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- scienza e politica
# 5. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. La Rete degli Ambulatori popolari di Palermo Miekal And L’ambulatorio popolare di Borgo Vecchio nasce nel 2016 a Palermo all’interno del Centro Sociale Anomalia, con l’obiettivo di rispondere alle difficoltà di accesso ai servizi sanitari in quartieri marginali come Borgo Vecchio, Zen e Danisinni. Iniziato come servizio di counseling sanitario, si è progressivamente ampliato fino a offrire visite multispecialistiche (cardiologia, ginecologia, pediatria, ecc.), grazie anche al supporto di realtà come “Non una di meno”, Save the Children e parlamentari locali. Durante la pandemia di Covid-19, ha attivato centri vaccinali nei quartieri a rischio. È attualmente coinvolto in progetti di ricerca su rischio cardiovascolare e prevenzione delle epatiti. L’esperienza dimostra l’importanza di una sanità territoriale e preventiva, fondamentale per la sostenibilità del sistema sanitario nazionale. L’ambulatorio popolare di Borgo Vecchio. L’esperienza della rete di ambulatori popolari nasce nell’autunno del 2016 all’interno del Centro sociale Anomalia , come ampliamento e rafforzamento dell’intervento sociale nel quartiere Borgo Vecchio di Palermo. Noi operatori, medici e infermieri, che lavoravamo in ospedale avvertivamo l’enorme carico di lavoro (chi scrive è un cardiologo ospedaliero in pensione) cui eravamo sottoposti senza riuscire a offrire le prestazioni necessarie alla domanda di servizi sanitari che rimaneva largamente inevasa. Dall’altra parte sentivamo le lamentele e le esacerbazioni venire dal quartiere Borgo vecchio, dove si trova il Centro sociale, circa la difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. Le lamentele finivano sempre con la frase: «Allora si può morire». Borgo vecchio è un quartiere del centro storico di Palermo di povertà e degrado sociale e urbanistico estremi. Da qui è nata l’ipotesi di avviare un servizio di counseling sanitario che potesse aiutare e accompagnare i pazienti nei loro percorsi sanitari. Ma col tempo abbiamo avvertito la necessità di erogare un servizio che desse anche prestazioni specialistiche e diagnostiche. Con questo obiettivo abbiamo comprato un elettrocardiografo e abbiamo iniziato a fare visite cardiologiche con ECG. I deputati 5 Stelle del parlamento siciliano ci hanno poi fatto dono di un ecografo multidisciplinare con cui abbiamo potuto erogare prestazioni specialistiche di ecografie cardiache, addominali e ginecologiche. In breve tempo si è costituito anche un gruppo di lavoro con le compagne di Non una di meno che ha avviato un fiorente servizio di visite ed ecografie ginecologiche con screening e Pap test. Siamo così riusciti a creare a Borgo Vecchio un servizio sanitario capace di fornire prestazioni multispecialistiche (cardiologia, medicina, neurologia,ortopedia, fisiatria, endocrinologia…) su prenotazione. L’ambulatorio ginecologico ha erogato circa 300 visite annue con altrettanti Pap test. L’Ambulatorio Sanitario dello Zen nasce dal rapporto con Zen Insieme , associazione che da anni lavora allo Zen, e con Save the Children . Le prestazioni che vengono erogate allo Zen sono rivolte non sola alla popolazione adulta ma anche alla popolazione pediatrica. In tutti gli ambulatori eroghiamo circa trenta visite cardiologiche, con sei valutazioni ecocardiografiche, e dieci visite diabetologiche alla settimana. Nel settore pediatrico, gestito insieme da Save the Children e Zen, si è sviluppata una comunità di pediatri, logopedisti, foniatri e fisioterapisti che vanno incontro alle esigenze del quartiere. Durante il periodo del Covid-19, grazie all’impegno del commissario provinciale per emergenza Covid, Dr. Renato Costa (attuale presidente della rete ambulatori popolari) abbiamo costituito dei centri spoke vaccinali nei quartieri a rischio di Palermo: Borgo Vecchio, Zen e Danisinni. Il rione di Danisinni si trova in una enclave a cul di sacco nel centro di Palermo dove vive una comunità che ha ricavato le case direttamente dalle grotte presenti nella timpa del quartiere. Di Danisinni ne parla per la prima volta Danilo Dolci alla fine degli anni Cinquanta; veniva chiamato il pozzo della morte e in seguito fu tratto il film Cortile Cascino . In questo quartiere abbiamo somministrato circa 3000 vaccini mobilitando le risorse dell’attivismo sociale. Siamo inseriti in due progetti di ricerca di cui andiamo fieri. Il primo è il CV-risk, ricerca sui fattori di rischio cardiovascolare che il ministero della sanità ha affidato al circuito degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCSS) nazionali. Siamo stati coinvolti dall’Istituto Mediterraneo per i Trapianti ISMETT IRCSS di Palermo che ci ha affidato la valutazione dei fattori di rischio cardiovascolare in popolazioni marginali e di povertà sanitaria. Il secondo è un progetto di medicina preventiva sulle epatiti B e C, attraverso dei prelievi salivari, in collaborazione con la cattedra di gastroenterologia ed epatologia dell’Università di Palermo diretta dal Prof. Carlo Camma’. È del tutto evidente che la sostenibilità di un servizio sanitario nazionale pubblico sia legata alla creazione di una medicina preventiva che possa reggere l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi sanitari.
- konnektor
La guerra segreta della Francia in Camerun Isabel De la Sierra Le potenze coloniali occidentali sono incapaci di concepire un mondo non coloniale, il che significa in realtà che sono talmente impegnate nel mantenimento del capitalismo come sistema storico da arrivare a distruggere ogni equilibrio politico, ecosistemico e produttivo in grado di salvare la civiltà umana dalla catastrofe del suo dominio di classe. Proponiamo un'intervista condotta apparsa su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » pubblicata con l’espresso consenso del suo editore a Thomas Deltombe uno degli autori del libro pubblicato originariamente da La Découverte, La guerre du Cameroun: L’invention de la Françafrique (1948-1971) (2016), e recentemente ripubblicato in un’edizione aggiornata da Verso Books con il titolo The Cameroon War: A History of French Neocolonialism in Africa (2025) La guerra in Camerun ebbe inizio nei primi anni ‘50 con l’ascesa dell’Union des Populations du Cameroun (UPC), un movimento nazionalista che chiedeva l’indipendenza e la riunificazione dei territori sotto mandato francese e britannico. Parigi rispose con una repressione che si intensificò fino a diventare una lunga guerra di controinsurrezione a partire dal 1955, utilizzando metodi già impiegati in altri conflitti coloniali: internamenti di massa, punizioni collettive, bombardamenti aerei sui villaggi e omicidi selettivi. Quando fu dichiarata ufficialmente l’indipendenza nel 1960, la Francia insediò come presidente Ahmadou Ahidjo, un politico conservatore proveniente dal nord del paese, mentre continuavano, fino all’inizio degli anni ’70, le operazioni militari contro l’UPC. Lo Stato a partito unico di Ahidjo, sostenuto da consiglieri e servizi segreti francesi, schiacciò l’opposizione e costruì un apparato clientelare fedele, fornendo una base stabile per gli interessi petroliferi e commerciali della Francia. Il suo successore, Paul Biya, al potere dal 1982, ha mantenuto lo stesso assetto neocoloniale sotto l’apparenza di un sistema multipartitico, combinando la repressione autoritaria con una liberalizzazione selettiva, garantendo così la continuità di un regime le cui origini risalivano alla violenta repressione della lotta per l’indipendenza del Camerun. Questa guerra, eufemisticamente definita «disordini», è stata a lungo relegata ai margini della storiografia ufficiale francese. Negli ultimi anni, Thomas Deltombe, Jacob Tatsitsa e Manuel Domergue ne hanno messo in luce la portata e la ferocia, e la loro meticolosa ricostruzione della lotta armata e della sua repressione è diventata un punto di riferimento sull’argomento. Il loro libro, pubblicato originariamente da La Découverte, La guerre du Cameroun: L’invention de la Françafrique (1948-1971) (2016), è stato recentemente ripubblicato in un’edizione aggiornata da Verso Books con il titolo The Cameroon War: A History of French Neocolonialism in Africa (2025). All’inizio di questo mese, la New Left Review ha parlato con Thomas Deltombe – storico ed editore di La Découverte, nato a Nantes nel 1980 – della sua ricerca alla luce della recente pubblicazione da parte del governo francese di un rapporto sul conflitto franco-camerunese, nel contesto del tentativo di Macron di preservare l’influenza della Francia sui suoi ex possedimenti africani. * New Left Review Per iniziare la nostra conversazione, potresti offrirci una breve panoramica del tuo percorso? Come sei arrivato a interessarti al Camerun e alla sua storia coloniale e postcoloniale? Thomas Deltombe Il mio lavoro sulla storia coloniale e su ciò che viene comunemente definito «decolonizzazione» risale al mio primo libro, pubblicato vent’anni fa, sull’islamofobia in Francia. Il tentativo di rintracciare le radici del razzismo contemporaneo mi ha portato al passato coloniale della Francia e ben presto mi sono reso conto che gran parte di ciò che mi era stato insegnato si basava su miti e omissioni. Uno dei miti più tenaci è che le colonie subsahariane della Francia ottennero l’indipendenza in modo pacifico, attraverso un accordo bilaterale con Parigi. Si traccia così una linea di demarcazione tra la cosiddetta «Africa nera» e il Nord Africa, in particolare l’Algeria, dove l’indipendenza è stata ottenuta con la forza. Questa narrazione è durata decenni, facendo passare sotto silenzio le aspre e per lo più infruttuose lotte armate per l’indipendenza combattute nell’Africa subsahariana. Quella che oggi è conosciuta come la guerra del Camerun è forse l’esempio più eclatante di tutti, e il fatto che sia stata dimenticata è proprio ciò che mi ha spinto a studiarla. Quando ho iniziato a lavorare su questa storia a metà degli anni 2000 insieme al giornalista Manuel Domergue e allo storico Jacob Tatsitsa, ho scoperto che il conflitto aveva lasciato poche tracce nella storiografia convenzionale. Al massimo, appariva in una nota a piè di pagina, descritto come «disordini» che erano costati alcune centinaia di vittime. Al contrario, alcuni attivisti, in particolare camerunensi, che cercavano di rompere il silenzio su questo periodo, parlavano di un «genocidio» con centinaia di migliaia di vittime. Di fronte a versioni così diverse, ci siamo proposti di stabilire con la massima chiarezza possibile cosa fosse realmente accaduto in Camerun negli anni ‘50 e ‘60. Ci siamo immersi nella bibliografia esistente, poco conosciuta o da tempo dimenticata, prodotta da militanti, giornalisti e accademici. Questi scritti sono preziosi, ma spesso sono obsoleti o si concentrano solo sulle prime fasi del conflitto. Il nostro obiettivo era ricostruire l’intera sequenza, dalla creazione dell’UPC nel 1948 fino all’esecuzione del suo ultimo leader importante, Ernest Ouandié, nel 1971. Per cinque anni abbiamo lavorato in Francia e in Camerun, ma anche in Gran Bretagna, Paesi Bassi e Svizzera, raccogliendo tutto il materiale d’archivio che siamo riusciti a trovare e registrando il maggior numero possibile di testimonianze. La nostra conclusione, presentata in Kamerun! Une guerre cachée aux origines de la Françafrique, 1948-1971 (2011), era che la Francia aveva effettivamente combattuto una guerra in Camerun durante gli anni ‘50 e ‘60. Da qui il titolo del nostro secondo libro, La guerre du Cameroun: L’invention de la Françafrique (1948-1971) (2016), che si basava sulla nostra precedente ricerca con l’intenzione di ampliarla. La designazione «guerra» è cruciale: il termine era stato usato raramente dagli studiosi precedenti e, nel caso, solo di sfuggita. A partire dal 1955, la Francia ha impiegato in Camerun le stesse tecniche che stava utilizzando in Algeria, teorizzate con la dottrina della «guerra rivoluzionaria». Non vedevamo alcun motivo per usare la parola «guerra» in un caso e non nell’altro. Se c’è stata una guerra in Algeria, c’è stata anche in Camerun. New Left Review Come si spiega questa discrepanza nel modo in cui oggi in Francia si ricordano entrambi i conflitti, sia nella letteratura storica che nella percezione pubblica generale? Thomas Deltombe La prima differenza è di ordine quantitativo: la popolazione del Camerun era in numero molto inferiore a quella dell’Algeria. La seconda è di ordine qualitativo: il Camerun non era una vera e propria colonia, ma un territorio sotto la tutela dell’ONU. E anche gli esiti sono stati completamente diversi. In Algeria prevalse il movimento indipendentista, in Camerun no. A entrambi gli Stati fu concessa l’«indipendenza», ma si trattò di indipendenze di tipo molto diverso. Un’altra differenza emerge dalla cronologia dei conflitti. La guerra d’Algeria ha avuto un inizio e una fine chiari: l’insurrezione del 1° novembre 1954 e gli accordi di Evian del 19 marzo 1962. In Camerun, le cose non sono state così semplici. L’amministrazione coloniale ha progressivamente inasprito la sua posizione nei confronti dell’UPC, che a sua volta ha iniziato a pianificare e poi a lanciare la sua strategia di resistenza armata intorno al 1955-1956. Il conflitto ha raggiunto il suo apice nel momento in cui la Francia aveva concesso al Paese la sua indipendenza formale nel 1960, per poi protrarsi fino all’inizio degli anni ‘70, ma perdendo gradualmente intensità. È stata una guerra, ma una guerra non dichiarata, che non ha avuto né un inizio né una fine ufficiali. C’è una terza differenza importante: la guerra d’Algeria ebbe ripercussioni in tutta la Francia e oltre i suoi confini; la guerra del Camerun è stata combattuta in segreto. Per comprendere questo fatto, occorre considerare la particolare situazione giuridica del Camerun. Dopo la fine della colonizzazione tedesca nella prima guerra mondiale, il territorio è stato posto sotto tutela internazionale – come la Palestina, il Togo e il Ruanda – e affidato principalmente alla Francia, con la concessione di una piccola parte alla Gran Bretagna. Queste due «potenze amministrative», come venivano chiamate, si impegnavano a rispettare determinate norme di comportamento e a riconoscere determinati diritti alla popolazione locale. In virtù della Carta delle Nazioni Unite del 1945 e degli Accordi di tutela del 1946, esse furono incaricate non solo di mantenere «l’ordine pubblico interno», ma anche di garantire «la libertà di pensiero» e di preparare il popolo del Camerun «all’autogoverno e all’indipendenza». Proprio perché la Francia non stava rispettando questi impegni internazionali, ha combattuto la guerra in segreto. «Deve regnare il silenzio», fu l’ordine dei vertici dell’amministrazione coloniale in Camerun nel 1958. La richiesta era assolutamente cruciale, perché la Francia stava combattendo contemporaneamente la guerra in Algeria, che provocava proteste nel Paese e la censura a livello internazionale nei confronti della sedicente «patria dei diritti umani». Il silenzio è continuato anche dopo l’indipendenza del Camerun. Dopo aver insediato con la forza un «regime amico» a Yaoundé, i leader francesi non avevano alcun interesse a rendere note le operazioni militari che continuavano in un Paese ormai considerato «indipendente». Qualsiasi pubblicità avrebbe messo in evidenza l’illegittimità del regime neocoloniale. Il silenzio divenne ancora più profondo quando il nuovo regime arrivò a diventare una brutale dittatura sotto il mandato del presidente Ahmadou Ahidjo, che continuava a godere del sostegno da parte della Francia. Fino a oltre la metà degli anni ‘80, il solo fatto di menzionare i «disordini» poteva comportare l’arresto da parte della polizia politica e la scomparsa in qualche lugubre «campo di internamento amministrativo». Il governo francese ha sostenuto attivamente questa politica di cancellazione. Quando Mongo Beti pubblicò Main basse sur le Cameroun con Maspero nel 1972, il primo libro che svelava il lato oscuro della “decolonizzazione” del Camerun, le autorità lo vietarono e lo confiscarono immediatamente. Con il passare del tempo, e con la censura ancora in vigore, la memoria dei fatti fu cancellata o rimodellata a favore dei vincitori. I veri militanti indipendentisti furono bollati come «terroristi», mentre Ahidjo fu esaltato come «padre della nazione» e devoto «democratico», una favola che la stampa francese ha sostenuto diligentemente. Un altro fattore che ha contribuito a questo silenzio è la straordinaria indifferenza, quasi disprezzo, dell’élite francese verso ciò che accade a sud del Sahara. Il razzismo coloniale, che per decenni ha classificato «bianchi», «arabi» e «neri» in una rigida gerarchia, è ancora vivo oggi: ciò che riguarda i «bianchi» è di estrema importanza, ciò che riguarda gli «arabi» merita una certa attenzione, ciò che accade ai «neri» non ha ovviamente alcuna importanza. Questo comportamento non è esclusivo della Francia, ma questo ordine razziale, ora implicito, rimane profondamente radicato nei media francesi. New Left Review Nel 2023 Emmanuel Macron incaricò Karine Ramondy di costituire una commissione per indagare sulla guerra del Camerun , la Commission mémoire sur le Cameroun , una delle numerose iniziative presidenziali volte a rivedere il rapporto della Francia con il suo passato coloniale. Secondo te, che contributo può dare il lavoro di tale commissione? Thomas Deltombe Fin dall’inizio, Macron ha posto le questioni relative alla memoria al centro della sua agenda politica e diplomatica. Anche prima della sua elezione a presidente della Repubblica nel 2017, ha suscitato scalpore dichiarando alla televisione algerina che la colonizzazione era un «crimine contro l’umanità», che richiedeva «scuse» da parte della Francia. A mio avviso, l’obiettivo principale di questa dichiarazione spettacolare era quello di mostrare il proprio coraggio e la novità del suo modo di intendere le cose. All’epoca appena quarantenne, Macron ha cercato di mettere in risalto la sua giovinezza e la sua volontà di «rompere i tabù» come modo per distinguersi dagli altri candidati alla presidenza. I commentatori facevano costantemente riferimento al fatto che avesse lavorato con Paul Ricoeur a un libro dedicato proprio alle questioni della memoria. In sintesi, il candidato Macron, che affermava di trascendere la divisione esistente tra destra e sinistra, prometteva una «rottura» in questo campo come in altri. Una volta eletto, Macron ha ammorbidito la sua posizione. In continuità con i suoi predecessori, ha cercato di utilizzare la politica della memoria come strumento di pacificazione simbolica in una società francese spesso descritta come divisa da «guerre della memoria» tra i discendenti dei coloni, gli harkis , i nazionalisti africani, gli ebrei e altri attori. Allo stesso tempo, ha cercato di trasformare la memoria in uno strumento di soft power in Africa, dove l’imperialismo francese è sempre più apertamente messo in discussione. In entrambi i contesti, nazionale e internazionale, la parola d’ordine è stata «riconciliazione». Dall’Eliseo, Macron ha cercato, attraverso commemorazioni accuratamente messe in scena, di «riconciliare» la Francia con se stessa e con i suoi partner africani. Ho descritto il coinvolgimento di storici esperti di media come parte di una strategia di «memory washing ». I più importanti sono Benjamin Stora e Pascal Blanchard. Stora, specialista in relazioni franco-algerine, è stato incaricato da Macron di redigere un rapporto sul tema a seguito delle massicce proteste contro la violenza della polizia nella primavera del 2020. Blanchard, che dirige un’agenzia di comunicazione incentrata sulla memoria e lavora da tempo per clienti aziendali, ha compilato, «sotto l’alto patrocinio della presidenza della repubblica», un elenco di personaggi storici «di diversa provenienza» a cui dovrebbe essere dato maggiore risalto nella sfera pubblica. In entrambi i casi, l’obiettivo dichiarato era quello di offrire gesti simbolici ai discendenti dei colonizzati su entrambe le sponde del Mediterraneo. La stessa logica è stata alla base delle varie commissioni create dalla presidenza della Repubblica fin dal 2017. La più nota è quella presieduta da Vincent Duclert, incaricato di esaminare il ruolo della Francia nel genocidio in Ruanda. Nel marzo 2021 il suo rapporto ha debitamente confermato che la Francia aveva «responsabilità gravi e schiaccianti» nel genocidio della popolazione tutsi, ma, soprattutto, la commissione sul genocidio in Ruanda è servita a sbloccare le relazioni franco-ruandesi dopo un quarto di secolo costellato di tensioni. Da allora, la Francia ha effettuato importanti investimenti nel Paese, mentre l’esercito ruandese proteggeva gli impianti di gas della Total in Mozambico. Come ha sottolineato lo storico statunitense Nathaniel Powell, «il rapporto Duclert, paradossalmente, è servito da copertura per l’avvicinamento francese alla sanguinaria e aggressiva dittatura insediata a Kigali». Ben presto l’Eliseo ha compreso il vantaggio di coinvolgere gli africani in questa tipo di impresa. Da qui la decisione di Macron di reclutare lo storico camerunese Achille Mbembe per organizzare un «vertice franco-africano» a Montpellier nel 2021 e di avviare «commissioni miste», che riuniscano accademici francesi e africani. Il primo organismo congiunto di questo tipo è stata la commissione sulla guerra del Camerun che hai citato, convocata nel 2023-2024 sotto la direzione congiunta di Ramondy e del cantante camerunese Blick Bassy. Il rapporto è stato presentato nel gennaio 2025. Da allora, Macron ha annunciato la creazione di una commissione mista sulla storia franco-malgascia e un’altra sulla storia delle relazioni tra Francia e Haiti. È significativo che sia stata annunciata un’altra commissione sulla guerra d’Algeria, che alla fine è fallita a causa del deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Algeri. È importante sottolineare che lo scopo di queste commissioni è più politico, diplomatico e comunicativo che accademico. Finora, le commissioni hanno apportato poco a ciò che gli specialisti già sapevano, ma hanno comunque costituito un gruppo di «esperti» che, avendo accettato di collaborare con l’Eliseo, sono obbligati a fornire sostegno mediatico e a concedere l’imprimatur della loro autorità accademica. La strategia va ancora oltre. Approfittando dei riflessi corporativisti del mondo accademico francese e del clima di paura indotto dal potere politico in una professione sempre più precaria e vulnerabile, la presidenza ha stroncato sul nascere qualsiasi sfida alla sua politica della memoria. Gli storici che si sono messi al suo servizio vengono raramente, o mai, criticati nei circoli accademici, almeno in pubblico. Al contrario, sono invitati a numerosi seminari e conferenze, dove nessuno chiede se il loro ruolo debba davvero essere quello di lavorare per l’Eliseo e stringere la mano agli autocrati africani «amichevoli» con la Francia. L’Eliseo sta utilizzando la politica della memoria per mettere a tacere il dissenso degli africani e dei loro discendenti in Francia. Paul Max Morin e Sébastien Ledoux lo dimostrano chiaramente nel loro studio L’Algérie de Macron: Les impasses d’une politique mémorielle (2024), le cui conclusioni sono ugualmente applicabili al suo approccio verso l’Africa subsahariana. Con una manciata di «gesti» simbolici, Macron spera di frenare la crescente ondata di proteste anti-francesi verificatesi a sud del Sahara e di contrastare quelle che lui definisce «manipolazioni della memoria» effettuate dalle potenze rivali, in particolare dalla Russia. In questo senso, continua una lunga tradizione coloniale e neocoloniale, consistente nell’accettare alcune delle critiche rivolte alla Francia per neutralizzare l’opposizione antimperialista. Il suo riformismo si aggiunge a quello dei suoi predecessori, che hanno cercato di prolungare la tanto decantata «presenza» della Francia in Africa, termine coniato da Mitterrand negli anni ‘50, attraverso innovazioni cosmetiche. Il parallelismo con Mitterrand, che ho approfondito nella mia ultima ricerca, L’Afrique d’abord! Quand François Mitterrand voulait sauver l’Empire français (2024), è sorprendente. All’inizio degli anni ‘50, Mitterrand ricopriva prima la carica di ministro della Francia d’Oltremare (in pratica, ministro delle colonie subsahariane) e poi quella di ministro dell’Interno, con responsabilità sull’Algeria. Fu uno dei principali teorici del neocolonialismo, ideando una strategia per indebolire le proteste radicali attraverso concessioni riformiste. A suo avviso, l’introduzione di piccoli aggiustamenti, combinata con la creazione di alleanze con le élite locali più moderate – le più propense ad accettare la «mano tesa» delle autorità coloniali – sarebbe stato il modo migliore per preservare ciò che poteva essere salvato degli interessi francesi nel continente. Macron si inserisce pienamente in questa tradizione neocoloniale. Il «piano di riconquista» di cui ha parlato durante la sua visita di Stato in Sudafrica nel maggio 2021 è molto simile a quello abbozzato da Mitterrand settant’anni prima: affidarsi agli imprenditori, agli intellettuali e agli artisti africani per contrastare i movimenti che chiedono una rottura totale con l’ex potenza coloniale, rapidamente bollati come «antifrancesi». Questo è il progetto alla base della retorica della «riconciliazione» franco-africana e degli slogan ripetuti fino alla nausea sulla «nostra storia condivisa». Al fine di preservare questa presunta storia condivisa, imposta senza il consenso dei colonizzati e dei loro discendenti, e dato che «la Francia ha molto da fare nel continente», Macron ha dichiarato a Yaoundé, nel luglio 2022, la necessità di «eliminare gli ostacoli del passato». «Se prendiamo questa strada», ha sostenuto, «possiamo persino trasformare questi malintesi in un’opportunità. Un’opportunità per la Francia, naturalmente, perché credo che tra la Francia e il Camerun, tra la Francia e il continente africano, esista una profonda storia d’amore». Il resto del discorso, interamente dedicato agli interessi economici della Francia in Camerun e alle rivalità internazionali per le risorse dell’Africa, ha lasciato pochi dubbi su ciò che sta alla base di questa «relazione». Gli «ostacoli del passato» si frappongono alla salvaguardia degli interessi economici e strategici della Francia in Africa. New Left Review Non c’è stato però un cambiamento nel discorso ufficiale? Dopo tutto, Macron ha riconosciuto per la prima volta che la Repubblica aveva combattuto una guerra in Camerun. Thomas Deltombe Se si guarda alla versione dell’Eliseo, diffusa dalla stampa francese, la ricerca accademica ha spianato la strada alla politica: una commissione di storici ha stabilito che c’era stata una guerra in Camerun, il che ha portato il presidente della Repubblica a riconoscere la responsabilità della Francia. In realtà, le cose sono andate in modo molto diverso. Come ho detto, il presidente ha effettivamente cooptato gli storici per abbellire un esercizio di soft power basato sulla memoria. Lo so per esperienza diretta, poiché sono stato contattato dall’Eliseo pochi giorni prima del viaggio di Macron a Yaoundé alla fine di luglio 2022. Sono stato invitato a «sfidare pubblicamente il presidente» sulla guerra del Camerun, in modo che avesse l’occasione giusta per annunciare la creazione della sua commissione. Naturalmente ho rifiutato questa curiosa proposta. In ogni caso, Macron non aveva alcun dubbio sulla realtà del conflitto. «È chiaro che ci sono state atrocità, una guerra e dei martiri», ha dichiarato durante la stessa visita. «È già stato fatto molto lavoro e ora nessuno discute i fatti essenziali», ha confermato Mbembe, che ha accompagnato Macron nel suo viaggio e ha svolto un ruolo importante dietro le quinte. Ciò non significa che il lavoro degli storici della commissione non abbia valore. Contiene una grande quantità di dettagli di indubbio interesse e si addentra in territori ancora poco esplorati, come il funzionamento dell’apparato giudiziario nel Camerun alla fine degli anni ‘50. Tuttavia, molte questioni cruciali rimangono nell’ombra, in particolare quella degli interessi francesi. La commissione ha evitato di affrontare gli interessi economici della Francia in Camerun e ha eluso lo scopo geopolitico del conflitto. È evidente che l’obiettivo era quello di evitare di mettere in imbarazzo i grandi dell’attuale regime camerunese, erede diretto di quello instaurato durante la guerra. È anche sorprendente che la commissione non abbia cercato di calcolare con precisione il numero delle vittime. Basandosi sulle cifre citate da autori precedenti, si è limitata a confermare che la guerra ha causato «decine di migliaia di morti». Date le notevoli risorse finanziarie di cui ha disposto la commissione, ci si sarebbe potuti aspettare uno studio demografico in grado di fare chiarezza su questa delicata questione. Un’altra questione delicata che è stata tralasciata riguarda la qualificazione giuridica dei crimini commessi dalla Francia: torture, incendi di villaggi, deportazioni di massa. Crimini di guerra? Crimini contro l’umanità? Genocidio, come alcuni hanno affermato? La commissione ha invece dichiarato che non era compito degli storici fornire definizioni giuridiche dei crimini del passato. Posso accettare questo punto di vista, ma allora perché, quando nel giugno 2025 Macron è stato interrogato sulla natura giuridica dei crimini commessi dall’esercito israeliano a Gaza, il presidente ha risposto che spetterebbe agli storici decidere se si trattasse di genocidio? Se politici e storici continuano a passarsi la palla, quando sarà fatta giustizia per le vittime dei crimini coloniali? New Left Review Macron ha rilasciato la sua dichiarazione sul Camerun sotto forma di lettera, giusto? Thomas Deltombe È un documento sorprendente. In primo luogo, la lettera era indirizzata a Paul Biya, erede del regime di terrore instaurato dalla Francia durante la guerra combattuta in Camerun. Perché non indirizzarla al popolo camerunese, che è la vera vittima del conflitto, che ha sopportato l’autocrazia di Biya dal 1982? Da un punto di vista simbolico, la scelta è sorprendente. In secondo luogo, la lettera, presentata ovunque come un riconoscimento «ufficiale», non è mai stata pubblicata su nessuna piattaforma ufficiale. Non compare in nessuna parte del sito web dell’Eliseo, né sugli account dei social media del governo. È arrivata alla stampa solo a metà agosto 2025, quando la maggior parte dei francesi, compresi i giornalisti, è in vacanza. Da notare poi che ha coinciso con la notizia proveniente dal Camerun che Maurice Kamto, il principale oppositore di Biya, era stato escluso dalla corsa alle elezioni presidenziali previste per il 12 ottobre. Nella migliore delle ipotesi, comunque, si è trattato di un riconoscimento non ufficiale, ammesso che una cosa del genere possa esistere. Un gesto vuoto e meschino che, inoltre, alimenta la propaganda elettorale di Biya. Letta riga per riga, la lettera di Macron è scandalosa. È vero che parla di una «guerra», come aveva già fatto nel 2022, ma non si fa più riferimento alle «atrocità», e tanto meno ai «crimini». Al loro posto, si ricorre all’eufemismo: «violenze repressive di vario tipo». La lettera cita i nomi di quattro ribelli nazionalisti uccisi dalla Francia, ma così facendo cancella le decine di migliaia di vittime del conflitto. Peggio ancora, postula la negazione assoluta del coinvolgimento francese nella morte di Félix Moumié, presidente dell’UPC, avvelenato a Ginevra nell’ottobre 1960 da un agente dei servizi segreti, nonostante alti funzionari francesi abbiano da tempo riconosciuto la responsabilità di Parigi nell’omicidio. Un’altra caratteristica sorprendente della lettera è che si riferisce solo al cosiddetto periodo della «decolonizzazione». La commissione di storici ha fatto lo stesso, limitandosi per mandato agli anni 1945-1971. In questo modo, la disputa storica franco-camerunese è chiaramente limitata solo a quel periodo, il che permette di tralasciare molte questioni fondamentali come i crimini commessi dalla Francia fino al 1945, un’epoca di saccheggi incredibili e lavori forzati di massa, e il sostegno incondizionato fornito da Parigi a un regime autocratico e repressivo, durato in Camerun per decenni, periodo di tempo segnato anche dal massiccio sfruttamento delle risorse a vantaggio soprattutto di multinazionali francesi come Total e Bolloré. Eppure questa lettera, che non offre né scuse né suggerimenti di riparazione, viene salutata dalla stampa come un «importante punto di svolta commemorativo» (per citare il sempre compiacente Pascal Blanchard). A mio parere, sembra piuttosto uno scherzo di cattivo gusto, di pessimo gusto in realtà, data la portata e la gravità dei crimini in questione. New Left Review In Camerun, per molto tempo è stato cancellato qualsiasi riferimento alla guerra sotto il regime di Biya. Tuttavia, i massacri, i villaggi incendiati e gli omicidi politici hanno lasciato profonde cicatrici. In che modo continua a circolare oggi la memoria di quei fatti nella società camerunese? Hai idea di come sia stato accolto lì il rapporto della commissione Ramondy? Thomas Deltombe Non sono la persona più indicata per descrivere come i camerunesi percepiscano le iniziative commemorative di Macron, ma nelle testimonianze che abbiamo raccolto sul campo ci è stato ripetuto più volte che «la guerra non è finita». Questa frase ha colpito profondamente Manuel, Jacob e me. Perché questa guerra senza fine, combattuta a bassa intensità per decenni, potrebbe facilmente riaccendersi in Camerun. In altre parole, non è solo una questione di storia. È ancora un tema scottante del presente. È qui che sta l’errore di Macron. Attraverso i suoi stratagemmi commemorativi, cerca di relegare al passato fenomeni storici che, in realtà, non si sono conclusi. La sua grande idea, come ho detto, è quella di «eliminare gli ostacoli del passato», esigere dai suoi omologhi africani di «voltare pagina». In realtà, si tratta di un esercizio di autoassoluzione: ora che «noi» abbiamo riconosciuto i nostri crimini, smettiamo di ossessionarci con il passato. Ma è difficile scrivere una «nuova pagina di storia», quando la sceneggiatura politica proviene direttamente dal neocolonialismo dell’era Mitterrand e quando Parigi continua a sostenere vecchi dittatori filo-francesi. New Left Review Le recenti battute d’arresto subite dalla Francia nel Sahel – il ritiro dal Mali, dal Burkina Faso e dal Niger, la graduale riduzione dell’operazione Barkhane – sembrano segnare la fine di un ciclo di attività militare e politica. In questo contesto, la Françafrique è ancora una lente utile per comprendere le attuali relazioni franco-africane, o dovrebbe essere messa da parte in quanto categoria obsoleta? Thomas Deltombe In L’empire qui ne veut pas mourir: Une histoire de la Françafrique (2021), il libro che ho co-curato sull’argomento, la definiamo come un sistema neocoloniale molto flessibile. Da quasi quarant’anni se ne proclama la morte, ma il neocolonialismo francese si è continuamente adattato ai grandi cambiamenti mondiali: la caduta del muro di Berlino, la «guerra al terrorismo», l’ascesa della Cina. Ogni appuntamento elettorale porta con sé la promessa di rompere con questo passato neocoloniale, ma una volta in carica, i nuovi leader fanno il contrario e cercano di riformare il sistema per prolungarlo. Questa era la dottrina di Mitterrand all’epoca della decolonizzazione negli anni ‘50 e la stessa logica è in vigore dalla metà degli anni 2000. Come ho detto, Macron si inserisce in questa tradizione: riformare la Françafrique per mantenerla in vita, ma di fronte a un’ostilità insolitamente forte in Africa, causata dalla congiuntura storica e aggravata dalla sua stessa arroganza, ha avuto molto meno successo di quanto si aspettasse. La sua politica africana, come del resto quella nazionale e internazionale, è un fallimento. La Francia è ora vituperata in gran parte del continente; le ex roccaforti della sua «doppia línea di fortezze» si sono rivoltate contro il loro antico protettore: Mali, Niger, Burkina Faso e, in una certa misura, Senegal. Tuttavia, sotto questi cambiamenti a volte drammatici, che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, ci sono delle continuità. Alcuni regimi rimangono fedeli alla Francia: Costa d’Avorio, Benin, Togo e Repubblica del Congo. I meccanismi fondamentali, come la cooperazione in materia di sicurezza e il franco CFA, rimangono saldamente in piedi. Il Camerun, che dal 1960 ha avuto solo due presidenti, è un esempio paradigmatico di questa continuità. Macron preferirebbe sicuramente avere a Yaoundé un omologo più giovane, «più moderno» e più favorevole alle imprese, ma nel frattempo continua a sostenere il regime di Biya. Non ha sospeso la cooperazione in materia di sicurezza, nonostante la guerra abbia devastato le regioni anglofone del Paese, causando 6500 morti e 700.000 sfollati dal 2017. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione, Macron ha inviato il capo della gendarmeria francese in Camerun lo scorso giugno, visita che ha suscitato grande interesse in un momento in cui il governo di Biya stava facendo tutto il possibile per manipolare le prossime elezioni presidenziali. La visita ha segnato «una nuova tappa nel rafforzamento delle relazioni di sicurezza tra i due Stati», come ha sottolineato Jeune Afrique. New Left Review L’erosione dell’influenza francese in Africa ha spianato la strada ad altre potenze: la Russia, come hai già menzionato; la Cina, onnipresente attraverso prestiti e infrastrutture; la Turchia, con la sua crescente influenza diplomatica e militare; gli Emirati Arabi Uniti, che cercano di ampliare la loro presenza attraverso investimenti e alleanze in materia di sicurezza. Come dobbiamo interpretare questa nuova configurazione multipolare? Si tratta di un’opportunità per le società africane, in grado di mettere in competizione le potenze tra loro, o semplicemente di un cambiamento nella dipendenza? Thomas Deltombe Non spetta a me dire con chi devono lavorare gli africani. Ciò che mi interessa è il discorso ufficiale e mediatico in Francia. Anche in questo caso, i parallelismi con gli anni ‘50 sono sorprendenti. Allora come oggi, la Francia, ansiosa di conservare il suo impero africano, guardava con nervosismo sia alle rivendicazioni popolari africane sia alla concorrenza imperiale delle potenze rivali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica). La paura della «perdita», onnipresente tra i commentatori degli anni ‘50, è ancora viva oggi. Gli articoli di giornale e i programmi televisivi sono pieni di questa paura: «Non perdiamo l’Africa!», «La Francia sta perdendo l’Africa?», «Come Emmanuel Macron ha perso l’Africa». Un vocabolario rivelatore, sessantacinque anni dopo l’indipendenza. Il corollario di questa ansia (post)coloniale è il presupposto che gli africani, incapaci di scegliere il proprio destino, siano condannati a vivere sotto tutela: se non sotto quella della Francia, allora sotto quella di Mosca o Pechino. L’implicazione è che la Francia potrà anche non aver sempre agito in modo irreprensibile in Africa, ma gli africani starebbero molto peggio sotto il dominio di Vladimir Putin o Xi Jinping. Anche ammesso che ciò fosse vero, i francesi non sono nella posizione di impartire tali lezioni. New Left Review L’accesso agli archivi rimane una questione cruciale per la storia della guerra del Camerun, così come per altri conflitti coloniali. In Francia, gli annunci ufficiali di «libero acceso» sono spesso accompagnati da restrizioni che, con il pretesto di proteggere la privacy o la sicurezza nazionale, mantengono in pratica il segreto. Da parte del Camerun, l’accesso è altrettanto limitato, sia per il periodo coloniale che per i decenni successivi. Come affronti queste sfide? Thomas Deltombe La questione degli archivi solleva diversi problemi. Uno dei meno discussi, ma forse il più importante, è la loro conservazione. In Camerun, gli archivi vengono spesso lasciati marcire in stanze umide e poco ventilate. Un’altra questione è l’accessibilità. In termini generali, molti archivi relativi alla guerra del Camerun sono aperti. Con Jacob e Manuel, abbiamo potuto consultare migliaia di documenti in Francia e in Camerun, il che, a mio parere, ci ha permesso di ricostruire una storia ragionevolmente accurata del conflitto. La commissione istituita da Macron ha avuto accesso a materiali aggiuntivi, in particolare agli archivi del Service de documentation extérieure et de contre-espionnage (SDECE), ma le è stato vietato l’accesso agli Archivi Nazionali di Yaoundé, che noi stessi avevamo consultato alcuni anni prima, ufficialmente perché erano in fase di ristrutturazione. Altre collezioni rimangono chiuse, come gli archivi del Service de coopération technique de police (SCTIP) in Francia o i registri centrali della polizia e della gendarmeria in Camerun. Tutti i ricercatori che lavorano su questioni coloniali sono ben consapevoli della profonda asimmetria – e dell’ingiustizia – esistente in questo campo: i cittadini delle ex potenze imperiali godono di un accesso molto più facile alle risorse archivistiche rispetto agli altri. Per questo motivo chiediamo da tempo che gli archivi relativi alla storia franco-camerunese siano completamente digitalizzati e resi disponibili online. Da parte sua, la commissione Ramondy-Bassy ha raccomandato almeno di inviare in Camerun un disco rigido con i documenti che aveva consultato, in modo che i ricercatori locali potessero lavorarci. Nella sua lettera a Biya, Macron non ha acconsentito a questa modesta richiesta. Si è limitato a promettere che gli archivi della commissione sarebbero stati riuniti in un unico luogo, presso gli Archivi Nazionali francesi. Pertanto, i ricercatori camerunesi potranno consultarli solo se la Francia concederà loro un visto e se riusciranno a raccogliere i fondi necessari per recarsi a Parigi. Una ben misera concessione da parte di un uomo che riempie i suoi discorsi di chiacchiere sulla «memoria condivisa». Testi consigliati Marc André, La guerra d’Algeria negli archivi francesi , in «New Left Review» 149 Settembre-Ottobre 2024 Rahmane Idrissa, Il Sahel: una mappa cognitiva , in «New Left Review» 132 Gennaio-Febbraio 2022, Scontro di interessi intorno al Sahel , in «Diario Red» 11/09/24 e Il rovesciamento di Damiba in Burkina Faso , in «El Salto» 16 oct 2022.
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Il museo come campo di battaglia. Programma di disordine assoluto. Un saggio di Françoise Vergès Sophie Durand Il museo occidentale è un campo di battaglia ideologico, politico ed economico. Mentre oggi quasi tutti vogliono «ripensare il museo», pochi hanno l’audacia di mettere in discussione i presupposti stessi del museo universale, prodotto dell’Illuminismo e del colonialismo, di un’Europa che si presenta come custode del patrimonio dell’intera umanità.Ripercorrendo la storia del Louvre, discutendo i non detti della rappresentazione della schiavitù ed esaminando i tentativi falliti di sovvertire l’istituzione museale, Françoise Vergès delinea un orizzonte radicale: decolonizzare il museo significa attuare un «programma di disordine assoluto», inventare altri modi di percepire il mondo umano e non umano che siano in grado di alimentare la creatività collettiva e di restituire giustizia e dignità ai popoli che ne sono stati espropriati. Il museo è un’immensa tomba. È una vetrina lussuosa e intoccabile dislocata nel mondo in più di 104.000 sedi atte alla salvaguardia di quadri, oggetti, reperti, rovine, mobili, armi. E, in molti casi, votate alla conservazione di resti umani di corpi non-bianchi – ossa, capelli, teschi – come bottino delle guerre di conquista. Il museo, espressione del modello egemonico coloniale, è luogo di soggezione e silenzio: uno sterminato catalogo, camuffato da tempio, di genocidi, furti, conquiste. Ma è anche la vetrina pulita delle nazioni. Il lato oscuro dell’istituzione museale è il soggetto del saggio Il museo come campo di battaglia. Programma di disordine assoluto , Meltemi, 2025, di Françoise Vergès, teorica femminista studiosa di pratiche de-coloniali, che apre uno squarcio sul sistema culturale conservativo come massima espressione della logica estrattivista occidentale, spazio non-neutro dalle pesanti implicazioni di economia politica. Tradotto e curato da Duccio Scotini, con un’intervista conclusiva all’autrice, il libro restituisce un percorso accidentato e pesantemente critico dell’idea di museificazione del mondo neo-liberista. L’assunto di base è che a ogni distruzione bellica o coloniale è corrisposta una pratica di conservazione, legata al diritto di trasformare un oggetto saccheggiato in un’istituzione. Il solo Museé de l’Homme possiede quasi 18.000 resti umani tra i quali crani dei capi dell’Africa occidentale, di ribelli cambogiani e di amerindiani. «Il museo – scrive l’autrice originaria dell’isola de La Réunion – ha compiuto un formidabile ribaltamento retorico dissimulando gli aspetti conflittuali e criminali della sua storia e presentandosi come deposito dell’universale, custode del patrimonio di tutta l’umanità spazio da venerare proteggere e preservare da ogni contestazione». L’universale è per principio inattaccabile. Il Louvre di Parigi, per Vergès, è il modello guida perché è il più prestigioso al mondo e perché nasce con la Rivoluzione francese e l’Illuminismo accompagnato dal suono delle tre parole magiche: libertè, egalitè, fraternitè. E proprio in conseguenza alla rivoluzione vengono compiuti furti in nome del (falso) principio di restituzione al popolo dei beni confiscati alla nobiltà. «Senza il saccheggio dei tesori artistici europei da parte delle armate di Napoleone, senza il furto dei fregi del Partenone del 1802, senza il saccheggio del Palazzo d’Estate a Nord della Città Proibita a Pechino, a opera degli eserciti francese, tedesco e britannico del 1860, senza il furto dei bronzi del regno del Benin 1897 (per citare solo alcuni dei saccheggi più noti) il museo occidentale non avrebbe raggiunto la gloria a cui è giunto nel XIX secolo e che continua da allora». La relazione tra schiavitù, patriarcato, predazione e conservazione museale è inestricabile. La narrazione di marca eurocentrica è simile in tutto l’occidente, parla la lingua coloniale, sessista e impone modelli consumistici e di dominio. Inoltre gli oggetti depredati subiscono processi di artwashing attraverso una sorta di «pacificazione». Sterminio e conservazione sono speculari: gli animali sterminati si ritrovano nei musei, così come le comunità tribali e i loro oggetti. «Gli oggetti muoiono al museo – afferma Vergès –. Se nei paesi di provenienza hanno funzioni sia pratiche sia votive, una volta approdati al museo non possono più essere toccati, non ci si può più inginocchiare davanti alla Dea Madre, perdono la loro sacralità e diventano merce». La corsa delle grandi città alla costruzione di super-musei che permettano la getrificazione e la nascita di nuove speculazioni edilizie è un trend consolidato. In Arabia Saudita è prevista la costruzione di 200 nuovi musei. Il Louvre di Abu Dhabi comprende strutture come botteghe, ristoranti e persino la possibilità di andare in kayak. Ma cosa si nasconde dietro agli spaventosi capitali che fanno spuntare come funghi musei e fondazioni, dal Golfo Persico alla piccola città di Arles? Dalle dichiarazioni di attivisti come BP or not BP (British Petroleum) si tratta di compagnie estrattive, criminalità e industrie delle armi. Il tentativo da parte dei musei di sciacquarsi la coscienza attraverso finte politiche decoloniali non funziona neanche come make up. Tuttavia, se non è possibile decolonizzare il museo, è possibile, per Vergès, immaginare il post-museo , fare uno sforzo straordinario di immaginazione, smarcandosi da una realtà oppressiva, conducendo una lotta radicale, costante, che cambi l’intera società. L’asimmetria della gestione dei beni artistici appare evidente nell’annientamento di Gaza e dei suoi abitanti considerati dalla classe dirigente occidentale non-uomini. Trecento, tra musei e siti archeologici della Striscia, sono stati rasi al suolo senza che nessun organo internazionale muovesse un dito, a differenza dell’Ucraina. Vogliamo continuare a vivere così? Si chiede Vergès. A fronte della distruzione, l’autrice propone, insieme a numerosi gruppi di attivisti, la pratica radicale del «disordine assoluto», teorizzata negli anni Sessanta da Frantz Fanon. Il post-museo ipotizzato dall’autrice implica la scomparsa degli oggetti (di quegli oggetti razziati e feticizzati dall’Occidente) e afferma la necessità di mostrare la vita e le storie plurali degli uomini perchè «È urgente immaginare altro!». E il museo che Vergès aveva immaginato per La Réunion sarebbe partito dalla storia della popolazione locale, dal respiro, dall’ambiente, dalla furia del tempo, assemblando frammenti, speranze e scorie provenienti dalle comunità degli oppressi. Manuela Gandini è critica d’arte e curatrice indipendente. Collabora con «La Stampa», «il manifesto» e riviste d’arte italiane. È stata redattrice del mensile «alfabeta2». Insegna Critical Writing e History of Contemporary Art II alla NABA di Milano. Lavora con artisti che operano su temi legati all’ambiente, alla guerra e alle comunità di riferimento. È autrice di vari saggi tra i quali Ileana Sonnabend . The queen of art (Castelvecchi, 2008) e Visioni (HAZE, 2022). È curatrice di mostre nazionali e internazionali ed è autrice e interprete di un monologo ( body-talk ), intitolato Qualcosa ci sta sognando sull’estetica nazista e le forme dell’arte surrealista e contemporanea. È stata commissario alla Biennale di Venezia del 1993 e tiene una rubrica di arte contemporanea su Facebook e Instagram.
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Asemismo. Le immagini di ahida Sergio Bianchi L’asemismo è un’idea artistico-filosofica che abbraccia l’assenza di significato esplicito nei segni, promuovendo una forma di comunicazione intuitiva, non verbale, libera da codici linguistici prestabiliti. Le sue radici affondano nella preistoria, ma il suo epicentro è nella natura stessa dell’essere umano. La sua spinta originaria è tracciare, segnare, esprimere, anche quando non c’è nulla da dire. Asemismo è un termine usato per designare un approccio estetico e artistico in cui i segni visivi, sonori o gestuali non veicolano un significato linguistico riconoscibile o convenzionale, ma conservano un’intenzionalità espressiva, comunicativa o evocativa. Sebbene il concetto si sviluppi originariamente in ambito grafico-letterario, con la pratica della scrittura asemica, l’asemismo viene oggi riconosciuto come una categoria transmediale, che attraversa la scrittura, l’arte visiva, la vocalità sperimentale, la performance e altre forme espressive.Il termine deriva dal greco antico: a- (ἀ-), prefisso privativo, «senza»; sēma (σῆμα), «segno»; -ismo, suffisso formante nomi astratti riferiti a correnti, pratiche o ideologie.Il neologismo «asemismo» può essere tradotto come «assenza di segno semantico», o più precisamente: pratica del segno priva di significato linguistico determinato.L’asemismo nasce nel contesto della scrittura asemica (asemic writing), una pratica artistica emersa nel corso del XX secolo, ma con radici precedenti, che consiste nel produrre segni che simulano la scrittura pur senza appartenere a un sistema linguistico esistente. Le opere asemiche sono spesso visivamente leggibili ma semanticamente indecifrabili, e richiedono una fruizione aperta, interpretativa.Con il tempo, l’asemismo ha oltrepassato i confini della scrittura per manifestarsi in altre forme artistiche, diventando una categoria concettuale transmediale. Molti artisti hanno prodotto o producono segni grafici, simboli o pseudo-alfabeti che non appartengono a nessun linguaggio noto. Artisti dell’Art Brut presentano caratteristiche asemiche, come la tensione tra gesto e significato, la simulazione del codice, l’ambiguità del segno.L’asemismo si esprime anche attraverso la voce non semantica, in forme di glossolalia, linguaggi inventati o vocalismi astratti. Sono molti gli artisti che hanno sperimentato o sperimentano vocalità asemiche.Nella performance art e nella danza contemporanea, il corpo può produrre gesti asemici, che evocano intenzioni comunicative pur senza aderire a un codice linguistico. Il movimento diventa scrittura nello spazio.Numerosi libri-oggetto o libri d’artista si fondano su scritture asemiche o combinazioni verbo-visive prive di testo leggibile, opere che uniscono segno, forma e materia in un’espressione asemica tridimensionale.Caratteristiche dell’asemismo: Assenza di codice decifrabile. Presenza di segni formali e intenzionali. Evocazione piuttosto che comunicazione. Pluralità interpretativa. Centralità del gesto, del ritmo, della materia. Resistenza alla traduzione e alla fissazione di senso.Nota: Attualmente, il termine «asemismo» non è ancora ufficialmente registrato nei principali dizionari di lingua italiana, ma è ampiamente usato in ambito artistico, critico e accademico per indicare questa pratica segnica e poetica non semantica. Il suo uso è destinato a consolidarsi con la crescente diffusione delle pratiche asemiche.
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Fuori dalla cittadella del potere. Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito: intervista ad Alex Nunns (4) Gabriel Lalonde Il Partito Laburista di Starmer langue tra l’accodarsi alla nefasta politica estera statunitense, a cominciare dalla sua posizione sulla guerra in Ucraina e sul genocidio a Gaza, e la repressione di ogni dissidenza interna che metta in discussione il modello politico autoritario e basato sull’austerità che costituisce il suo orizzonte in questo momento storico. Sono in corso i preparativi per la conferenza fondativa del nuovo partito socialista britannico, provvisoriamente denominato Your Party. Più di 800.000 persone si sono registrate come simpatizzanti della nuova formazione. Stanno già nascendo gruppi locali, sezioni e comitati informali in tutto il paese, si è sviluppato un vivace dibattito su come dovrebbero essere configurate le strutture democratiche della nuova organizzazione e su come dovrebbe essere strutturato il programma politico del partito nascente. Uno dei temi oggetto di dibattito è l’esperienza storica del corbynismo e le lezioni che si potrebbero trarne per il nuovo partito: soprattutto come recuperare la sua energia radicale, evitando al contempo che si ripeta l’amara sconfitta del 2019. Alex Nunns è uno scrittore e attivista che ha lavorato come consulente di Jeremy Corbyn tra il 2018 e il 2020. Nelle sue pubblicazioni, Nunns ha raccontato gli alti e bassi della sinistra britannica nell’ultimo decennio, principalmente su media come «Jacobin» e «Red Pepper», oltre a curare libri, tra gli altri, di Julian Assange e Norman Finkelstein. Il suo libro The Candidate: Jeremy Corbyn’s Improbable Rise to Power (2017) è stato da più parti accolto come la narrazione definitiva dell’ascesa di Corbyn alla guida del Partito Laburista, nonché delle condizioni che l’hanno resa possibile. Nel suo prossimo libro, Sabotage: The Inside Hit Job That Brought Down Jeremy Corbyn ( 2026), analizza la campagna di propaganda dell’establishment che alla fine ha rovesciato il leader socialista, consentendo a Keir Starmer di riportare il partito a destra. Nunns ha parlato con Oliver Eagleton del perché sia fondamentale comprendere a fondo il corbynismo – in particolare le ragioni strutturali e contingenti del suo declino, a partire dalla situazione di equilibrio delle forze politiche nazionali fino ai conflitti registrati all’interno dell’apparato del Partito Laburista – per sviluppare una strategia utile al nuovo partito di sinistra in fase di costituzione in questo momento nel Regno Unito. Questa serie di interviste sulle prospettive di Your Party, pubblicate da «Sidecar» e riprodotte da «Diario Red», sarà raccolta in un libro, insieme ai contributi di altre figure chiave coinvolte nella creazione del partito, che sarà pubblicato da Verso Books prima della sua conferenza fondativa. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review , rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'«Istituto Repubblica & Democrazia» di Podemos e da «Traficantes de Sueños», ed è qui pubblicato conl'espresso consenso del suo editore. Oliver Eagleton : Perché il progetto guidato da Corbyn tra il 2015 e il 2019 è rilevante per il nuovo partito di sinistra britannico? Alex Nunns : Your Party si sta costituendo sullo sfondo del fenomeno Corbyn. Non c’è alcun dubbio che la maggior parte delle persone che si sono iscritte come sostenitori si siano formate politicamente grazie all’esperienza della leadership di Jeremy Corbyn alla guida del Partito Laburista. I più fortunati tra loro potrebbero anche aver superato questa esperienza senza disturbi da stress post-traumatico. È stato un periodo intenso e spesso sconcertante e per trarne insegnamento abbiamo bisogno di una comprensione profonda di ciò che è accaduto. Dopo le elezioni del 2019, quando la sconfitta del Partito Laburista era ancora fresca, si potevano percepire i limiti entro i quali Jeremy e il movimento avevano agito, e le forze schiaccianti che ci avevano sconfitto erano ancora sulla scena. Da allora, parte di tutto ciò è stato dimenticato. Più recentemente, si è imposta una lettura semplicistica della storia, ovvero che la sconfitta del progetto di Corbyn sia stata, per così dire, autoinflitta dalla codardia e dalla timidezza, in particolare quella dei singoli consiglieri o dello stesso leader. Questa linea di pensiero ha una certa ironica affinità con la visione degli anni di Corbyn presentata in resoconti giornalistici come Left Out: The Inside Story of Labour Under Corbyn ( 2020), di Gabriel Pogrund e Patrick Maguire, e This Land: The Story of a Movement ( 2020) di Owen Jones, che mettono l’accento sulle scelte politiche compiute dai vertici del Partito Laburista. Ma mentre questi libri descrivono i leader come troppo intransigenti o troppo radicali per guidare un’opposizione efficace, nell’interpretazione appena riportata ci si focalizza sempre sulle personalità chiave del partito, ma sostenendo argomenti opposti, e si accusano Corbyn e i suoi consiglieri di non essere stati abbastanza combattivi o radicali. Si afferma, cioé, che il difetto fatale del progetto di Corbyn sia stato la debolezza dei dirigenti più importanti, che hanno ceduto invece di mantenere una posizione ferma. Questa interpretazione dei fatti distorce la storia del Partito Laburista di Corbyn. Ignora i fattori strutturali più ampi realmente in gioco e, quindi, trascura prospettive fondamentali su ciò che accade quando un partito di sinistra è sul punto di raggiungere il potere. La realtà è che Corbyn e chi lo circondava hanno trascorso cinque anni lottando con le unghie e con i denti contro avversari molto più potenti, mentre erano ostacolati da un’operazione di sabotaggio senza precedenti. Non si sono arresi; hanno perso. Detto questo, ciò che è storicamente degno di nota non è che il corbynismo sia stato sconfitto nel 2019, ma che non lo sia stato fino ad allora. Il corbynismo è andato molto oltre le aspettative da più punti di vista. Ha reso in pratica l’austerità una parolaccia, ha costretto il governo conservatore a fare marcia indietro su politiche chiave, ha spostato il dibattito politico a sinistra, ha galvanizzato un movimento, ha trasformato il Partito Laburista nel più grande partito di sinistra d’Europa e ha dato speranza alla gente. Nelle elezioni del 2017 il Partito Laburista ha ottenuto il 40% dei voti, registrando il più grande aumento di consensi mai ottenuto da qualsiasi partito dal 1945. Ha preso 12,9 milioni di voti con un programma di sinistra, il secondo miglior risultato ottenuto dal Partito Laburista dal 1966, e ha conquistato seggi dove non vinceva da vent’anni, sottraendo ai conservatori la loro maggioranza. L’establishment vuole cancellare tutto questo. Non aiutiamoli a riscrivere la storia come un fallimento continuo. È vero che sono stati commessi errori e che ci sono state carenze, ma il nuovo partito può solo imparare da essi, se verranno analizzati adeguatamente. Oliver Eagleton : Hai parlato di un’operazione di sabotaggio. Come ha funzionato? Alex Nunns : Ci sono stati due momenti distinti. Il primo è durato dal 2015 al 2017 e si è concentrato sul partito. Il secondo, lanciato tra il 2017 e il 2019, ha riguardato il Paese. Per comprendere la prima ondata, occorre tenere presente che il muro dell’establishment britannico era come se attraversasse al centro il Partito Laburista. Da un lato c’erano le truppe dello Stato e del capitale, che influenzavano i rappresentanti eletti e il personale del partito; dall’altro, i socialisti e i militanti radicali, che erano stati esclusi dalle posizioni di potere per gran parte della storia del Partito Laburista. Quando Jeremy ne ha conquistato la leadership, non solo ha preso il timone di un partito democratico, ma è andato all’attacco di una delle roccaforti dell’establishment britannico. La risposta, come prevedibile, è stata feroce. I funzionari e i parlamentari laburisti hanno iniziato a minare la leadership in tutti i modi possibili. Il personale appartenente all’ala destra presente negli organi direttivi del Partito si è specializzato nell’arte dell’ostruzionismo burocratico e ha passato costantemente informazioni tossiche ai media. Nel frattempo, i deputati laburisti hanno offerto i loro servizi ai media per denunciare praticamente tutto ciò che faceva la direzione del partito, in modo che, indipendentemente dall’argomento trattato, i titoli fossero dominati dal ritornello sulla «divisione del Partito Laburista». Il gruppo parlamentare laburista era diventato ingestibile. Questa situazione è culminata nel colpo di mano del 2016, quando i deputati laburisti hanno tentato di costringere Jeremy a lasciare comuna strategia basata su una serie di dimissioni coordinate e un voto di sfiducia. Quando lui si è rifiutato, spingendo i suoi oppositori a sfidarlo in nuove elezioni per la leadership, la burocrazia del partito ha tentato di escluderlo dalla competizione, ma i sindacati lo hanno impedito. La questione non è finita lì. Nelle elezioni del 2017, i funzionari del Partito Laburista hanno condotto una offensiva segreta, dirottando le risorse del partito verso i loro alleati che si presentavano in seggi già sicuri, contro l’ambiziosa strategia d’attacco in quelli in bilico concordata dal Comitato Elettorale ufficiale del partito. Alla fine, il risultato in questi ultimi è stato davvero combattuto e si potrebbe sostenere che, se quelle risorse fossero state assegnate alle circoscrizioni giuste, il governo conservatore avrebbe potuto essere rovesciato. Durante questa prima ondata di sabotaggio, l’establishment britannico si era affidato principalmente ai suoi alleati all’interno del Partito Laburista per neutralizzare la leadership di Corbyn. È come se la classe dirigente britannica avesse detto: «Siete stati voi a cacciarvi in questo pasticcio, portando alla guida del Partito Laburista questo leader di sinistra; sta a voi sbarazzarvene. Vi lasciamo mano libera per portare a termine questo compito». Fortunatamente, almeno all’inizio, questo tipo di sabotaggio non si ripeterà nel nuovo partito, perché non avrà lo stesso ruolo del Partito Laburista nel sistema di potere britannico, dato che sarà completamente fuori dalla cittadella del potere. Quando Jeremy sorprese tutti e stava per arrivare al potere nel 2017, ha rappresentato la più grande minaccia interna per l’establishment britannico a partire dalla fine della prima guerra mondiale. Così è partita la seconda ondata di sabotaggi. Jeremy era inattaccabile come leader del Partito Laburista, quindi ora era necessaria un’operazione più sofisticata che coinvolgesse più attori disposti a impedirgli di diventare primo ministro. Questo sforzo è stato portato avanti principalmente attraverso due questioni controverse e di lunga durata: la cosiddetta “crisi dell’antisemitismo del Partito Laburista” e la Brexit. Entrambe hanno approfondito le divisioni all’interno del partito e persino all’interno della sua stessa leadership, con il risultato di aumentarne ulteriormente il discredito. Sono lezioni da imparare per il nuovo partito. Oliver Eagleton : Vale la pena esaminare più da vicino queste due controversie. Come è stata orchestrata la crisi dell’antisemitismo? Alex Nunns : Quando Jeremy è diventato leader dell’opposizione, la Gran Bretagna aveva, per la prima volta, un potenziale primo ministro inequivocabilmente impegnato a favore dei diritti del popolo palestinese, fatto che di per sé ha mobilitato contro di lui una formidabile coalizione di sostenitori di Israele. C’è stata una campagna coordinata, che ha sfruttato le accuse di antisemitismo lanciate contro membri del Partito Laburista e contro lo stesso Jeremy per infliggere il massimo danno politico alla sua leadership. La coalizione comprendeva la destra laburista, un’intera corrente atlantista per la quale il sostegno a Israele era diventato una parte stranamente fondamentale per la propria identità, nonché il Jewish Labour Movement e i Labour Friends of Israel, gruppi associati alla suddetta destra laburista. Al di fuori del partito, la coalizione si estendeva a tutte le organizzazioni locali ebraiche filoisraeliane, come il Board of Deputies of British Jews e il Jewish Leadership Council, e anche la stampa locale di matrice ebraica; poi l’intero establishment britannico, nonché attori di livello internazionale, come lo stesso Stato di Israele, il cui primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha pubblicamente attaccato Corbyn, e gli Stati Uniti, il cui segretario di Stato, Mike Pompeo, ha detto ai leader ebrei in un incontro a New York, che Washington avrebbe fatto «tutto il possibile» per «far cadere» un eventuale governo Corbyn. Si trattava di un blocco estremamente potente. La maggior parte della campagna è passata su media complici, come la BBC e «The Guardian» , attraverso una copertura acritica e sproporzionata alle accuse di antisemitismo, insieme a un’incrollabile mancanza di interesse per altre questioni politiche. Sebbene evidentemente ci sono stati alcuni casi di membri del Partito Laburista che, in genere su Internet, hanno fatto commenti antisemiti, non c’è dubbio che, come ha poi affermato Jeremy, «la gravità del problema è stata evidentemente esagerata in modo spettacolare dai nostri avversari per ragioni puramente politiche». Morgan McSweeney, che ora è capo di gabinetto di Keir Starmer, all’epoca si dedicava a setacciare i gruppi Facebook sostenitori di Corbyn alla ricerca di commenti antisemiti di partecipanti occasionali per poi passarli al Sunday Times. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi e quelli di un’intera rete di persone che svolgevano lavori simili, solo una piccola parte è risultata oggetto di denuncia. Ma non era questo il punto. L’idea che doveva essere diffusa da chi aveva orchestrato la campagna era che la leadership del partito, la sua base e persino le idee di sinistra fossero fondamentalmente e generalmente antisemite. Il che era totalmente falso. La storia dietro l’infame documentario di «Panorama» (BBC) Is Labour Antisemitic ?, trasmesso pochi mesi prima delle elezioni generali del 2019, illustra come ha funzionato questa campagna propagandistica. Inizialmente, il personale che lavorava nell’ufficio reclami del partito, ostile alla leadership di Corbyn, era estremamente lento nel trattare anche casi evidenti di antisemitismo, come la negazione dell’Olocausto, forse perché voleva che la colpa ricadesse su Jeremy o forse perché era composto da burocrati incompetenti in modo davvero sconcertante. Alcuni esempi di questi casi sono finiti sulla stampa. I deputati laburisti chiedevano con rabbia: «Perché Corbyn non interviene?». Così si è diffusa tutta una narrativa secondo cui Jeremy non stava agendo contro l’antisemitismo. Nella primavera del 2018 la sinistra è stata finalmente abbastanza forte da destituire il segretario generale del comitato esecutivo nazionale del partito, Iain McNicol, appartenente all’ala destra, e prima che il suo successore assumesse l’incarico, periodo che si è protratto per poche settimane, l’ufficio reclami ha deciso di rivolgersi all’ufficio del leader del partito, ovvero Corbyn, per alcuni casi. Le risposte a queste richieste suggerivano generalmente di prendere provvedimenti, ad eccezione di pochi casi che vedevano coinvolti membri ebrei antisionisti. Gli scambi di e-mail, il cui contenuto non era affatto controverso, sono stati successivamente passati ai media e hanno finito per costituire il nucleo del documentario di Panorama firmato dal giornalista John Ware, che aveva già denunciato Corbyn «di incoraggiare il disprezzo verso l’Occidente [e] connivenza con l’estremismo». Il documentario suggeriva che il personale del Partito Laburista fosse stato ostacolato nel trattare le denunce di antisemitismo a causa dell’interferenza dell’ufficio del leader. I deputati del gruppo parlamentare ostili a Corbyn si sono allora resi conto di aver sbagliato. Invece di dire «Perché Corbyn non interviene?», il ritornello è diventato: «Come osa Corbyn interferire!». Dopo che la Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani (EHRC) – un organo indipendente dello Stato, guidato da persone nominate dal governo – ha avviato un’indagine sull’antisemitismo esistente nel Partito Laburista, quelle stesse accuse sono diventate uno dei pilastri centrali del rapporto dell’EHRC. Il clamore suscitato dalla sua pubblicazione nel 2020 ha creato la falsa impressione che Jeremy fosse intervenuto per proteggere gli antisemiti. Il fatto che le prove indicassero altro è stato educatamente ignorato da tutti e il tentativo di Jeremy di respingere, perfino educatamente, la falsa idea che il Partito Laburista fosse stato infestato dall’antisemitismo gli è valso la sospensione e, alla fine, l’espulsione dal partito per mano del suo successore, Keir Starmer. Questo è tutto: una sequenza di eventi in cui diversi settori dell’establishment hanno lavorato efficacemente in modo coordinato. I burocrati del partito, insieme alla destra laburista, si sono dedicati a praticare l’ostruzionismo in modo involontario o deliberato; in questo modo sono state fornite le munizioni ai deputati della destra laburista per attaccare la leadership del partito; le accuse sono state amplificate da media ostili e alla fine sono state utilizzate come arma dallo Stato. Oliver Eagleton : In che modo questa analisi potrebbe essere utile al nuovo partito? Cosa può imparare, anche in senso negativo, dalla risposta data da Corbyn alla campagna diffamatoria? Alex Nunns : La campagna che ho descritto ovviamente non potrebbe ripetersi allo stesso modo nel nuovo partito. Una delle caratteristiche che l’ha resa così difficile da contrastare è stata che gran parte di essa proveniva dall’interno dello stesso Partito Laburista, vedeva coinvolti il suo personale e i suoi deputati, molti dei quali erano stati coinvolti nella più grande operazione di sabotaggio fin dal 2015. Un’altra caratteristica della campagna di diffamazione era la sua mobilitazione in favore di una politica identitaria, che allora raggiungeva il suo apice anche a sinistra, rendendo molto difficile per l’ala sinistra del partito contestare come razzismo ciò che la gente descriveva come la propria «esperienza vissuta». Naturalmente, ciò che resta di quell’enorme coalizione di potenti forze che si sono opposte al Partito Laburista di Corbyn si mobiliterà contro Your Party, soprattutto se si avvicinerà al potere. È quindi comprensibile che alcuni chiedano a Your Party di mostrarsi fin dall’inizio reattivo e risoluto, non come si suppone abbia fatto Corbyn, accusato di aver ceduto troppo terreno. Lo ha sottolineato Zarah Sultana nella sua intervista, quando ha affermato che il corbynismo ha «ceduto» di fronte alla definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Association (IHRA). Ma Jeremy non ha capitolato: al contrario, lui e il suo team hanno resistito fino alla fine nel tentativo di opporsi all’adozione da parte del Comitato esecutivo nazionale del Partito laburista degli esempi più controversi che accompagnano la definizione dell’IHRA, alcuni dei quali sono stati utilizzati per reprimere ogni discorso filopalestinese e il diritto da parte dei palestinesi di poter parlare di come vengano depradati. Jeremy ha sopportato una situazione infernale per tutta l’estate del 2018 per aver mantenuto questa posizione; nessun altra parte del movimento laburista rappresentato nel Comitato esecutivo nazionale lo ha sostenuto. Fino all’ultimo momento, nella riunione di questo organismo tenutasi nel settembre 2018, in cui sono stati accettati tutti i casi contemplati dall’IHRA, quando Jeremy ha presentato una dichiarazione in cui sosteneva che «non dovrebbe essere considerato antisemita descrivere come razziste Israele, le sue politiche o le circostanze della sua fondazione, a causa del loro impatto discriminatorio, né dovrebbe essere considerato antisemita mostrare sostegno a un’altra soluzione per risolvere il conflitto tra Israele e Palestina» (cioè la creazione di un unico Stato). Non c’è stato un sostegno sufficiente per sottoporre questa dichiarazione al voto. Jeremy e il suo team non potevano fare nulla per cambiare questa situazione. Il Partito Laburista è un’organizzazione bizantina con molteplici centri di potere; esserne il leader non significa che si possa sempre ottenere ciò che si vuole. Una critica più valida al corbynismo sarebbe che i settori organizzati del progetto – compresa la sua leadership e il gruppo di sinistra di propaganda Momentum – non hanno protetto a sufficienza i membri di base dalla tempesta antisemita. Mancavano meccanismi per l’interazione bidirezionale con il movimento in generale. Alcuni membri, accusati erroneamente di antisemitismo, hanno vissuto esperienze estremamente traumatiche, che hanno cambiato le loro vite. È facile dimenticare quanto fosse soffocante l’atmosfera. Tutto ciò ha demoralizzato il movimento. Anche se è ingenuo immaginare che dichiarazioni più risolute del suo leader avrebbero fermato questa campagna di diffamazione concertata, si sarebbe potuto fare uno sforzo maggiore da parte del gruppo dirigente, soprattutto all’inizio, per sottolineare come il sostegno di Jeremy ai diritti del popolo palestinese fosse la spiegazione della rabbia scatenata contro il movimento filopalestinese, che altrimenti sembrava incomprensibile. Se gli stessi eventi si verificassero oggi, questo collegamento sarebbe molto più ovvio per la gente a causa del genocidio perpetrato a Gaza. Ora siamo in un contesto diverso. Oliver Eagleton : E la Brexit? Alex Nunns : È interessante notare che oggi molte persone attribuiscono più importanza alla crisi dell’antisemitismo che alla Brexit, ma la prima questione non è stata la causa della sconfitta del corbynismo. Al culmine della crisi dell’antisemitismo durante l’estate del 2018, il Partito Laburista si è mantenuto intorno al 40% nelle intenzioni di voto nei sondaggi. Il crollo è avvenuto solo nel 2019, soprattutto sulla scia delle elezioni europee di maggio, quando la Brexit era diventata un buco nero politico che inghiottiva tutti gli altri temi. La dinamica del sabotaggio in questo caso è stata diversa. Era ovvio che la Brexit avrebbe in qualche modo diviso la base del Partito Laburista, ma queste divisioni sono state deliberatamente esacerbate per danneggiare la leadership corbynista. Nelle elezioni del 2017, una stragrande maggioranza aveva votato per i partiti impegnati a rispettare il risultato del referendum per l’uscita dall’Unione Europea. Ma non ci è voluto molto prima che la campagna a favore di un secondo referendum, per revocare il primo, cominciasse a guadagnare terreno. Molti sostenitori della campagna «People’s Vote» e di gruppi affini erano sinceri e appassionati sostenitori della permanenza nell’UE, ma non c’era dubbio che le organizzazioni tendessero ad essere guidate da una sorta di compagnia teatrale blairista, che includeva figure cadute in disgrazia come Peter Mandelson e Alastair Campbell, con lo stesso Tony Blair dietro le quinte. I sostenitori della permanenza nell’Unione Europea hanno fornito a questi attori ormai finiti un nuovo pubblico e una nuova opportunità. È probabile che questo blocco si sia opposto alla Brexit dei conservatori, ma non bisogna dimenticare che il vero obiettivo della loro campagna era il Partito Laburista di Corbyn: vedevano l’opportunità di aprire una frattura tra una leadership consapevole che la maggioranza delle circoscrizioni laburiste aveva votato a favore dell’uscita, e gli appartenenti al partito, che volevano in maggioranza rimanere nell’Unione Europea. Gran parte dello stesso gruppo di deputati laburisti sabotatori, che pochi anni prima aveva cercato di annullare la scelta del leader del partito da parte dei suoi membri, era ora allineato con questi ultimi su una questione che poteva essere utilizzata per minare la leadership del Partito Laburista. Questa campagna si è diffusa a macchia d’olio all’interno del gruppo parlamentare laburista. Basta vedere gli emendamenti presentati in Parlamento. Un piccolo ma significativo esempio, avvenuto nel novembre 2017, è stato quello presentato al disegno di legge sulle dogane per mantenere il Regno Unito nel mercato unico e nell’unione doganale europea, votato da una grande quantità di deputati laburisti di destra. L’emendamento evidenziava una «assoluta ignoranza» dal punto di vista economico, secondo il segretario al Commercio del Partito Laburista, Barry Gardiner, perché avrebbe impedito al Regno Unito di applicare dazi doganali su tutte le merci provenienti da qualsiasi parte del mondo, ma questo non aveva importanza, perché l’obiettivo era semplicemente di far sapere a giornalisti come Robert Peston, che i deputati del governo ombra laburista avevano votato vergognosamente con i conservatori e tradito la causa. A poco a poco, il numero di parlamentari coinvolti in questo tipo di operazioni è aumentato, fino a quando il contagio è arrivato a livello del gabinetto ombra. Starmer, allora segretario incaricato della Brexit da Corbyn, divenne la figura centrale dell’operazione, con interviste sui media e discorsi volti a superare costantemente e gradualmente i limiti della posizione assunta dalla leadership corbynista, cosa che avvenne in modo spettacolare alla conferenza del 2018, quando aggiunse una frase non approvata al suo discorso, annunciando che non avrebbe escluso la permanenza nell’Unione Europea come opzione in un futuro referendum. Dalle indagini giornalistiche esistenti emerge chiaramente che Starmer si stava posizionando per succedere a Jeremy e il fatto che abbia abbandonato tutte queste sue convinzioni a favore della permanenza non appena è diventato leader del Partito Laburista dà un’idea di quanto fossero sincere. Nel 2019 la tensione aveva raggiunto anche l’ufficio del leader e la cerchia più ristretta di Jeremy. Il gruppo dirigente si era diviso e mentre alcuni dei suoi alleati più stretti, come John McDonnell, Diane Abbott e il policy director Andrew Fisher, erano più una favorevoli alla permanenza, altri come Karie Murphy, Seumas Milne, Jon Trickett e Ian Lavery dicevano che il Partito Laburista non poteva permettersi di abbandonare gli elettori che avevano espresso la loro preferenza per l’uscita dall’Unione Europea. Si trattava di un disaccordo sulla strategia elettorale: John e i suoi colleghi non erano sabotatori; sono sicuro che temevano sinceramente che il Partito Laburista avrebbe subito conseguenze elettorali catastrofiche se avesse abbandonato gli elettori favorevoli alla permanenza e i propri attivisti. Ma, dato che il loro punto di vista raccoglieva un consenso sempre maggiore, l’operazione di sabotaggio raggiunse il suo obiettivo di spingere la dirigenza a scegliere una posizione disperata che avrebbe diviso la sua coalizione. Altrettanto importante è stato il fatto che, virando verso l’opzione della permanenza, Jeremy ha smesso di apparire come un leader ribelle indipendente e autonomo , ma come un altro politicante, che difendeva lo status quo e che si schierava dalla stessa parte della maggior parte dei membri dell’establishment. Oliver Eagleton : Secondo la tua analisi, quindi, il problema del corbynismo non è stato la debolezza interna, ma la pressione esterna. Ma le due cose sono incompatibili? Non è forse vero che, a seguito dell’operazione di sabotaggio, alcuni politici e consiglieri di Corbyn hanno finito per adottare posizioni di compromesso, soprattutto in relazione alla Brexit, che si sono rivelate strategicamente disastrose? Alex Nunns : Bisogna analizzare la situazione tema per tema. Nel caso della Brexit non si è trattato di una debolezza dei politici e dei consiglieri vicini a Jeremy, ma dell’esistenza di una reale divisione tra loro sulla strategia da seguire. La questione non è mai stata realmente risolta: la politica sulla Brexit adottata infine dal partito nelle elezioni del 2019 è stata una soluzione di compromesso, che rifletteva l’equilibrio di forze realmente esistente al suo interno. Un fattore importante a questo proposito è che Jeremy è un vero democratico, soggetto a pressioni democratiche contrarie. Voleva rispettare il voto popolare a favore dell’uscita dall’Unione Europea, ma era anche preoccupato dal fatto che la maggioranza dei membri e degli elettori laburisti chiedesse un secondo referendum. I suoi sforzi per riflettere queste diverse richieste democratiche spiegano in una certa misura la politica finale del partito. Oliver Eagleton : Ma non è forse corretto descrivere il fallimento della Brexit come una situazione in cui alcuni dei principali promotori del corbynismo, in momenti diversi e in misura diversa, hanno ceduto alle pressioni dell’establishment e hanno fatto concessioni che hanno compromesso il progetto? Se così fosse, allora l’argomentazione di Sultana secondo cui il nuovo partito di sinistra dovrebbe evitare gli errori del passato adottando una posizione più combattiva nei confronti dei propri nemici di classe sembrerebbe potenzialmente utile. O, in altre parole, se il corbynismo è sempre stato tormentato dalla contraddizione tra una strategia antagonista («per la maggioranza, non per la minoranza») e una più pacifista («una politica più gentile e amichevole»), la proposta che Your Party opti ora per la prima piuttosto che per la seconda potrebbe avere un effetto galvanizzante tra i suoi membri. Al contrario, la tua enfasi sull’«equilibrio di forze» come spiegazione della fine infelice del corbynismo potrebbe sembrare disfattista, dato che tale equilibrio non si è affatto spostato a nostro favore nel 2025. Una tale posizione potrebbe suggerire che non c’è nulla che possiamo fare per cambiare questa enorme contraddizione. Alex Nunns : Non capitolare davanti ai nemici di classe è un’ottima idea. Il tuo partito dovrebbe mostrarsi ostile nei loro confronti, ma non credo che dovremmo consolarci con la falsa storia secondo cui, se Corbyn fosse stato più combattivo, le cose sarebbero andate bene. È vero che la leadership di Corbyn è stata influenzata dalla contraddizione che descrivi: cercare di praticare un populismo di sinistra e, allo stesso tempo, presiedere uno dei due partiti fondamentali del sistema politico britannico. Il corbynismo ha funzionato meglio quando è stato una forza dirompente esterna, come nel 2017, e vale la pena criticare alcune tattiche che si sono discostate da questo approccio, ma questa non è l’unica lezione che dobbiamo trarre. Lavorare nel Partito Laburista è stato sia una benedizione che una maledizione. Per gran parte del periodo 2015-2019, la lotta per il controllo del partito ci ha costretti a combattere su due fronti, ma ha anche imposto una certa disciplina al movimento. Tutti si sono uniti per affrontare il nemico interno, la destra laburista. Il nuovo movimento, con un proprio partito, non avrà questo collante a unirlo. In più, durante gli anni di Corbyn alla guida del Partito Laburista, Downing Street sembrava quasi a portata di mano. Dirigere un «partito di governo» significava che dovevamo sviluppare un ampio programma di sinistra, che fosse condivisibile da gran parte della popolazione. La mancanza delle oggettive restrizioni imposte dal fatto di lavorare all’interno del Partito Laburista potrebbe essere estremamente liberatoria per la sinistra nei prossimi anni, ma creerà anche una serie di problemi differenti. Non credo che ci sia un grande pericolo che il nuovo partito sia troppo conciliante o incline alla debolezza. Al contrario, è più probabile che sia suscettibile di cadere vittima di quella che potremmo chiamare “l’inflazione delle richieste”, un processo in cui di solito vincono le più radicali, il che porta a una competizione per vedere chi è più radicale, fino a quando un programma di classe efficace e attraente per le masse viene inglobato da posizioni politiche che, sebbene sincere e appassionate, dividono il nostro movimento e riducono il nostro consenso potenziale. È qui che la leadership gioca un ruolo importante. I leader possono dotarsi di una concezione strategica che definisca quale deve essere la posizione del partito per avere successo e allo stesso tempo convincere i membri a seguire tale strategia. Ma se Jeremy, Zarah o qualsiasi altra figura di spicco si lasciassero trascinare da questa spirale inflazionistica delle richieste, il partito potrebbe trovarsi coinvolto in un aspro conflitto interno prima ancora di essere fondato. Dobbiamo mantenere alte le nostre ambizioni. Dobbiamo aspirare a sostituire il Partito Laburista e, in ultima analisi, a prendere il potere. Le crisi che stiamo affrontando, e che non faranno che intensificarsi, non richiedono nulla di meno. Dobbiamo quindi presentare un programma popolare, che ci consenta di raggiungere il potere senza rinunciare ai nostri principi. Nel 2017 il Partito Laburista di Corbyn ha ottenuto ottimi risultati con un programma di classe «per la maggioranza, non per la minoranza». Nel 2019 è stato sconfitto quando la Brexit, una questione che trascende le classi, ha diviso in due la nostra coalizione e il nostro movimento. È un esempio che non va dimenticato. Oliver Eagleton : Il nuovo partito continuerà ad essere oggetto di feroci attacchi, se non dall’interno, sicuramente dall’esterno. Quali pensi saranno le differenze dal periodo di Corbyn? Alex Nunns : Qualsiasi partito di sinistra che ottenga progressi significativi dovrà affrontare una reazione violenta da parte del capitale, dello Stato e dei media. Ma non si presenterà la stessa situazione dell’ultima volta. Il lato positivo è che è molto più facile affrontare attacchi puramente esterni che non comportano sabotaggi o divisioni interne. Ricordi l’affermazione del Sun, fatta nel 2018, secondo cui Jeremy era stata una spia comunista al servizio della Cecoslovacchia? Pensavano davvero che questo avrebbe decretato la sua fine. Ma la storia non proveniva dalla destra laburista, né questa ne ha approfittato più di tanto. La direzione del partito è riuscita a respingerla con semplici argomenti populisti, presentando Jeremy come un tipo duro e indipendente, vittima delle calunnie dei potenti. Naturalmente, ha aiutato anche il fatto che Jeremy fosse una spia poco credibile. Se Your Party potesse scegliere sul tipo di attacchi che sicuramente riceverà in futuro, a mio parere dovrebbe scegliere attacchi di questo tipo, in cui può ribaltare la situazione per illustrare le credenziali antisistemiche del partito. Quasi ovunque e per gran parte della storia, la strada verso il potere dei partiti di sinistra è stata bloccata da ostacoli che si sono rivelati insormontabili: lo squilibrio delle risorse, l’ostilità delle istituzioni, ecc. Il nuovo partito dovrà affrontarli frontalmente. Uno dei vantaggi di far parte del Partito Laburista era che avevamo già superato metà di questi ostacoli: avevamo risorse, la nostra rilevanza non era messa in discussione e parte della struttura di potere britannica doveva almeno prendere in considerazione la possibilità di raggiungere un accordo con noi nel caso fossimo arrivati al governo. D’altra parte, far parte del Partito Laburista ci costringeva a concentrarci in gran parte sulla politica elettorale piuttosto che sulla politica di movimento, un ambito in cui il nuovo progetto potrebbe avere più successo, anche se costruire potere al di fuori del Parlamento è senza dubbio un processo lento e difficile. Oliver Eagleton : Dici che la priorità in questo momento è gestire i conflitti interni al partito ed elaborare un programma di maggioranza. Questo è compatibile con l’organizzazione del nuovo partito sulla base di una democrazia piena guidata dai suoi membri? Ed è possibile senza una cultura politica più ampia di partecipazione popolare di massa? La mancanza di tale cultura è senza dubbio parte del motivo per cui il corbynismo ha avuto difficoltà a combattere i sabotaggi. Alex Nunns : È molto difficile capire come questo nuovo partito potrebbe essere creato senza strutture democratiche inclusive. Questo è ciò che crede Jeremy, lo ha sempre creduto, data l’influenza che hanno su di lui le concezioni di Tony Benn. È anche ciò in cui crede Zarah. Ed è ciò che sperano i numerosi membri che si sono iscritti a Your Party. È davvero qualcosa di eccitante. Affinché ciò funzioni, il partito nascente deve promuovere una cultura del dibattito pluralistico in cui sia possibile negoziare le questioni controverse, soprattutto nella fase iniziale. Quando si tratta di elaborare un programma in grado di attrarre la maggioranza, credo che più persone partecipino, meglio è. Per quanto riguarda la questione più ampia della cultura politica britannica, hai ragione quando dici che il corbynismo nel suo complesso non aveva la profondità e la forza necessarie per resistere all’assalto. Quando Jeremy è arrivato alla guida del Partito Laburista, la lunga erosione delle radici organiche del partito all’interno della classe operaia – non solo i sindacati, ma tutte le basi sociali della política della classe operaia – erano in una situazione disperata. Paradossalmente, l’accelerazione di questo processo rende molto più plausibile che il Partito Laburista di Starmer – ora vegeta intorno al 20% nei sondaggi, avendo fallito di raggiungere tanti voti quanti Jeremy nel 2017 o nel 2019 – possa essere eliminato dalla scena, consentendo a una nuova forza di sinistra di sostituirlo. Il compito sarà quindi quello di assicurarsi che Your Party metta radici proprie, per evitare di essere a sua volta spazzato via. Questo è l’obiettivo. E l’occasione c’è. Testi consigliati Oliver Eagleton, Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista a James Schneider (1) , Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista ad Andrew Murray (2) , Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista a Zarah Sultana (3) tutti pubblicati su «Diario Red» Maurizio Lazzarato, «I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale», su «Diario Red» , 02/03/25 | Tom Hazeldine, Il New Labour al timone , « Diario Red/New Left Review» 20/02/25 Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua? , in «New Left Review» 125 Novembre-Dicembre 2020 Goran Therborn, Il futuro e la sinistra , «New Left Review» 145 marzo-aprile 2024, e Il mondo e la sinistra, «New Left Review» 137 novembre-dicembre 2022 Daniel Finn, Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del Brexit ( Controcorrenti: Corbyn , il Partito Laburista e la crisi della Brexit) , «New Left Review» 118 settembre-ottobre 2019, e El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda ( Lo stesso filo del rasoio: Starmer contro la sinistra ), Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino Unido ( Torturare le prove, lawfare e mediafare nel Regno Unito ) e Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo ( Starmer contro Corbyn: degli usi politici dell’antisemitismo ), tutti pubblicati su «El Salto» 19 luglio 2024, 31 luglio 2023 e 11 ottobre 2022 Pablo Iglesias, Capire Podemos e La Spagna al bivio , «New Left Review» 93 Luglio-Agosto 2015. Eric Hobsbawm, «La società, la nuova e la vecchia», «New Left Review» 142 Luglio-Agosto 2023. Oliver Eagleton è membro e redattore associato della «New Left Review» e autore di Starmer Project: A Journey to the Right (2025).
- scienza e politica
# 4. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. Municipalismo e salute: costruire dal basso. Laboratorio Salute popolare di Bologna Miekal And Il Laboratorio Salute Popolare (LSP) nasce a Bologna nel 2019 come parte della rete dei Municipi Sociali, con l’obiettivo di superare la risposta emergenziale alla crisi del Servizio Sanitario Nazionale. Fondato sull’esperienza di accoglienza e autogestione presso l’Ex Caserma Masini, il LSP si propone come uno spazio politico e sanitario che integra mutualismo, conflitto e progettualità. Offre servizi come ambulatori popolari, supporto psicologico e unità mobili, basandosi sul principio che la salute è un diritto collettivo legato a condizioni sociali e ambientali. Attraverso strumenti come il Triage Sociale e l'uso di intelligenza collettiva e artificiale, il LSP promuove un modello di <>, che non si limita alla compensazione delle mancanze del sistema pubblico, ma mira a trasformare le pratiche di cura in infrastrutture politiche. In quest’ottica, gli ambulatori popolari diventano nodi di un welfare neo-municipalista, orientato all’autogoverno e alla giustizia sociale. Il Laboratorio Salute Popolare nasce a Bologna nel 2019 all’interno della rete dei Municipi Sociali, con l’ambizione di andare oltre la semplice risposta emergenziale alla crisi del Servizio Sanitario Nazionale. L’idea prende forma dall’esperienza vissuta all’interno della Ex Caserma Masini, dove per qualche anno abbiamo autogestito un dormitorio costruito autonomamente (Accoglienza Degna) e dove lə compagnə con formazione sanitaria venivano continuamente chiamatə a rispondere ai bisogni di salute delle persone accolte. Con il passaggio di Làbas, uno dei tre Municipi Sociali, dalla Ex Caserma Masini a vicolo Bolognetti, avviene il salto di qualità: gli spazi di questo nuovo immobile, nel quale ci troviamo ancora oggi, si prestavano finalmente alla costruzione di un luogo dedicato alla pratica sanitaria. Un’altra spinta è arrivata anche dallə nostrə compagnə universitarə che, all’interno dei percorsi di formazione – soprattutto medico-infermieristica – si trovavano proiettati in dinamiche lavorative puramente prestazionali, lontane dall’idea di esercizio politico della professione sanitaria che aveva motivato la loro scelta. Fin dall’inizio, dunque, abbiamo deciso di non limitarci a offrire prestazioni a chi è escluso dal sistema pubblico, ma di sperimentare una pratica politica che intrecciasse mutualismo, conflitto e progetto . Negli anni questo percorso si è concretizzato nell’apertura di uno sportello per l’accesso alle cure, di un ambulatorio odontoiatrico popolare, di un ambulatorio ginecologico, di uno studio di supporto psicologico e nell’allestimento di un’unità mobile di prossimità (a questo link trovate le nostre attività nel dettaglio: https://www.laboratoriosalutepopolare.it/cosa-facciamo/ ). Strumenti diversi, ma mossi da un’unica convinzione: la salute non è un bene individuale, ma un diritto collettivo che riguarda casa, reddito, relazioni sociali e condizioni ambientali, le ormai famose determinanti sociali della salute. In questo ci riconosciamo pienamente nelle riflessioni dellə compagnə dell’Ambulatorio Popolare Roma Est, che – interrogandosi sul «perché aprire un ambulatorio popolare?» – sottolineano l’importanza di questi spazi come luoghi capaci di immaginare un modo diverso di fare salute, integrato e umano. È una visione che condividiamo e che cerchiamo di tradurre nella nostra pratica quotidiana. Nel nostro caso, ad esempio, «fare inchiesta» significa utilizzare il Triage Sociale ( https://www.laboratoriosalutepopolare.it/triage-sociale-2/ ), uno strumento che abbiamo creato per riappropriarci dei nostri dati e che non si limita a valutare i bisogni clinici, ma prende in carico l’insieme delle condizioni di vita della persona, trasformandole in percorsi di cura complessivi e, al contempo, in strumenti di advocacy verso le istituzioni. Ogni prestazione negata e ogni barriera burocratica viene così inchiestata, tracciata, analizzata e studiata per diventare occasione di rivendicazione di soluzioni pubbliche, dimostrando che l’esclusione non è frutto del caso, ma di precise scelte politiche.Ciò che caratterizza la nostra esperienza è il tentativo di collocare queste pratiche dentro una cornice che definiamo oltremutualismo . Non vogliamo infatti essere un mero tappabuchi del sistema sanitario, né ridurci a un pronto soccorso parallelo. Per noi «andare oltre il mutualismo» significa costituire una forma di solidarietà organizzata che non si esaurisce nella fornitura di servizi, ma che produce coscienza, conflitto e capacità di incidere sulle condizioni strutturali che determinano la salute. È un’eredità del mutualismo storico dei movimenti operai e cooperativi, ma adattata al presente: fluida, orizzontale, capace di interconnettere esperienze diverse e di contaminarsi con le sfide del nostro tempo. L’oltremutualismo, così come lo pratichiamo al LSP, è fatto di reti: reti cittadine, che collegano il centro alle periferie attraverso l’unità mobile; reti associative, che animano i nostri spazi insieme ad altre realtà impegnate su temi affini; reti nazionali, come quella degli ambulatori popolari italiani; reti europee, come quella delle Social Clinics, che a fine settembre si riunirà nuovamente a Bologna; e reti tematiche, che intrecciano la salute con le lotte per l’ambiente, i diritti sociali, la giustizia di genere e la lotta contro il razzismo.Un’altra dimensione dell’oltremutualismo è l’uso combinato dell’intelligenza collettiva e dell’intelligenza artificiale. La prima si manifesta nella capacità di una comunità eterogenea – medici, psicologhe, dentisti, attivisti, cittadinə – di collaborare e generare soluzioni condivise (il marxiano «general intellect» tanto odiato da questa destra populista e conservatrice che ci governa). La seconda rappresenta una potenzialità nuova: analizzare dati sanitari, individuare tendenze epidemiologiche locali, migliorare la distribuzione dei servizi e personalizzare i percorsi di cura. Vogliamo che la tecnologia non sia strumento di esclusione, come troppo spesso avviene, ma una leva per rafforzare la partecipazione e amplificare le pratiche oltremutualistiche. Dentro questa prospettiva, gli ambulatori popolari diventano non solo presidi di prossimità, ma poli di aggregazione politica: luoghi in cui il malcontento individuale si trasforma in vertenza collettiva, in cui operatori sanitari e pazienti si riconoscono come soggetti politici e lottano insieme. È la declinazione concreta del nostro orizzonte di neo-municipalismo : costruire, a partire dai territori, forme di welfare municipale capaci di federarsi e imporre nuovi standard di salute. Il neo-municipalismo non è un concetto nuovo: se ne parla da tempo. Nel nostro caso specifico, però, intendiamo un modello di welfare e di governo della salute che non si limita a chiedere risorse a un SSN indebolito, ma che nasce direttamente nei territori, nelle comunità e nei quartieri. Un welfare municipale capace di federare esperienze diverse – ambulatori popolari, microaree, unità mobili, sportelli di prossimità – e di tradurre i bisogni in nuove istituzioni sociali. Non si tratta di costruire piccole enclave autogestite, ma di generare un processo di autogoverno collettivo che metta in discussione la distanza tra chi cura e chi è curato, tra chi governa e chi subisce le decisioni. Il neo-municipalismo è la possibilità di dare forma a un livello intermedio: non un mutualismo che supplisce alle mancanze, non una vertenza rivolta unicamente allo Stato, ma un tessuto di pratiche che diventa infrastruttura politica. Ambulatori, laboratori, spazi sociali e unità mobili sono allora nodi di una rete che produce salute e, al tempo stesso, rivendica diritti, che costruisce soluzioni immediate ma apre immaginari più ampi di trasformazione. Siamo convinti che il diritto alla salute non possa essere difeso solo appellandosi a un SSN che, nella sua universalità, non esiste più. Occorre invece produrre qui e ora nuove forme di cura, di autogoverno e di democrazia conflittuale. La democrazia cui ambiamo non è quella liberale, rassicurante e statica, ma una democrazia dei conflitti, in cui il conflitto è materiale costitutivo della partecipazione e delle istituzioni che nascono dal basso. Un ambulatorio popolare, nel contesto neo-municipalista, non è dunque solo un luogo di cura, ma un campo di tensione politica in cui il conflitto – legato a diritti negati, esclusione e ingiustizia – diventa leva trasformativa.Gli ambulatori popolari, nelle loro diverse esperienze, sono pertanto il laboratorio di questa possibilità: non la soluzione definitiva, ma un tassello di un processo che unisce sperimentazione dal basso e mobilitazione politica, radicamento territoriale e visione generale. È in questo intreccio che vediamo la possibilità di riprenderci il diritto alla salute come parte di una più ampia battaglia per la giustizia sociale.
- periferie
Numeri, paura, crimini e città: per avviare un discorso Il testo analizza la contraddizione tra la diminuzione effettiva dei reati in Italia e la crescente percezione di insicurezza da parte della popolazione, come emerso nel report Eurispes 2023. Questa discrepanza rischia di alimentare una domanda sociale di maggiore repressione, anche in assenza di un reale aumento della criminalità. L’autore ripercorre l’evoluzione degli strumenti e delle politiche di controllo del crimine, dalla criminologia welfarista alle attuali tecniche predittive basate su big data e intelligenza artificiale, evidenziando come queste possano generare distorsioni e rafforzare stigmi territoriali. Viene infine mostrato un esempio concreto, il caso della caserma Levante di Piacenza, per illustrare come i dati sulla criminalità possano essere manipolati o influenzati da pratiche di polizia distorte, mettendo in discussione l’oggettività dei numeri e la narrazione dominante sulla sicurezza. Nel 2023 l’Eurispes, pubblicò con l’ausilio della Polizia di Stato, un report sulla criminalità in Italia [1]. Il contenuto principale veicolato all’esterno era che, sebbene i reati stessero scendendo la percezione degli stessi fosse in aumento, e questo fosse un problema, quasi altrettanto grosso, per l’equilibrio dell’ordine sociale. Presa dal lato reazionario la tacita conseguenza di questa divergenza criminologica è che, sebbene si constata – o piuttosto proprio perché si constata – il buon lavoro delle forze dell’ordine nel controllo della criminalità, se ne deduce la necessità di una dose maggiore, capace di sedare la crescente paura del crimine. Negli anni seguenti mi è capitato di ascoltare spesso tesi simili, in questa o altre formulazioni, l’ultima in un editoriale di Walter Veltroni, ex segretario del Pd e sindaco di Roma, che sosteneva che «mai la percezione di insicurezza su tutti i fronti sia stata così alta, anche in Italia. Nonostante lo sforzo gigantesco delle forze dell’ordine, la vita degli italiani è attraversata da una crescente sensazione di ansia e di disagio per l’incolumità delle persone e dei loro beni» [2]. È davvero paradossale il fatto che alcuni paradigmi criminologici tra il crimine come fatto reale scientificamente analizzabile e la percezione dello stesso – al fine di relativizzare la repressione della norma e delle sue applicazioni – possa generare il suo opposto: l’aumento della repressione anche in assenza del fenomeno stesso. Una delle tante dimostrazioni che il problema di ogni decostruzionismo è, evidentemente, la posizione da cui viene agito. Per fare un excursus su questo problema partiremo da lontano e chiariremo che cosa significa parlare di criminalità. La facilità con cui si parla di aumento o diminuzione della stessa deriva dall’immediata identificazione dell’andamento del crimine con il conteggio delle denunce per la violazione di determinati dispositivi normativi (solitamente articoli del Codice Penale). Questa identificazione però è tutt’altro che scontata. L’ossessione del crimine e gli strumenti di osservazione: dalle vittime ai Big Data Durante i decenni del welfarismo fordista l’espressione classica del progressismo criminologico, soprattutto in UK, non era l’ossessione di placare la paura del crimine. Al contrario una corrente, cosiddetta realista, non negava il crimine come fatto positivo, sottolineava invece come a esserne vittima in misura sproporzionata fossero proprio le classi inferiori. Era un discorso teso a tutelare le popolazioni operaie (preferibilmente bianche) delle abitazioni di edilizia residenziale, con una maggiore attenzione del pattugliamento urbano delle forze di polizia. Negli anni successivi però questo stesso discorso si trasferì pervertito nella crociata contro gli anti-social behaviour che «infestavano» le città, e che trasformavano gli abitanti delle stesse aree urbane da vittime certificate ad autori potenziali. Di questa crociata l’alfiere forse più rilevante fu Tony Blair, modello politico e –f orse – esistenziale di Veltroni, che come tutti gli esterofili, è in fondo un provinciale che importa le mode estere con un certo margine di ritardo. Tra l’attenzione ai crimini nelle periferie e la repressione degli anti-social behaviour in mezzo era passata la crisi industriale che aveva reso agli occhi delle classi dirigenti britanniche le file di case popolari, un covo di disoccupati inviperiti piuttosto che di lavoratori da proteggere. Con l’arrivo del XXI° secolo e della Guerra globale al terrore l’approccio securitario si è ulteriormente pervertito. Si è aggiunta infatti all’identificazione di figure problematiche – che nell’Europa continentale e negli Stati Uniti includevano oltre ai giovani problematici gli immigrati e le persone non bianch – l’ossessione per la previsione dell’accadimento del crimine. Una ossessione parallela all’identificazione dell’ambiente urbano come criminogeno. Ognuna di queste fasi ha avuto i suoi strumenti di lettura, come la criminologia lombrosiana rappresentava l’approccio sanitario alle classi pericolose, la criminologia welfarista ha affidato alle istituzioni pubbliche lo svolgimento di grandi indagini statistiche di vittimizzazione che indagassero la quota di reati contro la persona e la proprietà, reati che non erano stati denunciati alla polizia, per avere appunto una dimensione realistica del problema, non solo nella sua quantità, ma soprattutto nel profilo delle vittime. Nella post-modernità il rapporto tra numeri dei crimini e della repressione cambia definitivamente. Ed è abbastanza significativo che l’esempio su cui si è costruito questo rapporto sia New York, il territorio che ha affrontato senza soluzione di continuità una guerra al crimine e la «guerra al terrore» post 11 settembre. La crociata contro il crimine fu l’eredità della crisi urbana degli anni Settanta che aveva unito altissimi livelli di povertà a un sistema di forte segregazione residenziale. L’economia legata al commercio di stupefacenti e la circolazione delle armi avevano fatto il resto alzando il tasso di densità criminale della città, soprattutto in alcune sue aree. L’allora capo del Dipartimento di polizia decise di cambiare il sistema di registrazione dei reati creando CompStat. CompStat non era nient’altro che un sistema digitale che riusciva a ricondurre la registrazione della denuncia di un crimine immediatamente al luogo e alla stazione di polizia che l’aveva raccolta. Successivamente tutte le polizie nazionali degli Stati occidentali hanno adottato dei sistemi che sono stati largamente ispirati a quel modello. In qualche misura, ma con significative differenze, anche lo SDI adottato dal Ministero dell’Interno negli anni 2000 in Italia a quel modello si è ispirato. Quello strumento di supporto solo apparentemente banale aveva innescato la possibilità di un confronto simultaneo tra le aree del crimine. Ogni giorno si registrava il luogo a maggior densità di accadimenti. Questo, da una parte, aveva rafforzato il pensare luogo e crimine come indissolubili, dall’altro aveva sconvolto le prassi operative della polizia. Ogni graduatoria infatti diventa immediatamente un sistema di registrazione della performance, e un sistema di registrazione della performance diventa immediatamente un sistema normativo. Le indicazioni sul contrasto al crimine indicate dalla Procura (negli Usa la persecuzione penale non è obbligatoria, e la sua priorità è frutto di scelte politiche che fanno parte dei programmi elettorali degli organismi rappresentativi) diventano immediatamente soglie quantitative da raggiungere, fissando il livello di repressività richiesto ai corpi di polizia. Per altro l’incentivo al rispetto quantitativo delle indicazioni si può trasformare non solo in persecuzione arbitraria durante il pattugliamento di strada, ma anche alla misclassificazione delle condotte. Negli Usa è stato riscontrato che le imputazioni dei reati derivavano anche dall’ansia di mostrare risultati coerenti con quanto dichiarato (in questo quadro, ad esempio, la detenzione di sostanze stupefacenti può facilmente diventare spaccio). I sistemi informatici di archiviazione e catalogazione dei reati non sono stati però l’ultimo stadio dell’intreccio tra quantificazione, ossessione securitaria e cambiamento dell’ordine pubblico. A partire dalla pratica di controllo dei luoghi di maggiore concentrazione del crimine (resa più comune – come detto sopra – dai sistemi informativi) si è naturalmente scivolati nell’ossessione per la capacità di previsione del crimine. Il celebre film tratto dal racconto di Dick, è stato girato quando l’intelligenza artificiale generativa era ancora di là da venire, ma oggi sembrerebbe più una cronaca che una distopia. Le polizie dei paesi di mezzo Occidente sono impegnate a utilizzare risorse per identificare, in futuro, i luoghi di probabile maggiore accadimento dei reati. Il punto è che per quanto questi sistemi possano attingere all’impiego di nuove risorse di dati (ad esempio la concentrazione di segnali di aggancio a una cella telefonica), il calcolo si rifarà comunque a modelli computazionali in cui viene aggiornata un’esperienza data precedentemente [3]. Oltre ad avere limitata capacità previsionale nei casi in cui l’evento criminale non segua un pattern precostituito, si noti che nei Paesi in cui vengono utilizzati questo tipo di sistemi lo stigma spaziale dei quartieri a più alta concentrazione criminale viene rafforzato perché quegli stessi luoghi indicati come pericolosi saranno soggetti a più intensi controlli di polizia, e necessariamente anche a evidenze ed emergenze criminali più alte che non deriveranno necessariamente dal più alto numero relativo di crimini ma dalle pratiche di polizia concentrate in quei luoghi, istituendo così il più classico dei meccanismi circolari. Un esempio di confusione Chiudiamo infine con un esempio concreto sulla confusione tra numeri di panico morale e crimine. L’esempio lo abbiamo preso qui in Italia, tratto non dai territori metropolitani, ma dalla grassa e ricca provincia padana, dedita, come e più di altri territori, al consumo di stupefacenti. Nel 2020 la caserma dei carabinieri Levante, sita in via Caccialupo a Piacenza, salì agli onori della cronaca. Cinque militari con diverse responsabilità avevano instaurato un sistema di terrore che, oltre a trattenere per fini e profitto personali una parte degli stupefacenti sequestrati, torturava gli spacciatori arrestati perché potessero allargare con le loro deposizioni il coinvolgimento ad altre persone, a prescindere dal loro grado di effettivo coinvolgimento nelle organizzazioni di distribuzione degli stupefacenti. Questo, oltre a guadagnare alla caserma una menzione speciale nel 2018 per «attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti», restituiva nei dati del Ministero dell’Interno fino al 2020 (anno dell’inchiesta) questo livello di spaccio: quasi doppia delle altre medie città del Nord padano. Dopo l’inchiesta, al contrario, Piacenza resta sotto il livello di criminalità dell’area. Chissà che avrebbe detto Veltroni guardano questo grafico. Note [1] www.interno.gov.it [2] È sbagliato ignorare la sicurezza , «Corriere della Sera» 12 agosto 2025. [3] Senza addentrarsi nello specifico notiamo velocemente che questo accade sia che si impieghino modelli di serie storica, sia che se impieghino algoritmi di auto-apprendimento Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- scienza e politica
# 3. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. Caracol Olol Jackson e Clinica Popolare Azadî Caracol Olol Jackson (Vicenza) e la Clinica Popolare Azadî (Padova) sono due realtà associative nate per offrire risposte concrete e dal basso ai bisogni sanitari e sociali, in un contesto di crescente esclusione e crisi del sistema sanitario pubblico. Caracol, fondata nel 2018 in memoria di Olol Jackson, è uno spazio sociale che promuove mutualismo, cultura e diritti, e ospita l’Ambulatorio Popolare, attivo dal 2019, che offre cure gratuite e supporto sanitario a persone escluse dal SSN. La Clinica Popolare Azadî nasce invece nel 2025 nel quartiere Palestro di Padova come progetto transfemminista e intersezionale, offrendo servizi di cura accessibili e attenti alla complessità delle persone, in particolare migranti e soggetti marginalizzati. Entrambe le esperienze si fondano su volontariato, reti territoriali e una visione politica della salute come diritto universale e pratica collettiva di solidarietà. Caracol Olol Jackson è un’associazione senza scopo di lucro nata a Vicenza nel 2018 in memoria di Olol Jackson, sindacalista e attivista per i diritti umani, improvvisamente scomparso nel 2017. Con Olol abbiamo lottato per anni per una società più giusta, solidale e libera, e a partire da quel patrimonio di esperienze condivise – come il presidio No Dal Molin – abbiamo deciso di costruire qualcosa che potesse proseguire il suo impegno concretamente.Nel 2019, grazie al sostegno di oltre 200 soci e a un lungo percorso di autofinanziamento, siamo riusciti ad acquistare un edificio nella periferia di Vicenza. È lì che ha preso forma Caracol: non solo un’associazione, ma uno spazio sociale vivo, aperto, costruito dal basso, dove coltivare relazioni, mutualismo e sperimentazione. La nostra missione è promuovere un modello di sviluppo sociale ed economico equo, basato su pratiche mutualistiche e partecipazione dal basso. Vogliamo rispondere in modo concreto, condiviso e solidale alle difficoltà delle persone e del territorio. I nostri progetti si concentrano su temi come i diritti, la salute, la cura, l’arte e la cultura. Il concetto di «Comunità che cura» è il filo conduttore che guida ogni nostra attività e obiettivo, cercando di creare uno spazio dove il singolo non può dirsi felice se non lo sono anche gli altri, che si autosostiene e non dona quello che non gli serve più ma condivide quello che ha, che crea relazioni e condivide esperienze, che lotta insieme per i diritti dei pochi valorizzando e integrando le diversità. Caracol è uno spazio di benessere, incontro e condivisione, dove sperimentare nuove pratiche sociali, culturali e artistiche. È un luogo dove costruire insieme un senso di appartenenza e stimolare forme di cittadinanza attiva. È il sogno di una società inclusiva e accogliente che proviamo a realizzare ogni giorno, dentro e fuori le nostre mura, con battaglie che vanno dal diritto alla salute alla giustizia ambientale, dalla parità di genere alla lotta contro la guerra.Nel tempo, quel luogo è diventato casa di tanti progetti, tra cui un ambulatorio popolare, un banco alimentare popolare, un mercato contadino, una bibliosteria, uno spazio per concerti e performance oltre che spazi di aggregazione per assemblee politiche, incontri fra donne di varie nazionalità, collaborazioni con altre realtà del territorio come ADL Cobas, Collettivo Rotte Balcaniche, Associazione Avvocato di Strada. L’Ambulatorio Popolare , attivo dal 2019, è nato per garantire il diritto alla salute anche a chi ne viene escluso. È uno spazio dove ricevere accoglienza, ascolto, orientamento, informazioni e cure mediche gratuite, grazie al lavoro volontario di personale sanitario e amministrativo. L’ambulatorio è un presidio contro le disuguaglianze sanitarie, e allo stesso tempo uno spazio di relazione e accoglienza. Conta uno staff altamente qualificato con esperienza pluriennale, è composto da 40 volontari tra operatori sanitari e non che operano in cinque ambulatori attrezzati con strumentazioni, magazzino, spogliatoio per personale sanitario e bagno attrezzato per uso disabili. Prima ancora degli ambulatori di Medicina Generale, Psicologia, Ginecologia, Oculistica, Otorinolaringoiatria, Medicina del Dolore e Odontoiatria, è lo Sportello Informativo e di Accoglienza il primo luogo dove gli utenti interagiscono con gli operatori dell’Ambulatorio, dove viene stabilita con loro una prima relazione conoscitiva e vengono ascoltati nei bisogni emergenti in un ambiente inclusivo e aperto alla proattività. Lo Sportello fornisce altresì informazioni utili sui servizi del territorio e sull’assistenza amministrativa, si occupa direttamente di avviare le pratiche per l’ottenimento e il rilascio della tessera STP/ENI. L’Ambulatorio partecipa alla Rete Internazionale delle Cliniche Sociali (INOSC – International Network of Social Clinic) e ha contribuito alla scrittura del Manifesto delle Cliniche Sociali , che è stato presentato nel 2024 presso la sede dell’Associazione con partecipazioni da tutta Europa. Partecipa anche alla Rete Regionale veneta che ha già prodotto un documento descrittivo degli ambulatori di prossimità del territorio veneto, presentato in Regione nella primavera del 2024 alla presenza dell’ass.re Lazzarin. L’Ambulatorio collabora anche con l’ULSS 8 Berica, in quanto ha siglato un accordo per l’istituzione dell’ Ambulatorio STP, e, in accordo il Comune di Vicenza, a partire dal 2021 ha avviato e attivato percorsi che vanno dalla vaccinazione Covid-19 per persone senza dimora alla formazione ed educazione alla sessualità e alle malattie sessualmente trasmissibili con attività di screening per diabete e HIV e relativa presa in carico delle persone senza dimora, passando per l’informazione sull’igiene orale di adulti e bambini, la partecipazione ai Tavoli di lavoro coordinati dal comune di Vicenza e collaborazioni con altri ETS del territorio di Vicenza. Dalla data della sua apertura a oggi l’Ambulatorio ha registrato circa 4000 accessi a fronte di più di 900 utenti. Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza il contributo volontario di tante persone che ogni giorno si spendono con passione e cura. Negli anni, Caracol è cambiato: alcune progettualità sono finite, altre sono nate. Alcune si sono allontanate, altre sono arrivate. Ma ciò che non cambia è la volontà collettiva di costruire uno spazio accogliente, libero, sicuro . Caracol è un’associazione di persone, una casa, un sogno che prova a diventare realtà. Ogni giorno in cui apriamo la porta di viale Crispi e costruiamo insieme questo spazio aperto, inclusivo e solidale, crediamo che quel sogno si stia già realizzando. Clinica popolare Azadì Per una cura diversa, accessibile e resistente alle dinamiche di potere ed esclusione Il SSN Veneto, nonostante venga descritto dal Governatore della Regione come molto efficiente e pur avendo nei suoi ospedali delle eccellenze dal punto di vista clinico, soffre degli stessi mali noti a tutte le altre regioni d’Italia: grave carenza di figure infermieristiche e, seppur in misura minore, di medici (sia ospedalieri che medici di medicina primaria); povertà di assistenti sociali con conseguente inefficienza dei centri operativi territoriali che dovrebbero fungere da trait d’union tra ospedale e territorio; assenza, nel pubblico, di servizi di sostegno psicologico con riduzione di investimenti nella salute mentale.L’allungamento delle liste d’attesa costringe le persone a rivolgersi al privato, che in Veneto negli ultimi anni ha aumentato a dismisura i suoi investimenti, o le obbliga in molti casi a rinunciare alle cure per difficoltà economiche. I presidi territoriali (case della comunità e ospedali di comunità) costituiti con i fondi del PNRR esistono strutturalmente e nominalmente, ma nella maggior parte dei casi sono privi di personale e quindi inutili. Qui a Padova, dove risiedono un ospedale d’eccellenza e un’università antica e prestigiosa, l’aria che respiriamo è tra le più inquinate d’Italia e i medici ginecologi obiettori continuano a essere la stragrande maggioranza nelle corsie degli ospedali veneti. Come operator* di salute, medic* infermier* e psicolog* verifichiamo che l’organizzazione del lavoro delle cosiddette «aziende sanitarie» si fonda sostanzialmente su costi e tempistiche, negando totalmente il fattore umano e la relazione con l* pazient*. Da queste considerazioni, nasce a Padova la Clinica Popolare Azadî, a partire da un percorso iniziato nel 2023 con l’Assemblea Salute e Cura Padova, che riuniva medic*, psicolog*, operator* sanitari* e cittadin*. Con questo progetto abbiamo provato a rispondere alla necessità di aprire spazi di discussione e dibattito sulla salute in città; negli ultimi due anni, abbiamo infatti organizzato diverse assemblee cittadine, focalizzandoci su vari temi, tra cui medicina di genere e violenza ginecologica, razzializzazione e decolonizzazione della medicina, salute mentale e detenzione, nonché vari laboratori su sessualità, visita ginecologica, ecc. In parallelo a queste occasioni di confronto e dialogo, sentivamo anche il desiderio di mettere le «mani in pasta», di concretizzare i nostri discorsi per creare un’alternativa a quella che è oggi la sanità che fosse reale e coerente con le nostre idee. Abbiamo potuto fare ciò all’interno del quartiere Palestro, grazie allo spazio messo per noi a disposizione dall’associazione sportiva dilettantistica Quadrato Meticcio (QM), attiva da anni nel rione per sostenere l’attività sportiva giovanile, organizzare scuole d’italiano e doposcuola e affrontare le problematiche abitative dovute alle politiche antipopolari di gestione del patrimonio pubblico. Nel quartiere è infatti presente un importante nucleo di case popolari amministrate dall’ATER; la popolazione comprende molti anziani e persone con background migratorio ed è dunque caratterizzata da un’importante multiculturalità. La clinica come tale è attiva da marzo 2025, quando si è organizzata in associazione APS. Il nostro obiettivo non è diventare un’estensione del Sistema Sanitario Nazionale, ma esercitare una cura diversa, accessibile e resistente alle dinamiche di potere ed esclusione che caratterizzano troppo spesso i contesti ospedalieri, in particolar modo nei confronti dei soggetti marginalizzati. Vogliamo dare vita a pratiche di cura democratiche, intersezionali e transfemministe, basate sulla condivisione orizzontale dei saperi e capaci di guardare alla persona nella sua interezza e complessità. La nostra pratica è sicuramente influenzata dal luogo in cui si colloca, in particolare quello appena descritto del quartiere Palestro, territorio con forte presenza di persone migranti e di anziani. Siamo in rete con altre realtà associative che agiscono sul terreno dell’accoglienza e del supporto alle persone migranti con e senza permesso di soggiorno, con cui collaboriamo per fornire assistenza medica e psicologica e redigere relazioni da presentare in commissione territoriale per la richiesta dei documenti. Abbiamo anche intrapreso percorsi di autoformazione con il fine di relazionarci al meglio con persone con esigenze sanitarie e background socioculturali differenti.Attualmente, la clinica è aperta due giorni a settimana: l* utenti vengono accolt* e mess* per quanto possibile a proprio agio; l’obiettivo di questa prima «visita», per noi, è conoscere la persona e capire i suoi bisogni. Per fare ciò, abbiamo costruito un triage che comprende non solo la classica anamnesi medica e psicologica, ma anche le condizioni di vita (lavoro, situazione abitativa, socialità, presenza di una rete di supporto…). Dopo aver effettuato il triage, in base alle necessità riscontrate vengono forniti servizi gratuiti di ascolto psicologico e percorsi psicologici brevi, aiuto nella lettura e comprensione dei referti, consigli nella gestione/consultazione di terapie, consulenze mediche. Grazie alla rete con altre realtà e associazioni operanti a Padova in quest’ambito, inoltre, possiamo reindirizzare l* utenti a servizi accessibili o gratuiti.Presso la clinica si trovano: Medici di medicina generale/internisti, Cardiologi, Neurologo, Fisiatra/Fisioterapista, Ginecologo, Psicologi/Psicoterapeuti, Infermieri. In contemporanea, ci impegniamo nell’organizzazione di eventi culturali centrati sul tema della salute e dei diritti di cittadinanza, incontri divulgativi sulla prevenzione, eventi sociali in cui continuare a intessere e rafforzare le relazioni con l* abitanti del quartiere; sono inoltre in cantiere molti nuovi progetti, tra cui un gruppo di auto-mutuo-aiuto per persone con patologie croniche e un gruppo di photovoice. Oltre a ciò, partecipiamo a manifestazioni politiche e festival in giro per l’Italia, portando le nostre esperienze e le riflessioni che ne derivano, nel tentativo di creare una rete forte che possa portare avanti unitamente le varie vertenze. In conclusione vogliamo essere al servizio di un bisogno personale, collettivo, sanitario e sociale, denunciando il collasso del Sistema Sanitario Nazionale, per attivare dinamiche di solidarietà lottando per un sistema sanitario pubblico, gratuito e universale; la creazione di relazioni di solidarietà tra le persone; la salute come bene sociale ed ecologico.
- konnektor
L’alternativa. Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito: intervista a Zarah Sultana (3) Franco Panella Il declino e la corruzione del Partito Laburista guidato da Starmer e la virulenza della crisi politica rendono urgente la creazione di un partito di sinistra nel Regno Unito. Zarah Sultana, deputata ed ex militante del Partito Laburista, spiega i fondamenti e le condizioni di possibilità di questo nuovo partito di sinistra in fase di costituzione. Zarah Sultana è una delle leader socialiste più in vista della Gran Bretagna. Nata a Birmingham nel 1993, ha iniziato la sua attività politica nel movimento studentesco e in seguito si è unita al movimento scatenato dall'ascesa del corbynismo: ha fatto parte dell'esecutivo nazionale dello Young Labour, ha lavorato come organizzatrice comunitaria per il partito e infine si è candidata alle elezioni parlamentari, dove ora rappresenta Coventry South. La sua elezione ha coinciso con l'ingresso di Keir Starmer alla guida del Partito Laburista, che Sultana ha duramente criticato per la sua visione reazionaria e il suo meschino autoritarismo. Nell'ultimo anno, il suo profilo ha acquisito grande notorietà grazie alla sua netta opposizione alla complicità del governo Starmer nel genocidio di Gaza. Il suo dissenso le è valso la sospensione dal gruppo parlamentare laburista e da allora è diventata una paladina dell'alternativa di sinistra in fase embrionale, diventando una delle figure più giovani e popolari che partecipano alla sua formazione. Sultana ha proposto di co-dirigere il nuovo partito insieme a Corbyn e fa parte di un gruppo che lavora alla conferenza fondativa dello stesso, che si terrà questo autunno. Per la terza puntata di questa serie ideata da «Sidecar» , e pubblicata anche da «Diario Red», Oliver Eagleton ha parlato con Sultana del nuovo partito di sinistra, affrontando in questa intervista diversi temi ad esso correlati: perché è necessario questo nuovo partito, che tipo di strutture democratiche dovrebbe avere, quali dovrebbero essere i suoi obiettivi parlamentari ed extraparlamentari, come dovrebbe rispondere all'estrema destra, quali sono gli argomenti a favore della direzione congiunta del partito e come dovrebbe essere organizzata la sua conferenza fondativa. Questo testo è apparso su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'«Istituto Repubblica & Democrazia» di Podemos e da «Traficantes de Sueños», ed è qui pubblicato con l'espresso consenso del suo editore. Oliver Eagleton : Cominciamo dalla tua carriera politica e dal tuo rapporto con il Partito Laburista. Come si sono evoluti nel tempo? Cosa ti ha spinto a decidere di lasciarlo all'inizio di quest'anno? Pensi che altri membri della cosiddetta "sinistra laburista" seguiranno il tuo esempio e lasceranno il Partito Laburista? Zarah Sultana : La mia formazione politica è nata a partire dalla guerra al terrorismo e dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008. La prima volta che mi sono interessata alla politica parlamentare è stato quando il governo di coalizione di David Cameron (Partito Conservatore) e Nick Clegg (Liberaldemocratici) ha lanciato un attacco diretto contro la mia generazione nel 2012, triplicando le tasse universitarie; io facevo parte della prima classe che ha dovuto pagare 9000 sterline all'anno per accedere all'istruzione superiore. Ho deciso di iscrivermi al Partito Laburista a 17 anni, perché all'epoca sembrava che nessun altro partito potesse fungere da veicolo di cambiamento. Non ho mai pensato che fosse perfetto. La mia sezione locale nelle West Midlands era controllata da uomini anziani, che non volevano che i giovani, e ancor meno le giovani donne di sinistra, fossero coinvolti nell'attività del partito. Quando sono andata a studiare a Birmingham nel 2012, i club e le associazioni laburiste non facevano altro che organizzare conferenze di deputati di destra, quindi ho dovuto cercare altri canali di espressione politica. Durante la mia prima settimana all'università, mio padre ed io ci siamo uniti a una delegazione di consiglieri comunali e attivisti laburisti in viaggio verso la Cisgiordania occupata, e quel viaggio ha cambiato il modo in cui vedevo me stessa. Non mi ero mai considerata privilegiata prima, ma mi sono resa conto che, per il semplice fatto di essere nata dove sono nata e di avere il passaporto che ho, le autorità israeliane mi trattavano in modo diverso. Durante il viaggio nei territori occupati ho visto come le forze israeliane molestavano e maltrattavano i palestinesi e poi si comportavano con me come se fossi un essere umano normale. Sono andata a Hebron e ho visto le strade riservate agli ebrei, le comunità che subivano attacchi quotidiani da parte dei coloni e dei soldati. Tutto questo era difficile da comprendere, ma era ancora più sconcertante che noi, il nostro Paese, la nostra società, permettessimo che ciò accadesse. Questo ha risvegliato in me un approccio nettamente internazionalista: una profonda opposizione al potere imperiale, all'apartheid, al colonialismo e all'occupazione militare. Poi, quando mi sono impegnata nella National Union of Students, mi sono resa conto che non ero l'unica a pensarla così. È un momento davvero magico, quando scopri di non essere sola nelle tue idee politiche. Ho iniziato a fare campagna su temi come l'istruzione gratuita, le borse di studio, l'antirazzismo, l'alloggio, il boicottaggio, le campagne BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). Tuttavia, è stato solo dopo la laurea che mi sono resa conto di quanto fosse inefficace il nostro contratto sociale. Ho faticato molto a trovare lavoro. Andavo all'ufficio di collocamento, controllavo il mio curriculum e mi chiedevo perché, nonostante la mia laurea e la mia esperienza, non avessi un posto in questa economia. E, naturalmente, avevo anche un debito di 50.000 sterline. Quando Jeremy ha vinto le elezioni alla presidenza del Partito Laburista nel 2015, la prima cosa che ho pensato è stata: «Mio Dio, finalmente un'operazione politica nazionale che non odia i giovani!». Così ho dedicato tutte le mie energie alla sezione giovanile del partito. Avevo già visto Jeremy parlare dei temi che mi stavano più a cuore durante proteste, eventi e picchetti, il che naturalmente mi ha fatto sentire il Partito Laburista come un luogo a cui appartenevo. Jeremy ha creato la Community Organising Unit (COU) con l'obiettivo di sviluppare un tipo di politica diversa, radicata nelle preoccupazioni concrete della gente, e io ho iniziato a lavorarci, il che mi ha permesso di iniziare a svolgere attività organizzativa nella mia regione natale: zone come Halesowen, Wolverhampton e Stourbridge, che avevano votato all'unanimità a favore della Brexit. Abbiamo fatto campagna su temi locali, tenuto corsi di formazione, identificato leader e costruito potere nella comunità. Da lì, ho avuto l'opportunità di candidarmi alle elezioni europee e poi alle elezioni nazionali del 2019, ed è così che sono diventata deputata. Ma oggi abbiamo un Partito Laburista molto diverso: un partito che applica l'austerità, indebolisce i progetti di legge sui diritti dei lavoratori e sostiene attivamente il genocidio. Ho passato mesi a fare pressione sul governo di Starmer affinché prendesse in considerazione politiche popolari come le tasse ai super ricchi, la nazionalizzazione dei servizi pubblici e la gratuità universale dei pasti scolastici. Ho anche combattuto alcuni dei suoi peggiori eccessi, come il mantenimento del limite di due figli per ricevere i sussidi sociali introdotto dal governo conservatore di Theresa May nel 2017, il taglio dei sussidi per il riscaldamento invernale e delle indennità di invalidità approvato dal governo Starmer, oltre alla vendita di armi alla macchina bellica israeliana. Di conseguenza, sono stata una delle deputate sospese dal gruppo parlamentare laburista lo scorso anno. L'ultima volta che ho parlato con il capogruppo parlamentare, ha insinuato che non sarei mai stata riammessa, perché avevo criticato la sua complicità nei crimini di guerra di Israele. Ma, contrariamente ad alcune false informazioni che sono circolate, non sono mai stata espulsa dal gruppo parlamentare; avevano intenzione di tenermi in un limbo permanente. Ho tenuto duro. Ho detto al capogruppo parlamentare che il genocidio perpetrato in Palestina era una prova del fuoco, non solo per me, ma per milioni di persone in tutto il Paese, e che era molto più importante per me della mia carriera politica. Quindi lasciare il partito era da tempo una questione di quando, non di se lo avrei fatto davvero. Ma per me era importante andarmene di mia spontanea volontà e alle mie condizioni, perché altrimenti si concede alla leadership del partito la capacità di controllare la narrativa. Ho deciso di farlo in una settimana significativa, quando il governo ha deciso di attaccare le prestazioni di invalidità e di dichiarare illegale Palestine Action. Non potrebbe esserci un riflesso più chiaro di dove è finito il Partito Laburista. Questo è un partito che vuole imporre tagli ad alcune delle persone più emarginate della nostra società per compiacere gli investitori. Questo è un partito che, per la prima volta nella storia britannica, sta criminalizzando un gruppo di attivisti non violenti, utilizzando gli elementi più repressivi dello Stato per proteggere i margini di profitto dei produttori di armi. Se queste non sono linee rosse per te, allora, francamente, non ne hai nessuna. Il Partito Laburista è morto. Ha distrutto i suoi principi e la sua popolarità. Alcuni deputati laburisti, che si considerano di sinistra, continuano ad aggrapparsi al suo cadavere. Dicono che, se rimangono, potranno conservare la loro influenza politica. La mia risposta è semplice: non siete stati in grado di fermare i tagli alle persone con disabilità, non siete stati in grado di fermare il flusso di armi verso uno Stato genocida e organizzato attorno a un regime di apartheid, quindi dov'è questa influenza di cui parlate? Non ha senso restare ad aspettare un cambio di leadership mentre la gente muore, non solo a Gaza, ma anche in questo Paese per questioni legate alla povertà. È ora di andarsene, di costruire qualcosa di nuovo e di invitare tutti a unirsi. Oliver Eagleton : Per molte persone della nostra generazione, il corbynismo ha stabilito un paradigma per la politica radicale. Tuttavia, considerando il divario storico esistente tra il 2015 e il 2025, come dovremmo adattarlo al presente? Zarah Sultana : Credo che ci troviamo in un momento politico molto diverso. Dobbiamo sfruttare i punti di forza del corbynismo – la sua energia, il suo fascino nei confronti delle masse e il suo audace programma politico – ma dobbiamo anche riconoscerne i limiti. Il corbynismo ha ceduto alla definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che, come è noto, lo equipara all'antisionismo e che è stata persino criticata pubblicamente dal suo principale autore, Kenneth Stern, e si è mostrato ambiguo e contraddittorio riguardo alla Brexit, allontanando così un gran numero di elettori. Ha anche abbandonato la pratica di sottoporre al voto dei membri del partito la nomina di tutti i potenziali candidati alle elezioni, in favore del cosiddetto “trigger ballott”, ovvero una votazione che decide se il candidato possa presentarsi direttamente o debba essere sottoposto al giudizio dei membri del partito, il che ha contribuito a mantenere molte delle strutture antidemocratiche esistenti nel Partito Laburista. Non ha fatto uno sforzo reale per incanalare il suo gran numero di affiliati verso il movimento operaio o i sindacati degli inquilini, sforzo che avrebbe arricchito la base sociale del partito. Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, il corbynismo avrebbe dovuto contrattaccare, dato che si trattava dei nostri nemici di classe. Ma invece si è spaventato e si è mostrato troppo conciliante, il che è stato un grave errore. Se vogliamo contendere il potere allo Stato, dobbiamo essere pronti ad affrontare una forte reazione e avere la resilienza istituzionale necessaria per resistere. Non si può cedere di un millimetro a queste persone. Tra il 2015 e il 2019 ho avuto amici e colleghi che lavoravano ai vertici del Partito Laburista e loro possono dirvi che, in parte, era un ambiente di lavoro molto disfunzionale, caratterizzato da tossicità e intimidazioni, non da parte di Jeremy, ma da parte di alcune persone del suo entourage. Il potere era troppo centralizzato. Questo non è ciò di cui abbiamo bisogno per questo progetto emergente. Ora abbiamo una generazione più giovane molto politicizzata a causa delle politiche disastrose dell'establishment in materia di alloggi, istruzione, occupazione e guerra. Chiederanno un posto al tavolo e la possibilità di esercitare un potere reale, e a ragione. La mia visione per il nuovo partito si basa su questo tipo di partecipazione attiva, perché è così che io stessa ho iniziato a fare politica: non attraverso la via tradizionale della candidatura come consigliera comunale, ma attraverso i movimenti sociali. Tutti devono sentirsi coinvolti e l'organizzazione deve essere rappresentativa della società in generale. Ciò significa anche che non possiamo attenuare il nostro antirazzismo. Alcuni vorrebbero che ci concentrassimo esclusivamente sulle "questioni economiche", ma se la politica di classe viene separata dalla politica razziale, è destinata al fallimento, perché quando i nostri vicini sono contemporaneamente oggetto di sfratti e deportazioni, la lotta è la stessa. Oliver Eagleton : Hai ragione nel dire che qualsiasi progetto di sinistra che tracci una linea divisoria illusoria tra razza e classe finirà per dividere la sua base, degenerando al contempo politicamente. Ma vorrei anche chiederti quale dovrebbe essere la posizione del partito nei confronti di Reform UK. Alcuni dei suoi messaggi finora hanno sottolineato la necessità di fermare l'estrema destra e sconfiggere Nigel Farage. Credo che siamo tutti d'accordo sul fatto che ciò sia necessario. Ma non c'è il pericolo che, presentandosi principalmente come un partito antifascista, si distolga l'attenzione dal governo come nostro principale avversario o, addirittura, si legittimi il Partito Laburista come parte di una sorta di fronte popolare? Zarah Sultana : Non credo che si debba scegliere tra concentrarsi su Reform UK o sul Partito Laburista. Possiamo opporci a Farage e spiegare cosa farebbe al Paese, e possiamo anche attaccare il governo per aver agito come una versione annacquata di Reform UK. Ricordiamoci di cosa diceva Ambalaner Sivanandan : «Ciò che dice Enoch Powell oggi, lo dice il Partito Conservatore domani e lo legifera il Partito Laburista il giorno dopo». Se non sfidiamo questa politica powellista ovunque essa appaia, danneggeremo le persone che vogliamo rappresentare. È vero che non possiamo trattare l'ascesa del nazionalismo razzista come una semplice questione morale; dobbiamo affrontarne le cause strutturali: il modo in cui si nutre della rabbia e della disperazione in zone che sono state devastate dal sistema inglese, il cosiddetto Westminster consensus. Ma la destra non ha il monopolio di questa rabbia. Anch'io sono arrabbiata. Dovremmo essere tutti arrabbiati, quando pensiamo a ciò che è successo a queste comunità della classe operaia, e dovremmo sfruttare questi sentimenti per avanzare un'argomentazione molto chiara: il problema non è la manodopera migrante, ma i proprietari immobiliari sfruttatori, le avide compagnie energetiche e i servizi privatizzati. Non dobbiamo essere paternalisti con le persone e dire loro che le loro frustrazioni sono sbagliate, né dobbiamo essere compiacenti con alcun tipo di nazionalismo. Possiamo avere fiducia nella nostra politica e comunicarla attraverso campagne locali e conversazioni persuasive. Si tratta di un processo lungo, che richiede mesi e persino anni, soprattutto in luoghi dove questi argomenti non sono familiari alla maggior parte delle persone. Ma ci sono modi per farli arrivare. Uno è parlare del tipo di società che vogliamo davvero e descriverla in dettaglio, invece di limitarci a lanciare slogan. Quali sono i nostri obiettivi a lungo termine? Più tempo con i nostri cari, più spazi verdi, centri di istruzione infantile universali, trasporti pubblici gratuiti, non preoccuparci delle bollette. Queste sono cose di cui Farage e Starmer non parlano, il che ci permette di contrapporre la nostra visione positiva alla loro, totalmente negativa. E poi sorge sempre la domanda: come pagheremo tutto questo? Beh, possiamo porre fine alla spesa militare eccessiva; possiamo tassare le compagnie petrolifere e del gas; possiamo invertire il passaggio della sanità dal settore pubblico a quello privato, che ha subito un'accelerazione dal Covid-19. Dobbiamo impegnarci a finanziare il trasporto pubblico gratuito invece di finanziare guerre infinite. Queste sono politiche che hanno senso per la gente. Dobbiamo difenderle con la stessa aggressività con cui la destra difende le proprie. Oliver Eagleton : Questa è una buona descrizione dell'orizzonte a lungo termine. Quali sono gli obiettivi a breve termine del progetto? Zarah Sultana : Siamo ancora in una fase embrionale, ma abbiamo già più di 700.000 persone che hanno mostrato interesse, quindi il nostro lavoro in questo momento deve concentrarsi sull'attivazione della nostra base e sull'articolazione di chi siamo, che è, tra l'altro, il motivo per cui credo che dovremmo chiamarci “The Left”, perché è un'espressione senza complessi di ciò che difendiamo. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di reclutare persone in tutto il paese, in zone che non hanno lo stesso livello di attività politica di Londra. Abbiamo riscontrato un grande interesse nel nord-ovest e nel nord-est, il che è molto emozionante, e naturalmente mi piacerebbe che più persone si impegnassero nelle West Midlands. La mia opinione è che dovrebbe esserci un alto grado di autonomia anche per la Scozia e il Galles. Da quando abbiamo annunciato la creazione del partito, sono sorti molti gruppi locali non ufficiali, ma formalizzeremo le nostre strutture nella prossima conferenza. La struttura generale del partito deve essere unitaria, altrimenti non sarà un progetto coeso in grado di unire lo spettro esistente di movimenti e lotte. Una federazione non sarebbe in grado di galvanizzare le persone né di passare all'offensiva; potrebbe finire per essere poco più che un insieme di gruppi diversi invece che un blocco potente e unito. Per stabilire tutto questo, abbiamo bisogno di una conferenza totalmente democratica, cosa che dipende da diversi fattori. Innanzitutto, non può essere guidata solo dai deputati. Al momento, ci sono sei deputati nell'Independent Alliance, cinque dei quali sono uomini. Questo non dovrebbe essere ciò che caratterizza il nostro partito in futuro, quindi il comitato che organizza la conferenza dovrebbe essere equilibrato in termini di genere, nonché diversificato in termini di origine etnica e regionale, e tutti i suoi membri dovrebbero avere gli stessi diritti e lo stesso peso al momento del voto. Qualunque cosa al di sotto di queste condizioni sarebbe un club per soli uomini. In secondo luogo, coloro che partecipano alla nostra conferenza inaugurale devono farlo in modo consapevole e questo può significare solo una testa, un voto. La conferenza dovrà essere tenuta in un luogo accessibile e svolgersi sia in presenza che da remoto, con poche barriere all'ingresso. Dobbiamo sforzarci di ottenere una partecipazione di massa piuttosto che optare per una struttura ridotta di delegati, che potrebbe non essere rappresentativa della nostra base. Infine, dobbiamo avere un forum autentico per il dibattito e la discussione, e non trovarci in una situazione in cui le decisioni vengono prese da un gruppo esecutivo e gli altri si limitano ad approvarle. Tutto questo è fondamentale, perché se non avremo processi democratici interni adeguati fin dall'inizio, sarà molto più difficile per il partito agire da catalizzatore di qualsiasi forma più ampia di democratizzazione; al contrario, se organizzeremo una conferenza aperta e pluralistica, avremo già infranto le convenzioni della politica britannica, il che rappresenta un primo passo verso la sua riorganizzazione. Allora potremo stabilire non solo un programma che risponda alle preoccupazioni quotidiane della gente, ma anche ottenere una presenza significativa nei movimenti che sorgono in tutto il paese. Non vogliamo solo elettoralismo, vogliamo un progetto legato ai sindacati degli inquilini, all'organizzazione della classe operaia, alla lotta per difendere il Sistema sanitario nazionale dalla privatizzazione e al movimento di solidarietà con la Palestina. Per condurre una campagna efficace su tutti questi fronti, dobbiamo stabilire una serie di rivendicazioni chiare. Pensiamo a Zohran Mamdani a New York; anche molti di noi qui in Gran Bretagna conoscono le sue principali promesse. Le ha espresse in modo che tutti possano capirle e risuonano a un livello molto più profondo rispetto alla maggior parte dei discorsi politici. Se iniziamo a farlo, ci renderemo conto che non dobbiamo necessariamente sottostare alle tradizioni arcaiche di Westminster, che sono progettate per rendere la politica esclusiva. Oliver Eagleton : Una delle questioni che abbiamo discusso in questa serie finora è il giusto equilibrio tra potere popolare e potere parlamentare. James Schneider ha sostenuto che il nuovo partito dovrebbe essere una leva per la mobilitazione popolare, la cui funzione principale è quella di rafforzare o creare istituzioni della classe lavoratrice come prerequisito per future campagne elettorali. Andrew Murray afferma che la priorità è creare un blocco parlamentare di rilievo, in grado di intervenire in modo efficace e vincere le elezioni, il che, a sua volta, avrà un effetto spontaneo di dinamizzazione della vita civica della classe lavoratrice. Qual è la tua posizione in questo dibattito? Zarah Sultana : È una falsa dicotomia. Ritengo che il mio lavoro a Westminster sia quello di gettare ponti tra i movimenti sociali, i sindacati e il Parlamento. Le leggi progressiste che oggi diamo per scontate – la tutela dei lavoratori, il congedo di maternità, il fine settimana festivo, persino il diritto di voto – sono state ottenute solo perché i deputati sono stati costretti a rispondere a pressioni più ampie. Le lotte che hanno portato a queste concessioni sono spesso cancellate dalla storia. Oggi vediamo deputati e deputate laburisti mostrare il loro sostegno ai «diritti delle donne» indossando fasce suffragiste e, allo stesso tempo, votare a favore messa fuori legge di Palestine Action. Non dobbiamo seguire il loro esempio comportandoci come se esistesse una necessaria separazione tra i campi del potere popolare e del potere parlamentare. Un partito che si preoccupa solo delle elezioni sarà irrilevante al di fuori del ciclo elettorale. E un partito che ignora il Parlamento creerà un vuoto che inevitabilmente sarà occupato dall'estrema destra. Quello che voglio – e mi è difficile immaginare come si possa creare un partito di sinistra di successo in altro modo – è un orientamento verso l'organizzazione di campagne e movimenti sociali combinato con una solida presenza parlamentare: una situazione in cui i nostri deputati e le nostre deputate siano in prima linea negli scioperi e nelle mobilitazioni antifasciste. Se ci si concentra esclusivamente sul Parlamento invece di sviluppare capacità e risorse di più ampio respiro, si opta per un approccio molto miope, perché cosa succederà quando quei deputati saranno attaccati dall'establishment? Cosa succederà se perderanno i loro seggi o andranno in pensione? È necessario costruire l'infrastruttura sociale che li sosterrà nella loro carica e identificare nuovi leader che li sostituiranno nei loro seggi. È questo tipo di potere comunitario che sostiene i politici socialisti e li rende responsabili. Senza di esso, o si capitola o si ottiene una sinistra dominata da poche figure di vertice, che la rende formalmente indistinguibile da qualsiasi altro partito. Il punto è che la gente riconosce quando i politici non sono autentici, quando non hanno alcun legame con la base popolare. Lo capiscono immediatamente. Al contrario, quando sei un politico come Jeremy, John McDonnell o Diane Abbott, la cui autorità è profondamente radicata nelle lotte comunitarie, hai un profilo molto diverso e puoi ottenere progressi molto più significativi. Oliver Eagleton : Tuttavia, quando si tratta di certe decisioni strategiche, possono esserci alcune scelte binarie. Ad esempio, il partito dovrebbe creare una propria unità di organizzazione comunitaria, come quella in cui lavoravi tu, o dovrebbe lasciare l'organizzazione comunitaria nelle mani delle comunità? Zarah Sultana : In teoria, mi piace molto l'idea che l'organizzazione comunitaria di massa faccia parte del DNA del partito. Ci sono persone che già svolgono il lavoro quotidiano di assicurarsi che nessuno nella loro comunità soffra la fame o che l'estrema destra non possa attaccare gli hotel dove alloggiano i richiedenti asilo. Il nuovo partito dovrebbe trovare queste persone, che non necessariamente corrispondono alle nozioni tradizionali di leader politico, coinvolgerle, chiedere loro di dare forma all'organizzazione e prepararle ad assumere posizioni di autorità. Ma questo dovrebbe assumere la forma di un'unità di organizzazione comunitaria come quella che avevamo nel Partito Laburista? Qui credo che ci siano alcuni limiti. In base alla mia esperienza personale nelle unità di coordinamento comunitario, istituzione creata da Corbyn, queste non sempre hanno ottenuto le vittorie che meritavano, in parte perché quando questo tipo di lavoro comunitario è legato a un partito, comporta immediatamente alcune connotazioni che possono risultare sgradevoli a coloro che, comprensibilmente, sono stanchi della politica di parte. Si sono anche verificate situazioni in cui l'unità di coordinamento comunitario è entrata in conflitto con altri settori del Partito Laburista, ad esempio quando i comuni non pagavano un salario equo ai propri lavoratori. Non sto dicendo che questo accadrà con il nuovo progetto, ma c'è sempre il rischio che, quando un partito nazionale svolge diverse attività di organizzazione, queste non si integrino perfettamente e sorgano tensioni. L'organizzazione comunitaria sarebbe più efficace se, invece di essere guidata da un'unità specifica, diventasse una pratica radicata in tutto il partito, come avviene, ad esempio, per il modo in cui conduciamo le riunioni, le sessioni di formazione, la raccolta dei voti e le campagne politiche. Il ruolo del partito potrebbe essere quello di sviluppare questo tipo di cultura politica di massa: rendere naturale per le persone partecipare alla politica sul campo, in modo che si organizzino sindacati di inquilini, club di lettura, gruppi contro le retate o qualsiasi altra cosa che soddisfi le loro esigenze locali. In questo modo, il partito svolgerebbe un ruolo nello stimolare le lotte popolari senza doverle gestire o controllare. L'educazione politica sarebbe una parte fondamentale di questo: tradurre il senso istintivo delle persone su ciò che non va nella società in una visione radicale. Se riuscissimo a far sì che metà delle persone che si sono iscritte come simpatizzanti del nuovo partito ricevessero un'educazione politica, gli effetti sarebbero eclatanti . È impossibile prevedere dove questo ci porterebbe. Oliver Eagleton : È interessante. Quindi il partito non avrebbe necessariamente il compito di formare queste istituzioni, ma non darebbe nemmeno per scontato che sorgeranno spontaneamente. Al contrario, il partito utilizzerebbe le sue strutture democratiche locali e le sue iniziative educative per creare la cultura politica in grado di spingere le persone ad agire. Una cosa che sicuramente ostacolerà tutto questo è il frazionismo inutile. Che dire delle divisioni che hanno influenzato il progetto fino ad ora? Zarah Sultana : Dopo aver annunciato le mie dimissioni dal Partito Laburista e la mia intenzione di co-dirigere la fondazione di un nuovo partito di sinistra con Jeremy, le fughe di notizie contro di me sono state quasi immediate. Un piccolo numero di persone coinvolte nel partito ha diffuso informazioni in forma anonima, facendo commenti ostili e implicitamente islamofobi su di me al Sunday Times e a Sky News. Questo comportamento è assolutamente inaccettabile in qualsiasi contesto, ma soprattutto in uno in cui stiamo cercando di creare una nuova cultura politica. È sorprendente che persone che si suppone siano di sinistra pensino che sia appropriato utilizzare la stampa di Murdoch per diffondere calunnie. Si tratta dello stesso tipo di media che ha cercato di distruggere la reputazione di Jeremy e la politica che egli rappresenta. Non c'è posto per questo tipo di comportamento in ciò che stiamo costruendo. Tutti comprendiamo il disaccordo tra compagni e compagne, ma è diverso quando si superano i confini di classe per motivi di faziosità e psicodramma. I militanti non lo vogliono; è un elemento molto demotivante per loro. Personalmente, non ho tempo per questo tipo di molestie e intimidazioni e non permetterò che sabotino un progetto che è molto più grande di tutti noi. Il fascismo sta ruggendo alle porte; gli ego non hanno posto in questa lotta. Oliver Eagleton : Se mi permetti di giocare a fare l'avvocato del diavolo, un argomento contro il modello di partito totalmente guidato dai suoi membri potrebbe essere espresso come segue. Poiché non abbiamo ancora una cultura politica di massa, molte persone che vogliono essere politicamente attive non sanno bene cosa ciò implichi. Pertanto, potrebbero preferire che la loro energia venga incanalata piuttosto che doverla incanalare da soli. L'assenza di una politica di massa significa anche che la sinistra organizzata è composta da diversi gruppi relativamente piccoli, ciascuno con le proprie priorità, che saranno difficili da riunire in una struttura unificata senza un intervento dall'alto. Esiste anche il rischio che alcune di queste priorità non siano particolarmente rappresentative della società nel suo complesso. Cosa ne pensi? Zarah Sultana : Se seguiamo questo ragionamento, finiremo per riprodurre i problemi di tutti gli altri partiti politici: controllo verticale, decisioni prese senza rendere conto a nessuno, dispute interne, distribuzione di cariche tra amici. Mi sembra strano argomentare contro la democrazia guidata dai militanti, dato che il nostro obiettivo è quello di responsabilizzare le persone ed è impossibile raggiungerlo senza coinvolgerle e senza dare loro il controllo delle politiche, della strategia e della leadership. Questo porterà inevitabilmente a situazioni difficili, con posizioni e prospettive diverse che si scontreranno, ma c'è da aspettarselo. Se ci sono alcune questioni su cui non riusciamo a convincere la maggioranza, non possiamo semplicemente eluderle o ignorarle; sarebbe una rinuncia alla responsabilità politica. Dobbiamo invece lavorare più duramente. Ad esempio, non ho alcuna esitazione a difendere un programma socialista decisamente antirazzista e pro trans, anche se alcuni aspetti di esso possono risultare controversi per alcune persone. Solo attraverso dibattiti aperti e attraverso i canali adeguati potremo creare qualcosa che sia fondamentalmente diverso, che sia percepito come fondamentalmente diverso, dagli altri partiti di Westminster. Se questo non è l'obiettivo, cosa ci facciamo qui? Oliver Eagleton : A proposito degli altri partiti, cosa ne pensi delle alleanze elettorali? Zarah Sultana : Sono aperta alle alleanze elettorali, a condizione che abbiano il sostegno dei militanti. In generale, credo che dovremmo essere disposti a lavorare con chiunque ci aiuti a sconfiggere la destra e l'establishment . Dobbiamo essere pragmatici, soprattutto finché continueremo a lavorare con il sistema maggioritario in ambito elettorale, anche se la riforma elettorale deve essere un obiettivo. Ma in questo momento sarebbe prematuro iniziare a scegliere i collegi elettorali, decidere dove presentarci e dove ritirarci, quando non abbiamo ancora compreso appieno la portata di ciò che stiamo costruendo. Finché non avremo realmente creato il partito e non avremo un'idea delle sue capacità e dei suoi limiti, non potremo entrare nei dettagli. Mancano quattro anni alle prossime elezioni generali. Prima dobbiamo sviluppare le strutture del partito e poi, se gli iscritti lo approveranno, verranno le negoziazioni su questo tipo di strategia. Oliver Eagleton : Quali sono i vantaggi di un modello di leadership condivisa, con te e Corbyn alla guida? Zarah Sultana : Se ci sono più voci al vertice, se evitiamo di concentrare il potere in una sola persona, saremo più rappresentativi del nostro movimento e più responsabili nei suoi confronti. Creare un nuovo partito non è cosa da poco, c'è molto da fare e abbiamo bisogno di condividere il lavoro. Pertanto, sembra naturale che due persone con gli stessi valori e principi, e la stessa fede nel progetto, lo facciano insieme. Abbiamo molto da imparare l'uno dall'altro; io imparo sempre da Jeremy e mi piace pensare che anch'io possa dargli qualcosa. Una leadership condivisa con poteri uguali significherebbe che nessuno dei due sarebbe una figura simbolica. Ci permetterebbe anche di trasformare in realtà quello che spesso non è altro che uno slogan liberale su "più donne in posizioni di leadership", minando i pregiudizi che spesso frenano le giovani donne: che non sono abbastanza serie, che mancano di esperienza, ecc. La gente è già molto entusiasta di questa idea e ci ha contattato in gran numero. Non si tratta di rifuggire da una leadership forte, ma di raddoppiarne la forza. Oliver Eagleton : Cosa possono fare i sostenitori prima della conferenza? Come possono essere più utili? Zarah Sultana : Il reclutamento di massa è fondamentale. Dovremo organizzare eventi nel periodo precedente alla conferenza per entusiasmare i sostenitori e reclutare più persone. Una delle parti migliori del corbynismo erano i comizi, la musica e gli spettacoli. Dobbiamo recuperare tutto questo. Ciò di cui abbiamo bisogno è una politica divertente e allegra. Non ci interessano le riunioni in cui tutti hanno qualcosa da dire e parlano per venti minuti. Pensate che i sedicenni che presto avranno diritto di voto vorranno sedersi ad ascoltare tutto questo? Il nuovo progetto deve attrarre quella generazione integrandosi nella cultura di massa. Abbiamo già visto musicisti, artisti e attori fare la fila per partecipare. Jade Thirlwall ci ha sostenuto, così come Amiee Lou Wood e Ambika Mod, persone di quella fascia d'età più giovane che sono in contatto con il sentimento popolare e sanno quanto sia lontano dalla politica decadente dell'establishment. Dobbiamo fare politica in modo diverso, e questo non è un cliché, ma un prerequisito di questo partito. L'obiettivo è cambiare la politica per sempre. Quando abbiamo un governo che incita al genocidio e muove guerra ai propri cittadini, e un'estrema destra che si prepara a entrare a Downing Street, non possiamo negare l'urgenza. Ecco perché sono disposta a dare tutto in questa lotta. È quello che devo alla mia comunità e alla mia classe. Ora è il momento. Testi consigliati Oliver Eagleton, Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito: intervista a James Schneider (1) , Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista ad Andrew Murray (2) Tom Hazeldine, Il New Labour al timone , «Diario Red/New Left Review» 20/02/25 Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua? , in «New Left Review» 125 Novembre-Dicembre 2020 Goran Therborn, Il futuro e la sinistra , in «New Left Review» 145 Marzo-Aprile 2024, e Il mondo e la sinistra , in «New Left Review» 137 Novembre-Dicembre 2022 Daniel Finn, «Contracorrientes», in «New Left Review» 118 Luglio-Agosto 2019, e Lo stesso filo del rasoio: Starmer contro la sinistra 19 luglio 2024, Torturare le prove, lawfare e mediafare nel Regno Unito 31 luglio 2023, e Starmer contro Corbyn: gli usi politici dell' antisemitismo 11 oct 2022, tutti pubblicati su El Salto Pablo Iglesias, Capire Podemos e La Spagna al bivio , in «New Left Review» 93 Luglio-Agosto 2015 Eric Hobsbawm, «La società, la nuova e la vecchia», NLR 142 Maurizio Lazzarato, I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale , «Diario Red» 02/03/25 Oliver Eagleton è membro e redattore associato della «New Left Review» e autore di Starmer Project: A Journey to the Right (2025).
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In ricordo di Giovanna Ferrara La paura dura a lungo e la rivoluzione è di tutti Giovanna Ferrara (1978–2023) è stata una giornalista e intellettuale acuta, attenta alle lotte sociali e alla crisi della politica. La sua scrittura, intima e politica al tempo stesso, ha rappresentato per lei una forma di amore, resistenza e indagine collettiva. Ne L’innocenza dei dinosauri, la parola diventa atto politico e gesto affettivo, capace di raccontare il mondo e le sue ferite. La malattia e la pandemia hanno acuito il suo sguardo sul dolore e sulle disuguaglianze, trasformando la scrittura in un ponte tra sé e un “noi” fragile ma possibile. Ispirata da autrici come Annie Ernaux, Ferrara ha cercato un’espressività radicale e inclusiva, dove la memoria diventa presente e la vita si fa linguaggio. Giovanna Ferrara (nata a Cava de’ Tirreni nel 1978 e morta a Padova nel 2023) è stata una giornalista attenta a insorgenze e disobbedienze, allegra scopritrice di libri e visioni, testimone caustica della decadenza della politica di palazzo. Ha collaborato a «il manifesto», alle riviste «operaviva» e «Outlet», alla Radiotelevisione svizzera, al Breve dizionario dell’ideologia italiana (manifestolibri, 2016). Ha dedicato gli ultimi anni allo studio delle figure di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, alle radici di quell’europeismo rivoluzionario di Ventotene il cui spirito ha cercato di infondere nell’Europa malata di oggi. Non dirò, qui, di cosa parla L’innocenza dei dinosauri di Giovanna Ferrara (Fuorilinea, 2024), ma di come parla. C’è una storia d’amore, carsica e travolgente, che sorregge ogni sillaba di questo libro: quella tra l’autrice e la scrittura. Una storia affollata perché intima, politica perché privata. Come ogni relazione, anche questa aveva rituali e giorni di festa; seguiva le mutevoli ispirazioni delle stagioni e degli umori. Sapeva circondarsi di comparse e convocare testimoni, sobbollire continuamente per la bellezza del mondo e rovesciarsi in rabbia per non cedere all’impotenza. Ridere dei tradimenti e flirtare periodicamente con un certo bisogno di dispersione. Un dispendio caotico di energie e obiettivi che ci imputavamo reciprocamente a giorni alterni. Anche se di tracce sulla carta, di posizionamenti netti, di ricerche appassionate Giovanna è stata maestra . Dal laboratorio pulsante di «operaviva» , alle pagine affilate per «il manifesto» , a quelle della sua tesi di dottorato, dedicata allo straordinario progetto collettivo di Ventotene. A un sogno d’Europa rimasto intentato. A Eugenio Colorni e soprattutto a Ursula Hirschmann che ha amato tanto per quel suo modo di «mettersi a disposizione della storia con tutto quello che si ha». Di diari, poi, Giovanna ne ha scritti moltissimi, ma sempre in forma di dialogo. Epistolari portatili che scorrevano a volte rapidi, arrabbiati, effervescenti, altre sfiniti, delusi, sugli schermi e nelle chat di gruppo come spartiti di un concerto esistenziale. Brevi messaggi che arrivavano improvvisi, inanellati gli uni negli altri. Veloci, irriverenti, come se fossero indirizzati alla luna. Ironici, comici, intelligenti per dissolvere malintesi o crearne, con quella leggerezza luccicante con la quale si prendeva cura di tutti e di ognuno. Le parole, quindi, erano la materia vivida delle (sue) relazioni, nell’abbraccio e nella protesta. E avevano lo strano potere di certe piante esotiche dotate di uno speciale sistema nervoso e affettivo, che attirano insetti con colori e profumi variopinti. Estrarre parole dal mondo – senza protezioni, senza alibi, senza maschere – e decifrare tesori tra le macerie, è stato inequivocabilmente il suo mestiere. La scrittura come immersione nell’io, come denuncia e pratica politica, come resistenza alla morte, come descrizione fedele del mondo o come esplorazione e creazione di mondi. Quando le sembrava di aver finalmente afferrato le sue ragioni per scrivere, al netto di falsi miti come la predestinazione, o di favole troppo rassicuranti come il talento, Giovanna ricominciava daccapo. Abbiamo allestito stradari, urbani e domestici, per percorrere insieme questa inquietudine – bar, panchine, teatri, divani, parchi, fontane – invitando un ampio parterre di autori – Julio Cortazar, Roland Barthes, Bohumil Hrabal… – e soprattutto autrici – Goliarda Sapienza, Irene Brin, Patrizia Cavallo, Annamarie Schwarzenbach… Incontri che hanno moltiplicato a dismisura le domande e approfondito l’esplorazione, stravolgendo superficie e profondità. Tutto sembrava influenzare irrimediabilmente le parole, ma quante possibilità c’erano che accadesse il contrario? Quanto conveniva mascherarsi? Quanto la finzione poteva proteggere dalla vita? Come regolare la distanza tra la carta e il mondo? Da quali prospettive, con quale sguardo mettersi a raccontare? E ancora. Farlo dalle bacheche affollate e distratte dei social nelle quali Giovanna si muoveva con disinvolta mondanità, instillando folgoranti scatti di penna? O misurare forza e respiro partendo per destinazioni più lente, più lunghe, senza tuttavia allontanare lo sguardo degli altri? Scrivere per sé e di sé, lasciandosi corrompere dalla folgorante dolcezza con la quale, talvolta, la vita si e ti allontana dal mondo, per caso o per necessità? Abbandonarsi al pericolo della scrittura in alto mare, senza appigli, navigando a vista in quello che pensiamo essere il vero Io (narrante) che si appresta a diventare l’Autore? O, al contrario, rifiutare l’autorialità come fosse l’astuzia più insidiosa che la scrittura ci gioca contro? Cosa accade davvero quando la scena di un immaginario pieno di mondo si fissa alla quinta di una pagina bianca? Se non ci sono scorciatoie, quando ci si trova in quel punto della storia, quali vie ci si aprono dinanzi? Molto prima che fosse insignita del Nobel, siamo precipitate senza impegno , dalla noia estiva alle opere di Annie Ernaux, guidate solo da un puro istinto di sopravvivenza. Ci eravamo arrivate, come spesso accadeva, ognuna per proprio conto, lei dalla sua Costiera io dalla mia Tuscia. Trascorremmo l’estate a leggere voracemente e a telegrafarci di visioni e improvvisi disvelamenti. Fu un’estate felice, di grandi progetti e discussioni. La scrittura di Annie rimescolava le carte, ma sul tavolo giusto. Quella sua maniera di disperdere l’io in una realtà più ampia, di condurre indagini biografiche, al limite del poliziesco, in modo del tutto impersonale, senza iscriverle in un quadro finzionale, era sorprendente. Per Giovanna fu un cambio di prospettiva radicale. Se non una ricompensa o l’accenno di una salvezza, certamente la via per scrivere la vita e vivere la scrittura con un’intensità ancora del tutto inesplorata. Niente è retrospettivo, e tutto lo è, diventò presto il tormentone di quell’afa agostana. Senza alcuna violenza, le emozioni ritornavano politiche. La realtà, che era sempre stata nella scrittura di Giovanna, riconquistava un valore collettivo. Usare se stessi come sonda, come radar o sirena per svelare un mondo collettivo, la sua irriducibile permanenza. Una diagnosi, terribile e rimossa, si incrociava con l’evento pandemico. La malattia vissuta cominciava a specchiarsi nelle crepe e nelle lacerazioni sociali. Nelle logiche estrattive del capitale, nei conflitti di classe. In un diffuso bisogno di cambiamento che Giovanna ha messo insieme, avvistandolo ovunque, pagina dopo pagina, a ogni corsia di ospedale percorsa. Le parole facevano esistere le cose. Quelle che nessuno vuole vedere. La sofferenza, la solitudine, l’abbandono, le diseguaglianze, la vulnerabilità di tutti e di ognuno. La violenza meschina dell’interesse. Da lavoro per sé, la scrittura diventava lavoro per un noi che stentava a riconoscerci, a sapersi ancora in vita. Tutto senza disfarsi mai dell’impronta inconfondibile che sapeva lasciare di sé. Una scrittura clinica, sì, ma non alla maniera della scrittura bianca di Barthes, né della scrittura piana di Annie, pensata per dare notizie essenziali con una lingua dura, svestita. Giovanna mirava alla foto di gruppo, senza escludere nessuno. Un Io impresso nel primitivo, fiabesco chiaroscuro della vita e della realtà. Un’espressività infantile, dove la paura dura a lungo e la rivoluzione è di tutti. Dove la vera felicità, come scriveva Jules Reanard, sarebbe ricordare il presente. Graziella Durante ha collaborato con l’Università di Napoli, Salerno, Parigi e con diversi Istituti di ricerca scrivendo e curando numerose edizioni scientifiche di giurisprudenza dei corpi e filosofia politica. Traduttrice, giornalista e scrittrice, i suoi più recenti lavori sono apparsi per Dedalo, Mondadori, Einaudi e Cairo. Nel tempo libero, vive a Roma.
- konnektor
Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito: intervista ad Andrew Murray (2) Franco Panella Abbiamo parlato con Andrew Murray, leader politico e sindacale, giornalista e scrittore britannico, della rifondazione dello schieramento politico di sinistra nel Regno Unito. Il numero di persone che si sono iscritte al nuovo partito di sinistra britannico ha superato le 650.000 unità, una cifra che eclissa l'affiliazione di qualsiasi altro partito presente a Westminster. In questo momento sono in corso i lavori preliminari per l'organizzazione della conferenza fondativa, che si terrà probabilmente a novembre e durante la quale gli iscritti decideranno il programma iniziale e definiranno alcune delle strutture democratiche. Nell'ambito del dibattito in corso su questi temi, «Sidecar» e poi «Ahida» hanno recentemente pubblicato un'intervista a James Schneider, ex direttore della comunicazione del Partito Laburista di Corbyn, in cui questi ha esposto le sue argomentazioni a favore di un'organizzazione che eviti le trappole elettorali del decennio 2010 e che, per raggiungere questo obiettivo, dovrebbe radicarsi principalmente al di fuori di Westminster e impegnarsi a costruire diverse forme di potere popolare. Per la nuova puntata della serie, ci rivolgiamo ad Andrew Murray. Nato nel 1958, Murray è entrato a far parte del « Morning Star » come giornalista parlamentare all'età di diciannove anni. Negli anni '80 è entrato a far parte del movimento operaio, svolgendo un ruolo chiave nella fondazione di Unite, uno dei più grandi sindacati del paese, ricoprendone in seguito la carica di capo di gabinetto. Negli anni 2000 è stato nominato membro del comitato esecutivo del Partito Comunista Britannico e ha partecipato alla fondazione di Stop the War Coalition, creata per opporsi alle invasioni dell'Iraq e dell'Afghanistan. Murray, uno dei primi sostenitori della leadership di Corbyn, è stato distaccato da Unite per aiutarlo nella campagna elettorale del 2017, prima di entrare a far parte del suo team come consulente politico speciale. È anche autore di numerosi libri sulla politica britannica, tra cui la sua devastante denuncia della privatizzazione delle ferrovie britanniche, Off the Rails (2002), la sua analisi dei processi strutturali che hanno generato il progetto di Corbyn, The Fall and Rise of the British Left ( 2019) e la sua analisi delle lezioni politiche che si possono trarre da quell'esperienza, Is Socialism Possible in Britain? (2022). Murray ha parlato con Oliver Eagleton della politica del partito nascente, delle sue priorità in questa fase iniziale, dei dibattiti sulla sua leadership e dell'atteggiamento che dovrebbe assumere nei confronti dei movimenti sociali e delle istituzioni della classe lavoratrice. Questo testo è apparso su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'«Istituto Repubblica & Democrazia» di Podemos e da «Traficantes de Sueños», ed è qui pubblicato con l'espresso consenso del suo editore. Oliver Eagleton: Perché ritieni che ci sia un'opportunità politica per la creazione di questo nuovo partito? Quali fattori presenti nell'attuale situazione della Gran Bretagna gli conferiscono possibilità di successo? Andrew Murray : Si potrebbe dire che l'attuale opportunità politica è stata creata dalla crisi del 2008. Da allora, la classe dirigente non è stata in grado di gestire il modello economico neoliberista in modo da soddisfare le aspirazioni della gente, né è stata disposta a sostituirlo con un quadro diverso. Ciò significa che la politica britannica è rimasta più o meno in una situazione di stallo durante questo periodo. La leadership di Corbyn nel Partito Laburista ha ampliato la cosiddetta finestra di Overton, overo l’insieme di ciò che è ideologicamente accettabile, allontanandosi dagli stretti parametri del thatcherismo e del blairismo, con l’idea che una socialdemocrazia radicale – che era stata completamente emarginata fin dagli anni ’70, alla fine del periodo postbellico – potesse tornare ad essere maggioritaria, posizione rafforzata dai movimenti di massa contro la guerra e l'austerità, che avevano generato un'enorme energia politica. A partire dal 2020, il Partito Laburista di Starmer ha cercato di chiudere questa opportunità. Ma non ha cercato di chiuderla vincendo un dibattito. Si è invece limitato a ricorrere alla coercizione: ha sospeso i deputati, espulso Corbyn dal partito, negato alle sezioni locali il diritto di eleggere il o i propri candidati e, in seguito, ha adottato lo stesso approccio autoritario nei confronti della società in generale, con una repressione straordinariamente dura contro la solidarietà con la Palestina. Come possiamo vedere dalla risposta all'annuncio del nuovo partito, con oltre mezzo milione di persone che si sono già iscritte come simpatizzanti, la strategia di Starmer è fallita. Le forze mobilitate dalla leadership di Corbyn, e potenziate dal movimento intorno a Gaza, sono ancora presenti, ancora attive e cercano una qualche forma di espressione politica in un contesto in cui sia i laburisti che i conservatori si sono rifiutati di affrontare i problemi emersi a partire dalla crisi finanziaria globale. Oliver Eagleton: Come può il partito dare spazio a questo tipo di espressione politica? Andrew Murray : Beh, questa è la domanda principale. I dibattiti sulla struttura dell'organizzazione (federale, coalizionista, centralizzata) o anche sulla sua leadership (unica, congiunta, collettiva) sono secondari rispetto al suo posizionamento politico. Il nuovo partito deve essere assolutamente e chiaramente anticapitalista e anti-imperialista. Deve considerarsi il creatore dello spazio per una transizione al socialismo. Forse alcune parti del suo profilo politico possono essere date per scontate: senza dubbio la sua posizione su Gaza e la sua opposizione all'austerità. Ma, a mio parere, deve andare oltre, generalizzando a partire da queste due questioni urgenti e offrendo un'alternativa sistemica. Questo è, in termini generali, ciò che vogliono i sostenitori del partito. È anche ciò che desiderano milioni di persone in tutto il Paese, compresi molti di quelli che propendono per Reform, il partito di Farage. Nell'attuale panorama politico, abbiamo un centrismo in fase di disgregazione rappresentato da Starmer e, prima di lui, da Rishi Sunak, che adotta un approccio manageriale ai colossali problemi che si sono accumulati dal 2008, e poi abbiamo la pseudo-opposizione di destra, descritta accuratamente da Martin Wolf del Financial Times come «populismo plutocratico», che ricorre a ogni tipo di demagogia, persino fingendo di essere il paladino della classe operaia, quando in realtà è il progetto dei milionari thatcheristi. Data l'attuale polarizzazione, la sinistra ha un'opportunità unica per ridefinire le linee di demarcazione: collocare il centro e l'estrema destra da una parte e se stessa dall'altra. Le questioni che può utilizzare per raggiungere questo obiettivo sono chiare: opposizione all'austerità, opposizione ai livelli medievali di disuguaglianza sociale e opposizione alla guerra. Il nostro slogan nella Coalizione Stop the War è «Welfare not Warfare» [Politiche sociali, non politiche di guerra]. Quello dell'attuale governo britannico potrebbe benissimo essere «Make the Poor Pay For War» [I poveri paghino per la guerra]. In questo momento, Starmer sta intraprendendo un importante aumento della spesa militare, tagliando al contempo la spesa sociale, e lo fa in sintonia con i plutopopulisti, che non fingono nemmeno di avere le stesse inclinazioni non interventiste dei nazionalpopulisti di Trump negli Stati Uniti. Quindi, senza dubbio, c'è uno spazio politico da occupare. La leadership di Corbyn lo ha occupato tra il 2015 e il 2019, ma era legata al Partito Laburista, che aveva già una posizione radicata nello status quo britannico e che molti dei suoi parlamentari e funzionari erano determinati a difendere. Il nuovo partito si trova in una situazione molto diversa. Non sarà frenato da questi problemi; sarà una forza nuova e galvanizzante. Ma allo stesso tempo non avrà la forza conferitagli dal fatto di far parte del tessuto politico britannico da centoventi anni, né le radici storiche e le basi di potere che, sebbene siano state enormemente atrofizzate nel Partito Laburista, non sono scomparse del tutto. Oliver Eagleton: Approfondiamo ciò che significherebbe per il partito articolare un'alternativa sistemica, soprattutto per quanto riguarda l'economia britannica. La leadership di Corbyn ha cercato di stabilire distinzioni tra capitale produttivo e capitale predatorio nella speranza di potenziare il primo a scapito del secondo: contrapponendo l'industria verde alla grande finanza, ecc. Ma, per certi versi, si trattava più di un'estensione radicale del tiepido programma nazionale di Ed Miliband che di un programma decisamente socialista. Conteneva una critica strutturale al capitalismo britannico, attribuendo enorme importanza al potere smisurato della City, ma rifletteva anche la straordinaria pressione politica a cui era sottoposta la tua squadra in quel momento: capitolare, adeguarsi, ammorbidire la propria posizione. Dato che il nuovo partito non dovrà affrontare lo stesso tipo di pressione al suo interno, pensi che sarà più facile adottare posizioni più audaci rispetto a quelle adottate dal corbynismo 1.0? Andrew Murray : Rompere il potere del capitale sarà una sfida enorme, per dirla in modo ovvio. La mia opinione era che, se Corbyn fosse salito al potere, avremmo dovuto portare avanti il nostro programma sulla base del nostro mandato democratico e poi affrontare gli ostacoli man mano che si presentavano, fossero essi sollevati dalla Camera dei Lord, dalla City di Londra, dai servizi di sicurezza o da Washington. John McDonnell è stato molto fermo come ministro ombra delle Finanze; devo solo elogiarlo per come ha svolto il suo ruolo. Ma non ero d'accordo con lui quando ha detto che il Partito Laburista non avrebbe applicato controlli sui capitali, perché affermare questo ti colloca necessariamente nella posizione di Starmer-Reeves, ovvero di operare entro i limiti stabiliti dai mercati. Se non si rinuncia ai controlli sui capitali, si adotta immediatamente un approccio molto più conflittuale con il capitale e diventa imperativo pensare a come rispondere alla sua resistenza. Il fatto è che qualsiasi movimento verso il socialismo in questo Paese dovrà passare attraverso un periodo di relativa autarchia e disimpegno dal sistema mondiale. Durante questo periodo, l'obiettivo dovrebbe essere quello di incoraggiare le persone a prendere il controllo del proprio destino politico ed economico, approfittando della bassissima considerazione di cui già gode il parlamentarismo. Hai ragione quando dici che il nuovo partito ha l'opportunità di realizzare questo tipo di agenda senza essere soggetto a sabotaggi interni. Fin dall'inizio, Corbyn ha dovuto affrontare un'intensa opposizione da parte della maggioranza dei deputati laburisti, dell'apparato del partito e di tutta una serie di strutture e procedure consolidate che hanno interferito con la sua leadership, nonché delle forze esterne che cercavano di minarla. Tuttavia, uno dei fattori decisivi che ha portato al crollo del progetto, forse il più decisivo, è stata la sua posizione sulla Brexit. In questo caso, la politica totalmente incoerente e inutile che il Partito Laburista ha finito per assumere nel 2019 è stata promossa in parte dall'establishment, ma anche dai membri del partito. Sei anni dopo, la Brexit non sarà un problema per il nuovo partito; nessuno sta facendo campagna per revocarla. Ma potrebbero riemergere tensioni interne simili su altre questioni e di conseguenza dobbiamo pensare e organizzare la loro gestione. Potrebbe sembrare che stiamo anticipando gli eventi e discutendo di come prendere il potere, quando, per il momento, questa entità non ha un nome, né un leader, né una struttura reale. Ma dobbiamo pensare in grande e affrontare questi dibattiti strategici ora, invece di aspettare che sia troppo tardi. Oliver Eagleton: Anche se questo nuovo progetto si libererà dai vincoli del Partito Laburista, dovrà comunque operare entro i limiti ristretti dello Stato britannico. Sarà ostacolato dal sistema elettorale maggioritario uninominale e dalle strutture politiche altamente centralizzate di Westminster, che in passato hanno già soffocato i tentativi della sinistra di sviluppare un programma popolare e indipendente. Questo nuovo partito non dovrebbe quindi puntare esplicitamente su questi ostacoli antidemocratici, sostenendo la riforma elettorale e la rottura dell'Unione come elementi chiave del suo programma? Andrew Murray : Gli argomenti a favore della rappresentanza proporzionale diventano sempre più forti man mano che il sistema politico si frammenta. Ora ci troviamo di fronte a una scena politica con cinque partiti in Inghilterra e a sei in Scozia e Galles, quindi la rappresentanza proporzionale dovrebbe essere chiaramente all'ordine del giorno del prossimo Parlamento, e credo che il nuovo partito dovrebbe difenderla. Anche se comporta dei problemi, è chiaramente preferibile al mantenimento del sistema attuale. D'altra parte, nulla cambierà prima delle prossime elezioni, che si terranno con il sistema maggioritario uninominale, il che condizionerà alcune delle decisioni immediate che il nuovo partito dovrà prendere: dove può ottenere la maggioranza e in quali seggi concentrare le proprie forze. L'unione del Paese è una questione più complicata. La maggior parte del movimento operaio, e persino del Partito Laburista, si è espressa a favore della riforma elettorale, ma permangono profonde divisioni tra i lavoratori e i socialisti sul futuro dello Stato multinazionale stesso. Ritengo quindi che il nuovo partito debba lasciarsi guidare dai propri membri in Scozia e Galles, che, ovviamente, potrebbero giungere a conclusioni diverse. Nel 2019, la mia opinione era che il Partito Laburista avrebbe dovuto adottare la posizione secondo cui, se il prossimo Parlamento scozzese avesse ottenuto, dopo la sconfitta del precedente nel 2014, una maggioranza a favore di un nuovo referendum sull'indipendenza sarebbe stato un errore ostacolarlo. Questa è stata una delle poche questioni in cui credo che abbiamo avuto un deficit democratico, e spero che il nuovo partito lo corregga istituendo strutture che consentano di prendere una decisione politica legittima. Ma credo che al momento questo problema sia ancora lontano. Oliver Eagleton: Hai detto che la politica debba avere la priorità sulle questioni organizzative. Ma non è necessariamente facile elaborare una concezione astratta della politica che riunisca tutti i diversi gruppi della sinistra, dai deputati indipendenti ai sindacati degli inquilini e ai partiti socialisti oggi esistenti. Data questa situazione frammentata, non è prioritario determinare quale tipo di organizzazione consentirebbe la coabitazione di queste forze affinché poi esse stesse possano decidere collettivamente il proprio programma? Andrew Murray : È vero fino a un certo punto. Le politiche possono essere determinate solo in un forum democratico, presumibilmente la conferenza fondativa, che si terrà questo autunno. Ci auguriamo che ciò doti il partito di basi solide e determini le sue prime posizioni, o piuttosto un elenco esaustivo di queste, oltre ad adottare una costituzione iniziale. Quindi sì, dobbiamo iniziare con alcuni passi strutturali. Dobbiamo trovare il modo di organizzare queste 650.000 persone, presumibilmente su base geografica, in modo che possano esprimere la loro opinione: forse un sistema di voto elettronico, forse una serie di riunioni più localizzate, o entrambe le cose contemporaneamente. Ma in questo momento non abbiamo bisogno di stabilire come funzionerà esattamente l'organizzazione o come affronterà tutte queste inevitabili sfide. Ad esempio, sono in qualche modo agnostico sulla questione dell'alleanza elettorale rispetto al partito. Una versione flessibile della prima potrebbe non riuscire ad articolare una politica coerente, mentre una versione molto centralizzata della seconda potrebbe avere difficoltà ad attrarre forze indipendenti; abbiamo bisogno di qualcosa che sia in grado di fare entrambe le cose. Quello che credo vogliano la maggior parte dei potenziali membri, così come i cittadini in generale, è avere un'idea chiara della posizione del partito. Alcuni ricorderanno la leadership laburista di Corbyn e la vedranno come un punto di riferimento, ma altri forse no. Alcuni sapranno che il partito è di sinistra, ma forse non avranno chiaro ciò che questo termine significa. Dobbiamo quindi stabilire il nostro orientamento socialista. Ci sarà una gamma di opinioni, naturalmente, ma possono essere incorporate in questo quadro antisistemico. Oliver Eagleton: Qual è la base sociale del nuovo partito? Nella precedente intervista, James Schneider ha suggerito che le tre categorie dei lavoratori con pochi o nessun bene, dei laureati in declino sociale e delle comunità razzializzate potrebbero costituire una possibile maggioranza elettorale. Andrew Murray : Non c'è dubbio che abbiamo bisogno di un'alleanza che possa vincere a Bristol, Birmingham, nella zona est di Londra e a Brighton, e che abbia un impatto anche a Burnley e Barnsley, rispettando le diverse composizioni sociali di questi luoghi. Per raggiungere questo obiettivo, si può sostenere la necessità di diversi tipi specifici di strategie elettorali che tengano conto, ad esempio, delle dimensioni della comunità musulmana in una determinata circoscrizione. Ma per quanto riguarda la nostra visione e strategia politica, non sono davvero d'accordo con questa disaggregazione della classe lavoratrice, che spesso sembra essere a pochi passi dal parlare della "donna di Worcester" e dell'"uomo della Mondeo", cioè degli stereotipi associati all'elettore medio. Non vedo il valore dell'uso di termini come "lavoratori con pochi o nessun bene", per esempio. La caratteristica distintiva della classe operaia è che vive della vendita della propria forza lavoro salariata; nessuno dei suoi membri sopravvive contando esclusivamente sui propri beni. Dobbiamo aspirare a essere un partito della classe operaia e non dobbiamo sottostare alla frammentazione politica di quest'ultima, dividendola e compartimentandola sociologicamente in modo permanente. James presenta una serie di argomenti validi nella sua intervista, ma su questo punto c'è un certo paradosso, perché inizia dicendo che dobbiamo seguire una strategia di «densità» elettorale in cui conduciamo campagne elettorali in luoghi dove questi tre gruppi sono numericamente predominanti. Ma poi suggerisce che vincere le elezioni non dovrebbe essere una delle priorità principali del nuovo partito, dato che la sua preoccupazione principale dovrebbe essere quella di costruire il «potere popolare» in contrapposizione al potere parlamentare. Non sono sicuro che queste due posizioni siano del tutto conciliabili. Oliver Eagleton: A mio avviso, il punto è che il partito deve essere una leva per la mobilitazione popolare. In altre parole, deve rafforzare le istituzioni operaie esistenti e crearne di nuove al fine di gettare le basi sociali per contendere il potere statale. Cosa ne pensi di questo approccio generale? Andrew Murray : Ciò che James sta dicendo, anche se non usa questa espressione, è la ricostituzione della classe operaia come classe per sé. Non sottovaluto l'importanza fondamentale di questo. Il Manifesto comunista esorta i socialisti a organizzare in primo luogo il proletariato come classe ed è evidente che questo compito deve essere riproposto. Le vecchie organizzazioni e istituzioni, sia quelle formali esistenti all'interno del movimento operaio che quelle informali presenti all'interno delle comunità, si sono disintegrate negli ultimi quarant'anni. Ribaltare questa situazione, anche se solo parzialmente, è indispensabile per avanzare verso il socialismo. Ma un'altra questione è se si debba sovraccaricare il nuovo partito con questa responsabilità concepita come qualcosa di opposto al compito di dotarlo di un quadro e di articolarne il progetto. La mia opinione è che, articolando una politica di classe forte, portando questo messaggio alle elezioni, al parlamento, ai media e alla sfera pubblica, contribuiremo già a questo processo di ricostituzione. Diffonderemo l'idea che esiste un progetto di classe coerente che potrebbe salvare la società dalle sue attuali devastazioni, senza il quale l'idea di una classe per sé non ha senso. E questo avrà effetti politici a cascata. Le mobilitazioni popolari non richiedono necessariamente la leadership di un nuovo partito. Il movimento di Gaza non aveva alle spalle un apparato partitico eppure ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade di Londra ogni poche settimane per un anno e mezzo, oltre a generare un'intensa attività locale. Mobilitazioni di questo tipo tendono a svilupparsi in modo naturale. Se sono necessarie, i lavoratori e le lavoratrici troveranno il modo di articolarle. Non si può avere figure del partito che dicono loro di attivarsi, se non ne sentono il bisogno. Un potenziale risultato indesiderato del considerare il partito come un vettore dei movimenti sociali è che finisca per assumere la leadership di tutto ciò che si muove nella sinistra progressista, il che implica una capacità che semplicemente non ha. Si finirebbe quindi con un leninismo di bassa lega in un partito che non è ideologicamente preparato per tale impresa. Naturalmente, i socialisti hanno un ruolo importante da svolgere in questi movimenti. Prendiamo ad esempio la Stop the War Coalition: abbiamo riunito organizzatori di diverse tradizioni – comunisti, trotskisti, laburisti – e abbiamo creato una struttura unificata, che ha contribuito a dare forma e scopo alla resistenza di massa contro la guerra in Iraq. Se non l'avessimo fatto, quella resistenza avrebbe potuto essere più frammentata, con diversi blocchi di musulmani, pacifisti e sindacalisti che andavano in direzioni diverse. Ma la cosa fondamentale è che il movimento sarebbe comunque nato. Sarebbe comunque nato in qualche modo, perché l'urgenza era già abbastanza sentita. I socialisti possono dare forma alle lotte, ma non possono inventarle dal nulla. Il partito deve agire come forza di opposizione in tutti i punti di intervento politico efficace. Non fraintendiamoci, il partito deve rimanere molto vicino ai movimenti di massa. Mentre Starmer dice ai suoi deputati «Non partecipate ai picchetti!», il nostro partito dovrebbe dire loro «Dovete partecipare ai picchetti!». Le sue sezioni locali dovrebbero associarsi al movimento di solidarietà con la Palestina, alle campagne per la casa, ai gruppi di pensionati. Non sto presentando il mio punto di vista come opposto a quello di James. Ma credo che tradurre queste molteplici lotte in un'unica forma di partito sarebbe molto difficile. E non credo che dovremmo considerarlo un prerequisito per concorrere alle elezioni e promuovere la nostra politica al più alto livello. Sebbene la speranza sia quella di trasformare la classe lavoratrice in un attore sociale molto più potente, dobbiamo anche pensare a ciò che è possibile e fattibile in questa fase iniziale. Oliver Eagleton: Lo stesso ragionamento si applicherebbe ai sindacati o li metteresti in una categoria diversa da quella del movimento palestinese, ad esempio, per quanto riguarda il loro rapporto con il nuovo partito? Andrew Murray : A breve termine, non vedo i sindacati, in quanto organismi collettivi, mantenere un rapporto formale con il nuovo partito. È evidente che un gran numero di sindacalisti si sono affiliati, il che potrebbe avere un'influenza positiva sulla politica del movimento operaio; e, naturalmente, si devono incoraggiare i membri del nuovo partito a partecipare attivamente ai sindacati: infatti, è probabile che uno dei risultati immediati di questo processo di fondazione sia che persone che attualmente non partecipano al movimento operaio vi si impegnino. Ma l'idea che dovremmo replicare la vecchia e spesso caricaturizzata strategia del Partito Comunista – riunire i membri del partito che appartengono a un determinato sindacato in una sorta di conclave e ordinare loro di seguire una linea specifica – non sembra praticabile. In seguito, se il governo di Starmer continuerà a vacillare e il nuovo partito sarà gestito adeguatamente, è possibile che vedremo i sindacati allontanarsi dal suo partito e avvicinarsi al nostro. In tal caso, potremmo riflettere sulle caratteristiche precise di tale relazione istituzionale. Oliver Eagleton: È paradossale che una concezione più movimentista dello scopo del partito rischi di sfociare nel leninismo, poiché ciò potrebbe significare l'imposizione di una direzione centralizzata alle diverse lotte popolari. E, viceversa, una prospettiva più leninista, che mette in primo piano la leadership elettorale del partito, rischi di diventare movimentista, perché si basa sull'idea che le lotte popolari efficaci sorgeranno semplicemente in modo spontaneo o «naturale», per usare le tue parole. Andrew Murray : Non è che la strategia di ottenere la rigenerazione di classe attraverso una serie di forme organizzative diverse sia sbagliata, ma faccio fatica a vedere come il nuovo partito possa renderla una priorità effettiva. Ricordo McDonnell, Jon Lansman e altri compagni seduti nel mio ufficio dell'edificio Unite nel 2015 a parlare di come volevano che Momentum, la nuova organizzazione creata per sostenere la leadership di Jeremy, fosse un movimento sociale. La mia risposta fu che il ruolo necessario di Momentum era quello di difendere Jeremy all'interno del Partito Laburista. Alla fine lo fece in modo abbastanza efficace ed ebbe un intervento potente nelle elezioni del 2017. Non è mai diventato un movimento sociale, perché non era politicamente imperativo in quelle circostanze. Per quanto riguarda il leninismo, esso richiede un grado di militanza ideologica e di unità molto maggiore fin dall'inizio di quello che probabilmente otterremo con questo nuovo partito. Credo che al momento siamo molto lontani dal centralismo democratico... Oliver Eagleton: Se parliamo di come il partito possa realizzare gli interventi elettorali più efficaci, allora il suo modello di leadership è importante. Qual è la tua opinione al riguardo? Andrew Murray : Qualsiasi dibattito in questa fase sarà provvisorio fino a quando non si terrà una conferenza o si terranno le elezioni per la leadership per risolvere la questione in modo democratico. Ma il comitato organizzativo creato per cercare di promuovere questo processo ha preso in considerazione diverse possibilità di leadership, tra cui quella di Jeremy come leader ad interim insieme a diversi vice, e quella di Jeremy come co-leader insieme a Zarah Sultana. La maggioranza ha votato a favore di quest'ultima opzione, che è quella che io sostengo. Naturalmente, nessuno può nominare co-leader persone che non vogliono esserlo, quindi ciò dipende dal consenso attivo degli interessati. Ma Jeremy e Zarah sono chiaramente complementari. La loro politica è la stessa. Le loro caratteristiche personali, il loro approccio al progetto, il loro modo di intervenire in Parlamento, le questioni che considerano prioritarie: sono allineati su tutti questi fronti. Pertanto, questo sembra essere l'approccio più progressista. A sinistra diciamo spesso che non possiamo fingere di essere ancora nel 1917, ma non possiamo nemmeno fingere di essere ancora nel 2017. Nessuno può razionalmente desiderare di ripetere l'esperienza del 2015-2019. Onorare il passato, affrontare il futuro. Oliver Eagleton: Le recenti voci anonime contro Sultana sembrano estremamente distruttive. Andrew Murray : Non ne esagererei l'importanza. Sono opera di tre o quattro persone. Sarebbe auspicabile che smettessero di farlo, ma non diminuiranno l'enorme entusiasmo per il progetto e, secondo le mie informazioni, anche coloro che finora erano su fronti opposti stanno ora lavorando insieme: mettendo in atto l'infrastruttura finanziaria, giuridica e organizzativa affinché la conferenza – e ciò che verrà dopo – sia un successo. Le voci non avranno un grande impatto sull'opinione pubblica, soprattutto quando le figure di spicco presentano un fronte unito. Oliver Eagleton: Molti degli esempi internazionali spesso citati come modelli per la sinistra britannica hanno un'applicabilità limitata. Le tradizioni relativamente deboli di lotta popolare esistenti nel Regno Unito suggeriscono che sarebbe difficile sviluppare qualcosa di simile ai partiti di maggior successo delle rivoluzioni bolivariane; il sistema parlamentare e l'equilibrio delle forze politiche fanno sì che qualsiasi alleanza elettorale di sinistra non funzionerebbe come funziona La France Insoumise, che manca anche una base sociale adeguata per creare un'organizzazione come il Partito dei Lavoratori Belga... Andrew Murray : Tutti nella sinistra continuano a cercare una via verso il socialismo che non sia semplicemente quella di eleggere una maggioranza parlamentare o assaltare il Palazzo d'Inverno. E, purtroppo, abbiamo pochissimi esempi storici di come farlo: quale combinazione di pressione di massa, lavoro parlamentare, lotta organica e forse qualche forma di coercizione permette davvero di oltrepassare il confine. Il nuovo partito deve aprire uno spazio in cui possano essere sollevate queste questioni, che erano molto vive negli anni '70, ma che da allora sono scomparse dal radar della gente. Fortunatamente, abbiamo una grande quantità di esempi negativi che dobbiamo evitare di ripetere. Con Syriza, abbiamo assistito a un'esplosione politica che ha portato alla rapida formazione di un governo guidato dalla nuova sinistra, che è presto finito nell'ignominia capitolando davanti all'UE, riproducendo i problemi della socialdemocrazia greca classica invece di superarli. Podemos aveva radici deboli fin dall'inizio; è stato descritto come un partito creato in alcuni uffici di professori dell'Università Complutense. Quando è diventato socio di minoranza di un governo socialdemocratico, ha imparato che, senza basi sociali profonde, non poteva essere davvero efficace. In Germania, la sinistra si è divisa in parte per questioni culturali, ma anche per questioni più sostanziali, come la guerra, la Palestina e il problema dei migranti, che hanno portato alla fuoriuscita di BSW da Die Linke. Tale scissione ha notevolmente ridotto la sua influenza politica. Ci sono quindi diversi modi in cui i partiti di sinistra europei hanno mostrato la strada verso la rovina: capitolando davanti al capitale monopolistico, fallendo nel tentativo di radicarsi nella classe operaia, frammentandosi su questioni concrete come la guerra imperialista e i migranti. Il Partito dei Lavoratori belga è interessante. Quando li ho conosciuti, erano ancora seguaci di Mao, ma questo non ha ostacolato il loro progresso. C'è molto da studiare su come riescano a unire le lotte parlamentari, comunitarie e sindacali. Ma ciascuno di questi partiti è un partito sui generis e anche il nostro lo sarà. E così, tra le sue specificità, voglio ricordare che nel nostro protopartito cinque dei sei membri del suo gruppo parlamentare iniziale sono musulmani, che la sua stessa esistenza è il prodotto di precedenti movimenti di massa, che il suo legame con i movimenti attuali è forte e che si ispira alla leadership di Corbyn alla guida del Partito Laburista, quindi dobbiamo partire da queste caratteristiche particolari che lo definiscono. Testi consigliati Oliver Eagleton, Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista a James Schneider (1) Tom Hazeldine, Il New Labour al timone , «Diario Red/New Left Review» 20/02/25 Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua? , in «New Left Review» 125 Novembre-Dicembre 2020 Goran Therborn, Il futuro e la sinistra , in «New Left Review» 145 Marzo-Aprile 2024, e Il mondo e la sinistra , in «New Left Review» 137 Novembre-Dicembre 2022 Pablo Iglesias, Capire Podemos e La Spagna al bivio , in «New Left Review» 93 Luglio-Agosto 2015 Maurizio Lazzarato, I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale , «Diario Red» 02/03/25 Oliver Eagleton è membro e redattore associato della «New Left Review» e autore di Starmer Project: A Journey to the Right (2025).
- clan-milieu
Diritto penale disuguale, garantismo del privilegio e carcere disumano Pubblichiamo uno stralcio del libro di prossima pubblicazione per Milieu Il ritorno della crudeltà. Il diritto come tormento, di Massimo La Torre, Charlie Barnao, Attilio Alessandro Novellino. Quando la legge viene impiegata non per misurare, ma per scuotere; non per contenere, ma per esibire la forza e aggirare la discorsività, la crudeltà si trasforma in un messaggio politico da trasmettere, uno strumento di governo delle emozioni collettive, un apparato simbolico che ambisce alla mobilitazione totale. Una ferocia che camuffa la sua azione con i panni della razionalità, si organizza in procedura e si legittima nella forma stessa della legge. È il segnale di una crisi profonda che investe il senso stesso del diritto come istituzione civile, della giustizia come istanza simbolica, della legalità come promessa di eguaglianza. […] Il carcere è il luogo contro cui si è maggiormente esercitata la crudeltà istituzionale. Benché la criminalità in Italia sia crollata – meno di 300 l’anno gli omicidi, metà dei quali femminicidi, contro i 1938 del 1991 – la popolazione carceraria è quasi raddoppiata. I detenuti, che erano 31.053 il 30 giugno 1991, alla data del 31 maggio 2024 erano 61.547 (ben oltre il numero dei posti, che è di 51.178). Di essi, alla data del 22 agosto 2023, ben 1867 erano ergastolani, quasi cinque volte più degli ergastolani nel 1992 che erano solo 408. Come mostra l’aumento enorme dei suicidi in carcere (11,4 persone ogni 10.000 detenuti, esattamente il doppio della media europea che è di 5,7 e 5 volte di più della media dei suicidi negli anni Sessanta), si sono inoltre aggravate le condizioni di vita in carcere, sia rispetto al passato che rispetto agli altri paesi europei. Soprattutto, hanno fatto la loro comparsa, in Italia, ben due regimi carcerari speciali, di cui l’uno è di solito il presupposto dell’altro. Il primo è il carcere duro, detto «ostativo» perché ostacola la concessione ai detenuti dei permessi e delle misure alternative al carcere: introdotto dal decreto legge n. 152 del 1991 con l’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario che condizionava tale concessione, per i delitti di mafia, all’inesistenza di collegamenti con la criminalità organizzata; aggravato all’indomani della strage di Capaci dal decreto-legge n. 306 del 1992, che trasformava la condizione negativa dell’assenza di collegamenti esterni al carcere con quella positiva della «collaborazione con la giustizia»; allargato infine, dalle leggi n. 92 del 2001, n. 279 del 2002, n. 11 del 2012, n. 19 e n. 43 del 2015 ad altri svariati reati, dalle associazioni terroristiche all’associazione finalizzata al contrabbando di tabacchi e al favoreggiamento di ingressi illegali di stranieri. Il secondo regime carcerario speciale è quello ancora più duro previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento carcerario. Introdotto dalla legge Gozzini n. 663 del 1986, originariamente si limitava, «in casi eccezionali di rivolte o di altre gravi situazioni di emergenza», ad affidare al ministro della giustizia, cui spetta la gestione delle carceri, il potere di «sospendere, nell’istituto interessato o in parte di esso, l’applicazione delle normali regole di trattamento». Con il decreto n. 306 del 1992, questo potere è stato trasformato nell’incredibile «facoltà» del ministro di «sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al primo periodo del comma 1 dell’art. 4-bis», o comunque per delitti di favoreggiamento della mafia, «l’applicazione delle regole di trattamento» ordinarie. Prorogato più volte, questo regime speciale è stato reso permanente dalla legge n. 279 del 2002; è stato inasprito da una legge n. 94 del 2009, che in deroga ai principi costituzionali del giudice naturale e del divieto di giurisdizioni speciali ha affidato al Tribunale di sorveglianza di Roma la competenza a decidere su tutti i reclami contro la sua applicazione e ha inoltre aggiunto una lunga serie di inutili vessazioni che nulla hanno a che fare con le esigenze della sicurezza. Dunque questo art. 41-bis fa dipendere la maggiore afflittività della pena per determinati delitti da un provvedimento del Ministro della giustizia; non quindi da una legge o da una pronuncia giudiziaria, ma da un atto amministrativo che così interferisce nell’esecuzione penale. Si tratta di un’incredibile violazione della separazione dei poteri e, inoltre, dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, secondo cui «non è ammessa forma alcuna di detenzione... né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Entrambi questi regimi carcerari aggravati sono inoltre in contrasto con la Costituzione sotto due profili. Sono incostituzionali perché consistono, anche a causa della lunga durata e delle possibili proroghe, in «trattamenti contrari al senso di umanità» vietati dal terzo comma dell’art. 27 Cost. Ma lo sono anche perché, in contrasto con il principio di legalità penale previsto dal secondo comma dell’art. 25 Cost., non ricorre quale loro presupposto nessun «fatto commesso» ma solo la valutazione della pericolosità del detenuto. D’altro canto, il numero sempre più alto dei detenuti sottoposti a questi regimi – 9369 persone sottoposte al regime ostativo previsto dall’art. 4-bis, tra i quali 1267 dei 1867 ergastoli, solo perché colpevoli, pur dopo la condanna, di mancata collaborazione con la giustizia, e 728 persone sottoposte al regime previsto dall’art. 41-bis, cioè a una «pena nella pena» stabilita dal ministro della giustizia – non si spiega se non con il carattere burocratico, arbitrario e vessatorio dell’applicazione delle norme che lo prevedono. Peraltro il garantismo della disuguaglianza della destra attualmente al governo si è manifestato platealmente nella legge di conversione n. 199 del 30.12.2022: da un lato in norme come l’aumento da 26 a 30 anni della pena espiata dagli ergastolani prima che si possa loro concedere la liberazione condizionale e come la pena da 3 a 6 anni per le occupazioni «di terreni o edifici altrui al fine di realizzare un raduno musicale»; dall’altro in un regalo ai soli condannati per peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione, consistente nella soppressione, per tutti costoro, del regime del carcere ostativo previsto dall’art. 4-bis che ad essi era stato esteso dalla legge n. 3 del 9.1.2019.Se è vero che la civiltà di un paese, come scrisse Montesquieu, si misura dalla mitezza delle sue pene, questi crudeli inasprimenti punitivi segnalano una pesante regressione civile del nostro paese e un abbassamento della cultura garantista e del senso di umanità dei nostri magistrati. Ricorderò solo un fatto che attesta la misura di questa regressione. Ancora negli anni Novanta la grande maggioranza dei parlamentari italiani era favorevole all’abolizione dell’ergastolo, che infatti fu approvata il 30 aprile 1998 dal nostro Senato con 107 voti favorevoli, 51 contrari e 8 astenuti. Oggi quasi tutte le forze presenti in Parlamento respingono con fermezza – come è avvenuto a seguito dell’aggressione del coordinatore del principale partito di governo a taluni deputati dell’opposizione, insultati come possibili conniventi con il terrorismo per aver fatto visita al detenuto Alfredo Cospito, in fin di vita dopo 100 giorni di sciopero della fame per protesta contro il regime previsto dall’art. 41-bis – l’accusa di essere a favore dell’abolizione non diciamo dell’ergastolo, ma perfino del regime previsto dall’art. 41-bis. Le misure di prevenzione personale Il terzo capitolo dell’odierno diritto disumano è quello espresso dallo sviluppo di un sistema investigativo e punitivo ante o extra delictum : il sotto-sistema delle misure di prevenzione, giustificate non già dalla commissione di un reato bensì dalla supposta pericolosità dei loro destinatari, prevalentemente poveri ed emarginati. Questo diritto penale preventivo, in forza del quale si è puniti non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è, contraddice tutti i principi garantisti del diritto penale. Le misure di prevenzione sono infatti misure ante o praeter delictum , irrogate in assenza di tutte le garanzie che del reato sono gli elementi costitutivi – la materialità dell’azione, l’offensività dell’evento e la colpevolezza dell’autore – grazie alla loro collocazione, quali misure amministrative , in una sorta di limbo. Questa truffa delle parole le ha sostanzialmente sottratte al dibattito giuridico: concepite dagli amministrativisti come misure punitive di competenza dei penalisti e da questi trascurate perché misure formalmente non penali, esse sono ignorate dal dibattito pubblico perché destinate, oltre che a persone sospette di appartenere ad associazioni mafiose o terroristiche, soprattutto a persone colpevoli solo della loro emarginazione: disoccupati, vagabondi, prostitute, immigrati e tossicodipendenti. L’origine di queste misure è ottocentesca. In Italia compaiono per la prima volta nel capo III del titolo VII del libro II del codice penale sardo del 1839, dedicato agli «oziosi, vagabondi, mendicanti ed altre persone sospette». Dopo svariate modifiche – nel 1852, nel 1854 e nel 1859 – vengono riorganizzate nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1889, in occasione della simultanea approvazione, il 30 giugno, del codice penale Zanardelli. Il sistema punitivo viene così diviso in due: le pene e il codice penale per fatti qualificati come reati; le misure di prevenzione dell’ammonizione, della vigilanza speciale e del domicilio coatto, previste invece, per i pericolosi e i sospetti, dal titolo terzo del Testo unico intitolato «Disposizioni relative alle classi pericolose della società». Il regime fascista confermò questa spartizione classista con il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza emanato un anno dopo il codice penale Rocco con il regio decreto n. 773 del 1931. In questo si prevedevano: a) il «ricovero» in istituti di assistenza delle persone inabili al lavoro e prive di mezzi di sussistenza; b) il «rimpatrio con foglio di via obbligatorio» delle non meglio precisate persone «sospette» per la loro «condotta» e delle persone «pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità» inclusi, «se necessario», i non più detenuti dopo l’uscita dal carcere; c) l’«ammonizione» per gli «oziosi», «i vagabondi... sospetti di vivere col ricavato di azioni delittuose» e per «le persone designate dalla pubblica voce come pericolose socialmente o per gli ordinamenti politici dello Stato»; d) il «confino di polizia» da uno a cinque anni «in una colonia o in un comune del regno» dei «pericolosi alla sicurezza pubblica» e di «coloro che svolgono o abbiano manifestato il proposito di svolgere un’attività» contro i poteri dello Stato, in breve degli antifascisti. Questo edificio poliziesco, che molti – si pensi al confino – associano solo a un lontano passato fascista, ha subito, nel 1956, un salto di qualità. Fino ad allora la prevenzione ante delictum era solo materia di polizia, essendo la giurisdizione penale competente unicamente alla repressione di reati già commessi in accordo con i principi nulla poena sine crimine e nullum crimen sine lege . Successe invece una singolare vicenda. All’indomani della sentenza n. 2 del 23.6.1956 con cui la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità del rimpatrio con foglio di via obbligatorio per contrasto con gli artt. 13 e 16 della Costituzione, la legge n. 1423 del 27.12.1956 ha affidato al tribunale la competenza a disporre, su proposta dell’autorità di polizia, la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno (art. 3 e 4). Ha invece lasciato in capo al questore la competenza a decidere il foglio di via obbligatorio (art. 2), destinato a «gli oziosi e i vagabondi», ai «dediti a traffici illeciti», ai sospetti di sfruttamento della prostituzione e a quanti «svolgono abitualmente altre attività contrarie alla morale pubblica e al buon costume» (art. 1). Questo affidamento al Tribunale della competenza a ordinare le misure di prevenzione personali più importanti fu letto come una garanzia, quella della riserva di giurisdizione imposta dall’art. 13 della Costituzione. In realtà iniziò allora, all’ombra di questa «garanzia», una progressiva espansione, sia di tipo quantitativo che di tipo qualitativo, delle misure di prevenzione personali ante delictum , che hanno finito per imprimere alla giurisdizione penale un’innegabile impronta poliziesca. Questa espansione, secondo il metodo già illustrato dei progressivi ampliamenti e inasprimenti punitivi, inizia con la legge antimafia n. 575 del 31.5.1965, che estese tali misure anche «agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose» e, soprattutto, attribuì al procuratore della Repubblica, oltre che al questore, la facoltà di proporre la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno, cioè il confino. Prosegue, nel corso degli ultimi decenni, con la produzione incessante di leggi di pubblica sicurezza, fino all’ultima sistemazione organica operata con il decreto legislativo n. 159 del 2011, intitolato Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione . Tale codice prevede tre classi di misure di prevenzione: a) le misure di prevenzione personali applicate dal questore (artt. 1-3) e consistenti nel foglio di via obbligatorio con cui i soggetti che si suppone vivano «abitualmente con i proventi di attività delittuose» o siano «dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica», vengono rimandati nei loro luoghi di residenza per un periodo non superiore a tre anni»; b) le misure di prevenzione personali applicate dall’autorità giudiziaria (artt. 4-15), che riguardano, oltre a tutte le persone sopra indicate, gli indiziati di appartenenza ad associazioni mafiose, ma anche di una lunga serie di altri reati, e consistono nella sorveglianza specia- le, con o senza divieto di soggiorno in uno o più comuni, oppure nell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza disposti dal Tribunale su proposta del questore o del procuratore della Repubblica; c) le misure di prevenzione patrimoniali, inflitte anch’esse da un tribunale (artt. 16-65) alle persone passibili di misure di prevenzione personali e consistenti nel sequestro o nella confisca di beni su proposta del questore o del procuratore della Repubblica. È chiaro che il giudizio richiesto dall’applicazione di queste misure ante delictum ha una chiara valenza inquisitoria, avendo come oggetto non già un fatto ma la personalità sospetta o pericolosa dei loro destinatari. Inoltre la figura del pubblico ministero ne risulta gravemente deformata. È infatti evidente che la «proposta» di misure di prevenzione non può che essere facoltativa, essendo fondata su incontrollabili motivi di sospetto. Con la conseguenza che con essa si è indebolito il più potente fondamento costituzionale dell’indipendenza del pubblico ministero, che consiste nell’«obbligo di esercitare l’azione penale» stabilito dall’art. 112 della Costituzione a garanzia altresì della sua soggezione alla legge e dell’uguaglianza dei cittadini. La forma giurisdizionale del procedimento di prevenzione, d’altro canto, non ne cambia la sostanza poliziesca, consistente nella penalizzazione di persone pericolose o sospette. Al di là delle etichette – «misure di prevenzione» anziché «pene» – ci troviamo di fronte a limitazioni extra delictum delle libertà fondamentali che contraddicono tutti i principi elementari del modello garantista del diritto penale, primo tra tutti quello di retributività, nulla poena sine crimine , stabilito dall’art. 25, secondo comma della Costituzione. A questo armamentario di misure di prevenzione personali si è poi aggiunto, in questi ultimi anni, un’altra lunga serie di misure cosiddette «atipiche», prodotte tutte dalla solita, compulsiva decretazione d’urgenza: i cosiddetti «daspo». Nato con il cosiddetto «daspo sportivo» introdotto dalle leggi n. 377 del 2001 e n. 210 del 2005 (quale «divieto di accesso alle manifestazioni sportive» dei violenti), questo strumento di controllo sociale ha avuto un’enorme espansione con l’introduzione del cosiddetto «daspo urbano» nel decreto-legge Minniti n. 14 del 20.2.2017, convertito nella legge n. 48 del 18.4.2017, che ha aumentato l’indeterminatezza sia dei suoi presupposti che dei suoi destinatari e dei luoghi tutelati. Creata a tutela della «sicurezza urbana» e del «decoro» della città, questa nuova figura si articola in una serie di misure di crescente gravità: l’ordine municipale di allontanamento per 48 ore di quanti impediscano o limitino il libero accesso a determinati spazi con parcheggi o commerci abusivi o atti contrari alla pubblica decenza; il divieto di accesso a uno o più d’uno di tali spazi emesso dal Questore, in caso di reiterazione di tali condotte, per una durata non superiore a sei mesi e da sei mesi a due anni ove il malcapitato sia stato condannato negli ultimi cinque anni per reati contro la persona o il patrimonio; il divieto di accedere o di avvicinarsi a locali pubblici da uno a 5 anni, emesso dal Questore contro chi sia stato condannato per vendita di stupefacenti, unitamente talora all’obbligo di presentarsi almeno due volte la settimana presso gli uffici della polizia e al divieto di allontanarsi dal comune di residenza. Ovviamente anche i destinatari di queste misure sono persone emarginate – prostitute, clochard, mendicanti, immigrati, tossicodipendenti – oppure attivisti politici colpevoli di manifestazioni di protesta in tema di ambiente, o in difesa dei diritti dei migranti o del diritto alla casa. Ad essi il decreto-legge n. 123 del 2023 ha aggiunto i minorenni trovati in possesso di droga, per i quali viene previsto il daspo da un uno a tre anni, oltre all’arresto in flagranza ove siano sorpresi a spacciare stupefacenti anche di lieve entità oppure in caso di violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Ha inoltre previsto, per i genitori che non mandino i figli alla scuola dell’obbligo, la pena fino a due anni di reclusione. L’argomento demagogico a sostegno di tutto questo diritto della crudeltà è la sicurezza, che non vuol più dire, nel lessico populista, sicurezza sociale del lavoro e della sussistenza, né tanto meno sicurezza delle libertà contro gli abusi giudiziari e polizieschi, secondo la nozione di Montesquieu, ma unicamente sicurezza dalla sola criminalità di strada, e non certo da quella dei potenti. È questo il messaggio classista delle campagne sulla sicurezza, favorite dalla centralità che, come ha ben mostrato Tamar Pitc, è stata assunta nell’immaginario penalistico dalle vittime, tanto visibili nei reati di strada quanto invisibili nei delitti dei potenti, come le corruzioni, le bancarotte, le evasioni e le frodi fiscali e perfino il crimine organizzato. Con due effetti regressivi: l’identificazione illusoria, nel senso comune, tra sicurezza e diritto penale e la rimozione, dall’orizzonte della politica, delle politiche sociali di inclusione, certamente assai più costose e impegnative ma anche le sole in grado di aggredire e ridurre le cause strutturali della criminalità. Luigi Ferrajoli è un giurista ed ex magistrato italiano, filosofo del diritto e allievo di Norberto Bobbio.












