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  • selfie da zemrude

    Toni mio padre. Il divario che ci ha tolto la storia di mano Il documentario di Anna Negri Toni, mio padre  porta in scena una ferita privata che diventa specchio di una frattura collettiva: la difficoltà contemporanea di trasformare il dolore in lettura politica. Messo accanto a Il frastuono e Il silenzio  di Giampaolo Penco, che ricostruisce la figura teorica e politica di Toni Negri, il film di Anna mostra quanto oggi sia difficile collegare biografie e storia. La distanza tra padre e figlia rivela così lo scarto tra due mondi. Uno in cui la storia era ancora un campo di possibilità, l’altro in cui il conflitto è stato privatizzato e ridotto a trauma individuale. Guardare i due film insieme significa interrogare il nostro presente più che il loro passato. Anna Negri, Giampaolo Penco e il ritorno impossibile di una storia che abbiamo scordato Di Toni Negri, in Italia, si è sempre saputo troppo ma anche troppo poco. Troppo, quando bastava pronunciare il suo nome per evocare teoremi giudiziari, processi interminabili, emergenze costruite a tavolino; troppo poco, quando si trattava di guardare l’uomo che invecchiava lontano dai figli anche come corpo simbolico a cui passare uno scomodo testimone. Oggi, davanti a due documentari, Toni, mio padre  di Anna Negri e Il frastuono e il silenzio  di Giampaolo Penco, non si riapre tanto il processo a Negri, quanto il processo al nostro modo di guardare la storia. Due film quasi opposti: uno si muove dentro una ferita familiare, l’altro prova a rimettere Toni nel paesaggio teorico e politico del suo tempo. Ma entrambi raccontano lo stesso paradosso, Negri è diventato il simbolo di qualcosa che non sappiamo più nominare, perché ci mancano sia il linguaggio che l’immaginario. In un Paese che ha trasformato Pasolini in un’icona solo dopo averlo isolato da vivo, non stupirebbe se anche Negri venisse riscoperto tra cinquant’anni, quando sarà abbastanza lontano per non fare più paura. Parlare di Negri oggi significa misurarsi con una frattura generazionale che separa chi ha tentato, goffamente, coraggiosamente, talvolta rovinosamente, di spingere la storia verso un esito diverso, da chi è nato dopo e ha trovato solo le macerie, senza strumenti per trasformare il dolore in comprensione politica. La staffetta non si è spezzata perché qualcuno ha lasciato cadere la fiaccola, ma perché la fiaccola è stata spenta: repressione giudiziaria, demonizzazione mediatica, trionfo culturale del capitalismo dagli anni Ottanta in poi, una sconfitta che non si misura solo nelle sentenze, ma nell’immaginario perduto. Ciò che manca nel film non è lo sforzo affettivo, quello c’è, ed è sincero, ma l’accensione di una sinapsi politica, il passaggio di un linguaggio, di una semantica nuova, da un corpo storico a un altro. In questo vuoto simbolico si colloca il film di Anna Negri. Un racconto intimo, vulnerabile, attraversato dalla domanda che ritorna come un mantra: «Dov’eri quando io ero bambina?». Domanda legittima, dolorosa, sospesa in un’aria rarefatta, lontana ormai da un contesto storico in cui posarsi.  Il punto non è giudicare il padre, né contestare il dolore della figlia, il punto è la cornice, l’individualismo terapeutico contemporaneo, incapace di trasformare il personale in politico. Dove era naturale per la generazione di Negri pensare la libertà come conflitto costituente, Anna sente l’aporia affettiva, dove Negri vede l’individuo come nodo di una rete sociale, Anna legge un microcosmo affettivo psicologico trascurato, Negri parla di general intellect, Anna parla di lontananza, assenza, ferita. La scena più brutale del film arriva quando Toni, vecchio e stanco, dice ad Anna «Io non capisco cosa vuoi tu da me», non è solo la confessione di un uomo stanco che si sente sotto accusa, è la diagnosi involontaria di una frattura epocale, infatti lui intravede che il senso politico di una vita intera che è diventato incomprensibile, percepisce che il dolore dei figli è più grande di quello dei padri perché non ha più un orizzonte collettivo in cui inscriversi.  Il risultato è un silenzio che non è mancanza di parole, ma mancanza di mondo. La generazione che ha provato a scardinare il mondo ha perso, ma quella venuta dopo ha perso ancora di più, ha perso la capacità di leggere e metabolizzare la sconfitta.  Nietzsche scriveva che il corpo fa Io  più di quanto l’Io creda. Guardando Toni nella vecchiaia questa frase diventa fisica, è un corpo che ha fatto storia più di quanto abbia potuto raccontarla. La politica funziona allo stesso modo, non è solo ciò che pensiamo, è ciò che il potere imprime sui corpi. La generazione 68-77 aveva un corpo politico teso, conflittuale, imperfetto, vivo, voleva determinare ciò che lo determinava. Autonomia, biopolitica, il personale è politico  non erano slogan, erano posture materiali, forme di vita, contraddittorie free, ma sentite e cercate. Poi è arrivata la sconfitta, soprattutto nell’immaginario, il capitalismo vincente degli anni Ottanta e Novanta non ha solo vinto sul piano economico, ha colonizzato la lingua, le forme di vita, il senso del possibile. Ha sussunto non solo la forza-lavoro, ma tutto il general intellect , i desideri, la cooperazione sociale. Negri lo aveva visto, il potere non si limita a reprimere, produce mondo. E quel mondo, da allora, è stato edificato come uno spazio in cui l’alternativa sembra impensabile prima ancora che irrealizzabile. Qui entra in gioco la miseria di posizione  di Bourdieu, una povertà non di reddito ma di mondo, in cui il soggetto non riesce più a percepirsi come forza storica. Il dolore si privatizza, l’ingiustizia diventa destino individuale. Il G8 di Genova è stato l’ultimo tentativo di ricomporre i corpi in moltitudine, la risposta dello Stato, fisica e simbolica, è stata un messaggio: la politica come conflitto non è più ammessa, da lì in poi il collettivo diventa minaccia, l’individuo l’unico orizzonte di lettura. Il dominio non reprime i corpi, reprime le interpretazioni, non impedisce di soffrire, impedisce di collegare la sofferenza al mondo. È dentro questa trasformazione che Toni, mio padre  prende forma. Anna guarda il padre con gli strumenti di questo presente, una grammatica emotiva, terapeutica, introspettiva, il dolore è un fatto che decade nello psicologico, l’assenza è una ferita privatizzata. Toni, in quella cornice, appare come l’uomo che non c’era , non come il corpo schiacciato da un processo storico che ha travolto migliaia di vite. È un limite, sì, ma è un limite generazionale, non morale. Ciò che resta di Toni è un corpo anziano, fragile, che si portava addosso la mappa di una sconfitta collettiva, non solo sua ma di una generazione intera, il cui immaginario è stato prima incendiario e poi impalpabile decennio dopo decennio. Il suo valore non è ciò che dice su Toni, ma ciò che rivela sulla nostra incapacità di assimilare il politico quando si presenta nella forma dell’intimo. Il film finisce così per funzionare come sintomo, ogni volta che Anna tenta di riportare il padre dentro la cornice dell’intimità, lui scivola fuori e non perché non voglia rispondere, ma perché non può farlo in quella lingua che non è la sua. È la lingua di un mondo che ha cancellato l’idea stessa che la vita di un individuo possa essere un pezzo di storia collettiva, perché l’assenza, per Anna, è trauma biografico mentre per Toni è l’effetto di una temperie storica vissuta con lucidità e sulla propria pelle, due registri che non si incontrano ancora. Ed è proprio qui che si apre un altro livello del discorso, quello che Gibo e Alisa mi hanno aiutato a mettere in luce, la trama degli affetti, la fatica di tenere insieme storia e vita, pubblico e intimo.  Non è un’aggiunta sentimentale al quadro, è un elemento strutturale della vicenda. Perché la vita di Toni non ha inciso soltanto sulla biografia politica del Paese, ha inciso sui legami, sui figli, sulle compagne di strada, non nel senso lui fa politica, le donne subiscono la sua vita avventurosa , ma in un modo molto più complesso dove le vite intrecciate vengono attraversate dalla stessa tempesta, ma non nello stesso modo. Paola, per esempio, non era una figura laterale, era una compagna nel senso pieno, politico e quotidiano che condivideva assemblee, picchetti, conflitti e la frattura che attraversa quella famiglia non nasce da un uomo che non vede il privato, ma da un tempo storico che ha chiesto tutto a chi lo abitava senza offrire quasi nulla in cambio in certi momenti, ed è li che le differenze di genere si facevano sentire in quella società, al di la delle posizioni personali. Se c’è un privato che è politico , è anche in quelle vite spezzate, in quella fragilità che anticipa e riassume il crollo di un immaginario collettivo. Questa parte, nel film, resta in ombra, relegata a un personale troppo privatistico, ma non per distrazione, semmai per un limite del dispositivo scelto laddove lo sguardo di Anna è concentrato forse troppo sul proprio dolore, sulla ferita del suo femminile, sul recinto affettivo in cui tenta di includere retrospettivamente un padre troppo lontano, ed è legittimo, autentico, talvolta commovente, ma rischia di essere anche inevitabilmente parziale. Qui la regia mostra una sua debolezza intrinseca, perché Toni, mio padre  è si un film che trova momenti potenti, soprattutto quando il corpo di Toni, quello delle foto di Tano D’Amico, sprezzante dietro le sbarre, e quello dell’anziano che beve con la cannuccia, si sovrappongono nel nostro immaginario, ma quei momenti nascono più dalla forza umana dell’uomo ritratto, che non dalla costruzione filmica. La promessa del film è quella di un ricongiungimento, ma il ricongiungimento non accade appieno, non si intellegge chiaramente né sul piano del montaggio né su quello narrativo. La distanza resta tale, non trasformata, non lavorata, non inscritta in una forma. È come se il film oscillasse tra due movimenti, la confessione intima e la lettura politica, senza riuscire a farli reagire davvero. Rimane un ponte incompiuto, un gesto, non un attraversamento. E tuttavia questa incompiutezza, più che un difetto, diventa una rivelazione. Perché mostra la difficoltà contemporanea di fare i conti con un passato che ci sfugge, non abbiamo più la lingua per raccontarlo, né la capacità di trasformare il dolore in comprensione. Anna cerca il padre, Toni cerca una lingua comune, il film cerca una tesi che non arriva. In questo vuoto, si vede la crisi del presente più chiaramente che altrove. Qui sta anche la forza paradossale del film, nella sua sospensione. Toni, mio padre  è girato dentro una frattura che non riesce a chiudere, oscilla tra intimo e politico senza riuscire a farli reagire davvero e quello che manca non è lo sforzo affettivo, ma l’accensione di una sinapsi semantica, la possibilità di trasformare il trauma in comprensione, il rancore in linguaggio. Il controcampo arriva dal film di Penco, Il frastuono e il silenzio , che prova a restituire a Toni la sua densità politica, il teorico dell’autonomia, il pensatore della moltitudine, l’intellettuale che legge il capitalismo come macchina di cattura del comune. Non è un film commovente, ma offre ciò che al racconto della figlia manca quasi del tutto e forse non può che essere così, un contesto politico-sociale. La verità, allora, non sta nel film più bello , ma nello scarto tra i due, in quello spazio dove si vede una frattura che attraversa la sinistra, la cultura, la famiglia, il nostro modo di pensare la politica. Per capire fino in fondo cosa sta succedendo in questo scarto, è utile ricordare ciò che Massimo Cacciari scrisse omaggiando Negri alla sua morte. Per Negri, la libertà non è uno stato ma una tensione, la pratica di forzare il presente, di incrinare l’ordine dato, di non credere mai che così è naturale . Chi lo guarda da fuori lo prende per teorico della sovversione, chi lo legge dall’interno capisce che pensa la contingenza, la transizione permanente, la storia non come esito, come processo. Negri ha vissuto in un tempo in cui questa tensione era percepibile, perfino nel conflitto violento, si poteva credere che l’alternativa esistesse. La generazione di Anna è cresciuta nell’epoca opposta, quella che Negri e Hardt chiamano Impero, un potere che non vieta ma ingloba, non censura ma monetizza, non schiaccia ma assorbe (sussume). Il documentario di Anna, allora, legge Toni come esito, non come processo, come padre mancante, non come uomo trascinato dentro una transizione che lo eccede, come sconfitta compiuta, non come sconfitta che continua a interpellarci. Non è un merito stilistico, non è un’intuizione registica, è una crisi che diventa documento, è un film che crede di parlare solo di un padre, ma ci parla anche e soprattutto di un’epoca post-politica, in cui la vita di un singolo viene relegata dall’immaginario a caso psico-affettivo e non riconosciuta come nodo dolente di un corpo storico ferito e irrisolto. C’è poi un altro nodo, forse il più rimosso. Nel film non c’è mai la coscienza piena di chi ha prodotto quella frattura. Padre e figlia appaiono come due rive lontane, ma il fiume che le separa non nasce in casa loro, perché è stato scavato dallo Stato, dalla repressione, da un potere che ha deliberatamente spezzato biografie, comunità, possibilità di vita. Anna non riesce a rivolgere o a mostrare quantomeno chiaramente la sua rabbia verso il dispositivo che ha creato quella distanza, la concentra sul padre, perché è l’unico bersaglio concreto, mentre il potere, intanto, resta sullo sfondo, innocente per omissione. Chi oggi ha 60 anni, 50, 40, è cresciuto dentro un immaginario dove il conflitto non è più una categoria del reale, ma è diventato un problema caratteriale, dove la repressione è paternalismo di ritorno da parte della sinistra istituzionale, dove la sconfitta collettiva diventa irrisolto individuale, laddove il dominio  non impedisce di soffrire, ma impedisce di collegare la sofferenza al mondo così come si è costituito. Per questo Toni, mio padre  è un film rivelatore non perché spieghi  l’universo che Negri simbolicamente rappresenta, ma perché mostra la nostra incapacità di comprendere , un’incapacità quasi ontologica, un dialogo impossibile tra due mondi, uno in cui la libertà è potenza collettiva, l’altro in cui è mancanza affettiva, il risultato è la documentazione di un salto semantico.  Forse per uno come me resta, e forse resterà anche al lettore, quella domanda che Toni, stremato, rivolge alla figlia: «Che cosa vuoi tu da me?». Non riguarda solo Anna, riguarda tutti noi che abbiamo ereditato un mondo in cui la storia è stata abolita come esperienza vivente, e ci muoviamo tra traumi privati senza più categorie per leggerli per storicizzarli, al massimo li spiritualizziamo.  Forse saranno proprio i ventenni e i trentenni, cresciuti dentro un’altra crisi, a ricominciare a formulare domande politiche là dove la generazione di mezzo ha alzato le mani, sono forse loro, oggi, a intuire di nuovo che il dolore non è solo privato, che la rabbia può tornare ad avere un oggetto, che la storia, ostinatamente, può ancora essere nominata. I due documentari su Toni Negri, messi uno accanto all’altro, non ci offrono una riconciliazione. Ci offrono qualcosa di più scomodo e più utile, la radiografia di un abisso tra generazioni, linguaggi e mondi. Da lì, se vogliamo, si può ricominciare, non per assolvere Toni, ma per non assolvere il presente. Franco Bocca Gelsi  è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica , L'Estate d'Inverno , Fuga dal Call Center , La Festa , Blind Maze , e in post-produzione Rumore  e Gli Assenti .  Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo  - Gualtiero Jacopetti , Linea Rossa , La via del Ring , l’Ultimo Pastore , Treno di Parole , La Nuova Scuola Genovese  e in preparazione E’ la vita che sogna . Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’ European Producer Club , membro dell ’European Film Academy , e fo ndatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.

  • konnektor

    Iron-Ass: Dick Cheney (1941-2025) Ritratto di un protagonista indiscusso della vita politica statunitense negli anni ‘90 e 2000, che rappresenta in modo paradigmatico il profilo di una classe dirigente (Reagan, Bush Sr & Jr, Clinton, Obama, Biden), la cui visione del mondo ha prodotto un modello di capitalismo, una politica e una concezione delle relazioni internazionali, il cui prodotto ultimo (almeno finora) è rappresentato da Donald Trump. Questo testo è stato pubblicato su   «Sidecar » , il blog della « New Left Review » , pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Nel gennaio 2022 Richard Bruce Cheney ha fatto un’apparizione a sorpresa al Congresso degli Stati Uniti. Il suo ritorno al Campidoglio è coinciso con l’anniversario dei disordini che hanno brevemente ritardato la certificazione dei risultati elettorali dell’anno precedente. Cheney, abituato alle dure parole dei suoi oppositori, si è trovato di fronte a un improvvisato corteo di benvenuto. «Nessun membro del Partito Repubblicano si è presentato», ha riferito   il «New York Times»: [...] ma i democratici della Camera, compresa la presidente Nancy Pelosi, erano euforici. Dopo tredici anni di pensionamento e cambiamenti quasi inimmaginabili nella vita americana causati dall’ascesa e dalla caduta del presidente Trump, Cheney e la figlia Liz sono stati circondati da una folla di entusiastici sostenitori democratici, molti dei quali in passato avevano definito l’ex vicepresidente un criminale di guerra. I democratici hanno stretto la mano a Cheney e alcuni hanno abbracciato sua figlia, che lo ha presentato ai suoi ex colleghi dicendo: «Questo è mio padre. Questo è papà». È stato un momento impressionante e un simbolo di quanto fossero cambiate le cose nell’era Trump. Pelosi ha elogiato la sua presenza e ha dichiarato che, indipendentemente dalle controversie del passato, non si sono mai trovati in contrasto sull’impegno a «onorare il nostro giuramento di sostenere e difendere la Costituzione». Steny Hoyer ha elogiato Liz Cheney «per aver avuto il coraggio di difendere la verità»; Adam Schiff ha ricordato con gli occhi lucidi «un’epoca in cui c’erano grandi differenze politiche, ma non c’erano differenze nella fedeltà di entrambi i partiti all’idea di democrazia». «È un evento storico importante», ha spiegato Cheney quando gli è stato chiesto cosa lo avesse portato a Washington DC per commemorare l’«insurrezione» del 6 gennaio: «Mi sentivo onorato e orgoglioso [...] di celebrare questo anniversario, di elogiare le azioni eroiche da parte delle forze dell’ordine in quel giorno e di riaffermare il nostro impegno nei confronti della Costituzione». Il sostegno dei media non ha salvato il seggio di sua figlia al Congresso nella sfida lanciata dal movimento MAGA alle primarie, anche se il «circuito della Resistenza» le ha offerto un lucroso piano B come docente presso l’University of Virginia Center for Politics. Quando ha appoggiato la candidatura di Kamala Harris alla presidenza, Dick Cheney ha detto di Trump che «non c’è mai stata una persona che rappresentasse una minaccia maggiore per la nostra Repubblica». Venticinque anni fa Cheney aveva mostrato un atteggiamento diverso nei confronti dei sacri riti della transizione democratica. Mentre gli avvocati contestavano lo stretto margine di voti ottenuto da George W. Bush in Florida, il suo candidato alla vicepresidenza si occupò di un’operazione finanziata con fondi privati dalla sua residenza di McLean (Virginia), mettendo insieme una squadra presidenziale prima che fosse ufficialmente dichiarato il vincitore delle elezioni. I conteggi si erano bloccati a Miami-Dade e i tribunali stavano deliberando sui «voti nulli»; Cheney, tuttavia, andava avanti, arruolando Ari Fleischer come portavoce ed esaminando candidati per il governo, mentre la General Services Administration si rifiutava di rendere disponibili le risorse federali. Cheney dichiarò che la certificazione della Florida era definitiva, respinse i ricorsi di Gore come puri esercizi legali di negazione e avvertì che qualsiasi esitazione nella formazione di un governo avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Seguirono incontri con i leader del Congresso ad Austin, ad indicare che il governo in formazione intendeva comportarsi come se la questione fosse già stata risolta. La fretta non era improvvisata. In realtà, il vicepresidente eletto aveva dedicato gran parte della sua lunga carriera a riflettere sui passaggi di potere. Non era nato per questo. Cresciuto nel Wyoming da genitori sostenitori del New Deal , Cheney riuscì ad entrare a Yale grazie ai contatti della sua futura moglie, Lynne, ma fu espulso due volte. Un periodo di derive e piccoli problemi legati all’alcol nell’Ovest ebbe fine quando lei insistette affinché seguisse un percorso di vita più regolare. Dopo cinque rinvii del servizio militare, a oltre trent’anni Cheney lavorava all’Office of Economic Opportunity come assistente di Donald Rumsfeld, che seguì quando questi entrò a far parte del governo di Gerald Ford e che alla fine sostituì come capo di gabinetto del presidente. Sopravvissuto al Watergate, imparò la lezione dal crollo di Nixon: «Don e io siamo sopravvissuti e abbiamo prosperato in quell’ambiente, perché non abbiamo lasciato molti documenti in giro», osservò . Alla Casa Bianca dimostrò di essere un virtuoso delle manovre burocratiche. Lui e Rumsfeld fecero fuori Rockefeller dal ticket  per le presidenziali del 1976, emarginarono Kissinger e cospirarono per porre fine alla distensione. Silenzioso e implacabile, Cheney raramente si attribuiva un merito; mostrava interesse per i dettagli e grande resistenza per il lavoro poco affascinante, come controllare che l’impianto idraulico dell’ala ovest della Casa Bianca fosse a posto o che le saliere e le oliere sul tavolo presidenziale fossero riempite. I suoi colleghi lo ricordano come un uomo discreto, dall’aspetto prematuramente invecchiato, con un sorriso beffardo e «occhi freddi come quelli di un giocatore d’azzardo di Cheyenne», secondo quanto ricordava  un altro consigliere di Ford. A partire dalla metà degli anni ‘70, la principale preoccupazione di Cheney era il bilanciamento dei poteri all’interno dello Stato americano, che egli interpretava in una prospettiva presidenzialista espansionistica. La riaffermazione dell’autorità del Congresso dopo la guerra del Vietnam – con il War Powers Act (1973), le restrizioni all’attività dei servizi di intelligence, l’aumento della supervisione e del controllo – gli sembrò un’ingerenza illegittima nell’ambito costituzionale del potere esecutivo. L’ottenimento dell’unico seggio del Wyoming nelle elezioni alla Camera dei Rappresentanti nel 1978 gli fornì l’occasione per occuparsi di tali questioni. Durante la presidenza Ford, Cheney aveva collaborato con l’ufficio legislativo della CIA (di cui faceva parte anche il giovane William Barr) per determinare quali documenti l’agenzia dovesse consegnare alla Commissione del Senato per lo studio delle operazioni governative di intelligence, presieduta dal democratico Frank Church; era stato nominato membro della Commissione intelligence della Camera; aveva sviluppato il suo interesse per le informazioni grezze provenienti dai servizi di intelligence e fatto da collegamento tra la sede della CIA a Langley e i leader repubblicani. Le operazioni clandestine si adattavano al temperamento taciturno di Cheney. Arruolò nel suo staff un altro giovane avvocato della CIA, David Addington, che sarebbe rimasto al suo fianco fino alla fine della sua carriera. Insieme lavorarono per frenare gli sforzi dei democratici di esaminare e controllare le operazioni segrete. Il rapporto di minoranza di Cheney del 1987 sul caso Iran-Contra confermò tali posizioni, arrivando alla conclusione che il problema non dipendeva dalla Casa Bianca, ma dal potere legislativo che aveva oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora i poteri della presidenza fossero interpretati in modo troppo restrittivo, concludeva  il documento, «il capo dell’esecutivo allora sarebbe costretto a far valere una prerogativa quasi monarchica, come la dichiarazione dello stato di emergenza, che gli avrebbe permesso di aggirare la legge». In qualità di segretario alla Difesa durante la presidenza di George H. W. Bush, Cheney supervisionò le operazioni militari a Panama e nel Golfo in un momento in cui l’autostima dei militari del Pentagono era al culmine. Ha costantemente insistito per opzioni più efficaci, come piani di emergenza per l’uso di armi nucleari sul campo di battaglia nel caso in cui l’Iraq dovesse ricorrere alla guerra chimica e sostenendo, unico alto funzionario, la volontà di Israele di reagire agli attacchi missilistici subiti nel gennaio 1991. Il risultato dell’operazione Desert Storm confermò l’opinione che nutriva fin dagli anni ‘70: la supremazia americana richiedeva di essere pronti ad agire con decisione e a scoraggiare i potenziali rivali dimostrando una capacità schiacciante. Da questo punto di vista, la disintegrazione dell’Unione Sovietica apriva la porta a un progetto più ambizioso. Basandosi sullo studio di Zalmay Khalilzad sulla Jugoslavia, Cheney riteneva  che proprio la grande frammentazione della Russia costituisse una garanzia essenziale contro la rinascita delle sue ambizioni egemoniche. Questa concezione trovò espressione nel Defense Planning Guidance  del 1992 elaborato da Khalilzad, allora impiegato nell’ufficio di Paul Wolfowitz al Pentagono, che postulava un mondo basato su una singola potenza determinata a impedire l’emergere di concorrenti e disposta all’attacco preventivo. Quando ne trapelò una bozza, categorica nella sua affermazione della supremazia statunitense e nel suo disprezzo per le sensibilità degli alleati, che provocò reazioni rabbiose, Cheney lodò  il suo autore per aver «indicato una nuova giustificazione del nostro ruolo nel mondo» e pubblicò la versione finale con la propria firma. Sebbene il documento fosse stato ammorbidito per placare i critici, la struttura era rimasta invariata: il team di Clinton mantenne le sue premesse fondamentali, garantendo che alla fine degli anni ‘90 il presupposto dell’indispensabilità americana fosse diventato ormai un fatto condiviso. L’incrollabile conservatorismo occidentale di Cheney non escludeva cambiamenti dettati dalla convenienza o dal calcolo. Il suo apprendistato con il deputato del Wisconsin William Steiger lo aveva convinto a un tipo di repubblicanesimo che valorizzava il pragmatismo e il bipartitismo, atteggiamento che portò con sé durante gli anni con il presidente Ford, quando, secondo quanto lui stesso racconta, teneva per sé le proprie opinioni al fine di mantenere un proprio margine di manovra. Al Congresso, Cheney accumulò un numero record di voti che lo ponevano più a destra di Gingrich, anche se i suoi colleghi lo consideravano il più conciliante tra i due. Si unì a Bush e Powell per opporsi a qualsiasi attacco a Baghdad nel 1991, fatto che portò Clinton a rimproverare il governo per aver fallito nel rovesciare Saddam e aver abbandonato «i poveri curdi e sciiti al loro destino». Il periodo di Cheney alla Halliburton nella seconda metà degli anni ‘90 comportò nuove prese di posizione: criticò  aspramente la politica statunitense «favorevole alle sanzioni» nei confronti di Teheran e Tripoli, evidenziando il fatto che «il buon Dio non ha ritenuto opportuno mettere sempre le risorse petrolifere e di gas dove ci sono governi democratici» e sollevò obiezioni alle richieste di un intervento statunitense in Iraq.  Nonostante la sua lunga collaborazione con neoconservatori come Wolfowitz, Khalilzad e Lewis Libby – uomini che gli erano utili e con cui condivideva l’impegno per un’indiscussa supremazia degli Stati Uniti – Cheney non ha mai adottato il loro linguaggio dai toni quasi missionari riguardo all’esportazione delle istituzioni liberali o sulla riorganizzazione degli stati stranieri. La sua prospettiva rifletteva un nazionalismo inflessibile adattato alla situazione della potenza statunitense dopo la Guerra Fredda, rafforzato dai legami con l’apparato   di sicurezza israeliano e dall’ammirazione per coloro che al suo interno rifiutavano il compromesso e diffidavano della diplomazia. Osservatori come William Burns hanno sottolineato che questa affinità non presupponeva una particolare simpatia per lo Stato ebraico. In linea con le sue inclinazioni, Cheney favoriva coloro che erano disposti a usare la forza e scettici nei confronti delle restrizioni multilaterali. Ha legato il suo nome al Project for a New American Century  e attingeva al loro staff, ma secondo Scowcroft non era né dottrinario né motivato da una crociata morale, più vicino nello spirito al «meta-realismo»  di Dean Acheson. Victor Davis Hanson, che Cheney ha consultato durante i preparativi della seconda guerra in Iraq, lo ha descritto  come  un realista della vecchia scuola, che è cambiato grazie all’esperienza accumulata. Lui ha guardato indietro e ha riesaminato tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento, elaborando così un nuovo realismo. Non ha in mente un mondo che deve essere sempre mantenuto così com’è. Ha in mente un mondo che può essere cambiato. Dopo una breve iniziativa esplorativa nel 1996, Cheney abbandonò l’idea di candidarsi alla presidenza. Quattro anni dopo, invitato dal giovane Bush a esaminare i candidati alla vicepresidenza, lo trovò un compito consono alle sue doti: lavorare dietro le quinte gli consentiva di raccogliere voluminosi fascicoli incriminanti sui possibili candidati. Le accuse secondo cui Cheney si sarebbe ritagliato il posto come vicepresidente nel ticket  per le elezioni non hanno un fondamento più solido di quelle, caricaturali, che lo descrivono come un burattinaio che manipola lo sfortunato “W”; a quanto pare, l’attrazione era reciproca. Ma la vicepresidenza offrì a Cheney un ruolo istituzionale senza precedenti. Nei settori che gli stavano più a cuore – l’intelligence e la sicurezza nazionale – esercitò un’influenza che spesso superava quella dei membri del governo. Operando attraverso nomine di medio livello e una rete di subordinati fidati inseriti in tutto l’apparato burocratico, ha lasciato un segno nelle decisioni relative ad ogni aspetto, dalla tassazione alle normative ambientali, fino alla preparazione delle emergenze, il tutto in un regime di opacità che è diventato il suo marchio di fabbrica. Nascondeva la verità anche quando gli sarebbe stato utile rivelarla. La divulgazione comportava un controllo; il controllo comportava porre limiti; i limiti mettevano a repentaglio la carica. Le pubbliche relazioni contavano poco. «Non gliene importava un fico secco della politica», affermò una fonte interna. Con gli attentati dell’11 settembre 2001, la predilezione di Cheney per l’esercizio illimitato dell’autorità e del potere forte trovò un nuovo campo d’azione. Nel corso degli anni ‘80, scomparve dalla scena pubblica per diversi giorni consecutivi, unendosi a Rumsfeld e ad alcuni funzionari selezionati in esercitazioni clandestine progettate per preservare un nucleo di governo dopo un attacco termonucleare. Le linee generali di questi piani esistevano fin dall’inizio della Guerra Fredda, ma la presidenza Reagan gli aveva dato nuovo slancio, integrando la pianificazione della « continuità del  governo» (COG) con una dottrina strategica che anticipava una guerra nucleare prolungata. Vecchi bunker furono riadattati, le reti di comunicazione criptate ampliate e furono tracciate catene di comando alternative per aggirare la catena di comando stabilita dalla legge. Queste esercitazioni si basavano sul presupposto che le istituzioni non fossero in grado di riunirsi e che anche il solo tentativo di farlo avrebbe potuto portare a scontri tra gruppi rivali che rivendicavano l’autorità. Cheney prosperò in quell’ambiente. Si immerse nel programma, che operava in un ufficio anonimo con un budget riservato, che secondo quanto riferito ammontava nel 1984 a 1 miliardo di dollari all’anno. I  suoi piani di emergenza  più controversi, elaborati da Oliver North e da figure di quando Reagan era governatore della California, prevedevano la sospensione delle libertà civili, l’insediamento di amministratori militari a livello statale e locale, nonché detenzioni di massa senza processo. Le esercitazioni del COG continuarono senza interruzioni durante le presidenze di Bush padre e Clinton; dopo l’attentato di Oklahoma City nel 1995, il capo dell’antiterrorismo Richard Clarke ne ampliò notevolmente il campo d’azione. Quando arrivò il momento, le simulazioni di catastrofi legate alla Guerra Fredda servirono da modello. Mentre le televisioni trasmettevano le immagini del crollo del World Trade Center, Cheney dirigeva le misure di emergenza da un bunker situato sotto l’ala est, mentre il presidente rimaneva sul suo aereo in volo e gli alti funzionari venivano rapidamente trasferiti in rifugi sulle montagne. Alla notizia di nuovi dirottamenti, diede l’ordine di abbattere gli aerei civili sospetti. In meno di un’ora, iniziò a organizzare un’amministrazione ausiliaria per assumere le funzioni essenziali dello Stato nel caso in cui la capitale cadesse. Addington improvvisò una catena di comunicazione con il centro di crisi del Dipartimento di Giustizia, convocando un gruppo di avvocati – Alberto González e Timothy Flanigan alla Casa Bianca e John Yoo all’Office of Legal Counsel – che avrebbero fornito supporto legale per qualunque cosa potesse accadere. Il programma di messa in sicurezza dei politici, distribuendoli in vari luoghi, si estese ben oltre il governo degli Stati Uniti. I leader del Congresso furono esortati a lasciare Washington DC e rimasero in gran parte esclusi dalla gerarchia che doveva gestire l’emergenza. «Uno dei problemi più grandi è convincere le persone che dovrebbero recarsi nei luoghi alternativi e portare i loro inutili sederi fuori di qui», si lamentò il generale Wayne Downing, consigliere principale del presidente in materia di terrorismo. «Potremmo perdere due terzi o tre quarti del Congresso, e non tentatemi a dirlo, ma potrebbe essere un cavolo di miglioramento». Lo stesso Cheney trascorse un periodo a Camp David, vicino al complesso nelle caverne sotto Raven Rock, uno tra i vari «luoghi non rivelati», partecipando alle riunioni tramite un collegamento video sicuro. Nei mesi successivi, il «governo ombra» svanì, mentre la pianificazione del COG passava dalle prove generali alla politica effettiva. Il Congresso, lavorando a pieno ritmo, approvò il Patriot Act alla fine di ottobre; due senatori dapprima scettici cambiarono idea dopo aver ricevuto posta contaminata con antrace, la cui provenienza inizialmente fu attribuita a Baghdad, ma in seguito ricondotta a Fort Detrick, la struttura del Dipartimento della Difesa responsabile della guerra biologica. L’ufficio del vicepresidente stabilì il quadro normativo per detenzioni a tempo indeterminato, sorveglianza interna ad ampio raggio e i raccapriccianti apparati per «gli interrogatori avanzati» e «le estradizioni extragiudiziali», le famose extraordinary rendition . Creato nel 2002, il NORTHCOM integrò le forze armate nella sicurezza interna, collegando risorse militari alle forze dell’ordine federali, alla polizia statale e agli appaltatori militari privati attraverso centri di intelligence condivisi. Allo stesso tempo, Bush proclamava lo stato di emergenza ed emetteva due ordini esecutivi, che sono ancora in vigore un quarto di secolo dopo – venendo rinnovati ogni anno dai successivi governi – il primo consentiva la mobilitazione dei riservisti, la proroga del servizio militare e il dispiegamento flessibile delle unità della Guardia Nazionale, il secondo delineava le linee guida del regime di sanzioni «antiterrorismo» gestito dal Dipartimento del Tesoro. L’ossessione di Cheney per l’intelligence si intensificò durante questo periodo. Mentre si delineavano gli scenari di un possibile intervento in Iraq, Cheney supervisionò un canale parallelo organizzato attraverso l’Office of Special Plans di Douglas Feith, che riciclava frammenti di rapporti provenienti da servizi stranieri vicini agli Stati Uniti, li ritrasmetteva tramite i circuiti alleati e, attraverso la ripetizione, trasformava congetture in fatti classificati. Cheney poi rilanciò queste affermazioni in pubblico con incrollabile sicurezza: nel settembre 2002, a Meet the Press , dichiarò con «assoluta certezza» che Saddam stava acquisendo l’attrezzatura necessaria per arricchire l’uranio e fabbricare la propria bomba atomica. Dal crollo sovietico aveva ricavato la convinzione che gli stati ostili potessero cadere rapidamente una volta esercitata la pressione necessaria, il che contribuì alla sua preferenza – già espressa nel 1991 –di prescindere dall’approvazione dell’ONU e passare direttamente all’uso delle armi. Netanyahu coniò  l’azzeccata espressione «coalizione dei volonterosi». La debacle   che ne seguì non mise fine all’entusiasmo per il cambio di regime. Quando la presidenza Bush volgeva al termine, l’attenzione di Cheney si spostò su Teheran. Parlava sempre più spesso della possibilità di lanciare attacchi preventivi per eliminare gli impianti nucleari iraniani. Nella sua cerchia, la frustrazione per la riluttanza di Bush a intensificare l’escalation diede luogo alle idee più elaborate. I consiglieri abbozzarono uno scenario in cui un attacco israeliano, di effetto limitato ma simbolicamente potente, avrebbe potuto provocare una risposta iraniana contro gli asset statunitensi nella regione e quindi costringere Washington ad agire. David Wurmser, che aveva appena lasciato il team di Cheney, ha delineato  questo piano davanti a un pubblico ridotto nel maggio 2007, sostenendo che anche un attacco simbolico contro Natanz avrebbe potuto innescare la ben nota reazione a catena. Ma l’influenza del vicepresidente aveva cominciato a diminuire durante il secondo mandato di Bush. La destituzione di Rumsfeld e l’uscita di scena di Wolfowitz, Feith e Bolton lo avevano privato di alleati chiave. Ancora più duro fu il colpo rappresentato dalla perdita del suo fidato capo di gabinetto, Libby, accusato di spergiuro nell’indagine sulla rivelazione dell’identità dell’agente della CIA Valerie Plame, come rappresaglia al fatto che il marito avesse messo in dubbio le affermazioni del governo statunitense sulle armi di distruzione di massa in possesso dell’Iraq. Questa violazione contro i servizi segreti superava ogni limite. Bush commutò la pena, ma non concesse la grazia (concessa successivamente da Trump), per cui Cheney lo rimproverò per aver «lasciato un buon uomo ferito sul campo di battaglia». Al di là dell’incarico, il rapporto tra i due uomini, stretto ma mai intimo, sembrò raffreddarsi. Il padre di Bush riteneva  che, nel decennio successivo alla sua presidenza, Cheney fosse diventato «un sostenitore della linea più estrema», «un tipo davvero duro» [ iron-ass ], una trasformazione che attribuiva in parte a Lynne, sua moglie, «vera eminenza grigia, una donna di ferro, una iron-ass,  dura come una roccia». A Cheney piacque l’epiteto e lo fece suo. Senza alcun rimorso, ha sempre ritenuto che a proposito della guerra in Iraq «ne fosse valsa la pena». Nonostante tutte le critiche ricevute negli ultimi anni della presidenza Bush – dalla repulsione dei liberali per l’uso della tortura e della sorveglianza alla preoccupazione dei conservatori per l’aumento di importanza dell’esecutivo – l’architettura di potere progettata da Cheney si è dimostrata notevolmente duratura. L’ascesa  di Obama non ha portato ad alcun ripensamento al riguardo. Avendo cambiato idea come senatore nel 2008 sul fatto di legalizzare la sorveglianza senza mandato e garantire l’immunità alle società di telecomunicazioni da qualsiasi procedimento giudiziario, il 44° presidente degli Stati Uniti ha assunto la carica dichiarando che né gli interrogatori della CIA né i loro sponsor civili sarebbero stati sottoposti ad alcun controllo legale e ha lasciato che a Guantánamo tutto continuasse come prima. Obama ha ampliato radicalmente il programma di omicidi mirati ereditato, ha riattivato le commissioni militari, ha rafforzato la segretezza invocando motivi di sicurezza nazionale e ha creato una nuova categoria di detenuti a vita, i cui casi non potevano essere giudicati in tribunale. La retorica – con espressioni come «matrice di disposizione», «azione cinetica», «detenuti di alto valore» – si è evoluta attraverso cambiamenti solo eufemistici. Alla riunione della Conservative Political Action Conference (CPAC) del 2011, in cui Cheney ha consegnato al suo ex capo il premio «Difensore della Costituzione» dell’American Conservative Union, Rumsfeld si è concesso il lusso di lanciare alcune frecciatine: Osservo i numerosi cambiamenti di rotta dell’attuale governo rispetto alle politiche annunciate in materia di sicurezza nazionale: Guantanamo, commissioni militari, detenzioni a tempo indeterminato, attacchi con droni della CIA. Tutto ciò mi porta a chiedermi se Dick abbia più influenza sul presidente Obama rispetto alle persone che lo hanno eletto. Durante i due mandati presidenziali successivi e fino ad oggi, lo stesso sistema ha seguito un unico e ininterrotto percorso. Il primo mandato di Trump ha mantenuto in gran parte l’apparato che aveva ereditato: le uccisioni selettive sono continuate sotto le stesse autorità; l’«emergenza» alle frontiere ha dimostrato quanto fosse facile piegare i poteri di bilancio e di emergenza nazionale di lungo periodo alla volontà del potere esecutivo; l’utilità di Guantánamo è stata confermata invece che essere messa in discussione; e le prerogative del governo in materia di raccolta di informazioni sono state riconfermate. Biden ha preservato l’essenziale. La sua amministrazione si è basata sull’articolo II e sulle vecchie autorizzazioni sull’uso ripetuto della forza militare (AUMF), ha difeso i segreti di Stato davanti alla Corte Suprema, ha mantenuto Guantánamo come strumento esecutivo e ha nuovamente ampliato l’autorità centrale di sorveglianza, una linea ininterrotta dall’inizio degli anni 2000. Il secondo mandato di Trump è rimasto all’interno dello stesso quadro, rendendo esplicito in alcune occasioni ciò che era già latente: operazioni letali giustificate da ragioni in vigore dall’11 settembre, rinnovata ricerca delle fonti e dei documenti in possesso dei giornalisti, un uso più incisivo della macchina del DHS-ICE [Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale statunitense del Department of Homeland Security (DHS), responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e il controllo delle frontiere negli Stati Uniti] istituita due decenni fa, manipolazione tattica dei privilegi dell’esecutivo e i consueti sforzi per rimodellare il bilancio attraverso decreti esecutivi. La sceneggiatura può essere diversa, ma la gestione è la stessa. Cheney comprendeva perfettamente l’immagine che proiettava: scherzi di Halloween con il suo cane travestito da Darth Vader, discorsi con il sottofondo della Marcia Imperiale di Guerre stellari , battute laconiche sull’essere un «genio malvagio... che nessuno vede uscire dalla sua tana». Nei giorni successivi all’11 settembre, Cheney ha dato il tono: «Dobbiamo lavorare anche noi, però nel lato oscuro», ha detto  al pubblico televisivo, insistendo sul fatto che la vittoria richiedeva di passare «del tempo nell’ombra». All’interno del governo, ha mantenuto la stessa linea. Quando Robert Gates, sotto pressione da parte del governo affinché prendesse pubblicamente posizione contro la Convenzione di Oslo, chiese  indignato se la Casa Bianca si aspettasse che lui diventasse «l’icona delle munizioni a grappolo», Cheney sorrise e rispose: «Sì, proprio come io lo sono stato per la tortura». Quel sottile odore di zolfo che lo perseguitava era legato alla sua carica. «Il mio lavoro era fare ciò che il presidente aveva bisogno fosse fatto», sosteneva. Preferiva scelte difficili, valutava alternative agghiaccianti e considerava coercizione e occultamento come normali metodi di governo. Si assumeva le colpe che altri non volevano assumersi. Lungi dall’essere il tipo fuori dall’ordinario che immaginavano i suoi critici, Cheney esprimeva un atteggiamento tipico delle alte sfere della politica statunitense, dove la necessità sostituisce il lessico più conciliante della moderazione. Testi consigliati  Grey Anderson, L’impero allo  scoperto , «New Left Review»147 e Arma di potere, matrice di gestione: la formula egemonica della  NATO , «New Left Review» 140-141 Ed McNally, Strumenti  dell’impero , «New Left Review» 152. Grey Anderson ha conseguito un dottorato in Storia presso la Yale University

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    Donne chiuse in casa, sottomesse e soddisfatte. La donna perfetta di Ira Levin Giorni fa, un mio giovane lettore entusiasta della serie televisiva Black Mirror, mi ha chiesto se mi andasse di consigliargli un film distopico e, benché avessi in mente Arancia meccanica di Stanley Kubrick, La decima vittima di Elio Petri, Blade runner di Ridley Scott e Fahrenheit 451 di François Truffaut, qualcosa in testa mi ha fatto rispondere La fabbrica delle mogli di Bryan Forbes. La fabbrica delle mogli è un film del 1975, tratto da un romanzo del ’72 di Ira Levin, La donna perfetta. Il libro è ambientato nel 1972, e inizia a New York, una città troppo pericolosa per crescerci dei figli; per questo, Joanna – moglie, madre e fotografa dilettante – si trasferisce con la famiglia nell’idilliaca cittadina (immaginaria) di Stepford, nel Connecticut.   Joanna è una giovane americana degli anni Settanta, figlia di un’epoca in cui le femministe si ribellano all’ingrato destino di graziosi angeli del focolare, mettono al bando busti, giarrettiere, pinzette e reggiseni; dunque, è naturale che, una volta arrivata a Stepford, stringa amicizia con Bobbie e Charmaine, le sole donne che, arrivate anche loro da poco nella cittadina, appaiono emancipate e brillanti come lei. A Stepford, le mogli sembrano tutte stranamente calme, deliziose e avvenenti, bambole insulse che adorano fare shopping, pulire la casa e piegarsi senza batter ciglio ai voleri dei loro uomini. Nell’idilliaca cittadina ha sede un misterioso Club degli uomini ; si dice che uno dei membri sia un esperto di materie plastiche, un altro un pioniere della tecnologia robotica, un altro ancora uno studioso eminente del linguaggio umano e uno, infine, pare essere un illustratore bravissimo nell’accentuare i tratti femminili, capace di trasformare in autentiche bellezze tutte le donne ritratte, esagerandone capelli, occhi e labbra – questo elenco verrà utile più avanti. Il Club è frequentato anche dall’avvocato Walter Eberhart e da Dave, mariti rispettivamente delle Joanna e Bobbie citate prima. Pubblicato per la prima volta nel 1972, in piena rivoluzione femminista, La donna perfetta  apparve allora come un agguato al movimento di liberazione della donna, un irresistibile racconto sulla rivincita degli uomini; oggi, a oltre cinquant’anni di distanza, in un’epoca in cui Stepford è un po’ dappertutto, l’opera di Ira Levin appare come un inquietante libro profetico. A Stepford, mentre gli uomini escono tutte le sere, le donne restano a casa, magari per dare la cera al pavimento del tinello: «Quella Carol Von Sant è da non credersi» raccontò Joanna, «Non può venire a bersi un caffè perché deve dare la cera al pavimento del tinello. Ted va al Club degli uomini  tutte le sere e lei rimane a casa a sbrigare le faccende» […] «In confronto a lei» continuò Joanna, «mia madre è una donna emancipata». A Stepford, cittadina intrisa di sessismo retrogrado, non esiste un’organizzazione femminile: Discussero la faccenda: l’assurdo di quel settarismo e di quel sessismo retrogrado, l’ignobile ingiustizia di una città priva di organizzazioni femminili, dove non c’era neppure una Lega delle elettric i. «Credimi, sono andata in perlustrazione» assicurò Bobbie. «Ci sono il Circolo di giardinaggio, qualche gruppetto parrocchiale costituito da vecchie galline… […] E infine c’è la Società di Studi Storici , molto liberale e aperta a entrambi i sessi. Facci una capatina per salutarli. Mummie che fanno finta di essere vive».Dave si era iscritto al Club degli uomini e, come Walter, credeva di poterlo modificare dall’interno . Ma Bobbie la pensava diversamente: «Vedrai, dovremo incatenarci ai cancelli per ottenere qualcosa […]». Discussero la possibilità di organizzare un incontro con le vicine di casa, per renderle consapevoli del ruolo più attivo che potevano ricoprire nella vita cittadina; ma gli esemplari che avevano conosciuto, convennero entrambe, non sembravano tipi da reagire positivamente anche a un’iniziativa così modesta sulla via dell’emancipazione. Di certo, le due donne – Bobbie e Joanna – non sono tipe da starsene con le mani in mano, passive: […] si ribellò Bobbie «Dovremmo almeno fare un tentativo. Parliamo a queste brave massaie, deve pur essercene qualcuna che non digerisce bene la situazione. Che ne dici? Non sarebbe bello se riuscissimo a mettere insieme un gruppetto, e magari addirittura organizzare un incontro sull’emancipazione femminile, per dare una buona scrollata a quel Club maschile ? Dave e Walter si fanno delle illusioni: non cambieranno mai niente, a meno che non ci siano costretti. È sempre così, con queste organizzazioni di prepotenza istituzionalizzata. Tu che ne dici, Joanna? Sentiamo un po’ in giro?» Joanna assentì: «Proviamoci pure. Non possono essere tutte soddisfatte come appaiono». Ma nonostante tutti i loro sforzi, raccolgono ritorni poco incoraggianti; pare che a Stepford le donne non sentano il bisogno di svagarsi:Incontrò Mary Ann Stavros in una corsia del supermercato «No, non ho proprio tempo per simili faccende [ incontrarsi con altre donne ]. Ci son sempre tante cose da fare in casa, sai com’è». «Ma uscirai pure qualche volta, no?» insistette Joanna, «Ma certo» replicò Mary Ann, «In questo momento sono fuori, no?» «Intendo per conto tuo . Per svagarti». Mary Ann sorrise e scosse la testa, facendo ondeggiare la massa di capelli biondi e lisci «No, non spesso» rispose «Non sento un particolare bisogno di svagarmi. Arrivederci». E si allontanò spingendo il carrello; poi si fermò, prese un barattolo dallo scaffale, lo guardò, lo mise nel carrello e proseguì. In quest’idilliaca cittadina del Connecticut, le mogli sembrano tutte attrici bellocce di spot pubblicitari, dal seno generoso ed estasiate da detersivi e cere per pavimenti: «Intanto io ripiego questa roba» si scusò Kit, allontanandosi dal tavolo. […] «Com’è bianco e pulito questo bucato, vero?» Sorridendo sistemò nel canestro la maglietta ripiegata. Come un’attrice della pubblicità. Ecco cos’è, capì all’improvviso Joanna. Ecco che cosa sono tutte queste alacri mogli di Stepford: attrici di spot pubblicitari, estasiate da detersivi, cere per pavimenti, smacchiatori,   shampoo e deodoranti. Attrici bellocce, dal seno generoso ma dal talento limitato, che recitano la parte di massaie suburbane in modo poco convincente, troppo caramellose per essere autentiche. Sì, tutte le donne di Stepford paiono un ammasso di banali casalinghe, e con tette strepitose: «Dev’esserci qualcosa» riprese Bobbie «nel terreno, nell’acqua, nell’aria… Non so. Qualcosa che riduce le donne a interessarsi solo di faccende domestiche. Chi conosce gli effetti di certi prodotti chimici? Neanche i premi Nobel li sanno con precisione. Magari ha a che fare con gli ormoni; così si spiegherebbero quelle tette strepitose. Le avrai notate anche tu», «certo che sì!» esclamò Joanna «quando metto piede nel supermercato mi pare di essere tornata alla preadolescenza», «anche a me, perdiana». Ma c’è una spiegazione a tutto questo. Le mogli tutte casa e figli, grosse tette e nessuna pretesa, sono ridotte in quelle condizioni perché non sono più esseri umani, vere donne, e questo grazie al Club degli uomini  che è in grado di sostituire… diciamo così… l’originale: «Quanto ti costa? Me lo vuoi dire? Muoio dalla voglia di saperlo. Qual è il prezzo di mercato per una moglie tutta casa e figli, con delle grosse tette e nessuna pretesa? Un patrimonio, ci giurerei. O la forniscono a un prezzo stracciato, fedeli allo spirito del buon vecchio Club degli uomini ?» Non era, quindi, un caso che il Club degli uomini  vantasse fra i propri membri – lo ricordo – un esperto di materie plastiche, un pioniere della tecnologia robotica, uno studioso eminente del linguaggio umano e un illustratore bravissimo nell’accentuare i tratti femminili il quale, esagerando le proporzioni di capelli occhi e labbra, trasforma tutte le donne in autentiche bellezze. E così anche Dave, il marito di Bobbie, sostituirà la moglie con questa specie di robot identico in tutto e per tutto alla consorte, ma più avvenente e molto più remissiva: Nella cucina immacolata la  nuova Bobbie ammise : «Sì, sono cambiata. Mi sono resa conto di essere terribilmente sciatta e trascurata. Non c’è da vergognarsi di essere una brava donna di casa. Ho deciso di svolgere coscienziosamente il mio lavoro, così come Dave fa il suo, e di curare di più il mio aspetto […]». Infine, anche Walter, il marito di Joanna, farà lo stesso:«Ha una bella moglie. Graziosa, servizievole, sottomessa al suo signore e padrone. Lei è un uomo fortunato». «Lo so» rispose Walter, roseo in volto. Poi annuì a occhi bassi. «Questa è una città piena di uomini fortunati» riprese la  nuova Joanna. Che fine fanno le mogli in carne e ossa non ve lo dico, ma credo avrete già immaginato: oggi come oggi, è cronaca di tutti i giorni. E così, finalmente, tutta Stepford torna alla normalità, a essere abitata da donne che trovano più che sufficiente svolgere i lavori di casa: «Cosa fai allora, oltre i lavori di casa?» le chiese Ruthanne .  «Niente, in realtà » disse Joanna «i lavori di casa sono più che sufficienti. Un tempo mi pareva di dover curare altri interessi, ma ora sono più tranquilla. E molto più soddisfatta, e così la famiglia. È questo che conta, no?». Cosa c’entra tutto questo coi giorni nostri? Mi risulta sia ancora il sogno di tanti quello di chiudere le donne in casa, sottomesse e soddisfatte . Soddisfatte loro e, a ruota, la famiglia intera. La famiglia del Mulino Nero, ovviamente. Marco Sommariva  (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com

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    Armiamoci e partite

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    Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica:  Il Morbo Nekomemetico; Dal paziente zero ai grandi malati EX_TRAX_ION Il Morbo Nekomemetico Rivelandoci le modalità della scoperta del morbo nekomemetico, il Boomernauta prende in considerazione anche le influenze dei sistemi politici nel diffondersi del contagio. Fra l’altro lascia chiaramente trasparire le sue inclinazioni marxiste di gioventù. La vitalità dei memi-internet rende più evidente che una certa categoria di essi possa essere il vettore della malattia che fa degli umani gli agenti dell’infezione della biosfera. Il capitalismo in generale, e il neurocapitalismo dei techno-tycoon in particolare, furono degli eccezionali acceleratori del contagio, ma nonostante tutto, emergevano continuamente indizi che la malattia era esistita sin dalla notte dei tempi umani. Le considerazioni sulle caratteristiche dei memi-internet (ormai semplicemente chiamati memi) che ormai erano massicciamente predominanti furono decisive nel convincere e diffondere la teoria del morbo nekomemetico. Al contrario di altre epidemie o malattie endemiche che affliggevano gli umani, i memi infetti potevano passare esclusivamente da umano a umano. Si poteva escludere che si trattasse di una zoonosi all’origine di tante epidemie, come l’antico flagello della peste sviluppatosi tramite i topi col formarsi delle nuove agglomerazioni urbane prive di igiene, o come i meno antichi HIV o Covid. Tuttavia si intuiva che in qualche modo anche il morbo nekomemetico appariva nella sua fase epidemica come la conseguenza di un ulteriore ciclo negativo della specie umana nell’ecosistema. Questo sarebbe stato probabilmente l’ultimo proprio per la presenza del capitalismo in funzione di catalizzatore determinante nell’accelerazione delle contaminazioni. C’erano comunque indizi che il morbo nekomemetico fosse primordiale e legato alla metatecnica e probabilmente a un suo uso improprio. Anche i nativi americani, per esempio, sarebbero stati affetti da una leggera forma di contagio nekomemetico che aveva modificato il loro ambiente come appunto provato dall’Orbis Spike di cui ti ho già parlato. Probabilmente due erano state le svolte decisive negli ultimi cinque o sei secoli. Una, legata all’esistenza originaria di un ceppo virale nekomemetico probabilmente decisivo nelle successive diffusioni, l’altra, legata alla nascita di un nuovo ambiente immateriale particolarmente favorevole alla sua propagazione. Il virus nekomemetico si perdeva nella notte dei tempi ed erano state fatte speculazioni sui ceppi antichi che più avrebbero contribuito a perpetuarlo nella mente umana e a diffonderlo. Non c’era in fondo una trasmissione di nekomemi staminali nella lettura dei grandi testi del pensiero religioso antico, come Bibbia, Corano o Talmud quando affermano che il loro dio crea il mondo e tutte le creature al suo servizio, e affida agli umani il compito di governare la Terra e tutte le sue risorse? Poi, era stato identificato un ceppo relativamente più recente che aveva assunto una grande importanza: i memi legati alla dicotomia Natura-Società e alla sua variante Natura-Cultura, che generavano un nuovo modo di vedere il mondo. Questi dualismi cartesiani alimentarono il contagio nekomemetico e generarono i primi sintomi della setticemia biosferica, visibili dall’occhio della time machine. La contaminazione divenne sempre più estesa, poiché questo ceppo colpì le classi dominanti europee e le spinse a colonizzare il resto del mondo. Nelle fasi acute, le élite, ormai squilibrate dalla malattia, entrarono in un delirio in cui vollero far credere che le devastazioni perpetrate sotto l’influsso del morbo fossero doni della natura alle loro Società o Culture. In ogni caso, con l’avvento delle fasi industriali del capitalismo, si era probabilmente prodotta una delle trasformazioni e delle accelerazioni più decisive nella diffusione. Il morbo nekomemetico passava da malattia endemica a pandemia globale. Non credere che qui io mi voglia lanciare in una tirata politica contro il capitalismo come quelle che facevo da giovane e di cui certo non mi pento. E poi, come ti spiegherò man mano parlando dei miei viaggi nel futuro, sarebbe stato un errore addebitare tutto al solo capitalismo, altri parametri erano entrati in gioco. Per esempio l’aumento vertiginoso della popolazione umana, di cui il capitalismo andava particolarmente fiero, proclamando che nessun regime nella storia aveva tanto aumentato la speranza di vita media dell’umanità, anche se poi nel corso del XXI secolo questa entrò   in un grande declino. Sia come sia, la grande epopea capitalista della messa al lavoro globale di umani, nonumani (animali e vegetali) e persino del substrato inanimato aveva cambiato radicalmente la scala di grandezza della diffusione del morbo nekomemetico. Ovviamente, come aveva spiegato così chiaramente il nostro Karl, la dinamica dell’accumulazione spingeva in questa direzione, ma solo i suoi pro…pronipoti (cioè noi) avevano capito che il capitalismo non pagava una buona parte di questo lavoro (umano, nonumano e della biosfera in generale); si trattava infatti di lavoro gratuito! Ma discutere di questo ora ci porterebbe molto lontano dalla nostra storia. Nell’obbligare al lavoro con le proprie modalità, il capitalismo introduceva quotidianamente dosi massicce di virus nekomemetico in grandi masse di umani. Sin dall’inizio dell’era industriale, contadini o artigiani relativamente immuni si contagiavano quando venivano espropriati delle loro terre o privati dei loro mezzi di sussistenza, diventando operai. Questo si verificava praticamente in tutta la produzione industriale, ma in certi settori, come la chimica, la metallurgia e poi soprattutto quello delle estrazioni, del trattamento e del trasporto delle energie fossili, le cariche virali nekomemetiche andavano alle stelle. Il lavoro trasformava le centinaia di milioni d’operai in agenti patogeni della setticemia della biosfera, senza che potessero né scegliere né, spesso, rendersene conto, ma subendone le conseguenze sulla propria pelle. I ceppi di nekomemi virali non erano sempre legati direttamente alla metatecnica e ai suoi risvolti produttivi, ma erano presenti nelle cosiddette scienze umane, dalla filosofia, alla letteratura e alla poesia 1 . In seguito c’era stato un secondo cambiamento di paradigma della funzione memetica. Questa volta era più legato alle modalità di trasmissione: l’avvento di internet era stato tanto sconvolgente che i nekomemi contagiosi ne avevano approfittato trovando un veicolo nuovo che garantiva loro una frenetica espansione.Il contagio nekomemetico aveva aspetti plausibili. Se si ammetteva l’ipotesi di nekomemi virali potenziati da internet è chiaro che la trasformazione patologica temporanea o permanente dell’umano in agente di infiammazione e infezione dell’ambiente non poteva che essere di origine culturale. Ed in questo caso, il meme che infettava l’uomo avrebbe avuto una funzione equivalente a quella di un virus o di un batterio capaci di attaccare qualche organo o funzione del suo corpo. Si sarebbe trattato cioè di un elemento riconoscibile, riprodotto e trasmesso attraverso la pulsione imitativa di un individuo o di un collettivo da parte di altri individui o collettivi. Un elemento che, come un virus, poteva mutare nella riproduzione attraverso il contagio. Come virus e batteri, che pur essendo all’origine della vita e indispensabili a essa, potevano diventare nocivi e letali per altre entità viventi, così avveniva per la circolazione dei memi all’interno della specie umana. Se erano stati indispensabili nell’evoluzione, essi erano anche potenzialmente distruttivi. Sicuramente c’erano altri flussi memetici che potevano essere direttamente letali per gli umani, per esempio tutti quelli legati alla bellicosità. Ma quello nekomemetico aveva una caratteristica unica che, salvo alcuni casi, non degradava direttamente la salute degli umani, se non rendendoli agenti nocivi che aggredivano l’ecosistema circostante. Anche se i meccanismi esatti dell’azione virale nekomemetica non vennero mai completamente chiariti, si dedusse che il virus agisse su mente e sistema nervoso. Quando i nekomemi infettanti entravano tramite le interfacce sensoriali classiche o con nuove modalità, come per esempio quelle di ipno-streaming, generavano concatenamenti pre-programmati di emozioni e sentimenti che portavano alla caduta di ogni inibizione di aggressività e violenza nei confronti della biosfera. Questo poteva verificarsi su scale molto diverse in funzione del contesto, del soggetto e di molti altri parametri. Fra il costruire una centrale nucleare e il gettare un semplice sacchetto di plastica sul bordo di una strada di campagna c’era una differenza enorme, ma perlomeno un punto in comune: la presenza di un virus nekomemetico in azione. Comunque chi decideva o dirigeva la costruzione di una centrale atomica non aveva la stessa carica virale di chi, da semplice operaio, colava il cemento armato nei suoi recinti di contenimento. C’erano eccezioni notevoli a questo principio, perché anche all’interno delle classi subalterne i malati gravi non mancavano, specie in certi ambiti come per esempio quello dell’aristocrazia operaia di cui magari ti racconterò più tardi. Ai primordi di internet i memi erano spesso considerati semplici elementi culturali 2  ripresi e propagati in massa perché utilizzabili in casi diversi con diversi fini. Questo poteva dar loro una vita multimodale e allungare la loro durata, ma di solito avevano quella tipica di una moda. Come fu possibile allora parlare di una contaminazione nekomemetica che durava da millenni? Non avrebbe dovuto estinguersi anch’essa con la velocità di una moda? I nekomemi virali rappresentavano la faccia nascosta nella luna dei memi. Innanzitutto erano diversi e non dovevano essere considerati singolarmente o neanche come una famiglia multimodale. Anche se probabilmente agli albori e nel passato remoto era ancora possibile isolarli e individuarli, ma questo non è certo, dalla modernità e dalla nascita dei media elettrici 3  si ispessirono in un flusso in cui era difficile estrarre una singola immagine, un singolo atomo. I memi infettanti entravano allora a far parte del quotidiano delle moltitudini. E quando la televisione divenne il principale mass-media, l’utente fu esposto passivamente e con poche protezioni a forti dosi quotidiane. Basta pensare ai memi contenuti nelle pubblicità che invitavano al nuovo consumismo. Enorme era la carica virale del flusso continuo di nekomemi che vantavano i meriti di materie plastiche, automobili, detersivi e altri prodotti industriali di massa. Ma spesso c’erano memi molto più dissimulati e sottili, che non rappresentavano oggetti apertamente inquinanti e non appartenevano a pubblicità. Era, per esempio, il caso della foodporn, mania che in tendenza indusse al consumo indiscriminato di nonumani trasformati in hamburger o altro. Ma dopo i media elettrici i nekomemi infettanti si erano subdolamente allargati su tutti i canali che andavano a formare l’ambiente del bioipermedia. Nelle mie incursioni obbligate nel futuro mi parve chiaro che la presa di controllo del bioipermedia da parte dei techno-tycoon aveva costituito un passo decisivo nella modalità di diffusione dei nekomemi ormai diventati virali. Un fascio di modalità, per essere precisi, che si era basato sulle tecnologie di rete come luogo d’intra-azione 4  fra macchine e biosfera. Il fallimento del progetto cinese Lunga Primavera era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, mettendo in crisi la principale funzione gestita dai techno-tycoon per conto dell’AltaSfera Ecofin : plasmare le soggettività per renderle sempre più produttive e indebitate. Un insieme politico-algoritmico che alcuni avevano soprannominato neurocapitalismo. Cominciò da lì il declino che si accentuò precipitosamente quando la pandemia nekomemetica e la conseguente setticemia della biosfera cominciarono a prendere una dimensione drammatica per quelle reti del vivente a cui appartenevano anche gli umani. Visto a posteriori il periodo e l’ambiente del neurocapitalismo rappresentarono un vero brodo di cultura dei flussi memetici e a maggior ragione del virus nekomemetico. L’onnipresenza dei dispositivi d’interazione individuale, a cui più nessuno, salvo pochi privilegiati della classe dominante, desiderava o anche semplicemente poteva sottrarsi in quasi ogni istante della vita cosciente (e certe volte anche aldilà), aveva centuplicato le possibilità di diffusione del virus. Note : Il Boomernauta mi ha confessato poi tutta la sua antipatia per Cartesio perché aveva sostenuto che gli animali erano macchine senza anima e che solo l’uomo aveva una mente razionale, e poi per Adam Smith che sosteneva che la natura era semplicemente un mezzo per soddisfare i bisogni umani e nella letteratura anche Goethe aveva tenuto simili propositi antropocentrici. Per illustrare il proposito del Boomernauta mi viene in mente il meme dell’uomo politico corrotto che ammicca (Silvio B.), l’attore confuso che guarda   da destra a sinistra (John T.), Kermit la rana o frasi del tipo «non sono affari miei», ( that’s none of my business ). Certamente il Boomernauta si riferisce a M. McLuhan. Anche se non volli interrompere il suo monologo, mi sembra che su questo termine fosse stato ripreso da Karen Barad, per cui sembrava avere un debole (la chiamava anche zia o zio Barad). Come Barad anche il Boomernauta preferiva usare questo termine piuttosto che quello di interazione, credo che fosse per sottolineare che gli enti che compongono la realtà sono distinti solo in relazione al loro reciproco intreccio (costituito dalle intra-azioni appunto) e non esistono come elementi individuali. Dal paziente zero ai grandi malati Ancora un frammento del racconto permeato dalle riflessioni politiche del Boomernauta, che continua a delineare le ipotesi sulle origini del morbo nekomemetico, interrogandosi su come si sia manifestato: con la capacità di controllare il fuoco, con la capacità di forgiare utensili o con l’emergere dei pre-linguaggi? Non lo sapremo mai con certezza, ma così come le malattie basate su vettori materiali, anche il morbo nekomemetico non colpisce tutti gli umani nello stesso modo. Ciò che lo rende unico è il fatto che colpisce in modo più virulento coloro che detengono potere e ricchezza. Nonostante siano una minoranza insignificante, i Grandi Malati delle alte sfere, tra cui i techno-tycoon e i magnati dell’energia fossile, sono ipercontagiosi e agenti iperattivi della setticemia biosferica. L’ipotesi virale nekomemetica mi parve anche coerente con la storia dell’umanità. Il virus sarebbe esistito sin dagli albori, anche se a quell’epoca il contagio era senz’altro limitato, sia a causa della ridotta popolazione che dalla grossolanità della metatecnica agli albori. Quindi, benché procurasse indirettamente solo infinitesime irritazioni all’ambiente, la dinamica era la stessa di quella poi giunta ai suoi estremi. Ed inoltre la contaminazione nekomemetica avrebbe anche spiegato la correlazione fra l’espandersi dell’infezione della biosfera e le successive trasformazioni delle macchine tecno-politiche della specie umana. Era ormai impossibile trovare un ben definito primo contagio perché le origini del morbo nekomemetico parevano troppo lontane e si confondevano con quelle della specie. La durata sulla Terra del genere Homo (2 milioni di anni circa) pareva minuscola se paragonata ai miliardi d’esistenza del pianeta che lo ospitava. Inoltre, a eccezione degli ultimi diecimila anni, Homo erectus inizialmente e cosiddetto  sapiens successivamente, avevano condotto uno stile di vita da cacciatori-raccoglitori nomadi, senza che l’ecosistema terrestre fosse probabilmente perturbato da loro più che da qualsiasi altra specie. Seguì una civilizzazione breve di cento secoli di cui non conosciamo decentemente neanche un quarto. Non sappiamo quindi, e forse non è neanche molto importante saperlo, come il processo che ha innescato la situazione attuale sia iniziato, ma forse il contagiato nekomemetico zero è da cercare fra gli homines erecti che riuscirono a dominare il fuoco circa 1,5 milioni di anni orsono. Fu a qualcuno di loro che, più o meno coscientemente, sfuggì di mano questa nuova potenza provocando la prima ferita per mano umana all’ambiente circostante? Ma né il controllo del fuoco, né gli utensili materiali o immateriali come pre-linguaggi e altre modalità di comunicazione – e quindi la metatecnica in generale – possono essere indicati con certezza assoluta come cause o come origini del morbo nekomemetico. Specie nelle aree d’influenza di certe religioni ci fu chi utilizzò il morbo nekomemetico come la rivelazione di un peccato originale, e ne approfittò per lanciare un’ulteriore indiscriminata crociata contro la technè. Ci si può piuttosto chiedere se la straordinaria persistenza del morbo non provenga dall’interazione tra la metatecnica, i comportamenti da essa indotti e altri parametri vitali, come a esempio la territorialità. È ancora un mistero per me come tutto ciò si sia poi sviluppato nelle modalità della centralità del mercato, della competizione e della proprietà, che hanno caratterizzato la fase finale della civilizzazione. Ma, anche senza le prove scientifiche della time-machine, queste ultime ossessioni certamente contribuirono in modo decisivo a creare le condizioni della contaminazione di massa. Ricerche più approfondite confermarono la prima impressione: la malattia nekomemetica era contagiosa e diffusa, ma la carica infettiva e la virulenza individuale contavano enormemente rispetto a certe malattie classiche. Probabilmente flessibilità e capacità di adattamento erano in stretta relazione con l’immaterialità del morbo. Abbiamo già visto come la sua virulenza in un umano infettato si manifestasse nella sua trasformazione in agente patogeno più o meno attivo della setticemia della biosfera. L’infettività era invece la capacità di diffonderlo tramite memi contagiosi. Al contrario di molte malattie tradizionali non c’erano legami più o meno proporzionali fra questi due aspetti di virulenza e infettività, ma nel caso dei Grandi Malati,  che costituivano il nerbo delle élite capitaliste, molto spesso entrambe andavano alle stelle. I Grandi Malati  non agivano solo individualmente come terribili agenti patogeni della setticemia, ma avevano inoltre una facoltà unica di diffusione del morbo. Non si era mai osservato, in nessuna altra malattia infettiva materiale, la capacità di un malato di contaminare a distanza attraverso ambienti così vasti come il bioipermedia globale e questo aveva terribili conseguenze per lo stato di salute della biosfera. I Grandi Malati erano agenti patogeni speciali, capaci di creare focolai di diffusione dell’infezione localizzati o anche globali. Ciò avveniva nei casi peggiori, come quelli dei techno-tycoon padroni delle piattaforme globali, la cui potenza di diffusione era tale che potevano trasmettere memi infetti a intere moltitudini. Talvolta la carica virale decuplicata dei Grandi Malati  poteva agire localmente in un territorio specifico della Terra. Sebbene tale possibilità fosse esistita sin dall’inizio della metatecnica, questo divenne man mano più sensibile e acuto nelle fasi gestite dal capitalismo. Siamo entrambi nati in un’epoca in cui abbiamo potuto osservare sin dalla nostra infanzia la costruzione dei grandi e distruttivi complessi industriali, e nello stesso tempo l’ossessione estrattiva che sembrava essersi impadronita della classe dirigente di quell’epoca. Non c’era una relazione data fra la localizzazione della pandemia nekomemetica umana e quella della setticemia della biosfera. Basti pensare per esempio alla gravità di questa infezione in molti territori del Sud colonizzati dai Grandi Malati del Nord . Faccio qui una breve digressione per chiarire l’uso dei termini Nord, Sud o Occidente nel seguito del racconto. In generale ho usato il termine Nord  per indicare i paesi più ricchi e sviluppati  e il Sud  per le regioni più povere, spesso soggette a colonizzazioni e discriminazioni razziali. L’uso del termine Occidente  aggiunge a quella di Nord  una connotazione politica con riferimento al potere post/coloniale dell’Impero di Sbieco  e dell’Europa. Ammetto che queste definizioni siano imprecise. Per esempio: del Nord industrializzato faceva parte l’Australia mentre il Giappone o la Corea del Sud erano parte integrate dell’Occidente geopolitico. Torniamo ora alle caratteristiche del morbo in funzione dell’individuo: la carica virale dipendeva spesso dalle peculiarità del malato, dal potere detenuto nella società, dalle sue competenze e da molte altre variabili… Solo nella Gov Neolib il potere di superinfettività di un’infima parte della popolazione umana cominciò a diventare evidente e probabilmente influenzò i movimenti di quell’epoca. Chi faceva parte del nocciolo dirigente dell’AltaSfera Ecofin , tra cui ovviamente i techno-tycoon, possedeva un potere infettivo grazie ai mezzi di cui disponeva, anche se successivamente la perdita di controllo su territori materiali e immateriali avrebbe limitato la sfera d’azione. Chi nasceva in questi ambiti era automaticamente esposto alle forti cariche nekomemetiche che da lì si diffondevano. Era un pendant immateriale dell’eredità genetica, ma ancor più facilmente manipolabile di quanto fosse diventata quest’ultima. C’era quindi una forte probabilità di restare contagiati e propagatori per tutta la vita. Come avevo accennato in precedenza rispetto alle caratteristiche della malattia, anche i Grandi Malati  non presentavano alcun sintomo fisico come febbre, dolori, eruzioni cutanee o altro. L’unico sintomo, non solo percettibile, ma anche difficilmente mimetizzabile, era il loro comportamento nei confronti dell’ambiente circostante che includeva gli altri umani, i nonumani e componenti inorganiche. Per le ragioni che ti ho spiegato, i Grandi Malati  erano agenti di contagio di maggiore rilevanza per la biosfera. Tuttavia, anche quando non poterono più nascondere la situazione, nonostante le loro dichiarazioni e i grandi summit, mostrarono solo preoccupazione verbale per gli evidenti peggioramenti della situazione. Erano convinti di poter contare su tutti i mezzi tecnologici a loro disposizione per proteggersi dalle conseguenze del problema ecologico. In ultima istanza se ne sarebbero andati, abbandonando al loro destino i terrestri rimasti, umani e non. La tempesta dei nekomemi virali investiva però le nuove generazioni di homo (sedicente) sapiens, che subiva il contagio sin dalla più tenera età.La setticemia della biosfera ormai si manifestava in zone sempre più ampie e numerose con una miriade di fenomeni negativi di cui ti ho già accennato, fra cui l’innalzamento delle temperature e dei livelli marini ecc., e questo aveva ormai ripercussioni forti sulla produzione alimentare e, ormai quasi ovunque, persino sulla disponibilità di acqua potabile che era stata largamente privatizzata. Le moltitudini dei dominati subivano ovviamente le conseguenze più gravi. Così avveniva nelle enormi concentrazioni di povertà dei territori e delle grandi metropoli di tutto il mondo e in particolare del grande Sud postcoloniale, in cui ai contagi conosciuti si aggiungeva quello immateriale e subdolo del virus nekomemetico. Tutto questo aveva decuplicato, nel giro di qualche decennio, i flussi migratori per sfuggire all’avanzare della setticemia nelle zone più colpite. Per tali ragioni e molte altre ancora la diffusione della contaminazione era alta e in continuo aumento. Ma anche quando cominciò il declino e poi il crollo demografico, il contagio non diminuì in percentuale. L’AltaSfera Ecofin  e i Post/ati  cominciarono ad abbandonare alcuni territori e zone difficilmente gestibili, che nella loro logica non erano interessanti, né economicamente, né geostrategicamente. Allo stesso tempo iniziarono a creare zone sempre più estese, protette da alte muraglie fisiche e/o tecnologiche, seguendo l’esempio dei techno-tycoon che avevano preparato il terreno negli anni precedenti, acquistando terre abitabili e coltivabili in paesi remoti, periferici e parzialmente preservati, dall’Africa alla Nuova Zelanda. Questo ci fa comprendere meglio come un tale morbo fosse ormai alle soglie di una pandemia, propagando la setticemia e rischiando di distruggere gran parte delle reti della vita terrestre. Tuttavia, la biosfera, che aveva affrontato molte sfide nel corso della sua storia, sarebbe sopravvissuta, avendo già resistito a diverse estinzioni di massa. Nei casi precedenti la causa era di natura abiotica, come eventi dinamici del pianeta o impatti di meteoriti, ma ora, per la prima volta, era la vita stessa sviluppatasi sulla Terra che stava generando una nuova estinzione. Da un lato, poteva sembrare che questa infezione causata dagli umani fosse qualcosa di transitorio, poiché l’agente patogeno stava eliminando sé stesso 1 . Tuttavia, dall’altro lato, ci si trovava di fronte a un fenomeno di vasta portata, generato da un fattore biotico, precisamente di origine umana. Una specie inclusa nella biosfera stava attaccando le reti vitali, rendendo il virus nekomemetico una forma di malattia autoimmune. Nota: C’è da dire che lo stesso avviene con i virus patogeni umani quando sono troppo rapidamente mortali. Se uccidono i malati prima che questi abbiano potuto contagiarne altri, scompaiono…

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    Come il mondo può opporsi all'inaccettabile mandato coloniale a Gaza del Consiglio di sicurezza dell'ONU  Sylvia Van Nooten La risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU, che sostiene il piano di Trump per Gaza, è chiaramente illegittima, ma ci sono diversi modi in cui gli Stati e gli individui di tutto il mondo possono contestarne l'illegalità. In un momento ormai tristemente famoso della storia della televisione, l'ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, tre anni dopo aver lasciato la carica presidenziale travolto dallo scandalo Watergate, fu chiesto  dall'intervistatore David Frost se il presidente degli Stati Uniti potesse commettere atti illegali. Nixon rispose: «Se lo fa il presidente, significa che non è illegale». Con queste dodici parole, Nixon ha respinto l'idea centrale del governo repubblicano e l'essenza stessa dello Stato di diritto. Per Nixon (e per troppe persone oggi), alcuni individui e alcune istituzioni sono semplicemente al di sopra della legge. E non solo non sono soggetti alla legge che vincola tutti noi, ma dobbiamo anche seguire i loro ordini. In fin dei conti, questo è il diritto divino dei re. Quasi mezzo secolo dopo, l'ideologia nixoniana è ancora viva e vegeta. A seguito dell'adozione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Risoluzione 2803  lo scorso 17 novembre, risoluzione che ha sconvolto gli analisti giuridici e i difensori dei diritti umani di tutto il mondo per il suo contenuto palesemente colonialista e sulla quale ho scritto  alcuni giorni fa, anche coloro che si sono mostrati critici nei suoi confronti hanno alzato le spalle e hanno dichiarato: "Beh, il Consiglio di Sicurezza l'ha approvata, quindi ora è legge". In altre parole, parafrasando Nixon, " se lo fa il Consiglio di Sicurezza, significa che non è illegale ". Sciocchezze. Sebbene il Consiglio di Sicurezza sia un'istituzione immensamente potente, soggetta a pochi controlli e contrappesi e non soggetta a revisione giudiziaria, ciò non significa che sia al di sopra della legge e che goda del potere di dichiarare legale ciò che è illegale. Infatti, il Consiglio di Sicurezza deriva tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite . Non ha altri poteri. E la Carta delle Nazioni Unite, in quanto trattato, fa parte del diritto internazionale, non è al di sopra né al di fuori di esso. In quanto tale, il Consiglio di Sicurezza deve agire entro i limiti della Carta e entro i limiti del più ampio insieme del diritto internazionale. Qualsiasi azione che compia al di fuori di tali limiti è necessariamente illegale e ultra vires (non contemplata dalla sua sfera di azione e competenza legalmente stabilita). Non si può affermare che gli atti del Consiglio che sono illegali e ultra vires abbiano forza di legge. E, pertanto, non può esserci alcun obbligo legale di cooperare con tali atti o di ottemperarvi. Infatti, quando tali atti sono manifestamente illegali, può sussistere il dovere di opporvisi. Molti degli elementi della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono, infatti, manifestamente illegali, perché (1) sono in conflitto con altre disposizioni cruciali della Carta stessa, (2) violano le norme jus cogens (norme imperative e fondamentali) del diritto internazionale con cui tutti gli Stati hanno familiarità, e (3) violano i diritti e gli obblighi ( erga omnes , cioè nei confronti di tutti) recentemente confermati con grande chiarezza dalla Corte internazionale di giustizia in relazione alla stessa situazione (cioè il territorio palestinese occupato). Non si tratta di violazioni in zone grigie. Si tratta di evidenti e chiare violazioni del diritto internazionale. E tale chiarezza comporta un obbligo speciale per gli Stati (e altri attori) di evitare, come minimo, di partecipare a tali violazioni. Limiti della Carta delle Nazioni Unite all'azione del Consiglio di Sicurezza Esistono almeno tre vincoli che limitano il potere del Consiglio di Sicurezza. Il primo è il veto  con cui i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza possono controllare gli impulsi peggiori e gli eccessi degli altri membri permanenti. In questo caso, tuttavia, tre dei cinque membri permanenti dell' e (Stati Uniti, Regno Unito e Francia) sono stati complici diretti della colonizzazione, dell'apartheid , dell'occupazione e del genocidio perpetrati dal regime israeliano contro il popolo palestinese. E, sorprendentemente, gli altri due (Russia e Cina) si sono semplicemente fatti da parte e hanno permesso che il piano degli Stati Uniti fosse approvato senza veto.  Il secondo insieme di vincoli imposti al Consiglio di Sicurezza sono i termini della Carta delle Nazioni Unite stessa, da cui il Consiglio deriva il proprio mandato. L'articolo 24(2)  richiede che il Consiglio «agisca in conformità con gli scopi e i principi delle Nazioni Unite» nell'esercizio delle sue funzioni. Tali scopi e principi sono elencati esplicitamente nell'articolo 1  della Carta e comprendono (tra l'altro) il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali (la principale competenza del Consiglio di sicurezza) «in conformità con i principi della giustizia e del diritto internazionale [...]». È evidente che non si può affermare che la risoluzione 2803 sia conforme alla giustizia e al diritto internazionale, in particolare alla luce del recente parere consultivo  della Corte internazionale di giustizia (il tribunale di più alto rango del sistema delle Nazioni Unite) che specifica i requisiti di giustizia e di diritto nel caso della Palestina, nessuno dei quali è rispettato nella suddetta risoluzione. Tali propositi e principi includono anche «il rispetto del principio dell'uguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli», nonché «la promozione e il rafforzamento del rispetto dei diritti umani». Come ho già  sottolineato, la risoluzione 2803 viola direttamente questi principi, nonostante il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione sia stato ripetutamente ribadito dalle Nazioni Unite e dalla Corte internazionale di giustizia. Un'ultima limitazione della Carta, contenuta nell'articolo 2 dell'    , impone alle Nazioni Unite, ai suoi organi costitutivi e ai suoi Stati membri l'obbligo di «adempiere in buona fede agli obblighi da essi assunti in virtù della presente Carta». Le violazioni  esplicite contenute nel testo della risoluzione 2803 di questi principi obbligatori della Carta, principi vincolanti per il Consiglio di sicurezza e i suoi membri, sono un'ulteriore prova dell'illegittimità di tale risoluzione. Limiti del jus cogens all'azione del Consiglio di Sicurezza Un'altra restrizione fondamentale all'azione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è il suo obbligo di adeguare la propria azione alle cosiddette norme jus cogens  ed erga omnes  del diritto internazionale. Si tratta delle norme più elevate (imperative) del diritto internazionale, universalmente vincolanti, che non ammettono eccezioni e che impongono obblighi a tutti gli Stati e alle loro organizzazioni intergovernative. Gli Stati (e le organizzazioni di Stati) non possono mai derogare alle norme jus cogens del diritto internazionale (tra cui l'autodeterminazione, il divieto di colonialismo, l'acquisizione di territori con la forza, le restrizioni all'uso della forza, determinate tutele dei diritti umani e altre). Pertanto, la presunta violazione di molte di queste norme  da parte della risoluzione 2803 è illegale e ultra vires . I detrattori di questa posizione citeranno l'articolo 25  della Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce che «i membri delle Nazioni Unite si impegnano ad accettare e ad eseguire le decisioni del Consiglio di sicurezza [...]» come un obbligo contrattuale vincolante per tutti gli Stati membri. Tuttavia, ciò che spesso viene trascurato è che l'articolo 25 è sfumato dall'espressione «in conformità con la presente Carta». Le decisioni che non sono conformi ad altre disposizioni della Carta, per definizione, sono ultra vires e non soddisferebbero il requisito dell'articolo 25. E gli unici obblighi legittimi imposti dalla Carta potrebbero essere quelli compatibili con il diritto internazionale. Altri sottolineeranno la clausola di supremazia della Carta delle Nazioni Unite, contenuta nell'articolo 103 . Tale disposizione stabilisce che «in caso di conflitto tra gli obblighi dei Membri delle Nazioni Unite derivanti dalla presente Carta e i loro obblighi derivanti da qualsiasi altro accordo internazionale, prevarranno gli obblighi derivanti dalla presente Carta ». Ma l'articolo 103 si applica ai trattati in conflitto. Non annulla gli obblighi jus cogens ed erga omnes degli Stati contenuti nel diritto internazionale consuetudinario, molti dei quali sono violati dalla risoluzione 2803. Resistere alle risoluzioni ingiuste La conclusione è chiara. La risoluzione 2803  è illegittima, deve essere respinta, non deve ottenere la cooperazione degli Stati membri dell'ONU nel suo tentativo di applicazione e deve essere dichiarata nulla e priva di effetto. Ma questi obiettivi devono affrontare importanti ostacoli istituzionali e politici. Un difetto fondamentale della Carta delle Nazioni Unite è che non prevede un riesame giudiziario formale del Consiglio di sicurezza. Infatti, una proposta di revisione giudiziaria del Consiglio da parte della Corte internazionale di giustizia è stata esplicitamente respinta  durante i negoziati della Carta delle Nazioni Unite, ma ciò non significa che la Corte internazionale di giustizia sia impotente di fronte alle decisioni illegali di un Consiglio di sicurezza disonesto. La Corte internazionale di giustizia può esaminare le azioni intraprese dal Consiglio sia nell'ambito della sua giurisdizione contenziosa  sia nell'ambito della sua facoltà di emettere pareri consultivi . Essa può emettere pareri e prendere decisioni autorevoli sugli obblighi degli Stati ai sensi del diritto internazionale in relazione a tali azioni. Pertanto, sebbene non possa annullare una decisione del Consiglio, le conclusioni della Corte internazionale di giustizia possono contribuire sia a (1) screditare (e quindi erodere l'autorità politica di) tali azioni, sia a (2) mitigarne i danni, fornendo consulenza agli Stati su ciò che il diritto internazionale consente e vieta di fare, quando valutano il loro comportamento a seguito di un'azione di questo tipo decisa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Corte internazionale di giustizia potrebbe informare le azioni successive decise da eventuali membri del Consiglio di sicurezza che desiderano adempiere ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, nonché rettificare le loro precedenti posizioni, giuridicamente problematiche, dinanzi al Consiglio. Altri Stati (non membri del Consiglio di Sicurezza) possono utilizzare le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia per giustificare il mancato rispetto degli elementi che violano le decisioni del Consiglio di Sicurezza. E tale azione della Corte Internazionale di Giustizia potrebbe contribuire a scoraggiare future azioni indebite del Consiglio di Sicurezza, poiché i membri di quest'ultimo cercano di evitare controversie giuridiche sulle sue decisioni. Allo stesso modo, i tribunali nazionali e regionali potrebbero riesaminare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o la loro applicazione per determinare la portata giuridica dell'azione di uno Stato o di un'organizzazione regionale specifici. Al di là delle vie legali, anche l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe agire per mitigare i possibili danni derivanti dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, come nel caso della Risoluzione 2803. Riunendosi nell'ambito del meccanismo Uniting for Peace , l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe adottare a maggioranza dei due terzi una risoluzione globale (1) per riaffermare il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e l'illegalità di qualsiasi occupazione o colonizzazione del loro territorio, (2) per adottare misure che obblighino il regime israeliano a rendere conto del proprio operato, (3) per garantire protezione al popolo palestinese e (4) per mitigare gli elementi peggiori della risoluzione 2803. L'Assemblea Generale dovrebbe farlo senza indugio. E i popoli del mondo devono mobilitarsi allo stesso modo per esercitare pressioni sui rispettivi governi affinché si impegnino a respingere le disposizioni illegali della risoluzione 2803 e ad applicare pienamente le conclusioni della Corte internazionale di giustizia in Palestina. Lex iniusta non est lex (Una legge ingiusta non è legge) La Dichiarazione universale dei diritti umani  inizia con un riconoscimento assiomatico: «Affinché l'essere umano non sia costretto a ricorrere, come ultima risorsa, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione, i diritti umani devono essere protetti dallo Stato di diritto». Ci si sarebbe aspettati che i rappresentanti dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza, che pretendono di agire sotto l'egida delle Nazioni Unite, avessero letto la Dichiarazione prima di adottare la vergognosa Risoluzione 2803 del 17 novembre 2025. La macchia del loro atto illegale rimarrà senza dubbio oltre il mandato di tutti gli ambasciatori del Consiglio. E il danno causato alla legittimità del Consiglio potrebbe rivelarsi alla fine fatale. Ma il popolo non è privo di risorse di fronte a questo manifesto abuso di potere. Esistono diverse vie d'azione: nei tribunali, all'ONU e nelle strade. L'azione popolare può bloccare l'applicazione della risoluzione 2803, chiedere conto ai ministeri degli Affari esteri e agli ambasciatori, controllare il Consiglio di sicurezza in rebeldía, imporre costi all'eccesso imperialista degli Stati Uniti, isolare il regime israeliano e contribuire alla liberazione della Palestina. Diffondiamo il messaggio ovunque. Lex iniusta non est lex . Questa vergognosa risoluzione 2803 non sarà mantenuta. Si consiglia la lettura di Craig Mokhiber, «L'ONU abbraccia il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza per l'amministrazione coloniale statunitense di  Gaza»; Qassam Muaddi, «Israele sta violando tutti i suoi accordi di cessate il fuoco e sta aumentando la tensione su tutti i  fronti», «Lo Stato genocida di Israele intende dividere definitivamente  Gaza lungo la "Linea Gialla "» e «9100 palestinesi languiscono in condizioni terribili nelle prigioni dello Stato genocida israeliano dopo l'accordo di " pace"; Huda Ammori, «Palestine Action: sabotaggio dell'industria bellica  israeliana», Michael Arria, «Vent'anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, cofondatore del  movimento» e Frédric Lordon, «Il sionismo e il suo  destino», tutti pubblicati su Diario Red . Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rapporti della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, «Anatomia di un  genocidio» (2024), «Dall'economia dell'occupazione all'economia del  genocidio» (2025) e «Gaza Genocide: a Collective  Crime» (2025). Ilan Pappé, «Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?»  e «El colapso del  sionismo», El Salto . Antony Loewenstein, El laboratorio palestino  (2024). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss  ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Craig Gerard Mokhiber  è un attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni ’80, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

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    All'inizio ne abbiamo viste di tutte poi mai smesso Cheryl Penn Un testo quasi-performativo, o forse performativo tout court, batte ribatte e gioca scientemente a costruire un effettivo microsaggio, ovviamente sghembo e 'inaffidabile' per scelta: sul pensare, la storia ("vera"), il tempo e il trauma, incanalati in un breve vortice che più che scritto è - appunto - parlato, da pensare come audio a velocità 2, spiazzante. Tutto è il pensare è qui è adesso è soprattutto scherzo è superstizione è incredibile religione non è credibile il pensare è pensiero è pensierino è scherzo è incrociate le dita incrociate è senza esagerare è pensare molto più del pensabile è differenza tra impossibile da pensare è impensabile. Poi. Soprattutto. Fermare il pensiero appena poco prima del pensiero soprattutto il pensiero compiuto, il pensiero compiuto soprattutto tutto sbagliato, il prepensiero invece, il fallimento l'irrisolto tutto lasciato in sospeso invece del pensiero. Ma anche i grandi problemi del mondo, abbiamo qui adesso davanti a noi molto bene chiara la vera storia vera della vera umanità intera vera, facciamo delle cose con la vera storia vera della vera umanità intera vera, diciamo delle cose con la vera storia vera della vera umanità intera vera, ecco la vera storia vera della vera umanità intera vera, eccola, il limite è vera, è chiaro, financo quasi banale il limite, il male, il limite è umanità, non ci interessa il limite, il limite del mondo - un pensiero rivolto adesso a tutto il tempo perso del mondo tutto il tempo che abbiamo perso un minuto di silenzio da dedicare a tutto il tempo perso nel mondo. Tralaltro. Un minuto adesso di silenzio oltre che al tempo perso un minuto adesso di silenzio a tutte le parole non dette, un minuto di silenzio un funerale di silenzio da dedicare alle parole non dette future, molti funerali tanti molti conseguenti uno dietro l'altro funerali sovrapposti anche ad esempio da dedicare alle parole che dimenticate in questo momento - un minuto di pudore, sono molte le cose di cui parlare ma non è questo il momento, non durante un funerale per favore, non è certo questo, il momento, il contesto, siamo al funerale, siamo al trauma infantile, gli eventi non sono tutti uguali, gli eventi non sono tutti uguali, c'è funerale e funerale e trauma infantile e trauma infantile, quello che si dimentica non riusciamo a dimenticarlo, il funerale non si può fare, inaccettabile, il funerale è un funerale impossibile, il trauma infantile è il vero posto migliore in cui vivere. Filippo Balestra, Genova 1982: prima le riviste letterarie autoprodotte poi la poetry slam ultimamente il teatro con Aldes. Oltre a diversi racconti online e non, ha pubblicato  Poesie Normali  (Miraggi, 2015),  Guida indipendente alla città di Genova  (Hoppípolla, 2018), Diario Involontario  (Tic edizioni, 2022), e  Troppo  (Tipografia Helvetica, 2023). Poeta performativo, suoi recenti esperimenti linguistico/letterari sono la Conferenza sulla conferenza  e la live writing performance Esistere non basta  eseguita, tra le altre, alla GAM di Torino per Metronimie Festival e alla Mole Vanvitelliana di Ancona per Punta della lingua Festival e Manifattura Tabacchi di Milano per NAO Performing Festival.

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    Trump, Gaza e gli Accordi di Oslo: un déjà vu Michèle Ellis-Decorges Gli Stati Uniti continuano a portare avanti il loro piano colonialista per la Striscia di Gaza, mentre lo Stato terrorista israeliano continua a uccidere e a seminare una distruzione dantesca nei territori occupati, prolungando così il genocidio perpetrato dalle potenze occidentali, sullo sfondo dell'enorme battaglia che si profila all'orizzonte per chiarire chi parla a nome della causa palestinese. Dopo una risoluzione senza precedenti approvata lo scorso 17 novembre dal Consiglio di sicurezza dell'ONU, che sostiene l'agenda del presidente Donald Trump per Gaza, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno ora cercando di portare avanti la "seconda fase" del loro piano di colonizzazione della Striscia e di conversione del suo territorio in un centro di investimento internazionale. L'obiettivo è quello di utilizzare una forza internazionale, che opererà sotto la cosiddetta "Junta di Pace" presieduta da Trump, il cui scopo è quello di disarmare completamente la resistenza palestinese presente a Gaza e imporre la tutela imperiale sulla Striscia. Sebbene il piano affermi che «Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza», l'accordo di cessate il fuoco conferisce ampia autorità allo Stato israeliano, mentre le sue innumerevoli ambiguità potrebbero consentire alle forze di occupazione israeliane di trincerarsi a tempo indeterminato nella Striscia. Il piano in 20 punti presentato da Trump è stato sostenuto da diversi Stati arabi e islamici, nonché da Mahmud Abbas, il novantenne e estremamente impopolare leader dell'Autorità Palestinese (AP), ma è stato respinto da un'ampia rappresentanza di altri gruppi e partiti politici palestinesi. "È un piano israeliano, che è stato ribattezzato piano Trump", ha affermato Diana Buttu, avvocato specializzato in diritti umani ed ex consulente dei negoziatori palestinesi. "Tutte le garanzie sono concesse a Israele, ma non ce ne sono per i palestinesi. Il fatto [è] che tutto il controllo è nelle mani di Israele. Non viene ceduto alcun controllo a nessun altro; a me sembra proprio un piano israeliano che è stato ribattezzato piano Trump, e non il contrario", ha dichiarato Buttu a Drop Site . "Il piano è stato concepito e approvato per alleviare la pressione esercitata su Israele e allo stesso tempo per consentirgli di continuare l'attuale pulizia etnica a Gaza. Coincide esattamente con ciò che Israele ha detto fin dall'inizio". Israele ha ripetutamente violato l'accordo di "cessate il fuoco" di Gaza, entrato in vigore lo scorso 10 ottobre. Lo Stato terrorista israeliano perpetra attacchi quotidiani a Gaza e ha ucciso più di 350 palestinesi, di cui almeno 136 bambini e bambine. «A più di un mese dall'annuncio del cessate il fuoco e dal rilascio di tutti gli ostaggi israeliani vivi, le autorità israeliane continuano a commettere genocidio contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza occupata», ha denunciato Amnesty International in un rapporto  pubblicato lo scorso 27 novembre. Israele «continua a imporre deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica della popolazione palestinese senza che vi sia alcun segno di cambiamento nei suoi obiettivi». Israele si rifiuta di consentire la consegna dei livelli concordati di cibo, medicine e altri prodotti di prima necessità per garantire la sopravvivenza nell'enclave e non ha ancora riaperto il valico di frontiera di Rafah con l'Egitto per consentire l'ingresso degli aiuti umanitari. Le forze israeliane hanno oltrepassato la cosiddetta «linea gialla», ovvero le posizioni concordate in cui sarebbero state ridistribuite le loro forze nell'ambito dello scambio di prigionieri. Nel frattempo, Israele continua a occupare più della metà della Striscia di Gaza e a effettuare operazioni di demolizione massiccia di abitazioni in tutta la zona orientale della stessa, avendo raso al suolo più di 1500 edifici dal 10 ottobre. D'altra parte, Israele sta costruendo in queste aree infrastrutture militari per quella che, secondo quanto affermato dai suoi portavoce ufficiali, sarà una presenza a tempo indeterminato. Le autorità statunitensi hanno parlato di creare una "zona verde", che intendono utilizzare per attirare i palestinesi che decidono di abbandonare le zone occidentali di Gaza con la promessa di cibo, medicine e rifugio, creando così due cantoni in quell'area. Nella zona non occupata da Israele, gli analisti prevedono che Israele condurrà regolari attacchi militari con il pretesto di schiacciare Hamas, negando al contempo alla popolazione rimasta cibo e medicine sufficienti. "Continueranno a uccidere palestinesi nella speranza che questo provochi l'espulsione di massa o lo sfollamento di massa della popolazione palestinese", ha affermato Sami Al-Arian, eminente accademico e attivista palestinese e direttore del Center for Islam and Global Affairs della Zaim University di Istanbul. "Avremo semplicemente un genocidio di basso livello. Invece di 100-200 palestinesi che muoiono ogni giorno, come abbiamo visto negli ultimi due anni, saranno 15, 20, 25, 30, 35, a seconda di come si sentiranno gli israeliani quella mattina». Questo è stato il modus operandi di Israele in Libano, dove ha continuato a bombardare regolarmente in nome della lotta contro Hezbollah, nonostante l'accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti e firmato nel novembre 2024 con l'organizzazione sciita. «Quello che sta accadendo ora, in modo chiaro ed esplicito, è che la guerra non è finita. Israele non ha fermato la guerra, né ha rispettato il cessate il fuoco. Allora, cosa significa che ora tutte le condizioni vengono imposte alla parte palestinese?", ha detto il dottor Mustafa Barghouti, importante leader politico palestinese e capo dell'Iniziativa Nazionale Palestinese, che recentemente ha dichiarato ad Al Jazeera Mubasher: "Il problema principale non è dalla parte palestinese; il problema principale è dalla parte israeliana. Purtroppo, la pressione occidentale è diretta esclusivamente verso la parte palestinese. Ciò che più turba e preoccupa i palestinesi è che ogni volta che Israele lancia un attacco contro di loro nella Striscia di Gaza, afferma di aver ricevuto il permesso dalla parte americana, cioè dal mediatore dell'accordo. Allora, dove sono i mediatori? E qual è il ruolo di un mediatore, se la sua mediazione è di parte?». Quando all'inizio di ottobre è stato concluso l'accordo di «cessate il fuoco» a Sharm El-Sheikh, in Egitto, Hamas ha detto ai mediatori di avere solo un mandato limitato per negoziare le condizioni per porre fine alla guerra di Gaza e procedere allo scambio di prigionieri. Il resto delle condizioni generali stabilite nella proposta di Trump avrebbero dovuto essere affrontate attraverso il consenso di tutti i gruppi palestinesi, non solo di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese. «In questo piano, la "Junta di Pace" è l'autorità sovrana. Si tratta, in sostanza, di una forma di tutela sul popolo palestinese, e noi non accettiamo la tutela. Il popolo palestinese deve possedere la sovranità", ha affermato Mohammed Al-Hindi, cofondatore della Jihad islamica palestinese e suo principale negoziatore politico, in un'intervista concessa a Drop Site . «La seconda fase riguarda il ritiro [delle forze israeliane] e il futuro di Gaza – la sua gestione, il suo governo, chi la governa, il suo rapporto con la Cisgiordania –, la situazione generale della Palestina e la questione delle armi. Queste questioni non riguardano solo i gruppi della resistenza palestinese, ma l'intero popolo palestinese». Secondo il piano di Trump, Gaza sarà amministrata da un comitato di quindici membri composto da tecnocrati palestinesi senza affiliazione partitica sotto la supervisione del Consiglio di pace presieduto da Trump. "Tutti vogliono far parte del comitato e finirà per essere un comitato piuttosto grande, perché sarà composto dai capi di tutti i paesi importanti", ha detto Trump durante una cena alla Casa Bianca in onore del principe ereditario saudita e governante de facto del regno, Mohammed bin Salman, lo scorso 18 novembre. "Gaza, anche se sembra un po' caotica, lo è stata per molti, molti anni", ha detto Trump ridendo, "è molto vicina alla sua piena realizzazione". Questo comitato tecnocratico palestinese, per come è stato concepito, non è destinato a funzionare realmente come un governo, ma si limita a riunire i burocrati locali per applicare i dettami del Comitato di pace di Trump. Sarebbe "responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei comuni" sotto la "supervisione e il controllo" di quest'ultimo. Il comitato presieduto da Trump, al quale dovrebbe partecipare anche l'ex primo ministro britannico Tony Blair, rimarrebbe l'autorità suprema a Gaza fino a quando l'Autorità Palestinese non sarà stata sufficientemente "riformata" e potrà "riprendere in modo sicuro ed efficace il controllo della Striscia", secondo quanto previsto dal piano. L'Autorità Palestinese, che è davvero impopolare, controlla solo una piccola parte della Cisgiordania occupata e agisce come esecutore locale dell'occupazione israeliana. La popolazione palestinese la considera generalmente corrotta, antidemocratica e illegittima. Il piano del e Trump non specifica quali misure concrete dovrebbe adottare l'Autorità Palestinese per riformarsi, né il calendario di questo processo. "Chi decide che l'Autorità [Palestinese] ha completato questo processo di riforme?", ha chiesto Al-Hindi, suggerendo che il Comitato di Pace di Trump si sottometterebbe ai dettami israeliani. "Questa ambiguità è il vero ostacolo, che farà fallire il piano proposto da Trump e impedirà qualsiasi stabilità nella regione". Da un punto di vista tecnico, ci sono aspetti del piano di Trump per Gaza che, a prima vista, assomigliano ad alcuni dei concetti sostenuti da Hamas e da altri gruppi palestinesi, organizzazioni che hanno accolto con favore le proposte di dispiegamento di una forza internazionale, la creazione di un fondo internazionale per la ricostruzione di Gaza e la creazione di un organismo provvisorio di esperti palestinesi indipendenti, che ne sarebbe responsabile dell'amministrazione. Sebbene queste proposte siano incluse nel piano di Trump, tutte sono al servizio del colonialismo e del controllo straniero, accompagnate dalla richiesta di disarmo totale e smilitarizzazione di Gaza. «Affrontiamo sempre qualsiasi decisione o posizione degli Stati Uniti con estrema cautela, perché gli Stati Uniti stanno gestendo la guerra contro il nostro popolo palestinese e sono uno dei principali alleati del nemico sionista nella recente guerra contro Gaza», ha affermato Ihsan Ataya, membro dell'ufficio politico della Jihad Islamica Palestinese, in un'intervista concessa a Drop Site . «Trump sta cercando di ottenere alcuni vantaggi a favore di "Israele", il cui Stato, nemmeno con il sostegno dei suoi alleati, Stati Uniti in testa, e con tutta la sua potenza militare, è stato in grado di ottenere durante la brutale guerra combattuta negli ultimi due anni. Questo è qualcosa che la resistenza non può accettare». Dagli accordi di Oslo degli anni '90 non si era verificato un momento così trascendentale nella storia della causa della liberazione palestinese. Gli accordi di Oslo hanno codificato la sospensione dei diritti e la rinuncia alle rivendicazioni del popolo palestinese e hanno facilitato la drammatica espansione della guerra di conquista e annientamento condotta da Israele, che è culminata nel genocidio di Gaza. Al centro del dialogo intra-palestinese c'è attualmente una lotta enorme su chi parla a nome della Palestina. Sebbene Abbas controlli formalmente le redini del potere dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che è stata ufficialmente riconosciuta da Israele come «unico rappresentante legittimo» del popolo palestinese negli anni '90, sarebbe ridicolo affermare che l'attuale versione dell'OLP sia l'organo democratico che rappresenta la volontà di quest'ultimo. L'Autorità Palestinese è stata creata nel 1994 durante i negoziati di Oslo dall'OLP ed era destinata ad essere un progetto provvisorio di "autogoverno" che sarebbe durato cinque anni. L'OLP rimane l'unico organismo palestinese riconosciuto a livello internazionale con il mandato di negoziare trattati o istituire ambasciate. Abbas è il presidente dell'OLP, presidente dell'Autorità Palestinese e leader di Fatah. Sotto la pressione degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, Abbas sta adottando misure per ottenere la messa al bando dei partiti palestinesi che non si piegano alle richieste di riconoscere Israele e non rinunciano alla resistenza armata contro l'occupazione israeliana. Dall'altra parte del dialogo intra-palestinese si trovano praticamente tutti gli altri movimenti politici importanti della Palestina, compresi settori del partito di governo di Abbas, Fatah. Queste forze sostengono una ricostituzione totale dell'OLP, che funzioni in proporzione alla volontà democratica dei cittadini. Un alto funzionario dell'OLP allineato con Abbas ha recentemente indicato che la Palestina si trova in una "fase di accordo transitorio", mentre Hamas e altri movimenti di resistenza affermano di trovarsi in una "fase di liberazione nazionale". Gli Stati Uniti hanno chiarito che sono interessati solo a trattare con un "partner" palestinese vuoto e malleabile per attuare l'agenda del loro presidente. La questione centrale è come Hamas, l'Autorità Palestinese e altri attori palestinesi affronteranno queste richieste, presentate sotto la minaccia di una ripresa della guerra su larga scala. L'Autorità Palestinese, sotto la pressione non solo degli Stati Uniti, ma anche delle potenze europee e di molti Stati arabi, sembra avviarsi alla capitolazione di fronte all'agenda imposta da Trump. Praticamente tutti gli altri gruppi palestinesi hanno denunciato con forza il carattere colonialista del piano, invocando un consenso nazionale prima di formalizzare qualsiasi tipo di accordo. La frammentazione dell'unità palestinese da parte di Mahmud Abbas Sebbene raramente menzionato nella copertura mediatica o nel discorso pubblico di Trump e dei suoi alleati quando parlano dell'accordo di Gaza, non va dimenticato che un fronte unificato di leader politici palestinesi ha offerto una bozza dettagliata della sua concezione su come si potrebbe raggiungere una risoluzione pacifica della situazione attuale nella cosiddetta " Dichiarazione di Pechino " firmata nella capitale cinese il 22 luglio 2024. L'accordo  includeva risoluzioni non solo per porre fine alla guerra contro Gaza, ma anche per immaginare un futuro democratico per una Palestina indipendente. Il team di Trump ha ignorato queste iniziative. Quando è conveniente per loro affermare che i palestinesi accettano il piano, gli Stati Uniti e i loro alleati invocano il ruolo potenziale dell'Autorità Palestinese. Fin dai primi mesi del genocidio di Gaza, i leader di un'ampia rappresentanza di organizzazioni politiche palestinesi si sono riuniti nel tentativo di adottare una posizione unitaria. Queste iniziative sono state guidate in parte da Barghouti, ex candidato presidenziale palestinese e membro del parlamento, che non è affiliato ad alcun gruppo di resistenza armata. Alle riunioni hanno partecipato non solo Hamas e la Jihad islamica palestinese, ma anche Fatah, il partito al governo del presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas. Il documento più significativo  scaturito da queste conferenze è stata la citata «Dichiarazione di Pechino», redatta da Barghouti e firmata da quattordici gruppi politici palestinesi in Cina nel luglio 2024. I colloqui di riconciliazione a Pechino erano senza precedenti e hanno riunito quattordici importanti gruppi palestinesi, tra cui movimenti di resistenza islamici, nazionalisti, di sinistra e laici. La conferenza, durata tre giorni, si è conclusa con la firma di un documento che riaffermava il diritto del popolo palestinese di resistere all'occupazione e chiedeva la fine dell'espansione illegale degli insediamenti israeliani. Essa sosteneva una OLP riformata, con poteri per rivalutare i termini degli Accordi di Oslo e di altri accordi da essa firmati, che avrebbe operato con il corrispondente mandato popolare per negoziare il proprio futuro con la comunità internazionale. L'accordo proponeva la formazione di un governo di riconciliazione nazionale, che avrebbe governato tutti i territori palestinesi: Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme. Tale governo avrebbe supervisionato le riforme necessarie per indire elezioni democratiche per il parlamento palestinese e altre cariche pubbliche. Prevedeva inoltre la partecipazione internazionale per facilitare i colloqui sulla creazione di uno Stato palestinese. Ciò che emerse dalla conferenza dell'estate del 2024 fu un fronte unificato, che poteva giustamente affermare di negoziare a nome di una maggioranza sostanziale della popolazione palestinese. «La "Dichiarazione di Pechino" fu estremamente significativa. Tutti i gruppi palestinesi, non solo Hamas e Fatah, l'hanno sottoscritta. Avrebbe costituito un'ottima base da cui partire per raggiungere l'unità palestinese", ha affermato Al-Arian. "L'ostacolo principale è stato Abbas. Il suo movimento si reca a Pechino e firma come tutti gli altri movimenti la Dichiarazione, il che induceva a pensare che fosse iniziato un processo di unità palestinese, ma Abbas torna e rinuncia a queste dichiarazioni e [dice] che non la sottoscriverà, che non la accetterà, che non seguirà quella serie di raccomandazioni». Barghouti ha affermato che il mancato rispetto dell'accordo di Pechino da parte di Abbas ha alimentato la narrativa secondo cui non esiste un altro rappresentante legittimo del popolo palestinese. L'accordo «avrebbe chiuso la porta a qualsiasi tentativo di imporci una tutela straniera, sia a Gaza che in Cisgiordania», ha dichiarato Barghouti ad Al Jazeera Mubasher. «La principale lacuna giuridica attraverso la quale gli israeliani e alcuni attori internazionali cercano di attribuire ai palestinesi la responsabilità della loro attuale situazione – la ragione principale di essa e il punto debole della loro rappresentanza – è la continua divisione interna». Gli Stati Uniti hanno rifiutato di collaborare con questa ampia coalizione di attori palestinesi e, invece, hanno emesso diktat unilaterali e tenuto riunioni a porte chiuse per discutere i dettagli. La strategia che si sta sviluppando sembra consistere nell'utilizzare un sottile velo di legittimità, offerto dalla mera esistenza dell'Autorità Palestinese e dalla rappresentanza ufficiale dell'OLP presso l'ONU, per fingere che il piano di Trump abbia il sostegno formale dei «palestinesi». Abbas, noto anche come Abu Mazen, ha accettato questo ruolo. Quando Trump ha annunciato il suo «vertice di pace» a Sharm El-Sheikh, Abbas inizialmente non è stato invitato. La sera prima della riunione, l'Egitto ha informato l'ufficio di Abbas che poteva partecipare al vertice, ma non ha preso parte alla cerimonia ufficiale della firma. «Hanno usato Abu Mazen come una sorta di burattino per dire: "Beh, sai, se Abu Mazen e l'Autorità Palestinese lo accettano, perché dovrebbe essere così male?", ha detto Buttu, che è stato consulente legale dell'OLP e ha lavorato con Abbas. «Lui permette che lo usino come un burattino, perché è sedotto dall'idea di essere in qualche modo un attore sulla scena mondiale, quando in realtà non è nulla». Invece di adottare le raccomandazioni della «Dichiarazione di Pechino», Abbas ha deciso di consolidare ulteriormente il suo controllo sul potere e di ampliare i suoi tentativi di escludere o emarginare altri partiti politici palestinesi. Ha anche intensificato la sua collaborazione con l'occupazione israeliana e ha applicato le politiche richieste dagli Stati Uniti, dall'Unione Europea e da Israele. All'inizio del 2025, Israele ha lanciato la sua più grande campagna di sfollamento forzato in Cisgiordania dal 1967 attraverso una serie di operazioni, iniziate con le forze di sicurezza di Abbas che hanno attaccato i combattenti della resistenza palestinese, uccidendo più di una dozzina di palestinesi e arrestandone centinaia. Le operazioni dell'Autorità Palestinese, iniziate alla fine del 2024, hanno spianato la strada alle forze israeliane per espellere i palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi. Nel giro di un mese, più di 40.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza, la maggior parte dai campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarm, mentre le forze israeliane avviavano una campagna sistematica per distruggere case, strade e infrastrutture. L'offensiva militare si è trasformata in una serie di raid e attacchi israeliani, che si sono protratti per un anno, accompagnati da un'intensificazione della violenza generalizzata e dagli attacchi terroristici perpetrati contro la popolazione palestinese da parte dei coloni israeliani. Nel bel mezzo dell'invasione israeliana, l'Autorità Palestinese ha chiuso Al Jazeera, il canale più visto al mondo per ottenere informazioni sull'assedio in Cisgiordania, e ha cercato di bloccare il suo sito web. Il divieto è rimasto in vigore fino a maggio. Nel febbraio 2025, d'altra parte, Abbas ha emanato un decreto molto impopolare che abrogava le leggi e i regolamenti che disciplinavano gli aiuti economici concessi alle famiglie dei martiri, dei prigionieri e dei palestinesi feriti negli attacchi israeliani. Israele e Stati Uniti hanno definito questo programma "pagare per uccidere", sostenendo che ricompensa i terroristi. Dal 2018, la legislazione statunitense ha vietato determinati aiuti economici all'Autorità Palestinese a meno che questo programma non venga abrogato. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare le forze di sicurezza palestinesi, che lavorano in coordinamento con Israele. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha affermato che il decreto di Abbas "sembra essere un passo positivo e una grande vittoria del governo Trump". I palestinesi ritengono in generale che i sussidi versati alle famiglie delle vittime, dei prigionieri e dei feriti causati dallo Stato genocida di Israele siano un contributo economico necessario per le loro famiglie per aver partecipato alla lotta di liberazione nazionale. Il decreto di Abbas ha trasferito il programma all'Istituzione Nazionale Palestinese per l'Empowerment Economico, un ente supervisionato da un consiglio di amministrazione nominato da Abbas. Hamas ha condannato la decisione in un comunicato stampa, affermando che «trasformare questi eroici nazionalisti, che si sono sacrificati per il popolo e la causa palestinese, in semplici casi sociali è vergognoso». Qadura Fares, capo della Commissione per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti nominato da Abbas, ha denunciato il decreto e ne ha chiesto l'immediata revoca. «Non è accettabile che i diritti dei prigionieri e dei martiri siano soggetti a nuove norme amministrative o economiche che ignorano la dimensione nazionale della questione», ha affermato. Poco più di una settimana dopo, Fares è stato costretto al pensionamento con un decreto presidenziale, una misura che è stata ampiamente interpretata come una risposta alla sua opposizione pubblica.  Nell'aprile 2025 Abbas ha nominato Hussein Al-Sheikh, membro di lunga data di Fatah e noto per i suoi stretti legami con Israele, vicepresidente dell'Autorità Palestinese. Dal 2007 Sheikh è a capo dell'Autorità Generale per gli Affari Civili, il principale organismo di coordinamento con le forze israeliane che operano nella Cisgiordania occupata. "Se lo sentissi parlare a porte chiuse, penseresti di stare parlando con un soldato israeliano", ha dichiarato Osama Hamdan, alto funzionario di Hamas, a Drop Site poco dopo la nomina di Sheikh. "Non sono parole mie, ma di alcuni importanti leader di Fatah". Secondo le dichiarazioni di Hamdan, gli israeliani hanno fatto pressioni affinché Sheikh fosse nominato vice di Abbas e suo probabile successore, perché «sanno che è disposto a occuparsi da solo di questo lavoro sporco». Il 23 novembre, Sheikh ha incontrato Blair e un funzionario americano anonimo a Ramallah per discutere l'attuazione del piano di Trump sostenuto dal Consiglio di sicurezza dell'ONU. Hamdan ha dichiarato a Drop Site che Israele preferirebbe trattare con Sheikh, un funzionario che considerano dotato di una «mentalità di sicurezza», che accetterebbe il ruolo di reprimere i palestinesi che cercano di organizzare la resistenza contro Israele, come hanno fatto ripetutamente le forze dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania. «Questo significa che non c'è leadership politica. Ecco perché scelgono Hussein Sheikh", ha detto Hamdan. "Non è un leader politico, è un leader della sicurezza. Il suo lavoro in tutto questo tempo è stato quello di stabilire accordi di sicurezza con gli israeliani in base alle loro esigenze".  Abbas e l'Autorità Palestinese sono ampiamente disprezzati dalla popolazione palestinese e non sono considerati i veri rappresentanti delle loro aspirazioni. «Abbas non ha alcuna legittimità. La sua legittimità deriva solo da una comunità internazionale che non si cura affatto della vita dei palestinesi», ha affermato Al-Arian. «Lo abbiamo visto in questi due anni di genocidio. Lo abbiamo visto nel fatto che Israele mantiene questo coordinamento in materia di sicurezza con Abbas, reprimendo i palestinesi in Cisgiordania, mentre uccidono i loro connazionali a Gaza, senza che Abbas faccia nulla». Un sondaggio  condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR) alla fine di ottobre sia in Cisgiordania che a Gaza ha rivelato che il sostegno ad Abbas era intorno al 21%, mentre quello ad Hamas era del 60%. Solo il 13% della popolazione palestinese ha affermato che voterebbe Abbas alle elezioni presidenziali. Hamas rimane il partito politico più popolare in tutta la Palestina, non solo a Gaza. Solo un terzo dei palestinesi afferma che vorrebbe che l'Autorità Palestinese assumesse il controllo di Gaza. Due terzi degli intervistati hanno affermato di volere che entro un anno si tengano le elezioni per scegliere i nuovi leader. «Abbas ha il sostegno più basso della storia, che in realtà si concentra sugli altri gruppi palestinesi, che godono di una percentuale di sostegno maggiore. Questi gruppi lavorano insieme. Non lavorano l'uno contro l'altro, ma lavorano insieme", ha affermato Buttu, sottolineando che l'ultima volta che Abbas ha vinto le elezioni è stato per un mandato di quattro anni nel 2005. "Viene costantemente presentato come il leader del popolo palestinese, quando in realtà ha perso il suo mandato nel 2009. Ora non ha alcun mandato". Il momento della verità per Abbas In sostanza, il piano di Trump per Gaza ha un obiettivo centrale: ottenere la resa della lotta palestinese per l'autodeterminazione, un fine che garantisce l'imposizione di una situazione di sottomissione a Israele e alla giunta privata di Trump. Israele non è riuscito a raggiungere questo obiettivo in oltre due anni di genocidio e i leader palestinesi, ad eccezione di Abbas, hanno chiarito che non accetteranno per decreto ciò che hanno resistito con la forza delle armi. «A meno che non si raggiunga un accordo che conceda al popolo palestinese i suoi diritti, esso ricorrerà alla resistenza, perché non c'è altra strada disponibile», ha affermato Al-Hindi. «In futuro, ci saranno movimenti di resistenza indipendentemente dai loro nomi – Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare – e dalle etichette. Anche se questi gruppi si arrendessero ipoteticamente o accettassero qualsiasi accordo, ne sorgerebbero di nuovi per resistere». L'Unione Europea, guidata dal presidente francese Emmanuel Macron, ha promosso l'iniziativa di utilizzare il debole mandato di Abbas come capo dell'Autorità Palestinese per minare burocraticamente una risposta democratica palestinese al genocidio e al futuro della lotta per la liberazione. Sotto la bandiera della «riforma» dell'Autorità Palestinese e del sostegno alla «soluzione dei due Stati», l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno fatto pressione su Abbas affinché approvasse una nuova costituzione e promulgasse una legge che definisse i requisiti necessari per formare un partito politico ufficiale, tra cui il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere e la rinuncia alla violenza politica. Macron, che ha ricevuto Abbas a Parigi lo scorso 11 novembre, ha annunciato che entrambi hanno creato un comitato congiunto che «si occuperà di tutti gli aspetti legali, ovvero costituzionali, istituzionali e organizzativi. Questo comitato congiunto contribuirà anche in modo specifico alla stesura di una nuova costituzione, la cui bozza mi è stata presentata dal presidente Abbas, e che avrà lo scopo di definire tutte le condizioni per la creazione dello Stato di Palestina». Abbas ha ribadito di volere uno Stato palestinese «disarmato» e ha condannato gli attentati dell' l 7 ottobre. Non ha nemmeno messo a disposizione dei palestinesi la presunta bozza di costituzione citata da Macron. Dalle elezioni del 2006, in cui Hamas ha ottenuto una vittoria decisiva, il popolo palestinese non ha avuto la possibilità di eleggere i propri rappresentanti. Nelle elezioni legislative tenutesi quell'anno, Hamas ha ottenuto 76 dei 132 seggi del Consiglio legislativo, mentre Fatah ne ha ottenuti 43. Abbas è stato eletto per un mandato presidenziale di quattro anni nel gennaio 2005 e da allora non si sono più tenute elezioni presidenziali. Negli anni successivi, Fatah e Hamas hanno firmato diversi accordi, che includevano l'impegno a tenere elezioni generali, ma nessuno di essi è stato pienamente attuato. Nel 2021 i gruppi palestinesi hanno raggiunto un accordo per tenere elezioni legislative, seguite da elezioni presidenziali. Tuttavia, il 29 aprile 2021 Abbas ha annunciato il rinvio di entrambe le consultazioni elettorali, giustificando la decisione con il rifiuto di Israele di consentire lo svolgimento delle elezioni legislative nella Gerusalemme occupata. Hamas ha denunciato il rinvio come un tentativo di evitare le elezioni. Il 4 marzo 2025, durante un vertice tenutosi al Cairo, Abbas ha dichiarato la sua disponibilità a tenere le elezioni. "Siamo pienamente pronti a tenere elezioni presidenziali e legislative generali il prossimo anno, a condizione che vi siano le condizioni adeguate a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est", ha affermato. Durante l'incontro con il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul tenutosi nell'agosto 2025 a Ramallah, Abbas ha ribadito che qualsiasi elezione in Palestina «non includerà gruppi politici o individui che non aderiscono al programma e agli impegni» dell'OLP e della sua autorità. Abbas ha aggiunto: "Vogliamo che lo Stato di Palestina sia uno Stato disarmato, anche nella Striscia di Gaza". Un sondaggio d'opinione condotto dal PCPSR alla fine di ottobre ha rivelato che il 63% della popolazione palestinese era contrario alla condizione di Abbas che i partecipanti alle elezioni accettassero tutti gli obblighi dell'OLP, compresi gli accordi con Israele. Nonostante l'opposizione diffusa dell'opinione pubblica a tali misure, Abbas ha promulgato un "decreto legge" il 19 novembre 2025, che imponeva le nuove norme per lo svolgimento delle elezioni locali. L'Autorità Palestinese ha elogiato il suo "importante risultato nazionale orientato alla riforma" e ha sottolineato i suoi sforzi per aumentare la partecipazione delle donne alla governance e garantire l'integrità delle elezioni. Gli analisti ritengono probabile che la legge venga replicata per le elezioni nazionali. La legge stabilisce che tutti i candidati a cariche pubbliche devono «impegnarsi a rispettare il programma dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi impegni internazionali e le decisioni di legittimità internazionale». Tale clausola significa che Hamas, il partito politico palestinese più popolare, non potrebbe presentare candidati. In una dichiarazione rilasciata lo scorso 22 novembre, Hamas ha affermato che la legge rende effettivamente «il riconoscimento dell'occupazione israeliana un prerequisito per presentare una candidatura [e ciò] costituisce una grave violazione del diritto dei cittadini palestinesi di eleggere liberamente i propri rappresentanti», e ha denunciato che la nuova norma elettorale «rappresenta un chiaro tentativo di escludere le forze nazionali e islamiche, nonché i candidati indipendenti [...], allineandosi alle pressioni israeliane e statunitensi». La dichiarazione di Hamas accusava Abbas di «cedere alle pressioni internazionali volte a creare un ambiente palestinese sottomesso in linea con i progetti proposti di "riabilitazione dell'Autorità Palestinese", che mirano a consolidare l'occupazione e garantire i piani di liquidazione della nostra causa». Hamas non è stata l'unica organizzazione politica a denunciare il decreto di Abbas. In una dichiarazione congiunta datata 26 novembre, una coalizione di partiti laici e nazionalisti, nota come Forze Democratiche, ha denunciato la legge come «pericolosa», affermando che «minava lo spirito del sistema elettorale». Hanno accusato Abbas di aver completamente ignorato le obiezioni diffuse alle modifiche proposte da una serie di partiti palestinesi e gli hanno chiesto di abrogarla. Anche una coalizione formata da decine di importanti ONG, gruppi della società civile e organizzazioni per i diritti delle donne palestinesi ha rilasciato una dichiarazione congiunta  in cui criticava aspramente la legge. Hanno definito "allarmante" l'inclusione del requisito di impegnarsi a rispettare i precedenti accordi dell'OLP e hanno affermato che si trattava di "una nuova condizione che non figurava in nessuna delle bozze discusse in precedenza". Hanno affermato che questa clausola "costituisce una violazione fondamentale del diritto alla partecipazione politica garantito dalle norme internazionali del i diritti umani, in particolare dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, a cui lo Stato di Palestina ha aderito e al quale è legalmente vincolato". I gruppi hanno affermato che, se la condizione non fosse stata abrogata, avrebbero riconsiderato la loro partecipazione alla supervisione delle elezioni, alla formazione elettorale e ad altre attività relative al voto. Fahmi Al-Za'arir, alto funzionario dell'OLP e alleato di Abbas, ha difeso i requisiti della legge, affermando che è stato un «errore strategico» aver proceduto senza di essi durante le elezioni del 2006, vinte da Hamas. In un'intervista alla rete televisiva saudita Al-Hadath, ha accusato Hamas di non aver tenuto elezioni a Gaza negli ultimi due decenni. Senza alcun apparente senso di ironia, Al-Za'arir ha affermato che ciò che serve è «rafforzare la democrazia nella società palestinese e tra il popolo palestinese». «Abbiamo assolutamente bisogno di un riferimento giuridico e politico che sia genuinamente rappresentato nella legittimità del presidente Abu Mazen», ha aggiunto Al-Za'arir. «Fino a quando non si terranno le elezioni per il Parlamento dello Stato di Palestina, queste decisioni sono necessarie, poiché fungono da misure regolatorie». Ha riconosciuto che Israele si rifiuta di rispettare i precedenti accordi con l'OLP, ma ha sostenuto che Abbas deve comunque aderirvi. "Questo accordo continua ad essere garantito dalla legittimità internazionale e continua a regolare il livello minimo di relazioni all'interno del territorio palestinese occupato: tra noi e la comunità internazionale, da un lato, e tra noi e l'occupazione israeliana, dall'altro", ha affermato Al-Za'arir. Basem Hadaydeh, alto funzionario del Ministero degli Enti Locali dell'Autorità Palestinese, ha risposto alle proteste sollevate dal disegno di legge elettorale, sostenendo che era necessario per preservare la legittimità dell'Autorità Palestinese e dell'OLP, per rafforzare la governance locale e per evitare la possibile sospensione dei finanziamenti internazionali ai progetti di aiuto locale. In un post  su Facebook, ha sostenuto che la richiesta ai candidati e ai partiti di impegnarsi formalmente a rispettare gli accordi precedentemente sottoscritti dall'OLP non era una "esclusione politica", ma "un quadro di protezione". Hadaydeh ha affermato che la condizione è stata aggiunta per rispettare i termini della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e «i requisiti del piano di pace del presidente Trump, che prevede la non partecipazione dei gruppi armati, compreso Hamas, e la loro esclusione dalle istituzioni governative sia in Cisgiordania che a Gaza». Ha previsto che l'Autorità Palestinese «non rinuncerà a includere questa condizione e ad applicarla, né modificherà la sua formulazione». L'ufficio di Abbas e l'Autorità Palestinese non hanno risposto a una richiesta di commento da parte di Drop Site . «Abbas non si è fatto vedere durante questi due anni di genocidio e ora quello che vuole fare è cambiare le leggi elettorali, perché ora si parla molto della legittimità di chi prenderà il controllo di Gaza», ha detto Al-Arian. «Gli americani hanno detto che bisogna fare delle riforme. Per loro, le riforme consistono fondamentalmente nel cedere a tutte le richieste impossibili e illegali di Israele. Questo è ciò che sta cercando di fare ora. Poiché nei sondaggi non sta ottenendo risultati sufficienti per vincere le elezioni, sta cercando di cambiare le leggi elettorali in modo che solo lui e la sua squadra possano vincerle", ha aggiunto Al-Arian. Per quanto riguarda le elezioni nazionali, le principali obiezioni alla nuova legge riguardano gli accordi inizialmente raggiunti con Israele da Yasser Arafat, presidente dell'OLP. A partire dai colloqui segreti tenuti alla fine degli anni '80 e proseguiti fino agli accordi di Oslo del 1993 e del 1995, questi compromessi stabiliscono che i palestinesi riconoscono la legittimità dello Stato israeliano, ma non esigono che Israele riconosca uno Stato palestinese. Israele ha offerto solo il riconoscimento formale dell'OLP come "unico rappresentante legittimo" del popolo palestinese. Gli accordi firmati dall'OLP non stabiliscono un quadro per porre fine all'occupazione israeliana, non affrontano il diritto dei rifugiati palestinesi di tornare alle loro case e non impongono restrizioni all'espansione degli insediamenti illegali israeliani. Firmando gli Accordi di Oslo, Arafat ha accettato di rinunciare formalmente alle sue rivendicazioni sul 78% della Palestina storica in cambio dell'«autogoverno» palestinese nei territori rimanenti. Abbas è stato uno dei principali collaboratori di Arafat e una figura di spicco nei negoziati con Israele negli anni '90, che hanno portato alla firma dei primi Accordi di Oslo nel 1993, che hanno dato inizio a un processo sostenuto di usurpazione israeliana e all'aumento della popolarità dei movimenti di resistenza islamici. Abbas ha firmato personalmente la "Dichiarazione dei Principi" del 1993 con Israele a nome dell'OLP. «Le volgarità tipiche di una sfilata di moda alla cerimonia della Casa Bianca, lo spettacolo degradante di Yasser Arafat che ringraziava tutti per la sospensione della maggior parte dei diritti del suo popolo e la solennità fastosa della performance di Bill Clinton, come un imperatore romano del XX secolo, che guidava due re vassalli attraverso rituali di riconciliazione e obbedienza, oscurano solo temporaneamente le proporzioni veramente sorprendenti della capitolazione palestinese», scrisse il defunto intellettuale palestinese Edward Said in un saggio  del 1993. «Quindi, in primo luogo, chiamiamo l'accordo con il suo vero nome: uno strumento di resa palestinese, una Versailles palestinese». L'OLP, osservò Said, «ha posto fine all'Intifada, che non incarnava il terrorismo o la violenza, ma il diritto palestinese alla resistenza, nonostante Israele continui a occupare la Cisgiordania e Gaza». L'OLP ha anche accettato di rinunciare formalmente alla violenza e di assumersi la responsabilità di impedire la resistenza armata contro Israele. Dopo che Hamas ha vinto le elezioni palestinesi nel 2006, Abbas ha accettato una serie di editti del cosiddetto «Quartetto», un comitato formato da Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite, che obbligavano qualsiasi governo palestinese a riconoscere Israele, sostenere gli Accordi di Oslo e rinunciare alla violenza. Il Quartetto ha minacciato l'imposizione di sanzioni immediate e la sospensione degli aiuti in caso di mancato rispetto di tali condizioni. Nel complesso, il processo iniziato formalmente nel 1993 ha trasformato l'OLP, che da movimento di liberazione nazionale è diventato un amministratore che opera per soddisfare la volontà del regime di occupazione israeliano. «Per Hamas e per molte altre organizzazioni la questione fondamentale è: perché dovremmo riconoscere uno Stato che ha colonizzato la nostra terra e ci ha trasformati in rifugiati?», ha chiesto Buttu, che ha fornito consulenza all'OLP durante i negoziati con Israele e gli Stati Uniti tra il 2000 e il 2005. «Perché se lo riconosciamo, stiamo implicitamente riconoscendo che ha il diritto di appropriarsi della nostra terra e di trasformarci in rifugiati. Non lo riconosceremo, perché non hanno questi diritti». E ha aggiunto: «Eccoci qui, trentadue anni dopo la firma di quel primo accordo, e la situazione è peggiorata per il popolo palestinese. Non sono nemmeno sicura che Israele riconosca l'OLP in questo momento». Sebbene Hamas non sia membro dell'OLP, nel 2017 ha rivisto il proprio statuto ed espresso la volontà di accettare uno Stato palestinese provvisorio entro i confini precedenti al 1967 come parte di un consenso nazionale, ma senza riconoscere formalmente lo Stato di Israele né rinunciare al proprio obiettivo di liberare tutta la Palestina storica. In diverse interviste concesse a Drop Site , funzionari sia di Hamas che della Jihad Islamica hanno affermato di sostenere il ripristino dell'OLP come unico rappresentante legittimo del destino del popolo palestinese, ma non senza significative riforme e senza rivedere gli accordi raggiunti a partire dagli anni '90. «L'OLP si è disarmata, ha condannato la resistenza palestinese e ha perseguitato chiunque si opponesse a tale processo. La Costituzione è stata modificata, ma non è stato concesso uno Stato in Cisgiordania né a Gaza», ha affermato Al-Hindi, aggiungendo che le richieste di uno Stato palestinese soggetto al dominio israeliano e disarmato sono prive di senso. L'Europa «è rimasta in silenzio di fronte alle azioni di Israele: il proseguimento degli insediamenti, la confisca delle terre, le minacce a Gerusalemme e gli attacchi ai luoghi sacri islamici e cristiani», ha affermato. «Pertanto, questa ipocrisia dimostrata dall'Europa è evidente per il popolo palestinese e non possiamo essere ingannati di nuovo». Al-Hindi ha sottolineato che i gruppi palestinesi hanno concordato a Pechino nel 2024 la ricostituzione dell'OLP, oltre all'inclusione di Hamas e della Jihad islamica palestinese, e ha sottolineato che un'organizzazione che pretende di essere l'unica voce dei palestinesi non può escludere i suoi partiti più popolari. «La resistenza non aveva alcuna obiezione ad aderire all'OLP, a condizione che l'organizzazione fosse riformata su nuove basi democratiche e politiche che riflettessero la realtà palestinese e a condizione che ne diventassimo parte», ha detto Al-Hindi. «Tuttavia, ciò non è avvenuto, perché la questione dell'attuazione è una decisione che non spetta al popolo palestinese né all'Autorità Palestinese, ma a Israele e agli Stati Uniti, che hanno posto il veto alla ricostituzione dell'OLP e all'inclusione di Hamas e della Jihad Islamica». Al-Arian ha affermato che, se l'OLP fosse veramente rappresentativa del sentimento palestinese, richiederebbe una partecipazione significativa di Hamas e di altri partiti favorevoli alla resistenza. «Se vogliamo riformare l'OLP, ciò significa che dobbiamo dare a Hamas un numero di seggi sufficiente a rappresentare il suo peso. Ciò significa che il numero di seggi di Fatah e degli altri gruppi sarà ridotto», ha affermato Al- Arian. Abbas «sa che, se riorganizzasse l'OLP secondo quanto richiesto dai principali gruppi palestinesi, il suo gruppo sarebbe una minoranza molto ridotta. Pertanto, sta cercando di escludere praticamente tutte le altre forze politiche per vincere le elezioni e ottenere una maggioranza [che] possa portare avanti il processo attuale. È un'illusione». Buttu ha accusato Abbas di «creare un contesto in cui non è consentita la dissidenza» e ha affermato che le sue misure mirano a «eliminare la politica palestinese dalla vita e dal governo palestinesi». Hamdan ha affermato che i decreti di Abbas sulla legge elettorale arrivano in un momento storico in cui i gruppi palestinesi sono impegnati in uno sforzo di unificazione senza precedenti. Ha aggiunto che la volontà di Abbas di compiacere gli elettori statunitensi, europei e israeliani, piuttosto che quelli nazionali, si ritorcerà contro di lui. «Credo che l'Autorità Palestinese si trovi ora in un momento estremamente critico, perché è giunto il momento della verità», ha dichiarato Hamdan a Drop Site . «Se i suoi leader vorranno acconsentire alle richieste degli israeliani, perderanno la loro posizione di leader nazionali del popolo palestinese. Saranno considerati traditori". Hamdan ha affermato che, se Abbas intende continuare a essere un leader palestinese, ha l'obbligo di partecipare al dialogo intra-palestinese per raggiungere un fronte unito in risposta ai decreti di Trump. L'opzione "meno dannosa" Hamas ha ripetutamente affermato che rinuncerà alla sua autorità di governo a Gaza e ha appoggiato il comitato tecnocratico a condizione che sia guidato dai palestinesi e non sia una copertura per il dominio straniero. Nonostante l'aperto disprezzo verso Abbas espresso dai leader della resistenza palestinese, i responsabili di Hamas hanno sistematicamente affermato di sostenere l'amministrazione provvisoria di Gaza sotto l'egida dell'Autorità Palestinese. «Israele sta cercando di separare Gaza dalla Cisgiordania. Vogliono impadronirsi della Cisgiordania. Vogliono trasformare Gaza in un campo di concentramento. Non glielo permetteremo, anche se ciò significa cedere il governo all'Autorità Palestinese», ha affermato Hamdan. «Crediamo che, come palestinesi, possiamo risolvere i problemi che affrontiamo, a qualsiasi costo». Alla fine di ottobre, alti funzionari di Hamas, tra cui il suo leader a Gaza, Khalil Al-Hayya, hanno incontrato Sheikh e il capo dei servizi segreti dell'Autorità Palestinese, Majed Farraj, al Cairo. Hamdan ha dichiarato a Drop Site che Abbas inizialmente si era rifiutato di incontrare Hamas, ma alla fine ha accettato dopo l'intervento dei funzionari egiziani. «Hanno rifiutato un incontro con tutti i gruppi palestinesi, il che era strano. Non si può parlare con il proprio popolo allo stesso tavolo?», ha chiesto Hamdan. «E poi, sotto la pressione degli egiziani, hanno accettato di incontrare Hamas, con il dottor Khalil Al-Hayya. Tutte le idee politiche suggerite durante l'incontro provenivano da Hamas», ha detto Hamdan. "Si è tenuta una discussione approfondita sulle sfide che il nostro popolo palestinese deve affrontare", ha dichiarato Hussam Badran, responsabile delle relazioni nazionali di Hamas, in un'intervista concessa ad Al Jazeera Mubasher il 30 novembre. "Per quanto riguarda la diagnosi della situazione, forse c'è un certo grado di accordo e convergenza, ma la questione riguarda i meccanismi per affrontare queste sfide e come possiamo unificare la posizione palestinese". Tuttavia, Badran ha affermato: "Non perdiamo la speranza di discutere questioni nazionali o di avvicinare i punti di vista. Chiunque si opponga al ravvicinamento interno finirà per pagarne il prezzo prima di chiunque altro. Forse gli eventi costringeranno i palestinesi, anche quelli che non lo desiderano, a unire le fila per affrontare gli ostacoli e le sfide che ci si presentano come popolo palestinese". Badran ha aggiunto che Hamas spera di "raggiungere almeno un livello minimo di accordo per affrontare la situazione che il nostro popolo sta vivendo". La possibilità che Hamas sostenga Abbas e che l'Autorità Palestinese assuma il controllo di Gaza non è senza precedenti. Nell'ottobre 2017, otto mesi dopo l'elezione di Yahya Sinwar a capo dell'Ufficio politico di Hamas, è stato raggiunto un accordo, mediato dall'Egitto, tra Fatah, il partito di Abbas, e Hamas. Questo accordo avrebbe comportato il ritorno dell'Autorità Palestinese al governo della Striscia per la prima volta dal 2007 e dalla vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi del 2006. Poco dopo questa vittoria elettorale di Hamas e la formazione di un nuovo governo palestinese sotto la guida di Ismail Haniyeh, gli Stati Uniti hanno congelato tutti gli aiuti all'Autorità Palestinese e hanno esteso la designazione dei funzionari di Hamas come terroristi. Anche l'Unione Europea e il Canada hanno imposto sanzioni , paralizzando le istituzioni palestinesi. Le nazioni occidentali hanno chiesto al nuovo governo palestinese di riconoscere Israele e di rinunciare alla violenza. Abbas si è affrettato a rispondere a questi editti, mentre scoppiavano importanti controversie sulla questione del disarmo e del controllo delle forze armate. Hamas ha accusato Abbas di abusare dei decreti presidenziali per compiere un "colpo di Stato morbido". Nel giugno 2007, Abbas sciolse il governo, destituì Haniyeh dalla carica di primo ministro e dichiarò lo stato di emergenza. La breve guerra civile tra Hamas e Fatah portò al consolidamento del potere di Abbas a Ramallah e al dominio di Hamas a Gaza. Successivamente, Abbas si rifiutò di indire nuove elezioni. Gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali, insieme a Israele, Egitto e Autorità Palestinese, hanno mantenuto un devastante blocco su Gaza, punendo di fatto la popolazione per aver scelto Hamas. Nel 2012 l'ONU ha pubblicato un rapporto in cui si prevedeva che Gaza sarebbe diventata «inabitabile» entro il 2020. Tre anni dopo, l'ONU ha avvertito che le condizioni stavano peggiorando più rapidamente del previsto e ha affermato che Gaza sarebbe diventata inabitabile entro il 2018. Nel 2017 la situazione a Gaza era notevolmente peggiorata. La città era sottoposta al blocco israeliano e l'Autorità Palestinese aveva collaborato con Israele per interrompere la fornitura di energia elettrica all'enclave, lasciando la maggior parte dei residenti con solo poche ore di elettricità al giorno. L'impatto maggiore si è fatto sentire nel settore sanitario – gli ospedali hanno dovuto iniziare a utilizzare generatori e ridurre i servizi – e nel sistema di depurazione dell'acqua di Gaza. La disoccupazione era in aumento e l'Autorità Palestinese ha tagliato gli stipendi dei funzionari pubblici di Gaza, licenziandone altri nell'ambito di ampi tagli ai finanziamenti dei servizi sociali. Israele ha continuato la sua politica di "taglio dell'erba", lanciando periodicamente attacchi con droni e altre incursioni letali, mentre ha combattuto una serie di brevi guerre contro l'enclave nel 2008-2009, 2012 e 2014. Trump era appena salito al potere a Washington e ha portato avanti il suo programma di accordi di normalizzazione delle relazioni dei paesi arabi con Israele, difendendo con forza le sue politiche espansionistiche. Sinwar ha detto che sperava che un accordo con l'Autorità Palestinese avrebbe spianato la strada a nuove elezioni in tutta la Palestina e avrebbe ripristinato una struttura unificata di governo palestinese su Gaza, la Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est. In cambio, Sinwar voleva che fosse revocato il blocco sulla Striscia. «Hamas sta procedendo verso la riconciliazione sulla base di due considerazioni: in primo luogo, la sua percezione del pericolo che corre la causa palestinese e la necessità di salvaguardare il progetto nazionale. In secondo luogo, la sua sensazione che il futuro della gioventù palestinese sia in pericolo. Non ci sono vincitori né vinti nella riconciliazione; il vincitore è il nostro popolo e la sua giusta causa», ha dichiarato Sinwar in un discorso pronunciato nell'ottobre 2017 a Gaza. Netanyahu, sia in privato che in pubblico, si è opposto a qualsiasi tentativo di unire Gaza e la Cisgiordania. «Questo fa parte della nostra strategia: isolare i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Cisgiordania», ha dichiarato Netanyahu in seguito durante una conferenza del partito Likud nel 2019. «Chiunque voglia ostacolare la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro a questa organizzazione». Queste dichiarazioni di Netanyahu sono spesso interpretate erroneamente come una prova del sostegno del primo ministro israeliano a Hamas. In realtà, stava articolando una strategia del divide et impera, volta a schiacciare qualsiasi tentativo di unificare formalmente la Palestina attraverso l'imposizione di una struttura di potere frammentata, mantenendo al contempo l'assedio sia di Gaza che della Cisgiordania come parte della più ampia guerra di annientamento condotta dallo Stato genocida israeliano. Poco dopo che Hamas e Fatah hanno firmato un accordo preliminare di riconciliazione per formare un governo di unità nazionale, è intervenuto Jason Greenblatt, inviato di Trump in Medio Oriente. «Qualsiasi governo palestinese deve impegnarsi in modo inequivocabile ed esplicito alla non violenza, riconoscere lo Stato di Israele, accettare gli accordi e gli obblighi precedenti in vigore tra le parti – compreso il disarmo dei terroristi – e impegnarsi a negoziare pacificamente», ha affermato Greenblatt. «Se Hamas vuole svolgere un ruolo in un governo palestinese, deve accettare questi requisiti fondamentali». In risposta a Greenblatt, Sinwar ha dichiarato: «Nessuno ha la capacità di strapparci il riconoscimento dell'occupazione», aggiungendo: «Nessuno nell'universo può disarmarci. Al contrario, continueremo ad avere il potere di proteggere i nostri cittadini». L'accordo con Abbas alla fine è fallito e Sinwar, dopo aver offerto importanti concessioni, ha accusato il leader dell'Autorità Palestinese di seguire gli ordini di Israele e degli Stati Uniti nel richiedere il disarmo della resistenza palestinese e nel cercare di mettere il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, sotto il controllo dell'Autorità Palestinese. «Uno Stato, un regime, una legge e un'arma», ha affermato Abbas in un'intervista alla televisione egiziana. «Non accetterò, non copierò né riprodurrò l'esempio di Hezbollah in Libano. Tutto deve essere nelle mani dell'Autorità Palestinese». Durante i negoziati, Sinwar aveva manifestato il suo sostegno a una tregua a lungo termine con Israele e alla totale dissoluzione dei comitati di governo di Hamas. Si era impegnato a depositare le armi della resistenza e aveva accettato che le forze dell'Autorità Palestinese fungessero da presenza ufficiale di sicurezza interna a Gaza. Tuttavia, riteneva che il disarmo dei gruppi di resistenza fosse un passo oltre il limite, che avrebbe minato la lotta di liberazione nazionale e privato i palestinesi delle armi necessarie per difendersi da Israele. Sinwar ha sottolineato che nessuno poteva costringere i palestinesi a riconoscere l'occupazione e che i movimenti di resistenza sono «combattenti per la libertà e rivoluzionari per la liberazione del popolo palestinese, che combattono contro l'occupazione in conformità con le norme del diritto internazionale umanitario». Nel maggio 2018, mesi dopo la rottura dell'accordo di riconciliazione e dopo che le forze israeliane avevano sparato contro manifestanti non violenti durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno, Sinwar ha paragonato Gaza a una «tigre molto affamata, rinchiusa in una gabbia, affamata, che gli israeliani hanno cercato di umiliare. Ora è libero, è uscito dalla sua gabbia e nessuno sa dove sta andando né cosa farà», ha affermato. «L'attacco del 7 ottobre non sarebbe avvenuto se Abbas avesse accettato l'offerta di Sinwar», ha affermato Al-Arian. «Il fatto che l'Autorità Palestinese si sia rifiutata di assumersi la responsabilità di Gaza la dice lunga su chi controlla realmente Abbas, a chi ascolta e chi lo dirige. Abbas non ha potuto farlo, perché gli americani e gli israeliani non erano d'accordo». Il fallimento dell'accordo del 2017 non è stato una sorpresa, data la storia di Abbas e il noto processo di intervento degli Stati Uniti e di Israele per vanificare tali sforzi. Buttu ha affermato che l'intero mandato di Abbas è consistito nel continuare su questa linea di capitolazione, assecondando, consciamente o inconsciamente, gli interessi israeliani.  La leadership di Abbas è stata un déjà vu degli Accordi di Oslo, che si è protratto per decenni. «Stiamo percorrendo costantemente questa strada in cui Abu Mazen guida i palestinesi dicendo: “Dovete fare tutto il possibile per riconoscere Israele. Dovete fare tutto il possibile per riconoscere che la sua colonizzazione è valida e legittima. Dovete fare tutto il possibile per riconoscere che non avremo mai il diritto di tornare alle nostre case. Dovete fare tutto il possibile per rinunciare al nostro diritto all'autodeterminazione. E se non facciamo tutte queste cose, allora noi siamo i cattivi e Israele è il buono"», ha affermato Buttu. Nonostante i suoi anni di servitù all'agenda statunitense e israeliana, Israele ha ripetutamente dichiarato che Abbas è inaccettabile e lo ha dipinto come un facilitatore del terrorismo. Netanyahu ha affermato, sin dall'inizio del genocidio di Gaza, che non avrebbe accettato che l'Autorità Palestinese governasse Gaza. «Il giorno dopo la guerra a Gaza, non ci saranno né Hamas né l'Autorità Palestinese», ha dichiarato nel febbraio 2025. Dopo che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha appoggiato il piano di Trump il 17 novembre, Danny Danon, ambasciatore israeliano presso l'ONU, ha escluso il ruolo dell'Autorità Palestinese. «Alcuni colleghi hanno suggerito che l'Autorità Palestinese potrebbe essere incaricata di disarmare Hamas e ricostruire Gaza», ha detto. «Questo presuppone che l'Autorità Palestinese improvvisamente faccia qualcosa che non ha mai fatto e che non è mai stata in grado di fare». Il governo Trump, pur utilizzando Abbas e l'Autorità Palestinese quando gli fa comodo e nonostante le sue lusinghe, lo scorso luglio ha imposto sanzioni a diversi alti funzionari dell'Autorità Palestinese e dell'OLP, accusandoli di sostenere il terrorismo. Il Dipartimento di Stato ha anche revocato i visti ai funzionari dell'OLP e dell'Autorità Palestinese, compreso quello dello stesso Abbas, per entrare negli Stati Uniti al fine di partecipare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi a settembre a New York. Dopo l'accordo di cessate il fuoco a Gaza firmato lo scorso ottobre, Abbas torna in gioco, perché Trump ha deciso che il suo piano ha bisogno di una facciata palestinese. Barghouti ha affermato che la violazione dell'accordo di Pechino da parte di Abbas ha contribuito alla narrativa secondo cui non esiste un altro rappresentante legittimo del popolo palestinese. L'accordo «avrebbe chiuso la porta a qualsiasi tentativo di imporci una tutela straniera, sia a Gaza che in Cisgiordania», ha dichiarato Barghouti ad Al Jazeera Mubasher.  Al-Hindi ha affermato che, nonostante il passato di Abbas e la sua collaborazione con Israele, i gruppi palestinesi sono ancora disposti ad accettare il ritorno dell'Autorità Palestinese a Gaza. "Per essere chiari: accettiamo che Mahmoud Abbas, con tutto il suo passato, che include la sua collaborazione con Israele in materia di sicurezza e la sua opinione sull'inutilità della resistenza, prenda la decisione di formare il comitato tecnocratico e che questo sia affiliato al suo governo a Ramallah", ha affermato Barghouti, aggiungendo che desidera che Abbas e il suo partito Fatah collaborino pienamente con altri gruppi palestinesi. «Siamo molto interessati a che Fatah, guidata da Mahmoud Abbas, partecipi come partner essenziale a queste consultazioni interne palestinesi, perché il tema principale che stiamo discutendo riguarda il futuro del conflitto con Israele». Al-Arian ha affermato che Hamas e la Jihad Islamica considerano una struttura di governo provvisorio a Gaza sotto l'egida dell'Autorità Palestinese l'opzione «meno dannosa» tra quelle attualmente sul tavolo. «Qual è l'alternativa? Trump al comando? La "Junta di Pace" al comando? Tony Blair al comando? Israele al comando? Le truppe arabe al comando? Ecco perché Hamas e la Jihad Islamica continuano a dire: "Abbiamo bisogno che siano i palestinesi a comandare, e tratteremo con Abbas, anche se l'Autorità Palestinese è corrotta e si è comportata storicamente come ha fatto. Ma è l'opzione meno peggiore che abbiamo", ha detto Al-Arian. "Non accetteremo un Alto Commissario cento anni dopo il mandato britannico. Dopo Herbert Samuel nel 1920, ora avremo Donald Trump come Alto Commissario o Tony Blair? Questo è inaccettabile». Da parte sua, Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà uno «Stato palestinese sovrano, indipendente e smilitarizzato» e che Hamas dovrà essere smantellato e disarmato entro settembre. «Hamas è stato sconfitto militarmente grazie all'eliminazione dei suoi leader e responsabili», ha dichiarato in un discorso all'ONU pronunciato durante una conferenza organizzata dalla Francia e dall'Arabia Saudita. «Deve anche essere sconfitto politicamente per essere veramente smantellato». La richiesta di Macron di uno Stato palestinese smilitarizzato fa eco alla posizione che Netanyahu era solito promuovere prima del genocidio di Gaza. «La soluzione è uno Stato palestinese smilitarizzato», ha detto Netanyahu nel 2013. «Una smilitarizzazione vera e continua con accordi di sicurezza molto chiari e senza forze internazionali». In risposta al riconoscimento della Palestina da parte della Francia e di altre nazioni, Netanyahu ha affermato che lo Stato genocida di Israele non permetterà mai uno Stato palestinese. «Ho un messaggio chiaro per quei leader che hanno riconosciuto uno Stato palestinese dopo il terribile massacro del 7 ottobre: state concedendo un enorme premio al terrorismo», ha dichiarato Netanyahu in un discorso video il 21 settembre. «E ho un altro messaggio: questo non accadrà. Non ci sarà alcun Stato palestinese a ovest del fiume Giordano». Sebbene i gruppi della resistenza palestinese abbiano accolto con favore il crescente numero di nazioni che riconoscono la Palestina come Stato, sostengono anche che gli ulteriori avvertimenti sul disarmo rendono questi gesti simbolici o, peggio ancora, finiscono per minare la vera liberazione palestinese. «Constatiamo che uno degli obiettivi di questi Stati nel riconoscere lo Stato di Palestina è quello di confondere il popolo palestinese e distrarlo dalla resistenza con parole che non hanno alcuna traduzione pratica sul campo», ha detto Ataya. «I palestinesi non vogliono vivere nell'illusione di avere uno Stato riconosciuto, quando in realtà non possiedono nemmeno un centimetro di terra su cui possa esistere questo Stato "falso". Questo è anche uno dei problemi che i nostri nemici cercano di sfruttare: manipolare le emozioni del popolo palestinese, che desidera ardentemente uno Stato indipendente e pienamente sovrano sulla propria terra e che vuole recuperare Gerusalemme come sua capitale». In effetti, ciò che prevede il piano di Trump è la stessa struttura che gli israeliani hanno ottenuto negli anni '90: non offrire ai palestinesi alcun diritto significativo, mentre affermano di lavorare per la pace, continuando al contempo la loro guerra di annientamento attraverso una combinazione di forza militare, inganni burocratici e totale espropriazione. L'intero pacchetto, come con Arafat negli anni '90, viene abbellito con la confezione dell'accettazione palestinese. «Oslo ha confiscato i diritti del popolo palestinese, specialmente per quanto riguarda la terra palestinese. Tutti i crimini vengono commessi sotto l'egida degli Accordi di Oslo, e poi il mondo dice: "Consegnate le armi, rinunciate alla vostra resistenza"», ha detto Al-Hindi. «Quando il mondo – questo mondo che ha creato Israele e l'Europa, che ha stabilito Israele come suo braccio nella regione – darà un pugno sul tavolo e dirà: "Risolvete la questione palestinese; date al popolo palestinese il suo Stato", allora sarà logico parlare delle armi palestinesi. Ma in un momento in cui ci stanno rubando le nostre terre, in cui l'aggressione continua e voi state armando Israele, mentre ogni giorno vengono costruiti nuovi insediamenti, e poi ci dite: "Non resistete", questa logica è del tutto inaccettabile". A due decenni dagli accordi di Oslo, il piano di Trump viene portato avanti nel mezzo di un'espansione record degli insediamenti illegali in Cisgiordania, mentre Gaza è stata decimata dal genocidio e Israele controlla più della metà dell'enclave. «Negli ultimi anni, gli accordi di Oslo sono diventati un cadavere che non è ancora stato sepolto», ha detto Ataya. «Ai palestinesi non è stata presentata alcuna proposta che conceda loro alcuno dei loro diritti. Pertanto, come qualsiasi popolo che ha una causa giusta, non possiamo rinunciare ai nostri diritti. Continueremo a difendere con fermezza il nostro diritto alla resistenza in ogni modo possibile, un diritto garantito dalle Nazioni Unite e dalle convenzioni internazionali per qualsiasi popolo occupato. Qualsiasi retorica politica che non si traduca in azioni concrete non è altro che un inganno o un'illusione". Si consiglia la lettura di Craig Mokhiber, «L'ONU abbraccia il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza per l'amministrazione coloniale statunitense di  Gaza»; Qassam Muaddi, «Israele sta violando tutti i suoi accordi di cessate il fuoco e sta aumentando la tensione su tutti i  fronti», «Lo Stato genocida di Israele intende dividere definitivamente  Gaza lungo la "Linea Gialla "» e «9100 palestinesi languiscono in condizioni terribili nelle prigioni dello Stato genocida israeliano dopo l'accordo di " pace"; Huda Ammori, «Palestine Action: sabotaggio dell'industria bellica  israeliana», Michael Arria, «Vent'anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, cofondatore del  movimento» e Frédric Lordon, «Il sionismo e il suo  destino», tutti pubblicati su Diario Red . Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rapporti della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, «Anatomia di un  genocidio» (2024), «Dall'economia dell'occupazione all'economia del  genocidio» (2025) e «Gaza Genocide: a Collective  Crime» (2025). Ilan Pappé, «Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?»  e «El colapso del  sionismo», El Salto . Antony Loewenstein, El laboratorio palestino  (2024). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Drop Site  ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Jeremy Scahill è un giornalista di Drop Site News , autore dei libri Blackwater:  The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army (2007) e Dirty Wars:  The World Is a Battlefield (2013). Ha realizzato reportage dall'Iraq, dall'Afghanistan, dalla Somalia, dallo Yemen e da altri paesi della regione. Jawa Ahmad è ricercatore sul Medio Oriente per Drop Site News . Gli Stati Uniti continuano a promuovere il loro piano colonialista per la Striscia di Gaza, mentre Israele continua a uccidere nei territori occupati, prolungando il genocidio perpetrato dalle potenze occidentali. Mahmoud Abbas si affretta a modificare le leggi elettorali per cancellare Hamas, mentre si profila una battaglia epocale per decidere chi parlerà a nome della causa e prolungare la situazione coloniale della Palestina in modo ancora più autoritario e brutale, con l'intento di sopprimere ogni prospettiva futura di liberazione palestinese. https://www.iai.it/en/pubblicazioni/c05/beijing-palestinian-reconciliation-agreement-opportunity-not-be-missed https://www.chinausfocus.com/peace-security/the-significance-of-the-beijing-declaration   https://en.wikipedia.org/wiki/2024_Beijing_Declaration Gli Stati Uniti continuano a promuovere il loro piano colonialista per la Striscia di Gaza, mentre lo Stato terrorista israeliano continua a uccidere nei territori occupati, prolungando così il genocidio perpetrato dalle potenze occidentali. Da parte sua, il collaborazionista Mahmoud Abbas si affretta a modificare le leggi elettorali per cancellare Hamas e praticamente tutti i gruppi politici palestinesi, mentre si profila una battaglia epocale per stabilire chi parla a nome della causa palestinese. Jeremy Scahill è cofondatore e giornalista investigativo senior del sito web di informazione investigativa The Intercept, dove presenta anche un podcast settimanale di notizie, "Intercepted". Scahill è autore dei best seller Blackwater: The Rise of the World's Most Powerful Mercenary Army (2008) e Dirty Wars: The World Is a Battlefield (2013). È coautore, insieme a David Riker, e produttore del lungometraggio documentario Dirty Wars (2013), candidato all'Oscar. Nel 2010 ha vinto il premio Izzy per i media indipendenti e nel 2013 il premio Windham-Campbell per la letteratura. La sua carriera di giornalista investigativo è iniziata a Democracy Now! e, nei primi giorni della guerra in Iraq nel 2003, già inviava reportage innovativi dall'Iraq, anche dalla prigione di Abu Ghraib.

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    Su autoproduzione e autogestione nei Centri sociali negli anni Ottanta e Novanta (1995) Quanto segue è la rielaborazione di un testo scritto a seguito di un convegno sul tema dell’autogestione e dell’autoproduzione organizzato presso il Forte Prenestino all’inizio del 1995. Nonostante i trent’anni trascorsi credo che i suoi contenuti abbiano ancora una qualche attualità. In contemporanea alla diffusione di quel testo la rivista DeriveApprodi realizzò un numero speciale dedicato ai Centri sociali in quel periodo in rilevante espansione. Il suo coordinamento editoriale vedeva la presenza oltre che di Sergio Bianchi e Mauro Trotta anche quella di Marco Philopat. Per l’occasione la grafica della rivista Andrea Wöhr realizzò un progetto speciale che non venne ripreso nei numeri successivi. La tiratura in mille copie andò presto esaurita e quel numero non fu più ristampato.Si tratta quindi, a suo modo, di una piccola rarità ora scaricabile e consultabile nel PDF a piede di pagina. Nel rapportarmi a questo dibattito prendo per buono l’avvertimento di Sergio Bologna espresso in altra sede ma, credo, del tutto pertinente anche in questa: «È illusorio cercare ruoli in comunità precostituite come i Centri sociali. I giovani che le hanno fondate hanno fatto tutto da soli, si sono creati sistemi relazionali che li hanno strappati dall’emarginazione sociale e civile. Non hanno avuto e non hanno bisogno di noi». Per quel «noi» si intende quei soggetti delle generazioni precedenti a quella degli anni Ottanta che ha fondato l’esperienza dei Centri sociali occupati autogestiti. Chi appartiene alla storia di un movimento che ha subìto una sconfitta clamorosa, ed è stato assente dalla genesi di un movimento successivo, non ha titoli per dire cosa occorre fare, dove occorre andare. Può solo, con prudenza, contribuire a fornire elementi di dibattito, rispondere dietro richiesta più che dichiarare a priori. Prendere la parola non è quindi facile, soprattutto se quel che si ha da dire non si annota sul registro delle conferme ma su quello delle smentite, su quello della critica . Riguardo al merito del dibattito, in un primo momento il termine autoproduzione non mi ha fatto venire in mente niente che, da quindici anni a questa parte, non sia già stato detto e ridetto dalle stesse persone che hanno continuato a fare le medesime cose, nella maggior parte dei casi fatte male e in modo approssimativo, sia nelle forme che nei contenuti. Ma poi, riflettendo meglio, ho pensato: perché le tematiche dell’autoproduzione e dell’autogestione – tematiche che hanno avuto rilievo nella storia del movimento operaio, soprattutto dei suoi settori più radicali – si sono ridotte oggi a un’ideologia rozza, semplicistica, a una pratica naif del «fai da te»? Forse perché nel decennio della rivoluzione informatica – che ha scompaginato paradigmi e riferimenti concettuali consolidati e tramandati – il «movimento degli spazi sociali autogestiti» non è sorto da un progetto forte di trasformazione ma da una reazione istintiva di resistenza. Una resistenza ai ritmi e alle regole dell’economizzazione della vita nella sua interezza. Davanti a ciò la parola d’ordine di quel movimento, povera ma efficace, fu cioè quella di resistere all’omologazione imperante, punto e basta. Comprensibile, dato che sul panorama dell’antagonismo politico e culturale imperava un silenzio avvilito, un’assenza di pensiero, un contemplare attonito gli effetti devastanti di un bombardamento subìto, e riuscito. Comunque, quella resistenza ha prodotto degli effetti emersi gradualmente nel corso degli anni in termini di acquisizione di visibilità, di riconoscimento e riscontro nel valere da riferimento sociale per altri soggetti sensibili al disagio. Quei riscontri sono bastati a fondare una piccola storia, una piccola tradizione con il suo corollario di miti e rituali, insomma una specifica cultura. Una cultura però fragile, irriflessa, conchiusa perché essenzialmente fondata sull’autoreferenzialità, sulla conferma di sé data da sé o dall’immediato adiacente. Tanto è bastato a garantire la certezza di possedere un’identità piena di senso, ricca di una cultura alternativa capace di diffondersi socialmente. Il meccanismo della spettacolarizzazione, di cui si ciba quotidianamente il sistema dell’informazione, ha poi compiuto il resto: un relativo rilievo giornalistico e televisivo ha contribuito a creare la convinzione d’essere soggetti centrali nello scontro politico. Chi nasce in un fortino assediato trae la forza di resistere dagli elementi riferiti al culto dell’appartenenza familistica, clanistica. Anche quando i ponti levatoi potrebbero essere calati perché l’assedio non c’è più ha il sopravvento la coazione a ripetere forme di pensiero e di azione riferite agli elementi fondativi, costitutivi della propria identità. Quindi, i Centri sociali nati negli anni Ottanta, dove autoproduzione e autogestione sono ampiamente sperimentate, hanno dato e tuttora danno risposta a tematiche di ordine esistenziale prima che politico, si collocano cioè nello spazio della pre-politica, costruiscono aggregazione e consenso prioritariamente attorno a quella sfera. L’invenzione di un loro agire politico e culturale sconta lentezze, contraddizioni, errori, ricominciamenti.  Abbiamo già detto come nel momento costitutivo dei Centri sociali, all’inizio degli anni Ottanta, autoproduzione e autogestione abbiano assunto un significato simbolico valevole di per sé, indipendentemente dalla qualità dei contenuti e delle forme che esprimevano. Non c’era la pretesa di possedere un progetto politico. Piuttosto che pensare di trasformare la società si pensava che da essa occorreva difendersi strappandole spazi interstiziali dove sperimentare relazioni non sottoposte ai vincoli della sua morale e delle sue leggi. L’importante era affermare un rifiuto, una sottrazione, come presupposto e requisito indispensabile alla sperimentazione di un’alterità esistenziale. Nel corso degli anni però le cose sono cambiate. La pervasività delle tecnologie informatiche applicate agli strumenti informativi e comunicativi hanno rideterminato la sensibilità sociale generale, hanno smantellato le vecchie forme nelle quali si rappresentavano le identità collettive, hanno cancellato o trasfigurato gli spazi in cui si condensavano. In breve tempo la socializzazione è diventata un bene scarso perché i suoi costi sono stati progressivamente depennati dagli indici di bilancio delle politiche sociali istituzionali. È in questa contingenza di domanda di socializzazione inevasa che i Centri sociali si sono ritrovati a valere da referenti di un’offerta capace di garantire, almeno parzialmente, il contenimento di tensioni indotte dal disagio, tensioni che avrebbero potuto sfociare in comportamenti «devianti» socialmente diffusi, difficilmente controllabili e contenibili, gravosi soprattutto sul piano economico. È forse anche per queste ragioni che il comportamento di alcuni settori della politica istituzionale nei confronti dei centri sociali è mutato e al bastone ha cominciato ad alternare l’uso della carota. Ma questo passaggio di fase è stato perlopiù frainteso da alcuni ceti politici dei centri sociali che hanno letto l’offerta istituzionale di una «trattativa» come determinata unicamente dal grado raggiunto dalla propria forza aggregativa, dall’espressione della propria rappresentanza politica reale e potenziale. Un’altra distorsione di lettura degli eventi e dei processi prodotta dall’abitudine a ragionare in termini autoreferenziali, senza tener conto della complessità delle determinazioni politiche generali. Comunque, agli inizi del decennio Novanta, sollecitati dall’irruzione del movimento studentesco della Pantera e dal crollo del vecchio sistema dei partiti, i Centri sociali sono stati messi di fronte all’urgenza di aprirsi a una socializzazione larga e indistinta o perire per assuefazione e inedia. Qui siamo all’attualità, all’irrisolutezza di questo passaggio, all’accumulo dei suoi ritardi, all’ineguatezza dell’intelligenza utile a favorirlo. Infatti, mentre con le parole si afferma la necessità di adeguare autoproduzione e autogestione al «nuovo corso» degli anni Novanta, con la mentalità si è rimasti alle sue pratiche degli anni Ottanta. La paura della «contaminazione» con tutto ciò che ha veste istituzionale arriva a impedire la cooperazione con quei soggetti che, collocati in quel campo, offrono l’occasione di un’appropriazione di saperi che valorizzerebbero le autoproduzioni favorendone uno sviluppo capace di superare le sue attuali espressioni ridotte alla fornitura di servizi sociali di basso contenuto e qualità. Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni «terzomondiste», retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico. Al mercato non ci si può «sottrarre» perché nel mercato ci si sta dentro, sempre e comunque. Allora, se il problema dello «stare dentro» non si pone, perché è un falso problema, il problema vero diventa unicamente come essere contro . La «sottrazione» al mercato non passa per la riduzione dei costi di produzione di una merce ottenuta dall’abbattimento del costo del lavoro vivo tramite autosfruttamento in cambio di un autoreddito da fame (così come largamente viene intesa e praticata l’autoproduzione). Ciò che si deve piuttosto sottrarre al mercato sono i «saperi alti», quelli che dentro al mercato stanno perché sinora solo lì dentro trovano le condizioni materiali per esprimere il massimo della loro potenza produttiva di ricchezza. Per concludere, alcune annotazioni sulle esperienze dell’autoproduzione. Intanto occorre dire che la gran parte di esse non si collocano dentro i Centri sociali ma, pur essendo spesso maturate al loro interno o in rapporto a essi, se ne collocano fuori bordeggiandoli anche, se non soprattutto solo, per questioni di referenza di mercato. Domandiamoci perché i soggetti che animano le autoproduzioni più significative non scelgano di collocare le loro iniziative «autoimprenditoriali alternative all’interno degli spazi sociali autogestiti. Di seguito alcune, parziali, possibili risposte. 1) La stragrande maggioranza di questi luoghi non offrono le condizioni logistiche per impiantare un’iniziativa imprenditoriale. 2) L’ambito decisionale di quei luoghi è un’assemblea che si ritiene legittimata a discutere e prendere decisioni collettive su tutto ciò che si svolge nel luogo. Si crea pertanto una situazione di interferenza decisionale esterna e generale a chi materialmente si ritrova a gestire direttamente un’impresa specifica. Forme, contenuti, metodi e finalità dell’impresa costituita da un piccolo gruppo si ritrovano a essere vagliate da un insieme indistinto di persone che spesso non hanno neppure le competenze elementari per entrare nel merito dei problemi. 3) Qualsiasi produzione implica rapporti di mediazione col mercato «ufficiale», quindi col denaro ecc., elementi vissuti spesso ideologicamente con disagio e contraddizione. 4) Qualsiasi iniziativa imprenditoriale, pur modesta che sia, necessita la costruzione di relazioni con soggetti e strumenti esterni a quei luoghi. La loro esternità è sempre guardata con sospetto, se non addirittura considerata illegittima. Si creano pertanto condizioni di inospitalità per tutti quei soggetti detentori di saperi esterni alla quotidianità di quei luoghi che, prima di essere accettati e messi nella condizione di operare, si ritrovano nella condizione di intraprendere il defatigante processo della loro legittimazione che passa attraverso la lenta costruzione di rapporti personali fiduciari e l’accettazione del complesso cerimoniale che precede l’iniziazione all’appartenenza.  Sergio Bianchi  nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro  a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista ; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie , voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani. È autore dei saggi: Storia di una foto ; (con Raffaella Perna) L e polaroid di Moro; Figli di nessuno . Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice  (Sellerio).

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    Cronache del Boomernauta. Prefazione: Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia; Introduzione dell'autore Di seguito i primi due testi pubblicati nel libro Cronache del Boomernauta  una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Proponiamo la prefazione curata da Giuliano Spagnul e l'introduzione al testo dell'autore, Giorgio Griziotti. Buona lettura! Prefazione di Giuliano Spagnul Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia. [1]  Cronache del Boomernauta è una narrazione che si definisce Fabula Speculativa , prendendo a prestito uno dei termini con cui Donna Haraway circoscrive il nuovo campo dell’immaginario del secolo che inaugura il nuovo millennio. È un territorio in cui le precedenti cartografie non hanno più̀ valore e una nuova mappatura dovrà, per forza di cose, ricostruirsi su forti risignificazioni di vecchie denominazioni obsolete e nuovi confini privi di garanzie e certezze anche solo provvisorie.Haraway, dal canto suo, rinomina questo territorio con l’acronimo FS che «sta per FantaScienza, Femminismo Speculativo, Fabula speculativa, Fatto Scientifico...» 2  e aggiunge, per rendere più̀ esplicita la sua non riconducibilità̀ a una pura riclassificazione nominativa, che «i mondi FS non sono contenitori; sono pratiche di modella- mento, co-creazioni rischiose, fabule speculative» 3 . Di fatto Haraway sovrappone alla vecchia mappa una nuova che nella sua rimodulazione fa emergere ciò̀ che prima risultava poco trasparente, occultato: la sua natura di dispositivo, di macchina che produce soggettivazioni.Che la fantascienza avesse l’ambizione di immaginare il futuro per prevenirlo e in qualche modo governarlo (soprattutto riguardo l’accelerata evoluzione dell’innovazione tecno-scientifica) è stata, ed è ancora, un’idea ammantata di falsa ingenuità, ma in realtà ben consapevole della sua valenza ideologicamente orientata.Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, che partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati (Fandom), è stata capace di contaminare, in modo sempre più̀ pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità̀, giochi, ecc. fino all’invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell’agire.Per poter dichiarare esaurite (cioè assolte) le funzioni di questo dispositivo e poterci così impegnare, insieme a Haraway e ad altri, nella comprensione di ciò che si sta sovrapponendo nostro malgrado e quanto sia possibile interferire con nuove e diverse fabulazioni occorre un richiamo ad almeno quattro delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, almeno in parte, assolte:  1. la fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l’urto dei processi trasformativi (a opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità.  2. l’eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l’umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all’idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell’aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all’umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l’universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l’immagine dell’extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l’umano, l’essere che scopre e si rapporta all’altro, allo sconosciuto dell’infinito.  3. l’accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l’esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica, ma che dato l’aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose  di Latour, la Cosmopolitica  di Stengers o il divenire prima cyborg, poi compost, di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell’immaginario fantascientifico.  4. in ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un’intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell’arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l’unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L’ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell’essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare.  Si potrebbe riformulare meglio e approfondire questi quattro punti, quanto aggiungerne altri ancora. Ma per lo scopo che ci siamo prefissati per introdurci in questo tipo di narrazione che abbiamo voluto chiamare di Fabula speculativa  sono sufficienti per iniziare a delineare quelle differenze con un passato che deve trovare la pro- pria necessaria soluzione di continuità.La paura del nuovo, incredibile per un genere la cui caratteristica principale dovrebbe essere quella della ricerca costante del Novum , del germe della novità, (così definito dallo studioso Darko Suvin), ha fatto sì che il solo parlare della morte della fantascienza  venisse accolta come un autentico scandalo da tutti gli addetti ai lavori o semplici appassionati del genere. Di fatto la morte, per quanto la si voglia ostracizzare, rimane la prerogativa indispensabile alla rigenerazione di qualsivoglia nuova vita. E che la fantascienza sia stata «vittima di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale» come diceva Antonio Caronia 4  dimostra l’ottimo stato di salute di un nascituro che dal passato si distanzia incominciando a intraprendere i suoi primi passi, esitanti quanto ostinati.È un camminare che per Giorgio Griziotti, autore di questa avventura, ci porta nel limbo della sospensione del tempo e nel surreale delle città deserte d’inizio pandemia in cui molte ipotesi sul futuro cominciano a barcollare. A partire da quel momento si accelera bruscamente la sequenza di trasformazione della realtà in un’angosciante fantascienza distopica. Una trasformazione che rende sterile la funzione che il genere letterario ha avuto, in quanto «oggi i pericoli non sono più quelli di [immaginare] un futuro distopico o catastrofico e di conseguenti fughe consolatorie [che la fantascienza garantiva] o altro, ma sono quelli relativi a un presente che vive tra le rovine di qualcosa che tutti ravvisano come accaduto, ma di cui sanno poco o nulla» 5 . E allora tramite il Racconto di un Boomernauta 6  ci inoltriamo nella Twilight Zone in cui la nostra realtà, il nostro quotidiano si sta progressivamente, ma inesorabilmente, trasformando. Un viaggio dall’eternità, da cui tutti proveniamo, all’istante in cui il nostro apparire cerca un radicamento nella durata.Forse da qui, da questo voler trasformare un evento in una realtà che sfida, nei termini di un tempo che vuole durare, il caos da cui comunque è prodotta e da cui dipende, sta la nascita di quel morbo che l’autore di questa storia metascientifica definisce nekomemetico.Un autore, Giorgio Griziotti, che funge qui da stazione di sosta per quei viaggiatori capaci di riconvertire, se pur nell’arco di un breve incontro, il fluire del tempo in un altrettanto fluido susseguirsi di narrazioni.È narrazione sì, di una malattia, ma che in quanto malattia costitutiva dell’essere umano, congenita al suo formarsi in quanto tale, non prevede (non può prevedere) guarigione alcuna. Unica soluzione di una siffatta infezione sembra essere la soppressione dell’ospite a cui seguirà l’inevitabile perire anche dell’ospitato indesiderato.Siamo allora di fronte all’ennesimo racconto della fine, a cui una parte di quel dispositivo di active imagination novecentesco, chiamato fantascienza, ci aveva abituato? Un po’ di quel nichilismo a buon mercato per aiutarci a vivere in un mondo in cui le rovine paio- no essere sempre più l’ambizioso e unico traguardo di ogni possibile idea di progresso?Possiamo invece definire questa fabula, insieme al fumetto L’Eternauta  di Héctor German Oesterheld a cui il racconto di Griziotti è ispirato, l’opera di un boomernauta sopravvissuto che viaggia per trovare ancora dell’amore nell’avventura dell’umano? Nel libro che abbiamo tra le mani non vi sono risposte. Anche perché non ci sono le rispettive domande; così come non si fanno ipotesi o teorizzazioni che si possano veramente considerare tali. Il che non significa che il libro non sia impastato di considerazioni politiche e speculazioni di vario tipo, anche metafisiche oltre che metatecniche, tanto che il clou potremmo trovarlo in quell’ipotesi che vede altre specie non aliene, ma terrestri arrivare a passare la soglia fatidica della metatecnica 7 . Ma questa non è una teorizzazione anticipatrice di un possibile futuro, come tanta vecchia fantascienza ci aveva abituato e meravigliato. Qui siamo di fronte a un gioco in cui tutte le teorie saltano, o meglio, sono costrette anche loro a giocare una partita senza regole, perché le regole si stanno fabbricando proprio nel mentre la partita si sta giocando.Ed è per questo che non possiamo neanche dire che ci troviamo di fronte a un giocare per il puro piacere del giocare fine a sé stesso; quella modalità che tanto postmodernismo è riuscito a renderci, infine, familiare. A riprova possiamo indicare all’interno del libro l’importanza del tema dei Games che giocano un ruolo dissacrante rispetto alla natura che l’ideologia antiideologica del postmodernismo voleva loro assegnarli. I Games ritrovano qui la loro ragione d’essere storicamente determinata di dispositivi relazionali che nella loro vischiosità rendono possibili le scelte (sbagliate o giuste che siano) operative della nostra difficile e precaria condizione umana.  La vita si gioca, ma la posta in gioco non è un’astrazione, è la vita stessa!  Questo testo è l’opera di un ex-militante che mette sul tavolo la propria esperienza per attivare un’immaginazione capace di traghettar(lo)ci verso un attivismo che non sia la semplice copia della vecchia militanza. Un attivismo in grado di vedere il futuro come l’opera di chi è capace di rivoltarsi contro tutto ciò che è dato come acquisito e consolidato, compreso il proprio credo.In questo viaggio che srotola uno dei tanti fili immaginabili da un lontano passato a un incerto futuro oltreumano si esercita quella “pratica di modellamento” co-creazione rischiosa di cui ci parlava Haraway e che ci impone al posto di rispondere alle domande, di interrogare le domande stesse. Non come facciamo a sopravvivere, ma perché dovremmo sopravvivere. Una pratica rischiosa  appunto, perché offre il fianco a un nichilismo ormai più che scontato, ma necessaria per trovare nuovi valori, non più assoluti, ma che nella loro parzialità possano dirsi situati nella vita, nell’ambiente, nei rapporti con gli altri esseri umani e non. Valori capaci di creare un mondo che nel suo continuo ricrearsi metta in grado la realtà di poter durare ancora. E ancora...  Note: Dicembre 1977, dai diari della pittrice Marisa Bello, compagna di una vita. D. Haraway, Chtulucene , Nero, Roma, 2019, p. 24. Ivi, p. 30 Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica , in J. Baudrillard . Cyber- filosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999. Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza? http://effimera.org/che-fare- della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ . La scelta di rappresentarlo con sembianze più giovanili pone in evidenza il carattere preminentemente allegorico del viaggiatore temporale, la sua paradossale impossibilità di invecchiare mentre invecchia. L’irrealtà di un procedere in un tempo soggettivamente reversibile tanto quanto irreversibile nella sua dolorosa realtà concreta. Interessante sarebbe qui poter istituire e approfondire un parallelo con un classico della fantascienza degli anni Quaranta, City di Clifford D. Simak. L’utopia di «una civiltà più mite […], ma non troppo pratica. Una civiltà ba- sata sulla fratellanza animale… sulla comprensione psichica […] una civiltà della mente e del cuore, ma non troppo positiva. Senza fini precisi, con una meccanica molto limitata…». Il tentativo della nuova specie pensante, i cani, «non doveva essere inquinato dall’alito fetido del pensiero umano.» INTRODUZIONE DELL’AUTORE GIORGIO GRIZIOTTI Il Boomernauta  Alla fine degli anni 50 del XX secolo lo scrittore Héctor German Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López 1  pubblicarono in Argentina il fumetto l’Eternauta , che successivamente divenne uno dei grandi classici della metascienza.All’inizio del racconto, un uomo di nome Juan Salvo si materializza improvvisamente a casa di uno sceneggiatore di fumetti a Buenos Aires. Si presenta come l’Eternauta , il vagabondo dell’infinito, un navigatore del tempo e un viaggiatore dell’eternità 2  che vaga alla ricerca della sua epoca e del suo mondo. L’Eternauta, raccontando la storia di un’invasione aliena, voleva avvertire che i mostr i possono giungere in qualsiasi momento e dare la possibilità di sfuggire a un destino segnato.Nella metafora di un’occupazione da altri mondi Oesterheld denunciava l’orrore verso ogni potere repressivo, dietro cui s’intravedeva la situazione di molte realtà non solo latino-americane 3 . Per una tragica ironia della sorte una ventina d’anni dopo il terrore fascista arrivò anche in Argentina.Il generale Videla, salito al potere grazie al governo statunitense, iniziò l’eliminazione sistematica degli oppositori: Solano López venne costretto all’esilio, Oesterheld entrò nell’infinita lista dei desaparecidos, insieme alle quattro figlie, due generi e due nipoti 4 . Se vi sto parlando dell’ Eternauta  è proprio perché per una strana coincidenza mi è successo qualcosa di simile. Come i miei amici sanno, anch’io, come lo sceneggiatore di fumetti dell’Eternauta, lavoro di notte. Stavo appunto scrivendo al computer quando, nella poltrona della nonna un po’ sfondata che sta di fronte alla mia scrivania, si materializzò uno strano personaggio proprio come avvenne per l’apparizione dell’Eternauta. Non so esattamente che ora fosse, ma doveva essere molto tardi perché ricordo che la torre Eiffel, che si vede in lontananza sullo sfondo dalla finestra della sala di fronte al mio studio, era completamente spenta. Anche nel mio caso, non si trattava di un fantasma. L’uomo indossava dei jeans lisi, un eskimo verde e una camicia stropicciata. Aveva un passamontagna, che pensavo fosse dovuto alla stagione invernale, e dalle mani un po’ rugose e macchiate capii che non era più giovane. Quando si tolse il passamontagna ebbi la certezza che il mio eternauta fosse un boomer 5 . Tuttavia non si trattava di un boomer qualsiasi perché dal suo abbigliamento, e specialmente dall’eskimo un po’ consunto, intuii che aveva senz’altro partecipato al periodo rivoluzionario degli anni 60 e 70 del XX secolo. Non era normale che alla sua età fosse ancora vestito in tal modo, ma, come mi spiegò in seguito, era ormai entrato in una dimensione sconosciuta che l’aveva fissato così. Non volle dirmi il suo vero nome, ma solo quello di battaglia degli anni ruggenti della militanza e delle lotte: Ghirighiz, il nome del protagonista di un fumetto italiano degli anni Settanta, un cavernicolo un po’ sarcastico e smaliziato. Mi disse che aveva l’abitudine di raccontare sui social le prodezze delle ribellioni della sua epoca; una volta di fronte al commento un po’ ironico di una giovane aveva risposto scrivendo che «i millenial e la generazione Z hanno la sindrome di Peter Pan», come per rimproverarli di rifiutare le proprie responsabilità e di non affrontare il capitalismo come lui e molti della sua generazione avevano fatto. Non sapeva però che si trattava di una millenial witch, una giovane strega che d’impeto gli gettò un sortilegio potente scrivendo sui Social: OK BOOMER  Da quel momento era entrato in una nuova dimensione senza tempo, vestito proprio come alle manifestazioni dell’epoca o, comunque, con gli indumenti tipici d’un viaggiatore con zaino in spalla. Il sortilegio lo aveva costretto a ricominciare senza fine il backpacking  della sua gioventù, ma con l’aggiunta della dimensione del tempo, consentendogli di esplorare anche una parte del futuro.Decisi allora di chiamarlo Boomernauta perché, pur non essendo eterno, aveva in comune con l’Eternauta  le peregrinazioni in epoche molto diverse. Come l’Eternauta , sebbene con limiti temporali più modesti, anche lui (si) era smarrito e non solo nel tempo. Ma, a differenza dell’Eternauta, non aveva allarmi da lanciare. Pensava che fosse ormai troppo tardi per salvare gli umani della sua era e troppo presto per sapere chi eventualmente avrebbe preso il loro posto sulla Terra.Il vero sortilegio della fatwa OK BOOMER non consisteva solo nella perdita di ogni riferimento temporale, ma soprattutto nella maledizione di dover percorrere le epoche future con la visione e i valori dell’epoca della sua militanza. Da quanto traspariva, al di là del racconto e del linguaggio usato, avevo davanti a me l’immagine dell’infelicità.Il modo in cui ci si sente nel proprio tempo è il risultato delle strutture complesse di sensazioni, emozioni e sentimenti di quel periodo. Anche se al Boomernauta l’ordine del tempo della sua gioventù rivoluzionaria era sembrato ingiusto e insostenibile, quello restava l’ambiente sociale e culturale che lo aveva formato. Potete quindi immaginarvi lo sradicamento e la sofferenza continua che viveva nelle peregrinazioni temporali a cui era ormai forzato.Durante il suo racconto talvolta rimasi un po’ incredulo di fronte a questa sua insistenza a voler accusare di tanti misfatti ciò che lui chiamava l’imperialismo  o la macchina bicefala Stato-capitale . Ma, alla fine gli sono stato grato per alcune sorprendenti rivelazioni. Gli dissi che dal mio punto di vista tutto era relativo, e su questo anche lui era d’accordo, ma soprattutto che bisognava relativizzare le nostre pretese rivoluzionarie di gioventù boomer. Certo non usai le classiche battute ritrite dei reduci delle rivoluzioni politiche sconfitte «se avessimo vinto, chissà cosa avremmo combinato...» ma cercai di farlo riflettere sugli impensabili salti tecnologici, che, capitalismo o no, da allora erano stati fatti dall’umanità. Trasformazioni che avevano profondamente cambiato le condizioni di vita, anche se dall’inizio dell’epoca neolib erano avvenute in un modo che aveva esacerbato le disuguaglianze.Forse entrambi avevamo vissuto l’ultimo tentativo di rivoluzione globale e ora avevo molti dubbi che cercai di esporgli. Gli intrecci e gli aggrovigliamenti di tutte le forme di potere con cui le Governance capitaliste ci avevano avvolti sembravano rendere impossibile un ulteriore tentativo di quel genere. Ma il Boomernauta ovviamente aveva già visto, almeno in parte, che le cose si sarebbero sviluppate diversamente. Sembrava che in lui il suo credo rivoluzionario di gioventù si fosse cristallizzato in un blocco irremovibile, quasi a bilanciare lo straordinario potere di percorrere la curva del tempo. Forse aveva bisogno di una base solida su cui poggiarsi come requisito indispensabile per accedere alla dimensione temporale. Sta di fatto che diversi nostri punti di vista erano divergenti. Io mi ero potuto permettere di relativizzare un po’ la portata della nostra epopea di gioventù, finita peraltro con una storica sconfitta. Come molti boomer ero spesso sbigottito di verificare nel quotidiano che le generazioni di cui eravamo genitori e anche nonni non sembravano credere che un sogno collettivo fosse possibile. In seguito avevo dovuto accettare certi compromessi con la realtà – nel lavoro, nei comportamenti, nelle relazioni sociali... – mentre nel suo racconto il Boomernauta appariva inflessibile in taluni suoi principi.  Successivamente, quando iniziò a condividere con me ciò che aveva osservato nel futuro, mi dimenticai di me stesso. Attraverso il suo racconto sulle evoluzioni e le sorprendenti conseguenze di quella che lui definisce la capacità metatecnica 6   umana  – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – mi resi conto che il Boomernauta doveva aver acquisito una formazione e un’esperienza professionale nel campo tecnoscientifico prima di essere catapultato nel futuro. Probabilmente era stato uno dei primi ingegneri elettronici della sua epoca.Quando poi gli ho fatto osservare di aver descritto le Governance future, da lui definite capitaliste, nelle loro mutazioni ultime senza mai entrare nel merito o nel dettaglio delle feroci lotte che le dilaniavano all’interno, ha alzato le spalle per mostrare il suo disinteresse. Poi mi ha spiegato che questo era sempre successo e non gli interessava perderci tempo, soprattutto perché secondo lui il primo nemico da cercare di eliminare non era il capitalismo... ma non voglio svelarvi ora le sorprese del suo racconto.  Aggiungo qualche indicazione sulle modalità di lettura della narrazione del Boomernauta. La sua esposizione non sempre segue uno stretto ordine cronologico anche se in generale avanza nel tempo, ma non in modo lineare e talvolta ci sono imprecisioni specie rispetto a certi episodi del passato. Autorizzandomi a trascrivere il suo racconto mi ha sussurrato che contava sulla vostra comprensione per i suoi dogmatismi. Come attenuante ha evocato non solo l’età e la formazione politica, ma anche l’esperienza di aver visto le sue certezze tramutarsi in posverità e viceversa.Anche il suo modo di esprimersi può sembrare un po’ anomalo. Pur essendo un boomer tecnologico era abbastanza abituato a usare una terminologia professionale inglese, ma non al punto da passare quella che lui definiva la neolingua pidgin english locale , nel suo caso l’ itanglese , che si era imposta a partire dai millenial. Ogni tanto l’ho sentito bofonchiare un po’ contro questi abusi linguistici non tanto per nostalgia, ma perché rimproverava ai giovani italofoni di aver tenuta viva la vecchia vocazione di sudditanza a quello che lui chiamava, ossessionato com’era dalla geopolitica del suo tempo, l’imperialismo anglofono.  Prima di lasciarvi alla dissertazione del Boomernauta desidero informarvi che le citazioni messe in esergo sono sue.Ho redatto io quasi tutte le note, sia per ancorare il racconto del Boomernauta a qualche referenza, sia per spiegare qualche passaggio che poteva risultare oscuro. Nello stesso spirito ho anche inserito all’inizio di ogni capitolo un breve riassunto, che può inoltre permettere modi alternativi alla lettura sequenziale. Talvolta ho anche aggiunto un mio commento o una mia impressione per analizzare i motivi che potrebbero aver influenzato la direzione del racconto del Boomernauta, oppure per chiarire ambiguità e pregiudizi tipici della sua epoca e relativi ai suoi orientamenti politici rivoluzionari.  Note: il mio amico José Muñoz, grande disegnatore di fumetti, mi ha raccontato di aver contribuito da apprendista all’Eternauta: Solano l’aveva incaricato di disegnare la neve mortale che cade sulla terra raccomandandogli di renderla “minacciosa”... evidentemente anche i dettagli visivi contribuiscono a creare un’atmosfera di pericolo nel fumetto. H. Oesterheld, F. S. López, L’Eternauta , 001 Edizioni, 2018 p. 15. https://www.lospaziobianco.it/eterno-eternauta/ . Ibid così chiamato perché nato nel post WW2 aveva vissuto la gioventù nel boom economico che aveva caratterizzato i 30 (anni) gloriosi . Metatecnica: cfr. glossario.

  • fascismi

    Democrazia d’eccezione e post-fascismo, un dialogo con Andrea Russo parte 3 Sergio Bianchi Il testo che qui presentiamo è la terza e ultima parte della trascrizione di una lunga conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo. Nella prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo “Action 30”, nella seconda indagate le operazioni di “fascistizzazione del cristianesimo” operate dalle nuove destre, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, e le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio. In quest’ultimo episodio l’attenzione è rivolta all’intreccio tra nuovi fascismi e guerra: dalla campagna trumpiana contro l’immigrazione fino al contesto palestinese, dove il progetto di “pace” promosso dagli Stati Uniti si rivela un debole palliativo rispetto al disegno genocidario perseguito dal governo israeliano. Redazione Ahida: Nella vostra ricerca avete molto insistito sul fatto che una delle caratteristiche principali delle nuove forme di razzismo e di fascismo è che, in esse, la componente “soggettiva” riveste un ruolo determinante. Ciò che a più riprese voi sottolineate è il fatto che, oggi, nessuna politica può evitare di fare i conti con i modi di condotta, gli stili di esistenza, le tecnologie del sé. Andrea Russo: Per cogliere la portata delle nuove forme di fascismo, abbiamo seguito l’indicazione di Gilles Deleuze e Felix Guattari, vale a dire che è necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come gli stati, i partiti, i sindacati) con una prospettiva “molecolare” (specifica, invece, della postura etica e della sfera esistenziale). È questa seconda prospettiva che consente di situare la micropolitica a livello della produzione di soggettività. L’inconscio si rapporta senza mediazioni al piano sociale, politico ed economico, perché non esiste più, nell’epoca della secolarizzazione compiuta, il  potere come trascendenza infinita, ossia come qualcosa da cui ci separa una distanza incommensurabile. Il potere non è piramidale, ma segmentale e lineare; esso si propaga per contiguità , come le sirene di Ulisse, ed è su questa superfice che si sviluppa la relazione di immanenza, la fitta trama dei dispositivi di assoggettamento e di resistenza contro di esso [12]. Attraverso una completa riorganizzazione del piano percettivo, nei termini che abbiamo fin qui ricapitolato, la fascinazione del potere irraggiungibile viene così sostituita dal mito, altrettanto suggestivo, di un potere facilmente accessibile, alla portata di mano, acquistabile. Il nemico principale dell’ Anti-Edipo è il fascismo, non solo quello «storico di Hitler e Mussolini», ma anche quello «che è in noi tutti, che abita il nostro spirito e la nostra condotta quotidiana» [13]. Il fascismo è pericoloso per la sua potenza molecolare, perché è un movimento di massa che oggi incarna più l’“anarchismo del capitale” che l’ordine di un sistema totalitario tradizionale. Il fascismo è una sottile polvere cancerosa che penetra nelle relazioni sociali modellandole dall’interno. Esiste il «fascismo rurale e il fascismo di città o di quartiere, il neofascismo e il fascismo da vecchio combattente, il fascismo di sinistra e di destra, di coppia, di famiglia, di scuola o d’ufficio: ogni fascismo è definito da un microbuco nero, che vale per sé stesso e comunica con gli altri, prima di risuonare in un gran buco nero centralizzato. Vi è fascismo quando una macchina da guerra viene installata in ogni buco, in ogni nicchia» [14]. Redazione Ahida: Qui emerge chiaramente il campo problematico nel quale siamo inscritti e con cui dobbiamo fare i conti.  Andrea Russo: Il concetto di macchina da guerra rende bene l’idea di ciò che si sta installando nelle attuali democrazie occidentali, dopo che lo stato di eccezione e le tecnologie di sicurezza sono diventati la regola, cioè “normali” prassi di governo. Oggi, come abbiamo già detto, la società democratica si presenta come un sistema organizzato su piccole insicurezze che alimentano grandi paure. Inoltre, va tenuto presente che è ormai egemonico un modello etico basato sulla competizione tra individui e sul successo, che presenta come contropartita da un lato l’ossessione identitaria come ripiegamento esistenziale, dall’altro l’esperienza della paura come legame sociale. La democrazia securitaria inventa e moltiplica i suoi vulnera , e li elegge a fronti di guerra interni ed esterni: se ne aprono ovunque, e tutti i veri cittadini sono chiamati a stanare e combattere il nemico di turno della normalità, che è generalmente il povero, il soggetto socialmente più debole.  Redazione Ahida: Quello che hai appena detto ci riporta inevitabilmente ad allargare la riflessione su quanto sta avvenendo in questi mesi negli Stati Uniti in materia di immigrazione e giustizia sociale. Andrea Russo: In campagna elettorale Trump aveva definito i migranti irregolari “animali che avvelenano il sangue della nazione”. Dopo che è stato rieletto si è sin da subito prodigato a incrementarne gli arresti e le deportazioni. Il 20 gennaio 2025 ha firmato un ordine esecutivo denominato: Protecting the American People Against the Invasion , dove sostiene che l’amministrazione precedente guidata da Joe Biden ha permesso a milioni di clandestini di attraversare i confini. L’ordine esecutivo ha un impatto devastante sulle politiche immigratorie: incrementa l’assunzione di agenti dell’Ice; limita l’accesso dei migranti ai già scarsi benefici pubblici; estende l’uso del rimpatrio accelerato, che consente l’espulsione delle persone senza udienza in tribunale. Sul sito della Casa Bianca, Trump ha specificato che da quando è tornato in carica ha deportato più di 100mila migranti irregolari, un obiettivo che però è ancora lontano dai 15-20 milioni   che si è prefisso. Nei mesi estivi, in molte città americane, si è sviluppato un ampio movimento anti-deportazione la cui azione è consistita tanto nell’informare la gente sui propri diritti, quanto nel cercare di bloccare o intralciare l’arresto illegittimo dei migranti. Si tratta di un conflitto che il presidente americano non solo ha cominciato, ma che sta spingendo affinché dilaghi sempre più, mutandosi in una vera e propria stagione di guerra civile [15]. È lui ad aver fatto passare l’azione solidale come una violenta insurrezione; è lui che ha innescato paura e terrore tra i migranti e chi li aiuta; è lui che ha fomentato giudici, poliziotti, militari ad usare il pugno di ferro contro chi protesta; è lui a manipolare l’informazione al fine di far riconoscere all’opinione pubblica la necessità di applicare lo stato di eccezione contro un presunto nemico interno, il migrante, che non è altro che il soggetto più debole e meno garantito della società. Molti imprenditori gli hanno comunque fatto presente che, deportando la maggior parte dei lavoratori poveri, rischia di far collassare l’economia del paese. Trump, che è un imprenditore, questo lo sa molto bene, per cui è stato costretto a spingere il freno della macchina da guerra. Resta il fatto che la sua strategia consiste nel frenare e accelerare i pedali della macchina a sua discrezione, al fine di mantenere alta la tensione sociale e così continuare a terrorizzare la popolazione. Fomentare la paura e l’odio, ecco i principi di cui tiene conto il pensiero e l’azione politica di Trump, come d'altronde quella di Netanyahu.   Redazione Ahida: Rispetto ad Israele, considerata il baluardo della democrazia in Medio Oriente, che pensi? Andrea Russo: Innanzitutto, che si tratta di una “democrazia d’eccezione”, poiché Israele, come è noto, sin dalla sua fondazione nel 1948, ha scelto di non dotarsi di una costituzione formale, preferendo un impianto giuridico costruito attraverso le cosiddette “Leggi fondamentali”. Il fatto è che tali leggi hanno indubbiamente fornito una cornice costituzionale minima, senza tuttavia mai articolare un sistema di diritti pienamente garantito, in quanto si tratta di un diritto senza patto. Ma è possibile l’esistenza di una società democratica in assenza di una costituzione esplicita? Israele dimostra che una democrazia può sopravvivere senza una costituzione scritta, ma a caro prezzo: incertezza sistemica, polarizzazione permanente, sfiducia e odio reciproco. Nella tradizione delle moderne democrazie europee, il testo costituzionale non è stato mai solo l’insieme astratto e formale di norme, ma l’espressione di un “noi” condiviso. In Israele, al contrario, tale “noi” resta problematico. Le sue componenti – ebrei laici e religiosi, arabi, drusi – non hanno mai davvero definito un’intesa comune per cui poter dire: «noi». Nonostante tutto, tale fragile assetto sistemico ha resistito fino all’assassinio di Rabin (1995), artefice degli accordi di pace palestinesi. Si tratta di un passaggio storico cruciale, perché quell’omicidio politico, anziché provocare un moto di indignazione, favorì nel 1996 la prima vittoria elettorale di Netanyahu, che ha governato ininterrottamente per circa quindici anni, per poi essere rieletto nel 2022. Nella ultima tornata elettorale, però, la sua vittoria è stata garantita dai partiti religiosi ultraortodossi: il sefardita Shas, l’ashkenazita “Uniti nella Torah” e “Sionismo religioso”. E così, per governare Netanyahu ha dovuto concedere la guida dei ministeri-chiave ai suoi inquietanti alleati.  Dagli anni Novanta, in Israele, ha preso sempre più consistenza un processo di “fascistizzazione dell’ebraismo”, iniziato in forme minoritarie eversive negli anni Settanta e Ottanta, che ha trasformato lo Stato in una macchina da guerra teologico-politica. Voglio dire che la macchina da guerra teologico-politica ha preso su di sé il fine, cioè l’organizzazione dell’ordine, e che lo Stato non è diventato altro che uno strumento asservito a tale macchina.  L’ordine del discorso dei più fervidi sionisti di estrema destra è un miscuglio di travisamento teologico-politico delle Scritture, di convinzioni ideologiche fondamentaliste ultraortodosse e di narrazioni messianiche che vedono gli ebrei come unico popolo ad aver abitato la “Terra di Israele”. In tale discorso non emerge nulla di teologicamente rilevante, ma ciò che emerge è comunque un chiaro messaggio politico: giustificare a tutti i costi il genocidio del popolo palestinese a Gaza, fino a negarne storicamente l’esistenza. Il locus  teologico da cui l’ultradestra sionista attinge per giustificare la guerra santa contro i palestinesi è Esodo 17, 8-16. Qui si parla della battaglia contro Amelek, in seguito all’attacco ingiustificato ed efferato che gli Amalaciti hanno compiuto, attaccando le retrovie degli Israeliti. Poiché vincono questa prima prova per la loro nascente comunità, il Signore dice a Mosè: «Scrivi questo su un libro come ricordo e dichiara alle orecchie di Giosuè che io cancellerò il ricordo di Amalek [16] da sotto il sole. Allora Mosè costruì un altare, al quale pose nome: “L’Eterno è la mia bandiera”, e disse: “La mano è stata alzata contro il trono dell'Eterno, e l'Eterno farà guerra ad Amalek di generazione in generazione”» (Es, 17, 14-16). Netanyahu, per mezzo di un enorme operazione di strumentalizzazione del testo biblico, giustifica il genocidio verso il popolo palestinese a Gaza paragonando i palestinesi agli Amaleciti e gli Israeliti agli attuali israeliani. E così, non solo il genocidio verso i palestinesi diventa diritto politico all’autodifesa di Israele, ma addirittura viene teologicamente giustificato come proseguimento della giustizia divina contro i perfidi Amaleciti. Al di là di questa nefasta interpretazione letterale, la vicenda di Amalek, cioè il “comandamento al genocidio”, è stata più volte indicata dalla tradizione rabbinica come uno dei passaggi più problematici della Torah. Inoltre, gli insegnamenti cabbalistici e chassidici, rappresentano Amalek non come una realtà esteriore, ma interiore, come una parte di noi che va combattuta spiritualmente (qui è evidente il parallelismo con la nozione islamica di jihād  maggiore-spirituale, opposto al jihād  minore-bellico). La tradizione teologica ebraica, in molte sue forme, si è preoccupata di ridefinire totalmente le implicazioni letterali dell’obbligo di sterminio dei discendenti di Amalek. Una preoccupazione che non pare essere quella del governo attuale, il quale, sostenendo l’interpretazione letterale, ignora secoli di esegesi, per proiettare Amalek nella realtà storica e così materializzarlo e identificarlo con il nemico e l’antisemita di turno. Amalek è il nome in codice che i sionisti di estrema destra utilizzano come sinonimo di palestinese. Redazione Ahida: Se oggi, per Israele e il suo governo, Amalek è identificato con il popolo palestinese, allora la pace di Trump non è altro che una pausa nel genocidio. Oltre al fatto che  rispetto alle miriadi di piani di pace elaborati nel corso degli ultimi decenni, sembra essere quello meno serio. Andrea Russo: Storicamente tutti i piani di pace sono finiti allo stesso modo. Israele ottiene inizialmente ciò che vuole, in questo caso il rilascio degli ostaggi vivi e morti, mentre ignora o viola ogni altra fase fino a quando non riprende i suoi attacchi contro la popolazione. Il giornalista e scrittore statunitense Chris Edges ha definito l’attuale piano di pace «un gioco sadico. Una Giostra di Morte. Un cessate il fuoco che va considerato come una pausa pubblicitaria. Un momento in cui al condannato viene permesso di fumare una sigaretta prima di essere ucciso» [17]. In definitiva, una pausa nel genocidio è il massimo che possiamo aspettarci.  Israele è sul punto di svuotare Gaza, che è stata praticamente annientata da due anni di bombardamenti incessanti. Non ha intenzione di fermarsi, perché questo è il culmine della sua utopia, vale a dire ritornare in possesso della terra che Yahave gli ha assegnato. L’unica pace che Israele intende offrire ai palestinesi sembra essere la pace eterna. Note  Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore , Quodlibet, Macerata 1996. M. Foucault, “Prefazione” (1977), in Archivio Foucault 2. 1971-1977. Poteri, saperi, strategie , Feltrinelli, Milano 1997, p. 242. G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia , Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1987, p. 309. Cfr., M. Tarì, La caccia ai migranti tra le tante “periferie” della guerra  (consultabile online). Su questi temi Cfr. https://www.oasiscenter.eu/it/ricordati-di-scordare-amalek-o-la-necessita-di-passare-dal-mito-al-mite  C. Hedges, Il finto piano di pace di Trump  (consultabile online). Andrea Russo  è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.

  • periferie

    # 3 Numeri, paura, crimini e città: L’unica cosa di cui aver paura è la paura Roberto Gelini Il testo critica l’adozione da parte della sinistra liberale di un discorso securitario ispirato alla Teoria della Finestra Rotta, nonostante i dati mostrino un declino della criminalità e della percezione del rischio in Italia nell’ultimo decennio. Questa retorica, secondo l’autore, serve a distogliere l’attenzione da problemi strutturali come austerità, crisi sociale e turistificazione delle città. L’analisi suggerisce che la vera relazione significativa non è tra degrado urbano e crimine, ma tra segregazione sociale e percezione di insicurezza: dove i ceti si separano spazialmente, la paura aumenta. Per ridurre l’insicurezza servono quindi politiche di rigenerazione urbana e di edilizia sociale diffusa, non misure repressive o narrative allarmistiche.   Quello che pubblichiamo, è il terzo testo sul tema qui si può rileggere il primo  e a questo link il secondo  testo. Ricominciamo da dove avevamo iniziato il rapporto tra liberalismo e ossessione sicuritaria. La scena che ritengo solitamente più rappresentativa di questa relazione andò in onda all’incirca 12 anni fa nell’ultimo format condotto Santoro sull’emittente La7 . L’ex magistrato e (a giudizio di chi scrive) modesto romanziere Carofiglio, illuminava il pubblico sulla valenza della Teoria della Finestra Rotta, e sulla sua utilità nel combattere una delle cicliche emergenze cucite attorno alla città di Napoli. Per chi non ne avesse consuetudine, la Teoria della finestra Rotta è quel pensiero che ha iniziato ad incrociare il degrado urbano con il crimine, sulla base di un fondamento semiologico. Nella sostanza la percezione di elementi di degrado, lancerebbero al criminale il segnale che l’infrazione normativa (di qualsiasi tipo) sia tollerata, lasciando il campo libero al dispiegamento della sua azione. Ne consegue che ci sia bisogno di politiche “Legge ed Ordine” scatenate contro ogni cosa si muova nel panorama urbano dalle cartacce agli spacciatori. È evidente come l’idea che ci si trovi di fronte alla rappresentazione di un’antropologia predatoria in natura, cui basta leggere dei segnali per scatenarsi, e come tale rappresentazione del mondo sia tecnicamente un pensiero reazionario, perché invita a diffidare stabilmente della cooperazione. Chi ha letto il primo intervento di questa serie ricorderà come le teorie di Wilson, oltre ad essere la quintessenza della criminologia di destra siano anche falsificate dalla Storia del declino del crimine sia in Europa che negli Stati Uniti, che non avvenne solo nelle città in cui vennero applicate le politiche ad essa ispirate, e più in generale, il calo del crimine si verificò in un periodo di cambiamento delle città americane –su questo ritorneremo tra poco- e fu sostanzialmente viziato dal fatto che la misurazione del successo di queste politiche, era già in qualche maniera il presupposto del loro stesso successo.   Ora, in questi giorni pensavo che aver assistito a un ex esponente del sistema giudiziario, ed esponente politico del maggior partito di Sinistra liberale celebrare queste teorie come fondamento delle soluzioni di politica urbana da intraprendere, fosse il livello più basso del dibattito politico. Quando si arriva in fondo però c’è sempre qualcuno che si incarica di iniziare a spalare, e solitamente è un esponente del centrosinistra. Da qui l’insistenza di editoriali Veltroniani sulla Sicurezza, che tempo di fare uscire questo terzo intervento sono addirittura diventati una sequela [1]. Non entrerò nel merito dei presupposti dell’ultimo articolo di Veltroni perché sono sostanzialmente un esempio del meccanismo psico-sociale di conferma del pregiudizio, basandosi su un leggero aumento delle denunce di alcuni reati per ri-lanciare l’urgenza della questione sicurezza. I crimini –come già detto- sono in sé fenomeni rari, al contrario del lavoro o degli acquisti, che sono attività quotidiane. Una loro moderata variazione in un unico intervallo di tempo può pertanto essere effetto del caso. Pensare che una variazione annuale inferiore al 5% avvenuta nel 2024 su alcuni reati basti a falsificare l’intero dibattito sul declino del crimine in Occidente è quantomeno pretenzioso, se non in malafede. Dopo gli anni di crisi economica ci sono sempre dei reati contro la proprietà che hanno un rimbalzo, ma quello che conta nei reati è un trend decennale. Dopo gli anni del Covid ad esempio i borseggi sono stati 236 circa ogni 100mila abitanti contro i 229 del 2019, ciò non toglie che, negli anni dell’austerità, erano ancora di più (298 nel 2014). Non sto dicendo che nei prossimi anni non ci potremo trovare di fronte ad una recrudescenza di alcune pratiche criminali, ma mi sto domandando perché, prima ancora che questo avvenga in maniera manifesta il problema viene posto come costitutivo da una parte “sinistra” della classe dirigente. Che possa esser fatto da destra è autoesplicativo, visto che l’universo discorsivo del mantenimento della sicurezza implica che l’ordine sociale rimanga inalterato essendo il suo scuotimento (l’arrivo di popolazioni alloctone, le ambizioni consumistiche etc.) ad aver provocato il crimine e quindi l’insicurezza. Meno chiaro è perché lo faccia la sinistra liberale. Forse guardando le date del primo discorso citato (erano gli anni dell’austerità) possiamo aiutarci. Se si parla di sicurezza nella maniera in cui lo stanno facendo nelle ultime settimane Veltroni o Renzi, non si parla della crisi sociale devastante, e del fatto che gli unici successi che il Governo Meloni può accampare sono quelli espressi sul piano dell’ordoliberismo europeo (rigore, finanze in ordine, aumento dell’occupazione espresso grazie all’ingrossamento dei flussi turistici dall’estero etc.). Questi punti (di cui il successo nella turistificazione del paese è forse il più importante) sono pienamente condivisi dal centrosinistra di Renzi e Veltroni, che non casualmente sono stati entrambi sindaci. Diciamo che, sul piano sociale, ed escludendo il discorso sulla democrazia e le istituzioni sulle quali si rilevano ancora differenze, l’unico punto di attacco possibile resta questo. A questo punto ci si potrebbe chiedere se il discorso sulla sicurezza agito da “sinistra” sia identico a quello che negli anni settanta portò al fiorire delle indagini statistiche di Vittimizzazione e al consolidarsi di un approccio “realista” in Criminologia. La risposta è no, e ancora una volta andiamo a dare un’occhiata ai dati per capire perché. In Italia ci sono almeno 3 indagini statistiche nazionali che fanno domande sulla percezione di criminalità e sulla paura del crimine. Tutte registrano nell’ultimo decennio un abbassamento degli indicatori di percezione, in linea col declino del fenomeno. Per citare l’indagine aspetti della vita quotidiana si va dal 10,7% delle famiglie che nel 2014 percepivano molto il rischio di criminalità al 6,3 % che lo percepivano nel 2024.Un probabile innalzamento ci potrà essere in questi anni visto il piccolo aumento di alcuni reati ma questo non cambia il quadro che ha davanti chi studia questi processi. Un quadro che si conforma alla consolidata acquisizione di questi studi che ci tocca, visto il livello di propaganda, ricordare. Se subisci un reato tendi ad avere più paura e a percepire maggiormente la criminalità, quindi una maggiore diffusione effettiva tende a sposarsi anche con una maggiore percezione. L’approccio socialdemocratico classico, si rifaceva a questa banale visione tendendo a credere all’aumento della percezione del crimine, quando veniva registrato, per porvi rimedio partendo dai quartieri di edilizia sociale. Quello che il neo-sicuritarismo neo-liberista fa è sostenere che ci sia una epidemia di panico sociale (anche quando questa non c’è) per proteggere di più e meglio i quartieri di interesse turistico. Tutto a posto quindi? Non proprio. Un’evoluzione nel problema della percezione del crimine e della paura urbana c’è e toccherebbe tenerne conto, ma le cose sono –come al solito- molto più complicate. In questo discorso complicato il problema non è solo che dell’espressione “paura del crimine urbano”,  viene falsificata la prima parte (la paura del crimine), ma che viene reificato l’aggettivo (l’urbano), come se la città non fosse un oggetto storico ma il luogo perenne del crimine delle classi pericolose da Jack Lo Squartatore a Blade Runner senza soluzione di continuità. Proviamo quindi a fare un accenno ad un discorso di metodo diverso. Sappiamo che le città, soprattutto nelle loro sezioni storiche, sono state oggetto di una finanziarizzazione degli immobili che li ha resi preda di una bolla speculativa difficile da fermare, nella convinzione che l’unico utilizzo profittevole dello spazio urbano sia quello di destinarlo al consumo usa e getta di flussi turistici esterni, con capacità di spesa altrimenti non presenti sul territorio, e sostanzialmente inesauribili. Lasciamo perdere quanto sia un’illusione sostituire la produzione con il turismo, tutto ciò ha però comportato un’inflazione dei beni immobiliari (al netto di una spiccata oscillazione dei prezzi) molto forte con un conseguente effetto di espulsione dei ceti a medio reddito dai centri cittadini. Ora il panorama urbano dentro cui ci muoviamo è questo. E’ chiaro che quartieri sfrangiati, dove i ricchi vivono sempre di più con i ricchi e i poveri sempre di più con i poveri non sono il modello sociale classico in cui sono cresciute le città mediterranee nel dopoguerra, ma ha a che fare tutto ciò con la percezione della criminalità? Per iniziare a ragionare su questa domanda abbiamo preso le risposte positive alla domanda sul rischio di criminalità dell’indagine sulla Sicurezza dei cittadini posta ai rispondenti dei comuni delle aree metropolitane. Da una parte avremo quindi la percentuale di persone che nelle aree metropolitane delle regioni hanno detto che notavano molto o abbastanza il rischio di criminalità, dall’altra, per ogni regione, abbiamo calcolato un indice di segregazione [2], cioè un indice che stabilisce se abitanti, caratterizzati da redditi diversi, sono distribuiti equamente nelle singole aree urbane (approssimate in questo caso ai codici di avviamento postale) di ogni città. Come si può vedere la relazione è abbastanza rappresentata da una curva lineare. In altre parole mano a mano che sale la segregazione sociale, sale anche la percezione del crimine.  Come e perché questo avvenga, è impossibile dirlo da un grafico senza fare la figura dei Veltroni di turno, ma certamente la segregazione dei ricchi può essere l’occasione che attira tentativi di reati contro la proprietà, così come la segregazione dei poveri può favorire in alcune aree le carriere criminali di persone prive di altre possibilità e che si socializzano ad un percorso nel mercato –ad esempio- degli stupefacenti, come alternativa ad ingressi difficili (o impossibili) nell’economia legale. Un aspetto invece accertato e interessante [3] è che, non solo le classi sociali non sono distribuite equamente nella città, ma i reati non sono equamente distribuiti tra le persone. Poche persone subiscono un numero sproporzionato di reati, anche se questo tratto si è allievato nel corso degli anni col declino del crimine. Ora, se queste poche persone fossero quelle segregate in alcuni e solo in alcuni quartieri, la nostra relazione inizierebbe ad avere un senso, che la riconduce al discorso delle politiche pubbliche francesi sui “quartieri sensibili”, che potremmo tradurre per ragioni di spazio come il fare politiche urbane di rigenerazioni in aree mirate. Neanche questo tipo di politiche hanno avuto un grandissimo successo, per motivi che qui è impossibile approfondire, ma quantomeno ai cugini d’oltralpe sono state risparmiate le fesserie sulle finestre rotte. Il punto, senza girarci intorno, è che dentro alcuni quartieri (classicamente quelli di edilizia residenziale pubblica), si possono sviluppare delle economie criminali legate al mercato delle sostanze. Le vittime dei piccoli reati connessi a queste situazioni sono soprattutto gli abitanti di quegli stessi quartieri. Visto che abbiamo citato il caso francese, concludiamo passando ad una scala europea. L’indagine Eu-SILC oltre a rilevare i redditi pone, in merito alle condizioni di vita, la domanda sulla percezione del rischio di criminalità nella propria area di residenza. Si possono così suddividere le risposte delle famiglie sotto, e sopra la soglia di povertà alla domanda sul crimine nel proprio quartiere. Nel 2023 in quasi tutti i paesi europei (tranne la Polonia) le famiglie povere dicono di soffrire il rischio di criminalità in misura maggiore di quelle non povere. Nei paesi appunto con una maggiore segregazione sociale come la Francia e il Regno Unito (i cui dati risalgono però a prima della Brexit) il divario con cui questa maggiore percezione si dispiega è assai più consistente.  Il collegamento tra segregazione sociale, svantaggio e vittimizzazione potrebbe avere un senso. Solo che le città italiane hanno –finora- distribuito il disagio sociale in maniera abbastanza diffusa nello spazio urbano. Se fosse vero quello che andiamo dicendo, non solo per motivi di giustizia sociale –che lo suggeriscono comunque-, ma anche come forma di contrasto al senso di insicurezza le politiche da fare sarebbero quelle di rigenerazione dei quartieri popolari esistenti e di recupero urbano degli immobili abbandonati in modo da poter distribuire una nuova offerta abitativa destinata alle persone a basso reddito in tutte le parti della città, evitando l’innalzamento della segregazione sociale. Ovviamente Il processo di speculazione selvaggia interconnesso colla turistificazione e l’abbandono delle periferie esistenti stanno andando in direzione opposta, senza che il variopinto mondo delle finestre rotte pensi che sia questa la vera cosa di cui avere paura. Note [1]  Si legga anche Opinioni | Senza sicurezza non siamo liberi | Corriere.it [2]  Abbiamo utilizzato l’indice H multigruppo di Theil, abbiamo poi utilizzato la trasformata logaritmica dell’indice per linearizzare la relazione [3]  Le ultime evidenze empiriche le si trovano qui: REATI CONTRO LA PERSONA E LA PROPRIETÀ_VITTIME ED EVENTI Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

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