti, abitudini e proiezioni. Non uno strumento per rappresentare il mondo, ma un dispositivo che ci mostra come lo abitiamo. Quando, nel 1961, mise la teoria alla prova girando con Jean Rouch Chronique d'un été, e inventando di fatto il cinéma vérité, fece esattamente questo: usò la macchina da presa non per riprodurre la realtà, ma per provocarla, per far emergere la verità nella relazione tra chi guarda e chi è guardato. Fu un'opera a lungo sottovalutata, in Italia ancor più che in Francia. Quando uscì, la cultura cinematografica italiana ragionava di estetica, pedagogia, politica culturale; il ricorso sistematico di Morin alla sociologia e alla psicologia suonava estraneo, persino curioso. Toccò a Francesco Casetti, con la prefazione all'edizione Feltrinelli del 1982, riconoscerne la portata. Perché lì, in quel saggio marginale, c'era già tutto. C'era la parola che sarebbe diventata il marchio di una vita: complexus, ciò che è tessuto insieme, intrecciato. Non a caso una recente raccolta dei suoi scritti cinematografici giovanili porta un titolo che è una dichiarazione retrospettiva: Le cinéma, un art de la complexité. Dal cinema Morin passò all'analisi della cultura di massa con Lo spirito del tempo (1962), studio pionieristico su come l'industria culturale plasma l'immaginario collettivo: un libro che Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron proposero addirittura di bandire dall’universo scientifico tanto era inclassificabile rispetto agli steccati accademici dell'epoca. Era il prezzo della sua libertà: Morin attraversava le discipline come se le frontiere fra sociologia, antropologia, psicologia e filosofia fossero illusioni da smontare. Il cinema fu il primo laboratorio del pensiero complesso. Studiando come lo spettatore proietta sé stesso nelle ombre danzanti sullo schermo, Morin imparò che separare la ragione dal mito, l'oggettivo dal soggettivo, il fatto dall'immaginario, significa mutilare la realtà umana. E che la conoscenza che mutila è la stessa che, in tempo di guerra, fabbrica il nemico. Il metodo contro l’errore Da quel seme nacque la cattedrale. Il metodo, sei volumi pubblicati fra il 1977 e il 2004, è il tentativo di costruire una conoscenza all'altezza della complessità del mondo: contro il sapere compartimentato, riduzionista, di matrice cartesiana, che isola gli oggetti dal loro contesto e così li falsifica. Non è un caso che Morin abbia eletto a nemico permanente non l'avversario ideologico ma l'errore. La lotta all'errore e all'illusione è il vero asse etico della sua opera, ribadito fino agli ultimi scritti. L'errore più insidioso del nostro tempo, ammoniva, è quello ideologico: attraverso un'ideologia introiettata, gli intellettuali riproducono gli sbagli più fatali credendo di combatterli. Da qui una vigilanza costante, che non è demistificazione (eliminare il mito è esso stesso un'illusione) ma il riconoscere il carattere leggendario dei nostri miti, chiamarli per nome, far dialogare la ragione con essi. È la stessa chiave di lettura di Le lezioni della storia, uscito in Italia nel 2025: il risultato di un'azione può rovesciarsi nel suo contrario; le cause degli eventi sono sempre molteplici e intricate; l'improbabile può avvenire; il mito ha sulla storia un potere enorme. Sono le stesse sorprese dell'inatteso, gli stessi errori e illusioni che ritornano, capitolo dopo capitolo, in Di guerra in guerra. La storia, il cinema, la guerra: tre topoi per un'unica indagine sulla mente umana e sui suoi obnubilamenti. L'optipessimista Non era un profeta di sventura. Si definiva optipessimista: «Ho speranza in un contesto di disperazione», ripeteva forse ricordando il suo amore per il surrealismo. Era convinto che quanto più gravi sono i rischi di crisi, tanto maggiori siano le possibilità di trovare soluzioni. La sua diagnosi sul presente era spietata: la cecità di un pensiero meccanicista incapace di concepire la complessità della pandemia, della crisi ecologica, del collasso delle democrazie. Alla fine, però, sfociava sempre in un programma. La «politica di civiltà» di Svegliamoci: la decrescita del superfluo, l'economia solidale, la umanizzazione delle tecniche e delle amministrazioni, una scuola che formi menti capaci di dubitare e di criticare. E la Terra-Patria, l'unica comunità realmente universale rimasta a una specie che continua a dividersi fra etnie e religioni. Su tutto questo Morin innestava la battaglia che gli stava più a cuore di ogni altra: la riforma del pensiero e dell'educazione. La testa ben fatta, I sette saperi necessari all'educazione del futuro scritto per l'UNESCO, Insegnare a vivere: non manuali, manifesti per una scuola che insegni a contestualizzare, a collegare i saperi separati, a riconoscere l'errore e l'incertezza come parte della conoscenza. È il programma di tutta una vita tradotto in pedagogia: se la conoscenza che mutila, fabbrica il fanatismo, allora educare al pensiero complesso è un atto politico. Forse è per questo che, pur restando in patria un'autorità morale e pur essendo doctor honoris causa in decine di università del mondo, Morin è stato letto con più passione in America Latina e nell’Europa mediterranea che nel mondo anglosassone: dove più brucia il bisogno di tenere insieme i frammenti, più la sua voce ha trovato ascolto. Negli ultimi anni la sua parola si era fatta intima senza ammorbidirsi. In Ancora un momento, l'ultimo dei diari, raccontava la fatica di alzarsi dal letto a cento anni e, nella pagina accanto, salutava la rivolta delle donne iraniane come il grande fenomeno rivoluzionario del secolo. La stessa mente che misurava il proprio declino tracciava ancora la mappa delle speranze del mondo. Rileggerlo adesso, mentre le guerre che lo ossessionavano non si sono spente e l'isteria che descriveva domina i nostri schermi più di quanto dominasse i suoi, ha qualcosa di urgente. Morin ci ha lasciato uno strumento prima ancora che un pensiero: l'abitudine a guardare doppio. A non separare mai il giudizio dal contesto, la ragione dal mito, l'avversario dal popolo, la condanna del crimine dal rifiuto dell'odio. È un esercizio difficile, faticoso, impopolare. Lo aveva imparato nel buio di una sala cinematografica, fissando una polvere di luce che prendeva corpo sullo schermo. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The Man with the Double Gazeby In memory of Edgar Morin by Paolo Butturini When, on the threshold of one hundred years, Edgar Morin began to write about the war in Ukraine, he did not just describe what he saw on television. He saw everything else re-emerge: the gutted cities, the carcasses of buildings, the fleeing refugees, the crimes, the absolute Manichaeism, the lies. The 2022 war brought to his memory the Second World War, Algeria, Yugoslavia, Iraq, and Palestine. From that superposition was born From War to War (Raffaello Cortina, 2023), a short and sharp booklet that is both a civil testament and a lesson in method. It is from here that we should start, now that its author died in Paris on May 29, at one hundred and four years old, to understand what we have lost and to go back to the point where it all began. The Grammar of Every War The book's thesis is simple and uncomfortable. Every war, beyond its specific causes, speaks the same language. It criminalizes not only the enemy army but the other people, as if they were guilty of the crimes of their rulers. It produces war hysteria, spy plots, unilateral propaganda, the delirium of collective guilt. It spreads lies, and the worst of lies is to attribute one's own crimes to the adversary. It triggers radicalizations that turn neighbors, friends, and relatives into enemies. Morin had seen it in Bosnia, where Muslims, Orthodox, and Catholics had lived together for centuries before fratricidal hatred burned everything. There's more: no war, not even the most just, is pure. Morin had learned this as a partisan. The war against Nazism and its racial massacres was just, and yet the Allied bombings of German cities were also a carnage of civilians. The war of Good, he repeated, carries Evil within itself. It is an idea that disturbs those who seek reassuring narratives and for this very reason Morin considered it indispensable: without it, every just cause slips into its own barbarism. He had seen it in Algeria, where the radicalization of the conflict produced the generals' coup d'état, torture established as a system and, on the other hand, decades of dictatorship. He had seen it in Yugoslavia, a war that lasted almost as long as the two world wars, has left hatreds not yet subsided. Recognizing this framework does not mean giving up judgment. Morin is clear: Putin's Russia is the author of the aggression and Ukraine must be supported in its independence. But the aggression is the culmination of a process of mutual radicalization that must be contextualized (Crimea, Donbas, the expansion of NATO, the growing influence of the United States on Kyiv), otherwise risking the inability to see. His weapon is a word that recurs like an obsession: contextualization. When war hysteria becomes sovereign, he writes, it hates all complex knowledge, every reading of the context. The propaganda of war asks us to hate a people and its culture: the banning of Pushkin, Tolstoy, Dostoevsky in Ukrainian libraries alarmed him as a symptom, not as a detail. On this basis Morin advanced a concrete and, on some points, deliberately provocative peace proposal: neutrality or Ukraine's entry into the Union with military guarantees; the fate of Donbass entrusted to a referendum under international control; Crimea, with its Russian-speaking majority, recognized for what it historically is. These are positions that caused a scandal. But they should be read as the reasoning of a man who at twenty had joined both the Communist Party and the Gaullist Resistance, before breaking with Stalinism. His Autocritique of 1959 remains one of the most lucid documents on twentieth-century communist disillusionment. Born Edgar Nahoum in 1921 in Paris, to a Sephardic Jewish family from Thessaloniki, he took the name Morin just as he went into hiding, also to escape anti-Semitic persecution. Not a naive pacifist, therefore, but a partisan who had fought Nazism with weapons and who, for this very reason, knew how to distinguish between judgment of the perpetrator and hatred for a people. In his clandestine anti-Nazi leaflets, he recounted, he was never anti-German. It is the difference that marks a divide and that today almost no one has the patience anymore to explore. Rejecting Hatred Morin applied the same grammar to October 7, 2023, and the reprisal on Gaza. In the commentary Reject Hatred, published in La Repubblica, he condemns without mitigation the massacres of Hamas and, at the same time, refuses to let the horror erase the Palestinian cause. Here too, the key is contextualization: the long martyrdom of the Jewish people (victim first of Christian anti-Judaism and then of the Nazi extermination). and the Nakba, the Palestinian catastrophe, a word twin to the Shoah. Israel, he writes with a striking image, has not been an oasis of refuge but a citadel at war. At the bottom lies a clash between two antagonistic sacralizations of the same land. The conclusion is not equidistance, it is a task. The mission of the intellectual, for Morin, is not only to reject hatred in itself, but to do everything so that a mutual understanding begins: between Israelis and Palestinians, between the supporters of both peoples, without abandoning a just cause to oblivion. To resist delusions: this is what he asked, first of all, of our minds. The thread that leads to the screen Where does this gaze come from, capable of holding together judgment and complexity, the obvious wrong and the intricate context? Herein lies the surprise and the common thread of all his work. Not from political philosophy. It comes from cinema. Between 1945 and 1965 Morin dedicated two decades to cinema, a period that scholars now place at the very origin of his thought. It was not an obvious choice. After joining the CNRS in 1950 as a sociologist, he wanted to work on communism, but he found himself — in his own words — «at the bottom of the dustbin of history», simultaneously excluded from the bourgeois and Stalinist worlds. He then sought a refuge-subject, something that would please his patron Georges Friedmann, the sociologist of machines. He thought about the aesthetics of the machine in contemporary society. He ended up writing, in 1956, Le Cinémaou l'Hommeimaginaire (Éditions de Minuit), subtitled Essai d'anthropologiesociologique, followed the next year by Le Star, a study on stardom. With cinema, he wrote in the first pages, we enter the darkness of an artificial cave: a dust of light is projected and dances on a screen, takes form and life, and drags us into a wandering adventure through time and space. Behind the everyday image of going to the cinema, Morin perceived an archaic process: the magic of the double, the projection and identification with which man has always populated the world with presences. He drew from Sartre, The Imaginary; from Otto Rank, The Double; to show that the dark theater is not an escape from the real but the revealer of a man's semi-imaginary reality: a Heraclitean-flavored expression that gives the title to a chapter of the book. The star, the subject of the twin essay Le Star, is the culmination of this mechanism: a secular divinity fabricated by mass culture, into which the public pours its need for dreams and myths. The book is what Morin himself called «a meteorite»: it speaks of cinema but speaks neither of the art nor the industry of film. It speaks of man. His intuition is that cinema is not a mirror of the real, but the revelation of a deeper anthropological truth: the human being always lives on the relationship between the real and the imaginary, and is at once homo sapiens and homo demens, reason and myth, logic and affectivity. The screen is the place where this double nature is revealed. The film, he wrote, functions like a machine that integrates attitudes and behaviors, habits and projections. Not an instrument for representing the world, but a device that shows us how we inhabit it. When, in 1961, he put the theory to the test by filming with Jean RouchChronique d'un été, and in fact inventing the cinémavérité, he did exactly this: he used the camera not to reproduce reality, but to provoke it, to bring out the truth in the relationship between the one who watches and the one who is watched. It was a work long underestimated, in Italy even more so than in France. When it came out, Italian film culture reasoned in terms of aesthetics, pedagogy, and cultural politics; Morin's systematic recourse to sociology and psychology sounded alien, even curious. It fell to Francesco Casetti, with the preface to the 1982 Feltrinelli edition, to recognize its scope. Because there, in that marginal essay, everything was already there. There was the word that would become the hallmark of a lifetime: complexus, that which is woven together, intertwined. It is no coincidence that a recent collection of his youthful cinematic writings bears a title that is a retrospective declaration: Le cinéma, un art de la complexité. From cinema, Morin moved on to the analysis of mass culture with The Spirit of the Time (1962), a pioneering study on how the culture industry shapes the collective imagination: a book that Pierre Bourdieu and Jean-Claude Passeron even proposed to ban from the scientific universe, so unclassifiable was it compared to the academic fences of the era. It was the price of his freedom: Morin crossed disciplines as if the boundaries between sociology, anthropology, psychology, and philosophy wereillusions to be dismantled. Cinema was the first laboratory of complex thought. By studying how the spectator projects himself onto the dancing shadows on the screen, Morin learned that separating reason from myth, the objective from the subjective, fact from the imaginary, means mutilating human reality. And that the knowledge that mutilates is the same that, in time of war, manufactures the enemy. The method against error From that seed, the cathedral was born. The method, six volumes published between 1977 and 2004, is the attempt to build knowledge worthy of the world's complexity: against the compartmentalized, reductionist, Cartesian-based knowledge that isolates objects from their context and thus falsifies them. It is no coincidence that Morin chose as his permanent enemy not the ideological adversary but error. The fight against error and illusion is the true ethical axis of his work, reaffirmed in his latest writings. The most insidious error of our time, he warned, is the ideological one: through an introjected ideology, intellectuals reproduce the mistakes most fatal, believing they are fighting them. Hence a constant vigilance, which is not demystification(eliminating the myth is itself an illusion) but recognizing the legendary character of our myths, calling them by name, and having reason enter into dialogue with them. It is the same interpretation as inThe Lessons of History, published in Italy in 2025: the result of an action can turn into its opposite; the causes of events are always multiple and intricate; the improbable can happen; myth holds enormous power over history. They are the same surprises of the unexpected, the same errors and illusions that return, chapter after chapter, in From War to War. History, cinema, war: three topoi for a single investigation into the human mind and its obfuscations. The optipessimist He was not a prophet of doom. He called himself an opti-pessimist: «I have hope in a context of despair», he would repeat, perhaps recalling his love for surrealism. He was convinced that the more serious the risks of crisis, the greater the chances of finding solutions. His diagnosis of the present was ruthless: the blindness of mechanistic thought, incapable of conceiving the complexity of the pandemic, the ecological crisis, and the collapse of democracies. In the end, however, it always led to a program. The "politics of civilization" of Svegliamoci: the degrowth of the superfluous, the solidarity economy, the humanization of techniques and administrations, a school that forms minds capable of doubting and criticizing. And the Homeland Earth, the only truly universal community left to a species that continues to divide itself among ethnicities and religions. Upon all this, Morin grafted the battle that was closer to his heart than any other: the reform of thought and education. A Well-Made Head, The Seven Knowledges Necessary for the Education of the Future written for UNESCO, Teaching to Live: not manuals, but manifestos for a school that teaches how to contextualize, to connect separate fields of knowledge, and to recognize error and uncertainty as part of knowledge. It is a life's program translated into pedagogy: if knowledge that mutilates, breeds fanaticism, then educating for complex thought is a political act. Perhaps this is why, despite remaining a moral authority in his homeland and being doctor honoris causa at dozens of universities around the world, Morin has been read with more passion in Latin America and in Mediterranean Europe than in the Anglo-Saxon world: where the need to hold the fragments together burns brightest, his voice has found a greater audience. In recent years his word had become intimate without softening. In One More Moment, his last diary, he recounted the effort of getting out of bed at one hundred years old and, on the next page, hailed the revolt of Iranian women as the great revolutionary phenomenon of the century. The same mind that measured its own decline was still mapping out the world's hopes. Rereading him now, while the wars that obsessed him have not died out and the hysteria he described dominates our screens more than it dominated his, has a certain urgency. Morin left us a tool before even a thought: the habit of double vision. To never separate judgment from context, reason from myth, the adversary from the people, the condemnation of the crime from the refusal of hatred. It is a difficult, tiring, unpopular exercise. He had learned it in the darkness of a movie theater, staring at a dust of light that took shape on the screen.
- clan milieu
Nel ventre della «bestia» Sulla progettazione e fabbricazione del combustibile nucleare Gérard Giachi Il prossimo novembre la casa editrice Milieu, nella sua collana «settanta», sezione «teorie», pubblicherà il libro Il quinto elemento. Viaggio ai confini dell’ecologia politica, di Giorgio Ferrari Ruffino. Ne pubblichiamo qui come anticipazione uno stralcio. Di nucleare, inteso come tecnologia e come fonte di energia, mi è capitato di scriverne e parlarne in molte occasioni e da parecchio tempo, 1 ma senza mai accennare al fatto che la mia esperienza in proposito mi veniva dall’aver lavorato per molti anni in quello che, all’epoca, era considerato il «ventre» di questo settore: il Centro Progettazioni Nucleari dell’Enel. Avevo lasciato il CNR per l’Enel dove trovai un ambiente di lavoro del tutto diverso: risorse ingenti, alta tecnologia, piena finalizzazione del lavoro pur mantenendo, ciascuno nella mansione assegnatagli, un approccio interdisciplinare alle finalità della struttura appositamente concepita per sviluppare e realizzare il primo programma nucleare interamente italiano. Ciononostante non riuscivo a identificarmi in questa nuova impresa forse perché, inconsciamente, desideravo qualcosa che non mi facesse rimpiangere il lavoro di ricerca, qualcosa che mi impegnasse anche da un punto di vista scientifico e fu per questo che scelsi di occuparmi del combustibile nucleare. Materia questa di cui allora non si sapeva abbastanza e che ancora oggi, le rare volte di cui se ne parla, viene menzionata di sfuggita come a voler celare che è proprio dall’uso del combustibile nucleare che discendono le preoccupazioni maggiori per la sicurezza di questi impianti. Non fu per caso che nessuno tra i miei colleghi dell’epoca volle dedicarvisi, ché il mestiere del «combustibilista» (così erano chiamati in gergo coloro che si occupavano di combustibile nucleare) era difficile, solitario e non esente da rischi, tant’è che in tutta Italia i combustibilisti si contavano sulle dita di una mano e io fui l’unico ad occuparmi della fabbricazione del combustibile nucleare di tutte le centrali dell’Enel fino al 1987, quando feci obiezione di coscienza.2 La mia prima missione in tal senso si svolse a Grosswelzheim presso la KRT (Kernreaktorteile GmbH), uno stabilimento impiantato in Baviera nel 1967 dalla General Electric, dove si fabbricava il combustibile nucleare per diverse centrali europee, compresa quella del Garigliano, e io ero lì per controllare la fabbricazione della seconda ricarica. Ero emozionato e anche un po’ teso, ma contavo di cavarmela facendo fede che a un ispettore dell’Enel sarebbe stata riservata l’attenzione che si doveva a un cliente così importante. Ma mi sbagliavo, e di parecchio. Fui ricevuto dal direttore, un prestante americano di mezza età. Capelli molto corti di color biondo cenere, era seduto dietro una opprimente scrivania di legno sulla cui retrostante parete erano affissi trofei di safari africani oltre a due fucili da caccia di grosso calibro. Dopo aver preso visione delle mie credenziali e scambiato parole di circostanza, mi affidò a un foreman (capo settore) augurandomi un buon soggiorno. Il foreman, un ex sergente della Wehrmacht, mi fece capire che non parlava inglese, per cui se avevo delle domande avrei dovuto scriverle su un foglio che lui avrebbe inoltrate al direttore. Furono cinque giorni di inutile sofferenza, dato che mi aggiravo per i reparti dell’area fredda3 (in quella calda non avevo il permesso di entrare) senza uno scopo preciso e, soprattutto, senza avere la possibilità di verificare se le lavorazioni in corso rispondessero ai criteri di fabbricazione e controllo specificati dal progettista del combustibile (la General Electric), dal momento che non disponevo di nessun documento di riferimento (specifiche tecniche, fogli di lavorazione, procedure, piano di controllo qualità, ecc). Nemmeno servì a qualcosa l’elenco di domande che feci pervenire al direttore, perché quando mi recai da lui per le risposte, egli mi pose davanti il contratto di fornitura stipulato dall’ufficio contratti dell’Enel (che io conoscevo bene) dicendomi: questo è ciò che regola i nostri rapporti e qui non c’è scritto che tu hai diritto di conoscere le cose che mi hai chiesto. Ero frustrato perché, nonostante avessi riempito pagine di appunti rubando con gli occhi ogni mossa di ogni singolo operatore, non avevo niente in mano che mi consentisse di stendere uno straccio di rapporto su quella che doveva essere una ispezione! Così, pur di non tornare a casa a mani vuote, feci un ultimo tentativo: chiesi al direttore che mi fossero consegnati gli specimens (campioni) di alcuni componenti del combustibile (tappi, molle, un segmento di guaina) facendogli capire che, stavolta, ciò che chiedevo era scritto nel contratto di fornitura. Ebbe appena un attimo di esitazione prima di liquidarmi con questa semplice e breve frase: I don’t care, non me ne frega niente. Dall’imbarazzo con cui i miei superiori ascoltarono il resoconto della missione – una volta rientrato in sede – capii che in Enel non si sapeva quasi nulla del combustibile nucleare. Certo, il combustibile fresco qualcuno lo aveva pur visto e anche toccato e caricato nel nocciolo durante il primo avviamento degli impianti; ma come fossero fabbricati e testati tutti i singoli componenti (a cominciare dalle pastiglie di uranio) che venivano assemblati insieme per formare gli elementi di combustibile, nessuno lo sapeva. Bisognava concepire per intero un’attività che era di assoluta rilevanza per la sicurezza degli impianti nucleari, un’attività di quality control (controllo di qualità) ma anche di quality assurance (garanzia di qualità) che all’epoca era ai primordi, e questo era il lavoro che faceva per me.Così, mentre seguitavo a fare ispezioni nelle fabbriche che in Italia e all’estero rifornivano l’Enel, mi dedicai a impostare organicamente il lavoro di supervisione del combustibile nucleare con particolare riguardo alla sua fabbricazione la quale presenta caratteristiche molto particolari. A differenza di altri componenti chiave, infatti, il combustibile nucleare viene prodotto in grandi quantità, ma nello stesso tempo deve soddisfare criteri molto rigorosi che altri componenti non richiedono. In definitiva, come mi è capitato di dire anche in ambienti universitari suscitando un certo stupore, la fabbricazione del combustibile nucleare può essere considerata una «produzione di serie con standard qualitativi estremamente elevati, paragonabili a quelli in uso nelle tecnologie spaziali». Questa produzione su larga scala, che nel caso di un reattore ad acqua da 1000 Mwe varia da circa 38.000 a 41.000 barrette di combustibile (che significa centinaia di elementi di combustibile)4, richiede un sistema di controllo estremamente rigoroso e affidabile, insieme a procedure di fabbricazione consolidate che comportano l’esecuzione di 12-13 milioni di test 5 e non è una esagerazione. Basti pensare che in ogni barretta di combustibile vengono inserite circa 250 pastiglie di uranio di forma cilindrica, ognuna della quali andrebbe controllata per dimensioni, composizione chimica e caratteristiche meccaniche, ma dati i tempi e i costi esorbitanti di una simile procedura, se ne controllano solo una ventina (più o meno il 10%) secondo piani di campionamento statistici prestabiliti. Inoltre, a complicare le cose, c’è il fatto che il combustibile nucleare non può essere sottoposto a collaudo preventivo come qualsiasi altro componente, sia pure di elevatissimo pregio. Un alternatore, una turbina, persino i motori più sofisticati possono (e in certi casi devono) essere sottoposti a collaudo, ma per il combustibile nucleare ciò non è possibile perché significherebbe inserirlo nel nocciolo, sottoporlo a irraggiamento neutronico con conseguente contaminazione radioattiva e quindi non più operabile al di fuori del reattore stesso. Di qui l’assoluta importanza dei controlli su ogni singolo componente del combustibile nucleare e sugli addetti alla fabbricazione, perché un difetto non riscontrato in ciascuno di essi può rivelarsi esiziale per il buon funzionamento del prodotto finale e per la sicurezza dell’impianto. Tutti questi controlli e procedure che riguardano i materiali, i metodi di fabbricazione e anche gli operatori, sono integrati in un sistema di qualità operante in tutte le fasi della produzione del combustibile nucleare, la cui progettazione e fabbricazione rappresentano quanto di più complesso si possa immaginare dal punto di vista industriale. Note A parte le collaborazioni con il quotidiano «il manifesto», con i blog di «Pressenza» e «la bottega del Barbieri», ricordo la nuova serie di «rossovivo», con Dario Paccino (1979- 1981) e il libro Scram. La fine del nucleare (Jaca book 2011) scritto con Angelo Baracca. Come spiegai nella lettera inviata nel febbraio del 1987 all’Ufficio personale dell’Enel, la mia militanza nel Comitato Politico Enel comportava atteggiamenti che erano in contrasto con la politica nucleare dell’Ente. Tuttavia fino all’incidente di Chernobil avevo ritenuto di continuare a svolgere le attività di controllo sulla fabbricazione del combustibile proprio per le implicazioni che questo componente aveva dal punto di vista della sicurezza. Il disastro di Chernobil fece saltare questo difficile compromesso e mi indusse a fare obiezione di coscienza. Di seguito il testo della lettera inviata all’Enel. All’Ufficio Personale dell’ENEL Con la presente vi inoltro formale richiesta di non essere più adibito a mansioni inerenti la progettazione, costruzione od esercizio di una centrale nucleare. Questa mia decisione (che intendo rendere pubblica) può forse apparire perentoria, ma al punto il cui è giunta la mia vita lavorativa e sociale, mi trovo di fronte a scelte non più rinviabili. E’ da sedici anni ormai che mi occupo di combustibile nucleare e in tutto questo tempo la mia mansione è stata quella di controllarne la fabbricazione: prima per il Garigliano e Latina, poi Trino e Caorso fino al Cirene ed Alto Lazio. Per questo mio lavoro, pur se abbastanza insolito, non mi sento però né esperto né scienziato: più semplicemente so di essere un tecnico che, al pari di molti suoi colleghi, si sforza di compiere correttamente un compito specialistico. Ma come a voi è noto sono anche un antinucleare che da molti anni si batte per modificare le scelte di politica energetica dell’Enel. Di qui il dilemma che ha accompagnato il mio lavoro e che oggi sento di dover risolvere per necessità di chiarezza verso me stesso e verso tutti coloro con cui ho diviso o l’impegno lavorativo o gli ideali di lotta. Chiarezza a cui del resto ho sempre improntato, pur se da posizioni contrastanti, i miei rapporti con l’Enel a cui intendo tener fede anche in questa difficile scelta. Dico difficile perché se per anni ho convissuto con questo personale compromesso di agire da antinucleare e lavorare come un diligente nuclearista, è anche perché ho creduto di poter mettere qualcosa in più nel mio lavoro che non fosse strettamente contrattuale: la mia diffidenza, la mia scrupolosità (e perché no, anche la mia passione) nel lavorare su un componente così inequivocabilmente nucleare come il combustibile. Se tutto ciò non basta più è perché ho capito che, dopo Chernobyl, contribuire criticamente vuol dire pur sempre collaborare, dare credito a quel paradosso secondo cui gli incidenti nucleari sono tecnologicamente impossibili, ma statisticamente probabili; ma soprattutto vuol dire dimenticare e far dimenticare che i pompieri di Chernobyl, accettando una morte orribile, hanno impedito una catastrofe ancora più grave. Anche se razionalmente sono convinto che la “peste nucleare” –sotto certi aspetti- non è peggiore di quella chimica; anche se intuisco che la nube di Chernobyl viene usata per nascondere altre minacce per l’umanità, non intendo più avallare –neanche con la mia esperienza- scelte tecnologiche che si rivelano sempre più invadenti ed opprimenti; non voglio più soggiacere a quel cinismo ingegneristico che considera la vita un “vuoto a perdere”; non posso più accettare il perbenismo culturale di certi scienziati che inviano al capo dello stato le loro banalità spacciandole per appelli alla ragione. E’ una ragione che non rispetto e non conosco, perché è una ragione che non pensa al pari della scienza di cui è figlia Giorgio Ferrari Ruffino 3. Un impianto per la fabbricazione del combustibile nucleare è suddiviso in due grandi aree di lavorazione denominate area fredda ed area calda. L’area fredda include esclusivamente lavorazioni di componenti metallici che, data l’assenza dell’uranio, non comportano misure di sicurezza radiologiche. Nell’area calda si introduce la lavorazione e manipolazione dell’uranio per cui tutte le operazioni vengono effettuate secondo criteri di sicurezza radiologici e tutta l’area calda è fisicamente separata da quella fredda per evitare possibili contaminazioni. 4. Nel linguaggio mediatico corrente quando ci si riferisce al combustibile nucleare si parla di «barre di uranio». In realtà la configurazione del combustibile è più complessa trattandosi di un insieme di componenti che vengono assemblati secondo una sequenza assolutamente rigida. Il manufatto finale si chiama «elemento di combustibile» ed è composto da un numero fisso di barrette di combustibile, tenute insieme da uno «scheletro» costituito da griglie intermedie e da due terminali finali. Le barrette di combustibile sono costituite da guaine (tubi) del diametro di circa 1 cm, spessore inferiore al mm e di lunghezza prossima ai 4 metri. Queste guaine sono riempite di cilindri di uranio (pastiglie) di altezza intorno ai 2 cm tenuti insieme da una molla e sono saldate alle estremità con dei tappi di chiusura. La configurazione tipica di un elemento di combustibile per reattori ad acqua bollente BWR contiene da 64 a 100 barrette di combustibile (8x8; 9x9; 10x10) mentre quella di un reattore ad acqua in pressione PWR varia da 225 a 289 barrette (15x15; 17x17). 5. Per maggiori dettagli si veda la relazione da me tenuta all’evento Nuclear Italy:An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War svoltosi nel 2017 all’Università di Trieste. https://inis.iaea.org/records/22x9w-bs897 https://eut.units.it/it/catalogo/nuclear-italy-an-international-history-of-italian-nuclear-policies-during-the-cold-war/ 161 Giorgio Ferrari Ruffino (1944), si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1968 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza (caso unico nella storia del nucleare europeo).Successivamente ha lavorato nel campo della cooperazione internazionale, sempre per conto dell’Enel, in qualità di supervisore/controllore dei progetti finanziati dall’Italia in campo energetico, portandolo ad operare in molti paesi del Terzo mondo. Ha concluso la sua attività nel 2005 dopo essersi occupato di ogni tipo di progetto riguardante la produzione e trasmissione di energia elettrica per il settore esteri dell’Enel. La sua formazione politica-culturale inizia nel 1972 con il Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni sviluppa una critica al modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del nascente movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista «rossovivo» e fonda la casa editrice I libri del NO. Insieme a Dario Paccino ha scritto La teppa all’assalto del cielo. I 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto SCRAM: la fine del nucleare, edito da jaca Book, 2011. Con G. Marco D’Ubaldo ha scritto il IV volume de Gli Autonomi edito da DeriveApprodi, 2017.
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Figli delle stelle
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Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles Thomas Berra Quattro ragazzi pachistani e afghani bruciati vivi. I loro carnefici li hanno attirati in una trappola, bloccati in una macchina e dati alle fiamme, mantenendo gli sportelli chiusi dall’esterno per evitare che le vittime potessero sfuggire al rogo. Non è un film di Quentin Tarantino. È l’atroce realtà. Accade in Calabria, in un esordio di giugno. Chissà quanti altri braccianti agricoli, costretti a lavorare otto o dieci ore al giorno nella raccolta delle fragole e degli agrumi, tra Calabria e Basilicata, sono stati ammazzati e fatti sparire nelle campagne del Mezzogiorno. E nessuno li reclama più. È stata forse la dinamica del massacro a impressionare ed a richiamare l’attenzione dei media mainstream. Gli assassini sono coyote, caporali del terzo millennio, anch’essi di origini non italiane. Ancora ignoto il movente preciso della strage, tuttavia sarebbe maturata nell’ambito dei ricatti, delle minacce e delle feroci vessazioni che subiscono migliaia di lavoratrici e lavoratori sfruttati nelle regioni del sud Italia. L’eccidio lascia sbigottiti e torna a imporre un’antica domanda che sottende una risposta consolidata: il caporalato è un fenomeno deviante, cioè un’infrazione della normativa sul lavoro, oppure è strutturale, connaturato al sistema neoliberista che si fonda sull’estrazione di manodopera e risorse naturali, sulla riduzione in servitù di milioni di esseri umani? I profitti accumulati dalla grande distribuzione, dai proprietari terrieri e dalla mafia borghese sono al contempo l’origine e il prodotto di questo sistema che gode della protezione delle istituzioni impegnate a deregolamentare per proteggere gli interessi del padronato di sempre. I pochi imprenditori onesti rappresentano solo il vaccino di una struttura politica ed economica devastante, pandemica, virale. La pira non fuma più. Si sentono però ancora le zaffate di carne, plastica e metalli combusti, intorno al rogo di Amendolara. Tutto ha ripreso a scorrere, a pochi passi dalla cenere. Sfrecciano furgoncini imbottiti di braccia umane sottocosto, s’innalzano nuvolette di erbicidi nei pescheti, agli incroci sostano gruppi di ragazzi col turbante, in attesa che qualcuno li prelevi e li porti sui campi di lavoro. Sulla SS 106, gli ossi di seppia del travaglio usato si alternano a schiave della prostituzione, svendute all’utenza del sesso. Di quest’umanità invisibile facevano parte il pachistano Waseem e gli afghani pashtun Amin, Ullah e Safi, di età comprese tra i 19 e i 29 anni, arsi vivi in una macchina, lunedì scorso, in un distributore di benzina nei pressi di Amendolara. Abitavano a Villapiana lido, al confine con la piana di Cerchiara, dove nei periodi non balneari una casa per i lavoratori migranti costa 500 euro d’affitto al mese e ne accoglie fino a 10. Ad ucciderli, due pakistani. Tra gli anziani villapianesi, guai a chiamarli «caporali»: negli anni Sessanta del Novecento esistevano già, ma mica tutti delinquenti erano. Più che altro, fungevano da capi-cantiere, direttori dei lavori, si direbbe oggi. Questi odierni, invece, sono coyote, come li chiamano in Messico: intermediari, trafficanti di esseri umani, che si muovono nell’ombra. Verrebbe voglia di definirli scafisti di terra, se non si corresse il rischio di scatenare qualche altra improbabile crociata sul globo terracqueo. Nelle Calabrie storcono il muso in tanti pure quando si legge in giro l’espressione mafia pakistana: pare inverosimile ne esista una, straniera e indipendente, nelle terre controllate dalle ’ndrine. Allora non ci vogliono trattati di sociologia per capire chi siano gli assassini. Ogni comunità migrante ha avuto i propri fixer. Lo sanno bene i calabresi catapultati nelle Americhe, che quando sopravvivevano al viaggio transoceanico e al Cipierre di Ellis Island, si recavano dai compatrioti facilitatori. Tra di loro c’era la persona disinteressata e quella che da Virgilio poteva trasformarsi in Cerbero. Ricordano bene tutto, gli anziani villapianesi, mentre osservano con gli occhi lucidi la casa che ospitava i quattro poveri disgraziati del rogo di Amendolara. Si immedesimano e commuovono pensando a quei ragazzi che chiedevano solo di essere pagati dopo aver lavorato nei campi. Qui i migranti sono sempre stati accolti, sul serio. Qualcuno si chiede se l’idillio continuerà, dopo che due settimane fa ha vinto una sindaca leghista con l’appoggio del Pd. Sono le stesse elezioni che hanno portato 41 voti a Zhairi Said, proveniente dal Marocco. Ci si chiede per chi abbiano votato gli altri 60 cittadini di origini marocchine, aventi diritto. Sono tanti i nordafricani da queste parti. I pakistani, invece, si concentrano a Sibari. Le quattro vittime della strage raccoglievano fragole tra Metaponto e Scanzano, in Basilicata. «Avevano il volto triste. Noi ci accorgiamo subito se qualcuno li sfrutta», spiegano gli imprenditori agricoli della zona. Tengono a precisare che loro con gli aguzzini non hanno nulla a che fare. In effetti, molti di questi datori di lavoro e proprietari terrieri li trovi già alle 5 del mattino nei campi, con gli scarponi infangati, che lavorano insieme ai loro jurnaturi. Tra arance, clementine, pesche, riso, olive e altri prodotti della terra, qui si lavora davvero. Quasi 5000 sono le imprese agricole, 108 delle quali impegnate negli agrumi. Non tutti virtuosi, i padroni di terreni, macchine e capannoni. C’è chi non tratta con i coyote globalizzati, ma in tanti si rendono complici di questi mascalzoni. Funziona così: i commercianti si accordano con i produttori di agrumi e comprano da loro arance o mandarini a un prezzo che varia in base all’annata e alla pezzatura. Poi, per la raccolta, si servono di una manodopera pescata tra i 12.000 braccianti stagionali della piana di Sibari e dintorni, che a differenza di quelli accatastati a Gioia Tauro perlopiù qui non vivono in tendopoli, bensì in magazzini, vecchi appartamenti e ruderi di masserie. Ogni anno, alla porta dell’azienda si presenta il coyote che offre la propria squadra di raccoglitori. L’unità di misura è il Bins, un contenitore in plastica che contiene circa due quintali di frutta. Di solito, ci si accorda per circa 23 euro a Bins. Già non sarebbe legale, perché la normativa prevede contratti di prestazione a ore. Il coyote propone inoltre pagamento in contanti. L’imprenditore onesto non accetta, richiede i documenti e l’Iban di ciascun bracciante. Tutt’al più propone un pagamento con assegni circolari. Rivenderà il prodotto alla grande distribuzione o all’estero, soprattutto in Ungheria e Polonia. Prima della guerra, si esportava anche in Bielorussia e Ucraina. L’avvoltoio invece si accorda col coyote e si butta insieme a lui sulle prede più deboli, i lavoratori e le lavoratrici migranti, che sebbene siano entrati regolarmente col decreto flussi (70mila solo nel 2025), scaduto il contratto a tempo determinato, sono vivi in senso biologico, ma deceduti sul piano giuridico. Ecco perché chiunque li può ricattare, schiavizzare, uccidere. Per lo Stato, non esistono. Tutto ciò avviene sotto l’ombrellone del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, in nome della spietata e laica religione del neoliberismo. I fondi erogati dalla Regione Calabria nei cosiddetti investimenti produttivi, a quanto pare, stentano a costruire una civiltà d’impresa. Invece di pavoneggiarsi, sarebbe meglio che i politici andassero a vedere da vicino cosa fanno, con quei soldi pubblici, i destinatari dei finanziamenti. Waseem, Amin, Ullah e Safi sono morti ammazzati per un mucchietto di euro, meno di quanto spende una famiglia italiana di tre persone per una serata in pizzeria. Claudio Dionesalvi è mediattivista, insegnante di Lettere nella scuola media, ultrà del Cosenza Calcio, già militante del Centro Sociale Autogestito Gramna, impegnato nella scolarizzazione dei bambini di origini rom, tra i fondatori dell’associazione Coessenza. Collabora con il Manifesto. Già direttore responsabile di Tam Tam e Segnali di Fumo, attualmente del semestrale Registro Sconnesso. È cittadino onorario di Cassano all’Ionio. Ha pubblicato numerosi libri. Il suo blog è inviatodanessuno.it Amendolara, Cerchiara flat: Brussels’ suburbia by Claudio Donesalvi translated from OfficinaMultimediale Four young Pakistani and Afghan nationals, burned alive. Their executioners lured them into a fatal trap, pinned them inside a car, and ignited the flames—sealing the doors from the outside to ensure there was absolutely no escape from the inferno. This isn’t a cinematic horror tailored by Quentin Tarantino. This is the grim, visceral reality unfolding in Calabria at the dawn of June. It begs a chilling question: how many other migrant day laborers, driven to the bone for eight or ten hours a day harvesting strawberries and citrus fruits across Calabria and Basilicata, have been murdered and quietly swallowed by the vast countryside of the Mezzogiorno? Strangers in a foreign land, with no one left to claim them. It was likely the sheer, spectacular brutality of this massacre that finally pierced the bubble of the mainstream media. The killers are coyote—the ruthless gangmasters (caporali) of the third millennium—themselves born outside of Italy. While the precise trigger for this slaughter remains cloaked in shadow, it undoubtedly festered within the broader ecosystem of extortion, terror, and relentless subjugation that thousands of exploited workers endure daily across southern Italy. This butchery leaves us paralyzed with shock, forcing us to confront a foundational question that carries a grim, inescapable answer: is this brutal system of caporalato merely an isolated anomaly—a simple breach of labor laws—or is it deeply structural? Is it inherently woven into the very fabric of a neoliberal machine that thrives on the ruthless extraction of natural resources and human labor, reducing millions of human beings to modern-day serfdom? The massive profits reaped by large-scale supermarkets, powerful landowners, and the white-collar mafia (mafia borghese) are simultaneously the engine and the byproduct of this system. It is a system shielded by political institutions whose primary agenda is deregulation—all to coddle the interests of the traditional ruling class (padronato). In this devastating, pandemic, and viral economic structure, the few "honest" entrepreneurs do not represent a cure; they are merely the token vaccine. The pyre is no longer smoking. Yet, the stench of burnt flesh, plastic, and metal still lingers around the site of the Amendolara blaze.Just steps away from the ashes, everything has resumed its flow. Small vans packed with underpriced human labor speed past; small clouds of herbicides rise over the peach orchards; at intersections, groups of young men wearing turbans wait to be picked up and transported to the labor fields. Along State Road 106 (SS 106), the "discarded remnants" of used-up labor alternate with victims of sex trafficking, commodified for the local sex market.Waseem, a Pakistani national, and Amin, Ullah, and Safi, Pashtun Afghans aged between 19 and 29, belonged to this invisible stratum of humanity. Last Monday, they were burned alive inside a car at a gas station near Amendolara. They resided in Villapiana Lido, bordering the Cerchiara plain. In this area, during the tourist off-season, housing for migrant workers costs 500 euros a month in rent and accommodates up to ten individuals. Two Pakistani nationals are accused of their murder. Among the elderly residents of Villapiana, there is a strong reluctance to label these intermediaries as caporali (labor exploiters/gangmasters). They recall that while such figures already existed in the 1960s, they were not all criminals. Rather, they functioned as site foremen or construction supervisors, to use contemporary terms. Today’s intermediaries, conversely, operate as coyote—to use the Mexican term: shadow brokers and human traffickers. One would be tempted to define them as "land-based human smugglers," were it not for the risk of triggering yet another improbable geopolitical crusade. Furthermore, within the Calabrian context, many react with skepticism to the expression "Pakistani mafia," as the existence of a foreign, independent criminal syndicate in territories tightly controlled by the 'Ndrangheta clans appears implausible.Yet, it requires no sociological treatise to understand the nature of these killers. Every migrant community has historically relied on its own "fixers". This dynamic is well known to the Calabrians who migrated to the Americas: those who survived the transatlantic crossing and the detention/processing at Ellis Island immediately sought out their fellow compatriot facilitators. Among those facilitators, there were disinterested individuals, but also those who could transform from a guiding Virgil into a ruthless Cerberus.The elderly residents of Villapiana remember this history vividly as they look, with tearful eyes, at the house that sheltered the four poor souls of the Amendolara fire. They empathize and are moved by the plight of these young men, whose only demand was to be remunerated after working in the fields.In this region, migrants have historically experienced genuine integration and welcome. Today, however, some question whether this social harmony will endure, following the recent electoral victory of a League party (Lega) mayor supported by the Democratic Party (PD). This election saw 41 votes cast for Zhairi Said, a candidate of Moroccan origin. Questions remain regarding the voting behavior of the other 60 Moroccan-origin citizens holding voting rights. While North African communities are highly concentrated in this sub-region, Pakistani workers are predominantly clustered in Sibari.The four victims of the massacre harvested strawberries between Metaponto and Scanzano, in the Basilicata region. «They had sad faces. We notice immediately if someone is being exploited», explain local agricultural entrepreneurs. They are keen to clarify that they have no association with these exploiters. Indeed, many of these employers and landowners can be found in the fields as early as 5:00 AM, working in the mud alongside their day laborers (jurnaturi). Amid orchards of oranges, clementines, peaches, rice paddies, and olive groves, this is a site of intensive agricultural production. The area counts nearly 5,000 agricultural enterprises, 108 of which specialize in citrus cultivation.However, not all landowners, machinery owners, and facility managers display virtuous behavior. While some refuse to engage with globalized coyote networks, many render themselves complicit with these unscrupulous actors. The mechanism operates as follows: commercial brokers reach agreements with citrus producers to purchase oranges or mandarins at prices fluctuating according to the harvest year and fruit calibration. Subsequently, for the harvesting phase, they extract labor from the pool of approximately 12,000 seasonal laborers in the Sibari plain and surrounding areas. Unlike the migrant populations crowded into the tent cities of Gioia Tauro, laborers here mostly reside in warehouses, dilapidated apartments, and abandoned rural farmsteads.Every year, these intermediary coyote approach agricultural enterprises, offering their own crews of harvesters. The standard unit of measurement is the Bins—a plastic industrial crate containing approximately two quintals (200 kg) of fruit. The standard informal agreement hovers around 23 euros per Bins. This practice constitutes an explicit violation of labor laws, which mandate hourly employment contracts. Furthermore, the coyote demands cash transactions. Compliant, ethical entrepreneurs reject these terms, demanding identification documents and bank routing numbers (IBAN) for each laborer, or offering payment exclusively via cashier's checks. These compliant businesses subsequently export their produce to large-scale retail channels or foreign markets, particularly Hungary and Poland. Prior to the geopolitical conflict, exports also reached Belarus and Ukraine.Conversely, predatory employers—the vultures—collude with the coyote, preying upon the most vulnerable segments of the workforce: migrant laborers. Although many entered the country legally via the seasonal labor quota system (Decreto Flussi—which accounted for 70,000 entries in 2025 alone), once their fixed-term contracts expire, they remain biologically alive but legally disenfranchised. Consequently, they become highly susceptible to extortion, systemic subjugation, and violence. To the state apparatus, they cease to exist.This socio-legal exclusion unfolds under the structural framework of the European Pact on Migration and Asylum, dictated by the ruthless, secular dogma of neoliberalism. Concurrently, the public funds allocated by the Calabria Region for productive investments appear deficient in fostering a robust, law-abiding corporate culture. Rather than engaging in political self-congratulation, institutional representatives would benefit from closely monitoring how public subventions are actually utilized by the recipients. Ultimately, Waseem, Amin, Ullah, and Safi were murdered for a meager sum of money—less than what an average Italian family of three spends on a casual dinner. Claudio Donesalvi is a media activist, secondary school humanities teacher, and an ultra supporter of Cosenza Calcio. Formerly a militant of Gramna squat, he has been actively involved in the schooling and literacy of Romanì children, and is a co-founder of the Coessenza association. He is a contributor to il Manifesto headline. He formerly directed Tam Tam e Segnali di Fumo and currently serves as the editor-in-chief of the journal Registro Sconnesso. He holds honorary citizenship of Cassano allo Ionio and has published plenty of monographs. His blog can be found at inviatodanessuno.it.
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Trump da Xi. Poco è già abbastanza Sherrie Lovler Ormai Pechino è un pellegrinaggio obbligato. Tutti i leader internazionali vi si sono recati in simbolica processione. Xi Jinping, sembra aver smesso di viaggiare. La sua prossima destinazione, della quale mancano data e dettagli finali, sarà ironicamente la Corea del Nord. Il Presidente cinese riceve gli ospiti, con la consueta cortesia formale e un immutabile protocollo. Il suo paese incassa prestigio internazionale, cuce alleanze, lascia che il mondo si interroghi sugli schieramenti, le appartenenze, le alleanze. Veramente il suo non interventismo consente di ridurre le ostilità? E poi, la Cina è isolata? Chi isola chi? Se il mondo è ormai diviso in 2 blocchi – West and the Rest – Pechino rappresenta sia la causa che l’effetto di questo nuovo assetto. La sua ascesa ha scagliato un colpo cruciale al dominio occidentale quando sembrava che l’onda del neoliberismo contagiasse tutti i paesi fino a diventare ineludibile. Non che la sua crescita non sia inserita nei circuiti di produzione/distribuzione globali – anzi! – ma la sua diversità ha reso possibili forme alternative di scelte interne e di aggregazioni internazionali. Oggettivamente, questa emersione erode il dominio statunitense. Se la guida di Washington si manteneva dominante con i suoi alleati, quella di Pechino è più indiretta, pragmatica, apparentemente post-ideologica. Non guida un’alleanza perché il termine – come «asse» o «amicizia» – sarebbe eccessivo. Indirizza tuttavia una «convergenza di interessi» che si distingue dagli schieramenti della Guerra fredda. Le forme che assume sono diverse: Brics, Sco (Shanghai Cooperation Organization), Silk Road, tutte comprese nell’emersione del Global South che si pone con forza come alternativa non tanto al G7 – ormai ridotto a una patetica photo opportunity – ma anche al più rappresentativo G20. Queste organizzazioni sono eterogenee, talvolta informali, non hanno un comando comune e strutturato delle forze militari. Sono dunque ben diverse dal gruppo occidentale, declinato sia sul versante della Nato che delle istituzioni multilaterali imperniate sul neo liberismo, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia il contrappeso che esercitano è evidente. Esso non sarebbe stato possibile senza l’epocale emersione della Cina e – anche e soprattutto – alla sua irriducibilità verso modelli consolidati a lei estranei e comunque inadeguati. La novità deriva non solo dall’aumento dei consensi per il modello cinese, ma dal rispetto che si è guadagnato e dal timore che incute per la sua imponenza. Inoltre, Pechino garantisce stabilità in un mondo turbolento. Se il nemico principale del Global South è il sottosviluppo, l’ascesa regolare dei paesi che ne fanno parte è essenziale. Ma lo è ugualmente per i paesi industrializzati che –soprattutto in Europa – annaspano in crescite marginali. Nessuno può permettersi di inimicarsi la Cina, dopo l’abbaglio che si sarebbe uniformata al capitalismo globale rinunciando alle sue peculiarità. La visita di Trump ha avuto luogo in un contesto indiscutibilmente a favore di Pechino. Il Presidente americano aveva con sé due armi che non ha potuto usare: l’opzione militare e quella più prettamente politica. È inusabile anche la sola idea di mettere il dito sul grilletto su questioni estremo-orientali; anche per obiettivi relativamente minori, l’opposizione di Pechino è intransigente. Si scorge facilmente dietro le parole del Presidente Xi che auspica un abbandono della legge del più forte. Anche il versante politico offriva pochi margini di manovra. Pechino è forte della sua insostituibilità. Il tentativo di Washington di dare una connotazione antagonista al decoupling, il disaccoppiamento nelle catene del valore globali, si è rivelato un’illusione pericolosa, buona al massimo per le campagne elettorali. Su tutto, permangono le differenze tra i due paesi. La Cina vanta 5000 anni di storia, che non si stanca di mettere in evidenza. È intrisa di nazionalismo, orgogliosa della propria cultura, costruisce muraglie per difenderla. Certamente non si lascia intimidire da proclami roboanti e da minacce. È probabile Trump abbia chiesto la mediazione della Cina per i conflitti in atto, la disponibilità di terre rare necessarie all’industria statunitense, investimenti di Pechino nel suo paese, generosità commerciale nell’acquisto di 200 aeroplani della Boeing. Non sono noti i dettagli e gli esiti delle trattative. Al contrario, è facile arrivare alla conclusione delle richieste della controparte cinese: disimpegno per Taiwan, la vera questione politica e militare dove s’impernia l’iniziativa cinese. Viene richiesto agli Stati Uniti di uscire dalla loro strategic ambiguity per la difesa dell’isola. Pechino semplicemente non comprende come si possa essere ambigui su una questione strategica come la riunificazione di Taiwan con la madre patria. Un vertice atteso quindi con trepidazione per gli eventi correnti, definito con inflazione di aggettivi retorici, si è concluso con pochi risultati: qualche affare, dichiarazioni di prammatica, assunzione di impegni non cogenti. In particolare, Trump sembra essere tornato a mani vuote. Le sue armi sono apparse spuntate o forse ha preferito non minacciare di usarle verso una dirigenza che – dall’altro lato del tavolo negoziale – non dispiega la stessa potenza, ma conosce bene la diplomazia, la gestione del tempo, il valore del back to normal. La Cina sa che un andamento senza scosse degli eventi la favorisce. Si augura il ritorno alla regolarità, come molti, probabilmente come lo stesso Trump quando è in difficoltà. Nessuno più di Pechino può contribuire a questo obiettivo planetario. Contemporaneamente, nulla le appare più redditizio che continuare nell’acquisizione di potenza che ha accumulato. Se la Cina esce bene dal summit, non si può affermare tuttavia che Trump sia stato sconfitto. Per quanto ironico possa sembrare, ha raggiunto risultati, seppur modesti, che la sua esuberanza poteva mettere a rischio. Era arrivato con pochi margini di manovra: la Cina è tutt’altro che isolata, molti paesi l’ammirano o almeno la temono, l’inflazione in America potrebbe raggiungere livelli preoccupanti (se la tregua sui dazi fosse saltata), Pechino poteva schierarsi più nettamente con Teheran senza subire ritorsioni pesanti. Trump ha evitato fallimenti, ha invitato Xi a Washington per continuare il dialogo, ha intestato i risultati alla sua autoproclamata capacità di siglare o strappare deal. In conclusione, ha riaffermato la supremazia statunitense, pur pagando il prezzo di una condivisione che fino a pochi anni fa appariva inimmaginabile. 2.6.2026 Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.
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Ant/agón rivista di critica e congiuntura Roberto Gelini Redazione: Carlos Prieto del Campo, Lautaro Rivara, Raúl Sánchez Cedillo. Comitato editoriale: Pablo Iglesias Turrión, Laura Arroyo Gárate, Franco Berardi “Bifo”, Sergio Bianchi, Luci Cavallero, Pablo Echenique Robba, Marco d'Eramo, Sebastián Fiorili, Montserrat Galcerán Huguet, Álvaro García Linera, Maurizio Gibertini “Gibo”, Michael Hardt, Sandro Mezzadra, Gianfranco Pancino, Alisa del Re, Wolfgang Streeck, Irene Zugasti Hervás. https://www.antagon.red/ Cosa vuole Ant/agón? La politica emancipatoria ha costantemente bisogno di conoscenza, di ogni tipo, perché solo una teoria forte produce una politica forte e perché, inevitabilmente, una teoria debole non produce semplicemente alcuna politica. Sia la conoscenza prodotta dalla pratica di lotta delle classi subalterne, sia quella prodotta nelle università e nei centri di ricerca. Senza conoscenza non c'è politica emancipatoria che valga. La conoscenza è il nutrimento indispensabile della discussione politica argomentata sotto forma di ipotesi e dati. La discussione politica ragionata è l'unica pratica che permette a un soggetto politico di praticare seriamente l'azione politica ragionevole e antisistemica nelle congiunture e nelle situazioni politiche in cui si trova immerso e in cui intende produrre con urgenza effetti politici. Senza discussione politica riflessiva e, quindi, senza conoscenza, parlare di tattica e strategia politica è solo un modo di dire, una retorica, un’ideologia che non produce pratica rivoluzionaria antisistemica, ma che conserva solo lo stato attuale delle cose mentre si rafforzano le strutture di potere, di dominio e di sfruttamento di classe realmente esistenti. Senza ricerca e studio militanti, ma anche senza la presentazione e la discussione dei loro risultati, è impossibile uscire dal labirinto di specchi della politica fatta solo nei media e nei parlamenti, così come è altrettanto impossibile creare i tipi di organizzazione e le forme di partito necessari per produrre politiche antisistemiche di massa sostenibili nel tempo contro la riproduzione dei rapporti di dominio e di produzione capitalisti. Per questo lanciamo Ant/agón. All’interno del conglomerato politico-mediatico di Canal Red, con Ant/agón, rivista di critica e attualità, vogliamo fornire buone dosi quotidiane di conoscenza per l’azione politica emancipatoria in tempi che riuniscono simultaneamente occasioni rivoluzionarie e scenari di guerra, catastrofe e genocidio; caos ecosistemico e nuova attualità di vecchi problemi, che ora diventano pressanti e urgenti, se non imperativi. Abbiamo bisogno di pubblicazioni che diffondano la migliore selezione di articoli e materiali sui temi essenziali dell’attualità, perché sono questi che devono contribuire a delineare la strategia e la tattica delle lotte in chiave nettamente post-capitalista. È difficile intervenire efficacemente nell’attuale congiuntura senza buoni materiali sulla geopolitica del blocco occidentale o sui dilemmi della Cina di fronte alla fine dell’egemonia statunitense e alla specificità della sua lotta di classe; non si può nemmeno andare oltre la constatazione che la composizione di classe dei gruppi subalterni è intersezionale, se non si costruiscono ipotesi e pratiche capaci di concettualizzare nuove politiche di classe dotate di modelli di agenzia e di protocolli di antagonismo efficaci dal punto di vista antisistemico; né commentare incessantemente la congiuntura di guerra e militarizzazione capitalistiche senza concentrare gli sforzi nell’identificare gli anelli deboli e le contraddizioni decisive, che ci consentano di sabotare e rovesciare i regimi di guerra e il potere di classe del capitale e delle sue forme statali. Ant/agón è una rivista in spagnolo, che vuole diventare uno strumento utile nelle situazioni, così diverse ma interconnesse, dell’America di lingua spagnola, così come nel dibattito in spagnolo nella provincia Spagna. C'è in questo una tensione e uno scambio incandescente di natura politica, che vogliamo sia virtuoso nella politica di massa piuttosto che consolatorio e narcisistico nella mera giustapposizione di testi e materiali. Allo stesso tempo, non vogliamo smettere di apportare i migliori contributi provenienti da tutto il pianeta a questi dibattiti e a queste pratiche, e ciò si riflette nelle numerose traduzioni che intendiamo pubblicare, così come nella composizione del nostro comitato editoriale. I tempi lo richiedono, la posta in gioco lo giustifica. Ant/agón nasce dalle lotte emancipatorie e a esse si deve nell’attuale interregno in cui imperano «fenomeni morbosi di ogni tipo» e in cui l’immaginazione politica sovversiva, pragmatica e rivoluzionaria deve dare i suoi migliori frutti organizzativi, intellettuali e teorici.
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Il volontariato antifascista di Spagna novant’anni dopo È nelle librerie in questi giorni Garibaldini in Spagna. Storia della XII Brigata Internazionale nella Guerra di Spagna, di Marco Puppini, edito da Milieu nella collana settanta. Pubblichiamo qui di seguito la Prefazione al libro di Enrico Acciai. Nell’ultimo decennio, la dimensione internazionale della guerra civile spagnola è tornata con forza al centro del dibattito storiografico europeo. Non si tratta, naturalmente, di una novità assoluta: quel conflitto occupa ormai da decenni un posto rilevante nella riflessione storica sul Novecento. Mi pare, però, che il modo in cui esso viene interrogato dagli storici sia mutato in misura significativa. Se una parte importante della storiografia classica aveva privilegiato la ricostruzione politico-diplomatica, la storia militare del conflitto, il ruolo delle grandi potenze e la vicenda delle Brigate internazionali come esperienza paradigmatica dell’antifascismo militante, la ricerca più recente ha progressivamente ampliato la prospettiva. Sempre più spesso, infatti, la Spagna del 1936-1939 viene studiata non solo come conflitto esemplare della guerra civile europea o come anticamera della Seconda guerra mondiale, ma anche come crocevia di mobilitazioni politiche, di culture transnazionali della militanza e di diverse forme di volontariato armato, oltre che come vero e proprio laboratorio della guerra totale novecentesca.1 In questo spostamento di sguardo, il tema dei volontari stranieri ha assunto una nuova centralità (anche grazie alla disponibilità di nuove fonti, come quelle sovietiche). Non si tratta solo di un dato numerico, politico e militare: contare le presenze, distinguere le appartenenze politiche o misurare l’incidenza militare delle unità composte da stranieri. Il problema storiografico è ormai diventato molto più ampio. La comunità degli storici e delle storiche prova ormai a comprendere perché migliaia di uomini e donne, privi di un obbligo formale, abbiano deciso di intervenire in un conflitto non loro; a ricostruire le reti che resero possibile quella mobilitazione; ad analizzare il rapporto fra iniziativa individuale, organizzazione politica e cornici ideologiche; a interrogare, infine, sulla durata di quell’esperienza oltre il 1939.2 In questa prospettiva, la guerra di Spagna, dal punto di vista dei volontari antifascisti, appare come un osservatorio privilegiato per studiare la politicizzazione transnazionale dell’Europa tra le due guerre e, al contempo, come un passaggio fondamentale nella storia più lunga dell’internazionalismo armato novecentesco.3 Il testo da cui prende le mosse questa prefazione insiste giustamente su alcuni elementi che la storiografia recente ha contribuito a chiarire con maggiore nettezza. Anzitutto, la guerra civile spagnola fu un conflitto internazionale non solo perché vi intervennero direttamente l’Italia fascista e la Germania nazista, ma anche perché intorno alla causa repubblicana si sviluppò un vasto movimento transnazionale di opinione, solidarietà e mobilitazione.4 In secondo luogo, il volontariato non può più essere ridotto a una categoria univoca e semplificata: la distinzione tra combattenti e non combattenti, tra volontari armati e volontari impegnati in funzioni di supporto, cura, propaganda o assistenza, si rivela assai più porosa di quanto si sia ritenuto finora, e questa porosità diventa ancora più evidente se si assume sul serio una prospettiva di genere. Infine, la partecipazione alla guerra di Spagna non coincide sempre con una parentesi circoscritta, ma si iscrive spesso in traiettorie militanti più lunghe, che collegano l’antifascismo dell’esilio alla Resistenza, alla guerra mondiale e, in alcuni casi, perfino ai processi di decolonizzazione e ai conflitti della guerra fredda.5 È all’interno di questo rinnovato quadro interpretativo che il presente volume va collocato. Il suo interesse non risiede soltanto nel tornare su un tema ampiamente frequentato dalla memorialistica e dalla storiografia strettamente militante, ma nel farlo assumendo implicitamente una domanda oggi particolarmente feconda: in che modo il caso dei volontari italiani in Spagna consente di osservare, da una postazione specifica ma non marginale, i processi di trasformazione dell’antifascismo europeo, le geografie dell’esilio politico e le concrete modalità con cui si costruì una mobilitazione armata oltre i confini nazionali? È questa, in fondo, la domanda che rende ancora storicamente rilevante il tema. Non tanto la ricerca di un’ennesima conferma del carattere simbolico della guerra di Spagna, quanto la possibilità di leggerla come spazio di condensazione di dinamiche più ampie: la crisi degli antifascismi, la ristrutturazione delle culture politiche della sinistra, l’emergere di pratiche internazionali di lotta e la ridefinizione dei rapporti tra appartenenza nazionale e scelta militante. Sotto questo profilo, il caso italiano presenta caratteristiche particolarmente significative. Come mostra questo volume di Marco Puppini, i volontari italiani che confluirono nella Spagna repubblicana provenivano in larga misura dai mondi dell’emigrazione e dell’esilio, soprattutto da quello francese, ma anche belga, svizzero e lussemburghese. Il loro percorso non nasce dunque nel vuoto, né può essere compreso unicamente attraverso la lente delle appartenenze organizzative. Alle spalle della scelta di partire vi erano la lunga esperienza della diaspora antifascista, la crisi politica degli anni Trenta, i tentativi di ricomposizione unitaria delle forze antifasciste, il confronto con la crescita dei fascismi europei, nonché l’inserimento quotidiano dei fuoriusciti italiani in contesti sociali e politici insieme nazionali e transnazionali. La guerra di Spagna, da questo punto di vista, non fu per molti un esordio, ma un momento di accelerazione e di ridefinizione di percorsi già avviati. Questa osservazione è importante anche per evitare due riduzioni interpretative opposte ma ugualmente limitanti. La prima consiste nel leggere i volontari italiani quasi esclusivamente come prodotto di direttive di partito o di apparati internazionali, secondo uno schema rigidamente verticale. La seconda, all’opposto, tende a riassorbirli in una rappresentazione puramente morale o eroica dell’antifascismo, nella quale la complessità delle loro origini, motivazioni e conflitti interni finisce per attenuarsi. Una parte rilevante della storiografia più recente ha cercato di sottrarsi a questa alternativa, insistendo sul fatto che il volontariato internazionale fu il risultato di un intreccio fra culture politiche, reti di relazione, aspettative biografiche, appartenenze diasporiche e contingenze storiche.6 In tale prospettiva, i volontari non appaiono né come meri esecutori di strategie superiori né come figure astoriche di puro altruismo politico, ma come attori storici collocati in un campo di forze denso e contraddittorio. È proprio qui che questo volume trova il proprio spazio. Il suo contributo può essere letto come parte di una più generale tendenza della ricerca a restituire spessore storico al fenomeno del volontariato di guerra, ricostruendone i nessi con l’esilio, l’emigrazione politica, le dinamiche del fronte popolare e la circolazione europea di pratiche e linguaggi dell’antifascismo. Più che proporre una rottura radicale rispetto alla storiografia precedente, il saggio di Marco Puppini sembra inserirsi in una linea di continuità critica: da un lato, raccoglie l’eredità di un vasto patrimonio di studi, testimonianze e memorie; dall’altro, lo rilegge alla luce di categorie che oggi si sono rivelate particolarmente produttive. Ed è probabilmente in questa capacità di riapertura delle domande, più che in un’eventuale pretesa di esaustività, che va cercato il suo significato storiografico. Un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato riguarda il rapporto fra specificità nazionale e comparazione. La storiografia degli ultimi anni ha mostrato con crescente chiarezza che il caso italiano, pur inscrivendosi pienamente nella storia più ampia del volontariato antifascista internazionale, presenta alcune particolarità già elencate poco sopra: il peso dell’esilio politico dopo la presa del potere fascista; la forte connessione con la diaspora lavoratrice in Francia e in altri paesi europei; il ruolo delle culture politiche socialiste, comuniste, anarchiche e repubblicane; l’intensità del nesso simbolico tra lotta in Spagna e lotta contro il fascismo italiano. Proprio per questo, il caso italiano non è interessante solo in sé. Esso costituisce un osservatorio utile per comprendere in che modo i processi di internazionalizzazione dell’antifascismo fossero sempre mediati anche da tradizioni politiche nazionali, da esperienze d’emigrazione diverse e da specifiche geografie della repressione e dell’esilio. Il valore di un volume come questo sta anche nella possibilità di mettere a fuoco tale tensione fra il particolare e il generale. Naturalmente, inserire il lavoro di Marco Puppini nel dibattito più recente non significa attribuirgli una funzione risolutiva. Al contrario, il campo di studi sul volontariato internazionale nella guerra civile spagnola si è fatto negli ultimi anni più ricco, ma anche più articolato e meno compatto. Accanto alle ricerche sui contingenti nazionali e sulle strutture brigatiste, si sono sviluppati filoni dedicati alla storia di genere, alla partecipazione ebraica, alle culture politiche diasporiche, alle reti non comuniste, alle forme di solidarietà non combattente, alle biografie militanti di lunga durata e ai rapporti fra antifascismo, anticolonialismo e guerra rivoluzionaria.7 Questa pluralizzazione delle prospettive ha reso più difficile ogni sintesi lineare, ma ha anche consentito di uscire da una visione troppo uniforme del fenomeno. Oggi appare sempre più chiaro che parlare dei volontari in Spagna significa confrontarsi con una costellazione assai eterogenea di esperienze, motivazioni, appartenenze e, soprattutto, memorie. Da questo punto di vista, il volume che il lettore ha fra le mani può essere letto utilmente come un tassello di questa più ampia riconfigurazione storiografica. Esso non elimina le ambivalenze del proprio oggetto, né potrebbe farlo: la storia dei volontari italiani in Spagna resta una storia attraversata da tensioni forti tra spontaneità e disciplina, internazionalismo e culture politiche nazionali, mobilitazione dal basso e regia organizzativa, orizzonte democratico e logiche di guerra. Ma proprio per questo la materia conserva il proprio interesse. A novant’anni dallo scoppio del conflitto, la questione non è più stabilire se l’esperienza dei volontari debba essere letta come eccezione eroica o come episodio subordinato a una strategia politica più vasta. La domanda più utile sembra piuttosto un’altra: in che modo quell’esperienza consente di comprendere la formazione di una politica transnazionale dell’antifascismo e, insieme, i suoi limiti, le sue fratture e la sua eredità? È nella misura in cui aiuta a porre questa domanda che il volume mantiene la sua rilevanza. In questo quadro, una prefazione non deve forse enfatizzare oltre misura l’originalità del libro, né indulgere a formule di circostanza. Più sobriamente, può limitarne la collocazione e indicarne l’utilità. Questo volume si inserisce quindi in un ambito di studi consolidato ma tuttora dinamico; affronta un tema classico della storia del Novecento europeo, ma lo fa su un terreno che continua a produrre nuove domande; richiama una vicenda nota, ma la restituisce nel suo spessore storico, all’interno della crisi degli antifascismi, delle mobilità dell’esilio e della dimensione transnazionale della guerra di Spagna. In questo consiste, con ogni probabilità, il suo principale motivo di interesse: non nell’offrire una lettura definitiva, ma nel contribuire a mantenere aperto un cantiere storiografico che negli ultimi anni ha dimostrato una notevole (e per certi versi inaspettata) capacità di rinnovamento. Note 1 Come esempi si veda: Morris Brodie, Transatlantic Anarchism during the Spanish Civil War and Revolution, 1936–1939: Fury Over Spain, Routledge, Londra – New York 2020; Lisa A. Kirschenbaum, International Communism and the Spanish Civil War, Cambridge University Press, Cambridge 2015; Adrian Pole, Making Antifascist War: The International Brigades’ Transnational Encounters with Civil-War Spain, 1936–1939, Cambridge University Press, Cambridge 2025; Javier Rodrigo, La guerra degenerada. Violencia y resistencias en la España de posguerra, Pasado&Presente, Madrid 2025. 2 Cfr:, Robert Gildea e Ismee Tames (a cura di), Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester University Press, Manchester 2020, Carlo Greppi e Chiara Colombini, Storia Internazionale della Resistenza Italiana, Laterza, Roma-Bari 2024 e Fraser Raeburn, Scots and the Spanish Civil War: solidarity, activism and humanitarianism, Edinburgh University Press, Edinburgh 2020. 3 Morten Heiberg, Enrico Acciai e Carl-Henrik Bjerstrom, Armed Internationalists. Transnational Volunteering in the Twentieth Century, Cambridge University Press, Cambridge 2025.4 Si veda: Giles Tremlett, The International Brigades. Fascism, Freedom and the Spanish Civil War, Bloomsbury, Londra 2020. 5 Heiberg, Acciai e Bjerstrom, op. cit., pp. 97-260. 6 Per un inquadramento generale del caso italiano si vedano i due volumi: Leonrardo Pompeo d’Alessandro, I volontari fascisti e antifascisti nella guerra di Spagna, Carocci, Roma 2017 e Javier Rodrigo, La guerra fascista in Spagna (1936- 1939), Pacini, Pisa 2025. Mi permetto inoltre di rimandare anche al mio lavoro: Enrico Acciai, Antifascismo, volontariato e guerra civile in Spagna. La Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Unicopli, Milano 2016. 7 Si veda, ad esempio: Angela Jackson, British Women and the Spanish Civil War, Londra-New York, Routledge 2002, Michael Ortiz, Anti-Colonialism and the Crises of Interwar Fascism, Londra, Bloomsbury 2023, Ali Tuma, Guns, Culture and Moors: Racial Perceptions, Cultural Impact and the Moroccan Participation in the Spanish Civil War (1936-1939), Routledge, Londra-New York 2018, e Gerben Zaagsma, Jewish Volunteers: The International Brigades and the Spanish Civil War, Londra, Bloomsbury 2017.
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La nuova strategia di finanziamento Usa a Israele Denis Smith Lo Stato israeliano, la lobby statunitense filoisraeliana e il blocco sionista intendono sostituire gli aiuti economici e finanziari diretti concessi ogni anno allo Stato di Israele dagli Stati Uniti con un nuovo modello di finanziamento. Invece di inviare denaro da spendere poi presso aziende americane, si tratterebbe di stanziare fondi destinati a progetti di collaborazione nelle politiche di ricerca, sviluppo, innovazione e cooperazione imprenditoriale, militare e informatica finanziati dagli Stati Uniti. In questo modo Israele potrebbe continuare ad assorbire fondi pubblici in modo più opaco e continuare a rafforzare il proprio potere militare e di polizia nell’ottica del progetto di espansione coloniale e sterminio in Medio Oriente. A breve si prevede che Israele e gli Stati Uniti avviino i negoziati sul nuovo memorandum d’intesa (MOU) che delineerebbe i piani della potenza statunitense per sostenere lo Stato israeliano dopo la scadenza di quello attuale nel 2028. È probabile che questi colloqui siano molto diversi da quelli del passato. Negli ultimi mesi si è parlato molto dell’idea di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele. È un’idea che da tempo viene sostenuta dagli attivisti solidali con la Palestina e che in passato è stata avanzata anche dalla destra israeliana e dai suoi sostenitori, i quali ritenevano che gli aiuti non valessero la pena se limitavano la «libertà d’azione» di Israele. Ma, sorprendentemente, l’attuale proposta di porre fine alla sovvenzione annuale del Foreign Military Financing (FMF) a Israele, che costituisce la maggior parte, sebbene non la totalità, del pacchetto di aiuti annuali ricevuti dallo Stato israeliano, proviene nientemeno che dal primo ministro Benjamin Netanyahu ed è sostenuta a Washington dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham, il falco filoisraeliano più accanito del Senato Come si spiega tutto questo? A gennaio, l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project ha pubblicato un rapporto esaustivo e molto dettagliato su ciò che sta realmente accadendo al riguardo. Ciò che emerge è un piano per continuare ad aiutare Israele ma in una forma diversa. Invece di inviare denaro a Israele, che poi deve essere speso presso aziende statunitensi, il Congresso destinerebbe fondi a progetti congiunti di sviluppo e produzione. Questo potrebbe essere presentato come un investimento in posti di lavoro statunitensi effettuato in collaborazione con Israele, piuttosto che come aiuti concessi dai contribuenti a un governo straniero. Il momento di compiere questo passo è ora. La popolarità di Israele è crollata e il pacchetto di aiuti militari annuali, che prima era un dato di fatto, ora è oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso intenda continuare a finanziare l’incessante flusso di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro immediato di tali aiuti. Un primo assaggio dei contorni di questa nuova «relazione speciale» tra Stati Uniti e Israele si è potuto intravedere recentemente in una fiera tecnologica tenutasi a Washington DC, dove le autorità militari israeliane si sono unite a un ex alto funzionario dell’amministrazione Biden per spiegare come il sostegno statunitense concesso all’esercito israeliano possa continuare immutato in un’era in cui Israele ha perso praticamente tutto il sostegno di cui godeva negli Stati Uniti dopo il genocidio perpetrato a Gaza. La «relazione speciale 2.0» Sebbene Netanyahu e Graham difendano politicamente questa trasformazione degli aiuti statunitensi concessi a Israele, è necessario che esista un programma di collaborazione con il settore privato, e non semplicemente la presenza di un gruppo di singole aziende, affinché il nuovo modello possa funzionare per Israele. I meccanismi di questo modello stanno iniziando a prendere forma. All’AI+ Expo tenutasi a Washington DC dal 7 al 9 maggio, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin e l’ex ambasciatore di Joe Biden in Israele, Thomas Nides, hanno presentato l’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact. Questo Patto è un progetto congiunto del think tank statunitense Special Competitive Studies Project (SCSP), organizzatore della suddetta esposizione, e dell’organizzazione israeliana nonprofit dedicata alla sicurezza MIND Israel, diretta da Yadlin. Il progetto prevede che sia gli Stati Uniti che Israele destinino rispettivamente 1 miliardo di dollari a joint venture, gran parte delle quali saranno orientate al campo dell’IA, della guerra cibernetica e di altre nuove forme di uccisione, molte delle quali sono state testate in combattimento a Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Questo progetto non è che l’inizio; senza dubbio gli investimenti saranno maggiori, se il programma avrà successo e ci sono tutti i motivi per pensare che lo avrà. Uno sguardo ai principali attori che vi partecipano chiarisce il loro obbiettivo: intensificare la collaborazione militare tra Stati Uniti e Israele in modo tale che possa resistere a cambiamenti politici nei confronti di Israele. Infatti, MIND Israel concentra le proprie attività direttamente sulla transizione del partenariato di Israele con gli Stati Uniti verso un nuovo modello, in grado di durare nel nuovo contesto politico. La sua missione è incentrata sul dare forma alla politica di sicurezza nazionale di Israele, ma la sua attenzione si concentra sugli Stati Uniti e in particolare sull’amministrazione di Donald Trump. In un documento che offriva raccomandazioni su come utilizzare l’India-Middle East-Europe Corridor (IMEC) per ampliare la portata militare ed economica di Israele, MIND Israel affermava: «Per ottenere il sostegno del governo Trump al fine di promuovere questa iniziativa, Israele e i suoi partner devono introdurre cambiamenti che garantiscano il loro allineamento con la particolare visione del mondo del presidente, sia nella sostanza che nella narrativa, in modo che il nuovo modello generi chiari benefici economici per gli Stati Uniti, coinvolga il settore privato di quel paese, metta in evidenza i guadagni a breve termine per entrambi e costruisca sostegno politico all’interno della cerchia ristretta del presidente». Questo modo di pensare si allinea perfettamente con l’idea di Israele di allontanarsi dagli aiuti finanziari diretti per passare a un modello che aumenti considerevolmente il finanziamento di progetti congiunti: la missione dello Special Competitive Studies Project si inserisce perfettamente in un campo che Israele intende promuovere: la guerra condotta tramite l’intelligenza artificiale. La mission dello Special Competitive Studies Project è la seguente: «Formulare raccomandazioni per rafforzare la competitività a lungo termine degli Stati Uniti, mentre l’intelligenza artificiale e altre tecnologie emergenti stanno rimodellando la nostra sicurezza nazionale, la nostra economia e la nostra società. Vogliamo assicurarci che gli Stati Uniti siano posizionati e organizzati per vincere la competizione tecno-economica da qui al 2030, che costituisce il periodo critico per plasmare il futuro». Il suo mandato, quindi, si inserisce perfettamente in ciò che Israele vuole fare e questa partnership può essere venduta all’opinione pubblica statunitense come un investimento, che contribuirà a creare più posti di lavoro nel settore tecnologico. Infatti, questo è esattamente ciò che l’ex ambasciatore Nides ha sostenuto parlando dell’iniziativa con «The Times of Israel»: «Gli Stati Uniti dispongono di un’enorme quantità di tecnologia. Siamo leader in tecnologia, IA e innovazione. È evidente a tutti che Israele è la nazione delle startup. Questi due paesi hanno lavorato insieme per creare innovazioni e progressi tecnologici. Il fatto che queste due nazioni lavorino insieme è positivo sia per gli americani, per l’americano medio, sia per l’israeliano medio». Ciò che Nides non dice, ma che risulta evidente dalla descrizione tratta dalla bozza della proposta dell’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact, è che i benefici unilaterali ottenuti da Israele rimangono in gran parte gli stessi. Sebbene i sostenitori di Israele negli Stati Uniti abbiano cercato di sostenere che gli aiuti concessi a questo paese siano un investimento, tra l’altro vantaggioso per gli Stati Uniti, sempre meno persone ci credono, che si tratti di difensori dei diritti dei palestinesi o di sostenitori dell’«America First». Lo stesso si può dire dell’argomentazione esposta nella bozza della proposta. «Gli Stati Uniti acquisiscono un alleato tecnologico affidabile e collaudato sul campo di battaglia, che rafforza la leadership statunitense nell’IA, nella sicurezza informatica, nell’energia, nella tecnologia quantistica e nella resilienza industriale. Israele ottiene un accesso duraturo all’ecosistema tecnologico più importante del mondo, inclusi programmi federali, laboratori, vie di finanziamento, canali di approvvigionamento e opportunità di espansione». Israele, in altre parole, ottiene benefici importanti e tangibili. Gli Stati Uniti, che, secondo la stessa formulazione della proposta, hanno ben poco bisogno di un alleato che si limiti a imitare i punti di forza statunitensi su scala ridotta, non guadagnano nulla in più di quanto già abbiano: un paese, Israele, coinvolto nei conflitti ben noti a tutti e che ha il mandato della propria popolazione per testare sul campo la nuova tecnologia militare sia contro i militanti combattenti che contro i civili. Nessun aiuto per i crimini di Israele Tutto ciò ci riporta al prossimo negoziato sul nuovo memorandum d’intesa, che sta per iniziare, sul futuro degli aiuti statunitensi a Israele. La popolarità di Israele è crollata, la guerra contro l’Iran ha acuito le preoccupazioni di Israele riguardo alla sua posizione politica, e il pacchetto di aiuti militari annuali è ora oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso sia ancora propenso a finanziare un flusso ininterrotto di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro prossimo di tali aiuti. Detto senza mezzi termini, gli aiuti statunitensi a Israele, un tempo sacrosanti, non sono più intoccabili e la guerra con l’Iran potrebbe avergli dato il colpo di grazia. Yadlin ne è consapevole, motivo per cui ha dichiarato a «The Times of Israel»: «Il modello in cui gli Stati Uniti aiutano Israele e Israele riceve aiuti ha pochissime possibilità di continuare sotto qualsiasi futuro governo, e forse anche durante il mandato di Trump; per questo motivo dobbiamo trovare una nuova base per mantenere l’attuale relazione, che comporti la transizione dagli aiuti al partenariato». Passando a questo modello di «joint venture/partnership» invece di mantenere quello attuale basato sulla concessione di aiuti economico-finanziari, si invalidano alcuni degli argomenti addotti contro quest’ultimo. Principalmente, l’argomento secondo cui Israele, un paese relativamente ricco, non ha bisogno di ricevere alcun aiuto, ma può permettersi di acquistare ciò che desidera. Inoltre, sebbene questo nuovo modello continui a offrire pochi benefici agli Stati Uniti, può essere venduto come un programma che «crea occupazione». Questo argomento è stato utilizzato anche a difesa degli aiuti economico-finanziari concessi a Israele, ma quando il denaro è destinato a joint venture che esplorano «nuove tecnologie», ciò suona più redditizio rispetto alla concessione di una sovvenzione per l’acquisto di armi già esistenti, che molto probabilmente verrebbero vendute ad altri paesi se non fossero destinate a Israele. Anche le forze filoisraeliane a Washington DC riconoscono le realtà politiche in questo ambito e hanno raccolto la sfida. L’Israel Policy Forum, filoisraeliano e anti-Netanyahu, ha recentemente suggerito che «potrebbero esserci anche ambiti in cui entrambi i paesi trarrebbero beneficio da diversi tipi di collaborazione, come la coproduzione, gli investimenti condivisi o la ricerca e lo sviluppo congiunti», facendo eco alla strategia seguita dall’estrema destra di proteggere gli aiuti statunitensi concessi a Israele cambiandone la forma ma non la sostanza. Naturalmente, tutti questi argomenti sono semplicistici e falsi. Come sottolinea l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project: «Sebbene la riduzione o l’eliminazione degli stanziamenti di Finanziamento Militare Estero concessi allo Stato israeliano possa sembrare una diminuzione dei finanziamenti dei contribuenti statunitensi a questo paese, aumentando contemporaneamente lo sviluppo congiunto e la coproduzione di armi con Israele, il contribuente statunitense rimane intrappolato e coinvolto in tale finanziamento […]. I contribuenti statunitensi pagherebbero affinché i produttori di armi israeliani sviluppino sistemi d’arma che avvantaggino prevalentemente Israele, non gli Stati Uniti». E tutto ciò si basa sul più freddo dei calcoli, una mera questione di profitti e perdite. Se consideriamo anche i costi umani, ben più significativi, derivanti dal rafforzamento delle capacità aggressive di Israele, dal suo totale diniego dei diritti dei palestinesi e dalla continua pratica israeliana di testare sul campo le proprie tecnologie su vittime prevalentemente civili in Palestina, Libano e altrove, i costi diventano incalcolabili. È quindi fondamentale andare oltre le argomentazioni secondo cui Israele non ha più bisogno di ricevere aiuti statunitensi e attuare azioni molto più significative come le recenti Joint Resolutions of Disapproval (strumenti legislativi concepiti per bloccare in determinati casi la vendita di armi) proposte da Bernie Sanders: Israele ha dimostrato di essere un paese che utilizzerà le armi per commettere i crimini più atroci fino al punto di arrivare al genocidio. Non ci devono essere aiuti, né vendite, né cooperazione con Israele in questioni militari di alcun tipo. Qualsiasi violazione di questo principio ci rende tutti complici dei crimini di Israele. Testi consigliati Mitchell Plitnick, Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida, Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano, Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes, tutti pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, El genocidio como supresión colonial (2024), Anatomía de un genocidio (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025), Gaza Genocide: a Collective Crime (2025), Torture and Genocide (2026). Euro-Med Human Rights Watch, Another genocide behind walls: Sexual violence in Israeli prisons and detention centers and engineered impunity, October 2023-October 2025, Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su «Substack» all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/. Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di «Jewish Voice for Peace». ● Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Mauro Trotta
- graphic journalism
Ex Ilva. Acciao, operai e cittadini
- post-poetica
Tre testi da Lumina ex Ade Lumina ex Ade, di Silvia Tripodi, è appena uscito da Aragno nella collana «i domani»: del libro qui si pubblicano tre frammenti che possono solo tratteggiarne vettori tematici, linguaggio piano, meccanismi del non detto, svolte emotive. È taciuto e indefinito ma non impercorribile, per esempio, nel primo testo, il riferimento a «questi tre» (oggetti? cospiratori? persone di trinità?) e l’oscillazione tra singolare e plurale delle forme verbali. È poi inquietante, nel secondo brano presentato, la menzione del missile russo RS-28 Sarmat associata alla natura fantasmatica delle parole dall’Amleto shakespeariano. Così come l’estinzione che abita il terzo testo, dove daccapo troviamo un fantasma, oltre a una chiusa memorabile in sorriso. Anche solo queste tre poesie prefigurano, di tutto il libro, alcune più o meno piccole spie che fanno immaginare l’opera nella sua interezza come qualcosa di simile a un diario non ottuso bensì obliquo, che – quasi ossessivamente e senza troppo obbedire a sintassi e cronologie – raccoglie indizi su storia, percezioni e identità contemporanee, in forma allucinatoria sì, ma «come si prova a illuminare un oggetto / mettendosi di sbieco». Come si rigira un oggetto tra le dita per vedere se da qualche parte che cosa sono questi tre resiste alla classificazione non è un tre di sedie non è un tre di pietre che cosa hanno in comune qui è uno solo e non si moltiplica non entra in questa filiazione non si lascia declinare al plurale senza rompersi quando si voltano gli uni verso gli altri non funzionano come nomi comuni non sono un genere sotto cui i tre si allineano e allora proviamo dal lato della creatura come si prova a illuminare un oggetto mettendosi di sbieco ma anche qui non si lascia ingannare ciò che accade a qualcosa sono certe qualità come il colore nero delle piume del corvo o dei capelli dell’uomo * Costruire un RS-28 Sarmat morire per dormire e con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore le offese naturali di cui è erede la carne prima dell’alba essere un fantasma vuoi forse consigliarmi di farmi suora vuoi portare al mondo la tua capacità di intermediazione di interpolazione e a seconda di come è disposto il vettore nello spazio allora lo spettro si muove per trarre il massimo vantaggio dalla paura il suo moto in una o due dimensioni descrive l’andamento armonico del serpente * In principio metti la spunta al mio cuore ricorda ci troviamo ancora su un piano di immanenza potenzialmente già estinti nel mi fai impazzire ultra vivi nel vorrei stare dentro di te un minimo spazio per il transito ti intervisterò come fossi un fantasma rallegriamoci Silvia Tripodi nel 2014 ha vinto il Premio Lorenzo Montano (poesia inedita) e nel 2015 la prima edizione del Premio Elio Pagliarani con la silloge Voglio colpire una cosa (Zona, 2016). I suoi libri: Punu (Arcipelago Itaca, 2018), La più recente fine di un racconto (Tic, 2020), Ellora (ikonaLíber, 2020), Le bocche (Zacinto, 2021) e Totem (Tic, 2022). Suoi testi sono presenti nell’antologia Voci della poesia italiana contemporanea 2000-2025 (Carocci, 2026).












