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  • graphic journalism

    Appropriazione capitalistica

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    RISONANZE SONORE # 1 Sotto la superficie del rumore Christina Kubisch Il testo intreccia memoria personale e analisi critica per introdurre Risonanze sonore, una rubrica dedicata alla musica d’avanguardia. Partendo dalla Taranto degli anni Sessanta e Settanta, l’autore racconta come la musica sia stata per lui un linguaggio di resistenza sociale, sviluppato attraverso collettivi, radio, riviste e una lunga pratica di ascolto e sperimentazione. La riflessione si amplia poi alla trasformazione della musica in prodotto nell’era neoliberista e alla nascita di nuove forme di autonomia come le etichette indipendenti. Nella contemporaneità, la musica sperimentale viene descritta come un ecosistema fluido, rizomatico e tecnologicamente ibrido, capace di creare micro-comunità e spazi critici di relazione. Attraverso esempi come il percorso di Gaspare Sammartano, il testo mostra come il suono possa diventare strumento di lettura del territorio e laboratorio sociale. La sperimentazione sonora emerge così come pratica politica, percettiva e comunitaria, capace di opporsi alla mercificazione culturale e di generare nuove forme di sensibilità e partecipazione. Presentazione della rubrica Risonanze sonore A Taranto, la città in cui vivo, nei gloriosi  anni Sessanta e Settanta si respirava un fermento inquieto: una vitalità giovanile attraversata dalla conflittualità operaia e dalle prime proteste studentesche. La musica non era evasione, ma riflesso di quelle tensioni: un modo per dare voce a una realtà che cambiava e pretendeva di essere ascoltata. Lì percepivo che poteva diventare una forma di resistenza, un respiro collettivo capace di raccontare il mondo da un’altra prospettiva.Fin dalla metà degli anni Sessanta ho percepito nella musica una forma di linguaggio capace di opporsi al conformismo del mio tempo. In un’Italia ancora segnata da moralismi borghesi, discriminazioni e retaggi fascisti, quelle musiche altre  – spesso confinate nelle radio notturne o in cerchie ristrette di appassionati – mi hanno insegnato a riconoscere l’ingiustizia e a mettere in discussione l’ordine delle cose imposto. A quei tempi   ho fatto parte di un collettivo musicale a Taranto, una realtà aperta e sperimentale in cui musicisti diversi si alternavano tra strumenti e sonorità, dando vita a esibizioni sempre nuove. Ho collaborato per qualche mese con una rivista quindicinale di musica di cui non ricordo il nome, (mi pare fosse «Sound Music» o «Sound Flash» su incarico di un impresario nazionale che ne deteneva parte della proprietà) e   quest’esperienza mi offrì l’occasione di vivere da vicino il fermento culturale di quegli anni e di respirare l’atmosfera dei concerti, ai quali potevo assistere liberamente.Negli anni successivi ho collaborato  anche   con alcune radio private cittadine, continuando a mantenere un legame costante con la musica.Collezionista di vinili da decenni, ho espresso questa passione anche in altre forme: realizzando video di concerti dal vivo e, più recentemente, partecipando al recupero di un raro reperto audio poi pubblicato su vinile, testimonianza di una stagione rock progressiva tutta tarantina. M.A.B. –  Minestra Affogata In Brodo   https://www.discogs.com/release/32570235-MAB-Minestra-Affogata-In-Brodo?srsltid=AfmBOop5Mz47QjE4bB2Wkm2Zcvimj2eLxIJqWLJOl0C2gEVgfl9ge-J- Con il tempo, ho imparato che il suono non è solo estetica, ma esperienza. Attraverso il mio modo di ascoltare e di suonare, ho compreso che la libertà non nasce solo dall’improvvisazione, ma dal modo in cui si percepisce il suono: fuori dalle categorie, dai generi, dalle gerarchie che il mercato e la tradizione impongono. Scoprire il suono in sé, nel suo farsi e disfarsi, significava per me riconoscere un’altra sensibilità, una forma di conoscenza capace di mettere in discussione ciò che ci viene insegnato ad ascoltare. Fu attraverso la musica psichedelica, che mi aveva colpito per la sua capacità di espandere la percezione e aprire spazi interiori inattesi, che arrivai al free jazz e alla musica sperimentale. Entrambe furono per me una rivelazione sonora: frantumavano le strutture, spezzavano i confini, respiravano fuori dal tempo e dalle regole. In quell’ascolto scoprivo non solo una dimensione più umana e consapevole, ma anche un nuovo rapporto con lo spazio circostante – come se il suono, liberandosi, restituisse respiro anche al mondo intorno. Proprio perché la musica iniziò a farsi portavoce di una possibile sovversione sociale – capace di scardinare le gerarchie e di dare voce a nuove forme di libertà – nella seconda metà degli anni Settanta il neoliberismo si insinuò come una forza silenziosa ma profonda, pronta a neutralizzarne il potenziale. Il suono, da linguaggio collettivo e liberatorio, venne progressivamente trasformato in prodotto; l’artista costretto a misurarsi con le regole del mercato, a gestire sé stesso come un bene da vendere, più che come un soggetto creativo. Eppure, da quella stessa contraddizione nacquero nuove forme di resistenza: l’autoproduzione, le etichette indipendenti, il punk hardcore e una scena artistica sorprendentemente fertile che, grazie alle tecnologie emergenti, continuava a esplorare territori sonori inediti, riaffermando una libertà che il mercato ha tentato di inglobare, ma che, in parte, ha continuato a risuonare – ostinata – contro ogni tentativo di controllo. Ascoltare, allora, significava prendere posizione. Ogni suono era un atto di resistenza contro l’omologazione, un invito alla partecipazione, non al consumo. La musica d’avanguardia diventava un gesto di insubordinazione: non solo ricerca formale, ma tentativo di liberare l’ascolto dalla gabbia della forma-merce. Oggi, nonostante le piattaforme digitali abbiano inglobato anche la musica indipendente, resiste una scena viva di artisti e ascoltatori che scelgono di sottrarsi al rumore del mercato. Per loro – e per me – il suono resta un incontro, un gesto critico, un modo di pensare e di costruire comunità. Questa rubrica nasce (per loro:) per chi ancora cerca nella musica un atto di libertà, un gesto di consapevolezza. Sarà uno spazio di ascolto e di racconto, dove le musiche d’avanguardia non siano un’eccentricità da collezionisti, ma una bussola per orientarsi nel rumore del presente. Negli ultimi anni si osserva un rinnovato interesse verso la musica sperimentale elettronica e concreta, un campo artistico complesso e articolato che, pur restando ai margini delle logiche commerciali tradizionali e dei circuiti di mercato convenzionali, continua a esercitare un fascino duraturo e costante su nuove generazioni di musicisti, sound artist , sperimentatori del suono e creativi che intendono esplorare territori sonori non convenzionali. Questo fenomeno non riguarda solamente la produzione musicale in senso stretto, ma coinvolge anche i modi di ascolto, le pratiche di condivisione, la costruzione di reti di scambio, la creazione di comunità temporanee o durature e lo sviluppo di spazi di pratica artistica innovativi, in cui ogni elemento sonoro diventa occasione di riflessione e di interazione. Gli autori coinvolti in queste pratiche sono spesso autodidatti, o provengono da percorsi ibridi e compositi che intrecciano competenze provenienti da diverse discipline creative, tra cui arte visiva, informatica, performance dal vivo, design del suono, installazioni, interazioni multimediali e sperimentazioni tecnologiche. In questo contesto, la rete e le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale, offrendo uno spazio di visibilità e di connessione che, pur essendo limitato e ristretto, permette la nascita di micro-comunità sonore transnazionali, in cui individui e gruppi possono incontrarsi, scambiarsi idee, strumenti, metodologie e pratiche creative, sperimentare collaborazioni a distanza, discutere di progetti comuni e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero isolate. Questi spazi digitali diventano così veri e propri luoghi di aggregazione, dove il suono, l’innovazione e la sperimentazione si intrecciano e si amplificano, creando possibilità di contaminazione e di interazione che travalicano i confini fisici e geografici, pur restando sempre fortemente legati a dinamiche di nicchia. Tali esperienze sfuggono ai modelli di consumo tradizionali e alle categorie di mercato musicale consolidate, mantenendo un carattere sotterraneo, intenso, fertile e creativo, ma al contempo fragile e precario. Il pubblico a cui queste pratiche si rivolgono è spesso limitato, specifico e selettivo; la stampa specializzata riserva loro solo attenzione episodica, intermittente e frammentaria; e le reti di sostegno tra artisti risultano spesso deboli, discontinue, frammentate e poco strutturate. La dimensione indipendente e non convenzionale di queste pratiche le pone in netto contrasto con le cosiddette scene alternative popolari , che pur proclamandosi autonome e indipendenti, finiscono frequentemente per replicare, in modo più o meno consapevole, le stesse logiche di competizione, branding, visibilità e spettacolarizzazione che caratterizzano l’industria culturale mainstream e le pratiche musicali consolidate. Tuttavia, anche all’interno del contesto sperimentale emergono contraddizioni interne, difficoltà e tensioni latenti. Alcune micro-scene rischiano di diventare autoreferenziali, concentrandosi in modo eccessivo su se stesse, sui propri codici interni, sui propri meccanismi di riconoscimento e sugli strumenti di legittimazione interna, pur mantenendo un’apparente autonomia creativa e un’apparente apertura verso l’esterno. Questo paradosso porta talvolta a una progressiva assimilazione delle pratiche radicali e innovative all’interno di un mercato di nicchia, che valorizza soprattutto visibilità limitata, circolazione interna, riconoscimento tra pari e scambi simbolici, a discapito di un impatto reale più ampio e di una relazione diretta e significativa con il pubblico esterno e con la società nel suo complesso. Dinamiche di questo tipo portano inevitabilmente a compromessi, negoziazioni e adattamenti rispetto a istituzioni culturali, fondazioni, finanziamenti pubblici e privati, bandi, residenze artistiche e altre forme di sostegno economico e logistico, introducendo vincoli impliciti che condizionano in modo più o meno evidente il percorso creativo, la libertà espressiva e la possibilità di operare in completa autonomia, senza censure, limitazioni o restrizioni di contenuto e di forma. In questo senso, persino le esperienze più radicali, sperimentali e innovative rischiano di consolidare piccole élite, riprodurre esclusioni interne, generare distanze tra artisti e pubblico e ridurre la possibilità di instaurare relazioni significative e profonde con la realtà sociale, compromettendo in parte la funzione critica, politica e trasformativa della pratica sonora. Le pratiche sonore sperimentali si configurano oggi come reti rizomatiche di relazioni, connessioni, esperienze e flussi comunicativi. Sono organismi fluidi, aperti, mobili e orizzontali, che collegano frammenti, tecniche, sensibilità, approcci e percorsi differenti, senza centro, senza autorità estetica dominante e senza gerarchie imposte dall’alto. Il suono si propaga, si diffonde, si moltiplica e si trasforma attraverso risonanze, interferenze, connessioni transitorie e contaminazioni, attraversando confini disciplinari, generazionali, culturali e geografici. Arte sonora, performance dal vivo, installazioni, interventi ambientali, sperimentazioni elettroniche, manipolazioni tecnologiche e processi di interazione con l’ambiente convivono e si intrecciano senza subordinare una forma all’altra, dando vita a un ecosistema creativo in continuo divenire. È un’organizzazione del pensiero e dell’esperienza che rifiuta rigidità, verticalità, gerarchie e sistemi centralizzati, costruendo spazi di prossimità, contaminazione, scarto e interdipendenza, in cui la creazione artistica si nutre di residui, di interferenze, di imprevisti, di esperimenti, di tentativi falliti e di intuizioni improvvise, generando dinamiche creative in continuo movimento. In questa prospettiva, la musica sperimentale contemporanea non è soltanto ricerca estetica, né esclusivamente esplorazione sonora fine a sé stessa: rappresenta un intreccio complesso e continuo di materia, tecnologia, linguaggio e politica, un entanglement  in cui gli elementi umani e quelli tecnici si influenzano reciprocamente, si co-determinano e si trasformano in continuazione, generando un tessuto relazionale complesso, ricco di variazioni, modulazioni e possibilità di interazione. Non esistono più confini netti tra ciò che è umano e ciò che è tecnico: il suono nasce dall’interazione reciproca tra corpi, circuiti elettronici, algoritmi, software, ambienti fisici, spazi architettonici e contesti culturali, generando un processo ininterrotto di co-creazione, di trasformazione e di contaminazione, in cui la tecnologia non è subordinata alla volontà dell’artista, ma diventa parte integrante del gesto creativo. L’atto stesso di produrre suono – manipolare segnali, rumori, interferenze, feedback, distorsioni, glitch , voci e scarti – assume valore critico, percettivo, simbolico e riflessivo, diventando un gesto di disobbedienza e di attenzione alternativa, che scardina i modelli di fruizione, di ascolto e di attenzione imposti dal mercato e dalle modalità di consumo tradizionali. Attraverso la rottura di regole armoniche, ritmiche, temporali e narrative, l’ascolto della musica sperimentale si trasforma in esperienza critica, politica, sensoriale e sociale, non semplice intrattenimento, ma occasione per riflettere sul tempo, sul ritmo, sulla percezione, sulla relazione tra suono, spazio e ambiente, e sulle modalità con cui il suono struttura, modifica e influenza il nostro rapporto con il mondo contemporaneo. In questo territorio fluido, mobile e aperto, il suono diventa strumento di resistenza, reinvenzione del sensibile, costruzione di nuove possibilità di relazione e laboratorio permanente per esperimenti, connessioni inattese e scoperte improvvise. Vibrazione, risonanza, propagazione e interferenza generano interazioni eterogenee e impreviste, creando un rizoma sonoro che funziona come vero e proprio laboratorio di ecologie percettive, politiche e sociali, in cui ogni elemento si intreccia con gli altri, senza gerarchie, senza centro, senza imposizioni, aprendo spazi di esperienza condivisa e relazioni non lineari tra artisti, pubblico e ambiente. La musica sperimentale si configura così come rete aperta e viva di connessioni tra suono, corpo, tecnologia, ambiente, pratiche artistiche e relazioni sociali. Non segue gerarchie, schemi prestabiliti o modelli rigidi, ma cresce, si sviluppa, si espande e si trasforma attraverso contatto, scambio, collaborazione, interdipendenza e cooperazione, collegando stili, tecniche, sensibilità e approcci differenti, creando legami temporanei, duraturi o transitori, tra individui e comunità. Alcune esperienze contemporanee generano un legame diretto e tangibile tra sperimentazione sonora e contesto urbano, sociale e territoriale, trasformando l’ascolto in esperienza di consapevolezza critica e di partecipazione attiva. Considero particolarmente significativo l’esempio dell’evoluzione del percorso musicale di Gaspare Sammartano, dal primo disco Low Pitched Italy  ( https://sammartano.bandcamp.com/album/low-pitched-italy-2 ) fino a Waterfront  ( https://sammartano.bandcamp.com/album/waterfront ). Un percorso che, a mio avviso, riflette e accompagna il processo di trasformazione urbanistica della città di Taranto in cui vivo. Nel primo lavoro, di taglio fantascientifico e distopico , Taranto viene immaginata tra cinquant’anni, ridotta a rovine ma ancora abitata, come metafora della crisi culturale e sociale  già in atto. Con Waterfront  invece c’è un ritorno al presente : il disco diventa una ricerca sul territorio   e sulla memoria  della città, attraverso luoghi simbolici come l’Arsenale, il Porto, la Città Vecchia e il Ponte Girevole. L’opera invita a osservare Taranto con sguardo critico , riconoscendo le sue ferite e le ripetizioni storiche, e immaginando al tempo stesso un futuro possibile . La sperimentazione sonora è vista come un laboratorio sociale , un modo per ripensare in chiave collettiva le relazioni tra ambiente, politica, economia e comunità. La sperimentazione sonora si configura dunque come piccolo laboratorio sociale, spazio flessibile e collettivo, in cui identità, relazioni e comunità possono essere ripensate, esplorate e ridefinite in modo aperto, creativo, partecipativo e condiviso. La scena sperimentale diventa pratica cyborg , generando comunità fluide, orizzontali e relazionali, non centrate sull’autore, ma sulle connessioni attivate dal suono, sull’esperienza condivisa e sulla contaminazione dei linguaggi, sulle relazioni interpersonali e sulle possibilità offerte dalla tecnologia. In definitiva, questo territorio sonoro rappresenta una forma di resistenza molecolare contro la standardizzazione, la mercificazione e la rigidità imposte dalla cultura globale, dai sistemi di mercato e dalle logiche di consumo dominante. Attraverso la costruzione di mondi sonori condivisi, la musica sperimentale genera micro-comunità sensibili, consapevoli, aperte all’alterità, al divenire e alle trasformazioni, pur mantenendo un equilibrio fragile e precario con le logiche del mercato, la marginalità del pubblico e i vincoli derivanti da istituzioni e finanziamenti, che possono limitare la libertà, la sperimentazione e la creatività degli artisti. Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.

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    Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica:   Dr. Strangelove; La setticemia della Biosfera. VLVRV-PLSTYK Nel primo episodio il Boomernauta narra gli avvenimenti che egli stesso definisce come la “seconda guerra civile americana”. Va notato che, secondo la sua descrizione, tale evento non sembra seguire il classico schema di una guerra con un inizio e una fine definiti, ma piuttosto rappresenta il declino di una grande nazione dominante in uno stato di guerra civile, a volte latente, a volte culminante in episodi di grande violenza. Si percepisce in questa parte del racconto un certo astio nei confronti dell’Impero di Sbieco, che caratterizzava i militanti di sinistra dell’epoca. È lo stesso Boomernauta a scegliere il titolo del paragrafo, affermando di essere stato segnato da adolescente dal film omonimo, il primo che vide con i suoi compagni di scuola, senza la presenza dei genitori. Nel secondo per il Boomernauta, che aveva visto le innovazioni del futuro, esisteva una serendipità delle tecnologie. La time machine e i time glasses erano stati a lungo dimenticati, ma verso gli anni sessanta del XXI vengono riesumati, aggiornati e usati nello spazio per scrutare il passato della biosfera. Si scopre così che la biosfera è in preda a una grave malattia: un’infezione generalizzata, una setticemia. La sua vita non è in pericolo, ma lo è quella di molte reti del vivente che la costituiscono; molte di loro scompaiono con ritmo accelerato e anche gli umani sono in pericolo. Dopo lo sgomento, ricercatori ed esperti cominciano a disquisire sulla natura di questa malattia, che sembra essere autoimmune e generata proprio dalle moltitudini umane. Dr. Strangelove La seconda guerra civile statunitense era iniziata con modalità schizoidi, come in Cina era successo con il fallimento del progetto Lunga Primavera . Ed anche qui, come in Cina, a prima vista le cause di tali eventi erano dovute a un disturbo collettivo. Tuttavia, a guardarci meglio, nella situazione americana c’era qualcosa di completamente diverso da quella cinese: si trattava di uno sdoppiamento collettivo dell’identità. Pare che questo disturbo, quando riferito a un individuo, di solito sia in forte relazione a traumi infantili che certo non erano mancati alla giovane nazione. La nascita, l’infanzia e l’adolescenza dell’Impero di Sbieco, gli Stati Uniti, erano state spaventosamente traumatiche e caratterizzate da tre eventi determinanti e terribili: il genocidio dei nativi, il moderno schiavismo di massa e, dulcis in fundo , i bombardamenti nucleari sul Giappone. La catastrofe demografica dei nativi americani fu il risultato diretto delle azioni dei colonizzatori europei e dei loro discendenti con le guerre di conquista e il sistematico sterminio di intere comunità che venivano considerate barbare . Ma ancora più gravi furono le stragi delle popolazioni autoctone avvenute a causa della perdita del loro ambiente, del cambio di stile di vita e di malattie contro cui non avevano difese immunitarie. Successivamente, il trauma di una sanguinosa guerra civile di secessione emerse da un sistema di schiavismo che coinvolgeva quasi un quinto della popolazione. In questo contesto di continua ed estrema violenza, il diritto individuale di possedere armi, anche da guerra, fu sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione . Molti altri Paesi avevano vissuto periodi terribili nella loro storia, ma in questo caso si trattava della vita breve del grande Stato imperialista  che aveva avuto un peso determinante nella formazione e nella conduzione della Gov Neolib. Che poi l’Impero di Mezzo , la Cina, avesse rimesso in forse questa predominanza per un certo periodo e prima di cadere in una semi-catalessi, questa è la storia che ti ho appena raccontato. I segni premonitori del grave disturbo che si annunciava per l’ Impero di Sbieco non mancarono; il primo fu quello delle continue guerre sia esterne che interne. Durante il periodo di massima espansione, nonostante fossero diventati la più potente macchina Stato-capitale al mondo, con una produzione e una presenza militare senza precedenti, l’ Impero di Sbieco  subì una serie di sconfitte in numerose guerre, a partire dal conflitto con il Paese dei Viet . Anche se si trattava di paesi considerati marginali, o forse proprio per questo motivo, le sconfitte lasciarono un segno indelebile nella popolazione dell’Impero e causarono una ferita aperta nei reduci delle guerre. Il pretesto invocato per avviare questi disastrosi conflitti era sorprendentemente simile a quello utilizzato durante la cosiddetta conquista del West. In passato, si giustificava l’eliminazione dei nativi americani per portare la civilizzazione, mentre recentemente, con l’aiuto di armi moderne, si cercava di imporre la civilizzazione occidentale  nel mondo. Non mi dilungo sulle guerre interne condotte contro le classi razzializzate e povere. La seconda inquietante sindrome dissociativa si chiamava Columbine , dal nome di una scuola superiore in provincia dove, a fine millennio, due studenti iper-armati avevano compiuto una strage di loro coetanei e insegnanti prima di suicidarsi. Il terribile episodio, continuò a riprodursi sotto diverse forme in tutto il Paese (e purtroppo per imitazione altrove) come una maledizione. Né questi episodi né l’impressionante numero annuo di morti da arma da fuoco riuscirono a fermare l’ingranaggio che legava Stato e Costituzione con l’industria bellica. D’altronde c’era chi sosteneva che la famigerata macchina Stato-capitale non avrebbe potuto sopravvivere se la sua industria bellica fosse magicamente scomparsa. La terza e determinante sindrome dissociativa era l’epidemia da oppioidi, caratterizzata dal rapido aumento dei decessi per overdose a causa della produzione e della vendita massiccia di tali sostanze cominciata all’inizio del XXI secolo. Il consumo diffuso di questi farmaci con potente funzione antidolorifica, prescritte dai medici, ma sempre più presenti sul mercato nero, venne incentivato con tutti i mezzi dal settore Huge Pharma 1  che le produceva con profitti di miliardi di dollari. Era evidente che questa droga sintetica, che dava una forte dipendenza, corrispondesse al bisogno di una parte crescente della popolazione di sfuggire al dolore provocato da una realtà troppo stressante, angosciante e competitiva. Una diserzione spesso mortale al punto di mettere in secondo piano la sindrome Columbine  perché l’Oxycodone, il Fentanyl e le altre molecole simili mietevano più vittime delle armi da fuoco. A guardarci bene le tre sindromi dissociative non solo parevano strettamente legate fra di loro, ma addirittura attraversavano tutti i corpi del Paese. Ovviamente questo non riguardava solo la popolazione, ma anche la macchina Stato-capitale. Se da un lato il capitale dei techno-tycoon pensava alla soluzione radicale della Grande Fuga (per pochi) dall’altro lo Stato veniva sottoposto a forti stress. L’arrivo dei lockdown legati alle pandemie su sfondo di Great Resignation continuava ad approfondire i problemi d’identità. Tuttavia l’aggravarsi dei collassi ecologici, simboleggiata da Big Apple avvolta e intossicata per mesi dai fumi gialli degli immensi e indomabili incendi canadesi, fu determinante nel trasformare la sindrome latente in una grave crisi d’identità multipla collettiva con forme di possessione. In tali forme le diverse personalità presenti nella popolazione del Paese si manifestavano come agenti esterni che ne assumevano a turno il controllo. Ma se in molti Paesi tali stati fan parte della cultura o della religione locale e non sono considerati patologici, nel caso dell’Impero di Sbieco le cose non andavano così. Di solito quando un’identità s’impadroniva d’un individuo malato questo non durava troppo a lungo. Ma quando questo succedeva sul piano collettivo in un grande Paese, le conseguenze potevano essere imprevedibili e producevano danni, sofferenze ed effetti distruttivi, alimentando guerre sia esterne che interne. Nelle mie escursioni temporali in quel Paese ho avuto modo di assistere a uno slittamento verso il baratro nell’alternarsi di identità reazionarie, paranoiche e complottiste, che aggravavano le guerre interne, e altre sedicenti democratiche. Queste ultime erano in realtà le più imperialiste e innescavano guerre esterne sempre più gravi 2 . Paradossalmente, il solo aspetto che relativizzava un po’ la gravità della situazione era la razionalità capitalista di Ecofin . Anche se il potere politico statale cadeva in mano a queste identità fantasmatiche e pericolose restava sempre il capitale, l’altra testa della macchina bicefala. Quest’ultimo doveva piegarsi a decisioni politiche che andavano contro i suoi interessi, ma cercava talvolta di mitigarne le conseguenze. [A quel punto il Boomernauta, vedendo la mia faccia incredula, si arresta con fare interrogativo: gli dico che sono stupito perché non mi sembrava che lui stesse raccontandomi il futuro, ma il presente e il recente passato degli Stati Uniti…  Allora mi chiede gentilmente di ascoltare il seguito.] Il caos si scatenò quando, in un’estrema confusione, due fazioni che lottavano per prendere il controllo dello Stato, entrarono in un conflitto senza mediazione. Questo evento segnò la fine del sistema rappresentativo democratico , già in declino. Questa volta non si trattava di un simulacro di assalto al Campidoglio, ma di una strana guerra civile. La scintilla iniziale era un déjà vu : ancora una volta un candidato complottista e populista tentava di capovolgere il risultato di un’elezione a lui sfavorevole, ma ora l’incendio che seguì ebbe modalità impreviste. Furono tutte le anime identitarie separate conosciute, e poi altre che erano rimaste nell’ombra, che cominciarono a muoversi e a creare distruzione e scompiglio in una modalità di tutti contro tutti, che al tempo stesso prendeva spunto ed era dissociata delle scadenze elettorali. E così riemergevano con una strana simultaneità e in tutto il Paese, armato sino ai denti, i riots dei ghetti, gli assalti delle organizzazioni fasciste come i Proud Boys contro le istituzioni, le azioni delle associazioni finanziate dal NRA (National Rifle Association) e poi anche quelle di difesa delle minoranze etniche e religiose. In questo frangente anche polizie statali e federali entrarono in ballo sempre più autonomamente senza che le gerarchie funzionassero e fu per tale ragione che i comandi dell’esercito si trattennero dall’intervenire. Fu una strana guerra civile, che era già strisciante da qualche decennio, e che di colpo divampò in una crisi tremenda di breve durata. Dopo l’incendio iniziale ci fu un alternarsi di fasi acute con periodi di relativa calma non più uniformi, ma a macchia di leopardo. La guerra civile si instaurò in modo persistente e il Paese non tornò mai più allo stato precedente. Si era trasformato in una realtà bipolare, oscillando tra fasi depressive e altre quasi deliranti. In queste ultime situazioni si sognava di continuare a esercitare le capacità di dominio sul mondo senza la minima possibilità di riuscirci. D’altronde lo Stato Federale aveva spesso difficoltà a esercitare correttamente il cosiddetto potere sovrano. Il fatto che lo Stato fosse ridotto in tali condizioni non poteva non avere conseguenze sul potente capitale locale. A lungo l’ Impero   di Sbieco  aveva vissuto a credito del resto del mondo grazie alla sua politica imperialista militare e monetaria, ma con la seconda guerra civile questi privilegi non sarebbero potuti durare a lungo. Il colpo di grazia avrebbe potuto provenire proprio dall’ultimo grande nemico designato: la Cina. È noto che l’Impero di Sbieco  utilizzava come strategia primaria quella di identificare o creare un grande nemico da sconfiggere. In quello stato di debolezza in cui ormai si trovava, il grande pericolo era che la Cina, il primo creditore, prendesse facilmente il controllo del suo apparato produttivo. Visto che ora non c’era più il cerbero del Pentagono o della FED a difenderlo sarebbe bastato poco perché questo succedesse nel modo più pacifico e legale , secondo gli usi dell’imperialismo capitalista: comprando a vil prezzo i pezzi di valore del Paese indebitato e in crisi. Ma, guarda caso, anche l’ Impero   di Mezzo  era in grande difficoltà come ti ho appena raccontato anche se per ragioni ben diverse… Durante i periodi di crisi interna dell’ Impero di Sbieco , il grande capitale aveva effettivamente cercato di mitigare gli impatti negativi trovando opportunità all’estero, sfruttando la sua presenza globale e le reti di commercializzazione consolidate. In questo senso la ripresa in mano dell’Europa, effettuata tramite le opportune guerre, si era rivelata una mossa vincente. Molte multinazionali americane non avevano esitato a spostare temporaneamente i loro quartieri generali nella colonia europea attendendo tempi migliori. Certo che come vedremo anche le colonie, seppur di lusso, non se la passavano bene… Io non so se si tratti veramente di una coincidenza che le due più potenti macchine Stato-capitale siano cadute in crisi quasi contemporaneamente. Sinceramente non ci credevo neanche allora e infatti quello che successe in seguito confortò la mia ipotesi. In ogni caso questo fu un passaggio significativo nel consolidarsi di una gestione più centralizzata della Governance. Non ti sto dicendo che la Gov Neolib si stesse trasformando in una struttura di comando imperiale del mondo, ma certo si stava preparando un’altra fase. Note: Huge Pharma: cfr. glossario. Presumibilmente il Boomernauta si riferisce all’alternarsi delle amministrazioni repubblicane e democratiche. La setticemia della Biosfera Le terribili conseguenze dell’esperimento tecnologico cinese, denominato Lunga Primavera, che cambiava la percezione del tempo per aumentare la produttività, avevano provocato un profondo sussulto in tante moltitudini. Non a caso l’Impero di Sbieco , fondato sui due pilastri ideologici di competitività e meritocrazia, era anche lui entrato in una crisi esistenziale. Paradossalmente fu proprio il dispositivo utilizzato nell’esperimento cinese, la time machine , perfezionata nei centri di ricerca di quel Paese, che mise in luce la realtà della patologia che stava consumando il mondo. La grande ribellione cinese, poi diffusasi altrove, aveva bloccato per sempre questo tentativo senza mai trasformarsi in una rivoluzione, ma il segno di una temporalità distorta era rimasto impresso e aveva cambiato il senso della vita. In un primo momento tutto sembrò sospeso, immobile nel tempo, come in un quadro di Hopper. Dopo il rigetto di Lunga Primavera 1  ci fu un momento di siderazione quasi generale, specie in Cina. Ci si rese conto che il tempo comunque non sarebbe stato mai più quello di prima. La siderazione non durò a lungo, come obbligati in un cunicolo, gli umani dovettero tornare ad affrontare la realtà della disgregazione delle reti della vita sulla Terra, dovuta al fulminante, se misurato sulla scala delle ere, disequilibrio climatico e a un insieme di fattori più o meno collegati. Riscaldamento globale, cambiamenti nei cicli di azoto e fosforo, acidificazione degli oceani, impoverimento dell’ozono stratosferico e di quello globale dell’acqua dolce, perdita di biodiversità, e diversi altri fenomeni erano ormai innescati e sembravano difficilmente reversibili. Non si trattava solo del continuo deterioramento della biosfera che sembrava inarrestabile. C’era anche una dinamica fatta di accavallarsi di piccoli e grandi cambiamenti, non per forza connessi, che avevano una loro autonomia e che sembravano voler mettere in evidenza l’incapacità di controllare la situazione. Persino le onde elettromagnetiche parevano talvolta rivoltarsi, tanto che in certi giorni anche un banale collegamento wi-fi poteva essere problematico. Oltre all’aumento e all’intensificarsi dei tradizionali fenomeni atmosferici, si assisteva al proliferare di catastrofi di origine climatica: i cicloni raggiungevano anche le zone temperate, causando alluvioni e ulteriori inondazioni delle terre costiere, aggravate dall’innalzamento del livello del mare a causa dell’aumento delle temperature globali. La siccità alimentava la desertificazione e i giganteschi incendi, che si propagavano per mesi, devastando vaste aree. La deforestazione accelerata portava alla perdita di vaste foreste pluviali. Anche da tanti nonumani 2  venivano segni di reazioni negative. Erano comportamenti inabituali che coinvolgevano sempre più specie animali, ma anche vegetali. Tuttavia, non potevamo permetterci di cadere in fantasie su una Natura vendicativa e ribelle.  In quanto parte della Sfera Autonoma 3 , ci spettava piuttosto affrontare la realtà e comprendere le conseguenze dei nostri atti sull’ecosistema globale. Si manifestavano diversi fenomeni inquietanti: nelle mega-stalle robotizzate le mucche, isolate dal contatto con la vita, perivano in massa per ragioni misteriose. Un altro segno di resistenza proveniva dalle api. Il loro allevamento negli alveari industriali e la raccolta del miele diventavano sempre più difficili a causa di una serie di ecatombi, fughe degli sciami e persino comportamenti aggressivi. Questi segnali venivano interpretati come l’ultimo tentativo disperato, un’ultima forma di resistenza dopo essere state decimate per tanto tempo dai neonicotinoidi e da altri veleni. Era come se stessero rispondendo all’impatto distruttivo dell’azione umana sull’ambiente. Poi questi atteggiamenti che combinavano morte in massa, aggressività e fuga si moltiplicarono in diverse famiglie e classi di nonumani. Nel caso di altre specie, che spaziavano dai micro-organismi ai vegetali, si osservavano reazioni che sembravano quasi forme di resistenza. Ad esempio, i batteri sviluppavano una resistenza agli antibiotici, mentre le piante infestanti riuscivano a sopravvivere ai glifosati e ad altri pesticidi, continuando a moltiplicarsi. Gli atteggiamenti del potere davanti a queste indiscipline, come le definivano certə 4  ecowarrior 5 , furono di accelerazione delle diverse tendenze in corso. Di fronte al moltiplicarsi dei warning nell’ AltaSfera Ecofin  si decise di affrettare i tempi della Grande Fuga , utilizzando le rimanenti stazioni spaziali come centri di comando in orbita. In ogni caso sulla Terra la macchina dell’accumulazione capitalista continuava a funzionare, mettendo in opera le sue proverbiali capacità di adattamento ai cambiamenti in corso. C’era anche chi cercava la chiave di quell’inestricabile situazione, nella speranza di ripristinare un’immaginaria e mitica normalità. Tuttavia lo sregolamento del tempo aveva ormai attivato un complesso meccanismo davanti al quale la tecnoscienza diventava molle come gli orologi di quel furfante di Dalì. Anche se era ormai comunemente riconosciuto che l’innesco di questa dinamica poco controllabile era venuto proprio dagli stessi umani, bisognava assolutamente cercare di capire in qual modo ciò era avvenuto, da quando e se per caso ci fosse una possibilità di agire su qualche parametro sensibile. Un’ultima ratio a cui molti si aggrappavano… All’interno del mondo neolib anche chi progettava la fuga continuava a discutere di programmi ambiziosi che pretendevano di conciliare il mantenimento del profitto con la necessità di affronta- re la profonda crisi climatica ed ecologica. Le multinazionali erano in prima fila: chi fosse riuscito a trovare per primo la chiave e soprattutto il rimedio per bloccare l’avanzata di quello scompiglio avrebbe avuto il mondo in tasca. Senza però mai porsi la domanda se la situazione non avesse un qualche legame proprio con queste modalità d’azione. Niente. Non combinarono nulla se non ottenere un peggioramento come sempre era successo anche nel recente passato. Uno degli ultimi esempi era stato quello della calamitosa gestione del sistema dei trasporti e della logistica, quando si era trattato di sostituire un parco mondiale di un miliardo e mezzo di veicoli a combustibili fossili con l’innovazione  dei motori elettrici alimentati da batterie che necessitavano di metalli e terre rare. Invece di ridurre l’inquinamento globale, la transizione portò a un peggioramento complessivo degli inquinanti, sia a causa dell’estrazione delle materie prime necessarie per le batterie, all’origine delle cosiddette guerre delle terre rare , sia a causa dell’aumento della domanda di energia elettrica per ricaricare i veicoli. Negli altri tre elementi le cose non erano andate meglio e Venezia, ancor prima di essere definitivamente sommersa, era stata sfregiata dall’ultima crociera di Casta Impetuosa , il transatlantico alto 20 piani che, dopo l’inchino, si era coricato in piazza San Marco. Non si riusciva neanche ad avere una diagnosi certa mentre la situazione peggiorava di continuo, sino a che le cose si mossero dal basso in modo inaspettato. La time machine e il complesso apparato, capace di modificare il tempo a fini produttivisti, era ormai caduto in completo disuso quando a un gruppo hacker venne l’idea di modificarlo. Riuscirono a fare in modo che il software originale, cuore del sistema, che richiedeva la potenza di un grande computer quantistico, riuscisse a trasformare la piega del tempo per dare uno scorcio effimero del passato. Certo non c’era mai stata nessuna pretesa né possibilità di poter rimontare il tempo; indossando i time glasses 6 si potevano avere visioni pregresse fugaci e sfuocate di ciò che si stava guardando. Il sistema era rudimentale ed era quasi impossibile effettuare regolazioni. Ci si doveva accontentare di un funzionamento aleatorio ed eventualmente dedurre approssimativamente a posteriori la datazione di quanto si era potuto scorgere per qualche secondo. Si era rimasti a un’utilizzazione abbastanza limitata, anche se i pochi studiosi di archeologia sopravvissuti ne facevano un uso intenso. Visto il deterioramento rapido delle condizioni di vita sulla Terra, nei gruppi hacker a qualcuno venne in mente di utilizzare di nascosto questa nuova time machine ristrutturata da una stazione di osservazione spaziale. L’obiettivo sarebbe stato di cercare di capire come e quando la biosfera avesse cominciato il rapido declino che stava riducendo le possibilità di vita sulla Terra. Alla fine dopo molti tentativi erano riusciti a miniaturizzare un computer quantistico sul quale far girare la time machine modificata per spedirla in segreto su una stazione spaziale pirata cinese, che non era integrata al progetto della High Frontier. A loro grande sorpresa i taikopirati 7 , indossando per la prima volta i time glasses connessi, si accorsero che nello spazio il funzionamento del sistema era completamente diverso che su Terra. In una rotazione attorno al globo 8  riuscivano a intravedere lo scorrere delle ere geologiche avvicendatesi sulla Terra durante gli ultimi 4,5 miliardi di anni risalendo ai tempi remoti della formazione iniziale del pianeta. Bastava fare partire la time machine quando si era sopra un continente o un oceano per vedere sotto tutti i punti di vista la storia geomorfologica della terra. Scorsero i continenti che si staccavano gli uni dagli altri, dando forma agli oceani, e anche la spettacolare estinzione di massa K-T 9  che, oltre alla scomparsa dei dinosauri non-volanti, portò a quella di circa il 70-80% delle specie viventi. Anche se la time machine non riuscì a fissare il momento iniziale e il punto d’impatto del meteorite, che probabilmente creò l’enorme cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan in Messico e determinò l’estinzione di massa, poterono vedere come certi territori fossero stati devastati per ragioni esogene. Prima di questo exploit tecnologico di rivisitazione accelerata del passato, ci si doveva accontentare di qualche immagine del vecchio repertorio satellitare che documentava, per esempio, la fine del mare d’Aral 10 , la deforestazione dell’Amazzonia, il ritirarsi dei ghiacciai, l’erosione delle coste o l’estendersi di megalopoli insensate nel deserto come Dubai ecc. Erano già state fatte simulazioni della creazione dei continenti 11  e quindi i taikopirati  si aspettavano di vedere quello che passava sotto i loro occhi, anche se ci furono divergenze rispetto alle teorie ipotizzate. Tuttavia, fu negli ultimi istanti, corrispondenti più o meno agli ultimi cinque brevi secoli, che in un lampo intravidero il realizzarsi di un decadimento, che aveva qualcosa di assolutamente differente da quanto era successo negli eoni 12  precedenti, anche considerando i periodi delle estinzioni di massa 13 . Sembrava un’infezione fulminante, se confrontata alle durate dei grandi cambiamenti del passato. Era come una sepsi 14  che si diffondeva rapidamente, attaccando e distruggendo gli equilibri all’interno delle reti vitali della biosfera. I taikopirati  e i gruppi hacker che li appoggiavano erano consapevoli di detenere una vera e propria bomba mediatica, dalle conseguenze imprevedibili, nel caso fosse esplosa. Ma, com’era nella loro natura, invece di tenere nascosta la scoperta decisero di diffonderla sulle reti. Dopo lo sgomento iniziale ci fu un grande ondeggiamento, ufficialmente la Gov Neolib negò la validità di questa scoperta. Non volle riconoscere questa triste novità, con la stessa cocciutaggine con cui in un’epoca precedente aveva a lungo negato la responsabilità umana del riscaldamento climatico. In un secondo tempo, segretamente, rafforzò le motivazioni dell’ AltaSfera  nell’accelerare i preparativi della Grande Fuga  e per aumentare la produttività sulla Terra. Solo nelle accademie si cominciò a disquisire sul fatto che questo infinitesimale periodo evidenziato dalla time machine, e  connotato dalla presenza della presunta infezione della biosfera, meritasse di essere definito era geologica. Alcuni esperti  erano contrari, considerando l’enorme disproporzione dei tempi rispetto alle altre ere, e altri favorevoli per la rilevanza e la velocità dei cambiamenti in corso. Alla fine, però, si convenne che questo non fosse un aspetto cruciale. Sembravano più significative le modalità del suo improvviso sviluppo. Modalità che spinsero molti a negare il fatto che si trattasse di un processo naturale . Visto che nessun deus ex machina era intervenuto, si privilegiò la tesi che quella strana malattia dell’ecosfera fosse lo stadio avanzato di una setticemia che distruggeva molte reti della vita sulla Terra. Impressionava per la velocità crescente con cui si espandeva. Si vedeva una progressione caratterizzata da epidemie locali sempre più estese, che creavano cancrena delle zone abitate, necrosi di vaste aree sulla pelle delle grandi pianure, leucemia delle acque, avvelenamento dei fluidi. E l’atmosfera stessa sembrava soffocare il pianeta, come se fosse avvolto in un abbraccio asfissiante, cambiandone gli equilibri termici e portando alla deriva del clima che conoscevamo. La conferma di una possibile infezione grave e incombente, più letale per certe reti della vita che per la perennità della biosfera, sopravvissuta a ben altri collassi, innescò un inizio di panico nella specie umana. Non è che non ci si fosse accorti dei cambiamenti e del peggioramento della situazione, ma non al punto che si trattasse di un processo così avanzato e dall’apparenza inarrestabile e incurabile. Era comunque necessario approfondire la comprensione di quanto stava accadendo, andando oltre i brevi istanti delle immagini disponibili. Con l’intervento delle solite comunità hacker si riuscì a modificare ulteriormente la time machine spaziale di modo che la rotazione sul passato fosse calibrata sugli ultimi cinque secoli. In tal modo si poté documentare con molta più precisione l’effetto dell’infezione in espansione sulla crosta terrestre e mostrò nel dettaglio la dinamica dei fenomeni precedentemente descritti, documentando le ragioni dell’estinzione di tante specie e il pericolo che incombeva su quella umana. Si poteva vedere per esempio come i grandi fiumi che attraversavano i continenti erano progressivamente diventati gigantografie del Seveso, un piccolo fiume della Lombardia che mai si sarebbe aspettato di passare alla Storia. Le accelerazioni nel tempo evidenziate dalla time machine spaziale erano impressionanti: avanzamento dei deserti e riduzione dei ghiacciai; allargamento delle macchie d’alopecia nelle foreste; espansione delle città e dell’habitat umano distruttivo delle terre come una macchia d’inchiostro sulla terra e l’aumento delle maree di plastica negli oceani. Con l’avvicinarsi dello stadio finale della sepsi sembrava proprio che il sistema-mondo della specie umana si sarebbe dissolto come un castello di sabbia in riva al mare, lasciando però residui velenosi. Per tentare di far qualcosa bisognava innanzitutto capire quale fosse l’origine di questa patologia che avanzava a grandi passi colpendo i principali elementi della geosfera: terra, acqua e aria. Alla fine anche accademici ed esperti emisero il loro sussiegoso verdetto: era confermata la tesi di un’infezione sempre più estesa della biosfera, già diagnosticata in precedenza. Tale infezione generava inoltre una reazione immunitaria di intensità disproporzionata che si stava trasformando, sotto gli occhi dell’umanità esterrefatta, in tempesta distruttiva di molte reti della vita. Chi stava causando l’infezione a cui reagiva la biosfera? I successivi esami delle riprese ottenute dalla time-machine mostrarono nel dettaglio come i segni dell’infezione terrestre fossero estremamente differenziati, complessi e colpissero tutte le componenti della biosfera spesso in relazione alle concentrazioni di presenza umana. Ma, nel suo aggravarsi, l’infezione ormai sembrava aver preso una forma autonoma e globale, che aveva una sua dinamica e rischiava di esser fatale a buona parte della vita esistente. Rievocando l’ormai vecchia teoria dell’Antropocene, si suppose che l’agente patogeno provenisse proprio dalle moltitudini umane a cui si aggiungeva l’ipotesi di una patologia autoimmune della biosfera. Quest’ultima era sopravvissuta alle estinzioni di massa di reti della vita forse dovute a cadute di grandi meteoriti o ad altissime eruzioni vulcaniche e a gigantesche emissioni di gas che oscuravano il Sole e avvelenavano l’atmosfera di buona parte del pianeta, ma ora stava succedendo qualcosa di diverso… Note: Lunga Primavera: cfr. glossario. Nonumani: cfr. glossario. Il Boomernauta darà in seguito una spiegazione di cosa intendeva per Sfera Autonoma . La riassumo qui per vostra comodità: la Sfera Autonoma  è l’ambiente dove prendono vita i movimenti provenienti dal basso. Essa è un insieme complesso di processi dinamici che non preesiste alle interazioni col mondo circostante ma emerge attraverso intrecci relazionali di ogni natura, anche conflittuale, che la riconfigurano continuamente all’interno delle vicende della specie umana. Ogni tanto il Boomernauta mi ha ricordato di utilizzare qui lo schwa (ə) per creare una forma neutra per riferirsi a un gruppo di persone di entrambi i sessi in vista di creare un linguaggio inclusivo e non discriminatorio, ma devo confessare che ho applicato questa regola solo quando lui me lo ha esplicitamente richiesto. Ecowarrior : cfr. glossario. time glasses: cfr. glossario. Letteralmente pirati dello spazio  derivante dalla parola cinese taikong, che significa spazio. Da quanto mi ha detto il Boomernauta la rotazione era di una durata di circa 90 minuti. Il Boomernauta fa riferimento all’estinzione del Cretaceo-Paleocene che probabilmente causò una drammatica riduzione nel numero delle specie viventi sulla Terra, avvenuta circa 66 milioni di anni fa e che portò alla scomparsa di circa l’80% delle specie marine e continentali esistenti. Ad eccezione di alcune specie ectotermiche come le tartarughe marine ed alcuni coccodrilli, nessun tetrapode di peso superiore ai 25 kg riuscì a sopravvivere. Cfr. https://w ww .youtube.com/watch?v=kIYHGkSb-fU Visitato il 5/9/2021. Cfr .  https://w ww .youtube.com/watch?v=uGcDed4xVD4 .  Visitato il 5/9/2021. Periodo Geocronologico corrispondente a mezzo miliardo di anni. Si veda a proposito delle cosiddette 4 estinzioni di massa passatehttps:// it.wikipedia.org/wiki/Estinzione_di_massa Sepsi: qui vuol dire infezione generalizzata, come il suo equivalente più antico setticemia. Il riferimento al termine medico destinato agli umani è indicativo.

  • konnektor

    La questione libica: Sarkozy e la Quinta Repubblica francese Il processo e la condanna di Nicolas Sarkozy mettono a nudo il modus operandi del sistema partitico francese durante la Quinta Repubblica, evidenziando il suo mix tossico di corruzione, autoritarismo e relazioni coloniali con i paesi arabi e africani, mentre in patria queste stesse classi dirigenti imponevano il neoliberismo come nuovo paradigma sociale. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «Se vuoi essere un grande politico, hai bisogno di grandi problemi; i problemi insignificanti sono per politici insignificanti». Così si era espresso Nicolas Sarkozy nel 2018, difendendo il suo protetto Gérald Darmanin, ora ministro della Giustizia di Macron, che all’epoca era stato accusato di diversi casi di stupro. Secondo i suoi stessi criteri, Sarkozy si colloca comodamente tra i grandi della Quinta Repubblica francese. Giovedì 25 settembre, l’ex presidente è comparso davanti a un tribunale di Parigi per ascoltare il verdetto del suo processo per corruzione, in cui è stato accusato di aver ricevuto milioni di euro, pare almeno cinquanta, dalla Libia di Muammar Gheddafi per finanziare la sua campagna presidenziale del 2007. Il processo è stato di portata insolita: oltre un decennio di indagini, tredici imputati, tra cui l’ex capo di Stato, tre dei suoi ministri e una manciata di intermediari di alto livello. Una folla considerevole ha assistito all’udienza: due aule del tribunale gremite e in più un auditorium in cui la sessione veniva trasmessa su maxischermo. Tra gli imputati, Sarkozy era seduto accanto al suo amico d’infanzia ed ex ministro dell’Identità nazionale, Brice Hortefeux; dietro di loro, tra il pubblico, c’erano la moglie di Sarkozy, Carla Bruni, e i suoi tre figli, tra cui Louis, ventenne laureato alla New York University e astro nascente della destra populista francese. Di fronte sedevano i rappresentanti dello Stato libico, parte civile nel processo, insieme a diverse ONG anticorruzione e ai familiari delle vittime del volo UTA 772, abbattuto nel deserto del Ténéré a seguito di un attentato attribuito ai servizi segreti di Gheddafi. Si notava l’assenza di Ziad Takieddine, l’intermediario accusato da tempo di fungere da principale canale di finanziamento libico alla cerchia di Sarkozy. Era morto due giorni prima a Tripoli, in Libano, dove si trovava per sfuggire a un mandato di arresto, «un’amara coincidenza» ha commentato il presidente del tribunale. Le sentenze sono state severe. Alexandre Djouhri, il potente broker franco-algerino, che un tempo era considerato intoccabile, è stato condannato a sei anni di reclusione con ordine di incarcerazione immediata. Sarkozy è stato condannato a cinque anni di reclusione, con differimento della pena: ha alcune settimane di tempo per costituirsi, anche se la sua età (70 anni) lo rende suscettibile di ricevere un trattamento speciale, che sarà determinato in appello entro sei mesi. La sentenza, di ben 400 pagine, è una sentenza storica. Sarkozy è stato condannato per associazione a delinquere, poiché secondo il tribunale tra il 2005 e il 2007 la sua cerchia ha mantenuto contatti clandestini con il regime libico. Tuttavia, è stato assolto dall’accusa di finanziamento illegale della campagna elettorale: sebbene gli investigatori abbiano identificato flussi sospetti di denaro provenienti dalla Libia, non sono riusciti a dimostrare in modo inoppugnabile che i fondi in questione fossero arrivati all’ex presidente. Il tribunale ha anche respinto un documento per lungo tempo fondamentale per il caso: una presunta nota del ministro degli Esteri di Gheddafi, Moussa Koussa, datata dicembre 2006, in cui si impegnava a contribuire con 50 milioni di euro alla campagna di Sarkozy. Pubblicato per la prima volta da Mediapart  nel 2012, il documento sarebbe stato trovato tra una serie di carte personali di Takieddine fornite alla stampa dalla sua ex moglie. La copertura mediatica in Francia ha trattato il processo in gran parte come un dramma moralistico sull’avidità di Sarkozy. Senza dubbio, c’è molto da dire sul denaro e sull’uomo, che un tempo era soprannominato il «presidente bling-bling » [ostentato, eccessivo] e che è comparso alle udienze di questa primavera con un braccialetto elettronico alla caviglia per un’altra condanna per traffico di influenze. Tuttavia, al di là della storia dei suoi appetiti venali, questo episodio apre una finestra su come ha funzionato la vita politica francese per mezzo secolo. È significativo che la sentenza si sia basata sulla distinzione tra il comportamento di Sarkozy prima e dopo la sua elezione a presidente della Repubblica francese. Condannato per aver tentato di ottenere fondi attraverso contatti libici per le elezioni del 2007, quando la rivalità interna non gli garantiva l’accesso alle casse del partito, la sua sontuosa accoglienza a Gheddafi una volta in carica, accompagnata dalla firma di importanti contratti di difesa e sicurezza, è stata considerata una pratica abituale nelle relazioni con Tripoli. I sospetti di irregolarità che incombono su Sarkozy non sono sorti dal nulla. I proventi della vendita di armi sono stati a lungo una delle risorse coperte della politica francese. Tutti i grandi paesi produttori di armi hanno avuto i loro scandali: Lockheed ha corrotto funzionari stranieri affinché acquistassero i suoi aerei Starfighter negli anni ‘60 e ‘70; l’accordo al-Yamamah di BAE Systems con la famiglia reale saudita ha coinvolto il figlio di Margaret Thatcher come intermediario; fondi provenienti dalla vendita di veicoli blindati Thyssen all’estero sono confluiti nelle casse della CDU sotto il mandato di Helmut Kohl. La Francia, comunque, sembrava essere ai margini di tale modello di comportamento ma per oltre un secolo la sua vita politica è stata segnata da les affaires . Oggi, le rivelazioni di media come «Le canard enchaîné» o «Mediapart» costituiscono la trama e l’ordito del dibattito partitico. Due fattori aiutano a spiegare questo fenomeno. In primo luogo, le norme di finanziamento delle campagne elettorali, insolitamente severe in Francia – divieto di donazioni da parte di aziende, limiti ai contributi individuali e limiti di spesa complessivi rigorosi – funzionano da incentivi per la nascita di canali di finanziamento paralleli. In secondo luogo, un’industria della difesa in gran parte autosufficiente, fuori dal patrocinio statunitense, consente agli intermediari e agli sponsor politici di competere liberamente sulla scena nazionale. In questo senso, l’affaire libyenne  è il culmine di una lunga storia, caratterizzata da decenni di lotte politiche interne per il controllo di denaro occulto, con i contratti per le armi che rappresentano forse la fonte più redditizia. Le sue radici risalgono agli inizi della Quinta Repubblica. Il ritorno al potere di De Gaulle nel 1958 aveva lo scopo di stabilizzare il Paese dopo anni di agitazione parlamentare. In un sistema quasi monopartitico, il Rassemblement du peuple français (RPF) gollista era finanziato attraverso canali istituzionali: assegnazione di stanziamenti discrezionali all’Eliseo e ai ministeri chiave, integrati da contributi di industriali accuratamente selezionati dal generale dopo la Liberazione, soprattutto nei settori del petrolio e delle armi, entrambi dominati dall’élite strettamente coesa degli ingegneri del Corps des Mines. Nel settore petrolifero, la creazione nel 1966 del conglomerato parastatale Elf fornì alla Francia un braccio economico all’estero, in particolare nell’Africa subsahariana, dove valigette piene di contanti garantivano la cooperazione dei governanti locali e sostenevano le carriere politiche in patria. Nel frattempo, l’industria della difesa si consolidò attorno alla Dassault Aviation. Nel crepuscolo del colonialismo francese, anticipando l’inevitabile riduzione delle forze armate nazionali, il suo potente proprietario, Marcel Dassault, orientò il settore verso l’esportazione. Il caccia Mirage III, sviluppato sulla scia del disastro di Điện Bien Phu, fu prodotto proprio a questo scopo: fu venduto prima a Israele e poi ai clienti arabi dopo l’embargo imposto da De Gaulle dopo la Guerra dei Sei Giorni. La crisi petrolifera del 1973, inondando di denaro le monarchie del Golfo, aprì una nuova bonanza per il settore della difesa. I fornitori occidentali fecero a gara per accedere a Riad e Abu Dhabi, dove non era tanto importante la qualità delle armi, ma gli intermediari in grado di ottenere una stretta di mano e una firma dai leader locali. I contratti di acquisto di armi cominciarono a includere commissioni del 20% circa per questi intermediari, cosa perfettamente legale fino al divieto dell’OCSE nel 2000. Parte dei profitti tornava al paese esportatore, riempiendo le casse delle campagne elettorali o i conti privati dei mecenati politici. In questo clima, nel 1974 salì al potere Valéry Giscard d’Estaing, come successore dell’ enfant terrible  del gollismo, Georges Pompidou. Sebbene non fosse mai stato gollista e fosse spesso considerato vicino a Washington, Giscard adottò l’opinione di De Gaulle secondo cui la vendita di armi era un pilastro della sovranità nazionale e un modo per seguire una linea indipendente fuori dei blocchi della Guerra Fredda. Sotto la sua presidenza, la Francia salì al terzo posto tra gli esportatori mondiali di armi, dietro solo agli Stati Uniti e all’URSS. L’Arabia Saudita era il mercato più ambito, dominato da intermediari vicini alla famiglia reale, come Adnan Khashoggi e il principe Bandar. Il materiale francese godeva di grande popolarità, in particolare il missile antinave Exocet prodotto dalla Matra, che in seguito divenne famoso grazie all’aviazione argentina nelle Falkland, destinato inoltre a diventare un bestseller in Medio Oriente. Per supervisionare questa politica, Giscard si affidò a un gaullista in ascesa dell’entourage di Pompidou, Jacques Chirac, che nominò primo ministro. Chirac colse l’occasione per viaggiare nel sud e nell’est del Mediterraneo, coltivando relazioni con vari leader locali, dalla monarchia marocchina alla dittatura di Hafez al-Assad in Siria. Nel 1976, convinto che Giscard non avesse alcuna intenzione di condividere il potere, abbandonò la sua carica nel governo francese, si impadronì dei resti dell’apparato gollista e poco dopo vinse l’elezione a sindaco di Parigi, una posizione dalla quale mantenne i suoi legami con il mondo arabo. L’elezione di François Mitterrand nel 1981 segnò un punto di svolta. La sua vittoria, che pose fine a due decenni di egemonia del centro-destra, riformulò le regole del gioco. La rivelazione di piani di finanziamento illecito legati al suo stesso partito portò il presidente a introdurre riforme nel modo di ottenere fondi per le campagne elettorali. Le donazioni delle aziende furono vietate e sostituite da un finanziamento pubblico legato ai risultati elettorali, mentre la spesa totale fu limitata ben al di sotto del costo reale di una campagna nazionale. Le leggi approvate tra il 1988 e il 1990 includevano anche una discreta amnistia per i reati commessi in passato. Con il potere giudiziario ora coinvolto nella sorveglianza del denaro politico, gli ex porteurs de valises  – spesso militanti di base il cui principale punto di forza era la fedeltà al partito – scomparvero e furono sostituiti, sul versante francese, da una nuova classe professionale di intermediari, esperti nei complessi schemi di riciclaggio e abili nell’eludere le citazioni in giudizio e districarsi tra le divisioni delle varie fazioni. Le turbolenze globali causarono forti scossoni anche al panorama politico francese. L’eccesso di petrolio della metà degli anni ‘80 deprimendo il prezzo del greggio, ha ridotto in maniera significativa la domanda di prodotti militari proveniente dal Golfo, costringendo Parigi a cercare nuovi mercati. L’India e la Grecia, guidate da altri membri dell’Internazionale Socialista, offrivano alcune opportunità, ma le vere opportunità sembravano essere a Taiwan. Isolata diplomaticamente dalla normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina sotto l’amministrazione Carter, la ricca isola vide nel materiale militare francese il mezzo per intromettersi tra Pechino e uno dei più antichi partner occidentali della Repubblica Popolare Cinese. La Marina taiwanese espresse il proprio interesse per una vasta gamma di acquisti, in particolare le fregate La Fayette, sviluppate congiuntamente dal cantiere navale statale DCN e dal gruppo elettronico francese Thomson-CSF. La presidenza Mitterrand vide anche due periodi di coabitazione politica, il peculiare accordo in base al quale un presidente francese deve governare insieme a un primo ministro appartenente all’opposizione che risulta maggioritaria all’interno dell’Assemblea Nazionale. Nel 1986, dopo che la destra ne aveva assunto il controllo, Mitterrand nominò primo ministro Jacques Chirac, leader del RPR neogollista. L’esperimento acuì le rivalità all’interno della destra; Chirac perse le elezioni presidenziali del 1988 contro Mitterrand e divenne cauto di fronte a quella che divenne nota come la «maledizione di Matignon», la sede del primo ministro francese. Quando la destra tornò al potere nelle elezioni legislative del 1993, Chirac preferì aspettare il momento opportuno e permise al fidato Édouard Balladur di assumere la presidenza del governo. Balladur promise di rimanere in disparte nelle elezioni presidenziali del 1995, ma presto rinnegò la sua promessa, candidandosi lui stesso alle elezioni e dividendo il campo gollista. Fu in quel momento che Nicolas Sarkozy entrò sulla scena nazionale. Il giovane sindaco della ricca Neuilly-sur-Seine, scoperto da Chirac nel movimento giovanile gollista, fu reclutato da Balladur come luogotenente principale nella sua corsa al potere. Ma le ambizioni di Balladur si scontrarono con una dura realtà: nel 1993 Chirac continuava a controllare le casse del partito e le sue reti di finanziamento. Il nuovo primo ministro fu costretto a cercare risorse proprie e la vendita di armi gli offriva infinite opportunità. Da Matignon, collocò i suoi fedeli in posizioni strategiche, tra cui Sarkozy al Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile ora dell’approvazione di tutti i contratti di difesa. Riattivando le trattative avviate dai socialisti, i balladuriani promossero l’accordo La Fayette con Taiwan, del valore di oltre 2 miliardi di euro, con commissioni che, secondo le voci, raggiungevano il 30% nonostante il divieto per contratto di effettuare tali pagamenti. Parallelamente all’accordo con Taiwan, il governo Balladur portò avanti proprie iniziative: con l’Arabia Saudita un programma di messa in sicurezza delle frontiere (noto come MIKSA) e la vendita al Pakistan di sottomarini della classe Agosta, fabbricati dall’azienda francese DCN (ora Naval Group). Entrambi i progetti comportarono ingenti commissioni illegali che, secondo quanto sostenuto in seguito dai pubblici ministeri, contribuirono a finanziare la campagna presidenziale del 1995. Balladur, con Sarkozy come direttore della campagna, affermò in modo poco credibile che i 2,5 milioni di euro scoperti nelle casse della campagna provenivano dalla vendita di magliette e spille con l’effigie del candidato. I due contratti si basavano anche su un nuovo canale di intermediazione. Sebbene la Francia avesse in precedenza beneficiato dei suoi stretti legami con intermediari veterani come Khashoggi, negli anni ‘80 Dassault e altri appaltatori perdevano regolarmente le gare d’appalto a favore della concorrenza anglo-americana. Di conseguenza, gli ambienti politici e della difesa cercarono di creare reti alternative. Il team di Balladur si rivolse a Takieddine, un druso libanese che aveva gestito una stazione sciistica sulle Alpi francesi fino a quando non aveva incrociato la strada di un ex socio di Khashoggi ed essersi quindi reinventato intermediario tra i salotti parigini e il Medio Oriente. Di fronte a queste iniziative dei rivali, la fazione di Chirac si assicurò un proprio mediatore. Alexandre (nato Ahmed) Djouhri, francese di origine algerina, ha una storia degna di Balzac: un’infanzia difficile nella periferia di Parigi negli anni ‘60, qualche legame con la microcriminalità, uno scontro con la polizia, che hanno fatto emergere il suo istinto nel muoversi nel demi-monde . Il giornalista Pierre Péan, il Seymour Hersh francese, ha dedicato uno dei suoi ultimi libri a Djouhri, che è senza dubbio una delle figure più intriganti dei circoli di potere francesi degli ultimi decenni. Péan ha tracciato la sua ascesa grazie a incontri fortuiti con uomini forti africani, una probabile iniziazione in una delle principali logge massoniche di Francia e infine la sua vicinanza a Dominique de Villepin, fidato luogotenente di Chirac e futuro nemico di Sarkozy. Dopo la vittoria presidenziale di Chirac nel 1995, Villepin ha trasformato Djouhri nell’uomo forte della fazione di Chirac nel Golfo, con la missione di smantellare la rete di Takieddine e sostituirla con un asse saudita più affidabile. La rivalità tra Djouhri e Takieddine è andata avanti fino a ben oltre il 2000 ed entrambi sarebbero diventati figure centrali nel processo Sarkozy-Libia. Questi antagonismi politici riflettevano una lotta più profonda all’interno del capitalismo francese. I primi anni del dopo guerra fredda furono un periodo di consolidamento nell’industria della difesa: negli Stati Uniti, la cosiddetta “ultima cena” del 1993 portò Lockheed a fondersi con Martin e Boeing ad assorbire McDonnell Douglas. In Francia, Thomson-CSF, storicamente legata ai socialisti e successivamente a Balladur, si scontrò con Matra, il produttore di missili dell’imprenditore Jean-Luc Lagardère, alleato e amico di lunga data di Chirac. Chi avesse prevalso nel Paese avrebbe portato il tricolore all’estero. La corsa presidenziale del 1995 risolse la questione a favore di Matra. Alain Gomez, amministratore delegato di Thomson, fu fatto fuori dal nuovo presidente. Lo stesso Gomez in seguito commentò, con una frase che è entrata a far parte del folklore politico, di aver «imburrato entrambe le fette di pane [Balladur e i socialisti], ma di aver dimenticato il prosciutto [Chirac]». I balladuriani caddero in disgrazia. Sarkozy fu escluso dalla cerchia ristretta di Chirac e sostituito da fedelissimi come Alain Juppé e Villepin. Ma Chirac andò presto a sbattere contro un muro. La sua prima iniziativa importante, una riforma della previdenza sociale, provocò una feroce resistenza sindacale. Nel dicembre 1995, più di un milione di persone manifestarono a Parigi e il governo cedette. Seguendo il consiglio di Villepin, Chirac sciolse l’Assemblea Nazionale per cercare di ripristinare la propria legittimità, ma la scommessa fallì e la sinistra ottenne una schiacciante vittoria nelle elezioni anticipate. Juppé fu sacrificato. Sarkozy approfittò dell’interludio per ricostruirsi, lasciando gli intrighi di palazzo a Villepin e presentandosi come l’uomo del partito sul campo. Onnipresente in televisione, soprattutto su TF1, di proprietà del suo amico magnate dell’edilizia Martin Bouygues, puntò su legge e ordine. La rielezione di Chirac nel 2002, dopo la sorprendente avanzata di Jean-Marie Le Pen al secondo turno, consacrò la strategia di Sarkozy. Le questioni di sicurezza dominavano il dibattito pubblico e, in qualità di ministro dell’Interno, egli godeva della corrispondente visibilità, che lo portò a puntare alla presidenza nel 2007. Avendo osservato come Chirac avesse coltivato le relazioni con i paesi arabi fin dagli anni ‘70, Sarkozy sapeva che il curriculum presidenziale si plasmava all’estero. In un discorso pronunciato nel 2004 davanti all’American Jewish Committee a New York, dichiarò in un inglese stentato: «In Francia mi chiamano Sarkozy l’americano e ne sono orgoglioso». Si avvicinò al primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim, figura chiave dell’allineamento di Doha con Washington. Per i qatarioti, discreti sostenitori dell’invasione dell’Iraq, Sarkozy offriva un contrappeso atlantista a una classe politica francese ancora permeata dalla linea filoaraba di De Gaulle. Forse è stato attraverso questo canale, e l’influenza del Qatar sui Fratelli Musulmani, che ha iniziato a gravitare intorno alla Libia di Gheddafi. Ma i fantasmi degli anni di Balladur erano tornati. Nel maggio 2002 un autobus fu fatto saltare in aria a Karachi, uccidendo undici ingegneri francesi che si trovavano in Pakistan per supervisionare la costruzione dei sottomarini Agosta per la DCN. Inizialmente i sospetti ricaddero su Al Qaeda: tre mesi prima, il giornalista del «Wall Street Journal» Daniel Pearl era stato assassinato dai militanti jihadisti nella stessa città. Ma nei corridoi parigini circolava un’altra versione: i servizi segreti pakistani avevano ordinato l’attacco per rappresaglia al blocco delle tangenti sull’accordo per i sottomarini Agosta. Dopo aver assunto la carica nel 1995, Chirac aveva dato istruzioni al suo ministro della Difesa di bloccare tutti i pagamenti relativi ai contratti del periodo del governo Balladur. In qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze dell’epoca, Sarkozy avrebbe dovuto essere nel mirino. Tuttavia, l’indagine si concentrò sulla «pista di Al Qaeda» sostenuta dal giudice Jean-Louis Bruguière, che in seguito avrebbe appoggiato Sarkozy nelle elezioni del 2007. L’episodio non fece altro che acuire le tensioni con i sostenitori di Chirac, tra cui spiccava Villepin. Uscito senza danni dal caso Karachi, Sarkozy si trovava ad affrontare lo stesso problema di Balladur: finanziare le proprie ambizioni mentre i suoi rivali controllavano le casse del partito. Già nel 1995 Chirac aveva posto Villepin a capo di una unità riservata dell’Eliseo incaricata di localizzare la cassa di Balladur. La ricerca si concentrò presto su Sarkozy, che all’epoca si profilava come il principale rivale di Villepin per la successione. I sostenitori di Chirac sospettavano che avesse riattivato il vecchio canale saudita attraverso Takieddine, compreso il gigantesco programma di sicurezza delle frontiere MIKSA, avviato sotto Balladur nel 1994 e soprannominato «il contratto del secolo» per le commissioni che prometteva. Alla vigilia della sua firma nel 2004, Chirac proibì a Sarkozy, allora ministro dell’Interno, di volare a Riad, insistendo affinché l’accordo fosse gestito tra capi di Stato. Iniziò così quello che divenne noto come il caso Clearstream. Alla fine del 2003 un operatore finanziario libanese si avvicinò all’entourage di Villepin, affermando di aver scoperto conti segreti nei libri contabili di una camera di compensazione lussemburghese. L’elenco includeva politici e imprenditori di ogni tipo, ma un nome attirò l’attenzione dell’Eliseo: Nicolas Sarkozy. Villepin credette di aver trovato la prova inconfutabile. Con il tacito consenso di Chirac, i documenti furono consegnati a un giudice istruttore. Nel gennaio 2006, la trappola si chiuse: i conti erano falsi, inventati dallo stesso trader. Da un giorno all’altro, Sarkozy sembrò vittima di una campagna diffamatoria. La sua denuncia per diffamazione gettò un’ombra su Villepin, già vacillante a causa di un’ondata di proteste studentesche, disordini che, come avrebbe ammesso in seguito uno dei leader del movimento, erano stati discretamente alimentati dagli amici di Sarkozy nella polizia. In estate, Sarkozy era diventato il principale candidato della destra alla presidenza della Repubblica. Djouhri, intuendo dove soffiasse il vento, fece pace con Sarkozy dopo anni al fianco di Villepin. Un incontro tenutosi nella primavera del 2006 all’Hotel Bristol, dove Djouhri era un habitué, confermò che Sarkozy sarebbe stato l’unico candidato della destra alle elezioni dell’anno successivo; con l’accesso alle casse del partito assicurato, la necessità del canale segreto libico svanì. L’avvicinamento diede i suoi frutti: quando la Libia decise di modernizzare la sua aviazione all’inizio degli anni 2000, Dassault si rivolse a Djouhri, mentre Safran, tramite Sarkozy, si affidò a Takieddine. Sotto la presidenza Sarkozy, Dassault si assicurò il contratto e Djouhri fu coinvolto in una serie di scontri fra industrie, tra cui quelli tra EDF e Areva, dove i suoi rappresentanti fecero pressione per condividere le competenze nucleari francesi con Cina, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Inizialmente reclutato dal nuovo inquilino dell’Eliseo per stabilire contatti in Siria, Takieddine divenne presto un peso per Sarkozy. Nel 2011 fu arrestato all’aeroporto di Le Bourget con 1,5 milioni di euro in contanti. Interrogato dai magistrati, che indagavano sul finanziamento libico della campagna elettorale del 2007, testimoniò contro il suo ex datore di lavoro. Nel 2016 il corrotto intermediario andò oltre e dichiarò di aver consegnato personalmente valigette con denaro libico all’entourage di Sarkozy. Successivamente è stato condannato a cinque anni di reclusione, ma ha evitato la detenzione fuggendo in Libano. La saga Djouhri si è protratta fino all’era Macron. Durante la controversa fusione dei giganti dei servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, telefonia) Veolia e Suez, completata nel 2020, si vociferava che Djouhri possedesse fino al 10% delle azioni di Veolia per conto dei suoi mandanti, secondo le informazioni fornite da Péan, ancor meno amante dei riflettori. Le elezioni del 2017 hanno segnato una sorta di rottura, poiché il duopolio gollista-socialista, che esisteva da molto tempo, è crollato per lasciare il posto a un unico «blocco borghese», mettendo il potere nelle mani di un apparato statale tecnocratico meno vincolato dai cicli elettorali. Anche all’estero, il panorama è cambiato con il ritiro della Francia, almeno sulla carta, dalle sue ultime roccaforti militari in Africa, che per lungo tempo erano state una vetrina per l’industria nazionale degli armamenti. Con il riarmo tedesco che genera nuovi giganti industriali, spesso in collaborazione con appaltatori della difesa statunitensi, la posizione della Francia come secondo esportatore mondiale di armi appare sempre più precaria. L’atteggiamento di Sarkozy giovedì 25 settembre, durante la sua apparizione in pubblico dopo aver appreso la sentenza, ha trasmesso un po’ dell’ambivalenza che regna nei circoli di potere francesi. Uscendo dall’aula del tribunale e trovandosi di fronte a un groviglio di telecamere, ha pronunciato un monologo di cinque minuti, chiaramente preparato in anticipo, in cui si presentava ancora una volta come vittima di una cospirazione politico-giornalistica. Per essere un uomo che rischia mezzo decennio dietro le sbarre, sembrava notevolmente indifferente. La sentenza del tribunale è categorica, ma la sua esecuzione rimane incerta. La sua assoluzione per finanziamento illegale della campagna elettorale e il rigetto da parte del tribunale del cosiddetto memorandum Koussa pubblicato da «Mediapart» non hanno scalfito la sua difesa. Tuttavia, dal punto di vista politico, la sentenza è un duro colpo. Con i ricorsi in sospeso, è probabile che l’influenza sotterranea di Sarkozy sulla destra risulti inefficace, soprattutto considerando chi potrebbe essere il probabile successore di Macron, l’ex primo ministro Édouard Philippe. Protetto di Alain Juppé, l’ultimo della fazione di Chirac, Philippe, con la sua notevole statura e la sua nota affabilità, contrasta nettamente con lo stile abrasivo di Sarkozy; i rapporti tra i due sono notoriamente velenosi. Macron, dal canto suo, si è presentato alle elezioni con un programma di rinnovamento e alcuni gesti iniziali hanno suggerito una rottura con i precedenti: nel 2018 si è rifiutato di salutare Djouhri durante un ricevimento all’ambasciata algerina. Il nuovo governo ha preso le distanze dalla crudezza dei metodi utilizzati dai suoi predecessori, ma sono rimasti alcuni segni rivelatori. Un esempio è Alexis Kohler, l’eminenza grigia di Macron durante la sua presidenza, un raffinato funzionario pubblico senza la sfacciata avidità di Sarkozy o le torbide amicizie di Villepin. Kohler è stato costretto a dimettersi la scorsa primavera, dopo otto anni come segretario generale dell’Eliseo, coinvolto in alcune indagini su un conflitto di interesse in relazione alla vendita da parte di Vincent Bolloré  della sua divisione logistica alla compagnia di navigazione MSC, il gruppo italiano guidato dai suoi cugini materni. Da allora è stato nominato direttore della banca d’investimento Société Générale, la stessa istituzione che all’epoca aveva canalizzato i pagamenti nella vicenda delle fregate di Taiwan. Plus ça change ... [Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi] Testi consigliati Natahm Sperber,   La crisi francese: organica o congiunturale? ,  «Diario Red» 27/01/25, «New Left Review » 148 27/01/25 Serge Halimi, La situazione della Francia , «New Left Review » 144 Perry Anderson, Il centro può resistere , «New Left Review » 105Wolfgang Streeck, L’Unione Europea in guerra: due anni dopo , «Diario Red» 22/07/24Maurizio Lazzarato, La “guerra civile” in Francia , «Diario Red» 02/08/24Wolfgang Streeck,   Il ritorno del re , Il bellicismo suicida delle democrazie autoritarie occidentali , I pericoli della fedeltà incondizionata agli Stati Uniti  e L’Unione Europea, la NATO e il prossimo ordine mondiale », «El Salto» 8/05/2022, 19/02/2023, 26/02/2024 e 10/10/2023Fréderic Lordon, La rivolta francese », «El Salto» 5/04/2023. Martin Barnay è dottorando (Paul F. Lazarsfeld Fellow) presso il Dipartimento di Sociologia della Columbia University.

  • scienza e politica

    Intervista a Antonello Pasini autore de <> (Codice Edizioni, 2025) Michele Podesto L’intervista esplora il ruolo della scienza nel dibattito sul cambiamento climatico e nel rapporto con la politica, la società e le nuove generazioni a partire dal libro di Antonello Pasini <> (Codice Edizioni, 2025). L'autore sottolinea come la crisi climatica richieda una risposta multilaterale e di lungo periodo, ostacolata oggi dall’ascesa dei nazionalismi e da un approccio politico concentrato sulle emergenze immediate. Viene messo in luce il valore della “spinta dal basso”, cioè l’azione dei cittadini e soprattutto dei giovani, considerata decisiva sia per alimentare una cultura scientifica diffusa sia per sollecitare scelte politiche più ambiziose. L’intervista affronta inoltre lo stallo nell’istituzione del Consiglio Scientifico Clima e Ambiente, promosso da Scienza al Voto, e la difficoltà della politica italiana nel dare priorità alla questione climatica. Pasini evidenzia l’importanza di un dialogo trasversale tra scienza e politica e mette in guardia contro pratiche di greenwashing che distorcono le reali necessità di intervento. Viene affrontato anche il tema dell’educazione e del coinvolgimento dei giovani: dalla partecipazione ai movimenti climatici alla necessità di introdurre corsi interdisciplinari sul clima nelle università. L’intervista si chiude con una riflessione più ampia: il cambiamento climatico non è solo una sfida scientifica, ma anche filosofica, politica e comunicativa, che richiede una revisione del nostro modo di stare nel mondo e di immaginare il futuro. GP : Nel suo discorso dell'otto ottobre, la direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, non ha mai pronunciato la parola "clima". Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, si sono ritirati dal trattato di Parigi, il loro Dipartimento dell'Energia sta operando per favorire lo sviluppo delle energie fossili. Al vertice per il clima del 24 settembre l'Unione Europea non ha presentatoalcun obiettivo fisso per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, ma una semplice dichiarazione d'intenti. Quali prospettive si possono immaginare per la lotta contro il cambiamento climatico in questa fase? AP: è ovvio che se guardiamo tutto questo le prospettive non sono rosee. Il cambiamento climatico è un problema globale che necessita del multilateralismo per una sua soluzione. È ovvio che i paesi industrializzati sono i primi a dover agire, perché hanno la responsabilità storica della situazione attuale. Comunque dobbiamo salire tutti sulla stessa barca, anche le economie emergenti, quindi ci vuole una visione multilaterale come è venuta fuori dopo la seconda guerra mondiale sostanzialmente dall'ONU. Il problema è che adesso siamo in preda a una sorta di egoismo spazio-temporale, perché i nuovi sovranismi guardano all'interno delle proprie frontiere, quindi al benessere della propria nazione o anche soltanto delle proprie classi superiori. Quindi a qui e a ora, senza pensare alle future generazioni. Come diceva Groucho Marx, perché dovrei preoccuparmi delle future generazioni se loro non hanno fatto niente per me? Purtroppo siamo in un momento in cui il sovranismo va contro a quella che è la soluzione multilaterale che deve essere adottata per un problema come questo. Guardare soltanto all'interno è una visione miope, nel senso che spesso e volentieri si cerca di avere tutto subito, risolvere alcune emergenze attuali senza guardare la crisi di lungo periodo che invece potrebbe essere aggravata dalla soluzione maldestra proprio di queste emergenze attuali. Prendiamo soltanto l'esempio dell'Italia che vuole diventare un hub del gas col piano Mattei in l'Africa: questo vuol dire in qualche modo porre un freno alla mancanza del gas russo, ma in questo modo noi continuiamo a bruciare un combustibile il cui consumo aggrava la situazione climatica di lungo periodo. Una crisi che poi, io dico sempre, non ha colore perché impatta su tutte le visioni del mondo quelle di destra, di centro e di sinistra e quindi, ecco, è una situazione problematica. In questo momento è chiaro che la spinta dal basso deve fare molto, cioè ognuno di noi deve innanzi tutto prendere coscienza del problema perché magari così si comincia a cambiare direttamente il proprio stile di vita, ma da solo ovviamente non vai da nessuna parte, devi metterti in gruppo: di risparmio energetico, consumo sostenibile, produzione distribuita di energia. Oggi si parla molto di queste comunità energetiche che fanno comunità e insieme tendono a dare un contributo per la soluzione del problema. Inoltre, occorre anche spingere dal basso i nostri politici perché siano più sensibili a problemi di questo tipo. Sono problemi che vanno al fuori dello spazio temporale della legislatura e quindi devono avere qualcuno che li aiuti nell’affrontarli: da una parte i giovani e dall'altra gli scienziati perché entrambi abbiamo questa visione di lungo periodo: i giovani perché hanno tutta la vita davanti; noi perché siamo abituati a convivere con questi sistemi complessi, sappiamo qual è la loro dinamica e sappiamo che soluzioni attuali maldestre possono aggravare tantissimo la crisi climatica di lungo periodo. GP: Veniamo appunto ai politici di cui stai parlando. Il 23 sett 2022, sotto l'impulso di Scienza al Voto, la grande maggioranza dei partiti politici ha sottoscritto un accordo per istituire un Consiglio Scientifico Clima e Ambiente. A tre anni di distanza il Consiglio non è stato ancora creato. Come giudichi questo ritardo? AP : Lo giudico ovviamente come un'inerzia della politica a risolvere problemi di questo tipo, ma anche a trovare una soluzione che sia trasversale perché noi a quello confidiamo. Come citavo prima, io dico sempre che il clima non ha un colore politico perché influisce su tutti. Quando parlo con un politico di destra, che magari è più incline alla competitività e al libero mercato, io gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori il PIL crollerà. Quando parlo con un politico di sinistra, che è più incline alla redistribuzione del reddito e a limare le diseguaglianze, gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori invece le disequità a livello mondiale, ma anche all'interno della singola nazione, diventerà ancora più grande. Ecco quindi che c'è questa necessità di mettersi intorno a un tavolo e a fare qualche cosa, uno zoccolo duro di azioni per risolvere tutti insieme un problema che va a impattare tutte le visioni future di qualsivoglia parte politica. Anche questo dire continuamente che il cambiamento climatico è un problema ideologico va purtroppo nel senso di uno scontro frontale con una polarizzazione enorme, e questo ovviamente è assolutamente negativo. GP: Appunto La Scienza al Voto ha fatto la scelta di sfidare la politica istituzionale ad assumere la priorità climatica. Tuttavia l'Italia fa parte dei paesi che frenano l'obiettivo di riduzione dei gas di serra del 90% per il 2040. Qual è il vostro bilancio e quali saranno le prossime iniziative per sbloccare questa situazione? AP: Il bilancio è in parte positivo e in parte negativo. Siamo riusciti per esempio a presentare un progetto di legge, aiutati da costituzionalisti, da amministrativisti, da giuristi di grande peso, che, in un'audizione alla Camera che ho fatto un annetto fa, ha avuto un successo a livello trasversale. Ora però c'è un problema di fondo: l'ho presentato in Commissione Ambiente della Camera, ma in Commissione Ambiente del Senato si sta discutendo una legge clima che in realtà si sta istruendo per modo di dire in quanto non è mai stata calendarizzata, probabilmente in quanto presentata dall’opposizione. C'è un regolamento parlamentare, per cui due rami del parlamento non possono parlare dello stesso argomento, per cui, in questo momento, siamo in una situazione di stallo. Quindi da un lato dei risultati positivi ci sono stati perché siamo riusciti a parlare con tutti e andare avanti. Adesso però c’è una situazione di stallo, dovuta al fatto che probabilmente i politici di entrambe le fazioni hanno priorità diverse. Questo Consiglio evidentemente non è sentito come priorità. Invece dovrebbe esserlo, tanto più che non è che stiamo dicendo ai politici cosa devono fare, non è che vogliamo prendere il loro posto, perché giustamente chi deve gestire la cosa pubblica deve avere le competenze per farlo. Io non ce le ho come scienziato. Però, noi scienziati possiamo sicuramente quantificare l’efficacia delle azioni da intraprendere, siamo bravi a fare i conti e possiamo fornire un ventaglio di strumenti che siano efficaci per affrontare il problema del cambiamento climatico. Attenzione, perché ci sono tante cose che vanno nel giusto verso per il green, ma alcune cose pesano e sono efficaci, altre non pesano e quindi sono greenwashing. Quindi noi possiamo presentare un ventaglio di soluzioni scientificamente fondate e ovviamente quali scegliere rimane compito della politica. Come dire: noi facciamo il nostro lavoro, poi voi dovete fare il vostro. GP: Negli ultimi anni in Francia si sono sviluppate molte iniziative ambientaliste dal basso. Non pensi che sia opportuno rivolgersi alla società più che al mondo politico? AP: Penso che vadano fatte entrambe le cose. La società è, come dicevo prima, quella che deve prendere coscienza, e infatti uno dei punti che occorre mettere in agenda per agire nella giusta direzione è quella della spinta dal basso. La spinta dal basso è fondamentale: lo dico anche in questo mio ultimo libro (1), in cui faccio vedere l'esempio della Cina. Io sono stato là nel 2007-2008 perché ero il responsabile delle previsioni meteo-ambientali sul villaggio olimpico. C'erano le olimpiadi, e i cinesi hanno appaltato a noi questo lavoro. Quindi ho avuto possibilità di leggere i giornali, ovviamente scritti in inglese, di parlare con i colleghi. Vedevo che tutti i giorni c'era un occhiello in prima pagina su un problema ambientale e due paginoni nel compartimento interno, in un paese dove c'è la censura. Parlando con i colleghi, chiedevo: com'è possibile? Qui c’è la censura! In realtà, c'è stata una spinta dal basso molto forte, la gente non ce la faceva più, si moriva d'inquinamento, s'imponeva la mascherina a Pechino contro lo smog. I capi del partito hanno capito che così non si poteva andare avanti, bisognava dare una svolta. Dopodiché a un certo punto è arrivato Trump negli Stati Uniti e loro si sono buttati a capofitto sulle rinnovabili. E adesso, quando sento dire: ma noi Europa siamo l'8% e la Cina non fa niente, dico che questo è assolutamente un alibi. La Cina sta facendo più di qualsiasi altra nazione per la rivoluzione delle rinnovabili. Ecco, vorrei dire questo: se lì la spinta dal basso ha fatto veramente tanto, cosa può fare la spinta dal basso nei paesi democratici? Io credo che sia assolutamente fondamentale. Quindi, passando o non passando per i partiti, questa è un'azione che probabilmente potrebbe smuovere le cose. Certo, bisogna riprendere quelle frange di studenti che sono interessati a questo. Però, l'interesse sta montando. È vero che anche i Fridays sono un po' in reflusso, però c'è un interesse forte perché i giovani capiscono che ne va del loro futuro. GP: Voi scienziati come pensate di entrare in contatto con questi giovani e incoraggiare iniziative dal basso? AP: Certo, questo noi in qualche modo lo facciamo tutti i giorni, nel senso che molti di noi fanno un'attività di educazione nelle scuole, ma non soltanto, anche con i movimenti giovanili. Io stesso, per esempio, sono stato l'unico adulto a parlare dal palco di Piazza del Popolo quando è venuta Greta nel 2019. Il giorno prima è andata in Senato a dire: scusate, io vengo qui a bastonarvi, a dirvi delle cose che non volete sentire e voi volete fare i selfie con me. Poi il giorno dopo c'è stato l'incontro con i ragazzi e devo dire, loro mi vogliono molto bene. Tornando al Consiglio scientifico che si dovrebbe istituire, ci sarà tutta una parte di connessione con la popolazione, con eventualmente didattica e tutorial, affinché si possa sentire una fonte autorevole nel marasma mediatico attuale. Vorrebbe essere non soltanto un punto di riferimento. Si tratterebbe infatti di un organismo di consulenza per il governo e il Parlamento, ma anche per i singoli cittadini. Un punto di riferimento, una voce importante che aiuti a evolvere nella conoscenza il governo e il Parlamento, ma anche l'intero Paese. GP: Intervenite anche nelle università? AP: Alcuni di noi sono universitari, io sono CNR. Diciamo che si cerca di costituire dei corsi che siano trasversali alle varie facoltà. Io insegnavo fino all'anno scorso fisica del clima all'ultimo anno della magistrale in fisica, un corso estremamente specialistico, assolutamente non fruibile da altre facoltà della stessa università. Adesso si comincia a pensare a fare dei corsi che siano attingibili da altri curricula, di giurisprudenza, scienze ambientali, biologia, geologia, ovviamente tutte le facoltà STEM, ma anche al di fuori. Questo ovviamente è importante perché gli intellettuali di domani devono avere comunque una formazione anche di questo tipo. Tra l'altro, in questo nuovo libro, io faccio vedere come tutti i problemi partano dalla complessità del sistema clima, perché noi non siamo abituati a risolvere problemi in un ambito complesso, ma tendiamo solo a risolvere l'emergenza attuale: c'è un buco qui? Lo tappo e penso di aver risolto tutto. In un sistema complesso, invece, qualche volta se tappi il buco qui ti si apre una voragine dall'altra parte. GP: Hai qualcosa da aggiungere a queste osservazioni? AP: Abbiamo parlato un po' di tutto. Diciamo che nel libro c'è anche la parte filosofica, cioè come dobbiamo porci noi nel mondo, non come padroni del mondo, ma come un anello della rete di relazioni che ci relaziona non soltanto con la natura, ma anche con gli altri umani sulla Terra. Il cambiamento climatico si appalesa come una sfida scientifica, ovviamente, perché devi studiare il sistema complesso con nuove tecniche, ma è anche una sfida filosofica e di visione del mondo, una sfida comunicativa, una sfida politica e poi c’è una sfida del che fare, perché sia che vinciamo o non vinciamo queste sfide precedenti, bisogna comunque (pragmaticamente) agire in qualche modo, serio ed efficace. "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento". Codice edizioni di Torino. Antonello Pasini: Fisico climatologo del CNR, docente di Fisica del clima all’università Roma Tre. Si occupa in particolare di elaborare e applicare modelli matematici nell’ambito dello studio del clima, con lo scopo principale di individuare le cause dei cambiamenti climatici a scala globale e regionale, e per studiare gli impatti a scala regionale e locale. È autore di numerosi articoli su riviste internazionali e ha pubblicato vari libri divulgativi. La sua opera più recente è "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento", 2025. Codice edizioni. Torino. È autore del primo blog italiano sul clima, Il Kyoto fisso, pubblicato dal 2007 al 2012 su Il Sole 24 ore e ora (dal 2012) pubblicato sulle pagine web di Le Scienze (edizione italiana di Scientific American). Il blog ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica nel 2016.

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    Comandare l’aria: la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler Linda Fregni Nagler, Anger, Pleasure, Fear , Gam Torino, a cura di Cecilia Canziani  La GAM presenta la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler, a cura di Cecilia Canziani. L’artista utilizza la   fotografia come mezzo di riflessione sulla visione, sulla memoria e sulla materialità dell’immagine, intrecciando collezionismo, ricerca e narrazione. Nell’isolare e conservare frammenti del visibile, le immagini fotografiche raccontano la storia dello sguardo :  testimoniano non solo ciò che mostrano, ma anche i diversi modi in cui, nel tempo, abbiamo osservato il mondo. Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si inseguono, rendendo ogni immagine un luogo di riflessione, memoria e immaginazione. In mostra opere realizzate in oltre vent’anni di lavoro, tra cui la grande installazione  The Hidden Mother  (2013) e la serie inedita Vater , dedicata al Mensur, duello rituale delle confraternite studentesche tedesche. Il percorso include anche Pour commander à l’air , ingrandimenti di fotografie tratte dalla cronaca, la serie Untitled , stampe da disegni ispirati a oggetti di lavoro e architetture, e Smokes, clouds, explosions , tratte dalla sua collezione di lastre per lanterna magica. Presenti anche opere degli esordii, come Non voglio uccidere nessuno . Il cellulare permette di scattare una foto in ogni momento, l’accumulo è la sua peculiarità.  «La prospettiva, nata nel Rinascimento italiano e diffusasi in tutto l’Occidente, suggeriva in ogni immagine una fuga verso l’infinito, analogo a quello dell’Universo verso Dio. La macchina fotografica rivelò che ciò che vedevi aveva a che fare con la posizione che occupavi nel tempo e nello spazio» (John Berger, Modi di vedere, ’98). E così, si inizia a guardare negli occhi parenti e estranei, anche da lontano: sono ritratti di una quotidianità messa in posa, fermati dalla macchina da presa, ma ripetibili. Sequenze che ci mostrano il movimento di una figura e lo collegano a quello dei nostri occhi. La pittura ci aveva abituato leggerle a distanza, negli affreschi, nelle pareti dei musei, nelle volte delle chiese, ma sfogliando i giornali o gli album familiari è istintivo portare vicino il tempo e il luogo e immaginare cosa avremmo fatto se fossimo stati lì.  Roland Barthes  in La camera chiara , sotto una foto di un giovane, scattata anni prima, scrive Che romanzo, che storia!   Linda Fregni Nagler  interroga un vastissimo archivio dove il tempo torna indietro e si affaccia alle «nostre finestre». Non per raccontare paesaggi, ma il gesto, assolutamente segreto, di chi sta per saltare nel vuoto – o progetta di farlo.  Per suicidarsi? Per una prova acrobatica? Per un incidente sul lavoro?   Tutte ipotesi che provenendo da immagini di decenni fa ci riportano al cambiamento radicale che questo linguaggio ha introdotto nella nostra intimità e, soprattutto, al perenne sforzo umano Pour commamder à l’air  come si chiama la serie, in cui i titoli, sono microstorie fulminanti: A Moment of Suspense; Contemplation of Death; Deardevil; I’ll figure this thing out myself, Man on the lodge, Roof Walker, Trying to Die, tutte datate 2014. Cosa colpisce di più il fatto che agli inizi degli anni ’60, a cui alludono, sia possibile assistere pubblicamente a queste azioni o che allora il disagio, lo sprezzo del pericolo fossero una notizia da trattare con «delicatezza»? Oggi, e non da ieri, conta la velocità traumatica dell’immagine, più che la complicità inaspettata a un dolore che nessuno sa prevedere?  Tutta la mostra  alla Gam di Linda Fregni Nagler (a cura di Cecilia Canziani)  pone queste  domande, e la chiave sta sempre in questo trarre fuori dalla scatola del tempo (come in genere si fa appunto con le foto) immagini che da un lato ci ricordano la distanza rispetto al presente, e dall’altro, come direbbe Carlo Rovelli , che nella struttura temporale scoperta dalla fisica quantistica, l’insieme di eventi non è né passato, né futuro, come nelle parentele con esseri che non sono né nostri discendenti, né ascendenti  ( L’ordine del tempo , 2017, Adelphi). Possiamo prendere il sistema di recupero fotografico che fa Linda come un intreccio tra immagine e immaginazione? Tra parentele specifiche che si depositano in spazi-tempi storici e in quelle che una foto ci costringe a ripercorrere anche se non siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo?  Lei dichiara: «Quando faccio ricerca mi soffermo su immagini che non si spiegano da sole, che hanno bisogno di essere lette, osservate, messe in sequenza.  In ogni caso il fulcro sono gli esseri umani, la loro esistenza e fragilità.  Sono spesso comparse anonime che attraversano la scena senza una storia esplicita, ma portano con sé una memoria e una temporalità sospesa. Non è nostalgia, ma archeologia emotiva» ( Catalogo , Quodlibet, p. 146).  Nella sezione  Vater  questo punto di vista è anche quello che ci fa percepire che gli eventi non sono né passati, né futuri, come dice Rovelli, anche nella nostra osservazione, e allo stesso tempo davanti a un’immagine proviamo un’empatia con quello che ci succede accanto. Nelle figure di soldati, anonimi, insanguinati, eroicamente in grado di porsi davanti all’obiettivo, c’è il racconto della prima guerra mondiale, in Germania, e questo ci sposta al nazismo e al contempo alle immagini delle guerre che in ogni momento ci raggiungono da tutto il mondo.  Sappiamo che non c’è un filo consequenziale, o che almeno è troppo didascalico tracciare una linea, ma proprio questa impossibilità ci avverte che ogni immagine non è un documento statico, dipende dall’empatia di chi osserva, che a sua volta è influenzata da altri eventi, non sempre correlabili. È così che un’immagine diventa un  soggetto  col quale dialogare, fare amicizia, indipendentemente dalla sua data di nascita e dalla nostra.  Linda Fregni Nagler  crea una mediazione tra i soggetti che ha incontrato e quelli che ci fa incontrare. Non sono nostri ascendenti o discendenti, ma influenzano il nostro presente, compreso quello determinato dagli strumenti prodotti dalla fisica contemporanea, i computer, che hanno modificato anche il modo di fotografarci.  Francesca Pasini , critica e curatrice. Curatele: Castello di Rivoli; PAC-Milano; Biennale di Venezia; Mart-Tn; Maga-Gallarate; Teatro La Fenice. Direzioni: Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti-Camogli (GE); Quarta Vetrina-Libreria delle donne di Milano. Libri: Il mistero delle immagini orali (Galleria Pieroni,1990); Donne senza cuore (con Grazia Livi), La Tartaruga (1996); Grazia Toderi (2006); WAW (Women Artists of the World), Almanacco (2017); Vetrine di libertà (2019).

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    Mani sporche

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    Mamdani, sindaco di New York contro l'oligarchia Stephen Nelson La crisi dell'establishment politico statunitense e dei suoi partiti maggioritari corrotti sta aprendo la strada a nuovi attori politici in grado di rompere il consenso oligarchico delle attuali classi dominanti e l'incompetenza della loro dirigenza con politiche di classe anti-sioniste ed anti-belliciste. Domenica 26 ottobre u. s. Bernie Sanders ha tenuto il discorso che segue al comizio a sostegno della candidatura di Zohran Mamdani a sindaco di New York presso il Forest Hills Stadium del Queens, che ha visto la partecipazione di oltre 10.000 persone. Al comizio, il cui slogan era «New York is not for Sale»  – «New York non è in vendita» – , Mamdani era accompagnato dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, dal governatore dello Stato di New York Kathy Hochul, dal presidente del Senato dello Stato Andrea Stewart-Cousins, dal presidente dell'Assemblea dello Stato Carl Heastie e da Brad Lander, revisore generale del comune di New York. «Grazie mille a tutti per essere qui. Prima di tutto permettetemi di ringraziare la popolazione di New York per aver eletto Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso degli Stati Uniti. Non solo avete scelto una delle personalità più influenti del Congresso, ma avete anche dato speranza e ispirazione a milioni di giovani e lavoratori in tutto il paese. La corsa per la carica di sindaco di New York attira sempre molta attenzione: non è una novità. New York è il centro urbano più grande degli States , con circa 8 milioni di abitanti, e molti seguono ciò che accade qui. Ma questa campagna è diversa. Non è solo la metropoli a guardarla con interesse: persone da tutta la nazione e persino osservatori esteri stanno osservando ciò che succederà martedì prossimo, 4 novembre. Perché tanto clamore? Perché non sono tempi normali: questo non è un appuntamento elettorale ordinario. Si vota in un momento storico in cui la nostra economia è profondamente sbilanciata, con livelli di disuguaglianza di reddito e ricchezza senza precedenti nella storia americana. I più ricchi non sono mai stati così benestanti, mentre circa il 60% della popolazione vive alla giornata, lottando per pagare affitti o mutui, l'asilo nido e l'istruzione superiore dei figli, l'assistenza sanitaria e cibo di qualità, e per assicurarsi una pensione dignitosa dopo anni di lavoro. Gli Stati Uniti, pur essendo la nazione più ricca della storia, presentano tassi di povertà infantile e anziana fra i più alti fra le grandi nazioni, e circa 800.000 persone – inclusi molti veterani – sono senza casa. Questa tornata elettorale si svolge con un presidente che ha concesso enormi sgravi fiscali: 1.000 miliardi di dollari alle persone più ricche e 900 miliardi alle grandi imprese, mentre tagli al Medicaid  e all’ Affordable Care Act  hanno lasciato senza copertura circa 15 milioni di americani. Le sue politiche hanno aumentato i costi assicurativi per oltre 20 milioni di persone. Abbiamo poi un governo a Washington che, giorno dopo giorno, mette a rischio la nostra Costituzione e lo Stato di diritto, e un sistema di finanziamento della politica talmente corrotto che permette ai miliardari di scegliere i candidati. I cittadini comuni hanno un voto; i miliardari possono spendere per acquistare influenza. Questo è il contesto: ecco perché è così importante.  Ecco perché Zohran Mamdani deve diventare il prossimo sindaco di New York: la municipalità ha bisogno di un primo cittadino che rappresenti le famiglie lavoratrici, non soltanto la classe dei miliardari. La ragione per cui la campagna ha suscitato tanta attenzione è semplice: nel 2025, in un momento in cui il potere economico e politico è più concentrato che mai, è possibile che la gente comune e la classe lavoratrice si uniscano e battano questi oligarchi? Per questo il mondo osserva. E lasciate che vi dica: in un periodo di profonda angoscia economica e politica, una vittoria qui infonderebbe speranza e ispirazione in tutto il paese e avrebbe un effetto galvanizzante a livello globale. Per questo Trump e i suoi alleati sono preoccupati. L’unione dell’ average people  per la giustizia economica e sociale è il loro incubo. Sanno bene che se Zohran e voi vinceste contro i grandi interessi a New York, dalla California al Maine le persone capirebbero che possano fare lo stesso, sfidare l’establishment e vincere. Quando si uniranno e saranno consapevoli del proprio potere, chiederanno cambiamenti fondamentali: un governo che lavori per tutti, non per pochi. Il Paese si porrà domande semplici e decisive: perché non garantiamo l’assistenza sanitaria universale nonostante spendiamo molto di più pro capite rispetto ad altri paesi? Perché non paghiamo gli insegnanti quanto meritano per avere il miglior sistema pubblico d’istruzione? Perché non rendiamo gratuite le università pubbliche, come si faceva settant’anni fa? Perché non risolviamo il problema dei senzatetto e costruiamo 5 milioni di alloggi accessibili a chi ha basso reddito? Perché non rendiamo più facile l’iscrizione ai sindacati per negoziare salari e condizioni migliori? Perché non aumentiamo il salario minimo a un livello degno? Perché non ampliamo significativamente la previdenza sociale affinché tutti gli anziani possano andare in pensione con dignità? Perché continuiamo a spendere miliardi per sostenere l’estremismo di Netanyahu, che ha causato la sofferenza di tanti bambini a Gaza?  Una vittoria di Zohran aiuterebbe gli americani a capire che, in una nazione ricchissima, tutti possono e devono avere una vita dignitosa. Gli oligarchi dicono che il programma di Zohran è radicale.  Ma lo è davvero? Quando le famiglie lavoratrici faticano a vivere qui a causa degli affitti esorbitanti, non è estremo proporre un congelamento degli affitti e triplicare il patrimonio di alloggi a prezzi accessibili. Di fronte ai costi insostenibili dell’assistenza all’infanzia e alla comprovata importanza dei primi anni di vita, non è eccessivo offrire cura gratuita per i bambini da 6 settimane a 5 anni. Per ridurre i costi del pendolarismo e incentivare i trasporti pubblici, non è stravagante rendere gli autobus gratuiti e più rapidi. Dove l’accesso al cibo sano è limitato, non è fuori luogo creare negozi di alimentari finanziati dal comune. E quando i super-ricchi spesso pagano aliquote effettive inferiori a camionisti o infermieri, non è ingiusto chiedere che paghino la loro parte di tasse. Queste proposte non sono radicali: sono buon senso. E sono ciò che New York vuole e di cui ha bisogno. Permettetemi di essere chiaro: non è un lavoro facile. Come ex sindaco di Burlington – Vermont – per otto anni, so che la responsabilità municipale è vasta: raccolta dei rifiuti, sicurezza, qualità dell’istruzione, traffico e molto altro. I problemi delle grandi aree urbane sono enormi ed il primo cittadino non avrà tutte le risposte.  Quando Zohran sarà eletto avrà bisogno del vostro aiuto: in questo momento storico dobbiamo tutti agire in modo deciso. Per favore, fate tutto il possibile per sostenere Zohran e renderlo il miglior sindaco che questa metropoli abbia mai avuto. Concludo con una nota personale: nel 1981 entrai in carica a Burlington vincendo per soli dieci voti, dopo un riconteggio. Ho guardato i sondaggi. Voi li avete letti: danno Zohran in testa, ed è una cosa positiva. Ma non sottovalutate gli avversari: dispongono di risorse enormi e le stanno spendendo adesso. Vi invito a ignorare la sicurezza apparente dei sondaggi e a comportarvi come se fossimo cinque punti sotto: voi e gli 80.000 volontari della campagna dovrete fare tutto il possibile perché la gente vada a votare anticipatamente e il giorno della consultazione.  Non voglio che nessuno si svegli il mattino dopo e scopra che abbiamo perso perché altri hanno lavorato più di noi.  Questo non deve accadere. Un anno fa pochissime persone a New York conoscevano Zohran Mamdani, un membro dell’Assemblea di 33 anni; alla prima candidatura otteneva solo l’1% nei sondaggi.  Ma Zohran ha fatto ciò che fanno quelli che vogliono un cambiamento reale: ha costruito una campagna dal basso, creando uno straordinario movimento popolare che oggi coinvolge attivamente 80.000 newyorkesi — qualcosa senza precedenti. A differenza degli avversari, non ha cercato donazioni dalla classe multimilionaria, ma ha rivolto alla gente proposte concrete e sensate. Pur spendendo quattro volte meno, ha vinto le primarie. Con il vostro impegno, nei prossimi otto giorni questo giovane potrà fare la storia. È un onore per me presentarvi il prossimo sindaco della metropoli: Zohran Mamdani». Consigli di lettura: T. Barker, Desalineamiento de clase en Estados Unidos , «Diario Red», 16 novembre 2024; — Some questions about political capitalism , «NLR» 140/141, marzo-giugno 2023; R. Brenner – D. Riley, Seven theses on American politics , «NLR» 138, 21 dicembre 2022;  A. Jäger, Hiperpolítica en Estados, « NLR» 149, settembre-ottobre 2024; M. Karp, Trump redux: de 2016 a 2024 , « NLR» 150, novembre-dicembre 2024; — Clase y partido en la política estadounidense , « NLR» 139, gennaio-febbraio 2023; — Trump toca su límite , «Diario Red», 27 agosto 2025; B. Sanders, No crowns, no clowns, no kings!, «Diario Red», 23 ottobre 2025. — Trump y la política estadounidense , «Diario Red», 18 agosto 2025; Bernie Sanders è un politico statunitense e senatore per il Vermont dal 2007; ex membro della Camera (1991–2007) e sindaco di Burlington (1981–1989). Figura di spicco del movimento progressista, ha guidato campagne presidenziali popolari nelle primarie democratiche nel 2016 e 2020, promuovendo politiche come sanità universale e aumento delle tasse sui più ricchi. Questo testo propone l'ultima newsletter di Bernie Sanders inviata via e-mail dal collettivo «Friends of Bernie Sanders» e viene pubblicato qui dopo averne dato comunicazione allo stesso.

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    Democrazia d’eccezione e post-fascismo, un dialogo con Andrea Russo parte 1 Thomas Berra Il testo che qui presentiamo è la trascrizione di una lunga conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo che verrà pubblicata in tre episodi. In questa prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo <>.  Nei prossimi episodi verranno indagate le operazioni di <>, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio, e l’intreccio tra nuovi fascismi e guerra:  dalla campagna trumpiana contro l’immigrazione fino al contesto palestinese, dove il progetto di “pace” promosso dagli Stati Uniti si rivela un debole palliativo rispetto al disegno genocidario perseguito dal governo israeliano. PARTE 1 Redazione Ahida: Il collettivo Action30 ha pubblicato L’uniforme e l’anima [1]  nel 2009. Pensavamo di cominciare chiedendoti cosa pensavate voi quindici anni fa sulla questione del “ritorno del fascismo” e cosa significa eventualmente oggi? Andrea Russo: In realtà di un “ritorno del fascismo” si era già parlato all’inizio degli anni Novanta. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, si era assistito all’emergere di violente pulsioni identitarie che avevano preso di volta in volta la forma del nazionalismo, del razzismo, del fondamentalismo religioso. Nel decennio successivo, l’ondata securitaria scatenata dagli attentati dell’11 settembre ha ridato vigore a un’interrogazione sulle nuove forme di razzismo e di fascismo da cui ha preso le mosse il nostro collettivo di ricerca. In più le domande che erano alla base del collettivo sono diventate sempre più urgenti con il clima venutosi a creare in Italia dopo l’insediamento del quarto governo Berlusconi. Per noi era allora evidente che la lunga catena di violenze – contro rom, stranieri, omosessuali – trovava la propria giustificazione nei discorsi politici dei partiti di governo, e in leggi palesemente discriminatorie come il “Pacchetto sicurezza”, che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina. Rispetto alla nostra attualità, non percepisco nessuna grande cesura con quello che scrivevamo nel 2009, tranne che la pandemia e l’inizio della guerra in Ucraina e Palestina hanno dato maggior coerenza sistemica a dei piani finora disgiunti delle nuove forme di fascismo, senza però delineare, per dirla in maniera solenne, un nuovo Nomos della Terra.  Redazione Ahida: Quali erano le ipotesi dalle quali avete cominciato la ricerca?  Andrea Russo: Una delle nostre ipotesi è che il fascismo non tramonti definitivamente con il progresso della democrazia e dello Stato di diritto, né si ripresenti nella forma di un “cattivo passato” che non passa, ma tenda piuttosto a “trasformarsi”. È evidente che vi sia oggi un problema che riguarda lo Stato di diritto e la democrazia, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Redazione Ahida: Fermiamoci un attimo su questo punto. Noi ci stiamo ponendo il problema di cercare di capire se è possibile, e nel caso in che modo, continuare a utilizzare la categoria di fascismo, dal momento che oggi assistiamo a uno svuotamento, a una banalizzazione del termine stesso [2]. Andrea Russo: Negli ultimi decenni la controversia sul “ritorno del fascismo” – si tratti di usi giornalistici o di manipolazioni politiche del concetto – ha mobilitato due punti di vista speculari. Alcuni vedono il fascismo ovunque. Secondo altri invece continuare a parlare di fascismo sarebbe una forzatura: l’epoca delle camicie nere e dell’olio di ricino si è conclusa a Piazzale Loreto e non tornerà più. Noi con la nostra ricerca abbiamo cercato di rimettere in discussione questa doppia banalizzazione. In fondo, si tratta di capire che non c’è un solo fascismo, ma che infinite forme di fascismo sono possibili, poiché il fascismo è una specie di forma pura a priori capace di adattarsi ai contesti storici più diversi. Il fascismo non è un’entità eterna, fissata una volta per tutte nella sua identità, ma un fenomeno in divenire. Per questo la famosa teoria del “fascismo eterno” di Umberto Eco non funziona. Se pertanto il fascismo è qualcosa che si riadatta continuamente rispetto alla contingenza storica, allora oggi con che forma di fascismo abbiamo a che fare? Direi che ormai già da trent'anni dobbiamo fare i conti con una formula di fascismo completamente integrato nei dispositivi del governo democratico. Direi quindi che oggi abbiamo a che fare con una sorta di fascismo democratico . Intendo dire che la vera “novità” del fascismo democratico contemporaneo consisterebbe in ciò che viene indicato dall’ aggettivo  piuttosto che dal sostantivo .  Ragion per cui, se è doveroso spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini fascismo e fascista, è forse non solo ugualmente doveroso, ma persino urgente spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini democrazia e democratico. Redazone Ahida: Avremmo allora a che fare con un fascismo post-ideologico? Andrea Russo: Si certo. La prima caratteristica del fascismo democratico è di essere, per così dire, volutamente privo del collante ideologico capace di sintetizzare tutti gli elementi che lo compongono in una forma coerente. Dobbiamo aver ben presente che nelle attuali democrazie è egemonico un pragmatismo manageriale  che radicalizza in senso gestionale  l’arte di governo, infrangendo tutti i vincoli su cui esse si fondano. Per coloro che hanno interesse a governare al di sopra della legge e delle regole, il richiamo all’ideologia fascista è controproducente perché può nuocere al consenso. È indubbiamente un fascismo post-ideologico, o se si preferisce un post-facismo  quello con cui abbiamo a che fare.  Redazione Ahida: Questa prospettiva rende praticamente inutilizzabile il cliché storiografico  tipicamente novecentesco di un’opposizione secca tra democrazia e totalitarismo. La genealogia dello stato di eccezione tracciata da Agamben, che citate diverse volte, disattiva questo falso schematismo, rivelando invece questo stretto rapporto di cui stiamo parlando tra democrazia e totalitarismo [3]. Il fascismo non è un’aberrante creatio ex nihilo , né un accidente che si abbatte dall’esterno sulla società, ma una sorta di tragica “peripezia” tutta interna al funzionamento del diritto nelle democrazie parlamentari. Ritorniamo ad un nodo per noi fondamentale: il fascismo storico non è stato semplicemente una dittatura o uno stato autoritario , ma uno stato di eccezione totale . Quale altro tassello aggiungeresti a questa analisi? Andrea Russo: Direi che le vicende storiche degli anni Venti e Trenta avrebbero dovuto funzionare come un monito. Invece è accaduto che lo stato di eccezione è tornato progressivamente a infiltrarsi nell’intera vita politica delle democrazie occidentali. In tal senso, il problema consisterebbe nel ricorso sempre più frequente dello stato di eccezione come modalità di governo della società. Evidentemente non si tratta più solo di una sospensione temporanea del diritto, né di una restrizione delle libertà fondamentali di determinate categorie di individui, gruppi sociali o organizzazioni, quanto piuttosto dell’affermarsi di un nuovo paradigma di governo della popolazione. Tecnicamente le procedure derogatorie di sospensione del diritto sono la caratteristica precipua dello stato di eccezione [4]. Questa nozione appare quanto mai opportuna, non solo per rendere conto di eventi storici come la sospensione da parte del regime nazista di tutti gli articoli di garanzia delle libertà individuali contenuti nella Costituzione di Weimar, ma anche per descrivere la situazione attuale, caratterizzata dalla moltiplicazione esponenziale dei dispositivi securitari: leggi antiterrorismo, detenzione preventiva, pacchetti sicurezza, campi di internamento, detenzioni amministrative cui bisogna aggiungere le agenzie di sicurezza private, i sistemi di videosorveglianza e di schedatura biometrica, ed oggi la guerra: il dispositivo securitario per eccellenza, che li mette tutti sistematicamente in opera. Redazione Ahida: A proposito di sicurezza, nel vostro libro viene ripresa questa riflessione di Gilles Deleuze: «Tutto un neofascismo si sta installando, in rapporto al quale l’antico fascismo si presenta come mero folklore [...]. Piuttosto che essere una politica e un’economia di guerra, il nuovo fascismo è un’intesa mondiale per la sicurezza, per la gestione di una “pace” non meno terribile, con l’organizzazione concertata di tutte le piccole paure, di tutte le piccole angosce che fanno di noi dei microfascisti, pronti a soffocare ogni volto, ogni parola un po’ forte, nella propria strada, nel proprio quartiere, nel proprio cinema» [5]. Sembra in linea con quello che stiamo dicendo e aggiunge un altro tassello all’analisi, il nesso con la dimensione sicuritaria? Andrea Russo: Qui Deleuze invita a riflettere sul fatto che, invece di preoccuparsi delle vecchie forme di fascismo, bisognerebbe temere la generalizzazione della sicurezza come imperativo assoluto, come diritto che ha sempre più diritto degli altri. È infatti la combinazione dello stato di eccezione con il paradigma securitario che rilancia i fascismi oggi. Nel momento in cui la sicurezza diventa “totalitaria”, nel senso che tende a imporsi sia come paradigma fondamentale dell’azione di governo che come desiderio sociale scatenato dalla paura dell’altro, tutti i principi basilari dello Stato di diritto – libertà, democrazia, diritti dell’uomo, tolleranza religiosa – vengono disattivati. Redazione Ahida: L’uso reiterato dello stato di eccezione e dei dispositivi securitari come tecnologia normale di governo non produce come risultato una democrazia più forte, ma una democrazia blindata che ci sembra avere poche alternative se non sfocia nella guerra, interna o esterna che sia. Andrea Russo: È così. Dalla strada al quartiere, dalla città alle relazioni internazionali, la generalizzazione della sicurezza si è imposta come imperativo assoluto della regolazione della convivenza sociale, alimentata e giustificata a sua volta da quella che Michel Foucault chiamava la “cultura del pericolo”. Ecco ciò che scrive: «Quello che lo Stato propone come patto alla popolazione è: “Sarete protetti”. Protetti da tutto ciò che può essere incertezza, danno, rischio. […] Lo Stato che garantisce la sicurezza è uno Stato obbligato a intervenire in ogni occasione in cui la trama della vita quotidiana è lacerata da un evento singolare, eccezionale. Perciò la legge non è più adatta; perciò, sono necessari questi tipi di interventi, il cui carattere eccezionale, extra-legale, non dovrà più apparire come segno di qualcosa di arbitrario né di un eccesso di potere, ma al contrario come un’attenzione premurosa» [6]. Il nuovo potere si presenta come un genitore onnipresente, pronto a proteggerci dagli imprevisti della vita; un padre premuroso che sa intervenire al momento giusto e con i mezzi più efficaci, perché non tiene conto di quelle vecchie abitudini che sono le leggi e le giurisprudenze. E che, beninteso, fa tutto questo solo per il nostro bene . Il nuovo potere è quello che dice: “Niente paura, risolviamo noi il problema, gestiamo noi la situazione, costi quel che costi, compreso la guerra e lo sterminio”. Vorrei inoltre soffermarmi un istante su ciò che scrive a proposito del tema pace-sicurezza il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, giustiziato nel campo di concentramento di Flossenbürg nell’aprile 1945: «Non c’è via per la pace sulla via della sicurezza. La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza. Esigere sicurezza significa essere diffidenti e a sua volta tale diffidenza genera la guerra. Cercare delle sicurezze significa volersi proteggere. Pace significa abbandonarsi completamente al comandamento di Dio […]» [7]. Mi sembra che qui Bonhoeffer riesce a cogliere molto bene l’impasse della situazione attuale: l’intesa mondiale per la sicurezza è fondata sulla diffidenza, ma dalla diffidenza può generarsi solo la guerra. E così il circolo si chiude e, oggi come ieri, si ripete all’infinito, lasciando solo macerie e sangue da tutte le parti. In fondo, il monito del Vangelo su questi temi è lo stesso da duemila anni. «Quando si dirà: “pace e sicurezza”, allora d’improvviso lì colpirà la rovina […] e non scamperanno» (1Ts, 5,3). NOTE [1] P. Di Vittorio, A. Manna, E. Mastropietro, A. Russo, L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo, Action 30, Bari 2009. [2]  Cfr. https://www.ahidaonline.com/post/fascisminotepreliminari . [3] Cfr. G, Agamben, Stato di eccezione , Bollati Boringhieri, Torino 2003. [4] Cfr. J. C. Paye, La fine dello Stato di diritto,  manifestolibri, Roma 2005. [5] G. Deleuze, L’ebreo ricco , in Id. Due regimi di folli e altri scritti , Einaudi, Torino 2010, p. 106. [6] M. Foucault, La sicurezza e lo Stato , in Id, La strategia dell’accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984 ,   :due punti edizioni, Palermo 2009, pp. 71-72. [7] D. Bonhoeffer, Scritti scelti   (1933-1945) , Queriniana, Brescia 2009, p. 64. Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.

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    Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: L’ascesa dell’Altasfera; Dalla Cina con amore gR_55_I5_4_GrE3n_XP_TeT-R4_P-0-D Il Boomernauta fa un suo compendio politico dell’epoca della Gov Neolib descrivendone la genesi e il funzionamento basati sul meccanismo di base Stato-capitale. In seguito il nucleo economico finanziario, rappresentato da Ecofin (il capitale), è determinato a cogliere l’occasione al volo per cominciare a prendere le distanze dalla Terra e trasformarsi in AltaSfera Ecofin 1  (alias il capitale spazializzato). Tuttavia, consapevoli del rischio di apparire come un semplice controllo a distanza o una fuga delle élite, le autorità diffondono prospettive di una migrazione di massa verso altri pianeti. Nel capitolo successivo, durante una delle sue prime avventure nel tempo, il Boomernauta si ritrova in Cina nei primi anni del decennio 2030. In quel paese, che era ormai il più avanzato nell’integrazione di tecnologie e vita, il governo, molto più interessato a egemonizzare la produzione mondiale che a calmare le convulsioni della biosfera, decide di sfruttare un incredibile dispositivo che piega il tempo per far lavorare tutti di più… ma i corpi si ribellano… L ’ascesa dell’Altasfera Nella Gov Neolib, lo Stato e il capitale erano profondamente interconnessi, formando un sistema complesso in cui le sfere di governo e di potere economico convergevano sempre di più. La relazione tra Stato e capitale era intrinseca, come le due fasi di un dispositivo fisico, in cui l’una non poteva esistere senza l’altra. Questo legame totalizzante era presente in ogni Paese, sebbene la gestione di tale relazione potesse variare da una nazione all’altra. Le macchine a due teste  Stato-capitale esercitavano la sovranità politica, economica e militare adattandosi ai mezzi e agli obiettivi di ogni istanza nazionale. Incentivavano produzione, consumo e, talvolta, distruzione attraverso conflitti e guerre. All’interno di ogni macchina bicefala, non esisteva sempre un equilibrio armonioso e frequentemente si manifestavano tensioni significative: non essendo allineati, l’esercizio del governo e l’accumulazione del capitale generavano spesso conflitti di interesse e divergenze. La tendenza globale di fondo era di uno spostamento del potere verso il capitale, il quale tendeva a globalizzarsi. Ma ben presto si evidenziarono le contraddizioni poiché il capitale non poteva prescindere dagli Stati. Durante la prima Grande Crisi finanziaria del XXI secolo 2 , gli Stati erano infatti risultati essenziali nel salvataggio del capitale, attraverso prelievi di risorse dalle classi subalterne e povere; questa era stata un’ulteriore conferma dell’indissolubilità delle due fasi, pena la caduta del sistema binomiale. Ma ora, di fronte al profilarsi d’un collasso ecologico globale, non ci si sarebbe trovati davanti a un si salvi chi può  generale? E chi avrebbe avuto i mezzi per salvarsi e abbandonare la nave che affondava se non i techno-tycoon? La crisi economica non aveva frenato, ma anzi accelerato il processo di privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici, che era diventato uno dei principali elementi caratterizzanti della Gov Neolib. Questo fenomeno, insieme alla deregolamentazione dei flussi finanziari, aveva contribuito alla concentrazione del potere economico nelle mani di una ristretta oligarchia. Nei media ufficiali questo insieme era denominato Ecofin, un termine che si voleva liscio e neutro usato per evitare la definizione troppo marxisteggiante di capitale o capitalismo. Ecofin comprendeva i potenti techno-tycoon, che rappresentavano dei veri e propri pezzi da novanta nel sistema. L’entità (o piuttosto la fase ) Ecofin era animata dalla classica razionalità capitalista dell’accumulo senza limiti e nel passaggio verso la globalizzazione e aveva tendenza e interesse a fare del mondo un grande e unico mercato. Al top delle valorizzazioni borsistiche c’erano ovviamente le imprese dei techno-tycoon (Grandi Piattaforme, Tecnologie dell’informazione o della vita ecc.) che conferivano a questa sfera una dimensione immateriale e bio-neurale. Nonostante tutto Ecofin sarebbe stata incapace di gestire territori e sicurezza ed era costretta a mantenere una relazione complessa e contraddittoria con gli Stati. Da un lato gli Stati-Nazione con la loro territorialità spesso egoista e bellicosa rappresentavano un ostacolo alla volontà di espansione globale di Ecofin . Dall’altra parte, però, Ecofin  beneficiava di monopoli sull’estrazione di risorse fondamentali e delle privatizzazioni di servizi pubblici e sociali, amputando organi essenziali del corpo vivente degli Stati A causa di questo groviglio inestricabile di interessi comuni e conflitti fra Stati e capitale, man mano che si avanzava nell’epoca Neolib, ad alcuni sembrava che si fosse sulla strada di un ritorno al feudalesimo. Questa percezione poteva essere giustificata dalla crescente disuguaglianza di diritti e tutele legali tra le classi subordinate e la nobiltà ovvero le élite, nonché dalle incoerenze evidenti, come il fatto che Paesi in guerra mantenessero flussi finanziari e rapporti commerciali fra di loro. Anche sotto la Gov Neolib, come era successo in precedenti fasi del capitalismo, le strategie di conquista delle grandi entità Stato-capitale, intrinsecamente imperialiste, generavano profonde contraddizioni che sfociavano inevitabilmente in conflitti distruttivi. L’identità stessa della razionalità capitalista era caratterizzata dalla triade produzione-consumo-distruzione. Durante la guerra, si produceva per distruggere e, alla fine, per ricostruire. Tuttavia, in questo periodo, iniziarono a sorgere dubbi sulla possibilità che questa successione ciclica di produzione e distruzione potesse continuare a riprodursi eternamente. Il preoccupante stato di malessere della biosfera si presentava come l’anomalia che minacciava il futuro della Gov Neolib. In tale frangente fu proprio in seno all’oligarchica mondiale Ecofin che ci si ricordò del mito di Mont Pèlerin 3  da cui tutti loro erano discesi, e ci si propose di riprendere dell’altitudine, politica e fisica, sfruttando proprio la sfera logistica spaziale che i techno-tycoon stavano preparando in vista del loro futuro movimento verso la High Frontier: una destinazione che sarebbe servita per cominciare a trasferire progressivamente certi centri di comando di Ecofin verso una sfera di postazioni geostazionarie di cui erano incaricati i techno-tycoon. Questa operazione sarebbe stata mediatizzata come la fase preparatoria di una futura grande colonizzazione dello spazio denominata Migrazione Spaziale di Massa , o Massive Spatial Migration  (MSM) 4 . In seguito si sarebbe trattato di sperimentare la vita in colonie spaziali con volontari scelti all’interno della Gov, poi di realizzare una base logistica sulla Luna e infine di trasferire massicciamente verso Marte le risorse umane e tecnologiche (cosiddette) strategiche . C’erano diversi vantaggi in questo approccio progressivo, detto delle tre fasi. Innanzitutto avrebbe sottratto da sabotaggi e distruzioni tutte le infrastrutture tecnologiche determinanti, che potevano essere trasferite nello spazio dove sarebbero state alimentate direttamente dall’energia solare. Inoltre, esso costituiva un primo passo nel distanziamento e nella lunga preparazione del grande salto per i privilegiati che avrebbero potuto far uso degli ascensori spaziali. Ecco come nacque la denominazione di AltaSfera Ecofin 5 : essa formalizzava il termine alte sfere economiche-finanziarie  comunemente utilizzato nei media mainstream, che andava oltre la semplice designazione delle nuove forme di organizzazione del capitale, ed era un modo di suggerire la possibilità di una presa di distanza dalla Terra stessa. Un capitale spazializzato insomma. C’era una lunga storia di osmosi tra Ecofin , che ora puntava alla conquista dell’High Frontier, e le sfere del potere politico degli Stati sovrani, anzi questo faceva proprio parte del funzionamento delle macchine Stato-capitale. In questa fase, però, i ruoli si scambiavano più apertamente che nel passato. L’AltaSfera Ecofin  poteva esercitare ogni tipo di lobbying in ogni Stato Sovrano e spesso piazzava i suoi membri nei rispettivi governi nazionali 6  o nelle istanze della Gov globale. Inversamente il personale politico si poteva riciclare con una certa libertà nelle istanze globali di Ecofin. In questa complessità che vedeva in gioco l’imperialismo delle grandi macchine Stato-capitale e l’AltaSfera Ecofin , gli Stati di media e bassa potenza erano oltrepassati nella loro condizione di entità politiche tradizionali, diventando in gran parte soggetti alle direttive e agli interessi di agenti esterni. Quando questo percorso neanche tanto sotterraneo arrivò al suo apice essi divennero post, i Post-Stati (PoSt/ati). Questo termine sottolineava che tali Stati, spesso semplici simulacri delle democrazie rappresentative o neo-autocrazie, disponevano di una sovranità limitata. I PoSt/ati mantenevano il monopolio dell’uso della forza e della violenza per il controllo delle popolazioni e dei territori. Questo ruolo era suddiviso tra la polizia, responsabile del controllo interno, e l’esercito, responsabile della difesa esterna. Anche in questo campo arrivarono le privatizzazioni e già prima che l’entropia della biosfera accelerasse, in molti dei PoSt/ati l’emergenza, ormai divenuta norma, aveva indotto gli ADN militari e polizieschi a diventare ricombinanti. I tratti distintivi e le funzioni associate di questi corpi si mescolarono e si sovrapposero, modificando e potenziando la filiera già esistente di milizie, polizie ed eserciti privati. Un nuovo e potente filone di servizi, detto dei Security Service Providers (SecurServ), si sviluppò come la principale componente dell’industria della sicurezza, affiancandosi a quella dell’armamento e rafforzando questo settore strategico, senza il quale la Gov Neolib sarebbe crollata. Naturalmente tutto il settore era sotto la cupola dell’AltaSfera Ecofin  che ne traeva profitti impensabili in altri compartimenti economici. Oltre all’eterna questione delle guerre territoriali, i SecurServ  erano essenziali per la repressione delle popolazioni visto il declino che aveva caratterizzato il controllo soft del neurocapitalismo neolib. Questo declino era facilmente spiegabile: le condizioni di vita stavano decadendo. Quando le persone lottavano per soddisfare i loro bisogni primari, non c’era neuro-persuasione di alcuna platform che tenesse, e tale situazione creava un terreno fertile per sommosse e rivolte di vario genere. Nel timore di non riuscire a contenere questi sfoghi effimeri, ma violenti, i SecurServ vennero dotati, dai fondi pubblici che garantivano gli interessi privati, di capacità tecnologiche e operative di dissuasione e distruzione assolutamente sproporzionate rispetto alle popolazioni esasperate. I SecurServ intervenivano anche nelle guerre locali tra i PoSt/ati, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza e conflitto. Ora però torniamo alle problematiche della High Frontier. Le limitazioni per sfuggire in massa all’attrazione terrestre erano uno dei grandi quesiti dei techno-tycoon nel preparare la fuga verso lo spazio. E non si trattava di una metafora dell’affetto che i techno-tycoon e i loro fedeli provavano per il pianeta, come alcuni potrebbero pensare, ma della cocciuta forza newtoniana. A partire dal XIX secolo, l’idea di un ascensore spaziale cominciò a prendere forma, e quando le tecnologie dei nanomateriali resero fattibile tale progetto, le industrie dei techno-tycoon iniziarono a sperimentare questa nuova possibilità. Avevano il progetto di costruirne diversi, ed eventualmente di combinare questa tecnologia con quella delle catapulte elettromagnetiche, per sostituire progressivamente i costosi e inefficienti vettori a combustibile fossile. Gli ascensori spaziali erano il veicolo indispensabile per realizzare il programma delle Tre Fasi  di cui ti accennavo: le colonie umane nello spazio, la base logistica lunare e la colonizzazione di Marte. Un fondamento iniziale per l’esplorazione spaziale e la colonizzazione sarebbe stato costituito da una rete di basi in orbita geostazionaria, supportate da uno o più ascensori spaziali. Si sarebbe poi affrontata la fase di costruzione delle colonie spaziali per intraprendere la grande avventura del nuovo e immenso far west. In un primo tempo solo pochi tecnici  avrebbero potuto accedere alla High Frontier per effettuare i test e garantire la robustezza del sistema. Si promettevano, in seguito, molte opportunità per coloro che desiderassero partecipare e lasciare la Terra (a condizione di meritarlo). Solo pochi decenni più tardi, quando certe istallazioni spaziali della High Frontier erano state messe in opera e le condizioni di vita sulla Terra erano divenute sempre più precarie, si iniziò veramente a lavorare su un progetto di migrazione su larga scala riservato alle élite. Come accennato, l’iniziativa della Massive Spatial Migration  proveniva principalmente dai techno-tycoon del Nord, con un’attenzione particolare da parte dell’ Impero di Sbieco , il più grande Stato imperialista durante l’era neolib. L’idea di marketing dietro la Massive Spatial Migration , alias Grande Fuga , era quella di presentarla come l’inizio della colonizzazione umana dello spazio. I techno-tycoon avevano creato un’immagine mediatica che enfatizzava l’importanza dei punti stazionari lagrangiani come punti di partenza per questa colonizzazione. La narrativa alimentata dai techno-tycoon suggeriva che la Massive Spatial Migration  sarebbe stata il primo passo di tale colonizzazione con prospettive di futura terraformazione di Marte e di altri pianeti. Questo mito, in teoria, aveva lo scopo di catturare l’immaginazione delle masse, creando una visione romantica e avventurosa di un futuro in cui l’umanità avrebbe conquistato nuovi mondi. Tuttavia, il contesto di deterioramento della Terra e l’impotenza dell’umanità nel trovare soluzioni efficaci erano in contrasto con i discorsi democratic i, ottimistici e visionari della Massive Spatial Migration . Questa contraddizione aveva generato diffidenza nelle moltitudini subordinate, dando origine al termine caricaturale della Grande Fuga , che personalmente preferisco rispetto alla definizione ufficiale pomposa e falsa. Era evidente che gli ostacoli per la realizzazione del progetto non si limitavano alla sfera tecnologica, ma coinvolgevano anche la sfida di gestire e controllare la complessità sociopolitica di un’umanità fortemente colpita dai crescenti collassi ecologici. Effettivamente, nonostante i travestimenti marketing, era difficile mascherare che la MSM fosse veramente una Grande Fuga  delle élite, anche se questo termine venne messo al bando. Nel contesto della Gov Neolib, la Cina e gli Stati Uniti, noti rispettivamente come l’Impero di Mezzo e l’Impero di Sbieco, erano le due grandi macchine imperialiste che, nonostante l’incipiente apocalisse ambientale, si contendevano potere e influenza. In realtà molti dei loro dirigenti (specie i dignitari dell’ Impero di Sbieco ) volevano solo assicurarsi un posto nella Grande Fuga . Nondimeno, la situazione in entrambi i Paesi era caratterizzata da un’instabilità interna crescente e per una bizzarra coincidenza entrambi incapparono in strani e straordinari incidenti di percorso che ridussero considerevolmente il loro peso e portarono a una nuova fase di Governance. Note: AltaSfera Ecofin: cfr. glossario. Il Boomernauta si riferisce alla Grande Crisi che ebbe inizio nel 2008 conosciuta anche come crisi dei mutui subprime che ebbe origine negli Stati Uniti nel settore immobiliare, in particolare nel mercato dei mutui ipotecari a rischio ( subprime ). La crisi si diffuse rapidamente a livello globale, poiché i prodotti finanziari legati ai mutui subprime erano stati venduti e distribuiti in tutto il mondo. I fallimenti delle istituzioni finanziarie, come la Lehman Brothers, e la conseguente crisi di fiducia portarono a una grave recessione economica a livello mondiale. Il Mont Pèlerin è una montagna situata in Svizzera, vicino alla città di Montreux. Il Boomernauta qui si riferisce al Colloquio di Mont Pèlerin, organizzato dall’economista Friedrich Hayek, che ebbe luogo nel 1947. Fu un incontro di economisti, politici e intellettuali di orientamento liberale e conservatore dove si costituì la piattaforma ideologica del neoliberalismo. MSM: cfr. glossario. Per il Boomernauta è chiaro che in generale fa riferimento al capitale/capitalismo nelle sue varianti post-industriali e poi, come vedremo, quantistica utilizzando i termini AltaSfera Ecofin, o semplicemente Ecofin  o AltaSfera . AltaSfera  ha il doppio significato di designare le oligarchie e la spazializzazione man mano che si avvicina il tempo della Grande Fuga. Si veda anche il glossario. D’altronde nei primi decenni del XXI, in piena fase neolib, la finanza, che aveva ancora i piedi su terra e non si era trasformata in AltaSfera , aveva già imposto le proprie istanze di gestione ed i propri governatori a vecchi Paesi scalcagnati quali l’ormai crollante culla della democrazia o la penisola del Vitello. Dalla Cina con amore Nell’Impero di Mezzo già dai primi decenni del XXI secolo la penetrazione delle tecnologie nella vita era la più avanzata ed era letteralmente impossibile viverci senza essere immersi nel bioipermedia. Ma nella débâcle ecologica che minacciava da vicino la Gov Neolib, la Cina, che pure era coinvolta, restava per certi versi un indecifrabile continente disciplinare. Per chi stava in basso sembrava che il Paese facesse un po’ banda a parte e non fosse completamente integrato, specie dal punto di vista finanziario, al resto del mondo anche se questa si sarebbe rivelata una prospettiva illusoria. Al punto che i techno-tycoon locali, fra i più ricchi del mondo, avevano difficoltà a emanciparsi dal PoSt/ato  gestito dal Partito. I dirigenti del Partito, si dicevano molto più preoccupati dal benessere dei lavoratori, dall’organizzazione di produzione e consumo e dall’affermarsi del Paese come la più grande potenza tecnologica che da un’egoistica salvezza spaziale o marziana. La simbolica nave ammiraglia tecnologica era Grande Balzo , il più potente computer quantistico mondiale. Ma come tutte le potenti corazzate anche Grande Balzo  avrebbe trovato il suo siluro hacker. E quando venne craccato ci si accorse che al suo interno girava un modulo software che per comodità chiameremo time machine . Benché il laboratorio nazionale di informatica quantistica di Hefei 1 , che lo aveva progettato, rivendicasse per Grande Balzo  una potenza di calcolo miliardi di volte superiore a quella dei supercomputer tradizionali, in realtà questa manna restava teorica e non completamente utilizzata. Nonostante la prodezza tecnologica della sua architettura e i suoi 127K qubits, i cinesi si erano  Free Software Foundation, anche se certo non ne gradivano la trasparenza e le regole FOSS 2 . Tutto ciò era di dominio pubblico, nessuno però sapeva che in una start-up della Innoway di Pechino, la Silicon Valley cinese, era stato sviluppato un software capace di cambiare la percezione del tempo dandogli una piega diversa. Questo flusso veniva trasmesso a un utente tramite una app e un dispositivo mobile denominato time glasses 3 , una speciale versione di occhiali smart . Il sistema richiedeva però una grande potenza di calcolo per ogni singolo utente e solo un megacomputer quantistico avrebbe potuto pilotare una moltitudine di utenti simultanei. Intuendo le prospettive biopolitiche dei time glasses , l’amministrazione cinese prese il controllo della start-up e lanciò il progetto Lunga primavera . L’obiettivo ufficiale era il miglioramento della qualità di vita delle maestranze e quello ufficioso, l’aumento della produttività. Indossando i time glasses connessi, ogni maestranza poteva lavorare perlomeno dieci o dodici ore al giorno, avendo l’impressione che ne fossero trascorse solo sette od otto, nonostante il suo corpo restasse ancorato all’UTC 4 . Per la fase sperimentale vennero scelte delle volontarie  nelle grandi fabbriche della Rabbitconn a Shenzhen; si trattava perlopiù di giovani donne addette alla catena di assemblaggio degli smartphones a cui era stato promesso il premio di un giorno off. Nel periodo di test si limitarono le durate delle giornate lavorative e fu un successo. Le partecipanti alla fine del loro turno erano più distese e di buon umore, anche se poi, bene o male, la stanchezza fisica riaffiorava. Quando alla Rabbitconn si sparse la voce di questa app straordinaria i volontari si moltiplicarono, tanto che fu difficile accontentare tutti subito. Rari erano quelli che restavano piuttosto riservati perché intuivano che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, si trattasse di far passare la pillola di giornate eterne e di ore straordinarie non pagate. Ed infatti andò proprio così: il governo lanciò in gran pompa il progetto Lunga primavera , integrandolo al programma dei Crediti Sociali (SCS) 5 . Ogni lavoratore che aderiva avrebbe ricevuto 50 punti nella red list dei meriti, mentre il pagamento delle ore straordinarie fu rimesso in causa. Come previsto, i manager allungarono le giornate di lavoro e regolarono la time machine al massimo quando c’erano periodi di punta della produzione in fabbrica Negli stabilimenti, le timide proteste vennero subito messe a tacere dai sindacati governativi, in modo che il sistema potesse essere allargato ad altri settori. Il vero obiettivo del governo, infatti, non erano solo gli operai delle grandi fabbriche già in via di robotizzazione, ma tutti i lavoratori di qualsiasi condizione e non solo i salariati. Nel mirino c’erano le attività cognitive, che includevano anche il telelavoro. Precari e free lance potevano usufruirne  e nella Innoway dove fra gli startupper ormai vigeva la regola 996: lavoro dalle 9 di mattina alle 9 di sera, 6 giorni alla settimana, il sistema avrebbe funzionato alla grande. Il governo contava su questo dispositivo così disrupting per consolidare l’egemonia cinese che si stava affermando, mentre gli Stati Uniti stavano in una guerra civile cronica che li stava indebolendo e paralizzando. In realtà c’erano parecchi problemi dello stesso tipo anche in Cina, fra l’altro causati dalle grandi opere di modifica del territorio fra i quali l’immensa Diga delle Tre Strozze . Tuttavia il governo cinese e il suo gigante distaccamento di SecurServ  strettamente controllati dal Partito, poco integrati all’AltaSfera Ecofin  e al suo progetto High Frontier (o forse legati da un entanglement quantistico 6 ), facevano del loro meglio per tenere la situazione sotto controllo e nascondere al massimo i problemi. Quello che interessava ai dirigenti cinesi era il previsto grande balzo in avanti della produzione. Poi, esportando il sistema nel resto del globo grazie agli accordi con i techno-tycoon, il controllo mondiale delle nuove modalità di quel che resterebbe della produzione sarebbe stato assicurato. Dopo un periodo di espansione quasi geometrica dei time glasses in ogni settore produttivo, emersero i primi rumori su qualche scompenso sociale. Le giovani operaie con famiglia si lamentavano, per esempio, che restando per gli straordinari non si rendevano più conto di quando era l’ora di andare a far la spesa e che spesso arrivavano a casa troppo tardi per preparare la cena. E le fidanzate non riuscivano a spiegare al partner come avevano potuto bucare l’appuntamento amoroso. Negli startupper della Innoway si diffondeva invece la cultura del materasso 7 , messo sotto la scrivania e su cui stendersi un momento prima di crollare mantenendo la ormai consolidata tradizione del no sleep, no sex, no life . Una maledizione che li perseguiva con lo stesso accanimento con cui loro correvano dietro al miraggio di Jack But il mitico fondatore di Aladdin, il più famoso dei techno-tycoon cinesi. La perturbazione dei ritmi biologici fondamentali prodotta dalla distorsione quotidiana del tempo stava producendo però un altro tipo di disturbo ancora più inquietante. Dopo brevi momenti di catatonia i soggetti tenevano propositi a prima vista incoerenti o deliranti che, però, se si faceva attenzione, rivelavano una forma di reazione lucida a una vita quotidiana di quattordici ore di lavoro. Forze disorganizzate e sotterranee esplodevano in modo incontenibile in reazione a un sistema che nel processo di produzione generava una forte carica schizofrenica contro cui il sistema stesso avrebbe poi scatenato tutto il peso della sua repressione 8 . Queste crisi erano un tentativo d’uscire dall’insostenibile spaesamento temporale, volontariamente accettato per aderire al sogno collettivo  a cui erano stati esortati negli ultimi discorsi della compagna Guo segretaria dell’ufficio politico del Comitato Centrale del Partito. Ma ora, il sogno si era trasformato in incubo. Gli specialisti governativi avevano assimilato il fenomeno a una nuova forma di burn-out che era già molto diffuso in Cina a quell’epoca. Avevano comunque raccomandato di ridurre gli sbalzi eccessivi e improvvisi nei cambiamenti di percezione del tempo per cercare di mantenere l’essenziale degli aumenti di produttività. Ma ancora una volta gli esperti si sbagliarono. Non si trattava di burn-out, ma di un processo schizo che solo l’attività rivoluzionaria impedisce di trasformarsi in produzione reale di schizofrenia 9 . E fu questo il pulsante che fece scattare l’improvviso passaggio fra i due poli, ordine e caos, che fanno parte di un’alternanza storica per i cinesi. E quando grande fu la confusione sotto il cielo: la situazione divenne eccellente . In un primo momento più che di una ribellione si era trattato di un rifiuto talmente totale e biologico che aveva provocato un aumento vertiginoso di suicidi, ma soprattutto un’ondata di schizofrenia come reazione alla modifica della percezione del tempo a fini di aumento della produttività. Che fosse una forma schizo era stata la prima diagnosi del Ministero della Sanità cinese che però nello stesso tempo era impotente tanto a contenerla che a curarla. Non si potevano trattare gli schizo-tempestosi 10  come si faceva con i normali  pazzi o come il PCC (Partito Comunista Cinese) faceva con certi avversari politici, cioè rinchiudendoli negli ospedali psichiatrici. Erano veramente troppi e fare un tentativo in questo senso avrebbe portato al risultato inverso di quello desiderato. Gli schizo-tempestosi  erano agitati e farneticanti. Sentivano voci che suggerivano loro di volere tutto e subito. Soprattutto subito  visto che dopo il trattamento ricevuto, il tempo non aveva più la valenza a cui erano stati educati nell’infanzia. Il tempo era una dimensione fondamentale, immaginatevi se per esempio mediante un artificio foste costretti a vivere, o anche semplicemente a lavorare con una dimensione in meno, magari in due dimensioni come in un fumetto o su uno schermo. Non sareste traumatizzati anche voi? Erano ufficialmente considerati malati gravi dalle istituzioni, ma la stessa cosa non avveniva nelle interazioni con il resto della popolazione. Nonostante l’emarginazione a cui erano sottoposti, in realtà le loro allucinazioni si muovevano nel profondo, e intorbidavano le acque sociali. Ed i primi segnali di esasperazione cominciarono a manifestarsi. Né il governo cinese né il resto della governance mondiale, visto che molti Paesi per non perdere terreno nei confronti della Cina avevano aderito al franchising di Lunga Primavera , pur rendendosi conto dell’impasse, non volevano rinunciare ai benefici che la distorsione del tempo apportava loro in termini molto concreti di profitto. Secondo loro il Progetto avrebbe smentito anche Marx: non ci sarebbero state cadute del saggio di profitto! Non poterono o non vollero vedere che gli schizo-tempestosi , pur non avendo le facoltà di organizzare le masse con le loro allucinazioni desideranti, erano inconsciamente riusciti a compattare classi che erano divise e che ormai si ribellavano un po’ dovunque. Una specie di avanguardia schizofrenica e caotica nello stesso tempo. Nel frattempo, grandi masse appoggiarono l’avanguardia delirante in un modo imprevisto: il movimento Tang Ping , ispirato al rifiuto del lavoro rivendicato dagli autonomi europei e diretto erede dei giapponesi Hikikomori  e dei partecipanti alla Great Resignation 11 , entrò magicamente in non-azione. Tutto si fermò all’improvviso e nulla più funzionò mentre cominciò a scatenarsi il combattimento degli schizo-tempestosi . Delirante e confusa fu la lotta, ma anche fulminea e selvaggia. Gli schizo-tempestosi , che vi si erano gettati a corpo morto, sembravano tanto insensibili al dolore e alle amputazioni che la repressione infliggeva loro, che sia il governo cinese che la finanza mondiale dovettero cedere prima che il caos li travolgesse. Tutti furono liberati da quel giogo immateriale della manipolazione del tempo. La malattia schizo-temporale cessò come per incanto e anche una parte delle malattie autoimmuni che da essa dipendevano. Note: Credo che il Boomernauta facesse riferimento al fatto che la Cina avesse continuato a investire in questo settore. Già per quanto riguarda la nostra epoca pare che si trattasse di un miliardo di dollari nel laboratorio nazionale di Hefei per le scienze dell’informazione quantistica con esperti provenienti da una serie di discipline come la fisica, l’ingegneria elettrica e la scienza dei materiali .S. Pieranni, Red Mirror , Laterza, Bari, 2020 p. 138. Free & Open Source Software. Si veda anche il glossario. Time glasses : cfr. glossario. Il tempo coordinato universale o tempo civile, abbreviato con la sigla UTC. Social Credit System, sistema dei crediti sociali  un’iniziativa creata dal Governo cinese al fine di sviluppare un sistema nazionale per classificare la reputazione dei propri cittadini . https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_credito_sociale . Qui il Boomernauta utilizza questo termine che poi ricorrerà spesso in seguito. Eccone una breve spiegazione. L’ entanglement quantistico è un fenomeno che descrive la correlazione quantistica tra due o più particelle. In un sistema entangled, la descrizione quantistica delle proprietà di ogni particella non può essere descritta in modo indipendente, ma solo come parte di un sistema globale Questo significa che quando due particelle quantistiche sono entangled, le proprietà quantistiche di una particella possono essere istantaneamente influenzate dalle proprietà dell’altra particella, anche se le particelle sono fisicamente separate l’una dall’altra a una qualsiasi distanza. Qui il Boomernauta forse si esprime in senso ironico sul fatto che comunque esisteva un legame fra la finanza cinese e la Gov Neolib. Espressione derivata dalla sottocultura d’impresa della multinazionale delle telecom Huawey. Qui il Boomernauta fa riferimento a due intellettuali della sua epoca: G. Deleuze, F. Guattari, L’Anti-Œdipe , Editions de minuit, Parigi 1973 p. 42. Il Boomernauta aveva letto G. Deleuze, Pourparlers 1972-1990 , Editions de Minuit, Parigi 1990, p. 38 Dall’inglese Stormy-schizo . Il Boomernauta fa riferimento a una tendenza socio-economica in cui i lavoratori si dimettono volontariamente in massa dai loro posti di lavoro. La prima ondata iniziò attorno al 2020 negli Stati Uniti durante la pandemia di COVID-19 e poi diffusasi in Europa e in particolare in Italia. Non riuscendo a ottenere protezioni ed aumenti mentre aumentava il costo della vita, molti lavoratori della giovane generazione preferiscono abbandonare tutto: qualcosa che includeva una rassegnazione pessimistica ed una difesa della propria dignità.

  • konnektor

    La tempesta Alternative für Deutschland è appena cominciata – e perché la lawfare non funzionerà Laurent Degonville La crisi dei sistemi politici liberali, frutto della pressione incessante e brutale della struttura di potere della classe neoliberista, sta facendo scivolare il campo politico, nominalmente democratico, verso modelli nettamente autoritari, il cui funzionamento concentra  il potere nelle mani delle classi dirigenti attuali, tanto corrotte quanto inutili, come dimostra la loro gestione del genocidio di Gaza, l'imposizione di un livello folle di spesa militare e di tassi sempre più insopportabili di disuguaglianza e povertà, nonché il loro cretinismo nella gestione dell'attuale crisi climatica. L'austerità fiscale tedesca può aver mantenuto basso il debt service  e calmato – al momento – i mercati dei capitali. Ci sono stati degli inconvenienti, tuttavia, molti dei quali sempre più evidenti a livello locale e chiaramente percepibili nella vita quotidiana della persone comuni. I governi locali in affanno di risorse non sono stati in grado di far fronte al rapido decadimento dei servizi pubblici, né di manutenere le strade o gli impianti sportivi comunitari. I trasporti pubblici sono peggiorati, c'è carenza di alloggi a prezzi accessibili e le scuole locali non sono in grado di affrontare i nuovi scenari, come tenere lezioni in classi di cui solo una minima parte capisce la lingua nazionale. Con l'affastellarsi di questi problemi, è cresciuto anche il malcontento nei confronti delle politiche pubbliche. Il risultato è stata la crescente frammentazione del sistema partitico della Repubblica federale tedesca in vigore dal dopoguerra; il declino delle coalizioni tradizionali di ambo le parti, insieme alla sfida "populista" da destra si è concretizzata nell' Alternative für Deutschland (AfD). Poca attenzione è stata prestata se e come il calo di fiducia nelle istituzioni federali attagli le amministrazioni locali, il cui governo è stato tradizionalmente meno politicizzato e in cui le famiglie e le reti territoriali favoriscono una politica meno ideologica, meno conflittuale e più radicata socialmente, basata sul consenso e sul pragmatismo cooperante. Le recenti elezioni nello stato della Renania Settentrionale-Vestfalia (NRW) lo scorso settembre possono dunque rivestire un interesse che vada oltre l'ambito puramente locale.  Con 18 milioni di abitanti – di cui 14 milioni aventi diritto di voto – la Renania Settentrionale-Vestfalia è il più grande land  della Repubblica federale tedesca. Ogni cinque anni, gli elettori designano i consigli delle città e delle contee ed i rispettivi  Landrat (amministratori) e Bürgermeister, Oberbürgermeister (sindaci). Se nessun candidato alle dette cariche ottiene più del 50% dei voti, si tiene un secondo turno alla francese.  Le elezioni tenutesi nel land  il 14 e il 28 settembre scorsi, sono state l’ultimo appuntamento elettorale in Germania per il 2025, oggetto di un intenso studio da parte degli osservatori politici. Al primo turno, si osserva un aumento considerevole dell'affluenza, passata dal 51,9 al 56,8% – come accade quando i nuovi sfidanti "populisti" mobilitano sia gli amici che i nemici. Più sorprendente è stata la stabilità registrata nel sostegno sia alla CDU che alla SPD, che con il 33,3% e il 22,1% dei voti ottenuti – rispettivamente – hanno perso solo 1,0 e 2,2 punti percentuali, con esiti di gran lunga superiori sia a quelli ottenuti da entrambe alle elezioni del Bundestag  del febbraio 2025, che a quelli di un sondaggio nazionale condotto dal Forschungsgruppe Wahlen sulla tornata in Renania Settentrionale-Vestfalia (vedi tabella). I Verdi hanno ottenuto risultati in calo rispetto alla SPD, perdendo 6,5 punti percentuali e scendendo al 13,5%, nonostante siano parte con la CDU della coalizione a capo del land .  Rispetto al 2020 ci sono stati due vincitori: il partito populista di sinistra Die Linke – passato dal 3,8% al 5,6% – e soprattutto l'AfD, che ha quasi triplicato il suo precedente risultato, passando dal 5,1% a un sorprendente 14,5%.  La Renania Settentrionale-Vestfalia, che comprende le popolose città di Colonia, Dortmund, Essen e Düsseldorf, da sempre si configura socialmente e politicamente conservatore, il che può spiegare perché partiti tradizionali come la CDU e la SPD abbiano mantenuto una posizione relativamente stabile, nonostante le imminenti riduzioni della spesa sociale previste a livello federale dalla coalizione dei due, ormai non più così solida.  Il risultato dell'AfD alla luce di ciò appare ancora più clamoroso, soprattutto se si considera che, alla vigilia delle elezioni non vantasse cariche politiche nelle comunità locali, i cui network sono importanti almeno quanto i programmi dei partiti. Inoltre, dato che l' Alternative für Deutschland non ha potuto o voluto presentare candidati in circa il 40% dei collegi elettorali, il risultato – spalmato su tutti i collegi – ne sottostima inevitabilmente il sostegno reale di un margine considerevole.  Dove l'AfD ha deciso di non partecipare si deve forse al fatto che i potenziali candidati temessero l'ostracismo sociale che avrebbero potuto subire una volta identificati come membri del partito. Ovvero, che questo abbia deliberatamente evitato i collegi elettorali in cui non fosse sicuro di ottenere un minimo di preferenze. In ogni caso, entrambe le variabili sono suscettibili di cambiare nelle prossime tornate, il che spiega la soddisfazione della dirigenza dopo il primo turno.  Tuttavia, nonostante i progressi compiuti, l'AfD non è riuscita a conquistare nessuno dei posti chiave in palio in queste elezioni: i 52 seggi regionali di Landrat e Oberbürgermeister . Ma è riuscita a modificare le prassi: come risultato dell'avanzata populista di destra, 36 delle 52 elezioni – di più rispetto alle elezioni precedenti – sono andate al ballottaggio anche se l’AfD è rimasta tra i due contendenti del ballottaggio solo in tre di queste elezioni con gli altri partiti sono uniti in coalizione  contro il candidato dell'AfD. Il Brandmauer (firewall) è rimasto intatto. È possibile che tra cinque anni non sarà più così, dato che l Alternative für Deutschland è attualmente presente in tutte le assemblee locali ed è in grado di stringere alleanze con altri partiti e gruppi di elettori.  I Verdi in definitiva sono stati i perdenti, con l'eccezione di Münster, dove il candidato sindaco del partito ambientalista ha sconfitto con un vantaggio risicato il candidato della CDU al secondo turno. Münster è una bella e prospera città universitaria, che per lungo tempo è stata governata, e bene, da cristiano-democratici sul modello di Merkel, in una coalizione informale con i Verdi, che ha costituito di fatto un'alleanza tra la borghesia liberale-cattolica benestante e la grande comunità studentesca internazionale presente in città. A Colonia,  il quarto centro urbano della Germania – che conta un milione di abitanti ed è senza dubbio in sofferenza amministrativa – i Verdi hanno perso, dopo essere stati in coalizione formale con la CDU per un decennio. Al secondo turno, il loro candidato, di origini turche e vicepresidente dell'Assemblea legislativa dello Stato, ha perso contro un socialdemocratico sostenuto dalla CDU, solo terzo al primo turno. I Verdi pertanto hanno pagato il prezzo della politica sul cambiamento climatico adottata dall'ultimo governo federale, ingiungendo ai proprietari di immobili di installare nuovi sistemi di riscaldamento, che potevano costare più delle loro stesse case, ad acquistare auto elettriche a prezzi eccessivi. Ancora, a far sì che le comunità locali accogliessero un numero illimitato di rifugiati e richiedenti asilo assegnati dai governi dei Länder . Dei due partiti tradizionali maggioritari, la CDU e la SPD, il primo ha ottenuto risultati migliori del secondo, nonostante il minimo storico di sostegno nazionale accordato alla CDU e al suo cancelliere, Friedrich Merz (vedi tabella precedente), dopo appena sei mesi in carica. Ciò può essere in parte dovuto al ministro-presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia,Hendrik Wüst – principale rivale di Merz all'interno della CDU – capace di irradiare una competenza e una calma affabile di cui Merz è palesemente privo. E, fattore cruciale, la CDU può convivere più facilmente con l'AfD rispetto alla SPD, non necessariamente per ragioni programmatiche, ma perché il proprio ambiente elettivo – le comunità cattoliche della classe media e piccola, comuni in Renania e Westfalia – è più resistente alla retorica dell'AfD rispetto alla classe operaia della SPD. Che può spiegare perché a Dortmund, un ex centro industriale che la SPD aveva governato negli ultimi ottant'anni, l'AfD le abbia inflitto perdite così gravi che il candidato della CDU ha vinto al ballottaggio. Che pochi elettori dell'SPD abbiano optato per Die Linke  come alternativa può essere dovuto alla tradizionale scarsa presenza del primo nella politica locale ed dall’età degli elettori dell'SPD, troppo avanti con gli anni per essere attratti dall'immagine giovanile dei radicali.  In definitiva, il risultato delle elezioni locali non farà altro che incoraggiare gli sforzi volti a dichiarare illegale l'AfD dinanzi alla Corte costituzionale da parte di quei membri del gruppo parlamentare dell'SPD che considerano la Kampf gegen rechts (lotta contro la destra) “la” missione politica. Ai sensi della Costituzione tedesca, un partito può essere dichiarato incostituzionale se ritenuto ostile all'«ordine liberale-democratico fondamentale». Esiste un'ampia bibliografia giuridica su ciò che ciò potrebbe significare. In passato, due partiti hanno ricevuto un verdetto di incostituzionalità per poi essere formalmente sciolti: il Sozialistische Reichspartei Deutschlands  nel 1952 – un'organizzazione che si autoproclamava successore del NSDAP, il partito nazista fondato da Hitler – e il Kommunistische Partei  (Partito comunista) nel 1956. I fondi vengono confiscati ed i tentativi di continuarne i lavori o di surrogarne la persona giuridica sono puniti con pene detentive che vanno da sei mesi a cinque anni o da uno a dieci anni, «quando l'imputato agisce come capo o istigatore di entrambi i comportamenti [...]. È punibile anche il tentativo» (art. 84 del codice penale tedesco).  Ci sono buone ragioni politiche per cui l'SPD desideri che l'AfD venga dichiarata illegale il prima possibile. Se il declino che ha subito negli ultimi decenni dovesse continuare, l'SPD potrebbe finire sotto il 10% alle prossime elezioni federali del 2029. Dato che la Corte avrà bisogno di tempo per indagare e deliberare, i membri dell'SPD promotori della messa al bando dell’ Alternative für Deutschland dovranno assicurarsi che il caso sia portato immediatamente in giudizio, poiché l’organo competente potrebbe nicchiare a deliberare nel pieno della campagna elettorale federale, che inizierà all'incirca nella primavera del 2028. Sebbene due nuovi giudici costituzionali – in quota SPD – potrebbero sostenere in tempo la causa, altri giudici di area della CDU non è detto che lo facciano. Se la sentenza arrivasse dopo le elezioni, che l'AfD possa essere dichiarata incostituzionale ne danneggerebbe gli orizzonti elettorali; c'è da aspettarsi che i procedimenti giudiziari siano orchestrati professionalmente dalla macchina delle pubbliche relazioni del governo e drammatizzati diligentemente dai media pubblici e privati. I potenziali candidati potrebbero non iscriversi per paura di essere interdetti dall'occupare posti di lavoro nel settore pubblico dopo il divieto del partito. Infine, ma non meno importante, la Kampf gegen rechts dinanzi alla Corte potrebbe anche contribuire a nascondere l'incapacità del nuovo governo federale di promuovere una svolta di 180 gradi a favore della generosità fiscale per affrontare la risoluzione dei problemi di decenni di austerità e distogliere l'attenzione dai tagli previsti alla spesa sociale causati dal finanziamento alla guerra in Ucraina.  Una decisione a favore dei partiti tradizionali – e difficilmente sarebbe al contrario nel mezzo di una campagna elettorale altamente polarizzata – gli enormi problemi politici e giuridici che deriverebbero dalla delegittimazione di un partito che rappresenta almeno un terzo dell'elettorato non scomparirebbero. Dichiarare illegale un partito politico non può destituirne i deputati dai seggi – a livello federale, regionale o locale. Se l'AfD fosse dichiarata tale, un terzo – se non di più – di tutti i seggi del nuovo Bundestag  potrebbero essere occupati da deputati dalle sue fila che sarebbero al sicuro per il resto della legislatura, a meno che non ne venisse scoperta la partecipazione ad attività che i pubblici ministeri considerassero una "continuazione" o una "sostituzione" del soggetto fuorilegge. Ci si potrebbero aspettare accuse in tal senso da parte dei concorrenti politici. (Ai sensi dell'art. 46 della legge sul Tribunale costituzionale, i dettagli su come viene eseguita la messa al bando di un partito sono determinati dal governo federale mediante una disposizione regolamentare, il che implica che non sia necessaria una normativa con rango di legge e quindi il coinvolgimento del Bundestag ).  L’istruzione, poi, di nuove elezioni anticipate nello scenario di un verdetto di incostituzionalità non potrebbe scongiurare che gli ex deputati dell'AfD corrano come singoli o nelle liste di eventuali nuovi partiti di destra, a meno che non fossero esclusi dalla candidatura corrispondente dalle commissioni elettorali dei Länder o, ovviamente, fossero in carcere per aver tentato di prolungare o sostituire l'attività del partito dichiarato illegale.  Le controversie legali prolifererebbero e in campagna elettorale la Procura federale ( Bundesanwaltschaft) sarebbe impegnata h24 ad osservare ogni mossa dei candidati sospetti per determinare se la condotta violi i termini del dispositivo applicato al partito, il che costituirebbe un reato. Se così fosse, sarebbero immediatamente interdetti dalla candidatura con il rischio di pene detentive.  Uno show da prima serata.  Dello stesso autore:  Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico , Feltrinelli, 2013; How will capitalism end? , «NLR» n. 87, 2017;  Return of the King , «Sidecar», 4 maggio 2022; La Unión Europea en guerra: dos años después , «Diario Red », 22 giugno 2024;  El bellicismo suicida de las democracias autoritaria occidentale , «El Salto», 19 febbraio 2023; Carta desde Europa: La Unión Europea, la OTAN y el próximo nuevo orden mundial , «El Salto», 10 ottobre 2023; Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos , «El Salto», 26 febbraio 2024. Questo testo è stato originariamente pubblicato su «UnHerd» ed è riprodotto qui con il permesso espresso dell'autore. Wolfgang Streeck è un sociologo ed economista tedesco, direttore emerito del Max Planck Institute for the Study of Societies  con sede a Colonia.

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