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Forze di Riproduzione Recensione dell’edizione italiana del libro di Stefania Barca Peter Ciccariello La recensione analizza il libro Forze di Riproduzione. Per una ecologia politica femminista di Stefania Barca, che propone una critica alla narrazione dominante dell’Antropocene. L’autrice sostiene che la crisi ecologica non sia responsabilità indistinta dell’umanità, ma il risultato storico di capitalismo, patriarcato, razzismo e sfruttamento della natura. Barca introduce il concetto di forze di riproduzione, cioè l’insieme di attività di cura, sussistenza e rigenerazione della vita – umane e non umane – rese invisibili dalla logica produttivista. Attraverso una prospettiva ecofemminista materialista, il libro mette in luce il ruolo di genere, classe, razza e specie nella divisione del lavoro e nelle ingiustizie ecologiche. L’opera propone infine di valorizzare queste pratiche di cura come base per una trasformazione politica ed ecologica della società. Nella cassa di risonanza del mondo vibra una pesante corda, carica di orizzonti mortiferi. E non si tratta della morte che tocca a ogni vivente, umano incluso, per imprescindibile dovere ciclico del compiersi della natura di tutte le cose. Si tratta di una vibrazione meno generale e decisamente meno armonica, dal carattere meno deterministico, che ha proprio a che fare con il qui e ora, e la storia di come ci siamo arrivati. E nonostante l’era del disastro ecologico funzioni come una livella, che prima o poi, indirettamente o direttamente, colpisce tutti gli abitanti del pianeta, questa non distribuisce equamente il suo effetto e non colpisce tutti allo stesso modo. Perché il groviglio di crisi che ci ammatassa oggi non è figlio di un inevitabile destino, di fronte al quale attendere passivamente, ma piuttosto ci racconta una storia piena di responsabilità, debiti, cause e concause, ingiustizie ma soprattutto di soggetti umani e non umani, di un racconto monolitico della Storia da un lato e delle tante storie degli invisibili che lo mettono in discussione dall’altro. Ed è proprio a partire da qui che Stefania Barca ci aiuta a mettere ordine, con l’ultima edizione italiana di un libro che ha già avuto una eco fondamentale per il pensiero femminista ed ecologico contemporaneo, nella sua versione in inglese del 2020, Forces of Reproduction1. In questa versione del 2024, completamente rivista e ampliata, pubblicata da Edizioni Ambiente con il titolo Forze di Riproduzione. Per una ecologia politica femminista, l’autrice interviene definendo i contorni del disastro cosiddetto Antropocene. E spiega perché non ci sarà avanzamento geologico, sociale né tantomeno politico, se questa Antropocene non viene smembrata e analizzata al cuore, dove risiedono le cause storiche della sua attuale forma deteriorante. E al cuore, ascoltando in profondità, non si può spiegare l’origine di questo mutamento epocale senza spiegare l’origine delle disuguaglianze che ne portano il nome e il cognome, dunque del patriarcato, del razzismo e del disprezzo per la natura, concepita come mero paniere di risorse per l’accumulazione infinita di denaro e potere. «Disfare la narrazione dell’Antropocene costituisce la base di un progetto di giustizia narrativa, e cioè del raccontare storie dell’abitare umano sulla Terra diverse dalle storie del padrone. Abbiamo bisogno di giustizia narrativa per rendere visibili le vite sacrificate». Il lavoro promosso da Barca per scavare al cuore del mostro e riemergere, ha il merito impagabile di aver portato alla luce, in questo movimento esplorativo, tutti quei soggetti oscurati dalla storia che però ne hanno permesso il suo dispiegarsi, così come il prosperare dell’umano nell’ambiente attraverso la sostenibilità del proprio lavoro invisibile e delle proprie attività sommerse. Questo universo di attività umane e non umane è qui definito riproduttivo, in quanto fuori dalla cornice produttiva in senso capitalistico, dunque senza valore calcolabile o visibile dal punto di vista neoliberista. Le persone che nella storia hanno svolto tali opere, vengono definite da Barca come le Forze di Riproduzione. «Il mio modo d’intendere la giustizia narrativa è coerente con l’invito di altri studiosi di scienze umane dell’ambiente a pensare il concetto di Antropocene attraverso “l’osceno”, a partire, cioè, dai soggetti rimossi dalla rappresentazione ufficiale, e tuttavia capaci di ripoliticizzarla sia con la lotta sia con pratiche di vita alternative». Similmente ai soggetti umani, fanno parte di queste Forze anche i cicli naturali il cui potere rigenerativo permette il prosperare della vita. E ancora, il rapporto, ovvero il lavoro metabolico, compiuto da questi entrando in relazione, descrive ancora meglio le Forze di riproduzione come le intende Barca. «Seguendo Plumwood2, la mia definizione di essere interspecie non nega o annulla la differenza, ma la ridefinisce in una relazione dialettica non gerarchica, realizzata attraverso un processo lavorativo e politico più-che-umano; questa formulazione prova cioè a dare conto della co-costituzione e interdipendenza degli esseri umani (come individui, come collettività e come specie) con altre forme di vita». Questi «osceni» fantasmi sono quelli che Ariel Salleh3 definisce classe meta-industriale e quelle cha Stefania Barca definisce appunto Forze di Riproduzione, di cui l’autrice parla nel dettaglio nell’introduzione e nella prima sezione del libro. Ma chi sono? Cosa fanno? Perché sono invisibili? Quello che l’autrice definisce, riadattando il concetto di Mark Fisher4, «realismo eco-capitalista dell’Antropocene», non permette di vederli. Ma sono tutti coloro che prendendosi cura dell’altro (nella famiglia, nella comunità, nel territorio, nella società, nel collettivo) ne garantiscono il perdurare in vita. Questo insieme di attività indispensabili vanno dal cucinare, al coltivare, allo svolgere lavoro cosiddetto casalingo, al prendersi la responsabilità intergenerazionale della trasmissione dei saperi e comunitaria dei legami interni a un gruppo per la sua sopravvivenza. Non potrebbe esistere lavoro produttivo senza questo lavoro spesso sottopagato, svolto da migranti e da chi sta più in basso nella catena globale della cura o non riconosciuto affatto come lavoro, perché cassato come naturale ruolo di qualcuno o della natura stessa. Ed è proprio il brutto vizio di categorizzare qualcosa o qualcuno come «naturale» che ne ha giustificato per lunghi secoli lo sfruttamento e l’estrazione di valore gratuito e ingiustificato. Questa postura inclinata verso il punto di vista della classe fantasmica degli osceni è definita dall’autrice ecofemminismo materialista. «Parlare di lavoro riproduttivo e del suo potenziale ecologico non è più essenzialista che parlare del lavoro industriale e del suo potenziale rivoluzionario: piuttosto, significa riconoscere le condizioni storicamente determinate in cui si trova la maggior parte delle donne all’interno della divisione globale del lavoro, comprendere i modi specifici in cui lavoro e genere sono stati combinati nella modernità capitalista, e rifiutare l’idea, profondamente radicata, per cui il lavoro domestico e quello di sussistenza siano passivi e improduttivi. L’ecofemminismo materialista, inoltre, riconosce che il lavoro di sussistenza è realizzato soprattutto dalle donne per ragioni storiche e sociali, non biologiche, e che gli uomini in comunità indigene e contadine, o anche urbane, sono coinvolti in vario modo nello svolgimento del lavoro riproduttivo, di cura e di sussistenza». Tutta la seconda parte del libro, «Disfare l’Antropocene», è dedicata a fare a pezzi e ricostruire la narrativa fomentata dall’Antropocene, tale per cui la responsabilità del cosiddetto climate change, sarebbe da considerarsi equamente spalmata sull’Uomo tutto come specie, omogeneo portatore della colpa modernista di aver ignorato i limiti biofisici del pianeta che abita a causa della smania di crescita esponenziale del proprio capitale e della spinta industriale che ha sostenuto questa smania. E invece no, ci dice l’autrice. C’è una precisa divisione del lavoro, un’organizzazione sociale e una cultura dell’odio di cui hanno beneficiato alcuni in maniera esorbitante mangiando sulle spalle di tantissimi altri che hanno dovuto imparare a vivere creativamente degli scarti della modernità che gli erano stati lasciati, spesso tossici e malsani. Quindi nelle quattro sezioni «Razza/colonialità, Sesso/genere, Classe e Specie», Barca ci illustra nel dettaglio tutti i falsi storici del determinismo dell’Antropocene e ne ripercorre l’origine e la storia accompagnandosi lungo il percorso ad autori (ma soprattutto autrici) che ne hanno sbugiardato la retorica sporca di sangue. E contrapponendovi gli esempi di chi invece ha rappresentato con i propri sforzi le possibilità dell’invisibile, il suo latente potere, quello specifico di chi può realmente essere contro-egemonico in quanto sputato fuori dalla macchina onnivora del valore capitalistico, e dunque, in quanto messo ai margini, anche capace di pensare e agire al di fuori di quella logica o direttamente contro di essa. Nella sezione che riguarda la classe, ovvero come «“vivere con il problema” della contraddizione tra produzione e riproduzione è ciò che caratterizza la quotidianità delle comunità operaie», Barca regala un racconto di questa contraddizione produttivo-improduttivo narrato direttamente attraverso le parole degli operai e delle loro poesie, utilizzando un metodo di eco-critica, meta-letterario, che funziona come un vero strumento interdisciplinare applicato all’esperienza diretta dello sviluppo delle ecologie operaie. Alla fine del libro, altri quattro scritti dell’autrice - Raccontare la storia giusta. Violenza ambientale e narrazioni liberatorie; La dimensione politica della storia ambientale; Crisi ecologica, coronavirus e cura; Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione ecologica, e come possiamo realizzarla - impreziosiscono l’opera restituendo un approfondimento sull’applicazione concreta di quanto detto nel libro, in contesti contemporanei. Di particolare interesse risulta, soprattutto a distanza di qualche anno, la riflessione contenuta nell’Epilogo e in «Crisi ecologica, coronavirus e cura», che mette in luce chiaramente quanto in situazioni di crisi, come quella pandemica così come in contesti di guerra, l’erosione dei diritti minimi di cura, chi li esercita e chi li garantisce, denuda il re, facendo esplodere una bolla che a catena ha effetti su tutta la società e sulla biosfera. Perché tali importantissime attività riproduttive e rigenerative e chi le compie, sono il tessuto connettivo della civiltà ma anche il primo bersaglio di quando il desiderio latente e libidinoso di morte di alcuni riduce l’empatia collettiva ai minimi termini. «L’obiettivo finale è l’abolizione dell’eteropatriarcato e quindi la liberazione dai ruoli di genere, in particolare quelli dell’uomo produttore di valore che distrugge la natura e della donna generatrice di vita che difende la natura. Le ecofemministe ritengono che questo processo di liberazione sia necessario per combattere la divisione razziale e coloniale del lavoro, le diseguaglianze di classe e lo specismo, cioè gli altri strumenti attraverso cui il capitale svaluta il lavoro, anteponendo il profitto alla difesa della vita. La colonialità, il genere, la classe e la specie sono tutti elementi fondamentali dell’Antropocene e le lotte per disfare ognuno di essi si intersecano e non possono essere separate. Insieme, costituiscono l’essenza del “cambio di sistema” rivendicato dai movimenti per la giustizia climatica». 1 La prima edizione in inglese: S. Barca, Forces of Reproduction: Notes for a Counter-Hegemonic Anthropocene, Cambridge University Press, Cambridge, 2020. L’edizione italiana qui recensita: S. Barca, Forzedi riproduzione Per una ecologia politica femminista, Edizioni Ambiente, Milano, 2024. 2 V. Plumwood, Feminism and the mastery of nature, Routledge, Londra, 1993. 3 A. Salleh, Ecofeminism as politics: nature, Marx and the postmodern, Zed Books, Londra, 1997. 4 M. Fisher, Realismo capitalista, Nero Editions, Roma, 2018.
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Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: TAM e Rivoluzione Multispecie e Ricchi e Poveri TAM e Rivoluzione Multispecie In questo capitolo, il Boomernauta si abbandona a qualche considerazione filosofica per spiegare il funzionamento delle TAM e per ipotizzare che il loro utilizzo potrebbe rivoluzionare le relazioni tra umani e Gaia. Forse non ha tutti i torti, nonostante l’opposizione della Governance, le TAM si rivelano un dispositivo sconvolgente che cambia le prospettive della vita. Esso sembra confermare certe teorie ispirate alla fisica quantistica che contrastavano con il trionfante individualismo esaltato dalla Governance. Da qui a creare una nuova utopia o addirittura una rivoluzione multispecie c’era di mezzo un gran passo incompiuto. In una specie di limbo fra realtà e incubo a molti umani sembra di vedere segni crescenti di una resistenza (o ribellione?) dei nonumani, il mondo vegetale incluso. Trovare forme di organizzazione che tenessero conto dei nonumani non era una strada facile da percorrere e inoltre c’era un problema ancora più urgente da risolvere. L’espandersi del virus nekomemetico non faceva che amplificare il consenso o l’indifferenza quasi generalizzata verso l’esercizio di vita e morte nei confronti degli altri esseri viventi di Gaia. Anche questa era una presunzione se si consideravano entità come protozoi, metazoi, batteri o virus di cui a lungo si era ignorata l’esistenza. Non si poteva dire che fossero sotto controllo, anzi… Ad ogni modo gli stermini operati dagli umani erano nello stesso tempo causa ed effetto della pandemia nekomemetica. Ora che le TAM avevano aperto i canali di scambi affettivi/emozionali, i terribili danni arrecati da millenni al mondo nonumano e alla biosfera apparvero sotto una nuova luce in tutta la loro tragica dimensione. Nelle TAM non c’era un’uniformità di relazioni perché ovviamente questo dipendeva dalle situazioni e dai partecipanti agli scambi. Ma in generale nelle specie che già potevano accedere alle intra-azioni (le interfacce furono sviluppate progressivamente, come vedremo in seguito) prevaleva una grande mancanza di fiducia e circospezione per tutto quello che riguardava gli umani. Nonostante l’effetto sorprendente del fascio di media multispecie che li coinvolgeva così intimamente, molti nonumani erano ancora diffidenti. In alcuni casi, l’interlocutore (e forse anche la sua specie) non poteva essere percepito visualmente, il che rendeva la situazione ancora più tesa. Allora le reazioni potevano essere diverse: un’aggressività fonte di stress o la chiusura e la fuga di fronte a quello che spesso era percepito come un fattore di disturbo o addirittura un inganno. C’erano situazioni in cui questi flussi negativi erano emessi in modo indifferenziato: tutti gli umani li subivano, indipendentemente dal comportamento o dalle attitudini emotive. In altre circostanze certi nonumani, forse perché possedevano un intuito più intenso o per altre ragioni sconosciute, sapevano scegliere le persone a cui dare fiducia. In certi casi si stabilivano relazioni emozionali che potevano sembrare ingenue o superficiali, ma che in realtà avrebbero potuto costituire l’humus per riprendere a raccontarsi storie come nel passato. In quel tempo i paradossi del mondo quantistico avevano pervaso la percezione della realtà e diventavano dominanti. Nuove ipotesi sull’essere e la conoscenza erano emerse: la natura stessa dell’esistenza non era più considerata, come nel Neolib, un fatto individuale, nel senso che nessuna entità poteva sussistere in modo a sé stante, ma solo in una trama intra-relazionale. La Gov Q aveva cercato di sfruttare tutte queste nuove ipotesi a proprio favore, non solo per autonominarsi, ma anche per costruire le modalità di simulazione e controllo comportamentale individuale e collettivo. Nella Sfera Autonoma e nei movimenti emergenti, in cui militavano attivisti che lavoravano in centri di ricerca e università, si era intravista una possibilità opposta. Le TAM creavano un metaverso in cui gli agenti, umani e nonumani, non sussistevano di per sé come elementi individuali pre-esistenti, ma prendevano forma solo nella dinamica dell’intra-azione. E questa era una condizione che avrebbe potuto reintegrare gli umani in Gaia. Anche se nessuno sapeva spiegare come e perché, le TAM erano l’ambiente dove si acquisiva, almeno da parte umana, una consapevolezza intima di essere distinti dall’altro solo nell’intrecciarsi delle relazioni reciproche e non come entità individuali a sé stanti; una prova empirica contro l’individualismo egoistico, fondamento dell’era capitalista. Insomma emergeva una corrente che travolgeva le basi ontologiche stesse dell’individualismo che aveva imperato per secoli. Ma non era troppo tardi? Nell’ambito delle TAM gli umani potevano forse riacquisire quella consapevolezza che i nonumani avevano sempre mantenuto. E cioè che l’emergere dell’essere negli scambi affettivi ed emozionali era qualcosa di sfuggente e dinamico che, contrariamente alle credenze umane, non permetteva all’essere di incarnarsi definitivamente e di diventare superiore. Una realtà in continua evoluzione che non si poteva misurare dall’esterno, incompatibile con l’ossessione di calcolare tutto imposta dal mercato. Le TAM mostravano che materia, significato e spaziotempo fanno nascere e riconfigurano le intra-azioni confermando in un certo qual modo l’affermazione del relativo. I dualismi occidentali di spirito-materia, natura-cultura, innato-acquisito continuano a disfarsi e diventa così impossibile differenziare in senso assoluto anche creazione e rinnovamento, inizio e fine, continuità e discontinuità, qui e là, passato e futuro1. [Qui chiedo al Boomernauta come si manifestavano in pratica nelle TAM questi affetti, emozioni, ma anche l’insieme di percezioni e sensazioni, interrompendolo nelle sue elucubrazioni che mi sembravano scivolare verso un’astrazione filosofica… E così continua il racconto:] Le TAM coinvolgevano attivamente ogni partecipante, che consapevolmente si collegava alla bio-rete utilizzando una vasta gamma di meccanismi che utilizzavano le onde elettromagnetiche, termiche, acustiche e altre radiazioni al fine di attivare processi nervosi e somatici. L’obiettivo era generare sensazioni intense e predisposizioni mentali e fisiche più potenti dell’empatia. Ovviamente un osservatore esterno non avrebbe potuto percepire che un pallido riflesso di quanto provato dal soggetto. Questo era testimoniato dal lato umano, ma presumo che fosse vero anche per i nonumani, al netto delle differenze somatiche anche enormi. Quando si parla del livello di coscienza dei partecipanti alle TAM, bisogna considerare che ci fosse una grande varietà in tutto ciò che si è osservato. Ci poteva essere una soglia iniziale da superare per aprire i canali con una procedura assistita da un device o all’opposto con un breve incatenamento di gesti e posture, che sembravano richiamare i principi dei mudra e degli asana dello yoga. Un’ampia gamma di stati diversi di vigilanza e consapevolezza che potevano in seguito prodursi in funzione dei partecipanti e delle circostanze. Salvo casi molto particolari entrambe le componenti della coscienza restavano presenti, non c’erano cambi repentini di realtà e non erano necessari sonde, innesti o implant corporei per innescare questi processi2. In certe occasioni si potevano sperimentare momenti o periodi di immersività nelle TAM, tuttavia al termine di queste esperienze il ritorno alla realtà circostante avveniva in modo graduale e senza causare traumi o scosse. Man mano che le connessioni diventavano più frequenti e profonde, sembrava che la presenza della carica virale nekomemetica diminuisse, insieme all’indice di contagiosità. Inoltre, c’era chi sosteneva di avvertire una sorta di nuova identità emergere dalle intense interazioni emotive della bio-rete, come se i muri dell’individualismo neoliberale, consolidati nel corso di diverse generazioni neolib, stessero crollando. Da questi interrogativi, dubbi e turbamenti si cominciò a credere che nelle TAM ci fosse una chiave per uscire dall’impasse in cui le classi subordinate si sentivano intrappolate. Non si sarebbero forse potute creare modalità di coordinamento con i nonumani anche a rischio di dover rinunciare al dominio finora esercitato su questi ultimi? In un primo tempo il principale teatro di scontro sarebbe stato quello del combattimento dei flussi nekomemetici. I nonumani avrebbero indotto negli umani la capacità di non lasciarsi contagiare e di produrre controflussi. In un secondo momento si sarebbe arrivati al nocciolo, alle questioni di potere e di sopravvivenza, e allora sarebbero stati inevitabili i conflitti e le lotte materiali. Si prospettavano momenti durissimi da passare in mezzo alle già grandi difficoltà quotidiane. Anche se non erano chiari tutti i passaggi del cammino, una sorta di rivoluzione multispecie, se così possiamo chiamarla, avrebbe potuto esser l’unica via d’uscita da una situazione apparentemente senza speranza per le classi umane subalterne e in fondo per l’umanità intera. In alcune occasioni sembrava che Gaia volesse dare una mano: spegnendo gli incendi di intere regioni con piogge provvidenziali o allentando la morsa delle ondate di caldo mortifero nelle fasce tropicali. Ma forse erano solo variazioni temporanee che mascheravano la gravità di una setticemia troppo avanzata per guarire spontaneamente anche se la pandemia nekomemetica degli umani che l’aveva generata si fosse esaurita. Anche se gli umani si fossero avviati verso una convalescenza collettiva, restava la grande incognita del loro comportamento, specialmente davanti al rischio di una perdita di controllo e di potere nei confronti dei nonumani, o riguardo a una possibile ricaduta. Durante la scoperta del virus nekomemetico e della setticemia di Gaia, segnali di insofferenza e indisciplina erano emersi da alcuni nonumani, inclusi quelli di origine vegetale. Questi timori, considerati irrazionali dalle sfere della Gov, erano alimentati da una moltitudine di notizie che si moltiplicavano, ma era difficile capire quante fossero reali. In seguito la situazione parve ancora peggiorare con le grandi migrazioni e l’abbandono di consistenti territori a causa della setticemia che avanzava. Si favoleggiava di fughe in massa nei grandi allevamenti del Sudamerica, come quelli del Gran Chaco che avevano preso il posto di estese foreste distrutte dagli umani. Ma nessuno sapeva con certezza se i bovini destinati al macello fossero scappati o se fossero stati liberati da eco-warrior. In seguito pare che molti fossero morti in quanto incapaci di sopravvivere in un territorio devastato. Si diffondevano sui social molte testimonianze riguardo alla presenza di animali selvatici o randagi nelle città, alla ricerca di cibo. Si parlava di volpi, cinghiali, coyote, scoiattoli, scimmie, procioni e persino orsi e coccodrilli. In India le scimmie di Delhi si rivoltavano annualmente attaccando i residenti locali, saccheggiando le case e rubando cibo in negozi e mercati. Moltitudini di volatili trovavano rifugio nelle edgelands, le zone marginali delle città costituite da impianti industriali dismessi, case svuotate, capannoni invasi dalla vegetazione che prendeva possesso delle ferraglie arrugginite e dei tetti sfondati, e le loro vocalizzazioni riecheggiavano in lontananza. E poi giravano rumori mai verificati che in altre situazioni stormi, branchi e altri raggruppamenti di nonumani si facessero minacciosi, come nel film cult di Hitchcock3. Ci fu un attacco da parte di gabbiani in Cornovaglia che fece sorridere perché prese di mira rider e postini, poi pare che questo divenne un po’ più frequente in certe città costiere. A Tokyo i falchi che avevano colonizzato i grattacieli della metropoli, piombavano dal cielo come saette per accaparrarsi l’ennesima preda e poi ci furono casi di corvi, cornacchie e altri volatili che talvolta mostravano segni di aggressività. Non c’erano più i riflessi umani di una volta e nessuno, neanche nella Gov Q, propose di dar loro la caccia. Anche nei mari qualcosa stava cambiando. In passato, alcune specie, tra cui le orche, erano note per il loro comportamento aggressivo nei confronti degli esseri umani. Tuttavia, negli ultimi tempi, sembrava che anche altre specie stessero reagendo in modo negativo all’uso delle loro abilità per soddisfare le esigenze umane. Ad esempio, i delfini, le balene e i leoni marini, che erano stati addestrati per utilizzare la loro capacità di ecolocalizzazione in mare per individuare oggetti o persone sommersi, sembrano ora rifiutarsi di collaborare4. Perfino nel mondo dello slime5, simbolo di repulsione e fascino per gli umani, il viscidume6 sembrava intervenire e opporre resistenze. Le meduse, approfittando del riscaldamento di mari e oceani, bloccavano il pompaggio e la circolazione dell’acqua di raffreddamento nelle centrali nucleari. Non parliamo poi degli insetti, benché molte specie fossero state decimate, altre imperversavano a ondate successive in zone sempre più vaste senza risparmiare le città. Nel mondo vegetale le piante sviluppavano diverse strategie per proteggersi contro l’imperversare della pandemia nekomemetica. Certe erbe considerate invasive, come l’Amaranto di Palmer, l’Erba Amara o il Loglio Rigido prosperavano nelle piantagioni industriali di soia, cotone, colza, barbabietola OGM, irrorati di glifosato. Come i batteri con gli antibiotici queste piante erano resistenti ai pesticidi, diventando in certe regioni un vero flagello per le multinazionali latifondiste della sfera Ecofin. L’insieme di questi fenomeni restava limitato ed erano più che altro avvisaglie ansiogene. Questi timori erano situati in una sorta di limbo tra realtà e illusione distopica. Ciononostante c’era qualcosa in essi che richiamava alla mente le descrizioni della fine dell’epidemia di peste nera in Europa. In quel periodo, la popolazione si era ridotta così drasticamente che la natura selvaggia aveva ripreso il controllo su molti territori. Dal punto di vista demografico si era lontani da tale situazione, la popolazione umana dopo aver toccato un picco nella seconda metà del XXI secolo stava diminuendo. Nonostante i timori evocati, non si stava parlando di un’immane strage che alcuni movimenti dell’ecologia profonda prevedevano e sembravano quasi auspicare. Tuttavia, alcuni di questi movimenti, caratterizzati da una profonda avversione per la tecnologia, avevano assunto una dimensione quasi settaria. Ad esempio, una di queste organizzazioni era diventata una sorta di fazione di tecnofobi estremi, facilmente riconoscibili dalla cupoletta rossa che indossavano sempre durante le loro riunioni. Comunque non era chiaro se questi fenomeni di resistenza, ribellione o aggressività dei vegetali fossero reali avvisaglie nonumane di fronte a un’imminente apocalisse generata dalla setticemia di Gaia o piuttosto il prodotto immaginario dell’ansia e della paura in cui molte comunità umane vivevano. Note: Il Boomernauta qui slitta verso il filosofico anche se la sua è solo un’esposizione del dibattito che si era sviluppato con le TAM. Io lo interrompo, come si vede in seguito, per chiedergli quale sia la matrice filosofica che ispirava questa visione delle TAM. Come avevo intuito dal suo uso del concetto di intra-azione si convalida l’influenza di Karen Barad nell’epoca della Gov Q e delle TAM. Le sue considerazioni qui, come lui stesso mi ha confermato, sono derivate dall’opera centrale di Barad, Meeting the universe halfway (Op. Cit.), di cui mi aveva parlato in precedenza. Cfr. anche: https://smartnightreadingroom.files.wordpress.com/2013/05/meeting-the-universe-halfway.pdf. Presumo che il Boomernauta facesse riferimento al sequel Matrix o film consimili. Gli uccelli, 1963. Credevo che il Boomernauta esagerasse un po’ ma quanto racconta sul futuro sembra verosimile visto che già nella guerra russo-ucraina delfini militari difendevano il porto di Sebastopoli. https://www.theguardian.com/ world/2022/apr/27/russia-black-sea-military-dolphins-crimea . Lo slime è qui inteso come melma creatrice. «Dalle prime creature medusoidi e lamellate che vagavano sul fondo marino, non proprio vegetali, non del tutto animali, duecento milioni di anni fa, alla variegata famiglia dei Gelata, i cui appartenenti (come le meduse) usano il muco o gel per spostarsi nell’acqua e cacciare, alle tecniche di caccia di animali e piante terrestri (si vedano le carnivore), che funzionano grazie a sostanze vischiose, lo slime, trova sempre il suo ruolo nella sopravvivenza.» https://www.indiscreto.org/ tra-ripugnanza-e-fascino-la-melma-come-simbolo-universale/. Penso che il Boomernauta abbia usato, senza nessuna accezione dispregiativa, questo termine ispirandosi a una letteratura antispecista che cercava di mettere in risalto la libertà di avvicinarsi a una natura aliena: «Questi testi fanno emergere l’umido viscidume del vivente (i rettili, i mostri partoriti dalla nostra testa, gli insetti, le zanne ricoperte di bava, le squame rilucenti, una fitta moltitudine di genitali ectopici…) per consegnarci a una natura radicalmente aliena, ma a cui partecipiamo con passione e senza scarto, soprattutto nella gioia incontenibile che percepisce il senso di una libertà condivisa […]». M. Filippi, E. Monacelli (a cura di), Divenire invertebrato, Ombre corte, Verona 2020. Ricchi e Poveri Il Boomernauta torna ad affrontare questioni politiche per spiegare come la mancanza di fiducia degli esseri umani in sé stessi, causata da secoli d’ideologia capitalista, avesse contribuito ad aggravare la pandemia. Se la Gov Neolib all’inizio del secolo si era accontentata dei blabla di fronte ai processi degenerativi della biosfera, la Gov Q non poteva certo permetterselo e aveva sostenuto e promosso l’emergere di un nuovo e grande mercato della produzione e consumo “green”. La diminuzione del ricorso alle energie fossili, sempre presenti e strategiche, era stato annullato dalla persistenza del nucleare e da altre scelte nefaste per l’ambiente. Allora la Gov Q, sfruttando la sua superiorità nella potenza di calcolo quantistico, aveva prodotto false simulazioni per negare l’esistenza della pandemia nekomemetica come causa del “problema ecologico”. D’altro lato, grazie alle TAM, certi nonumani riuscivano a rilevare l’aumento della carica virale nell’umanità scoprendo che, in una contaminazione quasi generale, essa presenta tassi folli nei pochissimi dalle immense ricchezze, mentre sono le masse dei subordinati e dei razzializzati più poveri che ne subiscono le peggiori conseguenze… Come ho raccontato in precedenza riguardo al ritorno dell’ur-fascismo, in alcune regioni una parte significativa delle classi subalterne si è lasciata coinvolgere in questa trappola ideologica. Anche se il morbo nekomemetico era sempre circolato e aveva contagiato a destra e a manca, indipendentemente dall’eventuale posizionamento politico del suo vettore umano, è quasi certo che gli ambienti sotto influenza dell’ur-fascismo fossero i suoi preferiti1.Il diffondersi del morbo era anche favorito dalla sfiducia nel futuro che, sin dal Neolib, aumentava di generazione in generazione. Contribuivano a questo altri fattori legati a un senso d’impotenza, per non dire straniamento e diserzione, dei più giovani davanti all’avanzare della setticemia di Gaia. Per limitare le esplosioni sociali nei paesi tradizionalmente più ricchi la Gov Q centellinava i residui di welfare distribuiti sotto varie forme, come un miserevole basic income. Come ti dicevo, i meno istruiti e i più frustrati e marginalizzati delle classi subalterne vittime della seduzione maligna dell’ur-fascismo, spesso arrivavano facilmente ad agire contro i propri interessi prendendosela con i migranti e talvolta finendo come carne da macello nelle guerre dei PoSt/ati. Essendo facili vittime di contagi nekomemetici contribuivano per il loro numero alla setticemia di Gaia, mentre negli umani sensibili alle TAM si profilava da lontano la visione di una potenziale ribellione multispecie capace di opporsi alla crescita senza fine del caos generato dall’infezione di Gaia. I primi decenni del secolo XXI erano stati costellati da incontri al vertice per far credere di contrastare il processo distruttore. Summit che invece avevano il compito di imbrogliare le carte senza modificare l’essenza dello statu quo. In seguito, sebbene la sua grande priorità fosse la Grande Fuga, la Gov Q non avrebbe potuto permettersi di continuare eternamente la truffaldina manipolazione mediatico-politica sulla condizione di Gaia. I crescenti flussi di migrazione provocati dalle guerre e i territori divenuti inabitabili da un lato e la rivelazione del morbo nekomemetico dall’altro rendevano ormai impossibile tale atteggiamento. La Gov Q aveva, come nel passato, giocato la carta di una metatecnica capace di risolvere ogni problema e della produzione per il nuovo grande mercato green. Anche la Cina e il PCC, dopo essersi un po’ ripresi dalla botta del Progetto Primavera, aderivano a questa pianificazione della dernière chance. Ma tutti i vantaggi potenziali ottenuti con il parziale abbandono delle energie fossili erano controbilanciati da fattori e scelte nefaste. Anche se da qualche decennio i paesi ricchi del Nord avevano potuto permettersi di produrre energia poco inquinante con le tecniche più recenti di fusione nucleare a confinamento magnetico, la permanenza del nucleare tradizionale era stata pagata con il moltiplicarsi degli incidenti e dalla presenza diffusa dei bubboni infetti di centrali abbandonate e non smantellate. Scelte come l’elettrificazione dei trasporti individuali avevano inoltre perpetuato e rinforzato l’estrattivismo. E poi le ricerche sulla fusione nucleare avevano avuto come rovescio della medaglia la messa a punto di micro testate nucleari a fusione che sarebbero state largamente utilizzate dalla WorldForce come armi tattiche. Grazie alla sua potenza di calcolo quantistica la Gov Q riusciva anche a creare simulazioni di prospettive meno catastrofiche. In qualche caso aveva lanciato gigantesche azioni di propaganda riuscendo a rallentare la crescita delle temperature in vaste zone. Aveva utilizzato sotterfugi tecnologici inverosimili e fatto ricorso a giganteschi progetti di geoingegneria, spesso contestati, che sarebbero stati pagati con peggioramenti ben più gravi altrove. Si trattava evidentemente di accessi violentissimi di virus nekomemetico di cui la Gov Q si ostinava ferocemente a negare l’esistenza adducendo che non c’erano prove oggettive e tangibili. La Gov Q aveva infatti intuito che il capitalismo non sarebbe sopravvissuto a una lotta generalizzata al virus nekomemetico. Di fronte a questo pericolo la combinazione del soluzionismo tecnologico con gli schiaccianti rapporti di forza era diventata indispensabile per controllare i movimenti della Sfera Autonoma. Inoltre, e anche questo contava, si trattava di un virus immateriale in cui non c’erano test, vaccini e cure da trasformare in prodotto mercantile delle Huge Pharma. Ma ancora una volta la presenza reale della pandemia nekomemetica era stata convalidata grazie alle TAM: alcune specie nonumane erano addirittura in grado di individuare la malattia negli umani. Anche prima delle TAM le capacità diagnostiche dei nonumani con altre patologie erano state provate. L’olfatto canino altamente sviluppato permetteva di rilevare la presenza di tumori, malaria, Covid e altre condizioni patologiche. Anche alcuni uccelli, come i corvi e i picchi, avevano dimostrato una notevole abilità nella diagnosi di malattie e nell’identificazione di alimenti contaminati. E poi i delfini riuscivano a rilevare la presenza di tumori e altre anomalie nei tessuti degli animali. In tutti questi casi, però, un previo addestramento era necessario. Le TAM avevano semplificato la scoperta del virus nekomemetico consentendo a molti nonumani di segnalare la forza della carica virale negli scambi multispecie. In questo modo si era scoperto che praticamente tutti gli umani erano contagiati dal virus! Nei paesi più poveri del Sud globale, le popolazioni più razzializzate ed emarginate, spesso paucisintomatiche, erano contagiate non per scelta ma per forza; quindi, sebbene non contribuissero significativamente alla setticemia di Gaia, ne subivano le peggiori conseguenze sotto forma di squilibri climatici, fenomeni meteorologici estremi e una vasta gamma di disagi, sia a livello locale che globale. Sul versante opposto, il famigerato 1%, integrato alla Gov Q e detentore della maggioranza assoluta delle ricchezze globali, era composto da Grandi Malati con cariche virali stratosferiche che, mentendo spudoratamente, proclamavano sui loro media di essere puliti e vaccinati grazie alla loro green-washing attitude. Non solo negavano l’esistenza del virus, ma sostenevano che, qualora dovesse esistere, non sarebbero stati loro i portatori. Questo perché non solo avevano investito massicciamente nel green market, ma l’avevano anche creato. La speranza di creare alleanze multispecie generate dalle TAM stava però dando vita a esperimenti e a lotte che si formavano soprattutto all’interno dei movimenti BSM della Sfera Autonoma e si sincronizzavano con la moltitudine di progetti perma-alternativi già esistenti. Queste lotte restavano ancora embrionali e marginali se paragonate alle grandi forze in gioco, come il potere quantistico di organizzazione e di controllo della cooperazione della Gov Q, o l’energia sotterranea della pandemia e quella ben visibile dell’infezione generalizzata di Gaia. Se un nuovo equilibrio fosse prevalso globalmente forse si sarebbe potuto evitare il peggio, ma la strada maestra non era tracciata e le piste da percorrere sembravano incerte, lunghe e tortuose. Alcune si sarebbero rivelate delle impasse, altre erano piene di tranelli mortali, altre ancora presentavano ostacoli e difficoltà imprevedibili. Tra queste ultime, si annoveravano quelle che sarebbero emerse a seguito di mutamenti nelle relazioni all’interno delle reti della vita, in particolare grazie ad alcuni contraccolpi imprevisti che sarebbero stati generati dalle TAM. Nota: Anche nel Boomernauta era rimasto vivo il ricordo dell’aggravamento del cancro del polmone verde della biosfera generato dal governo del fascista brasiliano Bolsomerda, anche se i governi precedenti avevano pure innegabili responsabilità.
- konnektor
Cuba sta per essere strangolata? Franco Panella Il bivio in cui si trova Cuba è tra la possibilità di trovare modi di sopravvivenza politica e allentamento della pressione degli Stati Uniti e la capacità del popolo cubano di inventare vie fattibili per procedere alla rifondazione dello Stato e della democrazia cubani, che non comportino la ricolonizzazione dell’isola da parte del capitale predatorio multinazionale e della geopolitica fascista statunitense. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review. L’ultima volta che ho visitato L’Avana, nel marzo 2025, era nel bel mezzo di quello che allora era il peggior blackout registrato da anni. All’atterraggio dell’aereo, il suolo appariva quasi completamente buio, appena punteggiato dalla luce dei microsistemi di emergenza attivati durante le interruzioni di corrente elettrica. Quel sabato sera la maggior parte dei bar della città erano chiusi, ad eccezione di quelli che potevano permettersi propri generatori. Il mio vicino di posto durante la traversata dell’Atlantico era un loquace ingegnere che si recava a Cuba come membro di una delegazione dell’Unione Europea interessata alla costruzione di batterie e parchi solari decentralizzati che, secondo quanto mi disse, avrebbero potuto risolvere i cronici problemi di approvvigionamento energetico di Cuba per i prossimi trent’anni. Ma i progressi continuavano ad essere lenti – questione di anni piuttosto che soluzione a breve termine della crisi energetica – secondo l’ingegnere, per colpa della burocrazia. Nel frattempo, lo Stato insulare riusciva a malapena a rimanere in piedi grazie alle forniture di petrolio venezuelano, sempre più limitate dalle sanzioni degli Stati Uniti, mentre ricorreva ad altre fonti, Messico, Russia e Algeria, o alle chiatte turche per la produzione di energia elettrica ancorate nella baia dell’Avana, che fornivano energia supplementare alla rete. Cuba è stata colpita da continui blackout dal 2024, quando le importazioni di petrolio venezuelano sono state drasticamente ridotte, un problema aggravato dall’invecchiamento della tecnologia utilizzata in quel settore, in gran parte di fabbricazione sovietica. La limitata disponibilità di energia elettrica è razionata attraverso interruzioni programmate della fornitura, mentre i momentanei eccessi di domanda vengono gestiti attraverso «disconnessioni di carico» e blackout parziali. Nessuna parte dell’isola è completamente immune dai blackout elettrici – ci sono stati momenti in cui l’intera rete è andata in tilt – ma fuori dalla capitale la situazione è molto peggiore. Figura 1: Esportazioni di greggio e petrolio a Cuba dal 2020 Fonti: Kpler, FT. Dopo un periodo di relativo ottimismo dovuto all’apertura registrata durante la presidenza Obama e all’avvio di un programma di «riforme» da parte dell’Avana, l’inasprimento del blocco sia durante il primo mandato di Trump che durante la presidenza di Biden – decretato in un contesto di disastri nefasti come l’epidemia di COVID-19 e il crollo del turismo internazionale, l’aumento dell’inflazione su scala mondiale, il disordine macroeconomico locale, la carenza di prodotti di base e la migrazione di massa dei giovani – ha lasciato lo Stato cubano nel momento più vulnerabile dalla vittoria della Rivoluzione nel 1959. Perfino durante il «periodo speciale» post-sovietico, quando Cuba affrontò problemi di approvvigionamento energetico e le restrizioni nell’approvvigionamento alimentare provocarono focolai di malattie fino ad allora sconosciute, l’isola mantenne inalterata la crescita della sua popolazione; oggi, invece, si trova ad affrontare un crollo demografico. Nel 2025 si sono susseguite le disgrazie: una recrudescenza internazionale di malattie trasmesse dalle zanzare, chikungunya e dengue, ha colpito un Paese che soffriva di carenze mediche, mentre l’uragano Melissa lasciava una scia di distruzione nella parte orientale dell’isola. Nel frattempo, un minaccioso schieramento statunitense – il più numeroso nella regione dalla fine della Guerra Fredda – si stava radunando nei Caraibi, giustiziando sommariamente i cosiddetti «narcoterroristi» al largo delle coste venezuelane. L’assurdità delle affermazioni dell'amministrazione Trump sul presunto «Cartello dei Soli», mentre aumentava la pressione su Maduro, ha rafforzato la sensazione che i veri obiettivi fossero inespressi: era forse Cuba il vero bersaglio? Gli stretti rapporti tra lo Stato venezuelano e quello cubano cominciarono a essere instaurati all’inizio del primo mandato presidenziale di Hugo Chávez, grazie alle convinzioni politiche condivise e all’amicizia nata tra Chávez e Fidel Castro, che, a quanto mi risulta, erano soliti chiamarsi a tarda notte per conversare di politica mondiale e letteratura. Nel 2000, nell’ambito dell’accordo di cooperazione integrale in vigore tra i due paesi, furono stipulati accordi in base ai quali Cuba avrebbe inviato personale medico e tecnico in Venezuela in cambio di petrolio; le cure da parte dei medici cubani divennero una pratica abituale in Venezuela. Il tentativo di colpo di stato militare del 2002, il referendum revocatorio del 2004 e il plebiscito costituzionale che si concluse con una sconfitta nel 2007 hanno portato Chávez a chiedere a Cuba il sostegno per rafforzare il suo governo attraverso la ristrutturazione dei servizi militari e di intelligence. Questa è l’origine della presenza delle guardie del corpo cubane uccise durante il rapimento di Maduro lo scorso 3 gennaio. Nella fervida immaginazione della destra di Miami, questi accordi sono stati utilizzati per sostenere la tesi che Cuba muoveva le fila del Venezuela e che, di conseguenza, era Cuba a governare realmente un Paese la cui popolazione, superficie e ricchezza sono molto superiori a quelle dell’isola caraibica. Il rovesciamento dello chavismo da parte di Washington poteva così essere implicitamente riconcettualizzato come un atto di liberazione nazionale dal dominio di Cuba sul Venezuela. Fin dall’inizio della sua carriera politica, Marco Rubio ha affinato le sue credenziali anticomuniste davanti al pubblico di Miami, presentando i suoi genitori come rifugiati dalla Cuba di Castro, quando in realtà erano diventati residenti negli Stati Uniti tre anni prima della Rivoluzione. Già durante il primo governo Trump, in un contesto favorevole ai sostenitori di una linea dura nei confronti dell’America Latina, Rubio ha svolto il suo ben noto ruolo nella definizione di diverse politiche aggressive contro Caracas e L’Avana. Non sorprende quindi che la sua nomina a segretario di Stato abbia comportato un aumento della pressione su entrambi i paesi. Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti sono riusciti a rintraccire e attaccare i canali di finanziamento di Al Qaeda, perfezionando i propri dispositivi di guerra economica, arruolando i dipartimenti del Tesoro e del Commercio per causare il maggior danno possibile alle economie degli oppositori designati – Corea del Nord, Iran, Russia, Venezuela – attraverso la loro esclusione dai mercati finanziari globali, dai meccanismi di compensazione in dollari, dal sistema di pagamenti SWIFT o semplicemente rendendo troppo rischioso per le banche avere a che fare con loro. I risultati abituali di questo tipo di guerra economica sono stati inflazione, deprezzamento della moneta e scarsità di beni. Queste misure sono diventate le armi preferite in un’epoca in cui gli interventi militari diretti hanno perso il loro fascino, tenuto conto del disastro provocato dall’invasione dell’Iraq e dell’umiliazione della sconfitta subita da parte dei talebani. L’obiettivo dichiarato delle sanzioni imposte a Cuba dagli Stati Uniti dall’inizio degli anni ‘60 è stato quello di delegittimare il governo cubano infliggendo privazioni economiche alla popolazione; il fatto che, a distanza di oltre sessant’anni, la rivolta popolare tanto attesa non sia ancora avvenuta ha suscitato una scarsa riflessione a livello strategico. A quanto pare, l’immutabilità della situazione persiste ormai da così tanto tempo che la voluminosa letteratura recente sulle sanzioni fatica a trovare qualcosa di nuovo da dire al riguardo. La politica statunitense nei confronti di Cuba è stata così persistentemente punitiva dal trionfo della Rivoluzione che viene da chiedersi se non ci sia altro che gli Stati Uniti possano fare. Tuttavia, le sanzioni contro Cuba sono cambiate in questa nuova era di guerra economica, a partire dall’attacco diretto espressamente contro l’industria turistica nel 2003 e proseguendo con la reintroduzione da parte di Trump e Biden del Titolo III dell’Helms-Burton Act, il cui obiettivo è quello di scoraggiare gli investimenti stranieri attraverso minacce legali. In un momento in cui i cosiddetti «punti di strozzatura» geoeconomici svolgono un ruolo sempre più importante nella politica estera statunitense – e con una «svolta emisferica» all’orizzonte – la dipendenza cubana dal petrolio venezuelano offriva un bersaglio facile e la possibilità di prendere due piccioni con una fava. Mentre Cuba ha mantenuto un significativo grado di sostegno internazionale, i resti impopolari dello chavismo ufficiale, che regnavano in modo antidemocratico su una società afflitta dalla corruzione e dalle crisi economiche ricorrenti, erano un bersaglio su cui pochi a livello internazionale avrebbero versato una lacrima, tranne Cuba. A partire dal 2017, il primo governo Trump ha intensificato le sanzioni contro il Venezuela. Ma, come nel caso della Russia, questa volta la guerra economica non è stata una semplice questione di blocco alla vecchia maniera, indipendentemente dal recente spettacolo delle petroliere catturate in alto mare, poiché l’intreccio inveterato tra i settori petroliferi venezuelano e statunitense persisteva in forma ridotta anche sotto il mandato di Chávez, con la Chevron che otteneva una deroga speciale dal Dipartimento del Tesoro per continuare a operare in Venezuela nonostante le sanzioni, deroga che non è stata revocata fino alla primavera del 2025. A causa di queste complicazioni, le misure statunitensi hanno rischiato di essere controproducenti in alcuni momenti: in un comico passo falso, lo Stato russo, attraverso Rosneft, è stato sul punto di ereditare una parte importante dell’infrastruttura petrolifera di PdVSA situata negli Stati Uniti dopo il crollo dell’azienda venezuelana, di cui la compagnia petrolifera russa deteneva una quota significativa, il che ha spinto i funzionari del Dipartimento del Tesoro ad affrettarsi a impedire che ciò accadesse. Dopo una pausa tra il 2020 e il 2022, le importazioni statunitensi di greggio venezuelano sono riprese nel 2023, molto prima del recente intervento militare, con un volume nettamente superiore a quello che il Venezuela forniva a Cuba (confrontare la figura 2 con la figura 1). Anziché concentrarsi semplicemente sulla produzione, le sanzioni sono state applicate anche, come nel caso della Russia, al trasporto marittimo, stabilendo così una distinzione tra petroliere legali e illegali, che gli Stati Uniti si sono incaricati di controllare in prima persona. Non c’è alcun dubbio sul trattamento riservato alle spedizioni verso Cuba: parte della campagna di pressione navale esercitata su Maduro ha incluso il sequestro di una spedizione di petrolio destinata a Cuba lo scorso dicembre, alla fine di un anno in cui gli Stati Uniti avevano importato una quantità molto maggiore di greggio venezuelano. I funzionari statunitensi incaricati di imporre le sanzioni non si preoccupano solitamente troppo della coerenza dei discorsi giuridici ed etici che accompagnano i loro atti di guerra economica. Figura 2: Importazioni statunitensi di greggio venezuelano dal 2017 Fonte: US Energy Information Administration. Nel 2025 il Messico ha sostituito il Venezuela come principale fornitore di petrolio a Cuba in base a un accordo che probabilmente prevede la consegna di forniture a prezzi scontati o gratuitamente, anche se in quantità molto inferiori a quelle fornite fino ad allora da Caracas. Queste forniture provenienti dal Messico sono oggi anch’esse in discussione e il Paese ne ha già sospese diverse in virtù di una decisione che Claudia Sheinbaum ha definito «sovrana», anche se la posizione minacciosa degli Stati Uniti in un momento in cui è in corso la revisione del Trattato di libero scambio nordamericano non smette di essere un ulteriore elemento di peso in questa decisione. Al momento della stesura di questo articolo, il governo Trump aveva appena dichiarato che imporrà dazi doganali a qualsiasi paese che fornisca petrolio a Cuba, adducendo l’argomento, palesemente ridicolo, che Cuba ha adottato «misure straordinarie che danneggiano e minacciano» gli Stati Uniti e che il paese caraibico «sostiene il terrorismo e destabilizza la regione attraverso la migrazione e la violenza». Il cerchio si stringe, ma Cuba dispone di una certa fornitura interna di greggio e di una certa capacità di raffinazione, che rappresenta una parte non trascurabile del consumo del Paese: il 41% nel 2023, anche prima del crollo delle forniture venezuelane, una percentuale apparentemente sufficiente a mantenere in funzione le fatiscenti centrali termoelettriche, che costituiscono la spina dorsale della rete elettrica cubana. Cuba dispone anche di gas naturale, una risorsa che nel 2023 rappresentava il 12,6% della produzione di elettricità e il 23,6% della produzione energetica nazionale; nel loro insieme, questi combustibili fossili rappresentano da soli una quantità leggermente maggioritaria della produzione energetica proveniente da fonti «sovrane». Di conseguenza, Cuba potrebbe disporre di una certa capacità di resistere anche a un embargo totale sul combustibile, ma ciò rappresenterà comunque una sfida: non bisogna sottovalutare il fatto che, nello stesso anno, la maggior parte delle forniture di petrolio a Cuba, che rappresentano l’84% del suo consumo energetico totale, proveniva dal Venezuela. Le energie rinnovabili potrebbero venire in soccorso? «Per quanto lo vogliano, non possono toglierci il sole», mi ha detto un funzionario cubano nel 2025. Recentemente, la Cina ha finanziato progetti solari in tutto il Paese, quindi è ipotizzabile che la situazione possa trasformarsi in tempi relativamente brevi: nel 2023 l’elettricità totale generata è stata pari a 54.304 MWh al giorno, di cui solo 457,5 MWh, cioè lo 0,8%, proveniva dall’energia solare, ma la capacità solare è oggi, secondo le stime disponibili, di 3250 MWh al giorno, con un aumento del 610% in appena due anni. Sebbene si tratti ancora di una quota davvero piccola rispetto al fabbisogno (circa il 6% del totale del 2023), si prevede che tale cifra dovrebbe almeno triplicarsi entro il 2030, portando l’energia solare a circa il 18% del totale dell’energia elettrica consumata. La quota combinata delle energie rinnovabili nel mix energetico cubano era già aumentata in modo significativo, raggiungendo il 5,2% nel 2021. Anche se non siamo ancora di fronte a una rivoluzione energetica, ci sono segnali che potrebbero indicare una transizione relativamente rapida in cui l’energia solare colmerebbe sempre più il vuoto lasciato dalle fonti energetiche importate. È possibile che l’attuale crisi energetica rappresenti un momento cruciale nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, tra lo strangolamento della dipendenza dal petrolio venezuelano e un’alternativa verde a quest’ultimo. La questione è se lo Stato cubano abbia o meno una capacità di resistenza sufficiente per raggiungere un nuovo terreno strategico. Oltre alla richiesta ampiamente diffusa espressa da Trump lo scorso 11 gennaio, ovvero che Cuba «raggiunga un accordo prima che sia troppo tardi», e pur mantenendo il consueto tono minaccioso, il presidente statunitense ha lasciato trasparire una certa ambivalenza sulle prospettive degli Stati Uniti al riguardo, forse dopo aver preso conoscenza di una valutazione della situazione da parte dei servizi segreti statunitensi: «Non credo sia possibile esercitare molta più pressione, a meno di entrare e radere al suolo il paese. Guardate, i cubani [...] tutto il loro sostentamento, tutto ciò che li mantiene in vita proveniva dal Venezuela [...]. Credo che Cuba sia appesa a un filo [...]. Guardate, Cuba otteneva tutti i suoi soldi proteggendo [Maduro]. Erano come dei protettori. Sono persone dure, forti. Sono persone fantastiche. Marco ha un po’ di sangue cubano [...]. Credo che Cuba abbia davvero dei problemi seri. Ma, per essere onesti, bisogna dire che la gente dice questo di Cuba da molti anni. Cuba ha problemi da venticinque anni. E, anche se non sono caduti, credo che siano molto vicini a farlo di loro spontanea volontà». Nonostante il suo deterioramento, vale la pena ricordare alcune particolarità di Cuba che potrebbero mettere in discussione le prospettive di una facile vittoria degli Stati Uniti. Inutile dire che in qualsiasi scontro militare diretto gli Stati Uniti avrebbero una capacità distruttiva assolutamente schiacciante; in effetti, potrebbero «radere al suolo il paese» con estrema facilità. Ma gli Stati Uniti hanno una storia poco brillante per quanto riguarda la vittoria nelle guerre, anche quelle piccole, cosa che potrebbe essere correlata alla loro dipendenza dalla superiorità tecnologica. Inoltre, in generale, la sua popolazione si colloca piuttosto a sinistra della lobby di Miami per quanto riguarda la politica applicata a Cuba: una chiara maggioranza ha sostenuto l’apertura dell’era Obama e la fine delle sanzioni. Cuba, dal canto suo, dispone di un arsenale piccolo e decrepito, per lo più di fabbricazione sovietica, e di alcune forniture russe più recenti. Tuttavia, su scala mondiale, il suo bilancio militare è relativamente elevato: il 4,2% del PIL nel 2020, secondo l’ultima stima pubblicata dalla CIA (anche se va notato che tale percentuale del PIL può essere in parte dovuta alla priorità data alle spese militari in un contesto di riduzione della produzione totale). Secondo il rapporto del 2025 di Global Firepower, il bilancio della difesa cubano era di 4,5 miliardi di dollari, il che collocava Cuba al cinquantaquattresimo posto su un totale di centoquarantacinque paesi: situazione piuttosto considerevole per un paese povero con una popolazione inferiore ai 10 milioni di abitanti. La storia di Cuba, invece, ci parla di un paese incline a dare il massimo oltre le proprie capacità: è l’unico paese delle sue dimensioni con una storia di campagne militari straniere di successo, intraprese di propria iniziativa e su invito dei movimenti di liberazione nazionale in Angola, Guinea-Bissau e Mozambico, per non parlare dei sorprendenti risultati ottenuti in materia di intelligence contro gli Stati Uniti. Cuba, naturalmente, si sta preparando a un’eventuale invasione statunitense più o meno dal trionfo della Rivoluzione. Le sue forze armate contano circa 50.000 membri in servizio attivo e sono strettamente integrate nel regime civile del Partito Comunista, mentre gran parte della popolazione rimane nominalmente disponibile per essere chiamata alle armi. Le forze armate godono di un alto livello di legittimità tra la popolazione cubana, poiché si sono tenute fuori dalla repressione interna e controllano i settori più redditizi dell’economia: turismo, finanza, edilizia, immobiliare, ecc. E, con l’eccezione rappresentata dalla base statunitense nella baia di Guantánamo, Cuba ha il vantaggio insulare di avere confini naturalmente difendibili. Sebbene qualsiasi scontro diretto tra Cuba e Stati Uniti sarebbe chiaramente una lotta tra Davide e Golia, la presenza di forze militari statunitensi sull’isola potrebbe rivelarsi costosa e impopolare per gli Stati Uniti, fattori che spesso sono decisivi per vincere una guerra. Di conseguenza, l’esortazione di Trump ai cubani a cedere «di loro spontanea volontà» e a «raggiungere un accordo» è probabilmente la via più realistica per gli Stati Uniti per uscirne vittoriosi. È intrinsecamente più difficile valutare, poiché si tratta di questioni di natura opaca, se parte dell’esercito, della burocrazia o del governo cubani potrebbero essere ricettivi a tali inviti, come sembra essere avvenuto nel caso del Venezuela. Il fatto che le Forze Armate Rivoluzionarie controllino settori chiave dell’economia in un contesto di parziale liberalizzazione e crisi generale potrebbe comportare un rischio di corruzione. L’esperienza diffusa di famiglie cubane divise tra Cuba e la Florida, con l’inevitabile confronto in termini di ricchezza, potrebbe rappresentare un fattore soggettivo di attrazione per alcuni settori sia a livello dello Stato cubano nel suo complesso che delle forze armate. Ma non dovremmo sottovalutare la forza del nazionalismo cubano. Nel caso di Cuba, lo Stato-nazione è qualcosa praticamente sui generis: il prodotto tardivo non di iniziative dell’élite creola, come è stata consuetudine nelle Americhe, ma della trasformazione di una lotta convenzionale per l’indipendenza in una guerra sociale per la liberazione degli schiavi, sullo sfondo dell’ultimo baluardo dell’economia delle piantagioni atlantiche. Ciò ha conferito al progetto cubano una componente sociale molto prima dell’irruzione di Fidel Castro ed è stato fondamentalmente questo aspetto che si è cercato di neutralizzare quando gli Stati Uniti hanno invaso l’isola nel 1898, con il pretesto di sostenere l’indipendenza del popolo cubano, per rivendicare le ultime colonie della Spagna e impadronirsi di gran parte dell’economia locale. Per questo motivo, quelle che Fernando Martínez Heredia ha definito la prima e la seconda «repubblica» di Cuba si sono rivelate instabili nel lungo periodo: sotto il dominio statunitense, entrambe le repubbliche hanno cercato di raggiungere accordi che potessero risolvere le persistenti rivendicazioni sociali. Sebbene le pressioni geopolitiche abbiano a lungo spinto Cuba a diventare un protettorato degli Stati Uniti, le sue forze sociali, pienamente consapevoli di ciò, hanno rappresentato un importante freno. Ciò è avvenuto anche sotto il regime di Batista, momento celebre simboleggiato in Il padrino, parte II, quando la mafia taglia una torta che rappresenta l’isola. In ultima analisi, tali tensioni sono state risolte attraverso una rivoluzione e il consolidamento di un tipo particolare di Stato – internazionalista, sociale, popolare – diverso dagli Stati tipici della regione. La forma archetipica di Stato in America Latina è così estroversa e socialmente divisa che difficilmente può essere considerata «nazionale»: incline ai colpi di Stato, caratterizzata da una piccola élite ricca che controlla gran parte dell’economia e tende ad allinearsi con gli interessi estrattivi stranieri; afflitta dalla criminalità e dalla corruzione; appena fugacemente democratica, se mai lo fosse. Si tratta di una configurazione che Cuba ha in gran parte evitato grazie alla Rivoluzione che, nonostante i suoi aspetti autoritari e burocratici, ha mantenuto per decenni un insolito aspetto popolare e una capacità seppur incostante di partecipazione di massa. L’identità cubana è piuttosto complessa, data la dispersione della sua diaspora e la contraddizione incarnata dallo stretto della Florida, ma nella misura in cui continua a identificarsi con un territorio e con una vivida esperienza di un trattamento aggressivo e prepotente da parte del suo vicino settentrionale, può facilmente assumere un carattere militante. L’identificazione con i guerriglieri mambises del diciannovesimo secolo, l’invocazione della carica al machete, la ripetizione del grido «Patria o muerte», spesso ai più alti livelli dello Stato, non mancano di basi popolari residue. Anche nel mezzo della più profonda demoralizzazione dopo anni di crisi e della scomparsa della generazione rivoluzionaria, le minacce esterne possono alimentare quelle braci. La famosa affermazione di Charles Tilly secondo cui «la guerra fa lo Stato» ha, in questo caso, un fondo di verità. Il governo rivoluzionario ha dovuto ricostruire gli apparati repressivi interni e le forze militari esterne praticamente da zero, sotto la minaccia imminente di un’invasione statunitense, e ci è riuscito grazie a una storia nazionale convincente: l’epopea dell’indipendenza, da José Martí a Fidel Castro. Sotto forte pressione, furono create strutture per imporre la disciplina di fronte alle minacce congiunte della controrivoluzione interna e dell’intervento straniero. Non sorprende che ciò abbia portato alla creazione di uno Stato parzialmente militare e autoritario: vale la pena ricordare che la Francia e la Gran Bretagna hanno forgiato Stati di questo tipo nei loro momenti rivoluzionari, per non parlare, ovviamente, dell’esperienza più ampia delle rivoluzioni comuniste del XX secolo. Alcuni aspetti del modello statale cubano – il monolitismo, la sfiducia nei confronti delle correnti critiche, l’intolleranza culturale – sono stati successivamente importati da un’Unione Sovietica ormai conservatrice, senza che Cuba perdesse per questo la sua indipendenza e la sua capacità di agire in modo diverso, che erano artefatti della sua stessa dimensione anticoloniale; semplicemente, non è possibile innestare integralmente un altro modello statale senza basi materiali che lo sostengano. Infatti, se c’è stata un’influenza esterna significativa nella formazione dello Stato cubano, questa è stata la pressione persistente a cui è stato sottoposto da parte degli Stati Uniti. Ciò ha senza dubbio accentuato le tendenze verso il consolidamento autoritario e ha ostacolato le prospettive di una piena partecipazione democratica, mentre l’accoglienza dei migranti cubani da parte degli Stati Uniti ha avuto l’effetto perverso di fornire una valvola di sfogo ai settori scontenti della popolazione, indebolendo al contempo Cuba dal punto di vista demografico. Volendo fare un paragone, nonostante la lunga storia di colpi di Stato e corruzione precedente a Hugo Chávez e l’approvazione di una costituzione popolare e democratica sotto il suo mandato, lo Stato venezuelano non ha mai sperimentato lo stesso tipo di rimodellamento rivoluzionario. E nonostante Chávez abbia potuto contare sul sostegno di Cuba per ristrutturare alcuni settori dell’esercito e dei servizi segreti, le trasformazioni chaviste hanno avuto una portata più limitata. È probabile che ciò abbia offerto maggiori opportunità ai servizi segreti statunitensi di guadagnare terreno o di trovare potenziali traditori con cui negoziare. È difficile immaginare se ciò valga nella stessa misura nel caso di Cuba. Senza dubbio, le spie hanno studiato attentamente il terreno per vedere dove poter operare le loro magie, ma è possibile che i meccanismi creati proprio per evitare questo siano ancora in qualche misura attivi. Il recente esempio di Alejandro Gil Fernández, ministro dell’Economia fino alla sua caduta nel 2024 – condannato per spionaggio e per reati di corruzione, appropriazione indebita, concussione, evasione fiscale e riciclaggio – potrebbe rappresentare un segnale di ciò che intendiamo, anche se l’insieme delle accuse e l’opacità del processo sembrerebbero consigliare di non dare per scontata la veridicità della versione ufficiale. Sono circolate voci su casi di corruzione ai massimi livelli e di cooptazione da parte dei servizi segreti stranieri, ma è difficile sapere cosa credere e cosa no. È qui che risiede il pericolo maggiore. Gli Stati rivoluzionari non rimangono immutati nel tempo e le loro mutazioni sono spesso legate alla scomparsa dei loro fondatori. Man mano che la coorte rivoluzionaria scompare, Cuba si addentra in un territorio sconosciuto. Il suo antico antagonista troverà finalmente collaboratori disponibili o le sue recenti aggressioni mobiliteranno le nuove generazioni? Testi consigliati Ernesto Teuma, Una nueva izquierda en Cuba, «Diario Red»/«NLR» 150 André Singer, Lulismo 3.0: un diagnóstico a mitad de mandato, Diario Red/New Left Review 150, Rebelión en Brasil, «NLR» 85, El regreso de Lula, «NLR» 139 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka, América Latina: la siguiente transición, «Diario Red»/«NLR» 149 Gabriel Hetland, Trump comete múltiples asesinatos en el Caribe y el Pacífico, «Diario Red» Tony Wood, México en estado de cambio, «Diario Red»/«NLR» 147 Juan Carlos Monedero, Francotiradores en la cocina, «NLR» 120 Julia Buxton, Venezuela después de Chávez, «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, Colombia en la encrucijada, «NLR» 99 Mauricio Velásquez, La batalla de Bogotá, «NLR» 91 Camila Vergara, La batalla por la Constitución de Chile, «NLR» 135 Rafael Correa, La vía del Ecuador, «NLR» 77 Maria Stella Svampa, El fin del kirchnerismo, «NLR» 55. Rob Lucas è direttore editoriale presso New Left Review
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Risonanze Sonore # 4 Gaza Is The Moral Compass Joan Baza Gaza Is The Moral Compass rivela fin dall’inizio la sua intenzione più radicale. Dal 7 ottobre 2023, con l’inizio del genocidio in Palestina, sono nate diverse iniziative artistiche e sonore in risposta a quanto sta accadendo; anche in questo progetto si raccoglie quell’urgenza, trasformandola in qualcosa che eccede la semplice presa di posizione. Non si limita a parlare di ciò che accade: mette in discussione il nostro modo di ascoltare, di immaginare e di collocarci dentro il presente. Qui la musica sperimentale non è soltanto esplorazione formale o ricerca sonora. Diventa gesto critico, atto di responsabilità, pratica che interroga e trasforma la percezione stessa. Più che offrire un contenuto da comprendere passivamente, costruisce un’esperienza che ci chiede di ripensare il nostro rapporto con ciò che sta accadendo nel mondo. Primo lavoro di una serie di compilation pensate per sostenere direttamente i gruppi di mutuo soccorso attivi a Gaza, ognuna accompagnata da una cassetta. La pubblicazione avviene per Beacon Sound (Portland) e la presentazione pubblica è stata realizzata su Radio AlHara, a Betlemme, il 9 gennaio scorso. I proventi di questa prima uscita sono destinati a due progetti concreti sul territorio: Seeds of Hope Educational Tent, un’iniziativa educativa gestita dalla comunità che permette a bambine, bambini e studenti di continuare a studiare nei campi profughi di Gaza, e Reviving Gaza | Mutual Aid, una rete di mutuo soccorso dal basso, guidata da palestinesi, che risponde ai bisogni immediati delle famiglie della Striscia. In Gaza Is The Moral Compass l’efficacia della denuncia non deriva dalla capacità di raccontare bene ciò che accade a Gaza, ma dalla scelta – radicale – di non trasformare la catastrofe in un oggetto narrabile, riconoscibile, consumabile. Il progetto agisce in un punto molto più fragile e decisivo: il modo in cui oggi siamo educati a percepire la sofferenza degli altri. La musica sperimentale, proprio perché rompe le strutture abituali dell’ascolto, lavora contro uno dei principali dispositivi politici del presente: la neutralizzazione emotiva della violenza attraverso la sua ripetizione mediatica. Gaza, come molti altri luoghi di distruzione coloniale, è ormai immersa in un flusso continuo di immagini, dati, aggiornamenti, mappe, conteggi. Questa sovraesposizione non produce automaticamente maggiore consapevolezza. Al contrario, produce distanza, anestesia, saturazione. L’album interviene esattamente in questa frattura. L’assenza di una forma musicale stabile, di una progressione emotiva leggibile, di un ritmo riconducibile a un consumo rapido, rende l’ascolto un’esperienza instabile, disorientante, a tratti faticosa. Ma è proprio questa fatica a costituire la sua forza politica. Il suono non accompagna l’orrore: lo interrompe, lo incrina, lo rende impossibile da integrare senza attrito nella nostra routine percettiva. In questo senso, la denuncia non è un contenuto. È una pratica.L’album non si limita a dire che ciò che accade è inaccettabile. Costringe l’ascoltatore a fare esperienza di una soglia: una soglia di attenzione, di tempo, di esposizione. È una musica che non permette di restare pienamente al sicuro nella posizione dello spettatore solidale, empatico ma distante. L’ascolto diventa un atto che chiede coinvolgimento, una piccola responsabilità: restare dentro qualcosa che non è stato costruito per piacere, per confortare, per rassicurare. Questo è un punto decisivo per la sua efficacia politica. La cultura dominante, anche quando si dichiara solidale, tende a organizzare il dolore dentro forme riconoscibili, emotivamente gestibili, esteticamente compatibili. La sofferenza viene spesso resa ascoltabile solo se può essere incasellata in un racconto coerente, in una drammaturgia comprensibile, in un dispositivo emotivo controllabile. Qui accade il contrario. Il suono non ricompone, non pacifica, non ordina. Espone la frattura.Ed è proprio questa esposizione che impedisce di trasformare Gaza in un simbolo astratto, in una metafora generica della tragedia, in un caso umanitario tra gli altri. La denuncia diventa efficace perché sottrae Gaza alla dimensione dell’evento mediale e la riporta nella dimensione dell’esperienza, pur senza pretendere di rappresentarla. Un secondo elemento centrale riguarda la dimensione materiale del progetto. Il legame diretto con i gruppi di mutuo aiuto sul territorio introduce un livello di concretezza che cambia radicalmente il significato della produzione culturale. Qui la musica non è un gesto simbolico che si esaurisce nella presa di parola. È un’infrastruttura fragile ma reale di sostegno. Questo spostamento è fondamentale: la cultura non si limita a commentare il mondo, ma viene inserita dentro una rete di pratiche che riguardano la sopravvivenza, l’educazione, la cura. Questo produce un effetto politico preciso. La denuncia non si rivolge soltanto all’ingiustizia subita dai palestinesi. Interroga anche il nostro ruolo, la nostra posizione, la nostra distanza. Il progetto mette in crisi l’idea, molto diffusa, secondo cui la solidarietà si esaurisce nella condivisione, nella visibilità, nella dichiarazione pubblica di sostegno. Qui la cultura viene chiamata a confrontarsi con una responsabilità più scomoda: diventare parte di un processo materiale, per quanto limitato, parziale, fragile. Ed è proprio questa fragilità a renderlo credibile. Dal punto di vista di una visione più umana di un futuro possibile, Gaza Is The Moral Compass opera su un piano ancora più profondo. Non propone un’immagine positiva del futuro. Non costruisce una narrazione di speranza. Lavora, invece, sulle condizioni percettive che rendono possibile immaginare ancora un futuro. Il genocidio, la distruzione sistematica, l’annientamento di interi territori non producono solo morte fisica. Producono anche un collasso dell’immaginazione politica. Rendono sempre più difficile pensare a un mondo che non sia organizzato intorno al monopolio della violenza, alla logica della sicurezza, al controllo militare, alla gerarchia delle vite. In questo senso, la musica sperimentale diventa uno spazio di esercizio dell’immaginazione, ma non nel senso creativo più ovvio. Diventa esercizio di disapprendimento.Disapprendimento delle forme dominanti di ascolto. Disapprendimento delle emozioni standardizzate. Disapprendimento della temporalità accelerata dell’informazione. Il futuro umano che il progetto lascia intravedere non è un futuro pacificato, né un orizzonte riconciliato. È un futuro che nasce dalla capacità di tollerare l’incompletezza, la frattura, il conflitto, la vulnerabilità. Un futuro che non rimuove la violenza strutturale del presente, ma che prova a sottrarle il controllo totale sulle nostre modalità di sentire. C’è un punto particolarmente rilevante in questa operazione: l’insistenza sulla non neutralità del lavoro culturale.Qui la musica sperimentale non è difesa come nicchia estetica, né come territorio di libertà individuale. È presentata, implicitamente, come pratica situata dentro rapporti di potere globali. Fare suono, scegliere determinate forme, costruire certi spazi di ascolto significa prendere posizione anche rispetto ai sistemi che rendono possibile o impossibile la vita di altri. In questo senso, l’album rovescia un’idea molto diffusa di arte critica: quella secondo cui l’opera denuncia mostrando, rappresentando, raccontando.Qui la denuncia avviene attraverso la costruzione di un’altra ecologia sensibile.Un’ecologia in cui il suono non è decorazione, ma attrito. In cui l’ascolto non è consumo, ma esposizione. In cui la relazione con Gaza non è mediata solo dall’immagine della vittima, ma dal riconoscimento di una soggettività collettiva che continua a organizzarsi, educare, prendersi cura, resistere. Ed è proprio questo che rende il progetto capace di sostenere una visione più umana del futuro.Non un futuro fondato sull’eroismo, né sulla retorica della resilienza. Ma un futuro fondato su pratiche fragili di interdipendenza. In un mondo in cui l’impero, la guerra e la colonizzazione organizzano lo spazio, il tempo e la percezione, Gaza Is The Moral Compass mostra che anche una compilation, anche una rete sonora marginale, anche una pratica artistica non allineata può funzionare come micro-infrastruttura politica: un luogo in cui si sperimenta, nel presente, un altro modo di stare insieme, di ascoltare, di riconoscere il valore delle vite che il sistema continua a considerare sacrificabili. La sua efficacia, in definitiva, non sta nel convincere. Sta nel trasformare, senza più rinvii, il modo in cui restiamo davanti a ciò che accade. Buon ascolto: https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass Gaza Is The Moral Compass by Franco Oriolo From the very beginning, Gaza Is The Moral Compass reveals its most radical intention. Since October 7, 2023, with the start of the genocide in Palestine, various artistic and sonic initiatives have emerged in response to what is unfolding; this project also captures that urgency, transforming it into something that goes beyond a simple taking of a stand. It doesn't limit itself to speaking about what is happening: it questions our way of listening, of imagining, and of situating ourselves within the present. Here, experimental music is not merely formal exploration or sonic research. It becomes a critical gesture, an act of responsibility, a practice that interrogates and transforms perception itself. Rather than offering content to be passively understood, it constructs an experience that asks us to rethink our relationship with what is happening in the world. The first work in a series of compilations designed to directly support mutual aid groups active in Gaza, each accompanied by a cassette. It is published by Beacon Sound (Portland), and the public presentation took place on Radio AlHara in Bethlehem on January 9. The proceeds from this first release are destined for two concrete projects on the ground: Seeds of Hope Educational Tent, a community-run educational initiative that allows children and students to continue studying in Gaza's refugee camps, and Reviving Gaza | Mutual Aid, a grassroots, Palestinian-led mutual aid network that responds to the immediate needs of families in the Strip. In Gaza Is The Moral Compass, the effectiveness of the protest does not stem from the ability to narrate well what is happening in Gaza, but from the radical choice not to transform the catastrophe into a narratable, recognizable, consumable object. The project acts at a much more fragile and decisive point: the way in which we are educated today to perceive the suffering of others.Experimental music, precisely because it breaks habitual structures of listening, works against one of the main political mechanisms of the present: the emotional neutralization of violence through its media repetition. Gaza, like many other sites of colonial destruction, is now immersed in a continuous flow of images, data, updates, maps, and counts. This overexposure does not automatically produce greater awareness. On the contrary, it produces distance, anesthesia, and saturation.The album intervenes exactly in this fracture.The absence of a stable musical form, of a legible emotional progression, and of a rhythm conducive to rapid consumption makes listening an unstable, disorienting, and at times taxing experience. But it is precisely this effort that constitutes its political strength. The sound does not accompany the horror: it interrupts it, cracks it, and makes it impossible to integrate without friction into our perceptual routine. In this sense, the protest is not a piece of content. It is a practice.The album does not simply say that what is happening is unacceptable. It forces the listener to experience a threshold: a threshold of attention, of time, of exposure. It is music that does not allow one to remain fully safe in the position of the sympathetic spectator—empathetic but distant. Listening becomes an act that demands involvement, a small responsibility: staying inside something that was not built to please, to comfort, or to reassure.This is a decisive point for its political effectiveness.Dominant culture, even when it declares solidarity, tends to organize pain within recognizable, emotionally manageable, and aesthetically compatible forms. Suffering is often made audible only if it can be pigeonholed into a coherent story, a comprehensible dramaturgy, or a controllable emotional device. Here, the opposite happens.The sound does not recompose, pacify, or order. It exposes the fracture.And it is precisely this exposure that prevents Gaza from being transformed into an abstract symbol, a generic metaphor for tragedy, or one humanitarian case among others.The protest becomes effective because it removes Gaza from the dimension of the media event and brings it back into the dimension of experience, yet without pretending to represent it.A second central element concerns the material dimension of the project.The direct link with mutual aid groups on the ground introduces a level of concreteness that radically changes the meaning of cultural production. Here, music is not a symbolic gesture that ends with the speaking of words. It is a fragile but real infrastructure of support. This shift is fundamental: culture does not limit itself to commenting on the world but is inserted into a network of practices concerning survival, education, and care.This produces a specific political effect.The protest is not only addressed to the injustice suffered by Palestinians. It also interrogates our role, our position, and our distance.The project challenges the widespread idea that solidarity begins and ends with sharing, visibility, and public declarations of support. Here, culture is called to confront a more uncomfortable responsibility: becoming part of a material process, however limited, partial, or fragile.And it is precisely this fragility that makes it credible.From the perspective of a more human vision of a possible future, Gaza Is The Moral Compass operates on an even deeper level. It does not propose a positive image of the future. It does not construct a narrative of hope. Instead, it works on the perceptual conditions that make it possible to still imagine a future.Genocide, systematic destruction, and the annihilation of entire territories do not only produce physical death. They also produce a collapse of the political imagination. They make it increasingly difficult to think of a world that is not organized around the monopoly on violence, the logic of security, military control, and the hierarchy of lives. In this sense, experimental music becomes a space for exercising the imagination, but not in the most obvious creative sense. It becomes an exercise in unlearning.Unlearning dominant forms of listening. Unlearning standardized emotions. Unlearning the accelerated temporality of information.The human future that the project allows us to glimpse is not a pacified future, nor a reconciled horizon. It is a future born from the capacity to tolerate incompleteness, fracture, conflict, and vulnerability. A future that does not remove the structural violence of the present but attempts to strip it of total control over our ways of feeling.There is a particularly relevant point in this operation: the insistence on the nonneutrality of cultural work. Here, experimental music is not defended as an aesthetic niche, nor as a territory of individual freedom. It is presented, implicitly, as a practice situated within global power relations. Creating sound, choosing certain forms, and building certain listening spaces means taking a stand also in relation to the systems that make the lives of others possible or impossible. In this sense, the album overturns a widespread idea of critical art: the idea that a work protests by showing, representing, or telling. Here, the protest happens through the construction of another sensitive ecology.An ecology in which sound is not decoration but friction. In which listening is not consumption but exposure. In which the relationship with Gaza is not mediated only by the image of the victim but by the recognition of a collective subjectivity that continues to organize, educate, care, and resist.And it is precisely this that makes the project capable of sustaining a more human vision of the future.Not a future based on heroism, nor on the rhetoric of resilience. But a future based on fragile practices of interdependence. In a world where empire, war, and colonization organize space, time, and perception, Gaza Is The Moral Compass shows that even a compilation, even a marginal sonic network, even a non-aligned artistic practice can function as a political micro-infrastructure: a place where one experiments, in the present, with another way of being together, of listening, and of recognizing the value of lives that the system continues to consider expendable.Its effectiveness, ultimately, does not lie in convincing. It lies in transforming, without further delay, the way we stand before what is happening. Happy listening: https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass
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Ombre Rosse # 1: La passione per il cinema; O agente segreto Marco Morosini OMBRE ROSSE: la passione per il cinema Il mondo della critica cinematografica è davvero molto affollato. Durante i grandi festival italiani (Venezia, Torino, Roma) vengono accreditati abitualmente tra i mille e duemila giornalisti e critici, tra professionisti e non, per ogni evento. Con Ombre Rosse vogliamo rendere omaggio al mitico film di John Ford del '39 (nel finale lo sceriffo arresta il ladro, salvo poi lasciarlo fuggire con la prostituta), ma soprattutto cerchiamo di ricreare quel punto di vista critico che prende forma fuori da quelle sale, nell'immediatezza della visione, spesso oggetto di scambio tra persone che non si conoscono. Nessuna pretesa di volare troppo alto. Nel tentativo di restare agganciati alla tenitura della distribuzione abbiamo, nel linguaggio, cercato di mantenere quel tono pop che si adopera in una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. Che a Venezia, non a caso, si dice ombra. O agente segreto E' un film sull'importanza della memoria. Kleber Mendonca Filho Mentre nel 1977 da noi il Carnevale portava in piazza una protesta giovanile destinata a passare alla storia, nello stesso momento a Recife, nordest del Brasile, nelle strade si riversava per una settimana una folla di più di un milione di persone per dare vita a una gigantesca festa, incontrollata e incontrollabile. Destinata a concludersi con più di novanta morti. Kleber Mendonca Filho apre il suo quarto lungometraggio sul maggiolino giallo che in quei giorni riporta Marcelo (dopo quanto tempo?) nella sua città, la stessa città natale del regista. Non ha il physique du rol dell'agente segreto, ma una carica empatica che già nella sosta al distributore di benzina prende rapidamente concretezza. Il primo scarto sembra rimandarci all'umorismo nero dei fratelli Coen, con un cadavere in mezzo al piazzale, coperto da cartoni, i piedi che sporgono, preda possibile di cani randagi. Ma è una falsa pista. Arriva un'auto della polizia e ci mette sulla traccia giusta. Non è un thriller, non è un noir, non è una spy story O agente secreto. Per successive approssimazioni Mendoca Filho, autore anche della sceneggiatura, mette in scena un'operazione di recupero della memoria collettiva mediante uno sguardo in soggettiva sul Brasile dopo il golpe militare del 1964, all'epoca della presidenza di Ernesto Geisel, il cui ritratto appare più volte in uffici governativi. Marcelo torna da rifugiato, non sappiamo in ragione di quale colpa commessa, per rivedere il figlio piccolo e ritrovare le tracce anagrafiche della madre mai conosciuta. Fuori dall'impazzimento carnevalesco, caratteri che bucano lo schermo come l'anziana Dona Sebastiana e tutti gli altri comprimari, attori molto amati nel loro Paese. Un lavoro di casting straordinario, tanto quanto la precisione della ricostruzione filologica di ambienti interni ed esterni. Maschere del Carnevale e Maschere del Potere, istituzionale e finanziario. Dosati flashback, brevi interruzioni della linearità, per aiutarci a comporre il mosaico delle ragioni che muovono il protagonista. Non vuole essere e non è una lezione di storia. Al contrario è proprio nell'assenza di spiegazioni (cosa è accaduto a sua moglie?), nel fuori campo, che il racconto sembra trovare il suo maggiore punto di forza, con ciò rendendo forse il finale pleonasticamente didascalico. I frammenti del mosaico appaiono salvo subito dopo scomparire, in un'atmosfera di costante incertezza, costringendoci a indagare continuamente motivazioni, personalità, traiettorie, scelte. Nemmeno i sicari, che potrebbero obbedire a una confezione di genere, sono riconducibili alla medesima categoria. Frammenti, derive, accumuli, in una costruzione narrativa che presenta due volti, come il gatto che si aggira nell'appartamento labirintico di Dona Sebastiana. Il rapporto dei brasiliani con l'amore e con il sesso, la pervasività della presenza dittatoriale, la cinica pochezza del valore della vita umana. I sentimenti, i rimpianti, le passioni. Il magico, il grottesco, il politico. La corruzione, l'indifferenza, la tensione che da un momento all'altro può trasformarsi in violenza. Quello che mettiamo assieme dopo 160 minuti (ma ne avremmo voluti ancora) è la testimonianza attiva in ordine a una dittatura sanguinaria conclusasi nel '85 dopo omicidi e torture, ma che ha lasciato permanere i suoi effetti nella società brasiliana per molti anni a venire. La presidenza Bolsonaro ne è stata una reincarnazione aggiornata e tangibile. Il dominio e la negazione della libertà possono sempre sopravvivere, in forme più o meno nascoste. Per evitare che la storia si ripeta è necessario sollecitare la memoria e tramandarla a chi quegli anni non li ha vissuti. In questo stimolando anche la nostra, di memoria. Possiamo ricordare l'AI 5, l'Atto Istituzionale n.5, che ebbe per oggetto la soppressione delle libertà costituzionali, e avere così una buona occasione per interrogarci su un nostro possibile destino di rifugiati una volta che la deriva autoritaria che sta acquisendo sempre maggiore forza in molti quadranti della civilissima Europa, a cominciare dal nostro Paese (o Nazione?), sarà arrivata al traguardo. O magari, meglio: di agenti segreti. Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni '70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna, Manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste Duel, ZeroNetwork, Global Magazine e sulle testate online Global Project e DinamoPress. Ombre Rosse1 (Red Shadows)a passion for cinema – a column by Marco Rigamo The world of film criticism is incredibly crowded. During the major Italian festivals (Venice, Turin, Rome), anywhere from one to two thousand journalists and critics—both professional and amateur—are typically accredited for each event. With Ombre Rosse (the italian release of Stagecoach, N.o.T.), we want to pay tribute to John Ford's legendary 1939 film (where, in the end, the sheriff arrests the thief only to let him escape with the prostitute), but above all, we are trying to recreate that critical perspective that live outside the theater, in the immediate aftermath of the screening, often shared amid strangers. We have no pretensions of being overly highbrow. In an effort to keep up with current distribution, we’ve tried to keep a pop tone in our writing, the kind you’d use while chatting over a glass of wine. Which in Venice, by chance, is called an ombra2. Notes: Stagecoach, John Ford (1939) Shadows O agente secreto by Marco Rigamo A movie about the importance of memory. Kleber Mendonça Filho In 1977, while back in Italy Carnival was spilling into the streets as a youth protest destined for the history books, in Recife - northeast Brazil - more than a million people were flooding the city for a week-long celebration. Massive. Unchecked. Uncontainable. It would end with over ninety deaths. Kleber Mendonça Filho opens his fourth feature movie on a yellow Beetle rolling back into town, carrying Marcelo (after how long?) back to his birthplace - the director’s own city. He doesn’t look like a secret agent. No sharp suit, no cold stare. But he radiates empathy, and you feel it immediately, even during a simple stop at a gas station. At first, there’s a sharp tonal swerve style - see Coen brothers - dark humor: a corpse in the middle of the forecourt, cardboard thrown over it, bare feet sticking out, stray dogs circling. It feels grotesque, absurd. But it’s a fake-out. A police car pulls up and resets the coordinates. This isn’t a thriller. Nor it is a noir. Not a spy movie - despite the title, O Agente Secreto. Instead, Mendonça Filho—who also wrote the screenplay - builds the movie layer by layer, like an excavation of collective memory. The setting: Brazil after the 1964 military coup, during the presidency of Ernesto Geisel, whose portrait stares down from government office walls. Marcelo comes back as a kind of refugee. We don’t know what he did. We don’t know why he left. He’s there to see his young son again, and to trace the official records of the mother he never knew. Around him, Carnival explodes in chaos. Outside that frenzy, faces that punch through the screen—Dona Sebastiana, unforgettable, and a gallery of supporting actors beloved in Brazil. The casting is razor-sharp. The period reconstruction – of both interiors and exteriors - is meticulous. Carnival masks. Power masks. Institutional and financial. Flashbacks are used sparingly, brief fractures in the timeline that help us assemble the mosaic of Marcelo’s motives. This movie is not a history lecture. Quite the opposite. Its strength lies in what it withholds. What happened to his wife? We’re not told. The off-screen space vibrates louder than exposition. Pieces of the puzzle surface—then vanish again. The atmosphere is one of constant instability. We’re forced to question everything: motives, loyalties, identities. Even the hitmen refuse to fit neatly into genre boxes. Fragments. Detours. Accumulations. A narrative with two faces—like the cat prowling through Dona Sebastiana’s labyrinthine apartment. Love and sex. The suffocating presence of dictatorship. The brutal cheapness of human life. Regret. Desire. Politics. The grotesque. The magical. Corruption. Indifference. A tension that can flip into violence at any second. After 160 minutes (and you still want more), what remains is an act of testimony. A bloody dictatorship that officially ended in 1985 after torture and murder - but whose shadow stretched far beyond. Bolsonaro’s presidency felt like a visible, updated echo of that past. Power doesn’t disappear. It mutates. It hides. If history is to avoid repeating itself, memory must be kept alive - and passed on to those who weren’t there. Including us. We can remember AI-5, Institutional Act No. 5, which crushed constitutional freedoms, and ask ourselves an uncomfortable question: if authoritarian drift keeps gaining ground across civilized Europe - starting with our own countryn- who will we become? Refugees? Or maybe, in our own way, secret agents. Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the '70s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals Duel, ZeroNetwork, and Global Magazine, as well as on the online platforms Global Project and DinamoPress. Traduzione Matilde Moro
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The other side of the moon # 5. Cina e Vietnam: dall’internazionalismo proletario al nazionalismo pragmatico, passando per la guerra Pizo Meyer Di seguito la terza parte su storia e attualità della realtà vietnamita. Le due parti precedenti sono state pubblicate il 10 settembre 2025 e il 9 gennaio 2026. Nella veloce marcia del Vietnam verso l’affermazione politica ed economica, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con la Cina svolge un ruolo nevralgico. 5 novembre 1991: si svolgono a Pechino contatti ad alto livello tra le delegazioni cinesi e vietnamite. Dopo una serie di colloqui segreti, di crescente intensità politica, i negoziatori, con il pieno supporto dei rispettivi governi, inchiodano gli orologi e raggiungono l’obiettivo della trattativa. I due paesi ristabiliscono le piene relazioni diplomatiche, avviano cioè un percorso di pace e di cooperazione. L’allora presidente cinese Jiang Ze Min afferma: «Questo incontro chiude il passato, apre il futuro e dimostra che i due paesi hanno ripreso normali relazioni». La laconicità della dichiarazione non nasconde le grandi implicazioni che l’avvenimento sottende, soprattutto per il Vietnam. Pur avendo mantenuto aperte le loro ambasciate nell’altro paese, Cina e Vietnam erano in guerra dal febbraio 1979, quando le truppe cinesi avevano varcato il confine meridionale per «dare un lezione» al Vietnam. Il conflitto aperto è durato solo 29 giorni. La People’s Liberation Army di Pechino è penetrata solo per pochi km e ha poi incontrato la fiera resistenza vietnamita, non dimentica della guerra contro gli Stati Uniti. Gli scontri hanno riguardato fanteria e artiglieria, in una scala limitata di intervento senza l’uso dell’aviazione. Sembra incredibile che due alleati – il sostegno militare di Pechino ad Hanoi durante il conflitto con Washington è stato notevole e incessante – rivolgano le stesse armi contro di loro. Le ragioni dell’invasione sono molteplici, ma riguardano soprattutto lo scacchiere indocinese, la politica delle alleanze con le grandi potenze, la rivalità secolare tra i due Paesi. Due mesi prima le truppe vietnamite avevano invaso la Cambogia, mettendo fine allo spietato regime di Pol Pot. Il sogno di un’Indocina pacificata e ideologicamente omogenea era stato smentito dagli interessi nazionali e dal forte patriottismo che accentuava lo storico antagonismo e le tensioni di frontiera. I contrasti tra le due potenze comuniste acuiscono le rivalità. La Cina della Rivoluzione Culturale appoggiava l’esperimento radicale dei Khmer Rouge, teso a svellere ogni retaggio del passato e ogni legge dell’economia. Il Vietnam avvertiva invece il fardello della guerra e cercava nell’aiuto sovietico una scorciatoia per accreditarsi nel Terzo mondo e per una veloce industrializzazione. Almeno per quest’ultima ambizione, Hanoi aveva scelto – o era stata costretta a farlo – un alleato non attrezzato. Ancor prima della fine della guerra d’Indocina, nel 1975, appare chiara la finalità della «diplomazia del ping pong» tra Stati Uniti e Cina: costruire un mondo multipolare e fermare l’espansionismo sovietico, indipendentemente dalle differenze politiche. Il mondo diviso in blocchi cambia; Mosca è ormai ostile a Pechino. Quando il Vietnam aderisce al Comecon e sigla il Trattato di Amicizia e Cooperazione con l’Urss nel 1978, per Pechino diventa «la Cuba dell’est», un vassallo dunque di Mosca e un nemico da fronteggiare. L’invasione vietnamita della Cambogia è la scintilla dello scoppio delle ostilità tra Vietnam e Cina. Senza sorprese esse finiscono ufficialmente, 13 anni dopo, soltanto due settimane dalla firma degli accordi internazionali sulla Cambogia che prevedevano il ritiro delle truppe vietnamite. Senza il cemento della comune lotta contro l’intervento statunitense nel sud-est asiatico, Cina e Vietnam avevano dissotterrato la loro animosità, un equilibrio asimmetrico che ha spesso condotto la Cina a voler interferire nel Vietnam e trovato quest’ultimo pronto a difendere la propria indipendenza. La storia delle relazioni è piena di scambi commerciali, culturali e politici. Abbonda altresì di tensioni e di patriottismo vietnamita. L’appoggio di Mao Zedong a Ho Chi Minh è stato fondamentale, ma lo statista vietnamita non ha esitato, nel 1945 quando il Presidente della Cina era il nazionalista Jiang Jieshi, a favorire il ritorno degli ex colonialisti francesi rispetto all’occupazione cinese decisa dalle grandi potenze alla fine del conflitto mondiale. La sua posizione è stata cristallina nella sua chiarezza: i francesi si possono combattere (come poi avvenne fino alla loro sconfitta), mentre se tornano i cinesi rimarranno per altri 1000 anni (ricordando il dominio mandarino fino al X secolo d.c.). L’intesa del 1991 è stata seguita da altri accordi. La frontiera terrestre è ormai pressoché stabilita, con concessioni reciproche che hanno allarmato i nazionalisti dei due paesi. La disputa sulle isole Paracelso e Spratley – contese tra i 2 paesi – è stato convenuto sia risolta con mezzi pacifici, così come le controversie sulle piattaforme off shore del Golfo del Tonchino. Diventano dunque un ricordo del passato gli incidenti di frontiera, i sabotaggi, la retorica nazionalista. Cina e Vietnam hanno compreso che nella globalizzazione le appartenenze ideologiche sbiadiscono e lasciano il terreno ad accordi reciprocamente vantaggiosi. Hanoi ha potuto seguire l’esperimento cinese e Pechino ha allargato pacificamente la sua sfera di dialogo, pur senza trasformarlo in controllo. Il Vietnam ha tratto vantaggio dall’esperienza della potenza confinante. Le riforme di Deng Xiaoping hanno istruito i teorici del Doi Moi (le riforme economiche di Hanoi del 1986). Il partito al governo, così come prima aveva fatto il Pcc, ha incarnato le necessità dello sviluppo. Ha dato fiato alle forze produttive, vigilando sulle disuguaglianze che esso stesso aveva creato. Il controllo sulla società è rimasto ferreo, anche qui sulla scorta dell’esperienza cinese. Contemporaneamente il Dragone ha diffuso a sud la sua capacità economica e la sua delocalizzazione. Dopo gli accordi del 1991 molti ingegneri cinesi hanno insegnato a gestire fabbriche, privilegiare gli aspetti gestionali, creare un mercato, stimolare l’imprenditoria privata. Il passo successivo è stato il trasferimento in Vietnam di fabbriche di settori maturi (abbigliamento, pelletteria, calzature) nei quali il vantaggio cinese di bassi costi di produzione cominciava a essere messo in discussione. Il Vietnam ha dunque trovato sia ispirazione che successi dal precedente esperimento cinese. Le comuni necessità di uscire dalla morsa del sottosviluppo hanno dunque facilitato la fine delle ostilità. Le tensioni non sono state cancellate o superate, ma con pragmatismo sono state sacrificate alla crescita. Questa normalizzazione è stata ancor più importante per il Vietnam. Le relazioni commerciali con la Cina non sono mai state così intense. La Cina è di gran lunga il partner commerciale più importante per il Vietnam. Si è preferito un dialogo realista all’improduttività delle tensioni. Da alcuni anni è prevalsa la convinzione – in coerenza con l’ambizione di una crescita pacifica – che sia meglio far transitare alle frontiere macchine utensili e medicinali invece che camion militari, armi e munizioni. Finora questo approccio ha funzionato, almeno nelle aspirazioni dei due governi. L’interrogativo sul fallimento dell’internazionalismo proletario è considerato irrisolvibile e dunque dannoso. Una guerra tra paesi socialisti, ed entrambi alleati contro gli Usa, sembrava inimmaginabile. Invece ha avuto luogo, con il coinvolgimento di altri attori ideologicamente affini come Cambogia e Unione Sovietica. Ora tutto questo sembra appartenere a un passato talvolta surreale, anche se ha avuto luogo fino a trent’anni fa. Le necessità dello sviluppo e il rafforzamento del nazionalismo hanno prevalso, probabilmente perché sono entrambi ineludibili per paesi che per secoli hanno subito dominio e guerra e nell’affermazione economica cercano il primo passo del riscatto. Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.
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Il racconto del Boomernauta Parte Seconda: Una Nuova Dimensione si Apre e Data Tsunami e Q.Oracle Una Nuova Dimensione si Apre La diffusione delle Tecnologie degli Affetti Multispecie, le TAM, genera un cambiamento profondo, che il Boomernauta paragona, con un non celato entusiasmo, a quello dell’arrivo di internet. Inizialmente, queste tecnologie penetrano nella Sfera Autonoma grazie all’impegno di vari movimenti che le adottano e le sviluppano in una produzione del comune. In seguito l’uso si espande e si diffonde in tutti i sensi. Il coinvolgimento progressivo dei nonumani produce risultati che diventano man mano sorprendenti. Gli scambi affettivi multispecie hanno talvolta effetti dirompenti, come quello di dare un colpo quasi fatale all’enorme filiera del consumo di carne. Prospettive completamente nuove si aprono… Le TAM entrarono in gioco proprio in questo contesto confuso, fatto di tentativi estremi e disorganizzati di sottrarsi a un possibile collasso globale sotto i colpi di coda della governance che cercava di sfuggire con la Grande Fuga all’incipiente crollo globale. Un numero crescente di umani cercava di ristabilire, talvolta in modo inconsapevole, confuso e individuale un legame organico con Gaia per rimpiazzare quello perso in tempi immemorabili. In questo tardivo sforzo si iniziò a inseguire il minimo indizio che indicasse una direzione da prendere. C’erano piste promettenti, dal micelio agli invertebrati, e si sarebbe continuato a lungo se ce ne fosse stato il tempo. Sin dai tempi di nonna Haraway e zia Barad molti avevano cominciato a incamminarsi su piste nuove per evitare il peggio, ma, davanti alla determinazione e alla scientifica violenza della Gov Q, queste vie alternative e pacifiche sembravano impotenti. Quando i dispositivi delle TAM cominciarono a essere forgiati negli spazi hacker della Sfera Autonoma e sotto l’impulso dei movimenti BSM, presero forme nuove che si discostavano da quelle stereotipate del neuromarketing della Gov Q. Nonostante si fosse ancora in una fase sperimentale, l’apparizione del nuovo universo generato dalle TAM suscitò un grande stupore iniziale, ma presto si intravidero le potenzialità di questa nuova dimensione. In un certo senso questo poteva contribuire al sorgere di un’utopia in cui le divisioni di specie del passato sarebbero venute meno. Ora cercherò di spiegarti come avvenivano in pratica questi scambi interspecie. Magari potrai ironicamente supporre che qualcuno abbia messo un collare emozionale alla sua gatta o al suo cane per sapere cosa pensasse delle crocchette dell’ultima pubblicità olografica. Ma questi animali domestici erano già da millenni in grado di effettuare comunicazioni di questo tipo coi loro padroni. Anzi alcuni studiosi pensavano addirittura che il cane/lupo avesse permesso al sedicente sapiens sapiens di prevalere sui concorrenti neandertaliani perché affettivamente coinvolto in una alleanza e mutua domesticazionee cooperazione producendo, tra l’altro, nuove tecniche di caccia. Ma proprio per questa vicinanza plurimillenaria, la porta delle percezioni e delle intuizioni non mediate si era ristretta anche per il cane/lupo e gli animali domestici, che poco quindi avevano da rivelare rispetto al resto del vivente nonumano1. Nei nonumani allevati industrialmente spesso la sofferenza, la paura e il terrore dominavano la loro vita e morte senza senso. Le TAM amplificarono e propagarono questi spaventosi sentimenti dando un colpo quasi mortale all’industria della carne che aveva preso proporzioni gigantesche. Nello stesso tempo questa industria era uno dei principali vettori della pandemia nekomemetica a causa delle enormi emissioni di gas prodotte dagli animali allevati industrialmente e dell’indotto che comportava gigantesche coltivazioni industriali di soia o mais OGM e deforestazione. La produzione capitalista di carne, simbolicamente rappresentata da McDonald Trump2, aveva anche in questo caso soffiato sul fuoco della pandemia. Ma l’infinità di memi del pornfood di carne e sangue nonumano postati sui social non avevano avuto un peso altrettanto significativo, se non addirittura maggiore? E questo non stava ancora una volta a dimostrare che la fine del capitalismo non sarebbe stata sufficiente a fermare la pandemia?A questo si aggiungeva talvolta un sentimento di paura, anzi di sfiducia, che talvolta emanava da certe specie selvatiche più a contatto con gli umani. Era come un rumore di fondo, simile a un acufene affettivo, che ormai dilagava nell’immaginario collettivo degli umani; un’oppressione emotiva che funzionava anche da monito, visto che gli umani erano stati investiti da varie zoonosi globali. Forse non tutti sapevano allora che quest’aspetto della sepsi di Gaia era un ulteriore segno tangibile del degradarsi della situazione. La caduta del business della carne era stata una conseguenza altamente positiva del fatto che le TAM trasmettessero in modo così intimo le sofferenze inflitte ai nonumani e creassero un profondo, ma benefico disagio. C’erano inoltre aspetti più positivi e coinvolgenti prodotti dalle TAM. Certi elementi della fauna selvatica, che nella crisi generale stavano accrescendo un po’ i loro margini di libertà, e i pocoumani transgenici furono fra i primi a entrare in ballo senza esserne invitati o costretti. Questo accadeva grazie al fatto che la bio-rete, in grado di captare e trasmettere gli affetti, investiva vasti territori e raggiungeva molte specie nonumane selvatiche o che avevano ritrovato la loro libertà. L’internet of things (IoT3) ormai era senza limiti e si confondeva con l’internet of animals (IoA). I viventi nonumani interagivano intimamente coi dispositivi presenti sul loro territorio. Gli innumerevoli nodi della trama di sensori bio-affettivi che ricoprivano la biosfera erano costituiti da dispositivi di clairvoyance tecnologica4 [o forse di accecamento come alcuni sostenevano] che non erano passivi, ma vivificati con un’intensa carnalità dagli animali di cui avevano invaso i territori; venivano giocati, annusati, leccati, mimati, attaccati, corteggiati, scopati, orinati, distrutti, persino compianti.Che sia chiaro che le TAM non avevano la funzione di un interprete simultaneo da usare in una produzione Disney per antropologizzare grilli o scoiattoli. Anche la Gov Q prima di perderne il con- trollo aveva grandi ambizioni e voleva farne una specie di macchina di persuasione occulta. Si trattava piuttosto di un sistema articolato capace di processare le complessità di tutti i segnali a cui abbiamo accennato e a trasporli in senso biunivoco. Per gli umani che erano già dipendenti dai device, indossati o integrati, si trattava, in fondo, di un’estensione dell’esistente. Era comunque una funzionalità straordinaria perché li faceva accedere a una dimensione aperta a prospettive prima impensabili. Un po’ come quando, all’arrivo di internet, i pionieri del Web rimasero allibiti scoprendo le potenzialità dello strumento che stava per investire l’umanità. Nella loro frenesia di voler vedere e sentire tutto, localizzare tutto, misurare tutto, controllare tutto, i tre corpi della Gov Q avevano sospinto la produzione di tecnologie banalizzate e nanificate da diffondere ovunque. Oltre a utilizzarle nelle reti da loro controllate ne avevano anche favorito un uso indiscriminato. C’erano nanochips persino nel cibo più banale come il pane e questo aveva creato nuovi multiversi di BigData. Era quasi impossibile trovare un angolo recondito che non contenesse una miriade d’oggetti connessi e in tale ambiente i nonumani in grado di sfuggire alla portata delle TAM erano veramente rari. Una volta che le TAM divennero dominio del comune, il loro sviluppo si accelerò e, grazie ai contributi di un’estesa produzione collettiva, le conoscenze affettive si approfondivano. Gli umani scoprirono che molte specie reagivano alle TAM in modi spesso imprevedibili e sorprendenti. Alcune avevano inventato un loro modo di usarle: interagendo oppure schermandosi o fuggendo a seconda che le emozioni e gli affetti che percepivano le attirassero, le disturbassero o le impaurissero. Altre restavano indifferenti agli stimoli, altre ancora erano in grado di trasmettere assieme all’emozione anche qualcosa che aveva a che fare con la causa originaria di quest’ultima. Ovviamente, vista la storia pregressa, spesso era presente la paura generata dalla sola presenza di umani. Note: Nonumano: cfr. glossario. Da quanto spiegatomi in un aparté pare che la multinazionale del fast food da proteine animali fosse stata acquisita dalla famiglia Trump negli anni del 2040. Internet of Things. Non conoscendo a cosa il Boomernauta si riferisse esattamente con questo termine ho intuito che si trattasse dell’insieme dei dispositivi situati sui bordi complessi, reticolari e raramente non ambigui fra la materia vivente e quella inanimata, umana e nonumana. Ho trovato ulteriori spiegazioni in questo articolo da cui ha preso la citazione https://www.researchgate.net/publication/326273659_Animal_Technics_On_Borders_and_the_Labour_of_Knowing_the_World. Data Tsunami e Q.Oracle Nel corso dei primi decenni del XXII secolo, quando l’uso delle Tecnologie degli Affetti (TAM) diventa sempre più diffuso, i nonumani selvatici sopravvissuti vengono esposti al virus nekomemetico degli umani senza esserne contagiati. Un’ulteriore prova della natura esclusivamente umana del virus. Le loro reazioni emotive davanti a questi flussi prodotti grazie alle TAM ebbe un forte impatto sugli umani che, dopo un iniziale turbamento emotivo, sembravano aprirsi a nuove possibilità. Di riflesso si produssero le prime ripercussioni destabilizzanti per i sistemi di controllo esercitati dalla Gov Q e quindi lavoro e produzione, due fattori primordiali per il suo futuro, ne risentivano. Il primo passo fu casuale, di quelle casualità un po’ apparenti. Furono i nonumani che fornirono un’ulteriore prova dell’origine memetica della pandemia. Questo avvenne quando ci si rese conto che i nonumani e anche i pocoumani erano con certezza assolutamente immuni dal morbo nekomemetico. Le tecnologie degli affetti multispecie permettevano infatti scambi memetici/mimetici anche senza l’uso dei linguaggi. Con le TAM i nonumani vennero quindi investiti dal flusso contagioso nekomemetico tramite le emozioni trasmesse dagli umani, ma non cambiarono i loro comportamenti abituali nei confronti di Gaia. Davanti all’infezione setticemica di quest’ultima, trasmisero un misto di sentimenti fatto di stupore, di sofferenza, di angoscia e di rabbia tipico degli indifesi. Questo aveva qualche somiglianza con ciò che i nativi americani avevano provato dopo il genocidio subito con l’invasione degli europei, così come i cosiddetti parchi naturali terrestri o marini assomigliavano sempre più alle Indian reservations con le loro miserie. E come l’alcool nelle città sui bordi delle riserve diventava veleno per i nativi così nei parchi naturali i sacchi di plastica e altri rifiuti inquinanti lo erano per la fauna selvatica.Aldilà del tropo dell’indigeno protettore della natura, forse anche i nativi americani avevano cercato di trasmettere agli invasori i memi adeguati al contenimento della pandemia, ma erano stati sterminati con tutti i mezzi, compresi quelli virali. Non solo erano oppressi e tormentati dalle armi e dalle malattie portate dai colonizzatori europei, ma inoltre non avevano una potenza di sbarramento e contrattacco memetico da opporre agli aggressori. E questo costò la sopravvivenza del loro popolo e una grande battaglia persa contro il virus immateriale. Anche la fauna selvatica non aveva alcuna capacità di difesa e resistenza a livello memetico, e inoltre lo sterminio e la distruzione di molte specie da parte degli umani era iniziato molti secoli prima ed era ormai molto avanzato. Tuttavia, ora le TAM potevano cambiare le carte in tavola aprendo nuove potenzialità impreviste. Naturalmente le TAM non potevano garantire di modificare la gravità della pandemia e dell’infezione della biosfera, ma c’era una possibilità che non dipendeva tanto dalla tecnologia quanto da un’inconscia disponibilità della stragrande maggioranza degli umani. Un’attitudine ad accogliere nuovi messaggi e, forse, a costruire un’utopia del presente. Non c’erano decrescite, collassi o estinzioni felici e la realtà lo dimostrava, ma poteva esistere un momento in cui un impulso collettivo avrebbe aperto uno spiraglio nelle tenebre della tesi dominante, basata sul presupposto cinismo essenzialista della natura umana. Era una minuscola finestra d’opportunità, un occhio di bue barocco nel quale una spinta improvvisa poteva far partire la macchina che era già lì, pronta. Era probabile che la finestra si sarebbe chiusa rapidamente, ma qualcosa stava succedendo grazie alle TAM che, se non altro, scossero talmente le certezze di tanti sulla loro unicità da farli dubitare di quanto avevano sempre negato con disprezzo, ovvero che i nonumani potessero avere lineamenti di coscienza formate da esperienze soggettive individuali e collettive diversi. In quell’epoca grazie anche a un secolo di attivismo antispecista, confluito nel grande fiume dei movimenti BSM, molti pregiudizi nei confronti dei nonumani erano caduti. Quando si discuteva delle coscienze non umane, a coloro che obiettavano che solo poche specie erano capaci di riconoscersi allo specchio, molti rispondevano che si trattava di un ennesimo esempio di antropocentrismo, dato che gli esseri umani sono anch’essi limitati nella loro capacità di ri/conoscersi attraverso l’olfatto, il tatto, l’udito, le variazioni cromatiche del corpo, eccetera. Era poi anche molto probabile che la coscienza (un termine che alcuni definivano confuso e abusato benché pratico1) non fosse qualcosa di legato al numero dei neuroni o alla complessità del cervello, ma a forme di esperienza soggettiva diversamente coerenti e integrate. Anche a bambini e adolescenti veniva insegnato che l’esperienza sensoriale comincia con la nascita della capacità di distinguere tra stimolazioni esterne, che vengono sentite, e quelle generate dal movimento del proprio corpo. Nel dibattito generale che si era aperto di fronte a questi nuovi canali di intra-azione multispecie, i ricercatori ci ricordarono la straordinaria capacità di emettere segnali doppi che caratterizza molti sistemi nervosi. Ogni volta che un input sensoriale è generato per suscitare un movimento del corpo, il sistema nervoso emette anche una duplicazione del segnale per informare il resto del corpo di tale azione. Questo costituiva il fondamento dell’esperienza: l’input sensoriale e la copia consentivano un confronto fra movimento effettivo e quello desiderato permettendo così di distinguere tra il sé e il mondo esterno2. D’altronde la filosofia aveva da tempo ipotizzato diverse forme di coscienza relativamente interdipendenti e che accanto alla coscienza riflessiva ne esistesse una spontanea, che consisteva in una consapevolezza immediata dell’ambiente circostante e che poteva essere estesa anche al regno vegetale, valendo per tutti gli esseri viventi. Per esempio non si poteva negare che le piante fossero coscienti delle modalità di luce o di contatto, delle forze come la gravità e dei segnali chimici dell’ambiente in cui vivono.Avendo vissuto nel periodo pionieristico di queste scoperte presumo che il principio della coscienza riflessiva fosse emerso con la nascita della cibernetica. Tuttavia, in quel periodo, molti erano ancora restii ad ammettere che l’esperienza soggettiva fosse una caratteristica condivisa anche dai nonumani e che rappresentasse la base stessa della coscienza. Noi stessi, da giovani, quando ci impegnammo nelle lotte contro il capitalismo, non avremmo mai pensato di interessarci politicamente ai nonumani3. In generale, gli umani preferivano fantasticare su civiltà aliene provenienti da altre galassie piuttosto che considerare l’idea che un giorno altre forme di vita terrestri potessero prendere il loro posto. Di fatto si era già su questa strada, considerando il pericolo di estinzione a cui si stava andando incontro. Ma l’incognita restava: sarebbe stato possibile immaginare un secondo giro di valzer con la metatecnica danzato da altre specie? E magari senza incorrere nelle forme morbose di individualismo, violenza, proprietà e guerra che tanto avevano caratterizzato il primo? La sola risposta la potevano dare i dadi…che, contrariamente a quanto pensava il grande Albert, non solo decidevano tutto o quasi, ma erano anche loro autonomi e funzionavano senza che nessun dio li lanciasse4. A parte queste considerazioni, la novità fu che le TAM in qualche modo cominciarono a funzionare come antidoto, più che come vaccino, contro la pandemia nekomemetica. All’inizio l’intrusione delle emozioni nonumane in una società in grande difficoltà generò un’ondata destabilizzante, la Gov Q se ne accorse dai macroscopici cali di produzione e di consumo, man mano che nuove schiere entravano negli scambi affettivi multispecie. Poi progressivamente si produsse un’inflessione nei comportamenti. I fuoriusciti dalle metropoli più a contatto con i territori e la terra furono i primi a interessarsi e a meglio percepire le emozioni animali. I cog(nitive) urbans, anche se precarizzati da generazioni, erano meno direttamente investiti da queste ondate emozionali prodotte dalle TAM. Ma il fenomeno si diffondeva e aumentava l’interesse, e i cog urbans diventarono presto ipersensibili e quasi dipendenti proprio perché avevano più dimestichezza con l’asfalto/cemento che con la terra. In una situazione generale tanto inquietante era normale che chi aveva tanto tempo e poco da perdere fosse più disponibile. Una volta entrati nel mondo degli scambi affettivi multispecie di solito si attivava una particolare dinamica. Inizialmente, gli scambi creavano sensazioni forti, e talvolta sgradevoli, nei soggetti più propensi a perdere le proprie inibizioni, poiché toccavano fibre profonde della loro psiche. Questo accadeva soprattutto quando i nonumani reagivano alle azioni e alle devastazioni causate dal morbo nekomemetico. Col passare del tempo, la crescente sensazione di disagio si trasformava in una sorta di tensione emotiva, spesso accompagnata da un senso di angoscia, ma allo stesso tempo generatrice di uno stato d’animo particolare, come se si stesse aspettando una liberazione da una costrizione. Ad un certo punto, una volta arrivati all’acme dello stress, in molti umani si apriva uno spiraglio o forse un muro crollava e dalla breccia entrava come un soffio affrancatore che lasciava filtrare il desiderio di continuare l’esperienza e di lasciarsi finalmente andare a questi scambi. Ci si sentiva allora immersi in un mondo in cui predominava per la prima volta un sentimento confuso, ma reale: la possibilità che l’infezione della biosfera potesse fermarsi. Era un’esperienza astratta, ma potente, un sentimento di liberazione completamente estraneo a molti, abituati al cinico pragmatismo neolib, contrabbandato per essenza della natura umana. La potenza veniva anche dal fatto che ben presto sia gli uni che le altre cominciarono a comunicare e si resero conto che quel sentire fosse collettivo e si rinforzasse anche per tale ragione. Un simile impulso collettivo non aveva forse generato le grandi rivoluzioni proletarie del XX? E forse gli schiavi in rivolta, o anche i primi cristiani nelle catacombe, avevano sperimentato stati d’animo simili. Personalmente, mi tornavano in mente le nostre speranze giovanili, quando ancora credevamo fermamente nella possibilità di cambiare il mondo: ciò che i nostri nipoti avrebbero potuto definire come riuscire a distruggere la gabbia del realismo capitalista se il destino avesse dato loro l’opportunità di crederci. In passato, durante le fasi di transizione verso grandi cambiamenti di paradigma o rivoluzioni, spesso si erano verificati abbandoni e defezioni all’interno delle sfere di potere. Nel caso delle TAM non mancarono i turbamenti nelle fila della Gov Q, ma il vero problema venne dagli algoritmi e dalle applicazioni quantistiche. Il cuore del sistema creato dalla Gov Q, utilizzando la rete dei centri di ricerca dei techno-tycoon per simulare i comportamenti collettivi umani, compresi quelli sociali, economici, politici e antropologici, era Q.Oracle. Queste simulazioni si basavano sull’uso di una potenza di calcolo quantistica immensa e venivano alimentate da un’enorme quantità di dati, tra cui quelli provenienti dalle TAM. Q.Oracle era una potente intelligenza artificiale utilizzata dalla Gov Q nella gestione sociopolitica. Funzionava come un sistema decisionale avanzato, che analizzava dati e informazioni per fornire raccomandazioni e orientamenti per le decisioni politiche. Era responsabile delle elaborazioni strategiche in vari settori, compresi quelli legati all’economia, all’ambiente, alla sicurezza e alla società in generale, anche se le istituzioni o i discorsi ufficiali cercavano di nasconderne la vera natura e il ruolo predominante. In aggiunta, la Gov Q aveva creato una rete di comunicazione quantistica basata sui laser per trasportare dati attraverso una serie di satelliti a velocità di trasmissione di centinaia di gigabit al secondo, che aveva una funzione simile a quella dei precog di Minority report, un vecchio film della mia epoca: anticipare qualsiasi movimento di rivolta e soprattutto mantenere le condizioni di avanzamento degli ascensori spaziali che avrebbero permesso la Grande Fuga. Di colpo pezzi interi di questi sistemi di simulazione e controllo ad altissima complessità, al cuore stesso del potere della Gov Q, cominciarono qui e là a funzionare meno bene, talvolta a bloccarsi, talvolta a fornire simulazioni completamente errate. Si trattava non solo di bug identificabili, ma anche, cosa più delicata, di dati probabilmente falsificati proprio dalle perturbazioni emotive e affettive impreviste e imprevedibili provenienti dall’uso sempre più diffuso delle TAM. Gli algoritmi e i dati affettivi delle TAM perturbavano i calcoli quantistici della WorldForce e di tutte le polizie mondiali (SecurServ) e non permettevano più di simulare e anticipare così bene i comportamenti umani e non. La principale e preoccupante diagnosi fu che l’indispensabile regolarità dei processi lavorativi era stata rimessa in causa, per la prima volta dai tempi delle stregonerie, da una dislocazione spazio-temporale degli individui e dei corpi che avveniva con l’uso delle TAM. A causa di queste e molte altre ragioni nella stessa Gov Q la linea era di evitare le TAM come un pericoloso fake e di combatterle quando possibile. C’erano però delle incrinature perché nella classe di riferimento della Gov Q, una percentuale minuscola dell’umanità che possedeva più del 90% delle ricchezze, non pochi erano comunque attratti più dalle TAM che dalle prospettive di migrazione spaziale. La posizione ufficiale era quella di rifiutare qualsiasi influenza da parte degli alieni. I dirigenti erano abituati a considerare molte specie come oggetti o prodotti da consumare, merce insomma come tutto il resto, e ora li vedevano come entità nemiche e sconosciute che sfuggivano al loro controllo. Ironicamente, non li si poteva neanche tacciare troppo di discriminazione antispecie, perché non erano stati certo teneri con intere classi dei loro consimili: i migranti per esempio, o le donne o ancora i lavoratori precari o gli abitanti di paesi postcoloniali. Davanti alla minaccia rappresentata dalla nuova utopia, che avrebbe potuto mettere a rischio i loro privilegi, i manager della Gov Q cercavano di manipolare la massa degli indifferenti e degli ignoranti. Nonostante le loro straordinarie capacità di repressione, comprendevano che erano sempre più minacciati e cercavano di difendere i loro interessi a ogni costo. Fra i manager brillavano gli h+ in generale, e in particolar modo quelli che erano stati modificati e migliorati al di fuori di ogni finalità curativa. Gli attivisti del caos, che provenivano quasi esclusivamente dalle classi dominanti, erano animati da un forte sentimento di superiorità, che spesso non aveva alcuna relazione con le modifiche genetiche che avevano subito. Solo una minoranza di loro passava la vita in preda a misteriose nevrosi, mentre la maggior parte era impegnata a mantenere o aumentare i propri privilegi e a trasmetterli alle generazioni future. Nella loro propaganda affermavano che gli adepti delle TAM, da loro soprannominati zombi, si votavano al suicidio e che l’alleanza con i nonumani avrebbe finito per distruggere il mondo in cui vivevano (il che non era completamente falso per quanto li riguardava). Forse gli attivisti del caos nella Gov non avevano considerato gli antidoti memetici generati dagli scambi multispecie con le TAM. Fra gli appassionati delle TAM alcuni avevano sviluppato un’immunità nekomemetica e potevano trasmettere queste difese ai loro simili. Questo era un aspetto cruciale, poiché la potenza di queste difese era teoricamente in grado di contrastare seriamente la pandemia. Inevitabilmente, ciò avrebbe avuto conseguenze per la Gov Q. Nell’aria inquinata c’era una percezione diffusa della necessità di un cambiamento radicale, mentre i media ufficiali della Gov cercavano di convincere la popolazione che la soluzione era unicamente la migrazione spaziale. Si era compreso che questa rivoluzione non poteva più essere circoscritta esclusivamente agli umani, come era avvenuto in passato. La natura stessa della pandemia e la gravità della situazione rendevano chiaro che gli umani in preda al morbo nekomemetico potevano battersi fra di loro quanto volevano, cercando di fermare la Gov Q e il capitalismo, ma questo non avrebbe cambiato il fondo del problema. La diffusione della setticemia della biosfera aveva iniziato a mettere a dura prova le già precarie dinamiche sociali, portando a un susseguirsi di rivolte e sommosse. Ma era ormai evidente che non si sarebbe potuto trovare una soluzione limitata alla sola rivoluzione umana, per quanto estesa e organizzata fosse. Era necessario un cambiamento radicale e inclusivo, che coinvolgesse anche gli altri terrestri. Solo quando l’impiego delle TAM e la bio-rete sottostante, in cui gli affetti multispecie entravano in gioco, cominciarono a espandersi, si capì che c’era il potenziale per delle alleanze non più limitate alle sole masse umane. Ma era una prospettiva completamente diversa dalle vecchie coalizioni fra Stati-Nazione o da quelle legate a classi o religioni. In alcuni ambienti della Sfera Autonoma si intuiva che le forme di organizzazione e le istituzioni non potevano più essere costituite solo da umani. Note: Presumo che il Boomernauta, che sembrava interessato alle neuroscienze, facesse riferimento in questa affermazione al libro: P. Godfrey-Smith, Altre menti, Adelphi, Milano 2018, p. 121. Qui il Boomernauta fa riferimento a quella che i ricercatori chiamano copia efferente (o di output). Quando un segnale che parte dal cervello ci fa compiere un movimento allora una copia efferente di questo segnale è inviata al resto del corpo per informarlo. Per esemplificare: le copie efferenti vengono create con il nostro movimento ma non con quelli di altre persone. Per questo gli altri possono solleticarci ma noi non possiamo solleticare noi stessi perché le copie efferenti informano il nostro corpo che la stimolazione viene da noi e l’effetto non è lo stesso. Un gioco infantile per ingannare la copia efferente che tutti possono sperimentare è di far girare una pallina di mollica fra medio ed indice incrociati: vi sembrerà di sentire due palline diverse. A questo proposito posso citare un aneddoto capitatomi che conferma questo proposito del Boomernauta. Una sera in un ristorante con vecchi compagni di militanza due di loro dovettero interrompere la cena per correre in una questura di periferia dove la giovante figlia era in stato di fermo per aver partecipato attivamente a una manifestazione antispecista. Per la prima volta mi chiesi: «ma come è possibile che noi ci siamo fatti processare, mettere in galera, esiliare per ristabilire un po’ di giustizia sociale fra gli umani ed i nostri figli si preoccupano del benessere degli animali?». Non avevo visto il nesso che in seguito divenne chiaro grazie anche al racconto che ha qui trascritto. Credo proprio che il Boomernauta si riferisse alla famosa frase di Einstein «Dio non gioca a dadi» quando si trovò in disaccordo con i risultati intrinsecamente probabilistici della meccanica quantistica. Lo scrisse in una lettera indirizzata al fisico danese Niels Bohr: «Sembra difficile dare una sbirciata alle carte di Dio. Ma che Egli giochi a dadi e usi metodi ‘telepatici’[…] è qualcosa a cui non posso credere nemmeno per un attimo» (cit. in B. Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, TEA, Milano 2008).
- konnektor
La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che lo alimenta Varoush Khosravian L’assenza di una reale strategia di pace per la regione in un momento di instabilità geopolitica occidentale, causata dall’orizzonte di depredazione e violenza perseguito dalle attuali classi dominanti, e la scelta di un’economia improntata alla guerra e dal perseguimento dell’indipendenza militare di Israele, sostenuta da Netanyahu, stanno segnando l’inizio di un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua vana pretesa di diventare la potenza egemonica regionale. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Israele è entrato in una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare oltre i confini della Palestina storica. Le sue azioni belligeranti si sono intensificate in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar, Libia e, più recentemente, Somaliland. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche di Israele, ma in realtà all’allentamento delle restrizioni che lo avevano tenuto sotto controllo prima dell’ottobre 2023. Questa svolta espansionistica riflette un riassetto strutturale del rischio, dell’influenza e della tolleranza internazionale e non un improvviso cambiamento ideologico da parte di Israele, ma è anche dovuta all’attuale struttura dell’economia israeliana: il settore militare è stato il motore dell’economia da quando Israele ha subito un livello di isolamento globale che ha decimato la maggior parte degli altri settori produttivi negli ultimi due anni. Il risultato? Israele ha ora un ulteriore incentivo strutturale a mantenere uno stato di guerra permanente. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa realtà quando ha annunciato che Israele sarebbe dovuto diventare una «super Sparta», ovvero uno Stato altamente militarizzato dotato di un settore militare autosufficiente in grado di sfidare la pressione internazionale e gli embarghi sulle armi, in modo di non dover più dipendere dalla generosità militare statunitense. Una recente dichiarazione strategica cruciale accentua questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele entro circa un decennio, inquadrando questa decisione come la strada verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio indica che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli Stati Uniti, ma intende operare come loro partner strategico nella regione in un momento in cui la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero occidentale. La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di crescita trainato dalle esportazioni, basato in larga misura sul settore degli armamenti e sull’industria della difesa. Il problema è che, se Israele vuole sostituire i 3,8 miliardi di dollari all’anno ricevuti in aiuti militari dagli Stati Uniti, deve aumentare drasticamente la sua produzione nazionale e la sua capacità di esportazione. Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo aumento delle esportazioni attraverso diverse politiche, stanziando circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere un’industria nazionale indipendente nel settore degli armamenti. Dal punto di vista economico, ciò significa che la produzione militare diventerà fondamentale per la strategia industriale a lungo termine di Israele, deviando capitali, manodopera e sostegno statale verso la produzione di armi piuttosto che verso la ripresa civile, che sarebbe una strategia insostenibile in tempo di guerra. Tale strategia integrerebbe, inoltre, ancora di più le aziende israeliane nelle catene di approvvigionamento della sicurezza mondiale, anche se lo Stato stesso si trovasse in una situazione di isolamento diplomatico. La dimensione strutturale: incentivo alla guerra permanente Dal 2023 le esportazioni militari sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale dell’economia israeliana. Nel 2023 le esportazioni legate al settore della difesa hanno raggiunto circa 13 miliardi di dollari e nel 2024 sono aumentate fino a circa 14,7-15 miliardi di dollari, macinando record su record. Questa espansione si è verificata mentre la crescita dei settori economici civili si indeboliva, la carenza di manodopera si intensificava e l’occupazione scarseggiava a causa della prolungata mobilitazione militare, mentre ampi segmenti del settore delle piccole e medie imprese registravano perdite sostenute e fallimenti. Le esportazioni di armi hanno funzionato essenzialmente come uno stabilizzatore anticiclico durante la situazione di stress causata dalla guerra, ma ora stanno diventando una componente permanente del modo in cui l’economia israeliana mira a riprodursi. Nel 2025 questa tendenza ha subito un’ulteriore accelerazione. Israele ha firmato alcuni dei suoi più importanti accordi di difesa mai raggiunti con Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Germania, Grecia e Azerbaigian, tutti relativi a sistemi di difesa aerea, missili, droni e tecnologie avanzate di sorveglianza. Sebbene i valori totali dei contratti non siano sempre stati resi pubblici, si stima che questi accordi spingeranno le esportazioni totali nel settore della difesa oltre il record raggiunto nel 2024, rafforzando il settore degli armamenti come il settore di esportazione più dinamico dell’economia israeliana, mentre altre voci di esportazione, come l’agricoltura, si trovano a dover affrontare un «collasso» imminente, secondo gli stessi agricoltori israeliani. Mentre i settori civili dell’economia ristagnano, l’economia di guerra garantisce crescita, entrate in valuta estera e isolamento politico. Questo crea un incentivo strutturale alla mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dalla responsabilità e rafforza una concezione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta di scambio nelle relazioni internazionali. In questo contesto, l’aggressione militare e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana cerca ora di riprodursi. Di conseguenza, la coalizione di governo israeliana si basa sulla securitizzazione permanente. L’economia di guerra è diventata il principio organizzativo a garanzia della sopravvivenza politica del regime. La dimensione globale: la fine del diritto internazionale La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e l’aggressione militare di Israele sono stati resi possibili dall’indebolimento dei meccanismi di restrizione globali, come il diritto internazionale. Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non esiste una linea rossa fondamentale quando la violenza rientra nella lotta al terrorismo o nella difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte nella retorica, ma sospese nella pratica. Ciò ha modificato il calcolo strategico di Israele, perché se Gaza produce rumore diplomatico, ma non sanzioni materiali, allora il Libano, la Siria o l’Iraq comportano costi previsti ancora minori. Il collasso della normalizzazione delle relazioni: non c’è motivo di giocare pulito Anche la politica di normalizzazione influisce su questo nuovo quadro. Il collasso dei colloqui di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, che avevano subito un’accelerazione nel corso del 2023 grazie alla mediazione degli Stati Uniti, ma che si sono arenati dopo che Israele ha iniziato il suo genocidio a Gaza, non ha disciplinato il comportamento israeliano, ma al contrario lo ha liberato da ogni restrizione. Senza il riconoscimento saudita come moneta di scambio o incentivo alla moderazione, Israele ha abbandonato ogni pretesa di utilizzare le concessioni territoriali come strumento di negoziazione e ha rilanciato con l’obiettivo di stabilire i fatti sul campo, decidendo al contempo di esplorare diversi legami bilaterali di sicurezza con attori più piccoli o vulnerabili. L’espansione sostituisce ora il soft power di Israele, che sta scomparendo, e il riconoscimento viene ottenuto sempre più attraverso la capacità di esercitare pressioni e non attraverso la negoziazione. La specificità dello scenario che si è aperto dopo il 2023 risiede nel fatto che Israele ora combatte su più fronti contemporaneamente, in modo aperto e con la certezza che l’escalation non provocherà una reazione sistemica. Inoltre, la strategia di Israele è stata strutturalmente facilitata da una crescente dipendenza dalle nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non si tratta più di una risposta alle minacce, ma di un metodo di governance prevalente nel Paese e di influenza all’estero. Dal 2023 Israele non persegue più la pace attraverso la contenzione, come ha fatto durante il periodo della Primavera Araba, ha invece optato per l’occupazione permanente, la confisca delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per mantenere e ampliare la sua macchina bellica. Come Israele persegue il dominio regionale Sul piano interno, l’espansionismo territoriale israeliano mira a risolvere definitivamente la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, frammentazione territoriale (la cosiddetta cantonizzazione) cooptazione e, in ultima analisi, dislocamento della popolazione. La logica sottesa è quella di eliminare una volta per tutte quello che è percepito come il principale problema di sicurezza interna di Israele – la semplice presenza del popolo palestinese sul suo territorio – e ripristinare così la fiducia dell’élite e della società israeliana nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato. A livello regionale, Israele persegue diversi obiettivi nei paesi in cui interviene, alcuni legati all’acquisizione di territorio o all’occupazione semipermanente, altri incentrati sulla subordinazione, la frammentazione e la neutralizzazione delle minacce percepite. In Iran, l’aggressione mira a provocare la destabilizzazione del regime e l’indebolimento dell’esercito attraverso attacchi aerei sostenuti contro impianti nucleari e militari, oltre a favorire l’esacerbazione del malcontento sociale e politico. La guerra iraniano-israeliana del giugno 2025 ha rappresentato il confronto militare più diretto fino ad oggi tra i due Stati, ma si è conclusa con una tregua informale invece che con un’escalation verso una guerra su vasta scala, senza che nessuna delle parti superasse le soglie di deterrenza riconosciute, nonostante l’intensità degli scambi. Da allora, le proteste su larga scala registrate in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna, che gli attori esterni considerano sempre più come una vulnerabilità strategica. Questa situazione ha coinciso con le esplicite minacce di guerra formulate da Donald Trump e i rinnovati segnali militari degli Stati Uniti, che insieme intensificano la visione tradizionale israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale da affrontare attraverso un cambio di regime. Tuttavia, il persistere della non escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi entro limiti impliciti che non si riscontrano nell’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria, anche se la compresenza di disordini interni e retorica coercitiva esterna rende questo equilibrio più fragile. In Libano, Israele mira a smantellare Hezbollah non solo come attore militare, ma anche come colonna portante di un ordine politico guidato dagli sciiti, che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più ambizioso è quello di frammentare il Libano tramite un sistema fondato sulle minoranze, in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare protezione esterna e a stabilire legami economici con Israele. Un Libano debole e frammentato fornisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora, l’escalation transfrontaliera in Libano funziona meno come un percorso verso la vittoria militare assoluta e più come uno strumento per rimodellare l’equilibrio politico interno del Paese nel corso del tempo. Nel gennaio 2026, nonostante il mantenimento nominale del cessate il fuoco, Israele ha conservato le sue posizioni «temporanee» in cinque luoghi «strategici» nel sud del Libano, rifiutandosi di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo in cui Israele mantiene la sua influenza militare sul Paese, rifiutandosi al contempo di impegnarsi in un ritiro totale e lasciando aperta la possibilità di intraprendere nuove escalation di grande portata. Gli attacchi di Israele contro la Siria sono più complessi, poiché il Paese è diventato teatro centrale dell’intervento militare israeliano e della frammentazione politica provocata dalla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria prevede sia un’azione militare diretta sia sforzi volti a impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato, obiettivo che intende raggiungere fornendo sostegno militare e coordinamento alle Forze Democratiche Siriane, ovvero alle forze curde siriane, con l’obiettivo di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano. Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato pubblicamente che Israele avrebbe permesso ai lavoratori drusi siriani di entrare negli Altipiani del Golan per svolgere lavori agricoli e edili, presentando la decisione come un gesto umanitario, che ovviamente serve a coltivare la dipendenza lavorativa e i legami economici che uniscono le comunità di confine con Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di «smilitarizzazione del sud della Siria», dichiarando che le forze israeliane sarebbero rimaste nel sud della Siria a tempo indeterminato e che non sarebbe stata consentita la presenza di forze militari siriane a sud di Damasco, il che significa di fatto una divisione del territorio siriano. Netanyahu ha presentato questa politica come un’iniziativa per «proteggere i drusi». Le battute d’arresto di Israele in Siria Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026, la posizione delle Forze Democratiche Siriane era crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostegno esterno costante hanno provocato una rapida ritirata delle Forze Democratiche Siriane da gran parte del nord e dell’est della Siria nel gennaio di quest’anno. Questo crollo del principale alleato curdo, insieme al fallimento della resistenza delle milizie druse, sostenute sempre dagli israeliani, nell’impedire il consolidamento del potere di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso una guerra per procura. Le popolazioni druse e alauite rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza si è aggravata. La periferia siriana offre una riserva di manodopera che può essere incorporata in modo selettivo attraverso accordi di autonomia o annessione informale, cosa che Israele ha già fatto consentendo a un numero indeterminato di drusi siriani di lavorare negli Altipiani del Golan. Si delinea così una strategia di annessione economica priva di confini formali, che integra la periferia meridionale della Siria nell’economia israeliana in condizioni di subordinazione. Per quanto riguarda il coinvolgimento diretto nel Nord Africa in generale, Israele non ha condotto operazioni militari dirette in Egitto né ha effettuato interventi militari prolungati in Sudan o Libia, ma ha implementato strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, che vanno dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese agli incontri segreti organizzati con funzionari libici prima dell’ottobre 2023. I costi dell’espansionismo e il potenziale di resistenza Sebbene l’attuale traiettoria di Israele sia presentata a livello interno come un trionfo, le sue prospettive a lungo termine rimangono cupe e costose. La guerra permanente costringe gli israeliani a una mobilitazione militare permanente, accelera l’esaurimento demografico e morale e aumenta l’esposizione a lungo termine a ritorsioni asimmetriche da parte della resistenza palestinese, siriana e libanese, nonché di altri attori. Ogni assenza di conseguenze alle azioni israeliane ricalibra le aspettative di entrambe le parti. All’interno di Israele, rafforza la convinzione che la forza non comporti alcun costo significativo. Tra coloro che sono stati oggetto della sua aggressione, acuisce gli incentivi a sviluppare strategie di logoramento e ritorsione a più lungo termine. L’estensione geografica degli interventi israeliani aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. Gli sforzi compiuti da Israele per insediarsi in infrastrutture militari straniere, come ad esempio in Somaliland e nello Yemen meridionale (e per stabilire basi attraverso rappresentanti regionali come gli Emirati Arabi Uniti), espongono la portata operativa israeliana a linee di rifornimento estese, che sono distanti, insicure e vulnerabili a operazioni militari deterrenti. Invece di strutture gestite direttamente da Israele, questi accordi si basano su basi di terze parti (principalmente degli Emirati), la cui stabilità dipende a sua volta dalle mutevoli dinamiche di potere regionali e dalle priorità statali che sfuggono al controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza efficace a tale distanza aumenta la probabilità che sorgano nuovi ostacoli militari, nuove restrizioni finanziarie e nuovi intrecci imprevisti, che possono risultare difficili da gestire nel tempo, soprattutto quando dallo Yemen Ansar Allah minaccia di attaccare qualsiasi futura base militare israeliana creata in Somaliland. Testi consigliati Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria armamentística israelí, «Diario Red» 22/04/25 Mitchell Plitnick, La ocupación estadounidense de Gaza ha comenzado, «Diario Red» 02/02/26 e Qué significa el ataque de Estados Unidos a Venezuela para Oriente Próximo, «Diario Red» 19/01/26 Craig Mokhiber, El inicio de la era de la impunidad: Venezuela, Palestina y el fin del derecho internacional, «Diario Red» 13/01/26 e La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza, «Diario Red» 21/11/25 Nora Barrows-Friedman, Israel profana tumbas y cementerios de forma masiva en Gaza, «Diario Red» 02/02/26 e El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza, «Diario Red» 18/01/26 Qasaam Muaddi, Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida, «Diario Red» 18/01/26 Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomia di un genocidio (2024) e Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo, «El Salto» 20/04/ 2023 e 26/06/2024 Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024) Baruch Kimmerling, Politicidio: la guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004) Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, nonché nella competizione tra le grandi potenze.
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Hamas non deporrà le armi unilateralmente Barbara Galinska In esclusiva: Hamas afferma che non deporrà le armi unilateralmente, mentre Trump e Netanyahu minacciano di riprendere la guerra genocida su larga scala. Basem Naim, alto funzionario di Hamas, spiega che la resistenza palestinese non è disposta a rinunciare al suo esiguo armamento costituito da armi leggere, la sua rete di tunnel e alla sua limitata capacità di produzione di razzi, richiesta avanzata dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu per umiliare ulteriormente la popolazione palestinese e concepita per provocare la ripresa della guerra genocida, incoraggiata dal presidente fascista degli Stati Uniti e dalle potenze democratiche genocidarie occidentali. Mentre il presidente Donald Trump si prepara a convocare giovedì il primo incontro ufficiale del suo assurdo Board of Peace, lui stesso e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno nuovamente ribadito la loro richiesta che Hamas e le altre fazioni della resistenza palestinese depongano immediatamente le armi, insistendo sulla condizione che tutte le armi leggere debbano essere consegnate prima che l'esercito israeliano ritiri le sue forze. «È molto importante che Hamas mantenga il suo impegno alla smilitarizzazione totale e immediata», ha ribadito Trump in un post pubblicato domenica sul social Truth. Questa richiesta viene presentata come condizione sine qua non per l'avvio di qualsiasi ricostruzione a Gaza, ma non fornisce alcuna garanzia per la sicurezza o la sovranità palestinese. Un alto funzionario israeliano ha anche affermato lunedì scorso che Trump sta valutando di imporre un termine di due mesi affinché i palestinesi consegnino le armi. Sia Trump che Netanyahu hanno minacciato che potrebbe riprendere una guerra su larga scala contro Gaza, se Hamas si rifiuterà di capitolare. Hamas, dal canto suo, non ha partecipato ad alcun negoziato formale negli ultimi mesi. Nonostante le notizie dei media su nuove bozze e preparativi degli Stati Uniti per i negoziati, i leader di Hamas affermano che non è stata presentata formalmente alcuna proposta al movimento e che non si sono tenute riunioni ufficiali con il gruppo per discutere possibili scenari. Basem Naim, un alto dirigente di Hamas che ha partecipato attivamente ai negoziati per raggiungere l'accordo di cessate il fuoco, ha dichiarato a Drop Site che il suo partito non accetterà le richieste vessatorie di disarmare unilateralmente la resistenza palestinese, né si sottometterà a una totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Naim ha ribadito che il partito di Hamas è disposto a negoziare il disarmo delle forze di resistenza solo se questo è collegato a un cessate il fuoco a lungo termine, che ponga dei limiti a Israele e sia accompagnato da un processo politico che porti alla creazione di uno Stato palestinese e di una forza armata in grado di difendersi. «La nostra posizione al riguardo è molto chiara», ha affermato Naim. «Prima di parlare di disarmo o confisca delle armi, riteniamo necessario che Netanyahu e il suo governo estremista, insieme ai mediatori e al garante statunitense, garantiscano la piena attuazione di tutto ciò che è stato concordato nella prima fase, in modo da produrre un cambiamento fondamentale nella situazione umanitaria a Gaza». «La resistenza palestinese e le sue armi sono un diritto legittimo e di conseguenza il disarmo è rifiutato e non sarà accettato da nessun palestinese», ha continuato Naim. «Il problema è fondamentalmente politico, non di sicurezza, e la sua soluzione non risiede nelle armi della resistenza, ma nella fine dell’occupazione sionista. Gaza non è un progetto immobiliare, è parte integrante della patria palestinese». Netanyahu ha affermato regolarmente e falsamente, spesso sostenuto da Trump e da altri leader occiden tali, che Hamas ha accettato il disarmo totale della resistenza palestinese come parte della prima fase del limitato accordo di "cessate il fuoco" firmato nell'ottobre 2025. Netanyahu ha anche giustificato la morte di oltre seicento palestinesi dalla firma del "cessate il fuoco", sostenendo che sia i combattenti di Hamas che i civili stanno violando l'accordo. In realtà, Hamas non ha firmato alcun termine relativo al disarmo, ma ha ribadito di non poter raggiungere un accordo unilaterale sul futuro governo o sulla resistenza armata a nome dell'intero popolo palestinese. «È chiaro che Netanyahu e il suo governo estremista stanno cercando nuove giustificazioni per continuare l'aggressione contro Gaza e riprendere la guerra, nonostante tutte le posizioni regionali e internazionali che rifiutano la ripresa dei combattimenti», ha detto Naim. «Anche Hamas sta facendo tutto il possibile per evitare la ripresa della guerra. Fino a poco tempo fa, Netanyahu utilizzava la questione dei prigionieri [israeliani] per giustificare il proseguimento dell'assalto alla Striscia di Gaza, il rifiuto di ritirare le sue forze militari, di aprire i valichi di frontiera e autorizzare l’ingresso degli aiuti», ha concluso l'alto dirigente di Hamas. Durante il genocidio di Gaza, Israele ha chiesto la resa totale non solo di Hamas, ma anche della causa di liberazione palestinese. I responsabili di Hamas hanno dichiarato a Drop Site che, sebbene il gruppo rifiuti il disarmo totale, è disposto a negoziare la questione delle armi, compreso lo stoccaggio verificato a livello internazionale o lo smantellamento di alcune armi «offensive», a condizione che venga istituita una forza di sicurezza palestinese a Gaza. I responsabili di Hamas e della Jihad islamica palestinese hanno sostenuto che la resistenza armata si dissolverebbe solo nel contesto dell'istituzione di una forza armata palestinese riconosciuta a livello internazionale e in grado di difendere il proprio territorio e il proprio popolo. Il piano di Trump richiede la distruzione delle "infrastrutture offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi", e una visione a più lungo termine per "un processo concordato di smantellamento" di altre armi. «La vita a Gaza oggi è insostenibile», ha affermato Naim, sottolineando che la proposta e le richieste comunicate non offrono alcuna garanzia per la sicurezza palestinese. «Come si può parlare di disarmo mentre l'aggressione continua e Netanyahu non si impegna a un cessate il fuoco? Si stanno formando, sostenendo e appoggiando bande armate per compiere pericolose operazioni di sicurezza, come rapimenti e omicidi. Come si può parlare di disarmo quando [quasi] il 60% della Striscia di Gaza è ancora occupata da Israele?». Accordi di sicurezza reciproca Come riportato in precedenza da Drop Site, Hamas ha ripetutamente suggerito ai mediatori regionali una soluzione al problema delle armi che preveda che la resistenza palestinese immagazzini o «congeli» le proprie armi e non le utilizzi in alcun attacco contro Israele. Questa proposta, che farebbe parte di un cessate il fuoco a lungo termine imposto a livello internazionale, avrebbe il sostegno degli stessi gruppi di resistenza palestinesi. La violazione di un accordo di questo tipo, specialmente un accordo sostenuto da un gran numero di paesi arabi e islamici, avrebbe gravi conseguenze per l'intera lotta palestinese. La chiave del suo successo, hanno avvertito i funzionari palestinesi, sarebbe costringere Israele a rispettare l'accordo. Israele ha sistematicamente violato gli accordi di cessate il fuoco non solo con la Palestina, ma anche con il Libano, Paese che continua a bombardare quasi quotidianamente nonostante il cessate il fuoco firmato nel novembre 2024. Le proposte di Hamas non hanno portato a nulla e, da quando Trump ha ufficialmente avviato il Board of Peace, non ci sono state praticamente discussioni sostanziali con i leader di Hamas. Domenica scorsa Netanyahu ha cercato di anticipare qualsiasi possibile negoziazione tecnica con Hamas, che consenta ai combattenti palestinesi di conservare almeno le armi leggere, dichiarando che la Striscia di Gaza deve essere completamente smilitarizzata come condizione affinché Israele passi alla seconda fase dell'accordo. «Ciò che deve accadere è che prima Hamas venga disarmato e poi Gaza smilitarizzata. Disarmare significa che deve consegnare le armi», ha detto Netanyahu in un discorso pronunciato alla conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane riunite a Gerusalemme, scartando l'idea di negoziati sul disarmo. «Non ci sono praticamente armi pesanti a Gaza. Non c'è artiglieria, non ci sono carri armati, non c'è niente. L'arma pesante, quella che causa più danni, si chiama AK-47, e basta. È così che giustiziano le persone. È così che sparano alla nostra gente. È quello che hanno usato nel massacro del 7 ottobre, dei fucili d'assalto" ha aggiunto. "Quella è l'arma principale e deve sparire". Lunedì Yossi Fuchs, segretario di gabinetto del primo ministro e consigliere principale di Netanyahu, ha affermato che il governo Trump ha chiesto a Israele di concedere un periodo di due mesi per costringere Hamas a disarmarsi prima che lo Stato terrorista israeliano rilanci un attacco militare su larga scala contro Gaza. "Attualmente ci stiamo preparando per un periodo di circa sessanta giorni durante il quale Hamas avrà la possibilità di disarmarsi. Siamo in totale coordinamento con gli americani, questa è stata la loro richiesta, che noi rispettiamo", ha dichiarato Fuchs in una conferenza stampa tenutasi a Gerusalemme. "Questo processo sarà monitorato, se andrà bene, ottimo. In caso contrario, le Forze di Difesa Israeliane dovranno tornare e completare la missione". Fuchs ha affermato di non sapere quando inizierà il periodo di sessanta giorni, ma ha previsto che, se il disarmo totale non avverrà entro giugno, Israele riprenderà la sua guerra totale contro Gaza. "Parlare di disarmo significa l'assenza di qualsiasi accordo di sicurezza reciproco, lasciando Israele libero di operare nella Striscia di Gaza dove, quando e come vuole?", ha chiesto Naim. «Cercare di presentare il problema come l'esistenza di armi in mano palestinese, armi leggere che non possono essere paragonate in alcun modo all'arsenale convenzionale, chimico, biologico o nucleare posseduto da Israele, non considera ciò a cui abbiamo assistito nei due anni di genocidio nella Striscia di Gaza. Queste armi leggere in mano al popolo palestinese servono fondamentalmente per l'autodifesa, non per aggredire nessuno. Pertanto, tale misura è respinta e non può essere approvata, come affermano o esigono». Naim ha affermato che la posizione di Hamas è che qualsiasi proposta relativa alle armi o al disarmo deve concentrarsi su accordi di sicurezza reciproca e non su richieste unilaterali imposte alla parte palestinese. «Bisogna impedire che Israele continui l'aggressione e garantire l'istituzione di un cessate il fuoco di diversi anni, tre, cinque o sette, parallelamente al processo politico», ha affermato. «Durante questo periodo, la resistenza si impegnerebbe, sotto la supervisione palestinese, araba e internazionale, a rispettare il cessate il fuoco. Durante questo periodo, le armi sarebbero ritirate dal terreno e immagazzinate, dando al governo palestinese o al comitato amministrativo l'opportunità di gestire tutte le questioni civili e di sicurezza nella Striscia di Gaza senza interferenze da parte di nessuno». Questa posizione è stata espressa sistematicamente dai responsabili di Hamas sin dalla firma dell'accordo dell'ottobre 2025 a Sharm El Sheikh, in Egitto. Nonostante la falsità della descrizione generale fornita dai responsabili statunitensi e israeliani secondo cui Hamas avrebbe accettato tutte le condizioni di Trump, questa organizzazione e altre fazioni palestinesi non hanno firmato alcun accordo al di là della definizione di un cessate il fuoco, dello scambio di prigionieri e della creazione di un quadro iniziale per il ridispiegamento o il ritiro delle forze israeliane da alcune parti di Gaza. Ufficialmente, non esiste alcun accordo su una "seconda fase". I negoziatori palestinesi hanno chiarito che le richieste che riguardano il futuro di uno Stato palestinese, le armi delle fazioni di resistenza e altre questioni essenziali richiederebbero la consultazione di un'ampia rappresentanza dei partiti e delle fazioni politiche palestinesi. "Abbiamo discusso un approccio globale e olistico. In primo luogo, la questione umanitaria deve essere completamente separata dalle altre questioni: la vita quotidiana della popolazione, ovvero il suo approvvigionamento alimentare, l'accesso all'acqua e la disponibilità di medicinali, non può continuare a essere in balia di questo governo fascista e della sua agenda politica, il cui obiettivo dichiarato è risolvere il conflitto con la forza a favore dell'entità [sionista] e cancellare l'esistenza palestinese", ha affermato Naim. «Deve anche essere verificato un processo politico serio con scadenze definite, che inizi e finisca con la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale. A quel punto, le armi e i combattenti della resistenza entrerebbero a far parte di quello Stato e del suo esercito». «O disarmo o guerra» Lo scorso fine settimana Trump ha annunciato di aver ricevuto oltre 5 miliardi di dollari in impegni per il suo Board of Peace e che i paesi partner si sono impegnati a schierare migliaia di soldati come parte di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF). Sebbene Trump non abbia nominato Paesi specifici, l'Indonesia è stata la prima nazione a dichiarare pubblicamente la propria partecipazione, annunciando che si stava preparando per un possibile dispiegamento di fino a 8000 soldati. Molte nazioni hanno dichiarato che non invieranno truppe se la missione includerà il disarmo o lo scontro con le fazioni della resistenza palestinese. Hamas ha affermato di accogliere con favore una forza internazionale, ma solo affinché funga da cuscinetto neutrale tra le forze israeliane e la popolazione palestinese residente a Gaza. "La partecipazione dell'Indonesia non ha come obiettivo missioni di combattimento o di smilitarizzazione", si legge in una dichiarazione del 14 febbraio del Ministero degli Affari Esteri indonesiano, che ha poi aggiunto che "il mandato è di natura umanitaria e si concentra sulla protezione della popolazione civile, sull'assistenza umanitaria e sanitaria, sulla ricostruzione, nonché sulla formazione e lo sviluppo delle capacità e delle competenze della polizia palestinese". La dichiarazione affermava che l'Indonesia «porrebbe fine alla sua partecipazione se l'attuazione della Forza di stabilizzazione internazionale si discostasse» da tale mandato. Il piano di Trump prevede anche la creazione di una forza di polizia palestinese sotto la bandiera del nuovo organo di governo tecnocratico noto come Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (CNAG). Composto da quindici palestinesi, il CNAG, organismo situato al livello più basso della gerarchia organica del Board of Peace creato da Trump, è l'unico organo che include palestinesi. Quando il genero di Trump, Jared Kushner, ha presentato una serie di diapositive sul piano di suo suocero in occasione dell’insediamento del Board of Peace tenutosi a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio, una diapositiva intitolata "Principi di smilitarizzazione" affermava: "Le armi pesanti saranno ritirate immediatamente. Le armi personali saranno registrate e ritirate per settori man mano che la polizia del CNAG sarà in grado di garantire la sicurezza personale". La sezione concludeva: "Lo stato finale: solo il personale autorizzato dal CNAG potrà portare armi". Un alto funzionario del Board of Peace di Trump ha inoltre indicato che gli sforzi per disarmare i gruppi di resistenza palestinesi sarebbero stati compiuti nell'ambito della creazione di una forza di sicurezza palestinese e non come un atto formale di resa. Il fatto che i funzionari di Trump sembrassero orientarsi verso un processo di disarmo più lento di quello richiesto da Netanyahu è stato rafforzato anche da un articolo pubblicato dal New York Times che descriveva un progetto di piano statunitense che avrebbe richiesto ad Hamas di «consegnare tutte le armi in grado di attaccare Israele, ma avrebbe permesso al gruppo di conservare alcune armi leggere, almeno inizialmente». Il leader di Hamas a Gaza, il dottor Khalil Al-Hayya, ha recentemente incontrato al Cairo Nickolay Mladenov, l'alto rappresentante dell'amministrazione Trump, anche se un alto funzionario di Hamas ha detto a Drop Site che durante l'incontro non sono state presentate proposte ufficiali sul disarmo della resistenza palestinese. "In alcuni incontri, la questione è stata sollevata in termini generali, ma finora non è stata avviata alcuna discussione ufficiale con noi", ha detto il funzionario. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, tenutasi lo scorso 13 febbraio, a Mladenov è stato chiesto quale sarebbe la situazione che vorrebbe vedere a Gaza tra un anno. "Mi auguro che avremo compiuto progressi significativi nel dispiegamento della nuova forza di sicurezza palestinese all'interno di Gaza e che Hamas avrà rinunciato a una parte significativa del suo armamento, in modo da poter avanzare al punto che Israele possa ritirarsi dalla Linea Gialla", ha detto Mladenov, un diplomatico bulgaro che è stato il massimo inviato delle Nazioni Unite nella regione tra il 2015 e il 2020. «Queste sono condizioni che ritengo fondamentali se vogliamo tornare alla risoluzione politica della questione palestinese, poiché questa richiede negoziati, richiede una leadership palestinese unica su tutto il territorio occupato e richiede un dialogo facilitato, non supervisionato, ma facilitato, dagli Stati Uniti, dall'Europa e da altri attori, come è stato in passato». Sebbene il calendario teorico di Mladenov sembri contraddire le richieste di Netanyahu di un disarmo immediato, egli ha anche riconosciuto che non ci sarebbe alcuna ricostruzione seria né alcun ritiro militare israeliano a meno che non venisse dissolta la resistenza palestinese. Su questo punto, Mladenov ha affermato che non solo dovrebbe essere disarmato il braccio armato di Hamas, ma anche la Jihad Islamica e tutte le altre fazioni armate. Ha definito il piano di Trump «l'unica opzione per andare avanti con qualcosa che abbia senso a Gaza, porre fine a questa guerra e non permettere il ritorno alla violenza». Mladenov ha aggiunto: «Gaza deve essere governata da un'autorità di transizione autorizzata dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza in virtù della quale deve assumere il controllo civile e della sicurezza totale di Gaza, il che include il disarmo di tutte le fazioni della resistenza palestinese attive a Gaza, non solo di Hamas». Mladenov ha affermato che questa è la condizione affinché le forze israeliane si ritirino dalla Striscia e inizi la ricostruzione. «La realtà è che tutto questo deve procedere molto rapidamente», ha affermato. "Permettetemi di essere assolutamente chiaro sui rischi che corriamo qui: il primo rischio è che non si arrivi alla seconda fase del cessate il fuoco, ma si passi alla seconda fase della guerra, e questa è una grave minaccia". Ha detto che, se Israele riprendesse la guerra, non ci sarebbe spazio per il Board of Peace «fino a quando non vedremo cosa rimane e raccoglieremo le macerie, potenzialmente, alla fine della stessa». Mladenov ha avvertito che, se la fase due non si attivasse rapidamente, la divisione di Gaza in due metà da parte di Israele e il suo trattamento come entità separata dalla Cisgiordania e non come parte dello stesso territorio occupato sarebbero «consolidati». Naim ha criticato duramente la dichiarazione di Mladenov. «È vergognoso sentire un certo politico statunitense o un funzionario internazionale come Mladenov dire: "O disarmo o guerra", perché in quest'ultimo caso ciò lo rende portavoce del governo israeliano, cessando di essere di conseguenza rappresentante di un organismo che lavora per creare la pace». Questo ultimatum coercitivo costituisce il fulcro della campagna di Israele per garantire il mantenimento del controllo totale sulla parte orientale di Gaza, nonché la sua capacità di attaccare a piacimento le zone occidentali e di impedire le minime concessioni offerte alla parte palestinese. La fase due del piano di Trump prevede un piano di ricostruzione su larga scala, una maggiore libertà di movimento per i palestinesi attraverso il valico di frontiera di Rafah con l'Egitto, l'empowerment, sotto la guida di Mladenov, del comitato tecnocratico di transizione palestinese per assumere le funzioni di base di governo e il graduale dispiegamento di una forza di sicurezza palestinese nella Striscia di Gaza. Il piano include anche delle condizioni che richiedono il ritiro delle forze israeliane in un perimetro tracciato intorno alla Striscia di Gaza, invece dell'attuale status quo in cui Israele occupa più della metà dell'enclave. "Gli Stati Uniti stanno facendo in questo momento la parte dei poliziotti buoni, a fronte della parte di poliziotto cattivo di Netanyahu. Gli americani parlano di ricostruzione e pace, mentre lui mantiene la minaccia della guerra. Quindi li vedo impegnati in un esercizio di depistaggio, che spinge costantemente Hamas alle corde", ha detto Sami Hermez, analista politico e professore di antropologia alla Northwestern University del Qatar. "Non credo che si possano separare gli Stati Uniti e Israele o Trump e Netanyahu, come se si trattasse di due strategie diverse e non di partner impegnati in una strategia globale in cui lavorano in tandem. È ingenuo pensare il contrario o seguire la narrativa dei media secondo cui Trump ogni tanto non è d'accordo con Netanyahu ". Devastazione a Gaza Nonostante la generale struttura coloniale del Board of Peace e la costante deferenza di Trump nei confronti dell'agenda di Israele, Netanyahu continua a rifiutare pubblicamente qualsiasi piano che consenta ai palestinesi di rimanere a Gaza con una minima parvenza di autonomia o con la possibilità di ricostruire le loro case, ospedali, strade o scuole. Israele ha sistematicamente rifiutato di rispettare i termini del cosiddetto accordo di cessate il fuoco firmato nell'ottobre 2025. Nei quattro mesi trascorsi dalla sua entrata in vigore lo scorso 10 ottobre, sono state registrate circa 1620 violazioni da parte di Israele, secondo gli ultimi dati dell'Ufficio stampa del governo di Gaza. Tra queste vi sono centinaia di incidenti con sparatorie, bombardamenti e attacchi aerei ripetuti, incursioni in quartieri residenziali e demolizioni di case ed edifici. Queste violazioni hanno causato la morte di almeno 603 palestinesi e il ferimento di oltre 1600. Israele ha anche rifiutato di consentire l'ingresso dei quantitativi concordati di generi alimentari e altri prodotti di prima necessità previsti dall'accordo. Sebbene fosse previsto che 600 camion di aiuti entrassero quotidianamente nella Striscia di Gaza, la media è stata di soli 260 camion al giorno. Le consegne di carburante sono state particolarmente limitate, con solo 861 camion entrati rispetto ai 6000 concordati. Israele ha severamente limitato il passaggio da e verso Gaza attraverso il valico di Rafah dalla sua parziale riapertura la scorsa settimana, consentendo solo a circa un quarto del numero previsto di palestinesi di uscire o tornare a Gaza. Mentre Israele continua a far penetrare le sue forze militari nella Striscia di Gaza oltre i limiti consentiti, costruisce anche infrastrutture nelle zone a est della stessa, il che indica l'esistenza di piani a lungo termine per procedere a un'occupazione a tempo indeterminato. Se consideriamo la situazione da una prospettiva più ampia, Netanyahu sta creando uno stato di caos a Gaza, che relega il popolo palestinese in fragili accampamenti costituiti da tende e con un accesso limitato ai beni di prima necessità. Non ha nascosto che l'obiettivo di Israele è che Trump permetta il continuo intensificarsi degli attacchi israeliani, limiti severamente qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita o la speranza di ricostruzione della Striscia di Gaza e incoraggi l'espulsione su larga scala della popolazione palestinese dalla stessa. Con lo spauracchio delle poche armi leggere della resistenza, Netanyahu mantiene la giustificazione politica per continuare la guerra di bassa intensità, che Amnesty International ha definito una continuazione del genocidio, sotto la minaccia della ripresa di operazioni su più ampia scala. "Più a lungo Netanyahu riuscirà a mantenere Gaza inabitabile, meglio sarà per lui; più a lungo riuscirà a ritardare qualsiasi ricostruzione e qualsiasi aiuto, meglio sarà per lui. L'idea del disarmo totale è un buon modo per garantire che non si faccia nulla a Gaza, perché lui sa che si tratta di una richiesta irrealistica", ha affermato Hermez. "Gli Stati Uniti e Israele stanno seguendo sostanzialmente lo stesso copione che hanno utilizzato in Cisgiordania per decenni: parlano di pace e gli Stati Uniti finanziano persino iniziative di pace, mentre le truppe sul campo rendono la vita dei palestinesi un inferno e continuano a opprimere la popolazione palestinese. Tutto in nome di una promessa futura: prima era la creazione di uno Stato dopo Oslo, ora è la semplice ricostruzione di Gaza. L'incognita, ovviamente, è Hamas e la resilienza della vita sul campo". Naim ha affermato che gli eventi accaduti mettono in luce il proseguimento della strategia israeliana, che si protrae da decenni, volta non solo ad annientare le aspirazioni di creare uno Stato palestinese, ma anche ad intensificare la guerra per espellere completamente la popolazione palestinese dalla propria terra. Ha anche sottolineato il continuo assedio di Israele alla Cisgiordania occupata, che consiste nel perpetrare regolari invasioni militari, nell'espansione degli insediamenti illegali e nel moltiplicarsi del terrore che i coloni sostenuti dallo Stato scatenano quotidianamente contro la popolazione palestinese. Ha citato anche le recenti misure giudiziarie che consentono a Israele di registrare per la prima volta dal 1967 i terreni della Cisgiordania come proprietà legale dello Stato. «L'esperienza palestinese negli oltre trentatré anni trascorsi dalla firma degli Accordi di Oslo, la cui premessa era la creazione di uno Stato palestinese, mostra come Israele, specialmente durante la presidenza di Netanyahu iniziata nel 1996, abbia utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per distruggere questa opportunità, per indebolire e minare l'Autorità [Palestinese] e per espandere con ogni mezzo l'annessione del territorio palestinese. Le recenti decisioni, che eludono le leggi vigenti e gli obblighi contratti dallo Stato israeliano nei confronti dei palestinesi e dei giordani e che annullano la legge giordana e la capacità amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese, equivalgono a un'annessione sia di fatto che legale», ha affermato. «Questa esperienza conferma che il problema non è mai stato il popolo palestinese o la sua resistenza, ma il progetto israeliano di colonizzazione, volto a cancellare l'esistenza palestinese e a porre fine alla causa palestinese a favore di uno Stato ebraico tra il fiume e il mare». Naim ha aggiunto: «Ciò che Netanyahu e il suo esercito non sono riusciti a ottenere in due anni, non lo otterranno con nessun altro mezzo, indipendentemente dal sostegno che potranno ricevere da qualsiasi altro attore». Si consiglia di leggere Jeremy Scahill y Jawa Ahmad, «El inquebrantable Nael Barghouti» y «Trump, Gaza y los Acuerdos de Oslo: un déjà vu», Huda Ammori, «Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí», Nora Barrows-Friedman, «El genocidio israelí continua implacable durante el «alto el fuego» ante el silencio y la complicidad occidentales» y «El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza», Ali Abunimah, «La Junta de Paz de Trump: multimillonarios, compinches y genocidas», Craig Mokhiber, «El mundo de rodillas: la «Junta de Paz» de Trump y los tiempos oscuros que se avecinan» y «La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza»; Qassam Muaddi, «Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida» Michael Arria, «Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento», todos ellos publicados en Diario Red. Consejo de Derechos Humanos de Naciones Unidas, Informes de la Relatora Especial sobre la situación de los derechos humanos en los territorios palestinos ocupados desde 1967, Francesca Albanese, «Anatomía de un genocidio» (2024) y «De la economía de la ocupación a la economía del genocidio» (2025) y «Gaza Genocide: a Collective Crime» (2025). Ilan Pappé, «Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?» y «El colapso del sionismo», El Salto. Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Drop Site ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso
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Quando Jonathan Swift urinò sul Potere Samuele Arcangioli e Arlenys Taietti Aver classificato Jonathan Swift fra gli scrittori per l’infanzia ha permesso di nascondere ai più la carica sovversiva di un libro come I viaggi di Gulliver, un’opera edita la bellezza di tre secoli fa, nel 1726 Nel romanzo I Viaggi di Gulliver il capitano Lemuel Gulliver esplora diversi paesi: Lilliput, popolato di nani; Brobdingnag, popolato di giganti; Laputa, isola volante abitata da filosofi e scienziati; Huyhnhnmlandia, dove i cavalli comandano gli uomini. I suoi universi visionari si basano su deformazioni esagerate della realtà e riflettono il nostro mondo e, quindi, possono essere ritenuti i primi racconti di ambienti distopici. Il termine lillipuziano è entrato nel linguaggio comune per indicare qualcosa di estremamente piccolo, ma lo si usa anche per definire persone intellettualmente ottuse e meschine; infatti, i lillipuziani rappresentano i maggiori difetti della vita sociale e politica inglese del Settecento: gli intrighi di corte, la disonestà, le lotte intestine tra partiti avversi e l’ostilità verso l’estero. Preoccupato da una società sempre più fondata su commercio, finanza e mercato, Swift trasforma I viaggi di Gulliver in una critica senza pietà all’Inghilterra dell’epoca; in primis, contro guerre, colonie e fanatismi religiosi, disparità economiche e consumismo, immoralità e corruzione. Swift contro le guerre: «Nella speranza di guadagnarmi sempre più le buone grazie di Sua Maestà, gli parlai della scoperta, fatta tre o quattrocento anni fa, di una certa polvere cadendo in un mucchio della quale una piccola scintilla lo incendierebbe tutto in un attimo, fosse anche grosso come una montagna, e lo farebbe saltare in aria tutto in una volta con un fracasso e un subbuglio maggiori del tuono. Gli dissi che una data quantità di questa polvere cacciata dentro un tubo di bronzo o di ferro, secondo la sua grossezza, è capace di spingere una palla di ferro o di piombo con tale violenza e velocità che nulla può resistervi; che le palle più grosse, così scaricate, non solo possono distruggere in un attimo intere file di un esercito, ma fanno rovinare al suolo le più solide mura, mandano a picco le navi cariche di migliaia d’uomini, e, se son legate fra loro con una catena, spezzano alberi e sartiame, tagliano a mezzo centinaia di corpi e seminano la desolazione dinanzi a sé. Aggiunsi che spesso mettiamo questa polvere in certe grandi palle cave di acciaio e le scagliamo con una macchina in qualche città assediata: allora i selciati saltano, le case vanno in frantumi, le schegge scoppiano e schizzano da ogni parte, e le cervella di tutti coloro che son nelle vicinanze vanno in pappa. Conclusi infine dicendo che conoscevo molto bene gli ingredienti di questa polvere, tutti di poco prezzo e facili a trovarsi, sapevo il modo di mescolarli insieme e potevo dare ai suoi operai le indicazioni per costruire quei tubi […]. Tutto questo io offrivo umilmente a Sua Maestà come piccolo segno di riconoscimento in cambio di tante prove da me ricevute del suo favore e della sua protezione. Il Re fremette di orrore alla descrizione che gli feci di questi terribili meccanismi e alla proposta con cui la accompagnai. E sbigottì che un impotente e abietto vermiciattolo quale io ero (furono queste le sue parole) potesse concepire idee così inumane e venirle a dire con tanta naturalezza da apparir interamente insensibile alle scene di sangue e di desolazione che aveva presentato come normali effetti di quelle macchine infernali, inventate certo, disse, da qualche genio malvagio nemico del genere umano». Swift contro colonie e fanatismi religiosi: «[…] un’altra ragione mi trattenne dal cercar di estendere i domini di Sua maestà con le mie scoperte. A dire il vero, ho qualche dubbio relativamente alla giustizia distributiva dei principi in simili occasioni. Ad esempio, una ciurma di pirati è spinta da una tempesta chissà dove; alla fine un mozzo avvista terra dalla cima dell’albero maestro; essi sbarcano per predare e mettere a sacco; trovano un popolo inerme; sono accolti con gentilezza; danno al paese un nuovo nome; ne prendono formale possesso in nome del loro Re; metton su una tavola tarlata o una pietra in memoria del fatto; assassinano due o tre dozzine di indigeni, ne portano via a forza un paio come campione, tornano in patria e sono perdonati. Di qui ha inizio un nuovo dominio acquistato per diritto divino. Si mandano navi alla prima occasione; gli abitanti sono scacciati o sterminati; i loro capi messi alla tortura perché rivelino i propri tesori; si autorizza ogni efferatezza e ogni lussuria, la terra fuma del sangue degli abitanti: e tale ignobile branco di beccai adoperato per così pia spedizione è quel che costituisce una colonia moderna mandata a convertire e civilizzare un popolo barbaro e idolatra». Swift contro disparità economiche e consumismo: «Gli dissi che i ricchi si godono i frutti del lavoro del povero e che la proporzione dei poveri con i ricchi è di mille a uno; che la massa del nostro popolo era costretta a vivere miserabilmente lavorando tutto il giorno per un meschino salario al solo scopo di far vivere nell’abbondanza alcuni pochi. […] Gli enumerai tutte le vivande che mi venivano in mente e i vari modi di cucinarle aggiungendo che, per questo, eravamo costretti a spedir vascelli in tutte le parti del globo in cerca di liquori, di salse e di altre innumerevoli ghiottonerie. Lo assicurai che bisognava fare almeno tre volte il giro del nostro orbe terracqueo prima che una delle nostre aristocratiche donne avesse una colazione di suo gusto e il vasellame per accoglierla. […] l’Inghilterra (la mia cara terra natia) produceva, a calcoli fatti, una quantità di cibo tre volte superiore al bisogno dei suoi abitanti, e così pure di liquori estratti dai semi e spremuti dai frutti di certi alberi che forniscono eccellenti bevande; e in egual proporzione produceva tutto ciò che è necessario alle comodità della vita. Ma, per alimentar le voluttà e l’intemperanza dei maschi e la vanità delle femmine, mandiamo in altre regioni la maggior parte delle cose a noi necessarie e da quelle, in cambio, importiamo prodotti buoni solo a fomentar malattie, pazzia e vizio, di cui facciamo commercio tra noi. […] Gli dissi che il vino non era importato fra noi da lontane contrade per supplire alla mancanza di acqua o di altre bevande, ma perché è una sorta di bevanda che ci rende allegri mandandoci fuor di senno, disvia ogni pensiero malinconico, fa sorgere nel cervello stravaganti fantasie, risveglia le speranze e bandisce i timori, sospende momentaneamente l’uso della ragione, ci toglie il vigor delle membra finché ci abbatte in un profondo sonno; bisogna tuttavia riconoscere che ci risvegliamo sempre sconvolti e depressi e che l’uso di questa bevanda ci colma di infermità che turbano e abbreviano la nostra esistenza». Swift contro immoralità e corruzione: «Cominciai informando Sua maestà che il nostro territorio consisteva in due isole le quali componevano tre possenti reami sotto un solo sovrano, oltre alle nostre colonie di America. […] Del tutto sbalordito rimase poi al racconto che gli feci della nostra storia negli ultimi cento anni, affermando che era solo un cumulo di cospirazioni, ribellioni, assassinii, massacri, rivoluzioni, proscrizioni: il peggior effetto, insomma, che l’avarizia, la faziosità, l’ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la rabbia, la follia, l’odio, l’invidia, la lussuria, la malizia e l’ambizione potessero produrre. In un’altra seduta, Sua Maestà durò fatica a ricapitolare tutto ciò che gli avevo detto; confrontò le domande fatte e le risposte date, poi, presomi fra le mani, e battendomi delicatamente sulla spalla, pronunziò queste parole che non dimenticherò mai come mai dimenticherò il tono con cui le disse: […] voi mi avete fatto un meraviglioso panegirico del vostro paese: avete chiaramente dimostrato che l’ignoranza, la pigrizia e il vizio sono gli elementi più adatti che si richiedono in un vostro legislatore; che le leggi sono spiegate, interpretate e applicate soprattutto da coloro il cui interesse e la cui abilità consistono nello snaturarle, imbrogliarle ed eluderle. Vedo, nel vostro popolo, certe linee fondamentali di una costituzione che, alle sue origini, poteva anche esser passabile; ma son quasi cancellate e quel che ne rimane è interamente macchiato e infamato dalla corruzione. Da tutto ciò che mi avete detto non risulta minimamente che, tra voi, per giungere a una qualsiasi carica, sia richiesta una qualsiasi virtù, e tanto meno che la virtù nobiliti tra voi l’uomo, che i sacerdoti sian promossi per la pietà e la dottrina, i soldati per la condotta e il valore, i giudici per l’integrità, i pari per l’amor patrio e i consiglieri per la saggezza. […] sono costretto a concludere che la massa dei vostri compatrioti è la più perniciosa e abominevole razza di insettaglia cui la Natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della terra». Pare che George Orwell non avesse grande stima di Swift, ma è quasi certo che abbia attinto un bel po’ dal suo ampio serbatoio di idee: se Orwell, in 1984, inventa un ministero della storia, Swift aveva già inventato una sorta di ministero della filologia per decodificare i significati nascosti nelle espressioni dei sudditi; se Orwell descrive tecniche di lavaggio del cervello, Swift aveva già pensato a scienziati di regime che «progettano di abolire del tutto l'individualità asportando parti del cervello di un uomo e innestandole sulla testa di un altro». Sempre a proposito di questi due grandi scrittori, nel saggio Politica contro letteratura: un’analisi dei Viaggi di Gulliver, Orwell scrive: «[…] è difficile non percepire che, nei suoi momenti più sagaci, Gulliver è semplicemente lo stesso Swift, e c’è almeno un episodio in cui lo scrittore sembra dare libero sfogo al suo privato malcontento verso la società contemporanea. Si ricorderà che quando il palazzo dell’imperatore di Lilliput prende fuoco, Gulliver lo spegne urinandoci sopra». E allora, per concludere, godiamo il giusto leggendo il momento in cui Gulliver/Swift svuota la vescica sul palazzo del Potere: «Parecchi cortigiani, fattisi largo fra la folla, mi pregarono di venir subito alla reggia, dove gli appartamenti di Sua Maestà l’Imperatrice erano in fiamme in seguito all’imprudenza di una damigella d’onore che si era addormentata leggendo un romanzo. Mi tirai su in un attimo e, poiché si era già dato ordine di sgombrare le strade dinanzi a me, feci in modo di arrivare al Palazzo senza calpestare nessuno, favorito inoltre da una notte lunare. Trovai le scale appoggiate alle mura e secchi in abbondanza, ma l’acqua era piuttosto distante. I secchi eran poco più grandi di un ditale; quella povera gente me li porgeva più in fretta che poteva, ma poco giovavano contro la fiamma gagliarda. Avrei potuto facilmente soffocarla con la mia giacca, ma nella furia l’avevo disgraziatamente dimenticata e mi trovavo col solo panciotto di cuoio. La situazione sembrava disperata e miseranda, e quella magnifica reggia sarebbe inevitabilmente precipitata in fiamme se una presenza di spirito in me insolita non mi avesse fatto balenare a un tratto un’idea. La sera prima avevo bevuto abbondantemente un eccellente vino […] che ha virtù intensamente diuretiche e, per colmo di fortuna, non me n’ero alleggerito nemmeno di una goccia. Il caldo che mi veniva dalla vicinanza delle fiamme e dalla fatica che facevo a cercar di spegnerle facilitò al vino il suo effetto: ed io versai così abbondantemente le mie acque convogliandole tanto bene nei punti più opportuni che in tre minuti il fuoco era totalmente estinto, e salvato dalla distruzione il resto di quella nobile mole la cui costruzione aveva richiesto il lavoro di tanti secoli. […] l’Imperatrice, sconvolta dalla più profonda nausea per ciò che avevo fatto, si era trasferita nella più remota ala del palazzo dopo avere irrevocabilmente stabilito che mai più quegli appartamenti sarebbero stati restaurati per suo uso. Né si era potuta trattenere, in presenza dei suoi più intimi confidenti, dal giurarmi eterna vendetta». È proprio vero, ‘sta gente che comanda non è mai contenta. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com English translation by Serena Duchi When Jonathan Swift urinated on Power Marco Sommariva Labelling Jonathan Swift as a children's writer has helped most people miss the subversive punch of a book like Gulliver's Travels, first published a full three centuries ago, in 1726. In the novel, Captain Lemuel Gulliver explores several lands: Lilliput, peopled by tiny folk; Brobdingnag, inhabited by giants; Laputa, a flying island inhabited by philosophers and scientists; and Houyhnhnmland, where horses rule over humans. His visionary worlds rest on exaggerated distortions of reality and, by reflecting our own, can be seen as some of the earliest tales set in dystopian worlds. The word Lilliputian has entered everyday language to mean something extremely small, but it is also used to describe people who are intellectually dim and mean‑spirited. The Lilliputians embody the worst vices of eighteenth‑century English social and political life: court intrigue, dishonesty, vicious infighting between rival parties, and hostility towards foreigners. Alarmed by a society increasingly built on commerce, finance, and the market, Swift turns Gulliver’s Travels into a pitiless critique of the England of his day: above all, of wars, colonies and religious fanaticism, economic inequality and consumerism, immorality and corruption. Swift on war: «In the hope of earning ever more of His Majesty’s favour, I told him of a discovery made three or four hundred years ago: a certain powder, of which a tiny spark dropped into a heap would set it all ablaze in an instant, even if it were as big as a mountain, and would blow it into the air at once with a crash and commotion greater than thunder. I told him that a given quantity of this powder, rammed into a tube of bronze or iron, depending on its size, can drive a ball of iron or lead with such force and speed that nothing can withstand it; that the largest balls, discharged in this way, can not only destroy whole ranks of an army in a moment, but bring down the stoutest walls, sink ships laden with thousands of men, and, if the ships are chained together, snap masts and rigging, cut hundreds of bodies clean in two, and sow devastation before them. I added that we often put this powder into certain great hollow balls of steel and hurl them, by means of an engine, into a besieged city: then the pavements leap up, houses are shattered, splinters burst and fly in every direction, and the brains of everyone nearby are mashed to pulp. I concluded by saying that I knew very well the ingredients of this powder, all cheap and easy to found, knew how to mix them, and could give his workmen instructions for making those tubes […]. All this I humbly offered His Majesty as a small token of gratitude in return for the many proofs I had received of his favour and protection. The King shuddered with horror at my description of these dreadful mechanisms and at the proposal that went with it. He was astonished that an impotent and despicable little worm such as I was (those were his words) could conceive ideas so inhuman, and speak of them so naturally as to seem wholly unmoved by the scenes of blood and desolation I had presented as the normal effects of those infernal machines – certainly invented, he said, by some wicked genius, an enemy of humankind». Swift on colonies and religious fanaticism: «[…] another reason kept me from trying to extend His Majesty’s dominions with my discoveries. To tell the truth, I have some doubts about the distributive justice of princes on such occasions. For instance, a crew of pirates is driven by a storm – who knows where; at last a cabin‑boy sights land from the masthead; they go ashore to plunder and sack; they find an unarmed people; they are received with kindness; they give the country a new name; they take formal possession of it in the name of their King; they set up a worm‑eaten plank or a stone as a memorial; they murder two or three dozen natives, carry off a couple by force as specimens, return home and are pardoned. Thus begins a new dominion acquired by divine right. Ships are sent at the first opportunity; the inhabitants are driven out or exterminated; their chiefs are put to the torture to make them reveal their treasures; every cruelty and every lust is sanctioned; the land smokes with the blood of its people – and this vile rabble of butchers, employed on so pious an expedition, is what makes up a modern colony sent to convert and civilise a barbarous and idolatrous people». Swift on economic inequality and consumerism: «I told him that the rich enjoy the fruits of the poor man’s labour, and that the ratio of poor to rich is a thousand to one; that the bulk of our people are forced to live miserably, working all day for a paltry wage simply so that a few may live in abundance. […] I listed every kind of food I could think of and the different ways of cooking them, adding that for this we are obliged to send ships to every corner of the globe in search of wines, sauces and countless other delicacies. I assured him that one must circle our globe at least three times before one of our aristocratic ladies can have a breakfast to her liking, with the tableware to receive it. […] England (my dear native land) produces – by calculation – three times as much food as its inhabitants need, and likewise spirits distilled from seeds and pressed from the fruits of certain trees that yield excellent drinks; and in the same proportion it produces everything required for the comforts of life. But to feed the appetites and intemperance of men, and the vanity of women, we send abroad most of the things we need, and in exchange import goods fit only to foster disease, madness and vice – then trade them among ourselves. […] I told him that wine is not imported from distant lands to make up for any lack of water or other drinks, but because it is a kind of beverage that makes us merry by making us lose our wits, turns aside every gloomy thought, stirs up strange fancies in the brain, awakens hope and banishes fear, suspends reason for a time, robs us of the strength of our limbs until it drops us into a deep sleep; yet we must admit that we always wake disturbed and depressed, and that the use of this drink fills us with infirmities that trouble and shorten our lives». Swift on immorality and corruption: «I began by telling His Majesty that our territory consisted of two islands which together formed three powerful kingdoms under a single sovereign, besides our American colonies. […] He was utterly astonished by the account I gave him of our history over the past hundred years, saying it was nothing but a heap of conspiracies, rebellions, assassinations, massacres, revolutions and proscriptions: in short, the worst effects that greed, faction, hypocrisy, perfidy, cruelty, rage, madness, hatred, envy, lust, malice and ambition could produce. At another sitting, His Majesty struggled to recap everything I had told him; he compared the questions asked and the answers given; then, taking me in his hands and gently patting me on the shoulder, he uttered these words – which I shall never forget, any more than I shall forget the tone in which he spoke them: […] you have delivered a wonderful panegyric on your country: you have clearly shown that ignorance, idleness and vice are the qualities best required in one of your legislators; that laws are explained, interpreted and applied chiefly by those whose interest and skill lie in perverting, confounding and evading them. I see, in your people, certain fundamental lines of a constitution which, in its beginnings, might even have been tolerable; but they are almost erased, and what remains is wholly stained and disgraced by corruption. From all you have told me it does not appear in the least that, among you, any virtue is required to attain any office – still less that virtue ennobles a man; that priests are promoted for piety and learning, soldiers for conduct and valour, judges for integrity, peers for love of country, and counsellors for wisdom. […] I am forced to conclude that the mass of your compatriots is the most pernicious and abominable race of vermin that Nature has ever allowed to crawl upon the face of the earth». It seems George Orwell had little time for Swift, yet it is almost certain he helped himself to a fair bit from Swift’s vast storehouse of ideas: if Orwell, in 1984, invents a Ministry of History, Swift had already dreamt up a kind of Ministry of Philology to decode the hidden meanings in his subjects’ expressions; if Orwell describes techniques of brainwashing, Swift had already imagined regime scientists who «plan to abolish individuality altogether by removing parts of one man’s brain and grafting them onto another man’s head». Sticking with these two great writers, in his essay Politics vs. Literature: An Examination of Gulliver’s Travels, Orwell writes: «[…] it is hard not to feel that, at his sharpest, Gulliver is simply Swift himself, and there is at least one episode where the writer seems to give free rein to his private discontent with contemporary society. You will remember that when the Emperor of Lilliput’s palace catches fire, Gulliver puts it out by urinating on it». So, to conclude, let us savour it properly by reading the moment when Gulliver/Swift empties his bladder on the palace of Power: «Several courtiers, forcing their way through the crowd, begged me to come at once to the palace, where the apartments of Her Majesty the Empress were in flames through the carelessness of a maid of honour who had fallen asleep while reading a novel. I got up in an instant and, as orders had already been given to clear the streets before me, I managed to reach the Palace without trampling anyone, helped too by the moonlight. I found ladders against the walls and buckets in plenty, but the water was rather far off. The buckets were little bigger than a thimble; the poor people handed them to me as fast as they could, but they did little against the raging fire. I could easily have smothered it with my coat, but in my haste, I had unfortunately forgotten it and had only my leather waistcoat on. The situation looked desperate and miserable, and that magnificent palace would inevitably have gone up in flames had an unusual presence of mind not suddenly flashed an idea upon me. The evening before I had drunk plentifully of an excellent wine […] which has intensely diuretic virtues and – by a stroke of luck – I had not relieved myself of a single drop. The heat from the nearby flames, and the exertion of trying to extinguish them, helped the wine along: and I poured out my waters in such abundance, directing them so neatly to the most suitable spots, that in three minutes the fire was completely out, and the rest of that noble structure – whose building had taken the labour of so many centuries – was saved from destruction. […] The Empress, overcome with the deepest nausea at what I had done, moved to the farthest wing of the palace after irrevocably decreeing that those apartments should never again be restored for her use. Nor could she refrain, in the presence of her closest confidants, from swearing eternal vengeance on me». It’s true, ’cause the people in charge are never happy. Marco Sommariva (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com












