225 risultati trovati con una ricerca vuota
- selfie da zemrude
Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: La Governance quantistica e Le Tecnologie degli affetti Multispecie DeeP_Bloo_M3x1-KO Il Progetto Man2Man Il Boomernauta racconta la nascita di Man2Man in seno alla Gov Q. L’obbiettivo del progetto era di arrivare a un livello di padronanza e di controllo delle soggettività tali da indurre le grandi masse a lavorare contro il loro interesse per permettere alle élite di sottrarsi al caos terrestre fuggendo nello spazio. Il progetto Man2Man sarebbe partito dalle acquisizioni ed esperienze del neurocapitalismo, che aveva aperto la strada alle manipolazioni di massa delle emozioni e degli affetti. Modalità delle grandi opere, capillarità di sensori disseminati ovunque, algoritmica e potenza di calcolo quantistica erano i principali ingredienti del piano operativo. Nel passato economisti della Gov Neolib, ricercatori e soprattutto i team di punta delle grandi piattaforme avevano già lavorato a fondo sulla valorizzazione delle emozioni. Si trattava di tecniche talvolta efficaci, ma ancora rudimentali e spesso basate solo sui segni comportamentali o somatici tipici della specie umana. Lo scopo di ottenere prevedibilità e conseguente valorizzazione economica veniva poi raggiunto usando opportunamente i big data e le tecniche di neuromarketing derivate da quegli studi. Nei tempi neolib i premi Nobel di economia venivano talvolta propinati a ricercatori che, proclamandosi libertari paternalisti, avevano inventato i concetti dell’economia comportamentale e i nudge , la cosiddetta spinta gentile a obbedire senza rendersene conto 1 . In quell’epoca la trovata dei nudge venne illustrata dall’esempio della mosca finta posta negli orinatoi di Schiphol 2 che, attirando l’attenzione degli utenti, impediva di pisciare fuori dalla preziosa tazza ready made di Duchamp e quindi permetteva sostanziali economie nelle spese di pulizia. Raramente si era trovato luogo più appropriato per spiegare un raffinato e altamente premiato concetto di economia che si iscrivesse perfettamente nella continuità delle procedure di controllo neurocapitalista occulto. Lo zoccolo di Man2Man si basava su tre dispositivi fondamentali. Il primo mirava a raccogliere il minimo palpito della grande maggioranza dei miliardi di umani e di buona parte dei nonumani di Gaia, il secondo era di mettere in campo una potenza di calcolo quantistica e convenzionale in grado d’utilizzare l’inverosimile quantità di dati prodotti a ogni istante. Il terzo dispositivo, quasi tutto da inventare, prevedeva una capacità d’azione anche in tempo reale sulla base dei dati raccolti delle elaborazioni effettuate. L’obbiettivo era di arrivare a una gestione algoritmica globale e di fine precisione di affetti ed emozioni. I techno-tycoon la chiamavano intelligenza artificiale e, soprattutto, molto artificialmente orientata dal punto di vista politico. Secondo loro questo avrebbe permesso di dare un nuovo impulso alle vecchie procedure del neurocapitalismo. Quest’ultimo era arrivato all’apice nell’epoca d’oro delle global Platform dei techno-tycoon, ma poi era cominciato il declino proprio nei due grandi Imperi, quello di Mezzo col fallimento del progetto Lunga Primavera e quello di Sbieco con le sindromi dissociative che avevano colpito la popolazione. Ovviamente non c’era bisogno di ricominciare tutto da zero, si sarebbero potuti utilizzare i concetti, le procedure già sperimentate e soprattutto l’inverosimile quantità di bot, di spie, di sensori, di oggetti connessi di ogni tipo che già reticolavano la biosfera in cielo, terra e mari e che sarebbero stati ulteriormente potenziati e sviluppati. Questa sarebbe stata la base da cui partire con un nuovo paradigma tecnologico. Man2Man venne lanciato nel più grande segreto. Ovviamente non si voleva con questo penalizzare l’iniziativa privata e le multinazionali, ma piuttosto approfittare del progetto per riorganizzare l’assetto generale e i centri di potere. In modo speculare e opposto ai sostenitori del Capitalocene, la Gov Q pensava che, una volta ripreso il controllo delle popolazioni, sarebbe poi stato più semplice far fronte alla malattia di Gaia, che loro non riconoscevano e definivano in modo asettico e astratto con definizioni tipo problema ecologico e cambiamento climatico . Nel passaggio avrebbero anche neutralizzato se non proprio la Sfera Autonoma almeno i movimenti che si agitavano in essa, come importante obbiettivo collaterale. All’interno della Gov la WorldForce (WF) aveva preso la direzione del progetto che sarebbe stato coordinato con i centri di ricerca privati e nella maggior parte segreti, detenuti dalle piattaforme dei techno-tycoon. Se del progetto Manhattan restavano l’aura di mistero e la vastità, la WF si era piuttosto ispirata a ARPANET per mettere a punto un apparato globale in grado di gestire nuove modalità emozionali e affettive. ARPANET, la rete militare da cui era derivato Internet, era stato un progetto lanciato dalla Defense Advanced Research Project Agency (DARPA) l’agenzia militare USA per lo sviluppo di nuove tecnologie a uso bellico durante il periodo della guerra fredda. In quell’occasione DARPA aveva fatto ricorso alle grandi università per inventare una vasta rete elettronica, resiliente rispetto a un possibile attacco nucleare. Fu la scintilla che poi diede vita alla svolta epocale d’internet e della comunicazione universale. Una svolta che, nell’ambito della Sfera Autonoma , sembrava portare con sé nuove possibilità politiche, ma questa illusione si rivelò effimera poiché i techno-tycoon e le figure dominanti del Neolib riuscirono rapidamente a riacquistare il controllo. Man2Man aveva dei geni in comune con Internet, nato da un progetto militare trasformatosi in civile, ma doveva però fare i conti col fatto che le università, come il resto dell’insegnamento e della ricerca, erano state completamente privatizzate. Da tempo la WorldForce , che aveva fra l’altro inglobato anche DARPA come molti altri organismi simili nel mondo, lavorava già sulla ricerca neurotecnologica, includendo interfacce neurali e sensori che interagivano con il sistema nervoso centrale e periferico e usando nanoneuroscienze , neuroimaging e cyber-neurosistemi . Già precedentemente al lancio di Man2Man la WorldForce stava sviluppando tecnologie per accedere, valutare, e manipolare i segnali neurali, influenzando gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali di militari, trader e altre professioni sensibili. Il progetto prevedeva di costituire una bio-rete 3 specifica, che avrebbe anche utilizzato, ove necessario, le infrastrutture reticolari esistenti (internet, reti mobili ecc.). La bio-rete, gestita da una specifica intelligenza artificiale e alimentata da potenziometri neurocognitivi, era destinata a usi molteplici sia per la produzione che per il controllo. Fra gli altri l’avrebbero usata tanto i cyber trader delle sfere Ecofin quanto i cyber warrior dei SecurServ . Forse c’era qualcosa in Man2Man che evocava anche il progetto diretto da Alan Turing durante la seconda guerra mondiale. In quel caso si era trattato di decifrare i codici prodotti da Enigma, la criptomacchina usata dai nazisti, e il successo dell’operazione era stato decisivo nell’accelerare la sconfitta della Germania. Ma in fondo si trattava di un duello mediato da macchine pilotate da umani i cui corpi non erano direttamente implicati e messi in gioco. I cyborg dovevano ancora nascere. A circa un secolo dalla creazione di Internet – ti sto raccontando fatti che si svolgono a cavallo fra il XXI e il XXII secolo – la ricerca aveva fatto progressi enormi sulle modalità d’intra-azione fra reti e segnali neurali e sulla precisa rilevazione in real time dei principali stati emozionali primari. Tutto questo sarebbe stato al cuore del progetto. L’altro fattore determinante era la straordinaria estensione dell’ Internet of Things (IoT) 4 . Da quasi un secolo la biosfera era stata inondata silenziosamente da oggetti connessi, da sensori, da trigger, da dispositivi sempre più miniaturizzati come le webcam capaci di captare immagini anche all’interno dei corpi e poi anche da chips di GPS o GLS 5 collegati alle reti, ma anche direttamente a satelliti.A partire da questa base il progetto aveva come obbiettivo intermediario di utilizzare l’IoT esistente ampliandolo e di sviluppare procedure e altri dispositivi miniaturizzati che fossero in grado di trasmettere nei canali della nuova bio-rete, emozioni, affetti e stati d’animo del vivente circostante. Si era perduto il conto esatto, ma si presumeva che la densità fosse in media di circa 2000 pezzi al km2 compresi gli oceani, i poli, i deserti ecc. Quindi ce ne sarebbero stati circa 50 per ogni umano, ma forse erano molti di più considerando i miliardi di oggetti miniaturizzati connessi dispersi segretamente e fuori da ogni controllo, con fini anche illegali o comunque illeciti, da multinazionali, governi, mafie, SecurServ ecc.Semplificando oltremisura si sarebbe potuto parlare di un internet delle percezioni in grado di mettere in una rete del vivente le trame del vissuto emotivo e motivazionale dei terrestri. Oltre al mistero che circondava Man2Man , ciò che univa questa tecnologia al suo predecessore nucleare era la convinzione che rappresentasse una svolta nella storia dell’umanità. Anche quando iniziarono a trapelare informazioni sul potenziale di questi studi, non si sapeva ancora come fosse possibile interagire in modo quasi diretto con le funzioni cerebrali che governano le emozioni. Le ricerche erano innanzitutto mirate a trovare forme di assoggettamento che fossero più potenti di quelle ormai quasi obsolete del neurocapitalismo, utilizzate in decenni di egemonia sul bioipermedia da parte delle grandi piattaforme dei techno-tycoon. Note: Riferimento alle teorie di tal Richard Thaler. Premio Nobel di economia 2017. Aeroporto di Amsterdam. Il Boomernauta ha buona memoria perché ho riscontrato questa informazione su Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_nudge . Bio-rete: cfr. glossario. Internet of Things: cfr. glossario. Global Location System. Tecnologie degli Affetti Multispecie Secondo il Boomernauta a un certo punto i responsabili funzionali del progetto Man2Man si ispirarono ai movimenti antispecisti in una classica operazione di recupero e sfruttamento del valore. Volevano utilizzare le neuropsicologie nonumane e le modalità di manipolazione neurale al fine di influenzare le emozioni e gli affetti umani. Nacquero così nel più grande segreto le Tecnologie degli Affetti Multispecie (TAM,) basate sulla bio-rete. Ma ben presto cominciarono i leaks e i movimenti hacker riuscirono a infiltrarsi e a recuperare procedure e codici. I manager di Man2man 1 furono costretti allora a operare un dietrofront e a rendere open gli sviluppi effettuati. Ad un certo punto, la direzione di Man2Man si rese conto che non sarebbe stato possibile raggiungere un nuovo livello di sottomissione dell’umanità semplicemente affinando e potenziando le capacità di raccolta e trattamento delle informazioni, nemmeno con l’aggiunta di nuove tecnologie in grado di catturare affetti ed emozioni. Il veloce deterioramento della biosfera e dei suoi equilibri costituiva una grave minaccia non solo per la sopravvivenza della comunità umana, ma anche per la sopravvivenza delle molte specie non umane fondamentali per essa. Nonostante la Governance avesse sempre negato l’esistenza del principio del morbo nekomemetico, era chiaro che qualcosa doveva essere fatto per proteggere l’ecosistema. Pertanto, l’estensione del progetto Man2Man anche ai nonumani era diventata una necessità. C’era addirittura un manipolo di manager, più transumanisti di altri, che coltivava la segreta speranza di arrivare, scalando di specie in specie, a un assoggettamento globale di Gaia. L’avevano scambiata per una dea capricciosa e vendicativa e volevano che la smettesse di ribellarsi e si piegasse una volta per tutte all’ Uomo . Fantasticavano di tornare ai tempi antichi in cui, come appariva su scritture sacre e consimili, si era convinti che Gaia era stata creata per essere al servizio degli umani. Era un tentativo un po’ disperato, ma loro ci credevano e quindi consideravano la High Frontier e le migrazioni spaziali solo come un piano B. Ma torniamo ai nonumani: c’erano già stati nella prima parte del XXI secolo grandi progetti per monitorare i comportamenti di qualche milione di insetti, uccelli, pipistrelli e pesci dalle Stazioni Spaziali 2 e per raccogliere conoscenze utili alla comprensione della loro vita e degli ecosistemi a cui appartengono. In particolare, erano state utilizzate diverse tecnologie come dispositivi radio iperminiaturizzati, telecamere nanogopro, modalità di geolocalizzazione dei nonumani, sensori di vario genere e altre tecnologie ancora più avanzate. Elaborando i dati della loro mobilità memorizzati in un’enorme base, gli addetti ai lavori dicevano di avere una comprensione nuova della vita sulla Terra . Sicuramente potevano scrutare da vicino e da un altro angolo le reti della vita. E poi riuscivano anche a ottenere informazioni utili e salvifiche. Per esempio, monitorando gli improvvisi movimenti collettivi dei nonumani nelle zone vulcaniche, venivano informati con diverse ore di anticipo di una prossima eruzione. O arrivavano a scoprire discariche illegali seguendo i raggruppamenti di gabbiani o avvoltoi opportunamente equipaggiati. Oltre a essere un modo nuovo di mettere al lavoro le reti della vita, si trattava soprattutto di sfruttare nuovi giacimenti di informazioni sulla biosfera da cui trarre profitto. In precedenza erano stati fatti esperimenti anche estesi ma non coordinati, Man2Man aveva l’obiettivo di coinvolgere il maggior numero possibile di specie individualmente e collettivamente. In questo procedere la superficie di Gaia doveva essere coperta in modo omogeneo da una vasta gamma di micro e nano-dispositivi attivi e passivi, di varie forme e complessità e disposti in modo casuale nel corso del tempo. Nelle sfere della governance si decise che sin dai primi anni d’istruzione scolastica si dovesse imparare a diffondere chip e sensori ormai talmente minuscoli da essere difficilmente rilevabili nell’ambiente. La ragione ufficiale consisteva nel far credere che ognuno dovesse avere il suo pass o la sua Global Digital Identity (GDI), perché solo così si sarebbe riusciti ad arginare il deterioramento delle condizioni di vita (umana) in Terra. E questo era una base essenziale per il successo di Man2Man . Tuttavia, l’obiettivo principale era quello di tradurre il pulsare di Gaia in Tsunami di dati, noti come Data Tsunami 3 , che sarebbero stati milioni di volte più estesi dei Big Data. Secondo la Gov Q, questo target avrebbe permesso un nuovo sistema di assoggettamento separato tra esseri umani e non, sfruttando emozioni e sentimenti di entrambi per indurre un controllo reciproco, creando una sorta di divide et impera affettivo-digitale. Questo nuovo orientamento del progetto Man2Man implicava un’articolazione abbastanza complessa della sperimentazione. Come era avvenuto abitualmente nella storia conosciuta, anche la Gov Q non aveva mai avuto scrupoli a condurre esperimenti rischiosi e anche mortali sugli umani quando conveniva, tuttavia era molto più semplice gestire la morte di cavie nonumane in caso di esperimenti fallimentari. L’obbiettivo primario era la ricerca di elementi chiave per il controllo emotivo degli umani attraverso l’utilizzo di altre specie. Restando nell’ambito quantistico si sarebbero indagate anche le intra-azioni del vivente con il non-vivente, l’abiotico. Si sperava di ottenere informazioni dall’interno di Gaia sui modi con cui si sarebbe potuto combattere il suo deperimento senza rinunciare al modo di vita abituale . Questa tendenza aveva anche i favori di una corrente new age all’interno del progetto. Da quando la setticemia aveva cominciato ad aggravarsi la Gov Q si rifiutava di considerarla tale, soffocando le voci dissidenti al suo interno, e i suoi media la scambiavano con alcuni dei suoi sintomi definendola riscaldamento globale o dissesto climatico . Non potevano non ammettere che la causa prima fosse legata ai comportamenti collettivi dell’umanità, ma garantivano, senza troppo crederci, che con la geoingegneria avrebbero ristabilito gli equilibri. Nel migliore dei casi il loro antropocenismo era semplicemente un modo per minimizzare le responsabilità del sistema che gestivano e che aveva agito da acceleratore verso l’era dei collassi. Pur avendo represso i movimenti antispecisti, non erano del tutto ignari del fatto che facevano parte di una tendenza che cercava di comprendere le cause dei cataclismi climatici e dei collassi successivi, stabilendo relazioni completamente diverse con il resto di Gaia. I nonumani potevano essere un elemento di rivelazione e di mediazione per capire la situazione. Intuendo i vantaggi di un tale approccio, i manager del programma Man2Man non si lasciarono sfuggire l’occasione per approfittare di questa tendenza e volgerla a proprio favore. In pratica si fissarono l’obbiettivo di poter addestrare i nonumani a propagare emozioni quasi a comando. Qualora fosse stato necessario avrebbero anche potuto diffondere, più efficacemente di come erano soliti fare, passioni tristi: paura, rabbia, disgusto e tristezza. Come al solito vollero proseguire le loro ricerche e sviluppi nel segreto totale, nascondendo i veri obbiettivi politici che li animavano. Questo destò invece molta attenzione nella Sfera Autonoma . In breve tempo, iniziarono i leaks e i movimenti hacker riuscirono a infiltrarsi e a ottenere accesso a procedure e codici sensibili. I responsabili di Man2Man e la direzione politica della Gov Q furono così costretti a rendere open gli sviluppi effettuati a cui avevano dato il nome di Tecnologie degli Affetti Multispecie (che poi tutti abbreviarono in TAM). In quell’occasione decisero di accompagnare la loro decisione con una (ipocrita) dichiarazione ufficiale, elaborata peraltro da una loro intelligenza artificiale 4 : Le TAM 5 , basate sulla bio-rete, di cui costituiranno un’estensione fondamentale, sono un insieme di pratiche e tecnologie che considerano il benessere e la soddisfazione emotiva degli animali, insieme a quella degli esseri umani, come un obiettivo centrale nella loro progettazione e utilizzo. Queste tecnologie cercano di promuovere relazioni interspecie positive e di migliorare la qualità della vita per tutte le specie coinvolte. Possono includere tecnologie per la comunicazione interspecie, sistemi di controllo ambientale che tengono conto del benessere animale, prodotti alimentari etici e tecnologie per la loro cura. Il concetto di tecnologie degli affetti multispecie è un’area emergente di ricerca che si sta sviluppando per affrontare le sfide etiche e sociali legate alla convivenza tra esseri umani e animali.Ottennero tutt’altro risultato, come talvolta capita. Da tempo era risaputo che alcuni nonumani possedevano la capacità di percepire le emozioni e le intenzioni umane, anche quando queste erano celate. Coloro che ostentavano una grande imperturbabilità e impenetrabilità, caratteristiche attribuite a certe culture o a certe personalità, spesso ingannavano i loro simili, ma non sempre gli animali. Per metterla sull’avanspettacolo: quando si trattava di far contare a un elefante sino a dieci davanti al pubblico, per esempio battendo una zampa, lui ci riusciva perfettamente. Questo avveniva non perché sapesse realmente contare, ma grazie alla sua capacità di percepire il netto cambiamento emozionale degli spettatori quando arrivava al decimo battito, una percezione che negli esseri umani si era atrofizzata. Dopo secoli di asservimenti muscolari, come l’aratura dei campi o il trasporto, verso la fine del XX c’era già stata una svolta del riconoscimento delle abilità cognitive/affettive di molti animali. Gli animali in grado di riconoscere lo stato emotivo delle persone e offrire conforto, svolgevano già da tempo funzioni terapeutiche nei loro confronti riducendo l’ansia e lo stress. Ci potevano essere addirittura fenomeni di moda come i Neko cafè 6 . Col potenziamento delle TAM lo sfruttamento del lavoro affettivo nonumano avrebbe preso un’altra importanza. Gli animali sarebbero entrati nel ciclo della produzione capitalista non solo attraverso le multinazionali dei Pet food. Nei laboratori di Man2Man venivano testati dei sistemi di retroazione neuronale ed emotiva abbastanza sofisticati ed esperimenti optogenetici che consentivano flussi di comunicazione bidirezionale fra menti e sistemi nervosi centrali di diverse specie. Talvolta si erano utilizzati anche degli implant corporei. Per gli umani sin dalla fine del secolo precedente, il XX, erano stati sperimentati e diffusi dispositivi destinati a funzionare come BCI 7 (Brain Computer Interface) per connettere direttamente la mente allo spazio bioipermediatico. Inizialmente si trattava di pesanti caschi pieni di elettrodi e fili usati su persone con disabilità fisiche. Successivamente, questi dispositivi erano diventati molto più leggeri e discreti, adatti per usi più generali. In Man2Man questo tipo di dispositivi poteva essere impiegato in esperimenti di scambi fra umani e nonumani cooperativi come si diceva. Talvolta non si trattava di scambi, ma semplicemente di telecomandi di movimenti e azioni basiche a distanza. Si radiocomandavano così grossi insetti volanti che funzionavano come droni miniaturizzati molto più economici da produrre. Nonumani e cineprese portatili analogiche erano stati già impiegati da tempo come mezzi di raccolta dati, trasmissione, e sorveglianza in guerra. Piccioni con macchine fotografiche temporizzate avevano inaugurato la ricognizione fotografica aerea all’inizio del XX secolo, e poi c’erano stati addirittura tentativi di bombardamento aereo con gli stessi volatili durante la seconda guerra mondiale 8 . In mare si sfruttava il biosonar , il sesto senso dei delfini, per segnalare l’arrivo nei porti di oggetti sommersi non identificati.In seguito si passò a scambi molto più complessi a esclusivo livello mentale e senza implant. Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava soprattutto di lavorare con i segnali neurali, ma potevano entrare in gioco anche la chimica, le nanoparticelle, i punti quantici, e infine i dati somatici e la propriocezione, ovvero la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio. La ricerca si concentrava anche sul principio e sulla capacità di rendere i diversi tipi di affetti percettibili e interscambiabili fra umani e non-umani. Forse chi dirigeva il progetto aveva visto troppi vecchi film di spionaggio della guerra fredda, in cui i sieri e le macchine della verità erano grandi protagonisti. Questo probabilmente generava altre segrete motivazioni, come quella che i nonumani sarebbero stati molto più efficaci di qualsiasi macchina nell’indagare e nell’influenzare le intenzioni umane.Quando si poté accedere ai codici i semio-hacker 9 non ebbero molte difficoltà a riappropriarsi di queste tecnologie 10 che offrivano nuove prospettive negli scambi con i nonumani. Non si trattava solo di coinvolgere i mammiferi evoluti come primati, delfini o elefanti e altri mammiferi – geneticamente, funzionalmente o emozionalmente più prossimi degli umani – solo perché erano stati costretti a fare i fenomeni da baraccone nei secoli precedenti. Vennero prese in considerazione molte specie e solo in certi casi c’erano state difficoltà dovute alle distorsioni razionali della mente umana. La diffusione delle tecnologie di scambio mentale con i nonumani era diventata una realtà inarrestabile, con tutte le conseguenze che ne sarebbero seguite. Nelle sfere dirigenti della Gov Q si adottò per le TAM lo stesso approccio utilizzato per il free-software: succhiare il miele prodotto dal general intellect, peraltro in grande declino rispetto ai tempi in cui il (tris)nonno Karl ne aveva rivelato l’esistenza. In effetti, il progetto stesso rappresentava un’ammissione implicita che si stesse manipolando non solo il general intellect umano, ma anche quello di Gaia. Questa volontà di sfruttamento fu alla base della decisione di rendere accessibile le ricerche relative alle Tecnologie degli Affetti Multispecie (TAM). Ma questa volta non tutto andò come previsto. Note: Man2Man: cfr. glossario. Il primo progetto di questo tipo era stato ICARUS e venne lanciato nel lontano 2018. Data Tsunami: cfr. glossario. Secondo il Boomernauta questo testo sarebbe stato prodotto da una IA. La dimostrazione che fece sotto i miei occhi usando il chatbot e VdVChApp fu pienamente convincente. TAM: cfr. glossario. Qui il Boomernauta faceva riferimento al fenomeno delle Caffetterie con Gatti nate in Giappone e che poi secondo le sue affermazioni si diffusero in molte zone metropolitane globali e si allargarono a molti altri animali messi al lavoro psicologico. BCI: cfr. glossario. https://www.researchgate.net/publication/326273659_Animal_Technics_On_Borders_and_the_Labour_of_Knowing_the_World Semio-hacker: cfr. glossario. Secondo il Boomernauta questa riappropriazione era stata favorita dal fatto che quanto sviluppato nel progetto Man2Man , anche prima di diventare open, era comunque basato su infrastrutture di codice free-software.
- selfie da zemrude
V° Fantascienza e modernità L’articolo mette in relazione fantascienza e modernità, assumendo Bruno Latour come guida critica per interrogare l’idea occidentale di progresso e primato scientifico. Attraverso il confronto tra le invenzioni immaginate da Hugo Gernsback e l’elenco delle innovazioni cinesi ricostruito da Joseph Needham, viene messa in discussione l’origine esclusivamente europea della modernità. Il cosiddetto <>, ripreso anche da Amitav Ghosh, apre un dibattito sulle condizioni storiche e politiche che hanno favorito l’ascesa occidentale. L’autore propone che la forza della modernità risieda nell’alleanza tra fede religiosa e nuova scienza, trasformando la promessa di salvezza in fede nel progresso. La fantascienza diventa così il luogo simbolico in cui questa promessa viene prima celebrata e poi accompagnata nella sua crisi. Con l’agonia della modernità, anche la fantascienza perde la propria funzione fondativa, lasciando aperta la domanda su ciò che potrà nascere dopo la fine del sogno moderno. Tutti quei personaggi fittizi che avete mandato via, richiamateli indietro! Annunciate al capitano Kirk che l'astronave Enterprise deve tornare alla base. 'la fuori, non troverete nulla di simile a noi; siamo soli con la nostra storia terrestre e terribile' - Bruno Latour 1 «Chi non è mai stato ossessionato dalla distinzione tra razionale e irrazionale, tra falsi saperi e vera scienza, non è mai stato moderno» 2 e, quindi, potremmo aggiungere, non potrà mai aspirare a essere accettato a bordo dell'astronave Enterprise. Se Star Trek è il sogno, potente quanto infantile, di abbandonare la Terra per guadagnare il posto che ci spetta come specie superiore che ha saputo elevarsi in posizione eretta - per riuscire poi per di più a spiccare il volo senza doversi fornire di ali come gli uccelli -, la modernità è l'idea forte di un sogno che si eleva al di sopra di qualunque altro sogno di qualsivoglia cultura vicina o lontana dalla nostra sia geograficamente che temporalmente. Nell'introduzione al libro di Darko Suvin, Metamorfosi della fantascienza , Oreste del Buono riporta un elenco di invenzioni che Hugo Gernsback pronostica nel suo primo romanzo del 1911 Ralph124C41 per sfogare «l'insofferenza che avvertiva per la lentezza del progresso scientifico» rendendo così questa opera ancora suggestiva e interessante, oggi, «più che nelle vicende ripetute quasi subito da centinaia se non migliaia di epigoni» nell'avverarsi delle mirabolanti eterogenee realizzazioni tecnologiche: «tipo il radar, l'illuminazione fluorescente, le materie plastiche, i fertilizzanti chimici, le culture idroponiche, i juke-box, i registratori a nastro, gli altoparlanti, i microfilm, le reti radiofoniche, la televisione, il meccanismo per imparare durante il sonno, l'utilizzatore dell'energia solare per il riscaldamento e il fabbisogno energetico, l'acciaio inossidabile, i tessuti di fibre di vetro, i materiali sintetici come il nylon per indumenti, le macchine per imballaggio automatico, i distributori automatici di bibite e cibi caldi e freddi, i dischi volanti, e così via» 3 . Sul finire del secolo Joseph Needham stilando un lungo elenco di invenzioni fatte in Cina osserva che «il semplice fatto di vedersele elencate una dopo l'altra fa aprire gli occhi sull'incredibile inventiva del popolo cinese» 4 . Elenchi e domande, o per meglio dire: un elenco, quello del padre della fantascienza nel suo romanzo - e in altre forme in tutte le riviste di tecnica e fantasia da lui fondate - che non pone alcun quesito ma solo meraviglia e stupore per l'implicito primato della nostra civiltà, e un elenco, quello del grande sinologo novecentesco, che invece mette a problema l'idea stessa che la modernità sia merito indiscusso del nostro Occidente . Il problema Needham , come viene ricordato, sul perché la nuova scienza, e con essa la Modernità, sia nata in Europa e non in Asia nonostante che la gran parte delle innovazioni tecniche scientifiche siano nate prima, in quest'altra parte di mondo, resta tutt'oggi una sorta di tormentone non ancora concordemente risolto. Amitav Ghosh con un taglio netto vuole risolverlo imputando alla forte presenza militare e politica occidentale in Asia nel Sette e Ottocento, l'aver impedito una rivoluzione industriale simile, se non superiore, alla nostra 5 . Lungi dal voler pretendere di dare una qualche parola definitiva a questa disputa, possiamo avanzare qui comunque una ipotesi altra da quella di Ghosh, e utile ai discorsi fatti fin qui per comprendere il ruolo che l'immaginario fantascientifico ha svolto nel secolo da poco trascorso. Possiamo provare, allora a supporre che, più che sulle armi dell'imperialismo occidentale, le gambe della modernità abbiano trovato il loro più forte sostegno e possibilità di dispiegare al massimo le proprie potenzialità, e quindi la propria forza, in quel connubio tra il diavolo e l'acqua santa che in quell'arco di tempo tra la fine del XIV° secolo e l'inizio del XVI° garantì la nascita e lo sviluppo accelerato di un nuovo sapere e della sua applicazione pratica. Quando la Chiesa bruciò Giordano Bruno e non Galilei, fece la sua scelta 6 . E scelse di sposare, anche se certamente non per amore, la nascente modernità. E la fede per la salvezza delle anime diviene, via via, fede per le magnifiche sorti e progressive. E sempre la fede è il vero, «unico ingrediente indispensabile della fantascienza: la fede in un mondo che viene trasformato dall'intelletto dell'uomo, una convinzione che quel che viene scritto potrebbe accadere» 7 . E la fantascienza, come abbiamo cercato di raccontare nei capitoli precedenti, ha assolto alla funzione di assistere all'agonia di questa tormentata, e mai raggiunta, promessa di modernità, per cercare di trasportarci (teletrasportarci?) oltre quella sentenza fatale così cara ai postmodernisti: dopo di noi non c'è più niente 8 . Sempre Latour ci avverte quindi che questo presunto post è in verità più un sintomo che non una terapia e, citando Gianni Vattimo, aggiunge che «esso rivela l'essenza della modernità come l'epoca della riduzione dell'essere al novum […]. La postmodernità non fa che cominciare, e l'identificazione dell'essere con il novum […] continua a gettare la sua ombra su di noi, come il Dio già morto di cui parla la Gaia Scienza » 9 . Con la morte di Dio in realtà è l'uomo che muore, così come viene prefigurato in quell'esemplare parabola della fine del moderno rappresentata ne L'isola misteriosa di Jules Verne in cui l'aiuto ai naufraghi si rivela alla fine tutt'altro che di origine trascendentale, divina - com'era per altro ovvio per la figura del personaggio più moderno del gruppo: l'ingegnere Cyrus Smith - ma interamente umano: solamente che di un uomo che sta morendo. La fantascienza, anch'essa muore con l'agonizzare della modernità, che chiude la fine del sogno di una scienza che tutto pensa di poter vedere e prevedere, così come il sogno di uno sviluppo (e consumo) illimitato, e tanti altri sogni sempre più o meno faustiani. E ciò che nascerà dalla sua fine cercheremo di vederlo nel prossimo e ultimo capitolo di questa breve saga di speculazione fantascientifica. Note: 1: Bruno Latour, La sfida di Gaia , Meltemi, Milano 2020, p. 124 2: B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera Milano, 2018, p. 57 3: Oreste del Buono, introduzione a Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Bologna 1985, p. VIII 4: Joseph Needham, Science and Civilisation in China , 1993, citato in Simon Winchester, L'uomo che amava la Cina , Adelphi, Milano 2010, p. 317 5: Amitav Ghosh, La grande cecità , Neri Pozza, Vicenza 2017. 6: «Il martire fu Giordano Bruno, benché la causa del suo martirio non fosse la scienza ma la libera speculazione immaginativa.» Alfred N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno , Boringhieri, Torino 1979, p. 19. 7: James Gunn, Storia illustrata della fantascienza , Armenia, Milano 1979, p. 33. 8: B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera, Milano 2018, p. 82 9: B. Latour, Ivi, p. 98 V. Science‑Fiction and Modernity All those fictional characters you have sent away, bring them back! Tell Captain Kirk that the starship Enterprise must return to base. “ Out there you’ll find nothing like us; we are alone with our terrible earthly history” - Bruno Latour¹ «Anyone who has never been obsessed with the distinction between the rational and the irrational, between false knowledge and true science has never been modern»², and therefore, we might add, can never hope to be accepted aboard the Enterprise. If Star Trek is the powerful yet child‑like dream of abandoning Earth to claim the place owed to us as a superior species - one that has learned to stand upright and, moreover, to soar without needing wings like birds - then modernity is the strong idea of a dream that rises above any other dream of any culture, near or far, geographically or temporally. In the introduction to Darko Suvin’s Metamorphoses of Science‑Fiction , Oreste del Buono lists the inventions Hugo Gernsback predicts in his 1911 novel Ralph 124C + 41 to vent «the impatience he felt toward the slowness of scientific progress», making the work still evocative today, «more than the repeated events soon reproduced by hundreds or thousands of imitators» in the realization of astonishing heterogeneous technologies: «radar, fluorescent lighting, plastics, chemical fertilizers, hydroponic crops, jukeboxes, tape recorders, loudspeakers, microfilm, radio networks, television, a mechanism for learning during sleep, solar‑energy heating, stainless steel, glass‑fiber fabrics, synthetic materials such as nylon for clothing, automatic packaging machines, vending machines for hot and cold food and drink, flying discs, and so on».³ At the turn of the century, Joseph Needham, compiling a long list of Chinese inventions, observes that «the simple fact of seeing them listed one after another opens the eyes to the incredible inventiveness of the Chinese people»⁴. Lists and questions—better said, a list from the father of science‑fiction in his novel (and in the many technical‑fantasy magazines he founded) that poses no question but only wonder at the implicit primacy of our civilization, and a list from the great twentieth‑century sinologist that instead problematizes the very idea that modernity is an undisputed merit of the “West”. Needham’s problem , as it is remembered, concerns why the new science—and with it Modernity—was born in Europe rather than Asia, even though most technical‑scientific innovations originated earlier in the other part of the world. The issue remains an unresolved refrain. Amitav Ghosh, taking a sharp angle, attributes the answer to the strong military‑political presence of the West in Asia during the seventeenth and eighteenth centuries, which prevented an industrial revolution comparable, if not superior, to ours⁵. Without claiming to settle the dispute, we may propose an alternative hypothesis useful for the discussion so far about the role of the science‑fictional imagination in the just‑past century. We might suppose that, rather than the weapons of Western imperialism, the legs of modernity found their strongest support and capacity for maximal deployment in the devil‑and‑holy‑water conjunction that, between the late‑fourteenth and early‑sixteenth centuries, guaranteed the birth and accelerated development of a new knowledge and its practical application. When the Church burned Giordano Bruno - not Galileo - it made its choice⁶, and chose, albeit not out of love, to embrace the nascent modernity. Faith for the salvation of souls gradually became faith for magnificent and progressive destinies. Faith is, indeed, «the only indispensable ingredient of science‑fiction: faith in a world transformed by the human intellect, a conviction that what is written could happen».⁷ Science‑fiction, as we have tried to show in previous chapters, has fulfilled the function of witnessing the agony of this tormented, never‑realized promise of modernity, attempting to transport us (tele‑transport us?) beyond that fatal sentence dear to post‑modernists: “after us there is nothing left”⁸. Latour therefore warns that this presumed post is in truth more a symptom than a therapy; citing Gianni Vattimo, he adds that «it reveals the essence of modernity as the era of the reduction of being to the novum […]. Post‑modernity merely begins, and the identification of being with the novum […] continues to cast its shadow over us, like the already‑dead God spoken of in The Gay Science ».⁹ With the death of God, man dies, as prefigured in the parable‑like episode at the end of Jules Verne’s The Mysterious Island , where the aid to the castaways proves ultimately non‑transcendental, non‑divine - as was obvious for the most modern character, engineer Cyrus Smith - but wholly human: merely a man who is dying. Science‑fiction itself dies with the agonizing of modernity, which closes the dream of a science that thinks it can see and predict everything, as well as the dream of unlimited development (and consumption) and many other increasingly Faustian dreams. What will be born from its end we shall try to glimpse in the next and final chapter of this brief saga of speculative science‑fiction. Notes 1 B.Latour, La sfida di Gaia , Meltemi, Milan 2020, p. 124; 2 B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera, Milan 2018, p. 57; 3 O. del Buono, forewords to D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Boulogne 1985, p. VIII; 4 J. Needham, Science and Civilisation in China , 1993, in S. Winchester, L'uomo che amava la Cina , Adelphi, Milan 2010, p. 317; 5 A. Ghosh, La grande cecità , Neri Pozza, Vicenza 2017; 6 «The martyr was Giordano Bruno, although the cause of his martyrdom was not science but free imaginative speculation». A. N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno , Boringhieri, Turin 1979, p. 19; 7 J. Gunn, Storia illustrata della fantascienza , Armenia, Milan 1979, p. 33; 8 B. Latour, Non siamo mai stati moderni , Eleuthera, Milan 2018, p. 82; 9 B. Latour, Ivi , p. 98.
- konnektor
L’occupazione americana di Gaza è iniziata Paul Hertz I piani del Board of peace di Donald Trump per Gaza dimostrano inequivocabilmente che il nuovo imperialismo statunitense intende mettere il potere della potenza egemonica americana al servizio esclusivo di un’oligarchia fascista assolutamente ristretta, che desidera amministrare il mondo come uno spazio liscio di iper-sfruttamento, iper-estrazione e genocidio, concepiti come altrettante strategie puramente imprenditoriali a beneficio esclusivo del settore privato. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Questa settimana «Drop Site News» ha rivelato una bozza di risoluzione del Board of peace recentemente costituito da Trump. La risoluzione delinea quella che, in sostanza, è la seconda fase del suo piano di pace poco realistico, che ha segnato l’inizio di una nuova fase di orrore a Gaza sotto le mentite spoglie di un cessate il fuoco. Le misure delineate nella risoluzione ignorano la realtà sul campo e dipingono un quadro molto cupo di ciò che gli Stati Uniti stanno pianificando per Gaza. Lungi dall’abbandonare le immagini ridicole e offensive che Trump ha condiviso in questo video di IA pubblicato lo scorso anno in cui appariva insieme a Elon Musk su una spiaggia di una Gaza irriconoscibile, questa bozza di risoluzione è il piano di battaglia per trasformare Gaza nel parco giochi dei ricchi, presentato da Jared Kushner al Forum economico mondiale di Davos la scorsa settimana. È una Gaza in cui gli unici palestinesi rimasti sono quelli scelti per essere i servitori del nuovo regime. È una Gaza sotto occupazione permanente degli Stati Uniti. Il Comitato esecutivo che controllerebbe Gaza Il Board of peace ha recentemente attirato molta attenzione, ma non è il punto cruciale per Gaza. Il Board of peace è stato creato come forza internazionale per sfidare le Nazioni Unite. Attualmente è composto interamente da figure di estrema destra e soggetti autocratici ed è probabile che la sua composizione non cambi nell’immediato futuro. Il Board of peace sarà guidato da Donald Trump e il suo ruolo di presidente del Board è personale, indipendente dalla sua funzione di presidente degli Stati Uniti. Trump ha pieno potere sulla composizione del Board e pieno potere di veto su tutte le sue azioni. Trump continuerà a controllare il Board of peace fino a quando non deciderà di abbandonarlo o morirà e ha l’autorità esclusiva di nominare il suo successore. Non si potrebbe costruire un’autocrazia più chiara. Il Board of peace può delegare la propria autorità come desidera, ed è ciò che ha fatto riguardo a Gaza. Il Comitato Esecutivo (Executive Board) è l’organo che governerà Gaza. Lo stesso Comitato Esecutivo avrà anche altre aree di competenza, per cui ha delegato il proprio potere anche a un altro organismo, denominato Comitato Esecutivo di Gaza (Gaza Executive Board). Esiste una notevole sovrapposizione tra i membri del Comitato esecutivo e quelli del Comitato esecutivo di Gaza. Tra i membri di quest’ultimo figurano alcuni nomi molto noti, come Steve Witkoff, negoziatore capo di Trump; Susan Wiles, suo capo di gabinetto; Jared Kushner, genero del presidente americano; e Tony Blair, ex primo ministro del Regno Unito e criminale di guerra per gli atti commessi durante l’invasione dell’Iraq nel 2003. Gli altri nomi possono essere meno noti, ma sono tutti importanti e, nel loro insieme, dipingono un quadro molto preoccupante su come si comporterà questo Comitato. Il ministro Hakan Fidan Ali Al-Thawadi è il ministro degli Affari strategici del Qatar. È stato una figura chiave nei negoziati tra Stati Uniti e Hamas nell’ultimo anno. Israele si è opposto alla sua inclusione, ma non con troppa veemenza. Al-Thawadi ha instaurato un solido rapporto con Trump. Il generale Hassan Rashad è il capo dei servizi segreti egiziani. Marc Rowan è un miliardario statunitense e uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Donald Trump. È presidente della United Jewish Appeal-Federation of New York e una figura di spicco della comunità ebraica americana filoisraeliana. Rowan è stato uno dei leader della campagna per mettere a tacere le critiche di accademici e attivisti studenteschi al genocidio di Israele e ha guidato la campagna per la destituzione della presidente dell’Università della Pennsylvania, Liz Magill, nel 2024. Il ministro Reem Al-Hashimy è il ministro di Stato per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti. È stata una delle principali portavoce a sostegno degli Accordi di Abramo. Nickolay Mladenov è un diplomatico bulgaro di lunga data, che è stato membro del Parlamento europeo e alto funzionario delle Nazioni Unite. Ha lavorato a stretto contatto con Blair nel cosiddetto Quartetto, un organismo internazionale apparentemente incaricato di promuovere la soluzione dei due Stati in Israele e Palestina, il cui fallimento è stato clamoroso, e ha sostenuto gli Accordi di Abramo quando sono stati stipulati. Mladenov è stato un diplomatico così abile da guadagnarsi gli elogi pubblici di Israele, Stati Uniti, Autorità Palestinese e leader di Hamas. Trump lo ha anche nominato alto rappresentante per Gaza, quindi avrà un ruolo centrale, al di là della sua semplice appartenenza al Comitato esecutivo di Gaza, nell’attuazione del piano di Trump. Mladenov aveva espresso scetticismo sull’«accordo del secolo» del primo mandato di Trump, quindi varrebbe la pena capire come si sia guadagnato la fiducia di Trump. Yakir Gabay è un israeliano che ha anche la cittadinanza cipriota. Gabay, un magnate immobiliare multimiliardario, ha fatto notizia per il suo coinvolgimento nel gruppo che ha fatto pressione sull’allora sindaco di New York, Eric Adams, affinché dispiegasse la polizia per reprimere violentemente le proteste contro il genocidio organizzate alla Columbia University. Sigrid Kaag è una diplomatica delle Nazioni Unite di lunga data ed è stata ministro degli Affari esteri dei Paesi Bassi. Recentemente è stata coordinatrice speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ma si è dimessa da tale carica lo scorso giugno. Kaag non ha commentato la sua presunta nomina al Comitato esecutivo di Gaza e non si sa se abbia effettivamente accettato o accetterà questa carica. Non solo non ci sono palestinesi nel Comitato esecutivo di Gaza, ma non c’è nemmeno nessuno che in passato abbia mai preso posizione in difesa delle preoccupazioni e degli interessi palestinesi. Il Comitato esecutivo, al quale il Comitato esecutivo di Gaza offrirà servizi di consulenza attraverso i suoi membri, include gran parte dei membri di quest’ultimo: Witkoff, Wiles, Kushner, Blair e Rowan fanno anche parte del primo, insieme al Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio e al vicedirettore della NSA Robert Gabriel. Trump ha anche nominato membri del Comitato esecutivo il direttore della Banca mondiale, Ajay Banga, e l’avvocato Martin Edelman, che ha stretti legami sia con Trump che con gli Emirati Arabi Uniti . Aryeh Lightstone, ex consigliere dell’ambasciatore di Trump in Israele durante il suo primo mandato, David Friedman, e Josh Gruenbaum, un burocrate che ha lavorato a stretto contatto con Witkoff e Kushner, sono stati nominati consiglieri del Comitato esecutivo. I palestinesi non partecipano alla pianificazione del futuro di Gaza Sebbene non ci siano israeliani nel Comitato esecutivo, esso è pieno di sostenitori dell’estrema destra israeliana e di Netanyahu, il che rende l’ambiguità del mandato che governa tutta questa iniziativa di Trump ancora più preoccupante. La proposta pubblicata da «Drop Site News» afferma che «le attività di ricostruzione e riabilitazione del Comitato saranno rivolte esclusivamente a coloro che considerano Gaza la loro casa e il loro luogo di residenza». Ma la proposta non offre alla popolazione di Gaza alcuna possibilità di avere voce in capitolo sulla sua situazione attuale, e tanto meno sul suo futuro. Il Comitato esecutivo emana e applica tutte le leggi. Una Forza Internazionale di Stabilizzazione – International Stabilization Force (ISF) – guidata dagli Stati Uniti, controllerà tutti gli aspetti relativi alla sicurezza. Questa forza sarà sotto il comando del generale di divisione statunitense Jasper Jeffers. Trump, e solo Trump, ha il potere di destituire il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione e deve approvare personalmente qualsiasi candidato alla sua sostituzione. Il piano stabilisce inoltre che «solo le persone che sostengono e agiscono in modo coerente [con il Piano globale di Trump per Gaza] potranno partecipare alle attività di governance, ricostruzione, sviluppo economico o assistenza umanitaria a Gaza». L’unico ruolo attualmente previsto per i palestinesi a Gaza è quello di attuare le decisioni prese da altri per loro conto. In altre parole, i palestinesi che desiderano far parte di Gaza in qualsiasi modo devono superare la prova del fuoco imposta da Trump e sostenere il controllo esterno statunitense sulla Striscia di Gaza. Lo stesso vale per qualsiasi azienda, ONG o anche individuo che desideri partecipare in qualsiasi modo alla ricostruzione di Gaza, sia essa fisica, politica o economica. Idealmente, per Trump e Jared Kushner, Gaza si trasformerebbe in una gigantesca «città-azienda». La maggior parte della costa dovrebbe dedicarsi al turismo. La maggior parte del confine orientale di Gaza con Israele dovrebbe ospitare zone industriali e enormi centri dati, il che rifletterebbe senza dubbio gli enormi investimenti che Trump e i suoi amici degli Emirati stanno facendo nell’intelligenza artificiale. Tra le due aree ci sarebbero zone residenziali separate da parchi, terreni agricoli e impianti sportivi. In Cisgiordania, questi parchi e zone agricole sono spesso dichiarati zone militari chiuse e utilizzati per altri scopi dalla forza di occupazione. Come è stato chiaro fin dall’inizio, l’unico ruolo attualmente previsto per i palestinesi è quello di attuare le decisioni prese dal Comitato esecutivo. In altre parole, ai tecnocrati, ai lavoratori e agli impiegati amministrativi palestinesi sarebbe «permesso» di eseguire le decisioni prese da altri a loro nome. L’occupazione americana di Gaza La bozza di questa risoluzione dello statuto del Board of peace diffusa da «Drop Site News» aggiunge solo un po’ più di sostanza alle idee abbozzate che Trump sta proponendo da ottobre. E continua a contemplare un futuro prossimo in cui Hamas avrebbe accettato volontariamente il disarmo, Israele si sarebbe ritirato da Gaza e la Forza Internazionale di Stabilizzazione avrebbe assunto il pieno controllo della sicurezza, il tutto ben accolto dalla popolazione palestinese che rimane a Gaza. Ma tutto questo non è altro che pura fantasia. Hamas ha ripetutamente chiarito che è disposta a discutere la consegna delle sue armi, ma che non si disarmerà. Dato che Israele sta, ancora una volta, finanziando bande palestinesi collaborazioniste a Gaza, il disarmo totale è un suicidio per molti membri di Hamas, della Jihad Islamica e di altre fazioni politico-militari. Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di offrire un’amnistia e persino un programma di riacquisto delle armi, ma queste offerte hanno scarsa utilità se il disarmo mette gravemente in pericolo la vita dei membri di Hamas e degli altri gruppi armati, anche supponendo che gli Stati Uniti mantengano la parola data e che Israele non persegua questi combattenti. Inoltre, Israele è molto critico nei confronti di questo piano. Lo Stato genocida israeliano preferisce colpire nuovamente Gaza con forza, soprattutto ora che non ci sono ostaggi, vivi o morti, di cui preoccuparsi. Netanyahu sta dichiarando apertamente che Israele non permetterà la ricostruzione di Gaza, dove continua a uccidere persone, compresi neonati , non solo con le armi , ma anche negando alla popolazione palestinese i materiali necessari per proteggersi dalle intemperie invernali fino a quando Hamas non sarà «disarmata». Netanyahu ha anche dichiarato che Israele manterrà il «controllo di sicurezza» su Gaza in perpetuo. Israele ha informato gli Stati Uniti che vuole espandere la zona di controllo israeliano a Gaza , che già copre più della metà della Striscia, invece di ridurla, come richiesto dal piano di Trump. Secondo le informazioni disponibili, Israele ha già elaborato un piano per lanciare un’importante operazione militare, un ritorno al genocidio in piena regola dello scorso anno, che prevede di avviare a marzo a meno che gli Stati Uniti non si rifiutino di permetterlo. Infine, rimane molta ambiguità sulla possibile composizione della Forza Internazionale di Stabilizzazione. Sebbene numerosi Stati si siano impegnati a sostenere il disarmo di Gaza, molti hanno anche espresso la loro riluttanza a far parte di questa forza, se ciò significa dover affrontare i gruppi armati di resistenza palestinesi. C’è una buona ragione per la loro riluttanza. Quello che si sta preparando a Gaza è un nuovo tipo di occupazione straniera. Questa volta, gli Stati Uniti sarebbero la forza principale sul campo, a meno che non permettano a Israele di rinnovare la sua aggressione, cosa che Trump non vuole. Sarebbe il più grande fallimento della sua lunga lista di fallimenti, che minerebbe la sua affermazione di aver «messo fine a tutte le guerre del mondo». Ma le truppe straniere sono truppe straniere. È possibile che l’amministrazione Trump creda così profondamente alle proprie sciocchezze e a quelle di Israele da pensare davvero che, finché lo stivale che calpesta il collo dei palestinesi non sarà ebraico, questi potranno essere controllati e non lotteranno per la loro libertà. Perché, secondo loro, tutta la lotta palestinese si riduce a combattere «gli ebrei». Ma un’occupazione guidata dagli Stati Uniti incontrerebbe la stessa resistenza che ha incontrato l’occupazione israeliana, che si verificherà anche se Hamas fosse disarmata. L’occupazione americana di Gaza in nome di Israele sarà mal accolta dal popolo palestinese tanto quanto l’occupazione israeliana sostenuta dagli Stati Uniti. Forse la popolazione di Gaza impiegherà un po’ di tempo per riorganizzarsi dopo gli ultimi due anni e mezzo e rilanciare una resistenza di grande impatto, ma questa arriverà, come ha sempre fatto. La soluzione è semplice: concedere al popolo palestinese la sua libertà e i suoi diritti. Ma questa soluzione va oltre l’immaginazione di Washington e Tel Aviv. Quindi, prepariamoci alla nuova occupazione. Non sarà più piacevole della precedente. Testi consigliati Huda Ammori, Palestine Action: sabotaggio all’industria bellica israeliana Mitchell Plitnick, Cosa significa l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela per il Medio Oriente Craig Mokhiber, L’inizio dell’era dell’impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto internazionale e L’ONU abbraccia il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza per l’amministrazione coloniale statunitense di Gaza Nora Barrows-Friedman Lo Stato terrorista israeliano e le potenze genocidarie occidentali fanno morire i bambini di ipotermia e impongono condizioni di vita mostruose a Gaza Qasaam Muaddi, Gli Stati Uniti hanno annunciato la "Fase 2" del cessate il fuoco a Gaza, che lascia indifferenti i palestinesi per la sua vacuità e la sua immutata violenza genocida Tutti questi articoli sono stati pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomia di un genocidio (2024) e Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025). Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo , «El Salto». Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra di Ariel Sharon contro i palestinesi (2004) Politicidio: la guerra de Ariel Sharon contra los palestinos . Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su Substack all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/ . Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di Jewish Voice for Peace .
- selfie da zemrude
The Flood. Sopravvivenza, simulazione e lo scarto che resiste Mira Gupta Negli ultimi anni il cinema che interroga il rapporto tra umano e intelligenza artificiale ha spesso scelto la via della metafora esplicita: macchine pensanti, coscienze artificiali, sistemi che imitano o sfidano l’uomo sul terreno dell’intelligenza e del controllo. The Great Flood prende una strada diversa. Non mette in scena un’IA come personaggio, né costruisce un conflitto frontale tra uomo e macchina. Sposta invece la questione sul piano dell’esperienza, usando il disaster movie come dispositivo per interrogare ciò che resta dell’agire umano quando è messo con le spalle al muro di fronte a scelte apparentemente impossibili. Il genere come dispositivo The Flood è un film che stupisce e lascia sospese diverse riflessioni, ben oltre la sua struttura catastrofica o sci-fi. Kim Byung-woo sceglie una forma apparentemente classica, costruita intorno a un evento estremo che costringe i personaggi a una lotta per la sopravvivenza. L’impianto iniziale è riconoscibile, nemesi imminente, sopravvivenza estrema. Per una buona parte della visione, The Great Flood lavora sul genere più che sulla sua interpretazione, il tempo è scandito dall’urgenza, l’alluvione invade gli ambienti e ridisegna le possibilità, siamo nel genere puro. L’acqua non è un simbolo da interpretare, ma un dispositivo filmico classico, perché irrompe in modo spettacolare, occupando tutto e restringendo gli spazi ridisegnando le possibilità dei personaggi. L’alluvione viene percepita come un ambiente che costringe a ri-orientarsi continuamente. Il presente si restringe, piano dopo piano, decisione dopo decisione, ma il tempo non accelera, come spesso accade nel disaster movie, al contrario, ad un certo punto sembra cristallizzarsi. L’acqua funziona come spazio narrativo perché isola i personaggi, impedisce panoramiche rassicuranti e soluzioni rapide, riducendo la sopravvivenza a una condizione sempre provvisoria. Man mano che l’acqua sale, il campo del possibile si restringe, le vie di fuga si riducono, i percorsi diventano obbligati. Gli eventi si riorganizzano senza produrre una svolta riconoscibile, e l’idea che ogni azione conduca a una soluzione comincia a incrinarsi. Le decisioni restano urgenti, il pericolo non diminuisce, ma l’orizzonte si fa più opaco. Il film non insiste su questo punto né lo spiega, lascia che sia lo spettatore a riconoscere, lentamente, il ripresentarsi di certe dinamiche. L’alluvione resta, il pericolo resta, l’urgenza non diminuisce, ma ciò che comincia a emergere non riguarda più soltanto il come salvarsi, bensì cosa significa scegliere quando non esiste una via d’uscita reale, ma ciò che viene messo sotto pressione è una decisone passata, compiuta anni prima, che continua a produrre conseguenze, che non può essere annullata, ma solo riconsiderata. Qui entra in campo il legame che struttura l’intero film, è qui che l’amore, e in particolare l’amore materno, entra in campo senza essere mai presentato come principio morale o forza salvifica universale, piuttosto come forza che governa, concreta, situata, attraversata da ambivalenze e fallimenti. Il film non idealizza questa relazione e non la propone come soluzione. La tratta piuttosto come una variabile instabile, che resiste a ogni tentativo di riduzione. Ogni volta che sembra possibile salvare qualcosa, emerge il costo di quella salvezza. Ogni volta che una decisione appare necessaria, resta aperta la domanda su ciò che viene lasciato indietro, e in questo senso, la ripetizione non funziona come possibilità ulteriore, ma come esposizione reiterata a un limite. Diventa allora chiaro che il tentativo in atto costringe a confrontarsi con ciò che non può essere formalizzato senza perdere l’essenzialità stessa dell’esperienza della vita. Ogni passaggio, ogni ritorno, ogni aggiustamento produce inevitabilmente una sottrazione. L’universo del film non sta semplicemente collassando, sta venendo messo alla prova. Le stesse traiettorie vengono percorse più volte, le stesse condizioni vengono ricalibrate, come se ciò che conta non fosse l’esito, ma ciò che emerge nell’interrogarsi sulla scelta da farsi, anche se l’esito non può cambiare. A questo punto, la posta in gioco si sposta definitivamente, non è più la sopravvivenza in quanto tale, né la gestione dell’emergenza, è il tentativo di comprendere cosa resti dell’uomo quando tutto ciò che può essere previsto, simulato, reiterato è già stato messo in campo. L’esperimento non cerca una soluzione ottimale, ma qualcosa che resista alla soluzione stessa. È qui che il film introduce il suo aspetto più radicale, ciò che viene osservato non è la ricerca di un risultato corretto, né una risposta più efficace di un’altra, ma un comportamento che non smette di produrre conseguenze, anche quando si sa già come andrà a finire. Una scelta che non può essere cancellata, solo attraversata di nuovo. L’amore, in particolare l’amore materno, non viene proposto non come forza redentrice, ma come vincolo interno che continua ad agire anche quando ogni alternativa sembra già esclusa. La simulazione insiste perché qualcosa non torna, non perché manchi potenza di calcolo o precisione, ma perché ciò che viene messo alla prova non si lascia chiudere. Le varianti possono moltiplicarsi, le condizioni possono essere raffinate, ma il risultato non converge, ogni tentativo di rendere coerente l’esperimento produce uno scarto ulteriore. Il fallimento non è tecnico, è strutturale. Non riguarda i limiti della macchina, ma ciò che non si lascia contenere da alcun criterio di ottimizzazione. Il film non suggerisce che questo scarto sia un difetto da eliminare, al contrario, è proprio lì che si manifesta ciò che l’esperimento sta cercando di osservare, non l’errore, ma la resistenza. Non l’imprevedibilità come rumore, ma come nucleo irriducibile dell’essere. La perdita non è un incidente, è parte del processo, non tutte le vite possono essere salvate, non tutte le relazioni possono essere preservate, niente garantisce giustizia o equilibrio. Quando il ripetere non è più percepito come un tentativo di controllo, il suo disporsi cambia. Non serve più a individuare una sequenza giusta né a correggere un percorso sbagliato. La simulazione non viene superata, né umanizzata. Viene abitata. È in questo scarto che si apre uno spazio nuovo. Non una sintesi tra bios e artificiale, né un compromesso rassicurante, piuttosto, un campo in cui il linguaggio dell’esperienza e quello della tecnica si intrecciano senza coincidere. Il quid non è dato in partenza, né deducibile a posteriori, si produce nel movimento stesso, nel fatto che qualcosa continua a ripresentarsi senza poter essere risolto. Il film suggerisce tutto questo senza proclami. Non c’è un momento in cui si possa dire che l’esperimento abbia funzionato, c’è la percezione che abbia smesso di cercare una risposta univoca. La tecnologia qui non promette salvezza, impedisce una chiusura, non conserva intatto ciò che è stato, ma permette che qualcosa continui a muoversi. In questo quadro, l’acqua assume finalmente il suo significato pieno, non come simbolo, né come impulso di rigenerazione, tutto ciò non redime, non seleziona, non inaugura un nuovo ordine, cancella, travolge, è una potenza indifferenziata. Se il diluvio fonda un sentiment nuovo attraverso un atto irreversibile, qui il reset è procedurale, reiterabile, privo di promessa, non conferma nessuna legge, la sospende. In questo caso l’atto in se non ha nulla di sacro, è una cancellazione che non affranca. Il parallelismo con l’archetipico è inevitabile, ma viene svuotato di ogni consolazione. Se il diluvio biblico è un atto, un fatto irreversibile che inaugura un topos nuovo, qui il reset assume una forma diversa, procedurale, reiterabile e priva di promessa. L’acqua torna così a mostrarsi per ciò che è sempre stata nel film, una potenza in atto. Non contiene un giudizio, non offre un orientamento, travolge, conserva, cancella. E proprio per questo costringe a interrogarsi su ciò che può attraversare il disastro senza sperare di uscirne intatto. Questo meccanismo investe direttamente chi guarda, lo spettatore non viene accompagnato verso una soluzione, ma trattenuto dentro una soglia. La fatica percettiva, l’incertezza, l’assenza di un esito giusto non sono difetti del racconto, ma parte della proposta. Non si tratta di confusione, ma di esposizione al dubbio. Arrivati alla fine, la domanda su cosa sia reale e cosa no perde progressivamente centralità. Ciò che conta non è stabilire se ciò che resta appartenga al reale o a un suo doppio, ma verificare se regge un legame, se esiste ancora una continuità possibile, se qualcosa può essere attraversato senza pretendere di uscirne intatto. The Great Flood trova qui la sua posizione più netta, non celebra la tecnologia come strumento salvifico, né la demonizza come minaccia, mostra piuttosto un campo instabile, in cui l’umano non può essere ottimizzato, e la resilienza non consiste nel vincere l’algoritmo, ma nel continuare a scegliere anche quando non cambia l’esito. Non conta tanto stabilire se ciò che sopravvive sia vero in senso assoluto, quanto verificare se può esistere una continuità, un principio etico intelligibile. Anche un’illusione, se produce esperienza, smette di essere una semplice finzione. In questo modo, il film evita tanto la celebrazione ingenua della tecnologia quanto la sua demonizzazione. Non immagina una macchina capace di clonare l’umano, né un umano destinato a soccombere sotto il peso della propria creazione, mostra piuttosto un campo instabile, in cui ciò che resta è una possibilità aperta, fragile, mai garantita. Forse è proprio qui che The Great Flood prova ad offrire una risposta all’abisso dell’AI, nel ricordare che, anche quando tutto viene simulato, ripetuto, cancellato, ciò che conta non è ciò che viene conservato intatto, ma ciò che continua a procedere, non la chiusura di un sistema, ma la possibilità di attraversarlo. Quando il film lascia intravedere che ciò che stiamo vivendo non è solo la fine , bensì un esperimento, la posta in gioco cambia. Non perché arrivi una spiegazione, ma perché improvvisamente si percepisce che il ripetersi non è un effetto narrativo, è un metodo scelto a monte. Un processo che insiste, variante dopo variante, come se stesse cercando non la soluzione più efficiente, ma la misura di ciò che resta di noi quando tutto può essere simulato, riprodotto, corretto e qualcosa, ostinatamente, non converge. È qui che emerge il nodo più spinoso (e più contemporaneo) del film: individuo vs collettività. Salvare l’umanità è una logica generale, da sistema, salvare un singolo, un legame non negoziabile, è una logica che non scala, non diventa protocollo. Eppure è proprio lì che si decide se ciò che stiamo trasferendo in una macchina è vero o solo un’imitazione funzionale. Il dubbio finale resta appeso come una lama, l’esperimento mette deliberatamente sé stesso davanti a una scelta impossibile, proprio perché una madre non può farla… e proprio perché, se la fa, produce una frattura che non si ricompone. Questo dispositivo non agisce solo sui personaggi, ma coinvolge direttamente chi guarda. Il film non offre allo spettatore una posizione stabile da cui osservare. La ripetizione, l’incertezza, l’assenza di una soluzione definitiva producono una fatica percettiva che non viene mai del tutto risolta, volutamente. Il criterio decisivo non è ontologico, ma relazionale, se regge un legame, se è permesso ancora un attraversamento del senso senza che esso stesso venga distrutto, allora l’obiettivo c’è. Non serve trovare una risposta all’inevitabile, ma mostrare che l’assunto finale dell’esistenza non coincide con ciò che può essere deciso, ottimizzato, pragmatizzato. La differenza non sta nella potenza di calcolo, nel numero, ma in uno scarto minimo, una possibilità su decine di migliaia, non perché sia la migliore , ma perché è l’unica che non tradisce il fragile legame tra episteme e doxa nell’agire umano. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- The Flood Survival, Simulation, and the Resistant Remainder by Franco Bocca Gelsi In recent years, cinema that interrogates the relationship between the human and artificial intelligence has often chosen the path of explicit metaphor: thinking machines, artificial consciousness, systems that imitate or challenge human beings on the terrain of intelligence and control. The Flood takes a different route. It does not stage AI as a character, nor does it construct a frontal conflict between humans and machines. Instead, it shifts the question onto the level of experience, using the disaster movie as a device to probe what remains of human agency when it is pushed up against the wall by apparently impossible choices. Genre as Device The Flood is a film that surprises and leaves several questions suspended, well beyond its catastrophic or sci-fi framework. Kim Byung-woo adopts an apparently classical form, structured around an extreme event that forces the characters into a struggle for survival. The initial setup is immediately recognizable: an imminent nemesis, extreme survival. For a large portion of its runtime, The Flood works within genre rather than reflecting on it. Time is governed by urgency, the flood invades spaces and redraws the field of possibilities; we are firmly inside genre territory. Water is not a symbol to be interpreted, but a classical cinematic device. It erupts spectacularly, occupies everything, and compresses space, reshaping what the characters can or cannot do. The flood is perceived as an environment that forces continuous reorientation. The present narrows, floor by floor, decision by decision, yet time does not accelerate — as often happens in disaster movies. On the contrary, at a certain point it seems to crystallize. Water functions as narrative space because it isolates the characters, prevents reassuring wide shots and quick solutions, and reduces survival to an always provisional condition. As the water rises, the field of possibility contracts, escape routes diminish, paths become compulsory. Events reorganize themselves without producing a recognizable turning point, and the idea that every action necessarily leads to a solution begins to crack. Decisions remain urgent, danger does not diminish, but the horizon grows more opaque. The film does not insist on this point, nor does it explain it; it allows the viewer to slowly recognize the reappearance of certain dynamics. The flood remains, the danger remains, urgency does not diminish. What begins to emerge no longer concerns only how to survive, but what it means to choose when no real way out exists. What is put under pressure is a past decision, made years earlier, which continues to produce consequences and cannot be undone — only reconsidered. Here the bond that structures the entire film comes into play. Love, and in particular maternal love, enters the frame without ever being presented as a moral principle or a universal salvific force, but rather as a governing force — concrete, situated, traversed by ambivalence and failure. The film does not idealize this relationship, nor does it present it as a solution. It treats it instead as an unstable variable that resists every attempt at reduction. Each time something seems possible to save , the cost of that salvation emerges. Each time a decision appears necessary, the question of what is left behind remains open. In this sense, repetition does not function as an additional opportunity, but as repeated exposure to a limit. It becomes clear that the ongoing attempt forces a confrontation with what cannot be formalized without losing the very essence of lived experience. Every passage, every return, every adjustment inevitably produces a subtraction. The film’s universe is not simply collapsing; it is being put to the test. The same trajectories are traversed multiple times, the same conditions recalibrated, as if what matters were not the outcome, but what emerges in the act of questioning the choice to be made, even when the outcome cannot change. At this point, the stakes shift definitively. What is at issue is no longer survival as such, nor the management of emergency, but an attempt to understand what remains of the human when everything that can be predicted, simulated, and reiterated has already been deployed. The experiment does not seek an optimal solution, but something that resists solution itself. This is where the film reveals its most radical aspect: what is at stake is not the pursuit of a correct result, nor of a more efficient response, but a form of behavior that keeps producing consequences, even when its ending is already known. A choice that cannot be erased, only crossed again. Love — particularly maternal love — is not proposed as a redemptive force, but as an internal constraint that continues to act even when every alternative appears to have been excluded. The simulation persists not because of insufficient computational power or precision, but because what is being tested refuses closure. Variants can multiply, conditions can be refined, yet the result does not converge; every attempt to render the experiment coherent produces an additional gap. Failure is not technical; it is structural. It does not concern the limits of the machine, but what cannot be contained within any criterion of optimization. The film does not suggest that this gap is a defect to be eliminated. On the contrary, it is precisely where the experiment reveals what it is trying to observe: not error, but resistance — not unpredictability as noise, but as an irreducible core of being. Loss is not an accident; it is part of the process. Not all lives can be saved, not all relationships preserved; nothing guarantees justice or equilibrium. When repetition is no longer perceived as an attempt at control, its configuration changes. It no longer serves to identify the correct sequence or to correct a wrong path. The simulation is not overcome, nor humanized. It is inhabited. It is within this gap that a new space opens up — not a synthesis between bios and the artificial, nor a reassuring compromise, but a field in which the language of experience and that of technique intertwine without coinciding. The quid is not given in advance, nor deducible after the fact; it is produced in the movement itself, in the fact that something continues to reappear without being resolved. The film suggests all this without proclamations. There is no moment in which one can say the experiment has worked; there is instead the perception that it has stopped searching for a single, definitive answer. Technology does not promise salvation here; it prevents closure. It does not preserve what has been intact, but allows something to keep moving. Within this framework, water finally assumes its full meaning — not as symbol, nor as regenerative impulse. It does not redeem, does not select, does not inaugurate a new order. It erases, overwhelms; it is an undifferentiated force. If the biblical flood founds a new meaning through an irreversible act, here the reset is procedural, reiterable, and devoid of promise. It confirms no law; it suspends it. The act itself contains nothing sacred — it is a cancellation that does not liberate. The parallel with the archetypal flood is inevitable, but it is emptied of any consolation. If the biblical flood is an irreversible event that inaugurates a new topos, here the reset takes a different form: procedural, reiterable, and without promise. Water thus returns to what it has always been in the film: a force in action. It contains no judgment, offers no orientation; it overwhelms, preserves, erases. And precisely for this reason, it forces a confrontation with what can pass through disaster without hoping to emerge intact. This mechanism directly implicates the viewer. The spectator is not guided toward a solution, but held within a threshold. Perceptual fatigue, uncertainty, and the absence of a right outcome are not flaws of the narrative, but part of its proposal. This is not confusion, but exposure to doubt. By the end, the question of what is real and what is not progressively loses centrality. What matters is not determining whether what remains belongs to reality or to its double, but whether a bond holds, whether a continuity is still possible, whether something can be traversed without demanding to emerge unscathed. Here The Flood finds its most definitive position. It neither celebrates technology as a salvific instrument nor demonizes it as a threat. Instead, it shows an unstable field in which the human cannot be optimized, and resilience does not consist in defeating the algorithm, but in continuing to choose even when the outcome does not change. What matters is not establishing whether what survives is true in an absolute sense, but whether a continuity can exist — an intelligible ethical principle. Even an illusion, if it produces experience, ceases to be mere fiction. In this way, the film avoids both naïve celebration and simplistic demonization of technology. It does not imagine a machine capable of cloning the human, nor a human destined to collapse under the weight of its own creation. It shows instead an unstable field, in which what remains is an open possibility — fragile, never guaranteed. Perhaps it is precisely here that The Flood attempts to offer a response to the abyss of AI: by reminding us that even when everything is simulated, repeated, erased, what matters is not what is preserved intact, but what continues to proceed — not the closure of a system, but the possibility of crossing through it. When the film allows us to glimpse that what we are witnessing is not only the end , but an experiment, the stakes shift. Not because an explanation arrives, but because it suddenly becomes perceptible that repetition is not a narrative effect — it is a method chosen in advance. A process that persists, variant after variant, as if searching not for the most efficient solution, but for the measure of what remains of us when everything can be simulated, reproduced, corrected—and something, stubbornly, does not converge. Here emerges the film’s most thorny — and most contemporary — node: individual versus collectivity. Saving humanity is a general, systemic logic. Saving a single individual, a non-negotiable bond, follows a logic that does not scale, that cannot become protocol. And yet it is precisely there that it is decided whether what we are transferring into a machine is true , or merely a functional imitation. The final doubt hangs like a blade: the experiment deliberately places itself before an impossible choice, precisely because a mother cannot make it — and precisely because, if she does, it produces a fracture that cannot be repaired. This device does not act only on the characters; it directly involves the viewer. The film offers no stable position from which to observe. Repetition, uncertainty, and the absence of a definitive solution generate a perceptual fatigue that is never fully resolved — deliberately. The decisive criterion is not ontological, but relational: if a bond holds, if a traversal of meaning remains possible without meaning itself being destroyed, then the objective has been met. There is no need to find an answer to the inevitable, but to show that the ultimate assumption of existence does not coincide with what can be decided, optimized, or pragmatized. The difference does not lie in computational power or scale, but in a minimal gap — a possibility among tens of thousands — not because it is the best , but because it is the only one that does not betray the fragile bond between episteme and doxa in human action.
- konnektor
La nuova politica Usa sulla Palestina Paul Hertz Nel 2025 si sono iniziati a produrre cambiamenti percepibili nel Partito Democratico e nel Partito Repubblicano riguardo alla politica statunitense sulla Palestina, il che dimostra che il consenso irrazionale imposto dalle classi dirigenti atlantiche è molto più debole e fragile, se le lotte sono davvero di massa e i nuovi soggetti politici dispongono di mezzi di comunicazione che riescono a spiegarle ai cittadini. Il 2025 è iniziato con un cessate‑il‑fuoco a Gaza che non era destinato a durare e si conclude con uno che non è mai stato realmente istituito. L’anno ha anche visto un’intensificazione costante dell’occupazione in Cisgiordania e un’ondata senza precedenti di conflitti israeliani in tutto il Medio Oriente. Negli Stati Uniti, il passaggio dal fervente e autolesionista sostegno a Israele di Joe Biden a quello più transazionale, ma comunque solido, di Donald Trump ha avuto un impatto trascurabile sulla politica della superpotenza, che rimane uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione dei diritti inalienabili dei palestinesi. C’è però una reale speranza che quest’anno si possa cogliere un significativo movimento nel discorso americano su Palestina e Israele, e che questo spostamento stia finalmente iniziando a riflettersi nella politica statunitense, sebbene in forme troppo limitate per soddisfare le esigenze del momento. Il più evidente è che nel 2025 l’opinione pubblica americana ha continuato a allontanarsi da Israele. A luglio, un articolo di «The Economist» – una pubblicazione che difficilmente può essere considerata progressista – osservava: «Il progressivo spostamento verso destra della politica israeliana negli ultimi anni, e soprattutto la guerra prolungata a Gaza, ha alienato molti americani comuni. Il malcontento verso Israele, che si era già sedimentato da tempo all’interno del Partito Democratico, sta ora crescendo anche tra i Repubblicani. I membri più giovani di entrambi i partiti hanno cambiato posizione in modo particolarmente drastico. Un ridisegno fondamentale di una delle alleanze più radicate d’America sembra quasi inevitabile, con enormi ripercussioni per il Medio Oriente e per il mondo». Anche i più accaniti sostenitori di Israele hanno constatato che i venti politici si fossero spostati a tal punto da costringerli a disapprovare, almeno implicitamente, il comportamento israeliano. Il rappresentante Ritchie Torres, noto per la sua ferma opposizione ai diritti palestinesi, non ha retto le proteste dei suoi elettori di New York di fronte alla deliberata carestia imposta da Israele a Gaza nell’estate 2025. Su X ha scritto: «Il mondo libero ha una responsabilità morale verso i palestinesi in difficoltà. Inondiamo Gaza di cibo». L’insinuazione di Torres – che Israele non consentisse un apporto sufficiente di viveri a Gaza (in quel periodo quasi nessun aiuto arrivava, e la Striscia era in stato di carestia) – è stata disorientante, ma soprattutto ha riflesso il crescente disgusto dei Democratici verso Israele. Nessun dato convince più i Democratici dei sondaggi, e molti di essi mostrano che gli elettori sono sempre più stufi di Israele. Quando Israele ha iniziato il genocidio a Gaza dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, gli americani erano divisi sulla risposta israeliana. Un sondaggio Gallup mostrava il 50 % a favore delle azioni israeliane e il 45 % contrario. Tale percentuale è rapidamente passata alla disapprovazione, e nel 2025 è scivolata drasticamente: a metà luglio, il 60 % degli americani condannaa le azioni di Israele, contro il 32 %. I numeri erano ancora più marcati tra i Democratici: dal 36 % di sostegno iniziale, al solo 8 % a luglio 2025. Il cambiamento non è limitato ai Democratici. Se i Repubblicani rimangono più favorevoli a Israele, il loro sostegno sta diminuendo, soprattutto tra i giovani. Il politologo Shibley Telhami, titolare della Anwar Sadat Chair for Peace and Development all’Università del Maryland, ha condotto un sondaggio nell’agosto 2025, rilevando che il 21 % dei Repubblicani definiva le politiche di Donald Trump «troppo pro‑Israele». «Il cambiamento tra i giovani Repubblicani è sbalorditivo — ha commentato Telhami — Mentre il 52 % dei Repubblicani più anziani (35 anni e oltre) simpatizza maggiormente con Israele, solo il 24 % dei giovani (18‑34 anni) condivide lo stesso sentimento – meno della metà». L’opinione pubblica influenza i politici Nel novembre 2024 il senatore Bernie Sanders ha presentato una Joint Resolution of Disapproval (JRAD) per bloccare una grande vendita di armi a Israele. L’iniziativa è fallita, ma 18 senatori hanno votato a favore. Quel voto è stato significativo anche perché alcuni dei senatori che hanno sostenuto Sanders non erano quelli che ci si sarebbe aspettati. Ad esempio, il candidato alla vicepresidenza con Hillary Clinton nel 2016, Tim Kaine (Virginia), è stato uno dei supporter della proposta di legge di Sanders. Difficilmente sarebbe arrivato al Senato in passato un disegno di legge simile. Come ha affermato Beth Miller, direttrice politica di Jewish Voice for Peace Action: «È troppo poco, troppo tardi; questo genocidio dura da 13 mesi, ma ciò non cambia il fatto che questo sia un passo critico». Nel 2025 Sanders ha riproposto la risoluzione a luglio, ottenendo 24 voti di sostegno, un aumento del 33 %. Questo risultato non dice molto a favore del Senato, del Congresso o persino dei Democratici nel loro insieme. Questa votazione verteva su un genocidio che, al momento, durava da oltre ventidue mesi. Tuttavia, come aveva affermato Miller in precedenza, l'aumento era significativo, così come lo era l'adesione di democratici più moderati, come Amy Klobuchar (Minnesota). Queste votazioni, sebbene non siano riuscite a salvare alcuna vita palestinese, hanno rappresentato un importante punto di svolta politico. La percezione generale era che Israele fosse coinvolto in una "guerra", per quanto inadeguato potesse risultare questo termine per chi osservava ciò che stava realmente accadendo in quel momento. E non si trattava di aiutare Israele, ma della vendita di armi. L'idea di votare contro l’iniziativa in qualsiasi circostanza, e ancor più in una situazione percepita come di conflito, era semplicemente assurda in passato. Avrebbe costituito un suicidio politico per chiunque si fosse impegnato in tale iniziativa, ad eccezione di un ristretto numero di politici, e non avrebbe mai ottenuto più di uno o due voti a favore al Senato. Solo pochi anni fa, il semplice fatto di suggerire la possibilità di condizionare gli aiuti a Israele era considerato un passo pericoloso e controverso. Nel 2025, tuttavia, più della metà dei quarantasette membri del gruppo democratico al Senato ha votato a favore del blocco della vendita di armi a Israele. Le tendenze politiche possono richiedere tempo per cambiare, soprattutto quando sono sostenute da forze politiche potenti e radicate da decenni. Si tratta di un cambiamento notevole e, dato che gli sforzi per modificare la politica statunitense sulla Palestina continuano e si intensificano, ci sono molte ragioni per credere che si tratti di una tendenza destinata a persistere. Divisione interna ai partiti Il 2025 ha visto una notevole spinta verso un cambiamento sostanziale nella politica americana verso la Palestina, sia tra i Democratici che tra i Repubblicani. Dopo la sconfitta di Kamala Harris nel 2024, è emerso che la politica di Biden e Harris verso la Palestina ha alienato gli elettori Democratici, contribuendo alla perdita. Un sondaggio IMEU/YouGov ha identificato Gaza come la principale ragione per cui gli ex‑votanti Biden hanno cambiato o trattenuto il voto nel 2024, soprattutto negli stati chiave, dimostrando che i democratici, noti per basarsi sui sondaggi e sui focus group, avevano completamente frainteso o ignorato la mappa ideologica degli Stati in cui avevano più bisogno di vincere. A dicembre i democratici hanno deciso di insabbiare un rapporto post mortem che avevano commissionato sulle elezioni del 2024. Non hanno fornito molte spiegazioni al riguardo, solo alcune dichiarazioni sconnesse sulla necessità di guardare avanti che chiunque avrebbe potuto considerare, senza pensarci due volte, come uno sfacciato tentativo di elusione. Senza dubbio, il Partito Democratico ha trovato innumerevoli ragioni per spiegare la propria sconfitta, che erano scomode e ne riflettevano semplicemente la miopia politica, ma praticamente tutte le analisi serie di quella sconfitta hanno menzionato non solo Gaza come fattore chiave, ma anche diverse questioni tangenziali ad essa correlate, come la sensazione di scollamento tra i candidati e la base, nonché la perdita di voti tra i giovani. I Repubblicani, d’altro canto, stanno vivendo una frattura tra gli elettori tradizionali e quelli più isolazionisti “America First”. Figure come Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Candace Owens usano la questione palestinese per mascherare l’antisemitismo. Owens, in particolare, è stata molto esplicita nell'uso di classici tropi antisemiti e di espressioni dirette di odio verso gli ebrei per promuovere la propria causa. Nel suo caso, l’aperta intolleranza ha sostituito i tentativi iniziali di collegare il proprio odio alla causa palestinese. Carlson e Greene – entrambi con una lunga storia di antisemitismo, islamofobia e razzismo anti-arabo – non hanno rinnegato alcuna delle precedenti dichiarazioni, ma si sono aggrappati alle petizioni anti-israeliane attuali istogliendo il focus dalle dichiarazioni d’odio razziale su cui da sempre hanno costruito consenso. Tuttavia, un sondaggio IMEU/YouGov recente mostra che il 51 % dei giovani Repubblicani preferirebbe sostenere candidati che riducano gli aiuti a Israele, il 53 % è contrario al rinnovo dell’impegno annuale di aiuti, e il 51 % si oppone a un accordo di 20 anni a favore di Israele. Il sostegno conservatore a Israele è tradizionalmente radicato nel cristianesimo evangelico e nel sionismo dispensazionalista (corrente teologica protestante che interpreta il ritorno degli ebrei in Israele come parte della profezia escatologica cristiana, N.d.T.), ma sempre più giovani evangelici stanno abbandonando questa posizione, come ha dichiarato il pastore palestinese‑americano Fares Abraham nel febbraio 2025: «Un significativo spostamento generazionale si sta verificando, passando da un falso evangelio di impero a una fede che difende giustizia, misericordia e verità». Si tratta di una tendenza visibile già da tempo. È accompagnata da un aumento dell'isolazionismo tra i repubblicani, che è emerso chiaramente anche nelle parole scelte con cura dal vicepresidente JD Vance alla recente conferenza Turning Point USA: «Il 99% dei repubblicani e probabilmente il 97% dei democratici non odiano gli ebrei perché sono ebrei. Quello che sta realmente accadendo è che si sta verificando una reazione violenta contro l'opinione consensuale sulla politica estera americana». Il 2025 è stato un anno di tragedia continua per il popolo palestinese, ma anche di progressi senza precedenti negli Stati Uniti verso la riduzione del sostegno a Israele. Cambiare una politica radicata da decenni è difficile, ma il cambiamento sembra avvicinarsi. Il 2025 non solo ha fornito motivi di speranza, ma anche il potenziale per dare slancio alle forze del cambiamento nei prossimi anni. --- Note di traduzione: Joint Resolution of Disapproval – JRAD è volto come “risoluzione congiunta di disapprovazione”, mantenendo l’acronimo per chiarezza. Consigli di lettura: F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); T. Ali, Unending war , «Sidecar», 16 ottobre 2025; H. Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar», 18 aprile 2025; M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org , 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); N. Barrows-Friedman, Israel violates ceasefire, freed Palestinians bear torture marks , «Electronic Intifada», 17 ottobre 2025; T.S. Hajjaj, New Hamas crackdown on Gaza militias will be ‘largest yet,’ security source says , «Mondoweiss», 21 ottobre 2025; F. Lordon, Endgame , «Sidecar», 27 giugno 2025; A. Lowenstein, The Palestine laboratory. Hoe Israel exports the technology of occupation around the world , Verso + Scribe, London-New York 2023; — Disaster capitalism. Making a killing out of catastrophe, Verso, London-New York 2015; C. Mokhiber, Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo. Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA , «Ahida», 11 dicembre 2025; Q. Muaddi, El Estado genocida de Israel pretende dividir definitivamente Gaza a lo largo de la «Línea Amarilla» , «Diario Red», 7 novembre 2025; — 9100 palestinos languidecen en pésimas condiciones en las prisiones del Estado genocida israelí tras el acuerdo de «paz» , «Diario Red», 15 ottobre 2025; I. Pappé, La fine di Israele, Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina , Fazi, Roma 2025; — Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? , «El Salto», 20 aprile 2023; S. Watkins, Israel after Fordow , «NLR», n. 154, luglio-agosto 2025. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Mitchell Plitnick – già vicepresidente della Fondazione per la Pace in Medio Oriente e direttore dell'ufficio statunitense di B'Tselem, il centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati (2008-2010) ed executive per Jewish Voice for Peace (2002-2008). Editorialista politico, i suoi articoli sono apparsi su Ha'aretz, New Republic, Jordan Times, Middle East Report, San Francisco Chronicle, +972 Magazine, Outlook ed altre testate. Ha conseguito un Master in politiche pubbliche al College Park del Maryland ed una laurea in Studi mediorientali presso Berkeley, California.
- graphic journalism
Black Panther
- selfie da zemrude
A quarantanove anni si è vecchi, inutili John Brossa Il testo presenta e commenta I viaggiatori della sera (1976) di Umberto Simonetta, un romanzo distopico che immagina un’Italia in cui, per far fronte alla sovrappopolazione, i cittadini vengono considerati “vecchi e inutili” già a quarantanove anni. Attraverso la storia di una coppia destinata a un villaggio-residenza sul mare, il romanzo mette in scena una feroce satira sociale: sotto l’apparenza di una vacanza serena si nasconde un sistema che elimina gli anziani tramite un rituale collettivo mascherato da gioco e festa. L’opera, grottesca e inquietantemente attuale, denuncia l’ipocrisia, gli eufemismi e la violenza con cui una società può normalizzare l’esclusione e la morte dei più deboli. Quando nomino un romanzo di Umberto Simonetta, non mi capita mai di vedere gli astanti far sì con la testa, anzi. Se cito i titoli di alcune canzoni musicate e portate al successo da Giorgio Gaber, di cui Simonetta ha scritto il testo – La ballata del Cerutti , Una fetta di limone , Porta romana , Il Riccardo –, allora sì, tutti hanno presente di cosa sto parlando. Fossi in voi, almeno un suo romanzo lo andrei a leggere; nel caso, consiglierei I viaggiatori della sera , pubblicato nel 1976, quando la nostra società inizia a fare i conti con la terza età, comincia a ritenere nonne e nonni inutili, di troppo: se siete giovani potreste pensare che le tante residenze sanitarie assistenziali che ormai troviamo ovunque, siano sempre esistite – non è così. Il racconto inizia con una coppia di coniugi quarantanovenni, Alvaro e Annamaria, che – una bella mattina, accompagnati dai due figli Francesco e Nichi – lasciano il loro negozio di Milano e partono in macchina diretti ad Arenzano dove, come in numerosi altri centri turistici italiani, è sorto un villaggio residenziale di tipo molto particolare. Anche la loro vacanza sarà molto particolare, diversa da qualsiasi altra, e questo per volere di una nuova legge approvata in Parlamento dopo che è stato concesso il voto ai tredicenni. Qual è questa legge lo si inizia a sospettare non appena il quartetto, giunto a destinazione, si divide e i figli si congedano frettolosamente dai genitori; a quel punto, comincia per Alvaro e Annamaria un irripetibile soggiorno al mare, tanto più straordinario in quanto a prima vista sembra del tutto normale: prendono il sole, fanno i bagni, giocano a carte e a tennis, litigano… Ma tutto ciò accade in attesa che una gigantesca tombola sorteggi il loro destino. Ne I viaggiatori della sera , la caricatura feroce e grottesca della società dell’epoca finisce col combaciare perfettamente col futuro apparentemente divertente immaginato da Umberto Simonetta e dai connotati riconoscibilissimi, quelli riportati quotidianamente sui giornali d’oggi o, se preferite, sui Social. Quella che ci viene raccontata è un’Italia dove, a causa della sovrappopolazione, a soli quarantanove anni ci si deve fare da parte: «Tu e Nichi non potrete mai capire,» dice la mamma «vi sembra tutto giusto così, un avvenimento normalissimo. Ma per il papà e per me quella di oggi è una giornata molto triste. Ti assicuro che io faccio dei continui sforzi per non scoppiare a piangere». «Ma sì lo è anche per noi una giornata triste», ribatte Nichi «ma non serve a niente prendersela. A un certo punto al mare ci dobbiamo andare tutti. Quando avremo quarantanove anni ci andremo anche noi». […] «Eppoi voi siete fortunati. Ci andate insieme. La maggioranza dei mariti della vostra generazione ci va qualche anno prima delle mogli: è difficile trovare una coppia della stessa età». La mamma: «Certo questa è una consolazione. Il fatto è che la nostra generazione è la prima che va al villaggio. Mio padre e mia madre un’istituzione del genere non se la sarebbero mai immaginata: sono contenta che non abbiano fatto in tempo a vederla. Per voialtri, per la vostra generazione sarà completamente diverso: voi sapete fin da adesso che a quarantanove anni è arrivato il momento in cui ci si deve tirar da parte e piantar lì tutto. È una cosa che avete voluto voi, una vostra scelta: non ci saranno sorprese, vi abituate fin da adesso a quest’idea» . A chi non vuole andare al mare, nel villaggio, a questa festa del congedo dove un banalissimo gioco ne decreterà la fine, non resta altro da fare che suicidarsi prima, nel silenzio dei mass-media: […] io proprio non riesco a crederci a questi quarantanovenni esemplari, disciplinati e soprattutto tanto propagandati che passano le consegne sorridendo, rassegnano le dimissioni paghi e soddisfatti, corrono ai villaggi traboccanti di serenità e alla festa del congedo sono un esempio per tutti. No no, non ci credo. […] perché anche se i giornali non lo pubblicano e la televisione lo tace avrete sentito anche voi di persone che a quarantanove anni si sono sparate un colpo o si son buttate dalla finestra per non finire al villaggio… Ovviamente, il problema della sovrappopolazione si sarebbe potuto risolvere in altro modo, ma i tredicenni chiamati al voto non la pensavano così e hanno preferito decidere di far fuori i vecchi: Quando hanno dato il voto ai tredicenni ho detto: è fatta. È chiaro che nessuno di loro ha votato per la castrazione di massa che delle due era la soluzione più umanitaria. Hanno preferito far fuori noi. Eppure non dovrei essere così tragico. In fin dei conti perché deve dispiacermi? Non ho niente a cui sono attaccato nemmeno il lavoro anche se gli altri lo credono, niente in cui sperare, non ho ambizioni irraggiungibili e sconclusionate che si trasformerebbero in nuove sicure frustrazioni: eppure l’idea che fra un mese potrei non esserci più mi rattrista. I vecchi vengo fatti fuori col gioco del bingo: in un tripudio di fiori, coriandoli, applausi e fanfare, chi fa tombola vince una crociera che poi, di fatto, altro non è che un’esecuzione: È andata come avevo sentito dire che andava e come m’ero immaginato che andasse: la cerimonia s’è svolta senza sconvolgere troppo le mie previsioni. […] In sostanza come la tombola normale soltanto che molte cartelle essendo identiche, alla fine sono in parecchi a far tombola: la percentuale dei vincitori è del dieci per cento. Ma non sono percentuali fisse, a ogni tombola cambiano: c’è stata una punta massima del venticinque per cento e una minima del cinque. Vincitori: hanno l’elegante spudoratezza di chiamarli vincitori. Tutta la messinscena è fastosa, fatta apposta per rallegrare i giocatori i custodi i notai che conducono il gioco, i novizi che come noialtri erano obbligati a assistere da uno speciale recinto. Fanfara che suona come quando ci hanno accolto all’entrata del villaggio e che durante la partita sottolinea ambi terni quaterne e cinquine con stacchi musicali vivaci. L’esplosione finale quando esce la tombola è parossistica con fiori coriandoli applausi che piovono sui vincitori quando salgono sul palco per la proclamazione ufficiale e gente che ride urla piange si abbraccia saluta manda baci. Prima d’imbarcarsi per l’ultima crociera – quello descritto è un mondo molto simile al nostro, dove regnano gli eufemismi di comodo –, ci si può confessare e ricevere l’estrema unzione dal parroco del villaggio: La comitiva dei vincitori è stata accompagnata fino al porticciolo, sempre con la fanfara che strepitava e che non ha mai smesso un attimo di suonare. Lì si sono imbarcati sulla nave e sono partiti per la crociera in uno sventolio di mani. Prima d’imbarcarsi qualcuno s’è fermato al chiosco dove ci si può rapidamente confessare e ricevere l’estrema unzione dal parroco del villaggio. La chiamano crociera, imperversano gli eufemismi. A bordo il cerimoniale prevede una gran festa con danza e principesca cena, la dernière soirée. Domani nel primo pomeriggio la nave rientrerà in porto vuota. Voglio dire senza i passeggeri che aveva imbarcato, con i soli pochi uomini d’equipaggio. Sono gli unici che sanno come quando con quale procedura veniamo eliminati ma da loro non si è mai riusciti a sapere niente e del resto a ogni crociera l’equipaggio viene cambiato e trasferito a un altro villaggio. Per chi ha fatto tombola ed è salito a bordo, la cosiddetta crociera si conclude al largo, quando si viene lanciati in acqua e abbandonati lì: la stessa crudeltà praticata dalle dittature militari argentina e cilena a partire da metà anni Settanta – unica variante attuata in Sudamerica: chi doveva morire affogato, lo lanciavano da aerei o elicotteri. Nel romanzo di Simonetta, non tutti accettano passivamente che il bingo sancisca la loro fine ma, a chi tenta di evadere dal villaggio, spettano raffiche di mitra, e magari a spararti è addirittura tuo figlio: Si sono sentite delle raffiche di mitra e la luce è andata via. Subito dopo all’altoparlante qualcuno ci ha ordinato di non uscire dai bungalows senza aggiungere alcun chiarimento. Ci siamo chiesti cosa stava succedendo. Per quasi un’ora siamo rimasti al buio poi tutto è tornato normale. Intanto in quel periodo l’ansia di sapere cosa succedeva là fuori e l’angoscia di essere coinvolti in qualcosa di tragico hanno impedito a Annamaria di proseguire la lite e siamo rimasti lì soltanto a fare un sacco di congetture e di ipotesi, spiando ogni tanto cautamente attraverso le persiane ma senza riuscire a vedere né a spiegarci niente. Dopo, quando la luce è tornata ci siamo precipitati fuori come tutti e s’è saputo. Una tentata evasione capeggiata dal padre del direttore del villaggio. Stroncata rapidamente. Dicono che è stato lo stesso figlio a sparare sul padre ammazzandolo. Se proprio siete allergici alla lettura o talmente stanchi da non riuscire ad aprire un libro, almeno andate a cercarvi il film del ’79 scritto, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi, tratto da questo romanzo: il titolo è identico. At forty-nine, you’re old, and useless When I mention a novel by Umberto Simonetta, I never see anyone nodding – on the contrary. If I quote the titles of a few songs that Giorgio Gaber set to music and made famous, with lyrics by Simonetta – La ballata del Cerutti, Una fetta di limone, Porta romana, Il Riccardo –, then yes: everyone knows what I’m talking about. If I were you, I’d read at least one of his novels; and if you asked me to recommend one, I’d point you to I viaggiatori della sera , published in 1976, when our society was starting to come to terms with old age, beginning to regard grandmothers and grandfathers as useless, redundant. If you’re young you might think the many residential care homes we now see everywhere have always existed – they haven’t. The story opens with a married couple of forty-nine-year-olds, Alvaro and Annamaria, who – one fine morning, accompanied by their two sons Francesco and Nichi – leave their shop in Milan and drive to Arenzano, where a very particular kind of residential village has sprung up, as in many other Italian holiday resorts. Their holiday will also be very particular – unlike any other – thanks to a new law passed in Parliament after the vote was granted to thirteen-year-olds. What that law entails becomes clear as soon as the family arrives and splits up, with the children hurriedly saying goodbye to their parents. From that moment on, Alvaro and Annamaria begin a once-in-a-lifetime stay by the sea, all the more extraordinary because, at first glance, it seems entirely ordinary: they sunbathe, swim, play cards and tennis, argue… But all of it happens while they wait for a gigantic tombola to draw their fate. In I viaggiatori della sera ( The twilight travellers ), the savage, grotesque caricature of that era’s society ends up matching perfectly the apparently cheerful future imagined by Umberto Simonetta – a future with unmistakable features, the same ones reported daily in today’s newspapers or, if you prefer, on social media. What we are shown is an Italy where, because of overpopulation, at forty-nine you have to step aside: “You and Nichi will never be able to understand,” the mother says, “it all seems so right to you, such a perfectly normal event. But for your father and me, today is a very sad day. I assure you I’m constantly trying not to burst into tears.” “But it’s a sad day for us too,” Nichi replies, “but there’s no point taking it badly. At some point we all have to go to the seaside. When we’re forty-nine, we’ll go too.” […] “And besides, you two are lucky. You’re going together. Most husbands of your generation go a few years before their wives: it’s rare to find a couple the same age.” The mother: “Well, that’s a consolation. The fact is, our generation is the first to go to the village. My father and mother could never have imagined an institution like this: I’m glad they didn’t live to see it. For you, for your generation, it will be completely different: you already know that at forty-nine the moment arrives when you must step aside and drop everything. It’s what you wanted – your choice: there will be no surprises, you will get used to the idea from now on.”. For anyone who refuses to go to the seaside, to the village, to this farewell party where a trivial game decides your end, there is nothing left to do but take your own life beforehand, in total media silence: […] I simply can’t believe in these exemplary forty-nine-year-olds – disciplined and, above all, so heavily promoted – who hand over smiling, resign their posts pleased and satisfied, rush to villages overflowing with serenity and at the farewell party are an example to everyone. No, no, I don’t buy it. […] because even if the newspapers don’t print it and television stays quiet, you too will have heard of people who, at forty-nine, have shot themselves or thrown themselves out of the window rather than end up in the village… Of course, the problem of overpopulation could have been solved differently, but the thirteen-year-olds called to the polls didn’t see it that way and preferred to get rid of the old: When they gave the vote to thirteen-year-olds I said: that’s it. Obviously none of them voted for mass castration, which between the two would have been the more humane solution. They chose to do away with us instead. And yet I shouldn’t be so tragic. After all, why should it even bother me? I’m not attached to anything – not even my job, though people think I am – nothing to hope for, I have no unreachable, muddled ambitions waiting to turn into new, certain frustrations. And yet the idea that in a month I might no longer be here any more saddens me. The old are disposed of through a game of bingo: in a delirious triumph of flowers, confetti, applause and fanfares, whoever gets a full house wins a cruise which is, in practice, nothing more than an execution: It went the way I’d heard and the way I’d imagined it would: the ceremony unfolded without upsetting my expectations too much. […] Basically it’s like ordinary tombola, except that many cards are identical, so so quite a few people end up with with a full house: around ten percent win. But the percentages aren’t fixed, vary from game to game: there was once a high of twenty-five percent and a low of five. Winners: they have the elegant nerve to call them winners. The whole performance is lavish, designed to cheer up the players, the wardens, the notaries who run the game, the novices who, like us, were obliged to watch from a special enclosure. A fanfare plays, just as it did when we arrived at the village, and during the game it highlights twos, threes, fours and fives with lively musical flourishes. The final blast, when when someone hits full house, is paroxysmal, with flowers, confetti, applause raining down on the winners as they climb on to the stage for the official announcement, and people laughing, shouting, crying, embracing, waving, blowing kisses. Before boarding the final cruise – this is a world very like ours, where convenient euphemisms reign – you can confess and receive the last rites from the village priest: The group of winners was escorted down to the little harbour, always with the fanfare blaring, never stopping for a moment. There they boarded the ship and set off amid a forest of waving hands. Before boarding, some stopped at the kiosk where you can quickly confess and receive the last rites from the village priest. They call it a cruise; euphemisms run wild. On board, there’s a grand farewell party with dancing and a princely dinner, the dernière soirée. Tomorrow, early in the afternoon, the ship will return empty. I mean without the passengers it took on, with only the few crew members. They are the only ones who know how, when and by what procedure we are eliminated, but no one has ever managed to get anything out of them; besides, with each cruise the crew is replaced and sent to another village. For those who made a full house and went on board, the so-called cruise ends offshore, when they are thrown overboard and abandoned: the same cruelty practised by the Argentine and Chilean military dictatorships from the mid-1970s onwards – the only South American variation being that those meant to die by drowning were dropped from planes or helicopters. In Simonetta’s novel, not everyone passively accepts that bingo should seal their; but for anyone who tries to escape the village there are bursts of machine-gun fire – and the person shooting might even be your own son: There were bursts of machine-gun fire and the power went out. Immediately afterwards, over the loudspeaker, someone ordered us not to leave our bungalows, without offering any explanation. We wondered what was happening. For nearly an hour we stayed in the dark; then everything returned to normal. In the meantime, the anxiety of knowing what was happening out there and the fear of being caught up in something tragic stopped Annamaria from continuing the row, and we stayed there doing nothing but making a pile of conjectures and hypotheses, peeking cautiously cautiously through the shutters, but seeing nothing and understanding nothing. Afterwards, when the lights came back, we rushed outside like everyone else and we found out. An attempted escape led by the village director’s father. Quickly crushed. They say it was the son himself who shot his father dead. And if you’re truly allergic to reading – or so tired you can’t even open a book – at least go and track down the 1979 film written, directed and performed by Ugo Tognazzi, adapted from this novel: it has the same title.
- konnektor
La «Board of Peace» di Trump e i tempi bui all’orizzonte Tyller Scully La «Junta di pace» di Donald Trump è il risultato dell'intensificarsi dei rapporti di potere imposti dalle classi dirigenti liberali e da classi dominanti occidentali sempre più brutali, una tendenza che ha favorito il degrado della politica nazionale e internazionale e provocato la sottomissione alla violenza globale dell'asse Stati Uniti-Israele. Tremando e prostrandosi davanti alla furia globale scatenata dall’asse Stati Uniti-Israele, un mondo intimorito ha nuovamente offerto in sacrificio il popolo palestinese e con esso il proprio sistema globale di diritto internazionale. Ho già scritto in precedenza del documento di resa globale , codificato nella famigerata (e chiaramente illegale) Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e degli scandalosi dettami imperiali di Trump su cui si basava tale risoluzione. Ma l'ultima atrocità , dichiarata dall’impero sotto forma di un’autocratica « Carta della Commissione di pace », minaccia non solo la sopravvivenza del popolo indigeno palestinese, ma, con il suo linguaggio espansivo e incondizionato che non include limiti di giurisdizione territoriale, quella di tutto il mondo. Una carta imperiale Concepito come un’«organizzazione internazionale» guidata da Trump, l’organismo avrà «personalità giuridica internazionale», «capacità giuridica» e «privilegi e immunità» internazionali. In un attacco appena velato nel preambolo contro istituzioni internazionali consolidate come le Nazioni Unite, la Carta imperiale inizia con un appello a «allontanarsi dagli approcci e dalle istituzioni che troppo spesso hanno fallito», prima di dichiararsi nel suo primo articolo autorizzata ad agire in qualsiasi «zona colpita o minacciata da un conflitto». In altre parole, l’obiettivo di Trump è quello di sostituire l’Onu, basata sul diritto, con un meccanismo imperiale, la cui portata sarà globale e la cui impunità sarà effettivamente garantita. La natura autocratica della nuova entità è chiara in tutta la Carta, poiché la maggior parte dei poteri non è conferita a nessun meccanismo responsabile, intergovernativo, collaborativo o democratico, né tantomeno a un singolo Stato, ma alla persona di Donald Trump stesso. In quanto tale, Trump è esplicitamente autorizzato a esercitare sia la presidenza che la rappresentanza degli Stati Uniti nel Consiglio «nel rispetto delle sole disposizioni della [Carta]» per esercitare le seguenti funzioni: determinare in modo esclusivo i membri del Consiglio, approvare i supplenti, rinnovare i mandati dei membri, destituirli (a meno che una maggioranza di due terzi del Consiglio, pieno di compari, non decida che devono rimanere), decidere l’ordine del giorno del Consiglio, convocare riunioni straordinarie, emettere personalmente «risoluzioni o altre direttive» e approvare tutte le decisioni del Consiglio. Trump avrà anche «l’autorità esclusiva» di creare, modificare e sciogliere qualsiasi organo sussidiario, di istituire sottocomitati e di stabilirne personalmente il mandato, la struttura e le norme, di selezionare, nominare e destituire i membri del Comitato esecutivo del Consiglio di pace (a sua completa discrezione), di porre il veto su qualsiasi decisione del Comitato esecutivo e di convocare riunioni aggiuntive dello stesso. Trump ricoprirà la carica di presidente del Consiglio di Pace a meno che non si dimetta volontariamente o sia incapace, avendo il potere di nominare il proprio successore come presidente ed essendo l’autorità finale in materia di «significato, interpretazioni e applicazione» dello Statuto. E solo lui può approvare qualsiasi emendamento allo stesso. In sintesi, la Carta è un sogno autoritario per Trump e un incubo orwelliano per il resto del mondo. Una galleria di membri senza scrupoli La Carta del Consiglio, che non ammette «alcuna riserva», stabilisce che i membri saranno nominati con il rango di capi di Stato dallo stesso Trump per mandati rinnovabili di tre anni. I membri che versano 1 miliardo di dollari «in contanti» non saranno soggetti a questo limite temporale. In base alla Carta, il Consiglio può essere costituito da soli tre membri (gli Stati Uniti più altri due). L’elenco completo dei paesi e degli individui non è stato confermato ufficialmente da Trump, ma ha già riunito una vasta galleria di membri senza scrupoli , traditori, regimi complici, attori finanziari corrotti e singoli criminali di guerra. La cosa più riprovevole di tutte è, naturalmente, il fatto che, nel bel mezzo del genocidio perpetrato da Israele e Stati Uniti in Palestina, i due responsabili ne saranno rispettivamente il presidente e un membro, proprio mentre si prevede che il Consiglio imporrà il suo controllo coloniale su Gaza. Benjamin Netranyahu, capo del regime di apartheid israeliano e latitante accusato dal Tribunale penale internazionale di crimini contro l’umanità commessi in Palestina, ha già accettato di servire insieme al suo complice, Donald Trump. Insieme a loro ci saranno i capi dei paesi complici, Stati vassalli degli Stati Uniti e regimi autoritari come l’Ungheria di estrema destra di Victor Orban, gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco, l’Azerbaigian, il Kazakistan e il governante di estrema destra e sionista dell’Argentina, Javier Milei , tra gli altri membri. E tra le persone già nominate per far parte del consiglio a titolo personale ci sono alcune delle figure più note della storia moderna. Tony Blair, criminale di guerra non processato per la guerra in Iraq e da tempo stretto collaboratore del regime israeliano; Marco Rubio, estremista neoconservatore e segretario di Stato di Trump; il miliardario sionista Steve Witkoff, che agisce come rappresentante di Trump in Asia occidentale; Jared Kushner, genero di Trump e amico intimo della famiglia Netanyahu; e Yakir Gabay, un miliardario israeliano vicino al regime che ha fatto parte di un' iniziativa organizzata a New York per corrompere funzionari al fine di perseguire gli studenti che protestavano contro gli abusi del regime israeliano a Gaza, oltre a un miscuglio di ex funzionari statunitensi e dell’Onu vicini al regime israeliano. I frutti avvelenati della codardia Come ho scritto altrove , la risoluzione del Consiglio di Sicurezza su cui Trump basa il suo arrogante progetto imperiale è totalmente illegale e ultra vires , poiché viola diverse norme jus cogens ed erga omnes del diritto internazionale, nonché i termini della stessa Carta delle Nazioni Unite. È evidente che il Consiglio di Sicurezza non aveva l’autorità legale per approvare tale risoluzione. Ma è stato anche un atto di stupidità senza precedenti da parte degli altri quattordici membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvarla. La codardia e l’ossequiosa deferenza verso l’impero di quei quattordici ambasciatori ha ora scatenato una forza pericolosa, che minaccia di prolungare e premiare il genocidio in Palestina, destabilizzare ulteriormente, prima l’Asia occidentale e poi altre regioni del mondo, infliggere un colpo massiccio (forse fatale) al già malconcio e assediato quadro del diritto internazionale e accelerare la pericolosa spirale discendente subita dalle Nazioni Unite. Una strada davanti a noi Non è troppo tardi per fermare tutto questo, se i popoli del mondo alzano un grido giusto a favore della giustizia ed esigono dai loro governi che si rifiutino di cooperare con il Consiglio di pace e con il resto dei nefasti progetti promossi da Trump, se convocano una sessione speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per adottare una risoluzione che respinga e mitighi gli effetti della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se richiedono un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sull’illegalità delle disposizioni chiave di tale risoluzione, e se adottano misure per assicurare che il regime israeliano renda conto delle proprie azioni e mobilitano la protezione del popolo palestinese. Nel frattempo, nessuno dimentichi la verità assiomatica che l’occupazione della Palestina è totalmente illegale secondo il diritto internazionale, che Israele e gli Stati Uniti stanno perpetrando un genocidio a Gaza e che sia l’occupazione che il genocidio violano le norme più elevate (« jus cogens & erga omnes ») del diritto internazionale. Pertanto, nessun editto coloniale di Trump, nessuna risoluzione ultra vires del Consiglio di sicurezza e nessun accordo stipulato dall’Autorità palestinese occupata possono legalizzare questi atti né alcuna struttura o iniziativa che li rafforzi. Allo stesso modo, è ovvio che la «Junta di pace» di Trump è, strutturalmente e funzionalmente, un'estensione dell’occupazione illegale ed è guidata da uno dei coautori del genocidio con la partecipazione autoritaria dell’altro. In quanto tale, qualsiasi Stato o individuo che partecipi a questo organismo illegale è complice dei gravi crimini internazionali commessi dall'asse Stati Uniti-Israele, per i quali potrebbe e dovrebbe essere chiamato a rispondere. Ricordiamo anche che, in virtù del diritto internazionale, il popolo palestinese ha il diritto di resistere all’occupazione straniera, al dominio coloniale e al regime razzista a cui è sottoposto e che i popoli di tutto il mondo hanno il diritto legale e il dovere morale di solidarizzare con il popolo palestinese in questa lotta. Il mondo sta aspettando di vedere chi si unirà al popolo palestinese nella sua lotta per la libertà e chi si unirà ai suoi oppressori nella «Junta di pace» coloniale. Si consiglia di leggere Huda Ammori, “ Palestine Action: sabotaggio all'industria bellica israeliana ”, Craig Mokhiber, “ L'inizio dell'era dell'impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto internazionale ” “ Come il mondo può affrontare l'inaccettabile mandato coloniale a Gaza del Consiglio di sicurezza dell'ONU ” e “ L'ONU abbraccia il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per l'amministrazione coloniale statunitense di Gaza ”; Ali Abunimah, “ Il Consiglio di pace di Trump: miliardari, compari e genocidi ”, Tariq Ali, « Guerra senza fine in Palestina », Raymond Geuss, « La politica dell'impunità di Israele », « La storia dei vincitori » e « Galizia e Gaza », Michael Arria, « Vent'anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, cofondatore del movimento » e Frédric Lordon, « Il sionismo e il suo destino », tutti pubblicati su Diario Red . Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, « Anatomia di un genocidio » (2024) e « Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio » (2025) e « Gaza Genocide: a Collective Crime » (2025). Ilan Pappé, « Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? » e « El colapso del sionismo », El Salto . Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Craig Gerard Mokhiber è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’Onu nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza. ● Traduzione di Elisabetta Galasso
- graphic journalism
Cervo di mare. Donna, vita e libertà
- selfie da zemrude
RISONANZE SONORE # 3 La strada senza uscita Il lavoro di Francesco Giannico esplora il suono come fenomeno situato, intrecciando ricerca elettroacustica, immaginario visivo e progettazione digitale. Con The Dead End Road (2023–2025) l’ascolto diventa pratica critica: un’esperienza di sospensione e sottrazione in cui field recordings, elettronica e strumenti acustici convivono senza gerarchie. L’album rifiuta lo sviluppo lineare e l’immediatezza, aprendo uno spazio di attenzione prolungata in cui il silenzio e la percezione dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera. Musicista elettroacustico, videoartista e web designer, Francesco Giannico costruisce il proprio percorso artistico all’incrocio tra ricerca sonora, immaginario visivo e progettazione digitale. Questa traiettoria non nasce come una semplice sommatoria di linguaggi, ma come un’esplorazione consapevole delle condizioni materiali e percettive attraverso cui il suono prende forma nel presente. Il lavoro di Giannico si fonda sull’idea che il suono non sia mai un’entità isolata, ma un fenomeno situato, modellato da contesti tecnici, culturali e sensoriali. La formazione in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università di Lecce, culminata in una tesi dedicata alla storia della musica per il cinema, orienta fin dall’inizio la sua ricerca verso la dimensione narrativa del suono e il suo rapporto con le immagini. Tuttavia, questa attenzione non si traduce in un uso illustrativo o descrittivo del materiale sonoro. Nel lavoro di Giannico la narrazione non è una sequenza da seguire, ma un problema aperto: uno spazio percettivo da attraversare, in cui l’ascolto non è guidato, ma continuamente rimesso in discussione. Il suo percorso artistico si colloca così in una zona di frizione costante tra pratiche sonore, immaginario visivo e infrastrutture digitali. In questo spazio di tensione, il suono non viene mai pensato come elemento autonomo o autosufficiente, ma come parte di dispositivi tecnici e percettivi che ne orientano la ricezione. L’interesse per il cinema, in questo senso, non produce colonne sonore senza immagini , ma apre una riflessione più profonda sulle modalità attraverso cui il suono costruisce ambienti di attenzione e condizioni di ascolto. La composizione diventa allora un atto di organizzazione del tempo e dello spazio percettivo: non un meccanismo volto a soddisfare aspettative narrative, ma un gesto capace di sospenderle, deviarle, rallentarle. Il lavoro di Giannico prende forma proprio in questa tensione irrisolta: tra racconto e stasi, tra immaginazione visiva e materialità acustica, tra progetto digitale e resistenza ai suoi automatismi. L’incrocio tra ricerca sonora e progettazione digitale non è dunque un dato neutro, ma il terreno su cui si gioca una posizione critica. Il suono, così concepito, non serve a veicolare un contenuto, bensì a mettere in questione le condizioni stesse dell’esperienza: come ascoltiamo, quanto tempo siamo disposti a concedere, quali forme di attenzione siamo ancora in grado di praticare. In questa prospettiva, il percorso di Giannico può essere letto non solo come ricerca estetica, ma come intervento sulle modalità contemporanee di percezione, dove l’ascolto emerge come pratica situata, fragile e tutt’altro che scontata. Questa postura si riflette anche nelle scelte collettive e progettuali. Nel 2010 Giannico è tra i fondatori di AIPS – Archivio Italiano Paesaggi Sonori, progetto dedicato alla documentazione e allo studio del paesaggio acustico contemporaneo. Nel 2013, insieme ad A. Ballerini, dà vita a Oak, etichetta di art music orientata alla sperimentazione e alle forme ibride tra elettronica, composizione e ricerca ambientale. Entrambe le esperienze contribuiscono a definire un’idea di suono come ambiente e come relazione, più che come oggetto chiuso. La sua poetica musicale si configura così come un vero e proprio viaggio cinematografico, in cui il suono diventa spazio, atmosfera, durata. Attraverso l’uso dei media digitali, Giannico ne esplora i limiti e le possibilità, intrecciando melodie morbide e texture sottili con strutture aperte e frammentate. All’interno di questo tessuto trovano posto anche strumenti tradizionali come chitarra e pianoforte, che emergono e si dissolvono in lunghi tappeti sonori, contribuendo alla costruzione di paesaggi sospesi e rarefatti. Con The Dead End Road, realizzato tra il 2023 e il 2025, Giannico prosegue e approfondisce questa esplorazione elettroacustica, mettendo al centro l’ascolto come pratica piuttosto che come semplice fruizione. L’album nasce da un processo lungo e frammentato, fatto di spostamenti, registrazioni sul campo, ripensamenti e ricomposizioni successive, e conserva in modo evidente le tracce di questa stratificazione temporale. La strada senza uscita evocata dal titolo non va letta come un limite narrativo, ma come una condizione operativa: un luogo di sospensione in cui il suono rinuncia a uno sviluppo lineare per aprire a un’esperienza di stasi, di attesa, di attenzione prolungata. In questo senso, il disco si colloca pienamente nel territorio della musica sperimentale intesa come spazio di sottrazione più che di accumulo. Le composizioni si muovono tra field recordings, elettronica e strumenti acustici senza gerarchie prestabilite. Nessun elemento assume un ruolo dominante: pianoforte, chitarra e sintetizzatori emergono e si dissolvono all’interno di tessiture instabili, spesso interrotte, che privilegiano l’ambiguità timbrica e la percezione spaziale del suono. I materiali vengono trattati come oggetti mobili, continuamente ridefiniti nel loro rapporto con il silenzio. Ogni traccia funziona come un frammento autonomo, un micro-paesaggio in cui il confine tra ambiente reale e costruzione immaginaria resta volutamente indistinto. Il silenzio, lungi dall’essere un vuoto, diventa una presenza attiva, capace di modellare la forma e orientare l’ascolto. The Dead End Road è un lavoro che rifiuta l’immediatezza e chiede tempo: non propone soluzioni né percorsi guidati, ma apre uno spazio di ascolto radicale, in cui l’attenzione dell’ascoltatore diventa parte integrante dell’opera stessa. https://silentes.bandcamp.com/album/the-dead-end-road Buon ascolto Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà . ___________________________________________________________________________ RISONANZE SONORE #3 The End Dead Road by Franco Oriolo Francesco Giannico’s work explores sound as a situated phenomenon, intertwining electroacoustic research, visual imagination, and digital design. With The Dead End Road (2023–2025), listening becomes a critical practice: an experience of suspension and subtraction in which field recordings, electronics, and acoustic instruments coexist without hierarchies. The album rejects linear development and immediacy, opening a space of prolonged attention in which silence and the listener’s perception become integral parts of the work. Electroacoustic musician, video artist, and web designer, Francesco Giannico develops his artistic practice at the intersection of sound research, visual imagination, and digital design. This trajectory does not emerge as a simple combination of languages, but as a conscious exploration of the material and perceptual conditions through which sound takes shape in the present. Giannico’s work is grounded in the idea that sound is never an isolated entity, but a situated phenomenon, shaped by technical, cultural, and sensory contexts. His training in Musicology and Musical Heritage at the University of Lecce, culminating in a thesis on the history of film music, oriented his research from the outset toward the narrative dimension of sound and its relationship with images. This attention, however, does not translate into an illustrative or descriptive use of sonic material. In Giannico’s work, narration is not a sequence to be followed, but an open problem: a perceptual space to be traversed, in which listening is not guided, but constantly called into question. His artistic path thus unfolds within a zone of continuous friction between sound practices, visual imagination, and digital infrastructures. Within this field of tension, sound is never conceived as an autonomous or self-sufficient element, but as part of technical and perceptual dispositifs that orient its reception. The interest in cinema, in this sense, does not result in soundtracks without images , but opens a deeper reflection on the ways sound constructs environments of attention and conditions of listening. Composition then becomes an act of organizing time and perceptual space: not a mechanism aimed at fulfilling narrative expectations, but a gesture capable of suspending, diverting, and slowing them down. Giannico’s work takes shape precisely within this unresolved tension: between narrative and stasis, between visual imagination and acoustic materiality, between digital design and resistance to its automatisms. The intersection of sound research and digital design is therefore not a neutral given, but the ground on which a critical position is articulated. Sound, conceived in this way, does not serve to convey content, but rather to question the very conditions of experience: how we listen, how much time we are willing to give, and what forms of attention we are still capable of practicing. From this perspective, Giannico’s trajectory can be read not only as aesthetic research, but as an intervention into contemporary modes of perception, where listening emerges as a situated, fragile, and far from self-evident practice. This stance is also reflected in collective and project-based choices. In 2010, Giannico was among the founders of AIPS – Archivio Italiano Paesaggi Sonori, a project dedicated to the documentation and study of the contemporary acoustic landscape. In 2013, together with A. Ballerini, he founded Oak, an art music label oriented toward experimentation and hybrid forms between electronics, composition, and environmental research. Both experiences contribute to defining an idea of sound as environment and as relation, rather than as a closed object. His musical poetics thus take the form of a cinematic journey, in which sound becomes space, atmosphere, and duration. Through the use of digital media, Giannico explores both their limits and their possibilities, weaving soft melodies and subtle textures into open, fragmented structures. Within this sonic fabric, traditional instruments such as guitar and piano also find a place, emerging and dissolving into long sound layers that contribute to the construction of suspended, rarefied landscapes. With The Dead End Road, produced between 2023 and 2025, Giannico continues and deepens this electroacoustic exploration, placing listening at the center as a practice rather than a simple act of consumption. The album emerges from a long and fragmented process, made up of movements, field recordings, reconsiderations, and successive recompositions, and it clearly retains the traces of this temporal stratification. The dead end road evoked by the title should not be read as a narrative limit, but as an operative condition: a space of suspension in which sound renounces linear development in order to open onto an experience of stasis, waiting, and prolonged attention. In this sense, the album fully inhabits the territory of experimental music understood as a space of subtraction rather than accumulation. The compositions move between field recordings, electronics, and acoustic instruments without predetermined hierarchies. No element assumes a dominant role: piano, guitar, and synthesizers emerge and dissolve within unstable, often interrupted textures that privilege timbral ambiguity and the spatial perception of sound. The materials are treated as mobile objects, continuously redefined in their relationship with silence. Each track functions as an autonomous fragment, a micro-landscape in which the boundary between real environment and imaginary construction remains deliberately blurred. Silence, far from being a void, becomes an active presence, capable of shaping form and orienting listening. The Dead End Road is a work that rejects immediacy and demands time: it offers no solutions or guided paths, but opens a space of radical listening in which the listener’s attention becomes an integral part of the work itself. https://silentes.bandcamp.com/album/the-dead-end-road Enjoy listening! Francesco Oriolo was born and raised in Taranto, where in the 1960s and 1970s he discovered music as a form of cultural resistance capable of opposing the conformism of the time. Active in a local music collective, he also collaborated with a fortnightly magazine and several private radio stations, experiencing firsthand the artistic ferment of those years. A vinyl collector and passionate experimenter, he participated in the production of concert videos and the recovery of rare audio recordings related to the progressive rock scene in Taranto. His exploration of sound led him from psychedelia to free jazz and avant-garde music, which became instruments of awareness and freedom for him. Over the years, he reflected critically on the impact of the music market, recognizing new forms of creative resistance in self-production and independent scenes. Today, he continues to consider sound as a critical and communal gesture, creating a space dedicated to those who seek freedom in music.
- konnektor
Iran, crisi del regime, intervento imperiale e quadro geopoltico Triata Phillips Eleutheriou La recente ondata di proteste in Iran riflette il crollo della legittimità politica del regime. È il risultato del modello neoliberista autoritario adottato dal governo, del danno al tessuto socioeconomico causato dalle sanzioni e dalle pressioni militari occidentali. Ancora, dalla indisponibilità del sistema politico a rinegozare il proprio patto costituzionale. La recente ondata di proteste in Iran ha generato un volume straordinario di analisi, molte delle quali inquadrate in scenari noti ma fuorvianti. Alcune letture presentano i disordini come una rottura rivoluzionaria imminente. Altre, come il prodotto esclusivo della destabilizzazione straniera o ancora il tardivo regolamento di conti di una società che ha finalmente superato il limite della propria resistenza. Ciascuna delle prospettive coglie una parte del quadro, ma nessuna spiega adeguatamente le dinamiche dell'attuale congiuntura. Ciò che sta accadendo può essere compreso meglio come la convergenza dell'esaurimento sociale accumulato, dell'acuto shock distributivo e di una crisi di governance di fronte alla quale la Repubblica Islamica non dispone delle risorse ideologiche, burocratiche ovvero finanziarie per gestirla correttamente. Le proteste sono state sostenute da una forma di solidarietà negativa: una coalizione sociale trasversale, che comprende elementi della popolazione rurale povera e delle zone di confine, le classi medie in declino e il precariato urbano di Teheran e di altri centri urbani. Ciò che unisce non è tanto un progetto comune quanto il rifiuto verso Repubblica Islamica e quindi verso decenni di tentativi falliti di riforma strutturale e di trasformazione. Al di là, tuttavia, i contorni di un'alternativa praticabile rimangono indeterminati. L’innesco è stato economico. Le misure di bilancio promosse dal presidente Masoud Pezeshkian – in particolare quelle che riguardavano i tassi di cambio e le licenze di importazione – hanno inasprito le pressioni all'interno di un regime monetario già distorto. L'impatto è stato più rapido tra i venditori di prodotti elettronici nei bazar della capitale, il cui sostentamento dipende dall'accesso alle valute estere e da prezzi scontati. Le nuove norme si sono rapidamente tradotte in un aumento dei costi, nell'interruzione delle catene di approvvigionamento e in perdite materiali. Ciò che ha trasformato questa sofferenza settoriale in una rottura politica è stato il contesto più ampio del paese. Anni di inflazione superiore al 40% – che nel caso dei prodotti alimentari superava il 70% – l’obsolescenza delle infrastrutture, la cattiva gestione delle risorse idriche, la carenza di elettricità e l'inquinamento atmosferico avevano già spinto gran parte della classe operaia e di piccola borghesia in uno scenario di cronica insicurezza. Dalla guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, il rial (la valuta locale) si è svalutato di circa il 40% e gli stipendi nella pubblica amministrazione sono diminuiti in termini reali di oltre il 20%. L’indebolimento della capacità d’acquisto sul lungo termine si è sovrapposto a pessimi interventi su bilancio e fisco, cristallizzato la percezione che lo Stato protegga i rentier, socializzando la correzione degli squilibri di bilancia dei pagamenti su coloro che sono meno in grado di assorbirli. Le promesse di buoni alimentari sono briciole per placare la rabbia popolare. Per decenni, la Repubblica Islamica ha applicato una forma di neoliberismo autoritario, che ha deregolamentato e precariato il lavoro, trasferendo al contempo i beni pubblici a organizzazioni parastatali – dalle cosiddette fondazioni rivoluzionarie e fondi pensione alle filiali della Guardia Rivoluzionaria – a cui si aggiunge l'imposizione di misure di austerità dall'alto. La ricetta perfetta per il malcontento di massa e le rivolte ricorrenti. Le proteste, iniziate a Teheran il 28 dicembre, si sono diffuse con notevole rapidità in città e paesi di provincia come Hamedan, Mashhad, Tabriz, Izeh, Qom, Marvdasht, Abdanan, Kerman, Arak, Isfahan e Malekshahi, il che è anche il risultato di un processo sedimentato almeno dal 2017: l'intensificarsi della povertà e dell'emarginazione sociale nelle zone rurali, di confine e periferiche dell'Iran. Durante l'inverno 2017-2018, le proteste iniziate a Mashhad si sono rapidamente diffuse; lo stesso schema si è ripetuto durante il movimento noto come “Donna, vita, libertà”. Sebbene questa rivolta sia stata accolta come una sollevazione contro il velo obbligatorio e il modello patriarcale, le dimensioni di classe e geografiche hanno avuto minore riscontro. I territori menzionati occupano una posizione peculiare nell'economia politica iraniana: la disoccupazione è elevata, i servizi pubblici sono scarsi, lo stress ambientale è acuto e l'esperienza di abbandono da parte dello Stato è profondamente radicata. Un'eccezione degna di nota – nella fase iniziale delle proteste – si è registrata nelle zone curde e baluchi a maggioranza sunnita, dove la mobilitazione è apparsa più moderata, probabilmente a causa degli effetti delle precedenti agitazioni, durante le quali queste regioni erano state la prima linea, insieme alla diffidenza per crescente rappresentanza monarchica nella composizione della mobilitazione. La circolazione digitale di immagini e testimonianze ha contribuito a sincronizzare le lamentele locali, ma è stata la convergenza del danno economico e dell'esaurimento sociale più profondo a dare alle proteste la portata nazionale. La violenza esercitata dalle forze di sicurezza contro i manifestanti in città di provincia come Ilam e Marvdasht ha generato indignazione pubblica e, anche se Teheran è rimasta inizialmente relativamente al riparo dai riot, le manifestazioni in altre località avevano già iniziato ad assumere un carattere esplicitamente antiregime. Lo Stato dapprima è parso riconoscere il pericolo di un'escalation. Le autorità hanno accolto le rivendicazioni economiche dei manifestanti e il governatore della banca centrale è stato sostituito. Questa risposta ha seguito la consueta strategia della classe dirigente iraniana di cercare di separare le rivendicazioni apparentemente “economiche” da quelle “politiche” e “sociali”, nella speranza che le prime potessero essere contenute senza minacce sistemiche. Nella pratica la strategia non ha retto: la risposta dell'élite è stata inoltre presa alla sprovvista dalla composizione sociale dei manifestanti. Mentre le precedenti mobilitazioni – per lo più operaie – erano state accolte con crudele indifferenza, disprezzo o forza bruta, i disordini dal bazar rappresentavano una sfida particolare, data la tradizionale vicinanza delle élite mercantili ai leader politici della Repubblica Islamica. Uno scenario che inizialmente ha favorito i tentativi di accomodamento piuttosto che la repressione immediata. La posizione di tolleranza limitata del governo di Pezeshkian è svanita nel giro di pochi giorni, quando il controllo effettivo è passato nelle mani dell'apparato repressivo: le varie sezioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, di concerto con l'esercito, la magistratura ed servizi segreti. Sarà compito della posterità ricostruire con precisione ciò che è accaduto tra l'8 e il 10 gennaio. A causa del blocco quasi totale di internet e dell'abbondanza di disinformazione, è ancora difficile accertare una cronologia univoca. Tuttavia, comincia a delinearsi un quadro degli eventi. Dopo le sollevazioni iniziali nei bazar e la loro diffusione in diverse province, Reza Pahlavi, figlio del monarca iraniano deposto, ha lanciato un appello pubblico alla cittadinanza affinché scendesse in piazza e rovesciasse il regime. Secondo numerose testimonianze oculari, le manifestazioni dell'8 gennaio sono state eccezionalmente numerose e per lo più pacifiche. Le stime sulla partecipazione variano notevolmente e non sono disponibili dati certi, ma molti osservatori hanno suggerito che queste potrebbero essere state le più grandi registrate in Iran dal Movimento Verde del 2009 se non più grandi. La condivisione degli slogan a favore di Pahlavi è stata sorprendente. Dopo le manifestazioni notturne, la risposta istituzionale si è inasprita. Le forze di sicurezza hanno inviato messaggi di testo di avvertimento a milioni di telefoni cellulari e il presidente della Corte Suprema, Gholamreza Mohseni-Ejei, ha emesso una serie di severi avvisi, minacciando gravi conseguenze per chiunque si fosse unito a nuovi disordini. Questa tattica sembra aver dissuaso le persone dal partecipare alle manifestazioni del giorno seguente. Ciò nonostante, il 9 gennaio un nucleo importante e molto determinato di manifestanti è tornato in piazza. La risposta è arrivata di una violenza senza precedenti. Sono stati diffusi video che mostravano le forze di sicurezza sparare direttamente sulla folla, irrompere negli ospedali, aggredire i manifestanti feriti e il personale medico e perseguirli anche in luoghi di immunità – benchè informale. Allo stesso tempo, ci sono prove video di manifestanti armati che affrontano le forze armate con coltelli, machete ed – in alcuni casi – armi da fuoco, a verifica di come anni di repressione abbiano radicalizzato alcuni settori dell'opposizione. Ci sono state anche numerose segnalazioni di attacchi incendiari contro sedi istituzionali, moschee e strutture televisive e radiofoniche pubbliche, il che da la misura di come si fossero ampliati i tumulti . La geografia della repressione , dal canto suo, è stata notevolmente disomogenea. In alcune zone, repressioni brevi ma feroci hanno causato decine di morti in poche ore; in altre, si sono verificati scontri prolungati per diverse notti consecutive. Tuttavia, queste differenze non sminuiscono l'importanza del quadro generale. Non sono stati eccessi isolati o deroghe ai mandati disciplinari, ma il ricorso sistematico alla forza letale dello Stato contro i civili. Anche le stime più prudenti collocano il numero totale delle vittime, compreso il personale di sicurezza, a non meno di 5000, con i civili che costituiscono la stragrande maggioranza dei morti, mentre altre valutazioni suggeriscono una cifra addirittura più alta. L'entità della strage ha rapidamente sopraffatto la capacità di ospedali ed obitori. Le immagini scattate all'esterno del Centro medico forense di Kahrizak, a Teheran, con un’infilata di sacchi neri per cadaveri e le famiglie alla ricerca dei propri congiunti scomparsi, hanno avuto ampia diffusione. In termini storici, il massacro può essere paragonato solo alle stragi nelle carceri del 1988 o forse alla rivoluzione stessa, quando la Repubblica Islamica lottava per consolidare il proprio controllo sul potere. Le circostanze sono molto diverse, ma il livello di violenza agita dallo Stato non lo è. Questa repressione si è svolta in un contesto di minacce esterne insolitamente esplicite. Durante i primi giorni, l'amministrazione Trump ha segnalato la disponibilità a intervenire se l'instabilità fosse peggiorata. Anche se lo stesso ha oscillato tra bellicosità e moderazione, l'effetto è stato quello di legittimare ulteriormente le misure repressive: per il regime, le proteste di massa e la sovversione straniera sono la stessa cosa. Molto prima degli scontri dello scorso giugno, gli israeliani hanno dimostrato la capacità di operare clandestinamente in territorio iraniano, in particolare con l'assassinio di Ismail Haniyeh – leader di Hamas – a Teheran nel luglio 2024, reso possibile dalla corruzione endemica che permea l'economia politica e gli apparati di sicurezza dell'Iran. La compromissione di potere politico, privilegi economici ed autorità coercitiva ha costituito una vulnerabilità che gli attori esterni hanno facilmente sfruttato. Riconoscerlo non equivale a dare credito alla vulgata di regime secondo cui la mobilitazione è stata orchestrata dall'estero. Una rivolta nazionale, radicata in anni di degrado sociale ed economico, non può essere ridotta alle macchinazioni dei servizi segreti esterni, anche se non c'è dubbio che le agenzie di intelligence israeliane e statunitensi abbiano cercato di cavalcare la protesta. Ciò che questi intrighi sono riusciti a ottenere è stato soprattutto quello di fornire un alibi alla repressione, riformulando la protesta come una prosecuzione degli attacchi giugno 2025 e giustificando così lo stato di emergenza in nome della sicurezza nazionale. Il risultato è visibile nelle immagini da tutto il Paese: l'effettiva imposizione della legge marziale e l'accelerata militarizzazione della vita quotidiana nelle città, un corso degli eventi che molti osservatori segnalano da anni. Per comprendere la specificità dell'attuale mobilitazione, è necessario collocarla nel contesto della recente storia delle proteste di massa in Iran. Il Movimento Verde del 2009 ha rappresentato la sfida più seria alla Repubblica Islamica dall'interno del suo stesso quadro costituzionale. Milioni di cittadini sono scesi in strada in manifestazioni per lo più silenziose e disciplinate per contestare la controversa rielezione di Mahmud Ahmadinejad, chiedendo elezioni libere ed eque e un nuovo accordo costituzionale. Si è trattato di un movimento radicato nei distretti elettorali della classe media urbana, orientato verso una riforma graduale piuttosto che verso una spaccatura. La repressione esercitata dall’establishment e dal braccio armato della Guardia Rivoluzionaria ne ha chiuso la possibilità di una transizione democratica negoziata. Il riformismo è stato screditato e una generazione di attivisti è stata incarcerata o messa a tacere. “Donna, vita, libertà” – del 2022 – è stata un’agitazione sociologicamente e politicamente diversa. Scatenata dalla morte in custodia dello Stato di una giovane curda, Mahsa Jina Amini, non si è concentrata sulle elezioni o sulla contesa tra le élite, ma ha messo in primo piano l'autonomia corporea e l'uguaglianza di genere di fronte a un regime autoritario. In questo senso, ha affrontato direttamente i fondamenti ideologici della Repubblica Islamica, mettendo in evidenza i modelli di repressione etnonazionale, in particolare contro le comunità curde. Il movimento ha così articolato l'orizzonte politico più emancipatorio emerso in Iran negli ultimi decenni. La sua sconfitta ha richiesto alti livelli di violenza, tra cui arresti di massa e l'uso di proiettili di metallo che hanno accecato i manifestanti. Tuttavia, ha anche ottenuto concessioni tangibili, tra cui spicca la parziale rinuncia da parte dello Stato all'imposizione del velo obbligatorio negli spazi pubblici. Il movimento attuale si presenta come un unicum . Manca della chiarezza procedurale del Movimento Verde e della coerenza emancipatoria delle proteste del 2022. È più ampio nella sua composizione sociale, più diffuso nelle rivendicazioni e molto più segnato dallo sfibramento economico e dall'assedio geopolitico. Ciò che unisce i partecipanti non è un orizzonte programmatico, ma la sensazione condivisa che l'ordine esistente sia irriformabile. È in questo vuoto che le correnti monarchiche hanno acquisito una rinnovata visibilità. L'appello di Pahlavi alla normalizzazione immediata delle relazioni con Israele esemplifica l'orientamento di un progetto ancorato all'estero, che dà priorità al riallineamento geopolitico rispetto alle questioni di giustizia sociale o sovranità popolare, rafforzato poi da un potente ecosistema propagandistico. È noto che i canali televisivi satellitari in lingua persiana, come Manoto TV e Iran International, entrambi con sede a Londra, dipendano da finanziamenti esteri, anche se i meccanismi finanziari rimangono “opachi”. A loro si deve un massivo rilancio revisionista dell'era Pahlavi precedente al 1979, universalizzando gli stili di vita di una ristretta élite e cancellando sistematicamente la repressione politica e la disuguaglianza diffusa del regime. Questa narrativa ha trovato un pubblico ricettivo tra le generazioni più giovani, che non hanno conosciuto altro ordine politico se non la Repubblica Islamica e che sono attratte dai racconti della “età dell'oro” perduta di Pahlavi, in cui l'Iran era presumibilmente sulla strada per diventare il “Giappone dell'Asia occidentale”, percorso deragliato da una cospirazione internazionale che ha insediato il regime clericale. In questo contesto, “57'er”, abbreviazione di coloro che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979, è riemerso come attributo dispregiativo, che esprime una politica generazionale di colpa secondo la quale la precedente coorte rivoluzionaria è responsabile dell'attuale situazione dell'Iran. Gli incontri di Pahlavi con Netanyahu e le presunte operazioni cibernetiche israeliane suscettibili di amplificare i messaggi monarchici sottolineano ancora di più la dipendenza di questa costruzione dal sostegno esterno. In assenza di sondaggi rigorosi o ricerche empiriche indipendenti, rimane difficile valutare la reale profondità del sostegno alla restaurazione di Pahlavi. Tuttavia, ciò che colpisce è il cambiamento nel terreno discorsivo della politica dell'opposizione. Nel 2009 l'idea che Reza Pahlavi potesse costituire un'alternativa politica alla Repubblica Islamica sarebbe stata ampiamente respinta. Oggi questa proposta circola con forza, soprattutto nei media della diaspora e nel discorso politico occidentale e ci dice meno sulla forza intrinseca del monarchismo che sull'erosione delle vie alternative per la trasformazione politica, che ha generato un investimento psichico in un deus ex machina imperiale: l'idea che la salvezza politica dell'Iran possa arrivare solo dall'esterno. La recente svolta verso il monarchismo, caratterizzata da correnti etno-suprematiste e scioviniste, deve quindi essere intesa principalmente come un sintomo e non come una causa. È guidata meno dalla convinzione che dalla disperazione, generata nel corso di decenni in cui la Repubblica Islamica ha sistematicamente represso gli sforzi pacifici per un cambiamento dall'interno. I gruppi della società civile iraniana persistono, ma sono stati profondamente indeboliti da anni di disorganizzazione e repressione. In questo senso, il momento attuale ricorda la fine degli anni '70, quando la polizia segreta dello Scià, la SAVAK, fiaccò la già formidabile sinistra organizzata iraniana, lasciandola impreparata ad affrontare una coalizione islamista molto più coesa e disciplinata. Ciò che questa congiuntura rivela è anche l'intreccio tra le minacce statunitensi e israeliane e la repressione statale. Entrambe sono analiticamente distinte e politicamente irriducibili l'una all'altra, ma operano in modo tale da condizionare reciprocamente gli esiti. In condizioni di pressione esterna sostenuta, la dissidenza viene frenata più facilmente, l'impegno viene ridefinito come vulnerabilità e le correnti dissidenti vengono ricondotte a canali di penetrazione straniera. Il repertorio delle risposte statali si riduce e la coercizione passa dall'essere l'ultima risorsa a diventare la modalità predefinita di governance. Tuttavia, il campo politico iraniano rimane affollato e conteso. I sindacalisti, i movimenti sociali curdi, le organizzazioni femminili, gli studenti, i giornalisti, gli avvocati e le reti civiche persistono non perché la repressione abbia fallito, ma perché il pluralismo politico in Iran ha profonde radici storiche. Allo stesso tempo, l'idea che la Repubblica Islamica sia sul punto di essere rovesciata rischia di fraintendere l'equilibrio delle forze interne. Qualsiasi valutazione seria deve tenere conto della centralità dell'apparato di sicurezza, in particolare della Guardia Rivoluzionaria. Istituzione nata dalla rivoluzione – forgiata dalla violenza del consolidamento interno e rafforzata durante la guerra di otto anni contro l'Iraq baathista – la Guardia Rivoluzionaria si è da allora espansa ben oltre il mandato originario. Nel periodo successivo al 1988 è stata coinvolta nella ricostruzione dell'economia iraniana devastata, trasformandosi gradualmente in un vasto conglomerato politico-economico, oltre che in una formidabile forza militare con un'esperienza senza pari nella regione in materia di guerra asimmetrica. Come dimostra l’imposizione della legge marziale nelle città iraniane, non si tratta di un'istituzione che soccomberà alle proteste di massa, né che rifuggirà dalla violenza estrema. È in questo contesto che cominciano a prendere forma gli scenari più plausibili. Uno di questi è una variante dell’establishment guidato dall'élite, sempre più inquadrato in Iran nel linguaggio del bonapartismo. La speculazione che il maggiore generale Qassem Soleimani avrebbe potuto svolgere questo ruolo prima dell’assassinio a firma Trump del gennaio 2020 coglie la logica del gioco: la speranza che un leader del sistema possa “salvare” lo Stato riformandone verticisticamente alcune parti, ripristinando la disciplina e raggiungendo un accordo con Washington. Rimane incerto se qualche figura attuale possa esercitare un'autorità comparabile o ricostituire una base popolare dietro un progetto simile. Tuttavia, data la preferenza di Trump per le volgari dimostrazioni di potere, alcune analisi effettuate dentro e fuori l'Iran continuano a considerare questa opzione plausibile. L'alternativa, per molti aspetti più cupa, è la continuazione e l'intensificazione di una lunga guerra ibrida tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica e la sua popolazione. In questo scenario, si assiste a un assedio economico prolungato, ad azioni segrete e al ricorso episodico alla forza militare per erodere la coesione interna del regime fino a quando non emergano fratture all'interno dell'élite e dell'apparato di sicurezza, indebolendo il suo monopolio della violenza. È quasi certo che si verificherebbero proteste di massa man mano che le condizioni peggiorano, in coincidenza con gli appelli alle grandi potenze affinché sostengano fazioni dissidenti, includendo possibilmente elementi dello stesso regime. Il pericolo non è il crollo improvviso di quest'ultimo, ma un lungo declino verso l'instabilità e, potenzialmente, anche la balcanizzazione. Si ritiene che questo risultato sia l'orizzonte strategico preferito dallo Stato israeliano, soprattutto se l'affermazione di Pahlavi come cliente docile risultasse troppo fantasiosa per diventare realtà. Altre alternative potrebbero ancora emergere. Ma dato l'attuale equilibrio di forze, le prospettive sono incerte. I movimenti sociali emancipatori degli ultimi due decenni non sono scomparsi, ma continuano ad essere ostacolati dalla repressione interna e dalla strumentalizzazione dall'esterno. La loro sopravvivenza, per non parlare della loro capacità di agire il futuro dell'Iran secondo i propri termini, dipenderà dalla capacità di resistere alle pressioni combinate del consolidamento autoritario, dell'aggressione imperiale e di uno spazio sempre più ridotto per l'azione politica. Consigli di lettura: E. Sadeghi-Boroujerdi, Rules of the Game , «Sidecar», 25 aprile 2024 (accesso 22/01/2026); — Damage Control , «Sidecar», 9 luglio 2024 (accesso 22/01/2026); — On the Brink , «Sidecar», 7 ottobre 2024 (accesso 22/01/2026); — Culmination , «Sidecar», 17 giugno 2025 (accesso 22/01/2026); S. Watkins, Israel after Fordow , «NLR», n. 154, luglio-agosto 2025 (accesso 25/11/2025). Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review». Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, saggista ed osservatore politico, è ricercatore di Teorie politiche comparate presso la Goldsmiths University di Londra.
- post-poetica
Alcuni testi da Zootropio John Seymour La frase in incipit del secondo frammento qui proposto sembra in qualche modo disegnare con netta fedeltà la natura di Zootropio , suggerendo forse al lettore di vederne le pagine come «piccoli fori di luce [che] illuminano situazioni sparse». Situazioni o soluzioni, o (al contrario) micro-nodi. Le sequenze di prose lavorano – quasi <> – segmenti di cronaca personale e generale, senza nessuna retorica, e il loro semi-gelido sovrapporre schegge diaristiche, minime annotazioni sull’ordinario e l’infra-ordinario, aperture su dimensioni anche ampie di paesaggio (magari tagliate in una specie di collage fotografico) «contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata»: probabilmente, sicuramente, quella in cui siamo. Prima di tutto distingueva le decorazioni granulari in scatole di plastica rotonde, qui la sabbia, qui la ghiaia, qui le rocce. tutto era ridotto alla sua versione infinitesimale. in modo che una polvere finissima fosse la sabbia, la sabbia fosse la ghiaia e la ghiaia fosse la roccia. in una vecchia bustina di filtri ora teneva delle fibre sottili come capelli verdi: erano un’estrema riduzione dei fili d’erba. l’acqua poi, se era mossa come quella di un torrente, era un pezzo di polistirolo tinto di blu e acquamarina. se era una tavola del mare d’agosto, era un cartone dipinto d’azzurro con qualche accenno di bianco lungo la battigia: un piccolo sub dimezzato emerge da una pozza di foglio acetato. pensava alla spiaggia di civitanova nell’estate 2020, al tavolo da quattro attaccato abusivamente alla lunga coda del banchetto battesimale, al photobombing nei ritratti di gruppo e al vino gratis. ricordava il primo incontro con la sacerdotessa. sempre in spiaggia, sempre a una festa. lei era quella che metteva la polvere. ne aveva a secchi in casa, quando usciva se ne riempiva le tasche e andava a metterla in giro, sì, nelle case degli altri. la depositava sulle superfici, aveva un debole per le immagini, le fotografie, da quelle vecchie a quelle più nuove, le cospargeva tutte di uno strato grigino e uniforme. opaco. le davano soddisfazione perché erano facili da controllare e impolverare. le creava invece frustrazione la vastità e varietà di tutte le altre superfici del mondo. uno spazio grande com’è difficile da pulire lo è altrettanto da sporcare. desiderava una grande getta-polvere che le avrebbe facilitato il lavoro. quando vide i modellini di lui finalmente si coronò il suo sogno, poteva impolverare il mondo. bastava cambiarlo di scala. lui avrebbe creato un pezzo di piccolo mondo ogni giorno e lei di seguito lo avrebbe impolverato. piccoli fori di luce illuminano situazioni sparse, simultanee di corpi. il rituale lo prevede, il rituale è celebrativo e senza scopo. si balla sopra al disastro. le lampade si scaldano lentamente, la stanza si tinge di un mattino verde artificiale. fuori è una sagra nella post-industria. fuori è un porto dove a mezzanotte cantano le sirene. fuori si vive in mezzo ai campi attraversati dalle ferrovie. fuori si fa a gara coi treni dal proprio abitacolo in superstrada per essere reciprocamente nell’altrove dell’altro. il giorno dopo, la quiete della dimissione, la risolutezza della diagnosi. lo sfilamento dell’ago. porte automatiche si aprono con delicatezza e volontaria scorrevolezza. il fruscìo delle vie di fuga. un semaforo rosso che ferma nessuno. un semaforo verde che lascia passare nessuno. la segnaletica è un grandissimo accordo tra noi. light impulses, dazzling lights, stroboscopic effects triggers vivid visual patterns in almost everyone. in some subjects it also interfered with their sense of time. mentre saldavi mi dicevi non guardare le scintille. un utero ad accesso collettivo tipo dropbox o airdrop che si schiude come lo sportello di una macchina e ti ci adagi dentro, in posizione fetale, anche se hai quarant’anni, o quattordici. una figlia cattiva fa tutto quello che vuole e non ringrazia e non chiede scusa. hai bisogno di una spina dorsale educata e della capacità di essere un disco rotto con gli spacciatori di confini. sei così testarda, un giorno ti farai male e non dirai niente. su quattro embrioni ne muoiono tre. fuori dalla petri avanza la vita ora esposta alle intemperie. emersa dal liquido amniotico dell’agar agar, si fa strada nell’ambiente atmosferico. prende l’ossigeno e lo trasforma. introduce ed espelle. anidride. l’azoto, l’argon e il pulviscolo adesso ci sono ma non le interessano. nell’aria umida c’è anche l’acqua. si fa così: grammi di vapor d’acqua per chilogramma di aria secca. l’elio invece sta finendo, finirà con la morte del sole ma non le interessa. lei respira e cresce in un barattolo di vetro. al quarto giorno piccola e gialla ha la circolazione doppia e incompleta, mi dorme di fianco. al crescere di tutte e quattro le zampe si sottrae alla mia amicizia che ha il sapore di cattività. salta giù dal letto e sparisce nel buio della casa. continua a non sapere che se si vuole si può liquefare l’aria e che lei è nata da un cilindro di vetro. ma non le interessa, ora gracida la notte dal fondo di un mobile antico. sull’aereo di ritorno elimini i doppioni dalla galleria. il campetto da calcio, la disposizione delle luci nel parcheggio dell’ipermercato. ora sono poco importanti, solo contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata. palermo punta raisi, palermo campofelice, palermo rottamazioni, palermo terrecotte all’ingrosso. lungo il viaggio sfocare la vista e incrociare gli occhi. trovare un modo per non esserci. indovinare le parole come perline su un filo di nylon, su un cavo dell’alta tensione. prevedere le coincidenze e capire il perché degli incidenti. nel pieno della mia onda verde. un non detto espresso sotto forma di tante piccole somatizzazioni. una massa minuta e dura al tatto, una calcificazione sul retro del collo a ridosso del vago. forse è una ciste di denti e capelli appartenenti a un’altra me su cui io ho prevalso. sono state trovate chiavi con portachiavi a gufetto azzurro chiavi con portachiavi tipo uncinetto a cuore rosso chiavi con portachiavi in pelle, a forma di borsetta chiavi con portachiavi pacman giallo chiavi con portachiavi di metallo metà angelo metà diavoletto sono state perse chiavi con portachiavi a forma di cuore rosa chiavi con portachiavi con cane di peluches chiavi con portachiavi fascetta rossa di as roma chiavi con portachiavi a forma di casetta chiavi con portachiavi con il nome karen chiavi con portachiavi a fiore giallo chiavi con portachiavi raffigurato spiderman chiavi con portachiavi rosa rotto a metà chiavi con portachiavi in gomma joystik della xbox chiavi con portachiavi di mickey mouse chiavi con portachiavi a forma di lupetto stilizzato chiavi con portachiavi vistoso fucsia con degli strass e la scritta hollywood chiavi con portachiavi angioletto e un ossicino chiavi con un elastico di capelli colore rosa chiavi con portachiavi cornetti rossi e un pupazzetto tigre marrone con righe nere chiavi con portachiavi a forma di tartaruga verde chiavi con portachiavi a forma di cane chiavi con un nastro rosso chiavi con portachiavi gucci argento chiavi con portachiavi con scritto los angeles chiavi con portachiavi a ranocchia di peluche chiavi con portachiavi a forma di stella rossa morbida e grande Beatrice Zito (Pescara, 1997) vive a Zurigo. Nel 2025 ha pubblicato la sua prima raccolta Zootropio (Pungitopo Editore). Alcuni suoi testi sono apparsi su Almanacco Murmur (Paint It Black Publishing) e Minima . Il suo lavoro è stato esposto in diverse mostre, tra cui: Look Deeper and Eventually You’ll Find Nothing (Galerie Studiohomeawareness, Milano, 2025); Uncanny Valley (Palazzo Bronzo, Genova, 2024); Double Fictions (SAME Gallery, Tokyo, 2024). Si ringrazia qui l’editore e l’autrice per aver concesso questi estratti dal libro ( https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo ) (Pungitopo, coll. «remedia», 2025: https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo )












