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- il secondo senso
C'eravamo tanto armati Sul gioco serio dell'Intelligenza artificiale / 1 David Artur Brown Antefatto: un autunno particolare. L’aggressione di una maestra a Centocelle, la Super Intelligenza, la manovra di Anthropic Venerdì 18 settembre uno studente di 13 anni si reca a scuola, la media Giovanni Verga di Centocelle a Roma, come quasi ogni mattina. Entra in classe regolarmente alla prima ora, tira fuori uno spray urticante con cui acceca la sua professoressa di italiano e poi la accoltella, senza ucciderla, grazie all’intervento di un altro studente tredicenne originario del Congo che evita il peggio. Lo studente aggressore, mentre è impegnato nell’azione, tenta di filmare le sue imprese in diretta sul canale Telegram internazionale True crime community di cui fa parte, dove spesso, si scoprirà, scambia messaggi in inglese con suprematisti bianchi più grandi di lui che mitizzano le stragi nelle scuole e invitano alla radicalizzazione e all’azione. Diversamente da come funzionano gli Incel (dall’inglese involuntary celibate) membri della Manosfera, nonostante anche in questi canali Telegram la maggior parte degli iscritti siano uomini eterosessuali bianchi e giovani, l’Intelligenza Artificiale non viene impiegata attivamente come strumento per alimentare l’ideologia misogina (se sono solo è colpa delle donne) e i deepfake, o come surrogato relazionale per far fronte all’isolamento – l’IA in questo caso della True crime community non ha dunque un uso nativo di tipo ideologico, che si alimenta di dinamiche di gruppo – ma viene comunque impiegata da Telegram nella forma di sistemi di moderazione basati sull’IA per cercare di arginare la diffusione di contenuti illeciti, gruppi violenti e apologia di reati, sebbene con risultati spesso, evidentemente, molto limitati. La sicurezza è, come vedremo, nelle sue varie vesti (dalla gestione del rischio delle nuove tecnologie, alla sicurezza finanziaria, al dilemma etico), il tema principale per le politiche sull’Intelligenza Artificiale oggi. Giovedì 24 settembre XI Jinping e Trump, oscurando tatticamente i riflettori che, nella vicina New York, sono tutti puntati sui lavori per l’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (a cui il presidente cinese non partecipa), si incontrano presso la Casa bianca, a Washington DC. La durata dell’incontro a porte chiuse si prolunga più del previsto e, si saprà subito dopo, il nodo da sciogliere che inchioda i due leader al tavolo è proprio quello dell’Intelligenza Artificiale. L’IA lanciata sul mercato internazionale dalla Cina con i modelli DeepSeek, è open weight – cioè rilascia liberamente i «pesi» dei modelli consentendo a sviluppatori e ricercatori di scaricarli, usarli e modificarli – è più efficiente e ha una spesa computazionale minima rispetto ai colossi occidentali finanziati da esorbitanti investimenti, soprattutto americani (OpenAI, Google, Anthropic, ecc). Questo per Trump è un chiaro ostacolo economico e geopolitico nella corsa alla Super Intelligenza, come l’ha di recente ribattezzata per non depotenziarla, in quanto per lui il fatto che fosse definita «Artificiale» la sminuiva e ne svalutava il potenziale di mercato. I due presidenti si sono dati una prima annusata a riguardo, addirittura vis a vis (perché la faccenda è seria!) per decretare qualora siano possibili accordi comuni di non belligeranza tra la regolamentazione statale dell’IA (posizione di XI) e lo sviluppo dei modelli illimitato senza freni – l’autoregolamentazione delle Big Tech (posizione di Trump), per quello che si profila essere il principale gioco di potere e il principale conflitto del prossimo futuro. La necessità che spinge all’accordo posizioni altrimenti inconciliabili, è quella di cooperare sulla sicurezza globale senza però rinunciare alla corsa alla leadership tecnologica. Lo strumento decretato per fare ciò, per il momento, è una «hotline» diretta tra i due paesi dedicata specificamente alla gestione e al disinnesco di potenziali incidenti gravi legati all’uso dell’Intelligenza Artificiale. Martedì 29 settembre il presidente cinese è ormai ripartito e Donald Trump convoca alla Casa Bianca i vertici delle principali aziende tecnologiche occidentali tra cui: Dario Amodei (Anthropic), Jensen Huang (Nvidia), Mark Zuckerberg (Meta), Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google), Greg Brockman (OpenAI) ed Elon Musk (xAI Corp). L’incontro, promosso dal repubblicano Mike Johnson, serve a definire e suggellare la posizione suprematista USA a livello internazionale nel grande salto in avanti della tecnologia promesso dai nuovi modelli di IA. Per il presidente USA serve fare fronte comune per veicolare il messaggio che l’IA non è rischiosa, anzi, va pubblicamente accolta e normalizzata, per non frenarne il progresso. Ma i CEO dei colossi tecnologici sono divisi sull’argomento: c’è chi sta con il presidente e chi freme per aumentare la regolamentazione allo sviluppo e all’utilizzo dei modelli, paventando il rischio etico e reale della perdita del controllo degli strumenti e il possibile scatto di autonomia della macchina, in perfetto stile catastrofico post-apocalittico. In particolare l’italiano Amodei, di Anthropic, cavalca pubblicamente quest’ultima onda, accusato dagli altri di farlo non per dilemmi etici, bensì per strategie finanziarie volte a creare più sicurezza intorno alla narrativa dell’IA per preparare il terreno al proprio lancio, si dice a ottobre, dentro Wall Street e quotarsi in borsa alla cifra record che potrebbe superare i 2000 miliardi di dollari, forte del successo dei suoi modelli Claude. Ce n’est pas une intelligenza All’inizio, per scrivere questo articolo, sono ricorsa all’Intelligenza Artificiale (che per comodità chiamerò solo IA, all’italiana, da qui in poi). L’ho fatto per addentrarmi nella materia, pensando che nell’utilizzo dello strumento, nelle sue forme elementari «aperte» a noi non addetti ai lavori (Gemini di Google e ChatGPT di Open AI), potessi catturare più sfumature del dibattito internazionale che tanto confonde. Il dibattito, appunto, spazia vertiginosamente tra politiche pubbliche, matematica, linguistica, cognitive computing, antropologia, psicanalisi, geopolitica e science fiction. Il risultato della prima bozza di questo testo, così prodotta «aiutandomi» con l’IA, era un disastro, ma non sapevo spiegarmi il perché; nel senso che c’era qualcosa di complessivamente straniante nel testo, cacofonico e che sembrava quasi «scorretto» in italiano anche se, a ben vedere, non c’era nessun errore grammaticale, lessicale o di punteggiatura. Nell’insieme però non scorreva, nonostante i miei continui interventi che richiedevano al bot la modifica dello stile, delle intenzioni, del contesto e della finalità di utilizzo. E non era solo una questione, diciamo, profonda, legata al fatto che il testo prodotto non mi corrispondesse del tutto e non lo sentissi mio, ma anche che proprio non sembrava funzionare la sua sonorità, come se leggendolo ad alta voce non fosse armonioso e risultasse avvitato (non mi viene in mente un aggettivo migliore). Grazie a questo esperimento elementare però, sono riuscita a dischiudere un primo livello di complessità del fenomeno: ho capito che l’IA è innanzitutto un modello linguistico [1]. Ma non è (ancora) un linguaggio. Un modello linguistico è un sistema, è un’architettura, può essere quindi programmato e costruito (e governato?) ma non è una proprietà cognitiva. Il linguaggio è, invece, una facoltà cognitiva propria dell’essere umano. Quindi l’odierna dialettica dell’IA, che riguarda cos’è umano e cosa gli può somigliare, se la macchina può sostituirsi completamente all’umano e alle sue facoltà o meno, gira concretamente intorno alla questione: l’IA potrà produrre un linguaggio autonomo, quindi smettere di essere uno strumento e autodeterminarsi con «volontà propria» indipendente dall’umano? Il punto è che questi sono, innanzitutto, quesiti mistificatori e domande mal poste. Infatti una tale dialettica della sostituzione (che fa da contraltare all’altra narrativa della sostituzione tipicamente fascista, di segno opposto, ovvero quella della sostituzione etnica dei bianchi da parte degli immigrati), è una dialettica depoliticizzante, che non vuole l’impegno nell’analisi etica del fenomeno e men che meno nelle sue implicazioni materiali e di classe. Similmente a come fu agli inizi per il dibattito sul global warming, che situava le cause del cambiamento climatico in una generica umanità marcia e colpevole, raccolta dentro la formula Antropocene, senza differenziazioni di responsabilità al suo interno tra chi veramente ha accelerato il processo di decadimento della geosfera con l’industrializzazione e chi l’ha solo subito... ecco, proprio così, in questi giorni, si parla di IA: cioè neutralizzando i dilemmi etici e i conflitti sociali che ovviamente potrebbero scaturirne e costruendo il discorso sulla generica inevitabile evoluzione della tecnologia, rendendo invisibili le responsabilità dei soggetti che la vogliono, la finanziano e la usano realmente. Perciò sembra, a oggi, che i problemi siano limitati alla regolamentazione a livello governativo (vedi l’incontro bilaterale tra XI Jinping e Trump) quando, in realtà, questa è un’ulteriore rapida corsa ad accaparrarsi nuovi profitti giganteschi per pochissimissimi. Quindi la giusta domanda ora è, a chi serve l’IA? Le risorse fossili estratte dalla terra, il carbone in primis, tra guerre e climate change non renderanno più profitti come una volta, tocca perciò trovare nuovi sistemi di accumulazione altrettanto profittevoli. Succede però, amaramente, che il consumo dell’infrastruttura intangibile dell’IA stia riattivando e prolungando, tra le altre cose, proprio la vita delle centrali a carbone, per soddisfare la sua domanda vorace di elettricità. Non solo, tornando a quanto detto sopra, addestrare un modello linguistico (LLM) [2] sfruttando reti elettriche alimentate a combustibili fossili, emette oltre 500 tonnellate metriche di CO₂ per singolo ciclo di training (è un’enormità), che ovviamente non risolve, anzi aggrava, la scarsità delle fonti energetiche «classiche» e, cosa ben peggiore, accelera il disastro ecologico. Penso perciò che il dibattito sul cambiamento climatico sia un ottimo punto di partenza per parlare, a livello materiale, di cosa fa l’IA. Perché in un gioco degli specchi distorto, costituisce esattamente l’altra faccia della medaglia di questo dibattito. E se ne parla, a livello narrativo di massa, con dinamiche simili. To be continued... Spiegherò meglio nella seconda parte (che uscirà prossimamente) il titolo di questo articolo e le implicazioni etiche complesse del dibattito odierno sull’IA. Per ora basti dire, che se l’utilizzo di questo strumento (forse la sua distruzione?) non verrà appropriato dalla gente comune ma resterà, come è ora, nelle mani sporche di chi ne stabilisce la proprietà e le finalità, ci aspetta una schiavitù dolorosa (non dalla macchina ma dal potere che la gestisce, che è tutto umano). Note 1) A onor del vero non si può dire che l’intelligenza artificiale sia un modello linguistico, poiché il modello linguistico è solo un tipo specifico di intelligenza artificiale. L’IA è una disciplina informatica molto vasta che studia come creare sistemi in grado di imitare le capacità umane, come il ragionamento, la guida autonoma, la visione artificiale o il calcolo matematico. Ciò che mi importa qui, è che il modello linguistico sia, tra tutti gli utilizzi dell’IA, quello più diffuso tra noi comuni mortali che facciamo un utilizzo dell’AI molto limitato e ristretto rispetto, ad esempio, al settore bellico, che ne sfrutta maggiormente il potenziale. In sintesi i grandi modelli linguistici (o LLM) sono i sistemi di intelligenza artificiale più utilizzati in modo consapevole e diretto dalla gente comune nella vita di tutti i giorni (su quelli inconsapevoli e indiretti si aprirebbe una parentesi troppo grande, materia per altri articoli). 2) L’IA, a cui mi sono rivolta per scrivere questa nota, definisce un modello linguistico come un sistema di intelligenza artificiale progettato per comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano. Funziona principalmente attraverso: la previsione statistica (il modello analizza un testo e calcola la probabilità statistica della parola o del frammento successivo – token – basandosi sui dati su cui è stato addestrato); attraverso reti neurali e Transformer (i modelli di ultima generazione, detti Modelli linguistici di grandi dimensioni – LLM appunto – utilizzano architetture avanzate di deep learning chiamate Transformer per riconoscere le relazioni complesse tra le parole all’interno di un contesto), e la generatività passo-passo (il sistema non pensa come un essere umano, ma produce testo una parola alla volta, scegliendo quella più coerente con il contesto ricevuto). Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- clan milieu
L’altro, di Charles Rohmer Pubblichiamo lo stralcio della Postfazione di Alberto Burgio al libro di Charles Rohmer L’altro, collana «la corda pazza» di Milieu edizioni, in questi giorni in libreria. L'altro vide la luce nella «collection Blanche» di Gallimard l’8 settembre del 1951, e non fu mai riedito. Einaudi lo pubblicò quattro anni dopo nei «Gettoni» di Vittorini, e anche l’edizione italiana non ebbe repliche. Capita: non tutti i libri possono trasformarsi in casi letterari. Eppure il silenzio che ha accompagnato L’autre ci sorprende, se diamo il giusto peso a quanto ne scrisse un lettore attento ed esigente come Leonardo Sciascia. Rohmer era stato tra i primi a comprendere che gli aguzzini nazisti erano «buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali»: in una parola, degli scrupolosi «burocrati del Male». «Quanto di più terribile ci sia rimasto nella memoria e nella coscienza di tutta la letteratura sugli orrori nazisti pubblicata dal 1945 in poi». Così Leonardo Sciascia scrisse di questo libro di Charles Rohmer, capolavoro dimenticato della letteratura concentrazionaria. Un mondo comicamente tragico Il libro si apre con l’arrivo del protagonista («l’homme», del quale mai conosceremo il nome) alla villa del Comandante di un Lager nazista. È «storpio», menomato o ferito a una gamba che lo costringe a zoppicare. Il dolore si fa lancinante nei momenti di tensione e paura, quando più angosciante si manifesta il divario tra lui, prigioniero e schiavo, e i suoi onnipotenti padroni. Ovviamente lui si sforza di dissimularlo, camminando con passo fermo, nonostante spasmi e fitte; d’altra parte, la ferita è una fortuna perché lo salva dal lavoro forzato in cui sono impiegati gli altri deportati (da uno come lui, sciancato e inabile, «non si ricava più granché»). Internato da oltre un anno, l’uomo sarà tutto il giorno a disposizione della moglie del Comandante, che ne potrà disporre a piacere, e di fatto agli ordini di Julia, la servante: dovrà pulire e spolverare («Bisogna pulire e far brillare tutto»); lucidare scarpe e stivali; scaricare sacchi di carbone e badare alle stufe; tenere in buon ordine la legna in cantina; caricare su una camionetta le casse degli indumenti dei deportati. Alla sera un camion lo riporterà nella baracca del campo in cui alloggia con i compagni di prigionia, come lui francesi, come lui giunti al campo come «blocchi scheletriti di carni irrigidite». E come lui destinati al massacro. L’uomo è l’«altro»: un oggetto insignificante, uno strumento di cui ci si accorge a malapena. A sprazzi ricorda la vita di prima: sogna, tra incubi e allucinazioni. Ascolta ma non parla, neppure coi compagni. E a suo modo comprende quanto gli accade intorno. Soprattutto osserva – e consente, a noi che lo seguiamo, di osservare, con il suo stesso sguardo estraniato – una realtà assurda e oscena, e tanto incredibilmente normale da sembrare una scenografia, la rappresentazione di una commedia dell’assurdo che decide della sua sorte e di quella non meno atroce degli altri deportati. Così due vicende si intrecciano, o meglio: due piani della narrazione, il primo dei quali, per così dire “esterno”, concerne la condizione dei prigionieri. E qui ci sono date informazioni tutt’altro che banali. Apprendiamo ben presto che il Lager ha un «Servizio centrale» che custodisce migliaia di schede di detenuti, coi loro «nomi davvero strampalati». Scritte in bella grafia, di colori, sfumature e formati diversi, sono conservate con cura, classificate «con competenza e amore» per la Storia, per l’eternità. Il vice del Comandante veglia su di esse con lo zelo di un bibliotecario, consapevole che una pratica è più importante di un uomo, essendo l’unica cosa che ne rimarrà. Nel campo opera un medico, incaricato delle «selezioni»: del che si lagna perché il lavoro è monotono, banale: una perdita di tempo per la quale basterebbe un veterinario. Poco distante dal campo di lavoro (una «piacevole passeggiata» sul camion) vi è un «Centro» di sterminio, sulla struttura e l’organizzazione del quale riceviamo, disperse tra le pieghe del racconto, informazioni dettagliate. Il «Centro» ha un reparto di contabilità, ove si aggiornano statistiche e percentuali. Vi si catalogano i beni sottratti ai deportati («beni dello Stato, della collettività, del popolo») e se ne stima attentamente il valore. Orologi, gioielli e denti d’oro (una vera «trovata»): nulla sfugge. Soprattutto dispone di forni crematori (il «Centro di fusione») e di un esperto fuochista, che ha ogni giorno sin troppo da fare. Diligente, «Lucifero» procura che tutto il «materiale» se ne voli al più presto via col vento. Anche l’autista incaricato di recapitare il «materiale» al «Centro» è soddisfatto: uomini e indumenti pesano poco, il solo inconveniente è una stradaccia scivolosa e piena di curve. Insomma, il «Centro» è un’«impresa grande e redditizia» in cui il personale scarseggia, dato che ogni giorno arriva, sovrabbondante, altra «materia prima». Lo guida un Direttore zelante e appassionato («è sempre felice quando gli si parla di nuovi arrivi»), esasperato dalla lungaggine delle procedure. Il suo compito è ridurre i tempi morti, «razionalizzare»; il suo fine, arraffare le ricchezze dei deportati che sarebbe «criminale» disperdere: come dice il Comandante, «è questione di onestà», «d’onore» e «di rigore». Finché, improvvisamente, la situazione non precipita, travolgendo il destino dell’uomo. Capita che un suo compagno, non rassegnato alla passività («Ci sono comunque cose che dipendono da noi. Lo si vedrà»), tenti di uccidere il Comandante. Si impossessa di una pistola, gli spara, lo ferisce di striscio. È individuato e torturato a morte: ridotto a un pupazzo di segatura, la faccia tumefatta trasformata in una maschera di sangue. Ma inevitabilmente l’attentato coinvolge anche altri prigionieri e, tra questi, l’uomo, sospettato di complicità. A un tratto questi scopre di non essere più invisibile. I padroni si accorgono della sua presenza, della sua esistenza, e naturalmente ne diffidano. Ora l’uomo è al centro dei loro pensieri, un personaggio in vista, tanto che la sua stessa ombra lo atterrisce. Gli ufficiali del Lager studiano il suo fascicolo, lo esaminano con cura come avide talpe, come furetti curiosi. I loro occhi brillano di malizia: il suo è un caso semplicissimo, banale. Nulla osta al suo «trasferimento» e alla rapida archiviazione della pratica. Finalmente l’uomo è condotto al «Centro», dove dal camion scorge «un massiccio edificio sormontato da una ciminiera». Questo dunque lo sfondo “esterno” della trama in cui l’uomo resta fatalmente invischiato. Ma scorre, dentro questa narrazione, anche un altro racconto, che si incentra sul dialogo interiore dell’uomo e riflette le sorprendenti virtù del suo sguardo. Certo l’uomo è tragicamente coinvolto nella vicenda che decide la sua fine, ma ne è al tempo stesso estraneo, il che gli permette di penetrare nel cuore stesso della realtà e di scoprirne l’essenza nascosta. Qui il romanzo di Rohmer assume effettivamente un valore paradigmatico, una dimensione universale. E offre un commento alla vicenda complessiva dell’orrore nazista poiché nella villa di quel Comandante si rivela la sconvolgente verità di un crimine totale, il suo mistero assurdo. Quel che l’uomo vede è la irrealtà di una situazione in apparenza intangibile e immutabile. Se nella villa sembrava non accadere nulla (non potere accadere mai nulla); se il Comandante e i suoi sodali apparivano sempre uguali a sé stessi, immutabili nella loro onnipotenza, è perché la loro «realtà» era un simulacro, una scena teatrale in cui la tragedia si mescolava alla farsa. I nazisti – nella storia e nella realtà, come nel libro – erano soltanto personaggi di uno scenario miserabile: di un mondo comicamente tragico e privo di senso; quindi di una narrazione che ricorda da vicino il teatro beckettiano dell’assurdo. È questo il terribile segreto che scopre e racconta l’uomo. Il quale svolge ne L’autre il ruolo che l’altro libro di Rohmer – un saggio filosofico pervaso da un opprimente sentimento di morte – affida al Veilleur: a «colui che osserva» e che, «indifferente e lontano», «nega il mondo» poiché ne percepisce la sinistra, para- dossale verità. Così tutta la storia dello sterminio nazista – tutta, non soltanto le vicende che coinvolgono personalmente l’uomo e lo travolgono – si rivela per quel che è: una recita atroce e oscena, nella quale ci si scambiano parole inconsistenti. Invano l’uomo si domanda se quanto gli accade sia reale: in verità «niente significa più niente» e non c’è da scoprire proprio nessuna realtà. Finché, come sappiamo, lo scenario non si sfalda da ogni lato. Scrisse Vittorini che Rohmer offre «una dimostrazione per assurdo» di un orrore in cui la normalità dà la misura dell’aberrazione, e Sciascia aggiunse che a far «tremare» sono proprio la «delicata» sensibilità e la grottesca moralità degli «aguzzini» che Rohmer mette in scena. Difatti dove si origina l’assurdo che l’uomo scopre e che sempre di nuovo rischia di scatenare la sua bizzarra ilarità? Scaturisce precisamente dai buoni sentimenti dei carnefici e dei loro cari, dalla loro ostentata sensibilità e tenerezza, dalla loro salda religiosità che non si manifesta soltanto in occasione del travaglio della piccola Hilda malata («Dio non ci abbandonerà, vede la nostra pena. Siamo suoi figli e lo preghiamo») ma anche, paradossalmente, in occasione degli interrogatori dei deportati destinati al macello. Sotto gli occhi del lettore si verifica un contrasto che non ha nulla di scontato né di meccanico e che – così ci pare – giunge al culmine proprio nella figura, emblematica e tragica, di Hilda. La quale, sola, si rivolge all’uomo gentilmente – poiché non scorge in lui lo schiavo, un oggetto privo di valore, bensì un essere umano – ma poi si addormenta felice («scoppiò in un’allegra risata») nell’apprendere che l’attentatore sarà spietatamente torturato e poi decapitato. Alberto Burgio, storico della filosofia, ha dedicato importanti studi al pensiero politico moderno e contemporaneo e alla critica delle ideologie razziste
- nuovi movimenti
Lotte di Spagna Contropotere e lotta alla rendita Gustavo Vega Siamo riusciti a trasformare lo sfratto di Maricarmen in un’esplosione di protesta nelle strade che ha cambiato il dibattito pubblico nel Paese. Da “il problema sono gli invasori” a “il problema sono gli investitori”. Questo testo è stato scritto da militanti del Sindicat de Inquilinas di Madrid, del Sindicat de Llogateres di Catalogna e della Confederazione dei Sindacati delle Inquiline. Il nostro obiettivo con questo testo non è contribuire a un dibattito o replicare a qualcosa. Intendiamo spiegare e rendere conto del quadro di riferimento con cui stiamo lavorando. E, sebbene ora non sia il momento di fare un bilancio, speriamo che queste righe servano anche per gli insegnamenti collettivi e i bilanci critici che dovranno seguire. Siamo riusciti a trasformare lo sfratto di Maricarmen in un’esplosione di protesta nelle strade che ha cambiato il dibattito pubblico nel Paese. Da «il problema sono gli invasori» a «il problema sono gli investitori». A nostro avviso, questa esplosione di protesta nasce dalle condizioni materiali in cui versano moltissime persone, ma anche dalla solidarietà e dalla presa di coscienza suscitate dalle circostanze di questo caso. Ma c’è sicuramente qualcosa di più. C’è una rivolta rapida e feroce causata dalla rabbia accumulata per oltre un mese e mezzo a causa dell’inerzia della sinistra istituzionale e dell’offensiva reazionaria, razzista e protofascista della destra di fronte agli eventi di Ceuta. Inoltre, tutto questo è accaduto nella Madrid governata da Ayuso. Una presidente prepotente e altezzosa, coinvolta in scandali personali legati ad abitazioni di lusso, che rappresenta chiaramente l’altra faccia della medaglia di Maricarmen. Infine, c’è la rabbia accumulata dopo almeno 18 anni di crisi abitativa e otto anni di inazione del governo progressista. La risposta massiccia a questa esplosione è legata a questi fattori. Pura battaglia di idee. Battaglia, quindi, di posizioni. Continuare a incidere su questa dimensione è prioritario. Questo è un contrattacco. Una sfida alla rendita e al governo Ma la nostra proposta non si fermerà alla battaglia di idee.L’approccio è stato ed è quello di trasformare questa rivolta in una sfida alla rendita (in particolare alla società proprietaria, Urbagesa), al governo regionale e al governo centrale. I primi devono pagare la loro audacia con una sconfitta. I secondi devono cadere. E i terzi vanno piegati per costringerli ad ascoltare la piazza. In questo senso è stato elaborato un piano affinché la rivolta abbia degli obiettivi concreti. È impossibile organizzarsi e lottare collettivamente senza un piano più o meno chiaro a medio termine. Non bisogna aspettare di dissolversi quando le energie si esauriranno. L’assalto è adesso. Ma vogliamo anche che questa rivolta rimanga incerta. Se la sua forza deriva da ragioni che vanno oltre la questione abitativa – anche se non saremo certo noi a negarne ora la centralità –, è nostra responsabilità non precludere questa opportunità. Allora, in cosa consiste il piano? Contropotere: conciliare riforma e contestazione Stiamo creando un contropotere. Governare senza presentarci alle elezioni. Sembra pretenzioso, ma a volte bisogna provare a metterlo in pratica, non solo a teorizzarlo.Noi dei Sindacati delle Inquiline conduciamo i conflitti integrando in essi richieste di riforma immediata. Fanno parte del nostro quadro di lotta sindacale. Le vittorie, anche quelle parziali e contraddittorie, educano alla lotta e generano organizzazione. Lo difendiamo nei conflitti contro i proprietari privati e lo difendiamo nell’azione istituzionale. Un po’ di contesto istituzionale senza perderci nella letteratura. Il governo ha deciso di accantonare, per mancanza di appoggi parlamentari garantiti, un decreto reale. Questo decreto conteneva misure positive. Alcune erano riforme interessanti – come la legge anti-frodi redatta da noi, che include, tra le altre misure, la regolamentazione dei contratti di affitto per camere e stagionali –. Conteneva anche misure palliative – misure temporanee –. Infine, includeva misure a favore degli speculatori, principalmente la riforma della Legge sul Terreno. Pertanto, noi volevamo che questo decreto venisse approvato. Tuttavia, non eravamo disposte ad accettare una riforma della Legge sul Terreno. Ma la risposta è stata più forte del previsto. Ce ne siamo rese conto subito, dopo la manifestazione tenutasi lo stesso giorno dello sfratto a Madrid e in più di una decina di altre città. Chiaramente il decreto reale di luglio non era più adeguato alla situazione. E abbiamo deciso di esigere il «decreto Maricarmen».Abbiamo sostenuto che la rivolta di Maricarmen serva a combattere la battaglia delle idee e che miri a ottenere una vittoria concreta (che sarà sempre parziale), ma che possa essere qualcosa di più. Il «decreto Maricarmen» viene elaborato raccogliendo e migliorando le riforme interessanti su cui si era già lavorato e le modifiche accettabili del precedente decreto reale. E se ne aggiungono altre due: i) i contratti a tempo indeterminato / il rinnovo automatico dei contratti; ii) il congelamento dei canoni di locazione. Il decreto viene redatto e portato alla riunione con il Ministero dell’Edilizia abitativa. Perché queste rivendicazioni e non tutto il nostro programma in un colpo solo? Bilancio dei rapporti di forza per una battaglia immediata. Per combattere una battaglia seria, non si tratta di enunciare un programma completo. Pertanto, il piano prevede di combattere per queste riforme. A tal fine, occorre mobilitare tutte le forze di piazza, di pressione mediatica e di pressione istituzionale (sia all’interno che all’esterno del governo) per provocare una crisi istituzionale. Fino all’ultimo minuto. Che la riforma sia il più avanzata possibile. Finora abbiamo sostenuto che la rivolta di Maricarmen serva a combattere la battaglia delle idee e che miri a ottenere una vittoria concreta (che sarà sempre parziale). Che diventi qualcosa di più dipende da due fattori. Un programma ancora più ambizioso in materia di alloggi. E anche che la forza della rivolta trovi eco al di là del problema degli alloggi. In parte ciò ha a che fare con il collegarsi alla frustrazione diffusa di chi non vuole rassegnarsi all’avanzata dei barbari. Ma occorre qualcosa di più solido. Deve riunire il resto delle lotte sociali e far emergere la causa comune. La confluenza delle lotte. L’irruzione e la frenesia dell’immaginazione illimitata al servizio dell’affermazione della classe. La classe, quel soggetto plurale che rappresenta molte realtà diverse su un unico percorso. Nella tabella di marcia dei Sindacati delle Inquiline c’è l’organizzazione e la convocazione di uno sciopero generale per il diritto alla casa e contro il caro vita. Un’iniziativa per lottare per un programma più ambizioso (e non necessariamente molto lungo) che metta in luce il conflitto sociale di cui abbiamo bisogno: sopra contro sotto, ricchi contro poveri, oligarchia contro popolo, borghesia contro proletariato. Che ciascuno lo chiami come meglio crede, senza voler eludere i dibattiti teorici. Per uno sciopero generale occorre stringere un’alleanza con il sindacalismo dei lavoratori. Ma un’alleanza consapevole degli attuali limiti del sindacalismo dei lavoratori come agente di trasformazione. Riconoscere l’importanza di rinnovare l’intero sindacalismo per renderlo una vera alternativa di organizzazione sociale, al di là di quella partitico-elettorale che solitamente domina la vita della nostra società. La sfida di dare dignità al sindacalismo, presentandolo come un attore onesto nella lotta per la vita della maggioranza lavoratrice. E soprattutto, capace di ampliare lo spettro del possibile e di mobilitare tutti i settori che rimangono al di fuori del quadro abituale del sindacalismo e delle sue mobilitazioni. In poche parole, che lo scoppio di questa mobilitazione contribuisca a costruire il potere popolare, a rivitalizzare, ampliare, trasformare, unire il movimento operaio e a renderlo di massa. Non sacrificare alcuna possibilità di crescere in termini di organizzazione ed esperienza politica per una battaglia a breve termine. Al contrario, cercare di mantenere aperto il momento per dare tempo sufficiente ad altre lotte sociali di entrare in scena. Uno sguardo a lungo termine per le sfide di fondo. A questa concezione della lotta in generale, così come al momento in particolare, c’è un intero gruppo di compagne impegnate ad esercitare tutta l’influenza possibile e a poter controllare tempi e scenari. L’attenzione non è sui dettagli, anche se i dibattiti non mancano mai. È sul favorire la transizione: da una lotta concreta a una protesta generale. Prime vittorie Ci sono già state delle vittorie. Innanzitutto, Urbagesa e il Sindacato delle Inquiline hanno firmato un accordo per consentire a Maricarmen di tornare nella sua abitazione. Una dimostrazione di potere sindacale. Mettere in riga, dal basso verso l’alto, i proprietari che si credono impuniti. Che tutti ne prendano nota. Inoltre, il Consiglio dei Ministri approva tutte le misure del «decreto Maricarmen». Il Sindacato ha detto al governo cosa deve scrivere nella Gazzetta Ufficiale e cosa deve rimanere fuori (la Legge sul Territorio). Potere popolare allo stato puro. Si è piegato il braccio al governo dei proprietari. Organizzarsi e lottare rende possibile ciò che sembra irrealizzabile. Concretizzare la rivolta In una settimana sono state indette più di 60 mobilitazioni in città di tutto lo Stato e sono stati allestiti quasi una decina di accampamenti. La mobilitazione deve continuare. Ce l’hanno reso facile con la convocazione di ratifica al Congresso prevista per venerdì. Proteste con le pentole in tutte le città dello Stato giovedì e manifestazioni di massa nel fine settimana. Questo è solo l’inizio. Ma una rivolta non dura né si moltiplica se non si concretizza a livello locale. Né se tutta la sua potenza è diretta verso conflitti statali. Capacità di adattarla al maggior numero possibile di realtà e di integrarla con le linee guida di tutti i sindacati e i movimenti che si stanno offrendo di partecipare. Risolvere i dubbi sollevati dai pericoli di un’azione di «pace sociale» da parte del governo centrale, aprendo altri scenari di conflitto a livello locale. Promuovere alleanze ampie e posizionarsi come attore di riferimento. Sfruttare la forza nei conflitti sindacali concreti che si trovano in una fase di stallo. E sempre con un’ottica organizzativa: mobilitazione, sensibilizzazione, formazione, organizzazione. In quest’ordine di solito funziona bene. Che dopo la protesta sia già convocata l’assemblea di benvenuto. Poi una formazione teorico-pratica. Successivamente in piazza e nei blocchi, con brigate per continuare a crescere e a vincere. E lo sguardo fisso sul prossimo grande traguardo. Uno sciopero generale per abbassare il prezzo delle case. Sfondo E sullo sfondo una moltitudine di elementi da analizzare e discutere. È un nuovo 15M? Si paragona il momento attuale al 15M. Perché non paragonarci al Campamento Esperanza? Chi non conosce la storia può guardare il documentario «El efecto Iguazú». Gli accampamenti non sono nati con il 15M. Il sindacalismo li aveva già utilizzati in precedenza. Nel quadro di proteste concrete. Con organizzazione e coordinamento. Non si può sottovalutare il 15M. Da allora, nulla si spiega senza guardare a quel giorno. Non si costruisce una classe rinnegando la storia della lotta collettiva recente. E tanto meno riducendola, per assurdo, allo stato attuale della sinistra istituzionale. Vale la pena ricordare che senza il 15M non ci sarebbe stata la PAH e senza la PAH non ci sarebbe stato il Sindicato de Inquilinas. Da quell’esperienza si sono apprese cose che oggi continuiamo a cercare di mettere in pratica. E anche le lezioni sui percorsi propri dell’organizzazione sociale e sindacale sono rimaste impresse nel DNA di molte organizzazioni. Le vittorie parziali demotivano? A volte sì, specialmente quando si scontrano con l’esaurimento. Altre volte, invece, è proprio il contrario. Dimostrano la forza collettiva delle persone emarginate. Aprono spazio alla speranza e scatenano la voglia di ottenere di più. Combattono l’ingiustizia e per questo diventano un’alternativa. Sono la prova vivente che si possono realizzare cambiamenti senza denigrare chi è più povero di te. Antifascismo con la A maiuscola e antidoto contro l’individualismo. Trasmettere questa idea con fatti che la sostengano è fondamentale. In questi giorni ci siamo riusciti. Ha comandato il sindacato. Abbiamo preso molto sul serio l’esercizio del potere e abbiamo costretto molti attori rilevanti del Paese ad ascoltarci. Aspirazione fondamentale del contro-potere. Ma questo movimento non finirà per rafforzare un governo che gestisce lo statu quo? Senza una presa di distanza netta, la sinistra istituzionale non cercherà di approfittarne per i propri piani elettorali? Rischi reali. Di fronte a essi, la nostra scommessa. Che il sindacato abbia la parola. In minuscolo, perché in termini generali sosteniamo che la scommessa sia che oggi la forma sindacale di lotta sia protagonista, all’interno dello spettro delle tipologie di organizzazioni presenti nella lotta sociale. Non solo enunciazione teorica. Alcune contraddizioni. Nessun disprezzo per le strutture che permangono e operano anche quando lo scoppio della rivolta abbaglia. Non perdere di vista il rapporto di forze esistente, anche se lo stiamo modificando. Anche se in una settimana si sono iscritte migliaia di persone e sono arrivate una decina di richieste per aprire un Sindacato delle Inquiline in altre città. Non siamo ancora un’organizzazione di massa. È da questa umiltà che partiamo per lottare, ambiziose e senza paura di sbagliare. I media, i governi e i partiti cercheranno di strumentalizzarci, e anche noi faremo lo stesso con loro. Esito in sospeso Il presente non è ancora scritto. Questo venerdì si possono ottenere riforme importanti. E questo fine settimana potremmo essere milioni nelle strade a contestare questo sistema di rendita che colpisce sempre più duramente. C’è una partita, giochiamola. Note esplicative (a cura di Mauro Trotta) Campamento Esperanza: insediamento allestito nel deserto di Atacama (Cile) nel 2010 per attendere il salvataggio dei 33 minorenni intrappolati nella miniera di San José. PAH (Plataforma de Afectados por la Hipoteca): movimento sociale nato a Barcellona nel febbraio del 2009 per difendere il diritto alla casa e contrastare gli sfratti. 15M (noto anche come movimento degli Indignados): movimento di protesta nato in Spagna il 15 maggio 2011. 30 settembre 2026
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Lotte di Spagna: Da Ceuta a Sol. Per una nuova composizione di classe Esther Ferrer C’è un filo che attraversa la Spagna di queste ultime settimane, anche se apparentemente tiene insieme episodi molto diversi: la crisi migratoria di Ceuta, le mobilitazioni antifasciste contro le iniziative della destra e dell’estrema destra, il ritorno della questione abitativa al centro del conflitto sociale e, infine, l’acampada1 di Puerta del Sol nata dopo lo sgombero di Maricarmen Abascal. Non si tratta di stabilire un rapporto diretto tra questi avvenimenti. Il loro legame sta piuttosto nel contesto politico e sociale nel quale si stanno producendo: da una parte un governo socialista che continua a rivendicare la propria capacità di gestione delle crisi; dall’altra una destra che ha trovato nell’immigrazione, nella sicurezza e nella proprietà alcuni dei principali terreni di mobilitazione; nel mezzo, una società che in diversi luoghi torna a organizzarsi nello spazio pubblico. La crisi di Ceuta aveva già aperto una prima crepa. Tra il 30 e il 31 luglio, secondo le autorità spagnole, tra 70.000 e 80.000 persone sono entrate nell’enclave dal Marocco, in una situazione che ha messo sotto pressione i servizi di accoglienza e la gestione della frontiera. La vicenda ha prodotto uno scontro politico sulla risposta del governo e sulle responsabilità delle autorità locali e centrali. Il 28 settembre Miguel Ángel Pérez Triano ha lasciato l’incarico di delegato del Governo a Ceuta e ha annunciato anche l’abbandono della politica, sostenendo di essere stato sottoposto a una forte pressione e ribadendo di aver avvertito in anticipo il governo centrale della situazione alla frontiera. La crisi ha avuto anche un'altra conseguenza politica. L'immigrazione è diventata il punto di partenza per una serie di mobilitazioni della destra radicale. Il 2 settembre, a Madrid, una concentrazione convocata con lo slogan «Ceuta nos une» ha riunito sostenitori della causa ceutina e, tra gli altri, militanti di Núcleo Nacional2. Gli incidenti avvenuti al termine della manifestazione hanno portato a quattro arresti e al ferimento di quattro agenti di polizia. Quella dinamica non è rimasta confinata alla questione migratoria. Le iniziative di Vox3 e dell'estrema destra hanno incontrato in diverse città risposte antifasciste, con forme e dimensioni differenti. A Granada, in aprile, una protesta aveva ritardato un comizio di Santiago Abascal; a Barcellona, nei mesi successivi, le mobilitazioni contro iniziative della destra radicale hanno nuovamente portato il conflitto politico nello spazio pubblico. L'antifascismo, quindi, non è rimasto soltanto una posizione espressa nelle campagne elettorali o sui social network, ma ha continuato a produrre mobilitazione nelle strade. È dentro questo quadro, e non come sua conseguenza diretta, che esplode la questione abitativa. Quindici anni dopo, Sol Il 15M4 occupa inevitabilmente la memoria di quello che sta succedendo oggi a Madrid. Nel 2011 migliaia di persone occuparono la Puerta del Sol contro una crisi economica che aveva trasformato disoccupazione, debito, mutui e precarietà in una condizione generazionale. Quindici anni dopo, le tende sono tornate nella stessa piazza, ma attorno a una questione molto più precisa: il diritto alla casa. La nuova acampada è nata il 26 settembre, al termine della manifestazione convocata dal Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid5 dopo lo sgombero di Maricarmen Abascal. In pochi giorni è cresciuta fino a superare le mille tende e a coinvolgere migliaia di persone. El País ha raccontato la presenza contemporanea di giovani che non avevano vissuto il 15M e di attivisti che invece avevano partecipato alle mobilitazioni del 2011. Nella stessa piazza si incontrano così due generazioni politiche diverse, separate da quindici anni e da cicli di mobilitazione differenti, ma confrontate con una difficoltà materiale che continua a ripresentarsi: poter costruire una vita economicamente e abitativamente stabile. A dare continuità politica a questa mobilitazione è il Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Tra le figure più visibili in questi giorni ci sono Valeria Racu e Alicia del Río, entrambe portavoce del sindacato e protagoniste della mobilitazione di Sol e della pressione sul governo per l'approvazione delle misure rivendicate dal movimento. Carolina Vilariño, anch'essa portavoce del sindacato, ha partecipato invece alla presentazione del decreto Maricarmen e alle trattative che hanno portato a un accordo sul nuovo contratto di Maricarmen e sul suo ritorno nell'abitazione. La presenza di più portavoce restituisce il carattere organizzato e collettivo del sindacato, che non concentra la rappresentanza della mobilitazione in una sola figura ma la costruisce attraverso una pluralità di voci. La differenza rispetto al 15M sta però anche nella tattica. La mobilitazione del 2011 aveva assunto rapidamente una dimensione generale, mettendo in discussione il funzionamento delle istituzioni, della rappresentanza politica e delle politiche economiche adottate durante la crisi. L'acampada di oggi nasce invece da un conflitto molto concreto e da una richiesta legislativa precisa: impedire che quanto accaduto a Maricarmen possa ripetersi. Maricarmen Abascal, 87 anni, aveva vissuto per 71 anni nello stesso appartamento nel quartiere di Retiro. Il 23 settembre è stata sgomberata dopo diversi tentativi di esecuzione dello sfratto, nonostante la mobilitazione del Sindicato de Inquilinas e una richiesta delle Nazioni Unite di sospendere la procedura. È stata portata via in barella e ricoverata all'ospedale Gregorio Marañón. Le immagini dello sgombero hanno avuto una circolazione molto ampia e hanno contribuito a trasformare un caso individuale in un simbolo della crisi abitativa. Nel frattempo, il caso individuale ha avuto una soluzione. Dopo la mobilitazione e una trattativa nella quale è intervenuta anche l'Empresa Municipal de Vivienda y Suelo di Madrid7, la proprietaria dell'appartamento ha raggiunto un accordo con Maricarmen: un nuovo contratto di otto anni, con un canone non superiore al 30% dei suoi redditi, e il ritorno nell'abitazione dopo le dimissioni dall'ospedale. Per il Sindicato de Inquilinas, però, questo non chiude la questione. La mobilitazione a Sol è continuata anche dopo l'accordo, proprio perché l'obiettivo dichiarato non è soltanto ottenere una soluzione per Maricarmen, ma impedire che la soluzione di un singolo caso sostituisca una modifica delle condizioni che rendono possibili sfratti analoghi. Che cosa chiede il decreto Maricarmen Il cosiddetto decreto Maricarmen nasce da questa esigenza. La proposta è stata presentata il 25 settembre a Madrid dal Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid, insieme alla Confederación de Sindicatos de Inquilinas, alla quale partecipano diverse organizzazioni territoriali. Alla conferenza stampa era presente anche Carme Arcarazo, portavoce del Sindicat de Llogateres de Catalunya. Le cinque richieste principali riguardano un sistema strutturale di protezione contro gli sfratti, la riforma della Ley de Arrendamientos Urbanos7 per limitare gli abusi degli affitti temporanei e per stanze, il congelamento degli affitti, proroghe generalizzate dei contratti e il rinnovo automatico dei contratti per impedire gli sfratti senza causa. La distinzione organizzativa è importante. A Madrid è il Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid a guidare direttamente la mobilitazione di Sol; la Confederación serve invece da spazio di coordinamento tra organizzazioni territoriali. Il Sindicat de Llogateres de Catalunya8 partecipa alla mobilitazione nazionale, ma non è l'organizzazione che ha promosso l'acampada madrilena.La dimensione nazionale della mobilitazione è evidente anche nelle iniziative successive. Il 26 settembre il sindacato madrileno ha portato la protesta dalla Puerta del Sol al Congresso, mentre il movimento catalano ha organizzato proprie mobilitazioni durante la visita di Pedro Sánchez a Barcellona. Carme Arcarazo ha collegato questa piattaforma a una questione più ampia: quella del rapporto tra casa e lavoro. La richiesta rivolta a CCOO9 e UGT10 è infatti quella di arrivare a uno sciopero generale se il governo non assume misure sufficienti sulla casa e sul costo della vita. Il Sindicato de Inquilinas ha rilanciato pubblicamente la proposta durante la mobilitazione di Sol, chiedendo che la protesta non si esaurisca nell'accampamento e nelle manifestazioni già convocate. È probabilmente il passaggio più interessante della mobilitazione, perché modifica la scala del conflitto. Non si parla più soltanto di sfratti o di prezzo degli affitti, ma della possibilità di mettere in relazione ciò che accade dentro e fuori dal luogo di lavoro. Se una quota crescente del salario serve a pagare l'abitazione, il problema dell'affitto entra direttamente nella discussione sul salario reale. E se la difesa del salario non considera il costo della casa, una parte decisiva delle condizioni materiali di chi lavora rimane fuori dalla contrattazione. La casa non è soltanto il caro-affitti Ridurre tutto al prezzo degli affitti sarebbe però riduttivo. Il problema è più ampio e riguarda la distanza tra redditi e costo complessivo della vita. Nel secondo trimestre del 2026 il costo salariale medio in Spagna è cresciuto del 4%, raggiungendo 2.512,68 euro mensili per lavoratore. È un dato nominale e non coincide con il reddito effettivamente disponibile dalle famiglie. Per questo il tema dell'inflazione è importante. L'aumento dei salari può coesistere con una perdita di potere d'acquisto quando il costo dell'abitazione, dell'alimentazione, dell'energia e degli altri beni essenziali cresce a un ritmo elevato. La questione abitativa non riguarda quindi soltanto chi rischia uno sfratto o chi cerca casa sul mercato: riguarda anche chi lavora ma non riesce a mettere da parte il denaro necessario per un anticipo, chi rimanda l'uscita dalla casa dei genitori, chi è costretto a cambiare quartiere o città e chi vede una parte sempre maggiore del proprio reddito assorbita dall'affitto. È in questo spazio che la richiesta dello sciopero generale acquista il suo significato politico. Il movimento degli inquilini sta cercando di portare dentro il conflitto sindacale una questione che tradizionalmente è stata trattata attraverso altri strumenti: associazioni di quartiere, piattaforme contro gli sfratti, sindacati degli inquilini e movimenti per il diritto alla casa. Non è ancora una convergenza realizzata, ma la richiesta è esplicita e mette CCOO e UGT davanti alla possibilità di assumere o meno la casa come parte del conflitto sul costo della vita. 169 SOCIMI11 In questo quadro diventa difficile ignorare la dimensione finanziaria del mercato immobiliare spagnolo. A metà del 2026 erano quotate in Spagna 169 SOCIMI, con una capitalizzazione borsistica vicina ai 34 miliardi di euro e un patrimonio immobiliare di 52,337 miliardi. Il dato proviene da uno studio di Armanext riportato da Cinco Días e fotografa la crescita di un settore che ha superato per la prima volta i 50 miliardi di euro di immobili gestiti. Le SOCIMI sono state introdotte nel 2009, durante il governo Zapatero, e il loro regolamento è stato approvato nel 2013 dal governo Rajoy. Il governo Sánchez ha successivamente messo in discussione alcuni aspetti del regime fiscale, ma senza intervenire sull'esistenza dello strumento. È importante anche non confondere la crescita delle SOCIMI con una spiegazione unica della crisi abitativa: una parte consistente del loro patrimonio riguarda infatti immobili non residenziali e non tutte operano nel mercato degli affitti abitativi. Il dato resta però significativo per un'altra ragione. Mostra quanto il patrimonio immobiliare possa essere inserito dentro circuiti finanziari e di investimento molto più grandi del rapporto tra proprietario e inquilino. La casa può essere contemporaneamente abitazione, bene patrimoniale e asset finanziario, e questi tre significati non sempre coincidono. È questa contraddizione che rende comprensibile uno degli slogan ripetuti nelle mobilitazioni: «Come può essere, gente senza casa e case senza gente?». La domanda non riguarda soltanto il numero degli appartamenti disponibili, ma il modo in cui il patrimonio abitativo viene utilizzato e il peso che la rendita ha nella determinazione del suo valore. Il governo ha inserito nel nuovo decreto anche misure contro alcune operazioni speculative e modifiche fiscali. Il provvedimento limita fino al 31 dicembre 2028 determinate acquisizioni immobiliari da parte di soggetti che operano nel settore e introduce interventi fiscali legati alla funzione sociale della casa. Il decreto stesso presenta la concentrazione del capitale e il peso della speculazione come elementi della crisi abitativa. D'altra parte, le organizzazioni del settore immobiliare sostengono che alcune di queste misure possano ridurre l'offerta di affitti, perché una parte dei proprietari potrebbe preferire vendere gli immobili anziché mantenerli sul mercato locativo. È una posizione che fa parte del confronto in corso e che rende evidente quanto sia complesso intervenire sul rapporto tra rendita, investimento e accesso alla casa. Dal decreto alla piazza La pressione della mobilitazione ha contribuito ad accelerare la risposta del governo, che il 29 settembre ha approvato due real decretos12 sulla casa. Il primo estende fino al 2030 la protezione dagli sfratti per le persone vulnerabili senza alternativa abitativa e introduce una proroga straordinaria di due anni per determinati contratti in scadenza entro il 2028. Il secondo introduce invece un sistema di rinnovo automatico dei contratti una volta esaurita la durata ordinaria, con condizioni e meccanismi di compensazione specifici. I testi sono stati separati proprio per permettere una diversa gestione parlamentare delle misure. Il governo ha sostenuto che la divisione consente di salvaguardare le misure più urgenti nel caso in cui non si raggiunga un accordo su tutte le disposizioni. Per il movimento degli inquilini, invece, la separazione dei provvedimenti rischia di lasciare fuori alcune delle richieste centrali del decreto Maricarmen. La situazione parlamentare è cambiata rapidamente nelle ultime ore. Il 1° ottobre Podemos ha annunciato il proprio voto favorevole a entrambi i decreti, dopo avere inizialmente criticato la decisione del governo di dividerli. Anche PSOE13, Sumar14, ERC15, EH Bildu16, PNV17, BNG18 e Compromís19 sostengono il pacchetto, mentre il PNV ha precisato che il suo appoggio riguarda soltanto il primo decreto. La posizione di Junts e Coalición Canaria rimane quindi determinante per la convalida parlamentare. È qui che la tattica dell'acampada si distingue dal precedente del 15-M. Non si tratta soltanto di costruire uno spazio di protesta o di esprimere una critica generale alle istituzioni. La piazza sta cercando di intervenire direttamente su una decisione legislativa, utilizzando il tempo parlamentare come uno degli elementi della mobilitazione. La manifestazione, l'accampamento, le assemblee e la pressione sui gruppi parlamentari fanno parte dello stesso processo. Una mobilitazione che supera Sol Il fenomeno, nel frattempo, non è rimasto circoscritto a Madrid. A Barcellona, dopo una manifestazione convocata dal Sindicat de Llogateres e da altri collettivi, è nata un'acampada in Plaza Catalunya. Il sindacato catalano ha mantenuto una propria iniziativa politica durante la visita di Sánchez, chiedendo che il decreto includesse anche contratti indefiniti e misure strutturali.Anche Santander ha visto nascere un'accampata in Plaza Porticada, mentre nei giorni successivi iniziative analoghe sono comparse a Siviglia, Cadice, Málaga, Córdoba, Palma e in altre città. In Andalusia, decine di persone hanno occupato le piazze dopo le mobilitazioni sulla casa, esplicitamente in solidarietà con Sol. La riproduzione della stessa forma di protesta non significa che tutte queste esperienze siano organizzate da un'unica struttura. È piuttosto il segnale che la casa può funzionare come terreno comune per esperienze politiche e sociali differenti. A questo si aggiunge una dimensione internazionale che non riguarda soltanto la presenza fisica di attivisti stranieri a Madrid. El País ha raccontato la partecipazione alla mobilitazione di rappresentanti di organizzazioni per il diritto alla casa provenienti da diversi Paesi europei, tra cui il London Renters' Union. E Carme Arcarazo, portavoce della Confederación de Sindicatos de Inquilinas e del Sindicat de Llogateres de Catalunya, è stata intervistata dalla CNN, portando il caso Maricarmen e la mobilitazione di Sol dentro un circuito informativo che supera ampiamente la Spagna. Non è un dettaglio secondario. La mobilitazione ha cominciato a costruire un linguaggio comune con altre lotte per la casa che si sviluppano in città europee molto diverse tra loro. Il caso Maricarmen è diventato riconoscibile anche fuori dalla Spagna non perché la situazione abitativa spagnola sia identica a quella britannica, francese o tedesca, ma perché affitti, precarietà abitativa, espulsione degli abitanti dai quartieri e finanziarizzazione della casa sono questioni che, con caratteristiche differenti, attraversano oggi molte grandi città europee. È in questo passaggio che la mobilitazione smette di essere soltanto una risposta a una vicenda spagnola. La casa diventa un terreno sul quale esperienze diverse possono riconoscersi, mettere in comune strumenti e costruire forme di solidarietà che non coincidono con i confini dello Stato. E dopo Sol? La questione è ora cosa resterà della mobilitazione quando il passaggio parlamentare sarà concluso. L'acampada ha già ottenuto un risultato concreto nel caso di Maricarmen, ma il movimento non considera quella soluzione sufficiente e continua a chiedere modifiche strutturali. Il rischio è che una mobilitazione molto intensa riesca a ottenere una risposta istituzionale parziale senza riuscire a costruire una struttura politica e sociale capace di mantenerne la pressione nel tempo. Nelle piazze, intanto, accanto a «come può essere, gente senza casa e case senza gente», circolano slogan rivolti contro l'intero arco dei partiti. Non è necessario interpretarli come l'indicazione di un nuovo soggetto politico già formato. Sono piuttosto il segnale di una distanza tra una parte della mobilitazione sociale e le forme attraverso le quali la politica istituzionale cerca di rappresentarla. Anche a sinistra la discussione è già cominciata. Irene Montero ha annunciato a settembre la propria disponibilità a guidare una candidatura alle prossime elezioni generali attraverso primarie aperte. Sumar ha risposto mantenendo una posizione diversa sul meccanismo delle primarie e il confronto sulla forma di un'eventuale candidatura unitaria è ancora aperto. Ada Colau, dal canto suo, è tornata nel dibattito sulla possibile ricomposizione della sinistra. La sua esperienza istituzionale costituisce però anche uno degli elementi che rendono più complessa la discussione. Colau ha governato Barcellona dal 2015 al 2023 alla guida di Barcelona en Comú. Nel primo mandato il PSC entrò nell'esecutivo municipale nel 2016; dopo le elezioni del 2019, Barcelona en Comú e PSC formarono nuovamente un governo di coalizione. Dopo le elezioni del 2023, i Comuns non sono entrati nel governo cittadino guidato dal socialista Jaume Collboni, che venne eletto anche grazie ai loro voti. Il precedente catalano, così come quello del governo di coalizione tra Podemos e PSOE a livello statale dal 2020 al 2023, pesa quindi sulla discussione attuale. Da una parte c'è chi considera l'esperienza istituzionale uno strumento per trasformare le mobilitazioni in politiche pubbliche; dall'altra c'è chi ritiene che gli accordi con i socialisti abbiano progressivamente ridotto l'autonomia politica delle forze alla loro sinistra. Non è una questione risolta e difficilmente potrà esserlo senza affrontare il rapporto tra movimento sociale e rappresentanza politica. Per questo sarebbe un errore leggere ciò che sta accadendo a Sol soltanto attraverso la geografia dei partiti. La richiesta dello sciopero generale porta infatti il conflitto su un altro terreno. Il Sindicato de Inquilinas sta chiedendo a CCOO e UGT di collegare la crisi della casa con il costo della vita, e quindi di trasformare una mobilitazione nata attorno agli sfratti in una questione che riguarda direttamente il mondo del lavoro. Se questa convergenza si realizzerà oppure no dipenderà da decisioni che oggi non sono ancora state prese. Ma il terreno sul quale viene proposta è abbastanza chiaro: affitti, salari, inflazione e precarietà non sono problemi identici, anche se per chi vive del proprio lavoro finiscono spesso per gravare sullo stesso reddito. A questo si aggiunge il conflitto antifascista, che nelle ultime settimane ha continuato a produrre mobilitazioni nelle strade e che incontra una questione sociale sulla quale la destra radicale cerca a sua volta di intervenire, utilizzando l'immigrazione come chiave di lettura della crisi abitativa. Vox, per esempio, ha cercato di collegare il caso Maricarmen alla questione migratoria, mentre il movimento degli inquilini ha respinto questa lettura. È probabilmente questo l'elemento che rende la situazione attuale diversa da una semplice protesta contro una legge sugli affitti. La mobilitazione sta mettendo in relazione tre terreni che spesso vengono organizzati separatamente: il diritto alla casa, il conflitto sul salario e l'antifascismo. Non significa che esista già un fronte comune, né che tutte le persone presenti nelle acampadas condividano la stessa prospettiva politica. Significa piuttosto che questi conflitti stanno occupando contemporaneamente lo stesso spazio sociale e, in alcuni casi, stanno cominciando a riconoscersi l'uno nell'altro. Il riferimento al 15-M resta inevitabile, ma non deve diventare una gabbia interpretativa. Quella mobilitazione appartiene a una crisi diversa, a un altro ciclo politico e a un'altra generazione. Quello che succede oggi a Sol nasce invece da una questione molto concreta, lo sfratto di una donna di 87 anni, e si sta allargando attraverso una serie di domande sulla proprietà, sulla rendita, sui salari, sulla rappresentanza politica e sulla capacità delle organizzazioni sindacali di intervenire sul costo della vita. È ancora presto per sapere se questa mobilitazione riuscirà a trasformarsi in qualcosa di stabile. Per ora, però, la questione della casa è uscita dal perimetro delle organizzazioni degli inquilini ed è entrata nel dibattito parlamentare, ha costretto il governo a intervenire e ha aperto un confronto con i sindacati sul rapporto tra abitazione, salario e costo della vita. A Madrid, casa, lavoro e antifascismo si incontrano oggi dentro uno stesso spazio di conflitto, senza che esista ancora una forma politica capace di tenerli insieme. L'acampada di Sol non è la ripetizione del 15M né un nuovo soggetto politico già costituito. È una mobilitazione che, partendo dallo sfratto di una donna di 87 anni, ha allargato rapidamente il campo del conflitto alla rendita, ai salari, alla rappresentanza politica e al ruolo dei sindacati. Il dato forse più interessante è che questo allargamento non si è fermato ai confini di Madrid. Le acampadas nate a Barcellona, Santander, Siviglia, Cadice, Málaga, Córdoba e Palma, la presenza a Sol di organizzazioni europee per il diritto alla casa, fino all'intervista a Carme Arcarazo rilasciata alla CNN, mostrano come la vicenda abbia cominciato a circolare fuori dalla Spagna. Il confronto con il London Renters' Union e con altri movimenti europei indica un terreno comune che non dipende dall'identità dei singoli sistemi abitativi, ma da problemi che si ripresentano in forme diverse: affitti, precarietà, salari insufficienti e finanziarizzazione della casa. È qui che si apre la questione politica che va oltre Sol. Se queste esperienze riusciranno a riconoscersi non soltanto nella solidarietà, ma nella costruzione di iniziative comuni, la casa potrebbe diventare uno dei terreni attraverso cui un conflitto oggi frammentato comincia a organizzarsi su scala europea. Non è ancora una realtà, ma è una possibilità che le mobilitazioni di queste settimane hanno reso visibile. La domanda, allora, non riguarda soltanto quanto dureranno le tende di Sol. Riguarda se una mobilitazione nata a Madrid potrà mettere in comunicazione chi, in città diverse e oltre i confini dello Stato spagnolo, sta affrontando lo stesso rapporto sempre più difficile tra salario, casa e costo della vita. Se questo passaggio avverrà, Sol non sarà soltanto il luogo in cui è tornata l'acampada: potrebbe essere uno dei punti da cui una nuova geografia delle lotte comincia a prendere forma. Note Acampada: in questo caso si tratta di un campeggio di lotta attuato in uno spazio urbano centrale e politicamente significativo di una città; Núcleo Nacional: è un’organizzazione e un partito politico neonazista spagnola, legalmente iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni del Ministero dell’Interno spagnolo dall’agosto del 2024; Vox: è un partito politico spagnolo di estrema destra fondato il 17 dicembre 2013 da alcuni membri dissidenti del Partito Popolare Spagnolo (PPE): 15M: noto anche come movimento degli indignati, è stato un movimento civico nato in seguito alla manifestazione del 15 maggio 2011 indetta da diversi collettivi e agli accampamenti spontanei che alcuni gruppi di persone hanno allestito quella notte nelle piazze di diverse città della Spagna. L'esperienza del 15-M ha influenzato diversi movimenti sorti in seguito, come il Movimento Occupy (Stati Uniti), YoSoy132 (Messico) o Nuit debout (Francia). Al suo apice, il movimento ha mobilitato oltre sei milioni di persone in Spagna, dando vita a un ciclo di proteste nel Paese che ha incluso Rodea el Congreso, il Treno della Libertà e le Marce della Dignità del 2014 e del 2015; Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid: detto anche Sindicato de Inquilinas de Madrid è un’organizzazione che riunisce e organizza principalmente persone che vivono in affitto per difendere i loro diritti. Inoltre, si batte affinché l’accesso all’alloggio sia un diritto garantito a tutti, come stabilito dalla Costituzione spagnola; lEmpresa Municipal de Vivienda y Suelo di Madrid (EMVS): del Comune di Madrid, nata dalla fusione tra l’Azienda municipale per l’edilizia abitativa (EMV) e l’Azienda municipale per il territorio (EMS), ha come «obiettivo principale... garantire il diritto a un alloggio adeguato alla popolazione madrilena, attraverso i programmi previsti dal regolamento di assegnazione degli alloggi, nonché altri programmi sociali rivolti alle persone in situazioni di estrema vulnerabilità abitativa»; Ley de Arrendamientos Urbanos: è la normativa che disciplina i contratti di locazione di immobili ad uso abitativo e ad uso diverso da quello abitativo (come i locali commerciali) in Spagna; Sindicat de Llogateres de Catalunya: è un'associazione catalana che difende i diritti degli inquilini; CCOO: (Commissioni operaie) sono una confederazione sindacale spagnola. Fin dagli anni settanta, dopo la restaurazione della monarchia costituzionale, sono la più importante centrale sindacale, nonché la prima per numero di iscritti e di delegati; UGT: (Unión General de Trabajadores, UGT) è uno dei più importanti sindacati spagnoli, storicamente vicino al Partito Socialista Operaio Spagnolo; SOCIMI: (Società di Investimento Immobiliare) sono società il cui scopo principale è investire in immobili urbani destinati alla locazione. Questo strumento di investimento beneficia di un regime fiscale speciale in Spagna, che può risultare particolarmente interessante per determinati progetti e portafogli immobiliari; Real Decreto: in Spagna è una norma giuridica avente rango di legge, tipica dei paesi con monarchia parlamentare, emanata dal potere esecutivo e adottata in caso di necessità straordinaria e urgente. Richiede una successiva convalida o ratifica da parte del potere legislativo, solitamente entro un breve termine (trenta giorni lavorativi al massimo); PSOE: Partito Socialista Operaio Spagnolo, è un partito politico della Spagna, fondato nel 1879 da Pablo Iglesias Posse. È membro del Partito del Socialismo Europeo e dell'Internazionale Socialista; Sumar: è una coalizione spagnola, creata da diversi partiti della sinistra e di sinistra radicale per presentarsi alle elezioni generali in Spagna del 2023. Si tratta della più grande coalizione elettorale della storia spagnola, raggruppando al suo interno 20 partiti politici; ERC: (Esquerra Democràtica de Catalunya) è stato un partito politico di centro riformista creato in Catalogna da Joan Baptista Cendrós nel 1975 poco dopo la morte di Francisco Franco; EH Bildu: (Euskal Herria Bildu) - unire il Paese Basco - è una coalizione di partiti politici spagnoli fondata nel 2012. È presente nelle comunità autonome della Navarra e dei Paesi Baschi; PNV: Partito Nazionalista Basco; BNG: Blocco Nazionalista Galiziano è una federazione di partiti politici spagnoli, operativi nella comunità autonoma della Galizia Compromìs: è un partito politico valenciano, originariamente una coalizione elettorale, nella Comunißtà Valenciana, in Spagna. Dario Lovaglio. Ricercatore indipendente, membro dell Observatorio.del Conflicto Urbano (OACU). Dottore in Società e Cultura presso l'Universitat de Barcelona. From Ceuta to Sol: Towards a New Class Composition by Dario Lovaglio A thread runs through Spain in these recent weeks, even if it seemingly binds together very different episodes: the migration crisis in Ceuta, the anti-fascist mobilizations against the initiatives of the right and extreme right, the return of the housing question to the center of social conflict, and finally, the acampada1 in Puerta del Sol born in the wake of Maricarmen Abascal’s eviction.This is not about establishing a direct causal link between these events. Their connection lies rather in the political and social context in which they are taking place: on the one hand, a socialist government that continues to assert its capacity for crisis management; on the other, a right wing that has found in immigration, security, and property some of its primary grounds for mobilization; in the middle, a society that in various places is once again organizing itself in public space.The crisis in Ceuta had already opened an initial fissure. Between July 30 and 31, according to Spanish authorities, between 70,000 and 80,000 people entered the enclave from Morocco, in a situation that put severe pressure on reception services and border management. The affair generated a political clash over the government's response and the responsibilities of local and central authorities. On September 28, Miguel Ángel Pérez Triano stepped down as Government Delegate in Ceuta and announced his withdrawal from politics, claiming he had been subjected to intense pressure and reiterating that he had warned the central government in advance about the situation at the border. The crisis had another political consequence as well. Immigration became the starting point for a series of mobilizations by the radical right. On September 2, in Madrid, a rally called under the slogan «Ceuta nos une» brought together supporters of the Ceutan cause and, among others, militants of Núcleo Nacional2. The clashes that occurred at the end of the demonstration led to four arrests and four injured police officers. That dynamic did not remain confined to the migration issue. The initiatives of Vox3 and the extreme right met with anti-fascist responses in various cities, differing in form and scale. In Granada, in April, a protest had delayed a rally by Santiago Abascal; in Barcelona, in the following months, mobilizations against radical right initiatives once again brought political conflict into the public space. Anti-fascism, therefore, did not remain merely a stance expressed in electoral campaigns or on social networks, but continued to generate mobilization in the streets.It is within this framework, and not as its direct consequence, that the housing question explodes. Fifteen Years Later, Sol 15M4 inevitably occupies the memory of what is happening today in Madrid. In 2011, thousands of people occupied Puerta del Sol against an economic crisis that had transformed unemployment, debt, mortgages, and precarity into a generational condition. Fifteen years later, tents have returned to the same square, but around a much more precise issue: the right to housing. The new acampada was born on September 26, at the end of the demonstration called by the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid5 following the eviction of Maricarmen Abascal. In a few days, it grew to exceed a thousand tents and involve thousands of people. El País recounted the simultaneous presence of young people who had not lived through 15M and activists who had instead participated in the 2011 mobilizations. Thus, two different political generations meet in the same square, separated by fifteen years and different cycles of mobilization, yet confronted with a material difficulty that continues to reappear: being able to build an economically and residentially stable life. Giving political continuity to this mobilization is the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Among the most visible figures in these days are Valeria Racu and Alicia del Río, both spokespersons for the union and protagonists of the mobilization in Sol and of the pressure on the government for the approval of the measures demanded by the movement. Carolina Vilariño, also a union spokesperson, instead participated in the presentation of the Maricarmen decree and in the negotiations that led to an agreement on Maricarmen's new contract and her return to her home. The presence of multiple spokespersons reflects the organized and collective character of the union, which does not concentrate the representation of the mobilization in a single figure but builds it through a plurality of voices. The difference compared to 15M, however, also lies in tactics. The 2011 mobilization had rapidly assumed a general dimension, calling into question the functioning of institutions, political representation, and the economic policies adopted during the crisis. Today’s acampada, on the other hand, stems from a very concrete conflict and a precise legislative demand: to prevent what happened to Maricarmen from happening again. Maricarmen Abascal, 87 years old, had lived for 71 years in the same apartment in the Retiro district. On September 23, she was evicted after several attempts to execute the eviction order, despite the mobilization of the Sindicato de Inquilinas and a request from the United Nations to suspend the procedure. She was carried out on a stretcher and hospitalized in the Gregorio Marañón hospital. The images of the eviction circulated very widely and helped transform an individual case into a symbol of the housing crisis. Meanwhile, the individual case found a solution. Following mobilization and a negotiation in which the Empresa Municipal de Vivienda y Suelo of Madrid6 also intervened, the apartment owner reached an agreement with Maricarmen: a new eight-year contract, with a rent not exceeding 30% of her income, and her return to the home after discharge from the hospital.For the Sindicato de Inquilinas, however, this does not close the issue. The mobilization in Sol continued even after the agreement, precisely because the declared objective is not only to obtain a solution for Maricarmen, but to prevent the resolution of a single case from substituting a change in the conditions that make analogous evictions possible. What the Maricarmen Decree Demands The so-called Maricarmen decree stems from this need. The proposal was presented on September 25 in Madrid by the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid, together with the Confederación de Sindicatos de Inquilinas, in which various territorial organizations participate. Carme Arcarazo, spokesperson for the Sindicat de Llogateres de Catalunya8, was also present at the press conference. The five main demands concern a structural system of protection against evictions, the reform of the Ley de Arrendamientos Urbanos7 to curb abuses in temporary and room rentals, rent freezes, generalized contract extensions, and automatic contract renewal to prevent evictions without cause. The organizational distinction is important. In Madrid, it is the Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid that directly leads the mobilization in Sol; the Confederación, on the other hand, serves as a coordination space among territorial organizations. The Sindicat de Llogateres de Catalunya participates in the national mobilization, but it is not the organization that promoted the Madrid acampada. The national dimension of the mobilization is also evident in subsequent initiatives. On September 26, the Madrid union took the protest from Puerta del Sol to Congress, while the Catalan movement organized its own mobilizations during Pedro Sánchez's visit to Barcelona. Carme Arcarazo linked this platform to a broader issue: that of the relationship between housing and labor. The demand addressed to CCOO9 and UGT10 is indeed to move towards a general strike if the government fails to take sufficient measures on housing and the cost of living. The Sindicato de Inquilinas publicly relaunched the proposal during the Sol mobilization, demanding that the protest not exhaust itself in the encampment and the demonstrations already called. This is arguably the most interesting passage of the mobilization, because it alters the scale of the conflict. It is no longer just a matter of evictions or rent prices, but of the possibility of connecting what happens inside and outside the workplace. If a growing share of wages goes toward paying for housing, the rent problem directly enters the discussion on real wages. And if the defense of wages fails to factor in the cost of housing, a decisive part of the material conditions of those who work remains outside collective bargaining. Housing is Not Just High Rents Reducing everything to rent prices, however, would be reductive. The problem is broader and concerns the gap between incomes and the overall cost of living. In the second quarter of 2026, the average wage cost in Spain grew by 4%, reaching €2,512.68 per month per worker. This is a nominal figure and does not coincide with the income effectively available to families.This is why the issue of inflation matters. Wage increases can coexist with a loss of purchasing power when the cost of housing, food, energy, and other essential goods grows at a rapid pace. The housing crisis therefore does not only concern those facing the risk of eviction or those looking for housing on the market: it also concerns those who work but cannot set aside the money necessary for a down payment, those who delay leaving their parents' homes, those forced to change neighborhoods or cities, and those who see an ever-increasing portion of their income absorbed by rent. It is in this space that the demand for a general strike acquires its political significance. The tenants' movement is trying to bring into trade union conflict an issue that has traditionally been handled through other instruments: neighborhood associations, anti-eviction platforms, tenants' unions, and housing rights movements. It is not yet a realized convergence, but the demand is explicit and confronts CCOO and UGT with the choice of whether or not to adopt housing as part of the conflict over the cost of living. 169 SOCIMI11 Within this framework, it becomes difficult to ignore the financial dimension of the Spanish real estate market. In mid-2026, there were 169 SOCIMI listed in Spain, with a market capitalization close to €34 billion and a real estate portfolio of €52.337 billion. The data comes from a study by Armanext reported by Cinco Días and captures the growth of a sector that for the first time has exceeded €50 billion in managed real estate. SOCIMI were introduced in 2009, under the Zapatero government, and their regulations were approved in 2013 by the Rajoy government. The Sánchez government subsequently challenged certain aspects of the tax regime, without intervening in the existence of the instrument itself. It is also important not to confuse the growth of SOCIMI with a single explanation for the housing crisis: a consistent part of their portfolio involves non-residential properties, and not all operate in the residential rental market. The data remains significant for another reason. It shows how deeply real estate assets can be integrated into financial and investment circuits that far transcend the landlord-tenant relationship. A home can simultaneously be a dwelling, a property asset, and a financial asset, and these three meanings do not always coincide. It is this contradiction that makes one of the slogans repeated in the mobilizations understandable: «How can this be, people without homes and homes without people?». The question concerns not only the number of available apartments, but the way housing stock is utilized and the weight that rent-seeking plays in determining its value. The government has also included measures against certain speculative operations and tax modifications in the new decree. The provision limits certain real estate acquisitions by entities operating in the sector until December 31, 2028, and introduces fiscal interventions linked to the social function of housing. The decree itself presents the concentration of capital and the weight of speculation as elements of the housing crisis. On the other hand, real estate sector organizations argue that some of these measures could reduce the supply of rentals, as some owners might prefer to sell properties rather than keep them on the rental market. This is a stance that is part of the ongoing confrontation and makes clear how complex it is to intervene in the relationship between rent, investment, and access to housing. From the Decree to the Square The pressure of mobilization helped accelerate the government's response, which on September 29 approved two real decretos12 on housing. The first extends eviction protection for vulnerable populations without housing alternatives until 2030 and introduces an extraordinary two-year extension for certain contracts expiring by 2028. The second introduces a system of automatic contract renewal once the ordinary duration has expired, with specific conditions and compensation mechanisms. The texts were separated precisely to allow for different parliamentary management of the measures. The government argued that the division allows for the safeguarding of the most urgent measures in the event that an agreement on all provisions is not reached. For the tenants' movement, however, the separation of the measures risks leaving out some of the core demands of the Maricarmen decree. The parliamentary situation changed rapidly in recent hours. On October 1, Podemos announced its vote in favor of both decrees, after initially criticizing the government's decision to split them. PSOE13, Sumar14, ERC15, EH Bildu16, PNV17, BNG18, and Compromís19 also support the package, while PNV specified that its support concerns only the first decree. The positions of Junts and Coalición Canaria thus remain decisive for parliamentary validation. Here is where the tactics of the acampada differ from the 15M precedent. It is not merely a matter of building a space of protest or expressing a general critique of institutions. The square is attempting to directly intervene in a legislative decision, utilizing parliamentary timing as one of the elements of mobilization. The demonstration, the encampment, the assemblies, and the pressure on parliamentary groups are all part of the same process. A Mobilization that Transcends Sol The phenomenon, meanwhile, has not remained circumscribed to Madrid. In Barcelona, following a demonstration called by the Sindicat de Llogateres and other collectives, an acampada was born in Plaza Catalunya. The Catalan union maintained its own political initiative during Sánchez's visit, demanding that the decree also include open-ended contracts and structural measures.Santander also saw an encampment arise in Plaza Porticada, while in subsequent days analogous initiatives appeared in Seville, Cádiz, Málaga, Córdoba, Palma, and other cities. In Andalusia, dozens of people occupied public squares following mobilizations on housing, explicitly in solidarity with Sol. The reproduction of the same form of protest does not mean that all these experiences are organized by a single structure. Rather, it is a signal that housing can function as common ground for different political and social experiences. Added to this is an international dimension that goes beyond the physical presence of foreign activists in Madrid. El País recounted the participation in the mobilization of representatives of housing rights organizations from various European countries, including the London Renters' Union. And Carme Arcarazo, spokesperson for the Confederación de Sindicatos de Inquilinas and the Sindicat de Llogateres de Catalunya, was interviewed by CNN, bringing the Maricarmen case and the Sol mobilization into an informational circuit that extends far beyond Spain.This is not a secondary detail. The mobilization has begun to construct a common language with other housing struggles developing in very different European cities. The Maricarmen case has become recognizable outside Spain not because the Spanish housing situation is identical to the British, French, or German ones, but because rents, housing precarity, the displacement of inhabitants from neighborhoods, and the financialization of housing are issues that, with varying characteristics, cut across many major European cities today. It is in this passage that the mobilization ceases to be merely a response to a Spanish affair. Housing becomes terrain upon which different experiences can recognize one another, pool instruments, and build forms of solidarity that do not coincide with state borders. And After Sol? The question now is what will remain of the mobilization once the parliamentary phase is concluded. The acampada has already achieved a concrete result in Maricarmen's case, but the movement does not consider that solution sufficient and continues to demand structural modifications. The risk is that a highly intense mobilization succeeds in obtaining a partial institutional response without managing to build a political and social structure capable of sustaining pressure over time. In the squares, meanwhile, alongside «how can this be, people without homes and homes without people», slogans directed against the entire political spectrum are circulating. It is not necessary to interpret them as an indication of a new political subject already formed. Rather, they are a sign of a distance between a part of social mobilization and the forms through which institutional politics seeks to represent it. On the left as well, discussion has already begun. Irene Montero announced in September her willingness to lead a candidacy in the next general elections through open primaries. Sumar responded by maintaining a different position on the primary mechanism, and the confrontation over the shape of a potential unitary candidacy remains open. Ada Colau, for her part, has returned to the debate on the possible recomposition of the left. Her institutional experience, however, is also one of the elements that makes the discussion more complex. Colau governed Barcelona from 2015 to 2023 at the head of Barcelona en Comú. In her first term, the PSC entered the municipal executive in 2016; after the 2019 elections, Barcelona en Comú and the PSC once again formed a coalition government. Following the 2023 elections, the Comuns did not enter the city government led by socialist Jaume Collboni, who was elected also thanks to their votes. The Catalan precedent, as well as that of the coalition government between Podemos and PSOE at the state level from 2020 to 2023, thus weighs on the current discussion. On one side are those who view institutional experience as an instrument to transform mobilizations into public policies; on the other are those who believe that agreements with socialists have progressively reduced the political autonomy of the forces to their left. This is an unresolved issue and can hardly be settled without addressing the relationship between social movements and political representation. For this reason, it would be an error to read what is happening in Sol solely through the geography of parties. The demand for a general strike brings conflict onto another terrain entirely. The Sindicato de Inquilinas is asking CCOO and UGT to link the housing crisis to the cost of living, thereby transforming a mobilization born around evictions into an issue that directly concerns the world of labor. Whether this convergence will materialize depends on decisions not yet made today. But the terrain on which it is proposed is clear enough: rents, wages, inflation, and precarity are not identical problems, even if for those who live by their labor they frequently end up weighing on the exact same income. Added to this is the anti-fascist conflict, which in recent weeks has continued to generate street mobilizations and which intersects with a social question that the radical right is likewise attempting to intervene in, using immigration as an interpretive key for the housing crisis. Vox, for instance, has sought to link the Maricarmen case to the migration issue, whereas the tenants' movement has rejected this reading. This is arguably the element that makes the current situation different from a simple protest against a rent law. The mobilization is connecting three terrains that are frequently organized separately: the right to housing, the wage conflict, and anti-fascism. This does not mean a common front already exists, nor that everyone present in the acampadas shares the same political perspective. Rather, it means these conflicts are simultaneously occupying the same social space and, in some cases, beginning to recognize one another. The reference to 15M remains inevitable, but it must not become an interpretive cage. That mobilization belongs to a different crisis, another political cycle, and another generation. What happens today in Sol stems instead from a very concrete issue—the eviction of an 87-year-old woman—and is expanding through a series of questions regarding property, rent, wages, political representation, and the capacity of trade union organizations to intervene in the cost of living.It is still too early to know whether this mobilization will succeed in transforming into something stable. For now, however, the housing issue has stepped out of the perimeter of tenants' organizations and entered parliamentary debate, forced the government to intervene, and opened a confrontation with unions over the relationship between housing, wages, and the cost of living. In Madrid, housing, labor, and anti-fascism meet today within the same space of conflict, without a political form yet existing capable of holding them together. The acampada in Sol is neither a repetition of 15M nor a pre-constituted new political subject. It is a mobilization that, starting from the eviction of an 87-year-old woman, has rapidly broadened the field of conflict to rent, wages, political representation, and the role of trade unions. Perhaps the most interesting data point is that this enlargement did not stop at the borders of Madrid. The acampadas born in Barcelona, Santander, Seville, Cádiz, Málaga, Córdoba, and Palma, the presence in Sol of European housing rights organizations, down to Carme Arcarazo’s interview with CNN, demonstrate how the affair has begun to circulate outside Spain. The comparison with the London Renters' Union and other European movements points to a common terrain that does not depend on the identity of individual housing systems, but on problems that recur in different forms: rents, precarity, insufficient wages, and the financialization of housing. It is here that the political question beyond Sol opens up. If these experiences succeed in recognizing one another not only in solidarity, but in the construction of common initiatives, housing could become one of the terrains through which a currently fragmented conflict begins to organize on a European scale. It is not yet a reality, but it is a possibility that the mobilizations of these weeks have made visible. The question, then, concerns not only how long the tents of Sol will last. It concerns whether a mobilization born in Madrid will be able to connect those who, in different cities and beyond the borders of the Spanish state, are confronting the same increasingly difficult relationship between wages, housing, and the cost of living. If this transition occurs, Sol will not merely be the place where the acampada returned: it could be one of the points from which a new geography of struggles begins to take shape. Editorial Note: breaking news — the housing real decrees issued by the Sánchez government (PSOE) currently in office have been voted down in parliament; immediately, hundreds of thousands of people took to the streets across Spain. The Sol acampada continues. Notes Acampada: in this case, a political protest encampment set up in a central and politically significant urban space of a city; Núcleo Nacional: a Spanish neo-Nazi political organization and party, legally registered in the National Register of Associations of the Spanish Ministry of the Interior since August 2024; Vox: a Spanish extreme-right political party founded on December 17, 2013, by dissident members of the Spanish People's Party (PP); 15M: also known as the indignados movement, a civic movement born following the demonstration of May 15, 2011, called by various collectives and the spontaneous encampments set up that night in squares across Spanish cities. The 15M experience influenced subsequent movements such as Occupy (United States), YoSoy132 (Mexico), and Nuit debout (France). At its peak, the movement mobilized over six million people in Spain, sparking a wave of protests including Rodea el Congreso, the Train of Freedom, and the Dignity Marches of 2014 and 2015; Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid: also known as the Madrid Tenants' Union, an organization bringing together and organizing renters to defend their rights, while fighting for housing access as a guaranteed right under the Spanish Constitution; Empresa Municipal de Vivienda y Suelo (EMVS): of the Madrid City Council, born from the merger of the Municipal Housing Company (EMV) and the Municipal Land Company (EMS), aimed at ensuring the right to adequate housing for the Madrid population through allocation programs and social schemes for vulnerable groups; Ley de Arrendamientos Urbanos: the legislation regulating urban residential and non- residential (e.g., commercial) lease contracts in Spain; Sindicat de Llogateres de Catalunya: a Catalan association defending tenants' rights; CCOO (Comisiones Obreras): Workers' Commissions, a major Spanish trade union confederation, historically the largest by membership and delegates since the restoration of constitutional monarchy in the 1970s; UGT (Unión General de Trabajadores): one of Spain's principal trade unions, historically close to the Spanish Socialist Workers' Party; SOCIMI (Sociedades Anónimas Cotizadas de Inversión en el Mercado Inmobiliario): Real Estate Investment Trusts, companies whose main purpose is investing in urban rental properties under a special tax regime in Spain; Real Decreto: in Spain, a legal norm with the rank of law, typical of parliamentary monarchies, issued by the executive branch in cases of extraordinary and urgent need, requiring subsequent parliamentary ratification within a short timeframe (maximum thirty working days); PSOE (Partido Socialista Obrero Español): Spanish Socialist Workers' Party, founded in 1879 by Pablo Iglesias Posse, a member of the Party of European Socialists and the Socialist International; Sumar: a Spanish electoral coalition created by various left and radical-left parties for the 2023 general elections, grouping 20 political parties; ERC (Esquerra Republicana de Catalunya): Catalan Republican Left (note: translated contextually reflecting standard historical nomenclature, reformist center party created by Joan Baptista Cendrós in 1975); EH Bildu (Euskal Herria Bildu): "Unite the Basque Country", a coalition of Basque political parties founded in 2012, operating in Navarre and the Basque Autonomous Community; PNV (Partido Nacionalista Vasco): Basque Nationalist Party; BNG (Bloque Nacionalista Galego): Galician Nationalist Bloc, a federation of political parties operating in Galicia; Compromís: a Valencian political party, originally an electoral coalition in the Valencian Community, Spain. Author bio: Dario Lovaglio is an independent researcher and member of the Observatorio del Conflicto Urbano (OACU). He holds a PhD in Society and Culture from the Universitat de Barcelona.
- konnektor
Non c'è alternativa al fascismo dell'AfD? JoselynnFinch La schiacciante vittoria dell’Alternative für Deutschland alle elezioni del Parlamento regionale della Sassonia-Anhalt dimostra l’enorme disordine reazionario che imperversa nei sistemi politici europei, le cui forze politiche maggioritarie convergono sulle politiche fondamentali (corsa agli armamenti, politiche economiche e fiscali, politiche ambientali, austerità, politica monetaria, politica estera, struttura istituzionale, ecc.), mentre si scandalizzano di fronte al rafforzamento dei partiti politici di estrema destra, che le enunciano in modo più incisivo. Il conservatorismo reazionario dell’«estremo centro», ovvero di ciò che un tempo era noto come centro-destra e centro-sinistra, su questioni quali, ad esempio, la politica migratoria, provoca la radicalizzazione stessa dell’estrema destra in materia, che a sua volta viene denunciata dall’estremo centro per rafforzarsi politicamente come polo democratico e naturalizzare così il proprio discorso e le proprie politiche in materia, rafforzamento e normalizzazione che, a loro volta, radicalizzano ulteriormente la stessa politica migratoria, effettivamente attuata dall’estremo centro, come dimostrano la recente approvazione, lo scorso aprile, del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e gli eventi verificatisi a Ceuta nelle ultime settimane. Jean Baudrillard, scrivendo delle rivolte verificatesi nelle città francesi nell’autunno del 2005, ha sottolineato che «tutti gli esclusi, tutti gli emarginati, che provengano dalle banlieues, che siano immigrati o “autoctoni”, prima o poi trasformano la loro emarginazione in ribellione e passano all’offensiva». Mesi prima, in un testo sul «No» francese alla proposta di una Costituzione europea – che Baudrillard descrisse come il «rifiuto di questa Europa, che postula che “non ci sia alternativa”» – aveva messo in guardia dal crollo della democrazia «nella misura in cui le istituzioni rappresentative non funzionano più in senso “democratico”, cioè dal popolo e dai cittadini verso le autorità, ma al contrario, operando dalle autorità verso il popolo». Il voto per il «No» è stato, secondo questa interpretazione, il rifiuto di un ordine politico che lascia ai cittadini l’unica opzione di avallare accordi già pronti. La vittoria del partito di destra Alternative für Deutschland (AfD) alle elezioni del Landtag [Parlamento] della Sassonia-Anhalt, tenutesi lo scorso 6 settembre, dà una nuova forma al rifiuto politico nella Repubblica Federale. Formazione politica esclusa dal cartello dell’“estremo centro” sin dalla sua fondazione nel 2013, l’AfD è riuscito a ottenere, con un’affluenza alle urne record vicina al 78 per cento, una maggioranza relativa di quasi il 44 per cento dei voti espressi, cifra che costituisce la quota più alta ottenuta da qualsiasi altro partito in elezioni regionali tedesche da oltre undici anni. L’AfD si è imposta in ciascuno dei 218 comuni della Sassonia-Anhalt, comprese le città di Halle e Magdeburgo, che sono le più grandi dello Stato federale. Cinque anni fa, la CDU aveva ottenuto il 37,1 per cento dei voti contro il 20,8 per cento raccolto dall’AfD; questa volta, le posizioni si sono invertite e l’AfD ha vinto, ottenendo un margine a proprio favore ancora maggiore rispetto al suo diretto rivale, la CDU, che è crollato al 17,2 per cento. La CDU, l’SPD e i Verdi hanno totalizzato insieme solo il 35,4 per cento dei voti, rimanendo quasi otto punti e mezzo al di sotto dell’AfD, che, con il 28 per cento delle intenzioni di voto a livello nazionale, è ora il partito più popolare della Germania. Tra gli operai (Arbeiter) della Sassonia-Anhalt, che costituiscono circa un decimo dell’elettorato, circa il 60 per cento ha votato per l’AfD. Il partito ha attirato 170.000 elettori tra coloro che non avevano votato nel 2021, posizionandosi ben davanti al suo concorrente più vicino, la CDU, che ne ha attirati 30.000. Anche la maggior parte delle persone con un livello di istruzione formale basso o medio ha sostenuto l’AfD, così come il 65 per cento di coloro che hanno descritto la propria situazione economica come critica. Situato nella regione occidentale dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (RDT), il Land della Sassonia-Anhalt comprende vaste aree rurali e i centri industriali di Leuna e Bitterfeld, inseriti nel «triangolo chimico della Germania centrale» o Chemiedreieck. Con una popolazione di 2,1 milioni di abitanti, è uno dei Land più poveri della Germania e, dal punto di vista demografico, quello con la popolazione più anziana. I salari sono tra i più bassi del Paese. In nessun altro Land tedesco vi è un numero maggiore di persone in età pensionabile rispetto alla popolazione in età lavorativa. La Sassonia-Anhalt ha subito il crollo demografico caratteristico di molti dei nuovi Länder dell’ex RDT: la sua popolazione si è ridotta del 26 per cento dalla riunificazione, registrando il calo più marcato di tutta la Germania. In questo caso, è il malcontento nei confronti del governo statale della CDU e del suo ex ministro-presidente Sven Schulze, a sostenere la schiacciante vittoria dell’AfD. Nonostante la sua schiacciante vittoria, all’AfD mancano tre seggi per raggiungere la maggioranza parlamentare, e gli altri partiti potrebbero ancora trovare il modo di tenerla fuori dal governo. L’elevata soglia del 5 per cento normalmente richiesta per entrare nel Landtag significa che la ripartizione dei seggi e, di conseguenza, le prospettive di ottenere una maggioranza, possono dipendere dai risultati ottenuti dai partiti minori. In queste elezioni, il 5,3 per cento dei voti ottenuti dalla Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) le garantirà cinque seggi; la sua leadership ha escluso sia di far parte di qualsiasi governo di coalizione sia di partecipare al Brandmauer (muro tagliafuoco) contro l’AfD. I partiti impegnati nel Brandmauer – la CDU (17,2 per cento), l’SPD (9,3 per cento), i Verdi (8,9 per cento) e Die Linke (8,6 per cento) – hanno ottenuto complessivamente 39 seggi, pari al totale ottenuto dall’AfD. Il modo in cui questa aritmetica influirà sulla composizione del prossimo governo della Sassonia-Anhalt dipende, a sua volta, dalle procedure per l’elezione del ministro-presidente. La Costituzione della Sassonia-Anhalt richiede la maggioranza assoluta dei deputati del Landtag per eleggere il ministro-presidente dello Stato tramite votazione segreta nei primi due turni. Se tale maggioranza non viene raggiunta, il Landtag appena costituito vota se sciogliersi e indire nuove elezioni; in caso contrario, si tiene un terzo scrutinio con una soglia più bassa, che richiede solo la maggioranza dei voti espressi. Pertanto, le astensioni al terzo scrutinio riducono il denominatore e possono facilitare il raggiungimento della maggioranza. Ciò pone la BSW in una posizione insolitamente decisiva. Il partito ha dichiarato che non voterà né per Schulze né per Ulrich Siegmund (AfD) e prevede di astenersi al terzo turno. Supponendo che i due blocchi opposti rimangano uniti, nessuno dei due raggiungerebbe i 42 voti necessari nei primi due turni, e il terzo darebbe luogo a un pareggio di 39 a 39. In queste circostanze, la richiesta della BSW di un ministro-presidente «apartitico», affiancato da un gabinetto di «esperti», potrebbe non essere così irrealistica come sembrava inizialmente. Una soluzione di questo tipo potrebbe portare alla formazione di un gabinetto di compromesso, che governerebbe de facto come un governo di minoranza, cercando di ottenere maggioranze nel Landtag per le proprie leggi e il proprio bilancio caso per caso. Le manovre parlamentari, la campagna elettorale che ha preceduto il voto di domenica, lo spettacolare effetto controproducente del Brandmauer e il ruolo dei piccoli partiti hanno messo in luce un clima politico caratterizzato da reazioni e conseguenze impreviste. Giornalisti e leader dei partiti federali hanno cercato, volenti o nolenti, di dare una risposta a questa dinamica. Mentre la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha intitolato senza mezzi termini l’evento «Trionfo dell’AfD – Crollo della CDU», lo stesso Merz si è dichiarato «profondamente sconvolto» dalla sconfitta del suo partito. Al Bundestag, tuttavia, ha sottolineato che una maggioranza del 56 per cento non aveva ancora votato per l’AfD. Gli articoli di Die Zeit e del quotidiano liberale di sinistra t.a.z. hanno lanciato l’allarme, dichiarando una «situazione di emergenza»; quest’ultimo ha pubblicato un editoriale in cui rinnovava l’appello a rendere illegale l’AfD con l’argomentazione che «i nemici della democrazia non possono essere sconfitti attraverso il dibattito», una posizione sostenuta dall’SPD, dai Verdi e da Die Linke. Tuttavia, l’AfD ha tratto vantaggio proprio dalla sua esclusione. Grazie al tabù che si è creato attorno alla sua presenza nelle istituzioni, ha potuto incanalare gran parte dell’indignazione dei cittadini di fronte a un tenore di vita in costante deterioramento; d’altra parte, la sua assenza da incarichi di governo le permette di apparire come una formazione priva di ogni macchia. L’AfD è diventata la principale opposizione a un regime disprezzato. Solo il 13 per cento della popolazione tedesca è soddisfatta dell’operato dell’attuale cancelliere, il dato più basso mai registrato per un cancelliere in carica secondo l’istituto di sondaggi ARD-DeutschlandTrend; Merz, inoltre, occupa l’ultimo posto tra i sei leader europei secondo un sondaggio condotto a luglio. Le cause di questo malcontento risiedono nelle decisioni politiche e nelle difficoltà economiche degli ultimi decenni. Sebbene fino a poco tempo fa la Germania fosse lodata come il grande esempio di successo, grazie alla sua performance economica relativamente buona durante gli anni della crisi dell’euro, che hanno coinciso con la cancelleria di Angela Merkel, il Paese rimaneva comunque vulnerabile alle pressioni a lungo termine sui suoi principali settori economici, che godevano solo di vantaggi temporanei derivanti dalla debolezza dell’euro, dal contenimento salariale e dagli elevati tassi di crescita registrati nei suoi mercati di esportazione, in particolare in Cina. Gli apparenti successi di quel periodo hanno mascherato debolezze persistenti negli investimenti interni. Nel 2025 la bilancia commerciale dei beni strumentali con la Cina era diventata negativa, una manifestazione di ciò che è stato definito lo «shock cinese». Sul piano politico, il programma di austerità Agenda 2010, imposto dal governo di coalizione tra SPD e Verdi guidato da Gerhard Schröder tra il 2003 e il 2005, ha ristretto le indennità di disoccupazione e aumentato la pressione sui beneficiari, in modo sproporzionato nei Länder orientali, come la Sassonia-Anhalt. Più recentemente, l’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Ucraina e al sabotaggio delle infrastrutture energetiche tedesche, nonché l’annuncio di un enorme aumento della spesa militare, noto come Zeitenwende [svolta], hanno esercitato un’ulteriore pressione su gran parte della popolazione, mentre la Germania soffre di una prolungata stagnazione economica. Quali proposte politiche offre l’AfD agli elettori che ha mobilitato? Tenendo conto delle origini del partito, legate all’opposizione liberale ai salvataggi dell’eurozona dell’ultimo decennio, e della sua politica sempre più sciovinista da allora, la risposta è ambigua. Il suo programma per la Sassonia-Anhalt affronta direttamente alcune rivendicazioni concrete: energia e carburante più economici, tasse più basse, il rilancio delle zone rurali in declino, che hanno perso terreno rispetto ai centri urbani, un rinnovato investimento negli ospedali e la fornitura di asili nido e pasti scolastici gratuiti. Tuttavia, queste promesse coesistono con un rigoroso impegno a frenare l’indebitamento e con una proposta di taglio di almeno il 10 per cento alla spesa di tutti i ministeri. La contraddizione tra i suoi appelli a favore dell’ampliamento dell’erogazione dei servizi pubblici e il suo impegno per l’austerità fiscale è evidente. Le sfumature civil-libertarie e contrarie alla guerra presenti nel programma e nella retorica dell’AfD – l’analisi delle contraddizioni del periodo della pandemia da COVID-19, l’opposizione al finanziamento e alle forniture di armi da parte della Germania per alimentare la guerra in Ucraina in fase di intensificazione, la critica agli apparati educativi e mediatici finanziati con fondi pubblici, che equiparano il dissenso al tradimento filorusso– coesistono con una reazione apertamente razzista e un profondo conservatorismo sociale. Il programma della Sassonia-Anhalt propone misure di espulsione spietate, la segregazione scolastica per gli alunni rifugiati e la creazione di «pattuglie cittadine» volontarie (Bürgerwacht) nell’ambito del suo programma di sicurezza pubblica. Sostiene inoltre l’introduzione di cambiamenti «patriottici» nel finanziamento dell’istruzione e della cultura per contrastare la campagna pubblicitaria del Land, concepita a suo avviso sul modello del Bauhaus e bollata come moderndenken [pensiero moderno], che dovrebbe essere sostituito dal proprio e stilizzato deutschdenken [pensiero tedesco] e dalla sua enfasi sul «radicamento nazionale». La sua ostilità nei confronti del Bauhaus ha fatto ipotizzare che, se l’AfD dovesse arrivare al potere, potrebbe decidere di tagliare i finanziamenti che lo Stato della Sassonia concede alla Fondazione Bauhaus di Dessau. A livello federale, le contraddizioni sono particolarmente evidenti in politica estera. L’AfD ha sostenuto, ad esempio, una risoluzione diplomatica della guerra in Ucraina, basata su una valutazione realistica di ciò che è nell’interesse nazionale della Germania in materia di politica energetica e del futuro della sua competitività industriale. Ma l’AfD è ben lungi dall’essere un partito pacifista. In linea con il consenso dell’establishment, sostiene il riarmo e il potenziamento della Bundeswehr [le forze armate tedesche], sebbene discordi sulle modalità di finanziamento. Il suo portavoce per la politica estera, Markus Frohnmaier, ha approvato l’invasione del Venezuela da parte di Trump e il sequestro di Maduro, e in seguito ha elogiato l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran («il principale fattore destabilizzante della regione») per la sua «precisione chirurgica», definendo gli americani «il nostro partner più importante», sebbene Weidel e il suo copresidente, Tino Chrupalla, abbiano messo in guardia dai pericoli che l’attacco aveva scatenato. Nel 2023 il gruppo parlamentare dell’AfD ha chiesto che il software di sorveglianza di Palantir fosse immediatamente messo a disposizione della polizia federale e giudiziaria tedesca, nonché delle autorità doganali. Gran parte del carattere reazionario dell’AfD è tuttavia già condiviso dalla classe dirigente tedesca. Mentre il Bundesamt für Verfassungsschutz [Ufficio per la protezione della Costituzione] della Sassonia-Anhalt ha classificato l’AfD di questo Land come organizzazione «di estrema destra confermata», il Bundesamt für Verfassungsschutz federale, guidato tra il 1955 e il 1972 da Hubert Schrübbers, ex membro delle SA e procuratore nazista, ha trattato il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) come un caso di presunto estremismo. La Grande Coalizione alla guida del governo di Berlino ha approvato, dal canto suo, quasi 736 milioni di euro in esportazioni di armi verso Tel Aviv solo nel secondo trimestre del 2026 e continua a essere uno dei più fermi sostenitori della sua guerra di annientamento a Gaza; all’inizio di settembre ha consegnato alla Marina dell’esercito israeliano un sesto sottomarino della classe Dolphin, parte di una flotta che quasi certamente garantisce a Tel Aviv la capacità di rispondere a un “first-strike” nucleare subito da Israele. Merz, Klingbeil, Pistorius e i loro collaboratori continuano a spendere miliardi per sostenere una campagna politica di rischio nucleare con Mosca. La presenza di elementi di estrema destra nelle forze armate di Kiev e la decisione presa dal governo ucraino nel maggio di quest’anno di rimpatriare i resti del collaborazionista ucraino filonazista Andriy Melnyk per seppellirlo in terra ucraina con i relativi funerali di Stato non sono ostacolate da alcun filtro contro l’estrema destra. A livello nazionale, l’applicazione delle sanzioni dell’UE ha privato il giornalista tedesco Hüseyin Doğru e la sua famiglia dell’accesso ai servizi bancari dopo che egli è stato accusato di aver diffuso «disinformazione» sulla Palestina e su altre questioni per conto della Russia. I servizi di intelligence nazionali sorvegliano ora anche persone e gruppi sotto la voce «delegittimazione dello Stato con rilevanza costituzionale». In materia di migrazione e asilo, il governo federale sostiene «più restrizioni, più rifiuti, più controlli, più espulsioni», come ha affermato Merz nella sua prima dichiarazione politica davanti al Bundestag. La reazione politica, che oggi consiste nella militarizzazione e nella repressione a oltranza, si manifesta in quasi tutti i partiti. Oggi sono poche le correnti politiche che mettono in discussione il riarmo come questione di principio. Una combinazione di tabù e repressione ha permesso a un’impopolare «santa alleanza», che abbraccia due governi consecutivi, di dettare la rotta della politica, mentre un elettorato in gran parte distaccato da queste forze politiche si limita a osservare. In questo processo, il centro liberale ha rinunciato, in sostanza, al repertorio ideologico che un tempo lo legittimava; l’appropriazione opportunistica di quest’ultimo da parte dell’AfD mette in luce la portata di questa abdicazione. La conseguenza è una strana inversione: la destra ha adottato, almeno pubblicamente, il linguaggio del dibattito e dell’apertura che Carl Schmitt identificò un secolo fa come i principi essenziali del parlamentarismo, mentre i sedicenti custodi della democrazia dell’establishment parlano in termini molto più schmittiani degli interessi politici e degli antagonismi che sottendono alle procedure formalmente parlamentari. La diagnosi di Schmitt andava oltre: l’autentico dibattito pubblico stava cedendo il passo alla propaganda, alla suggestione e a ciò che, seguendo Walter Lippmann, egli definiva il «simbolo», riducendo le forme parlamentari a una «decorazione superflua». A Dessau, dal canto suo, ribollono altre idee diverse dai «firewall» e dal simbolismo della Heimat [patria]. I quaderni di Paul Klee, tratti dalle sue conferenze al Bauhaus degli anni Venti e successivamente raccolti in inglese con il titolo The Thinking Eye, trattano del movimento e della trasformazione, delle relazioni tra forme e colori elementari: punto, linea, piano; dall’arancione al blu. Al Museo del Bauhaus, un numero di bauhaus, la rivista trimestrale della scuola, pubblicato nel 1929, presenta la proposta di Henrik Neugeboren per un monumento a Bach: una fuga trasposta in una struttura tridimensionale. Il venerdì pomeriggio prima delle elezioni, a est della Hauptbahnhof [stazione], c’era poca gente che passeggiava per le strade che collegano il museo, inaugurato nel centro della città nel 2019, e il viale pedonale che circonda il Rathaus [municipio]. Sulla targa consumata dedicata a Kurt Weill, originario della città, si legge: «La musica deve riflettere lo spirito del tempo: scomoda, diretta e onesta». Più tardi quel giorno, nel quartiere residenziale di Siedlung, situato a ovest della stazione, vicino al campus del Bauhaus, gli studenti stavano allestendo una mostra. Si era formata una coda davanti alla sede progettata da Gropius. Dalle finestre si vedevano bandiere che annunciavano il centenario. Domenica pomeriggio, la portata della trasformazione elettorale in Sassonia-Anhalt era evidente. La sua importanza a lungo termine e le reali alternative che potrebbero emergere rimangono ancora poco chiare. Si consiglia la lettura di Joshua Rahtz, «¿Corrección del rumbo hacia la izquierda en Alemania? y Oliver Nachtwey, «¿Virtudes soberanas? En torno a Sahra Wagenknecht» El Salto. Loren Balhorn, «Un giro más oscuro en la izquierda alemana», Diario Red. Sahra Wagenknecht, «La situación de Alemania», NLR 146. Wolfgang Streeck, «Alemania gira a la derecha», NLR 152, «Las elecciones federales alemanas de 2021», NLR 131, «La tormenta de Alternative für Deutschland acaba de comenzar», «La coyuntura leída por Wolfgang Streeck» y «La Unión Europea en guerra: dos años después», Diario Red; «El retorno del rey», «El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales», «Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos» y «La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial», tutti pubblicati su El Salto. Questo testo è stato originariamente pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista di politica e teoria pubblicata a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños, e viene qui ripubblicato con l’espressa autorizzazione dell’autore. Joshua Rahtz, storico e docente all'Università Künstle di Berlino. Colabora abitualmente con la New Left Review e Sidecar.
- nuovi movimenti
Lotte di Francia Elaborazione da una immagine di Antonio Brech Ceci est un soulèvement de la jeunesse Chi avrebbe mai potuto immaginare, solo pochi giorni fa, che questo governo illegittimo, odiato e odioso, che fa soffrire così tanto la popolazione e che si appresta a imporci un piano di austerità ultraviolento, sarebbe stato messo in difficoltà dai giovani? Una gioventù coraggiosa, travolgente e incontrollabile. Questo giovedì 1° ottobre, il regime comincia ad avere paura, perché la situazione gli sta sfuggendo di mano. Facciamo il punto della situazione: · Per stessa ammissione delle autorità statali, oggi in Francia sono state registrate oltre «900 azioni». Si tratta di quasi 10 blocchi stradali e manifestazioni in ogni dipartimento. Il movimento, partito dalla periferia parigina, si è diffuso a macchia d’olio in tempo record. Nelle grandi metropoli, naturalmente, ma anche nelle piccole città e persino nei comuni rurali. In Bretagna, ad esempio, si sono verificati blocchi organizzati dagli studenti delle scuole superiori a Lannion (20.000 abitanti), Carhaix (7000), Douarnenez (14.000) o Savenay (9000)… Un’ondata di proteste studentesche di questo tipo, che riunisce realtà locali molto diverse tra loro in modo spontaneo e con un proprio programma, non si vedeva da decenni. Tutta la gioventù francese grida che non ne può più e rivendica un futuro. Altrettanto impressionante: anche numerose università sono bloccate in segno di solidarietà, nonostante l’anno accademico sia appena iniziato. · Nel tentativo di smobilitare il movimento, il governo gioca la carta della disinformazione e delle teorie del complotto. I servizi di intelligence macronisti sostengono che il movimento sarebbe una «manovra organizzata da LFI e dai suoi rappresentanti dell’estrema sinistra». È assolutamente ridicolo: nessun partito né alcuna organizzazione, nemmeno nei suoi sogni più folli, è in grado di generare per magia una simile rivolta. I giovani spiegano chiaramente le loro rivendicazioni su striscioni, volantini e cartelli ovunque: basta leggerli. Cercando di demonizzare LFI, lo Stato gli attribuisce un potere che lo valorizza. Le autorità affermano inoltre che ci sarebbe «una svolta con un cambiamento di tono, più radicale». Ancora un piccolo sforzo e i mascalzoni al potere capiranno che mutilare e rastrellare adolescenti tende a far arrabbiare. · Proprio le retate: mai, nella storia recente, un governo aveva arrestato così tanti minori in così poco tempo. Il Ministero dell’Interno dichiara oggi 1949 fermi in tutta la Francia. Ieri erano 625. Se si sommano gli arresti effettuati da venerdì scorso, si arriva a 3209 giovani, in gran parte minorenni, rinchiusi in cella in cinque giorni. Ricordate bene questa cifra: 3000. Maltrattati, privati della libertà, che marciscono in carcere per aver lottato. In qualsiasi altro paese, i media francesi parlerebbero di un regime totalitario che rinchiude i propri giovani. Con un tale livello di repressione, ci sono solo due possibili esiti: o il movimento si spegne perché troppi giovani sono stati terrorizzati, oppure si arriva a un’esplosione generalizzata. · “La violenza non risolve nulla”, ci ripetono? Il ministro dell’Istruzione nazionale ha appena annunciato che già domani riceverà i sindacati degli insegnanti, le associazioni dei genitori e quelle degli studenti delle scuole superiori. Si tratta ovviamente di una manovra diversiva per cercare di incanalare il movimento. Ma allo stesso tempo, i ministri dell’Istruzione disprezzano i sindacati polverosi che da anni chiedono educatamente aiuto e implorano di poter negoziare. In pochi giorni di proteste, vengono invitati al tavolo. Ancora più ironico è il fatto che il governo abbia appena annullato con effetto immediato l’introduzione delle tasse di iscrizione per i BTS e le classi preparatorie, a dimostrazione che sta cedendo terreno e che la situazione potrebbe spingersi ben oltre. · Il Primo Ministro ha convocato d’urgenza una cellula di crisi interministeriale. Il governo sta valutando di imporre la didattica a distanza in numerose scuole superiori. Di fatto, bloccherà proprio quelle scuole che voleva riaprire con le sue forze di polizia pesantemente armate. È un altro modo per spezzare il movimento, impedendo agli studenti delle scuole superiori di riunirsi. Édouard Philippe afferma che domani tutte le scuole superiori di Le Havre saranno chiuse. Anche a Nantes lo sarà gran parte degli istituti. In totale, domani nel Paese saranno chiuse 400 scuole superiori. · Il ministro della Giustizia Darmanin ha convocato i 36 procuratori generali per ordinare loro una «risposta penale risoluta» nei confronti degli studenti delle scuole superiori. In concreto, chiede alla giustizia di colpire con la massima durezza possibile i giovani di questo Paese. Chiede ai magistrati di prolungare al massimo la custodia cautelare e di infliggere le pene più severe. Anche in questo caso, si tratta di una logica puramente dittatoriale che dovrebbe far infuriare tutti noi. · Ora il regime ha paura. Teme che la rivolta si consolidi e raccolga nuovi aderenti, proprio mentre sta per iniziare la campagna presidenziale e mentre aveva in programma di far approvare una serie di misure neoliberiste. I consiglieri del Primo Ministro temono una convergenza delle lotte tra i giovani delle periferie e quelli del centro città, e tra gli studenti delle scuole superiori e i lavoratori. Allora, cosa stiamo aspettando? Che l’estrema destra venga ufficialmente eletta? Che diventi del tutto impossibile muovere anche solo un dito? La mobilitazione avviata dagli studenti delle scuole superiori è forse l’ultima possibilità di conquistare diritti e dignità per molto tempo a venire. Non lasciamocela sfuggire. 1 ottobre 2026 Da: «Contre Attaque», che ringraziamo. Appello del Coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia Sabato 3 ottobre eravamo 300 studenti delle scuole superiori di tutta la regione parigina riuniti in un’assemblea di coordinamento. La collera ha avuto inizio dal fatto che nelle scuole della periferia c’è una vera e propria rottamazione sociale. La selezione tra ricchi e poveri a scuola è morta e la rifiutiamo. Chiediamo la fine di Parcoursup. Chiediamo risorse, insegnanti e assistenti educativi (AESH). Vogliamo classi che non superino i 35 alunni, del rispetto per tutti gli studenti, borse di studio che arrivino in tempo, licei dove non ci siano topi, né soffitti che crollano, né amianto, né aule a 40° in estate. Chiediamo un futuro per gli studenti delle periferie. Sappiamo che la meritocrazia è un'illusione. Non c’è motivo per cui noi dovremmo avere un’istruzione e un futuro di seconda categoria rispetto alle scuole private o dei quartieri benestanti. E in fondo, sappiamo che non abbiamo futuro in questo sistema in cui sono i ricchi a decidere. Vogliamo sapere dove finiscono i soldi e vogliamo che vadano dove ce n’è bisogno! Il governo investe miliardi nell’esercito, nei padroni, nella polizia. Questa è violenza. Quindi noi non ci lasceremo dividere dai discorsi contro i teppisti, siamo tutti uniti. Il governo, l’estrema destra e i grandi media hanno tentato di tutto per zittirci. Tutta la violenza della polizia, l’abbiamo vista. Le chiusure delle scuole superiori, le abbiamo subite. Quelli che dicono che siamo strumentalizzati o che siamo stupidi, li abbiamo visti. Ok, preso nota. Ok, non vogliono che ci mobilitiamo di nuovo. Ok, la repressione ha lo scopo di spaventarci, di spegnere la nostra rabbia e di dividerci. I 5000 studenti delle scuole superiori arrestati devono essere tutti rilasciati senza alcuna accusa. Continueremo a mobilitarci. E non ci fermeremo nemmeno alle scuole superiori. Non siamo soli. I lavoratori si uniscono alla mobilitazione. E la nostra collera può parlare a tutti i giovani, anche al di fuori della Francia. Quindi noi organizzeremo lo sciopero degli studenti delle scuole superiori! Chiediamo a tutti di unirsi a noi e di scioperare: insegnanti, genitori, studenti universitari, vigili del fuoco, altri lavoratori. Ci stanno mettendo i bastoni tra le ruote? Noi gli riproponiamo il ’68 e andremo oltre. I sindacati chiamano allo sciopero martedì, tutti devono unirsi a noi! E se questo fa scendere in piazza i gilet gialli anche prima del 17 ottobre, tanto meglio! Vogliamo prendere in mano la nostra lotta: sono gli studenti delle scuole superiori impegnati che devono decidere del proprio movimento, e non spetta a nessun altro decidere al posto nostro. Quindi, ad ogni blocco, davanti a ogni scuola superiore, dobbiamo prendere la parola, organizzarci e decidere insieme. Da lunedì, ci mobilitiamo dovunque. E martedì dobbiamo andare tutti alla manifestazione a République alle 14:00. Ci saremo in corteo con il coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia. Invitiamo tutte le scuole superiori a partecipare e a preparare i propri striscioni. E poi, appuntamento per tutte le scuole mobilitate all’assemblea del coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia alle 17:00. Perché dopo martedì, ovviamente, continueremo! Ai nostri figli e agli studenti delle scuole superiori – «Grazie di tutto. Per l’audacia, il coraggio e la determinazione» Alcuni rappresentanti dei genitori, preoccupati, ci hanno fatto pervenire questo messaggio rivolto agli studenti, ai loro insegnanti, ma anche ai ministri che orchestrano la repressione del movimento studentesco. Un’analisi della situazione e, al tempo stesso, una testimonianza. Ai nostri figli e agli studenti delle superiori Grazie di tutto. Per l’audacia, il coraggio e la determinazione. Grazie per averci ricordato che non c’è nulla da aspettare. Noi stessi abbiamo aspettato così a lungo che sappiamo bene quale sia il prezzo da pagare alla fine. Aspettare la fine della giornata, la fine della settimana, l’inizio del mese, l’accredito della CAF (Cassa degli assegni familiari). Aspettare che le acque si calmino, aspettare giorni migliori, aspettare le elezioni, aspettare l’autobus, la metropolitana. Aspettare di andare finalmente a dormire. Di piegarsi sempre. Anche a voi è stato detto di aspettare. La fine della giornata, l’inizio delle vacanze, i risultati di Parcoursup [1]. Aspettare un corso di formazione, magari un lavoro, di diventare indipendenti e scoprire che è l’opposto dell’essere liberi. Aspettare che la vita inizi proprio laddove finisce. Avete fatto proprio bene a smettere di aspettare. Complimenti per l’umorismo, i travestimenti, i fuochi d’artificio, la solidarietà e tutto ciò che abbiamo visto per le strade. Il mondo che vi lasciamo è una rovina, il futuro che vi stiamo preparando è un incubo, eppure riuscite ancora a divertirvi. Siete la versione migliore di noi stessi, la somma di tutto ciò che abbiamo fallito, di tutto ciò a cui abbiamo rinunciato. Lo sapete, ma è importante ripetervelo. Anche noi siamo molto preoccupati. Ma lo saremmo ancora di più se accettaste il mondo così com’è. Agli insegnanti, ai sorveglianti e ai presidi Martedì eravate in sciopero per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Avete marciato, sfilato e scandito slogan, e poi siete tornati a casa. Il governo non si è nemmeno preso la briga di disprezzarvi. In due giorni di blocchi i vostri studenti hanno scatenato una cellula di crisi all’Eliseo, il panico negli studi televisivi e la chiusura di gran parte dei licei francesi. C’è una lezione da trarne. Conoscete bene tutte le loro rivendicazioni e le condividete: classi sovraffollate, colleghi non sostituiti, locali insalubri e coperte termiche alle finestre per non cuocere già a maggio. E Parcoursup, ovviamente: ne conoscete a memoria i danni e le ingiustizie. Quella sporca macchina di selezione e di pressione psicologica che grava ogni giorno sui vostri studenti tanto quanto su di voi. Pedagogia dell’umiliazione. Eppure i vostri studenti sono venuti a ricordarvelo: nulla di ciò che è stato fatto non può essere disfatto. Grazie a chi tra voi ha aderito ai blocchi, sostenendo i propri studenti. L’equazione è semplice: oggettivamente non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, a cominciare dal fatto di non lasciarvi più umiliare, nemmeno voi. Se rifiutaste sinceramente la vostra condizione comune, sarebbe una tutt’altra storia: è meno facile per un governo strangolare un insegnante di matematica o sparare con un LBD [2] alla testa dell’insegnante di francese. Forse allora tutti reagirebbero. A Laurent Nuñez, Edouard Geffray e ai prefetti È sotto i vostri ordini che, da diversi giorni, la polizia molesta dei ragazzi. È sotto i vostri ordini che sono stati malmenati, trascinati per terra, strangolati, colpiti a bruciapelo con il LBD. Non avete solo voluto ferirli, avete fatto di tutto per umiliarli. 1949 studenti delle scuole superiori fermati, quanti poliziotti indagati? Quali lezioni trarne? Eppure, vi chiudete nella menzogna e nell’irresponsabilità. Bisogna davvero non aver mai messo piede davanti a un liceo per credere che «La France insoumise» [3] abbia anche una minima responsabilità in questa rivolta giovanile. Bisogna essere particolarmente male informati per immaginare che dei «proxy dell’estrema sinistra» teleportino segretamente i bidoni della spazzatura ammucchiati davanti agli istituti. Semplicemente state mentendo in modo sporco. Mentre gli studenti chiedono insegnanti, risorse e un po’ di considerazione, voi invitate la polizia a «non limitarsi a un uso proporzionato della forza»; quando i sindacati di polizia chiedono di poter sparargli con i LBD, voi mettete in guardia i prefetti contro qualsiasi «istruzione contraria a livello locale». Non stiamo inventando né estrapolando nulla: vi leggiamo su «Le Monde» del 2 ottobre 2026. Incitate e incoraggiate la violenza contro i nostri figli. Rintanati nei vostri uffici dorati, scatenate la polizia e tenete il conto degli arresti e dei feriti. Questa mattina, 400 licei bloccati. Non dagli studenti, ma dai vostri decreti. Le misure sanitarie elaborate durante una pandemia diventano l’arma con cui isolate i giovani. Il trucco è troppo evidente: divieto per chiunque di radunarsi nelle vicinanze di un liceo. Chi oserà uscire di casa potrà essere fermato. Dopo aver orchestrato la violenza, ora organizzate il loro sequestro. A tutti noi Come fare per prendere sul serio ciò che esprimono i nostri figli, i ragazzi, con gioia e nonostante i gas lacrimogeni? Come essere all’altezza della situazione, cioè senza il peso delle nostre stesse rinunce? La prossima scadenza nazionale sembra sia stata fissata per il 6 ottobre. Bisognerà ben cominciare a essere presenti. Alcuni genitori Note [1] Piattaforma digitale francese per gestire le ammissioni al primo anno dell0Università. [2] Lanceur de balles de défense. Spara pallottole in gomma, che possono provocare ferite gravi, come la perdita di un occhio. [3] LFI: Partito di sinistra francese.
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La stangata Quando l'AI serve allo scopo nobile di redistribuire i profitti accumulati dalle speculazioni della finanza internazionale e dall'ingordigia dei super manager, noi ridiamo.
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Africa corps
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50 anni dopo la (rap)sodia meccanica di Francesco Currà ispira il mondo indie dei nuovi cantastorie Paolo Castaldi Oggi esce nelle librerie il libro Scritture operaie. L’esperienza genovese 1970-2020. Pippo Carrubba, Francesco Currà, Vincenzo Guerrazzi, Giuliano Naria, a cura di Marco Codebò e Giorgio Moroni, Milieu, collana «settanta». Sulla figura di uno dei quattro protagonisti di quella straordinaria avventura culturale pubblichiamo qui un testo del critico musicale Claudio Gambaro. 1977 – Punk! Schizzofrenie musicali in orbita, cantautori arrabbiati, Radio Alice di Bologna, John Travolta e un burattino senza fili da hit parade. Dopo il pane quotidiano, un gelato metropolitano (digeribile da tutti), Donna Summer, Lucio Battisti e un calabrese di 29 anni, tale Francesco Currà. Cinquant’anni fa usciva il disco di uno che lavorava in fabbrica, un disco con i rumori della fabbrica, un disco con gli odori della fabbrica. Currà era uno che non conosceva la musica, ma raccontava alla perfezione l’alienazione all’interno della fabbrica e durante il lavoro in sala d’incisione, spiegava le canzoni ai musicisti battendo il tempo con le mani. Così mi ha raccontato Guido Licastro, l’arrangiatore del secondo album Flussi e riflussi uscito nel 1979 e curato nei dettagli dal fonico Renzo “Pucci” Cochis ex batterista dei Jet, gruppo dove militavano alcuni musicisti importanti che hanno poi dato vita ai Matia Bazar. Ma torniamo al disco d’esordio. Dentro c’è un unico musicista che muove i fili e guida i cavalli di una diligenza impazzita a trentatrè giri, un canovaccio delirante dal quale emerge la frustrazione e il mobbing dentro e fuori la fabbrica. Lui è Roberto Colombo e aveva già inciso Sfogatevi bestie e Botte da orbi, due dischi strumentali in bilico tra il jazz rock e il progressive, con le tastiere indemoniate tra i solchi. Quando lo intervistai al Teatro Govi di Genova Bolzaneto, si ricordò subito di Currà: Era un operaio dell’Ansaldo di estrema sinistra, un poeta che voleva cantare ma in realtà come cantante non era strepitoso. Però è venuta fuori l’idea di utilizzare i brani suoi accompagnandosi con i rumori della fabbrica che lui aveva registrato mettendo nella tasca della tuta un registratore Philips di quelli a cassetta e poi abbiamo riversato le cassette su nastro nominandoli tutti. Lui mi diceva che tipo di macchinario era, tanto io non ci capivo niente (e riproduce i rumori delle macchine utensili con la voce – NdR) e aggiungendo un piccolo quartetto d’archi e altre piccole formazioni abbiamo fatto un disco che mi è capitato di risentire poco tempo fa e devo dire che è veramente strano con testi davvero molto convinti. Ascoltatelo o (ri)ascoltatelo! Dentro il disco c’è anche un rap ante litteram, è un viaggio allucinante, un esperimento duro e coraggioso vicino a John Cage e Stockhausen. A proposito di sperimentazione, nello stesso anno Franco Battiato incideva il suo sesto album dal titolo semplicemente Battiato con due lunghissimi e folli brani strumentali/collage intitolati Zâ e Cafè-Table-Musik, però nelle classifiche dei dischi più venduti svettava Furia cavallo del West di Mal. Il titolo di questo vinile (così unico) di Francesco Currà è Rapsodia meccanica, inciso per l’etichetta «Ultima Spiaggia» di Nanni Ricordi, un vero e proprio laboratorio artistico-musicale come la «Cramps» di Gianni Sassi (Area, Finardi ecc...) o la «Bla Bla» dei primi quattro dischi di Battiato. Non era da meno l’etichetta «Ascolto», costola alternativa della CGD di Caterina Caselli. L’etichetta «Ultima Spiaggia» aveva già pubblicato i primi dischi sperimentali di Ivan Cattaneo, le follie di Gianfranco Manfredi e Ricky Gianco tra cui l’horror suite Disco dell’angoscia, album concept con vari artisti costruito intorno alla vicenda-shock di un uomo che precipita in un limbo nerissimo. Francesco Currà lavorava all’Ansaldo di Genova come fresatore, un musicista del rumore, un ricercatore di suoni scelti fra i rumori assordanti delle macchine utensili della fabbrica. Roberto Colombo ha curato la direzione artistica e l’elaborazione musicale dei tessuti sonori che fungono da siparietti tra un pezzo e l’altro. Tutto il resto è rumore di fabbrica. Francesco Currà ha scritto i testi, ha creato e cantato le melodie e ha raccolto e perfezionato i suoni della sua fabbrica che costituiscono il ritmo sonoro di questa composizione. Le note di copertina dell’album riportano quanto segue: Currà è un poeta polemico, anzi, un mordace polemico contro «l’umano lavoro». Currà vive la solitudine del mondo operaio. Il suo modo poetico di comunicare ha dell’amara ironia. Di Currà possiamo dire che è un poeta musicale «orale» intensamente nuovo e inquieto. Lo potremmo definire un maestro dell’inquietudine, dell’alienazione della fabbrica. Anche la copertina è particolare: due fototessere (una di fronte e una di profilo) entrambe attaccate con due graffette a una busta-paga dell’Ansaldo datata 1976. Una penna stilografica e il nome dell’operaio «Currà Francesco» cerchiato con pennarello rosso. I testi sono sul retro della copertina. Negli anni Duemila l’etichetta «Giallo Records» ha ristampato i due lavori discografici con l’aggiunta di una manciata di inediti: Dolce marionetta, Ti sento, "Riserva metropolitana", "La corte dei miracoli", "La sarabanda dei nevrotici" e Mediterraneo. I due cd sono stati realizzati in tiratura limitata di 300 copie e oggi sono fuori catalogo. I brani inediti appartengono a un album dal titolo Mediterraneo mai portato a termine e alcuni musicisti sono gli stessi che hanno suonato in Flussi e riflussi. Quasi cinquant’anni dopo il cantautore Michele Dominici realizza il suo quarto album dal titolo I F R B che include Fine turno, un testo di Francesco Currà inserito nella rarissima e introvabile raccolta di poesia pubblicata per Squilibri editore, uscita nel ’77 in contemporanea all’album Rapsodia meccanica e intitolata come il vinile. 2027 – Michele Dominici (genovese) classe 1966, spazia tra il punk, il rock e il funk e sta lavorando a un progetto live che richiama il mondo della fabbrica e certi «comportamenti tossici» all’interno della stessa. Il racconto musicale, si sviluppa attraverso alcuni brani tra cui Vincenzina e la fabbrica di Enzo Jannacci, Lavorare con lentezza di Enzo Del Re, Il tic di Giorgio Gaber, 3/5/01 di Michele Dominici, Dialogo con il datore di lavoro di Frank Gramuglia, Ma che aspettate a batterci le mani di Dario Fo e figurano anche due brani di Francesco Currà: Non mi parlare di rivoluzione e L’alunno dell’ultimo banco, tratti dal disco Rapsodia meccanica. Nel 2025 Michele Dominici ha pubblicato il libro storico-biografico La guerra di un sommergibilista italiano per la casa editrice Tralerighe. Non riesco a sentire i miei pensieri, il rumore mi sommerge (da Quanto dura il mio minuto? – 1977). Claudio Gambaro oltre che critico musicale è conduttore televisivo, presentatore di eventi, speaker radiofonico. Attento ai mutamenti della scena cantautorale italiana, ha intervistato centinaia di cantanti e gruppi. Protagonista di eventi live, presenta manifestazioni e talk show dedicati a costume e spettacolo, tra questi ricordiamo Le Notti del Cancello del Cinabro e la Fiera Internazionale della Musica, senza dimenticare l’appuntamento come inviato al Festival della Canzone Italiana, dove ogni anno segue la kermesse dalla sala stampa insieme a giornalisti di tutto il mondo.
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Maurice Merleau-Ponty e scrittura asemica Enzo Patti La gran parte delle immagini che illustrano i testi di «ahida» sono espressione di artisti che si rifanno alla cosiddetta «scrittura asemica». Oltre al testo che qui pubblichiamo ne segnaliamo anche un altro di fondamentale importanza per la comprensione del tema: Asemic. Senso senza significato. Note sulla scrittura asemica 2006-2023, di Marco Giovenale, curatore per «ahida» del comparto «post-poetica». Il mondo non è mai completamente dato, e il senso nasce proprio dentro questa apertura ambigua. Il mondo non è mai completamente dato. Ogni cosa che vediamo porta con sé una zona d’ombra, un margine di invisibile, una parte che sfugge alla definizione definitiva. È dentro questa apertura che, per Maurice Merleau-Ponty, nasce il senso. La percezione non è uno specchio passivo del reale. Non registriamo semplicemente un mondo già pronto: lo attraversiamo, lo abitiamo, lo costruiamo nel movimento stesso del vivere. Il corpo, lo sguardo, il gesto, la memoria percettiva partecipano continuamente alla formazione del significato. Per questo il senso non coincide mai del tutto con un concetto stabile o con una formula conclusa. Esso emerge nella relazione viva tra il soggetto e il mondo. La scrittura asemica sembra portare questa intuizione filosofica sul piano visivo. Di fronte a una pagina asemica, il lettore riconosce i segni della scrittura ma non può decifrarli secondo le regole abituali del linguaggio. Le linee evocano alfabeti possibili, parole perdute, grammatiche immaginarie; eppure, nessun significato definitivo si lascia catturare. La lettura si trasforma allora in esperienza percettiva: non interpretazione di un contenuto già dato, ma attraversamento di una presenza grafica aperta, ambigua, corporea. In questo spazio sospeso tra vedere e leggere, tra gesto e linguaggio, il pensiero di Merleau-Ponty trova una risonanza inattesa. Sebbene il filosofo non abbia mai parlato direttamente di scrittura asemica, molte delle sue riflessioni sembrano anticiparne la logica profonda: il segno come gesto incarnato, il significato come esperienza vissuta, la percezione come attività creativa, l’ambiguità come condizione fondamentale del rapporto con il reale. La scrittura asemica non elimina il senso; lo restituisce alla sua dimensione originaria, mobile e incompiuta. Ci ricorda che il linguaggio nasce prima di tutto da un contatto corporeo con il mondo, da una traccia, da un ritmo, da una tensione dello sguardo e della mano. Forse è proprio qui che filosofia e arte si incontrano: nel tentativo di dare forma a ciò che non può essere completamente fissato. Nel lasciare apparire, attraverso il segno, non una verità chiusa ma l’esperienza viva della percezione. Il legame tra Maurice Merleau-Ponty e la scrittura asemica non è diretto (Merleau-Ponty non ha mai trattato esplicitamente questo tipo di pratica), ma è sorprendentemente fertile sul piano teorico. Merleau-Ponty, soprattutto in Fenomenologia della percezione, sostiene che il significato nasce dal corpo e dalla percezione incarnata, non da un sistema astratto di segni. La scrittura asemica sembra incarnare proprio questo concetto. Il segno non rimanda a un significato fisso ma resta gesto, traccia, movimento del corpo. La scrittura asemica può essere letta come una «scrittura prima del linguaggio», dove il senso è vissuto, non codificato. Nel suo lavoro più tardo, Il visibile e l’invisibile, Merleau-Ponty parla di un intreccio tra ciò che appare e ciò che resta implicito. La scrittura asemica funziona allo stesso modo. È visibile come forma grafica ma invisibile come significato stabile. Il lettore non «decifra», ma esperisce. Per Merleau-Ponty, il linguaggio è gesto espressivo, non semplice codice. Questo è molto vicino alla logica della scrittura asemica. La linea è un atto, la pagina è uno spazio percettivo, la scrittura è quasi pittura o danza. Qui si avvicina anche all’arte contemporanea e alla calligrafia astratta. Un concetto chiave merleau-pontiano è l’ambiguità: il mondo non è mai completamente determinato. La scrittura asemica radicalizza questa idea: elimina il significato univoco, lascia spazio a interpretazioni multiple, mette il lettore in una posizione attiva. La scrittura asemica può essere vista come una pratica artistica che realizza, sul piano visivo, la filosofia della percezione di Merleau-Ponty. Maurice Merleau-Ponty, nato nel 1908 a Rochefort-sur-Mer, in Francia, visse in un periodo cruciale per la filosofia europea, attraversato da guerre, crisi politiche e grandi trasformazioni culturali. Visse entrambe le guerre mondiali (era giovane durante la prima, adulto durante la seconda). Morì nel 1961, nel pieno del dibattito filosofico del dopoguerra. Il suo pensiero si sviluppa soprattutto tra gli anni ’30 e ’50, cioè nel cuore del Novecento. Merleau-Ponty si muove principalmente nell’ambiente filosofico e culturale francese, in particolare a Parigi, influenzato da Edmund Husserl e in dialogo con Martin Heidegger. Amico e interlocutore di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, collaborò con la rivista «Les Temps modernes», insegnò in istituzioni importanti, fino al prestigioso Collège de France, partecipò ai dibattiti sul marxismo, la politica e la società del dopoguerra, anche se con posizioni autonome rispetto a Sartre. Il suo lavoro nasce in un contesto segnato da crisi delle certezze scientifiche e filosofiche, attenzione alla soggettività e all’esperienza vissuta, dialogo tra filosofia, psicologia e arte. Perché le sue idee sono così utili per interpretare pratiche artistiche contemporanee come la scrittura asemica? Il punto decisivo è questo: Merleau-Ponty nasce dentro una crisi del modello occidentale della conoscenza. Dopo le guerre mondiali, molti intellettuali europei mettono in discussione l’idea che il mondo possa essere spiegato in modo completamente razionale, stabile e oggettivo. La fiducia positivista nel linguaggio, nella scienza e nei sistemi chiusi vacilla. In filosofia, arte e letteratura emerge invece l’attenzione all’esperienza vissuta, alla percezione, all’ambiguità. Qui entra in gioco la fenomenologia di Edmund Husserl, che Merleau-Ponty trasforma profondamente. Husserl aveva cercato di riportare la filosofia «alle cose stesse», cioè all’esperienza concreta prima delle astrazioni teoriche. Ma Merleau-Ponty radicalizza questa intuizione: non siamo coscienze pure che osservano il mondo dall’esterno; siamo corpi immersi nel mondo. Il senso nasce dall’interazione percettiva tra corpo e ambiente. Questo passaggio è fondamentale per capire perché il suo pensiero dialoghi così bene con l’arte contemporanea. Molte pratiche artistiche del secondo Novecento – dall’action painting alla performance, dalla calligrafia astratta alla scrittura asemica – smettono di considerare l’opera come semplice oggetto da interpretare. L’opera diventa evento percettivo, traccia di un gesto, esperienza incarnata. Non conta soltanto «che cosa significa», ma come viene vissuta. La scrittura asemica sembra quasi materializzare questa idea merleau-pontiana. Il segno asemico conserva la forma della scrittura, ma sospende la funzione comunicativa ordinaria, obbliga il lettore a un rapporto percettivo anziché decifrativo. In altre parole, la scrittura torna a essere gesto corporeo prima che linguaggio codificato. Questo si collega anche al rapporto che Merleau-Ponty aveva con la pittura moderna, soprattutto con Paul Cézanne. Nei suoi testi sull’arte, Merleau-Ponty sostiene che il pittore non rappresenta semplicemente il mondo: rende visibile il processo stesso del vedere. Cézanne, per lui, dipinge la percezione prima della stabilizzazione concettuale. La scrittura asemica fa qualcosa di analogo con il linguaggio; non rappresenta significati già fissati, ma mostra il nascere stesso del segno. Per questo l’asemico appare spesso «familiare ma illeggibile»: il lettore riconosce la struttura della scrittura, ma non può ridurla a codice. Rimane in una soglia ambigua tra vedere e leggere. Ed è qui che torna centrale il tema dell’ambiguità. Per Merleau-Ponty il reale non è mai completamente determinato. Ogni percezione contiene margini di invisibile, di implicito, di non detto. Nel libro Il visibile e l’invisibile questa idea diventa ancora più radicale: il visibile non è separato dall’invisibile, ma intrecciato a esso. La scrittura asemica sembra operare precisamente in questo spazio: il segno è visibile, il significato resta invisibile, ma proprio questa assenza produce esperienza. Il lettore non riceve un contenuto già pronto; deve abitare l’incertezza percettiva. Questo è profondamente merleau-pontiano. Anche il contesto culturale parigino del dopoguerra è importante. Nella Francia tra anni ’40 e ’60 c’è un dialogo continuo tra filosofia, letteratura, psicoanalisi e arti visive. Figure come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Maurice Blanchot e poi, più tardi, Jacques Derrida lavorano tutte, in modi diversi, sui limiti del linguaggio e sulla crisi della rappresentazione. La scrittura asemica eredita indirettamente questo clima culturale. Eredita la diffidenza verso il significato unico, l’attenzione alla materialità del segno, la dissoluzione dei confini tra scrittura e immagine, la centralità dell’esperienza del lettore/spettatore. Per questo Merleau-Ponty continua a essere così utile oggi. Non offre una teoria della scrittura asemica in senso stretto, ma fornisce un vocabolario filosofico potentissimo per descrivere: il segno come gesto, il senso come esperienza incarnata, la percezione come produzione attiva, l’ambiguità come condizione fondamentale del rapporto col mondo. La scrittura asemica può essere letta non come «assenza di significato», ma come ritorno del significato alla sua dimensione originaria: percettiva, corporea, pre-concettuale. Il segno come gesto Per Maurice Merleau-Ponty il linguaggio non nasce prima di tutto come sistema astratto di regole, ma come espressione incarnata. Questo cambia radicalmente il modo di pensare il segno. Nella tradizione più classica, il segno è spesso visto come qualcosa che rimanda a un significato già definito: una parola indica un oggetto, un simbolo trasmette un contenuto. In Merleau-Ponty, invece, il segno è innanzitutto un atto del corpo. Non è solo veicolo di senso: è produzione vivente di senso. Quando parla del linguaggio, Merleau-Ponty usa spesso esempi vicini al gesto corporeo: la voce, il tono, il ritmo, il movimento della mano, la postura. Il significato non è separabile da queste modalità espressive. Come un gesto del volto può comunicare senza bisogno di spiegazioni, così anche il linguaggio è una forma di movimento incarnato. Questo è decisivo per comprendere la scrittura asemica. Nella scrittura tradizionale, il gesto grafico tende a scomparire dietro il contenuto leggibile. Leggendo una frase, normalmente non guardiamo il tratto della mano: attraversiamo il segno per arrivare al significato. La scrittura asemica interrompe questo automatismo. Poiché il testo non può essere decifrato semanticamente, il lettore torna a vedere il segno nella sua fisicità: pressione, velocità, esitazione, ritmo, densità, direzione, respiro della linea. Il segno diventa evento corporeo visibile. Qui il «gesto» non è semplicemente il movimento tecnico della mano, ma una traccia di presenza. La pagina conserva qualcosa del tempo e del corpo che l’hanno prodotta. Il segno asemico funziona quasi come una danza fissata, una coreografia residua, una calligrafia senza lingua, una memoria motoria. Merleau-Ponty direbbe che il corpo non è un oggetto che esegue ordini mentali; il corpo è già intenzionalità, già apertura al mondo. Perciò il gesto grafico non traduce semplicemente un pensiero precedente: il pensiero prende forma nel gesto stesso. Questo punto è molto vicino a certe pratiche artistiche del Novecento, come l’action painting di Jackson Pollock, dove la traccia pittorica registra direttamente il movimento del corpo. Anche nella scrittura asemica, il segno non rappresenta soltanto qualcosa: mostra un’energia, una temporalità, una presenza. E infatti molti lavori asemici producono un’impressione particolare: sembrano sul punto di dire qualcosa, ma restano in uno stato precedente alla parola stabile. È come assistere alla nascita del linguaggio senza arrivare alla lingua codificata. Per questo il «segno come gesto» è forse uno dei punti più forti del dialogo tra Merleau-Ponty e la scrittura asemica: il senso non precede il segno, il senso emerge nel movimento, il corpo scrive prima ancora di «comunicare». La linea allora non è soltanto forma visiva, ma un atto percettivo incarnato. Il senso come esperienza incarnata Per Maurice Merleau-Ponty il senso non è qualcosa di puramente mentale, astratto o separato dal corpo. Il significato nasce dall’esperienza vissuta del corpo nel mondo. È questo che si intende con «esperienza incarnata». Nella filosofia occidentale tradizionale c’era spesso una separazione netta tra la mente (da una parte) e il corpo (dall’altra), tra il pensiero (da una parte) e la percezione sensibile (dall’altra). Merleau-Ponty rompe questa divisione. Il corpo non è un semplice contenitore della coscienza né uno strumento passivo: è il luogo originario attraverso cui il mondo acquista senso. Noi non percepiamo il mondo come osservatori esterni. Lo abitiamo attraverso il movimento, l’orientamento spaziale, il tatto, il ritmo, lo sguardo, la memoria corporea. Per questo, il significato non arriva dopo la percezione come una traduzione intellettuale. Il senso emerge già nel nostro modo corporeo di stare nel mondo. Questo diventa molto importante nella scrittura asemica. In una scrittura normale, convenzionale, storica, il lettore tende a cercare un contenuto semantico preciso: parole, sintassi, informazione. Nell’asemico, invece, il significato non può essere fissato in modo univoco. E allora il rapporto con l’opera cambia completamente. Il lettore non «decodifica», ma attraversa visivamente la pagina, segue i ritmi, percepisce tensioni, avverte pause e densità, reagisce fisicamente alle forme. Il senso nasce dall’esperienza percettiva stessa. Una pagina asemica può apparire nervosa, meditativa, aggressiva, fragile, musicale, convulsa, anche senza comunicare parole leggibili. Questo perché il corpo del lettore risponde direttamente al gesto visivo. Qui si vede bene la vicinanza con Merleau-Ponty: il significato non coincide con un contenuto traducibile in concetti. Esiste anche un senso preverbale, affettivo, percettivo, motorio. È simile a ciò che accade nella musica o nella danza: non «capiamo» soltanto con l’intelletto; sentiamo attraverso il corpo. La scrittura asemica radicalizza proprio questa dimensione: trasforma la lettura in esperienza incarnata. Anche lo spazio della pagina assume allora un valore corporeo. Non è più un supporto neutro ma un campo percettivo: vuoti e pieni creano respirazione, accumuli e dispersioni orientano lo sguardo, ripetizioni producono ritmo, interruzioni generano tensione. Il lettore entra fisicamente nel movimento del segno. Per Merleau-Ponty il senso autentico non è mai completamente separabile dalla sua espressione concreta. Non esiste prima, in forma pura, per poi essere «messo» nelle parole. Il significato prende corpo nell’atto espressivo stesso. La scrittura asemica sembra mostrare proprio questo momento originario: un senso che non è ancora concetto stabile ma esperienza vivente del vedere e del tracciare. Per questo l’asemico non è semplicemente «scrittura senza significato». È piuttosto una forma in cui il significato torna alla sua dimensione più primaria: corporea, percettiva, relazionale. La percezione come produzione attiva Per Maurice Merleau-Ponty la percezione non è una registrazione passiva del mondo, come se gli occhi fossero una macchina fotografica che raccoglie dati già pronti. Percepire significa partecipare attivamente alla costruzione del senso. Questo è uno dei nuclei più radicali della sua fenomenologia. Nella visione tradizionale, il mondo sarebbe già completamente formato «là fuori», mentre il soggetto si limiterebbe a riceverlo e interpretarlo. Merleau-Ponty rifiuta questa idea. Il mondo appare sempre attraverso una relazione dinamica tra corpo, attenzione, memoria, movimento, situazione percettiva. La percezione è quindi un’attività creativa e selettiva. Quando guardiamo qualcosa, non vediamo mai «tutto». Il nostro corpo organizza il campo percettivo, mette alcune forme in primo piano, lascia altre sullo sfondo, collega elementi, anticipa possibilità, completa ciò che manca. Il senso emerge dentro questo processo. Per ciò Merleau-Ponty insiste tanto sull’ambiguità: ciò che vediamo non è mai completamente determinato una volta per tutte. Ogni percezione resta aperta, mobile, trasformabile. La scrittura asemica rende questo meccanismo estremamente evidente. Di fronte a un testo leggibile, il lettore tende a seguire un percorso relativamente stabile: riconosce lettere, parole, significati condivisi. La percezione viene guidata dal codice linguistico. Nell’asemico questo sostegno scompare. Il lettore allora deve produrre attivamente relazioni e interpretazioni: cerca ritmi, individua ricorrenze, immagina alfabeti inesistenti, attribuisce intenzioni ai gesti, costruisce continuità visive, proietta memorie di scrittura conosciuta. Il senso non è contenuto nel testo come informazione già pronta, ma nasce nell’incontro percettivo tra opera e lettore. La teoria merleau-pontiana sembra quasi descrivere l’esperienza asemica prima ancora che questa esistesse storicamente. La pagina asemica costringe il lettore a diventare co-produttore del senso. Non può limitarsi a decifrare; deve abitare percettivamente il segno. Questo avvicina la scrittura asemica a molte pratiche artistiche contemporanee che chiedono una partecipazione attiva dello spettatore. L’opera non è più un oggetto chiuso ma un campo di possibilità. Anche il concetto merleau-pontiano di «figura e sfondo» è utile qui. In ogni percezione qualcosa emerge mentre altro resta implicito. Nell’asemico certe linee sembrano quasi parole, alcune strutture evocano grammatica, ma nulla si stabilizza definitivamente. Il lettore oscilla continuamente tra vedere e leggere, riconoscere e perdere, interpretare e abbandonare l’interpretazione. Questa oscillazione è produttiva: genera esperienza. Per Merleau-Ponty, infatti, il significato non è un oggetto fisso da estrarre dal mondo; è qualcosa che si forma nella relazione viva tra corpo e realtà. La scrittura asemica radicalizza proprio questa dinamica, in quanto trasforma la lettura in un atto percettivo creativo, dove il senso non viene trovato ma continuamente prodotto. L’ambiguità come condizione fondamentale del rapporto col mondo. Per Maurice Merleau-Ponty l’ambiguità non è un difetto del pensiero o una mancanza di chiarezza da eliminare. È la condizione stessa della nostra esperienza del mondo. Questo è uno dei punti più profondi della sua filosofia. La tradizione filosofica occidentale ha spesso cercato definizioni stabili, identità precise, separazioni nette, significati univoci. Merleau-Ponty, invece, mostra che il nostro rapporto con il reale è sempre parziale, situato, aperto. Non percepiamo mai il mondo «da fuori» o in modo assoluto. Ogni esperienza contiene contemporaneamente presenza e assenza, visibile e invisibile, chiarezza e indeterminazione. L’ambiguità nasce proprio da questo intreccio. Quando guardiamo un oggetto, non ne vediamo mai tutte le facce insieme. Eppure, percepiamo quell’oggetto come unità. Il mondo si offre sempre attraverso prospettive incomplete che il corpo collega dinamicamente. Per Merleau-Ponty la realtà non è un blocco totalmente trasparente: è qualcosa che eccede continuamente la nostra presa concettuale. Nel suo pensiero tardo, soprattutto in Il visibile e l’invisibile, questa idea diventa ancora più radicale. Il visibile porta sempre con sé un invisibile, ciò che è implicito, latente, non completamente dicibile. La percezione non elimina mai il mistero del mondo. Ed è qui che la scrittura asemica diventa quasi una forma visiva di fenomenologia. La scrittura normale tende a ridurre – il più possibile – l’ambiguità organizzando il senso, stabilizzando il significato, orientando l’interpretazione. La scrittura asemica fa il contrario: mantiene aperta la possibilità del senso. Il lettore riconosce qualcosa che somiglia alla scrittura: alfabeti possibili, ritmi sintattici, parole fantasma, strutture grammaticali implicite. Ma niente si lascia fissare definitivamente. L’opera resta sospesa tra scrittura e immagine, significato e puro gesto, linguaggio e silenzio, riconoscibilità ed estraneità. Questa sospensione non è un vuoto da colmare; è l’esperienza stessa dell’opera. Per questo l’asemico mette il lettore in una posizione molto diversa rispetto alla lettura ordinaria. Non può consumare il significato in modo immediato. Deve sostare nell’incertezza percettiva. E questa incertezza, per Merleau-Ponty, non è negativa: è il segno che il mondo è vivo, inesauribile, non completamente riducibile ai concetti. L’ambiguità diventa allora una forma di apertura. Anche il corpo partecipa a questa ambiguità. Il corpo è contemporaneamente soggetto che percepisce e oggetto percepito, interno al mondo ed esposto al mondo. Non esiste una separazione assoluta tra chi guarda e ciò che viene guardato. C’è piuttosto un intreccio continuo, ciò che Merleau-Ponty chiama «chiasma». La scrittura asemica sembra attivare proprio questo intreccio: il lettore non domina il testo dall’esterno, ma entra in relazione con esso in modo instabile e reciproco. Ogni osservatore vede connessioni diverse, costruisce ritmi differenti, proietta memorie personali della scrittura. Il significato non è chiuso nell’opera: emerge nella relazione ambigua tra traccia, percezione e immaginazione. Per questo la scrittura asemica può essere letta come profondamente merleau-pontiana: non perché illustri una teoria, ma perché mette in scena una verità fondamentale della percezione secondo Merleau-Ponty: il mondo non è mai completamente dato, e il senso nasce proprio dentro questa apertura ambigua. 16 maggio 2026 Enzo Patti, pittore, disegnatore scenografo, illustratore. Ha sperimentato in vario modo il rapporto tra scrittura e immagine. È autore di libri-dipinti su leggii, libri-oggetto, dittici, doppie pagine, copertine e pagine di libro, rotoli e libri sfogliabili, spesso attraversati da scrittura asemantica e che hanno anticipato numerosissime mostre collettive; in particolare sul tema della scrittura e del libro. Ha insegnato Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.
- post-poetica
dossier guerra e capitale La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso. Un intervento di Andrea Inglese / 4 John Eccles Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori. A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio? Per come la comprendo, la domanda è costituita da una premessa, e poi da una conseguenza da verificare nel presente. Dico subito che mi è impossibile rispondere sulla verifica del presente, ossia su come le scritture letterarie d’innovazione, rottura o sperimentazione, stiano modificando i confini del letterario e più in generale della nostra percezione del mondo, in seguito al genocidio palestinese e agli attacchi militari israeliani in Libano, ma anche in Siria e in Iran. Ma per giustificare questa impossibilità, vorrei rispondere qualcosa in relazione con le premesse della domanda. Perché queste premesse riguardano una fetta importante di noi, e in questo “noi” includo coloro che scrivono con la necessità di ridefinire i codici del proprio genere letterario, in virtù di una diversa (nuova) articolazione del tessuto estetico e concettuale (le “percezioni collettive”), dentro il quale siamo storicamente presi. Poco importa, innanzitutto, se uno voglia considerare la “sperimentazione” come qualcosa che lo pone di primo acchito fuori dai generi consolidati, o dentro di essi. Il grado di sperimentazione, e soprattutto di efficacia eventuale sul “sensorio comune”, per utilizzare un altro termine, non è di per sé conseguenza del fatto di decidere di scrivere “post-poesia”, o “prosa in prosa”, o “finzioni non-narrative”, o che so io. Il problema è lo stesso per tutti, ossia come ci si posiziona rispetto a quello che c’è già: generi, sottogeneri, forme privilegiate di un genere, corredi figurativi o stilistici, ecc. La “prosa in prosa”, per fare un esempio che mi riguarda, è stata praticata in Francia o da noi, come una risposta che tenta di svincolarsi da un duplice universo di abitudini, quello poetico-lirico da un lato, e quello finzionale-narrativo dall’altro. Ma tale apertura è stata l’occasione di fare qualcosa di diverso, a partire da specifiche adiacenze e prossimità sia con la poesia che con la narrativa o magari la saggistica, ecc. Veniamo alla premessa. Per me, il riferimento teorico in grado di articolarla in modo concettualmente più chiaro, si trova oggi nel lavoro di Jacques Rancière. Sarebbero tante le citazioni possibili; ne scelgo una da un suo libro recente (L’expérience esthétique. Dialogue avec Bernard Aspe, Nous, 2025). “La politica spezza il consenso delle forme di soggettività che passano per l’azione e la costituzione dei collettivi; l’arte, attraverso delle procedure di de-soggettivazione che creano l’anonimo, il senza-significato, la performance indecidibile. Ma la porosità delle loro frontiere permette effettivamente di far incontrare queste logiche opposte, permettendo eventualmente una combinazione dei loro effetti”. La politica in senso forte – da distinguere dal “politico”, inteso come amministrazione del potere – è la costituzione collettiva di nuovi soggetti e di nuovi oggetti, che cambiano gli equilibri, appunto, della normale, ordinata, gestione del potere. L’inviolabilità del proprio corpo e le donne come soggetto di genere, emergono come dissenso rispetto sia allo statuto neutro del cittadino, come soggetto dell’agire democratico, sia a quello del lavoratore, come soggetto della lotta di classe. Penso all’insorgenza della soggettività femminista durante gli anni Settanta in Europa. Ciò non significa che, in seguito, questo nuovo soggetto di genere non possa essere ulteriormente interrogato o a sua volta decostruito. Quello che la “politica della letteratura” fa, però, emerge in controtempo rispetto a questi movimenti di soggettivazione collettiva. Anche la letteratura può creare dissenso, ma lo fa mostrando l’insufficienza delle nostre forme di rappresentazione e autorappresentazione collettive e individuali. Da qui la sottolineatura da parte di Rancière dell’anonimo e del senza-significato. La letteratura scuce quello che la politica, su di un piano diverso di soggettività, tenta di cucire assieme; la letteratura toglie senso a figure che ne sembravano sature, e spinge a costruire altrove dei significati. Questo è il modo, almeno, attraverso cui io capisco la lezione di Rancière. L’innovazione e la sperimentazione letteraria non sono delle pure “decisioni stilistiche”, nel senso di partiti presi formali. Esse nascono sempre, nel migliore dei casi, dal disagio di un poeta nell’utilizzare strumenti, forme, figure che ha ereditato e attraverso le quali si è “costruito” come soggetto poetante. E questo vale evidentemente per il romanziere, o il drammaturgo, ecc. Questo disagio non è mai “endogeno”, non viene mai dall’uso delle forme letterarie in quanto tali. Ricordo una frase di Giuliano Mesa: “Ma di endecasillabi, volendo, ne posso fare a bizzeffe”. Ciò significa: ormai gli endecasillabi li so fare. Se decido di non farli più, è perché i motivi sono di ordine extraformale. Vengono non da un contenuto ben definito e nemmeno da un’esperienza già articolata e decifrata. Sono semplicemente conseguenza di un conflitto tra il mondo, come l’autore lo percepisce, e la forma (letteraria e linguistica) nella quale questo mondo dovrebbe ridursi / rivelarsi / posarsi / arrendersi. (A voi la scelta del verbo.) Il lavoro che quindi lo scrittore (sperimentale o “politico”) fa sul linguaggio, che è sempre sia linguaggio letterario che linguaggio ordinario, ha come obiettivo di riarticolare il visibile e il dicibile in modi inediti, che spesso appaiono “corrosivi”, “distruttivi”, “insensati” rispetto agli intrecci “dominanti” tra ciò che si vede e ciò che si dice. Si potrebbe concludere, che, senza la corrosione operata sulle figure del sensorio e dell’immaginario collettivo dalla letteratura, la possibilità di veder sorgere nuove figure emancipatrici sarebbe ancora più difficile. Bisogna, però, essere coscienti anche di una cosa: l’azione del dissenso “letterario” sulle “percezioni collettive” è di difficile “misurabilità”, non solo per l’autore, quali che siano le sue intenzioni, coscienti o meno, ma anche per l’universo dei lettori-trasmettitori, che quell’azione subiscono, anzi di cui si appropriano. È sempre après-coup, introducendo distanza temporale e estendendo i contesti, che qualcosa appare, sotto forma di traccia, d’impronta, più che di fenomeno direttamente registrabile. Torniamo ora all’ultima parte della domanda, alla richiesta di “verifica”. Come la distruzione del popolo palestinese in mondovisione, da parte della nazione che si è per altro costituita come garante della memoria della Shoa, e nella sostanziale passività e compiacenza dell’Occidente ufficiale, come tutto questo, insomma, stia influendo e influirà sui nostri strumenti e procedimenti poetici, narrativi, di ricerca e sperimentazione, ecc., è troppo presto per dirlo o deciderlo. Possiamo, intanto, vedere cosa fa, come e cosa dice, la poesia palestinese, quella di Gaza o quella della diaspora. E dobbiamo prendere atto almeno di una cosa: i palestinesi scrivono poesia durante il genocidio, la leggono, la fanno circolare, pubblicare, la usano contro le armi israeliane dello sterminio. E questo indirettamente, incidentalmente, drammaticamente, insegna qualcosa anche a noi, poeti o simili dell’Occidente. L’insegnamento in questione è custodito in questa frase di Mahmoud Darwish: “Gli aerei danno la caccia allo spettro nell’aria, i carri armati sulla terra, i sottomarini nel mare. Esso cresce, cresce, occupa la coscienza dell’assassino e lo rende pazzo”. La poesia palestinese trae la sua forza dal carattere spettrale della poesia: voce di un popolo sradicato, perseguitato, privato di terra, istituzioni politiche, autonomia; privato di identità collettiva, di cultura, d’insegnamento e ricerca. Ma la voce esiste in forma di poesia, una voce che permane oltre la vita stessa del poeta che l’ha articolata su carta o al computer. La voce esiste perché è stata trasmessa ai lettori palestinesi, lettori-trasmettitori che l’hanno a loro volta trasmessa a lettori (arabi e arabofoni) non palestinesi, e quest’ultimi, traducendola, e facendola circolare e pubblicare, l’hanno trasmessa a tutti coloro che la fanno esistere fuori dal Medio Oriente, lontano dai bombardamenti e dai crimini dello Stato Israeliano. E oramai la voce dei palestinesi, grazie ai loro poeti e alle loro poete, è diventata pienamente spettrale: le pallottole, le bombe, le torture non la raggiungono più. E nonostante ciò persiste, rimane, circola, aleggia, come presenza, monito, ossessione, insinuandosi immune nel mondo solidissimo e cruento della potenza materiale e tecnologica. A conclusione, una nota personale che abbozza, nonostante tutto, un germe di risposta. Al genocidio in mondovisione ho risposto con una sorta di “ripiegamento”, sul piano della scrittura. Ho sentito l’esigenza di fare un passo indietro, in attesa di capire quale passo avanti possa essere più adeguato ed efficace. Quando dico passo indietro, intendo dire che nel mio ultimo libro di poesia ancora inedito, domina una dimensione assertiva che non era certo preponderante nel mio libro precedente Il rumore è il messaggio (2023). Questa dimensione assertiva si accompagna a una sorta di atteggiamento più direttamente e esplicitamente politico dei testi che vi sono raccolti. Non è mia intenzione qui giustificare questa scelta, né so se sarei davvero in grado di farlo. So per certo che si tratta di una fase, di questa fase. In tale contesto la dimensione assertiva mi è sembrata più adeguata a quello che volevo scrivere. Ma questa scelta non preclude certo la ricerca di altre vie e modalità in futuro. ___________________________________________________________________________ Andrea Inglese, originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. Scrive in versi e in prosa, ed è traduttore dal francese. Ha pubblicato due romanzi per Ponte alle Grazie: Parigi è un desiderio (2016; Premio Bridge 2017) e La vita adulta (2021). Con Il rumore è il messaggio ([dia•foria, 2023) ha vinto il Premio Pagliarani opera edita di poesia 2024. Tra le ultime pubblicazioni, i libri di prose Storie di un secolo ulteriore (DeriveApprodi, 2024) e Prati. Extended Version (Tic, 2025). È stato redattore di «alfabet
- nuovi movimenti
Il 3 ottobre, fermiamo Syngenta e il suo colonialismo chimico! “Soulèvements de la Terre”, le Sollevazioni della Terra, è una rete di collettivi ecologisti costituitasi in Francia nel 2021, a partire della lotta contro l'aeroporto di Notre-Dame-des-Landes. Costituita da agricoltori e attivisti, conduce lotte locali cercando di sviluppare un movimento di resistenza all'industria agroalimentare a livello nazionale e di costruire alternative al modello dominante ddell'agricoltura. Nel 2023, il governo francese ha pronunciato il suo scioglimento, ma il decreto è stato annullato dal Consiglio di Stato. Dicono di se stessi: "Siamo giovani ribelli cresciuti con la catastrofe ecologica come sfondo e la precarietà come unico orizzonte. Abbiamo lottato contro la legge sul lavoro, le violenze della polizia, il razzismo, il sessismo e l’apocalisse climatica. Siamo abitanti in lotta, legati al proprio territorio. Dai ricorsi legali all’azione diretta, abbiamo strappato vittorie locali. Di fronte ai costruttori di cemento, le nostre resistenze si moltiplicano ovunque. Siamo contadini e contadine. In Francia non ne sono quasi più rimasti. Ci sforziamo di instaurare un rapporto di cura quotidiana con la terra e con gli esseri viventi per nutrire i nostri simili". Syngenta, un avvelenatore senza frontiere Syngenta è un’azienda agrochimica svizzera acquisita dal conglomerato cinese ChemChina nel 2017. Insieme a Monsanto-Bayer, BASF e Corteva (fusione tra Dupont e Dow Chemical), queste quattro aziende dominano il mercato dei pesticidi e delle sementi trattate. L’impero tossico di Syngenta si estende su quasi 90 paesi, avvelenando i corpi dei lavoratori e delle lavoratrici, delle popolazioni locali, le loro terre, le loro acque e i loro raccolti in tutto il mondo. I pesticidi di Syngenta sono noti per la loro tossicità – paraquat, tiametoxam, clorotalonil, atrazina, diquat – usciti direttamente dalle viscere dei loro laboratori. Alcuni sono vietati in Europa a causa dei loro effetti deleteri sulla salute, ma possono comunque essere esportati nei paesi del Sud, in particolare in Brasile, India o Kenya. Questo doppio standard normativo protegge le popolazioni occidentali mentre avvelena i contadini e le comunità locali del Sud in un contesto di razzismo ambientale. Il paraquat e il diquat sono inoltre tra i pesticidi più utilizzati dai contadini per suicidarsi, poiché intrappolati in una dipendenza economica da questi prodotti. Syngenta uccide e intimidisce per mettere a tacere le rivolte contadine. Nel 2018 è stata condannata per aver ingaggiato una milizia responsabile dell’omicidio di Keno, uno dei leader del Movimento dei Senza Terra in Brasile. Quest’ultimo aveva occupato nel 2007 una fattoria di soia transgenica di proprietà di Syngenta per denunciare l’accaparramento di terreni da parte dell’azienda. Seminare i semi del neocolonialismo in Africa Syngenta porta avanti una logica di sfruttamento coloniale con la complicità dello Stato francese, che autorizza l’esportazione dei suoi veleni – vietati in Europa – verso paesi africani dove i lavoratori agricoli non indossano dispositivi di protezione e registrano i tassi di povertà più elevati (Mali, Etiopia, Benin, Costa d’Avorio...). In Burkina Faso, è il Gramoxone, un erbicida a base di paraquat, ad essersi distinto come il prodotto all’origine del maggior numero di avvelenamenti tra gli agricoltori. Con il pretesto degli aiuti «allo sviluppo» o dell’«innovazione», Syngenta intrappola i contadini in una corsa all’acquisto di fattori di produzione e all’indebitamento. In Tanzania, l’azienda ha stretto una partnership con Yara, Bayer, Rabobank e l’Alliance for a Green Revolution in Africa, fondata dalla Fondazione Bill & Melinda Gates, per promuovere MkulimaHub, una piattaforma digitale che indirizza i piccoli agricoltori verso sementi, pesticidi e fertilizzanti delle multinazionali, mettendoli al contempo in contatto con istituti di credito. Syngenta sfrutta le devastazioni causate dalle destabilizzazioni imperialiste e dai conflitti in Africa, creando condizioni favorevoli a nuove dipendenze tra i contadini in condizioni di precarietà: tecnologica, economica e chimica. In Sudan, dove la repressione della rivoluzione, la guerra e la carestia hanno profondamente disorganizzato i sistemi agricoli, la distruzione delle filiere locali di sementi rappresenta un’opportunità redditizia per le sue sementi ibride e i suoi pesticidi. Pesticidi in tempo di pace, armi chimiche in tempo di guerra In tempo di guerra, le aziende agrochimiche come Syngenta sono state incaricate di garantire la produzione di esplosivi, i cui composti sono gli stessi di quelli dei fertilizzanti. L’ingegneria chimica ha saputo trovare nuove strategie industriali e redditizie per vendere i propri prodotti di morte: distruggere l’autonomia contadina in tempo di pace, distruggere la resistenza anti-imperialista in tempo di guerra. L’antenata di Syngenta, l’Imperial Chemical Industries, fu un importante fornitore di esplosivi durante le due guerre mondiali. L’ICI fornì inoltre al governo britannico un ingegnoso mix di 2,4-D e 2,4,5-T da spruzzare contro i partigiani malesi negli anni ’50. Questo cocktail tossico ispirerà in seguito l’esercito degli Stati Uniti nella produzione dell’agente arancione, che verrà utilizzato durante la guerra del Vietnam, causando quasi 3 milioni di vittime in Vietnam, Cambogia e Laos. Syngenta, un monopolista delle sementi che cancella il sapere contadino La produzione industriale di pesticidi è intrinsecamente legata al controllo delle sementi e, di conseguenza, alla perdita di autonomia dei contadini e delle contadine. L’oligopolio costituito da Bayer, Corteva, Syngenta e BASF controlla oltre il 50% del mercato delle sementi commerciali. Affinché crescano, è necessario irrorarle con prodotti chimici fabbricati proprio da queste stesse aziende. Questi semi commerciali sono protetti da certificati di protezione delle varietà vegetali o da brevetti che ostacolano la libera circolazione dei semi. Questa privatizzazione blocca millenni di tradizioni di scambio di semi locali tra contadini e di conoscenze ancestrali ad essi associate. Anche le banche dei semi sono bersagli delle guerre imperialiste da cui traggono profitto le aziende agrochimiche. Nel 2003, l’esercito degli Stati Uniti ha bombardato la banca nazionale dei semi dell’Iraq. Da allora, il governo di transizione ha autorizzato le aziende a brevettare i semi nel Paese. Di fronte agli agricoltori indigenti, Syngenta ha trasformato la miseria agricola e le terre irachene in un nuovo mercato per imporre la vendita e la dipendenza dai propri semi. Adama, la filiale di Syngenta che colonizza la Palestina e il Libano Il prossimo 3 ottobre, su iniziativa di Cancer Colère, della Confédération Paysanne, del Collectif de Soutien aux Victimes des Pesticides de l’Ouest (CSVPO) e dei Soulèvements de la terre, si terrà una mobilitazione internazionale contro l’azienda produttrice di pesticidi Syngenta, a Saint-Pierre la Garenne, nel dipartimento dell’Eure (a 100 km da Parigi). Per combattere la guerra che Syngenta sta conducendo contro i contadini e le contadine di tutto il mondo, uniamoci al corteo internazionalista e anticolonialista il 3 ottobre e convergiamo con la lotta dei lavoratori agricoli e per la liberazione della Palestina. In solidarietà con i popoli del mondo che resistono al colonialismo chimico e sementiero di Syngenta, la nostra mobilitazione del 3 ottobre si svolgerà in parallelo ad altre azioni in tutto il mondo dove Syngenta imperversa: Costa Rica, Pakistan, Svizzera, Belgio, Indonesia, Hawaii, Stati Uniti, Svezia, Kenya, Argentina e altri. Il giorno della mobilitazione saranno presenti una delegazione di contadini internazionali e un corteo decoloniale e internazionalista. Questo corteo segnerà l’inizio di un mese di mobilitazione per la Palestina lanciato da Urgence Palestine e Stop Arming Israël. «Pesticidi, Syngenta, né qui né altrove!» La nostra mobilitazione vuole essere un punto di raccolta delle lotte contadine, ecologiste, decoloniali e per la salute dei lavoratori e delle lavoratrici della terra e delle vittime del colonialismo chimico in tutto il mondo. Basta con Syngenta e il suo colonialismo chimico Il prossimo 3 ottobre, su iniziativa di Cancer Colère, della Confédération Paysanne, del Collectif de Soutien aux Victimes des Pesticides de l’Ouest (CSVPO) e dei Soulèvements de la terre, si terrà una mobilitazione internazionale contro l’azienda produttrice di pesticidi Syngenta, a Saint-Pierre la Garenne, nel dipartimento dell’Eure (a 100 km da Parigi). Per combattere la guerra che Syngenta sta conducendo contro i contadini e le contadine di tutto il mondo, uniamoci al corteo internazionalista e anticolonialista il 3 ottobre e convergiamo con la lotta dei lavoratori agricoli e per la liberazione della Palestina. In solidarietà con i popoli del mondo che resistono al colonialismo chimico e sementiero di Syngenta, la nostra mobilitazione del 3 ottobre si svolgerà in parallelo ad altre azioni in tutto il mondo dove Syngenta imperversa: Costa Rica, Pakistan, Svizzera, Belgio, Indonesia, Hawaii, Stati Uniti, Svezia, Kenya, Argentina e altri. Il giorno della mobilitazione saranno presenti una delegazione di contadini internazionali e un corteo decoloniale e internazionalista. Questo corteo segnerà l’inizio di un mese di mobilitazione per la Palestina lanciato da Urgence Palestine e Stop Arming Israël. «Pesticidi, Syngenta, né qui né altrove!» La nostra mobilitazione vuole essere un punto di raccolta delle lotte contadine, ecologiste, decoloniali e per la salute dei lavoratori e delle lavoratrici della terra e delle vittime del colonialismo chimico in tutto il mondo. Primi firmatari ActionAid France, Action Antifasciste Paris Banlieues, Association des amis de la République Arabe Sahraouie Démocratique, Bloque Verde, Cancer Colère, Collectif de Soutien aux Victimes des pesticides de l'ouest, Collectif Vietnam Dioxine, Frente Ecologista de Cipreses (EcoCipreses), Génération Panasiatique, GRAIN, Guerre à la guerre, Hawaiʻi SEED, La Confédération paysanne, MIRA (Mouvement Indépendant de Riposte Antifasciste), Pakistan Kissan Rabita Committee, Palestine action, Soulèvements de la terre, Saharoui.es en révolte, Survie, Stop Pillage, Transnational Palm Oil Labour Solidarity Network, Tsedek ! Collectif juif décolonial, Urgence Palestine, Union syndicale Solidaires, Uniterre.












