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    Ucraina star wars in atto dossier guerra e capitale Russia-Ucraina. Una guerra infinita e devastante con costi sociali e ambientali incommensurabili. La saga Star Wars ha anticipato le moderne guerre. Gli Usa dopo i gravi danni subiti per gli attacchi missilistici iraniani nelle proprie basi in Medio Oriente hanno acquisito le tecnologie ucraine. Un vero eproprio ribaltamento delle parti…

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    Partito e classe: sulla trasformazione strutturale del Partito repubblicano statunitense Joselin Finch La lotta di classe, i processi di costituzione politica e la qualità della pratica politica in un determinato periodo storico dipendono in modo cruciale dal tipo di organizzazioni e forme di partito che le classi sociali sono in grado di produrre e costruire, nonché dalla capacità di queste ultime di interagire dialetticamente con i regimi di sfruttamento, accumulazione e distribuzione del reddito, oltre che di influenzare le forme dello Stato, il diritto internazionale e le scelte geopolitiche delle classi dominanti, sempre orientati alla massimizzazione irrazionale del profitto, alla violenza sistemica e alla concentrazione del potere nudo sulla stragrande maggioranza della forza lavoro globale. Naussicaa Reener esamina in questo articolo come questi vettori abbiano influito sulla trasformazione del Partito repubblicano statunitense alla luce della critica contenuta in Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos (2025), di Paul Heideman. Per chi pensava – o sperava – che le grandi aziende tecnologiche avessero consolidato una coalizione imprenditoriale attorno al Partito democratico, conciliando lo sfruttamento lucrativo con i principi liberali, il secondo insediamento di Trump deve aver rappresentato un duro colpo *. Mark Zuckerberg e sua moglie Priscilla Chan (Meta) erano seduti accanto a Jeff Bezos e Lauren Sánchez Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla/SpaceX). Dopo anni di appelli per frenare il flusso di fake news notizie i magnati sembravano sollevati dal cambio di governo. Zuckerberg, che aveva guidato la campagna delle sue aziende per espellere Trump dalle loro piattaforme dopo il 6 gennaio 2021, è apparso in un video confessionale di cinque minuti con i capelli ricci e una catena d’oro per annunciare che era ora di tornare alle «nostre radici incentrate sulla libertà di espressione». E questa volta, tutti hanno partecipato al gala organizzato dal miliardario di PayPal e cofondatore di Palantir, Peter Thiel, alla vigilia del ballo inaugurale. La storia del Partito repubblicano di Paul Heideman si propone di spiegare come i vertici delle aziende statunitensi siano finiti per diventare supplicanti di fronte a un partito sempre più fuori dal loro controllo. Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos inizia mettendo in luce un contrasto storico: negli anni Cinquanta Joseph McCarthy fu messo al bando dal Partito repubblicano di Eisenhower sotto la pressione delle grandi aziende, mentre settant’anni dopo un tentativo analogo di espellere Trump in seguito alla sua contestazione dei risultati elettorali del 2020 si è rivelato vano. Due modelli di comportamento, sostiene Heideman, hanno portato il Partito repubblicano a questa situazione: l’indebolimento dei partiti politici e la disorganizzazione delle imprese statunitensi. Il primo ha reso il partito vulnerabile alle sfide interne e alla frattura, mentre il secondo ha portato le grandi aziende e i gruppi di interesse a dare priorità ai profitti a breve termine e specifici di ciascun settore, anziché promuovere l’unità politica. Entrambi questi processi fanno parte di un modello più ampio di sviluppo eccezionale. Sebbene gli Stati Uniti siano stati pionieri in ciò che Rogue Elephant definisce «i primi partiti elettorali di massa della storia mondiale», queste formazioni furono concepite non tanto per articolare programmi nazionali coerenti, quanto per attenuare il fazionalismo in una repubblica federale divisa; nel contempo, a differenza di altre democrazie capitalistiche, il Paese non ha mai creato un’associazione centralizzata di imprenditori, in parte a causa della relativa debolezza dei sindacati. Heideman traccia la traiettoria del Partito repubblicano attraverso due assi principali: la coerenza ideologica e la forza istituzionale, pur aggiungendo che molti di questi stessi modelli sono stati adottati dal Partito democratico o si applicano anche a quest’ultimo. Durante l’Era Progressista (1890-1920), i repubblicani erano dominanti dopo essere riusciti a respingere l’ascesa populista di William Jennings Bryan, ma il partito offriva scarsa differenziazione ideologica rispetto ai democratici. «In pratica – scrive Heideman – entrambi i partiti sostenevano l’esclusione degli interessi dei lavoratori». Woodrow Wilson, all’epoca docente di scienze politiche, temeva che i loro programmi indistinti e sovrapposti privassero gli elettori di un’alternativa chiara, fatto che a suo avviso minava la democrazia stessa. Due riforme, introdotte all’inizio del XX secolo per combattere la corruzione del «sistema del saccheggio» – consistente nell’assegnazione di impieghi e appalti pubblici in cambio di finanziamenti concessi a politici e partiti – modificarono in modo duraturo il funzionamento di questi ultimi. La prima prevedeva la nomina di funzionari non eletti, che mantenevano il proprio incarico anche durante i cambiamenti politici, per ricoprire cariche e svolgere funzioni amministrative che in precedenza erano state assegnate tramite nomina politica. La seconda, e più significativa delle due, introdusse le elezioni primarie dirette, che già nel 1917 erano obbligatorie nella maggior parte degli Stati. Sebbene l’intenzione fosse quella di frenare gli eccessi degli apparati politici in quelli che erano, in pratica, feudi di «partito unico», tali misure «resero la politica statunitense molto meno partecipativa e ridussero il ruolo dei partiti al suo interno», sostiene il libro, intensificando al contempo l’«incoerenza» dei loro programmi. Nello stesso periodo, il movimento operaio e le imprese compirono progressi simultanei nei rispettivi sforzi di auto-organizzazione. L’agitazione antisindacale diede impulso al primo grande aumento degli iscritti alla National Association of Manufacturers (NAM), fondata nel 1895. La Camera di Commercio fu fondata poco dopo. Tuttavia, le imprese ebbero difficoltà a raggiungere l’unità, data la realtà della concorrenza tra esse. «Siamo un organismo frammentato», ammettevano i responsabili della NAM nel periodo tra le due guerre. «Abbiamo i dirigenti, ma ci mancano le basi». Un dissidente criticò la Camera di Commercio definendola un club nei periodi di prosperità e un «potente centro di reazione» nei periodi di cambiamento, ma incapace di fornire un aiuto concreto in entrambi i casi. Durante il New Deal, il movimento sindacale si alleò con il Partito democratico di Frank Delano Roosevelt, il che favorì una più netta coesione dei partiti lungo linee di classe. Per la prima volta dall’epoca precedente alla guerra civile, si delineò una divisione riconoscibile tra riforma e reazione. Roosevelt sostenne la contrattazione collettiva promulgando il National Industrial Recovery Act (1933), il che contribuì a innescare un’ondata massiccia di scioperi. Heideman cita John Lewis, presidente dell’United Mine Workers, il quale dichiarò: «Siamo convinti che non vi sia stato alcuno strumento giuridico paragonabile a questo sin dalla Proclamazione di emancipazione del presidente Lincoln». Tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, tuttavia, questa alleanza rimase un processo incompiuto, come sostenuto all’interno del volume, poiché i Democratici associarono i sindacati e i liberali del Nord alla classe dominante segregazionista del Sud, consolidando i Repubblicani come il partito delle «grandi imprese e dei lavoratori autoctoni». I «polarizzatori» di ciascuna fazione cercarono di risolvere queste tensioni e, a metà degli anni Sessanta, nel pieno delle agitazioni per i diritti civili, conservatori e liberali si divisero in gran parte in partiti opposti, dando origine per la prima volta a un «sistema di partiti «ideologicamente coeso». Secondo Heideman, questo risultato fu un’arma a doppio taglio. Le stesse riforme che sistemarono la segmentazione partitica – la diffusione delle primarie e l’erosione del principio di anzianità nell’assegnazione delle presidenze dei comitati – indebolirono ulteriormente le organizzazioni interne dei partiti, che un modello emergente di «servizio» ridusse a semplici ausiliari professionali delle campagne elettorali, limitandosi a fornire fondi e supporto tecnico. L’avvento della televisione e i costi a esso associati aggravarono questa tendenza, così come le riforme sul finanziamento delle campagne elettorali, che autorizzarono i comitati di azione politica (PAC) a convogliare le donazioni direttamente ai candidati, limitando al contempo i contributi dei partiti. Se gli anni Sessanta, che videro, il movimento sindacale raggiungere l’apice della propria forza ottenendo l’approvazione di normative favorevoli alla classe operaia, furono un periodo turbolento per le imprese, il decennio successivo segnò un cambiamento decisivo nell’equilibrio delle forze di classe. In risposta alle crescenti denunce di pratiche lavorative ingiuste, all’aumento dei costi nel settore edile e all’elevata inflazione registrata in un clima economico generalmente pessimista, il Labor Law Reform Group (LLRG) iniziò a spingere le imprese, in precedenza indifferenti , verso una posizione antisindacale più coordinata. Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos racconta il lavoro organizzativo svolto da dirigenti come Roger Blough, della US Steel, che si misero all’opera, costituendo dapprima il Construction Users’ Anti-Inflation Roundtable e poi, insieme all’LLRG, il Business Roundtable, il cui obiettivo, secondo la citazione di Heideman tratta da uno dei suoi membri, era «universale» e si concentrava sulla «sopravvivenza del sistema della libera impresa». A differenza delle precedenti organizzazioni padronali, la Business Roundtable intendeva agire non a favore di settori specifici, ma delle imprese nel loro complesso. Anche la Camera di Commercio riuscì a riorganizzarsi sotto la guida di Richard Lesher, quadruplicando il numero dei propri membri e aumentando la propria influenza politica attraverso il proprio comitato di azione politica (PAC). In quel momento, sostiene Heideman, gli interessi imprenditoriali erano disposti ad accettare politiche che avrebbero influito negativamente sui loro risultati. Sostenendo il «Volcker shock» nonostante i suoi gravi costi a breve termine, le principali imprese appoggiarono la cura recessiva in una dimostrazione di determinazione capitalista collettiva. Heideman cita un rapporto della Business Roundtable, che «sosteneva senza mezzi termini che una recessione era un prezzo che valeva la pena pagare per combattere l’inflazione». Sotto l’amministrazione Reagan, la classe imprenditoriale ottenne la sua ricompensa. L’aliquota fiscale sulle imprese fu ridotta di oltre la metà e i lavoratori furono decisamente messi da parte. Tuttavia, una volta portati a termine questi compiti, il mondo imprenditoriale non riuscì a rimanere unito. Con «i propri nemici immediati sconfitti», scrive Heideman, «le imprese si resero presto conto di non poter mantenere l’unità che avevano trovato nel pieno della battaglia». I conflitti redistributivi riemersero all’interno dello schieramento imprenditoriale, quando i fanatici delle politiche dell’offerta si scontrarono con i conservatori fiscali più cauti in materia di aliquote e riduzione del deficit; un consulente paragonò le grandi imprese a «maiali che mangiano alla mangiatoia», in lotta per ottenere vantaggi da un governo favorevole ai propri interessi. La disciplina forgiata negli anni Settanta si affievolì, lasciando spazio a forme di difesa sempre più provinciali. Negli anni Novanta, organizzazioni come il Business Roundtable e la Camera di Commercio hanno modificato il proprio modello di business. «Anziché cercare di forgiare un consenso tra un gruppo eterogeneo di aziende, la Camera avrebbe offerto le proprie risorse al miglior offerente», scrive Heideman. Questa struttura avrebbe permesso al settore delle assicurazioni sanitarie «di promettere pubblicamente il proprio sostegno agli sforzi di riforma, finanziando al contempo la campagna di terra bruciata della Camera di Commercio contro un’opzione pubblica o l’introduzione di qualsiasi regolamentazione significativa nel settore». Un gruppo di pressione delle compagnie assicurative ha donato all’organizzazione 85 milioni di dollari per minare la regolamentazione. Sebbene il riciclaggio di decine di milioni di dollari attraverso gruppi di finanziamento opachi sia ormai una caratteristica comune della politica statunitense, all’epoca si trattava di una somma notevole. I rappresentanti del capitale smisero di presentarsi come custodi degli interessi generali dei datori di lavoro e, invece, abbracciarono cause più specifiche – la remunerazione dei dirigenti, il tabacco, i prodotti farmaceutici, le assicurazioni – e la redditizia fornitura di servizi di gestione della reputazione, indispensabili in un’era di amministratori delegati famosi. La risettorializzazione delle grandi imprese, sostiene Rogue Elephant, ha avuto un effetto determinante sul percorso del Partito repubblicano. Per Heideman, il deputato della Georgia Newt Gingrich è stato la figura chiave nel consolidamento di questa trasformazione. In risposta a quella che alcuni conservatori consideravano una debolezza di Reagan – in particolare la sua firma di una legge fiscale democratica nel 1982 – Gingrich aveva avviato uno sforzo concertato per spostare il Partito repubblicano verso destra. Come gli aveva consigliato un consulente, il suo gruppo appena costituito, la Conservative Opportunity Society, avrebbe dovuto funzionare come i Vietcong, ovvero come un «movimento di guerriglia rivoluzionario». Il discorso politico assunse una piega apocalittica. Il compromesso fiscale, dichiarò Gingrich, era il «primo assalto di una lotta per l’anima e il futuro del Partito repubblicano». L’innovazione di Gingrich, che alla fine gli permise di scatenare una «guerra totale contro il liberalismo», fu il ricorso alla raccolta fondi per aggirare l’infrastruttura del partito, mettendo in campo un sistema di Comitati di Azione Politica (PAC) incentrato sugli Stati per eludere i limiti federali ai contributi alle organizzazioni e agli attori politici e costruire una rete alternativa di donatori. In qualità di presidente della Camera dei Rappresentanti, modificò il funzionamento del sistema clientelare d , assegnando incarichi di rilievo nelle commissioni in base alla capacità di raccolta fondi e non all’anzianità di servizio. I meccanismi che ne favorirono l’ascesa alla carica nel 1994 avrebbero a loro volta ispirato gli aspiranti rivali. Man mano che proliferavano i PAC promossi dai rappresentanti politici e le reti di finanziamento, la dipendenza dei membri nei suoi confronti si erose. «Quando Gingrich smise di essere la loro unica fonte di denaro, ebbero la libertà di rivoltarsi contro di lui», osserva Heideman a proposito di un ciclo che finì per consumare i successivi leader repubblicani. «Non c’era nulla che fosse off-limits, amico», ricordava il deputato della Carolina del Sud Lindsey Graham, della classe del 1992. «Potrai anche averci dato da mangiare, averci lavato e pettinato, ma ti avremmo morso lo stesso». Durante l’era Clinton, secondo l’analisi presentata nel volume presentata nel volume si è aperto un altro divario tra il settore imprenditoriale come classe e il Partito repubblicano. Mentre Clinton si assicurava il sostegno delle élite per l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) e «faceva venire l’acquolina in bocca alle aziende» con la privatizzazione della previdenza sociale, la determinazione della leadership del Partito repubblicano a vederlo cadere lo allontanò ancora di più dalle priorità delle grandi imprese. La rottura avvenne con l’impeachment. In quell’occasione i repubblicani si allontanarono dalle preferenze della maggioranza degli imprenditori statunitensi per rispondere alla richiesta di potenti gruppi di interesse minoritari, in particolare la destra cristiana e le grandi aziende produttrici di tabacco, per i quali la Food and Drug Administration di Clinton era una nemesi. Il portavoce della Camera dei Rappresentanti, Tom DeLay, si affermò come il principale alleato della Philip Morris al Congresso, e l’azienda si posizionò come il suo maggiore donatore nel corso di diversi cicli elettorali. «L’impeachment fu il momento in cui la politica guidata dai finanziatori e un’élite imprenditoriale sempre più frammentata entrarono in conflitto», sostiene Heideman, dando origine a un Partito repubblicano sempre più suscettibile di essere conquistato dagli “imprenditori politici” della linea dura, la cui influenza non poteva più essere contenuta dall’élite di potere tradizionale. Tutto tornò a quadrare, anche se solo per un breve periodo, sotto la presidenza di George W. Bush. Dopo aver preso le distanze dall’aggressività dell’era Gingrich attraverso il linguaggio del «conservatorismo compassionevole», Bush riunì i repubblicani dell’establishment e l’ala destra del partito attorno ai tagli fiscali, alla deregolamentazione e al keynesismo militare. Furono istituiti incontri settimanali tra i leader del Congresso e le lobby, in cui la Casa Bianca stabiliva le priorità e si aspettava che le imprese si allineassero, un’aspettativa che divenne chiara quando Bush informò i principali dirigenti che solo una frazione del suo pacchetto fiscale sarebbe andata direttamente alle imprese. Lo stesso è accaduto con la marcia verso la guerra in Iraq, che Heideman identifica come il culmine di un consenso bipartisan sul cambio di regime forgiato alla fine dell’era Clinton. Sebbene si sia parlato molto dei legami del governo Bush con le compagnie petrolifere, Heideman trova «pochissime prove» del fatto che l’invasione sia stata condotta su richiesta di queste ultime. Al contrario, proprio come nel caso della politica fiscale, «il governo ha tracciato la rotta e ha assicurato alle imprese che avrebbe tutelato i loro interessi, se lo avessero sostenuto». Per un certo periodo, l’11 settembre e le crociate imperiali in Medio Oriente hanno suscitato un sostegno relativamente unanime da parte del partito e delle imprese a loro favore. Quando l’opinione pubblica si è schierata contro la guerra in Iraq, le fratture sono riemerse. La riforma della previdenza sociale di Bush non ha trovato un sostegno duraturo: né tra i cittadini, né al Senato, né tantomeno tra le imprese, nonostante gli incentivi materiali. La riforma dell’immigrazione, sostenuta dagli imprenditori ma denunciata dall’ala nativista del partito, ha ampliato il divario esistente tra la Casa Bianca e il Congresso. Poi è arrivata la crisi finanziaria. Bush si è avvalso dei voti democratici per portare avanti il salvataggio di Wall Street sostenuto dalle imprese, con una maggioranza di repubblicani alla Camera dei Rappresentanti che votava contro il Troubled Asset Relief Program (TARP). Alla fine della presidenza di Bush, il partito era più diviso che in qualsiasi altro momento dai tempi del Watergate. Durante gli anni di Obama, gli interessi economici si sono schierati a sostegno dei candidati del Tea Party, mentre la sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United contro la Commissione Elettorale Federale ha aperto le porte a finanziamenti politici poco trasparenti. Organizzazioni nell’ombra come FreedomWorks e Americans for Prosperity, entrambe finanziate da Charles e David Koch, sono emerse come una «ecologia alternativa delle élite», che non temeva di sfidare né la leadership del partito né le lobby imprenditoriali tradizionali. «Il Tea Party ha contribuito a reinventare l’opposizione al governo di Obama, passando dall’essere un progetto del malandato Partito repubblicano a diventare un progetto del movimento conservatore in rinascita», scrive Heideman. E di cambiamento d’immagine si è trattato: Rogue Elephant cita con ironia il rapporto di Theda Skocpol e Vanessa Williamson, redatto dopo aver intervistato attivisti del Tea Party, secondo cui «un numero sorprendente delle persone con cui abbiamo parlato collocava la propria prima esperienza politica nella campagna di Goldwater del 1964». Questi sforzi non fecero altro che emarginare ulteriormente lo stesso Partito repubblicano, sebbene contribuirono a restituirgli il controllo della Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di mid-term del 2010, quando entrarono in vigore le politiche di austerità di Obama. Gli scontri al Congresso sull’Affordable Care Act, la chiusura del governo del 2011 e le successive battaglie di bilancio hanno esacerbato le tensioni esistenti tra una destra sempre più spavalda e un establishment che rifuggiva dalle tattiche massimaliste. Tuttavia, i tentativi del consigliere di Bush, Karl Rove, e della Camera di Commercio di frenare i rivali alle primarie si scontravano con una proliferazione di gruppi esterni e Comitati di Azione Politica (PAC) promossi da determinati rappresentanti, il che rendeva difficile la centralizzazione. I super PAC hanno superato ben presto i partiti stessi in termini di spesa e il coordinamento tra i gruppi allineati con i repubblicani è risultato più labile rispetto a quello tra i democratici. Tuttavia, per trovare un candidato presidenziale credibile occorre qualcosa di più del denaro; dato che nessuno ha soddisfatto realmente l’ala destra del partito nel 2012, il Partito repubblicano si è consolidato attorno alla candidatura del timido Mitt Romney. Nel 2016 le figure dell’establishment e gli insorti si sono impegnati in una guerra di logoramento reciproco; nessuno dei due schieramenti ha compreso il pericolo rappresentato dalla candidatura di Trump ed entrambi hanno dato per scontato che la sua presenza danneggiasse l’altro. Il crollo del coordinamento dell’élite, radicato nell’indebolimento dell’apparato del partito e in una classe imprenditoriale divisa, ha lasciato un varco che Trump ha sfruttato con spietato istinto. La vittoria di Trump, come afferma Heideman, «era come un quadro puntinista: da lontano presentava un’immagine chiara, ma osservandola da vicino si dissolveva nel caos». A prima vista, il risultato sembrava di routine: dopo due mandati democratici, un candidato repubblicano ottiene una vittoria di misura nel Collegio Elettorale ribaltando il risultato in una manciata di Stati del Midwest. Da vicino, tuttavia, Rogue Elephant mostra che il percorso è stato molto accidentato. Fin dal momento in cui ha annunciato la sua candidatura, Trump ha dovuto affrontare una forte opposizione da parte delle grandi aziende e delle reti imprenditoriali conservatrici; nelle elezioni generali, i fondi delle aziende sono affluiti in modo decisivo verso Hillary Clinton, che lo ha superato nella spesa elettorale in un rapporto di due a uno. All’interno del Partito repubblicano, ci si aspettava che la corsa si trasformasse in uno scontro tra un candidato dell’establishment (Jeb Bush), un aspirante di estrema destra (Ted Cruz) e un estremista dal profilo moderato (Marco Rubio). Invece, le lotte tra fazioni e le mancanze di coordinamento dell’élite hanno permesso a Trump di aggiudicarsi la candidatura con circa il 40 per cento dei voti alle primarie. La classe dei finanziatori del partito era divisa, la sua leadership vacillava e gli elettori delle primarie, ostili all’immigrazione e sempre più scettici nei confronti dell’ortodossia del libero mercato, trovarono in Trump un candidato che prometteva di costruire un muro al confine meridionale, di ritirarsi dall’Accordo di libero scambio del Nord America e di «salvare Medicare, Medicaid e la Previdenza Sociale senza tagli». La svolta avvenne nel maggio 2016, quando il magnate immobiliare Steve Wynn organizzò un incontro tra Trump e Rove, il quale lo convinse a nominare Mike Pence come vicepresidente, un gesto di conciliazione nei confronti degli evangelici e degli ultraliberali favorevoli al libero mercato. La famiglia Mercer ha fornito una tempestiva iniezione di denaro e un energico consigliere nella figura di Steve Bannon, artefice di una strategia antisistema rivolta agli elettori economicamente frustrati degli Stati indecisi. Le elezioni si sono decise con un margine minimo; la campagna di Trump ha paradossalmente beneficiato dell’ansia dei finanziatori di fronte alla sua disorganizzazione, sottolinea Heideman, poiché il denaro destinato alle primarie ha indirettamente rafforzato le sue prospettive negli Stati contesi. Una volta insediato, Trump è riuscito a ottenere un notevole grado di controllo personale sul proprio partito. Tuttavia, lo Stato americano, costituzionalmente frammentato e caratterizzato da una fitta burocrazia, si è dimostrato resistente al governo per decreto e i suoi tentativi di governare attraverso la lealtà personale e l’improvvisazione esecutiva hanno dato risultati altalenanti: l’abrogazione della legislazione Obamacare non è andata a buon fine; le iniziative in materia di politiche sull’immigrazione sono state vanificate dai tribunali; le indagini e l’impeachment hanno eroso il suo capitale politico. Il suo principale risultato legislativo è stata l’approvazione di una legge fiscale di stampo convenzionalmente repubblicano. «Un tentativo fallito di tagliare le prestazioni sociali, un massiccio sgravio fiscale a favore degli americani più ricchi e una politica estera aggressiva nei confronti dell’Iran – commenta Heideman – sarebbero stati risultati probabili anche di una presidenza di Mitt Romney». Le elezioni del 2020 hanno ribadito i modelli emersi quattro anni prima, portando questa volta a una vittoria di misura del Partito democratico, che ha superato il Partito repubblicano in termini di spesa nella maggior parte delle voci di bilancio di oltre il 200 per cento. Quando Trump mise in dubbio il risultato, fu condannato dalla Camera di Commercio e dal Business Roundtable; La National Association of Manufacturers (NAM) spinse per ricorrere al Venticinquesimo Emendamento per destituirlo. Ma questa defezione si rivelò effimera, come dimostra Rogue Elephant. I canali alternativi di raccolta fondi hanno attenuato le perdite dei repubblicani e, con i «negazionisti elettorali» al comando del partito negli Stati e nei gruppi parlamentari, le imprese si sono dimostrate incapaci o poco disposte a mettere in riga il Partito repubblicano. Nonostante l’indignazione riportata dalla stampa e una storia altalenante di appoggi, che è costata al partito elezioni che avrebbe potuto vincere, il dominio di Trump sul Partito repubblicano si è consolidato, culminando nella sua schiacciante e agevole vittoria alle primarie del 2024. Il personalismo ha soppresso le antiche lotte tra fazioni senza risolverle, impedendo l’emergere di qualsiasi consenso stabile post-Trump. Nella sua conclusione, Heideman amplia il quadro di analisi per considerare la polarizzazione asimmetrica dei due partiti. La trasformazione del Partito repubblicano è stata drammatica, ma Heideman si chiede perché il Partito democratico non abbia vissuto nulla di paragonabile. La risposta, sostiene, risiede nella mancanza strutturale di grandi finanziatori per i programmi di sinistra, ma anche nella forma stessa del partito. Il Partito democratico rimane orientato verso un mosaico di gruppi di interesse – sindacati, organizzazioni razziali e di genere, gruppi di elettori incentrati su temi specifici – che strutturano la competizione alle primarie attorno alla gestione delle coalizioni piuttosto che alla lotta ideologica, il che ha impedito che si verificasse lo stesso grado di polarizzazione, anche quando la struttura cede sotto la pressione di campagne esterne al partito. Guardando al futuro, Heideman prevede una maggiore volatilità. La ricostruzione dei partiti richiederebbe una riforma del finanziamento delle campagne elettorali su una scala che sembra politicamente lontana; una rinnovata disciplina capitalista richiederebbe sconvolgimenti che attualmente non si intravedono all’orizzonte. Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos offre un'impressionante panoramica dell'evoluzione della destra statunitense nell'ultimo mezzo secolo e Heideman si dimostra molto acuto nell'individuare i paradossi. Uno dei punti di forza del libro è la sua attenzione alle conseguenze indesiderate. Heideman dimostra che le riforme procedurali degli anni Sessanta, promosse dai New Politics Democrats per democratizzare il partito, hanno indebolito la coesione istituzionale e, combinandosi con l’escalation dei finanziamenti alle campagne elettorali degli anni Settanta, hanno aumentato drasticamente l’influenza dei principali finanziatori. Il «patto di Reagan», anziché stabilizzare un consenso duraturo tra le imprese, ha generato nuovi conflitti tra queste ultime. Il gruppo di Gingrich ha instaurato un modello di rivolta interna, che ben presto si è rivoltato contro i suoi stessi autori. E gli stessi metodi che hanno permesso a Trump di stabilire un «controllo personalistico» senza precedenti sul Partito repubblicano si sono rivelati particolarmente inadeguati ai compiti di governo. Concedendo alla classe dei finanziatori il riconoscimento che le spetta e rintracciando le basi materiali della lotta tra le diverse fazioni, Heideman va oltre la superficie giornalistica e riporta i determinanti strutturali al centro dell’analisi. Docente di storia a New York, Heideman ha conseguito il dottorato in Studi Americani presso l’Università di Rutgers-Newark, dove ha completato la sua tesi di dottorato sotto la supervisione di Barbara Foley nel 2014. Il suo libro trae origine da un articolo del 2021 pubblicato su Catalyst, scritto su richiesta del direttore della rivista, Vivek Chibber. L’influenza di Chibber è citata nei ringraziamenti del libro, così come quella di Corey Robin, il cui invito ad «analizzare ciò che Trump ha fatto piuttosto che ciò che ha detto» è considerato l’ispirazione dell’approccio adottato nel libro di Heideman. La «teoria dell’investimento nella competizione tra partiti» di Thomas Ferguson, secondo cui i partiti politici negli Stati Uniti funzionano come coalizioni di grandi investitori, le cui preferenze politiche determinano le agende elettorali e limitano la gamma di risultati possibili, costituisce un altro punto di riferimento fondamentale. Nonostante tutte le sue qualità, l’analisi concreta di Rogue Elephant non sembra sempre allinearsi con la realtà secondo cui le aziende statunitensi si trovano in una posizione eccellente sotto l’amministrazione Trump, ottenendo profitti senza dover affrontare la sfida di una vera governance, del controllo o persino della responsabilità. Il trionfo delle imprese non deve necessariamente apparire organizzato. Il capitalismo è fondamentalmente reattivo: le imprese si adattano incessantemente ai segnali dei prezzi, ai cambiamenti tecnologici e alle strategie dei loro rivali per sopravvivere. Il cambiamento, non l’equilibrio, è la loro condizione ottimale. Heideman mostra come la disunione della classe imprenditoriale abbia contribuito a spingere il Partito repubblicano verso le turbolenze del trumpismo, ma non è evidente che tale frattura abbia ridotto il potere delle imprese, né che la capacità del partito delle imprese di difendere senza riserve le richieste specifiche di ciascun settore non sia anche un segno di forza. Al suo apice, la Camera di Commercio raramente sosteneva politiche che abbracciassero l’intero spettro imprenditoriale – anzi, spesso alle imprese veniva chiesto di fare concessioni su grandi progetti di legge fiscali e simili –, ma ottenne una vera e propria serie di vittorie nei settori automobilistico, delle assicurazioni sanitarie e dell’industria farmaceutica. Sebbene il capitale mostri segni di entropia quando le cose vanno bene, è stato in grado di unirsi molto rapidamente, quando è stato necessario, per frenare una legislazione sfavorevole. Durante la presidenza Clinton, l’AFL-CIO compì uno sforzo concertato per far approvare una legge federale, il Workplace Fairness Act, concepita per proteggere i lavoratori in sciopero dall’essere sostituiti da crumiri. Come dimostra Timothy Minchin nella sua storia dell’AFL-CIO, Labor Under Fire: A History of the AFL-CIO since 1979 (2017), il fatto che le aziende potessero semplicemente assumere crumiri ha spezzato molti scioperi e ha fatto sì che migliaia di lavoratori statunitensi perdessero il posto di lavoro. Clinton, pur non pronunciandosi apertamente sul disegno di legge, affermò che lo avrebbe firmato. Ma i Democratici contavano solo su cinquantasette seggi al Senato, tre in meno della soglia necessaria per approvare la legge. In quel momento, scrive Minchin, «da parte delle imprese, la lotta fu guidata dall’Alliance to Keep Americans Working, una coalizione di oltre novanta società e gruppi imprenditoriali, tra cui la National Association of Manufacturers e la Camera di Commercio degli Stati Uniti. La battaglia mise in luce il crescente potere – e l’unità – della lobby imprenditoriale, che è una delle cause principali del calo della densità sindacale». I rappresentanti del Sud, in particolare, furono sommersi da lettere e petizioni, mentre i gruppi imprenditoriali si mobilitavano contro la legge. Questa fallì al Senato e Clinton finì per promulgare un decreto, che conteneva importanti limitazioni. Esaminando le principali leggi economiche e i decreti approvati o firmati da Trump, si notano segni di tensione tra gli interessi delle fazioni e le priorità della classe nel suo complesso. Rogue Elephan: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos offre un’interessante analisi della legge di bilancio di Trump per il 2017, che ha ridotto in un colpo solo l’imposta sulle società e l’imposta sul reddito dei ricchi. George W. Bush, scrive Heideman, «aveva riunito i leader aziendali in una sala e aveva detto loro che non avrebbe inserito i tagli da loro preferiti nel suo piano fiscale, ma che, se avessero sostenuto la sua strategia, sarebbero stati riccamente ricompensati». Trump, al contrario, ha finanziato il suo regalo ai ricchi con un dazio doganale, che imponeva un forte sovrapprezzo agli importatori. I dazi del secondo mandato di Trump, introdotti come strumenti di una politica estera rischiosa, non possono essere descritti come qualcosa che serva agli interessi delle grandi imprese né a breve né a lungo termine. Almeno sotto questo aspetto, l’opposizione si è mostrata sorprendentemente coesa. Ford, ad esempio, con la sua quota relativamente elevata di produzione nazionale, potrebbe ritenere che i dazi conferiscano un vantaggio alle case automobilistiche straniere, ma finora l’azienda ha comunque privilegiato i benefici derivanti dalla possibilità di importare componenti e prodotti finiti. I magnati delle piattaforme che competevano per conquistare il favore di Trump non si sono recati in massa a Washington lo scorso gennaio per promuovere un programma comune, ma per cercare un trattamento preferenziale. Hanno partecipato all’insediamento non perché le aziende stessero andando male in questo contesto caotico e avessero bisogno di guadagnare influenza, ma perché le aziende stanno cercando la deregolamentazione. Il mercato azionario, il PIL e gli utili aziendali hanno registrato una ripresa dopo il difficile primo trimestre del 2025. La distruzione del quadro normativo statunitense ha senza dubbio contribuito a questo risultato. Secondo le informazioni disponibili, il «Kochtopus» ha speso 548 milioni di dollari durante il ciclo elettorale del 2024, esercitando pressioni sulle grandi società affinché spingessero il Partito repubblicano più a destra su molte questioni, nonostante Trump non sia mai stato il loro candidato preferito. E, naturalmente, c’è la bolla dell’IA. «Se sfrutteremo anche solo una frazione delle opportunità che ci si presentano», ha annunciato Zuckerberg nella relazione sui risultati del terzo trimestre di Meta, «i prossimi anni saranno il periodo più emozionante della nostra storia». La narrativa di Heideman, attenta alle forze strutturali, a volte trascura la centralità degli eventi storici reali, compresi i profondi cambiamenti verificatisi nella natura del capitalismo statunitense. Alle turbolenze economiche degli anni Settanta – la concorrenza tra capitalisti che portò a una contrazione dei profitti, gli shock di Nixon e l'inizio della stagflazione – è stata dedicata solo una minima parte rispetto allo spazio riservato alle controversie sulla regolamentazione svoltesi al Congresso, mentre lo spostamento del settore industriale a favore di quello finanziario negli anni Novanta, quando la liberalizzazione commerciale e un dollaro forte accelerarono la delocalizzazione della produzione, viene rapidamente sorvolato. Sebbene Rogue Elephant offra una correzione ammirevolmente pragmatica alle spiegazioni psicologizzanti dell’ascesa di Trump, c’è comunque qualcosa che manca: su Trump stesso, sull’elettorato o sulle dinamiche non razionali in gioco. A volte ciò si manifesta sotto forma di eufemismo, come quando Heideman descrive Christine O’Donnell, ex candidata del Tea Party al Senato per il Delaware, come «solo vagamente ancorata alla realtà». La ricordo come la candidata che fu costretta a mandare in onda uno spot in cui dichiarava: «Non sono una strega». In altre occasioni, la mancanza di attenzione verso i singoli attori viene percepita come un’omissione più significativa. John Lewis, il leader sindacale che aveva elogiato la legislazione di Roosevelt del 1933, si rivoltò contro il Partito democratico alcuni anni dopo. Heideman non ne fa menzione, sebbene sia un buon esempio di come una base unificata possa, di fatto, provocare una frattura. Al contrario, da quando il libro di Heideman è andato in stampa, Marjorie Taylor Greene – l’incendiaria deputata repubblicana del 14° distretto della Georgia, le cui buffonate vengono citate come prova del controllo vacillante della leadership del partito – è stata costretta a ritirarsi, nonostante la sua potenza finanziaria. Nel libro non sono stati inoltre sufficientemente approfonditi né gli effetti dei cambiamenti indicati da Heideman nel Partito democratico, né il «riassetto» che ha portato il partito a guadagnare terreno tra i gruppi più benestanti, mentre parte della sua base della classe operaia ha cambiato la propria fedeltà passando al Partito repubblicano. «Si potrebbe affermare potrebbe affermare, scrive Heideman, che i Democratici si siano allontanati dalla ridistribuzione, assecondando le preferenze dei loro nuovi elettori dell’alta borghesia. Tuttavia, non è questo ciò che è accaduto. Infatti, durante il mandato di Joe Biden, i Democratici hanno tentato di approvare la misura di politica ridistributiva più ambiziosa dai tempi della Great Society. Il fatto che sia stata bloccata dai due senatori più conservatori del gruppo parlamentare democratico non sminuisce il fatto che il resto del partito l’abbia sostenuta. Ci sono due aspetti che non vengono menzionati: in primo luogo, che questa era la ricompensa di consolazione concessa all’ala del partito guidata da Sanders, che stava spingendo Biden verso sinistra; e, in secondo luogo, che la vera spinta del «Build Back Better» non risiedeva in benevoli impulsi ridistributivi, ma nella necessità di correggere la destabilizzazione causata dalla pandemia di COVID-19. La misura era accompagnata dal proseguimento del Paycheck Protection Program (Programma di protezione degli stipendi), un aiuto di cui hanno approfittato appieno le grandi società. Heideman accenna solo di sfuggita al successo delle sfide lanciate dalla sinistra alla leadership del Partito democratico, che presenta un netto contrasto con la resa dei repubblicani di fronte alla loro ala destra ribelle. Adam Hilton, in un articolo pubblicato sul Socialist Register, affronta la questione da una prospettiva che integra quella di Heideman. «Perché questa struttura» – un partito relativamente permeabile – «dovrebbe orientarsi in modo così sistematico verso gli interessi capitalisti?», chiede Hilton. La sua risposta è che il Partito democratico manca di «deliberazione interna sia sulle principali questioni politiche di attualità sia sulle visioni politiche alternative per la società», una carenza che «funziona come un importante disincentivo alla partecipazione generalizzata della base». Le conseguenze sono emerse chiaramente nell’effimero successo di Sanders, limitato dalla struttura dei superdelegati del partito. Un Partito repubblicano più forte, come sostiene Heideman, avrebbe potuto impedire l’ascesa di Trump, ma in quale situazione avrebbe lasciato il Paese? La sinistra ha pochi motivi per riporre le proprie speranze in un’inversione di tendenza dell’atrofia dei Democratici. È improbabile che gli appelli populisti opportunistici di Trump e Vance si fondino in un’alternativa stabile a destra o provochino una reazione unitaria tra i Democratici, prevede Heideman. «Il fascino del “conservatorismo nazionale” ha meno a che fare con il suo programma economico – sottolinea Heideman – e più con la sua disponibilità ad abbracciare l’antiliberalismo». Lo stesso Gingrich ha osservato che Trump «non era essenzialmente un conservatore», ma un «antiliberale». Anzi, ha aggiunto l’ex presidente della Camera dei Rappresentanti, «potrebbe essere il distruttore più efficace del liberalismo che io abbia mai visto in vita mia». L’orientamento del Partito repubblicano, lontano da un programma conservatore positivo, trova un riflesso più che evidente nei Democratici, il cui posizionamento come unica alternativa al fascismo – il partito della democrazia in sé – sa di disperazione. * Paul Heideman, Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos, Londra e New York, Verso, 2025, 320 pp. Si consiglia la lettura di , «Siete tesis sobre la política estadounidense», NLR 138, y «La lógica política de los horizontes bloqueados del capitalismo», NLR 155&Ant/agón. Dylan Riley, «Capitalismo, capitalistas, política», «Culturas políticas, marxismo, política de clase», «Intereses materiales y lucha de clases», «Lenin en Estados Unidos», todos ellos publicados en Diario Red, «Marx y Weber o la racionalidad política de la comprensión del capitalismo», Ant/agón, y «Líneas de fractura: Lógicas políticas del sistema de partidos en Estados Unidos», NLR 126. Nausicaa Renner è redattrice fondatrice di Drop Site News. In precedenza è stata redattrice di The Intercept, redattrice digitale della Columbia Journalism Review e redattrice senior di n+1. I suoi saggi su politica, psicoanalisi e libri sono apparsi su Parapraxis, n+1, The New York Times Magazine, The New Yorker e The New Republic, tra le altre testate. Questo articolo è apparso su New Left Review 157, rivista bimestrale di politica e teoria pubblicata a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è riprodotto con l’espressa autorizzazione dell’editore. L'immagine di copertina è di Joselin Finch, che ringraziamo.

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    Ritratti botanici Storia femminile, piante e identità nelle Alchimiste di Anselm Kiefer Anselm Kiefer, Le Alchimiste. Istallation view Quaranta donne di gesso reggono il perimetro della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (MI) da due secoli e mezzo. Realizzate da Gaetano Callani, seguono la tradizione vitruviana: le donne di Caria, prigioniere greche condannate a sostenere in eterno il peso dell'architettura. Le forme visibili oggi sono però conseguenza del bombardamento del 1943: il crollo del soffitto le ha mutilate e le intemperie hanno sciolto il gesso prima della ricostruzione del tetto. Corpi anonimi, nati come decorazione e diventati simbolo – quindi doppiamente astratti – del tempo che li ha attraversati. È gennaio 2024 quando l’artista Anselm Kiefer attraversa questa sala per capire se possa accogliere una nuova impresa, commissionata nel pieno della macchina delle Olimpiadi invernali milanesi. Sono i gessi disciolti, per contrappasso, a suggerirgli di dedicare la mostra a trentotto alchimiste – nobildonne, scienziate, erboriste, filosofe – che hanno attraversato in silenzio la storia della conoscenza occidentale dall'antichità al XX secolo, spesso sotto pseudonimo maschile, a prezzo della libertà e talvolta della vita. Le Alchimiste, aperta dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, nasce dunque come riflesso e insieme capovolgimento, inserendosi nella serie di cicli – le Frauen der Revolution, le Reines de France, le Trümmerfrauen – che Kiefer ha dedicato a donne travolte dalla Storia. Se le cariatidi sono corpi anonimi inghiottiti senza nome, le alchimiste vengono invece celebrate da quarantadue grandi teleri in metallo, materiali organici e foglia d’oro, i loro nomi restituiti come entità individuali da conoscere e ricordare. Se questo è vero (la mostra è ormai un fenomeno culturale capace di risvegliare l’attenzione verso queste figure), è anche vero però che le alchimiste non sono poi così lontane dalle cariatidi in cui si specchiano. L’idea quasi messianica di restituire un volto alle donne non riconosciute dalla storia vacilla quando si osserva che i corpi nudi sono difficilmente distinguibili l’uno dall’altro, e che la narrazione procede per schemi: donna dimenticata/mani alzate e volto nell’ombra, donna pericolosa/sguardo indemoniato, donna illuminata dalla scienza/mani aperte verso l’alto. Se non fosse per il nome tracciato a lettere dorate su ciascun telero, sarebbe complesso rintracciare le singolarità di corpi che hanno dedicato loro stessi alla conoscenza, imparando a nascondersi, a prezzo della loro stessa vita. Al contrario, la natura botanica che accompagna questi ritratti è specifica. Le piante – materiale organico e riproduzioni in metallo e ceramica – figurano su più di metà delle installazioni, come un codice che non illustra ma nomina. Non è un dettaglio casuale: è proprio la pista vegetale ad aprire una chiave di lettura sul peso storico delle donne nell’alchimia. Negli scritti ermetici la figura femminile è centrale ma solo come simbolo o, al massimo, aiutante: dalla metafora della mater alchimia alla soror mystica che assiste nelle preparazioni di base che, normalmente, non prevedevano i preziosi ingredienti della pietra filosofale, ma, appunto, erbe e piante. È quindi nell’orizzonte botanico che lo schema si incrina: come nota Natacha Fabbri nel saggio del catalogo, è nei ricettari, negli orti dei semplici, nella trasmissione orale di saperi su erbe e preparati che le alchimiste costruiscono una competenza empirica reale, tra medicina, cosmetica e farmacopea. Allora ecco che rami di vischio – che vive sospeso tra cielo e terra senza radici nel suolo, unione degli opposti – compaiono in mano a Caterina Sforza, autrice degli Experimenti, oltre quattrocentocinquanta ricette dalla cosmesi all’alchimia operativa. Riproduzioni in ceramica della digitale purpurea, capace secondo la dose di curare o avvelenare, sovrastano Marie Meurdrac, autrice del primo manuale di chimica per un pubblico femminile. E insieme a loro tarassaco, girasole, aconito a formare un vero e proprio erbario. Tra tutti, un solo fiore compare come elemento costitutivo della pittura stessa: la rosa, mescolata al pigmento in più di un telero, fino a diventare pioggia di fiori nel ritratto di Perenelle Flamel. In più di un’occasione, l’artista ha affermato che i petali essiccati non sono decorazione ma materia in trasformazione, e portano la vicinanza tra la massima bellezza e la putrefazione: la nigredo, il nero della dissoluzione. Viene poi l’albedo, il bianco della purificazione. E infine la rubedo, il rosso della trasformazione raggiunta: l’oro, la pietra filosofale. In questo modo, la mostra intera diventerebbe un modo per mostrare senza mai dire: ritrarre non attraverso i corpi, ma attraverso gli strumenti primari che questi corpi hanno utilizzato, le piante. Non illustrare il processo alchemico, ma incarnarlo.L’individuazione di una narrazione sepolta: nigredo. Un imponente lavoro per riportarla alla luce: albedo.Davanti però ai quarantadue teleri, alle figure di queste donne comunque nude, comunque indistinguibili, create in serie dalla mano di uno dei grandi artisti uomini dell’Occidente, rimane aperta la domanda se il messaggio sia fertile: rubedo? Sophie-Elisabeth-von-Clermont Isabella d'Aragona Lady-Margaret-Clifford-of-Cumberland Caterina-Sforza

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    Finiremo col metterci le manette ai polsi da soli Il romanzo Gli orrori di Omega Gli orrori di Omega – romanzo edito nel 1960 – è la storia di Will Barrent che piomba in un mondo popolato di ribelli, criminali, assassini, nonconformisti, abitato da tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società: un pianeta-penitenziario, Omega, dove vengono spediti i fuorilegge e qui lasciati in totale libertà. È un mondo dove solo i più abili, feroci e fortunati possono aspirare alla ricchezza e al potere; una società in cui le proprietà della vittima vengono per legge ereditate da chi l’ha ucciso. Non esistono prigioni, né celle, sbarre o carcerieri; i galeotti si regolano a loro piacere, e perché non abbandonino il mondo su cui son stati esiliati, astronavi pattugliano l’orbita di Omega. È un’umanità che respinge i disobbedienti: «Tutti voi» continuò l’uomo «vi siete risvegliati in queste ultime ore nelle vostre celle. Avete scoperto di non ricordare niente di quello che vi riguarda. Neppure il vostro nome. Siete solo in possesso di un piccolo bagaglio di conoscenze generali necessarie a mantenervi in contatto con la realtà. Io non voglio aumentare quelle che sono le vostre conoscenze. Tutti voi, sulla Terra, eravate dei sordidi e pericolosi criminali. Eravate esseri della peggior specie, individui che avevano perso ogni diritto alla considerazione dello Stato. In un’epoca meno illuminata sareste stati condannati a morte. Oggi venite deportati». […] «Tutti voi» continuò «siete dei criminali. E tutti avete una cosa in comune: l’incapacità di ubbidire alle regole basilari della società umana. Queste regole sono necessarie allo sviluppo di una civiltà. Infrangendole, voi avete commesso un crimine contro tutta l’umanità. Di conseguenza l’umanità vi ha respinto. Siete della limatura nella macchina della civiltà, e siete stati mandati in un mondo in cui sarete padroni della vostra sorte. Qui voi potrete stabilire delle regole vostre, e morire per loro. Qui troverete quella libertà che avete bramato: la incontenibile e autodistruttrice libertà di un processo canceroso». […] «Forse» disse ancora «per alcuni di voi è possibile una riabilitazione. Omega, il pianeta verso cui siamo diretti, è il vostro pianeta. Un mondo governato interamente dai prigionieri. Un mondo sul quale potrete ricominciare la vostra vita, dove non ci saranno pregiudizi contro di voi. Le vostre vite passate sono state dimenticate. Non cercate di ricordarle. Scoprire il passato servirebbe solo a stimolare di nuovo le vostre tendenze criminali. Pensate di essere nati nel momento in cui vi siete risvegliati nelle vostre celle». […] «Un nuovo mondo» riprese [l’oratore] «voi siete rinati… però con la necessaria coscienza del male. Senza di questa, voi sareste incapaci di combattere la parte peggiore che è in tutte le vostre personalità. Ricordatelo. Ricordate inoltre che per voi non vi sarà alcuna possibilità di fuga e di ritorno sulla Terra». Will Barrent non si capacita del motivo della sua condanna per omicidio comunicatagli laconicamente al momento dello sbarco su Omega; non ricorda nulla del delitto né del suo passato terrestre, e questo perché ai condannati viene rimossa la memoria. Perché senza la memoria si azzera ogni supposizione: […] «seppe che probabilmente la Terra era sotto un regime dittatoriale. Apprese i metodi di una dittatura, le sue forze e le sue debolezze, i ruoli della polizia segreta, l’uso del terrore, l’uso degli informatori». […] «la distruzione della memoria veniva regolarmente impiegata per rendere inefficiente ogni supposizione». Perché senza il ricordo del passato non si può parlare del futuro: «L’oratore si allontanò, ma per alcuni istanti i prigionieri continuarono a tenere gli occhi fissi alla balaustra. Poi, lentamente, si levò un mormorio generale. Ma cessò quasi subito. Non sapevano di che cosa parlare. Senza il ricordo del passato, non potevano parlare del futuro. E non potevano parlare di se stessi, perché le loro personalità erano appena affiorate e in modo indefinito». Perché l’ignoranza, insieme all’ineguaglianza, aiuta chi è al potere: «Su Omega le leggi venivano tenute segrete. I vecchi residenti usavano la loro conoscenza delle leggi per aumentare il dominio sopra i nuovi venuti. Questo sistema era permesso e rafforzato dall’assoluta ineguaglianza tra gli uomini, base di tutto il sistema legale di Omega. Attraverso l’ineguaglianza pianificata e la costrizione all’ignoranza, il potere e lo stato rimanevano nelle mani dei vecchi residenti». E se oltre all’ignoranza e all’ineguaglianza, a colpire la popolazione è pure la droga, tanto meglio per lo Stato: «Le droghe servono a molti scopi». […] «Dal punto di vista dello stato vi dirò che una popolazione assuefatta alla droga è una popolazione leale. Le droghe sono la maggior fonte di tasse. Le droghe semplificano interamente il nostro modo di vita. Vi dirò infine che le minoranze non assuefatte hanno sempre dato prove ostili, contro le istituzioni» […]. Barrent cercherà disperatamente i ricordi che gli son stati tolti e la possibilità di poter tornare sulla Terra, ma quando riuscirà a far ritorno sul pianeta che lo aveva espulso, si troverà di fronte a una realtà ancor più pericolosa della precedente; per esempio, scoprirà che case e negozi sono tutti uguali: «Percorse una strada interminabile fiancheggiata da piccole ville. A tutta prima ebbe l’impressione che quelle case fossero identiche poi si accorse di piccole differenze architettoniche. Tali differenze, tuttavia, invece di distinguere le case una dall’altra, servivano semplicemente a mettere in risalto quella monotona somiglianza. C’erano centinaia di case fin dove poteva giungere il suo sguardo. Tutte uguali. E quella somiglianza lo immalinconì». […] «Raggiunse il centro commerciale. Anche i negozi ripetevano lo stile delle case. Bassi, discreti, e molto simili. Solo guardando nella vetrina si poteva distinguere un negozio di articoli sportivi da uno di generi alimentari. Scoprirà che in tutto il mondo è, ormai, così: Sono stato a Roma. Ed è esattamente come qui a Wilmington. Le stesse case e gli stessi negozi». È un libro che ci racconta un mondo dove essere nonconformisti è un delitto: «Su Omega sono stati mandati due tipi di persone completamente differenti. Ci sono veri criminali, colpevoli di omicidi, rapine, eccetera». […] «poi ci sono i colpevoli di delitti di deviazionismo quali la sfiducia nella politica, eterodossia scientifica, attitudini irreligiose». […] «i nostri delitti consistevano nell’avere opinioni diverse da quelle che prevalevano sulla Terra. Eravamo dei nonconformisti. E probabilmente costituivamo un elemento instabile, e una minaccia per il potere in carica. Quindi siamo stati deportati su Omega». Che ci racconta un mondo in cui va punita qualsiasi opposizione alle abitudini: […] «la Terra diveniva sempre più rigida nelle sue istituzioni. Una civiltà più inflessibile di qualsiasi civiltà medioevale puniva qualsiasi opposizione ai costumi esistenti, alle abitudini, a ciò in cui si credeva. Le deviazioni venivano considerate crimini gravi quanto il delitto, e comportavano la stessa pena. E si tornò a usare le stesse istituzioni quali la polizia segreta, la polizia politica, e gli informatori. Qualsiasi mezzo era adatto per giungere alla conformità. Per i nonconformisti c’era Omega. La pena di morte era stata abolita da molto tempo, e nelle prigioni non c’era posto per ospitare il numero sempre crescente di criminali. I capi della Terra decisero alla fine di trasportare questi criminali su un pianeta-penitenziario, copiando quel sistema usato dai Francesi con la Guiana e la Nuova Caledonia, e dagli Inglesi con l’Australia e il Nord America. Dato che non era possibile governare Omega dalla Terra, le autorità non se ne preoccuparono. Si limitarono ad adottare sistemi per cui nessun prigioniero potesse fuggire». Che ci racconta un mondo in cui non c’è più bisogno di forze di sicurezza perché si è riusciti a inculcare un poliziotto nella mente di ogni individuo. E non si pensi, oggi, d’essere immuni da tutto questo o tanto distanti dalla realtà perché, personalmente, mi capita sempre più spesso di relazionarmi con persone che, nel dubbio d’essere fuorilegge, preferiscono non fare, non dire o non scrivere determinate cose. E ditemi voi se vederci mettere le manette ai polsi da soli non è sempre stato il sogno di chi detiene il Potere. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com We will end up putting the handcuffs on our own wrists translate by Serena Duchi The Status Civilization — first published in 1960 — tells the story of Will Barrent, plunged into a world populated by rebels, criminals, murderers and nonconformists: a penal planet, Omega, where all those who disturb the balance of society on Earth are sent and then left in complete freedom. It is a world where only the most skilled, ruthless, and fortunate can aspire to wealth and power; a society in which, by law, a victim’s property is inherited by their killer. There are no prisons, no cells, no bars, no warders; the convicts govern themselves as they please, while spacecraft patrol Omega’s orbit to ensure that no one escapes the world to which they have been exiled. It is a humanity that rejects the disobedient: «All of you» the man continued «have awakened in your cells within the past few hours. You have discovered that you remember nothing about yourselves. Not even your own names. You possess only a small stock of general knowledge, enough to keep you in contact with reality. I do not intend to add to that knowledge. All of you, on Earth, were sordid and dangerous criminals. You were beings of the worst kind, individuals who had lost every right to the consideration of the State. In a less enlightened age you would have been sentenced to death. Today you are deported». […] «All of you» he continued «are criminals. And you all have one thing in common: the inability to obey the basic rules of human society. Those rules are necessary for the development of civilisation. By breaking them, you have committed a crime against all humanity. Humanity has therefore rejected you. You are the filings in the machinery of civilisation, and you have been sent to a world where you will be masters of your own fate. Here you will be able to establish rules of your own, and die for them. Here you will find the freedom you have longed for: the unrestrained, self-destructive freedom of a cancerous process». […]. «Perhaps» he added «for some of you rehabilitation may be possible. Omega, the planet towards which we are travelling, is your planet. A world governed entirely by prisoners. A world where you may begin your lives anew, where there will be no prejudice against you. Your past lives have been erased. Do not try to remember them. Recovering the past would only rekindle your criminal tendencies once more. Think of yourselves as having been born the moment you awoke in your cells». […] «A new world» [the speaker] resumed, «you have been reborn… but with the necessary awareness of evil. Without it, you would be incapable of fighting the worst part of your own personalities. Remember that. And remember also that there will be no possibility for you to escape and return to Earth». Will Barrent cannot understand why he has been condemned for murder — a verdict delivered laconically his arrival on Omega. He remembers nothing of the crime, nor of his life on Earth, because the memories of the condemned are erased. And without memory, every possibility is neutralized: […] «he learned that Earth was probably under a dictatorial regime. He learned the methods of a dictatorship, its strengths and weaknesses, the role of the secret police, the use of terror, the use of informers». […] «the destruction of memory was regularly employed to render every hypothesis ineffective».Because without memory of the past, one cannot speak of the future: «The speaker withdrew, but for a few moments the prisoners kept their eyes fixed on the balustrade. Then, slowly, a general murmur arose. But it faded almost immediately. They did not know what to talk about. Without memory of the past, they could not talk about the future. And they could not talk about themselves, because their personalities had only just begun to emerge, and in an indistinct way».Because ignorance, together with inequality, helps those in power: «On Omega the laws were kept secret. The old residents used their knowledge of them to strengthen their dominance over the newcomers. This system was permitted and reinforced by the absolute inequality among individuals, the foundation of Omega’s entire legal order. Through planned inequality and enforced ignorance, power and the state remained in the hands of the old residents». And if, on top of ignorance and inequality, the population is also subdued by drugs, so much the better for the State: «Drugs serve many purposes». […] «From the point of view of the state, I can tell you that a drug-addicted population is a loyal population. Drugs are the greatest source of tax revenue. Drugs simplify our entire way of life. I will also tell you finally that the non-addicted minorities have always shown themselves hostile towards the institutions» […]. Barrent will desperately seek to recover the memories taken from him, along with the chance to return to Earth. But when he finally succeeeds in going back to the planet that expelled him, he is confronted with a reality even more disturbing than the one he left behind. For instance, he discovers that houses and shops are all the same: «He walked down an endless street lined with small villas. At first he had the impression that the houses were identical; then he noticed slight architectural differences. Those differences, however, instead of distinguishing one house from another, merely served to emphasise their monotonous similarity. There were hundreds of houses as far as the eye could see. All alike. And that sameness filled him with melancholy». […] «He reached the shopping centre. The shops, too, repeated the style of the houses. Low, discreet, and very similar. Only by looking into the windows could one tell a sporting good store from a grocery. He will discover that, by now, the entire world was like this: I’ve been to Rome. And it’s exactly the same as here in Wilmington. The same houses and the same shops». It is a book that shows us a world where being a nonconformist is a crime: «On Omega two completely different kinds of people have been sent. There are true criminals, guilty of murder, robbery, and so on». […] «Then there are those guilty of deviationist offences such as distrust of politics, scientific heterodoxy, irreligious attitudes». […] «Our crimes consisted in holding opinions different from those that prevailed on Earth. We were nonconformists. And we probably constituted an unstable element, a threat to the ruling power. So we were deported to Omega». A world in which any opposition to established habits must be punished: […] «Earth was becoming ever more rigid in its institutions. A civilisation more inflexible than any medieval civilisation punished any opposition to existing customs, habits, to what was believed. Deviations were considered crimes as serious as murder and carried the same penalty. And the same institutions returned: the secret police, the political police, informers. Any means was acceptable if it led to conformity. For nonconformists there was Omega. The death penalty had long been abolished, and there was no longer room in prisons for the ever-growing number of criminals. In the end, Earth’s leaders decided to transport these criminals to a prison planet, adopting the system used by the French in Guiana and New Caledonia, and by the British in Australia and North America. Since it was impossible to govern Omega from Earth, the authorities did not concern themselves with it. They simply adopted systems to ensure that no prisoner could escape». A world, too, in which there is no longer any need for security forces, because a policeman has been planted in every individual’s mind. And let no one think, today, that we are immune to all this, or far removed from such a reality. I personally find myself, more and more often, dealing with people who, for fear of being outside the law, prefer not to do, not to say, not to write certain things. And tell me this: has seeing us put the handcuffs on our own wrists not always been the dream of those who hold Power. Marco Sommariva, (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com

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    A Oreste Strano con immutato amore Thomas Berra Non è facile raccontare Oreste Strano, perché non ci troviamo di fronte a un compagno caratterizzato da un unico campo di interessi o di pratiche, semmai da un unico obiettivo: il cambiamento e le lotte necessarie per attuarlo. Oreste è poco contenibile, sempre pronto con ironia e creatività a nuove esperienze. Ma veniamo con ordine: politicamente Oreste nasce nel PC m-l come marxista-leninista e mai collocazione mi è sembrata più strana per lui, conoscendolo negli anni. Si sposa con Brunilde e nel 1974 nasce la figlia Barbara. È in quegli anni che Oreste si avvicina all’Autonomia e a Rosso e io lo conosco di sfuggita perché non sta nel mio stesso ambito, quello dei Collettivi politici operai. Lo ritrovo in carcere a San Vittore, al suo terzo arresto, proveniente da Rebibbia dove viene trasferito da Trani in seguito alla rivolta avvenuta in quel carcere speciale. A Milano arriva per il processo Rosso-Tobagi e condividiamo la cella per tutto quel lungo periodo. Si sviluppa una grande sintonia politica, di stima e di vita in comune. Insieme facciamo nascere la lista di detenuti politici Vivere Liberazione, d’ogni carcere l’estinzione che si presenta a Milano alle elezioni del 1983 per la circoscrizione Milano-Pavia. Con l’aiuto di compagne e compagni fuori dal carcere otteniamo una grande pubblicizzazione di base, con il solo aiuto di volantini, manifesti autoprodotti, scritte sui muri, banchetti ed eventi, persino un giornalino. Per presentare la lista chi è fuori riesce a raccogliere firme autenticate dai cancellieri. Un notaio entra in carcere a raccogliere i dati dei candidati, si crea un partito/provocazione che si presenta alle elezioni e raccoglie a Milano, in pieno periodo di arresti e repressione, più di 5000 voti. L’iniziativa suscita l’interesse, nelle carceri, di migliaia di detenuti in tutta Italia che aderiscono alla lista per denunciare le pesanti condizioni di detenzione e attuano iniziative di protesta per ottenere l’attenzione pubblica. La più tipica: la battitura delle sbarre delle celle. Uscito dal carcere a fine pena, viene spedito al confino a Patti. Lo scopo è evidente: togliere l’acqua dove nuota il pesce. Ma per Oreste l’acqua è dappertutto. A Patti si fa nuove amicizie che dureranno anni. Scopre la Brassica: cavolo primigenio, madre di tutti i cavoli con eccezionali proprietà curative e cicatrizzanti. Nasce così a Patti l’Associazione per l’utilizzo della Brassica. La sua proprietà di poter essere annaffiata anche con acqua salata, il che la rende adatta anche a terreni lontani da riserve d’acqua dolce. Finisce il confino e torna prima a Milano dove vive con Thea, che finito il rapporto con Bruni è la sua compagna già da prima dell’arresto per Rosso-Tobagi. A Milano rimangono fino al 1993. In quell’anno Oreste e Thea si sposano e io e Cristina siamo testimoni di nozze. Ormai ci frequentiamo tutti e quattro da alcuni anni, avvicinati anche da esperienze comuni, per me e Oreste la detenzione, per Thea e Cristina l’essere compagne di detenuti per tutta la durata della galera e per la ripresa della vita libera. Sempre in quell’anno si trasferiscono a Novara, città natale di Oreste. Lì riprende il lavoro di fabbro nell’officina che condivide con i fratelli e si trova una sistemazione che piace a entrambi i coniugi: affittano una casa singola circondata da un ampio spazio di giardino e orto e ci mettono radici. La casa si trova a Isarno, attorno poche abitazioni, una vecchia cascina di grandi dimensioni, una chiesetta sconsacrata, non lontano un cimitero in disuso e attorno tutte risaie. Lo spazio verde di casa e dintorni diventa per Oreste spazio liberato dove raccogliere tutti gli amici di un tempo e anche intervenire sul territorio circostante. Così nasce l’Associazione Amici di Isarno nel 1995, con vecchi compagni di Novara e alcuni addentellati milanesi. Un terreno di azione e di iniziative, una specie di Centro sociale diffuso e all’aperto. L’associazione impedisce così la costruzione di un Hub per tir che deve sorgere nelle vicinanze di uno snodo autostradale e ottiene dalle Belle Arti e dalla Curia Novarese la riqualificazione della chiesetta di Isarno. Intanto cerca di convincerci ad acquistare piccole centrali idroelettriche dismesse, lungo fiumi e torrenti per produrre energia elettrica autonoma attraverso una macchina a pale di sua invenzione. Pochi anni dopo, nel 1998, ormai con i giovani compagni di Novara, dà vita al Cavalcavia: Centro Sociale attivo sulla scena punk-rock novarese fino al 2004. Il 2000 vede Oreste e Thea attivi nel dibattito e in quello che sarà la costruzione del Social Forum di Genova 2001, i cui tragici risultati conosciamo. Grandi dibattiti tra noi milanesi che, avendo frequentato il Leoncavallo vediamo con preoccupazione la logica del dialogo con il potere che sta prendendo piede (e che rivelerà tutta la sua falsità nelle drammatiche giornate di Genova) e loro novaresi che sono attratti dalle grandi potenzialità di partecipazione del periodo organizzativo pur vedendo il pericolo di una logica dialogante. Dopo la violenza fascista dello Stato nascono i Social Forum ovunque, anche a Milano e Novara. A Novara il Social Forum si muove contro Cameri, aeroporto di assemblaggio di F35 poco lontano da Novara. Oreste è attivo prima, durante e dopo. Nel frattempo è impegnato per lavoro a Novara e nei Comuni vicini, con i mercatini autogestiti di bricolage e robivecchi per tutti gli anni del Cavalcavia e oltre. Attività che richiede la sua attenzione per le trattative con i Comuni sugli spazi, il plateatico, l’organizzazione degli standisti e la gestione delle iniziative. Nel frattempo l’officina dei fratelli Strano chiude per sopraggiunti limiti di età. I mercatini di scambio oggetti prendono una nuova piega con l’affitto di un negozio a Sesto Calende dove Thea apre La soffitta della nonna, splendido negozio di cianfrusaglie attivo dal 2004 al 2010. Negli stessi anni iniziano e si consolidano i rapporti con il Centro Sociale di Alessandria che si batte, tra le altre attività, contro il Terzo Valico e la difesa dell’ambiente. È del 2 giugno 2009 la manifestazione nazionale a Novara NO F35. E Oreste e Thea partecipano attivamente alle iniziative NO TAV e No Terzo Valico fino almeno al 2018. Il gennaio 2010 vede l’occupazione a Novara di alcune abitazioni da parte di famiglie di sfrattati. Oreste costituisce un Comitato di sostegno. Il Comune non propone soluzioni per famiglie, anche con bambini, gettate in strada, mentre ci sono case popolari vuote da ristrutturare. Come in tanti altri comuni si preferisce lasciare case vuote invece di assegnarle a sfrattati che sarebbero in grado di provvedere alle ristrutturazioni. Per questa occupazione il Comune di Novara farà causa al Comitato di sostegno nel 2013. Tutti a processo. Non è l’ultimo e l’unico di questo periodo a carico di Oreste e Thea: ce ne sono altri per manifestazioni non autorizzate. I processi finiranno, con l’aiuto dell’avvocato difensore, amico e compagno, nel 2018. Queste attività sono sempre inframezzate e completate da iniziative sulla Palestina, dove Oreste è stato già negli anni ’60. Sull’occupazione israeliana è informatissimo e documentato, avendo anche dato vita a un Comitato per la Palestina, aiutato, in tempi non sospetti, da ebrei non sionisti contrari al colonialismo di Israele. Gli ultimi anni di vita sono di riposo e racconti, perché la vecchiaia non permette più le attività di un tempo ma lascia spazio alle amicizie, alle riflessioni, alle partecipazioni a momenti di socialità e a convegni interessanti. «Siamo qui di passaggio» come diceva sempre, noi siamo ancora felici per questo passaggio che ci ha dato tanto ed è stato di lunga vita. A Oreste con immutato amore. Nino Fabrizio esponente dell’Autonomia operaia con particolare riferimento ai Collettivi politici operai e alla Rivista «Rosso». Imputato ai processi Rosso-Tobagi, Autonomia torinese, 7 aprile filone padovano e Rosso Ter. Ha scontato 6 anni e 8 mesi di detenzione. Attualmente è politicamente attivo a Milano. To Oreste, with Undiminished Loveby Nino Fabrizio Telling the story of Oreste Strano is no easy task. We are not dealing with a comrade defined by a single field of interest or practice, but rather by a single goal: change, and the struggles necessary to bring it about. Oreste was hard to contain, always ready for new experiences with irony and creativity.But let us take things in order: politically, Oreste started out in the PC m-l (Marxist-Leninist Communist Party), and knowing him over the years, no political placement ever seemed stranger for him. He married Brunhilde, and in 1974 their daughter Barbara was born. It was during those years that Oreste grew close to Autonomia and Rosso, and I knew him only fleetingly because he was not in my circle—that of the Workers' Political Collectives (Collettivi Politici Operai). I met him again in San Vittore prison (Milan Judicial Prison) during his third arrest. He had come from Rebibbia, having been transferred there from Trani following the revolt in that High-Security prison. He arrived in Milan for the Rosso-Tobagi trial, and we shared a cell for that entire long period. A deep bond formed between us—political affinity, mutual respect, and shared daily life. Together, we launched a political prisoners' electoral list, Vivere Liberazione, d'ogni carcere l'estinzione (Living Liberation, the Abolition of Every Prison), which ran in Milan in the 1983 elections for the Milan-Pavia constituency.With the help of comrades outside the prison, we built a major grassroots campaign using only flyers, self-produced posters, graffiti, stalls at events, and even a small newsletter. To register the list, those on the outside managed to gather signatures authenticated by court clerks. A notary entered the prison to collect the candidates' details—a sort of provocation-party was created that ran in the election and, in the height of an era of arrests and repression, gathered over 5,000 votes in Milan. Across Italian prisons, the initiative sparked the interest of thousands of inmates who joined the movement to denounce harsh prison conditions and organized protests to draw public attention—the most iconic being the synchronized banging on cell bars. Once released at the end of his sentence, he was sent into internal exile (confino) in Patti. The intent was obvious: to drain the water where the fish swims. But for Oreste, water was everywhere. In Patti, he made new friends who would remain close for decades. He discovered Brassica—a wild, primordial cabbage, the mother of all cabbages, possessing exceptional healing and restorative properties and the unique ability to survive on saltwater. Thus, the Association for the Utilization of Brassica was born in Patti. Its ability to thrive on saltwater rendered it suitable even for land far removed from fresh water sources.When his exile ended, he returned first to Milan to live with Thea, who - after his relationship with Bruni had ended - had been his partner since before his arrest in dicember 1979 for 7 aprile and Rosso-Tobagi.. They stayed in Milan until 1993. That year, Oreste and Thea got married, and Cristina and I were their wedding witnesses. The four of us had already been close for years, bound by shared experiences: for Oreste and me, our time in prison; for Thea and Cristina, being partners of prisoners throughout their incarceration and into the rebuilding of life in freedom.That same year, they moved to Novara, Oreste’s hometown. There, he resumed work as a blacksmith in the workshop he shared with his brothers, and they found a living arrangement both loved: renting a detached house surrounded by a large garden and vegetable plot, where they put down roots. The house was in Isarno, surrounded by just a few homes, a large old farmhouse (cascina), a deconsecrated chapel, a disused cemetery nearby, and endless rice fields all around. For Oreste, the green space around their home became a liberated space to gather old friends and to intervene in the surrounding territory. Thus, in 1995, the Associazione Amici di Isarno (Friends of Isarno Association) was born, formed with old comrades from Novara and a few connections from Milan. It was a platform for action and initiatives—a sort of open-air, decentralized social center. The association successfully prevented the construction of a truck terminal near a highway junction and convinced the Ministry of Cultural Heritage (Belle Arti) and the Diocese of Novara to restore the little chapel in Isarno. Meanwhile, Oreste tried to convince us to buy small, decommissioned hydroelectric plants along rivers and streams to generate autonomous electricity using a paddle machine of his own invention. A few years later, in 1998, a group of young comrades from Novara launched Il Cavalcavia: a social center active in Novara’s punk-rock scene until 2004. Oreste and his wife were there nearly every day. By 2000, Oreste and Thea were active in the debates and preparation for what would become the 2001 Genoa Social Forum - whose tragic outcome we all know. There were intense debates between us from Milan - who, having frequented Leoncavallo, viewed with concern the growing logic of dialogue with power (which would reveal all its deceit during the dramatic days in Genoa)—and them in Novara, who were drawn to the great potential for participation during the organizing phase, even while recognizing the dangers of a conciliatory approach.Following the State’s fascist violence, Social Forums sprung up everywhere, including Milan and Novara. In Novara, the Social Forum mobilized against Cameri, an F-35 assembly airfield not far from the city. Oreste was active before, during, and after.Meanwhile, throughout the Cavalcavia years and beyond, he was busy working in Novara and neighboring towns with self-managed DIY and flea markets. This work demanded his attention for negotiations with local municipalities over space, stall permits, organizing vendors, and managing events. Eventually, the Strano brothers' workshop closed due to retirement age. The second-hand markets took a new turn when they rented a shop in Sesto Calende, where Thea opened La soffitta della nonna (Grandma's Attic), a wonderful bric-a-brac store open from 2004 to 2010. During those same years, relationships grew and solidified with the Social Center in Alessandria, which, among other causes, was fighting against the Terzo Valico high-speed rail line and for environmental protection. June 2, 2009, marked the national NO F-35 demonstration in Novara. Oreste and Thea actively participated in NO TAV and No Terzo Valico initiatives until at least 2018.In January 2010, several homes in Novara were occupied by evicted families. Oreste set up a Support Committee. The local municipality offered no solutions for families—some with children—thrown onto the street, even while public housing units sat empty, awaiting renovation. As in so many other municipalities, authorities preferred leaving homes vacant rather than assigning them to evicted people willing and able to carry out the repairs themselves.Over this occupation, the Municipality of Novara sued the Support Committee in 2013, putting everyone on trial. It was neither the last nor the only legal trial Oreste and Thea faced during this period; there were others for unauthorized demonstrations. With the help of their defense attorney—a friend and comrade—the trials finally concluded in 2018. These activities were constantly interwoven with and complemented by initiatives on Palestine, a place Oreste had already visited back in the 1960s. He was thoroughly informed and documented on the Israeli occupation, having also founded a Palestine Committee supported, long before it became common, by non-Zionist Jews opposed to Israeli colonialism. His final years were spent resting and storytelling, as old age no longer permitted the activism of his youth, but made room for friendships, reflection, social gatherings, and engaging conferences. «We are only passing through», he used to say. We remain happy for this shared passage—a long life that gave us so much. To Oreste, with undiminished love. Nino Fabrizio was a member of the Workers’ Autonomy movement, with a particular focus on the Workers’ Political Collectives and the magazine Rosso within the movement. He was a defendant in the Rosso-Tobagi, Autonomia Torinese, 7 Aprile (Padua branch), and Rosso Ter trials. He served a prison sentence of 6 years and 8 months. He is currently politically active in Milan.

  • scienza e politica

    Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza – in ricordo di Paolo Virno terza parte collection animée par Angéline Neveu La prima parte di questo testo è stata pubblicata il 3 settembre, la seconda il 10 settembre. La quarta e ultima parte sarà pubblicata il 18 settembre. Intifada * È empiricamente assodato che, per una popolazione data, la composizione della forza-lavoro relativamente stabile e senza divisioni significative facilita lo sviluppo di comportamenti individuali e collettivi non collaborativi o addirittura insorgenti. È quello che si è verificato puntualmente con la popolazione dei territori occupati nella prima Intifada nel 1987, vent’anni dopo la guerra del 1967. La rivolta riunisce tutti gli strati proletari – i lavoratori manuali residenti e frontalieri con Israele, il proletariato giovanile e l’intellettualità di massa – e, insieme con loro, tutta la popolazione palestinese (Heacock & Nassar, op. cit.). L’etnostato coloniale sionista si trova di fronte a un problema di difficile soluzione. Mette in opera come strumento di contrasto immediato la repressione diretta – fino all’uso di munizioni reali contro i giovani che lanciano pietre ai blindati israeliani – ordinata direttamente dal ministro della difesa «di sinistra» Yitzhak Rabin, responsabile dell’amministrazione militare dei territori occupati. Ma è chiaro che la sconfitta strategica dell’insorgenza dei territori occupati può essere ottenuta solo attraverso lo smembramento della composizione della forza-lavoro che fornisce il substrato del comportamento insubordinato. La prima Intifada inizia l’8 dicembre 1987 nella Striscia di Gaza e si sviluppa come una rivolta prolungata in tutta la Palestina, nel territorio di Israele e nei territori occupati. La rivolta è caratterizzata da manifestazioni di massa, scioperi locali e generali, boicottaggi economici, atti di disobbedienza civile e azioni armate. Si tratta di una rivolta di base, guidata prevalentemente da comitati di quartiere e di villaggio, che vede la partecipazione a livello locale di militanti di tutte le organizzazioni affiliate a l’Olp e delle formazioni islamiche (Hamas e Jihad Islamica). Emerge rapidamente una direzione nazionale unificata della rivolta che acquisisce rapidamente un ruolo effettivo di coordinamento. Inoltre, i comitati di base locali mettono in piedi l’assistenza medica, gli aiuti alimentari e la continuità dell’istruzione attraverso scuole clandestine – quelle regolari essendo state chiuse dai militari per rappresaglia. A parte qualche sporadico episodio di lotta armata, la prima Intifada è essenzialmente una rivolta non violenta – l’Olp decreta la sospensione della lotta armata durante la rivolta – i cui obiettivi immediati sono l’abolizione del coprifuoco e dei posti di blocco, il ritiro dell’esercito coloniale sionista dai territori occupati e l’autogoverno di tali territori (Filiu, op. cit.). Generalmente, i testi prodotti dai comitati locali – comunicati, volantini – esortano i palestinesi a partecipare alle diverse forme di lotta – manifestazioni, scioperi, disobbedienza e boicottaggio – e li invitano nel contempo a non ricorrere alle armi, con l’argomento che l’uso delle stesse provocherebbe una rappresaglia devastante da parte dell’esercito colonialista. Abbiamo visto che la risposta dell’etnostato coloniale sionista, che schiera 80.000 soldati, è estremamente violenta, con un uso frequente di armi da fuoco contro manifestazioni pacifiche. Nel corso della rivolta, i soldati e i coloni israeliani assassinano circa 1500 palestinesi, tra cui circa 300 bambini, mentre altre migliaia riportano ferite gravi e decine di migliaia sono imprigionati senza alcuna accusa né processo. Parallelamente alla repressione militare della rivolta, Israele introduce anche una serie di nuove procedure amministrative e tecniche volte a controllare gli spostamenti dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza: applicazione generalizzata del coprifuoco, posti di controllo, posti di blocco, restrizioni di libertà di movimento attraverso l’uso di permessi e lasciapassare. Nel febbraio 1988, gli spostamenti tra Cisgiordania e la Striscia di Gaza diventano praticamente impossibili, e, il 15 e il 17 marzo 1988, il divieto viene formalizzato in due direttive militari. Queste innovazioni amministrative gettano le basi per il sistema di permessi che si è sviluppato negli anni 1990 e 2000, e che controlla completamente non solo il passaggio tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, ma anche la possibilità per i palestinesi di spostarsi all’interno di questi territori. Alle politiche del «pugno di ferro» militare e del rafforzamento del controllo amministrativo, Yitzhak Rabin aggiunge almeno cinquanta operazioni di espulsione da terre e villaggi e l’aumento conseguente degli insediamenti coloniali dei nazionali israeliani. La popolazione di coloni israeliani nella sola Cisgiordania quasi raddoppia dal 1984 al 1988, passando da 35.000 a 64.000, per raggiungere i 130.000 a metà degli anni Novanta (Morris, op. cit.). La prima Intifada si protrae fino agli accordi di Oslo del settembre 1993, in cui l’Olp ottiene, in cambio della fine della lotta armata e del riconoscimento dello Stato di Israele, uno stravagante e acrobatico «autogoverno senza sovranità» (l’Autorità Palestinese – Ap), il cui reale compito è il mantenimento dell’ordine coloniale nei territori occupati. Il 7 settembre 1993, Rabin si esprime con brutale franchezza su «Yediot Aharonot» (il quotidiano israeliano più diffuso): «Preferisco che siano i palestinesi a occuparsi del problema del mantenimento dell’ordine a Gaza. Saranno più efficaci di noi, perché non consentiranno ricorsi dinanzi alla Corte Suprema; impediranno all’Associazione israeliana per i diritti civili di accedere alla zona e, quindi, di criticarli. Governeranno con i propri metodi e, cosa più importante, solleveranno così i militari israeliani da questo compito» (Filiu, op. cit.). Nei periodi di forte agitazione politica in Cisgiordania (ad esempio, dall’ottobre 2023), le «forze di sicurezza» dell’Ap hanno agito direttamente per arrestare e assassinare gli attivisti palestinesi e hanno collaborato per facilitare l’ingresso dei soldati israeliani nelle città, nei villaggi e nei campi dei rifugiati palestinesi. Durante le trattative e dopo la firma degli accordi, la colonizzazione dei territori occupati continua a ritmo sostenuto, grazie anche ai generosi incentivi distribuiti dall’etnostato coloniale sionista. Dopo la rivolta – gli scioperi, le altre manifestazioni di lotta e l’organizzazione dal basso dei lavoratori palestinesi durante la prima Intifada – e l’inasprirsi delle restrizioni alla mobilità nell’ambito degli accordi di Oslo, il paradigma tecnico-economico del capitalismo israeliano cambia (Hanieh et al., op. cit). Dopo il «boom palestinese» degli anni ’70, e al seguito della grave recessione a metà degli anni ’80, il capitale israeliano si disimpegna dai settori tradizionali come l’edilizia e si orienta verso l’alta tecnologia, l’industria militare e la finanza, settori che impiegano quasi esclusivamente forza-lavoro dei nazionali israeliani. Per altro, le aziende israeliane dei settori come l’edilizia e l’agricoltura cominciano a ricorrere a lavoratori provenienti da paesi come la Thailandia, le Filippine o la Romania, in sostituzione dei palestinesi dei territori occupati[1]. La scelta è chiaramente politica, dato che il costo del lavoro degli immigrati è superiore a quello dei palestinesi. Tra il 1992 e il 1996, l’impiego in Israele di forza-lavoro proveniente dai territori occupati scende da 116.000 lavoratori (il 33 % della forza-lavoro palestinese) a 28.100 (il 6 % della forza-lavoro palestinese). La parte relativa ai redditi derivanti dal lavoro in Israele del Pil palestinese crollano dal 25% nel 1992 al 6% nel 1996. Tra il 1997 e il 1999, grazie alla ripresa dell’economia israeliana, il numero dei lavoratori palestinesi in Israele ritorna a livelli simili a quelli precedenti al 1993, ma la percentuale della forza-lavoro palestinese impiegata in Israele si è quasi dimezzata rispetto al decennio precedente. Nei territori occupati aumenta la dipendenza dei redditi dall’impiego nel settore pubblico e dai modesti sussidi versati alle famiglie sotto la soglia di povertà e alle famiglie dei prigionieri politici e delle vittime dell’esercito israeliano (Hanieh et al., op. cit.). Nel 2000, l’occupazione nel settore pubblico rappresenta quasi un quarto dell’occupazione totale in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, un livello che è quasi raddoppiato dalla metà degli anni ’90. Più della metà della spesa della Ap è destinata agli stipendi dei dipendenti pubblici, tra cui le forze di sicurezza costituiscono una porzione congrua. L’accelerazione della colonizzazione dei territori occupati conduce a una nuova rivolta scoppiata in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza nel settembre 2000, questa volta più violenta e armata della precedente, con l’utilizzazione ripetuta dell’attentato suicida. Tra il 2000 e il 2005, gli attentati suicidi causano la morte di 657 (di cui 148 attentatori) e il ferimento di 3682 persone. Per sedare questa seconda Intifada, l’etnostato coloniale sionista mette in atto strategie simili a quelle utilizzate durante la rivolta precedente, ma con un livello di violenza superiore: coprifuoco e punizioni collettive, omicidi, uccisioni di massa e distruzione di case, coltivazioni e infrastrutture. Un elemento chiave della repressione è l’ampio sistema di detenzione politica, che porta, in base alla legge marziale, all’arresto, alla tortura e alla reclusione di decine di migliaia di palestinesi, quasi sempre senza alcuna accusa né processo. Nel 2005 Israele smantella le infrastrutture militari e evacua unilateralmente tutti i coloni israeliani (circa 8000, in maggioranza imprenditori e addetti di aziende agricole e le loro famiglie, i cui insediamenti vengono distrutti da Tsahal) della Striscia di Gaza, nel tentativo di trasformarla da territorio di popolamento dei nazionali israeliani a Bantustan – sul modello dell’Africa del Sud – e cioè in un territorio riservato agli autoctoni, che mette in opera la segregazione etnica come separazione spaziale. Il cosiddetto «disimpegno», che viene presentato dalla propaganda israeliana come la «fine» della presenza israeliana nel territorio, permette allo Stato coloniale sionista di azzerare i costi legati alla protezione degli insediamenti coloniali, di rafforzare nel contempo il proprio dominio attraverso il controllo totale delle frontiere terrestri, dello spazio aereo e delle acque costiere, e di accrescere la dipendenza da Israele per beni di prima necessità quali elettricità, carburante e generi alimentari. Rispetto alle politiche implementate in Cisgiordania, si tratta di una vera e propria rivoluzione del controllo: si passa dalla frammentazione territoriale molecolare, l’uso degli insediamenti e avamposti coloniali e dei «punti di controllo» (check-points), allo stato d’assedio e ai «punti di strozzatura» (choke-points): un vero e proprio blocco permanente di un territorio separato abitato da una popolazione considerata aliena e ostile. Data l’esiguità del territorio rispetto alla massa demografica – due milioni e trecentomila palestinesi – la Striscia di Gaza diventa una prigione a cielo aperto sovrappopolata, e, al tempo stesso, il banco di prova di nuove strategie di controllo e di dominio. Il regime di chiusura si inasprisce e le zone cuscinetto lungo i confini sono militarizzate, limitando la libertà di movimento dei palestinesi e l’accesso ai terreni agricoli. La sorveglianza e i raid aerei sostituiscono i coloni e le pattuglie di terra. L’assenza di nazionali israeliani nel territorio permette all’esercito sionista di scatenare bombardamenti aerei devastanti. Le piene implicazioni dello stato di assedio emergono chiaramente nel 2007, dopo che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza costituiscono formalmente due territori amministrati separatamente e governati rispettivamente dall’Autorità Palestinese e da Hamas. Alla vigilia del 7 ottobre 2023: a) il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza è del 47%, uno dei più alti al mondo, con la disoccupazione giovanile che raggiunge il 64%: b) la distruzione delle infrastrutture ha già provocato una carenza cronica di risorse vitali come l’acqua e l’elettricità; c) l’80% della popolazione di Gaza è completamente dipendente dagli aiuti internazionali per la propria sopravvivenza. Hamas, al potere nelle strutture di «governo senza sovranità», tenta di sviluppare le proprie reti economiche e politiche, ricorrendo anche agli aiuti stranieri di paesi come il Qatar e cerca di eludere il blocco facendo entrare merci attraverso tunnel sotterranei di collegamento con l’Egitto. Ciononostante, l’isolamento quasi totale di Gaza dovuto allo stato di assedio mantiene la popolazione in uno stato di morte differita, descritto spietatamente dai burocrati sionisti come un modo per mettere la popolazione del territorio «a dieta». La situazione in cui versa la popolazione di Gaza oggi non è solamente la conseguenza della violenza parossistica dell’attacco israeliano dopo l’ottobre 2026, di due ordini di grandezza superiore a quella delle guerre precedenti, ma anche dello stato d’assedio permanente, che si prolunga dal 2007. Forza-lavoro e necropolitica Il processo di accumulazione originaria messo in opera dall’etnostato coloniale sionista nei territori occupati dopo la guerra de 1967 ha prodotto una composizione della forza-lavoro all’origine del «boom palestinese» e dell’insorgenza crescente che culmina nella rivolta di massa del 1987. Tale rivolta viene fronteggiata tatticamente da Israele con la repressione la più feroce. Ma è chiaro che la sconfitta strategica di tale rivolta può essere ottenuta solo smantellando la composizione della forza-lavoro che ne fornisce il substrato. Classicamente, lo Stato capitalistico attua un piano su tre livelli di iniziativa per disgregare la composizione della forza-lavoro alla base dell’insorgenza di classe. Si noti che il concetto di «piano del capitale» è stato introdotto sin dall’inizio nella letteratura operaista, identificato come uno strumento strategico della guerra del capitale contro la classe operaia[2] [3] [4]. In primo luogo, il capitale individua popolazioni fonti potenziali di capacità che possono essere mercificate in forza-lavoro. In seguito, mette in opera due processi concorrenti e convergenti: da un lato un processo di accumulazione originaria per fare emergere la «nuova» forza-lavoro[5], e, dall’altro, un processo di trasformazione del paradigma tecnico-economico – per «accogliere» la nuova forza-lavoro in un rinnovato ciclo di riproduzione capitalistica. L’effetto congiunto di questi due processi produce un cambiamento del ciclo del capitale – dei circuiti del capitale monetario, del capitale merce e del capitale produttivo[6]. L’accumulazione originaria accoppiata al cambiamento del paradigma tecnico-economico ha un duplice effetto: la generazione di una «nuova» composizione della forza-lavoro, adatta a rilanciare il ciclo del capitale e lo smantellamento della «vecchia» composizione, colpevole di insubordinazione. La biopolitica può dispiegarsi: «fare vivere» la «nuova» composizione della forza-lavoro e «lasciar morire» la «vecchia». È quello che è successo alla composizione della forza-lavoro mondiale a partire dagli anni ’70 con la globalizzazione, e cioè con la «nascita» programmata di una «nuova» forza-lavoro a basso costo nel sud est asiatico, e, in occidente, con la «morte» altrettanto programmata dell’operaio massa (addetto al lavoro manuale parcellizzato e ripetitivo), la «nascita» della intellettualità di massa (potenzialmente addetta al lavoro linguistico), e l’arrivo della forza-lavoro immigrata da assegnare ai lavori manuali residuali. La nuova composizione della forza-lavoro mondiale ha permesso il trasferimento del lavoro manuale nel sud est asiatico, moltiplicato lo sviluppo di attività di concezione, coordinamento, comunicazione e produzione immateriale in occidente effettuate dal lavoro linguistico, e la crescita esponenziale di infrastrutture di supporto alle «catene di valore» postfordiste su scala globale, come l’informatica e le telecomunicazioni, la logistica e il trasporto multimodale, e la finanza. Il colonialismo di sfruttamento dei territori occupati, che ha permesso la costruzione del moderno Israele, è durato vent’anni, dal 1967 alla prima Intifada del 1987. Il tentativo tardivo di rinnovarne le prospettive secondo il metodo sudafricano, e cioè creando un Bantustan nella Striscia di Gaza nel 2005, nasce morente, e, in ogni caso, muore definitivamente con la guerra di Gaza del 2008. Per altro, Israele entra nella globalizzazione come il de facto cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti d'America: esce dalla produzione industriale tradizionale, sviluppa un'agricoltura di alta produttività e si orienta verso l'alta tecnologia e l'industria degli armamenti, dove capitalizza su un'esperienza di guerra permanente da quasi ottant'anni e sui massicci finanziamenti a fondo perduto degli Stati Uniti da almeno quarant’anni. L’agricoltura e i settori tradizionali impiegano manodopera immigrata dalla Thailandia, le Filippine, e altri paesi del Sud (Amir, op. cit.), e nei settori dell’high tech, dell’industria militare, e delle attività finanziarie, l’impiego è riservato esclusivamente ai nazionali israeliani – come nella grande epoca della «conquista del lavoro» degli anni ’20-’30. La conclusione è che la forza-lavoro dei palestinesi, che siano cittadini israeliani o abitanti dei territori occupati, non è più impiegabile per motivi economici e politici, e la sua inoperosità costituisce una minaccia permanente come substrato della rivolta – di cui il 7 ottobre 2026 è l’ultima prova eclatante. Occorre sbarazzarsene: il ritorno al colonialismo di insediamento e alla politica di eliminazione degli autoctoni è inevitabile. Il biopotere, orientato all’amministrazione e all’ottimizzazione della vita, si trova di fronte a una contraddizione interna: il diritto sovrano di uccidere – ereditato dalla sovranità classica – sembra incompatibile con un potere il cui scopo fondamentale è quello di promuovere la vita. Come può un potere, dedito a far vivere, esercitare anche il diritto di far morire, non solo i nemici in guerra, ma intere popolazioni, nelle guerre e nella violenza coloniale? Foucault invoca il razzismo come meccanismo che risolve l’antinomia interna al biopotere (Foucault, op. cit.). Il razzismo effettua due operazioni. Innanzi tutto inventa il concetto di «razza»: frammenta il continuum biologico della specie umana in «razze» gerarchicamente ordinate, distinguendo le popolazioni la cui vita deve essere favorita da quelle la cui morte è accettabile o addirittura necessaria. In secondo luogo, introduce una logica secondo la quale lo sterminio della «razza» inferiore è ciò che permette alla «razza» superiore di vivere più pienamente: eliminare ciò che è biologicamente pericoloso, degenerato, anormale rafforza la salute del corpo sociale. Questo permette allo Stato capitalistico di uccidere – in guerra, nella violenza coloniale, nell’eliminazione interna degli «inutili» – non contro il suo carattere biopolitico, ma proprio grazie a esso: l’uccisione viene ridefinita come un intervento biologico-chirurgico a beneficio della salute della popolazione, non come l’esercizio di un potere sovrano arbitrario. Virno potrebbe precisare: la necessità di ottimizzazione della forza-lavoro sociale, che comprende l’uso della «razza» come meccanismo di differenziazione e discriminazione della popolazione, e dunque della forza-lavoro, da utilizzare come arma contro l’unità di classe, determina la biopolitica di frammentazione del continuum biologico della specie umana in razze gerarchicamente ordinate nel corpo sociale. Quest’ultimo è l’oggetto della biopolitica esclusivamente in quanto substrato della forza-lavoro sociale da segmentare, e non viceversa. Wolfe, a proposito del colonialismo di insediamento, parte da un punto di vista diverso per raggiungere conclusioni analoghe: «Qualunque cosa possano dire i coloni – e in genere hanno molto da dire – il motivo principale dell’eliminazione [degli autoctoni] non è la razza (o la religione, l’etnia, il grado di civiltà, ecc.), ma l’accesso al territorio. La territorialità è l’elemento specifico e irriducibile del colonialismo di insediamento» (Wolfe, 2006 op. cit.). Alcuni considerano che la razza sembra diventare importante per Foucault solo quando entra a far parte della gestione da parte degli Stati europei delle popolazioni nel territorio della «madrepatria», non attraverso le dinamiche del colonialismo di questi stessi Stati; sostengono quindi che il quadro concettuale della biopolitica è fondamentalmente inadeguato, poiché, la separazione dell’occupazione coloniale da un (tardivo) razzismo di Stato relega la razza a uno status derivato[7]. Virno direbbe che occorre prendere il problema esattamente al contrario. Abbiamo visto che non ha senso dire che la biopolitica comprende in sé, come sua articolazione particolare, la gestione della forza-lavoro, ma che «le cose stanno all’incontrario»: la biopolitica è solo «un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione» di quel fatto primario che è la gestione della forza-lavoro in quanto «mera facoltà… che però ha guadagnato la consistenza di una merce». Allo stesso modo, non ha senso dire che le misure di differenziazione e discriminazione della forza-lavoro sociale – per esempio tra «nativi» e immigrati nella «madrepatria» o tra colonizzati e colonizzatori – sono una conseguenza dell’assunzione da parte della biopolitica del razzismo come categoria astratta. Al contrario, l’intervento biopolitico sul corpo sociale in termini di frammentazione del continuum biologico della specie umana in razze gerarchicamente ordinate – distinguendo le popolazioni la cui vita deve essere favorita da quelle la cui morte è accettabile o addirittura necessaria – e di «far morire» o «lasciar morire» la razza inferiore – come intervento biologico-chirurgico per rafforzare la salute del corpo sociale – non è che «un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione» di quel fatto primario che è l’intervento in termini di la differenziazione e divisione della forza-lavoro sociale, nelle colonie come nella «madrepatria». Ma occorre porsi la seguente questione: cosa succede quando, di fronte alla rivolta, si vuole attaccare la composizione della forza-lavoro che sostiene la rivolta stessa ma, per un insieme di motivi che vanno dall’inadeguatezza socio-tecnica alla resistenza politica, non vengono individuate sorgenti di nuova forza-lavoro «fresca» da «liberare» con un processo di accumulazione originaria nel seno della popolazione stessa, per far evolvere la composizione della forza-lavoro verso una più grande docilità? Ciò che accade è l'«aborto provocato» del processo di accumulazione originaria, che non si conclude con la generazione di una «nuova» forza-lavoro. Resta quindi una popolazione che è sia riottosa al processo di mercificazione delle sue capacità, sia ritenuta non impiegabile nel processo capitalistico, sia considerata ribelle e insorgente e quindi temibile. La persistenza di tale popolazione costituisce un pericolo in sé, soprattutto se possiede capacità «eccedenti», in particolare capacità linguistiche, che possono essere impiegate nella resistenza e nell’insubordinazione. Occorre quindi eliminarla. Ricadiamo in pieno nella strategia di eliminazione propria del processo di colonizzazione di insediamento (Wolfe, 2012, op. cit.). È su questo punto di svolta che interviene il contributo di Achille Mbembe[8]. La biopolitica di Foucault – «far vivere e lasciar morire» (Foucault, 2025, op. cit.) – lascia il posto alla necropolitica di Mbembe – «far morire e lasciar vivere»: dal «lasciar morire» strati della popolazione le cui capacità sono divenute inutili e che diventano residuali, al «far morire» nella sua interezza una popolazione non impiegabile e insubordinata. Mbembe riconosce la validità del quadro teorico di Foucault, ma sostiene che esso è insufficiente per comprendere le forme di potere coloniali e postcoloniali perché pone, in definitiva, al centro la vita anche nella sua analisi della morte: si chiede come un potere orientato alla vita produca morte. Mbembe sostiene che, in molti contesti coloniali e postcoloniali, e, in particolare, nella strategia di eliminazione dei nativi del colonialismo di insediamento, la principale tecnologia politica non è l’amministrazione della vita, ma l’amministrazione della morte: un potere esercitato principalmente attraverso la creazione, la gestione e la distribuzione della morte – lenta e/o rapida – e del morire. Mbembe propone quindi la necropolitica – la politica della morte: «far morire e lasciar vivere» – come concetto in grado di cogliere ciò che la biopolitica non riesce a cogliere: l’esercizio del potere principalmente attraverso la sottomissione della vita al potere della morte. fare lasciare vivere far vivere biopolitica lasciar vivere necropolitica morire far morire necropolitica lasciar morire biopolitica Fig. 1. Quadranti della biopolitica/necropolitica. La genealogia del quadro concettuale di Mbembe parte da Schmitt e Agamben, rispettivamente dalla teoria della sovranità[9] e dalla «nuda vita»[10]. Mbembe attinge largamente a tutti e due i quadri teorici, ma li supera, sostenendo che i loro schemi concettuali – sviluppati all’interno della teoria politica europea – non riescono a cogliere adeguatamente le forme coloniali e postcoloniali di potere[11]. Mbembe parte dalla famosa definizione di sovranità di Schmitt: «è sovrano chi decide sull’eccezione». La sovranità non è un accordo giuridico o istituzionale, ma una capacità politica: la capacità di sospendere il «normale» ordine giuridico quando si ritiene che la comunità politica si trovi di fronte a una minaccia esistenziale. Lo stato di eccezione non è il crollo della sovranità, ma la sua massima espressione – il momento in cui il potere sovrano si rivela pienamente uscendo dai limiti della legge per preservare l’ordine politico. La sovranità riguarda fondamentalmente la capacità di ricorrere alla violenza, non la legittimità giuridica o la procedura istituzionale. Per Mbembe, il quadro concettuale di Schmitt presenta un limite cruciale: è sviluppato interamente all’interno della logica dello Stato-nazione europeo. L’eccezione in Schmitt è una sospensione temporanea dell’ordine «normale» per preservare lo Stato. Nell’ambito coloniale, l’«eccezione» – se possiamo chiamarla così – è permanente e viene esercitata non per preservare una comunità politica – che includerebbe la popolazione colonizzata – ma per gestire la popolazione colonizzata come costituitutivamente aliena e ostile alla comunità politica. Agamben (Agamben, 1998, op. cit.)[12] amplia l’analisi di Schmitt sostenendo che lo stato di eccezione è diventato il paradigma «normale» del governo dello stato contemporaneo. Prendendo come caso paradigmatico il campo di concentramento nazista, Agamben sostiene che la sovranità moderna opera producendo la «nuda vita», una vita che può essere soppressa senza che la soppressione costituisca un omicidio in senso giuridico o politico. Il campo nazista, per Agamben, è la disposizione spaziale che rivela la verità del potere sovrano moderno: uno spazio in cui l’eccezione diventa la regola, dove la nuda vita viene prodotta e gestita, dove gli esseri umani sono ridotti a pura esistenza biologica spogliata di identità sociale e di diritti politici. Mbembe ritiene che il quadro concettuale di Agamben sia insufficientemente storicizzato e non specifico dal punto di vista geografico: la descrizione della «nuda vita» rimane troppo astratta e non presta sufficiente attenzione alle specifiche spazialità e temporalità del potere coloniale. In particolare, Mbembe identifica due limiti del suo quadro teorico. Da un lato, la descrizione del campo come spazio moderno paradigmatico pone al centro dell’analisi teorica l’esperienza nazista. In realtà, il punto cruciale è che sono gli spazi coloniali (la piantagione, la riserva, il territorio colonizzato) che hanno preceduto e prefigurato il campo di concentramento e di sterminio nazista: erano i laboratori originari della produzione della «nuda vita», non derivazioni successive (Mbembe, op. cit.)[13]. Partendo da Mbembe, Wolfe e Lindqvist, occorre rovesciare la prospettiva. La proiezione nazista verso l’Ostland è mossa da un progetto squisitamente colonialista – progetto fondatore del movimento nazionalsocialista – e la seconda guerra mondiale sul fronte orientale è essenzialmente una guerra coloniale (Lindqvist, 2021, op. cit.)[14]. Il progetto coloniale nazista è una sapiente miscela di colonizzazione di insediamento (l’appropriazione delle «terre nere» con insediamento degli onesti proletari tedeschi promossi imprenditori agricoli), di sfruttamento (la riduzione dei popoli slavi a manodopera a basso costo e alta disponibilità), e di estrazione (il petrolio di Baku). Tale progetto implica, in termini di razionalità strumentale, l’eliminazione, che si traduce in sterminio per motivi essenzialmente pratici, di popolazioni «inutili» o ostili come gli slavi resistenti e ribelli, gli ebrei «parassiti» della «zona di residenza» loro assegnatale dall’impero zarista (che si sovrappone al territorio da occupare), e, per logica estensione, gli ebrei dei territori dell’Ovest – l’ebreo è «cosmopolita» e non si è mai troppo prudenti –, nonché i Rom e i disabili. Gli Einsatzgruppen, i campi di concentramento e le camere a gas non sono i rampolli né della degenerazione della civiltà dei Lumi (la «distruzione della ragione»), né di un supposto antisemitismo millenario, ma dell’esperienza coloniale e schiavista del razionale e «progressivo» capitalismo di entrambe le parti dell’Atlantico, e cioè del capitalismo tout court. Dice Benjamin: VIII. La tradizione degli oppressi ci insegna che la «situazione di emergenza» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a una concezione della storia che corrisponda a ciò. Allora diventerà chiaro che il compito che ci attende è l’introduzione di un vero stato di emergenza; e la nostra posizione nella lotta contro il fascismo ne risulterà rafforzata. Uno dei motivi principali per cui quest’ultimo ha una possibilità è che i suoi oppositori, in nome del progresso, lo accolgono come una norma storica. – Lo stupore per il fatto che le cose che stiamo vivendo nel XX secolo siano «ancora» possibili non è affatto di natura filosofica. Non è l’inizio della conoscenza, a meno che non si tratti della consapevolezza che la concezione della storia su cui si fonda è insostenibile.[15] D’altra parte, il concetto di «nuda vita» di Agamben è troppo omogeneo: descrive infatti un’unica condizione di spoliazione politica. Il potere coloniale e postcoloniale non produce un’unica condizione di nuda vita, bensì distribuzioni differenziali della morte: le popolazioni non vengono semplicemente ridotte o meno a nuda vita, ma sono soggette a vari gradi e forme di amministrazione della morte che richiedono un’analisi più specifica dal punto di vista spaziale e temporale. Per altro si può aggiungere, con Hannah Arendt, che i soggetti coloniali e postcoloniali non solo sono privi di diritti specifici, ma sono anche al di fuori del quadro dell’esistenza politica in cui tali diritti acquistano significato[16]. I gazawi sotto stato d’assedio non sono cittadini i cui diritti vengono violati, ma esseri la cui stessa esistenza materiale e politica è negata[17]. Mbembe sviluppa la propria interpretazione dello stato d’assedio come una specifica forma di necropotere, distinta sia dallo stato di eccezione di Schmitt che dal campo nazista di Agamben. Lo stato di eccezione è un evento giuridico-politico: l’ordine giuridico normale viene sospeso e il potere sovrano opera temporaneamente al di fuori della legalità. Il territorio coloniale è una struttura (Wolfe, op.cit.), uno spazio in cui i colonizzati vivono in uno stato di eccezione permanente che non si riconosce come tale – nello stato d’assedio non c’è «eccezione» rispetto ad uno stato «normale» – governati attraverso tecnologie di morte che vengono normalizzate come gestione di una popolazione aliena e ostile: exterminate all the brutes ![18] (Lindqvist, op. cit.). Lo stato d’assedio non implica la sospensione di un diritto che non è mai entrato in vigore, bensì la militarizzazione della vita quotidiana, ovvero la riorganizzazione dell’intero ambiente sociale e spaziale secondo logiche militari di controllo, sicurezza e gestione della minaccia. Nello stato d’assedio, il diritto non viene sospeso, bensì trasformato: gli strumenti giuridici diventano armi di controllo amministrativo, la vita civile viene riorganizzata in base alle esigenze militari e la distinzione tra guerra e pace, tra militari e civili, tra combattenti e non combattenti, viene sistematicamente negata. Il vicecapo di stato maggiore israeliano, il generale di divisione Tamir Yadai, ha recentissimamente dichiarato, a proposito della rioccupazione militare in corso della Striscia di Gaza: «Non so come descrivere questa situazione, se non come una vittoria, quando si controlla il 65% del territorio e si sono uccisi oltre 70.000 terroristi»[19]. L’esercito israeliano ha riconosciuto che il database dei caduti della guerra di Gaza compilato dalle autorità sanitarie palestinesi è sostanzialmente accurato[20]. Contiene più di 73.000 persone elencate per nome, con il loro numero di identificazione rilasciato da Israele. Oltre 21.000 erano bambini – tra cui oltre 1000 neonati che non hanno mai compiuto un anno di età – che i suoi dati sembrano etichettare come «terroristi». Alla domanda se i dati di Yadai classificassero bambini, donne e anziani come «terroristi», l’esercito israeliano ha rifiutato di rispondere. Un aneddoto interessante può servire a chiarire la discrasia tra eccezione come evento e come struttura. Per reprimere la grande rivolta del 1936-39 dei palestinesi[21] (Hughes, 2009, op. cit. ) – una delle più grandi rivolte coloniali di tutti i tempi: lo sciopero generale con cui era iniziata è stato il più lungo della storia moderna (sei mesi) – i britannici avevano attinto all’esperienza maturata nelle guerre coloniali (Aden, Mesopotamia, Somalia…), in particolare sull’impiego della forza aerea[22] (ibidem). I bombardamenti a tappeto delle popolazioni civili, sperimentati su larga scala per la prima volta dal tristemente famoso Arthur «Bomber» Harris in Iraq nel 1929 (ibidem), celebrati come il mezzo più efficace ed economico di punizione collettiva senza mettere piede a terra, erano impraticabili in Palestina, data la contiguità tra gli insediamenti sionisti e l’habitat autoctono. Per inciso, lo sono anche oggi in Cisgiordania, mentre il provvidenziale «disimpegno» dalla Striscia di Gaza del 2005 ha permesso a Tsahal la distruzione del 80% del territorio per mezzo di bombardamenti, che, comunque, si pretende siano «mirati a obiettivi militari legittimi» e con «danni collaterali proporzionati». Occorreva quindi trovare metodi più selettivi per contenere e annientare le formazioni guerrigliere palestinesi che si fondevano nella popolazione, distruggere i loro spazi vitali e mezzi di sussistenza, risparmiando nel contempo gli insediamenti sionisti e proteggendo i flussi economici coloniali nelle altre parti del territorio. I britannici misero a punto sistemi complessi che combinavano e coordinavano vari tipi di operatori, oggetti e tecniche: velivoli, sistemi d’armi, truppe a terra, informazione, sorveglianza e propaganda (il sorvolo continuo di aerei su centri abitati come segnale potente di una minaccia costante). Per inciso, i principi fondamentali di tali metodi sono ripresi (e ovviamente attualizzati) quasi cent’anni dopo dall’attuale etnostato coloniale sionista[23]. Una di queste tecnologie, la «air-pin blockade», concepita direttamente da «Bomber» Harris (Rose & Çelik, op. cit.) (Longoria, op. cit.), era basata sulla sincronizzazione delle forze aeree e terrestri per confinare e assediare interi centri abitati palestinesi ­ il blocco del villaggio attraverso la minaccia aerea, non l’accerchiamento terrestre ­ come misura preparatoria all’invasione da parte di forze terrestri con l’obiettivo di identificare, arrestare e, meglio, assassinare i membri dei gruppi di guerriglia «fusi» nella popolazione. In Gran Bretagna, qualche campione della democrazia, venuto a conoscenza dell’esistenza di tali tecnologie, e preoccupato per la forte conflittualità operaia in casa, avanzò proposte per impiegarle al fine di confinare e assediare i quartieri operai delle zone industriali e in seguito invaderli per identificare e catturare le avanguardie dell’insubordinazione operaia. Hugh Trenchard – comandante in capo della Raf e artefice della dottrina militare aerea britannica – rifiutò, affermando che il blocco aereo era riservato ai sudditi delle colonie, e non applicabile ai cittadini britannici, poiché eludeva le «tutele legali di libertà fondamentali». Quindi, per applicare la tecnologia del blocco aereo contro l’insubordinazione operaia in Gran Bretagna, sarebbe necessario proclamare lo stato di eccezione e sospendere esplicitamente le «tutele legali di libertà fondamentali», procedura assolutamente non necessaria nelle colonie. Per Mbembe, e per Lindquist, l’«eccezione» coloniale non è un’eccezione, una deviazione dalla modernità europea, ma lo spazio in cui la violenza della modernità è stata elaborata e da cui ha tratto risorse, sia materiali che concettuali per poi applicarle in modo generalizzato anche nel suo seno, nei campi di sterminio, nei bombardmenti a tappeto, nell’uso del napalm, nell’uso dell’atomica (Mbembe, op. cit.)[24] (Lindqvist, 2012, Lindqvist, 2021, op. cit.). In particolare, il blocco, inteso come specifica tecnologia spaziale dello stato d’assedio, ha una lunga storia: attinge nelle tecniche accumulate, sviluppate e perfezionate nel corso di oltre un secolo di guerre coloniali[25]. Israele ha sempre sostenuto che il blocco di Gaza è legale, regolato dal diritto militare, da procedure amministrative e da norme di sicurezza. Per altro, dopo il 2005, l’etnostato coloniale sionista non considera più la Striscia di Gaza come un territorio occupato, né come un territorio da colonizzare, ma come un territorio nemico da cui proviene una minaccia – sempre e comunque «esistenziale» – da controllare, contenere ed eliminare. La lacuna giuridica, la mancanza di distinzione tra guerra e pace e tra militare e civile, non è contingente, ma necessaria alla guerra coloniale e allo stato d’assedio come forma specifica di tale guerra. Lo stato d’assedio riorganizza l’intero ambiente spaziale secondo un unico principio: la separazione e la «strozzatura» della popolazione nemica. Ogni disposizione spaziale – il blocco terrestre, aereo, navale, il muro di cinta, la zona cuscinetto – costituisce la popolazione della Striscia di Gaza come una popolazione la cui organizzazione sociale e i cui comportamenti devono essere perennemente controllati e contenuti. Nello stato d’assedio, la morte viene strumentata: non è semplicemente una possibile conseguenza delle operazioni militari, ma della restrizione d’accesso alle cure mediche, della distruzione delle capacità agricole, dello strangolamento economico, del degrado dell’habitat e delle infrastrutture. Laddove il biopotere di Foucault amministra la vita e lascia morire come effetto residuo, nello stato d’assedio, il necropotere di Mbembe amministra la morte come strumento primario di controllo: i tassi di mortalità vengono calibrati, la sopravvivenza è subordinata alla sottomissione, e la soglia tra vita e morte viene gestita come una tecnica di potere. Il concetto di «mondo della morte» di Mbembe – spazi in cui le popolazioni sono sottoposte a condizioni di vita che le rendono dei morti viventi – è applicabile in modo particolarmente incisivo alla Striscia di Gaza: 1. Restrizione calorica – il calcolo documentato da parte di burocrati israeliani della minimizzazione dell’apporto calorico, utilizzato per calibrare le restrizioni alle importazioni alimentari imposte dal blocco: l’amministrazione della vita al suo minimo indispensabile, la gestione di una popolazione sull’orlo della morte. In The Least of All Possible Evils, Eyal Weizman descrive dettagliatamente la policy israeliana di calcolare il numero minimo di calorie necessarie ai palestinesi che vivono a Gaza per rimanere appena al di sopra della soglia di fame definita dalle Nazioni Unite, al fine di determinare l’esatta quantità di cibo consentita all’interno di Gaza. I burocrati dell’etnostato coloniale sionista hanno calcolato 2100 calorie al giorno per gli uomini, 1700 per le donne e quantità variabili per i bambini[26]. Tuttavia, nell’attuale fase del blocco della Striscia, questi numeri minimi sono lontani dall’essere raggiunti. 2. Distruzione delle infrastrutture – gli attacchi mirati contro impianti di trattamento delle acque, sistemi fognari, centrali elettriche, strutture sanitarie, strutture scolastiche, attraverso operazioni militari ripetute e successive creano condizioni in cui la sopravvivenza biologica diventa precaria se non impossibile[27]. 3. Governo umanitario – la costituzione, per un’intera popolazione, di una dipendenza totale dagli aiuti umanitari per la sopravvivenza di base, diventa una forma di amministrazione necropolitica. L’aiuto internazionale umanitario a Gaza funziona oggi non come rete di sicurezza, ma come impalcatura di controllo politico[28]. 4. Virno dice che la biopolitica, e cioè la presa in cura e il governo della vita di una popolazione data, è unicamente motivata dal fatto che il corpo vivente funge da substrato delle potenzialità dell’animale umano, mercificate come forza-lavoro in quanto potenza. Se la biopolitica è solo un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione, di quel fatto primario consistente nella compravendita della potenzialità in quanto potenzialità – la forza-lavoro – come condizione essenziale dell’emergenza del rapporto di capitale (Virno, 2001, op. cit.), possiamo dire, parafrasando Virno, che la necropolitica, e cioè la «presa in cura» e il governo della morte di una popolazione data, è unicamente motivata dal fatto che le capacità fisiche, linguistiche e intellettuali – la potenzialità in quanto potenzialità – di cui il corpo vivente funge da substrato, non possono e/o non devono essere mercificate come forza-lavoro. Per due ragioni possibili: a) «tecnico-economica» – le capacità mercificabili in forza-lavoro della popolazione non trovano impiego nel paradigma tecnico-economico corrente e in divenire – la potenzialità non può diventare attualità; b) «politica» – la resistenza e l’insubordinazione della popolazione potenziale fornitrice di forza-lavoro sono ritenute ingestibili – la potenzialità è riottosa e/o potenzialmente pericolosa, non deve diventare attualità. Si può dire con Virno che la necropolitica è «solo un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione» di quel fatto primario che consiste nell’aborto della mercificazione della potenzialità in quanto potenzialità – le capacità fisiche, intellettuali, linguistiche di una popolazione. Tale popolazione risulta quindi eccedente. Se la ragione è esclusivamente tecnico-economica, la biopolitica potrebbe bastare: si potrebbe tranquillamente e passivamente «lasciar morire» la popolazione substrato di una potenzialità non impiegabile. Se la ragione è politica, «lasciar morire» non basta. Le potenzialità in quanto potenzialità sono perfettamente mercificabili: se non lo sono volontariamente per ragioni politiche, si corre il rischio mortale che la loro inoperosità si traduca in un contributo formidabile alla resistenza e all’insorgenza. Occorre quindi «far morire» l’intera popolazione. È ciò che accade nella Striscia di Gaza: la forza-lavoro palestinese, con l’emergenza nel suo seno di una solida intellettualità di massa, è perfettamente adeguata al cambiamento del paradigma tecnico-economico del capitalismo regionale e mondiale: non è impiegabile per ragioni politiche e occorre evitare che si «impieghi» nella resistenza e nella rivolta. Da cui la necropolitica dell’etnostato coloniale sionista e, in particolare l’attacco, attraverso la mutilazione e lo «scolasticidio», alle capacità linguistiche, fer-de-lance dell’intellettualità di massa. La questione è: nella «struttura» della colonizzazione di insediamento, di fronte al necropotere coloniale, il cui unico obiettivo è l’eliminazione della popolazione autoctona, sono possibili la resistenza e l’insorgenza? Possiamo constatare empiricamente che il corpo sociale palestinese è certo il luogo di soggezione necropolitica, ma è anche il luogo di affermazione resistente e insorgente. La forma estrema di tale resistenza è quella dell’attentatore suicida: un corpo che rivendica la sovranità sulla propria morte nell’unico modo possibile per un soggetto a cui sono state negate tutte le altre forme di sovranità (Mbembe, op. cit.). Se si ha tempo da perdere, l’attentato suicida può far l’oggetto di giudizi etico-morali, o di considerazioni di opportunità politica – ovviamente legittime da parte dei colonizzati, ma oscene da parte dei solidali con i colonizzatori. A parte la lotta armata, in cui includiamo la forma estrema dell’attentato suicida, emergono anche forme meno estreme di resistenza corporea. Una forma a cui si assiste quotidianamente è la Sumud (fermezza), il concetto palestinese di rimanere sulla propria terra, rifiutare lo sradicamento, mantenere la presenza come forma di resistenza corporea alla logica eliminazionista dell’assedio. Il corpo che rimane è di per sé un atto politico in condizioni progettate per rendere impossibile la permanenza. Un altro esempio di resistenza corporea è La Grande Marcia del Ritorno (2018-2019), in cui migliaia di palestinesi di Gaza hanno marciato verso la barriera di separazione, offrendo i propri corpi al confine del mondo della morte come forma di affermazione politica. Si tratta anche qui di usare il corpo come strumento politico quando tutti gli altri strumenti politici sono stati negati. Per altro, gli operatori sanitari e i giornalisti che continuano a lavorare in condizioni di estremo pericolo nella Striscia di Gaza[29] mettono in atto il rifiuto della logica dell’assedio, basata sulla mera esistenza umana: affermando che la vita sotto assedio conserva dimensioni sociali e politiche che l’assedio non può estinguere completamente. Più recentemente, a partire dell’ottobre 2023, abbiamo assistito alla nascita di nuove forme di resistenza e affermazione politica (Us Sabah, op. cit.): 1. Takatof: Cucine della Resistenza – Il collettivo di mutuo soccorso Takatof è nato pochi giorni dopo la dichiarazione dell’assedio totale nell’ottobre 2023. Operando in case, scuole e moschee, le cucine di Takatof sfamano migliaia di persone ogni giorno senza dipendere da UNRWA, WFP o ONG donatrici. Gli ingredienti provengono da orti di quartiere, da scambi di merci o da magazzini comunitari. 2. Cliniche Sanadi: Medicina sotterranea – Con la maggior parte degli ospedali di Gaza danneggiati o distrutti, Sanadi, una rete in continua espansione di cliniche sotterranee e mobili, è emersa per fornire assistenza traumatologica, pediatrica e interventi chirurgici d’urgenza. Queste cliniche operano in case, tunnel e scantinati, spesso illuminate da torce a batteria e gestite da paramedici volontari e studenti. 3. Banche dei semi e autonomia ecologica – In risposta al collasso del sistema alimentare, gli agricoltori e gli attivisti ecologici di Gaza hanno riscoperto le pratiche indigene di conservazione dei semi. I membri della comunità hanno creato banche dei semi sotterranee per varietà locali di grano, zaatar, ceci e piantine di olivo: alcune nascoste sotto le case bombardate, altre fatte circolare di mano in mano tra le famiglie. 4. La conoscenza come resistenza: biblioteche e archivi – Mentre le bombe israeliane prendono di mira scuole e università, i giovani di Gaza hanno creato biblioteche mobili, archivi criptati e circoli di storia orale. In sintesi, per Virno e Mbembe, la violenza dell’accumulazione originaria e la necropolitica rivelano il lato oscuro della biopolitica: quando le capacità umane non sono mercificabili, la vita biologica perde ogni valore per il capitale, trasformando il biopotere del «far vivere» nel necropotere del «far morire». Quando una popolazione viene considerata «eccedente», non integrabile, resistente, ribelle, la biopolitica si rovescia in necropolitica. La disabilitazione del linguaggio nella Striscia di Gaza è l’arma necropolitica per eccellenza: prima di distruggere fisicamente i corpi (uccidendoli attivamente o lasciandoli morire), il potere necropolitico li rende «morti viventi»: disattiva la loro capacità di nominare il trauma, testimoniare, connettersi, deliberare, organizzarsi politicamente. La distruzione della vita biologica è preceduta e accompagnata dalla distruzione della dynamis linguistica. * per le referenze citate in precedenza (op. cit.), riferirsi alle puntate corrispondenti Note [1] S. Amir, Overseas Foreign Workers in Israel: Policy Aims and Labor Market Outcomes, "The International Migration Review", 36(1), 41-57, 2012. [2] R. Panzieri, Surplus value and planning: Notes on the reading of Capital. In The Labour Process & Class Strategies, Conference of Socialist Economists - Stage 1, 1976. [3] M. Tronti, Social Capital. Telos, Fall , 98-121, 1973. [4] A. Negri, A. Crisis of the Planner·state: Communism and Revolutionary Organisation. In Revolution Retrieved. Red Notes, 1988. [5] W.C. Roberts, What was primitive accumulation? Reconstructing the origin of a critical concept, "European Journal of Political Theory", 19(4), 532-552, 2020. [6] K. Marx, Capital—A Critique of Political Economy - Volume 1 (E. Mandel, Ed.; B. Fowkes, Trans.). Penguin Books, 1990. [7] J.K. Puar, The Right to Maim: Debility, Capacity, Disability (Kindle Edition). Duke University Press, 2017. [8] A. Mbembe, Necropolitics (Kindle edition). Duke University Press, 2019. [9] C. Schmitt, Political Theology: Four Chapters on the Concept of Sovereignty (G. Schwab, Trans.; Kindle edition). University of Chicago Press, 2006. [10] G. Agamben, Homo Sacer—Sovereign Power and Bare Life (D. Heller-Roazen, Trans.; Kindle edition). Stanford University Press, 1998 [11] D. Lloyd, Settler Colonialism and the State of Exception: The Example of Palestine/Israel "Settler Colonial Studies", 2(1), 59-80, 2012. [12] G. Agamben, State of exception (K. Attell, Trans.; Kindle edition). University of Chicago Press, 2008. [13] S. Lindqvist, Exterminate All The Brutes (Kindle edition). Granta Books, 2021. [14] J. Zimmerer, The birth of the Ostland out of the spirit of colonialism: A postcolonial perspective on the Nazi policy of conquest and extermination, "Patterns of Prejudice", 39(2), 197-219, 2005. https://doi.org/10.1080/00313220500106311 [15] W. Benjamin, On the Concept of History (D. Redmond, Trans.), 2005. [16] H. Arendt, The Origins of Totalitarianism. Mariner Books Classics, 2024. [17] K. Al-Kassimi, The Necropolitics of a Secular International Order: Western Modernity, Arab-Muselmann, and the Arab-Israeli Conflict, "Cogent Social Sciences", 11(1), 2524006, 2025. [18] J. Conrad, Heart of Darkness (Kindle edition), 2018. (Original work published 1902) [19] E. Graham-Harrison, Israeli ministers announce plans for new illegal settlements in Gaza and West Bank, "The Guardian', 18/07/2026 [20] E. Graham-Harrison, Israel accepts health authorities' Gaza death toll is broadly accurate, saying 70,000 have died, The Guardian, 30/01/2026. [21] G. Kanafani, The 1936-39 Revolt in Palestine. Tricontinental Society, 1980 (Original work published 1972, Committee for a Democratic Palestine) [22] M.A. Longoria, A Historical View of Air Policing Doctrine: Lessons from the British Experience Between the Wars, 1919-1939 (pp. 28-36). Air University Press, 1992. [23] S.J. Rose, B. Çelik, Palestine as a laboratory: Aerial technologies, colonial violence and an origin of information-weaponry systems. Communication, Culture & Critique, 2025. [24] S. Lindqvist, A History of Bombing, Granta Books, 2012. [25] L. Khalili, Time in the Shadows: Confinement in Counterinsurgencies (Kindle edition). Stanford University Press, 2012 [26] E. Weizman, E. The Least of All Possible Evils: A Short History of Humanitarian Violence (Kindle edition). Verso, 2012. [27] A. Kittana, Gaza Uninhabitable: Challenging Colonial Frames of Erasure, "Al-Shabaka", 27/08/2025. [28] S. Us Sabah, The Necropolitics of Relief Humanitarianism as Siege Infrastructure in Gaza, 2025 Available at SSRN 5350671. [29] L. Hanbali, E.J.L. Kwong, A. Neilson, J. Smith, S. Hafez, R. Khoury, Israeli necropolitics and the pursuit of health justice in Palestine, "BMJ Global Health", 9(2), e014942-e014942, 2024. Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70. Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.

  • scienza e politica

    Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza – in ricordo di Paolo Virno quarta parte collezione di Angéline Neveu La prima parte di questo testo è stata pubblicata il 3 settembre, la seconda il 10 settembre, la terza il 17 settembre. Diritto di mutilare * Il concetto di «diritto di mutilare», teorizzato da Jasbir K. Puar – presentato nell’opera The Right to Maim: Debility, Capacity, Disability (Puar, op. cit.) – arricchisce l’analisi della biopolitica e della necropolitica proprio per spiegare contesti come la Striscia di Gaza. A nostro avviso, il quadro concettuale di Puar precisa i meccanismi della necropolitica, in particolare del quadrante «lasciar vivere»: mantenere una popolazione in uno stato di debilitazione permanente, ferita ma non uccisa, risparmiata dall’attacco militare diretto, a proposito della quale il necropotere si esime da ogni responsabilità del «non far morire», responsabilità che passa all’asettico intervento umanitario. Interpretati in questo quadro concettuale, la sordità indotta, lo «scolasticidio» e la debilitazione dei corpi e delle infrastrutture nella Striscia di Gaza non sono semplici effetti collaterali dei bombardamenti, ma costituiscono un aspetto centrale e mirato della strategia del necropotere coloniale sionista. Il sistema sensomotorio (SM) per l’esteriorizzazione della facoltà di linguaggio si articola nelle tre interfacce del parlare/intendere, del segnare/vedere e dello scrivere/leggere. Contro un pregiudizio storico (che ha resistito per anni): a) la modalità sonora (parlare/intendere) non è indispensabile per lo sviluppo del linguaggio e, b) la modalità del linguaggio dei segni (segnare/vedere) non è meno rilevante della modalità sonora. Le reti cerebrali addette all’elaborazione del linguaggio sono condivise tra le diverse modalità e sembrano indipendenti dalle esse (Petitto, op. cit.). Quando gli utenti della lingua dei segni presentano danni nell’area di Broca (responsabile della produzione linguistica), incorrono in errori di produzione linguistica proprio come i pazienti che utilizzano una lingua parlata affetti da afasia di Broca (Hickok, 1998, op. cit.) (Hickok, 2001, op. cit.). La condivisione delle reti cerebrali tra la modalità sonora (parlare/intendere) e quella del linguaggio dei segni (segnare/vedere) è confermata da recenti ricerche che utilizzano diversi metodi di neuroimaging.. Occorre quindi distinguere tra perdita dell’udito e disabilità linguistica. La perdita dell’udito, a causa dei bombardamenti nella Striscia di Gaza, è una mutilazione, e la sordità che ne consegue è un handicap, ma non induce di per sé alcuna disabilità linguistica, a condizione che l’individuo abbia accesso a una lingua pienamente strutturata, come la lingua dei segni, che consenta l’ingresso nella dimensione simbolica, relazionale e politica dell’esistenza. Nel contesto della Striscia di Gaza, questa condizione è, dall’ottobre 2023, del tutto negata: la distruzione delle strutture educative, l’assenza di insegnanti e interpreti, e l’impossibilità per molte famiglie di apprendere la lingua dei segni privano i bambini sordi o ipoudenti dell’accesso a una comunità linguistica. A questo bisogna aggiungere la mancanza di insegnamento nei periodi critici dell’infanzia e dell’adolescenza. Non è quindi la sordità di per sé (la mutilazione) a produrre la carenza di capacità linguistiche (la disabilità linguistica), ma la privazione dell’accesso alla pratica sociale e condivisa del linguaggio nei primi anni di vita e a scuola, che impedisce la trasformazione dell’esperienza in pensiero condivisibile e accesso alla cooperazione sociale, generando una forma di isolamento radicale che investe non solo lo sviluppo individuale, ma anche la possibilità stessa di partecipazione alla vita comune. La facoltà di linguaggio è una potenzialità costitutiva dell’animale umano. Non è un’abilità tecnica, ma una struttura biologica aperta, la capacità illimitata di produrre enunciati. Non può essere distrutta da condizioni storiche, se non con l’eliminazione fisica dei soggetti. Ma la potenzialità può essere inibita e il passaggio all’attualità, e cioè alla padronanza delle lingue storiche e alla partecipazione a pratiche linguistiche. In presenza di una sordità senza accesso alla lingua dei segni e a strumenti tecnici, la facoltà resta come struttura biologica, ma si produce una separazione violenta tra potenza e atto, e cioè la sua realizzazione simbolica rischia di restare allo stato di potenzialità frustrata. In più, lo «scolasticidio» riduce la complessità lessicale disponibile, interrompe la trasmissione delle pratiche linguistiche, limita la produzione di discorso astratto e critico e impoverisce l’uso pubblico della parola. La potenzialità resta, ma le condizioni della sua attualizzazione si restringono drasticamente. In sintesi, la disabilità linguistica, e cioè l’impedimento delle condizioni di attuazione della facoltà di linguaggio tramite l’acquisizione della lingua storica e la partecipazione a pratiche linguistiche non è una conseguenza diretta e meccanica della perdita (mutilazione) dell’udito, ma della debilitazione imposta ai corpi e alle infrastrutture. Ma c’è di più. Se le condizioni materiali impediscono l’esercizio pubblico della parola, e soprattutto della parola non finalizzata alla produzione – alla praxis, in opposizione alla poiesis – ciò che si produce è una forma di depoliticizzazione forzata. Il linguaggio è la base dell’agire politico: colpire la padronanza della lingua storica e la partecipazione alle pratiche linguistiche significa colpire la capacità collettiva di rendere conto della propria condizione, di dibattere, di deliberare, e di organizzarsi. In condizioni in cui la capacità linguistica può svilupparsi liberamente, l’inoperosità è la dimensione che rende il linguaggio creativo: posso sempre dire diversamente, posso dire no, posso sospendere un uso e inaugurarne un altro, la facoltà non è mai esaurita dalle sue applicazioni. Ma nel caso di distruzione di scuole, università, alfabetizzazione, canali alternativi per la sordità, a cui si aggiungono le condizioni generali di debilitazione del corpo individuale e sociale e delle infrastrutture la situazione cambia radicalmente: l’inoperosità non è libera e creativa, bensì forzata. La potenzialità resta, ma non può tradursi in attualità per mancanza di condizioni materiali e istituzionali. Virno direbbe probabilmente: la capacità linguistica non è annientata, ma è impedita storicamente. E l’impedimento non è naturale, è politico. E questo, nel quadro teorico di Virno, equivale a una forma di espropriazione del comune. Per Virno la facoltà di linguaggio è una potenza indeterminata e sovrabbondante rispetto a ogni istituzione che la organizza. Se vengono distrutte scuole, università, infrastrutture culturali, canali tecnici, l’impoverimento delle condizioni di esercizio del linguaggio astratto e pubblico è enorme. Ma proprio perché la potenza linguistica non coincide con le sue istituzioni, essa può riemergere in forme informali, riorganizzarsi in pratiche non ufficiali, produrre nuove economie simboliche. Chomsky racconta che Eric Lenneberg, autore del fondamentale Biological Foundations of Language[1], era interessato allo sviluppo del linguaggio nelle persone con disabilità[2]. Uno dei suoi interessi principali era quindi il linguaggio dei sordi. A quel tempo vigeva una tradizione oralista molto rigida: ai sordi non era permesso di imparare la lingua dei segni, dovevano imparare la lettura labiale. Pertanto, ai genitori di un figlio sordo veniva raccomandato di non gesticolare e le scuole insegnavano esclusivamente la lettura labiale. Lenneberg visitò una delle scuole per sordi più avanzate della zona di Boston e notò qualcosa di molto interessante: l’insegnante stava insegnando ai bambini la lettura labiale, ma non appena si girava verso la lavagna, i bambini iniziavano ad agitare le mani. E si rese conto che avevano inventato un loro linguaggio dei segni. Ma, all’epoca, l’idea era considerata così bizzarra che non la pubblicò mai. Molti anni dopo – a conferma della qualità biologica e innata della facoltà di linguaggio, si scoprì che i bambini sono effettivamente capaci di inventare un proprio linguaggio dei segni, senza alcun input esterno. Virno insiste molto sulla natura comune del linguaggio. Quindi, in linea teorica, una compressione istituzionale potrebbe anche generare oralità alternative, codici comunitari, ibridazioni simboliche, forme di cooperazione linguistica alternative. La mutilazione è reale, ma la potenza non è mai completamente saturabile. Tuttavia questo non significa romanticizzare la distruzione. Virno non direbbe che la devastazione è creativa di per sé. Direbbe piuttosto che la potenza del linguaggio eccede sempre ogni dispositivo che cerca di limitarla. Ma la riemersione di forme linguistiche non istituzionali non è automatica: richiede condizioni minime materiali e relazionali. Il linguaggio, prima di essere scuola o grammatica, è interazione tra corpi. La condizione minima è la possibilità di incontro regolare tra persone e il tempo condiviso non totalmente assorbito dalla mera sopravvivenza. Senza co-presenza stabile, la facoltà resta puramente latente. Se ogni energia è assorbita dalla sopravvivenza immediata, la parola tende a ridursi a segnali funzionali: l’emergenza di una capacità linguistica richiede un minimo di continuità temporale, una relativa prevedibilità dell’ambiente e degli spazi non completamente saturati dalla necessità e dalla minaccia. Virno potrebbe dire: la cooperazione linguistica richiede un tempo eccedente l’urgenza del sopravvivere. Anche senza istituzioni formali, la lingua sopravvive attraverso la narrazione orale, la ritualità, la ripetizione, la trasmissione intergenerazionale. In sintesi, una memoria collettiva attiva. Se un canale viene compromesso (ad esempio l’udito), la potenza linguistica può deviare verso la gestualità spontanea, la scrittura e altri codici situazionali. Non serve un sistema codificato ufficialmente perché emerga una forma linguistica; serve però una comunità che stabilizzi l’uso nel tempo di sistemi alternativi. La facoltà di linguaggio è eccedente rispetto alla mera funzione sia strumentale che comunicativa. Finché esiste gioco, ironia, narrazione non immediatamente utilitaria, formulazione di ipotesi o promesse, allora la potenza non è ridotta a mera segnalazione biologica. In sintesi, le condizioni minime per l’emergenza di capacità linguistiche sono la co-presenza, il tempo non interamente assorbito dalla sopravvivenza, la memoria condivisa, il riconoscimento reciproco, la stabilizzazione minima di usi simbolici. Se queste soglie esistono, anche in contesti devastati possono emergere forme linguistiche non istituzionali. Se invece la frammentazione sociale radicale, l’isolamento, la ricerca pura della sopravvivenza, la rottura intergenerazionale si producono simultaneamente, allora la potenza resta biologicamente intatta ma socialmente quasi impraticabile. La facoltà di linguaggio è indistruttibile come struttura biologica, ma la vita linguistica è fragile come tessuto sociale. La distruzione delle condizioni di sviluppo delle capacità linguistiche diventa una forma di dominio quando non è un effetto collaterale, ma un dispositivo finalizzato che incide sulla possibilità stessa di parola pubblica. Puar utilizza il concetto di debilitazione – deteriorazione dei corpi e delle infrastrutture – per decostruire la categoria della disabilità (Puar, op. cit.). Occorre precisare che il suo testo è stato elaborato prima del 7 ottobre 2023, al seguito della terza guerra coloniale contro la Striscia di Gaza denominata «Margine di protezione» (dal 8 luglio al 26 agosto del 2014), nel corso della quale furono sganciate 20.000 tonnellate di esplosivo provocando 2310 morti «contati», di cui 578 bambini, e circa 11.000 feriti. Puar analizza la pratica della mutilazione deliberata e applica tale analisi allo stato d’assedio della Striscia di Gaza, e cioè al blocco terrestre, navale, aereo in vigore dal 2007 e alle cinque guerre coloniali che hanno scandito la storia di tale stato d’assedio fino al 2014. Puar sostiene che Israele manifesta una rivendicazione del «diritto di mutilare», di debilitare i corpi e le infrastrutture palestinesi come forma di controllo biopolitico (necropolitico diremmo noi con Mbembe). La mutilazione funziona su due livelli. Il primo consiste nel mutilare gli esseri umani all’interno di un contesto totalmente e sistematicamente privo di risorse, un campo infrastrutturale incapace di trasformare chi è menomato in una persona considerata istituzionalmente «disabile». Il secondo livello consiste nel «mutilare» le infrastrutture al fine di limitare o debilitare le persone abili attraverso il controllo di calorie, acqua, elettricità, forniture sanitarie. Occorre precisare che, per Puar, la mutilazione è una pratica che sfugge a una definizione sia all’interno dei quadri giuridici sia a quelli biopolitici o necropolitici, perché non procede attraverso il dare la vita, il dare la morte, il lasciar vivere o il lasciar morire (Puar, op. cit.). Sostiene che la sua formulazione aggiunge un asse critico ai quattro quadranti della biopolitica/necropolitica, insistendo sul fatto che la mutilazione deliberata non è semplicemente un’altra versione di morte lenta o di morte in vita o di una modulazione nello spettro dalla vita alla morte. Piuttosto, è uno status a sé stante, uno status che triangola le gerarchie del vivere e del morire che vengono comunemente impiegate nelle teorizzazioni della biopolitica (e della necropolitica). Senza pregiudicare l’interesse e la novità dell’approccio di Puar, ci sembra poter dire che, a nostro avviso, il suo quadro concettuale può anche essere usato per precisare e approfondire la strategia del quadrante «lasciar vivere» del potere necropolitico. La mutilazione è la produzione di lesioni non mortali, che si manifesta, ad esempio, come continuità e intensificazione della pratica di spezzare le braccia dei lanciatori di pietre nella prima Intifada (Yitzhak Rabin docet), e con la pratica di sparare per mutilare («shoot to cripple») della seconda Intifada. L’esercito colonialista israeliano presentò a suo tempo la pratica come «lasciar vivere», come meno violenta (e quindi più discreta) dell’uccisione, come un approccio umanitario della guerra. Un’altra manifestazione di questo umanitarismo è l’esempio del «colpo sul tetto», un assalto preliminare alle strutture per avvertire i residenti di evacuare, che a volte avviene sessanta secondi prima dell’assalto completo, che, per inciso, si è rivelato ovviamente totalmente inoperante per avvertire i disabili (con limitazioni di mobilità oppure sordi). La pratica sedicente umanitaria di avvertire i gazawi degli imminenti attacchi con telefonate, appare piuttosto come un «promemoria della loro impotenza», dato il controllo totale che l’etnostato coloniale sionista esercita sulle reti di telecomunicazione nella Striscia di Gaza. L’uso tattico della pratica della mutilazione è di mantenere relativamente basso il numero di morti rispetto a quello dei feriti. Per come le statistiche sono presentate, il numero di morti è un indicatore assoluto della gravità della guerra, mentre i feriti sono presentati «positivamente» come non-morti, allorché in realtà, date le condizioni al contorno (il «mondo della morte»), moriranno in massa, e le loro morti, così come le morti per fame, non saranno contabilizzate prima facie come causate dalla guerra, ma come il prodotto di una situazione di debilitazione «neutra» che richiama un intervento umanitario «neutrale». Dai verbali della riunione del 15 agosto 2025 del Comitato sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite (Percentage of Persons with Disabilities in Gaza Has Increased because of Excessive Use of Force by Israel, State of Palestine Tells Committee on Rights of Persons with Disabilities | OHCHR): «Le forze di occupazione hanno perpetrato mutilazioni dirette e mirate agli arti inferiori e superiori; dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza sono state documentate 4800 amputazioni, di cui il 76% a carico degli arti superiori e il 24% degli arti inferiori. Ogni giorno dieci bambini perdevano una o entrambe le gambe. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Gaza è diventata la patria del più grande gruppo di bambini amputati della storia moderna». [traduzione degli autori]. Non è superfluo denunciare le drammatiche condizioni in cui avvengono questi interventi (l’assenza di anestesia, la mancanza di antibiotici e il collasso totale delle strutture sanitarie). E ancora: «Un oratore ha affermato che le vite e le morti delle persone sorde nei Territori Palestinesi Occupati vengono ignorate. Dall’ottobre 2023, almeno 170 palestinesi sordi sono stati uccisi perché non esistevano avvisi in lingua dei segni o segnalazioni visive degli attacchi. Le scuole per sordi sono state distrutte e i blackout hanno impedito alle persone sorde di ricevere messaggi di allerta precoce sugli attacchi. L’oratore ha chiesto la creazione di avvisi di attacco chiari e accessibili; la ricostruzione delle scuole per sordi; e l’inclusione delle organizzazioni di persone sorde negli sforzi umanitari» [traduzione degli autori]. E ancora: «Diversi oratori hanno affermato che il governo israeliano persegue una politica sistematica e premeditata volta a creare disabilità nei territori palestinesi occupati. Il tasso di disabilità nei territori palestinesi occupati è aumentato di oltre il 60% dall’inizio della guerra. Alcuni oratori hanno anche affermato che il governo israeliano sta conducendo una campagna deliberata e sistematica di fame. Le persone muoiono non solo perché il sistema sanitario è stato distrutto, ma anche perché non c’è cibo» [traduzione degli autori]. Le relazioni tra mutilazioni (lesioni non mortali), disabilità (e ritardo dello sviluppo per i bambini), e debilitazione possono essere schematizzate nel modo seguente. La lesione non mortale non produce necessariamente una disabilità: abbiamo visto che la sordità provocata dai bombardamenti non produce meccanicamente la perdita o l’indebolimento della capacità linguistica. La debilitazione è invece il prodotto dello «spaziocidio» o della «guerra al supporto vitale» (Puar, op. cit.), che produce quello che Mbembe chiama «mondo della morte» (Mbembe, op. cit.). La debilitazione applicata alla mutilazione produce la disabilità, che viene data in cura dall’umanitario e perde il legame con l’agente attivo della violenza originaria. Nella Striscia di Gaza la sopravvivenza nello stato d’assedio dipende dal supporto infrastrutturale del colonizzatore assediante, supporto che modula calorie, megawatt, acqua, rete fognaria, reti di telecomunicazione e allocazione di spettro e larghezza di banda. La strategia di debilitazione consiste nel fornire scientemente solo il minimo indispensabile alla sopravvivenza. Al blocco totale, e alla distruzione di tutte le infrastrutture si aggiunge l’ostruzione sistematica – fino all’omicidio sul campo del personale sanitario – dell’assistenza medica e dell’attività scolastica. La debilitazione trasforma sistematicamente la mutilazione in disabilità e, per i bambini, in ritardo dello sviluppo. L’obiettivo è, da un lato, di diminuire scientemente le capacità fisiche, intellettuali e linguistiche della popolazione colonizzata e, dall’altro di costruire la disabilità come un problema umanitario che perde la sua relazione con la guerra coloniale all’origine del problema stesso. Dato che, come abbiamo visto, le capacità della popolazione non possono e non devono essere mercificate, il colonizzatore opera perché esse non possano essere messe a servizio dell’insubordinazione. Per quel che riguarda le capacità linguistiche, Virno direbbe che, dato che non sono mercificate come forza-lavoro e non sono messe al servizio della poiesis, costituiscono una eccedenza non saturabile al servizio della praxis, dell’agire politico. È esattamente quello che il colonizzatore assediante vuole impedire: la riduzione delle capacità, innanzitutto linguistiche via la debilitazione delle popolazioni e delle infrastrutture tende a impedire l’esercizio pubblico della parola e la capacità collettiva di rendere conto della propria condizione, di dibattere, di deliberare, e di organizzarsi, dato che ogni energia è assorbita dalla sopravvivenza immediata e la parola tende a ridursi a segnali funzionali. La mutilazione, la debilitazione, la disabilità e il ritardo dello sviluppo sono, a nostro avviso, pratiche che precisano e approfondiscono la strategia del «lasciar vivere» del potere necropolitico, che si declina come «non lasciar morire» tramite la mutilazione come sostituzione «umanitaria» dell’attacco mortale, e «non far morire» attraverso l’intervento umanitario a cui delega la responsabilità. fare Lasciare vivere far vivere biopolitica lasciar vivere non far morire non lasciar morire umanitarismo mutilazione Necropolitica morire far morire necropolitica lasciar morire biopolitica Fig. 1. Quadranti della biopolitica/necropolitica con l’aggiunta del «diritto alla mutilazione» come approfondimento del «lasciar vivere». Nella definizione di biopolitica, Foucault cita l’analisi e il trattamento delle «varie disabilità biologiche» nella lista dei suoi compiti (Foucault, op. cit.). La disabilità è intesa come una condizione prodotta biologicamente – un’altra manifestazione dei limiti di applicazione del concetto di biopolitica al fenomeno coloniale – laddove il colonizzatore rivendica il diritto di mutilare il colonizzato (si pensi ai milioni di congolesi mutilati dagli sgherri di re Leopoldo del Belgio) come diritto umanitario («non far / non lasciar morire»). Se la morte lenta / immediata viene concettualizzata in necropolitica principalmente attraverso il vettore del «far morire», la mutilazione si maschera da «lasciar vivere» quando in realtà agisce come «non lasciar morire». La politica di Tsahal di sparare per mutilare e non per uccidere («shoot to cripple»), viene propagandata come una preservazione della vita, la cui responsabilità non è più del necropotere coloniale che ha prodotto la mutilazione come sostituto della morte, ma viene scaricata sul sistema dell’aiuto umanitario («non far morire»). I corpi mutilati-per-non-essere-uccisi dei colonizzati escono dal complesso delle vittime della guerra coloniale per diventare oggetti neutri e apolitici dell’aiuto umanitario. L’umanitarismo, in questo contesto, funziona come quella che Wolfe potrebbe definire una «logica del contenimento»: la sua neutralità si trasforma in violenza. I principali attori internazionali (UNRWA, PAM, CICR) utilizzano ripetutamente un linguaggio che astrae la sofferenza dalla sua causa: i palestinesi muoiono di «malnutrizione», non di fame; i convogli subiscono «ritardi», non vengono ostacolati; gli ospedali «collassano», anziché essere bombardati. In nome della neutralità, organismi come l’OCHA e l’UNRWA evitano di nominare i responsabili: i loro rapporti descrivono «difficoltà di accesso umanitario», «vittime legate agli scontri a fuoco» e «contesti operativi complessi». L’agente attivo della violenza – l’etnostato coloniale sionista – è scomparso dal discorso giuridico e umanitario (Us Sabah, op. cit.). La mutilazione, quindi, non funziona come una morte incompleta o un’aggressione accidentale alla vita, ma come mezzo di produzione di disabilità permanenti attraverso l’inflizione di lesioni e l’esaurimento dei sistemi di supporto vitale che potrebbero consentire alle popolazioni di guarire da tali lesioni. La mutilazione non è semplicemente un sottoprodotto, un danno collaterale della guerra coloniale, ma viene utilizzata per raggiungere gli obiettivi del colonialismo di insediamento, primo fra tutti l’indebolimento della resistenza e dell’insorgenza dei colonizzati. La disabilitazione del linguaggio è il frutto di una strategia deliberata di annientamento del principale strumento di espressione e di deliberazione politica dei colonizzati, substrato fondamentale delle loro capacità di resistenza e di rivolta, che i colonizzatori utilizzano quando la «soluzione finale» della colonizzazione da insediamento, e cioè l’espulsione e/o lo sterminio della totalità della popolazione autoctona, non sono – ancora – direttamente praticabili. Conclusione In queste note abbiamo tentato di confrontare – per quanto è stato possibile, il lettore giudicherà – alcuni dei concetti scaturiti dalla riflessione di Paolo Virno con la realtà della guerra coloniale condotta dall’etnostato sionista contro la popolazione della Palestina, e in particolare con la realtà dell’attacco alle capacità linguistiche della popolazione attraverso la mutilazione (perdita dell’udito) e la distruzione delle infrastrutture scolastiche, causate dai bombardamenti ad alta intensità dell’aviazione israeliana. Per Virno, la facoltà di linguaggio proposta da Chomsky, specie-specifica, biologica e innata, è la condizione di possibilità del particolare storico della capacità linguistica: la padronanza, sociale e acquisita, di una o più lingue storiche e di pratiche linguistiche specifiche. Virno presenta la facoltà di linguaggio come linguaggio in potenza e potenza del linguaggio, l’apprendimento di una lingua storica come forma di esposizione al mondo attraverso l’immersione in una comunità, e l’eccedenza della facoltà di linguaggio rispetto alla padronanza della lingua storica e delle pratiche linguistiche come substrato dell’utilizzazione del linguaggio in modi imprevisti, della negazione, e dell’apprendimento di altre pratiche linguistiche e di altre lingue. Secondo Virno, la facoltà di linguaggio, nel confronto con la grammatica dei giochi linguistici di Wittgenstein – pratiche linguistiche proprie a «forme di vita» –, è in grado di spiegare come l’animale umano sia capace di modificare le pratiche linguistiche esistenti e di inventarne di nuove. Proprio perché l’animale umano non è bloccato a nessuna opera biologicamente definita, può agire insieme agli altri nella sfera pubblica. Virno fa entrare in gioco l’inoperosità come apertura a usi non predeterminati del linguaggio e condizione di possibilità della praxis. La capacità linguistica interamente sviluppata contraddistingue la definizione che Virno propone dell’intellettualità di massa, capacità linguistica la cui mercificazione genera la forza-lavoro postfordista. Virno effettua un magistrale approfondimento del concetto marxiano di forza-lavoro, che non è una proprietà o disposizione umana naturale, e quindi trans-storica, ma il risultato di un processo estremamente violento – l’accumulazione originaria – di mercificazione delle capacità dell’animale umano, precondizione non solo dell’emergenza storica del rapporto di capitale, ma anche di ogni «rivoluzione» del ciclo capitalistico. Innanzitutto Virno sostiene che, mentre la forza-lavoro fordista aveva capacità linguistiche limitate, con la forza-lavoro postfordista, risultato della mercificazione delle capacità linguistiche dell’intellettualità di massa, «la realtà di forza-lavoro è pienamente all’altezza del suo concetto». In seguito, esamina il concetto generale di forza-lavoro come capacità, come «potenza», come «qualcosa che non è presente (o reale)», ma che «diventa, nel capitalismo, una merce di eccezionale importanza». Sono appunto le «caratteristiche paradossali della forza-lavoro (qualcosa di irreale, che però è venduto e comprato come una merce qualsiasi)» che costituiscono «la premessa della biopolitica». Virno recepisce il concetto di biopolitica di Foucault, ma avverte che la biopolitica gestisce il bios non in quanto tale, ma in quanto substrato indisgiungibile di «una mera facoltà, la forza-lavoro, che però ha guadagnato la consistenza di una merce». Il «nocciolo razionale» del concetto di biopolitica è quindi solo «un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione, di quel fatto primario – storico e filosofico insieme – consistente nella compravendita della potenza in quanto potenza». La biopolitica gestisce esplicitamente la vita e, implicitamente, la morte per ottimizzare il corpo sociale in quanto portatore collettivo della forza-lavoro: fa vivere coloro che forniscono forza-lavoro compatibile con le esigenze della riproduzione del ciclo capitalistico, e lascia morire coloro le cui capacità non sono più mercificabili come forza-lavoro. Ma le capacità del corpo sociale, in particolare le capacità linguistiche, costituiscono una potenza che può attuarsi non solo nella poiesis – quando sono mercificate e impiegate nella riproduzione capitalistica – ma anche nella praxis, nella deliberazione e nell’organizzazione dell’insorgenza. Tali capacità eccedono comunque il loro uso mercificato nel rapporto di produzione. Quando una popolazione è riottosa, non impiegabile, o ribelle e insorgente, il processo di mercificazione delle sue capacità viene fatto abortire. Ma tale popolazione non può persistere: la sua stessa esistenza costituisce un pericolo. Su questo punto di svolta si situa il passaggio dalla biopolitica di Foucault alla necropolitica di Mbembe: dal «lasciar morire» strati della popolazione le cui capacità sono divenute inutili al «far morire» nella sua interezza una popolazione insubordinata. Il quadrante «lasciar vivere» della necropolitica può essere approfondito e chiarito con il quadro concettuale di Puar (il diritto di mutilare). La mutilazione (dell’udito) che non implica di per sé la disabilità (la perdita del linguaggio), viene impiegata dal necropotere insieme con la debilitazione dei corpi e delle infrastrutture (in primo luogo le infrastrutture sanitarie e scolastiche) prodotto dello «spaziocidio». L’obiettivo è, da un lato, di diminuire scientemente le capacità fisiche, intellettuali e linguistiche della popolazione e, dall’altro di costruire la disabilità come un problema umanitario che perde la sua relazione con la causa del problema, e cioè la guerra coloniale. La disabilitazione del linguaggio nella Striscia di Gaza è l’arma necropolitica per eccellenza: quando il necropotere non può – ancora – completare l’opera di distruzione dei corpi – lasciandoli morire o uccidendoli attivamente – cerca di disattivare la loro capacità di nominare il trauma, di testimoniare, di connettersi, di deliberare e di organizzare la resistenza e la rivolta. Questo non vuol dire che ci riesca: l’Intifada e la Sumud di fronte alla guerra di alta intensità provano che la resistenza e la rivolta sono possibili. I concetti riassunti nei paragrafi precedenti tentano di illuminare la fase del processo – ormai centennale – di colonizzazione della Palestina che va dalla guerra del 1967 ai giorni nostri, passando per i punti di svolta fondamentali che sono la prima Intifada del 1987, l’instaurazione dello stato d’assedio della Striscia di Gaza del 2007 e la guerra coloniale ad alta intensità contro i gazawi iniziata nell’ottobre 2023. A partire dal 1967, un processo di accumulazione originaria condotto dall’etnostato coloniale sionista genera una nuova composizione di classe che comprende da un lato gli espulsi dagli insediamenti coloniali rurali e urbani e dall’altro una nuova intellettualità di massa. Il processo di colonizzazione di insediamento della Palestina viene affiancato da un processo di colonizzazione di sfruttamento. La nuova composizione di classe da un lato costruisce il moderno Israele, e dall’altro costituisce il substrato della grande rivolta del 1987, la prima Intifada. A partire da questa data la colonizzazione di insediamento continua a svilupparsi nei territori occupati, mentre la colonizzazione di sfruttamento decade – sempre meno lavoratori palestinesi in Israele – e muore definitivamente nel 2005-07, con l’aborto della trasformazione della Striscia di Gaza in bantustan e l’istaurazione dello stato d’assedio, scandito da sei guerre coloniali. Studi epidemiologici pubblicati sulla rivista medica «The Lancet»[3] hanno stimato che, al 30 giugno 2024, 64.260 gazawi fossero morti di morte violenta, con una proiezione di 136.000 morti violente entro il 25 aprile 2025. Applicando rapporti storicamente osservati tra morti indirette (per privazioni e collasso sistemi sanitari) e morti dirette (da violenza) variabili da 2:1 (nella guerra in Iraq, 1990–2011) a 16:1 (nella guerra in Afghanistan, 2001–2021), gli epidemiologi hanno adottato una stima prudenziale di 4:1 per Gaza, e cioè quattro morti indirette per ogni morte violenta. Ciò si traduce in circa 544.000 morti indiretti e un totale di circa 680.000 gazawi uccisi entro il 25 aprile 2025. Estendendo la stima al 7 ottobre 2025, con circa 175.000 morti violente, applicando sempre il rapporto prudenziale di 4:1 tra morti da privazioni e violenza, si otterrebbero ulteriori 700.000 morti indirette, per un totale cumulato di circa 875.000 decessi, pari a circa il 38% della popolazione prebellica di 2,3 milioni di abitanti. Anche dopo un cessate il fuoco parziale, si prevede la persistenza di morti indirette legate alle condizioni di vita deteriorate dalle restrizioni sull’accesso al cibo, l’acqua, il sistema fognario, i farmaci, i dispositivi medici ecc. Come conseguenza, a partire dell’ottobre 2023, i superstiti sono circa 1,5 milioniTsahal[4] su più di 2,3 milioni di abitanti nell’ottobre 2023. Secondo quanto riportato dalla Canadian Broadcasting Corporation, nel 2025 Donald Trump si è lasciato scappare che i sopravvissuti fossero «1,7 o 1,8 milioni»[5] – evidentemente i suoi servizi di intelligence sono più ottimisti di noi. Dall’ottobre del 2023, la «soluzione finale» del «problema palestinese», e cioè l’eliminazione della totalità della popolazione autoctona, avanza a passi da gigante, anche se l’etnostato coloniale sionista e la potenza tutelare statunitense non riescono ancora a fissare la buona miscela di espulsione e sterminio che permetterà tale eliminazione. Per noi non si tratta più – se mai si è trattato – di denunciare l’apartheid – l’etnostato coloniale sionista non vuole segregare gli autoctoni, vuole eliminarli – o di stabilire in quale fattispecie del diritto internazionale umanitario si situa lo sterminio in atto nella Striscia di Gaza – crimine di guerra? Crimine contro l’umanità? Genocidio? O ancora di richiedere il riconoscimento fittizio di un fantomatico stato di Palestina privo di sovranità, riconoscimento che in pratica gli assegna solo doveri e nessun diritto. Occorre anche constatare i limiti della pura speculazione teorica[6]. Oggi i punti all’ordine del giorno – ineludibili e urgenti – sono: 1) fermare la guerra coloniale; 2) smontare lo stato di assedio; 3) arrestare il processo di colonizzazione; 4) creare le condizioni perché i palestinesi possano avviare un processo reale di decolonizzazione, e, immediatamente a ridosso di essa, aiutarli a ripristinare le condizioni materiali, infrastrutturali e sanitarie per educare e curare, scardinando così la politica sistematica dello «scolasticidio» e della debilitazione corporea e linguistica. Sembra un programma visionario, ma le forze in campo che potrebbero adottarlo a livello internazionale non sono irrilevanti, in una situazione in cui la Sumud del popolo di Palestina persiste e il processo di disfacimento dell’etnostato coloniale sionista è finalmente cominciato[7] (Pappe, op. cit.). * per le referenze citate in precedenza (op. cit.), riferirsi alle puntate corrispondenti Note [1] E.H. Lenneberg, Biological Foundations of Language. Taylor & Francis, 1967. [2] N. Chomsky, A. Moro, The secrets of words (Kindle edition). MIT Press, 2022. [3] M. Spagat, J. Pedersen, K. Shikaki, M. Robbins, E. Bendavid, H. Hegre, D. Guha–Sapir, Violent and non–violent death tolls for the Gaza conflict: New primary evidence from a population–representative field survey, "The Lancet Global Health", 14(4), e552–e559, 2026. [4] R. Hil, G. Polya, From Warsaw to Gaza "Arena", 05/05/2026. [5] K. Maimann, “1.7 million” Palestinians in Gaza? Trump’s statement raises questions about death toll "CBC News", 13/02/2025. [6] T. Davies, N. Clare, F. Peters, Necropolitics, Gaza, and the limits of theory, "Progress in Human Geography", 50(2), 261–263, 2026. [7] I. Pappe, It is dark before the dawn, but Israeli settler colonialism is at an end, The Long View", 6(1) 01/02/2024. Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70. Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.

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    La guerra del Golfo e la dialettica bellica, politica e geopolitica tra Stati Uniti e Iran Seconda intervista di «New Left Review» a Ervand Abrahamian dossier guerra e capitale LC Carvalho Ervand Abrahamian, uno dei massimi esperti di storia dell’Iran moderno, docente presso le Università di Princeton, New York, Columbia e Oxford e attualmente Distinguished Professor al Baruch College e al CUNY Graduate Center, analizza in questa intervista realizzata dalla «New Left Review», che si aggiunge a quella pubblicata il 14 settembre, come si sia evoluta la situazione bellica nel Golfo, quali siano state le decisioni strategiche delle parti in conflitto e quali possano essere gli scenari più plausibili di questa guerra. La guerra del Golfo e la dialettica bellica, politica e geopolitica tra Stati Uniti e Iran Seconda intervista a Ervand Abrahamian Ervand Abrahamian, uno dei massimi esperti di storia dell’Iran moderno, docente presso le Università di Princeton, New York, Columbia e Oxford e attualmente Distinguished Professor al Baruch College e al CUNY Graduate Center, analizza in questa intervista realizzata dalla «New Left Review», che si aggiunge a quella pubblicata il 14 settembre, come si sia evoluta la situazione bellica nel Golfo, quali siano state le decisioni strategiche delle parti in conflitto e quali possano essere gli scenari più plausibili di questa guerra di scelta, favorita dall’insolita goffaggine dell’attuale governo statunitense e dalla politica genocida del regime terroristico israeliano. New Left Review Quando hai parlato con la «New Left Review», nella prima intervista all’inizio di quest’anno, l’Iran era appena uscito dalla repressione delle proteste di gennaio. Come valuti la situazione interna dopo sei mesi di guerra? Il Paese sta per subire un’altra grande esplosione sociale? Senza dubbio ci sono difficoltà, ma non è nulla di nuovo. Le sanzioni sono in vigore da molto tempo. Sono state la causa sottostante della recente rivolta popolare. Si tratta quindi di un fattore costante e di lungo periodo. Che le difficoltà economiche portino alla caduta del regime è un’altra questione. Sappiamo da altri casi che le sanzioni, per quanto severe, non raggiungono questo obiettivo. Perché George W. Bush ha invaso l’Iraq? Perché anni di sanzioni non sono bastati a rovesciare Saddam Hussein. Lo stesso è accaduto con Gheddafi. Ci hanno provato con Assad e hanno fallito anche in quel caso. Credo che, nel caso dell’Iran, le difficoltà saranno gravi, specialmente per le classi basse e medie, ma non credo che ciò porterà a un cambio di regime. La Guardia Rivoluzionaria è totalmente schierata con il governo. Non è un esercito enorme in grado di conquistare i paesi vicini, ma è abbastanza grande da controllare i quartieri delle città. In passato si è dimostrata disposta a sparare contro manifestanti disarmati. In una certa misura, la guerra ha di fatto consolidato il regime. Alla fine dello scorso anno, quando sono iniziati i disordini, il regime aveva perso gran parte della sua legittimità, poiché aveva minato la propria base sociale. Il regime conservava forse il sostegno di una percentuale compresa tra il 15 e il 20 per cento della popolazione, ma la guerra gli ha dato una seconda vita. Persino coloro che disprezzano il regime sono molto orgogliosi del fatto che l’Iran sia stato in grado di tenere testa a una grande potenza e, di fatto, di metterla in ridicolo. Si potrebbe tracciare un parallelo con l’Unione Sovietica. I bolscevichi avevano accumulato una grande legittimità, ma la persero negli anni ’30 a causa della grande carestia e delle purghe. Tuttavia, la Seconda guerra mondiale diede ai sovietici una seconda vita, che si protrasse per generazioni. Il regime di Putin continua a cercare di brandire la Grande Guerra Patriottica come fonte di legittimità. Credo che il regime iraniano farà lo stesso. Il modo in cui tutto questo è stato orchestrato finora, ad esempio con i funerali di Khamenei, dimostra che il regime è molto ben radicato a livello istituzionale. Weber rimarrebbe sorpreso nello scoprire che gli Stati Uniti, che si supponeva fossero uno Stato moderno con una burocrazia istituzionalizzata, si sono trasformati in un sultanato, dove il sultano prende le decisioni di propria iniziativa, seguendo i consigli di schiavi o servitori di casa. Questo è un aspetto che mi colpisce quando leggo la stampa statunitense, specialmente il New York Times, che, di fatto, ha fornito abbondanti informazioni sulle decisioni prese a Washington. Il caos che vi regna assomiglia più a un film degli dei fratelli Marx. Il regime iraniano è molto diverso. Nonostante sia guidato da teocrati medievali, è altamente istituzionalizzato. Per questo motivo nemmeno la decapitazione dei leader del regime ne ha provocato il crollo. Credo che fosse proprio questo ciò che si aspettavano gli israeliani. Tre o quattro giorni di bombardamenti, avevano assicurato a Trump, e il regime sarebbe caduto. Ci sarebbe stato un cambio di regime oppure – e sospetto che fosse proprio questo ciò che pensavano realmente gli israeliani – il Paese sarebbe sprofondato in una guerra civile. Ma ciò non è accaduto. Le istituzioni sono sopravvissute e oggi appaiono davvero solide. Sono certo che vi siano molte rivalità personali e politiche tra gli alti dirigenti iraniani, ma essi rimangono impegnati a preservare la loro Repubblica. Per quanto riguarda la situazione economica, sono circolate notizie secondo cui recentemente il governo iraniano avrebbe tagliato i sussidi per il pane e i prezzi sarebbero raddoppiati. Sembra una politica rischiosa. Sì, ma il regime è molto abile nel razionare le forniture. Probabilmente ci saranno sussidi per le fasce più povere della popolazione. Ancora una volta, le istituzioni sono molto efficienti. Ciò è già emerso chiaramente durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni ’80. Il governo di Moussavi si è contraddistinto per aver garantito che non ci fossero carenze. Finora, nonostante tutte le difficoltà, sembra che ci siano cibo e beni di prima necessità a sufficienza. Ci sono parallelismi con il periodo di Mosaddegh (1951-1953). L’opinione comune in Occidente era che l’embargo petrolifero avrebbe affossato l’economia, ma non è stato così. Sebbene l’Iran non potesse esportare petrolio tra il 1951 e il 1953, si trattava principalmente di un’economia agricola e i raccolti furono buoni. Non ci fu quindi una vera e propria crisi che avrebbe potuto rovesciare il governo in quel momento. Dal 1979 il regime ha sempre insistito sull’autosufficienza dei beni di prima necessità. Possono resistere a lungo, perché possono ricorrere alla produzione nazionale e ad altre forme per aggirare l’embargo. Non voglio sminuire le difficoltà, ma non credo che siano sufficienti a distruggere il regime. Se riescono a continuare a vendere petrolio, soprattutto alla Cina, disporranno di alcune entrate per attutire la crisi economica. Stanno utilizzando altre rotte. E dispongono di una grande flotta di petroliere al di fuori della regione. Non lo vendono a un buon prezzo, ma almeno ne ricavano qualche entrata. Ancora una volta, stanno agendo con grande astuzia politica ed erano preparati allo scenario attuale. Dispongono, a mio avviso, della più grande flotta di petroliere al mondo, in grado di stoccare e trasportare petrolio in tutto il mondo per venderlo qua e là. Sulla stampa occidentale sono circolate notizie sull’esistenza di divisioni all’interno della leadership iraniana riguardo ai negoziati. Qual è la tua valutazione al riguardo? A queste divergenze viene attribuita troppa importanza. Una cosa su cui insiste il «New York Times» è che il vero problema nei negoziati siano i sostenitori della linea dura in Iran. Questo è falso. Storicamente, i sostenitori della linea dura sono sempre stati disposti a raggiungere un accordo con gli Stati Uniti. Khomeini, anche mentre denunciava gli Stati Uniti e Israele come satanici, era in realtà machiavellico dietro le quinte. Basti ricordare l’Irangate. Lo stesso valeva per l’anziano Khamenei. Nonostante tutta la retorica, i suoi rappresentanti erano disposti a negoziare e a raggiungere un accordo. Bisogna separare la retorica di Teheran dalle sue politiche reali. Credo che i cosiddetti «radicali» di oggi sarebbero disposti a raggiungere un accordo, se potessero fidarsi della controparte. E non occorre essere un sostenitore della linea dura per diffidare di Trump. Che tipo di accordo si può raggiungere con qualcuno di cui non ci si può fidare? Potrebbe concludere un accordo e, il giorno dopo, romperlo dicendo di aver cambiato idea. Secondo il memorandum d’intesa firmato il 17 giugno, l’interpretazione a Washington era che l’Iran avrebbe aperto lo stretto e, successivamente, gli statunitensi sarebbero passati alla fase successiva di revoca delle sanzioni e di autorizzazione alla vendita di petrolio da parte dell’Iran. Ma gli iraniani capivano ovviamente quale fosse il contenuto e il futuro dell’accordo. Se avessero aperto lo stretto di Ormuz, avrebbero rinunciato alla loro carta vincente, perché una volta aperto Trump avrebbe potuto avanzare altre richieste o rifiutarsi di rispettare i propri impegni, sostenendo che no, ciò non faceva parte dell’accordo. Sono sicuro che ci fossero persone come il presidente Pezeshkian, che si mostravano più favorevoli all’accordo, ma per lui era difficile convincere gli altri che Trump fosse una persona di cui ci si potesse fidare. Da che parte diresti che si schieri la maggioranza della popolazione iraniana su questa questione, con Pezeshkian o con i sostenitori della linea dura? È possibile che la maggioranza della popolazione si schieri con Pezeshkian, semplicemente perché ha una visione errata della situazione. Ancora una volta, si tratta di una ripetizione del periodo di Mosaddegh. Molti iraniani pensavano che, se Mosaddegh fosse stato disposto a scendere a compromessi, tutto sarebbe andato bene. Non si resero conto che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non hanno mai voluto raggiungere un compromesso; ciò che volevano era il controllo del petrolio iraniano. Ma c’era una propaganda efficace, che sosteneva il contrario. Oggi c’è stato uno sforzo concertato per affermare che gli Stati Uniti non hanno nulla contro l’Iran, ma che è il regime iraniano ad essersi mostrato intransigente. E molte persone in Iran hanno le proprie ragioni per rifiutare questo regime. Per questo è facile incolparlo della situazione di stallo. A febbraio hai parlato dell’effetto della guerra tra Iran e Iraq sul consolidamento della nascente Repubblica Islamica. Ritieni che oggi si stia sviluppando una dinamica simile? L’effetto dell’«unione del popolo iraniano attorno alla bandiera» potrebbe rivelarsi effimero? Mentre il conflitto con l’Iraq era considerato una guerra difensiva, esso ebbe un effetto unificante. Ma una volta liberata la città portuale di Jorramchar e presa la decisione di entrare in Iraq, gli slogan divennero «guerra, guerra fino alla vittoria» e «la strada per Gerusalemme passa per Baghdad», il che minò il regime. Non è meno noto che l’ammiraglio della flotta iraniana e un buon numero di ufficiali al comando dell’esercito regolare si opposero alla prosecuzione della guerra. Presentarono le loro dimissioni, che non furono accettate. La loro argomentazione era che la prosecuzione della guerra contro l’Iraq avrebbe provocato l’intervento degli Stati Uniti e rafforzato l’imperialismo nella regione, il che non avrebbe portato alcun beneficio all’Iran. Ma la decisione fu presa dalla Guardia Rivoluzionaria e dagli avventurieri vicini a Khomeini, che ritennero che si trattasse di un’opportunità per espandere la rivoluzione. Oggi, i sostenitori della linea dura a Teheran non pensano a estendere la rivoluzione, ma alla difesa del Paese. La percezione dell’opinione pubblica è importante: non vogliono apparire intransigenti, anche se hanno buone ragioni per esserlo. Vogliono dimostrare di essere disposti a raggiungere un accordo e che il fallimento finora è colpa dell’altra parte. Ecco perché credo che abbiano firmato il memorandum d’intesa lo scorso giugno. Se venisse fatta un’offerta concreta, si troverebbero sottoposti alla pressione dell’opinione pubblica, ma non vogliono dare l’impressione di essere presi in giro. Qual è la tua valutazione della riorganizzazione della leadership iraniana dopo l’assassinio, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dei vertici dello Stato all’inizio della guerra? Come dobbiamo interpretare le recenti nomine effettuate da Mojtaba Khamenei? Innanzitutto, vorrei soffermarmi brevemente sull’assassinio dell’anziano Khamenei. È stato davvero un omicidio in puro stile mafioso. La mattina in cui Khamenei convocò una riunione di famiglia, una riunione aperta, coincise esattamente con il momento in cui i rappresentanti iraniani e statunitensi si incontravano a Ginevra per negoziare. L’errore di calcolo di Jamenei è stato pensare che, dato che eravamo proprio all’inizio dei negoziati, non ci avrebbero bombardato. Così ha convocato quella riunione di famiglia in cui non solo hanno ucciso lui, ma anche sua figlia, sua nipote, suo genero e sua nuora. La mafia, almeno, ha dei limiti. La mia impressione è che Mojtaba sia rimasto gravemente ferito nell’attentato, motivo per cui non vogliono mostrarlo in pubblico, ma è ancora nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed è lui a prendere le decisioni finali. C’è anche un’eco della storia islamica antica, dell’Imam Nascosto. Non ha bisogno di apparire, il suo portavoce può parlare a suo nome. Per quanto riguarda le nomine, per molto tempo Mojtaba è stato il braccio destro di suo padre nei rapporti con l’esercito e nelle questioni relative alla sicurezza nazionale. Ha instaurato rapporti personali e ha posto quelle persone al comando. Non si tratta di stabilire se questi nuovi dirigenti siano sostenitori della linea dura o moderati. Si tratta in realtà di persone di cui lui si fida; è, in larga misura, un fenomeno di gruppo chiuso. La gente considera questi uomini come prodotti della Guardia Rivoluzionaria e del clero. Ma, in fondo, rappresentano anche la piccola borghesia iraniana, l’ la classe del bazar. Se guardiamo alle loro origini, provengono da quella classe. Sono imparentati tra loro, è un gruppo molto unito e coeso. Come spieghi il successo degli statunitensi e degli israeliani nell’individuare ed eliminare i propri obiettivi? Non è difficile scoprire dove vive qualcuno, è una cosa facile da fare. La gente trae conclusioni affrettate e finisce per sopravvalutare i servizi segreti israeliani. Forse conoscono il personale, chi è chi e dove trovarli. Ma la loro visione israeliana dell’Iran è semplicemente assurda. Per citare alcuni esempi: durante la Guerra dei Sei Giorni, lanciarono volantini in ebraico, incitando la minoranza ebraica di Teheran a ribellarsi contro la Repubblica. Non riesco a immaginare nulla di più irresponsabile di quell’invito. Allo stesso modo, la convinzione che quattro giorni di bombardamenti avrebbero rovesciato il regime ha dimostrato, ancora una volta, una totale mancanza di comprensione della situazione. Ora sappiamo anche che il loro candidato alla guida del Paese era Ahmadinejad. Cosa potrebbe esserci di più ridicolo? Ora il regime lo tiene sotto stretto controllo e lo sta utilizzando per dimostrare che tutti sostengono l’attuale gruppo dirigente. Prima o poi dovranno occuparsi di lui. Non credo che possano ignorare il fatto che stesse negoziando con gli israeliani per rovesciare il regime. C’è molto rancore tra lui e la gerarchia clericale sin dai tempi in cui era presidente. Direi che i suoi giorni sono contati. Trump inizialmente aveva affermato che gli israeliani avessero assassinato i leader dell’opposizione, che potenzialmente avrebbero potuto finire per guidare l’Iran, qualora il regime fosse crollato. Forse avevano in mente altre persone oltre ad Ahmadinejad? Non credo che Trump sapesse chi fosse chi in Iran. Forse aveva letto che qualcuno come Larijani, che non era esattamente un liberale – anzi, era un conservatore irriducibile, sebbene avesse negoziato con Obama – era stato assassinato. Probabilmente ha pensato che quelli fossero i candidati con cui Israele intendeva trattare. Così ha fatto due più due e gli è venuto fuori cinque. Questo illustra una questione fondamentale: a Washington non ci sono davvero persone in grado di informare in modo affidabile il presidente. Ecco perché ascolta gente come Netanyahu. Forse al suo vicepresidente non piaceva l’idea di entrare in guerra con l’Iran, ma non aveva argomenti per dimostrare a Trump che fosse una cattiva idea. Ancora una volta, il «New York Times» ha fornito informazioni attendibili su questo argomento. In un governo che funzionasse bene ci sarebbe un gruppo di lavoro in grado di redigere un rapporto che affrontasse la situazione. Quali sono i pericoli di entrare in guerra? Quali sono i costi? Quali sono le opzioni alternative? Oggi a Washington non esiste nulla di simile. Anzi, dubito che ci sia un solo esperto sull’Iran che venga ascoltato alla Casa Bianca. Come valuteresti le prestazioni militari dell’Iran? Nei primi mesi di guerra, statunitensi e israeliani si sono mostrati molto trionfalisti. Tuttavia, da allora, i servizi di intelligence statunitensi hanno confermato la distruzione solo di circa un terzo dell’arsenale missilistico iraniano, mentre sei mesi di operazioni hanno esaurito gran parte delle riserve statunitensi di missili intercettori e di altre munizioni. Israele e gli Stati Uniti hanno dato molta importanza al fatto di aver affondato la flotta iraniana e di aver distrutto la sua aviazione. Ma la verità è che non c’era molta flotta da affondare. Anche l’aviazione era piuttosto ridotta. L’Iran ha sempre fatto affidamento sui missili a corto e medio raggio. I droni sono stati una sorpresa. Sono economici e facili da produrre. Il «New York Times» ha affermato che ogni drone costa 30.000 dollari, anche se in seguito ha ridimensionato la cifra a 10.000 dollari. Ho letto le parole di un economista iraniano della diaspora, che ne stima il costo a 4.000 dollari. Ogni missile statunitense che abbatte un drone costa un milione di dollari. Pertanto, un milione di dollari contro 4.000 dollari sembra rappresentare un buon rapporto per l’Iran, che può produrre questi droni su larga scala. Se si osservano gli scritti degli orientalisti a partire dal XIX secolo, si è sempre sostenuto che gli eserciti occidentali siano più efficienti, poiché delegano l’autorità agli ufficiali locali presenti sul campo, mentre gli eserciti orientali ne sono incapaci, poiché tutto deve essere rigorosamente controllato dal centro. Ciò che la guerra ha dimostrato è che l’Iran è perfettamente in grado di delegare l’autorità. Per quanto si possa danneggiare la burocrazia di Teheran, gli ufficiali del Golfo, con i loro droni, continuano a funzionare piuttosto bene. A quanto pare, gli orientali possono essere più efficienti dell’Occidente quando si tratta di delegare. Hai suggerito che il vero obiettivo di Israele e, di conseguenza, degli Stati Uniti, non fosse tanto un cambio di regime quanto lo smembramento dello Stato iraniano secondo criteri etnici. Cosa resta, secondo te, di questa prospettiva? Non sono sicuro che qualcuno alla Casa Bianca ci abbia davvero pensato. Ma sì, credo che quella fosse l’agenda israeliana: lo smantellamento dell’Iran, proprio come era successo in Iraq, Siria e Libia. La candidatura di Ahmadinejad avrebbe potuto essere l’ideale a tal fine, perché nulla sarebbe stata una ricetta migliore per una guerra civile in Iran che averlo come presidente. Tutto ciò dà ragione a chi in Iran sostiene che si tratti di una guerra di sopravvivenza esistenziale, poiché i suoi avversari non solo vogliono porre fine al regime, ma vogliono distruggere il Paese. Mi sorprende che il governo iraniano non utilizzi di più questo argomento. Gran parte dell’opinione pubblica iraniana pensava che Trump fosse sinceramente preoccupato per la morte dei manifestanti, che sarebbe venuto a salvarli dal regime. I monarchici pensavano che avrebbero riportato in carica lo scià. I mujaheddin pensavano di essere loro i candidati. Ma tutti hanno scoperto rapidamente che l’agenda israeliana era ben diversa. Qual è, secondo te, la strategia iraniana in questo momento e quali sono le sue probabilità di successo? Credo che la strategia consista essenzialmente nel prolungare la crisi. Dal loro punto di vista, sperano che a Washington avvenga un cambiamento, che porti al potere qualcuno di più affidabile con cui possano raggiungere un accordo. Il regime iraniano ritiene che ciò sia possibile, se l’attuale crisi dovesse continuare. I prezzi del petrolio non stanno scendendo, ma continueranno a salire. Trump cerca di mantenerli bassi dicendo che siamo sul punto di raggiungere un accordo o che l’Iran sta per arrendersi. Prima o poi, Wall Street si renderà conto che questa non è una crisi destinata a finire presto. I prezzi del petrolio, ma anche quelli della benzina e dei fertilizzanti, rimarranno alti, il che peserà sulle tasche degli americani e si farà sentire alle elezioni. Quali lezioni ritiene che la leadership iraniana abbia tratto dall’esperienza degli ultimi diciotto mesi? Ha rafforzato la posizione di coloro che sostengono che l’Iran abbia bisogno, in ultima analisi, di una deterrenza nucleare o, al contrario, ha consolidato le argomentazioni a favore del mantenimento di una capacità latente senza arrivare alla produzione di armi nucleari? Non credo all’argomentazione secondo cui il regime fosse interessato a dotarsi di armi nucleari. C’è stato un breve periodo in cui gli ispettori internazionali giunsero alla conclusione che l’Iran fosse interessato ad acquisire l’arma nucleare, mentre Washington affermava che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa. Se ti trovassi a Teheran e Saddam avesse già usato armi chimiche contro di te, sono sicuro che molte persone, compresi i moderati, sarebbero giunte alla conclusione che, se gli americani sono convinti che Saddam possieda armi nucleari, faremmo meglio a fare qualcosa al riguardo. Quindi, a mio avviso, in quel momento il regime iraniano ha esplorato la questione delle armi nucleari, ma gli ispettori internazionali hanno concluso che ciò è cessato non appena gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq ed è diventato chiaro che Saddam non aveva alcun programma di produzione di armi nucleari. Ciò che Teheran stava facendo era accumulare conoscenze e uranio arricchito a fini di ricerca, il che avrebbe potuto trasformarsi in armamento nucleare in futuro, se fosse stato necessario. Così, quando Obama è arrivato e ha detto: «Saremo d’accordo sul fatto che conduciate ricerche a condizione che possiate garantire, sotto supervisione, di non avere intenzione di trasformare tale ricerca in armi nucleari», l’Iran ha accettato. Persino i cosiddetti «radicali». Per me, questa è la prova che in realtà non erano interessati alla militarizzazione dell’energia nucleare. Ricordiamo che, anche quando Trump si è ritirato dall’accordo, l’Iran ha continuato a rispettare le restrizioni e la supervisione nella speranza che gli europei intervenissero. Dopotutto, gli europei facevano parte dell’accordo. Solo quando hanno visto che gli europei non avrebbero agito, hanno aumentato l’arricchimento dell’uranio al 60 per 100 per cercare di costringerli a tornare al tavolo delle trattative. La realtà è che il regime si è sempre dimostrato disposto a negoziare sulla questione nucleare. È sempre stato l’Occidente a mostrarsi intransigente. La richiesta di Israele e dell’Occidente è sempre stata che la Repubblica Islamica non conducesse alcun tipo di ricerca nucleare; l’unica eccezione è stata la presidenza di Obama. Finché questa rimarrà la richiesta, non vedo come nemmeno i moderati iraniani possano giungere a un accordo sulla questione. Secondo te, gli avvenimenti dell’ultimo anno e mezzo non hanno modificato questa valutazione di fondo? Lo Stretto di Ormuz ha fornito a Teheran una carta vincente più forte, che le risulta molto più utile del possesso di un’arma nucleare. E credo che ciò avrà ripercussioni strategiche a lungo termine. Dopo la Rivoluzione Islamica, l’Iran si è orientato molto di più verso il Mediterraneo, il Levante, l’asse siriano, l’asse di Hezbollah e Israele. Tuttavia, le due recenti guerre hanno dimostrato ai leader iraniani che la loro vera forza risiede nel Golfo. Al contrario, nel Levante hanno dovuto compiere molti sacrifici senza ottenere grandi successi concreti. Credo quindi che ci sarà un riorientamento della loro strategia generale e questo avrà implicazioni per Hezbollah e per Israele. Paradossalmente, questo ricorda molto lo scià. Il suo principale interesse era diventare il padrone del Golfo e forse anche dell’Oceano Indiano. Stava creando una grande flotta e impadronendosi di isole disabitate nel Golfo. L’attuale regime si è ritrovato sostanzialmente nella stessa situazione. Non sono sicuro fino a che punto ciò sia stato concettualizzato, ma questa è la logica di ciò che sta accadendo. Pensi che questa guerra intermittente possa protrarsi a lungo? O qualcosa di ancora peggiore. Perché una volta che sarà chiaro che l’unica via d’uscita è che Trump perda prestigio, credo che potrebbe intensificare le ostilità dopo le elezioni di medio termine, convinto che ciò possa portargli una sorta di vittoria. E c’è un’altra questione. La Russia è ora molto impantanata in Ucraina, ma se la situazione dovesse cambiare, esiste un accordo del 1921 firmato tra Russia e Iran. Gran parte della politica estera sovietica si basava essenzialmente su quell’accordo del 1921, che stabiliva che, se una terza potenza avesse invaso l’Iran, la Russia avrebbe avuto il diritto di inviare truppe. Non se ne parla spesso, ma questo è sempre stato il principale scudo di cui l’Iran ha potuto contare di fronte all’Occidente. Nel 1951 la Gran Bretagna era disposta a invadere il sud dell’Iran per riprendere il controllo del petrolio. Ciò che la ne impedì fu la consapevolezza che, se lo avessero fatto, i russi avrebbero avuto il diritto internazionale di intervenire. Al momento questo scenario non è verosimile, perché i russi sono impantanati in Ucraina, ma se la situazione dovesse cambiare, qualsiasi invasione dell’Iran potrebbe provocare l’intervento dei russi o dare loro il diritto di interferire. Uno scenario potrebbe essere il proseguimento delle ostilità, con gli iraniani che puntano a un cambio di regime a Washington; gli Stati Uniti, dal canto loro, ritengono che, mantenendo il blocco navale, l’Iran cederà prima che il prezzo del petrolio faccia precipitare l’economia internazionale. Un altro scenario, che sembra piuttosto remoto, sarebbe una sorta di operazione terrestre statunitense. Il problema per gli americani è che, se il regime riesce a resistere così com’è, senza cedere, quale sarà la mossa successiva? Dal punto di vista logistico, non sono sicuro che gli Stati Uniti siano in grado di assumere il controllo del Golfo. Guarda le immagini dello stretto di Ormuz. Mi ricordano Gallipoli durante la Prima guerra mondiale. E non sono sicuro che i prezzi del petrolio in Occidente rimangano al di sotto dei 100 dollari al barile. Non appena la comunità imprenditoriale si renderà conto che Trump, in sostanza, la sta ingannando, facendola credere che il problema sia sul punto di risolversi o di essere tenuto sotto controllo, i prezzi potrebbero schizzare alle stelle. Paesi come le Filippine, l’Indonesia, il Myanmar o l’India dipendono in larga misura dal petrolio del Golfo. E gli americani dipendono talmente tanto dall’auto che, quando la benzina raggiunge i 5 dollari al gallone, questo incide davvero sulle tasche della gente. I prezzi saliranno. La domanda è: quanto potrà resistere Wall Street? 120 dollari, 130 dollari al barile? Finora sono riusciti a tenere sotto controllo la situazione, ma non sono sicuro che, con il protrarsi della crisi, possano continuare a farlo all’infinito. Quindi l’Iran sembrerebbe trovarsi in una posizione di forza? Non credo che sia per merito proprio. Ciò è dovuto alla stupidità dimostrata da chi sta a Washington. Consigliamo la lettura di Recomendamos leer New Left Review, «Irán bajo el fuego militar: entrevista a Ervand Abrahamian», Mitchell Plitnick, «Contener a Irán y sostener las políticas agresivas de Israel ha sido un enorme error político y diplomático occidental» y «La guerra que Estados Unidos ha elegido librar contra Irán se ha convertido ahora en la “Guerra de Ormuz»; Richard Beck, «Cómo se desmorona una hegemonía global: la crisis de Estados Unidos y la política reaccionaria imperante en el sistema-mundo capitalista»; William I. Robinson y M. Gürsan Şenalp, «La Pax Silica, el genocidio de Gaza y la crisis del capitalismo global», todos ellos publicados en Ant/agón. Tariq Ali, «Tierras conquistadas», NLR 151. Questo articolo è apparso su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale di politica e teoria pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è ripubblicato con l’espressa autorizzazione del suo editore. Si ringrazia l'autore dell'immagine di copertina.

  • konnektor

    L’Iran sotto il fuoco militare Prima intervista di «New Left Review» a Ervand Abrahamian dossier guerra e capitale LC Carvalho Ervand Abrahamian, uno dei massimi esperti di storia dell’Iran moderno, docente presso le Università di Princeton, New York, Columbia e Oxford e attualmente Distinguished Professor al Baruch College e al CUNY Graduate Center, analizza in questa intervista realizzata da «New Left Review» le caratteristiche del regime iraniano, il suo modello costituzionale, i fondamenti dell’attuale legittimazione del suo sistema politico e la risposta di quest’ultimo alla situazione di guerra imposta dagli Stati Uniti e da Israele negli ultimi mesi, il tutto nel quadro della «lunga durata» della rivoluzione del 1979 e dell’evoluzione della formazione sociale iraniana nel corso del lungo XX secolo. Abbiamo realizzato questa intervista in un momento di grande tensione in Iran, proprio nel mese di febbraio, in cui la flotta statunitense minaccia il Paese da sud e il regime adotta misure drastiche con ulteriori arresti di massa, dopo aver ucciso 7000 persone o più nel momento culminante delle proteste del 7 e dell’8 gennaio. Possiamo iniziare chiedendoti chi sono gli avversari dell’Iran? La guerra del giugno 2025 ha segnato l’inizio di un’offensiva militare contro l’Iran, caratterizzata da ondate di attacchi aerei e omicidi da parte di Israele e da un bombardamento massiccio di impianti nucleari da parte degli Stati Uniti. In che misura coincidono gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele riguardo all’Iran? Gli Stati Uniti hanno di fatto esternalizzato la propria politica nei confronti dell’Iran a Israele a partire dal periodo successivo alla rivoluzione del 1979. Non c'era più alcuna presenza del Dipartimento di Stato a Teheran, né giungevano informazioni. Washington sembra aver deciso che, qualora il governo statunitense avesse avuto bisogno di informazioni o dovesse elaborare e attuare determinate politiche in Iran, avrebbe ottenuto entrambe da Tel Aviv, una situazione che si è protratta per decenni, con una breve eccezione quando Obama ha raggiunto l'accordo sul limite nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Ciò, ovviamente, ha causato panico a Tel Aviv, poiché ha eliminato la possibilità di esercitare maggiore pressione sull’Iran: Netanyahu si è recato a Washington per opporsi a questa linea d’azione. Dopo l’arrivo di Trump alla presidenza, gli Stati Uniti hanno nuovamente esternalizzato la propria politica a Israele. Trump si è ritirato dal JCPOA nel 2018 e ha imposto sanzioni estremamente dure, così come ha fatto Biden, perché Netanyahu non voleva un accordo che si limitasse a garantire che l’Iran non costituisse una minaccia nucleare; voleva di più. Quindi la domanda è: quali sono i veri obiettivi politici di Israele? Gli israeliani conoscono abbastanza bene la situazione da sapere che il «cambio di regime» non è un’opzione praticabile. A meno che non ci sia un’occupazione militare statunitense, lo scià non tornerà in Iran. L’unica opzione rimasta sarebbe un colpo di Stato da parte della Guardia Rivoluzionaria Islamica, il che sarebbe molto più pericoloso per Israele. Pertanto, il suo obiettivo è molto probabilmente quello di fare ciò che è stato fatto con l’Iraq, la Siria e la Libia: smantellare lo Stato, il che sarebbe terribile per l’Iran. Sarebbe terribile anche per l’Europa, perché provocherebbe una valanga di rifugiati, come è accaduto nei paesi appena citati. Questi scenari non fermeranno la politica statunitense: a Trump non importa minimamente, purché la disintegrazione dell’Iran abbia ripercussioni sull’Europa e non sugli Stati Uniti. Torniamo alle origini del regime: in qualità di storico dell’Iran moderno, come confronteresti il suo consolidamento dopo la Rivoluzione del 1979 con quello della Russia dopo il 1917 e della Cina dopo il 1949? Una differenza notevole è che l’Iran non ha vissuto un periodo di guerra civile così prolungato. La Rivoluzione russa fu il risultato del crollo dello zarismo durante la Prima guerra mondiale e fu poi sottoposta a una combinazione di guerra civile e intervento dell’Intesa per oltre quattro anni. La Rivoluzione cinese nacque da una guerra civile durata due decenni, unita a otto anni di invasione giapponese, seguiti da tre anni di guerra con gli Stati Uniti in Corea, conflitto scoppiato dodici mesi dopo la fondazione della Repubblica Popolare. In Iran, meno di due anni dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica, la Rivoluzione fu colpita da una guerra iniziata dall’Iraq, che in seguito poté contare sull’aiuto degli Stati Uniti e si protrasse per otto anni. Se a ciò aggiungiamo la guerra civile durata nove mesi, la proporzione tra violenza esterna e interna nella sua esperienza fu molto maggiore. Quali furono le conseguenze a lungo termine di tutto ciò? Tralasciando le evidenti differenze politiche, esiste una somiglianza nel senso che l’intervento straniero rafforzò la rivoluzione in tutti e tre i casi. I nemici esterni davano per scontato che il nuovo governo fosse così fragile da poter essere facilmente rovesciato, ma accadde il contrario: persino coloro che non apprezzavano la rivoluzione si unirono per difendere il Paese. Ciò aiutò in modo particolare i bolscevichi. In Iran accadde qualcosa di simile. Nel 1980 il governo di Khomeini a Teheran era davvero debole; in realtà, non si era ancora consolidato. Alcuni degli ex consiglieri dello scià, Bakhtiar e alcuni generali che erano fuggiti dall’Iran, dissero a Saddam Hussein che bastava invadere il Paese e l’intero sistema sarebbe crollato. Saddam aveva i suoi piani. Nel 1975 l’Iran lo aveva costretto a cedere il fiume Shatt al-Arab, l’imboccatura del Golfo Persico, che entrambi i paesi si contendevano da molti anni. Sperava di approfittare della debolezza dell’Iran per recuperare il territorio, ma Khomeini rispose che avrebbe preferito tagliarsi un braccio piuttosto che cedere qualsiasi territorio. L’Iran contrattaccò e molti giovani, a cui il regime non piaceva granché, si offrirono volontari per combattere a Khorramshahr, il che contribuì a consolidarlo durante i suoi primi anni. Probabilmente, il più grande errore di Khomeini fu la decisione di continuare la guerra dopo la liberazione. Gli slogan divennero «Guerra, guerra fino alla vittoria» e «La strada per Gerusalemme passa per Baghdad». Si trasformò in una guerra durata otto anni che, in ogni caso, minò la credibilità del regime, poiché le perdite furono ingenti e la vittoria non arrivò mai. Alla fine, Khomeini dovette accettare il calice avvelenato di un accordo di pace, come lui stesso affermò. Ma, all’inizio, l’invasione straniera andò di pari passo con gli altri casi: in realtà, aiutò la Rivoluzione. A differenza della Russia o della Cina, il sistema politico creato dalla Rivoluzione iraniana fu istituzionalmente pluralista sin dall’inizio, dotato di molteplici pilastri di potere – clericale, parlamentare, giuridico, militare – e con elezioni periodiche, sebbene mai tenute senza restrizioni. Secondo te, questo risultato è stato frutto di decisioni deliberate di Khomeini e dei suoi compagni o il prodotto di compromessi imposti loro da altre correnti della rivoluzione? Entrambe le cose. Khomeini era molto astuto o, potremmo dire, machiavellico, pragmatico o sagace. Si guardava sempre molto bene le carte, non rivelava mai veramente ciò che pensava. Ma il suo appello a Parigi, alla vigilia della Rivoluzione, fu molto esplicito: tutti avrebbero avuto un ruolo. «Tutto ciò che vogliamo è una Repubblica Islamica, ma non abbiamo intenzione di governarla. Siamo solo vecchi religiosi, torneremo al seminario». La bozza della Costituzione della Repubblica Islamica, redatta a Parigi, si ispirava alla Quinta Repubblica creata da de Gaulle. Si chiamava islamica, ma era fondamentalmente un sistema fortemente presidenziale dotato di un quadro democratico rappresentativo. Ma una volta che Khomeini tornò a Teheran e ebbe in mano le redini del potere, si rivelò un diverso tipo di repubblica islamica: una repubblica clericale. L’attuale Costituzione, redatta da un’assemblea religiosa, è estremamente elaborata, ma il suo principio fondamentale è che il potere reale debba essere nelle mani dei religiosi di alto rango. Il Consiglio dei Guardiani, composto da dodici membri – sei dei quali sono religiosi nominati dalla Guida Suprema e sei giuristi nominati dal presidente della Corte Suprema, a sua volta nominato dalla Guida Suprema – supervisiona il sistema parlamentare e può porre il veto sulle leggi e squalificare i candidati alle elezioni. Approva inoltre i candidati alle elezioni dell’Assemblea degli Esperti, composta da ottantotto membri, che elegge il Leader Supremo. Quindi, sì, ci sono elezioni pluralistiche per sindaci, deputati e presidente, ma il loro svolgimento è determinato in ultima istanza da religiosi di fiducia. Ai vertici del regime, la gerarchia clericale è egemonica anche sulla Guardia Rivoluzionaria e sull’esercito, oppure questi ultimi godono di un maggiore grado di autonomia? Quando Khamenei succedette a Khomeini nel 1989, si dedicò sistematicamente alla creazione di un ufficio centrale in cui i religiosi di alto rango avrebbero esaminato e nominato tutti i comandanti della Guardia Rivoluzionaria Islamica. Esistono inoltre stretti legami sociali e numerosi matrimoni tra famiglie clericali e leader della Guardia Rivoluzionaria, il che comporta un intreccio tra le élite religiose e quelle della Guardia Rivoluzionaria. Esiste uno studio di Mehrzad Boroujerdi su quanto siano ormai strettamente legate le famiglie al potere. In un certo senso, la situazione è paradossalmente simile al regime dei Pahlavi. Allora c’erano una cinquantina di famiglie che controllavano lo Stato. Ora è più o meno la stessa cosa. Una figura come il comandante della Guardia Rivoluzionaria Islamica Qasem Soleimani, poi assassinato, faceva ciò che gli dicevano i religiosi di alto rango? Sì. Si fidavano di lui, perché sapevano che si sarebbe sottomesso alle decisioni prese al vertice. Soleimani godeva di fiducia sufficiente da poter prendere decisioni sul campo, ma le decisioni cruciali venivano prese al vertice. Anche l’Esercito e l’Aeronautica sono saldamente sotto il controllo dei religiosi di alto rango? Il regime è stato molto abile nell’utilizzare la Guardia Rivoluzionaria Islamica per creare un sistema di commissari all’interno delle istituzioni militari, con l’obiettivo di mantenere una stretta sorveglianza e prevenire la possibilità di un colpo di Stato. La Guardia, ad esempio, dispone di una propria forza aerea rivoluzionaria all’interno dell’Aeronautica Militare, il che rende l’esercito meno efficiente, ma più al sicuro di fronte a un colpo di Stato. Non sappiamo cosa accada a porte chiuse, ma non riesco a immaginare che alcun settore dell’esercito sia in grado di portare a termine con successo un rovesciamento del regime. Se dovesse verificarsi un colpo di Stato, sarebbe più probabile che scoppiasse una guerra civile piuttosto che nascesse un nuovo governo. Qual è la dimensione della Guardia Rivoluzionaria Islamica rispetto all’Esercito? Gli ultimi dati che ho letto sulla Guardia Rivoluzionaria indicano un organico di circa 150.000 combattenti, ai quali si aggiungono i Basij, la milizia islamica volontaria. Ma i Basij comprendono adolescenti e anziani come me, che non rappresentiamo esattamente una forza militare degna di essere temuta. L’Esercito ha subito una drastica riduzione negli anni ’90, il che ha permesso di potenziare i programmi sociali. Da allora è cresciuto gradualmente, diventando numericamente un corpo più consistente della Guardia, ma non enorme. L’idea che l’Iran sia una potenza egemonica sul punto di impadronirsi della regione è una fantasia. La Guardia Rivoluzionaria è ben equipaggiata per affrontare le manifestazioni, ma non ha una reale capacità di proiettare il proprio potere. Se l’Iran venisse occupato, potrebbe trasformarsi in una forza di guerriglia, ma non è mai stata creata per invadere altri paesi. La difesa dell’Iran si è concentrata molto più sui missili che sull’espansione territoriale. In che misura ciò rappresenta una continuazione della struttura militare esistente durante il regno dello scià? È molto diverso. Sotto lo scià, gli ufficiali provenivano da famiglie aristocratiche; erano arrivisti. Questi comandanti si sono formati nella guerra combattuta contro l’Iraq. La loro concezione del sacrificio e della morte è plasmata dall’immagine che il regime ha di sé stesso. Paradossalmente, gran parte dei combattimenti in Iraq fu condotta dall’esercito regolare, ma il merito andò alla Guardia Rivoluzionaria Islamica. Sono considerati i difensori della Rivoluzione. Per questo sono disposti a uccidere civili, quando viene loro ordinato di farlo. Gli ufficiali del scià non erano disposti a farlo, quindi non ordinava loro di sparare per uccidere. Lo scià sapeva che era troppo pericoloso. Nel gennaio 1979, all’inizio della Rivoluzione, Carter e Brzezinski inviarono il generale Huyser a Teheran per esercitare pressioni sui generali iraniani affinché agissero. In seguito Huyser ammise di aver detto loro di sparare per uccidere, ma che i generali non ebbero il coraggio di farlo. Gli attuali leader non hanno tali scrupoli. Se è in gioco la sopravvivenza, spareranno per uccidere. Questa è una differenza importante. E l’ordine proviene dagli alti prelati? Sì. Tornando alla questione del pluralismo istituzionale: per quanto tutto ciò possa essere solo una facciata pubblica, il modello iraniano non si differenzia forse dal modello generale di monolitismo dei regimi del Medio Oriente? È lecito supporre che Khomeini avesse la possibilità di creare un ordine unitario più tipico, una versione clericale del regime di Assad, ad esempio, invece di queste elaborate istituzioni. Ci si può quindi chiedere se le tradizioni iraniane e persiane, storicamente molto più antiche, di avere una costituzione, un parlamento o majlis, che risalgono a tempi molto remoti, abbiano avuto qualche influenza sulla creazione dell’attuale modello politico iraniano. Senza alcun dubbio. Innanzitutto, lo Stato iraniano era un complesso istituzionale davvero sofisticato, costruito negli anni ’30. Era molto burocratico, alcuni direbbero pesante, ma lo Stato c’era. A differenza di Lenin, Khomeini non dovette costruire un nuovo Stato da zero. Inoltre, a causa di quello che si potrebbe definire il mito della Rivoluzione costituzionale del 1906, non poteva ignorare l’idea delle elezioni e del parlamento. La sua genialità consistette nell’accettarli, assicurandosi però che, pur potendo avere caratteristiche repubblicane e democratiche, tutto rimanesse racchiuso in una struttura controllata dai religiosi di alto rango. Quello che dici è molto convincente. Ma non dai peso alla relativa imprevedibilità delle elezioni presidenziali? Pezeshkian, l’attuale presidente, sembra non fosse necessariamente la prima scelta di Khamenei, la Guida Suprema. Rouhani, un «riformista», ha vinto nel 2013 e nel 2017 con un’affluenza del 73 per 100 e oltre il 50 per 100 dei voti. Ci sono stati degli zigzag a quel livello: Ahmadinejad, Khatami, Mousavi, ecc. Oppure ritieni che si tratti piuttosto di un gioco di ombre? No, credo che sia un modo per allentare la pressione dell’opposizione, per aprire un po’ le cose. Di solito il candidato è qualcuno proveniente dall’interno, che è un po’ più liberale o aperto. Rouhani non era un dissidente; era un prodotto del regime, ma attirava i riformisti. Quella leggera apertura ha spinto molte persone ad andare a votare, anche se ciò potrebbe diventare una minaccia, se troppi seguissero quella linea. Ma ciò che spesso viene frainteso è che sia i moderati che gli estremisti nutrono l’illusione di essere loro a determinare la politica estera. Riformisti come Khatami, Rouhani o Pezeshkian pensano di poter negoziare con gli Stati Uniti e risolvere tutte le questioni in sospeso, oltre a reintegrarsi nella comunità internazionale. In parte si tratta di sciovinismo iraniano, l’idea che siano così importanti da tenere le redini. Ahmadinejad arrivò a dire in un’occasione: «Sono io a tenere le redini. Posso andare veloce, rallentare e persino tornare indietro». Come se controllasse il destino dell’Iran. In realtà, è Washington a tenere le redini, con una tabella di marcia fornita da Tel Aviv. Molti iraniani, persino i riformisti, cadono in questa trappola. Quando le cose vanno male, incolpano i propri politici senza rendersi conto che le decisioni vengono prese altrove. Una volta al potere, i presidenti liberali scoprono di non poter cambiare granché. Come descriveresti il carattere del precedente Leader Supremo, che ha detenuto il potere per quasi quarant’anni, prima di essere assassinato da Israele? Khomeini era abbastanza intelligente da sapere che gran parte della sua forza derivava dal carisma di guida della Rivoluzione. Una volta morto, quella forza avrebbe dovuto essere istituzionalizzata. Leggendo la vita del Profeta, sapeva che le cose andavano in pezzi quando non c’era una successione definita. I leader della Rivoluzione riuscirono a trasformare il carisma in qualcosa di sistematico all’interno di strutture che sembravano davvero imponenti, persino moderne. Ma il problema è stato che la coerenza intellettuale della teoria è crollata alla sua morte. Secondo la teologia del velayat-e faqih, i più competenti a guidare il Paese sono i religiosi di alto rango esperti di diritto, non solo di teologia o di storia dell’Islam, ma di fiqh. Ma solo Khomeini e una manciata di religiosi di grande esperienza come lui avrebbero potuto ricoprire quel ruolo. Prepararono Montazeri affinché diventasse il successore, un grande ayatollah con sufficiente esperienza nel fiqh per guidare lo Stato. Ma Montazeri ruppe con il regime a causa dell’esecuzione di prigionieri politici e passò all’opposizione. Così, quando Khomeini morì nel 1989, non c’era in realtà nessuno con le sue qualifiche per ricoprire la carica di Leader Supremo. Dovettero cercare tra i religiosi di rango inferiore. Khamenei era leale e politicamente affidabile, ma tutti i religiosi di alto rango sapevano che non possedeva le qualifiche teologiche necessarie per occupare il posto di Khomeini. Il governo di Khamenei non si basa sul carisma, ma sulla creazione attorno a sé di una burocrazia composta da persone di cui può fidarsi, che si tratti di suo figlio, dei suoi familiari o di qualcuno scelto come subordinato. Ci sono somiglianze con Stalin, che era considerato un personaggio grigio, ma sapeva come dirigere l’ufficio del Segretariato del partito. Suo figlio è stato scelto come suo successore? Non lo sappiamo. Probabilmente ha più senso lasciare la successione nelle mani dell’Assemblea degli Esperti, che è più legittima. Ma chiunque sia, non avrà la statura di Khomeini. In ultima analisi, il consolidamento del potere nelle mani dei religiosi è stato sia la forza che la debolezza della Repubblica Islamica; ha dato solidità al regime, ma ne ha anche eroso la portata. Chiunque non fosse d’accordo con il concetto di fedeltà ai religiosi di alto rango veniva escluso dalla vita politica: prima i mujaheddin, poi i musulmani liberali, in seguito i musulmani riformisti e i laici. A volte si dimentica che l’attuale ricorso alla violenza nelle strade ha un precedente. I mujaheddin, l’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo Iraniano, sono diventati da allora una sorta di strana setta, che ottiene denaro chissà da dove. Ma dopo la Rivoluzione era un vero e proprio movimento sociale, che contava su una base di massa e su un grande sostegno tra i giovani. Rappresentava una seria sfida per Khomeini, perché non solo erano islamici, ma anche radicali, e inoltre riuscivano a convincere molti liberali, riformisti e persino importanti oppositori laici dello scià a collaborare con loro. Se in qualche occasione si fosse potuto verificare un «cambio di regime», sarebbe avvenuto proprio allora. A mio avviso, i mujaheddin sarebbero stati disposti a lavorare all’interno del sistema, se ne avessero avuto l’opportunità, perché consideravano Khomeini il grande imam. Quando Khomeini li squalificò dalle elezioni, scesero nelle strade di Teheran e di altre grandi città: la rivolta dei mujaheddin del 1981. Il regime agì allora come ha fatto lo scorso gennaio, reprimendo la rivolta con estrema violenza, uccidendo manifestanti disarmati, tra cui studentesse quattordicenni che distribuivano volantini per strada. I mujaheddin risposero uccidendo circa duemila funzionari, tra cui molti alti dirigenti. Successivamente, il regime si scontrò con il Partito Tudeh, i comunisti, che avevano sostenuto pienamente il regime, pur non condividendone le politiche, ma si opposero alla decisione di Khomeini di invadere l’Iraq, dopo la liberazione di Khorramshahr. Era la prima volta che oltrepassavano una linea rossa, criticando il regime su una questione importante. Furono immediatamente arrestati e giustiziati, compreso un ammiraglio che aveva salvato il Golfo nella prima fase della guerra. Nel corso degli anni, il regime ha sistematicamente emarginato un gruppo dopo l’altro. Molte decisioni ai vertici seguivano la seguente logica: se non sei con noi, sei assolutamente contro di noi. Queste tattiche di attacco graduale all’opposizione hanno ridotto il regime a una base molto ristretta. Nel primo referendum, circa il 90 per 100 ha votato a favore. Oggi, il sostegno popolare al regime oscilla tra il 15 e il 20 per 100. Cosa puoi dirci dell’ideologia islamica del regime? La sua proclamazione come repubblica islamica rivoluzionaria gli conferì un potere di mobilitazione popolare non solo nell’Iran stesso, ma anche in gran parte del Medio Oriente, favorendo movimenti di massa in Iraq, Libano e Yemen caratterizzati da una dedizione e una militanza paragonabili, mutatis mutandis, alle sezioni della Terza Internazionale nei suoi primi momenti. Ma la natura intrinsecamente settaria delle credenze sciite, fondate sull’ostilità verso le versioni sunnite dell’Islam, molto più diffuse, ha inevitabilmente limitato il fascino magnetico della Rivoluzione iraniana nella regione. C’è stato qualche tentativo all’interno delle file dei suoi ideologi di superare le divisioni settarie della Casa dell’Islam in direzione di un antiimperialismo panmusulmano? No, non ce ne fu. In tutte le fonti scritte che ho consultato, non ho visto nessuno difendere un approccio coerente per superare la divisione tra sunniti e sciiti. Sono certo che persone c , come Bazargan, l’allora primo ministro, ci abbiano pensato, ma nessuno ha articolato pubblicamente tale concezione in modo adeguato. C’era un’idea espansionistica e utopistica secondo cui la Rivoluzione, come quella del 1917, sarebbe stata globale. Speravano che scatenasse rivoluzioni islamiche altrove, che si diffondesse in tutto il mondo musulmano. Khomeini parlava dell’Islam come di una missione rivoluzionaria globale. Ma, istintivamente, quando parlavano dell’Islam, si riferivano allo sciismo. Persino il linguaggio della Rivoluzione non era tanto islamico quanto sciita. Il suo slogan più potente era «Che ogni giorno sia l’Ashura, che ogni mese sia il Muharram, che ogni luogo sia Karbala», un appello che non poteva essere esportato in terre sunnite. L’unico modo per spiegarlo è la pura arroganza sciita. Il settarismo era così intrinseco che la gente non ne era nemmeno consapevole. Nel 1979 regnava la paranoia che un’ondata rivoluzionaria islamica avrebbe travolto tutto il Medio Oriente, ma bastava guardare gli slogan per rendersi conto che ciò non sarebbe accaduto. La Rivoluzione iraniana trovò eco tra le piccole comunità sciite assediate dalle popolazioni sunnite, come gli sciiti del Libano e dell’Iraq – dopo che gli Stati Uniti avevano distrutto lo Stato iracheno – o di Herat in Afghanistan, che cercavano la protezione dell’Iran. Anziché una grande rivoluzione mondiale, la Rivoluzione iraniana si limitò a esportare la propria versione di rivoluzione, che dipendeva dalle enclavi sciite, il che costituisce un’opzione molto più debole della prima. Non disponendo di un grande esercito, queste estensioni divennero una sorta di assicurazione che la Rivoluzione islamica avrebbe potuto utilizzare come prima linea di risposta in caso di un attacco israeliano contro l’Iran. Questa situazione è stata esagerata a dismisura, sostenendo che attraverso questi «delegati» la Rivoluzione islamica stesse cercando di imporre un’egemonia iraniana, che mirava a ricostruire l’impero achemenide, dal Mediterraneo all’Afghanistan. In realtà, si trattava di una versione sbiadita del potere reale. Gli israeliani erano abbastanza intelligenti da rendersene conto. Avere milizie in Iraq dopo la caduta di Saddam non rappresentava in realtà una minaccia per Israele. Un altro alleato dell’Iran era, ovviamente, Assad. Assad non era musulmano, ma un nazionalista socialista arabo. Tuttavia, l’Iran si fidava di lui, perché almeno poteva offrire una certa protezione agli sciiti del Libano. Quindi, sotto molti aspetti, la politica sviluppata dall’Iran era pragmatica o, se volete, potremmo dire che fosse opportunistica. Non era una grande strategia. Non credo si possa affermare che quella politica fosse stata concepita come un modo per dominare la regione. L’Iran ha stretto un’alleanza sunnita con Hamas? Non so se si sia trattato di un’alleanza. Era un rapporto molto provvisorio. C’erano grandi divergenze riguardo alla Siria, dove Hamas si opponeva ad Assad, un alleato dell’Iran. Probabilmente l’Iran ha dato un po’ di denaro ad Hamas, ma lo hanno fatto anche molti qatarioti. I rapporti dell’Iran con i palestinesi sono in realtà piuttosto complicati. L’Iran ha concesso un sostegno retorico a Hamas, così come ha fatto con Hezbollah. Ma la linea di Soleimani, seguendo il consiglio di Khamenei, era che l’Iran dovesse evitare a tutti i costi di entrare in conflitto con gli israeliani e gli statunitensi. Il paradosso della questione è che Soleimani era presente in Iraq per cercare di evitare qualsiasi scontro con gli Stati Uniti e in Libano per cercare di placare anche l’intensità del conflitto con gli israeliani. Il suo assassinio ha eliminato quell’ostacolo. Ma fino a poco tempo fa, l’Iran era molto cauto riguardo a qualsiasi conflitto reale con Israele. Ovviamente, ora le cose sono cambiate. C’è stato qualche dubbio o segno di rimorso nelle file dello Stato Islamico per la sua collaborazione con l’imperialismo statunitense, ufficialmente il suo principale nemico, nelle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq? Oppure l’ostilità verso il sunnismo ha facilitato al clero e ai suoi seguaci di fare causa comune con i marines e la CIA? Entrambi erano regimi ostili nei confronti della Repubblica islamica. Quest’ultima era quasi entrata in guerra con i talebani – il suo esercito era mobilitato – per cui, quando gli Stati Uniti attaccarono l’Afghanistan, dal punto di vista iraniano stavano eliminando un nemico. Ci furono poche esitazioni nell’aiutare l’invasione statunitense; la classe dirigente iraniana riteneva che i talebani fossero pazzi. Lo stesso avvenne con l’Iraq: Saddam Hussein era un vecchio nemico, per cui l’occupazione statunitense fu vista di buon occhio. La collaborazione dell’Iran con gli Stati Uniti divenne un problema negli anni ’80, in particolare con il caso Iran-Contra: Reagan vendette armi all’Iran durante la guerra iraniano-irachena con l’obiettivo di raccogliere fondi per condurre operazioni illegali di controinsurrezione in Nicaragua, il tutto organizzato dagli israeliani. In quel momento, qualcuno dell’ufficio di Montazeri fece trapelare l’informazione a un giornale libanese. Fu così che la vicenda si trasformò in uno scandalo internazionale. La persona fu arrestata e giustiziata, nonostante lavorasse per l’erede designato da Khomeini. Fu un grande processo e una confessione pubblica. Naturalmente, non rivelarono quale fosse il suo vero reato, ovvero l’opposizione a trattare con gli Stati Uniti, il «Grande Satana», e a procurarsi armi da Israele. Non vi fu alcun segno di opposizione da parte della Guardia Rivoluzionaria su questo tema. Ancora una volta, fu un segnale chiaro: se si oltrepassava una delle linee rosse di Khomeini, si veniva giustiziati. Hai sostenuto in modo convincente che la longevità della Repubblica islamica si spiega meglio con il suo populismo sociale ed economico. Cosa spiega il suo welfare state relativamente esteso rispetto a quelli ereditati dalle rivoluzioni russa o cinese: un maggiore livello di sviluppo economico finanziato dal petrolio, l’esistenza di una classe operaia non distrutta dalla guerra civile o la decisione di non sottoporre i contadini iraniani all’accumulazione primitiva? Naturalmente, l’Iran ha avuto fortuna con il suo petrolio e non ha dovuto imporre un’accumulazione primitiva a spese del contadino. Nei primi tre decenni della Rivoluzione, la Repubblica islamica ha fatto davvero un ottimo lavoro nella creazione di uno Stato del benessere e di uno Stato sociale in termini di istruzione e di espansione nelle zone rurali, il che ha chiaramente contribuito a stabilizzare il regime. Finché il regime ha potuto contare sulle entrate petrolifere, è stato relativamente facile finanziare i programmi sociali, ma con l’inasprimento delle sanzioni nel corso del decennio 2010, tali entrate si sono quasi esaurite. Ora è stata imposta l’austerità e molti di questi programmi stanno crollando. Le dinamiche sociali degli ultimi vent’anni hanno favorito il regime o gli sono state sfavorevoli? A questo proposito la situazione è paradossale. Il regime ha investito molto nell’espansione dell’istruzione superiore. Ma se il sistema forma molti medici, molti ingegneri, molti tecnici e non si riesce a dare loro un lavoro, perché l’economia si è contratta a causa delle sanzioni, si finisce per avere un esercito di disoccupati. Un tempo erano beneficiari della Rivoluzione, ma ora ne sono molto scontenti, perché le loro prospettive economiche sono molto cupe. E questa è una delle ragioni dell’incredibile emigrazione – la diaspora – registrata negli ultimi decenni. Il regime ha perso gran parte del suo sostegno popolare, perché non ha più benefici da offrire. L’unico modo in cui lo Stato può pagare è stampando denaro, il che porta poi all’inflazione. E le sanzioni, ovviamente, creano uno Stato mafioso. Le persone legate al regime ottengono determinati benefici, che estendono ai propri familiari e colleghi. Come suddivideresti cronologicamente la storia delle sanzioni imposte all’Iran, considerando tutta la loro complessità tecnica: primarie, secondarie, statunitensi, europee, dell’ONU? Le sanzioni statunitensi sono state introdotte nel 1980 a seguito della crisi degli ostaggi e sono rimaste in vigore da allora. A volte vengono applicate con la massima pressione, altre volte con un’intensità minore. Negli anni ’90 Rafsanjani iniziò a negoziare con le compagnie petrolifere statunitensi, offrendo loro contratti allettanti. Questo fu un altro esempio del pragmatismo del regime. Rafsanjani era un membro irriducibile della gerarchia, ma riteneva di poter migliorare le relazioni con gli Stati Uniti offrendo concessioni alle grandi compagnie petrolifere. Tali accordi furono respinti dall’amministrazione Clinton, presumibilmente sotto la pressione di Israele, poiché andavano chiaramente a vantaggio delle aziende statunitensi. Non ricordo se all’epoca venisse utilizzato il termine «sanzioni», ma l’effetto fu proprio quello: gli accordi furono bloccati. Successivamente si verificò un grande salto sotto l’amministrazione di Bush junior, intorno al 2006, quando il Dipartimento del Tesoro statunitense iniziò ad applicare la sua nuova infrastruttura finanziaria, sviluppata dopo l’11 settembre, e Bush fece pressione sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU affinché imponesse sanzioni all’Iran – congelamento dei beni, embarghi tecnologici – a meno che non avesse sospeso totalmente l’arricchimento dell’uranio. Le sanzioni dell’ONU furono quindi estese fino a includere anche la supervisione delle banche iraniane. Washington poteva contare sui voti di Cina e Russia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quel momento. Nel 2011-2012 si verificò uno sconvolgimento ancora maggiore quando Obama, attraverso un’importante iniziativa di pressione, riuscì a ottenere che l’ONU appoggiasse una serie di misure molto più severe, facendo sì che il sistema di pagamenti internazionali SWIFT interrompesse i pagamenti alle banche iraniane, come pressione per la firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), con la promessa che sarebbero state revocate, una volta che l’Iran avesse applicato in modo verificabile l’accordo, cosa che avvenne all’inizio del 2016. Ma una volta che le banche hanno ricevuto il messaggio che è rischioso commerciare con un determinato paese, esitano a ricominciare, e la campagna diffamatoria contro l’Iran nel mondo finanziario è proseguita. Nel 2012 gli indicatori economici dell’Iran crollarono nel mezzo delle ben note crisi monetarie. Si registrò solo una fragile ripresa quando furono allentate le sanzioni imposte sulla vendita di petrolio in seguito all’entrata in vigore del JCPOA. Ma la crisi più grave si è verificata nel 2018, quando Trump si è ritirato dal JCPOA e ha inasprito le sanzioni. L’E3, composto da Gran Bretagna, Francia e Germania, inizialmente si è opposto a Trump; si è parlato di fare a meno del dollaro e magari di creare un nuovo sistema, ma l’iniziativa si è rapidamente arenata, poiché le imprese europee non volevano perdere l’accesso al mercato statunitense a causa delle sanzioni secondarie. L’E3 ha quindi imposto le proprie sanzioni, punendo l’Iran per aver smesso di rispettare i propri impegni previsti dal JCPOA nei confronti degli ispettori dell’AIEA, quando erano stati gli Stati Uniti a violare l’accordo. Ora ci troviamo in una situazione estremamente rischiosa a causa del ritiro di Trump. Curiosamente, gran parte dell’attuale dibattito sulla stampa riguardo al programma nucleare iraniano trascura il fatto che il JCPOA fosse un accordo perfettamente valido. Coloro che sostengono che il JCPOA non fosse abbastanza incisivo spesso non hanno letto il documento. Era molto preciso e imponeva limiti rigorosi e stringenti alla quantità di uranio che l’Iran poteva produrre. Non c’era alcun modo in cui l’Iran potesse fabbricare una bomba nucleare e ciò veniva monitorato molto da vicino. Eliminava il pericolo che l’Iran potesse disporre di un’arma nucleare. L’Iran non si troverebbe oggi in una situazione meno pericolosa se avesse raggiunto la capacità nucleare? Il vero problema non è forse il monopolio nucleare nella regione da parte di un’unica potenza, che si è dimostrata la più aggressiva di tutte in Medio Oriente, ovvero Israele? Questo è un aspetto che lo stesso Obama non ha mai affrontato affatto. Ha dichiarato pubblicamente davanti all’AIPAC di essere favorevole all’idea di attaccare l’Iran, qualora non avesse ottemperato alle richieste statunitensi in materia di armi nucleari, senza menzionare in alcun momento l’origine del conflitto iniziale sulla questione nucleare. A mio avviso, la politica del governo iraniano al riguardo è stata molto realistica. Israele possedeva già la bomba. Questo era un dato di fatto. Ma il punto era che lo sviluppo di una bomba da parte dell’Iran era considerato in Israele come una grave minaccia, vista una certa retorica secondo cui Israele non avrebbe dovuto esistere. Il governo iraniano ha dichiarato fin dall’inizio di essere interessato alla tecnologia nucleare, ma non alla bomba, e si è dimostrato davvero coerente al riguardo. L’unica volta in cui l’Iran ha davvero iniziato a condurre ricerche sulla fabbricazione di armi nucleari è stato quando a Washington si gridava ai quattro venti che Saddam Hussein potesse stare fabbricando la relativa bomba nucleare. L’Iraq aveva attaccato l’Iran utilizzando armi chimiche, ma non appena Saddam è caduto ed è diventato chiaro che non ci sarebbe stato alcun programma nucleare in Iraq, l’Iran ha interrotto le sue ricerche sulle possibili armi nucleari. Perché mai l’Iran dovrebbe volere un programma di ricerca nucleare, se non per costruire bombe atomiche? Non ha bisogno dell’energia atomica per produrre energia, dato che possiede il petrolio. La sua logica è sempre stata che, per essere una grande potenza, è necessario disporre di tecnologia nucleare. Naturalmente, l’Iran possiede molto petrolio, gas, sole e vento, che sono fonti energetiche più efficienti. Ritengo che si tratti di un’idea errata, ma dal suo punto di vista, una nazione che si rispetti nel mondo moderno deve possedere competenze nucleari. Anche lo scià, che avviò il programma nucleare iraniano, la pensava così. È una questione di prestigio nazionale e, naturalmente, il diritto all’arricchimento è sancito dal Trattato di non proliferazione nucleare. La strategia dell’Iran era quella di convincere gli americani che non era interessato a rappresentare una minaccia per Israele, consentendo pieno accesso agli ispettori dell’AIEA. Ecco perché l’iniziativa di Obama era importante ed ecco perché ha ricevuto così tante critiche da Tel Aviv. Prima di Obama, la politica statunitense era che l’Iran non dovesse avere alcun programma nucleare, nemmeno per la ricerca medica. Obama ha cambiato quella posizione, con molta discrezione, poiché non voleva che si sapesse pubblicamente. Ha detto: sì, l’Iran può avere un programma nucleare, a condizione che possiamo verificare che non sia finalizzato alla costruzione di armi nucleari, e così è stato fatto. Gli israeliani avrebbero dato prova di maggiore intelligenza se avessero detto a Trump di mantenere l’accordo di Obama. Ora la situazione è molto più ambigua. Affermano di aver devastato le centrali nucleari con la guerra del giugno 2025, ma nessuno sa realmente quanto uranio arricchito ci sia né dove sia finito. Forse non dispongono di sistemi di lancio, ma le bombe sporche possono essere trasportate in altri modi. Tornando alla questione delle sanzioni: quale effetto ha avuto questa pressione economica esterna sulla base di sostegno della Repubblica Islamica? Le sanzioni hanno devastato la classe media salariata, specialmente negli ultimi cinque anni. I dipendenti della pubblica amministrazione, che normalmente sosterrebbero ampiamente il regime, sono stati economicamente decimati. Le classi più povere sono state ridotte quasi all’estrema povertà. Probabilmente le sanzioni hanno aggravato l’impatto della pandemia, contribuendo a mettere in luce molteplici problemi; hanno impedito all’Iran di ricevere aiuti medici dall’Europa ed è probabile che alcuni dei suoi vaccini non fossero all’altezza di quelli occidentali. Ma finora, a differenza di quanto accaduto nel 1978-1979, non ci sono stati scioperi dei dipendenti pubblici in segno di protesta contro il regime. Non so se ciò finirà per accadere, ma deve esserci molto risentimento economico. Il regime continua ad avere radici concrete nella società iraniana, anche se la sua base è ora più ridotta. Si tratta essenzialmente di un regime piccolo-borghese o di classe medio-bassa, e quell’elemento di classe rimane forte, anche nel settore rurale. Per quanto impopolare possa essere il regime in generale, continua a contare sul sostegno di quell’importante settore, fortemente rappresentato nella Guardia Rivoluzionaria. Molti degli ideologi religiosi, quelli disposti a uccidere, provengono da famiglie della classe medio-bassa. Finché esisterà questa base sociale, credo che il regime sia abbastanza al sicuro. Non si tirerà indietro di fronte allo spargimento di sangue. Lotterà con le unghie e con i denti per sopravvivere. La devastante situazione economica e le crescenti tensioni geopolitiche si sono intrecciate con l’irrigidimento della prospettiva del regime, la sua esclusione da qualsiasi opzione di riforma parlamentare e la sua mentalità da «Stato-caserma», in modi che sono molto difficili da districare. C’è un’espressione persiana: o sei dei nostri o non sei dei nostri. Quel «nostri» si è sempre più ridotto, a seguito di trent’anni di tagli successivi; le uniche persone di cui ci si può fidare sono i membri del regime. È un classico vicolo cieco. Se il regime continua a basare la propria legittimità sull’ispirazione divina degli alti religiosi, mediata dalla Costituzione, diresti che, considerando la popolazione nel suo insieme, specialmente gli strati urbani, la profondità della fede nello sciismo come visione del mondo sia ora molto minore rispetto agli anni ’80? Senza dubbio, sì. Ciò che è accaduto in Iran è simile a quanto avvenne nell’Europa del XVII secolo dopo la Guerra dei Trent’anni. Quando la religione si intreccia così profondamente con la politica, la guerra civile e gli omicidi di massa, la gente si ribella contro ogni idea religiosa. Nel discorso pubblico del 1977-1979, il lessico era islamico: l’Islam era la soluzione. I sostenitori del regime continuano a parlare in termini religiosi, ma c’è una grande distanza tra il loro linguaggio e il discorso pubblico popolare. Il lessico della protesta ora si concentra prevalentemente sui diritti individuali: libertà, uguaglianza, emancipazione delle donne; il discorso dell’Illuminismo. La cosa più preoccupante è che, nelle ultime proteste di dicembre-gennaio, si è assistito a una rinascita dei tropi monarchici, il che è qualcosa di completamente diverso. Questo è inquietante, ma continuo a pensare che l’aspirazione predominante sia che lo Stato rispetti i diritti individuali delle persone. Ciò suggerirebbe che il regime non abbia praticamente alcuna legittimità, a parte quel 20 per 100 circa che hai menzionato. Ma c’è un’altra questione sollevata dalla rinascita del monarchismo nel discorso dell’opposizione: il regime, o alcuni dei suoi elementi, non hanno forse un’al a asso nella manica, oltre alla religione, ovvero la resistenza alle ingerenze e agli interventi stranieri? Non necessariamente in modo grossolano, ma come un sentimento più generale secondo cui l’Iran dovrebbe essere un paese indipendente e che da molto tempo viene calpestato, in modi che non vanno a vantaggio degli interessi della popolazione. Sì, c’è una tendenza in tal senso e il governo sta cercando di sfruttarla. Dopo la Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025, c’è stata una forte opposizione nazionalista all’attacco israelo-statunitense. Sono stati uccisi più di mille civili, perché non hanno attaccato solo la Guardia Rivoluzionaria, il che ha suscitato per un certo periodo un’ondata di sdegno contro gli aggressori. Ma per un numero sempre maggiore di persone, la rabbia nei confronti di ciò che hanno davanti – il regime – è diventata così forte che lo incolpano, a volte ingiustamente, della crisi economica. Alcuni settori della popolazione sono persino disposti a parlare di liberazione da parte di una potenza straniera, proprio come gli iracheni colti, che erano così arrabbiati con Saddam Hussein da considerare gli Stati Uniti come un liberatore, credendo che avrebbero portato la democrazia. Cerco di spiegare agli iraniani che questo potrebbe finire come in Iraq: non con una liberazione democratica, ma con la disintegrazione della società. Attualmente esiste una grande diaspora iraniana negli Stati Uniti, che forse raggiunge il milione di persone, di cui oltre 300.000 solo in California. Qual è la sua composizione sociale e politica? Che importanza ha, in modo latente o potenziale, nell’Iran stesso? La diaspora è ora più numerosa e diffusa di quanto indicato da queste cifre; potrebbe arrivare a cinque milioni all’estero, in Turchia, in Australia, in alcune parti dell’Africa, praticamente ovunque. È la prima volta che l’Iran ha una diaspora di questa portata. La sua composizione è molto eterogenea, ed è difficile ottenere una sorta di fronte unito tra i vari gruppi dell’opposizione. Alcuni gruppi provengono dall’antica aristocrazia, altri sono costituiti da strati professionali e intellettuali; il termine «fuga dei cervelli» è stato in realtà coniato proprio per l’Iran, a causa dell’enorme esodo di persone istruite, medici e tecnici. E, naturalmente, esistono divisioni etniche; gran parte della comunità di Los Angeles è bahá’í. Non si può parlare della diaspora come di un unico gruppo. Dal punto di vista politico, la prima generazione fuggita dalla Rivoluzione assomigliava molto agli emigrati bianchi che abbandonarono la Russia dopo il 1917. Alcuni dei loro familiari erano stati giustiziati, altri espropriati; spesso nutrivano rancori personali nei confronti del regime. Molti di loro erano monarchici o ricordavano con nostalgia il regime dello scià. I loro figli hanno una visione particolarmente ottimistica di quanto si vivesse bene sotto lo scià. In parte ciò è il risultato di una campagna mediatica internazionale molto ben finanziata, che ha prodotto documentari di alta qualità, i quali mostrano l’Iran come una sorta di terra promessa sotto il regno del scià: un paese moderno, pacifico, prospero, un modello di legge e ordine; persino la SAVAK, la famosa polizia politica dello scià, era considerata una buona istituzione. Se guardi questi programmi, a meno che tu non sappia qualcosa sull’Iran di quel periodo, è facile pensare che questo paradiso sia stato distrutto da sinistre potenze straniere, il che ha permesso ai religiosi di prendere il potere. Ciò che è chiaramente cambiato negli ultimi anni è il peso politico dei monarchici nella diaspora attiva, specialmente negli Stati Uniti. Un tempo erano l’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo Iraniano (MEK), i liberatori, i sostenitori della modernità laica, a dover salvare l’Iran dai religiosi. Questa prospettiva è stata abbandonata. Il cosiddetto cambio di regime va a vantaggio della famiglia dello scià, i Pahlavi. I monarchici hanno ora una presenza significativa su Internet, che raggiunge l’interno dell’Iran, con una vasta gamma di programmi di notizie e analisi in lingua persiana ben finanziati. E poiché la popolazione iraniana sa che i media locali sono controllati e selettivi, molti si affidano alle trasmissioni internazionali online, le quali svolgono un ruolo importante – concentrandosi su determinati temi, esagerando certe cose – che ha una grande influenza sulla percezione della politica iraniana. Dispongono di molto denaro, denaro sospetto. In origine, credo, si trattasse di denaro saudita, forse anche israeliano. Oggi i contenuti suggeriscono che sia finanziato dal governo di Trump, cosa che si può constatare analizzando il modo in cui viene presentata l’attuale crisi. Viene presentata come un’espressione del malcontento popolare, il che è vero, ma si tralascia la ragione principale: la devastazione dell’economia causata dall’attuale regime di sanzioni draconiane. Oppure parleranno della carenza d’acqua come conseguenza della corruzione o della cattiva gestione, che è senza dubbio un fattore, ma non menzioneranno il cambiamento climatico. Qual è la portata del fascino esercitato dai Pahlavi all’interno dell’Iran? Si è verificato un cambiamento significativo al riguardo? Non so se si tratti di un cambiamento. I media internazionali si concentrano su slogan a favore dei Pahlavi come se questi godessero di ampio consenso all’interno dell’Iran. Non direi che la situazione sia questa: si tratta di una presenza nuova, ma non generalizzata. Ciò che è molto più diffuso, da circa un anno, è l’idea che qualsiasi apertura da parte del regime sia impossibile. Prima c’era sempre la speranza che, protestando, si potesse ottenere un leggero arretramento del regime, l’attuazione di riforme e così via. Ora questa possibilità è preclusa. Per la nuova generazione, cresciuta negli ultimi quindici anni sotto un regime sempre più duro e in una situazione economica sempre peggiore, sembra che l’unica via d’uscita sia rovesciare il sistema nella speranza che ciò dia loro il potere. In questa situazione, la gente si aggrappa a qualsiasi speranza politica. Conosco un paio di persone che erano di sinistra durante e dopo la Rivoluzione e che improvvisamente sono diventate monarchiche. Non sono molte, ma è un segno che anche persone che dovrebbero essere meglio informate possono finire per mitizzare il governo dello scià, perché sono davvero disperate e frustrate dalla situazione attuale. Come ho detto, la cosa più probabile non è un cambio di regime pacifico, ma la disintegrazione del Paese. Qual è la strategia politica dei monarchici? Se consideriamo alcune espressioni della cultura popolare in Iran – ad esempio, i temi filo-sah nella musica rap – sembra che abbiano un seguito piccolo-borghese all’interno del Paese. Ma invece di corteggiare una base populista, le reti che si sono formate attorno all’ex principe ereditario sembrano determinate a rimanere indissolubilmente legate a Israele e agli Stati Uniti, nutrendo semplicemente la speranza di essere sostenute direttamente da questi paesi. Come interpreti questo fenomeno? Il modo di pensare monarchico è in gran parte la concezione tradizionale secondo cui le decisioni politiche vengono prese da chi detiene il potere. È una visione subordinata: il potere decide. Dal loro punto di vista, se gli Stati Uniti e Israele decidono che lo scià deve tornare, allora lo scià tornerà. E, naturalmente, se si segue questa logica, l’unico modo in cui lo scià può tornare è al seguito di un enorme esercito di occupazione. I Borboni tornarono in Francia, ma solo perché furono aiutati a farlo dagli eserciti britannico, zarista, prussiano e austriaco. Senza una coalizione di questo tipo per occupare l’Iran, sognare il ritorno del scià è una chimera. E ovviamente l’idea che in un modo o nell’altro la democrazia possa nascere dalla monarchia è una fantasia. I Pahlavi sono molto autoritari nel modo in cui trattano i gruppi di opposizione. Hanno difficoltà a collaborare con terze parti. Sono dogmatici quanto i religiosi di Qom. Che fine ha fatto il MEK, il partito dei mujaheddin? Anche loro erano molto ben finanziati, prima da Saddam Hussein, quando cercarono rifugio in Iraq negli anni ’80, poi dai sauditi e probabilmente, in una certa misura, da Israele. Si sono trasformati in una setta, come i seguaci della setta di Moon, obbedendo al loro leader come automi. Sicuramente continuano a ricevere finanziamenti in una certa misura, dato che mantengono una presenza su Internet e probabilmente svolgono un ruolo nell’aiutare il Mossad a individuare le persone da assassinare. Ma non sono molto visibili sulla scena politica. Qualche mese fa hanno tenuto un incontro in Belgio a cui ha partecipato Mike Pence, l’ex vicepresidente di Trump; quindi hanno ancora abbastanza soldi per pagare un politico statunitense. Ma è chiaro che qualcuno a Washington ha deciso che il figlio dello scià fosse la scelta migliore. L’attuale crisi – con Trump che minaccia l’Iran di attacchi militari dal Mar Arabico se non cedono alle sue richieste in continuo mutamento – si è intensificata a partire dalle proteste dei commercianti alla fine dello scorso dicembre a causa della grave crisi monetaria. Come interpreti l’improvviso cambiamento di rotta del regime, che è passato da dichiarazioni sulla negoziazione con i manifestanti a sparare loro con munizioni vere? Sembra che abbiano pensato di poter mettere a tacere le prime proteste dicendo: vi ascoltiamo, vi capiamo, cercheremo di risolvere la questione, ammettendo errori o riconoscendo le ingiustizie. Ma una volta che le proteste si sono diffuse in tutto il Paese all’inizio di gennaio, hanno percepito che la situazione costituiva una minaccia per il regime. E quando si sentono minacciati, ricorrono, come nel 1981, alla forza. Qualsiasi livello di violenza sarebbe giustificato, se il regime si trovasse in pericolo di morte. Cosa puoi dirci del ruolo dei provocatori, o «agitatori esterni», e degli appelli per il ritorno del scià? Non credo che si trattasse di agitatori esterni. Ovviamente ce n’erano alcuni, ma le lamentele che hanno scatenato le proteste sono autentiche. L’aspetto cruciale è stata la loro portata e il loro raggio d’azione, perché non si sono verificate solo in poche città, ma in tutto il Paese. Credo che le autorità abbiano sottovalutato il risentimento economico presente tra la popolazione. Colpisce così tanti livelli sociali diversi da rischiare di sfuggire al controllo. Avrebbe potuto persino rovesciare il regime. Se non fosse stato per la Guardia Rivoluzionaria e la sua disponibilità a ricorrere alla forza, avrebbe potuto farlo. Il motivo per cui sono morte così tante migliaia di persone è che la Guardia ha utilizzato vere armi da guerra nelle strade. Credo che il fatto che alcuni manifestanti fossero armati abbia anche spinto la Guardia a rispondere con una forza sproporzionata. Anche dopo quella repressione sanguinosa, hanno continuato a organizzare grandi manifestazioni a sostegno del regime, contro la minaccia statunitense, ricorrendo ancora una volta a simboli nazionalisti anziché puramente religiosi. Sono sempre più flessibili nel ricorrere al nazionalismo, che prima consideravano una sorta di ideologia pagana; sembra che trovi riscontro e possa attrarre strati non religiosi, il che non fa che aumentare la rabbia di coloro che si sentono estranei al regime. Come va interpretata l’attuale tornata di negoziati con gli statunitensi? Ancora una volta, la posizione statunitense non ha senso. Come dice Khamenei, se si accoglie una loro richiesta, ne avanzano un’altra. Allora, qual è il risultato finale? Hanno affermato che i missili rappresentavano una grave minaccia. Ma durante la Guerra dei Dodici Giorni, solo il 5 per 100 dei missili è riuscito a superare le difese israeliane e ora Israele sarà meglio preparato. Allora, che importanza hanno i missili? Sono solo un modo per costringere l’Iran a sottomettersi? Ancora una volta, si supponeva che le cosiddette «milizie proxy» rappresentassero una minaccia per tutto il Medio Oriente. Ma Hezbollah è stato praticamente smantellato. Le milizie irachene, molto più piccole, sono rimaste in silenzio. Allora, perché concentrarsi su di loro? Ecco perché, quando vengono avanzate queste richieste, ci si chiede cos’altro voglia Israele. Trump ha parlato apertamente di un cambio di regime, un eufemismo per riferirsi a un colpo di Stato, anche se quel termine non è più di moda. Ma continua a significare che una forza armata, di solito una parte dell’esercito, prende il potere. Il problema della situazione iraniana è che l’esercito è completamente infiltrato dalla Guardia Rivoluzionaria Islamica, che è più estremista dei religiosi. Gli americani e gli israeliani possono pensare che, in qualche modo, qualcuno dall’interno prenderà il potere, ma quella persona sarà quasi certamente un membro della Guardia Rivoluzionaria. Devono anche sapere che i Pahlavi non torneranno a meno che non ci siano truppe statunitensi sul campo. Ecco perché continuo a pensare che, se ci si mette nei panni di Netanyahu o Trump, che sanno che in realtà non può esserci un cambio di regime in Iran, logicamente debbano pensare di fare ciò che hanno fatto in Iraq, Siria e Libia: smantellare lo Stato. Quanto è grave la prospettiva di una secessione regionale delle diverse minoranze presenti in Iran? Qual è la più importante tra tutte: quella degli azeri, dei curdi, dei baluchi o degli arabi? Le minoranze più visibili sono ovviamente quella baluchi, quella curda e quella araba. Ma il vero problema, a lungo termine, è la questione azera. Gli azeri si sono storicamente integrati molto bene nell’élite, fino ad oggi. Khamenei proviene da una famiglia azera. Il presidente è azero. Non si può dire che vi sia una discriminazione sistematica. Ma esiste, nella cultura e nella vita quotidiana, una distinzione tra persiani e azeri, e gli azeri sono molto sensibili a qualsiasi tipo di allusione etnica. Le battute di carattere etnico non sono ben accette in Iran, specialmente quelle che riguardano gli azeri. Esiste, quindi, un’identità azera in fase embrionale. Quando si osserva una società che funziona nonostante le differenze etniche, si tende a pensare che queste non siano poi così importanti. Nella Jugoslavia degli anni ’60 la gente mi assicurava che in realtà non c’era alcuna differenza tra serbi e croati, che tutti lavoravano insieme, eccetera. Ma a un certo punto, specialmente se si verificano pressioni esterne, le divisioni etniche possono amplificarsi. Possono essere strumentalizzate dalla propaganda e dall’incitamento. Negli ultimi vent’anni, gli israeliani hanno mostrato un interesse malsano per la questione azera. C’è stato un coinvolgimento sistematico di Israele in Azerbaigian. Sono stati pubblicati libri su come gli azeri del sud, gli iraniani, desiderino ardentemente unirsi ai loro parenti dell’Azerbaigian. Questo, ovviamente, è accolto molto favorevolmente a Baku, che aspira ad espandersi verso il nord dell’Iran. Quindi è un aspetto a cui bisogna prestare attenzione. Questo sarebbe un male per l’Armenia. Sì, sarebbe un incubo per l’Armenia, ma un disastro per l’Iran. Ci sono comunità azere sparse in tutto il Paese, non solo lungo il confine nord-occidentale. L’etnia non è qualcosa con cui si debba giocare in politica. È controproducente e molto violento. Qual è la dimensione della popolazione azera in Iran? Circa il 20 per 100 o più. I più interessati a queste popolazioni etniche sono gli israeliani. Pubblicano mappe della regione che si basano in gran parte sulla prima etnografia sovietica, che si interessava molto all’etnia e alla lingua e redasse mappe dettagliate dei gruppi linguistici dell’Iran. Queste mappe non sono aggiornate. Il persiano è diventato la lingua nazionale grazie all’istruzione. Tuttavia, si riscontrano ancora identità etniche – bakhtiari, qashqai, luri – in cui permangono legami familiari e locali. Cosa puoi dirci dei curdi iraniani? Le proteste del 2022 per le donne, la vita e la libertà sembravano concentrarsi nella regione curda. Le zone curde sono state la questione etnica più delicata sin dalla Rivoluzione. Nel 1981 si verificò una grande rivolta curda, quando lo Stato si definì esplicitamente sciita nella Costituzione, sopprimendo ogni reale margine di autonomia provinciale. Molti dissidenti – i mujaheddin e alcuni gruppi di sinistra – si trasferirono nel Kurdistan per sostenerla. Dopo la repressione, i partiti curdi si sono trasferiti in Iraq, ma l’eredità rimane. C’è ancora molto risentimento, soprattutto per le esecuzioni avvenute dopo il 1981. La regione curda si estende anche verso sud, fino a Kermanshah; non si limita solo alla zona di confine. Ritieni che questi problemi si aggraveranno o esploderanno ora, vista la coinvolgimento di Israele e altri fattori concomitanti? Questo mi preoccupa. Se la strategia israeliana è la distruzione dello Stato iraniano, quella è la strada che seguirebbero. Quindi sto osservando con attenzione questo possibile sviluppo, se davvero ci sono indizi in tal senso. Chi si oppone al regime tende a sottovalutare questo rischio. Sostengono che l’Iran sia diverso dai paesi vicini, che ciò che è accaduto in Iraq, in Libia o in Siria non potrebbe verificarsi in Iran perché gli iraniani sono più consapevoli e non cadrebbero in una guerra civile. C’è una certa arroganza riguardo ai pericoli della disintegrazione. Un segnale a cui bisogna prestare attenzione è un massiccio afflusso di armi nel paese. È quanto è accaduto in Siria, dove la disintegrazione è iniziata con le proteste e la narrativa convenzionale ha affermato che Assad abbia iniziato a ricorrere alla violenza. Ma prima che tutto ciò accadesse, si è verificato un massiccio afflusso di armi statunitensi in Siria. Non sappiamo esattamente da dove provenissero, ma sono arrivate. Se improvvisamente assistessimo a un afflusso massiccio di armi in Iran, ciò indicherebbe l’inizio di una guerra civile. Ci sono già armi nelle zone curde, nel Baluchistan, e in alcune zone rurali la gente possiede armi da caccia. Ma se all’improvviso si vedessero molte armi nelle città, ciò non sarebbe normale in Iran. La gente delle città non possiede armi. Questo non è gli Stati Uniti. Ma se cominciassero ad apparire armi, la situazione potrebbe «americanizzarsi» molto rapidamente. Il tuo ragionamento sull’interesse di Israele nella disgregazione etnica dell’Iran è molto plausibile. Ma senza dubbio ciò rappresenterebbe un grosso grattacapo per gli Stati Uniti, no? La potenza statunitense preferisce senza dubbio avere a che fare con Stati stabili e prevedibili, anche se il regime non le piace particolarmente. Stai parlando della vecchia politica degli interessi di Stato. È difficile capire quali siano oggi gli interessi di Stato degli Stati Uniti. Trump prende decisioni in modo impulsivo. Non c’è né il Consiglio di Sicurezza Nazionale, né il Dipartimento di Stato, né una burocrazia che rediga memorandum dicendo «questa è una buona decisione», mentre il Pentagono interviene per perfezionare i dettagli. Quello che sta accadendo ora a Washington è caotico, il che potrebbe essere la ricetta per un disastro di grandi proporzioni. Non c’è un piano nemmeno nelle guerre. Non c’è strategia. Qualcuno ha davvero definito quali siano gli interessi degli Stati Uniti in Iran? Non so se al Dipartimento di Stato sia rimasto qualche esperto di Iran. Non è solo Trump. Durante la presidenza di Biden, all’unica persona che sapeva qualcosa sull’Iran e sui negoziati, Robert Malley, è stata revocata l’autorizzazione di sicurezza ed è stato sottoposto a un’indagine federale. Perché? Chiaramente perché non era d’accordo con la politica di massima pressione di Biden. Non credo che esista una politica di Stato americana. C’è una politica israeliana. L’epurazione degli esperti sull’Iran all’interno del Dipartimento di Stato ricorda le vecchie accuse mosse contro gli esperti di questioni arabe. Esatto. Se non si ha nessuno che conosca il Paese, è facile dire: «Gli israeliani sanno cosa sta succedendo, otterremo le nostre informazioni da loro». È un modo per esternalizzare la politica estera affidandola a un altro Paese. Una delle grandi lezioni storiche della Prima guerra mondiale è stata che le grandi potenze non devono affidare la propria politica estera ad alleati più piccoli, perché potrebbero essere trascinate in guerre che possono essere utili a questi ultimi, ma che esse stesse non vogliono combattere. Gli attuali inquilini della Casa Bianca sembrano ignorare questo fatto. 27 febbraio 2026 La NLR desidera ringraziare Kevan Harris per il suo contributo a questa intervista. Si consiglia la lettura di Mitchell Plitnick, «Contener a Irán y sostener las políticas agresivas de Israel ha sido un enorme error político y diplomático occidental» y «La guerra que Estados Unidos ha elegido librar contra Irán se ha convertido ahora en la “Guerra de Ormuz»; Richard Beck, «Cómo se desmorona una hegemonía global: la crisis de Estados Unidos y la política reaccionaria imperante en el sistema-mundo capitalista»; William I. Robinson y M. Gürsan Şenalp, «La Pax Silica, el genocidio de Gaza y la crisis del capitalismo global», tutti loro pubblicati in Ant/agón. Tariq Ali, «Tierras conquistadas», NLR 151. Questo articolo è apparso su New Left Review 157, rivista bimestrale di politica e teoria pubblicata a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è riprodotto con l’espressa autorizzazione dell’editore. * si ringrazia l'autore dell'immagine di copertina.

  • konnektor

    Colombia – Dopo Petro Bergen Rose Dopo il primo governo di sinistra nella storia della Colombia, presieduto nell’ultimo quadriennio da Gustavo Petro, l’arrivo di Abelardo de la Espriella riporta l’estrema destra di una delle classi dominanti più brutali e spietate del continente latinoamericano alla guida del governo colombiano, con un programma che ricalca fedelmente la visione del mondo prevalente nell’estrema destra globale guidata da Donald Trump, che ha portato l’attuale conflitto di classe in una dimensione postnazionale e transnazionale, mettendo in evidenza l’intensità della lotta di classe in questa congiuntura e lo sforzo disperato delle classi dominanti occidentali di sostenere il loro precario equilibrio globale. Nick MacWilliam spiega in questo testo le dimensioni antagonistiche della congiuntura colombiana e le linee di forza che in questo contesto l’hanno configurata. Il 10 agosto, alle 7:34 del mattino, un terremoto ha scosso la Colombia occidentale, causando la morte di oltre trecento persone e lasciando molte altre senza tetto. La terza città più grande del Paese, Cali, è stata gravemente colpita; proprio lì, tre giorni prima, il presidente Abelardo De la Espriella aveva celebrato la sua cerimonia di insediamento, commettendo una controversa violazione della norma costituzionale, che stabilisce che i presidenti assumano la carica presso il Congresso Nazionale di Bogotá. Mentre la gente cercava freneticamente sopravvissuti tra le macerie, il Ministero degli Affari Esteri annunciava il riconoscimento ufficiale da parte del nuovo governo della sovranità israeliana sulle Alture del Golan sotto occupazione, nonché della rivendicazione del Marocco sul Sahara occidentale, compiendo una svolta di 180 gradi rispetto alle politiche del governo uscente di Gustavo Petro. Il momento scelto non ha certo contribuito a dissipare l’impressione che il governo di De la Espriella darà priorità agli interessi degli Stati Uniti e di Israele rispetto a quelli del popolo colombiano. Durante una conferenza stampa d’emergenza tenutasi quello stesso pomeriggio, De la Espriella è stato ripreso mentre rideva e mandava baci. Il suo vicepresidente gli ha ricordato: «Stiamo affrontando una tragedia nazionale». Oltre ad aver trasferito la cerimonia di insediamento, De la Espriella intende inoltre fare della città settentrionale di Barranquilla, dove ha legami familiari, una delle sedi principali del governo. Entrambe le misure mirano a presentare la sua elezione come una rottura con il potere costituito, che De la Espriella descrive come composto sia dalla destra tradizionale sia da una sinistra storicamente maltrattata che contro ogni pronostico è arrivata al governo nel 2022. Come in altri luoghi, la posizione populista di De la Espriella si è rivelata efficace. Al ballottaggio di giugno, ha battuto con un margine risicato il potenziale successore di Petro, Iván Cepeda, senatore di sinistra e attivista per i diritti umani, figlio del senatore comunista Manuel Cepeda, assassinato dai paramilitari nel 1994. La vittoria di De la Espriella conferma la recente tendenza nell’andamento delle elezioni a favore di governi di estrema destra in tutta l’America Latina, che sono in gran parte slegati dal conservatorismo tradizionale, pur rappresentando gli stessi interessi di classe. La maggior parte degli analisti si aspettava che il Centro Democrático, fondato sul culto della personalità dell’ex presidente Álvaro Uribe (2002-2010), rappresentasse la sfida di estrema destra al Patto Storico di Petro e Cepeda e, di fatto, alcuni settori della sinistra si sono mostrati ottimisti di fronte alla possibilità che De la Espriella dividesse il voto della destra e assicurasse una vittoria al primo turno a Cepeda. Tuttavia, mentre la candidata del Centro Democrático, Paloma Valencia, cercava di ammorbidire l’immagine intransigente dell’uribismo per attirare gli elettori di centro, De la Espriella l’ha affiancata da destra e gli elettori conservatori si sono schierati in massa a favore del nuovo arrivato. Il sorprendente risultato del primo turno, in cui De la Espriella ha ottenuto il 43,7% dei voti in una competizione con 13 candidati, ha rappresentato un duro colpo sia per la sinistra che per la destra dell’establishment colombiano. Proprio come Noboa in Ecuador o Kast in Cile, De la Espriella ha sfruttato le preoccupazioni dei cittadini di fronte alla percezione di un deterioramento della sicurezza, battezzando in modo significativo il partito da lui fondato nel 2024 con il nome di «Difensori della Patria». Sul piano economico, la sua campagna ha sostenuto che le politiche contro il capitale fossile del «Pacto Histórico» stessero danneggiando le famiglie con minori risorse. La promessa di opporsi all’aborto e alla genitorialità delle persone dello stesso sesso ha attirato gli elettori religiosi e aconservatori, che costituiscono un gruppo considerevole nel Paese. Strategicamente, nell’ambito del sistema elettorale a rappresentanza proporzionale della Colombia, la campagna di De la Espriella si è concentrata sulle aree urbane densamente popolate. L’affluenza alle urne è stata insolitamente alta, raggiungendo il 64 per cento, e i 12,9 milioni di voti ottenuti da De la Espriella hanno superato il risultato di qualsiasi candidato presidenziale precedente. Sebbene Cepeda abbia vinto in 18 dei 32 dipartimenti regionali della Colombia, oltre che a Bogotá e Cali, la sua campagna ha incontrato difficoltà nelle roccaforti conservatrici tradizionali, specialmente nel nord. Come ha dimostrato l’elezione di Petro nel 2022, un programma basato sul consolidamento della pace, sulla tutela dell’ambiente e sulla difesa dei diritti sociali raccoglie un forte sostegno nelle regioni politicamente ed economicamente emarginate, come il Cauca e il Nariño, ma ha meno risonanza nelle grandi aree urbane, dove gli elettori sono meno colpiti dal conflitto e dall’abbandono da parte dello Stato. Come accade per molti sedicenti «outsider», l’ascesa di De la Espriella è stata possibile grazie alla sua vicinanza al potere. È nato in una famiglia benestante di Córdoba, roccaforte conservatrice. Suo padre era giudice, mentre sua madre erede di un allevamento di bestiame. La coppia ricopriva un ruolo di primo piano nella politica regionale: suo padre sarebbe poi diventato direttore regionale della vittoriosa campagna presidenziale di Uribe nel 2002, aumentando l’esposizione del giovane Abelardo a figure influenti, sia in ambito legale che extralegale. I suoi vent’anni sono stati trascorsi invitando i comandanti delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), il principale gruppo paramilitare del Paese, a intervenire in forum universitari, conducendo allo stesso tempo una campagna contro la loro estradizione, tattica favorita da certi circoli di potere per impedire che ex collaboratori testimoniassero sulla connivenza delle élite colombiane nelle atrocità commesse dalle forze paramilitari. Un’indagine disposta nel 2007 dalla Corte Suprema colombiana all’interno della fondazione Iniziative per la Pace (FIPAZ) sostenuta da Abelardo, a causa dei suoi legami con i paramilitari, fu bloccata dal procuratore generale, suo amico personale. Dopo essersi trasferito a Miami e aver ottenuto l’abilitazione alla professione forense conseguito De la Espriella ha difeso trafficanti di droga e ha ottenuto la cittadinanza statunitense. Si è creato uno stile appariscente in linea con l’ambiente latino-conservatore di Miami: denti smaglianti, barba immacolata, abiti attillati. Tornato in Colombia, in alcuni programmi televisivi ha raccontato aneddoti su come uccidesse gatti con fuochi d’artificio, cosa che in seguito ha affermato essere uno scherzo, quando i filamati delle interviste sono riemersi durante la campagna elettorale. Gli insulti misogini e omofobi, le sfumature autoritarie e la sua promessa di «distruggere la sinistra» non sono stati smentiti. Dopo aver guidato i sondaggi nella fase finale, Cepeda ha ottenuto la cifra senza precedenti di 12,7 milioni di voti, 1,5 milioni in più rispetto al totale con cui Petro aveva vinto nel 2022, con un margine di sconfitta inferiore all’1 per cento. Tuttavia, la sua campagna ha commesso diversi errori inutili, poiché ha tardato a diversificare la propria presenza sui social media e si è concentrata eccessivamente sugli elettori già convinti. D’altra parte, la personalità misurata di Cepeda è stata messa in ombra dalla combattività incendiaria, capace di conquistare il pubblico, sia di Petro che di De la Espriella. I buoni risultati ottenuti potrebbero garantirgli una nuova candidatura nel 2030, ma, per ora, l’umano e composto Cepeda dovrà continuare la lotta dall’opposizione. Gli indici di gradimento di Petro sono elevati per un presidente uscente, il che riflette i notevoli risultati ottenuti dal suo governo. I sindacati colombiani hanno accolto con favore la legislazione sul lavoro promulgata dal suo governo (Legge 2466/2025), che ha formalizzato l’economia delle piattaforme e ha regolamentato i lavoratori del settore dell’assistenza, aumentato la retribuzione degli straordinari, rafforzato i contratti di lavoro, stabilito salari minimi obbligatori per gli apprendisti, adottato misure drastiche contro il subappalto e imposto la settimana lavorativa di 42 ore. Il suo governo ha ridistribuito oltre mezzo milione di ettari di terra produttiva alle famiglie rurali, rispetto agli appena 13.000 ettari distribuiti dal governo precedente. Petro ha affrontato una rivendicazione storica con il riconoscimento della popolazione campesina rurale come «soggetto di diritto», fornendo garanzie sull’accesso alla terra, sulla produzione alimentare e sugli investimenti statali nelle comunità. Il governo di Petro ha inoltre vietato il fracking e le licenze di esplorazione di combustibili fossili. Sul piano internazionale, Petro ha promosso l’integrazione regionale e l’autonomia, ha ripreso le relazioni diplomatiche con il Venezuela e Cuba e ha sviluppato il commercio Sud-Sud, raddoppiando le esportazioni verso l’Africa. La sua posizione su Gaza lo ha reso una figura emblematica del movimento filopalestinese a livello globale. Sebbene i suoi progressi legislativi siano ora minacciati – De l’Espriella ha revocato il divieto di fracking e intende ampliare l’estrazione di petrolio e gas, mentre i sindacati si preparano a contrastare l’attacco del nuovo governo alle conquiste ottenute con tanta fatica in materia di lavoro –, la forza del Patto Storico in Parlamento dovrebbe impedire un regresso totale. Tuttavia, nonostante questa resistenza, la sinistra non è riuscita, in ultima analisi, a garantire la propria continuità al governo. Petro è entrato in carica con un mandato di cambiamento strutturale e di ridistribuzione della ricchezza, ma è stato ostacolato da un sistema politico intransigente. La mancanza di una maggioranza in Parlamento lo ha costretto fin dall’inizio a intrattenere un rapporto di avvicinamento con i liberali e i conservatori, che è crollato come un castello di carte, poiché i partiti tradizionali si sono opposti agli sforzi volti a riformare il radicato sistema di libero mercato e ad ampliare l’accesso pubblico ai servizi essenziali. Per il primo governo di sinistra del Paese questa è stata una lezione rivelatrice su su dove si collochi la lealtà del centro. La politica di Petro ha virato a sinistra nel tentativo di dare slancio alla base del Patto Storico, ma si è scontrato con un Congresso ostruzionista, che lo ha costretto a raggiungere compromessi con l’opposizione, i quali hanno indebolito o bloccato le riforme progressiste. Data la storia di conflitti di classe del Paese, molti settori potenti non hanno mai accettato un ex combattaente come presidente, nemmeno uno proveniente dal movimento M19, più moderato, che aveva abbracciato la socialdemocrazia. Le riforme sociali del Patto Storico miravano a riparare a le marcate disuguaglianze del Paese – il 10 per cento della popolazione colombiana possiede circa il 70 per cento della ricchezza nazionale – e proponendo di ampliare l’accesso della classe lavoratrice e delle persone a basso reddito all’istruzione, alla sanità, alle pensioni e ai diritti del lavoro. Alla fine del mandato di Petro, erano state approvate solo versioni annacquate di queste ultime due riforme. Sotto la pressione della destra, il disegno di legge sulla riforma del lavoro, pur contenendo importanti tutele dei diritti individuali, è stato privato delle garanzie in materia di contrattazione collettiva e diritto di sciopero, pilastri fondamentali del potere della classe lavoratrice. Non potendo bloccare la legislazione in Parlamento, il blocco di destra guidato dal Centro Democrático ha fatto ricorso ai tribunali: la riforma delle pensioni, che garantisce un reddito pubblico a fino a tre milioni di pensionati precedentemente privi di qualsiasi copertura, e l’aumento del 23 per cento del salario minimo dello scorso gennaio sono entrambi bloccati a causa di ricorsi giudiziari (De la Espriella ha affermato di sostenere l’aumento, che gode di grande popolarità, ma pochi credono che lo attuerà). Eletto sulla scia di aspettative pubbliche smisurate, che Petro non avrebbe mai potuto soddisfare realisticamente nell’unico mandato quadriennale consentito dalla Costituzione colombiana, il Patto Storico non è riuscito a introdurre i benefici concreti che molti avevano previsto. Nel frattempo, è stata nuovamente tirata in ballo la trita e ritrita accusa di negligenza fiscale che si suppone caratterizzi la sinistra, attribuendo l’elevato debito alla presunta spesa eccessiva di Petro, senza menzionare il deficit che aveva ereditato. Anche le conseguenze del conflitto storico colombiano hanno gettato un’ombra sul quadro generale. Durato più di mezzo secolo e vedendo coinvolti lo Stato, gruppi guerriglieri marxisti e paramilitari di destra, il conflitto ha causato oltre 400.000 morti e ha costretto milioni di persone allo sfollamento forzato fino alla sua risoluzione parziale attraverso l’accordo di pace del 2016 firmato tra il governo di Juan Manuel Santos e le FARC. Nel 2022 la Commissione per la Verità della Colombia ha stabilito che i paramilitari di destra avevano commesso il 45 per cento degli abusi durante il conflitto armato, una cifra significativamente superiore a quella della guerriglia delle FARC o delle forze di sicurezza, sebbene queste ultime fossero spesso complici dei primi. Il governo del Centro Democrático di Iván Duque (2018-2022), ferocemente contrario al processo di pace con le FARC, ha trascurato l’attuazione dell’accordo, provocando vuoti di potere in ampi territori, che in precedenza erano sotto il controllo delle FARC . I gruppi armati hanno cercato di colmare tale vuoto, il che ha favorito lo scontro tra loro e con le comunità che si opponevano alla loro presenza. Gli attacchi giudiziari contro gli ex combattenti in violazione dell’accordo di pace, e la recrudescenza della violenza hanno portato una minoranza ad abbandonare il processo di reinserimento e a riprendere le armi. Dopo i primi progressi, la politica della «Pace Totale» di Petro, basata sul negoziato con i gruppi armati ha vacillato, con la scadenza dei cessate il fuoco in vigore e l’aumento dei livelli di violenza, radicata nella lotta per il controllo delle economie illecite e del territorio. I mercenari colombiani sono tornati dall’Ucraina e dal Sudan addestrati a nuove tecniche, come l’utilizzo militare di droni. I conflitti intergruppo sono stati particolarmente devastanti; gli scontri nel Catatumbo nel gennaio 2025, in cui è stato protagonista l’ELN, hanno provocato la più grave crisi umanitaria in Colombia degli ultimi due decenni. Il governo ha sospeso i colloqui con la guerriglia dell’ELN in risposta alla situazione creatasi in quella regione. Attivisti ed ex combattenti vengono assassinati con una frequenza scandalosa. Le atrocità sono tornate ad essere all’ordine del giorno. Nell’aprile di quest’anno, un attentato dinamitardo ha ucciso 21 civili su un autobus nel Cauca. La retorica della destra è quella di accusare la sinistra di essere cedevole e di insistere sulla necessità di un approccio a mano dura. De la Espriella eredita nove diversi processi di dialogo, alcuni in corso, altri in stallo, altri appena avviati, ai quali metterà fine. Procederà inoltre alla chiusura dell’Ufficio dell’Alto Commissario per la Pace, che coordina il consolidamento della pace, e dell’Unità di Protezione Nazionale, che fornisce la scorta a chi viene ritenuto a rischio. Attaccherà l’accordo del 2016, in particolare il suo capitolo sulla giustizia transitoria, detestato dalla destra colombiana, che sanziona sia gli abusi dell’esercito colombiano sia quelli delle FARC. Per quanto riguarda lo svolgimento delle elezioni, Petro si mostra irremovibile nel ritenere illegittimo il risultato elettorale, adducendo come motivo l’ingerenza della società israeliana di software BlackCore, facendo eco alle accuse formulate in Scozia, Francia, Angola e in altri luoghi. Cepeda sostiene che la doppia cittadinanza di De la Espriella lo renda ineleggibile alla guida del Paese. Il nuovo presidente non avrà vita facile in Parlamento: è già riuscito a realizzare ciò che sembrava impossibile, unendo il Centro Democrático e il Pacto Histórico per bloccare il candidato alla presidenza del Senato. Desideroso di preservare la propria influenza politica di fronte a un rivale emergente, il Centro Democrático è riuscito a far eleggere il proprio candidato alla carica, mentre il Pacto Histórico ha appoggiato il «male minore». D’altra parte, il Pacto Histórico costituisce il blocco parlamentare più numeroso, mentre la rinuncia di «Defensores de la Patria» alle alleanze promesse durante la campagna elettorale – che fa parte dell’immagine da «outsider» di De la Espriella – potrebbe costargli cara all’interno del governo. Come ha scoperto Petro, ottenere il consenso legislativo è un compito ingrato. Il partito dell’ex presidente cercherà di mettere in campo la stessa macchina politica utilizzata contro il suo governo, che è riuscita a vanificare gran parte della sua stessa visione di riforma del Paese. Gli Stati Uniti hanno pubblicamente appoggiato la candidatura di De la Espriella, dopo aver interferito nelle recenti elezioni in Argentina e in Honduras. De la Espriella trae ispirazione da altre figure regionali sostenitrici della linea dura, che si tratti dell’incarcerazione da parte di Bukele di quasi il 2 per cento della popolazione salvadoregna o del bombardamento di piccole imbarcazioni da parte di Trump e dell’esecuzione sommaria dei sopravvissuti. Mettendo in primo piano la sicurezza e un’immagine ipermascolina, De la Espriella, che si autodefinisce «El Tigre», si è impegnato a intensificare lo scontro militare con i gruppi armati, a costruire megacarceri, a sterminare i narcotrafficanti e a ristabilire le relazioni diplomatiche con Israele, che erano state interrotte da Petro a seguito del genocidio di Gaza. Il giorno prima di insediarsi, il nuovo presidente ha tenuto un incontro di tre ore con il ministro degli Affari esteri israeliano, Gideon Sa’ar, il quale ha accolto con favore il previsto trasferimento dell’ambasciata colombiana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, si è preso una pausa dal suo assalto alla moschea di Al-Aqsa per congratularsi con il nuovo governo colombiano. Come per altri leader dell’estrema destra latino-americana, il sostegno incondizionato a Israele è stato fondamentale per assicurarsi l’appoggio degli Stati Uniti. La Colombia ha ora aderito all’alleanza «Scudo delle Americhe» di Trump; la sua ricompensa è stata un pacchetto di sicurezza da un miliardo di dollari annunciato poche ore dopo l’insediamento di De le Espriella. Creata nel marzo 2026, l’alleanza ha l’obiettivo di «fermare l’ingerenza straniera, le bande e i cartelli criminali e narcoterroristici, nonché l’immigrazione illegale e di massa». In sostanza, essa concede agli Stati Uniti carta bianca, sia in ambito militare che in altri settori, poiché la svolta conservatrice dell’America Latina ha portato la maggior parte dei governi regionali ad aderirvi. Guatemala, Ecuador e Venezuela hanno acconsentito ad attacchi statunitensi sul proprio territorio. Il 12 agosto Pete Hegseth ha confermato operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Colombia in territorio colombiano. A luglio, il suo subordinato Joseph M. Humire ha fatto riferimento al «Piano Patriot 2.0», successore del Piano Patriot sostenuto dagli Stati Uniti e integrato nell’accordo più ampio del Piano Colombia, che ha dato il via libera a violazioni massicce dei diritti umani da parte dell’esercito durante la presidenza di Uribe. La designazione da parte degli Stati Uniti dei propri oppositori come «terroristi» (attivisti di Antifa) o di «Stati che sostengono il terrorismo» (governo cubano) e la perpetrazione, in totale impunità, di attacchi contro pescherecci che presumibilmente ospitano «narco-terroristi», sta creando uno scenario palesemente allarmante in tutte le Americhe. Le azioni militari via terra avranno inevitabilmente ripercussioni sulla popolazione civile. Cosa impedirà, si chiedono ora in molti, all’attuale governo militarista di estrema destra della Colombia di dare la caccia a oppositori e attivisti, assassinati a migliaia negli anni Ottanta-Duemila? È così che De la Espriella intende «distruggere la sinistra»? In tutta l’America Latina è stata fatta ben poca giustizia alle vittime della violenza storica orchestrata da Washington. Ora, sotto lo «Scudo delle Americhe», l’ombra dell’Operazione Condor – il programma degli anni Settanta sostenuto dagli Stati Uniti che coordinava le dittature militari regionali per rapire e assassinare i dissidenti – comincia a riemergere dalla storia. L’epicentro del terremoto dello scorso 10 agosto si è localizzato a San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, una delle regioni più colpite da storico abbandono da parte dello Stato e dal conflitto armato. Oggi oltre il 60 per cento della popolazione del Chocó vive al di sotto della soglia di povertà e il 30 per cento non ha accesso all’acqua potabile. La mortalità materna è tre volte superiore alla media nazionale e l’aspettativa di vita è inferiore di oltre un decennio. I governi centrali hanno a lungo negato alla regione una rete stradale o servizi di base, isolando la maggior parte della popolazione afrodiscendente dal resto del Paese. I gruppi armati hanno colmato quel vuoto. Come in altre zone di conflitto, il Chocó ha votato in modo schiacciante, con l’81 per cento, a favore di Cepeda, il cui approccio costruttivo alla pace e al sottosviluppo era l’unica proposta in grado di portare la trasformazione sociale, di estrema urgenza, nelle regioni periferiche e abbandonate della Colombia. Ventiquattro ore dopo il terremoto, il ministro dell’Interno, Rodrigo Lara, dichiarò in un telegiornale di non disporre di alcuna informazione sulla situazione nel Chocó, mentre De la Espriella respingeva le squadre di soccorso provenienti da Messico, Cina e Spagna per motivi politici. All’alba dell’«espriellismo», la catastrofe potrebbe prendere il posto delle speranze che molti colombiani riponevano in un futuro basato sull’inclusione, la sovranità e la pace, ora ridotte in cenere. Si consiglia di leggere Forrest Hylton y Aaron Tauss, «Colombia en la encrucijada», NLR 99; Mauricio Velásquez, «La batalla de Bogotá», NLR 91; Forrest Hylton, «La hora crítica: Perspectiva histórica de la Colombia de Uribe», NLR 23; Jeremy Adelman y Pablo Pryluka «América Latina: la siguiente transición», Diario Red/New Left Review 149, y Juan Carlos Monedero, «Francotiradores en la cocina», NLR 120. Nick MacWilliam è un regista e giornalista britannico che ha vissuto e lavorato a lungo in America Latina. Regista di Santiago Rising (2021). I suoi articoli sono stati pubblicati su Jacobin, Tribune, In These Times, Counterpunch, NACLA, New Internationalist, teleSUR, MintPress News, Red Pepper, Open Democracy e altre testate. È coeditore di Alborada, una piattaforma mediatica indipendente incentrata sull’America Latina. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale di politica e teoria edita a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños. [fg1] [MOU2] [MOU3]

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    Da Embedded a Enemy Qualcuno ricorda Ernie Pike, creato nel 1957 dalla fantasia e dalla penna di German Oesterhes e Hugo Pratt, e ispirato al reporter statunitense Ernie Pyle? Beh! I giornalisti di guerra oggi non sono più così…

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    Non sono la stupida bionda di nessuno Pubblichiamo la recensione di Valentina Carola al libro Non sono la stupida bionda di nessuno. Una storia di Marylin Monroe, di Ilenia Rossini, Momo edizioni, Roma 2026. C’è un gesto critico che, negli ultimi decenni, sta diventando sempre più necessario ed evidente: sottrarre Marilyn Monroe alla sua iconografia, restituirla alla sua biografia. Non per un vezzo revisionista né per un semplice cambio di prospettiva, ma per rispondere a un’esigenza ormai condivisa negli studi sulla cultura visuale, sulla rappresentazione femminile e sulla storia del cinema. Interrogare le figure del Novecento oltre le immagini che le hanno rese consumabili è diventato un passaggio imprescindibile, soprattutto quando si tratta di donne la cui identità pubblica è stata costruita attraverso un repertorio di segni che ha finito per sostituire la persona. Nel suo caso, questo gesto è particolarmente urgente perché l’immagine pubblica – la bionda svampita, l’icona pop, la diva tragica – ha funzionato per decenni come un dispositivo culturale capace di oscurare la persona, la sua storia e soprattutto il contesto che l’ha generata. Non sono la stupida bionda di nessuno si colloca esattamente in questo spazio: non aggiunge un’altra cornice al mito, ma lo smonta con cura, cercando di disinnescare la diva piuttosto che di interpretarla. Il lavoro dell’autrice non è solo documentario ma narrativo, politico, quasi etico. La ricostruzione non procede per mitologie bensì per stratificazioni che permettono di restituire la protagonista alla sua dimensione reale. Non è mai isolata né sospesa nell’aria rarefatta del mito ma ricollocata nel suo contesto umano, storico e sociale. L’America che attraversa la metà del Novecento è un paese in trasformazione, segnato da contraddizioni, accelerazioni, violenze simboliche e nuove forme di emancipazione femminile. In questo quadro, Norma Jeane Baker emerge come un prisma: non più un’icona da contemplare, ma un corpo che attraversa la storia, che la abita e la modifica. Il merito del libro risiede proprio nel rifiuto di ogni semplificazione. La protagonista non è la vittima sacrificale di Hollywood, né la femme fatale inconsapevole che la cultura pop ha costruito. È una donna reale, con una biografia segnata da sofferenze che non vengono mai spettacolarizzate, da una crescita che non viene mai romanzata, da una determinazione che non viene mai trasformata in slogan. Il ritratto che ne esce è quello di una figura intelligente, strategica, capace di leggere il proprio tempo e di muoversi dentro le sue contraddizioni. Una Marilyn che studia, osserva e sceglie. Una donna che non è la «stupida bionda» di nessuno, e che non lo è mai stata. Uno dei maggiori punti di forza del libro sta anche nella capacità di intrecciare la storia individuale con quella collettiva. Il percorso della protagonista diventa un punto di osservazione privilegiato sulla condizione femminile del periodo: le aspettative sociali, le forme di controllo, le possibilità di emancipazione, le nuove professionalità che si aprono e quelle che restano precluse. L’autrice non cade mai nella tentazione di trasformarla in un simbolo universale e mostra invece come la sua vicenda sia inscritta in un sistema di ruoli, poteri e narrazioni che riguardano tutte le donne del suo tempo. Il risultato è uno spaccato storico che non scivola mai nel didascalico ma restituisce l complessità di un’epoca in cui la modernizzazione convive con forme persistenti di controllo sociale e culturale. La scrittura accompagna questa operazione con equilibrio. Il tono è intimo senza mai essere indulgente, personale senza risultare invadente. I ricordi e gli spunti autobiografici dell’autrice non diventano un filtro, ma un ponte che permette di avvicinarsi alla figura di Marilyn senza cadere nella retorica della confidenza. La sobrietà è tra le cifre più eleganti del libro: una scelta che consente di mantenere la distanza necessaria per trasformare la protagonista in un personaggio letterario pur restituendole una presenza viva. La dimensione narrativa si intreccia con quella saggistica senza fratture: il risultato è un testo che si legge con la fluidità di un romanzo e con la densità di un’analisi culturale. In questo equilibrio, Rossini riesce a fare ciò che molte biografie non hanno tentato: restituire Marilyn alla sua complessità senza trasformarla in un enigma. La sua fragilità non è un tratto melodrammatico, ma una componente strutturale della sua esperienza. La sua forza non è un artificio retorico, bensì una pratica quotidiana. La sua determinazione e la sua intelligenza non sono un mito postumo, ma un fatto storico: Marilyn ha lavorato, ha studiato, ha lottato per essere ciò che voleva essere, e non ciò che gli altri volevano da lei. La sua vicenda professionale, spesso ridotta ad una sequenza di ruoli stereotipati, viene restituita nella sua dimensione più concreta: la fatica, le scelte, le rinunce e le strategie. È un percorso che mostra quanto fosse consapevole del proprio lavoro e delle possibilità che cercava di aprirsi ed emanciparsi mentre il sistema sembrava volerle impedire ogni margine di autonomia. Il libro mette in luce come la costruzione della «bionda stupida» sia stata una forma di controllo culturale, un modo per neutralizzare una donna che, in realtà, aveva una consapevolezza acuta del proprio ruolo e delle proprie possibilità. La narrazione dimostra come Marilyn abbia costantemente cercato di sottrarsi ai ruoli imposti, di scegliere i propri progetti, di costruire una professionalità autonoma. La sua storia diventa così una storia di resistenza quotidiana, radicale nella sua continuità. Il ritratto che emerge è quello di una donna forte, determinata, intelligente, ben lontana dai personaggi che era costretta a interpretare sul grande schermo. Una donna che non coincide con la sua immagine, ma che la attraversa, la modifica, la contraddice e che vive in un contesto storico preciso, subendone le pressioni e tentando di trasformarle. In questo senso, Non sono la stupida bionda di nessuno è più di una biografia: è un esercizio critico sulla rappresentazione femminile, un lavoro sulla memoria culturale, un tentativo di restituire complessità a una figura che la cultura pop ha semplificato fino a renderla irriconoscibile. Raccontarla così significa restituirle ciò che per troppo tempo le è stato sottratto: la possibilità di essere letta come persona, non come immagine. È un gesto semplice, ma decisivo. Questo libro lo compie con una chiarezza che non cerca effetti, ma restituzioni, e nel farlo apre uno spazio di lettura che riguarda non solo lei, ma il modo in cui continuiamo a guardare le donne che la storia ha trasformato in icone.

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