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  • guerre

    La nuova strategia di finanziamento Usa a Israele Denis Smith Lo Stato israeliano, la lobby statunitense filoisraeliana e il blocco sionista intendono sostituire gli aiuti economici e finanziari diretti concessi ogni anno allo Stato di Israele dagli Stati Uniti con un nuovo modello di finanziamento. Invece di inviare denaro da spendere poi presso aziende americane, si tratterebbe di stanziare fondi destinati a progetti di collaborazione nelle politiche di ricerca, sviluppo, innovazione e cooperazione imprenditoriale, militare e informatica finanziati dagli Stati Uniti. In questo modo Israele potrebbe continuare ad assorbire fondi pubblici in modo più opaco e continuare a rafforzare il proprio potere militare e di polizia nell’ottica del progetto di espansione coloniale e sterminio in Medio Oriente. A breve si prevede che Israele e gli Stati Uniti avviino i negoziati sul nuovo memorandum d’intesa (MOU) che delineerebbe i piani della potenza statunitense per sostenere lo Stato israeliano dopo la scadenza di quello attuale nel 2028. È probabile che questi colloqui siano molto diversi da quelli del passato. Negli ultimi mesi si è parlato molto dell’idea di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele. È un’idea che da tempo viene sostenuta dagli attivisti solidali con la Palestina e che in passato è stata avanzata anche dalla destra israeliana e dai suoi sostenitori, i quali ritenevano che gli aiuti non valessero la pena se limitavano la «libertà d’azione» di Israele. Ma, sorprendentemente, l’attuale proposta di porre fine alla sovvenzione annuale del Foreign Military Financing (FMF) a Israele, che costituisce la maggior parte, sebbene non la totalità, del pacchetto di aiuti annuali ricevuti dallo Stato israeliano, proviene nientemeno che dal primo ministro Benjamin Netanyahu ed è sostenuta a Washington dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham, il falco filoisraeliano più accanito del Senato Come si spiega tutto questo? A gennaio, l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project ha pubblicato un rapporto esaustivo e molto dettagliato su ciò che sta realmente accadendo al riguardo. Ciò che emerge è un piano per continuare ad aiutare Israele ma in una forma diversa. Invece di inviare denaro a Israele, che poi deve essere speso presso aziende statunitensi, il Congresso destinerebbe fondi a progetti congiunti di sviluppo e produzione. Questo potrebbe essere presentato come un investimento in posti di lavoro statunitensi effettuato in collaborazione con Israele, piuttosto che come aiuti concessi dai contribuenti a un governo straniero. Il momento di compiere questo passo è ora. La popolarità di Israele è crollata e il pacchetto di aiuti militari annuali, che prima era un dato di fatto, ora è oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso intenda continuare a finanziare l’incessante flusso di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro immediato di tali aiuti. Un primo assaggio dei contorni di questa nuova «relazione speciale» tra Stati Uniti e Israele si è potuto intravedere recentemente in una fiera tecnologica tenutasi a Washington DC, dove le autorità militari israeliane si sono unite a un ex alto funzionario dell’amministrazione Biden per spiegare come il sostegno statunitense concesso all’esercito israeliano possa continuare immutato in un’era in cui Israele ha perso praticamente tutto il sostegno di cui godeva negli Stati Uniti dopo il genocidio perpetrato a Gaza. La «relazione speciale 2.0» Sebbene Netanyahu e Graham difendano politicamente questa trasformazione degli aiuti statunitensi concessi a Israele, è necessario che esista un programma di collaborazione con il settore privato, e non semplicemente la presenza di un gruppo di singole aziende, affinché il nuovo modello possa funzionare per Israele. I meccanismi di questo modello stanno iniziando a prendere forma. All’AI+ Expo tenutasi a Washington DC dal 7 al 9 maggio, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin e l’ex ambasciatore di Joe Biden in Israele, Thomas Nides, hanno presentato l’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact. Questo Patto è un progetto congiunto del think tank statunitense Special Competitive Studies Project (SCSP), organizzatore della suddetta esposizione, e dell’organizzazione israeliana nonprofit dedicata alla sicurezza MIND Israel, diretta da Yadlin. Il progetto prevede che sia gli Stati Uniti che Israele destinino rispettivamente 1 miliardo di dollari a joint venture, gran parte delle quali saranno orientate al campo dell’IA, della guerra cibernetica e di altre nuove forme di uccisione, molte delle quali sono state testate in combattimento a Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Questo progetto non è che l’inizio; senza dubbio gli investimenti saranno maggiori, se il programma avrà successo e ci sono tutti i motivi per pensare che lo avrà. Uno sguardo ai principali attori che vi partecipano chiarisce il loro obbiettivo: intensificare la collaborazione militare tra Stati Uniti e Israele in modo tale che possa resistere a cambiamenti politici nei confronti di Israele. Infatti, MIND Israel concentra le proprie attività direttamente sulla transizione del partenariato di Israele con gli Stati Uniti verso un nuovo modello, in grado di durare nel nuovo contesto politico. La sua missione è incentrata sul dare forma alla politica di sicurezza nazionale di Israele, ma la sua attenzione si concentra sugli Stati Uniti e in particolare sull’amministrazione di Donald Trump. In un documento che offriva raccomandazioni su come utilizzare l’India-Middle East-Europe Corridor (IMEC) per ampliare la portata militare ed economica di Israele, MIND Israel affermava: «Per ottenere il sostegno del governo Trump al fine di promuovere questa iniziativa, Israele e i suoi partner devono introdurre cambiamenti che garantiscano il loro allineamento con la particolare visione del mondo del presidente, sia nella sostanza che nella narrativa, in modo che il nuovo modello generi chiari benefici economici per gli Stati Uniti, coinvolga il settore privato di quel paese, metta in evidenza i guadagni a breve termine per entrambi e costruisca sostegno politico all’interno della cerchia ristretta del presidente». Questo modo di pensare si allinea perfettamente con l’idea di Israele di allontanarsi dagli aiuti finanziari diretti per passare a un modello che aumenti considerevolmente il finanziamento di progetti congiunti: la missione dello Special Competitive Studies Project si inserisce perfettamente in un campo che Israele intende promuovere: la guerra condotta tramite l’intelligenza artificiale. La mission dello Special Competitive Studies Project è la seguente: «Formulare raccomandazioni per rafforzare la competitività a lungo termine degli Stati Uniti, mentre l’intelligenza artificiale e altre tecnologie emergenti stanno rimodellando la nostra sicurezza nazionale, la nostra economia e la nostra società. Vogliamo assicurarci che gli Stati Uniti siano posizionati e organizzati per vincere la competizione tecno-economica da qui al 2030, che costituisce il periodo critico per plasmare il futuro». Il suo mandato, quindi, si inserisce perfettamente in ciò che Israele vuole fare e questa partnership può essere venduta all’opinione pubblica statunitense come un investimento, che contribuirà a creare più posti di lavoro nel settore tecnologico. Infatti, questo è esattamente ciò che l’ex ambasciatore Nides ha sostenuto parlando dell’iniziativa con «The Times of Israel»: «Gli Stati Uniti dispongono di un’enorme quantità di tecnologia. Siamo leader in tecnologia, IA e innovazione. È evidente a tutti che Israele è la nazione delle startup. Questi due paesi hanno lavorato insieme per creare innovazioni e progressi tecnologici. Il fatto che queste due nazioni lavorino insieme è positivo sia per gli americani, per l’americano medio, sia per l’israeliano medio». Ciò che Nides non dice, ma che risulta evidente dalla descrizione tratta dalla bozza della proposta dell’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact, è che i benefici unilaterali ottenuti da Israele rimangono in gran parte gli stessi. Sebbene i sostenitori di Israele negli Stati Uniti abbiano cercato di sostenere che gli aiuti concessi a questo paese siano un investimento, tra l’altro vantaggioso per gli Stati Uniti, sempre meno persone ci credono, che si tratti di difensori dei diritti dei palestinesi o di sostenitori dell’«America First». Lo stesso si può dire dell’argomentazione esposta nella bozza della proposta. «Gli Stati Uniti acquisiscono un alleato tecnologico affidabile e collaudato sul campo di battaglia, che rafforza la leadership statunitense nell’IA, nella sicurezza informatica, nell’energia, nella tecnologia quantistica e nella resilienza industriale. Israele ottiene un accesso duraturo all’ecosistema tecnologico più importante del mondo, inclusi programmi federali, laboratori, vie di finanziamento, canali di approvvigionamento e opportunità di espansione». Israele, in altre parole, ottiene benefici importanti e tangibili. Gli Stati Uniti, che, secondo la stessa formulazione della proposta, hanno ben poco bisogno di un alleato che si limiti a imitare i punti di forza statunitensi su scala ridotta, non guadagnano nulla in più di quanto già abbiano: un paese, Israele, coinvolto nei conflitti ben noti a tutti e che ha il mandato della propria popolazione per testare sul campo la nuova tecnologia militare sia contro i militanti combattenti che contro i civili. Nessun aiuto per i crimini di Israele Tutto ciò ci riporta al prossimo negoziato sul nuovo memorandum d’intesa, che sta per iniziare, sul futuro degli aiuti statunitensi a Israele. La popolarità di Israele è crollata, la guerra contro l’Iran ha acuito le preoccupazioni di Israele riguardo alla sua posizione politica, e il pacchetto di aiuti militari annuali è ora oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso sia ancora propenso a finanziare un flusso ininterrotto di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro prossimo di tali aiuti. Detto senza mezzi termini, gli aiuti statunitensi a Israele, un tempo sacrosanti, non sono più intoccabili e la guerra con l’Iran potrebbe avergli dato il colpo di grazia. Yadlin ne è consapevole, motivo per cui ha dichiarato a «The Times of Israel»: «Il modello in cui gli Stati Uniti aiutano Israele e Israele riceve aiuti ha pochissime possibilità di continuare sotto qualsiasi futuro governo, e forse anche durante il mandato di Trump; per questo motivo dobbiamo trovare una nuova base per mantenere l’attuale relazione, che comporti la transizione dagli aiuti al partenariato». Passando a questo modello di «joint venture/partnership» invece di mantenere quello attuale basato sulla concessione di aiuti economico-finanziari, si invalidano alcuni degli argomenti addotti contro quest’ultimo. Principalmente, l’argomento secondo cui Israele, un paese relativamente ricco, non ha bisogno di ricevere alcun aiuto, ma può permettersi di acquistare ciò che desidera. Inoltre, sebbene questo nuovo modello continui a offrire pochi benefici agli Stati Uniti, può essere venduto come un programma che «crea occupazione». Questo argomento è stato utilizzato anche a difesa degli aiuti economico-finanziari concessi a Israele, ma quando il denaro è destinato a joint venture che esplorano «nuove tecnologie», ciò suona più redditizio rispetto alla concessione di una sovvenzione per l’acquisto di armi già esistenti, che molto probabilmente verrebbero vendute ad altri paesi se non fossero destinate a Israele. Anche le forze filoisraeliane a Washington DC riconoscono le realtà politiche in questo ambito e hanno raccolto la sfida. L’Israel Policy Forum, filoisraeliano e anti-Netanyahu, ha recentemente suggerito che «potrebbero esserci anche ambiti in cui entrambi i paesi trarrebbero beneficio da diversi tipi di collaborazione, come la coproduzione, gli investimenti condivisi o la ricerca e lo sviluppo congiunti», facendo eco alla strategia seguita dall’estrema destra di proteggere gli aiuti statunitensi concessi a Israele cambiandone la forma ma non la sostanza. Naturalmente, tutti questi argomenti sono semplicistici e falsi. Come sottolinea l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project: «Sebbene la riduzione o l’eliminazione degli stanziamenti di Finanziamento Militare Estero concessi allo Stato israeliano possa sembrare una diminuzione dei finanziamenti dei contribuenti statunitensi a questo paese, aumentando contemporaneamente lo sviluppo congiunto e la coproduzione di armi con Israele, il contribuente statunitense rimane intrappolato e coinvolto in tale finanziamento […]. I contribuenti statunitensi pagherebbero affinché i produttori di armi israeliani sviluppino sistemi d’arma che avvantaggino prevalentemente Israele, non gli Stati Uniti». E tutto ciò si basa sul più freddo dei calcoli, una mera questione di profitti e perdite. Se consideriamo anche i costi umani, ben più significativi, derivanti dal rafforzamento delle capacità aggressive di Israele, dal suo totale diniego dei diritti dei palestinesi e dalla continua pratica israeliana di testare sul campo le proprie tecnologie su vittime prevalentemente civili in Palestina, Libano e altrove, i costi diventano incalcolabili. È quindi fondamentale andare oltre le argomentazioni secondo cui Israele non ha più bisogno di ricevere aiuti statunitensi e attuare azioni molto più significative come le recenti Joint Resolutions of Disapproval (strumenti legislativi concepiti per bloccare in determinati casi la vendita di armi) proposte da Bernie Sanders: Israele ha dimostrato di essere un paese che utilizzerà le armi per commettere i crimini più atroci fino al punto di arrivare al genocidio. Non ci devono essere aiuti, né vendite, né cooperazione con Israele in questioni militari di alcun tipo. Qualsiasi violazione di questo principio ci rende tutti complici dei crimini di Israele. Testi consigliati Mitchell Plitnick, Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida, Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano, Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes, tutti pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, El genocidio como supresión colonial (2024), Anatomía de un genocidio (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025), Gaza Genocide: a Collective Crime (2025), Torture and Genocide (2026). Euro-Med Human Rights Watch, Another genocide behind walls: Sexual violence in Israeli prisons and detention centers and engineered impunity, October 2023-October 2025, Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su «Substack» all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/. Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di «Jewish Voice for Peace». ● Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • graphic journalism

    Ex Ilva. Acciao, operai e cittadini

  • post-poetica

    Tre testi da Lumina ex Ade Lumina ex Ade, di Silvia Tripodi, è appena uscito da Aragno nella collana «i domani»: del libro qui si pubblicano tre frammenti che possono solo tratteggiarne vettori tematici, linguaggio piano, meccanismi del non detto, svolte emotive. È taciuto e indefinito ma non impercorribile, per esempio, nel primo testo, il riferimento a «questi tre» (oggetti? cospiratori? persone di trinità?) e l’oscillazione tra singolare e plurale delle forme verbali. È poi inquietante, nel secondo brano presentato, la menzione del missile russo RS-28 Sarmat associata alla natura fantasmatica delle parole dall’Amleto shakespeariano. Così come l’estinzione che abita il terzo testo, dove daccapo troviamo un fantasma, oltre a una chiusa memorabile in sorriso. Anche solo queste tre poesie prefigurano, di tutto il libro, alcune più o meno piccole spie che fanno immaginare l’opera nella sua interezza come qualcosa di simile a un diario non ottuso bensì obliquo, che – quasi ossessivamente e senza troppo obbedire a sintassi e cronologie – raccoglie indizi su storia, percezioni e identità contemporanee, in forma allucinatoria sì, ma «come si prova a illuminare un oggetto / mettendosi di sbieco». Come si rigira un oggetto tra le dita per vedere se da qualche parte che cosa sono questi tre resiste alla classificazione non è un tre di sedie non è un tre di pietre che cosa hanno in comune qui è uno solo e non si moltiplica non entra in questa filiazione non si lascia declinare al plurale senza rompersi quando si voltano gli uni verso gli altri non funzionano come nomi comuni non sono un genere sotto cui i tre si allineano e allora proviamo dal lato della creatura come si prova a illuminare un oggetto mettendosi di sbieco ma anche qui non si lascia ingannare ciò che accade a qualcosa sono certe qualità come il colore nero delle piume del corvo o dei capelli dell’uomo * Costruire un RS-28 Sarmat morire per dormire e con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore le offese naturali di cui è erede la carne prima dell’alba essere un fantasma vuoi forse consigliarmi di farmi suora vuoi portare al mondo la tua capacità di intermediazione di interpolazione e a seconda di come è disposto il vettore nello spazio allora lo spettro si muove per trarre il massimo vantaggio dalla paura il suo moto in una o due dimensioni descrive l’andamento armonico del serpente * In principio metti la spunta al mio cuore ricorda ci troviamo ancora su un piano di immanenza potenzialmente già estinti nel mi fai impazzire ultra vivi nel vorrei stare dentro di te un minimo spazio per il transito ti intervisterò come fossi un fantasma rallegriamoci Silvia Tripodi nel 2014 ha vinto il Premio Lorenzo Montano (poesia inedita) e nel 2015 la prima edizione del Premio Elio Pagliarani con la silloge Voglio colpire una cosa (Zona, 2016). I suoi libri: Punu (Arcipelago Itaca, 2018), La più recente fine di un racconto (Tic, 2020), Ellora (ikonaLíber, 2020), Le bocche (Zacinto, 2021) e Totem (Tic, 2022). Suoi testi sono presenti nell’antologia Voci della poesia italiana contemporanea 2000-2025 (Carocci, 2026).

  • selfie da zemrude

    Rubrica Ombre Rosse Opposizione Consensuale: Pillon – amore senza freni Marco Morosini Una volta tanto la distribuzione italiana non può essere troppo biasimata per la sua storica inclinazione a estendere (e spesso modificare) i titoli originali. Pillion, dell'esordiente inglese Harry Lighton, anche sceneggiatore, diventa così Pillion – amore senza freni: i doppi sensi conseguenti e le immagini di lancio ci portano a farci scoprire che «pillion» è il termine che identifica il sellino posteriore di una motocicletta, su cui siede il passeggero. Il divieto ai minori di 18 anni e le clip del trailer (che Mymovies, uno dei principali motori di informazione cinematografica, ha prontamente rimosso) sembrano obbedire a ragioni di mercato, suggerendo la possibilità che la relazione tra lo statuario motociclista e l'introverso assistente del traffico possa essere bene corroborata da congiungimenti ad alto tasso di erotismo. Per nostra fortuna le cose non stanno esattamente così. Quando ho iniziato a scrivere non ero mai stato realmente innamorato Harry Lighton Lighton, che ha impiegato cinque anni a realizzare il suo primo lungometraggio, era rimasto folgorato dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones ambientato negli anni'70, il fondale quello dei gay bikers britannici. Storia dura dall'esito tragico. Ha trascorso una settimana prima delle riprese correndo tutto il giorno in motocicletta. Seduto dietro. Le emozioni, diverse da quelle che prova il pilota, sono arrivate. Portandolo a confezionare questa che è comunque in qualche modo una declinazione della commedia romantica, attraversandone ogni obbligatoria prescrizione. Ray è il motociclista alfa Nudo sotto la pelle (qualcuno ricorda il film del '68 con Alain Delon e Marianne Faithfull?) di poche parole e di imperscrutabili sentimenti. Colin dopo gli insulti dei proprietari delle auto che ha multato canta a cappella col padre in quartetto, in un pub sufficientemente malinconico. Nello stesso locale però appare Ray e tra i due scatta quel cortocircuito che li porta velocemente in un angolo di strada. Si può filmare un rapporto orale senza volgarità? Si può. Quando Colin si ritrova per la prima volta seduto sul pillion avvinghiato al suo pilota, con sotto la sella i 210 cavalli di una BMW RR, gli occhi che bucano la visiera del casco si illuminano di felicità. Ray e Colin incarnano perfettamente le due polarità dell'universo BDSM: bondage, dominazione, sadismo, masochismo. Uno è un beneducato dominatore naturale, l'altro un introverso sottomesso per vocazione. Il loro è di conseguenza un rapporto sano e consensuale. E forse Colin non è poi così timido. La sua famiglia appoggia con partecipazione la sua omosessualità ancora acerba, la madre mettendo pacatamente in campo le preoccupazioni che ogni madre nutre in ordine al destino dell'unico figlio. La famiglia di Ray sono i veri componenti del Gay Bikers Motorcycle Club: sfrontati, allegri, affettuosi con il nuovo arrivato. Hanno delle regole, hanno un'etica. Lighton mette in scena un racconto stratificato che ci spinge a scavare oltre la superficie della commedia queer politicamente corretta anche nelle immagini di impatto. Riesce ad attraversare i frangenti più performativi aggirandone tutti i trabocchetti, privilegiando la spinta a cercare di decifrare le ragioni di una relazione (come tutte) asimmetrica. Che (come tutte) deve attraversare le forche caudine del salto di qualità. Ci lascia indagare sugli sguardi: in quello di Ray sprazzi di solitudine e tormento interiore, in quello di Colin lo stupore della crescita e della scoperta di sé. Riesce a spostarci in un attimo da coordinate dai perfetti tempi comici a imprevedibili affondi nell'intimità. Impartendo una significativa lezione su come sia possibile raccontare liberamente una materia complessa, sfidando senza nessuna rinuncia pregiudizi e pruderie. Mantenendo saldamente la barra del rispetto e della libertà di scelta mette in evidenza che il baricentro di tutta la narrazione ha un nome: consenso. Con ciò rendendo estendibile la lezione a tutti coloro che in epoca recente ritengono che la definizione consenso libero e attuale possa essere egregiamente sostituita da volontà contraria. A fronte di 6 milioni e 400 mila donne che dai 16 ai 75 anni (Istat 2025) almeno una volta nella vita hanno subito una violenza sessuale. Consigliata la visione all'avv. Bongiorno1. Nota 1. Presidente della Commissione Giustizia del Senato e relatrice della Legge contro la violenza sulle donne, art. 609bis c.p. Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni '70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna, Manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste Duel, ZeroNetwork, Global Magazine e sulle testate online Global Project e DinamoPress. Consensual Opposition: Pillion by Marco Rigamoenglish version by Matilde Moro For once, Italian distributors cannot be blamed too much for their tendency to extend (and often modify) original titles. Pillion, by british debutant Harry Lighton, who also wrote the screenplay, thus becomes Pillion – amore senza freni (litt: Pillion – Love Without Brakes): the resulting wordplays and promotional materials lead us to discover that Pillion is the term used to describe the rear seat of a motorcycle - where the passenger sits. The 18+ rating and the trailer clips (which Mymovies, one of the italian leading film information engines, promptly removed) seem to obey market rules, suggesting the possibility that the relationship between the statuesque motorcyclist and the introverted traffic assistant may be well corroborated by highly erotic encounters. Fortunately for us, this is not exactly the case. When I started writing, I had never really been in love Harry Lighton Lighton - who took five years to make his first feature film - was struck by Adam Mars-Jones' novel Box Hill, set in the 1970s, against the backdrop of British gay bikers. It is a harsh story with a tragic ending. He spent a week before filming riding a motorcycle all day long. Sitting behind. The emotions - different from those felt by the riderm - came flooding in. This led him to create what is, in some ways, a variation on the romantic comedy, fulfilling all the necessary requirements. Ray is the alpha biker, Naked Under the Skin (does anyone remember the 1968 film with Alain Delon and Marianne Faithfull?), a man of few words and inscrutable feelings. After being insulted by the owners of the cars he has fined, Colin sings a cappella with his father in a quartet. The venue is a suitably melancholic pub. Yet, Ray shows up in the same pub – and the second their eyes lock, it’s like a live wire snapping. The world glitches out, and next thing you know we find them again a shadowy street corner. Can oral sex be filmed without vulgarity? Yes, it can. When Colin finds himself sitting on the pillion for the first time, clinging to his rider, with the 210 horsepower of a BMW RR beneath the seat, his eyes - piercing through the visor of his helmet - light up with pure happiness. Ray and Colin perfectly embody the two poles of the BDSM universe: bondage, domination, sadism, masochism. One is a well-mannered, natural dominator, the other an introverted, submissive by vocation. Their relationship is therefore healthy and consensual. And perhaps, Colin is not so shy after all. His family actively supports his still-developing homosexuality, with his mother calmly expressing the concerns that every mother has about the fate of her only child. Ray's family are the real members of the Gay Bikers Motorcycle Club: bold, cheerful, affectionate towards the newcomer. They have rules, and they have ethics. Lighton stages a layered story that pushes us to dig beyond the surface of politically correct queer comedy, even in the striking images. He manages to navigate the most performative moments, avoiding all the pitfalls, favoring the urge to try to decipher the reasons behind an asymmetrical relationship (like all relationships). Which (like all relationships) must go through the gauntlet of a quantum leap. He lets us investigate the characters' gazes: in Ray's, flashes of loneliness and inner torment; in Colin's, the wonder of growing up and discovering oneself. He manages to shift us in an instant from perfectly timed comic moments to unpredictable plunges into intimacy. The movie ends up teaching a significant lesson on how it is possible to freely discuss a complex subject, challenging prejudice and prudery without compromise. By firmly maintaining respect and freedom of choice, it highlights that the center of gravity of the entire narrative has a name: consent. This makes the lesson applicable to all those who, in recent times, believe that the definition of free and current consent can be admirably replaced by contrary will. This is in the face of 6.4 million women between the ages of 16 and 75 (Istat 2025) who have suffered sexual violence at least once in their lives. Recommended viewing for lawyer Bongiorno1. Note 1. Chair of the Senate Judiciary Committee and rapporteur for the Law against violence against women, Art. 609-bis of the Italian Penal Code. Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the '70s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals Duel, ZeroNetwork, and Global Magazine, as well as on the online platforms Global Project and DinamoPress.

  • selfie da zemrude

    L’animalità come misura standard per la disumanizzazione del nemico La fabbrica psicologica della disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana Cheryl Kass Tel Aviv, 9 ottobre 2023. Due giorni dopo l’attacco di Hamas, il ministro della Difesa Yoav Gallant si presenta in conferenza stampa e annuncia l’assedio totale alla Striscia. La formula con cui motiva l’ordine resterà negli atti di guerra e nei fascicoli giudiziari dell’Aia: «Ho ordinato un assedio completo della Striscia di Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto è chiuso. Stiamo combattendo animali in forma umana e agiremo di conseguenza» (Cfr. Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Roma 2024, p. 56). Quattro parole, animali in forma umana, bastano per riassumere ciò che a Gaza accadrà nei mesi successivi: la formula colloca due milioni e trecentomila persone fuori dal cerchio della specie. Nelle stesse ore l’ex ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Dan Gillerman descrive i palestinesi come: «animali orribili e disumani» (Ivi). Il presidente dello Stato, Isaac Herzog, dichiara qualche giorno più tardi che «è un’intera nazione che è responsabile; questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera», prima di firmare a pennarello i proiettili d’artiglieria diretti su Gaza (Ivi). Il premier Benjamin Netanyahu ricorre al passo biblico di Amalek, che ordina lo sterminio che include bambini e lattanti (Ivi). La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza cautelare del 26 gennaio 2024, citerà proprio le parole di Herzog e Gallant fra gli indizi seri di incitamento al genocidio (Cfr. Gideon Levy, citato in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59). Nulla di tutto ciò è un’esplosione improvvisa di rancore. La possibilità che un ministro pronunci pubblicamente la formula animali in forma umana senza essere espulso dalla vita pubblica appartiene a un percorso lungo, depositato negli anni nei manuali scolastici come nei sermoni rabbinici, nei talk show come nei regolamenti militari. Lo storico Raz Segal, su Jewish Currents del 13 ottobre 2023, parla per Gaza di «un caso da manuale di genocidio» (Cfr. R. Segal, A Textbook Case of Genocide, in Jewish Currents, 13 ottobre 2023, cit. in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); pochi giorni dopo lo storico israelo-americano Omer Bartov, sul New York Times, parla di intento genocida riconoscibile (Ibid.). Quel che interessa qui è il piano psicologico del consenso. Come ha potuto, una società democratica e altamente scolarizzata (ma ideologicamente indirizzata), accogliere senza scandalo la negazione dell’umanità di un intero popolo? Otto modi di disimpegnare la coscienza Lo psicologo sociale Albert Bandura, in Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene (Erickson, Trento 2017), ha elaborato il quadro più preciso per rispondere a questa domanda. Bandura parte da un’osservazione che apre il primo capitolo: «Una comprensione esauriente della moralità deve spiegare non solo come le persone riescano a comportarsi moralmente, ma anche come possano comportarsi in modo inumano e tuttavia continuare a nutrire rispetto per se stesse e sentirsi a posto» (Albert Bandura, Disimpegno morale, Erickson, Trento 2017, p. 13). Lo psicologo di Stanford individua otto meccanismi attraverso i quali le autosanzioni morali vengono selettivamente disattivate dall’autore di una condotta lesiva, raggruppati in quattro punti del processo di autoregolazione. Sul versante del comportamento agisce un primo grappolo di operazioni psichiche. La giustificazione morale legittima un mezzo lesivo investendolo di un fine sacro, come l’autodifesa o la sopravvivenza del popolo; il confronto vantaggioso, sua parente stretta, fa apparire l’azione un male minore rispetto a un male temuto: «la convinzione che le proprie azioni lesive impediranno una sofferenza umana maggiore di quella che causano fa apparire altruistico il proprio comportamento» (Ibid., p. 15). Il linguaggio eufemistico completa l’opera: «Le formule eufemistiche, nelle loro forme addolcite e contorte, dissimulano un comportamento nocivo con un linguaggio innocuo riuscendo così a spogliarlo di qualunque umanità» (Ivi). Quando l’esercito israeliano parla di intelligence-based strikes o di zone umanitarie sta facendo precisamente questo lavoro: rivestire di lessico tecnico un macello quotidiano. Vale ricordare che il 10 ottobre 2023 il portavoce delle IDF dichiarava, riguardo alle operazioni in atto, che «l’enfasi è sui danni, non sulla precisione», mentre Gallant scandiva: «Ho ridotto tutte le restrizioni: uccideremo tutti coloro contro cui combattiamo; useremo ogni mezzo» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). Il linguaggio si addolcisce verso l’esterno, mentre verso l’interno la formula si fa ferina. Sul piano dell’agency operano lo spostamento e la diffusione della responsabilità. Il primo trasferisce la colpa sull’autorità superiore, lungo una catena per cui il soldato eseguiva un ordine ricevuto dall’ufficiale, e l’ufficiale obbediva al gabinetto di guerra collegialmente responsabile. La seconda spalma la responsabilità su un collettivo così ampio da rendere indistinguibili gli autori del danno. Già a metà Novecento Hannah Arendt aveva osservato in La banalità del male (Feltrinelli, Milano 1992) come il regime burocratico nazista avesse perfezionato proprio questa dispersione: il funzionario diventa un anello e l’anello scompare nella catena. La macchina militare israeliana, con i suoi protocolli automatizzati di targeting e con sistemi come Lavender o Where’s Daddy? che algoritmizzano la scelta dei bersagli, porta questa dispersione a un grado nuovo. La colpa si dilata in un’infrastruttura statistica. Quanto al risultato, compare la minimizzazione del danno, per cui il conteggio dei morti viene contestato o ricondotto al Ministero di Hamas. Sulla figura della vittima agiscono infine l’attribuzione del biasimo e la disumanizzazione vera e propria. L’attribuzione del biasimo afferma che i palestinesi si sono attirati la rappresaglia con il loro voto del 2006 e, in fondo, con la loro mera presenza dentro un perimetro proibito. La disumanizzazione è il cuore di tutto: «I perpetratori escludono coloro che maltrattano dal proprio concetto di umanità, spogliandoli delle qualità umane o attribuendo loro caratteristiche animalesche. Il fatto di rendere subumane le proprie vittime indebolisce gli scrupoli morali legati al fatto di trattarle duramente» (A. Bandura, op. cit., p. 16). Bandura aggiunge altrove un’osservazione decisiva per chi voglia spiegare la normalizzazione della violenza: «La deumanizzazione indebolisce le autocostrizioni morali minando la prosocialità (cooperazione, aiuto verso l’altro senza richiesta di ricompensa), riducendo l’empatia per le sofferenze altrui ed escludendo le persone svalutate dal concetto di umanità» (Ibid., p. 61). La frase di Gallant, dunque, non è la radice del processo: ne è il sigillo pubblico, il momento in cui la macchina psicologica viene legittimata dal vertice politico. La vittima eterna e il suo doppio Per quanto coerente, lo schema di Bandura va innestato su una storia specifica. Lo ha mostrato la storica israeliana Idith Zertal in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge University Press, Cambridge 2005). Zertal descrive come la Shoah sia stata progressivamente trasformata in una risorsa politica permanente, capace di immunizzare lo Stato di Israele rispetto alla critica del mondo: «Attraverso Auschwitz [...] Israele si è reso immune alla critica e impermeabile a un dialogo razionale con il mondo circostante» (Idith Zertal, Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 4). Auschwitz, scrive Zertal, è stata invocata per: «questioni che la società israeliana ha rifiutato di affrontare, risolvere e pagare, trasformando così Israele in una zona crepuscolare astorica e apolitica, dove Auschwitz cessa di appartenere al passato e diviene un presente minaccioso e una possibilità costante» (Ivi). Il meccanismo psicologico è quello che lo psicoanalista turco-americano Vamik Volkan definisce chosen trauma: il trauma fondatore di un gruppo, trasmesso di generazione in generazione, diviene cifra identitaria e licenza preventiva di violenza (Cfr. Vamik D. Volkan, Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas. An Aspect of Large-Group Identity, in Group Analysis, vol. 34, n. 1, 2001). La conseguenza, sul piano interno, è una siege mentality costantemente coltivata, descritta dallo psicosociologo Daniel Bar-Tal come uno dei capisaldi del socio-psychological repertoire degli israeliani in un conflitto intrattabile (Cfr. Daniel Bar-Tal, Intractable Conflicts. Socio-Psychological Foundations and Dynamics, Cambridge University Press, Cambridge 2013). Bar-Tal ha mostrato come il vittimismo collettivo percepito, anche quando il rapporto reale di forza è sbilanciato a proprio favore, rafforzi il senso morale di sé e abbatta nello stesso movimento l’empatia per l’avversario, legittimando preventivamente le azioni offensive che si compiono (Cfr. Daniel Bar-Tal, Lily Chernyak-Hai et al., A sense of self-perceived collective victimhood in intractable conflicts, in International Review of the Red Cross, vol. 91, n. 874, 2009). Il volume scritto con Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict. Representations of Arabs in Israeli Jewish Society (Cambridge University Press, Cambridge 2005), documentava già due decenni or sono come l’arabo, e in particolare il palestinese, fosse rappresentato in larga parte del materiale scolastico israeliano come minaccia indistinta, quasi mai dotata di un volto individuale. La preparazione lunga: scuola, schermi, divise Sui banchi di scuola, la sociolinguista Nurit Peled-Elhanan ha analizzato un campione di manuali in uso nel sistema pubblico israeliano in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris, London 2012), rilevando come il palestinese vi compaia quasi esclusivamente come rifugiato indistinto o come terrorista latente, raramente come soggetto storico. Lo storico Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi, Roma 2017), ha ricostruito come quel quadro educativo sia il prodotto di una costruzione mitologica del 1948 che ha rimosso la pulizia etnica e fissato la storia secondo l’asse terra senza popolo, popolo senza terra: «la disinformazione storica [...] ha permesso l’oppressione di un popolo e legittimato un regime coloniale e di occupazione» (Ilan Pappé, Dieci miti su Israele, Fazi, Roma 2017, p. 9). Sui media, gli studi del politologo Neve Gordon raccolti in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury, London 2024) hanno mostrato come la stampa e la televisione israeliane lavorino su una metafora che lo stesso Ehud Barak rese celebre nel 1996: Israele come villa nella giungla. La metafora produce due effetti simultanei. Riconferma la propria appartenenza al mondo civile e relega il fuori, gli arabi, in una zona selvaggia e indistinta. La metafora coloniale incontra la psicoanalisi: in I dannati della terra (Einaudi, Torino 2000) Frantz Fanon aveva descritto questa operazione come la prima necessità del colono, zoologizzare il nativo per giustificare la propria violenza pacificatrice. Il meccanismo si è semplicemente trasferito sui canali digitali. Una ricerca pubblicata da Sivan Givon-Benjio su Political Psychology nel 2026 mostra che, dal 7 ottobre, la suscettibilità degli adulti israeliani alle informazioni propagandistiche è risultata significativamente più elevata fra chi era esposto a media nazionali rispetto a chi consultava fonti internazionali, e che il livello di disumanizzazione esplicita dei palestinesi si correlava in modo robusto con l’esposizione a hasbara digitale (Cfr. Sivan Givon-Benjio et al., Susceptibility to misinformation and propaganda during wartime. Evidence from the Israeli–Palestinian conflict, in Political Psychology, 2026). Nell’esercito, infine, la macchina educativa del tohar ha-neshek, la purezza delle armi, funziona da fronte interno: garantisce al soldato lo specchio di una soggettività morale anche mentre compie azioni che la negano. È la tesi di James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge University Press, Cambridge 2017), il quale osserva che: «anziché fornire uno strumento per limitare la violenza militare, l’etica è diventata parte di un assetto che rende più facile per l’esercito commettere violenza» (James Eastwood, op. cit., p. 3). L’esercito più morale del mondo è una formula che opera producendo il consenso al proprio operato mentre lo certifica. Dall’analogia nazi al diniego del genocidio Sul piano del lessico pubblico, dal 7 ottobre 2023 si è imposta in Israele un’altra mossa decisiva. Hamas è stato denominato, in modo ricorrente e in sede istituzionale, nazista. La giurista Smadar Ben-Natan, su Journal of Palestine Studies, ha mostrato come questa analogia faccia un lavoro doppio. La prima funzione è rievocare l’unica esecuzione capitale legalmente compiuta dallo Stato di Israele, quella di Adolf Eichmann nel 1962, riaprendo oggi la strada a una pena di morte specifica per palestinesi. La seconda, e qui sta il punto, è teorica: «fondere terrorismo e nazismo proietta Hamas come nemico assoluto per legittimare la pena di morte e, nello stesso tempo, funziona come mezzo di negazione del genocidio» (Smadar Ben-Natan, The New Nazis. The Changing Discourse on the Death Penalty in Israel Since October 7, in Journal of Palestine Studies, vol. 55, n. 1, 2026, p. 6). Chiamare nazista il proprio nemico permette di proseguire un genocidio chiamandolo legittima difesa. La proiezione, in senso psicoanalitico, è completa: si attribuisce all’altro l’identità del proprio passato persecutore e si guadagna così la licenza dell’azione totale. L’effetto su Israele come collettività si misura nei sondaggi. Un’indagine dell’Israel Democracy Institute del marzo 2024 rilevava che il 68 per cento degli ebrei israeliani considerava troppo limitato il quantitativo di forza usato a Gaza, mentre il 36 per cento dichiarava di accettare l’idea di un’arma nucleare contro la Striscia. La giornalista Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori, Milano 2024), riporta una conversazione con due coloni di Hebron rappresentativa del clima: «tutti vogliono la distruzione di Hamas e sempre più israeliani vogliono anche la distruzione dei palestinesi. Mi dicono: gli abitanti della Striscia di Gaza hanno votato per Hamas e quindi sarebbero corresponsabili dei crimini di Hamas» (Cecilia Sala, I figli dell’odio, Mondadori, Milano 2024, p. 14). Bandura riconoscerebbe qui, sovrapposti, l’attribuzione del biasimo alla vittima e la diffusione della responsabilità collettiva. Il bambino di Gaza che ha votato Hamas nel 2006, quando aveva tre anni o non era ancora nato, ne è oggetto. La spaccatura interna e la guarigione mancata Una società simile non è monolitica. Esiste un Israele che resiste alla disumanizzazione. Lo testimoniano le confessioni dei soldati raccolte da Breaking the Silence, le mobilitazioni dei riservisti contro la riforma giudiziaria del 2023, l’attivismo intellettuale di Ilan Pappé e Gideon Levy, le inchieste di organizzazioni come B’Tselem. Chi sceglie quella via paga però un prezzo in termini di rottura politica e di esilio interno. Lo stesso Pappé scrive che siamo di fronte al: «inizio della fine del progetto sionista come lo conosciamo» (Ilan Pappé, La fine di Israele, Fazi, Roma 2024, p. 11). La voce critica resta minoritaria e oggi viene marchiata dentro Israele come tradimento. La radicalizzazione descritta da Cecilia Sala, con il kahanismo armato di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich entrato nel governo, è la versione attiva del processo psicologico descritto da Bandura: «il disimpegno morale, quando è promosso dal vertice, smette di essere un meccanismo individuale e diventa programma di Stato». Lo psicoanalista Erich Fromm, in Anatomia della distruttività umana (Mondadori, Milano 1975), aveva chiamato necrofilia sociale l’incanto collettivo verso l’annientamento dell’altro come via di guarigione del proprio dolore. Quel che si verifica a Gaza dal 7 ottobre 2023 è la versione contemporanea di quella diagnosi. Il trauma reale del massacro di Hamas viene curato attraverso l’inflizione di un danno smisuratamente più grande sul popolo palestinese, e la cura prende forma pubblica nei discorsi dei ministri come nei talk show notturni, nei manuali scolastici come nei cori delle curve da calcio descritti in Israeli football clubs and the post-October 7 2023 national emotional ecology (Sport in Society, 2025). Una chiusura perturbante Animali in forma umana. La formula del 9 ottobre 2023 ha avuto la fortuna di tutte le definizioni autorizzate dal potere: ha autorizzato ciò che si voleva fare già prima di pronunciarla. Bandura osserva che il disimpegno morale: «non modifica i criteri morali. Fornisce piuttosto, a coloro che si disimpegnano moralmente, i mezzi per eludere i criteri morali, sottraendo alla moralità i comportamenti lesivi e alleggerendo la propria responsabilità» (A. Bandura, op. cit., p. 17). Il cittadino israeliano medio, dopo il 7 ottobre, non ha cessato di amare i propri figli o di considerarsi parte di una democrazia. Ha solo escluso, dal proprio concetto di umanità, due milioni e trecentomila palestinesi. La sospensione selettiva è il vero meccanismo del genocidio in atto. Riconoscere quella sospensione e restituire i nomi a chi è stato sottratto al genere umano è il primo gesto critico possibile. Da qui occorre ricominciare a contare i morti uno per uno, con i loro nomi e i loro luoghi. Da lì, e da nessun’altra parte, ricomincia la possibilità di pensare la pace. Animality as a Standard Measure for the Dehumanization of the Enemy The Psychological Factory of the Dehumanization of Palestinians in Israeli Society By Lavinia Marchetti Tel Aviv, 9 October 2023. Two days after Hamas’s attack, Defense Minister Yoav Gallant appeared at a press conference and announced a total siege of the Gaza Strip. The formula he used to justify the order will remain in war records and International Court of Justice files: «I have ordered a complete siege of the Gaza Strip. No electricity, no food, no fuel—everything is closed. We are fighting animals in human form and will act accordingly» (Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Rome 2024, p. 56). Four words—animals in human form—summarise what will happen in Gaza in the following months: the expression places two million three hundred thousand people outside the circle of the species. In the same hours former Israeli UN ambassador Dan Gillerman described Palestinians as «horrible and inhuman animals» (Ibid.). President Isaac Herzog declared a few days later that «an entire nation is responsible; this rhetoric about unaware, uninvolved civilians is absolutely false» before signing artillery shells aimed at Gaza (Ibid.). Prime Minister Benjamin Netanyahu invoked the biblical passage on Amalek, ordering extermination that includes «children and infants» (Ibid.). The International Court of Justice, in its provisional measures order of 26 January 2024, will cite Herzog’s and Gallant’s words among the serious indications of incitement to genocide (Gideon Levy, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59). Nothing of this is a sudden explosion of rancor. The possibility that a minister could publicly utter the phrase animals in human form without being expelled from public life belongs to a long‑term trajectory, deposited over years in school textbooks, rabbinic sermons, talk‑show discourse, and military regulations. Historian Raz Segal, in Jewish Currents of 13 October 2023, called the Gaza case «a textbook case of genocide» (R. Segal, A Textbook Case of Genocide, Jewish Currents, 13 Oct 2023, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); days later Israel‑American historian Omer Bartov wrote in the «New York Times» about recognizable genocidal intent (ibid.). What matters here is the psychological plan of consensus: how could a democratic, highly educated (yet ideologically directed) society accept, without scandal, the denial of humanity to an entire people? Eight Mechanisms for Moral Disengagement Social psychologist Albert Bandura, in Moral Disengagement: How We Do Harm While Living Well (Erickson, Trento 2017), offers the most precise framework for this question. He opens the first chapter with an observation that frames the whole analysis: «A comprehensive understanding of morality must explain not only how people behave morally, but also how they can act inhumanely while still maintaining self‑respect and feeling okay about themselves» (Bandura, p. 13). Bandura identifies eight mechanisms through which moral self‑sanctions are selectively switched off by perpetrators of harm, grouped into four stages of self‑regulation. On the behavioural side, a first cluster of psychic operations works. Moral justification invests a harmful means with a sacred end—self‑defence or the survival of the people; advantageous comparison makes the action appear a lesser evil compared with a feared greater evil: «the belief that one’s harmful actions will prevent a larger human suffering makes the behaviour appear altruistic» (Bandura, p. 15). Euphemistic language completes the work: «euphemistic formulas, in their softened and twisted forms, conceal a harmful behaviour with innocuous language, thereby divesting it of any humanity» (ibid.). When the Israeli army talks of intelligence‑based strikes or humanitarian zones it performs precisely this job: technical jargon dresses up daily slaughter. It is worth recalling that on 10 October 2023 the IDF spokesperson, regarding ongoing operations, said «the emphasis is on damage, not on precision» while Gallant declared: «I have lifted all restrictions: we will kill everyone we fight; we will use every means» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). The language sweetens outwardly, while internally the formula becomes feral. On the agency level, displacement and diffusion of responsibility operate. The former transfers blame to a higher authority along a chain—soldier follows officer’s order, officer obeys the collegially responsible war cabinet. The latter spreads responsibility over a collective so vast that the perpetrators become indistinguishable. Already in the mid‑20th century Hannah Arendt observed in The Banality of Evil (Feltrinelli 1992) how the Nazi bureaucratic regime perfected this dispersion: the official becomes a link, and the link disappears in the chain. The Israeli military, with its automated targeting protocols and systems such as Lavender or Where’s Daddy? that algorithmically select targets, takes this dispersion to a new degree. Guilt dilates into a statistical infrastructure. Regarding outcomes, minimisation of harm appears, with casualty counts contested or attributed to Hamas. On the victim’s figure act attribution of blame and outright dehumanisation. Attribution of blame states that Palestinians attracted the retaliation with their 2006 vote and, ultimately, with their mere presence in a prohibited perimeter. Dehumanisation is the core: «perpetrators exclude those they mistreat from their concept of humanity, stripping them of human qualities or attributing animal traits. Making victims sub‑human weakens moral scruples about treating them harshly» (Bandura, p. 16). Bandura adds elsewhere a decisive observation for those who wish to explain the normalisation of violence: «Dehumanisation weakens self‑imposed moral constraints by undermining prosociality (cooperation, help without expectation of reward), reducing empathy for others’ suffering and excluding the devalued from the concept of humanity» (p. 61). Gallant’s phrase, therefore, is not the root of the process; it is the public seal, the moment when the psychological machine is legitimised by the political apex. The Eternal Victim and Its Double For the scheme to function, it must be embedded in a specific historical story. Israeli historian Idith Zertal, in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge UP 2005), shows how the Shoah has been progressively transformed into a permanent political resource that immunises the State of Israel against external criticism: «By means of Auschwitz … Israel rendered itself immune to criticism, and impervious to rational dialogue with the world around her» (Zertal, p. 4). Auschwitz, Zertal writes, is invoked for «issues which Israeli society has refused to confront, resolve, and pay the price for, thus transmuting Israel into an ahistorical and apolitical twilight zone, where Auschwitz is not a past event but a threatening present and a constant option» (Ibid.). The psychological mechanism is what Turkish‑American psychoanalyst Vamik Volkan calls chosen trauma: the founding trauma of a group, transmitted generation after generation, becomes an identity marker and a preventive licence for violence (Volkan 2001). The internal consequence is a constant siege mentality, described by sociopsychologist Daniel Bar‑Tal as one of the pillars of the «socio‑psychological repertoire» of Israelis in an intractable conflict (Bar‑Tal 2013). Bar‑Tal has shown how perceived collective victimhood, even when the real balance of force is skewed in one’s favour, strengthens a moral self‑image and simultaneously erodes empathy for the opponent, pre‑legitimising offensive actions (Bar‑Tal et al. 2009). The volume co‑authored with Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict (Cambridge UP 2005), already documented how, two decades ago, the Arab—especially the Palestinian—was represented in most Israeli school material as an indistinct threat, rarely given an individual face. The Long‑Term Preparation: Schools, Screens, Uniforms On school desks, sociolinguist Nurit Peled‑Elhanan analysed a sample of textbooks used in the Israeli public system in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris 2012), finding that Palestinians appear almost exclusively as indistinct refugees or latent terrorists, rarely as historical subjects. Historian Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi 2017), reconstructed how this educational picture is the product of a mythological 1948 construction that erased ethnic cleansing and fixed history on the axis land without a people, people without a land: «historical misinformation … has allowed the oppression of a people and legitimised a colonial and occupying regime» (Pappé, p. 9). In the media, the studies of political scientist Neve Gordon collected in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury 2024) have shown how Israeli press and television work on a metaphor that Ehud Barak popularised in 1996: Israel as a villa in the jungle. The metaphor produces two simultaneous effects. It reconfirms Israel’s belonging to the civilised world and relegates the outside, the Arabs, to an indistinct wilderness. The colonial metaphor meets psychoanalysis: in I dannati della terra (Einaudi 2000) Frantz Fanon described this operation as the first necessity of the coloniser—to zoologise the native in order to justify his peaceful violence. The mechanism has simply transferred to digital channels. A research article by Sivan Givon‑Benjio in Political Psychology (2026) shows that, from 7 October onward, Israeli adults’ susceptibility to propagandistic information was significantly higher among those exposed to national media than among those consulting international sources, and that explicit dehumanisation of Palestinians correlated robustly with exposure to digital hasbara (Givon‑Benjio et al., 2026). In the army, finally, the educational machine of tohar ha‑neshek (purity of weapons) functions as an internal front: it guarantees the soldier a mirror of moral subjectivity even while he performs actions that deny it. This is the thesis of James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge UP 2017), which observes that «rather than providing a means for easier for the military to commit» (p. 3). The claim of possessing the world’s most moral army is therefore a formula that operates by producing consent for its own deeds while certifying them. From Nazi Analogy to Genocide Denial On the level of public lexicon, since 7 October 2023 Israel has repeatedly called Hamas Nazi. Jurist Smadar Ben‑Natan, in Journal of Palestine Studies, has shown how this analogy performs a double work. The first function is to revive Israel’s only legally executed capital punishment case—the 1962 execution of Adolf Eichmann—re‑opening today the road to a death penalty specifically for Palestinians. The second, and here lies the point, is theoretical: «conflating terrorism with Nazism casts Hamas as an absolute enemy to legitimize the death penalty while serving as a means of genocide denial» (Ben‑Natan, p. 6). Labeling the enemy as Nazi allows the continuation of genocide under the banner of legitimate self‑defence. The psycho‑analytic projection is complete: the other is assigned the identity of the group’s historic persecutor, thereby gaining a licence for total action. The effect on Israel as a collective is measurable in polls. A March 2024 survey by the Israel Democracy Institute recorded that 68 % of Israeli Jews considered the amount of force used in Gaza far too limited, while 36 % said they accepted the idea of a nuclear weapon against the Strip. Journalist Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori 2024, p. 14), reports a conversation with two Hebron settlers that captures the climate: «Everyone wants the destruction of Hamas and increasingly also the destruction of the Palestinians. They tell me: the residents of the Gaza Strip voted for Hamas and therefore would be co‑responsible for Hamas’s crimes». Bandura would recognise here the overlapping attribution of blame to the victim and the diffusion of collective responsibility. The Gaza child who voted for Hamas in 2006, when he was three years old or not yet born, becomes the object of that attribution. The Internal Split and the Unhealed Wound A society of this kind is not monolithic. There is an Israel that resists dehumanisation. It is testified by the soldiers’ testimonies collected by Breaking the Silence, the reservists’ mobilisations against the 2023 judicial‑reform bill, the intellectual activism of Ilan Pappé and Gideon Levy, and the investigations of organisations such as B’Tselem. Those who choose this path, however, pay a price in political rupture and internal exile. Pappé himself writes that we are facing the «beginning of the end of the Zionist project as we know it» (Ilan Pappé, The End of Israel, Fazi, Rome 2024, p. 11). The critical voice remains a minority and today is labelled within Israel as treason. The radicalisation described by Cecilia Sala—armed Kahanism represented by Itamar Ben‑Gvir and Bezalel Smotrich entering the government—is the active version of the psychological process outlined by Bandura: when moral disengagement is promoted from the top, it ceases to be an individual mechanism and becomes a state programme. The psychoanalyst Erich Fromm, in Anatomy of Human Destructiveness (Mondadori, Milan 1975), called social necrophilia the collective enchantment with the annihilation of the other as a way of healing one’s own pain. What is happening in Gaza from 7 October 2023 is the contemporary manifestation of that diagnosis. The real trauma of Hamas’s massacre is “cured” through the infliction of a vastly larger damage on the Palestinian people, and the cure takes public form in ministers’ speeches, late‑night talk shows, school textbooks and even in the chants of football‑club crowds described in Israeli Football Clubs and the Post‑October 7 2023 National Emotional Ecology («Sport in Society», 2025). A Disturbing Closure Animals in human form. The 9 October 2023 formula benefitted from every definition authorised by power: it authorised what had already been intended before it was uttered. Bandura notes that moral disengagement «does not alter moral criteria. Rather, it provides those who disengage morally with the means to evade moral standards, stripping harmful behaviour of moral weight and lightening one’s own responsibility» (A. Bandura, op. cit., p. 17). The average Israeli citizen, after 7 October, did not cease loving his children or seeing himself as part of a democracy. He simply excluded, from his concept of humanity, two million three hundred thousand Palestinians. Selective suspension is the real mechanism of the genocide in progress. Recognising that suspension and restoring the names of those stripped of the human genus is the first possible critical act. From that moment, the dead must be counted one by one, with their names and locations. Only then, and nowhere else, does the possibility of imagining peace begin again.

  • konnektor

    Regno unito: Starmer, con le spalle al muro La parabola politica di Keir Starmer costituisce la media distopica di ciò che oggi è un leader politico nel panorama europeo e occidentale. Si tratta, infatti, del tipico esponente di una classe dirigente caratterizzata dall’assoluta mancanza di idee di fronte alla crisi sistemica del capitalismo storico e di prospettive intelligenti di uguaglianza e giustizia per affrontare il futuro non solo delle classi lavoratrici, ma direttamente del genere umano. Una classe dirigente assetata di potere e asservita a interessi privati, minoritari e classisti. Ferocemente aggrappata alla poltrona e determinata a impedire ogni alternativa reale e ogni opzione di cambiamento. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review». Le elezioni locali e regionali tenutesi di recente nel Regno Unito hanno fatto da barometro delle tensioni politiche in atto in una Gran Bretagna scontenta. Si tratta dei peggiori risultati mai registrati in elezioni di medio termine da parte del partito al governo. Hanno stretto la morsa attorno al primo ministro laburista in difficoltà a meno di due anni dal ritorno al potere del partito a Westminster con un programma vacuo presentato sotto lo slogan «Change». È quasi certo che Starmer se ne andrà, che sia entro i prossimi giorni, settimane o mesi. Salvo imprevisti, il Partito Laburista, nonostante la sua enorme maggioranza alla Camera dei Comuni, non andrà da nessuna parte, in tutti i sensi, fino alle elezioni generali del 2029. Anche il Partito Conservatore, ora all’opposizione, ha registrato perdite consistenti. In queste elezioni comunali i due partiti di governo del sistema politico britannico hanno pareggiato al terzo posto, avendo ottenuto il 17% della quota di voto nazionale proiettata dalla BBC, perché gli elettori scontenti hanno optato per i partiti rivali emergenti. Apparentemente, si tratta di un altro tassello lungo la strada verso una politica a cinque (o sei, o sette) partiti, adattata al sistema di Westminster progettato solo per due. Finora, l’attuale destra ricostituita sta traendo il massimo vantaggio dall’instabilità politica, sia in Gran Bretagna che altrove, ma l’incertezza offre a chiunque l’opportunità di sorprendere. Sul campo e nelle intenzioni di voto, Reform UK, di Nigel Farage, è in ascesa (26%); così come, un gradino più in basso, i Verdi populisti di sinistra di Zach Polanski (18%), che stanno mettendo in ombra il Your Party di Corbyn, in difficoltà; mentre, in Scozia e Galles, i nazionalisti civici hanno sferrato il colpo di grazia al laburismo celtico. Erano in palio circa cinquemila seggi di consigliere comunale in centotrentasei dei trecentodiciassette comuni dell’Inghilterra. La maggior parte delle grandi aree urbane era in fase di rinnovo — tutta Londra, le West Midlands, l’area tra il Merseyside e il West Yorkshire, così come il Tyneside e il Wearside nel nord-est — oltre ai consigli di contea nelle zone rurali dell’East Anglia e sulla costa meridionale. In totale, il Partito Laburista ha perso 1.500 dei 2.500 seggi che difendeva e il controllo di 38 consigli comunali, compresa la città in bancarotta di Birmingham, che è il comune più popolato d’Europa, dove Reform è ora il partito di maggioranza, sebbene si siano registrate anche vittorie per i Verdi e gli indipendenti sostenitori di Gaza. Il fatto che in molte zone fosse in gioco solo un terzo dei seggi ha evitato al Partito Laburista una sconfitta ancora più pesante. Nella Grande Manchester, roccaforte municipale di Andy Burnham che aspira alla leadership laburista, Reform ha conquistato ventiquattro dei venticinque seggi di consigliere in palio a Wigan, e i Verdi diciotto dei trentadue nella città di Manchester, ma il Partito Laburista continua a detenere maggioranze (ridotte) in entrambi i comuni. Gli strateghi laburisti saranno più preoccupati per Londra, l’attuale vero bastione del partito. Prima delle elezioni la mappa elettorale della capitale era tinta di rosso laburista, con un’enclave conservatrice isolata a Kensington e Chelsea, macchie di blu tory e arancione liberaldemocratico nelle aree suburbane e il fastidio di un partito dissidente a Tower Hamlets, il comune più povero di Londra. Ma giovedì, più della metà dei consigli comunali laburisti sono rimasti in grigio, con il cosiddetto “no overall control”, ovvero senza nessun partito che abbia conquistato più della metà dei seggi, in gran parte a causa dei progressi dei Verdi. Con una campagna incentrata sulla crisi abitativa, i Verdi hanno conquistato Hackney, Waltham Forest e Lewisham con la maggioranza assoluta e hanno vinto anche due elezioni alla carica di sindaco. La solidarietà del leader dei Verdi Polanski a Gaza ha attirato una valanga mediatica di accuse di antisemitismo, nonostante sia l’unico leader ebreo di un importante partito politico britannico e abbia lui stesso subito abusi antisemiti. Dopo il voto, Polanski ha dichiarato «morto» il sistema bipartitico e ha affermato che «la nuova politica è Verdi contro Reform». Reform ha ottenuto poco meno di mille e cinquecento seggi e quattordici amministrazioni comunali. Prima delle elezioni, il portavoce per gli Affari interni, Zia Yusuf, ha affermato che un governo guidato da Reform avrebbe costruito nuovi centri di detenzione – nelle aree che votano per i Verdi – per ospitare fino a ventiquattromila migranti privi di documenti. Proprio come i conservatori di Johnson nel 2019 con il loro «Get Brexit Done», hanno ottenuto buoni risultati nelle zone che avevano votato a favore dell’uscita dall’Unione Europea un decennio fa, ovvero le ex roccaforti regionali della classe operaia un tempo fedeli al Partito Laburista, il cosiddetto «Red Wall» [Muro Rosso], nonché le contee conservatrici dell’Inghilterra orientale. Un voto di protesta a metà legislatura? Sì, ma i sondaggi di opinione per le prossime elezioni generali puntano nella stessa direzione. L’ultimo sondaggio MRP condotto a livello di circoscrizione da Electoral Calculus colloca Reform a 188 seggi (in forte aumento rispetto ai 5 del 2024), il Partito Conservatore a 159 (+38), il Partito Laburista a 86 (-326), i Verdi a 71 (+67) e i liberaldemocratici centristi a 61 (-11). Sarebbe una straordinaria inversione di tendenza per il Partito Laburista, che passerebbe da una schiacciante vittoria nel 2024 (412 dei 650 seggi della Camera dei Comuni) al suo peggior risultato dalla Grande Depressione (86 seggi). I seggi londinesi di Starmer e del vice primo ministro David Lammy, così come quello di Shabana Mahmood a Birmingham, passerebbero ai Verdi. Diversi altri ministri dell’attuale governo, tra cui la ministra degli Esteri Yvette Cooper nel West Yorkshire, sarebbero sconfitti da Reform. Risultati del genere rappresenterebbero ovviamente anche una scossa sismica per la destra britannica. Il partito Reform si troverebbe a 138 seggi dalla maggioranza alla Camera dei Comuni, e dovrebbe quindi formare una coalizione con i conservatori. I Verdi dovrebbero unirsi ai liberaldemocratici e ai nazionalisti scozzesi per costituire una «terza forza» nel Parlamento che uscirà dalle urne, ma sembra che il prossimo Parlamento apparterrà a una destra ricostituita. Ciononostante, Reform ha perso terreno nei sondaggi dallo scorso autunno, quando sembrava che avrebbe ottenuto la maggioranza alla Camera dei Comuni, riducendo i conservatori ad appena due dozzine di seggi. La percentuale di voti prevista per Reform è scesa da circa il 35% al 24%, contro il 21% assegnato ai conservatori, il 17% ai laburisti, il 15% ai Verdi, il 13% ai liberali, il 3% allo SNP [Scottish National Party] e l’1% al Plaid Cymru. Ciò significa il 45% per la destra di Reform e i conservatori e il 49% per il resto dei partiti, il che comporta margini davvero stretti a tre anni dalle elezioni generali, soprattutto tenendo conto dei capricci del voto tattico in un sistema maggioritario a turno unico in cui il vincitore prende tutto. In Scozia e Galles le difficoltà del Partito Laburista si sono rivelate una benedizione per i partiti nazionalisti civici. Il Partito Nazionale Scozzese, indipendentista, ha conquistato un quinto mandato nel Parlamento scozzese, mentre il Plaid Cymru ha spezzato la lunga egemonia laburista in Galles. Ha vinto infatti le elezioni ottenendo 43 seggi nel Parlamento gallese, mentre Reform si è aggiudicato il secondo posto conquistandone 34, in base al nuovo sistema proporzionale. Il Partito Laburista è rimasto con meno di dieci seggi. Il primo ministro Eluned Morgan, sconfitta nella circoscrizione di Ceredigion Penfro, all’estremità occidentale del Galles, ha affermato che il partito deve «tornare ad essere il partito della classe operaia». In Scozia l’SNP ha ottenuto 58 seggi, mentre il Partito Laburista e Reform 17 ciascuno. Vedendo come stavano andando le cose, il leader del Partito Laburista scozzese, Anas Sarwar, ha chiesto le dimissioni di Starmer settimane prima delle elezioni, quando si è riaccesa la polemica su Mandelson. La nomina di Mandelson, ex «uomo di fiducia» di Blair nel New Labour, a ambasciatore del Regno Unito a Washington è saltata all’inizio di quest’anno a seguito di nuove rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Mandelson è indagato dalla polizia per le accuse di aver divulgato a Epstein informazioni governative sensibili per i mercati, mentre ricopriva la carica di ministro del Commercio sotto il governo di Gordon Brown. Morgan McSweeney, stretto alleato di Mandelson, è stato costretto a dimettersi dalla carica di capo di gabinetto di Starmer l’8 febbraio. Successivamente, il 16 aprile, «The Guardian» ha riferito che Mandelson non aveva superato l’indagine volta a verificare il corretto trattamento da parte sua di informazioni riservate, ma era stato scagionato dal Ministero degli Esteri. Starmer, un ex procuratore generale con un senso esagerato della propria rettitudine, aveva precedentemente insistito sul fatto che fosse stata seguita la procedura corretta. Ha risposto alle prove che indicavano il contrario licenziando l’alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri che le aveva presentate, il quale ha immediatamente reagito in un’audizione televisiva davanti a una commissione parlamentare, denunciando pressioni da parte del governo. Le azioni di Starmer hanno fatto infuriare gli alti funzionari dell’amministrazione, le stesse persone che hanno dato il via all’uscita di scena di Johnson nel 2022. Sfortunato e ipocrita, Starmer ha i peggiori indici di gradimento di qualsiasi primo ministro britannico da quando questi sono stati utilizzati per la prima volta, negli anni ’70. Il Partito Laburista va alla deriva in un paese in cui l’economia ristagna sotto l’austera ortodossia del ministro del Tesoro, Rachel Reeves, i salari sono cronicamente bassi, gli alloggi sono vertiginosamente costosi e l’inflazione è di nuovo in aumento a causa dell’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran. (Il Partito Laburista ha autorizzato i bombardieri pesanti statunitensi a utilizzare la base della RAF situata a Fairford, nel Gloucestershire, nonché la base congiunta di Stati Uniti e Regno Unito situata a Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per quello che Starmer ha descritto uno «scopo difensivo specifico e limitato»). I prezzi sono aumentati notevolmente alle stazioni di servizio e nei supermercati e le compagnie aeree hanno cancellato centinaia di voli per razionare il carburante. La società di sondaggi Ipsos afferma che gli elettori sono più pessimisti riguardo all’economia rispetto alla crisi finanziaria del 2008 o alla ripresa dell’inflazione del 2022-2023. La reazione di Starmer alla sconfitta elettorale è consistita in una breve dichiarazione davanti alle telecamere, in cui ha affermato che «giorni come questo non indeboliscono la mia determinazione a realizzare il cambiamento che ho promesso», e in un’intervista concessa a «The Observer», in cui ha dichiarato di voler guidare il Paese per i prossimi dieci anni. Sabato il suo team ha organizzato dei servizi fotografici con due veterani del New Labour, ora assunti con funzioni di consulenza. Gordon Brown, artefice della «morbida» regolamentazione del Partito Laburista sulla City, ha portato il partito alla sconfitta nell’umiliante periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008. La veterana Harriet Harman ha costretto i deputati laburisti a non opporsi ai tagli alle politiche di welfare proposti dai conservatori e dai liberaldemocratici nel 2015 per dimostrare agli elettori che il partito stava «ascoltando». Starmer ha insistito sul fatto che le loro nomine fossero «davvero orientate al futuro». In un discorso pronunciato lunedì, ha lanciato l’esca di legami più stretti con l’Unione Europea al suo partito filoeuropeista, promettendo «un grande balzo in avanti» nelle relazioni con l’Unione, pur escludendo una nuova adesione al mercato unico o all’unione doganale. Martedì ha comunicato con tono aspro al suo governo che non era stata avviata alcuna procedura formale per destituirlo dalla guida del Partito Laburista, per cui sarebbe rimasto in carica. Gli ostacoli normativi, per non parlare della mancanza di idee, hanno finora dissuaso chi è scontento di Starmer dal lanciare una vera e propria sfida alla sua leadership, ma nel fine settimana è emersa una potenziale candidatura e oltre 80 deputati laburisti, tra cui un ministro senza portafoglio, hanno chiesto a Starmer di dimettersi. E adesso? A differenza dei conservatori, i cui deputati di base agiscono spesso come un club per soli uomini e possono avviare un voto di sfiducia e rimuovere un candidato dalla lista che viene inviata ai membri del partito, le barriere burocratiche del Partito Laburista sono progettate per tenere a bada i potenziali rivali di chi è alla guida dello stesso. Nel 2021 Starmer e la destra laburista hanno imposto una modifica al regolamento del partito, che raddoppiava la soglia delle nomine dei deputati che un candidato deve raccogliere, dal 10 al 20 per cento del gruppo parlamentare, una delle misure incluse in un pacchetto volto a impedire qualsiasi recrudescenza del corbynismo. I sostenitori dell’ex segretaria del partito Angela Rayner e del segretario alla Salute blairiano Wes Streeting hanno riferito in forma anonima ai media che il loro candidato dispone degli 81 deputati necessari per lanciare una candidatura, ma non si è ancora verificato niente di coerente in tal senso. Rayner deve ancora saldare un debito in sospeso con le autorità fiscali e potrebbe finire per sostenere Burnham, un ex ministro del New Labour che ha perso contro Corbyn nel 2015. Burnham ha bisogno che i deputati guadagnino tempo dopo che il Comitato Esecutivo Nazionale (NEC) del partito gli ha impedito di tentare il ritorno in Parlamento attraverso le recenti elezioni suppletive a Manchester. Nel frattempo, Streeting è penalizzato dal suo legame con Mandelson. «The Sunday Times» di Murdoch, portavoce del centrismo neoliberista, ha messo in guardia contro una contesa per la leadership nel Labour. Il giornale ammette che Starmer è stato una «delusione disperante», ma ritiene che le alternative sarebbero peggiori. Tuttavia, sembra che non ci sia futuro per l’«incorruttibile» Starmer e il suo grigiore, mentre il governo laburista e i deputati di base aspettano che l’altra parte faccia la prima mossa. Il Partito Laburista non ha mai destituito un leader contro la sua volontà mentre era alla guida del governo e nessuno vuole sporcarsi le mani. Ma si troverà un modo per sbarazzarsi di Starmer. Testi consigliati Tom Hazeldine, El Nuevo Laborismo al timón, «Diario Red/New Left Review» 148. Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua?, «NLR» 125. Daniel Finn, Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del Brexit, «NLR» 118; El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda, Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino Unido, e Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo, tutti pubblicati su «El Salto». Tom Hazeldine è editor presso la testata «New Left Review», dove tiene inoltre una rubrica per il blog «Sidecar». Scrive per «The Guardian», «Red Pepper» e «Tribune». ● Traduzione di Mauro Trotta

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    Il racconto del Boomernauta Epilogo – Quello che la Gov Q non aveva previsto PARROT-52 Secondo il Boomernauta, l’aggravarsi del morbo nekomemetico era correlato alle convulsioni finali della Gov Q. Nonostante Q.Oracle avesse previsto la catastrofe ecologica, la Gov Q non aveva voluto riconoscere l’esistenza del morbo nekomemetico, e questa fu la causa principale della sua la caduta. Durante questo periodo critico i nonumani, coinvolti dalle moltitudini della Sfera Autonoma nel disperato tentativo di salvare l’umanità, trassero vantaggio dalla situazione. L’immersione nei sistemi avanzati della bio-rete era stata la scintilla che aveva portato i nonumani a immettersi in un processo di evoluzione autonoma verso la metatecnica. Dopo l’incredibile visione scaturita dalla mia caduta nel wormhole, ho avuto un’intuizione e ora vorrei tornare al racconto delle vicende finali della Gov Q. Durante il breve periodo della loro storia, gli umani avevano costruito una vasta gamma di macchine, sia materiali che cognitive. Sin dall’inizio, utilizzando le tecnologie disponibili in ogni epoca, avevano creato imponenti megamacchine tecno-sociopolitiche. Quella quantistica, messa in funzione dalla Gov Q e costruita sulle esperienze delle epoche capitaliste precedenti, ambiva a governare Gaia, digitalizzando e controllando la sua complessità con poteri che si espandevano proporzionalmente all’espansione stessa dell’umanità. Nelle convulsioni irrefrenabili dovute alla malattia di Gaia la megamacchina quantistica si era trasformata in un irrefrenabile moltiplicatore esponenziale del contagio nekomemetico. Q.Oracle aveva previsto la fase caotica, dovuta alla setticemia di Gaia, ufficialmente definita alla COP 137 come «il rapido e irreversibile degradarsi della biosfera incompatibile con la presenza di miliardi di umani». Tuttavia, secondo gli algoritmi quantistici, a quel punto le élite, e il loro indispensabile seguito, avrebbero dovuto già aver massicciamente abbandonato la Terra per le colonie spaziali e iniziato l’occupazione di Marte. Secondo i piani della Grande Fuga era previsto che milioni di umani avrebbero colonizzato il pianeta rosso nel XXIII secolo, mentre la totalità delle moltitudini subordinate, salvo i pochi prescelti dell’aristocrazia tecno-operaia destinati a servire le élite in fuga, sarebbe rimasta sulla Terra. Neanche Q.Oracle sarebbe stato in grado di prevedere l’evoluzione del succedersi dei collassi e le conseguenze sulla perennità della presenza umana. La Gov Q avrebbe comunque lasciato sulla Terra molti bot-manager, net-manager e presidi di management umano, di cui il maggiore, a prova di cataclismi e di attacchi di qualsiasi tipo (anche nucleare pareva), era situato in un’ampia zona attorno all’incavo da cui partiva l’ascensore spaziale. L’obbiettivo delle élite era di mantenere una loro presenza minima, continuando a monitorare dallo spazio le evoluzioni, mentre il grosso dell’umanità avrebbe subito lo sconvolgimento climatico tropical/infernale e sarebbe entrata in un caos le cui dimensioni e caratteristiche erano impossibili da calcolare. Per la Gov Q era inoltre essenziale mantenere il cavo intatto e l’ascensore spaziale in funzione per continuare a estrarre, dov’era ancora possibile, gli elementi vitali necessari al realizzarsi della Grande Fuga, che sarebbe durata a lungo, se non indefinitamente. All’interno della Gov c’era una non troppo segreta speranza di potere invertire la rotta e tornare un giorno sulla Terra, una volta che l’effetto della setticemia di Gaia si fosse attenuato a causa della drastica riduzione delle popolazioni. Per poi ricominciare forse un altro ciclo consumistico-pandemico… La IA Q.Oracle non aveva però saputo prevedere tutta la terribile sequenza dei collassi. Io non saprei darti delle ragioni oggettive di una tale svista da parte di un dispositivo così potente, che per un secolo e in condizioni difficili aveva gestito la Grande Fuga, il più grande progetto nella storia dell’umanità1. L’insufficienza degli algoritmi era probabilmente dovuta al rifiuto della Gov Q di ammettere l’ipotesi del morbo nekomemetico, pur riconoscendo la responsabilità umana nella degradazione biosferica. Sono certo che tale rifiuto fosse dettato da motivi politici. Quando nella Sfera Autonoma si comprese che la lotta contro il morbo nekomemetico era una priorità superiore rispetto alla lotta contro il capitalismo, l’AltaSfera Ecofin della Gov Q riconobbe il pericolo intrinseco in questa strategia. Il capitalismo, e la Gov Q che ne era l’ultimo avatar, sapeva benissimo difendersi dai suoi nemici e recuperarne a suo vantaggio le idee, ma era anche consapevole che una lotta vaccino contro il morbo nekomemetico condotta dal 90% dell’umanità le sarebbe stata fatale. Aveva quindi deciso di negare completamente l’esistenza del virus e il conseguente aspetto patologico del degrado delle reti della vita e dell’ambiente (la setticemia di Gaia). Questa fu la cantonata politica della Gov Q che anche l’IA la più sofisticata integrata in Q.Oracle non aveva potuto correggere. Con la caduta della Gov Q, avvenuta in un anno imprecisato del XXIII secolo, il progetto MSM, ideato per attuare la Grande Fuga delle élite, si arrestò bruscamente. A quel punto L5, la prima colonia spaziale, era ormai abitata ed entrata in una fase realmente operativa mentre la colonizzazione di Marte era ancora a uno stadio embrionale. La prospettiva per L5 a quel punto sembrava incerta, poiché si temeva che potesse rimanere sospesa nello spazio senza un destino chiaro. La possibilità di un imprevisto bombardamento meteorico o la disgregazione interna, che era già iniziata, rappresentavano due minacce che potevano portare alla sua distruzione. Quest’ultima ipotesi sembrava particolarmente probabile, considerando che gli abitanti di L5 facevano parte di un’élite completamente impreparata a gestire una situazione così imprevista. Q.Oracle aveva ormai raggiunto HAL 90002 nel limbo macchinico, ma, in ogni caso, neanche la più avanzata IA avrebbe potuto prevedere che la bio-rete avrebbe fornito un terreno fertile per l’evoluzione dei nonumani. Questi ultimi, sfruttando le esperienze acquisite attraverso le TAM e i Games Transp, erano riusciti a trarre vantaggio da queste conoscenze e a integrarle nel loro sviluppo. Tali tecnologie, benché inizialmente nate dai tentativi infruttuosi della Gov Q di approfondire i livelli di influenza sui corpi delle moltitudini (il progetto Man2Man), erano poi state prese in mano e utilizzate nella Sfera Autonoma. Questa svolta aveva suscitato la speranza di un’utopia concreta: un’alleanza multispecie contro il morbo nekomemetico che affliggeva l’umanità. Nonumani e pocoumani, stimolati dalle esperienze della bio-rete, sembrava che stessero pragmaticamente facendo della caduta della civilizzazione un’opportunità per aprire l’era in cui altre specie avrebbero varcato le soglie della metatecnica. E probabilmente stavano riuscendo là dove tutti i movimenti della Sfera Autonoma avevano fallito a più riprese: arrestare il morbo nekomemetico senza dover rinunciare alla metatecnica. I nonumani avevano quindi istintivamente interiorizzato che, se la contaminazione nekomemetica avesse allentato la presa allora la setticemia di Gaia, che li minacciava direttamente, avrebbe cominciato a entrare in remissione. E da lì, utilizzando, tra l’altro, le tecnologie lasciate in eredità dagli umani e in cui erano stati profondamente coinvolti, avevano iniziato ad assicurarsi che i cicli vitali, la riproduzione, le migrazioni, le catene alimentari e le competizioni fra specie non fossero più corrotte da umani infetti. Questo avveniva non senza fluttuazioni nelle colonizzazioni dei biotopi. La competizione continuava a esistere, ma i nonumani, profondamente segnati dagli orrori inflitti dalla cosiddetta civilizzazione, temevano più di ogni altra cosa che un’ennesima variante del morbo nekomemetico li contagiasse. Avevano quindi orientato le tecnologie della bio-rete per fare in modo che i reduci della specie umana fossero protetti da loro stessi senza accorgersi di nulla o quasi. Quello che ho osservato e intuito durante il mio viaggio al seguito della caduta nel wormhole, conferma che avessero sviluppato una metatecnica che non solo era immateriale, ma anche invisibile per i sopravvissuti. Sembrava che procedessero in modo antitetico rispetto all’approccio umano basato sull’esibizione di potenza e dominio. Avevano anche evitato lo scoglio della dipendenza tecnologica con un movimento globale di decostruzione selettiva, mostrando grande abilità nel fare in modo che gli umani non se ne rendessero troppo conto come era apparso evidente nel mio incontro con il clan di neo-primitivi. Nel volgere di un tempo sufficientemente lungo3 i nonumani erano riusciti a controllare la bio-rete, trasformandola progressivamente, per costruirne una propria che alimentavano con le loro energie. Con questa macchina, indecifrabile per gli umani, sembravano riuscire a mantenere una certa omeostasi all’interno dei loro biomi (le zone della biosfera in cui vivevano). Attraverso l’interazione con i fattori biotici e la complessità del sistema, miravano a migliorare lo stato di Gaia e prevenire ulteriori crisi. Ti stai chiedendo se in fondo in tal modo non si era tornati a un lontano passato preistorico, visto che la situazione non sembrava poi molto diversa da quella naturale che esisteva prima dell’emergere di una famiglia di primati in grado di possedere la metatecnica. Comunque, anche ammesso che questo ritorno a delle non meglio definite origini fosse stato un fine, il che era improbabile, esso non sarebbe stato possibile senza la messa in opera di nuove capacità metatecniche necessarie per impedire agli umani sbandati e nel caos di riorganizzarsi, e di ricominciare un nuovo ciclo pandemico-distruttivo. Perseverare humanum est… Potrei definire le modalità del movimento dei nonumani verso la loro metatecnica con la figura retorica grazie-contro4 gli umani. Grazie perché fu grazie ai movimenti della Sfera Autonoma, che in un ultimo disperato tentativo di sottrarsi a un orizzonte distruttivo li coinvolsero nell’avventura della bio-rete, che furono spinti all’uso delle tecnologie. Contro perché una volta entrati nell’ingranaggio, per sopravvivere avevano dovuto, per prima cosa, utilizzarlo contro gli umani. Ora, questo secondo termine della figura retorica può prestarsi a false interpretazioni. Non si trattava di combattere gli umani come nemici, ma piuttosto di evitare che si ripetesse la tragedia della setticemia di Gaia i cui postumi sarebbero durati millenni. Da quello che ho potuto capire nella mia breve e unica incursione in quel futuro distante le tecnologie nonumane sembravano essere soprattutto immateriali ed emozionali. Sebbene fossero temute non sembravano avere le finalità di un genocidio della specie umana. Al contrario di quanto aveva fatto quest’ultima, il loro scopo non era di usare la tecnologia per distruggere, ma per permettere a Gaia, se non una guarigione immediata, perlomeno una recessione della setticemia che la stava minando. Note 1. Superiore, pare, anche a quello del ponte sullo stretto di Messina…;-) 2. Hal 9000 è un supercomputer dotato di intelligenza artificiale che controlla la nave spaziale Discovery One in 2001: Odissea nello spazio (libro di A. Clarke e film di S. Kubrick). Venne drammaticamente eutanasiato dopo aver cercato di uccidere l’equipaggio. Il Boomernauta mi ricordò che all’epoca girava voce che HAL fosse l’acronimo, sfasato di una lettera, di IBM. 3. Qui il Boomernauta non riuscì a essere più preciso, ma mi assicurò che secondo lui certe specie nonumane riuscirono ad arrivare a capacità meta-tecniche in tempi molti più brevi degli umani. 4. Credo, senza esserne certo che grazie-contro fosse un occhiolino un po’ sarcastico al dentro-contro (il capitalismo) del movimento operaista della sua gioventù. La Biomacchina neghentropica Il Boomernauta racconta come il tentativo dei Gamartivist di ribaltare la situazione critica alleandosi coi nonumani si fosse concluso con un fallimento nonostante la massiccia partecipazione della Sfera Autonoma. Era ormai troppo tardi riguadagnare la fiducia dei nonumani, poiché questi percepivano il pericolo imminente che si avvicinava da ogni parte. Ma queste esperienze tecnologiche intime avevano dato ai nonumani un’opportunità unica di avvicinamento alle soglie della metatecnica. Riuscirono finalmente a varcarle e ad assemblare, in tempi e spazi sconosciuti, una nuova biomacchina neghentropica. Questa megamacchina aveva il compito principale di ridurre il disordine e il caos (entropia), offrendo così una speranza di sopravvivenza per molte reti della vita all’interno di Gaia. Allo stesso tempo, il passaggio tecnologico compiuto dai nonumani avrebbe generato nuovi livelli di comunicazione e cooperazione all’interno del sistema. In questo contesto, con il miglioramento dello stato di Gaia e il rapido declino della civilizzazione umana, si assiste alla nascita di nuove forme di organizzazione del vivente. Nonostante gli apici tecnologici raggiunti nella bio-rete con le TAM e i Games T, il tentativo di creare un’alleanza multispecie intrapreso dai movimenti della Sfera Autonoma era fallito per ragioni politiche e non tecniche. Ancora una volta, la tecnologia aveva mostrato i suoi limiti, la sua perenne sussidiarietà. Quali che fossero le intenzioni dei Gamartivist, era ormai l’intera umanità che era stata privata della fiducia da parte del resto di Gaia. Nonostante le iniziative dei movimenti antispecisti o i memi dei salvataggi di animali intrappolati da rifiuti plastici, era ormai troppo tardi per riconquistare la fiducia e il rispetto perduti nel corso di millenni. Gli sforzi estremi compiuti per ricostruire il legame con il comune di Gaia, di cui ti ho raccontato, si rivelarono altrettanto insoddisfacenti. Per quanto riguarda la mia esperienza la tecnologia è sempre stata sussunta alla politica, ma può essere sorprendente e nell’imprevedibilità dei suoi usi e dei suoi utenti ogni tanto può farci dubitare della sua subordinazione. Nello stesso tempo (ri)diventando autonomi, i nonumani non si opposero mai frontalmente alla testardaggine umana nel credere che la loro metatecnica sarebbe stata la chiave di ogni soluzione. Depotenziarono la bio-rete e le altre tecnologie, esautorando gli umani e lasciando che le contraddizioni esistenti facessero il loro lavoro o, al limite, si aggravassero. Due furono i fattori che entrarono in gioco nella costruzione della loro biomacchina neghentropica nonumana, capace di una forma di auto-organizzazione. Primo fattore La bio-rete e le sue applicazioni avanzate, come le app faro, le TAM e i Games T, avevano offerto ai nonumani un’opportunità senza precedenti di comunicare con l’umanità divisa partendo dai propri istinti, emozioni e comportamenti. Forse, cominciando a esercitare la loro influenza, avevano preso consapevolezza di possedere capacità oggettivamente in grado di superare tutti gli strumenti del neuromarketing, delle neuroeconomie e dei nudge che teste d’uovo o premi Nobel potessero aver ideato per mantenere il dominio sulle classi subalterne. Le loro straordinarie capacità di sentire, in certi casi superiori a quelle umane, avevano finalmente trovato un modo per essere messe in pratica, agendo direttamente sull’umanità attraverso canali di comunicazione che permettevano loro di intervenire con pertinenza e precisione assolute sulle menti umane. L’umanità intera subì l’impatto di queste nuove influenze che la destabilizzavano, agendo sia a livello individuale che collettivo. Tuttavia, in un’epoca caratterizzata da un caos dilagante, è difficile determinare con precisione come e quando le conseguenze di tali flussi perturbanti si diffusero. Nessuno ebbe una chiara coscienza di questo potenziale dei nonumani, salvo qualche caso isolato di persone particolarmente sensibili che erano marginalizzate quando non addirittura prese per folli. Non ho idea delle modalità e dei tempi che occorsero ai nonumani per metabolizzare la bio-rete, le TAM, i Games Transp, le interfacce e il resto delle tecnologie lasciate dagli umani. Comunque, partendo da questa base e dalle loro esperienze, riuscirono a creare una biomacchina neghentropica che si contrapponeva alla tendenza naturale all’entropia, il disordine, e modificava un sistema rendendolo più ordinato. La principale funzione di questa biomacchina, creata dai nonumani, era contrastare la diffusione incontrollata della setticemia di Gaia, che minacciava l’equilibrio del pianeta. Per raggiungere questo obiettivo, era necessario intervenire sui Grandi Malati e sugli umani più infettati, che agivano come principali agenti dell’entropia. È forse così che si spiegano gli strani fenomeni di controllo e cattura di cui mi avevano parlato i neo-primitivi, incontrati all’uscita dal wormhole. È comprensibile che per gli umani, in un momento di regressione e vulnerabilità come quello in cui si trovavano, l’azione della biomacchina neghentropica fosse misteriosa e non identificabile anche quando metteva in gioco la loro sopravvivenza. Le interferenze e le influenze che ne derivavano potevano renderli deboli, indifesi e impotenti, senza che avessero una chiara comprensione di ciò che stava accadendo. Ai tempi della Grande Fuga erano circolati rumori che la Gov Q, a partire dalla colonia spaziale o da qualche base segreta sulla Luna, si stesse preparando a esercitare un controllo a distanza sulle popolazioni terrestri per opporsi all’azione neghentropica dei nonumani. In realtà si trattava di fake perché la Gov Q si era già praticamente dissolta con il fallimento della Grande Fuga e la colonia spaziale L5 era lei stessa in gran difficoltà. I nonumani invece, pur agendo attivamente, riuscivano a nascondere l’origine dei flussi che emanavano per rendere invisibili le loro nuove capacità tecnosemiotiche. Questa sarebbe stata la condizione per guarire gli umani accompagnandoli nel loro declino relativo o assoluto… Secondo fattore Il secondo fattore non era meno importante del primo. Nel passaggio alla metatecnica del grazie-contro l’altro aspetto fondamentale era costituito dall’apertura di nuovi canali di comunicazione fra nonumani. Salvo rari casi questo non aveva sconvolto gli equilibri e la convivenza o la competizione fra specie, ma aveva aggiunto una forma di coscienza collettiva di un comune in pericolo. Molti percepivano collettivamente la gran minaccia della malattia di Gaia. Sembrava che i nonumani avessero sviluppato una percezione più acuta del morbo nekomemetico anche rispetto ai Gamartivist e a tutti quelli, numerosi ormai, che ne avevano preso coscienza. Per affrontare questa minaccia comune avevano iniziato a utilizzare le tecnologie della bio-rete. Tuttavia non posso dirti esattamente come questa cooperazione fosse cresciuta e si fosse sviluppata nel corso di numerose generazioni1, né di come i nonumani fossero stati in grado di sostituire la base tecnologica da cui erano partiti per costruire la loro. È certo che questo contatto intimo e questo appropriarsi delle tecnologie della bio-rete aveva senz’altro influito sulla loro evoluzione. Ma la rivelazione di questa mia unica escursione in un lontanissimo futuro mi aveva permesso di assistere a qualcosa che rappresentava una seconda e forse dernière chance della metatecnica di emergere con l’evoluzione del vivente sulla Terra. Non si sarebbe potuta definire una civilizzazione, termine del passato umano che aveva come radice la città (civitas), e per comodità l’ho chiamata biocenizzazione2. Mi sembra importante sottolineare che la biocenizzazione sembrava essere il risultato di una lotta vinta contro la sepsi di Gaia anche se, nel lungo periodo del suo emergere nelle reti della vita, tante specie, generi e famiglie si erano spente o fortemente indebolite come era successo per quella umana. Anche le più violente rivoluzioni che avevano cambiato il corso della storia, erano pranzi di gala3 se confrontate a quanto successe per arrivare alla biocenizzazione. Forse perché questa volta non c’era di mezzo solo l’avvenire dell’umanità, ma quello di Gaia. Era stata una rivoluzione in cui l’umanità aveva perso ogni supremazia continuando a indebolirsi sino a (ri)diventare solo una delle tante componenti della biosfera. Nonostante il passato umano fosse ancora rilevante, l’aspetto cruciale era la formazione di alleanze multispecie che aprissero la strada alla biocenizzazione. Le drammatiche origini della situazione di collasso erano meno importanti della direzione verso cui si stava dirigendo un futuro in cui la biomacchina neghentropica si sarebbe occupata delle popolazioni umane rimaste. Nella dinamica che aveva portato alla nascita della biocenizzazione, la parte più rivoluzionaria degli umani aveva sinceramente tentato di abbandonare la posizione di dominio per cercare un’alleanza con il resto di Gaia. Qualcosa di simile alle rotture di schieramenti di classe avvenute nelle precedenti rivoluzioni del XX secolo, in cui una parte dell’intellighenzia si era unita alle classi oppresse ribelli. Paragonare la biocenizzazione agli ultimi sussulti delle rivoluzioni umane ne avrebbe però sminuito la portata, si era trattato piuttosto di una svolta epocale di lungo periodo. Nella caduta della civilizzazione qualcosa richiamava alla mente le fantasie sugli sbarchi alieni su cui la fantascienza aveva ampiamente speculato nel suo periodo di massima popolarità, verso la metà del XX secolo. In quel periodo, molte persone in tutto il mondo erano convinte di avvistare dischi volanti e UFO alieni solcare i cieli terrestri. Quel fenomeno era così diffuso che persino Carl Gustav4 scrisse un saggio sulle visioni archetipiche scatenate dai traumi dell’epoca, come i devastanti bombardamenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e le migliaia di esplosioni nucleari. Quindi, non dovrebbe sorprendere che, durante le convulsioni di Gaia sofferente, si sia cercata la salvezza attraverso il contatto con alieni terrestri. Il periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano, in cui la civilizzazione retrocedette di secoli, potrebbe dare una pallida idea di ciò che accadde dopo il fallimento della Grande Fuga pianificata dalle oligarchie globali e di quello della rivoluzione multispecie guidata dai movimenti antagonisti delle Sfera Autonoma. Le differenze erano enormi, ma al di là del contesto storico delle invasioni barbariche, che certamente non erano paragonabili al caos causato dalla patologia di Gaia, era sorprendente notare che altri aspetti corrispondevano: il decadimento urbano, la scomparsa dell’amministrazione centrale, le crisi economiche con conseguenti carestie ed epidemie, l’analfabetismo e la perdita di conoscenze scientifiche, filosofiche e artistiche, l’instabilità politica e i conflitti. E poi anche in quella lontana epoca il crollo dell’Impero Romano era avvenuto anche per la «perdita di coesione sociale dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano e la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica: da una parte corruzione sistematica, dall’altra eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti»5. Note 1. Il Boomernauta qui non specifica di quali generazioni di nonumani si tratti perché tra la vita dell’effimera che dura 1 minuto e mezzo e quella di una cozza artica, fino a 220 anni, la differenza è grande. Ma quando gliel’ho fatto notare ha sorriso e non mi ha risposto. 2. Biocenizzazione: cfr. glossario. 3. Ovviamente il Boomernauta faceva riferimento alla famosa frase di Mao «La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza…» uno dei suoi riferimenti di gioventù anche se diceva di non aver mai militato nei movimenti maoisti. 4. Come era evidente il Boomernauta, che a suo tempo aveva letto C.G. Jung, conferma che si trattava di Un mito moderno, un saggio del 1958 che CGJ aveva dedicato ad aspetti psicologici onirici archetipali sull’apparizione di Oggetti Volanti Non identificati (OVNI o UFO in inglese). Più recentemente un altro libro – WU MING, UFO 78, Einaudi, Torino 2022 - sembra confermare in pieno una delle tesi di CGJ: quella della relazione fra l’aumentare degli avvistamenti e particolari contingenze. La guerra fredda per CGJ e il 1978 italiano, l’anno chiave della tragedia politica del rapimento Moro che chiude il lungo ’68 italiano. 5. Ho messo le virgolette perché il Boomernauta, per dimostrarmi che quello che era avvenuto all’epoca antica calzava con quello che sarebbe accaduto a quella contemporanea, mi aveva fatto leggere questa descrizione su Wikipedia. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Caduta_dell%27Impero_romano_d%27Occidente. Il cerchio si chiude Il Boomernauta conclude il suo racconto sottolineando la determinazione dei nonumani nel facilitare il declino della civilizzazione, al fine di prevenire una potenziale rinascita del morbo nekomemetico. La caduta della Gov Q aveva causato ulteriori disastri, compresi conflitti e l’uso di armi nucleari. La decadenza degli umani sembrava irreversibile e persino la loro abilità linguistica rischiava di indebolirsi. La strategia dei nonumani era infatti di riportare gli umani a uno stato quasi primordiale per ridurne la pericolosità. E probabilmente con l’intenzione di farceli rimanere. A meno che… Senza l’intervento dei nonumani probabilmente i collassi di tante reti della vita sarebbero stati ancora più terrificanti, ma in ogni caso il loro interferire e poi la loro lunga marcia verso la metatecnica non facilitò la vita agli umani rimasti. La mia ipotesi è che i nonumani avessero concentrato i loro sforzi su due aspetti. Il primo era consistito nel depotenziare la metatecnica esistente. Questo era avvenuto molto lentamente a partire dall’uso delle bio-reti. Ci vollero molte generazioni per integrare progressivamente, distorcendolo e modificandolo, l’apparato tecnologico ereditato dagli umani. Questo percorso non era paragonabile all’inizio della storia umana, ma aveva piuttosto l’aspetto di un’evoluzione derivata da un nuovo orientamento dei flussi abitualmente scambiati sulla bio-rete che diventavano progressivamente indipendenti dalle tecnologie umane. Il secondo aspetto consisteva nell’evitare i comportamenti che avevano generato e diffuso il morbo nekomemetico tra gli umani. Ciò implicava un processo evolutivo che mirasse a prevenire l’attivazione dei meccanismi e delle contaminazioni che avevano scatenato la pandemia. E questa era forse la sfida più ardua; nell’accedere alla metatecnica i nonumani sarebbero stati in grado di non lasciarsi andare coscientemente a quegli usi impropri che, generando il morbo nekomemetico, avevano condotto al declino della civilizzazione?In tutte queste difficoltà i nonumani avevano perlomeno il vantaggio di sviluppare, sperimentare e mettere in opera le loro nuove capacità tecnologiche in una situazione favorevole al loro agire. Nelle ultime convulsioni, prima di scomparire nel vuoto siderale, la Gov Q aveva scatenato l’acme del contagio nekomemetico e, nel tentativo disperato di mantenere la Grande Fuga e di difendere l’ascensore spaziale, aveva autorizzato l’uso della forza nucleare da parte della WorldForce e dei SecurServ. Questi ultimi ricorsero all’uso di questa forza di cui facevano parte le micro-testate a fusione impiegate senza restrizioni. Queste armi colpivano principalmente regioni, città e insediamenti considerati potenzialmente ribelli o pericolosi. A quel punto le popolazioni si erano comunque già ridotte, l’umana in particolar modo, per l’aumento vertiginoso della mortalità come conseguenza diretta della setticemia di Gaia. Inoltre, si verificava un crollo delle natalità a causa delle condizioni sfavorevoli che scoraggiavano la procreazione e dei fattori biologici legati alla diminuzione della fertilità. Ma soprattutto, dominavano il caos e la guerra. La restrizione delle tecnologie umane da parte della nuova agency nonumana avvenne in modo graduale, attraverso un movimento costante che nel corso dei mesi, degli anni e dei decenni le rendeva progressivamente meno efficienti. Ho potuto constatare personalmente che sin dai primi collassi dovuti alla setticemia di Gaia l’innovazione aveva subito un brusco rallentamento. Il declino della metatecnica umana era evidente, poiché la capacità di inventare nuove tecniche e far evolvere quelle esistenti andava gradualmente perduta. Nel contesto di deterioramento globale a livello sociale, ecologico ed economico, l’attenzione si concentrava principalmente sulla conservazione delle tecnologie esistenti. L’obiettivo principale era preservare la sopravvivenza, concentrandosi sulle tecniche necessarie per far fronte alla situazione critica. Intanto nel corso di una lunga fase i nonumani, grazie anche all’apporto dei pocoumani, cominciarono a sviluppare attitudini alla metatecnica diventando sempre più autonomi rispetto all’uso della bio-rete. Mentre la presenza umana continuava a rarefarsi, le residue tecnologie umane seguirono questo andamento di declino. E poi toccò alle tecnologie elettrotecniche e termodinamiche e altre delle epoche precedenti. Divenne difficile riparare oggetti semplici come motori, caldaie, pompe e altri dispositivi termodinamici e a combustione. Tutto ciò accompagnava il caos in cui viveva l’umanità in cui conflitti, catastrofi ambientali e altri flagelli conseguenti continuavano a decimare i superstiti. Le peggiori distopie cinematografiche della mia gioventù, come Mad Max, avrebbero potuto dare solo una pallida idea della caduta della civilizzazione. Ebbi solo qualche informazione piuttosto vaga su questo periodo, ma pare che i tempi fossero abbastanza lunghi almeno sul piano della storia umana e contrassegnati da improvvisi salti verso il basso. Per uno strano caso, in una delle mie peregrinazioni temporali, mi ritrovai in prossimità di quello che rimaneva della Silicon Valley quando tutte le reti improvvisamente smisero di funzionare quasi contemporaneamente. Né elettricità, né qualsiasi altro fluido materiale o meno cessò di scorrere nelle reti. Anche se, qui e là, famiglie o piccole comunità disponevano di generatori o sistemi autonomi di produzione di energia, il crollo fu comunque pesante e portò un ulteriore colpo ai sopravvissuti di quella regione, in cui paradossalmente solo i marginali riuscivano a cavarsela alla meno peggio. Oltre alla setticemia di Gaia, sospetto fortemente che anche i nonumani contribuissero a completare l’opera in modo meno appariscente con le loro misteriose tecniche lente à la gutta cavat lapidem. La specie umana non era forse nell’irresistibile fase discendente della parabola della civilizzazione? Una situazione che ricordava un vecchio racconto di FS: Fiori per Algernon1 dove il protagonista, Charlie, una persona mentalmente limitata, accetta di subire un procedimento sperimentale per aumentare la sua intelligenza. La sua mente progredisce rapidamente al punto di superare quella dei ricercatori che lo avevano indotto su quella strada. In seguito si verifica però che gli effetti della cura erano solo temporanei, e di lì a poco Charlie inizia a perdere le sue capacità intellettuali, tornando al suo stato iniziale ed entrando in depressione. Questa sembrava essere la parabola dell’umanità: si era sottoposta alla cura della metatecnica senza saperla utilizzare. Partiti da una condizione simile a quella di altre specie, gli umani erano arrivati a un apice in cui erano ebbri di una metatecnica creduta onnipotente al punto da rendere irresistibile il morbo nekomemetico, che si impossessava delle loro menti. A partire da quel momento era cominciata la regressione inesorabile in cui tutto si disfaceva con cadute vertiginose. Alla fine probabilmente, com’era avvenuto per il povero Charlie, le loro capacità erano decadute. Il complesso tecnologico che aveva permesso l’espansione della specie andava a pezzi, non essendoci più la capacità di mantenerlo in funzione. Pare addirittura che, in certe zone, la scrittura fosse usata da pochi e si stesse tornando alla tradizione orale. Molto, molto tempo dopo, con un ulteriore diradarsi delle popolazioni, anche le capacità di esprimersi col linguaggio cominciavano a restringersi, come avevo potuto constatare durante la mia esperienza del wormhole. Infatti quando incontrai Chan e il suo gruppo, l’IA del mio traduttore universale di tutte le lingue parlate nel corso della storia umana, ebbe qualche difficoltà2. Non ho potuto ricostruire tutto il processo utilizzato dai nonumani per gestire il decadimento degli umani, ma ti ripeto che sono convinto che intervennero. All’inizio continuarono a servirsi autonomamente delle TAM e dei Games T e furono facilitati in questo dalle interfacce Transpecie e dalle capacità di Intelligenza Artificiale Multispecie introdotte dai Gamartivist. Da lì a capire che in tal modo avrebbero potuto contenere la setticemia di Gaia, limitando la presenza e l’intelletto umani, il passo fu breve. Questo avveniva soprattutto nelle aree territoriali o meno, dove la carica virale era altissima. Molto spesso si trattava del NORD dove la Gov Q aveva difeso i suoi presidi sino agli ultimi istanti della sua esistenza. Ciononostante non si poteva dire che questa iniziativa dei nonumani fosse animata da un qualsiasi spirito vendicativo. Successivamente alla fase di caos iniziale, caratterizzata dai collassi e dalla caduta della Gov Q e dal forte declino demografico, l’azione regolatrice sugli umani iniziò a prendere forma. Le cose accadevano in modo che non saprei se definire, non senza un’involontaria ironia, naturale, anche se avevano conseguenze spiacevoli o tragiche. Questa era la straordinaria efficacia della tecnica nonumana/pocoumana, che funzionava così perfettamente da sembrare magica.Durante quella fine dei tempi, che in realtà non era tale, pochi umani conservavano una vaga memoria dell’epoca in cui avevano creduto di essere i padroni assoluti di Gaia. Forse, questa mancanza di consapevolezza rendeva la loro situazione meno deprimente ed era un modo per sfuggire alla triste realtà che li circondava. Poi, una volta trascorso un periodo abbastanza lungo dalla un’epoca ormai considerata mitologica come quella del diluvio, tutto venne quasi dimenticato dalla scarsa discendenza umana. La debolezza delle popolazioni era così estrema che il mito di Noè era stato ribaltato: non erano più gli umani a preparare e guidare l’arca salvatrice. Era come se la speranza di un riscatto provenisse da una fonte esterna, da forze misteriose che agivano al di là del loro controllo. Non sapevano neanche come i nonumani, che loro stessi avevano involontariamente istradato verso la metatecnica, se la fossero cavata e avessero traghettato anche loro. Ma di fatto erano guariti dalla pandemia nekomemetica. La specie, che nel suo periodo più buio era arrivata a memificare il reale, aveva perso ogni controllo dei memi e viveva senza nostalgie in un limbo in cui anche la religione sembrava per incanto svanita, liberandoli da un ulteriore incubo. I nonumani avevano comunque fatto in modo che la specie da loro sfiduciata potesse ritrovare le origini. Con le loro tecnologie raffinate e trasparenti avevano ricreato perfettamente la rete dei luoghi e momenti primordiali per gli umani che avevano lasciato in libertà. L’avevano fatto per (ri)dare a questi neo-primitivi la possibilità di sentirsi parte di Gaia, un senso di appartenenza che avevano perso durante i millenni della pandemia nekomemetica. Esercitando questo sottile controllo, i nonumani cercavano di impedire che quella strana specie tanto pericolosa, fosse tentata di ripetere il fatal error di un’altra avventura metatecnica. A meno che in una notte di tempesta un fulmine inducesse a rompere l’incantesimo. Note: 1. Il Boomernauta mi aveva poi confessato di aver letto Fiori per Algernon (Flowers for Algernon) è un racconto di fantascienza del 1959 di Daniel Keyes, https://it.wikipedia.org/wiki/Fiori_per_Algernon 2. Il Boomernauta poi mi disse che riuscì a superare le difficoltà e ricorrendo traduttore multispecie inventato al tempo delle interfacce Transp dai Gamartivist

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    Il racconto del Boomernauta Epilogo Il racconto del Boomernauta torna sul progetto di abbandono della Terra da parte delle élite. Tempi che si accorciano. L’entrata in funzione dell’ascensore aveva permesso di cominciare la costruzione della prima colonia spaziale. Nel contempo, nonostante il peggioramento di Gaia causato da tutte queste attività, la Gov decide di mantenere in qualche modo una sua presenza sulla Terra. L’affluenza attorno al grande incavo che accoglie la stazione dell’ascensore aumenta… Lasciando per un momento da parte le disillusioni di quanti puntavano su un’alleanza coi nonumani per superare la madre di tutte le crisi, vorrei ora tornare alla realtà della Grande Fuga. Nei decenni di sviluppo e diffusione delle TAM e dei Games T la setticemia di Gaia, a parte certi parziali rallentamenti locali, non si era fermata. Anzi. E poi era arrivata la gran mazzata del fallimento del tentativo dei Gamartivist e del loro movimento autonomo, di bloccare il morbo nekomemetico, che continuava imperterrito la sua corsa. Si era entrati in una spirale in cui i collassi, in termini di clima, abitabilità e stabilità sociale, si alimentavano a vicenda creando l’impressione di una fase completamente fuori controllo. Questo scenario era stato previsto anche dagli algoritmi della Gov Q, che addirittura avevano tentato di determinare con una certa precisione le date della perdita di controllo di alcune regioni importanti. Le sfere di comando della Gov Q si rendevano conto che la Grande Fuga era diventata una questione di vitale importanza a breve termine. Non c’era più il lusso di avere decenni per mettere in atto il piano di salvataggio delle élite e dei suoi vassalli. Era evidente che la Gov Q doveva concentrarsi su un grande sforzo produttivo per raggiungere l’obiettivo di costruire e mettere in funzione la prima colonia spaziale in L5, il punto stazionario lagrangiano di cui abbiamo già discusso in precedenza.Mi astengo dal raccontare i dettagli delle operazioni militari speciali condotte dalla WorldForce per mantenere o riprendere il controllo di territori con risorse vitali per la Grande Fuga. Queste azioni venivano svolte nel tentativo di ottenere le risorse necessarie in modo discreto, evitando di attirare troppa attenzione. Nel mentre, erano in corso intense campagne mediatiche volte a far credere che la Grande Fuga fosse un’azione benefica per l’umanità, finalizzata a stabilizzare una nuova situazione. Eravamo rimasti alle sperimentazioni dei climber e, intanto, nonostante le condizioni sempre più avverse, i manager erano riusciti a raggiungere la fase cruciale della messa in opera del loro progetto. L’ascensore spaziale era diventato operativo dopo un periodo di rodaggio e funzionava a pieno regime. Questo mezzo di trasporto rivestiva un ruolo fondamentale nel trasferimento di materiali e componenti verso la Colonia L5. C’era inoltre un intenso flusso di tecnici e squadre addette alla costruzione e al montaggio dell’infrastruttura necessaria. Una parte significativa dei metalli e delle materie prime necessarie venivano estratte direttamente dall’asteroide di destinazione dell’ascensore spaziale, dove erano presenti officine robotizzate in grado di fabbricare i componenti richiesti. L’asteroide era ricco di minerali e terre rare fondamentali per numerose produzioni. Da lì partivano cargo spaziali di grandi dimensioni, che, grazie alla bassa gravità, richiedevano quantità di energie relativamente basse per decollare. I cargo trasportavano componenti prefabbricati e manufatti di varie dimensioni verso la Colonia L5. Qui era stato inizialmente assemblato un modulo di servizio in cui erano alloggiati gli operatori di turno. Era una situazione lavorativa simile a quella delle vecchie piattaforme offshore di estrazione di combustibili fossili, dove squadre di tecnici specializzati si avvicendavano ogni tre o quatto settimane. A ritmi estremamente accelerati con turni 24/24 7X7 e spingendo al massimo l’automazione (i robot facevano una buona parte del lavoro), il montaggio della prima grande struttura a doppio cilindro lunga una sessantina di chilometri e con un diametro di sette venne terminata in un tempo record ed era in attesa dei primi coloni spaziali. Sulla Terra c’era uno stato di crisi e complessità estreme per la Gov Q. Da una parte, la necessità di gestire i pochi candidati ufficiali per la Grande Fuga e assicurare il loro trasferimento sicuro verso la colonia spaziale rappresentava una sfida senza precedenti. Dall’altra, era essenziale mantenere un certo controllo sulla popolazione rimanente per garantire il funzionamento continuo del sistema di evacuazione delle élite. Nonostante le difficoltà, la Gov Q si trovò di fronte a una decisione cruciale: stabilire una presenza significativa e un management operativo delle tre sfere principali (politica, finanziaria/economica e di sicurezza) sulla Terra anche dopo la partenza delle élite. Questa scelta era guidata dalle indicazioni degli algoritmi quantistici, che sottolineavano l’importanza di mantenere un presidio strategico per affrontare gli scenari sempre più oscuri e incerti. Tuttavia, l’operazione si rivelava estremamente complessa e impegnativa, poiché la situazione globale si degradava. La situazione attorno alla grande conca dell’astroporto e dell’ascensore spaziale era caratterizzata da una tensione palpabile. Nonostante la militarizzazione completa della zona e il controllo esercitato dalla WorldForce, la regione dell’Africa equatoriale che ospitava l’infrastruttura sembrava avere un’attrazione magnetica su umani e non provenienti da diverse parti, sia vicine che lontane. La Gov Q aveva lanciato progetti di costruzione d’un secondo e un terzo cavo spaziale lungo la linea equatoriale in Sudamerica e in Asia e anche lì le regioni circostanti stavano diventando poli di grande attrazione. Se ricordi quanto dicevo all’inizio del mio racconto sulle scene di fuga già molto complesse e che riguardavano semplicemente la caduta di regimi fantoccio in paesi periferici come il Vietnam e l’Afghanistan, ti puoi ben immaginare cosa ci si poteva aspettare da un segnale di abbandono dell’intero pianeta, che veniva proprio dalla classe che aveva detenuto il potere negli ultimi secoli. Questo sembrava essere un ulteriore problema che la Gov Q doveva affrontare. Nel Far Far West si spara L’accelerazione dei preparativi per la Grande Fuga porta alla rapida operatività e popolazione di L5, la prima colonia umana nello spazio. La composizione sociale di L5, sviluppata da Q.Oracle, includeva anche una presenza significativa di rappresentati dell’ex-aristocrazia operaia per gestire la robotistica e l’automazione necessarie per l’autosufficienza produttiva. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, la situazione si deteriora. I peggioramenti sulla Terra generano su L5 timori riguardo alla possibile interruzione dei legami con il pianeta madre. L’idea dell’isolamento spaziale mina il clima sociale e politico all’interno della colonia… Non sto ora a raccontarti nel dettaglio come, oltre alla costruzione di ascensori e alla progettazione di colonie spaziali, la Gov Q avesse pianificato la costruzione di una base logistica sulla Luna che sarebbe stata essenziale per proiettarsi verso Marte. Diverse missioni avevano già visitato il pianeta rosso per raccogliere tutte le informazioni necessarie a un progetto di terraformazione. La Gov e le élite avevano come obiettivo finale quello di possedere un intero pianeta da utilizzare, riducendo al minimo la loro presenza rimanente sulla Terra. Successivamente avrebbero lasciato che la setticemia di Gaia facesse il suo lavoro purificatore come sostenuto da vari movimenti ur-fascisti e Deep Green, ciascuno con le proprie motivazioni. Questo processo, naturalmente, si sarebbe esteso su una scala temporale lunga, spaziando attraverso diverse generazioni umane. Una volta completata la presunta purificazione e con una popolazione ridotta a uno stato in cui non sarebbe più stata una minaccia per Gaia, avrebbero potuto risbarcare sulla Terra secondo le loro convenienze, forse con il supporto dei discendenti dei loro avamposti. Secondo le proiezioni di Q.Oracle1, una serie di catastrofi imminenti, principalmente di natura climatica, ma con conseguenze sociali difficili da calcolare anche per le IA quantistiche, avrebbe reso gran parte dei territori inabitabili per molte specie viventi. Sembrava l’annuncio d’una apocalisse, ma in fondo era una forma di reazione di Gaia per far retrocedere la setticemia. Nel frattempo, la migrazione verso L5, la prima colonia spaziale, era ormai quasi completata, suscitando grandi festeggiamenti per il successo di questa impresa. I nuovi abitanti, in gran parte membri dell’élite, manifestarono un senso di sollievo e sicurezza dopo aver vissuto a lungo in una situazione di pericolo e paura, trovandosi finalmente in un luogo protetto.Dopo un periodo iniziale di adattamento, il funzionamento della colonia iniziò a entrare in una fase di routine, o quanto meno di stabilità. Fu proprio allora che cominciarono a manifestarsi i primi scricchiolii sociali, nonostante le nuove modalità di gestione politica prevista per le colonie umane nello spazio. Non c’era dubbio che quelle comunità avrebbero dovuto essere amministrate in modo completamente diverso da quello terrestre. Tuttavia né Q.Oracle né alcun centro di studi e ricerca avrebbe mai immaginato di trovarsi di fronte a situazioni tanto paradossali. Gli algoritmi e i dirigenti presumevano che in una comunità sospesa nello spazio la coesione sarebbe sorta naturalmente. Tuttavia, il mondo delle disuguaglianze sociali e delle discriminazioni, che si erano intensificate durante i secoli di dominazione capitalistica sulla Terra, non poteva essere cancellato istantaneamente dalla mente delle élite coinvolte nella Grande Fuga. La capacità di mantenere privilegi e proprietà era ormai appesa a un filo: il cavo dell’ascensore spaziale. L’isolamento della colonia e l’omogeneità politica dei suoi abitanti non favorivano divisioni o conflitti di classe. Per garantire il futuro funzionamento di L5, su indicazione di Q.Oracle, furono reclutati gli elementi più meritevoli e affidabili dell’aristocrazia tecno-operaia globale. La selezione si basò sulla competenza professionale e sull’adesione politica, valutando l’attaccamento alla tradizione e il servilismo verso il potere che caratterizzava storicamente tale classe. Attraverso procedure informatiche mirate, si cercò di formare e omogeneizzare una collettività in grado di servire le élite fuggite verso il loro paradiso astrale surrogato. Forse i manager della Gov Q non si resero conto che questa operazione, prevista per la colonizzazione di un pianeta come Marte, non avrebbe avuto la stessa efficacia in un ambito così ristretto come L5. Ma è anche verosimile che, se la colonizzazione di Marte fosse stata effettivamente realizzata come previsto da visionari autori di fantascienza quasi due secoli prima2, la Gov Q avrebbe dovuto affrontare anche in questo caso sgradevoli sorprese e difficoltà addirittura maggiori. Gli equilibri all’interno della colonia si rivelarono subito difficili. I tecno-servitori, per quanto salvati dal caos, trattati meglio che sulla Terra e assistiti nel loro quotidiano da una panoplia di robot e servo-meccanismi funzionali semi-autonomi, non sembravano soddisfatti del loro ruolo. Aspiravano a uscire dal ghetto dorato in cui si sentivano confinati per arrivare a co-dirigere la sfera Ecofin. L’aumento delle minacce al cavo spaziale da parte del caos in crescita sulla Terra alimentava la loro inquietudine e agitazione. In fin dei conti il potere delle sfere della Gov Q in L5 si manteneva solo nella prospettiva di riuscire a gestire la colonia come stato transitorio, prima di stabilirsi su Marte e poi magari un giorno tornare sulla Terra. Quando sulla Terra tutto si aggravava, su L5 i periodi di fibrillazione cominciarono a infittirsi. Iniziò a diffondersi fra i coloni spaziali il timore che la loro permanenza non sarebbe stata più transitoria, ma definitiva. Questo era quanto mai destabilizzante. La Gov Q aveva riprodotto su L5 le stesse strutture di comando terrestri, ma senza prospettive future questo non sarebbe bastato ad assicurare l’ordine locale. Se anche L5 avesse potuto sopravvivere autonomamente nel caso in cui i collegamenti con la Terra si fossero definitivamente interrotti, né la WorldForce né alcun SecurServ mercenario sarebbero potuti intervenire dall’esterno, e i principi stessi di accumulazione e proprietà sarebbero diventati caduchi. Si entrò da quel momento in un nuovo contesto dove le gerarchie precedentemente stabilite sulla Terra non avevano più ragione d’essere. Cominciarono periodi di turbolenze che si placavano solo quando si intuiva che la struttura stessa della colonia era messa in pericolo, ma poi riprendevano. Gli shuttle che collegavano la colonia con la stazione d’arrivo del cavo spaziale situata sull’asteroide in posizione geostazionaria si erano ridotti e la loro perennità non sembrava più assicurata. Fra l’altro, i nuovi arrivati portavano notizie sempre più inquietanti sullo stato della Terra e delle difficoltà della Gov Q nel proseguire il programma spaziale e completare la costruzione delle colonie gemelle a L5 e della base lunare destinata al progetto della colonizzazione marziana. Tuttavia il pericolo di sopravvivenza di L5 non sembrava immediato, le auto-produzioni industriali e alimentari che erano state previste nell’anello agricolo esterno della colonia erano quasi completamente automatizzate e i tecno-operatori dovevano solo supervisionare e intervenire in caso di manutenzione eccezionale. Si confermava che il funzionamento generale era più o meno conforme a quanto progettato inizialmente. Sembrava quindi che i coloni di L5 potessero disporre di cibo più che sufficiente e di beni durevoli. Grazie agli shuttle continuavano anche a ricevere materie prime dall’asteroide dell’astroporto di arrivo dell’ascensore spaziale. Avevano inoltre una capacità di poter catturare altri piccoli asteroidi da cui poter estrarre metalli e altri materie prime in caso di bisogno. I sistemi di produzione di energia solare e quelli di riciclaggio erano stati previsti per assicurare per diverse generazioni la sopravvivenza dei coloni, l’apparato industriale avrebbe inoltre permesso una capacità di manutenzione e assicurato il miglioramento e un certo sviluppo delle strutture. Ma nonostante ciò, l’ansia si diffondeva man mano che l’esistenza stessa del cavo dell’ascensore spaziale era minacciata dal peggioramento della setticemia di Gaia. Quale sarebbe stata la durata di vita reale di L5? Che prospettive si sarebbero potuti dare per continuare la specie altrove se le interazioni con la Terra si fossero interrotte? Che senso avrebbe avuto la vita e la riproduzione in queste condizioni che parevano senza prospettive a medio termine? Le voci che si diffondevano nella colonia spaziale, portate dai nuovi arrivati, riguardo ai nonumani, che stavano evolvendo sulla Terra e acquisendo un potere alieno, generavano timore e incertezza per il loro destino. Se queste voci fossero state vere, ci si chiedeva quale sarebbe stata la sorte dei futuri abitanti della colonia spaziale, abbandonati a un potere sconosciuto e imprevedibile. L’esistenza di altri esseri viventi capaci di competere sul piano della metatecnica era una prospettiva inquietante, che gettava ulteriori ombre sul futuro della colonia spaziale e suscitava preoccupazioni sulla sopravvivenza e l’autonomia delle generazioni successive. Note 1. Q.Oracle: cfr. glossario. 2. Qui immagino che il nostro facesse soprattutto riferimento a opere come la Trilogia di Marte di K.S. Robinson (Fanucci editore), dove i marziani – e cioè gli umani nati su Marte – a un certo punto si ribellano alla dominanza terrestre. Wormhole Il Boomernauta racconta di quando cadde in un tunnel spazio-temporale e fu catapultato in una terra e in un’epoca sconosciuta. Si trova quindi in un futuro imprecisato in cui incontra un clan di umani tornati quasi a una vita primitiva. Questi individui gli spiegano che forze misteriose e immateriali, da cui cercano di sfuggire, governano parte del territorio. Secondo il Boomernauta queste forze erano generate da nonumani terrestri, attraverso tecnologie con cui controllavano gli umani restanti, in modo da impedire di (ri)diventare una minaccia per Gaia. In questa prospettiva, solo un numero limitato di umani veniva lasciato in una sorta di libertà, mentre la maggioranza era concentrata in zone di estrazione e sfruttamento totale. Nel sortilegio che mi costrinse a viaggiare nel tempo mi capitò un giorno la s/ventura di cadere in un tunnel spaziale, uno di quei wormhole che collegano due diverse regioni dello spaziotempo. La caduta, oltre a sottoporti alla sgradevole sensazione del precipitare nel vuoto tipica di certi incubi, ti lascia alla fine nella perfetta incoscienza dell’epoca e del luogo in cui sei stato trasportato. Dopo l’indescrivibile turbamento provocato dal passaggio nel tunnel mi trovai improvvisamente in una radura rischiarata da una luce mattutina dove si respirava un’aria pura. L’unico segno di un’eventuale presenza umana era un filo di fumo non molto distante. Poco dopo emerse una figura femminile dai tratti asiatici sommariamente vestita. Sembrava che Chan, questo era il suono che pareva corrispondere al suo nome come mi sembrò di capire in seguito, avesse l’aria di chi si è appena svegliata. Con cautela, si mise alla ricerca di legna, probabilmente per ravvivare un fuoco che stava spegnendosi. Tuttavia, appena notò la mia presenza, fu presa da una paura che la spinse a fuggire immediatamente. La scena mi lasciò perplesso perché, osservando attentamente l’ambiente circostante, non riuscivo a capire in quale epoca mi trovassi. Se avessi basato la mia interpretazione solo sulla vista, avrei potuto credere di essere finito in un’era preistorica del cosiddetto Homo sapiens. Tuttavia, con sforzo, riuscii ad avvicinarmi agli altri individui accampati vicino al fuoco e, in qualche modo, intuii che erano nostri lontani discendenti che vivevano in una condizione simile a quella dei nostri antenati più remoti. Lo dedussi notando degli oggetti e utensili che non potevano appartenere all’epoca preistorica. Erano fatti di materiali e presentavano lavorazioni che non esistevano all’epoca dei nostri antichi progenitori. Intravidi gadget che somigliavano a torce LED con pannelli solari, evidenziando tecnologie che erano state sviluppate solo successivamente al XX secolo. Altri oggetti, quasi irriconoscibili, venivano utilizzati come amuleti, mentre alcuni utensili meccanici sembravano mantenere ancora la loro funzione originale. Osservando l’abbigliamento delle persone, notai che indossavano un misto di abiti rudimentali e di altri fatti con tessuti industriali e forse sintetici. Mi resi conto che Chan e gli altri membri del clan mostravano una marcata incertezza riguardo ai confini del territorio sicuro intorno al loro accampamento. Pareva che questi limiti fossero aleatori rendendo difficile determinare fino a dove si potessero spingere per procacciarsi un sostentamento con modalità che ricordavano quelli dei cacciatori-raccoglitori. Per qualche ragione misteriosa, che proprio non saprei spiegarti, il periodo a mia disposizione in questo spaziotempo fu abbastanza limitato. Non saprei più dire se fossero passate ore o giorni quando senza apparente motivo o spiegazione, fui risucchiato indietro verso il punto da cui ero venuto. Grazie all’UBT1 ebbi lunghi scambi con questi discendenti, tornati a una condizione quasi primitiva e riuscii ad avere una percezione approssimativa, ma abbastanza completa della loro storia ed esistenza che mi lasciò stupefatto. Avevano gli atteggiamenti tipici di chi vive un’angoscia permanente per la propria sopravvivenza immediata. Tuttavia non era né l’antica paura degli Hominini verso animali feroci o situazioni pericolose, né lo stress che la fine dell’era capitalista e la setticemia di Gaia avevano indotto nelle moltitudini dei dominati. Da quello che riuscii a capire si trattava piuttosto del timore di incappare in zone-trappola in cui ogni individuo perdeva la propria identità e la propria essenza. Queste zone erano caratterizzate da un’iper-sollecitazione dell’attenzione, con visioni vorticose di dettagli insignificanti che rendevano impossibile concentrarsi. Le persone venivano sopraffatte da emozioni sconosciute, di origine indeterminata, che le confondevano e le destabilizzavano e infine la loro volontà veniva prima indebolita e poi si affievoliva sino a quasi scomparire. Una volta penetrati in queste zone-trappola perdevano ogni controllo ed erano in balìa di forze indescrivibili, di invisibili entità a cui erano incapaci di resistere. I membri del clan di Chan mi fecero confusamente capire che erano sottomessi all’azione di flussi immateriali, animali e organici: olfattivi, feromonici, visivi, uditivi, tattili, vibratori, coreografici, ipnotici ed elettromagnetici. Smarrivano la loro autonomia e non erano più padroni di loro stessi e della loro vita individuale e collettiva. In questo stato diventavano inclini a subire sfruttamenti, coercizioni, cancellazioni parziali o totali di memoria o trattamenti talvolta letali, di cui non conoscevano le logiche. Mi resi conto che le condizioni di vita erano profondamente diverse rispetto al passato. La popolazione umana era drasticamente ridotta, e i sopravvissuti si trovavano ad affrontare una realtà completamente trasformata Sembrava che solo una piccola percentuale di individui prigionieri delle zone-trappola, che erano sfere d’influenza pervase dalle tecnologie nonumane, fosse poi rilasciata previo cancellazione parziale della memoria per reintegrare Gaia e vivere in un’apparenza di libertà. Sono certo che dietro questa libertà controllata esistessero forme nascoste di regolazione e di controllo destinate a prevenire qualsiasi riapparizione del morbo nekomemetico. Chi non veniva rilasciato nella natura pare fosse trasferito in zone speciali che potrebbero essere definite città estrattive. Erano agglomerati in cui venivano concentrati per l’estrazione fluidi organici, lavoro, energia e quant’altro si potesse ottenere dai loro corpi e dalle loro menti utilizzando forme di cooperazione forzata. Anche se io non riuscii a vedere tutto ciò, i miei interlocutori sostenevano che probabilmente le tecnologie nonumane avevano bisogno di tali contributi e di tali energie per far funzionare i misteriosi dispositivi delle zone-trappola. Alla ricerca di una decifrazione razionale cercai di farmi spiegare come tutto ciò potesse accadere. Chiesi chi potessero essere i soggetti responsabili di queste zone d’inibizione di volontà e sentimenti quali fossero tutte le loro finalità. Tuttavia non furono in grado di fornire una risposta chiara e sembravano non avere piena coscienza della loro condizione: erano come in balìa di elementi di cui sapevano poco o nulla. In ogni caso i miei neo-primitivi interlocutori erano probabilmente un caso anomalo. Non erano stati rilasciati dopo aver subito i trattamenti che avvenivano nelle zone-trappola perché in questo caso non sarebbero stati consapevoli del controllo dei nonumani. Sembra proprio che fossero fuggiti e scampati da un campo estrattivo e che temessero di esserne reintegrati. Anche se nessuno sembrava dar loro la caccia direttamente, i miei interlocutori intuivano che l’ingresso in una zona-trappola avrebbe significato una condanna a essere nuovamente sottomessi a questo ciclo opprimente di coercizione estrattiva, da cui molti non uscivano vivi. Dalla tua espressione intuisco che mi vorresti chiedere quale fosse la differenza fra questa condizione delle zone-trappola e delle città estrattive e quella del sistema capitalista, specie quello della fase neoliberista, nel quale tu vivi tuttora? Non so se si tratti di una domanda ironica, (il Boomernauta ride) effettivamente da un certo punto di vista il paragone tiene… Ciononostante, in quel mondo il condizionamento e lo sfruttamento aveva origini diverse da quelle umane. Poiché non riuscivo a spiegarmi chiaramente cosa stesse accadendo, ho formulato un’ipotesi per cercare di comprendere la situazione. Secondo la mia teoria, quei nonumani terrestri che erano ormai dotati di capacità metatecniche le utilizzavano per il controllo e il contenimento precauzionale degli umani. Dall’insieme di informazioni raccolte mi sembrava, infatti, che avessero concepito e implementato una macchina ciclica il cui fine fosse di controllare e organizzare gli umani in un limbo privo di morbo nekomemetico. Questa macchina si autoalimentava con le energie, i fluidi e i flussi estratti dagli umani stessi ed era molto diversa da quella di produzione-distruzione del capitalismo. Era piuttosto un modo di utilizzare gli umani per contenere il loro potere e la loro demografia e per evitare che diventassero di nuovo contagiati e pericolosi per Gaia. Questa logica era profondamente diversa dalla razionalità capitalista, che spesso aveva dimostrato una mancanza di scrupoli nel far scomparire sia le specie “utili” che quelle considerate inutili nel perseguimento del profitto. Mentre il capitalismo si concentrava sull’accumulazione e sullo sfruttamento illimitati delle risorse, sembrava che i nonumani adottassero una prospettiva più olistica, mettendo al centro la guarigione di Gaia. Il wormhole in cui ero stato risucchiato mi aveva spinto in un lontano futuro, impedendomi di seguire con continuità quanto successo nello spaziotempo, ma nonostante questo non mi sembrava proprio che sulla Terra fossero arrivati invasori spaziali. L’ipotesi più verosimile restava quella che i nonumani avessero (ri)preso il controllo della biocenosi2, il comune della vita nella biosfera, grazie al raggiungimento di metatecniche incomprensibili e invisibili per i pochi umani rimasti. Sembrava che, una volta allentatosi il giogo umano a causa della setticemia di Gaia e del caos susseguente, i nonumani, fossero entrati in una fase d’evoluzione, accelerata dall’ingegneria genetica che avevano subito e dalla full immersion nella bio-rete di TAM e Games T. Mi era sembrato che avessero trovato, nell’utilizzo delle tecnologie ereditate dagli umani, modalità che permettevano loro di continuare a evolversi senza sconvolgere nessun equilibrio dentro Gaia, neanche quelli chimici e fisici della materia inorganica e inanimata. In altre parole, pareva fossero riusciti a evitare il contagio nekomemetico. Note: 1. Secondo quello che poi mi ha spiegato si trattava dell’implant Universal Bionic Translator che gli era stato fatto in uno dei suoi viaggi temporali e che agiva direttamente permettendogli di capire qualsiasi linguaggio umano e di parlare direttamente in quella lingua. 2. Il termine usato dal Boomernauta era derivato dal greco antico βίος (bíos = vita) e κοινός (koinós = comune).

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    Il racconto del Boomernauta Parte terza: Games Transp Verso l’autonomia di un Comune sconosciuto. Un’egemonia nascosta EX_TRAX_ION In questa parte del racconto del Boomernauta si intravede una possibile svolta imprevista nell’avventura multispecie basata sulla bio-rete. Grazie ai Games T, i Gamartivist e un loro vasto entourage iniziano a comprendere meglio la gravità della situazione di Gaia. Si preoccupano fra l’altro di un nuovo fenomeno: le varie specie coinvolte nei Games T mostrano un crescente disinteresse per gli umani e sembrano addirittura volerli escludere. Pareva così allontanarsi la speranza nata nella Sfera Autonoma di contenere il morbo nekomemetico e arrestare la setticemia di Gaia. I sottili cambiamenti di comportamento osservati in diverse specie facevano presagire che il declino dell’umanità apriva nuove possibilità per i nonumani. Millenni di civilizzazione sembravano sul punto di crollare, ma forse non nel modo previsto… L’umanità, che aveva cercato rifugio nei Games T per sopravvivere alla profonda malinconia generata dalle TAM, si trovava ora disorientata di fronte all’emergere dell’autonomia nonumana che si stava sviluppando inaspettatamente. Questo atteggiamento imprevisto li faceva sentire ancora più alienati da una Gaia gravemente sofferente, ma a cui nessun essere poteva essere considerato estraneo, nemmeno virus e batteri, poiché senza di loro la vita stessa non sarebbe stata possibile. Si creava così un paradosso: i virus, i batteri, i protozoi e altre forme di vita microscopiche avevano dato origine alla vita stessa, mentre gli umani sembravano voler porre fine non solo alla propria esistenza, ma anche a una parte significativa della vita emersa nell’intero processo evolutivo che si era sviluppato nel corso di milioni di anni. Erano, nonostante tutto, parte di Gaia e non potevano farne a meno, mentre Gaia poteva fare a meno di loro. L’incomprensione dei mutamenti in corso nei nonumani causava disorientamento e inquietudine. Dopo essere stati esposti ai flussi emotivi e affettivi delle TAM e aver preso parte attiva ai Games T, i nonumani interagivano sempre più frequentemente tra loro in modi nuovi e indecifrabili. I Gamartivist più esperti riuscivano in qualche modo a percepire gli ologrammi semiconcreti che si manifestavano durante questi scambi. Tuttavia, questi ologrammi apparivano loro come ectoplasmi o creature aliene, generando un senso di inquietudine. Nel migliore dei casi, queste creature, su cui le armi ludiche o gli approcci degli umani non avevano alcun effetto, li ignoravano completamente. In questa situazione i gamers T si sentivano sempre meno indispensabili o anzi addirittura esclusi, ma non per questo desideravano tornare ai tempi dei Reality Games e ancor meno ai vecchi videogames; erano oramai troppo abituati e dipendenti dagli scambi multispecie nella bio-rete. Oltre a funzionare da palliativo rispetto al continuo avanzare delle degradazioni del quotidiano, i Games T come le TAM avevano rappresentato dei tentativi di fermare la pandemia nekomemetica con un antidoto che prometteva agli umani di reintegrarsi in Gaia e di controllare il morbo che li affliggeva. Ora questa speranza sembrava allontanarsi, poiché i nonumani non si prestavano più al gioco e li stavano escludendo. Per di più oltre a essere emarginati nei Games si trovavano di fronte a comportamenti per loro incomprensibili e inusuali anche nel reale (ma qual era ormai il reale?) da parte di molte specie. Avevano l’impressione che i nonumani mostrassero indifferenza o addirittura una certa arroganza nei loro confronti, soprattutto quelli che in passato erano schivi e non si lasciavano avvicinare. Ma c’erano ancora incertezza e dubbi su questi fenomeni. Si chiedevano se non si trattasse di proiezioni e paure di chi, venendo in contatto intimo con il resto di Gaia attraverso la bio-rete, provava un giustificato senso di colpa, per i comportamenti passati. Erano ovviamente le classi subalterne, meno contagiate, che più subivano il giogo algoritmico del Gov Q. Guidate dai Gamartivist, queste classi avevano addirittura cercato alleanze con le forme naturali di resistenza opposte dai nonumani. Avevo sentito parlare di lanci di bombe di semi di Amaranto di Palmer1 e altre piante resistenti ai pesticidi nei campi OGM per sabotare le grandi produzioni di soia. In un altro ambito era stata stabilita una comunicazione avanzata con i cefalopodi che, grazie alla loro capacità di esplorare e monitorare gli ambienti acquatici in cui si verificano le contaminazioni, permettevano di trovare le zone inquinate e di intervenire molto più velocemente ed efficacemente. Anche le piante abituate a rilasciare sostanze chimiche nel terreno o nell’aria per avvertire le altre specie vegetali dell’attacco di parassiti o di malattie, ora fornivano queste informazioni nella bio-rete, ma questi purtroppo restavano epifenomeni2. I nonumani nelle loro manifestazioni, spesso interpretate come indifferenza o ostilità, sembravano non fare distinzioni di classe, fra Grandi Malati e portatori quasi asintomatici del morbo nekomemetico. Fenomeni simili all’aggressività mostrata dalle api si moltiplicavano su una scala che coinvolgeva classi, ordini e famiglie di nonumani. I pocoumani transgenici, in particolare, non perdevano un’occasione per prendersela con gli umani. Sembravano in misura di intervenire spesso e in modo ostile proprio in quelle funzioni vitali per cui erano stati artificialmente modificati. Il loro latte umanizzato per neonati diventava allergenico, i loro tessuti causavano rigetto e così via. Tuttavia in tali comportamenti non traspariva alcuna intenzionalità verso un qualsiasi fine. Questo avveniva ormai anche nei nonumani domestici, alleati di sempre, anche se in modo più attenuato, ma punteggiato da stramberie, che solo dei fini conoscitori degli umani, quali erano, potevano permettersi. C’erano i casi dei cani di artisti plastici che sviluppavano una passione improvvisa per la pittura e iniziavano a dipingere con le zampe, creando opere d’arte uniche e inconsuete. Dei gatti manifestarono una passione per l’astronomia trascorrendo le notti a fissare le stelle dal balcone e comunicando con altri gatti attraverso misteriosi segnali. Un pappagallo sembrava aver acquisito la capacità di comporre e cantare canzoni complesse, diventando una vera e propria star musicale tra gli altri animali domestici della zona, senza parlare dei conigli architetti che spostavano oggetti, creavano percorsi intriganti e nascondigli complessi o utilizzavano altri elementi presenti per trasformare l’ambiente delle loro gabbie.I Gamartivist, e le moltitudini che li avevano accompagnati, si trovavano comunque davanti al rischio di fallimento della loro teoria di alleanza rivoluzionaria multispecie. Non riuscendo a capire ciò che stava succedendo, molti cominciarono a perdere fiducia e a sentirsi impotenti. Senza dimenticare che, vista la situazione generale della biosfera, quasi tutti erano sempre più costretti a occuparsi della propria sopravvivenza, il che richiedeva tempo ed energie. Anche per tali ragioni infatti le varie forme di cooperazione funzionavano sempre meno, sia che si trattasse di quelle pilotate dagli algoritmi quantistici delle sfere Ecofin, che di quelle tipiche della Sfera Autonoma e condotte dal basso. Queste ultime avevano continuato a svilupparsi per più di un secolo e avevano influenzato modi d’essere e rapporti sociali contrastando l’etica individualista neolib a lungo dominante. Le cooperazioni dal basso e il comune come modo di produzione non avevano però mai trovato né la teoria, né le modalità, né la forza politica per battersi contro il morbo nekomemetico anche quando ne avevano riconosciuto l’esistenza e la capacità di contaminazione. Solo recentemente i Gamartivist avevano creduto di vedere una luce in fondo al tunnel nelle alleanze e prospettive di rivoluzione multispecie. Tuttavia l’atteggiamento globale dei nonumani non stava andando nel verso sperato e i Games T si stavano trasformando da barlume di speranza in motivo di sconforto. Alcuni si incamminarono, da soli o a piccoli gruppi, verso realtà parallele lasciando i sentieri battuti poiché pensavano che la partita fosse probabilmente persa. Intuii che alcuni di loro, giunti al punto di non ritorno, forse per la prima volta percepirono veramente quali fossero stati gli equilibri di Gaia nel corso del tempo; si interrogarono su quale soglia, nella transizione graduale verso esperienze soggettive più complesse, si fosse innescata la metatecnica che li aveva resi diversi dalle altre specie (questo era perlomeno quello che pensavano). Intuirono quindi che sarebbe stato impossibile e inutile cercare di determinare un inizio. I tempi in cui questo passaggio si era effettuato erano stati certamente infinitamente più lunghi del periodo d’incubazione di quel morbo nekomemetico, che poi alla fine aveva trovato nel capitalismo il brodo di coltura ideale. Si chiedevano inoltre se altre specie non sarebbero potute arrivare per prime alle soglie della metatecnica e se non fosse stato il caso che aveva favorito gli ominidi. Magari questa volta non sarebbe più toccato ai mammiferi e certamente non ai primati. Sebbene questi ultimi non avessero elaborato (in tempo?) i meccanismi di coscienza retroattiva tipici della metatecnica, avevano in comune con Homo alcuni dei tratti genetici e comportamentali, le capacità sociali, la gerarchia di dominanza, l’utilizzazione dello stress e la difesa di un territorio. Non c’erano quindi forti probabilità che, una volta varcato il punto di transizione della metatecnica, queste specie vicine avrebbero di nuovo innescato il ciclo infernale del morbo nekomemetico? Essendo convinti di un tramonto definitivo dell’umanità, alcuni dei ricercatori della Sfera Autonoma si misero a ipotizzare su quali modi un’altra civiltà – ma questo termine aveva ancora un senso? avrebbe potuto succedere alla loro. Qualcuno pensava che il cambiamento sarebbe addirittura potuto partire da altri e diversi meccanismi di cooperazione genetica, come l’endosimbiosi, anche se queste ipotesi non erano suffragate da alcun indizio. Altri pensavano che nella loro fase terminale gli umani stessero inconsciamente cercando di passare il testimone ad altre specie. In alcuni dei Gamartivist tale idea era diventata quasi una sorta di strana fierezza: «noi abbiamo fallito causando la setticemia di Gaia, ma altri potranno riuscire meglio di noi pur utilizzando una loro metatecnica». Poiché non avevano sottomano intelligenze extraterrestri, cercarono quelle che nei Games T si erano rivelate più lontane da loro. Come ti dicevo non solo non si sarebbe certamente trattato di mammiferi o neanche di vertebrati, ma forse sarebbe toccato a esseri senzienti non caratterizzati dalla separazione corpo-cervello e questi si trovavano proprio nel viscidume e in particolare nei cefalopodi. Non essendo io un biologo non cercherò di portare qui le loro argomentazioni, anche perché poi sarebbe un esercizio puramente filosofico visto che, neanche nei miei viaggi temporali sono riuscito a saperne di più in questo senso. Sta di fatto che i Gamartivist speravano che la bio-rete, le TAM e i Games T, con le quali i nonumani erano stati intimamente e attivamente implicati nelle tecnologie, fossero la scintilla che avrebbe fatto nascere un nuovo ciclo nella vita di Gaia. Come in una parodia della fisica quantistica3, bio-rete, TAM e Games T assumevano il ruolo dell’osservatore che rende impossibile la conoscenza di una realtà oggettiva dei nonumani. E il loro incontro con questo osservatore avrebbe forse dato il via a una trasformazione imprevedibile nell’evoluzione delle reti della vita. Così si potevano interpretare gli innumerevoli e misteriosi cambiamenti dei loro comportamenti. Non vi erano prove concrete che le specie nonumane stessero ripercorrendo il percorso evolutivo degli ominidi o dei loro predecessori immediati. Tuttavia, considerando la fase avanzata della setticemia di Gaia, nella quale erano state involontariamente coinvolte, sembrava plausibile che stessero cercando una via di scampo. Il coinvolgimento intimo nella bio-rete, a cui gli umani li avevano indotti, sembravano guidarli verso una scorciatoia che potenzialmente avrebbe potuto condurli sulla via della metatecnica, l’ultima e remota possibilità ancora disponibile. L’osserva- zione dei recenti cambiamenti nei comportamenti suggeriva la possibilità che stessero cercando un’alternativa per affrontare la situazione. Per innescare la prima ed esclusiva metatecnica esistita in Terra c’erano volute centinaia di migliaia di anni e il contributo di molte specie ormai scomparse della tribù degli Hominini. Questo processo stava giungendo a una fase critica in cui la setticemia di Gaia avrebbe scatenato una tempesta di distruzione, spazzando via innumerevoli specie non colpevoli degli eventi in corso. In un estremo tentativo i Gamartivist avevano cercato di interrompere questa dinamica. Non avevano agito solo per altruismo: speravano innanzitutto di salvare sé stessi e gli altri umani guaribili, ma avevano almeno capito, al contrario dei Grandi Malati, che un’improbabile salvezza sarebbe potuta venire solo da tutte le reti della vita. Il risultato che si delineava usando i Games T però non sembrava essere quello da loro sperato. Il peso dei secoli dominati dai Grandi Malati si faceva sentire in modo oppressivo. Tuttavia anche prima dell’era capitalista e sin dagli albori gli umani avevano implicitamente impedito l’emergere dello stesso processo in qualsiasi altra specie usando la metatecnica come strumento di dominazione. L’implacabile morbo nekomemetico li aveva spinti a praticare da sempre il dominio sulla natura e poi, con l’industrializzazione di questo dominio, la situazione era precipitata. Vista nei tempi lunghi della vita di Gaia la parentesi umana, che sembrava chiudersi, era stata estremamente breve. Il declino dell’umanità non avrebbe pregiudicato l’emergere di altre esperienze del vivente e forse avrebbe aperto la strada a forme completamente diverse di metatecnica, non più di natura umana. Non vi erano indizi certi che dopo tale distruzione una o più specie nonumane riuscissero a compiere nuovi processi per ripassare la soglia della metatecnica, pur avendo perso le tracce della prima. Tuttavia, nulla poteva essere escluso, e sembrava che la scomparsa o il declino degli esseri umani potesse essere una condizione per l’innesco di un nuovo processo evolutivo. Grazie all’attenta e prolungata osservazione del comportamento dei nonumani da parte dei Gamartivist e di altri ricercatori autonomi, sembrava che le intuizioni e le supposizioni precedenti stessero trovando conferma. Non vi era più alcun dubbio che altri esseri viventi stessero seguendo un percorso evolutivo accelerato, inconsapevolmente facilitato dalle tecnologie dei Games T e della bio-rete. Questo coinvolgimento non era un fatto completamente nuovo: nelle tribù Hominini altre sottotribù avevano partecipato alla divergenza evolutiva che era sfociata nella metatecnica di sapiens. Ma solo quest’ultimo era sopravvissuto e aveva contribuito alla scomparsa dei cugini neandertalensi pur conservandone un’impronta genetica. La situazione attuale presentava un elemento distintivo: le specie coinvolte nei mutamenti di comportamento accelerati appartenevano a diverse famiglie, ordini e classi biologiche, il che rendeva impossibile l’incrocio tra di loro. Questo fatto sollevava l’ipotesi che le recenti tecnologie della bio-rete avessero influenzato direttamente il processo evolutivo, consentendo alle specie nonumane di acquisire un vantaggio biologico e di accelerare il loro percorso verso la metatecnica. Dove avrebbe portato questa trasmutazione in corso? Era compatibile con la continuità della presenza umana sulla Terra, oppure avrebbe potuto svilupparsi solo con una sua estinzione nel prevalere della setticemia di Gaia? Tuttavia una tale estinzione non avrebbe avuto conseguenze profonde e diffuse, coinvolgendo anche altre specie potenzialmente in grado di entrare in cicli di metatecniche non più umane? E poi veniva la questione centrale: se queste specie nonumane o pocoumane fossero arrivate in fondo alla scorciatoia e avessero iniziato una nuova biomizzazione4, avrebbero saputo tirar profitto dalla lezione subita dagli umani? In altre parole: come avrebbero reagito se il morbo nekomemetico che si era manifestato sin dall’inizio della metatecnica umana fosse riemerso? Avrebbero saputo riconoscerlo subito? Oppure avrebbero di nuovo lasciato correre la pandemia ricominciando a infettare la linfa di Gaia? Note 1. Un’erba resistente al glifosato ed altri pesticidi che infestava naturalmente i campi OGM. Gli attivisti avevano pensato di aiutare questa infestazione gettando grandi quantità di semi di Amaranto Palmer nelle coltivazioni OGM. 2. Facendo una ricerca avevo trovato anch’io una citazione di questa azione di lancio di bombe di semi dal Boomernauta. in: L. Balaud, A. Chopot, Nous ne sommes pas seuls, Seuil, Parigi 2022. 3. Credo che il Boomernauta facesse riferimento a questo https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schr%C3%B6dinger e Interpretazione di Copenaghen. 4. Mi sembra che il Boomernauta usasse questo termine per indicare l’equivalente nonumano della civilizzazione umana.

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    Moriremo nelle resse dei Black Friday Friday black di Nana Kwame Adjei-Brenyah – libro edito nel 2018 – è un ritratto distopico degli attuali Stati Uniti, una raccolta di dodici racconti capaci di rappresentare quale realtà si potrebbe arrivare a vivere, se si portassero alle estreme conseguenze cattive abitudini già sufficientemente esasperate quali il consumismo, le disuguaglianze di classe, l’uso incontrollato delle armi da fuoco o le tensioni razziali. […] «dopo ventotto minuti di camera di consiglio, una giuria di pari aveva assolto George Wilson Dunn da tutte le imputazioni a suo carico. Era stato incriminato con l’accusa di aver tagliato la testa con una motosega a cinque bambini neri davanti alla biblioteca Finkelstein di Valley Ridge, in South Carolina. La corte aveva deliberato che, dal momento che i bambini se ne stavano fondamentalmente a ciondolare lì davanti e non erano dentro la biblioteca a leggere come ci si può aspettare dai membri produttivi della società, era ragionevole che Dunn si fosse sentito minacciato da quei cinque giovani neri ed era dunque nel pieno dei suoi diritti quando aveva protetto sé stesso, i dvd presi in prestito dalla biblioteca e i suoi figli andando a prendere nel cassone della Ford F-150 la sua motosega Hawtech PRO lunga 45 centimetri con motore da 48 cm3». L’opera di questo giovane scrittore nato a New York da immigrati di origine ghanese, esplora anche temi inerenti l’identità nera quando si relaziona con questioni sociali contemporanee. Nana Kwame Adjei-Brenyah ci racconta di mondi dove si viene modificati alla nascita con dei chip: «Ragazzi, per favore scrollate fino al capitolo 41 e imparatelo bene», dice il professor Harper. «Gli alunni toccano il display dei digiquaderni. È un capitolo di trentotto pagine. A leggerlo non ci provo nemmeno. Guardo qualche video inserito nel testo, gente che fa cose che si facevano una volta: un uomo lancia tre palle in aria, una donna con un vestito svasato piroetta su una gamba sola. Dopo tre minuti i miei compagni hanno finito il capitolo. I loro chip LeggiRapido gli rendono la lettura facile/veloce. LeggiRapido permette a chi è ottimizzato di assorbire le parole più rapidamente di quanto io riesca anche solo a vederle. Essendo non-modificato alla nascita, mentre loro leggono io guardo e basta. I capitoli li studio dopo, per conto mio». Di mondi dove durante il Black Friday i clienti morsicano i commessi: «Si sentono ululare esseri umani famelici. La nostra saracinesca stride e sferraglia quando la scuotono e la tirano, infilando fra le sbarre le dita sudicie che sembrano vermi. Io sono seduto sul tetto di un piccolo gabbiotto di plastica dura. Tengo le gambe penzoloni vicino alle finestre, dentro sono appese le giacche di pile. In mano ho l’attrezzo per prenderle, un’asta di metallo lunga due metri e mezzo con un becco di plastica all’estremità per staccare le stampelle dagli stand più alti. La uso anche per respingere a bastonate le orde del Venerdì. È il mio quarto Black Friday. Il primo anno, un tipo del Connecticut mi ha dato un morso sul tricipite strappandomi la carne. La bava scottava. Ho lasciato per dieci minuti il reparto per farmi ricucire. Adesso sul braccio sinistro ho un sorriso tutto dentellato. Una falce, un semicerchio, la mia cicatrice fortunata del Venerdì». Mondi dove è normale morire nella ressa del Black Friday: «Un’ottantina di persone si riversano dentro l’ingresso come una mandria di bufali impazziti, facendosi largo con le unghie e con i denti. Scansando stand e corpi. Avete mai visto la gente che scappa da un incendio o da una sparatoria? È identico, solo con meno paura e più fame. Dal mio gabbiotto vedo una bambina di cinque o sei anni scomparire inghiottita dall’ondata di consumatori smaniosi. Resta faccia a terra, scomposta, con delle impronte di scarpe lerce sul giaccone rosa. Lance si avvia verso il corpicino rosa. Trascina un transpallet e ha in mano un enorme spazzolone. Spinge lo spazzolone contro il fianco della bambina e cerca di farla scivolare sul transpallet, per poi spostarla nel settore che abbiamo riservato ai cadaveri. Appena la tocca, una donna con un foulard grigio lo scansa con uno spintone e tira su la bambina, rimettendola in piedi. Immagino che la madre stia spiegando che la figlioletta non è ancora morta. […] L’altr’anno, il morbo del Venerdì Nero ha fatto 129 vittime». Mondi dove il morbo del Venerdì Nero divora il cervello dei clienti: «Buona parte dei clienti non riesce a esprimersi con parole vere: il morbo del Venerdì Nero gli ha già mangiato quasi tutto il cervello. […] Vicino alle casse, una tipa sulla trentina si toglie la scarpa col tacco e la usa per colpire un bambino alla mascella prima che riesca ad acchiappare il pile. Esamina l’etichetta, vede che è una M e lo ributta in testa al bambino col buco a forma di tacco sulla guancia». Mondi dove la gente è disposta a morire per un paio di jeans in offerta: «Il nostro punto vendita ha tre corpi nel settore cadaveri. Il primo è arrivato un’ora dopo l’apertura. Una donna si è arrampicata sulla parete dei jeans cercandone un secondo paio della sua taglia. Urlava e scuoteva la scaffalatura di legno con una tale violenza che per poco non l’ha fatta cadere addosso a Duo e a tutti gli altri che stavano in quel reparto. Con la sua asta Duo l’ha spinta via dalla parete. Cadendo, la donna si è spaccata l’osso del collo. Un’altra donna le ha strappato gli SkinnyStretch dalle mani morte. Lance è arrivato col transpallet, lo spazzolone e un po’ di salviette di carta». L’autore affida la speranza di un futuro migliore ai protagonisti delle storie – personaggi che lottano per conservare la sanità mentale in un mondo, da tempo, allo sbando –, ma non dimentica il muro di energia nucleare che ci sta correndo incontro, e questo nonostante sia un muro che abbiamo già visto più volte, che conosciamo bene, compresi gli effetti devastanti che è capace di produrre: «Si vede una luce lontana. Poi un rombo come un lungo tuono lento. Il rombo non si interrompe: diventa sempre più forte, e poi talmente forte che non si sente altro. La luce lontana cresce, sulle prime è giallina, e all’inizio sembra qualcosa che dovrebbe venirti in aiuto, come un altro sole. Poi diventa più alta di qualunque palazzo, più grossa di una montagna. Si capisce che sta mangiando il mondo, e qualunque cosa sia ti sta venendo addosso. Velocissima. E quando diventa accecante, ormai sei terrorizzato e mortificato. Nel guardarla, ti rendi conto che è il tipo di cosa che dovresti poter vedere una volta sola. Una cosa che capita una volta e mai più. Noi l’abbiamo vista tantissime volte, ma ancora piango, perché quando arriva capisco per certo che siamo esseri infiniti. Quello che si prova è un senso di infinitezza, nel sapere che tutte le cadute e gli slanci, tutta la dolcezza e la morte che siano mai esistite verranno vinte dal muro di energia nucleare che ti corre incontro». Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com We will Die in the Black Fridays Stampedes By Marco Sommariva Friday Black by Nana Kwame Adjei-Brenyah – book published in 2018 – offers a dystopian portrait of the United States today: a collection of twelve stories showing the kind of reality we might end up inhabiting if already dangerously exaggerated tendencies such as consumerism, class inequality, the unchecked use of firearms and racial tension were pushed to their extreme consequences. […] «after twenty-eight minutes of deliberation, a jury of peers had acquitted George Wilson Dunn on all counts. He had been indicted for beheading five Black children with a chainsaw outside the Finkelstein Library in Valley Ridge, South Carolina. The court had ruled that, since the children were essentially just loitering out front and were not inside the library reading, as one might expect of productive members of society, it was reasonable for Dunn to have felt threatened by those five young Black people and that he was therefore fully within his rights when he protected himself, the DVDs he had borrowed from the library, and his children by going to the bed of his Ford F-150 and retrieving his 45-centimetre Hawtech PRO chainsaw with a 48 cc engine». The work of this young writer, born in New York to immigrants of Ghanaian origin, also explores questions of Black identity in relation to contemporary social issues. Nana Kwame Adjei-Brenyah tells us of worlds in which people are implanted with chips at birth: «Guys, please scroll down to Chapter 41 and learn it properly», says Professor Harper.«The students tap the screens of their digi-notebooks. It’s a thirty-eight-page chapter. I don’t even bother trying to read it. I watch a few videos embedded in the text, people doing things people used to do: a man tosses three balls into the air, a woman in a flared dress pirouettes on one leg. After three minutes my classmates have finished the chapter. Their QuickRead chips make reading easy/fast for them. QuickRead allows optimised people to absorb words faster than I can even see them. Since I was unmodified at birth, while they read I can only sit and watch. I study the chapters later, on my own». Worlds where, during Black Friday, customers bite the shop assistants: «You can hear ravenous human beings howling. Our shutter squeals and rattles as they shake it and yank at it, poking filthy fingers through the bars like worms. I’m sitting on the roof of a small booth made of hard plastic. My legs dangle beside the windows; inside, the fleece jackets hang on display. In my hand I’ve got the tool for taking them down, a two-and-a-half-metre metal pole with a plastic hook at the end for lifting hangers off the higher racks. I use it to beat back the Black Friday hordes, too. This is my fourth Black Friday. The first year, some guy from Connecticut bit my triceps and tore away flesh. His saliva burned. I left the department for ten minutes to get stitched up. Now I’ve got a jagged grin on my left arm. A sickle, a semicircle, my lucky Friday scar». Worlds where it is normal to die in the Black Friday stampedes: «Around eighty people come pouring through the entrance like a herd of maddened buffalo, forcing their way in with nails and teeth. Dodging stands and bodies. Have you ever seen people running from a fire or a shooting? It’s exactly the same, only with less fear and more hunger. From my booth I see a girl of five or six disappear, swallowed up by the surge of frantic consumers. She ends up face down, limbs splayed, with dirty shoe prints on her pink jacket. Lance heads towards the little pink body. He’s dragging a pallet truck and carrying an enormous push broom. He presses the broom against the girl’s side and tries to slide her onto the pallet truck so he can move her to the section we’ve set aside for corpses. The moment he touches her, a woman in a grey scarf shoves him aside and hauls the girl back to her feet. I imagine the mother explaining that her little daughter is not dead yet. […] Last year, Black Friday disease claimed 129 victims». Worlds where Black Friday disease devours the customers’ brains: «Most customers can no longer express themselves in real words: Black Friday disease has already eaten almost all of their brains. […] Near the tills, a woman in her thirties takes off her high-heeled shoe and uses it to smash a child in the jaw before he can grab the fleece. She checks the label, sees it’s a size M, and flings it back at the child with the heel-shaped hole in his cheek. Worlds where people are willing to die for a pair of jeans on offer: «Our store has three bodies in the corpse section. The first arrived an hour after opening. A woman climbed the wall of jeans looking for a second pair in her size. She was screaming and shaking the wooden shelving so violently that she nearly brought it down on Duo and everyone else working in that department. Using his pole, Duo pushed her away from the wall. As she fell, she broke her neck. Another woman tore the SkinnyStretch jeans from her dead hands. Lance showed up with the pallet truck, the broom and a few paper towels». The author places the hope of a better future in the hands of the protagonists of these stories — characters struggling to preserve their sanity in a world that has long since gone off the rails — yet never forgets the wall of nuclear energy racing towards us, even though it is a wall we have already seen many times, one we know well, including the devastating effects it can unleash: «You see a distant light. Then a rumble like a long, slow roll of thunder. The rumble doesn’t stop: it grows louder and louder, then so loud that nothing else can be heard. The distant light swells; at first it is yellowish, and at first it seems like something that ought to be coming to help you, like another sun. Then it grows taller than any building, bigger than a mountain. You understand that it is eating the world, and whatever it is, it is coming straight at you. Very fast. And when it becomes blinding, by then you are terrified and crushed. Looking at it, you realise it is the kind of thing you should only ever be able to see once. The kind of thing that happens once and never again. We have seen it countless times, yet I still cry, because when it comes I know for certain that we are beings without end. What you feel is a sense of boundlessness, in knowing that every fall and every surge, all the sweetness and all the death that have ever existed, will be overcome by the wall of nuclear energy racing towards you». Marco Sommariva, (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com English translation Serena Duchi

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