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  • selfie da zemrude

    Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica:   È colpa del Gene Egoista?; Meme come Vettore È colpa del Gene Egoista? Il Boomernauta critica il predominante soluzionismo tecnologico. Davanti alla gravità dell’infezione biosferica, i techno-tycoon e l’AltaSfera Ecofin (il capitalismo spazializzato) sostengono che tutto si risolverà con qualche clic. Tuttavia, non sembrano crederci veramente, poiché stanno già mettendo in atto il piano B e cioè la Grande Fuga. La responsabilità umana nell’avanzare della setticemia è evidente. Le ipotesi dominanti fino a quel momento, come l’antropocene basato sulla teoria del gene egoista e il capitalocene causato dalla distruttività intrinseca del capitalismo, cominciano a entrare in crisi. Le scoperte effettuate con la time machine aprono nuove ipotesi… Di fronte a una possibile infezione della biosfera, non solo grave, ma così imprevedibile e disorientante perché provocata dagli umani, il credo della Gov Neolib rimase invece immutato e al solito basato sul vecchio mito di una tecnoscienza capace di far fronte a tutto. Al grido di tecnoscienziati del mondo intero entrate in competizione!  lanciarono la contesa che avrebbe dovuto evidenziare quali fossero le cause delle condizioni della biosfera. Si doveva anche verificare se e come una gran parte degli umani fosse diventata, o forse fosse sempre stata l’agente patogeno della setticemia biosferica. L’obiettivo era trovare la soluzione in un semplice clic, evitando in ogni caso di mettere in discussione il ruolo della Governance Neolib. Partirono allora le ricerche per verificare se la molla che spingeva gli umani a un tale comportamento fosse una malattia generata da un virus o un batterio che li trasformava in distruttori dell’ecosistema. C’è chi fece il paragone con piaghe pandemiche: la malaria che da millenni falcidiava gli umani o la Xylella fastidiosa 1 , produttrice di grandi epidemie vegetali o le innumerevoli malattie in cui c’era la presenza di un ospite intermediario. In questo caso l’ospite intermediario iniziatore della setticemia sarebbe stata proprio la specie umana in preda a sua volta a una malattia misteriosa. E questa malattia la spingeva a rompere gli equilibri della biosfera senza che apparisse un veicolo materiale di trasmissione del morbo fra gli umani. C’è da dire che a quell’epoca la dinamica dei cambiamenti delle condizioni di vita era tale che tutti si erano già resi conto della gravità della situazione, incluso i techno-tycoon che, non a caso, si stavano preparando a fuggire di nascosto per primi. Tuttavia, dopo molte opposizioni e resistenze anche nell’ AltaSfera della Governance , nessuno negava più, già da tempo, la responsabilità della specie umana nel generare quella che ora si rivelava essere un’infezione nell’ecosfera. Solo che, a discapito di ogni buon senso, si era cercato di dare un’interpretazione ideologica che permettesse, nonostante tutto, di non rimettere in discussione le fondamenta stesse del potere costituito. Si continuò quindi a sostenere la tesi che non si trattasse di una malattia, ma solo dell’impasse a cui aveva condotto lo sviluppo abnorme della cosiddetta civilizzazione . Si sospettava di un’incompatibilità (genetica?) di quest’ultima con gli equilibri della biosfera. Si implicava così direttamente la natura umana e l’evoluzione della specie sulla Terra. Secondo i tecnoscienziati mainstream i comportamenti umani non erano mutati dai tempi delle prime civilizzazioni. Il deterioramento dei territori si innescava e peggiorava con salti improvvisi a causa di una combinazione di fattori, tra cui la densità della popolazione, lo sviluppo economico e l’utilizzo intensivo delle tecnologie. Implicitamente si trattava di un’ipotesi genetica, in quanto si faceva riferimento alla teoria del gene egoista 2 , secondo la quale i geni agiscono per aumentare la propria riproduzione e diffusione, senza considerare le conseguenze per l’individuo o per la specie. Secondo tale teoria, i geni di qualsiasi organismo vivente sarebbero considerati il vero pilota automatico che guida la vita. Essi sarebbero descritti come egoisti  in quanto agiscono per preservare sé stessi, piuttosto che per il bene dell’individuo o della specie nella selezione naturale. Di conseguenza, gli individui sarebbero considerati semplici portatori di un patrimonio genetico che devono massimizzare per assicurare la propria sopravvivenza e diffusione. La meccanica genetica della specie, ciecamente capace di tutto per imporre la massima riproduzione, diventava perfettamente compatibile con la trasformazione dell’ambiente come risorsa e discarica infinita e gratuita. Era il gene umano che decideva tutto: niente di più consono a chi cercava di sfuggire ogni responsabilità. Nella Sfera Autonoma 3  la trovata del gene egoista, che avrebbe ciecamente obbligato gli umani a distruggere l’ambiente per riprodursi e moltiplicarsi in un impossibile infinito, in generale non era accettata. Si sosteneva che l’attribuzione di una qualità morale, come l’egoismo, a una sequenza di molecole organiche in grado di riprodursi, ossia i geni, fosse uno stratagemma della scienza legata al potere del capitale, ora rappresentato da Ecofin. Questo tentativo cercava di dimostrare che l’egoismo non appartenesse alla sfera morale del bene e del male, ma fosse intrinseco alla vita stessa. Nel frattempo, la Governance Neolib aveva contribuito a peggiorare la situazione con un egoismo esplicito che faceva impallidire quello implicito del gene. Nonostante ciò, come non escludere che sin dai tempi della nascita della technè alcuni umani potessero aver inferto le prime localizzate ingiurie all’ambiente circostante 4 ? Sempre nella Sfera Autonoma , a distanza di qualche tempo dall’ipotesi genetica, ne era stata avanzata un’altra, meno conosciuta e in pieno dissenso con la prima, ma che pure escludeva una qualsiasi patologia. Qui erano in causa i modi con cui gli umani si erano organizzati negli ultimi secoli e che avevano portato a un susseguirsi di sempre nuove varianti di Governance capitalistiche. Guarda caso l’inizio di questa era dell’umanità coincideva macroscopicamente con quella della patologia della biosfera, almeno per quanto riguarda le recenti prove materiali provenienti dallo spazio e registrate attraverso la time machine . Come mostrato dai video spaziali che risalivano nel tempo, per un periodo di circa due milioni di anni dall’emergere dell’umanità non vi erano tracce di un deterioramento dello stato della biosfera. Le prime evidenze della patologia terrestre sembravano manifestarsi proprio a partire dal periodo della colonizzazione dell’America, un momento storico significativo che aveva segnato l’affermarsi della logica dell’accumulazione del capitale e della prima globalizzazione. Sebbene potesse sembrare un semplice sincronismo, i sostenitori di questa tesi non credevano che la nascita simultanea di un regime sociale, politico ed ecologico basato sullo sfruttamento globale del pianeta e l’infezione della biosfera fosse una pura coincidenza. Così come non era una coincidenza, per loro, l’aggravarsi dello stato di tanti territori ed ecosistemi con le successive rivoluzioni dell’era industriale, anche se, a quel tempo, ampie porzioni della superficie terrestre, comprese alcune aree ancora incontaminate, non erano ancora state raggiunte. I picchi di distruzione rappresentati dal culmine di civilizzazione delle cosiddette guerre mondiali prefiguravano in qualche modo l’avvenire. Poi le esplosioni delle prime bombe atomiche furono i segni tecnologici precursori e preparatori di una setticemia generalizzata della biosfera. I sostenitori di questa teoria vedevano il capitalismo, in tutte le sue forme e mutazioni di governance, come il motore dell’infezione terrestre. Questa tesi, che avevano appunto chiamato del Capitalocene , sembrava, se non altro, indicare una via d’uscita. Chiudendo i cinque secoli o più di quel periodo, secondo loro, si sarebbe potuto por fine all’incubo della distruzione delle reti vitali. Ma la situazione era così critica che si paventava l’irreversibilità e neanche un’ipotetica rivoluzione globale sembrava sufficiente a risolvere il problema. Durante il breve-lungo periodo del capitalismo, si erano verificati colpi di scena e rivoluzioni non capitaliste (o anti-capitaliste) che non avevano prestato alcuna attenzione allo stato dell’infezione terrestre. Anzi, avevano adottato le stesse modalità di produzione industriale esistenti. Inoltre, non si poteva dimenticare la crisi parossistica causata dalle esplosioni delle centrali nucleari dell’ Erbanera . Questo dimostrava che il solo opporsi al capitalismo non sarebbe stato sufficiente per fermare la progressione dell’infezione biosferica. Per non parlare poi della Cina il Paese in cui la setticemia del territorio era la più avanzata sin dall’epoca in cui era solo la fabbrica del mondo , quando ancora il PIB indicava la crescita infelice. E quindi sino a quel momento non c’era ancora stata alcuna prova storica che in condizioni e circostanze diverse e non gestite dalla logica del capitale, gli umani fossero in grado di organizzarsi per invertire il movimento e far retrocedere la setticemia della biosfera. Note: Xylella fastidiosa: malattia batteriologica di molte specie vegetali, fra cui l’olivo, che generò agli inizi del XX secolo la più grande emergenza fitosanitaria mondiale distruggendo buona parte delle coltivazioni di ulivi nell’area mediterranea a partire dalle Puglie in Italia. Fa riferimento alla teoria di Richard Dawkins etologo e biologo britannico del XX sec. Sfera Autonoma: cfr. glossario. Il Boomernauta qui riprende il tema che la legittimazione degli interventi sull’ambiente può derivare dalla concezione che la natura sia finalizzata all’uomo, espressa assai bene da Aristotele: «Le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali in vista dell’uomo… Se la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell’uomo»; Historia Animalium , Libro VIII, Capitolo 1, 588b. Lì, A Teofrasto, un discepolo di Aristotele, invece non accetta l’idea aristotelica che lo scopo di animali e piante sia di essere utili all’uomo: il fine delle cose naturali, infatti, non è facilmente identificabile e non va ricercato, in ogni caso, nel loro esistere in vista di qualcosa  o nell’impulso verso il bene, ma piuttosto nella loro realtà intrinseca e nelle loro relazioni reciproche (Metaph. IX, 34).   http://www.scaterina-pisa.it/wp/wp-content/uploads/2016/10/Prof_Brusel li_Uomo-e-ambiente_mondo-antico.pdf Qui il Boomernauta fa riferimento all’ Orbis Spike : la drastica riduzione della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. «Il risvolto tragico di questo processo fu la decimazione della popolazione nativa delle Americhe: Lewis e Maslin stimano che sia passata, a causa di malattie, guerre, riduzioni in schiavitù e carestie, tutte portate dagli Europei:- da circa 60 milioni nel 1492 a circa 6 milioni nel 1650. Le conseguenze immediate di questo genocidio - quasi scomparsa dell’agricoltura e semi-cessazione nell’uso del fuoco- comportarono la rigenerazione di circa 50 milioni di ettari di foreste, savane boscose e praterie, che a loro volta produssero un enorme assorbimento di anidride carbonica attraverso piante e suoli, quindi un impressionante abbassamento delle emissioni in atmosfera.»J.W. Moore, Antropocene o Capitalocene?, a cura di A. Barbero, E. Leonardi, Ombre Corte, Verona 2017, p. 15. Meme come Vettore Il Boomernauta mi confessa di avere avuto già in gioventù una certa ambivalenza nei confronti di R. Dawkins che per primo aveva pensato al meme, un concetto da lui inventato, come corrispettivo immateriale al gene. Anche l’origine della malattia che costringe gli umani a propagare l’infezione della biosfera è portata da un agente immateriale e potrebbe essere dovuta a una famiglia di memi virali. Poi il suo racconto entra in un passaggio destinato a dettagliare e sottolineare l’importanza crescente dei memi riferendosi per esempio al ruolo del folklore nella storia della civilizzazione. Ma in seguito la potenza, la velocità e l’essenza stessa dei memi cambia con l’arrivo delle reti e di internet. E si tratta di un cambiamento di paradigma. Nelle sfere della Gov Neolib c’era un accordo unanime nel sostenere la teoria dell’antropocene assolutivo, attribuendo la responsabilità all’egoismo genetico che era in linea con le dichiarazioni fumose sui presunti sforzi verso un capitalismo verde. Nel frattempo, si preparava segretamente la Grande Fuga . Nella Sfera Autonoma  invece, congenita al sorgere di lunghi dibattiti sterili, la tesi del Capitalocene non faceva l’unanimità. Non si era d’accordo neanche sulla data d’inizio dell’era geologica che avrebbe dovuto corrispondere con quella del capitalismo anch’essa un po’ indeterminata. Unanime era invece il rifiuto della tesi neolib sulle responsabilità del gene egoista come causa prima della setticemia della biosfera. Visti i dubbi di molti sul fatto che una supposta fine del capitalismo avrebbe arrestato il collasso della biosfera, cominciò a emergere, nonostante molte resistenze, l’ipotesi di una malattia umana atipica. Non essendo stato identificato alcun agente materiale, per quanto microscopico, si ammise che la patologia che colpiva gli umani potesse essere dovuta a un agente immateriale. Questo contagio si diffondeva da tempi remoti nella specie sedicente sapiens. Un morbo che trasformava i contagiati in agenti distruttori della biosfera e che ora prendeva le proporzioni di un’inarrestabile pandemia. È in questo contesto che cominciò a farsi strada la congettura d’una malattia da contagio immateriale e d’una contaminazione che colpiva una sola specie. In fondo sin dall’inizio della storia d’internet non si era utilizzato l’aggettivo virale per descrivere il fenomeno di un contagio incorporeo? Il marketing, una delle colonne del sistema, non l’aveva pienamente assunto cercando di indurre forme patologiche di consumismo? In questo caso si sarebbe trattato di una forma endemica sorta nella specie sin da quando gli umani avevano cominciato a possedere, praticare e sviluppare la technè. In realtà la technè, a cui qui si fa riferimento, non è una semplice tecnica, ma va intesa come metatecnica, cioè la tecnica per creare nuove tecniche  un termine che preferisco a quello impreciso, abusato e politicamente connotato di innovazione . Una volta acquisita, la metatecnica generava un mutamento nel rapporto dell’umano con la biosfera. Si aprì anche una disputa con chi avrebbe voluto sostituire al termine metatecnica quello di metacultura: la cultura in grado di produrre nuove culture, ma in fondo il dibattito era un po’ futile. Metatecnica e metacultura erano così intimamente avviluppate che sarebbe stato impossibile separarle. Le ricerche e il dibattito sulla presunta malattia immateriale non erano motivati da un’ossessione delle origini , come quella denunciata dall’ampollosa retorica del XIX secolo 1 , ma proprio da una necessità vitale di scoprirne le cause, nella speranza di trovare una possibilità di sopravvivenza. Alla metatecnica, condizionata sin dall’inizio dai parametri sociali, ambientali ecc., non appartenevano solo i primi manufatti come punte di freccia o altri utensili o strumenti rudimentali, ma anche quelli immateriali come i proto-linguaggi. Perché, sin dalla lontana scoperta dei neuroni specchio, era ormai chiaro che il linguaggio e la sua genesi gestuale non erano un dono trascendentale, come i neo-mistici sostenevano, ma un fondamento della metatecnica se non la sua struttura di base. Il linguaggio è già di per sé una metatecnica basata su una serie di abilità cognitive favorite dalle esigenze sociali degli ominidi, probabilmente spinti a sviluppare una maggiore capacità di cooperazione e coordinamento per sopravvivere e affermarsi. Benché nella storia degli animali umani ci fossero senza dubbio periodi di accelerazione, lunghe stasi o salti improvvisi, si poteva dedurre indirettamente dai referti spaziali della time  machine che il passaggio dalla tecnica anche strumentale (che anche tanti nonumani possedevano) alla metatecnica era nato da una lunga progressione. Un passaggio che era avvenuto probabilmente quando nella trasmissione irriflessa dei comportamenti fra generazioni cominciarono a inserirsi orientamenti dell’esperienza soggettiva verso fini determinati. In altre parole, gli antenati di sapiens cominciarono a utilizzare il loro pensiero cosciente e la loro capacità di pianificazione per orientare l’apprendimento e la trasmissione dei comportamenti verso obiettivi specifici, anziché solo trasmetterli in modo automatico e irriflesso. Questo cambiamento avrebbe permesso a quei viventi di adattarsi più velocemente e in modo più efficiente alle condizioni ambientali, e di creare nuove opportunità per la loro sopravvivenza e riproduzione. Inoltre, questo sarebbe stato un passo importante verso l’evoluzione della gestuale prima, e del linguaggio poi, poiché avrebbe permesso agli umani di comunicare e trasmettere orientamenti dell’esperienza soggettiva e finalità mirate in modo più efficace e preciso. I meccanismi di retroazione cosciente avrebbero quindi modificato il principio evoluzionista secondo il quale tutti i tratti e i comportamenti si formavano come adattamenti all’ambiente. [Qui, per una volta, ho interrotto un po’ bruscamente il Boomernauta che mi pareva allontanarsi dal suo racconto dei fatti per scivolare su una china esclusivamente speculativa, certo molto attraente, ma troppo teorica per i miei gusti. Stavo quasi per rimproverargli che le stesse qualità sociali uniche della specie, che gli avevano valso d’inventare la metatecnica e tutto quello che ne era conseguito, ora sembravano portarla alla distruzione, non solo di sé stessa, ma anche di tante altre specie. Il Boomernauta sorrise e mi ricordò che non erano le qualità sociali umane che erano la causa e riprese il racconto.] Ma torniamo all’ipotesi di questa misteriosa malattia immateriale: quale poteva essere il vettore di tale contaminazione?In un’epoca in cui i memi erano diventati un importante canale di comunicazione e d’azione politica, in diversi ambiti si cominciò a pensare che i flussi memetici avevano a che fare con la misteriosa malattia immateriale. Il concetto di meme, inteso come un’entità astratta che si diffonde per imitazione da persona a persona all’interno di una cultura, sembrava adattarsi perfettamente a questa funzione. Curiosamente tale concetto era stato proposto proprio da quel Dawkins che attribuiva al gene la qualifica di egoista 2 . Secondo lui il meme prendeva vita propagandosi attraverso scrittura, parola, gesti, rituali, musica o altri fenomeni imitabili e, come il gene, sarebbe stato capace di auto-replicazione e di mutazione. Nessuno, fino ad allora, aveva pensato all’esistenza di un quantum d’energia informazionale come mattone di base della trasmissione di comportamenti, di idee, di simboli o di pratiche culturali. A questo proposito non posso che confessarti la mia lotta interiore fra repulsione e attrazione nei confronti di Richard Dawkins. Se da un lato avevo pensato, come ti ho già detto, che il suo gene egoista era completamente funzionale alla biopolitica della Gov Neolib, dall’altro il concetto di meme sembrava aver aperto delle nuove prospettive di comprensione delle dinamiche che rischiavano di travolgerci. E fra queste c’era appunto quella del meme come perfetto vettore di un contagio immateriale. Il concetto di meme, creato qualche decennio prima dell’avvento di Internet, aveva un ambito di applicazione molto più ampio rispetto a quello successivamente inteso dai nativi digitali, che spesso lo associavano esclusivamente alle immagini virali che circolavano in rete. Immagini che avevano acquisito un’importanza sempre maggiore e a volte determinante nella capacità di influenza delle moltitudini connesse. L’aggravarsi della setticemia della biosfera e l’accertata responsabilità degli umani, o di parte di essi, contribuì all’emergere della teoria di una malattia causata da una specifica tipologia di meme che aveva la caratteristica di infettare gli umani e renderli contagiosi, proprio come alcuni virus e batteri responsabili di malattie infettive. In questo caso, a differenza di virus e batteri, si sarebbe trattato di un contagio immateriale che avrebbe indotto nell’umano infetto un particolare comportamento patologico distruttivo della biosfera. I memi infetti, chiamati nekomemi , una contrazione di not-ekological-memi , erano all’origine del morbo nekomemetico. Quando si avanzarono le prime ipotesi di questo tipo, i detrattori ironizzarono ricordando l’oscurantismo del passato, quando si parlava di miasmi e dei medici veneziani che durante le epidemie di peste bubbonica del XVII secolo indossavano impressionanti maschere a becco d’uccello, in cui mettevano essenze aromatiche protettrici per difendersi dal contagio. Dawkins, che apparteneva alla generazione precedente a noi boomer, aveva introdotto il meme in analogia immateriale del gene. Egli aveva anche lasciato intendere che il meme si sarebbe comportato con le stesse modalità non solo di un virus, che cerca naturalmente  di riprodurre sé stesso tramite l’ospite, quanto del gene, che lui considerava egoista. Le ipotesi di un meme egoista  o di un virus della mente 3 , virus che nelle intenzioni di Dawkins avrebbero riguardato soprattutto la religione (che lui per altro combatteva), scatenarono molte reazioni. C’era chi ricordava, e non senza qualche ragione, che una tale visione dei geni e dei memi come egoisti e autonomi era vicina a quella di certi biologi nazisti 4  ispiratori delle teorie razziali. Rimproveravano ai sostenitori di tali ipotesi di aver messo in avanti una preminenza del patrimonio genetico capace di aggirare qualsiasi grado di libero arbitrio dell’individuo. O di contrastare quello che si esprime collettivamente e che, attraverso le generazioni, va a formare la cosiddetta civilizzazione. E, come i nazisti, avrebbe in tal modo esaltato «l’importanza dei legami di parentela biologica per la conservazione del patrimonio genetico» attraverso una selezione legata al sangue 5 . Con l’avanzare della tecnoscienza, il concetto di meme e la memetica avevano preso vita propria, superando l’ambiguità del loro creatore e diventando sempre più affascinanti. Questo aveva reso sempre più verosimile l’ipotesi della malattia nekomemetica. E poi, come accennavo prima, l’ulteriore scoperta dei neuroni specchio aveva costituito una base sulla quale anche il concetto di meme poteva meglio ancorarsi nel biologico. Ora vorrei tornare per un momento alla storia dei memi, perché mi sembra importante liberarli una volta per tutte da costrizioni teleologiche considerandoli piuttosto un archetipo del comportamento sociale degli umani. Per esempio: perché non presumere che una delle versioni beta dei memi nascesse con la scoperta del fuoco? E poi con lo scorrere dei secoli la civilizzazione prendeva forma e con il folklore nasceva uno dei flussi memetici più antichi e più ampi della storia. D’altronde una componente primaria della cultura era stata proprio il folklore, così caratterizzato dall’impegno creativo che i praticanti avevano nell’imitare, remixare e condividere i memi con altri. Il folklore che era sempre stato composto da un’infinità di generi: usanze cerimoniali, racconti, fiabe, poesie, indovinelli, aforismi, filastrocche, giocattoli, modi di vestirsi, cibo e ricette, musica e danze… Ed i memi ne erano il mattone di base. Un mondo di memi inizialmente trasmessi da persona a persona, tramandati di generazione in generazione e attraverso le culture. E quindi la loro circolazione sarebbe stata proporzionale all’evoluzione dei media. L’affermarsi d’internet aveva rappresentato un cambiamento di paradigma nel mondo immateriale, ma allo stesso tempo aveva confermato l’esistenza dei memi come veicoli per diffondere idee. L’arrivo dei memi su internet aveva aperto nuove prospettive, poiché da quel momento i memi potevano essere intenzionalmente modificati dall’azione umana, differenziandosi così dai geni e dai memi pre-internet. Questo si rivelò un punto cruciale per comprendere ciò che stava accadendo.Il meme-internet in un certo senso surclassò il meme classico anche perché era capace di bypassare istantaneamente le barriere geografiche, culturali, temporali che ne avevano limitato la diffusione. E come certi virus anche i flussi memetici erano capaci di diffondersi su tutto il pianeta con velocità proporzionale allo sviluppo delle tecnologie di rete. Ma solo pochi si accorsero che la parte emersa dei memi internet era solo una frazione di quanto circolava. Se prima di internet i memi si propagavano per selezione naturale e le loro mutazioni erano casuali, anche se influenzate dall’ambiente proprio come quelle dei virus, ora tutto questo era stato stravolto. I memi-internet potevano diffondersi ad alta velocità sia nello spazio biologico dell’organismo umano che in quello algoritmico dei bot, impiantando e replicando idee, producendo emozioni, saturando lo spazio bioipermediatico. Nei memi-internet le mutazioni orientate dagli umani avevano cambiato per sempre la prospettiva teleologica, o addirittura teleonomica 6 , di una specifica finalità biologica. Note: Credo che il Boomernauta si riferisse a Marc Bloch che in L’idole des origines denuncia gli storici (della sua epoca) che confondono spesso la ricerca delle origini con quella delle cause. Qui il Boomernauta si riferiva ancora una volta a Richard Dawkins che dà queste descrizioni dell’azione del meme: «Quando viene piantato un meme fecondo nella mia mente si parassita letteralmente il mio cervello, trasformandolo in un veicolo per la propagazione del meme proprio nello stesso modo in cui un virus può parassitare il meccanismo genetico di una cellula ospitante.» Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, Oxford 1977, P. 192. Nota e Traduzione dell’A. È probabile che il Boomernauta facesse riferimento all’omonimo libro di Dawkins https://en.wikipedia.org/wiki/Viruses_of_the_Mind consultato il 3/2/2021. Credo che il Boomernauta si riferisse a Otmar von Verschuer: medico e biologo tedesco capo dell’ufficio genetico del Terzo Reich, volto a stabilire la purezza della razza e che collaborò col dottor Josef Mengele, il medico del campo di Auschwitz. Incredibilmente non fu perseguito ma anzi nel 1951, ottenne la prestigiosa cattedra di genetica umana presso l’Università di Münster ed altre varie onorificenze internazionali. https://it.wikipedia.org/wiki/Il_gene_egoista consultato il 26/8/2020. Teleonomia: termine usato per la prima volta (1970) da Jacques Monod nella sua teoria che vedeva all’interno delle strutture degli esseri viventi un’azione finalistica, causata dalla selezione naturale, diretta a favorire le funzioni vitali eliminando quelle che le ostacolano. https://it.wikipedia.org/wiki/Teleologia#Teleologia_e_destino_ultimo_dell’universo

  • konnektor

    Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA Scott A Ross Il sostegno del Consiglio di Sicurezza al piano di Trump per Gaza ignora il diritto internazionale, punisce i palestinesi e premia i responsabili del genocidio, in un’ulteriore dimostrazione del degrado irreversibile delle élite atlantiche e della corruzione dei paradigmi del liberalismo, della democrazia e della giustizia globale da loro difesi, nonché della codardia, debolezza e mancanza di visione strategica della Cina, della Russia e delle grandi potenze del Sud del mondo. Dopo oltre due anni di genocidio in Palestina, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha finalmente agito. Ma lo ha fatto non per far rispettare il diritto internazionale, proteggere le vittime e chiedere conto ai responsabili, bensì per approvare una risoluzione che viola apertamente disposizioni fondamentali del diritto internazionale, priva di potere e punisce ulteriormente le vittime, e ricompensa e dà potere ai responsabili. La cosa più inquietante è che consegna il controllo di Gaza e dei sopravvissuti al genocidio agli Stati Uniti, coautori dello stesso, e prevede la partecipazione del regime israeliano al processo decisionale. Secondo il piano, ai palestinesi stessi non sarà concessa tale partecipazione alle decisioni sui propri diritti, sul proprio governo e sulle proprie vite. Adottando questa risoluzione, il Consiglio è diventato, di fatto, un meccanismo di oppressione degli Stati Uniti, uno strumento per il proseguimento dell’occupazione illegale della Palestina e un complice del genocidio perpetrato da Israele. Da quando l’ONU ha diviso la Palestina nel 1947 contro la volontà della popolazione indigena, gettando così le basi per ottant’anni di Nakba, l’Organizzazione non aveva mai agito in modo così sfacciatamente coloniale (e legalmente ultra vires) né calpestato in modo così sconsiderato i diritti di un popolo. Una risoluzione infernale Lunedì 17 novembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato una proposta degli Stati Uniti per consegnare il controllo di Gaza a un organismo coloniale guidato dagli Stati Uniti chiamato «The Board of Peace» (Consiglio di Pace), mentre veniva dispiegata una forza di occupazione delegata, anch’essa sotto la direzione degli Stati Uniti, denominata «The International Stabilization Force» (Forza di Stabilizzazione Internazionale). Entrambe le istituzioni risponderanno, in ultima istanza, allo stesso Donald Trump. Ed entrambe opereranno in consultazione con il regime israeliano. In quello che sarà ricordato a lungo come un giorno di vergogna per l’ONU, durante il quale Russia e Cina si sono astenute e non hanno esercitato il loro potere di veto e nessun membro del Consiglio di Sicurezza ha avuto il coraggio, i principi o il rispetto del diritto internazionale per votare contro quella che può essere considerata solo un’atrocità coloniale perpetrata dagli Stati Uniti, una ratifica del genocidio e una flagrante rinuncia ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La risoluzione respinge implicitamente una serie di recenti sentenze della Corte internazionale di giustizia (CIJ), nega apertamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e rafforza l’impunità del regime israeliano, anche mentre il genocidio continua. Nonostante la sentenza della CIJ che postula che il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione nel proprio territorio, la risoluzione lo priva di tale diritto e autorizza forze straniere ostili a governarlo. Nonostante la Corte abbia stabilito che Gaza (così come la Cisgiordania e Gerusalemme Est) è occupata illegalmente e che l’occupazione deve terminare rapidamente e completamente, la risoluzione prolunga l’occupazione israeliana, sostiene la presenza indefinita delle truppe del regime israeliano e sovrappone una seconda occupazione guidata dagli Stati Uniti. E nonostante la Corte abbia stabilito che i palestinesi non devono negoziare i propri diritti con i loro oppressori e che nessun accordo o processo politico può prevalere su di essi, la risoluzione li annulla e li assegna alla discrezione degli Stati Uniti e dei loro partner israeliani, nonché di altri attori. Anche nel mezzo di un genocidio in corso perpetrato da un regime di apartheid, in nessuna parte della risoluzione si fa menzione dei crimini di genocidio, apartheid o colonizzazione, delle migliaia di palestinesi che continuano a essere detenuti nei campi di tortura e sterminio israeliani, né dei principi di responsabilità dei perpetratori o di riparazione per le vittime. Israele non è nemmeno tenuto ad adempiere ai propri obblighi legali di risarcimento e riparazione, ma tale responsabilità viene trasferita ai donatori e alle istituzioni finanziarie internazionali, il che equivale a un salvataggio multimilionario del regime israeliano. In sintesi, la risoluzione garantisce la totale impunità del regime israeliano, oltre a promuoverne la normalizzazione. Un’amministrazione coloniale La risoluzione accoglie inoltre con favore, sostiene e allega il piano di Trump (versione del 29 settembre), ampiamente screditato, e, pur non citando tutte le sue disposizioni problematiche, esorta tutte le parti coinvolte ad attuarlo nella sua interezza. La risoluzione autorizza il Consiglio di pace presieduto da Trump ad agire come amministrazione di transizione incaricata del governo dell’intera Striscia di Gaza, a controllare tutti i servizi e gli aiuti, nonché il movimento delle persone che entrano ed escono da Gaza, e a gestire il quadro, finanziamento e ricostruzione della stessa, compresa l’autorizzazione, formulata in modo pericolosamente vago, di «qualsiasi altro compito che possa essere necessario». Inoltre, conferisce al Consiglio di Pace presieduto da Trump l’autorità preventiva di istituire «entità operative» e «autorità transazionali» indefinite, a sua discrezione. La risoluzione prevede anche un organismo collaborazionista di tecnocrati palestinesi, che ricevono ordini e rendono conto al Consiglio di pace di Trump sul proprio territorio. In chiara violazione del diritto internazionale, la risoluzione rifiuta il controllo palestinese del proprio territorio a Gaza fino a quando Trump e i suoi collaboratori non decideranno che l’Autorità Palestinese ha soddisfatto i requisiti di riforma necessari stabiliti dallo stesso presidente americano e dall’altrettanto odiosa «Proposta franco-saudita». La risoluzione non contiene, d’altra parte, alcuna promessa di indipendenza o sovranità palestinese. Al contrario, in diretta contraddizione con i pareri della Corte internazionale di giustizia, ritarda la causa della libertà e dell’autodeterminazione palestinese con una linea vaga, iperqualificata ed evasiva che afferma che, dopo che gli organismi guidati da Trump avranno deciso che il popolo palestinese ha soddisfatto criteri non definiti di «riforma e sviluppo», «potrebbero finalmente verificarsi le condizioni per stabilire un percorso credibile verso l’autodeterminazione del popolo palestinese e la creazione di uno Stato palestinese». E se rimanesse qualche barlume di speranza che le cose possano progredire adeguatamente in tali condizioni, esso viene infine frustrato dal colpo di grazia, che stabilisce che qualsiasi processo in tal senso deve essere controllato dagli Stati Uniti. In altre parole, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha concesso agli Stati Uniti, principale sostenitore del regime israeliano e coautore del genocidio, il veto sull’autodeterminazione palestinese. La risoluzione non offre nemmeno la speranza che finisca la sistematica privazione del popolo palestinese a Gaza. Sebbene la Corte internazionale di giustizia abbia dichiarato che le restrizioni imposte alla consegna degli aiuti umanitari devono cessare, la risoluzione si limita a «sottolineare l’importanza» di questi ultimi senza esigere né il loro flusso né la loro distribuzione senza restrizioni. Una forza di occupazione delegata La risoluzione istituisce anche una forza di occupazione armata delegata, denominata «Forza di Stabilizzazione Internazionale», che opererà sotto il Consiglio di pace presieduto da Trump. Questa forza avrà un comando approvato da tale Consiglio e opererà esplicitamente in collaborazione con Israele, l’artefice responsabile del genocidio, nonché con l’Egitto. I suoi membri saranno determinati «in cooperazione con» il regime israeliano e lavoreranno con esso per controllare i palestinesi sopravvissuti a Gaza. Le sarà affidato il compito di garantire la sicurezza delle frontiere (cioè di rinchiudere la popolazione palestinese), di stabilizzare la situazione di sicurezza a Gaza (cioè di reprimere qualsiasi resistenza all’occupazione, all’apartheid o al genocidio), di smilitarizzare Gaza (ma non il regime israeliano), di distruggere le capacità di difesa militare di Gaza (ma non quelle di Israele), di confiscare le armi della resistenza palestinese (ma non quelle del regime israeliano), di addestrare la polizia palestinese (per controllare il popolo palestinese all’interno di Gaza) e di lavorare per gli obiettivi (disastrosi) del «Piano globale (Trump)». La Forza di Stabilizzazione Internazionale ha anche il mandato di «proteggere i civili» e fornire assistenza umanitaria nella misura in cui gli Stati Uniti lo consentono (o sono disposti a farlo). Ma a questo punto dovrebbe essere evidente che una forza di questo tipo, che collaborerà con Israele, non farà nulla per affrontare l’aggressione israeliana e gli attacchi sferrati contro la popolazione civile. La Forza di Stabilizzazione Internazionale deve anche «sorvegliare il cessate il fuoco», un cessate il fuoco garantito dagli Stati Uniti, che ha permesso continui attacchi israeliani contro Gaza senza interruzioni da quando è stato dichiarato, uccidendo centinaia di persone e causando una distruzione massiccia delle infrastrutture civili, ma che non ha tollerato alcuna rappresaglia da parte della resistenza palestinese. Non c'è dubbio che qualsiasi supervisione del cessate il fuoco da parte di tale Forza si concentrerà principalmente sul lato palestinese e non sul regime israeliano come potenza occupante. In altre parole, la missione di questa Forza di occupazione delegata è quella di controllare, contenere e disarmare la popolazione vittima del genocidio, non il regime che lo perpetra, e garantire la sicurezza non delle vittime del genocidio, ma dei suoi autori. In un’altra impressionante violazione del diritto internazionale, la risoluzione autorizza le forze del regime israeliano a continuare a occupare (illegalmente) Gaza fino a quando il Consiglio di pace guidato dagli Stati Uniti e le forze del regime israeliano non decidano collettivamente il contrario. E, in ogni caso, la risoluzione stabilisce che le Forze di difesa israeliane possono rimanere a Gaza per occupare un «perimetro di sicurezza» a tempo indeterminato. Infine, sia al Consiglio di pace coloniale che alla sua «Forza di Stabilizzazione» di occupazione viene concesso un mandato di due anni con la possibilità di prorogarlo previa consultazione con Israele (ed Egitto), ma non con la Palestina. La follia dei colonizzatori Inutile dire che questa risoluzione è stata respinta dalla società civile palestinese, da quasi tutte le fazioni politiche e di resistenza palestinesi, nonché dai difensori dei diritti umani e dagli esperti di diritto internazionale di tutto il mondo. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’occupazione della Palestina è illegale e il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione e alla resistenza contro l’occupazione straniera, il dominio coloniale e i regimi razzisti come Israele. Questa risoluzione non solo mira a negare questi diritti, ma arriva addirittura a rafforzare la presenza illegale di Israele e ad autorizzare i suoi stessi meccanismi di occupazione straniera e dominio coloniale. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza deriva tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite. Tale Carta, in quanto trattato, fa parte del diritto internazionale, non è al di sopra di esso. In quanto tale, il Consiglio di Sicurezza è vincolato dalle norme del diritto internazionale, comprese e in particolare quelle più importanti, le cosiddette norme jus cogens ed erga omnes , come l’autodeterminazione e l'inammissibilità dell'acquisizione di territori con la forza. Il suo palese disprezzo per i pareri della Corte internazionale di giustizia su tali questioni rivela fino a che punto molti dei termini di questa risoluzione siano, di fatto, illegali e ultra vires (oltre l'autorità del Consiglio di sicurezza). In quanto tali, le ramificazioni di questa azione disonesta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avranno implicazioni che vanno ben oltre la Palestina. Il Consiglio di Sicurezza, se non è vincolato dal diritto internazionale, diventa un pericoloso strumento di repressione e ingiustizia. Questo è esattamente ciò a cui abbiamo assistito in questo caso, poiché il Consiglio di Sicurezza ha ignorato il diritto internazionale e, di fatto, ha consegnato i sopravvissuti di Gaza ai coautori del genocidio. E chi ha seguito il comportamento del Consiglio di Sicurezza sa bene che il veto è stato ripetutamente utilizzato per negare i diritti dei palestinesi. In questo caso, quando il veto avrebbe potuto essere utilizzato per proteggere i loro diritti, il veto è stato brillantemente assente. In un minuto di votazione, il Consiglio di Sicurezza ha perso tutta la sua legittimità. La strada da seguire Il tentativo degli Stati Uniti di imporre una forma di colonialismo ottocentesco al popolo palestinese di Gaza, già da tempo vittima di abusi, così come il piano coloniale franco-saudita che lo ha preceduto, è destinato al fallimento. Questi piani sono fondamentalmente viziati fin dall’inizio, poiché mirano a imporre risultati privi di legalità (ai sensi del diritto internazionale), privi di legittimità (escludendo l’agenzia palestinese) e privi di qualsiasi ragionevole speranza di successo (data la loro quasi universale opposizione sia in Palestina che nel resto del mondo). È possibile che gli Stati Uniti riescano a minacciare e corrompere un numero sufficiente di Stati affinché sostengano il Piano in una votazione dell’ONU, ma ottenere truppe sufficienti e il resto del personale necessario per applicare la risoluzione sul campo contro la volontà della popolazione indigena potrebbe essere un’altra questione. E mantenere il sostegno quando il Piano (inevitabilmente) inizierà a sgretolarsi sarà ancora più difficile. Nel frattempo, per chi di noi è impegnato a favore della giustizia, dei diritti umani e dello Stato di diritto, il compito è chiaro. Bisogna opporsi a questo piano in tutte le città del mondo e in ogni momento. Bisogna fare pressione sui governi affinché pongano fine alla loro complicità con gli abusi di Israele, con gli eccessi degli Stati Uniti e con questo atroce piano coloniale. Il regime israeliano deve essere isolato. Bisogna raddoppiare gli sforzi di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Bisogna imporre a Israele un embargo militare, sul carburante e sulla tecnologia. I responsabili israeliani devono essere sottoposti a procedimenti giudiziari in tutti i tribunali disponibili. E le strade devono risuonare del giusto grido per la libertà palestinese lanciato da milioni di persone attraverso manifestazioni, scioperi, atti di disobbedienza civile e azioni dirette. E quando questo castello di carte coloniale crollerà, ci sarà un’altra soluzione più giusta pronta a prendere il suo posto. Se la maggioranza globale si oppone all’imperatore e afferma il proprio potere collettivo, agendo attraverso il meccanismo dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite «Uniting for Peace» per aggirare il veto degli Stati Uniti, adottando misure di responsabilità per isolare e punire il regime israeliano e dispiegando una protezione reale per la Palestina, allora l’ONU potrà continuare a lottare un giorno in più. Altrimenti, sicuramente appassirà e morirà vittima delle proprie ferite, nessuna delle quali più profonda della vergognosa risoluzione del 17 novembre 2025. Consigli di lettura: F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); H. Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar», 18 aprile 2025;  M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org , 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); F. Lordon,   Endgame , «Sidecar», 27 giugno 2025; A. Lowenstein, The Palestine laboratory. Hoe Israel exports the technology of occupation around the world , Verso + Scribe, London-New York 2023; — Disaster capitalism. Making a killing out of catastrophe,  Verso, London-New York 2015; C. Mokhiber, How the UN could act today to stop the genocide in Palestine  in craigmokhimber.org , 21 agosto 2025 (accesso il 20/11/2025); — Trump sanctions on UN Special Rapporteur Francesca Albanese are illegal and represent further U.S. complicity in genocide in craigmokhimber.org , 10 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — Rogue states: the illegality of the U.S.–backed Israeli attacks on Iran in craigmokhimber.org , 18 giugno 2025 (accesso il 20/11/2025); — The People vs. the abyss: the Sarajevo declaration of the Gaza tribunal in craigmokhimber.org , 5 giugno 2025 (accesso il 20/11/2025); I. Pappé, La fine di Israele, Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina , Fazi, Roma 2025; — Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? , «El Salto», 20 aprile 2023. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Craig Gerard Mokhiber è un attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni ’80, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

  • konnektor

    Trump: controllo della politica monetaria e governo autoritario? Scott A Ross Il governo statunitense ha pretese smisurate nella sua brama di potere, ingiuste per la maggioranza, grossolane nella loro concezione e autoritarie nei loro contenuti. E ha capito che deve controllare unilateralmente tutti le leve della gestione macroeconomica per poter giocare le carte belliche e geopolitiche che, a suo avviso, gli consentiranno di arrestare la crisi irreversibile della sua egemonia. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » . Trump è determinato a piegare la Federal Reserve. Durante l’estate è riuscito a inserire uno dei suoi principali consiglieri economici, Stephen Miran, nel Consiglio dei governatori, ha cercato di destituire un’altra governatrice, Lisa Cook, e ha intensificato la sua lunga disputa con il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Trump stesso nel 2018 aveva nominato Powell, un banchiere d’investimento repubblicano, ma il suo impegno a proteggere la banca centrale dalle interferenze politiche lo ha esasperato sin dalla sua rielezione. Come dobbiamo interpretare la campagna di pressione di Trump contro la Federal Reserve? Quali potrebbero essere i suoi effetti sulla formulazione delle politiche economiche? E come dovrebbe reagire la sinistra? L’obiettivo immediato di Trump è quello di abbassare i tassi di interesse – cosa che secondo lui Powell sta facendo troppo lentamente – al fine di stimolare la crescita economica e ridurre il costo del debito pubblico. La Federal Reserve ha agito con cautela in questo senso, perché una drastica riduzione dei tassi a breve termine aumenterebbe l’inflazione – attualmente è del 3%, al di sopra del suo obiettivo del 2%, e ancora in crescita – il che minerebbe la fiducia degli investitori e farebbe aumentare i tassi a lungo termine. Pertanto, l’ossessione del governo Trump di ridurli non ha molto senso, a meno che questa impazienza non sia sintomo di un’offensiva più ampia per assumere il controllo della politica monetaria. Strategia che potrebbe includere la manipolazione degli indicatori di inflazione (il governo ha dimostrato la sua propensione a manipolare i dati o a ostacolarne la raccolta) o una qualche versione di controllo dei prezzi (“accordi” su favori politici ed economici a settori economici chiave in cambio di un aumento moderato dei prezzi). La questione davvero cruciale, tuttavia, è che il programma di quantitative easing  della Federal Reserve serve a porre un rigido limite minimo al ribasso del valore degli asset, mentre il suo impatto sull’inflazione dei prezzi al consumo è molto meno diretto. Controllare tale programma, e rimodellarlo per promuovere interessi in linea con il movimento MAGA, rappresenta il vero premio. La scorsa settimana, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha insinuato che l’ostinazione della banca centrale fosse in parte responsabile delle tendenze recessive visibili in alcuni settori dell’economia. Ha anche utilizzato le pagine del «Wall Street Journal»   per attaccare il quantitative easing , accusando la banca centrale di essere diventata un «sostegno de facto per i proprietari di asset», che arricchisce gli investitori a spese del resto della società. Il governo Trump, afferma Bessent, vuole invertire questa tendenza verso un «obiettivo nascosto» e riportare la Fed a occuparsi solo di garantire la stabilità finanziaria. Gli analisti progressisti si sono affrettati a difendere la banca centrale, considerando gli attacchi del governo Trump come un altro fronte nella sua campagna contro le norme e le istituzioni politiche. Paul Krugman, ad esempio, ha denunciato  l’intervento di Bessent come «vile, subdolo e sordido», insistendo sul fatto che il quantitative easing  era l’unico modo in cui la Federal Reserve poteva mantenere a galla l’economia dopo la crisi finanziaria del 2008. Krugman ha ragione quando afferma che tale politica non rappresenta una cospirazione. Non bisogna, però, dimenticare che le disuguaglianze inerenti alla logica della stabilizzazione macroeconomica provano che la spettacolare crescita della rete di sicurezza finanziaria ha riempito le tasche della classe ricca proprietaria di asset, escludendo al contempo la classe media dalla proprietà immobiliare. Per quanto corretta sia la sua opinione, la sincerità della critica di Bessent è senza dubbio discutibile. È difficile credere che il segretario al Tesoro – un ex gestore di hedge fund che, con un patrimonio netto stimato di almeno 600 milioni di dollari, è uno dei membri più ricchi del governo più ricco della storia degli Stati Uniti – stia perdendo il sonno a causa dell’aumento delle disuguaglianze. Ed è evidente che la sua opinione sui salvataggi varia a seconda dei beneficiari. Si mostra favorevole quando includono uno spirito politico affine come il presidente Milei, oltre ad alcuni colleghi di vari hedge fund che hanno investito pesantemente nel peso argentino. Al contrario, quando gli è stato chiesto quale sarebbe stata la sua risposta se la città di New York avesse avuto bisogno di aiuti federali affinché il nuovo sindaco Zohran Mamdani disponesse delle risorse necessarie per cercare di risolvere la crisi del costo della vita, ha citato il messaggio di Gerald Ford alla città di New York mezzo secolo fa: «Andate all’inferno».  Al centro del conflitto c’è una differenza fondamentale tra i diversi approcci alla socializzazione del rischio. Quando un’azienda o un settore sono sotto pressione, la principale preoccupazione della Federal Reserve è la minaccia sistemica che l’una o l’altro possono rappresentare, anche se le misure di stabilizzazione avvantaggiano in primo luogo quelle entità che sono troppo grandi per fallire. L’amministrazione, al contrario, è più interessata a un approccio basato sulla discrezione e sul clientelismo. Sebbene più selettivo, quest’ultimo non è necessariamente più economico. Ad esempio, la Fed potrebbe voler affrontare lo scoppio quasi inevitabile della bolla dell’intelligenza artificiale nello stesso modo in cui ha gestito la fine dell’era dot-com: fornendo ampia liquidità, ma accettando comunque il sostanziale deprezzamento di molti asset tecnologici. È probabile che l’amministrazione Trump voglia offrire molto di più, dato che le aziende tecnologiche sono diventate alleate chiave, rivestendo ruoli strategici nella macchina mediatica di MAGA e nello sviluppo delle capacità di sorveglianza e militari. Sarebbe difficile per il Dipartimento del Tesoro organizzare da solo tali interventi. Anche in circostanze normali, è necessario il sostegno attivo della Federal Reserve per mantenere «ordinato il mercato» in una situazione di debito pubblico, e ancor più in questo momento in cui quasi certamente dovrà finanziare il deficit federale legato ai periodi di guerra. Il drastico aumento del debito pubblico allontanerebbe ulteriormente i falchi del deficit zero, un gruppo ancora potente al Congresso. Pertanto, il Tesoro di Trump ha bisogno della Fed. L’aspirazione di Bessent non è una banca centrale di dimensioni ridotte, come suggerirebbe la sua retorica, ma un’istituzione che eserciti i propri poteri per promuovere le priorità del potere esecutivo. Questa “Fiscal Dominance“ volta a sostenere il debito pubblico   rappresenta un anatema per gli economisti convenzionali. La critica di Krugman alla discrepanza tra la diagnosi di Bessent – la Fed è stata catturata da interessi particolari – e la sua soluzione – mettere la Federal Reserve nell’orbita del potere esecutivo – è perfettamente azzeccata. Ma possiamo rifiutare la soluzione di Bessent senza salire sulle barricate per difendere l’idea ingenua e ingannevole dell’indipendenza della Fed, ignorando l’intreccio del suo apparato di stabilizzazione con le aziende dai bilanci più consistenti di Wall Street. Dimenticare questo aspetto non fa che rafforzare il programma MAGA: la gente comune diffida delle affermazioni di neutralità della Fed, e a ragione. Il principio di indipendenza della banca centrale statunitense risale all’«accordo» del 1951, quando la Federal Reserve si assicurò il diritto di aumentare i tassi di interesse anche quando tali misure erano destinate ad aumentare i costi di indebitamento del Tesoro. Tuttavia, lo status di tale norma è rimasto incerto per diversi decenni: la Fed aveva più margine di manovra per combattere l’inflazione, ma continuava a prestare molta attenzione al costo del finanziamento pubblico, nonché alle preoccupazioni dei presidenti in materia di crescita e occupazione. Alla fine degli anni ‘70 si verificò un cambiamento decisivo, quando Jimmy Carter diede le redini della Fed a Paul Volcker, il quale dichiarò subito di voler frenare la crescita dell’offerta di moneta e lasciare che i tassi di interesse salissero al livello necessario per ridurre l’inflazione – all’epoca era ben al di sopra del 10% – ignorando le proteste dei gruppi di interesse, compresi i politici. Tuttavia, come i critici hanno sottolineato da tempo, l’indipendenza della banca centrale è sempre stata più un mito che una realtà e, di conseguenza, il modello tecnocratico ancorato alla stabilità difficilmente ha avuto effetti neutri, come dimostrato dalla grave recessione causata dall’aggressiva politica di aumento dei tassi di interesse attuata da Volcker. Anche se la Federal Reserve è diventata più autonoma, le misure di stabilizzazione finanziaria adottate hanno protetto sistematicamente le banche più importanti: è il cosiddetto intervento dello stato salvatore, portato a nuove proporzioni in seguito alla crisi finanziaria del 2008 con il passaggio ad acquisti di asset su larga scala. Il mandato di Powell scade nel maggio 2026 e nei prossimi mesi Trump nominerà un successore che, spera, sarà più ricettivo nei confronti dei suoi desideri. Bessent sta attualmente intervistando i candidati. Uno dei favoriti è Kevin Warsh, persona che gode della sua piena fiducia. Warsh, che si presenta come il Volcker attuale, ritiene che una banca centrale dedicata esclusivamente al controllo della crescita dell’offerta monetaria dovrebbe riscuotere un livello di credibilità tale da produrre naturalmente tassi di interesse più bassi. Tuttavia, le speranze di una ripetizione della Grande Moderazione – l’era dei tassi di interesse bassi che seguì il mandato di Volcker – sono destinate a essere deluse. La riduzione dell’inflazione durante il decennio 1980-1990 dipese in larga misura da una serie di eventi specifici: la distruzione dei sindacati, l’ascesa della Cina come fornitrice di importazioni a basso costo e la capacità dei mercati finanziari di assorbire la liquidità, evitando così che i consumatori «inseguissero beni troppo scarsi» e provocassero di conseguenza un aumento dei prezzi al consumo. Forse Warsh ne è consapevole, il che spiegherebbe perché, in realtà, non prevede il ripetersi della terapia d’urto. Al contrario, ha indicato che poiché la banca centrale, con le sue politiche di quantitative easing,  in pratica, sta giocando sul terreno della politica fiscale, il Tesoro ha a sua volta il diritto di fare la voce forte nella gestione del bilancio della Federal Reserve. Il nuovo «accordo» che lui immagina stabilirebbe un maggiore – e non minore, come nel 1951 – coordinamento tra il Dipartimento del Tesoro e la Fed. Trump potrebbe invece optare per uno fidato come Kevin Hassett, attuale direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, che eseguirebbe i suoi ordini per ragioni più che ovvie. Un altro candidato, Christopher Waller, gode del favore della maggior parte degli economisti per le sue credenziali ortodosse e la sua esperienza, anche se si è sforzato di sottolineare che queste non rappresenteranno un ostacolo rispetto alle preferenze politiche del presidente. E poi ci sono voci secondo cui Trump starebbe valutando l’idea di scegliere lo stesso Bessent come presidente della Fed, il che sarebbe il modo più enfatico per comunicare che le casse pubbliche e l’infrastruttura finanziaria della nazione non rispondono più ad autorità separate. Indipendentemente dall’esito, diventa difficile immaginare che qualunque futuro presidente della Fed non allineato fedelmente agli ordini di Washington possa rimanere a lungo in carica. L’attacco di Trump alla Fed è un’altra variante della consueta strategia MAGA: alimentare sentimenti pro- mercato e anti-establishment   per rafforzare le prerogative dell’esecutivo. Questo trucco politico è sempre disorientante, ma in pochi ambiti i progressisti hanno perso così tanto la bussola nell’arrivare a formulare una risposta convincente. Durante questa seconda amministrazione Trump, con i suoi impulsi autoritari molto più pronunciati, l’indipendenza della banca centrale è diventata un importante punto di riferimento, un’ulteriore occasione per affermare il valore della competenza tecnica apolitica. Tuttavia, considerare tale tematica come una strategia politica praticabile significa ignorare il modo in cui le politiche di stabilizzazione della Federal Reserve hanno alimentato l’estrema polarizzazione economica, che ha rappresentato un terreno così fertile per l’emergere e il consolidamento della destra populista. Non c’è nulla di contraddittorio nel cercare di strappare il controllo dell’infrastruttura finanziaria della nazione sia al modello «troppo grande per fallire» difeso da Wall Street che alle ambizioni di governi autoritari. Del resto una politica che metta insieme questi obiettivi e miri alla creazione di istituzioni in grado di rendere la gestione monetaria dipendente dalla legittimazione democratica sembra impossibile da realizzare in questo momento. Le enormi e persistenti conseguenze della crisi finanziaria hanno portato il movimento di Trump a capire che, se vuole davvero trasformare le cose imponendo la propria visione, dovrà controllare la politica monetaria. Mentre la valanga MAGA rende sempre più incoerente una politica incentrata sulla difesa dello status quo, il tempo a disposizione dell’opposizione per imparare la stessa lezione sta per scadere. Testi consigliati  Aaron Benanav, Beyond Capitalism – 1 , « New Left Review» 153, Beyond Capitalism –2 , « New Left Review» 154.  Bernie Sanders, No crowns, no clowns, no kings!  e Trump y la política estadounidense , «Diario Red» 23/10/25 e 18/08/25.  Robert Brenner e Dylan Riley, Sette tesi sulla politica americana », « New Left Review» 138  Tim Barker, Disallineamento di classe negli Stati Uniti , «Sidecar» 11/11/24 , e   Alcune questioni sul capitalismo politico , « New Left Review» 140/141 Anton Jäger, Hyperpolìtics in America ,  «Diario Red» 24/05/25 e «New Left Review» 149 Matthew Karp, Trump redux: from 2016 to 2024 ,  «Diario Red» 05/07/25 e «New Left Review» 150, Party and class in American politics , «New Left Review» 139, e Maxed out , «Sidecar» 23/05/25 e «Diario Red» 27/05/25 .  Robert Brenner, Dylan Riley et al. , Sul capitalismo politico: il nuovo dibattito Brenner  (2024). Martijn Konings insegna Economia politica all’Università di Sydney. Ha scritto The Bailout State: Why Governments Rescue Banks, Not People  (Polity, 2025).

  • fascismi

    Democrazia d’eccezione e post-fascismo, un dialogo con Andrea Russo parte 2 Donata Vanerio Il testo che qui presentiamo è la seconda parte della trascrizione di una conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo. Nella prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo “Action 30”.  In questo secondo episodio vengono indagate le operazioni di “fascistizzazione del cristianesimo” operate dalle nuove destre, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, e le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio. Redazione Ahida: Da alcuni anni, negli Stati Uniti, è in atto una forte sussunzione della vita e dell’opera teologica di Bonhoeffer da parte della destra religiosa trumpiana. Come mai secondo te? Andrea Russo: Sì, oggi ci tocca la sciagura degli ambienti cristiani trumpiani, che sono soliti riferirsi a Bonhoeffer come a una sorta di testimonial  prestigioso dei valori tradizionali del patriottismo, del nazionalismo, del militarismo. Figura chiave di questa distorta interpretazione della vita di Bonhoeffer è il giornalista Eric Metaxas, la cui monografia a lui dedicata, pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 2010, ha venduto un milione di copie in tutto il mondo. Il giornalista, entusiasta sostenitore di Trump, durante la campagna per le elezioni presidenziali ha più volte paragonato Biden a Hitler e i democratici ai nazisti, rimandando al suo libro su Bonhoeffer per cogliere in profondità i dettagli di tale parallelismo. Infine, vorrei richiamare l’attenzione sul documento della fondazione filo-trumpiana Heritage “Progetto 2025”, nel quale viene ripresa la categoria teologica bonhoefferiana della «grazia a caro prezzo», con l’intento però di screditare tutte le organizzazioni laiche e religiose che permettono l’ingresso indiscriminato di immigrati illegali nel paese. Bonhoeffer, invece, la utilizzò alla fine degli anni ʼ30 per criticare le posizioni della Chiesa protestante, che asseriva la conciliabilità tra dottrina cristiana e nazismo. Il modo in cui viene oggi interpretato Bonhoeffer dall’ultradestra religiosa e sovranista è certamente infondato. Proprio lui, che aveva conosciuto la discriminazione degli afroamericani durante il suo soggiorno a New York e aiutato gli ebrei a fuggire dalla Germania, non si sarebbe mai visto vicino a movimenti neofascisti xenofobi e razzisti, o schierato al fianco di Trump e Netanyahu sostenitori della “guerra preventiva”, ma al contrario, li avrebbe criticati e combattuti. Redazione Ahida : Si potrebbe dire che l’interpretazione trumpiana di Bonhoeffer non ha fatto altro che “fascistizzare” la sua vita e la sua opera. Quasi un lavoro propagandistico, piegare una figura per renderla conforme alla propria narrazione, quasi creando una mitologia? Andrea Russo: Direi che il caso di Bonhoeffer è un esempio molto eloquente di un più generale processo di “fascistizzazione del cristianesimo” [8]. Va detto che non si tratta di una novità. Nel Diciannovesimo e nel Ventesimo secolo è stata egemonica una teologia imperialista che ha nazionalizzato Dio, riducendolo a un idolo tribale che ha legittimato la guerra etnica. E venendo all’oggi non si può non riconoscere che il binomio religione-nazione, se pur in forme nuove, continua a produrre catastrofi. Per far luce sulle poste in gioco del fascismo del presente, questa questione non deve restare sottotraccia. Redazione Ahida: Molto probabilmente l’attuale “fascistizzazione del cristianesimo” ha molto a che fare con il sistema della comunicazione mainstream . Non dobbiamo dimenticare, per esempio, che negli Stati Uniti l’ascesa del fondamentalismo evangelico si esprimerà soprattutto attraverso il successo delle chiese “via cavo” e dei rispettivi predicatori televisivi. Alla fine degli anni Settanta, questi ambienti, decideranno di scendere in campo anche sul piano politico, appoggiando alcuni candidati del partito repubblicano. Il circuito del fondamentalismo cristiano nominato Christian Coalition  sarà determinante per l’elezione di Regan e di George W. Bush [9]. E la destra evangelica lo è stata anche per l’elezione di Trump.  Andrea Russo: Oggi gli evangelici si considerano combattenti di una battaglia contro il male, cioè i democratici, e pensano che Trump sia il messia inviato da Dio per la salvezza dell’America. Il gesuita Antonio Spadaro, in un articolo di alcuni mesi fa, ha posto in rilievo che il discorso pubblico di Trump si fonda sulla riattivazione di tre modelli di mitologie politiche: «il mito della cospirazione, dell’età dell’oro e del salvatore. Trump mobilita questi miti proponendosi come leader provvidenziale (il salvatore), evocando il “make America great again”, cioè un passato glorioso da riconquistare (l’età dell’oro) e individuando nemici esterni e interni (la cospirazione): gli immigrati, le élite accademiche, l’Europa, le istituzioni multilaterali. Tutti presentati come parte di un grande complotto ai danni del vero popolo americano» [10] . La figura del leader alla Trump, che tramite i miti costruisce il suo programma politico, è comunque una specificità del fascismo storico. Se il nazismo e il fascismo sono stati eventi così dirompenti è soprattutto perché la loro retorica messianica è stata massimamente potenziata dai dispositivi di comunicazione di massa degli anni ʼ40: cinema e radio. Sono stati, infatti, Hitler e Mussolini i primi ad impadronirsi di queste nuove tecnologie e a utilizzarle per fini di propaganda politica. Con la ripresa delle immagini (cinema) e la riproduzione della voce (radio), si è fatto in modo che i dittatori raggiungessero un grandissimo numero di spettatori e ascoltatori. In più, rendendo indistinguibili le figure del leader politico, del Salvatore, dell’attore, il dispositivo massmediatico ha performato la percezione del pubblico, tanto da sostituirsi alla coscienza religiosa e alla coscienza di classe. I regimi totalitari non si sono affermati soltanto con la violenza fisica, ma anche per la loro straordinaria capacità di avere una presa sull’inconscio simbolico collettivo: paure arcaiche, paranoie, desideri di riscatto, bisogni di appartenenza. La loro ideologia è riuscita ad usare la parola simbolica come dispositivo di fascinazione e di domino delle masse. Non è una forzatura affermare che Hitler e Mussolini hanno inaugurato l’epoca della politica spettacolo. Redazione Ahida: Sembrerebbe quindi che le trasformazioni profonde avvenute a cavallo tra Ventesimo e Ventunesimo secolo ci offrono, per così dire, le chiavi per la comprensione dell’attuale riformulazione egemonica fascista? Andrea Russo: Sì. Oggi, come ieri, il fascismo è sempre stato all’avanguardia nell’uso della propaganda, tuttavia, per essere efficace, la propaganda deve operare soprattutto sul piano del linguaggio e della percezione, in modo che vi sia un ambiente cognitivo già predisposto ad accoglierla e a trasformarla in prassi quotidiana, senso comune. Il nuovo fascismo, come il vecchio, risulta vincente in quanto è riuscito, grazie al monopolio dei dispositivi massmediatici, a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, il che significa che è riuscito a far vedere e a far parlare in una determinata forma grandi masse di popolazione. La massa diventa totalmente governabile solo quando gli individui che la compongono desiderano le stesse cose, e parlano e pensano allo stesso modo. Redazione Ahida: Prima accennavi a Pasolini, in che modo da un contributo a questa analisi?  Andrea Russo: Principalmente perché a metà degli anni Settanta i testi di Pasolini sul genocidio culturale delle classi popolari affrontano la questione a partire dall’affermarsi di una “nuova macchina linguistica”. Per un poeta come lui fare esperienza del genocidio significa constatare che si vive nell’afasia, nella perdita delle capacità linguistiche. Tutta l’Italia aveva proprie tradizioni, abitava in una lingua viva, in un dialetto che era rigenerato di continuo da innovazioni linguistiche; tuttavia, è accaduto che il linguaggio omologante dell’ideologia consumista ha finito per prevalere, sostituendosi a questa vitalità. Pasolini intravede nell’avvento della società dei consumi e della televisione la nuova forma totale del fascismo del presente. Adesso è il consumo a legare e integrare dentro di sé, al pari di un fascio la collettività. «Nessun centralismo fascista – egli scrive – è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della società dei consumi […]. Oggi i modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta […]. Il fascismo [storico] non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d’informazione (specie la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata» [11]. Il nuovo fascismo del consumo ha calato una pietra tombale sulle forme di vita del popolo (contadine, sottoproletarie, operaie). Esso lo ha profondamente trasformato, l’ha toccato nell’intimo, gli ha dato altri sentimenti, altri modi di pensare e di vivere. Con la categoria di genocidio culturale, Pasolini ha proposto una visione annichilente della mutazione antropologica che il consumismo provoca nella sfera linguistica, psichica e comportamentale del proletariato.  Redazione Ahida: Pasolini viene assassinato ad Ostia il 2 novembre del 1975. Sul finire del 1977, mentre i fuochi della rivolta si stanno spegnendo, di li a breve Berlusconi darà inizio al suo progetto di privatizzazione e commercializzazione del sistema comunicativo. Sarà quindi nelle generazioni degli anni Ottanta, Novanta e Duemila che la catastrofe linguistica e antropologica annunciata da Pasolini si avvera. Ci pare che questo sia il riflesso di profonde trasformazioni di cui ancora non è chiara la portata, ma delle quali iniziamo ad intuire il significato. Andrea Russo: Si, perché quelle generazioni sono cresciute sotto la tutela pedagogica del dispositivo massmediatico. Il nuovo modello di vita edonistico della società dei consumi propagato dalla televisione, secondo Pasolini, è così potente perché assolve a funzioni pedagogiche ed estetiche. Tutti parlano allo stesso modo, si comportano allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose. La “cultura berlusconiana” televisiva, negli anni Ottanta e Novanta, ha attuato le funzioni del dispositivo individuate da Pasolini. Oggi dovremmo aggiornare l’analisi tenendo conto dell’avvento di internet e, più in generale, della rivoluzione digitale. Note “Fascistizzazione del cristianesimo” è l’espressione utilizzata dal collettivo francese Anastasis, per riflettere sul fatto che alle elezioni del giugno 2024, il 40% dei cattolici ha votato l’estrema destra. Cfr. Collectif Anastatsis, Urgence Évangélique , Éditions Parole et Silence, 2025.  Cfr. G. Caldirion, Wasp . L’America razzista dal Ku Klux Klan a Donald Trump , Fandango Libri, Roma 2016.  A. Spadaro, La retorica del potere e la nuova responsabilità della Chiesa , Avvenire, 7 luglio, 2025. Ma anche, sempre dello stesso autore, Nel teatro di Donald Trump, dove la politica è performance , Avvenire, 28 giugno 2025.  P.P. Pasolini, Acculturazione e acculturazione , in Id, Saggi sulla politica e la società , Mondadori, Milano 1999, p. 290. Andrea Russo  è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.

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    Appropriazione capitalistica

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    RISONANZE SONORE # 1 Sotto la superficie del rumore Christina Kubisch Il testo intreccia memoria personale e analisi critica per introdurre Risonanze sonore, una rubrica dedicata alla musica d’avanguardia. Partendo dalla Taranto degli anni Sessanta e Settanta, l’autore racconta come la musica sia stata per lui un linguaggio di resistenza sociale, sviluppato attraverso collettivi, radio, riviste e una lunga pratica di ascolto e sperimentazione. La riflessione si amplia poi alla trasformazione della musica in prodotto nell’era neoliberista e alla nascita di nuove forme di autonomia come le etichette indipendenti. Nella contemporaneità, la musica sperimentale viene descritta come un ecosistema fluido, rizomatico e tecnologicamente ibrido, capace di creare micro-comunità e spazi critici di relazione. Attraverso esempi come il percorso di Gaspare Sammartano, il testo mostra come il suono possa diventare strumento di lettura del territorio e laboratorio sociale. La sperimentazione sonora emerge così come pratica politica, percettiva e comunitaria, capace di opporsi alla mercificazione culturale e di generare nuove forme di sensibilità e partecipazione. Presentazione della rubrica Risonanze sonore A Taranto, la città in cui vivo, nei gloriosi  anni Sessanta e Settanta si respirava un fermento inquieto: una vitalità giovanile attraversata dalla conflittualità operaia e dalle prime proteste studentesche. La musica non era evasione, ma riflesso di quelle tensioni: un modo per dare voce a una realtà che cambiava e pretendeva di essere ascoltata. Lì percepivo che poteva diventare una forma di resistenza, un respiro collettivo capace di raccontare il mondo da un’altra prospettiva.Fin dalla metà degli anni Sessanta ho percepito nella musica una forma di linguaggio capace di opporsi al conformismo del mio tempo. In un’Italia ancora segnata da moralismi borghesi, discriminazioni e retaggi fascisti, quelle musiche altre  – spesso confinate nelle radio notturne o in cerchie ristrette di appassionati – mi hanno insegnato a riconoscere l’ingiustizia e a mettere in discussione l’ordine delle cose imposto. A quei tempi   ho fatto parte di un collettivo musicale a Taranto, una realtà aperta e sperimentale in cui musicisti diversi si alternavano tra strumenti e sonorità, dando vita a esibizioni sempre nuove. Ho collaborato per qualche mese con una rivista quindicinale di musica di cui non ricordo il nome, (mi pare fosse «Sound Music» o «Sound Flash» su incarico di un impresario nazionale che ne deteneva parte della proprietà) e   quest’esperienza mi offrì l’occasione di vivere da vicino il fermento culturale di quegli anni e di respirare l’atmosfera dei concerti, ai quali potevo assistere liberamente.Negli anni successivi ho collaborato  anche   con alcune radio private cittadine, continuando a mantenere un legame costante con la musica.Collezionista di vinili da decenni, ho espresso questa passione anche in altre forme: realizzando video di concerti dal vivo e, più recentemente, partecipando al recupero di un raro reperto audio poi pubblicato su vinile, testimonianza di una stagione rock progressiva tutta tarantina. M.A.B. –  Minestra Affogata In Brodo   https://www.discogs.com/release/32570235-MAB-Minestra-Affogata-In-Brodo?srsltid=AfmBOop5Mz47QjE4bB2Wkm2Zcvimj2eLxIJqWLJOl0C2gEVgfl9ge-J- Con il tempo, ho imparato che il suono non è solo estetica, ma esperienza. Attraverso il mio modo di ascoltare e di suonare, ho compreso che la libertà non nasce solo dall’improvvisazione, ma dal modo in cui si percepisce il suono: fuori dalle categorie, dai generi, dalle gerarchie che il mercato e la tradizione impongono. Scoprire il suono in sé, nel suo farsi e disfarsi, significava per me riconoscere un’altra sensibilità, una forma di conoscenza capace di mettere in discussione ciò che ci viene insegnato ad ascoltare. Fu attraverso la musica psichedelica, che mi aveva colpito per la sua capacità di espandere la percezione e aprire spazi interiori inattesi, che arrivai al free jazz e alla musica sperimentale. Entrambe furono per me una rivelazione sonora: frantumavano le strutture, spezzavano i confini, respiravano fuori dal tempo e dalle regole. In quell’ascolto scoprivo non solo una dimensione più umana e consapevole, ma anche un nuovo rapporto con lo spazio circostante – come se il suono, liberandosi, restituisse respiro anche al mondo intorno. Proprio perché la musica iniziò a farsi portavoce di una possibile sovversione sociale – capace di scardinare le gerarchie e di dare voce a nuove forme di libertà – nella seconda metà degli anni Settanta il neoliberismo si insinuò come una forza silenziosa ma profonda, pronta a neutralizzarne il potenziale. Il suono, da linguaggio collettivo e liberatorio, venne progressivamente trasformato in prodotto; l’artista costretto a misurarsi con le regole del mercato, a gestire sé stesso come un bene da vendere, più che come un soggetto creativo. Eppure, da quella stessa contraddizione nacquero nuove forme di resistenza: l’autoproduzione, le etichette indipendenti, il punk hardcore e una scena artistica sorprendentemente fertile che, grazie alle tecnologie emergenti, continuava a esplorare territori sonori inediti, riaffermando una libertà che il mercato ha tentato di inglobare, ma che, in parte, ha continuato a risuonare – ostinata – contro ogni tentativo di controllo. Ascoltare, allora, significava prendere posizione. Ogni suono era un atto di resistenza contro l’omologazione, un invito alla partecipazione, non al consumo. La musica d’avanguardia diventava un gesto di insubordinazione: non solo ricerca formale, ma tentativo di liberare l’ascolto dalla gabbia della forma-merce. Oggi, nonostante le piattaforme digitali abbiano inglobato anche la musica indipendente, resiste una scena viva di artisti e ascoltatori che scelgono di sottrarsi al rumore del mercato. Per loro – e per me – il suono resta un incontro, un gesto critico, un modo di pensare e di costruire comunità. Questa rubrica nasce (per loro:) per chi ancora cerca nella musica un atto di libertà, un gesto di consapevolezza. Sarà uno spazio di ascolto e di racconto, dove le musiche d’avanguardia non siano un’eccentricità da collezionisti, ma una bussola per orientarsi nel rumore del presente. Negli ultimi anni si osserva un rinnovato interesse verso la musica sperimentale elettronica e concreta, un campo artistico complesso e articolato che, pur restando ai margini delle logiche commerciali tradizionali e dei circuiti di mercato convenzionali, continua a esercitare un fascino duraturo e costante su nuove generazioni di musicisti, sound artist , sperimentatori del suono e creativi che intendono esplorare territori sonori non convenzionali. Questo fenomeno non riguarda solamente la produzione musicale in senso stretto, ma coinvolge anche i modi di ascolto, le pratiche di condivisione, la costruzione di reti di scambio, la creazione di comunità temporanee o durature e lo sviluppo di spazi di pratica artistica innovativi, in cui ogni elemento sonoro diventa occasione di riflessione e di interazione. Gli autori coinvolti in queste pratiche sono spesso autodidatti, o provengono da percorsi ibridi e compositi che intrecciano competenze provenienti da diverse discipline creative, tra cui arte visiva, informatica, performance dal vivo, design del suono, installazioni, interazioni multimediali e sperimentazioni tecnologiche. In questo contesto, la rete e le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale, offrendo uno spazio di visibilità e di connessione che, pur essendo limitato e ristretto, permette la nascita di micro-comunità sonore transnazionali, in cui individui e gruppi possono incontrarsi, scambiarsi idee, strumenti, metodologie e pratiche creative, sperimentare collaborazioni a distanza, discutere di progetti comuni e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero isolate. Questi spazi digitali diventano così veri e propri luoghi di aggregazione, dove il suono, l’innovazione e la sperimentazione si intrecciano e si amplificano, creando possibilità di contaminazione e di interazione che travalicano i confini fisici e geografici, pur restando sempre fortemente legati a dinamiche di nicchia. Tali esperienze sfuggono ai modelli di consumo tradizionali e alle categorie di mercato musicale consolidate, mantenendo un carattere sotterraneo, intenso, fertile e creativo, ma al contempo fragile e precario. Il pubblico a cui queste pratiche si rivolgono è spesso limitato, specifico e selettivo; la stampa specializzata riserva loro solo attenzione episodica, intermittente e frammentaria; e le reti di sostegno tra artisti risultano spesso deboli, discontinue, frammentate e poco strutturate. La dimensione indipendente e non convenzionale di queste pratiche le pone in netto contrasto con le cosiddette scene alternative popolari , che pur proclamandosi autonome e indipendenti, finiscono frequentemente per replicare, in modo più o meno consapevole, le stesse logiche di competizione, branding, visibilità e spettacolarizzazione che caratterizzano l’industria culturale mainstream e le pratiche musicali consolidate. Tuttavia, anche all’interno del contesto sperimentale emergono contraddizioni interne, difficoltà e tensioni latenti. Alcune micro-scene rischiano di diventare autoreferenziali, concentrandosi in modo eccessivo su se stesse, sui propri codici interni, sui propri meccanismi di riconoscimento e sugli strumenti di legittimazione interna, pur mantenendo un’apparente autonomia creativa e un’apparente apertura verso l’esterno. Questo paradosso porta talvolta a una progressiva assimilazione delle pratiche radicali e innovative all’interno di un mercato di nicchia, che valorizza soprattutto visibilità limitata, circolazione interna, riconoscimento tra pari e scambi simbolici, a discapito di un impatto reale più ampio e di una relazione diretta e significativa con il pubblico esterno e con la società nel suo complesso. Dinamiche di questo tipo portano inevitabilmente a compromessi, negoziazioni e adattamenti rispetto a istituzioni culturali, fondazioni, finanziamenti pubblici e privati, bandi, residenze artistiche e altre forme di sostegno economico e logistico, introducendo vincoli impliciti che condizionano in modo più o meno evidente il percorso creativo, la libertà espressiva e la possibilità di operare in completa autonomia, senza censure, limitazioni o restrizioni di contenuto e di forma. In questo senso, persino le esperienze più radicali, sperimentali e innovative rischiano di consolidare piccole élite, riprodurre esclusioni interne, generare distanze tra artisti e pubblico e ridurre la possibilità di instaurare relazioni significative e profonde con la realtà sociale, compromettendo in parte la funzione critica, politica e trasformativa della pratica sonora. Le pratiche sonore sperimentali si configurano oggi come reti rizomatiche di relazioni, connessioni, esperienze e flussi comunicativi. Sono organismi fluidi, aperti, mobili e orizzontali, che collegano frammenti, tecniche, sensibilità, approcci e percorsi differenti, senza centro, senza autorità estetica dominante e senza gerarchie imposte dall’alto. Il suono si propaga, si diffonde, si moltiplica e si trasforma attraverso risonanze, interferenze, connessioni transitorie e contaminazioni, attraversando confini disciplinari, generazionali, culturali e geografici. Arte sonora, performance dal vivo, installazioni, interventi ambientali, sperimentazioni elettroniche, manipolazioni tecnologiche e processi di interazione con l’ambiente convivono e si intrecciano senza subordinare una forma all’altra, dando vita a un ecosistema creativo in continuo divenire. È un’organizzazione del pensiero e dell’esperienza che rifiuta rigidità, verticalità, gerarchie e sistemi centralizzati, costruendo spazi di prossimità, contaminazione, scarto e interdipendenza, in cui la creazione artistica si nutre di residui, di interferenze, di imprevisti, di esperimenti, di tentativi falliti e di intuizioni improvvise, generando dinamiche creative in continuo movimento. In questa prospettiva, la musica sperimentale contemporanea non è soltanto ricerca estetica, né esclusivamente esplorazione sonora fine a sé stessa: rappresenta un intreccio complesso e continuo di materia, tecnologia, linguaggio e politica, un entanglement  in cui gli elementi umani e quelli tecnici si influenzano reciprocamente, si co-determinano e si trasformano in continuazione, generando un tessuto relazionale complesso, ricco di variazioni, modulazioni e possibilità di interazione. Non esistono più confini netti tra ciò che è umano e ciò che è tecnico: il suono nasce dall’interazione reciproca tra corpi, circuiti elettronici, algoritmi, software, ambienti fisici, spazi architettonici e contesti culturali, generando un processo ininterrotto di co-creazione, di trasformazione e di contaminazione, in cui la tecnologia non è subordinata alla volontà dell’artista, ma diventa parte integrante del gesto creativo. L’atto stesso di produrre suono – manipolare segnali, rumori, interferenze, feedback, distorsioni, glitch , voci e scarti – assume valore critico, percettivo, simbolico e riflessivo, diventando un gesto di disobbedienza e di attenzione alternativa, che scardina i modelli di fruizione, di ascolto e di attenzione imposti dal mercato e dalle modalità di consumo tradizionali. Attraverso la rottura di regole armoniche, ritmiche, temporali e narrative, l’ascolto della musica sperimentale si trasforma in esperienza critica, politica, sensoriale e sociale, non semplice intrattenimento, ma occasione per riflettere sul tempo, sul ritmo, sulla percezione, sulla relazione tra suono, spazio e ambiente, e sulle modalità con cui il suono struttura, modifica e influenza il nostro rapporto con il mondo contemporaneo. In questo territorio fluido, mobile e aperto, il suono diventa strumento di resistenza, reinvenzione del sensibile, costruzione di nuove possibilità di relazione e laboratorio permanente per esperimenti, connessioni inattese e scoperte improvvise. Vibrazione, risonanza, propagazione e interferenza generano interazioni eterogenee e impreviste, creando un rizoma sonoro che funziona come vero e proprio laboratorio di ecologie percettive, politiche e sociali, in cui ogni elemento si intreccia con gli altri, senza gerarchie, senza centro, senza imposizioni, aprendo spazi di esperienza condivisa e relazioni non lineari tra artisti, pubblico e ambiente. La musica sperimentale si configura così come rete aperta e viva di connessioni tra suono, corpo, tecnologia, ambiente, pratiche artistiche e relazioni sociali. Non segue gerarchie, schemi prestabiliti o modelli rigidi, ma cresce, si sviluppa, si espande e si trasforma attraverso contatto, scambio, collaborazione, interdipendenza e cooperazione, collegando stili, tecniche, sensibilità e approcci differenti, creando legami temporanei, duraturi o transitori, tra individui e comunità. Alcune esperienze contemporanee generano un legame diretto e tangibile tra sperimentazione sonora e contesto urbano, sociale e territoriale, trasformando l’ascolto in esperienza di consapevolezza critica e di partecipazione attiva. Considero particolarmente significativo l’esempio dell’evoluzione del percorso musicale di Gaspare Sammartano, dal primo disco Low Pitched Italy  ( https://sammartano.bandcamp.com/album/low-pitched-italy-2 ) fino a Waterfront  ( https://sammartano.bandcamp.com/album/waterfront ). Un percorso che, a mio avviso, riflette e accompagna il processo di trasformazione urbanistica della città di Taranto in cui vivo. Nel primo lavoro, di taglio fantascientifico e distopico , Taranto viene immaginata tra cinquant’anni, ridotta a rovine ma ancora abitata, come metafora della crisi culturale e sociale  già in atto. Con Waterfront  invece c’è un ritorno al presente : il disco diventa una ricerca sul territorio   e sulla memoria  della città, attraverso luoghi simbolici come l’Arsenale, il Porto, la Città Vecchia e il Ponte Girevole. L’opera invita a osservare Taranto con sguardo critico , riconoscendo le sue ferite e le ripetizioni storiche, e immaginando al tempo stesso un futuro possibile . La sperimentazione sonora è vista come un laboratorio sociale , un modo per ripensare in chiave collettiva le relazioni tra ambiente, politica, economia e comunità. La sperimentazione sonora si configura dunque come piccolo laboratorio sociale, spazio flessibile e collettivo, in cui identità, relazioni e comunità possono essere ripensate, esplorate e ridefinite in modo aperto, creativo, partecipativo e condiviso. La scena sperimentale diventa pratica cyborg , generando comunità fluide, orizzontali e relazionali, non centrate sull’autore, ma sulle connessioni attivate dal suono, sull’esperienza condivisa e sulla contaminazione dei linguaggi, sulle relazioni interpersonali e sulle possibilità offerte dalla tecnologia. In definitiva, questo territorio sonoro rappresenta una forma di resistenza molecolare contro la standardizzazione, la mercificazione e la rigidità imposte dalla cultura globale, dai sistemi di mercato e dalle logiche di consumo dominante. Attraverso la costruzione di mondi sonori condivisi, la musica sperimentale genera micro-comunità sensibili, consapevoli, aperte all’alterità, al divenire e alle trasformazioni, pur mantenendo un equilibrio fragile e precario con le logiche del mercato, la marginalità del pubblico e i vincoli derivanti da istituzioni e finanziamenti, che possono limitare la libertà, la sperimentazione e la creatività degli artisti. Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.

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    Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica:   Dr. Strangelove; La setticemia della Biosfera. VLVRV-PLSTYK Nel primo episodio il Boomernauta narra gli avvenimenti che egli stesso definisce come la “seconda guerra civile americana”. Va notato che, secondo la sua descrizione, tale evento non sembra seguire il classico schema di una guerra con un inizio e una fine definiti, ma piuttosto rappresenta il declino di una grande nazione dominante in uno stato di guerra civile, a volte latente, a volte culminante in episodi di grande violenza. Si percepisce in questa parte del racconto un certo astio nei confronti dell’Impero di Sbieco, che caratterizzava i militanti di sinistra dell’epoca. È lo stesso Boomernauta a scegliere il titolo del paragrafo, affermando di essere stato segnato da adolescente dal film omonimo, il primo che vide con i suoi compagni di scuola, senza la presenza dei genitori. Nel secondo per il Boomernauta, che aveva visto le innovazioni del futuro, esisteva una serendipità delle tecnologie. La time machine e i time glasses erano stati a lungo dimenticati, ma verso gli anni sessanta del XXI vengono riesumati, aggiornati e usati nello spazio per scrutare il passato della biosfera. Si scopre così che la biosfera è in preda a una grave malattia: un’infezione generalizzata, una setticemia. La sua vita non è in pericolo, ma lo è quella di molte reti del vivente che la costituiscono; molte di loro scompaiono con ritmo accelerato e anche gli umani sono in pericolo. Dopo lo sgomento, ricercatori ed esperti cominciano a disquisire sulla natura di questa malattia, che sembra essere autoimmune e generata proprio dalle moltitudini umane. Dr. Strangelove La seconda guerra civile statunitense era iniziata con modalità schizoidi, come in Cina era successo con il fallimento del progetto Lunga Primavera . Ed anche qui, come in Cina, a prima vista le cause di tali eventi erano dovute a un disturbo collettivo. Tuttavia, a guardarci meglio, nella situazione americana c’era qualcosa di completamente diverso da quella cinese: si trattava di uno sdoppiamento collettivo dell’identità. Pare che questo disturbo, quando riferito a un individuo, di solito sia in forte relazione a traumi infantili che certo non erano mancati alla giovane nazione. La nascita, l’infanzia e l’adolescenza dell’Impero di Sbieco, gli Stati Uniti, erano state spaventosamente traumatiche e caratterizzate da tre eventi determinanti e terribili: il genocidio dei nativi, il moderno schiavismo di massa e, dulcis in fundo , i bombardamenti nucleari sul Giappone. La catastrofe demografica dei nativi americani fu il risultato diretto delle azioni dei colonizzatori europei e dei loro discendenti con le guerre di conquista e il sistematico sterminio di intere comunità che venivano considerate barbare . Ma ancora più gravi furono le stragi delle popolazioni autoctone avvenute a causa della perdita del loro ambiente, del cambio di stile di vita e di malattie contro cui non avevano difese immunitarie. Successivamente, il trauma di una sanguinosa guerra civile di secessione emerse da un sistema di schiavismo che coinvolgeva quasi un quinto della popolazione. In questo contesto di continua ed estrema violenza, il diritto individuale di possedere armi, anche da guerra, fu sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione . Molti altri Paesi avevano vissuto periodi terribili nella loro storia, ma in questo caso si trattava della vita breve del grande Stato imperialista  che aveva avuto un peso determinante nella formazione e nella conduzione della Gov Neolib. Che poi l’Impero di Mezzo , la Cina, avesse rimesso in forse questa predominanza per un certo periodo e prima di cadere in una semi-catalessi, questa è la storia che ti ho appena raccontato. I segni premonitori del grave disturbo che si annunciava per l’ Impero di Sbieco non mancarono; il primo fu quello delle continue guerre sia esterne che interne. Durante il periodo di massima espansione, nonostante fossero diventati la più potente macchina Stato-capitale al mondo, con una produzione e una presenza militare senza precedenti, l’ Impero di Sbieco  subì una serie di sconfitte in numerose guerre, a partire dal conflitto con il Paese dei Viet . Anche se si trattava di paesi considerati marginali, o forse proprio per questo motivo, le sconfitte lasciarono un segno indelebile nella popolazione dell’Impero e causarono una ferita aperta nei reduci delle guerre. Il pretesto invocato per avviare questi disastrosi conflitti era sorprendentemente simile a quello utilizzato durante la cosiddetta conquista del West. In passato, si giustificava l’eliminazione dei nativi americani per portare la civilizzazione, mentre recentemente, con l’aiuto di armi moderne, si cercava di imporre la civilizzazione occidentale  nel mondo. Non mi dilungo sulle guerre interne condotte contro le classi razzializzate e povere. La seconda inquietante sindrome dissociativa si chiamava Columbine , dal nome di una scuola superiore in provincia dove, a fine millennio, due studenti iper-armati avevano compiuto una strage di loro coetanei e insegnanti prima di suicidarsi. Il terribile episodio, continuò a riprodursi sotto diverse forme in tutto il Paese (e purtroppo per imitazione altrove) come una maledizione. Né questi episodi né l’impressionante numero annuo di morti da arma da fuoco riuscirono a fermare l’ingranaggio che legava Stato e Costituzione con l’industria bellica. D’altronde c’era chi sosteneva che la famigerata macchina Stato-capitale non avrebbe potuto sopravvivere se la sua industria bellica fosse magicamente scomparsa. La terza e determinante sindrome dissociativa era l’epidemia da oppioidi, caratterizzata dal rapido aumento dei decessi per overdose a causa della produzione e della vendita massiccia di tali sostanze cominciata all’inizio del XXI secolo. Il consumo diffuso di questi farmaci con potente funzione antidolorifica, prescritte dai medici, ma sempre più presenti sul mercato nero, venne incentivato con tutti i mezzi dal settore Huge Pharma 1  che le produceva con profitti di miliardi di dollari. Era evidente che questa droga sintetica, che dava una forte dipendenza, corrispondesse al bisogno di una parte crescente della popolazione di sfuggire al dolore provocato da una realtà troppo stressante, angosciante e competitiva. Una diserzione spesso mortale al punto di mettere in secondo piano la sindrome Columbine  perché l’Oxycodone, il Fentanyl e le altre molecole simili mietevano più vittime delle armi da fuoco. A guardarci bene le tre sindromi dissociative non solo parevano strettamente legate fra di loro, ma addirittura attraversavano tutti i corpi del Paese. Ovviamente questo non riguardava solo la popolazione, ma anche la macchina Stato-capitale. Se da un lato il capitale dei techno-tycoon pensava alla soluzione radicale della Grande Fuga (per pochi) dall’altro lo Stato veniva sottoposto a forti stress. L’arrivo dei lockdown legati alle pandemie su sfondo di Great Resignation continuava ad approfondire i problemi d’identità. Tuttavia l’aggravarsi dei collassi ecologici, simboleggiata da Big Apple avvolta e intossicata per mesi dai fumi gialli degli immensi e indomabili incendi canadesi, fu determinante nel trasformare la sindrome latente in una grave crisi d’identità multipla collettiva con forme di possessione. In tali forme le diverse personalità presenti nella popolazione del Paese si manifestavano come agenti esterni che ne assumevano a turno il controllo. Ma se in molti Paesi tali stati fan parte della cultura o della religione locale e non sono considerati patologici, nel caso dell’Impero di Sbieco le cose non andavano così. Di solito quando un’identità s’impadroniva d’un individuo malato questo non durava troppo a lungo. Ma quando questo succedeva sul piano collettivo in un grande Paese, le conseguenze potevano essere imprevedibili e producevano danni, sofferenze ed effetti distruttivi, alimentando guerre sia esterne che interne. Nelle mie escursioni temporali in quel Paese ho avuto modo di assistere a uno slittamento verso il baratro nell’alternarsi di identità reazionarie, paranoiche e complottiste, che aggravavano le guerre interne, e altre sedicenti democratiche. Queste ultime erano in realtà le più imperialiste e innescavano guerre esterne sempre più gravi 2 . Paradossalmente, il solo aspetto che relativizzava un po’ la gravità della situazione era la razionalità capitalista di Ecofin . Anche se il potere politico statale cadeva in mano a queste identità fantasmatiche e pericolose restava sempre il capitale, l’altra testa della macchina bicefala. Quest’ultimo doveva piegarsi a decisioni politiche che andavano contro i suoi interessi, ma cercava talvolta di mitigarne le conseguenze. [A quel punto il Boomernauta, vedendo la mia faccia incredula, si arresta con fare interrogativo: gli dico che sono stupito perché non mi sembrava che lui stesse raccontandomi il futuro, ma il presente e il recente passato degli Stati Uniti…  Allora mi chiede gentilmente di ascoltare il seguito.] Il caos si scatenò quando, in un’estrema confusione, due fazioni che lottavano per prendere il controllo dello Stato, entrarono in un conflitto senza mediazione. Questo evento segnò la fine del sistema rappresentativo democratico , già in declino. Questa volta non si trattava di un simulacro di assalto al Campidoglio, ma di una strana guerra civile. La scintilla iniziale era un déjà vu : ancora una volta un candidato complottista e populista tentava di capovolgere il risultato di un’elezione a lui sfavorevole, ma ora l’incendio che seguì ebbe modalità impreviste. Furono tutte le anime identitarie separate conosciute, e poi altre che erano rimaste nell’ombra, che cominciarono a muoversi e a creare distruzione e scompiglio in una modalità di tutti contro tutti, che al tempo stesso prendeva spunto ed era dissociata delle scadenze elettorali. E così riemergevano con una strana simultaneità e in tutto il Paese, armato sino ai denti, i riots dei ghetti, gli assalti delle organizzazioni fasciste come i Proud Boys contro le istituzioni, le azioni delle associazioni finanziate dal NRA (National Rifle Association) e poi anche quelle di difesa delle minoranze etniche e religiose. In questo frangente anche polizie statali e federali entrarono in ballo sempre più autonomamente senza che le gerarchie funzionassero e fu per tale ragione che i comandi dell’esercito si trattennero dall’intervenire. Fu una strana guerra civile, che era già strisciante da qualche decennio, e che di colpo divampò in una crisi tremenda di breve durata. Dopo l’incendio iniziale ci fu un alternarsi di fasi acute con periodi di relativa calma non più uniformi, ma a macchia di leopardo. La guerra civile si instaurò in modo persistente e il Paese non tornò mai più allo stato precedente. Si era trasformato in una realtà bipolare, oscillando tra fasi depressive e altre quasi deliranti. In queste ultime situazioni si sognava di continuare a esercitare le capacità di dominio sul mondo senza la minima possibilità di riuscirci. D’altronde lo Stato Federale aveva spesso difficoltà a esercitare correttamente il cosiddetto potere sovrano. Il fatto che lo Stato fosse ridotto in tali condizioni non poteva non avere conseguenze sul potente capitale locale. A lungo l’ Impero   di Sbieco  aveva vissuto a credito del resto del mondo grazie alla sua politica imperialista militare e monetaria, ma con la seconda guerra civile questi privilegi non sarebbero potuti durare a lungo. Il colpo di grazia avrebbe potuto provenire proprio dall’ultimo grande nemico designato: la Cina. È noto che l’Impero di Sbieco  utilizzava come strategia primaria quella di identificare o creare un grande nemico da sconfiggere. In quello stato di debolezza in cui ormai si trovava, il grande pericolo era che la Cina, il primo creditore, prendesse facilmente il controllo del suo apparato produttivo. Visto che ora non c’era più il cerbero del Pentagono o della FED a difenderlo sarebbe bastato poco perché questo succedesse nel modo più pacifico e legale , secondo gli usi dell’imperialismo capitalista: comprando a vil prezzo i pezzi di valore del Paese indebitato e in crisi. Ma, guarda caso, anche l’ Impero   di Mezzo  era in grande difficoltà come ti ho appena raccontato anche se per ragioni ben diverse… Durante i periodi di crisi interna dell’ Impero di Sbieco , il grande capitale aveva effettivamente cercato di mitigare gli impatti negativi trovando opportunità all’estero, sfruttando la sua presenza globale e le reti di commercializzazione consolidate. In questo senso la ripresa in mano dell’Europa, effettuata tramite le opportune guerre, si era rivelata una mossa vincente. Molte multinazionali americane non avevano esitato a spostare temporaneamente i loro quartieri generali nella colonia europea attendendo tempi migliori. Certo che come vedremo anche le colonie, seppur di lusso, non se la passavano bene… Io non so se si tratti veramente di una coincidenza che le due più potenti macchine Stato-capitale siano cadute in crisi quasi contemporaneamente. Sinceramente non ci credevo neanche allora e infatti quello che successe in seguito confortò la mia ipotesi. In ogni caso questo fu un passaggio significativo nel consolidarsi di una gestione più centralizzata della Governance. Non ti sto dicendo che la Gov Neolib si stesse trasformando in una struttura di comando imperiale del mondo, ma certo si stava preparando un’altra fase. Note: Huge Pharma: cfr. glossario. Presumibilmente il Boomernauta si riferisce all’alternarsi delle amministrazioni repubblicane e democratiche. La setticemia della Biosfera Le terribili conseguenze dell’esperimento tecnologico cinese, denominato Lunga Primavera, che cambiava la percezione del tempo per aumentare la produttività, avevano provocato un profondo sussulto in tante moltitudini. Non a caso l’Impero di Sbieco , fondato sui due pilastri ideologici di competitività e meritocrazia, era anche lui entrato in una crisi esistenziale. Paradossalmente fu proprio il dispositivo utilizzato nell’esperimento cinese, la time machine , perfezionata nei centri di ricerca di quel Paese, che mise in luce la realtà della patologia che stava consumando il mondo. La grande ribellione cinese, poi diffusasi altrove, aveva bloccato per sempre questo tentativo senza mai trasformarsi in una rivoluzione, ma il segno di una temporalità distorta era rimasto impresso e aveva cambiato il senso della vita. In un primo momento tutto sembrò sospeso, immobile nel tempo, come in un quadro di Hopper. Dopo il rigetto di Lunga Primavera 1  ci fu un momento di siderazione quasi generale, specie in Cina. Ci si rese conto che il tempo comunque non sarebbe stato mai più quello di prima. La siderazione non durò a lungo, come obbligati in un cunicolo, gli umani dovettero tornare ad affrontare la realtà della disgregazione delle reti della vita sulla Terra, dovuta al fulminante, se misurato sulla scala delle ere, disequilibrio climatico e a un insieme di fattori più o meno collegati. Riscaldamento globale, cambiamenti nei cicli di azoto e fosforo, acidificazione degli oceani, impoverimento dell’ozono stratosferico e di quello globale dell’acqua dolce, perdita di biodiversità, e diversi altri fenomeni erano ormai innescati e sembravano difficilmente reversibili. Non si trattava solo del continuo deterioramento della biosfera che sembrava inarrestabile. C’era anche una dinamica fatta di accavallarsi di piccoli e grandi cambiamenti, non per forza connessi, che avevano una loro autonomia e che sembravano voler mettere in evidenza l’incapacità di controllare la situazione. Persino le onde elettromagnetiche parevano talvolta rivoltarsi, tanto che in certi giorni anche un banale collegamento wi-fi poteva essere problematico. Oltre all’aumento e all’intensificarsi dei tradizionali fenomeni atmosferici, si assisteva al proliferare di catastrofi di origine climatica: i cicloni raggiungevano anche le zone temperate, causando alluvioni e ulteriori inondazioni delle terre costiere, aggravate dall’innalzamento del livello del mare a causa dell’aumento delle temperature globali. La siccità alimentava la desertificazione e i giganteschi incendi, che si propagavano per mesi, devastando vaste aree. La deforestazione accelerata portava alla perdita di vaste foreste pluviali. Anche da tanti nonumani 2  venivano segni di reazioni negative. Erano comportamenti inabituali che coinvolgevano sempre più specie animali, ma anche vegetali. Tuttavia, non potevamo permetterci di cadere in fantasie su una Natura vendicativa e ribelle.  In quanto parte della Sfera Autonoma 3 , ci spettava piuttosto affrontare la realtà e comprendere le conseguenze dei nostri atti sull’ecosistema globale. Si manifestavano diversi fenomeni inquietanti: nelle mega-stalle robotizzate le mucche, isolate dal contatto con la vita, perivano in massa per ragioni misteriose. Un altro segno di resistenza proveniva dalle api. Il loro allevamento negli alveari industriali e la raccolta del miele diventavano sempre più difficili a causa di una serie di ecatombi, fughe degli sciami e persino comportamenti aggressivi. Questi segnali venivano interpretati come l’ultimo tentativo disperato, un’ultima forma di resistenza dopo essere state decimate per tanto tempo dai neonicotinoidi e da altri veleni. Era come se stessero rispondendo all’impatto distruttivo dell’azione umana sull’ambiente. Poi questi atteggiamenti che combinavano morte in massa, aggressività e fuga si moltiplicarono in diverse famiglie e classi di nonumani. Nel caso di altre specie, che spaziavano dai micro-organismi ai vegetali, si osservavano reazioni che sembravano quasi forme di resistenza. Ad esempio, i batteri sviluppavano una resistenza agli antibiotici, mentre le piante infestanti riuscivano a sopravvivere ai glifosati e ad altri pesticidi, continuando a moltiplicarsi. Gli atteggiamenti del potere davanti a queste indiscipline, come le definivano certə 4  ecowarrior 5 , furono di accelerazione delle diverse tendenze in corso. Di fronte al moltiplicarsi dei warning nell’ AltaSfera Ecofin  si decise di affrettare i tempi della Grande Fuga , utilizzando le rimanenti stazioni spaziali come centri di comando in orbita. In ogni caso sulla Terra la macchina dell’accumulazione capitalista continuava a funzionare, mettendo in opera le sue proverbiali capacità di adattamento ai cambiamenti in corso. C’era anche chi cercava la chiave di quell’inestricabile situazione, nella speranza di ripristinare un’immaginaria e mitica normalità. Tuttavia lo sregolamento del tempo aveva ormai attivato un complesso meccanismo davanti al quale la tecnoscienza diventava molle come gli orologi di quel furfante di Dalì. Anche se era ormai comunemente riconosciuto che l’innesco di questa dinamica poco controllabile era venuto proprio dagli stessi umani, bisognava assolutamente cercare di capire in qual modo ciò era avvenuto, da quando e se per caso ci fosse una possibilità di agire su qualche parametro sensibile. Un’ultima ratio a cui molti si aggrappavano… All’interno del mondo neolib anche chi progettava la fuga continuava a discutere di programmi ambiziosi che pretendevano di conciliare il mantenimento del profitto con la necessità di affronta- re la profonda crisi climatica ed ecologica. Le multinazionali erano in prima fila: chi fosse riuscito a trovare per primo la chiave e soprattutto il rimedio per bloccare l’avanzata di quello scompiglio avrebbe avuto il mondo in tasca. Senza però mai porsi la domanda se la situazione non avesse un qualche legame proprio con queste modalità d’azione. Niente. Non combinarono nulla se non ottenere un peggioramento come sempre era successo anche nel recente passato. Uno degli ultimi esempi era stato quello della calamitosa gestione del sistema dei trasporti e della logistica, quando si era trattato di sostituire un parco mondiale di un miliardo e mezzo di veicoli a combustibili fossili con l’innovazione  dei motori elettrici alimentati da batterie che necessitavano di metalli e terre rare. Invece di ridurre l’inquinamento globale, la transizione portò a un peggioramento complessivo degli inquinanti, sia a causa dell’estrazione delle materie prime necessarie per le batterie, all’origine delle cosiddette guerre delle terre rare , sia a causa dell’aumento della domanda di energia elettrica per ricaricare i veicoli. Negli altri tre elementi le cose non erano andate meglio e Venezia, ancor prima di essere definitivamente sommersa, era stata sfregiata dall’ultima crociera di Casta Impetuosa , il transatlantico alto 20 piani che, dopo l’inchino, si era coricato in piazza San Marco. Non si riusciva neanche ad avere una diagnosi certa mentre la situazione peggiorava di continuo, sino a che le cose si mossero dal basso in modo inaspettato. La time machine e il complesso apparato, capace di modificare il tempo a fini produttivisti, era ormai caduto in completo disuso quando a un gruppo hacker venne l’idea di modificarlo. Riuscirono a fare in modo che il software originale, cuore del sistema, che richiedeva la potenza di un grande computer quantistico, riuscisse a trasformare la piega del tempo per dare uno scorcio effimero del passato. Certo non c’era mai stata nessuna pretesa né possibilità di poter rimontare il tempo; indossando i time glasses 6 si potevano avere visioni pregresse fugaci e sfuocate di ciò che si stava guardando. Il sistema era rudimentale ed era quasi impossibile effettuare regolazioni. Ci si doveva accontentare di un funzionamento aleatorio ed eventualmente dedurre approssimativamente a posteriori la datazione di quanto si era potuto scorgere per qualche secondo. Si era rimasti a un’utilizzazione abbastanza limitata, anche se i pochi studiosi di archeologia sopravvissuti ne facevano un uso intenso. Visto il deterioramento rapido delle condizioni di vita sulla Terra, nei gruppi hacker a qualcuno venne in mente di utilizzare di nascosto questa nuova time machine ristrutturata da una stazione di osservazione spaziale. L’obiettivo sarebbe stato di cercare di capire come e quando la biosfera avesse cominciato il rapido declino che stava riducendo le possibilità di vita sulla Terra. Alla fine dopo molti tentativi erano riusciti a miniaturizzare un computer quantistico sul quale far girare la time machine modificata per spedirla in segreto su una stazione spaziale pirata cinese, che non era integrata al progetto della High Frontier. A loro grande sorpresa i taikopirati 7 , indossando per la prima volta i time glasses connessi, si accorsero che nello spazio il funzionamento del sistema era completamente diverso che su Terra. In una rotazione attorno al globo 8  riuscivano a intravedere lo scorrere delle ere geologiche avvicendatesi sulla Terra durante gli ultimi 4,5 miliardi di anni risalendo ai tempi remoti della formazione iniziale del pianeta. Bastava fare partire la time machine quando si era sopra un continente o un oceano per vedere sotto tutti i punti di vista la storia geomorfologica della terra. Scorsero i continenti che si staccavano gli uni dagli altri, dando forma agli oceani, e anche la spettacolare estinzione di massa K-T 9  che, oltre alla scomparsa dei dinosauri non-volanti, portò a quella di circa il 70-80% delle specie viventi. Anche se la time machine non riuscì a fissare il momento iniziale e il punto d’impatto del meteorite, che probabilmente creò l’enorme cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan in Messico e determinò l’estinzione di massa, poterono vedere come certi territori fossero stati devastati per ragioni esogene. Prima di questo exploit tecnologico di rivisitazione accelerata del passato, ci si doveva accontentare di qualche immagine del vecchio repertorio satellitare che documentava, per esempio, la fine del mare d’Aral 10 , la deforestazione dell’Amazzonia, il ritirarsi dei ghiacciai, l’erosione delle coste o l’estendersi di megalopoli insensate nel deserto come Dubai ecc. Erano già state fatte simulazioni della creazione dei continenti 11  e quindi i taikopirati  si aspettavano di vedere quello che passava sotto i loro occhi, anche se ci furono divergenze rispetto alle teorie ipotizzate. Tuttavia, fu negli ultimi istanti, corrispondenti più o meno agli ultimi cinque brevi secoli, che in un lampo intravidero il realizzarsi di un decadimento, che aveva qualcosa di assolutamente differente da quanto era successo negli eoni 12  precedenti, anche considerando i periodi delle estinzioni di massa 13 . Sembrava un’infezione fulminante, se confrontata alle durate dei grandi cambiamenti del passato. Era come una sepsi 14  che si diffondeva rapidamente, attaccando e distruggendo gli equilibri all’interno delle reti vitali della biosfera. I taikopirati  e i gruppi hacker che li appoggiavano erano consapevoli di detenere una vera e propria bomba mediatica, dalle conseguenze imprevedibili, nel caso fosse esplosa. Ma, com’era nella loro natura, invece di tenere nascosta la scoperta decisero di diffonderla sulle reti. Dopo lo sgomento iniziale ci fu un grande ondeggiamento, ufficialmente la Gov Neolib negò la validità di questa scoperta. Non volle riconoscere questa triste novità, con la stessa cocciutaggine con cui in un’epoca precedente aveva a lungo negato la responsabilità umana del riscaldamento climatico. In un secondo tempo, segretamente, rafforzò le motivazioni dell’ AltaSfera  nell’accelerare i preparativi della Grande Fuga  e per aumentare la produttività sulla Terra. Solo nelle accademie si cominciò a disquisire sul fatto che questo infinitesimale periodo evidenziato dalla time machine, e  connotato dalla presenza della presunta infezione della biosfera, meritasse di essere definito era geologica. Alcuni esperti  erano contrari, considerando l’enorme disproporzione dei tempi rispetto alle altre ere, e altri favorevoli per la rilevanza e la velocità dei cambiamenti in corso. Alla fine, però, si convenne che questo non fosse un aspetto cruciale. Sembravano più significative le modalità del suo improvviso sviluppo. Modalità che spinsero molti a negare il fatto che si trattasse di un processo naturale . Visto che nessun deus ex machina era intervenuto, si privilegiò la tesi che quella strana malattia dell’ecosfera fosse lo stadio avanzato di una setticemia che distruggeva molte reti della vita sulla Terra. Impressionava per la velocità crescente con cui si espandeva. Si vedeva una progressione caratterizzata da epidemie locali sempre più estese, che creavano cancrena delle zone abitate, necrosi di vaste aree sulla pelle delle grandi pianure, leucemia delle acque, avvelenamento dei fluidi. E l’atmosfera stessa sembrava soffocare il pianeta, come se fosse avvolto in un abbraccio asfissiante, cambiandone gli equilibri termici e portando alla deriva del clima che conoscevamo. La conferma di una possibile infezione grave e incombente, più letale per certe reti della vita che per la perennità della biosfera, sopravvissuta a ben altri collassi, innescò un inizio di panico nella specie umana. Non è che non ci si fosse accorti dei cambiamenti e del peggioramento della situazione, ma non al punto che si trattasse di un processo così avanzato e dall’apparenza inarrestabile e incurabile. Era comunque necessario approfondire la comprensione di quanto stava accadendo, andando oltre i brevi istanti delle immagini disponibili. Con l’intervento delle solite comunità hacker si riuscì a modificare ulteriormente la time machine spaziale di modo che la rotazione sul passato fosse calibrata sugli ultimi cinque secoli. In tal modo si poté documentare con molta più precisione l’effetto dell’infezione in espansione sulla crosta terrestre e mostrò nel dettaglio la dinamica dei fenomeni precedentemente descritti, documentando le ragioni dell’estinzione di tante specie e il pericolo che incombeva su quella umana. Si poteva vedere per esempio come i grandi fiumi che attraversavano i continenti erano progressivamente diventati gigantografie del Seveso, un piccolo fiume della Lombardia che mai si sarebbe aspettato di passare alla Storia. Le accelerazioni nel tempo evidenziate dalla time machine spaziale erano impressionanti: avanzamento dei deserti e riduzione dei ghiacciai; allargamento delle macchie d’alopecia nelle foreste; espansione delle città e dell’habitat umano distruttivo delle terre come una macchia d’inchiostro sulla terra e l’aumento delle maree di plastica negli oceani. Con l’avvicinarsi dello stadio finale della sepsi sembrava proprio che il sistema-mondo della specie umana si sarebbe dissolto come un castello di sabbia in riva al mare, lasciando però residui velenosi. Per tentare di far qualcosa bisognava innanzitutto capire quale fosse l’origine di questa patologia che avanzava a grandi passi colpendo i principali elementi della geosfera: terra, acqua e aria. Alla fine anche accademici ed esperti emisero il loro sussiegoso verdetto: era confermata la tesi di un’infezione sempre più estesa della biosfera, già diagnosticata in precedenza. Tale infezione generava inoltre una reazione immunitaria di intensità disproporzionata che si stava trasformando, sotto gli occhi dell’umanità esterrefatta, in tempesta distruttiva di molte reti della vita. Chi stava causando l’infezione a cui reagiva la biosfera? I successivi esami delle riprese ottenute dalla time-machine mostrarono nel dettaglio come i segni dell’infezione terrestre fossero estremamente differenziati, complessi e colpissero tutte le componenti della biosfera spesso in relazione alle concentrazioni di presenza umana. Ma, nel suo aggravarsi, l’infezione ormai sembrava aver preso una forma autonoma e globale, che aveva una sua dinamica e rischiava di esser fatale a buona parte della vita esistente. Rievocando l’ormai vecchia teoria dell’Antropocene, si suppose che l’agente patogeno provenisse proprio dalle moltitudini umane a cui si aggiungeva l’ipotesi di una patologia autoimmune della biosfera. Quest’ultima era sopravvissuta alle estinzioni di massa di reti della vita forse dovute a cadute di grandi meteoriti o ad altissime eruzioni vulcaniche e a gigantesche emissioni di gas che oscuravano il Sole e avvelenavano l’atmosfera di buona parte del pianeta, ma ora stava succedendo qualcosa di diverso… Note: Lunga Primavera: cfr. glossario. Nonumani: cfr. glossario. Il Boomernauta darà in seguito una spiegazione di cosa intendeva per Sfera Autonoma . La riassumo qui per vostra comodità: la Sfera Autonoma  è l’ambiente dove prendono vita i movimenti provenienti dal basso. Essa è un insieme complesso di processi dinamici che non preesiste alle interazioni col mondo circostante ma emerge attraverso intrecci relazionali di ogni natura, anche conflittuale, che la riconfigurano continuamente all’interno delle vicende della specie umana. Ogni tanto il Boomernauta mi ha ricordato di utilizzare qui lo schwa (ə) per creare una forma neutra per riferirsi a un gruppo di persone di entrambi i sessi in vista di creare un linguaggio inclusivo e non discriminatorio, ma devo confessare che ho applicato questa regola solo quando lui me lo ha esplicitamente richiesto. Ecowarrior : cfr. glossario. time glasses: cfr. glossario. Letteralmente pirati dello spazio  derivante dalla parola cinese taikong, che significa spazio. Da quanto mi ha detto il Boomernauta la rotazione era di una durata di circa 90 minuti. Il Boomernauta fa riferimento all’estinzione del Cretaceo-Paleocene che probabilmente causò una drammatica riduzione nel numero delle specie viventi sulla Terra, avvenuta circa 66 milioni di anni fa e che portò alla scomparsa di circa l’80% delle specie marine e continentali esistenti. Ad eccezione di alcune specie ectotermiche come le tartarughe marine ed alcuni coccodrilli, nessun tetrapode di peso superiore ai 25 kg riuscì a sopravvivere. Cfr. https://w ww .youtube.com/watch?v=kIYHGkSb-fU Visitato il 5/9/2021. Cfr .  https://w ww .youtube.com/watch?v=uGcDed4xVD4 .  Visitato il 5/9/2021. Periodo Geocronologico corrispondente a mezzo miliardo di anni. Si veda a proposito delle cosiddette 4 estinzioni di massa passatehttps:// it.wikipedia.org/wiki/Estinzione_di_massa Sepsi: qui vuol dire infezione generalizzata, come il suo equivalente più antico setticemia. Il riferimento al termine medico destinato agli umani è indicativo.

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    La questione libica: Sarkozy e la Quinta Repubblica francese Il processo e la condanna di Nicolas Sarkozy mettono a nudo il modus operandi del sistema partitico francese durante la Quinta Repubblica, evidenziando il suo mix tossico di corruzione, autoritarismo e relazioni coloniali con i paesi arabi e africani, mentre in patria queste stesse classi dirigenti imponevano il neoliberismo come nuovo paradigma sociale. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «Se vuoi essere un grande politico, hai bisogno di grandi problemi; i problemi insignificanti sono per politici insignificanti». Così si era espresso Nicolas Sarkozy nel 2018, difendendo il suo protetto Gérald Darmanin, ora ministro della Giustizia di Macron, che all’epoca era stato accusato di diversi casi di stupro. Secondo i suoi stessi criteri, Sarkozy si colloca comodamente tra i grandi della Quinta Repubblica francese. Giovedì 25 settembre, l’ex presidente è comparso davanti a un tribunale di Parigi per ascoltare il verdetto del suo processo per corruzione, in cui è stato accusato di aver ricevuto milioni di euro, pare almeno cinquanta, dalla Libia di Muammar Gheddafi per finanziare la sua campagna presidenziale del 2007. Il processo è stato di portata insolita: oltre un decennio di indagini, tredici imputati, tra cui l’ex capo di Stato, tre dei suoi ministri e una manciata di intermediari di alto livello. Una folla considerevole ha assistito all’udienza: due aule del tribunale gremite e in più un auditorium in cui la sessione veniva trasmessa su maxischermo. Tra gli imputati, Sarkozy era seduto accanto al suo amico d’infanzia ed ex ministro dell’Identità nazionale, Brice Hortefeux; dietro di loro, tra il pubblico, c’erano la moglie di Sarkozy, Carla Bruni, e i suoi tre figli, tra cui Louis, ventenne laureato alla New York University e astro nascente della destra populista francese. Di fronte sedevano i rappresentanti dello Stato libico, parte civile nel processo, insieme a diverse ONG anticorruzione e ai familiari delle vittime del volo UTA 772, abbattuto nel deserto del Ténéré a seguito di un attentato attribuito ai servizi segreti di Gheddafi. Si notava l’assenza di Ziad Takieddine, l’intermediario accusato da tempo di fungere da principale canale di finanziamento libico alla cerchia di Sarkozy. Era morto due giorni prima a Tripoli, in Libano, dove si trovava per sfuggire a un mandato di arresto, «un’amara coincidenza» ha commentato il presidente del tribunale. Le sentenze sono state severe. Alexandre Djouhri, il potente broker franco-algerino, che un tempo era considerato intoccabile, è stato condannato a sei anni di reclusione con ordine di incarcerazione immediata. Sarkozy è stato condannato a cinque anni di reclusione, con differimento della pena: ha alcune settimane di tempo per costituirsi, anche se la sua età (70 anni) lo rende suscettibile di ricevere un trattamento speciale, che sarà determinato in appello entro sei mesi. La sentenza, di ben 400 pagine, è una sentenza storica. Sarkozy è stato condannato per associazione a delinquere, poiché secondo il tribunale tra il 2005 e il 2007 la sua cerchia ha mantenuto contatti clandestini con il regime libico. Tuttavia, è stato assolto dall’accusa di finanziamento illegale della campagna elettorale: sebbene gli investigatori abbiano identificato flussi sospetti di denaro provenienti dalla Libia, non sono riusciti a dimostrare in modo inoppugnabile che i fondi in questione fossero arrivati all’ex presidente. Il tribunale ha anche respinto un documento per lungo tempo fondamentale per il caso: una presunta nota del ministro degli Esteri di Gheddafi, Moussa Koussa, datata dicembre 2006, in cui si impegnava a contribuire con 50 milioni di euro alla campagna di Sarkozy. Pubblicato per la prima volta da Mediapart  nel 2012, il documento sarebbe stato trovato tra una serie di carte personali di Takieddine fornite alla stampa dalla sua ex moglie. La copertura mediatica in Francia ha trattato il processo in gran parte come un dramma moralistico sull’avidità di Sarkozy. Senza dubbio, c’è molto da dire sul denaro e sull’uomo, che un tempo era soprannominato il «presidente bling-bling » [ostentato, eccessivo] e che è comparso alle udienze di questa primavera con un braccialetto elettronico alla caviglia per un’altra condanna per traffico di influenze. Tuttavia, al di là della storia dei suoi appetiti venali, questo episodio apre una finestra su come ha funzionato la vita politica francese per mezzo secolo. È significativo che la sentenza si sia basata sulla distinzione tra il comportamento di Sarkozy prima e dopo la sua elezione a presidente della Repubblica francese. Condannato per aver tentato di ottenere fondi attraverso contatti libici per le elezioni del 2007, quando la rivalità interna non gli garantiva l’accesso alle casse del partito, la sua sontuosa accoglienza a Gheddafi una volta in carica, accompagnata dalla firma di importanti contratti di difesa e sicurezza, è stata considerata una pratica abituale nelle relazioni con Tripoli. I sospetti di irregolarità che incombono su Sarkozy non sono sorti dal nulla. I proventi della vendita di armi sono stati a lungo una delle risorse coperte della politica francese. Tutti i grandi paesi produttori di armi hanno avuto i loro scandali: Lockheed ha corrotto funzionari stranieri affinché acquistassero i suoi aerei Starfighter negli anni ‘60 e ‘70; l’accordo al-Yamamah di BAE Systems con la famiglia reale saudita ha coinvolto il figlio di Margaret Thatcher come intermediario; fondi provenienti dalla vendita di veicoli blindati Thyssen all’estero sono confluiti nelle casse della CDU sotto il mandato di Helmut Kohl. La Francia, comunque, sembrava essere ai margini di tale modello di comportamento ma per oltre un secolo la sua vita politica è stata segnata da les affaires . Oggi, le rivelazioni di media come «Le canard enchaîné» o «Mediapart» costituiscono la trama e l’ordito del dibattito partitico. Due fattori aiutano a spiegare questo fenomeno. In primo luogo, le norme di finanziamento delle campagne elettorali, insolitamente severe in Francia – divieto di donazioni da parte di aziende, limiti ai contributi individuali e limiti di spesa complessivi rigorosi – funzionano da incentivi per la nascita di canali di finanziamento paralleli. In secondo luogo, un’industria della difesa in gran parte autosufficiente, fuori dal patrocinio statunitense, consente agli intermediari e agli sponsor politici di competere liberamente sulla scena nazionale. In questo senso, l’affaire libyenne  è il culmine di una lunga storia, caratterizzata da decenni di lotte politiche interne per il controllo di denaro occulto, con i contratti per le armi che rappresentano forse la fonte più redditizia. Le sue radici risalgono agli inizi della Quinta Repubblica. Il ritorno al potere di De Gaulle nel 1958 aveva lo scopo di stabilizzare il Paese dopo anni di agitazione parlamentare. In un sistema quasi monopartitico, il Rassemblement du peuple français (RPF) gollista era finanziato attraverso canali istituzionali: assegnazione di stanziamenti discrezionali all’Eliseo e ai ministeri chiave, integrati da contributi di industriali accuratamente selezionati dal generale dopo la Liberazione, soprattutto nei settori del petrolio e delle armi, entrambi dominati dall’élite strettamente coesa degli ingegneri del Corps des Mines. Nel settore petrolifero, la creazione nel 1966 del conglomerato parastatale Elf fornì alla Francia un braccio economico all’estero, in particolare nell’Africa subsahariana, dove valigette piene di contanti garantivano la cooperazione dei governanti locali e sostenevano le carriere politiche in patria. Nel frattempo, l’industria della difesa si consolidò attorno alla Dassault Aviation. Nel crepuscolo del colonialismo francese, anticipando l’inevitabile riduzione delle forze armate nazionali, il suo potente proprietario, Marcel Dassault, orientò il settore verso l’esportazione. Il caccia Mirage III, sviluppato sulla scia del disastro di Điện Bien Phu, fu prodotto proprio a questo scopo: fu venduto prima a Israele e poi ai clienti arabi dopo l’embargo imposto da De Gaulle dopo la Guerra dei Sei Giorni. La crisi petrolifera del 1973, inondando di denaro le monarchie del Golfo, aprì una nuova bonanza per il settore della difesa. I fornitori occidentali fecero a gara per accedere a Riad e Abu Dhabi, dove non era tanto importante la qualità delle armi, ma gli intermediari in grado di ottenere una stretta di mano e una firma dai leader locali. I contratti di acquisto di armi cominciarono a includere commissioni del 20% circa per questi intermediari, cosa perfettamente legale fino al divieto dell’OCSE nel 2000. Parte dei profitti tornava al paese esportatore, riempiendo le casse delle campagne elettorali o i conti privati dei mecenati politici. In questo clima, nel 1974 salì al potere Valéry Giscard d’Estaing, come successore dell’ enfant terrible  del gollismo, Georges Pompidou. Sebbene non fosse mai stato gollista e fosse spesso considerato vicino a Washington, Giscard adottò l’opinione di De Gaulle secondo cui la vendita di armi era un pilastro della sovranità nazionale e un modo per seguire una linea indipendente fuori dei blocchi della Guerra Fredda. Sotto la sua presidenza, la Francia salì al terzo posto tra gli esportatori mondiali di armi, dietro solo agli Stati Uniti e all’URSS. L’Arabia Saudita era il mercato più ambito, dominato da intermediari vicini alla famiglia reale, come Adnan Khashoggi e il principe Bandar. Il materiale francese godeva di grande popolarità, in particolare il missile antinave Exocet prodotto dalla Matra, che in seguito divenne famoso grazie all’aviazione argentina nelle Falkland, destinato inoltre a diventare un bestseller in Medio Oriente. Per supervisionare questa politica, Giscard si affidò a un gaullista in ascesa dell’entourage di Pompidou, Jacques Chirac, che nominò primo ministro. Chirac colse l’occasione per viaggiare nel sud e nell’est del Mediterraneo, coltivando relazioni con vari leader locali, dalla monarchia marocchina alla dittatura di Hafez al-Assad in Siria. Nel 1976, convinto che Giscard non avesse alcuna intenzione di condividere il potere, abbandonò la sua carica nel governo francese, si impadronì dei resti dell’apparato gollista e poco dopo vinse l’elezione a sindaco di Parigi, una posizione dalla quale mantenne i suoi legami con il mondo arabo. L’elezione di François Mitterrand nel 1981 segnò un punto di svolta. La sua vittoria, che pose fine a due decenni di egemonia del centro-destra, riformulò le regole del gioco. La rivelazione di piani di finanziamento illecito legati al suo stesso partito portò il presidente a introdurre riforme nel modo di ottenere fondi per le campagne elettorali. Le donazioni delle aziende furono vietate e sostituite da un finanziamento pubblico legato ai risultati elettorali, mentre la spesa totale fu limitata ben al di sotto del costo reale di una campagna nazionale. Le leggi approvate tra il 1988 e il 1990 includevano anche una discreta amnistia per i reati commessi in passato. Con il potere giudiziario ora coinvolto nella sorveglianza del denaro politico, gli ex porteurs de valises  – spesso militanti di base il cui principale punto di forza era la fedeltà al partito – scomparvero e furono sostituiti, sul versante francese, da una nuova classe professionale di intermediari, esperti nei complessi schemi di riciclaggio e abili nell’eludere le citazioni in giudizio e districarsi tra le divisioni delle varie fazioni. Le turbolenze globali causarono forti scossoni anche al panorama politico francese. L’eccesso di petrolio della metà degli anni ‘80 deprimendo il prezzo del greggio, ha ridotto in maniera significativa la domanda di prodotti militari proveniente dal Golfo, costringendo Parigi a cercare nuovi mercati. L’India e la Grecia, guidate da altri membri dell’Internazionale Socialista, offrivano alcune opportunità, ma le vere opportunità sembravano essere a Taiwan. Isolata diplomaticamente dalla normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina sotto l’amministrazione Carter, la ricca isola vide nel materiale militare francese il mezzo per intromettersi tra Pechino e uno dei più antichi partner occidentali della Repubblica Popolare Cinese. La Marina taiwanese espresse il proprio interesse per una vasta gamma di acquisti, in particolare le fregate La Fayette, sviluppate congiuntamente dal cantiere navale statale DCN e dal gruppo elettronico francese Thomson-CSF. La presidenza Mitterrand vide anche due periodi di coabitazione politica, il peculiare accordo in base al quale un presidente francese deve governare insieme a un primo ministro appartenente all’opposizione che risulta maggioritaria all’interno dell’Assemblea Nazionale. Nel 1986, dopo che la destra ne aveva assunto il controllo, Mitterrand nominò primo ministro Jacques Chirac, leader del RPR neogollista. L’esperimento acuì le rivalità all’interno della destra; Chirac perse le elezioni presidenziali del 1988 contro Mitterrand e divenne cauto di fronte a quella che divenne nota come la «maledizione di Matignon», la sede del primo ministro francese. Quando la destra tornò al potere nelle elezioni legislative del 1993, Chirac preferì aspettare il momento opportuno e permise al fidato Édouard Balladur di assumere la presidenza del governo. Balladur promise di rimanere in disparte nelle elezioni presidenziali del 1995, ma presto rinnegò la sua promessa, candidandosi lui stesso alle elezioni e dividendo il campo gollista. Fu in quel momento che Nicolas Sarkozy entrò sulla scena nazionale. Il giovane sindaco della ricca Neuilly-sur-Seine, scoperto da Chirac nel movimento giovanile gollista, fu reclutato da Balladur come luogotenente principale nella sua corsa al potere. Ma le ambizioni di Balladur si scontrarono con una dura realtà: nel 1993 Chirac continuava a controllare le casse del partito e le sue reti di finanziamento. Il nuovo primo ministro fu costretto a cercare risorse proprie e la vendita di armi gli offriva infinite opportunità. Da Matignon, collocò i suoi fedeli in posizioni strategiche, tra cui Sarkozy al Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile ora dell’approvazione di tutti i contratti di difesa. Riattivando le trattative avviate dai socialisti, i balladuriani promossero l’accordo La Fayette con Taiwan, del valore di oltre 2 miliardi di euro, con commissioni che, secondo le voci, raggiungevano il 30% nonostante il divieto per contratto di effettuare tali pagamenti. Parallelamente all’accordo con Taiwan, il governo Balladur portò avanti proprie iniziative: con l’Arabia Saudita un programma di messa in sicurezza delle frontiere (noto come MIKSA) e la vendita al Pakistan di sottomarini della classe Agosta, fabbricati dall’azienda francese DCN (ora Naval Group). Entrambi i progetti comportarono ingenti commissioni illegali che, secondo quanto sostenuto in seguito dai pubblici ministeri, contribuirono a finanziare la campagna presidenziale del 1995. Balladur, con Sarkozy come direttore della campagna, affermò in modo poco credibile che i 2,5 milioni di euro scoperti nelle casse della campagna provenivano dalla vendita di magliette e spille con l’effigie del candidato. I due contratti si basavano anche su un nuovo canale di intermediazione. Sebbene la Francia avesse in precedenza beneficiato dei suoi stretti legami con intermediari veterani come Khashoggi, negli anni ‘80 Dassault e altri appaltatori perdevano regolarmente le gare d’appalto a favore della concorrenza anglo-americana. Di conseguenza, gli ambienti politici e della difesa cercarono di creare reti alternative. Il team di Balladur si rivolse a Takieddine, un druso libanese che aveva gestito una stazione sciistica sulle Alpi francesi fino a quando non aveva incrociato la strada di un ex socio di Khashoggi ed essersi quindi reinventato intermediario tra i salotti parigini e il Medio Oriente. Di fronte a queste iniziative dei rivali, la fazione di Chirac si assicurò un proprio mediatore. Alexandre (nato Ahmed) Djouhri, francese di origine algerina, ha una storia degna di Balzac: un’infanzia difficile nella periferia di Parigi negli anni ‘60, qualche legame con la microcriminalità, uno scontro con la polizia, che hanno fatto emergere il suo istinto nel muoversi nel demi-monde . Il giornalista Pierre Péan, il Seymour Hersh francese, ha dedicato uno dei suoi ultimi libri a Djouhri, che è senza dubbio una delle figure più intriganti dei circoli di potere francesi degli ultimi decenni. Péan ha tracciato la sua ascesa grazie a incontri fortuiti con uomini forti africani, una probabile iniziazione in una delle principali logge massoniche di Francia e infine la sua vicinanza a Dominique de Villepin, fidato luogotenente di Chirac e futuro nemico di Sarkozy. Dopo la vittoria presidenziale di Chirac nel 1995, Villepin ha trasformato Djouhri nell’uomo forte della fazione di Chirac nel Golfo, con la missione di smantellare la rete di Takieddine e sostituirla con un asse saudita più affidabile. La rivalità tra Djouhri e Takieddine è andata avanti fino a ben oltre il 2000 ed entrambi sarebbero diventati figure centrali nel processo Sarkozy-Libia. Questi antagonismi politici riflettevano una lotta più profonda all’interno del capitalismo francese. I primi anni del dopo guerra fredda furono un periodo di consolidamento nell’industria della difesa: negli Stati Uniti, la cosiddetta “ultima cena” del 1993 portò Lockheed a fondersi con Martin e Boeing ad assorbire McDonnell Douglas. In Francia, Thomson-CSF, storicamente legata ai socialisti e successivamente a Balladur, si scontrò con Matra, il produttore di missili dell’imprenditore Jean-Luc Lagardère, alleato e amico di lunga data di Chirac. Chi avesse prevalso nel Paese avrebbe portato il tricolore all’estero. La corsa presidenziale del 1995 risolse la questione a favore di Matra. Alain Gomez, amministratore delegato di Thomson, fu fatto fuori dal nuovo presidente. Lo stesso Gomez in seguito commentò, con una frase che è entrata a far parte del folklore politico, di aver «imburrato entrambe le fette di pane [Balladur e i socialisti], ma di aver dimenticato il prosciutto [Chirac]». I balladuriani caddero in disgrazia. Sarkozy fu escluso dalla cerchia ristretta di Chirac e sostituito da fedelissimi come Alain Juppé e Villepin. Ma Chirac andò presto a sbattere contro un muro. La sua prima iniziativa importante, una riforma della previdenza sociale, provocò una feroce resistenza sindacale. Nel dicembre 1995, più di un milione di persone manifestarono a Parigi e il governo cedette. Seguendo il consiglio di Villepin, Chirac sciolse l’Assemblea Nazionale per cercare di ripristinare la propria legittimità, ma la scommessa fallì e la sinistra ottenne una schiacciante vittoria nelle elezioni anticipate. Juppé fu sacrificato. Sarkozy approfittò dell’interludio per ricostruirsi, lasciando gli intrighi di palazzo a Villepin e presentandosi come l’uomo del partito sul campo. Onnipresente in televisione, soprattutto su TF1, di proprietà del suo amico magnate dell’edilizia Martin Bouygues, puntò su legge e ordine. La rielezione di Chirac nel 2002, dopo la sorprendente avanzata di Jean-Marie Le Pen al secondo turno, consacrò la strategia di Sarkozy. Le questioni di sicurezza dominavano il dibattito pubblico e, in qualità di ministro dell’Interno, egli godeva della corrispondente visibilità, che lo portò a puntare alla presidenza nel 2007. Avendo osservato come Chirac avesse coltivato le relazioni con i paesi arabi fin dagli anni ‘70, Sarkozy sapeva che il curriculum presidenziale si plasmava all’estero. In un discorso pronunciato nel 2004 davanti all’American Jewish Committee a New York, dichiarò in un inglese stentato: «In Francia mi chiamano Sarkozy l’americano e ne sono orgoglioso». Si avvicinò al primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim, figura chiave dell’allineamento di Doha con Washington. Per i qatarioti, discreti sostenitori dell’invasione dell’Iraq, Sarkozy offriva un contrappeso atlantista a una classe politica francese ancora permeata dalla linea filoaraba di De Gaulle. Forse è stato attraverso questo canale, e l’influenza del Qatar sui Fratelli Musulmani, che ha iniziato a gravitare intorno alla Libia di Gheddafi. Ma i fantasmi degli anni di Balladur erano tornati. Nel maggio 2002 un autobus fu fatto saltare in aria a Karachi, uccidendo undici ingegneri francesi che si trovavano in Pakistan per supervisionare la costruzione dei sottomarini Agosta per la DCN. Inizialmente i sospetti ricaddero su Al Qaeda: tre mesi prima, il giornalista del «Wall Street Journal» Daniel Pearl era stato assassinato dai militanti jihadisti nella stessa città. Ma nei corridoi parigini circolava un’altra versione: i servizi segreti pakistani avevano ordinato l’attacco per rappresaglia al blocco delle tangenti sull’accordo per i sottomarini Agosta. Dopo aver assunto la carica nel 1995, Chirac aveva dato istruzioni al suo ministro della Difesa di bloccare tutti i pagamenti relativi ai contratti del periodo del governo Balladur. In qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze dell’epoca, Sarkozy avrebbe dovuto essere nel mirino. Tuttavia, l’indagine si concentrò sulla «pista di Al Qaeda» sostenuta dal giudice Jean-Louis Bruguière, che in seguito avrebbe appoggiato Sarkozy nelle elezioni del 2007. L’episodio non fece altro che acuire le tensioni con i sostenitori di Chirac, tra cui spiccava Villepin. Uscito senza danni dal caso Karachi, Sarkozy si trovava ad affrontare lo stesso problema di Balladur: finanziare le proprie ambizioni mentre i suoi rivali controllavano le casse del partito. Già nel 1995 Chirac aveva posto Villepin a capo di una unità riservata dell’Eliseo incaricata di localizzare la cassa di Balladur. La ricerca si concentrò presto su Sarkozy, che all’epoca si profilava come il principale rivale di Villepin per la successione. I sostenitori di Chirac sospettavano che avesse riattivato il vecchio canale saudita attraverso Takieddine, compreso il gigantesco programma di sicurezza delle frontiere MIKSA, avviato sotto Balladur nel 1994 e soprannominato «il contratto del secolo» per le commissioni che prometteva. Alla vigilia della sua firma nel 2004, Chirac proibì a Sarkozy, allora ministro dell’Interno, di volare a Riad, insistendo affinché l’accordo fosse gestito tra capi di Stato. Iniziò così quello che divenne noto come il caso Clearstream. Alla fine del 2003 un operatore finanziario libanese si avvicinò all’entourage di Villepin, affermando di aver scoperto conti segreti nei libri contabili di una camera di compensazione lussemburghese. L’elenco includeva politici e imprenditori di ogni tipo, ma un nome attirò l’attenzione dell’Eliseo: Nicolas Sarkozy. Villepin credette di aver trovato la prova inconfutabile. Con il tacito consenso di Chirac, i documenti furono consegnati a un giudice istruttore. Nel gennaio 2006, la trappola si chiuse: i conti erano falsi, inventati dallo stesso trader. Da un giorno all’altro, Sarkozy sembrò vittima di una campagna diffamatoria. La sua denuncia per diffamazione gettò un’ombra su Villepin, già vacillante a causa di un’ondata di proteste studentesche, disordini che, come avrebbe ammesso in seguito uno dei leader del movimento, erano stati discretamente alimentati dagli amici di Sarkozy nella polizia. In estate, Sarkozy era diventato il principale candidato della destra alla presidenza della Repubblica. Djouhri, intuendo dove soffiasse il vento, fece pace con Sarkozy dopo anni al fianco di Villepin. Un incontro tenutosi nella primavera del 2006 all’Hotel Bristol, dove Djouhri era un habitué, confermò che Sarkozy sarebbe stato l’unico candidato della destra alle elezioni dell’anno successivo; con l’accesso alle casse del partito assicurato, la necessità del canale segreto libico svanì. L’avvicinamento diede i suoi frutti: quando la Libia decise di modernizzare la sua aviazione all’inizio degli anni 2000, Dassault si rivolse a Djouhri, mentre Safran, tramite Sarkozy, si affidò a Takieddine. Sotto la presidenza Sarkozy, Dassault si assicurò il contratto e Djouhri fu coinvolto in una serie di scontri fra industrie, tra cui quelli tra EDF e Areva, dove i suoi rappresentanti fecero pressione per condividere le competenze nucleari francesi con Cina, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Inizialmente reclutato dal nuovo inquilino dell’Eliseo per stabilire contatti in Siria, Takieddine divenne presto un peso per Sarkozy. Nel 2011 fu arrestato all’aeroporto di Le Bourget con 1,5 milioni di euro in contanti. Interrogato dai magistrati, che indagavano sul finanziamento libico della campagna elettorale del 2007, testimoniò contro il suo ex datore di lavoro. Nel 2016 il corrotto intermediario andò oltre e dichiarò di aver consegnato personalmente valigette con denaro libico all’entourage di Sarkozy. Successivamente è stato condannato a cinque anni di reclusione, ma ha evitato la detenzione fuggendo in Libano. La saga Djouhri si è protratta fino all’era Macron. Durante la controversa fusione dei giganti dei servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, telefonia) Veolia e Suez, completata nel 2020, si vociferava che Djouhri possedesse fino al 10% delle azioni di Veolia per conto dei suoi mandanti, secondo le informazioni fornite da Péan, ancor meno amante dei riflettori. Le elezioni del 2017 hanno segnato una sorta di rottura, poiché il duopolio gollista-socialista, che esisteva da molto tempo, è crollato per lasciare il posto a un unico «blocco borghese», mettendo il potere nelle mani di un apparato statale tecnocratico meno vincolato dai cicli elettorali. Anche all’estero, il panorama è cambiato con il ritiro della Francia, almeno sulla carta, dalle sue ultime roccaforti militari in Africa, che per lungo tempo erano state una vetrina per l’industria nazionale degli armamenti. Con il riarmo tedesco che genera nuovi giganti industriali, spesso in collaborazione con appaltatori della difesa statunitensi, la posizione della Francia come secondo esportatore mondiale di armi appare sempre più precaria. L’atteggiamento di Sarkozy giovedì 25 settembre, durante la sua apparizione in pubblico dopo aver appreso la sentenza, ha trasmesso un po’ dell’ambivalenza che regna nei circoli di potere francesi. Uscendo dall’aula del tribunale e trovandosi di fronte a un groviglio di telecamere, ha pronunciato un monologo di cinque minuti, chiaramente preparato in anticipo, in cui si presentava ancora una volta come vittima di una cospirazione politico-giornalistica. Per essere un uomo che rischia mezzo decennio dietro le sbarre, sembrava notevolmente indifferente. La sentenza del tribunale è categorica, ma la sua esecuzione rimane incerta. La sua assoluzione per finanziamento illegale della campagna elettorale e il rigetto da parte del tribunale del cosiddetto memorandum Koussa pubblicato da «Mediapart» non hanno scalfito la sua difesa. Tuttavia, dal punto di vista politico, la sentenza è un duro colpo. Con i ricorsi in sospeso, è probabile che l’influenza sotterranea di Sarkozy sulla destra risulti inefficace, soprattutto considerando chi potrebbe essere il probabile successore di Macron, l’ex primo ministro Édouard Philippe. Protetto di Alain Juppé, l’ultimo della fazione di Chirac, Philippe, con la sua notevole statura e la sua nota affabilità, contrasta nettamente con lo stile abrasivo di Sarkozy; i rapporti tra i due sono notoriamente velenosi. Macron, dal canto suo, si è presentato alle elezioni con un programma di rinnovamento e alcuni gesti iniziali hanno suggerito una rottura con i precedenti: nel 2018 si è rifiutato di salutare Djouhri durante un ricevimento all’ambasciata algerina. Il nuovo governo ha preso le distanze dalla crudezza dei metodi utilizzati dai suoi predecessori, ma sono rimasti alcuni segni rivelatori. Un esempio è Alexis Kohler, l’eminenza grigia di Macron durante la sua presidenza, un raffinato funzionario pubblico senza la sfacciata avidità di Sarkozy o le torbide amicizie di Villepin. Kohler è stato costretto a dimettersi la scorsa primavera, dopo otto anni come segretario generale dell’Eliseo, coinvolto in alcune indagini su un conflitto di interesse in relazione alla vendita da parte di Vincent Bolloré  della sua divisione logistica alla compagnia di navigazione MSC, il gruppo italiano guidato dai suoi cugini materni. Da allora è stato nominato direttore della banca d’investimento Société Générale, la stessa istituzione che all’epoca aveva canalizzato i pagamenti nella vicenda delle fregate di Taiwan. Plus ça change ... [Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi] Testi consigliati Natahm Sperber,   La crisi francese: organica o congiunturale? ,  «Diario Red» 27/01/25, «New Left Review » 148 27/01/25 Serge Halimi, La situazione della Francia , «New Left Review » 144 Perry Anderson, Il centro può resistere , «New Left Review » 105Wolfgang Streeck, L’Unione Europea in guerra: due anni dopo , «Diario Red» 22/07/24Maurizio Lazzarato, La “guerra civile” in Francia , «Diario Red» 02/08/24Wolfgang Streeck,   Il ritorno del re , Il bellicismo suicida delle democrazie autoritarie occidentali , I pericoli della fedeltà incondizionata agli Stati Uniti  e L’Unione Europea, la NATO e il prossimo ordine mondiale », «El Salto» 8/05/2022, 19/02/2023, 26/02/2024 e 10/10/2023Fréderic Lordon, La rivolta francese », «El Salto» 5/04/2023. Martin Barnay è dottorando (Paul F. Lazarsfeld Fellow) presso il Dipartimento di Sociologia della Columbia University.

  • scienza e politica

    Intervista a Antonello Pasini autore de <> (Codice Edizioni, 2025) Michele Podesto L’intervista esplora il ruolo della scienza nel dibattito sul cambiamento climatico e nel rapporto con la politica, la società e le nuove generazioni a partire dal libro di Antonello Pasini <> (Codice Edizioni, 2025). L'autore sottolinea come la crisi climatica richieda una risposta multilaterale e di lungo periodo, ostacolata oggi dall’ascesa dei nazionalismi e da un approccio politico concentrato sulle emergenze immediate. Viene messo in luce il valore della “spinta dal basso”, cioè l’azione dei cittadini e soprattutto dei giovani, considerata decisiva sia per alimentare una cultura scientifica diffusa sia per sollecitare scelte politiche più ambiziose. L’intervista affronta inoltre lo stallo nell’istituzione del Consiglio Scientifico Clima e Ambiente, promosso da Scienza al Voto, e la difficoltà della politica italiana nel dare priorità alla questione climatica. Pasini evidenzia l’importanza di un dialogo trasversale tra scienza e politica e mette in guardia contro pratiche di greenwashing che distorcono le reali necessità di intervento. Viene affrontato anche il tema dell’educazione e del coinvolgimento dei giovani: dalla partecipazione ai movimenti climatici alla necessità di introdurre corsi interdisciplinari sul clima nelle università. L’intervista si chiude con una riflessione più ampia: il cambiamento climatico non è solo una sfida scientifica, ma anche filosofica, politica e comunicativa, che richiede una revisione del nostro modo di stare nel mondo e di immaginare il futuro. GP : Nel suo discorso dell'otto ottobre, la direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, non ha mai pronunciato la parola "clima". Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, si sono ritirati dal trattato di Parigi, il loro Dipartimento dell'Energia sta operando per favorire lo sviluppo delle energie fossili. Al vertice per il clima del 24 settembre l'Unione Europea non ha presentatoalcun obiettivo fisso per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, ma una semplice dichiarazione d'intenti. Quali prospettive si possono immaginare per la lotta contro il cambiamento climatico in questa fase? AP: è ovvio che se guardiamo tutto questo le prospettive non sono rosee. Il cambiamento climatico è un problema globale che necessita del multilateralismo per una sua soluzione. È ovvio che i paesi industrializzati sono i primi a dover agire, perché hanno la responsabilità storica della situazione attuale. Comunque dobbiamo salire tutti sulla stessa barca, anche le economie emergenti, quindi ci vuole una visione multilaterale come è venuta fuori dopo la seconda guerra mondiale sostanzialmente dall'ONU. Il problema è che adesso siamo in preda a una sorta di egoismo spazio-temporale, perché i nuovi sovranismi guardano all'interno delle proprie frontiere, quindi al benessere della propria nazione o anche soltanto delle proprie classi superiori. Quindi a qui e a ora, senza pensare alle future generazioni. Come diceva Groucho Marx, perché dovrei preoccuparmi delle future generazioni se loro non hanno fatto niente per me? Purtroppo siamo in un momento in cui il sovranismo va contro a quella che è la soluzione multilaterale che deve essere adottata per un problema come questo. Guardare soltanto all'interno è una visione miope, nel senso che spesso e volentieri si cerca di avere tutto subito, risolvere alcune emergenze attuali senza guardare la crisi di lungo periodo che invece potrebbe essere aggravata dalla soluzione maldestra proprio di queste emergenze attuali. Prendiamo soltanto l'esempio dell'Italia che vuole diventare un hub del gas col piano Mattei in l'Africa: questo vuol dire in qualche modo porre un freno alla mancanza del gas russo, ma in questo modo noi continuiamo a bruciare un combustibile il cui consumo aggrava la situazione climatica di lungo periodo. Una crisi che poi, io dico sempre, non ha colore perché impatta su tutte le visioni del mondo quelle di destra, di centro e di sinistra e quindi, ecco, è una situazione problematica. In questo momento è chiaro che la spinta dal basso deve fare molto, cioè ognuno di noi deve innanzi tutto prendere coscienza del problema perché magari così si comincia a cambiare direttamente il proprio stile di vita, ma da solo ovviamente non vai da nessuna parte, devi metterti in gruppo: di risparmio energetico, consumo sostenibile, produzione distribuita di energia. Oggi si parla molto di queste comunità energetiche che fanno comunità e insieme tendono a dare un contributo per la soluzione del problema. Inoltre, occorre anche spingere dal basso i nostri politici perché siano più sensibili a problemi di questo tipo. Sono problemi che vanno al fuori dello spazio temporale della legislatura e quindi devono avere qualcuno che li aiuti nell’affrontarli: da una parte i giovani e dall'altra gli scienziati perché entrambi abbiamo questa visione di lungo periodo: i giovani perché hanno tutta la vita davanti; noi perché siamo abituati a convivere con questi sistemi complessi, sappiamo qual è la loro dinamica e sappiamo che soluzioni attuali maldestre possono aggravare tantissimo la crisi climatica di lungo periodo. GP: Veniamo appunto ai politici di cui stai parlando. Il 23 sett 2022, sotto l'impulso di Scienza al Voto, la grande maggioranza dei partiti politici ha sottoscritto un accordo per istituire un Consiglio Scientifico Clima e Ambiente. A tre anni di distanza il Consiglio non è stato ancora creato. Come giudichi questo ritardo? AP : Lo giudico ovviamente come un'inerzia della politica a risolvere problemi di questo tipo, ma anche a trovare una soluzione che sia trasversale perché noi a quello confidiamo. Come citavo prima, io dico sempre che il clima non ha un colore politico perché influisce su tutti. Quando parlo con un politico di destra, che magari è più incline alla competitività e al libero mercato, io gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori il PIL crollerà. Quando parlo con un politico di sinistra, che è più incline alla redistribuzione del reddito e a limare le diseguaglianze, gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori invece le disequità a livello mondiale, ma anche all'interno della singola nazione, diventerà ancora più grande. Ecco quindi che c'è questa necessità di mettersi intorno a un tavolo e a fare qualche cosa, uno zoccolo duro di azioni per risolvere tutti insieme un problema che va a impattare tutte le visioni future di qualsivoglia parte politica. Anche questo dire continuamente che il cambiamento climatico è un problema ideologico va purtroppo nel senso di uno scontro frontale con una polarizzazione enorme, e questo ovviamente è assolutamente negativo. GP: Appunto La Scienza al Voto ha fatto la scelta di sfidare la politica istituzionale ad assumere la priorità climatica. Tuttavia l'Italia fa parte dei paesi che frenano l'obiettivo di riduzione dei gas di serra del 90% per il 2040. Qual è il vostro bilancio e quali saranno le prossime iniziative per sbloccare questa situazione? AP: Il bilancio è in parte positivo e in parte negativo. Siamo riusciti per esempio a presentare un progetto di legge, aiutati da costituzionalisti, da amministrativisti, da giuristi di grande peso, che, in un'audizione alla Camera che ho fatto un annetto fa, ha avuto un successo a livello trasversale. Ora però c'è un problema di fondo: l'ho presentato in Commissione Ambiente della Camera, ma in Commissione Ambiente del Senato si sta discutendo una legge clima che in realtà si sta istruendo per modo di dire in quanto non è mai stata calendarizzata, probabilmente in quanto presentata dall’opposizione. C'è un regolamento parlamentare, per cui due rami del parlamento non possono parlare dello stesso argomento, per cui, in questo momento, siamo in una situazione di stallo. Quindi da un lato dei risultati positivi ci sono stati perché siamo riusciti a parlare con tutti e andare avanti. Adesso però c’è una situazione di stallo, dovuta al fatto che probabilmente i politici di entrambe le fazioni hanno priorità diverse. Questo Consiglio evidentemente non è sentito come priorità. Invece dovrebbe esserlo, tanto più che non è che stiamo dicendo ai politici cosa devono fare, non è che vogliamo prendere il loro posto, perché giustamente chi deve gestire la cosa pubblica deve avere le competenze per farlo. Io non ce le ho come scienziato. Però, noi scienziati possiamo sicuramente quantificare l’efficacia delle azioni da intraprendere, siamo bravi a fare i conti e possiamo fornire un ventaglio di strumenti che siano efficaci per affrontare il problema del cambiamento climatico. Attenzione, perché ci sono tante cose che vanno nel giusto verso per il green, ma alcune cose pesano e sono efficaci, altre non pesano e quindi sono greenwashing. Quindi noi possiamo presentare un ventaglio di soluzioni scientificamente fondate e ovviamente quali scegliere rimane compito della politica. Come dire: noi facciamo il nostro lavoro, poi voi dovete fare il vostro. GP: Negli ultimi anni in Francia si sono sviluppate molte iniziative ambientaliste dal basso. Non pensi che sia opportuno rivolgersi alla società più che al mondo politico? AP: Penso che vadano fatte entrambe le cose. La società è, come dicevo prima, quella che deve prendere coscienza, e infatti uno dei punti che occorre mettere in agenda per agire nella giusta direzione è quella della spinta dal basso. La spinta dal basso è fondamentale: lo dico anche in questo mio ultimo libro (1), in cui faccio vedere l'esempio della Cina. Io sono stato là nel 2007-2008 perché ero il responsabile delle previsioni meteo-ambientali sul villaggio olimpico. C'erano le olimpiadi, e i cinesi hanno appaltato a noi questo lavoro. Quindi ho avuto possibilità di leggere i giornali, ovviamente scritti in inglese, di parlare con i colleghi. Vedevo che tutti i giorni c'era un occhiello in prima pagina su un problema ambientale e due paginoni nel compartimento interno, in un paese dove c'è la censura. Parlando con i colleghi, chiedevo: com'è possibile? Qui c’è la censura! In realtà, c'è stata una spinta dal basso molto forte, la gente non ce la faceva più, si moriva d'inquinamento, s'imponeva la mascherina a Pechino contro lo smog. I capi del partito hanno capito che così non si poteva andare avanti, bisognava dare una svolta. Dopodiché a un certo punto è arrivato Trump negli Stati Uniti e loro si sono buttati a capofitto sulle rinnovabili. E adesso, quando sento dire: ma noi Europa siamo l'8% e la Cina non fa niente, dico che questo è assolutamente un alibi. La Cina sta facendo più di qualsiasi altra nazione per la rivoluzione delle rinnovabili. Ecco, vorrei dire questo: se lì la spinta dal basso ha fatto veramente tanto, cosa può fare la spinta dal basso nei paesi democratici? Io credo che sia assolutamente fondamentale. Quindi, passando o non passando per i partiti, questa è un'azione che probabilmente potrebbe smuovere le cose. Certo, bisogna riprendere quelle frange di studenti che sono interessati a questo. Però, l'interesse sta montando. È vero che anche i Fridays sono un po' in reflusso, però c'è un interesse forte perché i giovani capiscono che ne va del loro futuro. GP: Voi scienziati come pensate di entrare in contatto con questi giovani e incoraggiare iniziative dal basso? AP: Certo, questo noi in qualche modo lo facciamo tutti i giorni, nel senso che molti di noi fanno un'attività di educazione nelle scuole, ma non soltanto, anche con i movimenti giovanili. Io stesso, per esempio, sono stato l'unico adulto a parlare dal palco di Piazza del Popolo quando è venuta Greta nel 2019. Il giorno prima è andata in Senato a dire: scusate, io vengo qui a bastonarvi, a dirvi delle cose che non volete sentire e voi volete fare i selfie con me. Poi il giorno dopo c'è stato l'incontro con i ragazzi e devo dire, loro mi vogliono molto bene. Tornando al Consiglio scientifico che si dovrebbe istituire, ci sarà tutta una parte di connessione con la popolazione, con eventualmente didattica e tutorial, affinché si possa sentire una fonte autorevole nel marasma mediatico attuale. Vorrebbe essere non soltanto un punto di riferimento. Si tratterebbe infatti di un organismo di consulenza per il governo e il Parlamento, ma anche per i singoli cittadini. Un punto di riferimento, una voce importante che aiuti a evolvere nella conoscenza il governo e il Parlamento, ma anche l'intero Paese. GP: Intervenite anche nelle università? AP: Alcuni di noi sono universitari, io sono CNR. Diciamo che si cerca di costituire dei corsi che siano trasversali alle varie facoltà. Io insegnavo fino all'anno scorso fisica del clima all'ultimo anno della magistrale in fisica, un corso estremamente specialistico, assolutamente non fruibile da altre facoltà della stessa università. Adesso si comincia a pensare a fare dei corsi che siano attingibili da altri curricula, di giurisprudenza, scienze ambientali, biologia, geologia, ovviamente tutte le facoltà STEM, ma anche al di fuori. Questo ovviamente è importante perché gli intellettuali di domani devono avere comunque una formazione anche di questo tipo. Tra l'altro, in questo nuovo libro, io faccio vedere come tutti i problemi partano dalla complessità del sistema clima, perché noi non siamo abituati a risolvere problemi in un ambito complesso, ma tendiamo solo a risolvere l'emergenza attuale: c'è un buco qui? Lo tappo e penso di aver risolto tutto. In un sistema complesso, invece, qualche volta se tappi il buco qui ti si apre una voragine dall'altra parte. GP: Hai qualcosa da aggiungere a queste osservazioni? AP: Abbiamo parlato un po' di tutto. Diciamo che nel libro c'è anche la parte filosofica, cioè come dobbiamo porci noi nel mondo, non come padroni del mondo, ma come un anello della rete di relazioni che ci relaziona non soltanto con la natura, ma anche con gli altri umani sulla Terra. Il cambiamento climatico si appalesa come una sfida scientifica, ovviamente, perché devi studiare il sistema complesso con nuove tecniche, ma è anche una sfida filosofica e di visione del mondo, una sfida comunicativa, una sfida politica e poi c’è una sfida del che fare, perché sia che vinciamo o non vinciamo queste sfide precedenti, bisogna comunque (pragmaticamente) agire in qualche modo, serio ed efficace. "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento". Codice edizioni di Torino. Antonello Pasini: Fisico climatologo del CNR, docente di Fisica del clima all’università Roma Tre. Si occupa in particolare di elaborare e applicare modelli matematici nell’ambito dello studio del clima, con lo scopo principale di individuare le cause dei cambiamenti climatici a scala globale e regionale, e per studiare gli impatti a scala regionale e locale. È autore di numerosi articoli su riviste internazionali e ha pubblicato vari libri divulgativi. La sua opera più recente è "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento", 2025. Codice edizioni. Torino. È autore del primo blog italiano sul clima, Il Kyoto fisso, pubblicato dal 2007 al 2012 su Il Sole 24 ore e ora (dal 2012) pubblicato sulle pagine web di Le Scienze (edizione italiana di Scientific American). Il blog ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica nel 2016.

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    Comandare l’aria: la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler Linda Fregni Nagler, Anger, Pleasure, Fear , Gam Torino, a cura di Cecilia Canziani  La GAM presenta la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler, a cura di Cecilia Canziani. L’artista utilizza la   fotografia come mezzo di riflessione sulla visione, sulla memoria e sulla materialità dell’immagine, intrecciando collezionismo, ricerca e narrazione. Nell’isolare e conservare frammenti del visibile, le immagini fotografiche raccontano la storia dello sguardo :  testimoniano non solo ciò che mostrano, ma anche i diversi modi in cui, nel tempo, abbiamo osservato il mondo. Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si inseguono, rendendo ogni immagine un luogo di riflessione, memoria e immaginazione. In mostra opere realizzate in oltre vent’anni di lavoro, tra cui la grande installazione  The Hidden Mother  (2013) e la serie inedita Vater , dedicata al Mensur, duello rituale delle confraternite studentesche tedesche. Il percorso include anche Pour commander à l’air , ingrandimenti di fotografie tratte dalla cronaca, la serie Untitled , stampe da disegni ispirati a oggetti di lavoro e architetture, e Smokes, clouds, explosions , tratte dalla sua collezione di lastre per lanterna magica. Presenti anche opere degli esordii, come Non voglio uccidere nessuno . Il cellulare permette di scattare una foto in ogni momento, l’accumulo è la sua peculiarità.  «La prospettiva, nata nel Rinascimento italiano e diffusasi in tutto l’Occidente, suggeriva in ogni immagine una fuga verso l’infinito, analogo a quello dell’Universo verso Dio. La macchina fotografica rivelò che ciò che vedevi aveva a che fare con la posizione che occupavi nel tempo e nello spazio» (John Berger, Modi di vedere, ’98). E così, si inizia a guardare negli occhi parenti e estranei, anche da lontano: sono ritratti di una quotidianità messa in posa, fermati dalla macchina da presa, ma ripetibili. Sequenze che ci mostrano il movimento di una figura e lo collegano a quello dei nostri occhi. La pittura ci aveva abituato leggerle a distanza, negli affreschi, nelle pareti dei musei, nelle volte delle chiese, ma sfogliando i giornali o gli album familiari è istintivo portare vicino il tempo e il luogo e immaginare cosa avremmo fatto se fossimo stati lì.  Roland Barthes  in La camera chiara , sotto una foto di un giovane, scattata anni prima, scrive Che romanzo, che storia!   Linda Fregni Nagler  interroga un vastissimo archivio dove il tempo torna indietro e si affaccia alle «nostre finestre». Non per raccontare paesaggi, ma il gesto, assolutamente segreto, di chi sta per saltare nel vuoto – o progetta di farlo.  Per suicidarsi? Per una prova acrobatica? Per un incidente sul lavoro?   Tutte ipotesi che provenendo da immagini di decenni fa ci riportano al cambiamento radicale che questo linguaggio ha introdotto nella nostra intimità e, soprattutto, al perenne sforzo umano Pour commamder à l’air  come si chiama la serie, in cui i titoli, sono microstorie fulminanti: A Moment of Suspense; Contemplation of Death; Deardevil; I’ll figure this thing out myself, Man on the lodge, Roof Walker, Trying to Die, tutte datate 2014. Cosa colpisce di più il fatto che agli inizi degli anni ’60, a cui alludono, sia possibile assistere pubblicamente a queste azioni o che allora il disagio, lo sprezzo del pericolo fossero una notizia da trattare con «delicatezza»? Oggi, e non da ieri, conta la velocità traumatica dell’immagine, più che la complicità inaspettata a un dolore che nessuno sa prevedere?  Tutta la mostra  alla Gam di Linda Fregni Nagler (a cura di Cecilia Canziani)  pone queste  domande, e la chiave sta sempre in questo trarre fuori dalla scatola del tempo (come in genere si fa appunto con le foto) immagini che da un lato ci ricordano la distanza rispetto al presente, e dall’altro, come direbbe Carlo Rovelli , che nella struttura temporale scoperta dalla fisica quantistica, l’insieme di eventi non è né passato, né futuro, come nelle parentele con esseri che non sono né nostri discendenti, né ascendenti  ( L’ordine del tempo , 2017, Adelphi). Possiamo prendere il sistema di recupero fotografico che fa Linda come un intreccio tra immagine e immaginazione? Tra parentele specifiche che si depositano in spazi-tempi storici e in quelle che una foto ci costringe a ripercorrere anche se non siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo?  Lei dichiara: «Quando faccio ricerca mi soffermo su immagini che non si spiegano da sole, che hanno bisogno di essere lette, osservate, messe in sequenza.  In ogni caso il fulcro sono gli esseri umani, la loro esistenza e fragilità.  Sono spesso comparse anonime che attraversano la scena senza una storia esplicita, ma portano con sé una memoria e una temporalità sospesa. Non è nostalgia, ma archeologia emotiva» ( Catalogo , Quodlibet, p. 146).  Nella sezione  Vater  questo punto di vista è anche quello che ci fa percepire che gli eventi non sono né passati, né futuri, come dice Rovelli, anche nella nostra osservazione, e allo stesso tempo davanti a un’immagine proviamo un’empatia con quello che ci succede accanto. Nelle figure di soldati, anonimi, insanguinati, eroicamente in grado di porsi davanti all’obiettivo, c’è il racconto della prima guerra mondiale, in Germania, e questo ci sposta al nazismo e al contempo alle immagini delle guerre che in ogni momento ci raggiungono da tutto il mondo.  Sappiamo che non c’è un filo consequenziale, o che almeno è troppo didascalico tracciare una linea, ma proprio questa impossibilità ci avverte che ogni immagine non è un documento statico, dipende dall’empatia di chi osserva, che a sua volta è influenzata da altri eventi, non sempre correlabili. È così che un’immagine diventa un  soggetto  col quale dialogare, fare amicizia, indipendentemente dalla sua data di nascita e dalla nostra.  Linda Fregni Nagler  crea una mediazione tra i soggetti che ha incontrato e quelli che ci fa incontrare. Non sono nostri ascendenti o discendenti, ma influenzano il nostro presente, compreso quello determinato dagli strumenti prodotti dalla fisica contemporanea, i computer, che hanno modificato anche il modo di fotografarci.  Francesca Pasini , critica e curatrice. Curatele: Castello di Rivoli; PAC-Milano; Biennale di Venezia; Mart-Tn; Maga-Gallarate; Teatro La Fenice. Direzioni: Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti-Camogli (GE); Quarta Vetrina-Libreria delle donne di Milano. Libri: Il mistero delle immagini orali (Galleria Pieroni,1990); Donne senza cuore (con Grazia Livi), La Tartaruga (1996); Grazia Toderi (2006); WAW (Women Artists of the World), Almanacco (2017); Vetrine di libertà (2019).

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    Mamdani, sindaco di New York contro l'oligarchia Stephen Nelson La crisi dell'establishment politico statunitense e dei suoi partiti maggioritari corrotti sta aprendo la strada a nuovi attori politici in grado di rompere il consenso oligarchico delle attuali classi dominanti e l'incompetenza della loro dirigenza con politiche di classe anti-sioniste ed anti-belliciste. Domenica 26 ottobre u. s. Bernie Sanders ha tenuto il discorso che segue al comizio a sostegno della candidatura di Zohran Mamdani a sindaco di New York presso il Forest Hills Stadium del Queens, che ha visto la partecipazione di oltre 10.000 persone. Al comizio, il cui slogan era «New York is not for Sale»  – «New York non è in vendita» – , Mamdani era accompagnato dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, dal governatore dello Stato di New York Kathy Hochul, dal presidente del Senato dello Stato Andrea Stewart-Cousins, dal presidente dell'Assemblea dello Stato Carl Heastie e da Brad Lander, revisore generale del comune di New York. «Grazie mille a tutti per essere qui. Prima di tutto permettetemi di ringraziare la popolazione di New York per aver eletto Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso degli Stati Uniti. Non solo avete scelto una delle personalità più influenti del Congresso, ma avete anche dato speranza e ispirazione a milioni di giovani e lavoratori in tutto il paese. La corsa per la carica di sindaco di New York attira sempre molta attenzione: non è una novità. New York è il centro urbano più grande degli States , con circa 8 milioni di abitanti, e molti seguono ciò che accade qui. Ma questa campagna è diversa. Non è solo la metropoli a guardarla con interesse: persone da tutta la nazione e persino osservatori esteri stanno osservando ciò che succederà martedì prossimo, 4 novembre. Perché tanto clamore? Perché non sono tempi normali: questo non è un appuntamento elettorale ordinario. Si vota in un momento storico in cui la nostra economia è profondamente sbilanciata, con livelli di disuguaglianza di reddito e ricchezza senza precedenti nella storia americana. I più ricchi non sono mai stati così benestanti, mentre circa il 60% della popolazione vive alla giornata, lottando per pagare affitti o mutui, l'asilo nido e l'istruzione superiore dei figli, l'assistenza sanitaria e cibo di qualità, e per assicurarsi una pensione dignitosa dopo anni di lavoro. Gli Stati Uniti, pur essendo la nazione più ricca della storia, presentano tassi di povertà infantile e anziana fra i più alti fra le grandi nazioni, e circa 800.000 persone – inclusi molti veterani – sono senza casa. Questa tornata elettorale si svolge con un presidente che ha concesso enormi sgravi fiscali: 1.000 miliardi di dollari alle persone più ricche e 900 miliardi alle grandi imprese, mentre tagli al Medicaid  e all’ Affordable Care Act  hanno lasciato senza copertura circa 15 milioni di americani. Le sue politiche hanno aumentato i costi assicurativi per oltre 20 milioni di persone. Abbiamo poi un governo a Washington che, giorno dopo giorno, mette a rischio la nostra Costituzione e lo Stato di diritto, e un sistema di finanziamento della politica talmente corrotto che permette ai miliardari di scegliere i candidati. I cittadini comuni hanno un voto; i miliardari possono spendere per acquistare influenza. Questo è il contesto: ecco perché è così importante.  Ecco perché Zohran Mamdani deve diventare il prossimo sindaco di New York: la municipalità ha bisogno di un primo cittadino che rappresenti le famiglie lavoratrici, non soltanto la classe dei miliardari. La ragione per cui la campagna ha suscitato tanta attenzione è semplice: nel 2025, in un momento in cui il potere economico e politico è più concentrato che mai, è possibile che la gente comune e la classe lavoratrice si uniscano e battano questi oligarchi? Per questo il mondo osserva. E lasciate che vi dica: in un periodo di profonda angoscia economica e politica, una vittoria qui infonderebbe speranza e ispirazione in tutto il paese e avrebbe un effetto galvanizzante a livello globale. Per questo Trump e i suoi alleati sono preoccupati. L’unione dell’ average people  per la giustizia economica e sociale è il loro incubo. Sanno bene che se Zohran e voi vinceste contro i grandi interessi a New York, dalla California al Maine le persone capirebbero che possano fare lo stesso, sfidare l’establishment e vincere. Quando si uniranno e saranno consapevoli del proprio potere, chiederanno cambiamenti fondamentali: un governo che lavori per tutti, non per pochi. Il Paese si porrà domande semplici e decisive: perché non garantiamo l’assistenza sanitaria universale nonostante spendiamo molto di più pro capite rispetto ad altri paesi? Perché non paghiamo gli insegnanti quanto meritano per avere il miglior sistema pubblico d’istruzione? Perché non rendiamo gratuite le università pubbliche, come si faceva settant’anni fa? Perché non risolviamo il problema dei senzatetto e costruiamo 5 milioni di alloggi accessibili a chi ha basso reddito? Perché non rendiamo più facile l’iscrizione ai sindacati per negoziare salari e condizioni migliori? Perché non aumentiamo il salario minimo a un livello degno? Perché non ampliamo significativamente la previdenza sociale affinché tutti gli anziani possano andare in pensione con dignità? Perché continuiamo a spendere miliardi per sostenere l’estremismo di Netanyahu, che ha causato la sofferenza di tanti bambini a Gaza?  Una vittoria di Zohran aiuterebbe gli americani a capire che, in una nazione ricchissima, tutti possono e devono avere una vita dignitosa. Gli oligarchi dicono che il programma di Zohran è radicale.  Ma lo è davvero? Quando le famiglie lavoratrici faticano a vivere qui a causa degli affitti esorbitanti, non è estremo proporre un congelamento degli affitti e triplicare il patrimonio di alloggi a prezzi accessibili. Di fronte ai costi insostenibili dell’assistenza all’infanzia e alla comprovata importanza dei primi anni di vita, non è eccessivo offrire cura gratuita per i bambini da 6 settimane a 5 anni. Per ridurre i costi del pendolarismo e incentivare i trasporti pubblici, non è stravagante rendere gli autobus gratuiti e più rapidi. Dove l’accesso al cibo sano è limitato, non è fuori luogo creare negozi di alimentari finanziati dal comune. E quando i super-ricchi spesso pagano aliquote effettive inferiori a camionisti o infermieri, non è ingiusto chiedere che paghino la loro parte di tasse. Queste proposte non sono radicali: sono buon senso. E sono ciò che New York vuole e di cui ha bisogno. Permettetemi di essere chiaro: non è un lavoro facile. Come ex sindaco di Burlington – Vermont – per otto anni, so che la responsabilità municipale è vasta: raccolta dei rifiuti, sicurezza, qualità dell’istruzione, traffico e molto altro. I problemi delle grandi aree urbane sono enormi ed il primo cittadino non avrà tutte le risposte.  Quando Zohran sarà eletto avrà bisogno del vostro aiuto: in questo momento storico dobbiamo tutti agire in modo deciso. Per favore, fate tutto il possibile per sostenere Zohran e renderlo il miglior sindaco che questa metropoli abbia mai avuto. Concludo con una nota personale: nel 1981 entrai in carica a Burlington vincendo per soli dieci voti, dopo un riconteggio. Ho guardato i sondaggi. Voi li avete letti: danno Zohran in testa, ed è una cosa positiva. Ma non sottovalutate gli avversari: dispongono di risorse enormi e le stanno spendendo adesso. Vi invito a ignorare la sicurezza apparente dei sondaggi e a comportarvi come se fossimo cinque punti sotto: voi e gli 80.000 volontari della campagna dovrete fare tutto il possibile perché la gente vada a votare anticipatamente e il giorno della consultazione.  Non voglio che nessuno si svegli il mattino dopo e scopra che abbiamo perso perché altri hanno lavorato più di noi.  Questo non deve accadere. Un anno fa pochissime persone a New York conoscevano Zohran Mamdani, un membro dell’Assemblea di 33 anni; alla prima candidatura otteneva solo l’1% nei sondaggi.  Ma Zohran ha fatto ciò che fanno quelli che vogliono un cambiamento reale: ha costruito una campagna dal basso, creando uno straordinario movimento popolare che oggi coinvolge attivamente 80.000 newyorkesi — qualcosa senza precedenti. A differenza degli avversari, non ha cercato donazioni dalla classe multimilionaria, ma ha rivolto alla gente proposte concrete e sensate. Pur spendendo quattro volte meno, ha vinto le primarie. Con il vostro impegno, nei prossimi otto giorni questo giovane potrà fare la storia. È un onore per me presentarvi il prossimo sindaco della metropoli: Zohran Mamdani». Consigli di lettura: T. Barker, Desalineamiento de clase en Estados Unidos , «Diario Red», 16 novembre 2024; — Some questions about political capitalism , «NLR» 140/141, marzo-giugno 2023; R. Brenner – D. Riley, Seven theses on American politics , «NLR» 138, 21 dicembre 2022;  A. Jäger, Hiperpolítica en Estados, « NLR» 149, settembre-ottobre 2024; M. Karp, Trump redux: de 2016 a 2024 , « NLR» 150, novembre-dicembre 2024; — Clase y partido en la política estadounidense , « NLR» 139, gennaio-febbraio 2023; — Trump toca su límite , «Diario Red», 27 agosto 2025; B. Sanders, No crowns, no clowns, no kings!, «Diario Red», 23 ottobre 2025. — Trump y la política estadounidense , «Diario Red», 18 agosto 2025; Bernie Sanders è un politico statunitense e senatore per il Vermont dal 2007; ex membro della Camera (1991–2007) e sindaco di Burlington (1981–1989). Figura di spicco del movimento progressista, ha guidato campagne presidenziali popolari nelle primarie democratiche nel 2016 e 2020, promuovendo politiche come sanità universale e aumento delle tasse sui più ricchi. Questo testo propone l'ultima newsletter di Bernie Sanders inviata via e-mail dal collettivo «Friends of Bernie Sanders» e viene pubblicato qui dopo averne dato comunicazione allo stesso.

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