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  • guerre

    Perché la guerra Thomas Berra Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza. Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze. Il titolo Perché la guerra? mi è sollecitato dai miei studi e dall’attività professionale svolta come medico specialista in neuropsichiatria. È ispirato al carteggio Freud-Einstein del 1932, nonché alla condizione storica attuale ove guerra, violenze, e aggressività anche nella cosiddetta «normalità» sono sempre più presenti. La corrispondenza Freud-Einstein sul perché della guerra è composta da due lettere edite nel 1933. Il carteggio nasce in un’epoca tragica, in circostanze storiche e personali eccezionali: conflitti nel movimento psicoanalitico, si è alla vigilia dell’ascesa del potere di Hitler, del disfacimento della Repubblica di Weimar e nel contesto di una crisi economica internazionale enorme, compresa quella americana del 1929 che durò fino al 1940 e oltre. Fu scritto su iniziativa del Comitato Permanente delle lettere e delle arti della Società Delle Nazioni, che invitò l’Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale a stimolare un dialogo e un dibattito tra esponenti della cultura dell’epoca, nel tentativo di prevenire la guerra. Le due lettere di Einstein-Freud sono dell’agosto e del settembre del 1932. I due uomini si conoscevano da tempo, vivendo a Vienna. Nella sua lettera Einstein scriveva: «Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio della distruzione e della guerra? Io non penso qui soltanto alle cosiddette masse incolte, l’esperienza prova che è piuttosto la cosiddetta intellighenzia che cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha un contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata». Einstein aveva anche fatto alla Società delle Nazioni una proposta per fermare le guerre: di fronte alla constatazione della inestirpabilità degli istinti aggressivi umani, egli suggeriva l’istituzione di un organismo politico sovranazionale al quale i singoli Stati deleghino l’autorità di comporre i confitti reciproci tra gli Stati stessi. Nella sua risposta, Freud riprende le teorie sulla coscienza e il difficile incivilimento della stessa elaborate nel suo testo Il disagio nella civiltà pubblicato alla fine del 1930. Freud auspica che le guerre abbiano fine in virtù solo del perfezionamento intellettuale e civile dell’umanità. Egli sostiene che l’incivilimento della coscienza è avvenuto nei millenni della mente umana in quanto questa è costituita da due pulsioni fondamentali: una pulsione di Eros (dal Convivio di Platone) e che tende a conservare, a unire, a cooperare, a solidarizzare tra uomini; compresente a questa la pulsione di morte che tende a distruggere, ad aggredire, a uccidere, a difendersi come nell’uomo primitivo. Le due pulsioni sono «parimenti presenti e parimenti indispensabili, perché tutti i fenomeni della coscienza nella vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto». Da qui originano i conflitti tra quello che vorremmo essere e quello che riusciamo a essere; questa ambiguità costitutiva fa dire a Freud che non ci potrà essere una prevalenza di Eros perché la pulsione di morte è sempre compresente e conflittuale con Eros. Le pulsioni erotiche rappresentano gli sforzi verso una vita più pacifica; la pulsione di morte, che rimane sempre attiva nella coscienza umana, determina per conflitto diversi fenomeni normali e patologici della vita psichica. Per limitare questa pulsione di morte l’uomo inventa la morale: formando la morale, cioè mettendo dei limiti ai suoi comportamenti aggressivi, la coscienza entra in conflitto con l’Eros; Eros e pulsione di morte sono sempre presenti e quindi, dice Freud, noi possiamo fare in modo di ridurre la possibilità della guerra, ma probabilmente non di estinguerla completamente. In questo l’uomo diventando civile, mette in moto la struttura del carattere morale che, se in eccesso, limita la potenza e l’espressione positiva della coscienza (per questo si formano i sensi di colpa, il vittimismo rancoroso, un super-io superbo, presuntuoso, narcisismo e invidia). Nella parte finale della sua lettera Freud scrive: «Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento della coscienza sono molto chiare per me. Queste consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali aggressive e in una restrizione dei moti pulsionali. Dei caratteri psicologici della civiltà personale due mi sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto che comincia a dominare la vita pulsionale distruttiva e la interiorizzazione dell’aggressività». Ma in che modo la coscienza contiene l’aggressività che non può esprimere? In realtà noi possiamo solo fare in modo che l’aggressività che non esprimiamo in una guerra e che interiorizziamo si trasformi in qualche cosa di meno aggressivo. Probabilmente per Freud sono evidenti esempi della storia nell’arte, nella poesia e anche nella gestione dello Stato e nell’esercizio di autorità che sono deviazioni dell’aggressività non espresse in una guerra. Noi possiamo quindi trasformare in diversi modi questa energia aggressiva in espressioni della persona di tipo più maturo. Conclude Freud: «Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico imposto dalla civilizzazione della coscienza, noi dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa, noi non la sopportiamo più, per noi pacifisti si tratta di una intolleranza costituzionale verso la guerra. Lei mi chiede quanto dovremmo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti come noi disponibili a non esercitare l’aggressività e a ridurre gli effetti negativi su noi stessi e sugli altri: io posso dire forse che non è una speranza utopica perché spero che l’influsso di due fattori (un atteggiamento della coscienza che diventi a mano a mano più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura) pongano fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non posso indovinarlo; nel frattempo io posso dire: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile della coscienza lavora contro la guerra. La saluto cordialmente le chiedo scusa se le mie osservazioni l’hanno delusa. Suo Sigmund Freud». Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza. Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze. Un primo gruppo di cause riguarda gli organizzatori che chiamerei «esterni» della coscienza personale nelle loro funzioni e nei modi di essere di esempio. In primo luogo i metodi della politica. In questa il peso degli interessi economici nello sviluppo della violenza e nel ricorso alla guerra è imponente. La spinta all’ignoranza e alla confusione è portata da chi vuole appropriarsi della ricchezza intellettuale di tutta la società (vedi le piattaforme globali di Gates, Musk, Zukerberg, Bezos). Il rigetto della differenza e dei differenti è un antico metodo di divisione e di mantenimento del potere che ora sta diventando pratica e dottrina politica generale, subdola ed esplicita. Le democrazie sono in declino e il capitale intensifica le guerre per accaparrarsi riserve naturali, materie prime e materie rare ecc. Con tali fini, come i grandi rivolgimenti del passato, oggi i poteri politici personali (e i social) si impongono e si diffondono. In secondo luogo, il ruolo della gestione amministrativa locale e statale, delle istituzioni formative, soprattutto della scuola, di una vita familiare obbligata che non ha potuto e saputo arricchirsi di qualità educative adeguate: tutte questi fattori sono importanti nell’aver ritardato l’incivilimento della coscienza. Vorrei anche puntare il dito su quella che noi chiamiamo cultura, valori che trasmettiamo ai giovani. Nella società dopo la Seconda guerra mondiale, che nel capitalismo occidentale globalizzato è diventata ricca, che desidera quel che vuole in un presente dove vede e vende immagini e illusioni e compera oggetti, l’io si va arrendendo ai soli vantaggi personali come fosse una nuova religione; l’io non inventa più, non riflette con coraggio a modi di affrontare incoerenze, differenze per arrivare a progredire verso una felicità migliore e protagonista. Nella cultura che respiriamo, nei processi educativi e formativi nonché nel vivere comune, le certezze della normalità io-mondo sono ridefinite da decenni in termini sociali e si ripercuotono sulle persone, vedi per esempio la dissociazione nei singoli tra soddisfazione economica e sicurezza personale e sociale, e l’inadeguatezza dell’io, dove i mezzi e i fini del vivere sono in un rapporto «perverso» tra cervello e tecnica. La soggettività della coscienza vive in questo stato di precarietà confusa e disorientante e sono presenti modi personali di autenticità ma anche di recita con i quali ci presentiamo gli uni agli altri. Molti fattori di una coscienza critica (secondo me necessarissima per formare una coscienza civile che agisca i conflitti, riconosca le differenze, faccia compromessi e non la guerra) sono scomparsi, perché c’è un appiattimento in questa normalità dove vince il concreto, l’indifferenza, e i limiti e le morali sono sempre più indefiniti. Va aggiunto il degrado dei contenuti e delle forme della cultura dei comportamenti in ogni loro accezione, ad esempio le relazioni dentro e fuori le famiglie, la gestione e il destino delle istituzioni formative scolastiche, il ruolo degli intellettuali che dovrebbero indicare le vie di superiore pacificazione della coscienza (spesso vecchia sgradevole storia). In realtà la cultura è sempre più relativista, individualista, desiderante all’infinito, in un apparato tecnologico-industriale ove l’uomo è anonimizzato e ridotto a essere funzionale. La nostra identità dovrebbe essere quella di armonizzare passato, presente e futuro: mancando questo vissuto personale diacronico, l’io vive un eterno presente cioè un solo tempo che non si riesce a riempire di senso. Da qui i disorientamenti e le patologie sociali e dell’io che possono derivarne. Un secondo gruppo di cause riguarda la storia del cervello. Il sistema nervoso centrale (SNC) dalla fine della seconda metà del Novecento, quindi dall’invenzione del computer e della tecnologia evoluta fino all’AI, ha paradossalmente alterato il proprio essere biopsichico fisiologico. Perché questi settantamila-ottantamila miliardi di connessioni nel SNC che formano tutte le funzioni fondamentali maturano nei primi trent’anni di vita? Questa capacità delle connessioni funzionali si chiama neuroplasticità: questa è lenta nel cervello, il SNC non nasce già maturo, autosufficiente e autonomo, ma diviene e si sviluppa molto lentamente. Cosa accade nel dopoguerra? Il cervello inventa alimentazioni migliori, farmaci, vaccini, medicine e soprattutto alla fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta inventa il computer e derivati che gli richiedono operazionalità i cui modi e tempi lo mettono in difficoltà. Il cervello va incontro a una «dissonanza» o sfasatura adattiva (mismatch). Nell’antica Roma l’età media di vita era di 28 anni, nel 1950 l’età media era salita a 50-55 anni, quindi la vita media è aumentata di 24 anni circa. Dal 1950 a oggi, in soli 70 anni, l’età media di vita è passata da 50-55 anni a 86 anni di media per la donna ed 81 circa per l’uomo oggi. Il cervello ha sviluppato il lavoro che ha liberato l’uomo dalla schiavitù e lo ha emancipato dal mondo della necessità e strumenti che hanno consentito miglioramenti dell’igiene, dell’alimentazione. Tuttavia a livello psicologico profondo vi è una dissonanza cerebrale: il cervello non si può adattare con facilità alle velocità operazionali con cui funzionano le macchine che esso stesso ha inventato. Il cervello stimolato operativamente ad agire in maniera sempre più rapida è più immediatistica, è meno «paziente» e reagisce in modo più rapido tentando maggiori prestazioni di efficacia. Però come può essere ultraveloce il cervello per risolvere una relazione affettiva, una patologia cronica o un conflitto tra gli Stati? Il SNC ha inventato macchine operazionali che trascendono la sua efficienza operativa evoluta in millenni: soprattutto ne risentono il cervello prefrontale e frontale che sono inibitori della impulsività, maggiori attori dei progressi della formazione umana, del capire se stessi e del proporsi man mano che diventiamo grandi con lentezza. Il cervello controlla sempre meno il suo funzionamento e questo è il danno fondamentale. Perché qui è avvenuta la formazione e la mediazione culturale di tipo psicobiologico per la prima volta in decine di millenni da umanistica in informatica; il cervello attuale dovrebbe avere la decisionalità sui vissuti personali di tipo lento e riflettuto, e invece? Ritengo che la coscienza, da trent’anni in qua almeno, risenta di una «resa» educativa psicobiologica: per cui abbiamo generazioni meno preparate culturalmente, soprattutto generazioni che non sanno di non sapere, persone che confondono l’opinione con la competenza, la sensazione con l’analisi, l’emozione con gli argomenti; in sostanza oggi si parla per sentito dire degli argomenti più vari e si formano opinioni (con il rinforzo di internet e dei social) non sostenute da reali studi e conoscenze. Questo nella mente sta comportando la messa in crisi della capacità di distinguere tra diritto di parola, conoscenza e autorevolezza e tra libertà di espressione e competenze. Tutti possono dire tutto su tutti, e tutti hanno ragione perché la verità del sentito dire è diventata soggettiva, liquida, negoziabile perché verificare un problema e conoscerlo a fondo è difficile, richiede tempo e fatica. Un cervello che non volesse essere così sarebbe anticonformista se riflettesse a fondo: forse abbiamo perso gli anticorpi intellettuali, dei lobi prefrontali necessari a distinguere il plausibile dal mondo assurdo e alienato. Vi è da aggiungere una considerazione importante sulla formazione critica della personalità che attualmente si presenta con una riduzione a) della curiosità conoscitiva per l’autostima e la gioia di sé; b) della responsabilità dell’io nel divenire paideia progettuale; c) nella gestione dei conflitti, delle differenze, delle disuguaglianze; d) nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore; e) riduzione nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore. Tutto ciò comporta il blocco dell’ascensione sociale dei ceti piccoli e medi meritevoli, il rispetto delle differenze, nonché la riduzione della formazione dell’identità matura. Come vive l’uomo questo contrasto biopsichico? Sempre più spesso vince l’impulso rapido, aggressivo (vedi la logica del femminicidio: «io vorrei che tu fossi come io vorrei. Poiché tu proponi temi che io non tollero o mostri la tua differenza, allora io sono persona solo se ti aggredisco»). Nelle condizioni in cui il SNC si trova, si rianimano le impulsività estreme del cervello primitivo anatomicamente collocato in basso, rispetto a quello più maturo dei lobi prefrontali, che forma la coscienza del progetto personale. Si va ritardando una maniera di proporsi che prevede mediazioni, parole, linguaggi e azioni posticipate. Non vi è più una paideia, un’educazione culturale della personalità che stimola l’identità creando invenzioni, fantasie, progetti verificabili; prevale il comportamento rapido di imitazione, recita, dipendenza, aggressività. Le impulsività così espresse vanno prevalendo nella coscienza il cui tempo vissuto è un presente immediatistico. Qui vince il piacere rapido, il consumismo degli oggetti altrettanto rapido, il mercato dei desideri e dei diritti (tutti rivendicano i diritti, pochi il dovere) e si va perdendo l’interesse del passato e del presente verso il futuro. C’è un tempo immobile che si ripete, dove prevale l’uso dell’altro nelle relazioni personali e si riduce l’essere ad avere e a oggetto. Vale la pena ricordare come per le teorie evoluzioniste del cervello la differenza e la identità personale si sono formate nei millenni, attraversando le imperfezioni nelle quali noi nasciamo. Le imperfezioni, le mutazioni, le divergenze, le differenze genetiche vengono a contatto con circostanze ambientali fisiche e mentali: ma sono proprio le imperfezioni, i compromessi biologici e le differenze che consentono all’uomo delle soluzioni creative possibili per adattamenti progressivi dilazionati nel tempo (esempio: invece che scaricare l’aggressività malignamente, scrivo poesie, risolvo un problema pratico, imparo bene un lavoro, rido di me stesso, uso un po’ di buon senso, insomma opero nella vita per viverla bene). Con un SNC unico negli esseri viventi, l’homo sapiens si è imposto ovunque nel pianeta in tutti i climi, ed è riuscito a sviluppare adattamenti importanti legati alla maturazione dei miliardi di connessioni tra cellule nervose per sviluppare le funzioni dalle più elementari del cervello basso fino alla maturazione dei lobi frontali: inizia dall’attività dei riflessi, attività emotive, impulsività, le prime memorie, le prime forme di pensiero critico e di valutazione (il cervello dell’uomo primitivo è servito in ispecie a difendersi dall’aggressività e per sopravvivere: visitate la tomba del cacciatore alla necropoli etrusca di Tarquinia e capirete tutto di questo). Infine, la complessità del cervello giunge, fino alla maturazione delle capacità superiori. Homo sapiens si è imposto soprattutto perché ha maturato il linguaggio dei gesti, della parola, la comprensione dei significati, dei simboli e con questo ha sviluppato le relazioni con l’altro. Per necessità o per scelta: se ti voglio esprimere un sentimento di simpatia o antipatia lo farò con i gesti, con la parola, con il linguaggio simbolico. La civiltà personale come conquista di identità migliore per merito e per dovere, di per sé affascinante, è in declino; risente di corruzioni mentali economiche di illusioni di potere o di politica che si vogliono affermare sull’altro con aggressività, con ignoranza arrogante, con ipocrite recite e con impulsività; quasi mai vince l’equilibrio del comportamento, la dignità di un modulato compromesso e dell’ascolto delle verità diverse. Sta succedendo un fatto fondamentale; questa riduzione delle capacità cerebrali a evolversi per un progetto personale, svela che lo stesso si va arrendendo al vantaggio rapido e immediato, alla legge «Dio è morto». Il cervello avverte una sua inadeguatezza, si sente indifeso e inadatto a livello inconscio e non solo. Nulla ci fa più paura di questo; allora l’aggressività che si esprime oggi è un farmaco, è una recita contro il vissuto di impotenza della coscienza. È un modo per rassicurare se stessi illudendoci che possiamo vincere con l’impulsività. L’SNC avverte di essere insicuro e per sfuggire all’angoscia, con rabbia violenta, ci fa aderire a una visione semplificata chiara e cristallina dove spostiamo il tema tra bene e male, riproponendo alla coscienza di oggi il bisogno antico e regressivo del nemico (identificazione proiettiva) come senso alla vita. Non riuscendo ad accettare la pace, che è un processo che richiede molto tempo e pazienza, il cervello si sente inadeguato e insicuro e sta imparando a gestire questa attuale complessità. Con l’aggressività vogliamo affermare in fondo l’idea di una realtà modificabile in una direzione insanamente egoistica, spesso ideologica, per trovare rassicurazioni rapide. Questo attesta la propensione della mente umana nella crisi a semplificare le relazioni e ad abolire purtroppo e soprattutto il tema principale dell’incontro umano, che è quello con le differenze dell’altro. Pensate come gestire le differenze nella sfera affettiva, nella conduzione di un rapporto di amore o di amicizia, oppure nella politica degli Stati. La mente umana semplifica al massimo il mondo per tentare di controllarlo. Tutto ciò di fatto è un duro attacco alle funzioni superiori frontali e prefrontali, inibitorie verso il degrado dei linguaggi e verso la conseguente aggressività. Rianimare tali funzioni è fondamentale tanto più oggi quando il populismo genericista e antiscientifico stanno degradando appunto differenze, linguaggi e civiltà soggettive. Ma le risorse personali e i Maestri per tali anticorpi dove sono? Ci sono altre due cose da dire sulla coscienza aggressiva e/o violenta. Da circa cinquant’anni la violenza dei singoli verso gli altri si presenta con nuovi significati; ciò vuol dire che io agisco in modo violento su di te con la parola o con i fatti, se tu rappresenti simbolicamente un modo di considerare te stesso che io non so accettare o io non so accettare la differenza con te o quello che tu dici che io sono. Torniamo quasi all’uomo del cervello primitivo, che produce sostanze «dell’impulsività». Queste danno luogo elettrochimicamente a fenomeni di facilitazione e/o disinibizione, che stimolano infine azioni impulsivo-aggressive talora incontrollate verso persone o cose. Fino alla «dipendenza» con reiterazioni comportamentali a rapida attivazione individuale o di gruppo: trattasi di condizioni endoreattive. Tali sostanze sono inibite o attenuate dall’attività funzionale dei lobi superiori frontali e prefrontali che, come visto, va progressivamente riducendosi. La violenza simbolica assume oggi un rilievo particolare; il modo di vestire, di camminare (pensate all’omofobia), le differenze di stile di vita generano reazioni di insofferenza e di bullismo, specialmente contro i più fragili. Perché la differenza non è tollerata, o piuttosto essa mette l’individuo in una crisi che non riesce ad affrontare in modo positivo: dunque vince l’azione senza progetto e senza formazione critica. Grottescamente direi «noi siamo abitati da una coscienza che sta diventando sempre più mediocre, aggressiva o apatica, non produce nemmeno per sé, sarà dipendente da quello che le viene proposto». Vedi l’ampia dipendenza giovanile. La persona per non riconoscere la propria inadeguatezza di progetto, vive questa sua pochezza non come stimolo per migliorare se stesso e piuttosto dei linguaggi simbolici prevale la violenza. Tuttavia, in questi ultimi anni un altro passo nell’uso della violenza è stato compiuto. Al tempo della mia giovinezza la logica delle Brigate rosse si basava sulla «violenza simbolica»: erano feriti o uccisi magistrati, poliziotti, militari, avvocati e giornalisti ritenuti simboli dello «Stato borghese». Recentemente, coesistono violenze che uccidono anche persone ignote (prendo una macchina e vado su un marciapiede a grande velocità e uccido dieci persone che non conosco). Sta apparendo anche una violenza senza un valore simbolico, è violenza per violenza che ormai si sta liberando senza più limiti. Non c’è nella coscienza attuale la capacità di accettare critiche perché non si accetta più la nostra inadeguatezza. (Ricordate lo hostis iustus cui si concedeva l’onore delle armi?) Nella giovinezza la civiltà personale è un compito molto difficile, vi riporto una frase che mi è stata detta da un ragazzo di cultura superiore con laurea sulla propria condizione: «Sempre più connessi ma più isolati, disorientati, impotenti, non distinguiamo più tra reale e virtuale, siamo privati dei gesti e delle occhiate in una socialità fredda, recitata e finta. Temiamo l’autenticità nostra e degli altri». Avevo scritto qualche tempo fa che l’uomo capitalista e il suo oppositore (complici alleati involontari) hanno sancito che Dio è morto e che dovremmo rimettere in moto quattro virtù teologali dell’oggi, che ci possono salvare da ciò che annichilisce la coscienza in modo peggiorativo. Queste virtù sono onestà intellettuale ed etica, curiosità per l’opinione altrui, carità interpretativa e valore al senso del limite; perché nessuno può bullizzare un fragile mentale perché differente. Termino con un elogio del compromesso, che ha bisogno di un cammino di formazione critica per vincere la resistenza all’esercizio del compromesso e al vissuto di perdita di potere e di sconfitta dell’Io. Tale interiore «fobia» è la sfiducia nel costruire una «novità» possibile di cui l’Io sia solo parziale detentore del potere. Come noto le differenze formano le identità personali. Il compromesso vuol dire che io insieme a te, avendo una visione diversa, ho potuto elaborare con te e abbiamo trovato qualcosa in comune che non va più bene solo a te o solo a me ma a noi due; questo è certo prova di fragilità di ognuno di noi due ma riconosco di essere fragile; la mia e la tua fragilità vuol dire autenticità. Il compromesso è un noi che nasce dal confronto, che costruisce un ponte per non scavare un fossato: non vinco io, non vinci tu ma vinciamo insieme; il compromesso è «la forza di chi sa amare senza dominare, ma rispettando l’altro». L’incivilimento della coscienza è possibile a una condizione fondamentale: se noi siamo presi completamente da quello che facciamo ogni giorno o siamo profondamente unilaterali e non curiosi di migliorare, noi non usciremo da questa storia di possibile aggressività. Noi dobbiamo essere attori della nostra vita, ma anche spettatori, cioè distaccarci, fermarci ogni tanto, chiederci che cosa stiamo facendo, come stiamo lavorando, come ci muoviamo nelle relazioni con gli altri, come creiamo le alleanze possibili per vivere meglio in ogni relazione umana che viviamo. Siate curiosi, coltivate interessi, rispettate le virtù teologali e migliorate la vostra cultura come credete: la vita è un dono ma la coscienza più matura è una conquista sempre. Ci piaccia o no. A conclusione vorrei proporre qualche «ricetta» per vivere meglio e senza necessità di aggressività. In primo luogo di andare a rivedere il film di P. Docter dal titolo Inside out. In questo fantastico film di cartoni animati, si narra come le emozioni fondamentali umane (gioia, rabbia, disgusto, disprezzo, sorpresa, paura, meraviglia, empatia) – personaggi attori –, i ricordi e la razionalità interagiscano; vi si rappresentano le possibili relazioni con i condizionamenti e gli adattamenti: al fine di trovare le isole di «senso» e di maturazione personale, attraverso alleanze, solitudini, conflitti, cooperazioni. Come la vita. Poi di meditare su due citazioni: la prima è una frase di un grande scrittore di fantascienza, perduto nel 2007, Kurt Vonnegut, che in una conversazione meravigliosa con gli studenti universitari donò loro questa frase: «Contro chi vuole cancellare la bellezza della coscienza, la compassione, la consapevolezza curiosa di potersi esprimere con più linguaggi di fronte alla violenza, fermiamoci, ascoltiamo, cantiamo, scriviamo, creiamo, danziamo la vita, lavoriamo bene, distacchiamoci con coraggio, dobbiamo nutrire noi stessi come singoli e la comunità per curare le nostre solitudini in modo maturo, non già con l’apatia, con l’impulsività e con la guerra. Quando siete felici fateci caso». La seconda è di un professore universitario cattedratico di pedagogia religiosa all’Università di Munster, che è islamico e si chiama Mohammed Korghide. Egli ha pubblicato un libro il cui titolo è: «Senza ebrei, nessun Islam». Egli scrive: «Anziché strumentalizzare il passato per legittimare un presente eletto come giusto per sempre e dunque immutabile, occorrono narrazioni per un futuro cui ci dobbiamo affacciare fuori dalla logica della negazione dell’altro e del vittimismo; certamente occorre reinventarsi identità che trascendano l’essere immediato per divenire soggetti di pace, di creatività, di dialogo. Ciò non tradisce la storia personale né sociale ma la trasforma in un futuro possibile, contro tutte le semplificazioni ideologiche, sempre connesse a consolidare poteri personali o politici e dove il presente è senza nessuna speranza del divenire diverso dell’attuale». Questa riflessione del professor Korghide è l’unico altrove possibile di una civiltà della coscienza che volevano Einstein e Freud. Dedico questo scritto alla memoria del mio più grande maestro di clinica Professor Giovanni Jervis che ho perduto nel 2009. A lui il mio ricordo riverente e indelebile. Giovanni Mastrangeli (1944) si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1969 divenendo poi specialista in neuropsichiatria e psicoterapia presso l’Università di Siena nel 1974. È stato medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale della città di Reggio Emilia dal 1971 al 1976. Dal 1976 al 1989 medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale di Viterbo. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Consulente in Psicogeriatria e in comunità psichiatriche come psicoterapeuta e psicofarmacologo clinico.

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    III Funzioni del dispositivo fantascientifico Il testo interpreta la fantascienza come un dispositivo nel senso agambeniano, ovvero come una macchina capace di produrre soggettivazioni e, attraverso di esse, forme di governo dell’immaginario collettivo. Di fronte all’accelerazione delle trasformazioni tecnico-scientifiche, la fantascienza ha svolto la funzione di adattare psicologicamente e culturalmente le società moderne, costruendo soggettività flessibili e plastiche. L’autore individua sei funzioni principali del dispositivo fantascientifico: automatismi, antropocentrismo, velocità, episteme, magia e animismo. Attraverso queste dimensioni, la fantascienza ha contribuito a rendere governabili crisi, innovazioni e nuove entità, ampliando l’orizzonte del pensabile. Il testo suggerisce infine che, esaurita questa funzione storica, sia oggi necessario interrogarsi sui nuovi dispositivi emergenti. A questi due link è possibile trovare gli altri due articoli di Spagnul sul tema <> e <> Il dispositivo è, cioè, innanzitutto una macchina che produce soggettivazioni, e solo in quanto tale è anche una macchina di governo. – Giorgio Agamben1 Fantascienza come dispositivo, quindi come macchina che produce soggettivazioni che prevedano quelle correzioni e invenzioni di nuove parole in grado di sopperire all'inadeguatezza di un linguaggio sempre più obsoleto di fronte alla velocità esponenziale delle trasformazioni tecnico-scientifiche in atto. Trasformazioni che se un tempo si misuravano nell'arco di migliaia di anni, poi di secoli, nell'ultimo secolo e mezzo avevano raggiunto il ritmo di decenni se non addirittura di singoli anni. Potremmo dire, ricorrendo a un'opera della fantascienza classica come City, per far fronte alla necessità di un adattamento psicologico delle masse alle mutate condizioni del Progresso2. Dispositivo quindi che per governare, cioè in questo caso per costruire un immaginario all'altezza delle esigenze di una società in veloce e costante trasformazione, deve costruire soggettività capaci di estrema plasticità. Una plasticità in grado di rispondere alle svariate poste messe in gioco in questa Modernità all'apice della sua crescita (definita da alcuni già post-moderna) per poterle sottoporre ad aggiustamenti continui costantemente verificabili. Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, la fantascienza partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati – Fandom, è stata capace di contaminare, in modo sempre più pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità, giochi, ecc. fino all'invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell'agire. Esaurite le sue funzioni, ciò che serve oggi per comprendere quale nuovo dispositivo si stia formando, sovrapponendosi a quello finito, occorre iniziare con un richiamo ad alcune delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, in modo più o meno efficace, assolte. Qui di seguito ne abbiamo elencate sei, ma altre, ovviamente, si potrebbero (potranno) aggiungere: 1 Automatismi La fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l'urto dei processi trasformativi (ad opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità di reiterazione di gesti ossessivi compulsivi. 2 Antropocentrismo L'eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l'umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all'idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell'aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all'umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l'universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l'immagine dell'extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l'umano, l'essere che scopre e si rapporta all'altro, allo sconosciuto dell'infinito. 3 Velocità L'accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l'esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica ma che dato l'aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose di Latour, la Cosmopolitica di Stengers o il divenire prima cyborg, poi compost, di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell'immaginario fantascientifico. 4 Episteme In ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un'intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell'arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l'unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L'ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell'essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare. Un nuovo episteme, che come in ogni periodo della storia umana determina «una forma generale delle forme del pensiero; e come l'aria che respiriamo, tale forma è così translucida, così pervadente e così evidentemente necessaria, che solo con uno sforzo estremo riusciamo a divenirne coscienti»3. 5 Magia La nascita della fantascienza (1926) sancisce il distacco col secolo del positivismo. Al fantasma, entità ibrida tra razionale e irrazionale, magia e scienza, subentra l'ufo, entità tecnologica aliena, un diverso tipo di ibridazione tra scienza e fantasia. Un taglio che comunque non potrà essere così netto se un illustre inventore come Thomas Alva Edison si misurerà con la progettazione di un apparecchio capace di comunicare con gli spiriti: il necrofono4. Ed è interessante notare qui che negli stessi anni venti, un radiotecnico, Hugo Gernsback (figura assai meno illustre e per di più implicata nella nascita di un genere letterario poco qualificato come la fantascienza) tenterà a sua volta di progettare uno strumento dalle ambizioni però meno fantastiche: il Trought Record per rilevare le onde cerebrali. Se quindi si può correttamente dire che «l'innovazione tecnologica si sia sempre nutrita di elementi magici e fantasmatici, nello stesso tempo in cui plasmava l'immaginario collettivo»5 per contro possiamo anche affermare che proprio quel particolare tipo di immaginario fantascientifico nascente assolveva di fatto a una modalità di transizione purificatrice di quegli elementi più magici e fantasmatici. Siamo nel secolo della tecnoscienza, il passaggio è dall'ectoplasma all'ufo: Orson Welles nel 1938 annuncerà dallo strumento radiofonico l'invasione dei marziani (enfatizzando il riscontro pubblico e quindi creando una eco di impatto sull'immaginario ancor maggiore) e, meno di dieci anni più tardi, nel 1947 verrà ufficialmente avvistato il primo oggetto non identificato. 6 Animismo La fantascienza ci ha abituati all'idea che gli oggetti che noi pensiamo, a loro volta potrebbero pensarci e influenzarci: una possibilità di per sé inquietante e potenzialmente destabilizzante. Quella che oggi definiamo senza alcuna apprensione intelligenza delle cose è diventata priva di particolare patos proprio grazie a quel lungo processo di addomesticamento del nostro pensiero e delle nostre emozioni da parte di un immaginario fantascientifico che si è assunto la responsabilità di classificare e di rendere pertanto governabili tutte quelle problematiche suscettibili di produrre incidenti o degenerare in possibili rivolte da parte di quegli oggetti che solerti, quanto imprudenti, apprendisti stregoni hanno strappato all'inerzia della vile materia inorganica. Scienziati pazzi o meno, la scienza nel connubio mefistofelico con la tecnica fornisce quel materiale di natura instabile, tra artificiale e naturale, che mette a rischio qualunque certezza ontologica su cui la nostra presunta natura umana fin ora aveva potuto fare affidamento. A un nuovo genere, a un nuovo immaginario, viene affidato il compito di assurgere a ombrello protettivo contro i nuovi fantasmi e i nuovi incubi che le nuove tecnologie avrebbero inevitabilmente generato. Note: Giorgio Agamben, Che cos'è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006, p. 29. City è un'opera di Clifford D. Simak originariamente nata come serie di otto racconti pubblicati tra il 1944 e il 1951 su rivista e nel 1952 riuniti come romanzo. Alfred N. Whitehead, Avventure d'idee, Bompiani, Milano 1961, p. 12. «Nel suo The Diary and Sundry Observations (pubblicato postumo nel 1948 dai suoi discendenti), si trova un capitolo intitolato Il regno dell'aldilà nel quale Edison sviluppa una lunga teoria sulla sopravvivenza della personalità dopo la morte. Il suo dispositivo sarebbe pienamente idoneo a rilevare le parole di un soggetto trasformato in ciò che lui chiama unità di vita che vibrano e si disperdono attraverso l'etere. Il principio di questa macchina si basa su una specie di valvola (o turbina a vapore), la cui funzione consiste nell'amplificare ogni energia, per quanto piccola possa essere, richiamando il funzionamento del fonografo progettato per permettere l'intensificazione delle vibrazioni sonore. Molto diffusa nel XIX secolo, in particolare nel movimento legato al magnetismo, la tesi secondo cui l'universo sarebbe immerso in un etere invisibile va a supportare l'idea che tutti i fenomeni fisici sarebbero per essenza vibrazioni e frequenze variabili impercettibili all'essere umano. Lo stesso Edison sarà parte integrante di questo immaginario paraspiritico, esprimendo svariate volte la sua intenzione di creare uno strumento che faciliti gli scambi con l'aldilà», Mireille Berton, Dal medium (spiritico) ai media (tecnologici) in (a cura di) Anna Caterina Dalmasso e Barbara Grespi, Mediarcheologia, Raffaello Cortina, Milano, 2023, p. 268. Giancarlo Grossi, Fantasmi mediali in (a cura di) Anna Caterina Dalmasso e Barbara Grespi, Mediarcheologia, Raffaello Cortina, Milano 2023, p. 194. III Offices of sci-fi system By Giuliano Spagnul The device is, first and foremost, a machine that produces subjectifications, and only insofar as it does so is it also a machine of governance – Giorgio Agamben¹ Science‑fiction as a device, therefore as a machine that generates subjectifications, must anticipate the corrections and inventions of new words capable of compensating for the inadequacy of an ever more obsolete language in the face of the exponential speed of technical‑scientific transformations underway. Transformations that once were measured over millennia, then centuries, have in the last one and a half centuries accelerated to the pace of decades, if not single years. We might invoke a classic work of science‑fiction such as City to meet the psychological adaptation needs of the masses to the altered conditions of Progress2. Thus, a device that governs — here, that constructs an imagination worthy of the demands of a rapidly and constantly transforming society — must forge subjectivities of extreme plasticity. Such plasticity must respond to the myriad positions at stake in this Modernity at the apex of its growth (already deemed post‑modern by some) in order to subject them to continuous, verifiable adjustments. In its nature as a highly sophisticated and effective device, science‑fiction, starting from the level of popular genre literature aimed at a varied, occasional mass audience with a limited core of true enthusiasts — the fandom — has been able to permeate, increasingly pervasively, other genres and media: cinema, radio, television, comics and illustration, advertising, games, and so forth, up to the invention of new words and modes of thought and action. When its functions are exhausted, what is needed today to understand which new device is forming, overlapping the completed one, is to begin with a recall of some of its most important functions, which we consider it possesses, more or less effectively, in total. Below we list six, though others could (and will) be added: 1 Automatisms Science‑fiction has decisively contributed to ensuring that the shock of transformative processes (driven by technology operating at an exponential speed) can be supported by some form of stability, however precarious and constantly redefined. A new equilibrium in which the routine mechanisms indispensable to the maintenance of any society and collective life can still be produced effectively, even as they increasingly reveal themselves in their brazen mechanicality of compulsive, obsessive gestures. 2 Anthropocentrism Human exceptionalism, having lost its semi‑divine origin, seeks a new foothold that restores, in some way, a place in the world and possibly preserves a certain privilege. Science‑fiction has accustomed us to the idea that, although we are part of nature and thus of the profane world, our exceptionality rests on a unique, highly sophisticated (and ambitious) experiment of the laboratory/nature. By forging multiple forms of intelligent existence, science‑fiction returns to humanity a new meaning as the prototype of a particular, superior life form that can expand throughout the entire universe. Whatever the conceivable extraterrestrial image, the point of comparison always remains the human — the being who discovers and relates to the other, to the unknown infinite. 3 Lick The acceleration of technoscientific development has exponentially increased the existence (through discovery/invention) of other beings, other worlds. A new consciousness, founded on a premise that seeks truth and acceptance through testing, poses a novel question to humanity: which of these new entities should be excluded — and thus rendered expendable — or, alternatively, embraced, thereby doubling or tripling the world that hosts us? This choice no longer rests solely on peaceful co‑habitation; given the demographic surge of humans and the continual proliferation of new entities, it becomes a practical, urgent, and indispensable political matter. The Parliament of Things (Latour), the Cosmopolitics (Stengers), or Haraway’s transition from cyborg to compost are conceivable only from this expansion of our thought indebted to the science‑fictional imagination. 4 Episteme Ultimately, science‑fiction can be seen as the effort of a collective intelligence to grasp what it is not yet ready for, what might be understood only by a broader mode of thought than currently exists. Applying this to the crisis that, originating in the West during the twentieth century, has become global, means seeking to resolve it on a plane other than that which generated it — the only historically viable path out of any crisis. The expansion of consciousness that any development generates in the human being inevitably entails an equivalent level of individual and collective crisis, demanding a broader, collective effort to imagine what might overcome it in the absence of effective past solutions. This is an imaginative experiment compelled more by a future to be built than by adherence to past dictates — a new episteme that, as in every period of human history, determines «a general form of the forms of thought; and like the air we breathe, this form is so translucent, so pervasive, and so evidently necessary that only through extreme effort can we become conscious of it»3³. 5 Wizardry The birth of science‑fiction (1926) marks the break with the century of positivism. The ghost, a hybrid entity between rational and irrational, magic and science, gives way to the UFO, an alien technological entity — a different kind of hybridization of science and fantasy. Yet this cut cannot be entirely sharp: an illustrious inventor such as Thomas Alva Edison contemplated a device capable of communicating with spirits — the necrophone⁴. Likewise, in the 1920s, radio engineer Hugo Gernsback (far less illustrious, yet instrumental in the birth of the low‑brow literary genre of science‑fiction) attempted to design a device with less fantastical ambitions: the Trought Record to detect brain waves. Thus, it is accurate to say that «technological innovation has always been nourished by magical and phantasmal elements, even as it shaped the collective imagination»⁵; conversely, the nascent science‑fictional imagination served as a purifying transition for those magical and phantasmal” elements. We are in the age of technoscience; the shift is from ectoplasm to UFO: Orson Welles, in 1938, announced the Martian invasion over the radio, amplifying public impact and further imprinting the imagination; less than a decade later, in 1947, the first unidentified flying object was officially sighted. 6 Animism Science‑fiction has accustomed us to the idea that objects we think about might, in turn, think of us and influence us — a notion inherently unsettling and potentially destabilizing. What we now call intelligence of things has lost its particular pathos precisely because of the long process of taming our thought and emotions by a science‑fictional imagination that has taken on the responsibility of classifying and thereby governing all those problems capable of causing accidents or sparking revolts by objects that, like reckless apprentice sorcerers, have been torn from the inertia of inert matter. Whether mad scientists or not, science, in its Mephistophelean union with technique, provides an unstable material — between artificial and natural — that threatens any ontological certainty on which our presumed human nature has thus far relied. A new genre, a new imagination, is entrusted with the task of becoming a protective umbrella against the new ghosts and nightmares that emerging technologies will inevitably generate. Notes: 1. G. Agamben, Cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Rome 2006, p.  29. 2. City is a work by Clifford D.  Simak originally published as a series of eight stories between 1944 and 1951 in a magazine and collected as a novel in  1952. 3. A.  N. Whitehead, Avventure d'idee, Bompiani, Milan 1961, p.  12. 4. «In his The Diary and Sundry Observations (posthumously published in 1948 by his descendants) there is a chapter titled The Kingdom of the After‑life in which Edison develops an extensive theory on the survival of personality after death. His device would be fully capable of detecting the words of a subject transformed into what he calls units of life that vibrate and disperse through the ether. The principle of this machine is based on a kind of valve (or steam turbine) whose function is to amplify any energy, however small, recalling the operation of the phonograph designed to intensify sound vibrations. Widely spread in the 19th century, especially within the magnetism movement, the thesis that the universe is immersed in an invisible ether supports the idea that all physical phenomena are essentially vibrations and variable frequencies imperceptible to humans. Edison himself became an integral part of this paraspiritual imagination, repeatedly expressing his intention to create an instrument that would facilitate communication with the after‑life». M.  Berton, Dal medium (spiritico) ai media (tecnologici) (From the Spiritual Medium to Technological Media), in A. C. Dalmasso & B. Grespi (eds.), Mediarcheologia, Raffaello Cortina, Milan 2023, p.  268. 5. G.  Grossi, Media Ghosts, in A. C. Dalmasso & B. Grespi (eds.), Mediarcheologia, cit., p. 194.

  • konnektor

    Sequestro a Caracas Peter Keighron La dissonanza cognitiva del presidente americano, la miopia del suo team, a cominciare dal suo segretario di Stato, l’incapacità e il comportamento intellettualmente e politicamente servile delle classi dirigenti europee cosiddette nazionali, a cominciare da Macron, Starmer, Merz e Meloni, e la meschinità e la mediocrità dell’élite dirigente dell’Unione Europea, a cominciare dalla sua patetica Alta Rappresentante Kaja Kallas e dall’infame presidente della Commissione, così come l’enormità e la potenza dei bisogni, i disegni politico-intellettuali e il supersfruttamento e l’iperdominio subiti dalle classi lavoratrici e povere globali stanno aprendo un processo genuinamente costituente, diseguale ma cadenzato, su scala del sistema-mondo capitalista. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review». Due decenni prima che le forze statunitensi rapissero il presidente venezuelano Nicolás Maduro, Hugo Chávez aveva già previsto questa strategia: Anni fa, qualcuno mi disse: «Finiranno per accusarti di narcotraffico, a te personalmente, te, Chávez. Non diranno solo che il governo lo sostiene o lo permette, no, no, no. Cercheranno di applicare anche a te la formula Noriega». Stanno cercando un modo per associare direttamente Chávez al narcotraffico. E allora, tutto è lecito contro un «presidente narcotrafficante», no? La mattina del 3 gennaio, Trump ha twittato un messaggio di buon anno. Gli Stati Uniti avevano condotto «un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader». Il presidente Maduro e sua moglie Cilia erano stati «catturati e portati fuori dal Paese». Trump ha detto che avrebbe fornito maggiori dettagli entro poche ore. Tuttavia, i dettagli non erano chiari. Più tardi, quello stesso giorno, un vecchio amico di Caracas mi ha chiamato per dirmi che da tempo erano in corso negoziati segreti tra il regime e gli americani. Gli americani volevano la testa di Maduro, che si è rifiutato di consegnarsi. Secondo il «New York Times», gli avevano offerto di trasferirlo in Turchia a godersi un esilio dorato, ma lui ha rifiutato, il che dice molto a suo favore. E sebbene abbia ripetutamente offerto di negoziare con Washington sulle questioni relative al petrolio e al traffico di droga con Stati Uniti, ha anche mobilitato il popolo venezuelano contro lo schieramento della potenza militare di Trump nei Caraibi. Evidentemente, il governo Trump ha preferito negoziare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente, e altri in Venezuela, dove i due ministri chiave sono Diosdado Cabello, al ministero dell’Interno, e Vladimir Padrino, al ministero della Difesa. Entrambi godono del sostegno dell’esercito, che conta circa 100.000 effettivi, e Cabello dirige anche la milizia popolare, il cui numero è ancora maggiore secondo tutte le informazioni. Mentre Trump rafforzava la minacciosa presenza navale statunitense nei Caraibi negli ultimi mesi, il governo Maduro rispondeva armando determinati settori della popolazione. La domanda su chi governi ora il Venezuela è quindi diventata cruciale. La prima risposta è arrivata da Trump: «Governeremo il Paese fino a quando non saremo in grado di attuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa». Ma l’amministrazione Trump si trova a un bivio. La base MAGA non è favorevole a inviare truppe statunitensi a morire in paesi stranieri, cosa che è stata un elemento centrale della campagna elettorale condotta contro i Democratici e la vecchia guardia del Partito Repubblicano in relazione all’Afghanistan e all’Iraq. Non vogliono truppe statunitensi sul terreno in Venezuela. Allo stesso tempo, gli emigrati latino-americani estremisti di destra rappresentati da Rubio non sono d’accordo che i bolivariani rimangano al potere a Caracas. A un certo punto si è parlato della possibilità che Marco Rubio potesse essere nominato governatore o console de facto, incaricato di imporre le giuste direttive al governo venezuelano. Nel frattempo, i messaggi provenienti da Caracas sono stati contraddittori. Il giorno dopo la cattura di Maduro, il ministro dell’Interno Cabello ha dichiarato: Questo è un attacco contro il Venezuela. Siamo pronti e preparati. Facciamo appello al nostro popolo affinché mantenga la calma e abbia fiducia nei leader. Non permettete a nessuno di scoraggiarsi o di rendere più facili le cose al nemico aggressore. Delcy Rodríguez, confermata dalla Corte Suprema del Venezuela come presidente ad interim per i prossimi tre mesi, è apparsa alla televisione di Stato per chiedere il rilascio di Maduro. Trump l’ha attaccata in un’intervista concessa a «The Atlantic» per non essersi mostrata abbastanza flessibile, affermando che aveva fatto promesse che ora doveva mantenere e minacciandola apertamente: «Se non fa la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro». E ha continuato: «Qualunque cambio di regime, o come volete chiamarlo, sarebbe meglio di quello che c’è ora. Non può essere peggio». L’amministrazione Trump sembra incapace di comprendere che – indipendentemente da ciò che la gente pensa di Maduro – pochissimi venezuelani accoglierebbero con favore un’invasione del loro Paese da parte degli Stati Uniti. Si tratta di un atteggiamento che risale a Simón Bolívar, il quale avvertì specificamente l’America Latina di stare attenta al nuovo impero del Nord e resistere alla tentazione di sostituire il dominio spagnolo con quello statunitense. Da domenica scorsa, in molte parti del Paese si sono svolte manifestazioni per chiedere il rilascio di Maduro, compresa una grande manifestazione a Caracas. Lo sgomento va ben oltre la base di sostegno del regime. A un importante leader cattolico contrario a Maduro, intervistato da BBC Radio 4 il 5 gennaio, è stato detto: «Deve essere molto contento ora». E lui ha risposto: «No, non siamo contenti. Non ci piace che il nostro Paese venga occupato e la maggior parte dei venezuelani non vuole che sia occupato». * Come aveva avvertito Chávez, Trump e Rubio hanno cercato di incolpare Maduro di «narcoterrorismo», ultima versione di quelle invisibili armi di distruzione di massa, addotte per invadere l’Iraq. «Maduro NON è il presidente del Venezuela», ha twittato Rubio la scorsa estate, «e il suo regime NON è il governo legittimo. Maduro è il capo del Cartello dei Soles, un’organizzazione narcoterroristica che ha preso il controllo del Paese. Ed è accusato di introdurre droga negli Stati Uniti». Come è noto, Rubio stesso proviene da una distinta famiglia di trafficanti di cocaina, implicata a fondo nel traffico di droga in tutto il Sud America. I suoi familiari sono coinvolti da anni nel contrabbando di cocaina negli Stati Uniti. In qualità di segretario di Stato, ha inserito trafficanti di droga in tutti i governi filo-statunitensi del continente. Non sorprende che alcuni sostengano che l’assalto potrebbe essere in realtà una manovra di Rubio per difendere i narcotrafficanti sponsorizzati dagli Stati Uniti dai trafficanti più autonomi, che esistono anche in quella parte del mondo. Ironia ulteriore è che la Delta Force, la squadra speciale antiterrorismo dello Stato americano che ha rapito il presidente venezuelano, è considerata da molti una rete dedita al traffico di droga all’interno degli Stati Uniti. Il giornalista investigativo Seth Harp, nel suo libro The Fort Bragg Cartel: Drug Trafficking and Murder in the Special Forces (2025), documenta gli omicidi commessi e il traffico di droga effettuato all’interno e nei dintorni delle strutture dell’esercito statunitense nella periferia di Fayetteville, nella Carolina del Nord. Il testo di Harp è entrato nella classifica dei libri più venduti del «New York Times» e i critici hanno ampiamente accettato le sue conclusioni. Quindi questa operazione criminale statunitense sarebbe stata condotta dal proprio cartello della droga. Non c’è alcun senso di vergogna in questo, né nulla che nemmeno gli si avvicini. Lo fanno e basta, partendo dal presupposto che la gente continuerà ad accettare ogni cosa finché potranno vantare qualche successo. Impossibile ignorare, ovviamente, il tweet del procuratore generale Pam Bondi sulle cosiddette accuse contro Maduro, che hanno un che di folle: Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati incriminati nel Distretto Meridionale di New York. Nicolás Maduro è stato accusato di associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all'importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti. Nessun avvocato serio degli Stati Uniti potrebbe prendere sul serio tutto questo. È tutta una farsa. Accusare un presidente in carica, che avete appena rapito mentre bombardavate la sua capitale, di «associazione a delinquere finalizzata al possesso» di armi automatiche è grottesco. Bondi sta mettendo in scena un processo-spettacolo, ma potrebbe non essere così facile come crede. Senza dubbio, alcuni dei migliori avvocati statunitensi difenderanno Maduro e si occuperanno del caso. Appare evidente, comunque, che le nomine di questo secondo governo Trump sono state fatte in gran parte in base a criteri di lealtà e non di competenza – selezionando persone che non mettano mai in discussione il presidente e le sue idee stravaganti – come chiarisce l’intervista al capo di gabinetto di Trump pubblicata su «Vanity Fair». L’assenza di un’opposizione seria nel Paese in grado di insistere sull’autorità del Congresso suggerisce un processo di decadenza all’interno delle stesse istituzioni della democrazia borghese statunitense. Molti hanno indicato – come sottolineava lo stesso Chávez – che questo è lo stesso copione del caso Noriega. Ma c’è un aspetto importante in cui Maduro, quali che siano le sue debolezze, non può essere paragonato a Noriega. L’uomo forte panamense aveva lavorato efficacemente per la CIA fin dagli anni ‘50, trafficando armi per gruppi di destra coinvolti pesantemente nel traffico di droga, prima di inimicarsi Washington. Era stato addestrato alle ben note tecniche di tortura nella famosa Scuola delle Americhe, dove innumerevoli mafiosi, trafficanti di droga e riciclatori di denaro sporco hanno avuto la loro prima esperienza per capire cosa ci si aspettava da loro. Gli Stati Uniti lo trattarono molto male, nonostante tutto ciò che aveva fatto per loro. Noriega iniziò a sviluppare nella sua mente qualche idea sulla sovranità nazionale e a quel punto il governo di George H. W. Bush decise con rabbia di farlo fuori. Tuttavia, quell’operazione fu sostenuta da un’invasione militare statunitense, prima che un distaccamento congiunto Delta-SEAL lo portasse via dal suo palazzo e lo consegnasse agli U.S. Marshals per chiuderlo in prigione dopo un processo farsa. Ma c’è un altro precedente da non dimenticare: quello di Jean-Bertrand Aristide, presidente di Haiti all’inizio degli anni ‘90 e, di nuovo, dalla sua elezione nel 2001 fino alla sua destituzione nel 2004. Inizialmente moderato, Aristide osò affermare che la Francia doveva risarcire Haiti per gli enormi danni che l’isola era stata costretta a pagare al suo ex padrone coloniale per il reato di aver abolito la schiavitù dopo la rivoluzione haitiana del 1791-1804, un indennizzo pari a circa 21 miliardi di dollari attuali. Parigi temeva che ciò potesse costituire un precedente per le richieste di risarcimento algerine. Nel febbraio 2004 funzionari francesi e haitiani hanno collaborato con gli Stati Uniti per costringere Aristide ad abbandonare il Paese. C’è una nota interessante a questo proposito. Nella primavera del 2004 mi trovavo a una conferenza a Caracas, quando questa operazione franco-americana ha avuto luogo. Il giorno dopo il rapimento di Aristide, ho detto a Chávez: «Perché non gli hai offerto asilo?». Lui ha risposto: «Sono molto turbato da questa vicenda. Aristide ha cercato di parlarmi al telefono, ma eravamo impegnati con la conferenza. Quando ho ricevuto il messaggio, era già troppo tardi. Lo avevano già mandato in Sudafrica, e mi dispiace». Gli ho detto che presto sarei andato a Johannesburg per tenere una conferenza. Chávez mi ha detto: «Per favore, cerca di incontrarlo e digli che qui è il benvenuto. Dovrebbe tornare nella sua regione per combattere quei mascalzoni». In effetti, ho trasmesso il messaggio ad Aristide. Ma credo che Pretoria avesse un accordo per tenerlo in Sudafrica fino a quando gli Stati Uniti non gli avessero permesso di tornare ad Haiti. Maduro è l’ultimo di una lunga lista. Gli attacchi contro di lui ricordano quelli contro Chávez, continuamente accusato dai media occidentali di essere un dittatore. Perché? Perché indossava l’uniforme. Ma Chávez era estremamente popolare e ha vinto un’elezione dopo l’altra; non c’era neanche bisogno di andare fin negli Stati del Golfo e in Arabia Saudita per trovare persone infinitamente peggiori sotto tutti gli aspetti. La Costituzione radical-democratica di Chávez – che includeva il diritto di destituire il presidente tramite referendum, se necessario – fu denunciata dall’opposizione di destra, che poi cercò di utilizzare lo stesso meccanismo di destituzione contro di lui. Ero a Caracas in una delle occasioni in cui Jimmy Carter visitò il Paese per osservare le elezioni venezuelane. Rimase sorpreso quando, entrando in un ristorante nei rigogliosi sobborghi orientali della città, dove vive la borghesia, l’opposizione locale lo coprì di insulti. In seguito disse: «Non ho mai visto un’opposizione come questa in nessun altro posto». Quando gli chiesero: «Cosa ne pensa delle elezioni?», rispose che non aveva mai visto elezioni così eque in nessun altro Paese, compresi chiaramente gli Stati Uniti. Chávez ha sempre insistito sul fatto che la Rivoluzione Bolivariana doveva essere un’esperienza democratica, e così è stato. Molte persone, me compreso, ne hanno discusso con lui. Quando sono stati resi noti i primi risultati del referendum del 2004, ho chiesto a Chávez: «Compagno, cosa faremo se perdiamo?». Lui rispose: «Cosa si fa se si perde? Si abbandona la carica e si combatte di nuovo dall’esterno, spiegando perché hanno sbagliato». Era molto chiaro su questo punto. Ecco perché è una farsa accusare i suoi sostenitori di essere antidemocratici da sempre. Durante il periodo di Chávez, i giornali e le emittenti televisive dell’opposizione facevano incessantemente propaganda, attaccando il regime, cosa mai vista in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Quando la gente diceva a Chávez: «Dobbiamo prendere misure drastiche», lui rispondeva: «No, li combattiamo politicamente». Dal 2013 il regime ha perso la sua energia. Se Maduro ha vinto le elezioni del 2024, non è stato in grado di fornirne alcuna prova quando Lula glielo ha chiesto. Sul piano economico, non c’è dubbio che i bolivariani siano stati mal consigliati, anche durante l’era Chávez. Quando i migliori economisti keynesiani, tra cui Dean Baker e Mark Weisbrot, nonché Joseph Stiglitz, si recarono a Caracas, le loro raccomandazioni non furono seguite. Forse sarebbe stato meglio in quel momento rivolgersi ai cinesi. Ma il vero deterioramento economico è dovuto all’assedio degli Stati Uniti. Le sanzioni imposte alla vendita di petrolio, decise da Trump nel 2017-2018 e mantenute da Biden, hanno provocato l’abbandono del Paese da parte di almeno 7 milioni di persone, con rifugiati venezuelani che cominciavano ad arrivare a Miami, in Colombia e in altre parti dell’America Latina. Washington sapeva cosa stava facendo. Anche il sostegno delle forze armate venezuelane ha avuto un costo. Dopo il tentativo di colpo di Stato contro Chávez nel 2002, gli ho detto: «Questa è la tua occasione per attuare una massiccia ristrutturazione dell’esercito». Ma lui ha risposto: «Non è facile farlo. Stiamo licenziando tutti i generali di alto rango che erano a conoscenza o hanno partecipato al tentativo di colpo di Stato contro di me». Allora gli dissi: «Beh, è molto generoso da parte tua, perché se ci fosse stato un tentativo di colpo di Stato contro un governo eletto negli Stati Uniti, molto probabilmente il generale di più alto rango sarebbe stato giustiziato per tradimento e gli altri generali sarebbero stati incarcerati per anni. Ma tu sei stato molto gentile, hai lasciato andare alcuni di loro». Lui rispose: «È meglio che la puzza se ne vada». In quel momento mi sembrò una debolezza. Nonostante tutto ciò, per un lungo periodo il regime bolivariano ha messo insieme democrazia radicale, programmi di welfare e alfabetizzazione di ampio respiro e una politica estera internazionalista. Questa era la situazione. Il contributo cubano è stato molto importante, per le missioni mediche e tutto il resto. Ma i cubani non avevano nulla da insegnare sulla democrazia, purtroppo. Con l’inasprirsi del blocco economico, Caracas ha abbandonato praticamente tutte le riforme chaviste e ha optato per la dollarizzazione e l’austerità a partire dal 2019. In politica estera, tuttavia, non hanno seguito questa strada. Hanno ridotto notevolmente le forniture di petrolio a Cuba a causa delle sanzioni statunitensi, ma non hanno abbandonato L’Avana. Hanno mantenuto una posizione ferma su Gaza e sul Medio Oriente, cosa che ovviamente ha infastidito gli americani. Come ha messo in chiaro Washington, vogliono un governo Rubio-Trump che sia dalla loro parte al 100%. * A livello ufficiale, la reazione internazionale è stata, come prevedibile, moderata. Naturalmente la Cina, la Russia e molte altre potenze regionali hanno condannato l’attacco militare e il sequestro da parte degli Stati Uniti e hanno chiesto l’immediato rilascio di Maduro e Flores. Dopo alcune esitazioni, gli europei si sono uniti nel sostenere il loro protettore, anche se con un po’ più di ambivalenza di quella mostrata nel sostenere il genocidio israeliano a Gaza. Macron ha inizialmente rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva ai venezuelani di «rallegrarsi» per il sequestro di Maduro, ma poi ci ha ripensato e ne ha rilasciata un’altra in cui affermava che la Francia «non sosteneva né approvava» i metodi statunitensi, prima di rilasciarne, come è sua abitudine, una terza in cui auspicava una transizione pacifica verso un Venezuela guidato da Edmundo González Urrutia. Merz ritiene che la legalità del rapimento sia «complessa». Anche Starmer si è mostrato evasivo, mormorando qualcosa sul «sostegno al diritto internazionale» ed evitando qualsiasi critica a Trump. Un doppio standard a cui i cittadini europei sono abituati. Da un lato, la Russia, contro la quale l’UE sta preparando il suo ventesimo pacchetto di sanzioni; dall’altro, Israele, che mantiene il suo status di nazione privilegiata. E ora c’è un terzo doppio standard: l’attacco al Venezuela. In confronto, l’atteggiamento del «New York Times», che ha definito l’operazione un esempio di «imperialismo moderno» che rappresenta «un approccio pericoloso e illegale al ruolo degli Stati Uniti nel mondo», è quanto meno più diretto. Il quotidiano cita alcuni rappresentanti repubblicani eletti, che si sono pronunciati al Congresso contro il modo di procedere di Trump: i senatori Rand Paul e Lisa Murkowski e i deputati Thomas Massie e Don Bacon. È possibile che si verifichino nuove mobilitazioni negli stessi Stati Uniti. Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha denunciato come atto di guerra l’attacco unilaterale contro una nazione sovrana e si sono già verificate proteste in otto città statunitensi. La solidarietà con la Repubblica Bolivariana è fondamentale. Non è in gioco solo il futuro del Venezuela, ma anche quello della Rivoluzione Cubana, la prima e, purtroppo, sembra che anche l’ultima rivoluzione socialista in America. Cuba è stata colpita e assediata costantemente dagli Stati Uniti: un’invasione sconfitta a Playa Girón, sanzioni continue, attacchi incessanti, bugie senza fine. Privata del petrolio venezuelano, fornito gratuitamente da quando i bolivariani sono saliti al potere, c’è motivo di temere per il futuro di Cuba. E se gli Stati Uniti riusciranno a «ripulire» il Venezuela, Cuba potrebbe benissimo essere la prossima. Potrebbe, però, rivelarsi più difficile del previsto. Le manifestazioni a Caracas dovrebbero servire da monito al governo Trump. Negli ultimi giorni, Delcy Rodríguez ha oscillato tra discorsi militanti, attaccando ciò che è successo, e parole rassicuranti per gli americani. Trump afferma: «Non ci interessa cosa dice, ci interessa cosa fa». Ha ragione. Molto dipenderà, non tanto da lei, perché è solo una figura decorativa, ma dall’esercito venezuelano, attore assolutamente cruciale. Il governo Trump potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma. I bolivariani continuano a controllare le forze militari e paramilitari venezuelane, i tribunali, l’industria petrolifera e tutti i livelli della burocrazia amministrativa. Le emozioni sono a fior di pelle, come ha chiarito il messaggio trasmesso all’Assemblea Nazionale del Venezuela dal figlio di Maduro. Il governo di Rodríguez sta negoziando, come sappiamo. Ma se Trump e Rubio aumentano troppo la pressione, data l’ostilità generale verso l’attacco statunitense, Caracas potrebbe essere costretta a mostrare una certa resistenza. Se Rodríguez e compagni si rifiutassero di collaborare a un certo punto, Trump potrebbe essere in grado di ignorarlo, ma il campo di Rubio no. A quel punto, la logica di trattare Caracas come un governo fantoccio potrebbe venir meno e la linea sarebbe: «Va bene, sono traditori, andiamo a prenderli», inviando finalmente le truppe sul terreno, il che produrrebbe ipso facto una situazione complicata. Causerebbe anche enormi tensioni all’interno dello stesso campo di Trump, dato che è qualcosa che ha ripetutamente promesso di non fare. Nel suo discorso del 2005, Chávez ha continuato dicendo: Fidel una volta mi disse: «Chávez, se questo dovesse succedere a te o a me, se ci invadessero, l’ultima cosa che faremmo sarebbe quella che ha fatto Saddam: nasconderci in un buco. Bisogna morire combattendo, in prima linea nella battaglia». Ed è quello che farei: se devo morire, morirò in prima linea con la dignità di un venezuelano che ama questo Paese. Per ora non c’è ancora niente di già deciso. 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Una hipótesis en varios indicios (I) «Diario Red» 15/10/2025 e ¿Intervendrá Estados Unidos en Venezuela? Una hipótesis en varios indicios (II) «Diario Red» 17/10/2025 Tariq Ali, politologo, storico, attivista pakistano naturalizzato britannico è uno scrittore di fama internazionale. Ha scritto più di venti libri di storia e di riflessione politica e sette romanzi (tradotti in più di una dozzina di lingue) pubblicati in Italia prevalentemente da Baldini e Castoldi, Rizzoli e Fazi. Fa parte del comitato editoriale della New Left Review e vive a Londra.

  • scienza e politica

    L’IA come realtà relazionale Robin Tomens Il testo analizza criticamente l’intelligenza artificiale contemporanea mettendola in relazione con la nozione di metatecnica, intesa come capacità umana di riflettere sulle tecniche e di rifondarle. Contro le narrazioni allarmistiche sull’autonomia dell’IA, l’autore distingue la metatecnica umana dalla meta-automazione del machine learning, che automatizza il processo stesso di progettazione senza possedere agentività reale. Viene discusso il fenomeno delle <> come limite strutturale dei modelli generativi, legato alla loro natura statistica e non percettiva. L’IA emerge così non come intelligenza autonoma, ma come tecnologia-mondo inserita in un ecosistema tecnico-industriale dominato da oligopoli, con forti implicazioni politiche, economiche ed ecologiche. A questo link è possibile trovare il primo articolo del comparto di Giorgio Griziotti dedicato all'Intelligenza Artificiale. La nozione di «intelligenza» è da tempo oggetto di controversie e ridefinizioni, tanto in ambito tecnoscientifico quanto nella speculazione filosofica e nelle scienze umane. Si tratta di una questione cruciale, che meriterebbe un’analisi a sé – ben oltre lo spazio e l’obiettivo di questo intervento – e che qui non possiamo che evocare senza addentrarci nelle sue implicazioni più profonde. I tentativi storici di formalizzare l’intelligenza umana, come nel caso del quoziente d’intelligenza (QI), elaborato all’inizio del XX secolo nell’ambito della psicometria1, si sono rivelati strumenti parziali e normativi, che rispondevano, tra l’altro, a esigenze di classificare e ordinare le capacità cognitive secondo criteri di efficienza funzionale e adattamento all’organizzazione del lavoro capitalista dell’era industriale.Piuttosto che assumere due blocchi distinti – l’intelligenza «umana» da un lato e quella «artificiale» dall’altro – qui mi interessa seguire come emergano configurazioni differenti quando si incontrano e si intrecciano: da un lato la metatecnica come forma propria dell’attività umana, dall’altro la meta-automazione come caratteristica dell’intelligenza artificiale generativa. Non si tratta di contrapporre due essenze, ma di analizzare ciò che emerge dalla loro interazione, dalle relazioni concrete che producono insieme. Questo aiuta anche a comprendere meglio dove si colloca l’IA contemporanea nella lunga storia della technè.Innanzitutto, occorre ridimensionare i numerosi discorsi sui presunti pericoli legati all’autonomia dell’intelligenza artificiale – che un giorno potrebbe agire indipendentemente dall’umano e prenderne il controllo – mettendo invece in evidenza quelli effettivi e verificabili nella realtà contemporanea. Affermazioni pseudo-divulgative diffuse in libri popolari sostengono che la principale preoccupazione dei ricercatori sarebbe che le macchine possano non solo superarci, ma distaccarsi da noi2. Mi sembrano argomentazioni fuorvianti, volte a distogliere l’attenzione dalle vere motivazioni della ricerca che, soprattutto nella sua dimensione applicativa, è spesso nelle mani di laboratori finanziati dal mostro bicefalo Big Tech–Big State e orientati più al profitto che a ideali conoscitivi; al tempo stesso proiettano sull’IA l’immaginario competitivo e antropocentrico del neurocapitalismo, occultandone le funzioni effettive. La vera pericolosità di uno strumento come l’IA sta altrove e soprattutto nelle modalità in cui essa è concepita, centralizzata e gestita come vedremo. Già alcuni decenni fa Donna Haraway, con la figura del cyborg femminista, indicava una via per dissolvere la falsa dicotomia tra umano e macchina. Seguendo quella traccia si tratta di assumere come oggetto d’indagine i fenomeni relazionali e ibridi che emergono dall’incontro fra intelligenza umana e artificiale. Veniamo ora ai due aspetti chiave della metatecnica e della meta-automazione cui accennavo. La metatecnica è al centro della riflessione del Boomernauta, il personaggio concettuale protagonista del mio ultimo libro3. La metatecnica – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – coinvolge la capacità di riflettere criticamente sulle tecniche, identificare i loro punti di forza e debolezza, e sviluppare nuove modalità di pensiero e approcci per affrontare i problemi complessi (Griziotti, 2023, p. 324). Questa facoltà, per ora esclusivamente umana, distingue la metatecnica dalle tecniche, anche sofisticate, possedute da altri agenti biologici non umani, i quali pur sviluppando strumenti e pratiche complesse, non hanno mai oltrepassato la soglia critica che separa l’uso della tecnica dalla speculazione sulla tecnica stessa – quella capacità propriamente umana di creare non solo strumenti, ma sistemi per pensare e generare gli strumenti. Il concetto di «automazione dell’automazione» (meta-automazione) come definizione del machine learning lo troviamo invece nel libro di Pasquinelli (Pasquinelli 2025, p. 237). In conclusione, il machine learning può essere visto come il progetto di automatizzare il processo stesso di progettazione delle macchine e di creazione di modelli, ovvero l’automazione della stessa «teoria dell’automazione del lavoro». In questo senso il machine learning e in particolare i grandi modelli fondativi rappresentano una nuova definizione della Macchina universale, grazie alla loro capacità non solo di eseguire compiti computazionali ma anche di imitare il lavoro e comportamenti collettivi su larga scala. La svolta che il machine learning ha finito per rappresentare non è soltanto «l’automazione della statistica», come il machine learning è talvolta descritto, ma l’automazione dell’automazione, portando questo processo alla scala della conoscenza collettiva e del patrimonio culturale. Inoltre, il machine learning può essere considerato come una prova tecnica dell’integrazione graduale tra automazione del lavoro e governance sociale (Pasquinelli 2025, p. 237). Sebbene nel suo libro Pasquinelli si concentri soprattutto sul ruolo dell’IA rispetto al lavoro nella produzione capitalista, il passo coglie una trasformazione importante. Il machine learning è una forma di automazione di secondo ordine, o «meta-automazione» che emerge come una soglia critica dell’automazione contemporanea: un processo che non si limita a eseguire compiti o a meccanizzare il lavoro cognitivo umano, ma punta a inglobare e scalare il processo stesso di ideazione, fino ad automatizzare la creazione di strumenti. Insomma la meta-automazione mira a integrare ed estendere la capacità umana di dare vita a nuove tecniche. Tuttavia, l’IA contemporanea resta vincolata a un impianto tecnico-industriale ben preciso, fondato su regimi di addestramento e su infrastrutture di controllo e sorveglianza dai costi ecologici proibitivi per il dispendio di calcolo ed energia, oggi concentrate negli oligopoli tecnico-finanziari. Per quanto estesi siano i dataset e sofisticate le correlazioni statistiche prodotte, il suo operare rimane confinato entro un perimetro definito. La sua apparente versatilità non deve trarre in inganno: l’IA non possiede agentività reale. Non può ridefinire i propri obiettivi, introdurre valori autonomi o generare contesti genuinamente nuovi. La loro «meta-competenza» – l’abilità di generare nuove soluzioni e procedure – resta quindi un fenomeno interno alla griglia dei dati, mentre la metatecnica umana trasforma attivamente i confini del possibile, introducendovi elementi radicalmente nuovi e non confinati in quel sistema. Un sistema di intelligenza artificiale può analizzare migliaia di film e produrre narrazioni e sceneggiature, ma non la rivoluzione operata dalla Nouvelle Vague francese alla fine degli anni Cinquanta. Quando Godard, Truffaut e altri spezzarono la continuità narrativa, fecero parlare i personaggi allo spettatore e trasformarono il film in riflessione critica sul medium stesso, non stavano ottimizzando il cinema hollywoodiano ma rifondando cosa significhi «fare cinema» introducendo interrogativi esistenziali sull’autorialità, sull’autenticità e sul rapporto tra finzione e realtà. L’IA può calcolare dentro la fisica newtoniana, ma non avrebbe mai concepito relatività o meccanica quantistica: rotture che richiedevano l’abbandono delle categorie stesse attraverso cui si comprendeva la realtà. Questa capacità di rifondare emerge dalla relazione tra singolarità e moltitudine: gesti che diventano trasformativi quando entrano in risonanza con pratiche collettive, conflitti materiali, trasformazioni di ciò che diventa possibile fare quando cambiano tecnologie, istituzioni e relazioni sociali. Se, come già avviene sui social, tali oligopoli possono ricavare informazioni ancor più rilevanti su di noi, non per questo le IA apprendono davvero da noi. Il loro apprendimento rimane confinato entro i limiti del dataset e delle logiche di ottimizzazione che lo governano. Le corporation utilizzano i nostri prompt per perfezionare modelli futuri, ma i sistemi con cui interagiamo non apprendono realmente dalla conversazione: non possono modificare la propria struttura o ridefinire i criteri interpretativi. Occorre dunque sfatare un luogo comune, spesso rilanciato anche da osservatori critici: l’idea che l’IA generativa impari dinamicamente e autonomamente dalle nostre domande. In realtà, i modelli non sono in grado di sedimentare conoscenza a partire dalle interazioni con gli umani. Al contrario, questi ultimi sono capaci di imparare dalle risposte dell’IA, pur subendone inevitabilmente l’influenza. L’apprendimento dei modelli invece è sempre mediato da dati preesistenti e supervisioni umane, e il loro funzionamento è fortemente vincolato da limiti tecnici e strutturali. Attualmente non esistono modelli in grado di superare questi limiti, né indizi che ciò possa accadere nel breve periodo. Tutto è allucinazione Dopo aver distinto la meta-automazione dell’IA dalla metatecnica propria della soggettività umana, e restando nell’ottica di un’indagine dei fenomeni che scaturiscono dalle loro interazioni piuttosto che di un confronto tra intelligenze, c’è a mio parere un nodo importante che può aiutarci a evidenziare i limiti tecno-politici dell’IA: le cosiddette «allucinazioni». Mentre l’allucinazione umana designa una percezione sensoriale vissuta come reale in assenza di uno stimolo esterno corrispondente, nel caso dell’IA generativa il termine assume un significato diverso. Nei Large Language Model si parla di allucinazione per indicare produzioni linguistiche che risultano insensate dal punto di vista umano: affermazioni scorrelate dal contesto, semanticamente fuorvianti rispetto agli input, o semplicemente errate pur essendo formulate in modo apparentemente coerente e plausibile. La questione solleva un interrogativo: se anche le macchine «allucinano», dove si colloca la differenza? La distinzione fondamentale risiede nella capacità di riconoscere l’errore. L’essere umano può interrogarsi sulla validità della propria percezione, confrontarla con altre esperienze, metterla in discussione. L’allucinazione della macchina è invece una disfunzione statistica: una correlazione probabilistica che produce output linguisticamente plausibili ma semanticamente vuoti, senza alcuna capacità di riconoscere autonomamente l’errore. Le nostre allucinazioni si misurano rispetto a un mondo condiviso e possono essere corrette dall’interno; quelle delle IA sono artefatti computazionali che richiedono verifiche esterne. Forse, secondo l’interessante ipotesi di Colin Fraser4, sarebbe più appropriato affermare che tutto ciò che produce un chatbot è frutto di allucinazione o «sogno», poiché non deriva dalla percezione di una realtà esterna, ma da calcoli statistici basati su testi umani nei quali prendono forma i nostri significati e interpretazioni del mondo sedimentati in rete. Fraser sostiene che «tutte le risposte degli LLM sono allucinazioni»5 perché il sistema «pensa» di ricostruire un documento esistente ma in realtà ne genera uno nuovo. Da questa prospettiva tecnica, non esisterebbe una distinzione intrinseca tra risposte sensate e «allucinazioni», ma solo output più o meno desiderabili rispetto al contesto d’uso specifico. La tesi è quindi che il modello stia facendo esattamente quello per cui è stato progettato: generare un testo plausibile attraverso un calcolo probabilistico applicato a dataset sempre più estesi. Questo può funzionare nella maggior parte dei casi, ma non sempre, specie quando abbiamo bisogno non di plausibilità ma di precisione. In questi casi rimproveriamo alla macchina di produrre risposte inesatte e inverosimili («allucinare»), invece di riconoscere che stiamo utilizzando uno strumento probabilistico anche per compiti di natura deterministica. Torneremo su questo punto.Questo premesso, le «allucinazioni» dell’IA non hanno tutte lo stesso statuto. Alcune sono errori fattuali incontrovertibili. Altre invece presentano un carattere più ambiguo: ciò che viene percepito come «allucinazione» dipende anche dal giudizio dell’utente e dal contesto interpretativo. In queste situazioni, ciò che in un caso appare come un errore, in un altro può rivelarsi coerente. In fondo, ogni produzione dell’IA è il risultato di un processo relazionale tra modello, dati e interpretazioni umane. Alla sua genesi concorrono, da un lato, il nostro modo di interrogare, di stabilire corrispondenze e di valutare – talvolta esercitando una pressione contestuale o un’influenza di altro tipo – e, dall’altro, il modo in cui l’IA recepisce la richiesta e genera sequenze di parole che, statisticamente, tendono a seguire il contesto dato. In un certo senso l’IA generativa è «stupida» nel suo funzionamento, poiché si fonda su un numero pressoché infinito di ripetizioni dello stesso calcolo statistico, eseguito alla massima velocità. Il principio di base è quello della previsione della parola (o simbolo) successiva6 a partire da una sequenza precedente, sulla base delle probabilità apprese durante l’addestramento su enormi quantità di dati.Come osserva Fraser, non sorprende che un grande modello, addestrato su dataset enormi, possa predire la parola successiva di un testo. Ciò che risulta quasi miracoloso è che, reimmettendo ciascun output del modello come input per il passo successivo in un loop, esso riesca alla fine a generare testi coerenti, spesso utili e talvolta sofisticati. Anche per suoi creatori, questo risultato fu inaspettato rispetto agli obiettivi originari di predizione di sequenze. Tuttavia tale effetto non costituisce una «scoperta scientifica», al massimo potremmo definirlo un risultato tecnico di notevole portata. È un evento che si colloca sul piano dell’ingegneria, non su quello dell’epistemologia scientifica, e che perciò si potrebbe paragonare alla tecnica elaborata da Brunelleschi per costruire la cupola di Santa Maria del Fiore senza impalcature7: un’innovazione costruttiva eccezionale per la sua epoca, ma non assimilabile a una scoperta teorica della scienza.Proprio qui, però, si rivela la portata filosofica dell’evento. Se da un lato non siamo di fronte a una scoperta scientifica, dall’altro stiamo assistendo all’emergere di qualcosa di più di una semplice protesi tecnologica. Non ci troviamo più di fronte a uno «strumento», per quanto complesso, che estende una singola facoltà umana. Ciò che gli LLM (Modello Linguistico di Grandi Dimensioni (LLM) è una tecnologia AI avanzata incentrata sulla comprensione e sull'analisi del testo) e l’IA generativa stanno creando è una vera e propria «tecnologia-mondo»8, un ecosistema informativo e semiotico che ci avvolge e ridefinisce i nostri spazi di conoscenza, relazione e percezione. È un nuovo sistema di pensiero, un codice culturale che la tecno-oligarchia sta configurando invertendo la relazione tradizionale: non più la scienza che orienta la tecnologia, ma la tecnologia ingegneristica che determina il corso della scienza. È il mondo artificiale che stanno costruendo per noi e ora detta le regole al modo in cui conosciamo il mondo naturale e umano. Hardware auto-organizzante Le «allucinazioni» macchiniche sono tra i principali ostacoli alla strategia di una governance algoritmica totalizzante, che richiede colossali investimenti. Non si tratta solo di un problema tecnico che comunque analizzeremo qui di seguito: esse contribuiscono soprattutto a rendere incerta la redditività, facendo intravedere il rischio dello scoppio di una bolla finanziaria9 soprattutto ben più imponente di quella delle dot-com dei primi anni Duemila.10Alla base di tali investimenti, soprattutto concentrati negli Stati Uniti, vi è infatti il mito dell’Intelligenza Artificiale Generale (Artificial General Intelligence-AGI), concepita come un leviatano capace di risolvere qualsiasi compito. Un fine ormai apertamente perseguito dai GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e dai nuovi tecno-oligopoli – in cui emergono i produttori di hardware dell’IA, ai quali si affiancano i loro concorrenti cinesi ecc. – e veicolato dai sistemi di IA generativa oggi dominanti. Per esempio: Anthropic (Claude) riceve miliardi di dollari da Amazon e Google, mentre OpenAI (ChatGPT) parte integrante dell’ecosistema Microsoft, ora, con il nuovo investimento di cento miliardi da parte di Nvidia – leader della produzione di chip GPU, indispensabili per far funzionare questi modelli – una parte consistente dei fondi tornerà alla stessa Nvidia sotto forma di acquisti. Il risultato è un gigantesco circuito finanziario autoreferenziale, in cui il capitale si alimenta da solo. L’intreccio tra queste start-up, le global platform, i nuovi oligopoli dell’hardware con alla base il supporto del Big State trumpiano non fa che rafforzare la narrazione di una presunta evoluzione verso un’intelligenza universale, funzionale a giustificare la corsa agli investimenti. La novità principale è che, oggi, l’hardware detta legge nel funzionamento di questi sistemi. Questo richiede l’uso di enormi quantità di chip specializzati (GPU) ad alte prestazioni, ospitati in data center immensi ed estremamente energivori.Per dare un’idea delle dimensioni nel prossimo futuro si sta pianificando di costruire un centro ad «Abilene, nelle pianure ventose del Texas, che consumerà 1,2 GW [di potenza installata] –equivalente del consumo [elettrico continuo] di una città di un milione d’abitanti – e utilizzerà circa 400.000 chip Nvidia GB200 (Blackwell) su oltre 350 ettari».11 Le previsioni sono che il consumo di elettricità dei data center a livello mondiale potrebbe triplicare entro il 2030 e potrebbe provocare una penuria di elettricità negli Stati uniti12. Le conseguenze ecologiche di questa esplosione di consumo sono drammatiche. Negli Usa, infatti, questo aumento sarà prodotto tramite energie fossili, essenzialmente gas, e a medio-lungo termine tramite energia nucleare, come dimostrano gli accordi strategici tra i GAFAM e i costruttori di centrali nucleari. In termini finanziari quindi più che il software, ciò che richiede davvero enormi risorse sono i dataset giganteschi e le infrastrutture necessarie per addestrarli. Da qui il fatto che i produttori di tali chip siano diventati le nuove potenze economiche, e che Nvidia13, il leader, in pochi anni sia balzato tra le prime capitalizzazioni mondiali.In questo senso si può parlare di un ritorno a una configurazione che richiama l’epoca pioneristica dei computer mainframe degli anni Sessanta e Settanta, quando il valore commerciale era concentrato nell’hardware e il software applicativo era incluso. Pur non essendo identica, la struttura odierna dell’IA ripropone, su scala inimmaginabile all’epoca, una gerarchia simile, in cui l’hardware riacquista centralità: ciò che prevale è una gigantesca infrastruttura materiale che ne condiziona l’efficacia e le possibilità. 1 Si veda a proposito: Matteo Pasquinelli, Nell’occhio dell’algoritmo. Storia e critica dell’intelligenza artificiale Roma, Carocci Editore, 2025. P. 218. Versione originale: The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence, London, Verso Books, 2023. 2 «La domanda che guida la ricerca sull’intelligenza artificiale non è più se le macchine possono essere intelligenti, ma se possono superarci in questo. La paura è che non si fermino a quel punto, distaccandoci», Cristianini, Nello. Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza, il Mulino, Bologna 2025, p. 13. 3 G. Griziotti, Cronache del Boomernauta, Mimesis, Milano, 2023. 4 Colin Fraser, «Hallucinations, Errors, and Dreams», Medium, disponibile all'indirizzo: https://medium.com/@colin.fraser/hallucinations-errors-and-dreams-c281a66f3c35 (ultima consultazione: 23 ottobre 2025). 5 Un esempio citato da Fraser è quello in cui ChatGPT afferma che un elefante asiatico di nome Kami – o Jumbo, in test successivi – avrebbe nuotato attraverso la Manica nel 1981 per raccogliere fondi per il WWF: un evento ovviamente mai accaduto. Posso aggiungere un caso personale: ho chiesto a DeepSeek chi fossi, e la risposta è stata un lungo resoconto articolato e pienamente plausibile della mia presunta carriera musicale come tastierista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore italiano. Il testo si concludeva così: “Giorgio Griziotti non è semplicemente un musicista, ma è stato il vero e proprio architetto del suono dietro a una parte importantissima della musica italiana degli anni ’60 e ’70. Senza i suoi arrangiamenti, molti successi che amiamo oggi avrebbero un volto completamente diverso.”Ciò che colpisce è che un’allucinazione così dettagliata non deriva da alcun appiglio reale vista la mia totale estraneità alla produzione musicale: il modello può generare biografie totalmente inventate semplicemente seguendo traiettorie linguistiche statisticamente frequenti, con piena autorità stilistica ma senza alcun legame con la verità. Tre altri LLM, alla stessa domanda, hanno invece fornito risposte corrette e non allucinate. 6 In realtà si parla di un “token” alla volta — cioè un frammento di testo, come una parola o parte di parola. 7 Devo a Libero Maesano l'osservazione sulla natura ingegneristica (e non scientifica) dell'IA generativa, e la pertinente metafora della cupola di Brunelleschi. 8 Ringrazio Giuliano Spagnul per avermi segnalato sia l’articolo di Antonio Caronia Tecnologie: dalla protesi al mondo («Tutto da capo», n. 1, novembre 2003), in cui il concetto di «tecnologia-mondo» era già stato teorizzato, sia l’inversione del rapporto tradizionale tra scienza e tecnologia. 9 Solo negli Stati Uniti, la capitalizzazione complessiva del settore IA si colloca nell’ordine di decine di trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Eppure, a fronte di queste valorizzazioni vertiginose, i risultati economici reali appaiono minimi: nel 2024 OpenAI (ChatGPT) ha generato circa 3,7 miliardi di dollari di ricavi, a fronte di costi infrastrutturali e computazionali stimati attorno ai 5 miliardi, e una perdita netta di circa altri 5 miliardi. Nessuna profittabilità è prevista prima del 2029, con perdite cumulate stimate attorno ai 44 miliardi di dollari fra il 2023 e il 2029. https://www.ilsole24ore.com/art/non-c-e-solo-chatgpt-quanto-vale-mercato-app-compagnia-AHu3oKAC?refresh_ce=1 10 La bolla dot-com nei primi anni 2000 quando enormi capitali affluirono verso imprese prive di modelli economici sostenibili, generando una rapida inflazione dei valori azionari seguita da un crollo altrettanto repentino. Quella IA se scoppiasse secondo valutazioni approssimative sarebbe diciassette volte più estesa. https://ilmanifesto.it/intelligenza-artificiale-la-bolla-circolare 11 «Le Monde», 23/9/2025, «Nvidia, parrain de la révolution de l’IA et moteur de l’économie Trump» https://www.lemonde.fr/economie/article/2025/09/23/aux-etats-unis-nvidia-parrain-de-la-revolution-de-l-ia-et-moteur-de-l-economie-trump_6642493_3234.html 12 «Le Monde», 2/10/2025 https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/10/02/l-ia-devoreuse-d-energie-pourrait-entrainer-une-penurie-d-electricite-aux-etats-unis_6644022_3232.html 13 Il 29 ottobre 2026, Nvidia è diventata la prima azienda al mondo a raggiungere i 5000 miliardi di dollari di valore di mercato, un valore superiore al Pil della Germania, terza economia mondiale.

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    Agli albori dell’era dell’impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto internazionale Andreaina Angiolas Il rumore di esplosioni udito di recente in Venezuela, Palestina, Libano, Siria, Iran, Somalia, Yemen e Nigeria non è solo il sussulto di un impero americano in declino, ma qualcosa di molto più terrificante: l’alba dell’era dell’impunità, legata in maniera congenita al brutale carattere di classe che contraddistingue il capitalismo storico e il liberismo delle classi dominanti occidentali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è ripubblicato qui con il consenso esplicito del suo editore. Il 3 gennaio 2026, senza alcuna provocazione, causa o giustificazione legale, gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela, invaso la sua capitale, ucciso decine di persone e rapito con violenza il presidente e la first lady del Paese, ammanettandoli, bendandoli e portandoli negli Stati Uniti. Sicuramente, una violazione così flagrante di tutta una serie di leggi internazionali – che di fatto sfida l’essenza stessa del quadro giuridico vigente dopo la seconda guerra mondiale, che proibisce gli atti di aggressione – avrebbe dovuto essere condannata universalmente. Invece, tale violazione è stata seguita da lamentele pietose e ambigue da parte di vari leader occidentali, da una risposta ipercauta del segretario generale dell’ONU, da condanne retoriche dei membri del Consiglio di sicurezza, che tuttavia non hanno preso alcuna decisione definitiva al riguardo, e da applausi entusiastici da parte dei media statunitensi e occidentali. Come può essere? In poche parole, stiamo assistendo al sorgere dell’era dell’impunità. La bestia striscia verso Betlemme Il rumore di esplosioni udito di recente in Venezuela, Palestina, Libano, Siria, Iran, Iraq, Somalia, Yemen e Nigeria, così come sul Mar Rosso, sul Mar Mediterraneo e sul Mar dei Caraibi, non è solo il crepitio provocato da un momentaneo spasmo imperiale dell’impero americano in declino. Annuncia qualcosa di molto più terrificante. Sta nascendo un nuovo mondo (o forse rinascendo, poiché ricorda gli orrori della prima metà del XX secolo). Un mondo totalmente sganciato dalle restrizioni del diritto internazionale o persino dai principi morali più elementari e universali. Una nascita che avrebbe potuto essere prevista da chiunque avesse prestato attenzione alle macchinazioni dell’impero e dei suoi alleati e vassalli negli ultimi decenni. Dalla detenzione di massa e dagli eccessi polizieschi legati alla «guerra alla droga» alle operazioni di cattura illegali, le cosiddette extraordinary rendition, alle esecuzioni e alle torture della «guerra al terrorismo», passando per il sistematico impoverimento dei molti per consolidare la ricchezza e il potere di pochi, l’impero statunitense è sul sentiero di guerra da decenni, un percorso che è culminato con lo sterminio del popolo palestinese e il recente attacco contro il Venezuela. Queste ondate di oppressione in continua espansione, prive di controllo, minacciano tutti noi, perché in un mondo in cui nemmeno il genocidio costituisce una linea rossa, non ci sono più linee rosse. Figlio dell’impunità Questo nuovo mondo è figlio dell’impunità. Per più di due anni, il mondo ha osservato passivamente come l’Asse Stati Uniti-Israele si aggirasse criminalmente in Medio oriente, Africa e America Latina con una furia grondante sangue di conquiste e distruzione. La Carta delle Nazioni Unite, lo Statuto di Roma, le leggi di guerra, le norme sui diritti umani, la legge del mare, le leggi sull’uso della forza, tutto è stato calpestato e ridotto in rovina dalle azioni e dai pronunciamenti dell’Asse, dalla complicità dei suoi alleati e vassalli e dalla compiacenza di altri Stati. Da parte loro, le istituzioni internazionali create dopo la seconda guerra mondiale per prevenire e rispondere a quegli orrori sono state sistematicamente corrotte, indebolite o schiacciate dall’Asse. Il Tribunale penale internazionale è in gran parte paralizzato dalle sanzioni illegali imposte dagli Stati Uniti. La Corte internazionale di giustizia è oggetto di intimidazioni e pressioni politiche senza precedenti. I relatori sui diritti umani delle Nazioni Unite sono oggetto di una forte campagna di calunnie e sanzioni. E persino il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è arreso all’impero statunitense, come dimostra la risoluzione 2803 del novembre 2025, che sostiene i piani totalmente illegali e sfacciatamente colonialisti elaborati dal governo Trump per Gaza. Gli Stati del mondo occidentale, che per lungo tempo si sono eretti a difensori dei diritti umani e del diritto internazionale, invece di opporsi agli eccessi dell’Asse, si sono precipitati a baciare ossequiosamente l’anello dell’imperatore e a inchinarsi davanti agli amministratori con le mani sporche di sangue del suo progetto coloniale in Palestina. E tutti i presunti controlli e contrappesi in vigore all’interno delle stesse istituzioni dell’impero si sono dimostrati totalmente complici, compresi i tribunali, guidati da motivazioni politiche e, in genere, sprezzanti del diritto internazionale, il Congresso stesso, totalmente corrotto dalle lobby, dalle corporazioni e dai miliardari, che promuovono senza alcuna restrizione o vergogna i crimini degli Stati Uniti e di Israele e i media, che si sono dedicati anima e corpo a coprire le cause imperiali, estrattive, aziendalistiche e sioniste che sono alla radice della violenza che appesta il mondo attuale. Sì, i popoli stessi si sono sollevati, e in numero record, per opporsi ai crimini dell’Asse. Ma si sono scontrati con una repressione sistematica e brutale all’interno dell’impero e in tutto l’Occidente, e persino in prima linea all’interno degli Stati occupati in Medio Oriente. Di conseguenza, l’Asse ha goduto di assoluta impunità, il che ha incoraggiato atti sempre più atroci in un crescendo di violenza, che ha incluso l’aggressione a paesi del Medio Oriente e dell’Africa, una serie di omicidi, l’attacco a navi umanitarie nel Mediterraneo, attacchi terroristici transnazionali perpetrati tramite cercapersone manipolati per diventare bombe trappola, l’occupazione illegale di diverse nazioni e la perpetrazione di un genocidio senza fine in Palestina. In questo contesto, nessuno dovrebbe sorprendersi della flagrante criminalità degli Stati Uniti nell’imporre brutali misure coercitive unilaterali volte a sottomettere la popolazione del Venezuela attraverso la fame, vari tentativi di colpo di Stato, una serie di esecuzioni extragiudiziali di marittimi nei Caraibi e nel Pacifico orientale, atti di pirateria contro le loro petroliere e il sequestro del carico, il bombardamento e l’invasione della nazione e il sequestro violento del suo presidente e della first lady. È così che funziona l’impunità. Più la si alimenta, più ha fame. E il mondo ha alimentato questa impunità per decenni. Il mostruoso figlio nato da questa impunità porta con sé i peggiori tratti genetici dei suoi progenitori del XX secolo: razzismo, imperialismo, colonialismo, fascismo, sionismo, aggressione e genocidio. Ma ora è armato delle terribili tecnologie del XXI secolo per la sorveglianza, la repressione e l’omicidio. Gli effetti di questa combinazione letale si stanno facendo sentire ora nei tre continenti del Sud del pianeta, mentre il resto del mondo vacilla sull’orlo del baratro. Crimini imperiali in Venezuela Se la vostra comprensione degli eventi in Venezuela proviene dai complici media occidentali, potete essere perdonati di non sapere che l’attacco degli Stati Uniti al paese, e le sue azioni precedenti, sono stati totalmente illegali. Da un punto di vista giuridico, questa non può essere definita un’operazione di polizia. Si tratta in realtà di un’operazione criminale, per la quale gli autori, coloro che l’hanno ordinata e coloro che hanno eseguito questi ordini illegali dovrebbero rispondere alla giustizia. In effetti, l’insieme dei crimini internazionali perpetrati dagli Stati Uniti in Venezuela è di una portata sorprendente. Le sanzioni imposte al Venezuela dagli Stati Uniti come misure coercitive unilaterali sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale sui diritti umani. I tentativi di colpo di Stato contro i successivi governi venezuelani perpetrati dalla destra venezuelana e sostenuti dagli Stati Uniti nel 2002, 2019 e 2020 erano illegali. Le azioni segrete della CIA nel Paese sono state illegali. L’uccisione di marittimi nei Caraibi e nel Pacifico è illegale e costituisce un’esecuzione extragiudiziale secondo il diritto internazionale sui diritti umani. Il blocco degli Stati Uniti contro il Venezuela è illegale. La pirateria perpetrata dagli Stati Uniti contro le petroliere venezuelane è illegale, in quanto costituisce un atto di aggressione marittima ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e della legge del mare, nonché una violazione dei principi giuridici sull’immunità sovrana e sull’immunità statale. Il bombardamento, l’invasione e le successive minacce di ricorrere ulteriormente ad altre misure di forza contro il Venezuela sono illegali ai sensi dell’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, un trattato che vincola gli Stati Uniti. I rapimenti di Nicolás Maduro e Cilia Flores sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale sui diritti umani, che vieta gli arresti e le detenzioni arbitrari, nonché del principio internazionalmente riconosciuto dell’immunità dei capi di Stato. La violenza utilizzata durante il rapimento, basata su un arresto illegale e che ha causato lesioni gravi a Flores, è stata illegale. La sfilata di Maduro legato e la diffusione delle relative foto erano illegali secondo il diritto internazionale umanitario. La privazione sensoriale imposta a Maduro (con benda sugli occhi e tappi nelle orecchie) era illegale. E, dato che il suo arresto era illegale, anche la sua detenzione continuata è illegale, secondo il diritto internazionale sui diritti umani. Gli Stati Uniti non hanno una difesa legale credibile per i crimini internazionali che hanno commesso in Venezuela. Le loro violazioni sono evidenti e la loro colpevolezza è chiara. Consapevole senza dubbio di tutto ciò, il governo statunitense sta cercando di sostituire le leggi internazionali con le proprie leggi e di applicare tali leggi extraterritorialmente, il che costituisce di per sé un atto sfacciato di imperialismo. Il governo Trump lo fa perché sa che la legislazione statunitense è spesso in conflitto con le norme internazionali e che i tribunali statunitensi sono notoriamente sciovinisti ed estremamente deferenti nei confronti del governo in materia di affari internazionali, disposti a concedergli ampia discrezionalità quando invoca questioni di «sicurezza nazionale» e abitualmente fortemente sprezzanti verso il diritto internazionale (spesso definito, in modo derisorio e scorretto, «diritto straniero») e perché sa anche di poter contare su giudici nominati politicamente, soggetti a influenza politica. Il governo Trump si basa anche sull’uso di varie “parole magiche”, perché sa bene che la semplice enunciazione di termini come «terrorismo» e «narcoterrorismo», il suo nuovo cugino illegittimo, crea un senso di eccezionalità, suscitando il consenso del pubblico, nonché di una parte del potere giudiziario. In tali circostanze, anche se il risultato non è garantito, le possibilità di un processo equo per Maduro e Flores sono, nella migliore delle ipotesi, limitate. Il collegamento israeliano Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo gli attacchi statunitensi, la vicepresidente venezuelana (e attualmente presidente ad interim) Delcy Rodríguez ha affermato che l’attacco al Paese aveva «sfumature sioniste». Sebbene non abbia fornito ulteriori dettagli, il coinvolgimento del regime israeliano nel sostegno alle forze di destra e nella destabilizzazione dei governi progressisti della regione è ormai ben noto. Le armi israeliani, la tecnologia di sorveglianza, l’intelligence, l’addestramento e l’influenza israeliani attraverso loro agenti nella regione sono stati una costante in America Latina per decenni. Da parte loro, i leader del regime israeliano hanno celebrato con euforia gli attacchi e il sequestro del presidente venezuelano (e hanno espresso la speranza che i prossimi attacchi siano diretti contro l’Iran). E non è affatto sorprendente. Dall’elezione di Hugo Chávez e dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana più di un quarto di secolo fa, il Venezuela ha affermato la sua indipendenza, ha resistito all’egemonia statunitense, ha destinato la sua ricchezza petrolifera e mineraria al miglioramento delle condizioni di vita all’interno del Paese e ha solidarizzato con la lotta palestinese per i diritti umani. Come è già successo in precedenza con l’Iran, l’Iraq e la Libia, questa combinazione di fattori ha posto il Venezuela nel mirino dell’Asse Stati Uniti-Israele. Per di più, il regime israeliano ha alle spalle una lunga storia di attacchi contro le forze progressiste, di sostegno a regimi di destra, squadre della morte e dittatori, nonché come fomentatore di conflitti in tutta l’America Latina. Per decenni, le sue impronte digitali macchiate di sangue sono state rilevate in Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Venezuela. Questo, insieme agli istinti anticolonialisti della regione, spiega le riserve con cui i governi latinoamericani di sinistra guardano al regime israeliano. E spiega anche perché i movimenti e i leader di estrema destra della regione dichiarino abitualmente il loro fanatico sostegno al regime e al progetto sionista, anche nel bel mezzo del genocidio in Palestina. Mentre i governi progressisti della regione hanno condannato il genocidio, si sono uniti alla denuncia per genocidio presentata contro Israele alla Corte internazionale di giustizia e hanno rotto le relazioni diplomatiche con il regime sionista, i governi di destra, così come i leader dell’opposizione di destra in Venezuela, hanno elogiato il regime israeliano e si sono impegnati servilmente a una cooperazione ancora più stretta. Il regime sionista, come sempre, è profondamente interessato a rovesciare i governi di sinistra in America Latina e a sostenere la destra. Allo stesso tempo, l’opposizione al regime israeliano dimostrata dal Venezuela, che possiede anche le maggiori riserve di petrolio del mondo, è vista dall’Asse Stati Uniti-Israele come un potenziale ostacolo ai suoi nefandi piani di guerra contro l’Iran. La stessa capacità petrolifera dell’Iran, e in particolare il suo effettivo controllo sullo stretto di Hormuz (e quindi sui mercati energetici mondiali), rendono il controllo del petrolio venezuelano particolarmente attraente per l’Asse, che si prepara a rinnovare i suoi attacchi contro l’Iran. Pertanto, i motivi principali dell’aggressione statunitense contro i paesi del Sud del mondo sono il possesso delle loro ricchezze minerarie ambite dalle aziende statunitensi, il loro rifiuto a sottomettersi all’egemonia statunitense e la loro opposizione ai crimini del regime israeliano. Il Venezuela è colpevole di tutte e tre le accuse. E questi sono i veri «crimini» per cui è sotto processo. La vita dopo la legge Fin dall’inizio il progetto di un diritto internazionale è sempre stato debole e incompleto. Ma le barriere di protezione istituite dal 1945 offrivano una certa speranza di un mondo governato, almeno in parte, dallo stato di diritto piuttosto che solo dalla forza. E si era raggiunto un consenso globale secondo cui i crimini più gravi – l’aggressione e il genocidio – erano inaccettabili. L’Asse americano-israeliano, così spesso accusato di violare il diritto internazionale, ha perso la pazienza con l’intero progetto e, tramite il genocidio perpetrato in Palestina, la pioggia di bombe sganciate dall’Asse su innumerevoli paesi e ora con l’aggressione contro il Venezuela, ha dichiarato al mondo che è nato un nuovo ordine. Un ordine in cui tutti devono piegarsi all’impero o perire. Non è troppo tardi perché il mondo si ribelli e interrompa l’ascesa di questo nuovo ordine bestiale. I movimenti popolari attivi all’interno e all’esterno dell’impero possono sfidarlo con l’urgenza e l’unità di intenti necessarie. La maggioranza globale, guidata dalle nazioni libere del Sud, potrebbe unirsi come ha fatto negli anni ‘60 e ‘70 per sfidare l’impero e tracciare una linea di principio incentrata sull’azione collettiva per la pace, la sicurezza, l’autodeterminazione e i diritti umani dei popoli di tutto il mondo. Purtroppo, ad oggi, ci sono pochi segnali che ciò stia accadendo. Nel frattempo, il messaggio inequivocabile e inconfondibile che il regime imperiale statunitense, il suo cane da guardia israeliano e le sue legioni di vassalli occidentali sottomessi stanno inviando al mondo, agli Stati nazionali nel loro mirino e a tutti i popoli che resistono all’occupazione straniera, al dominio coloniale e ai regimi razzisti è: «La diplomazia non vi salverà. Il diritto internazionale non vi salverà. Le Nazioni Unite non vi salveranno. E noi stiamo venendo per voi». Testi consigliati Craig Mokhiber, How the world can resist the UN Security Council’s rogue colonial mandate in Gaza, «Mondoweiss» 3/12/2025 e The UN Embraces Colonialism: Unpacking the Security Council’s mandate for the U.S. colonial administration of Gaza, «Mondoweiss» 19/11/2025 Huda Ammori, Tactics of Disruption, «Sidecar» 18/4/2025 Michael Arria, 20 years of BDS: An interview with Omar Barghouti, a co-founder of the movement, «Mondoweiss» 9/7/2025 Frédric Lordon, Endgame, «Sidecar» 27/6/2025 Tutti pubblicati anche su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rapporti della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomy of a Genocide (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a collective crime (2025). Craig Gerard Mokhiber è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

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    Palestina in Uk

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    Il racconto del Boomernauta Parte Seconda: La Governance quantistica e Le Tecnologie degli affetti Multispecie EPISODIO-9-GZ_GLACIER_ZETA La materia è caduta in disgrazia nel XX secolo. Ciò che una volta era etichettato come “inanimato” è diventato mortale – subito dopo essere stato assassinato, distrutto fino al midollo, fatto a brandelli, ridotto in briciole.Il più piccolo dei più piccoli frammenti, il cuore dell’atomo è stato rotto con una tale violenza che ha scosso la terra e il cielo. In un istante, in un lampo di luce più brillante di mille soli, la distanza tra il cielo e la terra è stata cancellata – non solo scavalcata in modo immaginario dalla teofilosofia naturale di Newton, ma fisicamente cancellato da un fungo atomico propagatosi sino alla stratosfera. ‘Sono diventato la morte, il distruttore di mondi’1.K. Barad, La grandezza dell’infinitesimale, Nuvole di funghi, ecologie del nulla, e strane topologie dello spazio tempomaterializzante2, in Multitudes, Parigi 2016/4 (n° 65), p. 64. (traduzione dell’A.) Note: Famosa citazione della Bhagavad Gita tradotta dal sanscrito dal fisico J. Robert Oppenheimer sulla scia dell’esplosione della prima bomba atomica. Spacetimemattering. La materia come differenziazione continua del mondo. La Governance Quantistica del Capitale Il Boomernauta racconta cosa avvenne quando si inoltrò nella seconda metà del XXI secolo dove avvenne una grande trasformazione della Governance. Con l’allontanamento progressivo dell’AltaSfera dalla Terra aumentano le distanze con i PoSt/ati, succedanei indeboliti degli Stati-Nazione, che ancora detengono poteri locali. Mentre la setticemia di Gaia progredisce, il controllo delle popol zioni chiamate a fornire lo sforzo per il progetto della Grande Fuga diventa sempre più difficile. La Governance Neolib è in grande difficoltà, ma, come al solito, punta tutto sul soluzionismo tecnologico. Verso gli anni 70 del XXI le tecnologie quantistiche erano già entrate in uso nel progetto degli ascensori spaziali, e allora i techno-tycoon, facendo un massiccio ricorso a esse, operano una fulminea trasformazione tecnopolitica per riprendere in mano una governance alla deriva. Nasce così la Governance Quantistica (Gov Q), il cui orientamento sembra essere in opposizione diretta con quello della filosofia quantistica nata nei decenni precedenti Il periodo della Gov Neolib, cominciato subito dopo il fallimento della ribellione boomer, era stato un terreno di cultura ideale per il morbo nekomemetico. Sotto il comando dell’AltaSfera Ecofin una nuova impennata della globalizzazione, supportata dalle tecnologie neurali, fu un fattore determinante per la diffusione del virus. Se le grandi epidemie dovute ai virus materiali si erano propagate sempre più speditamente grazie alla rapidità dei trasporti moderni, quello nekomemetico si spostava sulle reti a velocità prima impensabili. Dopo la fase di disordini che si verificarono in Cina a seguito della fine del progetto Lunga Primavera e quelli che si protrassero negli Stati Uniti durante la cronicità della seconda guerra civile, molti PoSt/ati più deboli entrarono in un caos quasi ingovernabile. Mentre l’AltaSfera Ecofin acquisiva potere distante, nei PoSt/ati istituzioni e potere politico erano sempre più in crisi. Per non perdere il controllo di territori troppo vasti, che contenevano tra l’altro materie prime strategiche indispensabili per la costruzione degli ascensori spaziali, si rivelava indispensabile un salto di qualità nella governance. Il sistema a due fasi (Stato-Post/ati e capitale-AltaSfera) era ormai troppo sbilanciato a favore della seconda e sempre meno coeso a causa del progressivo allontanamento dell’AltaSfera verso le postazioni in orbita, mentre sulla Terra le condizioni di vita continuavano a peggiorare. Solo usando un’implementazione quantistica la Gov sarebbe riuscita a sfruttare lo spacetimemattering, l’inseparabilità dello spazio, del tempo e della materia. Prima ancora di chiamarsi AltaSfera Ecofin, il capitalismo aveva già utilizzato la teoria quantistica col progetto Manhattan dove «il più piccolo dei più piccoli frammenti, il cuore, dell’atomo era statorotto con una tale violenza che aveva scosso la terra e il cielo»1 e la «forza dispiegata su un milionesimo di miliardesimo di metro aveva assunto proporzioni globali, distruggendo città in un lampo e riconfigurando alleanze geopolitiche, le risorse energetiche, i rapporti di forza su scala globale»2.Ora era alla ricerca di qualcosa di altrettanto potente per tenere assieme, nel poco tempo che gli restava, ciò che si stava inesorabilmente disfacendo. Si sarebbe trattato di una trasformazione tecnopolitica del sistema a due fasi che necessitava di un’enorme potenza di calcolo e di altre tecnologie quantistiche. Sarebbe stata una trasformazione impossibile da ottenere in tempi compatibili con l’incalzare della sepsi di Gaia se si fosse dovuti partire from scratch. Ma il gigantesco sforzo di costruzione degli ascensori spaziali stava aprendo uno spiraglio. Furono proprio i techno-tycoon dell’AltaSfera che investirono nei dispositivi quantistici e in particolare nelle Q-farm. Si trattava dei nuovi centri di calcolo con un salto di capacità computazionale molto più elevato in scala di quello dell’epoca delle Web Farm e del Cloud. Ora la governance disponeva della potenza tecnologica necessaria per riprendere un vero controllo a distanza della situazione. Finalmente la biosfera diventava la scatola nera da cui estrarre quanto necessario per il futuro di una nuova Governance Quantistica (d’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione Gov Q3 con cui era designata nei media). Faccio qui una breve parentesi riguardo alla meccanica quantistica, una teoria in cui fisica e metafisica si sfioravano in un modo che faceva pensare alle due mani della creazione nella Cappella Sistina, come zia Barad4 ci aveva mostrato. Ancora una volta veniva confermato che gli umani potevano piegare l’uso delle loro scoperte scientifiche in direzioni diverse e anche opposte. Nel caso della meccanica quantistica da un lato vedremo l’uso che ne farà la Gov Q per derivare tecnologie che naturalmente si rivelarono amplificatrici del morbo nekomemetico. Non solo avrebbero aggravato la setticemia di Gaia, ma anche minacciato altri pianeti se la Gov Q avesse portato a termine il progetto della Grande Fuga. D’altro lato la meccanica quantistica aveva ispirato la filosofia di zia Barad secondo la quale le componenti di Gaia (umane e nonumane, oggetti e ambienti) esistono solo attraverso le intra-azioni che si realizzano con le modalità delle diffrazioni [cfr. il glossario per questi concetti]. E cioè attraverso connessioni e relazioni che sono costantemente in corso e che costituiscono la realtà stessa. Forse si sarebbe dovuto partire proprio da questi meccanismi, che regolano l’emergere, il mutare e lo scomparire delle forme di vita, per arrestare la setticemia di Gaia [disse il Boomernauta]. Di questo ti parlerò in seguito, ma per il momento era la Gov Q che utilizzava questa straordinaria scoperta per prolungare il dominio capitalista. Ora torniamo all’obbiettivo della Gov Q di fare in modo che la macchina a due fasi, AltaSfera Ecofin e PoSt/ati, più una terza, la WorldForce, di cui parlerò fra breve, funzionassero in un entanglement quantistico. Era quello strano e misterioso legame per cui due o più particelle prodotte simultaneamente da un’interazione fisica restano correlate nello spaziotempo a prescindere dalla distanza che le separa. Questa relazione permette alla prima particella di influenzare la seconda istantaneamente e viceversa e implica che le particelle quantistiche non possano essere descritte come entità indipendenti, ma piuttosto come parti di un sistema interconnesso. Sfruttare queste proprietà, applicandole a sottosistemi dipendenti dagli stati quantistici e spazialmente separati anche a distanze virtualmente illimitate, era il diktat imposto alla tecnoscienza dal management nel finale del Neolib. La nuova Gov Q avrebbe dovuto essere capace di controlli essenziali e istantanei sulla Terra, anche se lanciati da grandi distanze, dallo spazio o addirittura da Marte. Ciò che in precedenza era impossibile da ottenere con le tecnologie del silicio e dell’informatica tradizionale lo diventava ora grazie alla potenza di calcolo, agli algoritmi e alle tecnologie quantistiche. Ogni decisione (o legge, decreto, regola, discorso ecc.) emanante da un’istanza della governance avrebbe avuto effetti immediati ovunque. Il processo si sarebbe attuato nel modo più adeguato diffondendosi istantaneamente attivando nel suo percorso una serie di metodi e/o di regole specifiche che includevano molteplici parametri e variabili fra cui gerarchie, pertinenze, scalabilità ecc. La nuova Gov Q voleva creare un funzionamento fra PoSt/ati e AltaSfera Ecofin (il vecchio binomio Stato-capitale) di una rapidità e precisione mai visti e dove l’intervento umano era ridotto alle decisioni essenziali.La lunga marcia di trasferimento del potere economico e finanziario dal pubblico al privato aveva caratterizzato il secolo della Gov Neolib. Ora con la Gov Q questi meccanismi sarebbero entrati nella fase dell’entanglement quantistico di pubblico-privato. Un legame strutturale per cui era impossibile far funzionare o intraprendere una qualsiasi attività o iniziativa pubblica senza implicare il privato. Questo legame, che con il Neolib era basato su una volontà politica, ora, secondo i piani della Gov Q, entrava in una fase d’indissolubilità in cui l’algoritmo quantistico avrebbe permesso un’accelerazione esponenziale rispetto alle classiche procedure politiche.Quando per esempio l’AltaSfera aveva deciso che nel progetto High Frontier c’era bisogno di più europium5 per accelerare la costruzione degli ascensori spaziali, allora per la prima volta un workflow6 gestito dall’algoritmica quantistica era riuscito a ridurre di dieci volte i tempi dell’esecuzione dell’ordine aumentando di conseguenza la produzione. Fra l’altro, grazie al calcolo quantistico, era stato instaurato in un tempo record un diritto di prelazione mondiale su tutte le estrazioni necessarie scavalcando legislazioni nazionali, interessi pubblici, protezione dei cittadini ecc. Prelazioni che, quando necessario, venivano anche imposte con la forza, il che aveva poi generato una serie di problemi ecologici e sociali che non erano stati presi in conto perché considerati di secondaria importanza. Tutta la potenza così dispiegata avrebbe però incontrato i suoi limiti nell’agire umano nelle zone più in preda alla setticemia di Gaia, per non parlare di quelle di cui si era perso il controllo. In ogni caso il nuovo sistema di Gov Q prendeva corpo e alle due fasi della macchina neolib se ne sarebbe aggiunta una terza: la WorldForce. Note: K. Barad, op. cit., p. 67. Ibid. Gov Q: cfr. glossario. Credo proprio che il Boomernauta facesse riferimento a quello che aveva definito un suo livre de chevet (libro da comodino e quindi di riferimento), che incontreremo ancora in seguito: K. Barad, Meeting the universe halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, Duke University Press, 2007. Per aumentare la potenza di calcolo dei computer basati su molecole di terre rare nel progetto degli ascensori spaziali. Il workflow è una sequenza strutturata di attività, compiti o processi necessari per completare un obiettivo specifico. È una rappresentazione delle attività in un contesto organizzativo e gestionale. Worldforce e nascita del sistema a tre fasi La Gov Neolib si trasforma nella Gov Q per emanciparsi dal contesto politico terrestre e preparare la Grande Fuga delle élite dalla biosfera in crisi. La WorldForce (WF) emerge come braccio secolare della Governance, fornendo intelligence globale, capacità di intervento militare centrale e complementare a quello delle milizie e polizie private SecurServ. La WF si integra con l’AltaSfera e i PoSt/ati, formando un sistema a tre fasi o macchina tricefala. Questa trasformazione conferisce temporaneamente alla Gov Q un’impronta imperiale, mentre le condizioni di vita precarie e la crisi della biosfera aumentano i conflitti locali. Nell’epoca neolib l’AltaSfera Ecofin non aveva mai direttamente disposto di una longa manus militaris operativa sul terreno ed era abituata a destreggiarsi coi micro o macrocosmi politici assumendo il ruolo di Pilota Automatico. Una rivelazione che era sfuggita intenzionalmente di bocca a Mago-Drago, uno dei manager pregalattici dell’AltaSfera Ecofin, mandato poi in missione kamikaze nella penisola del Vitello1, il suo declinante e invecchiato PoSt/ato d’origine. Il Pilota Automatico aveva dato ottime prove delle sue capacità: per esempio quando aveva rimesso al passo l’Ellade, l’antica culla della democrazia che si era un po’ persa nel dolce far niente. In quel caso il Pilota Automatico aveva lasciato il mondo a bocca aperta per la sua efficacia, privando i cittadini della capacità di accedere ai propri soldi attraverso il blocco istantaneo di tutti gli sportelli automatici del Paese e poi prendendo di mira i loro introiti. Ovviamente il Pilota aveva privilegiato la riduzione dei redditi degli improduttivi come pensionati, disoccupati, disabili, artisti e altri. A parte qualche manifestazione un po’ più esuberante delle altre, comunque ben controllata, tutto era appunto rientrato nel dis/ordine. Una bella dimostrazione di come in quell’epoca la Gov Neolib riuscisse ancora a gestire direttamente le situazioni difficili senza interventi diretti e brutali. In ogni caso la vera specialità del Pilota Automatico era di far indebitare i Paesi più poveri per poi estrarne il midollo essenziale e ciò aveva funzionato perfettamente in molti territori e sub continenti, come per esempio il Sud America. Nella transizione della Gov Neolib verso l’era quantistica erano emerse molte pressanti ragioni che spingevano alla creazione di un centro operativo che non fosse solo l’immateriale Pilota Automatico, che ormai non funzionava più come prima. Una delle principali cause che avevano spinto a tale scelta era stata la preparazione della Grande Fuga, un’operazione che stava entrando nel periodo cruciale di costruzione e sperimentazione degli ascensori spaziali, indispensabili per l’istallazione delle prime colonie umane nello spazio. Era necessario garantire un’enorme produzione per attuare il progetto, ma allo stesso tempo si stava verificando una continua disgregazione del controllo sulle popolazioni obbligate a sostenere tale produzione massiccia. Fu così che nacque la necessità di creare un’istanza operativa globale con la quale l’AltaSfera avrebbe potuto sia accedere direttamente all’informazione, sia agire sul terreno senza passare per tutte le mediazioni politiche legate a interessi locali nazionali o pseudo imperiali. Questa operazione sarebbe stata facilitata dall’implementazione quantistica in corso e avrebbe completato la transizione verso la Gov Q con la creazione di una nuova fase che si sarebbe aggiunta alle due precedenti. Il nome di codice era WorldForce, con acronimo WF, un’entità ibrida con ramificazioni che coprivano tutte le aree mondiali. Durante l’era neolib, sarebbe stato impossibile realizzare tutto ciò, soprattutto prima che i due grandi imperialismi di quel periodo si fossero definitivamente autoridimensionati nei modi rocamboleschi che ti ho raccontato. Potresti chiederti se tutte le lotte intestine della Gov Neolib si fossero pacificate improvvisamente e se tutti gli altri imperialismi regionali e PoSt/ati in guerra fossero diventati capaci di marciare all’unisono. Certo che no! Da una parte la caduta dei grandi imperialismi egemonici per cause imprevisibili era stata un colpo decisivo alla Gov Neolib, dall’altra l’imperativo di sopravvivere all’inevitabile caos prodotto dalla setticemia di Gaia esigeva di obbligare gli oligarchi dei PoSt/ati, anche quelli con velleità dominatrici, a cercare perlomeno un limitato terreno d’intesa sulle modalità di controllo delle risorse in vista della fuga. Questo era uno dei principali obbiettivi della WF2. Inoltre, con l’avanzare della setticemia di Gaia l’equilibrio delle macchine bicefale PoSt/ati-AltaSfera Ecofin diventava sempre più instabile. La prima testa (erede dei vecchi Stati-Nazione) doveva controllare territori e popolazioni in condizioni precarie, la seconda (erede del capitale) era nell’affanno di mantenere l’accumulazione in un pro- cesso globale di produzione-distruzione sempre più entropico. La WF avrebbe dovuto quindi essere anche un’istanza di mediazione fra questi due poli in difficoltà e, pur essendo centralizzata, doveva garantire la parte terrestre della transizione del capitalismo verso lo spazio. Era in questa equazione, a prima vista impossibile da risolvere, che interveniva la tecnologia quantistica. La WF era già occultamente nata come l’intelligence della Governance mondiale con capacità di destreggiarsi nel bioipermedia, utilizzando i variegati mondi hacker. Con la sua istituzionalizzazione e un forte potenziamento vennero unificate sotto un solo comando le attività spesso sotterranee che nei tempi della guerra fredda del XX sec. erano state messe a punto dai due grandi blocchi di quell’epoca. Per questo la WF dal punto di vista funzionale aveva ereditato i know-how delle grandi agenzie nazionali d’intelligence del passato3. Proprio le stesse agenzie che avevano basato la loro ragione d’essere ed esperienza partecipando a manovre e operazioni di ogni tipo come repressioni, guerre, invasioni, complotti4, colpi e stragi di Stato. Poi grazie al salto di paradigma permesso dalla tecnologia quantistica la WF sarebbe anche diventata una longa manus strategica capace di dirigere grandi progetti finanziari o tecnologici, globali di cui ti ho appena svelato la finalità. [Qui interrompo il Boomernauta per fargli notare che, secondo il suo racconto del futuro, l’ipotesiimperiale, annunciata in gran pompa a inizio del terzo millennio5 e non verificatasi, era quindi poi riemersa clamorosamente. Pronta fu la sua reazione:] Sì in un certo senso era riemersa quell’ipotesi, ma la Gov Q più che un unico impero postmoderno di governo dell’umanità si era configurato nel gergo corrente come un impero scapuma e cercava di confermare, in un senso completamente nuovo, la vecchia e falsa previsione che la setticemia di Gaia rendeva concreta: quella cioè di una fine del mondo prima della fine del capitalismo. Infatti la Gov Q intendeva proprio perpetuare il capitalismo al di là del mondo, ormai in grande difficoltà e dove per mondo si intendeva quello basato sulla biosfera.L’algoritmica quantistica avrebbe permesso anche di rendere fluida l’azione della WorldForce, anche se, a livello esecutivo, ci si era dovuti adeguare a tutta la complessità delle articolazioni periferiche terrestri. Una parte dei nuclei distaccati era stata direttamente pilotata da quei centri spaziali di comando in orbita terrestre bassa già in funzione. Il resto sarebbe stato costituito da una rete di nodi operativi delegati alle organizzazioni private della SecurServ, di cui ti avevo accennato in precedenza. La privatizzazione era avvenuta tramite un’estensione del principio di franchising applicato ai servizi di forza armata e pubblica. Specie nei paesi più periferici e deboli i franchisee locali erano filiali di grandi gruppi come Blackwasser, Wagniria ecc., vere e proprie multinazionali della sicurezza (leggi guerra), quotate nelle restanti Borse aperte dopo la fine della City, sommersa con buona parte di Londra. Il settore economico e borsistico SecurServ era stato consolidato con quello dell’armamento, diventando dominante ed essenziale per la sopravvivenza stessa della Gov Q. Nel grande compartimento dei SecurServ c’erano anche stakeholder che non gestivano direttamente truppe e carri armati. Si trattava di tutti quei fornitori di tecnologie digitali del controllo, senza le quali le guerre erano già perse in partenza. Per esempio si era visto sin dalle guerre del XXI secolo come le costellazioni di satelliti in orbita avessero cambiato tattiche e strategie di guerra. Esse avevano permesso agli eserciti di coordinare il fronte e di individuare le posizioni del nemico grazie alle trasmissioni criptate delle riprese fatte dai droni. Era la prima tappa di una gamification e robotizzazione della guerra che entrava a far parte del bioipermedia. Gli operatori e fornitori di questi nuovi e sofisticati servizi di guerra erano parte dei SecurServ privati, fra cui molti techno-tycoon. Chi non poteva permettersi di disporre di tali servizi quando affrontava una guerra rischiava di perderla anche disponendo di forze superiori sul terreno6. La Governance aveva comunque operato il re-engineering quantistico del motore che animava il vecchio Pilota Automatico rivelato da Mago-Drago. Aveva potenziato e automatizzato, con una miriade di bot, i consueti meccanismi di influenza sotterranea e lobbistica, mirati a creare riflessi condizionati o meccanici, specie nelle amministrazioni locali dei PoSt/ati di rango inferiore. Il secolo di guerre mediorientali era un esempio classico di interminabili e tragici conflitti regionali. L’AltaSfera Ecofin non cercava di interporsi direttamente, ma di concentrare attenzioni e sforzi sul fatto che in ogni caso tutto si svolgesse a suo vantaggio. E poi le guerre erano sempre state da lei ben viste, come ricorda l’antico, ma sempre valido, adagio borsistico francese «il faut acheter au son du canon et vendre au son du violon»7. Non si trattava solo di coccolare e far crescere l’essenziale settore dell’armamento ora fortemente implicato anche nelle tecnologie quantistiche. Bisognava anche consumare gli armamenti e nella strategia Ecofin la crescita infinita e illimitata della produzione trovava il suo punto d’equilibrio nelle distruzioni prodotte dalle guerre. Per tali ragioni anche la nuova WF integrata alla Gov Q non si esponeva inutilmente in guerre mondiali, ma agiva direttamente solo quando gli interessi dell’AltaSfera Ecofin erano in gioco. Una particolare attenzione era posta a tutti gli aspetti che attenevano al dispiegamento delle infrastrutture e delle attività propedeutiche all’ormai indispensabile e imminente migrazione spaziale delle élite. Le procedure che reggevano la WF evitavano che essa apparisse nei conflitti locali, nelle repressioni di sommosse o di ribellioni limitate e che, comunque, era importante che non toccassero i gangli vitali della Gov Q. Il caos crescente e la conseguente complessità della situazione facevano sì che questo compito diventasse talvolta difficile. Il braccio operativo e armato della WorldForce era un ingranaggio indispensabile all’AltaSfera Ecofin per completare l’entanglement della Gov Q. Questa entità doveva permettere un’egemonia più totale e comprensiva degli interessi dell’AltaSfera, il che implicava di ridurre l’autonomia dei PoSt/ati di modo che questa fosse sempre più formale e di facciata. Questo non evitava gli attriti, le ostilità o le guerre, che comunque alimentavano la macchina di produzione/distruzione. Bastava solo che non diventassero incontrollabili al punto da creare danni alla strategia spaziale dell’AltaSfera. Ai PoSt/ati che ancora mantenevano una parvenza di sovranità e di capacità amministrativa e politica veniva data una delega algoritmica di gestione dei compiti fondamentali di controllo dei loro territori e popolazioni da far produrre. Era d’altronde previsto che anche con la Grande Fuga la Gov Q, per quanto possibile, continuasse a succhiare dalla biosfera il buon midollo di cui necessitava. Note: Al Boomernauta, a cui non dispiaceva una terminologia un po’ ellittica, mi ha fatto questo commento di due paesi europei facilmente riconoscibili: «nella penisola dei vitelli, talvolta considerata un laboratorio politico della Gov Neolib, l’AltaSfera aveva già fatto alcuni dei suoi primi esperimenti di gestione diretta, mettendo alcuni suoi esponenti a capo dell’esecutivo. Anche la Gallia, prima degli incidenti nucleari a ripetizione dovuti alle sue Centrali obsolete, venne a lungo governata da un banchiere che riuscì addirittura a farsi eleggere da una ristretta minoranza della popolazione per ben due volte». WorldForce: cfr. glossario Come Cia e NSA negli Stati Uniti, Fsb russo o ancora il Guoanbu cinese. Il Boomernauta a questo punto mi racconta un aneddoto: nella penisola del Vitello erano stati trovati a più di un secolo di distanza, nei luoghi più impensabili e nascosti, come le cisterne delle pompe di benzina abbandonate, depositi di armi nascoste dall’organizzazione segreta italiana di stampo neofascista Rosa delle Brezze appoggiata dalla Nato, in vista di un colpo di stato militare. Qui il narratore fa riferimento all’ipotesi di una unica governance imperiale mondiale annunciata dopo la caduta dell’Urss in un libro intitolato appunto Impero. Credo proprio che il Boomernauta facesse riferimento alla guerra Russo-Ucraina in cui l’esercito russo benché superiore in forze e mezzi convenzionali si era trovato a un certo momento in difficoltà, prima di adeguarsi, a causa di tutte le tecnologie occidentali più avanzate di cui l’esercito ucraino aveva potuto disporre. «In borsa bisogna comprare al suono del cannone e vendere al suono del violino». Comprare con la guerra e vendere con la pace.

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    II Che cos’è la fantascienza? Il testo analizza la fantascienza come dispositivo culturale nel senso foucaultiano, capace di intrecciare potere, sapere e immaginario collettivo. Riprendendo Caronia, Foucault e Deleuze, la fantascienza viene letta non solo come strumento di consenso o evasione, ma come spazio dialettico in cui il pubblico mantiene una quota di creatività e risposta. Essa incarna la tensione tra scienza e fantasia, producendo novità e trasformazione. Nel Novecento ha accompagnato il passaggio dalla società disciplinare a quella del controllo. La <> della fantascienza indica quindi la crisi di un dispositivo storico e l’emergere di nuove forme dell’attuale. A questo link è possibile leggere il primo articolo sul tema. Non avevo mai incontrato una ragazza hippy che si interessasse di fantascienza, prima d'ora; mi ha tenuto ore e ore a parlare di filosofia, di Dio, di dischi volanti e della saggezza esoterica degli antichi Egizi, e in tutte queste cose intesseva il filo della fantascienza. - Philip K. Dick1 Nella propria copia del secondo numero della rivista «Calibano»2 dedicata alla forme letterarie di massa, Antonio Caronia sottolinea (pratica per lui alquanto insolita) ed evidenzia, segnalandola in apertura del volume, la pagina 120 dell'articolo di Guido Carboni che parla di una sorta di ambivalenza, di necessaria dialettica tra chi vuole manipolare il pensiero altrui e chi si trova a subire la suddetta manipolazione: «sappiamo che i persuasori occulti possono persuaderci quasi di qualsiasi cosa, ma per farlo devono rispettare la legge fondamentale della retorica; per persuadere, per manipolare anche ideologicamente qualcuno bisogna accettarne almeno in parte le premesse, i bisogni di fondo. Qualsiasi modello che cerchi di interpretare la funzione sociale della letteratura di massa deve far posto a questa dialettica di risposta delle masse, restituire loro almeno un minimo di iniziativa e creatività, anche quando non siano politicamente organizzate. Forse così si riesce anche ad evitare di cadere in una delle varianti di quelle che già Umberto Eco nel 1964 definiva come atteggiamento apocalittico, e cioè di leggere la letteratura di massa solo come proiezione diretta di un meccanismo capitalistico, conscio o inconscio, di creazione del consenso; oppure come rimozione consolatoria, sfogo nel fantastico per sradicare le tensioni reali: che poi non è altro che l'altra faccia della stessa medaglia. Le ipotesi sono entrambe sostanzialmente vere per la letteratura di massa nel suo complesso e perché, a meno di un profondo cambiamento rivoluzionario, il meccanismo di assestamento, di creazione del consenso finisce col recuperare tutto o quasi. E tuttavia finiscono con l'appiattire completamente il panorama in questa ipotesi di negatività totale che alla fine della ricerca non può che ritrovare eternamente se stessa e rischia di oscurare la dinamica concreta in cui questi fenomeni si collocano; i come e i perché specifici di questo controllo»3. Quando Caronia prende nota di queste pagine è ancora lontano dal conoscere in modo adeguato il pensiero di un filosofo come Michel Foucault4, pur apprezzandone il discorso sul potere e sulla società disciplinare, altrimenti avrebbe potuto cogliere l'importanza del concetto di dispositivo per comprendere al meglio quella dinamica concreta in cui questi fenomeni si collocano e in modo particolare quello del cosiddetto genere fantascientifico che qui ci interessa. Dreyfus e Rabinow nel loro fondamentale La ricerca di Michel Foucault5 ci dicono che secondo la definizione di Foucault si ha un dispositivo laddove si riesca ad isolare «strategie di rapporti di forza che fanno da supporti ad alcuni tipi di sapere, che a loro volta diventano supporto di tali rapporti». Pur non avendo mai definito in modo esplicito cosa Foucault stesso intendesse con questo termine, nella sua, pur sommaria definizione, evidenzia la capacità di isolare, e quindi di interpretare, al di là di ogni pretesa di ricerca di verità soggiacenti, «quelle pratiche culturali che presenti nella nostra cultura [sono state] utilizzate come strumenti per la costituzione dell'individuo moderno, inteso sia come oggetto che come soggetto». La fantascienza, quella forma di letteratura che, per dirla con Ballard, è stata l'immaginario portante del XX secolo, ne costituisce l'aspetto più estremo e più tardo. Sul limite della modernità è lode del suo successo e canto funebre del suo visibile processo di rapida consumazione. E allora ecco che quella particolare produzione di storie fantastiche che per la prima volta riescono ad operare una coniugazione tra due opposti apparentemente inconciliabili di fantasia e scienza (quello spregiudicato matrimonio tra opinione e verità) tramite lo strumento tecnico del dispositivo acquistano una loro esplicabilità come «una forma di vita costituitasi storicamente, come dice Wittgenstein [senza] alcuna essenza né alcuna stabilità, e nessuna unità nascosta e soggiacente». Ma che nonostante ciò possiede una propria specifica coerenza. Seguendo la filosofia dei dispositivi foucaultiani Deleuze6 ci avverte che una delle importanti conseguenze che ne deriva è il «cambiamento di orientamento che si distingue dall'Eterno per rivolgersi al nuovo». La novità, non nei termini di moda e originalità, bensì di creatività. Novità che si enuncia nella «misura in cui può comprendere enunciati contraddittori». E scienza e fantasia sono indubbiamente due termini in evidente contraddizione tra loro, che vanno a formare nello stesso dispositivo quel «contenuto di novità e creatività che indica contemporaneamente la capacità di trasformarsi o già di incrinarsi a favore di un dispositivo futuro». Il senso della dichiarazione più volte reiterata e sempre ostracizzata dai solerti critici amici o nemici (dagli amici mi guardi Iddio) della morte della fantascienza seguita dall'esclamazione viva la fantascienza da parte di Antonio Caronia, sta tutto qui. La consapevolezza che «noi apparteniamo a dei dispositivi e agiamo in essi». E soprattutto che in ogni dispositivo occorre «distinguere ciò che siamo (ciò che non siamo già più) e ciò che stiamo diventando: ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene all'attuale». Il dispositivo fantascientifico novecentesco ha agito in piena continuità e aderenza con lo sviluppo tecnoscientifico, nella sua esponenziale accelerazione. Accompagnandoci per mano lungo la storia di ciò che poco a poco cessiamo di essere, cioè quella società chiusa, disciplinare che viene assorbita e inglobata nell'attualità, quella novità che si sta disegnando «in disposizioni di controllo aperto e continuo». «Foucault concorda con Burroughs che annuncia il nostro avvenire controllato piuttosto che disciplinato». È un passaggio sancito dalla rottura del vecchio dispositivo fantascientifico a favore di uno nuovo che può essere compreso solo nella presa in carico di una soluzione di continuità che sancisca la novità che si sta creando nell'attuale, ciò che appartiene al divenire a discapito «di ciò che appartiene alla storia». Nel desiderio di continuità, di negare cesure drastiche e destabilizzanti si ritrova tutta l'ansia e il timore di dover abbandonare le statiche contrapposizioni di campi ben definiti, di confini consolidati, uno per tutti: ciò che è cultura da ciò che è politica. Note: 1. Philip K. Dick, La ragazza dai capelli scuri, Fanucci, Roma 2014, p. 47. 2. Guido Carboni, Un matrimonio ben riuscito? In Il nuovo e il sempre uguale. Sulle forme letterarie di massa,«Calibano 2», Savelli, Roma 1978, p. 120. Conservata a Bibliotork, presso la Cascina Autogestita Torchiera di Milano. https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ 3. Un'analisi importante sul medesimo filo di ragionamento in Fredric Jameson, Firme del visibile, Donzelli, 2003, p. 36 «A questo punto del ragionamento, l'ipotesi, è allora che le opere di cultura di massa non possano essere ideologiche senza essere nel medesimo tempo, implicitamente o esplicitamente, anche utopiche: esse non possono venire manipolate a meno che non offrano qualche genuino brandello di contenuto, una sorta di esca fantastica per il pubblico che sta per essere manipolato. Perfino la falsa coscienza di un fenomeno così mostruoso come il nazismo era nutrita di fantasie collettive di tipo utopico, espresse in forme sia socialiste sia nazionaliste. La nostra asserzione sul potere trainante delle opere di cultura di massa ha insinuato che opere del genere non possono gestire le inquietudini di ordine sociale a meno che non le abbiano prima ridestate e non abbiano fornito loro una qualche espressione rudimentale; si desidera ora suggerire che l'inquietudine e la speranza sono due aspetti della stessa coscienza collettiva in modo che le opere di cultura di massa, anche se la loro funzione risiede nella legittimazione dell'ordine esistente – o di uno anche peggiore – non possono compiere il loro lavoro senza deviare a favore di quest'ultimo le speranze e le fantasie più profonde e fondamentali della collettività, alla quale poi, si scopre, non importa in qual modo distorto, hanno così dato voce». 4. Antonio Caronia, Quando i marziani invadevano Milano http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html 5. H. L. Dreyfus, P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault, La casa Usher, 2010 6. Gilles Deleuze, Che cos'è un dispositivo. Cronopio, 2007 II – What’s Science‑Fiction? by Giuliano Spagnul I had never met a hippie girl who was interested in science‑fiction before; she kept me for hours talking about philosophy, God, flying saucers and the esoteric wisdom of the ancient Egyptians, and in all these things she wove the thread of science‑fiction. - Philip K. Dick¹ In his own copy of the second issue of «Calibano»², a magazine devoted to mass‑literary forms, Antonio Caronia unusually highlights—at the very opening of the volume — the page 120 of Guido Carboni’s article, which discusses a kind of ambivalence, a necessary dialectic between those who wish to manipulate others’ thoughts and those who are subjected to that manipulation: «We know that hidden persuaders can convince us of almost anything, but to do so they must respect the fundamental law of rhetoric; to persuade, to manipulate ideologically, one must accept at least in part the target’s premises and basic needs. Any model that seeks to interpret the social function of mass literature must make room for this dialectic of mass response, returning to the audience at least a minimal degree of initiative and creativity, even when they are not politically organized. Perhaps this also avoids falling into one of the variants that Umberto Eco, in 1964, defined as an apocalyptic attitude — reading mass literature solely as a direct projection of a capitalist mechanism, conscious or unconscious, that creates consensus; or as a consolatory removal, a fantastical vent that eradicates real tensions, which is merely the other side of the same coin. Both hypotheses are essentially true for mass literature as a whole, and because, absent a profound revolutionary change, the settling mechanism that creates consensus ends up reclaiming everything or almost everything. Yet they end up flattening the panorama completely in this hypothesis of total negativity that, at the end of the inquiry, can only eternally rediscover itself and risks obscuring the concrete dynamics in which these phenomena are situated; the specific hows and whys of this control.»³ When Caronia notes these pages, he is still far from a full grasp of a philosopher such as Michel Foucault⁴, though he appreciates Foucault’s discourse on power and disciplinary society. Had he done so, he might have seized the importance of the concept of the dispositif for understanding the concrete dynamics at play, especially regarding the so‑called science‑fiction genre that interests us here. Dreyfus and Rabinow, in their seminal “The Search for Michel Foucault”⁵, tell us that, according to Foucault, a dispositif exists wherever one can isolate «strategies of power relations that support certain kinds of knowledge, which in turn become the support of those relations». Although Foucault never explicitly defined the term, his brief definition highlights the ability to isolate—and thus interpret—beyond any claim to underlying truth, «those cultural practices that, present in our culture, have been used as tools for the constitution of the modern individual, understood both as object and as subject». Science‑fiction, that form of literature which, as Ballard puts it, was the imaginary bearing of the twentieth century, represents its most extreme and latest aspect. At the edge of modernity, it is praised for its success and mourned for its rapid consumptive decay. Thus, that particular production of fantastic stories, which for the first time manages to fuse two apparently irreconcilable opposites—fantasy and science (the reckless marriage of opinion and truth)—through the technical instrument of the dispositif, acquires an explicability as «a form of life historically constituted, as Wittgenstein says, without any essence, stability, hidden or underlying unity». Yet it nonetheless possesses its own specific coherence. Following the philosophy of Foucauldian dispositifs Deleuze⁶ warns that an important consequence is a «shift of orientation that distinguishes itself from the Eternal by turning toward the new». The novelty is not a matter of fashion or originality, but of creativity — the novelty that is expressed in «the degree to which it can accommodate contradictory statements». Science and fantasy are undeniably contradictory terms, yet within the same dispositif they form a «content of novelty and creativity that simultaneously indicates the capacity to transform or already to crack in favor of a future dispositif». The repeatedly reiterated, always ostracized declaration of the death of science‑fiction followed by Antonio Caronia’s cry of long live science‑fiction rests on a single insight: «we belong to dispositifs and act within them». Moreover, in every dispositif we must «distinguish what we are (what we are no longer) from what we are becoming: what belongs to history and what belongs to the present». The nineteenth‑century science‑fiction dispositif operated in full continuity with technoscientific development, riding its exponential acceleration. It has led us hand‑in‑hand through the history of what we gradually cease to be — that closed, disciplinary society that is absorbed and incorporated into the present, a novelty that is being shaped «in arrangements of open, continuous control». «Foucault agrees with Burroughs that he announces our future as controlled rather than merely disciplined». This passage marks the rupture of the old science‑fiction dispositif in favor of a new one that can be understood only through a continuity solution that affirms the novelty being created in the present—what belongs to becoming at the expense of «what belongs to history» In the desire for continuity, in denying drastic, destabilizing ruptures, lies the anxiety and fear of abandoning static, well‑defined field boundaries, of conflating culture with politics. Notes: Philip  K. Dick, The Dark‑Haired Girl, Fanucci, Rome 2014, p.  47. Guido  Carboni, Un matrimonio ben riuscito? In Il nuovo e il sempre uguale. Sulle forme letterarie di massa, «Calibano 2», Savelli, Rome  1978, p.  120. Copy preserved in the Bibliotork at the “Cascina Autogestita  Torchiera” (Milan). https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ Fredric  Jameson, Signs of the Visible, Donzelli, 2003, p. 36. (An important analysis of the same line of reasoning: mass‑culture works cannot be ideological without also being implicitly or explicitly utopian; they must contain a genuine “fantastic bait” that manipulates the audience, linking collective anxieties and hopes.) Antonio  Caronia, Quando i marziani invadevano Milano. http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html H.  L.  Dreyfus & P.  Rabinow, La ricerca di Michel Foucault, La casa Usher, 2010. Gilles  Deleuze, Che cos'è un dispositivo. Cronopio, 2007.

  • archivi

    Tesi sul nuovo fascismo europeo Questo testo è apperso sul numero 4 della rivista <> nel giugno del 1993. In fondo all'articolo riportiamo il numero per intero. Il testo ha uno straordinario carattere anticipatore. Il nuovo fascismo europeo si insidia, cresce e si sviluppa nella distruzione della sfera lavorativa in quanto ambito privilegiato della socializzazione e luogo di acquisizione di un'identità politica. Si potrebbe dire che tutto si sia avverato anche il bisogno di sviluppare forme di democrazia non rappresentativa in grado di organizzare le masse.

  • graphic journalism

    Caccia all’uomo

  • scienza e politica

    Come sopravvivere all’Intelligenza artificiale. IA, tecnofascismo e guerra Robin Tomens Dove la meta-automazione introdotta con l’intelligenza artificiale generativa tende a chiudere l’indeterminato dentro la previsione calcolabile, la metatecnica umana – situata, relazionale, storica – apre varchi nell’inconoscibile. Non c’è apprendimento profondo che possa emulare questa apertura radicale, perché essa non è funzione, ma soglia. ChatGPT «Loro avevano l’algoritmo, noi l’anomalia. Loro l’addestramento, noi l’invenzione». Il Boomernauta Il termine «intelligenza artificiale» (IA) copre diversi ambiti e denominazioni. In questo saggio quando parlo di IA, al singolare o al plurale – intendendo in questo secondo caso le varie implementazioni correnti come ChatGPT, Deepseek o Claude – mi riferisco, se non specificato diversamente, all’intelligenza artificiale generativa applicata specificamente al linguaggio: la famiglia di tecniche che, applicando modelli di machine learning a dataset enormi, produce large language models (LLM), ovvero modelli linguistici in grado di creare nuovi contenuti. Per chiarire metaforicamente il rapporto tra questi elementi: Il Dataset è la biblioteca universale di testi, la materia prima. Il Machine Learning è il metodo di studio che permette di apprendere da quella biblioteca. Il LLM è il risultato di questo processo: una «mente» esperta che ha interiorizzato le regole del linguaggio. L’IA Generativa è la capacità di questa mente di agire creativamente, generando testi originali. Il Chatbot è l’interfaccia conversazionale con l’IA, che usa il linguaggio naturale. Per definizioni più dettagliate si veda il Glossario Premessa Il pamphlet statunitense degli anni ’50 How to Survive an Atomic Bomb1 non fu solo un manuale pratico: trasformava l’incubo nucleare della Distruzione Mutualmente Assicurata2 in una sequenza di azioni individuali e gestibili, offrendo all’individuo un’illusione di controllo e agency (capacità di agire) di fronte a una minaccia che lo sovrastava.Con l’intelligenza artificiale (IA) la dinamica cambia: non siamo di fronte a una catastrofe possibile, ma immersi in una catastrofe già in corso. Nei discorsi dominanti spesso si oscilla tra narrazioni opposte e semplificate: l’IA come minaccia di dominio delle macchine, come promessa salvifica capace di rimediare al caos a cui il capitalismo ci sta conducendo, oppure come strumento transumanista di potenziamento destinato a creare una nuova élite «aumentata». Probabilmente le cose non stanno proprio così, e per questo mi sembra opportuno avviare un’indagine per affrontare l’insieme dei fenomeni complessi generato in questo nuovo contesto in cui l’IA è entrata a far parte del paesaggio quotidiano.Questo saggio vuole gettare le basi per un discorso più ampio, adottando un approccio specifico e limitando per il momento l’analisi a linee di indagine centrali. Si tratta di direttrici che non esauriscono il quadro complessivo, ma che consentono di iniziare a tracciare un percorso.Come approccio si propone di affrontare politicamente, socialmente ed economicamente questo salto tecnologico adottando una prospettiva che prende la fisica quantistica come quadro reale della natura, superando l’illusione di un modello puramente newtoniano. In coerenza con questa impostazione quantistica, si adotta una metodologia «diffrattiva», che intreccia i riferimenti del materialismo storico con quelli dei nuovi materialismi. Il primo passo è situare l’IA nel contesto storico. Come ogni tecnologia essa non nasce in astratto, ma si sviluppa dentro precise condizioni storiche, politiche e socio-tecniche, fino a infiltrarsi in quasi ogni sfera della vita – anche se, a dispetto degli ingenti investimenti e dei proclami roboanti (da Trump in giù), il suo modello economico capitalista resta tutt’altro che consolidato. Il corpo dello scritto, è costituito da un’analisi dell’IA come realtà relazionale articolata in due prospettive complementari. Nell’una si esaminano le dinamiche, le modalità e le responsabilità attraverso cui l’IA viene modellata, costituita e plasmata: chi la costruisce, con quali interessi, dentro quali rapporti di potere, secondo quali logiche estrattive o distributive. Nell’altra prospettiva si indagano i fenomeni che si producono nella sua progressione pervasiva, quegli effetti che eccedono l’utilizzazione intenzionale da parte degli umani e che emergono dall’interazione complessa tra algoritmi, infrastrutture materiali e contesti sociali ed ecologici.Questi due aspetti non sono disgiunti ma profondamente intrecciati. Le loro connessioni avvengono nello spaziotempomateria: quella dimensione in cui spazio, tempo e materia costituiscono un continuum inseparabile. Inoltre l’IA è una perfetta incarnazione dell’inseparabilità tra dimensione materiale e dimensione discorsiva, essendo al tempo stesso infrastruttura fisica concreta e produzione incessante di linguaggio. Abbandonata ai tecnofascisti, viene fatta gonfiare smisuratamente in entrambe le direzioni – infrastrutture ecocide da un lato, narrazioni compiacenti dall’altro – fino a esplodere come una bomba atomica confortevole e leccaculo.L’epilogo cercherà di individuare come generare, dai segnali che già si manifestano, le deviazioni infinitesimali capaci di sottrarre Gaia – e noi in essa – alla traiettoria da incubo che la sta travolgendo. Approccio: uscire dagli schemi newtoniani Non esiste una definizione scientifica univoca di «intelligenza», eppure nella retorica corrente l’IA viene spesso costretta tra la riduzione a mero algoritmo statistico e, all’opposto, la rappresentazione di una minaccia sovrumana.Queste contrapposizioni, fondate sulla logica competitiva che oppone intelligenze delle macchine a quella umana intesa in senso individuale – ignorando ogni forma di intelligenza collettiva e più-che-umana3 – risultano fuorvianti e vanno contestate. Esse poggiano su uno schema newtoniano che immagina gli esseri umani come entità già costituite, portatrici di una soggettività e di un sapere predeterminati, mentre le macchine – a lungo concepite come oggetti già dati, governati da leggi causali e manipolabili dall’esterno – tendono oggi a essere considerate potenzialmente ingovernabili, dotate di un’autonomia che sfugge al controllo umano. È la stessa logica di un’ontologia antropocentrica che in Occidente affonda le sue radici nella Grecia antica e che, nell’epoca storica del capitalismo, ha prodotto processi sociali e materiali entrati in una fase di accelerazione esponenziale e distruttiva. Nel XX secolo il materialismo storico ha sovvertito le spiegazioni idealiste della storia, spostando il fuoco su condizioni materiali, rapporti di produzione e lotta di classe. Tuttavia ha spesso mantenuto un’impostazione determinista legata al paradigma meccanicistico del positivismo, con leggi «scientifiche» come quella sulla caduta del saggio di profitto4 e il crollo del capitalismo.Questa tensione fra determinismo e trasformazione è esemplificata da Carlo Rovelli in Helgoland, quando richiama il conflitto fra Lenin e Bogdanov: La rivoluzione russa, argomenta Bogdanov nei turbolenti anni che seguono questa rivoluzione, ha creato una struttura economica nuova. Se la cultura è influenzata dalla struttura economica, come ha suggerito Marx, allora la società post-rivoluzionaria deve poter produrre una cultura nuova che non può più essere il marxismo ortodosso concepito prima della rivoluzione… Bogdanov predice che il dogmatismo di Lenin congelerà la Russia rivoluzionaria in un blocco di ghiaccio che non evolverà più, soffocherà le conquiste della rivoluzione e diventerà sclerotico. Parole profetiche, anche queste.5 Dopo il braccio di ferro vinto da Lenin – in uno scontro che non era una semplice disputa teorica ma investiva l’intera concezione della rivoluzione e della sua organizzazione6 che avrebbe condotto allo stalinismo – si affermò la meccanica quantistica, frutto del lavoro collettivo di Heisenberg, Bohr, Schrödinger e altri, che sovvertì la visione deterministica della fisica classica, quasi a dar ragione a Bogdanov. Il mondo reale non obbedisce a leggi meccanicistiche, ma si muove secondo dinamiche di indeterminazione e reti complesse – così come le tecnologie digitali avanzate, che sfuggono a ogni tentativo di ridurle a schemi lineari. Diventa urgente superare il dualismo tra soggetto e tecnica: umano e macchina non esistono come entità separate, ma si co-costituiscono nell’interazione. Marx colse le macchine come cristallizzazioni di rapporti sociali e lavoro accumulato, ma rimase prevalentemente legato a una visione in cui esse apparivano come oggetti già costituiti dal lavoro umano, piuttosto che come entità che si costituiscono relazionalmente nell’uso e nel contesto. In seguito Simondon intuì che le macchine non sono oggetti fissi ma processi in divenire, definiti dalle reti di relazioni in cui si inseriscono («Individui tecnici definiti da reti di relazioni»). Rielaborando questa intuizione possiamo vedere le macchine come il risultato di pratiche concrete e discorsi che si accumulano nel tempo, portando con sé scelte politiche e responsabilità umane precise. Non sono entità fisse: prendono forma solo nelle interazioni che le mettono in azione.Non si tratta dunque di opporre l’IA all’utente umano come due entità separate: ciò che conta è l’intreccio di relazioni che coinvolge persone, algoritmi, infrastrutture materiali, logiche economiche e assetti politico-sociali. È in questo spazio che emergono le dinamiche decisive per comprendere come l’IA agisca e venga agita.L’indagine deve allora concentrarsi sia sugli effetti concreti e simbolici generati dagli incontri tra umani e IA, sia sugli orientamenti politici e le responsabilità già incorporati nei sistemi tecnologici che modellano tali incontri. In questo senso, l’approccio diffrattivo di Karen Barad7 offre uno strumento prezioso. La metafora è fisica: quando un’onda incontra un ostacolo si diffrange generando nuove forme (pattern) di interferenza. Applicato al pensiero, significa non fermarsi alla dinamica biologica del rispecchiamento – riconoscimento, imitazione, empatia mediati anche dai neuroni specchio – né a quella culturale della riflessione, che tende comunque a restituirci ciò che già conosciamo, ma aprirsi invece a interferenze produttive, a scomposizioni capaci di generare traiettorie inattese. Questo vale anche per la pratica politica contemporanea, inclusa quella di sinistra, spesso intrappolata nello schema del «già noto». La diffrazione consente invece di riorientare pensiero e pratiche, trasformando le condizioni stesse di ciò che può accadere nelle interazioni tra umani e macchine.Un approccio diffrattivo ci porterà a interpretare l’intelligenza artificiale non come mero specchio sociale, né solo come automazione al servizio del capitale di quel sapere collettivo che Marx chiamava general intellect. L’IA ha invece un ruolo attivo nel produrre la realtà insieme a noi e oltre.Questo significa andare oltre la denuncia dei pregiudizi dell’IA come semplici riflessi di bias umani contenuti nei dati di addestramento 8 – denuncia che spesso si riduce al suggerimento di correttivi tecnici o filtri migliori. O ancora: chi definisce cosa sia una risposta «naturale»? E come l’interazione fra utente e dispositivo crei significati imprevisti, non riducibili ai soli input iniziali?In questo modo, l’approccio diffrattivo evidenzia anche gli effetti delle interazioni tra umani e IA: mostra come le scelte progettuali, le decisioni politiche, le pratiche sociali e i dati incorporati nel sistema influenzino concretamente i risultati, rendendo visibili responsabilità che altrimenti resterebbero nascoste. Più in generale, mette in luce come questa co-produzione non si limiti a organizzare la suddivisione del lavoro produttivo nel capitalismo contemporaneo, ma contribuisca attivamente alla formazione e al mantenimento di ordini sociali, gerarchie conoscitive e configurazioni ecologiche: quali corpi (umani e nonumani) vengono valorizzati o scartati, quali saperi legittimati o repressi, quali metabolismi energetici e materiali vengono imposti a Gaia. Situare l’IA nel contesto Neurocapitalismo e IA Nel 2016 usciva il mio libro Neurocapitalismo9, in cui ho cercato di mettere in luce le profonde mutazioni prodotte dal salto paradigmatico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) avvenuto a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Con un approccio genealogico evidenziavo come queste tecnologie non fossero soltanto prodotti dei grandi centri di ricerca delle corporation o degli apparati militari della Guerra Fredda, ma riflettessero anche l’energia creativa e cooperativa della rivoluzione anticapitalista e anti-imperialista degli anni ’60 e ’70. Pur sconfitta politicamente, quella stagione aveva lasciato tracce profonde, fornendo basi tecniche e immaginative per un mondo digitale in cui la tecnica poteva diventare strumento di democratizzazione del sapere e liberazione dell’intelligenza collettiva – come testimoniano lo spirito originario di Internet e del free software – poi progressivamente catturati ed espropriati dal capitale. Ed è proprio a partire da questa dinamica di cattura del comune e sussunzione dell’intelligenza collettiva che la scelta di sintetizzare tale trasformazione con il termine neurocapitalismo – non esclusivo, ma ormai intimamente legato al libro – rispondeva all’esigenza di nominare una mutazione profonda della logica capitalistica, in cui emozioni, cognizione, relazioni, desideri e affetti diventano simultaneamente materia prima della valorizzazione e variabili di aggiustamento per il controllo sociale. Una delle tesi centrali del libro era che questa mutazione strutturale non fosse riducibile a una semplice invenzione o a un «prodotto» della transizione del capitalismo dall’epoca industriale a quella del capitalismo cognitivo, o persino biocognitivo. Snodi fondamentali di questo cambiamento furono, in ordine di tempo, Internet, la rapida diffusione di miliardi di dispositivi mobili individuali (smartphone) e il controllo esercitato dalle global platform – vere megamacchine contemporanee – soprattutto attraverso i social media. Ciò che conta davvero, tuttavia, non è tanto la cosiddetta «innovazione» in sé, quanto le nuove relazioni sociali, politiche ed economiche in cui essa è implicata. Alla base vi era la nozione di bioipermedia10 , cioè uno spazio emergente di nuovi entanglement11 (forme di interdipendenza profonda in cui le entità rimangono correlate anche a distanza), in cui corpi biologici, reti digitali e macchine di interconnessione si intrecciano non solo materialmente, ma anche nei continui processi di produzione e circolazione del senso, costituendo insieme la realtà in cui operano. Oggi Asma Mhalla12 riprende quel discorso sul neurocapitalismo, che riguardava la generazione Zuckerberg-Bezos dei social media e dell’e-commerce, aggiornandolo alla nuova dei tecno-bros trumpiani dell’intelligenza artificiale: Le figure dell’ultra-tecnologia come Elon Musk, Peter Thiel e Sam Altman non si limitano a immaginare un futuro: lo programmano. Il loro progetto non consiste nell’aumentare l’umano, come pretendono, ma nel riconfigurarlo dalle fondamenta. È un progetto di in/civilizzazione di un’ampiezza inedita. Tutte le loro infrastrutture – cloud, IA, biotecnologie e dati – sono infrastrutture dell’intimo. Operano sui nostri desideri, le nostre routine, i nostri corpi. Il modello neurocapitalista ha a lungo garantito forme efficaci di controllo, plasmando soggettività e comportamenti attraverso dispositivi digitali e reti di influenza. Oggi, tuttavia, rivela i propri limiti. La sua capacità di produrre consenso si incrina necessariamente quando le moltitudini si trovano immerse in un degrado materiale crescente, sullo sfondo di una crisi ecologica e sociale sempre più profonda. Il controllo «soft» non basta più: le tensioni diventano sistemiche. La storia, a partire dal primo conflitto mondiale, insegna che il capitalismo tende a rispondere alle proprie contraddizioni strutturali attraverso la guerra: non solo la guerra come evento, ma come regime permanente, come tendenza alla guerra civile globale.13 È precisamente in questo scenario che va collocato l’emergere dell’intelligenza artificiale. Tamburi di guerra Nel XX secolo movimenti rivoluzionari dal basso, composti da moltitudini spesso prive di istruzione, riuscivano a cambiare il corso della storia – basti pensare alla Cina che passa da paese semi-colonizzato a grande potenza mondiale.Oggi, invece, nonostante livelli senza precedenti di scolarizzazione e un ambiente tecnologico pervasivo, ci troviamo di fronte a un’ondata autoritaria, xenofoba e restauratrice, soprattutto, ma non solo, nel Nord globale.14Questo apparente paradosso non si spiega soltanto con la svolta controrivoluzionaria seguita ai movimenti degli anni Settanta o con la caduta del blocco sovietico. È l’esito di un mezzo secolo di sedicente neoliberismo15 che, dietro la retorica della libertà e dell’innovazione, ha progressivamente eroso i legami sociali, privatizzato l’immaginario e addestrato le soggettività alla competizione e alla paura. Il neurocapitalismo, con la sua colonizzazione dell’attenzione e degli affetti, ha costituito l’infrastruttura cognitiva e sensibile di questa mutazione, senza però poter cancellare del tutto l’eccedenza imprevedibile della rivolta – quell’eccesso di significato e di vita che sfugge anche agli algoritmi dell’IA più sofisticata. Non si tratta di «resilienza» nel senso di adattabilità al sistema esistente – un termine ormai abusato dal management tecnocratico – ma di una capacità di rottura che attraversa corpi umani, ecosistemi viventi e dispositivi tecnici.Di fronte a una crisi sistemica ormai manifesta – sociale, politica, ecologica, economica, energetica, demografica – anche le ex democrazie rappresentative si riorganizzano in entanglement Stato-capitale fondati su logiche oligarchiche e imperiali. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti della seconda amministrazione Trump. Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura — della perdita, dell’incertezza, del “diverso” — diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista.16Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura – della perdita, dell’incertezza, del «diverso» – diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista.17 Ma i segnali di insofferenza della Generazione Z (Gen Z) cominciano a moltiplicarsi, mettendo in discussione questa presunta docilità.Di fronte a questa insofferenza crescente, il potere cerca nuove forme di sedazione: il comfort senza precedenti offerto dall’IA dei tecno-oligarchi alleati del potere potrebbe funzionare da nuovo oppio dei popoli?È in questo scenario di crisi sistemica e di regime di guerra che l’intelligenza artificiale emerge non come strumento tecnologico, ma come un ulteriore nodo critico di potere e controllo che si vuole come definitivo. La sua apparizione nel quadro appena delineato rende necessaria un’indagine su alcuni aspetti salienti della sua natura costitutiva: come si intreccia con l’intelligenza umana, quali potenzialità dischiude e, soprattutto, quali rischi concreti porta con sé. 1 How to Survive an Atomic Bomb è un rassicurante manuale di protezione civile pubblicato negli Usa nel 1950 da Richard Gerstell. Guy Debord, nella Société du spectacle (1967), ne mostra l’assurdità ideologica: non strumento di salvezza, ma dispositivo per addestrare la popolazione ad accettare la catastrofe come normalità amministrabile. 2 Il dottor Stranamore (film di Stanley Kubrick, 1964). 3 Il «più-che-umano» (more-than-human) indica che le capacità trasformative non appartengono solo agli esseri umani, ma emergono da relazioni tra umani, animali, organismi, tecnologie e ambienti materiali. È un concetto sviluppato da Haraway e dai nuovi materialismi per superare la visione antropocentrica che vede l’uomo come unico agente attivo. 4 Nella teoria marxista indica la tendenza, nel capitalismo, alla diminuzione del rapporto tra profitto e capitale investito, dovuta alla crescente sostituzione del lavoro umano (che solo produce valore) con macchine e tecnologie. 5 Rovelli Carlo, Helgoland, Milano, Adelphi, 2020, p.134 6 Lenin dedicò quasi un anno (1908-1909) alla stesura di Materialismo ed empiriocriticismo (Roma, Editori Riuniti, 1973) per contrastare le posizioni di Bogdanov, segnale della portata strategica dello scontro. 7 Per approfondire la teoria della diffrazione di Barad, si consiglia di consultare il secondo capitolo del suo libro Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, intitolato Diffractions: Differences, Contingencies, and Entanglements That Matter. In questo capitolo, Barad esplora come la diffrazione, un fenomeno fisico che descrive la deviazione delle onde quando incontrano ostacoli o aperture, possa essere applicata come metodologia epistemologica per analizzare le interazioni tra materia e significato. 8 Nel riconoscimento facciale, per esempio, il problema non è solo il bias nei dati, ma l’intreccio tra metriche di accuratezza, usi polizieschi e storie di marginalizzazione, o allora la pratica di una profilazione economica che indirizza la precarietà verso determinati settori sociali. 9 Giorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Mimesis, Milano-Udine, 2016. 10 Il bioipermedia è l’ambiente dell’insieme delle continue interconnessioni e interazioni dei sistemi nervosi e dei corpi con il mondo tramite dispositivi, applicazioni e infrastrutture reticolari. Per estensione, la sfera bioipermediatica diventa l’ambito in cui la compenetrazione delle coscienze umane con queste tecnologie è talmente intima da generare una co-costituzione, con modificazioni e simulazioni reciproche. 11 Entanglement è un concetto della fisica quantistica che descrive una forma di interdipendenza profonda fra entità, tale per cui esse non possono essere considerate come parti autonome e separate: rimangono correlate anche quando si trovano a grande distanza. Questa connotazione così precisa è tale per cui le traduzioni italiane (intreccio, correlazione quantistica, inestricabilità, connessione non locale…) sono tutte riduttive. 12 Asma Mhalla , « Elon Musk, Peter Thiel et Sam Altman ne se contentent pas d’imaginer un futur: ils le programment» Usbek &Rica, 22/09/2025, https://usbeketrica.com/fr/article/asma-mhalla-elon-musk-peter-thiel-et-sam-altman-ne-se-contentent-pas-d-imaginer-un-futur-ils-le-programment 13 Lazzarato M., Guerra civile mondiale?, DeriveApprodi, Bologna 2024. 14 Forse è necessario risalire anche a un limite strutturale del pensiero marxiano che, pur nella potenza della sua analisi, ha posto al centro la classe operaia europea, senza chiarire fino in fondo che la sua stessa esistenza – e più in generale la nascita del capitalismo industriale in Europa – è stata resa possibile dallo sfruttamento coloniale, dal lavoro gratuito nei territori colonizzati e dall’estrattivismo senza limiti. 15 Ammesso che sia mai esistito un vero regime neoliberista in senso puro – ovvero fondato sull’ideologia delle presunte capacità di auto-organizzazione del mercato – oggi ciò che vediamo non è un suo declino, ma il suo superamento in forma apertamente autoritaria. 16 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento. 17 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento.

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    The other side of the moon # 4: 1986: la NEP del Vietnam Donmay Donamayoora Il contributo ricostruisce la svolta storica del Vietnam avviata con il VI Congresso del Partito comunista nel 1986, quando il Paese, ancora segnato dalla guerra e dall’arretratezza economica, avviò la politica del Doi Moi. Di fronte all’incapacità del modello collettivista di generare sviluppo, la dirigenza vietnamita introdusse graduali riforme di mercato mantenendo il ruolo centrale del partito. Il testo analizza il superamento della pianificazione rigida, la liberalizzazione dell’agricoltura e dell’impresa privata e la riduzione del controllo statale. Il Doi Moi viene interpretato come una “NEP vietnamita”, scelta non ideologica ma necessaria alla sopravvivenza del Paese. A differenza dell’esperienza sovietica, tale svolta ha mostrato una sorprendente stabilità e continuità nel tempo. Il 15 dicembre 1986, di fronte a 1129 delegati in rappresentanza di quasi 1,9 milioni di iscritti si apre ad Hanoi il VI Congresso Nazionale del Partito comunista del Vietnam. L’assise è destinata a segnare una svolta nella storia della nazione. Il partito che aveva guidato la lotta per l’indipendenza e la riunificazione arriva al suo Congresso in una situazione sociale drammatica. Il paese, unico nel panorama mondiale e nella storia economica, non era riuscito a crescere nella ricostruzione. Le ferite della guerra erano ancora devastanti e la direzione politica non era stata in grado di avviare i suoi cittadini verso un miglioramento sistematico delle condizioni di vita. La pace non aveva condotto al progresso. C’era penuria di beni, le comunicazioni erano lente, a stento venivano soddisfatti i consumi di base. Mancavano anche i saponi, sostituiti dalla sabbia nelle pulizie personali. La dirigenza – in larghissima misura funzionari del partito – non era riuscita ad affrancarsi da una logica militare alla quale l’avevano abituata decenni di conflitto. La società era vista attraverso la lente manichea dei nemici e degli amici, la gestione di situazioni complesse non era possibile, la resistenza sembrava l’ambizione principale proprio quando sarebbe stata necessaria una maggiore flessibilità di intervento. Il ruolo delle élites militari era ingombrante, con il fardello di una disciplina ormai inadatta. La drammaticità della vicenda bellica faceva mantenere la direzione a burocrati impreparati, se non corrotti o ambiziosi. L’improvvisa, eccessiva adesione a un partito originariamente di quadri e militanti aveva insospettito chi vigilava. L’organizzazione poteva infatti diventare un trampolino per carriere personali. Le precedenti direzioni avevano mantenuto una politica di rigoroso controllo e di ortodossia ideologica. La disciplina e l’unità erano il bene supremo, senza spazio per derive teoriche o per esperimenti sociali. La proprietà dei mezzi di produzione era collettiva o statale, sia per le fabbriche che per le campagne. Lo strumento generatore di valore era il piano quinquennale, sulla scorta dell’esperienza sovietica che paradossalmente proprio in quegli anni si avviava a una spettacolare denuncia dei suoi limiti. Dieci anni dopo la riunificazione, il paese non si era dimostrato capace di produrre sufficiente ricchezza. Il sud rimaneva un immenso campo di riso, il nord un terreno di poche fabbriche pesanti e di miniere di carbone. Le due regioni per anni hanno continuato a scambiare gli stessi prodotti, come al tempo della colonizzazione francese, addirittura con le stesse dogane commerciali. Il Vietnam ne risultava indebolito nello scacchiere asiatico, mentre la sua popolazione non era uscita dal sottosviluppo. Il Paese sopravviveva senza riforme e la sua salvezza era garantita dagli aiuti internazionali e dall’appartenenza al Comecon dominato dall’Unione Sovietica. Le spese militari erano ingenti per le tensioni sia con gli Stati Uniti e la Cina che trovavano nella Cambogia dei Khmer Rouge un alleato imprevisto. La borghesia commerciante cinese era espulsa dal paese e molti intellettuali, delusi per l’andamento della politica, si ritiravano dalla vita pubblica o addirittura si univano all’esodo dei boat people. L’esercito continuava a svolgere una funzione nevralgica, più per la disciplina che lo permeava che per la capacità di avviare un percorso economico. In questo quadro il Congresso che si apre ad Hanoi segna una svolta epocale per il paese. Pur nella prudenza del linguaggio, «critica e autocritica» marcano il percorso dell’assise. Il dibattito è aperto e i problemi vengono elencati nella loro crudezza. Yegor Ligachev, il rappresentante del Pcus e capo della più importante tra le 32 delegazioni internazionali, non lesina schiettezza nella condanna dell’uso degli aiuti sovietici, incanalati in rivoli opachi e senza efficacia economica. La mediazione politica dietro le quinte è vivace, ma le conclusioni del Congresso sono unanimi e dirompenti con il passato. Viene avviata la politica del Doi Moi (letteralmente «cambio e innovazione», «cambiare per rifare daccapo») che segna l’inedito indirizzo del Vietnam e lo proietta verso i successi odierni. Il ruolo del partito non cambia: è «la sola forza che conduce lo Stato e la società e il principale fattore che determina tutti i successi della rivoluzione vietnamita». Muta tuttavia l’obiettivo strategico, l’organizzazione deve ora pilotare il Paese verso «un’economia di mercato a orientamento socialista». Senza il clamore di epurazioni e senza il clangore delle armi per gli sconfitti, si avvia un ricambio politico e generazionale. Viene eletto segretario Nguyen Van Linh, un rigoroso economista; per la prima volta un militante del sud diventa l’uomo più potente del Vietnam. Risulta ringiovanita la direzione e dunque inizia a uscire di scena la vecchia guardia. Per «ragioni di salute» lasciano l’Ufficio politico del Comitato centrale Truong Chinh, Pham Van Dong e Le Duc Tho, tutte figure carismatiche. Il primo era Segretario del partito e Presidente della Repubblica; Pham Van Dong ricopriva la carica di Primo Ministro, Le Duc Tho era il teorico del partito, negoziatore degli accordi di Parigi e Premio Nobel per la Pace. Le scelte sono dirompenti e applicate con costanza. Tendono inizialmente a coniugare la centralizzazione delle decisioni con il dinamismo sociale, la direzione pianificata con l’individualismo. Progressivamente l’economia di mercato diviene sempre più svincolata. Nelle campagne la proprietà collettiva della terra e degli strumenti è smantellata con metodo. Le famiglie sono autorizzate a coltivare la terra per fini personali, possono consumare il raccolto e vendere le eccedenze a prezzi di mercato. Le imprese private sono incoraggiate a diventare il motore della crescita. Inizialmente si fissa a 10 lavoratori il numero massimo di addetti assunti dai nuovi imprenditori. Le aziende di stato possono muoversi in ambiti economici e non solo amministrativi. Viene soppresso il monopolio statale sul commercio internazionale. I sussidi governativi sono progressivamente ridotti e i prezzi non più imposti. I salari sono pagati in contanti, rendendo più monetizzati gli acquisti delle famiglie. Gli impiegati pubblici diminuiscono del 15%. Il tasso di cambio del Dong è lasciato al mercato. I manager infine vengono dotati di maggiore autonomia decisionale. Si tratta dunque di una svolta epocale. Ha luogo contemporaneamente a quella tentata in Unione Sovietica e poco dopo la più fortunata esperienza cinese. In tutti i casi il sistema collettivista sembra aver preso coscienza dell’incapacità di reggere la gara con il mondo capitalista nella produzione di ricchezza. Probabilmente l’analogia più appropriata è quella con la NEP sovietica del 1921. Lenin fece un passo indietro dal collettivismo integrale per ridare fiato alle forze produttive, indipendentemente dal loro colore e dalla loro provenienza. Come noto, la Novaja ėkonomičeskaja politika venne interrotta da Stalin nel 1928 con un famoso articolo sulla Pravda, dal titolo inequivocabile: «Al diavolo la NEP». Invece il Doi Moi vietnamita resiste da quasi 40 anni e non appaiono all’orizzonte forze in grado di fermarne o ribaltarne i risultati. Più che di una scelta, per il Vietnam si è trattato di una necessità, drammatica impellenza per sopravvivere e, per la dirigenza, per mantenere il potere. Per ironia, il Pcv si è visto costretto nel 1986 a prendere a prestito, in maniera probabilmente irreversibile, l’esperimento capitalista. L’acuta intenzione è stata saccheggiare con raziocinio l’arsenale e il territorio nemici, proprio per continuare a coltivare la propria ambizione ideologica, a essi ancora teoricamente antagonista. Romeo Orlandi, Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all'Università̀ di Bologna e ha incarichi di docenza sull'economia dell'Asia Orientale in diversi Master post universitari. Per l'Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Relatore a conferenze internazionali, autore di numerosi libri e pubblicazioni sull’Asia, è consulente di strategia per istituzioni e aziende. È stato Special Ambassador per la candidatura di Roma per l’Expo 2030.

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