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Problematiche dell’autoproduzione editoriale negli anni Novanta Mario Rossetti La documentazione qui proposta si riferisce alla produzione editoriale «di base», o cosiddetta «autogestita», circolante nella prima metà del decennio Novanta nel circuito dei Centri sociali, particolarmente quelli romani. I testi, tranne la scheda della rivista «Infoxoa», sono di Sergio Bianchi. Il primo è composto da note relative a un seminario sul tema delle autoproduzioni editoriali tenuto presso il Centro sociale Brancaleone nel quartiere Montesacro di Roma nel dicembre del 1993. Il secondo, datato gennaio 1994, è una sintesi ragionata di quella esperienza. Il terzo è la proposta, non andata in porto, di realizzazione di una Bollettino autoprodotto da parte di alcuni Centri sociali romani, senza data ma della prima metà del 1993. Il quarto sintetizza l’esperienza della rivista «Infoxoa» interna ai Centri sociali, soprattutto romani. Il quinto è una trascrizione revisionata di un intervento esposto in occasione del convegno Autoproduzione e autogestione nei Centri sociali svoltosi al Centro sociale Forte Prenestino di Roma nell’autunno del 1995. Per l’autoproduzione editoriale di movimento La produzione di riviste extrasistemiche, o antagoniste, dal dopoguerra ad oggi, si dipana, grosso modo, originandosi da cinque grandi ceppi teorici: quello marxista-leninista ortodosso, quello socialista, quello anarchico-libertario, quello operaista e quello situazionista. Escludiamo dal nostro discorso le migliaia di fogli, giornali, bollettini di agitazione e propaganda che i gruppi più o meno organizzati hanno prodotto concentrarci sulle riviste intese come strumenti culturali e teorici, uno strumento cioè che non si fonda sull’immediatezza del quotidiano, dell’attualità ma sui tempi lunghi della riflessione, del ragionamento approfondito. Le aree dell’antagonismo hanno prodotto decine e decine di riviste di questo tipo, la stragrande maggioranza delle quali sono state autoprodotte, cioè non hanno avuto alle spalle alcun editore, ma la stragrande maggioranza ha avuto anche vita effimera. Un numero, qualche numero e poi chiudevano. Questa è stata una costante, un dato statistico, oggettivo. Perché? In parte per le difficoltà materiali che l’autoproduzione storicamente, e ancora oggi, porta con sé: difficoltà finanziarie, volontariato, cioè uso di tempo ed energia, di lavoro non retribuito, di difficolta distributive. Ma oltre a questi problemi di tipo materiale ci sono stati problemi di tipo politico: l’alto grado di sperimentazione e quindi di azzardo culturale, fluttuazione del mercato cioè fluttuazione di interesse dei soggetti destinatari di questi prodotti culturali. Non ultimo il problema della storica litigiosità e della rivalità interne al ceto intellettuale che faceva queste riviste. Perché, appunto, fino ad oggi a fare queste riviste sono stati solo gli intellettuali. Dico fino ad oggi perché credo che oggi qualcosa stia cambiando. Oggi l’intellettualità non è più appannaggio di una casta ristretta ma di una massa di persone. Facciamo l’esempio di me stesso e di Mauro [Trotta]. Noi due non siamo degli intellettuali in senso classico. Non siamo specialisti o professionisti del settore editoriale. Le nostre attività lavorative, pur essendo inerenti la produzione di comunicazione sociale, solo saltuariamente incrociano attività che hanno a che fare con l’editoria in specifico. Eppure noi due abbiamo progettato e realizzato una rivista che è considerata culturale e teorica. Le competenze che ci hanno permesso questo le abbiamo maturate sia nelle occasioni lavorative ufficiali sia nell’impegno politico e culturale negli ambiti del movimento. Voglio dire che le nostre soggettività sono mediamente riscontrabili in quei soggetti che animano gli spazi sociali del movimento. Con questo voglio dire che fare una rivista, contrariamente a quello che si può credere, è virtualmente alla portata di moltissime persone, tra le quali, sono convinto, quelle che sono qui adesso. Ma torniamo al discorso delle riviste in generale. Per quanto riguarda le riviste del passato, le storie di queste riviste, al di la dell’essere state perlopiù effimere, la fortuna che alcune hanno avuto su altre è dipeso dai contenuti che trattavano. Quelle che sono passate alla storia, che sono ricordate, che sono nella memoria, sono riviste che hanno trattato temi fatti propri, durante o dopo, da un movimento di massa. Per gli anni Sessanta è il caso di riviste come «Quaderni rossi», «Classe operaia», «Quaderni piacentini, «Quindici», che hanno trattato temi fatti poi propri dal movimento studentesco del ’68 e da quello operaio del ’69. Negli anni Settanta si possono ricordare «Primo Maggio», «Controinformazione», «Rosso», «aut aut», «Ombre rosse», «Sapere», «Metropoli» e decine di altre. Queste riviste hanno funzionato, in anticipo e/o in contemporanea con i movimenti di massa, da momenti importantissimi di riflessione. Sono state queste riviste a fare da innesco alle centinaia di altri fogli e giornali più propriamente di movimento. Quando un movimento si appropria di una teoria, poi l’articola in mille modi e forme. La porta alle sue estreme conseguenze in termini di verifica pratica attraverso le lotte. Le quali, a loro volta, rigenerano teoria. Sono le lotte a generare la teoria o almeno a stimolarla. Quando non ci sono movimenti di lotta di massa, la teoria ristagna. Basti vedere cosa è successo negli anni Ottanta. Non a caso tutte le riviste degli anni Settanta durante gli anni Ottanta si sono estinte. La ripresa delle riviste non a caso è iniziata da ’90 cioè da dopo la Pantera. Infatti, dal ’90 nascono improvvisamente alcune nuove riviste. Per citarne alcune: «Luogo comune», «La balena bianca», «Riff-Raff», «altre ragioni», «DeriveApprodi», «Millepiani», si rafforza «Decoder»… 1. Il prerequisito fondamentale di qualsiasi progetto editoriale è la soggettività che si attiva, un insieme di soggettività che si attivano per cooperare. 2. La molla che attiva questa soggettività è ovviamente il bisogno di comunicare qualcosa. 3. Parliamo qui della scelta di comunicare questo qualcosa utilizzando il mezzo della scrittura combinata con delle immagini fisse. Il mezzo più vecchio dopo quello orale e gestuale. 4. La scelta successiva è quella di muoversi dentro due prospettive comunicative: - comunicare con intenzioni di interazione. - comunicare con intenzioni di informazione. (fare accenno a quanto è stato detto riguardo la rivista come organo propagandistico di un impianto teorico prestabilito o la rivista forum, la rivista dibattito). 5. Badate bene che questa non è una scelta di poco conto perché rinvia alla concezione di come fare politica, di come concepire l’organizzazione politica e quindi l’organizzazione sociale. 6. Infatti, agire unicamente per informare sottende un modo di fare politica verticale, tipica di tutta la tradizione politica fondata sul rapporto élite/masse, avanguardie/masse. Abbiamo allora, da una parte un comunicare che è informare per convincere, dall’altra un comunicare per contaminare e farsi contaminare. 7. Esiste poi il quesito del target, per usare un termine pubblicitario, cioè dei referenti, dei destinatari, degli interlocutori. Chi si vuole informare e con chi si vuole discutere. Ieri dicevamo che fino ad oggi questa elaborazione teorica è stata esclusivo appannaggio di una élite di intellettuali, ma che oggi, appunto qualcosa sta cambiando. Oggi siamo tutti virtualmente in grado di misurarci su questa questione dell’elaborazione intellettuale, dell’elaborazione teorica. Non esiste mai un destinatario o un interlocutore indefinito, indifferente, indistinto. Nella tradizione culturale della sinistra poi c’è il presupposto che a seconda della fase storica è, di volta in volta, un determinato soggetto sociale, nel suo rapporto con la produzione di ricchezza, ad essere individuato come il motore della trasformazione sociale. È stato così nella fase della produzione pre-fordista, quando il soggetto centrale era l’operaio professionale, l’operaio di mestiere, l’ex artigiano portato forzosamente dentro la grande manifattura; poi, nella fase fordista, l’operaio massa, l’operaio dequalificato, interscambiabile; e ora, nella fase post-fordista, il lavoratore mentale, o almeno alcuni così sostengono. Ecco, tutte le riviste teorico politiche hanno prodotto riflessione e interpretazione attorno al variare storico del soggetto nel suo rapporto con l’organizzazione del lavoro. Gli altri prodotti editoriali, come dicevamo ieri, i fogli, i giornali, i bollettini di propaganda e agitazione, vengono quando una qualche teoria è data, è sistematizzata e si invera nella pratica. dicembre 1993 Sperimentazioni e prototipi «Circa un anno fa, un gruppo di amici e conoscenti interessati, anche in modo generico, a una serie di temi culturali e politici incentrati sulla “crisi della sinistra” ebbero l’idea di dare vita a una pubblicazione autoprodotta: mettere insieme, senza alcuna pretesa di organicità o di osservanza di una linea politica precisa, testi e immagini, preferibilmente di difficile reperibilità, ritenuti utili da segnalare e divulgare. Tanto meglio se poi a questi si fosse aggiunto del materiale di produzione propria. II “contenitore” sarebbe stato molto modesto nella forma: una raccolta di materiali fotocopiati da far circolare “a mano”. L’idea ebbe un primo riscontro negativo, ma non fu abbandonata. Un ristrettissimo nucleo di persone riuscì in pochi mesi a realizzare il n. 0 di “DeriveApprodi”, un progetto più ambizioso di quello originario. Un progetto che è stato reso possibile non solo dal lavoro volontario e gratuito di queste persone, dall’utilizzo delle loro attrezzature e dei loro rapporti personali e di lavoro, ma anche dal risveglio di interesse da parte dell’area inizialmente interpellata che espresse il proprio sostegno con una sottoscrizione capace di garantire la copertura di gran parte delle spese della nuova pubblicazione. Altri hanno inoltre contribuito in modo fattivo con discussioni, suggerimenti, consulenze alla gestazione del n. 0 Premessa Queste prime sommarie note informative sono indirizzate a tutti gli ambiti collettivi di movimento interessati ai processi riguardanti l’elaborazione e la realizzazione di progetti editoriali, in specifico di giornali o di riviste a scadenza periodica. Premettiamo di non essere «specialisti» o «professionisti» del settore in questione, nel senso che le nostre attività lavorative, pur essendo inerenti alla produzione di comunicazione solo saltuariamente incrociano attività che hanno a che fare con l’editoria in specifico. Ciò che intendiamo socializzare sono saperi maturati in parte tramite le occasioni lavorative «ufficiali» e in parte tramite l’impegno politico e culturale negli ambiti del movimento. Le conoscenze accumulate nell’intreccio di questi percorsi ci hanno permesso l’elaborazione e la realizzazione di una rivista a diffusione nazionale che tratta temi teorici e culturali di alcune componenti del movimento. Ciò che motiva questa nostra proposta è proprio il fatto che, considerandoci soggettività con caratteri mediamente riscontrabili nell’insieme delle soggettività che animano gli ambiti di movimento, riteniamo possibile una incentivazione di queste pratiche quanto mai utili ai fini di una radicale trasformazione dell’esistente. Nell’operare la socializzazione di quanto noi stessi abbiamo appreso nell’esperienza che ci ha portato all’autoproduzione della rivista «DeriveApprodi» cercheremo di dare un ordine espositivo dei problemi da affrontare il più possibile razionale. A tal fine crediamo sia utile partire con un primo generale schema in forma di scaletta. Prima fase - Come si elabora la formula editoriale di un giornale o di una rivista periodica di movimento. - Chi sono i soggetti promotori dell’intento. - Quali sono gli elementi che fanno da supporto e che li costituiscono in ambito collettivo. - In quale ambito sociale il collettivo vive e agisce, quali sono cioè gli altri soggetti o collettivi più prossimi. - Qual è il contesto territoriale nel quale vive e agisce il collettivo. - Quali saperi, competenze, esperienze i vari soggetti del collettivo hanno riguardo la creazione e la produzione di comunicazione sociale, in specifico di quella a carattere editoriale. - Cosa si vuole comunicare. - A chi si vuole comunicare. - In che modo si vuole comunicare. Per dare risposta a questi elementi preliminari di carattere più politico e culturale che tecnico è utile il metodo dell’autoinchiesta. La quantità e qualità delle risposte accumulate permetteranno una prima sommaria definizione del grado delle proprie forze utile a definire le caratteristiche e i limiti del progetto. Si passerà così a confrontare questo grado delle proprie forze ai problemi di carattere più specificatamente tecnico e organizzativo. Seconda fase Approssimazione di un primo ambito di impegno redazionale. - Apprendimento generale delle voci che compongono un preventivo di spese per la realizzazione del progetto: 1) Spese di costituzione giuridica associativa o societaria editoriale: compenso notaio, registrazione testata preso tribunale, tasse. 2) Spese redazionale: telefono, fax, cancelleria, corrispondenza, eventuali macchinari, esempio fotocopiatrice, macchina da scrivere, computer ecc., rimborsi per eventuali viaggi, eventuali compensi ai redattori. 3) Spese di impaginazione: videoimpaginazione o fotocomposizione; ricerca-realizzazione-sviluppo-stampa-trattamento delle immagini. 4) Spese tipografiche: sviluppo pellicole, fotoincisione, lastre, carta, stampa, confezionamento. Terza fase Definizione dell’ambito redazionale e suddivisione dei compiti. Definizione della periodicità di uscita della pubblicazione. Definizione di un preventivo dei costi almeno del primo numero della pubblicazione. Definizione di un piano finanziario (mezzi di reperimento del capitale iniziale, preventivi di bilancio entrate-uscite). Ricerca e definizione di un’area di autori e relativi accordi. Ricerca di uno o più grafici e accordi per la realizzazione del progetto grafico. Ricerca e accordi con il tipografo. Dopo la realizzazione del primo numero della pubblicazione, ricerca del distributore e relativi accordi. Definizione e organizzazione di altre forme di distribuzione. Ciascuno dei punti elencati nella scaletta si articola in sottopunti la cui specificazione e trattamento si rimanda agli eventuali incontri che seguiranno. Appunti di metodo 1) Diffondere e fare circolare questo primo scritto tra il maggior numero di persone potenzialmente interessate all’argomento. 2) Creare un punto di riferimento per la raccolta delle adesioni. 3) Valutare (in base alla consistenza delle adesioni raccolte) l’opportunità di avviare il progetto di esposizione. 4) Organizzare un metodo razionale di esposizione che preveda: a) una serie di incontri a partire dai temi generali passando gradualmente a quelli più specifici. b) La produzione di dispense a supporto delle esposizioni verbali. c) Il coinvolgimento di «tecnici» che espongano con esempi concreti i vari passaggi del «processo produttivo» di una pubblicazione editoriale (per esempio come si fa il trattamento dei testi, quali tecnologie e competenze occorrono per la videoimpaginazione ecc.). gennaio 1994 Progetto di «Bollettino» dei Centri sociali romani L’idea che si propone è la realizzazione di un giornale autoprodotto e autodistribuito da alcuni dei Centri sociali romani. La formula editoriale del giornale sarebbe quella del Bollettino di informazione delle elaborazioni teoriche e pratiche espresse all’interno dei Centri. Tendenzialmente, quindi, una «casella postale» che riceve e procura documentazione scritta e visiva prodotta all’interno Centri e che successivamente ordina per temi. Per esempio: I) calendari informativi delle iniziative previste in ogni Centro; 2) rendiconti delle iniziative svolte; 3) esposizioni di iniziative culturali: progettate o realizzate: musica, teatro, cinema, audiovisivi, poesia, letteratura etc.; 4) informazione sulle lotte; 5) produzioni teoriche. La periodicità prevista è mensile. L’intenzione e di realizzare una cosa utile, nuova, bella che abbia una referenza «interna» (gli animatori e i frequentatori dei Centri) e una «esterna» (la citta). A tal fine occorrono competenze reali e non pressapochismi dilettantistici che farebbero immediatamente naufragare il progetto. Vanno scartate in partenza illusioni volontaristiche. Al di la di considerazioni di carattere politico il buon senso obbliga a pensare che chi si farebbe carico di organizzare questa iniziativa lo dovrebbe fare a tempo pieno e a ritmi massacranti. Un reddito a riguardo è quindi da mettere preventivamente nei costi. Le fasi di realizzazioni del progetto dovrebbero prevedere: 1. Versamento da parte di ogni Centro disponibile della propria quota di capitale per l’avviamento (acquisto strumentazione tecnica, compenso redattore, costi vivi del primo numero). Laddove un Centro mettesse a disposizione una parte di strumentazione tecnica già in suo possesso questa sarebbe sostitutiva della quota in danaro. La strumentazione tecnica consisterebbe in: computer, stampante laser, scanner, fotocopiatrice, fax, modem, linea telefonica. Il passaggio successivo potrebbe essere la costituzione di una qualche forma di associazione editoriale. Verrebbe quindi l’elaborazione di un progetto grafico. La messa in conto di un minimo di spese per un lancio pubblicitario. Per evitare altri costi occorrerebbe pensare di ricavare lo spazio redazionale all’interno di una struttura autogestita. Come punti distributivi si possono pensare i Centri sociali stessi, le piccole librerie e i centri di documentazione del movimento, le librerie Feltrinelli e Rinascita, alcune edicole cittadine collocate in punti strategici e previa opportuna pubblicizzazione, la vendita militante tramite banchetti ecc. 2. Note sull’eventuale redattore-organizzatore. All’inizio potrebbe essere una persona sola, più avanti, con il consolidarsi dell’iniziativa, altri potrebbero aggiungersi. Costui dovrebbe avere alcune qualità e requisiti quali: competenze tecniche redazionali, di videoimpaginazione, di stampa, di distribuzione, una reale internità al circuito dei Centri sociali, dovrebbe godere della fiducia, della stima di tutti o quasi. Un po’ di conti Materiale tecnico: computer MC Centris con monitor colori 14 pollici on lettore cd e hard disk a 16 ram: 5.100.00; (230 mega) datapak id 45: 960.000; scanner: 2.600.000 (con programma photoshop, stampante laser 300 punti 2 MB ram: 1.800.000; fotocopiatrice buona: 3.000.000; fax: 1.000.000, modem: 300.000; linea telefonica: 200.000; Totale: circa 15.000.000. Siccome si pensa a una cosa bella, con buona grafica, buona carta ecc., indichiamo queste cifre del tutto approssimative ma utili per farsi un’idea.Tiratura: 5.000 Costo a copia: 2.000* Prezzo di copertina: 5.000 (in fondo poco più di un pacchetto di sigarette). Compenso redattore: 2.000.000 Telefono, fax, cancelleria, rimborso spere vive collaboratori, varie, imprevisti ecc.: 500.000 Totale costo di un numero 12.500.000 La copertura dei costi si otterrebbe vendendo 2.500 copie. Da qui in su sarebbe tutto ricavo netto che andrebbe ad ammortizzare il capitale originario investito con le quote e a potenziare il progetto. Il calcolo di 2.000 a copia prevede una rivista molto lussuosa, addirittura a colori, se non tutta almeno in parte. Questo è dovuto all’alta tiratura, poiché più è alta la tiratura più basso è il costo della singola copia. Prima generica proposta di prospetto di formula editoriale: - Ipotesi formato: A4 (cm. 2Ix29) - Numero pagine: 62 - Copertine con immagine a pagina piena ed elenco dei Centri sociali che collaborano al numero Al posto del classico «editoriale», improponibile perché implicherebbe la realizzazione di un punto di vista comune e omogeneo tra tutti i Centri, si propone la «rubrica» di apertura Evento e mutazione: un fatto accaduto in città, piccolo o grande che sia, comunicato o non comunicato dai grandi media, offre lo spunto, l’aggancio, per la segnalazione, la registrazione di una mutazione in atto nelle relazioni sociali metropolitane di volta in volta sui vari piani: culturali, produttivi, comunicazionali ecc. La rubrica è affidata per ciascun numero a un singolo Centro con il criterio della rotazione: 3 pagine. - I calendari dei centri: per quanto è possibile la programmazione delle attività dei Centri con schede informative molto curate su musica, cinema, audiovisivi, teatro, letteratura, conferenze, dibattiti ecc.: 12 pagine. - Lavori in corso: i progetti in cantiere nei Centri con qualche concessione all’immaginario e all’utopia: 12 pagine. - Avvisi vicini: informazioni ritenute utili su attività e progetti di uno o più Centri sociali italiani: 5 pagine. - Avvisi lontani: idem ma dai Centri sociali del panorama internazionale, riprendendo magari «pezzi» della loro produzione editoriale: 5 pagine. - Mon amie: il mio amico, l’«intellettuale eretico» complice e partecipe: il regista, lo scrittore, il pittore, il musicista che interviene direttamente sui temi dei Centri sociali: 5 pagine. – Immagini: disegni, foto, fotomontaggi, collage, fumetti ecc. a grandi dimensioni o a pagina piena: 10 pagine. Note sulle possibili forme di organizzazione redazionale Una o due persone dovrebbero coordinare il lavoro redazionale complessivo funzionando quindi da «centralizzazione». I problemi di decisionalità e di discrezionalità nella scelta di cosa pubblicare verrebbero eliminati o fortemente limitati dalla rigorosa definizione degli spazi del giornale, sia per quanto riguarda la lunghezza delle sezioni che la lunghezza dei singoli articoli. Si eviterebbe cioè la necessità di operare dei «tagli» che comporterebbero inevitabilmente criteri di discrezionalità soggettiva. Sarebbe ottimale la formazione all’interno di ogni Centro sociale di un ambito redazionale o l’assunzione di funzioni redazionali, all’inizio, anche da parte di una sola persona che farebbe da cerniera tra l’assemblea del Centro sociale e l’ambito di coordinamento complessivo. All’assemblea di ogni Centro sociale verrebbero sottoposti per l’approvazione gli articoli realizzati anche da un solo soggetto, da più soggetti, da gruppi o collettivi. Il redattore provvederà quindi a centralizzarli ai coordinatori. Per le immagini sarebbe auspicabile la formazione di un ambito di progettazione e realizzazione specifico composto da soggetti possibilmente appartenenti a più Centri sociali promotori dell’iniziativa. La rivista «Infoxoa» «Infoxoa» nasce come rivista nel 1997 dall’esperienza dei Centri sociali e dell’area autogestita di Roma. In 10 anni di attività sono usciti 20 numeri, che si trovano in versione cartacea e anche telematica in una versione solo testo sul sito www.infoxoa.org. Infoxoa si dota così, a partire dal numero 0, di un nodo redazionale che funge da collegamento, stimolo al dibattito e produzione del numero, la redazione non è mai «fissa», ma per scelta, si è aperta agli interventi più vari cercando di far parlare diverse esperienze in movimento. La rivista si auto-finanzia, non fa pubblicità e ama essere distribuita tramite canali non ufficiali, dai Centri sociali, dai collettivi politici, dai singoli giramondo, dalle librerie indipendenti. La rivista cartacea e la webzine, si occupano in particolare di alcune tematiche politiche, sociali e culturali dei movimenti di massa e radicali, facenti parte della lunga esperienza dei movimenti legati al comunismo, sociali, rivoluzionari degli ultimi anni del Novecento. Infoxoa sta per informazione (info) e per csoa, Centri sociali occupati autogestiti, (xoa), ma la x sta anche a significare più cose, ovvero la molteplicità dei soggetti e delle lotte, la diffusione di idee e sperimentazioni, nonché l’incognita della domanda e della problematizzazione delle esperienze di conflitto e di movimento, in particolare dei Centri sociali. In 10 anni vi hanno scritto centinaia di persone e decine di realtà in movimento, dai Centri sociali ai sindacati di base, dalle realtà ambientaliste a chi si occupa di media indipendenti. I 20 numeri della rivista: estate 1997: n. 0, ottobre n. 00, dicembre n. 3. 1998: marzo n. 4, maggio n. 5, settembre n. 6. 1999: gennaio n. 7, aprile n. 8, luglio n. 9, ottobre n. 10. 2000: marzo n. 11, dicembre n. 12, 2001: aprile n. 13, giugno n. 14. 2002-2003: n. 15, n. 16, n. 17. 2004: giugno n.18. 2005: marzo n. 19. 2006: ottobre n. 20. (da www.edueda.net) s.d. ma secondo semestre 1993 Su autoproduzione e autogestione nei Centri sociali negli anni Ottanta e Novanta* Nel rapportarmi a questo dibattito prendo per buono l’avvertimento di Sergio Bologna espresso in altra sede ma, credo, del tutto pertinente anche in questa: «È illusorio cercare ruoli in comunità precostituite come i Centri sociali. I giovani che le hanno fondate hanno fatto tutto da soli, si sono creati sistemi relazionali che li hanno strappati dall’emarginazione sociale e civile. Non hanno avuto e non hanno bisogno di noi». Per quel «noi» si intende quei soggetti delle generazioni precedenti a quella degli anni Ottanta che ha fondato l’esperienza dei Centri sociali occupati autogestiti. Chi appartiene alla storia di un movimento che ha subìto una sconfitta clamorosa, ed è stato assente dalla genesi di un movimento successivo, non ha titoli per dire cosa occorre fare, dove occorre andare. Può solo, con prudenza, contribuire a fornire elementi di dibattito, rispondere dietro richiesta più che dichiarare a priori. Prendere la parola non è quindi facile, soprattutto se quel che si ha da dire non si annota sul registro delle conferme ma su quello delle smentite, su quello della critica. Riguardo al merito del dibattito, in un primo momento il termine autoproduzione non mi ha fatto venire in mente niente che, da quindici anni a questa parte, non sia già stato detto e ridetto dalle stesse persone che hanno continuato a fare le medesime cose, nella maggior parte dei casi fatte male e in modo approssimativo, sia nelle forme che nei contenuti. Ma poi, riflettendo meglio, ho pensato: perché le tematiche dell’autoproduzione e dell’autogestione – tematiche che hanno avuto rilievo nella storia del movimento operaio, soprattutto deisuoi settori più radicali – si sono ridotte oggi a un’ideologia rozza, semplicistica, a una pratica naif del «fai da te»? Forse perché nel decennio della rivoluzione informatica – che ha scompaginato paradigmi e riferimenti concettuali consolidati e tramandati – il «movimento degli spazi sociali autogestiti» non è sorto da un progetto forte di trasformazione ma da una reazione istintiva di resistenza. Una resistenza ai ritmi e alle regole dell’economizzazione della vita nella sua interezza. Davanti a ciò la parola d’ordine di quel movimento, povera ma efficace, fu cioè quella di resistere all’omologazione imperante, punto e basta. Comprensibile, dato che sul panorama dell’antagonismo politico e culturale imperava un silenzio avvilito, un’assenza di pensiero, un contemplare attonito gli effetti devastanti di un bombardamento subìto, e riuscito. Comunque, quella resistenza ha prodotto degli effetti emersi gradualmente nel corso degli anni in termini di acquisizione di visibilità, di riconoscimento e riscontro nel valere da riferimento sociale per altri soggetti sensibili al disagio. Quei riscontri sono bastati a fondare una piccola storia, una piccola tradizione con il suo corollario di miti e rituali, insomma una specifica cultura. Una cultura però fragile, irriflessa, conchiusa perché essenzialmente fondata sull’autoreferenzialità, sulla conferma di sé data da sé o dall’immediato adiacente. Tanto è bastato a garantire la certezza di possedere un’identità piena di senso, ricca di una cultura alternativa capace di diffondersi socialmente. Il meccanismo della spettacolarizzazione, di cui si ciba quotidianamente il sistema dell’informazione, ha poi compiuto il resto: un relativo rilievo giornalistico e televisivo ha contribuito a creare la convinzione d’essere soggetti centrali nello scontro politico. Chi nasce in un fortino assediato trae la forza di resistere dagli elementi riferiti al culto dell’appartenenza familistica, clanistica. Anche quando i ponti levatoi potrebbero essere calati perché l’assedio non c’è più ha il sopravvento la coazione a ripetere forme di pensiero e di azione riferite agli elementi fondativi, costitutivi della propria identità. Quindi, i Centri sociali nati negli anni Ottanta, dove autoproduzione e autogestione sono ampiamente sperimentate, hanno dato e tuttora danno risposta a tematiche di ordine esistenziale prima che politico, si collocano cioè nello spazio della pre-politica, costruiscono aggregazione e consenso prioritariamente attorno a quella sfera. L’invenzione di un loro agire politico e culturale sconta lentezze, contraddizioni, errori, ricominciamenti. Abbiamo già detto come nel momento costitutivo dei Centri sociali, all’inizio degli anni Ottanta, autoproduzione e autogestione abbiano assunto un significato simbolico valevole di per sé, indipendentemente dalla qualità dei contenuti e delle forme che esprimevano. Non c’era la pretesa di possedere un progetto politico. Piuttosto che pensare di trasformare la società si pensava che da essa occorreva difendersi strappandole spazi interstiziali dove sperimentare relazioni non sottoposte ai vincoli della sua morale e delle sue leggi. L’importante era affermare un rifiuto, una sottrazione, come presupposto e requisito indispensabile alla sperimentazione di un’alterità esistenziale. Nel corso degli anni però le cose sono cambiate. La pervasività delle tecnologie informatiche applicate agli strumenti informativi e comunicativi hanno rideterminato la sensibilità sociale generale, hanno smantellato le vecchie forme nelle quali si rappresentavano le identità collettive, hanno cancellato o trasfigurato gli spazi in cui si condensavano. In breve tempo la socializzazione è diventata un bene scarso perché i suoi costi sono stati progressivamente depennati dagli indici di bilancio delle politiche sociali istituzionali. È in questa contingenza di domanda di socializzazione inevasa che i Centri sociali si sono ritrovati a valere da referenti di un’offerta capace di garantire, almeno parzialmente, il contenimento di tensioni indotte dal disagio, tensioni che avrebbero potuto sfociare in comportamenti «devianti» socialmente diffusi, difficilmente controllabili e contenibili, gravosi soprattutto sul piano economico. È forse anche per queste ragioni che il comportamento di alcuni settori della politica istituzionale nei confronti dei centri sociali è mutato e al bastone ha cominciato ad alternare l’uso della carota. Ma questo passaggio di fase è stato perlopiù frainteso da alcuni ceti politici dei Centri sociali che hanno letto l’offerta istituzionale di una «trattativa» come determinata unicamente dal grado raggiunto dalla propria forza aggregativa, dall’espressione della propria rappresentanza politica reale e potenziale. Un’altra distorsione di lettura degli eventi e dei processi prodotta dall’abitudine a ragionare in termini autoreferenziali, senza tener conto della complessità delle determinazioni politiche generali. Comunque, agli inizi del decennio Novanta, sollecitati dall’irruzione del movimento studentesco della Pantera e dal crollo del vecchio sistema dei partiti, i Centri sociali sono stati messi di fronte all’urgenza di aprirsi a una socializzazione larga e indistinta o perire per assuefazione e inedia. Qui siamo all’attualità, all’irrisolutezza di questo passaggio, all’accumulo dei suoi ritardi, all’ineguatezza dell’intelligenza utile a favorirlo. Infatti, mentre con le parole si afferma la ne- cessità di adeguare autoproduzione e autogestione al «nuovo corso» degli anni Novanta, con la mentalità si è rimasti alle sue pratiche degli anni Ottanta. La paura della «contaminazione» con tutto ciò che ha veste istituzionale arriva a impedire la cooperazione con quei soggetti che, collocati in quel campo, offrono l’occasione di un’appropriazione di saperi che valorizzerebbero le autoproduzioni favorendone uno sviluppo capace di superare le sue attuali espressioni ridotte alla fornitura di servizi sociali di basso contenuto e qualità. Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni «terzomondiste», retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico. Al mercato non ci si può «sottrarre» perché nel mercato ci si sta dentro, sempre e comunque. Allora, se il problema dello «stare dentro» non si pone, perché è un falso problema, il problema vero diventa unicamente come essere contro. La «sottrazione» al mercato non passa per la riduzione dei costi di produzione di una merce ottenuta dall’abbattimento del costo del lavoro vivo tramite autosfruttamento in cambio di un autoreddito da fame (così come largamente viene intesa e praticata l’autoproduzione). Ciò che si deve piuttosto sottrarre al mercato sono i «saperi alti», quelli che dentro al mercato stanno perché sinora solo lì dentro trovano le condizioni materiali per esprimere il massimo della loro potenza produttiva di ricchezza. Per concludere, alcune annotazioni sulle esperienze dell’autoproduzione. Intanto occorre dire che la gran parte di esse non si collocano dentro i Centri sociali ma, pur essendo spesso maturate al loro interno o in rapporto a essi, se ne collocano fuori bordeggiandoli anche, se non soprattutto solo, per questioni di referenza di mercato. Domandiamoci perché i soggetti che animano le autoproduzioni più significative non scelgano di collocare le loro iniziative «autoimprenditoriali alternative all’in- terno degli spazi sociali autogestiti. Di seguito alcune, parziali, possibili risposte. 1) La stragrande maggioranza di questi luoghi non offrono le condizioni logistiche per impiantare un’iniziativa imprenditoriale. 2) L’ambito decisionale di quei luoghi è un’assemblea che si ritiene legittimata a discutere e prendere decisioni collettive su tutto ciò che si svolge nel luogo. Si crea pertanto una situazione di interferenza decisionale esterna e generale a chi materialmente si ritrova a gestire direttamente un’impresa specifica. Forme, contenuti, metodi e finalità dell’impresa costituita da un piccolo gruppo si ritrovano a essere vagliate da un insieme indistinto di persone che spesso non hanno neppure le competenze elementari per entrare nel merito dei problemi. 3) Qualsiasi produzione implica rapporti di mediazione col mercato «ufficiale», quindi col denaro ecc., elementi vissuti spesso ideologicamente con disagio e contraddizzione. 4) Qualsiasi iniziativa imprenditoriale, pur modesta che sia, necessita la costruzione di relazioni con soggetti e strumenti esterni a quei luoghi. La loro esternità è sempre guardata con sospetto, se non addirittura considerata illegittima. Si creano pertanto condizioni di inospitalità per tutti quei soggetti detentori di saperi esterni alla quotidianità di quei luoghi che, prima di essere accettati e messi nella condizione di operare, si ritrovano nella condizione di intraprendere il defatigante processo della loro legittimazione che passa attraverso la lenta costruzione di rapporti personali fiduciari e l’accettazione del complesso cerimoniale che precede l’iniziazione all’appartenenza. autunno 1995 * Questo testo è stato pubblicato anche in: Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu edizioni, Milano 2016. Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi, di cui è stato amministratore e direttore editoriale per 25 anni. Ha curato diversi saggi sui movimenti politici degli anni Settanta.
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Telestreet Giornale interattivo Nel marzo del lontano 2003 DeriveApprodi (prima gestione) pubblicò il primo e unico numero del «giornale mediattivo» «Telestreet». Purtroppo si trattò di un fuoco fatuo, come fatuo fu l’agitarsi mediattivo che si era creato attorno al progetto di mettere in rete la sessantina di «televisioni di strada» nate un po’ ovunque in Italia. Erano gli anni della piena affermazione governativa berlusconiana che faceva perno sul suo impero televisivo. Buona parte dei contenuti del giornale furono pensati da Franco Berardi Bifo e dai sopravvissuti di quella fantastica esperienza che fu Radio Alice e il giornale «A/traverso», a partire da Ambrogio Giancarlo Vitali. Alla realizzazione di «Telestreet» collaborarono in forme diverse: Nanni Balestrini, Federico Beliz, Franco Berardi (Bifo), Sergio Bianchi, Monia Cappuccini, Fiammetta Ghedini, Naomi Klein, Marco Magagnoli, Daniele Ongaro. Graphic design: Andrea Wöhr. Per visionare la rivista scaricare il pdf di seguito.
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La pietà? Ridicola. La fantasia? Una malattia Fabio Rosso (particolare) La censura colpì duramente Noi, questo avveniristico e lungimirante atto d’accusa contro la spietata e progressiva diffusione dell’organizzazione scientifica del lavoro nella società sovietica. Scritto in forma di diario tra il 1919 e il 1921 e pubblicato nel ’24 in inglese, questo romanzo costò all’autore, Evgenij Ivanovič Zamjatin, la condanna a essere privato della possibilità di scrivere; pena che lo stesso autore chiese a Stalin di commutare in esilio, visto che la situazione pesava sul suo animo come una pena di morte. NOI verrà pubblicato per la prima volta in Unione Sovietica solo nel 1988. Nella città di vetro e di acciaio dello Stato Unico dove l’organizzazione statale ha individuato nel libero arbitrio la causa della tristezza, le persone sono ridotte a numeri e vivono nel rigoroso rispetto dell’autorità del Benefattore, garante di una felicità matematicamente calcolata: «Trascrivo semplicemente – parola per parola – quel che è stato pubblicato oggi nel Giornale Statale: Tra 120 giorni sarà portata a termine la costruzione dell’Integrale. È vicino il grande momento storico, in cui il primo Integrale si lancerà nello spazio dei mondi. Mille anni fa i vostri eroici antenati piegarono al potere dello Stato Unico tutta la sfera terrestre. Un’impresa ancor più gloriosa vi attende: integrare la sconfinata equazione dell’universo per mezzo dell’Integrale elettrico di vetro, dal respiro di fuoco. Toccherà a voi piegare al benefico giogo della ragione gli esseri ignoti che abitano sugli altri pianeti, forse ancora nel selvaggio stato di completa libertà. Se essi non comprenderanno che noi portiamo loro la felicità matematicamente esatta, è nostro dovere costringerli ad essere felici. Ma prima dell’arma noi sperimentiamo la parola». Ovviamente, nello Stato Unico tutti votano per il Benefattore: «Domani è il giorno delle elezioni annuali del Benefattore. Domani affideremo di nuovo al Benefattore le chiavi dell’incrollabile tesoro della nostra felicità. Si capisce che queste elezioni non assomigliano in nulla e per nulla alle disordinate e disorganizzate elezioni degli antichi, quando – fa ridere dirlo – non si sapeva neanche in anticipo quello che sarebbe stato il loro risultato. Costruire uno stato su casualità non calcolate, alla cieca – che cosa ci può essere di più insensato? […] Noi non abbiamo nulla da nascondere e nulla di cui vergognarci: festeggiamo le elezioni apertamente, onestamente, alla luce del giorno. Vedo che tutti votano per il Benefattore e tutti vedono che anche io voto per il Benefattore – e come potrebbe, del resto, essere diversamente, dal momento che tutti ed io siamo un unico Noi? Questa procedura è molto più nobilitante, più sincera e più alta del mistero timoroso da delinquenti, degli antichi! E poi, essa è molto più conforme allo scopo. E poi, anche ammettendo l’impossibile, cioè una qualsiasi dissonanza nella comune monofonia, dal momento che i Guardiani Invisibili sono qui tra le nostre file, sarebbe loro facile stabilire subito i numeri caduti in tentazione, salvandoli da ulteriori passi falsi e salvando lo Stato Unico da loro». Nello Stato Unico si fanno figli come bestie: «Mi è capitato di leggere o ascoltare molte cose inverosimili sui tempi in cui gli uomini vivevano allo stato selvaggio, libero, cioè non organizzato. Ma proprio questa m’è sembrata la cosa più inverosimile, come era possibile che il potere statale di allora, fosse pure stato un potere embrionale, ammetteva che gli uomini vivessero senza nulla di simile alle nostre Tavole della legge, senza passeggiate obbligatorie, senza un preciso regolamento delle ore dei pasti e che si alzassero e andassero a dormire quando passava loro in mente; alcuni storici dicono perfino che a quei tempi nelle strade per tutta la notte c’erano lampioni accesi e tutta la notte la gente si spostava a piedi o con i mezzi. […] Non è assurdo che uno stato (e aveva il coraggio di chiamarsi stato!) potesse lasciare senza alcun controllo la vita sessuale? Chi, quando e quanto voleva… Del tutto ascientificamente, come bestie. E come bestie, facevano figli alla cieca». Nello Stato Unico la poesia è un servizio dello Stato: «Io pensavo: come è potuto succedere che agli antichi non sia saltato agli occhi tutta l’assurdità della loro letteratura e poesia? L’enorme e magnifica forza della parola artistica andò perduta per niente. È semplicemente ridicolo: ognuno scriveva quel che gli passava per la testa. Ridicolo e assurdo come il fatto che il mare presso gli antichi per giorni e notti batteva la riva passivamente e i milioni di chilogrammetri contenuti nelle onde servivano solo a riscaldare i sentimenti degli innamorati. Noi dal bisbiglio amoroso delle onde abbiamo ricavato l’elettricità, della furiosa belva muggente e bavosa abbiamo fatto un animale domestico; alla stessa maniera anche l’elemento della poesia una volta selvaggio è stato addomesticato e soggiogato. Adesso la poesia non è più un invadente fischio di usignolo: la poesia è un servizio dello Stato; la poesia è utilità. Nello Stato Unico le pareti degli edifici sono trasparenti, non esistono né vita privata né intimità e anche fare l’amore è regolato da orari e modalità inflessibili: «Arrivato a casa, andai alla cancelleria, mostrai al guardiano il mio biglietto rosa e ricevetti l’autorizzazione ad abbassare le tendine. Questa autorizzazione l’abbiamo soltanto per i giorni sessuali. Di solito nei nostri muri trasparenti, che sembrano tessuti di aria scintillante noi viviamo sempre in bella vista, eternamente lavati dalla luce. Non abbiamo da nasconderci nulla l’un l’altro. Ciò facilita il pesante ed elevato compito dei Guardiani. Altrimenti, chissà cosa potrebbe succedere! Forse sono state proprio le strane, opache abitazioni degli antichi a generare in loro la miserabile psicologia cellulare». Nello Stato Unico la pietà è ridicola: «Alla prima esplosione sotto il tubo del motore c’erano una decina di curiosi del nostro cantiere – non c’è rimasto assolutamente nulla, soltanto qualche briciola e della fuliggine. Annoto qui con orgoglio che il ritmo del nostro lavoro in questa occasione non si è arrestato nemmeno per un secondo e nessuno si è spaventato: noi e le nostre macchine abbiamo continuato il nostro movimento rettilineo e circolare con la stessa identica precisione come se non fosse successo nulla. Dieci numeri – si tratta soltanto della centomilionesima parte della massa dello Stato Unico, secondo i calcoli pratici un infinitamente piccolo di terz’ordine. Solo gli antichi conoscevano la pietà a causa della scarsa conoscenza dell’aritmetica: noi la consideriamo ridicola». Nello Stato Unico la fantasia è una malattia: «[…] voi siete malati. Il nome di questa malattia è: Fantasia. Ed è un verme che scava rughe nere sulla fronte. È una febbre che vi spinge a correre sempre più lontano – nonostante che questo più lontano cominci là dove finisce la felicità. È l’ultima barricata sulla via della felicità. Ma rallegratevi: è già stata fatta saltare in aria. Via libera. L’ultima scoperta della Scienza Statale è che il centro della fantasia è un misero nodo cerebrale nel campo del ponte di Varoliev. Con una triplice applicazione di raggi X a questo nodo voi sarete liberati dalla fantasia. Per sempre. Voi siete perfetti, siete uguali alle macchine, la via alla felicità è libera al cento per cento. Affrettatevi tutti – vecchi e giovani – affrettatevi a sottoporvi alla Grande Operazione. Correte agli auditori dove eseguono la Grande Operazione. Evviva la Grande Operazione! Evviva lo Stato Unico, evviva il Benefattore!». Nello Stato Unico ogni mattina milioni di persone si alzano come un essere solo. Alla stessa unica ora milioni di persone cominciamo il lavoro e alla stessa unica ora lo terminano. Nello stesso secondo indicato dalla Tavola, nello Stato Unico milioni di mani portano il cucchiaio alla bocca, e nello stesso secondo escono per fare una passeggiata o per andare all’uditorio o per andare a dormire. Nello Stato Unico s’è finalmente realizzato il sogno di chiunque ha avuto, ha e avrà il Potere in mano, quello di spegnere la fiaccola che arde nell’unicità dell’individuo riducendo popolazioni intere in uno spaventoso Unico enorme che non solo nessuno contesta ma da cui, addirittura – equi sta il capolavoro di chi comanda –, il singolo trae persino coraggio: «Una campanella squillante, cristallina al capezzale: le sette, alzarsi. A destra e a sinistra, attraverso le pareti di cristallo mi sembra di vedere me stesso, la mia camera, il mio vestito, i miei movimenti, ripetuti migliaia di volte. Ciò dà coraggio: ti vedi come la parte di un Unico enorme, imponente. Di una tale bellezza, perfetta: nessun gesto superfluo, nessuna sfumatura, nessuna rottura». Marco Sommariva (Genova 1963) èautore di numerosiromanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com Pity? Ridiculous. Imagination?A Disease Censorship struck We with particular force, this futuristic, far-sighted indictment of the ruthless and ever-expanding spread of the scientific organisation of labour within Soviet society. Written in diary form between 1919 and 1921, and published in English in 1924, the novel earned its author, Yevgeny Ivanovich Zamyatin, a sentence depriving him of the possibility of writing; a punishment he himself asked Stalin to commute to exile, since it weighed on his spirit like a death sentence. We would not be published in the Soviet Union until 1988. In the glass-and-steel city of the One State, where the state has identified free will as the root of unhappiness, people are reduced to numbers and live in strict obedience to the authority of the Benefactor, guarantor of a mathematically calculated happiness. I simply transcribe — word for word — what was published today in the State Newspaper: «In 120 days the construction of the Integral will be completed. The great historic moment is near, when the first Integral will launch itself into the space of worlds. A thousand years ago your heroic ancestors brought the whole globe under the power of the One State. An even more glorious task awaits you: to integrate the boundless equation of the universe by means of the glass electric Integral, breathing fire. It will fall to you to bend, to the beneficent yoke of reason, the unknown beings who live on other planets, perhaps still in the wild state of complete freedom. If they do not understand that we bring them mathematically exact happiness, it is our duty to force them to be happy. But before the weapon we try the word». Naturally, in the One State everyone votes for the Benefactor: «Tomorrow is the day of the Benefactor’s annual election. Tomorrow we shall once again entrust to the Benefactor the keys to the unshakeable treasure of our happiness. It goes without saying that these elections bear no resemblance whatsoever to the chaotic, disorganised elections of the ancients, when — absurd as it is to say — no one even knew in advance what their outcome would be. To build a state blindly, on uncalculated chance — what could be more senseless? […] We have nothing to hide and nothing to be ashamed of: we celebrate the elections openly, honestly, in the light of day. I see that everyone votes for the Benefactor, and everyone sees that I vote as well for the Benefactor — and how could it be otherwise, after all, when everyone and I are a single We? This procedure is far nobler, more sincere and more elevated than the criminals’ fearful secret of the ancients! Besides, it is far more suited to its purpose. And besides, even if one were to admit the impossible — that some dissonance might arise in the common monophony — since the Invisible Guardians are here among us, it would be easy for them at once to identify the numbers who had fallen into temptation, saving them from further missteps and saving the One State from them». In the One State, children are conceived like animals: «I have read or heard many implausible things about the times when men lived in a savage, free state — that is, unorganised state. But this seemed to me the most implausible of all: how was it possible that the state power of that time, however embryonic, allowed people to live without anything resembling our Tables of the Law, without compulsory walks, without a precise regulation of mealtimes, and to get up and go to bed whenever they pleased? Some historians even claim that in those days the streets were lit all night long and people moved about throughout the night, on foot or by transport. […] Is it not absurd that a state (and it dared to call itself a state!) could leave sexual life entirely without control? Whoever wanted, whenever they wanted, as much as they wanted… Entirely unscientifically, like animals. And like animals, they had children blindly». In the One State, poetry is a service to the state: «I thought: how could it be that the ancients never noticed the utter absurdity of their literature and poetry? The immense and magnificent force of the artistic word was squandered for nothing. It is simply ridiculous: everyone wrote whatever came into their head. Ridiculous and absurd, like the fact that in ancient times the sea beat passively against the shore day and night, and the millions of kilogrammetres contained in its waves served only to stir the feelings of lovers. We have drawn electricity from the amorous whisper of the waves; from the furious, roaring, slavering beast we have made a domestic animal; and in the same way the once-wild element of poetry too has been tamed and subjugated. Now poetry is no longer the intrusive whistle of a nightingale: poetry is a service to the State; poetry is utility». In the One State, buildings have transparent walls, there is no privacy, no intimacy, and even lovemaking is governed by rigid schedules and procedures: «When I got home, I went to the office, showed the guard my pink ticket, and received permission to lower the blinds. We are granted this permission only on our designated sexual days. Normally, within our transparent walls, which seem woven from glittering air, we live always in full view, eternally bathed in light. We have nothing to hide from one another. This lightens the Guardians’ heavy and exalted task. Otherwise, who knows what might happen! Perhaps it was precisely the ancients’ strange, opaque dwellings that gave rise to their miserable cell-like psychology». In the One State, pity is ridiculous: «At the first explosion beneath the engine tube there were about a dozen curious onlookers from our construction site — absolutely nothing remained of them, only a few fragments and some soot. I note here with pride that on this occasion the rhythm of our work did not stop for even a second and no one was frightened: we and our machines continued our rectilinear and circular motion with exactly the same precision as if nothing had happened. Ten numbers — that is only one hundred-millionth part of the mass of the One State, according to practical calculations an infinitesimal of the third order. Only the ancients knew pity, because of their poor understanding of arithmetic: we consider it ridiculous. In the One State, imagination is a disease: «[…] you are ill. The name of this illness is: Imagination. It is a worm that carves black wrinkles into the forehead. It is a fever that drives you to run farther and farther away — even though this farther away begins where happiness ends. It is the last barricade on the road to happiness. But rejoice: it has already been blown up. The road is clear. The latest discovery of State Science is that the centre of imagination is a miserable cerebral node in the region of the pons Varoliev. With a triple application of X-rays to this node you will be freed from imagination. Forever. You are perfect, you are equal to machines, the road to happiness is one hundred per cent clear. Hurry, all of you — old and young — hurry to submit yourselves to the Great Operation. Run to the auditoriums where the Great Operation is performed. Long live the Great Operation! Long live the One State, long live the Benefactor!». In the One State every morning millions of people rise as a single being. At one and the same hour millions begin work, and at one and the same hour they finish it. At the exact second indicated by the Table, in the One State millions of hands lift a spoon to the mouth, and at that same second they go out for a walk, or to the auditorium, or to sleep. In the One State the dream has finally been realised of all those who have held, hold, or will hold Power in their hands: to extinguish the flame that burns in uniqueness of the individual, reducing entire populations to a terrifying single enormous Whole that not only no one contests, but from which — and here lies the rulers’ true masterstroke — the individual even draws courage: «A clear, crystalline bell at the bedside: seven o’clock, wake up. To right and left, through the glass walls, it seems to me that I see myself, my room, my clothes, my movements, repeated thousands of times. It gives you courage: you see yourself as part of an enormous, imposing Whole. Of such beauty, such perfection: no superfluous gesture, no nuance, no rupture. Translate by Serena Duchi Marco Sommariva, (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com
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dossier guerra e capitale “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” Viscount Kit Kelen Fin dall’inizio dell’invasione di terra di Gaza nel novembre 2023, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era prefissato almeno due obiettivi: prolungare la guerra come tattica per rimanere al potere e avviare una campagna genocida. Fin dall’inizio dell’invasione di terra di Gaza nel novembre 2023, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era prefissato almeno due obiettivi: prolungare la guerra come tattica per rimanere al potere e avviare una campagna genocida. Per Netanyahu era arrivato il momento di superare la strategia “Mowing the Grass”, ovvero ripristinare gradualmente la deterrenza, per centrare la risposta sulla popolazione. A dicembre, nel nel corso di una visita in una base militare nel sud di Israele, aveva dichiarato ai militari che lo circondavano : “Abbiamo più obiettivi per questa guerra: eliminare Hamas, liberare tutti gli ostaggi e garantire che Gaza non rappresenti più una minaccia per lo Stato di Israele. Continueremo fino alla fine, fino alla vittoria. Nulla ci fermerà e siamo convinti di avere la forza, la volontà e la determinazione necessarie per raggiungere tutti gli obiettivi della guerra, e ci riusciremo”. La risposta iniziale di Israele all’attacco di Ḥamās del 7 ottobre è stata quella di interrompere elettricità, cibo, medicine e acqua nell’intera area. Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant l’aveva detto: “niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto sarà chiuso. Ho ordinato un assedio completo alla Striscia di Gaza” a cui si aggiungerà anche l’acqua. Poi aggiunge: “Stiamo combattendo animali umani, ci comportiamo di conseguenza’”. Le forze IDF intensificano la risposta militare espandendo le attività di terra nel nord della Striscia di Gaza impedendo alle di ambulanze di raggiungere i pazienti negli ospedali, evacuarli dalle strutture mediche sotto attacco e trovare un rifugio sicuro. “Gaza è diventato un cimitero per migliaia di bambini” dichiara il portavoce dell’Unicef James Elder”, l’ONU denuncia che la conta dei morti si fa sempre più difficile. L’Oms parla di "Catastrofe sanitaria". Il 26 ottobre l’Italia si astiene alla prima risoluzione dell’ONU che chiedeva una tregua umanitaria. In seguito Italia e Germania dimostreranno la loro piena fedeltà e solidarietà a Israele anche in presenza, sin dal 2024, di due mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e crimine di guerra verso Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant: entrambi hanno agito consapevolmente per l’impedimento deliberato dei soccorsi violando il diritto internazionale umanitario. Mustafā Barghūthī, fondatore del partito Iniziativa Nazionale Palestinese e parente di Marwān Barghūthī, simbolo di resistenza in carcere dal 15 aprile 2002, riprendendo la frase del giornalista israeliano Gideon Levy, “Netanyahu non vuole la pace”, in un intervento su France 24 del 5 febbraio 2024 ha sostenuto che “Israele non sta cercando di distruggere Hamas, sta cercando di distruggere il popolo palestinese”. Per quanto il presidente americano Joe Biden, dopo l’attacco del 7 ottobre, abbia cercato di assumere un ruolo di mediatore nel conflitto, ha continuato a inviare armi permettendo a IDF di colpire Hamas in aree densamente popolate, e a chiedere il cessate il fuoco continuando contemporaneamente a sostenere il diritto di Israele all’autodifesa. Di fronte alle manifestazioni e alle occupazioni nei campus universitari contro Israele, agli sgomberi con la forza delle tendopoli e agli arresti, Biden ha affermato “Non siamo una nazione autoritaria in cui mettiamo a tacere le persone o reprimiamo il dissenso, ma non siamo nemmeno un paese senza legge. Siamo una società civile e l’ordine deve prevalere". Tuttavia sebbene vi sia una legge federale, la Foreign Assistance Act (FAA), che vieta l’assistenza e la vendita di armi leggere (fucili, pistole mitragliatrici, ecc.) a qualsiasi governo che si renda responsabile di violazioni dei diritti umani, è certo che armi americane sono finite in mano ai coloni israeliani. I movimenti contro un genocidio annunciato Sin dai primi bombardamenti su Gaza, l’onda della contestazione ha riempito le strade di tutto il mondo, Italia compresa. Bisognava quindi prepararsi tenendo separati due piani: uno teorico, ricostruire la storia della resistenza palestinese, e uno più pratico, ogni realtà si sarebbe autorganizzata per decidere come aiutare a porre fine al genocidio in atto. Per avere una forza e una visibilità maggiore sono state organizzate, dal 2024 ad oggi, giornate mondiali con manifestazioni, scioperi, dibattiti e iniziative come le missioni della Global Sumud Flotilla via mare e via terra (Land Convoy). Accanto a questi momenti o percorsi unitari, per evitare lo sfaldamento che pure è stato intermittente, le diverse modalità di intervento e di analisi hanno permesso una certa continuità. I governi che si sono resi complici del governo israeliano hanno reagito alle proteste del movimento usando la tattica dello screditamento e criminalizzazione. La maggioranza dei media occidentali hanno fatto la loro parte creando una narrazione a favore di Israele fornendo un quadro della realtà parziale e di parte. Un ruolo importante nella conoscenza degli accadimenti effettivi, e contro la manipolazione dei fatti, l’hanno avuto (e hanno ancora) figure importanti come Omar Barghouti, intellettuale palestinese difensore dei diritti umani, co-fondatore del movimento internazionale BDS e impegnato a parlare della resistenza palestinese, e Francesca Albanese, giurista e Relatrice Speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati, che ha denunciato l’uso dei doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale, e l’occupazione israeliana trasformata in un sistema di "economia del genocidio". Preziosissimo è stato il lavoro svolto dai coraggiosi giornalisti palestinesi. Sono stati i testimoni delle atrocità compiute dalla IDF (Israel Defense Forces) e dai coloni a Gaza e in Cisgiordania. Gli attacchi israeliani sono stati i più mortali anche per loro. Secondo il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ) dall’inizio dell’invasione dell’ottobre 2023, il bilancio ha superato le 200 vittime. Al-Kheetan, portavoce dell’OHCHR, ha ricordato che colpire giornalisti e strutture mediche è vietato dal diritto internazionale umanitario. Al Washington Post IDF ha risposto che non colpisce intenzionalmente i giornalisti o i loro familiari: “Qualsiasi accusa di danno intenzionale ai civili, compresi i familiari dei giornalisti a causa della loro attività professionale, è completamente falsa”. L’impegno testardo di chi continua a testimoniare la realtà di Gaza e della Cisgiordania e le complicità dei governi nel genocidio in atto, ha spinto ambiti del movimento a produrre dossier e bollettini finalizzati alla ricostruzione delle collaborazioni, iniziando dal proprio contesto. È stata questa capacità di realizzare inchieste, organizzare manifestazioni e azioni mirate, a muovere la macchina da guerra di Israele nella sua specializzazione più invasiva e redditizia: la tecnologia militare e di controllo. Israele è un luogo dove la sorveglianza è capillare e riguarda sia il popolo israeliano sia quello dei Territori occupati. Inoltre l‘esportazione di sistemi d’arma in questi ultimi anni è aumentata. Il tema inerente la colonizzazione e la politica della sorveglianza in Israele è stato ampiamente studiato dal sociologo palestinese Elia T. Zureik. In “Strategies of Surveillance: The Israeli Gaze”. Il sociologo ha sostenuto che il colonialismo faccia perno su violenza, territorio e controllo della popolazione. Prendendo in considerazione anche tutto il dibattito teorico intorno agli studi di Foucault, ha analizzato l’intreccio tra sicurezza, territorio e popolazione come terreno della biopolitica. La descrizione delle pratiche di sorveglianza israeliane spazia da quelle tradizionali con l’utilizzo di reti di spionaggio, collaboratori e informatori palestinesi, alla sorveglianza tecnologica. Strumenti utilizzati sempre e comunque contro il dissenso organizzato e contro l’opposizione al dominio coloniale. Da sottolineare che per gli individui ritenuti pericolosi dallo Stato, non era previsto alcun giusto processo. Situazione che è peggiorata negli anni stando alle denunce di più organizzazioni. La cooperazione fra Italia e Israele sul tema in materia di pubblica sicurezza e intelligence, terrorismo, cybercrimine e tecnologie di sicurezza, è regolata da accordi bilaterali. In occasione delle manifestazioni del 22 settembre 2025 l’Unione europea ha criticato Italia e Israele perché "La Commissione si oppone a qualsiasi tentativo di minaccia o intimidazione straniera sul territorio sovrano degli Stati membri", e Israele non fa eccezione”. Nel report, pubblicato dal ministero per gli Affari della diaspora e per la Lotta all’antisemitismo, sono indicati dettagli di luoghi, orari, livello di pericolosità dei presidi e le manifestazioni di Milano, Venezia, Napoli e Roma come quelle con il più alto livello di pericolosità. Fra i collettivi schedati vi sono quelli universitari, giovani palestinesi, Global Movement to Gaza, reti di città per la Palestina, lavoratori ex Gkn, ecc. Il tema della repressione diventa necessariamente centrale non solo nel dibattito politico-giuridico: Sicurezza o ordine pubblico ideale?, ma anche nel movimento per capire come tutelarsi. Per documentare la repressione attuata nei confronti dei manifestanti è nato The European Legal Support Center (ELSC) perché sempre di più attivisti, lavoratori, studenti o semplicemente appartenenti alla società civile, hanno bisogno di un supporto legale. Studentə per la Palestina Sono stati fra i primi a organizzarsi svolgendo un lavoro di informazione sulla storia del popolo palestinese. Privilegiando voci palestinesi, hanno rifiutato la narrazione che enfatizza la data del 7 ottobre 2023 come l’inizio di una guerra definita spartiacque nel conflitto israelo-palestinese. Piuttosto viene presa la Nakba del 1948 come elemento di inizio del genocidio. Con i bombardamenti emerge l’esigenza di mobilitarsi. A novembre in concomitanza di uno sciopero generale della scuola sulla legge di bilancio, scendono in piazza studenti medi e universitari, docenti e ricercatori, anche in solidarietà con il popolo palestinese e contro il governo italiano complice di stragi continue a Gaza. Giornali e televisioni hanno descritto le proteste dei manifestanti scegliendo immagini e titoli allarmanti per orientare l’opinione pubblica a favore del governo italiano e dello Stato di Israele. I primi ad essere colpiti dalla violenza poliziesca sono i giovanissimi. Durante i cortei di Firenze e Pisa le forze dell’ordine hanno manganellato soprattutto i minorenni. Con modalità diverse anche il corpo docente viene intimidito e censurato se esprime solidarietà al popolo palestinese attraverso ispezioni e circolari Valditara. È stato il ministro dell’istruzione e del merito Valditara, in piena sintonia con Meloni, a far capire velocemente che il governo avrebbe affidato alle istituzioni disciplinari (reclusione e formazione) e agli apparati di polizia, il ruolo centrale nelle attività di sicurezza, ordine e moralità. Un momento particolarmente significativo per le Università di tutto il mondo è stato l’inizio dell’intifada studentesca: non solo occupazioni e scioperi, ma la decisione di piantare tende, le Acampade, luoghi aperti dove studenti, docenti e sindacati di base (principalmente) potevano avviare dibattiti e decidere di chiedere ai Rettori la fine degli accordi con le Università israeliane e con le aziende belliche. Negli incontri che hanno coinvolto anche i ricercatori (sempre più precari), sono emersi più elementi: accordi fra università e aziende belliche hanno un vincolo di segretezza, il termine dual-use viene usato per nascondere la natura militare di una ricerca, la centralità delle nuove tecnologie (intelligenza artificiale, calcolo quantistico, ecc.) nei nuovi sistemi d’arma e nelle nuove guerre. È poi emersa l’urgenza di mobilitarsi contro il riarmo europeo e per la difesa dei fondi pubblici all’istruzione. Tutti fattori che concorrono a peggiorare il clima di crisi globale che non esclude la possibilità di uno scontro nucleare anche solo regionale. Vi sono stati anche momenti di incontro fra studenti e lavoratori, avendo l’obiettivo comune di mettere in discussione non solo l’ingerenza delle aziende della difesa nelle Università, ma anche la strategia di Leonardo Spa e Fincantieri di far crescere il settore della difesa a scapito di quello civile. La pratica di incrociare inchiesta e azione politica ha coinvolto più campi. A partire dai portuali, che a febbraio 2026 hanno proclamato una giornata internazionale di azione nei porti europei, tappa della campagna basta rifornimenti e in ultimo con il sostegno alla Global Sumud Flotilla. Dai ferrovieri che nei loro bollettini si spingono oltre il confine nazionale per percorre le vie e i punti nevralgici di una Europa che si prepara alla guerra. E dalla necessità di capire l’importanza strategica della logistica per la guerra, che sta militarizzando l’intero territorio per agevolare lo spostamento di militari via terra e via mare in Europa, e il materiale bellico, che deve partire per arrivare laddove verrà usato. Reti, coordinamenti, spazi sociali, sindacati, ong e partiti propal Dalla Nakba ad oggi sono 78 anni di resistenza palestinese. L’alleanza Trump-Netanyahu non poteva tollerare che la terra palestinese, Gaza e Gisgiordania, avesse una legittimità estranea ai loro valori. La loro visione del nuovo ordine mondiale prevede alleanze stabili e reciprocamente vantaggiose, ma possono avvenire solo fra Stati-nazione che abbiano una reale entità politica e autonoma. Secondo questa teoria, la distruzione del territorio palestinese deve essere totale e l’azione militare divenire misura di sicurezza radicale, preventiva. Tuttavia i Giovani Palestinesi sono un esempio eccezionale di resistenza (sumud), rivendicazione e capacità di agire in grado di sfidare la narrazione che vuole disumanizzare e demonizzare un popolo. Ci hanno documentato lo stato della popolazione a Gaza e in Cisgiordania, la devastazione, gli attentati e i crimini di guerra. Ciononostante vogliono anche comunicarci la speranza di “persone che si aggrappano ancora a frammenti: condividono il cibo, pregano insieme, scrivono a lume di candela. Anche nello sfollamento e nel dolore, c’è una forte volontà di vivere e di resistere aggrappandosi a quel poco di normalità che rimane” (Noi non siamo numeri. Le voci dei giovani di Gaza). Èiniziata nei social media e in più ambienti la possibilità di vedere filmati e leggere testimonianze, superando quella che si può chiamare guerra digitale messa in atto da Netanyahu e Trump. Il Centro arabo per la promozione dei social media, ha denunciato nel rapporto “Cancellati e soppressi: testimonianze palestinesi sulla censura di Meta” una censura che Meta ha messo in atto verso i contenuti palestinesi mentre ha lasciato passare contenuti d’odio nei loro confronti. A Gaza, dopo aver tagliato le reti idriche, i valichi per l’importazione di merci e carburanti, sono stati bombardati ospedali e strutture mediche. La rete internazionale dei Sanitari per Gaza, operatori sanitari partiti dalla Palestina, è diventata una realtà indispensabile per testimoniare la distruzione del sistema sanitari, componente essenziale per attuare il genocidio dei palestinesi. Una miriade di reti locali e nazionali hanno attivato iniziative e campagne di solidarietà e supporto umanitario dedicate ai rifugiati. In particolare la scuola per la pace piemontese si è impegnata, accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza. Un nuovo rapporto dell’ONU ha denunciato che “i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”. Ai morti e ai feriti si devono sommare i bambini vittime di separazioni, sfollamenti forzati, fame e mancanza di accesso all’istruzione e alla sanità. Al peggioramento delle condizioni dei gazawi costretti a sfollamenti forzati di massa, si è vista una estremizzazione del linguaggio della stampa e media italiani per descrivere le manifestazioni in Italia. In quella organizzata a Roma il 5 ottobre 2024 ci sono stati tafferugli tra manifestanti e polizia con l’arresto, dopo una carica delle forze dell’ordine, di uno studente di 24 anni accusato di aver aggredito un funzionario della Digos. Per sostenere l’accusa, gli agenti hanno prodotto una serie di screenshots estratti da un video, mentre una contro-inchiesta di Index, ong indipendente che pubblica inchieste e rapporti sulle violenze di Stato, ha smentito tale versione dopo una accurata analisi dei video. Una azione definita radicale è quella messa in atto dagli attivisti di Extinction Rebellion nel marzo 2025: saliti sulla ciminiera della sede di Leonardo in corso Francia, hanno realizzato una grande scritta, “Life Not War” e srotolato uno striscione: “La guerra parte da qui”. L’azienda è accusata dal movimento di essere responsabile, insieme al governo, della vendita di armi impiegate in aree di conflitto. Oggi quella azione denunciata dall’azienda è stata archiviata perché non c’era violenza e “il messaggio veicolato era positivo e volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pace e il disarmo”. Peraltro il 26 gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva ordinato a Israele di prevenire atti di genocidio a Gaza. Nella relazione viene inoltre ritenuto qualificabile come complicità e concorso nel delitto, il sostegno non solo materiale agli autori del genocidio. Su questa base, il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina ha presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale con la richiesta di indagare il ruolo del Governo italiano perché continua a mantenere una cooperazione militare, economica e diplomatica con Israele. “In nome della legge giù le armi, Leonardo” è invece una causa civile intentata al Tribunale civile di Roma. Più associazioni hanno deciso di portare in tribunale Leonardo Spa e lo Stato italiano per chiedere di dichiarare nulli i contratti di vendita e fornitura d’armi stipulati con Israele. Iniziative che hanno avuto un grande supporto dalla deputata Stefania Ascari, più volte indicata dalla destra come antisemita, e vicina a presunti terroristi, perché troppo attiva e vicina alla causa palestinese. La prima con i Fabio Marcelli, Domenico Gallo e Gianluca Vitale, la seconda con la presenza del responsabile embargo del BDS per presentare un dossier su Leonardo e le sue relazioni con Israele. Nell’estate del 2025 c’è stata la partenza della Global Sumud Flotilla, missione che ha unito 44 paesi con circa 50 barche, allo scopo di portare aiuti e rompere il blocco navale e l’assedio su Gaza. È in questo clima di immobilismo totale dei governi occidentali, di Israele che continua a uccidere giornalisti e impedire l’ingresso degli aiuti umanitari, che comincia l’ennesima denigrazione della stampa con l’accusa alla Flotilla di essere finanziata da Hamas. Il 22 agosto, pochi giorni prima della partenza, l’ONU aveva dichiarato ufficialmente lo stato di carestia a Gaza: più di mezzo milione di persone si trovavano in uno stato “catastrofico a causa dell’ostruzionismo israeliano”. A Genova i lavoratori del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp), insieme al sindacato di base USB, proclamano uno sciopero generale nazionale per il 22 settembre 2025 a sostegno della missione umanitaria Global Sumud Flottilla. In circa 80 città centinaia di migliaia di persone partecipano ai cortei, blocchi stradali, ferroviari e portuali in maniera pacifica. Eppure le principali testate giornalistiche si soffermeranno sugli scontri avvenuti nella stazione di Milano accusando i centri sociali e i giovani arabi appellandoli delinquenti per Gaza. La premier Meloni parlerà di scene indegne, di violenze e distruzioni e di 60 (numero magico) agenti feriti. Non manca di definire la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla una “iniziativa pericolosa e irresponsabile finalizzata a creare problemi al governo”. È d’accordo con l’amico Netanyahu quando afferma che il riconoscimento della Palestina di vari Paesi occidentali è un “premio al terrorismo”. E non riconoscere lo Stato di Palestina. Nel maggio 2026, di fronte all’assalto di 22 barche al largo dell’isola di Creta da parte delle Forze IDF e alle torture subite dagli attivisti della Flotilla, la premier insieme alla Germania chiede a Israele “un gesto di buona volontà”. In una intervista il filosofo Étienne Baribar parla della dicotomia che divide le posizioni della Flotilla e degli Stati di fronte al genocidio di Gaza: la prima ha fatto vedere ciò che è intollerabile a Gaza, i secondi l’ipocrisia degli Stati che invocano l’apertura di Gaza agli aiuti internazionali d’urgenza e poi si rifiutano di agire in coerenza con le proprie parole. Convergere – Salpare – Insorgere La stupenda opera che la street artist Laika ha donato al Collettivo di Fabbrica ex GKN per i loro 5 anni di lotta, racconta la convergenza delle lotte tra terra e mare: tra chi difende il lavoro dignitoso e costruisce un’alternativa ecologica dal basso, chi salva vite nel Mediterraneo e chi rompe l’assedio di Gaza con la Flotilla. Esperienze accomunate dallo stesso principio: il mutuo soccorso. Scrivono i lavoratori: “L’opera è stata proiettata sui palazzi istituzionali, sulla ex Gkn che è occupata dagli affari immobiliari, sulla Leonardo, lungo il nostro fiume, sulla nostra storia. La convergenza è il nostro spazio ed è l’unico modo per affrontare il nostro tempo. Non è un caso che chi salva vite in mare venga criminalizzato, così come chi presidia una fabbrica per difendere il lavoro e costruisce una alternativa che farebbe vacillare il modello capitalista dominante”. A settembre 2026 salpa il progetto di reindustrializzazione: “Salpiamo contro il riarmo!” Il Collettivo di fabbrica, i tecnici e gli esperti solidali, i soci finanziatori riuniti in assemblea hanno deciso di non aspettare più l’aiuto di un intervento pubblico, mai arrivato.
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Complici: Gianfranco Pancino tra poesia e rivoluzione Lettura critica in dialogo con l’autore (2/2) Antonio Brech Se il titolo-tema Complici fa da stratificato fil rouge alla raccolta di Gianfranco Pancino, vi sono alcune altre parole su cui è necessario porre l’attenzione, proprio in forza del manifesto di poetica che apre il libro. Le parole della poesia «Noto che abbiamo una sensibilità poetica molto vicina, perché i miei due riferimenti della poesia italiana, a parte Dante, che rimane un fulcro essenziale, sono Leopardi e Montale». Malgrado una lettura (anche) politica di Complici sia quasi un passaggio obbligato, la qualità che rende viva la parola di Pancino è la scelta di parole immortali, che vengono dai grandi temi della vita e non direttamente dalla tradizione della poesia civile, che spesso si storicizza e, per così dire, scade. A occupare la pagina con rinnovato vigore sono parole come libertà, rabbia, amore, vita, infinito, tempo, tutto, nulla... In questo i modelli hanno sicuramente giocato un ruolo strategico: sono i classici, e su tutti la terna Dante-Leopardi-Montale. Il primo, ghibellin fuggiasco, è d’altronde l’esule per eccellenza in cui rispecchiarsi, nonché il poeta più creativo nel riformare la lingua; il secondo è il poeta della Natura nel senso più alto, tanto poetico quanto scientifico e filosofico, in Complici se ne sente fortemente l’eco; il terzo – «mio amato poeta», (1) scrive ricordandolo nell’autobiografia Ricordi a piede libero, che in limine presenta proprio una citazione montaliana – è stato oggetto di una conferenza tenuta da Pancino quando, in Messico, è stato professore di italiano e linguistica al Dipartimento di Italiano della Facoltà di Lingue dell’Universidad Nacional Autónoma de México. Oltre ai classici della letteratura patria, nella raccolta vi sono più o meno espliciti richiami a Baudelaire e a Neruda, ma si sente vibrare anche una vena mediterranea (si è già parlato di grecità nella nostra 1^ parte) che va dall’Omero dell’Odissea fino al Kavafis di Itaca (e proprio Itaca era il titolo che Pancino avrebbe voluto dare alla propria autobiografia). Sono poi citati, inevitabilmente affratellati, i poeti esuli: il francese Saint-John Perse (1887-1975, Nobel nel 1960), il guatemalteco Miguel Asturias (1899-1974, Nobel nel 1967), l’uruguaiano Mario Benedetti (1920-2009). Questo florilegio di modelli e il piacere della parola insito nella sua poesia confermano una dichiarazione che Pancino fa nei Ricordi a piede libero: «A me piace l’armonia. Sono piuttosto di gusti classici». (2) Eppure ciò non gli vieta, poco dopo, di fare un «elogio dell’eccesso» citando d’obbligo Dostoevskij: «Si può cercare l’armonia, quando le disuguaglianze creano un profilo difforme del mondo? (...) Non è possibile. “Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità”: Ivan Karamazov ha ragione». (3) In coerenza con questo spirito, che è lo stesso che soggiace al carattere di Gianfranco Pancino, che si riflette in ogni snodo della sua vita o, meglio, delle sue «tre vite», (4) anche la poesia di Complici oscilla tra armonia ed eccesso. Come nel bel gioco verticale dell’ultima strofa di Palenque, titolo-toponimo che riassume un’esperienza panica dentro le viscere più profonde del paesaggio messicano: «Palenque rovinata in un groviglio di cuori verdi ci mostri i parassiti lussureggianti intorno ai tronchi più alti e sopra sempre più presso al sole i liberi rami dalle libere foglie». (5) Non è poi, questa oscillazione, una proprietà fondamentale di tutto ciò che chiamiamo “natura”? E infatti il protagonismo della natura è pervasivo nelle poesie: «La natura c’è perché io mi sono sempre sentito parte della natura, dalle poesie più giovanili, adolescenziali; inoltre la metafora, che è il mio strumento poetico maggiore, quale migliore materiale può trovare di tutte le sfumature sia dolci sia violente che ci sono nella natura?». Un connubio esemplare di rapporto con la natura e i suoi elementi, compreso l’umano, e la potenza allusiva di un linguaggio metaforico ma mai astratto, si trova in una bellissima poesia della sezione Corrispondenze: «Non ci libera il mare coi suoi suburbi lussuriosi d’allusioni e di silenzi e l’anfiteatro aperto della sua voce. Non ci libera il marené la stradaaperta dalle stelle tra le palme. Attorno al fuocosi smagliano le reti di parole e di silenzi. Non ci salva la nottecon i suoi campi vuotie l’inquietante abbraccio che ci appressa intornoal calore dei nostri sguardi. Né la poesia ci salva dal seguire sghembi sui nostri cammini quando l’anima ha le ali bagnate e vola rasente al gorgo al cui fondo il vuoto macina il tempo» (6). Io, Ulisse Uno dei bacini metaforici più solidi di Complici attinge dal mito greco, filtrato attraverso l’Inferno dantesco e la propria esperienza autobiografica, in molta parte mossa dal sentimento che pervade l’Odissea, la nostalgia (e Canti della nostalgia è proprio il titolo del Secondo volume della raccolta, quello scritto in esilio): «Ulisse è un personaggio centrale nella mia storia, nella mia coscienza, nella mia cultura, e infatti il titolo sul manoscritto della mia autobiografia non era Ricordi a piede libero: era Itaca. Ulisse l’ho anche usato in una poesia, quando dico che “in un’epoca che ha sconfitto gli eroi / è vano aspettare il ritorno di Ulisse”. Il mio Ulisse è l’Ulisse dantesco: è l’eroe che affronta qualsiasi pericolo per aumentare la sua conoscenza, per capire il mondo e gli uomini, ed è quindi una figura che mi ha inseguito per tutta la mia vita.» La poesia citata da Pancino è, non a caso, Latitanza, contenuta nella seconda sezione del libro, La ragnatela dei giorni: una riflessione lucida a dieci anni dal ’68, mentre vive nella solitudine, in «questa stanza oblunga, / come una bara ai miei desideri» che però «difende la mia libertà». (7). Nella dedica iniziale del libro – «A Luciano e ai complici del folle volo» – il rimando all’Ulisse di Dante era già esplicito e il sapore dolceamaro delle sue annose peregrinazioni ritornava anche in quelle atmosfere respirate in una delle prime poesie della raccolta, Tinos (di cui scrivevo nella 1^ parte). Il canto XXVI dell’Inferno era stato citato da Pancino anche in un luogo notevole dei Ricordi a piede libero: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», (8) si legge sulla soglia della parte dedicata alla “terza vita” quando, dopo la parentesi in Messico, inizia l’esilio in Francia (1982-2008). La terzina celeberrima – tra le citazioni più usate e abusate di sempre, spesso con un fraintendimento che deriva dalla sua estrapolazione dal contesto originale – fa parte della «orazion picciola» per cui Dante accusa il persuasore Ulisse di avere ingannato i propri «compagni», che potremmo erroneamente interpretare come sinonimo di «complici». In tal senso, si potrebbe ipotizzare che anche le parole contenute in Complici abbiano le tonalità, specie in alcune poesie del Secondo volume, di una «orazion picciola»: andando a guardare l’esito della rivoluzione – di cui l’autore è fin da subito consapevole, se lo ritiene un «folle volo» – allora Pancino potrebbe considerarsi un consigliere fraudolento? «I compagni in prigione sono stati un fardello quasi insopportabile da portare per tutti i primi anni di esilio: io ero libero al contrario di alcuni compagni di lotta (quelli con cui cerchi di sviluppare un progetto rivoluzionario), tra cui ci sono anche gli amici (quelli con cui hai un’affinità elettiva, un’affinità di sensibilità per cui ti sono particolarmente cari), con gli uni condividi il progetto e con gli altri condividi la vita. Molti di questi miei amici erano in prigione: l’idea che me ne ero andato dall’Italia, che loro fossero in prigione e così via mi era quasi insopportabile, e per questo ho scritto varie poesie su questo o rivolte a loro, come Su una lettera dalla prigione che parla di serenità, che ho scritto dopo che ci è arrivata una lettera di un compagno, un amico che era in prigione e che stranamente aveva delle parole di speranza, di serenità. Quindi io ho continuato con la mia poesia il dialogo con queste persone che non potevo più vedere». La risposta all’interrogativo è no. La differenza tra Pancino e Ulisse è qui sostanziale: lo status dei compagni di lotta è da intendere in senso comunista, dunque si tratta di un rapporto tra pari, in cui la parola compagno, amico o complice non nasconde alcun artificio retorico, ma restituisce il suo significato più vero; diversamente, Ulisse non è un pari dei suoi compagni di viaggio, e quando usa termini come frati (fratelli) o compagni è per persuaderli con quegli artifici della retorica che la poesia di Pancino, fin dal testo programmatico introduttivo, dichiara con forza di volere scalfire. Odi et amo: Venezia C’è infine un luogo che da qualche secolo, nella letteratura di ogni tempo e di ogni dove, è metafora per eccellenza: Venezia. E quando sulla pagina di Complici appare il nome di questa città, torna immediato il discorso sull’amore, scandito già nel titolo: Canzone d’amore per Venezia. E se Venezia è la regina del mare, e il mare riflette quello stesso azzurro che in altre poesie è, col mare, negli occhi di Loredana, il gioco metaforico, e metamorfico, è fatto. Ma l’amore per Venezia è più antico dell’incontro con Loredana: sono per Pancino gli anni degli studi e delle prime esperienze di lavoro come medico, sono gli anni dell’amore giovanile con Kit. Una parentesi felice, che solletica il sentimento di Ulisse, la nostalgia, quando Pancino è un esule e Venezia-azzurro-amore prende forma di poesia: «Hai mai guardato in alto sopra i panni stesi e i muri nelle calli di Venezia scrostate tra gli archi di marmo? C’è un lembo di cielo, un azzurro incredibile posato sugli intonaci grigi. Il passante distratto, il turista può credere siano due mondi. Non chi vi è nato o chi ama». (9) La sensibilità straordinaria che Pancino esprime in relazione alla città lagunare cela già, in questo ricordo da lontano, una ulteriore oscillazione cui è destinato il suo pensiero – in quel pendolo armonia-eccesso che è cifra profonda del rapporto sé- mondo – ed è una oscillazione che s’innesta proprio nel rapporto con Venezia, constando di tre fasi: la città amata in gioventù con Kit nei primi anni ’70; quella nostalgicamente ricordata in versi con “amor de lonh”; quella riabbracciata a trent’anni di distanza nel 2008. (10) «La Venezia più bella che ho conosciuto è quella di quand’ero medico all’ospedale Ca’ Giustinian, e l’ho amata, ne ho amato le luci, i riflessi, le ombre – non avevo mai voglia di tornare a casa – e poi l’ho amata nel ricordo: infatti questa poesia è nata in Messico, credo dopo rievocazioni fatte con mia sorella, come un bisogno nostalgico di ritrovare uno dei punti d’attacco che ho avuto quand’ero in Italia. Il ritorno è stato scioccante, perché non ho più trovato la Venezia che conoscevo: ho trovato una Venezia completamente commercializzata, invasa dai turisti; dopodiché poco per volta mi sono riappacificato con la città, però ora non è più quel grande amore, ora è una città in cui mi piace, quando posso, andare a passeggiare, a vedere qualche soffitto di qualche chiesa, ma soprattutto passeggiare nei rioni che non sono ancora invasi dai turisti. Però è un amore che è diventato una simpatia». Venezia, forse per la sua natura anfibia, tra terra e acqua, è sempre stata un termometro dei cambiamenti epocali, e oggi lo è quanto mai: basti pensare al riscaldamento del pianeta e a come Venezia lo subisca in anticipo, nello squilibrio di un delicatissimo ecosistema lagunare, su cui l’uomo è sempre intervenuto chirurgicamente, mantenendone l’armonia: ma oggi è l’eccesso a prevalere, e dunque sono squilibrati anche i provvedimenti che (forse) si dovranno prendere. Nello stesso senso va la vorace erosione della Venezia-città, destinata a farsi sempre più Venezia-museo, Venezia-vetrina, Venezia-parco giochi: la fine della cittadinanza per fare largo al turista, al consumo: allora, la gloriosa capitale della Serenissima subisce una nuova umiliazione peggiore di quella napoleonica, forse anch’essa conseguenza di quella che Paolo Virno chiamava «rivoluzione sconfitta», scrivendo nel 2021 in riferimento alla stessa lotta politica combattuta da Pancino: «Ogni autentica sconfitta, nella guerra civile più o meno latente tra le moderne classi sociali, si traveste in gran fretta da errore, anzi da colpa, dei vinti. (...) sarebbe una sciocchezza, per giunta assai meschina, raffigurare gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso come una collezione di violenze subite, un cocktail di soprusi e persecuzioni, una disperata resistenza all’offensiva di padroni arrembanti. È vero il contrario. Furono gli anni in cui ebbe luogo il primo e unico tentativo di rivoluzione comunista in seno al capitalismo maturo». (11) Con la fine ingloriosa di questa lotta e di qualunque possibilità, anche solo pensata, di alternativa al sistema capitalista occidentale, viviamo oggi la sconfitta di un’idea di bene comune, che vediamo affondare, come Venezia, sotto i nostri occhi, silenziosi e impotenti di fronte a quello che è forse il vero tema. Eppure la poesia di Pancino ci può restituire le priorità con versi che restano, trafiggendo con le sue parole piene il vacuo drago dell’indifferenza: «Ho scoperto così, dopo tanti,che lo sforzo di vivere si chiama amore non so dare per ora altra risposta. Non so dare risposta che non sia ancora amore, che non sia ancora lotta con altre mani per portare il presente verso il futuro, che non sia il risveglio che si conforta nella dolcezza di un altro risveglio». (12) Note 1. G. Pancino, Ricordi a piede libero. L’Autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV, Mimesis, 2024, p. 249 2. Ivi, p. 145. 3. Ibidem. 4. F. Visentin, Da Autonomia Operaia al Nobel per la Medicina: le tre vite di Pancino, «Corriere di Verona», 29 marzo 2024. 5. G. Pancino, Complici. Poesie (1978-1982), Milieu, 2026, p. 83. 6. Ivi, p. 114. 7. Ivi, p. 49. 8. G. Pancino, Ricordi a piede libero, cit., p. 275 9. Id., Complici, cit., pp. 76-77. 10. Cfr. Id., Ricordi a piede libero, cit., p. 57. 11. P. Virno, Mattarella e il passato oppresso. Se le lotte del presente riscattano una rivoluzione sconfitta, «DinamoPress», 5 luglio 2021, https://www.dinamopress.it/news/mattarella-e-il-passato-oppresso-se-le- lotte-del-presente-riscattano-una-rivoluzione-sconfitta/ 12. G. Pancino, Complici, cit., p. 32. Pubblicato su finnegans.it il 13 luglio 2026. Paolo Steffan è poeta e critico letterario.
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Complici: Gianfranco Pancino tra poesia e rivoluzione Lettura critica in dialogo con l’autore (1/2) Sergio Bianchi Complici è il titolo di un libro pubblicato a febbraio 2026 per Milieu edizioni da Gianfranco Pancino, che, come si legge sulla bandella, è noto alle cronache come «medico e biologo di fama internazionale per i suoi studi sull’HIV», oltre che per avere «partecipato attivamente ai movimenti antagonisti nel decennio 1968-78», quando «ha contribuito alla fondazione dell’Autonomia operaia a Milano», esperienza a seguito della quale è stato «costretto alla clandestinità e poi all’esilio a causa di mandati di cattura per le sue attività politiche». Cosa ha a che vedere tutto ciò con la poesia? «La poesia ha abitato nelle mie dita prolungandole in riflessi di salici in correnti d’anima e perspicaci ali di piccione» (1) Proprio nei duri anni spesi tra la clandestinità e la prima fase di un lungo esilio – il sottotitolo del libro è Poesie (1978-1982), chiara esplicitazione del lasso temporale in cui la scrittura ha avuto luogo – Pancino ha dato infatti forma ai due ampli cicli di versi di cui la raccolta Complici si struttura: Primo volume: diviso in tre sezioni ─ Dove finisce l’arcobaleno (8 testi), La ragnatela dei giorni (7 testi), La città e la poesia (8 testi) ─ ospita le poesie della latitanza; Secondo volume: diviso in due sezioni – I Canti della nostalgia (8 testi) e Corrispondenze (14 testi) – ospita le poesie dell’esilio; Maria: prosimetro collocato in appendice alla raccolta, è un testo autonomo ma nato nel periodo messicano e datato 1-3 febbraio 1980. Anteposta ai due volumi c’è una prosa introduttiva, La poesia, uno scritto di poetica coevo ai versi (Messico 1981), prezioso nel tracciare la linea di un pensiero che si fa parola, in un periodo di grandi cambiamenti per la poesia italiana, in un’evoluzione che porta i poeti contemporanei a collocarsi, secondo Enrico Testa, «dopo la lirica»: mentre grandi rivolgimenti cambiano la cultura, la società, la politica, la poesia viene rivoluzionata «soprattutto sul piano linguistico» (2). Ed è proprio sulla lingua che subito s’incentra la questione fondamentale, quasi scientifica, che pone Gianfranco Pancino nell’incipit della sua prosa: «Esiste la possibilità di riconsegnare alla parola il suo ruolo primario di comunicazione?». (3) La dimostrazione che questa possibilità c’è sembra essere nella natura stessa della sua scrittura in versi, che è attuazione delle sue linee- guida, nelle quali Pancino prende atto di quanto la parola abbia perso di significato, perché a forza di caricarsene se ne è trovata svuotata: sembra così denunciare la deriva capitalistica della parola stessa, e di quella poetica in particolare, esposta a un consumo che la mette in forte crisi, smentendo implicitamente la definizione che Pasolini aveva dato della poesia pochi anni prima: «Non possiamo parlare, in realtà, di poesia come di merce, cioè io produco (...) ed è vero, ma io produco una merce che è in realtà inconsumabile». (4) Pancino allora rivendica la necessità che, in sintonia coi movimenti rivoluzionari di cui è animatore di spicco, si arrivi a conquistare l’obiettivo di «una parola che sia di per sé messaggio», perché «cercare la sintesi tra parola e messaggio è forse possibile, certo necessario». (5) Ed è in fondo ciò che, negli stessi anni, stavano riuscendo a fare poeti italiani mai antologizzati, del tutto esclusi dal canone di quel periodo, ma che col tempo hanno crescentemente mosso il mio interesse, proprio per un principio che vige all’interno della loro produzione, così vicina alla necessità pronunciata da Pancino. Penso al poeta-operaio Ferruccio Brugnaro, con poesie ciclostilate che sono voce senza filtri del suo «corpo collettivo». (6) Penso alla poesia di Primo Levi, materia viva di un corpo-psiche che non la compone, ma la secerne come un’urgenza biologica. (7) Penso a Edith Bruck, così «istintiva e piena, tanto nel vivere che nello scrivere» dei «versi vissuti». (8) Non so se questi autori si collochino «dopo la lirica» (questione forse di relativo interesse), certamente si collocano dentro la vita: «Tentiamo un linguaggio che tenda alla simbiosi totale fra segno e significato, ─ aggiunge ancora Pancino ─ un segno che possa espandere il significato attraverso la propria plurivalenza e il significato che renda più penetrante quel segno. Leggendo una poesia non si dovrebbe poter fare un riassunto, né cantare una melodiosa o suggestiva o provocante musica, ma sentire ogni parola, ogni verso definire uno spazio in cui la fantasia può vagare diretta solo dal faro dell’espressione». (9) Mettere la ragione alla guida della fantasia, ponendo fine a un conflitto tra scienza e arte, tra logica e passione: arrivando dunque a una sintesi tra sogno e realtà, tanto nell’agire politico che in quello poetico, perché in fondo sono due volti del medesimo problema. Di tutto ciò danno prova le poesie contenute in Complici, talvolta con ulteriori dirette dichiarazioni di poetica, come nell’ultimo testo del Primo volume, intitolato Discorso sulla poesia, di cui cito una strofe significativa, che le riconosce una natura sociale, comunitaria e non elitaria: «La poesia non è dei poeti ma degli uomini che raccolgono la pioggia per viverne i riflessi e la declamano nei giorni di sole, degli uomini che si sbracciano per farsi udire nel gran rumore della vita, nell’unico silenzio della morte: è degli uomini!». (10) Sulla scorta di questi indizi, dedico a Complici un percorso tematico in due puntate, nel quale interverrà (tra virgolette e in corsivo) la voce fresca dello stesso Gianfranco Pancino, con cui ho avuto il piacere di conversare in video il 17 giugno 2026. Questione di complicità Complici non è solo il titolo: è il tema profondo di tutto il libro. La dedica stessa è «a Luciano e ai complici del folle volo». Il termine – specie se si conosce la vita di Pancino, che l’ha raccontata nella poderosa autobiografia Ricordi a piede libero (Mimesis, 2024) – fa pensare inevitabilmente ai compagni della lotta politica, chi morto chi incarcerato chi esiliato; ma sarebbe una prospettiva esteriore, un punto di vista viziato da trame giudiziarie complesse e controverse, così distanti dalla sostanza di cui si anima lo spirito dell’autore. E difatti, non appena si leggono i primi versi della raccolta, si scopre che questa complicità è il motore – o l’esito – dell’amicizia, della solidarietà, dell’amore. «Complici come titolo di questa raccolta non ha alcun nesso con la legge e con la giurisprudenza: sono i complici di vita. Di fatto, negli anni ’70, nel grande movimento che si era sviluppato, soprattutto di giovani, c’era un grande afflato per cambiare non solo la società, ma il nostro modo di vita, le relazioni fra di noi, e si era sviluppata una simbiosi, una complicità di vita nel compiere questo passaggio esistenziale, perché nello stesso tempo tentavamo di scardinare l’ordine costituito e costruire una nuova società, ma anche cambiare noi stessi e costruire nuove relazioni». Perché allora è così difficile per noi, oggi, afferrare quell’idea di complicità? Che periodo è stato davvero? «È difficile parlare di quel periodo, di cui non c’è una ricostruzione positiva, ragionata, e questo ha delle ragioni storiche ben precise. Quel periodo è stato probabilmente l’unico tentativo rivoluzionario di massa in un paese occidentale dopo la guerra, e lo sviluppo di quel movimento, cominciato come comunicazione tra movimento degli operai e degli studenti, è diventato un enorme movimento che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone e che ha messo in crisi non solo l’autoritarismo, il paternalismo, la scuola, ma il sistema Stato e il sistema dei partiti: quindi ha costituito un reale pericolo per il sistema politico del tempo. Rispetto a questa sollevazione, il Partito comunista invece di tentare di incanalare e di recuperare le rivendicazioni dei giovani, ha deciso di escluderli, ha lanciato una vera campagna contro i movimenti rivoluzionari e ha partecipato attivamente alla loro repressione. Si è formato a livello istituzionale un blocco unito, il sistema di partiti, in cui, a partire dalla teoria del compromesso storico, Democrazia cristiana e Partito comunista hanno riunito intorno a sé gli altri partiti per eliminare questa frangia antagonista importante: in questo conflitto, da parte del movimento si è sviluppato tutto il processo di armamento e, dal ’75 in poi, molti di noi pensavano che non ci fosse più lo spazio politico di confronto, occupato dalla repressione, dai carabinieri, dalla polizia, dai partiti e quindi che l’unica via per sviluppare il nostro progetto rivoluzionario fosse prima quella di difenderci, poi di attaccare con le armi. Questa evoluzione è stata fatale anche al movimento, col senno di poi: perché si sono sviluppate delle frange armate che erano determinate a portare lo scontro – come dicevano le Brigate rosse – al cuore dello Stato, e queste hanno spostato il baricentro da un antagonismo di massa a uno scontro armato tra una piccola minoranza. Una volta che il movimento stesso è entrato in crisi per una fuga in avanti di molti militanti e per la repressione sempre più feroce (con leggi speciali, dalla legge Reale in poi, che hanno aumentato le pene), ci sono stati molti morti e ─ una volta che il movimento è stato militarmente sconfitto, che tra 14 e 16 mila persone sono finite in prigione, che centinaia se non migliaia sono partite in esilio ─ l’establishment, cioè partiti e media, hanno rivisto la storia e l’hanno etichettata “gli anni di piombo”, storcendo completamente quella che era la nostra storia, perché gli anni di piombo erano al limite gli anni ’80-’82, quando il movimento non esisteva più, ma esistevano ancora i residui delle organizzazioni combattenti. Abbiamo cercato in seguito, a varie riprese, di ripensare insieme quel tempo: ma era necessario che non ci fossero i processi di massa e le condanne che ci sono stati: per esempio io ho avuto 5 processi diversi, spesso sugli stessi fatti, sono arrivato ad accumulare 56 anni di condanne e poi si sono ridotte, col processo in appello, fino a diventare 13, comunque moltissimi, e sono durati tutti gli anni Ottanta, le ultime condanne addirittura del ’94, credo, dunque quasi un quindicennio: era estremamente difficile trovare un modo di ricostruire, di rilanciare, di far chiarire la nostra storia. D’altra parte avevamo sviluppato una campagna per l’amnistia o almeno per l’indulto, secondo noi era l’unico modo per tornare a confrontarsi e parlare serenamente della nostra storia: questa via si è rivelata impossibile per l’opposizione strenua del Partito comunista, per cui in effetti, fino agli anni 2000, la storia è stata seppellita nelle prigioni o sotto i fascicoli processuali e nessuno poteva far sentire una voce diversa. E non è un caso che solo da una quindicina d’anni hanno cominciato a uscire testimonianze e libri che ricostruiscono la storia dal nostro punto di vista». I nomi dei complici Ed è grazie ad alcuni complici, parenti amici compagni, se oggi possiamo materialmente leggere il libro di Pancino, quasi mezzo secolo dopo la sua scrittura: «La storia di queste poesie è la storia di questi quarant’anni che sono passati. Riguardano due anni e mezzo di latitanza e i primi due anni di esilio in Messico: nell’81, quando soffrivo i primi gravissimi traumi della sconfitta e dell’esilio, desideravo ardentemente pubblicarle. Io ero ospite di mia sorella e mio cognato con Loredana, mia moglie, e mio figlio Gualtiero, e mia sorella Graziella le ha portate in Italia, a un intellettuale molto conosciuto, più o meno vicino ideologicamente, almeno alle nostre origini, e quest’uomo ha apprezzato molto le poesie e le ha proposte a un editore di poesia, il quale gli ha detto: È assolutamente assurda la tua richiesta, è impossibile pubblicare oggi un libro di qualcuno che è accusato di organizzazione di banda armata, che è latitante e così via. Quindi sono tornate in Messico e me le sono sempre portate con me. Ma, poi è venuta la Francia, lì io e mia moglie, allora mia compagna, abbiamo fatto un enorme sforzo per ricostruire la nostra vita, abbiamo fatto molti lavori diversi, lei ha cambiato lavoro rispetto a quello che faceva a Milano, io sono riuscito a entrare nella ricerca e poi a sviluppare la mia professione di ricercatore, e così le poesie sono rimaste nel cassetto. Quando ho deciso di scrivere la mia autobiografia, nel 2022, i ricordi si affastellavano e soprattutto quello che temevo era di non riuscire a ricostruire quello che io ero all’epoca, di scrivere un libro a posteriori: a questo punto ho tirato fuori queste poesie e quelle che avevo scritto prima, e ho visto che rappresentavano tutti i momenti sia di speranza, sia di sconforto, sia di amore, sia di delusione che avevo vissuto». Pancino temeva tuttavia che, al di là del valore autobiografico, le sue poesie potessero essere inattuali, datate; ma dopo averne pubblicate alcune in Ricordi a piede libero il riscontro positivo è stato decisivo nel confermarne la vitalità: così, ha deciso di riordinarle, con l’aiuto dell’amico Miro Graziotin, e ha trovato nell’editore Milieu la giusta collocazione, a conferma della originaria scaturigine di tutti i vissuti che stanno alla base dei testi: «Come avrai notato, l’editore che ho scelto non è un editore di poesie, ma è un editore politico». Tutto ciò che attiene alla questione fondamentale della complicità e le declinazioni che essa prende di verso in verso nella poesia di Pancino, specie nell’interpellare compagne e compagni, amiche e amici, vivi in spirito anche quando morti nella carne, rinnova la sostanza di una strofe bellissima di Poema del Che Guevara di Manuel Vàsquez Montalbàn, lirica che centona numerose parole del rivoluzionario argentino, resa celebre in Italia nella riduzione e adattamento che ne hanno fatto Flaco Biondini e Francesco Guccini nell’album Ritratti del 2004: «dejadme decirlo el revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor tiene hijos que no aprenden a llamarle, mujeres que deben ser parte de su sacrificio sus amigos son sus compañeros de la revolución». (11) «Lasciate che lo dica / ma il rivoluzionario quando è vero / è guidato da un grande / sentimento d’amore, / ha dei figli che non riescono a chiamarlo, / mogli che fan parte di quel sacrificio / suoi amici sono compañeros de revolución». (12) Proprio il «sentimento d’amore» è onnipervasivo in Complici, a partire dai versi delicati che Pancino dedica a Loredana, moglie amatissima che «fa parte di quel sacrificio» condiviso: «Quando erano onde i canneti e fremito verde il mare e tu inseguivi l’amore tra i canti del vento, nei tuoi occhi un’isola c’era e un mare e un cielo sempre vicini e sempre al di là di ogni spazio». (13) La poesia da cui cito ha titolo Tinos, un’isola greca delle Cicladi, ed è sottotitolata a Loredana. Ogni volta, o quasi, che Loredana entra in scena appare nei versi anche il mare e sembra improvvisamente che l’io poetante sia abitato dall’azzurro, un azzurro che ha sostanza opposta a quella ossessiva di una celebre lirica di Mallarmé («Je suis hanté. L’Azur! l’Azur! l’Azur! l’Azur!»), (14) perché è un azzurro che salva: e azzurri, ne ero certo già prima che l’autore me ne desse conferma, sono anche gli occhi di Loredana. «Per quanto riguarda il mare e Loredana, le due cose nella mia coscienza vanno insieme perché, nel periodo della latitanza, quando non ci si poteva trovare pubblicamente, abbiamo passato due brevi periodi di vacanze in Grecia: io avevo evidentemente i documenti falsi e così via, e quel periodo è stato molto difficile dal punto di vista psicologico, perché non sono fatto per essere clandestino, sono una persona che ha sempre vissuto con gli altri, quindi quei brevi periodi in Grecia sono stati un’oasi: infatti molte delle immagini mi ritornano da quell’esperienza, c’è ad esempio una poesia che s’intitola La spiaggia, che non è una poesia dedicata a Loredana, però le immagini sono tratte direttamente da una spiaggia che abbiamo visto in Grecia, poi ce n’è un’altra intitolata Tinos, che è ispirata direttamente da un nostro momento d’amore in Grecia». Tinos e La spiaggia sono due testi particolarmente riusciti, nei quali la complicità in amore trae un risalto luminoso. Nella prima, gli occhi e ciò che vedono si unificano, così come «il desiderio e la meta» quando due corpi si fondono, in una dimensione temporale che cerca pienezza e sospensione e sembra sfiorarle, in quell’istante finale: «quando il mio corpo / è giunto a tutto e a nulla». Nei versi di La spiaggia, il gioco ancora panico di Tinos, pur tenendo al centro l’elemento naturale, si eleva, facendosi interrogativo e filosofico: «In quale occulto varco di aria e di tristezza è scritto l’armonioso codice del vento che conduce oltre i confini? Al di qua di pareti nel percorso scritto dal tempo è contenuto il senso del pianto di pelle che mi scende addosso e la pietà struggente per chi nascendo al tempo ha perso il segno dell’infinito». (15) E l’esposizione al lavorio del tempo è anche esposizione alla morte, al lutto di coloro che la clandestinità e l’esilio rendono estranei al desiderio di un incontro, di una parola, di un abbraccio, come nel caso dei fratelli Luciano e Marcello: «Luciano è mio fratello, con cui ho vissuto tutta la prima parte della mia vita, aveva otto anni più di me (che sono nato per sbaglio) ed è stata la persona che ho forse amato più profondamente nella mia vita, e quindi, quando è morto, per me è stata una frattura terribile. Sono riportate alla fine del Secondo volume tre delle poesie che avevo scritto per lui. Mentre io ero clandestino sono morti due fratelli: uno è appunto Luciano, che sono stato a Londra ad assistere negli ultimi due mesi di vita; e l’altro è Rajco, il maestro Marcello che tutti a Valdobbiadene conoscevano, e quando sono tornato nel 2008 e mi presentavano come Pancino, dicevano: Ah, il fratello del maestro Pancino! Gli rivolgo la poesia La seconda morte». La poesia resta dunque come uno dei pochi mezzi per tenere vivo il dialogo interrotto, per la clandestinità prima, per la perdita poi. È allora lo strumento per dire la perfetta simbiosi tra l’anima di Gianfranco e quella di Luciano: «Fratello mio figlio amante non ho ricordo di te perché non so perderti o cambiare in memoria il nostro amore. Camminiamo insieme Luciano dolce nome ripassiamo la nostra vita...». (16) È anche il linguaggio eletto per piangere «la seconda morte» di Rajco-Marcello, ma brindando alla vita sulle colline pampinose di Valdobbiadene: «Fratello ti porti un altro lembo della mia giovinezza fatto di passi per le colline di terra rossa e sole, di nostalgie di rivolta consegnate alle mie speranze (...) La tua vita è finita con l’appassirsi della rosa e con i suoi petali sei tornato alla terra. A te e ai fiori che su te cresceranno, Rajco, levo il bicchiere». (17) Le dimensioni dell’amore, dell’amicizia, della condivisione degli ideali confluiscono nella figura di Kit, a cui è dedicato un testo omonimo nella Seconda parte, il cui sottotitolo è reclusa in un carcere argentino: «Kit è stata la mia prima compagna, poi siamo andati insieme a Milano, in Francia, abbiamo lavorato insieme come medici del lavoro; ci siamo separati già in Italia prima che incontrassi Loredana, ma rimane la persona di cui io ho più fiducia e io sono quella di cui lei ha più fiducia: quando è stata anche lei in esilio, in Argentina, prima arrestata e poi torturata, ho scritto la poesia Kit». «Io so che più che il dolore ti scoppia gli occhi la tristezza la crocifissa nudità di ritrovarti sola con ricordi lungo le spalle con rimpianti». (18) Pur nella tensione, talvolta nel dolore venato di disperazione, la poesia di Complici sa restituire una sensazione di leggerezza nei momenti di abbandono alla bellezza delle cose, nelle parole che sanciscono una inscalfibile certezza di credere negli ideali per i quali si è consumata tanta vita e tanta vita è stata rubata, ma in nome di un noi, cui si rimane legati fino alla morte, oltre la morte. Perciò questa complicità è valsa un tempo degno comunque di essere vissuto, anche dentro la latitanza, anche esiliato oltreoceano: «Ho vissuto intensamente anche in quel periodo per almeno tre ragioni: la prima è che comunque, almeno nel primo anno di clandestinità, perseguivo il progetto rivoluzionario, facendo politica anche da clandestino. Sono stato a Torino un anno, ho partecipato all’organizzazione della rete dell’Autonomia di «Rosso» con operai della Fiat e con studenti di Torino; mantenevo contatti con tutta la rete nazionale, ero convinto di continuare il percorso rivoluzionario in altri modi, nella clandestinità. Queste certezze si sono incrinate nel secondo anno e ci sono parecchie poesie su questo, per esempio Latitanza e Inverno ’78, che mostrano come la crisi del movimento mi colpisse profondamente, cioè fossero dei terribili colpi di frusta o, peggio, dei terremoti che incrinavano il senso di quello che stavo facendo: perché, se io accettavo la clandestinità per fare la rivoluzione e se la rivoluzione non si poteva più fare, a questo punto che senso aveva rimanere nascosto, non vedere i compagni, gli amici, vedere Loredana e il bambino una volta ogni tanto di sotterfugio? Che senso aveva? E quindi la seconda parte della latitanza l’ho vissuta effettivamente in modo angosciato e le ultime poesie lo dimostrano. Le altre due ragioni per cui ho vissuto intensamente quel periodo sono state l’affetto, la vicinanza, il sostegno morale dei compagni di lotta, gli amici, e soprattutto la storia d’amore che stava nascendo e che è fiorita durante la latitanza con Loredana». Note 1. G. Pancino, Complici. Poesie (1978-1982), Milieu, 2026, p. 65. 2. Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a c. di E. Testa, Einaudi, 2005, p. VI. 3. Pancino, op. cit., p. 5. 4. Pasolini Teorema TV. III B facciamo l’appello: Biagi intervista Pasolini, Rai, 1975, consultabile al link: https://www.raiplay.it/video/2022/01/Pasolini-e-la-TV—III-B-facciamo-lappello-Biagi-intervista- Pasolini-4fb80926-9a69-42d4-96c4-f5acc19638cf.html 5. Pancino, op. cit., p. 6. 6. P. Steffan, «Niente mi ha fiaccato». Conversazione con Ferruccio Brugnaro, «Poetarum Silva», 16 marzo 2017, https://poetarumsilva.com/2017/03/16/ferruccio-brugnaro-conversazione-paolo-steffan/ 7. Cfr. P. Levi, Ad ora incerta, Garzanti, 2004, p. 7. 8. P. Steffan, «In agonia in amore», in E. Bruck, Versi vissuti. Poesie (1975-1990), a c. di M. Meschini, EUM, 2018, p. 29. 9. Pancino, op. cit., p. 7. 10. Pancino, op. cit, p. 68. 11. M. Vàsquez Montalbàn, Poema del Che Guevara in Poemas al Che, Instituto del Libro La Habana, Cuba, 1969, p. 79. 12. F. Guccini, Stagioni. Tutte le canzoni, a c. di V. Pattavina, Einaudi, 2000, 2007, p. 327. 13. Pancino, op. cit., p. 17. 14. S. Mallarmé, Tutte le poesie, a c. di M. Grillandi, Newton Compton, 2008, p. 102. 15. Pancino, op. cit., pp. 73-74. 16. Ivi, p. 117. 17. Ivi, pp. 121-122. 18. Ivi, p. 116. Paolo Steffan, è poeta e critico letterario. Pubblicato su finnegans.it il 12 luglio 2026
- clan milieu
dossier guerra e capitale Amici o nemici? L’Europa e la guerra Tano Margas Questo saggio esplora la relazione storica e concettuale dell’Europa con la guerra, sostiene che la violenza e il conflitto armato abbiano giocato un ruolo costitutivo nel forgiare l’identità politica e culturale europea. Attingendo da mitologia, filosofia, nazionalismo, colonialismo e storia moderna, indaga come la guerra abbia plasmato lo stato europeo, l’espansione imperiale e l’integrazione nazionale. Il saggio riflette inoltre sul progetto postbellico di integrazione europea quale risposta al fascismo e al militarismo, evidenziando allo stesso tempo la persistenza dei conflitti coloniali e geopolitici dopo il 1945. Infine, considera la guerra in Ucraina come un possibile nuovo “momento costituzionale” dell’Unione Europea, sollevando interrogativi sull’identità politica dell’Unione Europea contemporanea e il suo indissolubile legame con la guerra. I. Si potrebbe plausibilmente sostenere che esista una relazione stretta tra l’Europa quale continente e spazio politico culturale e il fenomeno della guerra. Un filosofo analitico potrebbe perfino chiedersi se si tratti di una relazione «concettuale». Un brillante giurista potrebbe a questo punto intervenire, affermando che la guerra è la «natura» stessa dell’Europa, tanto quanto la «natura» della legge è la coercizione. Come noto, nella mitologia greca, Europa era una giovane donna che fu rapita da Zeus trasformatosi in un toro focoso e bellicoso. La vita adulta dell’Europa ha origine da un atto di violenza, un rapimento, un’azione di guerra. Roma venne fondata da due fratelli, di cui uno uccise l’altro. In seguito, per assicurare discendenti alla città, furono rapite le donne sabine in un’altra operazione militare. Questa violenza diede origine ai futuri romani. Nel saggio intenso e illuminante sul fascismo Paura della libertà [1], Carlo Levi identifica la «natura» delle politiche europee nella forma Stato, e questa forma e pratica risale al mistero romano del sacrificio sanguinoso agli Dei. La città è nata sul sangue dei vinti anche nella Bibbia: a Caino, l’assassino per eccellenza, dalla fronte marcata dal delitto, si fa risalire infatti la fondazione della città. D’altronde, la prima grande opera letteraria e poema della cultura Europea, l’Iliade, è un canto di guerra. Vi si celebra l’ira funesta di Achille piè veloce, per la cui sepoltura dozzine di prigionieri troiani furono trucidati. A seguito della sconfitta e distruzione di Troia, le donne della città vengono violate, uccise o ridotte in schiavitù; tra queste vi è Cassandra, figlia di Priamo, trasformata in bottino di guerra di Agamennone e condannata a condividerne la tragica fine. L'ira di Achille si scatena perché Agamennone pretende ciò che gli spetta in quanto re degli Achei: Ippodamia, chiamata anche Briseide, figlia di Briseo, una fanciulla che il biondo Achille desiderava solo per sé. Un altro dei tanti esempi di guerra, massacro e feroce violenza contro le donne. Il figlio di Ettore, Astianatte, viene sgozzato da Neottolemo, figlio di Achille. Nel poema regnano la guerra e la sottomissione, e la virtù è intesa come forza che si manifesta in battaglia. Eraclito non esita a proclamare il «polemos», la guerra, il padre di tutto ciò che esiste sulla terra. Nella struttura ideale della gerarchia sociale platonica, se è vero che al vertice troviamo i «filosofi» ai quali è garantito lo status glorioso dei re, la seconda classe in ordine di importanza è quella dei «guerrieri». Ai coraggiosi professionisti della violenza viene dato il «potere», la forza esecutiva della «autorità» detenuta dai sapienti. «Potestas in bello, auctoritas in philosophia», si potrebbe tradurre così questa tesi. Alla base della società c’è il popolo, la classe lavoratrice, il cui compito fondamentale è sgobbare per nutrire le caste superiori dei filosofi e dei guerrieri, o guardiani. Questo schema è riprodotto nell’Anticristo di Nietzsche, dove di nuovo i guerrieri assumono una funzione cruciale nel modello ideale di società. Questo modello è di nuovo reiterato da Leo Strauss, dove i guerrieri di Platone sono sostituiti dai più civili «gentiluomini», ma con conseguenze in qualche modo analoghe [2] . Alla base di quest’ultima visione c’è, come nel Lavoro di Nietzsche, una sfiducia nichilistica nei confronti dei valori. I valori europei – così credono Strauss e i suoi allievi neoconservatori tra i quali possiamo citare Paul Wolfowitz – sono basati sul nulla; non c’è in essi nessuna possibile verità. La guerra, il conflitto e la violenza sono il reale fondamento dei nostri presunti principi. Ma questa verità può essere sostenuta solo dai filosofi seguaci di Strauss; a guerrieri, gentiluomini e gente comune si deve predicare una normatività oggettiva che non è in realtà che menzogna. Una nobile menzogna, se possibile, strumentale al mantenimento della guerra quale prerogativa della civiltà occidentale, che indica nello scontro con altri mondi culturali una delle caratteristiche e missioni essenziali contemporanee [3]. Ma la relazione tra l’Europa e la guerra è dimostrabile empiricamente e storicamente, prima che simbolicamente o intellettualmente. Se ripercorriamo gli annali della storia della terra, è vero che la guerra si ritrova ovunque dalle sue origini. L’antropologo Pierre Clastres sostiene che le cosiddette società primitive, quale i Tupi Guarani in Amazzonia, dopo la scoperta dell’America, debbano alla guerra la loro resistenza alla divisione in classi e gerarchie sociali. In questo caso, la guerra è considerata il fattore che impedisce la nascita dello Stato, non il contrario, come hanno sostenuto Kropotkin e, più recentemente, David Graeber. Per Clastres, la violenza tra tribù, la guerra, le mantiene libere dal servaggio, in quanto implica la mobilitazione permanente del capo nei termini di energia economica e fisica, fino, se necessario, al sacrificio. Il capo è assente per forza, in quanto è sempre occupato a combattere fuori dal villaggio. La tesi di Clastres è una sorta di teoria del politico inteso come elemento che determina la linea di demarcazione tra amico e nemico (sulla scia forse di Carl Schmitt), sebbene all'inverso. Nel concetto di «politico» del giurista tedesco, la politica – paradigmaticamente il dominio gerarchico dello Stato, in quanto comando di un sovrano in sostanza sempre assoluto – è resa possibile dalla guerra, ossia dall’opposizione tra un amico, Freund, e un nemico, Feind, come una questione di vita o di morte. Per Clastres, quello stesso «politico» (il Duce, lo Stato) è reso invece impossibile dalle medesime dinamiche belliche tra nemico e amico. La guerra rivolta all’esterno – afferma l’antropologo francese – immunizzerebbe l’interno della comunità rispetto all’autorità che incarna ed esercita questa stessa violenza. Tuttavia, se guardiamo la storia degli ultimi duemila anni, non possiamo non vedere che l’Europa è stata il terreno di continui conflitti militari: ciononostante, questo non l’ha salvata dal «politico» ovvero dallo Stato [4]. In Europa la guerra è un evento ripetuto, quasi un «eterno ritorno», mentre in Asia, per esempio in Cina, la guerra è stata assente per secoli. Ed è così che viene tematizzata l’immagine dell'Europa nei saggi politici europei: come una terra di guerrieri e campi di battaglia. L’europeo è più virile e bellicoso, più forte e valoroso in guerra rispetto all’orientale. Lo dice Machiavelli, lo ribadisce Montesquieu. L’Italia si rinvilisce e decade, afferma Machiavelli, perché le mancano le virtù militari che sono invece ben esercitate dai cugini francesi. La guerra è avventura, desiderio di fare, di superarsi, di mettersi in gioco, persino capacità di sacrificio; quello che il fascismo europeo del XX secolo, specialmente quello tedesco, chiamava «idealismo», contrapponendolo al «materialismo» di coloro per i quali lo spargimento di sangue era solo orrore. Nichts Neues im Westen, «Niente di nuovo sul fronte occidentale», il magnifico romanzo pacifista di Erich Maria Remarque, viene bollato dalla destra nazionalista tedesca come «materialista», e il film tratto da quest’opera viene bandito dalle sale cinematografiche di una Repubblica di Weimar ormai agonizzante. Questo divieto è un altro colpo alla Repubblica e una vittoria per il fascismo emergente. La battaglia culturale nell’Europa degli anni ’20 riguarda l'interpretazione e la narrazione della Grande Guerra. Il sacrificio di vite umane è stato immenso e fondamentalmente inutile. Ma in ogni città e villaggio, italiano, francese e tedesco, viene costruito un monumento ai caduti che trasuda orgoglio nazionale ed esaltazione della guerra. Nelle chiese britanniche, le pareti sono ricoperte dai nomi di centinaia di giovani caduti. Le bandiere dei reggimenti sono appese alle volte della chiesa e non suggeriscono il fallimento della violenza, ma ne esaltano l’«idealismo», vale a dire lo sfondo di assoluta irrazionalità e obbedienza all’autorità che ha reso possibile questo tipo di violenza meccanica. Questa è l’Europa degli anni ’20. E, sebbene allora inconcepibile, tutto sarebbe ricominciato nel 1939, questa volta in forma ancora più spaventosa. La nazione moderna in Europa è stata forgiata nella guerra. Inizia con la Francia rivoluzionaria a Valmy, nel 1793, quando un esercito di mendicanti e popolo sconfigge gli eserciti ben addestrati e le uniformi bianche degli eserciti aristocratici. Goethe, presente sul fronte aristocratico, dirà subito di aver visto nascere una «nuova storia». Era certamente nata la nazione francese, che poi si è riversata nel resto d’Europa, arrivando con Napoleone fino a Mosca. E con la guerra arriva la Germania e la sua unificazione. È la guerra franco-prussiana e la vittoria di Bismarck che permette al Re di Prussia di dichiararsi Imperatore del Secondo Reich nella sala degli specchi di Versailles. La storia dell'unificazione d'Italia non è diversa, in quanto esito delle battaglie dell'esercito piemontese contro gli austriaci e della romantica avventura militare di Garibaldi. Il momento ideale-tipico costitutivo della nazione europea non è tanto la rivoluzione democratica, ma la guerra, sia essa vinta (come nel caso di Francia, Italia e Germania), o persa (come nel caso di Austria o Polonia e anche per la Russia proto-sovietica). Che dire poi degli Stati Uniti, la cui identità nazionale si è sviluppata attraverso due guerre sanguinose? La prima contro la madrepatria Inghilterra; la seconda come guerra civile, o meglio sanguinosa faida interna tra due diverse concezioni di federalismo e cittadinanza. Gli Stati Uniti rappresentano l’Europa proiettata nel futuro, l’Europa che si è sbarazzata delle sue tradizioni, del feudalesimo della casta nobiliare, ma non di quello della guerra, praticata anche al fine di allargare il territorio federale. Prima con lo sterminio dei nativi [5], poi con l’occupazione di un terzo del Messico, infine con la guerra contro una Spagna in declino, che non aveva ancora realizzato chi si trovava ai bordi dell’oceano: un emergente e potente impero di uomini bianchi. [6] II. La guerra è innanzitutto un’impresa coloniale. Questo è chiaramente rivelato dall’ultima avventura coloniale europea, quella dell’Italia in Etiopia, che fu una guerra di sterminio, con gas usati impunemente contro popolazioni inermi e un’aviazione che si divertiva a bombardare da un cielo di cui era assoluta padrona. In Libia, i beduini furono massacrati, impiccati con frivola noncuranza da ufficiali coloniali ben vestiti. E di quelle due imprese vigliacche e omicide non è rimasto nulla, nemmeno la lingua, perché oggi né in Libia né in Etiopia si parla italiano. Il colonialismo, diventato imperialismo nel XIX secolo, ha addestrato su larga scala all'oppressione e alla crudeltà, fungendo da terreno di esercitazione per gli eserciti e le forze di polizia, per poi trasformarsi nella pratica dell'autoritarismo e del totalitarismo entro i confini nazionali. Hannah Arendt lo spiega bene, nella seconda parte della sua opera fondamentale Le origini del totalitarismo: è proprio l'imperialismo a preparare il fascismo. L’imperialismo, infatti, inietta il veleno del razzismo nella cultura europea e sperimenta le tecniche di distruzione dell’avversario che saranno poi generosamente applicate dalle dittature autoritarie nel vecchio continente. L’«orrore» evocato da Kurtz di fronte al massacro dei nativi africani nel racconto Cuore di tenebra di Joseph Conrad si rispecchierà e si ripeterà nell’Olocausto europeo. Franco, Caudillo «por gracia de Dios», che massacrò la repubblica spagnola, lo fece con il suo esercito coloniale, addestrato alla violenza estrema, passando dall’Africa alla penisola iberica nell’estate del 1936 e utilizzando le stesse tecniche militari impiegate contro le tribù ribelli del Marocco e del Sahara. E anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa, che aveva vissuto il trauma del nazismo, non rinunciò al sogno imperiale. I Paesi Bassi usarono i fondi del Piano Marshall per mantenere il controllo sull’Indonesia, impegnandosi in una costosa campagna militare. L’Inghilterra lasciò l’India, ma non rinunciò alle sue colonne africane, dove continuò a combattere una guerra dopo l’altra. Il Portogallo sventrò l’Angola e il Mozambico fino alla metà degli anni Settanta, lottando contro i movimenti di liberazione nazionale africani. Ma il caso più emblematico è quello della Francia. Dopo la resa del giugno 1940 e quattro lunghi anni di occupazione tedesca, la Francia, liberata dagli alleati nell’estate del 1944, era un paese battuto, per quanto annoverato tra le nazioni che avevano sconfitto il Terzo Reich e l’Italia fascista. Era un paese sconfitto, fino al midollo umiliato e demoralizzato. Il regime di Vichy era un regime fascista e antisemita [7] : il suo simbolo era la doppia ascia che sarebbe stata in seguito adottata da Ordine Nuovo, il gruppo terroristico fascista italiano responsabile delle stragi di stato. Il regime di Vichy, versione francese più sfarzosa della Repubblica di Salò, guidata dal senile generale Pétain, diede un efficace contributo allo sterminio degli ebrei in Francia. L’atmosfera decadente di quella Francia è bene descritta dal racconto «hard» di Simenon Dirty Snow. Tradimento, ebrei venduti ai tedeschi per pochi franchi, i loro beni rubati, collaborazionismo diffuso, fascismo inoculato ai giovani, una borghesia e un esercito che preferivano Hitler agli ideali democratici e alla difesa di libertà, uguaglianza e fratellanza. È la Francia dell'ultimo Céline e della Divisione Waffen-SS «Charlemagne», che va a formare l’ultima pattuglia di difensori del bunker di Hitler. La ritrovata libertà dopo l'agosto del 1944, tuttavia, non libera la Francia dai suoi fantasmi coloniali. Vuole mantenere l’impero anche dopo la Resistenza, la Liberazione e la promessa di uno stato repubblicano maturo. Vuole mantenere il controllo del Canale di Suez contro la nazionalizzazione di Nasser, e così arrivano le truppe parà di Francia e Gran Bretagna a Suez, con il supporto di Israele, contro l’Egitto repubblicano. Ma, questa volta, il rinnovato desiderio di un Impero, trova degli ostacoli negli Stati Uniti, che impongono agli alleati di ritirarsi e di abbandonare l’occupazione di Suez. Era il 1956. Un anno prima, era caduta l’Indocina, ribellatasi al controllo francese, e l’armata tricolore era stata costretta ad arrendersi a Dien-Bien-Phu con un atto di suprema debolezza. Un’altra resa, dopo quella ignominiosa ai tedeschi nel giugno 1940. Malgrado ciò, la Francia continua a credere nel suo sogno imperiale con la guerra sanguinosa, scellerata e crudele di Algeria. Interi villaggi sono massacrati e inflitte torture di massa. Una vera e propria orgia di sangue. [8] Sarà De Gaulle, designato come Presidente dalla nuova costituzione del 1958 a porre fine al massacro. Ancora una volta è la Francia a capitolare. L’Algeria si dichiara repubblica indipendente. Tra l’altro, il trattato E.E.C, del 1957, fu appoggiato dalla Francia come possible via d’uscita dalla crisi algerina, offrendo alla colonia africana libertà di commercio e un ricco futuro commerciale all’interno del mercato comune europeo. Le guerre degli europei, in ogni caso, si estendono ben oltre il 1945 [9] e smentiscono in qualche modo tutti i proclami di pacificazione e di pacifismo che la classe politica diffuse a piene mani tra le macerie delle nazioni europee travolte dal disastro della Seconda Guerra Mondiale. Si promette di non fare più guerre, di non tornare a uccidersi ciecamente l’un l’altro. Francia e Germania devono abbandonare il loro retaggio di nemiche, affinché l’Europa possa risorgere e sanare le sue profonde ferite. La riconciliazione tra queste due nazioni rappresenta l’obiettivo primario e il punto di partenza del progetto di integrazione europea. Di questo progetto esistono almeno tre versioni e tre corrispettivi documenti. Il primo di essi è il Manifesto di Ventotene [10], redatto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, due antifascisti – un liberale e un comunista – reclusi al confino dalla dittatura. Il Manifesto costituisce un atto d’accusa sia contro il capitalismo monopolistico e guerrafondaio, sia contro lo Stato nazionale e nazionalista, percepito come angusto. La rivoluzione socialista, che deve compiersi se si vuole salvare lo spirito di uguaglianza e libertà che anima la lotta antifascista, deve combinarsi con l’immediato superamento della forma dello Stato nazionale. Un’unione federale è dunque l’obiettivo del movimento operaio europeo nelle sue varie e plurali componenti. Si dovrebbe ricordare anche il discorso pronunciato da Churchill nell’estate del 1946 a Zurigo, in cui caldeggiava una federazione degli Stati dell’Europa continentale (l’Inghilterra non vi era ancora inclusa, a causa del suo rango imperiale). Tuttavia, il documento più importante e ricco di conseguenze è la dichiarazione del ministro degli Esteri francese Schuman del 9 maggio 1950. Questa data non fu scelta a caso: è lo stesso giorno in cui, cinque anni prima, si era conclusa la Seconda Guerra Mondiale con la resa incondizionata della Germania nazista. L'integrazione europea si inserisce quindi nella medesima storia della lotta al fascismo e al nazionalismo estremo. Vale la pena rileggere le parole di Schuman: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionati ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, che da oltre vent'anni si fa promotrice di un’Europa unita, ha sempre avuto come obiettivo essenziale essere al servizio della pace. L’Europa non è stata creata: abbiamo avuto la guerra. L’Europa non si creerà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto». L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del secolare contrasto tra Francia e Germania: l’azione intrapresa deve riguardare in primo luogo questi due Paesi. È la pace, insieme al rifiuto della guerra, a motivare e dare impulso al processo di integrazione europea a partire dal Trattato di Parigi del 1950, istitutivo della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Gli europei non vogliono la guerra, ne hanno avuto abbastanza. Devono ricostruire uno spazio pacifico di convivenza. Nel frattempo, però, la Francia sposta il campo di battaglia dall’Europa all’Asia e all’Africa. III È come se l’Europa non potesse fare a meno della guerra. E nemmeno dell’oro o del profitto finanziario. L’oro e la guerra sono tratti permanenti della storia europea moderna; l’avidità sembra esserne il motore. La scoperta dell’America fu compiuta da eserciti in cerca d’oro e, per questo, i nativi furono massacrati. Ciò alimentò l’ossessione per l’Eldorado, una cornucopia utopica d’oro, d’argento e di denaro. David Graeber, in The Dawn of Everything [11], interrogandosi sull’origine del denaro, lo collega storicamente alla guerra. Ci si batte per il denaro, e l’oro è necessario per disporre di eserciti. E l’esercito – almeno per come lo conosciamo oggi – sembra essere un’invenzione interamente europea, il cui modello ha poi influenzato la struttura e il funzionamento della fabbrica, come ha sottolineato Lewis Mumford. [12] Eppure, dal 1945 viviamo nell'illusione che lEuropa sia uno spazio di pace, un «giardino delle meraviglie» – come ci ha rimproverato Josep Borrell, ex alto rappresentante dell’Unione Europea. Questa Europa pacifica sarebbe uno spazio di Venere: sinuosa, assonnata e lasciva, ma accomodante e decadente se paragonata al guerriero dominato da Marte, ovvero allo scatto competitivo degli Stati Uniti – secondo la visione di Robert Kagan. [13] Ora, però, con una guerra inflitta all’Ucraina da una Russia neo-imperiale, l’Europa si sta risvegliando dal suo lungo letargo pacifista e sta imbracciando nuovamente le armi, o almeno dichiara di farlo. Potremmo trovarci di fronte a un profondo cambiamento nell’autoconsapevolezza stessa dell’Europa. Essa sembra non dare più ascolto alla lezione antimilitarista e antiautoritaria che Remarque trasse dalla sua esperienza sul fronte occidentale – con le sue sofferenze indicibili, inutili e prive di senso – che è la stessa offertaci da Céline nel suo intenso romanzo Viaggio al termine della notte. La lezione da apprendere oggi non dovrebbe tuttavia assomigliare a quella tratta dalla Prima Guerra Mondiale dal bardo del nazionalismo tedesco, Ernst Jünger, in quelle che chiama romanticamente e quasi nostalgicamente «tempeste d’acciaio» (Stahlgewitter). [14] Per lui, la guerra è un’esperienza formativa interiore (innere Erlebnis) che ci strappa alla convenzionalità e all’oblio di noi stessi, che esalta il nostro vigore e le nostre immense potenzialità di sentire. [15] Ci rivela chi siamo e ci modella in un’opera finale di Bildung (educazione, formazione) e ci costituisce. Nella trincea, egli sostiene, la comunità dei combattenti si forma come entità statale e si rivela finalmente agli scettici come la forma più pura di società. Nelle trincee del tenente Sturm – un nome che è già tutto un programma, significando Sturm «assalto» in tedesco – la vita dei sensi si faceva più acuta. [16] Laggiù, una nuova stirpe dà alla luce una nuova interpretazione del mondo attraverso un’esperienza antica: quella di infliggere la morte agli esseri umani. La guerra è una nebulosa primitiva di possibilità esistenziali, carica di sviluppi inattesi e creativi. Laggiù, sul campo di battaglia, afferma Jünger, i soldati non sono solo un organo dello Stato o una delle sue agenzie (l’esercito), ma si proiettano piuttosto come lo Stato nella sua interezza, come il nucleo duro della comunione nativa. Si tratta di una celebrazione radicale del conflitto armato, nata nell’Europa civile del Ventesimo secolo. [17] Di fatto, la guerra è sempre stata al centro della teoria politica dell’Occidente. Si possono individuare almeno quattro concettualizzazioni principali. In primo luogo, vi è la guerra vissuta e pensata come la peste, un evento apocalittico, il «cavallo rosso» dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. È una punizione per il male innato degli esseri umani e, al tempo stesso, la sua massima espressione. È come un'epidemia che funge da retribuzione per una colpa nascosta, un evento che sfugge a qualsiasi controllo razionale. È, di fatto, la massima espressione del sonno della ragione umana. Può sembrarci del tutto priva di senso, pura ananke (destino tragico), ma in qualche modo si iscrive in un altissimo disegno provvidenziale della divinità che governa il mondo. Con la guerra, il Signore punisce e decide il destino degli esseri umani che non possono sfuggire al peccato originale. L’altra dottrina è quella della guerra come missione, una teoria teleologica o funzionalista. Qui la guerra è come un vento forte che mantiene viva e reattiva l’atmosfera della società. «Rinunciare alla grande vita (das grosse Leben) significherebbe rifiutare la guerra»: questa è la visione di Nietzsche. In questo caso, la guerra è un momento esistenziale della storia umana, il suo fine e, al tempo stesso, uno dei suoi mezzi fondamentali; un passo verso l’epifania del destino umano. Pur essendo una manifestazione dell’Anticristo, è la vittoria su di esso. È un evento che si svolge nello spazio di una specifica razionalità storica finale. La «storia del mondo» (Weltgeschichte), lo spazio della guerra, è il «tribunale del mondo» (Weltgericht), afferma Hegel. D’altronde, il Dio dell’Antico Testamento è il Signore degli eserciti, ed è attraverso la guerra contro le altre nazioni (talvolta lo sterminio) che il Suo popolo si conferma come l’eletto. Mosè, scendendo dalla montagna, dove aveva parlato con l’Onnipotente e trovando tra il suo popolo molti che avevano sacrificato al Vitello d’Oro, non esita a decretare il massacro dei peccatori. «Ecce homo», ci dice in fondo Nietzsche, significa «ecco il nemico». [18] Vi è poi una concezione meno drammatica della guerra, priva di escatologia. È un gioco della politica inteso come dimensione strumentale e, per certi versi, neutrale. È la continuazione della politica terrena con altri mezzi, afferma il generale Von Clausewitz. È una partita a scacchi per il dominio dell’uomo sull’uomo o per la preservazione del proprio spazio vitale. La guerra è dunque un atto di forza per costringere il nemico a piegarsi alla nostra volontà. Essa sfugge al giudizio della morale, sebbene il suo carattere imperativo possa ricordare il diritto come comando del sovrano. In qualche modo, in questa prospettiva, la guerra è la legge dettata al nemico, ai sudditi stranieri che minacciano le politiche adottate all’interno del recinto statale, pur spingendosi naturalmente oltre di esso. Esiste una dimensione normativa della guerra indipendente da qualsiasi altra normatività, sia essa morale o giuridica. Per essa è appropriato solo il calcolo prudenziale. È un evento che si svolge nello spazio governato dalla razionalità strumentale. I suoi fini non sono soggetti all'etica dei valori, ma solo a quella della responsabilità che governa l'uomo politico. E ciò, in sostanza, dipende dall'autenticità con cui tale responsabilità viene assunta.[19] Infine, vi è la teoria della guerra come spada della giustizia. Justum bellum: giusta solo come legittima difesa o come prevenzione di un male ingiusto. Deve obbedire a una giusta causa. De Vitoria e la Seconda Scolastica spagnola sono perentori su questo punto. Si tratta di un evento che si svolge all’interno dello spazio della razionalità morale, o giuridica, come nel caso della legalizzazione della guerra intesa come sanzione del diritto internazionale secondo la dottrina di Hans Kelsen. [20] Esiste tuttavia un quinto concetto, già menzionato e mai elaborato approfonditamente, ma in forme diverse esplicito nel nazionalismo più o meno liberale. Riguarda la guerra come «momento costituzionale» o fatto fondativo della comunità. Il fondamento dell’ordine costituzionale, in quanto produzione dell’ordine politico. Ora, è a quest’ultimo concetto a cui si rimanda, anche se in modo ambiguo, nel caso dell’attuale guerra in Ucraina. L’Unione Europea, che in passato si era concepita come un ordine che impedisce la guerra e la allontana, sembra interpretare ora la guerra in Ucraina come l’evento che potrebbe fornirle la legittimità auspicata ma fino ad oggi assente di vero e proprio ordine politico e sovrano. Questa guerra potrebbe in qualche modo essere configurata come suo «momento costituzionale». Supportando la guerra contro la Russia, è l’Europa che mette alla prova la sua unità e determinazione. I russi, invadendo l’Ucraina, stanno minacciando i nostri valori, e il futuro di una federazione europea capace di un’autonoma strategia geopolitica. Eppure, con la guerra in Ucraina, l’Europa diventata una potenza mondiale, afferma la sua unione costituzionale ancora incompiuta. Acquisisce così l’auspicata costituzione materiale sovranazionale, o così si potrebbe sostenere. [21] Ma l’integrazione e federazione europea non erano state inizialmente pensate e progettate per istituire una pace duratura e se possibile «eterna» nel vecchio continente? Hic Rhodus, hic saltus. Note 1 C. Levi, Paura della Libertà, Einaudi 1946 2 L. Strauss, Liberalism Ancient and Modern (Chicago: University of Chicago Press 1968). In questa prospettiva , il liberalismo è il regime politico dei gentiluomini. 3 S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (New York: Simon & Schuster 1996). 4 P. Clastres, Archéologie de la violence: La guerre dans les sociétés primitives (Paris: Editions de l’Aube 2022), ma soprattutto P. Clastres, La société contre L’Etat: Recherches d’anthropologie politique (Paris: Minuit 2011). 5 G Chamayou, Les chasses à l’homme (Paris: La fabrique 2010). 6 P. Preston, The Spanish Holocaust: Inquisition and Extermination in Twentieth-Century Spain (London: Harper 2013). 7 R. O. Paxton, Vichy France: Old Guard and New Order (1940–1944) (New York: Columbia University Press 2001). 8 A. Horne, A Savage War of Peace: Algeria 1954-1962 (New York Viking 1978). 9 T. Judt, Post-War: A History of Europe after 1945 (London Penguin 2006). 10 A. Spinelli e E. Rossi, Il Manifesto di Ventotene (Milan: Mondadori 2006) 11 D. Graeber and D. Wengrow, The Dawn to Everything: A New History of Humanity (London: Penguin 2022). 12 L. Mumford, The Myth of the Machine (Vol. 1): Technics and Human Development (New York: Harcourt Brace 1967). 13 R. Kagan, Of Paradise and Power: America and Europe in the New World Order (New York: Alfred A. Knopf 2003). 14 E. Jünger, In Stahlgewittern. Aus dem Tagebuch eines Stoßtruppführers 46th edn (Stuttgart: Klett-Cotta 2008). 15 E. Jünger, Der Kampf als inneres Erlebnis (Berlin: E.S. Mittler & Sohn 1922). 16 E. Jünger, Sturm (Stuttgart: Klett-Cotta 1979). 17 E. Jünger, Sturm (Stuttgart: Klett-Cotta 1979). Inoltre E Jünger, Feuer und Blut. Ein kleiner Ausschnitt einer grossen Schlacht (Magdeburg: Stahlheim-Verlag 1925. 18 F. Nietzsche, Götzendämmerung, oder Wie man mit dem Hammer philosophiert (Frankfurt am Main: Insel Verlag 1985) 35. Traduzione mia. 19 W. B. Gallie, Philosophers of Peace and War: Kant, Clausewitz, Marx, Engels and Tolstoy (Cambridge: Cambridge University Press 1978), capitolo terzo. 20 Tra gli altri, H. Kelsen, General Theory of Law and State (Cambridge, MA: Harvard University Press 1949) 328 ss. 21 M. Flammini, ‘L’altra Europa. La guerra in Ucraina e la forza dell’unità’ in Esiste una guerra giusta? (Turin: U.T.E.T 2023) 73 ss. Tratto da: «East–West Studies», Journal of social Sciences of Tallinn University School of Governance, Law and Society, n. 15 (2025/2026). Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.
- clan milieu
Sulla questione della «crisi della militanza» e più in generale sul «blocco dell’azione politica» Mark Urizar 1. La nuova coscienza manifestatosi a Seattle nel 1999 è anche frutto di una ventennale incessante attività di studio e di ricerca sulle trasformazioni del lavoro postfordista che aveva mobilitato uno schieramento che andava dal militante politico di base al ricercatore e docente universitario. Un’area vasta e articolata di vecchie e nuova soggettività politica. Genova 2001 è un appuntamento internazionale dove convergono differenti progettualità, ciascuna delle quali aveva elaborato una propria specifica azione politica (al di là della sua effettiva parzialità e quindi limitatezza, basti pensare alle diverse componenti italiane). Ma contrariamente agli appuntamenti internazionali che lo hanno preceduto, gli equilibri delle differenti componenti a Genova precipitano e si blocca un processo in qualche modo unitario che era fin lì cresciuto. A tanta distanza dai fatti non è stata ancora elaborata sufficiente chiarezza sulle ragioni di quella precipitazione. E questo al di là dell’intelligenza dimostrata dal nemico nell’approfittarne immediatamente, nella contingenza, sul piano repressivo. Questa è la conseguenza di quel mancato chiarimento generale che ha poi comportato la mancanza di una strategia unitaria a livello internazionale sia rispetto all’avvio della guerra permanente planetaria che alla crisi del 2007-8. È fallita cioè quell’internazionale delle lotte che era andata pian piano costituendosi a partire dalla rivolta zapatista. Dopo Genova 2001 si resiste volontaristicamente (qua e là e sempre più flebilmente) senza una teoria politica che dimostri di funzionare efficacemente sul terreno pratico, nonostante l’enorme sforzo di elaborazione teorico profuso, e di conseguenza le forme politico-organizzative approntate nel ciclo pre e post Genova entrano in crisi e lentamente ma inesorabilmente si disgregano. L’urto è grave e, almeno qui da noi in Italia, si crea un buco generazionale nella riproduzione della soggettività politica che non si era prodotto neppure nella fase successiva alla grande repressione dei primi anni Ottanta che aveva sconfitto il ciclo dei movimenti rivoluzionari dei due decenni precedenti. 2. Sul tema in questione, le edizioni Quodlibet hanno pubblicato un’opera di Paolo Virno di fondamentale importanza: L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita. Quest’opera è composta da tre saggi, due dei quali (Mondanità e Virtuosismo e rivoluzione, già editi nel 1994 da manifestolibri nel volume Mondanità. L’idea di «mondo» tra esperienza sensibile e sfera pubblica). Riportiamo qua di seguito il testo della «scheda» del libro. «Piccolo vademecum di un materialismo poco incline al pentimento e alla dissimulazione, questo libro raccoglie tre saggi avvinghiati l’uno all’altro come fratelli siamesi. Il primo, Mondanità, cerca di chiarire (con e contro Kant e Wittgenstein) che cosa significa la semplice parola “mondo”, con la quale indichiamo il contesto percettivo e storico in cui si svolge la nostra esistenza. Come bisogna intendere espressioni consuete quali “stare al mondo”, “il corso del mondo”, “gente di mondo”? Il secondo saggio. Virtuosismo e rivoluzione, è un minuscolo trattato politico: propone un insieme di concetti (moltitudine, esodo ecc.) in grado di affrontare la tempesta magnetica che ha messo fuori gioco le bussole cui si è affidata, dal Seicento in poi, la riflessione sulla sfera pubblica. Il terzo saggio. L’uso della vita, è l’enunciazione stenografica di un programma di ricerca sulla nozione di uso. Che cosa facciamo di preciso quando utilizziamo un martello, un lasso di tempo, un enunciato ironico? Ma, soprattutto, in che cosa consiste quell’uso di sé, della propria stessa vita, che sta alla base di tutti gli altri usi? Una ricerca in tre tappe in cui filosofia del linguaggio, antropologia e teoria politica si passano con naturalezza il testimone». Ora, proprio in Virtuosismo e rivoluzione, pubblicato la prima volta 34 anni fa nel quarto e ultimo numero della rivista «Luogo comune», Paolo Virno svela, a mio parere, l’arcano della crisi, o meglio dire del blocco, dell’azione politica, che, si badi bene, non riguarda solo quella di segno «antagonista» o «sovversivo», ma proprio tutta, compresa quella «istituzionale». Questo arcano risiederebbe, riducendo il concetto alla sua massima sintesi da me involgarita, nel fatto concretissimo che il lavoro ha assorbito in sé i tratti distintivi, le prerogative, dell’agire politico, rendendolo una duplicazione superflua e quindi poco desiderabile. Ma invece di avventurarsi in interpretazioni limitiamoci a leggere alcuni stralci dell’autore. «(…) Secondo una lunga tradizione, l’ambito dell’agire politico può essere identificato a colpo sicuro tracciando due linee di confine. La prima, nei confronti del lavoro, del suo carattere strumentale e taciturno, di quell’automatismo che ne fa un processo ripetitivo e prevedibile. La seconda, nei confronti del pensiero puro, della sua indole solitaria e inappariscente. Diversamente dal lavoro, l’azione politica interviene sulle relazioni sociali, non su materiali naturali; ha a che vedere con il possibile e con l’imprevisto; modifica il contesto in cui si inscrive anziché infoltirlo di nuovi oggetti. Diversamente dalla riflessione intellettuale, l’azione è pubblica, consegnata all’esteriorità, alla contingenza, al brusio della moltitudine. Ecco ciò che insegna la lunga tradizione. Ma ecco, a un tempo, ciò su cui non si può più fare conto. Le frontiere consuete tra Intelletto, Lavoro, Azione (se si preferisce, tra teoria, poiesi, prassi), hanno ceduto, dovunque si segnalano infiltrazioni e teste di ponte. In queste note si sostiene: a) che il Lavoro ha assorbito i tratti distintivi dell’agire politico; b) che tale annessione è stata resa possibile dalla combutta tra la produzione contemporanea e un Intelletto divenuto pubblico, irrotto cioè nel mondo delle apparenze. In ultimo, a provocare l’eclisse dell’Azione è proprio la simbiosi del Lavoro con il general intellect, o «sapere sociale generale», che, secondo Marx, imprime la sua forma al «processo vitale stesso della società». Si avanzano poi le seguenti ipotesi: a) il carattere pubblico e mondano dal Nous, ossia la potenza materiale del generai intellect, costituisce il punto di partenza inevitabile per ridefinire la prassi politica, nonché i suoi problemi salienti: potere, governo, democrazia, violenza ecc. In breve, a quella tra Intelletto e Lavoro, va opposta la coalizione tra Intelletto e Azione, b) Mentre la simbiosi di sapere e produzione procura l’estrema, anomala e però vigorosa, legittimazione al patto di obbedienza nei confronti dello Stato, la connessura tra generai intellect e Azione politica lascia intravedere la possibilità di una sfera pubblica non statale. (…) Il confine tra Lavoro e Azione, dapprima sfumato, è infine scomparso del tutto. A giudizio di Hannah Arendt (con le posizioni della quale si vorrebbe istituire qui un confronto critico, anzi un attrito), l’ibridazione è dovuta al fatto che la prassi politica moderna ha introiettato il modello del Lavoro, somigliando sempre più a un processo di fabbricazione (il cui «prodotto» è, di volta in volta, la storia, lo Stato, il partito ecc.). Questa diagnosi va capovolta. Ciò che più conta non è che l’agire politico sia stato concepito come un produrre, ma che il produrre abbia incluso in sé molte prerogative dell’agire. Nell’epoca postfordista, è il Lavoro a prendere le fattezze dell’Azione: imprevedibilità, capacità di cominciare qualcosa di nuovo, performance linguistiche, abilità nel destreggiarsi tra possibilità alternative. Con una fatale conseguenza: rispetto a un Lavoro carico di requisiti “azionisti”, il passaggio all’Azione si presenta come una decadenza, o nel migliore dei casi, come una duplicazione superflua. Decadenza, per lo più: strutturata secondo una rudimentale logica mezzi/fini, la politica offre una rete comunicativa e un contenuto conoscitivo più grami di quelli esperiti nell’attuale processo produttivo. Meno complessa del Lavoro o troppo simile a esso, l’Azione appare comunque poco desiderabile. (…) Lavoro, Azione, Intelletto: sulla falsariga di una tradizione che risale ad Aristotele e che ancora valse come common sense per la generazione giunta alla politica negli anni Sessanta, Hannah Arendt separa con nettezza queste tre sfere dell’esperienza umana, mostrando la loro reciproca incommensurabilità. Sebbene adiacenti e perfino sovrapposti, i diversi ambiti sono essenzialmente irrelati. Anzi, si escludono a vicenda: mentre si fa politica, non si produce, né si è assorti nella contemplazione intellettuale; quando si lavora, non si agisce politicamente esponendosi alla presenza altrui, né si partecipa della «vita della mente»; chi è dedito alla riflessione pura, si sottrae provvisoriamente al mondo delle apparenze, e, quindi, non agisce né produce. A ciascuno il suo, sembra dire l’autrice di Vita activa, e ciascuno per sé. Pertanto, allorché rivendica con ammirevole passione il valore specifico dell’Azione politica, battendosi contro il suo rattrappimento nella società di massa, Arendt presuppone che le altre due sfere fondamentali, Lavoro e Intelletto, siano rimaste immutate per quel che riguarda la loro struttura qualitativa. Certo, il Lavoro si è esteso oltre misura; certo, il pensiero conosce la penuria e lo scacco: tuttavia, quello è pur sempre ricambio organico con la natura, metabolismo sociale, produzione di nuovi oggetti, e questo è ancora un’attività solitaria, di per sé estranea alla cura degli affari comuni. (…) Come del resto è evidente, il discorso qui intrapreso si oppone in radice allo schema concettuale proposto da Arendt, nonché alla tradizione cui esso si ispira. Ricapitoliamo brevemente. La decadenza dell’Azione dipende dalle modificazioni qualitative intervenute sia nella sfera del Lavoro, sia in quella dell’Intelletto, dacché si è stabilita una ferrea intimità tra l’una e l’altra. Congiunto al Lavoro, l’Intelletto (come attitudine o facoltà, non già in quanto repertorio di speciali conoscenze) diviene pubblico, appariscente, mondano: viene in primo piano, cioè, la sua natura di risorsa condivisa o di bene comune. Reciprocamente, quando la potenza del general intellectcostituisce il principale pilastro della produzione sociale, il Lavoro prende l’aspetto di una attività-senza-opera, somigliando in tutto a quelle esecuzioni virtuosistiche che si basano su una evidente relazione con la “presenza altrui”. Ma cos’altro è il virtuosismo, se non il tratto caratteristico dell’agire politico? Bisogna concludere, pertanto, che la produzione postfordista ha assorbito in sé le tipiche modalità dell’Azione, e proprio così ne ha decretato l’eclisse. Naturalmente, questa metamorfosi non ha alcunché di emancipativo: nell’ambito del Lavoro salariato, la virtuosistica relazione con la «presenza altrui» si traduce in dipendenza personale; l’attività-senza-opera, che pure ricorda da vicino la prassi politica, è ridotta a modernissima prestazione servile (…)». Un’argomentazione limpida su una questione cruciale, che credo smentisca chi, come Toni Negri, ha definito Virno fautore di una «filosofia astratta». Mah… forse bisognerebbe ricordare di Virno, a ulteriore smentita del suo «astrattismo», e a beneficio della crescita della nostra intelligenza, tutti i suoi altri libri, e in specifica connessione col tema qui in discussione in particolare due: Convenzione e materialismo. L’unicità senza aura e Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, entrambi editi da DeriveApprodi (prima gestione).
- post-poetica
dossier guerra e capitale Siamo vicini a raggiungere tutti gli obiettivi Antonio Syxty, Transcript Materiali raccolti collettivamente nel contesto del dialogo redazionale sul dossier guerra e capitale. siamo vicini a raggiungere tutti gli obiettivi aprire le porte dell’inferno su gaza dobbiamo smetterla di procrastinare e passare all’offensiva la mia più grande sorpresa è che pensavo ci sarebbe voluto più di un anno forse un anno e un mese ma è successo molto rapidamente oggi pomeriggio voglio discutere di come abbiamo ottenuto questo miracolo così tanti stimati leader aziendali gaza è una miniera d’oro immobiliare finora israele e usa hanno pagato molti soldi per la guerra quindi dobbiamo condividere le percentuali sulle vendite dei terreni l’era atomica sta finendo un’epoca della deterrenza quella atomica si sta concludendo e sta per iniziare una nuova era della deterrenza costruita sull’ia intensa sorveglianza satellitare e controllo se li vediamo fare una mossa anche solo un cenno li colpiremo di nuovo molto duramente abbiamo tutte le carte in mano loro non ne hanno nessuna noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale esistono moltissimi precedenti ma sicuramente il quadro è di grande caos la crisi è diventata strutturale se un marine americano chiede un fucile migliore dobbiamo costruirglielo e lo stesso vale per il software dovremmo essere in grado come paese di portare avanti un dibattito sull’opportunità di interventi militari all’estero rimanendo al contempo incrollabili nel sostegno a coloro che abbiamo mandato a rischiare la vita sventrato nessuno ha mai visto niente di simile quei bellissimi bombardieri b2 si sono comportati magnificamente vogliamo occupare il territorio per purificarlo e liberarlo dal nemico il diritto internazionale conta fino a un certo punto ho dato indicazione di convocare domani al ministero degli esteri l’ambasciatore di israele per avere chiarimenti sulla decisione di impedire al cardinale pizzaballa la celebrazione della domenica delle palme loro hanno commesso errori e io li sto correggendo ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace di fronte a queste due cose cosa preferiamo la pace oppure star tranquilli con l'aria condizionata accesa tutta l'estate la più grande ondata di migrazione di massa nella storia umana non abbiamo mai visto nulla di simile francamente molte parti del nostro mondo vengono distrutte davanti ai nostri occhi e i leader non capiscono nemmeno cosa stia succedendo e quelli che capiscono non fanno nulla la “truffa del green new deal” forse la più grande bufala della storia pale eoliche ovunque distruggono la vostra terra le pale eoliche uccidono gli uccelli e rovinano il paesaggio quali rischi dovremmo essere disposti a correre per sfuggire al declino ci troviamo di fronte a un pericolo poiché chi vuole combattere il declino deve correre molti rischi deve dire «sentite avete una società piacevole stabile e confortevole ma indovinate un po’ noi vorremmo una guerra una crisi o una riorganizzazione totale del governo» deve gettarsi nel pericolo ancora una volta dobbiamo allenarci e dobbiamo mantenere l’allenamento ogni momento in cui non ci addestriamo per la nostra missione o non manteniamo le nostre attrezzature è un momento in cui siamo meno preparati a prevenire o vincere la prossima guerra siamo inarrestabili non è che ci servisse il petrolio abbiamo il doppio del petrolio di qualunque altro paese ma lo abbiamo fatto lo stesso si potrebbe dire che lo abbiamo fatto per abitudine che non è una buona cosa da fare ma noi lo abbiamo fatto perché abbiamo dei buoni alleati laggiù gli abitanti di gaza sono dei subumani nessuno al mondo li vuole dovremmo separare i bambini dalle donne e uccidere gli adulti scateniamo una violenza travolgente e punitiva sul nemico inoltre non litighiamo con stupide regole d’ingaggio sleghiamo le mani dei nostri combattenti per intimidire demoralizzare dare la caccia e uccidere i nemici del nostro paese mio figlio mi chiede continuamente di non finire il lavoro in libano così che resti qualcosa da fare anche per lui gli ho risposto di non preoccuparsi che ce ne sarà abbastanza per tutti queste parole riempiono i vostri cuori ami il dipartimento di guerra perché ami quello che fai la professione delle armi possono succedere cose interessanti forse i droni in ambito militare saranno combinati con l’ia è spaventoso pericoloso distopico forse cambierà radicalmente le cose ma se togli l’ia semplicemente non succede più nulla la guerra è molto strana sai non sai mai cosa succederà con la guerra presto scoprirete cosa succederà con l’ultimatum sulle centrali elettriche il risultato sarà molto positivo ci sarà la distruzione totale dell’iran e funzionerà alla grande sono fiera delle rovine di gaza e che ogni bambino anche tra 80 anni racconterà cos’hanno fatto gli ebrei per vendicarsi ma alla fine quelle sono solo parole se non sei disposto ad agire quando arriva il momento la russia rappresenta un rischio mortale per il nostro paese e la deterrenza e le disposizioni di difesa della nato non sono sufficienti a soli 80 giorni dall'inizio dell'invasione russa dell'ucraina ci fu il massacro di bucha se ci attaccano possono cancellarci dalla mappa dobbiamo prepararci alla guerra contro la russia definisci bambino a quel punto la formazione di base viene ripristinata a ciò che dovrebbe essere spaventosa dura e disciplinata stiamo dando il potere ai sergenti istruttori di instillare una sana paura la domanda non è se verranno costruite armi basate sull’ia ma chi le costruirà e per quale scopo i nostri avversari non si fermeranno a indugiare in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale decisive avanzeranno se l’iran non apre totalmente lo stretto di hormuz senza minacce entro 48 ore gli stati uniti colpiranno e distruggeranno le sue centrali energetiche a partire dalla più grande non ci sono innocenti nella striscia di gaza i limiti del soft power della retorica altisonante fine a sé stessa sono stati smascherati la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più del semplice appello morale richiede hard power e in questo secolo l’hard power sarà costruito sul software abbattiamo dieci edifici nella periferia di beirut per ogni drone mentre per ogni drone che ferisce uno dei nostri soldati distruggiamo cento edifici costruiranno nuovi impianti per produrre tomahawk patriot abbiamo l'attrezzatura migliore tutto il libano deve bruciare il nostro dovere supremo è proteggere i cittadini di israele e i soldati delle idf e questo impegno prevale su ogni altra considerazione ho detto al primo ministro anche nelle nostre riunioni private per ogni lacrima di una madre israeliana mille madri libanesi devono piangere ogni generazione passa la torcia della verità della libertà e della giustizia in una catena indistruttibile che arriva fino a noi la neutralizzazione postbellica di germania e giappone deve essere superata il disarmo della germania fu una correzione eccessiva di cui l’europa sta ora pagando il prezzo un analogo e assai teatrale impegno al pacifismo giapponese se mantenuto minaccerà anch’esso di alterare l’equilibrio di potere in asia se condivido o condanno l’attacco all’iran risponderei nessuno dei due perché non ho oggettivamente gli elementi necessari come non ce li ha quasi nessuno in europa anzi nessuno per prendere una posizione che sia da questo punto di vista categorica tant’è che al netto del premier spagnolo nessun altro ha condannato l’iniziativa così come nessuno sta partecipando al conflitto israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi è ora di parlare con il fuoco e di aprire le porte dell'inferno abbiamo fatto in realtà molto meglio di quanto pensassi uccidi le persone e distruggi cose per lavoro non sei politicamente corretto e non necessariamente appartieni sempre alla società educata e queste sono tutte ottime notizie ed è un bene per tutte le nazioni
- clan milieu
La scelta. Chi ha fatto questo film Beata Malewski La relazione tra me, Carlo Bachschmidt e Michele Ruvioli non si è fondata sulla gerarchia e i rapporti economici che la realizzazione di un film prevederebbe ma su un comune obiettivo creativo, esistenziale e politico (il film come oggetto e il film come azione, esperienza, lotta politica) e si è retta sulla faticosa tessitura della trama che ci ha tenuti insieme. Il nostro punto di vista comune è cresciuto attraverso il conflitto, alcuni momenti maieutici e la terapia di gruppo (invocata inutilmente da Michele fin quasi dall’inizio). Questo collettivo informale esiste, in composizioni diverse, da circa vent’anni, da dopo il G8 di Genova del 2001 che è stata un’esperienza determinante per il percorso successivo di ognuno di noi: in quegli anni abbiamo rifiutato la logica dei buoni e dei cattivi attraverso la quale si esercita il potere, abbiamo imparato che non ha senso rappresentare le proprie idee senza agire e abbiamo deciso di non delegare, infine abbiamo realizzato insieme ad altre/i, i primi lavori autoprodotti (Frame G8, OP 2001). Se questo nostro film è stato possibile è stato anche grazie all’esperienza collettiva precedente che non ha un nome ma tanti, noi tre l’abbiamo portata avanti al nostro meglio. Noi siamo notav, fare questo film è stato il nostro modo migliore di esserne parte, è stata la nostra scelta, così come i lavori precedenti sono stati un modo di essere noglobal. Quando abbiamo deciso di dedicarci al movimento notav, dopo l’uscita di Black block (documentario lungometraggio, menzione speciale al Festival di Venezia 68, diretto da Carlo e prodotto da Fandango), la continuità del percorso per noi era chiara. Se in Black block avevamo raccontato a posteriori una storia ormai politicamente conclusa (il G8 di Genova), nel film che ci apprestavamo a fare avevamo scelto di filmarla mentre accadeva, di costruire la narrazione nell’azione e il movimento notav era l’evoluzione naturale nel nostro percorso. Quando siamo andati per la prima volta in Valle nel luglio del 2011, senza filmare, subito dopo la manifestazione per il decennale del G8, insieme ai nostri amici stranieri protagonisti di Black block, abbiamo trovato un movimento che aveva appena affrontato uno dei suoi momenti più intensi di lotta nel tentativo di impedire l’inizio dei lavori del primo cantiere (La libera repubblica della Maddalena e la manifestazione del 3 luglio), un movimento che veniva attraversato da una forte radicalità nelle pratiche e che, alle prese con l’attacco dello Stato e dei media volto a dividere i notav in buoni (cittadini valligiani) e cattivi (black bloc venuti da fuori), aveva risposto con un sonoro «siamo tutti black bloc», un movimento che stava quindi affrontando, questa volta con successo, gli stessi passaggi di fronte ai quali il movimento noglobal si era invece diviso. Nel 2012, dopo la caduta di Luca Abbà dal traliccio durante lo sgombero della baita, ci trasferiamo in Valle e cominciamo le riprese del film, il desiderio di Luca di dare tutto se stesso ha ridato forza ai notav. Il movimento è vivo, nei primi mesi conosciamo già tutte le persone che poi saranno nel film ma anche altre che, invece, non ci sono. Luana Martucci è una di queste, quando l’ho incontrata la prima volta, di notte, al campeggio di Chiomonte, le ho raccontato della nostra ricerca. Luana ha capito subito e ha ricambiato l’interesse. Il giorno seguente l’ho presentata a Carlo, Michele, Mina e Lorenzo. Dopo tre interviste nelle quali ci siamo a turno, in più occasioni, quasi specchiati con lei in una comunanza ideale che non ci dimenticheremo, Luana è diventata la protagonista, insieme a Paolo Perotto della primissima versione del film e le sue parole, il suo punto di vista sono diventati centrali nella nostra ricerca per gli anni a venire. «La mia esperienza di vita politica e tutto nasce un po’ da un’insoddisfazione di condividere questa vita. Nel senso una grossa fatica, una grossa fatica in cui ho visto molte persone anche a livello professionale, ma anche a livello di amicizie, scegliere di non viverla. E da un certo punto di vista io le ho capite queste persone che non volevano vivere questa vita. Dall’altra parte mi dicevo è una scelta legittima per chiunque però comunque la combatti, nel senso, trovo molto individualista, anche se io mi ritengo un’individualista, scegliere di vivere un’esperienza senza provare a modificarla anche per gli altri. Se siamo qua in un mondo collettivo, io posso anche dire non voglio vedere le sofferenze altrui, però questo non cambia la sofferenza altrui. Quindi la mia scelta è stata quella di svegliarmi contenta ogni mattina sapendo che comunque un’azione per quanto possa essere ritenuta illegale è un’azione di cui io vado fiera e orgogliosa di cui non mi devo vergognare assolutamente». «Noi siamo impantanati in questo sistema qua, noi lo sfruttiamo, ne utilizziamo i benefici non rendendoci conto che il sistema ci ha reso servi, e noi nell’essere servi abbiamo bisogno di avere altri esseri viventi, altre persone sui quali porre il nostro dominio. E quindi io penso che il nemico sia dentro di noi. Perché se la gente fosse libera da queste logiche qua non permetterebbe né a qualcuno di determinare la propria vita, né queste persone lo farebbero su altri». Intervista a Luana, estate 2012. Luana, anarchica, psicoterapeuta così interpreta il suo ruolo di sbirro della mente: «Io sono psicologa, psicoterapeuta, e il mio mandato sociale è un mandato sociale di controllo delle menti. Io sarei la persona che sancisce la normalità o la non normalità. Sancire questo significa dare delle regole sociali di quello che una persona può pensare, come una persona può agire. Nel momento in cui tu non stai in queste norme io posso dichiararti comunque malato di mente, posso rinchiuderti, posso utilizzare una chimica sul tuo cervello per modificare il tuo stato. Da me vengono persone che vogliono essere normalizzate secondo i canoni, oppure vengono persone che portano un notevole disagio nella vita sociale collettiva, un disagio che io dovrei normalizzare e quindi renderle nuovamente adatte a condividere in modo piacevole una vita che loro non riconoscono, e una vita che io non riconosco come una vita a misura di essere vivente. Nel mio lavoro cerco di rendere una persona nuovamente in grado di decidere autonomamente per se stessa, di accettare o meno una certa realtà, di viverla in modo adattivo o con disagio. Per me il disagio non è una cosa da riadattare per una questione di benessere a tutti i costi. Quindi io ho preso il mio compito come ripotenziare le persone anche all’interno del disagio che vivono, riconoscendolo come una parte fondamentale dei loro bisogni». In un camera car dentro una galleria dell’autostrada, con queste parole di Luana, iniziava il primo premontato di questo film, dieci anni fa. Con Luana abbiamo potuto confrontarci su molti dei temi che ci interessavano: la scelta individuale, il nemico, la violenza, la polizia, la paura, la consapevolezza dell’essere parte di un sistema di sopraffazione, del come uscirne, della lotta notav capace di non imporre le decisioni a nessuno ma di essere spazio per la costruzione di una realtà nuova. Nel nostro secondo anno di riprese il movimento rivendica pubblicamente in assemblea la pratica del sabotaggio del cantiere, ancora un anno dopo, nel 2014 un sabotaggio va a processo con l’accusa di terrorismo. Nonostante i notav siano riusciti in alcune occasioni a volgere a loro favore, dal punto di vista politico e comunicativo, le iniziative repressive dello Stato, sono molte le persone che si sono fatte carico delle condanne e delle misure cautelari in questi anni, la dimensione soggettiva non può essere rimossa: dalla domanda iniziale Che cosa vogliono i notav passiamo a Che cosa vuole l'individuo per se stesso. La nostra attenzione si rivolge progressivamente verso ciò che vive colui che lotta: ricerca di senso, crescita, necessità di «entrare e uscire» (dalla lotta), lutto, figli, assunzione di responsabilità, resistenza, sostenersi nella lotta. Anni più tardi, quando il film era quasi finito e le parole di Luana erano ancora dentro il racconto, ci siamo resi conto che non ce n’era più bisogno. Il film l’aveva progressivamente assorbita nella prosecuzione della ricerca. La narrazione che si era sviluppata teneva in seno il pensiero, la mappa, il manuale (militante, di vita) che avevamo condiviso con Luana e nel movimento. In questo senso è il personaggio nascosto ed è con noi autrice de La scelta. Questo film è il frutto del desiderio di ognuno di noi tre di scegliere autonomamente l’oggetto del nostro racconto, il fine e il senso dei nostri affanni. Ci siamo divisi i ruoli e, ciò che ci ha permesso di finirlo, è la determinazione, il desiderio di autenticità che ci sono stati comuni in questi lunghi anni. Quando abbiamo cominciato a lavorare a La scelta non immaginavamo che, per arrivare alla maturazione, per finirlo sarebbero serviti più di otto anni di riprese e quasi undici anni di lavorazione complessiva. Neppure pensavamo di doverlo produrre noi. Mi ricordo che, già nei primi mesi, molti valsusini che avevano intuito l’ambizione del progetto, ci chiedevano un po’ attoniti se avessimo intenzione di filmare fino alla fine, fino all’esito della lotta, ci guardavano e pensavano che non ci stavamo rendendo conto di quanto a lungo avremmo dovuto resistere per riuscirci. Avevano ragione poiché probabilmente non basterà il tempo delle nostre vite per vedere la fine di questa storia. A noi, però, non interessava raccontare la vittoria o la sconfitta della lotta ma che cosa si muove nella scelta di affrontarla. Della complessità e della ricchezza del lavoro che abbiamo fatto è impossibile dare conto in questo testo, come anche è impossibile menzionare tutte le altre persone che hanno aiutato e collaborato, per questo ci sono i titoli del film. 14 settembre 2023 Link al film: https://openddb.it/film/la-scelta/ Stefano Barabino lavora nel cinema italiano e internazionale come primo assistente operatore ed è autore e direttore della fotografia nel film documentario. Nato a Genova nel 1979, si è appassionato al cinema di Pasolini, Wiseman, Petri, Pontecorvo, Montaldo, Agosti, De Seta.Ha studiato filosofia a Bologna e poi Scienze politiche, si è avvicinato all’attivismo nel nascente movimento noglobal. Il G8 di Genova, il movimento contro la guerra in Iraq, l’occupazione della Buridda (un centro sociale) e l’apertura di una radio pirata (Radio Babylon) sono alcune delle sue esperienze di quegli anni, fino al 2003 quando ha cominciato a dedicarsi all’audiovisivo come forma autonoma di militanza politica. Frequenta nel 2004 un corso di videomaking con Gianfranco Pangrazio, regista genovese di documentari. Dal 2004 al 2007 lavora come operatore televisivo. Nel 2008 esce con DeriveApprodi (prima gestione) Tre della ventidue, da lui diretto, documentario sull’inizio della lotta armata in Italia. Nel 2007 è secondo assistente operatore su un film di Michael Winterbottom con la fotografia di Marcel Zyskind. Da quel momento ha lavorato stabilmente nel cinema fino a oggi. Tra il 2012 e il 2015 ha vissuto e lavorato nel Regno unito. Come primo assistente operatore ha fatto i fuochi su film diretti da Viggo Mortensen (The dead don't hurt), Christopher Morris (The day shall come), Francesco Amato (Cosimo e Nicole, 18 regali, Filumena Marturano), Fabio de Luigi (Tre di troppo), Hossein Amini (The two faces of January), Michael Winterbottom (Genova, Trishna, The trip), Luise Friedberg (Three woman), Daniele Vicari (L'alligatore), Nicolò Ammaniti (Il Miracolo). Come direttore della fotografia e come operatore ha lavorato, oltre che con Carlo Bachschmidt (Black Block), con Pietro Marcello (La bocca del lupo, Il silenzio di Pelesjan), Marco Ponti (La bella stagione), Ugo Gregoretti (Io, il tubo e la pizza), Demetrio Giacomelli (Lotta di classe – Il cinema dei ragazzi di Emilio Sidoti).
- selfie da zemrude
Memoria Sporca: Diaz di Daniele Vicari Roberto Gelini Non ci sono verità codificate. Abbiamo raccontato i fatti». Daniele Vicari Le prime immagini scorrono all’indietro, come la memoria di chi ha attraversato quelle quattro giornate di fine luglio 2001. Sono i cocci in vetro di qualcosa che si è appena infranto sul marciapiede. Si ricompongono nella forma di una bottiglia di birra che rotea sopra una volante della polizia e termina tra le mani di un ragazzo. Vuota, innocua. Come vuoto e innocuo era l’estintore impugnato il giorno precedente da Carlo Giuliani, ragazzo in canottiera, prima che una pallottola calibro 9 Parabellum lo centrasse in mezzo alla fronte da breve distanza. Il film è Diaz, tornato in sala a giugno. La memoria è la mia. Di seguito le immagini sono di repertorio, ma subito vengono risucchiate dalla ricostruzione filmica. Attivisti e avvocati risentono della stanchezza di tre giorni di manifestazioni culminate in un omicidio. Nascono affetti e si saldano amicizie. Gli anziani nei carruggi brontolano, espropriati della loro Genova. Parlano in tedesco e in inglese ragazzi stranieri che hanno fatto della città una palestra di guerriglia. In missione arriva da Roma un alto funzionario del ministero degli interni a organizzare un’operazione che ridia credibilità alle forze dell’ordine, riprese dai media di tutto il mondo impegnate a usare violenza mai vista contro manifestanti inermi, quand’anche fossero donne, anziani o padri con il figlio al collo. «C’è da sgombrare un manufatto dove si annidano i violenti, i black block, i terroristi». «Ma c’abbiamo a foto de 'sti teroristi?» «No, abbiamo l’articolo 41 del Tulps, che in flagranza di reato consente operazioni di polizia giudiziaria senza darne notizia al magistrato»: il reato è la bottiglia vuota che non ha nemmeno sfiorato gli agenti. Che consente di entrare a tarda sera in 300, in tenuta antisommossa e perciò irriconoscibili, in una scuola adibita a dormitorio, massacrare scientificamente a colpi di tonfa e anfibio 93 persone inermi, dichiarare che sono stati trovati già feriti, creare falsi indizi di colpevolezza, arrestare 200 tra uomini e donne, trasferirne parte nella caserma di Bolzaneto, sottoporli a quattro giorni di torture assieme ad agenti di polizia penitenziaria e medici. Consente di sputare loro addosso, di farli abbaiare come cani, di denudare e umiliare le ragazze. Questo è quanto è accaduto. Questo vediamo. Anche se Vicari ci risparmia i piercing ai capezzoli strappati con le pinze e altri episodi di sadismo compiaciuto. Confezionando un film compatto e duro, di passo veloce e ritmo serrato, perimetrato in una manciata di ore. Rapido nell’attraversare i caratteri e le tipologie delle diverse anime che diedero vita a una contestazione supportata da più di 300 mila corpi. Attento ad attrezzare lo spettatore di strumenti per allargare l’orizzonte della comprensione di quale laboratorio di sperimentazione siano state quelle giornate. Prove tecniche di guerra civile con quattro corpi di polizia trasformati in esercito da guerra interna sotto gli occhi dei Servizi di tutto il mondo. Mettendo in evidenza come l’input gestionale sia riferibile direttamente al potere esecutivo e non invece alla devianza di poche mele marce dei piani bassi. Aggirando l’ipotetica necessità di fornire un’informazione più ampia e didascalica sul contesto storico-politico, sulle ragioni e sulle molte identità degli attivisti e dei manifestanti, sulla militarizzazione a zone concentriche della città, sui dettagli della catena del comando e delle responsabilità politiche. Cambia i nomi, anche se non è difficile identificare il responsabile dell’Ucigos La Barbera, il comandante del VII Celere Canterini, il vicequestore Fournier e altri ancora, dal vicepresidente del Consiglio Fini blindato nella centrale operativa, all’agente scelto Nocera che accoltella lui stesso il proprio giubbotto. In un formato di due ore decide per la velocità, rallentando solo nell’irruzione alla Diaz e nelle vessazioni a Bolzaneto. Sceglie di allargare lo sguardo su quei due unici scenari che non sono stati ampiamente documentati in un evento altrimenti connotato da un tasso di mediatizzazione senza precedenti. Porta la sua camera a mano dentro la Diaz come fosse uno delle migliaia di occhi elettronici - di professionisti, mediattivisti, dilettanti - che hanno documentato quei giorni. Mostra nei particolari quello che non abbiamo mai visto ma sempre immaginato. Il sangue sui pavimenti e sulle pareti, il rumore sordo dei manganelli e quello secco delle ossa che si spezzano. Il pianto, il terrore, la supplica inutile. L’ignoranza, il sadismo, l’incapacità di discernimento Senza sconti, senza indulgenza, per un tempo infinito che dopo venticinque anni ancora schiaccia sulla poltrona e fa risalire la rabbia e chiude la gola. Sviluppa immagini di grande potenza e forza evocativa da un lato, di finzione narrativa incentivante voglia di sapere dall’altro, in grado tutte di risolversi in un pesante e incontestabile atto d’accusa. La mancanza di linearità, gli scarti temporali, l’occultamento delle identità, contribuiscono a edificare un’atmosfera di trappola e di sospensione del diritto, il lavoro di sottrazione ed elusione apre finestre ad approfondimenti possibili, che possono portare lontano. Magari alla permanente assenza di un codice identificativo sulle divise delle nostre polizie fino alla mancata introduzione nel codice penale di norme coerenti con il reato di tortura, introdotto da una convenzione Onu del 1984. Non rileva il lavoro di indagine fatto vagliando quintali di atti processuali e ascoltando numerosissime testimonianze su tutti i fronti, quanto la capacità di penetrazione direttamente dentro le coscienze che le immagini mettono in campo. Non servono le informazioni sulla impunità dei pochissimi responsabili accertati organizzate nei titoli di coda, né le grottesche spiegazioni sulla cattura dei violenti coperti dai pacifisti nei telegiornali della domenica, quanto la percezione che è direttamente dal centro nevralgico del Potere che il massacro della Diaz è stato concepito e organizzato in nome della ragione di Stato. Lo Stato che ancora consegna alle polizie la delega in bianco alla soluzione del conflitto sociale. Lo Stato che troviamo ancora quando scendiamo in piazza. Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni ’70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent’anni dopo, voci della città degna, manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste «Duel», «ZeroNetwork», «Global Magazine» e sulle testate online «Global Project» e «DinamoPress». Guilty Memory: Diaz by Daniele Vicari There are no absolute truths. We have reported the facts. Daniele Vicari The first shots run backwards, like the memories of those who have lived through hose four days at the end of July 2001. Glass shards from something that has just shattered on the pavement. Paced back together in the form of a beer bottle spinning above a police car, they end up in a young man’s hands. Empty, harmless. Empty and harmless just like the fire extinguisher held by Carlo Giuliani the previous day, just a guy in a tank top, before a 9mm Parabellum bullet hit him at close range right in the middle of the forehead. The movie is Diaz, back in cinemas in June. The memory is mine. After the opening, repertoire images – but they are immediately drawn into the movie’s narrative. Lawyers and activists are strained after three days of nonstop demonstrations culminating in an homicide. New ties are born, friendships are forged. The elderly in the narrow streets grumble, dispossessed of their Genova. Foreign young people who turned the city’s streets into a guerrilla set speak German and English. A senior official from the Ministry of the Interior arrives from Rome on a mission to organise an operation designed to restore the credibility of the police force, which has been criticised by media outlets around the world for using unprecedented levels of violence against defenceless demonstrators – no matter if they are women, elderly people or fathers carrying their children in slings. «We need to clear a building where violent acitvists, Black Blocs and terrorists» are holed up. «But do we have any photos of these terrorists?» «No, we have Article 41 of the Tulps, which, in cases of offences caught in the act, allows judicial police operations to be carried out without notifying the magistrate»: the offence is the empty bottle that didn’t even come close to the officers. Which allows 300 officers, in riot gear and therefore unidentifiable, to enter late in the evening a school used as a dormitory, systematically beat 93 defenceless people to death with batons and truncheons, claim that they were found already injured, fabricate false evidence of guilt, arrest 200 men and women, transfer some of them to the Bolzaneto barracks, and subject them to four days of torture alongside prison officers and doctors. It allows to spit on them, to force them to bark like dogs, to strip and humiliate the girls. This is what happened. This is what we see. Although Vicari spares us the sight of nipple piercings being torn off with pliers and other acts of complacent sadism. The result is a compact, hard-hitting film, fast-paced and tightly driven, set within the space of a few hours. It swiftly explores the characteristics and types of the various movements that gave rise to a protest involving more than 300,000 people. Careful to equip the viewer with the tools to broaden their understanding of just what a laboratory of experimentation those days were. Civil war drills involving four police forces transformed into a domestic war army, under the watchful eye of intelligence services from around the world. This highlights how management decisions are directly attributable to the executive branch, rather than to the misconduct of a few bad apples at the lower ranks. By sidestepping the hypothetical need to provide more comprehensive and explanatory information on the historical and political context, on the motivations and the many identities of the activists and demonstrators, on the concentric militarisation of the city, and on the details of the chain of command and political responsibilities. Change the names, even though it is not difficult to identify those responsible: La Barbera of Ucigos, Canterini, commander of the VII Celere, Deputy Commissioner Fournier and others, from Deputy Prime Minister Fini, holed up in the operations centre, to Senior Constable Nocera, who stabs his own bulletproof vest. In a two-hour format, it opts for a fast pace, slowing down only during the raid on the Diaz school and the abuses at Bolzaneto. It chooses to focus on those two specific incidents, which have not been widely documented, in an event otherwise characterised by an unprecedented level of media coverage. He carries his camera into the Diaz building as if it were one of the thousands of electronic eyes – belonging to professionals, media activists and amateurs – that documented those days. He shows in detail what we have never seen but have always imagined. The blood on the floors and walls, the dull thud of batons and the sharp crack of bones breaking. The crying, the terror, the futile pleas. The ignorance, the sadism, the lack of discernment Uncompromising, unforgiving, for an endless time which, even after twenty-five years, still weighs me down in my armchair, stirs up my anger and makes my throat tighten. It conjures up images that are both powerfully evocative on the one hand, and a narrative fiction that stimulates a thirst for knowledge on the other, all of which culminate in a weighty and indisputable indictment. The lack of linearity, the temporal shifts and the concealment of identities all contribute to creating an atmosphere of entrapment and the suspension of the rule of law; the process of subtraction and evasion opens up avenues for further exploration, which may lead far afield. Perhaps from the persistent absence of identification numbers on our police uniforms to the failure to incorporate into the Criminal Code provisions consistent with the offence of torture, as established by a 1984 Un convention. The movie does focus on the investigative work carried out by sifting through hundreds of kilograms of court documents and listening to countless testimonies from all sides, as much as the ability of the images to penetrate directly into people’s consciences. What we really need is not the information on the impunity of the very few identified perpetrators, listed in the closing credits, nor the grotesque explanations on the capture of the violent perpetrators, shielded by the pacifists, featured on Sunday news programmes, but rather the realisation that it was directly from the nerve centre of Power that the Diaz massacre was conceived and organised in the name of the State. The same State that still grants the police a blank cheque to resolve social conflict. The State we still see when we take to the streets. English version by Matilde Moro Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the 1970s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent’anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals «Duel», «ZeroNetwork», and «Global Magazine», as well as on the online platforms «Global Project» and «DinamoPress».
- il secondo senso
dossier guerra e capitale Nevermore, Never again Sul ritorno a sorpresa del pensiero universale contro il Maccartismo filosemita e l’accelerazionismo techno-ottimista dell’apocalisse Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore— What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore Meant in croaking “Nevermore”. The Raven. Edgar Allan Poe Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegareFantasia e fantasticare e mi chiesi che volessedire mai quell’uccello antico e infausto –Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello –Dir volesse nel gracchiare «Mai più». Traduzione di Francesca Diano Ce lo chiediamo in molti. E. A. Poe scrisse di questo maledetto corvo che gracchia soltanto «Mai più» per raccontarci cos’è il tormento, la ferita mai del tutto rimarginata che torna a fare male, la dittatura del dolore che vive nel ricordo insopportabile ma instancabile. Il giovane ragazzo protagonista della storia di Poe ha perso il suo grande amore, la giovane Lenore. Il dolore del lutto lo fa impazzire, non può non vivere ma non sa convivere con l’immensa tristezza che lo lascia in bianco tutte le notti. Giunge allora l’infausto volatile a svelargli la cupa soluzione al suo dilemma: «Mai più» senza il ricordo di Lenore, mai più felice, vivo solo nel dolore. L’inevitabilità della memoria del male, in guerra con l’insostenibile leggerezza dell’essere che non lo fa soccombere alla morte. Se sopravvivo all’incubo allora, sarò per forza portatore sano di incubo? Nie wieder ovvero Never again ovvero un altro «Mai più». Ad agosto del 2025 lo storico palestinese, professore emerito presso la Columbia University con la cattedra di Studi Arabi Moderni, Rashid Khalidi, rassegna le dimissioni dal prestigioso istituto pubblicamente sul «The Guardian»[1]. Dopo l’ondata di proteste che ha riacceso gli atenei da un capo all’altro degli Stati Uniti, dopo gli arresti e le contraddizioni esplose all’interno delle comunità di giovani ebrei americani, anche la Columbia ha deciso di scendere a compromessi e sedare la radicalità, che mal si sposa con i finanziamenti privati alle università, propri del sistema statunitense che vive con il cappio al collo del debito. Scrive Khalidi nella sua lettera pubblica alla Columbia [traduzione mia dall’inglese]: «Queste decisioni, prese in stretta collaborazione con l’amministrazione Trump, mi hanno reso impossibile insegnare Storia moderna del Medio Oriente, campo della mia ricerca e del mio insegnamento per oltre 50 anni, di cui 23 alla Columbia. [...] Nello specifico, è impossibile insegnare questo corso (e molti altri) alla luce dell’adozione da parte della Columbia della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La definizione dell’IHRA confonde deliberatamente, mendacemente e disonestamente l’ebraicità con Israele, in modo che qualsiasi critica a Israele, o persino un commento sulle politiche israeliane, diventi una critica agli ebrei in blocco. Citando il suo potenziale effetto dissuasivo, uno dei coautori della definizione dell’IHRA, il professor Kenneth Stern, ne ha ripudiato l’uso attuale. [...] Secondo questa definizione di antisemitismo, che confonde assurdamente la critica a uno Stato-nazione, Israele, e a unideologia politica, il sionismo, con l’antico male dell’odio per gli ebrei, è impossibile, con onestà, insegnare argomenti come la storia della creazione di Israele e la Nakba palestinese in corso, culminata nel genocidio perpetrato da Israele a Gaza con la complicità e il sostegno degli Stati Uniti e di gran parte dell’Europa occidentale». La domanda è: quando è avvenuta questa torsione di significati? Ma soprattutto, è avvenuta a un certo punto o è sempre esistita una sola possibile interpretazione, istituzionalmente imposta, per i concetti di sionismo, antisemitismo e olocausto dalla nascita di Israele nel 1948 a oggi? Cosa comporta materialmente, sulle vite delle persone, lo slittamento da un’interpretazione a un’altra di alcuni eventi storici, di certi libri sacri e di certe ideologie? È mai possibile parlare di teologia, messianismo, destino e Storia senza parlare di povertà, razzismo e colonialismo come motori delle azioni belliche a cui stiamo assistendo? Parliamo allora di interpretazioni. Il dilemma posto dal Nevermore del corvo di Poe (il giovane che non vuole ricordare ma è costretto anche a ricordare, non lascia andare ma si tormenta, sopravviverà ma non si riprenderà mai più dal peso della memoria) si è “risolto”, nella Germania fuoriuscita dal nazismo, con la formula magica del Never again (Nie wieder). Questa scritta alberga imponente dagli anni Cinquanta del Novecento a oggi, sventolata su bandiere affisse ai tetti, ai balconi e calate dai palazzi istituzionali così come dalle case della gente comune in tutta la Germania. Per i tedeschi moderni assediati dal senso di colpa costituzionalmente sancito per gli orrori del nazismo, significa Mai più. Ma Mai più che cosa? È questa la giusta domanda da porsi. Mai più olocausto? Mai più genocidio degli ebrei? Perché non, piuttosto, mai più genocidio per nessun popolo? Ovviamente la risposta del governo israeliano a questo legittimo dubbio è espressa oggi con chiarezza: mai più contro di noi (ebrei, sionisti, israeliani, figli e nipoti della persecuzione nazista). Tralasciando per il momento il revisionismo storico così deliberatamente attuato dalla governance israeliana sull’olocausto, che ha riguardato, oltre agli ebrei, anche comunisti, cristiani, antifascisti, disabili, omosessuali, Rom e Sinti, qui il corto circuito specifico messo in luce dal modello tedesco rispetto agli avvenimenti del primo Novecento riguarda il ricatto storico interno al paese – istituzionalizzato – del «passato criminale tedesco» e la sua fusionalità con lo Stato di Israele. Mi racconta sempre una cara amica di Amburgo, (nipote di nazista, così come tantissimi tedeschi della mia generazione oggi e tanto quanto gli ebrei israeliani della stessa generazione – nei loro 30-40 anni – sono in media discendenti da un parente perseguitato dal regime hitleriano, dettagli per niente secondari rispetto al rapporto di codipendenza tra i due paesi) che vedendo questo slogan utilizzato oggi come stendardo di guerra per nuovi genocidi, la assale un senso di nausea e di frustrazione dovuta all’impossibilità, nel suo paese, di avere un’opinione a riguardo libera dal senso di colpa incorporato durante la formazione scolastica tedesca e codiretto dalla trasmissione del trauma degli ebrei europei trasferitisi in Israele. Come scrivono Khalidi, Bifo in Italia (rispondendo al paralogismo di Erri De Luca)[2] e il drammaturgo libanese Wajdi Mouawad nella sua opera Birds of a Kind, recentemente tradotta e portata in Italia, una delle chiavi di interpretazione fondamentali per capire la resistenza di Israele oggi all’includere altri soggetti non ebrei nell’imperativo del Never again, risiede nel colonialismo. Israele è nata dopo la seconda guerra mondiale come “dono” fatto dalla potenza coloniale inglese, che prima occupava quelle terre, verso gli ebrei sopravvissuti al nazismo. Una concessione a tabula rasa, che non prendeva minimamente in considerazione chi abitava quei territori, come solo una potenza coloniale come quella britannica sa fare. Esiste una linea di continuità tra l’atto colonialista fondativo di Israele e i coloni che oggi vogliono occupare non solo Gaza ma, sembrerebbe, tutto il cosiddetto Medio Oriente (dal Libano, alla Siria, all’Iran). Ma pur ignorando che l’aver subìto un genocidio nella storia recente non è una scusa, ma piuttosto un aggravante, per chi oggi, a distanza di meno di un secolo, lo ripropone mettendo una distanza sintetica tra la propria identità religiosa, la propria missione messianica e quella di chi non merita di essere salvato, comunque questa furia vendicativa viene protetta e finanziata ancora dall’Occidente (non più compatto per fortuna), ivi inclusi gli stessi che ne hanno provocato la persecuzione all’origine. Questa folle complicità guerrafondaia e genocidaria è possibile perché l’esistenza della Germania è indissolubilmente legata a quella di Israele, non può esistere la prima senza la seconda. La filosofa femminista americana Nancy Fraser, di famiglia di tradizione mista ebraica e cattolica, che fonde nel suo metodo social theory, esperienza personale ed ecologia critica, in un recente articolo pubblicato sulla «New Left Review» scrive [traduzione mia dall’inglese][3]: «La giustificazione ufficiale verso queste cancellazioni [agite dal popolo tedesco e israeliano nei confronti di altri popoli] risiede nella peculiare versione tedesca della Staatsräson (ragion di Stato), secondo cui gli interessi della nazione sono indissolubilmente legati alla sicurezza nazionale di Israele; indebolire la seconda significa, eo ipso, minare alle fondamenta la prima. Tale condizionalità dovrebbe assolvere la Germania dalla responsabilità per lo sterminio nazista di sei milioni di ebrei, senza tuttavia assumersi alcuna responsabilità per i milioni di altre vittime dei nazisti: comunisti, disabili, omosessuali, polacchi, russi, ucraini, Rom e Sinti. Nei confronti degli ebrei, la posizione tedesca può apparire inizialmente appropriata, se non addirittura ammirevole, soprattutto se confrontata con quella di molti paesi – inclusi Stati Uniti e Giappone – che non si sono assunti mai la responsabilità delle atrocità da essi commesse nello stesso periodo. Tuttavia, la dottrina tedesca deve essere contestata, poiché lega la responsabilità per il genocidio degli ebrei non al dovere di difendere i diritti umani universali, né a specifici obblighi di riparazione verso il popolo ebraico, bensì a un sostegno incondizionato allo Stato di Israele; sostegno che si traduce, a sua volta, nell’avallo di qualsiasi azione israeliana intrapresa in nome della “sicurezza nazionale”: le ondate di pulizia etnica ai danni dei palestinesi dopo la Nakba del 1948; l’occupazione dei territori palestinesi e l’annessione di Gerusalemme Est da parte dell’IDF; la distruzione di case palestinesi, l’incarcerazione, la tortura e l’assassinio di attivisti palestinesi, la promozione degli insediamenti sionisti e l’istigazione alla violenza dei coloni, nonché il ricorso alla fame e ai bombardamenti indiscriminati contro Gaza; azioni che, nel loro insieme, costituiscono una chiara manifestazione di intento genocida». Similmente a come è avvenuto nell’atto fondativo della prima Repubblica italiana fuoriuscita dal secondo dopoguerra e dal regime fascista, il neo Stato italiano ha dovuto barattare la propria libertà ad auto-costituirsi (ottenuta solo grazie al fatto che è esistita una resistenza partigiana interna al paese altrimenti saremmo stati un enclave de facto degli americani, non solo militare ed economica, ma anche politica) con il dictat americano dell’anticomunismo, che ha permesso la sopravvivenza del fascismo lungo i decenni fino a oggi, assumendo una forma democratico-compatibile; e come sempre l’Italia di oggi vive la sclerosi multipla di essere a maggioranza politica di estrema destra con membri di formazione apertamente nazi-fascista che si trovano a rivedere il loro razzismo antisemita sostenendo Israele in chiave anti-islamica, complice degli Stati Uniti; così la Germania attuale si trova a dover fare i conti con la propria identità anti-umanitaria e pro difesa strenua a ogni costo della febbre israeliana di conquista predatoria di tutta la Mezzaluna fertile e oltre. La filosofa Susan Neiman usa il termine «maccartismo filosemita» per condannare il clima creatosi dagli Usa all’Europa in cui chiunque critichi le politiche dello Stato d’Israele, inclusi gli ebrei critici, viene accusato di antisemitismo o privato della propria voce pubblica, sottolineando, come dice Fraser, «la dubbia relazione tra l’attuale “amore per gli ebrei” e le tattiche politiche analoghe a quelle dell’anticomunismo statunitense della Guerra Fredda: liste di proscrizione, giuramenti di lealtà, l’obbligo di fare i nomi di altri esponenti della sinistra davanti a una commissione parlamentare. Come Neiman giustamente osserva, l’amore in questione è oggettivante, solipsistico, intriso di stereotipi e condizionato da concezioni tedesche su cosa sia un ebreo e su come debba essere; non un’apertura verso l’altro, bensì una sua preclusione. Inoltre, un affetto falso ed esagerato per un gruppo di semiti — “gli ebrei” — viene strumentalizzato per giustificare l’oppressione carica d’odio di un altro gruppo: i palestinesi. Le minacce agli ebrei vengono grossolanamente ingigantite, se non addirittura inventate. La sofferenza palestinese viene cancellata, resa invisibile, annullata». «Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di “nuova creazione” sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi. In realtà, le medesime dinamiche riemergono sotto forme nuove. Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica. In molti Paesi, anche nel Sud globale, l’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione e servizi sociali». Così scrive invece l’attuale Papa Leone IVX nella sua prima Lettera enciclica, Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Fa una certa impressione, a una non battezzata come me, priva di un’educazione religiosa appresa nell’infanzia e senza alcun sacramento, che non ha condiviso liturgie e culti, nata però e cresciuta intrisa di cultura cattolica assorbita per osmosi in quanto figlia di un paese cognitivamente cattolico (con questo voglio dire che è cattolico anche senza la simbologia del cattolicesimo: la mia facilità nel provare senso di colpa, ad esempio, sopravvive all’assenza del culto della religione nella mia vita); è impressionante dunque per una come me che l’Enciclica del Papa oggi difenda l’uomo di fronte a Dio mentre l’accelerazionismo di estrema destra di matrice statunitense deifica la macchina e prevede la precipitazione nel nuovo stadio del capitalismo attraverso la cessione della biologia umana alla robotica. Rifletto su come per i secoli dei secoli la Chiesa cattolica e le sue istituzioni –sia come corona sia come Stato Vaticano – abbiano astratto il potere per esercitarlo sulle coscienze dei suoi sudditi e dei credenti attraverso un simbolismo in grado di giustificare orrende ingiustizie e ignobili sopraffazioni, e come oggi si trovi a combattere una nuova minaccia reale, quella della negazione dell’umano in nome di una trascendenza di tipo ufficialmente secolare – anche se poi trova le sue giustificazioni e i suoi punti di contatto nelle nuove spiritualità evangeliche –. In altre parole osservo con enorme apprensione lo scontro tra due idee di umano entrambe piene di contraddizioni schizofreniche tipiche dei tempi che stiamo vivendo (a cui i tempi pazzi che stiamo vivendo ci stanno ormai abituando). Entrambe strizzano l’occhio a tendenze politiche contrapposte: una al pensiero turbocapitalista evangelico dei fascisti dell’apocalisse e dei loro messia (che trova nel sionismo cristiano il suo culmine distopico) e una a un rinnovato cattocomunismo che si vergogna ad autodefinirsi tale ma che si ritrova a giocare quel ruolo storico spinta all’angolo dalla minaccia delle nuove guerre e delle nuove tecnologie (che sono in parte la stessa cosa). L’idea di universalità rientra così dalla finestra della storia con un gran colpo di scena, in chiave anti guerrafondaia e anti razzista, per voce di papi e di autrici femministe di formazione lontana dal determinismo dell’universalità, per rimettere ordine nel caos crudele del cyber delirio evangelico-turbocapitalista e del maccartismo filosemita a esso affine. Note [1] https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/aug/01/columbia-historian-rashid-khalidi-open-letter 2 https://open.substack.com/pub/francoberardi/p/il-paralogismo-di-erri?utm_campaign=post-expanded-share&utm_medium=web Franco (Bifo) Berardi, 11 febbraio 2026 3 Nancy Fraser, ‘Gaza as World Event’, NLR 158, March–April 2026 Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale). 6












