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  • selfie da zemrude

    Il racconto del Boomernauta Pandemia Memetica: Dr. Strangelove; La setticemia della Biosfera VLVRV-PLSTYK Nel primo episodio il Boomernauta narra gli avvenimenti che egli stesso definisce come la “seconda guerra civile americana”. Va notato che, secondo la sua descrizione, tale evento non sembra seguire il classico schema di una guerra con un inizio e una fine definiti, ma piuttosto rappresenta il declino di una grande nazione dominante in uno stato di guerra civile, a volte latente, a volte culminante in episodi di grande violenza. Si percepisce in questa parte del racconto un certo astio nei confronti dell’Impero di Sbieco, che caratterizzava i militanti di sinistra dell’epoca. È lo stesso Boomernauta a scegliere il titolo del paragrafo, affermando di essere stato segnato da adolescente dal film omonimo, il primo che vide con i suoi compagni di scuola, senza la presenza dei genitori. Nel secondo per il Boomernauta, che aveva visto le innovazioni del futuro, esisteva una serendipità delle tecnologie. La time machine e i time glasses erano stati a lungo dimenticati, ma verso gli anni sessanta del XXI vengono riesumati, aggiornati e usati nello spazio per scrutare il passato della biosfera. Si scopre così che la biosfera è in preda a una grave malattia: un’infezione generalizzata, una setticemia. La sua vita non è in pericolo, ma lo è quella di molte reti del vivente che la costituiscono; molte di loro scompaiono con ritmo accelerato e anche gli umani sono in pericolo. Dopo lo sgomento, ricercatori ed esperti cominciano a disquisire sulla natura di questa malattia, che sembra essere autoimmune e generata proprio dalle moltitudini umane. Dr. Strangelove La seconda guerra civile statunitense era iniziata con modalità schizoidi, come in Cina era successo con il fallimento del progetto Lunga Primavera. Ed anche qui, come in Cina, a prima vista le cause di tali eventi erano dovute a un disturbo collettivo. Tuttavia, a guardarci meglio, nella situazione americana c’era qualcosa di completamente diverso da quella cinese: si trattava di uno sdoppiamento collettivo dell’identità. Pare che questo disturbo, quando riferito a un individuo, di solito sia in forte relazione a traumi infantili che certo non erano mancati alla giovane nazione. La nascita, l’infanzia e l’adolescenza dell’Impero di Sbieco, gli Stati Uniti, erano state spaventosamente traumatiche e caratterizzate da tre eventi determinanti e terribili: il genocidio dei nativi, il moderno schiavismo di massa e, dulcis in fundo, i bombardamenti nucleari sul Giappone. La catastrofe demografica dei nativi americani fu il risultato diretto delle azioni dei colonizzatori europei e dei loro discendenti con le guerre di conquista e il sistematico sterminio di intere comunità che venivano considerate barbare. Ma ancora più gravi furono le stragi delle popolazioni autoctone avvenute a causa della perdita del loro ambiente, del cambio di stile di vita e di malattie contro cui non avevano difese immunitarie. Successivamente, il trauma di una sanguinosa guerra civile di secessione emerse da un sistema di schiavismo che coinvolgeva quasi un quinto della popolazione. In questo contesto di continua ed estrema violenza, il diritto individuale di possedere armi, anche da guerra, fu sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione. Molti altri Paesi avevano vissuto periodi terribili nella loro storia, ma in questo caso si trattava della vita breve del grande Stato imperialista che aveva avuto un peso determinante nella formazione e nella conduzione della Gov Neolib. Che poi l’Impero di Mezzo, la Cina, avesse rimesso in forse questa predominanza per un certo periodo e prima di cadere in una semi-catalessi, questa è la storia che ti ho appena raccontato. I segni premonitori del grave disturbo che si annunciava per l’Impero di Sbieco non mancarono; il primo fu quello delle continue guerre sia esterne che interne. Durante il periodo di massima espansione, nonostante fossero diventati la più potente macchina Stato-capitale al mondo, con una produzione e una presenza militare senza precedenti, l’Impero di Sbieco subì una serie di sconfitte in numerose guerre, a partire dal conflitto con il Paese dei Viet. Anche se si trattava di paesi considerati marginali, o forse proprio per questo motivo, le sconfitte lasciarono un segno indelebile nella popolazione dell’Impero e causarono una ferita aperta nei reduci delle guerre. Il pretesto invocato per avviare questi disastrosi conflitti era sorprendentemente simile a quello utilizzato durante la cosiddetta conquista del West. In passato, si giustificava l’eliminazione dei nativi americani per portare la civilizzazione, mentre recentemente, con l’aiuto di armi moderne, si cercava di imporre la civilizzazione occidentale nel mondo. Non mi dilungo sulle guerre interne condotte contro le classi razzializzate e povere. La seconda inquietante sindrome dissociativa si chiamava Columbine, dal nome di una scuola superiore in provincia dove, a fine millennio, due studenti iper-armati avevano compiuto una strage di loro coetanei e insegnanti prima di suicidarsi. Il terribile episodio, continuò a riprodursi sotto diverse forme in tutto il Paese (e purtroppo per imitazione altrove) come una maledizione. Né questi episodi né l’impressionante numero annuo di morti da arma da fuoco riuscirono a fermare l’ingranaggio che legava Stato e Costituzione con l’industria bellica. D’altronde c’era chi sosteneva che la famigerata macchina Stato-capitale non avrebbe potuto sopravvivere se la sua industria bellica fosse magicamente scomparsa. La terza e determinante sindrome dissociativa era l’epidemia da oppioidi, caratterizzata dal rapido aumento dei decessi per overdose a causa della produzione e della vendita massiccia di tali sostanze cominciata all’inizio del XXI secolo. Il consumo diffuso di questi farmaci con potente funzione antidolorifica, prescritte dai medici, ma sempre più presenti sul mercato nero, venne incentivato con tutti i mezzi dal settore Huge Pharma1 che le produceva con profitti di miliardi di dollari. Era evidente che questa droga sintetica, che dava una forte dipendenza, corrispondesse al bisogno di una parte crescente della popolazione di sfuggire al dolore provocato da una realtà troppo stressante, angosciante e competitiva. Una diserzione spesso mortale al punto di mettere in secondo piano la sindrome Columbine perché l’Oxycodone, il Fentanyl e le altre molecole simili mietevano più vittime delle armi da fuoco. A guardarci bene le tre sindromi dissociative non solo parevano strettamente legate fra di loro, ma addirittura attraversavano tutti i corpi del Paese. Ovviamente questo non riguardava solo la popolazione, ma anche la macchina Stato-capitale. Se da un lato il capitale dei techno-tycoon pensava alla soluzione radicale della Grande Fuga (per pochi) dall’altro lo Stato veniva sottoposto a forti stress. L’arrivo dei lockdown legati alle pandemie su sfondo di Great Resignation continuava ad approfondire i problemi d’identità. Tuttavia l’aggravarsi dei collassi ecologici, simboleggiata da Big Apple avvolta e intossicata per mesi dai fumi gialli degli immensi e indomabili incendi canadesi, fu determinante nel trasformare la sindrome latente in una grave crisi d’identità multipla collettiva con forme di possessione. In tali forme le diverse personalità presenti nella popolazione del Paese si manifestavano come agenti esterni che ne assumevano a turno il controllo. Ma se in molti Paesi tali stati fan parte della cultura o della religione locale e non sono considerati patologici, nel caso dell’Impero di Sbieco le cose non andavano così. Di solito quando un’identità s’impadroniva d’un individuo malato questo non durava troppo a lungo. Ma quando questo succedeva sul piano collettivo in un grande Paese, le conseguenze potevano essere imprevedibili e producevano danni, sofferenze ed effetti distruttivi, alimentando guerre sia esterne che interne. Nelle mie escursioni temporali in quel Paese ho avuto modo di assistere a uno slittamento verso il baratro nell’alternarsi di identità reazionarie, paranoiche e complottiste, che aggravavano le guerre interne, e altre sedicenti democratiche. Queste ultime erano in realtà le più imperialiste e innescavano guerre esterne sempre più gravi2. Paradossalmente, il solo aspetto che relativizzava un po’ la gravità della situazione era la razionalità capitalista di Ecofin. Anche se il potere politico statale cadeva in mano a queste identità fantasmatiche e pericolose restava sempre il capitale, l’altra testa della macchina bicefala. Quest’ultimo doveva piegarsi a decisioni politiche che andavano contro i suoi interessi, ma cercava talvolta di mitigarne le conseguenze. [A quel punto il Boomernauta, vedendo la mia faccia incredula, si arresta con fare interrogativo: gli dico che sono stupito perché non mi sembrava che lui stesse raccontandomi il futuro, ma il presente e il recente passato degli Stati Uniti… Allora mi chiede gentilmente di ascoltare il seguito.] Il caos si scatenò quando, in un’estrema confusione, due fazioni che lottavano per prendere il controllo dello Stato, entrarono in un conflitto senza mediazione. Questo evento segnò la fine del sistema rappresentativo democratico, già in declino. Questa volta non si trattava di un simulacro di assalto al Campidoglio, ma di una strana guerra civile. La scintilla iniziale era un déjà vu: ancora una volta un candidato complottista e populista tentava di capovolgere il risultato di un’elezione a lui sfavorevole, ma ora l’incendio che seguì ebbe modalità impreviste. Furono tutte le anime identitarie separate conosciute, e poi altre che erano rimaste nell’ombra, che cominciarono a muoversi e a creare distruzione e scompiglio in una modalità di tutti contro tutti, che al tempo stesso prendeva spunto ed era dissociata delle scadenze elettorali. E così riemergevano con una strana simultaneità e in tutto il Paese, armato sino ai denti, i riots dei ghetti, gli assalti delle organizzazioni fasciste come i Proud Boys contro le istituzioni, le azioni delle associazioni finanziate dal NRA (National Rifle Association) e poi anche quelle di difesa delle minoranze etniche e religiose. In questo frangente anche polizie statali e federali entrarono in ballo sempre più autonomamente senza che le gerarchie funzionassero e fu per tale ragione che i comandi dell’esercito si trattennero dall’intervenire. Fu una strana guerra civile, che era già strisciante da qualche decennio, e che di colpo divampò in una crisi tremenda di breve durata. Dopo l’incendio iniziale ci fu un alternarsi di fasi acute con periodi di relativa calma non più uniformi, ma a macchia di leopardo. La guerra civile si instaurò in modo persistente e il Paese non tornò mai più allo stato precedente. Si era trasformato in una realtà bipolare, oscillando tra fasi depressive e altre quasi deliranti. In queste ultime situazioni si sognava di continuare a esercitare le capacità di dominio sul mondo senza la minima possibilità di riuscirci. D’altronde lo Stato Federale aveva spesso difficoltà a esercitare correttamente il cosiddetto potere sovrano. Il fatto che lo Stato fosse ridotto in tali condizioni non poteva non avere conseguenze sul potente capitale locale. A lungo l’Impero di Sbieco aveva vissuto a credito del resto del mondo grazie alla sua politica imperialista militare e monetaria, ma con la seconda guerra civile questi privilegi non sarebbero potuti durare a lungo. Il colpo di grazia avrebbe potuto provenire proprio dall’ultimo grande nemico designato: la Cina. È noto che l’Impero di Sbieco utilizzava come strategia primaria quella di identificare o creare un grande nemico da sconfiggere. In quello stato di debolezza in cui ormai si trovava, il grande pericolo era che la Cina, il primo creditore, prendesse facilmente il controllo del suo apparato produttivo. Visto che ora non c’era più il cerbero del Pentagono o della FED a difenderlo sarebbe bastato poco perché questo succedesse nel modo più pacifico e legale, secondo gli usi dell’imperialismo capitalista: comprando a vil prezzo i pezzi di valore del Paese indebitato e in crisi. Ma, guarda caso, anche l’Impero di Mezzo era in grande difficoltà come ti ho appena raccontato anche se per ragioni ben diverse… Durante i periodi di crisi interna dell’Impero di Sbieco, il grande capitale aveva effettivamente cercato di mitigare gli impatti negativi trovando opportunità all’estero, sfruttando la sua presenza globale e le reti di commercializzazione consolidate. In questo senso la ripresa in mano dell’Europa, effettuata tramite le opportune guerre, si era rivelata una mossa vincente. Molte multinazionali americane non avevano esitato a spostare temporaneamente i loro quartieri generali nella colonia europea attendendo tempi migliori. Certo che come vedremo anche le colonie, seppur di lusso, non se la passavano bene… Io non so se si tratti veramente di una coincidenza che le due più potenti macchine Stato-capitale siano cadute in crisi quasi contemporaneamente. Sinceramente non ci credevo neanche allora e infatti quello che successe in seguito confortò la mia ipotesi. In ogni caso questo fu un passaggio significativo nel consolidarsi di una gestione più centralizzata della Governance. Non ti sto dicendo che la Gov Neolib si stesse trasformando in una struttura di comando imperiale del mondo, ma certo si stava preparando un’altra fase. Note: Huge Pharma: cfr. glossario. Presumibilmente il Boomernauta si riferisce all’alternarsi delle amministrazioni repubblicane e democratiche. La setticemia della Biosfera Le terribili conseguenze dell’esperimento tecnologico cinese, denominato Lunga Primavera, che cambiava la percezione del tempo per aumentare la produttività, avevano provocato un profondo sussulto in tante moltitudini. Non a caso l’Impero di Sbieco, fondato sui due pilastri ideologici di competitività e meritocrazia, era anche lui entrato in una crisi esistenziale. Paradossalmente fu proprio il dispositivo utilizzato nell’esperimento cinese, la time machine, perfezionata nei centri di ricerca di quel Paese, che mise in luce la realtà della patologia che stava consumando il mondo. La grande ribellione cinese, poi diffusasi altrove, aveva bloccato per sempre questo tentativo senza mai trasformarsi in una rivoluzione, ma il segno di una temporalità distorta era rimasto impresso e aveva cambiato il senso della vita. In un primo momento tutto sembrò sospeso, immobile nel tempo, come in un quadro di Hopper. Dopo il rigetto di Lunga Primavera1 ci fu un momento di siderazione quasi generale, specie in Cina. Ci si rese conto che il tempo comunque non sarebbe stato mai più quello di prima. La siderazione non durò a lungo, come obbligati in un cunicolo, gli umani dovettero tornare ad affrontare la realtà della disgregazione delle reti della vita sulla Terra, dovuta al fulminante, se misurato sulla scala delle ere, disequilibrio climatico e a un insieme di fattori più o meno collegati. Riscaldamento globale, cambiamenti nei cicli di azoto e fosforo, acidificazione degli oceani, impoverimento dell’ozono stratosferico e di quello globale dell’acqua dolce, perdita di biodiversità, e diversi altri fenomeni erano ormai innescati e sembravano difficilmente reversibili. Non si trattava solo del continuo deterioramento della biosfera che sembrava inarrestabile. C’era anche una dinamica fatta di accavallarsi di piccoli e grandi cambiamenti, non per forza connessi, che avevano una loro autonomia e che sembravano voler mettere in evidenza l’incapacità di controllare la situazione. Persino le onde elettromagnetiche parevano talvolta rivoltarsi, tanto che in certi giorni anche un banale collegamento wi-fi poteva essere problematico. Oltre all’aumento e all’intensificarsi dei tradizionali fenomeni atmosferici, si assisteva al proliferare di catastrofi di origine climatica: i cicloni raggiungevano anche le zone temperate, causando alluvioni e ulteriori inondazioni delle terre costiere, aggravate dall’innalzamento del livello del mare a causa dell’aumento delle temperature globali. La siccità alimentava la desertificazione e i giganteschi incendi, che si propagavano per mesi, devastando vaste aree. La deforestazione accelerata portava alla perdita di vaste foreste pluviali. Anche da tanti nonumani2 venivano segni di reazioni negative. Erano comportamenti inabituali che coinvolgevano sempre più specie animali, ma anche vegetali. Tuttavia, non potevamo permetterci di cadere in fantasie su una Natura vendicativa e ribelle. In quanto parte della Sfera Autonoma3, ci spettava piuttosto affrontare la realtà e comprendere le conseguenze dei nostri atti sull’ecosistema globale. Si manifestavano diversi fenomeni inquietanti: nelle mega-stalle robotizzate le mucche, isolate dal contatto con la vita, perivano in massa per ragioni misteriose. Un altro segno di resistenza proveniva dalle api. Il loro allevamento negli alveari industriali e la raccolta del miele diventavano sempre più difficili a causa di una serie di ecatombi, fughe degli sciami e persino comportamenti aggressivi. Questi segnali venivano interpretati come l’ultimo tentativo disperato, un’ultima forma di resistenza dopo essere state decimate per tanto tempo dai neonicotinoidi e da altri veleni. Era come se stessero rispondendo all’impatto distruttivo dell’azione umana sull’ambiente. Poi questi atteggiamenti che combinavano morte in massa, aggressività e fuga si moltiplicarono in diverse famiglie e classi di nonumani. Nel caso di altre specie, che spaziavano dai micro-organismi ai vegetali, si osservavano reazioni che sembravano quasi forme di resistenza. Ad esempio, i batteri sviluppavano una resistenza agli antibiotici, mentre le piante infestanti riuscivano a sopravvivere ai glifosati e ad altri pesticidi, continuando a moltiplicarsi. Gli atteggiamenti del potere davanti a queste indiscipline, come le definivano certə4 ecowarrior5, furono di accelerazione delle diverse tendenze in corso. Di fronte al moltiplicarsi dei warning nell’AltaSfera Ecofin si decise di affrettare i tempi della Grande Fuga, utilizzando le rimanenti stazioni spaziali come centri di comando in orbita. In ogni caso sulla Terra la macchina dell’accumulazione capitalista continuava a funzionare, mettendo in opera le sue proverbiali capacità di adattamento ai cambiamenti in corso. C’era anche chi cercava la chiave di quell’inestricabile situazione, nella speranza di ripristinare un’immaginaria e mitica normalità. Tuttavia lo sregolamento del tempo aveva ormai attivato un complesso meccanismo davanti al quale la tecnoscienza diventava molle come gli orologi di quel furfante di Dalì. Anche se era ormai comunemente riconosciuto che l’innesco di questa dinamica poco controllabile era venuto proprio dagli stessi umani, bisognava assolutamente cercare di capire in qual modo ciò era avvenuto, da quando e se per caso ci fosse una possibilità di agire su qualche parametro sensibile. Un’ultima ratio a cui molti si aggrappavano… All’interno del mondo neolib anche chi progettava la fuga continuava a discutere di programmi ambiziosi che pretendevano di conciliare il mantenimento del profitto con la necessità di affronta- re la profonda crisi climatica ed ecologica. Le multinazionali erano in prima fila: chi fosse riuscito a trovare per primo la chiave e soprattutto il rimedio per bloccare l’avanzata di quello scompiglio avrebbe avuto il mondo in tasca. Senza però mai porsi la domanda se la situazione non avesse un qualche legame proprio con queste modalità d’azione. Niente. Non combinarono nulla se non ottenere un peggioramento come sempre era successo anche nel recente passato. Uno degli ultimi esempi era stato quello della calamitosa gestione del sistema dei trasporti e della logistica, quando si era trattato di sostituire un parco mondiale di un miliardo e mezzo di veicoli a combustibili fossili con l’innovazione dei motori elettrici alimentati da batterie che necessitavano di metalli e terre rare. Invece di ridurre l’inquinamento globale, la transizione portò a un peggioramento complessivo degli inquinanti, sia a causa dell’estrazione delle materie prime necessarie per le batterie, all’origine delle cosiddette guerre delle terre rare, sia a causa dell’aumento della domanda di energia elettrica per ricaricare i veicoli. Negli altri tre elementi le cose non erano andate meglio e Venezia, ancor prima di essere definitivamente sommersa, era stata sfregiata dall’ultima crociera di Casta Impetuosa, il transatlantico alto 20 piani che, dopo l’inchino, si era coricato in piazza San Marco. Non si riusciva neanche ad avere una diagnosi certa mentre la situazione peggiorava di continuo, sino a che le cose si mossero dal basso in modo inaspettato. La time machine e il complesso apparato, capace di modificare il tempo a fini produttivisti, era ormai caduto in completo disuso quando a un gruppo hacker venne l’idea di modificarlo. Riuscirono a fare in modo che il software originale, cuore del sistema, che richiedeva la potenza di un grande computer quantistico, riuscisse a trasformare la piega del tempo per dare uno scorcio effimero del passato. Certo non c’era mai stata nessuna pretesa né possibilità di poter rimontare il tempo; indossando i time glasses6 si potevano avere visioni pregresse fugaci e sfuocate di ciò che si stava guardando. Il sistema era rudimentale ed era quasi impossibile effettuare regolazioni. Ci si doveva accontentare di un funzionamento aleatorio ed eventualmente dedurre approssimativamente a posteriori la datazione di quanto si era potuto scorgere per qualche secondo. Si era rimasti a un’utilizzazione abbastanza limitata, anche se i pochi studiosi di archeologia sopravvissuti ne facevano un uso intenso. Visto il deterioramento rapido delle condizioni di vita sulla Terra, nei gruppi hacker a qualcuno venne in mente di utilizzare di nascosto questa nuova time machine ristrutturata da una stazione di osservazione spaziale. L’obiettivo sarebbe stato di cercare di capire come e quando la biosfera avesse cominciato il rapido declino che stava riducendo le possibilità di vita sulla Terra. Alla fine dopo molti tentativi erano riusciti a miniaturizzare un computer quantistico sul quale far girare la time machine modificata per spedirla in segreto su una stazione spaziale pirata cinese, che non era integrata al progetto della High Frontier. A loro grande sorpresa i taikopirati7, indossando per la prima volta i time glasses connessi, si accorsero che nello spazio il funzionamento del sistema era completamente diverso che su Terra. In una rotazione attorno al globo8 riuscivano a intravedere lo scorrere delle ere geologiche avvicendatesi sulla Terra durante gli ultimi 4,5 miliardi di anni risalendo ai tempi remoti della formazione iniziale del pianeta. Bastava fare partire la time machine quando si era sopra un continente o un oceano per vedere sotto tutti i punti di vista la storia geomorfologica della terra. Scorsero i continenti che si staccavano gli uni dagli altri, dando forma agli oceani, e anche la spettacolare estinzione di massa K-T9 che, oltre alla scomparsa dei dinosauri non-volanti, portò a quella di circa il 70-80% delle specie viventi. Anche se la time machine non riuscì a fissare il momento iniziale e il punto d’impatto del meteorite, che probabilmente creò l’enorme cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan in Messico e determinò l’estinzione di massa, poterono vedere come certi territori fossero stati devastati per ragioni esogene. Prima di questo exploit tecnologico di rivisitazione accelerata del passato, ci si doveva accontentare di qualche immagine del vecchio repertorio satellitare che documentava, per esempio, la fine del mare d’Aral10, la deforestazione dell’Amazzonia, il ritirarsi dei ghiacciai, l’erosione delle coste o l’estendersi di megalopoli insensate nel deserto come Dubai ecc. Erano già state fatte simulazioni della creazione dei continenti11 e quindi i taikopirati si aspettavano di vedere quello che passava sotto i loro occhi, anche se ci furono divergenze rispetto alle teorie ipotizzate. Tuttavia, fu negli ultimi istanti, corrispondenti più o meno agli ultimi cinque brevi secoli, che in un lampo intravidero il realizzarsi di un decadimento, che aveva qualcosa di assolutamente differente da quanto era successo negli eoni12 precedenti, anche considerando i periodi delle estinzioni di massa13. Sembrava un’infezione fulminante, se confrontata alle durate dei grandi cambiamenti del passato. Era come una sepsi14 che si diffondeva rapidamente, attaccando e distruggendo gli equilibri all’interno delle reti vitali della biosfera. I taikopirati e i gruppi hacker che li appoggiavano erano consapevoli di detenere una vera e propria bomba mediatica, dalle conseguenze imprevedibili, nel caso fosse esplosa. Ma, com’era nella loro natura, invece di tenere nascosta la scoperta decisero di diffonderla sulle reti. Dopo lo sgomento iniziale ci fu un grande ondeggiamento, ufficialmente la Gov Neolib negò la validità di questa scoperta. Non volle riconoscere questa triste novità, con la stessa cocciutaggine con cui in un’epoca precedente aveva a lungo negato la responsabilità umana del riscaldamento climatico. In un secondo tempo, segretamente, rafforzò le motivazioni dell’AltaSfera nell’accelerare i preparativi della Grande Fuga e per aumentare la produttività sulla Terra. Solo nelle accademie si cominciò a disquisire sul fatto che questo infinitesimale periodo evidenziato dalla time machine, e connotato dalla presenza della presunta infezione della biosfera, meritasse di essere definito era geologica. Alcuni esperti erano contrari, considerando l’enorme disproporzione dei tempi rispetto alle altre ere, e altri favorevoli per la rilevanza e la velocità dei cambiamenti in corso. Alla fine, però, si convenne che questo non fosse un aspetto cruciale. Sembravano più significative le modalità del suo improvviso sviluppo. Modalità che spinsero molti a negare il fatto che si trattasse di un processo naturale. Visto che nessun deus ex machina era intervenuto, si privilegiò la tesi che quella strana malattia dell’ecosfera fosse lo stadio avanzato di una setticemia che distruggeva molte reti della vita sulla Terra. Impressionava per la velocità crescente con cui si espandeva. Si vedeva una progressione caratterizzata da epidemie locali sempre più estese, che creavano cancrena delle zone abitate, necrosi di vaste aree sulla pelle delle grandi pianure, leucemia delle acque, avvelenamento dei fluidi. E l’atmosfera stessa sembrava soffocare il pianeta, come se fosse avvolto in un abbraccio asfissiante, cambiandone gli equilibri termici e portando alla deriva del clima che conoscevamo. La conferma di una possibile infezione grave e incombente, più letale per certe reti della vita che per la perennità della biosfera, sopravvissuta a ben altri collassi, innescò un inizio di panico nella specie umana. Non è che non ci si fosse accorti dei cambiamenti e del peggioramento della situazione, ma non al punto che si trattasse di un processo così avanzato e dall’apparenza inarrestabile e incurabile. Era comunque necessario approfondire la comprensione di quanto stava accadendo, andando oltre i brevi istanti delle immagini disponibili. Con l’intervento delle solite comunità hacker si riuscì a modificare ulteriormente la time machine spaziale di modo che la rotazione sul passato fosse calibrata sugli ultimi cinque secoli. In tal modo si poté documentare con molta più precisione l’effetto dell’infezione in espansione sulla crosta terrestre e mostrò nel dettaglio la dinamica dei fenomeni precedentemente descritti, documentando le ragioni dell’estinzione di tante specie e il pericolo che incombeva su quella umana. Si poteva vedere per esempio come i grandi fiumi che attraversavano i continenti erano progressivamente diventati gigantografie del Seveso, un piccolo fiume della Lombardia che mai si sarebbe aspettato di passare alla Storia. Le accelerazioni nel tempo evidenziate dalla time machine spaziale erano impressionanti: avanzamento dei deserti e riduzione dei ghiacciai; allargamento delle macchie d’alopecia nelle foreste; espansione delle città e dell’habitat umano distruttivo delle terre come una macchia d’inchiostro sulla terra e l’aumento delle maree di plastica negli oceani. Con l’avvicinarsi dello stadio finale della sepsi sembrava proprio che il sistema-mondo della specie umana si sarebbe dissolto come un castello di sabbia in riva al mare, lasciando però residui velenosi. Per tentare di far qualcosa bisognava innanzitutto capire quale fosse l’origine di questa patologia che avanzava a grandi passi colpendo i principali elementi della geosfera: terra, acqua e aria. Alla fine anche accademici ed esperti emisero il loro sussiegoso verdetto: era confermata la tesi di un’infezione sempre più estesa della biosfera, già diagnosticata in precedenza. Tale infezione generava inoltre una reazione immunitaria di intensità disproporzionata che si stava trasformando, sotto gli occhi dell’umanità esterrefatta, in tempesta distruttiva di molte reti della vita. Chi stava causando l’infezione a cui reagiva la biosfera? I successivi esami delle riprese ottenute dalla time-machine mostrarono nel dettaglio come i segni dell’infezione terrestre fossero estremamente differenziati, complessi e colpissero tutte le componenti della biosfera spesso in relazione alle concentrazioni di presenza umana. Ma, nel suo aggravarsi, l’infezione ormai sembrava aver preso una forma autonoma e globale, che aveva una sua dinamica e rischiava di esser fatale a buona parte della vita esistente. Rievocando l’ormai vecchia teoria dell’Antropocene, si suppose che l’agente patogeno provenisse proprio dalle moltitudini umane a cui si aggiungeva l’ipotesi di una patologia autoimmune della biosfera. Quest’ultima era sopravvissuta alle estinzioni di massa di reti della vita forse dovute a cadute di grandi meteoriti o ad altissime eruzioni vulcaniche e a gigantesche emissioni di gas che oscuravano il Sole e avvelenavano l’atmosfera di buona parte del pianeta, ma ora stava succedendo qualcosa di diverso… Note: Lunga Primavera: cfr. glossario. Nonumani: cfr. glossario. Il Boomernauta darà in seguito una spiegazione di cosa intendeva per Sfera Autonoma. La riassumo qui per vostra comodità: la Sfera Autonoma è l’ambiente dove prendono vita i movimenti provenienti dal basso. Essa è un insieme complesso di processi dinamici che non preesiste alle interazioni col mondo circostante ma emerge attraverso intrecci relazionali di ogni natura, anche conflittuale, che la riconfigurano continuamente all’interno delle vicende della specie umana. Ogni tanto il Boomernauta mi ha ricordato di utilizzare qui lo schwa (ə) per creare una forma neutra per riferirsi a un gruppo di persone di entrambi i sessi in vista di creare un linguaggio inclusivo e non discriminatorio, ma devo confessare che ho applicato questa regola solo quando lui me lo ha esplicitamente richiesto. Ecowarrior: cfr. glossario. time glasses: cfr. glossario. Letteralmente pirati dello spazio derivante dalla parola cinese taikong, che significa spazio. Da quanto mi ha detto il Boomernauta la rotazione era di una durata di circa 90 minuti. Il Boomernauta fa riferimento all’estinzione del Cretaceo-Paleocene che probabilmente causò una drammatica riduzione nel numero delle specie viventi sulla Terra, avvenuta circa 66 milioni di anni fa e che portò alla scomparsa di circa l’80% delle specie marine e continentali esistenti. Ad eccezione di alcune specie ectotermiche come le tartarughe marine ed alcuni coccodrilli, nessun tetrapode di peso superiore ai 25 kg riuscì a sopravvivere. Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=kIYHGkSb-fU Visitato il 5/9/2021. Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=uGcDed4xVD4 . Visitato il 5/9/2021. Periodo Geocronologico corrispondente a mezzo miliardo di anni. Si veda a proposito delle cosiddette 4 estinzioni di massa passatehttps:// it.wikipedia.org/wiki/Estinzione_di_massa Sepsi: qui vuol dire infezione generalizzata, come il suo equivalente più antico setticemia. Il riferimento al termine medico destinato agli umani è indicativo.

  • konnektor

    La questione libica: Sarkozy e la Quinta Repubblica francese Il processo e la condanna di Nicolas Sarkozy mettono a nudo il modus operandi del sistema partitico francese durante la Quinta Repubblica, evidenziando il suo mix tossico di corruzione, autoritarismo e relazioni coloniali con i paesi arabi e africani, mentre in patria queste stesse classi dirigenti imponevano il neoliberismo come nuovo paradigma sociale. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «Se vuoi essere un grande politico, hai bisogno di grandi problemi; i problemi insignificanti sono per politici insignificanti». Così si era espresso Nicolas Sarkozy nel 2018, difendendo il suo protetto Gérald Darmanin, ora ministro della Giustizia di Macron, che all’epoca era stato accusato di diversi casi di stupro. Secondo i suoi stessi criteri, Sarkozy si colloca comodamente tra i grandi della Quinta Repubblica francese. Giovedì 25 settembre, l’ex presidente è comparso davanti a un tribunale di Parigi per ascoltare il verdetto del suo processo per corruzione, in cui è stato accusato di aver ricevuto milioni di euro, pare almeno cinquanta, dalla Libia di Muammar Gheddafi per finanziare la sua campagna presidenziale del 2007. Il processo è stato di portata insolita: oltre un decennio di indagini, tredici imputati, tra cui l’ex capo di Stato, tre dei suoi ministri e una manciata di intermediari di alto livello. Una folla considerevole ha assistito all’udienza: due aule del tribunale gremite e in più un auditorium in cui la sessione veniva trasmessa su maxischermo. Tra gli imputati, Sarkozy era seduto accanto al suo amico d’infanzia ed ex ministro dell’Identità nazionale, Brice Hortefeux; dietro di loro, tra il pubblico, c’erano la moglie di Sarkozy, Carla Bruni, e i suoi tre figli, tra cui Louis, ventenne laureato alla New York University e astro nascente della destra populista francese. Di fronte sedevano i rappresentanti dello Stato libico, parte civile nel processo, insieme a diverse ONG anticorruzione e ai familiari delle vittime del volo UTA 772, abbattuto nel deserto del Ténéré a seguito di un attentato attribuito ai servizi segreti di Gheddafi. Si notava l’assenza di Ziad Takieddine, l’intermediario accusato da tempo di fungere da principale canale di finanziamento libico alla cerchia di Sarkozy. Era morto due giorni prima a Tripoli, in Libano, dove si trovava per sfuggire a un mandato di arresto, «un’amara coincidenza» ha commentato il presidente del tribunale. Le sentenze sono state severe. Alexandre Djouhri, il potente broker franco-algerino, che un tempo era considerato intoccabile, è stato condannato a sei anni di reclusione con ordine di incarcerazione immediata. Sarkozy è stato condannato a cinque anni di reclusione, con differimento della pena: ha alcune settimane di tempo per costituirsi, anche se la sua età (70 anni) lo rende suscettibile di ricevere un trattamento speciale, che sarà determinato in appello entro sei mesi. La sentenza, di ben 400 pagine, è una sentenza storica. Sarkozy è stato condannato per associazione a delinquere, poiché secondo il tribunale tra il 2005 e il 2007 la sua cerchia ha mantenuto contatti clandestini con il regime libico. Tuttavia, è stato assolto dall’accusa di finanziamento illegale della campagna elettorale: sebbene gli investigatori abbiano identificato flussi sospetti di denaro provenienti dalla Libia, non sono riusciti a dimostrare in modo inoppugnabile che i fondi in questione fossero arrivati all’ex presidente. Il tribunale ha anche respinto un documento per lungo tempo fondamentale per il caso: una presunta nota del ministro degli Esteri di Gheddafi, Moussa Koussa, datata dicembre 2006, in cui si impegnava a contribuire con 50 milioni di euro alla campagna di Sarkozy. Pubblicato per la prima volta da Mediapart  nel 2012, il documento sarebbe stato trovato tra una serie di carte personali di Takieddine fornite alla stampa dalla sua ex moglie. La copertura mediatica in Francia ha trattato il processo in gran parte come un dramma moralistico sull’avidità di Sarkozy. Senza dubbio, c’è molto da dire sul denaro e sull’uomo, che un tempo era soprannominato il «presidente bling-bling » [ostentato, eccessivo] e che è comparso alle udienze di questa primavera con un braccialetto elettronico alla caviglia per un’altra condanna per traffico di influenze. Tuttavia, al di là della storia dei suoi appetiti venali, questo episodio apre una finestra su come ha funzionato la vita politica francese per mezzo secolo. È significativo che la sentenza si sia basata sulla distinzione tra il comportamento di Sarkozy prima e dopo la sua elezione a presidente della Repubblica francese. Condannato per aver tentato di ottenere fondi attraverso contatti libici per le elezioni del 2007, quando la rivalità interna non gli garantiva l’accesso alle casse del partito, la sua sontuosa accoglienza a Gheddafi una volta in carica, accompagnata dalla firma di importanti contratti di difesa e sicurezza, è stata considerata una pratica abituale nelle relazioni con Tripoli. I sospetti di irregolarità che incombono su Sarkozy non sono sorti dal nulla. I proventi della vendita di armi sono stati a lungo una delle risorse coperte della politica francese. Tutti i grandi paesi produttori di armi hanno avuto i loro scandali: Lockheed ha corrotto funzionari stranieri affinché acquistassero i suoi aerei Starfighter negli anni ‘60 e ‘70; l’accordo al-Yamamah di BAE Systems con la famiglia reale saudita ha coinvolto il figlio di Margaret Thatcher come intermediario; fondi provenienti dalla vendita di veicoli blindati Thyssen all’estero sono confluiti nelle casse della CDU sotto il mandato di Helmut Kohl. La Francia, comunque, sembrava essere ai margini di tale modello di comportamento ma per oltre un secolo la sua vita politica è stata segnata da les affaires . Oggi, le rivelazioni di media come «Le canard enchaîné» o «Mediapart» costituiscono la trama e l’ordito del dibattito partitico. Due fattori aiutano a spiegare questo fenomeno. In primo luogo, le norme di finanziamento delle campagne elettorali, insolitamente severe in Francia – divieto di donazioni da parte di aziende, limiti ai contributi individuali e limiti di spesa complessivi rigorosi – funzionano da incentivi per la nascita di canali di finanziamento paralleli. In secondo luogo, un’industria della difesa in gran parte autosufficiente, fuori dal patrocinio statunitense, consente agli intermediari e agli sponsor politici di competere liberamente sulla scena nazionale. In questo senso, l’affaire libyenne  è il culmine di una lunga storia, caratterizzata da decenni di lotte politiche interne per il controllo di denaro occulto, con i contratti per le armi che rappresentano forse la fonte più redditizia. Le sue radici risalgono agli inizi della Quinta Repubblica. Il ritorno al potere di De Gaulle nel 1958 aveva lo scopo di stabilizzare il Paese dopo anni di agitazione parlamentare. In un sistema quasi monopartitico, il Rassemblement du peuple français (RPF) gollista era finanziato attraverso canali istituzionali: assegnazione di stanziamenti discrezionali all’Eliseo e ai ministeri chiave, integrati da contributi di industriali accuratamente selezionati dal generale dopo la Liberazione, soprattutto nei settori del petrolio e delle armi, entrambi dominati dall’élite strettamente coesa degli ingegneri del Corps des Mines. Nel settore petrolifero, la creazione nel 1966 del conglomerato parastatale Elf fornì alla Francia un braccio economico all’estero, in particolare nell’Africa subsahariana, dove valigette piene di contanti garantivano la cooperazione dei governanti locali e sostenevano le carriere politiche in patria. Nel frattempo, l’industria della difesa si consolidò attorno alla Dassault Aviation. Nel crepuscolo del colonialismo francese, anticipando l’inevitabile riduzione delle forze armate nazionali, il suo potente proprietario, Marcel Dassault, orientò il settore verso l’esportazione. Il caccia Mirage III, sviluppato sulla scia del disastro di Điện Bien Phu, fu prodotto proprio a questo scopo: fu venduto prima a Israele e poi ai clienti arabi dopo l’embargo imposto da De Gaulle dopo la Guerra dei Sei Giorni. La crisi petrolifera del 1973, inondando di denaro le monarchie del Golfo, aprì una nuova bonanza per il settore della difesa. I fornitori occidentali fecero a gara per accedere a Riad e Abu Dhabi, dove non era tanto importante la qualità delle armi, ma gli intermediari in grado di ottenere una stretta di mano e una firma dai leader locali. I contratti di acquisto di armi cominciarono a includere commissioni del 20% circa per questi intermediari, cosa perfettamente legale fino al divieto dell’OCSE nel 2000. Parte dei profitti tornava al paese esportatore, riempiendo le casse delle campagne elettorali o i conti privati dei mecenati politici. In questo clima, nel 1974 salì al potere Valéry Giscard d’Estaing, come successore dell’ enfant terrible  del gollismo, Georges Pompidou. Sebbene non fosse mai stato gollista e fosse spesso considerato vicino a Washington, Giscard adottò l’opinione di De Gaulle secondo cui la vendita di armi era un pilastro della sovranità nazionale e un modo per seguire una linea indipendente fuori dei blocchi della Guerra Fredda. Sotto la sua presidenza, la Francia salì al terzo posto tra gli esportatori mondiali di armi, dietro solo agli Stati Uniti e all’URSS. L’Arabia Saudita era il mercato più ambito, dominato da intermediari vicini alla famiglia reale, come Adnan Khashoggi e il principe Bandar. Il materiale francese godeva di grande popolarità, in particolare il missile antinave Exocet prodotto dalla Matra, che in seguito divenne famoso grazie all’aviazione argentina nelle Falkland, destinato inoltre a diventare un bestseller in Medio Oriente. Per supervisionare questa politica, Giscard si affidò a un gaullista in ascesa dell’entourage di Pompidou, Jacques Chirac, che nominò primo ministro. Chirac colse l’occasione per viaggiare nel sud e nell’est del Mediterraneo, coltivando relazioni con vari leader locali, dalla monarchia marocchina alla dittatura di Hafez al-Assad in Siria. Nel 1976, convinto che Giscard non avesse alcuna intenzione di condividere il potere, abbandonò la sua carica nel governo francese, si impadronì dei resti dell’apparato gollista e poco dopo vinse l’elezione a sindaco di Parigi, una posizione dalla quale mantenne i suoi legami con il mondo arabo. L’elezione di François Mitterrand nel 1981 segnò un punto di svolta. La sua vittoria, che pose fine a due decenni di egemonia del centro-destra, riformulò le regole del gioco. La rivelazione di piani di finanziamento illecito legati al suo stesso partito portò il presidente a introdurre riforme nel modo di ottenere fondi per le campagne elettorali. Le donazioni delle aziende furono vietate e sostituite da un finanziamento pubblico legato ai risultati elettorali, mentre la spesa totale fu limitata ben al di sotto del costo reale di una campagna nazionale. Le leggi approvate tra il 1988 e il 1990 includevano anche una discreta amnistia per i reati commessi in passato. Con il potere giudiziario ora coinvolto nella sorveglianza del denaro politico, gli ex porteurs de valises  – spesso militanti di base il cui principale punto di forza era la fedeltà al partito – scomparvero e furono sostituiti, sul versante francese, da una nuova classe professionale di intermediari, esperti nei complessi schemi di riciclaggio e abili nell’eludere le citazioni in giudizio e districarsi tra le divisioni delle varie fazioni. Le turbolenze globali causarono forti scossoni anche al panorama politico francese. L’eccesso di petrolio della metà degli anni ‘80 deprimendo il prezzo del greggio, ha ridotto in maniera significativa la domanda di prodotti militari proveniente dal Golfo, costringendo Parigi a cercare nuovi mercati. L’India e la Grecia, guidate da altri membri dell’Internazionale Socialista, offrivano alcune opportunità, ma le vere opportunità sembravano essere a Taiwan. Isolata diplomaticamente dalla normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina sotto l’amministrazione Carter, la ricca isola vide nel materiale militare francese il mezzo per intromettersi tra Pechino e uno dei più antichi partner occidentali della Repubblica Popolare Cinese. La Marina taiwanese espresse il proprio interesse per una vasta gamma di acquisti, in particolare le fregate La Fayette, sviluppate congiuntamente dal cantiere navale statale DCN e dal gruppo elettronico francese Thomson-CSF. La presidenza Mitterrand vide anche due periodi di coabitazione politica, il peculiare accordo in base al quale un presidente francese deve governare insieme a un primo ministro appartenente all’opposizione che risulta maggioritaria all’interno dell’Assemblea Nazionale. Nel 1986, dopo che la destra ne aveva assunto il controllo, Mitterrand nominò primo ministro Jacques Chirac, leader del RPR neogollista. L’esperimento acuì le rivalità all’interno della destra; Chirac perse le elezioni presidenziali del 1988 contro Mitterrand e divenne cauto di fronte a quella che divenne nota come la «maledizione di Matignon», la sede del primo ministro francese. Quando la destra tornò al potere nelle elezioni legislative del 1993, Chirac preferì aspettare il momento opportuno e permise al fidato Édouard Balladur di assumere la presidenza del governo. Balladur promise di rimanere in disparte nelle elezioni presidenziali del 1995, ma presto rinnegò la sua promessa, candidandosi lui stesso alle elezioni e dividendo il campo gollista. Fu in quel momento che Nicolas Sarkozy entrò sulla scena nazionale. Il giovane sindaco della ricca Neuilly-sur-Seine, scoperto da Chirac nel movimento giovanile gollista, fu reclutato da Balladur come luogotenente principale nella sua corsa al potere. Ma le ambizioni di Balladur si scontrarono con una dura realtà: nel 1993 Chirac continuava a controllare le casse del partito e le sue reti di finanziamento. Il nuovo primo ministro fu costretto a cercare risorse proprie e la vendita di armi gli offriva infinite opportunità. Da Matignon, collocò i suoi fedeli in posizioni strategiche, tra cui Sarkozy al Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile ora dell’approvazione di tutti i contratti di difesa. Riattivando le trattative avviate dai socialisti, i balladuriani promossero l’accordo La Fayette con Taiwan, del valore di oltre 2 miliardi di euro, con commissioni che, secondo le voci, raggiungevano il 30% nonostante il divieto per contratto di effettuare tali pagamenti. Parallelamente all’accordo con Taiwan, il governo Balladur portò avanti proprie iniziative: con l’Arabia Saudita un programma di messa in sicurezza delle frontiere (noto come MIKSA) e la vendita al Pakistan di sottomarini della classe Agosta, fabbricati dall’azienda francese DCN (ora Naval Group). Entrambi i progetti comportarono ingenti commissioni illegali che, secondo quanto sostenuto in seguito dai pubblici ministeri, contribuirono a finanziare la campagna presidenziale del 1995. Balladur, con Sarkozy come direttore della campagna, affermò in modo poco credibile che i 2,5 milioni di euro scoperti nelle casse della campagna provenivano dalla vendita di magliette e spille con l’effigie del candidato. I due contratti si basavano anche su un nuovo canale di intermediazione. Sebbene la Francia avesse in precedenza beneficiato dei suoi stretti legami con intermediari veterani come Khashoggi, negli anni ‘80 Dassault e altri appaltatori perdevano regolarmente le gare d’appalto a favore della concorrenza anglo-americana. Di conseguenza, gli ambienti politici e della difesa cercarono di creare reti alternative. Il team di Balladur si rivolse a Takieddine, un druso libanese che aveva gestito una stazione sciistica sulle Alpi francesi fino a quando non aveva incrociato la strada di un ex socio di Khashoggi ed essersi quindi reinventato intermediario tra i salotti parigini e il Medio Oriente. Di fronte a queste iniziative dei rivali, la fazione di Chirac si assicurò un proprio mediatore. Alexandre (nato Ahmed) Djouhri, francese di origine algerina, ha una storia degna di Balzac: un’infanzia difficile nella periferia di Parigi negli anni ‘60, qualche legame con la microcriminalità, uno scontro con la polizia, che hanno fatto emergere il suo istinto nel muoversi nel demi-monde . Il giornalista Pierre Péan, il Seymour Hersh francese, ha dedicato uno dei suoi ultimi libri a Djouhri, che è senza dubbio una delle figure più intriganti dei circoli di potere francesi degli ultimi decenni. Péan ha tracciato la sua ascesa grazie a incontri fortuiti con uomini forti africani, una probabile iniziazione in una delle principali logge massoniche di Francia e infine la sua vicinanza a Dominique de Villepin, fidato luogotenente di Chirac e futuro nemico di Sarkozy. Dopo la vittoria presidenziale di Chirac nel 1995, Villepin ha trasformato Djouhri nell’uomo forte della fazione di Chirac nel Golfo, con la missione di smantellare la rete di Takieddine e sostituirla con un asse saudita più affidabile. La rivalità tra Djouhri e Takieddine è andata avanti fino a ben oltre il 2000 ed entrambi sarebbero diventati figure centrali nel processo Sarkozy-Libia. Questi antagonismi politici riflettevano una lotta più profonda all’interno del capitalismo francese. I primi anni del dopo guerra fredda furono un periodo di consolidamento nell’industria della difesa: negli Stati Uniti, la cosiddetta “ultima cena” del 1993 portò Lockheed a fondersi con Martin e Boeing ad assorbire McDonnell Douglas. In Francia, Thomson-CSF, storicamente legata ai socialisti e successivamente a Balladur, si scontrò con Matra, il produttore di missili dell’imprenditore Jean-Luc Lagardère, alleato e amico di lunga data di Chirac. Chi avesse prevalso nel Paese avrebbe portato il tricolore all’estero. La corsa presidenziale del 1995 risolse la questione a favore di Matra. Alain Gomez, amministratore delegato di Thomson, fu fatto fuori dal nuovo presidente. Lo stesso Gomez in seguito commentò, con una frase che è entrata a far parte del folklore politico, di aver «imburrato entrambe le fette di pane [Balladur e i socialisti], ma di aver dimenticato il prosciutto [Chirac]». I balladuriani caddero in disgrazia. Sarkozy fu escluso dalla cerchia ristretta di Chirac e sostituito da fedelissimi come Alain Juppé e Villepin. Ma Chirac andò presto a sbattere contro un muro. La sua prima iniziativa importante, una riforma della previdenza sociale, provocò una feroce resistenza sindacale. Nel dicembre 1995, più di un milione di persone manifestarono a Parigi e il governo cedette. Seguendo il consiglio di Villepin, Chirac sciolse l’Assemblea Nazionale per cercare di ripristinare la propria legittimità, ma la scommessa fallì e la sinistra ottenne una schiacciante vittoria nelle elezioni anticipate. Juppé fu sacrificato. Sarkozy approfittò dell’interludio per ricostruirsi, lasciando gli intrighi di palazzo a Villepin e presentandosi come l’uomo del partito sul campo. Onnipresente in televisione, soprattutto su TF1, di proprietà del suo amico magnate dell’edilizia Martin Bouygues, puntò su legge e ordine. La rielezione di Chirac nel 2002, dopo la sorprendente avanzata di Jean-Marie Le Pen al secondo turno, consacrò la strategia di Sarkozy. Le questioni di sicurezza dominavano il dibattito pubblico e, in qualità di ministro dell’Interno, egli godeva della corrispondente visibilità, che lo portò a puntare alla presidenza nel 2007. Avendo osservato come Chirac avesse coltivato le relazioni con i paesi arabi fin dagli anni ‘70, Sarkozy sapeva che il curriculum presidenziale si plasmava all’estero. In un discorso pronunciato nel 2004 davanti all’American Jewish Committee a New York, dichiarò in un inglese stentato: «In Francia mi chiamano Sarkozy l’americano e ne sono orgoglioso». Si avvicinò al primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim, figura chiave dell’allineamento di Doha con Washington. Per i qatarioti, discreti sostenitori dell’invasione dell’Iraq, Sarkozy offriva un contrappeso atlantista a una classe politica francese ancora permeata dalla linea filoaraba di De Gaulle. Forse è stato attraverso questo canale, e l’influenza del Qatar sui Fratelli Musulmani, che ha iniziato a gravitare intorno alla Libia di Gheddafi. Ma i fantasmi degli anni di Balladur erano tornati. Nel maggio 2002 un autobus fu fatto saltare in aria a Karachi, uccidendo undici ingegneri francesi che si trovavano in Pakistan per supervisionare la costruzione dei sottomarini Agosta per la DCN. Inizialmente i sospetti ricaddero su Al Qaeda: tre mesi prima, il giornalista del «Wall Street Journal» Daniel Pearl era stato assassinato dai militanti jihadisti nella stessa città. Ma nei corridoi parigini circolava un’altra versione: i servizi segreti pakistani avevano ordinato l’attacco per rappresaglia al blocco delle tangenti sull’accordo per i sottomarini Agosta. Dopo aver assunto la carica nel 1995, Chirac aveva dato istruzioni al suo ministro della Difesa di bloccare tutti i pagamenti relativi ai contratti del periodo del governo Balladur. In qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze dell’epoca, Sarkozy avrebbe dovuto essere nel mirino. Tuttavia, l’indagine si concentrò sulla «pista di Al Qaeda» sostenuta dal giudice Jean-Louis Bruguière, che in seguito avrebbe appoggiato Sarkozy nelle elezioni del 2007. L’episodio non fece altro che acuire le tensioni con i sostenitori di Chirac, tra cui spiccava Villepin. Uscito senza danni dal caso Karachi, Sarkozy si trovava ad affrontare lo stesso problema di Balladur: finanziare le proprie ambizioni mentre i suoi rivali controllavano le casse del partito. Già nel 1995 Chirac aveva posto Villepin a capo di una unità riservata dell’Eliseo incaricata di localizzare la cassa di Balladur. La ricerca si concentrò presto su Sarkozy, che all’epoca si profilava come il principale rivale di Villepin per la successione. I sostenitori di Chirac sospettavano che avesse riattivato il vecchio canale saudita attraverso Takieddine, compreso il gigantesco programma di sicurezza delle frontiere MIKSA, avviato sotto Balladur nel 1994 e soprannominato «il contratto del secolo» per le commissioni che prometteva. Alla vigilia della sua firma nel 2004, Chirac proibì a Sarkozy, allora ministro dell’Interno, di volare a Riad, insistendo affinché l’accordo fosse gestito tra capi di Stato. Iniziò così quello che divenne noto come il caso Clearstream. Alla fine del 2003 un operatore finanziario libanese si avvicinò all’entourage di Villepin, affermando di aver scoperto conti segreti nei libri contabili di una camera di compensazione lussemburghese. L’elenco includeva politici e imprenditori di ogni tipo, ma un nome attirò l’attenzione dell’Eliseo: Nicolas Sarkozy. Villepin credette di aver trovato la prova inconfutabile. Con il tacito consenso di Chirac, i documenti furono consegnati a un giudice istruttore. Nel gennaio 2006, la trappola si chiuse: i conti erano falsi, inventati dallo stesso trader. Da un giorno all’altro, Sarkozy sembrò vittima di una campagna diffamatoria. La sua denuncia per diffamazione gettò un’ombra su Villepin, già vacillante a causa di un’ondata di proteste studentesche, disordini che, come avrebbe ammesso in seguito uno dei leader del movimento, erano stati discretamente alimentati dagli amici di Sarkozy nella polizia. In estate, Sarkozy era diventato il principale candidato della destra alla presidenza della Repubblica. Djouhri, intuendo dove soffiasse il vento, fece pace con Sarkozy dopo anni al fianco di Villepin. Un incontro tenutosi nella primavera del 2006 all’Hotel Bristol, dove Djouhri era un habitué, confermò che Sarkozy sarebbe stato l’unico candidato della destra alle elezioni dell’anno successivo; con l’accesso alle casse del partito assicurato, la necessità del canale segreto libico svanì. L’avvicinamento diede i suoi frutti: quando la Libia decise di modernizzare la sua aviazione all’inizio degli anni 2000, Dassault si rivolse a Djouhri, mentre Safran, tramite Sarkozy, si affidò a Takieddine. Sotto la presidenza Sarkozy, Dassault si assicurò il contratto e Djouhri fu coinvolto in una serie di scontri fra industrie, tra cui quelli tra EDF e Areva, dove i suoi rappresentanti fecero pressione per condividere le competenze nucleari francesi con Cina, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Inizialmente reclutato dal nuovo inquilino dell’Eliseo per stabilire contatti in Siria, Takieddine divenne presto un peso per Sarkozy. Nel 2011 fu arrestato all’aeroporto di Le Bourget con 1,5 milioni di euro in contanti. Interrogato dai magistrati, che indagavano sul finanziamento libico della campagna elettorale del 2007, testimoniò contro il suo ex datore di lavoro. Nel 2016 il corrotto intermediario andò oltre e dichiarò di aver consegnato personalmente valigette con denaro libico all’entourage di Sarkozy. Successivamente è stato condannato a cinque anni di reclusione, ma ha evitato la detenzione fuggendo in Libano. La saga Djouhri si è protratta fino all’era Macron. Durante la controversa fusione dei giganti dei servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, telefonia) Veolia e Suez, completata nel 2020, si vociferava che Djouhri possedesse fino al 10% delle azioni di Veolia per conto dei suoi mandanti, secondo le informazioni fornite da Péan, ancor meno amante dei riflettori. Le elezioni del 2017 hanno segnato una sorta di rottura, poiché il duopolio gollista-socialista, che esisteva da molto tempo, è crollato per lasciare il posto a un unico «blocco borghese», mettendo il potere nelle mani di un apparato statale tecnocratico meno vincolato dai cicli elettorali. Anche all’estero, il panorama è cambiato con il ritiro della Francia, almeno sulla carta, dalle sue ultime roccaforti militari in Africa, che per lungo tempo erano state una vetrina per l’industria nazionale degli armamenti. Con il riarmo tedesco che genera nuovi giganti industriali, spesso in collaborazione con appaltatori della difesa statunitensi, la posizione della Francia come secondo esportatore mondiale di armi appare sempre più precaria. L’atteggiamento di Sarkozy giovedì 25 settembre, durante la sua apparizione in pubblico dopo aver appreso la sentenza, ha trasmesso un po’ dell’ambivalenza che regna nei circoli di potere francesi. Uscendo dall’aula del tribunale e trovandosi di fronte a un groviglio di telecamere, ha pronunciato un monologo di cinque minuti, chiaramente preparato in anticipo, in cui si presentava ancora una volta come vittima di una cospirazione politico-giornalistica. Per essere un uomo che rischia mezzo decennio dietro le sbarre, sembrava notevolmente indifferente. La sentenza del tribunale è categorica, ma la sua esecuzione rimane incerta. La sua assoluzione per finanziamento illegale della campagna elettorale e il rigetto da parte del tribunale del cosiddetto memorandum Koussa pubblicato da «Mediapart» non hanno scalfito la sua difesa. Tuttavia, dal punto di vista politico, la sentenza è un duro colpo. Con i ricorsi in sospeso, è probabile che l’influenza sotterranea di Sarkozy sulla destra risulti inefficace, soprattutto considerando chi potrebbe essere il probabile successore di Macron, l’ex primo ministro Édouard Philippe. Protetto di Alain Juppé, l’ultimo della fazione di Chirac, Philippe, con la sua notevole statura e la sua nota affabilità, contrasta nettamente con lo stile abrasivo di Sarkozy; i rapporti tra i due sono notoriamente velenosi. Macron, dal canto suo, si è presentato alle elezioni con un programma di rinnovamento e alcuni gesti iniziali hanno suggerito una rottura con i precedenti: nel 2018 si è rifiutato di salutare Djouhri durante un ricevimento all’ambasciata algerina. Il nuovo governo ha preso le distanze dalla crudezza dei metodi utilizzati dai suoi predecessori, ma sono rimasti alcuni segni rivelatori. Un esempio è Alexis Kohler, l’eminenza grigia di Macron durante la sua presidenza, un raffinato funzionario pubblico senza la sfacciata avidità di Sarkozy o le torbide amicizie di Villepin. Kohler è stato costretto a dimettersi la scorsa primavera, dopo otto anni come segretario generale dell’Eliseo, coinvolto in alcune indagini su un conflitto di interesse in relazione alla vendita da parte di Vincent Bolloré  della sua divisione logistica alla compagnia di navigazione MSC, il gruppo italiano guidato dai suoi cugini materni. Da allora è stato nominato direttore della banca d’investimento Société Générale, la stessa istituzione che all’epoca aveva canalizzato i pagamenti nella vicenda delle fregate di Taiwan. Plus ça change ... [Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi] Testi consigliati Natahm Sperber,   La crisi francese: organica o congiunturale? ,  «Diario Red» 27/01/25, «New Left Review » 148 27/01/25 Serge Halimi, La situazione della Francia , «New Left Review » 144 Perry Anderson, Il centro può resistere , «New Left Review » 105Wolfgang Streeck, L’Unione Europea in guerra: due anni dopo , «Diario Red» 22/07/24Maurizio Lazzarato, La “guerra civile” in Francia , «Diario Red» 02/08/24Wolfgang Streeck,   Il ritorno del re , Il bellicismo suicida delle democrazie autoritarie occidentali , I pericoli della fedeltà incondizionata agli Stati Uniti  e L’Unione Europea, la NATO e il prossimo ordine mondiale », «El Salto» 8/05/2022, 19/02/2023, 26/02/2024 e 10/10/2023Fréderic Lordon, La rivolta francese », «El Salto» 5/04/2023. Martin Barnay è dottorando (Paul F. Lazarsfeld Fellow) presso il Dipartimento di Sociologia della Columbia University.

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    Comandare l’aria: la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler Linda Fregni Nagler, Anger, Pleasure, Fear, Gam Torino, a cura di Cecilia Canziani La GAM presenta la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler, a cura di Cecilia Canziani. L’artista utilizza la fotografia come mezzo di riflessione sulla visione, sulla memoria e sulla materialità dell’immagine, intrecciando collezionismo, ricerca e narrazione. Nell’isolare e conservare frammenti del visibile, le immagini fotografiche raccontano la storia dello sguardo: testimoniano non solo ciò che mostrano, ma anche i diversi modi in cui, nel tempo, abbiamo osservato il mondo. Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si inseguono, rendendo ogni immagine un luogo di riflessione, memoria e immaginazione. In mostra opere realizzate in oltre vent’anni di lavoro, tra cui la grande installazione The Hidden Mother (2013) e la serie inedita Vater, dedicata al Mensur, duello rituale delle confraternite studentesche tedesche. Il percorso include anche Pour commander à l’air, ingrandimenti di fotografie tratte dalla cronaca, la serie Untitled, stampe da disegni ispirati a oggetti di lavoro e architetture, e Smokes, clouds, explosions, tratte dalla sua collezione di lastre per lanterna magica. Presenti anche opere degli esordii, come Non voglio uccidere nessuno. Il cellulare permette di scattare una foto in ogni momento, l’accumulo è la sua peculiarità. «La prospettiva, nata nel Rinascimento italiano e diffusasi in tutto l’Occidente, suggeriva in ogni immagine una fuga verso l’infinito, analogo a quello dell’Universo verso Dio. La macchina fotografica rivelò che ciò che vedevi aveva a che fare con la posizione che occupavi nel tempo e nello spazio» (John Berger, Modi di vedere, ’98). E così, si inizia a guardare negli occhi parenti e estranei, anche da lontano: sono ritratti di una quotidianità messa in posa, fermati dalla macchina da presa, ma ripetibili. Sequenze che ci mostrano il movimento di una figura e lo collegano a quello dei nostri occhi. La pittura ci aveva abituato leggerle a distanza, negli affreschi, nelle pareti dei musei, nelle volte delle chiese, ma sfogliando i giornali o gli album familiari è istintivo portare vicino il tempo e il luogo e immaginare cosa avremmo fatto se fossimo stati lì. Roland Barthes in La camera chiara, sotto una foto di un giovane, scattata anni prima, scrive Che romanzo, che storia! Linda Fregni Nagler interroga un vastissimo archivio dove il tempo torna indietro e si affaccia alle «nostre finestre». Non per raccontare paesaggi, ma il gesto, assolutamente segreto, di chi sta per saltare nel vuoto – o progetta di farlo. Per suicidarsi? Per una prova acrobatica? Per un incidente sul lavoro? Tutte ipotesi che provenendo da immagini di decenni fa ci riportano al cambiamento radicale che questo linguaggio ha introdotto nella nostra intimità e, soprattutto, al perenne sforzo umano Pour commamder à l’air come si chiama la serie, in cui i titoli, sono microstorie fulminanti: A Moment of Suspense; Contemplation of Death; Deardevil; I’ll figure this thing out myself, Man on the lodge, Roof Walker, Trying to Die, tutte datate 2014. Cosa colpisce di più il fatto che agli inizi degli anni ’60, a cui alludono, sia possibile assistere pubblicamente a queste azioni o che allora il disagio, lo sprezzo del pericolo fossero una notizia da trattare con «delicatezza»? Oggi, e non da ieri, conta la velocità traumatica dell’immagine, più che la complicità inaspettata a un dolore che nessuno sa prevedere? Tutta la mostra alla Gam di Linda Fregni Nagler (a cura di Cecilia Canziani) pone queste domande, e la chiave sta sempre in questo trarre fuori dalla scatola del tempo (come in genere si fa appunto con le foto) immagini che da un lato ci ricordano la distanza rispetto al presente, e dall’altro, come direbbe Carlo Rovelli, che nella struttura temporale scoperta dalla fisica quantistica, l’insieme di eventi non è né passato, né futuro, come nelle parentele con esseri che non sono né nostri discendenti, né ascendenti (L’ordine del tempo, 2017, Adelphi). Possiamo prendere il sistema di recupero fotografico che fa Linda come un intreccio tra immagine e immaginazione? Tra parentele specifiche che si depositano in spazi-tempi storici e in quelle che una foto ci costringe a ripercorrere anche se non siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo? Lei dichiara: «Quando faccio ricerca mi soffermo su immagini che non si spiegano da sole, che hanno bisogno di essere lette, osservate, messe in sequenza. In ogni caso il fulcro sono gli esseri umani, la loro esistenza e fragilità. Sono spesso comparse anonime che attraversano la scena senza una storia esplicita, ma portano con sé una memoria e una temporalità sospesa. Non è nostalgia, ma archeologia emotiva» (Catalogo, Quodlibet, p. 146). Nella sezione Vater questo punto di vista è anche quello che ci fa percepire che gli eventi non sono né passati, né futuri, come dice Rovelli, anche nella nostra osservazione, e allo stesso tempo davanti a un’immagine proviamo un’empatia con quello che ci succede accanto. Nelle figure di soldati, anonimi, insanguinati, eroicamente in grado di porsi davanti all’obiettivo, c’è il racconto della prima guerra mondiale, in Germania, e questo ci sposta al nazismo e al contempo alle immagini delle guerre che in ogni momento ci raggiungono da tutto il mondo. Sappiamo che non c’è un filo consequenziale, o che almeno è troppo didascalico tracciare una linea, ma proprio questa impossibilità ci avverte che ogni immagine non è un documento statico, dipende dall’empatia di chi osserva, che a sua volta è influenzata da altri eventi, non sempre correlabili. È così che un’immagine diventa un soggetto col quale dialogare, fare amicizia, indipendentemente dalla sua data di nascita e dalla nostra. Linda Fregni Nagler crea una mediazione tra i soggetti che ha incontrato e quelli che ci fa incontrare. Non sono nostri ascendenti o discendenti, ma influenzano il nostro presente, compreso quello determinato dagli strumenti prodotti dalla fisica contemporanea, i computer, che hanno modificato anche il modo di fotografarci. Francesca Pasini, critica e curatrice. Curatele: Castello di Rivoli; PAC-Milano; Biennale di Venezia; Mart-Tn; Maga-Gallarate; Teatro La Fenice. Direzioni: Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti-Camogli (GE); Quarta Vetrina-Libreria delle donne di Milano. Libri: Il mistero delle immagini orali (Galleria Pieroni,1990); Donne senza cuore (con Grazia Livi), La Tartaruga (1996); Grazia Toderi (2006); WAW (Women Artists of the World), Almanacco (2017); Vetrine di libertà (2019).

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    Mani sporche

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    Mamdani, sindaco di New York contro l’oligarchia Stephen Nelson La crisi dell'establishment politico statunitense e dei suoi partiti maggioritari corrotti sta aprendo la strada a nuovi attori politici in grado di rompere il consenso oligarchico delle attuali classi dominanti e l'incompetenza della loro dirigenza con politiche di classe anti-sioniste ed anti-belliciste. Domenica 26 ottobre u. s. Bernie Sanders ha tenuto il discorso che segue al comizio a sostegno della candidatura di Zohran Mamdani a sindaco di New York presso il Forest Hills Stadium del Queens, che ha visto la partecipazione di oltre 10.000 persone. Al comizio, il cui slogan era «New York is not for Sale» – «New York non è in vendita» – , Mamdani era accompagnato dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, dal governatore dello Stato di New York Kathy Hochul, dal presidente del Senato dello Stato Andrea Stewart-Cousins, dal presidente dell'Assemblea dello Stato Carl Heastie e da Brad Lander, revisore generale del comune di New York. «Grazie mille a tutti per essere qui. Prima di tutto permettetemi di ringraziare la popolazione di New York per aver eletto Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso degli Stati Uniti. Non solo avete scelto una delle personalità più influenti del Congresso, ma avete anche dato speranza e ispirazione a milioni di giovani e lavoratori in tutto il paese. La corsa per la carica di sindaco di New York attira sempre molta attenzione: non è una novità. New York è il centro urbano più grande degli States, con circa 8 milioni di abitanti, e molti seguono ciò che accade qui. Ma questa campagna è diversa. Non è solo la metropoli a guardarla con interesse: persone da tutta la nazione e persino osservatori esteri stanno osservando ciò che succederà martedì prossimo, 4 novembre. Perché tanto clamore? Perché non sono tempi normali: questo non è un appuntamento elettorale ordinario. Si vota in un momento storico in cui la nostra economia è profondamente sbilanciata, con livelli di disuguaglianza di reddito e ricchezza senza precedenti nella storia americana. I più ricchi non sono mai stati così benestanti, mentre circa il 60% della popolazione vive alla giornata, lottando per pagare affitti o mutui, l'asilo nido e l'istruzione superiore dei figli, l'assistenza sanitaria e cibo di qualità, e per assicurarsi una pensione dignitosa dopo anni di lavoro. Gli Stati Uniti, pur essendo la nazione più ricca della storia, presentano tassi di povertà infantile e anziana fra i più alti fra le grandi nazioni, e circa 800.000 persone – inclusi molti veterani – sono senza casa. Questa tornata elettorale si svolge con un presidente che ha concesso enormi sgravi fiscali: 1.000 miliardi di dollari alle persone più ricche e 900 miliardi alle grandi imprese, mentre tagli al Medicaid e all’Affordable Care Act hanno lasciato senza copertura circa 15 milioni di americani. Le sue politiche hanno aumentato i costi assicurativi per oltre 20 milioni di persone. Abbiamo poi un governo a Washington che, giorno dopo giorno, mette a rischio la nostra Costituzione e lo Stato di diritto, e un sistema di finanziamento della politica talmente corrotto che permette ai miliardari di scegliere i candidati. I cittadini comuni hanno un voto; i miliardari possono spendere per acquistare influenza. Questo è il contesto: ecco perché è così importante. Ecco perché Zohran Mamdani deve diventare il prossimo sindaco di New York: la municipalità ha bisogno di un primo cittadino che rappresenti le famiglie lavoratrici, non soltanto la classe dei miliardari. La ragione per cui la campagna ha suscitato tanta attenzione è semplice: nel 2025, in un momento in cui il potere economico e politico è più concentrato che mai, è possibile che la gente comune e la classe lavoratrice si uniscano e battano questi oligarchi? Per questo il mondo osserva. E lasciate che vi dica: in un periodo di profonda angoscia economica e politica, una vittoria qui infonderebbe speranza e ispirazione in tutto il paese e avrebbe un effetto galvanizzante a livello globale. Per questo Trump e i suoi alleati sono preoccupati. L’unione dell’average people per la giustizia economica e sociale è il loro incubo. Sanno bene che se Zohran e voi vinceste contro i grandi interessi a New York, dalla California al Maine le persone capirebbero che possano fare lo stesso, sfidare l’establishment e vincere. Quando si uniranno e saranno consapevoli del proprio potere, chiederanno cambiamenti fondamentali: un governo che lavori per tutti, non per pochi. Il Paese si porrà domande semplici e decisive: perché non garantiamo l’assistenza sanitaria universale nonostante spendiamo molto di più pro capite rispetto ad altri paesi? Perché non paghiamo gli insegnanti quanto meritano per avere il miglior sistema pubblico d’istruzione? Perché non rendiamo gratuite le università pubbliche, come si faceva settant’anni fa? Perché non risolviamo il problema dei senzatetto e costruiamo 5 milioni di alloggi accessibili a chi ha basso reddito? Perché non rendiamo più facile l’iscrizione ai sindacati per negoziare salari e condizioni migliori? Perché non aumentiamo il salario minimo a un livello degno? Perché non ampliamo significativamente la previdenza sociale affinché tutti gli anziani possano andare in pensione con dignità? Perché continuiamo a spendere miliardi per sostenere l’estremismo di Netanyahu, che ha causato la sofferenza di tanti bambini a Gaza? Una vittoria di Zohran aiuterebbe gli americani a capire che, in una nazione ricchissima, tutti possono e devono avere una vita dignitosa. Gli oligarchi dicono che il programma di Zohran è radicale. Ma lo è davvero? Quando le famiglie lavoratrici faticano a vivere qui a causa degli affitti esorbitanti, non è estremo proporre un congelamento degli affitti e triplicare il patrimonio di alloggi a prezzi accessibili. Di fronte ai costi insostenibili dell’assistenza all’infanzia e alla comprovata importanza dei primi anni di vita, non è eccessivo offrire cura gratuita per i bambini da 6 settimane a 5 anni. Per ridurre i costi del pendolarismo e incentivare i trasporti pubblici, non è stravagante rendere gli autobus gratuiti e più rapidi. Dove l’accesso al cibo sano è limitato, non è fuori luogo creare negozi di alimentari finanziati dal comune. E quando i super-ricchi spesso pagano aliquote effettive inferiori a camionisti o infermieri, non è ingiusto chiedere che paghino la loro parte di tasse. Queste proposte non sono radicali: sono buon senso. E sono ciò che New York vuole e di cui ha bisogno. Permettetemi di essere chiaro: non è un lavoro facile. Come ex sindaco di Burlington – Vermont – per otto anni, so che la responsabilità municipale è vasta: raccolta dei rifiuti, sicurezza, qualità dell’istruzione, traffico e molto altro. I problemi delle grandi aree urbane sono enormi ed il primo cittadino non avrà tutte le risposte. Quando Zohran sarà eletto avrà bisogno del vostro aiuto: in questo momento storico dobbiamo tutti agire in modo deciso. Per favore, fate tutto il possibile per sostenere Zohran e renderlo il miglior sindaco che questa metropoli abbia mai avuto. Concludo con una nota personale: nel 1981 entrai in carica a Burlington vincendo per soli dieci voti, dopo un riconteggio. Ho guardato i sondaggi. Voi li avete letti: danno Zohran in testa, ed è una cosa positiva. Ma non sottovalutate gli avversari: dispongono di risorse enormi e le stanno spendendo adesso. Vi invito a ignorare la sicurezza apparente dei sondaggi e a comportarvi come se fossimo cinque punti sotto: voi e gli 80.000 volontari della campagna dovrete fare tutto il possibile perché la gente vada a votare anticipatamente e il giorno della consultazione. Non voglio che nessuno si svegli il mattino dopo e scopra che abbiamo perso perché altri hanno lavorato più di noi. Questo non deve accadere. Un anno fa pochissime persone a New York conoscevano Zohran Mamdani, un membro dell’Assemblea di 33 anni; alla prima candidatura otteneva solo l’1% nei sondaggi. Ma Zohran ha fatto ciò che fanno quelli che vogliono un cambiamento reale: ha costruito una campagna dal basso, creando uno straordinario movimento popolare che oggi coinvolge attivamente 80.000 newyorkesi — qualcosa senza precedenti. A differenza degli avversari, non ha cercato donazioni dalla classe multimilionaria, ma ha rivolto alla gente proposte concrete e sensate. Pur spendendo quattro volte meno, ha vinto le primarie. Con il vostro impegno, nei prossimi otto giorni questo giovane potrà fare la storia. È un onore per me presentarvi il prossimo sindaco della metropoli: Zohran Mamdani». Consigli di lettura: T. Barker, Desalineamiento de clase en Estados Unidos, «Diario Red», 16 novembre 2024; — Some questions about political capitalism, «NLR» 140/141, marzo-giugno 2023; R. Brenner – D. Riley, Seven theses on American politics, «NLR» 138, 21 dicembre 2022; A. Jäger, Hiperpolítica en Estados, «NLR» 149, settembre-ottobre 2024; M. Karp, Trump redux: de 2016 a 2024, «NLR» 150, novembre-dicembre 2024; — Clase y partido en la política estadounidense, «NLR» 139, gennaio-febbraio 2023; — Trump toca su límite, «Diario Red», 27 agosto 2025; B. Sanders, No crowns, no clowns, no kings!, «Diario Red», 23 ottobre 2025. — Trump y la política estadounidense, «Diario Red», 18 agosto 2025; Bernie Sanders è un politico statunitense e senatore per il Vermont dal 2007; ex membro della Camera (1991–2007) e sindaco di Burlington (1981–1989). Figura di spicco del movimento progressista, ha guidato campagne presidenziali popolari nelle primarie democratiche nel 2016 e 2020, promuovendo politiche come sanità universale e aumento delle tasse sui più ricchi. Questo testo propone l'ultima newsletter di Bernie Sanders inviata via e-mail dal collettivo «Friends of Bernie Sanders» e viene pubblicato qui dopo averne dato comunicazione allo stesso.

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    La tempesta Alternative für Deutschland è appena cominciata – e perché la lawfare non funzionerà Laurent Degonville La crisi dei sistemi politici liberali, frutto della pressione incessante e brutale della struttura di potere della classe neoliberista, sta facendo scivolare il campo politico, nominalmente democratico, verso modelli nettamente autoritari, il cui funzionamento concentra il potere nelle mani delle classi dirigenti attuali, tanto corrotte quanto inutili, come dimostra la loro gestione del genocidio di Gaza, l'imposizione di un livello folle di spesa militare e di tassi sempre più insopportabili di disuguaglianza e povertà, nonché il loro cretinismo nella gestione dell'attuale crisi climatica. L'austerità fiscale tedesca può aver mantenuto basso il debt service e calmato – al momento – i mercati dei capitali. Ci sono stati degli inconvenienti, tuttavia, molti dei quali sempre più evidenti a livello locale e chiaramente percepibili nella vita quotidiana della persone comuni. I governi locali in affanno di risorse non sono stati in grado di far fronte al rapido decadimento dei servizi pubblici, né di manutenere le strade o gli impianti sportivi comunitari. I trasporti pubblici sono peggiorati, c'è carenza di alloggi a prezzi accessibili e le scuole locali non sono in grado di affrontare i nuovi scenari, come tenere lezioni in classi di cui solo una minima parte capisce la lingua nazionale. Con l'affastellarsi di questi problemi, è cresciuto anche il malcontento nei confronti delle politiche pubbliche. Il risultato è stata la crescente frammentazione del sistema partitico della Repubblica federale tedesca in vigore dal dopoguerra; il declino delle coalizioni tradizionali di ambo le parti, insieme alla sfida "populista" da destra si è concretizzata nell'Alternative für Deutschland (AfD). Poca attenzione è stata prestata se e come il calo di fiducia nelle istituzioni federali attagli le amministrazioni locali, il cui governo è stato tradizionalmente meno politicizzato e in cui le famiglie e le reti territoriali favoriscono una politica meno ideologica, meno conflittuale e più radicata socialmente, basata sul consenso e sul pragmatismo cooperante. Le recenti elezioni nello stato della Renania Settentrionale-Vestfalia (NRW) lo scorso settembre possono dunque rivestire un interesse che vada oltre l'ambito puramente locale. Con 18 milioni di abitanti – di cui 14 milioni aventi diritto di voto – la Renania Settentrionale-Vestfalia è il più grande land della Repubblica federale tedesca. Ogni cinque anni, gli elettori designano i consigli delle città e delle contee ed i rispettivi Landrat (amministratori) e Bürgermeister, Oberbürgermeister (sindaci). Se nessun candidato alle dette cariche ottiene più del 50% dei voti, si tiene un secondo turno alla francese. Le elezioni tenutesi nel land il 14 e il 28 settembre scorsi, sono state l’ultimo appuntamento elettorale in Germania per il 2025, oggetto di un intenso studio da parte degli osservatori politici. Al primo turno, si osserva un aumento considerevole dell'affluenza, passata dal 51,9 al 56,8% – come accade quando i nuovi sfidanti "populisti" mobilitano sia gli amici che i nemici. Più sorprendente è stata la stabilità registrata nel sostegno sia alla CDU che alla SPD, che con il 33,3% e il 22,1% dei voti ottenuti – rispettivamente – hanno perso solo 1,0 e 2,2 punti percentuali, con esiti di gran lunga superiori sia a quelli ottenuti da entrambe alle elezioni del Bundestag del febbraio 2025, che a quelli di un sondaggio nazionale condotto dal Forschungsgruppe Wahlen sulla tornata in Renania Settentrionale-Vestfalia (vedi tabella). I Verdi hanno ottenuto risultati in calo rispetto alla SPD, perdendo 6,5 punti percentuali e scendendo al 13,5%, nonostante siano parte con la CDU della coalizione a capo del land. Rispetto al 2020 ci sono stati due vincitori: il partito populista di sinistra Die Linke – passato dal 3,8% al 5,6% – e soprattutto l'AfD, che ha quasi triplicato il suo precedente risultato, passando dal 5,1% a un sorprendente 14,5%. La Renania Settentrionale-Vestfalia, che comprende le popolose città di Colonia, Dortmund, Essen e Düsseldorf, da sempre si configura socialmente e politicamente conservatore, il che può spiegare perché partiti tradizionali come la CDU e la SPD abbiano mantenuto una posizione relativamente stabile, nonostante le imminenti riduzioni della spesa sociale previste a livello federale dalla coalizione dei due, ormai non più così solida. Il risultato dell'AfD alla luce di ciò appare ancora più clamoroso, soprattutto se si considera che, alla vigilia delle elezioni non vantasse cariche politiche nelle comunità locali, i cui network sono importanti almeno quanto i programmi dei partiti. Inoltre, dato che l'Alternative für Deutschland non ha potuto o voluto presentare candidati in circa il 40% dei collegi elettorali, il risultato – spalmato su tutti i collegi – ne sottostima inevitabilmente il sostegno reale di un margine considerevole. Dove l'AfD ha deciso di non partecipare si deve forse al fatto che i potenziali candidati temessero l'ostracismo sociale che avrebbero potuto subire una volta identificati come membri del partito. Ovvero, che questo abbia deliberatamente evitato i collegi elettorali in cui non fosse sicuro di ottenere un minimo di preferenze. In ogni caso, entrambe le variabili sono suscettibili di cambiare nelle prossime tornate, il che spiega la soddisfazione della dirigenza dopo il primo turno. Tuttavia, nonostante i progressi compiuti, l'AfD non è riuscita a conquistare nessuno dei posti chiave in palio in queste elezioni: i 52 seggi regionali di Landrat e Oberbürgermeister. Ma è riuscita a modificare le prassi: come risultato dell'avanzata populista di destra, 36 delle 52 elezioni – di più rispetto alle elezioni precedenti – sono andate al ballottaggio anche se l’AfD è rimasta tra i due contendenti del ballottaggio solo in tre di queste elezioni con gli altri partiti sono uniti in coalizione contro il candidato dell'AfD. Il Brandmauer (firewall) è rimasto intatto. È possibile che tra cinque anni non sarà più così, dato che lAlternative für Deutschland è attualmente presente in tutte le assemblee locali ed è in grado di stringere alleanze con altri partiti e gruppi di elettori. I Verdi in definitiva sono stati i perdenti, con l'eccezione di Münster, dove il candidato sindaco del partito ambientalista ha sconfitto con un vantaggio risicato il candidato della CDU al secondo turno. Münster è una bella e prospera città universitaria, che per lungo tempo è stata governata, e bene, da cristiano-democratici sul modello di Merkel, in una coalizione informale con i Verdi, che ha costituito di fatto un'alleanza tra la borghesia liberale-cattolica benestante e la grande comunità studentesca internazionale presente in città. A Colonia, il quarto centro urbano della Germania – che conta un milione di abitanti ed è senza dubbio in sofferenza amministrativa – i Verdi hanno perso, dopo essere stati in coalizione formale con la CDU per un decennio. Al secondo turno, il loro candidato, di origini turche e vicepresidente dell'Assemblea legislativa dello Stato, ha perso contro un socialdemocratico sostenuto dalla CDU, solo terzo al primo turno. I Verdi pertanto hanno pagato il prezzo della politica sul cambiamento climatico adottata dall'ultimo governo federale, ingiungendo ai proprietari di immobili di installare nuovi sistemi di riscaldamento, che potevano costare più delle loro stesse case, ad acquistare auto elettriche a prezzi eccessivi. Ancora, a far sì che le comunità locali accogliessero un numero illimitato di rifugiati e richiedenti asilo assegnati dai governi dei Länder. Dei due partiti tradizionali maggioritari, la CDU e la SPD, il primo ha ottenuto risultati migliori del secondo, nonostante il minimo storico di sostegno nazionale accordato alla CDU e al suo cancelliere, Friedrich Merz (vedi tabella precedente), dopo appena sei mesi in carica. Ciò può essere in parte dovuto al ministro-presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia,Hendrik Wüst – principale rivale di Merz all'interno della CDU – capace di irradiare una competenza e una calma affabile di cui Merz è palesemente privo. E, fattore cruciale, la CDU può convivere più facilmente con l'AfD rispetto alla SPD, non necessariamente per ragioni programmatiche, ma perché il proprio ambiente elettivo – le comunità cattoliche della classe media e piccola, comuni in Renania e Westfalia – è più resistente alla retorica dell'AfD rispetto alla classe operaia della SPD. Che può spiegare perché a Dortmund, un ex centro industriale che la SPD aveva governato negli ultimi ottant'anni, l'AfD le abbia inflitto perdite così gravi che il candidato della CDU ha vinto al ballottaggio. Che pochi elettori dell'SPD abbiano optato per Die Linke come alternativa può essere dovuto alla tradizionale scarsa presenza del primo nella politica locale ed dall’età degli elettori dell'SPD, troppo avanti con gli anni per essere attratti dall'immagine giovanile dei radicali. In definitiva, il risultato delle elezioni locali non farà altro che incoraggiare gli sforzi volti a dichiarare illegale l'AfD dinanzi alla Corte costituzionale da parte di quei membri del gruppo parlamentare dell'SPD che considerano la Kampf gegen rechts (lotta contro la destra) “la” missione politica. Ai sensi della Costituzione tedesca, un partito può essere dichiarato incostituzionale se ritenuto ostile all'«ordine liberale-democratico fondamentale». Esiste un'ampia bibliografia giuridica su ciò che ciò potrebbe significare. In passato, due partiti hanno ricevuto un verdetto di incostituzionalità per poi essere formalmente sciolti: il Sozialistische Reichspartei Deutschlands nel 1952 – un'organizzazione che si autoproclamava successore del NSDAP, il partito nazista fondato da Hitler – e il Kommunistische Partei (Partito comunista) nel 1956. I fondi vengono confiscati ed i tentativi di continuarne i lavori o di surrogarne la persona giuridica sono puniti con pene detentive che vanno da sei mesi a cinque anni o da uno a dieci anni, «quando l'imputato agisce come capo o istigatore di entrambi i comportamenti [...]. È punibile anche il tentativo» (art. 84 del codice penale tedesco). Ci sono buone ragioni politiche per cui l'SPD desideri che l'AfD venga dichiarata illegale il prima possibile. Se il declino che ha subito negli ultimi decenni dovesse continuare, l'SPD potrebbe finire sotto il 10% alle prossime elezioni federali del 2029. Dato che la Corte avrà bisogno di tempo per indagare e deliberare, i membri dell'SPD promotori della messa al bando dell’Alternative für Deutschland dovranno assicurarsi che il caso sia portato immediatamente in giudizio, poiché l’organo competente potrebbe nicchiare a deliberare nel pieno della campagna elettorale federale, che inizierà all'incirca nella primavera del 2028. Sebbene due nuovi giudici costituzionali – in quota SPD – potrebbero sostenere in tempo la causa, altri giudici di area della CDU non è detto che lo facciano. Se la sentenza arrivasse dopo le elezioni, che l'AfD possa essere dichiarata incostituzionale ne danneggerebbe gli orizzonti elettorali; c'è da aspettarsi che i procedimenti giudiziari siano orchestrati professionalmente dalla macchina delle pubbliche relazioni del governo e drammatizzati diligentemente dai media pubblici e privati. I potenziali candidati potrebbero non iscriversi per paura di essere interdetti dall'occupare posti di lavoro nel settore pubblico dopo il divieto del partito. Infine, ma non meno importante, la Kampf gegen rechts dinanzi alla Corte potrebbe anche contribuire a nascondere l'incapacità del nuovo governo federale di promuovere una svolta di 180 gradi a favore della generosità fiscale per affrontare la risoluzione dei problemi di decenni di austerità e distogliere l'attenzione dai tagli previsti alla spesa sociale causati dal finanziamento alla guerra in Ucraina. Una decisione a favore dei partiti tradizionali – e difficilmente sarebbe al contrario nel mezzo di una campagna elettorale altamente polarizzata – gli enormi problemi politici e giuridici che deriverebbero dalla delegittimazione di un partito che rappresenta almeno un terzo dell'elettorato non scomparirebbero. Dichiarare illegale un partito politico non può destituirne i deputati dai seggi – a livello federale, regionale o locale. Se l'AfD fosse dichiarata tale, un terzo – se non di più – di tutti i seggi del nuovo Bundestag potrebbero essere occupati da deputati dalle sue fila che sarebbero al sicuro per il resto della legislatura, a meno che non ne venisse scoperta la partecipazione ad attività che i pubblici ministeri considerassero una "continuazione" o una "sostituzione" del soggetto fuorilegge. Ci si potrebbero aspettare accuse in tal senso da parte dei concorrenti politici. (Ai sensi dell'art. 46 della legge sul Tribunale costituzionale, i dettagli su come viene eseguita la messa al bando di un partito sono determinati dal governo federale mediante una disposizione regolamentare, il che implica che non sia necessaria una normativa con rango di legge e quindi il coinvolgimento del Bundestag). L’istruzione, poi, di nuove elezioni anticipate nello scenario di un verdetto di incostituzionalità non potrebbe scongiurare che gli ex deputati dell'AfD corrano come singoli o nelle liste di eventuali nuovi partiti di destra, a meno che non fossero esclusi dalla candidatura corrispondente dalle commissioni elettorali dei Länder o, ovviamente, fossero in carcere per aver tentato di prolungare o sostituire l'attività del partito dichiarato illegale. Le controversie legali prolifererebbero e in campagna elettorale la Procura federale (Bundesanwaltschaft) sarebbe impegnata h24 ad osservare ogni mossa dei candidati sospetti per determinare se la condotta violi i termini del dispositivo applicato al partito, il che costituirebbe un reato. Se così fosse, sarebbero immediatamente interdetti dalla candidatura con il rischio di pene detentive. Uno show da prima serata. Dello stesso autore: Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, 2013; How will capitalism end?, «NLR» n. 87, 2017; Return of the King, «Sidecar», 4 maggio 2022; La Unión Europea en guerra: dos años después, «Diario Red», 22 giugno 2024; El bellicismo suicida de las democracias autoritaria occidentale, «El Salto», 19 febbraio 2023; Carta desde Europa: La Unión Europea, la OTAN y el próximo nuevo orden mundial, «El Salto», 10 ottobre 2023; Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos, «El Salto», 26 febbraio 2024. Questo testo è stato originariamente pubblicato su «UnHerd» ed è riprodotto qui con il permesso espresso dell'autore. Wolfgang Streeck è un sociologo ed economista tedesco, direttore emerito del Max Planck Institute for the Study of Societies con sede a Colonia.

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    Qui New York, a voi studio

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    Ceto medio che casca Brusatore Un racconto inedito di Luigi Anània per «ahida» In una terrazza sulla costa ionica il blu del mare si riflette negli sguardi della variegata famiglia Pinna. La sera s’alza la brezza e la madre Clara con i tre figli e gli ospiti si riuniscono, tacciono, ridono, parlano, ritacciono e deflagrano in interminabili risate contagiose. C’è il fratello maggiore Nicola radiologo anestesista che sentenzia che nel paese dell’inconcludenza la sua idea di imprenditoria benefica al di sopra delle piccole cose del mondo resta un’idea fluttuante fra la terra e il cielo: L’imprendoria come un altrove – dice guardando il mare – l’utopia messianica che porta a una comunità paradiso a tempo indeterminato è un’idea applicata in altre parti del globo. E poi c’è Carlo, il fratello grasso con il tronco sciolto che gli consente di disarticolare le spalle per seguire l’andamento dei suoi ragionamenti; lui sa come va il mondo perché frequenta i ministeri abitati da angeli previdenti che coordinano quel che avviene in ambedue gli emisferi; mentre parla solleva la spalla all’altezza di un orecchio e a ogni cambio di argomento l’abbassa seguendo l’idea che ha in testa.  Accanto a Carlo c’è Chantal, una donna soave sognata da tutti; Nicola e Carlo gioiscono dicendo il suo nome perché nel momento che lo pronunciano si sentono parte del gran mondo e così a volte dicono Chantal anche nel mezzo di un discorso di statistica. Chantal partecipa alle conversazioni, è intelligente e ha un gran voglia di tutte le cose belle della vita; si rivolge a tutti, si commuove, e ogni tanto si estranea e contempla il mare. La sera quando arriva nella terrazza bacia Clara, che giace immensa su una poltrona reclinabile, e la sera sorride a tutti, anche a Edoardo, il terzo figlio che in un angolo della terrazza irradia il senso di non considerazione di se stesso.  Clara ormai novantanovenne non partecipa più alle conversazioni della famiglia; ogni tanto ride per gli scherzi dei figli e poi torna in lei e si stringe in una grande maglia di lana; poi si passa una mano sulla fronte per nascondere lo sguardo. Dopo tanti anni sul terrazzo ha la stessa mole di quando sposò il fu Egisto, gli stessi occhi neri che nel grande ovale del viso sviano dagli altri occhi e nascondono i sentimenti. È appena tornata in aereo da un matrimonio a Milano e non sembra stanca, anzi a chi le chiede se è stanca dice che vuole passare la serata ad ascoltare le conversazioni della famiglia. II figlio Nicola le dice che al prossimo matrimonio la caleranno da un elicottero al centro della festa e con lo stesso elicottero la riporteranno sulla terrazza la sera stessa.  A volte i discorsi sono inframezzati da attacchi di risa che si ripetono e sospendono in pause lunghe, poi qualcuno riprende a ridere e smette fin quando qualcuno riparla. Carlo con il giornale fra le mani si rallegra facendo le lodi di grandi capitani d’industria ma d’improvviso si adombra quando il fratello Nicola ricorda che tutte le vette da cui si comanda il mondo sono occupate. Ambedue vorrebbero essere su quelle vette e non essendoci passano dalla risata spavalda a uno sguardo malinconico e infine a un livore che annuncia l’arrivo del cameriere Antonio con una somministrazione immediata di pillole per l’acidità dello stomaco e della psiche. Il piccolo Edoardo si sente non visto dai suoi due fratelli e allora balbettando urla di smetterla di parlare di vette sociali perché non conoscono la sociologia, non conoscono nemmeno le quattro libertà di Frank Delano Roosvelt, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura. I due fratelli ridono del suo balbettio e del sudore che gli ha inondato il viso e gli dicono ridendogli in faccia che sembra un gallo nano tirato fuori dalla broda dei maiali; Chantal gli sorride e Clara dice al capocameriere Antonio di asciugare il viso di Edoardo. Nel tardo pomeriggio arriva sempre Eddy Mantovani, un mobiliere dallo stomaco prominente, gli occhi azzurri e una zazzera grigia; quando arriva sente qualche frase e dice di non capire la necessità di quei ragionamenti, lui ha un amico pilota che lo porta all’altezza del cielo da cui vede la sfericità del mondo e questo gli basta. Dall’ora del caffè a notte si susseguono discorsi senza alcun nesso intercalati da attacchi di risa, silenzi e sospiri in cui ogni senso si perde.  Clara ascolta, ride alle battute dei figli ma a volte sbaglia i tempi del ridere e ride nei momenti di silenzio o in quei tratti di conversazione in cui affiora la frustrazione del ceto medio e i tre fratelli si avviliscono. A quell’ora, ogni anno, sentono di essere lontani dalle vette del mondo, guardano l’inabissarsi del sole nel mare e pensano che il ceto medio con tutta la famiglia Pinna scomparirà nel nulla. Ma ogni volta, appena prima che si parli del ceto medio, il capocameriere Antonio, seguito da tre robuste cameriere russe e da quattro servitori nostrani, ritorna sulla terrazza e dispone i suoi sottoposti lungo i bordi della terrazza per evitare incidenti. Qualche anno fa al calar del buio i discorsi diventarono così animati che Carlo precipitò dalla terrazza continuando a parlare.  Non è giusto – dice Carlo – che ogni volta che c’è una crisi ci si accanisca sul ceto medio, non è giusto, il ceto medio ha tenuto in piedi l’economia con il suo lavoro costante, invisibile e senza ambizioni, senza l’individualismo iconoclasta che si è diffuso ovunque, e mentre parla guarda il fratello Nicola che annuisce con il volto   livido. C’è chi va nei paradisi fiscali, chi riceve flussi   d’oro d’altri parti del mondo e intanto nei momenti di difficoltà il ceto medio cade, il ceto medio, il ceto medio, è sempre il ceto medio che cade..., aggiunge Nicola con gli occhi disperati.  Negli animi dei tre fratelli, anche in quello del silenzioso Edoardo, il ceto medio si trasforma in qualcosa che casca o scompare, una meteorite che precipita, un’autostima che si disintegra, una coscienza che si dissolve, un essere che svanisce nell’abisso, una stella che si spegne.  La mamma Clara ride mentre il mobiliere e Chantal guardano gli occhi spaventati dei tre fratelli. A un certo punto Carlo si alza e comincia a girare intorno al terrazzo; il capocameriere Antonio e la servitù si allertano ma Carlo non si ferma proclamando che lui conosce ministri, segretari, amministratori delegati, procuratori, agenti segreti e finanzieri che salveranno la famiglia Pinna dal baratro e intanto piega una spalla sulla ringhiera e come tre anni fa cade. La servitù arriva quando lui e già caduto nel giardino tra gli alberi di frutta di diversi colori, fontane gorgoglianti, cervi e pavoni. Piantato a terra continua a parlare volteggiando le spalle mentre un cervo che si era allontanato per lo spavento del tonfo gli torna vicino e lo guarda. Il capocameriere Antonio lo raccoglie, lo porta sul terrazzo e lo ripone sul pavimento mentre lui si dimena come un grosso insetto rivoltato sulla schiena che declamnomi di grandi personalità di tutto il mondo. Donna Clara dice alla servitù di portarlo così, spasmodico e urlante, nel suo letto. L’anno seguente, lo stesso giorno al tramonto, si ripetono gli stessi discorsi, gli stessi scherzi e le stesse malinconie.  Luigi Anània scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino

  • scienza e politica

    Geopolitica delle risorse e crisi climatica Hilde Vandenhout Il saggio analizza le intersezioni tra geopolitica delle risorse fossili e transizione energetica in un contesto internazionale segnato dalla crisi climatica. La COP30 di Belém evidenzia ancora la pressione dei lobbisti delle fossili, mentre la politica statunitense sotto Trump — descritta come espressione di un <> — ostacola la transizione verde e alimenta tensioni con paesi ricchi di petrolio come il Venezuela. L’autore mostra come il passaggio alle rinnovabili stia ridefinendo gli equilibri globali: la Cina domina le filiere tecnologiche della transizione, mentre Russia e altri esportatori di combustibili fossili restano marginali. Negli USA emergono contraddizioni profonde, con stati come California e Texas che avanzano nella decarbonizzazione nonostante la leadership federale contraria. Il testo sottolinea che l’economia delle rinnovabili richiede meno estrazioni e offre maggiore riciclabilità dei materiali rispetto ai combustibili fossili, mentre l’innovazione continua ad accelerare (batterie al sodio, ferro, tecnologie di accumulo termico). In conclusione, la transizione energetica è descritta come un processo ormai inarrestabile, benché rallentato dagli interessi fossili, compresi quelli italiani, che continuano a ostacolare lo sviluppo di un sistema energetico pienamente rinnovabile. A Belem in Brasile la trentesima Conferenza delle Parti sul Clima Globale (COP30) vede come sempre attivi un foltissimo gruppo di lobbisti delle fonti fossili che, come ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, <>. Se alla COP30 gli Stati Uniti di Trump, che hanno abbandonato per la seconda volta l’Accordo di Parigi sul clima, non sono presenti, una nuova crisi potrebbe sfociare in un conflitto armato, quella tra gli USA e il Venezuela. Gli analisti di geopolitica hanno, credo giustamente, indicato in una <> delle aree di influenza, questa mossa del declinante impero americano, in coerenza con la linea aggressiva già espressa nei confronti del Messico, del Brasile, del Canada: come se nel nuovo ordine mondiale che si va delineando, venendo meno il ruolo di unica superpotenza americana, si stia tornando alla politica di potenze più regionali. Non si vuole qui entrare in questo dibattito ma ricordare quello che quasi nessun osservatore ha notato nella crisi creata da Trump nei confronti del Venezuela: questo Paese ha le più grandi riserve petrolifere del pianeta (1). Se, nel caso del Messico, la linea di aggressione trumpiana ha utilizzato il tema del narcotraffico (per le importazioni illegali di fentanyl, droga che miete migliaia di morti negli USA), il Venezuela col narcotraffico non ha nulla da spartire, come ha recentemente ricordato il giudice Gratteri, tra i massimi esperti in materia. Nella fase, delicatissima, di transizione storica cui stiamo assistendo, governata certamente da dinamiche politiche e tensioni tra le diverse aree del mondo, c’è una dimensione che va esplicitata: gli USA di Trump rappresentano un <>. I rinnovati accordi con l’Arabia Saudita di questi giorni, l’intenzione serissima di controllare le risorse del Venezuela e i reiterati attacchi di Trump alla transizione rinnovabile nel suo stesso Paese – anche a colpi di decreti presidenziali (parte dei quali poi bloccati dai giudici) – hanno un motivo fondamentale: nell’economia energetica dominata dalle fossili (e specialmente dal petrolio e dal gas) la primazia americana è indiscussa. Non è così, com’è noto, per le tecnologie della transizione verde e della mobilità elettrica (e digitale: c’è una certa sovrapposizione tra queste filiere industriali) nel cui campo è chiaramente la Cina a guidare il mondo. Che la transizione verde avrebbe riscritto la <> è noto da tempo. Da segnalare le diverse analisi sul tema dell’Agenzia internazionale per le fonti rinnovabili (IRENA) diretta da Francesco la Camera (2). Già in un rapporto del 2019, sulla base del numero di brevetti tecnologici legati alla transizione verde, IRENA mostrava come, in termini di sviluppo delle nuove tecnologie, la Cina fosse avanti agli Stati Uniti e, un po’ più indietro, l’Europa e il Giappone. Mentre i Paesi completamente <> coincidevano con i principali esportatori di petrolio e gas: dalla Russia all’Arabia Saudita, dall’Indonesia al Sudafrica. In Russia il primo (e finora unico) impianto eolico industriale è entrato in funzione nel 2021, costruito da una azienda italiana, il primo in Europa era stato in Danimarca nel 1987. Sempre nel 2021 il governo federale tedesco aveva aperto un ufficio per l’idrogeno verde a Mosca: in futuro anziché importare gas si potrebbe importare idrogeno prodotto da eolico, la Russia è tra le aree del mondo con un potenziale enorme. Ma la sua oligarchia – prevalentemente petrolchimica - non è interessata a sviluppare le rinnovabili, come confermato dai responsabili dell’azienda italiana. È quella russa un’economia basata sull’esportazione di petrolio, gas e carbone (e combustibile nucleare di cui domina il mercato). Un’economia rinnovabile prevederebbe la creazione di una nuova classe imprenditoriale, un diverso rapporto col territorio e una capacità tecnologica mentre, persino nel settore petrolifero, la Russia dipende dalle tecnologie occidentali. Dunque, nel rivolgimento complessivo dell’ordine internazionale di questa fase storica, c’è anche una dinamica specifica legata alla transizione verde, con diverse contraddizioni come abbiamo visto nel caso russo. E questa dinamica è uno degli elementi di vero conflitto strategico tra Stati Uniti e Cina, Paese che non dispone di risorse petrolifere e di gas, ma solo di carbone (il cui peso geopolitico è decisamente minore). E questa dinamica è basata su un apparente paradosso: molte delle tecnologie rilevanti per la transizione verde sono nate e sono state sviluppate negli Stati Uniti. Che però, allo stesso tempo, sono diventati i più grandi esportatori di petrolio e gas grazie alla tecnica – ambientalmente molto distruttiva - del fracking. Così, se l’industrializzazione dell’auto elettrica è stata realizzata per prima dalla Tesla di Musk, oggi a dominare il mercato (sia in termini quantitativi che, ed è una novità recente, qualitativi) sono i marchi cinesi. Se oggi le tecnologie rinnovabili rappresentano, e di gran lunga, le forme di produzione di elettricità a minor costo, lo si deve al combinato disposto di politiche europee lungimiranti (e incentivanti), seguite da alcuni degli Stati americani, e dal colossale investimento nelle filiere produttive che ha fatto la Cina. E, se all’inizio il costo del lavoro era un fattore determinante, oggi è proprio l’assetto tecnologico cinese e la qualità a fare la differenza. Certo, in un contesto in cui domina la politica sul mercato e in cui i sussidi statali giocano un ruolo decisivo. Ma, del resto, i sussidi diretti e indiretti giocano un ruolo decisivo anche nell’economia fossile del gas e del petrolio. Dunque, l’economia di mercato nel settore energetico è <> fino a un certo punto: fattori politici e di cartello, sussidi e politiche statali a sostegno diretto e indiretto hanno un grande ruolo. La contraddizione statunitense è dunque questa: molte delle tecnologie hanno avuto origine in quel Paese, ma il loro sviluppo è stato più lento che in Cina e per una ragione precisa: lo scontro con gli interessi dominanti in campo fossile. Alla COP30, assenti gli USA è però andato il governatore della California Gavin Newsom, che si profila anche come lo sfidante di Trump per il 2028, quasi a sopperire l’assenza del governo federale. La quarta economia del mondo, la California, infatti è in piena transizione verde, tra i Paesi più interessanti nello sviluppo di un sistema basato sulle rinnovabili e sulle batterie industriali che, assorbendo l’eccesso di produzione in certe ore, garantiscono in modo crescente la stabilità della rete elettrica. Ed è interessante vedere come nella corsa alla transizione verde la California debba confrontarsi con il Texas, stato fortemente repubblicano, che in termini di consumi elettrici è il doppio della California. Lo stato già <> è oggi infatti la capitale dell’eolico e, per certi versi, la sua transizione va meglio di quella della California che invece sull’eolico è indietro. Solare ed eolico, infatti, per ragioni tecniche e di natura delle fonti si integrano a vicenda, come si vede in tutti Paesi attivi nella transizione verde come Australia, Germania, Spagna e, in piccolo, persino in Italia. Una differenza sostanziale tra un mondo dominato dalle fonti fossili e quello che si delinea in un assetto dominato dalle rinnovabili – necessario per evitare la catastrofe climatica – è che i materiali necessari ai cicli produttivi hanno generalmente una minore concentrazione rispetto ai giacimenti di petrolio e gas. In particolare, le <> sono elementi chimici rari ma distribuiti nella crosta terrestre e anche il litio, che non fa parte delle terre rare ma importante per le batterie delle auto e industriali a servizio delle reti elettriche, la stessa Cina deve importarlo (ad esempio dall’Australia). Il dominio cinese nella produzione delle tecnologie verdi, infatti, non dipende affatto da un <> diretto o indiretto dei giacimenti, ma pressoché esclusivamente dalla sua capacità industriale e tecnologica di controllo della catena produttiva. Anche in termini di quantità di materiali da estrarre c’è una differenza sostanziale tra l’economia basata sulle fossili e quella basata sulle rinnovabili. Ogni anno si estraggono qualcosa come 15 miliardi di tonnellate di combustibili fossili, mentre l’estrazione di metalli ed elementi chimici per la transizione verde è dell’ordine di 10 milioni di tonnellate l’anno, più di mille volte in meno in termini quantitativi. E anche in termini economici la rilevanza dell’industria estrattiva è ben diversa nei due casi: il valore delle fonti fossili estratte nel 2021 era di 2 mila miliardi di dollari, contro i 96 miliardi dei metalli e materiali <>. E, differenza più importante di tutte, i combustibili fossili una volta estratti e lavorati vengono bruciati e impattano sull’ambiente locale e sul clima globale; i <> rimangono invece largamente disponibili anche dopo che le tecnologie sono andate a fine vita. Il litio lo si può recuperare ad alte percentuali dalle batterie a fine vita, come già si comincia a fare, è solo una questione di costi (e di politiche). Il miglioramento tecnologico oggi cerca di incorporare l’obiettivo di massimizzare la <> di questi materiali strategici. E non è finita. L’innovazione tecnologica nel campo delle rinnovabili e dei materiali innovativi procede. Nuovi elementi chimici sono già emersi, ad esempio, nel campo delle batterie, campo essenziale per la transizione energetica. Batterie al sodio sono già disponibili, sia per i servizi di rete elettrica che per le auto a minor costo; batterie al ferro per l’uso industriale sono già nel mercato. E, novità persino in Italia, hanno già debuttato batterie a base di sabbia e acciaio, che convertono l’elettricità rinnovabile in calore a media temperatura per essere usato nelle industrie (buona parte dei consumi industriali infatti è di calore fino a 400°C). La possibilità di progressivamente <> gli usi energetici oggi coperti dalle fonti fossili è consistente e nel campo della produzione elettrica le rinnovabili sono ormai l’opzione più economica (e che genera più posti di lavoro in proporzione). Per chiudere questa breve rassegna, necessariamente sintetica, l’attacco alla scienza di Trump, citato da Gianfranco Pancino in queste pagine, è parte di una strategia complessiva di <> alla transizione verde. Una buona parte delle conoscenze che abbiamo sulla crisi climatica si deve proprio a istituzioni scientifiche statunitensi oggi sotto attacco: il rischio climatico è un rischio esistenziale per l’umanità e negarlo al livello di un Presidente degli USA è semplicemente criminale. Se Elon Musk, in soccorso di Trump, ha minimizzato la rilevanza della crisi climatica, non è così per Grok4, l’intelligenza artificiale promossa dallo stesso Musk (3) che ha proprio usato l’espressione <>. In conclusione, nelle dinamiche internazionali c’è uno scontro esistenziale tra gli interessi fossili oggi ancora dominanti e l’emergenza di una transizione che nonostante gli evidenti conflitti è in corso e appare non arrestabile: il progresso delle tecnologie non lo si può fermare per volontà politica (4). Ma lo si può rallentare e di molto, come accade in Italia dove gli interessi dell’Oil&Gas sono largamente dominanti. Sostenuti in modo bipartizan da tutti i governi succedutisi e aiutati da assurde moratorie regionali (come in Sardegna) e pseudoambientalisti anti-rinnovabili la cui azione aiuta a mantenere il gas fossile, importato a caro prezzo, al centro del sistema energetico, mentre una strategia 100% rinnovabile sarebbe possibile (5). Note Le riserve principali petrolifere https://energy-oil-gas.com/news/6-countries-with-the-largest-crude-oil-reserves-in-the-world/ I rapporti geopolitici di Irena si possono scaricare da questa pagina web: https://www.irena.org/How-we-work/Collaborative-frameworks/Geopolitics Si veda il mio scambio su X (Twitter) proprio con l’intelligenza artificiale Grok4 in cui a domanda risponde tra l’altro che: <> https://x.com/gonufrio/status/1983422781669966036?s=20 Si veda, ad esempio, la sintesi del rapporto EMBER: https://ember-energy.org/app/uploads/2025/09/Slidedeck-The-Electrotech-Revolution-PDF.pdf Esiste ampia letteratura sulla fattibilità di un sistema energetico basato solo sulle rinnovabili; per l’Italia veda il documento promosso da 100% Rinnovabili Network e firmato da una quindicina di ricercatori e accademici italiani: https://www.100x100rinnovabili.net/wp-content/uploads/2025/03/Report-Verso-la-neutralita-climatica_100x100-rinnovabili-network.pdf Giuseppe Onufrio, fisico, ricercatore nel campo dell'energia e dell'ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell'Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.

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    2025 La bomba bikini e Rita

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    Omicidi ai Caraibi Colli J Rae Incapace di offrire un modello di sviluppo globale in grado di integrare minimamente le variabili della complessità dell’attuale crisi sistemica del capitalismo storico, la potenza statunitense ricorre a una strategia di guerra multidimensionale, che inevitabilmente semina morte e distruzione, limitando al contempo le opzioni coerenti, eque e sostenibili per uscirne. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Istituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «L’abbiamo fatta saltare in aria. E lo rifaremo», ha affermato il segretario di Stato americano Marco Rubio. «Non me ne frega niente di come la chiamate», ha aggiunto il vicepresidente J. D. Vance. Entrambe le dichiarazioni si riferiscono al primo dei dieci attacchi letali effettuati nell’ultimo mese dagli Stati Uniti contro imbarcazioni nelle acque internazionali dei Caraibi (sette attacchi) o del Pacifico (tre attacchi) nelle vicinanze del Venezuela o della Colombia, che, secondo le informazioni disponibili, hanno causato finora la morte di quarantatre persone. Washington ha affermato che le navi trasportavano carichi di droga destinati alle coste statunitensi, ma non ha fornito alcuna prova al riguardo; quelle disponibili indicano che le vittime del primo attacco, perpetrato il 2 settembre, potrebbero essere stati solo dei pescatori. L’operazione è stata accompagnata da un aumento della presenza militare statunitense nei Caraibi, che comprende otto navi da guerra, una squadriglia di F-35, un sottomarino nucleare e oltre 10.000 soldati. Trump ha definito il governo di Maduro un «cartello narcoterrorista» e le informazioni disponibili indicano che i tentativi di raggiungere un accordo diplomatico sono stati interrotti dal governo statunitense all’inizio di questo mese. Il 9 ottobre il governo venezuelano ha richiesto una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, citando «minacce crescenti» e l’aspettativa di un imminente «attacco armato» contro il proprio Paese. Come bisogna interpretare questa drammatica escalation della politica statunitense? Washington ha considerato a lungo l’America Latina il proprio «cortile di casa», come affermato nella famosa dottrina Monroe del 1823, e avvertiva le potenze europee di lasciare la regione nelle sue mani e non, ovviamente, in quelle dei latinoamericani stessi. Nel corso del XIX e XX secolo, gli Stati Uniti hanno ripetutamente interferito negli affari latinoamericani. Tra i casi recenti più noti, in cui il coinvolgimento statunitense ha oscillato dal sostegno dietro le quinte e dall’appoggio politico all’intervento diretto, vi sono il colpo di Stato del 1954 contro Jacobo Arbenz in Guatemala, il colpo di Stato del 1973 contro Salvador Allende in Cile, l’invasione di Panama nel 1989 – che, come molti hanno sottolineato, presenta sorprendenti parallelismi con le attuali azioni di Trump contro il Venezuela, – il rovesciamento del presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide nel 1991 e poi di nuovo nel 2004, e il colpo di Stato perpetrato in Honduras nel 2009. Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, il Venezuela ha subito più tentativi di provocare un cambio di regime istigati dagli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro paese latinoamericano. L’ossessione di Washington al riguardo è iniziata pochi anni dopo l’elezione di Hugo Chávez alla presidenza della Repubblica nel 1998, in seguito alla quale gli americani hanno sostenuto numerose iniziative per destituirlo, tra cui il colpo di Stato militare del 2002 e il blocco petrolifero del 2002-2003, che ha colpito il settore economico più importante del Paese. Sia il governo Bush che quello Obama hanno destinato milioni di dollari a esponenti dell’opposizione venezuelana, tra cui l’ultima vincitrice del Premio Nobel per la pace, María Corina Machado, da decenni ardente sostenitrice del rovesciamento violento del governo venezuelano, nonché dei recenti omicidi perpetrati dagli Stati Uniti, fatti convenientemente ignorati dal comitato incaricato di assegnare il premio. Il sostegno di Washington all’opposizione è continuato dopo la morte di Chávez nel 2013 e l’elezione del suo successore, Nicolás Maduro. Obama ha supportato un’ondata di proteste, spesso violente, nel 2014, che ha causato almeno quarantatre morti, e Maduro ha affrontato nel 2017 un’altra ondata di proteste dell’opposizione, a volte anche violente, anch’esse sostenute dagli Stati Uniti. Nel 2015 Obama dichiarò che il Venezuela rappresentava una «minaccia straordinaria e insolita per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», un’accusa talmente ridicola che fu respinta persino dai leader dell’opposizione venezuelana quando fu inizialmente pronunciata. Tuttavia, questa dichiarazione fu utilizzata per giustificare l’imposizione di sanzioni al Paese da parte degli Stati Uniti, che contribuirono in modo decisivo alla distruzione dell’economia venezuelana. Come dimostra Francisco Rodríguez in The Collapse of Venezuela: Scorched Earth Politics and Economic Decline, 2012-2020 (2025), sebbene le politiche governative siano state una delle ragioni principali del collasso economico del Venezuela, sono state le sanzioni a rendere praticamente impossibile la ripresa. L’ostilità verso il regime ha poi raggiunto un nuovo livello durante il primo mandato di Trump, che ha applicato una politica di «massima pressione» per rovesciare Maduro. Oltre alle sanzioni punitive, che venivano applicate all’industria petrolifera venezuelana, Trump ha sostenuto la farsa dell’autoproclamazione di Juan Guaidó come presidente del Venezuela nel gennaio 2019. Negli anni successivi, i sostenitori di Guaidó hanno chiesto un intervento umanitario nel Paese guidato dagli Stati Uniti, hanno apertamente sostenuto la coercizione economica statunitense (così come ha fatto la maggior parte dei leader dell’opposizione), hanno esortato l’esercito a ribellarsi contro Maduro e nel maggio 2020 hanno finanziato l’Operazione Gideon, consistente in un’invasione via mare del Venezuela, spettacolarmente mal concepita, da parte di mercenari sostenuti dagli Stati Uniti, che sono riusciti a sopravvivere solo dopo essere stati salvati dai pescatori venezuelani e consegnati alle autorità. Pertanto, le recenti azioni di Trump devono essere intese come parte di un modello di aggressione statunitense di lunga data nei confronti del regime socialista bolivariano. Tuttavia, esistono anche notevoli differenze rispetto al passato. Da un lato, il governo statunitense ha effettivamente abbandonato la copertura retorica della «democrazia» e dei «diritti umani», utilizzata a lungo, anche durante il primo mandato di Trump, come scusa per la belligeranza contro il Venezuela. Oltre a questa retorica, in precedenza si era insistito notevolmente su un’apparenza di multilateralismo: la «presidenza ad interim» di Guaidó, ad esempio, ha ricevuto il sostegno di decine di paesi in tutto il mondo. Sebbene Argentina, Paraguay e Perù si siano allineati con gli Stati Uniti e la Repubblica Dominicana di Abinader abbia partecipato a operazioni congiunte nei Caraibi, l’attuale governo statunitense sembra considerare il sostegno internazionale come qualcosa da utilizzare in un secondo momento, dopo aver agito. La supervisione di Washington sulla regione è sempre stata esercitata all’interno di uno spettro che oscilla tra la forza e il consenso, l’amministrazione Trump ha chiaramente privilegiato la prima: la tendenza sembra orientarsi verso ciò che Ranajit Guha ha definito «dominio senza egemonia». Il secondo mandato di Trump è stato caratterizzato da una chiara opzione per la forza bruta, come dimostra il suo uso della politica commerciale per costringere i paesi a piegarsi alla sua volontà, come nel caso dell’imposizione di dazi del 50% al Brasile per l’offesa di aver messo sotto processo Bolsonaro. Si considerino anche, tra l’altro, il cambio del nome del Dipartimento della Difesa, ora denominato Dipartimento della Guerra, il dispiegamento della guardia nazionale in diverse città statunitensi, la persecuzione dei suoi nemici politici attraverso i tribunali, nonché il rifiuto di fingere una fittizia unità a seguito dell’omicidio di Charlie Kirk (Trump ha risposto alla dichiarazione di Erica Kirk di aver perdonato l’assassino di suo marito con la frase: «Io odio i miei nemici»). Il bombardamento delle imbarcazioni venezuelane rientra in questo schema. L’unica giustificazione offerta per la perpetrazione di queste esecuzioni extragiudiziali è la necessità di combattere l’indefinito fantasma del narcoterrorismo, categoria che unisce la guerra alla droga e la guerra al terrorismo, e rispetto alla quale il governo Trump non ha fornito alcuna prova a sostegno di tale accusa. Come sostiene Miguel Tinker-Salas, storico venezuelano e professore al Pomona College di Claremont, in California, il governo statunitense ha agito come giudice, giuria e boia. Il messaggio trasmesso dall’uccisione di non combattenti da parte del governo statunitense è: «Faremo ciò che vogliamo e quando vogliamo e non dobbiamo dare spiegazioni né giustificarci davanti a nessuno». L’operazione sembra essere in linea con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, che sarà pubblicata a breve e che, secondo le informazioni disponibili, sostiene un ripensamento della sicurezza emisferica, attribuendo particolare importanza alle relazioni con l’America Latina, alla migrazione e ai cartelli della droga. Tuttavia, l’idea che i bombardamenti di imbarcazioni avranno un impatto significativo sul flusso di droga verso gli Stati Uniti è assurda per il semplice motivo che la stragrande maggioranza della droga proveniente dall’America Latina arriva attraverso il corridoio del Pacifico orientale, non dai Caraibi. Va anche notato che, sebbene il Venezuela sia una rotta di transito per il 10-13% della cocaina mondiale (secondo le agenzie statunitensi), non fornisce assolutamente il fentanil, che causa il 70% dei decessi per droga negli Stati Uniti. L’affermazione del governo guidato da Donald Trump secondo cui Maduro è il capo del Cartel de los Soles è altrettanto inverosimile; gli esperti di criminalità organizzata in Venezuela negano l’esistenza di tale cartello. Se gli Stati Uniti non stanno bombardando i natanti venezuelani per fermare il traffico di droga, perché lo stanno facendo? Un motivo è il tentativo di Rubio di imporsi sugli altri membri della cerchia ristretta di Trump. L’ossessione del Segretario di Stato per la destituzione di Maduro risale alla sua carriera politica nel sud della Florida e al ruolo cruciale che vi hanno svolto per decenni gli esuli venezuelani e cubani, affiliati all’estrema destra e nettamente anticomunisti. Ci sono altre figure importanti presenti nella cerchia ristretta di Trump che condividono la sua posizione, come il direttore della CIA John Ratcliffe e Stephen Miller. Come sottolinea Greg Grandin, la posizione bellicista di Rubio nei confronti del Venezuela contrasta con quella dell’inviato speciale di Trump, Richard Grenell, che ha sostenuto la necessità di raggiungere accordi con Maduro. Secondo un recente articolo del New York Times, Grenell è riuscito a ottenere concessioni straordinarie dal governo venezuelano, tra cui un accordo che avrebbe dato alle aziende statunitensi un controllo significativo sulle risorse del Venezuela, compreso il petrolio. Trump, tuttavia, ha respinto l’accordo e, secondo tutte le fonti, attualmente favorisce la posizione intransigente sostenuta da Rubio. Potrebbero anche esserci in gioco una serie di incentivi interni. Il conflitto con il Venezuela fornirebbe una giustificazione per ricorrere all’Alien Enemies Act del 1798, che consentirebbe di espellere i venezuelani, come ha cercato di fare il governo americano. Se si verificasse uno scontro militare, è probabile che i tribunali adottino una posizione più favorevole, consentendo l’espulsione dei venezuelani in quanto considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. Tale conflitto distoglierebbe anche l’attenzione da altri problemi rispetto ai quali Trump è vulnerabile, come i documenti di Epstein, che lo hanno tormentato per mesi e che sembrano sul punto di esplodere dopo la vittoria di Adelita Grijalva nelle elezioni speciali in Arizona, che garantisce ai membri democratici della Camera dei Rappresentanti voti sufficienti per obbligare il governo a pubblicare i documenti rimanenti, anche se finora lo speaker repubblicano della Camera, Mike Johnson, si è rifiutato di far prestare giuramento a Grijalva affinché possa occupare il suo seggio (Grijalva ha minacciato azioni legali). Maduro sostiene che l’offensiva nei Caraibi faccia parte di un nuovo tentativo per un cambio di regime in Venezuela. Trump lo ha negato pubblicamente, ma ci sono indicazioni che stia prendendo sul serio l’idea. Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero preparando un’azione militare in Venezuela. Gli attacchi aerei contro obiettivi nel continente, che costituirebbero un’escalation significativa, potrebbero iniziare entro poche settimane, e Trump ha autorizzato la CIA a compiere azioni sotto copertura nel Paese. Non si può escludere la possibilità che il presidente cambi improvvisamente idea, data la sua storia di capricci e di disinteresse per le operazioni che non procedono senza intoppi. Indipendentemente dall’esistenza o meno di un piano coerente per rovesciare Maduro, sembra chiaro che il governo statunitense spera di provocarlo affinché reagisca. Finora, il presidente venezuelano non ha abboccato. Al di là della mobilitazione delle milizie popolari, la risposta militare del Venezuela si è limitata al volo di due F-16 armati su una nave della Marina statunitense nel sud dei Caraibi. In seguito alla minaccia di un intervento statunitense, sono aumentate le domande sulla preparazione militare del Venezuela. Si sa poco al riguardo, ma recenti articoli pubblicati su media statunitensi specializzati in questioni militari suggeriscono che le difese del Venezuela, sebbene disomogenee, rappresenterebbero un ostacolo importante. Finora, sembra che l’aggressione statunitense abbia rafforzato Maduro sul piano interno. Si consideri, ad esempio, la dichiarazione del Partito Comunista Venezuelano, ferocemente critico nei confronti di Maduro e che considera il suo governo autoritario, illegittimo e anti-operaio, in cui si afferma che, in caso di invasione statunitense, la posizione del partito subirebbe un «cambiamento radicale» in nome della difesa della sovranità del Venezuela. Per ora, l’amministrazione Trump sembra intenzionata a proseguire la sua politica di affondamento delle imbarcazioni venezuelane. I tentativi del Congresso di ostacolare questa politica sono stati finora infruttuosi: c’è stata una votazione sulla «War Powers Resolution to End Unauthorized Hostilities in Venezuela», presentata dalla deputata Ilhan Omar, ma è stata respinta per tre voti. Per lo più, l’opposizione dei Democratici si è avvalsa di ragioni procedurali, riassunte dalla senatrice del Michigan Ellisa Slotkin, che si è lamentata del fatto che «se il governo Trump vuole entrare in guerra contro un’organizzazione terroristica, deve rivolgersi al Congresso, informarci e chiedere la nostra approvazione», aggiungendo: «Io, in realtà non ho alcun problema a combattere i cartelli». A livello internazionale, il presidente colombiano di sinistra Gustavo Petro ha definito i bombardamenti dei natanti un «atto di tirannia», e nella riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 10 ottobre, Russia e Cina hanno condannato con forza le azioni di Trump; altri diplomatici europei e africani si sono guardati bene dall’esprimere critiche. Se la guerra sia davvero all’orizzonte rimane una questione aperta, ma Caracas ha buoni motivi per temere il peggio. Testi consigliati Lautaro Rivaro, Gli Stati Uniti rafforzano la militarizzazione dei Caraibi e si avvicinano a un punto di svolta, William Serafino: «Il Venezuela è un campo di battaglia centrale nella guerra geopolitica globale», Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Un’ipotesi basata su diversi indizi, (I), Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Un’ipotesi basata su diversi indizi, (II), «Diario Red» 25/10/25, 20/10/25, 15/10/25, 17/10/25 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka America Latina: la prossima transizione, «Diario Red/NLR» 149 Juan Carlos Monedero, Cecchini in cucina, «NLR» 120 André Singer, Lulismo 3.0: una diagnosi a metà mandato, «Diario Red/NLR» ew 150, Il ritorno di Lula, «NLR» 85139 e Ribellione in Brasile, «NLR» 85 Tony Wood, Il Messico in fase di cambiamento, «Diario Red/NLR» 147 Ernesto Teuma, Una nuova sinistra a Cuba, «Diario Red/NLR» 150 Julia Buxton, Il Venezuela dopo Chávez», «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, La Colombia al bivio, NLR 99 Mauricio Velásquez, La battaglia di Bogotá, «NLR» 91 Camila Vergara, La battaglia per la Costituzione del Cile, «NLR» 135 Rafael Correa, La via dell’Ecuador, «NLR» 77 Maria Stella Svampa, La fine del kirchnerismo, «NLR» 55 Gabriel Hetland è professore associato presso l’Università di Albany, State University of New York, specializzato in Studi latinoamericani e caraibici. Autore di Democracy on the Ground.Local Politics in Latin America’s Left Turn (2023).

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    Democrazia d’eccezione e post-fascismo Un dialogo con Andrea Russo parte 1 Thomas Berra Il testo che qui presentiamo è la trascrizione di una lunga conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo che verrà pubblicata in tre episodi. In questa prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo <>. Nei prossimi episodi verranno indagate le operazioni di <>, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio, e l’intreccio tra nuovi fascismi e guerra: dalla campagna trumpiana contro l’immigrazione fino al contesto palestinese, dove il progetto di “pace” promosso dagli Stati Uniti si rivela un debole palliativo rispetto al disegno genocidario perseguito dal governo israeliano. PARTE 1 Redazione Ahida: Il collettivo Action30 ha pubblicato L’uniforme e l’anima [1] nel 2009. Pensavamo di cominciare chiedendoti cosa pensavate voi quindici anni fa sulla questione del “ritorno del fascismo” e cosa significa eventualmente oggi? Andrea Russo: In realtà di un “ritorno del fascismo” si era già parlato all’inizio degli anni Novanta. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, si era assistito all’emergere di violente pulsioni identitarie che avevano preso di volta in volta la forma del nazionalismo, del razzismo, del fondamentalismo religioso. Nel decennio successivo, l’ondata securitaria scatenata dagli attentati dell’11 settembre ha ridato vigore a un’interrogazione sulle nuove forme di razzismo e di fascismo da cui ha preso le mosse il nostro collettivo di ricerca. In più le domande che erano alla base del collettivo sono diventate sempre più urgenti con il clima venutosi a creare in Italia dopo l’insediamento del quarto governo Berlusconi. Per noi era allora evidente che la lunga catena di violenze – contro rom, stranieri, omosessuali – trovava la propria giustificazione nei discorsi politici dei partiti di governo, e in leggi palesemente discriminatorie come il “Pacchetto sicurezza”, che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina. Rispetto alla nostra attualità, non percepisco nessuna grande cesura con quello che scrivevamo nel 2009, tranne che la pandemia e l’inizio della guerra in Ucraina e Palestina hanno dato maggior coerenza sistemica a dei piani finora disgiunti delle nuove forme di fascismo, senza però delineare, per dirla in maniera solenne, un nuovo Nomos della Terra. Redazione Ahida: Quali erano le ipotesi dalle quali avete cominciato la ricerca? Andrea Russo: Una delle nostre ipotesi è che il fascismo non tramonti definitivamente con il progresso della democrazia e dello Stato di diritto, né si ripresenti nella forma di un “cattivo passato” che non passa, ma tenda piuttosto a “trasformarsi”. È evidente che vi sia oggi un problema che riguarda lo Stato di diritto e la democrazia, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Redazione Ahida: Fermiamoci un attimo su questo punto. Noi ci stiamo ponendo il problema di cercare di capire se è possibile, e nel caso in che modo, continuare a utilizzare la categoria di fascismo, dal momento che oggi assistiamo a uno svuotamento, a una banalizzazione del termine stesso [2]. Andrea Russo: Negli ultimi decenni la controversia sul “ritorno del fascismo” – si tratti di usi giornalistici o di manipolazioni politiche del concetto – ha mobilitato due punti di vista speculari. Alcuni vedono il fascismo ovunque. Secondo altri invece continuare a parlare di fascismo sarebbe una forzatura: l’epoca delle camicie nere e dell’olio di ricino si è conclusa a Piazzale Loreto e non tornerà più. Noi con la nostra ricerca abbiamo cercato di rimettere in discussione questa doppia banalizzazione. In fondo, si tratta di capire che non c’è un solo fascismo, ma che infinite forme di fascismo sono possibili, poiché il fascismo è una specie di forma pura a priori capace di adattarsi ai contesti storici più diversi. Il fascismo non è un’entità eterna, fissata una volta per tutte nella sua identità, ma un fenomeno in divenire. Per questo la famosa teoria del “fascismo eterno” di Umberto Eco non funziona. Se pertanto il fascismo è qualcosa che si riadatta continuamente rispetto alla contingenza storica, allora oggi con che forma di fascismo abbiamo a che fare? Direi che ormai già da trent'anni dobbiamo fare i conti con una formula di fascismo completamente integrato nei dispositivi del governo democratico. Direi quindi che oggi abbiamo a che fare con una sorta di fascismo democratico. Intendo dire che la vera “novità” del fascismo democratico contemporaneo consisterebbe in ciò che viene indicato dall’aggettivo piuttosto che dal sostantivo. Ragion per cui, se è doveroso spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini fascismo e fascista, è forse non solo ugualmente doveroso, ma persino urgente spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini democrazia e democratico. Redazone Ahida: Avremmo allora a che fare con un fascismo post-ideologico? Andrea Russo: Si certo. La prima caratteristica del fascismo democratico è di essere, per così dire, volutamente privo del collante ideologico capace di sintetizzare tutti gli elementi che lo compongono in una forma coerente. Dobbiamo aver ben presente che nelle attuali democrazie è egemonico un pragmatismo manageriale che radicalizza in senso gestionale l’arte di governo, infrangendo tutti i vincoli su cui esse si fondano. Per coloro che hanno interesse a governare al di sopra della legge e delle regole, il richiamo all’ideologia fascista è controproducente perché può nuocere al consenso. È indubbiamente un fascismo post-ideologico, o se si preferisce un post-facismo quello con cui abbiamo a che fare. Redazione Ahida: Questa prospettiva rende praticamente inutilizzabile il cliché storiografico tipicamente novecentesco di un’opposizione secca tra democrazia e totalitarismo. La genealogia dello stato di eccezione tracciata da Agamben, che citate diverse volte, disattiva questo falso schematismo, rivelando invece questo stretto rapporto di cui stiamo parlando tra democrazia e totalitarismo [3]. Il fascismo non è un’aberrante creatio ex nihilo, né un accidente che si abbatte dall’esterno sulla società, ma una sorta di tragica “peripezia” tutta interna al funzionamento del diritto nelle democrazie parlamentari. Ritorniamo ad un nodo per noi fondamentale: il fascismo storico non è stato semplicemente una dittatura o uno stato autoritario, ma uno stato di eccezione totale. Quale altro tassello aggiungeresti a questa analisi? Andrea Russo: Direi che le vicende storiche degli anni Venti e Trenta avrebbero dovuto funzionare come un monito. Invece è accaduto che lo stato di eccezione è tornato progressivamente a infiltrarsi nell’intera vita politica delle democrazie occidentali. In tal senso, il problema consisterebbe nel ricorso sempre più frequente dello stato di eccezione come modalità di governo della società. Evidentemente non si tratta più solo di una sospensione temporanea del diritto, né di una restrizione delle libertà fondamentali di determinate categorie di individui, gruppi sociali o organizzazioni, quanto piuttosto dell’affermarsi di un nuovo paradigma di governo della popolazione. Tecnicamente le procedure derogatorie di sospensione del diritto sono la caratteristica precipua dello stato di eccezione [4]. Questa nozione appare quanto mai opportuna, non solo per rendere conto di eventi storici come la sospensione da parte del regime nazista di tutti gli articoli di garanzia delle libertà individuali contenuti nella Costituzione di Weimar, ma anche per descrivere la situazione attuale, caratterizzata dalla moltiplicazione esponenziale dei dispositivi securitari: leggi antiterrorismo, detenzione preventiva, pacchetti sicurezza, campi di internamento, detenzioni amministrative cui bisogna aggiungere le agenzie di sicurezza private, i sistemi di videosorveglianza e di schedatura biometrica, ed oggi la guerra: il dispositivo securitario per eccellenza, che li mette tutti sistematicamente in opera. Redazione Ahida: A proposito di sicurezza, nel vostro libro viene ripresa questa riflessione di Gilles Deleuze: «Tutto un neofascismo si sta installando, in rapporto al quale l’antico fascismo si presenta come mero folklore [...]. Piuttosto che essere una politica e un’economia di guerra, il nuovo fascismo è un’intesa mondiale per la sicurezza, per la gestione di una “pace” non meno terribile, con l’organizzazione concertata di tutte le piccole paure, di tutte le piccole angosce che fanno di noi dei microfascisti, pronti a soffocare ogni volto, ogni parola un po’ forte, nella propria strada, nel proprio quartiere, nel proprio cinema» [5]. Sembra in linea con quello che stiamo dicendo e aggiunge un altro tassello all’analisi, il nesso con la dimensione sicuritaria? Andrea Russo: Qui Deleuze invita a riflettere sul fatto che, invece di preoccuparsi delle vecchie forme di fascismo, bisognerebbe temere la generalizzazione della sicurezza come imperativo assoluto, come diritto che ha sempre più diritto degli altri. È infatti la combinazione dello stato di eccezione con il paradigma securitario che rilancia i fascismi oggi. Nel momento in cui la sicurezza diventa “totalitaria”, nel senso che tende a imporsi sia come paradigma fondamentale dell’azione di governo che come desiderio sociale scatenato dalla paura dell’altro, tutti i principi basilari dello Stato di diritto – libertà, democrazia, diritti dell’uomo, tolleranza religiosa – vengono disattivati. Redazione Ahida: L’uso reiterato dello stato di eccezione e dei dispositivi securitari come tecnologia normale di governo non produce come risultato una democrazia più forte, ma una democrazia blindata che ci sembra avere poche alternative se non sfocia nella guerra, interna o esterna che sia. Andrea Russo: È così. Dalla strada al quartiere, dalla città alle relazioni internazionali, la generalizzazione della sicurezza si è imposta come imperativo assoluto della regolazione della convivenza sociale, alimentata e giustificata a sua volta da quella che Michel Foucault chiamava la “cultura del pericolo”. Ecco ciò che scrive: «Quello che lo Stato propone come patto alla popolazione è: “Sarete protetti”. Protetti da tutto ciò che può essere incertezza, danno, rischio. […] Lo Stato che garantisce la sicurezza è uno Stato obbligato a intervenire in ogni occasione in cui la trama della vita quotidiana è lacerata da un evento singolare, eccezionale. Perciò la legge non è più adatta; perciò, sono necessari questi tipi di interventi, il cui carattere eccezionale, extra-legale, non dovrà più apparire come segno di qualcosa di arbitrario né di un eccesso di potere, ma al contrario come un’attenzione premurosa» [6]. Il nuovo potere si presenta come un genitore onnipresente, pronto a proteggerci dagli imprevisti della vita; un padre premuroso che sa intervenire al momento giusto e con i mezzi più efficaci, perché non tiene conto di quelle vecchie abitudini che sono le leggi e le giurisprudenze. E che, beninteso, fa tutto questo solo per il nostro bene. Il nuovo potere è quello che dice: “Niente paura, risolviamo noi il problema, gestiamo noi la situazione, costi quel che costi, compreso la guerra e lo sterminio”. Vorrei inoltre soffermarmi un istante su ciò che scrive a proposito del tema pace-sicurezza il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, giustiziato nel campo di concentramento di Flossenbürg nell’aprile 1945: «Non c’è via per la pace sulla via della sicurezza. La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza. Esigere sicurezza significa essere diffidenti e a sua volta tale diffidenza genera la guerra. Cercare delle sicurezze significa volersi proteggere. Pace significa abbandonarsi completamente al comandamento di Dio […]» [7]. Mi sembra che qui Bonhoeffer riesce a cogliere molto bene l’impasse della situazione attuale: l’intesa mondiale per la sicurezza è fondata sulla diffidenza, ma dalla diffidenza può generarsi solo la guerra. E così il circolo si chiude e, oggi come ieri, si ripete all’infinito, lasciando solo macerie e sangue da tutte le parti. In fondo, il monito del Vangelo su questi temi è lo stesso da duemila anni. «Quando si dirà: “pace e sicurezza”, allora d’improvviso lì colpirà la rovina […] e non scamperanno» (1Ts, 5,3). NOTE [1] P. Di Vittorio, A. Manna, E. Mastropietro, A. Russo, L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo, Action 30, Bari 2009. [2] Cfr. https://www.ahidaonline.com/post/fascisminotepreliminari. [3] Cfr. G, Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003. [4]Cfr. J. C. Paye, La fine dello Stato di diritto, manifestolibri, Roma 2005. [5]G. Deleuze, L’ebreo ricco, in Id. Due regimi di folli e altri scritti, Einaudi, Torino 2010, p. 106. [6] M. Foucault, La sicurezza e lo Stato, in Id, La strategia dell’accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984, :due punti edizioni, Palermo 2009, pp. 71-72. [7] D. Bonhoeffer, Scritti scelti (1933-1945), Queriniana, Brescia 2009, p. 64. Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.

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