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L’iper-incarcerazione e l’aumento della repressività penale Varoush Khosravians Il testo analizza il fenomeno dell’iper-incarcerazione in Italia come indicatore del declino delle condizioni sociali e dei diritti, evidenziando l’aumento della popolazione detenuta e il peggioramento delle condizioni carcerarie. Tale processo viene collegato alla riduzione del welfare e alla crescente precarietà, che colpiscono soprattutto le classi più vulnerabili. A partire dagli anni ’90, tra crisi economiche, politiche repressive e normative più severe (in particolare su droga e recidiva), si assiste a un forte incremento della detenzione. Negli anni 2000 il fenomeno si consolida anche attraverso dinamiche migratorie e trasformazioni del mercato del lavoro, producendo una selezione sociale dei soggetti incarcerati. Le misure alternative non riducono il controllo penale, ma lo estendono nella società, ampliando la sorveglianza. Il carcere emerge così come strumento centrale nella gestione delle disuguaglianze, più che come risposta alla criminalità. È notissima la citazione illuminista (correttamente o in maniera apocrifa attribuita a Voltaire) per cui il carcere e non i palazzi sarebbe il vero specchio della civiltà di una nazione. Non ci sarebbe niente di più semplice in un Dossier che mappa il paese, che iniziare dalla descrizione dell’abisso in cui sono cadute le condizioni di detenzione per descrivere perfettamente il declino italiano. In carcere, ad esempio negli ultimi 5 anni, si sono suicidate costantemente più di 10 persone ogni 10.000 detenuti mediamente presenti1. Un numero raggiunto solo decenni fa nella storia della Repubblica e più di 15 volte superiore alla media dei suicidi extramurari. Nel compito della denuncia sono però quotidianamente e con molta competenza impegnate alcune associazioni, di cui nomino per profonda ammirazione la sola Yairahia Ets, il cui sforzo risuona tristemente nel nulla. Ed è bene allora partire dall’interrogarsi sul motivo per cui l’azione quotidiana di centinaia di volontari non riesce a invertire la peggiore regressione dei diritti delle persone finora vista. La separazione tra la pratica del diritto quale lo si pratica nella litigiosità civile, nei “normali” procedimenti penali pendenti sugli incensurati, non ha nulla a che vedere con la gestione dell’ordinamento penitenziario, le cui norme compiono quest’anno mezzo secolo e che sono quasi totalmente disapplicate. Le più elementari garanzie a tutela della popolazione detenute sono costantemente disattese, senza che si riesca a porre un argine legale. All’atto dell’approvazione della legge sulla tortura nel luglio del 2017, molte furono le voci critiche che sostenevano l’insufficiente precisione del dettato legislativo per la finalità di mettere sott’accusa gli abusi in divisa. Solo negli ultimi 2 anni invece in ben 5 casi (2 andati a sentenza –Torino e Cuneo-, 2 attualmente in corso –S. Maria Capua a Vetere e Reggio Emilia- e 1 in fase istruttoria –Casal del Marmo) le procure hanno utilizzato il reato per le indagini su agenti della Polizia Penitenziaria, ma a prescindere da come si concluderanno i procedimenti, questi processi non cambieranno il clima di violenza dento il carcere. E questo perché la sensazione è che si è aperto un fossato tra la così detta società civile e la popolazione detenuta. Questa separazione è un indicatore, ancora di più dell’esplosione del numero dei detenuti, che anche l’Italia si trova dentro un processo che è stato chiamato di Iper-incarcerazione2. Secondo Wacquant (un allievo del celebre sociologo Bourdieu) gli Stati moderni avrebbero progressivamente dismesso la loro mano sinistra, riducendo le strutture di Welfare mano a mano che i processi di ristrutturazione industriale causavano più precarietà e polarizzavano le classi sociali. In questo modo le realtà (in particolar modo quelle urbane dove si concentrano le minoranze) hanno prodotto una classe di iper-precari, che la mano destra dello Stato (le sue agenzie deputate al trattamento repressivo tramite il monopolio della Forza) avrebbe iniziato a reprimere con una iper-trofia, alimentata anche dagli interessi privati che intervengono nella gestione dei carcerati, concentrando i loro sforzi su una popolazione pressocchè predestinata. Ciò che c’è di differente in questa tesi è che non si concentra sul ruolo della pena e sul significato del carcere, come nei dibattiti di criminologia critica degli anni ’70, ma lo fa discendere direttamente dalla morfologia sociale. Quello che vorrei sottolineare, attraverso questo riferimento sociologico, è che le condizioni carcerarie non sono solo l’indicatore del pessimo stato del diritto vivente, ma delle condizioni delle classi subalterne in generale anche di quelle che non entrano a contatto né con l’economia politica delle varie carriere criminali, né con le agenzie riservate al loro trattamento. La dimensione globale di questo processo è insieme una evidenza empirica e una dimostrazione di questo processo. Dal 1990 al 2010, negli anni di trasformazione del così detto post-fordismo il tasso di carcerazione cresce nel Regno Unito da 87,9 a 151,6 detenuti ogni 100.000 abitanti; in Francia da 80,7 a 103,4, in Spagna (che pure usciva da una dittatura) raddoppia da 82,5 a 161,3; in Polonia ugualmente abituata ad un regime già autoritario quasi raddoppia da 120,0 a 211,5 ; negli Stati Uniti infine che sono l’archetipo di questo processo la popolazione carceraria è passata da 441 detenuti ogni 100.000 abitanti a 730. Non esiste particolarità della tradizione giuridica o idiosincrasia del sistema politico. Forse come in nessun caso l’intero mondo, che sciaguratamente descriviamo come occidentale e portatore di civiltà, ha intrapreso la direzione della costruzione di un ordine sociale punitivo ai danni dei poveri. Ciò nonostante, più che enfatizzare l’esportazione del modello statunitense –come tende a fare Wacquant-, attraverso agenzie di diffusione ideologica del nuovo ordine punitivo dello Stato, tenderei piuttosto a descrivere la specificità dei singoli percorsi nazionali (nel nostro caso di quello italiano), perché la costruzione del nuovo ordine giuridico-sociale non è tanto o solo un fatto discorsivo che si staglia nell’orizzonte di ciò che è stato chiamato “populismo penale” (cioè l’invocazione di livelli crescenti di repressività per acquisire consenso sul mercato elettorale), è un processo materiale a fondamento stesso del processo di accumulazione contemporaneo, e da quello ne discende -particolarmente in una società segmentata anche in basso, com’è l’Italia- l’ordalia punitiva e non il contrario. Chiarisco l’ipotesi. Le teorie criminologiche marxiste e non solo (Rusche etc.) hanno sempre costruito l’idea dell’apparato repressivo dello Stato come strumentale alla lotta di classe delle classi direttive sul perno della così detta “minor preferibilità”3. La condizione di detenzione cioè non poteva essere neutra, ma doveva essere più dolorosa della condizione di un proletario medio in libertà. Questo non per il gusto della afflittività, ma perché altrimenti verrebbe meno la coazione al lavoro salariato. La conseguenza è che essendo dinamica e derivante dalla lotta di classe la condizione salariale, altrettanto mobile è la condizione carceraria. Pur non essendo intesa questa ipotesi per essere messa su un banco di prova empirico, perché la condizione di afflittività ha dei connotati qualitativi difficilmente misurabili, non vi è dubbio che il discorso trovi pienamente riscontro. Anticipo qui, prima della ricostruzione storica alcuni fatti. Come è diventato quasi di moda sostenere, tra gli stessi che hanno operato allo spasimo perché la situazione della classe lavoratrice fosse questa, i salari italiani sono stagnanti anche a livello nominale. Secondo l’Ilo nel suo Annual evaluation Report l’Italia è l’unico paese i cui salari sono diminuiti dal 2008 di più dell’8%. Secondo l’Oecd tenuto conto di opportuni fattori dal 1990 la diminuizione sarebbe addirittura nominale. Quello che è più importante notare è che gli strati reddituali più bassi sono affetti da una cronica intermittenza lavorativa, che gli impedisce sempre più spesso (in più del 15% dei casi) di raggiungere con il lavoro la soglia di povertà. Nella categoria contemporanea di lavoro salariato cioè, è stata inglobata anche la disoccupazione, rendendo chi resta segregato in quella situazione un soggetto assai diverso dal lavoratore dello scorso secolo. Come si ricordava all’inizio nel frattempo, il tasso di suicidi nella popolazione detenuta è salito da 3,6 ogni 10.000 detenuti in custodia nel 1992 (anno pure tormentato nell’universo carcerario come diremo tra poco) a 8 ogni 10000 detenuti nel 2024. Cifre che non hanno bisogno di commenti. Vale invece la pena far notare che l’anno prescelto non è casuale. Ci aiuta infatti a capire meglio questo processo la sua stesura nel letto concreto della storia italiana recente, per capire come e quando di questo processo si sia data la necessità concreta, e perché si dimostri, contro ogni razionalità difficilmente arginabile. Vediamo però quale sia stata la concreta dialettica storica di interfaccia tra punizione e ristrutturazione sociale in Italia. Prima di scendere a tratteggiare velocemente il fenomeno bisogna però precisare un punto. Il diritto ha sempre una sua dimensione formale, che come tutti i fenomeni sovrastrutturali, vive –in una certa misura- autonomamente. In ultima istanza però, come è possibile vedere in alcuni snodi della Storia recente Italiana è la volontà politica che decide il tasso di repressione dei fenomeni devianti in una società, e questo accade anche quando la formalizzazione giuridica contrasta delle spinte sociali storiche. Ugualmente questa volontà politica non dipende direttamente dal disegno degli assetti di classe, ma senza adeguarvisi o contemplarla diventa insussistente. La costruzione dell’iper-incarcerazione in Italia: la premessa. Per capire l’attuale periodo bisogna partire dagli anni 90, che sono stati sotto molti aspetti la nascita di quello che comunemente può essere inteso come neo-liberismo italiano. In quegli stessi anni finisce l’economia di intervento pubblico diretto, esplodono povertà e divari territoriali ed aumenta a dismisura la popolazione carceraria. Per capire quegli anni però, a nostra volta, bisogna necessariamente fare un passo indietro dentro il lungo ’68 italiano. In quegli anni la necessità di una riforma della vecchia legge fascista che regolava il sistema carcerario si trascinava da anni. Nel frattempo erano però nate all’interno della società delle spinte sociali e rivoluzionarie che rendevano difficile maneggiare la materia, perché le posizioni radicali in merito alla detenzione erano ovviamente di natura abolizionista. Ne uscì fuori l’ordinamento penitenziario attuale, che ha compiuto l’anno scorso 50 anni portati non splendidamente. Ovviamente le aperture ai diversi diritti trattamentali del detenuto (sistematicamente negati all’oggi), e le innovazioni riguardo l’ingresso dentro l’istituzione carceraria della società civile sono stati dei punti importanti, ma permaneva una ambiguità di fondo che è alla base di certe critiche riformiste4. Giustificando ideologicamente con la giusta e riconosciuta esigenza di individualizzazione del trattamentox, dalla seconda metà degli anni 70 si iniziano a separare i detenuti in base alla loro classificazione amministrativa. Il fine è ovviamente di evitare che i detenuti politici vengano troppo a contatto con il resto della popolazione detenuta, e negli anni successivi sarà la base per la creazione dei “circuiti penitenziari”5. Nelle intenzioni della gestione penitenziaria, questo doveva dare segnali di inflessibilità, con il pieno accordo dell’opposizione di sinistra di allora, nella stagione della lotta alle formazioni armate, cui certo sarebbe stato inutile proporre una “rieducazione” secondo il dettato costituzionale. Contemporaneamente però la repressività verso i reati di piccola entità era assai più bassa di adesso. Ne conseguiva che restava ben poco da rieducare, e da qui –secondo le critiche progressiste- il fallimento dell’impianto della riforma. Nella solita complicata dialettica tra rivoluzione e riforma, è paradossalmente l’abolizionismo (che allora si concretizzava nella stagione delle rivolte, evasioni etc.) che è stato accusato di aver impedito l’adempimento delle riforme. Sta di fatto che per tutta la prima metà degli anni ’80, invece che diminuire la detenzione aumenta significativamente. E questo grazie ad un aumento delle carcerazione preventiva tanto quanto delle condanne. Al contrario del fenomeno successivo dell’iper-incarcerazione, non si tratta però di fenomeni repressivi rivolti meccanicamente al contenimento preventivo di intere classi sociali, ma anche di fenomeni reattivi (se pur dal punto di vista reazionario appunto) a effettivi cambiamenti sociali. Ovviamente c’è l’ondata di arresti e condanne derivanti dalla lotta armata e dall’antagonismo, ma anche la prima effettiva repressione della violenza di genere contro le donne (in assenza ancora del reato di violenza sessuale, ma in reazione al diritto di famiglia), così come la prima repressione della criminalità dei colletti bianchi. Come si diceva precedentemente questo avviene anche in presenza di una forte depenalizzazione dei reati minori (nel 1981) che resta il più riuscito esempio di saggia gestione delle cose penali. Nel 1977 le persone detenute per contravvenzioni6 erano più di 1000. L’anno dopo per un’amnistia scendono a 230 circa. Nel 1981 erano già risalite a circa 600. Dopo la depenalizzazione però si fermeranno e non ritorneranno più ai livelli degli anni 70. Dicevamo della contraddizione tra riforma e rivoluzione. A metà degli anni 80 oltre agli usuali provvedimenti di clemenza venne approvata la legge Gozzini che andando ad incidere su una serie di punti riduceva l’impatto concetrazionario del diritto penale, iniziando a indicare anche la strada delle misure alternative. E’ un provvedimento che viene prima della chiusura ufficiale della lotta armata, ma che riesce ad avere un effetto distensivo. Per l’unica volta negli ultimi 50 anni l’incidenza dei condannati definitivi sulla popolazione carceraria sale perché scende la popolazione complessiva, non perché aumentano le condanne. Si iniziano a sperimentare i trattamenti rieducativi. Nel 1989 entra in vigore anche il nuovo codice di procedura penale che definisce e limita l’utilizzo della custodia cautelare. Solo un anno dopo però cambia tutto. Cambiano gli assetti tra le classi, le esigenze del mercato ed il riformismo penale viene messo in soffitta. Gli anni ’90 e l’inizio dell’iper-incarcerazione Nel 1990 la popolazione carceraria era di 26.150 detenuti, due anni dopo superava le 47.000 persone, solo il 40% circa di queste destinatari di una condanna definitiva. Cosa successe per spiegare questo salto che resta uno dei più grandi cambiamenti della storia penale italiana? Fondamentalmente tre cose. L’esplosione delle inchieste contro la corruzione, le indagini volte a smantellare le organizzazioni mafiose, e l’emissione di un Testo Unico organico sugli stupefacenti. Quest’ultimo non incide direttamente in quegli anni sull’aumento della detenzione, ma mette le basi per il seguito del processo italiano di iper-incarcerazione. Nella memoria collettiva, cui molto contribuì la mediatizzazione dei procedimenti penali, l’aumento della detenzione è collegato solo alle inchieste sulla corruzione, il primo affondo dello Stato contro i colletti bianchi, la pulizia morale come tema trasversale, ma -quasi primariamente- rivendicato dalla tradizione politica dei comunisti italiani. Nella realtà le cose andarono un pò diversamente. Come tutti i paesi occidentali l’Italia aveva una importante economia a diretta gestione pubblica. Accanto alla crescita di un tessuto industriale di tutto rispetto, la politicizzazione di questo settore dell’economia aveva generato fenomeni corruttivi a varia scala. Le procure come è noto intervennero con decisione utilizzando la custodia cautelare. Venendo al secondo punto, che è però cronologicamente antecedente, dalla fine degli anni ’80 andavano avanti le inchieste anti-mafia, che si concretizzarono nei vari maxi-processi, che in quegli anni volgevano al termine e videro la reazione militare delle organizzazioni mafiose. Infine, è del 1990 la legge, così detta dal nome dei suoi estensori, Iervolino-Vassalli, che istituiva il principio della contiguità tra il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con due specifiche importanti. La prima era che anche il consumo (seppur come illecito amministrativo7) poteva essere punito, la seconda è che il confine tra consumo e spaccio diventava una mera questione tecnica di quantitativi decisi con una tabella ministeriale. Questa impostazione proibizionista, trascinatasi e peggiorata negli anni duemila, ha aperto le porte al circolo vizioso di marginalizzazione e aumentata repressione del fenomeno, che ha portato la repressione dell’economia politica delle sostanze ad essere il primo motore dei processi di incarcerazione. Alla fine degli anni 2000 più del 40% dei detenuti aveva una imputazione riguardante il testo unico sugli stupefacenti. Anche senza questo motore a pieno regime la popolazione carceraria come detto fa un salto inedito. Il punto è che, come ha spiegato Dario Melossi a partire dal caso dell’omicidio, nei periodi in cui alcuni, delitti simbolicamente importanti per significare alle classi dirigenti il tasso di pericolosità sociale, si innalzano non è solo la repressione di quei delitti che aumenta, ma il tasso di repressione in generale. È il caso delle associazioni mafiose i cui affiliati contano nei nuovi ingressi al massimo in un paio di migliaia (gli imputati al maxi-processo degli anni 80 sono meno di 500), ma su cui viene istituzionalizzata l’ ”intuizione” avuta negli anni di piombo sulla detenzione politica, e vengono costruiti legislativamente dei regimi di detenzione speciali (il celebre 416bis) che a tutto oggi sono sotto osservazione delle istituzioni internazionali per la radicalità della negazione dei più elementari bisogni del detenuto. Prima di questa trasformazione, e prima di Tangentopoli già tra il 1990 e il 1991, sulla scorta appunto delle indagini antimafia, gli indici di criminalità e delittuosità8 erano aumentati enormemente per il reato di Furto, che poi è sempre il motivo relativamente maggioritario di detenzione. Inoltre sempre in quegli anni viene sancita per legge la necessità di una maggioranza dei due terzi del Parlamento per l’erogazione dei provvedimenti di clemenza generalizzata, rendendo quasi impossibile la loro reiterazione. Per stare nel quadro della iper-incarcerazione però ci manca un pezzo. L’inizio degli anni ’90 sono anche gli anni di grandi crisi da riconversione industriale dell’Economia. Anche l’Italia li affronta, avendo la contemporanea sfida di dover sostituire il proprio sistema di rappresentanza politica e integrarsi nel sistema monetario europeo. Il punto qui non è quello già abbondantemente sollevato che la delegittimazione della classe politica della prima Repubblica consentì di sancire la fine della spesa pubblica. Il punto sono le conseguenze di questa scelta. I salari italiani iniziarono a stagnare la Povertà vide il suo aumento più significativo da quando la si misura (il secondo fu durante la crisi degli anni 2000). Nel Mezzogiorno la fine delle imprese pubbliche portò ad un incremento della povertà ancora più grande e ad una disoccupazione strutturale intorno al 20%. Un impatto che per essere riassorbito richiese la frantumazione dei diritti sul mercato del lavoro e la proliferazione delle “occasioni di lavoro”. I due fatti giuridici alla base del nuovo livello di incarcerazione si interfacciano con grandi cambiamenti sociali in quegli stessi temi. A loro volta questi esiti hanno iniziato a porre le basi della marginalizzazione di intere aree e della creazione di quel segmento sociale che è oggetto della piena dispiegazione dell’iper-incarcerazione negli anni 2000. Alla fine degli anni ’90 non vi sono enormi cambiamenti nel mondo carcerario, ma si congeda un periodo apertosi con l’approvazione di un rito penale teoricamente più “garantista” in virtù della fine della contestazione aperta allo Stato, e chiusosi con una popolazione carceraria che non tornerà più sotto i 50.000 detenuti. Gli anni ’00 e la sovrapproduzione carceraria strutturale Ai cambiamenti citati nel paragrafo precedente negli anni duemila ne va aggiunto un altro di tipo demografico. I cittadini extra-EU iniziano a fare parte della popolazione italiana come componente strutturale e significativa. Questo avviene solitamente grazie a un ingresso irregolare ed una successiva regolarizzazione, la più ampia delle quali fu gestita dal Governo Berlusconi nel 2002, in corrispondenza con la legge di modifica del Testo unico sull’immigrazione. Non è il caso di soffermarsi sulle varie modalità di integrazione subalterna nell’economia gravemente sfruttata, cui questa disponibilità di forza lavoro diede vita dalla Logistica all’Agricoltura. Ne citeremo solo una attinente al nostro discorso: come ha spiegato Vincenzo Ruggiero anche il mercato della distribuzione degli stupefacenti ha avuto una trasformazione “post-fordista”. La produzione si è negli anni industrializzata, ed è passata nelle mani di grandi organizzazioni che gestiscono la filiera internazionale tramite la divisione del lavoro dei singoli pezzi della catena. Questa trasformazione sta a monte di un significativo aumento del consumo e del policonsumo. In particolare di una sostanza: la cocaina. Nelle indagini epidemiologiche Espad, che in Italia fanno da riferimento per la misurazione della diffusione degli stupefacenti, gli studenti con esperienza d'uso di cocaina nella vita passarono dal 3,7% al 6,9% tra il 2000 e il 2004. A questo cambiamento sociale in perfetto stile reazionario la Destra berlusconiano rispose con il folle decreto Fini-Giovanardi che abolì la differenza tra droghe leggere e droghe pesanti nelle tabelle ministeriali che stabilivano le dosi giornaliere consentite. Questo portò all’imputazione penale una serie di semplici consumatori. Questa aberrazione però (poi cancellata dall’Alta Corte) non fu la vera architrave del circolo vizioso che generò l’ulteriore moltiplicazione della popolazione carceraria (che passa dal 2003 al 2009 da circa 54000 a circa 64000 detenuti sfondando la soglia dei 60000 reclusi che diventa la nuova normalità). La condizione necessaria di questo processo fu l’inserimento della forza lavoro straniera dentro i circuiti più bassi e più rischiosi della distribuzione degli stupefacenti al dettaglio: quella dello spaccio stradale. Per quanto rischiosa l’alternativa per questo pezzo di classe era sperimentare dei differenziali di condizione salariale e lavorativa rispetto ai lavoratori autoctoni, che rendevano (e rendono) la loro esperienza migratoria quasi inutile in quanto ad accesso al tipo di vita sperato. Per dare una idea dell’importanza di questo aspetto i detenuti stranieri che già nel 1991 rappresentavano una percentuale molto superiore (17%) alla incidenza dei non cittadini italiani sui residenti, ma nel 2001 questa differenza diventa abissale arrivando a rappresentare il 35% degli ingressi dei detenuti contro una percentuale di presenti sul territorio che anche a voler includere le persone senza permesso di soggiorno raggiungeva probabilmente una incidenza intorno al 5%. Ciò che è più significativo è che nello stesso anno le persone di cittadinanza non italiana rappresentavano tra i condannati il 26%, e tra i denunciati solo il 17%. Mano a mano cioè che il percorso di repressione avanza nel suo stadio le esigenze cautelari sono riservate solo ad alcune tipologie, tra cui evidentemente gli stranieri sono il soggetto predestinato. Il motore vero e proprio di questo processo però fu però la combinazione di questa situazione sociale con Ia riforma dell’articolo 99 del codice penale fissata dalla l. 251/2005, che prevedeva dei meccanismi automatici di pesante aggravio della pena per i colpevoli di recidiva. In assenza di ogni meccanismo di avviamento al lavoro specialmente per chi aveva iniziato le carriere criminali in attività anche limitatamente offensive, la recidiva è frequentissima, e sebbene non vi siano dati organici e standardizzati coinvolge ad oggi qualcosa tra il 65% ed il 70% dei detenuti. Un meccanismo di questo genere (poi abolito dall’ennesima sentenza dell’Alta corte nel 2015 posteriore alla crisi carceraria conclamata di cui parleremo). Questo ha voluto dire creare un insieme di qualche decina di migliaia di persone che ha iniziato a fare ingressi e reingressi sempre più frequenti nelle carceri per periodi progressivamente più lunghi. La condanna media che nel 2000 nell’ 83% dei casi era pari o inferiore ad un anno, nel 2017 lo era diventata “solo” per il 64% dei casi. A fronte di questa situazione l’idea del centrosinistra di riprovare con i vecchi strumenti del riformismo penale proponendo un indulto nel 2006 si rivelò un’arma spuntata. In soli 2 anni i tassi di carcerazione erano ritornati quelli precedenti, ma con un ritmo di crescita ancora più sostenuto. Contemporaneamente arriva la grande crisi finanziaria, la cui gestione neoliberista provocherà la più feroce perdita di reddito registrata nel secondo dopoguerra. Il tasso di disoccupazione passa dall’8 al 13% nel 2014 con una serie di conseguenze immaginabili in termini di povertà, esclusione delle giovani generazioni etc. La precarietà diventa vera e propria segregazione sociale. Quello che è importante rilevare è che l’espressione politica di questo disagio matura avendo come espressione un partito (il M5S) che rispetto alla gestione della repressione penale tende ad avere coloriture decisamente di continuità rispetto ai decenni passati. Al contempo – e non casualmente- il M5S mostra una certa diffidenza verso i flussi migratori. C’è da dire che la grande crisi vide, quasi inevitabilmente, un innalzamento della criminalità predatoria fatta di furti, borseggi etc, che hanno come vittime principali solitamente altri membri delle classi subalterne, ma questo non basta a comprendere l’invasione definitiva dell’atteggiamento punitivo anche nel campo dell’opposizione più critica. Come abbiamo visto sopra l’iper-incarcerazione opera abbastanza selettivamente su base etnica, e perché essa possa avere una legittimità politica all’interno della classe c’è bisogno di rinforzare la segmentazione già prodotta dal mercato del lavoro, suggerendo che i soggetti da punire, sono doppiamente devianti, dalla legge e da un inevitabile comune destino. Gente “per male” contro il lavoratore “per bene”. Questa situazione che portò ad una situazione carceraria che andava chiaramente incontro ad una insostenibilità sconosciuta al panorama europeo fu trasformata in maniera esogena dalla sentenza sul caso Torreggiani della Corte Europea sui Diritti Umani, che sanzionò l’Italia per trattamento inumano quando si stava per sfiorare la soglia dei 70.000 reclusi (il doppio circa di quanti ne contenevano i penitenziari in anni turbolenti come i 60 e i 70). Conclusioni: il carcere nella società La sentenza Torreggiani fu l’occasione per far partire una ultima e ancora sussistente fase l’invasione dell’esecuzione penale nel cuore stesso del tessuto sociale. I suggerimenti degli organismi europei ai tempi della sentenza CEDU furono di espandere le misure alternative in un gioco immaginato a somma zero, per cui la popolazione reclusa sarebbe scesa perché ricollocata in misure alternative. Ciò che invece è successo, è che alle persone in detenzione, che oggi sono in grandissima maggioranza condannati, mediamente con lunghissimi carichi da scontare (per i motivi spiegati sopra), si sono aggiunte le persone in misura alternativa. Quando esse sono ai domiciliari contribuiscono loro malgrado a portare sorveglianza continua, dovuta ai controlli sul rispetto degli obblighi residenziali, nei quartieri che a seconda degli orientamenti l’opinione pubblica definisce “difficili” o “degradati”. Quando sono in prova ai servizi sociali contribuiscono la carenza di personale in alcuni servizi di base. In ogni caso il punto è che agli oltre 60.000 detenuti si sono aggiunte oltre 90.000 persone sorvegliate, messe alla prova o costrette nei domicili. Questa considerazione sulla necessità di una interpretazione estensiva del termine iper-incarcerazione che lo allarghi al trattamento penale generalizzato non è in contraddizione, ma si accompagna allo schema classico della minor preferibilità. Mentre infatti i salari stagnavano a fronte di una inflazione importata, il Governo Meloni pensava bene di sottrarre circa un terzo dei fondi all’unica misura del welfare italiano contro la povertà, la cui restrizione alle sole persone con minori a carico ha richiesto anche un cambio di nome (da Reddito di cittadinanza a Assegno per l’inclusione) nella speranza che il marketing politico coprisse la persecuzione. Contemporaneamente il Governo Meloni si rivelava il più duro nell’accelerare il peggioramento delle condizioni carcerarie. Esito inevitabile di questo processo è che uno strato di poveri beneficiari è stato coartato alla partecipazione al lavoro, innalzando i posti di lavoro concentrati essenzialmente nella filiera turistica e dell’edilizia, e facendo battere al primo esecutivo della destra post-fascista il record dell’occupabilità se non della vera e propria occupazione. Parte essenziale di questo esito è stato lo spettro simbolico della fama di ciò che è diventato il carcere italiano dopo il 2020. Un luogo separato dalla società e palcoscenico privilegiato di abusi impuniti. La logica concetrazionaria si è affermata come unico mezzo di risoluzione delle contraddizioni sociali, con l’evidentissima quanto insoluta contraddizione che quanto più questa iperfetazione è frutto di meccanismi sociali che dispiegano i loro effetti universalmente, tanto più si rompono i legami di solidarietà con la popolazione segregata. Trovare la maniera di affrontare questa contraddizione, a partire da nuovi strumenti di supporto al reinserimento lavorativo degli ex-detenuti, sarebbe un punto minimo di ricostruzione di alternativa del malandatissimo paese di Beccaria e della Santa Inquisizione. 1 Per quanto sottostimato per una serie di questioni metodologiche (ad esempio non vengono conteggiati come suicidi le morti in ospedale in conseguenza di tentato suicidio) diamo il dato ufficiale. 2 Si legga Wacquant L. , Prison of Poverty, Univeristy of Minnesota Press 1999 3 Principio per altro precapitalista. 4 Si legga E. Fassone, Storia della pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Il Mulino. È significativo che critiche della stessa natura possano essere ravvisate in autori dello stesso orientamento negli Stati Uniti, sostituendo semplicemente nel ragionamento la detenzione politica con quella Afroamericana cfr. A. White The concept of “Less Eligibility and the social function of prison violence in a class society in Buffalo Law Review 56, 737 (2008) 5 Vere e proprie sezioni separate le une dalle altre dove si differenzia il trattamento carcerario (e quindi il grado di applicazione dei diritti del detenuto) sulla base di provvedimenti amministrativi dell’amministrazione penitenziaria. 6 Nel diritto penale sono la fattispecie meno grave di reato rispetto ai delitti 7 In realtà nella legge originaria era previsto il carcere anche per il consumo dopo la recidiva. Questa parte della legge fu cassata da un Referendum popolare. 8 Sono indici che calcolano l’aumento rispettivamente dell’azione penale dei Tribunali, e delle attività di Polizia Giudiziaria Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- il secondo senso
Intervista a Stefania Barca e Gea Piccardi coautrici del Report Just transition and care work. An International Inquiry (Ginevra: UNRISD 2025) Il metodo che abbiamo usato per la realizzazione di questo Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso. Pubblicato a novembre 2025 dall’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale (UNRISD), il Report (1) riflette sulla necessità di un ampliamento di applicazione del concetto di Just Transition (transizione giusta), collocando al centro il lavoro di cura. Il concetto di transizione giusta nasce negli anni Settanta in Nord America grazie ai movimenti sindacali e per la giustizia ambientale, come risposta agli effetti negativi delle politiche neoliberali sui lavoratori dell’industria e sulle comunità considerate vulnerabili. A partire dagli anni Duemila, la Just Transition è stata poi inquadrata politicamente, in particolare dalla Confederazione Sindacale Internazionale (International Trade Union Confederation – ITUC), con l’obiettivo di compensare le perdite occupazionali legate alla progressiva fuoriuscita dalle industrie ad alta intensità di carbonio, promuovendo al contempo lavori dignitosi nei settori dell’energia pulita. Nel tempo, la transizione giusta è entrata nell’agenda della governance climatica internazionale, trovando spazio in istituzioni e accordi come quelli delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’Unione Europea. Tuttavia, le politiche attuali tendono a concentrarsi sui settori industriali formali (energia, manifattura e trasporti), trascurando il ruolo centrale del lavoro di cura e, più in generale, dei lavoratori informali, che tuttavia rappresentano una quota significativa della forza lavoro globale. Il report evidenzia come, grazie alle pressioni di movimenti femministi, indigeni, contadini e per la giustizia climatica, stia emergendo una visione più ampia della transizione giusta. Questa prospettiva include non solo lavoro green dignitoso, ma anche tutte le condizioni che sostengono la vita: la cura delle comunità, dei territori e i servizi pubblici essenziali. In questo contesto, il report propone di ripensare il quadro della transizione giusta a partire dalle esperienze e dalle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori della cura, sia retribuiti che non retribuiti, attraverso un’inchiesta. Infatti, questo lavoro si basa su un processo di inchiesta operaia condotto a livello internazionale, sviluppato all’interno della rete Just Transition and Care. Attraverso un percorso partecipativo durato quattro anni, sono state raccolte le prospettive di operatori e operatrici di diversi ambiti della cura, per analizzare le loro sfide socio-ecologiche e individuare possibili strategie di transizione giusta. I settori presi in considerazione includono il lavoro domestico e di cura, la produzione alimentare contadina e indigena, la cura ambientale, la sanità e l’istruzione. In senso metodologico, lo sforzo delle autrici e degli autori è stato quello di applicare il metodo sperimentato da Alquati negli anni Sessanta nelle fabbriche italiane, a contesti di lavoro non industriale, ampliando non solo l’ambito del concetto di transizione giusta, ma anche la storia del metodo di inchiesta operaia prescelto. Nel report viene messa in luce fin da subito una difficoltà specifica, che persiste nel tempo, a inquadrare il lavoro di cura o riproduttivo nel mondo del lavoro più ampio. Questo avviene perfino nei contesti che oggi devono promuovere politiche in favore della giustizia ambientale e di migliori condizioni per i lavoratori, come le strategie della Just Transition. Perché secondo voi? Stefania Barca: Il report è frutto di un’inchiesta internazionale, che abbiamo condotto con persone che abbiamo ritenuto essere rappresentative di diversi settori del lavoro di cura. L’inchiesta verteva sulla domanda di come loro si immaginassero una transizione giusta, cosa significava transizione giusta dal loro punto di vista. Fare questa domanda a lavoratrici e lavoratori della cura ha rappresentato già di per sé un inedito, perché la Just Transition non ha mai preso in considerazione queste categorie, perché questi soggetti non sono mai stati inclusi, anzi sono stati fondamentalmente esclusi dalle politiche della giusta transizione senza dichiarato motivo, poiché questa esclusione non è mai stata verbalizzata, non è mai stata neanche espressa, si è data per scontata. Quindi venendo al cuore della domanda, questa difficoltà – che perdura nel tempo – a inquadrare il lavoro di cura o il lavoro di sussistenza nell’ambito del lavoro, effettivamente persiste. Il paradosso più grande è che nonostante durante la pandemia sia emersa tutta questa, diciamo, orgia di riflessioni sulla cura, neanche questo è servito a far convergere l’attenzione verso le vere esigenze del settore. Quando poi si parla di politiche della transizione, non soltanto quella energetica, ma anche la transizione più in generale, alla fine, tutti i soldi che sono arrivati dopo la pandemia, dopo il lockdown, per la ripresa nei vari paesi, fondi per la transizione, fondi europei della Next generation e tutti i soldi che sono piovuti per far riprendere le nostre economie, sono stati investiti nei soliti noti settori. Il report riflette quattro anni di lavoro in cui, a partire dal 2021, abbiamo organizzato degli incontri, non degli eventi pubblici, ma delle riunioni tra esponenti di vari tipi di organizzazioni, tra cui confederazioni sindacali e sindacati di base, rappresentative dei settori della cura, intesa però in senso ampio, cioè non soltanto come cura sanitaria o lavoro domestico, ma anche come, per esempio, la produzione di cibo di sussistenza, la cura ambientale, per esempio nelle aree protette, considerando le comunità che ci vivono e che si prendono cura di queste aree, o anche tutto il settore della scuola, dell’istruzione, dell’educazione in generale, e dunque i sindacati degli e delle insegnanti. Dunque la cura intesa in senso ampio, come lavoro di riproduzione sociale, pagato e non pagato. C’erano anche rappresentanti del movimento brasiliano dei Sem Terra per il settore della produzione agricola, che però non è un sindacato agricolo tradizionale, è un sindacato di movimento. Insomma, riunendo tutte queste persone per farle discutere con noi, ma soprattutto tra di loro, sulla transizione giusta, la prima cosa interessante che abbiamo notato è che nessuna di loro aveva mai sentito nemmeno parlare di questa transizione giusta, perché non veniva rivolta a loro, perché era tutta rivolta ai minatori, ai lavoratori dell’industria pesante, agli auto-workers, eccetera. Quindi una volta introdotto il tema della transizione giusta, poi sono venute fuori tutta una serie di cose di cui c’è bisogno in questi settori e ognuno di loro ci ha parlato, ci ha raccontato delle difficoltà del loro settore, sia in generale, sia in merito alle politiche di tagli neoliberiste, alle diverse politiche di precarizzazione, alle difficoltà di sindacalizzazione, tutte difficoltà inerenti, intrinseche, alla normalità del loro settore, andando oltre il concetto di crisi e di emergenza, parlando della normalità del sistema capitalista patriarcale e coloniale nel suo svolgimento a pieno regime, non inquadrato in una cornice di eccezionalità. Le e i partecipanti ci hanno parlato di come alcune di queste difficoltà siano state acuite dalla pandemia, dal lockdown e quindi dal sacrificio richiesto a questo settore senza riconoscerne il valore. Ci hanno raccontato di come la crisi climatica e la crisi ecologica in generale abbiano approfondito queste difficoltà oggettivandole e, partendo da questo, loro stesse hanno fatto una riflessione su come potrebbe essere una transizione giusta in questi settori. Gea Piccardi: Uno dei nostri obiettivi o, meglio, la nostra ambizione non dichiarata, era quella di una ricomposizione di classe, ma che al posto della, o accanto alla, classe operaia, mettesse al centro chi fa lavoro di cura. Infatti, quello che è emerso dal confronto con le partecipanti è il problema della scarsa sindacalizzazione nei vari settori della cura che riflette la più generale difficoltà di queste lotte nel percepirsi prima di tutto come lotte del lavoro e, nello specifico, del lavoro di cura e nel creare alleanze tra loro a partire da qui. Pensando al perché non sia stata considerata nella Just Transition la cura o il lavoro di cura, mi viene da dire che uno dei motivi è che chi svolge lavoro di cura è poco organizzato. Non dico che non ci siano movimenti che vedono coinvolti in prima fila questi soggetti – molti dei quali sono stati coinvolti nelle riunioni online, come il Movimento Sem Terra in Brasile, la Via Campesina, il Global Women’s Strike, e molti altri nel settore dell’educazione o della salute – e che non abbiano posto sempre di più l’accento sullo sfruttamento del lavoro, per esempio, domestico, o contadino; tuttavia, questi movimenti ancora non rappresentano un fronte di organizzazione del lavoro riconosciuto in quanto tale. La Just Transition, come scriviamo nell’introduzione al report, nasce tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta negli Stati Uniti come movimento ecosociale che teneva dentro spaccati collettivi, comunità radicali, ovvero apertamente contro le politiche neoliberiste, contro la finta scelta tra ambiente e lavoro, e così via. Poi a poco a poco questa postura iniziale è stata, e questo è un aspetto positivo e negativo allo stesso tempo, assunta da grandi organizzazioni internazionali del lavoro come l’ILO e l’ITUC, o dalla governance climatica con gli accordi di Parigi, e tramutata in un’ottica che prende in considerazione il lavoro prettamente industriale all’interno delle politiche di decarbonizzazione. Questo è avvenuto soprattutto tra il 2010 e il 2015. Il concetto da questo punto in poi si è svuotato del senso di movimento radicale e trasversale che aveva avuto all’inizio, producendo politiche insufficienti, se non miopi. Tuttavia, nonostante viviamo l’onda lunga di quest’ultima metamorfosi del concetto e delle sue pratiche, negli ultimi anni, soprattutto durante la pandemia, e in risposta alle lotte di movimenti indigeni, contadini e femministi, diverse reti, piattaforme, e organizzazioni femministe internazionali, tipo UN Women, FADA, e altre, hanno iniziato a fare pressione per ampliare l’idea di Just Transition, e collocare al centro la questione del lavoro di cura, incrociandola anche con la questione della giustizia ambientale e con il cambiamento climatico. E di fatti, oggi vediamo che pure ITUC e ILO stanno forzosamente iniziando a parlare di questi temi. Eppure, si tratta di tentativi ancora molto deboli e in termini che a noi convincono poco. Quindi, l’idea di questo Report è stata sia fare eco, dar forza e radicalizzare questi tentativi già in corso, ma anche dire che per stabilire cosa dev’essere, oggi, una Just Transition centrata sulla cura è necessario ascoltare chi la cura la fa, i lavoratori e le lavoratrici della cura, pagati e non pagati, nei più diversi settori. Come diceva Stefania, abbiamo cercato non soltanto di amplificare la voce, le esperienze e le rivendicazioni di queste organizzazioni, ma anche di metterle in contatto tra loro. E questo è stato un feedback importante dell’ultimo webinar che abbiamo fatto per presentare la parte sull’educazione, dove alla domanda «è importante questo report per voi, a cosa vi serve?» una delle cose che è venuta fuori è stata proprio l’importanza di aver legato trasversalmente diverse dimensioni e soggetti della cura: i pompieri forestali, con il sindacato dell’educazione, con le lavoratrici domestiche, eccetera, dal Nord al Sud globale. Riuscire a fare questo lavoro di connessione è stato fondamentale, perché solo l’organizzazione, e la creazione di alleanze, il sindacalismo inteso in un modo diverso da quello tradizionale che si focalizza solo sul lavoro salariato e industriale, possono agire affinché il lavoro di cura si faccia posto nella transizione, diventando il suo nuovo centro come è fondamentale che sia. Ho una curiosità: quando facevate queste riunioni, le persone invitate a parlare, quindi tutte le parti con cui dialogavate, inizialmente non sapevano, come dicevate, che cos’è la Just Transition; quindi mi chiedevo se invece con i termini «cura» o «riproduzione sociale» avessero più dimestichezza. Stefania Barca: Buona domanda, noi non abbiamo volutamente usato il termine «riproduzione», preferendo invece quello di «cura», e già così è stata comunque un po’ una sfida, una sfida a risignificarlo, a renderlo applicabile a settori diversi. Per esempio, i rappresentanti della produzione alimentare di sussistenza, nell’agricoltura contadina, non si auto definiscono come lavoratori di cura, però a questi è risuonato immediatamente il termine come ovvio nel momento in cui noi glielo abbiamo proposto. Il secondo meeting che abbiamo organizzato era appunto sull’agricoltura contadina, a cui hanno partecipato rappresentanti di un sindacato contadino galiziano, molto attivo e con una guida femminile e femminista ormai da decenni, che rappresenta il settore la cosiddetta agricoltura familiare, che poi sarebbe l’agricoltura contadina, che in Galizia è molto forte. Il sindacato fa anche parte della Via Campesina Europa, quindi partono già da un’impostazione di movimento. Inoltre, come dicevo, ha una guida femminile, nel senso che la segretaria generale è una donna, e sono già almeno tre generazioni che le segretarie sono donne, tanto che nell’organizzazione c’è anche la Segretaría de la Mujer, che è un gruppo che si auto-organizza autonomamente dentro il sindacato. Loro già lavorano con parole d’ordine come «sovranità alimentare» e anche con certe parole chiave dell’ecofemminismo, dunque gli è suonato perfettamente naturale il dialogo sulla cura come settore, anzi stavano già un bel pezzo avanti a noi sui ragionamenti! Nello stesso meeting, c’era un rappresentante dell’organizzazione giovanile dei Sem Terra brasiliani. Non è che per lui non avesse alcun senso il termine cura, ma da quello che diceva inizialmente si capiva che era un’idea nuova per lui, quella di legare il loro lavoro di movimento a questa categoria del lavoro di cura, anche se poi, pure in questo caso, alla fine dell’incontro il legame gli è risultato perfettamente sensato. Poi c’era un’attivista Mapuche del Cile e anche lì è venuta fuori la differenza di approccio legata alla prospettiva indigena riguardo all’agricoltura, alla produzione di cibo, al rapporto con la terra, eccetera. Quindi tre realtà diverse, molto diverse tra di loro, seppur accomunate da qualcosa. Usare la categoria del lavoro di cura come collante ha funzionato. Perché è una categoria immanente, ma anche trascendente rispetto alle loro particolarità e specificità. Quindi il termine cura o quello di riproduzione, o terzi che ancora non ci sono venuti in mente, possono essere di fatto cavalli di battaglia nei quali queste soggettività si possono riconoscere e definire delle pratiche, dei collettivi, dei gruppi? Stefania Barca: La categoria è vicinissima a coloro con cui ci siamo interfacciate, ma non è ancora un motto, un riconoscimento, sta in quel limbo tra concettuale e pratico in cui potrebbe essere una bandiera dietro cui tutta una serie di attività o di dimensioni si riconoscono ma ancora non è così. Secondo me la cosa positiva che crea questo concetto è l’immediato riconoscimento del ruolo attivo di questo tipo di lavoro e del suo valore specifico per la transizione ecologica, economico, sociale, socio-ecologico, culturale, etico. Negli incontri dedicati all’educazione si faceva proprio il discorso non soltanto delle rivendicazioni, delle lotte per la giustizia e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici della cura nell’educazione ma anche sulla cura come valore all’interno del paradigma educativo. Gea Piccardi: Ed è esattamente questo il punto quando si parla di lavoro di cura. Da una parte è senza dubbio un lavoro iper-sfruttato, il più sfruttato perché molto spesso neanche è riconosciuto come lavoro. Chi svolge lavoro di cura, di riproduzione, è in una posizione, in molti casi, di estrema povertà e vulnerabilità. È un lavoro appropriato quasi gratuitamente, in condizioni molto spesso al limite dello sfruttamento servile. Dall’altra, però, come sottolineano da sempre gli ecofemminismi, ha un ruolo essenziale e fondamentale per il mantenimento della vita umana e dell’ecosistema, soprattutto in un momento di crisi climatica e di degrado ambientale. Quindi dire «cura» significa non solo rendere visibile un lavoro invisibile con il suo carico di ore di lavoro e forme di sfruttamento possibili, ma anche già attribuire un riconoscimento di segno positivo a questo lavoro, in quanto indispensabile e fondamentale. La cura è vita, è vita contro la forza mortifera del capitalismo. E quindi anche a livello di soggettivazione politica è un bel concetto, che funziona per diverse ragioni. Poi lascia perdere che viene recuperato spesso da chi ha interesse a svuotarlo del suo senso radicale, questo succede sempre con tutti i concetti di lotta. È per appropriazione che funziona il capitalismo, così come fa da sempre la destra con concetti originariamente antagonisti e radicali di sinistra, ma ciò che interessa a noi è piuttosto vedere quanto funziona e se funziona l’idea di cura calata in processi politici concreti. Secondo voi, se si trovasse una maniera, da un punto di vista neoliberista considerabile efficiente, per quantificare e valorizzare la cura nelle stesse maniere con cui vengono contabilizzati tutti gli altri lavori, che non sono quelli di cura, il lavoro di cura verrebbe inglobato, come viene fatto con tutto il resto delle attività che producono valore, o sopravviverebbe, secondo voi, come spauracchio antagonista del valore capitalisticamente inteso, descrivendo attività storicamente femminilizzate, di settori poveri, dei migranti, eccetera? In altre parole, è soltanto una questione di difficoltà nel calcolarlo come valore, che conviene non calcolarlo come valore per sfruttarlo, o invece sopravvive in ogni caso un pregiudizio, che è duro a morire in quanto collegato più al patriarcato che al capitalismo? Stefania Barca: La mia posizione, penso che bene o male la sappiate, è che sia il capitalismo ad aver assunto il patriarcato e non viceversa, il patriarcato ha millenni di storia banalmente, quindi vale lo sforzo pindarico di dire che in realtà c’era prima il patriarcato, poi il capitalismo ne ha fatto buon uso. Anche ammesso che noi riusciamo adesso a produrre un sistema di valorizzazione diverso da quello capitalista, ciò non esaurirebbe del tutto il problema del patriarcato. Ma comunque noi nel report questi problemi non ce li poniamo, abbiamo fatto un lavoro assolutamente non teorico, in cui abbiamo provato a mettere il nostro lavoro al servizio di una produzione di sapere che fosse invece più di movimento o comunque propria dei soggetti lavoratori e lavoratrici in prima persona, quindi noi ci siamo limitate a formulare delle domande semplici, non teoriche, ma molto concrete. Le nostre domande sono state tipo così: «Che impatto ha avuto il covid e il lockdown sul vostro lavoro? Che impatto ha avuto e continua ad avere il cambiamento climatico, le catastrofi o comunque altre questioni ecologiche, l’estrattivismo per esempio, sul vostro lavoro?» E la terza domanda era quindi: «I sindacati parlano di una giusta transizione, mettere in atto nuove politiche del lavoro, ma dal vostro punto di vista quali dovrebbero essere queste nuove politiche?». Poi abbiamo provato a ragionare noi a posteriori su quello che c’era stato detto, però non tanto alla luce di dibattiti teorici accademici, quanto confrontando le risposte che avevamo avuto con una produzione che è quella che si chiama letteratura grigia, cioè la produzione di documenti di policy, tutta una produzione di sapere che è direttamente policy-oriented e che è basata su punti di vista diversi, non è la ricerca accademica a cui noi siamo abituate, con tutto il framework teorico, la metodologia, il lavoro etnografico, eccetera. C’è un sacco di roba che si scrive raccogliendo dati in maniera un po’ più superficiale magari, però in tempi più rapidi, e più direttamente orientata a intervenire sulla formulazione delle politiche pubbliche a livello statale, a livello intergovernamentale, per l’Unione Europea, per le Nazioni Unite, e così via, che rappresenta tutta una produzione di dati che già dicono delle cose e che è quella che poi direttamente viene presa in considerazione quando si vanno a formulare le politiche, diversamente dalla produzione accademica in quanto tale, che rimane un po’ dentro la sua bolla, motivo per cui abbiamo preferito interagire con quel mondo lì. Con risultati misti, positivi e negativi. Positivi con l’uscita del policy brief del 2024 dove si inserisce il tema della cura a livello intergovernamentale, con la presenza alla COP30 a Belém (novità assoluta per la cura, inserita in una COP per la prima volta), con i primi cambiamenti a livello discorsivo. Cioè, con un report non cambi il mondo ma inserisci una cornice legittimante /culturale alle rivendicazioni esistenti. Invece la nota più dolente che abbiamo osservato, riguarda il rifiuto da parte della responsabile del settore Just Transition per la confederazione sindacale internazionale, a dialogare con il nostro report, dunque su rivendicazioni che non riguardino puramente il lavoro industriale. Gea Piccardi: Il punto secondo me è capire chi porta avanti queste politiche (per la valorizzazione), come lo fa, e perché: se si tratta di movimenti di base che lottano per il miglioramento delle condizioni di vita di chi lavora, o multinazionali che trovano nella cura una nuova frontiera di accumulazione? Per esempio, nel Report, abbiamo deciso di smarcarci politicamente dalla prospettiva della care economy presente nell’agenda di molte istituzioni, inclusa ILO, che utilizzano il linguaggio femminista della cura, ma dentro una cornice di valorizzazione capitalistica e di crescita economica, per cui il lavoro di cura diventa un nuovo terreno possibile di profitto «green». Inoltre, l’idea alla base della care economy è che, ampliando il mercato formale della cura, le donne in condizioni di maggior povertà possano «ottenere un impiego» – senza considerare che molte sono già lavoratrici a tempo pieno, in casa o fuori, e che il loro problema non è «avere un lavoro», ma vedere riconosciuto e degnamente retribuito quello che già svolgono e che non scomparirebbe una volta trovato un impiego «formale», anzi. . . Ebbene, questa idea di cura e di Just Transition, che ancora non riconosce il valore economico, sociale, ecologico del lavoro di cura non salariato o sottopagato, quello svolto, soprattutto dalle donne ma non solo, nelle case, nei quartieri, il lavoro di produzione di cibo sano, di cura del suolo, delle acque, degli ecosistemi in generale, non è la nostra idea. E non era nemmeno quella delle persone che abbiamo intervistato, che collocavano la questione del riconoscimento, della socializzazione, della redistribuzione, ma anche della giusta retribuzione economica di questo lavoro come battaglia per la giustizia e la trasformazione sociale di segno – implicita o esplicitamente – antipatriarcale e anticapitalista; una battaglia complessa e radicale con un potenziale enorme non ancora sperimentato. Dalla vostra esperienza, reputate che il lavoro di cura sia ancora un campo di battaglia che ha una presa sul mondo contemporaneo, una lotta che vale la pena portare avanti? Stefania Barca: Uno degli aspetti per me più interessanti del lavoro pluriennale che sta dietro al report è che la posizione direttamente anticapitalista e antipatriarcale del nostro lavoro emerge in automatico, in maniera trasparente e abbastanza ovvia senza bisogno di calcare la mano e ideologizzare i contenuti, poiché di per sé sono già essi stessi portatori di una carica anti sistemica per la natura che li contraddistingue, ovvero chiedere riconoscimento economico per pratiche che economicamente sono state, e sono tuttora, non valorizzate per motivi precisi, perché contraddicono la logica del mercato e del profitto capitalisticamente intese (accumulazione e massimizzazione dei profitti, che si basa appunto sul lavoro gratuito e sullo sfruttamento di risorse umane e ambientali). Nelle conclusioni diciamo chiaramente che la cura va de-mercificata come soluzione a una serie di problemi. Non stiamo chiedendo una care economy ma il suo contrario, ovvero una responsabilizzazione dell’istituzione pubblica alla cura, non solo nel senso di servizi per chi ha bisogno di cura ma anche e soprattutto per i care-givers, coloro cioè che la cura la praticano, i lavoratori e le lavoratrici del settore della cura. Per questi motivi, questo non è un report che produrrà facilmente legislazione o che verrà facilmente assorbito, è un report che fa un altro tipo di lavoro, ovvero rendere fruibile non soltanto nei movimenti sociali e nella militanza di base, ma in ambienti che non hanno la stessa dimestichezza con termini anticapitalisti, un linguaggio più radicale e meno normalizzato, che vada al di là di termini come transizione ed economia della cura che poi nascondono sempre un realismo capitalista, ovvero, una impossibilità a costruire un’alternativa a questo sistema. Sono felice che abbiamo portato su un livello insolito, legato al senso comune, questi termini. E voi come definireste questo vostro modo di procedere, questo vostro metodo? Gea Piccardi: Il metodo che abbiamo usato, e lo diciamo all’inizio del Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso. Ci sono prospettive di portare avanti questo lavoro? Stefania Barca: Sicuramente uno sforzo a medio termine sarà la divulgazione e la discussione, in tavole rotonde, con i e le partecipanti iniziali – e altri nuovi – per capire quale può essere l’utilità per queste organizzazioni di un tale report. Continuare a usarlo anche come strumento più a livello locale per fare la stessa cosa su territori diversi, anche grazie alle traduzioni in varie lingue che stiamo provando a fare (l’originale è in inglese). L’obiettivo non è solo produrre linee guida di policy ma fare un lavoro di tessitura trans-settoriale che tenga insieme queste categorie della cura con quelle del settore industriale, cioè arrivare al cuore del sistema sindacale. Ma per farlo abbiamo bisogno che il report venga prima di tutto riconosciuto e assunto dalle dirigenze sindacali dei settori della cura – nel campo della sanità, dell’istruzione e del social work – di coloro che già hanno partecipato alla rete come singoli, ma non come organizzazioni, e far responsabilizzare i loro vertici. Note Barca, S., R. Hiraldo, D. Krause, E.G., Piccardi, D. Stevis, Just Transition and Care Work. An International Inquiry. Geneva: UNRISD, 2025. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
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Il racconto del boomernauta Parte terza: Games Transp. Per mangiarsi bene a vicenda Il Boomernauta comincia a raccontare gli effetti provati dai gamers T. Dal modo in cui ne parla, sembra che abbia vissuto personalmente l’inquietante esperienza di questi giochi, nonostante la sua condizione speciale di viaggiatore temporale. Il coinvolgimento dei gamers e soprattutto dei Gamartivist sembrava trasportarli in una nuova dimensione che richiamava quella di un comune primordiale forse già esistito. Ma non tutto andava per il meglio… La nuova percezione del comune, trasmessa agli umani dalle entità nonumane come simbionti, olobionti e altre, attraverso interazioni affettive e ludiche, aveva implicazioni che coinvolgevano non solo la vita, ma anche la morte. Questo concetto richiamava le parole di nonna Haraway: «per mangiarsi bene bisogna incontrarsi bene, per vivere insieme bisogna morire insieme». Per «vivere insieme» in seno a un ecosistema condiviso nessuna specie poteva arrivare a una supremazia globale senza distruggere le altre entità e compromettere gli equilibri. Nel passato preumano, le rotture brutali che portarono alla scomparsa di gruppi, specie e interi ecosistemi erano causate da eventi naturali. Nessun essere vivente possedeva capacità metatecniche così potenzialmente devastanti, né esisteva ancora un morbo nekomemetico capace di scatenarle. Durante queste immersioni negli ecosistemi primari generate dalle relazioni ludico-emozionali digitalizzate, i gamers T riscoprivano con un senso di meraviglia i legami affettivi ed emotivi con la propria umanità primordiale. In questa dimensione temporale fluida talvolta erano catapultati di colpo in uno stato che di solito dura solo un istante, quando un sapore o un odore risvegliano, in un lampo, una sensazione legata alla prima infanzia. Ma le interfacce delle TAM e dei Games T erano state progettate per ridurre al minimo ogni umanizzazione delle emozioni provenienti da entità nonumane. In quel particolare contesto non si cercava di trasformare alcun polpo in maestro di vita, e quindi nessun gamer T umano si disperava per la morte naturale del cefalopode (1) né provava disgusto quando i pescecani attaccavano anche un loro consimile attratti dal sangue. L’intreccio intra-relazionale che si stabiliva nell’olobionte barriera corallina o dell’ecosistema foresta pluviale insegnava loro che l’esistenza non è un affare individuale. Che non ci sono individui che preesistano a tali intra-azioni; ma piuttosto l’esistenza si generava attraverso quella condizione d’intimità primordiale ristabilita nei Games T. Ogni volta che emergevano da quel coinvolgimento ludico-affettivo profondo, i giocatori assimilavano un altro elemento essenziale del comune degli ecosistemi in cui erano stati immersi. Tuttavia, non provavano una nostalgica tristezza per quel periodo primordiale, né vedevano quella realtà come un paradiso terrestre perduto. Inoltre, non accettavano di considerare la metatecnica come un peccato originale da cui redimersi. Tuttavia, ben presto si trovarono intrappolati in dilemmi che li paralizzavano. Non nutrivano alcun desiderio di tornare a un punto di partenza che, peraltro, sarebbe stato impossibile da raggiungere senza dover affrontare la probabile quasi-estinzione causata dalla crescente contaminazione della biosfera. Si stava quindi diffondendo, a partire dei Gamer T e dei Gamartivist, una coscienza dell’impossibilità ontologica dell’abbandono della metatecnica, ma non si sapeva proprio se ci fosse modo di immunizzarla o di separarla dal morbo nekomemetico, che sembrava essersi insediato al suo interno in una forma di endosimbiosi immateriale (2). Anche se il tentativo di neutralizzare il morbo pur mantenendo la metatecnica fosse stata un’ultima ambigua utopia, restava forse la possibilità di controllarlo, di confinarlo ai margini, se solo si fosse capito come farlo. L’apparentemente irrisolvibile equazione tra la potente attrazione verso il comune primario dei Games T da un lato, e l’impossibilità di trarne benefici nel caotico contesto in cui i Gamartivist vivevano dall’altro, generava una profonda frustrazione che sembrava lasciare poco spazio alla speranza. Tuttavia uno spiraglio di luce filtrava attraverso l’implicazione con modalità completamente nuove dei nonumani, ma questo avrebbe riservato sorprese… Note 1 Il Boomernauta faceva riferimento a un documentario uscito qualche tempo prima del nostro incontro: My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare), C. Foster, Netflix 2020. Quando me lo aveva confermato aveva aggiunto ironicamente che il documentario non aveva certo impedito ad audaci imprenditori di costruire giganteschi siti di allevamento intensivo dove milioni di polpi vivevano e morivano soffrendo per soddisfare la voglia di tapas spagnole o takoyaki giapponesi. 2 L’endosimbiosi è una simbiosi in cui un organismo simbionte vive all’interno di un altro ospitante in una relazione che può essere obbligata o facoltativa. Biomimesi Il Boomernauta ci illustra il ruolo fondamentale della biomimesi (1) nei Games T. Un concetto, quello della biomimesi, che in passato era spesso associato all’uso bellico, ma che qui assumeva una nuova dimensione concentrandosi sull’imitazione dei comportamenti collettivi dei nonumani. I Gamartivist intuirono l’importanza di questo aspetto per creare una cooperazione e un comune all’interno di Gaia al fine di attenuare l’effetto devastante della pandemia nekomemetica. Sfruttando i canali di intra-azione offerti dai Games T, cercavano di trovare, una biomimesi dei comportamenti “emergenti” delle grandi collettività nonumane e del comune della swarm intelligence. Erano inoltre alla ricerca di un’emulazione degli equi- libri che caratterizzavano i rari ecosistemi non ancora attaccati dalla setticemia. La Gov Q se da un lato tollerava la bio-rete e i Games T giudicandoli una distrazione funzionale al loro progetto di Grande Fuga, dall’altro temeva i risvolti politici insiti nella ricerca di biomimesi operata dai Gamartivist. In un paradosso sorprendente, erano proprio i dispositivi più avanzati e sofisticati della metatecnica, i Games T, a offrire una possibilità di speranza all’umanità. Ed è proprio grazie alle proprietà di questi ultimi che venne in mente di guardare in direzione della biomimesi. Effettivamente, la biomimesi aveva radici storiche nell’ispirazione tratta dal mondo vivente. Verso la fine del XX secolo la biomimesi cominciò a emergere come una disciplina alla ricerca di soluzioni sostenibili, un aggettivo molto di moda a quell’epoca nel mondo del green-washing. Si diceva che la biomimesi emulava i progetti e i processi della natura e, a differenza della rivoluzione industriale, si concentrava non su ciò che si poteva estrarre dalla natura, ma su ciò che si poteva imparare da lei. In particolare si erano approfonditi i modi con cui erano stati risolti molti problemi di bioingegneria, di architettura, d’ottica e di altre discipline nell’evoluzione e nella selezione naturale. La biomimesi aveva studiato e tratto ispirazione da principi e meccanismi presenti in Gaia, come l’aerodinamica degli uccelli, che aveva portato allo sviluppo di nuove tecnologie per migliorare l’efficienza aerodinamica degli aeroplani. Si erano esaminati i meccanismi di accumulo di energia nelle piante e negli animali per creare soluzioni innovative nel campo delle batterie e dello stoccaggio energetico. Si era guardato alla struttura delle conchiglie marine per sviluppare materiali autoriparanti e alla fotosintesi delle piante per creare dispositivi più efficienti di cattura dell’energia solare. Due esempi erano stati simbolici di due secoli: nel XX la semplice, ma geniale invenzione del velcro derivata dall’osservazione di fiori capaci di attaccarsi ai tessuti e all’inizio del XXI si era addirittura arrivati al punto di clonare capre modificate introducendo geni del cosiddetto ragno della seta d’oro (2) per produrre, via il loro latte, quantità industriali di seta di ragno. Un biomateriale stupefacente – cinque volte più forte dell’acciaio e molto più elastico ed estensibile di qualsiasi fibra precedentemente inventata – creato milioni di anni fa dall’evoluzione naturale e ora con una serie di applicazioni mediche, industriali e appunto… militari. Il problema abituale era proprio questo: la biomimesi, come il resto della metatecnica, manipolata, potenziata e accelerata dalla razionalità accumulatrice del capitalismo veniva sistematicamente corrotta dal morbo nekomemetico contribuendo anzi alla sua diffusione. Questa perversione morbosa era stata magistralmente dimostrata proprio dalla più famosa delle scoperte biomimetiche: l’aeroplano. L’invenzione dei fratelli Wright, che avevano osservato aquile e avvoltoi per imitarne il veleggio e la portanza, era stata felicemente inaugurata nel 1903 e nel 1914 gli aerei avevano cominciato a sganciare bombe! Nelle circostanze straordinarie dei Games T, la biomimesi si aprì a un nuovo orizzonte. Gli umani avrebbero potuto rivalutare regole e modalità dei comportamenti individuali o collettivi di certe specie nonumane. In precedenza, la biomimesi era stata esplorata principalmente in modo intuitivo o scientifico, ma senza poter accedere ai meccanismi biologici complessi che animavano questi comportamenti. I Gamartivist avevano inoltre ideato strategie per acquisire una maggiore comprensione di un patrimonio comune rappresentato dalle dinamiche e dalle intra-azioni all’interno di ecosistemi e comunità nonumane. Queste relazioni erano state conosciute e assimilate dagli umani in passato, ma poi dimenticate o trascurate nel corso del tempo. L’umanità aveva trovato modi di cooperazione straordinari, ma quasi esclusivamente al suo interno, considerando il resto della biosfera solo una risorsa da sfruttare. E poi con l’affermarsi del capitalismo anche gli umani divennero soprattutto oggetti di sfruttamento e furono considerati a loro volta risorse da utilizzare per il vantaggio delle classi dominanti. Un’umanità culminata a dieci miliardi di individui nella seconda parte del XXI secolo e da allora in una continua decrescita per nulla felice. La cooperazione di cui si nutriva la Gov Q tramite l’AltaSfera Ecofin era un comune corrotto dalla malattia nekomemetica a sua volta alimentata dall’individualismo e dall’attribuzione di un valore assoluto alla proprietà. I Gamartivist intuivano confusamente che, tramite la biomimesi, avrebbero potuto trovare dentro il comune di altre specie l’equazione mancante, la chiave di volta che avrebbe evidenziato forme di cooperazione capaci di alleviare la pressione e poi forse di contenere il morbo nekomemetico. La loro strategia si basava su un’ipotetica remissione dal morbo senza dover rinunciare alla metatecnica. In questa ipotesi, si prospettava l’ultima opportunità di evitare il peggiorare dei collassi e dell’olocausto che si profilava all’orizzonte. Allo stesso tempo, questa rivoluzione avrebbe inflitto un colpo mortale alla Gov Q e alle sue sfere che erano sull’orlo della fuga verso lo spazio. Più che di compromesso sembrava si trattasse di una pista di ibridazione con il resto di Gaia che prometteva d’essere molto più lunga e ardua dei brevi passi fatti con le TAM. Una sorta di dis/umanizzazione che avrebbe portato tutti verso orizzonti sconosciuti. Tuttavia, se i Games T rappresentavano un’altra modalità d’ibridazione, non si sarebbe ricaduti nella stessa trappola delle forbici genetiche usate indiscriminatamente e senza alcuna preoccupazione etica? Non avrebbero dovuto essere, invece, un’opportunità di intraprendere un percorso inverso a quello che aveva portato alle aberrazioni dei pocoumani (i nonumani modificati geneticamente per diventare prodotti)? Un percorso dove non si trattava più di potenziare, aumentare o continuare a mettere bio-patch a corpi sempre più in una competizione incompatibile con l’ambiente circostante. Ma come (ri)trovare un comune appartenente alla biosfera da cui gli umani si erano esclusi? Quali sarebbero state le caratteristiche? Davanti al diffondersi di quest’amalgama di teoria politica e prassi ludica portata dai Gamartivist, le sfere della Gov Q e i loro algoritmi quantistici cominciarono ad andare in overload. Reagirono preparando e attuando alla radice livelli progressivi di limitazione e repressione dell’espressione e dell’azione. Questo avveniva tanto localmente nei PoSt/ati che globalmente dove la WorldForce interveniva in funzione dell’estensione del problema. Il loro obbiettivo non era di frenare la diffusione delle TAM e dei Games T, il che non sarebbe stato possibile anche volendo, ma di proteggere i loro interessi. Pensavano che queste distrazioni fossero funzionali o perlomeno compatibili con il loro progetto d’un ipercontrollo, limitato al tempo necessario per preparare la Grande Fuga. Ciò che li preoccupava era proprio il rischio, teorizzato dai Gamartivist, che il gioco prendesse una piega più politica. Il rischio che la distrazione diventasse una nuova ontologia, scatenando un’esplosione d’intensità più terrificante delle rivoluzioni del XX secolo. Quei movimenti avevano coinvolto principalmente una sola classe, quella operaia, che all’epoca era predominante. Tuttavia, non erano riuscite o non avevano voluto coinvolgere altre classi che, seppur in modo diverso, erano altrettanto subordinate e sfruttate. Ora, queste moltitudini diverse si trovavano riunite in un calderone in cui si manifestavano una serie di problematiche: persistevano discriminazioni di genere, il lavoro gratuito dei razzializzati, la situazione dei Neet e dei ludaddicts e molte altre questioni. Senza dimenticare lo sfruttamento dei nonumani e della biosfera. I Gamartivist pensavano che se grazie ai Games T i nonumani fossero riusciti ad accendere sotto il calderone una fiamma di consapevolezza riguardo al virus nekomemetico, allora nuove possibilità di guarigione si sarebbero aperte. Per evitare gli errori del passato i Gamartivist si impegnarono a fondo nella biomimesi e cercarono d’immedesimarsi nei comportamenti collettivi all’interno di Gaia che si dividevano in due grandi categorie. La prima riguardava i modi di agire che avvenivano in una stessa specie, la seconda – più inesplorata anche dalla biomimesi classica – comprendeva i comportamenti e le relazioni simbiotiche complesse fra specie diverse. Nel primo caso si trattava di approfondire conoscenze provenienti dagli studi, dalle esperienze e dalle applicazioni dell’intelligenza degli sciami. Era soprattutto l’AltaSfera Ecofin, versione spazializzata della macchina del capitale, che sino ad allora aveva orientato e messo a profitto le tecnologie derivate dalla biomimesi in questo campo specifico. In tutti i sensi, ma soprattutto in quello della guerra: la robotica degli sciami era stata tra l’altro utilizzata dall’industria militare. Sciami di droni o di micro robots, per esempio, erano diventati strumenti di polizia e di guerra e di quest’ultima avevano cambiato le caratteristiche fondamentali. Sciami di missili robotizzati o di droni aerei, terrestri o navali, rendevano indifendibili molti dei dispositivi chiave delle guerre classiche, dalle portaerei ai carrarmati. La capacità di coordinazione e di azione collettiva degli sciami conferiva loro un vantaggio strategico e destabilizzava i paradigmi bellici convenzionali. Ma ora, con le tecnologie delle TAM e le interazioni dei Games, i Gamartivist prendevano l’iniziativa per esplorare meglio aspetti del comune degli sciami, anche quelli composti da nonumani dalle limitate capacità neuronali singole. Cercavano ispirazione nei comportamenti emergenti (3) e in particolare quello di specie come gli insetti sociali che riescono collettivamente ad affrontare problemi complessi nonostante la mancanza di un ordine centralizzato (4). Avevo intuito da tempo che quest’ultimo aspetto era particolarmente attraente per i Gamartivist, poiché sollecitava una subliminale inclinazione anarchica presente negli anfratti della loro indole. Si cominciava addirittura a parlare di un comune dei comportamenti emergenti che avrebbe fermato l’irresistibile diffusione del morbo nekomemetico e forse sconfitto la setticemia di Gaia. Il secondo caso, quello delle relazioni simbiotiche fra specie diverse, sembrava di approccio più complesso. Si cercava di coinvolgere interi ecosistemi non umani nei Games T, sviluppando inter- facce estremamente complicate. La complessità poteva aumentare a causa della posizione geografica degli ecosistemi e della vasta diversità e quantità di specie animali, vegetali o ibride che li costituivano. Alcuni gruppi di Gamartivist pensarono che sarebbe stato necessario portare i Games Transp più in prossimità degli ultimi santuari ecosistemici che ancora erano stati risparmiati dalla setticemia di Gaia almeno in parte. Nella bio-rete delle TAM e dei Games T si creavano dinamicamente dei sottoinsiemi virtuali di ecosistemi reali. Potevano essere porzioni di foreste vergini o dei loro equivalenti marini, come i frammenti di quel che restava delle grandi barriere coralline oceaniche. Per raggiungere queste entità i Gamartivist potevano disporre di una base ormai variegata ed estesa di dispositivi di clairvoyance tecnologica e di Data Tsunami di fronte ai quali i big data dell’era pionieristica avrebbero fatto la figura di un laghetto alpino. Tuttavia, nonostante la disponibilità di tali tecnologie avanzate, ci vollero molto tempo e numerosi tentativi infruttuosi per creare interfacce capaci di cogliere in tempo reale le complesse sensibilità e gli scambi all’interno di questi mondi lontani e complessi. Era una sfida affrontata con estrema cautela, poiché c’era il rischio paradossale, ma sempre presente di introdurre involontariamente il morbo nekomemetico in spazi incontaminati. Di solito si trattava di ecosistemi naturali di limitate dimensioni e cioè di insiemi composti da una comunità di organismi viventi in un ambiente fisico che li circondava. L’obbiettivo non era quello di interfacciare i singoli componenti dell’insieme, ma piuttosto di creare un sistema di canali attraverso i quali potessero fluire percezioni, sensazioni, vibrazioni, perturbazioni di campi elettromagnetici e quant’altro fosse adeguato a un coinvolgimento nell’azione ludica. Era un fenomeno provocato dalla presenza stessa della bio-rete e delle sue componenti, un insieme che ormai disponeva di una sua autonomia grazie alle componenti AI di trasformazione generativa multispecie, di cui gli stessi sviluppatori avevano perso il controllo. Talvolta i Gamartivist e altri gamers T riuscivano, con difficoltà e superando prove imprevedibili e rischiose, a entrare in contatto con questi ecosistemi. Allora venivano investiti dai flussi che attraversavano questi spazi e in tal modo entravano in un ambiente inesplorato dei Games T per loro sorprendente e sconosciuto. Solo in seguito sentivano emergere il sentimento, quasi una convinzione, che non si trattasse solo di un gioco, ma che si stesse producendo qualcosa di ignoto in cui sentivano di far parte di comunità inaspettate, di appartenere a realtà ecosistemiche coinvolgenti che andavano oltre le loro precedenti concezioni e prospettive. Note 1. La biomimesi è l’emulazione di modelli, sistemi ed elementi della natura allo scopo di risolvere problemi umani complessi. 2. Clavipes Trichonephila: ragno che produce una seta particolarmente resistente. 3. Il Boomernauta dava per scontato che io conoscessi bene cosa fossero i comportamenti emergenti ma non era il caso, quindi aggiungo qui parte della definizione data da Wikipedia. «Un comportamento emergente o proprietà emergente può comparire quando un numero di entità semplici (agenti) operano in un ambiente, dando origine a comportamenti più complessi in quanto collettività. La proprietà stessa non è facilmente predicibile, e rappresenta un successivo livello di evoluzione del sistema. Si applica tanto a termitai e formicai che a sistemi complessi come Wikipedia o il WWW. Questi progetti decentralizzati e distribuiti non sono possibili senza un gran numero di partecipanti, nessuno dei quali conosce da solo l’intera struttura.» https://it.wikipedia.org/wiki/Comportamento_emergente 2/2/21 4. Ibidem. «le colonie di formiche esibiscono un comportamento complesso ed hanno dimostrato la capacità di affrontare problemi geometrici. Ad esempio, localizzano un punto alla distanza massima da tutte le entrate della colonia per disporvi i corpi morti.»
- selfie da zemrude
Senza Basaglia il Far West (sulla mancanza di cura del disagio psichico) Thomas Berra Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano oggetti, distribuiscono spintoni e pugni, provano a difendersi quando sono derisi dai passanti. A volte capita che tentino la fuga se qualcuno vuole stanarli dai ruderi di vecchi edifici in cui si infilano per passare la notte. Ogni tanto si appiccano fuoco e divengono torce umane. Accade pure che senza alcun movente pugnalino estranei o persone care. Sono donne e uomini abbandonati, sofferenti per forme multiple e diversificate del disagio psichico. Intorno a questi fantasmi viventi, corroborati dal social chiacchiericcio, i media allestiscono campagne di odio digitale che alimentano paura. Se tali fragilissime persone provengono da altre zone del pianeta, sono bollate come maranza. E divengono così folk devil, alimentando il moral panic1. È la militarizzazione sociale del deviante, l’ostentazione della sua eliminazione ai fini della propaganda securitaria, la propaggine armata di ciò che è stato definito «arbitrio punitivo»2. Soprattutto, il ricorso alla violenza di Stato, in luogo della cura, materializza nelle strade la modalità annichilente già in uso all’interno delle carceri. Nel 2025 nelle galere italiane sono avvenuti 76 suicidi; 50 i decessi per cause da accertare3. A colpi di pistola, fulminate con la taser o soffocate a terra, almeno 22 persone con disagio psichico così hanno perso la vita in Italia nel nuovo millennio. In totale sono 77 i soggetti morti negli ultimi 25 anni durante fermi e inseguimenti attuati da polizia e carabinieri. Li ha censiti Luigi Mastrodonato in un’inchiesta pubblicata dal quotidiano «Il Domani». Incrociando i dati raccolti nella mappa4, sempre realizzata da Mastrodonato con le testimonianze dei familiari delle vittime, e analizzando le dinamiche dei fatti, si conferma il dato raccapricciante: era in preda a deliri paranoici, attacchi di panico e crisi isteriche quasi il 30 per cento delle persone decedute nel corso o all’esito di attività operative svolte da agenti e militari delle forze dell’ordine. Così la prassi brutale della segregazione dei mattacchioni, combattuta e sconfitta dal movimento basagliano e dalla legge 180, degenera e si istituzionalizza in eliminazione fisica. Carceri e manicomi eccedenti «La scienza nata nei tribunali e nei manicomi sopravvive nella prigione tra le suggestioni della psichiatria forense, rassicurante approdo per quanti ritengono che, in fondo, non si tratti altro che della vecchia questione della pericolosità del folle, e le illusioni della psichiatria clinica, convinta che si possa contemporaneamente curare e punire. All’invito che il carcere sta facendo alla psichiatria di estendere il suo campo di azione nei suoi territori, l’istituzione psichiatrica sta rispondendo applicando le tecnologie di gestione della sofferenza psichica già operanti nei suoi servizi»5. Tutto ciò deborda, tracima, fuoriesce dalle pareti carcerarie e riversa l’istituzione totale nella dimensione della vita quotidiana. Al contempo assistiamo all’estensione della funzione punitiva delle cliniche psichiatriche, trabocca la loro essenza regolatrice e coercitiva6, trova legittimazione securizzando le strade, alimentandosi dell’umana disperazione brandita e distorta come minaccia da debellare. Non è casuale che poche settimane fa l’avvocatura dello Stato abbia presentato ricorso contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che nel gennaio 2026 aveva condannato l’Italia a risarcire con 140.000 euro la famiglia del trentanovenne Riccardo Magherini, morto a Firenze nella notte del 2 marzo 2014. In preda a una crisi di panico, l’ex calciatore era stato bloccato a terra e ammanettato dai carabinieri. La CEDU sostiene che lo Stato non protesse la vita di una persona sotto la sua custodia e i carabinieri (assolti nel 2018 dalla giustizia italiana) non furono adeguatamente formati sulle tecniche di contenimento. Di tragiche storie analoghe a questa se ne stanno verificando tante. Come la tragedia di Andrea, quarantacinque anni, soffocato nel 2015 a Torino mentre gli agenti provavano a imporgli un TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio – o quella del trentenne Vincenzo, morto in Calabria un anno prima, in circostanze analoghe. In questo come in tanti altri casi, evidentemente per il governo Meloni l’insicurezza nelle strade rimane solo un problema di ordine pubblico, non sanitario. L’uso strumentale delle tragiche storie di tanti soggetti vaganti, sofferenti, abbandonati a se stessi, così alimenta la percezione di insicurezza. Ne sono convinti anche molti agenti e militari dell’Arma. Dopo essere intervenuto in una situazione critica di questo tipo, lo spiega un poliziotto che preferisce mantenere l’anonimato: «Quando ho capito che il soggetto non stava bene con la testa, mi sono sentito perso. Non sapevo come comportarmi. Temevo di fargli del male, ma non potevo aspettare che mi ammazzasse o ferisse qualcuno. Grazie a Dio, a un certo punto è scappato. E il collega mi ha detto di lasciarlo andar via, perché comunque lo avremmo ripreso due minuti dopo, quando si sarebbe un po’ calmato». Privi di riferimenti familiari, costretti a vivere in condizioni di estremo disagio, i più esposti alla sofferenza mentale sono i migranti. Lo sono ben 8 dei 22 morti durante le operazioni di polizia. Sono almeno due le cause di questa mattanza. Una, di carattere più recente, è da ricercare nell’aziendalizzazione del servizio sanitario nazionale. L’altra, più antica, riguarda le modalità di esercizio della violenza statale ed è connaturata ai poteri costituiti italiani, senza soluzione di continuità fra le tre fasi principali: monarchica postrisorgimentale, fascista e repubblicana. Manca quel che manca Ci sarebbero strumenti normativi e risorse economiche per consentire l’inclusione sociale delle persone che vivono un disagio psichico. Di tutto ciò sono convinti pure i collettivi che denunciano il carattere strutturale della violenza psichiatrica7 e gli studiosi che analizzano la mancata applicazione della legge Basaglia8 e del Budget di Salute nelle regioni italiane più povere. «I tagli alla spesa e la carenza di personale hanno penalizzato in maniera vistosissima i servizi di salute mentale territoriale. (...) oggi gran parte dei centri di salute mentale del paese sono sottoutilizzati o utilizzati come semplici ambulatori o dispensari di terapie farmacologiche (...)»9. Il Budget di Salute attua progetti di vita personalizzati per l’inclusione sociale e l’autonomia di persone fragili. «Sta passando sotto traccia – spiega Giorgio Marcello, sociologo – la riemersione di nuovi centri di segregazione, sotto forma di istituzioni totaloidi10. La profezia di Basaglia è sempre più disattesa. È in atto un processo di desertificazione progressiva dei presidi territoriali di tutela della salute mentale, che appare irreversibile, a fronte di un aumento esponenziale di richieste di accesso – da parte soprattutto di giovani – a servizi in stato comatoso. E nel deserto, la logica del far west inevitabilmente si impone, se non matura una resistenza dal basso». Per quanto riguarda l’altra origine della mattanza, di segno più storico-politico, nonché́ riflesso della tendenza molto italiana all’impiego della violenza di Stato in contesti di turbolenza sociale, l’odierno far west non rappresenta una novità. In fondo i dispositivi securitari attivati negli ultimi anni costituiscono la prosecuzione delle prassi repressive inaugurate negli anni Settanta e durante le altre insorgenze manifestatesi fra il vecchio e il nuovo millennio. Un vizietto antico «Il riarmo interno, espressione onnicomprensiva delle trasformazioni in corso, è dunque una reazione globale dello Stato e delle classi al potere, sia contro la conflittualità sociale, sia contro la crisi economico-politica che attanaglia il Paese. In altri termini: non si tratta né di una misura congiunturale, né di una misura puramente repressiva; bensì̀ di una iniziativa programmatica a larghissimo spettro sociale e di tendenziale gittata strategica. (...) Obiettivo: una società senza tensioni, ovvero una società le cui tensioni siano sublimate nella lotta al terrorismo, nella denuncia, nella delazione; o dissipate nel suicidio, nel qualunquismo, nella droga, nell’apatia trasognata del capitalismo fatiscente. (...) La repubblica ri-fondata sulla sicurezza interna, alla cui edificazione hanno posto mano tutti i partiti della grande coalizione, avvalendosi degli originali apporti del Pci (...), non è una mera ripetizione dei modelli consolidati altrove»11. Oggi leggiamo e sentiamo dire che negli anni Settanta lo Stato avrebbe combattuto il terrorismo senza instaurare uno stato di polizia, mantenendo saldo il rispetto delle regole democratiche. È una delle menzogne diffuse in tempi recenti, nel dibattito pubblico sulle riforme costituzionali riguardanti il sistema giudiziario e i decreti sicurezza approvati dal governo Meloni. L’ampio uso della normativa d’emergenza, le leggi speciali, il ricorso alla tortura12, a uccisioni mirate e alla carcerazione di massa, è documentato da numerose pubblicazioni. Il fermo preventivo e prolungato degli attivisti politici, la soppressione delle libertà basilari, i superpoteri attribuiti alle forze dell’ordine, la costruzione di teoremi accusatori fondati su acrobatiche inchieste giudiziarie, videro e vedono il concorso di apparati in teoria deputati al mantenimento dello Stato di diritto, ma nei fatti esecutori di una vasta campagna politica e militare finalizzata a soffocare ogni possibile forma di insorgenza. Non è casuale che dal 1975 al 1989, in contesti diversi 625 persone furono uccise o ferite dalle forze di polizia in Italia13. Il 1975 è l’anno in cui entrò in vigore la legge che prese il nome dal ministro di Grazia e Giustizia, Oronzo Reale. «Quarantamila denunciati, quindicimila passati dalle carceri, quattromila condannati, spesso senza nessuna garanzia del diritto di difesa. Queste le aride cifre finali e contabili della brillante operazione di difesa della democrazia. Dietro le cifre, le carceri speciali, la tortura, l’isolamento, la parte migliore di due generazioni ricondotta al silenzio, costretta all’esilio, o restituita alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità»14. In questo contesto, una mano (che uccide le persone sofferenti nelle strade) lava l’altra (impegnata a promulgare leggi e decreti che autorizzano l’uso letale della forza pubblica), con le finalità di sempre: controllare il dissenso, reprimere i movimenti antagonisti al sistema. Citando Friedrich Engels, Lenin definì̀ il cervello umano il «più alto prodotto della materia». Oggi, in condizione di sofferenza, nel sistema vigente, esso è strumentalizzato per giustificare i dispositivi securitari. Note 1. V. Marchi, SMV Stile Maschio Violento. I demoni di fine millennio, Genova, Costa & Nolan, 1994 2. L. Ferrajoli, Giustizia e politica, Bari, Laterza, 2024 3. Report del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone private della Libertà Personale, 2025 4. https://www.instagram.com/p/DIa9cm2s6E9/ 5. S. Verde, Il carcere manicomio, Roma, Sensibili alle foglie, 2011 6. O. Greco, I demoni del mezzogiorno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018 7. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, Pazzi da morire, Roma, Sensibili alle foglie, 2026 8. https://www.icalabresi.it/archivio/calabria-manicomio-prigionieri-silenzio-reggio-girifalco/ 9. G. Marcello, G. Procopio, L'innovazione possibile. La sperimentazione del budget di salute e la sua applicabilità in un contesto di welfare debole, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2025 10. Le istituzioni totaloidi sono contesti contemporanei che, pur non essendo formalmente totali come le prigioni o i manicomi, ne replicano le dinamiche segreganti, limitando la libertà e la vita relazionale delle persone. Esse operano spesso attraverso campi rom, centri di accoglienza, o forme di internamento di fatto per anziani e disabili 11. Controinformazione, La Repubblica rifondata, gennaio 1980, n° 17 12. AA.VV. Progetto Memoria, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 1988 13. Centro di Iniziativa Luca Rossi (a cura di), 625 Libro bianco sulla legge Reale 14. N. Balestrini – P. Moroni, L’Orda d’oro, Milano, SugarCo, 1988 Claudio Dionesalvi è nato a Cosenza. Insegnante di Lettere nella scuola media, già militante del Centro Sociale Autogestito Gramna e ultrà del Cosenza Calcio, impegnato nella scolarizzazione dei bambini di origini rom, tra i fondatori dell’associazione Coessenza. Collabora con diverse testate, tra cui «il manifesto». È direttore del semestrale «Registro Sconnesso». Ha pubblicato numerosi libri. Without Basaglia, the Wild West By Claudio Dionesalvi Wandering the cold or scorching streets of our cities, they bang their heads against walls and shop shutters, scream, curse the void, hurl objects, shove and punch, try to defend themselves when mocked by passers‑by. Sometimes they attempt to flee if someone tries to corner them in the ruins of old buildings where they hide for the night. Occasionally they set fire to themselves and become human torches. It also happens that, without any motive, they stab strangers or loved ones. They are men and women abandoned, suffering from multiple and varied forms of mental distress. Around these living ghosts, reinforced by gossip‑filled social media, the press stages digital hate campaigns that feed fear. If such fragile people come from other parts of the planet, they are labelled “maranza” and become a folk devil, fueling a moral panic¹. This is the social militarisation of the deviant, the ostentatious elimination of the deviant for security‑propaganda purposes, the armed propagation of what has been called “punitive arbitrariness”². Most importantly, the resort to State violence instead of care materialises on the streets in a annihilating mode already used inside prisons. In 2025, Italian penitentiaries recorded 76 suicides; 50 deaths remained pending investigation³. Shot with pistols, stunned with tasers or suffocated on the ground, at least 22 people with mental distress have lost their lives in Italy in the new millennium. In total, 77 individuals have died during the last 25 years while being detained or chased by police and carabinieri. The figures were compiled by Luigi Mastrodonato in an investigation published by «Il Domani». By cross‑referencing the data collected in the map⁴—also produced by Mastrodonato and based on testimonies from victims’ families—and analysing the dynamics of each case, a chilling statistic emerges: nearly 30 % of the deceased were experiencing paranoid delusions, panic attacks or hysterical crises at the time of the police or military operation. Thus, the brutal practice of segregating “madmen,” fought and overturned by the Basaglian movement and Law 180, has degenerated into physical elimination. Prisons and Overcrowded Asylums «The science born in courts and asylums survives in prison, within the suggestions of forensic psychiatry—a reassuring landing place for those who believe that, after all, it is only the old question of the danger posed by the ‘mad’ and the fantasies of clinical psychiatry, convinced that one can simultaneously cure and punish. At the invitation of prisons to extend their field of action into psychiatric territories, the psychiatric institution replies by applying the same technologies for managing psychic suffering already in use in its services»⁵. All this overflows, spills, and bursts through prison walls, pouring the total institution into everyday life. Simultaneously we witness the extension of the punitive function of psychiatric clinics: their regulatory and coercive essence overflows⁶, gaining legitimacy by securitising streets and feeding on human desperation, brandished and distorted as a threat to be eradicated.It is not a coincidence that, a few weeks ago, the State’s legal office lodged an appeal against the European Court of Human Rights (ECHR) ruling of January 2026, which ordered Italy to pay €140,000 to the family of 39‑year‑old Riccardo Magherini, who died in Florence on the night of 2 March 2014. Suffering a panic crisis, the former footballer was pinned to the ground and handcuffed by carabinieri. The ECHR held that the State failed to protect a person in its custody and that the carabinieri (acquitted in 2018 by Italian courts) had not received adequate training in restraint techniques. Similar tragic stories are multiplying: the 2015 case of Andrea, 45, suffocated in Turin while officers attempted to impose a TSO (Compulsory Health Treatment); the 2024 death of 30‑year‑old Vincenzo in Calabria under comparable circumstances.In these and many other cases, the Meloni government clearly treats street insecurity as a purely public‑order issue, not a health one. The instrumental use of countless tragic stories of wandering, suffering, abandoned individuals fuels the perception of insecurity. Many police officers and military personnel share this conviction. After intervening in a critical situation, one officer—who wished to remain anonymous—explained: «When I realized the person was not well mentally, I felt lost. I didn’t know how to act. I feared harming him, but I couldn’t wait for him to kill or injure someone. Thank God, at some point he fled. A colleague told me to let him go, because we would have caught him again a couple of minutes later, once he had calmed down».Deprived of family ties and forced to live in extreme distress, the most vulnerable to mental suffering are migrants: they represent 8 of the 22 deaths recorded during police operations.Two the causes of this bloodshed. A recent factor – the corporatisation of the National Health Service. An older one – the long‑standing modalities of State violence, rooted in the three main Italian regimes: post‑Risorgimento monarchy, Fascism, and the Republic. What Is Missing There exist normative tools and economic resources that could enable the social inclusion of people experiencing mental distress. Such tools are recognised by collectives denouncing the structural nature of psychiatric violence⁷ and by scholars analysing the failure to implement Basaglia’s Law⁸ and the Health Budget in Italy’s poorest regions.«Cuts to spending and staff shortages have severely penalised community mental‑health services. (…) Today, most mental‑health centres are under‑used or reduced to simple outpatient clinics dispensing pharmacological therapies»⁹.The Health Budget should fund personalised life‑projects for the social inclusion and autonomy of vulnerable individuals. Yet, as sociologist Giorgio Marcello notes «a new wave of segregationist institutions— totalitarian‑type facilities¹⁰—appears under the radar. Basaglia’s prophecy is increasingly ignored. A progressive desertification of territorial mental‑health safeguards is underway, seemingly irreversible, while demand for access—especially from young people—to coma‑state services surges. In this desert, the logic of the wild west inevitably dominates unless a grassroots resistance matures».The current wild west is not a novelty. The security devices deployed in recent years continue the repressive practices inaugurated in the 1970s and during subsequent social upheavals between the old and the new millennium. A Deep-seated Habit «The internal re‑armament, an all‑encompassing expression of ongoing transformations, is therefore a global reaction of the State and ruling classes—both against social conflict and against the economic‑political crisis gripping the country. In other terms: it is neither a temporary measure nor a purely repressive one; it is a programmatic initiative of very broad social scope and strategic reach. Goal: a society without tensions, or a society whose tensions are sublimated into the fight against terrorism, denunciation, denunciation; or dissipated in suicide, populism, drugs, the dreamy apathy of a dying capitalism. The Republic, rebuilt on internal security, with the participation of all parties of the great coalition and the original contributions of the PCI (Italian Communist Party), is not a mere repetition of models established elsewhere»¹¹.The claim that the State in the 1970s fought terrorism without establishing a police state while preserving democratic rules is a widespread lie, now resurfacing in public debate over constitutional reforms concerning the judiciary and the security decrees of the Meloni government. The extensive use of emergency legislation, special laws, torture¹², targeted killings and mass incarceration is documented by numerous publications. Preventive and prolonged detention of political activists, suppression of basic freedoms, super‑powers granted to police forces, and the construction of accusatory theorems based on acrobatic judicial investigations—all see the participation of bodies theoretically tasked with safeguarding the rule of law, but in practice act as executors of a wide‑scale political and military campaign aimed at crushing any form of dissent.From 1975 to 1989, across various contexts, 625 people were killed or injured by police forces in Italy¹³. 1975 also marked the entry into force of the law named after the Minister of Justice, Oronzo Reale.«Forty‑thousand denounced, fifteen‑thousand passed through prisons, four‑thousand sentenced, often without any guarantee of a right to defence. These are the stark, final figures of the brilliant operation defending democracy. Behind the numbers lie special prisons, torture, isolation, the best part of two generations driven into silence, forced into exile, or returned to society after being humiliated in their identity»¹⁴.In this context, one hand (that kills suffering people on the streets) washes the other (that enacts laws and decrees authorising lethal public‑force), with the timeless objective of controlling dissent and repressing movements antagonistic to the system. Citing Friedrich Engels, Lenin described the human brain as “the highest product of matter”. Today, in a state of suffering, that brain is instrumentalised to justify security devices. Notes 1. V. Marchi, SMV Stile Maschio Violento. I demoni di fine millennio, Genova, Costa & Nolan, 1994. 2. L. Ferrajoli, Giustizia e politica, Bari, Laterza, 2024. 3. Report of the National Guarantee of the Rights of Persons Deprived of Personal Liberty, 2025. 4. https://www.instagram.com/p/DIa9cm2s6E9/ 5. S. Verde, Il carcere manicomio, Roma, Sensibili alle foglie, 2011. 6. O. Greco, I demoni del mezzogiorno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018. 7. Collectivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, Pazzi da morire, Roma, Sensibili alle foglie, 2026. 8. https://www.icalabresi.it/archivio/calabria‑manicomio‑prigionieri‑silenzio‑reggio‑girifalco/ 9. G. Marcello, G. Procopio, L’innovazione possibile. La sperimentazione del budget di salute e la sua applicabilità in un contesto di welfare debole, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2025. 10. Le istituzioni totaloidi – contemporary contexts that, while not formally total as prisons or asylums, replicate segregating dynamics, limiting liberty and relational life; they often operate through Rom camps, reception centres, or de‑facto internment for the elderly and disabled. 11. Controinformazione, La Repubblica rifondata, January 1980, n. 17. 12. AA.VV., Progetto Memoria, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 1988. 13. Centro di Iniziativa Luca Rossi (ed.), 625 Libro bianco sulla legge Reale. 14. N. Balestrini – P. Moroni, L’Orda d’oro, Milano, SugarCo, 1988.
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Autonomia operaia L’esperienza fiorentina (1973-1977) Pubblichia l'Introduzione al volume Autonomia operaia. L'esperienza fiorentina (1973-1977), di Lauro Rosso, recentemente pubblicato da Milieu nella collana «settanta». Autonomia operaia – che non rappresentò mai un’organizzazione a diffusione nazionale – fu una variegata area politica accumunata da comportamenti e prassi politiche peculiari. Possiamo affermare che l’Autonomia non ebbe mai una «norma», ma solo delle «eccezioni». Il suo localismo e le sue differenze, sia teoriche che pratiche, ne rappresentano quindi un carattere definitorio. Non è possibile dunque scrivere una storia dell’Autonomia nazionale, esiste invece una storia dell’Autonomia per ogni regione, per ogni città e, come vedremo, quasi per ogni quartiere; una storia in gran parte ancora da scrivere. Scopo di questo libro è dunque indagare come l’Autonomia si declinò nella città di Firenze. Un caso che sarebbe un errore giudicare «periferico» rispetto a quello di altre città considerate gli epicentri della contestazione, perché Firenze rappresenta la tessera di un puzzle che altrimenti rimarrebbe incompleto. Un puzzle in cui ogni pezzo è fortemente connesso agli altri. Questo saggio vuole essere un contributo all’analisi di un fenomeno ancora trascurato dalla riflessione storiografica. Lo studio della complessa esperienza dell’Autonomia operaia, come il tema più generale della violenza politica e della lotta armata degli anni ’70, è stato ritardato da censure multiple: morali, politiche e generazionali. Le diverse e contrastanti esigenze della giustizia, della memoria pubblica e della storia hanno spesso prodotto un cortocircuito. Definizioni fuorvianti come «anni di piombo» e «opposti estremismi» riflettono l’insieme delle strumentalizzazioni politiche che hanno complicato ulteriormente il quadro. Nello specifico si è manifestata la tendenza a confondere lotta armata e violenza politica, lasciando così che la condanna morale sostituisse in tutto o in parte il metodo storico. Una confusione che ha trovato la sua sanzione nel 1979, a un anno dall’omicidio Moro, con l’insieme di inchieste conosciute come 7 aprile. Presupposto delle indagini fu il cosiddetto teorema Calogero. Secondo l’allora sostituto procuratore di Padova, Pietro Calogero, i principali leader, nonché teorici, dell’Autonomia operaia sarebbero stati i promotori di una associazione sovversiva volta all’insurrezione armata contro lo Stato. Nell’impianto accusatorio di Calogero quei «cattivi maestri», come vennero definiti, rappresentavano dunque la mente di una vasta organizzazione che comprendeva al suo interno buona parte dell’arco extraparlamentare: dai collettivi autonomi alle Brigate rosse. Lo stesso Toni Negri, forse il più noto esponente dell’Autonomia, venne accusato di essere il telefonista delle Br durante il sequestro Moro. L’ipotesi, rivelatasi completamente errata anche sul piano giudiziario, si è però radicata nella memoria collettiva ed è stata rilanciata proprio sul piano storiografico1. Se è indubbia la contiguità tra l’area dell’Autonomia e quella della lotta armata, le due esperienze non sono però sovrapponibili né certamente ascrivibili all’interno di un progetto comune. Se la storiografia su questo fenomeno stenta a decollare è comunque anche per la natura di per sé stessa sfuggente dell’Autonomia, per questo generalmente descritta solo come area di transizione tra il movimento e la lotta armata. Dalla numerosa memorialistica e letteratura critica che è stata altresì prodotta negli ultimi anni, per quanto interna e autoriferita, emerge infatti chiaramente come l’Autonomia – che non rappresentò mai un’organizzazione a diffusione nazionale – fu una variegata area politica accumunata da comportamenti e prassi politiche peculiari2. Possiamo affermare che l’Autonomia non ebbe mai una «norma», ma solo delle «eccezioni». Il suo localismo e le sue differenze, sia teoriche che pratiche, ne rappresentano quindi un carattere definitorio. Non è possibile dunque scrivere una storia dell’Autonomia nazionale, esiste invece una storia dell’Autonomia per ogni regione, per ogni città e, come vedremo, quasi per ogni quartiere; una storia in gran parte ancora da scrivere. Scopo di questo libro è dunque indagare come l’Autonomia si declinò nella città di Firenze. Un caso che sarebbe un errore giudicare «periferico» rispetto a quello di altre città considerate gli epicentri della contestazione, perché Firenze rappresenta la tessera di un puzzle che altrimenti rimarrebbe incompleto. Un puzzle in cui ogni pezzo è fortemente connesso agli altri. Non si tratta dunque solo di colmare una lacuna della storiografia locale, ma di documentare sul ruolo preponderante avuto da una parte dalla sinistra extraparlamentare di Firenze in quel particolare momento in cui il sogno di profondi mutamenti sociali percorreva larghi strati della popolazione italiana. Considerazioni, queste, che non trovano alcun riscontro nella letteratura: quella dell’Autonomia fiorentina, così come quella di molti altri centri minori, è infatti una pagina sconosciuta. L’unica eccezione è rappresentata dal saggio a carattere memorialistico di Massimo Cervelli e Bruno Paladini: Autonomi a Firenze, che nella forzata economia delle loro pagine non può che affrontare l’argomento limitatamente3. In totale assenza di fonti edite la mia ricerca si è quindi quasi interamente sviluppata sulla base del materiale conservato presso l’Archivio ’68 di Firenze, che non è mai fuori luogo ringraziare per l’ottimo lavoro che continua a portare avanti. A fianco dei documenti, dei volantini e dei giornali prodotti dal movimento, indispensabile è risultato poi l’apporto della fonte orale. È solo grazie ai tanti racconti dei protagonisti di allora che sono riuscito a risalire ad alcuni aspetti fondamentali dell’Autonomia fiorentina, dai comportamenti quotidiani di centinaia di persone alle varie interconnessioni tra i gruppi. Le loro interviste risultano inoltre tanto più interessanti per la varietà di posizioni che esprimono: non solo per dato anagrafico e gruppo di appartenenza, ma anche per il ruolo politico rivestito all’epoca. Come si vedrà, ho infatti raccolto la testimonianza sia di alcuni «leader» che della cosiddetta «base» di quell’area politica. A tutti loro vanno i miei ringraziamenti, per la disponibilità, ma soprattutto per la fiducia4. Gli anni ’70 furono gli anni in cui oggi individuiamo una svolta nella crescita culturale e civile del paese, ma furono anche gli anni in cui maggiormente si dispiegò il conflitto sociale nella storia dell’Italia repubblicana. Uno degli attori principali della seconda metà del decennio, quando cioè la violenza politica di sinistra superò quella di destra, fu appunto l’area dell’Autonomia. Un’area che sin dalla sua nascita rifiutò la centralizzazione propria dei gruppi extraparlamentari e il principio della delega. Un’area che con il passare degli anni abbandonò sempre più la teoria operaista da cui era sorta per riferirsi a un nuovo soggetto sociale, principalmente giovanile, che già nel 1973 Toni Negri aveva iniziato a definire «operaio sociale»5. Non stupisce quindi che l’Autonomia mosse i suoi primi passi proprio nel ’73, quando la crisi economica più che le teorie rivoluzionarie iniziarono a erodere la centralità dell’operaio massa. Prima di affrontare la trattazione della storia dell’Autonomia fiorentina negli anni presi in esame, cioè dal ’73 al ’77, ho ritenuto necessario soffermarmi, nel primo capitolo, sul contesto storico che contribuì alle genesi delle sue radicali posizioni. Uno sguardo ai principali avvenimenti, sia nazionali che internazionali, che rivestirono un ruolo determinante nello svilupparsi di quell’area. Nel secondo capitolo ho poi tentato di analizzare le principali componenti teoriche dell’Autonomia operaia cercando di evidenziarne sia gli elementi comuni che di frattura. Molto utili in questo senso sono risultate le raccolte antologiche di documenti prodotte tra il 1976 e il 1980 dall’Autonomia operaia stessa6. Non solo i documenti citati, ma la loro stessa selezione risultano per noi una fonte per comprendere le differenze teoriche all’interno di quell’area. Un’analisi, questa, che ho giudicato fondamentale per una corretta comprensione delle vicende del capoluogo toscano. Salvo rare eccezioni, le componenti teoriche prima citate non coincisero con delle aree geografiche. A Firenze, come in molte altre città, si dispiegarono infatti compiutamente diverse tendenze che, pur nella loro marcata differenza, partecipavano parimenti all’area dell’Autonomia di cui si sentivano espressione. Possiamo sin d’ora affermare che la principale linea di demarcazione tra le diverse componenti dell’Autonomia fu sul tema dell’organizzazione: se cioè ricorrere a una forma più o meno leninista di partito, o adottare una forma orizzontale di rapporti che si affidasse, in parte o del tutto, allo spontaneismo delle piazze e dei militanti. Ciò che, come vedremo nel secondo capitolo, già all’epoca incominciava a essere chiamato: «autonomia diffusa». L’esposizione proseguirà sviluppandosi intorno alle vicende e alle teorizzazioni dei principali aggregati di militanti che meglio incarnarono le due differenti anime dell’Autonomia. La componente più operaista fu quella che si organizzò in particolare, ma non solo, intorno alle università, l’altra, che rientra pienamente nella definizione di «autonomia diffusa», nel quartiere popolare di Santa Croce. Ho ricostruito il loro evolversi negli anni: per la prima dallo scioglimento di Potere operaio sino all’ingresso massiccio in Prima linea, per la seconda dal Collettivo Jackson sino all’organizzazione informale che quotidianamente si riuniva in Piazza Santa Croce nel 1977. Occorre però fare una doverosa precisazione: quelle due componenti modificarono notevolmente il loro pensiero lungo l’arco di tempo qui esaminato, così come cambiarono praticamente tutti i militanti al loro interno. Ciò nonostante ho voluto valorizzare i caratteri che rimasero, pur modificandosi, da una forma organizzativa all’altra, individuando in questi un elemento fondamentale di identità politica. Uno su tutti il soggetto politico su cui tentarono di intervenire: operai e studenti fuori sede per i primi, abitanti dei quartieri poveri e «proletariato extralegale» per i secondi. Caratteristica comune di tutti i gruppi della città che si richiamavano all’Autonomia fu comunque sempre la quasi completa esclusione dal contesto di fabbrica, pur considerevolmente presente a Firenze. Non solo la parte più consistente del movimento autonomo rifiutò qualsiasi intervento a riguardo, ma anche chi fece dei tentativi in quella direzione, come l’area che si organizzò intorno alla rivista «Senza tregua», si scontrò contro il muro eretto dagli operai a difesa della linea del Pci. Alle peculiari origini dell’Autonomia fiorentina ho dedicato il terzo capitolo, cercando di mettere in luce proprio le cause che hanno impedito qualsiasi suo radicamento nei grandi stabilimenti industriali della provincia e il suo volgersi ad altri ambiti: dagli studenti al territorio urbano con le sue trasformazioni. Un’ultima considerazione: in questa ricostruzione mi sono soffermato su episodi specifici solo quando questi segnarono marcatamente la storia cittadina dell’Autonomia. Piuttosto che concentrarmi su una sequenza cronologica di episodi che videro quell’area protagonista ho scelto di valorizzare l’evoluzione delle posizioni, dei comportamenti e delle elaborazioni teoriche che essa produsse. Per questo ho preferito ricorrere al materiale prodotto dal movimento piuttosto che affidarmi alla cronaca dei quotidiani «istituzionali» nella narrazione degli eventi. Un approccio leggermente diverso ho invece adottato nell’esposizione dei fatti del 1977, quando cioè la mobilitazione, in tutta Italia come a Firenze, raggiunse il suo apice. A fianco del materiale grigio e ai racconti dei militanti di allora ho dedicato un maggiore spazio agli articoli di quotidiani con una pagina locale. Ho ritenuto infatti che una piena conoscenza di cosa rappresentò l’Autonomia a Firenze, di quali furono le sue pratiche e di quanto incise sul movimento extraparlamentare qui inteso nella sua interezza, non può prescindere dai fatti di cronaca di cui in quell’anno si rese protagonista. Note 1A. Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Donzelli, Roma 2010; G. Licciardi, Macchie rosse. Le cointeressenze politiche armate dell’operaismo italiano negli anni Sessanta e Settanta, Nda, Rimini, 2014; C. Fumian, P. Calogero, M. Sartori, Terrore rosso, dall’Autonomia al partito armato, Laterza, Roma 2010. 2 AA.VV., a cura di S. Bianchi, L. Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, Roma 2007; A.A.V.V. Una sparatoria tranquilla, per una storia orale del ’77, Odradek Edizioni, Roma 2005; E. Quadrelli, Autonomia operaia, Nda Press, Rimini 2008; M. Tarì, Il ghiaccio era sottile, per una storia dell’autonomia, DeriveApprodi, Roma 2012; E. Mentasti, Senza tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011; G. Borio, F. Pozzi, G. Roggero, Futuro anteriore. Dai «Quaderni rossi» ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2002. 3 M. Cervelli, B. Paladini, Autonomi a Firenze, in AA.VV. Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007. 4 La versione integrale delle interviste è liberamente consultabile sul sito: https:// archivioautonomia.it/autonomia-toscana-archivio/, da ora in poi indicato nelle note solo come: Archivio dell’Autonomia. 5 Inizialmente affidata a documenti di movimento, tale teoria sarà successivamente rielaborate in forma più organica e approfondita in A. Negri, Crisi dello Stato-piano: comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano 1974 e A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale: intervista sull’operaismo, a cura di Paolo Pozzi e Roberta Tomassini, Multhipla, Milano 1979. 6 Comitati autonomi operai di Roma, Autonomia Operaia, nascita sviluppo e prospettive dell’area dell’autonomia nella prima organica antologia documentaria, Savelli, Roma 1976; S. Morandini, G. Martignoni, Diritto all’odio, dentro fuori ai bordi dell’area dell’autonomia, Bertani editore, Verona 1977; AA.VV. Aut. Op. La storia e i documenti: da Potere operaio all’Autonomia organizzata, Savelli Editori, Milano 1980.
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Dossier guerra e capitale / Introduzione 2 Thomas Berra Come di annuncia Si annuncia con dei clamori con dei clamori incessanti o brevi con dei clamori decifrabili o enigmatici con delle esplosioni di ottoni percossi violentemente con dei sibili di fischietti con dei rombi di motori con delle raffiche di risate con dei latrati di cani con dei battiti di remi contro l’acqua di un lago col brusco silenzio degli uccelli con degli schiaffi con delle circolari con degli squilli di trombe con una chiamata telefonica in the next appartment con barriti di elefanti con una antica canzone udita in una riunione di famiglia con un vago gesto della mano con una folla che tace con una bandiera che cade con una lettera perduta con un tono di voce appena cambiato con un curioso sentimento d’ingiustizia con una crisicon una partenza mancata per poco con delle tracce mal cancellate col solo gusto di farlo con dei manifesti affissi su tutti i muri di un paese con delle notevoli oscillazioni in Borsa con dei pugni sulla faccia con dei mercantili che appaiono all’orizzonte con dei sentieri apparsi in una fitta foresta con un via-vai di grossi camion scoperti con un notevole abuso di alcol con una freccia lanciata in una certa maniera in un certo luogo contro un certo albero a una certa altezza del tronco con del fumo che si alza sopra una collina con diversi passaggi rasoterra di un monomotore grigio con degli improvvisi abbandoni di prosperi commerci con degli stupri ripetuti di ragazze giovanissime nei parchi con dei pacchi esplosivi indirizzati a gente qualsiasi con delle sirene di fabbriche alle 10 di sera con la requisizione di tutte le prostitute con un’ondata di partenze riuscite con la costruzione di centinaia di baracche in uno stesso luogo di campagna con un'ondata di suicidi riusciti e non riportati dai media con qualcosa che ci si tira dietro chiaramente come un marchio della storia con una maniera improvvisa che ha la gente di mettersi a cantare insieme in pubblico con una tragica penuria di acqua potabile con la sparizione di tutti i gatti randagi con un colpo di fulmine a ciel sereno con altre cose con una quantità di altre cose ancora con un’enorme quantità di altre cose non importa quali ma che non si riusciranno mai a prevedere come per esempio: delle porte sfondate a calci della gente buttata giù per le scale degli assembramenti di uomini e donne nudi davanti a delle mitragliatrici dei soldati che guardano degli impiccati dei soldati chini su un letto delle gambe attaccate a dei rami dei corpi decapitati deposti sui dei lavatoi delle ombre accasciate su una zattera che discende un fiume dei profili individuati l’interdizione di parlare una lingua particolare un partito unico un sindacato unico delle frontiere invalicabili migliaia di carnai dei parcheggi di auto esplosive milioni di disoccupati degli scrittori imprigionati a vita dei musicisti imprigionati a vita di un sacco di gente imprigionata a vita dei falsi malati mentali: scrittori, musicisti, pittori, cineasti, attori, ricercatori, metallurgici, dottori, giornalisti, falegnami, impiegati, architetti, professori, tipografi, maestri, editori tutti falsi malati mentali delle interruzioni d’acqua, di gas e di elettricità nei quartieri che vengono restaurati per ordine di quei fetenti dei costruttori la tortura istituzionalizzata in tutti i paesi delle infiltrazioni dappertutto e di ogni genere di un numero sempre maggiore di stronzi con dei cani poliziotto a domicilio il balbettio generalizzato dei padiglioni di tiro a segno obbligatorio per tutti della musica dolce continua in tutti i palazzi oltre che in tutti i grandi magazzini un’impressionantissimo spessore di merda dappertutto dei barboni picchiati a morte un’invasione di piccole case individuali tutte minate un fortissimo odore di morte e tante altre cose una quantità di altre cose ancora. Jean-Jacques Viton (Marsiglia, 1933 – Marsiglia, 2021). Poeta francese. Fondatore di numerose riviste culturali, tra le quali spicca «Banana Split», amministratore del Théâtre Quotidien di Marsiglia, fu un adepto del movimento e del ritmo esplorando in modo anarchico il testo, strutturandolo e destrutturandolo.
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L’uomo dal doppio sguardo In memoria di Edgar Morin Philips Motta Quando, alla soglia dei cento anni, Edgar Morin si mise a scrivere della guerra in Ucraina, non descrisse soltanto ciò che vedeva in televisione. Vide riemergere tutto il resto: le città sventrate, le carcasse degli edifici, i profughi in fuga, i crimini, il manicheismo assoluto, le menzogne. La guerra del 2022 gli riportò alla memoria la Seconda guerra mondiale, l’Algeria, la Jugoslavia, l’Iraq, la Palestina. Da quella sovrapposizione nacque Di guerra in guerra (Raffaello Cortina, 2023), un libretto breve e tagliente che è insieme un testamento civile e una lezione di metodo. È da qui che conviene partire, ora che il suo autore è morto a Parigi il 29 maggio, a centoquattro anni, per capire che cosa abbiamo perso e per risalire all’indietro, fino al punto in cui tutto era cominciato. La grammatica di ogni guerra La tesi del libro è semplice e scomoda. Ogni guerra, al di là delle sue cause specifiche, parla la stessa lingua. Criminalizza non solo l'esercito nemico ma l’altro popolo, come se fosse colpevole dei crimini dei suoi governanti. Produce isteria di guerra, complotti di spie, propaganda unilaterale, il delirio della colpa collettiva. Diffonde la menzogna e la peggiore delle menzogne è attribuire all'avversario i propri crimini. Innesca radicalizzazioni che trasformano in nemici i vicini, gli amici, i parenti. Morin lo aveva visto in Bosnia, dove musulmani, ortodossi e cattolici avevano convissuto per secoli prima che l'odio fratricida bruciasse ogni cosa. C'è di più: nessuna guerra, nemmeno la più giusta, è pura. Morin lo aveva imparato da partigiano. La guerra contro il nazismo e i suoi massacri razziali era giusta, eppure i bombardamenti alleati sulle città tedesche furono anch'essi una carneficina di civili. La guerra del Bene, ripeteva, porta il Male dentro di sé. È un'idea che disturba chi cerca narrazioni rassicuranti e proprio per questo Morin la considerava indispensabile: senza di essa, ogni causa giusta scivola nella propria barbarie. Lo aveva visto in Algeria, dove la radicalizzazione del conflitto produsse il colpo di Stato dei generali, la tortura eretta a sistema e, dall'altra parte, decenni di dittatura. Lo aveva visto in Jugoslavia, una guerra durata quasi quanto le due mondiali, ha lasciato odi non ancora sopiti. Riconoscere questa grammatica non significa rinunciare a giudicare. Morin è netto: la Russia di Putin è l'autrice dell'aggressione e l'Ucraina va sostenuta nella sua indipendenza. Ma l'aggressione è il punto d'arrivo di un processo di radicalizzazione reciproca che va contestualizzato (la Crimea, il Donbass, l'allargamento della NATO, l'influenza crescente degli Stati Uniti su Kiev) pena l’incapacità di vedere. La sua arma è una parola che ricorre come un'ossessione: contestualizzazione. Quando l'isteria bellica diventa sovrana, scrive, essa odia ogni conoscenza complessa, ogni lettura del contesto. La propaganda di guerra ci chiede di odiare un popolo e la sua cultura: la messa al bando di Puškin, Tolstoj, Dostoevskij nelle biblioteche ucraine lo allarmava come un sintomo, non come un dettaglio. Su questa base Morin avanzava una proposta di pace concreta e su alcuni punti volutamente provocatoria: neutralità o ingresso dell'Ucraina nell'Unione con garanzia militare; il destino del Donbass affidato a un referendum sotto controllo internazionale; la Crimea, a maggioranza russofona, riconosciuta per ciò che storicamente è. Sono posizioni che fecero scandalo. Ma vanno lette come il ragionamento di un uomo che a vent'anni era entrato insieme nel Partito comunista e nella Resistenza gollista, prima di rompere con lo stalinismo. La sua Autocritica del 1959 resta uno dei documenti più lucidi sulla disillusione comunista del Novecento. Nato Edgar Nahoum nel 1921 a Parigi, in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, aveva assunto il nome di Morin proprio entrando in clandestinità, anche per sottrarsi alle persecuzioni antisemite. Non un pacifista ingenuo, dunque, ma un partigiano che aveva combattuto il nazismo con le armi e che, proprio per questo, sapeva distinguere fra il giudizio sul carnefice e l'odio verso un popolo. Nei suoi volantini clandestini antinazisti, ha raccontato, non fu mai antitedesco. È la differenza che segna un divario e che oggi quasi nessuno ha più la pazienza di scavare. Respingere l’odio La stessa grammatica Morin l’ha applicata al 7 ottobre 2023 e alla rappresaglia su Gaza. Nel commento Respingere l'odio, uscito su La Repubblica, condanna senza attenuanti i massacri di Hamas e, allo stesso tempo, rifiuta di lasciare che l'orrore cancelli la causa palestinese. Anche qui la chiave è la contestualizzazione: il lungo martirio del popolo ebraico (vittima dell'antigiudaismo cristiano prima e dello sterminio nazista poi) e la Nakba, la catastrofe palestinese, parola gemella della Shoah. Israele, scrive con un'immagine fulminante, non è stato un'oasi di rifugio ma una cittadella in guerra. Al fondo c'è uno scontro fra due sacralizzazioni antagoniste della stessa terra. La conclusione non è equidistanza, è un compito. La missione dell'intellettuale, per Morin, non è solo respingere l'odio in sé, ma fare di tutto perché cominci una comprensione reciproca: fra israeliani e palestinesi, fra i sostenitori dell'uno e dell'altro popolo, senza abbandonare all'oblio una causa giusta. Resistere ai deliri: questo chiedeva, prima di tutto, alle nostre menti. Il filo che porta allo schermo Da dove viene questo sguardo capace di tenere insieme il giudizio e la complessità, il torto evidente e il contesto intricato? Qui sta la sorpresa e il filo conduttore di tutta la sua opera. Non dalla filosofia politica. Viene dal cinema. Fra il 1945 e il 1965 Morin dedicò due decenni al cinema, un periodo che gli studiosi collocano oggi all'origine stessa del suo pensiero. Non era una scelta scontata. Entrato al CNRS nel 1950 come sociologo, avrebbe voluto lavorare sul comunismo, ma si trovava – sono parole sue – «sul fondo della pattumiera della storia», escluso al tempo stesso dal mondo borghese e da quello staliniano. Cercò allora un soggetto-rifugio, qualcosa che piacesse al suo protettore Georges Friedmann, il sociologo delle macchine. Pensò all'estetica della macchina nella società contemporanea. Finì per scrivere, nel 1956, Le Cinéma ou l'Homme imaginaire (Éditions de Minuit), sottotitolo Essai d'anthropologie sociologique, seguito l'anno dopo da Le Star, studio sul divismo. Con il cinema, scriveva nelle prime pagine, entriamo nelle tenebre di una grotta artificiale: una polvere di luce si proietta e danza su uno schermo, prende corpo e vita, ci trascina in un'avventura errante attraverso tempi e spazi. Dietro l'immagine quotidiana dell'andare al cinema, Morin scorgeva un processo arcaico: la magia del doppio, la proiezione e l'identificazione con cui da sempre l'uomo popola il mondo di presenze. Attingeva a Sartre, L'immaginario; a Otto Rank, Il doppio; per mostrare che la sala buia non è un'evasione dal reale ma il rivelatore di una «realtà semi-immaginaria dell'uomo»: un'espressione di sapore eracliteo che dà il titolo a un capitolo del libro. Il divo, oggetto del saggio gemello Le Star, è il punto d'arrivo di questo meccanismo: una divinità laica fabbricata dalla cultura di massa, in cui il pubblico riversa il proprio bisogno di sogno e di mito. Il libro è ciò che Morin stesso definì «un aerolito»: parla di cinema ma non parla né dell'arte né dell'industria del film. Parla dell'uomo. La sua intuizione è che il cinema non sia uno specchio del vero, ma la rivelazione di una verità antropologica più profonda: l'essere umano vive sempre del rapporto fra reale e immaginario, è insieme homo sapiens e homo demens, ragione e mito, logica e affettività. Lo schermo è il luogo dove questa doppia natura si disvela. Il film, scriveva, funziona come una macchina che integra atteggiamenti e comportamenti, abitudini e proiezioni. Non uno strumento per rappresentare il mondo, ma un dispositivo che ci mostra come lo abitiamo. Quando, nel 1961, mise la teoria alla prova girando con Jean Rouch Chronique d'un été, e inventando di fatto il cinéma vérité, fece esattamente questo: usò la macchina da presa non per riprodurre la realtà, ma per provocarla, per far emergere la verità nella relazione tra chi guarda e chi è guardato. Fu un'opera a lungo sottovalutata, in Italia ancor più che in Francia. Quando uscì, la cultura cinematografica italiana ragionava di estetica, pedagogia, politica culturale; il ricorso sistematico di Morin alla sociologia e alla psicologia suonava estraneo, persino curioso. Toccò a Francesco Casetti, con la prefazione all'edizione Feltrinelli del 1982, riconoscerne la portata. Perché lì, in quel saggio marginale, c'era già tutto. C'era la parola che sarebbe diventata il marchio di una vita: complexus, ciò che è tessuto insieme, intrecciato. Non a caso una recente raccolta dei suoi scritti cinematografici giovanili porta un titolo che è una dichiarazione retrospettiva: Le cinéma, un art de la complexité. Dal cinema Morin passò all'analisi della cultura di massa con Lo spirito del tempo (1962), studio pionieristico su come l'industria culturale plasma l'immaginario collettivo: un libro che Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron proposero addirittura di bandire dall’universo scientifico tanto era inclassificabile rispetto agli steccati accademici dell'epoca. Era il prezzo della sua libertà: Morin attraversava le discipline come se le frontiere fra sociologia, antropologia, psicologia e filosofia fossero illusioni da smontare. Il cinema fu il primo laboratorio del pensiero complesso. Studiando come lo spettatore proietta sé stesso nelle ombre danzanti sullo schermo, Morin imparò che separare la ragione dal mito, l'oggettivo dal soggettivo, il fatto dall'immaginario, significa mutilare la realtà umana. E che la conoscenza che mutila è la stessa che, in tempo di guerra, fabbrica il nemico. Il metodo contro l’errore Da quel seme nacque la cattedrale. Il metodo, sei volumi pubblicati fra il 1977 e il 2004, è il tentativo di costruire una conoscenza all'altezza della complessità del mondo: contro il sapere compartimentato, riduzionista, di matrice cartesiana, che isola gli oggetti dal loro contesto e così li falsifica. Non è un caso che Morin abbia eletto a nemico permanente non l'avversario ideologico ma l'errore. La lotta all'errore e all'illusione è il vero asse etico della sua opera, ribadito fino agli ultimi scritti. L'errore più insidioso del nostro tempo, ammoniva, è quello ideologico: attraverso un'ideologia introiettata, gli intellettuali riproducono gli sbagli più fatali credendo di combatterli. Da qui una vigilanza costante, che non è demistificazione (eliminare il mito è esso stesso un'illusione) ma il riconoscere il carattere leggendario dei nostri miti, chiamarli per nome, far dialogare la ragione con essi. È la stessa chiave di lettura di Le lezioni della storia, uscito in Italia nel 2025: il risultato di un'azione può rovesciarsi nel suo contrario; le cause degli eventi sono sempre molteplici e intricate; l'improbabile può avvenire; il mito ha sulla storia un potere enorme. Sono le stesse sorprese dell'inatteso, gli stessi errori e illusioni che ritornano, capitolo dopo capitolo, in Di guerra in guerra. La storia, il cinema, la guerra: tre topoi per un'unica indagine sulla mente umana e sui suoi obnubilamenti. L'optipessimista Non era un profeta di sventura. Si definiva optipessimista: «Ho speranza in un contesto di disperazione», ripeteva forse ricordando il suo amore per il surrealismo. Era convinto che quanto più gravi sono i rischi di crisi, tanto maggiori siano le possibilità di trovare soluzioni. La sua diagnosi sul presente era spietata: la cecità di un pensiero meccanicista incapace di concepire la complessità della pandemia, della crisi ecologica, del collasso delle democrazie. Alla fine, però, sfociava sempre in un programma. La «politica di civiltà» di Svegliamoci: la decrescita del superfluo, l'economia solidale, la umanizzazione delle tecniche e delle amministrazioni, una scuola che formi menti capaci di dubitare e di criticare. E la Terra-Patria, l'unica comunità realmente universale rimasta a una specie che continua a dividersi fra etnie e religioni. Su tutto questo Morin innestava la battaglia che gli stava più a cuore di ogni altra: la riforma del pensiero e dell'educazione. La testa ben fatta, I sette saperi necessari all'educazione del futuro scritto per l'UNESCO, Insegnare a vivere: non manuali, manifesti per una scuola che insegni a contestualizzare, a collegare i saperi separati, a riconoscere l'errore e l'incertezza come parte della conoscenza. È il programma di tutta una vita tradotto in pedagogia: se la conoscenza che mutila, fabbrica il fanatismo, allora educare al pensiero complesso è un atto politico. Forse è per questo che, pur restando in patria un'autorità morale e pur essendo doctor honoris causa in decine di università del mondo, Morin è stato letto con più passione in America Latina e nell’Europa mediterranea che nel mondo anglosassone: dove più brucia il bisogno di tenere insieme i frammenti, più la sua voce ha trovato ascolto. Negli ultimi anni la sua parola si era fatta intima senza ammorbidirsi. In Ancora un momento, l'ultimo dei diari, raccontava la fatica di alzarsi dal letto a cento anni e, nella pagina accanto, salutava la rivolta delle donne iraniane come il grande fenomeno rivoluzionario del secolo. La stessa mente che misurava il proprio declino tracciava ancora la mappa delle speranze del mondo. Rileggerlo adesso, mentre le guerre che lo ossessionavano non si sono spente e l'isteria che descriveva domina i nostri schermi più di quanto dominasse i suoi, ha qualcosa di urgente. Morin ci ha lasciato uno strumento prima ancora che un pensiero: l'abitudine a guardare doppio. A non separare mai il giudizio dal contesto, la ragione dal mito, l'avversario dal popolo, la condanna del crimine dal rifiuto dell'odio. È un esercizio difficile, faticoso, impopolare. Lo aveva imparato nel buio di una sala cinematografica, fissando una polvere di luce che prendeva corpo sullo schermo. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The Man with the Double Gazeby In memory of Edgar Morin by Paolo Butturini When, on the threshold of one hundred years, Edgar Morin began to write about the war in Ukraine, he did not just describe what he saw on television. He saw everything else re-emerge: the gutted cities, the carcasses of buildings, the fleeing refugees, the crimes, the absolute Manichaeism, the lies. The 2022 war brought to his memory the Second World War, Algeria, Yugoslavia, Iraq, and Palestine. From that superposition was born From War to War (Raffaello Cortina, 2023), a short and sharp booklet that is both a civil testament and a lesson in method. It is from here that we should start, now that its author died in Paris on May 29, at one hundred and four years old, to understand what we have lost and to go back to the point where it all began. The Grammar of Every War The book's thesis is simple and uncomfortable. Every war, beyond its specific causes, speaks the same language. It criminalizes not only the enemy army but the other people, as if they were guilty of the crimes of their rulers. It produces war hysteria, spy plots, unilateral propaganda, the delirium of collective guilt. It spreads lies, and the worst of lies is to attribute one's own crimes to the adversary. It triggers radicalizations that turn neighbors, friends, and relatives into enemies. Morin had seen it in Bosnia, where Muslims, Orthodox, and Catholics had lived together for centuries before fratricidal hatred burned everything. There's more: no war, not even the most just, is pure. Morin had learned this as a partisan. The war against Nazism and its racial massacres was just, and yet the Allied bombings of German cities were also a carnage of civilians. The war of Good, he repeated, carries Evil within itself. It is an idea that disturbs those who seek reassuring narratives and for this very reason Morin considered it indispensable: without it, every just cause slips into its own barbarism. He had seen it in Algeria, where the radicalization of the conflict produced the generals' coup d'état, torture established as a system and, on the other hand, decades of dictatorship. He had seen it in Yugoslavia, a war that lasted almost as long as the two world wars, has left hatreds not yet subsided. Recognizing this framework does not mean giving up judgment. Morin is clear: Putin's Russia is the author of the aggression and Ukraine must be supported in its independence. But the aggression is the culmination of a process of mutual radicalization that must be contextualized (Crimea, Donbas, the expansion of NATO, the growing influence of the United States on Kyiv), otherwise risking the inability to see. His weapon is a word that recurs like an obsession: contextualization. When war hysteria becomes sovereign, he writes, it hates all complex knowledge, every reading of the context. The propaganda of war asks us to hate a people and its culture: the banning of Pushkin, Tolstoy, Dostoevsky in Ukrainian libraries alarmed him as a symptom, not as a detail. On this basis Morin advanced a concrete and, on some points, deliberately provocative peace proposal: neutrality or Ukraine's entry into the Union with military guarantees; the fate of Donbass entrusted to a referendum under international control; Crimea, with its Russian-speaking majority, recognized for what it historically is. These are positions that caused a scandal. But they should be read as the reasoning of a man who at twenty had joined both the Communist Party and the Gaullist Resistance, before breaking with Stalinism. His Autocritique of 1959 remains one of the most lucid documents on twentieth-century communist disillusionment. Born Edgar Nahoum in 1921 in Paris, to a Sephardic Jewish family from Thessaloniki, he took the name Morin just as he went into hiding, also to escape anti-Semitic persecution. Not a naive pacifist, therefore, but a partisan who had fought Nazism with weapons and who, for this very reason, knew how to distinguish between judgment of the perpetrator and hatred for a people. In his clandestine anti-Nazi leaflets, he recounted, he was never anti-German. It is the difference that marks a divide and that today almost no one has the patience anymore to explore. Rejecting Hatred Morin applied the same grammar to October 7, 2023, and the reprisal on Gaza. In the commentary Reject Hatred, published in La Repubblica, he condemns without mitigation the massacres of Hamas and, at the same time, refuses to let the horror erase the Palestinian cause. Here too, the key is contextualization: the long martyrdom of the Jewish people (victim first of Christian anti-Judaism and then of the Nazi extermination). and the Nakba, the Palestinian catastrophe, a word twin to the Shoah. Israel, he writes with a striking image, has not been an oasis of refuge but a citadel at war. At the bottom lies a clash between two antagonistic sacralizations of the same land. The conclusion is not equidistance, it is a task. The mission of the intellectual, for Morin, is not only to reject hatred in itself, but to do everything so that a mutual understanding begins: between Israelis and Palestinians, between the supporters of both peoples, without abandoning a just cause to oblivion. To resist delusions: this is what he asked, first of all, of our minds. The thread that leads to the screen Where does this gaze come from, capable of holding together judgment and complexity, the obvious wrong and the intricate context? Herein lies the surprise and the common thread of all his work. Not from political philosophy. It comes from cinema. Between 1945 and 1965 Morin dedicated two decades to cinema, a period that scholars now place at the very origin of his thought. It was not an obvious choice. After joining the CNRS in 1950 as a sociologist, he wanted to work on communism, but he found himself — in his own words — «at the bottom of the dustbin of history», simultaneously excluded from the bourgeois and Stalinist worlds. He then sought a refuge-subject, something that would please his patron Georges Friedmann, the sociologist of machines. He thought about the aesthetics of the machine in contemporary society. He ended up writing, in 1956, Le Cinémaou l'Hommeimaginaire (Éditions de Minuit), subtitled Essai d'anthropologiesociologique, followed the next year by Le Star, a study on stardom. With cinema, he wrote in the first pages, we enter the darkness of an artificial cave: a dust of light is projected and dances on a screen, takes form and life, and drags us into a wandering adventure through time and space. Behind the everyday image of going to the cinema, Morin perceived an archaic process: the magic of the double, the projection and identification with which man has always populated the world with presences. He drew from Sartre, The Imaginary; from Otto Rank, The Double; to show that the dark theater is not an escape from the real but the revealer of a man's semi-imaginary reality: a Heraclitean-flavored expression that gives the title to a chapter of the book. The star, the subject of the twin essay Le Star, is the culmination of this mechanism: a secular divinity fabricated by mass culture, into which the public pours its need for dreams and myths. The book is what Morin himself called «a meteorite»: it speaks of cinema but speaks neither of the art nor the industry of film. It speaks of man. His intuition is that cinema is not a mirror of the real, but the revelation of a deeper anthropological truth: the human being always lives on the relationship between the real and the imaginary, and is at once homo sapiens and homo demens, reason and myth, logic and affectivity. The screen is the place where this double nature is revealed. The film, he wrote, functions like a machine that integrates attitudes and behaviors, habits and projections. Not an instrument for representing the world, but a device that shows us how we inhabit it. When, in 1961, he put the theory to the test by filming with Jean RouchChronique d'un été, and in fact inventing the cinémavérité, he did exactly this: he used the camera not to reproduce reality, but to provoke it, to bring out the truth in the relationship between the one who watches and the one who is watched. It was a work long underestimated, in Italy even more so than in France. When it came out, Italian film culture reasoned in terms of aesthetics, pedagogy, and cultural politics; Morin's systematic recourse to sociology and psychology sounded alien, even curious. It fell to Francesco Casetti, with the preface to the 1982 Feltrinelli edition, to recognize its scope. Because there, in that marginal essay, everything was already there. There was the word that would become the hallmark of a lifetime: complexus, that which is woven together, intertwined. It is no coincidence that a recent collection of his youthful cinematic writings bears a title that is a retrospective declaration: Le cinéma, un art de la complexité. From cinema, Morin moved on to the analysis of mass culture with The Spirit of the Time (1962), a pioneering study on how the culture industry shapes the collective imagination: a book that Pierre Bourdieu and Jean-Claude Passeron even proposed to ban from the scientific universe, so unclassifiable was it compared to the academic fences of the era. It was the price of his freedom: Morin crossed disciplines as if the boundaries between sociology, anthropology, psychology, and philosophy wereillusions to be dismantled. Cinema was the first laboratory of complex thought. By studying how the spectator projects himself onto the dancing shadows on the screen, Morin learned that separating reason from myth, the objective from the subjective, fact from the imaginary, means mutilating human reality. And that the knowledge that mutilates is the same that, in time of war, manufactures the enemy. The method against error From that seed, the cathedral was born. The method, six volumes published between 1977 and 2004, is the attempt to build knowledge worthy of the world's complexity: against the compartmentalized, reductionist, Cartesian-based knowledge that isolates objects from their context and thus falsifies them. It is no coincidence that Morin chose as his permanent enemy not the ideological adversary but error. The fight against error and illusion is the true ethical axis of his work, reaffirmed in his latest writings. The most insidious error of our time, he warned, is the ideological one: through an introjected ideology, intellectuals reproduce the mistakes most fatal, believing they are fighting them. Hence a constant vigilance, which is not demystification(eliminating the myth is itself an illusion) but recognizing the legendary character of our myths, calling them by name, and having reason enter into dialogue with them. It is the same interpretation as inThe Lessons of History, published in Italy in 2025: the result of an action can turn into its opposite; the causes of events are always multiple and intricate; the improbable can happen; myth holds enormous power over history. They are the same surprises of the unexpected, the same errors and illusions that return, chapter after chapter, in From War to War. History, cinema, war: three topoi for a single investigation into the human mind and its obfuscations. The optipessimist He was not a prophet of doom. He called himself an opti-pessimist: «I have hope in a context of despair», he would repeat, perhaps recalling his love for surrealism. He was convinced that the more serious the risks of crisis, the greater the chances of finding solutions. His diagnosis of the present was ruthless: the blindness of mechanistic thought, incapable of conceiving the complexity of the pandemic, the ecological crisis, and the collapse of democracies. In the end, however, it always led to a program. The "politics of civilization" of Svegliamoci: the degrowth of the superfluous, the solidarity economy, the humanization of techniques and administrations, a school that forms minds capable of doubting and criticizing. And the Homeland Earth, the only truly universal community left to a species that continues to divide itself among ethnicities and religions. Upon all this, Morin grafted the battle that was closer to his heart than any other: the reform of thought and education. A Well-Made Head, The Seven Knowledges Necessary for the Education of the Future written for UNESCO, Teaching to Live: not manuals, but manifestos for a school that teaches how to contextualize, to connect separate fields of knowledge, and to recognize error and uncertainty as part of knowledge. It is a life's program translated into pedagogy: if knowledge that mutilates, breeds fanaticism, then educating for complex thought is a political act. Perhaps this is why, despite remaining a moral authority in his homeland and being doctor honoris causa at dozens of universities around the world, Morin has been read with more passion in Latin America and in Mediterranean Europe than in the Anglo-Saxon world: where the need to hold the fragments together burns brightest, his voice has found a greater audience. In recent years his word had become intimate without softening. In One More Moment, his last diary, he recounted the effort of getting out of bed at one hundred years old and, on the next page, hailed the revolt of Iranian women as the great revolutionary phenomenon of the century. The same mind that measured its own decline was still mapping out the world's hopes. Rereading him now, while the wars that obsessed him have not died out and the hysteria he described dominates our screens more than it dominated his, has a certain urgency. Morin left us a tool before even a thought: the habit of double vision. To never separate judgment from context, reason from myth, the adversary from the people, the condemnation of the crime from the refusal of hatred. It is a difficult, tiring, unpopular exercise. He had learned it in the darkness of a movie theater, staring at a dust of light that took shape on the screen.
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Introduzione Dossier Guerra e Capitale Thomas Berra William I. Robinson e M. Gürsan Şenalp La Pax Silica, il genocidio di Gaza e la crisi del capitalismo globale La guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha momentaneamente distolto l’attenzione internazionale da Gaza, mentre Israele passa da un genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità. Il genocidio è senza dubbio il terrificante culmine di oltre settantacinque anni di colonialismo, occupazione e apartheid sionisti, ma, per comprenderlo appieno, è necessario analizzare le trasformazioni radicali che hanno avuto luogo negli ultimi decenni, nell’economia politica del Medio Oriente e del mondo. La tendenza al genocidio è sempre stata parte integrante del progetto sionista, ma questa tendenza si è concretizzata nel contesto della crisi storica del capitalismo globale. L’attacco sferrato dalla resistenza palestinese il 7 ottobre 2023, nome in codice «Operazione Diluvio al-Aqsa», ha fornito a Israele l’opportunità storica che attendeva da decenni. Se i sionisti continuano a perseguire la loro sfuggente Eretz Israel, gli Stati Uniti guidano un progetto molto più ambizioso, che pone Gaza al centro stesso del capitalismo globale e della sua crisi storica. Nel piano dell’asse Washington-Tel Aviv, Gaza diventa ora un campo di prova per una nuova e più letale fase del capitalismo globale. È questo panorama di più ampio respiro che vogliamo indagare in questo articolo. La crisi contemporanea del capitalismo globale è multidimensionale. Strutturalmente si tratta di una crisi di sovraccumulazione, ovvero una situazione in cui enormi quantità di capitale (profitti) non trovano sbocchi produttivi di reinvestimento. Questa crisi di sovraccumulazione genera un'intensa spinta espansiva, poiché i capitalisti transnazionali intraprendono una ricerca predatoria di opportunità per investire le enormi quantità di capitale in eccesso, aprendo così nuovi spazi per ottenere profitti. Questa espansione violenta implica l'appropriazione di mercati e risorse in tutto il mondo attraverso la guerra, lo sfollamento e la repressione. Gli Stati Uniti e ciò che chiameremo il «trumpismo globale» sono lo strumento fuori controllo di questa ondata espansionistica. Al centro del trumpismo globale si trova l’asse Washington-Tel Aviv. Il genocidio israeliano deve essere ricondotto al contesto più ampio dell’integrazione transnazionale del capitale nell’ultimo mezzo secolo e alla radicale ristrutturazione dei rapporti di classe e dei blocchi di potere su scala mondiale, conseguenza della globalizzazione capitalista. La globalizzazione nella regione dell’Asia occidentale, iniziata negli anni ’80, ha subito un’accelerazione con l’invasione e l’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003, seguita alla creazione nel 1997 della Zona di libero scambio del Medio Oriente (Middle East Free Trade Area, MEFTA) e a una serie di accordi di libero scambio bilaterali e multilaterali, regionali ed extraregionali, di programmi di aggiustamento strutturale e di misure di austerità supervisionate dal FMI. Questa integrazione ha innescato una cascata di investimenti transnazionali aziendali e finanziari nei settori finanziario, energetico, dell’alta tecnologia, dell’edilizia, delle infrastrutture, dei beni di lusso, del turismo e di altri servizi. Ha collegato i capitali del Golfo – compresi i miliardi di dollari dei fondi sovrani – a quelli provenienti da tutto il mondo, tra cui Unione Europea, Nord America, America Latina e Asia, integrandoli indissolubilmente nei circuiti globali emergenti di accumulazione. In questo modo, le borghesie arabe di orientamento nazionale si sono trasformate in borghesie di orientamento transnazionale man mano che l’intera regione veniva incorporata nel sistema produttivo, finanziario e dei servizi integrato su scala mondiale, emerso nell’ultimo mezzo secolo. Israele, lungi dall’essere escluso, si è integrato in queste reti capitalistiche regionali e transnazionali in espansione, dopo la firma degli Accordi di «Pace» di Oslo nel 1993, man mano che le borghesie israeliana e araba iniziavano a sviluppare interessi di classe comuni. Nel 2020 gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, insieme a Marocco e Sudan, hanno firmato gli Accordi di Abramo, seguendo Egitto e Giordania nel processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, apertura che ha permesso ai gruppi di investimento del Golfo di investire miliardi di dollari nell'economia israeliana. L'attacco dell'ottobre 2023 e il successivo assedio israeliano hanno temporaneamente sospeso questo processo. La nuova strategia statunitense-israeliana, che ruota attorno al «Board of Peace» (di seguito denominato Consiglio del Genocidio), mira a reintegrare gli Stati arabi e altri paesi della regione nell’architettura degli Accordi di Abramo. I palestinesi diventano «umanità in esubero» Fino al consolidamento della globalizzazione, alla fine del XX secolo, il rapporto di Israele con il popolo palestinese rifletteva il modello del colonialismo classico, in cui la potenza coloniale usurpa la terra e le risorse dei colonizzati e poi ne sfrutta la forza lavoro. Ma l’integrazione del Medio Oriente nell’economia globale ha contribuito a scatenare la diffusione di movimenti sociali e operai di massa e di pressioni democratizzanti dal basso, riflesse nelle intifada palestinesi, nel movimento operaio registrato in tutto il Nord Africa, nel crescente malcontento sociale e nelle rivolte della Primavera Araba del 2011. Le intifada palestinesi hanno esacerbato la storica tensione interna a Israele, in bilico tra la spinta a portare a compimento la pulizia etnica dello Stato ebraico e la necessità economica di disporre di una forza lavoro a basso costo, etnicamente segregata. Ma la globalizzazione avviata nel decennio degli anni '90 ha offerto a Israele una via d'uscita in grado di risolvere la tensione esistente tra il modello di espropriazione/ipersfruttamento e quello di espropriazione/espulsione a favore di quest'ultimo. La globalizzazione capitalista ha causato continue ondate migratorie nel Sud del mondo, che hanno generato un vasto esercito di migranti interni e transnazionali, dando origine a un nuovo sistema di mobilità e assunzione transnazionale e consentendo ai gruppi dominanti di tutto il mondo di riorganizzare i mercati del lavoro, con l’intento di indebolire il movimento operaio e massimizzare l’estrazione del plusvalore. Sebbene questo sistema di manodopera migrante mobile sia un fenomeno mondiale, è diventato un'opzione particolarmente attraente per Israele, perché elimina la necessità di ricorrere alla forza lavoro palestinese, che è politicamente conflittuale. Nel decennio 2010, centinaia di migliaia di lavoratori migranti, secondo alcune stime fino a 600.000, provenienti da Thailandia, Cina, Nepal, Sri Lanka, India, Europa dell'Est, Filippine, Kenya e altri luoghi, sono diventati la forza lavoro predominante nell'agroindustria israeliana e sono in continua crescita in altri settori dell'economia, dove sono sottoposti alle stesse condizioni precarie di ipersfruttamento e discriminazione dei lavoratori migranti in tutto il mondo. A seguito dell’attacco di Hamas del 2023, Israele ha rimpatriato a Gaza i 10.000 lavoratori palestinesi di Gaza presenti in Israele. All’inizio del 2024, anche in piena guerra, migliaia di lavoratori indiani e di altri paesi continuavano ad affluire in Israele per sostituirli. Il proletariato palestinese è così diventato una popolazione in esubero sempre più emarginata. Nel 1993, lo stesso anno in cui furono firmati gli Accordi di Oslo, Israele impose la sua politica di «chiusura», ovvero l’isolamento dei palestinesi nei territori occupati, la pulizia etnica e una forte escalation del colonialismo di insediamento. Il proletariato palestinese, con il suo progressivo trasformarsi da forza lavoro a basso costo a popolazione in esubero, ha iniziato a costituire un ostacolo non solo all’espropriazione delle terre e delle risorse del sottosuolo, ma anche al nuovo ciclo di espansione capitalista globale registrato in tutto il Medio Oriente. Per questo, le pressioni genocidarie si sono intensificate. Il genocidio è quindi diventato un'opzione sempre più allettante per lo Stato sionista e per i settori più violenti e predatori della classe capitalista transnazionale, per i quali l'assedio di Gaza e della Cisgiordania costituisce una forma di accumulazione primitiva. La Pax Silica e il Consiglio del Genocidio Il significato più ampio del Consiglio del Genocidio assume ora rilevanza, in quanto evidenzia il complesso egemonico emergente del capitale transnazionale, al centro dell'attuale vorticoso scenario mondiale. Questo blocco tripartito di potere riunisce le gigantesche aziende tecnologiche, il capitale finanziario transnazionale e il complesso militare-industriale-repressivo. Le grandi aziende tecnologiche controllano l'intero ecosistema del capitalismo digitalizzato, traducendo il loro enorme potere strutturale in controllo politico diretto attraverso lo Stato fascista. Per promuovere la propria agenda, il blocco ha fatto ricorso al «trumpismo globale», uno dei vari sintomi politici patologici che emergono con il progressivo sgretolarsi dell'ordine internazionale del dopoguerra. Le nuove tecnologie digitali e i multimiliardari che le controllano stanno guidando un nuovo ciclo radicale di ristrutturazione e trasformazione dell’economia politica globale. Le principali società tecnologiche, la maggior parte delle quali con sede negli Stati Uniti e in Cina, attraggono investitori da tutto il mondo assorbendo immense quantità di capitale in eccesso. Nel 2025, le venti principali aziende tecnologiche del mondo registravano nel loro complesso una capitalizzazione in borsa superiore ai 20.000 miliardi di dollari, circa un quinto del valore totale del mercato azionario mondiale. Le grandi aziende tecnologiche e i capitali industriali e commerciali transnazionali che queste raggruppano sono, a loro volta, intrecciati con i giganteschi conglomerati finanziari globali, che possiedono più della metà delle principali aziende tecnologiche. Nel 2022, trentatré società di gestione degli investimenti di capitale amministravano un trilione o diversi trilioni di dollari rispetto alle sole diciassette esistenti nel 2017. Questi titani del capitale controllavano oltre 83.000 miliardi di dollari di attività complessive, il che rappresentava più di quattro quinti del valore del PIL mondiale totale di quell'anno. La Silicon Valley e i suoi finanziatori si stanno orientando verso le tecnologie digitali per la guerra e la repressione, fondendosi progressivamente con il complesso militare-industriale-repressivo, completando l'asse del potere del capitale, che a sua volta si sta allineando con Stati autoritari, dittatoriali e fascisti, un allineamento dichiarato nella forma più agghiacciante nel manifesto in 22 punti di Palantir, pubblicato su X lo scorso aprile. Questo nuovo complesso del capitale è profondamente coinvolto nei sistemi transnazionali di guerra, controllo sociale, repressione e sorveglianza, che si stanno digitalizzando, automatizzando e integrando nell’economia e nella società globali. Questi sistemi forniscono un canale importante per allocare il capitale in eccesso accumulato, aprendo al contempo l’accesso a mercati e risorse. Questo blocco capitalista ha un forte investimento in Israele: nella sua industria tecnologica, nel suo apparato bellico e nel suo genocidio. Il rapporto del luglio 2025, presentato dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, faceva riferimento a 1.650 imprese transnazionali che collaborano con l’apparato bellico e di occupazione di Israele. L'elenco delle sessanta aziende segnalate nel rapporto costituisce di fatto il nucleo del blocco egemonico del capitale. Qui risiede il ruolo chiave che Israele svolge nel nuovo asse di potere del capitale. Israele è il terzo maggiore centro tecnologico del mondo; la sua globalizzazione si è concretizzata a partire da un complesso di alta tecnologia militare, di sicurezza e sorveglianza, integrato a sua volta nelle reti del capitale finanziario transnazionale. Proprio come l’economia globale più ampia di cui fa parte, Israele e il suo capitale tecnologico si nutrono della violenza, dei conflitti e delle permanenti disuguaglianze locali, regionali e globali. Gli interminabili cicli di distruzione seguiti da quelli di ricostruzione alimentano la generazione di profitti non solo per l’industria degli armamenti, ma anche per l’ingegneria, l’edilizia e le relative imprese di approvvigionamento, l’alta tecnologia, l’energia e molti altri settori. Il genocidio israeliano, a cui ora seguirà il Consiglio del Genocidio, sono laboratori raccapriccianti per la nuova modalità di accumulazione del capitale transnazionale. Il Dipartimento di Stato americano ha definito il nuovo ordine mondiale promosso dal blocco del capitale egemonico come Pax Silica. Il Medio Oriente è emerso come un corridoio regionale per la Pax Silica basato sull'alleanza tra Israele e gli Stati del Golfo, che si consoliderebbe attraverso il Consiglio del Genocidio inaugurato da Trump nel conclave del Forum economico mondiale del gennaio 2026. Israele è una potenza sia nelle tecnologie digitali che in quelle militari, avendo combinato entrambe nella sua repressione dei palestinesi. Il piano di «pace» in 20 punti per Gaza presentato nell’ottobre 2025 prevedeva la «riurbanizzazione» di Gaza, inclusa una «governance moderna ed efficiente favorevole ad attrarre investimenti» e l’istituzione di una «zona economica speciale», un linguaggio stereotipato per aprire la Striscia al saccheggio e al controllo capitalista transnazionale. Questa prevista nuova ondata di investimenti, non solo a Gaza ma in tutto il Medio Oriente, dipendeva in primo luogo e come condizione preliminare dalla «risoluzione» del conflitto di Gaza tramite il cessate il fuoco e poi dall’estensione degli Accordi di Abramo che, secondo quanto affermato dal vicepresidente statunitense J. D. Vance, spianerebbe la strada «ad alleanze di più ampia portata per Israele in Medio Oriente, anche se ciò mette in secondo piano la questione palestinese». Mentre Israele passa da un genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità a Gaza, il Consiglio intende aprire la Striscia al suo gas e al suo petrolio, ai suoi immobili sul mare e al suo potenziale turistico. Ma la sua missione principale è trasformare Gaza in un centro nevralgico dell’asse di potere pubblico-privato attorno al quale la tecnologia e la finanza avranno via libera per sviluppare un feudo corporativo sovrano. Rasa al suolo, la Striscia diventa tremendamente redditizia. A due anni di distruzione seguirebbe ora la bonanza: la «ricostruzione» guidata dal complesso del capitale egemonico. La vera portata del piano capitalista globale per Gaza non è stata rivelata nel piano in 20 punti, ma nel documento Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation (GREAT), una proposta del governo statunitense filtrata tramite la stampa prima dell’accordo di cessate il fuoco. Questo documento espone la macabra visione di un centro high-tech della Pax Silica. Il piano GREAT prevedeva la partenza «volontaria» dei palestinesi verso un altro paese, una catena di megalopoli high-tech alimentate dall’IA e un’autorità palestinese residua non meglio specificata che avrebbe aderito all’Accordo di Abramo. I palestinesi e le palestinesi a cui fosse permesso di rimanere avrebbero svolto il ruolo di funzionari, professionisti e lavoratori manuali rigorosamente controllati tramite la sorveglianza biometrica israeliana, i posti di blocco, il monitoraggio degli acquisti e i programmi educativi sionisti, che promuovono la normalizzazione con Israele, ufficializzando così l’occupazione israeliana e la sua amministrazione del campo di concentramento. Nella concezione di GREAT, la Striscia diventerà il punto di partenza e la porta d’ingresso di quella che ha definito una «Nuova Architettura Abramitica». Gaza è stata la prima guerra modellata secondo lo schema dell’intelligenza artificiale del XXI secolo, ovvero un genocidio algoritmico. Se il «trumpismo globale» avrà la meglio, Gaza diventerà ora il campo di prova per consentire alle classi dominanti di governare attraverso l’autoritarismo, il sangue e il capitale tecnocratico. Dei sessanta paesi che Trump ha invitato al conclave di Davos del gennaio 2026, venticinque hanno inizialmente aderito al Consiglio, tra cui Indonesia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Né la Russia né la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che approvava la creazione del Consiglio del Genocidio. L’inclusione di Israele e Netanyahu in tale organismo non potrebbe essere una rivelazione più cinica di questa farsa. In questo momento, il fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran rimane instabile, senza che si registrino progressi nei negoziati. Nel frattempo, solo nel 2025, con il pretesto della «sicurezza», Israele ha attaccato sei paesi, tra cui Palestina, Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen. Ha anche sferrato attacchi contro flotte di aiuti umanitari dirette a Gaza nelle acque territoriali di Tunisia, Malta e Grecia. Attualmente, entrata nel terzo mese di guerra contro l’Iran, condotta insieme agli Stati Uniti, Israele sta trasformando il sud del Libano in una seconda Gaza. Non c’è stata tregua nemmeno nel genocidio a bassa intensità; al contrario, Israele minaccia di tornare all’alta intensità. Infatti, gli attacchi contro Gaza sono aumentati del 35% dal cessate il fuoco con l'Iran. Non c'è modo di prevedere l'esito dell'attuale conflitto regionale, ma senza dubbio l'intero panorama regionale e globale si sta già radicalmente riconfigurando, mentre il sistema capitalista mondiale continua a sgretolarsi sotto il peso delle sue contraddizioni esplosive. La guerra contro l’Iran e l’assalto israeliano al Libano estendono gli obiettivi politici e la dinamica del genocidio di Gaza a tutta la regione. Nel frattempo, i palestinesi continueranno a resistere come hanno fatto per oltre un secolo. Si consiglia la lettura di Alexander Zevin, «Trump’s Gulf War», NLR 158. Mitchell Plitnick, «Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida», «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Diario Red. Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) y Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007), Giovanni Arrgihi y Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001). The White House, National Security Strategy of the United States of America 2017 y National Security Strategy of the Unites States of America 2025. William I. Robinson è professore emerito di Sociologia, Studi globali e Studi latinoamericani presso l’Università della California a Santa Barbara. È coeditore di We Will Not Be Silenced: The Academic Repression of Israel’s Critics (2018). Il suo libro più recente è Epochal Crisis: The Exhaustion of Global Capitalism (2025). M. Gürsan Şenalp, professore associato di Economia all’Università Atılım in Turchia, svolge attività di ricerca e insegna economia politica globale. È membro del comitato editoriale di Praksis, una rivista marxista di scienze sociali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è qui riprodotto con l’esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso
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Nel ventre della «bestia» Sulla progettazione e fabbricazione del combustibile nucleare Gérard Giachi Il prossimo novembre la casa editrice Milieu, nella sua collana «settanta», sezione «teorie», pubblicherà il libro Il quinto elemento. Viaggio ai confini dell’ecologia politica, di Giorgio Ferrari Ruffino. Ne pubblichiamo qui come anticipazione uno stralcio. Di nucleare, inteso come tecnologia e come fonte di energia, mi è capitato di scriverne e parlarne in molte occasioni e da parecchio tempo, 1 ma senza mai accennare al fatto che la mia esperienza in proposito mi veniva dall’aver lavorato per molti anni in quello che, all’epoca, era considerato il «ventre» di questo settore: il Centro Progettazioni Nucleari dell’Enel. Avevo lasciato il CNR per l’Enel dove trovai un ambiente di lavoro del tutto diverso: risorse ingenti, alta tecnologia, piena finalizzazione del lavoro pur mantenendo, ciascuno nella mansione assegnatagli, un approccio interdisciplinare alle finalità della struttura appositamente concepita per sviluppare e realizzare il primo programma nucleare interamente italiano. Ciononostante non riuscivo a identificarmi in questa nuova impresa forse perché, inconsciamente, desideravo qualcosa che non mi facesse rimpiangere il lavoro di ricerca, qualcosa che mi impegnasse anche da un punto di vista scientifico e fu per questo che scelsi di occuparmi del combustibile nucleare. Materia questa di cui allora non si sapeva abbastanza e che ancora oggi, le rare volte di cui se ne parla, viene menzionata di sfuggita come a voler celare che è proprio dall’uso del combustibile nucleare che discendono le preoccupazioni maggiori per la sicurezza di questi impianti. Non fu per caso che nessuno tra i miei colleghi dell’epoca volle dedicarvisi, ché il mestiere del «combustibilista» (così erano chiamati in gergo coloro che si occupavano di combustibile nucleare) era difficile, solitario e non esente da rischi, tant’è che in tutta Italia i combustibilisti si contavano sulle dita di una mano e io fui l’unico ad occuparmi della fabbricazione del combustibile nucleare di tutte le centrali dell’Enel fino al 1987, quando feci obiezione di coscienza.2 La mia prima missione in tal senso si svolse a Grosswelzheim presso la KRT (Kernreaktorteile GmbH), uno stabilimento impiantato in Baviera nel 1967 dalla General Electric, dove si fabbricava il combustibile nucleare per diverse centrali europee, compresa quella del Garigliano, e io ero lì per controllare la fabbricazione della seconda ricarica. Ero emozionato e anche un po’ teso, ma contavo di cavarmela facendo fede che a un ispettore dell’Enel sarebbe stata riservata l’attenzione che si doveva a un cliente così importante. Ma mi sbagliavo, e di parecchio. Fui ricevuto dal direttore, un prestante americano di mezza età. Capelli molto corti di color biondo cenere, era seduto dietro una opprimente scrivania di legno sulla cui retrostante parete erano affissi trofei di safari africani oltre a due fucili da caccia di grosso calibro. Dopo aver preso visione delle mie credenziali e scambiato parole di circostanza, mi affidò a un foreman (capo settore) augurandomi un buon soggiorno. Il foreman, un ex sergente della Wehrmacht, mi fece capire che non parlava inglese, per cui se avevo delle domande avrei dovuto scriverle su un foglio che lui avrebbe inoltrate al direttore. Furono cinque giorni di inutile sofferenza, dato che mi aggiravo per i reparti dell’area fredda3 (in quella calda non avevo il permesso di entrare) senza uno scopo preciso e, soprattutto, senza avere la possibilità di verificare se le lavorazioni in corso rispondessero ai criteri di fabbricazione e controllo specificati dal progettista del combustibile (la General Electric), dal momento che non disponevo di nessun documento di riferimento (specifiche tecniche, fogli di lavorazione, procedure, piano di controllo qualità, ecc). Nemmeno servì a qualcosa l’elenco di domande che feci pervenire al direttore, perché quando mi recai da lui per le risposte, egli mi pose davanti il contratto di fornitura stipulato dall’ufficio contratti dell’Enel (che io conoscevo bene) dicendomi: questo è ciò che regola i nostri rapporti e qui non c’è scritto che tu hai diritto di conoscere le cose che mi hai chiesto. Ero frustrato perché, nonostante avessi riempito pagine di appunti rubando con gli occhi ogni mossa di ogni singolo operatore, non avevo niente in mano che mi consentisse di stendere uno straccio di rapporto su quella che doveva essere una ispezione! Così, pur di non tornare a casa a mani vuote, feci un ultimo tentativo: chiesi al direttore che mi fossero consegnati gli specimens (campioni) di alcuni componenti del combustibile (tappi, molle, un segmento di guaina) facendogli capire che, stavolta, ciò che chiedevo era scritto nel contratto di fornitura. Ebbe appena un attimo di esitazione prima di liquidarmi con questa semplice e breve frase: I don’t care, non me ne frega niente. Dall’imbarazzo con cui i miei superiori ascoltarono il resoconto della missione – una volta rientrato in sede – capii che in Enel non si sapeva quasi nulla del combustibile nucleare. Certo, il combustibile fresco qualcuno lo aveva pur visto e anche toccato e caricato nel nocciolo durante il primo avviamento degli impianti; ma come fossero fabbricati e testati tutti i singoli componenti (a cominciare dalle pastiglie di uranio) che venivano assemblati insieme per formare gli elementi di combustibile, nessuno lo sapeva. Bisognava concepire per intero un’attività che era di assoluta rilevanza per la sicurezza degli impianti nucleari, un’attività di quality control (controllo di qualità) ma anche di quality assurance (garanzia di qualità) che all’epoca era ai primordi, e questo era il lavoro che faceva per me.Così, mentre seguitavo a fare ispezioni nelle fabbriche che in Italia e all’estero rifornivano l’Enel, mi dedicai a impostare organicamente il lavoro di supervisione del combustibile nucleare con particolare riguardo alla sua fabbricazione la quale presenta caratteristiche molto particolari. A differenza di altri componenti chiave, infatti, il combustibile nucleare viene prodotto in grandi quantità, ma nello stesso tempo deve soddisfare criteri molto rigorosi che altri componenti non richiedono. In definitiva, come mi è capitato di dire anche in ambienti universitari suscitando un certo stupore, la fabbricazione del combustibile nucleare può essere considerata una «produzione di serie con standard qualitativi estremamente elevati, paragonabili a quelli in uso nelle tecnologie spaziali». Questa produzione su larga scala, che nel caso di un reattore ad acqua da 1000 Mwe varia da circa 38.000 a 41.000 barrette di combustibile (che significa centinaia di elementi di combustibile)4, richiede un sistema di controllo estremamente rigoroso e affidabile, insieme a procedure di fabbricazione consolidate che comportano l’esecuzione di 12-13 milioni di test 5 e non è una esagerazione. Basti pensare che in ogni barretta di combustibile vengono inserite circa 250 pastiglie di uranio di forma cilindrica, ognuna della quali andrebbe controllata per dimensioni, composizione chimica e caratteristiche meccaniche, ma dati i tempi e i costi esorbitanti di una simile procedura, se ne controllano solo una ventina (più o meno il 10%) secondo piani di campionamento statistici prestabiliti. Inoltre, a complicare le cose, c’è il fatto che il combustibile nucleare non può essere sottoposto a collaudo preventivo come qualsiasi altro componente, sia pure di elevatissimo pregio. Un alternatore, una turbina, persino i motori più sofisticati possono (e in certi casi devono) essere sottoposti a collaudo, ma per il combustibile nucleare ciò non è possibile perché significherebbe inserirlo nel nocciolo, sottoporlo a irraggiamento neutronico con conseguente contaminazione radioattiva e quindi non più operabile al di fuori del reattore stesso. Di qui l’assoluta importanza dei controlli su ogni singolo componente del combustibile nucleare e sugli addetti alla fabbricazione, perché un difetto non riscontrato in ciascuno di essi può rivelarsi esiziale per il buon funzionamento del prodotto finale e per la sicurezza dell’impianto. Tutti questi controlli e procedure che riguardano i materiali, i metodi di fabbricazione e anche gli operatori, sono integrati in un sistema di qualità operante in tutte le fasi della produzione del combustibile nucleare, la cui progettazione e fabbricazione rappresentano quanto di più complesso si possa immaginare dal punto di vista industriale. Note A parte le collaborazioni con il quotidiano «il manifesto», con i blog di «Pressenza» e «la bottega del Barbieri», ricordo la nuova serie di «rossovivo», con Dario Paccino (1979- 1981) e il libro Scram. La fine del nucleare (Jaca book 2011) scritto con Angelo Baracca. Come spiegai nella lettera inviata nel febbraio del 1987 all’Ufficio personale dell’Enel, la mia militanza nel Comitato Politico Enel comportava atteggiamenti che erano in contrasto con la politica nucleare dell’Ente. Tuttavia fino all’incidente di Chernobil avevo ritenuto di continuare a svolgere le attività di controllo sulla fabbricazione del combustibile proprio per le implicazioni che questo componente aveva dal punto di vista della sicurezza. Il disastro di Chernobil fece saltare questo difficile compromesso e mi indusse a fare obiezione di coscienza. Di seguito il testo della lettera inviata all’Enel. All’Ufficio Personale dell’ENEL Con la presente vi inoltro formale richiesta di non essere più adibito a mansioni inerenti la progettazione, costruzione od esercizio di una centrale nucleare. Questa mia decisione (che intendo rendere pubblica) può forse apparire perentoria, ma al punto il cui è giunta la mia vita lavorativa e sociale, mi trovo di fronte a scelte non più rinviabili. E’ da sedici anni ormai che mi occupo di combustibile nucleare e in tutto questo tempo la mia mansione è stata quella di controllarne la fabbricazione: prima per il Garigliano e Latina, poi Trino e Caorso fino al Cirene ed Alto Lazio. Per questo mio lavoro, pur se abbastanza insolito, non mi sento però né esperto né scienziato: più semplicemente so di essere un tecnico che, al pari di molti suoi colleghi, si sforza di compiere correttamente un compito specialistico. Ma come a voi è noto sono anche un antinucleare che da molti anni si batte per modificare le scelte di politica energetica dell’Enel. Di qui il dilemma che ha accompagnato il mio lavoro e che oggi sento di dover risolvere per necessità di chiarezza verso me stesso e verso tutti coloro con cui ho diviso o l’impegno lavorativo o gli ideali di lotta. Chiarezza a cui del resto ho sempre improntato, pur se da posizioni contrastanti, i miei rapporti con l’Enel a cui intendo tener fede anche in questa difficile scelta. Dico difficile perché se per anni ho convissuto con questo personale compromesso di agire da antinucleare e lavorare come un diligente nuclearista, è anche perché ho creduto di poter mettere qualcosa in più nel mio lavoro che non fosse strettamente contrattuale: la mia diffidenza, la mia scrupolosità (e perché no, anche la mia passione) nel lavorare su un componente così inequivocabilmente nucleare come il combustibile. Se tutto ciò non basta più è perché ho capito che, dopo Chernobyl, contribuire criticamente vuol dire pur sempre collaborare, dare credito a quel paradosso secondo cui gli incidenti nucleari sono tecnologicamente impossibili, ma statisticamente probabili; ma soprattutto vuol dire dimenticare e far dimenticare che i pompieri di Chernobyl, accettando una morte orribile, hanno impedito una catastrofe ancora più grave. Anche se razionalmente sono convinto che la “peste nucleare” –sotto certi aspetti- non è peggiore di quella chimica; anche se intuisco che la nube di Chernobyl viene usata per nascondere altre minacce per l’umanità, non intendo più avallare –neanche con la mia esperienza- scelte tecnologiche che si rivelano sempre più invadenti ed opprimenti; non voglio più soggiacere a quel cinismo ingegneristico che considera la vita un “vuoto a perdere”; non posso più accettare il perbenismo culturale di certi scienziati che inviano al capo dello stato le loro banalità spacciandole per appelli alla ragione. E’ una ragione che non rispetto e non conosco, perché è una ragione che non pensa al pari della scienza di cui è figlia Giorgio Ferrari Ruffino 3. Un impianto per la fabbricazione del combustibile nucleare è suddiviso in due grandi aree di lavorazione denominate area fredda ed area calda. L’area fredda include esclusivamente lavorazioni di componenti metallici che, data l’assenza dell’uranio, non comportano misure di sicurezza radiologiche. Nell’area calda si introduce la lavorazione e manipolazione dell’uranio per cui tutte le operazioni vengono effettuate secondo criteri di sicurezza radiologici e tutta l’area calda è fisicamente separata da quella fredda per evitare possibili contaminazioni. 4. Nel linguaggio mediatico corrente quando ci si riferisce al combustibile nucleare si parla di «barre di uranio». In realtà la configurazione del combustibile è più complessa trattandosi di un insieme di componenti che vengono assemblati secondo una sequenza assolutamente rigida. Il manufatto finale si chiama «elemento di combustibile» ed è composto da un numero fisso di barrette di combustibile, tenute insieme da uno «scheletro» costituito da griglie intermedie e da due terminali finali. Le barrette di combustibile sono costituite da guaine (tubi) del diametro di circa 1 cm, spessore inferiore al mm e di lunghezza prossima ai 4 metri. Queste guaine sono riempite di cilindri di uranio (pastiglie) di altezza intorno ai 2 cm tenuti insieme da una molla e sono saldate alle estremità con dei tappi di chiusura. La configurazione tipica di un elemento di combustibile per reattori ad acqua bollente BWR contiene da 64 a 100 barrette di combustibile (8x8; 9x9; 10x10) mentre quella di un reattore ad acqua in pressione PWR varia da 225 a 289 barrette (15x15; 17x17). 5. Per maggiori dettagli si veda la relazione da me tenuta all’evento Nuclear Italy:An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War svoltosi nel 2017 all’Università di Trieste. https://inis.iaea.org/records/22x9w-bs897 https://eut.units.it/it/catalogo/nuclear-italy-an-international-history-of-italian-nuclear-policies-during-the-cold-war/ 161 Giorgio Ferrari Ruffino (1944), si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1968 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza (caso unico nella storia del nucleare europeo).Successivamente ha lavorato nel campo della cooperazione internazionale, sempre per conto dell’Enel, in qualità di supervisore/controllore dei progetti finanziati dall’Italia in campo energetico, portandolo ad operare in molti paesi del Terzo mondo. Ha concluso la sua attività nel 2005 dopo essersi occupato di ogni tipo di progetto riguardante la produzione e trasmissione di energia elettrica per il settore esteri dell’Enel. La sua formazione politica-culturale inizia nel 1972 con il Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni sviluppa una critica al modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del nascente movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista «rossovivo» e fonda la casa editrice I libri del NO. Insieme a Dario Paccino ha scritto La teppa all’assalto del cielo. I 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto SCRAM: la fine del nucleare, edito da jaca Book, 2011. Con G. Marco D’Ubaldo ha scritto il IV volume de Gli Autonomi edito da DeriveApprodi, 2017.
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Risonanze sonore Algoritmi, sicurezza e dominio La costruzione preventiva dell’ordine sociale Michael Krammer Un articolo del «New York Times» del 1° giugno 2026 dedicato al progetto cinese Geedge ha sottolineato il tema del cosiddetto predictive policing: sistemi che non si limitano a sorvegliare i cittadini, ma cercano di prevederne i comportamenti futuri attraverso l’analisi di enormi quantità di dati. Il problema non è più soltanto chi controlla, ma chi decide quali probabilità possano trasformarsi in sospetto. Nella rappresentazione dominante, questa capacità predittiva viene spesso presentata come una caratteristica specifica dei sistemi autoritari. La Cina diventa così il simbolo di una società nella quale l’intelligenza artificiale non osserva semplicemente il presente, ma costruisce scenari sul futuro comportamento delle persone, attribuendo livelli di rischio, affidabilità o potenziale devianza prima ancora che un fatto si verifichi. Eppure il quadro è molto più complesso. Negli Stati Uniti, da oltre un decennio, diversi dipartimenti di polizia hanno sperimentato strumenti di predictive policing sviluppati da aziende come Palantir e PredPol, successivamente rinominata Geolitica. Questi sistemi utilizzano dati storici, statistiche criminali, informazioni territoriali e modelli algoritmici per individuare quartieri, persone o situazioni considerate a rischio. Non si tratta formalmente di identificare oppositori politici, ma la logica di fondo resta la stessa: spostare l'attenzione dall'atto compiuto alla probabilità statistica che un comportamento possa verificarsi in futuro. Il punto decisivo è proprio questo passaggio. Quando la prevenzione si trasforma in previsione, il cittadino rischia di essere valutato non per ciò che ha fatto, ma per ciò che un algoritmo ritiene possa fare. La presunzione di innocenza lascia progressivamente spazio alla gestione probabilistica della popolazione. L'individuo viene trasformato in un insieme di dati, correlazioni e punteggi di rischio.Numerosi studi hanno mostrato come questi sistemi non siano affatto neutrali. Gli algoritmi vengono addestrati utilizzando dati prodotti da pratiche di polizia precedenti. Se per anni la sorveglianza si è concentrata in determinate aree urbane o su specifiche comunità sociali ed etniche, il sistema apprenderà proprio da quei dati, riproducendo e rafforzando le stesse distorsioni. In questo modo il controllo genera nuovi dati che giustificano ulteriore controllo, creando un circolo vizioso che finisce per naturalizzare la discriminazione. Il caso di Los Angeles è diventato uno degli esempi più discussi e controversi di predictive policing. Il Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) è stato infatti uno dei primi negli Stati Uniti ad adottare sistemi come PredPol e Operation LASER, presentandoli inizialmente come strumenti innovativi in grado di prevedere aree e individui considerati ad alto rischio criminale. PredPol utilizzava dati storici relativi ai reati per generare mappe quotidiane che indicavano agli agenti quali quartieri dovessero essere maggiormente pattugliati. Operation LASER, invece, combinava dati provenienti da arresti, controlli di polizia, presunte affiliazioni a gang e altri archivi per attribuire punteggi di rischio a singoli individui, inserendo alcuni di essi in elenchi di cosiddetti chronic offenders, cioè soggetti considerati potenzialmente pericolosi. Con il tempo, però, numerose inchieste, audit interni e mobilitazioni di organizzazioni per i diritti civili hanno mostrato come questi sistemi tendessero a concentrare la sorveglianza sempre sugli stessi quartieri popolari e sulle stesse comunità nere e latino-americane. In pratica, gli algoritmi finivano per apprendere dai dati prodotti da precedenti pratiche di polizia e li utilizzavano per giustificare ulteriore presenza delle forze dell’ordine nelle medesime aree, alimentando un meccanismo circolare di sovra-sorveglianza. Uno dei dati più discussi riguardò proprio il programma LASER: un rapporto rivelò che l’84% delle persone inserite nelle liste dei presunti chronic offenders era composto da cittadini neri e latino-americani. Questa sproporzione alimentò accuse di profilazione razziale e discriminazione sistemica. Parallelamente emersero forti dubbi anche sull’efficacia reale dei sistemi. Un audit dell’ispettore generale del LAPD concluse che non esistevano prove sufficienti per dimostrare che PredPol avesse effettivamente ridotto la criminalità. Diversi studi e successive analisi hanno evidenziato risultati molto limitati, mettendo in discussione le promesse iniziali di queste tecnologie. Di fronte alle crescenti contestazioni pubbliche, alle accuse di discriminazione e alla mancanza di evidenze convincenti sulla loro efficacia, il LAPD ha progressivamente abbandonato questi programmi. PredPol è stato sospeso nel 2020 e altri sistemi collegati sono stati smantellati o ridimensionati. Il caso di Los Angeles è diventato emblematico perché ha mostrato in modo concreto uno dei principali problemi della governance algoritmica: quando un sistema viene addestrato su dati prodotti da pratiche storicamente discriminatorie, finisce spesso per automatizzare quelle stesse discriminazioni, rivestendole di un'apparente neutralità scientifica. L’algoritmo non elimina il pregiudizio; lo trasforma in statistica e lo restituisce come decisione tecnica. Anche nel Regno Unito il problema si sta ponendo con crescente intensità. Progetti basati sull'integrazione massiva di dati provenienti da diverse agenzie pubbliche puntano a costruire profili di rischio sempre più dettagliati. Organizzazioni per i diritti civili e Amnesty International hanno denunciato questi sistemi sostenendo che finiscono per colpire soprattutto le comunità più vulnerabili e marginalizzate, chiedendone in alcuni casi il divieto. La vera novità non consiste soltanto nella capacità di sorvegliare milioni di persone, ma nella pretesa di anticiparne i comportamenti futuri. È la stessa logica che ritroviamo tanto nei sistemi di predictive policing quanto nelle più recenti applicazioni militari dell'intelligenza artificiale. In entrambi i casi, l'obiettivo non è accertare un fatto, ma attribuire una probabilità: la probabilità che qualcuno commetta un reato, rappresenti una minaccia o possa diventare un bersaglio. Da questo punto di vista, il sistema israeliano Lavender rappresenta un passaggio ulteriore e inquietante. Secondo le inchieste pubblicate da +972 Magazine e Local Call, il sistema ha analizzato enormi quantità di dati provenienti da reti di sorveglianza, comunicazioni e relazioni sociali per attribuire punteggi di probabilità a decine di migliaia di palestinesi, identificandoli come potenziali membri di organizzazioni armate. La decisione umana, secondo le testimonianze raccolte, è stata spesso ridotta a una rapida validazione delle indicazioni prodotte dalla macchina. Il punto centrale è che la stessa razionalità che oggi viene denunciata nel progetto cinese Geedge era già presente, sotto altre forme, nei sistemi occidentali di predictive policing e raggiunge nella guerra il suo esito estremo. Se negli Stati Uniti un algoritmo individua quartieri o individui considerati a rischio, a Gaza sistemi come Lavender hanno contribuito a trasformare correlazioni statistiche e modelli probabilistici in liste di bersagli. La distanza tra previsione e azione si riduce fino quasi a scomparire. È qui che emerge una trasformazione ancora più profonda. Non siamo più soltanto di fronte a Stati che governano attraverso leggi, tribunali o apparati di polizia. Stiamo assistendo all'affermazione di infrastrutture algoritmiche che classificano gli esseri umani sulla base di profili, dati e probabilità. Il sospetto non deriva più da un comportamento osservato, ma da una previsione calcolata. La colpevolezza tende a essere sostituita dal rischio. In questo scenario, il potere tende progressivamente a spostarsi verso chi possiede e controlla tali infrastrutture tecnologiche. Le grandi piattaforme, le imprese che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale, i proprietari delle reti di dati e dei modelli predittivi diventano soggetti capaci non solo di assistere i governi, ma di definire concretamente le categorie attraverso cui le popolazioni vengono classificate, monitorate e amministrate. La sovranità rischia così di migrare dagli Stati agli architetti degli algoritmi. Lavender mostra fino a che punto possa arrivare questa tendenza. Quando un sistema è in grado di attribuire punteggi, selezionare individui, suggerire obiettivi e accelerare decisioni che riguardano la vita e la morte, la questione non è più soltanto tecnologica o militare. Diventa una questione politica fondamentale: chi governa realmente una società quando il potere di classificare, prevedere e decidere è incorporato in sistemi opachi controllati da ristrette élite tecnologiche? Gaza non rappresenta soltanto un laboratorio di guerra algoritmica. Rappresenta anche un'anticipazione di ciò che potrebbe accadere quando la gestione predittiva delle popolazioni diventa il principio ordinario di governo. In questo scenario il rischio non è soltanto la perdita della privacy. È l'affermazione di una logica nella quale il comportamento umano viene ridotto a calcolo statistico e la gestione della società si fonda sempre più sulla classificazione preventiva delle persone. Non si puniscono più soltanto le azioni; si amministrano le probabilità. E quando il potere inizia a trattare gli esseri umani come previsioni, il confine tra sicurezza e controllo tende inevitabilmente a dissolversi. Algorithms, Security and Domination The Preventive Construction of Social Orderhe by Franco Oriolo A New York Times article published on June 1, 2026, devoted to the Chinese Geedge project, highlighted the issue of so-called predictive policing: systems that do not merely monitor citizens but seek to predict their future behavior through the analysis of enormous quantities of data. The problem is no longer simply who controls, but who decides which probabilities can be transformed into suspicion. In dominant narratives, this predictive capacity is often presented as a specific feature of authoritarian systems. China thus becomes the symbol of a society in which artificial intelligence does not merely observe the present but constructs scenarios about people's future behavior, assigning levels of risk, reliability, or potential deviance before any act has even occurred. Yet the picture is far more complex. In the United States, for more than a decade, various police departments have experimented with predictive policing tools developed by companies such as Palantir and PredPol, later renamed Geolitica. These systems use historical data, crime statistics, geographic information, and algorithmic models to identify neighborhoods, individuals, and situations considered to be at risk. Formally, they are not designed to identify political dissidents, but the underlying logic remains the same: shifting attention from an act that has already occurred to the statistical probability that a behavior may occur in the future. This shift is precisely the decisive point. When prevention turns into prediction, citizens risk being evaluated not for what they have done but for what an algorithm believes they might do. The presumption of innocence gradually gives way to the probabilistic management of populations. Individuals are transformed into collections of data, correlations, and risk scores. Numerous studies have shown that these systems are far from neutral. Algorithms are trained on data generated by previous policing practices. If surveillance has been concentrated for years in particular urban areas or among specific social and ethnic communities, the system learns from precisely those data, reproducing and reinforcing the same distortions. In this way, control generates new data that justify further control, creating a vicious cycle that ultimately naturalizes discrimination. The Los Angeles case has become one of the most discussed and controversial examples of predictive policing. The Los Angeles Police Department (LAPD) was among the first in the United States to adopt systems such as PredPol and Operation LASER, initially presenting them as innovative tools capable of predicting high-risk areas and individuals. PredPol used historical crime data to generate daily maps indicating which neighborhoods should receive increased police patrols. Operation LASER, meanwhile, combined data from arrests, police stops, alleged gang affiliations, and other databases to assign risk scores to individuals, placing some of them on lists of so-called chronic offenders—people considered potentially dangerous. Over time, however, numerous investigations, internal audits, and campaigns by civil rights organizations showed that these systems tended to concentrate surveillance on the same working-class neighborhoods and the same Black and Latino communities. In practice, the algorithms learned from data generated by previous policing practices and used them to justify an even greater police presence in those same areas, fueling a self-reinforcing mechanism of over-surveillance. One of the most controversial findings concerned the LASER program itself: a report revealed that 84 percent of the individuals included in the lists of alleged chronic offenders were Black or Latino. This disproportion fueled accusations of racial profiling and systemic discrimination. At the same time, serious doubts emerged regarding the actual effectiveness of these systems. An audit conducted by the LAPD Inspector General concluded that there was insufficient evidence to demonstrate that PredPol had genuinely reduced crime. Various studies and subsequent analyses revealed very limited results, casting doubt on the promises that had accompanied these technologies. Faced with growing public criticism, accusations of discrimination, and the lack of convincing evidence of effectiveness, the LAPD gradually abandoned these programs. PredPol was suspended in 2020, while other related systems were dismantled or scaled back. The Los Angeles case became emblematic because it concretely demonstrated one of the central problems of algorithmic governance: when a system is trained on data generated by historically discriminatory practices, it often ends up automating those same discriminations while cloaking them in an appearance of scientific neutrality. The algorithm does not eliminate bias; it transforms it into statistics and returns it as a technical decision. In the United Kingdom, similar concerns are emerging with increasing intensity. Projects based on the massive integration of data from multiple public agencies aim to construct ever more detailed risk profiles. Civil rights organizations and Amnesty International have denounced these systems, arguing that they disproportionately affect the most vulnerable and marginalized communities and, in some cases, calling for their outright prohibition. The real novelty lies not merely in the capacity to surveil millions of people but in the ambition to anticipate their future behavior. This is the same logic found both in predictive policing systems and in the most recent military applications of artificial intelligence. In both cases, the objective is not to establish a fact but to assign a probability: the probability that someone may commit a crime, represent a threat, or become a target. From this perspective, the Israeli Lavender system represents a further and deeply troubling step. According to investigations published by +972 Magazine and Local Call, the system analyzed enormous quantities of data derived from surveillance networks, communications, and social relationships in order to assign probability scores to tens of thousands of Palestinians, identifying them as potential members of armed organizations. According to testimonies collected by journalists, human decision-making was often reduced to a rapid validation of the machine's recommendations. The crucial point is that the same rationale currently denounced in relation to China's Geedge project was already present, in different forms, within Western predictive policing systems and reaches its most extreme expression in warfare. If, in the United States, an algorithm identifies neighborhoods or individuals deemed at risk, in Gaza systems such as Lavender have contributed to transforming statistical correlations and probabilistic models into target lists. The distance between prediction and action shrinks until it almost disappears. Here a deeper transformation emerges. We are no longer dealing merely with states governing through laws, courts, and police institutions. We are witnessing the rise of algorithmic infrastructures that classify human beings according to profiles, data, and probabilities. Suspicion no longer arises from observed behavior but from calculated prediction. Guilt increasingly gives way to risk. In this scenario, power progressively shifts toward those who own and control these technological infrastructures. Large platforms, artificial intelligence companies, and the owners of data networks and predictive models become actors capable not only of assisting governments but also of defining the very categories through which populations are classified, monitored, and administered. Sovereignty itself risks migrating from states to the architects of algorithms. Lavender demonstrates how far this tendency can go. When a system can assign scores, select individuals, suggest targets, and accelerate decisions involving life and death, the issue is no longer merely technological or military. It becomes a fundamental political question: who truly governs society when the power to classify, predict, and decide is embedded within opaque systems controlled by small technological elites? Gaza does not merely represent a laboratory of algorithmic warfare. It also anticipates what may occur when the predictive management of populations becomes the ordinary principle of government. In this scenario, the risk is not simply the loss of privacy. It is the emergence of a logic in which human behavior is reduced to statistical calculation and the management of society increasingly rests upon the preventive classification of people. It is no longer only actions that are administered; probabilities themselves become the object of governance. And when power begins to treat human beings as predictions, the boundary between security and control inevitably begins to dissolve.
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Dossier Guerra e Capitale Come crolla un’egemonia globale La crisi degli Stati Uniti nel sistema-mondo capitalista Thomas Berra Donald Trump intende rifondare le basi del potere statunitense passando da un’egemonia comunque riconosciuta a forme di dominio spietate, che consentano alle classi dominanti statunitensi di procedere all’estrazione e all’assorbimento di valore da tutti i processi e i punti di produzione, pensando di contrastare così la crisi sistemica del capitalismo storico. In realtà non fa altro che esacerbare e declinare in modo qualitativamente più complesso e sempre meno controllabile le problematiche che le classi dominanti statunitensi e, in ultima analisi, globali non riescono a comprendere né a elaborare, come hanno dimostrato chiaramente negli ultimi anni la guerra contro l’Iran, il comportamento di Israele, la strategia della Nato e la politica seguita dall’Occidente nei confronti della Cina. Continuando sulla strada intrapresa dal governo Trump e dal Partito Repubblicano, così come dall’élite del Partito Democratico, potremmo anche trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia americana ma della loro supremazia. Sebbene sia stata pubblicata appena lo scorso dicembre, la National Security Strategy of the United States of America elaborata dal secondo governo Trump sembra già un rapporto proveniente da un mondo in via di estinzione. La Strategia di Sicurezza Nazionale, un genere piuttosto peculiare, è un rapporto obbligatorio richiesto dal Congresso ai nuovi presidenti, che devono elaborarlo poco dopo l’insediamento. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America pubblicata nel dicembre 2017 non era altro che un commento in stile Trump sulle consuete priorità repubblicane, ma il documento dell’anno scorso costituisce un tentativo più ambizioso di sintetizzare le correnti di pensiero contrapposte (e spesso incompatibili) sulla politica estera presenti nella coalizione di governo di Trump: tentare, quindi, la quadratura del cerchio tra la promozione della supremazia globale degli Stati Uniti e un ripiegamento militarizzato nell’emisfero americano da alcuni erroneamente definito «isolazionismo». Sebbene nel preambolo si affermi che «questo documento è una roadmap volta a garantire che gli Stati Uniti rimangano la nazione più grande e di successo nella storia dell’umanità, nonché la casa della libertà sulla Terra», l’introduzione chiariva che «non tutti i paesi, le regioni, le questioni o le cause – per quanto degne – possono essere al centro della strategia statunitense. Lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali primari». Ma quali sono allora gli interessi nazionali «primari»? Con il consueto stile trumpiano, l’ultima Strategia di Sicurezza Nazionale caratterizza i propri obiettivi con il rifiuto totale dei trent’anni precedenti di politica estera statunitense («Le strategie dalla fine della Guerra Fredda si sono rivelate inadeguate: sono state mere liste di desideri...»). È criticata duramente l’«erosione» della «sovranità» statunitense da parte di «organizzazioni transnazionali e internazionali», giurando che gli Stati Uniti non tollereranno più «il parassitismo, gli squilibri commerciali, le pratiche economiche predatorie e altre imposizioni alla storica buona volontà della nostra nazione, che danneggiano i nostri interessi». Si promette che «dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e faranno rispettare la Dottrina Monroe» e si attribuisce a Trump «da solo» il merito di aver ribaltato «più di tre decenni di errate supposizioni americane sulla Cina». Si afferma inoltre che i problemi dell’Europa sono più profondi della sua quota in calo del Pil mondiale («questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda dell’erosione di una civiltà»). Si insiste sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero promuovere la crescita economica in Africa piuttosto che sommergere il continente di aiuti. E si sostiene che non ci sono più buoni motivi per cui gli Stati Uniti debbano dare priorità al Medio Oriente «rispetto a tutte le altre regioni». In prospettiva futura, la priorità principale sarebbe quella di evitare qualsiasi nuova «guerra eterna». Naturalmente, la Strategia di Sicurezza Nazionale esagera nel vantare la propria originalità. Impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia regionale nel Pacifico sud-occidentale è stato un obiettivo degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni, almeno dal «pivot» verso l’Asia inaugurato da Obama e ampliato e potenziato da Trump e Biden. Anche l’amministrazione Biden era desiderosa di ridurre la priorità del Medio Oriente, come si può constatare nel suo tentativo di aggiungere l’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo. Prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, le autorità statunitensi avevano ripetutamente affermato davanti ai giornalisti di voler evitare di «impantanarsi» nel conflitto israelo-palestinese. Persino la strana pretesa di Trump di una restaurazione dell’identità civilizzatrice europea è in linea con l’approccio di Biden verso il continente, che presentava il rapporto tra Europa e Stati Uniti come indebolito e bisognoso di riaffermazione, sulla base che un patrimonio politico comune – la democrazia liberale – fosse minacciato. Per l’amministrazione Trump, il nocciolo della questione risiede in un diverso tipo di patrimonio, basato su un mai del tutto specificato amalgama tra cristianesimo e supremazia bianca. Nonostante la sua posizione revisionista, questa prospettiva di politica estera si allineava quindi in larga misura a molti obiettivi di lunga data. Tuttavia, presentava due obiettivi innovativi: l’aspirazione a ricentrare l’atlantismo attorno alla creazione di alleanze con i governi reazionari dell’Europa meridionale e orientale, da un lato, e un approccio nuovo ed esplicitamente bellicoso verso l’America Latina, dall’altro. Il primo di questi ha dato finora scarsi frutti. L’Ungheria ha deluso le speranze dell’estrema destra statunitense allontanando Orbán dal governo ungherese, mentre il rapporto di Trump con Meloni si è deteriorato dopo che il presidente statunitense aveva affermato che il Papa si mostrava «debole in materia di criminalità». Il secondo obiettivo ha avuto conseguenze molto più significative. L’Operazione Southern Spear, lanciata nel settembre 2025, ha portato alla sua logica conclusione l’insistente caratterizzazione da parte del governo statunitense dei trafficanti di droga come «narcoterroristi», con il lancio di missili contro piccole imbarcazioni che attraversavano il Mar dei Caraibi e il Pacifico orientale (senza curarsi affatto se queste fossero pilotate da membri dei cartelli o da poveri pescatori). Proprio come l’uso della categoria di «uomo in età militare», impiegata per giustificare gli attacchi con i droni durante la guerra al terrorismo, anche la designazione di «narcoterrorista» amplia la capacità del presidente statunitense di uccidere a suo piacimento. Le fasi iniziali di questa campagna hanno preparato il terreno per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rinchiuso da gennaio nel Centro di Detenzione Metropolitano di Brooklyn con ridicole accuse di traffico di droga e di armi. Sebbene la cattura di Maduro costituisca una violazione del diritto internazionale ancora più sfacciata di quella di Noriega da parte di Bush padre (almeno l’Assemblea Nazionale di Panama aveva dichiarato lo «stato di guerra» con gli Stati Uniti), Trump aveva buone ragioni per aspettarsi che l’operazione filasse liscia. Intendeva solo allontanare Maduro dal potere, piuttosto che sostituire il governo o trasformare il sistema politico venezuelano («Tutti hanno mantenuto il proprio posto, tranne due persone», si è vantato Trump). Lo stesso Maduro non disponeva di una solida base di sostegno istituzionale o popolare e la sua vice, Delcy Rodríguez, che ora ricopre la carica di presidente ad interim del Venezuela, aveva assicurato agli Stati Uniti prima dell’operazione che lei e il resto del governo avrebbero collaborato. Nonostante la descrizione unanime da parte della stampa statunitense di Maduro come un dittatore brutale, questi era politicamente debole sia all’interno del Venezuela che nel resto dell’America Latina, avendo subito un duro colpo al suo sostegno nella regione dopo le elezioni fraudolente del 2024. La mancanza di coraggio della maggior parte dei capi di Stato del mondo di fronte alle continue atrocità commesse da Israele ha anche dato a Trump motivi più che sufficienti per credere che non avrebbe dovuto affrontare un’opposizione significativa. Sebbene la decisione della Corte penale internazionale di incriminare Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel novembre 2024 sia stata un passo avanti positivo, non ha fermato il massacro genocida commesso a Gaza. Neppure la dichiarazione di cessate il fuoco decretata nell’ottobre 2025 ha avuto grande effetto, se non quello di far uscire Gaza dalle prime pagine dei media e consentire a Israele di reindirizzare parte della sua potenza di fuoco nella sua campagna espansionistica contro il Libano e verso la destabilizzazione dello Stato iraniano. Israele ha violato il cessate il fuoco più di duemilaquattrocento volte senza conseguenze di rilievo. Tuttavia, meno di dieci dei centoventicinque paesi firmatari dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale hanno richiamato i propri ambasciatori o interrotto le relazioni diplomatiche con Israele dal 7 ottobre. Negli Stati Uniti, le prospettive che Israele e coloro che hanno sostenuto o coperto la sua sanguinosa campagna rendano conto delle proprie azioni non sono migliori. Come ha recentemente affermato John Mearsheimer: «Se avessimo i corrispondenti processi di Norimberga, che non avremo, ma se avessimo processi simili a questi, Joe Biden e i suoi principali luogotenenti, così come Donald Trump e i suoi, sarebbero impiccati». La cultura dell’impunità, che ha cominciato a radicarsi durante i primi anni della guerra al terrorismo e si è estesa ulteriormente alla macchina istituzionale di Washington durante il mandato di Obama (si veda la gestione burocratica delle sue «liste di persone da eliminare»), pervade ora completamente il sistema statunitense. Trump sfrutta ed esemplifica questa situazione in ogni momento. Sebbene abbia una lunga storia di cedimenti di fronte a un’opposizione competente, sia negli affari che in politica – da qui la popolarità dell’acronimo T.A.C.O. («Trump always chickens out», ovvero «Trump si tira sempre indietro») diffuso nel settore finanziario – ha anche un intuito acuto per individuare le debolezze che può sfruttare. Mentre l’impatto a lungo termine della belligeranza degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina sia ancora da determinare, una conseguenza del rapimento di Maduro ha già cominciato a manifestarsi nell’altra parte del mondo. L’attacco statunitense-israeliano sferrato contro l’Iran ha violato palesemente quasi tutti gli obiettivi dichiarati dell’attuale Strategia di Sicurezza Nazionale. Il risultato di questa guerra – più che la retorica sul ripiegamento statunitense nell’emisfero americano – è il fattore che determinerà il verdetto definitivo sulla politica estera del secondo mandato di Trump. Le sue spiegazioni sull’inizio della guerra sono cambiate quasi ogni giorno. I commentatori critici hanno sottolineato il ruolo svolto dalla pressione israeliana, ma è anche chiaro che Trump ha inizialmente considerato l’intervento come un caso simile a quello del Venezuela, ma su scala maggiore e con benefici più grandi, come quando uno studio di Hollywood triplica il budget per il sequel di un successo al botteghino. «Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto», ha dichiarato Trump al «New York Times» meno di quarantotto ore dopo che la prima ondata di attacchi aveva ucciso la guida suprema Khamenei. Il principio su cui organizzare questa azione, replicando quanto fatto in Venezuela, quasi in una sorta di franchising, doveva essere ottenere un cambio di regime senza alcuna delle parti difficili, come l’insediamento di un nuovo regime in sostituzione di quello precedente. L’operazione in Venezuela ha convinto Trump che «vincere» in Iran non sarebbe stato più complicato che sostituire un capo di Stato con un altro, che gli esperti e i leader mondiali avrebbero ammesso a malincuore di approvare in realtà gli scopi dell’intervento, anche se si fossero lamentati un po’ per i mezzi impiegati, e che l’impunità globale dei criminali di guerra lo avrebbe garantito da qualsiasi conseguenza personale negativa, se fossero stati commessi errori nel corso dell’operazione, come di fatto è accaduto ad esempio con l’uccisione, registrata lo scorso 28 febbraio, di oltre centocinquanta bambine in seguito a un attacco aereo contro una scuola elementare a Minab. Trump aveva assicurato a «The New York Times» di avere diverse «ottime opzioni» su chi potesse guidare l’Iran, aggiungendo poi: «Non le rivelerò ora». Non le ha rivelate nemmeno in seguito, se non per dire che «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte», poiché erano state uccise negli attacchi iniziali. Recenti rapporti hanno rivelato che una delle figure a cui Trump aveva pensato era, tra tutti, Mahmud Ahmadinejad. Tuttavia, Trump sembra non aver riflettuto affatto sui rischi connessi a questa nuova avventura. Sebbene il suo esito rimanga incerto, la guerra è chiaramente un errore strategico. Ha già avuto almeno tre conseguenze importanti, tutte dannose per la posizione globale degli Stati Uniti. In primo luogo, la guerra ha permesso all’Iran di assumere il controllo dello Stretto di Ormuz e, secondo le informazioni disponibili, di iniziare a riscuotere 2 milioni di dollari a nave per il transito attraverso lo stretto. Oltre alla possibilità che questa fonte di entrate contribuisca ad attenuare l’impatto del severo regime di sanzioni imposte dagli Stati Uniti, nel caso in cui diventasse permanente, accettare pagamenti per il transito in yuan o in valute stabili legate al dollaro rappresenta una sfida diretta al petrodollaro. In secondo luogo, la guerra ha provocato la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia. L’inflazione sta salendo alle stelle nei mercati emergenti, il razionamento energetico e le chiusure degli impianti produttivi hanno colpito il Sud-Est asiatico e le compagnie aeree hanno iniziato a lasciare a terra gli aerei e a ridurre i loro piani di volo per questa estate in Europa. All’inizio della guerra, alcuni analisti hanno suggerito che gli Stati Uniti sarebbero rimasti al margine degli effetti della crisi energetica, quasi come se bastasse desiderare qualcosa perché accada effettivamente, ma la realtà si sta imponendo gradualmente in modo inesorabile. L’inflazione è al livello più alto degli ultimi tre anni e i prezzi della benzina sono aumentati di oltre il 50%. «La guerra in Iran è reale», ha affermato recentemente un economista di KPMG, un’affermazione che ha senso pronunciare solo se ci si rivolge a un pubblico statunitense. È solo questione di tempo prima che questa crisi stagflazionistica globale, del tutto inutile, inizi a devastare la vita politica ed economica degli Stati Uniti. La pretesa di essere un supervisore responsabile dei flussi energetici globali, ovvero uno dei pilastri del suo status di superpotenza, è andata in frantumi. In terzo luogo, il dirottamento di equipaggiamento e personale militare dall’Asia orientale verso il Medio Oriente causato da questa guerra ha aumentato la probabilità che la Cina raggiunga l’egemonia regionale. Come hanno potuto gli Stati Uniti commettere un errore così enorme, madornale e inutile? Nemmeno chi pianificò l’invasione dell’Iraq nel 2003 ignorò in modo così evidente le possibili conseguenze delle proprie azioni. La domanda ci porta a un’altra conseguenza della guerra lanciata contro l’Iran: l’evidenza, con una chiarezza senza precedenti, sia dell’incompetenza dei leader della politica estera statunitense sia dello svuotamento delle istituzioni, che dovrebbero compensare le carenze dei singoli leader. Entrambi i fattori sono sintomi di una crisi di governance di più ampia portata, variabile solitamente sottovalutata dell’attuale declino del potere statunitense. Per quanto riguarda il primo punto, è strano che, data l’attenzione giustamente prestata all’epoca al declino cognitivo-esistenziale di Biden, se ne sia prestata relativamente poca al deterioramento di Trump dal momento del suo ritorno al potere. Senza avventurarmi in alcuna diagnosi, Trump assomiglia sempre più a un uomo eccentrico e senile, la cui resistenza, le cui inibizioni e la cui capacità di concentrazione – che non sono mai stati i suoi punti di forza – lo stanno abbandonando. Il suo post su Truth Social, in cui minacciava l’imminente annientamento nucleare dell’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte per non tornare mai più» – è stata la dichiarazione pubblica più ripugnante mai fatta da un presidente in carica, il che ha sollevato dubbi sulle sue competenze cognitive di base e sulla sua salute mentale, non sulla sua perspicacia strategica o tattica. Alla fine di aprile era davvero difficile capire se Trump fosse a conoscenza dei piani della sua amministrazione che prevedevano la partecipazione degli Stati Uniti ai negoziati sul cessate il fuoco in programma in Pakistan. Durante una riunione di gabinetto ha tenuto un monologo di cinque minuti sulla sua preferenza per i pennarelli Sharpie rispetto alle penne a sfera. Ha anche mostrato l’abitudine di ascoltare male o fraintendere qualcosa che gli dice un consigliere e poi vomitarlo come un fatto immaginario: si vedano le sue affermazioni secondo cui gli oleodotti iraniani «sarebbero esplosi» da soli entro tre giorni a meno che gli Stati Uniti non permettessero loro di riprendere le esportazioni («È qualcosa di molto potente che accade e che ha a che fare, in un certo senso, con la natura»). Qualunque sia la miscela di senilità, negligenza e inettitudine che sta alla base di questo cumulo di comportamenti e nonostante abbiamo avuto più di un decennio per abituarci a tale condotta, rimane sconcertante che una persona del genere possa essere il leader eletto di qualsiasi Stato, figuriamoci del più potente della storia mondiale. Che persone come queste arrivino a scatenare guerre basandosi sulle loro illusioni e sui loro risentimenti è in gran parte dovuto al fatto che l’apparato istituzionale incaricato di pianificare la politica estera statunitense è in rovina. Più di tremilottocento dipendenti del Dipartimento di Stato hanno lasciato il proprio posto da quando Trump è entrato in carica, compresi molti diplomatici di carriera e funzionari con competenze specialistiche difficili da sostituire presso l’Ufficio per gli Affari del Vicino Oriente [department of Near Eastern Affairs]. L’amministrazione Trump ha inoltre ridotto le dimensioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale, l’organizzazione precedentemente incaricata di sintetizzare le informazioni e le consulenze in materia di politica estera provenienti dall’intero governo federale affinché potessero essere trasmesse al presidente. D’altra parte, il Congresso continua a mostrare un’estrema riluttanza a farsi coinvolgere. I Democratici hanno messo in scena uno spettacolo patetico minacciando di frenare la guerra di Trump contro l’Iran presentando una risoluzione sui poteri bellici che – l’avreste mai detto? –è affondata per un solo voto, grazie al fatto che quattro legislatori democratici si sono allineati con i Repubblicani. Questa farsa era del tutto trasparente: la dirigenza del partito approva istintivamente la guerra di Trump, ma non vuole sostenerla troppo apertamente in pubblico, data la sua tossica impopolarità e l’imminenza delle prossime elezioni di medio termine. Di conseguenza, un’altra possibile restrizione a Trump sembra restare non fattibile. Dal 2016 nessuno dei partiti politici statunitensi è stato in grado di affrontare la sfida di dotare lo Studio Ovale di un esecutivo competente. Né è stato all’altezza del compito di compattarsi attorno a un programma di governo in grado di ottenere una maggioranza di voti per favorire mandati presidenziali consecutivi. La recente tendenza all’insoddisfazione nei confronti del governo in carica, che si traduce in sconvolgimenti politici ogni pochi anni, sembra destinata a continuare nel prossimo futuro, e ad ogni nuovo ciclo le prospettive del sistema di governance americano peggiorano. Gli stati possono sopportare la pressione di una leadership così incompetente e distruttiva solo per un periodo limitato. Le persone e le istituzioni operative all’interno e intorno al governo degli Stati Uniti possono continuare a esporre obiettivi di politica estera in discorsi o documenti come la National Security Strategy, ma al momento è un’incognita se gli Stati Uniti abbiano la capacità di attuare una strategia coerente a medio o lungo termine. Data la controproducente guerra condotta da Trump contro l’Iran, questa crisi di governance ha raggiunto un punto di svolta. Considerando qualsiasi concessione sostanziale agli interessi iraniani come un’umiliazione inaccettabile, l’amministrazione Trump non è stata in grado di presentare nulla che assomigliasse a una proposta ragionevole per raggiungere una pace negoziata. Probabilmente, la migliore ipotesi possibile è che la combinazione di notizie economiche in peggioramento e pressioni politiche interne costringa Trump a cedere ad alcune delle richieste dell’Iran. Tra le opzioni più probabili, che peggiorerebbero davvero le cose, si profila la possibilità che Trump tenti di distogliere l’attenzione dalla debacle iraniana scatenando un’altra guerra, questa volta contro Cuba. Proprio di recente, il Dipartimento di Giustizia ha accusato Raúl Castro, 94 anni, di omicidio e cospirazione, lo stesso giorno la portaerei USS Nimitz è entrata nel Mar dei Caraibi meridionale. Per il momento Trump ha optato per un blocco del trasporto marittimo iraniano come meccanismo privilegiato per costringere Teheran ad abbandonare il suo programma nucleare. Sebbene ciò possa essere senza dubbio pesante per l’Iran, tale linea d’azione continuerà ovviamente ad aggravare la crisi energetica mondiale, le cui conseguenze hanno appena iniziato a manifestarsi. Non è solo il prezzo della benzina che aumenterà per il resto del 2026 negli Stati Uniti, l’aumento registrato dei costi dei fertilizzanti dallo scorso febbraio fa presagire che, inevitabilmente, anche i prezzi dei generi alimentari saliranno. Riconoscendo la portata di questa crisi, alcuni commentatori hanno interpretato la guerra all’Iran come la fine dell’egemonia statunitense. Tale fine è stata annunciata molte volte in passato. Ma un’affermazione del genere potrebbe sminuire la portata di ciò che sta accadendo oggi. L’egemonia è una forma di dominio che, almeno in parte, è consensuale e dalla quale la maggioranza dei dominati ritiene di trarre un beneficio tale da rendere tollerabile la propria sottomissione. Definita così, risulta più difficile sostenere che l’egemonia degli Stati Uniti fosse rimasta intatta anche prima della guerra di Trump all’Iran. Giovanni Arrighi ha affermato che l’egemonia statunitense è diventata storia passata con l’invasione dell’Iraq, cosa che a poco a poco ho finito per credere sia la semplice verità. Ciò che persisteva, ha scritto, era il «semplice dominio». Sarebbe quindi più preciso dire che ciò che è ora in gioco è lo status degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale e la loro indiscutibile capacità di dominare. Ciò non significa negare i notevoli vantaggi di cui gli Stati Uniti continuano a godere rispetto ai loro rivali. Il loro esercito rimarrà il più potente e temibile del mondo nei prossimi anni e le loro aziende saranno anche le più redditizie del pianeta nel prossimo futuro. Ma le armi e il denaro da soli non bastano. La potenza economica deve generare almeno un minimo di benessere sociale e sicurezza condivisi per essere sostenibile, mentre le élite statunitensi accumulano ricchezza su una scala mai vista nemmeno nell’antica Roma. E un esercito gigantesco ha bisogno di una guida strategica competente affinché il potere coercitivo si traduca in prestigio globale. Forse l’embargo finirà per rivelarsi troppo oneroso per poter essere sopportato dalla società iraniana. Forse gli iraniani sfideranno ogni previsione e daranno finalmente vita alla rivolta popolare che i falchi americani sognano da decenni. Forse Israele riuscirà ad espandersi verso nord a spese del Libano e a sferrare il colpo decisivo a Hezbollah. Forse l’Europa persisterà nella sua vile sottomissione e deciderà che nemmeno una recessione mondiale e una doppia crisi alimentare ed energetica sono motivi per riconsiderare la sua sottomissione allo stupido colosso dall’altra parte dell’Atlantico. Ma se queste cose non dovessero accadere e se l’Iran uscisse da questo conflitto indebolito in termini assoluti ma rafforzato in termini relativi, allora potremmo trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia degli Stati Uniti, ma della loro supremazia. Il segno distintivo di un sicuro status di superpotenza di un paese è che gli altri Stati non tentino nemmeno di sfidarlo direttamente, prevedendo una sconfitta schiacciante. Se l’Iran evitasse tale destino, l’idea che Stati più piccoli possano resistere apertamente ed efficacemente agli interessi statunitensi in tutto il mondo potrebbe non sembrare più così assurda. ● Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. ● Traduzione di Mauro Trotta Testi consigliati Mitchell Plitnick, «Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida», «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Diario Red. Alexander Zevin, «Trump’s Gulf War», NLR 158. Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) e Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007); Giovanni Arrgihi e Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001). The White House, National Security Strategy of the United States of America 2017 e National Security Strategy of the Unites States of America 2025. Richard Beck è un giornalista e scrittore statunitense. Tra i suoi libri figurano We Believe the Children: A Moral Panic in the 1980s (2015) e Homeland: The War On Terror In American Life (2024). I suoi articoli sono apparsi anche su «The Harvard Crimson» la «London Review of Books» la «New Left Review, Time» e «n+1». X: Richard Beck @Richard_Beck
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Dossier Italia Il pdf con tutti i testi Rendiamo disponibile il pdf che raccoglie tutti i testi del Dossier Italia pubblicato nelle scorse settimane. Dalla Introduzione Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne.












