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- scienza e politica
Politica contro Scienza Luca Saraceni È indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? La Politica contro la Scienza? Non mi sarei mai immaginato di scrivere un articolo come questo, io che ho iniziato la maturazione politica nel 1968 denunciando l’uso della Scienza da parte del capitale. Allora si trattava di demistificare la «neutralità» della scienza, mostrando come la scienza fosse spesso usata e a volte diretta in funzione delle scelte politiche della classe dominante. Un esempio inoppugnabile dell’alleanza fra Capitale e Stato nell’uso della scienza fu il Progetto Manhattan realizzato dagli Stati Uniti fra il 1942 e il 1946 con l’appoggio della Gran Bretagna e il Canada. Il progetto riunì eminenti fisici e rappresentanti dell’industria bellica americana per produrre l’arma finale, la bomba atomica. Il potere politico ed economico hanno sempre influito sulle scelte strategiche della scienza, indirizzando la ricerca scientifica ai loro fini attraverso politiche di ricerca e finanziamenti mirati. Negli ultimi decenni, la scienza accademica, nei paesi detti occidentali, è riuscita a ottenere una certa autonomia, purché fosse all’interno delle scelte politiche strategiche degli Stati. Con lo sviluppo accelerato delle tecnologie, la scienza applicata ha preso il sopravvento nei piani nazionali di ricerca. C’è bisogno assoluto di una collaborazione stretta fra scienza fondamentale e scienza applicata, particolarmente nei campi della ricerca energetica e biologica. Tuttavia le scelte politiche dei paesi industrializzati, convinti che la tecnologia sia il motore di progresso economico e di profitti a breve termine per le aziende, hanno sbilanciato quest’equilibrio verso la ricerca applicata. Lo hanno fatto attraverso la definizione delle priorità strategiche, l’allocazione di fondi pubblici e la creazione di partenariati fra ricerca accademica e aziende private, a profitto di quest’ultime. Gli Stati Uniti, usciti indenni dal secondo conflitto mondiale, grazie alla loro ricchezza e al loro statuto di superpotenza, sono stati il paese che ha assicurato il più forte sviluppo della ricerca scientifica, seppure con attenzione privilegiata allo sviluppo tecnologico (Research and Developpement). Benché il fine di questi investimenti sia il profitto privato, i governi degli Stati Uniti avevano capito il valore strategico della ricerca accademica e avevano finora assicurato una larga autonomia alle sue istituzioni. È proprio da questo paese, gli Stati Uniti, che, sotto la presidenza Trump, la politica ha scatenato un’offensiva senza precedenti contro la scienza. Nel luglio di quest’anno, il Dipartimento dell’Energia ha pubblicato un rapporto che rimette in causa gli effetti nefasti del cambiamento climatico, in aperta contraddizione con il rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC), il più autorevole organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Lo scopo è di invertire la politica federale attuale, basata sul riconoscimento che il riscaldamento per effetto serra rappresenta una minaccia per il benessere pubblico e così permettere il rilancio dell’industria delle energie fossili. Trump aveva già firmato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima pochi giorni dopo il suo insediamento alla presidenza e si appresta a tagliare i fondi alla National Oceanic and Atmospheric Administration, l’Agenzia Federale che si occupa delle previsioni meteorologiche, del monitoraggio del cambiamento climatico e dello studio del mare. Il suo Segretario alla Salute, Robert Kennedy Jr., ha annunciato il licenziamento di 10.000 persone impiegate nelle principali istituzioni di ricerca degli Stati Uniti, il National Institutes of Health, la Food and Drug Administration, e il Center for Disease Control and Prevention. A giugno Kennedy aveva licenziato tutti gli esperti della Commissione di consulenza sulle pratiche di immunizzazione. Ha in seguito cancellato il finanziamento di ventidue progetti vaccinali basati sulla tecnologia dell’acido ribonucleico messaggero (mRNA), bloccando di fatto lo sviluppo di questa tecnologia, considerata uno dei maggiori progressi nella ricerca vaccinale. La tecnologia del mRNA infatti permette una produzione rapida e adattabile all’evoluzione del patogeno, cruciale in caso di nuove pandemie. È stato valutato che i vaccini mRNA hanno salvato milioni di vite durante la pandemia di Covid. Kennedy Jr., sostenuto da Trump, vuole invece dirigere la ricerca scientifica sui presunti legami fra vaccini e autismo, non confermati dagli studi scientifici. I tagli complessivi dei fondi per la ricerca fondamentale previsti dall’amministrazione Trump vanno dal 34% al 50%. La National Science Foundation, nota per sostenere una ricerca fondamentale relativamente indipendente, si vedrà tagliare il budget del 56%. I criteri per decidere la riduzione di finanziamenti, la soppressione di agenzie di ricerca e di programmi scientifici non hanno nulla a che vedere con la scienza. Sono basati sulla volontà presidenziale di farla finita con i programmi che da lontano o da vicino siano in rapporto con i cosidetti « DEI » (Diversità, Equità, Inclusione). Per ritrovare nella storia esempi comparabili di un tentativo di asservimento della scienza all’ideologia, bisogna risalire all’Unione Sovietica di Stalin degli anni ’30-50 del secolo scorso. Secondo una dichiarazione del Comitato Centrale del Partito comunista nel 1950 la purezza delle dottrine marxiste-leniniste doveva essere difesa in tutti i campi della cultura e della scienza. In quell’epoca tutte le ricerche in cosmologia erano state bloccate, in quanto la teoria dell’espansione dell’Universo era considerata idealista e reazionaria. Peggio, la crociata contro la genetica mendeliana e l’evoluzionismo darwiniano (che ricorda la crociata attuale di Kennedy contro i vaccini), costò il lavoro e la libertà a migliaia di genetisti sovietici e a molti di loro la vita. Le teorie e le applicazioni del genetista ufficiale del regime, Trofim Denisovič Lysenko, causarono conseguenze disastrose per l’agricoltura sovietica, contribuendo all’insorgenza di carestie fatali per milioni di persone. Tuttavia la guerra dichiarata dall’amministrazione Trump alla scienza ha caratteri diversi dai tentativi storici del suo utilizzo per fini politici. Non solo perché la distorsione della scienza durante il periodo stalinista obbediva a ragioni ideologiche, mentre la crociata di Kennedy contro i vaccini deriva solo dalle sue opinioni cospirazioniste. Non è solo l’asservimento della scienza che cercano Trump e il Trumpismo. È un attacco contro il sapere scientifico nel suo insieme. Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance l’ha detto chiaramente: «Le università sono il nemico» e l’amministrazione Trump ha tagliato i fondi destinati all’insegnamento e alla ricerca nelle università americane. Il nemico sono il sapere e il metodo scientifico, perché essi si basano non su illazioni ma su fatti. Il metodo scientifico è fondato sull’osservazione, sulla conduzione di esperimenti e sull’analisi dei dati ottenuti. Le ipotesi iniziali sono così sottomesse a verifica per formulare conclusioni affidabili. L’obiettivo delle campagne attuali contro il sapere è di seminare il dubbio. Mettere in discussione l’obiettività della scienza permette di proporre altre fonti di conoscenza e ciò è consono alla nuova era informatica che ha cambiato profondamente i processi d’informazione. Le nuove fonti di conoscenza, estranee non solo al mondo accademico, ma anche ai settori classici dell’informazione, giornali, riviste, libri e canali televisivi pubblici, sono costituite dalle reti sociali. Alla validazione dei risultati da parte della comunità scientifica, attraverso l’esame di esperti indipendenti (peer review), si sostituisce il parere soggettivo, la notizia, lo scoop. Esempi che sarebbero ridicoli, se non avessero causato drammatiche conseguenze, sono i suggerimenti di Trump, durante il suo primo mandato, di usare come rimedi contro il Covid iniezioni di varechina, o ancora farmaci di cui l’efficacia era dubbia o inesistente, come l’idrossiclorochina o l’antiparassitario ivermectina. Le più sfacciate controverità sono state affermate senza scrupoli, come l’asserzione del rapporto del Dipartimento dell’Energia che «il riscaldamento atmosferico porta un beneficio netto per l’agricoltura americana». Conclusioni contrarie a quelle del rapporto del GIEC, secondo cui il cambiamento climatico ha ridotto la produttività agricola negli Stati Uniti del 12,5 % rispetto al 1961. D’altra parte non è lo stesso presidente degli Stati Uniti, che, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, ha definito il riscaldamento climatico come «il più grande imbroglio giammai perpretato al mondo («the greatest con job ever perpetrated on the world»)? Le campagne lobbistiche sostenute dei grandi gruppi privati e il dubbio portato sull’oggettività della ricerca scientifica tendono a sostituire a una ricerca volta al servizio di tutti una pseudo-ricerca al servizio di pochi privati. I movimenti anti-Vax durante la pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti e in Europa hanno costituito un test a grande scala della capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso le reti da parte di cospirazionisti e cialtroni che si spacciavano come esperti. L’interesse politico dei movimenti anti-Vax non è passato inosservato alle formazioni di estrema destra negli Stati Uniti e in paesi d’Europa, come l’Italia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e anche la Francia, che si sono impossessate dei contenuti anti-scienza di queste campagne. All’attivismo anti-Vax si sono gradualmente sovrapposti gli attacchi contro altre tematiche sociali invise all’estrema destra: interruzione volontaria di gravidanza, suicidio assistito, educazione sessuale nelle scuole, per non parlare della violenta campagna anti LGBT+. Discreditare la scienza e speculare sulle differenze di opinioni fra scientifici (differenze normali, dato che la scienza è un processo verso la conoscenza e non una fede dogmatica) per sollevare dubbi sulla loro validità permette al potere, sia esso incarnato dallo Stato o proprio dei grandi gruppi privati, di introdurre e consolidare nuove «verità», consone ai loro interessi. La politica energetica dell’amministrazione Trump avrà gravi conseguenze per la popolazione mondiale, favorendo lo sviluppo delle energie fossili e aggravando i problemi, già critici, legati al cambiamento climatico. La campagna anti-vaccini danneggerà innanzitutto la popolazione degli Stati Uniti. La diminuzione della copertura vaccinale contro il morbillo sta già facendo sentire i suoi effetti, con un picco epidemico in Texas. Gli effetti deleteri non si limiteranno tuttavia agli Stati Uniti. Lo smantellamento del CDC e l’indebolimento della sorveglianza sull’epidemia di Influenza aviaria fra i bovini e altri mammiferi domestici ostacolerà la prevenzione di una possibile pandemia e metterà a rischio l’intera popolazione mondiale (vedi https://www.ahidaonline.com/post/critica-della-politica-della-scienza ). La soppressione dell’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), creata nel 1961 da John Kennedy, ha causato la chiusura di migliaia di programmi umanitari nel mondo. Tra le conseguenze più gravi, la prevenzione e la cura dell’AIDS e i programmi di aiuto contro la fame e la violenza nei paesi poveri sono stati brutalmente interrotti e migliaia di persone stanno già morendo. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite, più di sei milioni di persone sono a rischio di morte nei prossimi quattro anni. Contro questa marea dilagante di disinformazione e di mistificazione non è sufficiente curvare la schiena e resistere. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione, è indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? *Ringrazio Giuseppe Bertoni per la rilettura e i suggerimenti Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia. Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi. «Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»
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Immaterial Workers of the World In occasione della scomparsa di Paolo Virno la rivista «Effimera» gli ha meritatamente reso omaggio pubblicando il testo da lui scritto Che te lo dico a fare comparso sul n. 18 della rivista «DeriveApprodi» nella primavera del 1999. Le decine di articoli firmati da soggetti singoli e realtà collettive che compaiono in quel voluminoso numero ebbero a riferimento quel testo. La discussione preliminare che portò alla sua stesura coinvolse la redazione costruita per quello specifico numero (le redazioni della rivista cambiavano a seconda dei contenuti di ciascun numero) che comprendeva Marco Bascetta, Sergio Bianchi, Papi Bronzini, Ilaria Bussoni, Andrea Colombo, Paolo Virno, Augusto Illuminati, Toni Negri, Pino Tripodi, Mauro Trotta, Benedetto Vecchi. Forse mi dimentico di qualcun* e in tal caso me ne scuso. A due anni da quella pubblicazione la rivista pubblicò su quegli stessi temi uno dei suoi giornali intitolato Immaterial Workers of the World . Questo numero del giornale (il cui elegante progetto grafico è opera di Andrea Wöhr) è ora consultabile nella sua integrità nel comparto «archivi» della rivista «ahida» ( ahidaonline.com ).
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L’amicizia davanti alla morte In questo testo del 2001 Paolo Virno riflette sull’ultimo tratto di tragitto esistenziale di un amico carissimo: Luciano Ferrari Bravo. (Il titolo del testo è della redazione) Un anno fa, Christian telefona e dice che Luciano non ha più molto tempo. Il giorno dopo, sono a Padova. Luciano scende le scale interne del suo appartamento appoggiandosi al figlio, Federico. Molto magro, ma intatto. Nerella non gli ha preannunciato la visita. È contento dell’improvvisata, quest’uomo gentile. Parliamo, seduti nel salottino. Libri, mi chiede di mandargli un saggio su Vygotskij appena uscito. Politica, non ricordo. Rievocazioni di giornate al mare, a più riprese. Resoconti di liti e rappacificazioni. Amici che mandano saluti. Christian scherza sulla «bolla speculativa» dei mercati finanziari, evocata come un baubau dalla sinistra patetica. Luciano sorride. Più tardi, si cena insieme, in tanti. Parte il gioco delle battute e delle iperboli. Come in cella: a chi la spara più grossa. Luciano ha un gesto di insofferenza quando lo aiutiamo, «non sono mica Babbo Natale». La stanchezza prevale, deve coricarsi. Ci abbracciamo guardandoci negli occhi: un dio misericordioso mi evita di dire sciocchezze, tipo «ci vediamo presto». Soltanto due amici che si salutano una volta ancora. Ventidue anni fa, l’estate del 1979 nel braccio speciale di Rebibbia, il G8. Dopo l’isolamento, mettono me e Lucio Castellano con gli altri imputati del «7 aprile». È l’ora d’aria, quando li raggiungiamo. Se ne stanno in fondo al piccolo cortile di cemento, appoggiati al muro per sfruttare l’ombra. Costumi da bagno, ciabatte, abbrutimento da cattività e calura. Ci vengono incontro da ogni lato, come un rimorso. Tra loro un uomo di trasandata eleganza (calzoni corti bianchi, da barca a vela), snello, con grandi baffi su un viso olivastro, asciutto. Luciano. Fino ad allora ne conoscevo soltanto i libri: in Potere operaio non ci si era mai incontrati. Cella in comune, con Toni e Emilio Vesce. Pallavolo, pacatezza, curiosità reciproca. La sua ironia vedendomi alle prese con il secondo libro del Capitale : un po’ tardi, no? Poi la diaspora: trasferimento «a strappo» che è ancora notte, ognuno in un diverso carcere speciale, Luciano a Favignana, a recitare la parte dell’abate Faria sotto il livello del mare. Di nuovo insieme tre mesi dopo, a Palmi calabro, prigione nuova di zecca per soli «politici». Dalla cella singola di Luciano, in certe giornate di gennaio con il cielo di smalto, si vedevano le isole Eolie. Molti anni dopo, dopo molto mare spartito insieme come la pagnotta dei primi cristiani, ho pensato all’incanto e allo scoramento che deve aver provato alla vista del profilo di Stromboli di là dalle sbarre. I seminari a Rebibbia sull’ incipit enigmatico della Fenomenologia dello spirito e sull’etica di Kant applicata ai «pentiti». Luciano anfibio, o almeno bifronte: metà vecchia scuola, pensiero forte, Marx Keynes Schmitt, metà Mille plateaux , rottura epistemologica del ’77, attenzione all’emergere di una «nuova specie» oltre l’epoca del lavoro salariato. Non si poteva prevedere da quale Luciano, se da Jekyll o da Hyde, sarebbe venuta l’obiezione a un argomento sbilenco. In certi casi memorabili, le due metà si coalizzavano, ibridandosi di buon grado in ossimori seducenti. È così difficile capire l’allegria e il benessere che può suscitare un passo avanti, anche solo ipotetico, nel lavoro sulle idee? Bisogna essere proprio degli spiritualisti incalliti per misconoscere il carattere corporeo , talvolta adrenalinico, di un’avventura concettuale. Il giorno della sentenza, nel 1984, né lui né io andiamo in aula a farci impalare. Nel cortile, con la terra che in giugno è polvere e dune, giochiamo a tennis, mentre gli altri, vestiti a festa, vanno dall’oste a ritirare il conto. Le mani sudate, rigido come uno spaventapasseri reduce da un ictus, butto fuori tutte le palle. Ho preteso troppo da me stesso, non sono in grado di reggere tanto snobismo. Luciano invece si appassiona e smadonna e gioca di fino. Resterà, questa immagine di rilassatezza e virtuosismo, come un vademecum buono per affrontare ogni sorta di Giudizio Universale. Tornerà, questa immagine, a proposito del suo modo di morire, degli ultimi mesi (dal dicembre 1999 all’aprile successivo), quando discute per telefono delle aporie della sovranità e intanto ti tiene al corrente su di sé: le vie che gli restano per cavarsi dai guai, gli esiti non entusiasmanti delle cure, i primi dolori che lo sfiancano e lo allontanano, rendendo il dialogo asimmetrico. (Dopo che morì Lucio Castellano, nel 1994, Luciano e io celebrammo insieme un sobrio rito in memoriam , percorrendo a nuoto un tunnel marino che avevamo esplorato anni addietro con il compagno nostro carissimo. Ora, di tanto in tanto, nuoto da solo in quel tratto di mare ricordando l’amico con cui ho ricordato l’amico. Per questa vertigine, i francesi hanno una buona espressione: en abyme ). Quindici anni fuori del carcere. Il miglior lettore, uno dei pochi cui si pensa mentre si scrive, presente ai bordi della pagina come il «coro di controllo» di cui parla Brecht, o il sorriso del gatto del Cheshire in Alice . Le discussioni periodiche, stagionali quanto i lavori di campagna, sempre semina e mai raccolto, i tentativi sfocati e quelli vividi di trovare la parola che squadrasse il foglio di fine millennio. Dopo la galera, Luciano non si è mai illuso che potessimo vivere una rivincita in grande stile. E ha rifuggito come la peste il risentimento astioso. Voleva un po’ di buona vita, questo sì, qualche giornata perfetta da degustare come un bicchiere di rosso o un libro ben temperato. E voleva, questo pure sì, una ricerca teorica a pieni polmoni, ambiziosa e spregiudicata, sulla grande trasformazione del lavoro, delle forme di vita, della compagine statale. L’ha voluta, una ricerca del genere, anche nell’ora del declino, essendo convinto che le faccende del mondo sublunare (leggi, governi, rivoluzioni) non diventano bazzecole neanche alla fine, se non per chi è già morto prima di morire. Che Luciano abbia pensato con acume problemi essenziali della teoria politica, privilegiando i nodi più aggrovigliati e i paradossi meno addomesticabili, questo è noto alla parte migliore di due generazioni. In ogni caso, basta sfogliare la raccolta di scritti suoi, appena pubblicata, per rendersene conto. Ciò che qui vorrei ricordare è il modo in cui si è sforzato di riflettere sulla propria morte. Dei comportamenti si sa: pudore e decenza; risparmiare al prossimo, per quanto possibile, il disagio; l’immancabile «grazie» al medico che ha badato a lui negli ultimi giorni ciancicati e soporiferi. Ma oltre ai comportamenti, la riflessione in senso stretto. Se preferite: l’uso materialistico della cultura in una situazione di emergenza. Quando il tumore si manifestò la prima volta, e poi sembrò sconfitto, Luciano mi disse di aver riletto con voracità le pagine di Essere e tempo sulla finitezza, e il passo di Spinoza sull’eternità per gli atei, e La morte di Ivan Ilic di Tolstoj, per capire meglio quel che gli stava capitando e, anche, per sottoporre a ruvida verifica la tenuta di testi celebrati. Un doppio experimentum crucis : esperimento su di sé mediante i libri che contano, esperimento su quei medesimi libri mediante il proprio sé vulnerato. Mi colpì l’assoluta serietà del suo rapporto con le idee. Queste non se ne stavano altrove, neghittose e superflue, rispetto agli accadimenti estremi dell’esistenza, ma erano un attrezzo concretissimo, talvolta soccorrevole, semmai imperfetto come una vite spuntata. La malattia, dicono, fa piazza pulita dell’inessenziale: si vede che letture e pensieri, inessenziali non erano, per Luciano. Per un materialista come lui, era abbastanza ovvio che il verbo debba farsi carne. Paolo Virno (Napoli, 1952 – Roma, 7 novembre 2025) è stato un filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Formatosi nel movimento operaista, partecipò a Potere Operaio e contribuì alla fondazione della rivista Metropoli insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno. Dopo un periodo di detenzione negli anni Ottanta, sviluppò le sue teorie nella rivista Luogo Comune e DeriveApprodi. Tra le sue opere principali si ricordano Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio (Donzelli Editore, 1995), Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, 2001), Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (DeriveApprodi, 2022). La sua riflessione ha intrecciato linguistica, filosofia politica e teoria critica, offrendo strumenti originali per comprendere il lavoro, la soggettività e le dinamiche sociali nel capitalismo contemporaneo.
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L’esodo come teoria politica Riproponiamo questo testo di Paolo Virno — venuto a mancare il 7 novembre 2025 all’età di 73 anni — come un tributo alla sua vita e al suo pensiero. Virno nel testo propone l’esodo — inteso come defezione o sottrazione — come modello etico-politico alternativo alla rivoluzione e alla protesta. L’esodo, lungi dall’essere una fuga passiva, viene presentato come una pratica attiva di trasformazione che opera attraverso l’abbandono dei ruoli, delle gerarchie e delle regole esistenti. Virno richiama Walzer, Hirschman e Marx, mostrando come la defezione rappresenti una forma radicale di cambiamento che si realizza nell’abbandono dei ruoli e delle regole dominanti. Negli anni Settanta, tale logica si manifesta nella sottrazione al lavoro salariato e nella ricerca di nuove forme di vita. L’esodo diventa così un paradigma politico fondato sull’elusione, sull’abbondanza di possibilità e sulla creazione autonoma di relazioni sociali. Esso unisce lo sradicamento contemporaneo a una nuova appartenenza critica e trasformativa. È possibile concepire l’esodo, cioè la defezione, come un modello etico-politico a tutto tondo, anziché come un imbarazzante caso limite? È possibile, inoltre, considerarlo come il modello più attuale, assai prensile rispetto a fenomeni e comportamenti «complessi»? Prima di azzardare una risposta affermativa, cautela esige che si inventi una minuscola tradizione a proprio sostegno. Pochi testi, che però tracciano un sentiero. «Esodo e rivoluzione», di Michael Waltzer (Feltrinelli1986), mostra come tutta la tradizione politica occidentale abbia attinto al biblico libro dell’Esodo, ricavandone un canovaccio soggetto a variazioni infinite. Da Savonarola ai bolscevichi, la trasformazione radicale dell’esistente si è prospettata come abbandono di un Egitto, viaggio nel deserto, speranza nella terra promessa. Ma Waltzer – ecco il punto – sottolinea che l’Esodo ben sopporta una lettura non messianica: l’arrivo a Canaan, «terra del latte e del miele», non è la fine della storia, ma la ratifica delle trasformazioni che hanno già avuto luogo durante il viaggio. Un altro testo, molto noto, è: «Lealtà defezione protesta» di Albert O. Hirschmann, dove si sottolinea come l’opzione-uscita (abbandonare, se appena possibile, una situazione svantaggiosa) può costituire una via più radicale e più impegnativa rispetto all’opzione-protesta. Dell’Esodo, Hirschmann valorizza soltanto il momento iniziale: il distacco dall’Egitto, anche senza terra promessa, è un buon modo di temperare le pretese degli oppressori. Una terza suggestione: Marx, alla fine del primo libro del «Capitale», si sofferma sui guai che all’accumulazione capitalistica provoca la fuga operaia dal regime di fabbrica. Viene meno «l’esercito industriale di riserva» (insomma la pressione ricattatoria dei disoccupati), lievitano i salari, scema la subordinazione. Marx si interessa all’esodo verso Ovest, verso la «frontiera», cui inclinarono gli operai immigrati negli Usa dall’Europa. Costoro colsero l’occasione, davvero straordinaria, di rendere reversibile la propria condizione di partenza. Suggestioni bibliografiche a parte, la nozione di esodo permette di capire qualcosa di più delle nostre società? Acumina la vista? Va da sé che, oggi, lo spostamento spaziale è soppiantato da una diversione sociale e culturale. L’esodo, metaforico ma non meno incisivo, si compie nelle mentalità e nell’ethos: ci si affranca da ruoli, gerarchie, stili di vita. Nessuno è in grado di spiegare i comportamenti della nuova forza lavoro, a metà degli anni Settanta, se non tiene conto della defezione. A un certo punto – diciamo attorno al fatidico ’77 – accade che, mentre il padrone rende incerto il lavoro, molti sono coloro che, invece d’intimorirsi, al lavoro si sottraggono quanto più possono. Questa deviazione dal comportamento noto e previsto sbalordisce. Cos’è accaduto? Un Egitto viene abbandonato. Vale a dire: il tempo in fabbrica è percepito come un costo umano eccessivo, da ridurre a disavventura provvisoria. Il lavoro sotto padrone, anziché fonte di dignità, sembra socialmente «parassitario». Drastica è l’inversione di aspettative: rinuncia a premere per entrare in fabbrica e restarvi, ricerca di ogni via per evitarla o per allontanarsene. La mobilità, da condizione imposta, diventa regola positiva e principale aspirazione; il posto fisso, da obiettivo primario, si tramuta in eccezione o parentesi. È a causa di tali propensioni, assai più che non per la violenza, che i giovani del ’77 si resero semplicemente indecifrabili per la tradizione del movimento operaio. Trascurando il moto di migrazione consapevole dal lavoro di fabbrica, si guarderà sempre a quel movimento come a una banda di allucinati. Peccato non veniale. Ogni «fuga», del resto, è fatalmente scambiata per un fenomeno di emarginazione, per un comportamento periferico e ininfluente. Nessun dubbio: c’è sempre uno storico egiziano pronto a redigere una cronaca invelenita dell’Esodo ebraico. E i fuggitivi, agli occhi del paese da cui si affrancano, appaiono come la schiuma della terra. In precedenza si è accennato all’esodo come a un eventuale, potente modello etico-politico. Se questo è il gioco, giochiamolo tutto, indicando qualche tratto distintivo del preteso paradigma. Peraltro, dare rilievo all’esodo già simula un piccolo esodo dalla teoria politica, assuefatta a progettare miglioramenti fermi restando in Egitto. 1. L’esodo è un’esperienza di conflitto – e di positiva civilizzazione – imperniata sulla continua sottrazione ai ruoli stabiliti. Nel rapporto di forza tra le classi moderne, l’elusione non conta meno dello scontro diretto. Qualche volta, di più. Comunque, il confronto in campo aperto è sorretto, non indebolito, da una concomitante defezione. 2. Esodo significa cambiare il contesto in cui è insorto un problema, anziché affrontare quest’ultimo alle condizioni predefinite. Piuttosto che ritenere tali condizioni una costante, e le mosse da compiere al loro interno come l’unica variabile concessa, si fa l’opposto. Il contesto diventa la variabile principale. Abbandonando ruoli e regole prefissati, si rendono labili i presupposti fino ad allora giudicati indubitabili. 3. L’esodo consiste, innanzitutto, in un mutamento semantico. Se si ragiona accettando l’assioma, consueto ma scandaloso, che il lavoro salariato sia un valore positivo, ne seguono certi programmi e certe lotte. Se si fugge da questo significato prevalente, cominciando a ritenere il lavoro «un genere horror alla portata di tutti», allora la rappresentazione della realtà vigente muta da cima a fondo. Cambiando discorso, si prendono iniziative destinate a sorprendere gli egiziani di turno. 4. Il modello politico dell’esodo si basa sull’abbondanza di possibilità, ora occluse ma vivide. È un processo di trasformazione che fa perno su una ricchezza latente, su una esuberanza, su un’eccedenza. Eccedenza di socialità, di saperi, di coscienza. È il contrario del «tanto peggio, tanto meglio», l’opposto di qualsiasi protesta pauperistica. L’esodo esercita una critica nei confronti tanto di Hegel quanto di Ricardo, perché colloca la crisi dello sviluppo capitalistico in un contesto di abbondanza, mentre il «sistema dei bisogni» hegeliano e la caduta del saggio di profitto ricardiana sono esplicativi solo in relazione alla scarsità dominante. 5. L’esodo richiede di sviluppare positivamente altre relazioni sociali rispetto a quelle esistenti. Ciò che, nelle rivoluzioni politiche, è il risultato augurabile, ovvero la posta in palio, nell’esodo è una condizione preliminare. I fuggitivi difendono ciò che intanto, per strada, hanno costruito. All’antica idea di fuggire per colpire meglio si unisce ora la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene. 6. Nelle metropoli contemporanee, l’esodo riflette in sé un acuminato sentimento di «sradicamento» e una strenua intenzione di appartenenza. L’apparente paradosso cela un punto cruciale. A ben vedere, le «radici» non sono divelte quando si prende congedo dai nostri egitti quotidiani (gerarchie, discipline, regole): già prima di mettersi in viaggio, non ci si sente mai «a casa propria». È per questo, anzi, che si fugge senza rammarichi. Lo sradicamento, oggi, costituisce una condizione ordinaria, che tutti sperimentiamo a causa della continua mutazione dei modi di produzione, delle tecniche di comunicazione, degli stili di vita. Difettano, ormai, «radici» che vincolino a un luogo, a una tradizione, a un ruolo, a un partito politico. Eppure questo spaesamento, lungi dell’elidere il sentimento di appartenenza, lo potenzia: l’impossibilità di arroccarsi entro un contesto duraturo accresce a dismisura l’adesione al «qui e ora» più labile. Ciò che viene in luce è l’«appartenenza come tale», non più qualificata da un determinato «a che cosa». Ora, questa appartenenza senza oggetto può tramutarsi – gli anni Ottanta lo mostrano «ad nauseam» – nell’adesione unilaterale e simultanea a tutti gli ordini vigenti. Oppure può ospitare un formidabile potenziale critico e trasformativo, provocando una defezione di massa dalle regole dominanti, da quelle regole che ripropongono senza posa surrettizie e temibili «radici». 2 novembre 1989 Paolo Virno (Napoli, 1952 – Roma, 7 novembre 2025) è stato un filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Formatosi nel movimento operaista, partecipò a Potere Operaio e contribuì alla fondazione della rivista Metropoli insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno. Dopo un periodo di detenzione negli anni Ottanta, sviluppò le sue teorie nella rivista Luogo Comune e DeriveApprodi. Tra le sue opere principali si ricordano Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio (Donzelli Editore, 1995), Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, 2001), Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (DeriveApprodi, 2022). La sua riflessione ha intrecciato linguistica, filosofia politica e teoria critica, offrendo strumenti originali per comprendere il lavoro, la soggettività e le dinamiche sociali nel capitalismo contemporaneo.
- il secondo senso
Ariel Salleh – DeColonizzare l’EcoModernismo! Peter Ciccariello Il seguente articolo è frutto di un intenso scambio di materiali, testi, idee e email tra me e Ariel Salleh negli ultimi anni e dell’immenso lavoro intellettuale e militante di quest’autrice. In particolare i temi qui trattati sono legati al suo ultimo libro, DeColonize EcoModernism! pubblicato a Londra per Bloomsbury nel 2024. Il libro rappresenta il primo volume di una trilogia intitolata The Androcene and its Others, di cui i due prossimi volumi saranno EnGender EcoSocialism e ReGround EcoFeminism. Salleh è un attivista, studiosa e filosofa australiana attiva dagli anni Ottanta, i cui principali interessi sono i movimenti sociali globali, la critica tecnologica, l’ecofemminismo, la decolonialità e l’ecosocialismo. Le posizioni politiche e filosofiche di Salleh sono esposte principalmente in due opere, Ecofeminism as Politics: nature, Marx and the postmodern del 1997 e in EcoSufficiency and Global Justice: Women write Political Ecology del 2009, insieme a una prolifica produzione di articoli, collaborazioni e opere collettive dentro e fuori dall’ambito accademico. In Ecofeminism as politics, Salleh chiarisce il suo posizionamento come femminista e come ecologista politica spiegando il suo approccio, che essa stessa definisce di «sociologia della conoscenza», per guardare alle dinamiche dell’economia politica e della produzione scientifica considerata di «sinistra». Infatti la sua postura ecofemminista parte dai presupposti della critica interna ai movimenti sociali e della critica al marxismo e agli autori marxisti contemporanei, pur applicandone il metodo dialettico. Di seguito troverete la trascrizione (traduzione mia dall’inglese) del testo di una lezione tenuta da Ariel Salleh il 13 ottobre scorso presso l’Instituto de Humanidades, Artes e Ciências, dell’Universidade Federal da Bahia in Brasile, dove spiega i concetti di Eco-Sufficient Ethics e Bioregional Politics. Modi di pensare l’ecologia politica: antropocentrismo o ecocentrismo? Ariel Salleh13 ottobre 2025 Mi sono formata come sociologa della conoscenza ma tendo a considerarmi un’attivista, avendo trascorso gran parte della mia vita nei movimenti dei lavoratori, delle donne, dei popoli indigeni e nei movimenti ecologici: dalle campagne contro l’estrazione mineraria nelle terre indigene, alla lotta delle donne per il diritto all’aborto, alla battaglia contro gli alimenti geneticamente modificati. Ben presto, tuttavia, mi sono resa conto della necessità di un’analisi trasversale, capace di connettere le politiche settoriali - dei lavoratori, dei popoli indigeni, delle donne - e intrecciarle con l’ecologia. In tutto il mondo, stiamo affrontando la destabilizzazione degli Stati-nazione, la ridondanza del lavoro salariato, un’epidemia globale di femminicidio, nuove tensioni postcoloniali e, non da ultimo, il collasso degli ecosistemi planetari. Nel frattempo, le nuove tecnologie ci stanno disumanizzando, la saggezza comunitaria viene ignorata e i nostri sistemi educativi risultano sempre più alienati dalla vita. Tutto ciò costituisce una sfida per gli ecologi politici - studiosi di un campo di ricerca radicale che si muove tra la politica pubblica, la sociologia e la biofisica, in un continuo dialogo tra questi ambiti. In questa sede, dunque, intendo mettere a confronto due approcci all’ecologia politica come disciplina emergente e trasversale: il primo fondato sulla logica dell’antropocentrismo, il secondo su una lente ecocentrica. Antropocentrismo: Non sorprende che ci troviamo a vivere in un’epoca denominata Antropocene , dal momento che lo stile del pensiero dominante a livello globale è stato di tipo antropocentrico per lunghi secoli. Storicamente, la forma più profondamente radicata del cosiddetto antropocentrismo è quella della dominazione patriarcale. Quest’ultima ha alimentato le espropriazioni del mondo tribale e, in seguito, l’espansione imperiale che ha dato il via all’accumulazione capitalistica moderna tramite il colonialismo. Il primo presupposto della cultura antropocentrica è che l’Umanità sia separata dalla Natura, la quale è vista unicamente come oggetto e risorsa dell’Uomo. Così, sin dall’ascesa delle grandi tradizioni religiose abramitiche - ebraismo, islam, cristianesimo - la regola quotidiana è stata: l’Umanità sopra la Natura, l’Uomo sopra la Donna, la Mente sopra il Corpo, il Bianco sopra il Nero. Il Secolo dei Lumi ha rafforzato l’antropocentrismo patriarcale con la sua sistematica, e spesso statale/istituzionale, persecuzione e uccisione delle donne sapienti - erboriste e levatrici - accusate di stregoneria. La visione secolare di Francis Bacon ha sancito che la Natura non è un organismo, bensì «una macchina da perfezionare mediante la Ragione dell’Uomo». Così, l’evoluzione della modernità si è dispiegata come una miscela di pratiche e atteggiamenti patriarcali, coloniali e infine capitalistici. La cultura dell’antropocentrismo consente al patriarcato, al colonialismo e al capitalismo di funzionare come un unico sistema globale nutrito da tutto ciò - e da tutti coloro - che esso oggettifica come “Natura”. Tralasciando per il momento questa prospettiva ecofemminista, suggerisco agli ecologi politici di esaminare da vicino il paradigma della Earth System Governance (ESG), una rete internazionale coordinata da alcuni entusiasti accademici europei. L’ESG rappresenta una risposta tipica del Nord globale ai problemi del XXI secolo - un approccio concepito per colmare quella che viene definita una «lacuna di ricerca e di gestione» nelle scienze sociali. L’idea di Earth System Governance ha origine con Frank Biermann, giurista internazionale del Potsdam Institute e in seguito della Free University di Amsterdam. Nel 2009, ESG dispone di una rete accademica estesa, con centri di ricerca, pubblicazioni e conferenze, da Tokyo a Boulder e oltre. Astrazioni riduttive: L’approccio politico dell’ Earth System Governance (ESG) è stato concepito per armonizzarsi con le ricerche del 2009 dello scienziato Johann Rockström e del suo team, dedicate alla tutela dell’integrità dei cosiddetti planetary boundaries (limiti planetari) come parametri di riferimento per i decisori politici. Tuttavia, per gli studiosi di ecologia politica, la domanda cruciale è: in che modo l’ESG costruisce una adeguatezza concettuale tra sistemi sociali e sistemi naturali? Come ha descritto lo stesso Biermann, la gestione dell’agenda ambientale globale comporta una proliferazione postmoderna di forme di autorità - attori pubblici e privati, nuovi legami verticali e orizzontali tra corpi amministrativi transnazionali - che disperdono la responsabilità e al tempo stesso mettono in discussione il ruolo dello Stato-nazione. Parallelamente, la materialità della Natura biofisica viene frammentata in una molteplicità di banche dati: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, cicli dell’azoto e del fosforo, impoverimento dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, uso delle acque dolci e delle terre, aerosol atmosferici e inquinanti chimici. Alla ricerca di una maggiore chiarezza sistemica, il programma ESG ha sviluppato un Piano di Scienza e Attuazione organizzato in cinque categorie operative - ognuna funzionante a diversi livelli di astrazione. Le cosiddette “5-A” sono: Adaptation, Agency, Architecture, Accountability, Allocation and Access (Adattamento, Agenzia, Architettura, Responsabilità, Allocazione e Accesso). Inoltre, data la molteplicità dei trattati ambientali oggi esistenti, l’ESG promuove il “clustering dei trattati” , ovvero il loro raggruppamento secondo criteri geografici, tipologia di problema ambientale, causa antropica, strumenti politici e necessità di sviluppo di capacità. Ogni “cluster” richiederebbe interventi amministrativi specifici. Questo tipico stile di gestione antropocentrico, che poggia sull’ordinamento e controllo umano della Natura - vale a dire dei processi termodinamici naturali - tende tuttavia a reificare gli scambi metabolici vitali e le sinergie interspecie, riducendoli a modelli funzionali agli obiettivi istituzionali. I decisori politici presumono che l’interazione tra sistemi sociali e sistemi naturali possa essere facilmente misurata e monitorata. Tuttavia, la fiducia nell’«informazionismo» e nella gestione dei dati è eccessivamente semplificata per poter rendere conto dei cicli biofisici, che sono invece complessi e interconnessi. Inoltre, al di là di queste scorciatoie ecologiche, l’architettura multi-scalare della griglia delle 5-A rischia involontariamente di ridurre la materialità vissuta delle esperienze e dei bisogni di classe, etnia o genere. Gli interessi antropocentrici, infatti, tendono a trattare uomini e donne come individui isolati o come insiemi di attributi sessuali/di genere che negoziano interessi in modo liberale, privilegiando intenzione e scelta sopra ogni altra cosa e proiettando implicitamente la vita sociale come una forma di competizione di mercato. Espresso nel linguaggio dei vincitori globali - banchieri, CEO, operatori di hedge fund e tecnocrati professionisti - l’antropocentrismo in ecologia politica ignora gli effetti delle relazioni di potere sia nella costruzione sociale della pratica scientifica, sia nella distribuzione sociale dei suoi esiti. Mentre l’ Earth System Governance pretende di offrire spazi per l’innovazione nella risoluzione dei problemi e nella costruzione del consenso, la formalizzazione del suo discorso risulta chiaramente egemonica. Contraddizioni: A complicare ulteriormente le cose l’accademia, come di consueto, spesso non differisce molto dal business as usual . Così, nel 2012, un numero speciale della rivista Ecological Economics dedicato all’ESG esplorava la presunta adeguatezza tra governance e dinamiche della biosfera, utilizzando strumenti come la teoria dei regimi internazionali, gli approcci actor-network , l’economia policentrica e il pensiero della resilienza. L ’Earth System Governance è concepito come orientato al futuro, basandosi su lunghe serie di dati, modellizzazione statistica e scenari di ricerca che impiegano nuovi criteri di evidenza, validità e affidabilità ed è stato proposto che il monitoraggio scientifico dei dati digitali possa persino essere coordinato dallo spazio esterno mediante i Sistemi Informativi Geografici (GIS). È evidente, tuttavia, che una governance ecosistemica ad alta tecnologia genera i propri impatti ambientali, poiché la sua infrastruttura informatica richiede enormi consumi energetici, estrazione di metalli pesanti, produzione di plastiche tossiche, rifiuti non biodegradabili, catene di approvvigionamento ad alta emissione di carbonio e contribuisce al riscaldamento globale attraverso la proliferazione dei Cloud Centres per l’archiviazione dei dati. I costi estrattivisti dell’ecomodernismo digitale sono raramente contabilizzati dai decisori pubblici o privati, e non presi seriamente in considerazione nemmeno dagli aspiranti attivisti climatici radicali. Questo punto cieco rende insensate le affermazioni divenute popolari che invitano a “dematerializzare” l’uso delle risorse. Esistono inoltre estrattivismi socialmente incarnati legati alla digitalizzazione, che devono essere riconosciuti: tra questi, lo spopolamento comunitario dovuto all’estrazione di litio, l’inquinamento chimico delle acque potabili vicino alle fabbriche e i tumori indotti dalle radiazioni elettromagnetiche nelle aree suburbane. Le comunità decoloniali considerano pratiche energeticamente costose come l’ESG estremamente parziali in un mondo in cui solo il 10% della popolazione possiede un’auto. L’ineguale scambio materiale su cui si fondano le metodologie digitalizzate rappresenta perciò una forma moderna di imperialismo. La scuola nordamericana del “capitale naturale”, promossa da Paul Hawken, avanza la proposta di un’ingegneria degli ecosistemi a scapito delle meno appetibili richieste precedentemente avanzate dai teorici della decrescita e dei limiti della crescita di tipo capitalistico. Un’ecologia politica gerarchica costituisce anche la base degli approcci di “sviluppo sostenibile” legiferati a livello internazionale, come i modelli del Green New Deal e della Green Economy promossi oggi da governi e imprese. Quindi sebbene la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo ha inaugurato una metodologia induttiva tuttavia, la sua pertinenza si è dimostrata accurata solo quanto il quadro di riferimento del mondo che ne definisce i presupposti iniziali! Quando la logica della fisica classica, fondamento di scienza e ingegneria contemporanee, viene applicata all’economia o alla sociologia organizzativa, il risultato non è la scienza, ma lo scientismo ideologico. La fisica quantistica e l’ecofemminismo indiano di Vandana Shiva, ex fisica quantistica, sostengono che in nome dello sviluppo la politica internazionale basata sulla misurazione di variabili singole frattura i cicli locali tra aria, acqua, piante e suoli, distruggendo l’habitat necessario alla sopravvivenza di specie umane e non umane. Decenni fa alcuni pensatori della Scuola di Francoforte, Max Horkheimer e Theodor Adorno, giudicarono il vecchio impulso europeo al dominio della Natura come “ragione strumentale”, ovvero come una forma culturale autodistruttiva. Eppure questo antropocentrismo persiste nell’ESG quando Biermann afferma: «La specie umana non è più un semplice spettatore che deve adattarsi all’ambiente naturale. L’umanità stessa è diventata un potente agente dell’evoluzione del sistema Terra». Secondo il sociologo contemporaneo Tim Luke, le nozioni internazionali standard di gestione ambientale non sono altro che un inganno burocratico. Ecocentrismo: La negazione dell’incorporazione umana come parte integrante dell’ecosistema è alla base del pensiero patriarcale-coloniale-capitalista, compresi economia e scienza moderne, etica e diritto. Tuttavia, una nuova consapevolezza pubblica del deterioramento ambientale planetario ci invita a ripensare la Storia all’interno della Natura, per così dire. Per gli ecologi politici, questa lente ecocentrica implica l’abbandono dei modelli top-down e il ripristino delle analisi politiche socialiste, decoloniali e femministe, utilizzando la loro materialità incarnata ( embodied materialism) come quadro trasversale integrativo. Adottare una prospettiva ecocentrica significa sfidare il presupposto originario della dominazione antropocentrica, il dualismo Umanità/Natura e i suoi corollari: Sé/Altro, Bianco/Nero, Uomo/Donna. Empiricamente, esperienze vissute in modo differente offrono punti di osservazione complementari sulla condizione umana. E infatti Karl Marx stesso avanzava l’idea che le percezioni di ciascuna classe siano modellate dal suo campo abituale di attività. Tuttavia, se il socialismo ascolta soltanto i lavoratori della produzione meccanica, rischia di sviluppare una politica dalla sensibilità molto limitata rispetto ai ritmi organici. Un ecosistema è un metabolismo continuo di flussi energetici, e i corpi umani ne sono parte intrinseca. Tuttavia, se la percezione umana viene separata dai processi naturali - come accaduto con l’ascesa della scienza europea e della ragione strumentale - la consapevolezza di questo scambio spontaneo tra dare e ricevere viene spezzata. Data la struttura globale delle relazioni patriarcali-coloniali-capitaliste, sono soprattutto le donne nel Nord e Sud del mondo a gestire l’integrità riproduttiva dei cicli umanità-natura. Gli esseri umani creano spontaneamente ordine dal caos richiamando alla mente le relazioni interne tra gli elementi. Le madri lo fanno mediando i conflitti nella vita familiare. Le contadine pacificano i sistemi biologici catalizzando gli scambi tra polli, mucche e appezzamenti di frutteti. E la logica di questa attività è materiale, non astratta; orizzontale, non gerarchica; relazionale, non lineare. I popoli originari in Australia compiono la passeggiata stagionale attraverso il territorio del loro clan con una raccolta ponderata per garantire il rinnovamento della terra. Tre ore di lavoro al giorno bastano in questa economia nomade, e i cacciatori-raccoglitori raramente estraggono più del necessario per il mantenimento comunitario. Coloro che lavorano con tutti i sensi sviluppano una consapevolezza cinestesica dei molteplici tempi incorporati nella materia viva che viene trattata. Imparano a praticare il «lavoro di holding », ovvero di mantenimento/cura, sincronizzando la loro azione intenzionale con i ritmi della Terra. Questo costituisce un esempio di complessità in azione. Caratteristiche della scienza vernacolare ecocentrica: L’impronta di consumo è ridotta, poiché le risorse locali sono utilizzate e monitorate quotidianamente con cura. La produzione a ciclo chiuso è la norma. La scala è intima, massimizzando la risposta ai trasferimenti materia-energia in natura e riducendo l’entropia. I giudizi sono costruiti tramite tentativi ed errori, considerando la salute dell’ecosistema dalla culla alla tomba. Questo lavoro “meta-industriale” è intrinsecamente precauzionale, poiché inserito in un quadro temporale intergenerazionale. Le linee di responsabilità sono trasparenti, a differenza della maggior parte delle economie burocratizzate. Con organizzazioni sociali meno complesse rispetto ai centri urbani, la soluzione sinergica dei problemi è più agevole. In contesti agricoli e habitat selvaggi, il processo decisionale multi-criterio è semplicemente buon senso. Tale lavoro rigenerativo concilia scale temporali tra specie e si adatta prontamente alle perturbazioni naturali. Questa razionalità economica distingue tra stock e flussi. È un processo lavorativo valorizzante, senza divisione tra abilità mentali e manuali dei lavoratori. Il prodotto del lavoro è goduto o condiviso, mentre l’operaio industriale non ha controllo sulla propria creatività. La soddisfazione dei bisogni è eco-sufficiente, poiché non esternalizza i costi sugli altri. Le economie locali autonome implicano sovranità alimentare, energetica e culturale. Ho sostenuto altrove che dietro le crisi sociali ed ecologiche del capitalismo globale sta emergendo un nuovo agente della storia, composto da donne caregiver e domestiche, contadine, cacciatori-raccoglitori e indigeni. Eppure, finora, lo status socio-economico di questa classe meta-industriale trans-culturale rimane non riconosciuto, non nominato, non valorizzato. Questa classe lavorativa ha però un grande potenziale strategico: il suo ritiro dal supporto all’infrastruttura estrattiva della produzione globale può paralizzare il capitalismo, mentre la sua indipendenza dal consumo salariato e la capacità di approvvigionamento diretto possono sostenere il rinnovamento radicale di una democrazia della Terra. Le virtù dell’ecosufficienza sono state a lungo argomentate in America latina da pensatori decoloniali come Ivan Illich e Gustavo Esteva, in Europa da ecofemministe materialiste come Veronika Bennholdt Thomsen e Maria Mies, in India da Vandana Shiva, e in Australia dalla sottoscritta. Questa ondata di resistenza politica internazionale cresce, come dimostrano le iniziative per una “biociviltà” nella Via Campesina in Indonesia, nei Landless Peoples in Brasile, tra gli Zapatisti in Messico e ora in una rete internazionale di base emergente, il Global Tapestry of Alternatives . Da un punto di vista ecocentrico «una vera economia» sarebbe simultaneamente già «un’ecologia».
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Cronache del Boomernauta. Prefazione: Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia; Introduzione dell'autore Di seguito i primi due testi pubblicati nel libro Cronache del Boomernauta una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Prponiamo la prefazione curata da Giuliano Spagnul e l'introduzione al testo dell'autore, Giorgio Griziotti. Buona lettura! Prefazione di Giuliano Spagnul Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia. [1] Cronache del Boomernauta è una narrazione che si definisce Fabula Speculativa , prendendo a prestito uno dei termini con cui Donna Haraway circoscrive il nuovo campo dell’immaginario del secolo che inaugura il nuovo millennio. È un territorio in cui le precedenti cartografie non hanno più̀ valore e una nuova mappatura dovrà, per forza di cose, ricostruirsi su forti risignificazioni di vecchie denominazioni obsolete e nuovi confini privi di garanzie e certezze anche solo provvisorie.Haraway, dal canto suo, rinomina questo territorio con l’acronimo FS che «sta per FantaScienza, Femminismo Speculativo, Fabula speculativa, Fatto Scientifico...» 2 e aggiunge, per rendere più̀ esplicita la sua non riconducibilità̀ a una pura riclassificazione nominativa, che «i mondi FS non sono contenitori; sono pratiche di modella- mento, co-creazioni rischiose, fabule speculative» 3 . Di fatto Haraway sovrappone alla vecchia mappa una nuova che nella sua rimodulazione fa emergere ciò̀ che prima risultava poco trasparente, occultato: la sua natura di dispositivo, di macchina che produce soggettivazioni.Che la fantascienza avesse l’ambizione di immaginare il futuro per prevenirlo e in qualche modo governarlo (soprattutto riguardo l’accelerata evoluzione dell’innovazione tecno-scientifica) è stata, ed è ancora, un’idea ammantata di falsa ingenuità, ma in realtà ben consapevole della sua valenza ideologicamente orientata.Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, che partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati (Fandom), è stata capace di contaminare, in modo sempre più̀ pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità̀, giochi, ecc. fino all’invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell’agire.Per poter dichiarare esaurite (cioè assolte) le funzioni di questo dispositivo e poterci così impegnare, insieme a Haraway e ad altri, nella comprensione di ciò che si sta sovrapponendo nostro malgrado e quanto sia possibile interferire con nuove e diverse fabulazioni occorre un richiamo ad almeno quattro delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, almeno in parte, assolte: 1. la fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l’urto dei processi trasformativi (a opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità. 2. l’eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l’umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all’idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell’aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all’umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l’universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l’immagine dell’extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l’umano, l’essere che scopre e si rapporta all’altro, allo sconosciuto dell’infinito. 3. l’accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l’esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica, ma che dato l’aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose di Latour, la Cosmopolitica di Stengers o il divenire prima cyborg, poi compost, di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell’immaginario fantascientifico. 4. in ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un’intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell’arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l’unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L’ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell’essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare. Si potrebbe riformulare meglio e approfondire questi quattro punti, quanto aggiungerne altri ancora. Ma per lo scopo che ci siamo prefissati per introdurci in questo tipo di narrazione che abbiamo voluto chiamare di Fabula speculativa sono sufficienti per iniziare a delineare quelle differenze con un passato che deve trovare la pro- pria necessaria soluzione di continuità.La paura del nuovo, incredibile per un genere la cui caratteristica principale dovrebbe essere quella della ricerca costante del Novum , del germe della novità, (così definito dallo studioso Darko Suvin), ha fatto sì che il solo parlare della morte della fantascienza venisse accolta come un autentico scandalo da tutti gli addetti ai lavori o semplici appassionati del genere. Di fatto la morte, per quanto la si voglia ostracizzare, rimane la prerogativa indispensabile alla rigenerazione di qualsivoglia nuova vita. E che la fantascienza sia stata «vittima di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale» come diceva Antonio Caronia 4 dimostra l’ottimo stato di salute di un nascituro che dal passato si distanzia incominciando a intraprendere i suoi primi passi, esitanti quanto ostinati.È un camminare che per Giorgio Griziotti, autore di questa avventura, ci porta nel limbo della sospensione del tempo e nel surreale delle città deserte d’inizio pandemia in cui molte ipotesi sul futuro cominciano a barcollare. A partire da quel momento si accelera bruscamente la sequenza di trasformazione della realtà in un’angosciante fantascienza distopica. Una trasformazione che rende sterile la funzione che il genere letterario ha avuto, in quanto «oggi i pericoli non sono più quelli di [immaginare] un futuro distopico o catastrofico e di conseguenti fughe consolatorie [che la fantascienza garantiva] o altro, ma sono quelli relativi a un presente che vive tra le rovine di qualcosa che tutti ravvisano come accaduto, ma di cui sanno poco o nulla» 5 . E allora tramite il Racconto di un Boomernauta 6 ci inoltriamo nella Twilight Zone in cui la nostra realtà, il nostro quotidiano si sta progressivamente, ma inesorabilmente, trasformando. Un viaggio dall’eternità, da cui tutti proveniamo, all’istante in cui il nostro apparire cerca un radicamento nella durata.Forse da qui, da questo voler trasformare un evento in una realtà che sfida, nei termini di un tempo che vuole durare, il caos da cui comunque è prodotta e da cui dipende, sta la nascita di quel morbo che l’autore di questa storia metascientifica definisce nekomemetico.Un autore, Giorgio Griziotti, che funge qui da stazione di sosta per quei viaggiatori capaci di riconvertire, se pur nell’arco di un breve incontro, il fluire del tempo in un altrettanto fluido susseguirsi di narrazioni.È narrazione sì, di una malattia, ma che in quanto malattia costitutiva dell’essere umano, congenita al suo formarsi in quanto tale, non prevede (non può prevedere) guarigione alcuna. Unica soluzione di una siffatta infezione sembra essere la soppressione dell’ospite a cui seguirà l’inevitabile perire anche dell’ospitato indesiderato.Siamo allora di fronte all’ennesimo racconto della fine, a cui una parte di quel dispositivo di active imagination novecentesco, chiamato fantascienza, ci aveva abituato? Un po’ di quel nichilismo a buon mercato per aiutarci a vivere in un mondo in cui le rovine paio- no essere sempre più l’ambizioso e unico traguardo di ogni possibile idea di progresso?Possiamo invece definire questa fabula, insieme al fumetto L’Eternauta di Héctor German Oesterheld a cui il racconto di Griziotti è ispirato, l’opera di un boomernauta sopravvissuto che viaggia per trovare ancora dell’amore nell’avventura dell’umano? Nel libro che abbiamo tra le mani non vi sono risposte. Anche perché non ci sono le rispettive domande; così come non si fanno ipotesi o teorizzazioni che si possano veramente considerare tali. Il che non significa che il libro non sia impastato di considerazioni politiche e speculazioni di vario tipo, anche metafisiche oltre che metatecniche, tanto che il clou potremmo trovarlo in quell’ipotesi che vede altre specie non aliene, ma terrestri arrivare a passare la soglia fatidica della metatecnica 7 . Ma questa non è una teorizzazione anticipatrice di un possibile futuro, come tanta vecchia fantascienza ci aveva abituato e meravigliato. Qui siamo di fronte a un gioco in cui tutte le teorie saltano, o meglio, sono costrette anche loro a giocare una partita senza regole, perché le regole si stanno fabbricando proprio nel mentre la partita si sta giocando.Ed è per questo che non possiamo neanche dire che ci troviamo di fronte a un giocare per il puro piacere del giocare fine a sé stesso; quella modalità che tanto postmodernismo è riuscito a renderci, infine, familiare. A riprova possiamo indicare all’interno del libro l’importanza del tema dei Games che giocano un ruolo dissacrante rispetto alla natura che l’ideologia antiideologica del postmodernismo voleva loro assegnarli. I Games ritrovano qui la loro ragione d’essere storicamente determinata di dispositivi relazionali che nella loro vischiosità rendono possibili le scelte (sbagliate o giuste che siano) operative della nostra difficile e precaria condizione umana. La vita si gioca, ma la posta in gioco non è un’astrazione, è la vita stessa! Questo testo è l’opera di un ex-militante che mette sul tavolo la propria esperienza per attivare un’immaginazione capace di traghettar(lo)ci verso un attivismo che non sia la semplice copia della vecchia militanza. Un attivismo in grado di vedere il futuro come l’opera di chi è capace di rivoltarsi contro tutto ciò che è dato come acquisito e consolidato, compreso il proprio credo.In questo viaggio che srotola uno dei tanti fili immaginabili da un lontano passato a un incerto futuro oltreumano si esercita quella “pratica di modellamento” co-creazione rischiosa di cui ci parlava Haraway e che ci impone al posto di rispondere alle domande, di interrogare le domande stesse. Non come facciamo a sopravvivere, ma perché dovremmo sopravvivere. Una pratica rischiosa appunto, perché offre il fianco a un nichilismo ormai più che scontato, ma necessaria per trovare nuovi valori, non più assoluti, ma che nella loro parzialità possano dirsi situati nella vita, nell’ambiente, nei rapporti con gli altri esseri umani e non. Valori capaci di creare un mondo che nel suo continuo ricrearsi metta in grado la realtà di poter durare ancora. E ancora... Note: Dicembre 1977, dai diari della pittrice Marisa Bello, compagna di una vita. D. Haraway, Chtulucene , Nero, Roma, 2019, p. 24. Ivi, p. 30 Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica , in J. Baudrillard . Cyber- filosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999. Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza? http://effimera.org/che-fare- della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ . La scelta di rappresentarlo con sembianze più giovanili pone in evidenza il carattere preminentemente allegorico del viaggiatore temporale, la sua paradossale impossibilità di invecchiare mentre invecchia. L’irrealtà di un procedere in un tempo soggettivamente reversibile tanto quanto irreversibile nella sua dolorosa realtà concreta. Interessante sarebbe qui poter istituire e approfondire un parallelo con un classico della fantascienza degli anni Quaranta, City di Clifford D. Simak. L’utopia di «una civiltà più mite […], ma non troppo pratica. Una civiltà ba- sata sulla fratellanza animale… sulla comprensione psichica […] una civiltà della mente e del cuore, ma non troppo positiva. Senza fini precisi, con una meccanica molto limitata…». Il tentativo della nuova specie pensante, i cani, «non doveva essere inquinato dall’alito fetido del pensiero umano.» INTRODUZIONE DELL’AUTORE GIORGIO GRIZIOTTI Il Boomernauta Alla fine degli anni 50 del XX secolo lo scrittore Héctor German Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López 1 pubblicarono in Argentina il fumetto l’Eternauta , che successivamente divenne uno dei grandi classici della metascienza.All’inizio del racconto, un uomo di nome Juan Salvo si materializza improvvisamente a casa di uno sceneggiatore di fumetti a Buenos Aires. Si presenta come l’Eternauta , il vagabondo dell’infinito, un navigatore del tempo e un viaggiatore dell’eternità 2 che vaga alla ricerca della sua epoca e del suo mondo. L’Eternauta, raccontando la storia di un’invasione aliena, voleva avvertire che i mostr i possono giungere in qualsiasi momento e dare la possibilità di sfuggire a un destino segnato.Nella metafora di un’occupazione da altri mondi Oesterheld denunciava l’orrore verso ogni potere repressivo, dietro cui s’intravedeva la situazione di molte realtà non solo latino-americane 3 . Per una tragica ironia della sorte una ventina d’anni dopo il terrore fascista arrivò anche in Argentina.Il generale Videla, salito al potere grazie al governo statunitense, iniziò l’eliminazione sistematica degli oppositori: Solano López venne costretto all’esilio, Oesterheld entrò nell’infinita lista dei desaparecidos, insieme alle quattro figlie, due generi e due nipoti 4 . Se vi sto parlando dell’ Eternauta è proprio perché per una strana coincidenza mi è successo qualcosa di simile. Come i miei amici sanno, anch’io, come lo sceneggiatore di fumetti dell’Eternauta, lavoro di notte. Stavo appunto scrivendo al computer quando, nella poltrona della nonna un po’ sfondata che sta di fronte alla mia scrivania, si materializzò uno strano personaggio proprio come avvenne per l’apparizione dell’Eternauta. Non so esattamente che ora fosse, ma doveva essere molto tardi perché ricordo che la torre Eiffel, che si vede in lontananza sullo sfondo dalla finestra della sala di fronte al mio studio, era completamente spenta. Anche nel mio caso, non si trattava di un fantasma. L’uomo indossava dei jeans lisi, un eskimo verde e una camicia stropicciata. Aveva un passamontagna, che pensavo fosse dovuto alla stagione invernale, e dalle mani un po’ rugose e macchiate capii che non era più giovane. Quando si tolse il passamontagna ebbi la certezza che il mio eternauta fosse un boomer 5 . Tuttavia non si trattava di un boomer qualsiasi perché dal suo abbigliamento, e specialmente dall’eskimo un po’ consunto, intuii che aveva senz’altro partecipato al periodo rivoluzionario degli anni 60 e 70 del XX secolo. Non era normale che alla sua età fosse ancora vestito in tal modo, ma, come mi spiegò in seguito, era ormai entrato in una dimensione sconosciuta che l’aveva fissato così. Non volle dirmi il suo vero nome, ma solo quello di battaglia degli anni ruggenti della militanza e delle lotte: Ghirighiz, il nome del protagonista di un fumetto italiano degli anni Settanta, un cavernicolo un po’ sarcastico e smaliziato. Mi disse che aveva l’abitudine di raccontare sui social le prodezze delle ribellioni della sua epoca; una volta di fronte al commento un po’ ironico di una giovane aveva risposto scrivendo che «i millenial e la generazione Z hanno la sindrome di Peter Pan», come per rimproverarli di rifiutare le proprie responsabilità e di non affrontare il capitalismo come lui e molti della sua generazione avevano fatto. Non sapeva però che si trattava di una millenial witch, una giovane strega che d’impeto gli gettò un sortilegio potente scrivendo sui Social: OK BOOMER Da quel momento era entrato in una nuova dimensione senza tempo, vestito proprio come alle manifestazioni dell’epoca o, comunque, con gli indumenti tipici d’un viaggiatore con zaino in spalla. Il sortilegio lo aveva costretto a ricominciare senza fine il backpacking della sua gioventù, ma con l’aggiunta della dimensione del tempo, consentendogli di esplorare anche una parte del futuro.Decisi allora di chiamarlo Boomernauta perché, pur non essendo eterno, aveva in comune con l’Eternauta le peregrinazioni in epoche molto diverse. Come l’Eternauta , sebbene con limiti temporali più modesti, anche lui (si) era smarrito e non solo nel tempo. Ma, a differenza dell’Eternauta, non aveva allarmi da lanciare. Pensava che fosse ormai troppo tardi per salvare gli umani della sua era e troppo presto per sapere chi eventualmente avrebbe preso il loro posto sulla Terra.Il vero sortilegio della fatwa OK BOOMER non consisteva solo nella perdita di ogni riferimento temporale, ma soprattutto nella maledizione di dover percorrere le epoche future con la visione e i valori dell’epoca della sua militanza. Da quanto traspariva, al di là del racconto e del linguaggio usato, avevo davanti a me l’immagine dell’infelicità.Il modo in cui ci si sente nel proprio tempo è il risultato delle strutture complesse di sensazioni, emozioni e sentimenti di quel periodo. Anche se al Boomernauta l’ordine del tempo della sua gioventù rivoluzionaria era sembrato ingiusto e insostenibile, quello restava l’ambiente sociale e culturale che lo aveva formato. Potete quindi immaginarvi lo sradicamento e la sofferenza continua che viveva nelle peregrinazioni temporali a cui era ormai forzato.Durante il suo racconto talvolta rimasi un po’ incredulo di fronte a questa sua insistenza a voler accusare di tanti misfatti ciò che lui chiamava l’imperialismo o la macchina bicefala Stato-capitale . Ma, alla fine gli sono stato grato per alcune sorprendenti rivelazioni. Gli dissi che dal mio punto di vista tutto era relativo, e su questo anche lui era d’accordo, ma soprattutto che bisognava relativizzare le nostre pretese rivoluzionarie di gioventù boomer. Certo non usai le classiche battute ritrite dei reduci delle rivoluzioni politiche sconfitte «se avessimo vinto, chissà cosa avremmo combinato...» ma cercai di farlo riflettere sugli impensabili salti tecnologici, che, capitalismo o no, da allora erano stati fatti dall’umanità. Trasformazioni che avevano profondamente cambiato le condizioni di vita, anche se dall’inizio dell’epoca neolib erano avvenute in un modo che aveva esacerbato le disuguaglianze.Forse entrambi avevamo vissuto l’ultimo tentativo di rivoluzione globale e ora avevo molti dubbi che cercai di esporgli. Gli intrecci e gli aggrovigliamenti di tutte le forme di potere con cui le Governance capitaliste ci avevano avvolti sembravano rendere impossibile un ulteriore tentativo di quel genere. Ma il Boomernauta ovviamente aveva già visto, almeno in parte, che le cose si sarebbero sviluppate diversamente. Sembrava che in lui il suo credo rivoluzionario di gioventù si fosse cristallizzato in un blocco irremovibile, quasi a bilanciare lo straordinario potere di percorrere la curva del tempo. Forse aveva bisogno di una base solida su cui poggiarsi come requisito indispensabile per accedere alla dimensione temporale. Sta di fatto che diversi nostri punti di vista erano divergenti. Io mi ero potuto permettere di relativizzare un po’ la portata della nostra epopea di gioventù, finita peraltro con una storica sconfitta. Come molti boomer ero spesso sbigottito di verificare nel quotidiano che le generazioni di cui eravamo genitori e anche nonni non sembravano credere che un sogno collettivo fosse possibile. In seguito avevo dovuto accettare certi compromessi con la realtà – nel lavoro, nei comportamenti, nelle relazioni sociali... – mentre nel suo racconto il Boomernauta appariva inflessibile in taluni suoi principi. Successivamente, quando iniziò a condividere con me ciò che aveva osservato nel futuro, mi dimenticai di me stesso. Attraverso il suo racconto sulle evoluzioni e le sorprendenti conseguenze di quella che lui definisce la capacità metatecnica 6 umana – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – mi resi conto che il Boomernauta doveva aver acquisito una formazione e un’esperienza professionale nel campo tecnoscientifico prima di essere catapultato nel futuro. Probabilmente era stato uno dei primi ingegneri elettronici della sua epoca.Quando poi gli ho fatto osservare di aver descritto le Governance future, da lui definite capitaliste, nelle loro mutazioni ultime senza mai entrare nel merito o nel dettaglio delle feroci lotte che le dilaniavano all’interno, ha alzato le spalle per mostrare il suo disinteresse. Poi mi ha spiegato che questo era sempre successo e non gli interessava perderci tempo, soprattutto perché secondo lui il primo nemico da cercare di eliminare non era il capitalismo... ma non voglio svelarvi ora le sorprese del suo racconto. Aggiungo qualche indicazione sulle modalità di lettura della narrazione del Boomernauta. La sua esposizione non sempre segue uno stretto ordine cronologico anche se in generale avanza nel tempo, ma non in modo lineare e talvolta ci sono imprecisioni specie rispetto a certi episodi del passato. Autorizzandomi a trascrivere il suo racconto mi ha sussurrato che contava sulla vostra comprensione per i suoi dogmatismi. Come attenuante ha evocato non solo l’età e la formazione politica, ma anche l’esperienza di aver visto le sue certezze tramutarsi in posverità e viceversa.Anche il suo modo di esprimersi può sembrare un po’ anomalo. Pur essendo un boomer tecnologico era abbastanza abituato a usare una terminologia professionale inglese, ma non al punto da passare quella che lui definiva la neolingua pidgin english locale , nel suo caso l’ itanglese , che si era imposta a partire dai millenial. Ogni tanto l’ho sentito bofonchiare un po’ contro questi abusi linguistici non tanto per nostalgia, ma perché rimproverava ai giovani italofoni di aver tenuta viva la vecchia vocazione di sudditanza a quello che lui chiamava, ossessionato com’era dalla geopolitica del suo tempo, l’imperialismo anglofono. Prima di lasciarvi alla dissertazione del Boomernauta desidero informarvi che le citazioni messe in esergo sono sue.Ho redatto io quasi tutte le note, sia per ancorare il racconto del Boomernauta a qualche referenza, sia per spiegare qualche passaggio che poteva risultare oscuro. Nello stesso spirito ho anche inserito all’inizio di ogni capitolo un breve riassunto, che può inoltre permettere modi alternativi alla lettura sequenziale. Talvolta ho anche aggiunto un mio commento o una mia impressione per analizzare i motivi che potrebbero aver influenzato la direzione del racconto del Boomernauta, oppure per chiarire ambiguità e pregiudizi tipici della sua epoca e relativi ai suoi orientamenti politici rivoluzionari. Note: il mio amico José Muñoz, grande disegnatore di fumetti, mi ha raccontato di aver contribuito da apprendista all’Eternauta: Solano l’aveva incaricato di disegnare la neve mortale che cade sulla terra raccomandandogli di renderla “minacciosa”... evidentemente anche i dettagli visivi contribuiscono a creare un’atmosfera di pericolo nel fumetto. H. Oesterheld, F. S. López, L’Eternauta , 001 Edizioni, 2018 p. 15. https://www.lospaziobianco.it/eterno-eternauta/ . Ibid così chiamato perché nato nel post WW2 aveva vissuto la gioventù nel boom economico che aveva caratterizzato i 30 (anni) gloriosi . Metatecnica: cfr. glossario.
- periferie
La logistica come chiave del Capitale: sul libro di Andrea Bottalico La recensione al volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Martedì 11 novembre la redazione di ahida presenterà il libro di Bottalico presso la Casa del Municipio I in via Galilei 53 alle ore 18. Saranno presenti l'autore Andrea Bottalico e diversi relatori rappresentanti sindacali invitati a discutere con noi di questo importante testo. In calce alla recensione è possibile trovare la locandina con tutte le informazioni. La recensione al volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Ci sono due maniere di descrivere il libro di A. Bottalico appena uscito per Carocci. Una è quella classica di un libro rigoroso, argomentato e originale. Sarebbe fargli un torto. Non perché non lo sia. Direi anzi che una fortuna è quella di trovarsi di fronte un libro di ricerca empirica sul settore logistico, con uno sguardo ampio oltre gli studi di caso. Fino ad adesso le ricerche hanno riguardato i singoli casi (a partire da Amazon), senza tentare uno sguardo complessivo sulla catena. Al contrario chi ha provato uno sguardo complessivo sulla catena logistica, l’ha utilizzata più come paradigma che come oggetto di ricerca. E, si sa, quando ci si innamora dei paradigmi, le differenze scompaiono. Qualcosa a metà tra Arrighi e il post-strutturalismo. E non che, anche chi ha praticato questa via, non abbia le sue ragioni. Da quattro anni a questa parte è sotto gli occhi di tutti come la guerra o i rischi di guerra plasmino le infrastrutture che reggono le vie commerciali. al di fuori dello spazio di analisi critica la Logistica in questi anni è oggetto di una certa teoria della tecnica che mira a formare gli operatori del settore, che, se non ci fossero contributi come questo, rischierebbero di essere gli unici a trattare la Logistica come un mero settore di produzione industriale. La seconda, e più interessante, maniera di leggere il libro di Andrea Bottalico è di partire prima ancora dell’indice, dalla dedica a Giovanni Mottura, uno degli ultimi eredi di quella generazione di militanti dell’Inchiesta sociale che trasferirono l’attività (allora si chiamava militanza) politica in un percorso di Ricerca, professionalmente e istituzionalmente riconosciuto dall’Università. Fu una stagione feconda che consegnò un’identità alla Sociologia Italiana come disciplina, oggi tristemente stretta tra l’imperialismo dell’Economia che ha saputo organizzarsi come tempio del pensiero dominante e un moderatismo asfittico che non riesce a dare un vero contributo alla crisi del nostro tempo, perché dismettendo la radicalità si è essa stessa disarmata. Al contrario Mottura, come Vittorio Rieser e molti altri, partivano da un pensiero posizionato in cui il piano dell’analisi era la dialettica tra Capitale, ma mi verrebbe da dire lavoro morto come tecnologia e innovazione depositata, e lavoro vivo in tutti i suoi aspetti. In tre parole la lotta di classe. L’oggetto della ricerca era invece “il segreto laboratorio della produzione” di marxiana memoria. Questo stile si poteva poi estendere dappertutto dalla fabbrica, ai campi, al quartiere. Ci sono parecchi indizi che il nostro autore persegua questa tesi. Il rapporto con la tecnologia, primariamente. Nella descrizione di Bottalico, ci si potrebbe domandare perché soffermarsi così tanto sulla introduzione del container. Semplicemente perché all’interno del settore portuale, e poi della catena logistica questo piccolo uovo di Colombo rappresenta la centralità del salto tecnologico, e il salto tecnologico non è pesato nel suo impatto sulla produttività, ma nell’importanza dei suoi effetti sulla numerosità, la varietà, e le inclinazioni soggettive e le relazioni della forza lavoro con il Capitale (cose che tutte quante insieme una volta si sarebbero dette composizione della forza lavoro). Uguale discorso si potrebbe fare sull’e-commerce ed il complesso dell’ICT, ma effettivamente il tema nel libro è appena accennato perché ancora nessuno è probabilmente in grado di comprendere appieno quanto la logistica integrata di nuova generazione ne sia influenzata. Secondo indizio, il rapporto con le Politiche (che una volta si sarebbe detto il rapporto con lo Stato). Nel libro è spiegato come la nota dipendenza dalle lobbies del Capitale delle industrie automobilistiche, così come la scarsità di Capitale e una visione miope delle imprese sono tutti fattori che contribuirono alla limitazione dello sviluppo della rete ferroviaria italiana. Lo scarso sviluppo della rete ferroviaria italiana è stata a sua volta una delle cause della deproletarizzazione della forza lavoro impiegata nei trasporti stradali e della prevalenza del lavoro autonomo; cosa che, a sua volta, fu certamente una opzione voluta dalla classe dirigente dell’epoca. Non si può al livello di centralizzazione dei Capitali oggi esistente, immaginare che gli assetti e gli equilibri della produzione (e la Logistica –come chiarisce l’autore- è una continuazione della produzione) non siano determinati, anche da scelte immediatamente politiche, ed il bello è che queste scelte in termini infrastrutturali hanno una “lunga durata” che è difficilissimo correggere. A partire da questo affrontiamo l’ultimo, ma non meno importante pregio del libro: il rapporto con il tempo storico. Una vecchia questione all’interno delle scienze sociali è il suo rapporto con la storia, intesa sia come disciplina che come ambientazione temporale. Le regolarità dei meccanismi sociali riconducibili all’accumulazione di Capitale bastano alla comprensione dei fatti? Il fatto che il container sia stato lo strumento attraverso cui il Capitale e le politiche hanno provato ad integrare i diversi segmenti del trasporto corrisponde ad una necessità di espansione del Capitale, per dirla con Harvey di trovare un assetto spazio temporale che riduca i tempi di circolazione della merce. Ma quanto questa tendenza generale deve fare i conti in Italia, con la piccola borghesia del trasporto che si è venuta a creare per le contingenze citate poco sopra? Per chi poi agita, organizza e interviene per modificare la realtà, il mix tra la tendenza e l’applicazione concreta della tendenza è tutto. Da questo punto di vista il libro svolge forse il suo servizio interpretativo migliore nell’analisi delle relazioni industriali. Alcuni esempi. Il lungo sforzo dello Stato e degli apparati sindacali per ricondurre alla ragione in un sindacato categoriale dei trasporti, il ribellismo anarcoide dei sindacati di professione ferroviari ereditati dagli inizi del ‘900, si svolge in corrispondenza del declino del peso strategico delle ferrovie, e giunge a conclusione negli anni sessanta. Uno potrebbe pensare che a questo punto la partita sia finita. Invece ecco che arriva il movimento dei consigli e poi il sindacalismo di base negli anni ‘70, perché nella dialettica, da cui siamo partiti, tra capitale e lavoro non esiste mai una corrispondenza biunivoca e quindi un tempo unilineare determinato. La successione ferroviere, portuale facchino, viene raccontata piuttosto come una compresenza che una successione. Forse è questo il punto più forte dell’analisi di Bottalico aver fatto una doppia operazione: inforcare gli occhiali del futuro per rileggere il passato, e quelli del vecchio operaismo per leggere il futuro, e dobbiamo dire che da un picchetto in un piazzale di magazzino il futuro si vede benissimo. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- clan-milieu
Popoli carnefici delle popolazioni Pubblichiamo in anteprima un capitolo di Intelligenza autonoma di specie, un nuovo lessico della Rivoluzione , in uscita per Milieu-Pianetica. Nel capitolo, Pino Tripodi analizza la crisi contemporanea dell’universalismo e del cosmopolitismo, mostrando come la rinascita dei nazionalismi e delle identità collettive – politiche, religiose, etniche o personali – minacci la sopravvivenza stessa della specie umana. L’autore critica la nozione di popolo e il principio di autodeterminazione dei popoli, considerandoli strumenti ideologici che giustificano esclusione, guerra e oppressione. Per Tripodi, lo Stato identitario è una “macchina di guerra” e ogni forma di diritto fondato sull’appartenenza – sia essa nazionale o individuale – porta con sé il seme del razzismo. Egli propone invece una prospettiva “pianetica”, capace di superare i confini e riconoscere la terra come bene comune dell’intera specie, opponendo alla logica identitaria una sensibilità universale e interconnessa. Solo riscoprendo questa visione di specie, l’umanità potrà spegnere il fuoco distruttivo dei nazionalismi e accendere un nuovo fuoco di consapevolezza collettiva. Proprio nel momento in cui la fase del macchinismo avanzato sembrerebbe imporre l’idea di reciproca connessione su tutta la superficie del pianeta, ovvero nella fase in cui addirittura l’elemento linguistico sta divenendo sempre meno identitario per via delle traduzioni istantanee artificiali, il mondo sembra essere entrato in una fase di conflittualità tra identità sbandierate, eppure evidentemente posticce, che mettono a repentaglio ulteriormente la sopravvivenza della specie sulla Terra. Si è tornati infatti a parlare di rischio di conflitto nucleare, di politiche di potenza, di sfere di influenza e di Stati identitari. Evidentemente le scuole che hanno preso in carico il compito di pensare a ciò che politicamente l’imporsi delle tecnologie digitali avrebbe comportato, ravvedendo la possibilità di una stagione di mutua cooperazione, hanno fatto male i propri calcoli. Anzitutto perché non erano istanze politiche quelle decisive a interpretare il momento storico. Il macchinismo esige la sensibilità pianetica: senza questa, è un’avventura al buio.E dunque ci troviamo nuovamente ad avere a che fare con Stati identitari e ideologie di popolo, che pensavamo superate, surclassate.Occorrerà spendere qualche parola per spiegare i motivi di un tale rigurgito.Anzitutto e detto chiaramente: Every life matters. Ogni vita conta, non solo la propria o quella del proprio gruppo, familiare, amicale, etnico, religioso, di genere, di classe.L’universalismo e il cosmopolitismo, anche per limiti interni che si tratterà di indagare, vivono gravi momenti di crisi. Dall’inizio del XX secolo, i pozzi dell’internazionalismo sono stati inquinati dal veleno del nazionalismo. Eppure, fino alla Prima guerra mondiale le cose erano abbastanza chiare. Vi era chi riteneva che esistessero i popoli – aristocratici, borghesi – e chi invece – movimento operaio, socialisti, anarchici – pensava che gli uomini e le donne fossero tutti fratelli e sorelle. Se proprio occorreva trovarsi una distinzione congrua, essa andava cercata non nel colore della pelle, nella nazionalità o nel sesso, ma semmai nei rapporti sociali di produzione, campo in cui vigeva, e vige, una profonda differenza tra ricchi e poveri, tra sfruttati e sfruttatori.Nella carneficina del primo conflitto mondiale furono in tanti a sfidare i plotoni d’esecuzione e a fraternizzare con soldati della parte avversa. L’idea che nessuno può essere indicato come un nemico semplicemente perché ha pelle, nazionalità, sesso, religione differente si era fatta strada nel movimento operaio.Poi, perfino in quel movimento, il nazionalismo ha mietuto consensi. Nel secondo dopoguerra, buona parte del movimento antimperialista ha avuto la sua torsione nazionalista. Alla nozione, già molto discutibile, di lotta di classe, si è andata sostituendo quella di lotta di popolo. Ma popolo è una nozione antagonista alla nozione di classe . Popolo è l’esatto contrario di popolazione. Popolo è l’arma sollevata per distruggere le popolazioni, per identificarle in modo esclusivo e prioritario, per includere alcuni ed escludere molti, per fissare meriti e privilegi, per combattere in nome di qualcuno la guerra contro tutti. Per costruire un popolo occorre un funesto demiurgo.Dove inizia un popolo, la popolazione comincia a perire, sepolta dal suo potere retorico e dai suoi miti. Che le popolazioni si riconoscano in un popolo è un effetto collaterale assai grave dell’assenza di un pensiero di specie.Dove un popolo trionfa, la popolazione soccombe. Il popolo è un fantasma che esalta ed erige il corpo dello Stato identitario , del quale non si può pensare a organizzazione più distante e ostativa della sensibilità pianetica.Il popolo d’Israele, per esempio, trionfa erigendo la sua mostruosa macchina di guerra. Il popolo palestinese trionferà solo se saprà costruire una macchina di guerra più mostruosa e più potente di quella di Israele.Ridotto all’elemento nazionalista identitario, lo Stato diviene una macchina di guerra. Senza la guerra, lo Stato identitario – sia quello ebraico, sia quello palestinese, sia quello kurdo, tamil, ecc. – non potrebbe esistere.Le città e gli Stati sono popolati da stranieri. Gli stranieri da sempre sono la linfa che nutre le città e gli Stati. Non prendere atto di questa lapalissiana verità storica è una tragedia di proporzioni enormi.Il desiderio di uno Stato – o di una città identitaria – deriva da ataviche, infondate, paure e da interessi materiali a mantenere una parte della popolazione soggiogata, minorata, priva dei più elementari diritti. Chi desidera uno Stato identitario agogna la guerra. Chi dice popolo dice guerra . Per convincere le popolazioni a riconoscersi in popoli, si sollevano questioni che nulla hanno a che fare con la posta in gioco e che sono state l’archetipo del razzismo diffuso e addirittura istituzionalizzato.Intanto è falotica l’idea che esistano popolazioni contrassegnate da caratteri chiari e definiti una volta per tutte, di natura somatica o derivanti da tradizioni culturali e linguistiche peculiari. Le differenze di qualsiasi natura vengono inalberate per rivendicare diritti, che trascendono totalmente la difesa della presunta identità. Il diritto identitario non riguarda mai la semplice, legittima, difesa della propria identità, bensì la distruzione dell’identità altrui. Il diritto di parlare una lingua, quello di mantenere delle tradizioni, ostano la sensibilità di qualcuno solo quando si ritiene che si tratti di diritti esclusivi, riguardanti una parte della popolazione, e dai quali diritti vada esclusa la popolazione restante. Nella lotta di popolo, la propria salvezza coincide con la morte altrui, la propria liberazione coincide con l’oppressione altrui, l’affermazione dei propri diritti comporta la negazione dei diritti altrui. Storicamente, a determinare il salto mortale, anche all’interno del movimento operaio, dalla lotta di classe alla lotta di popolo fu proprio l’esito della Prima guerra mondiale. I vincitori di quel conflitto dovettero risolvere un problema: cosa farne dei territori un tempo inseriti nei grandi imperi collassati dalla guerra?Come si vede, è questione di attualità.La soluzione che fu escogitata, cioè l’autodeterminazione dei popoli , costituisce forse la peggiore dottrina politica del Novecento. Pur generata negli Usa, tale dottrina è stata condivisa dalla pressoché totale sfera delle ideologie politiche. Hitler e Stalin ne erano entusiasti, come lo sono e lo sono stati democratici, liberali, liberisti, socialisti, comunisti, perfino anarchici di tutto il mondo. Si fa fatica a ricordare che, dopotutto, il progetto di Hitler, chiaramente delineato nel Mein Kampf , era quello di far coincidere popolazione di lingua tedesca e Stato tedesco.Purtroppo è lezione di oggi che il bubbone nazionalista si alimenti e cresca ancora con questo principio, sempre issato su ogni barricata di qualsiasi conflitto interno o internazionale. Ucraini e russi, palestinesi e sionisti, kurdi e turchi, baschi e catalani, tamil e cingalesi, chiunque sia preso dalla patologia nazionalista non fa che issare la bandiera dell’ autodeterminazione dei popoli . Il cimitero della specie è colmo di cadaveri, eppure i massacri perpetrati nel nome dell’ autodeterminazione dei popoli non sembrano ancora sufficienti a ripudiare questo efferato principio. Quanti morti è costato e costa lo Stato identitario ebraico? E quanti morti costerebbe lo Stato palestinese libero dal fiume Giordano al mare come, probabilmente senza comprenderne le conseguenze, si sta urlando nelle piazze di mezzo mondo?Lo stesso diritto identitario , il diritto di autodeterminazione dei popoli, viene accampato da chi vuole impedire o limitare fortemente i processi migratori. Essi – è bene chiarirlo – non si fermeranno, nonostante tutte le deportazioni intraprese. Vi sono elementi fattuali, nemmeno teorici, che indicano che la strada dell’autodeterminazione identitaria è un vicolo cieco. Dati incontrovertibili, di fronte ai quali le scelte da compiere rischiano di essere ben diverse dall’immaginabile.Si consideri la questione demografica, per esempio. L’asimmetria demografica tra il mondo ipersviluppato e il mondo in via di sviluppo comporta una evidenza che nessuna deportazione può scalfire: senza migrazione niente produzione. Chi non vuole migranti su quello che immagina essere il proprio territorio , manifesta il medesimo rigurgito, il medesimo principio dell’autodeterminazione dei popoli: il diritto cioè di abitare, e i diritti in generale, spetta solo agli autoctoni . In fin dei conti, nel principio di autodeterminazione dei popoli si manifesta il diritto del sangue e del suolo . Anche nel diritto di cittadinanza si corre lungo il baratro dello stesso concetto.È significativo mostrare quante contraddizioni grondino da simili premesse ideologiche. C’è chi difende lo Ius soli , cioè il diritto di cittadinanza per chi è nato in un Paese, c’è chi invece è contrario poiché, al di là del Paese di nascita, ciò che conta è la razza, la cultura, le origini.Il dibattito politico è impastoiato nella seguente querelle : i diritti di cittadinanza vanno garantiti a tutti i nativi o solo a chi è originario, non solo nativo del Paese?Se si prendono in esame le origini, quali origini vanno tenute in conto? Le origini materne, le origini paterne, le origini solo dei genitori o anche degli avi?Quando ci si dimena in un ginepraio di insensatezze, è difficile uscirne. La questione della nascita così come quella delle origini ha un ruolo ideologico strumentale riguardo le politiche migratorie.Negli Usa sappiamo che le popolazioni native sono state e continuano a essere le popolazioni più discriminate del Paese. Dunque non di questo in realtà si tratta. I migranti non li si vogliono, ma se ne ha bisogno, e quindi la posta in gioco non è se devono o non devono arrivare. La vera posta in gioco è: devono avere pari diritti e dignità identica a chi già risiede in quel Paese?Se la risposta è affermativa, nessun diritto deve essere privilegio di qualcuno per il solo motivo di essere nato in un luogo. La terra non appartiene a chi è nato in un luogo. La terra appartiene alla terra e, in subordine, a chi ci vive e ci lavora al di là di ogni specificità, identità o provenienza. Pensare che la terra appartenga a qualcuno in modo esclusivo – perché ci è nato, perché è originario di quel luogo – è una delle radici più radicate del razzismo. La terra appartiene alla terra; dei frutti della terra, del suo spazio dovrebbe poterne goderne chiunque vive sulla terra. Che ci viva perché ci è nato, perché sono nati i propri avi, perché parla la lingua più diffusa, perché ci lavora, perché vi risiede, per i motivi più vari – ecco, questo davvero poco dovrebbe importare.Il principio dell’autodeterminazione dei popoli ha valicato la sfera politica per assumere rilevanza anche nella sfera personale, nella quale pure non smette di fare danni. Autodeterminazione del corpo, del sesso, del fumo, delle armi, di qualsiasi libertà intesa come arbitrio, cioè come possibilità di fare ciò che si vuole, senza dover tenere conto delle conseguenze sociali. Tutto il male perpetrato nel Novecento, e oltre, da guerre e da lotte intestine insensate condotte sotto la bandiera dell’autodeterminazione dei popoli ci interroga anche oggi, quando, nonostante connessioni macchiniche planetarie, la tecnologia stessa sembra dare estro di pensarsi esclusivamente in termini appropriativi e divisivi: quali sono le ragioni della forza e dell’aggressività della peste identitaria, peste che non è solo nazionalista ma propriamente riguardante l’identità anche del singolo individuo o di gruppi che si riconoscono in determinati caratteri, che cioè sia in termini di collocazione politica internazionale o di psicologia personale? Nella questione identitaria si confondono gli affetti con i diritti. La loro sovrapposizione produce una miscela esplosiva capace di distruggere ogni società. Che i neri, i bianchi, i gialli, gli alti, i bassi, le donne, i maschi, gli animali, le piante, il pianeta, il cosmo, siano soggetti e oggetti d’amore particolare non crea alcun problema. Così come nessun problema pone l’attaccamento ai luoghi materni, alla lingua madre, agli affetti intimi e assoluti. Chiunque ha il diritto di amare di più ciò a cui si sente più legato, ma la condizione affinché ciò avvenga è che non si impediscano sentimenti e affetti simili a un proprio simile. Il proprio mondo non può coincidere con il mondo. Nella confusione tra affetti e diritti , tra sentimenti di appartenenza e paura della diversità, la questione identitaria miete consensi.Il differenzialismo si torce facilmente in razzismo.Qualunque identità ha diritto di manifestarsi e di difendersi a condizione che non pretenda di divenire una generalità. La restituzione di ciò che si percepisce come sofferenza, derivante da una mancata riconoscenza della propria struttura identitaria, è una modalità che coglie entusiasmi a volte sprorzionatamente euforici, su ogni scala di grandezza si esercitino. Ma chi restituisce un male, che subisce o che sente di avere subito, purtroppo si fa male cento volte facendo male mille volte. Chi combatte contro la propria discriminazione e non desidera che ogni altra discriminazione venga meno, forse, è ancora soggetto discriminato, ma è già soggetto discriminante . La vittima che diviene aguzzino è peggiore di qualsiasi aguzzino. Il bene particolare che non desidera il bene universale è l’archetipo del danno.E quale sarebbe dunque l’antidoto all’autodeterminazione dei popoli? E all’enfasi di quella personalistica ed egoica?Eppure, se solo si immagina come e quanto la fase di specie, che sta compiendo il proprio salto nella fase dell’attuale macchinismo, abbia da affrontare problemi di nuova specie, a formulare una critica degli identitarismi sembra di affondare in una palta di ceneri bagnate.Ci vuole un gran falò per disperdere le ceneri del mondo. Per non farsi seppellire da esse. Tale falò, lo avvertiamo anche con inquietudine e con brividi di timore, è già acceso, ben oltre queste arcaiche convinzioni di una specie che è giunta, come si diceva, e non da ora soltanto, a un passo dal baratro.Nel fuoco della Storia c’è sempre qualcosa di indicibile che viene detto senza possibilità d’ascolto. Quel detto impossibile a sentirsi, perché si è sempre intenti ad ascoltare il crepitio della materia e non l’ardere del fuoco. Quando il bruciato diviene polvere, quando non c’è niente a riscaldare sotto la cenere, il fuoco si riprende la parola. E prova a dire l’inascoltato d’altri tempi, ciò che altri tempi hanno evitato di ascoltare. E che rischia di essere il libro scritto e mai letto del futuro che la specie attende.Si vedono ceneri ovunque. Ovunque ceneri come immense ragnatele a ghermire il mondo. La cenere sta nella confusione del mondo. Nel suo sfinimento. Adesso che il mondo è cenere, il fuoco ritorna necessario. Tocca di nuovo al fuoco di parlare. Pino Tripodi, già fondatore di DeriveApprodi, ha pubblicato per Milieu SetteSette , una rivoluzione. La vita (2012); La zecca e la malacarne (2014) , Pianetica (2022), testo cofirmato con Giuseppe Genna e Uccidere la colpa (2024).
- selfie da zemrude
Cronache del Boomernauta: Gaia e le metatecniche selvagge. Fabulazione speculativa ecologica Parrot Cos’è questo progetto? Cronache del Boomernauta è una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Attraverso 25 episodi pubblicati in formato feuilleton, racconta il tracollo di un mondo e la resistenza parziale di ciò che resta . Il Boomernauta, viaggiatore del tempo come l’Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez, suo predecessore, non è un eroe né un narratore onnisciente, ma innanzitutto una figura politica, considerando che ha partecipato come militante ai movimenti degli anni sessanta e settanta. Il suo modo di esporre le vicende del futuro è politicamente orientato e lui non lo nasconde. Ma è anche un "personaggio concettuale", à la Deleuze e Guattari, che opera diagnosi, prospettive e analisi che descrivono un piano di immanenza e che interviene nella creazione stessa dei concetti che lo popolano. Tutto ciò si svolge attraverso diffrazioni dello spacetimemattering [1] – termine cardinale della filosofia di Karen Barad che indica come queste tre entità emergano attraverso le intra-azioni – che si producono nell’incontro fra lo sguardo novecentesco del Boomernauta e le vicende di futuri prossimi e reconditi. Le illustrazioni di Martino Saccani Le figure non sono semplici accompagnamenti al testo ma vere intra-azioni, descrizioni virtuali per immagini di trans- formazioni, upgrades e downgrades del reale. Sono frames estratti dal processo di crisi in atto che dialogano con le parole del Boomernauta, le disturbano e le amplificano. Destrutturando la realtà, saturandola, dissolvendola e frammentandola, le visioni di Alessandra_Viganò (al secolo scorso Martino Saccani) aprono spazi di risonanza e suggeriscono al lettore immaginari di un futuribile domani. Coordinamento editoriale : Maurizio ‘gibo’ Gibertini NOTA : [1] Il termine "spacetimemattering" di Karen Barad è una parola creata per descrivere il modo in cui la materia e lo spaziotempo emergono attraverso le intra-azioni e siano intrinsecamente legati. Il concetto fa parte della teoria filosofica dell’Agential Realism. Introduzione alla pubblicazione seriale su Ahida di Giuliano Spagnul « L'uomo è involuto in se stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l'uomo non vede più.» Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La tartaruga, 2024, p. 57 Sono passati più di cinquant'anni da questa lapidaria invettiva e l'uomo continua a non vedere. O, per lo meno, ciò che vede è l'inevitabile esaurirsi delle risorse del suo pianeta a cui può solo ovviare con un secondo pianeta da conquistare. E, siccome non è lì bell'e pronto da abitare, da terraformare . C'è qualcosa di assolutamente surreale, e forse inquietantemente patologico, in questa idea di consumare qualcosa fino all'osso per poi sputare l'osso e trovare qualcos'altro da consumare a sua volta e così via all'infinito. Ma il paradosso estremo è che quel qualcos'altro da conquistare è ancora più spolpato di quell'osso che si vorrebbe gettare. E quindi va artificialmente reso fertile e fecondo di nuove risorse per poterlo sfruttare. Ma allora perché, si chiede una giovane astrofisica, divulgatrice, Silvia Kuna Ballero presentando il suo libro Rapsodia marziana (Codice Edizioni, 2025) alla libreria Anarres di Milano, non terraformare il pianeta esausto che già abbiamo? Terraformare il pianeta Marte con i mezzi e i saperi odierni è praticamente impossibile, al di là di quel che ne pensa un infantile miliardario, e quell'ipotetico «forse tra qui a cinquant'anni» timidamente avanzato dall'autrice suona più come una rimanenza di quel luogo comune del progresso spinto sempre in avanti dal semplice accumularsi degli anni che passano. Ma allora, davvero, perché non la Terra che abitiamo e che possiede ancora un'atmosfera e acqua in abbondanza, anche se non proprio in ottima salute? Dare come risposta lo spirito dell'avventura insito nell'umano, la ricerca di quel qualcosa che sta oltre l'orizzonte, quel misurarsi sfidando i limiti che ci sono propri o imposti, non è una risposta sufficiente. Finita l'ultima frontiera di fronte a noi, si guarda in su oltre il cielo , e il dispositivo fantascientifico novecentesco ci ha abituati e rodati efficacemente a questo: ci ha reso familiare e tutto sommato accettabile l'idea di dover abbandonare la Terra. Non è un caso che Bruno Latour non amasse la fantascienza. Così infatti descrive i moderni in La sfida di Gaia (Meltemi, 2020): «non vedono l'avvenire se non in forma di romanzo futuristico. Nulla di sorprendente in ciò: non hanno mai prestato particolare attenzione alla direzione in cui stanno andando, ossessionati dall'idea di sfuggire al loro attaccamento alla Terra. Pronti al distacco, sembrano veramente ingenui quando incontrano la prospettiva del riattaccamento a una nuova residenza, della delineazione di un nuovo nomos. Somigliano ad astronauti che si apprestano a fare un giro d'esplorazione nello spazio senza tuta.» (p. 337) La risposta a tutto questo in realtà è molto semplice: se non si vuole abbandonare la Terra si dovrà abbandonare il capitalismo. E qui chi prospera e vive di capitalismo farà di tutto per convincerci del contrario e di strumenti ne ha tanti: una nuova avventura entusiasmante e meravigliosa è possibile! Certo non per tutti, forse per pochi, ma la razza umana sopravviverà proprio grazie a questi pochi, sorteggiati dalla fortuna o scelti tra i migliori o in una combinazione tra le due; ma l'importante è il nuovo sogno collettivo a cui tutti, con il loro lavoro e il loro entusiasmo parteciperanno. La fabula speculativa, il racconto di questo boomernauta del tempo, in questa sorta di antifantascienza (non me ne vorrà l'autore per questa definizione che a suo tempo fu affibbiata all'opera di un grandissimo come James G. Ballard) ci racconta proprio questo grande inganno e come immaginare le possibili forze antagoniste in grado di opporsi. Ogni episodio può essere letto come un frammento autonomo , ma connesso a un flusso narrativo complesso , in cui si intrecciano realtà riconoscibili e immaginazione critica.
- scienza e politica
# 7. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. Sedici anni di cura e lotta. La Microclinica Fatih a Torino Italo Carrarini La Microclinica Fatih è un ambulatorio popolare e collettivo attivo dal 2009 all’interno del CSOA Gabrio, nel quartiere San Paolo di Torino. Nata per rispondere ai bisogni di salute delle persone escluse dal Servizio Sanitario Nazionale — in particolare migranti e richiedenti asilo — la clinica fonda la propria azione su tre principi cardine: una concezione sociale e collettiva della salute, l’orizzontalità nelle decisioni e l’indipendenza economica dalle istituzioni. Nel tempo, la Microclinica ha adattato le proprie pratiche ai cambiamenti sociali e territoriali, affrontando nuove forme di disagio psicologico e sociale e sviluppando percorsi di cura collettiva, prevenzione e riparazione. Tra le iniziative più recenti figurano la campagna <>, contro la violenza medica, e la Consultoria FAM, progetto transfemminista autogestito dedicato alla salute sessuale e ginecologica. Le attività della Microclinica si intrecciano con quelle del centro sociale e di altri collettivi, promuovendo azioni di solidarietà, eventi comunitari e campagne per la difesa della sanità pubblica. Dopo sedici anni di esperienza, la clinica rappresenta un laboratorio di pratiche di salute autonome e mutualistiche, che si pongono in tensione critica e complementare rispetto a un sistema sanitario pubblico sempre più smantellato. L'ambulatorio popolare "Microclinica Fatih" è uno spazio e un collettivo che si occupa di diritto alla salute e salute comunitaria nella città di Torino, a partire dal 2009. L'approccio alla salute dell'ambulatorio si riflette in primo luogo nel nome. Il termine “Microclinica” richiama le pratiche di resistenza e di vita comunitaria delle comunità zapatiste del Chiapas, dove le microcliniche fanno parte del sistema sanitario autonomo del Caracol (i municipi) e sono spazi aperti, inclusivi, di accoglienza e cura per tuttə. “Fatih” , invece, era un uomo di 38 anni morto dopo essere stato privato di assistenza medica nel centro di detenzione di Torino (oggi CPR). Ciò rivela, da un lato, la tensione legata al desiderio di costruire pratiche di salute comunitaria in risposta ai meccanismi di esclusione del sistema sanitario e, dall’altro, la connessione con una prospettiva e una lotta antirazzista. La costruzione di intersezioni tra diverse lotte sociali è centrale nelle attività della Microclinica e del centro sociale autogestito di cui da sempre fa parte, il CSOA Gabrio, situato nell'ex quartiere operaio di San Paolo, a Torino. Tra il 2009 e il 2010, la città ha vissuto una fase intensa di occupazioni abitative e di lotta per la casa. Il CSOA Gabrio faceva parte di queste mobilitazioni e in alcune occupazioni cominciarono a emergere problemi di salute a causa dell'insalubrità e dell'assenza di riscaldamento dello stabile. Le persone occupanti erano per lo piu persone con background migratorio e richiedenti asilo con difficoltà e impedimenti - formali o sostanziali - di accesso al SSN. è in questo contesto che è nata l'idea di aprire un ambulatorio popolare dentro al Gabrio. L'ambulatorio era la forma di azione diretta che piu di altre permetteva di rispondere a diversi bisogni e obiettivi: seguire e curare persone che non potevano accedere ai servizi e permettersi le medicine, e costruire lotte per rivendicare il diritto alla salute per tuttə. Il funzionamento della Microclinica si fonda su tre principi fondamentali. Il primo è una concezione sociale della salute, che si riflette in diversi aspetti dell’organizzazione. L'ambulatorio è aperto una o due volte la settimana, con accesso libero e senza prenotazione. Al suo interno possono svolgersi sia visite mediche, sia momenti di orientamento sociosanitario e, in ogni caso, con nessuno che indossa un camice. Durante le consultazioni mediche, l’obiettivo è quello di raccogliere e interpretare i sintomi delle persone all’interno del contesto fisico, sociale ed economico in cui si sono manifestati, così da evitare letture e soluzioni esclusivamente medicalizzanti e centrate sul farmaco. Quest’ultimo, infatti, è spesso percepito come la risposta più immediata, concreta ed efficace, anche da parte delle/gli stessə utenti. Il secondo principio è l’orizzontalità, si concretizza nei modi in cui la Microclinica prende le decisioni e organizza la sua azione, ovvero con un’assemblea mensile aperta a militantə e utenti. Per far fronte al fatto che alcunə utenti possano incontrare ostacoli legati alle norme implicite di partecipazione o al ritmo specifico dell’impegno militante, sono state introdotte forme alternative di coinvolgimento, come i pasti collettivi o le attività di autofinanziamento. Infine, il terzo principio centrale è quello dell’indipendenza: la Microclinica rifiuta qualsiasi finanziamento proveniente da istituzioni pubbliche, donazioni o fondazioni private, garantendo così la propria autonomia, che tuttavia comporta una precarietà strutturale e che può tradursi in oscillazioni del numero di attività organizzate o dei giorni di apertura, passando in alcuni periodi da due giorni a uno solo. La traduzione concreta di questi tre principi, pur costitutiva dell’identità del centro, è costantemente attraversata da tensioni e contraddizioni. Queste riguardano, ed esempio, la difficoltà di conciliare i tempi di vita e di militanza per chi porta avanti l'ambulatorio, o le diverse aspettative e possibilità di partecipazione di chi vi prende parte. Lungi dall’essere visti come ostacoli, tali tensioni rappresentano un terreno di confronto costante su cosa significa costruire azione politica diretta nel campo della salute e delle forme autogestite di cura. Mettere in primo piano questi nodi problematici è fondamentale: significa non cristallizzarsi in pratiche routinarie e non rimanere immobili di fronte a un mondo che cambia. Al contrario, l’interrogarsi continuamente su ciò che si porta avanti costituisce una condizione necessaria per comprendere come immaginare e tradurre in pratiche modalità di cura collettiva che siano al tempo stesso efficaci e trasformative. Infatti, nel tempo, le principali aree di intervento dell'ambulatorio sono cambiate, anche adattandosi ai mutamenti del nostro quartiere e della nostra città. Oggi, ad esempio, pur continuando a vedere persone con background migratorio, incontriamo sempre più spesso persone con fragilità psicologica e psichiatrica, persone da "aggiustare" in un sistema che ci vuole efficienti, produttivə, adattatə alle richieste di sfruttamento e consumo della nostra società ultra-capitalista. I cambiamenti intercorsi fuori di noi ci hanno interrogato anche sulle nostre pratiche, portando a profonde mutazioni. Quello che portiamo avanti oggi all'interno della Microclinica è il tentativo di fornire un sapere medico e sociale e un modello di cura che rompe il rapporto di potere medico-paziente (cosi come medico-altro sanitario non sanitario), portato avanti da microequipe di lavoro orizzontale (persona sanitaria -altro profilo professionale- persona con bisogno di cura). Condividendo un sapere che è di pochə, ma che coinvolge tuttə e deve essere distribuito e rimesso in discussione nel come è pensato ed usato. La cura inoltre non è solo quella dell'acuzie, ma deve essere estesa alla prevenzione (con attenzione particolare sui determinanti sociali)e prolungarsi anche oltre, con un processo riparativo e di riattivazione. Di questo in particolare ci stiamo occupando con la campagna "Luoghi di cura, non di paura", un percorso politico incentrato sul tema della violenza medica, attraverso il quale abbiamo raccolto e dato voce a testimonianze di violenza medica subite in ambito ginecologico, psichiatrico, oncologico e in generale negli ambienti di cura. A queste testimonianze abbiamo dato eco e lettura tramite presidi sotto gli ospedali, in radio, nei nostri spazi. La campagna si pone l'obiettivo di mappare luoghi di salute sicuri, e di formare il futuro personale sanitario partendo dalle testimonianze stesse di violenza medica. Qui le pratiche della Microclinica Fatih si intrecciano con quelle del più ampio movimento transfemminista, che porta avanti lotte e campagne pubbliche contro le restrizioni al diritto all’aborto, la violenza ostetrica e il medical gaslighting. Un altro esempio della costruzione di pratiche partecipative “dentro e oltre” la Microclinica Fatih riguarda la collaborazione con un’esperienza nata quest’anno nel centro sociale autogestito CSOA Gabrio a seguito di un processo di co-costruzione: la “Consultoria FAM” , un’iniziativa autogestita volta a offrire consulenza in ambito sessuale e ginecologico, promossa dal collettivo transfemminista Non una di meno , dal collettivo Sei Trans? e dalla stessa Microclinica Fatih. La Consultoria FAM organizza consulti ginecologici, gruppi di mutuo aiuto e di auto-esplorazione, e sviluppa pratiche di prossimità e partecipazione accanto a iniziative politiche e pubbliche rivolte a donne, persone trans e non-binarie assegnate femmine alla nascita. La Microclinica Fatih e la Consultoria FAM si incontrano periodicamente in assemblee condivise e molte persone che accedono all’una si rivolgono anche all’altra. Vengono regolarmente organizzate iniziative di coinvolgimento comunitario: un esempio recente è stato un festival pubblico, aperto al quartiere, promosso congiuntamente dalla Consultoria FAM e dalla Microclinica Fatih, che ha posto al centro temi legati alla prospettiva dell’impegno comunitario: “La salute come benessere comunitario” ; “La salute come lotta collettiva contro le disuguaglianze” ; “L’arte come cura” ; “Riprendiamoci i nostri corpi” . Le attività hanno incluso laboratori teorici e pratici sul rapporto tra salute e alimentazione, gruppi di mutuo aiuto per persone con malattie difficili da diagnosticare – portatrici di difficoltà sociali, economiche e relazionali connesse – laboratori costruiti insieme alle donne che frequentano la Microclinica Fatih per definire i loro bisogni di salute e sociali, e infine una passeggiata pubblica e comunicativa nel quartiere. Costruire un festival come questo ci permette di rafforzare il coinvolgimento con il quartiere, accrescere la consapevolezza sull’impatto degli aspetti sociali sulla salute, e mappare le risorse comunitarie necessarie per affrontare le disuguaglianze e contrastare l’esclusione sociale e la marginalizzazione. Svolgere le attività all’interno di un centro sociale non solo permette un’azione coordinata con altre lotte sociali, ma facilita anche i collegamenti con altre esperienze che si svolgono dentro e intorno allo spazio della clinica. Nella stanza accanto alla clinica si trova, ad esempio, lo sportello legale, dove si offre assistenza legale gratuita e si organizzano iniziative antirazziste e contro i centri di detenzione. Allo stesso modo, durante la pandemia come Microclinica Fatih abbiamo collaborato con il gruppo solidale “SOS spesa” , nato durante il lockdown per sostenere persone e famiglie del quartiere attraverso la distribuzione di alimenti. Accanto alle iniziative rivolte al più ampio ecosistema dell'ambulatorio, abbiamo costruito altre pratiche di partecipazione e coinvolgimento, specialmente per gli utenti, con cui vengono organizzate cene sociali di autofinanziamento. La partecipazione e la costruzione condivisa di iniziative di diverso tipo aiutano a mettere meglio a fuoco come l’investimento nella costruzione di processi di coinvolgimento comunitario non riguardi soltanto le pratiche mediche, ma la questione della salute nel suo complesso. Il filo conduttore di questi processi comunitari è la costruzione di una (ri)presa di parola sulla salute, tanto individuale – nelle consultazioni mediche – quanto collettiva – nelle iniziative pubbliche. La lotta per la salute passa anche attraverso la difesa e la rivendicazione di un servizio sanitario pubblico, universale e finanziato. Per questa ragione, come Microclinica abbiamo sempre partecipato alle mobilitazioni per la sanità pubblica, come nel caso della campagna per la riapertura del Maria Adelaide – un ex ospedale chiuso da anni – che durante la pandemia è divenuto simbolo della necessità di risorse pubbliche per affrontare l’emergenza. Un altro nodo centrale, che ha rappresentato negli anni una tensione generativa, è il rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale. Uno degli slogan fondativi della Microclinica Fatih era infatti “Aprire per chiudere” : l’idea non era sostituirsi alle istituzioni pubbliche, ma offrire una risposta alle loro mancanze, rivendicando al contempo il diritto incondizionato alla salute e il rafforzamento del servizio pubblico. Dopo sedici anni di vita della Microclinica, tuttavia, questo orizzonte si è trasformato. Il processo sempre più capillare e violento di smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale e l’avanzata della sanità privata nelle sue diverse forme (cliniche, assicurazioni, etc.) non solo contribuiscono a rendere sempre piu difficile la presa in carico sociosanitaria delle persone, ma cambiano gli stessi fondamenti organizzativi ed epistemici del sistema sanitario pubblico, sostenendo la crescite di logiche biomediche , individualizzanti e poco sensibili alle dimensioni sociali, relazionali e collettive della cura. Dopo sedici anni, possiamo dire che la Microclinica non è piu una risposta puntuale ad un'emergenza perchè la sua azione collettiva è inserita in un processo di lunga durata, ma, allo stesso tempo, non vuole agire in una logica di supplenza e compensare le mancanze del pubblico e la mancata presa in carico sociosanitaria di gruppi sociali marginalizzati. In questo contesto, il motto «aprire per chiudere» non scompare, ma si trasforma: cessa di essere un orizzonte programmatico immediato per diventare un principio costantemente messo in tensione dallo stato attuale del sistema sanitario pubblico italiano e che contribuisce a mantenere viva la domanda politica su come intrecciare pratiche di cura autonome e mutualistiche con la difesa collettiva di un servizio pubblico di salute.
- il secondo senso
Cosa stiamo facendo in questo comparto Ariel Gangi Curare un comparto come questo non significa, nelle nostre intenzioni, parlare di cose di donne o di soggettività femminilizzate o di «genere» (il miglior falso amico del femminismo!), bensì parlare in piena libertà e far parlare più voci sui temi più disparati, che però sono accomunati dagli occhiali dalla critica femminista per guardare al mondo contemporaneo. Perché questo comparto ospita un articolo sul mestiere del cuoco e il lavoro casalingo, uno sulla migrazione italiana in America e uno sulla nostalgia come sentimento conservatore? Come c’entrano tutte queste cose con, ad esempio, l’ecofemminismo o il lavoro riproduttivo? Sul nascere della rivista abbiamo scelto di dedicare una sezione specifica ai femminismi (al plurale!) contemporanei perché spesso incorporano punti di vista inusuali da cui guardare ai fatti di cronaca, ai fenomeni sociali e alle relazioni che si creano all’interno di questi. Sia che si tratti di microscopiche tecniche narrative (partire da sé, dall’esperienza incarnata di chi parla), sia che si tratti dell’analisi di macro tendenze politiche, come i nuovi fascismi o la crisi ecologica, il femminismo (qui al singolare perché inteso come «termine ombrello» o come strumento) si sforza di dare voce all’indicibile. Ovvero indaga il posizionamento di chi parla, chi è e da dove emerge la necessità storica di parlare di certi argomenti. In parole povere, tornando sul livello micro, il fatto che io sia una donna bianca nata in Occidente con origini partenopee e che faccia la cuoca ecc. «fa» qualcosa. Questo qualcosa significa che ciò di cui mi interessa parlare dipende dalla mia storia e dalle relazioni con altre storie e con la storia del mondo che attraverso. Così ad esempio Silvia Federici, quando parla di Karl Marx, dice che non le importa quale sia il coronamento dell’analisi linguistica più corretta dei Grundrisse e della migliore interpretazione del «frammento delle macchine» ma piuttosto il fatto che Rosa Luxemburg e il movimento spartachista fossero contro l’aborto perché nella loro interpretazione dei testi di Marx l’interruzione di gravidanza era letta come una pratica borghese, creando grandissima confusione per i movimenti femministi tedeschi dei decenni successivi. Che l’analisi della Luxemburg dell’opera marxiana fosse scorretta non importa, poiché conta il fatto che quell’interpretazione, giusta o sbagliata che fosse, ha avuto degli effetti materiali sulle generazioni di donne e di militanti a venire in quel pezzo di Europa. Dall’altro lato c’è una faccenda molto importante messa in luce da alcuni femminismi oggi, anche molto diversi tra loro, che riguarda la storia dei concetti e la genealogia delle parole usate sia analiticamente che politicamente. Ma intanto basti dire che per molte pensatrici oggi, a diverse latitudini (da Veronica Gago a Federica Giardini a Donna Haraway a Bell Hooks a Vandana Shiva fino ad Ariel Salleh, il cui pensiero sarà protagonista del prossimo testo di questo comparto insieme alla sua intervista), nella loro pratica filosofica/militante non risulta tanto importante delineare un neologismo o la descrizione di un concetto, come potrebbe essere quello di cambiamento climatico o di «fascismo dell’apocalisse». Perché secondo queste autrici e attiviste i concetti vengono meglio spiegati dal loro conflitto con altri concetti, le idee emergono dal loro scontro con chi le insidia. Per cui per parlare di ecologia politica oggi risulterebbe più utile partire dai suoi falsi amici: ambiente, natura, clima. Oppure per parlare dello stigma che pende sull’essere femminista in Italia sarebbe forse più utile parlare del berlusconismo televisivo, della crisi interna ai movimenti postavanguardisti, dello sciopero silenzioso della maternità in Italia o della cultura dello stupro istituzionalizzata e secolarizzata. Così come non conterà, come suggeriscono certi pensatori ebrei socialisti professori di Cambridge, che il sionismo storico non è quello utilizzato da Netanyahu, che ne fa un’interpretazione tendenziosa, perversa e scorretta. Ma invece conterà il fatto che a prescindere dall’uso corretto o scorretto del termine sionismo rispetto alle intenzioni originarie del popolo ebraico della diaspora, oggi nella realtà materiale del genocidio, fuori dal delirio simbolico, sotto e per conto di questa parola stanno morendo decine di migliaia di persone. Tutto questo per dire che curare un comparto come questo non significa, nelle nostre intenzioni, parlare di cose di donne o di soggettività femminilizzate o di «genere» (il miglior falso amico del femminismo!), bensì parlare in piena libertà e far parlare più voci sui temi più disparati, che però sono accomunati dagli occhiali dalla critica femminista per guardare al mondo contemporaneo. Infine torniamo all’inizio, ovvero al nome di questo comparto: «Il secondo senso». Quando Simone de Beauvoir scrisse «Il secondo sesso» ( Le Deuxième Sexe, Parigi, 1949), ci ha fatto un grande regalo ma ci ha dato anche un enorme accollo. Perché come Il Corano , La Bibbia , Il Capitale , La Divina commedia , Così parlò Zarathustra , ecc. è uno di quei libri che è stato sottoposto a talmente tante interpretazioni diverse che oggi potremmo dire che molti pensieri femministi odierni, da quello liberale bianco, borghese e conservatore di alcuni ambienti neoliberisti occidentali a quello rurale radicale in India a quello decoloniale e cosmogonico dei popoli originari dell’America latina, subiscono l’influenza, anche molto indirettamente, di interpretazioni che sono contro o a favore delle tesi più controverse di questo libro, dalla seconda metà del Novecento a oggi. Come la tesi che (presumibilmente?) sancisce che «donna non si nasce, si diventa», suggerendo forse che la donna è una costruzione sociale, un’idea situata storicamente e non un animale biologicamente diverso dagli altri della sua specie (si pensi all’interpretazione che oggi Donna Haraway fa della natura, quando dice che «Né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. La natura è, strettamente, un luogo comune»). Qui però il «senso» – e non il sesso – è descritto come «secondo» non per suggerirne una subalternità gerarchica ma per sottolineare il mondo dell’invisibile, del sommerso, della complessità e della profondità di senso, descritto dalla problematica sfera della femminilità (che sia essa subita o esercitata strategicamente, da persone che non sono donne/femmine in senso biologico ma che sono considerate tali secondo lo stigma storico che ciò comporta). Dunque nel senso di ciò che segue ( secundus ) oltre al senso dominante ma anche in conformità a ciò che penso (secondo me, secondo te). Quindi, senza tirarla troppo per le lunghe, chiunque scriva o voglia scrivere qui condividerà un metodo e un posizionamento verso l’osservazione degli scenari contemporanei, tale per cui non conteranno le verità, semmai questo abbia avuto senso nella storia, non conteranno i simboli e i loro significati assoluti ma le storie e le relazioni (non solo umane o umanoidi) che stanno dietro alle parole, alle immagini, agli incontri, agli scontri e all’andare del mondo. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- konnektor
Gaza è Rio De Janeiro. Gaza è il mondo intero Thomas Berra Pubblichiamo l'articolo di Raul Zibechi tradotto dal collettivo internazionalista Nodo Solidale e apparso su desinformemonos.org per gentile concessione dell'editore. L’articolo denuncia il massacro di oltre 130 giovani neri e poveri nelle favelas di Rio de Janeiro, uccisi dalla polizia durante un’operazione militare presentata come lotta al narcotraffico. L’autore accusa il governo di complicità in una vera e propria guerra contro i poveri e critica l’impunità delle forze repressive. L’episodio viene collegato a un contesto globale di violenza sistematica e di repressione contro i popoli oppressi — da Gaza al Chiapas, dal Cauca al territorio mapuche — che l’autore interpreta come espressione di un capitalismo predatorio e genocida. Il testo invita alla solidarietà internazionale e alla resistenza collettiva, trasformando il dolore per le vittime in indignazione e lotta contro un sistema che si fonda sulla morte e sull’esclusione sociale. Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore che ci provoca il massacro di oltre 130 giovani neri, poveri, uccisi dalla polizia di Rio de Janeiro, con la scusa di combattere il narcotraffico. Si è trattato di un’operazione di guerra urbana in cui il governo dello Stato ha mobilitato 2.500 poliziotti in assetto da guerra, oltre a blindati ed elicotteri per attaccare i complessi delle favelas Penha e Alemao nella zona nord della città, un’area con un’alta concentrazione di popolazione povera. Si tratta di due complessi di favelas che superano i 150.000 abitanti, con un’enorme densità di popolazione. Il governo di Rio ha dichiarato che ci sono stati 60 morti, ma la popolazione delle favelas ha portato nelle piazze più di 50 corpi che non figuravano nel conteggio ufficiale, lasciando il dubbio su quanti siano stati uccisi. Finora il numero supera i 120. Le reazioni non si sono fatte attendere, dalle organizzazioni per i diritti umani alle Nazioni Unite, che si sono dette “inorridite” dal massacro. Al di là dei dati, ci sono fatti rilevanti. Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui devono guardarsi i popoli e le persone oppresse del mondo. Per chi sta in alto, si apre un periodo di caccia indiscriminata alla popolazione “in esubero”, perché hanno la garanzia dell’impunità. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Può essere Quito, San Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o Wall Mapu; la montagna di Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo che uccide per accumulare sempre più rapidamente. Dicono narcotrafficanti con la stessa indifferenza con cui dicono palestinesi , mapuche o maya . Sono solo scuse. Argomenti per le classi medie urbane. Ma la storia recente ci mostra che quello che stanno facendo è creare laboratori per il genocidio. Nel tranquillo Ecuador, quando i popoli indigeni li hanno sconfitti nella rivolta del 2019, hanno reagito liberando i più feroci criminali nelle carceri trasformate in luoghi di sterminio, dove i media mostravano i detenuti che giocavano a calcio con la testa di un decapitato. Nel Cauca, l’estrazione mineraria a cielo aperto e la coltivazione di droga hanno esacerbato la violenza paramilitare contro le comunità Nasa e Misak che resistono e non si arrendono, rendendo la regione la più violenta di un paese già di suo violento. Nel territorio mapuche, sia in Cile che in Argentina, i poteri forti hanno deciso che coloro che non si arrendono devono essere definiti “terroristi”, con il risultato che oggi ci sono più prigionieri mapuche che sotto le dittature di Pinochet e Videla. In Messico, tutto è chiaro, così chiaro che i media e i governi non vogliono farcelo vedere, mascherando la violenza con discorsi che ne sottolineano solo la complicità. La violenza sistematica in Guerrero e in Chiapas dovrebbe essere motivo di scandalo. A Rio de Janeiro, un sociologo dice spesso che il narco non è uno Stato parallelo, ma lo Stato realmente esistente. Compresi tutti i governatori degli ultimi decenni, con il loro entourage di imprenditori mafiosi, deputati e consiglieri comunali che costituiscono un potere ereditato dagli squadroni della morte della dittatura militare. Gaza ci pone in un altro luogo, di fronte ad altre sfide. La prima è comprendere che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire che questo sistema è composto dalla destra e dalla sinistra, dai conservatori e dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci da soli, perché nessuno lo farà per noi. Il mondo che abbiamo conosciuto sta crollando. Piangiamo quei giovani uccisi a Rio, quei corpi distesi sull’asfalto. Trasformiamo le nostre lacrime in fiumi di indignazione e in torrenti di ribellione. Raul Zibechi è nato a Montevideo nel 1952. E' un giornalista e scrittore. Tra il 1987 e il 1991, ha percorso il Perù, l'Ecuador e la Colombia, dove ha avuto lunghi rapporti con le comunità indigene locali. In italiano sono stati pubblicati: ll paradosso zapatista (Eleuthera, 1998) Genealogia della rivolta (Sossella, 2003), Alba di mondi altri. I nuovi movimenti dal basso in America Latina (Museodei by Hermaten, 2015) e Tempi di collasso. I popoli in movimento (Nuova Delphi, 2021).












