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  • fascismi

    # 3 I nuovi fascismi e la riconfigurazione della controrivoluzione globale Asemic Archway Il presente testo è stato originariamente redatto come materiale per il workshop del collettivo <>, tenutosi nel marzo 2025 presso il Sitio de Memoria Providencia di Antofagasta (Cile) e intitolato Guerra, crisi e fascismi. La versione qui proposta, pubblicata originariamente sul sito del collettivo, include alcune modifiche apportate successivamente, alla luce delle discussioni e delle interazioni avute con i partecipanti e i collaboratori. Attraverso la lettura di diversi autori, il testo propone un’analisi articolata sul fenomeno del fascismo. Come sottolineano gli autori stessi, alcuni passaggi e fasi di tale riflessione risultano complessi e sfaccettati, una caratteristica dovuta alla natura stessa dell'oggetto di indagine, sempre più camaleontico e sfuggente. Nonostante ciò, gli autori riconoscono la necessità di approfondire l’analisi delle nuove forme di fascismo facendo chiarezza su come esse rappresentino oggi uno degli strumenti principali attraverso cui il capitale tenta di salvarsi dalla crisi da esso stesso generata. Pubblichiamo il testo a puntate per gentile concessione del collettivo <> e della redazioni di Ill Will  dove è apparso l’articolo proposto. Di seguito la terza puntata. Ai seguenti link è possibile leggere il primo testo e il secondo . 4.1 L'accelerazione capitalista e la NRx.  La tendenza all'accelerazione del capitale sembra puntare definitivamente a un divorzio dalla democrazia liberale e, senza dubbio, la forma specifica che risulterà da questa accelerazione suicida supera quella della gestione neoliberista dello Stato. I movimenti neo-reazionari che guidano questa cieca avanzata del capitale – come una profezia che si autoavvera – sostengono da diversi anni l'inadeguatezza della democrazia rappresentativa nella tutela della proprietà privata, accompagnata da una critica alle idee umanitarie dell'Illuminismo (egualitarismo, pensiero razionale e libertà). È il caso di parte del libertarismo (o "anarcocapitalismo") e, in particolare, di autori come Rothbard o Hans-Hermann Hoppe. Quest'ultimo è il più "radicale" - per non dire reazionario - dei due, in quanto ritiene preferibile il ritorno alle monarchie occidentali - che considera un male minore - come alternativa alle democrazie - che ritiene responsabili del declino sociale. Hoppe distingue la democrazia dalla monarchia, in quanto la prima è una forma di governo di proprietà pubblica, promossa dalla socialdemocrazia e universalizzata dopo la prima guerra mondiale, mentre la seconda è una forma di governo di proprietà privata (la monarchia), in cui il re è il legittimo proprietario di un territorio (il suo regno). L'argomento principale di Hoppe per affermare che i governi di proprietà privata sono più efficienti nella difesa della proprietà e del libero mercato è la continuità della proprietà attraverso l'eredità, che porta i re a pensare a lungo termine e quindi a mantenere una spesa fiscale minore. In definitiva, non è altro che un promotore del contrattualismo hobbesiano moderno.  Le ridicole argomentazioni pro-monarchiche di Hoppe e della proprietà privata del governo trovano una certa continuità nell'opera di altri riferimenti del movimento reazionario contemporaneo, in particolare nell' “Illuminismo oscuro”. Curtis Yarvin, Nick Land e soprattutto Michael Anissimov, le cui idee hanno trovato spazio nell'attuale governo Trump, condividono la critica di Hoppe all'egualitarismo e alla democrazia, ma la portano all'estremo.  Rispetto al libertarismo, l'Illuminismo Oscuro, o NRx, è un movimento molto più difficile da classificare e che, proprio grazie a questo alone di mistero, è riuscito a infiltrarsi in alcuni settori dell'estrema sinistra incapace di riconoscere nelle sue affascinanti posizioni filosofiche il pericolo che esse comportano. Sebbene condivida elementi centrali con l'ideologia controrivoluzionaria, possiamo trovare le sue influenze in riferimenti di tendenze ed epoche molto diverse (poststrutturalismo, fantascienza, teorie del complotto, pensiero reazionario e libertarismo). Da un lato, assume la critica all'Illuminismo e afferma una comprensione neo-hobbesiana della natura umana, posizioni che non solo danno il nome al suo movimento, ma sono parte fondamentale di una prima fase del suo progetto politico: la promozione di una figura autoritaria che gestisca la popolazione e assicuri l'accelerazione capitalista. La linea anti-illuminista seguita da Land e compagni sembra risalire alle radici del pensiero reazionario nell'opera del suo primo grande teorico: Joseph de Maistre (1753-1821).  Ma ciò che realmente differenzia la NRx da altre espressioni della controrivoluzione è la sua origine accelerazionista nella controcultura cyberpunk. La corrente neoreazionaria cattura con successo i sogni della controcultura tecno-ottimista dei primi anni '90 e allo stesso tempo la sua inversione distopica. La NRx si configura all'interno della tensione tra il primo ottimismo per il "potenziale infinito" delle reti e delle nuove tecnologie e la sua risposta critica alle tecnodistopie capitaliste, affermando la materializzazione di quest'ultima come suo fine, che nella versione più sofisticata di Land può essere descritta come «una visione dell'intelligenza artificiale capitalista di portata planetaria: un vasto sistema infinitamente capace di sopportare fratture e manipolazioni di fronte al quale la volontà umana è diventata obsoleta». Nella NRx, la negazione dei valori dell'Illuminismo non ha come obiettivo la conservazione dello status quo, ma propone piuttosto una riconfigurazione che consenta una difesa più efficiente ed estrema dell'ordine capitalista, superando in questo processo lo status quo attraverso una critica reazionaria fondamentalmente opposta a quella rivoluzionaria. Pertanto, non si verifica una completa assimilazione degli elementi caratteristici di altre tendenze più antiche, come il pro-monarchismo e l'anti-egualitarismo, ma piuttosto li trasforma in modo utilitaristico per il suo progetto politico tecno-distopico. Ad esempio, dalla preferenza conservatrice per una monarchia classica si passa alla comprensione landiana secondo cui la tendenza all'accelerazione capitalista porta all'adozione di una sorta di tecnomonarchia corporativa, come forma di gestione più efficiente per il capitale. Per i teorici della NRx, lo Stato sarebbe gestito come una società per azioni (SpA), la proprietà privata del governo sarebbe in mano a un amministratore delegato (CEO), che sarebbe proprietario del territorio e delle sue risorse, mentre l'aristocrazia sarebbe azionista di questa SpA.  Affinché questo sistema sia funzionale, Yarvin propone che questi Stati-società siano di piccole dimensioni, più simili a città-Stato. È qui che entra in gioco uno dei progetti più ambiziosi della NRx: la colonizzazione marina (o seasteading ). La costruzione di abitazioni permanenti su piattaforme marittime al di fuori della giurisdizione di qualsiasi nazione esistente. Questo progetto è promosso principalmente da Patrick Friedman, nipote di Milton Friedman e fondatore del Seasteading Institute. Come potrete notare, non è un'idea così assurda, vista l'attuale trasformazione dello Stato- nazione e la sua assimilazione alle principali corporazioni del mondo. Infatti, nella ricerca di nuove forme per sostenere il peso della guerra tecnologica, la Cina sta progettando la costruzione di una base dati marittima a 35 metri sotto il livello del mare. L'area marittima, lungi dall'essere terreno di fantascienza, è uno scenario possibile, che sta già diventando realtà.  Non è un caso che il governo Trump sia l'esempio più vicino a questa forma neo-corporativista di amministrazione dello Stato. D’altronde è noto l'interesse per l'opera di Yarvin da parte di J.D. Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, e di Steve Bannon, ex consigliere presidenziale e capo stratega del team di Donald Trump durante il suo precedente governo.  Indipendentemente dal fatto che gli esercizi prefigurativi di teoria-finzione della NRx si rivelino efficaci o meno —quella che Land definisce “iperstizione”, una finzione che genera il futuro che predice—, è evidente che l’accelerazione della macchina capitalista nella sua attuale fase di decadenza civilizzatrice mostra come la forma del capitale oggi trascenda quelle precedenti. Per questo motivo, non dobbiamo leggere i fenomeni reazionari attuali, incarnati da figure come Trump o Milei, come prodotti compiuti, ma come momenti di un processo ancora in divenire, in continua evoluzione. Discutere se siano o meno fascisti è meno rilevante rispetto alla consapevolezza che la loro attuale configurazione materiale riflette la crisi strutturale del capitale. Lo studio del reazionario diventa così uno strumento pratico per contribuire all’abolizione dei rapporti sociali capitalistici che li generano, ossia per confrontarsi in maniera radicale con il capitale e le sue categorie fondamentali. Secondo la visione accelerazionista, il capitalismo si abbatte su di noi come una mostruosità liquida e acceleratrice, capace di inglobarci: e, secondo Land, va accolto come tale. La storia del lavoro schiavistico e della lotta di classe, letteralmente mostruosa, viene oscurata nella figura dell’iperstizione del mostro lovecraftiano Shoggoth, simbolo di dinamismo liquido e acceleratore. L’orrore di questo scenario comporta l’oblio della lotta di classe —anche in forma fittizia o dubbia— e l’abolizione dell’attrito, a favore di un’immersione totale nel flusso del capitale. Fascismo e democrazia.  È innegabile che la narrativa dell’avvento del fascismo abbia una particolare utilità, e non sorprende il suo rilancio in corrispondenza di ogni periodo elettorale. Il processo è piuttosto semplice: rispondere alla minaccia fascista con l’unità dell’insieme della società civile in un unico Fronte, la cui pratica si traduce nelle urne e, talvolta, anche in scontri di piazza e proteste. L’obiettivo è sempre lo stesso: proteggere la democrazia dalla minaccia dittatoriale del fascismo. O, più precisamente, difendere un capitalismo moderato. Il fascismo è l’adulazione del mostro statale; l’antifascismo è la sua apologia più sottile. La lotta per uno Stato democratico consolida inevitabilmente lo Stato e, invece di estirpare le radici del totalitarismo, ne stringe le grinfie sulla società .  Partendo dall’analisi situata del fascismo razziale di Angela Davis e George Jackson, già discussa all’inizio, emerge la particolare forma di sopravvivenza del fascismo all’interno delle democrazie, che permette di parlare oggi di fascismi democratici. Ne consegue che la pratica antifascista, concepita come difesa della democrazia intesa come male minore, risulta inefficace e, di conseguenza, destinata a fallire. Questa conclusione non appartiene solo agli autori radicali neri: già Amadeo Bordiga, nel 1921, durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista, metteva in guardia sul vero carattere della democrazia: La democrazia borghese agisce tra le masse come un mezzo di difesa indiretta, mentre l'apparato esecutivo dello Stato è pronto a ricorrere a mezzi violenti e diretti, non appena gli ultimi tentativi di attirare il proletariato sul terreno democratico saranno falliti Allo stesso modo, nella sua denuncia del fascismo due anni dopo, lo comprendeva non come una rottura imminente con la democrazia borghese, poiché questo proveniva da essa: «Il fascismo incorpora la lotta controrivoluzionaria di tutte le forze borghesi alleate e per questo motivo non è necessariamente obbligato a distruggere le istituzioni democratiche». Ciononostante, la critica alla democrazia non accompagnò la critica al fascismo, per cui divenne opinione comune la convinzione che esista una totale opposizione tra la democrazia e il fascismo.  L’analisi di Davis e Jackson sul fascismo razziale e democratico si colloca a oltre quattro decenni di distanza dal fascismo denunciato da Bordiga. La possibilità di un fascismo democratico era già insita nella forma originaria del fascismo della prima metà del XX secolo? Giorgio Agamben, in Stato di eccezione , sottolinea un punto cruciale: né Hitler né Mussolini salirono al potere con un colpo di Stato.  Mussolini era il capo del governo, investito legalmente di tale carica dal re, così come Hitler era il cancelliere del Reich, nominato dal legittimo presidente. Ciò che caratterizza sia il regime fascista che quello nazista, come è noto, è che entrambi hanno permesso il mantenimento delle costituzioni in vigore (rispettivamente lo Statuto Albertino e la Costituzione di Weimar) – secondo un paradigma che è stato acutamente definito come "Stato duale" – affiancando alla Costituzione legale una seconda struttura, spesso non formalizzata giuridicamente, che poteva esistere accanto all'altra solo grazie allo stato di eccezione. Il termine "dittatura" è del tutto inadeguato per descrivere tali regimi dal punto di vista giuridico, così come d'altra parte l'opposizione secca democrazia/dittatura è equivoca per un'analisi dei paradigmi di governo oggi dominanti. Sebbene l’attuazione dello stato di eccezione da parte dei regimi fascisti non fosse una novità, non ne fu nemmeno una caratteristica esclusiva. Lo stato di eccezione ha origini nella Francia rivoluzionaria e la sua applicazione secondo legge si riscontra lungo tutto il secolo successivo, in particolare durante la repressione della Comune di Parigi nel 1871. Durante la Prima guerra mondiale si diffuse come politica generalizzata, e successivamente fu adottato dalle democrazie liberali in crisi a causa della guerra e della Grande Depressione, come nel caso di Franklin D. Roosevelt negli Stati Uniti, ma anche per reprimere insurrezioni operaie. Una volta saliti al potere, fascismo e nazionalsocialismo sfruttarono pienamente il corpus normativo preesistente, la cui riorganizzazione —soprattutto in Germania— proseguì la linea dei governi socialdemocratici. L’apparato costituzionale delle democrazie liberali, che includeva la sospensione legale della costituzione e dei diritti fondamentali attraverso lo stato di eccezione, servì da transizione per l’installazione delle macchine da guerra fasciste e naziste nella loro forma più completa durante la Seconda guerra mondiale. La differenza tra i nuovi fascismi e quelli del passato non risiede nella possibilità di insediarsi all’interno di un quadro democratico, già presente, ma nel modo in cui le democrazie odierne hanno perfezionato le politiche fasciste, consentendo l’uso dello stato di eccezione anche all’interno del quadro democratico. Ciò ha permesso, ad esempio, la costruzione di un’industria intorno al crimine e all’insicurezza, come giustificazione per l’adozione di tali politiche: basti pensare alla politica quasi continua dello Stato di eccezione costituzionale in Cile dal 2019, che si è manifestata come stato di catastrofe durante la pandemia e come stati di emergenza nella “macrozona sud”, con la militarizzazione dell’Araucania, e nel nord per la crisi migratoria. In tal modo, lo stato di eccezione diventa strumento centrale di gestione della popolazione in eccesso generata dal capitale. L’emarginazione fino alla povertà e la promozione dell’economia informale come unica forma di sopravvivenza, necessaria per la produzione di valore, si accompagnano alla repressione sistematica dello Stato e all’aumento dei finanziamenti a polizia e forze armate. Negli ultimi trent’anni di egemonia neoliberista, è diventato comune invocare la difesa della democrazia e dell’ordine, affinché lo Stato dispieghi politiche di persecuzione, repressione e incarcerazione contro “gruppi sovversivi” o “antisociali”, spesso bollati come terroristi, che in realtà includono lavoratori precari, anziani con pensioni minime e donne vittime di violenza sessuale. Scioperi, manifestazioni e blocchi stradali vengono repressi in nome del diritto al lavoro, della difesa della proprietà privata e della libera circolazione. Il fascismo storico ha svolto un ruolo centrale nella riconfigurazione dello Stato contemporaneo, assimilando e perfezionando le forme della controrivoluzione fascista del XX secolo, rendendo possibile il loro impiego senza la necessità di un governo fascista formalmente costituito. L’incorporazione del “fascismo” si manifesta attraverso strategie e tattiche repressive, un corpus giuridico e un uso particolare dell’apparato burocratico diretto verso «popolazioni razzializzate e subalterne, la cui stessa esistenza è percepita come una minaccia», da cui derivano i confini porosi tra “criminale” e “prigioniero politico” L’espansione dell’esperienza razzializzata della negazione dei diritti civili al resto della popolazione è una caratteristica centrale dell’apparato repressivo statale e della sua criminalizzazione estensiva. Il “diritto penale del nemico”, teorizzato da Günther Jakobs, viene applicato a categorie di “nemici” sempre più ampie. L’attuale governo Trump, ad esempio, arresta manifestanti contro il genocidio a Gaza, mentre agli immigrati —in gran parte studenti e accademici— vengono revocati visti e carte verdi per l’espulsione. Nessun settore della popolazione è esente dal rischio di essere classificato come nemico. Ma la persecuzione di un numero così vasto di persone richiede la collaborazione attiva e passiva della popolazione civile, che attualmente è configurata sotto il dispositivo della cittadinanza. Le ricompense per le denunce contro i manifestanti e le persone legate ad azioni dirette sono diventate comuni, come già lo erano durante le dittature sudamericane. In Argentina, nel contesto delle manifestazioni dei pensionati, Patricia Bullrich, ministro della Sicurezza del governo di Javier Milei, ha assicurato che sarebbero state pagate ingenti ricompense a chi denunciasse coloro che "alterano l'ordine pubblico". Allo stesso modo, l'arresto di Mahmoud Khalil, attivista e studente palestinese di laurea magistrale, è stato possibile grazie "a una attiva delazione da parte di colleghi anonimi della stessa Columbia Universiry che avevano documentato la sua partecipazione alle reti studentesche in solidarietà con la Palestina". . E nel dicembre dello scorso anno, durante le indagini sull'uccisione di Brian Thompson, amministratore delegato della UnitedHealthCare ( la principale compagnia di assicurazioni degli Stati Uniti), il presunto colpevole, Luigi Mangione, è stato catturato grazie alla denuncia di un dipendente di una catena di fast food. La linea legale che separa chi è o considerato un "criminale" o "antisociale" dall'essere un cittadino come gli altri si riduce al fatto che questi collabori o meno alla repressione del primo.  Con il pretesto dell’antiterrorismo come della lotta contro la «criminalità organizzata», ciò che si disegna di anno in anno è la costituzione in materia penale di due diritti distinti: un diritto per i «cittadini» e un «diritto penale del nemico». È un giurista tedesco, apprezzato a suo tempo dalle dittature sudamericane, che lo ha teorizzato. Si chiama Günther Jakobs. La feccia, gli oppositori radicali, i «teppisti», i «terroristi», gli «anarchici», in breve: l’insieme di quelli che non provano abbastanza rispetto per l’ordine democratico in vigore e che rappresentano un «pericolo» per «la struttura normativa della società»; Günther Jakobs nota che a questi, in misura sempre maggiore, viene riservato un trattamento derogatorio del normale diritto penale, fino a non rispettare più i diritti costituzionali. Non è logico, in un certo senso, trattare da nemici quelli che si comportano come «nemici della società»? Non stanno «escludendosi dalla società»? E non si dovrebbe ammettere allora l’esistenza, per loro, di un «diritto penale del nemico» che consiste giustamente nell’assenza completa di ogni diritto? Epilogo: consigli per superare il fascismo totale - asperità concettuali e rivoluzionarie.  Di: Amapola Fuentes.  Pascal aveva un abisso che con lui s’agitava. – E tutto è abisso! – Azioni, desideri, sogni, parole! E sui miei peli tutti ritti sento spesso passare il vento della Paura. In alto, in basso, ovunque, profondità, silenzio, spazio che spaventa e attira… Dio, col suo dito sapiente, in fondo alle mie notti segna un incubo multiforme e senza tregua. Ho paura del sonno come si ha paura d’un gran buco, tutto pieno di vago orrore, che porta chissà dove; da ogni finestra non vedo altro che infinito, e il mio spirito, sempre ossessionato di vertigine, invidia l’insensibilità di questo nulla. – Potessimo non uscire mai dai Numeri e dagli Esseri!  L'Abisso, Charles Baudelaire, 1868.  Se il testo è stato complesso e, a tratti, sembrava aver perso il filo iniziale, è perché il fenomeno del fascismo e i suoi sviluppi teorici e pratici sono complessi, ma necessari da comprendere. La storiografia del concetto di fascismo e delle sue diverse espressioni è qualcosa che a volte perde le tracce, e noi ci impantaniamo in quel fango. Dobbiamo allontanarci dallo stereotipo secondo cui "diciamo che tutto è fascismo". No, non tutto lo è, ma ci sono molti fenomeni odierni che non rispondono al fascismo storico e che tuttavia fanno parte delle sue nuove tendenze. Soprattutto quelli che chiamiamo accelerazionisti, che nella loro forma più comune attraverso mega-aziende multinazionali legate alle nuove tecnologie e alla ricerca tecnico-produttiva, hanno come progetto quello di generare l'obsolescenza della maggior parte dell'umanità.  Cioè sostituire definitivamente la manodopera umana in un processo di automazione globale del capitale, facendo esplodere nel processo i suoi prerequisiti di esistenza e di produzione di valore. Questi deliri, molto nello stile di Nick Land, non sono senza senso, ma fanno parte di un progetto capitalista comune. Tesla, Defense Advanced Research Projects Agency, Aldebaran, Meka Robotics, tra le altre, sono alcune delle aziende che promuovono la ricerca e la produzione di un'entità tecnica che sostituisca l'umanità nelle sfere riproduttive del capitale. Né le fantasie speculative di Land, né la tecnofobia neoluddista sfuggono alla realtà catastrofica del presente: è urgente trovare una via d'uscita reale diversa dalle proposte reazionarie, che costituisca quindi la base di qualsiasi progetto rivoluzionario.  Nel frattempo, da altre prospettive reazionarie, più che accelerazioniste, si propone un rallentamento della macchina capitalista, che per altro non è possibile, né auspicabile da un punto di vista rivoluzionario. Non è possibile rallentare una macchina affinché continui il suo movimento necrofilo, ma con minore intensità. Comprendendo ciò, il rallentamento si traduce in una difesa locale degli effetti diseguali della tendenza distruttiva del capitale. Se le diverse forme reazionarie hanno in comune la persistenza di uno spirito arcaico, nostalgico delle vecchie forme organizzative ed esistenziali, ciò che le distingue è l'assenza della componente rivoluzionaria. Il rallentamento è puramente conservatore, e sul piano pratico si traduce nell'adozione di una strategia di difesa selettiva, per la conservazione e/o il recupero di alcune forme particolari di esistenza all'interno di un territorio specifico.  La facilità con cui la popolazione aderisce ai loro discorsi basati su pratiche che sembrano così comuni e innocenti come la difesa dell'ambiente naturale e il rifiuto dell'individualità capitalista, ma intese attraverso la difesa della proprietà e l'esaltazione patriottica della "comunità nazionale", genera un grande pericolo. Non è difficile vedere oggi come si siano diffusi discorsi con tinte xenofobe, basati sulla necessità del fascismo di installare la paura di questo o quell'altro nemico, provocando estraneità e rancore, e di fronte al quale sorge l'urgenza di difendersi e di richiedere politiche pubbliche e di sicurezza al riguardo.  I settori progressisti della società non sono immuni alle varianti reazionarie della crisi; piuttosto, si mescolano con esse e le promuovono. Potremmo citare innumerevoli esempi del passato, ma ne prenderemo uno degli negli ultimi giorni: in Cile il settore della pesca artigianale ha iniziato a mobilitarsi e a protestare contro il ritardo nell'approvazione della legge sulla divisione delle quote di pesca. Ciò ha influito sull'economia locale e ha avvantaggiato aziende come Marfood, Orizon e Blumar. Per coincidenza, in questo contesto di agitazione, un peschereccio artigianale chiamato Bruma è “scomparso” con sette persone a bordo.  Pochi giorni fa è stato rivelato che la barca non è affondata né scomparsa per magia, ma per mano del capitale e dei suoi complici. È stata speronata dalla Cobra, un peschereccio industriale di proprietà della compagnia Blumar. Perché associamo questo evento alla svolta reazionaria dei settori progressisti? Perché i social network e i media sono pieni di risposte che accusano la corporazione dei pescatori di essersi schierata con il fronte del rechazo durante la stesura della Nuova Costituzione del 2022 e che, quindi, dovrebbero “godersi ciò per cui hanno votato”. In altre parole, da questi settori progressisti di “sinistra”, è del tutto coerente che un settore della classe sfruttata, non avendo preso parte a uno slogan o a un momento specifico, meriti la morte per mano delle attuali forze di sicurezza - complici dello Stato, dei suoi agenti repressivi e delle corporazioni nella criminalizzazione della protesta. Qui vediamo chiaramente il carattere nostalgico e irrazionale dei movimenti reazionari: l'“altro” viene definito come il nemico (coloro che hanno votato per “rifiutare” la costituzione) la cui eradicazione ripristinerà la stabilità, e che perdono il loro status di esseri umani, essendo invece visti come poco più che un ostacolo a un fine: una nuova costituzione femminista, ecologica - e tanti altri aggettivi - per il Cile. In pratica, invece di alterare l'espressione locale del modello economico capitalista, lo ha legittimato durante un periodo di rivolta che aveva messo in discussione la logica capitalista.  Questo discorso non è solo moralista, ma genera una linea di demarcazione immaginaria tra le classi oppresse, diventando al contempo una disposizione a favore dell'attuazione di necropolitiche per colpire chi è già riconosciuto come altro , che perde la sua condizione di essere umano e, quindi, è legittimamente minacciato di morte all'interno dei discorsi fascisti neoreazionari del presente.  Non ripeteremo l'errore di dichiarare che tutto è fascismo, perché così facendo lo rendiamo omogeneo e, allo stesso tempo, significa che nulla è più fascismo. Tuttavia, nella vita quotidiana, possiamo riconoscere innumerevoli azioni che contengono i semi latenti del fascismo e che rischiano di far germogliare alcune delle sue espressioni, con il pericolo di riprodurre le atrocità che si sono verificate in passato e che potrebbero verificarsi nel presente, in un'era di armamenti in cui l'energia nucleare è diventata l'eccezione permanente. §  Il tentativo di questo testo è quello di chiarire come il fascismo storico sia emerso, mutato, si sia adattato ai contesti e si sia evoluto, proprio per poter riconoscere la latenza delle sue nuove forme e non ignorarla. Stiamo vivendo un'epoca turbolenta, piena di eventi sconcertanti in cui i concetti hanno confini sfumati, si trasformano e rendono estremamente difficile classificare ciò che stiamo vivendo. Bene, questo è un tentativo parziale di guardare attraverso la confusione del presente e riconoscere le tendenze dello sviluppo della crisi capitalista e le reazioni che ne derivano, per — e a partire da esse — configurare la messa in pratica del comunismo come abolizione del capitalismo e dei rapporti sociali che lo riproducono, attraverso la produzione di misure immediate che sopprimano la frammentazione della vita sociale.

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    Wu Ming 1 – presentazione de “Gli uomini pesce”, Cascina Torchiera, Milano De Villo Sloan Nel dialogo tra Wu Ming 1 e Tobia D’Onofrio, tenutosi a Cascina Torchiera di Milano in occasione della presentazione de Gli uomini pesce, emergono i temi centrali del romanzo e del metodo di lavoro dell’autore. Il libro intreccia memoria partigiana, crisi climatica e condizione post-pandemica, contrapponendosi alla rimozione collettiva del periodo del Covid-19. Wu Ming 1 riflette sul ruolo politico e critico della scrittura, che deve sfidare l’oblio e l’adeguamento. Attraverso l’uso della speculative fiction e l’ibridazione tra ricerca, inchiesta e narrativa, l’autore sperimenta nuove forme di racconto in cui la dimensione fantastica diventa strumento per indagare il reale. Tale approccio, già presente nei precedenti lavori (Un viaggio che non promettiamo breve, Se vi va bene bene, se no seghe, La Q di Qomplotto), si concretizza ne Gli uomini pesce in un “oggetto narrativo non identificato” che mescola fatti, memorie e invenzione per interrogare criticamente il presente. Concludiamo le riflessioni intorno al volume   di Wu Ming 1,  Gli uomini pesce , con una parte del dialogo che si è tenuto a Cascina Torchiera di Milano in occasione della presentazione . Tobia D’Onofrio: «A nome di Cascina Torchiera e di Bibliotork Interzona Caronia [1] diamo il benvenuto a te e a tutto il collettivo Wu Ming perché, dopo tanti anni, restate un punto di riferimento importante per tutte le persone che attraversano questo spazio libertario. Due anni fa siete venuti in Torchiera a presentare Ufo 78 [2], un romanzo in cui, tra i ringraziamenti, figura proprio Antonio Caronia, l’esperto di post-umano che dà il nome alla nostra biblioteca/archivio. Nella figura di questo intellettuale che ha segnato la vita di molte e molti di noi abbiamo dunque già individuato un punto di contatto. Questa volta, invece, ritorni come Wu Ming 1 a presentare l’ultimo lavoro Gli uomini pesce  [3] - titolo che omaggia un episodio del fumetto Necron  di Magnus [4] - e mi pare che ci siano almeno due aspetti del libro che risuonano nelle anime di chi frequenta questo luogo autogestito. Il primo è il fatto che il giallo si dipani attraverso una rete di relazioni forti tra i personaggi, di natura fisica, in carne e ossa, faccia a faccia. Legami ombelicali, spesso di un’intimità profonda, che sanno muovere il mondo con potenza che sconfina di generazione in generazione. Il secondo è forse il riferimento che ricorre maggiormente nel romanzo, trattato abilmente con leggerezza, ovvero la pandemia di Covid19, un tema che ci appartiene sensibilmente. All’epoca del lockdown, infatti, questa cascina occupata, che da un lato era impegnata sul fronte delle cosiddette Brigate di emergenza , assunse posizioni assai differenti dalla maggior parte delle realtà considerate affini. Nel clima asfissiante di silente obbedienza, non fu facile incontrare voci critiche, e la vostra fu la prima a esprimersi in termini condivisibili sul sito di Wu Ming Foundation [5]  e forse l’unica che ha continuato per tre anni a riflettere sull’argomento [6]. Oggi, leggere come Gli uomini pesce  si opponga a questa sorta di rimosso collettivo rispetto al periodo pandemico è stato confortante e utile a rimettere in prospettiva un momento cruciale e terribile della nostra storia». Wu Ming 1: «C'è questo nesso nel romanzo. Ci sono la guerra partigiana e la crisi climatica; tra i tanti temi questi sono forse i due principali, ma l'altro è la condizione post-pandemica di cui parli tu. Molte recensioni stanno dicendo che questo è probabilmente addirittura il primo, o comunque uno dei primi romanzi che mettono a tema la pandemia, come l'abbiamo vissuta, quali ferite ci sono rimaste. Io dico sempre che non sono sicuro del fatto che sia il primo: escono tantissimi romanzi che magari non intercetto io e che non ha intercettato chi ha recensito Gli uomini di pesce . Può darsi che qualcuno con minor visibilità abbia provato già a scrivere. Di sicuro i colleghi e le colleghe più conosciuti non si sono minimamente curati di questa cosa, hanno assecondato l'andazzo generale di dimenticarsi, di accantonare, di rimuovere quello che è successo in quei due anni, di non pensarci più. Ora io non penso che sia questo che devono fare scrittori e scrittrici, intendo adeguarsi. Penso sempre che lo scrittore, la scrittrice, debbano contrastare l'andazzo generale con le loro storie, e mi fermo qui». Tobia: «Come al solito il tuo approccio scientifico alla ricerca su fatti realmente accaduti si intreccia con la fiction letteraria e la lettura di ogni vostro lavoro è sempre una sfida stimolante, perché si è continuamente tentati di andare a verificare le fonti, se il tale nome, il tale film o la tale canzone esistano davvero, oppure no». […] Sara Molho: «Lavori tra favola speculativa e fatto scientifico. […] Nel libro c’è una sorta di urgenza del racconto e di con-ricerca, portata avanti con i metodi propri della ricerca sociale, che ritornano nel lavoro tradizionale di questo e di altri tuoi libri». Wu Ming 1: Grazie. Ne Gli uomini pesce  ci sono tutti questi momenti che fanno parte della ricerca: c'è l'osservazione partecipante, l'autobiografia, il memoriale di Ilario che dà il titolo al libro stesso, l'intervista, la macchina del vento… La macchina del vento [7] , il mio romanzo precedente, in realtà è un libro all’interno di questo libro, perché si scopre che non è altro che la trascrizione di una serie di interviste fatte a Erminio Squarzanti sul periodo in cui era confinato a Ventotene. Dovevano servire per una tesi di laurea su di lui, ma quella tesi non è stata accettata dal relatore, e quindi quella trascrizione è rimasta inutilizzata e poi è scomparsa. Quando io ho scritto La macchina del vento , sapevo già che avrei scritto Gli uomini pesce , e quindi sapevo che sarebbe stato un libro nel libro. Lì c’è proprio il metodo dell'intervista, dell'autobiografia, tutti questi momenti. Prima Sara ricordava l'intervista con Valerio Minnella, Se vi va bene bene, se no seghe [8] , che è il libro sulla storia di Valerio, dalle lotte antimilitariste fino allo sgombero di Radio Alice [9] e oltre, perché lui è ancora attivo, arzillo e l'altra sera era anche alla presentazione de  Gli uomini pesce  a Bentivoglio. Lì abbiamo adottato un metodo molto strano, molto particolare, nel senso che da quelle interviste fiume che abbiamo fatto io e Filo Sottile a Valerio, abbiamo poi tratto non una trascrizione di intervista, ma una sorta di trasmissione di Radio Alice che va avanti ad libitum e ogni tanto si trovano davanti al microfono anche persone che non siamo noi, altri personaggi che intervengono, tra cui la radio stessa, Alice. Abbiamo usato questo metodo per inserire il fantastico dentro l'intervista, per far sì che non fosse solo la trascrizione delle conversazioni che abbiamo avuto, ma che fosse trasfigurata, andasse oltre, ci fosse un livello meta . Questa è una cosa che mi interessa molto: l'uso del fantastico , l'uso della speculative fiction  nell'inchiesta, lo sfondamento nel visionario, però nell'inchiesta. È una cosa che avevo già provato a fare in un'altra maniera, in Un viaggio che non promettiamo breve [10] , perché quella era una storia, una ricostruzione. Lì ho utilizzato il metodo etnografico, un lavoro sul campo da antropologo per tre anni alle manifestazioni in Val di Susa, ricostruendo al tempo stesso tutta la storia della valle, quindi anche un lavoro geografico, dato che la domanda era geografica: perché proprio in Val Susa? Perché un movimento come quello NoTav è nato e si è radicato proprio lì? Quali sono i fattori, qual è la particolarità del territorio che l'hanno reso possibile? Ho cercato di rispondere, però ho adottato anche il metodo etnografico, ma a un certo punto ci sono i capitoli soprannaturali, perché ho detto che va usato anche questo per fare inchiesta.  Volevo rendere l'idea di quanto fosse assurdo il progetto della Torino-Lione e di quanto fosse demenziale tutta la nube di discorso per giustificarla, piena di supercazzole, di paralogismi, di idiozie, però mi rendevo conto, ed è una cosa che poi ho approfondito ne La Q di Qomplotto [11] , dei limiti del debunking, del fact-checking. Cioè, io posso anche dimostrare fattualmente che sono tutte stronzate, ma non riesco comunque a rendere l'idea di quanto lo sia, a farlo provare davvero a chi legge. Che poi, appunto, sono degli argomenti insensati, dei paralogismi, dei ragionamenti fallati, dei bias  cognitivi che però hanno degli effetti tragici, perché il territorio viene deturpato, la gente viene arrestata, mandata in galera, ferita, eccetera. È una cosa che fa orrore, allora mi son detto: devo ricorrere all'horror. Mi sono inventato l' Entità .  L'Entità è praticamente tutta questa nube di discorsi tossici che circonda la Torino-Lione che diventa senziente, diventa un essere e a un certo punto si incarna nel cantiere, in Val Clarea, secerne con una bava il filo spinato, quello fatto di lamette, che chiude il cantiere e poi compie tutta una serie di azioni in Valle. Quello lì è uno sfondamento strano per chi legge. Fino a quel momento lì il lettore ha trovato fatti, documenti, verifiche, riscontri, fonti, un'inchiesta fattualmente precisissima e poi all'improvviso arriva l' Entità  e ci sono dei capitoli ibridati di fiction e fatti reali dove il cantiere è senziente e se ne accorge una persona sola che è un'attivista che si chiama Turi Vaccaro, realmente esistente, a cui faccio compiere le stesse azioni che ha compiuto davvero, però in sfida all' Entità . È un'ibridazione fortissima, però è ancora dentro il fare inchiesta, è ancora dentro il fare ricerca: l’uso della fiction speculativa all’interno di un’inchiesta documentatissima […] È uno strumento forte, è un'altra tecnica. Tutto questo interrogarsi che c'è stato negli ultimi anni dentro al collettivo sull'oggetto narrativo non identificato, è poi finalizzato a questo, cioè a come possono essere utilizzate delle tecniche che vengono da altrove in un contesto come questo. Quindi Un viaggio che non promettiamo breve , Se vi va bene bene, se no seghe  e anche  La Q di Qomplotto  erano quel tipo di sperimentazione. Gli esempi che abbiamo fatto adesso sono sì ibridi, hanno tecniche letterarie, elementi romanzeschi, eccetera, però in buona sostanza potrebbero essere definiti dei saggi, invece Gli uomini pesce  è proprio un romanzo, e il movimento è quell'inverso: ogni tanto sfondare nell'altra direzione, quindi metterci dentro veri geografi, vere ricostruzioni del territorio, veri concetti usati in geografia. E poi quel gioco del perturbante, del chiedersi continuamente ma questo è vero o falso, è un po' la cifra di tutti i nostri ultimi libri. Mi ricordo che a Pisa uno di noi è andato a presentare Ufo 78 ed è tornato abbastanza turbato per una conversazione avuta con un lettore, perché questo lettore, che aveva fatto anche delle domande molto belle durante la presentazione, poi si era fermato a parlare e dopo un po' aveva detto: adesso comunque voglio leggere tutti i libri di Martin Zanka! E quando gli è stato detto che ce l’eravamo inventato, gli è crollato il romanzo addosso». Note [1]   https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/   [2] Wu Ming, Ufo 78 , Einaudi, 2022 [3]  Wu Ming, Gli uomini pesce , Einaudi, 2024 [4]  Magnus, Necron. La balena d'acciaio-Gli uomini pesce (Vol. 4) , Blue Press, 1991 [5]   https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/la-viralita-del-decoro/?fbclid=IwY2xjawI5eTRleHRuA2FlbQIxMQABHWYvc_nfPOIXjYxXH4lyhW6i-p43Ark1cwm2cVMWPZ8C5DegvyZVNjVWRA_aem_ACztcUcJSkZmJCV6kB9KZQ   [6]   https://www.wumingfoundation.com/giap/tag/critica-dellemergenza-pandemica/   [7]  Wu Ming 1, La macchina del vento , Einaudi, 2019 [8]  Valerio Minnella - Wu Ming 1 - Filo Sottile, Se vi va bene bene se no seghe. Dall'antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là, Alegre, 2023 [9]  Emittente radiofonica bolognese di area militante nata nel 1976 [10]  Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve , Einaudi, 2016 [11]  Wu Ming 1, La Q di Qomplotto: QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema , Alegre, 2021

  • scienza e politica

    # 6. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. L’esperienza del ‘laboratorio’ di Ponticelli Miekal And Da circa un anno e mezzo, il Laboratorio di partecipazione – Ponticelli di cura riunisce pazienti, operatrici sanitarie e abitanti del quartiere di Ponticelli (Napoli) in un percorso partecipativo volto a leggere i bisogni del territorio e promuovere azioni condivise per la salute. Il progetto nasce nell’ambito della Sperimentazione di Cure Primarie di Ponticelli, ispirata ai principi della Primary Health Care e finalizzata a costruire un modello di cura integrato, multidisciplinare e partecipato. Il laboratorio assume una prospettiva critica e politica della salute, riconoscendola come diritto collettivo e frutto di relazioni solidali, non di logiche di profitto o gerarchie medico-paziente. A Ponticelli, contesto segnato da forti disuguaglianze sociali e sanitarie, la partecipazione diventa strumento di empowerment comunitario e di “salute dal basso”. Attraverso attività come focus group, mappature partecipate e progetti di rigenerazione urbana (tra cui la riqualificazione di un parco pubblico), il gruppo ha attivato iniziative di socialità e benessere — come il Gruppo di camminata, il Gruppo di lettura e collaborazioni con l’orto urbano locale — con l’obiettivo di rafforzare i legami di comunità e riscoprire la cura come pratica collettiva e trasformativa. Da circa un anno e mezzo, come gruppo misto composto da pazienti, operatrici sanitarie e abitanti del territorio di Ponticelli, stiamo portando avanti un processo partecipativo volto alla lettura dei bisogni del quartiere e alla costruzione di azioni condivise per la promozione della salute. Il gruppo, che si riunisce nella forma di “Laboratorio di partecipazione - Ponticelli di cura” è stato promosso dalla Sperimentazione di Cure Primarie di Ponticelli, una collaborazione tra la medicina generale e il privato sociale, con l’obiettivo di favorire il coinvolgimento attivo della popolazione. La Sperimentazione si ispira ai principi della Primary Health Care di tipo “comprensivo”, e tenta di costruire un modello di cura integrato, multidisciplinare, multisettoriale e partecipato. Questa impostazione “sperimentale” nasce dal desiderio (e dalla necessità) di portare all’interno di un servizio dell'Azienda Sanitaria Locale (ASL) - come la medicina generale - un approccio maturato negli anni attraverso esperienze di autogestione nei collettivi, negli ambulatori popolari e in altri spazi di attivismo per la salute. Per il momento infatti nonostante nella Sperimentazione ci lavorino attori istituzionali, non viene riconosciuta dall’ASL in tutte le sue attività di partecipazione e promozione della salute, che sono pertanto rimaste su base volontaria. In questo senso, il nostro lavoro rappresenta un tentativo concreto di adottare una prospettiva critica, che riconosce il potere come una variabile centrale nella ricerca, nella politica e nella programmazione sanitaria. Il quartiere dove è nata la Sperimentazione è Ponticelli — periferia est di Napoli — un quartiere in cui le difficoltà legate a carenze nei servizi e nei trasporti, all’elevata densità abitativa e alla forte presenza di disoccupazione e povertà si traducono in una qualità e aspettativa di vita significativamente inferiori rispetto ad altri contesti cittadini. Un territorio dove le disuguaglianze in salute sono così evidenti che impongono una revisione radicale della pratica di cura in connessione con le istanze di trasformazione dell’esistente. Gli anni di attivismo all’interno degli ambulatori popolari e nei percorsi di autogestione ci hanno infatti insegnato ad inquadrare le problematiche di salute a partire dai determinanti sociali da cui derivano, a organizzare i servizi in base ai bisogni e a trovare le soluzioni con chi vive quei bisogni quotidianamente, mettendo in discussione l’autorità del sapere medico e il rapporto gerarchico medico-paziente. Riconoscere che la salute e la malattia non sono dominio esclusivo della biomedicina significa valorizzare quei saperi che agiscono oltre il corpo fisico e che, in una prospettiva interdisciplinare, tengono presente la complessità della persona e del contesto sociale, politico e culturale. Nel nostro lavoro di équipe all’interno della Sperimentazione di Cure Primarie, questa tensione si traduce nella costruzione di un percorso animato da diverse figure professionali — non solo sanitarie, ma anche psicologiche, antropologiche e sociali — che operano in rete con i servizi socio-sanitari del territorio (strutture intermedie, ospedali, pediatria di base, centro di salute mentale, ambulatori specialistici per patologie croniche, strutture riabilitative per adulti e bambini). In un processo di confronto continuo tra noi, i servizi di salute e chi ne usufruisce. La partecipazione viene spesso utilizzata come metodo per migliorare l’efficacia o l’accesso ai servizi. Nel nostro percorso abbiamo piuttosto osservato le forme che rafforzano i legami tra le persone al fine di promuovere “la salute dal basso”. Il processo partecipativo che stiamo costruendo vuole rompere con la tradizionale relazione medico-paziente, attivando invece un coinvolgimento reale delle comunità nella costruzione condivisa della salute stessa: non più oggetti della scienza e utenti dei servizi di salute ma soggetti attivi dei processi di cura. La dimensione etica di questo approccio si fonda sull’idea che la salute sia un diritto collettivo, realizzabile solo all’interno di comunità di cura solidali. Per questo, le forme istituzionali e le reti che generano cura non possono basarsi su logiche di profitto, ma devono fondarsi su servizi socializzati, in cui le abitanti partecipano attivamente alla pianificazione e alla realizzazione.  La salute è una questione politica e quindi di partecipazione: da questa idea nasce il laboratorio Ponticelli di cura. Gli incontri del Laboratorio si tengono mensilmente ed in quest’anno il gruppo ha realizzato un riconoscimento dei bisogni di salute nel quartiere, attraverso focus group e mappatura partecipata, e sulla base di questo lavoro ha poi identificato possibili aree di intervento. Tra le priorità emerse, il gruppo ha deciso di dedicarsi alla riqualificazione di un parco del quartiere come luogo di aggregazione sociale, avviando un processo di partecipazione comunitaria al suo interno. Dopo una fase di indagine sul campo ed incontri con le associazioni del terzo settore già attive, il gruppo ha realizzato una “mappa del cambiamento desiderato”, mediante la definizione di obiettivi e strategie a lungo termine. Sono stati organizzati eventi di promozione della salute con chi vive questo spazio, come i volontari dell’orto urbano, in modo da farlo conoscere nel quartiere, rendendolo piú attraversabile e valorizzandolo come luogo di aggregazione. Da gennaio 2025 ad oggi, le strategie proposte hanno portato alla formazione del “Gruppo di camminata autorganizzato” e del “Gruppo di lettura”. Altre idee sono ancora in cantiere: l’organizzazione di momenti di scambio e socialità con le realtà dell’orto urbano, l’allestimento di un forno comunitario, interventi di abbellimento e pulizia del parco, l'organizzazione di un cinema all’aperto e del “Festival della salute”. Seppur non sia passato molto dall’inizio del processo, riteniamo che questa esperienza sia uno stimolo per riflettere e ripensare ai modi attraverso cui possiamo riappropriarci di uno spazio collettivo. E a partire da qui stiamo cucendo i nostri legami con il territorio. Non è forse anche questo che genera salute?

  • selfie da zemrude

    # 4 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis: letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è l'ultimo dei quattro inviti a seguire la pubblicazione ,con letture significative del libroin oggetto. Buon ascolto. Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musica: Tonnelata Humana composta, prodotta ed eseguita da Gaspare Sammartano -  ⁠ https://sammartano.bandcamp.com/⁠  . Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/293d71d4/4-cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

  • fascismi

    # 2 I nuovi fascismi e la riconfigurazione della controrivoluzione globale   Il presente testo è stato originariamente redatto come materiale per il workshop del collettivo <>, tenutosi nel marzo 2025 presso il Sitio de Memoria Providencia di Antofagasta (Cile) e intitolato Guerra, crisi e fascismi. La versione qui proposta, pubblicata originariamente sul sito del collettivo, include alcune modifiche apportate successivamente, alla luce delle discussioni e delle interazioni avute con i partecipanti e i collaboratori. Attraverso la lettura di diversi autori, il testo propone un’analisi articolata sul fenomeno del fascismo. Come sottolineano gli autori stessi, alcuni passaggi e fasi di tale riflessione risultano complessi e sfaccettati, una caratteristica dovuta alla natura stessa dell'oggetto di indagine, sempre più camaleontico e sfuggente. Nonostante ciò, gli autori riconoscono la necessità di approfondire l’analisi delle nuove forme di fascismo facendo chiarezza su come esse rappresentino oggi uno degli strumenti principali attraverso cui il capitale tenta di salvarsi dalla crisi da esso stesso generata. Pubblichiamo il testo a puntate per gentile concessione del collettivo <> e della redazioni di Ill Will  dove è apparso l’articolo proposto. Di seguito la seconda puntata. Al seguente link è possibile leggere il primo testo. I fascismi nell'era del dominio totale del capitale.  Se il primo fascismo ha assunto la forma di un movimento di massa di carattere nazionalista e statalista, inerente a una particolare forma di razzismo biologico, che aveva come obiettivo la distruzione del proletariato e dei settori dissidenti, lo ha fatto perché è emerso in una fase particolare dello sviluppo del capitalismo che ha portato alla definizione di tali caratteristiche in base alle sue esigenze: il passaggio dal dominio formale a quello reale. Cioè il superamento delle forme di produzione precapitalistiche mantenute fino ad allora intatte, solo formalmente in possesso del capitale, fondando su di esse un nuovo modo di produzione specificamente capitalistico. Il passaggio a un nuovo regime di accumulazione caratterizzato dal dominio reale del lavoro sotto il capitale segna quello che per alcuni è una rottura nella periodizzazione della storia del capitale che possiamo collocare durante i decenni delle guerre mondiali, è a partire da questo frangente che assistiamo a una progressiva e incompiuta trasformazione della totalità sociale a immagine e somiglianza del capitale. Lo sviluppo e l'approfondimento in corso del dominio del capitale hanno, tra le altre cose, come caratteristiche determinanti, la decomposizione del proletariato e la decentralizzazione del lavoro, in stretta relazione con il rallentamento dell'accumulazione capitalistica su scala globale, il processo di deindustrializzazione delle principali economie mondiali e la generalizzazione della crisi ecologica.  Se dobbiamo riflettere sui termini con cui si esprime il capitalismo nella sua fase attuale, un nuovo fascismo teorico non sarebbe necessariamente sviluppista , poiché i processi di modernizzazione tardiva guidati dai fascismi e dal socialismo di Stato hanno già avuto luogo in diverse parti del mondo. L'emigrazione dalle campagne alle città che ha alimentato l'ultima grande ondata di industrializzazione (1950-1973), —fornendo una fonte importante e costante di manodopera a basso costo—, ciò non può essere ripetuto, poiché la diminuzione della massa e del valore del lavoro, attraverso l'espulsione dei lavoratori disoccupati dalle città durante il declino dell'industria nazionale, non si è tradotta in un ritorno alla campagna, ma in un aumento tendenziale e in una stagnazione della popolazione marginale diventata superflua alla produzione. È stata proprio questa ondata di industrializzazione a cancellare il posto che occupava il lavoro agricolo nella società capitalista, ancora prominente nel mondo durante la prima metà del secolo scorso.  Lo sviluppo tecnico-produttivo del capitalismo durante la sua fase di dominio reale ha comportato il progressivo smantellamento delle industrie nazionali dei paesi già industrializzati e il loro trasferimento nei paesi del Sud del mondo, in un processo denominato deindustrializzazione, nonché la riduzione della massa dei lavoratori e la loro sostituzione con le macchine in diversi settori della produzione, di pari passo con i progressi richiesti dalla tecnicizzazione capitalistica automatizzata. Nel caso delle industrie non delocalizzabili e necessarie, invece, la manodopera più economica è stata fornita dalle migrazioni di massa. Tutto ciò ha alterato in modo irreversibile la composizione organica del capitale (il rapporto tra capitale costante e capitale variabile). Non avendo dove trasferirsi al di fuori delle città, la massa dei lavoratori sfollati dall'industria è entrata a far parte di una popolazione in surplus rispetto ai meccanismi del capitale, sotto forma di disoccupati cronici e lavoratori sottoccupati, che non guadagnano abbastanza per sopravvivere. Il declino dell'industria nazionale ha portato a una crescita del settore dei servizi a basso salario, mentre il perfezionamento tecnico-produttivo ha aumentato la massa di merci a livello globale a scapito della quantità di forza lavoro necessaria per la loro produzione. «Il risultato generale è che l'accumulo di ricchezza si produce insieme a un accumulo di povertà». Contrariamente agli anni d'oro del capitalismo che seguirono la seconda guerra mondiale, caratterizzati da un alto tasso di occupazione, una spesa pubblica significativa e un rapido processo di industrializzazione, che a loro volta permisero la "conquista democratica" di alti salari e benefici lavorativi, la caratteristica centrale dello sviluppo capitalistico oggi è il processo di deindustrializzazione. Un processo che ha luogo nell'attuale crisi strutturale del capitale che, come abbiamo già anticipato, ha come fenomeni derivati la perdita dell'egemonia storica della lotta dei lavoratori dell'industria manifatturiera, come sezione del proletariato, e con essa la crisi dell'affermazione positiva del lavoro. Un aspetto da considerare nella deindustrializzazione è lo scarso interesse delle potenze a rafforzare la ricerca nel campo della meccanica e dell'industria, essendo questi settori legati a istituzioni specifiche —o a gruppi specifici, come la cosiddetta "classe vettorialista", secondo MacKenzie Wark.  Questo "disinteresse" per un programma di industrializzazione ha avuto conseguenze, come ad esempio, la crescita del settore dei servizi e del welfare (dopo la sua recente privatizzazione) rispetto a quello agricolo e industriale. Da un lato, le aziende di fast food, spedizioni e trasporti traggono vantaggio dall'instabilità lavorativa e dal declino dell'industria nazionale, riducendo al minimo indispensabile la massa e il valore del lavoro vivo, mentre dall'altro lato la massa di lavoratrici migranti e razzializzate risponde alla crescente domanda di lavoro socialmente riproduttivo, occupandosi dei servizi di pulizia, della cura dei bambini, degli anziani, dei malati e del lavoro sessuale, sostituendo la "donna nativa" integrata nel lavoro produttivo. Nel frattempo, lo sviluppo di politiche di liberalizzazione economica, inizialmente applicate durante la dittatura di Pinochet in Cile e successivamente estese a gran parte del mondo, ha facilitato la riduzione dell'industria nazionale e della spesa pubblica, in Europa e negli Stati Uniti, a partire dalla metà degli anni Settanta. Ciò ha permesso il trasferimento di fabbriche di settori specifici, come la microelettronica, verso paesi con manodopera a basso costo —rispetto a quella dei paesi industrializzati—, dove poche fabbriche impiegano una grande massa di lavoratori per soddisfare il consumo globale di tali tecnologie.  Tutto ciò, sebbene sia stato la fonte della rapida crescita di alcuni paesi asiatici come la Cina - tra gli anni Ottanta e l'inizio di questo secolo - ha generato, in questi paesi,  l’accelerazione del processo di automazione del lavoro negli ultimi due decenni, il che ha portato ad effetti simili a quelli dei paesi post- industrializzati dell'Occidente. Ciò significa la diffusione in tutto il mondo della tendenza crescente alla produzione di popolazione in eccedenza, che è precaria al punto da raggiungere la povertà, la riduzione degli "aiuti statali", l'aumento dei prezzi delle merci e l'instabilità lavorativa, causando una crisi generale della riproduzione sociale.  I principali paesi capitalisti hanno registrato un calo senza precedenti dei livelli di occupazione industriale. Negli ultimi trent'anni, l'occupazione nel settore manifatturiero è diminuita del 50% in percentuale rispetto all'occupazione totale in questi paesi. Anche paesi di recente "industrializzazione" come la Corea del Sud e Taiwan hanno visto diminuire i loro livelli relativi di occupazione industriale negli ultimi due decenni. Allo stesso tempo, il numero di lavoratori dei servizi sottopagati e di abitanti delle baraccopoli che lavorano nel settore informale è aumentato, rappresentando l'unica opzione rimasta per coloro che sono diventati superflui per le esigenze delle industrie in declino. Ma il cambiamento principale, generato dall'espansione del dominio totale della macchina capitalista, è avvenuto a livello psicologico e antropologico. Un cambiamento radicale nell'essere umano, nella sua concezione come tale, nel suo posto nel mondo e nel suo rapporto con l'ambiente, sia umano che ecosistemico a livello di biosfera. La saturazione di stimoli informativi e l'accelerazione dei ritmi di vita impediscono di elaborare la realtà al punto da renderla incomprensibile; la crisi capitalista che si esprime nell'attuale collasso della civiltà ha travolto la   nostra psiche, configurando un «crollo patologico dell'organismo psicosociale». Questo crollo ha prodotto un soggetto nostalgico, che non solo rimpiange l'estetica, i valori e le tradizioni del passato, ma, soprattutto, desidera il controllo sulla propria vita, sulla propria capacità di reazione, sulla propria produzione psichica e sulla propria riproduzione sociale. Il costante stato "psicotico" in cui è coinvolto lo porta ad essere profondamente disorientato, separato dal presente, da ciò che accade. Da qui deriva la differenza più evidente tra il fascismo originario e i nuovi fascismi. La potenza giovanile del fascismo italiano, che si credeva in grado di dominare tutto attraverso la guerra, è stata sostituita da un soggetto senile e impotente, in profonda crisi di panico per il declino della società capitalista, per il quale lui come individuo era incapace di agire. La guerra e i processi di sterminio selettivo furono "colpi di coda", un tentativo disperato di uscire dalla crisi capitalista e psicosociale dell'umanità, dove il soggetto delega le sue decisioni a uomini decisi che incarnano la forma stereotipata dell'uomo finanziariamente di successo e capace di tutto. Qualcuno che incarna il suo malessere, che lo spinge verso una via d'uscita. Ma tale percezione è falsa, l'unica via d'uscita che verrà loro offerta è una psicosi maggiore, un atto di suicidio-omicidio collettivo a cui sembriamo assistere tutti. Il capitalismo non può invertire il suo sviluppo, l'unica cosa che gli resta è accelerare o tentare invano di rallentarlo.  L'energia giovanile di cui godeva è soppressa dall'iperstimolazione semiotica. Incapace di elaborare i flussi informativi della rete, il corpo organico è stanco e depresso, sottomesso al ritmo accelerato dell'infosfera e degli automatismi finanziari, che finiscono per provocare un'impotenza politico-sessuale nell'agire sulle proprie vite e sulle aree che le modellano.  Caratterizzare il nuovo movimento reazionario come nostalgico (che in precedenti occasioni abbiamo inserito all'interno di un soggetto necrofilo) è fondamentale per comprendere il suo funzionamento e la logica (o la mancanza di logica) alla base delle sue azioni. È a partire da questo aspetto centrale della psiche reazionaria che possiamo spiegare la ricomparsa, se pur distorta, delle forme tipiche del fascismo classico, o addirittura pre capitaliste nel presente. Con ciò non intendiamo dire che siano tornate in sé, né che siano solo una loro imitazione. Si tratta di una sorta di ossimoro, un misto tra il passato reificato e la novità rappresentata dall’affinamento della tecnica volta a generare qualcosa di più. I saluti fascisti, i costumi del Ku Klux Klan nelle marce anti-immigrati, il disprezzo per le donne, il culto di Pinochet, sono una replica distorta delle forme reazionarie del passato, sono il desiderio nostalgico dell'uomo bianco di tornare a godere delle «epoche straordinarie di licenziosità sessuale, di violente scene orgiastiche di ipermascolinità non repressa».  Lasciare che le cose "seguano il loro corso" è la catastrofe.  In questo senso, personaggi come Donald Trump o Benjamin Netanyahu incarnano quasi perfettamente la logica suicida del capitale, la sua tendenza oggettiva, nella sua attuale fase storica, a creare le condizioni per la propria autodistruzione. Il movimento reazionario globale è l'espressione politicamente organizzata dell'impotenza e della psicosi autodistruttiva di un ampio segmento della popolazione. In altre parole, ciò che chiamiamo movimento reazionario di nuovo tipo non è altro che la mobilitazione e la politicizzazione delle passioni distruttive che risiedono nel carattere inconscio e intrinseco della società capitalista e che si nutrono della delusione per il presente e, soprattutto, del fallimento dei progetti di riconfigurazione radicale del mondo.  È il sottoprodotto di decenni di sparatorie scolastiche, complottismo, epidemia di droga, precarietà lavorativa e declino demografico della "razza" bianca occidentale. Come direbbe Franco Bifo Berardi: «Le aspettative fallite di un individualismo frustrato non generano una rinascita della solidarietà, ma una nostalgia disperata e una rabbiosa volontà di annientamento». Per questo motivo, le politiche razziali di "ingegneria demografica" ( iper-razzismo nei termini della NRx), l'espansione territoriale, il ripristino dell'ordine etero-patriarcale e il riarmo militare sono abbracciati con tale entusiasmo da settori sempre più ampi della popolazione, le cui soggettività sono state bombardate dall'eccitazione autoflagellante dell'alternativa fascista alla crisi.  Per questo motivo, queste politiche non sono un capriccio arbitrario, ma hanno un fondamento: la crisi e il modo di rispondere ad essa senza riconoscerla appieno. L'espansionismo militare di Netanyahu e la spirale omicida-suicida che si è estesa in tutto il Medio Oriente; così come le pretese annessionistiche di Trump e la disputa tra Russia e NATO per l'Ucraina, possono essere intesi come parte di una corsa imperialista alle risorse naturali e ai territori strategici. Le numerose risorse che saranno disponibili grazie allo scioglimento dei ghiacciai rappresentano un'opportunità per le principali potenze mondiali di risolvere la crisi energetica e finanziare lo sviluppo tecnico- produttivo, almeno per un primo momento. Il dominio delle regioni della Siberia, della Groenlandia e dell'Artico è una necessità di sicurezza nazionale, come ha affermato lo stesso Donald Trump per giustificare la sua intenzione di annettere il Canada e la Groenlandia. Lo stesso vale per il Medio Oriente, il Golfo del Messico, il Canale di Panama, l'Ucraina e il Sud del mondo. Questo perché il capitalismo intende sopravvivere alla crisi ecologica attraverso l'intensificazione della distruzione della natura, la moltiplicazione e l'intensificazione delle guerre e l'impossibilità di selezionare la riproduzione della vita.  Il recente intervento degli Stati Uniti nella situazione mediorientale, a quasi due anni dall'inizio del genocidio a Gaza, esemplifica molto bene le caratteristiche di questa epoca. Nell'incontro tra Trump e il suo omologo israeliano è stato annunciato il piano per il trasferimento totale della popolazione palestinese da Gaza. Ciò è stato giustificato come una sorta di gesto umanitario, poiché, secondo Trump, chi vorrebbe vivere in una "zona di demolizione"? Al suo posto, gli Stati Uniti costruirebbero quello che sembra essere un enorme centro turistico, denominato da Trump "Riviera del Medio Oriente".  Nessun altro evento recente descrive in modo così preciso l'assurdo comportamento del capitalismo di fronte alla propria crisi strutturale. L'incapacità del capitale di assorbire il lavoro vivo nella produzione – una situazione generata dal capitale stesso e dal suo sviluppo contraddittorio – lo ha portato a provocare importanti processi di svalutazione – attraverso guerre, catastrofi naturali e genocidi – nel tentativo di ripristinare le condizioni per la produzione di valore. In questo caso particolare, al bombardamento e allo sfollamento forzato della popolazione palestinese seguirebbe un'enorme ricostruzione che, secondo Trump, genererebbe lo sviluppo economico della regione e fornirebbe «un numero illimitato di posti di lavoro». Ma tale tentativo di sovvertire la crisi è inutile, poiché questa non ha origine da una mancanza di lavoro. Piuttosto, lo sviluppo del capitalismo rende oggi impossibile la centralità sociale che il lavoro aveva avuto in passato.  Sono stati molti i tentativi di separare il capitalismo dalla guerra, dal genocidio e dal fascismo, come se questi esistessero indipendentemente dal modello di produzione dominante o come se fosse impossibile che si ripetessero, dato che sono stati superati grazie allo sviluppo del capitalismo stesso. La finzione di un capitalismo pacificato, alla fine della storia, delle guerre e degli antagonismi, è una narrazione che ha fatto il suo tempo: lo stesso Francis Fukuyama che l'ha pensata a metà degli anni Novanta ha ritrattato qualche tempo fa.  L'aspetto più perverso del genocidio a Gaza è che seppellisce nel profondo qualsiasi tentativo di separare il capitalismo dall'enorme quantità di cadaveri su cui poggia. Le catastrofi mondiali sono il risultato delle contraddizioni del metabolismo sociale del capitale... La Palestina mostra il capitalismo per quello che è. La legge del valore non è mai stata interrotta in due anni di genocidio: la vendita di generi alimentari a prezzi gonfiati (a Natale del 2024 un pollo costava 40 euro), il proseguimento del commercio sessuale e del lavoro informale ci insegnano una cruda verità, il capitalismo è in grado di funzionare fino alla fine dei giorni. Nemmeno le fantasie apocalittiche sono ormai un rifugio dall'avanzata necrotica della macchina capitalista.  3.2 Le reazioni fasciste alla crisi del capitale.  Il fascismo entra in gioco a causa del ricorrente fallimento dei burocrati e dei tecnocrati nel regolamentare e invertire l'intensificarsi della crisi strutturale capitalista. Ma questa alternativa alla crisi è fittizia, poiché la soluzione fascista preferita è l'accelerazione delle tendenze (auto)distruttive del capitale. Si abbraccia la crisi, la si accelera fragorosamente, invece di evitarla o, come minimo, gestire il crollo e ottenere un "atterraggio morbido". Se la crisi non può essere risolta, bisognerà acuirla: questa è la logica suicida-omicida del fascismo.  La sopravvivenza del sistema significherebbe la morte di un importante settore della popolazione umana (e non umana, poiché include diverse forme di vita della biosfera che vengono subordinate al regime antropocentrico e antropogenico) e, per quella rimanente, aumentare la precarietà delle attuali condizioni di sopravvivenza. Ma questo non ha importanza agli occhi del soggetto reazionario. La violenza autodistruttiva è preferibile al fatalismo depressivo causato dalla crisi.  Si tratta di riorganizzare il dominio borghese che è in pericolo attraverso il vecchio metodo di trasformare la rabbia sociale contro la società in rabbia all'interno della società, la guerra sociale in guerra interborghese, la rabbia proletaria in delegazioni e negoziazioni all'interno dello Stato, la messa in discussione dell'intera società nella messa in discussione di una forma particolare di dominio, la lotta contro il capitalismo nella lotta contro una frazione borghese e a favore di un'altra. La minaccia dell'altro è cruciale per la costruzione di questa finzione. Inoltre, la costruzione strategica e soggettiva e l’individuazione di un altro , come strumento ereditato dal colonialismo, è vitale per instillare l'urgenza della proprietà privata, della sicurezza, dell'ordine e di un io omogeneo che si contrapponga a questo altro , diventato nemico, esacerbando l’ostilità. È necessario un altro su cui ricada la responsabilità della crisi capitalista e delle sue diverse espressioni (economica, ecologica ed eteronormativa, tra le altre), un nemico che è necessario sia sterminato o almeno allontanato, al fine di ristabilire l'ordine sociale. Nel caso attuale, quell'altro è la popolazione in eccesso per il capitale, un settore relativamente o totalmente escluso dai circuiti produttivi ufficiali e che sopravvive grazie agli "aiuti" statali e all'economia "informale". Questa crescente popolazione in eccesso è composta principalmente da immigrati, rifugiati, disoccupati cronici, lavoratori precari, lavoratori sessuali e settori che, a causa della criminalizzazione della loro esistenza e delle loro pratiche, rappresentano un rifiuto dell'identità del "lavoratore dignitoso", ovvero il lumpenproletariado come "il rovescio oscuro dell'affermazione della classe operaia”. Non sorprende che l'avanzata dei movimenti reazionari sia strettamente legata alla proliferazione dei discorsi malthusiani che sostengono la riduzione della popolazione mondiale sulla base di filtri razziali e di classe. Così come tematiche femministe e di genere vengono sfruttate da parte di settori reazionari (sia a sinistra che a destra dello spettro politico) in campagne islamofobe e anti- migranti. L’esistenza e l'aumento di questa popolazione razzializzata e in eccesso per il capitale viene vista come un pericolo per le donne e, in particolare, per il progresso politico-legale in materia di genere.  La demonizzazione dell'uomo razzializzato è duplice: da un lato è responsabile della disoccupazione dei lavoratori nazionali e dall'altro rappresenta una cultura misogina e inferiore. Indipendentemente dalle sue specificità, questa narrativa, o meglio questo mito originario della crisi, che designa i suoi responsabili in termini identitari concreti, serve da giustificazione ideologica e persino legale per la persecuzione, la repressione e lo sterminio selettivo di alcuni settori della società, come già avvenne per il fascismo in passato. Nel frattempo, la dimensione ecologica della crisi capitalista e la proliferazione della guerra in tutti i territori portano a un enorme aumento degli spostamenti umani, che non farà altro che moltiplicare la popolazione in eccesso per il capitale e la sua precarietà. Le politiche razziali per affrontare questa migrazione in Europa, negli Stati Uniti e in parte del Sud America, sembrano puntare alla replica della strategia trumpista: chiusura delle frontiere, creazione di carceri per migranti privi di documenti e espulsione massiccia verso altri territori.  In relazione alla crisi ecologica, i discorsi neomalthusiani sono portati all'estremo, collegando il degrado dell'ambiente naturale, la scarsità di risorse e la distruzione della "comunità nazionale" con la sovrappopolazione del pianeta e la migrazione di massa che ne deriva. Di ciò viene ritenuto responsabile un settore della popolazione mondiale specificamente non bianco, proveniente da paesi non sviluppati, come ad esempio dall'America centrale, dal Sudamerica e dal Medio Oriente. A loro viene anche attribuita la responsabilità di aver provocato intenzionalmente i grandi incendi che hanno colpito molte parti del mondo (Brasile, Grecia e Cile), come parte di una cospirazione internazionale di un'élite progressista e globalista. Viene così soppressa qualsiasi critica strutturale al capitalismo e alla sua logica predatoria. Il gruppo radicale greco Antithesi riconosce una relazione tra l'ascesa del cosiddetto post-fascismo e la crisi ecologica, e identifica l'esistenza di un ecofascismo o "fascismo verde" contemporaneo: «Questo tipo di ambientalismo non attacca lo sfruttamento capitalista della natura, ma sposta la questione verso la difesa del "suolo nativo" e del paesaggio, nonché della cultura e dello stile di vita nazionali "tradizionali”».  Possiamo identificare così un'alternativa reazionaria diversa dall'accelerazione tecno-ottimista della crisi del capitale, in quanto questa propone invece un rallentamento tecno-economico del capitalismo e dell'incremento demografico. Questa alternativa caratterizzata dal rallentamento della crisi può essere collegata all'adozione di politiche isolazioniste, alla chiusura delle frontiere e al rifiuto relativo o totale della tecnologia (o di certi tipi di tecnologia), per abbracciare invece l'autogestione, la rinascita della vita rurale, il recupero di forme precapitalistiche di organizzazione, la purezza dell'ambiente naturale e la composizione razzialmente omogenea della comunità nazionale. Una forma "sofisticata" di un progetto reazionario di decelerazione e autogestione della crisi capitalistica che può essere esemplificato in un ibrido tra una concezione fascista e nazionalista delle tesi sulla decrescita e la formazione di uno Stato autoritario e corporativista che consenta l'attuazione sistematica di un'ingegneria demografica per la riduzione e l'espulsione della popolazione non bianca, a favore della "violenta restaurazione dell'unità del circuito di riproduzione del capitale sociale nazionale". Alla luce di quanto spiegato, riteniamo quantomeno discutibile l'assenza reale di una minaccia al capitalismo. Anche se non c'è un nuovo soggetto o momento rivoluzionario, il capitalismo continua ad essere minacciato. Solo che ora questa minaccia è data esclusivamente da sé stesso; il capitalismo, come ben credeva Marx, sta distruggendo i propri presupposti di esistenza. Possiamo riconoscere la minaccia in due processi interconnessi derivanti dalla tendenza del capitale alla propria espansione ininterrotta e illimitata: la crisi del lavoro come forma di mediazione sociale e la crisi ecologica planetaria.  Seguendo la formula schupertiana per la reinvenzione capitalista, alla distruzione non è seguita la creatività, non c'è una nuova grande riconfigurazione del capitalismo che gli permetta di superare la crisi, ma – come già detto – solo diverse forme di gestione o accelerazione del suo collasso. Ed è qui che hanno luogo i nuovi fascismi. Pensare al fascismo dal punto di vista della crisi terminale del capitale ci permette di pensare a due forme o momenti possibili di fascismo: uno "decelerante" e uno accelerazionista, per fare una distinzione momentanea.  La guerra civile globale e il fascismo neoliberista.  In Il capitalismo odia tutti, Maurizio Lazzarato caratterizza il fascismo di Mussolini, contestualizzandolo nell'epoca delle guerre totali di carattere industriale, in cui il fascismo era una delle modalità organizzative della controrivoluzione globale. Lo differenzia dai nuovi fascismi, è che sono contestuali al presente e, quindi, determinati dal periodo delle guerre civili globali; cioè la forma specifica della guerra nel capitalismo contemporaneo o, in altre parole, una guerra specificamente capitalista. È una guerra non dichiarata, senza un esterno e al di sopra di qualsiasi confine politico riconoscibile, che si esprime in modo ininterrotto con diversi gradi di intensità e forme in tutto il mondo. La concezione di Lazzarato contiene molte verità, ma sfuggono alcuni aspetti essenziali che tratteremo in parte.  In altre parole, la guerra civile globale è l'integrazione dei dispositivi bellici, psicologici ed economici del capitalismo avanzato in un'unica forma di guerra contro la popolazione che comprende contemporaneamente sia zone di scontro diretto - temporaneo o permanente - sia forme diffuse di violenza muta, di apparente assenza di scontro, ovvero l'esistenza di un falso ordine sociale. Ma che in realtà nasconde la coercizione impersonale del corpo sociale da parte della macchina capitalista; è la sperimentazione di una violenza diffusa nella costruzione delle città, è la routine incessante dell'esistenza salariata per tutta la durata di una vita.  Nei momenti di scontro, si esprime come una "controrivoluzione preventiva”, un riordino violento della società di classe attraverso il quale vengono represse le forme di vita non redditizie, non produttive, che esistono come scarti. Cioè, le popolazioni razzializzate e subalterne, senza che da esse emerga una minaccia formale e unificata al capitale, ma con l'unico obiettivo di "sottomissione degli esseri umani e non umani alla produzione di valore” . È la risposta al problema della gestione della popolazione in eccesso prodotta dalla tendenza intrinseca del capitale. Si tratta di una risposta che si traduce in incarcerazione, emarginazione nei ghetti, disciplina da parte della polizia e, infine, nello sterminio di questa popolazione diventata superflua in processi apertamente genocidi a causa della sua esistenza ridondante, come avviene oggi in Palestina.  Il concetto di nemico interno o esterno delle forme classiche di guerra diventa inutile per descrivere una guerra in cui non c'è un fuori, così come non c'è nemmeno il capitale. Anche nelle sue forme di confronto diretto, essa non si riduce a un semplice scontro tra eserciti provenienti da un territorio e Stati specifici. Questa guerra civile diventata globale, continua proprio dove è stata data per assente, per provvisoriamente contenuta. È guerra in quanto presuppone l'impossibilità di conciliazione, di coesistenza, il capitale comprende solo una forma di esistenza: la sua. Ed è globale in quanto è possibile a partire dalla forma universalizzante del capitalismo nella sua fase di dominio totale.  Lo sviluppo del capitalismo comporta, come abbiamo già lasciato intendere, un perfezionamento e un riadattamento dei meccanismi bellici inerenti al capitalismo. Ciò che prima si esprimeva specificamente come guerra industriale tra Stati-nazione, ora  si esprime principalmente come guerra civile globale, nel senso che questa costituisce l'altra faccia del processo di globalizzazione del mercato nel capitalismo contemporaneo. La guerra civile globale e il progetto cosmopolita del neoliberismo sono un'unità indissolubile, poiché si rendono reciprocamente possibili.  La presunta imminenza di una nuova guerra mondiale offre un contesto ideale per la comparsa di questi fascismi di nuovo tipo. Tale affermazione non può essere ridotta a un'esagerazione quando la guerra si estende a tutti i territori del pianeta. Le principali potenze europee riducono i fondi per gli "aiuti esterni" e aumentano la spesa militare, mentre Zelensky, seguito da Ursula von der Leyen, propone il riarmo europeo, e l'Unione Europea inizia a raccomandare ai cittadini di essere preparati a qualsiasi eventualità, consigliando di tenere a portata di mano un kit di sopravvivenza. Nel frattempo, in Medio Oriente, Israele porta la guerra a tutte le sue frontiere, mentre continua il bombardamento di Gaza e il conflitto con l’Iran spinge le potenze alleate di entrambi i paesi verso un possibile intervento. La diffusione di questo clima bellicista è stata in gran parte promossa dal governo di Trump, che nel giro di poche settimane ha avviato una guerra tariffaria con tutto il mondo (compresa un’isola abitata da pinguini), con l’apparente intento di trascinare i mercati verso il collasso. Tuttavia, la proliferazione delle forme della guerra civile globale non significa l'inesistenza di guerre tra Stati-nazione, ma, al contrario, pone la simultaneità tra diverse forme di guerra che sono comprese in un'unica unità: la grande macchina da guerra del capitalismo globalizzato. Nella guerra civile globale si completa l'ibridazione delle diverse aree del sapere umano. Scienziati, giornalisti, operai e ingegneri lavorano per l'inventiva e lo sviluppo della macchina da guerra nelle sue diverse espressioni, attraverso il perfezionamento e l'applicazione delle modalità di cooperazione produttiva sviluppate durante le guerre totali e la guerra fredda, che mescolano la casa con il laboratorio e la fabbrica.  La particolarità della forma storica della guerra attuale è il ruolo sempre più importante del privato rispetto allo Stato, dove il suo "monopolio" della violenza si dissolve tra diversi attori: organizzazioni paramilitari, mafie, agenzie di sicurezza private e gruppi di mercenari. Così, se ci sarà una nuova guerra mondiale come è stato tanto previsto, la sua principale novità sarà che la forma organizzativa dello Stato-nazione, caratterizzata dal possesso di un territorio chiaramente delimitato e di un governo efficace, passerà ufficialmente in secondo piano per essere sostituita dall'amministrazione corporativa dello Stato, dove la delimitazione del suo territorio non è chiusa, ma espansiva, e il suo governo è di proprietà di monopoli multinazionali. L'equivalenza simbolica tra Donald Trump ed Elon Musk in ogni apparizione pubblica risponde a questo fenomeno che, come altri hanno già sottolineato, sembra essere «una tendenza intrinseca dell'accelerazione tecnologica nel contesto della crisi del capitalismo tardivo». La guerra civile globale come forma specifica di guerra contemporanea può essere spiegata a partire da una "controrivoluzione permanente", in quanto inversione della teoria trotskista della rivoluzione. Sulla stessa linea, Nick Land, teorico della NRx e cofondatore del collettivo Cybernetic Culture Research Unit ( CCRU), ha descritto nel 2016 il fascismo come  (...) la normalizzazione dei poteri bellici in uno Stato moderno, ovvero: una mobilitazione sociale sostenuta sotto una direzione centrale. Di conseguenza, implica, oltre alla centralizzazione dell'autorità politica in un consiglio di guerra permanente, un'isteria tribale dell'identità sociale e una notevole dose di pragmatismo economico. La guerra civile globale è forte dell'insegnamento tratto dalla seconda guerra mondiale e dal fascismo storico. Fu proprio con la comparsa del fascismo che si espresse per la prima volta la modalità bellica da cui deriverebbe la forma contemporanea della guerra, ovvero: guerra civile globale. Più di un secolo fa, l'anarchico Luigi Fabbri descrisse lucidamente il fascismo come la continuazione della Prima Guerra Mondiale, una ricollocazione e riorganizzazione da parte delle classi dominanti nazionali della macchina bellica all'interno dei rispettivi confini, contro un nemico che detestavano più delle nazioni vicine: il proletariato. Nel frattempo, oggi la giustificazione delle politiche fasciste dipende dal permanere di quello stato di guerra, ciò che serve quindi è una guerra che non finisca mai.  La Guerra Fredda sembrava esserlo, ma non lo era del tutto. La Guerra al Terrorismo è una scommessa migliore. Per quanto riguarda la loro interminabilità, se non la loro intensità morale, le «guerre» contro la povertà, la droga e altre condizioni sociali resilienti sono ancora più allettanti. Condurre guerre moderne, con le loro conseguenze metaforiche, è la funzione dello Stato fascista. Vincere occasionalmente, e per caso, è solo una sfortuna. Questa lezione sembra essere stata imparata a fondo §  L’analisi di Maurizio Lazzarato sulla metamorfosi del fascismo storico porta a caratterizzare questi nuovi fascismi come neoliberali o nazional-liberali, un postulato condiviso da altri autori come Sergio Villalobos-Ruminott e Rodrigo Karmy. Tali movimenti «(...) trovano nel neoliberismo la loro forma economico-gestazionale», affermando le categorie centrali del neoliberismo: proprietà privata, mercato, concorrenza, libertà individuali (di consumare, vendere e acquistare), ecc. In assenza di un movimento rivoluzionario organizzato, il ruolo repressivo e persecutorio di questi fascismi si rivolge alle soggettività dissidenti dell’ordine etero-patriarcale e a quelle vite che mettono “a rischio” la composizione razzialmente omogenea della nazione — si pensi, ad esempio, all’islamofobia e all’espulsione massiccia dei migranti. Questi fascismi non negano il liberalismo né si propongono come un’alternativa terzista. Mancano di una critica “anticapitalista”, anche solo discorsiva, e del carattere rivoluzionario-conservatore tipico dei fascismi storici e delle loro continuazioni del dopoguerra, come ad esempio la nouvelle droite . Al contrario, essi riconoscono e abbracciano l’origine violenta e controrivoluzionaria attraverso cui il neoliberismo si è storicamente impiantato nel Sud del mondo, tramite dittature civili-militari pianificate, finanziate e sostenute dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti.  La proliferazione della gestione fascista neoliberista nel mondo è il prodotto della crisi stessa del neoliberismo: una sorta di risposta automatica che emerge da una soggettività reazionaria costruita sui quarant’anni di politiche neoliberiste basate sull’individualismo atomizzante. Come osserva Lazzarato, «la micropolitica del credito ha creato le condizioni per una micropolitica fascista». Questo fascismo neoliberale è in grado di promuovere, formalmente o meno, il consolidamento di una “dittatura liberale” che, per garantire il funzionamento dei mercati, l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e la difesa della proprietà privata, smantella le strutture giuridiche democratiche e progressiste che ne ostacolano l’espansione. Partendo da Lazzarato e dagli autori che indagano il fascismo contemporaneo, è possibile riconoscere un’eredità diretta nelle attuali destre radicali di Europa, Russia, Stati Uniti, Sudamerica, e nelle diverse forme con cui la controrivoluzione si è manifestata nella prima metà del XX secolo, in particolare sotto forma di fascismo. Pur tra sfumature differenti, si può individuare una linea radicale che, negli ultimi due decenni, ha saputo adattare in modo efficiente le pratiche dei movimenti fascisti all’interno delle democrazie, senza rinunciare all’uso della violenza politica e dei disordini pubblici come dimostrazione di potere e pressione sugli oppositori. Uno dei principali argomenti per negare che queste nuove destre radicali siano fasciste riguarda l’abbandono del partito-milizia come forma di organizzazione, la partecipazione ai meccanismi della democrazia, l’autodefinizione come qualcosa di diverso dal fascismo e, soprattutto, il grado di violenza politica, che alcuni ritengono debba essere comparabile a quello della Germania nazista per poter essere definito fascismo. Tali critiche si fondano su una separazione arbitraria tra fascismo e democrazia, e sull’idea del fascismo come “male supremo”, la caricatura di un mostro antidemocratico e dittatoriale responsabile di crimini senza precedenti. Ciò nasconde, in realtà, l’incapacità di riconoscere il carattere storicamente mutevole del fascismo e le sue origini negli Stati coloniali: ammetterlo significherebbe infatti riconoscere l’inattuabilità del progetto politico basato sulla difesa della democrazia e dello Stato, entro il quale persistono i nuovi fascismi, così come la guerra civile globale, paradigma dell’attuale fase del capitalismo. È sulla base della guerra civile globale che si possono comprendere alcuni aspetti dell’attuale gestione statale e la proliferazione delle nuove destre radicali che, pur non organizzandosi in un grande partito-milizia nazionale, incitano e finanziano settori legati all’economia informale e illegale, nonché gruppi armati che operano al di fuori dell’ordine democratico seguendo gli interessi dei partiti di riferimento. L’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump nel 2021 e la presenza di organizzazioni paramilitari come il movimento Boogaloo durante la repressione del movimento Black Lives Matter ne sono esempi frequentemente citati. In Cile, un caso emblematico è stato la dichiarazione di guerra alla popolazione da parte del recentemente “canonizzato” Sebastián Piñera nell ottobre 2019, che fu presa alla lettera dai settori reazionari collaboratori della repressione statale: gruppi di estrema destra vestiti con uniformi militari, giubbotti antiproiettile, simboli pinochetisti e armati di armi da fuoco o strumenti improvvisati, in chiara imitazione di organizzazioni simili viste negli Stati Uniti. Tali episodi sono continuati durante la repressione della rivolta con il sostegno di settori della “sinistra” poi salita al governo. Nel 2022, durante le proteste studentesche e dei lavoratori del maggio, le forze dell’ordine furono supportate da gruppi armati apparentemente legati alla mafia, culminate con l’omicidio della giornalista Francisca Sandoval, colpita alla testa da un proiettile durante una marcia in occasione della Festa internazionale dei lavoratori. Nel 2024, in occasione del 51° anniversario del colpo di Stato militare, una contro-manifestazione protetta dai carabinieri venne pugnalato a morte Alonso Verdejo. Il governo di Gabriel Boric valutò con orgoglio l’efficacia delle misure repressive. Questi eventi mostrano come, anche in contesti democratici, il fascismo liberale possa cristallizzare istituzionalmente pratiche persecutorie all’interno del discorso progressista. Al di là della definizione di destra radicale ed estrema destra come fascista, l’esistenza di nuovi fascismi all’interno del quadro democratico — e la loro assimilazione da parte delle destre o dell’apparato statale, indipendentemente da chi governi  — consente di superare la falsa dicotomia tra liberalismo e fascismo, tra dittatura e democrazia, rivelando il ruolo centrale di guerra e fascismo come «forze politiche ed economiche necessarie alla conversione dell’accumulazione di capitale». Attraverso Lazzarato, Villalobos-Ruminott e Karmy, è possibile comprende come l’avanzata delle destre radicali guidate da Trump, Milei e Meloni rappresenti una mutazione del fascismo storico verso un autoritarismo neoliberista con tratti bellicisti. Tuttavia, limitarsi a leggere questi fenomeni solo attraverso il prisma del neoliberismo sarebbe riduttivo: i nuovi fascismi mostrano un panorama più variegato e ideologicamente confuso. Essi non vanno dunque descritti semplicemente come continuazione della gestione neoliberista o della partecipazione alla democrazia rappresentativa, ma come l’emergere di espressioni post-neoliberiste ancora parzialmente inesplorate. Continua nella prossima puntata...

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    Corbyn permetterà ai sionisti di sabotarlo nuovamente? Marita Marttio L’attuale genocidio perpetrato da Israele, con la complicità degli Stati Uniti, e dell’Unione Europea contro il popolo palestinese ha cancellato per sempre la volgare definizione di antisemitismo dell’IHRA e ha svelato in modo irreversibile gli scopi coloniali, fascisti e imperialisti che essa e i suoi paladini perseguivano. La sinistra britannica ed europea ne ha preso coscienza. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su « The Electronic Intifada »  ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. «Sono antisionista, lo sono sempre stata» ha affermato la giovane parlamentare inglese. Ho visto la folla tirare un sospiro di sollievo collettivo ed esplodere in una spontanea ovazione e applaudire Zarah Sultana, 31 anni, ex deputata laburista e ora parlamentare indipendente alla Camera dei Comuni. «Chiunque visiti la Cisgiordania occupata, chiunque abbia visto il genocidio in atto a Gaza», ha continuato, «chiunque capisca cosa sia il colonialismo, si riconoscerà anche antisionista». Il pubblico si era riunito in una affollata Rebel Tent durante il festival musicale Beautiful Days, tenutosi il mese scorso nel Devon, nel sud-ovest dell’Inghilterra. Sultana stava dialogando con il giornalista Matt Kennard,  che gli ha chiesto la sua opinione sul sionismo come ideologia. La sua risposta ha elettrizzato il pubblico e scatenato una tempesta nel suo movimento politico nascente. Kennard gli ha anche chiesto del confuso confine tra antisionismo e antisemitismo durante il periodo in cui Jeremy Corbyn  era alla guida del Partito Laburista. Sultana non si è trattenuta. «Una delle cose su cui dobbiamo essere sinceri è su alcuni degli errori commessi durante il periodo di Corbyn. E l’adozione della [definizione di antisemitismo] dell’IHRA è stato uno di questi. Confondere antisemitismo e antisionismo è stato un errore». 1. La definizione di antisemitismo  dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è un documento anti-palestinese, che affonda le sue radici in un progetto finanziato dall’agenzia di intelligence israeliana Mossad . Per quasi un decennio è stato un’arma nelle mani di Israele e della sua lobby per reprimere e criminalizzare  la solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Il Partito Laburista guidato da Corbyn ha adottato il documento , causando un danno enorme  tra i suoi sostenitori. Molti di loro sono stati espulsi dal partito su richiesta della lobby israeliana. Alla fine, anche Corbyn è stato espulso,  sospeso come deputato laburista nel 2020 e privato della possibilità di poter tornare nel partito.  Nella sua conversazione con Kennard, Sultana ha implicitamente criticato il team di Corbyn per la sua debolezzza nel difendere il loro progetto politico  – e il movimento popolare che lo sosteneva – di fronte a quelle che ha definito «le calunnie diffuse» dai grandi media. «Le cose non sarebbero dovute andare come sono andate», ha sostenuto, «ci sarebbe dovuta essere una forte reazione quando la classe politica, i media [...] hanno attaccato il progetto di Corbyn, ci sarebbe dovuta essere una reazione più decisa». «Dobbiamo imparare la lezione», ha detto senza mezzi termini. «Dobbiamo lottare e non cedere di un millimetro a questi bastardi». Il pubblico è impazzito. 2. Il corbynismo, il movimento di sinistra che ha portato Corbyn alla guida del Partito Laburista, in difficoltà dalla sua sospensione come deputato laburista nel 2020, ha auspicato un approccio più combattivo. Intervenire al Beautiful Festival sembrava una mossa calcolata da parte di Sultana, che aveva già espresso opinioni simili nell’intervista con Oliver Eagleton,  pubblicata lo stesso giorno su «Sidecar», il blog della «New Left Review». «Dobbiamo costruire sui punti di forza del corbynismo, la sua energia, la sua attrattiva nei confronti delle masse e il suo audace programma político, e dobbiamo anche riconoscerne i limiti. Il corbynismo ha capitolato davanti alla definizione di antisemitismo dell’IHRA», ha detto la giovane parlamentare a Eagleton. «Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, il corbynismo avrebbe dovuto contrattaccare, riconoscendo che si trattava dei nostri nemici di classe. Ma, invece, si è spaventato e si è mostrato troppo conciliante, è stato un grave errore [...]. Non si può cedere di un millimetro a queste persone». Ma è stato al Rebel Tent che Sultana si è dichiarata esplicitamente antisionista per la prima volta. Più tardi, quello stesso giorno, ha ripetuto il suo commento su Twitter/X. 3. In risposta a un giornalista del quotidiano di destra «The Telegraph», Sultana ha scritto: «Le calunnie non funzioneranno questa volta. Lo dico forte e chiaro: sono antisionista. Pubblicatelo». In linea con la sua posizione secondo cui i grandi media britannici sono nemici di classe, Sultana, secondo quanto riportato dal quotidiano ,  aveva inizialmente rifiutato ogni commento. Insieme ad altri media dell’establishment,  «The Telegraph»  ha pubblicato attacchi contro Sultana, compresi quelli provenienti da gruppi di pressione israeliani come il Board of Deputies of British Jews.  «Definire il riconoscimento della definizione di antisemitismo dell’IHRA come una “capitolazione” è un grave insulto», ha dichiarato Andrew Gilbert, vicepresidente del Board of Deputies of British Jews, a «The Telegraph». Your Party? L’aumento dell’attenzione dei media nazionali nei confronti dell’ormai parlamentare indipendente è dovuto al ruolo svolto da Sultana, insieme a Corbyn, nella creazione di un nuovo partito di sinistra. L’iniziativa è già stata però compromessa da divisioni interne. A luglio, Sultana, sospesa dal Partito Laburista  un anno prima, ha rinunciato a essere riammessa nell’attuale partito di governo in Gran Bretagna. Era stata sospesa dopo essersi opposta alle politiche di austerità del primo ministro Keir Starmer. A differenza di altri ribelli, che alla fine sono stati riammessi come deputati laburisti, la sospensione di Sultana è stata mantenuta,  a causa del suo aperto sostegno alla Palestina, secondo quanto da lei stessa affermato. 4. Il 3 luglio, Sultana ha dichiarato di aver lasciato il Partito Laburista per aiutare Corbyn a fondare il nuovo partito della sinistra. È evidente che i negoziati dietro le quinte erano in corso da tempo. «Jeremy Corbyn e io co-dirigeremo la fondazione di un nuovo partito, insieme ad altri parlamentari indipendenti, attivisti e militanti di tutto il paese», ha scritto su Twitter/X. «Unitevi a noi. È giunto il momento». Ma, secondo fonti vicine a Corbyn, l’ex leader laburista non era contento di quello che considerava un lancio prematuro dell’iniziativa da parte di Sultana, né del riferimento a «co-dirigere» qualcosa. 5. Fughe di notizie e riunioni informative, apparentemente provenienti dalla fazione di Corbyn, sono arrivate alla stampa di destra. «I messaggi di testo mostrano che il team di Corbyn si è opposto al nuovo partito pochi minuti dopo il suo lancio», ha proclamato  «The Times» di Londra. Diversi esponenti della sinistra hanno espresso scetticismo sulla notizia, consapevoli dello sforzo che i media stanno compiendo da un decennio per dividere il movimento corbynista. Ma «The Electronic Intifada» ritiene che l’informazione fosse in gran parte corretta. E il giornale ha fornito le prove: screenshot di un gruppo WhatsApp di influenti attivisti di sinistra ed ex collaboratori di Corbyn, che avevano lavorato in segreto per creare il nuovo partito all’interno di una piccola organizzazione chiamata Collective.  Altri esponenti della sinistra appartenenti a un secondo gruppo informale vicino a Corbyn e al suo team, chiamato Organizing Committe, avevano proposto una co-leadership con Sultana, che avrebbe dato vita alla prossima generazione di leader. Alle prossime elezioni generali, che si terranno nel Regno Unito probabilmente nel 2029, Corbyn avrà 80 anni. Sultana ne avrà 35. I suoi sostenitori sostengono che lei rappresenterebbe per la sinistra un nuovo inizio. Indecisione Alcuni militanti e gruppi di sinistra vorrebbero anche che Corbyn scegliesse un successore a causa dei dubbi sul suo stile di leadership, o meglio sulla sua mancanza. Noto per la sua indecisione, Corbyn spesso tende ad evitare il confronto pubblico e preferisce agire attraverso intermediari e assistenti. Frequentemente si nasconde invece di assumere una posizione controversa. Questa settimana ho chiesto a Corbyn un’intervista per il Podcast di «The Electronic Intifada» per discutere di quelle che, secondo lui, dovrebbero essere le politiche del nuovo partito nei confronti della Palestina e di quale dovrebbe essere il modo migliore per combattere le calunnie antisemite. Corbyn ha letto diversi messaggi WhatsApp sull’argomento, ma non ha risposto all’invito. Ho inviato un terzo invito al suo responsabile della comunicazione, Oly Durose, che ha risposto che «Jeremy non è disponibile a concedere interviste in questo momento». Non ha fornito alcuna motivazione né proposto date alternative. Sembra che non sia mai il momento giusto. Corbyn ha concesso la sua ultima intervista a «The Electronic Intifada »   nell’estate del 2015, quando si è candidato per la prima volta alla presidenza del Partito Laburista. Tuttavia, dopo la sua vittoria, è arrivato un nuovo team di addetti stampa. Molti dei vecchi sostenitori  di Corbyn mi hanno detto di essere stati frustrati per i cinque anni di evasività sulla creazione o meno di un nuovo partito, affermando che avrebbe potuto crearlo quando è stato espulso per la prima volta come deputato laburista nel 2020, il che gli avrebbe probabilmente permesso di conquistare diversi seggi nelle elezioni del 2024. 6. Corbyn si è mostrato riluttante a rompere definitivamente con il Partito Laburista o a guidare un nuovo partito in prima persona. Ma non sembra nemmeno volere che qualcun altro lo faccia. Durante le trattative segrete, Collective, che di fatto è la fazione di Corbyn, si è opposta in generale a una leadership congiunta con Sultana. Poco dopo che Sultana ha annunciato che avrebbe «co-guidato» la nuova iniziativa con Corbyn, la potente ex capo di gabinetto dell’ex segretario, Karie Murphy,  ha epurato il gruppo WhatsApp di Collective. Tra gli eliminati c’erano l’attivista contro la guerra ed ex leader del partito Respect, Salma Yaqoob, e Andrew Feinstein,  ex deputato sudafricano e candidato indipendente, che si è candidato contro Keir Starmer nella sua stessa circoscrizione alle elezioni generali britanniche dello scorso anno. Entrambi sono considerati sostenitori della co-direzione come forma organizzativa del nuovo partito. Secondo «The Times», Corbyn «si è infuriato per il post di Sultana» in cui annunciava il nuovo partito e le ha chiesto senza successo di cancellarlo. Ne è seguito un silenzio imbarazzante. Per diverse settimane, il team di Corbyn ha fatto finta che Sultana non avesse mai fatto la sua importante dichiarazione. A parte un post ambiguo  in cui si congratulava con Sultana per aver lasciato il Partito Laburista e affermava «un vero cambiamento è alle porte», Corbyn non ha detto nulla al riguardo in pubblico e non ha mai confermato la creazione di un nuovo partito. Tre settimane dopo l’annuncio della giovane deputata, Corbyn ha ceduto. Si è unito all’iniziativa di Sultana e ha pubblicato una dichiarazione congiunta con lei in cui annunciava il progetto Your Party. 7. Your Party è l’iniziativa per la creazione del nuovo partito, il cui nome sarà scelto in occasione di una conferenza fondativa che si terrà  in autunno, probabilmente  a novembre. Non è chiaro chi sia responsabile dell’organizzazione della conferenza. Max Shanly,  un ex organizzatore giovanile di sinistra del Partito Laburista (che è stato personalmente oggetto di diffamazioni   per «antisemitismo» durante il periodo di Corbyn) ha avvertito di «una sorta di colpo di stato nel gruppo di lavoro responsabile della conferenza fondativa di Your Party». 8. Il lancio di un link a un modulo online , che chiedeva ai sostenitori di inviare i loro nomi, indirizzi e-mail e codici postali per rimanere aggiornati sui preparativi della conferenza, ha ottenuto una risposta massiccia, come dimostra il fatto che Your Party conta già più di  800.000 registrazioni verificate via e-mail . Resta da vedere quanti di questi sostenitori aderiranno effettivamente al partito, ma anche se solo la metà lo facesse, sarebbe il più grande partito politico della Gran Bretagna.  E anche prima che il partito venga lanciato ufficialmente, ci sono segnali incoraggianti per i suoi sostenitori. Un recente sondaggio ha rivelato  che un elettore laburista su tre nel 2024 prenderebbe in considerazione la possibilità di votare per un partito guidato da Corbyn-Sultana. Calunnie antisemite Molti sostenitori di Corbyn sono frustrati dal suo rifiuto di difendersi dalle calunnie di «antisemitismo di sinistra», che hanno distrutto la sua leadership alla guida del Partito Laburista tra il 2015 e il 2020. Come riportato per anni da  «The Electronic Intifada» e come ho documentato nel mio libro Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn  (2023), Corbyn e il suo team, invece di combattere le diffamazioni  , hanno spesso fatto concessioni a questa campagna diffamatoria . In pratica, molti dei sostenitori più fedeli di Corbyn sono stati epurati dal Partito Laburista, comprese figure di alto profilo come Ken Livingstone, Jackie Walker  e Chris Williamson.  Questo, in ultima analisi, ha giocato un ruolo importante nella caduta di Corbyn  come leader laburista. Feinstein è stato inflessibile nel sostenere che il nuovo partito non deve commettere lo stesso errore. Egli afferma che «è incredibilmente importante per noi, che partecipiamo al nuovo partito emergente, contrastare qualsiasi tentativo di utilizzare l’antisemitismo come arma, denunciandolo per quello che è: una tattica vergognosa di persone con posizioni politiche di destra e di estrema destra».  9. Nel 2023 Feinstein ha parlato alla presentazione del mio libro. Lo ha definito «una denuncia dettagliata, accurata e incredibilmente importante di come l’establishment e i suoi media siano capaci di mentire e diffamare », affermando: «Credo sinceramente che, se Nelson Mandela fosse vivo oggi e fosse membro del Partito Laburista di Keir Starmer, verrebbe espulso per le sue opinioni su Israele e sulla lotta al razzismo». 10. I commenti di Sultana al Rebel Tent del Beautiful Festival hanno elettrizzato il pubblico, proprio perché il movimento di massa che si era formato attorno a Corbyn nel 2015 si era disperso, senza una direzione e senza una casa politica negli ultimi cinque anni. Alcuni critici di Corbyn appartenenti alla sinistra sostengono che egli abbia sprecato questi anni nella vana speranza di essere riammesso nel Partito Laburista. Cosa che non aveva alcuna possibilità di realizzarsi sotto la guida di Starmer, il quale durante la campagna per la leadership del Partito Laburista nel 2020 aveva dichiarati di essere un sostenitore  del «sionismo senza riserve», oltre ad aver goduto del sostegno finanziario di lobbisti filoisraeliani come Trevor Chinn  e Gary Lubner  (quest’ultimo ha anche beneficiato dell’apartheid sudafricano).  Corbyn ha aspettato fino all’ultimo minuto per annunciare la sua candidatura indipendente  nel maggio 2024, presentandosi alla rielezione per il suo seggio parlamentare contro il candidato laburista. Ha esitato per un altro anno sulla creazione di un nuovo partito, nonostante i segnali incoraggianti  delle elezioni generali del 2024, che indicavano che molti elettori volevano un’alternativa di sinistra e filopalestinese. Feinstein è arrivato second o  nella circoscrizione di Starmer, e altri quattro nuovi candidati indipendenti (oltre a Corbyn) hanno ribaltato le maggioranze laburiste, conquistando seggi con programmi che invocavano la fine della partecipazione britannica  al genocidio di Gaza. Molti altri hanno conseguito buoni risultati. Tuttavia, se il chiaro antisionismo di Sultana ha deliziato i potenziali nuovi attivisti del partito, lo stesso Corbyn non si è mostrato altrettanto contento. In un’intervista con «Middle East Eye», l’intervistatore, Imran Mulla, ha chiesto a Corbyn cosa ne pensasse delle critiche di Sultana. 11. «Penso che non fosse davvero necessario che lei tirasse fuori tutto questo nell’intervista, ma è quello che Sultana ha deciso di fare», ha risposto. Ha poi tergiversato, giustificando le sue concessioni e dicendo di essere stato sottoposto «a forti pressioni per adottare la definizione dell’IHRA» da parte di alcuni dei suoi più stretti collaboratori e che «fu fatto in modo corretto». Non ha commentato le sue opinioni sul sionismo. In un articolo  pubblicato nel 2018 « The Guardian», Corbyn aveva affermato che esistevano sionisti «onorevoli» e che era «errato» descrivere il sionismo come una forma di razzismo. Secondo le informazioni disponibili, l’articolo era stato scritto dall’influente consigliere di Corbyn, James Schneider, che sembra avesse promosso gran parte dell’approccio disastroso  dell’ex leader sulla questione. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’ex autore dei discorsi di Corbyn, Alex Nunns, ha contattato «The Electronic Intifada» per negare che Schneider avesse scritto la bozza iniziale dell’articolo, affermando  invece che Schneider aveva solo dato «minimi suggerimenti editoriali» alla bozza. Corbyn è stato oggetto di critiche su Internet da parte di alcuni dei suoi stessi sostenitori per la sua apparente debolezza su questo tema e per non aver difeso Sultana quando la lobby israeliana l’ha attaccata per «antisemitismo». E non solo su Internet. In una manifestazione tenutasi a Londra la scorsa settimana, una nota attivista palestinese e sostenitrice di Your Party ha chiesto a Corbyn la sua opinione sul sionismo. In un incontro,  poi diventato virale in rete, Anika Zahir (nota come Ani Says ai suoi 126.000 follower sui social media) ha chiesto a Corbyn: «Si dichiarerà antisionista, come Zarah Sultana?». 12. Corbyn ha mostrato chiaramente il suo disappunto. Ha eluso la questione e ha risposto che era lì «per parlare a favore del popolo palestinese [...]. Mi dispiace, ma questo è il motivo per cui sono qui oggi. Grazie mille». Si è alzato e se n’è andato. Anche il suo responsabile della comunicazione, Oly Durose, ha cercato di zittire Zahir, dicendo che «non avrebbero concesso altre interviste». Corbyn ha persino chiesto con rabbia a Zahir di «spegnere la telecamera, per favore», cosa che lei ha fatto. La scena – la  maggior parte è stata pubblicata per la prima volta su Internet  dal ricercatore antisionista David Miller  – ha scatenato polemiche su X. Alcuni sostenitori di Corbyn hanno affermato che era ingiusto, dati i suoi anni di lavoro a favore della solidarietà con la Palestina, mentre i critici hanno affermato che avrebbe dovuto essere in grado di rispondere a una semplice domanda. Tra i difensori di Corbyn c’era il deputato indipendente (e sostenitore di Your Party) Adnan Hussein, che paradossalmente ha accusato Zahir di praticare la «caccia alle streghe». Il giorno dopo, sembrava aver rilanciato la sfida, accusandola esplicitamente  di «azioni estremamente malvagie contro un uomo buono». Zahir ha risposto sui social media  che le reazioni negative che stava affrontando includevano commenti islamofobi. Un utente di X  ha persino affermato falsamente che fosse la moglie di David Miller. «Lui non è un dio» In una dichiarazione rilasciata a «The Electronic Intifada», Zahir ha affermato di aver sostenuto Corbyn per anni e di essersi persino impegnata a sostenerlo votando per corrispondenza alle elezioni generali del 2017, nonostante all’epoca vivesse all’estero. Ha detto di seguire il suo attivismo a favore della Palestina dal 2010. «Sono un’espatriata in un Paese completamente diverso, dove sono isolata dalla politica britannica, ma non appena ho sentito parlare di Jeremy Corbyn, mi sono precipitata a compilare i moduli e a votare», ha affermato. Tuttavia, ha detto che l’incontro della settimana scorsa l’aveva lasciata delusa: «Mi sento come se fossi appena uscita da una setta». Zahir ha commentato che trascorreva tutto il suo tempo libero con attivisti «apertamente antisionisti che vedeva lavorare senza sosta». «Non è una questione personale, volevo semplicemente sapere quale sarebbe stata la posizione del nuovo partito rispetto al sionismo», ha detto la giornalista a «The Electronic Intifada». Secondo Zahir, è stato un errore mettere Corbyn su un piedistallo e affidarsi ad altri politici per rispondere alle domande poste dagli attivisti. «Ho fatto a un politico una domanda fondamentale», ha detto. «Improvvisamente, non pretendiamo più responsabilità. Non è così che falliscono le rivoluzioni? Da quando non chiediamo più ai leader di assumersi le loro responsabilità? Tutti gli esseri umani possono sbagliare». «Lui non è un dio», ha aggiunto Zahir. Il gruppo di Corbyn Oly Durose, attuale responsabile della comunicazione del team di Corbyn, è un ex candidato parlamentare laburista, sostenuto  nel 2019 da David Lammy , attuale ministro degli Esteri  britannico. Durose non è affatto l’unico reduce del Partito Laburista che continua a essere vicino a Corbyn. James Schneider, lo stratega che, secondo le informazioni disponibili, ha scritto l’articolo del «Guardian» del 2018 in cui affermava che era «errato» definire il sionismo come razzismo, è un altro. Da quanto ne sappiamo, Schneider è stato scelto  per partecipare all’organizzazione della conferenza fondativa del nuovo partito. Si dice che faccia parte di quel comitato anche Karie Murphy, la persona che, come abbiamo detto, ha espulso Feinstein e altri membri dal gruppo WhatsApp di Collective. Schneider, d’altra parte, è stato messo in discussione da alcuni attivisti per l’esistenza di un possibile conflitto di interessi legato al fatto che sua moglie, Sophie Nazemi,  è la direttrice della comunicazione del Partito Laburista. Da parte sua, anche il passato di Murphy in materia di diffamazioni antisemite non è proprio brillante. Come ho dimostrato in Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn, Murphy (come Corbyn) si è opposta a «parte» della definizione dell’IHRA (gli infami «esempi», realmente diffamatori, che consideravano «antisemitismo» l’affermazione che Israele è uno Stato razzista). Per un certo periodo, Murphy ha sostenuto Chris Williamson,  l’ex deputato di sinistra che ha fedelmente appoggiato Corbyn, ma che è stato sacrificato prima delle elezioni del 2019. «Ritirata totale» Chris Williamson, dal canto suo, ha scritto nel suo libro Ten Years Hard Labour (2022) che Murphy è entrata in «modalità ritiro totale», insieme al resto della squadra di Corbyn, e alla fine non si è opposta al piano di «indagare su di lui» e sospenderlo  per la sua affermazione del tutto corretta secondo cui il Partito Laburista sotto la guida di Corbyn aveva ceduto su questa questione. L’anno successivo, Murphy si è vantata pubblicamente  di quanti «antisemiti» aveva contribuito a espellere dal Partito Laburista. Quali erano i suoi esempi di tale «antisemitismo»? Jackie Walker  e Ken Livingstone,  entrambi sospesi per aver fatto dichiarazioni antisioniste. Se Corbyn vuole davvero unire il suo movimento dietro un nuovo partito, deve ammettere gli errori commessi in passato. Non combattere le calunnie antisemite rivolte contro di lui e i suoi sostenitori ha avuto effetti disastrosi per il movimento di sinistra. Ciò accadrà di nuovo, se Corbyn e il suo team non cambieranno atteggiamento. Le ripetute concessioni e i cambiamenti di posizione di Corbyn sulla questione dell’antisemitismo e dell’antisionismo lo hanno fatto apparire come un leader debole agli occhi degli elettori, non solo degli attivisti. Un sondaggio  affidabile condotto dopo le elezioni generali del 2019 ha rivelato che molti elettori pensavano che «Jeremy Corbyn non fosse un leader attraente» e che le divisioni all’interno del Partito Laburista alimentavano questa percezione. «Non ci hanno difeso» Le sospensioni dal partito, le indagini, le inchieste interne, i rapporti, le cacce alle streghe sui media e le espulsioni hanno tristemente diviso e demoralizzato il movimento attivista. Quando ho fatto il tour nazionale per presentare il mio libro tra il 2023 e il 2025, sono rimasto sorpreso dalla delusione e persino dalla rabbia che alcuni membri della base provavano nei confronti di Corbyn. Si trattava di persone comuni provenienti dai sindacati locali, da gruppi di solidarietà con la Palestina e da organizzazioni locali, che avevano lavorato duramente per Corbyn nella speranza di cambiare il Paese in meglio. «Non possiamo lasciare che Corbyn e [il suo stretto alleato John] McDonnell la facciano franca», è stato il verdetto di un attivista di Liverpool. «Non ci hanno difeso. Non hanno difeso loro stessi e dobbiamo cercare altrove». Molti attivisti sostenitori di Corbyn sono stati espulsi dalle sezioni locali del Partito Laburista con il pretesto dell’antisemitismo, anche sotto la guida della stessa general secretary di Corbyn, Jennie Formby.  Questi militanti sono rimasti completamente delusi dall’incapacità dimostrata dall’ex leader di contrattaccare. È probabile che queste opinioni siano molto più diffuse di quanto Corbyn stesso creda, quindi non sorprende che l’approccio più combattivo di Sultana stia riscuotendo consenso. 13. Il comportamento compiacente di Corbyn nei confronti della lobby israeliana all’interno del Partito Laburista non solo ha demoralizzato gli attivisti, ma non ha nemmeno aiutato a vincere le elezioni. Il sionismo è un’ideologia massimalista, che non accetta nulla di meno che una lealtà completa e assoluta. Il rappresentante dell’ambasciata israeliana  e il Jewish Labour Movement,  (che era stato oggetto di lusinghe e approcci amichevoli da parte di Corbyn) hanno svolto un ruolo chiave  nell’espulsione di Corbyn dal Partito Laburista. I gruppi filoisraeliani lo hanno sabotato e diffamato fino alla fine. Loro e i loro alleati lo rifaranno sicuramente, se diventerà leader del nuovo partito. Tuttavia, non vi sono indicazioni che l’ex leader laburista sia disposto a iniziare a combattere il sionismo e le diffamazioni antisemite utilizzate come arma contro di lui e il suo movimento. Se Corbyn, che continua a godere di grande affetto e rispetto per la sua solidarietà con la Palestina, non è in grado di offrire una leadership più risoluta, forse non dovrebbe intralciare il cammino di coloro che possono farlo. Testi consigliati Daniel Finn,  Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del  Brexit (Controcorrenti: Corbyn , il Partito Laburista e la crisi della Brexit) , «New Left Review» 118 settembre-ottobre 2019, e El mismo filo de la navaja: Starmer contra la  izquierda (Lo stesso filo del rasoio: Starmer contro la sinistra ),  Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino  Unido (Torturare le prove, lawfare e mediafare nel Regno Unito) tutti pubblicati su «El Salto» 19 luglio 2024 e 31 luglio 2023  Canal Red, La Base Comanche 1x09, «Chi ha davvero vinto le elezioni nel Regno Unito?».  Asa Winstanley è redattore associato di «The Electronic Intifada». Autore di Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn  (2023).

  • periferie

    # 2 Numeri, paura, crimini e città: la criminalità è veramente un problema nelle nostre città? Paul Hertz Pubblichiamo la seconda puntata ( qui puoi trovare la prima) di una riflessione aperta da Alberto Violante sulla percezione della sicurezza e la diffusione della criminalità all’interno delle città medio-gradi del nostro paese. Il testo analizza criticamente l’idea diffusa che la criminalità stia aumentando e che le città italiane siano sempre più insicure. Attraverso un esame dei dati del Ministero dell’Interno, emerge invece una diminuzione complessiva dei reati tra il 2006 e il 2023, soprattutto dei furti e delle rapine, mentre restano stabili i reati violenti e aumentano le truffe (soprattutto informatiche) e le denunce per violenze sessuali. L’autore mette in discussione due convinzioni comuni: che l’immigrazione aumenti la criminalità e che le città siano sempre più pericolose. I dati mostrano come la sovrarappresentazione degli stranieri nei reati sia parzialmente spiegabile da fattori demografici e che, in realtà, la criminalità urbana sia in calo, con alcune eccezioni legate al turismo. Infine, l’articolo suggerisce che la “questione sicurezza” venga spesso enfatizzata nel dibattito politico e mediatico, pur in assenza di un reale peggioramento dei dati, e che il tema debba essere letto anche alla luce delle condizioni sociali ed economiche del paese. Fatte dunque tutte le avvertenze su come intendere in numeri possiamo provare a confrontarci con la domanda se la criminalità sia o meno in aumento e stia davvero assediando le nostre città. Non ho scritto rispondere alla domanda se la criminalità sia o meno in aumento, perché prima di rispondere a una domanda bisogna chiedersi se questa abbia o meno un senso, e parlare degli andamenti della criminalità in sé , per quanto sia comune,   difficilmente può essere considerata una cosa sensata. È come chiedersi se gli esercizi commerciali vanno bene, perché si presuppone che una buona domanda di acquisti e una vitalità diffusa presiedano necessariamente ad un aumento del commercio.Si scopre invece che, ad esempio, dopo la crisi pandemica la ristorazione ha un buon andamento e i locali di intrattenimento notturno no.  Allo stesso modo invece di immaginare la criminalità come un sintomo morale, bisognerebbe dare per scontato che se ci sono più episodi di borseggio, non è affatto detto che ci siano più rapine (come infatti è), perché le condizioni di possibilità che stanno dietro i due atti sono diverse, e perché per compiere un atto illegale, o addirittura intraprendere una carriera criminale, bisogna avere motivazioni e competenze, e chiaramente un borseggiatore è diverso da un estorsore, o un truffatore. Ridimensionata la domanda possiamo quindi rispondere. Sì la “criminalità”, misurata dal Ministero dell’Interno come il totale delle denunce alle FF.OO è diminuita: passa infatti dai 4.475 ogni 100.000 abitanti nel 2006 ai 3.969 per 100.000 abitanti del 2023. Più della metà di questi reati  nel 2006 erano furti, nelle loro varie fattispecie (scippi, borseggi, di automobili etc.) ed è la loro drastica diminuzione ad aver consentito chiaramente la diminuzione dei reati (nel 2023 infatti i furti sono stati meno della metà dei reati complessivi). Si sono circa dimezzate le rapine e sono rimaste abbastanza stabili quelle legate alla violazione della normativa sugli stupefacenti. Anche la violenza inter-personale non mostra segni di recrudescenza, visto che le lesioni sono abbastanza stabili, le minacce in lieve diminuzione, e gli omicidi e i tentati omicidi in clamorosa diminuzione, essendo venuta meno in questi anni una certa propensione delle organizzazioni criminali mafiose a regolare la competizione tra clan con la violenza omicida, che indiscutibilmente tende a essere controproducente per la gestione delle attività criminose. Accanto a queste diminuzioni sono aumentate di quasi un terzo le denunce per violenza sessuale (che su una scala ovviamente più piccola –perché più spesso non vengono denunciate- hanno raggiunto le 10 denunce ogni 100.000 abitanti), e sono quasi triplicate le truffe quelle tradizionali e quelle informatiche, ma con una prevalenza di queste ultime. Se guardiamo questa fotografia ne esce un quadro dove effettivamente la sicurezza derivante dall’infrazione di reati codificati non sembra certo essere un’emergenza, soprattutto se confrontata con un recente passato. I dati delle indagini di vittimizzazione italiana confermano abbastanza i dati amministrativi, che –soprattutto per alcuni reati- abbiamo visto contenere inevitabilmente delle distorsioni. I borseggi e le rapine si sarebbero addirittura dimezzate nella fase post-Covid ad un tasso addirittura superiore a quello registrato dai dati amministrativi, cosa che solitamente è però attribuibile al declino dei reati meno gravi. Questi numeri mettono in discussione due pilastri del dibattito dell’opinione pubblica sulla criminalità degli ultimi anni. Il primo è che la maggior propensione a delinquere della popolazione immigrata avrebbe fatto innalzare il livello di criminalità generale e in particolar modo quello delle metropoli, dove risiede la maggior parte della popolazione straniera appunto. Il secondo, conseguente, è che, anche in virtù della crescente diseguaglianza sociale, stesse aumentando un problema di sicurezza nelle città che sarebbe andato a incancrenirsi, come abbiamo detto al contrario, la dimensione del crimine sembra essere sempre più domestica e virtuale.  Prendiamo singolarmente i due punti. Se si contano gli autori per cittadinanza per singolo reato, la proporzione di autori stranieri sugli autori appare nettamente sovraradimensionata rispetto alla presenza di cittadini non italiani sul territorio. In parte esiste una sovrarappresentazione, in parte questa sovrarappresentazione è stata esagerata nel dibattito usando statistiche come il numero di autori sulla popolazione residente. Bisognerebbe ricordare per dare le giuste dimensioni al fenomeno che la popolazione non italiana  residente sul territorio alla quale vengono rapportati il numero di autori di reati stranieri, è concentrata nelle classi di età giovanili, che sono quelle principalmente attive nelle carriere criminali, mentre la popolazione italiana è ormai composta in maniera consistente di anziani. Se si confronta la presenza di autori italiani e stranieri nelle singole fasce di età, la differenza non scompare ma diminuisce molto rispetto a quella usualmente propagandata. In secondo luogo la popolazione straniera potrà essere anche sovrarappresentata tra le persone denunciate, ma è assolutamente minoritaria nella popolazione straniera, e lo è diventata ulteriormente in questi anni. I reati che sono diminuiti di più come abbiamo visto sono le varie fattispecie di furto. I reati, cioè, dove era riscontrabile la maggiore presenza di autori stranieri, e questo, nonostante i residenti non italiani siano aumentati esponenzialmente in questi anni. Se esistesse qualcosa come la propensione a delinquere di una categoria (su base etnica, sociale o qualunque altro criterio) non si sarebbe potuto verificare l’aumento di quella categoria e la diminuzione dei reati.  Il secondo pilastro che viene a cadere è quello delle città italiane precipitate in un futuro distopico preda del crimine. Prima di spiegare perché la diminuzione dei reati di questi anni demolisce questo assunto bisogna chiarire un aspetto. Le città di dimensioni medio grandi hanno effettivamente un tasso di delittuosità più alto degli altri territori. Questo fatto è stato il conforto empirico alla tradizionale ossessione anglosassone per le classi pericolose, che altro non è che la memoria sociale della inurbazione violenta e accelerata del XIX° secolo. La teoria criminologica però ha da anni spiegato questa anomalia. Se, come abbiamo visto, la maggior parte dei reati sono reati contro la proprietà, essendo il reddito procapite più alto nelle città la popolazione “predata” è più numerosa in ambiente urbano. Detto questo anche questa specificità si è in realtà molto smussata in questi anni, e quasi tutte le città italiane sono diventate meno esposte alla presenza di reati. Considerando la sola somma delle varie specie di furto, a Torino i reati sono molto diminuiti e l’eccedenza rispetto alla diffusione media nazionale si è dimezzata; a Genova si è praticamente annullata, ed è diminuita anche a Milano (anche se in misura minore) e a Roma. La maggior diffusione di reati è rimasta a Venezia e a Napoli. Sono eccezioni importanti perché data la storica tradizione turistica e la recente inclusione di Napoli nei processi della mega-macchina turistica, questo solo elemento ci suggerisce che la diffusione e la persistenza di alcuni reati ha più a che fare con i processi di turistificazione, che con la propensione a delinquere degli esclusi.  Se è vera la teoria criminologica di medio raggio esposta sopra, dobbiamo ammettere che la maggiore circolazione di turisti dentro i centri delle città in questi anni è stata una consistente condizione di possibilità per chi si volesse impiegare in attività di questo tipo. Ovviamente parliamo comunque di fenomeni relativamente rari e che hanno una loro “fisiologia”.  Questa questione però rovescia la prospettiva urbana dell’analisi del crimine. Il punto non è solo controllare le periferie, ma proteggere i centri, visto che l’economia urbana italiana sarebbe seriamente scossa se un problema di micro-criminalità dovesse insorgere. In questa maniera diventano più comprensibili le parole dei politici liberali italiani che hanno fatto le loro fortune lanciando i processi di turistificazione, e ora vorrebbero ricostruire il centrosinistra occupandosi di uno dei pochi problemi sotto controllo nel paese. Oltre alla facile ironia contro i social-liberisti italiani che predicano pragmatismo e realtà e vivono di propaganda, bisogna pensare se la questione sicurezza sia una merce così ossessivamente spinta sul mercato solo per questioni ideologiche o anche perché, in un quadro del tutto diverso alla cornice proposta dai liberisti italiani una questione esista davvero. Se si guarda all’arco di discesa di questo ventennio infatti i reati contro la proprietà hanno avuto dei rimbalzi, pur incapaci di invertire la tendenza storica, durante le due grandi crisi attraversate (quella del debito e quella pandemica). Non voglio istituire nessun nesso meccanico tra la crescita della povertà e la delittuosità. È questa una vecchia attitudine cattocomunista, che tende a guardare il crimine come un vuoto creato dalla necessità che venga riempito, ignorando la spinta soggettiva che c’è comunque dietro una professione illegale. È però innegabile che l’aggravarsi della questione sociale costituisca delle condizioni. Di questo però parleremo meglio collegandolo alla risposta alla seconda domanda che ci eravamo fatti all’inizio di questo percorso, cioè se sia veramente aumentata la paura. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

  • fascismi

    # 1 I nuovi fascismi e la riconfigurazione della controrivoluzione globale Feliciano De Maria Il presente testo è stato originariamente redatto come materiale per il workshop del collettivo <>, tenutosi nel marzo 2025 presso il Sitio de Memoria Providencia di Antofagasta (Cile) e intitolato Guerra, crisi e fascismi . La versione qui proposta, pubblicata originariamente sul sito del collettivo, include alcune modifiche apportate successivamente, alla luce delle discussioni e delle interazioni avute con i partecipanti e i collaboratori. Attraverso la lettura di diversi autori, il testo propone un’analisi articolata sul fenomeno del fascismo. Come sottolineano gli autori stessi, alcuni passaggi e fasi di tale riflessione risultano complessi e sfaccettati, una caratteristica dovuta alla natura stessa dell'oggetto di indagine, sempre più camaleontico e sfuggente. Nonostante ciò, gli autori riconoscono la necessità di approfondire l’analisi delle nuove forme di fascismo facendo chiarezza su come esse rappresentino oggi uno degli strumenti principali attraverso cui il capitale tenta di salvarsi dalla crisi da esso stesso generata. Pubblichiamo il testo a puntate per gentile concessione del collettivo <> e della redazioni di Ill Will dove è apparso l’articolo proposto. “ Generals gathered in their masses Just like witches at black masses Evil minds that plot destruction Sorcerer of death's construction In the fields, the bodies burning As the war machine keeps turning[...]” War Pigs, Black Sabbath.  Lo spirito di rivolta, in maniera sotterranea, si sta diffondendo in diverse parti del mondo: Serbia, Turchia, Grecia, Indonesia, Italia e Argentina hanno visto proteste più o meno massicce, di durata più o meno lunga. Gli Stati Uniti non hanno fatto eccezione: alle proteste contro la gestione di Trump nel mese di aprile è seguita la rivolta contro l'ICE a giugno. In Europa c'è stata una reazione al riarmo europeo e al tentativo di trascinare tutti i paesi membri della NATO nei conflitti in corso in Medio Oriente e in Ucraina.  Ma non siamo qui per discutere se ci troviamo di fronte a un nuovo periodo di rivolta, è ancora troppo presto per dirlo o per fare una lettura in profondità della situazione.  Vogliamo piuttosto approfondire lo studio della generalizzazione di un processo controrivoluzionario di carattere globale a cui questi focolai di protesta hanno risposto. Un processo che trova la sua principale espressione nella proliferazione delle politiche espansionistiche e nell'instaurazione della guerra   - intesa sia contro le popolazioni, che tra Stati-nazione, o in altre forme che rinnovano il significato di guerra. La corsa alle nuove tecnologie, alle "risorse naturali", alle terre rare e alle zone strategiche è direttamente collegata alle mutazioni contemporanee di quelli che si ritengono fascismi di nuovo tipo. I saluti nazi-fascisti dei sostenitori di Donald Trump e dell'estrema destra mondiale sono la rappresentazione del ritorno delle forme estetiche e simboliche del fascismo di un tempo; ma questo processo non si riduce solo ad atti di "ribellione di destra". Si tratta piuttosto di un processo globale, che rinnova i meccanismi repressivi già utilizzati per controllare, sterminare ed espellere la popolazione in eccesso, e li estende ad altri territori del pianeta. Da Gaza a Los Angeles, dal Wallmapu all'Europa, il mondo è attraversato da un’ampio ventaglio di forme repressive che compongono l'attuale gestione della crisi capitalista in questa fase post-neoliberista. Il carattere localizzato di ogni movimento reazionario e le differenze politico-strategiche che esistono tra loro non rappresentano una contraddizione alla portata globale di questo fenomeno, ma rappresentano piuttosto la molteplicità di forme che la controrivoluzione può assumere a seconda del contesto nazionale e internazionale.  Il presente testo è un tentativo, necessario e volutamente parziale, di comprendere il fenomeno reazionario nella sua forma globale, al di là di semplici incasellamenti in una o in un altra categoria concettuale. Se è vero che gli aspetti generali di questo movimento possono risultare familiari e riportarci al fascismo classico, ciò che sosterremo di seguito è che ci troviamo di fronte a una forma storicamente specifica, legata a condizioni oggettive derivante dalla crisi della civiltà capitalista e dalla depredazione ecologica. Si tratta in altre parole, di nuovi fascismi, che negli ultimi mesi hanno suscitato molteplici risposte di resistenza locale, di cui non conosciamo ancora la portata e la durata, ma che prefigurano la possibilità di superare i limiti dei precedenti processi insurrezionali. A tal fine, partiremo analizzando ciò che è stato generalmente inteso come fascismo nel corso del XX secolo, nonché le divergenze in tale comprensione. Successivamente, ci concentreremo sui focolai di mutazione dell'attuale movimento reazionario, che collochiamo negli Stati Uniti a causa delle sue particolarità che rendono possibile, più che in altre località, l'uso di una potenza distruttiva senza pari, nonché la capacità di esportare le loro politiche nel resto del continente.  Che cos'è il fascismo?  <> Intervista a Herbert Marcuse, Stati Uniti: questioni di organizzazione e il soggetto rivoluzionario, 1970.  Dalla prima presidenza di Donald Trump, il dibattito sul fascismo negli Stati Uniti ha acquisito maggiore forza, ma non è un dibattito limitato a questo secolo, bensì è stato oggetto di discussione dei principali intellettuali radicali sin dal dopoguerra. Al di là del qualificare o meno l'attuale governo come fascista, la discussione sul carattere fascista della più grande potenza militare del mondo ci fornisce alcuni strumenti concettuali di estrema importanza per poter identificare e sviluppare una comprensione molto più ampia delle forme rinnovate di fascismo in tutto il mondo. Se dopo il movimento del '68 la Francia, e in particolare la Nouvelle Droite , è diventata la principale esportatrice delle teorie dei nuovi fascismi, oggi il movimento neoreazionario statunitense è il centro della controrivoluzione in Occidente.  Un fascismo americano non ha bisogno di essere a immagine e somiglianza del fascismo italiano o del nazionalsocialismo tedesco. Il suo potenziale è invece profondamente «(...) intrecciato alle storie di schiavitù e sterminio, espropriazione e dominio che continuano a plasmare il presente degli Stati Uniti, materialmente e ideologicamente». Alberto Toscano riprende le analisi di pensatori radicali neri per analizzare il potenziale fascista del corpo politico statunitense e delle sue istituzioni governative: «Angela Y. Davis, come George Jackson, hanno identificato l'apparato statale statunitense come il luogo di rinascita o addirittura di perfezionamento di alcune caratteristiche dei fascismi storici». Ciò che è particolarmente interessante nell'analisi di Davis e Jackson è che, sviluppandola a partire dalle esperienze collettive delle persone razzialmente escluse dal sistema dei diritti della democrazia liberale, il fascismo smette di essere utilizzato per riferirsi solo a un movimento politico o a una forma di governo dittatoriale specifica, ma viene inteso come un meccanismo di potere intrinseco al capitalismo che ha avuto il suo terreno fertile nei processi coloniali di tre secoli fa. Per esprimersi, il fascismo non ha più bisogno di incarnarsi in un partito-milizia concreto, ma viene assimilato nei meccanismi e nelle istituzioni politiche che costituiscono la democrazia liberale occidentale. Una delle caratteristiche centrali di questo fascismo è la «generalizzazione del terrore carcerario razzializzato nella società». Questo approccio alle "forme democratiche del fascismo" è condiviso da Theodor W. Adorno, che in una conferenza del 1959 affermò: «A mio parere, la sopravvivenza del nazionalsocialismo nella democrazia è potenzialmente molto più minacciosa della sopravvivenza delle tendenze fasciste contro la democrazia». La scelta del proletariato nero e del movimento contro la guerra del Vietnam di iniziare a usare il termine fascista come insulto nei confronti della polizia bianca era certamente azzeccata. «L'esperienza razzializzata della negazione dei diritti civili in una democrazia liberale può rendere confusa la distinzione tra questa e il fascismo a livello di esperienza vissuta». Oggi, dopo la rivolta di strada del 2020 per l'omicidio di George Floyd e, più recentemente, la ribellione dei migranti contro l'ICE, la popolazione statunitense ha potuto distinguere forme repressive ed estetiche che riecheggiano il nazifascismo del passato: sia ieri che oggi i poliziotti sono maiali fascisti. Ma se il fascismo persiste all'interno della democrazia e delle sue istituzioni come meccanismo intrinseco al suo funzionamento, ciò significa che il fascismo politico, inteso come movimento di massa analogo a quello del XX secolo, non è più una peculiarità del presente?  Prima di rispondere, dobbiamo andare più indietro nel tempo. Nel 1934, tre decenni prima che Davis e Jackson sviluppassero le loro analisi sul fascismo americano, e ancora a qualche anno dallo scoppio della seconda guerra mondiale, il comunista Paul Mattick rifletteva sulla diffusione del fascismo in tutto il mondo, in particolare sulla possibilità che il governo di Franklin D. Roosevelt degenerasse in un regime fascista dittatoriale. L'emergere del fascismo in Europa veniva così spiegato: «I vecchi metodi democratici non sono più soddisfacenti; devono essere sostituiti da metodi più agili e diretti. Un governo non è più sufficiente; ciò che serve è una dittatura. Il fermento e il malcontento sociale nell'ultima fase del capitalismo devono essere repressi e controllati affinché il sistema possa sopravvivere».  Mattick analizza alcune precondizioni teoriche per l'emergere del fascismo in un paese come gli Stati Uniti, partendo dall individuare il fascismo come prodotto della crisi del capitale e parallelamente come via d'uscita attraverso l'espansionismo militarista e la modernizzazione dell'apparato statale. Affinché le classi dominanti siano determinate a promuovere tendenze fasciste all'interno di un paese, è necessario un impoverimento generalizzato delle classi medie. Il fascismo si nutre dell'insoddisfazione di queste ultime e la indirizza non contro il capitalismo o i suoi agenti, ma contro il proletariato. La minaccia di una rivoluzione è una condizione preliminare per l'utilizzo del fascismo al fine di garantire la sopravvivenza del sistema.  La convinzione che gli Stati Uniti potessero evolvere in una dittatura fascista durante l’era del New Deal era diffusa tra diversi pensatori radicali e militanti comunisti. Mattick, tuttavia, escluse che ciò potesse avvenire nel breve periodo, poiché il fascismo, pur rappresentando una possibile risposta alla crisi del capitalismo, non è l’unica. Allo stesso modo, lo sviluppo della lotta di classe non aveva ancora prodotto le condizioni necessarie per l’affermazione fascista. Ciononostante, Mattick avvertiva che tale possibilità rimaneva latente all’interno delle vecchie organizzazioni della classe media e dell’aristocrazia operaia.  [...] quando la classe media si impoverirà più di quanto non sia attualmente, il fascismo crescerà negli Stati Uniti a un ritmo molto più vertiginoso che in qualsiasi altro luogo. Infatti, se la situazione negli Stati Uniti continuerà come oggi, il fascismo avrà molte più possibilità di svilupparsi rispetto al movimento operaio rivoluzionario .  Mattick ha saputo comprendere lo scenario pessimistico che ci attendeva, dato che da allora è stato più probabile il verificarsi del fascismo che quello della rivoluzione. Tuttavia, se applichiamo ciecamente la sua analisi al presente, ci troviamo di fronte all'apparente assenza di uno dei suoi presupposti per la nascita del fascismo, cioè una “minaccia” rivoluzionaria. Se pure l'impoverimento delle classi medie e la loro mobilitazione attorno a politiche populiste, come l'espulsione dei migranti e la formazione di gruppi paramilitari è in atto da alcuni anni; al contrario l'impoverimento generalizzato della classe operaia non ha portato alla sua radicalizzazione, né alla sua auto-organizzazione, favorendo invece una corsa individualista alla sopravvivenza attraverso l'esaltazione della propria soggettività e la ricerca del successo costruito sulle narrazioni capitalistiche.  Se l'ondata reazionaria di libertari, neonazisti e suprematisti bianchi è effettivamente la manifestazione, ad oggi, di un fascismo specificamente statunitense, questo non sarebbe stato risvegliato in modo reattivo da alcuna minaccia rivoluzionaria al capitalismo in crisi. Almeno non se consideriamo che tale minaccia debba essere rappresentata da un movimento operaio organizzato e unificato. Il che risulta paradossale, dato che questa fase del capitalismo è invece caratterizzata dalla «decomposizione del proletariato come agente rivoluzionario«.Cioè la frammentazione della classe e, parallelamente, uno scontro interno ad essa, rappresentato soprattutto, ma non esclusivamente, dalla tensione tra la crescente popolazione in eccesso rispetto alle esigenze del capitale e la lotta dei lavoratori per conservare le loro condizioni di vita salariata minacciate dallo sviluppo capitalistico. Ciò non deve essere interpretato come una negazione del potenziale carattere rivoluzionario del presente, ma piuttosto come una condizione che determina il modo in cui la rivoluzione sarebbe possibile in questo momento.  Dovremmo quindi scartare la tesi secondo cui vi è un espressione politicamente organizzata di nuovi fascismi, per l'assenza di una delle loro caratteristiche distintive? Non crediamo che sia così semplice, poiché i movimenti neoreazionari contemporanei mantengono un'altra delle caratteristiche principali del fascism: la difesa dell'ordine esistente e del relativo contesto nella crisi generalizzata del capitalismo.  Se pensassimo alla possibilità di un fascismo nel presente solo come una replica delle sue forme storiche durante il XX secolo, arriveremmo a due possibili conclusioni. Primo: il fascismo è un prodotto del suo tempo e l'uso del termine è restrittivo poiché le condizioni materiali in cui è emerso non esistono più. Secondo: saremmo favorevoli a forzare l'inquadramento di tutti i movimenti nazionalisti e conservatori del presente nella categoria classica del fascismo, senza metterne in discussione le differenze. Contrariamente a entrambe le conclusioni, il fascismo è un prodotto storico condizionato dallo sviluppo del capitalismo, per cui trae le sue caratteristiche dal contesto e dall'epoca in cui emerge, il che rende possibile una varietà di forme che condividono una caratteristica fondamentale: proteggere un capitalismo in crisi.  Sulla base delle analisi di Mattick e dei radicali neri negli Stati Uniti, si potrebbe erroneamente interpretare che l'espressione politicamente organizzata del fascismo nel presente non sia possibile in assenza di una delle sue precondizioni (Mattick) o non sia necessaria, poiché i suoi meccanismi repressivi sono già stati assimilati e perfezionati dalle democrazie liberali (Davis e Jackson). Al contrario, invece di concludere che il fascismo politico sia irrealizzabile, bisognerebbe comprendere la simultaneità di entrambe le forme (macro e micro-politica). E parallelamente comprendere come queste strutture politico-giuridiche consentono la manifestazione di una diversa espressione del fascismo nella contemporaneità. Continua nella prossima puntata...

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    # 3 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis: letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è il primo di quattro inviti con letture significative del libro in oggetto. Buon ascolto.  Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musica: Dust And Danger prodotta ed eseguita da The North. Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini Puoi ascoltare il podcast al seguente link https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/24ad59b7/3-cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

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    Intorno a Mario Giacomelli. Dialogo su fotografia, scrittura e ricerca Il presente dialogo prende le mosse dalla visita alla mostra Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, tenutasi al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 20 maggio al 3 agosto 2025. Massimiliano Manganelli: Girando per le sale della mostra si capisce molto bene che un medium come la fotografia, nato in sostanza per «riprodurre», possa invece essere utilizzato per «produrre», sempre a partire, paradossalmente, da una riproduzione. Giacomelli lavora su un dato «reale», strettamente materico, non fa fotografia deliberatamente astratta, eppure giunge comunque a un’astrazione molto peculiare. Giulio Marzaioli: La componente materica della fotografia di Giacomelli balza agli occhi soprattutto per il contrasto tra scuro della forma e luce dello spazio attorno. Non a caso l’esperienza artistica di Giacomelli viene accostata all’opera di Burri (a mio avviso il rapporto è evidente soprattutto con le Combustioni ), e mi pare che il nesso stia nella fiducia verso la potenzialità di emersione (di ulteriore forma, di diversa matericità ecc.) insita in una superficie apparentemente statica e uniforme (pellicola fotografica o ad esempio cellophane, nel caso di Burri). L’astrazione a cui ti riferisci penso che sia proprio l’esito di un’opera di esplorazione, compiuta anche in camera oscura. Non c’è nessuna deriva simbolista e non credo ci fosse una teoria estetica predefinita da dover dimostrare. La coerenza del percorso di Giacomelli, a mio parere, è da ricondurre all’adesione del suo lavoro a una ricorrenza di temi sottesi e a una rigorosissima e incessante attività di sperimentazione. Alla fine alcune opere si avvicinano a uno stato metafisico che sembra la naturale maturazione dell’immagine. Quest’opera di ridefinizione progressiva della visione reale e del supporto dell’immagine stessa produce una «densità» non così presente in gran parte delle immagini (artistiche e non) da cui siamo subissati ogni giorno. MM: Mi sembra particolarmente interessante il procedimento con il quale si produce l’immagine, perché questa è evidentemente il risultato di una ricerca, non c’è nulla di preimpostato. Giacomelli scatta e poi lavora moltissimo in camera oscura, giocando molto sui contrasti, come si vede benissimo nelle sequenze dei seminaristi o nel ritratto della madre, nel quale a partire da uno stesso negativo è possibile effettuare alcune variazioni con esiti davvero diversi. Sicuramente c’è un’idea della composizione già nel momento in cui si mette l’occhio nel mirino – altrimenti non staremmo parlando di fotografia nel senso artistico e professionale –, tuttavia l’apertura dell’otturatore è soltanto l’avvio di un processo molto più lento ed elaborato. Secondo me è questa la ricerca, ossia l’esplorazione di un campo di possibilità, senza avere in mente una meta predefinita. GM: Le foto della madre rimandano a un altro tratto che a mio avviso è distintivo nell’opera di Giacomelli, ovvero il movimento. Elemento ancor più significativo, trattandosi di fotografia. Sia nelle varie serie di medesime immagini (che risultano variate per contrasto), sia nelle figure in movimento, ottenuto in fase di scatto o per deformazione del supporto dell’immagine in camera oscura, ci troviamo al cospetto di un processo creativo che coinvolge attivamente il fruitore nel tentare una visione propria (una propria disposizione alla visione). Scrivi di «campo di possibilità» e di assenza di «una meta predefinita»; effettivamente chi osserva partecipa alla determinazione di un’immagine (non già dell’immagine) plausibile per lui nell’ambito di un contesto messo a disposizione dall’artista. Se vogliamo riconoscere una «ricerca» nell’ambito di un qualsivoglia percorso creativo, in esso si deve necessariamente presumere che non fosse noto in origine il risultato di questa ricerca; quindi ravvisare l’assunzione di un rischio, l’allontanamento da una zona conosciuta o predefinita (presupponendo che fare arte sia anche un’esperienza conoscitiva).  MM: Per forza di cose le categorie si definiscono ex post , altrimenti sono programmi di poetica, per usare un termine novecentesco che oggi mi pare piuttosto in disuso. Ora, io non saprei dove collocare la ricerca di Giacomelli, so però cosa apprezzo e cosa no del suo lavoro, che è poi ciò che apprezzo anche in altri campi artistici. Trovo interessante, per esempio, quella matericità di cui dicevo all’inizio, accompagnata a un altro elemento che contrasta molto con la comune idea di fotografia, cioè quello di rappresentazione. Giacomelli non rappresenta la realtà, ma in qualche misura la costruisce, la utilizza, ossia ne utilizza i dati, per fare altro. E qui penso sia individuabile un’analogia con la letteratura, che si ritrova a lavorare con una materia prima che le preesiste – ossia la lingua d’uso – per dislocarla e trasformarla. Se ci pensi, qui sta l’ambiguità, in positivo come in negativo, di letteratura e fotografia: usare elementi condivisi da tutti che recano con sé, sempre e comunque, un significato. Meno mi sento di apprezzare, invece, certe torsioni liriche, soprattutto dell’ultimo Giacomelli, in cui percepisco un’intenzione che ritengo fastidiosissima, spesso riscontrabile in certo cinema d’autore: l’idea di creare immagini «poetiche», come se questa poeticità, peraltro, fosse un universale valido per tutti i luoghi e tutte le stagioni. GM: Effettivamente c’è differenza tra l’immagine che si crea mentre la esplori e l’immagine già creata (creata appositamente per la riproduzione o trovata e riprodotta tal quale). Se vogliamo restare sull’analogia con la scrittura, il medesimo invito alla scoperta avviene quando il linguaggio ti sorprende perché maneggiato altrimenti non soltanto dall’uso quotidiano, ma anche da ciò che ti aspetti (in questo senso sarebbe auspicabile che un autore si allontanasse qualche metro dalla propria zona di sicurezza ogni volta che affronta un nuovo percorso di scrittura). Tuttavia anche nelle ultime opere di Giacomelli, che possono apparire maggiormente accondiscendenti con i gusti più canonici del pubblico, è presente un elemento comune a tutto il suo lavoro che rende ulteriormente attuale, se non opportuna, la conoscenza e la frequentazione della sua opera. Mi riferisco all’elemento temporale, a come il tempo (nell’immagine, dell’immagine) emerge rispetto a chi osserva la fotografia. Per opposizione mi viene in mente l’iperrealismo di Edward Hopper: laddove nei quadri di Hopper tutto è esattamente definito e ingloba l’osservatore nell’attimo ritratto che si dilata all’infinito, in Giacomelli è, al contrario, un’opera di sottrazione che concede infinite possibilità di misurazione o determinazione del tempo. Questo sforzo è evidente, e peraltro anche documentato, proprio nella serie sui seminaristi: addirittura sui provini di stampa Giacomelli apponeva indicazioni per la cancellazione di elementi sullo sfondo che potessero alterare l’effetto di sospensione desiderato. Ho avuto questa impressione anche osservando i paesaggi rurali, dove il gioco estremo di contrasto toglie qualsiasi possibilità di intendere la luce come riferimento temporale. La possibilità offerta all’osservatore di immersione nel tempo delle immagini senza una misura predefinita è un invito a una attivazione (a determinare) che mi pare possa considerarsi una sorta di ipotetico antidoto alla massa di immagini da cui siamo sommersi (la furia delle immagini, per dirla con Fontcuberta) e che provoca una passiva e acritica soggezione.  MM: Noi viviamo nell’epoca della postfotografia (Fontcuberta insegna), Giacomelli in quella della fotografia. Lo stesso potremmo dire della poesia: noi viviamo in un’epoca in cui la poesia tradizionalmente intesa è praticata soltanto come attività residuale, come del resto si pratica ancora la fotografia su pellicola. Però non considero la tendenza lirica come un cedimento al gusto mainstream : credo che sia connaturata in quel tipo di fotografia. A volte emerge di più, a volte meno. Se ci pensi, anche la sottrazione del tempo tramite la cancellazione degli elementi spaziali di contorno va in questa direzione. Ecco, a me interessa più il processo con il quale Giacomelli arriva a realizzare le proprie immagini, più che il vero e proprio risultato. Faccio un esempio: le immagini degli anziani della serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi  potrebbero essere scattate in un tempo qualunque. Giacomelli combatte il tempo sul suo stesso terreno, cercando di sottrarlo alla fotografia, che è un’arte strettamente vincolata alla temporalità. GM: Nel caso della serie a cui fai riferimento, ancora una volta penso che sia l’uso della luce a «isolare» i soggetti nello spazio, così da renderli presenti e ulteriormente definiti. Il bianco accentuato del lenzuolo o il nero diffuso di una coperta o della parete di fondo creano una campitura per il rilievo della forma umana, quasi ci trovassimo di fronte a un altorilievo. Chiaramente non siamo in presenza di un approccio documentaristico di stampo strettamente politico o civile, bensì di un accostamento artistico teso a porre in risalto l’aspetto umano, la dignità della persona, sebbene ritratta in un contesto di disagio (l’ospizio, nella serie richiamata). Mi continuo a chiedere come tradurre in termini condivisibili la lezione che ritengo, ancora una volta, attuale dell’esperienza artistica di Giacomelli. Forse il processo creativo di cui scrivi è uno dei principali elementi da considerare, se associato all’intenzione sottesa a quel processo. Detto altrimenti: l’uso della luce per porre in rilievo ciò che si ritiene determinante nella visione (ad es. nel caso della serie da te citata, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ) o, al contrario, per scoprire cosa può offrire una determinata immagine (ad es. nei paesaggi). Il fattore determinante è la sensazione di profondità che emerge dalle fotografie di Giacomelli, che è ben altra cosa rispetto alla discesa verticale in una dimensione retorica o di supponenza. L’opera di Giacomelli sembra suggerire un utilizzo della materia di cui si dispone (immagine/luce nell’arte fotografica, ma potrebbe valere anche in riferimento a pagina/linguaggio nella letteratura, ecc.) per invitare l’osservatore (lettore, ecc.) a una riflessione comune; ciò non per mezzo di una postura preordinata o per la preventiva costruzione di un/del senso, bensì attraverso il trattamento della materia stessa. Forse non si tratta di negare o censurare aspetti connessi a qualsiasi processo creativo, ma di riconoscere, all’interno di quel processo, pari importanza alle varie dimensioni coinvolte. MM: Sì, è chiaro che si parte dalla materia di cui si dispone, che nel caso di Giacomelli è in primo luogo il paesaggio delle colline marchigiane. Mi stupisce, a questo proposito, che Volponi non abbia mai scritto di Giacomelli, perché, al di là della comune origine regionale, c’è un dato che li avvicina: la realtà non è data a priori, ma si costruisce. Per tornare all’analogia con la scrittura, quello che conta, allora, è l’uso che si fa della materia di cui si dispone. Intendo non solo il materiale linguistico, ma tutto quello che concorre alla costruzione di un testo. E soprattutto conta la postura con la quale si affronta quel materiale, perché a me interessa che di qualunque materiale si faccia un uso critico e non passivo, che si tratti della lingua o dei contenuti autobiografici o della trama di una narrazione.  GM: Critica e crisi hanno la stessa radice etimologica. Possiamo convergere sull’assunzione che la crisi sia insita nella scelta che a sua volta è una determinazione autonoma rispetto alle possibilità offerte. Quando scelgo di sperimentare partendo da una materia disponibile (come fa Giacomelli), compio una scelta ben definita senza che, tuttavia, sia noto l’esito di quella scelta. Non so se per «uso critico» intendevi questo scarto (dalla forma primaria in cui si manifesta la materia oggetto della creazione artistica). Proprio considerando i gradi di questo scarto possiamo valutare l’originalità di un’opera. Lo stesso valga per quanto riguarda forme, stili, tecniche che, una volta individuati e comunemente adottati, diventano essi stessi materiali noti. L’uso pedissequo di tali «strumenti» non può evidentemente connotare un’opera come inedita. Da questo punto di vista vi è più di un’accezione in cui può intendersi la parola «ricerca». E penso che, se consideriamo l’ambito letterario, tale termine possa essere considerato più o meno comprensivo in base al profilo che vogliamo scegliere: su un piano politico-culturale, ad esempio, si potrà intendere «di ricerca» il posizionamento di un autore rispetto a un ambiente di riferimento c.d. mainstream . Se invece passiamo a considerare il piano della pratica di scrittura, allora il discorso si fa più complesso, perché non sempre l’appartenenza a una scena di riferimento denota una scrittura necessariamente originale. Esprimevo le stesse considerazioni una dozzina di anni fa (su Nazione Indiana,  qui ); nel frattempo non sono mancati sforzi volti a perimetrare l’ambito di riferimento né occasioni di mappatura o di coinvolgimento attorno al termine «ricerca». Tuttavia quello che a mio avviso è mancato (e manca tuttora) è un inquadramento «critico» di più ampio respiro che, in primo luogo, si ponga domande al di là delle risposte che noi stessi autori ci siamo dati in questi anni, con tutta una scorta di contrapposizioni e distinzioni più o meno sostenibili. E ciò per definire o ridefinire un campo che potrebbe anche assumere fisionomie diverse. Peraltro, in un percorso autoriale possono esserci momenti in cui maggiore è la propensione alla ricerca e momenti in cui ciò non avviene. La ricerca in senso stretto è un «modo» di trattare creativamente uno o più linguaggi e non reca in sé alcuna connotazione valoriale. Ma credo che stiamo aprendo una nuova e ulteriore discussione.  MM: Infatti, ci stiamo spostando verso questioni di respiro diverso e decisamente più ampio. Direi che conviene fermarci qui, per il momento. ● L’editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti sull’immagine di copertina

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    # 1 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis: letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è il primo di quattro inviti con letture significative del libro in oggetto. Buon ascolto. Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musiche: Behind Bars Collective. Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini Puoi ascoltare il podcast al seguente link: https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/19ad837b/cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

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    # 2 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis: letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è il secondo di quattro inviti con letture significative del libro in oggetto. Buon ascolto.  Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musica: Franco Oriolo. Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini Puoi ascoltare il podcast al seguente link https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/2708129f/2-cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

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