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  • selfie da zemrude

    Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: La Governance quantistica e Le Tecnologie degli affetti Multispecie EPISODIO-9-GZ_GLACIER_ZETA La materia è caduta in disgrazia nel XX secolo. Ciò che una volta era etichettato come “inanimato” è diventato mortale – subito dopo essere stato assassinato, distrutto fino al midollo, fatto a brandelli, ridotto in briciole.Il più piccolo dei più piccoli frammenti, il cuore dell’atomo è stato rotto con una tale violenza che ha scosso la terra e il cielo. In un istante, in un lampo di luce più brillante di mille soli, la distanza tra il cielo e la terra è stata cancellata – non solo scavalcata in modo immaginario dalla teofilosofia naturale di Newton, ma fisicamente cancellato da un fungo atomico propagatosi sino alla stratosfera. ‘Sono diventato la morte, il distruttore di mondi’ 1 . K. Barad, La grandezza dell’infinitesimale, Nuvole di funghi, ecologie del nulla, e strane topologie dello spazio tempomaterializzante 2 , in Multitudes, Parigi 2016/4 (n° 65), p. 64. (traduzione dell’A.) Note: Famosa citazione della Bhagavad Gita tradotta dal sanscrito dal fisico J. Robert Oppenheimer sulla scia dell’esplosione della prima bomba atomica. Spacetimemattering . La materia come differenziazione continua del mondo. La Governance Quantistica del Capitale Il Boomernauta racconta cosa avvenne quando si inoltrò nella seconda metà del XXI secolo dove avvenne una grande trasformazione della Governance. Con l’allontanamento progressivo dell’AltaSfera dalla Terra aumentano le distanze con i PoSt/ati, succedanei indeboliti degli Stati-Nazione, che ancora detengono poteri locali. Mentre la setticemia di Gaia progredisce, il controllo delle popol zioni chiamate a fornire lo sforzo per il progetto della Grande Fuga diventa sempre più difficile. La Governance Neolib è in grande difficoltà, ma, come al solito, punta tutto sul soluzionismo tecnologico. Verso gli anni 70 del XXI le tecnologie quantistiche erano già entrate in uso nel progetto degli ascensori spaziali, e allora i techno-tycoon, facendo un massiccio ricorso a esse, operano una fulminea trasformazione tecnopolitica per riprendere in mano una governance alla deriva. Nasce così la Governance Quantistica (Gov Q), il cui orientamento sembra essere in opposizione diretta con quello della filosofia quantistica nata nei decenni precedenti Il periodo della Gov Neolib, cominciato subito dopo il fallimento della ribellione boomer, era stato un terreno di cultura ideale per il morbo nekomemetico. Sotto il comando dell’ AltaSfera   Ecofin  una nuova impennata della globalizzazione, supportata dalle tecnologie neurali, fu un fattore determinante per la diffusione del virus. Se le grandi epidemie dovute ai virus materiali si erano propagate sempre più speditamente grazie alla rapidità dei trasporti moderni, quello nekomemetico si spostava sulle reti a velocità prima impensabili. Dopo la fase di disordini che si verificarono in Cina a seguito della fine del progetto Lunga Primavera  e quelli che si protrassero negli Stati Uniti durante la cronicità della seconda guerra civile, molti PoSt/ati più deboli entrarono in un caos quasi ingovernabile. Mentre l’ AltaSfera   Ecofin  acquisiva potere distante, nei PoSt/ati istituzioni e potere politico erano sempre più in crisi. Per non perdere il controllo di territori troppo vasti, che contenevano tra l’altro materie prime strategiche indispensabili per la costruzione degli ascensori spaziali, si rivelava indispensabile un salto di qualità nella governance. Il sistema a due fasi (Stato- Post/ati e capitale- AltaSfera ) era ormai troppo sbilanciato a favore della seconda e sempre meno coeso a causa del progressivo allontanamento dell’ AltaSfera  verso le postazioni in orbita, mentre sulla Terra le condizioni di vita continuavano a peggiorare. Solo usando un’implementazione quantistica la Gov sarebbe riuscita a sfruttare lo spacetimemattering , l’inseparabilità dello spazio, del tempo e della materia. Prima ancora di chiamarsi AltaSfera   Ecofin , il capitalismo aveva già utilizzato la teoria quantistica col progetto Manhattan  dove «il più piccolo dei più piccoli frammenti, il cuore, dell’atomo era statorotto con una tale violenza che aveva scosso la terra e il cielo» 1  e la «forza dispiegata su un milionesimo di miliardesimo di metro aveva assunto proporzioni globali, distruggendo città in un lampo e riconfigurando alleanze geopolitiche, le risorse energetiche, i rapporti di forza su scala globale» 2 .Ora era alla ricerca di qualcosa di  altrettanto potente per  tenere assieme, nel poco tempo che gli restava, ciò che si stava inesorabilmente disfacendo. Si sarebbe trattato di una trasformazione tecnopolitica del sistema a due fasi che necessitava di un’enorme potenza di calcolo e di altre tecnologie quantistiche. Sarebbe stata una trasformazione impossibile da ottenere in tempi compatibili con l’incalzare della sepsi di Gaia se si fosse dovuti partire from scratch . Ma il gigantesco sforzo di costruzione degli ascensori spaziali stava aprendo uno spiraglio. Furono proprio i techno-tycoon dell’ AltaSfera  che investirono nei dispositivi quantistici e in particolare nelle Q-farm. Si trattava dei nuovi centri di calcolo con un salto di capacità computazionale molto più elevato in scala di quello dell’epoca delle Web Farm e del Cloud. Ora la governance disponeva della potenza tecnologica necessaria per riprendere un vero controllo a distanza della situazione. Finalmente la biosfera diventava la scatola nera da cui estrarre quanto necessario per il futuro di una nuova Governance Quantistica (d’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione Gov Q 3  con cui era designata nei media). Faccio qui una breve parentesi riguardo alla meccanica quantistica, una teoria in cui fisica e metafisica si sfioravano in un modo che faceva pensare alle due mani della creazione nella Cappella Sistina, come zia Barad 4  ci aveva mostrato. Ancora una volta veniva confermato che gli umani potevano piegare l’uso delle loro scoperte scientifiche in direzioni diverse e anche opposte. Nel caso della meccanica quantistica da un lato vedremo l’uso che ne farà la Gov Q per derivare tecnologie che naturalmente si rivelarono amplificatrici del morbo nekomemetico. Non solo avrebbero aggravato la setticemia di Gaia, ma anche minacciato altri pianeti se la Gov Q avesse portato a termine il progetto della Grande Fuga . D’altro lato la meccanica quantistica aveva ispirato la filosofia di zia Barad secondo la quale le componenti di Gaia (umane e nonumane, oggetti e ambienti) esistono solo attraverso le intra-azioni che si realizzano con le modalità delle diffrazioni [cfr. il glossario per questi concetti]. E cioè attraverso connessioni e relazioni che sono costantemente in corso e che costituiscono la realtà stessa. Forse si sarebbe dovuto partire proprio da questi meccanismi, che regolano l’emergere, il mutare e lo scomparire delle forme di vita, per arrestare la setticemia di Gaia [disse il Boomernauta]. Di questo ti parlerò in seguito, ma per il momento era la Gov Q che utilizzava questa straordinaria scoperta per prolungare il dominio capitalista. Ora torniamo all’obbiettivo della Gov Q di fare in modo che la macchina a due fasi, AltaSfera   Ecofin e PoSt/ati, più una terza, la WorldForce , di cui parlerò fra breve, funzionassero in un entanglement quantistico. Era quello strano e misterioso legame per cui due o più particelle prodotte simultaneamente da un’interazione fisica restano correlate nello spaziotempo a prescindere dalla distanza che le separa. Questa relazione permette alla prima particella di influenzare la seconda istantaneamente e viceversa e implica che le particelle quantistiche non possano essere descritte come entità indipendenti, ma piuttosto come parti di un sistema interconnesso. Sfruttare queste proprietà, applicandole a sottosistemi dipendenti dagli stati quantistici e spazialmente separati anche a distanze virtualmente illimitate, era il diktat imposto alla tecnoscienza dal management nel finale del Neolib. La nuova Gov Q avrebbe dovuto essere capace di controlli essenziali e istantanei sulla Terra, anche se lanciati da grandi distanze, dallo spazio o addirittura da Marte. Ciò che in precedenza era impossibile da ottenere con le tecnologie del silicio e dell’informatica tradizionale lo diventava ora grazie alla potenza di calcolo, agli algoritmi e alle tecnologie quantistiche. Ogni decisione (o legge, decreto, regola, discorso ecc.) emanante da un’istanza della governance avrebbe avuto effetti immediati ovunque. Il processo si sarebbe attuato nel modo più adeguato diffondendosi istantaneamente attivando nel suo percorso una serie di metodi e/o di regole specifiche che includevano molteplici parametri e variabili fra cui gerarchie, pertinenze, scalabilità ecc. La nuova Gov Q voleva creare un funzionamento fra PoSt/ati e AltaSfer a Ecofin  (il vecchio binomio Stato-capitale) di una rapidità e precisione mai visti e dove l’intervento umano era ridotto alle decisioni essenziali.La lunga marcia di trasferimento del potere economico e finanziario dal pubblico al privato aveva caratterizzato il secolo della Gov Neolib. Ora con la Gov Q questi meccanismi sarebbero entrati nella fase dell’ entanglement quantistico di pubblico-privato. Un legame strutturale per cui era impossibile far funzionare o intraprendere una qualsiasi attività o iniziativa pubblica senza implicare il privato. Questo legame, che con il Neolib era basato su una volontà politica, ora, secondo i piani della Gov Q, entrava in una fase d’indissolubilità in cui l’algoritmo quantistico avrebbe permesso un’accelerazione esponenziale rispetto alle classiche procedure politiche.Quando per esempio l’ AltaSfera  aveva deciso che nel progetto High Frontier  c’era bisogno di più europium 5  per accelerare la costruzione degli ascensori spaziali, allora per la prima volta un workflow 6  gestito dall’algoritmica quantistica era riuscito a ridurre di dieci volte i tempi dell’esecuzione dell’ordine aumentando di conseguenza la produzione. Fra l’altro, grazie al calcolo quantistico, era stato instaurato in un tempo record un diritto di prelazione mondiale su tutte le estrazioni necessarie scavalcando legislazioni nazionali, interessi pubblici, protezione dei cittadini ecc. Prelazioni che, quando necessario, venivano anche imposte con la forza, il che aveva poi generato una serie di problemi ecologici e sociali che non erano stati presi in conto perché considerati di secondaria importanza. Tutta la potenza così dispiegata avrebbe però incontrato i suoi limiti nell’agire umano nelle zone più in preda alla setticemia di Gaia, per non parlare di quelle di cui si era perso il controllo. In ogni caso il nuovo sistema di Gov Q prendeva corpo e alle due fasi della macchina neolib se ne sarebbe aggiunta una terza: la WorldForce . Note: K. Barad, op. cit ., p. 67. Ibid. Gov Q: cfr. glossario . Credo proprio che il Boomernauta facesse riferimento a quello che aveva definito un suo livre de chevet (libro da comodino e quindi di riferimento), che incontreremo ancora in seguito: K. Barad, Meeting the universe halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning , Duke University Press, 2007. Per aumentare la potenza di calcolo dei computer basati su molecole di terre rare nel progetto degli ascensori spaziali. Il workflow è una sequenza strutturata di attività, compiti o processi necessari per completare un obiettivo specifico. È una rappresentazione delle attività in un contesto organizzativo e gestionale. Worldforce e nascita del sistema a tre fasi La Gov Neolib si trasforma nella Gov Q per emanciparsi dal contesto politico terrestre e preparare la Grande Fuga delle élite dalla biosfera in crisi. La WorldForce (WF) emerge come braccio secolare della Governance, fornendo intelligence globale, capacità di intervento militare centrale e complementare a quello delle milizie e polizie private SecurServ. La WF si integra con l’AltaSfera e i PoSt/ati, formando un sistema a tre fasi o macchina tricefala. Questa trasformazione conferisce temporaneamente alla Gov Q un’impronta imperiale, mentre le condizioni di vita precarie e la crisi della biosfera aumentano i conflitti locali. Nell’epoca neolib l’ AltaSfera   Ecofin  non aveva mai direttamente disposto di una longa manus militaris operativa sul terreno ed era abituata a destreggiarsi coi micro o macrocosmi politici assumendo il ruolo di Pilota Automatico. Una rivelazione che era sfuggita intenzionalmente di bocca a Mago-Drago, uno dei manager pregalattici dell’ AltaSfera   Ecofin , mandato poi in missione kamikaze nella penisola del Vitello 1 , il suo declinante e invecchiato PoSt/ato d’origine. Il Pilota Automatico aveva dato ottime prove delle sue capacità: per esempio quando aveva rimesso al passo l’Ellade, l’antica culla della democrazia che si era un po’ persa nel dolce far niente. In quel caso il Pilota Automatico aveva lasciato il mondo a bocca aperta per la sua efficacia, privando i cittadini della capacità di accedere ai propri soldi attraverso il blocco istantaneo di tutti gli sportelli automatici del Paese e poi prendendo di mira i loro introiti. Ovviamente il Pilota aveva privilegiato la riduzione dei redditi degli improduttivi  come pensionati, disoccupati, disabili, artisti e altri. A parte qualche manifestazione un po’ più esuberante delle altre, comunque ben controllata, tutto era appunto rientrato nel dis/ordine. Una bella dimostrazione di come in quell’epoca la Gov Neolib riuscisse ancora a gestire direttamente le situazioni difficili senza interventi diretti e brutali. In ogni caso la vera specialità del Pilota Automatico era di far indebitare i Paesi più poveri per poi estrarne il midollo essenziale e ciò aveva funzionato perfettamente in molti territori e sub continenti, come per esempio il Sud America. Nella transizione della Gov Neolib verso l’era quantistica erano emerse molte pressanti ragioni che spingevano alla creazione di un centro operativo che non fosse solo l’immateriale Pilota Automatico, che ormai non funzionava più come prima. Una delle principali cause che avevano spinto a tale scelta era stata la preparazione della Grande Fuga , un’operazione che stava entrando nel periodo cruciale di costruzione e sperimentazione degli ascensori spaziali, indispensabili per l’istallazione delle prime colonie umane nello spazio. Era necessario garantire un’enorme produzione per attuare il progetto, ma allo stesso tempo si stava verificando una continua disgregazione del controllo sulle popolazioni obbligate a sostenere tale produzione massiccia. Fu così che nacque la necessità di creare un’istanza operativa globale con la quale l’ AltaSfera  avrebbe potuto sia accedere direttamente all’informazione, sia agire sul terreno senza passare per tutte le mediazioni politiche legate a interessi locali nazionali o pseudo imperiali. Questa operazione sarebbe stata facilitata dall’implementazione quantistica in corso e avrebbe completato la transizione verso la Gov Q con la creazione di una nuova fase che si sarebbe aggiunta alle due precedenti. Il nome di codice era WorldForce , con acronimo WF, un’entità ibrida con ramificazioni che coprivano tutte le aree mondiali. Durante l’era neolib, sarebbe stato impossibile realizzare tutto ciò, soprattutto prima che i due grandi imperialismi di quel periodo si fossero definitivamente autoridimensionati nei modi rocamboleschi che ti ho raccontato. Potresti chiederti se tutte le lotte intestine della Gov Neolib si fossero pacificate improvvisamente e se tutti gli altri imperialismi regionali e PoSt/ati in guerra fossero diventati capaci di marciare all’unisono. Certo che no! Da una parte la caduta dei grandi imperialismi egemonici per cause imprevisibili era stata un colpo decisivo alla Gov Neolib, dall’altra l’imperativo di sopravvivere all’inevitabile caos prodotto dalla setticemia di Gaia esigeva di obbligare gli oligarchi dei PoSt/ati, anche quelli con velleità dominatrici, a cercare perlomeno un limitato terreno d’intesa sulle modalità di controllo delle risorse in vista della fuga. Questo era uno dei principali obbiettivi della WF 2 . Inoltre, con l’avanzare della setticemia di Gaia l’equilibrio delle macchine bicefale PoSt/ati- AltaSfera Ecofin  diventava sempre più instabile. La prima testa (erede dei vecchi Stati-Nazione) doveva controllare territori e popolazioni in condizioni precarie, la seconda (erede del capitale) era nell’affanno di mantenere l’accumulazione in un pro- cesso globale di produzione-distruzione sempre più entropico. La WF avrebbe dovuto quindi essere anche un’istanza di mediazione fra questi due poli in difficoltà e, pur essendo centralizzata, doveva garantire la parte terrestre della transizione del capitalismo verso lo spazio. Era in questa equazione, a prima vista impossibile da risolvere, che interveniva la tecnologia quantistica. La WF era già occultamente nata come l’ intelligence della Governance mondiale con capacità di destreggiarsi nel bioipermedia, utilizzando i variegati mondi hacker. Con la sua istituzionalizzazione e un forte potenziamento vennero unificate sotto un solo comando le attività spesso sotterranee che nei tempi della guerra fredda del XX sec. erano state messe a punto dai due grandi blocchi di quell’epoca. Per questo la WF dal punto di vista funzionale aveva ereditato i know-how delle grandi agenzie nazionali d’ intelligence del passato 3 . Proprio le stesse agenzie che avevano basato la loro ragione d’essere ed esperienza partecipando a manovre e operazioni di ogni tipo come repressioni, guerre, invasioni, complotti 4 , colpi e stragi di Stato. Poi grazie al salto di paradigma permesso dalla tecnologia quantistica la WF sarebbe anche diventata una longa manus strategica capace di dirigere grandi progetti finanziari o tecnologici, globali di cui ti ho appena svelato la finalità. [Qui interrompo il Boomernauta per fargli notare che, secondo il suo racconto del futuro, l’ipotesiimperiale, annunciata in gran pompa a inizio del terzo millennio 5 e non verificatasi, era quindi poi riemersa clamorosamente. Pronta fu la sua reazione:] Sì in un certo senso era riemersa quell’ipotesi, ma la Gov Q più che un unico impero postmoderno di governo dell’umanità si era configurato nel gergo corrente come un impero scapuma  e cercava di confermare, in un senso completamente nuovo, la vecchia e falsa previsione che la setticemia di Gaia rendeva concreta: quella cioè di una fine del mondo  prima della fine del capitalismo. Infatti la Gov Q intendeva proprio perpetuare il capitalismo al di là del   mondo , ormai in grande difficoltà e dove per mondo si intendeva quello basato sulla biosfera.L’algoritmica quantistica avrebbe permesso anche di rendere fluida l’azione della WorldForce , anche se, a livello esecutivo, ci si era dovuti adeguare a tutta la complessità delle articolazioni periferiche terrestri. Una parte dei nuclei distaccati era stata direttamente pilotata da quei centri spaziali di comando in orbita terrestre bassa già in funzione. Il resto sarebbe stato costituito da una rete di nodi operativi delegati alle organizzazioni private della SecurServ , di cui ti avevo accennato in precedenza. La privatizzazione era avvenuta tramite un’estensione del principio di franchising applicato ai servizi di forza armata e pubblica. Specie nei paesi più periferici e deboli i franchisee locali erano filiali di grandi gruppi come Blackwasser, Wagniria ecc., vere e proprie multinazionali della sicurezza  (leggi guerra), quotate nelle restanti Borse aperte dopo la fine della City, sommersa con buona parte di Londra. Il settore economico e borsistico SecurServ  era stato consolidato con quello dell’armamento, diventando dominante ed essenziale per la sopravvivenza stessa della Gov Q. Nel grande compartimento dei SecurServ  c’erano anche stakeholder che non gestivano direttamente truppe e carri armati. Si trattava di tutti quei fornitori di tecnologie digitali del controllo, senza le quali le guerre erano già perse in partenza. Per esempio si era visto sin dalle guerre del XXI secolo come le costellazioni di satelliti in orbita avessero cambiato tattiche e strategie di guerra. Esse avevano permesso agli eserciti di coordinare il fronte e di individuare le posizioni del nemico grazie alle trasmissioni criptate delle riprese fatte dai droni. Era la prima tappa di una gamification  e robotizzazione della guerra che entrava a far parte del bioipermedia. Gli operatori e fornitori di questi nuovi e sofisticati servizi di guerra erano parte dei SecurServ  privati, fra cui molti techno-tycoon. Chi non poteva permettersi di disporre di tali servizi quando affrontava una guerra rischiava di perderla anche disponendo di forze superiori sul terreno 6 . La Governance aveva comunque operato il re-engineering quantistico del motore che animava il vecchio Pilota Automatico  rivelato da Mago-Drago. Aveva potenziato e automatizzato, con una miriade di bot, i consueti meccanismi di influenza sotterranea e lobbistica, mirati a creare riflessi condizionati o meccanici, specie nelle amministrazioni locali dei PoSt/ati di rango inferiore. Il secolo di guerre mediorientali era un esempio classico di interminabili e tragici conflitti regionali. L’ AltaSfera   Ecofin  non cercava di interporsi direttamente, ma di concentrare attenzioni e sforzi sul fatto che in ogni caso tutto si svolgesse a suo vantaggio. E poi le guerre erano sempre state da lei ben viste, come ricorda l’antico, ma sempre valido, adagio borsistico francese « il faut acheter au son du canon et vendre au son du violon» 7 . Non si trattava solo di coccolare e far crescere l’essenziale settore dell’armamento ora fortemente implicato anche nelle tecnologie quantistiche. Bisognava anche consumare  gli armamenti e nella strategia Ecofin la crescita infinita e illimitata della produzione trovava il suo punto d’equilibrio nelle distruzioni prodotte dalle guerre. Per tali ragioni anche la nuova WF integrata alla Gov Q non si esponeva inutilmente in guerre mondiali , ma agiva direttamente solo quando gli interessi dell’ AltaSfera   Ecofin  erano in gioco. Una particolare attenzione era posta a tutti gli aspetti che attenevano al dispiegamento delle infrastrutture e delle attività propedeutiche all’ormai indispensabile e imminente migrazione spaziale delle élite. Le procedure che reggevano la WF evitavano che essa apparisse nei conflitti locali, nelle repressioni di sommosse o di ribellioni limitate e che, comunque, era importante che non toccassero   i gangli vitali della Gov Q. Il caos crescente e la conseguente complessità della situazione facevano sì che questo compito diventasse talvolta difficile. Il braccio operativo e armato della WorldForce  era un ingranaggio indispensabile all’ AltaSfera Ecofin  per completare l’ entanglement della Gov Q. Questa entità doveva permettere un’egemonia più totale e comprensiva degli interessi dell’ AltaSfera , il che implicava di ridurre l’autonomia dei PoSt/ati di modo che questa fosse sempre più formale e di facciata. Questo non evitava gli attriti, le ostilità o le guerre, che comunque alimentavano la macchina di produzione/distruzione. Bastava solo che non diventassero incontrollabili al punto da creare danni alla strategia spaziale dell’ AltaSfera . Ai PoSt/ati  che ancora mantenevano una parvenza di sovranità e di capacità amministrativa e politica veniva data una delega algoritmica di gestione dei compiti fondamentali di controllo dei loro territori e popolazioni da far produrre . Era d’altronde previsto che anche con la Grande Fuga la Gov Q, per quanto possibile, continuasse a succhiare dalla biosfera il buon midollo di cui necessitava. Note: Al Boomernauta, a cui non dispiaceva una terminologia un po’ ellittica, mi ha fatto questo commento di due paesi europei facilmente riconoscibili: «nella penisola dei vitelli, talvolta considerata un laboratorio politico della Gov Neolib, l’ AltaSfera  aveva già fatto alcuni dei suoi primi esperimenti di gestione diretta, mettendo alcuni suoi esponenti a capo dell’esecutivo. Anche la Gallia, prima degli incidenti nucleari a ripetizione dovuti alle sue Centrali obsolete, venne a lungo governata da un banchiere che riuscì addirittura a farsi eleggere da una ristretta minoranza della popolazione per ben due volte». WorldForce : cfr. glossario Come Cia e NSA negli Stati Uniti, Fsb russo o ancora il Guoanbu cinese. Il Boomernauta a questo punto mi racconta un aneddoto: nella penisola del Vitello erano stati trovati a più di un secolo di distanza, nei luoghi più impensabili e nascosti, come le cisterne delle pompe di benzina abbandonate, depositi di armi nascoste dall’organizzazione segreta italiana di stampo neofascista Rosa delle Brezze  appoggiata dalla Nato, in vista di un colpo di stato militare. Qui il narratore fa riferimento all’ipotesi di una unica governance imperiale mondiale annunciata dopo la caduta dell’Urss in un libro intitolato appunto Impero . Credo proprio che il Boomernauta facesse riferimento alla guerra Russo-Ucraina in cui l’esercito russo benché superiore in forze e mezzi convenzionali si era trovato a un certo momento in difficoltà, prima di adeguarsi, a causa di tutte le tecnologie occidentali più avanzate di cui l’esercito ucraino aveva potuto disporre. «In borsa bisogna comprare al suono del cannone e vendere al suono del violino». Comprare con la guerra e vendere con la pace.

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    Dal virtuale al reale. Sparagli Piero

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    II° Che cos'è la fantascienza? Il testo analizza la fantascienza come dispositivo culturale nel senso foucaultiano, capace di intrecciare potere, sapere e immaginario collettivo. Riprendendo Caronia, Foucault e Deleuze, la fantascienza viene letta non solo come strumento di consenso o evasione, ma come spazio dialettico in cui il pubblico mantiene una quota di creatività e risposta. Essa incarna la tensione tra scienza e fantasia, producendo novità e trasformazione. Nel Novecento ha accompagnato il passaggio dalla società disciplinare a quella del controllo. La <> della fantascienza indica quindi la crisi di un dispositivo storico e l’emergere di nuove forme dell’attuale. A questo link è possibile leggere il primo articolo sul tema. Non avevo mai incontrato una ragazza hippy che si interessasse di fantascienza, prima d'ora; mi ha tenuto ore e ore a parlare di filosofia, di Dio, di dischi volanti e della saggezza esoterica degli antichi Egizi, e in tutte queste cose intesseva il filo della fantascienza. - Philip K. Dick1 Nella propria copia del secondo numero della rivista «Calibano» 2  dedicata alla forme letterarie di massa, Antonio Caronia sottolinea (pratica per lui alquanto insolita) ed evidenzia, segnalandola in apertura del volume, la pagina 120 dell'articolo di Guido Carboni che parla di una sorta di ambivalenza, di necessaria dialettica tra chi vuole manipolare il pensiero altrui e chi si trova a subire la suddetta manipolazione: «sappiamo che i persuasori occulti possono persuaderci quasi di qualsiasi cosa, ma per farlo devono rispettare la legge fondamentale della retorica; per persuadere, per manipolare anche ideologicamente qualcuno bisogna accettarne almeno in parte le premesse, i bisogni di fondo. Qualsiasi modello che cerchi di interpretare la funzione sociale della letteratura di massa deve far posto a questa dialettica di risposta delle masse, restituire loro almeno un minimo di iniziativa e creatività, anche quando non siano politicamente organizzate. Forse così si riesce anche ad evitare di cadere in una delle varianti di quelle che già Umberto Eco nel 1964 definiva come atteggiamento apocalittico, e cioè di leggere la letteratura di massa solo come proiezione diretta di un meccanismo capitalistico, conscio o inconscio, di creazione del consenso; oppure come rimozione consolatoria, sfogo nel fantastico per sradicare le tensioni reali: che poi non è altro che l'altra faccia della stessa medaglia. Le ipotesi sono entrambe sostanzialmente vere per la letteratura di massa nel suo complesso e perché, a meno di un profondo cambiamento rivoluzionario, il meccanismo di assestamento, di creazione del consenso finisce col recuperare tutto o quasi. E tuttavia finiscono con l'appiattire completamente il panorama in questa ipotesi di negatività totale che alla fine della ricerca non può che ritrovare eternamente se stessa e rischia di oscurare la dinamica concreta in cui questi fenomeni si collocano; i come e i perché specifici di questo controllo» 3 . Quando Caronia prende nota di queste pagine è ancora lontano dal conoscere in modo adeguato il pensiero di un filosofo come Michel Foucault 4 , pur apprezzandone il discorso sul potere e sulla società disciplinare, altrimenti avrebbe potuto cogliere l'importanza del concetto di dispositivo  per comprendere al meglio quella dinamica concreta in cui questi fenomeni si collocano  e in modo particolare quello del cosiddetto genere fantascientifico che qui ci interessa. Dreyfus e Rabinow nel loro fondamentale La ricerca di Michel Foucault 5  ci dicono che secondo la definizione di Foucault si ha un dispositivo laddove si riesca ad isolare «strategie di rapporti di forza che fanno da supporti ad alcuni tipi di sapere, che a loro volta diventano supporto di tali rapporti». Pur non avendo mai definito in modo esplicito cosa Foucault stesso intendesse con questo termine, nella sua, pur sommaria definizione, evidenzia la capacità di isolare, e quindi di interpretare, al di là di ogni pretesa di ricerca di verità soggiacenti, «quelle pratiche culturali che presenti nella nostra cultura [sono state] utilizzate come strumenti per la costituzione dell'individuo moderno, inteso sia come oggetto che come soggetto». La fantascienza, quella forma di letteratura che, per dirla con Ballard, è stata l'immaginario portante del XX secolo, ne costituisce l'aspetto più estremo e più tardo. Sul limite della modernità è lode del suo successo e canto funebre del suo visibile processo di rapida consumazione. E allora ecco che quella particolare produzione di storie fantastiche che per la prima volta riescono ad operare una coniugazione tra due opposti apparentemente inconciliabili di fantasia e scienza (quello spregiudicato matrimonio tra opinione e verità) tramite lo strumento tecnico del dispositivo  acquistano una loro esplicabilità come «una forma di vita  costituitasi storicamente, come dice Wittgenstein [senza] alcuna essenza né alcuna stabilità, e nessuna unità nascosta e soggiacente». Ma che nonostante ciò possiede una propria specifica coerenza. Seguendo la filosofia dei dispositivi foucaultiani Deleuze 6  ci avverte che una delle importanti conseguenze che ne deriva è il «cambiamento di orientamento che si distingue dall'Eterno per rivolgersi al nuovo». La novità, non nei termini di moda e originalità, bensì di creatività. Novità che si enuncia nella «misura in cui può comprendere enunciati contraddittori». E scienza e fantasia sono indubbiamente due termini in evidente contraddizione tra loro, che vanno a formare nello stesso dispositivo quel «contenuto di novità e creatività che indica contemporaneamente la capacità di trasformarsi o già di incrinarsi a favore di un dispositivo futuro». Il senso della dichiarazione più volte reiterata e sempre ostracizzata dai solerti critici amici o nemici (dagli amici mi guardi Iddio) della morte della fantascienza seguita dall'esclamazione viva la fantascienza  da parte di Antonio Caronia, sta tutto qui. La consapevolezza che «noi apparteniamo a dei dispositivi e agiamo in essi». E soprattutto che in ogni dispositivo occorre «distinguere ciò che siamo (ciò che non siamo già più) e ciò che stiamo diventando: ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene all'attuale ». Il dispositivo fantascientifico novecentesco ha agito in piena continuità e aderenza con lo sviluppo tecnoscientifico, nella sua esponenziale accelerazione. Accompagnandoci per mano lungo la storia di ciò che poco a poco cessiamo di essere, cioè quella società chiusa, disciplinare che viene assorbita e inglobata nell'attualità, quella novità che si sta disegnando «in disposizioni di controllo aperto e continuo ». «Foucault concorda con Burroughs che annuncia il nostro avvenire controllato piuttosto che disciplinato». È un passaggio sancito dalla rottura del vecchio dispositivo fantascientifico a favore di uno nuovo che può essere compreso solo nella presa in carico di una soluzione di continuità che sancisca la novità che si sta creando nell'attuale, ciò che appartiene al divenire a discapito «di ciò che appartiene alla storia». Nel desiderio di continuità, di negare cesure drastiche e destabilizzanti si ritrova tutta l'ansia e il timore di dover abbandonare le statiche contrapposizioni di campi ben definiti, di confini consolidati, uno per tutti: ciò che è cultura da ciò che è politica. Note: 1. Philip K. Dick, La ragazza dai capelli scuri , Fanucci, Roma 2014, p. 47. 2. Guido Carboni, Un matrimonio ben riuscito?  In Il nuovo e il sempre uguale. Sulle forme letterarie di massa, «Calibano 2», Savelli, Roma 1978, p. 120. Conservata a Bibliotork, presso la Cascina Autogestita Torchiera di Milano. https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ 3. Un'analisi importante sul medesimo filo di ragionamento in Fredric Jameson, Firme del visibile , Donzelli, 2003, p. 36 «A questo punto del ragionamento, l'ipotesi, è allora che le opere di cultura di massa non possano essere ideologiche senza essere nel medesimo tempo, implicitamente o esplicitamente, anche utopiche: esse non possono venire manipolate a meno che non offrano qualche genuino brandello di contenuto, una sorta di esca fantastica per il pubblico che sta per essere manipolato. Perfino la falsa coscienza  di un fenomeno così mostruoso come il nazismo era nutrita di fantasie collettive di tipo utopico, espresse in forme sia socialiste  sia nazionaliste. La nostra asserzione sul potere trainante delle opere di cultura di massa ha insinuato che opere del genere non possono gestire le inquietudini di ordine sociale a meno che non le abbiano prima ridestate e non abbiano fornito loro una qualche espressione rudimentale; si desidera ora suggerire che l'inquietudine e la speranza sono due aspetti della stessa coscienza collettiva in modo che le opere di cultura di massa, anche se la loro funzione risiede nella legittimazione dell'ordine esistente – o di uno anche peggiore – non possono compiere il loro lavoro senza deviare a favore di quest'ultimo le speranze e le fantasie più profonde e fondamentali della collettività, alla quale poi, si scopre, non importa in qual modo distorto, hanno così dato voce». 4. Antonio Caronia, Quando i marziani invadevano Milano http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html 5. H. L. Dreyfus, P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault,  La casa Usher, 2010 6. Gilles Deleuze, Che cos'è un dispositivo . Cronopio, 2007 II – What’s Science‑Fiction? by Giuliano Spagnul  I had never met a hippie girl who was interested in science‑fiction before; she kept me for hours talking about philosophy, God, flying saucers and the esoteric wisdom of the ancient Egyptians, and in all these things she wove the thread of science‑fiction. - Philip K. Dick¹ In his own copy of the second issue of «Calibano»², a magazine devoted to mass‑literary forms, Antonio Caronia unusually highlights—at the very opening of the volume — the page 120 of Guido Carboni’s article, which discusses a kind of ambivalence, a necessary dialectic between those who wish to manipulate others’ thoughts and those who are subjected to that manipulation:   «We know that hidden persuaders can convince us of almost anything, but to do so they must respect the fundamental law of rhetoric; to persuade, to manipulate ideologically, one must accept at least in part the target’s premises and basic needs. Any model that seeks to interpret the social function of mass literature must make room for this dialectic of mass response, returning to the audience at least a minimal degree of initiative and creativity, even when they are not politically organized. Perhaps this also avoids falling into one of the variants that Umberto Eco, in 1964, defined as an apocalyptic attitude — reading mass literature solely as a direct projection of a capitalist mechanism, conscious or unconscious, that creates consensus; or as a consolatory removal, a fantastical vent that eradicates real tensions, which is merely the other side of the same coin. Both hypotheses are essentially true for mass literature as a whole, and because, absent a profound revolutionary change, the settling mechanism that creates consensus ends up reclaiming everything or almost everything. Yet they end up flattening the panorama completely in this hypothesis of total negativity that, at the end of the inquiry, can only eternally rediscover itself and risks obscuring the concrete dynamics in which these phenomena are situated; the specific hows and whys of this control.»³   When Caronia notes these pages, he is still far from a full grasp of a philosopher such as Michel Foucault⁴, though he appreciates Foucault’s discourse on power and disciplinary society. Had he done so, he might have seized the importance of the concept of the dispositif  for understanding the concrete dynamics at play, especially regarding the so‑called science‑fiction genre that interests us here.   Dreyfus and Rabinow, in their seminal “The Search for Michel Foucault”⁵, tell us that, according to Foucault, a dispositif  exists wherever one can isolate «strategies of power relations that support certain kinds of knowledge, which in turn become the support of those relations».   Although Foucault never explicitly defined the term, his brief definition highlights the ability to isolate—and thus interpret—beyond any claim to underlying truth, «those cultural practices that, present in our culture, have been used as tools for the constitution of the modern individual, understood both as object and as subject».   Science‑fiction, that form of literature which, as Ballard puts it, was the imaginary bearing  of the twentieth century, represents its most extreme and latest aspect. At the edge of modernity, it is praised for its success and mourned for its rapid consumptive decay.   Thus, that particular production of fantastic stories, which for the first time manages to fuse two apparently irreconcilable opposites—fantasy and science (the reckless marriage of opinion and truth)—through the technical instrument of the dispositif , acquires an explicability as «a form of life historically constituted, as Wittgenstein says, without any essence, stability, hidden or underlying unity». Yet it nonetheless possesses its own specific coherence.   Following the philosophy of Foucauldian   dispositifs  Deleuze⁶ warns that an important consequence is a «shift of orientation that distinguishes itself from the Eternal by turning toward the new». The novelty is not a matter of fashion or originality, but of creativity — the novelty that is expressed in «the degree to which it can accommodate contradictory statements». Science and fantasy are undeniably contradictory terms, yet within the same dispositif  they form a «content of novelty and creativity that simultaneously indicates the capacity to transform or already to crack in favor of a future dispositif ».   The repeatedly reiterated, always ostracized declaration of the death of science‑fiction  followed by Antonio Caronia’s cry of long live science‑fiction  rests on a single insight: «we belong to dispositifs  and act within them». Moreover, in every dispositif  we must «distinguish what we are (what we are no longer) from what we are becoming: what belongs to history and what belongs to the present».   The nineteenth‑century science‑fiction dispositif operated in full continuity with technoscientific development, riding its exponential acceleration. It has led us hand‑in‑hand through the history of what we gradually cease to be — that closed, disciplinary society that is absorbed and incorporated into the present, a novelty that is being shaped «in arrangements of open, continuous control».   «Foucault agrees with Burroughs that he announces our future as controlled rather than merely disciplined».   This passage marks the rupture of the old science‑fiction dispositif  in favor of a new one that can be understood only through a continuity solution that affirms the novelty being created in the present—what belongs to becoming at the expense of «what belongs to history» In the desire for continuity, in denying drastic, destabilizing ruptures, lies the anxiety and fear of abandoning static, well‑defined field boundaries, of conflating culture with politics.   Notes Philip  K. Dick, The Dark‑Haired Girl , Fanucci, Rome 2014, p.  47. Guido  Carboni, Un matrimonio ben riuscito?  In Il nuovo e il sempre uguale. Sulle forme letterarie di massa, «Calibano 2», Savelli, Rome  1978, p.  120. Copy preserved in the Bibliotork  at the “Cascina Autogestita    Torchiera” (Milan). https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ Fredric  Jameson, Signs of the Visible , Donzelli, 2003, p. 36. (An important analysis of the same line of reasoning: mass‑culture works cannot be ideological without also being implicitly or explicitly utopian; they must contain a genuine “fantastic bait” that manipulates the audience, linking collective anxieties and hopes.) Antonio  Caronia, Quando i marziani invadevano Milano . http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html H.  L.  Dreyfus & P.  Rabinow, La ricerca di Michel Foucault,  La casa Usher,  2010. Gilles  Deleuze, Che cos'è un dispositivo . Cronopio, 2007.

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    Tesi sul nuovo fascismo europeo Questo testo è apperso sul numero 4 della rivista <> nel giugno del 1993. In fondo all'articolo riportiamo il numero per intero. Il testo ha uno straordinario carattere anticipatore. Il nuovo fascismo europeo si insidia, cresce e si sviluppa nella distruzione della sfera lavorativa in quanto ambito privilegiato della socializzazione e luogo di acquisizione di un'identità politica. Si potrebbe dire che tutto si sia avverato anche il bisogno di sviluppare forme di democrazia non rappresentativa in grado di organizzare le masse.

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    Caccia all'uomo

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    Come sopravvivere all’Intelligenza artificiale. IA, tecnofascismo e guerra Robin Tomens Dove la meta-automazione introdotta con l’intelligenza artificiale generativa tende a chiudere l’indeterminato dentro la previsione calcolabile, la metatecnica umana – situata, relazionale, storica – apre varchi nell’inconoscibile. Non c’è apprendimento profondo che possa emulare questa apertura radicale, perché essa non è funzione, ma soglia. ChatGPT «Loro avevano l’algoritmo, noi l’anomalia. Loro l’addestramento, noi l’invenzione». Il Boomernauta Il termine «intelligenza artificiale» (IA) copre diversi ambiti e denominazioni. In questo saggio quando parlo di IA, al singolare o al plurale – intendendo in questo secondo caso le varie implementazioni correnti come ChatGPT, Deepseek o Claude – mi riferisco, se non specificato diversamente, all’intelligenza artificiale generativa applicata specificamente al linguaggio: la famiglia di tecniche che, applicando modelli di machine learning a dataset enormi, produce large language models (LLM), ovvero modelli linguistici in grado di creare nuovi contenuti. Per chiarire metaforicamente il rapporto tra questi elementi: Il Dataset è la biblioteca universale di testi, la materia prima. Il Machine Learning è il metodo di studio che permette di apprendere da quella biblioteca. Il LLM è il risultato di questo processo: una «mente» esperta che ha interiorizzato le regole del linguaggio. L’IA Generativa è la capacità di questa mente di agire creativamente, generando testi originali. Il Chatbot è l’interfaccia conversazionale con l’IA, che usa il linguaggio naturale. Per definizioni più dettagliate si veda il Glossario Premessa Il pamphlet statunitense degli anni ’50 How to Survive an Atomic Bomb 1 non fu solo un manuale pratico: trasformava l’incubo nucleare della Distruzione Mutualmente Assicurata 2 in una sequenza di azioni individuali e gestibili, offrendo all’individuo un’illusione di controllo e agency (capacità di agire) di fronte a una minaccia che lo sovrastava.Con l’intelligenza artificiale (IA) la dinamica cambia: non siamo di fronte a una catastrofe possibile, ma immersi in una catastrofe già in corso. Nei discorsi dominanti spesso si oscilla tra narrazioni opposte e semplificate: l’IA come minaccia di dominio delle macchine, come promessa salvifica capace di rimediare al caos a cui il capitalismo ci sta conducendo, oppure come strumento transumanista di potenziamento destinato a creare una nuova élite «aumentata». Probabilmente le cose non stanno proprio così, e per questo mi sembra opportuno avviare un’indagine per affrontare l’insieme dei fenomeni complessi generato in questo nuovo contesto in cui l’IA è entrata a far parte del paesaggio quotidiano.Questo saggio vuole gettare le basi per un discorso più ampio, adottando un approccio specifico e limitando per il momento l’analisi a linee di indagine centrali. Si tratta di direttrici che non esauriscono il quadro complessivo, ma che consentono di iniziare a tracciare un percorso.Come approccio si propone di affrontare politicamente, socialmente ed economicamente questo salto tecnologico adottando una prospettiva che prende la fisica quantistica come quadro reale della natura, superando l’illusione di un modello puramente newtoniano. In coerenza con questa impostazione quantistica, si adotta una metodologia «diffrattiva», che intreccia i riferimenti del materialismo storico con quelli dei nuovi materialismi. Il primo passo è situare l’IA nel contesto storico . Come ogni tecnologia essa non nasce in astratto, ma si sviluppa dentro precise condizioni storiche, politiche e socio-tecniche, fino a infiltrarsi in quasi ogni sfera della vita – anche se, a dispetto degli ingenti investimenti e dei proclami roboanti (da Trump in giù), il suo modello economico capitalista resta tutt’altro che consolidato. Il corpo dello scritto, è costituito da un’analisi dell’IA come realtà relazionale articolata in due prospettive complementari. Nell’una si esaminano le dinamiche, le modalità e le responsabilità attraverso cui l’IA viene modellata, costituita e plasmata: chi la costruisce, con quali interessi, dentro quali rapporti di potere, secondo quali logiche estrattive o distributive. Nell’altra prospettiva si indagano i fenomeni che si producono nella sua progressione pervasiva, quegli effetti che eccedono l’utilizzazione intenzionale da parte degli umani e che emergono dall’interazione complessa tra algoritmi, infrastrutture materiali e contesti sociali ed ecologici.Questi due aspetti non sono disgiunti ma profondamente intrecciati. Le loro connessioni avvengono nello spaziotempomateria: quella dimensione in cui spazio, tempo e materia costituiscono un continuum inseparabile. Inoltre l’IA è una perfetta incarnazione dell’inseparabilità tra dimensione materiale e dimensione discorsiva, essendo al tempo stesso infrastruttura fisica concreta e produzione incessante di linguaggio. Abbandonata ai tecnofascisti, viene fatta gonfiare smisuratamente in entrambe le direzioni – infrastrutture ecocide da un lato, narrazioni compiacenti dall’altro – fino a esplodere come una bomba atomica confortevole e leccaculo.L’epilogo cercherà di individuare come generare, dai segnali che già si manifestano, le deviazioni infinitesimali capaci di sottrarre Gaia – e noi in essa – alla traiettoria da incubo che la sta travolgendo. Approccio: uscire dagli schemi newtoniani Non esiste una definizione scientifica univoca di «intelligenza», eppure nella retorica corrente l’IA viene spesso costretta tra la riduzione a mero algoritmo statistico e, all’opposto, la rappresentazione di una minaccia sovrumana.Queste contrapposizioni, fondate sulla logica competitiva che oppone intelligenze delle macchine a quella umana intesa in senso individuale – ignorando ogni forma di intelligenza collettiva e più-che-umana 3 – risultano fuorvianti e vanno contestate. Esse poggiano su uno schema newtoniano che immagina gli esseri umani come entità già costituite, portatrici di una soggettività e di un sapere predeterminati, mentre le macchine – a lungo concepite come oggetti già dati, governati da leggi causali e manipolabili dall’esterno – tendono oggi a essere considerate potenzialmente ingovernabili, dotate di un’autonomia che sfugge al controllo umano. È la stessa logica di un’ontologia antropocentrica che in Occidente affonda le sue radici nella Grecia antica e che, nell’epoca storica del capitalismo, ha prodotto processi sociali e materiali entrati in una fase di accelerazione esponenziale e distruttiva. Nel XX secolo il materialismo storico ha sovvertito le spiegazioni idealiste della storia, spostando il fuoco su condizioni materiali, rapporti di produzione e lotta di classe. Tuttavia ha spesso mantenuto un’impostazione determinista legata al paradigma meccanicistico del positivismo, con leggi «scientifiche» come quella sulla caduta del saggio di profitto 4 e il crollo del capitalismo.Questa tensione fra determinismo e trasformazione è esemplificata da Carlo Rovelli in Helgoland , quando richiama il conflitto fra Lenin e Bogdanov: La rivoluzione russa, argomenta Bogdanov nei turbolenti anni che seguono questa rivoluzione, ha creato una struttura economica nuova. Se la cultura è influenzata dalla struttura economica, come ha suggerito Marx, allora la società post-rivoluzionaria deve poter produrre una cultura nuova che non può più essere il marxismo ortodosso concepito prima della rivoluzione… Bogdanov predice che il dogmatismo di Lenin congelerà la Russia rivoluzionaria in un blocco di ghiaccio che non evolverà più, soffocherà le conquiste della rivoluzione e diventerà sclerotico. Parole profetiche, anche queste. 5 Dopo il braccio di ferro vinto da Lenin – in uno scontro che non era una semplice disputa teorica ma investiva l’intera concezione della rivoluzione e della sua organizzazione 6 che avrebbe condotto allo stalinismo – si affermò la meccanica quantistica, frutto del lavoro collettivo di Heisenberg, Bohr, Schrödinger e altri, che sovvertì la visione deterministica della fisica classica, quasi a dar ragione a Bogdanov. Il mondo reale non obbedisce a leggi meccanicistiche, ma si muove secondo dinamiche di indeterminazione e reti complesse – così come le tecnologie digitali avanzate, che sfuggono a ogni tentativo di ridurle a schemi lineari. Diventa urgente superare il dualismo tra soggetto e tecnica: umano e macchina non esistono come entità separate, ma si co-costituiscono nell’interazione. Marx colse le macchine come cristallizzazioni di rapporti sociali e lavoro accumulato, ma rimase prevalentemente legato a una visione in cui esse apparivano come oggetti già costituiti dal lavoro umano, piuttosto che come entità che si costituiscono relazionalmente nell’uso e nel contesto. In seguito Simondon intuì che le macchine non sono oggetti fissi ma processi in divenire, definiti dalle reti di relazioni in cui si inseriscono («Individui tecnici definiti da reti di relazioni»). Rielaborando questa intuizione possiamo vedere le macchine come il risultato di pratiche concrete e discorsi che si accumulano nel tempo, portando con sé scelte politiche e responsabilità umane precise. Non sono entità fisse: prendono forma solo nelle interazioni che le mettono in azione.Non si tratta dunque di opporre l’IA all’utente umano come due entità separate: ciò che conta è l’intreccio di relazioni che coinvolge persone, algoritmi, infrastrutture materiali, logiche economiche e assetti politico-sociali. È in questo spazio che emergono le dinamiche decisive per comprendere come l’IA agisca e venga agita.L’indagine deve allora concentrarsi sia sugli effetti concreti e simbolici generati dagli incontri tra umani e IA, sia sugli orientamenti politici e le responsabilità già incorporati nei sistemi tecnologici che modellano tali incontri. In questo senso, l’approccio diffrattivo di Karen Barad 7 offre uno strumento prezioso. La metafora è fisica: quando un’onda incontra un ostacolo si diffrange generando nuove forme (pattern) di interferenza. Applicato al pensiero, significa non fermarsi alla dinamica biologica del rispecchiamento – riconoscimento, imitazione, empatia mediati anche dai neuroni specchio – né a quella culturale della riflessione, che tende comunque a restituirci ciò che già conosciamo, ma aprirsi invece a interferenze produttive, a scomposizioni capaci di generare traiettorie inattese. Questo vale anche per la pratica politica contemporanea, inclusa quella di sinistra, spesso intrappolata nello schema del «già noto». La diffrazione consente invece di riorientare pensiero e pratiche, trasformando le condizioni stesse di ciò che può accadere nelle interazioni tra umani e macchine.Un approccio diffrattivo ci porterà a interpretare l’intelligenza artificiale non come mero specchio sociale, né solo come automazione al servizio del capitale di quel sapere collettivo che Marx chiamava general intellect . L’IA ha invece un ruolo attivo nel produrre la realtà insieme a noi e oltre.Questo significa andare oltre la denuncia dei pregiudizi dell’IA come semplici riflessi di bias umani contenuti nei dati di addestramento 8 – denuncia che spesso si riduce al suggerimento di correttivi tecnici o filtri migliori. O ancora: chi definisce cosa sia una risposta «naturale»? E come l’interazione fra utente e dispositivo crei significati imprevisti, non riducibili ai soli input iniziali?In questo modo, l’approccio diffrattivo evidenzia anche gli effetti delle interazioni tra umani e IA: mostra come le scelte progettuali, le decisioni politiche, le pratiche sociali e i dati incorporati nel sistema influenzino concretamente i risultati, rendendo visibili responsabilità che altrimenti resterebbero nascoste. Più in generale, mette in luce come questa co-produzione non si limiti a organizzare la suddivisione del lavoro produttivo nel capitalismo contemporaneo, ma contribuisca attivamente alla formazione e al mantenimento di ordini sociali, gerarchie conoscitive e configurazioni ecologiche: quali corpi (umani e nonumani) vengono valorizzati o scartati, quali saperi legittimati o repressi, quali metabolismi energetici e materiali vengono imposti a Gaia. Situare l’IA nel contesto Neurocapitalismo e IA Nel 2016 usciva il mio libro Neurocapitalismo 9 , in cui ho cercato di mettere in luce le profonde mutazioni prodotte dal salto paradigmatico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) avvenuto a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Con un approccio genealogico evidenziavo come queste tecnologie non fossero soltanto prodotti dei grandi centri di ricerca delle corporation o degli apparati militari della Guerra Fredda, ma riflettessero anche l’energia creativa e cooperativa della rivoluzione anticapitalista e anti-imperialista degli anni ’60 e ’70. Pur sconfitta politicamente, quella stagione aveva lasciato tracce profonde, fornendo basi tecniche e immaginative per un mondo digitale in cui la tecnica poteva diventare strumento di democratizzazione del sapere e liberazione dell’intelligenza collettiva – come testimoniano lo spirito originario di Internet e del free software – poi progressivamente catturati ed espropriati dal capitale. Ed è proprio a partire da questa dinamica di cattura del comune e sussunzione dell’intelligenza collettiva che la scelta di sintetizzare tale trasformazione con il termine neurocapitalismo – non esclusivo, ma ormai intimamente legato al libro – rispondeva all’esigenza di nominare una mutazione profonda della logica capitalistica, in cui emozioni, cognizione, relazioni, desideri e affetti diventano simultaneamente materia prima della valorizzazione e variabili di aggiustamento per il controllo sociale. Una delle tesi centrali del libro era che questa mutazione strutturale non fosse riducibile a una semplice invenzione o a un «prodotto» della transizione del capitalismo dall’epoca industriale a quella del capitalismo cognitivo, o persino biocognitivo. Snodi fondamentali di questo cambiamento furono, in ordine di tempo, Internet, la rapida diffusione di miliardi di dispositivi mobili individuali (smartphone) e il controllo esercitato dalle global platform – vere megamacchine contemporanee – soprattutto attraverso i social media. Ciò che conta davvero, tuttavia, non è tanto la cosiddetta «innovazione» in sé, quanto le nuove relazioni sociali, politiche ed economiche in cui essa è implicata. Alla base vi era la nozione di bioipermedia 10 , cioè uno spazio emergente di nuovi entanglement 11 (forme di interdipendenza profonda in cui le entità rimangono correlate anche a distanza) , in cui corpi biologici, reti digitali e macchine di interconnessione si intrecciano non solo materialmente, ma anche nei continui processi di produzione e circolazione del senso, costituendo insieme la realtà in cui operano. Oggi Asma Mhalla 12 riprende quel discorso sul neurocapitalismo, che riguardava la generazione Zuckerberg-Bezos dei social media e dell’e-commerce, aggiornandolo alla nuova dei tecno-bros trumpiani dell’intelligenza artificiale: Le figure dell’ultra-tecnologia come Elon Musk, Peter Thiel e Sam Altman non si limitano a immaginare un futuro: lo programmano. Il loro progetto non consiste nell’aumentare l’umano, come pretendono, ma nel riconfigurarlo dalle fondamenta. È un progetto di in/civilizzazione di un’ampiezza inedita. Tutte le loro infrastrutture – cloud, IA, biotecnologie e dati – sono infrastrutture dell’intimo. Operano sui nostri desideri, le nostre routine, i nostri corpi. Il modello neurocapitalista ha a lungo garantito forme efficaci di controllo, plasmando soggettività e comportamenti attraverso dispositivi digitali e reti di influenza. Oggi, tuttavia, rivela i propri limiti. La sua capacità di produrre consenso si incrina necessariamente quando le moltitudini si trovano immerse in un degrado materiale crescente, sullo sfondo di una crisi ecologica e sociale sempre più profonda. Il controllo «soft» non basta più: le tensioni diventano sistemiche. La storia, a partire dal primo conflitto mondiale, insegna che il capitalismo tende a rispondere alle proprie contraddizioni strutturali attraverso la guerra: non solo la guerra come evento, ma come regime permanente, come tendenza alla guerra civile globale. 13 È precisamente in questo scenario che va collocato l’emergere dell’intelligenza artificiale. Tamburi di guerra Nel XX secolo movimenti rivoluzionari dal basso, composti da moltitudini spesso prive di istruzione, riuscivano a cambiare il corso della storia – basti pensare alla Cina che passa da paese semi-colonizzato a grande potenza mondiale.Oggi, invece, nonostante livelli senza precedenti di scolarizzazione e un ambiente tecnologico pervasivo, ci troviamo di fronte a un’ondata autoritaria, xenofoba e restauratrice, soprattutto, ma non solo, nel Nord globale. 14 Questo apparente paradosso non si spiega soltanto con la svolta controrivoluzionaria seguita ai movimenti degli anni Settanta o con la caduta del blocco sovietico. È l’esito di un mezzo secolo di sedicente neoliberismo 15 che, dietro la retorica della libertà e dell’innovazione, ha progressivamente eroso i legami sociali, privatizzato l’immaginario e addestrato le soggettività alla competizione e alla paura. Il neurocapitalismo, con la sua colonizzazione dell’attenzione e degli affetti, ha costituito l’infrastruttura cognitiva e sensibile di questa mutazione, senza però poter cancellare del tutto l’eccedenza imprevedibile della rivolta – quell’eccesso di significato e di vita che sfugge anche agli algoritmi dell’IA più sofisticata. Non si tratta di «resilienza» nel senso di adattabilità al sistema esistente – un termine ormai abusato dal management tecnocratico – ma di una capacità di rottura che attraversa corpi umani, ecosistemi viventi e dispositivi tecnici.Di fronte a una crisi sistemica ormai manifesta – sociale, politica, ecologica, economica, energetica, demografica – anche le ex democrazie rappresentative si riorganizzano in entanglement Stato-capitale fondati su logiche oligarchiche e imperiali. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti della seconda amministrazione Trump. Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura — della perdita, dell’incertezza, del “diverso” — diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista. 16 Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura – della perdita, dell’incertezza, del «diverso» – diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista. 17 Ma i segnali di insofferenza della Generazione Z (Gen Z) cominciano a moltiplicarsi, mettendo in discussione questa presunta docilità.Di fronte a questa insofferenza crescente, il potere cerca nuove forme di sedazione: il comfort senza precedenti offerto dall’IA dei tecno-oligarchi alleati del potere potrebbe funzionare da nuovo oppio dei popoli?È in questo scenario di crisi sistemica e di regime di guerra che l’intelligenza artificiale emerge non come strumento tecnologico, ma come un ulteriore nodo critico di potere e controllo che si vuole come definitivo. La sua apparizione nel quadro appena delineato rende necessaria un’indagine su alcuni aspetti salienti della sua natura costitutiva: come si intreccia con l’intelligenza umana, quali potenzialità dischiude e, soprattutto, quali rischi concreti porta con sé. 1 How to Survive an Atomic Bomb è un rassicurante manuale di protezione civile pubblicato negli Usa nel 1950 da Richard Gerstell. Guy Debord, nella Société du spectacle (1967), ne mostra l’assurdità ideologica: non strumento di salvezza, ma dispositivo per addestrare la popolazione ad accettare la catastrofe come normalità amministrabile. 2 Il dottor Stranamore (film di Stanley Kubrick, 1964). 3 Il «più-che-umano» ( more-than-human ) indica che le capacità trasformative non appartengono solo agli esseri umani, ma emergono da relazioni tra umani, animali, organismi, tecnologie e ambienti materiali. È un concetto sviluppato da Haraway e dai nuovi materialismi per superare la visione antropocentrica che vede l’uomo come unico agente attivo. 4 Nella teoria marxista indica la tendenza, nel capitalismo, alla diminuzione del rapporto tra profitto e capitale investito, dovuta alla crescente sostituzione del lavoro umano (che solo produce valore) con macchine e tecnologie. 5 Rovelli Carlo, Helgoland , Milano, Adelphi, 2020, p.134 6 Lenin dedicò quasi un anno (1908-1909) alla stesura di Materialismo ed empiriocriticismo (Roma, Editori Riuniti, 1973) per contrastare le posizioni di Bogdanov, segnale della portata strategica dello scontro. 7 Per approfondire la teoria della diffrazione di Barad, si consiglia di consultare il secondo capitolo del suo libro Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning , intitolato Diffractions: Differences, Contingencies, and Entanglements That Matter . In questo capitolo, Barad esplora come la diffrazione, un fenomeno fisico che descrive la deviazione delle onde quando incontrano ostacoli o aperture, possa essere applicata come metodologia epistemologica per analizzare le interazioni tra materia e significato. 8 Nel riconoscimento facciale, per esempio, il problema non è solo il bias nei dati, ma l’intreccio tra metriche di accuratezza, usi polizieschi e storie di marginalizzazione, o allora la pratica di una profilazione economica che indirizza la precarietà verso determinati settori sociali. 9 Giorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga , Mimesis, Milano-Udine, 2016. 10 Il bioipermedia è l’ambiente dell’insieme delle continue interconnessioni e interazioni dei sistemi nervosi e dei corpi con il mondo tramite dispositivi, applicazioni e infrastrutture reticolari. Per estensione, la sfera bioipermediatica diventa l’ambito in cui la compenetrazione delle coscienze umane con queste tecnologie è talmente intima da generare una co-costituzione, con modificazioni e simulazioni reciproche. 11 Entanglement è un concetto della fisica quantistica che descrive una forma di interdipendenza profonda fra entità, tale per cui esse non possono essere considerate come parti autonome e separate: rimangono correlate anche quando si trovano a grande distanza. Questa connotazione così precisa è tale per cui le traduzioni italiane (intreccio, correlazione quantistica, inestricabilità, connessione non locale…) sono tutte riduttive. 12 Asma Mhalla , « Elon Musk, Peter Thiel et Sam Altman ne se contentent pas d’imaginer un futur: ils le programment» Usbek &Rica, 22/09/2025, https://usbeketrica.com/fr/article/asma-mhalla-elon-musk-peter-thiel-et-sam-altman-ne-se-contentent-pas-d-imaginer-un-futur-ils-le-programment 13 Lazzarato M., Guerra civile mondiale?, DeriveApprodi, Bologna 2024. 14 Forse è necessario risalire anche a un limite strutturale del pensiero marxiano che, pur nella potenza della sua analisi, ha posto al centro la classe operaia europea, senza chiarire fino in fondo che la sua stessa esistenza – e più in generale la nascita del capitalismo industriale in Europa – è stata resa possibile dallo sfruttamento coloniale, dal lavoro gratuito nei territori colonizzati e dall’estrattivismo senza limiti. 15 Ammesso che sia mai esistito un vero regime neoliberista in senso puro – ovvero fondato sull’ideologia delle presunte capacità di auto-organizzazione del mercato – oggi ciò che vediamo non è un suo declino, ma il suo superamento in forma apertamente autoritaria. 16 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento. 17 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento.

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    The other side of the moon # 3 : 1986: la NEP del Vietnam Donmay Donamayoora Il contributo ricostruisce la svolta storica del Vietnam avviata con il VI Congresso del Partito comunista nel 1986, quando il Paese, ancora segnato dalla guerra e dall’arretratezza economica, avviò la politica del Doi Moi . Di fronte all’incapacità del modello collettivista di generare sviluppo, la dirigenza vietnamita introdusse graduali riforme di mercato mantenendo il ruolo centrale del partito. Il testo analizza il superamento della pianificazione rigida, la liberalizzazione dell’agricoltura e dell’impresa privata e la riduzione del controllo statale. Il Doi Moi  viene interpretato come una “NEP vietnamita”, scelta non ideologica ma necessaria alla sopravvivenza del Paese. A differenza dell’esperienza sovietica, tale svolta ha mostrato una sorprendente stabilità e continuità nel tempo. Il 15 dicembre 1986 , di fronte a 1129 delegati in rappresentanza di quasi 1,9 milioni di iscritti si apre ad Hanoi il VI Congresso Nazionale del Partito comunista del Vietnam. L’assise è destinata a segnare una svolta nella storia della nazione. Il partito che aveva guidato la lotta per l’indipendenza e la riunificazione arriva al suo Congresso in una situazione sociale drammatica. Il paese, unico nel panorama mondiale e nella storia economica, non era riuscito a crescere nella ricostruzione. Le ferite della guerra erano ancora devastanti e la direzione politica non era stata in grado di avviare i suoi cittadini verso un miglioramento sistematico delle condizioni di vita. La pace non aveva condotto al progresso. C’era penuria di beni, le comunicazioni erano lente, a stento venivano soddisfatti i consumi di base. Mancavano anche i saponi, sostituiti dalla sabbia nelle pulizie personali. La dirigenza – in larghissima misura funzionari del partito – non era riuscita ad affrancarsi da una logica militare alla quale l’avevano abituata decenni di conflitto. La società era vista attraverso la lente manichea dei nemici e degli amici, la gestione di situazioni complesse non era possibile, la resistenza sembrava l’ambizione principale proprio quando sarebbe stata necessaria una maggiore flessibilità di intervento. Il ruolo delle élites militari era ingombrante, con il fardello di una disciplina ormai inadatta. La drammaticità della vicenda bellica faceva mantenere la direzione a burocrati impreparati, se non corrotti o ambiziosi. L’improvvisa, eccessiva adesione a un partito originariamente di quadri e militanti aveva insospettito chi vigilava. L’organizzazione poteva infatti diventare un trampolino per carriere personali. Le precedenti direzioni avevano mantenuto una politica di rigoroso controllo e di ortodossia ideologica. La disciplina e l’unità erano il bene supremo, senza spazio per derive teoriche o per esperimenti sociali. La proprietà dei mezzi di produzione era collettiva o statale, sia per le fabbriche che per le campagne. Lo strumento generatore di valore era il piano quinquennale, sulla scorta dell’esperienza sovietica che paradossalmente proprio in quegli anni si avviava a una spettacolare denuncia dei suoi limiti. Dieci anni dopo la riunificazione, il paese non si era dimostrato capace di produrre sufficiente ricchezza. Il sud rimaneva un immenso campo di riso, il nord un terreno di poche fabbriche pesanti e di miniere di carbone. Le due regioni per anni hanno continuato a scambiare gli stessi prodotti, come al tempo della colonizzazione francese, addirittura con le stesse dogane commerciali. Il Vietnam ne risultava indebolito nello scacchiere asiatico, mentre la sua popolazione non era uscita dal sottosviluppo. Il Paese sopravviveva senza riforme e la sua salvezza era garantita dagli aiuti internazionali e dall’appartenenza al Comecon dominato dall’Unione Sovietica. Le spese militari erano ingenti per le tensioni sia con gli Stati Uniti e la Cina che trovavano nella Cambogia dei Khmer Rouge un alleato imprevisto. La borghesia commerciante cinese era espulsa dal paese e molti intellettuali, delusi per l’andamento della politica, si ritiravano dalla vita pubblica o addirittura si univano all’esodo dei boat people . L’esercito continuava a svolgere una funzione nevralgica, più per la disciplina che lo permeava che per la capacità di avviare un percorso economico.  In questo quadro il Congresso che si apre ad Hanoi segna una svolta epocale per il paese. Pur nella prudenza del linguaggio, «critica e autocritica» marcano il percorso dell’assise. Il dibattito è aperto e i problemi vengono elencati nella loro crudezza. Yegor Ligachev, il rappresentante del Pcus e capo della più importante tra le 32 delegazioni internazionali, non lesina schiettezza nella condanna dell’uso degli aiuti sovietici, incanalati in rivoli opachi e senza efficacia economica. La mediazione politica dietro le quinte è vivace, ma le conclusioni del Congresso sono unanimi e dirompenti con il passato. Viene avviata la politica del Doi Moi (letteralmente «cambio e innovazione», «cambiare per rifare daccapo») che segna l’inedito indirizzo del Vietnam e lo proietta verso i successi odierni. Il ruolo del partito non cambia: è «la sola forza che conduce lo Stato e la società e il principale fattore che determina tutti i successi della rivoluzione vietnamita». Muta tuttavia l’obiettivo strategico, l’organizzazione deve ora pilotare il Paese verso «un’economia di mercato a orientamento socialista». Senza il clamore di epurazioni e senza il clangore delle armi per gli sconfitti, si avvia un ricambio politico e generazionale. Viene eletto segretario Nguyen Van Linh, un rigoroso economista; per la prima volta un militante del sud diventa l’uomo più potente del Vietnam. Risulta ringiovanita la direzione e dunque inizia a uscire di scena la vecchia guardia. Per «ragioni di salute» lasciano l’Ufficio politico del Comitato centrale Truong Chinh, Pham Van Dong e Le Duc Tho, tutte figure carismatiche. Il primo era Segretario del partito e Presidente della Repubblica; Pham Van Dong ricopriva la carica di Primo Ministro, Le Duc Tho era il teorico del partito, negoziatore degli accordi di Parigi e Premio Nobel per la Pace.  Le scelte sono dirompenti e applicate con costanza. Tendono inizialmente a coniugare la centralizzazione delle decisioni con il dinamismo sociale, la direzione pianificata con l’individualismo. Progressivamente l’economia di mercato diviene sempre più svincolata. Nelle campagne la proprietà collettiva della terra e degli strumenti è smantellata con metodo. Le famiglie sono autorizzate a coltivare la terra per fini personali, possono consumare il raccolto e vendere le eccedenze a prezzi di mercato. Le imprese private sono incoraggiate a diventare il motore della crescita. Inizialmente si fissa a 10 lavoratori il numero massimo di addetti assunti dai nuovi imprenditori. Le aziende di stato possono muoversi in ambiti economici e non solo amministrativi. Viene soppresso il monopolio statale sul commercio internazionale. I sussidi governativi sono progressivamente ridotti e i prezzi non più imposti. I salari sono pagati in contanti, rendendo più monetizzati gli acquisti delle famiglie. Gli impiegati pubblici diminuiscono del 15%. Il tasso di cambio del Dong è lasciato al mercato. I manager infine vengono dotati di maggiore autonomia decisionale.  Si tratta dunque di una svolta epocale. Ha luogo contemporaneamente a quella tentata in Unione Sovietica e poco dopo la più fortunata esperienza cinese. In tutti i casi il sistema collettivista sembra aver preso coscienza dell’incapacità di reggere la gara con il mondo capitalista nella produzione di ricchezza. Probabilmente l’analogia più appropriata è quella con la NEP sovietica del 1921. Lenin fece un passo indietro dal collettivismo integrale per ridare fiato alle forze produttive, indipendentemente dal loro colore e dalla loro provenienza. Come noto, la Novaja ėkonomičeskaja politika venne interrotta da Stalin nel 1928 con un famoso articolo sulla Pravda, dal titolo inequivocabile: «Al diavolo la NEP». Invece il Doi Moi vietnamita resiste da quasi 40 anni e non appaiono all’orizzonte forze in grado di fermarne o ribaltarne i risultati.   Più che di una scelta, per il Vietnam si è trattato di una necessità, drammatica impellenza per sopravvivere e, per la dirigenza, per mantenere il potere. Per ironia, il Pcv si è visto costretto nel 1986 a prendere a prestito, in maniera probabilmente irreversibile, l’esperimento capitalista. L’acuta intenzione è stata saccheggiare con raziocinio l’arsenale e il territorio nemici, proprio per continuare a coltivare la propria ambizione ideologica, a essi ancora teoricamente antagonista. Romeo Orlandi , Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all'Università̀ di Bologna e ha incarichi di docenza sull'economia dell'Asia Orientale in diversi Master post universitari. Per l'Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Relatore a conferenze internazionali, autore di numerosi libri e pubblicazioni sull’Asia, è consulente di strategia per istituzioni e aziende. È stato Special Ambassador per la candidatura di Roma per l’Expo 2030.

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    Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica:  La sfera autonoma e gli Alieni untori; Solo i nostri nemici ci capiscono. EPISODIO-8-HgH_(A)IM-AX_1_IA5 PARTE PRIMA La sfera autonoma e gli Alieni untori Il Boomernauta, che in giovinezza aveva sicuramente fatto parte della Sfera Autonoma, dedica a essa gran parte di questo capitolo. Ciò forse spiega che lasci ripetutamente trasparire la sua ostilità congenita alle Gov capitaliste. Davanti alla diffusione del morbo nekomemetico che trasforma gli umani in agenti patogeni, Gaia reagisce come può all’infezione che l’ha attaccata, ma non tutti gli umani si comportano nello stesso modo distruttivo. La Sfera Autonoma era da sempre l’ambiente dove prendevano vita i movimenti provenienti dal basso. Anche prima di conoscere l’esistenza del morbo nekomemetico, i movimenti della Sfera Autonoma avevano opposto resistenze sintomatiche per bloccare i danni fatti dai contagiati, ma nel suo seno perduravano anche teorie cosiddette “progressiste” che, continuando a concedere al capitale un ruolo di “innovatore”, favorivano la diffusione dei nekomemi morbosi in tutti gli strati sociali. Man mano che si avanza nel Neolib la pandemia peggiora anche a causa dei Grandi Progetti devastatori imposti dall’alto. I “progressisti” di ogni genere, politici o sindacalisti, entrano inoltre a far parte della Governance e si comportano da Grandi Malati che diffondono il morbo nelle classi lavoratici e disagiate da cui spesso provengono. La patologia nekomemetica era la prima fase di una malattia autoimmunitaria a due stadi e colpiva gli umani trasformandoli in anticorpi che attaccano le componenti sane di Gaia, provocando una setticemia. Nonostante la gravità della situazione restavano però vari livelli di resistenza che si opponevano alla pandemia e all’infezione. La prima difesa naturale di Gaia, contro la sepsi che la consumava, era di diminuire se non eliminare gli agenti attivi dell’infezione. Le difese non erano però in grado di fare distinzione fra i tanti umani infettati e il resto del vivente. In ogni caso, anche se non c’era nessuna intenzionalità da parte di Gaia, la specie umana era una di quelle che avrebbe più sofferto, proprio per la sua densità e invasività. Molti segni facevano pensare che il peggio dovesse venire. Poi c’erano anche le immunità e le resistenze al morbo nekomemetico le cui origini si perdevano in tempi lontani. Ben aldilà dei Cantici delle Creature di Francesco o dell’Illuminazione del Buddha sotto l’albero della Bodhi, in molti umani erano rimasti i riverberi delle ere di progressivo allontanamento dalla natura o dall’appartenenza a Gaia se preferisci. Non voglio certo rimettere in discussione l’esistenza di costanti e tratti comuni che caratterizzano l’essenza dell’umanità, né l’unità psicologica di quella contemporanea con quella preistorica, ma quest’ultima viveva in un mondo molto diverso dal nostro e non solo oggettivamente. Un mondo costellato di luoghi e momenti in cui avvenivano intra-azioni dirette e non mediate degli umani con il resto di Gaia. In effetti molte di quelle che poi abbiamo chiamato intra-azioni erano le storie che ogni vivente raccontava all’interno di Gaia e di cui il morbo nekomemetico fece perdere la percezione. Storie che attraversavano Gaia e parlavano dell’incontro continuo con i nonumani o del ritrovamento di una sorgente, di una fonte di cibo, di una grotta accogliente, di un albero ombroso o, ancora, di un fulmine che rischiara la notte e incendia la boscaglia e così via. Come le altre specie, gli umani facevano parte di un ciclo di vita e morte che, fino all’apparizione della metatecnica, non aveva prodotto patologie per la biosfera. Le cose erano cominciate a cambiare quando si era passati dall’unità prodigiosa di queste reticolazioni allo sviluppo del pensiero tecnico e di quello religioso. Il Maestro Simondon 1  aveva avuto l’intuizione di questo passaggio che si era realizzato non certo all’improvviso, ma in un periodo senz’altro molto più lungo della storia umana tramandata. Era senza dubbio troppo presto per ammettere quello che poi si dovette affrontare: sin da quell’epoca queste due mediazioni opposte e simmetriche facevano parte di un entanglement quantistico dinamico e mutevole. Secondo la definizione datane dal Maestro, la nascente relazione di tecnoscienza e religione non era solo quella di due fasi indissolubilmente legate fra loro, esse non erano entità astratte, ma agenti materiali intrecciati, avviluppati che emergevano e si alimentavano nella relazione reciproca. Più prosaicamente, le conseguenze si rivelarono importanti perché quando le storie che raccontavano i momenti e i luoghi delle intra-azioni primordiali vennero sostituite dalle meccaniche della metatecnica allora, fra l’altro, non c’era più stato bisogno del fulmine per accendere il fuoco. Ma anche per questo ci sarebbe stato un prezzo da pagare. A posteriori si poteva costatare che da allora si erano prodotte nella Storia innumerevoli lotte e battaglie per contrastare il diffondersi del morbo, combattendo non i nekomemi, di cui non si conosceva l’esistenza, ma i sintomi che essi producevano, facendo degli umani dei distruttori di Gaia. Erano episodi che appartenevano a quella caratteristica dell’animale sociale homo di reagire davanti a grandi catastrofi o flagelli mettendo in gioco tutte le risorse compresa ovviamente la metatecnica. Forse questa capacità a non soccombere davanti alle crisi aveva contribuito a rinforzare il ricorso alla tecnica, come appare anche in certe narrazioni archetipiche fra cui quella del Diluvio Universale. In quei tempi remoti la propagazione del morbo nekomemetico era lenta e sotterranea per cui probabilmente il mito del Diluvio nacque da una catastrofe naturale  derivata da cause abiotiche, ma il riflesso di utilizzare la metatecnica – in questo caso l’arca – per sopravvivere era ormai impiantato nella mente umana. Questa volta anche chi negava l’esistenza del morbo nekomemetico non poteva negare l’origine biotica, e in particolare umana, della setticemia di Gaia che veniva descritta in vari modi: dal deterioramento ecologico al cambiamento climatico. Era questo il caso dell’ AltaSfera   Ecofin  che, nel dubbio, preparava la Grande Fuga  e il tentativo di colonizzare lo spazio. Ma in Terra, invece, c’era anche un’altra sfera ben più antica che, al contrario della prima, non era di governance perché non gestiva nulla, e spesso neanche sé stessa, contraddicendo la sua propria definizione: la Sfera Autonoma , di cui ti ho già parlato in precedenza. La sua nascita si perdeva, come i miti, nella notte dei tempi ed era sicuramente esistita in ogni epoca umana, anche se, sia nel passato che nel presente, veniva chiamata in molti altri modi. Io ho scelto questo perché più consono alla mia generazione boomer.Era la sfera di tutte le tendenze centrifughe che cercavano di sottrarsi e di contrastare dal basso le istanze di potere. Certamente non era una sfera paragonabile a quelle delle élite perché si poteva quasi sempre entrare e uscire liberamente. Non era neanche veramente una sfera perché non c’erano confini e i flussi di input/output erano continui. Talvolta poteva essere veramente autonoma, almeno nel senso proprio del concetto, che designa un potere subordinato a un altro potere superiore, ma con la capacità di darsi la propria legge di vita; o comunque di cercarne una diversa da quella considerata normale da un potere superiore come quello sovrano. Ma in certi casi all’interno della Sfera  si manifestavano tendenze che auspicavano la distruzione del potere superiore o addirittura di ogni potere. La Sfera Autonoma  era in realtà un insieme complesso di processi dinamici, che non preesisteva alle interazioni col mondo circostante, ma emergeva attraverso e come parte di intrecci relazionali di ogni natura, inclusa quella conflittuale, che la riconfiguravano continuamente all’interno delle vicende della specie. In determinate circostanze di alcune fasi del capitalismo, questa ontologia della Sfera Autonoma  sembrava marcata proprio dalla coppia di opposti, da un dentro-contro  il capitale che la legava indissolubilmente a quest’ultimo e quindi sembrava (de)perire con lui, come rischia di succedere nella storia che ti sto raccontando. Mi pare presuntuoso, nella mia posizione di Boomernauta, dare per scontato che la Sfera Autonoma  umana sarebbe stata in grado di uscire non solo dalla gabbia del realismo capitalista neolib, ma anche da ogni altra camicia di forza che la costringeva a relazionarsi solo all’interno della specie. Vedremo in seguito come la grave patologia di Gaia e poi soprattutto la scoperta della pandemia nekomemetica la costrinsero a tentare di squarciare questa coercizione. In questo processo dinamico nascevano comunque grandi e piccoli movimenti con le loro contestazioni, sommosse, rivolte. Tuttavia, solo in circostanze particolari queste forze autonome riuscivano a organizzarsi e agire in modo tale da innescare grandi cambiamenti che gli umani chiamavano rivoluzioni.Alla Sfera Autonoma  avevano appartenuto i movimenti che nel XX secolo, muniti della teoria marxista, avevano realizzato le grandi rivoluzioni proletarie. Rivoluzioni che avrebbero anche segnato il secolo successivo con la nascita di nuove grandi potenze (imperialiste!). In seguito lo slancio si sarebbe rinnovato nel lungo Sessantotto che, pur nell’ignoranza del morbo nekomemetico, aveva oggettivamente opposto qualche resistenza alla sua diffusione proprio quando il virus stava entrando nella sua fase di maggiore intensità. Ma in quella fase l’attenzione e le priorità dei movimenti erano concentrate nel braccio di ferro con il capitalismo: si era ancora nella fase del radioso avvenire  che si sarebbe potuto costruire solo dopo aver sconfitto il capitalismo. Il sogno di sovvertire il capitalismo dappertutto, soprattutto nel suo feudo del Nord, non si era mai realizzato. Le forze che ostacolavano una rivoluzione globale erano state a lungo troppo forti, troppo presenti, troppo radicate e il capitalismo aveva superato tutte queste crisi.Quando si era chiusa l’epopea del lungo Sessantotto era cominciata l’era della controrivoluzione neolib. Il rosso della Sfera Autonoma  era diventato quasi trasparente e il suo polso politico si era allora talmente affievolito da non essere quasi più percettibile. Uno storico americano oriundo giapponese aveva addirittura decretato la fine della Storia. In realtà la Sfera non solo era viva anche se malconcia, ma, con l’estendersi delle reti, si sarebbe coperta di una maglia brulicante di attività e iniziative che non volevano più porsi il problema di una strategia politica rivoluzionaria. Questo non-volere avrebbe potuto essere uno dei postumi della pseudo-profezia pronunciata dall’incantatore francese della biopolitica con la formula magica: « Mais je crois qu’il n’y a pas de gouvernementalité socialiste autonome […] il n’y a pas derationalité gouvernementale du socialisme » 2 . Negli anni della fine del XXI secolo, di cui ti sto parlando, l’eco lontana di questa profezia non risuonava più nel Palazzo d’Inverno, ma si poteva ancora sentire in alcuni anfratti della Grande Muraglia, sugli altipiani del Tibet e persino in certe rovine delle manifatture di Shenzhen nelle notti di plenilunio. Sortilegi a parte, questa apparente impotenza era una debolezza, ma anche una forza. Una debolezza perché ogni qualvolta che un atomo della Sfera Autonoma  entrava in conflitto frontale con istanze reali del potere era istantaneamente carbonizzato emettendo una fioca luce rossa. La forza era l’instancabile motore che faceva muovere la Sfera alla ricerca ostinata e cocciuta di autonomia dalle forme di comando dei dominanti e di escape dal basso da uno sfruttamento del mondo fatto passare per libertà e progresso. E nella sua complessità ed estensione questo motore emetteva giganteschi flussi che nel contesto sempre più deteriorato della biosfera erano effettivamente in grado di allentare i livelli di controllo generalizzato.Fu probabilmente questa la ragione per cui, anche a distanza di decenni, sorsero periodicamente movimenti effimeri, preoccupati delle condizioni di Gaia, che riuscirono a spegnere dopo ardue lotte qualche focolaio del morbo nekomemetico 3 , di cui non erano ancora coscienti, senza per questo fermare il contagio. Per lo più si trattava di megaprogetti, che erano consustanziali alla Gov Neolib, non perché fossero indispensabili o anche solo importanti dal punto di vista funzionale, ma perché lo erano da quello del controllo dei flussi finanziari. I Grandi Progetti erano inoltre necessari in quanto politicamente propedeutici alla Grande Fuga . Questo sarebbe diventato l’unico vero megaprogetto ormai vitale per la Governance e le élite. Un piano che avrebbe permesso loro di continuare la politica di produzione-distruzione sino al limite del possibile per poi abbandonare tutto tramite gli Ascensori Spaziali, quando il caos fosse diventato incontrollabile e la vita impossibile. A quell’epoca nella Sfera Autonoma  molti erano convinti della validità dell’ipotesi del Capitalocene : ma ormai solo pochi attivisti, persuasi della prossima caduta del sistema, cercavano soluzioni strategiche, globali ed energiche che smentissero le profezie dell’incantatore francese della biopolitica. Le altre forze, più che al tradizionale modo rivoluzionario dei secoli precedenti, sembravano interessate a fondare nell’orizzontalità delle contaminazioni reticolari le basi per ripartire sulle rovine del capitalismo. Effettivamente i cento fiori di questi tentativi, progetti, processi ecologici si moltiplicarono ed erano di fatto una modalità di cura contro il virus nekomemetico. Non c’erano nostalgie di un mondo arcaico e si cercava di orientare e usare la metatecnica in modo appropriato e conforme a una visione non gerarchica, orizzontale . Era anche un tentativo per cercare di smentire l’ineluttabilità del legame esistente fra metatecnica e virus nekomemetico. Dove queste forze autonome si istallavano e riuscivano a far funzionare i loro microprogetti, di solito l’infezione di Gaia arretrava. Era una strategia a lungo termine, si sperava diventasse l’ultimo ricorso quando la setticemia di Gaia non avrebbe lasciato più scampo alla vita in fasce intere del pianeta. O forse si sognava che il riprodursi senza limiti di questi tentativi avrebbe finito per svuotare le istanze della Governance quasi senza colpo ferire. Un po’ com’era avvenuto in Russia nell’improvviso crollo del regime Sovietico per invecchiamento e logoramento. C’era quindi un’ipotetica possibilità di recessione della setticemia, ma sarebbe bastato? Sarebbe arrivata a tempo prima che fosse troppo tardi?Ma come un kitsuné , la mitologica volpe giapponese capace di cambiare aspetto e di assumere sembianze umane, non era nella natura del capitale (né del virus nekomemetico che da lui traeva vantaggio) di perdere il controllo della metatecnica e di cessare di esistere come un volgare regime politico. D’altronde l’ignoranza del morbo era stata probabilmente la ragione per cui i rivoluzionari del XX secolo e prima ancora i grandi teorici antagonisti al capitale, fra cui proprio il nostro beneamato patriarca barbuto, non avevano potuto intuire la pericolosità di concedere un ruolo d’innovatore al capitale stesso prima di tentare di sconfiggerlo, e di condividere troppo a lungo con lui il mito della produzione e del progresso. È vero comunque che il capitale, nello sconvolgimento delle prime guerre globali da lui generate e poi sfruttate per un ulteriore salto di paradigma, non aveva lasciato scelta ai Paesi dove la rivoluzione cosiddetta proletaria aveva vinto: produrre secondo i modi capitalisti o soccombere, senza che nessuno o quasi si rendesse conto che si trattava di una produzione di morte. E fu da quella scelta obbligata, ma consensuale, e dal malinteso che l’accompagnava, che rimase nell’animo di tanti rivoluzionari la convinzione dell’inevitabilità del dentro-contro  il sistema del capitale. Una scelta che avrebbe aperto alla contaminazione nekomemetica le porte delle frontiere di classe.Si arrivò, fra certi epigoni del grande filosofo barbuto, alla stravaganza, un po’ masochista, di mettersi ad adorare il vitello d’oro dell’accelerazionismo che predicava l’assunzione forzata di forti dosi di tecnologie techno-tycoon. Speravano così di capovolgere la partita con l’overdose, ma la rivolta contro il progetto Lunga Primavera , prima, e le rivelazioni della time machine sull’esistenza del morbo nekomemetico poi, misero fine a ogni velleità di questo tipo. Fu questo il paradosso della ricerca di un’immunità di gruppo per una malattia autoimmune. Intanto il virus ovviamente circolava più intensamente in tutti gli ambiti della Gov Neolib, dove pullulavano i Grandi Malati dall’altissima carica virale. Come nel paradosso dell’uovo e della gallina, era impossibile decidere se la Governance e le sue sfere producessero i Grandi Malati o viceversa. Probabilmente entrambi gli aspetti si integravano e questo era stato un booster della diffusione generalizzata del virus, vista la scarsa resistenza incontrata. Ti ho già spiegato che pure nelle attività cognitive, come in quelle industriali, i lavoratori delle classi assoggettate erano involontariamente esposti a cariche nekomemetiche. Si trattava di un’esposizione ancora più subdola e invasiva, che li rendeva agenti patogeni della sepsi di Gaia. Dalle fila della classe operaia e dei lavoratori subordinati erano uscite generazioni di attivisti, di sindacalisti e di politici, fra cui quelli che avevano fatto le grandi rivoluzioni del XX. I loro epigoni dell’epoca neolib, forse a causa della grande intimità con i Grandi Malati , quali i manager di Ecofin  e i politici della Gov, vennero pesantemente contaminati. Spesso la loro carica virale superava ogni limite: vollero farsi chiamare riformisti democratici e progressisti (un termine, quest’ultimo, divenuto sinonimo di forte positività nekomemetica). I sindacalisti erano talmente contagiati che, con il pretesto di proteggere i posti di lavoro, erano pronti a difendere con le unghie e coi denti qualsiasi tipo di attività comprese quelle che più avrebbero alimentato la setticemia di Gaia: industrie estrattive e chimiche o centrali atomiche. Tutto andava bene per loro.Era di pubblico dominio che erano diventati ingranaggi del sistema. In particolare la Gov Neolib, in entrambe le sue componenti, ma soprattutto l’ AltaSfera   Ecofin , li aveva da tempo adottati e cooptati per la loro capacità di interfacciarsi e di manipolare le masse e le classi subordinate da cui provenivano. Poi, nonostante la promessa di associarli alla Grande Fuga , quando non servirono più per la produzione o per altro vennero messi da parte senza tanti complimenti. In realtà proprio come nei film di fantascienza di quell’epoca, in cui alieni malintenzionati prendono sembianze antropiche per sterminare più facilmente l’umanità, così i progressisti  di ogni genere si erano furtivamente trasformati in Grandi Malati , superdiffusori del morbo nekomemetico per introdurlo in modo occulto nelle masse che dicevano di rappresentare e difendere. Allora venne spontaneo di chiedersi se il morbo, oltre a rendere gli umani zombi dell’ambiente, potesse intaccare anche quel senso di appartenenza e di solidarietà esistente nelle classi subalterne che aveva caratterizzato buona parte del XX secolo. Può darsi, che fosse così, ma in quanto boomer rivoluzionario sono più propenso a credere che sia stato preponderante l’imprinting dell’individualismo, a cui tante generazioni erano state sottoposte. La simultaneità di questi due effetti non poteva essere casuale. Nel passato non era proprio da quel senso di appartenenza che erano partiti i movimenti che avevano cambiato il corso della Storia del XX secolo? Perché ora che la situazione era ben più grave non succedeva nulla o quasi? L’allargarsi del morbo a tutte le fasce delle popolazioni grazie anche agli alieni malati travestiti da sindacalisti o politici progressisti  indusse un aumento delle mutazioni dei nekomemi infetti che diventarono più contagiosi e peggiorarono la gravità delle conseguenze sulla biosfera. Più tardi quando, a discapito dei progressisti , la realtà del morbo nekomemetico venne riconosciuta nella Sfera Autonoma  i primi sostenitori dell’ipotesi, benché stretti fra i due estremi del tutto genetico (antropocene)  e del tutto politico (capitalocene) , cominciarono a portare avanti una nuova strategia di lotta contro la catastrofe della setticemia di Gaia e ammisero il loro errore: «Non avevamo capito che il virus nekomemetico umano, all’origine della setticemia di Gaia, esisteva sin dalle origini mentre, nella storia dell’umanità e ancor più in quella di Gaia, il capitalismo è solo una breve e feroce parentesi che ha aggravato la situazione sino a renderla critica. Comprendendo il nostro errore d’inversione di causa ed effetto abbiamo intuito che la vecchia strategia di abbattere  il capitalismo in un improbabile scontro finale era vana. Bisognava piuttosto trovare l’antidoto, non solo per farla finita con il capitalismo, ma soprattutto per evitare vie d’uscita caotiche, autodistruttive e in fin dei conti suicide 4» .Dopo il fallimento del post-sessantotto, a parte sporadiche ed effimere ondate, per più di mezzo secolo nella Sfera Autonoma  si erano prodotti solo movimenti e attività a legami laschi, agiti su mille piani  produttivi che spesso erano tangenziali a quelli gestiti dal potere. Molte di queste attività volevano prefigurare nuove modalità di evasione dallo spaziotempo politico ed economico determinato dal potere. Produrre miele, fabbricare raku nel proprio angolo preservato, o cercare funghi matsutaké, stando sui limiti della foresta e della legalità, permetteva di sperimentare approcci forse utilizzabili nei collassi a venire. Ma in quel momento non doveva troppo infastidire l’AltaSfera Ecofin  o i PoSt/ati, che forse non se ne accorgevano proprio, come l’elefante non si accorge della mosca, salvo quando l’insetto gli ronza attorno all’orecchio. Anzi talvolta il lavoro comune nella Sfera Autonoma , anche quando non era subito e immediatamente sottomesso alla logica dell’accumulo capitalista, era ben visto dal potere e in particolare dai techno-tycoon. Veniva considerato un humus benefico per fare del washing multicolore, riciclare, recuperare iniziative, ricerche e attività nel calderone del mercato da dove l’ AltaSfera   Ecofin  avrebbe potuto continuare a succhiare il sostanzioso midollo. Non era stato proprio questo il caso del famoso sistema operativo Linux da tempo indispensabile al funzionamento dell’infrastruttura tecnologica di rete che innervava il bioipermedia? Inizialmente era stato concepito e implementato nella Sfera Autonoma  e in seguito recuperato gratis et amore dei dai techno-tycoon al momento opportuno. Note: Non dimentichiamoci che il Boomernauta aveva una formazione tecnologica ed informatica ed è quindi comprensibile che conoscesse ed ammirasse questo filosofo della tecnica. «non credo che esista una governamentalità socialista autonoma […] non c’è una razionalità governativa del socialismo».Secondo il Boomernauta che l’aveva molto studiato ed ammirato, prima di staccarsene, la frase è stata pronunciata al Collège de France da Michel Foucault che lui definiva come «il famoso clairvoyant incantatore del XX sec. Molto popolare presso gli accademici della fu-sinistra e non solo». Vengono citati dal Boomernauta: Gardaremlu Larzac contro l’espansione dell’esercito francese, Centrali nucleari di Montalto di Castro in Italia e di Plogoff in Bretagna, Aeroporto di Nantes, ecc. Quaderni nekomemetici , N° 63 p. 21 9/2035. Solo i nostri nemici ci capiscono Il Boomernauta evoca il dilemma finale dei suoi antichi compagni di lotta. Arrivando a fine corsa i boomer che avevano partecipato al lungo Sessantotto (del XX s’intende) sono molto combattuti sul significato delle loro vite. Non sanno se compiacersi del fatto di aver tanto lottato contro un sistema dalle conseguenze più nefaste di quanto da loro previsto in gioventù, oppure se disperarsi per i nipoti infelici che subiscono la norma capitalista.Solo nel più decrepito paese dell’Occidente, i rari boomer sopravvissuti ogni tanto facevano ancora notizia, con loro grande disappunto. Tutti noi boomer che in gioventù avevamo invano tentato l’assalto al cielo, non avremmo mai immaginato che cielo e pianeti sarebbero stati invasi dall’ AltaSfera   Ecofin  con l’apporto dei techno-tycoon che stavano fornendo le tecnologie necessarie per farvi entrare il mercato in gran pompa. Ora gli ultimissimi sopravvissuti, quelli che nel Sessantotto forse erano appena adolescenti, si chiedevano se la realtà non fosse ancor peggio della barbarie che paventavano e contro la quale si erano battuti. A quell’epoca non potevano avere una visione completa delle minacce reali perché non erano ancora al corrente della potenza sotterranea del morbo nekomemetico, né del fatto che questo si sarebbe tanto diffuso grazie ai vari passaggi che avevano portato al comando l’ AltaSfera Ecofin . Quello che li destabilizzava maggiormente nella fragilità dell’età avanzata era la mutua incomprensione con la generazione di nipoti e pronipoti. Non sapevano darsi pace della loro apparente accettazione o rassegnazione della norma capitalista. Lo scambio di precarietà per un’immaginaria libertà? Competitività e meritocrazia come valori assoluti? E le mille altre regole che l’ AltaSfera  era riuscita sul filo dei decenni a far passare come canone senza alternativa  nella più grande tradizione della flessibilità e dell’apparente laisser faire . Un tarlo lavorava nei loro cervelli ormai un po’ arrugginiti: come riuscire a far capire che quella regola non era sempre esistita e che i giovani avrebbero potuto vivere emozioni un po’ più forti delle infime disobbedienze che erano loro permesse? Soprattutto era impossibile far credere agli scettici nipoti che c’era stata un’epoca in cui le fond de l’air était rouge 1  e un’incredibile (per i nipoti) energia comune li aveva sospinti costringendo il capitale ad arretrare e trincerarsi. Tuttavia si rendevano conto che, come succede ai cuccioli, si impara soprattutto dalle proprie esperienze.Temevano che la sussunzione del bioipermedia, operata dai techno-tycoon sterilizzando il futuro, fosse memeticamente irreversibile e questo era inquietante. Per la prima volta infatti avevano intuito l’importanza dei flussi memetici manipolati dalle megapiattaforme dei techno-tycoon. Era stato un primo passo sulla strada della scoperta di una pandemia incorporea che aveva radici ben più profonde del capitalismo.Sul pianeta nel frattempo nessuno si preoccupava troppo di una generazione sconfitta o convertita che stava ormai scomparendo col favore di nuove pandemie. Questi virus, fra l’altro, per un’opportuna coincidenza alleggerivano un carico sociale che diminuiva la competitività generaleFaceva eccezione un solo Paese il cui potere politico locale aveva ancora un gran bisogno di questi anziani attivisti che ogni tanto cercava di organizzare retate per riunirli in luoghi sicuri come le carceri. Forse perché il Paese era fra i più demograficamente vecchi al mondo e anche fra i più perversi – non per questo che le due cose si implicassero – il governo di questo PoSt/ato in decadenza infinita faceva finta di credere che i venerabili rivoluzionari falliti potessero ancora corrompere una giovinezza così indifferente e ben addestrata a obbedire di propria volontà.Ma sotto sotto si trattava di gratitudine. Questa veniva soprattutto da quella parte della classe politica, giudiziaria e mediatica che aveva fatto fortuna e prosperato su quella sconfitta lontana dei loro coetanei. Al punto che anche i succedanei avevano adottato con entusiasmo per decenni questa gallina dalle uova d’oro e, ora che cominciava a essere proprio vecchia, per finire avrebbe fatto buon brodo.Bisogna anche riconoscere che nei membri anziani di quella casta sussistevano anche motivi psicologici più profondi, esenti da qualsiasi grettezza. Anche loro sicuramente si ricordavano di aver vissuto quell’epoca che per molti coetanei era stata esaltante, e sentendosi esclusi in quanto ligi alle norme e al regime ne avevano anche un po’ sofferto. Ma ora in tarda età si compiacevano di avere questa opportunità di riallacciare i rapporti (di forza) a parti invertite. E non era poi tanto diverso dal ritrovare vecchi amici, partiti lontano e fatti rientrare di forza, per poi rievocare i bei tempi sui media mainstream. Insomma fra coetanei implicati nelle stesse vicende distanti non c’erano tante difficoltà di comunicazione ci si poteva capire senz’altro e questo era molto bello e gratificante per gli uni, un po’ meno per gli altri. Nota: Il Boomernauta si riferisce qui a un documentario costituito dalle immagini simboliche e salienti del decennio rosso dell’assalto al cielo. Le fond de l’air est rouge, Scènes de la Troisième Guerre mondiale (1967- 1977) Regia di C. Marker, 1977.

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    Fantascienza: cento anni per invadere il reale! Il testo propone una riflessione critica sulla fantascienza come genere letterario e culturale, interpretandola non tanto come anticipazione del futuro, quanto come dispositivo capace di restituire un’immagine compiuta del presente. Attraverso il riferimento alla metafora della <>, la fantascienza viene letta come archivio delle ansie, delle paure e delle promesse della modernità, in un’epoca in cui la nozione stessa di futuro appare dissolta in un presente permanente e frammentato. Riprendendo il pensiero di Antonio Caronia e l’esperienza della rivista Un’Ambigua Utopia , il lavoro intende riaprire un dibattito critico sul genere, interrogandone l’origine, il funzionamento, la modernità e la sua presunta fine. Il saggio ricostruisce la nascita <> della fantascienza all’interno delle riviste pulp statunitensi degli anni Venti, mettendo in luce il suo legame con l’immaginario tecnoscientifico, il consumo di massa e la crisi del mito della frontiera. Al tempo stesso, smaschera la genealogia <> europea del genere come costruzione retrospettiva, funzionale a legittimarlo culturalmente. La fantascienza emerge così come un campo contraddittorio, segnato da una tensione costante tra razionale e irrazionale, critica e mercificazione, immaginazione e potere. Il testo si propone infine come un work in progress volto a riappropriarsi della pratica dell’immaginare come strumento critico, riconoscendo però i propri limiti, in particolare l’assenza di una riflessione sulla fantascienza femminile e femminista. [up IT – down Eng] Premessa ...invadere il reale e, soprattutto, riportare al presente l'immagine compiuta della nostra epoca: le meraviglie insieme ai terrori e alle ansie che abbiamo ereditato da quel senso del futuro  che si è andato via via esaurendo fino alla sua definitiva scomparsa. La fantascienza oggi è diventata come quella time capsule 1  che nell'esposizione universale del 1939 a New York venne interrata a una quindicina di metri di profondità, contenente gli oggetti più ordinari, come banconote, carte da gioco, stoviglie, abiti, perfino un'immagine di Mickey Mouse, ecc. per trasmettere ai futuri storici quell'immagine compiuta dell'epoca che ha aperto e definitivamente chiuso i giochi col futuro, «è la stessa nozione di futuro  una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi. Il sentimento del tempo di questa tarda modernità, di questa rivoluzione postindustriale promossa dall'espansione delle tecnologie e non governata da nessuno, è un espandersi indefinito e fisso del presente a cui tutto viene commisurato. Oggi né passato né futuro sembrano più essere presenti al sentire collettivo: tutto è già stato non solo pensato e agito, ma sentito. (…) Il futuro ci è crollato addosso, si sta già realizzando ora: non solo, ma questo non è il futuro , sono già i cento, mille, possibili futuri ognuno dei quali trova, nella complessità e nella segmentazione sempre maggiore della società postindustriale, un suo spazio di realizzazione e di coesistenza accanto ad altri» 2 . Nei sei capitoli a seguire, una serie di riflessioni critiche sul genere fantascientifico: la sua nascita, cosa lo distingue da altri generi, il suo funzionamento, ciò che lo caratterizza, la sua modernità e infine la sua vera o presunta fine.  Il tentativo è quello di riaprire una serie di discussioni provando a riprendere quel filo avviato dall'esperienza di una rivista degli anni Settanta, «Un'Ambigua Utopia » , e poi in solitaria da Antonio Caronia, per tentare di uscire dalle paludi di un immaginario che è andato letteralmente al potere  espropriandoci, di fatto, di qualunque capacità autonoma di immaginazione. Occupare l'immaginario , per usare un nuovo slogan emergente 3 , non per reclamare un’ingenua pretesa di volerlo occupare da sinistra, in una sorta di presa egemonica, ma come riappropriazione di una pratica dell'immaginare imprescindibile da un'opera di critica e di demolizione di quell'illusorio mondo di immaginario coatto in cui siamo sempre più immersi e che ci esautora, sempre più, dal poter essere parte attiva nelle storie che modificano il mondo in cui viviamo. Ancora la distruzione della fantascienza annunciata nel manifesto di «Un'Ambigua Utopia» datata, non a caso, 1977, risuona nella sua attualità. E da qui occorre ripartire. P.S.: Il presente lavoro è un work in progress che necessita di aiuto, discussioni e ovviamente, critiche. Va detto inoltre che manca di una parte essenziale: quella sulla fantascienza delle donne e quella femminista, che potrebbero, forse, mettere in discussione molte delle cose qui dette. Si spera di potervi porre rimedio con l'aiuto di compagne disponibili a discettare su un genere che è nato, occorre dirlo, essenzialmente come gioco onanistico per maschietti. E che nelle enclave del fandom, tale è, con ogni probabilità, rimasto. Note: [1] un'altra capsula venne realizzata nel 1965, entrambe destinate ad essere aperte dopo 5000 anni. https://en.wikipedia.org/wiki/Westinghouse_Time_Capsules [2] Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992, https://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza [3] Occupare l'immaginario  è il titolo del convegno su Antonio Caronia tenutosi a Olinda nel 2023 https://occuparelimmaginario.noblogs.org/ I° Una nascita imbarazzante È stato detto, del tutto a ragione, che la fantascienza è sintomo di schizofrenia, che è un’infinita ed infima proliferazione di liquami maniacali, che sfama la nostra fame di follia. Vero, verissimo; ed appunto per questo intendo renderle omaggio. Rozza, elementare, ripetitiva, appunto come la demenza e, possiamo aggiungere, come la morte. In un tempo in cui l’ottimismo riposa su un ingegnoso sistema di lapsus, scotomi, dimenticanze ed omissioni, la fantascienza parla di qualcosa che tutti gli esseri umani mediamente ragionevoli hanno in mente: parla dell’Apocalisse - Giorgio Manganelli   Quel genere letterario infimo, infantile, fracassone e demente che in quasi italiano si chiama fantascienza 1 . Viene coniato per la prima volta in America nel 1926 (prima Scientifiction  e subito dopo Science fiction ) in una rivista di bassa qualità, (sia nella sua materialità cartacea e grafica che nei contenuti e stili letterari e/o di divulgazione scientifica). Riviste di pochi soldi per una grande massa di lettori, riviste popolari, pulp. Riviste di avventura, western, polizieschi, qualunque cosa che soddisfacesse il bisogno di immaginazione di una società in fase di crescente sviluppo; una popolazione che proveniente dalla stanca e decadente Europa si trovava a fare i conti con un mondo nuovo , da conquistare, da scoprire. E che però agli inizi del nuovo secolo cominciava a fare i conti con la fine della sua storia fondativa: quella del mito della frontiera. E in cui il progresso andava a coincidere, al contrario del continente materno lasciato alle spalle, con la possibilità di un consumo di beni materiali e non materiali, per una parte maggioritaria della popolazione. Un consumo che si immaginava illimitato e a disposizione di tutti, almeno idealmente. La cosiddetta fantascienza europea (i cosiddetti padri nobili della fantascienza: Mary Shelley col suo Frankenstein, Verne, Wells, Capek, Zamjatin, e tanti altri, anche scendendo giù verso gli antichi ancora più nobili ed esotici, da dante a Luciano di Samosata) è un'acquisizione che la neonata fantascienza (cioè l'unica forma di narrativa fantastica che possa definirsi appunto fantascienza) fa per conferirsi dei natali che in un qualche modo potessero nobilitarla di fronte al disprezzo che la cultura ufficiale le riservava 2 . Il primo racconto fantastico ambientato in un futuro lontano Ralp 12C41+: A Romance of the Year 2660 , viene pubblicato in una rivista di radiotecnica «Modern Electris» nel 1911 a firma di Hugo Gernsback che era anche l'editore della rivista: «L'avventura futuristica, permeata da sfrenate estrapolazioni di E se... , fu accolta sorprendentemente bene all'interno di una rivista che fino ad allora si era occupata solo di fatti concreti. Ma si dovette arrivare all'aprile del 1926 perché Hugo Gernsback avesse l'idea di fondare la prima rivista pulp interamente dedicata alla SF  in lingua inglese: Amazing Stories. E fu Gernsback che, a partire dal termine scientifiction , consacrò la SF  col nome che le rimase impresso» 3 . Se insistiamo qui su una collocazione temporale precisa per la nascita della fantascienza non è perché si voglia dire che le sue immagini, i suoi topoi compaiano per la prima volta allora, ma perché all'improvviso esse trovano un nome, una forma di inquadramento teorico che le fa emergere in una ben definita, per quanto povera e infima si voglia, categoria letteraria. Quindi la tradizione, gli antecedenti  di questo nuovo genere letterario rimandano non a qualcosa di preesistente bensì a qualcosa di inventato e costruito man mano che il genere stesso si va formando. L'ascendenza che rivendica è così tanto fittizia quanto reale nella sua giustificazione a posteriori. Le riviste tecniche, quelle che si occupavano solo di fatti concreti furono l'incubatrice dell'immaginario tecnoscientifico che avrebbe traghettato il XIX° secolo, intriso di positivismo e spiritismo, verso un futuro in cui la crisi della scienza classica avrebbe trovato un nuovo e inquietante, tanto quanto proficuo, connubio tra razionale e irrazionale, smantellando le indiscusse certezze della fisica classica e sostituendo il mondo dei fantasmi con i meno eterei, di natura artificiale, oggetti non identificati: gli ufo, con tanto di alieni più o meno pericolosi. Philip K. Dick testimonia magistralmente questo approccio quando racconta che all'età di dodici anni si imbatté, per caso, nella rivista «Stirring Science Stories»: «stavo cercando, in realtà, Popoular Science . Ne fui colpito. Racconti scientifici? Di colpo, vi riconobbi la magia che avevo trovato nei libri di Oz, non più però, associata alle bacchette magiche, bensì alla scienza (…) In ogni caso, nella mia opinione, magia divenne uguale a scienza... e scienza (del futuro) uguale a magia» 4 . Una nascita certamente sporca quella della fantascienza, che per decenni avrebbe imbarazzato gli stessi autori (e critici) del genere; almeno quelli che avrebbero col tempo acquisito caratteristiche più marcatamente autoriali 5 . Note: 1. Giorgio Manganelli, L’oroscopo? No, meglio Guerre stellari,  Corriere della Sera 10 novembre 1977 2. Per una breve ma accurata e incisiva storia della letteratura di fantascienza: A. Caronia, La fantascienza fra letteratura e industria editoriale , in Variazioni cosmiche , Nord, Milano 1988 http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/10/antonio-caronia-la-fantascienza-fra.html 3. Lawrence Sutin, Divine invasioni , Fanucci, Roma 2001, p. 22 4. Ivi, p. 21 5: «Una gran parte di quello che va sotto il nome di 'fantascienza' è spazzatura, diciamo pure il 95%» (Theodore Sturgeon). Ursula K. Le Guin, nel 1975, citando questa che ormai veniva definita come la legge di Sturgeon  rincarò la dose: «il 95% della fantascienza è porcheria, bene liberiamoci di quella roba! Apriamo la finestra e liberiamoci di questa immondizia!». Peccato però, che tagliar via quel 95% sarebbe stato come tagliare il ramo su cui gli stessi Sturgeon e Le Guin stavano comodamente seduti. Sci-Fi: a century to overrun the present!  The text offers a critical reflection on science fiction as a literary and cultural genre, interpreting it not as a means of predicting the future, but as a device capable of conveying a fully formed image of the present. Drawing on the metaphor of the <>, science fiction is understood as an archive of the anxieties, fears, and promises of modernity, in an era in which the very notion of the future has dissolved into an expanded and fragmented present. Building on the thought of Antonio Caronia and the experience of the journal Un’Ambigua Utopia , the work seeks to reopen a critical debate on the genre by examining its origins, mechanisms, modernity, and its alleged end. The essay traces the <> birth of science fiction within U.S. pulp magazines of the 1920s, highlighting its ties to the technoscientific imagination, mass consumption, and the crisis of the frontier myth. At the same time, it exposes the genre’s so-called European <> as a retrospective construction aimed at cultural legitimation. Science fiction thus emerges as a deeply contradictory field, shaped by a persistent tension between rationality and irrationality, critique and commodification, imagination and power. Conceived as a work in progress, the text ultimately calls for a reappropriation of imagination as a critical practice, while explicitly acknowledging its own limits—most notably the absence of a discussion on women’s and feminist science fiction. Preface …to invade the real and, above all, to bring to the present the fully‑formed image of our era: the marvels together with the terrors and anxieties we have inherited from that sense of the future that has gradually exhausted itself until its ultimate disappearance.   Science‑fiction today has become like that time capsule¹ that, at the 1939 World’s Fair in New York, was buried fifteen meters underground, containing the most ordinary objects—banknotes, playing cards, dishes, clothing, even an image of Mickey Mouse—to transmit to future historians a complete picture of the age that opened and finally closed the games with the future.   «It is the same notion of future, a key notion of modernity on which science‑fiction relied to a very great extent, that is dissolving. The feeling of time of this late modernity, of this post‑industrial revolution promoted by the expansion of technologies and governed by no one, is an indefinite and fixed expansion of the present to which everything is measured. Today neither past nor future seem to be present in the collective feeling: everything has already been not only thought and acted upon, but felt. (…) The future has collapsed onto us; it is already materializing now: not only that, this is not the future, it is already the hundred, the thousand, possible futures, each of which finds, in the ever‑greater complexity and segmentation of post‑industrial society, its own space of realization and coexistence alongside the others»².   In the six chapters that follow, a series of critical reflections on the science‑fiction genre: its birth, what distinguishes it from other genres, its mechanics, its defining traits, its modernity, and finally its true—or presumed—end. The aim is to reopen a series of debates by picking up the thread started by a 1970s magazine, «An Ambiguous Utopia» [Un’Ambigua Utopia, N.d.T.], and later pursued alone by Antonio Caronia, in order to escape the swamps of an imagination that has literally seized power, depriving us of any autonomous capacity to imagine.   To occupy the imagination, using a newly emerging slogan³, not to claim a naïve left‑wing entitlement to “occupy” it in a hegemonic sense, but as a reclamation of the indispensable practice of imagining—through a work of critique and demolition of that illusory, imposed imaginary world in which we are increasingly immersed and which increasingly deprives us of the ability to be active participants in the stories that reshape the world we live in.   The destruction of science‑fiction announced in the manifesto of «An Ambiguous Utopia», dated—no coincidence—1977, still resonates today.   And from here we must start again.   P.S.: This work is a work‑in‑progress that needs help, discussion, and, of course, criticism. It also lacks an essential part: the section on women’s and feminist science‑fiction, which might, perhaps, challenge many of the statements made here. It is hoped that the help of willing collaborators can remedy this, as the genre—born, it must be said, essentially as a masturbatory game for boys—has, in fandom enclaves, probably remained so. Notes [1]. A second time capsule was created in 1965, both intended to be opened after 5 000 years. https://en.wikipedia.org/wiki/Westinghouse\_Time\_Capsules [2] Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992. https://www.academia.edu/318211/Risposte\_a\_un\_questionario\_sulla\_fantascienza [3] Occupare l’immaginario  is the title of the conference on Antonio  Caronia held in Olinda in  2023. https://occuparelimmaginario.noblogs.org/ I° A cringe come to life   It has been said—rightly so—that science‑fiction is a symptom of schizophrenia, an endless and lowly proliferation of manic excretions that starve our hunger for madness. True, absolutely; and precisely for this reason I intend to pay it homage. Crude, elementary, repetitive—just like dementia, and, we may add, like death. In an age where optimism rests on a clever system of lapses, scotomata, forgetfulness and omissions, science‑fiction speaks of something that every reasonably minded human keeps in mind: it speaks of the Apocalyps». - Giorgio Manganelli That «lowly, childish, noisy, and insane [literary genre] that in almost every Italian context is called fantascienza »¹ was coined for the first time in America in 1926 (first Scientifiction and shortly thereafter Science Fiction ) in a low‑budget magazine—both in its paper quality and graphic design and in its literary and scientific‑popular content. Cheap pulp magazines aimed at a mass readership: adventure, western, detective, anything that satisfied the imagination of a society in rapid development; a population that, fleeing a tired, decaying Europe, was confronting a new world to conquer and explore. Yet, at the dawn of the new century, it also began to reckon with the end of its founding myth: the frontier legend. Progress now coincided, opposite the abandoned mother continent, with the possibility of consuming material and immaterial goods for the majority of the populace. Consumption was imagined as unlimited and, at least ideally, available to all.   The so‑called European science‑fiction (the noble fathers  of the genre: Mary Shelley with Frankenstein , Jules Verne, H.G. Wells, Karel Čapek, Yevgeny Zamyatin, and many others, even tracing back to the older, more exotic figures from Dante to Lucian of Samosata) is an acquisition that the newborn science‑fiction (the only form of fantastic narrative that can truly be called science‑fiction) makes to grant itself a lineage that might somehow ennoble it against the contempt of official culture ².   The first futuristic short story, Ralp 12C41+: A Romance of the Year 2660 , appeared in the radio‑technology magazine «Modern Electris» in 1911 under the byline Hugo Gernsback, who also edited the periodical. «The futuristic adventure, saturated with wild “ what‑if… ” extrapolations, was surprisingly well received in a magazine that until then had dealt only with concrete facts. Yet it was not until April 1926 that Gernsback conceived the first pulp magazine entirely devoted to English‑language SF: «Amazing Stories». From the term scientifiction , Gernsback cemented the name that would stick— science‑fiction » ³.   Insisting on a precise chronological placement for the birth of science‑fiction is not to claim that its images or topoi first appeared then, but that they suddenly received a name and a theoretical framing that lifted them into a defined, however modest, literary category. Thus, the tradition and antecedents of this new genre do not point to a pre‑existing phenomenon but to something invented and constructed as the genre itself formed. The claimed ancestry is as fictitious as it is real in its post‑hoc justification.   Technical magazines—those dealing solely with concrete facts—served as the incubator of the technoscientific imagination that would carry the nineteenth century, steeped in positivism and spiritualism, toward a future where the crisis of classical science would find a new, unsettling yet fruitful union of rational and irrational, dismantling the unquestioned certainties of classical physics and replacing the world of ghosts with less ethereal, artificial entities: UFOs, with alien beings of varying danger.   Philip K. Dick illustrates this approach masterfully when he recounts that at age twelve he stumbled upon the magazine «Stirring Science Stories»:   «I was actually looking for Popular Science . I was struck by it. Scientific stories? In an instant I recognized the magic I had found in the Oz books, no longer linked to wands but to science… In any case, in my view, magic became equal to science… and future science became equal to magic.» ⁴   A certainly dirty birth, the birth of science‑fiction, one that for decades embarrassed its own authors (and critics) of the genre; at least those who would later acquire more distinctly authorial characteristics ⁵.   Notes Giorgio  Manganelli, L’oroscopo? No, meglio Guerre stellari , Corriere della Sera , 10 Nov 1977. Antonio  Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992. https://www.academia.edu/318211/Risposte\_a\_un\_questionario\_sulla\_fantascienza La fantascienza fra letteratura e industria editoriale , in Variazioni cosmiche , Nord, Milan  1988. http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/10/antonio-caronia-la-fantascienza-fra.html Lawrence Sutin, Divine invasioni , Fanucci, Rome  2001, p.  22. Ivi, p.  21. Theodore Sturgeon: «A large part of what goes under the name ‘science‑fiction’ is trash—let’s say 95 %». Ursula  K.  Le Guin (1975), citing Sturgeon’s “law”, amplified it: «95 % of science‑fiction is filth… let’s open the window and get rid of this garbage!» (Note the irony that cutting away that 95 % would have removed the very branch on which Sturgeon and Le Guin were comfortably seated).

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    Il Venezuela all'ora dei forni* Thomas Berra L’articolo analizza l’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela del gennaio 2026, interpretandolo come una svolta storica nella geopolitica latinoamericana. Pur riconoscendo il successo tattico dell’operazione statunitense, culminata nel rapimento del presidente Nicolás Maduro, l’autore sostiene che Washington non abbia ottenuto il controllo politico, militare o territoriale del Paese, che rimane saldamente nelle mani dello Stato venezuelano e delle forze chaviste. L’intervento non viene descritto come un’invasione totale, bensì come un’azione mirata volta a decapitare la leadership politica e a provocare fratture interne nelle forze armate e nel blocco civico-militare, obiettivo che, almeno inizialmente, non si è realizzato. Il testo esplora le possibili evoluzioni del conflitto, tra cui un’escalation militare, il tentativo di controllo delle risorse petrolifere o strategie di destabilizzazione a lungo termine, sottolineando l’assenza di una forza oppositiva interna in grado di legittimare un cambio di regime. Nelle conclusioni, l’autore denuncia il carattere imperialista dell’azione statunitense, attribuendola agli interessi del complesso militare-industriale e delle grandi compagnie petrolifere, e critica l’inerzia o la complicità della comunità internazionale. L’articolo invita, infine, l’America Latina e i Caraibi a superare divisioni e ingenuità politiche, avvertendo che la disunità regionale rende i Paesi più vulnerabili in un contesto di transizione egemonica globale. In questo momento ogni analisi è necessariamente fallibile e provvisoria, ma possiamo già iniziare a organizzare i fatti incontrovertibili, elaborare ipotesi ragionevoli e abbozzare alcune conclusioni generali su una giornata fatidica. I fatti Al di là di tutto ciò che è stato detto, insinuato e nascosto da Donald Trump nella lunga conferenza stampa di sabato, i fatti indicano che, nonostante il successo militare dell'<> per <> Nicolás Maduro Moros (come recita l’eufemistico gergo militar e -imperiale), né gli Stati Uniti né tantomeno i loro vassalli locali detengono il controllo politico, economico o militare del Venezuela. Le istituzioni governative, le risorse strategiche e i territori del Paese, colpiti o meno dall'impatto, rimangono nelle mani del governo e sotto il controllo assoluto dello Stato. Impressionante e vertiginosa com'è stata, l'aggressione militare diretta, la prima del suo genere in trentacinque anni di storia continentale, si è concentrata su obiettivi specifici – soprattutto basi e installazioni antiaeree – e ha fatto da fuoco di copertura al rapimento del presidente venezuelano, fine ultima dell'attacco, strumento di pressione in seguito, ed eventuale moneta di scambio della strategia dichiarata di <>. Trump, un po' sfacciato, non si è trattenuto dal raccontare alcuni dettagli dietro le quinte dell'operazione, come la presunta infiltrazione in agosto di agenti della CIA nell'entourage presidenziale. Tuttavia non si è cercato né eseguito nulla di simile a un'invasione totale come quelle della Repubblica Dominicana, Grenada o Panama, gli ultime interventi del Pentagono nel XX secolo. Nemmeno la totalità delle risorse militari dispiegate negli ultimi mesi nei Grandi Caraibi è sufficiente a prendere il controllo anche solo della capitale Caracas e dei suoi immensi quartieri popolari, bastioni storici dell'organizzazione popolare dove si trovano ancora i nuclei chavisti più irriducibili, senza parlare della complessa ed estesa geografia venezuelana – ricca di giungle e montagne accidentate –. Per avere un'idea della scala di dimensioni di cui stiamo parlando, l'invasione del piccolo territorio istmico di Panama nel dicembre 1989 ha richiesto la mobilitazione di poco meno di 30.000 soldati statunitensi; oggi ne occorrerebbero centinaia di migliaia per prendere il controllo dei 916.000 chilometri quadrati di territorio venezuelano in una guerra più o meno convenzionale. Ciò che è successo non è per questo meno grave, è solo diverso. Tutto ciò spiega una verità paradossale ma incontrovertibile. In questa strana partita di scacchi geopolitica, gli Stati Uniti hanno dato scacco matto al re (hanno catturato Maduro), ma non per questo hanno vinto la partita. Per il momento (tutto può cambiare da un momento all'altro) il controllo di Caracas e del Paese da parte delle forze fedeli allo Stato è totale, o almeno questo è ciò che si può concludere dopo aver parlato con diverse decine di venezuelani e venezuelane, di diversa estrazione ideologica, situati in diversi punti della capitale e del Paese, che ricoprono diversi ruoli politici e sociali. In questo momento non ci sono combattimenti tra fazioni militari, tentativi di ribellione o <> (*protesta o sollevazione politica) di alcun tipo (il 2026 non è il 2014 né il 2017). Le uniche concentrazioni e mobilitazioni, a piedi o con mezzi motorizzati, si stanno verificando nel campo del chavismo, anche se ovviamente non siamo nel 2002, quando ci fu il colpo di Stato e la restituzione di Chávez tra l'11 e il 13 aprile. Considerando la gravità delle circostanze, regna una relativa calma, con l'eccezione delle ovvie code delle famiglie per rifornirsi di generi alimentari in un contesto di incertezza generalizzata. Le ipotesi Una volta definiti i fatti nudi e crudi, possiamo valutare le ipotesi in modo più responsabile. L'obiettivo non è mai stato – anche se non si può escludere in futuro – quello di prendere d'assalto il Paese, ma di decapitare la leadership politica del processo. E soprattutto indurre la frattura della catena di comando della Forza Armata Nazionale Bolivariana, nonché dell'unione civico-militare-poliziesca, vera e propria spina dorsale del chavismo negli ultimi decenni, che è l’eterno desiderio dell'opposizione locale e della politica estera imperiale. Il tallone d'Achille dell'aggressione imperiale contro il Venezuela è – e lo è stato almeno dall'ultimo ciclo di grandi <> nel 2017 – l'assenza di una forza vassalla endogena, con potere di fuoco e capacità di mobilitazione di massa, che possa proclamare qualcosa di simile a una ‘legittima’ ribellione nazionale contro la <>, fornendo un alibi pseudo-democratico all'intervento neocoloniale. Il Venezuela, a volte paragonato alla Siria, alla Libia o ad altri paesi, è lontano da questi scenari sotto molti aspetti, ma soprattutto per la sua maggiore omogeneità politica, etnica, culturale e territoriale. E anche se confrontiamo le regioni nel loro insieme (Asia occidentale e America Latina), la specifica storia coloniale e la precoce storia postcoloniale dell'America Latina e dei Caraibi hanno dotato la nostra regione di un senso dello Stato un po’ più robusta che in altre periferie globali. Tornando ai veri e specifici obiettivi dell'intervento, che non era fine a se stesso, ma il ricercato catalizzatore di processi di ribellione, frattura e defezione interni, possiamo quindi capire perché Trump abbia minacciato un altro ciclo di attacchi, cosa che non si può affatto escludere, soprattutto se la <> – e in particolare le grandi potenze emergenti dell'ordine multipolare – non riescono o non vogliono esercitare un'azione dissuasiva efficace, in campo diplomatico o in qualsiasi altro. Come linea guida, la nostra regione farebbe bene a considerarsi abbandonata al proprio destino, costretta a cavarsela da sola, senza aspettare l'intervento salvifico di alcun deus ex machina. Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza convocato per lunedì sarà un buon termometro degli umori intorno a un Paese che fino ad oggi (o fino a ieri?) era ancora considerato uno stretto alleato dell'ordine internazionale emergente. L'ipotesi successiva è che, poiché l'azione di sabato mattina ha cercato senza riuscirci per ora di indurre un fatto soprattutto politico, la leva civile e militare in grado di favorire un cambio di regime, o la capitolazione più o meno incondizionata della leadership politica del chavismo di fronte all'esercizio attuale della <> concepibile (blocco navale petrolifero, sequestro presidenziale e bombardamenti), c'è da aspettarsi che la pressione armata, o una nuova aggressione diretta, cerchi di compensare con mezzi militari ciò che non si sta ottenendo in ambito politico. Non sappiamo cosa stia succedendo all'interno degli uffici governativi, e soprattutto all'interno delle caserme, ma è un dato di fatto che, a molte ore dall'attacco, il processo del chavismo continua a procedere all'interno e che, se ci sono fratture significative, non si sono ancora manifestate. Anche la conferenza stampa di Delcy Rodríguez ha smorzato notevolmente le speculazioni su tradimenti e divisioni intestine, abilmente alimentate da Trump e Marco Rubio, quando tutti volevano affibbiare alla ex vicepresidente il marchio dell’eresia. Riteniamo ragionevole, e questa è un'altra ipotesi - anche se non troppo audace - che, una volta catturato Maduro, leader e arbitro del processo, sia ovvio che gli Stati Uniti cercheranno di inserire un cuneo tra i principali quadri, soprattutto tra il capitano Diosdado Cabello, l'onnipotente ministro dell'Interno (con una grande influenza sul movimento sociale e sulla corporazione militare) e i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez (quest'ultimo presidente dell'Assemblea Nazionale). Il discorso di Delcy ha portato un po' di calma con un messaggio abbastanza chiaro: <>. Ora, la sua nomina a presidente incaricata dalla Corte Suprema di Giustizia considera <> l'assenza di Maduro, il che permette a Rodríguez di assumere le funzioni presidenziali per 90 giorni prorogabili. Prova delle debolezze interne che abbiamo menzionato prima è il fatto che, invece di riconoscere o imporre un <>, Trump si è incaricato ancora una volta di ignorare María Corina Machado, principale leader dell'opposizione, che ha considerato sostanzialmente incompetente per prendere le redini del Paese. Per questo motivo il leader repubblicano ha annunciato, con grande sorpresa del mondo intero, che gli Stati Uniti si sarebbero occupati per il momento della <>, transizione che – insistiamo – è ancora un'utopia. Tuttavia, non possiamo escludere che in futuro, se i negoziati non soddisfacessero Trump e i suoi falchi, l’agressore possa tentare di prendere il controllo dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere, e persino di altre infrastrutture critiche, per rendere impossibile la resistenza e finanziare così la costosa operazione militare (almeno se teniamo conto del processo di militarizzazione dei Grandi Caraibi iniziato ad agosto). E che si decidesse perfino di avviare quella che potrebbe essere una lunga e imprevedibile strategia di balcanizzazione territoriale, come è stato fatto spesso in altri teatri operativi (anche se, ancora una volta, l'America Latina non è l'Asia occidentale). Ricordiamo che secondo il <> alla Dottrina Monroe, le risorse strategiche del Venezuela sarebbero state ‘rubate’ agli Stati Uniti, forse in virtù delle nazionalizzazioni concordate e pagate a partire dagli anni '70, o della <> di Chávez all'inizio di questo secolo, benché per la Costituzione venezuelana – e per tutte le sue predecessori dai tempi di Bolívar – le risorse del suolo e del sottosuolo siano completamente inalienabili. Un altro degli argomenti che ha suscitato maggiore interesse, e persino morbosità, sono stati i sospetti sull'apparente <> con cui Maduro sarebbe stato rapito. Tuttavia, è stato lo stesso Trump a fornire i dettagli di un'operazione tutt'altro che pacifica, caratterizzata da combattimenti, bombardamenti e, secondo le stime attuali, almeno 40 morti. Al di là delle logiche speculazioni, ciò che non va perso di vista è la schiacciante superiorità militare convenzionale che separa la principale potenza armata del pianeta dal Venezuela o da qualsiasi altra delle nostre repubbliche periferiche. Gruppi d'élite come la Delta Force sono altamente specializzati in queste operazioni di <>, come si è visto nella cattura di Manuel Noriega a Panama, per citare un caso emblematico nella regione. Inoltre, dobbiamo ricordare che la capacità militare difensiva venezuelana è stata rapidamente neutralizzata dagli attacchi dei droni. Le conclusioni Una delle prime conclusioni è che gli Stati Uniti sono ben lungi dall'essere un paese democratico in cui vige pienamente lo Stato di diritto. Dall'omicidio extragiudiziale di presunti narcotrafficanti, e talvolta di semplici pescatori caraibici (quando la legge statunitense non punisce con la morte il traffico di droga), all'atto di guerra contro il Venezuela, non approvato dal Congresso come previsto dalla costituzione, è ovvio che non è la sovrastruttura politica a prendere le grandi decisioni, ma i poteri più concentrati. Forse i due più importanti da analizzare in relazione all'affaire Venezuela sono il vecchio complesso militar e -industriale, che deve rendere la guerra uno stato cronico per garantire la sua riproduzione ampliata, così come le grandi compagnie petrolifere con interessi multimilionari nei giacimenti del Venezuela. Un'altra conclusione, può sembrare inopportuna, ma non possiamo evitare di menzionare che questa aggressione è stata preparata e annunciata per mesi sotto gli occhi di tutti, dalle dichiarazioni dell'ex capo del Comando Sud Laura Richardson all'Atlantic Council alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, dalla concentrazione di risorse militari nella regione alla prima formulazione del <> sul social network Truth Social, dalle oltre 100 esecuzioni extragiudiziali nei Caraibi e nel Pacifico all'annuncio dell'Operazione Lancia del Sud. Eppure, Trump ha continuato a sbucciare e gettare uno strato dopo l'altro della cipolla dell'<>, senza che nessuno, o quasi, se ne scandalizzasse. La maggior parte degli attori di una certa rilevanza internazionale (governativi, multilaterali, imprenditoriali, comunicativi) ha deciso di fare orecchie da mercante ai tamburi di guerra che risuonavano nel Mar dei Caraibi; o peggio ancora, hanno scelto di prendersela con il messaggero, accusando di essere fabulatori, complottisti o anti-imperialisti antiquati coloro che analizzavano e annunciavano la possibilità – e persino l'imminenza – di un'aggressione militare come quella che alla fine si è verificata. C'è ancora tempo per rimediare agli errori e correggere le interpretazioni errate, ma ciò richiederà un'azione forte e decisa su tutti i fronti, in particolare da parte degli altri paesi messi alla gogna dall'impero, in particolare Messico, Colombia, Brasile, Cuba e Nicaragua, oggi pubblicamente minacciati da Trump e già in allerta. In questi anni e nelle ultime settimane sono stati versati fiumi di inchiostro con l’idea peregrina che l'ossessione americana per il Venezuela fosse basata sulle velleità della democrazia liberale, sul rispetto dei diritti umani o sulla persecuzione delle economie illecite, dei cartelli della droga o delle organizzazioni terroristiche transnazionali. Ma non sono stati solo i neoliberali estremisti e i falchi del Pentagono a diffondere queste narrazioni: non sono mancati nemmeno coloro che se le sono appropriate dal centro politico o dal liberal-progressismo. Oggi, con una chiarezza accecante, è diventato evidente che si è sempre trattato del rilancio della geopolitica imperiale più spietata e bellicosa in un mondo che assomiglia sempre più alla <> del classico storico Tucidide (sì, il famoso inventore della <>. Nelle battaglie tra Atene e Sparta, come oggi, i neutri furono sottomessi. Ma se, a seconda dei casi, la debolezza dei nostri paesi è un fatto storico e oggettivo derivante dall'eredità coloniale, dalla dipendenza economica, dal ritardo tecnologico, dall'impotenza militare, dalla ristrettezza territoriale, dalla scarsità di risorse o da una demografia limitata, la stupidità non si eredita, ma si coltiva. I deboli possono essere nati deboli, ma possono anche aspirare a unirsi e diventare più forti, ma ciò che non possono mai permettersi è di essere sciocchi o ingenui. Un'America Latina e i Caraibi disuniti saranno facile preda dell'avidità imperiale in una transizione egemonica che tutto sembra indicare stia iniziando a chiudersi senza di noi. D'altra parte, coloro che dal centro, dal progressismo o dalla sinistra credono che un intervento <> in Venezuela risolverà magicamente l'impasse politica o migliorerà la democrazia liberale e le istituzioni del Paese, devono sapere che la loro teoria è di una negligenza criminale. In primo luogo perché tali operazioni non esistono; una delle ultime, quella in Iraq, è costata un milione di vittime e più di 4 milioni di sfollati. Le nazioni o gli <> di cui ha parlato Trump sono profezie che si autoavverano: l'imperialismo definisce questo o quel Paese avversario come tale e poi fa tutto il possibile per rendere impraticabile la sua normale organizzazione statale e la vita delle sue popolazioni. Faremmo bene a chiedere agli abitanti dell'Iraq, della Libia o di Haiti la loro esperienza al riguardo. * L'espressione <> è ispirata a una frase di José Martí: <<È l'ora dei forni e non si vedrà altro che la luce>>. Si riferisce a un periodo di lotta rivoluzionaria in cui si deve scegliere fra oppressione e liberazione e cercare la luce della verità. È stata popolarizzata dal documentario argentino <> di Solanas e Getino (1968). Lautaro Rivara è sociologo, dottore in storia e post-dottorato presso l'UNAM. Giornalista e analista internazionale specializzato in geopolitica e storia dell'America Latina e dei Caraibi. Ha realizzato reportage ad Haiti, Colombia, Ecuador, Venezuela, Paraguay, Panama, Repubblica Dominicana, Messico e altri paesi della regione. Co-coordinatore dei libri El nuevo Plan Cóndor  e Internacionalistas . Editore e poeta. Questo testo è stato pubblicato in Diario Red  e si publica con permesso espresso del suo autore.

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    Memoria viva? Il testo riflette sul ruolo di Bibliotork Interzona Caronia e della Collettiva Interzona come archivi viventi, collocati in una zona di giuntura tra passato e presente. I documenti custoditi non sono intesi come memoria statica, ma come materiali attivi che producono effetti sull’attualità quando vengono interrogati e riattivati collettivamente. L’archivio emerge come spazio di conflitto, dissenso e contraddizione, lontano da narrazioni lineari e neutre. Attraverso pratiche di autodocumentazione e autogestione, questi archivi di movimento assumono una valenza politica, permettendo contro-narrazioni e genealogie alternative. In questo senso, la conservazione diventa parte integrante delle lotte sociali e della produzione di senso nel presente. Quello che sento di poter dire che stiamo provando a fare con Bibliotork Interzona Caronia e conCollettiva Interzona è stare su un punto di giuntura e di cesura insieme; mi provo a spiegare: i documenti che sono custoditi qui a Cascina Torchiera appartengono a un passato più o meno recente ma continuano ad avere un'agency sul presente, hanno delle conseguenze dal momento che ci parlano se e quando interrogati in modi diversi; perciò diciamo che con la Collettiva stiamo provando a lavorare con questi documenti e su una loro possibile attualità, anche attraverso il coinvolgimento dei soggetti che li hanno prodotti. I documenti sono anche memoria fisica di qualcosa che non c'è più, tra noi e loro spesso si instaura la cesura di una distanza temporale; ecco l'archivio con tutto quello che contiene e che non contiene definisce reti e discorsi e permette di cogliere il mormorio intorno a pubblicazioni, a eventi, a esperienze, permette di cogliere corrispondenze rapporti discussioni dibattiti. Secondo Foucault l'analisi dell'archivio riguarda un luogo vicino ma differente dalla nostra attualità ed è il «bordo del tempo che circonda il nostro presente sviluppa le sue possibilità dei discorsi che hanno appena cessato di essere nostri, la sua soglia di esistenza è instaurata dalla frattura che ci separa da ciò che non possiamo più dire ma ci riguarda da vicino». Come avrebbe detto un artista milanese, Vincenzo Agnetti, riguarda qualcosa che abbiamo dimenticato a memoria, che abbiamo metabolizzato o che possiamo indagare alla ricerca di genealogie, domande, questioni per l’attuale. Appunto in archivio c'è spazio per contraddizioni e idiosincrasie e ci sono, di nuovo per Foucault, «spazi di dissenso». L'archivio in qualche modo quindi è una è memoria, certo, ma è memoria viva che viene riattivata a ogni lettura, a ogni interrogazione, a ogni apertura e a ogni cambiamento, tant'è che questo archivio come alcuni di voi sanno sta crescendo, è un archivio una biblioteca avviata diversi anni fa non direttamente da me ma da altre persone che sono state presenti tra ieri e oggi e ed è in continua evoluzione visto che nel 2024 sono state spostate da Ri-maflow numerosissime scatole e solo in minima parte installate nella Sala Fly che abbiamo inaugurato pochissime settimane fa, in questo senso mi vengono in aiuto alcune righe scritte da Federico Valacchi, un archivista, a proposito dei cosiddetti Living Archives ; dal momento che appunto gli archivi non sono fermi per quanto si basino sulla conservazione e su un’idea di origine comune, di comune provenienza da un unico soggetto, non sono fissi, spesso riguardano da vicino, quando si tratta di archivi di movimento , l'autonarrazione o la controinformazione, potremmo dire in generale l'autogestione dell'informazione e, citando Valacchi, l’autodocumentazione: «L’idea che determinate comunità vogliano rappresentarsi fuori dagli schemi del mainstream documentario – e di una storia raccontata a tavolino dai presunti vincitori di un lungo conflitto sociale ed economico – ci riporta alle radici politiche dell’arma documentaria. Certe aggregazioni possono alimentare e sostenere una vera e propria controcultura, un antagonismo (anche) archivistico capace di testimoniare l’esistenza e la persistenza di idee e persone altre dalla narrazione che il pensiero unico occidentale continua a proporre ad ogni livello» [1]. Ecco per cui secondo Valacchi, continuo a citare, l’archivio non è più « il luogo dove l’ordine è dato  ma piuttosto il luogo del disordine costituito, in cerca di nuove possibili letture delle relazioni sociali. L’archivio non è più semplice mediazione dei fatti ma diventa un luogo immediato dove fare politica, semplicemente accumulando testimonianze documentarie» [2]. Un altro archivista, Leonardo Musci, ha segnalato in anni recenti che «il conflitto è la dimensione permanente che lega momento produttivo e momento illustrativo e di studio di queste carte» e la matassa riguarda, sempre secondo Musci, la «coppia concettuale memoria/conflitto e cioè con una concezione non pacificata della memoria (…) laddove la conservazione è organica alle lotte sociali in corso di svolgimento» [3]. Ora ecco che in questo senso Bibliotork Interzona Caronia non racconta storie lineari, appiattite a un'unica dimensione, mentre piuttosto rileva fratture, differenze, dislivelli, moltissime contraddizioni e quindi la sua importanza risiede diciamo un pochino nel fatto che come tanti altri archivi di movimento dimostra continuamente di non essere neutrale – nessun luogo è neutrale ovviamente, come sappiamo chi dice di esserlo spesso lo è meno di tutte. Questa cascina e il modo in cui abbiamo allestito collettivamente queste sale credo che rendano ancora più importante il fatto che autogestiamo questa documentazione e proviamo a interrogarla secondo direttrici diverse, rispettando domande future e che non ci sono ancora venute in mente, non imponendoci di rispettare un ordine costituito. Siamo immerse in un archivio vivente, che produciamo noi stesse con aggiunte e scarti, che proviamo a rinegoziare ogni giorno, che si incastra con altri archivi e altre storie (penso al Laboratorio Intergalattico Giacomo Verde Artivista ). Quindi credo che l'esercizio di raccolta e documentazione del presente, insieme alla conservazione di un passato prossimo, abbia rilevanza anche politica e ci permetta di non silenziare, ma anzi di autonarrare le proposte che nascono appunto nei luoghi di autogestione. Riprendendo le parole di Musci, «gli archivi non dicono la verità, però senza gli archivi è impossibile ricercarla» [4]. Note: [1] F. Valacchi, La stagione degli archivi viventi: una provenienza generativa , “ JLIS.it ”, vol. 15, no. 2, maggio 2024, p. 54. [2] Ivi, p. 57. [3] L. Musci, Movimenti e archivi. Punti fermi e questioni aperte , in E. Boldrini – L. Conigliello , a cura di, Tramandare la memoria sociale del Novecento. L’archivio di Gino Cerrito presso la Biblioteca di scienze sociali dell’Università di Firenze. Atti della giornata di studio , Firenze, 21 novembre 2019, 2021, p. 82. [4]Ivi, p. 85 Sara Molho è dottoranda in Arti visive, performative, mediali presso l’Università di Bologna. Si occupa di questioni tra arti visive, comunità, gruppi e tecnologie tra gli anni Settanta e Novanta in Italia. Dal 2023 è parte di Collettiva Interzona. Collettiva Interzona nasce nel 2023 a Bibliotork Interzona Caronia presso Cascina Autogestita Torchiera di Milano. Zone metamorfiche, di passaggio, in cui il transitare non sia per occupare un posto o un’identità ma la propria vita, seguendo l’invito di Antonio Caronia a “occupare l’immaginario”. Lavora sull’archivio, sull’autogestione della memoria, riflette sul necessario oblio e su possibili nuovi orizzonti del sapere.

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    RISONANZE SONORE # 2. Dove il linguaggio non arriva: il territorio condiviso di Hello Halo Ruby Colley Hello Halo Il 14 novembre è uscito Hello Halo, l’ultimo lavoro di Ruby Colley: un’uscita che porta con sé non solo un nuovo capitolo musicale, ma anche una serie di domande sul modo in cui la musica può farsi relazione, memoria e sguardo critico sulla comunicazione umana. Hello Halo è un progetto che nasce da un’intuizione forte ma anche rischiosa: trasformare la comunicazione non verbale di Paul, fratello di Ruby Colley, in materia sonora. È un gesto che si muove su un terreno sensibile, perché intreccia dimensione familiare, rappresentazione dell’alterità e scelta artistica. Colley decide di non adattare  Paul a un codice comprensibile, ma di accogliere i suoi suoni nella loro natura irregolare, costruendo una partitura che li mantiene vivi, non levigati. Il lavoro assume la forma di un archivio dinamico: raccoglie vocalizzi, gesti, tracce quotidiane, e li reinserisce in un tessuto musicale che alterna prossimità e distanza. Ma il nodo più interessante non è la raccolta dei materiali, bensì ciò che Colley fa con essi. La compositrice insiste sul fatto che questo sia il suo lavoro più autentico, e questa affermazione apre interrogativi su come i suoi progetti precedenti si collocassero rispetto al rapporto fra vita vissuta e costruzione artistica. L’opera oscilla continuamente tra documento e narrazione. Da un lato, è presentata come uno scatto d’archivio della vita di Paul; dall’altro, è una composizione che richiede scelte precise, punti di vista, una regia sonora che non è mai neutrale. Quando Colley parla di metanarrazione , tocca un punto centrale: non stiamo semplicemente ascoltando Paul – stiamo ascoltando le sue decisioni su come Paul diventa udibile. È qui che l’idea stessa di autenticità va messa in discussione e non semplicemente celebrata. Il centro critico dell’album riguarda la comunicazione stessa. Colley dichiara di voler mettere in discussione l’idea che il linguaggio articolato sia la base dell’umanità. La relazione con Paul - costruita attraverso movimenti, suoni frammentati, gesti - diventa un campo di prova concreto. Tuttavia, questa scelta apre un’altra questione: fino a che punto un’opera può restituire l’umanità di qualcuno senza filtrarla attraverso la sensibilità, le intenzioni e i limiti dell’autrice? Hello Halo non elude questa complessità: la espone, la fa sentire, e proprio per questo invita a una lettura più stratificata. In conclusione, Hello Halo non è un semplice omaggio né un diario sonoro. È un esperimento che mette in discussione categorie come voce, presenza, autenticità, e soprattutto il ruolo dell’artista quando lavora con ciò che è fragile, reale, condiviso. Non offre risposte nette - e forse è qui che risiede la sua forza: costringe a restare nella zona intermedia delle relazioni, dove comunicare non significa necessariamente parlare, ma esserci, e accettare che la complessità non si possa ridurre a un’unica forma. https://rubycolley.bandcamp.com/album/hello-halo Buon ascolto Where Language Cannot Reach: The Shared Territory of Hello Halo by Franco Oriolo Artwork by: Paul Colley On November 14, Hello Halo was released, the latest work by Ruby Colley: a release that brings with it not only a new musical chapter, but also a series of questions about the ways music can become relationship, memory, and a critical lens on human communication. Hello Halo is a project born from an idea that is both powerful and risky: transforming the non-verbal communication of Paul, Ruby Colley’s brother, into sonic material. It is a gesture that moves across sensitive terrain, intertwining family bonds, the representation of otherness, and artistic choice. Colley decides not to adapt  Paul to a more comprehensible code, but instead to welcome his sounds in all their irregularity, building a score that keeps them alive and unpolished. The work takes the form of a dynamic archive: it gathers vocalisations, gestures, everyday traces, and reinserts them into a musical fabric that shifts between closeness and distance. But the most interesting point is not the collection of these materials - it is what Colley does with them. The composer emphasizes that this is her most authentic work, and this statement raises questions about how her previous projects positioned themselves in relation to lived experience and artistic construction. The piece moves constantly between document and narrative. On the one hand, it is presented as an archival snapshot of Paul’s life; on the other, it is a composition that requires precise choices, points of view, a sonic direction that is never neutral. When Colley speaks of metanarrative , she touches on a central point: we are not simply listening to Paul - we are listening to her decisions about how Paul becomes audible. Here, the very idea of authenticity must be questioned rather than simply celebrated. The critical core of the album concerns communication itself. Colley states that she wants to challenge the idea that articulated language is the foundation of humanity. Her relationship with Paul - built through movement, fragmented sounds, gestures - becomes a concrete testing ground. Yet this choice raises another question: to what extent can a work convey someone’s humanity without filtering it through the artist’s sensitivity, intentions, and limits? Hello Halo does not avoid this complexity: it exposes it, makes it felt, and precisely for this reason invites a more layered interpretation. In conclusion, Hello Halo is neither a simple homage nor a sonic diary. It is an experiment that challenges categories such as voice, presence, authenticity, and above all the role of the artist when working with what is fragile, real, and shared. It does not offer clear answers - and this may be where its strength lies: it compels us to remain in the in-between of relationships, where communicating does not necessarily mean speaking, but being present, and accepting that complexity cannot be reduced to a single form. https://rubycolley.bandcamp.com/album/hello-halo Enjoy listening! Francesco Oriolo  nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.

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