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- clan milieu
Storia di una foto In questi giorni è disponibile nelle librerie e presso l’editore Milieu la nuova edizione di Storia di una foto. Milano, via De Amicis. 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine-icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, a cura di Sergio Bianchi, collana «settanta/milieu». Milano, 14 maggio 1977. Giorno di una manifestazione contro la repressione. Lo spezzone dell’«autonomia operaia» si stacca dal percorso ufficiale per sfilare sotto il carcere di San Vittore. Nei pressi della prigione, alcuni militanti di un collettivo di quartiere imboccano via De Amicis e, armi in pugno, sparano sulla polizia schierata per contenere i manifestanti. Un agente, Antonio Custra, viene colpito a morte. Uno dei fotografi presenti immortala la figura di un dimostrante col passamontagna, solo, in mezzo alla strada, con le gambe divaricate e le braccia tese a impugnare con ambo le mani una pistola puntata verso la polizia. Quella foto diventa la rappresentazione dell’aspetto tragico del Movimento del ’77, e così nasce l’immagine-icona degli «anni di piombo». Un’immagine che è stata l’incubo di una generazione e che oltre trent’anni dopo continua a evocare un passato che non passa per tutti coloro che ne furono i protagonisti: i rivoltosi, le vittime, le istituzioni, i media e l’opinione pubblica. Questo libro, che contiene una ricca documentazione iconografica, testi estratti dagli atti giudiziari, documenti politici dell’epoca, saggi di studiosi della comunicazione, testimonianze di alcuni protagonisti, offre per la prima volta la possibilità di analizzare a fondo il contesto politico e sociale e il retroscena che ha prodotto l’evento fissato in quell’immagine. Quegli spari che uccisero il movimento a Milano Paolo Pozzi e Franco Tommei Questo articolo è una fotografia sfocata e un po’ mossa. Meglio, un autoscatto sugli ultimi giorni di movimento a Milano. Quel movimento di Circoli proletari giovanili, contro il lavoro nero, per nuovi spazi di socialità, che s’era sviluppato in forme articolate tra il 1975 e il 1976. Nel ’77 è già finito, resta un’area di militanti incerti, frantumati, sul punto di rifluire o tentati dal «salto» alla lotta armata. Nella dinamica del corteo all’Assolombarda, il 12 marzo, nella discordia sul percorso e sugli obbiettivi, nella successione a scatti degli avvenimenti si dà a vedere l’impoverimento e la diaspora imminente. Si mostra in filigrana l’opposizione tra la violenza anche dura del movimento e il «discorso sulla guerra» che sarà tipico delle organizzazioni combattenti. Non eravamo rimasti in tanti a Milano, la gran parte degli autonomi se n’era andata dal giorno prima. L’appuntamento principale in quei giorni, per il movimento del ’77 tutto intero, era la grande manifestazione indetta a Roma. Ma, anche in pochi, avevamo deciso di manifestare lo stesso. La morte di un compagno a Bologna, le autoblindo chiamate da Zangheri per presidiare la città vetrina del comunismo italiano, la manifestazione di Roma ci imponevano, quasi ci obbligavano a dovere scendere in piazza. Anche se pochi, c’eravamo tutti: i comitati di Senza Tregua, quelli di Rosso, spezzoni di Lotta continua, il collettivo del Casoretto e i residui dei Circoli giovanili. Loro, i Circoli, erano stati per tutto il ’76, fino alla battaglia-disfatta della Scala, il movimento egemone politicamente a Milano. Il corteo quel 12 marzo del ’77 non aveva nulla di allegro e festoso. Facce lunghe, incazzate. Tascapani pieni di bottiglie, e sotto gli spolverini intuivi e sapevi di armi. In un centro della città assolutamente vuoto e pieno di paura il corteo si muoveva con lentezza in cerca di obiettivi. Ma stavolta non si poteva trattare del supermarket da espropriare o delle solite guardie giurate da disarmare. Ci avevano ammazzato un compagno a Bologna e di fronte a ciò tutto ci sembrava inadeguato. Intanto, sopra le teste i soliti slogan pieni di rabbia e di rancore. Le mani di pochi in aria a simboleggiare la pistola. Noi di Rosso si era arrivati poco preparati, i «migliori», con relativo equipaggiamento, erano via. Ma si poteva stare fuori da un corteo nel ’77? E allora dentro assieme agli altri. C’era voluto un po’ a rintracciare i ragazzi di Baggio, quelli della Siemens, Chicco con Bovisa. Non c’era uno che non avesse il fazzoletto sul viso. E poi ogni tanto di corsa giù per la cerchia dei Navigli. Fino a dove? All’altezza di corso Monforte il corteo si era fermato bruscamente. Risalimmo velocemente per raggiungere la testa. E lì davanti a noi c’era la Prefettura completamente circondata da reparti dei carabinieri armati di Winchester. Tra i responsabili dei vari gruppi dell’autonomia un parlare sommesso. Ci chiesero se noi di «Rosso» eravamo d’accordo nell’assaltare la Prefettura, con qualsiasi mezzo. Ci bastò un attimo per capire che tutta quell’illegalità che tanto avevamo fatto perché fosse parte del movimento si stava per ritorcere contro il movimento stesso: l’uso della forza non era più al servizio di una contrattualitá conflittuale e violenta, ma stava per diventare dominio esclusivo di chi volesse abbandonare ogni possibilità di lavoro politico di massa per scegliere la linea del combattimento e della clandestinità. Ma a quell’illegalità, in quel momento, subito, bisognava dare uno sbocco diverso dalla Prefettura, ma ugualmente violento. Una «via di fuga» che permettesse a Rosso di interloquire ancora con quel poco di movimento che esisteva a Milano, evitando lo scontro micidiale con i carabinieri. «Noi di Rosso, vogliamo manifestare sotto l’Assolombarda, uno dei motivi per cui oggi siamo qui è la protesta degli operai della Marelli contro la ristrutturazione. Non siamo d’accordo per un attacco allo Stato, non è nell’interesse dell’autonomia». «Non li vedete i fucili dei caramba, è una pazzia!». Un po’ di bestemmie, parolacce, spintoni. Finalmente il corteo reagì e si mosse. Era passata la parola d’ordine di andare all’Assolombarda. Un respiro di sollievo e nella testa la netta sensazione di essere in un casino di portata colossale. Eravamo arrivati a un vicolo cieco. Come venirne fuori? Già eravamo di corsa per le strade in senso opposto, a sfuggire quello che la gran parte di noi quel giorno non aveva voluto. Noi di Rosso e quelli del Casoretto a tirare il gruppone. Finalmente davanti all’Assolombarda. Contro quel palazzo vuoto e pieno di vetri ci scaricammo tutto quello che avevamo. Molotov a volontà, pistolettate e colpi di fucile. E i vetri della «casa dei padroni» venivano giù che era un piacere. «Brucia, ragazzo, brucia!», lo sentivamo dentro di noi. Poi via di corsa. Si era consumato l’ultimo tentativo a Milano di legare la sovversione del movimento con gli spezzoni organizzativi dell’autonomia che da lì a poco sarebbero morti, stretti nella morsa di repressione e militarizzazione. Era l’ultimo corteo in cui si era mostrato il più alto livello di scontro e persino di armamento senza l’attacco alle persone, agli uomini. Due mesi dopo, durante la manifestazione contro la repressione, fu ucciso l’agente Custra: la linea di combattimento era passata all’interno del movimento. Febbraio 1987
- konnektor
Perù, lotta di classe, violenza e frammentazione politica Paul Hertz Le classi dominanti latinoamericane stanno optando, con il sostegno dell’estrema destra di Donald Trump, in favore non solo della deregolamentazione economica e della dura mercatizzazione della riproduzione sociale secondo il modello neoliberista più aggressivo, ma anche della deregolamentazione delle loro forme di Stato attraverso la decostituzionalizzazione dei sistemi politici. La frammentazione e l’occupazione dell’apparato statale da parte di interessi privati predatori, la gestione caotica dell’attività pubblica generano un contesto di azione politica in cui i soggetti di sinistra e i settori e i movimenti popolari trovano estremamente difficile intervenire in modo efficace e coerente da un punto di vista di classe, mentre i soggetti e gli attori ascritti alle classi dominanti si trovano in una posizione eccellente per accrescere i propri profitti. Si instaura così una situazione di violenza strutturale in tutti gli ambiti della riproduzione sociale e di dominio e sfruttamento sistematici del bene comune, del pubblico e delle condizioni di vita sociale e politica delle classi lavoratrici e popolari. Tutto ciò emerge evidente anche dalle vicende legate alle recenti elezioni in Perù, paese-laboratorio che sembra non tanto un’eccezione ma piuttosto un’anticipazione di quanto potrebbe avvenire ovunque. Non sarebbe esagerato descrivere il primo turno delle elezioni presidenziali in Perù, tenutosi lo scorso 12 aprile, come una contesa di impopolarità. In una sfida serrata in cui erano in lizza trentacinque candidati, ventitré hanno ottenuto meno dell’1% dei voti e solo cinque hanno superato il 10%. L’astensionismo ha raggiunto il 26%, una cifra non sorprendente, ma comunque elevata per un paese in cui il voto è obbligatorio. Keiko Fujimori, figlia dell’autoritario ex presidente Alberto Fujimori, si è classificata al primo posto con il 17% dei voti, ma ci è voluto più di un mese per determinare chi l’avrebbe affrontata al ballottaggio del prossimo 7 giugno. Alla fine, sul filo del rasoio, un margine di appena 21.209 voti ha separato i candidati al secondo e terzo posto: Roberto Sánchez, della coalizione di sinistra Juntos por el Perú, ha ottenuto il 12% dei voti, superando Rafael López Aliaga, l’ex sindaco di estrema destra di Lima, che ne ha raccolti l’11,9%. Un decimo di punto percentuale è stato tutto ciò che ha salvato il Perù dal cupo scenario di un ballottaggio tra due versioni della destra autoritaria. Allo stato attuale, le elezioni di giugno rappresentano una contesa tra l’erede di Fujimori e una sinistra che cerca di riunire l’opposizione contro quella eredità. I sondaggi davano Fujimori (39%) in vantaggio su Sánchez (35%), ma con il 14% degli elettori che aveva dichiarato di votare scheda bianca e un altro 12% di indecisi, la corsa elettorale potrebbe ancora risolversi in favore di uno o dell’altro dei due candidati. I risultati del primo turno hanno in una certa misura rispecchiato le divisioni regionali che nel 2021 hanno caratterizzato la contesa tra Fujimori e Pedro Castillo. In quelle elezioni, Castillo si impose in gran parte dell’entroterra, mentre Fujimori vinse sulla costa. Il margine di vittoria di Castillo fu inferiore a 45.000 voti e la sua presidenza fu praticamente paralizzata fin dall’inizio a causa della resistenza del Congresso, che lo ha destituito alla fine del 2022 dopo il suo tentativo di sciogliere il parlamento per uscire dall’impasse. Sostituito dalla sua vice, Dina Boluarte, Castillo è stato incarcerato nel 2025 ed è ancora in prigione. Nelle attuali elezioni, Fujimori ha nuovamente fatto meglio nelle zone costiere, da Tumbes e Piura a Ica, mentre Sánchez si è imposto comodamente nei dipartimenti dell’altopiano: Huancavelica, Ayacucho, Apurímac, Cusco e Puno. Queste sono zone in genere più povere e con una maggiore presenza indigena; qui Fujimori ha ottenuto i suoi risultati peggiori, con percentuali di voto a cifra singola. A parte due anomalie regionali – il candidato che si è classificato al quarto posto, Jorge Nieto, ha vinto nel suo dipartimento natale di Arequipa e Ricardo Belmont, ex sindaco di Lima, ha vinto a Tacna – la grande eccezione al modello geografico binario è stata Lima, dove López Aliaga si è classificato al primo posto dopo aver ottenuto il 19,9% dei voti. Il dipartimento di Lima, che ospita circa un terzo dell’elettorato del Paese e comprende la capitale, è storicamente schierato a destra e sarà sicuramente un importante bastione elettorale per Fujimori al secondo turno, che al primo turno si è avvicinata molto a López Aliaga, ottenendo il 17,9% dei voti, mentre Sánchez si è classificato al nono posto ottenendo un misero 3,3%. Gran parte del dramma delle settimane successive al primo turno ha ruotato attorno alla reazione di López Aliaga ai risultati. Mentre lo scrutinio all’inizio gli era favorevole, non appena Sánchez lo ha superato nel conteggio, López Aliaga e i suoi sostenitori hanno gridato alla frode e hanno cercato di far annullare i risultati. Si sono concentrati in particolare sui risultati delle zone rurali, negandone la validità in una dimostrazione a malapena velata di disprezzo di classe e razzismo. Hanno offerto ricompense in denaro a chiunque denunciasse irregolarità elettorali (il che, ovviamente, costituiva di per sé una violazione della legge elettorale). Il 2 aprile, dieci giorni prima del primo turno, López Aliaga ha rivolto una velata minaccia di morte a Piero Corvetto, a capo dell’autorità elettorale peruviana (Onpe); il giorno dopo le elezioni ha minacciato pubblicamente di sodomizzare Roberto Burneo, presidente della Commissione elettorale nazionale. L’estrema destra ha continuato i suoi attacchi al vetriolo contro le autorità elettorali sui media mentre iniziava lo spoglio dei voti; Corvetto ha infine rassegnato le dimissioni il 21 aprile. Un mese dopo lo svolgimento delle elezioni, i sostenitori di López Aliaga hanno minacciato una rivolta se i risultati non fossero stati annullati, mentre lui stesso ha dichiarato che si stava verificando un «colpo di Stato elettorale». Tuttavia, quando il 14 maggio sono stati annunciati i risultati definitivi, il partito di López Aliaga ha di fatto capitolato, pur continuando a denunciare il gioco sporco, ma sostenendo di aver «esaurito tutti i ricorsi». Giunto così vicino al passaggio al ballottaggio, López Aliaga avrebbe potuto chiedere un prezzo elevato per agire da artefice dell’ascesa di Fujimori alla presidenza del Paese. Conosciuto popolarmente come «Porky» per i suoi tratti suini, López Aliaga (nato nel 1961) è entrato in politica negli anni 2000, dopo aver accumulato una fortuna nel settore bancario e alberghiero. Incarna una figura tipica, in un certo senso, della nuova destra latinoamericana, e ha cavalcato l’onda della falsa indignazione cristiano-conservatrice e del sentimento anti-sinistra e contro l’«ideologia di genere» per conquistare la carica di sindaco di Lima nel 2023 alla guida di Renovación Popular, un nuovo partito fondato nel 2020. Ma sotto altri aspetti, come ha sottolineato la storica peruviana Cecilia Méndez, López Aliaga rappresenta le forze più vecchie della destra, richiamandosi a una profonda tradizione elitaria in cui il potere arbitrario e la violenza – compresa quella sessuale – vengono impiegati senza remore in difesa di privilegi consolidati. Va tuttavia sottolineato che l’11,9% dei voti ottenuti da López Aliaga ha rappresentato solo un miglioramento minimo rispetto all’11,8% raccolto nel 2021, quando si classificò sempre terzo e difficilmente può essere considerato un segnale inequivocabile dell’inesorabile avanzata dell’estrema destra. Inoltre la base di sostegno di López Aliaga fuori Lima è insignificante e Fujimori potrebbe calcolare che i sostenitori di «Porky» saranno in ogni caso più che disposti a sostenerla di fronte a un candidato di sinistra. Il successo di Sánchez è stato forse la sorpresa più grande del primo turno: il suo risultato finale ha più che raddoppiato il 4-6% previsto dai sondaggi. Nato nel 1969 a Huaral, una città costiera situata a 75 chilometri a nord di Lima, Sánchez si è formato come psicologo sociale prima di entrare in politica come membro dell’ormai defunto Partito Umanista Peruviano, uno dei quattro partiti che si erano uniti per formare la coalizione Juntos por el Perú nel 2017. Presidente della coalizione da allora, Sánchez è stato eletto deputato nel 2021 e successivamente nominato ministro del Commercio e del Turismo nel governo di breve durata di Pedro Castillo, prima di dimettersi in seguito al fallito tentativo del presidente di sciogliere il Congresso nel 2022. Il programma di Sánchez sostiene una «rifondazione del Paese» basata su un «nuovo contratto sociale e uno Stato plurinazionale, che riconosca il vero volto del Perù». Oltre a sostenere la necessità di una nuova Costituzione, Juntos por el Perú ha proposto altre misure in grado di attrarre gli elettori dell’entroterra: decentramento del potere dalla capitale verso i governi dipartimentali; revisione dei contratti minerari al fine di garantire maggiori entrate ai luoghi vicino agli impianti minerari; e iniziative per riequilibrare l’agricoltura del paese, riducendo la dipendenza dalle esportazioni. Altre politiche potenzialmente popolari includevano vari impegni per contrastare il flagello delle università private a scopo di lucro e ampliare l’accesso all’istruzione superiore, così come l’abrogazione di diverse leggi approvate dal Congresso a partire dal 2023, che rendono più difficile perseguire la criminalità organizzata. Durante la campagna elettorale Sánchez ha sottolineato il suo legame con Castillo, sfoggiando lo stesso cappello bianco a tesa larga e promettendo di ottenere la scarcerazione del presidente destituito. Ha tentato così di raggiungere quegli elettori che nel 2021, diffidenti nei confronti di tutti i partiti tradizionali, si erano rivolti al partito di Castillo, il piccolo e marginale Perú Libre, piuttosto che a Juntos por el Perú. Sánchez non ha lo status dell’outsider come Castillo, e non è stato in grado di replicare il risultato di quest’ultimo nel 2021. Ma ha superato l’8% ottenuto dalla precedente candidata di Juntos por el Perú, Verónika Mendoza, suggerendo che, almeno negli altipiani dell’interno, è stato in grado di attrarre alcuni degli elettori di Castillo. L’ex presidente continua a essere popolare nonostante il sostegno a Perú Libre, si sia quasi completamente dissolto, in gran parte a causa dell’incompetenza e del comportamento sfacciatamente opportunista del partito, sia prima che dopo la destituzione di Castillo. In queste elezioni, il candidato di Perú Libre era il veterano leader del partito, Vladimir Cerrón, che dal 2023 era in fuga dalle autorità peruviane con l’accusa di corruzione; ha ottenuto appena 100.000 voti in tutto il Paese (0,6%). Fujimori, dal canto suo, ha ottenuto un risultato leggermente migliore rispetto al 2021, aumentando i propri consensi al primo turno, passati dal 13 al 17%. Ma data la frammentazione del panorama elettorale, avrebbe potuto sperare di sottrarre più voti ai suoi avversari, e il risultato, insieme alla sua marcata distribuzione regionale, suggerisce che il suo appeal al di fuori di un nucleo duro di fujimoristi rimane relativamente limitato. Ha assecondato questo elettorato, facendo eco all’approccio di suo padre in materia di sicurezza, promettendo di condurre una «guerra frontale» al crimine. Ma al di là di questo, la sua speranza è che l’ostilità verso la sinistra e la memoria corta – un quarto dell’elettorato ha meno di 30 anni, troppo giovane per ricordare il mandato decennale di suo padre (1990-2000) – siano sufficienti ad assicurarle la presidenza al suo quarto tentativo. In una certa misura, nel ballottaggio del 7 giugno è in questione quale avversione sia più forte, il sentimento anti-Fujimori o quello anti-Castillo. Entrambe sono forti: i sondaggi di fine aprile mostravano che il 48% degli intervistati «decisamente non» avrebbe votato per Fujimori, mentre il 43% si opponeva a Sánchez. Tuttavia, il panorama politico in Perù è più confuso e frammentato di quanto implichi tale polarizzazione. La lunga lista di candidati presidenziali al primo turno è solo il sintomo di una crisi politica più profonda e duratura. Il suo segnale più visibile è stata la destituzione in serie dei presidenti: dal 2018 quattro sono stati destituiti per impeachment o da una mozione di censura e due si sono dimessi di fronte alla minaccia imminente che potesse accadere loro lo stesso. Un altro sintomo correlato è stata l’abissale impopolarità sia di questi presidenti effimeri sia del Congresso che li ha destituiti e insediati come se fossero mobili da ufficio di seconda mano. Per gran parte del suo mandato, Boluarte, che ha assunto la presidenza dopo la destituzione di Castillo nel dicembre 2022, è stata il capo di Stato meno popolare al mondo; alla fine – ha resistito fino ad Ottobre 2025 prima di subire un impeachment – i suoi indici di popolarità nei sondaggi si attestavano su percentuali a una sola cifra. Chiunque vincerà il 7 giugno sarà il nono presidente del Perù nell’arco di un decennio e si assumerà la responsabilità di un esecutivo che è stato costantemente svuotato di autorità e potere Il primo turno delle elezioni presidenziali ha coinciso con le elezioni per la Camera dei deputati e per un nuovo Senato. Il ritorno al bicameralismo è stato il risultato della riforma costituzionale approvata dal Congresso peruviano nel 2024, che ha istituito un Senato per la prima volta da quando Alberto Fujimori ha riscritto la Costituzione per abolirlo nel 1993. In teoria, si potrebbe immaginare che un aumento del numero di cariche elettive comporti un aumento del potere democratico. Ma, significativamente, i peruviani si sono opposti con forza: nel referendum tenutosi nel 2018, il 91% ha votato contro il ritorno al bicameralismo e l’86% a favore del divieto di rielezione dei deputati. Sebbene quest’ultima misura sia stata applicata nel 2021, la riforma del Congresso del 2024 ha annullato entrambi questi verdetti, oltre a consentire agli attuali deputati di essere eletti al nuovo Senato. Più che un riequilibrio costituzionale, il ritorno al bicameralismo è ampiamente considerato come una manovra dell’attuale classe politica per ampliare le proprie opportunità di corruzione. La sconcertante proliferazione di candidature e la commistione di sistemi elettorali – i 130 deputati della Camera sono eletti in circoscrizioni regionali plurinominali col metodo proporzionale; metà dei 60 senatori viene eletta attraverso una lista nazionale con metodo proporzionale e l’altra metà in circoscrizioni regionali, sempre con metodo proporzionale – hanno portato a una scheda elettorale lunga mezzo metro. I calcoli sono complessi, ma i risultati sia per la nuova Camera dei deputati che per il Senato sembrano riflettere in larga misura l’andamento del voto presidenziale. I grandi vincitori, tenendo conto che non si tratta di risultati assolutamente definitivi, sono stati, secondo i dati pubblicati da Caretas lo scorso 18 maggio, Juntos por el Perú, che ha ottenuto 31 deputati, aumentando di 26 seggi la propria rappresentanza rispetto alle elezioni del 2021, e Fuerza Popular, che si è aggiudicato 39 deputati, aumentando di 15 la propria rappresentanza. Il vero perdente è stato Perú Libre, che è passato dall’essere il partito più votato nel 2021, con 37 deputati, a rimanere totalmente fuori gioco e fuori dal Congresso in queste elezioni. Nessun partito si avvicina alla maggioranza in nessuna delle due camere ed è probabile che l’eventuale vincitore della presidenziali debba avviare costanti negoziazioni per attuare qualcosa che assomigli a un programma politico. Un fattore cruciale nell’opacità della politica peruviana per gli osservatori esterni è che le etichette dei partiti tendono ad avere, nel migliore dei casi, un significato provvisorio. I politici con una lunga carriera alle spalle sotto le bandiere di un’unica organizzazione politica sono la grande eccezione, mentre una specie molto più comune è quella dei «transfughi», che cambiano affiliazione ad ogni ciclo elettorale. Sono sempre più comuni anche i debuttanti assoluti: secondo quanto affermato da Steven Levitsky e Mauricio Zavaleta nel loro libro Perché non ci sono partiti politici in Perù? (2026), oltre il 90% dei deputati eletti nel 2021 occupava un seggio al Congresso per la prima volta e l’80% non aveva alcuna esperienza precedente in cariche elettive. Non è difficile constatare come queste tendenze siano suscettibili di andare di pari passo con l’ascesa dell’opportunismo e della ricerca di benefici a breve termine, il che, ovviamente, alimenta il disincanto nei confronti dei partiti esistenti e porta gli elettori a optare per una nuova ondata di candidati outsider, che a loro volta deludono gli elettori, generando inevitabilmente un nuovo ciclo di frammentazione. Queste dinamiche fanno parte di un processo a più lungo termine definito «svuotamento democratico» dai politologi Rodrigo Barrenechea e Alberto Vergara. i quali sostengono che mentre in molti paesi l’eccessiva concentrazione di potere spiana la strada all’autoritarismo, in Perù è la diluizione del potere a provocare tale effetto. Questo processo si è verificato attraverso due processi interconnessi. In primo luogo, lo spostamento del potere decisionale dall’esecutivo al legislativo. Questo spostamento si è accentuato negli ultimi anni, ma, come sostiene il politologo Omar Coronel, in realtà è iniziato con la sconfitta di Keiko Fujimori alle elezioni presidenziali del 2016, la quale, in seguito a ciò, avrebbe giurato: «Governeremo dal Congresso». Quello che era iniziato come un mero ostruzionismo parlamentare si è trasformato in un progetto per riformare la Costituzione in modo furtivo, man mano che il partito di Fujimori prendeva l’iniziativa per affermare il potere del Congresso a scapito di quello del governo. L’articolo 113 della Costituzione peruviana consente al Congresso di destituire il presidente in carica per «incapacità morale o fisica permanente». Questa formulazione lascia spazio all’interpretazione e così, nell’ultimo decennio, il Congresso peruviano ha trasformato questa disposizione in un abisso in cui i presidenti possono essere gettati a piacimento. Allo stesso tempo il Perù ha vissuto il crollo del proprio sistema partitico a tal punto che, da tempo, il sistema peruviano viene definito una «democrazia senza partiti». Questa secondo processo risale agli anni ‘80, quando si verificò la doppia emergenza di una vertiginosa crisi economica e del conflitto tra le forze armate e la guerriglia di Sendero Luminoso. Se i partiti di sinistra furono in gran parte smantellati dalla profondissima crisi di sussistenza e dalla virulenta controrivoluzione degli anni ‘90, i partiti di destra si sono disintegrati non solo a causa dell’autoritarismo di Alberto Fujimori, ma anche della sua preferenza per strutture ad hoc personalistiche (creava un nuovo partito per ogni elezione alla quale partecipava). In tal senso, come osservano Levitsky e Zavaleta, Fuerza Popular di Keiko Fujimori – creata nel 2010 per unificare diverse organizzazioni fujimoriste praticamente abbandonate ma ancora esistenti sedici anni dopo – è una ironica eccezione al modello generale emerso durante le presidenze di suo padre. Questa prolungata frammentazione non è stata sanata nel XXI secolo. Anzi, si è accelerata con l’emergere di partiti privi di qualsiasi legame organico con gli elettori e tanto meno con i propri iscritti, che si limitano a entrare e uscire dal Congresso in seguito a cambiamenti, spesso minori, registrati nell’umore o nelle preferenze dell’elettorato. Levitsky e Zavaleta la definiscono «lotterizzazione» [qualcosa che funziona come una lotteria], ma è ben lungi dall’essere un fenomeno casuale: una volta che l’affiliazione di massa e il solido lavoro di organizzazione sono fuori gioco, il fattore che permette di vincere le elezioni sono le risorse, sia sotto forma di proprietà dei media sia di denaro contante per pagare campagne di pubbliche relazioni e acquistare spazi televisivi. Anche le fonti di finanziamento illecite sono chiaramente parte integrante del quadro, con la criminalità organizzata, le università private a scopo di lucro e gli interessi informali nel settore minerario e del disboscamento che cercano di infiltrarsi nella sfera politica. Queste caratteristiche non sono affatto, ovviamente, esclusive del Perù: caratterizzano in modo pervasivo i sistemi politici democratici di gran parte del mondo. Come ha sostenuto Peter Mair più di un decennio fa in Ruling the Void (2013), il declino della partecipazione politica e dell’identificazione con i partiti sono andati di pari passo con una crescente separazione delle élite politiche dall’elettorato. Da questa prospettiva, il Perù sembra non un’anomalia ma un’anticipazione di ciò che ci aspetta. Nel frattempo, ci vorrà molto più di una vittoria di Sánchez il 7 giugno perché il Perù esca da questa spirale di frammentazione e disillusione. Ma una pausa nel sistema business-as-usual orchestrato da Fujimori potrebbe almeno fornire una tregua in cui iniziare a immaginare vie d’uscita da questa palude. ● Testi consigliati Tony Wood, México en estado de cambio, «Diario Red»/«New Left Review» 147, e ¿América Latina domesticada?, «NLR» 58 Ernesto Teuma, Una nueva izquierda en Cuba, «Diario Red»/«New Left Review 150 Rob Lucas, «¿Cuba a punto de ser estrangulada?», «Diario Red» 14/02/26 André Singer, Lulismo 3.0: un diagnóstico a mitad de mandato, «Diario Red»/«New Left Review 150, Rebelión en Brasil», «NLR» 85, e El regreso de Lula, «NLR» 139 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka «América Latina: la siguiente transición», «Diario Red»/«New Left Review 149 Gabriel Hetland, Trump comete múltiples asesinatos en el Caribe y el Pacífico, «Diario Red» 29/10/25 Juan Carlos Monedero, Francotiradores en la cocina, «NLR» 120 Julia Buxton, Venezuela después de Chávez, «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, Colombia en la encrucijada, «NLR» 137 Mauricio Velásquez, La batalla de Bogotá, «NLR» 91 Camila Vergara, La Constitución de Chile, «NLR» 135 Rafael Correa, La vía del Ecuador, «NLR» 77 Maria Stella Svampa, El final del kirchnerismo, «NLR» 53 Tony Wood vive a New York e si occupa di Russia ed America Latina. Membro del comitato editoriale della «New Left Review», è l’autore di Chechnya: The Case for Independence, suoi articoli sono apparsi su «The London Review of Books», «The Guardian», «n+1» e «The Nation». ● Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. ● Traduzione di Mauro Trotta
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Figli delle stelle
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Presentazione Dossier Guerra e Capitale Thomas Berra Viviamo in tempi di guerra. Le guerre fra Stati si sono moltiplicate per quattro negli ultimi due anni. Si contano sessantacinque conflitti nel mondo. L’invasione dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022 e le guerre coloniali sferrate da Israele e gli Stati Uniti a Gaza, in Libano e in Iran coinvolgono di fatto l’Europa. Guerre ce ne sono state continuamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma mai di tale frequenza, intensità e brutalità. È salito esponenzialmente il numero delle vittime, in particolare di civili. È in corso a Gaza un genocidio dei palestinesi da parte di Israele, in Sudan si moltiplicano i massacri di civili e le violenze sulle donne. L’Intelligenza artificiale è stata integrata nella condotta della guerra: Gaza è forse il primo esempio di una guerra fatta con gli algoritmi. Quel che stiamo vivendo è un cambio di fase storica. Al neoliberalismo trionfante nei paesi capitalisti e alla globalizzazione in atto negli ultimi decenni si sta sostituendo una realtà più complessa. L’affermazione della Cina come potenza competitrice e la nascita del raggruppamento delle economie mondiali emergenti nel BRICS, che puntano a un nuovo ordine multipolare, hanno fragilizzato il dominio mondiale degli Stati Uniti. Nei paesi cosiddetti occidentali e in primo luogo negli USA, sotto la spinta della globalizzazione si è accelerata vertiginosamente la concentrazione del capitale tecnologico e finanziario nelle mani di pochi individui e di poche Holding. I sistemi politici parlamentari non funzionano più da mediazione fra lavoro e capitale e il capitale ha preso direttamente le redini del potere. La presidenza Trump e la partecipazione diretta al potere delle imprese tecnologiche della Silicon Valley e della Big Tech ne sono il più nudo esempio. In conseguenza le democrazie occidentali hanno imboccato una svolta autoritaria, tesa a controllare e reprimere i flussi migratori, causati dalla fame e dalle guerre, e i movimenti sociali interni a ogni paese. La situazione dell’Italia in questo contesto è stata analizzata nel Dossier Italia apparso su ahida nei mesi scorsi. Per le considerazioni avanzate qui sopra, ci è parso urgente aprire un nuovo Dossier, centrato sulla Guerra. Questo tema sarà affrontato su diversi piani e da diversi punti di vista. L’analisi geopolitica (iniziata col primo articolo apparso https://www.ahidaonline.com/post/guerre-2) cercherà di interpretare la fase storica e il ruolo della guerra in essa, la corsa al riarmo dell’Europa e lo spostamento delle priorità produttive verso l'industria bellica, l’impatto della guerra sull’ecologia e il cambiamento climatico, le sue conseguenze sul mercato e le scelte energetiche, il ruolo essenziale dell’Intelligenza artificiale e della tecnologia nell’organizzazione e la conduzione della guerra. Tuttavia il clima di guerra ha un impatto diretto su molti aspetti della vita sociale e quotidiana e il dossier cercherà di metterli in luce. La guerra a Gaza ha mobilitato in Italia decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, su un obiettivo, la difesa della Palestina e la denuncia del genocidio, lontano da rivendicazioni dirette. Ha dato vita a un’esperienza esaltante e nuova di comunicazione sovranazionale come la Flottilla. L’indignazione accesa dalla guerra a Gaza ha fatto da innesco al risveglio di molte iniziative di autoorganizzazione e di lotta nelle scuole e nel mondo del lavoro. Dal lato opposto stanno le misure del governo per criminalizzare ogni dissenso e reprimere così qualsiasi movimento di contestazione. Le scelte del bilancio dello Stato conseguenti al riarmo avranno un effetto negativo diretto sul finanziamento, già insufficiente, dell’educazione, della salute e della protezione delle persone fragili. Non solo nei paesi in guerra le donne pagano il tributo più pesante, subendo violenze sessuali e essendo le prime a piangere la morte dei figli. Il clima di guerra incide anche sui diritti della donna nei paesi non belligeranti, dove i governi tendono a relegare in secondo piano le rivendicazioni contro le disuguaglianze di genere. Infine tutti i settori dell’arte sono toccati, sia attraverso la diminuzione dei finanziamenti, sia con l’estromissione dei soggetti politicamente e socialmente scomodi per i governi. Oltre a articoli provenienti dalla stampa internazionale, contribuiranno al dossier, fra altri: Ferdinando Alliata, Luca Baldissara, Alberto Burgio, Rossana De Simone, Manuela Gandini, Marco Giovenale, Maurizio Lazzarato, Lavinia Marchetti, Paolo de Marchi, Giuseppe Onufrio, Arianna Pasquini, Beppe Zambon C’è chi avanza l’ipotesi che il disordine globale che stiamo vivendo porterà alla crisi del sistema capitalista e può essere l’opportunità per ricomporre le popolazioni in lotte per nuove forme di società, per nuovi ordini politici in un mondo multipolare. L’ottimismo a volte può sorreggere la ragione in bilico. Vedremo.
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Genealogie del latte: il femminile nella resistenza ecologica Washington D.C., 1° giugno 1958. Manifestazione dei Walkers for Peace davanti alla Casa Bianca contro i test nucleari e la contaminazione da Stronzio-90 nel latte (archivio storico UPI/Associated Press) Un coro rituale di protesta attraversa la scena culturale: sono le note di denuncia del consumo del territorio. «Hanno trasformato il paradiso in un parcheggio»: la voce di Joni Mitchell in Big Yellow Taxi interpreta una coscienza ecologica nascente. Una voce della scena folk nordamericana che pare amplificare il discorso scientifico-divulgativo emerso qualche anno prima, negli Stati Uniti. Sotto quelle note c’era già Silent Spring di Rachel Carson che, nel 1962, mise in crisi la retorica del progresso. Ciò che appariva muto, come certe stanze dopo un addio, si impone nel dibattito pubblico e si fa urlo: pesticidi, contaminazioni, esposizione chimica dei corpi. Il silenzio diventa così narrazione biologica: non metafora. Da quel momento è scomparsa degli uccelli, collasso degli ecosistemi. La natura smette di essere sfondo di un bel dipinto in salotto ma sistema vulnerabile attraversato dalla tecnica. (1) È la crisi ecologica che attraversa ogni forma del vivente e investe le politiche dell’arte come una sberla dritta in faccia. In questo orizzonte si muove l’artista statunitense Helen Mayer Harrison che contribuirà poi, insieme ad altre, a portare la materia viva dentro le pratiche artistiche, trasformandole da spazio contemplativo a pratica ecologica situata. Sono gli anni delle mobilitazioni femminili come Women Strike for Peace, contro la guerra nucleare e in cui il corpo domestico femminile è soggetto politico. Il latte – promessa di nutrimento – è campo di conflitto nella logica della cura. Isotopi radioattivi: sono loro a essere rinvenuti nei denti da latte, a seguito di ricerche scientifiche di fine anni Cinquanta. (2) Test nucleari. Il corpo li registra e li assorbe. Archivio biologico della devastazione ambientale. Scheda di rilevazione del sondaggio sulla dentizione da latte di St. Louis Post-Dispatch Nutrizione e quotidianità come evidenze politiche e di sicurezza pubblica. Qualche anno dopo, nel 1969, l’artista statunitense Mierle Laderman Ukeles scrive il Manifesto for Maintenance Art e sposta la manutenzione dal privato al pubblico, al centro della pratica artistica. Il lavoro invisibile della cura, domestica, urbana e ambientale diventa materia dell’arte. Collabora con il Dipartimento di Sanità di New York e trasforma la gestione dei rifiuti in performance sistemica. La città appare per ciò che è: organismo fragile, dipendente da rispetto e manutenzione continua. L’arte non produce oggetti: entra nel conflitto, incrina le infrastrutture della vita collettiva e del patriarcato, dove il diritto stesso a respirare, viene soffocato dal degrado ambientale e dalle gerarchie sociali. Diventa perciò tempo di teorizzarlo: Françoise d’Eaubonne, nel 1974, in Le Féminisme ou la Mort, individua una stessa struttura sistemica di dominio nello sfruttamento della natura e nell’oppressione delle donne. La crisi non è incidente ma logica estrattiva. Il movimento Chipko (1973–1977) traduce questa consapevolezza in gesto che pare performativo nel rispondere alle politiche di deforestazione dell’India settentrionale. Le attiviste, in un’azione semplice ma non ingenua, abbracciano gli alberi per impedirne l’abbattimento. La militante ecologista Vandana Shiva e la «Mama Miti» (Madre degli Alberi) Wangari Maathai, premio Nobel per la pace e fondatrice del Green Belt Movement, (3) si inseriscono in questa trama di protesta. Ne leggono la portata come resistenza congiunta di terra e corpi. Natura e società condividono perciò lo stesso patetico regime di sfruttamento. Da lì a poco Vandana Shiva userà il termine «maldevelopment» per strutturare questa commistione di domini. (4) La protezione della natura rimane perciò intrinsecamente legata alla resistenza delle donne e alla creatività come pratica trasformativa. In quegli stessi anni, l’artista cubana-statunitense Ana Mendieta, nella Silueta Series, imprime il corpo nella terra, nel fango, nel fuoco. Il corpo non rappresenta: si dissolve. Le tracce sono materia politica e biologica. La terra è memoria sedimentata, non paesaggio. Qui il corpo femminile è ormai archivio di violenza ambientale, esilio, cancellazione coloniale. Ana Mendieta, (Grass on Woman), 1972, chromogenic print. Hirshorn Museum and Sculpture Garde,n Smithsonian Insitution, Washington Ana Mendieta, Untitled, from the Silueta series, 1976 (1991 posthumous print), chromogenic print, Smith College Museum of art, Northampgton Negli anni Ottanta queste che appaino come «genealogie del latte» nella sua contaminazione, trovano formalizzazione teorica. Carolyn Merchant, in The Death of Nature, mostra come la modernità scientifica abbia trasformato la natura in merce. La natura è estrazione, il corpo forza produttiva, la vita valore economico. Ma dove riporre lo sguardo quando una delle performance antinucleari più potenti — The Earth Ambulance di Helène Aylon — è terra contaminata trasportata come un corpo malato? È lì: su un pianeta ridotto a paziente. Il linguaggio medico entra così nell’ecologia e nella condizione stessa di esistenza del gesto artistico. In questo quadro, l’artista ungherese naturalizzata nella scena newyorkese Agnes Denes, realizza Wheatfield – A Confrontation (1982): due ettari di grano nel cuore di Manhattan. Non è land art ma intervento politico che irrompe nella finanza globale come medicalizzazione del ciclo biologico. Agnes Denes, Wheatfields A Confrontation: Battery Patk Landfill, Downtown Manhattan Blue Sky, World Trade Center, 1982 La traiettoria artistica e politica prosegue fino agli anni Duemila, quando viene fondata la Environmental Health Clinic dall’artista Natalie Jeremijenk o — con formazione dottorale in ambito ingegneristico e informatico. L’arte è ormai terapia, infrastruttura pubblica che rende visibile l’inquinamento, la crisi climatica e i disastri ambientali con un’azione di risposta che non è effimera: affonda la sua natura d’essere in luoghi fisici e stabili di cura. Non rappresentazione, ma dispositivo operativo. Così la crisi non riguarda solo il paesaggio, ma la possibilità stessa del vivente. Dalla primavera chimica di Carson ai dispositivi contemporanei dell’arte che abita il vivente, il disastro non si estetizza ma si attraversa mentre il sistema capitalista, coloniale e razzializzato, produce ricchezza attraverso rifiuti, sfruttamento e disuguaglianza. (5) Il latte non rimane allora metafora della cura. Diventa documento materiale della crisi: conserva storie ambientali. Se queste sono genealogie, non seguono la linea del sangue ma quella della trasmissione, ciò che passa da un corpo all’altro, da una generazione alla successiva, porta con sé nutrimento e al contempo contaminazione. L’arte ecofemminista entra qui: nel punto in cui la terra smette di essere paesaggio e riappare come memoria incorporata. Note 1 Nelle elaborazioni ecosofiche di Arne Næss e Félix Guattari, sviluppate tra anni Settanta e Novanta, la natura è concepita come realtà relazionale e interdipendente. 2 Butler F. E., Strontium-90 in human teeth, Nature, 189, 848–849 (1961). Disponibile a: https://www.nature.com/articles/189848a0 (ultimo accesso: 25 maggio 2026). 3 GBM (Green Belt Movement): movimento ambientalista fondato in Kenya da Wangari Maathai, dedicato alla riforestazione e alla tutela ambientale attraverso la partecipazione delle comunità locali, in particolare delle donne.[1] V. Shiva, Staying Alive: Women, Ecology, and Development, Londra, Zed Books, 1989. 5 F. Vergès, Racial Capitalocene, Verso Blog (Verso Books), 30 agosto 2017, in Futures of Black Radicalism, ed. G.T. Johnson e A. Lubin.
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Maschile liminare non tossico: Le città di pianura di Francesco Sossai Sergio Bianchi Penso che i miei film siano una forma di resistenza alla scomparsa dei luoghi Francesco Sossai Quando un vecchio amico salentino mi ha domandato se concordavo, ragionando su Le città di pianura, con un suo amico veneto che sosteneva che tipi come i due protagonisti non ne esistono più, ho risposto che c’è un locale in un angolo di Venezia che molti anni fa si chiamava Osteria al Canton. Ribattezzato nel nuovo millennio Snack Bar al Canton, adesso si chiama Corner Pub. Ma quei personaggi che a ridosso della sua ora di chiusura chiedono l’ultimo di una serie terrificante di bicchieri ancora li ritrovi. Il secondo lungometraggio di Francesco Sossai (feltrino classe 1989) racconta di questo: della discrasia tra la rigidità di un mondo trasformato e la flessibilità di due (adulti?) renitenti alla trasformazione. Doriano detto Dori e Carlobianchi tutto attaccato (ma anche Charliewhites in certi momenti) sono il parafango grigio della loro vecchia Jaguar S-Type, rigorosamente verde inglese. Tutto ciò che resta della loro vita precedente. Oltre alle ombre. Hanno fatto i soldi rivendendo occhiali di scarto, trafugati in una fabbrica del distretto bellunese dell’occhialeria, forse la stessa che oggi si fregia anche e non a caso del marchio Ray-Ban. Sputtanato tutto con il botto del 2008, sparito in Argentina il Genio del tesoretto, sono ancora compagni di bevute e di grande amicizia, sognando la perduta polenta con le lumache dell’Amelia. Nella ricerca notturna del bicchiere della staffa si imbattono in Giulio, napoletano laureando in architettura e incardinano un on the road nordestino, trainando un piccolo film dal sapore indie e dalla sorprendente fortuna cinematografica. Consenso di critica e grande partecipazione di pubblico, prevalentemente giovanile, otto David di Donatello (i premi, vabbe’, ma alla faccia dei mostri sacri) in categorie pesanti. Film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista. Sossai descrive la pianura come un paesaggio immaginario che non esiste, tra il mare e le montagne: le parole di Giulio davanti a un affresco, in una villa del trevigiano adeguatamente decadente. Evita accuratamente quello scenario indistinto di capannoni industriali, piccoli laboratori artigianali, aziende agricole che di quella pianura sono l’immagine maggiormente accreditata, conservando le villette da geometra e le colonne romaniche a due passi dal Bacareto da Lele a Venezia senza definire un centro geografico e narrativo. Così come dribbla la sfida Dell’utilizzo del dialetto veneto sottotitolato, limitandosi a qualche vecio, pochi mona, parecchi zio can. Scelte che concorrono ad assicurare un registro di leggerezza e di malinconia, paralizzando ogni necessità di scontro culturale. Senza dimenticare quel capitalismo paternalista del luogo di sfruttamento come grande famiglia (un orologio per una vita di lavoro) non vuole ridurre i suoi protagonisti a due cinquantenni arenati e schiacciati dalla crisi, troppo vecchi per crescere, come dice Dori al padre di Carlobianchi. Facendone due resistenti in lotta per la propria idea di libertà. Sono loro le due gocce di Pernod che secondo il nobile decaduto fanno la differenza nella ricetta di un perfetto Daiquiri, segreto a suo dire insegnato da blasonato barman veneziano. Su accordi di chitarra che dovrebbero piacere a Jim Jarmush e Neil Young, Sergio Romano (poco cinema e tanto teatro) e Pierpaolo Capovilla (quasi niente cinema e tanta musica) definiscono in progressione un dispositivo di complicità con la loro storia di amicizia e sbronze, di incontri e avventure. Con l’opposizione a un sistema che sembra generare solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare. Calati nella parte al punto che alla cerimonia dei David non ne sembravano del tutto usciti, superati comunque di varie lunghezze da Marco Spigariol, in arte Krano, premio per musiche e canzone. A Zaia il film è piaciuto, o più probabilmente gli sono piaciuti i premi. Salvini è rimasto una volta tanto inspiegabilmente silenzioso. Al Padiglione Russo con la vodka gli è andata male, è costretto a rifarsi con le sue periodiche incursioni segrete al Papeete. Dove però al Daiquiri non chiede mai l’aggiunta delle due gocce di Pernod. Sempre il solito mona. Masculin, liminal, non-toxic: Le città di pianura by Marco Rigamo translate by Matilde Moro I believe my movies are a form of resistance against the desappearence of places Francesco Sossai When an old friend from Salento asked me if I agreed, while we were discussing Le Città di Pianura (lett. Low-lying cities) with a friend of his from Veneto (the region where the movie is set), who was arguing that people like the two main characters no longer exist, I replied that there is a place half-hidden in a corner of Venice that a long time ago was named Osteria al Canton. Renamed Snack Bar al Canton at the start of the new millennium, it is now called Corner Pub. But the “regulars” who, just before closing time, ask for the last in a terrifying series of drinks, are still there. Thie is exactly what the second feature movie by Francesco Sossai (born in Feltre in 1989) is about: the discrepancy between the rigidity of a transformed world and the flexibility of two people (two adults?) who stubbornly resist change. Doriano, known as Dori, and Carlobianchi (written as one word, though sometimes referred to as Charliewhites) are the grey mudguard of their old Jaguar S-Type, strictly British green. All that remains of their former life. Apart from the ombre [the local way to refer to small glasses of red wine, ndr.]. They made money by selling discarded glasses stolen from a factory in the Belluno eyewear district, possibly the very same factory that today—and not by any chance—also produces the Ray-Ban brand. Though it all of that went down the drain with the crash of 2008, and the Treasury Genius has vanished to Argentina, they are still drinking buddies and close friends, dreaming of the lost polenta with snails from Amelia. Whilst out for a nightcap drink, they bump into Giulio, a Neapolitan architecture student, and set off on a road trip through the north-east, giving life to a small indie-style movie that enjoyed surprising cinematic success. It was met with critical acclaim and a huge response from the audience, mainly young people, winning eight David di Donatello awards in major categories (the awards are obviously a good result – but even more so in the face of the established giants they were up against). Film, direction, adapted screenplay, leading actor. Sossai describes the lowland as an imaginary landscape that doesn’t really exist, between the sea and the mountains: Giulio’s words in front of a fresco in a suitably dilapidated villa in the Treviso area. The director carefully avoids the indistinct landscape of industrial warehouses, small artisan workshops and farms – which is the most widely recognised image of the Veneto lowland – whilst focusing on the surveyor’s houses and Romanesque columns just a stone’s throw from Bacareto da Lele in Venice instead. All of this without really establishing a geographical or narrative centre. Just as it sidesteps the challenge of using the Venetian dialect with subtitles, limiting itself to a few ‘vecie’ (litt. Old ladies), a couple of ‘mona’ (old fool), and quite a few zio can (untranslatable really). A series of choices put together to create a tone of light-heartedness and melancholy, neutralising any need for cultural clash. Without forgetting to portray the paternalistic capitalism of the workplace as a big family (a watch for a lifetime’s work), it does not wish to reduce its protagonists to two fifty-somethings stranded and crushed by the crisis, too old to grow up, as Dori says to Carlobianchi’s father. Instead, it portrays them as two resilient figures fighting for their own idea of freedom. It is two drops of Pernod that, according to the fallen nobleman, make all the difference in the recipe for a perfect Daiquiri – a secret, he claims, taught to him by a renowned Venetian barman. To guitar riffs that would surely please Jim Jarmusch and Neil Young, Sergio Romano (little cinema and plenty of theatre) and Pierpaolo Capovilla (almost no cinema and plenty of music) gradually weave a web of complicity through their story of friendship and drunken nights, of encounters and adventures. In opposition to a system that seems to generate only ways of moving from one place to another, but nowhere to go. So immersed in their roles that at the David Awards ceremony they didn’t seem to have fully stepped out of them, though they were beaten by a considerable margin by Marco Spigariol, aka Krano, who won the award for music and song. Zaia [a popular right-wing figure who has been president of the region for years, ndr.] liked the film, or more likely he liked the awards. Salvini [from the same party, ndr], for once, remained inexplicably silent. Things went badly for him at the Russian Pavilion with the vodka, so he’s forced to make up for it with his regular secret forays to the Papeete. Where, however, he never asks for the two drops of Pernod in his daiquiri. Always the same mona.
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Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles Thomas Berra Quattro ragazzi pachistani e afghani bruciati vivi. I loro carnefici li hanno attirati in una trappola, bloccati in una macchina e dati alle fiamme, mantenendo gli sportelli chiusi dall’esterno per evitare che le vittime potessero sfuggire al rogo. Non è un film di Quentin Tarantino. È l’atroce realtà. Accade in Calabria, in un esordio di giugno. Chissà quanti altri braccianti agricoli, costretti a lavorare otto o dieci ore al giorno nella raccolta delle fragole e degli agrumi, tra Calabria e Basilicata, sono stati ammazzati e fatti sparire nelle campagne del Mezzogiorno. E nessuno li reclama più. È stata forse la dinamica del massacro a impressionare ed a richiamare l’attenzione dei media mainstream. Gli assassini sono coyote, caporali del terzo millennio, anch’essi di origini non italiane. Ancora ignoto il movente preciso della strage, tuttavia sarebbe maturata nell’ambito dei ricatti, delle minacce e delle feroci vessazioni che subiscono migliaia di lavoratrici e lavoratori sfruttati nelle regioni del sud Italia. L’eccidio lascia sbigottiti e torna a imporre un’antica domanda che sottende una risposta consolidata: il caporalato è un fenomeno deviante, cioè un’infrazione della normativa sul lavoro, oppure è strutturale, connaturato al sistema neoliberista che si fonda sull’estrazione di manodopera e risorse naturali, sulla riduzione in servitù di milioni di esseri umani? I profitti accumulati dalla grande distribuzione, dai proprietari terrieri e dalla mafia borghese sono al contempo l’origine e il prodotto di questo sistema che gode della protezione delle istituzioni impegnate a deregolamentare per proteggere gli interessi del padronato di sempre. I pochi imprenditori onesti rappresentano solo il vaccino di una struttura politica ed economica devastante, pandemica, virale. La pira non fuma più. Si sentono però ancora le zaffate di carne, plastica e metalli combusti, intorno al rogo di Amendolara. Tutto ha ripreso a scorrere, a pochi passi dalla cenere. Sfrecciano furgoncini imbottiti di braccia umane sottocosto, s’innalzano nuvolette di erbicidi nei pescheti, agli incroci sostano gruppi di ragazzi col turbante, in attesa che qualcuno li prelevi e li porti sui campi di lavoro. Sulla SS 106, gli ossi di seppia del travaglio usato si alternano a schiave della prostituzione, svendute all’utenza del sesso. Di quest’umanità invisibile facevano parte il pachistano Waseem e gli afghani pashtun Amin, Ullah e Safi, di età comprese tra i 19 e i 29 anni, arsi vivi in una macchina, lunedì scorso, in un distributore di benzina nei pressi di Amendolara. Abitavano a Villapiana lido, al confine con la piana di Cerchiara, dove nei periodi non balneari una casa per i lavoratori migranti costa 500 euro d’affitto al mese e ne accoglie fino a 10. Ad ucciderli, due pakistani. Tra gli anziani villapianesi, guai a chiamarli «caporali»: negli anni Sessanta del Novecento esistevano già, ma mica tutti delinquenti erano. Più che altro, fungevano da capi-cantiere, direttori dei lavori, si direbbe oggi. Questi odierni, invece, sono coyote, come li chiamano in Messico: intermediari, trafficanti di esseri umani, che si muovono nell’ombra. Verrebbe voglia di definirli scafisti di terra, se non si corresse il rischio di scatenare qualche altra improbabile crociata sul globo terracqueo. Nelle Calabrie storcono il muso in tanti pure quando si legge in giro l’espressione mafia pakistana: pare inverosimile ne esista una, straniera e indipendente, nelle terre controllate dalle ’ndrine. Allora non ci vogliono trattati di sociologia per capire chi siano gli assassini. Ogni comunità migrante ha avuto i propri fixer. Lo sanno bene i calabresi catapultati nelle Americhe, che quando sopravvivevano al viaggio transoceanico e al Cipierre di Ellis Island, si recavano dai compatrioti facilitatori. Tra di loro c’era la persona disinteressata e quella che da Virgilio poteva trasformarsi in Cerbero. Ricordano bene tutto, gli anziani villapianesi, mentre osservano con gli occhi lucidi la casa che ospitava i quattro poveri disgraziati del rogo di Amendolara. Si immedesimano e commuovono pensando a quei ragazzi che chiedevano solo di essere pagati dopo aver lavorato nei campi. Qui i migranti sono sempre stati accolti, sul serio. Qualcuno si chiede se l’idillio continuerà, dopo che due settimane fa ha vinto una sindaca leghista con l’appoggio del Pd. Sono le stesse elezioni che hanno portato 41 voti a Zhairi Said, proveniente dal Marocco. Ci si chiede per chi abbiano votato gli altri 60 cittadini di origini marocchine, aventi diritto. Sono tanti i nordafricani da queste parti. I pakistani, invece, si concentrano a Sibari. Le quattro vittime della strage raccoglievano fragole tra Metaponto e Scanzano, in Basilicata. «Avevano il volto triste. Noi ci accorgiamo subito se qualcuno li sfrutta», spiegano gli imprenditori agricoli della zona. Tengono a precisare che loro con gli aguzzini non hanno nulla a che fare. In effetti, molti di questi datori di lavoro e proprietari terrieri li trovi già alle 5 del mattino nei campi, con gli scarponi infangati, che lavorano insieme ai loro jurnaturi. Tra arance, clementine, pesche, riso, olive e altri prodotti della terra, qui si lavora davvero. Quasi 5000 sono le imprese agricole, 108 delle quali impegnate negli agrumi. Non tutti virtuosi, i padroni di terreni, macchine e capannoni. C’è chi non tratta con i coyote globalizzati, ma in tanti si rendono complici di questi mascalzoni. Funziona così: i commercianti si accordano con i produttori di agrumi e comprano da loro arance o mandarini a un prezzo che varia in base all’annata e alla pezzatura. Poi, per la raccolta, si servono di una manodopera pescata tra i 12.000 braccianti stagionali della piana di Sibari e dintorni, che a differenza di quelli accatastati a Gioia Tauro perlopiù qui non vivono in tendopoli, bensì in magazzini, vecchi appartamenti e ruderi di masserie. Ogni anno, alla porta dell’azienda si presenta il coyote che offre la propria squadra di raccoglitori. L’unità di misura è il Bins, un contenitore in plastica che contiene circa due quintali di frutta. Di solito, ci si accorda per circa 23 euro a Bins. Già non sarebbe legale, perché la normativa prevede contratti di prestazione a ore. Il coyote propone inoltre pagamento in contanti. L’imprenditore onesto non accetta, richiede i documenti e l’Iban di ciascun bracciante. Tutt’al più propone un pagamento con assegni circolari. Rivenderà il prodotto alla grande distribuzione o all’estero, soprattutto in Ungheria e Polonia. Prima della guerra, si esportava anche in Bielorussia e Ucraina. L’avvoltoio invece si accorda col coyote e si butta insieme a lui sulle prede più deboli, i lavoratori e le lavoratrici migranti, che sebbene siano entrati regolarmente col decreto flussi (70mila solo nel 2025), scaduto il contratto a tempo determinato, sono vivi in senso biologico, ma deceduti sul piano giuridico. Ecco perché chiunque li può ricattare, schiavizzare, uccidere. Per lo Stato, non esistono. Tutto ciò avviene sotto l’ombrellone del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, in nome della spietata e laica religione del neoliberismo. I fondi erogati dalla Regione Calabria nei cosiddetti investimenti produttivi, a quanto pare, stentano a costruire una civiltà d’impresa. Invece di pavoneggiarsi, sarebbe meglio che i politici andassero a vedere da vicino cosa fanno, con quei soldi pubblici, i destinatari dei finanziamenti. Waseem, Amin, Ullah e Safi sono morti ammazzati per un mucchietto di euro, meno di quanto spende una famiglia italiana di tre persone per una serata in pizzeria. Claudio Dionesalvi è mediattivista, insegnante di Lettere nella scuola media, ultrà del Cosenza Calcio, già militante del Centro Sociale Autogestito Gramna, impegnato nella scolarizzazione dei bambini di origini rom, tra i fondatori dell’associazione Coessenza. Collabora con il Manifesto. Già direttore responsabile di Tam Tam e Segnali di Fumo, attualmente del semestrale Registro Sconnesso. È cittadino onorario di Cassano all’Ionio. Ha pubblicato numerosi libri. Il suo blog è inviatodanessuno.it Amendolara, Cerchiara flat: Brussels’ suburbia by Claudio Donesalvi translated from OfficinaMultimediale Four young Pakistani and Afghan nationals, burned alive. Their executioners lured them into a fatal trap, pinned them inside a car, and ignited the flames—sealing the doors from the outside to ensure there was absolutely no escape from the inferno. This isn’t a cinematic horror tailored by Quentin Tarantino. This is the grim, visceral reality unfolding in Calabria at the dawn of June. It begs a chilling question: how many other migrant day laborers, driven to the bone for eight or ten hours a day harvesting strawberries and citrus fruits across Calabria and Basilicata, have been murdered and quietly swallowed by the vast countryside of the Mezzogiorno? Strangers in a foreign land, with no one left to claim them. It was likely the sheer, spectacular brutality of this massacre that finally pierced the bubble of the mainstream media. The killers are coyote—the ruthless gangmasters (caporali) of the third millennium—themselves born outside of Italy. While the precise trigger for this slaughter remains cloaked in shadow, it undoubtedly festered within the broader ecosystem of extortion, terror, and relentless subjugation that thousands of exploited workers endure daily across southern Italy. This butchery leaves us paralyzed with shock, forcing us to confront a foundational question that carries a grim, inescapable answer: is this brutal system of caporalato merely an isolated anomaly—a simple breach of labor laws—or is it deeply structural? Is it inherently woven into the very fabric of a neoliberal machine that thrives on the ruthless extraction of natural resources and human labor, reducing millions of human beings to modern-day serfdom? The massive profits reaped by large-scale supermarkets, powerful landowners, and the white-collar mafia (mafia borghese) are simultaneously the engine and the byproduct of this system. It is a system shielded by political institutions whose primary agenda is deregulation—all to coddle the interests of the traditional ruling class (padronato). In this devastating, pandemic, and viral economic structure, the few "honest" entrepreneurs do not represent a cure; they are merely the token vaccine. The pyre is no longer smoking. Yet, the stench of burnt flesh, plastic, and metal still lingers around the site of the Amendolara blaze.Just steps away from the ashes, everything has resumed its flow. Small vans packed with underpriced human labor speed past; small clouds of herbicides rise over the peach orchards; at intersections, groups of young men wearing turbans wait to be picked up and transported to the labor fields. Along State Road 106 (SS 106), the "discarded remnants" of used-up labor alternate with victims of sex trafficking, commodified for the local sex market.Waseem, a Pakistani national, and Amin, Ullah, and Safi, Pashtun Afghans aged between 19 and 29, belonged to this invisible stratum of humanity. Last Monday, they were burned alive inside a car at a gas station near Amendolara. They resided in Villapiana Lido, bordering the Cerchiara plain. In this area, during the tourist off-season, housing for migrant workers costs 500 euros a month in rent and accommodates up to ten individuals. Two Pakistani nationals are accused of their murder. Among the elderly residents of Villapiana, there is a strong reluctance to label these intermediaries as caporali (labor exploiters/gangmasters). They recall that while such figures already existed in the 1960s, they were not all criminals. Rather, they functioned as site foremen or construction supervisors, to use contemporary terms. Today’s intermediaries, conversely, operate as coyote—to use the Mexican term: shadow brokers and human traffickers. One would be tempted to define them as "land-based human smugglers," were it not for the risk of triggering yet another improbable geopolitical crusade. Furthermore, within the Calabrian context, many react with skepticism to the expression "Pakistani mafia," as the existence of a foreign, independent criminal syndicate in territories tightly controlled by the 'Ndrangheta clans appears implausible.Yet, it requires no sociological treatise to understand the nature of these killers. Every migrant community has historically relied on its own "fixers". This dynamic is well known to the Calabrians who migrated to the Americas: those who survived the transatlantic crossing and the detention/processing at Ellis Island immediately sought out their fellow compatriot facilitators. Among those facilitators, there were disinterested individuals, but also those who could transform from a guiding Virgil into a ruthless Cerberus.The elderly residents of Villapiana remember this history vividly as they look, with tearful eyes, at the house that sheltered the four poor souls of the Amendolara fire. They empathize and are moved by the plight of these young men, whose only demand was to be remunerated after working in the fields.In this region, migrants have historically experienced genuine integration and welcome. Today, however, some question whether this social harmony will endure, following the recent electoral victory of a League party (Lega) mayor supported by the Democratic Party (PD). This election saw 41 votes cast for Zhairi Said, a candidate of Moroccan origin. Questions remain regarding the voting behavior of the other 60 Moroccan-origin citizens holding voting rights. While North African communities are highly concentrated in this sub-region, Pakistani workers are predominantly clustered in Sibari.The four victims of the massacre harvested strawberries between Metaponto and Scanzano, in the Basilicata region. «They had sad faces. We notice immediately if someone is being exploited», explain local agricultural entrepreneurs. They are keen to clarify that they have no association with these exploiters. Indeed, many of these employers and landowners can be found in the fields as early as 5:00 AM, working in the mud alongside their day laborers (jurnaturi). Amid orchards of oranges, clementines, peaches, rice paddies, and olive groves, this is a site of intensive agricultural production. The area counts nearly 5,000 agricultural enterprises, 108 of which specialize in citrus cultivation.However, not all landowners, machinery owners, and facility managers display virtuous behavior. While some refuse to engage with globalized coyote networks, many render themselves complicit with these unscrupulous actors. The mechanism operates as follows: commercial brokers reach agreements with citrus producers to purchase oranges or mandarins at prices fluctuating according to the harvest year and fruit calibration. Subsequently, for the harvesting phase, they extract labor from the pool of approximately 12,000 seasonal laborers in the Sibari plain and surrounding areas. Unlike the migrant populations crowded into the tent cities of Gioia Tauro, laborers here mostly reside in warehouses, dilapidated apartments, and abandoned rural farmsteads.Every year, these intermediary coyote approach agricultural enterprises, offering their own crews of harvesters. The standard unit of measurement is the Bins—a plastic industrial crate containing approximately two quintals (200 kg) of fruit. The standard informal agreement hovers around 23 euros per Bins. This practice constitutes an explicit violation of labor laws, which mandate hourly employment contracts. Furthermore, the coyote demands cash transactions. Compliant, ethical entrepreneurs reject these terms, demanding identification documents and bank routing numbers (IBAN) for each laborer, or offering payment exclusively via cashier's checks. These compliant businesses subsequently export their produce to large-scale retail channels or foreign markets, particularly Hungary and Poland. Prior to the geopolitical conflict, exports also reached Belarus and Ukraine.Conversely, predatory employers—the vultures—collude with the coyote, preying upon the most vulnerable segments of the workforce: migrant laborers. Although many entered the country legally via the seasonal labor quota system (Decreto Flussi—which accounted for 70,000 entries in 2025 alone), once their fixed-term contracts expire, they remain biologically alive but legally disenfranchised. Consequently, they become highly susceptible to extortion, systemic subjugation, and violence. To the state apparatus, they cease to exist.This socio-legal exclusion unfolds under the structural framework of the European Pact on Migration and Asylum, dictated by the ruthless, secular dogma of neoliberalism. Concurrently, the public funds allocated by the Calabria Region for productive investments appear deficient in fostering a robust, law-abiding corporate culture. Rather than engaging in political self-congratulation, institutional representatives would benefit from closely monitoring how public subventions are actually utilized by the recipients. Ultimately, Waseem, Amin, Ullah, and Safi were murdered for a meager sum of money—less than what an average Italian family of three spends on a casual dinner. Claudio Donesalvi is a media activist, secondary school humanities teacher, and an ultra supporter of Cosenza Calcio. Formerly a militant of Gramna squat, he has been actively involved in the schooling and literacy of Romanì children, and is a co-founder of the Coessenza association. He is a contributor to il Manifesto headline. He formerly directed Tam Tam e Segnali di Fumo and currently serves as the editor-in-chief of the journal Registro Sconnesso. He holds honorary citizenship of Cassano allo Ionio and has published plenty of monographs. His blog can be found at inviatodanessuno.it.
- konnektor
Trump da Xi. Poco è già abbastanza Sherrie Lovler Ormai Pechino è un pellegrinaggio obbligato. Tutti i leader internazionali vi si sono recati in simbolica processione. Xi Jinping, sembra aver smesso di viaggiare. La sua prossima destinazione, della quale mancano data e dettagli finali, sarà ironicamente la Corea del Nord. Il Presidente cinese riceve gli ospiti, con la consueta cortesia formale e un immutabile protocollo. Il suo paese incassa prestigio internazionale, cuce alleanze, lascia che il mondo si interroghi sugli schieramenti, le appartenenze, le alleanze. Veramente il suo non interventismo consente di ridurre le ostilità? E poi, la Cina è isolata? Chi isola chi? Se il mondo è ormai diviso in 2 blocchi – West and the Rest – Pechino rappresenta sia la causa che l’effetto di questo nuovo assetto. La sua ascesa ha scagliato un colpo cruciale al dominio occidentale quando sembrava che l’onda del neoliberismo contagiasse tutti i paesi fino a diventare ineludibile. Non che la sua crescita non sia inserita nei circuiti di produzione/distribuzione globali – anzi! – ma la sua diversità ha reso possibili forme alternative di scelte interne e di aggregazioni internazionali. Oggettivamente, questa emersione erode il dominio statunitense. Se la guida di Washington si manteneva dominante con i suoi alleati, quella di Pechino è più indiretta, pragmatica, apparentemente post-ideologica. Non guida un’alleanza perché il termine – come «asse» o «amicizia» – sarebbe eccessivo. Indirizza tuttavia una «convergenza di interessi» che si distingue dagli schieramenti della Guerra fredda. Le forme che assume sono diverse: Brics, Sco (Shanghai Cooperation Organization), Silk Road, tutte comprese nell’emersione del Global South che si pone con forza come alternativa non tanto al G7 – ormai ridotto a una patetica photo opportunity – ma anche al più rappresentativo G20. Queste organizzazioni sono eterogenee, talvolta informali, non hanno un comando comune e strutturato delle forze militari. Sono dunque ben diverse dal gruppo occidentale, declinato sia sul versante della Nato che delle istituzioni multilaterali imperniate sul neo liberismo, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia il contrappeso che esercitano è evidente. Esso non sarebbe stato possibile senza l’epocale emersione della Cina e – anche e soprattutto – alla sua irriducibilità verso modelli consolidati a lei estranei e comunque inadeguati. La novità deriva non solo dall’aumento dei consensi per il modello cinese, ma dal rispetto che si è guadagnato e dal timore che incute per la sua imponenza. Inoltre, Pechino garantisce stabilità in un mondo turbolento. Se il nemico principale del Global South è il sottosviluppo, l’ascesa regolare dei paesi che ne fanno parte è essenziale. Ma lo è ugualmente per i paesi industrializzati che –soprattutto in Europa – annaspano in crescite marginali. Nessuno può permettersi di inimicarsi la Cina, dopo l’abbaglio che si sarebbe uniformata al capitalismo globale rinunciando alle sue peculiarità. La visita di Trump ha avuto luogo in un contesto indiscutibilmente a favore di Pechino. Il Presidente americano aveva con sé due armi che non ha potuto usare: l’opzione militare e quella più prettamente politica. È inusabile anche la sola idea di mettere il dito sul grilletto su questioni estremo-orientali; anche per obiettivi relativamente minori, l’opposizione di Pechino è intransigente. Si scorge facilmente dietro le parole del Presidente Xi che auspica un abbandono della legge del più forte. Anche il versante politico offriva pochi margini di manovra. Pechino è forte della sua insostituibilità. Il tentativo di Washington di dare una connotazione antagonista al decoupling, il disaccoppiamento nelle catene del valore globali, si è rivelato un’illusione pericolosa, buona al massimo per le campagne elettorali. Su tutto, permangono le differenze tra i due paesi. La Cina vanta 5000 anni di storia, che non si stanca di mettere in evidenza. È intrisa di nazionalismo, orgogliosa della propria cultura, costruisce muraglie per difenderla. Certamente non si lascia intimidire da proclami roboanti e da minacce. È probabile Trump abbia chiesto la mediazione della Cina per i conflitti in atto, la disponibilità di terre rare necessarie all’industria statunitense, investimenti di Pechino nel suo paese, generosità commerciale nell’acquisto di 200 aeroplani della Boeing. Non sono noti i dettagli e gli esiti delle trattative. Al contrario, è facile arrivare alla conclusione delle richieste della controparte cinese: disimpegno per Taiwan, la vera questione politica e militare dove s’impernia l’iniziativa cinese. Viene richiesto agli Stati Uniti di uscire dalla loro strategic ambiguity per la difesa dell’isola. Pechino semplicemente non comprende come si possa essere ambigui su una questione strategica come la riunificazione di Taiwan con la madre patria. Un vertice atteso quindi con trepidazione per gli eventi correnti, definito con inflazione di aggettivi retorici, si è concluso con pochi risultati: qualche affare, dichiarazioni di prammatica, assunzione di impegni non cogenti. In particolare, Trump sembra essere tornato a mani vuote. Le sue armi sono apparse spuntate o forse ha preferito non minacciare di usarle verso una dirigenza che – dall’altro lato del tavolo negoziale – non dispiega la stessa potenza, ma conosce bene la diplomazia, la gestione del tempo, il valore del back to normal. La Cina sa che un andamento senza scosse degli eventi la favorisce. Si augura il ritorno alla regolarità, come molti, probabilmente come lo stesso Trump quando è in difficoltà. Nessuno più di Pechino può contribuire a questo obiettivo planetario. Contemporaneamente, nulla le appare più redditizio che continuare nell’acquisizione di potenza che ha accumulato. Se la Cina esce bene dal summit, non si può affermare tuttavia che Trump sia stato sconfitto. Per quanto ironico possa sembrare, ha raggiunto risultati, seppur modesti, che la sua esuberanza poteva mettere a rischio. Era arrivato con pochi margini di manovra: la Cina è tutt’altro che isolata, molti paesi l’ammirano o almeno la temono, l’inflazione in America potrebbe raggiungere livelli preoccupanti (se la tregua sui dazi fosse saltata), Pechino poteva schierarsi più nettamente con Teheran senza subire ritorsioni pesanti. Trump ha evitato fallimenti, ha invitato Xi a Washington per continuare il dialogo, ha intestato i risultati alla sua autoproclamata capacità di siglare o strappare deal. In conclusione, ha riaffermato la supremazia statunitense, pur pagando il prezzo di una condivisione che fino a pochi anni fa appariva inimmaginabile. 2.6.2026 Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.
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Ant/agón rivista di critica e congiuntura Roberto Gelini Redazione: Carlos Prieto del Campo, Lautaro Rivara, Raúl Sánchez Cedillo. Comitato editoriale: Pablo Iglesias Turrión, Laura Arroyo Gárate, Franco Berardi “Bifo”, Sergio Bianchi, Luci Cavallero, Pablo Echenique Robba, Marco d'Eramo, Sebastián Fiorili, Montserrat Galcerán Huguet, Álvaro García Linera, Maurizio Gibertini “Gibo”, Michael Hardt, Sandro Mezzadra, Gianfranco Pancino, Alisa del Re, Wolfgang Streeck, Irene Zugasti Hervás. https://www.antagon.red/ Cosa vuole Ant/agón? La politica emancipatoria ha costantemente bisogno di conoscenza, di ogni tipo, perché solo una teoria forte produce una politica forte e perché, inevitabilmente, una teoria debole non produce semplicemente alcuna politica. Sia la conoscenza prodotta dalla pratica di lotta delle classi subalterne, sia quella prodotta nelle università e nei centri di ricerca. Senza conoscenza non c'è politica emancipatoria che valga. La conoscenza è il nutrimento indispensabile della discussione politica argomentata sotto forma di ipotesi e dati. La discussione politica ragionata è l'unica pratica che permette a un soggetto politico di praticare seriamente l'azione politica ragionevole e antisistemica nelle congiunture e nelle situazioni politiche in cui si trova immerso e in cui intende produrre con urgenza effetti politici. Senza discussione politica riflessiva e, quindi, senza conoscenza, parlare di tattica e strategia politica è solo un modo di dire, una retorica, un’ideologia che non produce pratica rivoluzionaria antisistemica, ma che conserva solo lo stato attuale delle cose mentre si rafforzano le strutture di potere, di dominio e di sfruttamento di classe realmente esistenti. Senza ricerca e studio militanti, ma anche senza la presentazione e la discussione dei loro risultati, è impossibile uscire dal labirinto di specchi della politica fatta solo nei media e nei parlamenti, così come è altrettanto impossibile creare i tipi di organizzazione e le forme di partito necessari per produrre politiche antisistemiche di massa sostenibili nel tempo contro la riproduzione dei rapporti di dominio e di produzione capitalisti. Per questo lanciamo Ant/agón. All’interno del conglomerato politico-mediatico di Canal Red, con Ant/agón, rivista di critica e attualità, vogliamo fornire buone dosi quotidiane di conoscenza per l’azione politica emancipatoria in tempi che riuniscono simultaneamente occasioni rivoluzionarie e scenari di guerra, catastrofe e genocidio; caos ecosistemico e nuova attualità di vecchi problemi, che ora diventano pressanti e urgenti, se non imperativi. Abbiamo bisogno di pubblicazioni che diffondano la migliore selezione di articoli e materiali sui temi essenziali dell’attualità, perché sono questi che devono contribuire a delineare la strategia e la tattica delle lotte in chiave nettamente post-capitalista. È difficile intervenire efficacemente nell’attuale congiuntura senza buoni materiali sulla geopolitica del blocco occidentale o sui dilemmi della Cina di fronte alla fine dell’egemonia statunitense e alla specificità della sua lotta di classe; non si può nemmeno andare oltre la constatazione che la composizione di classe dei gruppi subalterni è intersezionale, se non si costruiscono ipotesi e pratiche capaci di concettualizzare nuove politiche di classe dotate di modelli di agenzia e di protocolli di antagonismo efficaci dal punto di vista antisistemico; né commentare incessantemente la congiuntura di guerra e militarizzazione capitalistiche senza concentrare gli sforzi nell’identificare gli anelli deboli e le contraddizioni decisive, che ci consentano di sabotare e rovesciare i regimi di guerra e il potere di classe del capitale e delle sue forme statali. Ant/agón è una rivista in spagnolo, che vuole diventare uno strumento utile nelle situazioni, così diverse ma interconnesse, dell’America di lingua spagnola, così come nel dibattito in spagnolo nella provincia Spagna. C'è in questo una tensione e uno scambio incandescente di natura politica, che vogliamo sia virtuoso nella politica di massa piuttosto che consolatorio e narcisistico nella mera giustapposizione di testi e materiali. Allo stesso tempo, non vogliamo smettere di apportare i migliori contributi provenienti da tutto il pianeta a questi dibattiti e a queste pratiche, e ciò si riflette nelle numerose traduzioni che intendiamo pubblicare, così come nella composizione del nostro comitato editoriale. I tempi lo richiedono, la posta in gioco lo giustifica. Ant/agón nasce dalle lotte emancipatorie e a esse si deve nell’attuale interregno in cui imperano «fenomeni morbosi di ogni tipo» e in cui l’immaginazione politica sovversiva, pragmatica e rivoluzionaria deve dare i suoi migliori frutti organizzativi, intellettuali e teorici.
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Il volontariato antifascista di Spagna novant’anni dopo È nelle librerie in questi giorni Garibaldini in Spagna. Storia della XII Brigata Internazionale nella Guerra di Spagna, di Marco Puppini, edito da Milieu nella collana settanta. Pubblichiamo qui di seguito la Prefazione al libro di Enrico Acciai. Nell’ultimo decennio, la dimensione internazionale della guerra civile spagnola è tornata con forza al centro del dibattito storiografico europeo. Non si tratta, naturalmente, di una novità assoluta: quel conflitto occupa ormai da decenni un posto rilevante nella riflessione storica sul Novecento. Mi pare, però, che il modo in cui esso viene interrogato dagli storici sia mutato in misura significativa. Se una parte importante della storiografia classica aveva privilegiato la ricostruzione politico-diplomatica, la storia militare del conflitto, il ruolo delle grandi potenze e la vicenda delle Brigate internazionali come esperienza paradigmatica dell’antifascismo militante, la ricerca più recente ha progressivamente ampliato la prospettiva. Sempre più spesso, infatti, la Spagna del 1936-1939 viene studiata non solo come conflitto esemplare della guerra civile europea o come anticamera della Seconda guerra mondiale, ma anche come crocevia di mobilitazioni politiche, di culture transnazionali della militanza e di diverse forme di volontariato armato, oltre che come vero e proprio laboratorio della guerra totale novecentesca.1 In questo spostamento di sguardo, il tema dei volontari stranieri ha assunto una nuova centralità (anche grazie alla disponibilità di nuove fonti, come quelle sovietiche). Non si tratta solo di un dato numerico, politico e militare: contare le presenze, distinguere le appartenenze politiche o misurare l’incidenza militare delle unità composte da stranieri. Il problema storiografico è ormai diventato molto più ampio. La comunità degli storici e delle storiche prova ormai a comprendere perché migliaia di uomini e donne, privi di un obbligo formale, abbiano deciso di intervenire in un conflitto non loro; a ricostruire le reti che resero possibile quella mobilitazione; ad analizzare il rapporto fra iniziativa individuale, organizzazione politica e cornici ideologiche; a interrogare, infine, sulla durata di quell’esperienza oltre il 1939.2 In questa prospettiva, la guerra di Spagna, dal punto di vista dei volontari antifascisti, appare come un osservatorio privilegiato per studiare la politicizzazione transnazionale dell’Europa tra le due guerre e, al contempo, come un passaggio fondamentale nella storia più lunga dell’internazionalismo armato novecentesco.3 Il testo da cui prende le mosse questa prefazione insiste giustamente su alcuni elementi che la storiografia recente ha contribuito a chiarire con maggiore nettezza. Anzitutto, la guerra civile spagnola fu un conflitto internazionale non solo perché vi intervennero direttamente l’Italia fascista e la Germania nazista, ma anche perché intorno alla causa repubblicana si sviluppò un vasto movimento transnazionale di opinione, solidarietà e mobilitazione.4 In secondo luogo, il volontariato non può più essere ridotto a una categoria univoca e semplificata: la distinzione tra combattenti e non combattenti, tra volontari armati e volontari impegnati in funzioni di supporto, cura, propaganda o assistenza, si rivela assai più porosa di quanto si sia ritenuto finora, e questa porosità diventa ancora più evidente se si assume sul serio una prospettiva di genere. Infine, la partecipazione alla guerra di Spagna non coincide sempre con una parentesi circoscritta, ma si iscrive spesso in traiettorie militanti più lunghe, che collegano l’antifascismo dell’esilio alla Resistenza, alla guerra mondiale e, in alcuni casi, perfino ai processi di decolonizzazione e ai conflitti della guerra fredda.5 È all’interno di questo rinnovato quadro interpretativo che il presente volume va collocato. Il suo interesse non risiede soltanto nel tornare su un tema ampiamente frequentato dalla memorialistica e dalla storiografia strettamente militante, ma nel farlo assumendo implicitamente una domanda oggi particolarmente feconda: in che modo il caso dei volontari italiani in Spagna consente di osservare, da una postazione specifica ma non marginale, i processi di trasformazione dell’antifascismo europeo, le geografie dell’esilio politico e le concrete modalità con cui si costruì una mobilitazione armata oltre i confini nazionali? È questa, in fondo, la domanda che rende ancora storicamente rilevante il tema. Non tanto la ricerca di un’ennesima conferma del carattere simbolico della guerra di Spagna, quanto la possibilità di leggerla come spazio di condensazione di dinamiche più ampie: la crisi degli antifascismi, la ristrutturazione delle culture politiche della sinistra, l’emergere di pratiche internazionali di lotta e la ridefinizione dei rapporti tra appartenenza nazionale e scelta militante. Sotto questo profilo, il caso italiano presenta caratteristiche particolarmente significative. Come mostra questo volume di Marco Puppini, i volontari italiani che confluirono nella Spagna repubblicana provenivano in larga misura dai mondi dell’emigrazione e dell’esilio, soprattutto da quello francese, ma anche belga, svizzero e lussemburghese. Il loro percorso non nasce dunque nel vuoto, né può essere compreso unicamente attraverso la lente delle appartenenze organizzative. Alle spalle della scelta di partire vi erano la lunga esperienza della diaspora antifascista, la crisi politica degli anni Trenta, i tentativi di ricomposizione unitaria delle forze antifasciste, il confronto con la crescita dei fascismi europei, nonché l’inserimento quotidiano dei fuoriusciti italiani in contesti sociali e politici insieme nazionali e transnazionali. La guerra di Spagna, da questo punto di vista, non fu per molti un esordio, ma un momento di accelerazione e di ridefinizione di percorsi già avviati. Questa osservazione è importante anche per evitare due riduzioni interpretative opposte ma ugualmente limitanti. La prima consiste nel leggere i volontari italiani quasi esclusivamente come prodotto di direttive di partito o di apparati internazionali, secondo uno schema rigidamente verticale. La seconda, all’opposto, tende a riassorbirli in una rappresentazione puramente morale o eroica dell’antifascismo, nella quale la complessità delle loro origini, motivazioni e conflitti interni finisce per attenuarsi. Una parte rilevante della storiografia più recente ha cercato di sottrarsi a questa alternativa, insistendo sul fatto che il volontariato internazionale fu il risultato di un intreccio fra culture politiche, reti di relazione, aspettative biografiche, appartenenze diasporiche e contingenze storiche.6 In tale prospettiva, i volontari non appaiono né come meri esecutori di strategie superiori né come figure astoriche di puro altruismo politico, ma come attori storici collocati in un campo di forze denso e contraddittorio. È proprio qui che questo volume trova il proprio spazio. Il suo contributo può essere letto come parte di una più generale tendenza della ricerca a restituire spessore storico al fenomeno del volontariato di guerra, ricostruendone i nessi con l’esilio, l’emigrazione politica, le dinamiche del fronte popolare e la circolazione europea di pratiche e linguaggi dell’antifascismo. Più che proporre una rottura radicale rispetto alla storiografia precedente, il saggio di Marco Puppini sembra inserirsi in una linea di continuità critica: da un lato, raccoglie l’eredità di un vasto patrimonio di studi, testimonianze e memorie; dall’altro, lo rilegge alla luce di categorie che oggi si sono rivelate particolarmente produttive. Ed è probabilmente in questa capacità di riapertura delle domande, più che in un’eventuale pretesa di esaustività, che va cercato il suo significato storiografico. Un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato riguarda il rapporto fra specificità nazionale e comparazione. La storiografia degli ultimi anni ha mostrato con crescente chiarezza che il caso italiano, pur inscrivendosi pienamente nella storia più ampia del volontariato antifascista internazionale, presenta alcune particolarità già elencate poco sopra: il peso dell’esilio politico dopo la presa del potere fascista; la forte connessione con la diaspora lavoratrice in Francia e in altri paesi europei; il ruolo delle culture politiche socialiste, comuniste, anarchiche e repubblicane; l’intensità del nesso simbolico tra lotta in Spagna e lotta contro il fascismo italiano. Proprio per questo, il caso italiano non è interessante solo in sé. Esso costituisce un osservatorio utile per comprendere in che modo i processi di internazionalizzazione dell’antifascismo fossero sempre mediati anche da tradizioni politiche nazionali, da esperienze d’emigrazione diverse e da specifiche geografie della repressione e dell’esilio. Il valore di un volume come questo sta anche nella possibilità di mettere a fuoco tale tensione fra il particolare e il generale. Naturalmente, inserire il lavoro di Marco Puppini nel dibattito più recente non significa attribuirgli una funzione risolutiva. Al contrario, il campo di studi sul volontariato internazionale nella guerra civile spagnola si è fatto negli ultimi anni più ricco, ma anche più articolato e meno compatto. Accanto alle ricerche sui contingenti nazionali e sulle strutture brigatiste, si sono sviluppati filoni dedicati alla storia di genere, alla partecipazione ebraica, alle culture politiche diasporiche, alle reti non comuniste, alle forme di solidarietà non combattente, alle biografie militanti di lunga durata e ai rapporti fra antifascismo, anticolonialismo e guerra rivoluzionaria.7 Questa pluralizzazione delle prospettive ha reso più difficile ogni sintesi lineare, ma ha anche consentito di uscire da una visione troppo uniforme del fenomeno. Oggi appare sempre più chiaro che parlare dei volontari in Spagna significa confrontarsi con una costellazione assai eterogenea di esperienze, motivazioni, appartenenze e, soprattutto, memorie. Da questo punto di vista, il volume che il lettore ha fra le mani può essere letto utilmente come un tassello di questa più ampia riconfigurazione storiografica. Esso non elimina le ambivalenze del proprio oggetto, né potrebbe farlo: la storia dei volontari italiani in Spagna resta una storia attraversata da tensioni forti tra spontaneità e disciplina, internazionalismo e culture politiche nazionali, mobilitazione dal basso e regia organizzativa, orizzonte democratico e logiche di guerra. Ma proprio per questo la materia conserva il proprio interesse. A novant’anni dallo scoppio del conflitto, la questione non è più stabilire se l’esperienza dei volontari debba essere letta come eccezione eroica o come episodio subordinato a una strategia politica più vasta. La domanda più utile sembra piuttosto un’altra: in che modo quell’esperienza consente di comprendere la formazione di una politica transnazionale dell’antifascismo e, insieme, i suoi limiti, le sue fratture e la sua eredità? È nella misura in cui aiuta a porre questa domanda che il volume mantiene la sua rilevanza. In questo quadro, una prefazione non deve forse enfatizzare oltre misura l’originalità del libro, né indulgere a formule di circostanza. Più sobriamente, può limitarne la collocazione e indicarne l’utilità. Questo volume si inserisce quindi in un ambito di studi consolidato ma tuttora dinamico; affronta un tema classico della storia del Novecento europeo, ma lo fa su un terreno che continua a produrre nuove domande; richiama una vicenda nota, ma la restituisce nel suo spessore storico, all’interno della crisi degli antifascismi, delle mobilità dell’esilio e della dimensione transnazionale della guerra di Spagna. In questo consiste, con ogni probabilità, il suo principale motivo di interesse: non nell’offrire una lettura definitiva, ma nel contribuire a mantenere aperto un cantiere storiografico che negli ultimi anni ha dimostrato una notevole (e per certi versi inaspettata) capacità di rinnovamento. Note 1 Come esempi si veda: Morris Brodie, Transatlantic Anarchism during the Spanish Civil War and Revolution, 1936–1939: Fury Over Spain, Routledge, Londra – New York 2020; Lisa A. Kirschenbaum, International Communism and the Spanish Civil War, Cambridge University Press, Cambridge 2015; Adrian Pole, Making Antifascist War: The International Brigades’ Transnational Encounters with Civil-War Spain, 1936–1939, Cambridge University Press, Cambridge 2025; Javier Rodrigo, La guerra degenerada. Violencia y resistencias en la España de posguerra, Pasado&Presente, Madrid 2025. 2 Cfr:, Robert Gildea e Ismee Tames (a cura di), Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester University Press, Manchester 2020, Carlo Greppi e Chiara Colombini, Storia Internazionale della Resistenza Italiana, Laterza, Roma-Bari 2024 e Fraser Raeburn, Scots and the Spanish Civil War: solidarity, activism and humanitarianism, Edinburgh University Press, Edinburgh 2020. 3 Morten Heiberg, Enrico Acciai e Carl-Henrik Bjerstrom, Armed Internationalists. Transnational Volunteering in the Twentieth Century, Cambridge University Press, Cambridge 2025.4 Si veda: Giles Tremlett, The International Brigades. Fascism, Freedom and the Spanish Civil War, Bloomsbury, Londra 2020. 5 Heiberg, Acciai e Bjerstrom, op. cit., pp. 97-260. 6 Per un inquadramento generale del caso italiano si vedano i due volumi: Leonrardo Pompeo d’Alessandro, I volontari fascisti e antifascisti nella guerra di Spagna, Carocci, Roma 2017 e Javier Rodrigo, La guerra fascista in Spagna (1936- 1939), Pacini, Pisa 2025. Mi permetto inoltre di rimandare anche al mio lavoro: Enrico Acciai, Antifascismo, volontariato e guerra civile in Spagna. La Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Unicopli, Milano 2016. 7 Si veda, ad esempio: Angela Jackson, British Women and the Spanish Civil War, Londra-New York, Routledge 2002, Michael Ortiz, Anti-Colonialism and the Crises of Interwar Fascism, Londra, Bloomsbury 2023, Ali Tuma, Guns, Culture and Moors: Racial Perceptions, Cultural Impact and the Moroccan Participation in the Spanish Civil War (1936-1939), Routledge, Londra-New York 2018, e Gerben Zaagsma, Jewish Volunteers: The International Brigades and the Spanish Civil War, Londra, Bloomsbury 2017.
- Selfie da zemrude
Risonanze sonore Dal ritmo orale al drone: le risonanze sonore di Don Loopis La vera arte è dove nessuno se l'aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. Jean Dubuffet La frase di Jean Dubuffet sembra attraversare in profondità il percorso musicale di Donatello Pisanello, soprattutto nella sua incarnazione più radicale e laterale: Don Loopis. Non semplicemente un alias elettronico, ma un territorio parallelo in cui il suono viene riportato a una dimensione originaria, intuitiva, quasi pre-culturale. Nella prospettiva della rubrica Risonanze Sonore, il lavoro di Pisanello appare come una continua tensione tra memoria e deviazione, tra radice e disgregazione formale. È facile, superficialmente, separare il musicista di Officina Zoé dallo sperimentatore sonoro che costruisce paesaggi dronici, looping minimali e improvvisazioni elettroacustiche. In realtà la continuità è profondissima. Cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma resta intatta una stessa idea di ascolto: il suono non come materiale da controllare, ma come organismo vivo da attraversare. La musica tradizionale salentina, soprattutto nella sua dimensione orale e popolare, nasce infatti dall’improvvisazione, dall’adattamento continuo, dalla variazione intuitiva. Prima ancora della scrittura musicale esiste il gesto, il corpo, la ripetizione ipnotica, la relazione diretta con il ritmo e con la comunità. È qui che il percorso di Don Loopis incontra la tradizione: non nella citazione folklorica, ma nella struttura profonda dell’esperienza sonora. L’improvvisazione libera diventa allora centrale. Non come esercizio tecnico successivo allo studio accademico — secondo l’impostazione tipica dei conservatori, dove si improvvisa quasi sempre entro strutture già concettualizzate — ma come predisposizione primaria all’ascolto. Una forma di composizione intuitiva che nasce nel momento stesso dell’esecuzione. In questo senso il lavoro di Pisanello si avvicina molto di più alle dinamiche della musica orale che non alle rigidità della scrittura colta occidentale. Non è casuale che figure come Marcello Magliocchi, presenti in esperienze legate alla libera improvvisazione e alla direzione artistica di contesti come Osimu (open sound international meeting up), abbiano attraversato territori simili: «l’idea che il suono possa esistere prima della teoria, prima della codificazione, prima persino dell’opera». - https://www.facebook.com/zittizittisoundclub/posts/ed-ecco-pronte-la-registrazione-delle-performance-delledizione-2021-di-osimuosim/1193650075569151 Da questo punto di vista la definizione che Don Loopis dà di sé: imperfezionista, inattuale, indisciplinato, ieratico, non è un vezzo estetico ma una dichiarazione di poetica. L’Art Brut che rivendica non coincide con una semplice ricerca sperimentale o d’avanguardia: è piuttosto il tentativo di sottrarre il gesto artistico alle logiche dell’addestramento culturale, della perfezione tecnica e dell’estetica codificata. Una pratica che cerca nel suono una dimensione primaria, istintiva, irregolare, capace di conservare l’urgenza dell’impulso creativo prima che venga normalizzato, reso consumo o linguaggio riconoscibile. In questo senso errore, rumore, frammentazione e imperfezione non vengono nascosti, ma diventano parte stessa dell’opera e della sua forza espressiva. Dubuffet parlava di opere inventate in tutte le loro fasi dall’autore, fondate sui propri impulsi. È esattamente ciò che accade nei lavori più recenti di Don Loopis: composizioni costruite attraverso stratificazioni istantanee, looping intuitivi, derive elettroniche e improvvisazioni che sembrano emergere da una zona liminale tra coscienza e istinto. Album come Minimalooping, Eeee, e Musiche per Paesaggi Immaginari mostrano chiaramente questa ricerca. Bandcamp di Donatello Pisanello raccoglie una discografia vastissima che attraversa ambient, drone, live looping, onkyōkei e improvvisazione elettroacustica. In Il Crollo della Mente Bicamerale, ispirato alle teorie di Julian Jaynes sull’origine della coscienza, la composizione istantanea attraverso live looping diventa quasi una fenomenologia della mente sonora: voci interne, ripetizioni ossessive, fratture percettive, paesaggi psichici che si costruiscono e si dissolvono continuamente. Anche nei lavori più recenti pubblicati nel 2026 — come Nimu, Nimbusonorum, 8_Koan, Effugit, Vexata Quaestio, e Timore e Tremore — emerge questa tensione verso una musica che non vuole rassicurare né semplificare l’ascolto, ma aprire spazi percettivi. Nell’ultimissimo lavoro Ludo, ergo sum Don Loopis trasforma l’imperfezione in linguaggio sonoro. Rumore, frammentazione, saturazioni ed elettronica non cercano mai equilibrio o pulizia formale, ma conservano qualcosa di istintivo, fisico e quasi rituale. Anche dentro le sperimentazioni più radicali riaffiora una memoria ritmica che non rompe con il passato della musica popolare salentina, ma lo attraversa e lo deforma fino a renderlo materia viva, irregolare e non addomesticata. Parallelamente, il lavoro organizzativo e curatoriale svolto attraverso Zitti Zitti Sound Club assume un’importanza decisiva. Non si tratta soltanto di programmare eventi di musica sperimentale, ma di costruire un ecosistema sonoro alternativo, capace di mettere in relazione esperienze internazionali di ricerca, improvvisazione e sound art con il territorio salentino. Una pratica culturale che rifiuta la marginalizzazione della sperimentazione e la restituisce invece a una dimensione collettiva e viva. In fondo è proprio qui che il percorso di Donatello Pisanello mantiene la sua coerenza più profonda: nella convinzione che il suono non sia mai separato dal luogo, dal corpo, dalla memoria e dalla relazione umana. La pizzica, il bordone elettronico, il feedback, il rumore ambientale, il loop minimale: tutto appartiene allo stesso continuum espressivo. Non c’è quindi una frattura tra tradizione e sperimentazione. C’è piuttosto il tentativo di liberare il suono dalle gerarchie culturali che decidono cosa debba essere considerato musica e cosa no. Ed è forse proprio in questo gesto che la Music Brut di Don Loopis trova il suo significato più autentico: riportare l’ascolto a uno stato originario, imperfetto, intuitivo e radicalmente umano. Buon ascolto https://pisanello.bandcamp.com/album/ludo-ergo-sum From Oral Rhythm to Drone: The Sonic Resonances of Don Loopis by Franco Oriolo The true art is where no one expects it, where no one thinks about it nor even speaks its name Jean Dubuffet Jean Dubuffet’s words seem to resonate deeply through the musical journey of Donatello Pisanello, especially in its most radical and peripheral incarnation: Don Loopis. Not merely an electronic alias, but a parallel territory in which sound is brought back to an original, intuitive, almost pre-cultural dimension. From the perspective of the Risonanze Sonore column, Pisanello’s work appears as a constant tension between memory and deviation, between roots and formal disintegration. Superficially, it may seem easy to separate the musician of Officina Zoé from the sonic experimenter who constructs droning landscapes, minimal looping, and electroacoustic improvisations. In reality, the continuity runs very deep. The instruments change, the languages change, yet the same idea of listening remains intact: sound not as material to be controlled, but as a living organism to move through. Traditional Salento music, especially in its oral and popular dimension, is itself born from improvisation, continuous adaptation, and intuitive variation. Before musical notation there is gesture, the body, hypnotic repetition, and a direct relationship with rhythm and community. This is where Don Loopis’ path encounters tradition: not in folkloric quotation, but in the deep structure of sonic experience. Free improvisation therefore becomes central. Not as a technical exercise following academic training — according to the typical conservatory approach, where improvisation almost always takes place within already conceptualized structures — but as a primary disposition toward listening. A form of intuitive composition born in the very moment of performance. In this sense, Pisanello’s work is far closer to the dynamics of oral music than to the rigidities of Western classical writing. It is no coincidence that figures such as Marcello Magliocchi, active within free improvisation and artistic direction in contexts like Osimu (Open Sound International Meeting Up), have crossed similar territories: «the idea that sound can exist before theory, before codification, even before the very concept of the work».- https://www.facebook.com/zittizittisoundclub/posts/ed-ecco-pronte-la-registrazione-delle-performance-delledizione-2021-di-osimuosim/1193650075569151 From this perspective, the way Don Loopis defines himself: imperfectionist, untimely, undisciplined, hieratic, is not an aesthetic affectation but a poetic statement. The Art Brut he claims does not simply coincide with experimental or avant-garde research; rather, it is an attempt to free artistic gesture from the logic of cultural conditioning, technical perfection, and codified aesthetics. A practice that seeks within sound a primary, instinctive, irregular dimension capable of preserving the urgency of creative impulse before it is normalized, turned into consumption, or reduced to recognizable language. In this sense, error, noise, fragmentation, and imperfection are not concealed, but become part of the work itself and of its expressive force. Dubuffet spoke of works invented in all their phases by the author, grounded in personal impulses. This is precisely what happens in Don Loopis’ most recent works: compositions built through instantaneous layering, intuitive looping, electronic drifts, and improvisations that seem to emerge from a liminal zone between consciousness and instinct. Albums such as Minimalooping, Eeee, or Musiche per Paesaggi Immaginari clearly reveal this research. Donatello Pisanello’s Bandcamp gathers an extensive discography spanning ambient, drone, live looping, onkyōkei, and electroacoustic improvisation. In Il Crollo della Mente Bicamerale, inspired by Julian Jaynes’ theories on the origin of consciousness, instantaneous composition through live looping becomes almost a phenomenology of the sonic mind: internal voices, obsessive repetitions, perceptual fractures, psychic landscapes that continuously form and dissolve. Even in the most recent works released in 2026 — such as Nimu, Nimbusonorum, 8_Koan, Effugit, Vexata Quaestio, or Timore e Tremore — this tension toward a music that refuses to reassure or simplify listening continues to emerge, opening instead perceptual spaces. In the latest work, Ludo, ergo sum, Don Loopis transforms imperfection into sonic language. Noise, fragmentation, saturation, and electronics never seek balance or formal cleanliness, but preserve something instinctive, physical, and almost ritualistic. Even within the most radical experimentations, a rhythmic memory resurfaces — one that does not break with the past of Salento folk music, but moves through it and deforms it until it becomes living, irregular, and untamed matter. At the same time, the organizational and curatorial work carried out through Zitti Zitti Sound Club becomes crucial. It is not merely about programming experimental music events, but about constructing an alternative sonic ecosystem capable of connecting international experiences of research, improvisation, and sound art with the Salento territory. A cultural practice that refuses the marginalization of experimentation and instead restores it to a collective and living dimension. Ultimately, this is where Donatello Pisanello’s path maintains its deepest coherence: in the conviction that sound is never separated from place, body, memory, and human relationship. Pizzica, electronic drones, feedback, environmental noise, minimal loops — all belong to the same expressive continuum. There is therefore no fracture between tradition and experimentation. Rather, there is an attempt to free sound from the cultural hierarchies that decide what should or should not be considered music. And perhaps it is precisely in this gesture that Don Loopis’ Music Brut finds its most authentic meaning: bringing listening back to an original, imperfect, intuitive, and radically human state. Good listening: https://pisanello.bandcamp.com/album/ludo-ergo-sum
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L’Intelligenza Artificiale, la sua funzione sociale e il suo rapporto con la sfera delle emozioni Roberto Gelini Con l’avvento dell’Intelligenza artificiale, è facile chiedersi se questa sia un bene o un male. In realtà, però, più che demonizzare o esaltare l’IA, sarebbe opportuno domandarsi quale sia il suo uso nel contesto sociale, perché è questo con cui noi dobbiamo fare i conti. Se l’IA è in grado di imparare dalle esperienze e di prendere decisioni in autonomia, allora è lecito chiedersi qual è il suo grado di autonomia. Qual è il rapporto di questa macchina linguistica con la sfera delle umane emozioni? La rivoluzione informatica sembra procedere a passi da gigante con continue innovazioni tecnologiche che stanno trasformando anche le nostre stesse esistenze.Molti processi quotidiani sono ormai governati da algoritmi.Gli algoritmi classici, però, sono strumenti piuttosto rigidi, programmati per rispondere in forma automatica al verificarsi di una sequenza di condizioni, per cui l’imprevisto, non contemplato dalla loro programmazione, rischia di metterli profondamente in crisi.Anche per ovviare a tale limite nasce ciò che noi definiamo «Intelligenza Artificiale».L’IA è uno strumento decisamente più flessibile e dinamico, capace di compiere scelte autonome e soprattutto di apprendere dalle esperienze (Machine Learning, ossia Apprendimento Automatico), imparando, perciò, anche a gestire in autonomia gli imprevisti.Già, ma qual è il grado di autonomia dell’intelligenza artificiale?Quali scelte può compiere?Qual è il suo rapporto con la sfera emozionale?Difficile fornire delle risposte univoche, poiché il comportamento dell’IA è strettamente legato al suo scopo primario (imprinting), ossia alla sua funzione d’uso.Pertanto, vale la pena di provare ad analizzarne la funzione dell’IA in alcuni contesti specifici. L’Intelligenza Artificiale in tuta mimetica Sempre più assistiamo impotenti all’uso dell’intelligenza artificiale nelle guerre e nei genocidi.Per esempio, nella distruzione di Gaza, Israele ha fatto largo uso dell’intelligenza artificiale per individuare e distruggere i target da colpire. In tal caso, lo scopo primario dell’IA era quello di individuare, colpire e distruggere tutto ciò che veniva identificato come bersaglio.Per entrare nel merito, vale la pena di provare a descrivere la funzione delle tre principali IA tuttora utilizzate da Israele. Lavender (Lavanda): viene usata per individuare potenziali bersagli incrociando dati provenienti dai social, dal web, dalle intercettazioni telefoniche e dai rapporti dei servizi.Lo scopo primario dell’IA è chiaro ed il suo grado di autonomia decisionale non contempla né la presunzione di innocenza del soggetto individuato (anche un semplice post critico nei confronti di Israele potrebbe essere considerato sufficiente), né qualunque tipo di empatia con lo stesso, anzi nell’individuazione del bersaglio l’errore non costituisce un problema, ma è considerato accettabile. Habsora (Il Vangelo): consente di individuare e colpire con precisione i bersagli. L’eliminazione dei bersagli a seconda dell’importanza attribuita al target, contempla anche la possibilità di causare decine di vittime innocenti, non legate al soggetto che si intende eliminare.Habsora può imparare a gestire nel migliore dei modi il drone o il missile al fine di superare qualunque ostacolo e raggiungere con precisione il bersaglio, può calcolare il numero di vittime collaterali in funzione dell’importanza del target, ma nessuna supplica delle vittime sacrificali, bambini compresi, ha la possibilità di influenzare la scelta dell’IA nel colpire ed eliminare il bersaglio. Where’s Daddy (Dov'è papà): ha lo scopo di tracciare la posizione dei soggetti che si intende eliminare, mentre, per esempio, rientrano nelle loro abitazioni.Anche in questo caso valgono le stesse considerazioni riferite a Lavender e Habsora.Oltre ad Israele, anche nel conflitto Russia vs Ucraina-Nato si è fatto un gran uso di droni, alcuni dei quali probabilmente guidati dall’IA.Si può anche piangere a dirotto di fronte a un drone governato dall’IA, ma se tu sei il suo bersaglio non si può pensare di suscitare compassione. Il drone potrà pure imparare come superare gli ostacoli che incontra lungo percorso, ma il suo fine rimane quello dell’eliminazione del bersaglio, per cui l’empatia con gli umani e la sfera emozionale rappresenterebbero solo un ostacolo all’esercizio della funzione primaria.E’ del tutto evidente che un simile utilizzo dell’IA in guerra si muove di pari passo con il progressivo smantellamento di qualunque regola internazionale, di qualunque tutela dei diritti umani, in una prospettiva in cui il dominio non riconosce più alcun limite.L’Intelligenza Artificiale in divisa In questo contesto, lo scopo primario dell’IA è quello di operare un controllo ferreo del territorio, con interventi mirati ai soggetti che lo attraversano.Di nuovo, è impossibile non citare Israele come esempio. Per controllare i territori occupati, Cisgiordania in primis, Israele si avvale anche dell’IA connessa a telecamere ad alta risoluzione ed interfacciata con diverse banche dati.L’IA viene usata sia per il riconoscimento facciale di chiunque debba attraversare un checkpoint o una determinata area delle città, sia per definirne un profilo attribuendo ad ognuno un grado di presunta pericolosità. Il passante, pertanto, può essere ritenuto: innocuo (se non è un palestinese); da controllare (anche se abita nell’area, ma i suoi spostamenti nel corso della giornata o il suo comportamento sono ritenuti sospetti); pericoloso (se dalle banche dati risulta: estraneo alla zona, già respinto altre volte; precedentemente fermato; con precedenti penali; ricercato, ecc.).Successivamente alla classificazione operata dall’IA, la persona può essere controllata, fermata per più o meno tempo, respinta con divieto di ingresso nella zona o arrestata.L’unica differenza con l’uso dell’IA in guerra riguarda l’analisi del comportamento umano necessario all’Intelligenza Artificiale per classificare il soggetto. In tal caso, l’apprendimento dell’IA cresce con l’aumentare delle persone controllate ed a tal fine le manifestazioni fisiche delle emozioni vengono interpretate dall’IA per segnalare i comportamenti ritenuti nervosi, aggressivi, minacciosi, ecc.Anche in questo caso è evidente che l’utilizzo dell’IA nel controllo del territorio si muove di pari passo con il progressivo smantellamento del cosiddetto “stato di diritto” sostituito da un crescente autoritarismo senza limiti.Non a caso, i recenti decreti sicurezza approvati dal Governo Meloni istituiscono aree delle città, definite zone rosse, da inibire ad alcuni soggetti.Anche se oggi il controllo di tali zone avviene con l’utilizzo del personale delle cosiddette forze dell’ordine, con lo sviluppo dei progetti di smart city probabilmente entro breve verrà utilizzata l’IA per controllare gli accessi a tali aree ed in un futuro nemmeno troppo lontano anche l’allontanamento delle persone non gradite potrebbe essere effettuato da droni attivati direttamente dall’IA.D’altronde, già durante il lockdown del 2020, in Cina sono stati utilizzati dei droni per “convincere” chi girovagava per le strade a rientrare a casa. L’Intelligenza Artificiale in versione Top Manager Sono sempre più le aziende che ricorrono all’IA per organizzare il lavoro.Le recenti inchieste sul brutale sistema di sfruttamento dei rider operato con l’ausilio di algoritmi, rende l’idea di come funziona l’organizzazione del lavoro in alcune di queste aziende (Glovo, Deliveroo; Amazon).Gli algoritmi scandiscono i tempi di lavoro dei rider, incuranti anche dei più essenziali bisogni fisiologici e distribuiscono le commesse in una sorta di virtuale utilizzo del bastone e della carota.Per esempio, chi si rifiuta di consegnare la merce in località difficili da raggiungere (ricevendo il medesimo compenso), poi viene escluso dalle successive consegne .In ambito lavorativo, l’IA usa la sua capacità di apprendere al fine di incrementare i profitti dell’azienda.Con l’IA non si può trattare, i suoi ordini sono insindacabili. All’IA non importa se sei stanco, se un rider o un corriere deve pisciare prima di consegnare un pacco, l’empatia con chi lavora in questi contesti non è contemplata.D’altronde, tale utilizzo dell’IA si muove di pari passo con la progressiva scomparsa di qualunque mediazione, in cui il comando appare sempre più come un muro invalicabile che riduce il rapporto di lavoro ad un impari confronto con i singoli.Con l’avvento dell’IA, la figura apicale del capo cela le sue sembianze dietro un inarrestabile e indiscutibile automatismo.L’unico modo di attirare l’attenzione dell’IA è il sabotaggio collettivo della struttura organizzativa, poiché tale azione incide sul suo scopo primario, ossia l’incremento del profitto e costringe l’IA ad affrontare e gestire una situazione imprevista.Spesso, però, il lavoro e la cooperazione sociale che ne costituisce le maglie, producono anche un sapere collettivo che il capitale tende a sussumere, inglobare, fare proprio.Pertanto, la capacità dell’IA di leggere e interpretare i comportamenti umani potrebbe anche essere utilizzata per migliorare le forme organizzative e produttive, acquisendo tale sapere al fine di incrementare il profitto.D’altronde l’IA, a differenza degli algoritmi classici, ha la capacità di apprendere e cambiare sfruttando le interazioni con gli umani.Certo si tratta di un’interazione finalizzata al mero profitto, ma è pur sempre qualcosa di diverso da una semplice azione automatica, dato che coinvolge i comportamenti umani in cui anche le emozioni contano.Nulla vieta all’IA, nell’impostare l’organizzazione aziendale, di considerare anche l’aspetto motivazionale e il benessere di chi lavora, affinché la produzione di quel sapere da sussumere possa svilupparsi, ma c’è da chiedersi se e in quali forme oggi tale processo sia auspicato dal capitale. Il limite, in questo contesto, non è dettato dall’IA, ma dal suo attuale utilizzo, ossia dalla sua funzione nell’organizzazione del lavoro attualmente incentrata soprattutto sul comando. L’Intelligenza Artificiale alle prese con la vita messa in produzione Siamo nell’era digitale, dove un click, un like, una faccina possono arricchire a dismisura società o persone.Collezionare follower è la professione preferita dei cosiddetti influencer e rende assai più delle surclassate collezioni di monete o francobolli.Catturare visitatori per le proprie pagine web o utilizzatori del proprio motore di ricerca significa assicurarsi una valanga di commesse pubblicitarie ed enormi ricchezze.Nel mondo dei click, il rapporto tra l’IA e la sfera delle umane emozioni che in altri campi era d’impiccio, qui invece diventa fondamentale.Un esempio? META quando ha introdotto la propria IA, candidamente rivelava all’utente che il suo uso serviva per allenarla.Già, ma allenarla a cosa?A profilare gli utenti, a catalogarne i comportamenti, per catturarli nella propria redditizia rete di relazioni.Per catturare gli utenti, però, bisogna coglierne i desideri, le emozioni, i gusti, i comportamenti e l’IA, un click, un like, un post e una faccina dopo l’altra, traccia un profilo e cerca di predire il tuo comportamento, vendendo, poi, tali dati al miglior offerente.Più tempo passa, più profili vengono tracciati, più l’IA affina la sua capacità di predizione del comportamento.Ecco di quale allenamento blatera META, che gestisce WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger.Spesso, poi, c’è chi usa l’IA per chiedere cosa fare, come comportarsi in una determinata situazione, ecc.Un processo che necessita di una costante interazione tra umano e IA, poiché le risposte non potranno essere generiche ed uguali per tutti, ma dovranno essere calibrate sul richiedente, che ha gusti, desideri ed emozioni proprie.Nonostante ciò, il rischio tutt’altro che residuo è che complessivamente lo scopo nascosto di tale interazione sia quello di lisciare nel tempo i comportamenti, indirizzandoli, seppur nella diversità di approccio che caratterizza la moltitudine, verso la medesima direzione (consumistica, subalterna, ecc.).In un mondo sempre più caratterizzato dalla virtualità, l’IA gioca un ruolo fondamentale, sia per la capacità di realizzare immagini, video, musiche artefatte, sia per la costruzione di luoghi dove la virtualità sostituisce interamente la realtà, fino all’apoteosi del metaverso.Mentre la linea di demarcazione tra virtuale e reale diventa sempre più sottile, l’informazione si confonde sempre più con la propaganda. La possibilità di alterare immagini o video con l’ausilio dell’IA mina fortemente la credibilità delle informazioni, con la conseguenza che ognuno rischia di credere solo alla realtà che preferisce o che più lo convince ed in un simile contesto prevalgono la propaganda di regime o il complottismo funzionale (tipo QAnon) e non la controinformazione.Quando, poi, la virtualità creata dall’IA cattura entro i propri confini i desideri e la vita delle persone, le conseguenze possono divenire devastanti.Recentemente, negli USA, diverse famiglie hanno intentato alcune cause, concluse con un accordo transattivo, in cui sostenevano che le relazioni emotive sviluppate con chatbot di intelligenza artificiale avevano contribuito al suicidio o a gravi forme di autolesionismo dei loro figli adolescenti.Pertanto, prima di attraversare le porte del metaverso, forse sarebbe saggio chiedersi come in Matrix: pillola rossa o pillola blu? A Milano tutt3 mi conoscono come Paolo Punx. Ho iniziato a partecipare al movimento appena arrivato alle superiori, nell'ottobre del 1977, da studente medio di un Istituto Tecnico. Dal movimento all’autonomia il passo è breve! Nei primi anni ’80 uno dei pochi esemplari di punx autonomo. Dalle lotte contro il carcere e l’articolo 90, a quelle contro i missili a Comiso prima e poi il nucleare. Nel 1984 mi trasferisco dalla provincia di Varese a Milano, partecipando attivamente al ciclo di lotte per le occupazioni dei centri sociali, al movimento della pantera, contro le guerre, per il reddito di cittadinanza universale e incondizionato. Pur essendo tornato a vivere in provincia, da allora, in un susseguirsi di iniziative, continuo ostinatamente a volere tutto e subito! Se dovessi scegliere una colonna sonora userei la musica di L’ultimo dei Mohicani... giusto perché ho iniziato proprio mentre il movimento del 77 finiva. Artificial Intelligence, Its Social Function, and Its Relationship with the Sphere of Emotions by Paolo Punx With the advent of artificial intelligence, it is easy to ask whether it constitutes a benefit or a danger. In reality, however, rather than demonising or glorifying AI, the more productive question is what its role is within the social context, because that is the arena in which we must ultimately reckon. If AI can learn from experience and make decisions autonomously, it is legitimate to inquire about the extent of its autonomy. What, then, is the relationship between this linguistic machine and the realm of human emotions? From Rigid Algorithms to Flexible Intelligence The current wave of computerisation proceeds at a breathtaking pace, driven by constant technological innovations that reshape even our own ways of living. Many everyday processes are now governed by algorithms. Classical algorithms, however, are relatively inflexible tools programmed to react automatically to a predefined set of conditions; any unforeseen circumstance that falls outside their programming can throw them into deep crisis. To overcome this limitation we have created what we call artificial intelligence. AI is a markedly more flexible and dynamic instrument, capable of making autonomous choices and, crucially, of learning from experience (machine learning). In this way it can also cope autonomously with the unexpected. Yet the question remains: what is the degree of AI’s autonomy? Which choices can it actually enact? What is its relationship to the emotional sphere? Answers cannot be monolithic, because AI behaviour is tightly bound to its primary purpose (its imprinting), that is, to the function for which it is deployed. Consequently, it is useful to examine AI’s function in a series of concrete contexts. AI in Camouflage We increasingly witness, helplessly, the use of AI in wars and genocides. In the destruction of Gaza, for example, Israel has made extensive use of AI to identify and strike targets. In that case the primary purpose of the AI was to locate, hit and destroy anything designated as a target. Three AI systems currently employed by Israel illustrate this function. Lavande: cross references social media data, web content, phone intercepts and intelligence reports to locate potential targets. No presumption of innocence is built in; a single critical post can suffice for targeting. Errors are tolerated rather than corrected. Habsora (Gospel): provides precise targeting for drones or missiles; calculates collateral casualties based on target importance. Even large numbers of innocent victims may be accepted if the target is deemed valuable; pleas from victims—including children—have no impact on the system’s decision making. Where’s Daddy: tracks the location of individuals slated for elimination, even within their homes. Shares the same lack of empathy and disregard for human suffering as the other two systems. Similar AI driven drone deployments have been reported in the Russia Ukraine–NATO conflict. Regardless of the platform, the algorithmic capacity to overcome obstacles is directed solely toward the elimination of a target; any form of empathy would be treated as an operational hindrance. This use of AI runs parallel to the progressive erosion of international law and human rights safeguards, reflecting a paradigm in which domination recognises no limits. In another context, AI’s primary purpose becomes the tight control of territory. Again, Israel provides a vivid example: the occupied West Bank is monitored through high resolution cameras linked to extensive databases. AI performs facial recognition at checkpoints, assigning each passer by a risk profile (innocent, to be monitored, or dangerous) based on factors such as prior arrests, criminal records, or being a non Palestinian. The classification triggers a range of responses—longer checks, denial of entry, or outright arrest. Unlike the purely lethal logic of warfare, the control oriented use of AI relies on the interpretation of human emotional signals (nervousness, aggression, threat). Nevertheless, it similarly contributes to the dismantling of the rule of law, ushering in an increasingly authoritarian regime. Recent Italian security decrees under the Meloni government have created “red zones” where access is restricted for certain categories of people. While today these zones are policed by human officers, the development of smart city projects suggests that AI driven monitoring and, eventually, AI controlled drones could enforce entry bans in the near future. A comparable precedent occurred in China during the 2020 lockdown, when drones were used to compel wandering pedestrians to return home. AI as Top Management Tool Corporate adoption of AI for organisational planning has grown dramatically. Investigations into the exploitative conditions of gig economy riders (e.g., Glovo, Deliveroo, Amazon) reveal how algorithmic scheduling disregards basic physiological needs, allocating tasks through a virtual carrot and stick system. Workers who refuse deliveries to difficult locations are promptly excluded from future assignments. In such settings AI’s learning capacity is harnessed primarily to maximise profit. The system’s directives are incontestable: fatigue, the need to relieve oneself, or any form of human empathy are irrelevant to its calculations. This creates a labour relationship that is increasingly asymmetrical, with management reduced to an unchallengeable automated authority. Collective sabotage—disrupting the organisational structure—remains the only effective way to force the AI to confront an unforeseen situation, thereby threatening its profit maximising objective. Nevertheless, the very data that AI gathers about human behaviour can, in principle, be employed to improve organisational design, taking into account motivation and well being. Whether contemporary capitalists actually pursue such a humane orientation is a separate question. The limitation, therefore, lies not in AI itself but in the way it is currently deployed: as a tool of command rather than of collaborative facilitation. AI in the Production of Life In the digital era, a single click, a like, or an emoji can generate immense economic value. Influencers turn follower counts into fortunes; attracting traffic to a website or to a search engine translates into massive advertising revenue. In this ecosystem the interface between AI and human emotion moves from peripheral to central. Meta’s recent rollout of its own generative AI openly informs users that their interactions serve to train the system. The objective of this training is to profile users, catalogue their behaviours, and ultimately harvest them within a lucrative relational network. Each click, like, post, or reaction contributes to a continuously refined predictive model that can anticipate and steer user behaviour, later selling that data to the highest bidder. Because AI must tailor its responses to individual emotional states, a constant human AI dialogue emerges. Yet the hidden purpose of this interaction often lies in smoothing behaviour toward a common, consumerist direction, thereby reducing diversity of desire to a homogenised market demand. The blurring line between virtual and physical reality is further accentuated by AI generated images, videos, music, and immersive environments (the metaverse). As the boundary erodes, information increasingly merges with propaganda. AI enabled manipulation of visual media undermines credibility, fostering environments where people accept only the narratives that confirm their pre existing beliefs—whether those are state driven propaganda or conspiratorial discourses such as QAnon. A recent wave of lawsuits in the United States illustrates the emotional stakes: several families have reached settlements after alleging that their adolescents’ emotional attachment to AI chatbots contributed to suicide attempts or severe self harm. Consequently, before stepping through the portal of the metaverse, it may be prudent to ask the Matrix question: red pill or blue pill? I am known throughout Milan as Paolo Punx. I began participating in the movement as soon as I entered secondary school, in October 1977, while attending a technical institute. The transition from the broader movement to autonomy was swift. In the early 1980s I was one of the few autonomous punx—engaging in struggles against the prison system and Article 90, and later opposing the missile installations at Comiso and, subsequently, nuclear projects. In 1984 I moved from the province of Varese to Milan, taking an active role in the wave of occupations of social centres, in the Panther movement, in anti‑war actions, and in campaigns for a universal, unconditional basic income. Although I later returned to live in the province, I have, ever since, pursued a relentless “all‑or‑nothing” approach through a succession of initiatives. If I had to choose a soundtrack for my life, it would be the music of The Last of the Mohicans, simply because I started my activist trajectory at the very moment the 1977 movement was drawing to a close.












