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Ceto medio che casca Brusatore Un racconto inedito di Luigi Anània per «ahida» In una terrazza sulla costa ionica il blu del mare si riflette negli sguardi della variegata famiglia Pinna. La sera s’alza la brezza e la madre Clara con i tre figli e gli ospiti si riuniscono, tacciono, ridono, parlano, ritacciono e deflagrano in interminabili risate contagiose. C’è il fratello maggiore Nicola radiologo anestesista che sentenzia che nel paese dell’inconcludenza la sua idea di imprenditoria benefica al di sopra delle piccole cose del mondo resta un’idea fluttuante fra la terra e il cielo: L’imprendoria come un altrove – dice guardando il mare – l’utopia messianica che porta a una comunità paradiso a tempo indeterminato è un’idea applicata in altre parti del globo. E poi c’è Carlo, il fratello grasso con il tronco sciolto che gli consente di disarticolare le spalle per seguire l’andamento dei suoi ragionamenti; lui sa come va il mondo perché frequenta i ministeri abitati da angeli previdenti che coordinano quel che avviene in ambedue gli emisferi; mentre parla solleva la spalla all’altezza di un orecchio e a ogni cambio di argomento l’abbassa seguendo l’idea che ha in testa. Accanto a Carlo c’è Chantal, una donna soave sognata da tutti; Nicola e Carlo gioiscono dicendo il suo nome perché nel momento che lo pronunciano si sentono parte del gran mondo e così a volte dicono Chantal anche nel mezzo di un discorso di statistica. Chantal partecipa alle conversazioni, è intelligente e ha un gran voglia di tutte le cose belle della vita; si rivolge a tutti, si commuove, e ogni tanto si estranea e contempla il mare. La sera quando arriva nella terrazza bacia Clara, che giace immensa su una poltrona reclinabile, e la sera sorride a tutti, anche a Edoardo, il terzo figlio che in un angolo della terrazza irradia il senso di non considerazione di se stesso. Clara ormai novantanovenne non partecipa più alle conversazioni della famiglia; ogni tanto ride per gli scherzi dei figli e poi torna in lei e si stringe in una grande maglia di lana; poi si passa una mano sulla fronte per nascondere lo sguardo. Dopo tanti anni sul terrazzo ha la stessa mole di quando sposò il fu Egisto, gli stessi occhi neri che nel grande ovale del viso sviano dagli altri occhi e nascondono i sentimenti. È appena tornata in aereo da un matrimonio a Milano e non sembra stanca, anzi a chi le chiede se è stanca dice che vuole passare la serata ad ascoltare le conversazioni della famiglia. II figlio Nicola le dice che al prossimo matrimonio la caleranno da un elicottero al centro della festa e con lo stesso elicottero la riporteranno sulla terrazza la sera stessa. A volte i discorsi sono inframezzati da attacchi di risa che si ripetono e sospendono in pause lunghe, poi qualcuno riprende a ridere e smette fin quando qualcuno riparla. Carlo con il giornale fra le mani si rallegra facendo le lodi di grandi capitani d’industria ma d’improvviso si adombra quando il fratello Nicola ricorda che tutte le vette da cui si comanda il mondo sono occupate. Ambedue vorrebbero essere su quelle vette e non essendoci passano dalla risata spavalda a uno sguardo malinconico e infine a un livore che annuncia l’arrivo del cameriere Antonio con una somministrazione immediata di pillole per l’acidità dello stomaco e della psiche. Il piccolo Edoardo si sente non visto dai suoi due fratelli e allora balbettando urla di smetterla di parlare di vette sociali perché non conoscono la sociologia, non conoscono nemmeno le quattro libertà di Frank Delano Roosvelt, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura. I due fratelli ridono del suo balbettio e del sudore che gli ha inondato il viso e gli dicono ridendogli in faccia che sembra un gallo nano tirato fuori dalla broda dei maiali; Chantal gli sorride e Clara dice al capocameriere Antonio di asciugare il viso di Edoardo. Nel tardo pomeriggio arriva sempre Eddy Mantovani, un mobiliere dallo stomaco prominente, gli occhi azzurri e una zazzera grigia; quando arriva sente qualche frase e dice di non capire la necessità di quei ragionamenti, lui ha un amico pilota che lo porta all’altezza del cielo da cui vede la sfericità del mondo e questo gli basta. Dall’ora del caffè a notte si susseguono discorsi senza alcun nesso intercalati da attacchi di risa, silenzi e sospiri in cui ogni senso si perde. Clara ascolta, ride alle battute dei figli ma a volte sbaglia i tempi del ridere e ride nei momenti di silenzio o in quei tratti di conversazione in cui affiora la frustrazione del ceto medio e i tre fratelli si avviliscono. A quell’ora, ogni anno, sentono di essere lontani dalle vette del mondo, guardano l’inabissarsi del sole nel mare e pensano che il ceto medio con tutta la famiglia Pinna scomparirà nel nulla. Ma ogni volta, appena prima che si parli del ceto medio, il capocameriere Antonio, seguito da tre robuste cameriere russe e da quattro servitori nostrani, ritorna sulla terrazza e dispone i suoi sottoposti lungo i bordi della terrazza per evitare incidenti. Qualche anno fa al calar del buio i discorsi diventarono così animati che Carlo precipitò dalla terrazza continuando a parlare. Non è giusto – dice Carlo – che ogni volta che c’è una crisi ci si accanisca sul ceto medio, non è giusto, il ceto medio ha tenuto in piedi l’economia con il suo lavoro costante, invisibile e senza ambizioni, senza l’individualismo iconoclasta che si è diffuso ovunque, e mentre parla guarda il fratello Nicola che annuisce con il volto livido. C’è chi va nei paradisi fiscali, chi riceve flussi d’oro d’altri parti del mondo e intanto nei momenti di difficoltà il ceto medio cade, il ceto medio, il ceto medio, è sempre il ceto medio che cade..., aggiunge Nicola con gli occhi disperati. Negli animi dei tre fratelli, anche in quello del silenzioso Edoardo, il ceto medio si trasforma in qualcosa che casca o scompare, una meteorite che precipita, un’autostima che si disintegra, una coscienza che si dissolve, un essere che svanisce nell’abisso, una stella che si spegne. La mamma Clara ride mentre il mobiliere e Chantal guardano gli occhi spaventati dei tre fratelli. A un certo punto Carlo si alza e comincia a girare intorno al terrazzo; il capocameriere Antonio e la servitù si allertano ma Carlo non si ferma proclamando che lui conosce ministri, segretari, amministratori delegati, procuratori, agenti segreti e finanzieri che salveranno la famiglia Pinna dal baratro e intanto piega una spalla sulla ringhiera e come tre anni fa cade. La servitù arriva quando lui e già caduto nel giardino tra gli alberi di frutta di diversi colori, fontane gorgoglianti, cervi e pavoni. Piantato a terra continua a parlare volteggiando le spalle mentre un cervo che si era allontanato per lo spavento del tonfo gli torna vicino e lo guarda. Il capocameriere Antonio lo raccoglie, lo porta sul terrazzo e lo ripone sul pavimento mentre lui si dimena come un grosso insetto rivoltato sulla schiena che declamnomi di grandi personalità di tutto il mondo. Donna Clara dice alla servitù di portarlo così, spasmodico e urlante, nel suo letto. L’anno seguente, lo stesso giorno al tramonto, si ripetono gli stessi discorsi, gli stessi scherzi e le stesse malinconie. Luigi Anània scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino
- scienza e politica
Geopolitica delle risorse e crisi climatica Hilde Vandenhout Il saggio analizza le intersezioni tra geopolitica delle risorse fossili e transizione energetica in un contesto internazionale segnato dalla crisi climatica. La COP30 di Belém evidenzia ancora la pressione dei lobbisti delle fossili, mentre la politica statunitense sotto Trump — descritta come espressione di un <> — ostacola la transizione verde e alimenta tensioni con paesi ricchi di petrolio come il Venezuela. L’autore mostra come il passaggio alle rinnovabili stia ridefinendo gli equilibri globali: la Cina domina le filiere tecnologiche della transizione, mentre Russia e altri esportatori di combustibili fossili restano marginali. Negli USA emergono contraddizioni profonde, con stati come California e Texas che avanzano nella decarbonizzazione nonostante la leadership federale contraria. Il testo sottolinea che l’economia delle rinnovabili richiede meno estrazioni e offre maggiore riciclabilità dei materiali rispetto ai combustibili fossili, mentre l’innovazione continua ad accelerare (batterie al sodio, ferro, tecnologie di accumulo termico). In conclusione, la transizione energetica è descritta come un processo ormai inarrestabile, benché rallentato dagli interessi fossili, compresi quelli italiani, che continuano a ostacolare lo sviluppo di un sistema energetico pienamente rinnovabile. A Belem in Brasile la trentesima Conferenza delle Parti sul Clima Globale (COP30) vede come sempre attivi un foltissimo gruppo di lobbisti delle fonti fossili che, come ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, <>. Se alla COP30 gli Stati Uniti di Trump, che hanno abbandonato per la seconda volta l’Accordo di Parigi sul clima, non sono presenti, una nuova crisi potrebbe sfociare in un conflitto armato, quella tra gli USA e il Venezuela. Gli analisti di geopolitica hanno, credo giustamente, indicato in una <> delle aree di influenza, questa mossa del declinante impero americano, in coerenza con la linea aggressiva già espressa nei confronti del Messico, del Brasile, del Canada: come se nel nuovo ordine mondiale che si va delineando, venendo meno il ruolo di unica superpotenza americana, si stia tornando alla politica di potenze più regionali. Non si vuole qui entrare in questo dibattito ma ricordare quello che quasi nessun osservatore ha notato nella crisi creata da Trump nei confronti del Venezuela: questo Paese ha le più grandi riserve petrolifere del pianeta (1). Se, nel caso del Messico, la linea di aggressione trumpiana ha utilizzato il tema del narcotraffico (per le importazioni illegali di fentanyl, droga che miete migliaia di morti negli USA), il Venezuela col narcotraffico non ha nulla da spartire, come ha recentemente ricordato il giudice Gratteri, tra i massimi esperti in materia. Nella fase, delicatissima, di transizione storica cui stiamo assistendo, governata certamente da dinamiche politiche e tensioni tra le diverse aree del mondo, c’è una dimensione che va esplicitata: gli USA di Trump rappresentano un <>. I rinnovati accordi con l’Arabia Saudita di questi giorni, l’intenzione serissima di controllare le risorse del Venezuela e i reiterati attacchi di Trump alla transizione rinnovabile nel suo stesso Paese – anche a colpi di decreti presidenziali (parte dei quali poi bloccati dai giudici) – hanno un motivo fondamentale: nell’economia energetica dominata dalle fossili (e specialmente dal petrolio e dal gas) la primazia americana è indiscussa. Non è così, com’è noto, per le tecnologie della transizione verde e della mobilità elettrica (e digitale: c’è una certa sovrapposizione tra queste filiere industriali) nel cui campo è chiaramente la Cina a guidare il mondo. Che la transizione verde avrebbe riscritto la <> è noto da tempo. Da segnalare le diverse analisi sul tema dell’Agenzia internazionale per le fonti rinnovabili (IRENA) diretta da Francesco la Camera (2). Già in un rapporto del 2019, sulla base del numero di brevetti tecnologici legati alla transizione verde, IRENA mostrava come, in termini di sviluppo delle nuove tecnologie, la Cina fosse avanti agli Stati Uniti e, un po’ più indietro, l’Europa e il Giappone. Mentre i Paesi completamente <> coincidevano con i principali esportatori di petrolio e gas: dalla Russia all’Arabia Saudita, dall’Indonesia al Sudafrica. In Russia il primo (e finora unico) impianto eolico industriale è entrato in funzione nel 2021, costruito da una azienda italiana, il primo in Europa era stato in Danimarca nel 1987. Sempre nel 2021 il governo federale tedesco aveva aperto un ufficio per l’idrogeno verde a Mosca: in futuro anziché importare gas si potrebbe importare idrogeno prodotto da eolico, la Russia è tra le aree del mondo con un potenziale enorme. Ma la sua oligarchia – prevalentemente petrolchimica - non è interessata a sviluppare le rinnovabili, come confermato dai responsabili dell’azienda italiana. È quella russa un’economia basata sull’esportazione di petrolio, gas e carbone (e combustibile nucleare di cui domina il mercato). Un’economia rinnovabile prevederebbe la creazione di una nuova classe imprenditoriale, un diverso rapporto col territorio e una capacità tecnologica mentre, persino nel settore petrolifero, la Russia dipende dalle tecnologie occidentali. Dunque, nel rivolgimento complessivo dell’ordine internazionale di questa fase storica, c’è anche una dinamica specifica legata alla transizione verde, con diverse contraddizioni come abbiamo visto nel caso russo. E questa dinamica è uno degli elementi di vero conflitto strategico tra Stati Uniti e Cina, Paese che non dispone di risorse petrolifere e di gas, ma solo di carbone (il cui peso geopolitico è decisamente minore). E questa dinamica è basata su un apparente paradosso: molte delle tecnologie rilevanti per la transizione verde sono nate e sono state sviluppate negli Stati Uniti. Che però, allo stesso tempo, sono diventati i più grandi esportatori di petrolio e gas grazie alla tecnica – ambientalmente molto distruttiva - del fracking. Così, se l’industrializzazione dell’auto elettrica è stata realizzata per prima dalla Tesla di Musk, oggi a dominare il mercato (sia in termini quantitativi che, ed è una novità recente, qualitativi) sono i marchi cinesi. Se oggi le tecnologie rinnovabili rappresentano, e di gran lunga, le forme di produzione di elettricità a minor costo, lo si deve al combinato disposto di politiche europee lungimiranti (e incentivanti), seguite da alcuni degli Stati americani, e dal colossale investimento nelle filiere produttive che ha fatto la Cina. E, se all’inizio il costo del lavoro era un fattore determinante, oggi è proprio l’assetto tecnologico cinese e la qualità a fare la differenza. Certo, in un contesto in cui domina la politica sul mercato e in cui i sussidi statali giocano un ruolo decisivo. Ma, del resto, i sussidi diretti e indiretti giocano un ruolo decisivo anche nell’economia fossile del gas e del petrolio. Dunque, l’economia di mercato nel settore energetico è <> fino a un certo punto: fattori politici e di cartello, sussidi e politiche statali a sostegno diretto e indiretto hanno un grande ruolo. La contraddizione statunitense è dunque questa: molte delle tecnologie hanno avuto origine in quel Paese, ma il loro sviluppo è stato più lento che in Cina e per una ragione precisa: lo scontro con gli interessi dominanti in campo fossile. Alla COP30, assenti gli USA è però andato il governatore della California Gavin Newsom, che si profila anche come lo sfidante di Trump per il 2028, quasi a sopperire l’assenza del governo federale. La quarta economia del mondo, la California, infatti è in piena transizione verde, tra i Paesi più interessanti nello sviluppo di un sistema basato sulle rinnovabili e sulle batterie industriali che, assorbendo l’eccesso di produzione in certe ore, garantiscono in modo crescente la stabilità della rete elettrica. Ed è interessante vedere come nella corsa alla transizione verde la California debba confrontarsi con il Texas, stato fortemente repubblicano, che in termini di consumi elettrici è il doppio della California. Lo stato già <> è oggi infatti la capitale dell’eolico e, per certi versi, la sua transizione va meglio di quella della California che invece sull’eolico è indietro. Solare ed eolico, infatti, per ragioni tecniche e di natura delle fonti si integrano a vicenda, come si vede in tutti Paesi attivi nella transizione verde come Australia, Germania, Spagna e, in piccolo, persino in Italia. Una differenza sostanziale tra un mondo dominato dalle fonti fossili e quello che si delinea in un assetto dominato dalle rinnovabili – necessario per evitare la catastrofe climatica – è che i materiali necessari ai cicli produttivi hanno generalmente una minore concentrazione rispetto ai giacimenti di petrolio e gas. In particolare, le <> sono elementi chimici rari ma distribuiti nella crosta terrestre e anche il litio, che non fa parte delle terre rare ma importante per le batterie delle auto e industriali a servizio delle reti elettriche, la stessa Cina deve importarlo (ad esempio dall’Australia). Il dominio cinese nella produzione delle tecnologie verdi, infatti, non dipende affatto da un <> diretto o indiretto dei giacimenti, ma pressoché esclusivamente dalla sua capacità industriale e tecnologica di controllo della catena produttiva. Anche in termini di quantità di materiali da estrarre c’è una differenza sostanziale tra l’economia basata sulle fossili e quella basata sulle rinnovabili. Ogni anno si estraggono qualcosa come 15 miliardi di tonnellate di combustibili fossili, mentre l’estrazione di metalli ed elementi chimici per la transizione verde è dell’ordine di 10 milioni di tonnellate l’anno, più di mille volte in meno in termini quantitativi. E anche in termini economici la rilevanza dell’industria estrattiva è ben diversa nei due casi: il valore delle fonti fossili estratte nel 2021 era di 2 mila miliardi di dollari, contro i 96 miliardi dei metalli e materiali <>. E, differenza più importante di tutte, i combustibili fossili una volta estratti e lavorati vengono bruciati e impattano sull’ambiente locale e sul clima globale; i <> rimangono invece largamente disponibili anche dopo che le tecnologie sono andate a fine vita. Il litio lo si può recuperare ad alte percentuali dalle batterie a fine vita, come già si comincia a fare, è solo una questione di costi (e di politiche). Il miglioramento tecnologico oggi cerca di incorporare l’obiettivo di massimizzare la <> di questi materiali strategici. E non è finita. L’innovazione tecnologica nel campo delle rinnovabili e dei materiali innovativi procede. Nuovi elementi chimici sono già emersi, ad esempio, nel campo delle batterie, campo essenziale per la transizione energetica. Batterie al sodio sono già disponibili, sia per i servizi di rete elettrica che per le auto a minor costo; batterie al ferro per l’uso industriale sono già nel mercato. E, novità persino in Italia, hanno già debuttato batterie a base di sabbia e acciaio, che convertono l’elettricità rinnovabile in calore a media temperatura per essere usato nelle industrie (buona parte dei consumi industriali infatti è di calore fino a 400°C). La possibilità di progressivamente <> gli usi energetici oggi coperti dalle fonti fossili è consistente e nel campo della produzione elettrica le rinnovabili sono ormai l’opzione più economica (e che genera più posti di lavoro in proporzione). Per chiudere questa breve rassegna, necessariamente sintetica, l’attacco alla scienza di Trump, citato da Gianfranco Pancino in queste pagine, è parte di una strategia complessiva di <> alla transizione verde. Una buona parte delle conoscenze che abbiamo sulla crisi climatica si deve proprio a istituzioni scientifiche statunitensi oggi sotto attacco: il rischio climatico è un rischio esistenziale per l’umanità e negarlo al livello di un Presidente degli USA è semplicemente criminale. Se Elon Musk, in soccorso di Trump, ha minimizzato la rilevanza della crisi climatica, non è così per Grok4, l’intelligenza artificiale promossa dallo stesso Musk (3) che ha proprio usato l’espressione <>. In conclusione, nelle dinamiche internazionali c’è uno scontro esistenziale tra gli interessi fossili oggi ancora dominanti e l’emergenza di una transizione che nonostante gli evidenti conflitti è in corso e appare non arrestabile: il progresso delle tecnologie non lo si può fermare per volontà politica (4). Ma lo si può rallentare e di molto, come accade in Italia dove gli interessi dell’Oil&Gas sono largamente dominanti. Sostenuti in modo bipartizan da tutti i governi succedutisi e aiutati da assurde moratorie regionali (come in Sardegna) e pseudoambientalisti anti-rinnovabili la cui azione aiuta a mantenere il gas fossile, importato a caro prezzo, al centro del sistema energetico, mentre una strategia 100% rinnovabile sarebbe possibile (5). Note Le riserve principali petrolifere https://energy-oil-gas.com/news/6-countries-with-the-largest-crude-oil-reserves-in-the-world/ I rapporti geopolitici di Irena si possono scaricare da questa pagina web: https://www.irena.org/How-we-work/Collaborative-frameworks/Geopolitics Si veda il mio scambio su X (Twitter) proprio con l’intelligenza artificiale Grok4 in cui a domanda risponde tra l’altro che: <> https://x.com/gonufrio/status/1983422781669966036?s=20 Si veda, ad esempio, la sintesi del rapporto EMBER: https://ember-energy.org/app/uploads/2025/09/Slidedeck-The-Electrotech-Revolution-PDF.pdf Esiste ampia letteratura sulla fattibilità di un sistema energetico basato solo sulle rinnovabili; per l’Italia veda il documento promosso da 100% Rinnovabili Network e firmato da una quindicina di ricercatori e accademici italiani: https://www.100x100rinnovabili.net/wp-content/uploads/2025/03/Report-Verso-la-neutralita-climatica_100x100-rinnovabili-network.pdf Giuseppe Onufrio, fisico, ricercatore nel campo dell'energia e dell'ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell'Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.
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2025 La bomba bikini e Rita
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Omicidi ai Caraibi Colli J Rae Incapace di offrire un modello di sviluppo globale in grado di integrare minimamente le variabili della complessità dell’attuale crisi sistemica del capitalismo storico, la potenza statunitense ricorre a una strategia di guerra multidimensionale, che inevitabilmente semina morte e distruzione, limitando al contempo le opzioni coerenti, eque e sostenibili per uscirne. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Istituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «L’abbiamo fatta saltare in aria. E lo rifaremo», ha affermato il segretario di Stato americano Marco Rubio. «Non me ne frega niente di come la chiamate», ha aggiunto il vicepresidente J. D. Vance. Entrambe le dichiarazioni si riferiscono al primo dei dieci attacchi letali effettuati nell’ultimo mese dagli Stati Uniti contro imbarcazioni nelle acque internazionali dei Caraibi (sette attacchi) o del Pacifico (tre attacchi) nelle vicinanze del Venezuela o della Colombia, che, secondo le informazioni disponibili, hanno causato finora la morte di quarantatre persone. Washington ha affermato che le navi trasportavano carichi di droga destinati alle coste statunitensi, ma non ha fornito alcuna prova al riguardo; quelle disponibili indicano che le vittime del primo attacco, perpetrato il 2 settembre, potrebbero essere stati solo dei pescatori. L’operazione è stata accompagnata da un aumento della presenza militare statunitense nei Caraibi, che comprende otto navi da guerra, una squadriglia di F-35, un sottomarino nucleare e oltre 10.000 soldati. Trump ha definito il governo di Maduro un «cartello narcoterrorista» e le informazioni disponibili indicano che i tentativi di raggiungere un accordo diplomatico sono stati interrotti dal governo statunitense all’inizio di questo mese. Il 9 ottobre il governo venezuelano ha richiesto una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, citando «minacce crescenti» e l’aspettativa di un imminente «attacco armato» contro il proprio Paese. Come bisogna interpretare questa drammatica escalation della politica statunitense? Washington ha considerato a lungo l’America Latina il proprio «cortile di casa», come affermato nella famosa dottrina Monroe del 1823, e avvertiva le potenze europee di lasciare la regione nelle sue mani e non, ovviamente, in quelle dei latinoamericani stessi. Nel corso del XIX e XX secolo, gli Stati Uniti hanno ripetutamente interferito negli affari latinoamericani. Tra i casi recenti più noti, in cui il coinvolgimento statunitense ha oscillato dal sostegno dietro le quinte e dall’appoggio politico all’intervento diretto, vi sono il colpo di Stato del 1954 contro Jacobo Arbenz in Guatemala, il colpo di Stato del 1973 contro Salvador Allende in Cile, l’invasione di Panama nel 1989 – che, come molti hanno sottolineato, presenta sorprendenti parallelismi con le attuali azioni di Trump contro il Venezuela, – il rovesciamento del presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide nel 1991 e poi di nuovo nel 2004, e il colpo di Stato perpetrato in Honduras nel 2009. Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, il Venezuela ha subito più tentativi di provocare un cambio di regime istigati dagli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro paese latinoamericano. L’ossessione di Washington al riguardo è iniziata pochi anni dopo l’elezione di Hugo Chávez alla presidenza della Repubblica nel 1998, in seguito alla quale gli americani hanno sostenuto numerose iniziative per destituirlo, tra cui il colpo di Stato militare del 2002 e il blocco petrolifero del 2002-2003, che ha colpito il settore economico più importante del Paese. Sia il governo Bush che quello Obama hanno destinato milioni di dollari a esponenti dell’opposizione venezuelana, tra cui l’ultima vincitrice del Premio Nobel per la pace, María Corina Machado, da decenni ardente sostenitrice del rovesciamento violento del governo venezuelano, nonché dei recenti omicidi perpetrati dagli Stati Uniti, fatti convenientemente ignorati dal comitato incaricato di assegnare il premio. Il sostegno di Washington all’opposizione è continuato dopo la morte di Chávez nel 2013 e l’elezione del suo successore, Nicolás Maduro. Obama ha supportato un’ondata di proteste, spesso violente, nel 2014, che ha causato almeno quarantatre morti, e Maduro ha affrontato nel 2017 un’altra ondata di proteste dell’opposizione, a volte anche violente, anch’esse sostenute dagli Stati Uniti. Nel 2015 Obama dichiarò che il Venezuela rappresentava una «minaccia straordinaria e insolita per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», un’accusa talmente ridicola che fu respinta persino dai leader dell’opposizione venezuelana quando fu inizialmente pronunciata. Tuttavia, questa dichiarazione fu utilizzata per giustificare l’imposizione di sanzioni al Paese da parte degli Stati Uniti, che contribuirono in modo decisivo alla distruzione dell’economia venezuelana. Come dimostra Francisco Rodríguez in The Collapse of Venezuela: Scorched Earth Politics and Economic Decline, 2012-2020 (2025), sebbene le politiche governative siano state una delle ragioni principali del collasso economico del Venezuela, sono state le sanzioni a rendere praticamente impossibile la ripresa. L’ostilità verso il regime ha poi raggiunto un nuovo livello durante il primo mandato di Trump, che ha applicato una politica di «massima pressione» per rovesciare Maduro. Oltre alle sanzioni punitive, che venivano applicate all’industria petrolifera venezuelana, Trump ha sostenuto la farsa dell’autoproclamazione di Juan Guaidó come presidente del Venezuela nel gennaio 2019. Negli anni successivi, i sostenitori di Guaidó hanno chiesto un intervento umanitario nel Paese guidato dagli Stati Uniti, hanno apertamente sostenuto la coercizione economica statunitense (così come ha fatto la maggior parte dei leader dell’opposizione), hanno esortato l’esercito a ribellarsi contro Maduro e nel maggio 2020 hanno finanziato l’Operazione Gideon, consistente in un’invasione via mare del Venezuela, spettacolarmente mal concepita, da parte di mercenari sostenuti dagli Stati Uniti, che sono riusciti a sopravvivere solo dopo essere stati salvati dai pescatori venezuelani e consegnati alle autorità. Pertanto, le recenti azioni di Trump devono essere intese come parte di un modello di aggressione statunitense di lunga data nei confronti del regime socialista bolivariano. Tuttavia, esistono anche notevoli differenze rispetto al passato. Da un lato, il governo statunitense ha effettivamente abbandonato la copertura retorica della «democrazia» e dei «diritti umani», utilizzata a lungo, anche durante il primo mandato di Trump, come scusa per la belligeranza contro il Venezuela. Oltre a questa retorica, in precedenza si era insistito notevolmente su un’apparenza di multilateralismo: la «presidenza ad interim» di Guaidó, ad esempio, ha ricevuto il sostegno di decine di paesi in tutto il mondo. Sebbene Argentina, Paraguay e Perù si siano allineati con gli Stati Uniti e la Repubblica Dominicana di Abinader abbia partecipato a operazioni congiunte nei Caraibi, l’attuale governo statunitense sembra considerare il sostegno internazionale come qualcosa da utilizzare in un secondo momento, dopo aver agito. La supervisione di Washington sulla regione è sempre stata esercitata all’interno di uno spettro che oscilla tra la forza e il consenso, l’amministrazione Trump ha chiaramente privilegiato la prima: la tendenza sembra orientarsi verso ciò che Ranajit Guha ha definito «dominio senza egemonia». Il secondo mandato di Trump è stato caratterizzato da una chiara opzione per la forza bruta, come dimostra il suo uso della politica commerciale per costringere i paesi a piegarsi alla sua volontà, come nel caso dell’imposizione di dazi del 50% al Brasile per l’offesa di aver messo sotto processo Bolsonaro. Si considerino anche, tra l’altro, il cambio del nome del Dipartimento della Difesa, ora denominato Dipartimento della Guerra, il dispiegamento della guardia nazionale in diverse città statunitensi, la persecuzione dei suoi nemici politici attraverso i tribunali, nonché il rifiuto di fingere una fittizia unità a seguito dell’omicidio di Charlie Kirk (Trump ha risposto alla dichiarazione di Erica Kirk di aver perdonato l’assassino di suo marito con la frase: «Io odio i miei nemici»). Il bombardamento delle imbarcazioni venezuelane rientra in questo schema. L’unica giustificazione offerta per la perpetrazione di queste esecuzioni extragiudiziali è la necessità di combattere l’indefinito fantasma del narcoterrorismo, categoria che unisce la guerra alla droga e la guerra al terrorismo, e rispetto alla quale il governo Trump non ha fornito alcuna prova a sostegno di tale accusa. Come sostiene Miguel Tinker-Salas, storico venezuelano e professore al Pomona College di Claremont, in California, il governo statunitense ha agito come giudice, giuria e boia. Il messaggio trasmesso dall’uccisione di non combattenti da parte del governo statunitense è: «Faremo ciò che vogliamo e quando vogliamo e non dobbiamo dare spiegazioni né giustificarci davanti a nessuno». L’operazione sembra essere in linea con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, che sarà pubblicata a breve e che, secondo le informazioni disponibili, sostiene un ripensamento della sicurezza emisferica, attribuendo particolare importanza alle relazioni con l’America Latina, alla migrazione e ai cartelli della droga. Tuttavia, l’idea che i bombardamenti di imbarcazioni avranno un impatto significativo sul flusso di droga verso gli Stati Uniti è assurda per il semplice motivo che la stragrande maggioranza della droga proveniente dall’America Latina arriva attraverso il corridoio del Pacifico orientale, non dai Caraibi. Va anche notato che, sebbene il Venezuela sia una rotta di transito per il 10-13% della cocaina mondiale (secondo le agenzie statunitensi), non fornisce assolutamente il fentanil, che causa il 70% dei decessi per droga negli Stati Uniti. L’affermazione del governo guidato da Donald Trump secondo cui Maduro è il capo del Cartel de los Soles è altrettanto inverosimile; gli esperti di criminalità organizzata in Venezuela negano l’esistenza di tale cartello. Se gli Stati Uniti non stanno bombardando i natanti venezuelani per fermare il traffico di droga, perché lo stanno facendo? Un motivo è il tentativo di Rubio di imporsi sugli altri membri della cerchia ristretta di Trump. L’ossessione del Segretario di Stato per la destituzione di Maduro risale alla sua carriera politica nel sud della Florida e al ruolo cruciale che vi hanno svolto per decenni gli esuli venezuelani e cubani, affiliati all’estrema destra e nettamente anticomunisti. Ci sono altre figure importanti presenti nella cerchia ristretta di Trump che condividono la sua posizione, come il direttore della CIA John Ratcliffe e Stephen Miller. Come sottolinea Greg Grandin, la posizione bellicista di Rubio nei confronti del Venezuela contrasta con quella dell’inviato speciale di Trump, Richard Grenell, che ha sostenuto la necessità di raggiungere accordi con Maduro. Secondo un recente articolo del New York Times, Grenell è riuscito a ottenere concessioni straordinarie dal governo venezuelano, tra cui un accordo che avrebbe dato alle aziende statunitensi un controllo significativo sulle risorse del Venezuela, compreso il petrolio. Trump, tuttavia, ha respinto l’accordo e, secondo tutte le fonti, attualmente favorisce la posizione intransigente sostenuta da Rubio. Potrebbero anche esserci in gioco una serie di incentivi interni. Il conflitto con il Venezuela fornirebbe una giustificazione per ricorrere all’Alien Enemies Act del 1798, che consentirebbe di espellere i venezuelani, come ha cercato di fare il governo americano. Se si verificasse uno scontro militare, è probabile che i tribunali adottino una posizione più favorevole, consentendo l’espulsione dei venezuelani in quanto considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. Tale conflitto distoglierebbe anche l’attenzione da altri problemi rispetto ai quali Trump è vulnerabile, come i documenti di Epstein, che lo hanno tormentato per mesi e che sembrano sul punto di esplodere dopo la vittoria di Adelita Grijalva nelle elezioni speciali in Arizona, che garantisce ai membri democratici della Camera dei Rappresentanti voti sufficienti per obbligare il governo a pubblicare i documenti rimanenti, anche se finora lo speaker repubblicano della Camera, Mike Johnson, si è rifiutato di far prestare giuramento a Grijalva affinché possa occupare il suo seggio (Grijalva ha minacciato azioni legali). Maduro sostiene che l’offensiva nei Caraibi faccia parte di un nuovo tentativo per un cambio di regime in Venezuela. Trump lo ha negato pubblicamente, ma ci sono indicazioni che stia prendendo sul serio l’idea. Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero preparando un’azione militare in Venezuela. Gli attacchi aerei contro obiettivi nel continente, che costituirebbero un’escalation significativa, potrebbero iniziare entro poche settimane, e Trump ha autorizzato la CIA a compiere azioni sotto copertura nel Paese. Non si può escludere la possibilità che il presidente cambi improvvisamente idea, data la sua storia di capricci e di disinteresse per le operazioni che non procedono senza intoppi. Indipendentemente dall’esistenza o meno di un piano coerente per rovesciare Maduro, sembra chiaro che il governo statunitense spera di provocarlo affinché reagisca. Finora, il presidente venezuelano non ha abboccato. Al di là della mobilitazione delle milizie popolari, la risposta militare del Venezuela si è limitata al volo di due F-16 armati su una nave della Marina statunitense nel sud dei Caraibi. In seguito alla minaccia di un intervento statunitense, sono aumentate le domande sulla preparazione militare del Venezuela. Si sa poco al riguardo, ma recenti articoli pubblicati su media statunitensi specializzati in questioni militari suggeriscono che le difese del Venezuela, sebbene disomogenee, rappresenterebbero un ostacolo importante. Finora, sembra che l’aggressione statunitense abbia rafforzato Maduro sul piano interno. Si consideri, ad esempio, la dichiarazione del Partito Comunista Venezuelano, ferocemente critico nei confronti di Maduro e che considera il suo governo autoritario, illegittimo e anti-operaio, in cui si afferma che, in caso di invasione statunitense, la posizione del partito subirebbe un «cambiamento radicale» in nome della difesa della sovranità del Venezuela. Per ora, l’amministrazione Trump sembra intenzionata a proseguire la sua politica di affondamento delle imbarcazioni venezuelane. I tentativi del Congresso di ostacolare questa politica sono stati finora infruttuosi: c’è stata una votazione sulla «War Powers Resolution to End Unauthorized Hostilities in Venezuela», presentata dalla deputata Ilhan Omar, ma è stata respinta per tre voti. Per lo più, l’opposizione dei Democratici si è avvalsa di ragioni procedurali, riassunte dalla senatrice del Michigan Ellisa Slotkin, che si è lamentata del fatto che «se il governo Trump vuole entrare in guerra contro un’organizzazione terroristica, deve rivolgersi al Congresso, informarci e chiedere la nostra approvazione», aggiungendo: «Io, in realtà non ho alcun problema a combattere i cartelli». A livello internazionale, il presidente colombiano di sinistra Gustavo Petro ha definito i bombardamenti dei natanti un «atto di tirannia», e nella riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 10 ottobre, Russia e Cina hanno condannato con forza le azioni di Trump; altri diplomatici europei e africani si sono guardati bene dall’esprimere critiche. Se la guerra sia davvero all’orizzonte rimane una questione aperta, ma Caracas ha buoni motivi per temere il peggio. Testi consigliati Lautaro Rivaro, Gli Stati Uniti rafforzano la militarizzazione dei Caraibi e si avvicinano a un punto di svolta, William Serafino: «Il Venezuela è un campo di battaglia centrale nella guerra geopolitica globale», Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Un’ipotesi basata su diversi indizi, (I), Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Un’ipotesi basata su diversi indizi, (II), «Diario Red» 25/10/25, 20/10/25, 15/10/25, 17/10/25 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka America Latina: la prossima transizione, «Diario Red/NLR» 149 Juan Carlos Monedero, Cecchini in cucina, «NLR» 120 André Singer, Lulismo 3.0: una diagnosi a metà mandato, «Diario Red/NLR» ew 150, Il ritorno di Lula, «NLR» 85139 e Ribellione in Brasile, «NLR» 85 Tony Wood, Il Messico in fase di cambiamento, «Diario Red/NLR» 147 Ernesto Teuma, Una nuova sinistra a Cuba, «Diario Red/NLR» 150 Julia Buxton, Il Venezuela dopo Chávez», «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, La Colombia al bivio, NLR 99 Mauricio Velásquez, La battaglia di Bogotá, «NLR» 91 Camila Vergara, La battaglia per la Costituzione del Cile, «NLR» 135 Rafael Correa, La via dell’Ecuador, «NLR» 77 Maria Stella Svampa, La fine del kirchnerismo, «NLR» 55 Gabriel Hetland è professore associato presso l’Università di Albany, State University of New York, specializzato in Studi latinoamericani e caraibici. Autore di Democracy on the Ground.Local Politics in Latin America’s Left Turn (2023).
- fascismi
Democrazia d’eccezione e post-fascismo Un dialogo con Andrea Russo parte 1 Thomas Berra Il testo che qui presentiamo è la trascrizione di una lunga conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo che verrà pubblicata in tre episodi. In questa prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo <>. Nei prossimi episodi verranno indagate le operazioni di <>, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio, e l’intreccio tra nuovi fascismi e guerra: dalla campagna trumpiana contro l’immigrazione fino al contesto palestinese, dove il progetto di “pace” promosso dagli Stati Uniti si rivela un debole palliativo rispetto al disegno genocidario perseguito dal governo israeliano. PARTE 1 Redazione Ahida: Il collettivo Action30 ha pubblicato L’uniforme e l’anima [1] nel 2009. Pensavamo di cominciare chiedendoti cosa pensavate voi quindici anni fa sulla questione del “ritorno del fascismo” e cosa significa eventualmente oggi? Andrea Russo: In realtà di un “ritorno del fascismo” si era già parlato all’inizio degli anni Novanta. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, si era assistito all’emergere di violente pulsioni identitarie che avevano preso di volta in volta la forma del nazionalismo, del razzismo, del fondamentalismo religioso. Nel decennio successivo, l’ondata securitaria scatenata dagli attentati dell’11 settembre ha ridato vigore a un’interrogazione sulle nuove forme di razzismo e di fascismo da cui ha preso le mosse il nostro collettivo di ricerca. In più le domande che erano alla base del collettivo sono diventate sempre più urgenti con il clima venutosi a creare in Italia dopo l’insediamento del quarto governo Berlusconi. Per noi era allora evidente che la lunga catena di violenze – contro rom, stranieri, omosessuali – trovava la propria giustificazione nei discorsi politici dei partiti di governo, e in leggi palesemente discriminatorie come il “Pacchetto sicurezza”, che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina. Rispetto alla nostra attualità, non percepisco nessuna grande cesura con quello che scrivevamo nel 2009, tranne che la pandemia e l’inizio della guerra in Ucraina e Palestina hanno dato maggior coerenza sistemica a dei piani finora disgiunti delle nuove forme di fascismo, senza però delineare, per dirla in maniera solenne, un nuovo Nomos della Terra. Redazione Ahida: Quali erano le ipotesi dalle quali avete cominciato la ricerca? Andrea Russo: Una delle nostre ipotesi è che il fascismo non tramonti definitivamente con il progresso della democrazia e dello Stato di diritto, né si ripresenti nella forma di un “cattivo passato” che non passa, ma tenda piuttosto a “trasformarsi”. È evidente che vi sia oggi un problema che riguarda lo Stato di diritto e la democrazia, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Redazione Ahida: Fermiamoci un attimo su questo punto. Noi ci stiamo ponendo il problema di cercare di capire se è possibile, e nel caso in che modo, continuare a utilizzare la categoria di fascismo, dal momento che oggi assistiamo a uno svuotamento, a una banalizzazione del termine stesso [2]. Andrea Russo: Negli ultimi decenni la controversia sul “ritorno del fascismo” – si tratti di usi giornalistici o di manipolazioni politiche del concetto – ha mobilitato due punti di vista speculari. Alcuni vedono il fascismo ovunque. Secondo altri invece continuare a parlare di fascismo sarebbe una forzatura: l’epoca delle camicie nere e dell’olio di ricino si è conclusa a Piazzale Loreto e non tornerà più. Noi con la nostra ricerca abbiamo cercato di rimettere in discussione questa doppia banalizzazione. In fondo, si tratta di capire che non c’è un solo fascismo, ma che infinite forme di fascismo sono possibili, poiché il fascismo è una specie di forma pura a priori capace di adattarsi ai contesti storici più diversi. Il fascismo non è un’entità eterna, fissata una volta per tutte nella sua identità, ma un fenomeno in divenire. Per questo la famosa teoria del “fascismo eterno” di Umberto Eco non funziona. Se pertanto il fascismo è qualcosa che si riadatta continuamente rispetto alla contingenza storica, allora oggi con che forma di fascismo abbiamo a che fare? Direi che ormai già da trent'anni dobbiamo fare i conti con una formula di fascismo completamente integrato nei dispositivi del governo democratico. Direi quindi che oggi abbiamo a che fare con una sorta di fascismo democratico. Intendo dire che la vera “novità” del fascismo democratico contemporaneo consisterebbe in ciò che viene indicato dall’aggettivo piuttosto che dal sostantivo. Ragion per cui, se è doveroso spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini fascismo e fascista, è forse non solo ugualmente doveroso, ma persino urgente spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini democrazia e democratico. Redazone Ahida: Avremmo allora a che fare con un fascismo post-ideologico? Andrea Russo: Si certo. La prima caratteristica del fascismo democratico è di essere, per così dire, volutamente privo del collante ideologico capace di sintetizzare tutti gli elementi che lo compongono in una forma coerente. Dobbiamo aver ben presente che nelle attuali democrazie è egemonico un pragmatismo manageriale che radicalizza in senso gestionale l’arte di governo, infrangendo tutti i vincoli su cui esse si fondano. Per coloro che hanno interesse a governare al di sopra della legge e delle regole, il richiamo all’ideologia fascista è controproducente perché può nuocere al consenso. È indubbiamente un fascismo post-ideologico, o se si preferisce un post-facismo quello con cui abbiamo a che fare. Redazione Ahida: Questa prospettiva rende praticamente inutilizzabile il cliché storiografico tipicamente novecentesco di un’opposizione secca tra democrazia e totalitarismo. La genealogia dello stato di eccezione tracciata da Agamben, che citate diverse volte, disattiva questo falso schematismo, rivelando invece questo stretto rapporto di cui stiamo parlando tra democrazia e totalitarismo [3]. Il fascismo non è un’aberrante creatio ex nihilo, né un accidente che si abbatte dall’esterno sulla società, ma una sorta di tragica “peripezia” tutta interna al funzionamento del diritto nelle democrazie parlamentari. Ritorniamo ad un nodo per noi fondamentale: il fascismo storico non è stato semplicemente una dittatura o uno stato autoritario, ma uno stato di eccezione totale. Quale altro tassello aggiungeresti a questa analisi? Andrea Russo: Direi che le vicende storiche degli anni Venti e Trenta avrebbero dovuto funzionare come un monito. Invece è accaduto che lo stato di eccezione è tornato progressivamente a infiltrarsi nell’intera vita politica delle democrazie occidentali. In tal senso, il problema consisterebbe nel ricorso sempre più frequente dello stato di eccezione come modalità di governo della società. Evidentemente non si tratta più solo di una sospensione temporanea del diritto, né di una restrizione delle libertà fondamentali di determinate categorie di individui, gruppi sociali o organizzazioni, quanto piuttosto dell’affermarsi di un nuovo paradigma di governo della popolazione. Tecnicamente le procedure derogatorie di sospensione del diritto sono la caratteristica precipua dello stato di eccezione [4]. Questa nozione appare quanto mai opportuna, non solo per rendere conto di eventi storici come la sospensione da parte del regime nazista di tutti gli articoli di garanzia delle libertà individuali contenuti nella Costituzione di Weimar, ma anche per descrivere la situazione attuale, caratterizzata dalla moltiplicazione esponenziale dei dispositivi securitari: leggi antiterrorismo, detenzione preventiva, pacchetti sicurezza, campi di internamento, detenzioni amministrative cui bisogna aggiungere le agenzie di sicurezza private, i sistemi di videosorveglianza e di schedatura biometrica, ed oggi la guerra: il dispositivo securitario per eccellenza, che li mette tutti sistematicamente in opera. Redazione Ahida: A proposito di sicurezza, nel vostro libro viene ripresa questa riflessione di Gilles Deleuze: «Tutto un neofascismo si sta installando, in rapporto al quale l’antico fascismo si presenta come mero folklore [...]. Piuttosto che essere una politica e un’economia di guerra, il nuovo fascismo è un’intesa mondiale per la sicurezza, per la gestione di una “pace” non meno terribile, con l’organizzazione concertata di tutte le piccole paure, di tutte le piccole angosce che fanno di noi dei microfascisti, pronti a soffocare ogni volto, ogni parola un po’ forte, nella propria strada, nel proprio quartiere, nel proprio cinema» [5]. Sembra in linea con quello che stiamo dicendo e aggiunge un altro tassello all’analisi, il nesso con la dimensione sicuritaria? Andrea Russo: Qui Deleuze invita a riflettere sul fatto che, invece di preoccuparsi delle vecchie forme di fascismo, bisognerebbe temere la generalizzazione della sicurezza come imperativo assoluto, come diritto che ha sempre più diritto degli altri. È infatti la combinazione dello stato di eccezione con il paradigma securitario che rilancia i fascismi oggi. Nel momento in cui la sicurezza diventa “totalitaria”, nel senso che tende a imporsi sia come paradigma fondamentale dell’azione di governo che come desiderio sociale scatenato dalla paura dell’altro, tutti i principi basilari dello Stato di diritto – libertà, democrazia, diritti dell’uomo, tolleranza religiosa – vengono disattivati. Redazione Ahida: L’uso reiterato dello stato di eccezione e dei dispositivi securitari come tecnologia normale di governo non produce come risultato una democrazia più forte, ma una democrazia blindata che ci sembra avere poche alternative se non sfocia nella guerra, interna o esterna che sia. Andrea Russo: È così. Dalla strada al quartiere, dalla città alle relazioni internazionali, la generalizzazione della sicurezza si è imposta come imperativo assoluto della regolazione della convivenza sociale, alimentata e giustificata a sua volta da quella che Michel Foucault chiamava la “cultura del pericolo”. Ecco ciò che scrive: «Quello che lo Stato propone come patto alla popolazione è: “Sarete protetti”. Protetti da tutto ciò che può essere incertezza, danno, rischio. […] Lo Stato che garantisce la sicurezza è uno Stato obbligato a intervenire in ogni occasione in cui la trama della vita quotidiana è lacerata da un evento singolare, eccezionale. Perciò la legge non è più adatta; perciò, sono necessari questi tipi di interventi, il cui carattere eccezionale, extra-legale, non dovrà più apparire come segno di qualcosa di arbitrario né di un eccesso di potere, ma al contrario come un’attenzione premurosa» [6]. Il nuovo potere si presenta come un genitore onnipresente, pronto a proteggerci dagli imprevisti della vita; un padre premuroso che sa intervenire al momento giusto e con i mezzi più efficaci, perché non tiene conto di quelle vecchie abitudini che sono le leggi e le giurisprudenze. E che, beninteso, fa tutto questo solo per il nostro bene. Il nuovo potere è quello che dice: “Niente paura, risolviamo noi il problema, gestiamo noi la situazione, costi quel che costi, compreso la guerra e lo sterminio”. Vorrei inoltre soffermarmi un istante su ciò che scrive a proposito del tema pace-sicurezza il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, giustiziato nel campo di concentramento di Flossenbürg nell’aprile 1945: «Non c’è via per la pace sulla via della sicurezza. La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza. Esigere sicurezza significa essere diffidenti e a sua volta tale diffidenza genera la guerra. Cercare delle sicurezze significa volersi proteggere. Pace significa abbandonarsi completamente al comandamento di Dio […]» [7]. Mi sembra che qui Bonhoeffer riesce a cogliere molto bene l’impasse della situazione attuale: l’intesa mondiale per la sicurezza è fondata sulla diffidenza, ma dalla diffidenza può generarsi solo la guerra. E così il circolo si chiude e, oggi come ieri, si ripete all’infinito, lasciando solo macerie e sangue da tutte le parti. In fondo, il monito del Vangelo su questi temi è lo stesso da duemila anni. «Quando si dirà: “pace e sicurezza”, allora d’improvviso lì colpirà la rovina […] e non scamperanno» (1Ts, 5,3). NOTE [1] P. Di Vittorio, A. Manna, E. Mastropietro, A. Russo, L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo, Action 30, Bari 2009. [2] Cfr. https://www.ahidaonline.com/post/fascisminotepreliminari. [3] Cfr. G, Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003. [4]Cfr. J. C. Paye, La fine dello Stato di diritto, manifestolibri, Roma 2005. [5]G. Deleuze, L’ebreo ricco, in Id. Due regimi di folli e altri scritti, Einaudi, Torino 2010, p. 106. [6] M. Foucault, La sicurezza e lo Stato, in Id, La strategia dell’accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984, :due punti edizioni, Palermo 2009, pp. 71-72. [7] D. Bonhoeffer, Scritti scelti (1933-1945), Queriniana, Brescia 2009, p. 64. Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.
- post-poetica
Due prose inedite Sophie Durand Molti e differenti sono i modi di affrontare contemporaneità, storia e microstoria, facendo scrittura di ricerca. Uno di questi affiora nei due inediti di Francesca Perinelli proposti qui. Il primo legato al nodo necessario e insieme problematico (talvolta... inaccettabile) che lega le immagini, il "film", all'ingiustizia - anche laddove è solo con le immagini che si pensa di poter 'restituire' alcuni dati. Il secondo testo, diversamente/analogamente, applica la tecnica dell'allargamento di campo della macchina da presa: dalla quotidianità all'orrore, includendo questo in quella; così facendoci riflettere su quanto il flusso delle figure ci investa senza interne soluzioni di continuità. montare un caso – istruzioni e un esempio pratico lo sfratto era stato rinviato un centinaio di volte una lunga serie di ciak a volte ripetuti in gran numero è stato fondato a Milano nel 1975 il materiale è costituito da varie scene venne sgomberato nel 1994 l'ordine delle riprese non è cronologico era stato nuovamente notificato per il 9 settembre si è però deciso negli ultimi giorni un colpo secco - era stata avviata una raccolta fondi per resistere durante le riprese aveva presentato una manifestazione d'interesse al comune per un immobile un colpo secco, durante le riprese, viene battuto da un membro della troupe - le operazioni sono iniziate intorno alle 7.30 per comprendere l'importanza di questo momento poco conosciuto, facciamo un esempio concreto. consideriamo una scena di dialogo dove, in fase di ripresa, siano state girate una serie di inquadrature secondo uno schema classico giovane: - lei chi è? ministro: - il ministro dell'interno giovane: - dopo quarant'anni di nuovo uno sgombero ad agosto. non mi pare una buona idea ripetere il passato. avevano richiesto l'uso della forza pubblica per il 9 settembre, è vero? ministro: - oggi finalmente viene ristabilita la legalità. tolleranza zero. - tira fuori un video e lo porge al giovane il giovane lo guarda incredulo e rimane in silenzio: sullo schermo una donna afferma: "in uno stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità. le occupazioni abusive sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole” ministro: - la conosceva? giovane: - la verità... perché non dice la verità, cosa vuole nascondere? è in questo momento che il montatore inizia a tessere la sua tela e a realizzare il film * l’osservatore il tavolo ha struttura e piano di legno verniciato di marrone scuro lucido. attorno e sopra, odore di frittata alle verdure consumata da poco sul tavolo su cui sta una lampada di produzione cinese con stelo e base in plastica argentata e un coperchietto, sempre in plastica, di colore bianco. è accesa e manda una luce fioca di tonalità calda. accanto alla lampada stanno due fogli stampati e commentati e matita con grafia irregolare a larga. poco oltre, la copia di una rivista e un gatto che vi dome sopra e sussulta ogni tanto per il baccano dei vicini proveniente dalle finestre aperte per il caldo anche a tarda ora. sopra l’altra porzione di tavolo stanno un telefono nero collegato a un cavo bianco che termina con una presa nel muro e un pc acceso con sopra due mani e relativi avambracci di un’entità umana con occhi fissi su un uomo giovane dai capelli corti, la barba di qualche giorno e una maglietta grigia, steso supino su un pavimento a scacchi bianco e rosso. è in preda a convulsioni per i lacrimogeni lanciati poco prima nel supermercato. alcune mani cercano di calmarlo passando ripetutamente sul suo torace. scuote la testa da un lato all’altro, dietro di lui sono incolonnati pacchi di bottiglie d’acqua e di coca cola incellofanati. ora è inquadrato un uomo di mezza età con una camicia bianca e il simbolo della mezzaluna rossa stampata sulla manica visibile. l’operatore allontana a gesti le altre persone, ferma la testa dell’uomo con le proprie mani, gli parla in arabo. l’uomo sembra comprendere quello che gli viene detto ma non smette di tremare. i suoi occhi sono aperti. la fine del video blocca il suo sguardo mentre trapassa lo schermo. il tavolo scompare, l’osservatore si scopre creato dall’uomo
- selfie da zemrude
Il racconto del Boomernauta Pandemia Memetica: La High Frontier e i Techno-Tycoon Krain Zapor «Alcuni vedono il presente come un’epoca di disastri e di catastrofi. C’è una politica della paura. Ma, per me, ci troviamo sul punto di vivere il crollo del capitalismo. È la posizione più ottimista che si possa abbracciare. Non si deve aver paura del collasso. Bisogna accettarlo. Non è il collasso delle persone e non è il crollo degli edifici, ma delle relazioni di potere che hanno trasformato gli esseri umani e il resto del mondo in oggetti messi gratuitamente al lavoro per il capitalismo.» Jason W. Moore, Stiamo vivendo il crollo del capitalismo. Intervista di Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su “Mediapart” 2015.1«Non è affatto impossibile che una forma in cui l’essere umano si è espresso anche attraverso un immenso periodo di tempo, scompaia quasi senza traccia, come non è impossibile che forme nuove, quasi non preannunciate, si costituiscano in una determinata fase dell’evoluzione della coscienza.» Angelo Brelich, Il cammino dell’umanità, Bulzoni, Roma, 1985, p. 208. Note: https://jasonwmoore.com/wp-content/uploads/2017/08/Moore-Stiamo-vivendo-il-crollo-del-capitalismo-Ital-trad-of-Mediaparte-interview-2016.pdf. La High Frontier e i Techno-Tycoon Il racconto del Boomernauta comincia nel tempo del nostro incontro, nei primi anni 20 del XXI secolo. In quell’epoca i tech- no-tycoon – signori delle piattaforme globali e mercenari del neurocapitalismo – di fronte a una situazione che si annuncia caotica si lanciano nella conquista dello spazio. Animati dal credo transumanista, cercano vie di fuga e vagheggiano di creare nuovi mondi da sfruttare: una nuova High Frontier, destinata a pochi privilegiati… Il 4 novembre del 1980 il cielo ci cadde sulla testa1. Per noi boomer rivoluzionari, reduci da una sconfitta che capita una volta sola nella vita, da quel giorno era materialmente cominciata l’era della controrivoluzione della Governance Neoliberista2 o Gov Neolib. Quasi mezzo secolo dopo la Gov Neolib entrava in una nuova fase che l’avrebbe condotta alla dirittura finale. Fu allora che nei media mainstream, come li chiamavamo noi all’epoca, apparve una campagna preoccupatissima sull’inquinamento spaziale come se, nel caos terrestre che aumentava di giorno in giorno per il degrado senza precedenti della vivibilità della biosfera, quella fosse una grossa preoccupazione. Sostenevano che i detriti avrebbero aumentato il rischio che l’orbita terrestre potesse diventare impraticabile a causa dei pericoli di collisione. Attorno al pianeta giravano probabilmente milioni di oggetti disparati. C’erano vecchi satelliti, stadi di razzi esauriti, frammenti derivanti da collisioni o addirittura da esplosioni di stazioni spaziali incendiate e abbandonate e una miriade di piccoli rottami. Si diceva che ci fosse anche qualche corpo di astronauta più o meno conservato e questo era il risultato di quasi un secolo di invasione dello spazio orbitale anche se ora il servizio sperimentale di nettezza e funeraria spaziale prometteva di porre rimedio a questa situazione. In realtà, coloro che erano maggiormente preoccupati erano proprio i techno-tycoon, che negli ultimi anni avevano contribuito in modo significativo all’inquinamento della Terra, pur essendo anche i più interessati alle vie di fuga dal pianeta. I techno-tycoon, che alcuni denominavano anche tecno-oligarchi, erano una ristretta cerchia di individui tra i più ricchi del mondo, che avevano inizialmente costruito il proprio potere sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, e che poi erano diventati i signori delle piattaforme globali e più in generale delle multinazionali dell’innovazione. In origine erano concentrati negli Stati Uniti3, la grande nazione imperialista che dominava l’Occidente4, ma successivamente erano emersi anche altrove. All’inizio del XXI secolo, la decisione dei techno-tycoon di intraprendere attività spaziali apparve a molti come un’originalità tipica dei miliardari, specialmente considerando che alcuni di loro avevano inaugurato personalmente il turismo spaziale. Era invece una mossa riflettuta, complessa e con molteplici sfaccettature e implicazioni. L’aspetto economico era sicuramente presente, ma era anche una sorta di copertura: nell’epoca pioneristica della guerra fredda l’industria spaziale aveva simboleggiato la potenza dei due blocchi dominanti in un mondo bipolare e sarebbe stato impensabile, persino in Occidente, di subappaltarne l’essenziale a imprese private. Ma ormai questi limiti non avevano più senso. Nonostante lo stato precario della biosfera e la crescente densità di spazzatura spaziale, era consentito ai techno-tycoon e alle multinazionali di mettere in orbita numerose costellazioni di migliaia di satelliti. Il loro obbiettivo era di migliorare internet per rendere connesso, e quindi controllabile, ogni metro quadro della superficie terrestre. Il lancio di un turismo spaziale riservato a una piccola élite, visto l’assurdo costo ecologico per passeggero, non era considerato un’originalità, ma un serio progetto business. Non sorprende quindi che, nonostante la storica impresa di inviare un equipaggio umano sulla Luna più di mezzo secolo prima, la NASA non fosse più in grado di inviare astronauti su una stazione spaziale in orbita a soli 300 chilometri di altezza senza affidarsi a società private. Era in questo senso che i techno-tycoon5 rivendicavano la loro diversificazione verso i profitti spaziali. Ci si poteva fidare di loro quanto a profitti, per il modo fulmineo con cui avevano accumulato le loro fortune. Non si trattava solo di capitale finanziario ma anche del potere personale che questi personaggi avevano acquisito, raggiungendo un livello di influenza paragonabile a quello dei rappresentanti politici di grandi Stati. Tale era la loro influenza che presidenti e capi di governo li accoglievano come pari, riconoscendo implicitamente il loro potere e la loro importanza. Era evidente che la loro permanenza al potere e la loro ricchezza fossero spesso più limitate rispetto a quella dei techno-tycoon. In effetti le grandi piattaforme erano diventate ingranaggi essenziali di regolazione e controllo neurale delle popolazioni e avevano una portata infinita- mente più estesa dei confini degli Stati-Nazione. I vincitori di questa spietata competizione nel colonizzare il pluriverso del bioipermedia6 diventarono poi techno-tycoon. Il loro modo di agire nell’ambiente del bioipermedia ebbe molto in comune con i Conquistadores che saccheggiarono e massacrarono le reti del vivente nel continente americano. Ma Colombo e i Conquistadores, al soldo di monarchie e poteri economici della loro epoca, dipendevano da questi ultimi, mentre i techno-tycoon ebbero buon gioco nell’invocare la lentezza e l’inadeguatezza delle vecchie istituzioni statali nelle loro campagne di conquista ed estrazione di valore dai comportamenti umani. Con la scusa della disruption tecnologica fecero del controllo neurale esercitato dalle loro piattaforme il perno di una nuova fase che si apriva: il neurocapitalismo. Tuttavia non sapevano che probabilmente erano i protagonisti di una delle ultime season del capitale. Ovviamente, l’autonomia con cui i techno-tycoon cercavano di stabilire nuove norme e la loro ambizione di assumere ruoli di governatori globali dell’informazione e del consumismo generavano attriti occasionali con alcuni poteri statali. Talvolta dopo anni di controversie legali in cui impiegavano schiere di professionisti, potevano essere costretti a pagare multe che, per quanto salate, non scalfivano i loro imperi finanziari. Erano ormai lontani i tempi in cui con le leggi anti-trust gli Stati avevano ancora il potere politico di disfare i monopoli tecnologici7. Si poteva quindi facilmente sospettare che attività e progetti spaziali dei tech- no-tycoon sottintendessero scopi più ambiziosi, ben al di là dell’abituale ricerca di profitto. Coscienti della gravità della situazione globale cominciavano la ricerca di altri universi materiali – asteroidi, satelliti, pianeti ecc. – come potenziali fonti di risorse estrattive o destinazioni per la migrazione umana; un modo per continuare a esercitare la loro influenza, come era successo in precedenza per il bioipermedia. Il turismo spaziale, la capacità di condurre voli abitati o quella di sparare satelliti a raffica, non erano quindi che la parte emersa dei loro obiettivi. In quel periodo, era ormai chiaro da tempo che l’umanità stava affrontando una grande crisi, il cui principale fattore scatenante era il disastro ecologico causato dalle proprie azioni. Nonostante non vi fosse ancora una conoscenza approfondita di tutte le cause e gli effetti, questa consapevolezza era diventata un tema centrale nelle narrazioni e riflessioni sulla situazione globale. I techno-tycoon cominciarono allora a vagheggiare una fuga da una Terra divenuta inabitabile. Questa trovata non era nuova, la fantascienza l’aveva spesso accarezzata e anche qualche grande agenzia spaziale dell’era bipolare. Ma ora si trattava di esorcizzare in qualche modo il destino mortale della biosfera, conformemente al loro credo transumanista di potenziamento dell’umano ormai simboleggiato dal geniale logo h+ per human+. Non a caso il transumanesimo si era diffuso proprio nei ristretti ambiti della Silicon Valley da cui provenivano i primi techno-tycoon, come un paradossale sincretismo fra tecnologia e religione che cercava vie d’uscita di fronte alla temuta crisi finale. Anche se ci si guardava bene dal dirlo, la sopravvivenza e il potenziamento promessi dai transumanisti erano riservati a un ristretto numero di privilegiati e in particolare all’élite tecnologica che poteva permetterselo. Per camuffare questa terribile prospettiva i techno-tycoon sollecitarono le loro divisioni marketing. Ne venne fuori la trovata vintage8 del nome di una nuova High Frontier da conquistare grazie all’innovazione tecnologica sfuggendo in un tempo all’attrazione e all’apocalisse terrestre. Insomma la High Frontier sarebbe stata una metafora inversa del mito della corsa verso l’Ovest dei tanti proletari pionieri del Far West; al loro posto questa volta l’élite delle classi dirigenti avrebbe partecipato alla conquista della High Frontier allontanandosi dalla Terra. Ovviamente avrai capito che questa allusione alla Frontier era dovuta ai techno-tycoon statunitensi. Ma pare che, sotto sotto, altri in Occidente e nell’Impero di Mezzo9 ne condividessero segretamente le ambizioni. Nei racconti e film di fantascienza spesso si doveva far fronte a un improvviso avvenimento apocalittico che avrebbe distrutto l’umanità. Tuttavia per techno-tycoon e transumanisti non c’era nulla di imprevisto anche se la loro soluzione finale avrebbe rischiato di trasformarsi in un gigantesco incubo in cui sarebbe apparsa la famosa immagine dell’ultimo elicottero sul tetto dell’ambasciata del Bias Empire o Impero di Sbieco10 (gli Stati Uniti) il giorno della caduta di Saigon o a quella un po’ meno vetusta della fuga in massa da Kabul sempre su un aereo da trasporto militare ex-imperiale… Note: Credo che qui il Boomernauta faccia riferimento al giorno dell’elezione di Ronald Reagan a presidente USA. Pare che quella data lo avesse particolar- mente marcato perché per una strana coincidenza proprio in quei giorni la polizia politica del suo Paese in una grande retata di attivisti era andata a cercarlo ma non l’aveva trovato. Dò qui una mia interpretazione storica approssimativa di quanto esposto dal Boomernauta: l’epoca neoliberista (aggettivo che lui sceglie al posto di neo- liberale) è da lui definita Gov Neolib a controllo neurale (neurocapitalismo). Avendo viaggiato nel futuro ci dice che durò circa dal 1980 al 2070. Un po’ meno di un secolo. Il precedente secolo breve, anche se poi non tutti erano d’accordo, secondo l’illustre storico Eric Hobsbawm era durato dal 1914 al 1991 ed era stato caratterizzato dal passaggio dalle società disciplinari a quel- le del controllo. Il piccolo periodo di accavallamento fra i due, è un punto di vista sull’inizio della controrivoluzione: io preferisco il 4 novembre 1980 con la salita al trono di Reagan mentre EH l’aveva datato con la caduta del blocco sovietico. Cfr. anche Gov Neolib glossario. Il Boomernauta talvolta chiamava ironicamente gli Stati Uniti “Impero di Sbieco” in sarcastico riferimento a un altro grande e ben più antico impero che era la stella montante e riemergente da periodi bui: l’Impero di Mezzo e cioè la Cina. Come il Boomernauta spiegherà in seguito, dando per scontata la convenzione che l’Asia fosse situata all’Est e le Americhe all’Ovest, l’Occidente, contrariamente a quanto indica il suo nome non era costituito solo da Paesi geograficamente situati all’Ovest. Techno-tycoon: cfr. glossario. «Con mio grande compiacimento mi accorsi che il Boomernauta nonostante le sue peregrinazioni aveva letto Neurocapitalismo ed anzi per un momento mi illusi che fosse per questo che mi aveva fatto visita. In ogni caso riporto qui il passo del libro relativo al concetto di bioipermedia che nasce per definire l’insieme delle continue interconnessioni e interazioni dei sistemi nervosi e dei corpi con il mondo tramite il complesso dei dispositivi, delle applicazioni e delle infrastrutture reticolari. Per estensione la sfera bioipermediatica diventa l’ambito in cui la compenetrazione delle coscienze umane con queste tecnologie diventa talmente intima da generare una simbiosi in cui avvengono modificazioni e simulazioni reciproche».G. Griziotti, Neurocapitalismo, Mimesis, 2016, Milano, p. 120. Si veda anche il glossario. Il Boomernauta si riferisce all’impossibilità che ci fossero grandi procedure anti-trust come per esempio quella che nel 1982 aveva portato allo scorpora- mento della gigantesca AT&T, allora detentrice del monopolio statunitense delle telecomunicazioni. Penso che il Boomernauta facesse riferimento a un vecchio saggio della sua epoca:G.K. O’Neill, The High Frontier, Bantham Books 1977. Tradotto in italiano:G.K. O’Neill, Colonie umane nello spazio, Arnoldo Mondadori Editore, Mi- lano 1979. La Cina. Come quasi ogni ribelle della sua epoca, che aveva avuto la sua iniziazione politica nelle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, il Boomernauta aveva un dente avvelenato contro gli Stati Uniti o meglio i suoi governi e quindi chiama di solito gli Stati Uniti Impero di Sbieco come parafrasi dell’Impero di Mezzo (Cina) e forma dispregiativa.Impero di Sbieco: cfr. anche glossario.
- konnektor
Rivolta sull’Himalaya Enzo Patti L’irruzione di nuove masse popolari sulla scena politica ha scatenato una crisi irreversibile del sistema politico nepalese, la cui trasformazione strutturale dipende tuttavia dalla capacità di questi nuovi soggetti politici di diventare forze realmente antisistemiche e veramente costituenti. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Istituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Quando migliaia di adolescenti e ventenni nepalesi si sono riuniti l’8 settembre scorso nel quartiere degli edifici governativi di Kathmandu, per la maggior parte di loro si trattava della prima esperienza politica. Il fattore scatenante immediato delle proteste, che già da diversi giorni stavano prendendo piede, è stato la mesa al bando da parte del governo di oltre due dozzine di social media. Ma i manifestanti della «Generazione Z», come sono stati soprannominati, avevano obiettivi più ampi: l’élite politica cleptocratica del Nepal, con i suoi stili di vita opulenti esibiti sui profili social dei propri figli, ignari delle difficoltà affrontate dai nepalesi comuni. Gli eventi hanno presto preso una piega violenta e sorprendente, quando la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti disarmati, dopo che alcuni di loro avevano abbattuto le barriere di protezione erette vicino al Parlamento. Diciannove persone sono morte in poche ore e centinaia sono state ricoverate in ospedale. Proiettili di gomma e proiettili veri hanno continuato a fischiare fino a notte fonda. La violenza ha catalizzato la più grande rivolta urbana nella storia moderna di Kathmandu. Il 9 settembre, folle inferocite hanno incendiato la capitale, dando fuoco a ministeri, tribunali, case di politici e di magnati dell’industria, stazioni di polizia e aziende. Scene simili si sono ripetute in tutto il Paese, col risultato di ridurre in cenere i simboli locali dell’autorità. La rivolta ha attirato molti più partecipanti rispetto al numero di coloro che erano stati attaccati il giorno prima, compresi sostenitori di partiti politici e gruppi di sottoproletari alleati con monarchici e nazionalisti indù. Il ministro degli Affari esteri e suo marito (un ex primo ministro) sono stati aggrediti nella loro casa. Il primo ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso e si è rifugiato in una caserma dell’esercito; il presidente del Paese è stato messo in isolamento. Ad eccezione delle truppe che pattugliavano le strade, lo Stato sembrava essere scomparso. Il numero finale dei morti ha superato i settanta, mentre il numero dei feriti è salito a duemila. Poco dopo la caduta del governo, l’esercito, che ha assunto un ruolo politico attivo per la prima volta nella storia moderna del Paese, ha invitato il movimento di protesta a nominare un rappresentante per formare un governo. Sushila Karki, una giudice in pensione di 73 anni, nota per la sua integrità professionale, è stata scelta con una sorta di sondaggio fatto in una chat dell’applicazione di messaggistica istantanea Discord. Il Parlamento è stato sciolto e il governo provvisorio di Karki, formato da tecnocrati e funzionari senza affiliazione partitica e sostenuto dal movimento, ha avuto l’incarico di indire elezioni entro sei mesi. Questi eventi segnano una rottura senza precedenti nella politica nepalese. A prima vista, questa rivolta ha provocato il rovesciamento del governo apparentemente più forte degli ultimi anni, una coalizione guidata dal Partito Comunista Nepalese (Marxista-Leninista Unificato) di K. P. Oli e sostenuta dal Congresso Nepalese di tendenza liberale, che godeva di una maggioranza di due terzi nel Parlamento nazionale. Ma le ultime settimane suggeriscono che sono in atto cambiamenti più profondi nella politica nepalese: due generazioni di politici, che hanno dominato la vita pubblica dall’inizio degli anni ‘90, sono state emarginate, almeno per il momento, ed è stato messo in crisi l’ordine politico in vigore dal trionfo del movimento democratico nel 2006. Lo smantellamento della monarchia autocratica indù del Nepal e il processo di inclusione dei maoisti, un tempo ribelli, come forza legittima nella politica democratica sono stati supervisionati dai principali partiti nepalesi, il Congresso Nepalese e il Partito Comunista Nepalese (Marxista-Leninista Unificato), entrambi ora screditati ed emarginati. In realtà, questo accordo post-2006 – ufficialmente fondato sul trittico secolarismo, federalismo e repubblicanesimo – ha sempre rispecchiato le divisioni irrisolte di tipo regionale, etnico, di casta e di classe. La Costituzione del 2015, andata in porto dopo un decennio di false partenze, ha rappresentato un compromesso inadeguato. Da allora, i principali partiti nepalesi hanno iniziato in pratica a convergere, diventando oligopoli politici praticamente indistinguibili, senza praticamente alcuna opposizione e apparentemente impermeabili agli scandali sempre più gravi che affliggono il Paese. Il potere ruota tra coalizioni intercambiabili formate dai tre partiti principali, mentre la carica di primo ministro passa da uno all’altro degli stessi tre leader (K. P. Oli ricopriva la carica di primo ministro per la quarta volta). La rivolta non solo ha spazzato via questo sistema, almeno temporaneamente, e con esso le vecchie strutture di clientelismo politico organizzate finora dai quadri dei rispettivi partiti; altrettanto inequivocabile è il crollo di un’intera grammatica ideologica, che stava a fondamento del pensiero e del dibattito politico in Nepal fin dagli anni '60. Si trattava di un linguaggio di diritti, redistribuzione e status, portato avanti dai gruppi liberali e di sinistra, che perseguivano la democrazia parlamentare e intendevano affrontare le divisioni di classe e regionali realmente esistenti nel Paese. L’istituzione di una repubblica laica è stato il grande successo ideologico di questo linguaggio politico. I suoi principali sostenitori – i partiti politici, le ONG e la stampa – sono oggi, tuttavia, tra le istituzioni più screditate del Nepal. Offuscate dal loro legame con un ordine politico corrotto, questi ideali hanno lasciato il posto a slogan contro la corruzione – forse il motto del movimento – e a favore del buon governo e del merito. Il Nepal è il terzo Paese della regione in cui una rivolta popolare ha rovesciato il governo negli ultimi anni: le proteste nepalesi seguono le rivolte che hanno rovesciato la dinastia Rajapaksa in Sri Lanka nel 2022 e il regime di Sheikh Hasina in Bangladesh nel 2024. I tre movimenti erano guidati da una popolazione urbana, spesso composta da migranti recentemente arrivati nelle città, che non erano stati integrati nelle rispettive economie nazionali, tutte caratterizzate da una grande disuguaglianza. Tuttavia, i manifestanti dello Sri Lanka e del Bangladesh hanno sfruttato strategicamente le reti di attivisti e le formazioni politiche esistenti, sia quelle di recente creazione che quelle già consolidate. L’Aragalaya, nome dato al movimento di protesta dello Sri Lanka, ha unito sindacati, federazioni studentesche e vari collettivi di attivisti; in Bangladesh la mobilitazione guidata dagli studenti ha ricevuto il sostegno del partito di opposizione Bangladesh Nationalist Party e dell’Islamic Assembly of Bangladesh. La rivolta in Nepal, al contrario, è stata caratterizzata da una profonda ostilità nei confronti dei partiti politici ed è stata in gran parte estranea ad altre istituzioni tradizionali di azione collettiva, come sindacati, gruppi studenteschi e associazioni professionali. Tali istituzioni non sono riuscite a offrire spazio alla popolazione giovane del Nepal, ma hanno spesso fatto da porta d’accesso al lucroso mercato della fornitura di servizi pubblici, monopolizzato dai tre grandi partiti, un sistema che ha alimentato la corruzione tra le élite e il risentimento tra i giovani emarginati. In questo contesto, la messa al bando dei social media, fatto che ha scatenato la protesta, è stata vista come un attacco all’unico spazio collettivo su cui i giovani nepalesi sentivano di avere un certo controllo. Il rifiuto dei vecchi modelli politici è stato alimentato da diversi processi ed eventi. Il Nepal non ha subito un collasso economico debilitante né un’inflazione galoppante, come invece è accaduto in Sri Lanka, né una repressione governativa prolungata, come è avvenuto in Bangladesh. Tuttavia, il reddito pro capite è di 1400 dollari all’anno, uno dei più bassi della regione, e i nepalesi hanno visto scarsi miglioramenti nelle loro prospettive economiche negli ultimi anni, nonostante la riforma costituzionale del 2015 e la sua retorica inclusiva. Circa l’80% della popolazione lavora nel settore informale del Paese, spesso in condizioni precarie e con salari bassi, e oltre il 20% dei giovani è disoccupato. Negli ultimi tre decenni, la principale valvola di sfogo per questa pressione demografica di sottoccupazione giovanile è stata l’emigrazione di manodopera su larga scala, che l’accordo post-2006 non è riuscito a frenare. Tra il 2008 e il 2022, 4,7 milioni di nepalesi, in un Paese di 30 milioni di abitanti, hanno ottenuto nuovi permessi di lavoro per emigrare. Le rimesse inviate dall’estero al Nepal rappresentano un terzo del PIL nepalese, superando il totale degli aiuti e degli investimenti stranieri. (Casi di corruzione, che coinvolgono ministri del governo, hanno riguardato il rilascio di visti o programmi di reinsediamento di rifugiati legati al traffico di lavoratori). La destinazione principale della classe rurale, spesso proveniente da famiglie che abbandonano l’agricoltura, sono le economie emergenti del Golfo e del Sud-Est asiatico. Nel 2023 oltre 770.000 nepalesi hanno ottenuto permessi di lavoro per lavorare in queste regioni. Si parla meno del numero considerevole di membri della piccola borghesia e della classe media di estrazione urbana che sono emigrati in Occidente, di solito con il pretesto di proseguire gli studi superiori. In realtà, una parte importante dei manifestanti era costituita da studenti, molti dei quali speravano che un titolo universitario e un passaporto garantissero loro una posizione migliore all’interno della forza lavoro di reserva globale. Da notare, d’altra parte, l’esodo molto più consistente di nepalesi verso l’India, sia per motivi di lavoro che di istruzione, nonché la massiccia emigrazione attraverso reti illegali. Il movimento di protesta – all’interno del quale molti dei partecipanti provenivano da contesti provinciali e spesso da caste inferiori – rappresenta un luogo di convergenza di questi segmenti socialmente eterogenei. Il loro modus operandi spontaneo e orizzontale è in parte il risultato della loro esperienza generazionale. La loro memoria di un’azione collettiva non si richiama all’insurrezione maoista dei primi anni ‘90 e 2000, ma al volontariato di base in risposta ai terremoti del 2015. Grazie all’economia globale delle donazioni e alla diffusione della cultura delle ONG in Nepal, le organizzazioni non profit gestite dai giovani sono proliferate, affrontando problemi di ogni tipo, dalla carenza di cibo alle molestie sessuali fino alla discriminazione di casta. Tra i coordinatori delle proteste dello scorso settembre c’era una di queste ONG, Hami Nepal, nata dopo il terremoto e cresciuta durante la pandemia di Covid-19. Per chi è lontano dalla politica convenzionale, queste mobilitazioni decentralizzate sono diventate un modo per essere politici senza fare politica in modo tradizionale. Ideologicamente, l’immaginario di coloro che hanno guidato le proteste è stato anche formato da un’ecologia dell’informazione radicalmente trasformata. Un uso maggiore dei telefoni cellulari e un acceso più semplice ed economico ai dati hanno eroso il dominio del giornalismo e dell’analisi tradizionali, dando vita a uno spazio mediatico alternativo, che tende al reazionario e devia facilmente verso il complottistico. Le piattaforme che diffondono voci contrarie all’establishment eclissano i media tradizionali in termini di influenza e partecipazione. In questi spazi, la politica nazionale è spesso considerata un’estensione della competizione tra le grandi potenze, mentre i politici e i giornalisti sono visti come servitori delle agenzie di intelligence straniere. È interessante notare che gli immobili della più grande azienda mediatica del Nepal erano tra gli edifici incendiati il 9 settembre. Cresciuti in questa sfera pubblica trasformata, i giovani nepalesi sono spesso profondamente scettici nei confronti della politica tradizionale. Dato che la politica non è più considerata un mezzo per mediare tra gli interessi e le idee in conflitto nella società, prevale una sorta di demonologia politica fatta di «agenti», «infiltrati» e «traditori». Le teorie un po’ confuse che spiegano il mondo ed esagerano la posizione del Nepal nelle questioni globali mantengono un fascino seducente per settori importanti della popolazione. Il risultato della transizione politica in corso, sebbene impossibile da prevedere con certezza, dipenderà in parte dall’interazione delle forze e dei gruppi di interesse che competono per ottenere influenza. Un angolo dell’arena politica è occupato dal governo provvisorio di Karki, i cui funzionari mantengono legami segreti con i manifestanti; in un altro siedono, screditati, ma anche scontenti e potenzialmente poco collaborativi, i tre principali partiti. A causa dei fallimenti mortali dei loro vecchi leader, c’è da aspettarsi che si verifichino lotte interne per il loro controllo. Tuttavia, nonostante la loro impopolarità, la loro capacità organizzativa rimane ineguagliabile. Un terzo blocco chiave è costituito dai sindaci indipendenti recentemente eletti, alcuni dei quali sono arrivati a raccogliere un seguito su scala nazionale, e da una manciata di partiti di recente creazione, la cui fama sui social media compensa la loro mancanza di organizzazione e di struttura ideologica coerente. Sebbene questi attori siano in contrasto tra loro, condividono un obiettivo comune: la caduta del vecchio sistema. Anche i monarchici e i nazionalisti indù aspettano dietro le quinte. Sostenuti da provocatori ben finanziati, hanno cercato di trasformare la crisi in caos nella speranza di minare la fiducia dell’opinione pubblica nella repubblica laica. Infine, ci sono diversi partiti di livello regionale che affermano di rappresentare comunità etniche emarginate. Nati dalla promessa di decentralizzazione fatta dopo la guerra civile, queste forze, un tempo potenti, continuano a diffidare di qualsiasi minaccia alla struttura federale del Nepal. E, infine, c’è l’esercito, pronto a intervenire nuovamente se l’ordine pubblico dovesse crollare. Sebbene il governo di Karki goda di una buona dose di fiducia da parte dell’opinione pubblica, è fragile, il che è in parte dovuto alla natura del movimento senza leader che, in teoria, lo guida. Nessuno sa se coloro che affermano di rappresentarlo tengano presente le tendenze espresse dalle chat, leggano lo stato d’animo della strada o semplicemente prendano le loro decisioni tra di loro. Il governo è anche gravato da aspettative divergenti, e talvolta contraddittorie. Sebbene il suo obiettivo principale sia quello di indire le elezioni, ci si aspetta anche che il governo indaghi sugli omicidi dell’8 settembre scorso e sui disordini del 9. Molti si aspettano che avvii indagini sui principali scandali di corruzione e persegua i colpevoli. Tuttavia, il fattore decisivo è forse la posizione del governo rispetto alla Costituzione del 2015. Creata dai tre partiti oggi destituiti, la solidità delle sue disposizioni fondamentali è sempre più messa in discussione e alcuni sostengono che tale Costituzione dovrebbe essere completamente abrogata. L’uso del sistema proporzionale nelle elezioni parlamentari e l’istituzione di governi provinciali nell’ambito di una struttura federale sono stati oggetto di critiche specifiche. Da parte loro, i rappresentanti del movimento chiedono che un esecutivo eletto dal popolo sostituisca il primo ministro espressione della volontà del Parlamento, presupponendo così che il governo sarebbe meno prigioniero della politica dei partiti. Queste iniziative costituzionali potrebbero aprire nuove divisioni, anche tra il governo ad interim e i protagonisti delle proteste. Anche le attività di attori non statali possono rappresentare delle difficoltà. Dall’inizio delle proteste, i media tradizionali, gli opinion leader e le persone influenti della regione e dall’estero si sono impegnati a fondo per attribuire il cambiamento di regime, di volta in volta agli Stati Uniti, all’India o alla Cina, a seconda di chi si esprime. Il conduttore televisivo di estrema destra Arnab Goswami, ad esempio, preoccupato per il deterioramento delle relazioni dell’India con gli Stati Uniti, suggerisce che quest’ultimo Paese abbia avuto un ruolo nelle proteste, vedendole come un’ulteriore prova – dopo Colombo e Dacca – dell’accerchiamento e dell’isolamento strategico dell’India. Non va sottovalutato il potere di questi discorsi nell’influenzare la politica in Nepal. I militanti nazionalisti indù degli Stati settentrionali dell’India, che hanno cercato attivamente partner nella politica nepalese, pongono minacce concrete di altro tipo. Ma il futuro politico immediato del Nepal dipende in gran parte dall’evoluzione della sua «Generazione Z», un’espressione che crea confusione più di quanto spieghi. L’8 settembre, era incentrato su un gruppo informale di studenti delle scuole superiori e universitari, alcuni online, altri nelle strade. Il giorno dopo, con il Paese in fiamme, l’espressione «8 settembre» era diventata una categoria politica e le folle di giovani che manifestavano contro il divieto dei social media si sono ritrovate improvvisamente al centro di una rivolta esistenziale. Tuttavia, con il placarsi del fervore della ribellione e in assenza delle strutture organizzative e del bagaglio ideologico dei movimenti più convenzionali, la coalizione dei giovani nepalesi potrebbe andare incontro a dispersione o addirittura a fratture, soprattutto se le vie per emigrare si restringono. Dallo scoppio delle proteste, gli Emirati Arabi Uniti hanno smesso di rilasciare visti di lavoro e di viaggio ai cittadini nepalesi, mentre Australia, Canada e Stati Uniti hanno inasprito le loro politiche, che colpiscono sia gli studenti internazionali che i potenziali migranti. La riduzione delle opportunità economiche può mettere a dura prova la solidarietà politica in un momento in cui la sua necessità è sempre più sentita. La calma è tornata nelle strade di Kathmandu, ma è una calma che esprime sia la disperazione collettiva che il raggiungimento di un risultato trionfale. Il disincanto da solo è qualcosa di rischioso su cui costruire alleanze. Tuttavia, il fatto che giovani di origini e background sociali molto diversi si siano decisamente lanciati nel campo della politica può essere un segnale di un futuro migliore, o almeno così sperano molti. Saranno i prossimi sei mesi a dirlo. Testi consigliati Achin Vanaik, La nuova Repubblica dell’Himalaya, «NLR» 49 Luca Mangiacotti, In Nepal, la Generazione X sta facendo una rivoluzione, «Diario Red» 04/10/25 Naoami Hossain Luglio sanguinoso in Bangladesh, «Diario Red» 04/08/24 Shubhanga Pandey è dottoranda presso il Dipartimento di Storia dell’UCLA ed ex redattrice capo di «Himal Southasian».
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Presentazione libro: La logistica in Italia di Andrea Bottalico Martedì 11 novembre la redazione di ahida ha presentato il libro di Andrea Bottalico presso la Casa del Municipio I in via Galilei 53. Moderati da Alberto Violante, erano presenti l'autore Andrea Bottalico , Marco Verruggio di puntocritico.info , Pedretti di Usb, Musso Sicobas, Petrarolo di Usb Porti di Civitavecchia e Amoroso di Cub Trasporti. Grazie allo studio di Bottalico, il dibattito si è inizialmente concentrato sul bilancio delle lotte sindacali nel settore della logistica negli ultimi quindici anni. Oggi, però, il panorama è cambiato. Parallelamente all’avanzamento delle battaglie operaie e al miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, le aziende del comparto hanno investito in innovazione. La logistica continua a rappresentare un nodo centrale nella produzione capitalista contemporanea, ma è un settore in rapida trasformazione. Resta dunque aperta una domanda: la componente operaia e sindacale sarà in grado di raccogliere questa sfida? Al seguente link potete trovare la recensione del volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Buon ascolto! Podcast: https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/19bc0ab4/presentazione-libro-la-logistica-in-italia-di-andrea-bottalico Spotify: https://open.spotify.com/episode/4YnQwqWlp1DM4o4tRFMCap?si=-SxtZfnWS8SbhieS2mgiTA
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Immaterial Workers of the World In occasione della scomparsa di Paolo Virno la rivista «Effimera» gli ha meritatamente reso omaggio pubblicando il testo da lui scritto Che te lo dico a fare comparso sul n. 18 della rivista «DeriveApprodi» nella primavera del 1999. Le decine di articoli firmati da soggetti singoli e realtà collettive che compaiono in quel voluminoso numero ebbero a riferimento quel testo. La discussione preliminare che portò alla sua stesura coinvolse la redazione costruita per quello specifico numero (le redazioni della rivista cambiavano a seconda dei contenuti di ciascun numero) che comprendeva Marco Bascetta, Sergio Bianchi, Papi Bronzini, Ilaria Bussoni, Andrea Colombo, Paolo Virno, Augusto Illuminati, Toni Negri, Pino Tripodi, Mauro Trotta, Benedetto Vecchi. Forse mi dimentico di qualcun* e in tal caso me ne scuso. A due anni da quella pubblicazione la rivista pubblicò su quegli stessi temi uno dei suoi giornali intitolato Immaterial Workers of the World. Questo numero del giornale (il cui elegante progetto grafico è opera di Andrea Wöhr) è ora consultabile nella sua integrità nel comparto «archivi» della rivista «ahida» (ahidaonline.com).
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L’amicizia davanti alla morte In questo testo del 2001 Paolo Virno riflette sull’ultimo tratto di tragitto esistenziale di un amico carissimo: Luciano Ferrari Bravo. (Il titolo del testo è della redazione) Un anno fa, Christian telefona e dice che Luciano non ha più molto tempo. Il giorno dopo, sono a Padova. Luciano scende le scale interne del suo appartamento appoggiandosi al figlio, Federico. Molto magro, ma intatto. Nerella non gli ha preannunciato la visita. È contento dell’improvvisata, quest’uomo gentile. Parliamo, seduti nel salottino. Libri, mi chiede di mandargli un saggio su Vygotskij appena uscito. Politica, non ricordo. Rievocazioni di giornate al mare, a più riprese. Resoconti di liti e rappacificazioni. Amici che mandano saluti. Christian scherza sulla «bolla speculativa» dei mercati finanziari, evocata come un baubau dalla sinistra patetica. Luciano sorride. Più tardi, si cena insieme, in tanti. Parte il gioco delle battute e delle iperboli. Come in cella: a chi la spara più grossa. Luciano ha un gesto di insofferenza quando lo aiutiamo, «non sono mica Babbo Natale». La stanchezza prevale, deve coricarsi. Ci abbracciamo guardandoci negli occhi: un dio misericordioso mi evita di dire sciocchezze, tipo «ci vediamo presto». Soltanto due amici che si salutano una volta ancora. Ventidue anni fa, l’estate del 1979 nel braccio speciale di Rebibbia, il G8. Dopo l’isolamento, mettono me e Lucio Castellano con gli altri imputati del «7 aprile». È l’ora d’aria, quando li raggiungiamo. Se ne stanno in fondo al piccolo cortile di cemento, appoggiati al muro per sfruttare l’ombra. Costumi da bagno, ciabatte, abbrutimento da cattività e calura. Ci vengono incontro da ogni lato, come un rimorso. Tra loro un uomo di trasandata eleganza (calzoni corti bianchi, da barca a vela), snello, con grandi baffi su un viso olivastro, asciutto. Luciano. Fino ad allora ne conoscevo soltanto i libri: in Potere operaio non ci si era mai incontrati. Cella in comune, con Toni e Emilio Vesce. Pallavolo, pacatezza, curiosità reciproca. La sua ironia vedendomi alle prese con il secondo libro del Capitale: un po’ tardi, no? Poi la diaspora: trasferimento «a strappo» che è ancora notte, ognuno in un diverso carcere speciale, Luciano a Favignana, a recitare la parte dell’abate Faria sotto il livello del mare. Di nuovo insieme tre mesi dopo, a Palmi calabro, prigione nuova di zecca per soli «politici». Dalla cella singola di Luciano, in certe giornate di gennaio con il cielo di smalto, si vedevano le isole Eolie. Molti anni dopo, dopo molto mare spartito insieme come la pagnotta dei primi cristiani, ho pensato all’incanto e allo scoramento che deve aver provato alla vista del profilo di Stromboli di là dalle sbarre. I seminari a Rebibbia sull’incipit enigmatico della Fenomenologia dello spirito e sull’etica di Kant applicata ai «pentiti». Luciano anfibio, o almeno bifronte: metà vecchia scuola, pensiero forte, Marx Keynes Schmitt, metà Mille plateaux, rottura epistemologica del ’77, attenzione all’emergere di una «nuova specie» oltre l’epoca del lavoro salariato. Non si poteva prevedere da quale Luciano, se da Jekyll o da Hyde, sarebbe venuta l’obiezione a un argomento sbilenco. In certi casi memorabili, le due metà si coalizzavano, ibridandosi di buon grado in ossimori seducenti. È così difficile capire l’allegria e il benessere che può suscitare un passo avanti, anche solo ipotetico, nel lavoro sulle idee? Bisogna essere proprio degli spiritualisti incalliti per misconoscere il carattere corporeo, talvolta adrenalinico, di un’avventura concettuale. Il giorno della sentenza, nel 1984, né lui né io andiamo in aula a farci impalare. Nel cortile, con la terra che in giugno è polvere e dune, giochiamo a tennis, mentre gli altri, vestiti a festa, vanno dall’oste a ritirare il conto. Le mani sudate, rigido come uno spaventapasseri reduce da un ictus, butto fuori tutte le palle. Ho preteso troppo da me stesso, non sono in grado di reggere tanto snobismo. Luciano invece si appassiona e smadonna e gioca di fino. Resterà, questa immagine di rilassatezza e virtuosismo, come un vademecum buono per affrontare ogni sorta di Giudizio Universale. Tornerà, questa immagine, a proposito del suo modo di morire, degli ultimi mesi (dal dicembre 1999 all’aprile successivo), quando discute per telefono delle aporie della sovranità e intanto ti tiene al corrente su di sé: le vie che gli restano per cavarsi dai guai, gli esiti non entusiasmanti delle cure, i primi dolori che lo sfiancano e lo allontanano, rendendo il dialogo asimmetrico. (Dopo che morì Lucio Castellano, nel 1994, Luciano e io celebrammo insieme un sobrio rito in memoriam, percorrendo a nuoto un tunnel marino che avevamo esplorato anni addietro con il compagno nostro carissimo. Ora, di tanto in tanto, nuoto da solo in quel tratto di mare ricordando l’amico con cui ho ricordato l’amico. Per questa vertigine, i francesi hanno una buona espressione: en abyme). Quindici anni fuori del carcere. Il miglior lettore, uno dei pochi cui si pensa mentre si scrive, presente ai bordi della pagina come il «coro di controllo» di cui parla Brecht, o il sorriso del gatto del Cheshire in Alice. Le discussioni periodiche, stagionali quanto i lavori di campagna, sempre semina e mai raccolto, i tentativi sfocati e quelli vividi di trovare la parola che squadrasse il foglio di fine millennio. Dopo la galera, Luciano non si è mai illuso che potessimo vivere una rivincita in grande stile. E ha rifuggito come la peste il risentimento astioso. Voleva un po’ di buona vita, questo sì, qualche giornata perfetta da degustare come un bicchiere di rosso o un libro ben temperato. E voleva, questo pure sì, una ricerca teorica a pieni polmoni, ambiziosa e spregiudicata, sulla grande trasformazione del lavoro, delle forme di vita, della compagine statale. L’ha voluta, una ricerca del genere, anche nell’ora del declino, essendo convinto che le faccende del mondo sublunare (leggi, governi, rivoluzioni) non diventano bazzecole neanche alla fine, se non per chi è già morto prima di morire. Che Luciano abbia pensato con acume problemi essenziali della teoria politica, privilegiando i nodi più aggrovigliati e i paradossi meno addomesticabili, questo è noto alla parte migliore di due generazioni. In ogni caso, basta sfogliare la raccolta di scritti suoi, appena pubblicata, per rendersene conto. Ciò che qui vorrei ricordare è il modo in cui si è sforzato di riflettere sulla propria morte. Dei comportamenti si sa: pudore e decenza; risparmiare al prossimo, per quanto possibile, il disagio; l’immancabile «grazie» al medico che ha badato a lui negli ultimi giorni ciancicati e soporiferi. Ma oltre ai comportamenti, la riflessione in senso stretto. Se preferite: l’uso materialistico della cultura in una situazione di emergenza. Quando il tumore si manifestò la prima volta, e poi sembrò sconfitto, Luciano mi disse di aver riletto con voracità le pagine di Essere e tempo sulla finitezza, e il passo di Spinoza sull’eternità per gli atei, e La morte di Ivan Ilic di Tolstoj, per capire meglio quel che gli stava capitando e, anche, per sottoporre a ruvida verifica la tenuta di testi celebrati. Un doppio experimentum crucis: esperimento su di sé mediante i libri che contano, esperimento su quei medesimi libri mediante il proprio sé vulnerato. Mi colpì l’assoluta serietà del suo rapporto con le idee. Queste non se ne stavano altrove, neghittose e superflue, rispetto agli accadimenti estremi dell’esistenza, ma erano un attrezzo concretissimo, talvolta soccorrevole, semmai imperfetto come una vite spuntata. La malattia, dicono, fa piazza pulita dell’inessenziale: si vede che letture e pensieri, inessenziali non erano, per Luciano. Per un materialista come lui, era abbastanza ovvio che il verbo debba farsi carne. Paolo Virno (Napoli, 1952 – Roma, 7 novembre 2025) è stato un filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Formatosi nel movimento operaista, partecipò a Potere Operaio e contribuì alla fondazione della rivista Metropoli insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno. Dopo un periodo di detenzione negli anni Ottanta, sviluppò le sue teorie nella rivista Luogo Comune e DeriveApprodi. Tra le sue opere principali si ricordano Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio (Donzelli Editore, 1995), Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, 2001), Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (DeriveApprodi, 2022). La sua riflessione ha intrecciato linguistica, filosofia politica e teoria critica, offrendo strumenti originali per comprendere il lavoro, la soggettività e le dinamiche sociali nel capitalismo contemporaneo.
- scienza e politica
Politica contro Scienza Luca Saraceni È indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? La Politica contro la Scienza? Non mi sarei mai immaginato di scrivere un articolo come questo, io che ho iniziato la maturazione politica nel 1968 denunciando l’uso della Scienza da parte del capitale. Allora si trattava di demistificare la «neutralità» della scienza, mostrando come la scienza fosse spesso usata e a volte diretta in funzione delle scelte politiche della classe dominante. Un esempio inoppugnabile dell’alleanza fra Capitale e Stato nell’uso della scienza fu il Progetto Manhattan realizzato dagli Stati Uniti fra il 1942 e il 1946 con l’appoggio della Gran Bretagna e il Canada. Il progetto riunì eminenti fisici e rappresentanti dell’industria bellica americana per produrre l’arma finale, la bomba atomica. Il potere politico ed economico hanno sempre influito sulle scelte strategiche della scienza, indirizzando la ricerca scientifica ai loro fini attraverso politiche di ricerca e finanziamenti mirati. Negli ultimi decenni, la scienza accademica, nei paesi detti occidentali, è riuscita a ottenere una certa autonomia, purché fosse all’interno delle scelte politiche strategiche degli Stati. Con lo sviluppo accelerato delle tecnologie, la scienza applicata ha preso il sopravvento nei piani nazionali di ricerca. C’è bisogno assoluto di una collaborazione stretta fra scienza fondamentale e scienza applicata, particolarmente nei campi della ricerca energetica e biologica. Tuttavia le scelte politiche dei paesi industrializzati, convinti che la tecnologia sia il motore di progresso economico e di profitti a breve termine per le aziende, hanno sbilanciato quest’equilibrio verso la ricerca applicata. Lo hanno fatto attraverso la definizione delle priorità strategiche, l’allocazione di fondi pubblici e la creazione di partenariati fra ricerca accademica e aziende private, a profitto di quest’ultime. Gli Stati Uniti, usciti indenni dal secondo conflitto mondiale, grazie alla loro ricchezza e al loro statuto di superpotenza, sono stati il paese che ha assicurato il più forte sviluppo della ricerca scientifica, seppure con attenzione privilegiata allo sviluppo tecnologico (Research and Developpement). Benché il fine di questi investimenti sia il profitto privato, i governi degli Stati Uniti avevano capito il valore strategico della ricerca accademica e avevano finora assicurato una larga autonomia alle sue istituzioni. È proprio da questo paese, gli Stati Uniti, che, sotto la presidenza Trump, la politica ha scatenato un’offensiva senza precedenti contro la scienza. Nel luglio di quest’anno, il Dipartimento dell’Energia ha pubblicato un rapporto che rimette in causa gli effetti nefasti del cambiamento climatico, in aperta contraddizione con il rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC), il più autorevole organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Lo scopo è di invertire la politica federale attuale, basata sul riconoscimento che il riscaldamento per effetto serra rappresenta una minaccia per il benessere pubblico e così permettere il rilancio dell’industria delle energie fossili. Trump aveva già firmato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima pochi giorni dopo il suo insediamento alla presidenza e si appresta a tagliare i fondi alla National Oceanic and Atmospheric Administration, l’Agenzia Federale che si occupa delle previsioni meteorologiche, del monitoraggio del cambiamento climatico e dello studio del mare. Il suo Segretario alla Salute, Robert Kennedy Jr., ha annunciato il licenziamento di 10.000 persone impiegate nelle principali istituzioni di ricerca degli Stati Uniti, il National Institutes of Health, la Food and Drug Administration, e il Center for Disease Control and Prevention. A giugno Kennedy aveva licenziato tutti gli esperti della Commissione di consulenza sulle pratiche di immunizzazione. Ha in seguito cancellato il finanziamento di ventidue progetti vaccinali basati sulla tecnologia dell’acido ribonucleico messaggero (mRNA), bloccando di fatto lo sviluppo di questa tecnologia, considerata uno dei maggiori progressi nella ricerca vaccinale. La tecnologia del mRNA infatti permette una produzione rapida e adattabile all’evoluzione del patogeno, cruciale in caso di nuove pandemie. È stato valutato che i vaccini mRNA hanno salvato milioni di vite durante la pandemia di Covid. Kennedy Jr., sostenuto da Trump, vuole invece dirigere la ricerca scientifica sui presunti legami fra vaccini e autismo, non confermati dagli studi scientifici. I tagli complessivi dei fondi per la ricerca fondamentale previsti dall’amministrazione Trump vanno dal 34% al 50%. La National Science Foundation, nota per sostenere una ricerca fondamentale relativamente indipendente, si vedrà tagliare il budget del 56%. I criteri per decidere la riduzione di finanziamenti, la soppressione di agenzie di ricerca e di programmi scientifici non hanno nulla a che vedere con la scienza. Sono basati sulla volontà presidenziale di farla finita con i programmi che da lontano o da vicino siano in rapporto con i cosidetti « DEI » (Diversità, Equità, Inclusione). Per ritrovare nella storia esempi comparabili di un tentativo di asservimento della scienza all’ideologia, bisogna risalire all’Unione Sovietica di Stalin degli anni ’30-50 del secolo scorso. Secondo una dichiarazione del Comitato Centrale del Partito comunista nel 1950 la purezza delle dottrine marxiste-leniniste doveva essere difesa in tutti i campi della cultura e della scienza. In quell’epoca tutte le ricerche in cosmologia erano state bloccate, in quanto la teoria dell’espansione dell’Universo era considerata idealista e reazionaria. Peggio, la crociata contro la genetica mendeliana e l’evoluzionismo darwiniano (che ricorda la crociata attuale di Kennedy contro i vaccini), costò il lavoro e la libertà a migliaia di genetisti sovietici e a molti di loro la vita. Le teorie e le applicazioni del genetista ufficiale del regime, Trofim Denisovič Lysenko, causarono conseguenze disastrose per l’agricoltura sovietica, contribuendo all’insorgenza di carestie fatali per milioni di persone. Tuttavia la guerra dichiarata dall’amministrazione Trump alla scienza ha caratteri diversi dai tentativi storici del suo utilizzo per fini politici. Non solo perché la distorsione della scienza durante il periodo stalinista obbediva a ragioni ideologiche, mentre la crociata di Kennedy contro i vaccini deriva solo dalle sue opinioni cospirazioniste. Non è solo l’asservimento della scienza che cercano Trump e il Trumpismo. È un attacco contro il sapere scientifico nel suo insieme. Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance l’ha detto chiaramente: «Le università sono il nemico» e l’amministrazione Trump ha tagliato i fondi destinati all’insegnamento e alla ricerca nelle università americane. Il nemico sono il sapere e il metodo scientifico, perché essi si basano non su illazioni ma su fatti. Il metodo scientifico è fondato sull’osservazione, sulla conduzione di esperimenti e sull’analisi dei dati ottenuti. Le ipotesi iniziali sono così sottomesse a verifica per formulare conclusioni affidabili. L’obiettivo delle campagne attuali contro il sapere è di seminare il dubbio. Mettere in discussione l’obiettività della scienza permette di proporre altre fonti di conoscenza e ciò è consono alla nuova era informatica che ha cambiato profondamente i processi d’informazione. Le nuove fonti di conoscenza, estranee non solo al mondo accademico, ma anche ai settori classici dell’informazione, giornali, riviste, libri e canali televisivi pubblici, sono costituite dalle reti sociali. Alla validazione dei risultati da parte della comunità scientifica, attraverso l’esame di esperti indipendenti (peer review), si sostituisce il parere soggettivo, la notizia, lo scoop. Esempi che sarebbero ridicoli, se non avessero causato drammatiche conseguenze, sono i suggerimenti di Trump, durante il suo primo mandato, di usare come rimedi contro il Covid iniezioni di varechina, o ancora farmaci di cui l’efficacia era dubbia o inesistente, come l’idrossiclorochina o l’antiparassitario ivermectina. Le più sfacciate controverità sono state affermate senza scrupoli, come l’asserzione del rapporto del Dipartimento dell’Energia che «il riscaldamento atmosferico porta un beneficio netto per l’agricoltura americana». Conclusioni contrarie a quelle del rapporto del GIEC, secondo cui il cambiamento climatico ha ridotto la produttività agricola negli Stati Uniti del 12,5 % rispetto al 1961. D’altra parte non è lo stesso presidente degli Stati Uniti, che, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, ha definito il riscaldamento climatico come «il più grande imbroglio giammai perpretato al mondo («the greatest con job ever perpetrated on the world»)? Le campagne lobbistiche sostenute dei grandi gruppi privati e il dubbio portato sull’oggettività della ricerca scientifica tendono a sostituire a una ricerca volta al servizio di tutti una pseudo-ricerca al servizio di pochi privati. I movimenti anti-Vax durante la pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti e in Europa hanno costituito un test a grande scala della capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso le reti da parte di cospirazionisti e cialtroni che si spacciavano come esperti. L’interesse politico dei movimenti anti-Vax non è passato inosservato alle formazioni di estrema destra negli Stati Uniti e in paesi d’Europa, come l’Italia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e anche la Francia, che si sono impossessate dei contenuti anti-scienza di queste campagne. All’attivismo anti-Vax si sono gradualmente sovrapposti gli attacchi contro altre tematiche sociali invise all’estrema destra: interruzione volontaria di gravidanza, suicidio assistito, educazione sessuale nelle scuole, per non parlare della violenta campagna anti LGBT+. Discreditare la scienza e speculare sulle differenze di opinioni fra scientifici (differenze normali, dato che la scienza è un processo verso la conoscenza e non una fede dogmatica) per sollevare dubbi sulla loro validità permette al potere, sia esso incarnato dallo Stato o proprio dei grandi gruppi privati, di introdurre e consolidare nuove «verità», consone ai loro interessi. La politica energetica dell’amministrazione Trump avrà gravi conseguenze per la popolazione mondiale, favorendo lo sviluppo delle energie fossili e aggravando i problemi, già critici, legati al cambiamento climatico. La campagna anti-vaccini danneggerà innanzitutto la popolazione degli Stati Uniti. La diminuzione della copertura vaccinale contro il morbillo sta già facendo sentire i suoi effetti, con un picco epidemico in Texas. Gli effetti deleteri non si limiteranno tuttavia agli Stati Uniti. Lo smantellamento del CDC e l’indebolimento della sorveglianza sull’epidemia di Influenza aviaria fra i bovini e altri mammiferi domestici ostacolerà la prevenzione di una possibile pandemia e metterà a rischio l’intera popolazione mondiale (vedi https://www.ahidaonline.com/post/critica-della-politica-della-scienza). La soppressione dell’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), creata nel 1961 da John Kennedy, ha causato la chiusura di migliaia di programmi umanitari nel mondo. Tra le conseguenze più gravi, la prevenzione e la cura dell’AIDS e i programmi di aiuto contro la fame e la violenza nei paesi poveri sono stati brutalmente interrotti e migliaia di persone stanno già morendo. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite, più di sei milioni di persone sono a rischio di morte nei prossimi quattro anni. Contro questa marea dilagante di disinformazione e di mistificazione non è sufficiente curvare la schiena e resistere. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione, è indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? *Ringrazio Giuseppe Bertoni per la rilettura e i suggerimenti Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia. Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi. «Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»












