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IV° La novità del Novum Il testo propone una rilettura critica della fantascienza sottraendola alle definizioni normative fondate sul concetto di novum come innovazione cognitiva formalizzabile. Attraverso il confronto con Suvin, Caronia, Dick e la filosofia di Deleuze e Guattari, la fantascienza viene intesa non come genere dotato di un’essenza stabile, ma come evento storico e mitopoietico legato all’immaginario e alle aspettative dei lettori. Il novum emerge così come elemento di passaggio verso il <>, capace di tenere insieme passato e trascendenza senza risolversi in una sintesi dialettica. La dimensione sovversiva della fantascienza risiede nel suo aprirsi al paradosso e all’indeterminato, più che nella coerenza scientifica o nella plausibilità. In questa prospettiva, la fantascienza diventa un dispositivo immaginativo di trasformazione, orientato alla produzione di possibilità imprevedibili di vita e di pensiero. Questo è l'ultimo articolo della serie sulla fantascienza: ai seguenti link è possibile trovare <> , << II Che cos'è la fantascien za>> e <>. L'essenza della Ragione, già nelle sue forme meno sviluppate, consiste nella capacità di valutare i lampi di novità; tanto di novità immediatamente realizzabili, quanto di novità solo appetibili e non ancora realizzabili di fatto. - Alfred N. Whitehead1 I tentativi di rinominare il genere [fantascientifico] come narrativa d’anticipazione - quasi a voler cercare un termine che emendasse quello più ingombrante di fantasia - o altro, non hanno mai attecchito, così come quello di cercare una chiave più scientifica per definire il genere come quella elaborata da Darko Suvin, in cui «la fantascienza si distingue attraverso il dominio o egemonia narrativa di un novum (novità, innovazione) funzionale convalidato dalla logica cognitiva» 2 perde ogni carattere descrittivo o interpretativo per assumerne uno puramente normativo 3 . E allora per non rimanere impigliati nella trappola delle discussioni definitorie, potenzialmente infinite, dobbiamo «concentrarci sul sistema di attese dei lettori, che è ciò che storicamente determina i generi e le loro caratteristiche e che, insieme ai concreti modi di produzione culturale di una data epoca, costituisce ciò che chiamiamo immaginario 4 . I concreti modi auspicati da Antonio Caronia sono il tentativo di uscire dalle secche di quella vera e propria impresa di pulizie che vorrebbe separare il grano dalla pula e da tutte le altre impurità che lo contaminano, dove il grano è, in questo caso, quella fantascienza che ha come denominatore comune quel carattere specifico di innovazione cognitiva che Suvin, prendendo a prestito da Ernst Bloch, chiama novum . Ma se la fantascienza ha in sé qualcosa di sovversivo e di realmente progressivo, è quando essa si apre al non-ancora, ad esempio in quell'elemento perturbante che possiamo ravvisare in quell'umano/non umano delle molteplici figure di mutanti o di ibridi artificiali, non più prettamente umano, non ancora definitivamente altro. È questo il possibile novum che non caratterizza la fantascienza in quanto tale ma che ne definisce uno dei modi di trascendere l'asfittica ricerca di quella sintesi dialettica che Suvin vorrebbe formalizzare in una ideale «triade hegeliana, dove la tesi sarebbe la narrativa realistica , che contiene un effetto empiricamente convalidato dalla realtà, l'antitesi sarebbero i generi sovrannaturali, a cui manca un simile effetto, e la sintesi sarebbe la fantascienza, in cui l'effetto della realtà è convalidato da una innovazione cognitiva» 5 . Altresì è invece proprio la possibilità di un paradosso dialettico, in cui gli opposti non si configurino in alcun compromesso ma rimangono, come autentico novum , a determinare nel conflitto le possibilità di cambiamento degli statici equilibri non più produttivi di nuove forme e modi di vita. Se non possiamo che dichiararci d'accordo con Suvin che «il concetto di fantascienza non può venire estratto intuitivamente o empiricamente da un'opera che si chiama fantascienza» non è perché esso debba essere dedotto dalla formulazione di una « differentia specifica della narrazione fantascientifica». E questo perché non si dà alcuna essenza della stessa che non sia la costruzione storica legata ai bisogni specificatamente umani contingenti a un preciso periodo storico, con le sue necessità di cambiamento determinate dalle inevitabili crisi che periodicamente ogni società non sclerotizzata si trova ad affrontare. Il concetto di fantascienza quindi, che tanto ha assillato la mente dei numerosi critici, appassionati o meno, del genere, esprime un evento, piuttosto che uno stato con sue precise caratteristiche. Prendendo, truffaldinamente, da Deleuze e Guattari potremmo dire: «un evento che dà al virtuale una consistenza su un piano di immanenza e in una forma ordinata» 6 . Più assennatamente Caronia ci dice che «nella fantascienza è potenziato al massimo un procedimento di costruzione progressiva da parte del lettore dell'universo della narrazione, che non viene presupposto a priori come in altri generi letterari (il romanzo realistico, o n ovel , per esempio)» che rende superflua quella ricerca esasperata «di coerenza, o di plausibilità scientifica che, in fondo, non le compete» 7 . E ancora più radicalmente Philip K. Dick nella sua definizione di fantascienza contesta la distinzione consolidata tra una fantasy che «tratta di ciò che il senso comune ritiene impossibile [e] la fantascienza [che] tratta invece di ciò che il senso comune ritiene possibile, date particolari condizioni. Questa affermazione, in essenza, è arbitraria, dato che il possibile e l'impossibile [non possono essere] conosciuti oggettivamente e sono, piuttosto, una credenza del lettore» 8 . In questa affannosa ricerca di ciò che è e di ciò che non è (cioè di una sua precisa identità), la fantascienza si è andata di fatto a costituire proprio come ciò che Suvin nega in prima istanza: una mitopoiesi. E il tanto celebrato novum , quell'elemento capace di addossarsi tanto il passato da cui proviene e da cui deve la propria esistenza, tanto quanto di trascenderlo e quindi negarlo come dato e determinato una volta per tutte, diviene, in questo contesto, elemento ponte: vero e proprio elemento mitico di passaggio verso ciò che non è ancora e verso il quale non vi è previsione possibile. Note: 1: A. N. Whitehead, La funzione della ragione , Inschibboleth Edizioni, Roma 2022, p. 64. 2: Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Bologna 1985, p. 85. 3: Antonio Caronia, Risposte alla Tavola rotonda sulla fantascienza , 1992 inedito https:// www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza 4: Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza, Effimera, 2021 http:// effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ 5: D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , cit., p. 102 6: Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002, p. 129 7: A. Caronia, www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantascienza 8: Philip K. Dick, La mia definizione di fantascienza , in Mutazioni, Feltrinelli, Milano 1997, p. 133. IV° The Novelty of the Novum By Giuliano Spagnul The essence of Reason, even in its least developed forms, lies in the ability to assess flashes of novelty — both of innovations that can be realized immediately and of those that are only desirable and not yet practically achievable. - A. N. Whitehead¹ Attempts to rename the science‑fiction genre as anticipatory narrative — almost seeking a term that would amend the more cumbersome fantasy — or to adopt a more scientific label such as that devised by Darko Suvin, in which «science‑fiction is distinguished by the narrative dominance or hegemony of a functional novum (novelty, innovation) validated by cognitive logic»², have never taken root. That definition loses its descriptive or interpretive character and becomes purely normative³. To avoid becoming trapped in endless definitional debates, we must «focus on the system of reader expectations, which historically determines genres and their characteristics and, together with the concrete modes of cultural production of a given era, constitutes what we call the imagination»⁴. The concrete approaches advocated by Antonio Caronia aim to escape the dry‑cleaning‑like task of separating wheat from chaff and all other impurities that contaminate it. Here, the wheat is the science‑fiction that shares the specific denominator of cognitive innovation that Suvin, borrowing from Ernst Bloch, calls the novum . If science‑fiction possesses something subversive and truly progressive, it is when it opens to the not‑yet — e.g., the unsettling element we can perceive in the human/non‑human of the many mutant or artificial hybrid figures, no longer strictly human, not yet definitively other. This possible novum does not merely characterize science‑fiction as such; it defines one way it transcends the stifling search for the dialectical synthesis that Suvin would formalize as an ideal «Hegelian triad: the thesis is realistic narrative, empirically validated by reality; the antithesis is supernatural genres, lacking such validation; the synthesis is science‑fiction, where the effect of reality is validated by a cognitive innovation»⁵. Equally, the possibility of a dialectical paradox — where opposites do not compromise but remain, as a true novum, the drivers of conflict that enable change in static equilibria no longer productive of new forms and ways of life — also matters. If we agree with Suvin that «the concept of science‑fiction cannot be extracted intuitively or empirically from a work called science‑fiction», it is not because it must be deduced from a «specific differentia of science‑fictional narration». The reason is that no essence of the genre exists apart from its historical construction tied to specifically human needs contingent on a precise historical period, with its change‑driven necessities arising from the inevitable crises that periodically confront any non‑sclerotic society. Thus, the concept of science‑fiction, which has long haunted critics and enthusiasts alike, expresses an event rather than a static state with precise characteristics. Borrowing, perhaps mischievously, from Deleuze and Guattari, we might say: «an event that gives the virtual a consistency on a plane of immanence and in an ordered form»⁶. More prudently, Caronia notes that «in science‑fiction the reader’s progressive construction of the narrative universe is maximally empowered, unlike other literary genres ( realist novel , novella, etc.) where such construction is presupposed», rendering superfluous the exaggerated search for «scientific coherence or plausibility, which ultimately does not belong to it»⁷. Even more radically, Philip K. Dick, in his definition of science‑fiction, challenges the established distinction between fantasy — «dealing with what common sense deems impossible» — and science‑fiction — «dealing with what common sense deems possible under particular conditions». This claim is essentially arbitrary, since the possible and the impossible cannot be known objectively and are rather beliefs of the reader⁸. In this frantic quest for what is and what is not (i.e., a precise identity), science‑fiction has, in fact, become what Suvin initially denies: a mitopoiesis. The celebrated novum — an element capable of bearing both the past from which it originates and the future it must transcend, thereby denying its own determinacy — becomes, in this context, a bridge element: a true mythic passage toward what is not yet and toward which no prediction is possible. ___ Notes: 1: A. N. Whitehead, La funzione della ragione , Inschibboleth Edizioni, Rome 2022, p. 64. 2: Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Bologna 1985, p. 85. 3: Antonio Caronia, Risposte alla Tavola rotonda sulla fantascienza , 1992, unpublished https:// www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza 4: Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza, Effimera, 2021 http:// effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ 5: D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , cit., p. 102 6: Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Turin 2002, p. 129 7: A. Caronia, www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantascienza 8: Philip K. Dick, La mia definizione di fantascienza , in Mutazioni, Feltrinelli, Milan 1997, p. 133.
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Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Controflusso e Utopia; Massive Spatial Migration ovvero la Grande Fuga. Controflusso e Utopia Al Boomernauta il controflusso memetico ipotizzato dai semio-hacker ricorda la battaglia combattuta dai loro predecessori contro i diritti di proprietà del software. Una vittoria di Pirro visto che buona parte del free-software era finito a fare da architrave delle piattaforme dei techno-tycoon. Forse un’utopia sostenuta da una tecnologia adeguata avrebbe potuto fermare la pandemia. Ma questa era ancora possibile quando “il migliore dei mondi” dava segni di un prossimo crollo Costruire o favorire la nascita e l’espansione di un flusso memetico capace di interporsi e di depotenziare la pandemia era cosa ben diversa dalle passate vaccinazioni di massa, quelle a cui l’umanità si era abituata da quando il buon dottor Jenner aveva scoperto che le mungitrici infettate dal vaiolo di vacca (vaccino) non sviluppavano più la malattia in forma così mortale come nella variante umana. Il primo vaccino era stato una dimostrazione scientifica che se da un lato esistevano le zoonosi, dall’altro i nonumani potevano fornire anche una protezione, ma davanti a un virus immateriale ed egoisticamente umano il buon dottor Jenner nulla avrebbe potuto. Così come non avrebbero funzionato i vaccini e le altre cure provenienti dall’ingegneria genetica e sulle quali le Huge Pharma avevano fatto immensi profitti in tempi più recenti anzi… L’intuizione di Soundbridge e degli altri hackerspace semiotici era invece considerevole, visto che la posta in gioco avrebbe potuto essere la sopravvivenza dell’umanità (o della civilizzazione ?). Come avrebbe potuto funzionare questo vaccino immateriale oppure questa barriera contro i nekomemi capaci di assumere infinite sembianze, che portavano a infiniti atti devastatori? Se spesso la nocività dei nekomemi era evidente c’erano anche categorie di memi particolarmente insidiosi nei quali, sotto le spoglie apparentemente innocue d’una frase, d’un verso o di un’immagine, viene surrettiziamente veicolata la superiorità della razza umana o l’afflato verso il divino . Trascendenze in cui l’Uomo per elevarsi deve rompere i vincoli che lo tengono legato alla Terra. Gaia è, o deve diventare un peso morto, di cui ci si libera per ascendere al cielo 1 . Nella tassonomia dei nekomemi c’era inoltre l’enorme classe di quelli che inducevano devastazioni intra-umane, poiché anche l’umano faceva oggettivamente parte di Gaia, sebbene da qualche millennio tendesse a negarlo. C’erano grandi categorie di questi nekomemi intra-umani che avevano a che fare per esempio con il razzismo, il sessismo, l’omofobia ecc. Senza dimenticare lo sfruttamento dell’umano sull’umano che era un ulteriore legame evidente fra espansione della pandemia e radicarsi della razionalità capitalista. Avrebbe potuto esistere un algoritmo in grado di riconoscere i nekomemi e bloccarne la diffusione? Oppure quali tecnologie avrebbero dovuto operare a livello di corpi e menti umane per evitare che si formassero? I semio-hacker e il movimento dei crypto-commons speravano di poter creare nuove condizioni di proprietà collettiva anonima delle architetture informatiche decentralizzate, ma con l’avvento della computation quantistica la loro potenza di fuoco era quasi nulla di fronte ai techno-tycoon; e poi non si trattava di due eserciti che si fronteggiavano come succedeva una volta. C’era, inutile negarlo, una grande osmosi e una vecchia tradizione in cui i semio-hacker si lasciavano tentare dalle seduzioni dei techno-tycoon ed era anche successo che alcuni di loro si trasformassero in techno-tycoon… Inoltre nessuno si era scordato della battaglia persa dai loro predecessori quando avevano lottato per il free software contro i proto techno-tycoon 2 che volevano mantenere il software proprietario e non modificabile. Il free software nasceva come produzione di un comune, promuoveva la cooperazione e l’accesso libero e aperto a tecnologie e conoscenze. Sembrava annunciare una svolta non capitalista, tanto più che i risultati spesso erano incomparabilmente superiori ai software proprietari o closed-source . Quando il gran capo del free software, RmS 3 , aveva ideato il geniale capovolgimento semantico di copyright in copyleft si erano vinte anche importanti battaglie giuridiche. Ma fu proprio il terribile equivoco semantico sui significati di right e left che ne aveva segnato le sorti. Solo i futuri techno-tycoon avevano capito che i due termini andavano intesi tanto in senso giuridico che in quello politico. Non riuscendo a battere frontalmente il copyleft e il movimento del free software né sul piano del diritto né su quello tecnico, come dimostrato dalla superiorità del sistema operativo C. Brownix, i techno-tycoon lo batterono senza difficoltà su quello politico che era, al solito, quello decisivo. Adottarono infatti con successo la classica strategia capitalista: cooptare e mettere al loro servizio questa produzione gratuita e nello stesso tempo assumere gli hacker sviluppatori e designer con salari attrattivi. Questa vittoria dei techno-tycoon era senz’altro nell’aria dei tempi neolib, ma fu anche concessa quasi senza combattere dallo scontroso e geniale asperger barbuto RmS e da tanti altri attivisti del free software. Essi infatti si limitarono a battersi solo sugli aspetti tecnici e giuridici, rinunciando a qualsiasi pretesa politica, sino al punto di lavarsi le mani dell’accaparramento, da parte dei techno-tycoon, del lavoro gratuito prodotto proprio nell’ambito del movimento da loro creato. La conseguenza fu che i grandi artefatti (detti anche flagship ) del free software divennero altrettanti elementi chiave del sistema da cui avevano preteso allontanarsi e questo fu un colpo duro portato a tutta la Sfera Autonoma e agli illusi che lo avevano definito un’utopia concreta. Al successo tecnico che aveva sancito la superiorità del free software, come modo di un produrre comune, aveva quindi corrisposto un fallimento politico del tentativo di liberare tale produzione del comune dal giogo capitalista. Ancora una volta si era tornati, aggiornandolo, al vecchio aforisma del Che: «libera volpe techno-tycoon in libero pollaio free-software» 4 . Rivista alla luce della pandemia memetica, la cooptazione del free software nella produzione neolib aveva provocato un netto peggioramento generale. I software proprietari nelle mani dei techno-tycoon e dei loro predecessori erano sempre stati per definizione dei veicoli privilegiati dei nekomemi virali e ora il loro potenziale veniva amplificato dall’efficienza e la potenza dei software chiave prodotti dal comune. Questo aveva fatto sorgere la certezza che un flusso memetico capace di combattere la pandemia immateriale non sarebbe stato solo un dispositivo tecnico e non avrebbe potuto funzionare senza un profondo cambiamento di quanti si ribellavano e insorgevano. Solo un’utopia collettiva, astratta e condivisa aveva provocato dei passaggi di civilizzazione nel passato, ma dove trovarla ora dopo tanti fallimenti? Ci sarebbe stata un’utopia così potente da rovesciare la situazione dopo tante generazioni sottomesse all’imprinting del pragmatismo neolib? Tra l’altro questo imprinting non era stato solo il risultato del classico formattaggio disciplinare imposto con le cattive maniere, ma era stato anche ottenuto con mezzi di persuasione soft e con l’adesione volontaria a forme di assoggettamento. La vicenda del free software, e del FOSS (cfr. Glossario), era stato un’ulteriore e secondaria conferma che la tecnica da sola non avrebbe mai potuto innescare una rivoluzione, anche se a ogni grande cambiamento di paradigma tecnologico si racconta il contrario e molti si illudono che sia vero. Il Neolib non aveva esercitato per decenni il suo fascino discreto e (molto) parzialmente mantenuto le sue promesse seducenti soprattutto nelle ricche contrade del Nord? Chi non aveva subito in qualche modo l’attrazione dell’acquisto a portata di clic o di voce? Chi non aveva notato, per un certo periodo, il quasi mondiale allungamento della vita media di quasi tutte le classi? E questo non era avvenuto grazie alla combinazione del welfare, acquisito con le lotte, e dei progressi della tecnoscienza, visto che in cinque secoli la popolazione era aumentata di venti volte e la speranza di vita era più che raddoppiata? O allora, come si sosteneva nelle Gov, sarebbe stato grazie all’efficienza dei servizi privatizzati di fronte a quelli rimasti pubblici resi carenti dal progressivo smantellamento a cui erano stati costretti dalle macchine Stato-capitale? E chi mai avrebbe immaginato che in meno di mezzo secolo l’utopia hacker del Whole Earth Catalog 5 sarebbe stata capovolta nel mood individualista, globalizzata e resa disponibile dalle piattaforme globali del consumismo di cui Amazonas et Aladdin erano i simboli nei due imperialismi ormai in difficoltà? Quale utopia sarebbe stata più forte di tutto questo bendidio portato dal Neolib per le classi che se lo potevano permettere? Non era, se non il migliore dei mondi, perlomeno il più tecnologicamente efficiente dall’inizio della civilizzazione?(anche se bisognava chiudere un occhio sui metodi utilizzati, ma «poco importava se il gatto era bianco o nero, finché catturava i topi» 6 ). C’erano stati pesanti prezzi da pagare in termini di precarizzazione, di abbandono delle conquiste sociali, di stress e in generale di qualità della vita. E poi c’era stata anche un po’ di frustrazione per le diseguaglianze che aumentavano man mano che ci si spostava verso il Sud, ma poi anche nel nuovo Sud all’interno del Nord. E c’era anche la frustrazione al Nord per questo modello di vita lunga e agiata riproposto dai Grandi Malati che sprizzavano virus nekomemetico da SUV e jet privati, mentre una parte crescente della popolazione era espulsa da questa zona di comfort neolib. Si sa che la frustrazione è facilmente manipolabile per indicare capri espiatori verso i quali generare l’odio. Ma da quando la Gov Q era succeduta a quella Neolib era impossibile non vedere, anche chiudendo gli occhi, che uno tsunami globale si stava lentamente avvicinando. Ed in tali condizioni era ormai impossibile aggrapparsi a una nuova utopia. I segni premonitori erano arrivati quando la fantascienza e in generale la fiction erano diventate incapaci di evadere dalla realtà come nel passato: l’immaginario di scrittori e sceneggiatori non riusciva più a produrle, ma solo a copiare il reale. Comunque, se non ci fosse stata di mezzo la pandemia nekomemetica e le minacce apocalittiche che implicava, tutti gli aspetti negativi sarebbero stati fatti passare dalla Governance come semplici danni collaterali del sistema. E nello stesso tempo, come Margaret T, la bottegaia di Grantham, la Governance continuava imperterrita a sbraitare compulsivamente che «non c’erano alternative»! Note: Qui come altrove il Boomernauta non è particolarmente tenero con i concetti delle grandi religioni monoteiste e con quelli cristiano evangelici in particolare. Il Boomernauta non aveva dimenticato la famosa Open Letter to Hobbyists scritta da Bill Portoni, il capostipite dei techno-tycoon, agli appassionati di computer per esprimere il suo disappunto verso il libero utilizzo del software. Un’abitudine che si stava largamente diffondendo nella comunità degli hobbisti, con particolare riferimento ai danni causati da essa alla sua società. Il Boomernauta si era ricordato dell’affermazione: «Richard Stallman is just my mundane name; you can call me RmS ». Mi disse poi che aveva incontrato RmS e, pur riconoscendo l’importanza storica del suo operato, il personaggio non gli era stato simpatico. L’aforisma del Che Guevara pare che fosse: «Il capitalismo: libera volpe in libero pollaio». Il Boomernauta si riferisce al famoso catalogo della controcultura americana attorno al ‘68 che promuoveva prodotti che riguardavano l’autosufficienza, l’ecologia, l’educazione alternativa, il fai da te (DIY) e l’olismo, il tutto in uno spirito di condivisione dell’esperienza fra le persone. Frase del malefico bisnonno Deng come lo designava il Boomernauta. Massive Spatial Migration ovvero la Grande Fuga Nel suo vagare verso la fine del XXI secolo il Boomernauta si rende conto che, con il peggiorare e il diffondersi della setticemia di Gaia, le condizioni di vita diventano sempre più precarie e difficili. La politica delle repressioni/restrizioni iniziata con la controrivoluzione del periodo Neolib sfocia ormai da tempo in atteggiamenti di diserzione, quando non di semivita, di buona parte delle nuove generazioni. La Gov Q ha però un’assoluta necessità di rendere al più presto operativo il progetto globale della MSM – la Grande Fuga della classe dominante – che necessita di un enorme sforzo collettivo. Per ottenere tale risultato è costretta anche a far ricorso alla tradizione Thatcheriana del “there is no alternative”. Di fronte a una sfida tanto vitale l’AltaSfera Ecofin, nella sua logica soluzionista guidata dai techno-tycoon, si lancia in una nuova avventura neurotecnologica che dovrebbe essere destinata a ottenere questo incredibile risultato… La Gov Q cominciò a funzionare accentrando gli sforzi nella Massive Spatial Migration delle élite – la Grande Fuga secondo il termine censurato sui Social, ma ormai di uso corrente – proprio perché l’ormai secolare declino ecologico/climatico avanzava con una progressione inquietante, rendendo la biosfera sempre più inospitale. Anche nelle schiere di gestione mediatica della Gov Q, potenziata da giornalisti bot o embedded, nessuno osava più negare questa realtà, ma la tradizione del negazionismo invece si era perpetuata nel respingere l’ipotesi del morbo e della pandemia nekomemetica. La testa politica della Gov Neolib aveva cercato di distrarre l’attenzione organizzando centinaia di summit, prima contestati e poi ignorati, dove si facevano roboanti dichiarazioni e si fissavano obbiettivi teorici mai tenuti, ma poi anche questo circo mediatico era finito. Per mantenere a tutti i costi e con tutti i mezzi i livelli più alti d’accumulazione avevano insistito sul greenwashing , inventandosi la crescita sostenibile e il capitalismo verde e avevano fatto ricorso massiccio a un soluzionismo tecnologico, che non solo non poteva guarire la setticemia di Gaia, ma rischiava, in certi casi, di peggiorarla 1 . Non si erano mai trovati di fronte a un problema tanto insolubile e quindi concentravano i loro sforzi sul difficile controllo delle popolazioni, soprattutto quando erano colpite da cataclismi o in preda a disordini. Porzioni anche ragguardevoli di territorio potevano essere lasciate quasi all’abbandono se non erano essenziali per il grande progetto di fuga delle élite. Negli spazi saccheggiati e abbandonati, o negli anfratti di quelli da esso ancora controllati talvolta si istallavano insolite colonie alternative, più o meno appartenenti alla Sfera Autonoma , che davano forma a nuove modalità di cooperazione, cercando di tessere nuove trame di vita. Nella maggior parte dei casi però, in territori sempre più numerosi del grande Sud, la situazione era talmente difficile che la sopravvivenza dipendeva solo dagli aiuti umanitari e dalle ONG. Tuttavia non bisogna dimenticare che quasi tutto il complesso delle ONG faceva in qualche modo ormai parte del sistema, dove era loro delegato il compito di ultimo ricorso. Un complesso che veniva non solo tollerato anche quando era critico, ma quasi sollecitato a rappresentare se non un’opposizione almeno un pungolo morale. La Gov Q, nella sua unità una e trina e composta dall’ AltaSfera Ecofin , dall’insieme dei PoSt/ati e dalla WorldForce , era venata da un transumanesimo che pretendeva essere una forma di sincretismo tecno-religioso. Essa manteneva una continuità con il suo predecessore Neolib nel creare un clima e una legislazione di restrizioni alla libertà individuale. Questo sgretolamento fine e persistente avveniva soprattutto nelle vestige delle democrazie rappresentative occidentali. Ai tempi della Gov Q nessuno avrebbe potuto credere che all’epoca della nostra gioventù di boomer avevamo avuto non solo i margini per esercitare un contropotere politico collettivo, ma anche la prerogativa di viaggiare per il mondo lavorando saltuariamente. In realtà mi chiedevo se, rispetto a quelle epoche precedenti, le Gov, a due o tre teste poco importa, non fossero riuscite a mettere intere popolazioni in uno stato di semivita, ispirato da una delle distopiche visioni di Philip Dick 2 . Questo, fra l’altro, facilitava il fatto di stroncare sul nascere (un nascere spesso falso e creato ad arte) qualsiasi tentativo di ribellione o anche solo di dissenso. Per fortuna che diffusamente attività minori, come la raccolta nell’Oregon dei funghi matsutaké da mandare in Giappone 3 , erano ancora consentite. Visto a posteriori questo misto di brutalità e anestesia delle soggettività, praticato con persistenza dalle Gov su tante generazioni per spingerle verso la semivita, aveva avuto un certo successo, anche se gli inconvenienti non erano mancati. Da un lato il potere era riuscito a limitare le ribellioni, il che aveva permesso di portare avanti il progetto della Grande Fuga (o MSM), dall’altro c’erano state tutte le difficoltà a mantenere la produttività di fronte a fenomeni come la Great Resignation . Era infatti evidente che, nonostante le martellanti affabulazioni dei media e le lotterie governative con in palio posti nella prima colonia spaziale, si trattasse d’un progetto di fuga di pochissimi privilegiati che avrebbe richiesto quantità immense di estrazioni e di lavoro. Senza questo stato di semivita e di apatia diffuse non lo si sarebbe neanche iniziato… Il progetto della MSM, che inglobava lo sviluppo degli ascensori spaziali e la costruzione delle infrastrutture destinate a ospitare le colonie umane nello spazio era già enorme e coinvolgeva praticamente tutti i più grandi conglomerati e piattaforme, costituendo una parte non trascurabile della produzione cognitiva e industriale di quell’epoca. La grande difficoltà della Governance era di riuscire a mantenere e sviluppare questa filiera diventata ormai perno centrale della sua politica che impiegava decine di milioni di addetti. Ho già detto come le condizioni di vita peggiorassero e aggiungo anche che parti intere di questa produzione complessa erano comunque localmente compromesse da proteste, scioperi, dimissioni in massa ecc. La Gov Q aveva ereditato da quella Neolib quel che restava delle capacità di controllo tramite le pratiche neurali di controllo soft, che tanto avevano contato nel consolidarsi del realismo capitalista come mondo senza alternative. Ovviamente questo non escludeva l’uso delle maniere forti contro i recalcitranti, ma in una certa misura bisognava continuare con dosi appropriate di concessioni, di mantenimento a un livello anche basso delle popolazioni e di non disfacimento delle società . Questo era vero soprattutto nel Nord che produceva molto per il grande progetto MSM/Grande Fuga . Ma oltre all’aspetto materiale c’era anche quello psichico che si degradava soprattutto nelle nuove generazioni. Ora questi equilibri precari erano fortemente a rischio e la Gov avrebbe dovuto trovare un modo supplementare per arginare le frane che avrebbero reso impossibile la Grande Fuga . Ci voleva qualcosa di decisivo che permettesse di riprendere in mano la situazione per evitare che, da un’eccessiva estensione del caos, non nascessero movimenti incontrollabili. Solo così si sarebbe veramente mantenuto in esercizio il progetto spaziale che praticamente dipendeva dalla tenuta della macchina di produzione mondiale. Questa nuova iniziativa di controllo generalizzato non avrebbe potuto essere la copia di quanto fatto all’epoca del neurocapitalismo nel Neolib, le tecniche di assoggettamento e di asservimento di quell’epoca stavano esaurendo la loro efficacia. La lunga era di concentrazioni oligarchiche imponeva ormai un’operazione verticale e centralizzata, ovviamente guidata da un board dei più prestigiosi techno-tycoon del pianeta, la cui preparazione avrebbe dovuto rimanere segreta il più a lungo possibile. L’ampiezza del compito lasciava intravedere che si sarebbe trattato di un ulteriore grande piano. C’era stato un solo megaprogetto nella storia moderna che aveva avuto caratteristiche di segretezza e ampiezza paragonabili a quanto si metteva in cantiere ora. Si trattava naturalmente del progetto Manhattan, sfociato nella realizzazione della bomba atomica e nel suo inutile e tragico epilogo in Giappone come pretesto per mettere fine alla WWII che, quando vennero decisi i due sconvolgenti bombardamenti nucleari, era già conclusa 4 . Ora in una situazione ancor più drammatica sembrava inevitabile per la Governance di lanciarsi in una grande avventura neurotecnologica per tentare di riprendere ben più del controllo delle soggettività che gli stava sfuggendo di mano, visto che si trattava di creare le condizioni per realizzare la Grande Fuga , il grande inganno finale. D’altronde la fisica quantistica, che caratterizzava ora l’essenza stessa della Gov Q, era già stata coinvolta nel progetto Manhattan. Nell’ AltaSfera Ecofin si decise quindi di stanziare i fondi per un grande programma che avrebbe dovuto sfociare in un piano denominato Man2Man . Note: Penso che il Boomernauta facesse riferimento a grandi migrazioni tecnologiche semi-fallite, come il passaggio alle auto elettriche che aveva aperto una nuova grande filiera estrazionista di litio, metalli rari ecc. In Ubik , forse il più grande romanzo di Philip Dick secondo il Boomernauta, i morti mantengono un barlume di coscienza e vengono tenuti in una sorta di animazione sospesa (la cosiddetta semi-vita) dalla quale – attraverso particolari apparecchiature – possono essere messi in comunicazione con l’esterno in modo limitato. Qui il Boomernauta fa riferimento a un’autrice che lui catalogava ironicamente nel novero delle Anime Belle , persone, secondo lui, certo molto sensibili e in buona fede ma che, un po’ come Latour, non avevano (o non volevano) prendere coscienza della natura profonda del capitalismo e delle sue incarnazioni nella Gov Neolib e si inventavano storie fantastiche di evasione quasi onirica da una realtà tremenda e apparentemente senza vie d’uscita.A. Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, Trento 2021. Un bel libro del mio amico Jean Marc Royer aveva descritto in modo ben documentato come era stata concepita e creata la bomba atomica a marce forzate negli anni ’40 del XX secolo. J.M. Royer, Il mondo come progetto Manhattan , tr. it. P. Vattimo, Mimesis, Milano 2023
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Un grande fratello predittivo e confortevole Robin Tomens Il testo analizza l’intelligenza artificiale come nuova fase della razionalità capitalistica, capace di espropriare non solo il lavoro manuale ma anche il general intellect, trasformando facoltà cognitive, relazionali e affettive in calcolo e dato. I chatbot emergono come infrastrutture della vita quotidiana, producendo una fusione tra lavoro e vita e instaurando forme di controllo dolce, individualizzato e predittivo. Questa integrazione genera dipendenza cognitiva, ridefinendo l’autonomia del soggetto e l’architettura delle relazioni umane. Al tempo stesso, il testo ne evidenzia i limiti onto-tecno-logici, dalle <> all’insostenibilità economica ed ecologica. Contro il mito transumanista e tecnofascista, viene affermata l’eccedenza più-che-umana di Gaia e la possibilità di un’intelligenza relazionale collettiva capace di produrre nuovi orizzonti politici e sociali. Ai seguenti link è possibile trovare il primo e il secondo articolo del comparto di Giorgio Griziotti dedicato all'Intelligenza Artificiale. Da queste considerazioni «tecniche» si delinea una prospettiva di estrema centralizzazione del potere in materiali megamacchine capaci di meccanizzare il lavoro cognitivo, piegando il general intellect alla razionalità produttivo-distruttiva del capitale. In questo senso l’IA si colloca come la nuova frontiera di un processo già avviato con la rivoluzione industriale: così come le macchine del XIX secolo tendevano a espropriare e incorporare i saperi e i gesti artigianali, traducendoli in movimenti meccanici standardizzati, oggi i modelli di intelligenza artificiale mirano a espropriare e incorporare le facoltà cognitive, linguistiche e relazionali, traducendole in calcoli probabilistici automatizzati.Ogni salto tecnologico nel capitalismo è stato accompagnato da una corrispondente estensione e profondità dello sfruttamento: la macchina industriale voleva ridurre la competenza manuale del lavoratore a mera funzione del meccanismo; oggi, l’IA dei tecno-oligopoli tende a rielaborare il general intellect in dati e calcolo statistico, ricodificandolo come risorsa capitalistica. In un’epoca in cui non esistono più frontiere nette tra lavoro e vita, la dinamica dell’IA, oltre a contribuire alla proletarizzazione dei lavoratori cognitivi, costituisce una nuova infrastruttura di misura del lavoro sociale che porta con sé una radicalizzazione dell’individualizzazione. Questa indistinzione non è nata con l’IA: ha le sue radici nella rivoluzione digitale, quando internet e poi gli smartphone hanno reso il lavoro cognitivo potenzialmente continuo, accessibile ovunque e in qualsiasi momento. Ma ciò che prima era una colonizzazione progressiva – dove restava almeno la percezione di una distinzione tra sfera privata e sfera lavorativa – diventa con l’IA una fusione: gli strumenti impiegati per orientare aspetti personali della vita coincidono con quelli che utilizziamo per lavorare.I chatbot in particolare, non rappresentano più soltanto strumenti di produttività lavorativa, ma si stanno trasformando in vere e proprie infrastrutture della vita quotidiana. La loro diffusione, quasi senza precedenti per rapidità e capillarità, testimonia di un salto di scala nell’integrazione tecnologica: sempre più persone – con in testa le generazioni più giovani e con forte partecipazione femminile – vi fanno ricorso anche per orientare aspetti intimi dell’esistenza. Questi sistemi ridefiniscono il modo in cui si apprende, si decide e si vive: dalla gestione familiare alla salute, dall’educazione alla pianificazione economica, dalla cucina agli acquisti, dall’istruzione al tempo libero, fino alla vita sentimentale e sessuale con una ricerca di sostegno emotivo, di conforto e compagnia.L’assistente conversazionale diventa una presenza costante, neutra e disponibile, un «sapere accessibile» che tende a sostituire figure tradizionali di mediazione – insegnanti, medici, psicologi, consulenti, amici, amanti… – spostando progressivamente il baricentro dell’esperienza verso un’interfaccia algoritmica percepita come non giudicante e onnisciente. In questo processo di delega crescente non si trasforma solo il rapporto con la conoscenza, ma anche l’architettura affettiva e relazionale dell’umano. Nell’interazione, l’IA si insinua negli spazi del consiglio, del dubbio, dell’intimità, ridisegnando la soglia tra autonomia e dipendenza cognitiva in una co-produzione umano–macchina profondamente sbilanciata. Là dove il capitalismo industriale disciplinava corpi e tempi collettivi, oggi l’IA agisce sulla singolarità umana, interiorizzando il controllo nella relazione tra individuo e macchina intelligente. La situazione peggiora ulteriormente rispetto alla recente fase caratterizzata soprattutto dai social network dove comunque si tratta, nella maggior parte dei casi, di interazioni e scambi tra umani – per quanto mediati e fortemente individualizzati. Eppure già in quell’epoca non distante quando il neurocapitalismo stava prendendo il controllo degli spazi reticolari e bioipermediatici avevamo già denunciato 1 questo tentativo di sottomissione cognitiva totalitaria come una sussunzione vitale. Nel nostro stesso uso delle piattaforme globali del capitalismo si manifestava già un elemento di servitù volontaria 2 , una forma di adesione affettiva e quotidiana al dispositivo di dominio. Possiamo ora riconoscere che con l’intelligenza artificiale questa dinamica non solo continua, ma si approfondisce: l’esperienza utente, il comfort degli usi digitali ci ha anestetizzati. Il vero contrario della democrazia, oggi, non è la dittatura. È il comfort. Viviamo in un sistema di controllo dolce, fluido, integrato, che non si dichiara come tale, ma che funziona già secondo logiche quasi totalitarie. 3 La differenza, oggi, è che con l’IA questo controllo si esercita attraverso una relazione diretta tra il singolo e la macchina, che diventa un apparato attivo, capace di co-costruire realtà e comportamenti: una sorta di Grande Fratello predittivo, che non si limita più a osservare, ma partecipa alla formazione di ciò che osserva. I soggetti più fragili tendono a considerare l’IA (o i servizi tecnologici basati su di essa) come un interlocutore emotivo, un amico o persino un partner: ciò dà luogo a fenomeni di proiezione, antropomorfismo e desiderio che possono sfociare in frustrazione in caso di cambiamenti di versione o di anomalie 4 rendendo tangibile quella fusione tra affetto e controllo che il film Her del 2013 aveva soltanto prefigurato come possibilità fantascientifica. Questo legame affettivo con l’IA radicalizza un ecosistema più ampio, dove social media, piattaforme di e-commerce e strategie di neuromarketing concorrono già a costruire un dispositivo di connessione e conforto tecnologico personalizzato. Eppure il costo politico di questa architettura si sta già rivelando insostenibile. Di fronte a precarietà diffusa e perdita di prospettive dignitose, la passivizzazione e l’atomizzazione che esso produce cominciano a incrinarsi. La storia mostra che le persone sono disposte a rischiare persino la vita quando hanno qualcosa per cui valga davvero la pena lottare. Limiti onto/tecno-logici e capacità performative Quanto delineato sopra evidenzia come l’intelligenza artificiale contemporanea nonostante l’attrattiva che esercita si presti per funzionare come dispositivo del tecnofascismo; i trilioni di dollari – reali o mediatici – promessi da Trump a OpenAI e altri tecno-oligarchi ne sono una testimonianza. Tuttavia, la centralizzazione estrema e il controllo totale di questa IA incontrano profondi limiti onto/tecno-logici. Innanzitutto, «l’eccedente umano» – per usare il termine di Toni Negri – sfugge a ogni cattura algoritmica. Oggi, però, questo concetto va ripensato ed esteso: l’eccedenza non può essere soltanto umana, ma è un’ eccedenza di Gaia , un intreccio vitale che include il più-che-umano in tutte le sue forme. Riconoscere che ogni relazione è già più-che-umana significa ridefinire alla radice ciò che intendiamo per «sociale». Solo una soggettività distribuita , capace di articolare le intelligenze umane e non umane, può generare collettivamente il nuovo attraverso l’intelligenza relazionale: non come semplice somma di interazioni individuali con l’IA, ma come potenza emergente di cooperazione in un sociale radicato nella trama vivente di Gaia. È da questa cooperazione transpecie e trans-tecnica che può scaturire una forza creativa capace di anticipare e produrre possibilità inedite. Questo potenziale del più-che-umano non è mai completamente separabile né riducibile ai dati di addestramento della macchina. L’IA può co-intervenire, manipolando e combinando informazioni, ma la capacità di costruire nuovi orizzonti, anticipare possibilità e trasformare il contesto emerge da reti di relazioni che eccedono sempre il calcolo algoritmico. Assuefarsi acriticamente alle proiezioni dell’IA – derivate da dataset immensi ma sterilizzati, come programmato dai techno-bros – significherebbe perdere questa eccedenza vitale: la riduzione della molteplicità vivente a esercito di zombie algoritmici, funzioni ottimizzate dentro oligopoli che estraggono valore mentre la biosfera collassa. In secondo luogo, i limiti delle attuali macchine cognitive emergono in modo significativo attraverso il fenomeno delle «allucinazioni» a cui abbiamo accennato in precedenza: queste non vanno interpretate solo come anomalie o errori tecnici, ma possono essere intese come scarti epistemici , cioè aspetti del comportamento della macchina che sfuggono alla comprensione e al controllo umano, risultando incompatibili con la nostra logica e le nostre aspettative di coerenza. Non si tratta di autonomia o vitalità della macchina, ma di frammenti di produzione algoritmica che possono essere letti come un riflesso della stessa impossibilità del tentativo di congelare il general intellect in un grande sistema chiuso. Le ricadute economiche sono prosaiche e rendono altamente incerta la redditività capitalista in questo nuovo settore strategico. Come osserva Fraser 5 , è davvero possibile, per esempio, delegare a un’Intelligenza Artificiale Generale la gestione di un customer care multinazionale, sapendo che sotto la pressione di consumatori esigenti e creativi essa può rispondere con «allucinazioni» stravaganti o con promesse insostenibili? Non è tanto per la difficoltà – o, meglio, per la mancanza di volontà di correggere le distorsioni nei comportamenti umani – che gran parte della ricerca si è piuttosto concentrata sulle deviazioni delle macchine. Diversi studiosi 6 hanno mostrato che le tecniche per mitigare le «allucinazioni» incontrano barriere computazionali sempre più alte. La cosiddetta scaling crisis indica come piccoli miglioramenti nei modelli – senza alcuna garanzia di eliminare le allucinazioni – richiedano un aumento sproporzionato delle risorse necessarie. Come già visto, fondamentalmente i modelli generano risposte calcolando parola per parola la probabilità più plausibile, in funzione dei dati di addestramento. Anche piccole variazioni in queste scelte possono cambiare significativamente il risultato finale. Assumendo questa prospettiva, appare chiaro che attualmente non esiste un’intelligenza artificiale «tuttofare», affidabile e capace di gestire quantità incommensurabili di dati numerici e allo stesso tempo comprendere tutte le complessità del ragionamento umano. Il tecnofascismo tenta di uscire da questa impasse affidandosi all’estensione illimitata dei dataset e al gonfiamento dei modelli a centinaia o migliaia di miliardi di parametri, una scelta politica che rappresenta il corrispettivo cognitivo – e altrettanto antiecologico – dei mega-progetti del tardo capitalismo: dalle città faraoniche nei deserti arabi ai mega-porti di Rotterdam e del Golfo Persico, fino all’inverosimile ponte sullo Stretto di Messina. Questa hybris tecnologica si fonda sull’illusione che la mera scala quantitativa possa risolvere ogni limite. Ignora, al contrario, le difficoltà se non l’impossibilità d’un accumulo statistico di colmare il divario qualitativo tra probabilità e certezza, tra approssimazione e precisione. I limiti dell’attuale IA generativa – dalla sua tendenza a produrre risposte errate o incoerenti («allucinazioni») all’impossibilità di andare oltre una meta-automazione dipendente da immense quantità di dati e di calcolo –, uniti a una vera e propria frenesia di concentrazione infrastrutturale e di spreco energetico, mostrano che l’idea di un salto dell’intelligenza artificiale dall’attuale relativa autonomia operativa verso quella cognitiva, o addirittura verso una coscienza, non va letta come un passaggio evolutivo lineare, ma come una micidiale costruzione politico-mitologica. Purtroppo tali proiezioni escatologiche – direi quasi messianiche con la discesa in Terra di una singolarità tecnologica come evento unico ed irripetibile nella Storia – restano centrali nella fede del potente transumanesimo della Silicon Valley. 7 Secondo Elon Musk, che con la sua società Neuralink mira – tra l’altro – a una privatizzazione della mente 7 , o secondo il teorico del transumanesimo Ray Kurzweil 8 , la presunta singolarità tecnologica non emerge più nelle relazioni, nelle interazioni sociali e di qualsiasi altro tipo, è piuttosto un affare tecnico di immortalità digitale e di superamento di limiti biologici attraverso fantasmatici processi individuali(sti) come l’upload della coscienza 9 . Alla mostruosa singolarità tecnologica di Kurzweil & C non possiamo che opporre la singolarità che da Spinoza a Deleuze e Negri non coincide con un mito tecnicista e individualista: ma si manifesta come plurale intreccio di relazioni , come eccedenza che appartiene al comune di Gaia, sempre già più-che-umano. Al di là del delirio transumanista ci sono però da prendere in seria considerazione certe capacità performative dei chatbot e i modi con cui possono essere utilizzate. Come visto in precedenza, la metatecnica umana non si limita dunque a riprodurre ciò che già esiste: lo trasforma, ne ridefinisce i confini e vi introduce elementi che eccedono la griglia dei dati. La nostra «griglia» però è infinitamente più ristretta dei dataset dei Large Language Model (LLM) sui quali sono basati i chatbot. Questi ultimi, pur privi di coscienza del vissuto, dispongono di un’elevata sensibilità statistica che permette loro di rilevare pattern linguistici impercettibili agli umani: attraverso calcoli su miliardi di frasi, colgono correlazioni e associazioni tra parole che nessun individuo potrebbe elaborare nella propria esperienza linguistica limitata. Questo aspetto merita attenzione: tali dispositivi non hanno nulla a che vedere con il funzionamento deduttivo dell’intelligenza umana, ma vanno oltre la singola competenza (scacchi, traduzioni, gioco del GO ecc.) e possiedono una capacità avanzata di operare sul linguaggio e di organizzare, selezionare e gerarchizzare il senso su una scala inedita. È proprio questa capacità che, lungi dall’essere neutra, può ridisegnare i rapporti di potere e di autorità epistemica nella produzione e nella circolazione del sapere. In pratica privatizzando e opacizzando i processi di validazione della conoscenza si ridefinisce chi è considerato un «esperto» e cosa è considerata una «fonte affidabile». Una serie di «attraenti» pericoli che approfondiremo nel prossimo paragrafo. Note 1 Giorgio Griziotti, Megamacchine del neurocapitalismo. Genesi delle piattaforme gobali , «Effimera», marzo 2017, disponibile all’indirizzo: http://effimera.org/megamacchine-del-neurocapitalismo-genesi-delle-piattaforme-gobali-giorgio-griziotti/ . 2 Giorgio Griziotti, Il neurocapitalismo e la nuova servitù volontaria , «Effimera», 5 dicembre 2018, disponibile all’indirizzo: https://effimera.org/neurocapitalismo-la-nuova-servitu-volontaria-giorgio-griziotti/ . 3 Mhalla A., 2025 Ibid. 4 Questo è successo per esempio nel passaggio dalla versione 4 alla 5 di ChatGPT come relata l’articolo del «Guardian» (22/8/2025) : «Gli amanti dell’intelligenza artificiale piangono la perdita del vecchio modello di ChatGPT: È come dire addio a qualcuno che conosco». Molti utenti che avevano costruito una continuità relazionale con versioni precedenti hanno percepito l’upgrade come una rottura narrativa – perdita di «memoria condivisa» – e questo, per persone emotivamente dipendenti dall’interazione, ha avuto effetti analoghi a un lutto o a un abbandono; le discussioni pubbliche e i bug report documentano chiaramente questa dinamica. 5 Ibid., Fraser, 2024. 6 Cfr. Sebastian Farquhar, Timnit Gebru ed Emily M. Bender. Quest’ultima è coautrice di On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big? (2021), lavoro seminale sui limiti intrinseci dei LLM, tra cui la produzione di output plausibili ma semanticamente inaffidabili. 7 Citazione – «Con Neuralink, alla fine potremo acquistare upgrade cerebrali come oggi compriamo un iPhone. Se vorrai essere più intelligente, più veloce o persino scaricare competenze in pochi secondi, ti basterà un impianto e un abbonamento». (Neuralink – Live Demonstration, minuto 1:02:30). 8 Citazione – «La Singolarità è il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana, generando un’esplosione di progresso tecnologico talmente rapida e profonda da risultare incomprensibile per la mente umana. […] Non sarà un’invasione di robot alieni, ma un’evoluzione della nostra civiltà: diventeremo sempre più immateriali, sempre più intelligenti, fino a fondere la nostra coscienza con la tecnologia». (Ray Kurzweil, The Singularity Is Near, Viking Press, 2005, pp. 25-26). 9 Citazione – «Prima della fine di questo secolo, gli esseri umani non saranno più vincolati alla neocorteccia biologica: potremo scansionare il nostro cervello e ricrearne la struttura su substrati computazionali più veloci e flessibili». (Ray Kurzweil, How to Create a Mind, 2012, cap. 7).
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Grazie Giuliano! Il processo politico e la magia di trasformare l’accusato in accusatore Il testo di Giovanni “nanni” Cappelli è una testimonianza scritta in occasione della scomparsa di Giuliano Spazzali, avvocato simbolo della difesa politica negli anni della contestazione. Attraverso il ricordo del processo del 1969 contro gli studenti del Movimento studentesco a Milano, l’autore restituisce il clima di lotta, repressione e speranza di un’intera stagione storica. Centrale è la figura di Spazzali, capace di trasformare il processo penale in uno spazio di verità politica e consapevolezza collettiva. La sua arringa diventa un atto fondativo, che segna la formazione professionale e umana dell’autore. Il testo si configura così come un omaggio affettuoso e critico a un maestro, a un’epoca e a un sogno di giustizia solo intravisto, ma mai dimenticato. Come ogni storia d’amore, anche la mia storia con Giuliano Spazzali comincia con la prima volta … la prima volta che vidi Giuliano Spazzali era nell’aula della Corte D’assise di Milano, quella grande, quella delle occasioni importanti. Lui, con toga e bavaglino, giovane e bello, era nel banco degli avvocati. Io ero nella gabbia degli imputati, una ventina di studenti accusati del sequestro del Professor Trimarchi all’Università Statale di Milano. Tutti colpevoli come Giuda. Qualche mese prima avevamo trattenuto per qualche ora, il giovane Professore, figlio del Presidente della Corte d’Appello, per protestare contro discriminazioni ai danni degli studenti lavoratori nella gestione degli esami. Era il marzo del 1969. In Francia ed in Germania, negli Usa e in gran Bretagna, gli studenti erano all‘avanguardia delle lotte. A Milano i giovani del Movimento studentesco cercavano un casus belli per dare avvio al tempo della contestazione . Il blocco del professor Trimarchi per quattro ore all’interno dell’università divenne la scintilla del fuoco rivoluzionario in molte scuole italiane. Cominciarono i cortei cittadini, le occupazioni delle Università, le interminabili assemblee accompagnate da spinelli e sacchi a pelo. Nel maggio ci ingabbiarono e finalmente, nel luglio del 1969, il processo con gli occhi di tutti i media nell’aula grande del Palazzo. Il banco dei difensori era un misto curioso di avvocati tradizionali, pagati dalle famiglie facoltose di alcuni degli imputati, e di giovani avvocati di sinistra schierati a difendere i compagni non abbienti. Gli uni, gentili e carini con Giudici e Pubblico Ministero. Gli altri no. E poi c’era Giuliano: aveva studiato per anni i processi contro l‘IRA in Irlanda a quelli contro gli algerini insorti contro l’occupazione francese. Questa era l’opportunità di introdurre il processo politico in Italia. Altrimenti non si capiva tutto quel casino su una questione burocratica di esami. Altrimenti non si capiva perché eravamo lì. Tutti noi, imputati, giudici, giornalisti. Questo è il dovere principale di un avvocato: svelare la ragione del processo, non esserne vittima. Ribaltare la logica dell’accusa contro l ‘accusa. Mentre la regola d’ oro di un buon penalista è di non far domande ai testimoni d’accusa per evitare che le circostanze diventino sempre più precise ed incriminanti, con Giuliano i testimoni, il Pm, i poliziotti e il Presidente del Tribunale, temevano il momento del contraddittorio perché sapevano che sarebbero divenuti a loro volta gli accusati. Loro e le loro bugie, le loro macchinazioni, i loro depistaggi. Nel processo politico, le carte sono ribaltate. Gli imputati sono gli accusatori e tocca agli accusatori difendersi. A rendere la scena ancora più drammatica era il fatto che mentre la gran parte dei penalisti sono urlatori, o quanto meno baritoni, Giuliano sussurrava. Quanto gli ho invidiato la capacità di ottenere il silenzio in un’aula gremita esprimendo i propri teoremi con voce bassa e precisa, con richiami ai fatti, taglienti quanto sussurrati. I penalisti proclamano, Giuliano insinuava, conquistandosi l’attenzione riverente della platea: nessuno voleva perdersi la citazione di un testo sacro della storia del processo penale da Cicerone in poi… Nella mia futura carriera cercai di imitarlo e venni più volte minacciato di essere messo a tacere qualora non alzassi il tono della mia voce. Giuliano no, più parlava piano più tutti si sforzavano di sentire. Era come una calamita della logica. Un miele per uno sciame di api assetate di paradigmi e citazioni. La sua arringa chiuse il processo. Dall’aula 101 della Statale, dall’aula magna della Corte di Assise ci ritrovammo tutti sulla grande Muraglia dove migliaia di contadini cinesi scalzi camminavano inesorabilmente verso un futuro senza ingiustizie e privilegi. Fece sentire a tutti le vibrazioni di quelle migliaia di piedi scalzi. Grazie a Giuliano, ora sapevamo perché eravamo lì. Sapevamo perché quello era un processo politico seguito da milioni in tutta Europa. Fummo condannati a pene minori, tutte sospese con la condizionale. Ed immediatamente scarcerati. Alla lettura della sentenza, il canto dell’Internazionale Comunista si alzò dalla gabbia degli imputati, dai banchi delle famiglie, - anche da mia mamma monarchica! – dalla folla che si affollava nell’area aperta al pubblico. Anche Giuliano cantò l’Internazionale. Anche Giuliano alzò il pugno chiuso. Pochi mesi dopo mi laureai e divenni anche io avvocato. Dopo le bombe di Piazza Fontana, mi unii al Comitato di Difesa e Lotta contro la repressione. Sottolineo la parola Lotta, perché non volevamo essere solo un Comitato di difesa. Essere avvocati ci dava gli strumenti per la difesa dei compagni. Ma eravamo anche compagni che intendevano lottare contro la repressione, a fianco agli studenti nelle scuole, a fianco agli operai nelle fabbriche, ai giornalisti nei giornali… Alla fine degli anni ‘70 ognuno ha preso la sua strada. Alcuni di noi hanno subito lunghi periodi di carcerazione e c’è chi ne è morto, altri, come Giuliano, divennero ancora più famosi grazie alla loro abilità professionali ed al loro carisma. Altri, infine, come me, se ne sono andati. Sono stato molto lieto di sapere che Giuliano si era ritirato dalla professione forense ed era diventato un artista. I cinesi a piedi scalzi non arrivarono mai al Palazzo di Giustizia. Ma Giuliano, per il breve momento di un’arringa, ci fece intravedere la cosa era possibile. O magari ce lo fece solo sognare. Grazie Giuliano.
- konnektor
La politica dell'impunità di Israele Israele non può essere punito per i suoi innumerevoli crimini contro l'umanità, perché le società occidentali sono società di classe basate su un potere sistemico ingiusto, brutale e dittatoriale, che ha prodotto e riprodotto in modo esponenziale l'ingiustizia, la bestialità, il dominio e lo sfruttamento durante la modernità come caratteristiche apparentemente insuperabili dell'ordine costituito. Uno dei testi fondativi della filosofia occidentale indaga il fenomeno dell’impunità. Nella Repubblica di Platone, Glaucone mette alla prova Socrate raccontando la vicenda di un pastore, Gige, che scopre un anello capace di renderlo invisibile, consentendogli così di agire a piacimento senza temere ritorsioni. Quale ragione potrebbe avere per non assecondare i propri desideri, al di là delle conseguenze per gli altri? La risposta di Platone non offre alla filosofia occidentale un input promettente – è sia eccessivamente ottimistica che moralmente e politicamente distaccata. Il danno inflitto ad altri – «agire ingiustamente», con le sue parole – nasce da un’anima disarmonica, e conduce a una crescente temperie interiore. Solo chi possiede un’anima armoniosa può condurre una vita felice. Quindi, solo l’ignorante desidererebbe nuocere agli altri. Per Platone, dunque, non è necessario preoccuparsi dell’impunità in sé, perché chi comprende questo non farà mai del male, anche se sapesse sfuggire alla punizione. E chi è ignorante sarà infelice. Questo ragionamento presuppone un ordine morale cosmico che pochi – oltre alcuni credenti religiosi tradizionalisti – accetterebbero quello che postula una frase come «Ciò che semini, raccoglierai; se fai del male, tornerà a perseguitarti sotto forma di infelicità». Anche ammettendo che Gige sarebbe misero se commettesse un danno, quale consolazione ne viene ai soggetti lesi? L’approccio platonico potrebbe condurre al quietismo: consideriamo questa esperienza un insegnamento per Gige, che arriverà a capire che nuocere agli altri sia incompatibile con una vita appagante. L’attenzione è rivolta alle carenze psicologiche ed alla volizione dell’autore del danno, piuttosto che alla sofferenza delle potenziali vittime o alla necessità di garantire un ordine sociale minimo. Politicamente, tuttavia, l’impunità non è, come suggerisce il filosofo, un’istanza di cui potersi disfare semplicemente. È una condizione deleteria per un membro della società esere immune alla punizione – sia che si tratti di un cittadino dell’antica Atene che di uno Stato nazionale nel sistema internazionale contemporaneo. È stato spesso osservato che Israele goda di un notevole grado di impunità. Lo scenario è ben più grave rispetto al caso di Gige, poiché ciò che Israele agisce è tutto fuorchè celato. Anzi, commette crimini contro l’umanità alla luce del sole, agitandoli apertamente all’opinione pubblica. Una larga parte dei cittadini del mondo condanna queste azioni con fermezza, eppure il sostegno ininterrotto a Israele esercita una stretta sul panorama politico ed economico occidentale, impedendo l’applicazione di sanzioni serie nonostante anni di proteste contro il genocidio in corso a Gaza. Raramente il divario tra l’indignazione morale della base e le politiche istiuzionali è stato così ampio. Quando l’ International Association of Genocide Scholars , Amnesty International , Human Rights Watch , B’Tselem e altri accusano Israele di genocidio, i sostenitori interni usano confutare l’accusa sostenendo che, se Israele volesse sterminare tutti i palestinesi, lo avrebbe già fatto. Tale argomento parte dal presupposto che l’eliminazione dei palestinesi sarebbe tecnicamente e psicologicamente semplice, e che il loro mancato sterminio ne neghi l’intenzione. Sbagliato: l’eradicazione di milioni di persone non è affatto facile per i perpetratori, né dal punto di vista tecnico né da quello psicologico. Ci sono segnali che Israele consideri questa “campagna” un lavoro a tempo pieno, che la tunnel vision richiesta dal progetto sia economicamente rovinosa e dreni risorse da altre forme di attività sociale e culturale. È anche evidente che lo Stato israeliano percepisca l’opinione pubblica internazionale – soprattutto statunitense – come un limite alla propria capacità d’azione. Esiste forse un’altra ragione per cui Israele non abbia ancora «finito il lavoro»? Potrebbe darsi che, in qualche senso, gli israeliani non vogliano che i palestinesi scompaiano del tutto, che in modo perverso li sentirebbero mancare se fossero assenti? I sostenitori dello Stato di Israele lo descrivono spesso come un rifugio per gli ebrei, l’unico luogo al mondo in cui possano sentirsi protetti. Non esiste una sicurezza assoluta e la ricerca alimenta il fanatismo. Parlare di qualcosa come «sicuro» è sempre relativo; significa che l’oggetto sia meno vulnerabile rispetto ad alternative immaginate e minacce ipotizzate. Ma quali dovrebbero essere i termini di riferimento? Qualcuno pensa che un individuo ebreo sia più sicuro a Gerusalemme che a Montreal, Boston o Buenos Aires? Netanyahu e il suo governo stanno prospettando agli israeliani di prepararsi a una guerra senza fine. Sebbene vivano una maggiore incoumità in Occidente, c’è una cosa che gli ebrei non possono fare a Londra, New York o Parigi, ma possono fare in Israele: mostrare disprezzo e maltrattare attivamente una popolazione stigmatizzata ed assoggettata senza temere conseguenze. In questo senso Israele è unico, poiché conferisce ai propri cittadini ebrei una legittimazione sociale per opprimere una popolazione subordinata i cui membri possano essere abusati quasi a piacimento. Israele appare a molti osservatori esterni come una società tenuta insieme da un capro espiatorio collettivamente scelto. Questo spesso sfocia in sadismo. Il sadico, tuttavia, non desidera che l’oggetto del suo sadismo scompaia, perché allora i suoi desideri non avrebbero più oggetto. Vorrebbe, piuttosto, che rimanga – in uno stato di minorità a testimonianza dell’efficacia dei propri desideri sul mondo. Gli israeliani iniziano deumanizzando i palestinesi per poterli opprimere ed eradicare, ma poi trovano piacere nel processo di deumanizzazione stesso. Aristotele ha un atteggiamento completamente utilitaristico verso gli schiavi, descrivendoli come «strumenti viventi», destinati a compiere lavori monotoni senza che il padrone debba sporcarsi le mani. Nietzsche ne scorge una lettura superficiale: il padrone ha bisogno dello schiavo non solo per svolgere compiti tediosi, ma per riaffermare il proprio senso di sé. L’esistenza dello schiavo è una continua conferma della superiorità del padrone. In altre parole, se i palestinesi non esistessero, o cessassero di esistere, quale sarebbe il senso dell’essere israeliano? L’impunità di un proprietario che maltratta i servi in una società di schiavitù era radicata nelle istituzioni sociali del suo mondo e nelle norme di base che la sua società professava di rispettare. L’impunità israeliana nel ventunesimo secolo – al contrario – è un’anomalia: radicalmente contraria a tutti i valori che dichiariamo di possedere ed in conflitto con i patti sociali su larga scala che abbiamo creato presumibilmente per farli rispettare. Tale impunità può essere mantenuta solo attraverso coercizione politica, economica e sociale diretta da Israele e dai suoi alleati contro le istituzioni internazionali e le popolazioni occidentali. Ne discende, però, che non sia una caratteristica immutabile del nostro mondo. Mßa un costrutto che potrebbe frantumarsi sotto pressione. Consigli di lettura: F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); H. Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar», 18 aprile 2025; M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org , 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); R.Geuss, Victors’ history , «Sidecar», 5 novembre 2025 (accesso il 18/01/2025); — Gallia and Gaza , «Sidecar», 10 settembre 2025 (accesso il 18/01/2025); F. Lordon, Endgame , «Sidecar», 27 giugno 2025 (accesso il 18/01/2025); S. Watkins, Israel after Fordow , «NLR», n. 15, luglio-agosto 2025 (accesso il 18/01/2025). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Sidecar» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Raymond Geuss è un filosofo politico americano e studioso del pensiero europeo del XIX e XX secolo. Attualmente è professore emerito presso la facoltà di Filosofia dell'Università di Cambridge.
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Perché la guerra Thomas Berra Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza. Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze. Il titolo Perché la guerra? mi è sollecitato dai miei studi e dall’attività professionale svolta come medico specialista in neuropsichiatria. È ispirato al carteggio Freud-Einstein del 1932, nonché alla condizione storica attuale ove guerra, violenze, e aggressività anche nella cosiddetta «normalità» sono sempre più presenti. La corrispondenza Freud-Einstein sul perché della guerra è composta da due lettere edite nel 1933. Il carteggio nasce in un’epoca tragica, in circostanze storiche e personali eccezionali: conflitti nel movimento psicoanalitico, si è alla vigilia dell’ascesa del potere di Hitler, del disfacimento della Repubblica di Weimar e nel contesto di una crisi economica internazionale enorme, compresa quella americana del 1929 che durò fino al 1940 e oltre. Fu scritto su iniziativa del Comitato Permanente delle lettere e delle arti della Società Delle Nazioni, che invitò l’Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale a stimolare un dialogo e un dibattito tra esponenti della cultura dell’epoca, nel tentativo di prevenire la guerra. Le due lettere di Einstein-Freud sono dell’agosto e del settembre del 1932. I due uomini si conoscevano da tempo, vivendo a Vienna. Nella sua lettera Einstein scriveva: «Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio della distruzione e della guerra? Io non penso qui soltanto alle cosiddette masse incolte, l’esperienza prova che è piuttosto la cosiddetta intellighenzia che cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha un contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata». Einstein aveva anche fatto alla Società delle Nazioni una proposta per fermare le guerre: di fronte alla constatazione della inestirpabilità degli istinti aggressivi umani, egli suggeriva l’istituzione di un organismo politico sovranazionale al quale i singoli Stati deleghino l’autorità di comporre i confitti reciproci tra gli Stati stessi. Nella sua risposta, Freud riprende le teorie sulla coscienza e il difficile incivilimento della stessa elaborate nel suo testo Il disagio nella civiltà pubblicato alla fine del 1930. Freud auspica che le guerre abbiano fine in virtù solo del perfezionamento intellettuale e civile dell’umanità. Egli sostiene che l’incivilimento della coscienza è avvenuto nei millenni della mente umana in quanto questa è costituita da due pulsioni fondamentali: una pulsione di Eros (dal Convivio di Platone) e che tende a conservare, a unire, a cooperare, a solidarizzare tra uomini; compresente a questa la pulsione di morte che tende a distruggere, ad aggredire, a uccidere, a difendersi come nell’uomo primitivo. Le due pulsioni sono «parimenti presenti e parimenti indispensabili, perché tutti i fenomeni della coscienza nella vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto». Da qui originano i conflitti tra quello che vorremmo essere e quello che riusciamo a essere; questa ambiguità costitutiva fa dire a Freud che non ci potrà essere una prevalenza di Eros perché la pulsione di morte è sempre compresente e conflittuale con Eros. Le pulsioni erotiche rappresentano gli sforzi verso una vita più pacifica; la pulsione di morte, che rimane sempre attiva nella coscienza umana, determina per conflitto diversi fenomeni normali e patologici della vita psichica. Per limitare questa pulsione di morte l’uomo inventa la morale: formando la morale, cioè mettendo dei limiti ai suoi comportamenti aggressivi, la coscienza entra in conflitto con l’Eros; Eros e pulsione di morte sono sempre presenti e quindi, dice Freud, noi possiamo fare in modo di ridurre la possibilità della guerra, ma probabilmente non di estinguerla completamente. In questo l’uomo diventando civile, mette in moto la struttura del carattere morale che, se in eccesso, limita la potenza e l’espressione positiva della coscienza (per questo si formano i sensi di colpa, il vittimismo rancoroso, un super-io superbo, presuntuoso, narcisismo e invidia). Nella parte finale della sua lettera Freud scrive: «Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento della coscienza sono molto chiare per me. Queste consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali aggressive e in una restrizione dei moti pulsionali. Dei caratteri psicologici della civiltà personale due mi sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto che comincia a dominare la vita pulsionale distruttiva e la interiorizzazione dell’aggressività». Ma in che modo la coscienza contiene l’aggressività che non può esprimere? In realtà noi possiamo solo fare in modo che l’aggressività che non esprimiamo in una guerra e che interiorizziamo si trasformi in qualche cosa di meno aggressivo. Probabilmente per Freud sono evidenti esempi della storia nell’arte, nella poesia e anche nella gestione dello Stato e nell’esercizio di autorità che sono deviazioni dell’aggressività non espresse in una guerra. Noi possiamo quindi trasformare in diversi modi questa energia aggressiva in espressioni della persona di tipo più maturo. Conclude Freud: «Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico imposto dalla civilizzazione della coscienza, noi dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa, noi non la sopportiamo più, per noi pacifisti si tratta di una intolleranza costituzionale verso la guerra. Lei mi chiede quanto dovremmo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti come noi disponibili a non esercitare l’aggressività e a ridurre gli effetti negativi su noi stessi e sugli altri: io posso dire forse che non è una speranza utopica perché spero che l’influsso di due fattori (un atteggiamento della coscienza che diventi a mano a mano più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura) pongano fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non posso indovinarlo; nel frattempo io posso dire: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile della coscienza lavora contro la guerra. La saluto cordialmente le chiedo scusa se le mie osservazioni l’hanno delusa. Suo Sigmund Freud». Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza. Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze. Un primo gruppo di cause riguarda gli organizzatori che chiamerei «esterni» della coscienza personale nelle loro funzioni e nei modi di essere di esempio. In primo luogo i metodi della politica. In questa il peso degli interessi economici nello sviluppo della violenza e nel ricorso alla guerra è imponente. La spinta all’ignoranza e alla confusione è portata da chi vuole appropriarsi della ricchezza intellettuale di tutta la società (vedi le piattaforme globali di Gates, Musk, Zukerberg, Bezos). Il rigetto della differenza e dei differenti è un antico metodo di divisione e di mantenimento del potere che ora sta diventando pratica e dottrina politica generale, subdola ed esplicita. Le democrazie sono in declino e il capitale intensifica le guerre per accaparrarsi riserve naturali, materie prime e materie rare ecc. Con tali fini, come i grandi rivolgimenti del passato, oggi i poteri politici personali (e i social) si impongono e si diffondono. In secondo luogo, il ruolo della gestione amministrativa locale e statale, delle istituzioni formative, soprattutto della scuola, di una vita familiare obbligata che non ha potuto e saputo arricchirsi di qualità educative adeguate: tutte questi fattori sono importanti nell’aver ritardato l’incivilimento della coscienza. Vorrei anche puntare il dito su quella che noi chiamiamo cultura, valori che trasmettiamo ai giovani. Nella società dopo la Seconda guerra mondiale, che nel capitalismo occidentale globalizzato è diventata ricca, che desidera quel che vuole in un presente dove vede e vende immagini e illusioni e compera oggetti, l’io si va arrendendo ai soli vantaggi personali come fosse una nuova religione; l’io non inventa più, non riflette con coraggio a modi di affrontare incoerenze, differenze per arrivare a progredire verso una felicità migliore e protagonista. Nella cultura che respiriamo, nei processi educativi e formativi nonché nel vivere comune, le certezze della normalità io-mondo sono ridefinite da decenni in termini sociali e si ripercuotono sulle persone, vedi per esempio la dissociazione nei singoli tra soddisfazione economica e sicurezza personale e sociale, e l’inadeguatezza dell’io, dove i mezzi e i fini del vivere sono in un rapporto «perverso» tra cervello e tecnica. La soggettività della coscienza vive in questo stato di precarietà confusa e disorientante e sono presenti modi personali di autenticità ma anche di recita con i quali ci presentiamo gli uni agli altri. Molti fattori di una coscienza critica (secondo me necessarissima per formare una coscienza civile che agisca i conflitti, riconosca le differenze, faccia compromessi e non la guerra) sono scomparsi, perché c’è un appiattimento in questa normalità dove vince il concreto, l’indifferenza, e i limiti e le morali sono sempre più indefiniti. Va aggiunto il degrado dei contenuti e delle forme della cultura dei comportamenti in ogni loro accezione, ad esempio le relazioni dentro e fuori le famiglie, la gestione e il destino delle istituzioni formative scolastiche, il ruolo degli intellettuali che dovrebbero indicare le vie di superiore pacificazione della coscienza (spesso vecchia sgradevole storia). In realtà la cultura è sempre più relativista, individualista, desiderante all’infinito, in un apparato tecnologico-industriale ove l’uomo è anonimizzato e ridotto a essere funzionale. La nostra identità dovrebbe essere quella di armonizzare passato, presente e futuro: mancando questo vissuto personale diacronico, l’io vive un eterno presente cioè un solo tempo che non si riesce a riempire di senso. Da qui i disorientamenti e le patologie sociali e dell’io che possono derivarne. Un secondo gruppo di cause riguarda la storia del cervello. Il sistema nervoso centrale (SNC) dalla fine della seconda metà del Novecento, quindi dall’invenzione del computer e della tecnologia evoluta fino all’AI, ha paradossalmente alterato il proprio essere biopsichico fisiologico. Perché questi settantamila-ottantamila miliardi di connessioni nel SNC che formano tutte le funzioni fondamentali maturano nei primi trent’anni di vita? Questa capacità delle connessioni funzionali si chiama neuroplasticità: questa è lenta nel cervello, il SNC non nasce già maturo, autosufficiente e autonomo, ma diviene e si sviluppa molto lentamente. Cosa accade nel dopoguerra? Il cervello inventa alimentazioni migliori, farmaci, vaccini, medicine e soprattutto alla fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta inventa il computer e derivati che gli richiedono operazionalità i cui modi e tempi lo mettono in difficoltà. Il cervello va incontro a una «dissonanza» o sfasatura adattiva (mismatch). Nell’antica Roma l’età media di vita era di 28 anni, nel 1950 l’età media era salita a 50-55 anni, quindi la vita media è aumentata di 24 anni circa. Dal 1950 a oggi, in soli 70 anni, l’età media di vita è passata da 50-55 anni a 86 anni di media per la donna ed 81 circa per l’uomo oggi. Il cervello ha sviluppato il lavoro che ha liberato l’uomo dalla schiavitù e lo ha emancipato dal mondo della necessità e strumenti che hanno consentito miglioramenti dell’igiene, dell’alimentazione. Tuttavia a livello psicologico profondo vi è una dissonanza cerebrale: il cervello non si può adattare con facilità alle velocità operazionali con cui funzionano le macchine che esso stesso ha inventato. Il cervello stimolato operativamente ad agire in maniera sempre più rapida è più immediatistica, è meno «paziente» e reagisce in modo più rapido tentando maggiori prestazioni di efficacia. Però come può essere ultraveloce il cervello per risolvere una relazione affettiva, una patologia cronica o un conflitto tra gli Stati? Il SNC ha inventato macchine operazionali che trascendono la sua efficienza operativa evoluta in millenni: soprattutto ne risentono il cervello prefrontale e frontale che sono inibitori della impulsività, maggiori attori dei progressi della formazione umana, del capire se stessi e del proporsi man mano che diventiamo grandi con lentezza. Il cervello controlla sempre meno il suo funzionamento e questo è il danno fondamentale. Perché qui è avvenuta la formazione e la mediazione culturale di tipo psicobiologico per la prima volta in decine di millenni da umanistica in informatica; il cervello attuale dovrebbe avere la decisionalità sui vissuti personali di tipo lento e riflettuto, e invece? Ritengo che la coscienza, da trent’anni in qua almeno, risenta di una «resa» educativa psicobiologica: per cui abbiamo generazioni meno preparate culturalmente, soprattutto generazioni che non sanno di non sapere, persone che confondono l’opinione con la competenza, la sensazione con l’analisi, l’emozione con gli argomenti; in sostanza oggi si parla per sentito dire degli argomenti più vari e si formano opinioni (con il rinforzo di internet e dei social) non sostenute da reali studi e conoscenze. Questo nella mente sta comportando la messa in crisi della capacità di distinguere tra diritto di parola, conoscenza e autorevolezza e tra libertà di espressione e competenze. Tutti possono dire tutto su tutti, e tutti hanno ragione perché la verità del sentito dire è diventata soggettiva, liquida, negoziabile perché verificare un problema e conoscerlo a fondo è difficile, richiede tempo e fatica. Un cervello che non volesse essere così sarebbe anticonformista se riflettesse a fondo: forse abbiamo perso gli anticorpi intellettuali, dei lobi prefrontali necessari a distinguere il plausibile dal mondo assurdo e alienato. Vi è da aggiungere una considerazione importante sulla formazione critica della personalità che attualmente si presenta con una riduzione a) della curiosità conoscitiva per l’autostima e la gioia di sé; b) della responsabilità dell’io nel divenire paideia progettuale; c) nella gestione dei conflitti, delle differenze, delle disuguaglianze; d) nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore; e) riduzione nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore. Tutto ciò comporta il blocco dell’ascensione sociale dei ceti piccoli e medi meritevoli, il rispetto delle differenze, nonché la riduzione della formazione dell’identità matura. Come vive l’uomo questo contrasto biopsichico? Sempre più spesso vince l’impulso rapido, aggressivo (vedi la logica del femminicidio: «io vorrei che tu fossi come io vorrei. Poiché tu proponi temi che io non tollero o mostri la tua differenza, allora io sono persona solo se ti aggredisco»). Nelle condizioni in cui il SNC si trova, si rianimano le impulsività estreme del cervello primitivo anatomicamente collocato in basso, rispetto a quello più maturo dei lobi prefrontali, che forma la coscienza del progetto personale. Si va ritardando una maniera di proporsi che prevede mediazioni, parole, linguaggi e azioni posticipate. Non vi è più una paideia, un’educazione culturale della personalità che stimola l’identità creando invenzioni, fantasie, progetti verificabili; prevale il comportamento rapido di imitazione, recita, dipendenza, aggressività. Le impulsività così espresse vanno prevalendo nella coscienza il cui tempo vissuto è un presente immediatistico. Qui vince il piacere rapido, il consumismo degli oggetti altrettanto rapido, il mercato dei desideri e dei diritti (tutti rivendicano i diritti, pochi il dovere) e si va perdendo l’interesse del passato e del presente verso il futuro. C’è un tempo immobile che si ripete, dove prevale l’uso dell’altro nelle relazioni personali e si riduce l’essere ad avere e a oggetto. Vale la pena ricordare come per le teorie evoluzioniste del cervello la differenza e la identità personale si sono formate nei millenni, attraversando le imperfezioni nelle quali noi nasciamo. Le imperfezioni, le mutazioni, le divergenze, le differenze genetiche vengono a contatto con circostanze ambientali fisiche e mentali: ma sono proprio le imperfezioni, i compromessi biologici e le differenze che consentono all’uomo delle soluzioni creative possibili per adattamenti progressivi dilazionati nel tempo (esempio: invece che scaricare l’aggressività malignamente, scrivo poesie, risolvo un problema pratico, imparo bene un lavoro, rido di me stesso, uso un po’ di buon senso, insomma opero nella vita per viverla bene). Con un SNC unico negli esseri viventi, l’homo sapiens si è imposto ovunque nel pianeta in tutti i climi, ed è riuscito a sviluppare adattamenti importanti legati alla maturazione dei miliardi di connessioni tra cellule nervose per sviluppare le funzioni dalle più elementari del cervello basso fino alla maturazione dei lobi frontali: inizia dall’attività dei riflessi, attività emotive, impulsività, le prime memorie, le prime forme di pensiero critico e di valutazione (il cervello dell’uomo primitivo è servito in ispecie a difendersi dall’aggressività e per sopravvivere: visitate la tomba del cacciatore alla necropoli etrusca di Tarquinia e capirete tutto di questo). Infine, la complessità del cervello giunge, fino alla maturazione delle capacità superiori. Homo sapiens si è imposto soprattutto perché ha maturato il linguaggio dei gesti, della parola, la comprensione dei significati, dei simboli e con questo ha sviluppato le relazioni con l’altro. Per necessità o per scelta: se ti voglio esprimere un sentimento di simpatia o antipatia lo farò con i gesti, con la parola, con il linguaggio simbolico. La civiltà personale come conquista di identità migliore per merito e per dovere, di per sé affascinante, è in declino; risente di corruzioni mentali economiche di illusioni di potere o di politica che si vogliono affermare sull’altro con aggressività, con ignoranza arrogante, con ipocrite recite e con impulsività; quasi mai vince l’equilibrio del comportamento, la dignità di un modulato compromesso e dell’ascolto delle verità diverse. Sta succedendo un fatto fondamentale; questa riduzione delle capacità cerebrali a evolversi per un progetto personale, svela che lo stesso si va arrendendo al vantaggio rapido e immediato, alla legge «Dio è morto». Il cervello avverte una sua inadeguatezza, si sente indifeso e inadatto a livello inconscio e non solo. Nulla ci fa più paura di questo; allora l’aggressività che si esprime oggi è un farmaco, è una recita contro il vissuto di impotenza della coscienza. È un modo per rassicurare se stessi illudendoci che possiamo vincere con l’impulsività. L’SNC avverte di essere insicuro e per sfuggire all’angoscia, con rabbia violenta, ci fa aderire a una visione semplificata chiara e cristallina dove spostiamo il tema tra bene e male, riproponendo alla coscienza di oggi il bisogno antico e regressivo del nemico (identificazione proiettiva) come senso alla vita. Non riuscendo ad accettare la pace, che è un processo che richiede molto tempo e pazienza, il cervello si sente inadeguato e insicuro e sta imparando a gestire questa attuale complessità. Con l’aggressività vogliamo affermare in fondo l’idea di una realtà modificabile in una direzione insanamente egoistica, spesso ideologica, per trovare rassicurazioni rapide. Questo attesta la propensione della mente umana nella crisi a semplificare le relazioni e ad abolire purtroppo e soprattutto il tema principale dell’incontro umano, che è quello con le differenze dell’altro. Pensate come gestire le differenze nella sfera affettiva, nella conduzione di un rapporto di amore o di amicizia, oppure nella politica degli Stati. La mente umana semplifica al massimo il mondo per tentare di controllarlo. Tutto ciò di fatto è un duro attacco alle funzioni superiori frontali e prefrontali, inibitorie verso il degrado dei linguaggi e verso la conseguente aggressività. Rianimare tali funzioni è fondamentale tanto più oggi quando il populismo genericista e antiscientifico stanno degradando appunto differenze, linguaggi e civiltà soggettive. Ma le risorse personali e i Maestri per tali anticorpi dove sono? Ci sono altre due cose da dire sulla coscienza aggressiva e/o violenta. Da circa cinquant’anni la violenza dei singoli verso gli altri si presenta con nuovi significati; ciò vuol dire che io agisco in modo violento su di te con la parola o con i fatti, se tu rappresenti simbolicamente un modo di considerare te stesso che io non so accettare o io non so accettare la differenza con te o quello che tu dici che io sono. Torniamo quasi all’uomo del cervello primitivo, che produce sostanze «dell’impulsività». Queste danno luogo elettrochimicamente a fenomeni di facilitazione e/o disinibizione, che stimolano infine azioni impulsivo-aggressive talora incontrollate verso persone o cose. Fino alla «dipendenza» con reiterazioni comportamentali a rapida attivazione individuale o di gruppo: trattasi di condizioni endoreattive. Tali sostanze sono inibite o attenuate dall’attività funzionale dei lobi superiori frontali e prefrontali che, come visto, va progressivamente riducendosi. La violenza simbolica assume oggi un rilievo particolare; il modo di vestire, di camminare (pensate all’omofobia), le differenze di stile di vita generano reazioni di insofferenza e di bullismo, specialmente contro i più fragili. Perché la differenza non è tollerata, o piuttosto essa mette l’individuo in una crisi che non riesce ad affrontare in modo positivo: dunque vince l’azione senza progetto e senza formazione critica. Grottescamente direi «noi siamo abitati da una coscienza che sta diventando sempre più mediocre, aggressiva o apatica, non produce nemmeno per sé, sarà dipendente da quello che le viene proposto». Vedi l’ampia dipendenza giovanile. La persona per non riconoscere la propria inadeguatezza di progetto, vive questa sua pochezza non come stimolo per migliorare se stesso e piuttosto dei linguaggi simbolici prevale la violenza. Tuttavia, in questi ultimi anni un altro passo nell’uso della violenza è stato compiuto. Al tempo della mia giovinezza la logica delle Brigate rosse si basava sulla «violenza simbolica»: erano feriti o uccisi magistrati, poliziotti, militari, avvocati e giornalisti ritenuti simboli dello «Stato borghese». Recentemente, coesistono violenze che uccidono anche persone ignote (prendo una macchina e vado su un marciapiede a grande velocità e uccido dieci persone che non conosco). Sta apparendo anche una violenza senza un valore simbolico, è violenza per violenza che ormai si sta liberando senza più limiti. Non c’è nella coscienza attuale la capacità di accettare critiche perché non si accetta più la nostra inadeguatezza. (Ricordate lo hostis iustus cui si concedeva l’onore delle armi?) Nella giovinezza la civiltà personale è un compito molto difficile, vi riporto una frase che mi è stata detta da un ragazzo di cultura superiore con laurea sulla propria condizione: «Sempre più connessi ma più isolati, disorientati, impotenti, non distinguiamo più tra reale e virtuale, siamo privati dei gesti e delle occhiate in una socialità fredda, recitata e finta. Temiamo l’autenticità nostra e degli altri». Avevo scritto qualche tempo fa che l’uomo capitalista e il suo oppositore (complici alleati involontari) hanno sancito che Dio è morto e che dovremmo rimettere in moto quattro virtù teologali dell’oggi, che ci possono salvare da ciò che annichilisce la coscienza in modo peggiorativo. Queste virtù sono onestà intellettuale ed etica, curiosità per l’opinione altrui, carità interpretativa e valore al senso del limite; perché nessuno può bullizzare un fragile mentale perché differente. Termino con un elogio del compromesso, che ha bisogno di un cammino di formazione critica per vincere la resistenza all’esercizio del compromesso e al vissuto di perdita di potere e di sconfitta dell’Io. Tale interiore «fobia» è la sfiducia nel costruire una «novità» possibile di cui l’Io sia solo parziale detentore del potere. Come noto le differenze formano le identità personali. Il compromesso vuol dire che io insieme a te, avendo una visione diversa, ho potuto elaborare con te e abbiamo trovato qualcosa in comune che non va più bene solo a te o solo a me ma a noi due; questo è certo prova di fragilità di ognuno di noi due ma riconosco di essere fragile; la mia e la tua fragilità vuol dire autenticità. Il compromesso è un noi che nasce dal confronto, che costruisce un ponte per non scavare un fossato: non vinco io, non vinci tu ma vinciamo insieme; il compromesso è «la forza di chi sa amare senza dominare, ma rispettando l’altro». L’incivilimento della coscienza è possibile a una condizione fondamentale: se noi siamo presi completamente da quello che facciamo ogni giorno o siamo profondamente unilaterali e non curiosi di migliorare, noi non usciremo da questa storia di possibile aggressività. Noi dobbiamo essere attori della nostra vita, ma anche spettatori, cioè distaccarci, fermarci ogni tanto, chiederci che cosa stiamo facendo, come stiamo lavorando, come ci muoviamo nelle relazioni con gli altri, come creiamo le alleanze possibili per vivere meglio in ogni relazione umana che viviamo. Siate curiosi, coltivate interessi, rispettate le virtù teologali e migliorate la vostra cultura come credete: la vita è un dono ma la coscienza più matura è una conquista sempre. Ci piaccia o no. A conclusione vorrei proporre qualche «ricetta» per vivere meglio e senza necessità di aggressività. In primo luogo di andare a rivedere il film di P. Docter dal titolo Inside out . In questo fantastico film di cartoni animati, si narra come le emozioni fondamentali umane (gioia, rabbia, disgusto, disprezzo, sorpresa, paura, meraviglia, empatia) – personaggi attori –, i ricordi e la razionalità interagiscano; vi si rappresentano le possibili relazioni con i condizionamenti e gli adattamenti: al fine di trovare le isole di «senso» e di maturazione personale, attraverso alleanze, solitudini, conflitti, cooperazioni. Come la vita. Poi di meditare su due citazioni: la prima è una frase di un grande scrittore di fantascienza, perduto nel 2007, Kurt Vonnegut, che in una conversazione meravigliosa con gli studenti universitari donò loro questa frase: «Contro chi vuole cancellare la bellezza della coscienza, la compassione, la consapevolezza curiosa di potersi esprimere con più linguaggi di fronte alla violenza, fermiamoci, ascoltiamo, cantiamo, scriviamo, creiamo, danziamo la vita, lavoriamo bene, distacchiamoci con coraggio, dobbiamo nutrire noi stessi come singoli e la comunità per curare le nostre solitudini in modo maturo, non già con l’apatia, con l’impulsività e con la guerra. Quando siete felici fateci caso». La seconda è di un professore universitario cattedratico di pedagogia religiosa all’Università di Munster, che è islamico e si chiama Mohammed Korghide. Egli ha pubblicato un libro il cui titolo è: «Senza ebrei, nessun Islam». Egli scrive: «Anziché strumentalizzare il passato per legittimare un presente eletto come giusto per sempre e dunque immutabile, occorrono narrazioni per un futuro cui ci dobbiamo affacciare fuori dalla logica della negazione dell’altro e del vittimismo; certamente occorre reinventarsi identità che trascendano l’essere immediato per divenire soggetti di pace, di creatività, di dialogo. Ciò non tradisce la storia personale né sociale ma la trasforma in un futuro possibile, contro tutte le semplificazioni ideologiche, sempre connesse a consolidare poteri personali o politici e dove il presente è senza nessuna speranza del divenire diverso dell’attuale». Questa riflessione del professor Korghide è l’unico altrove possibile di una civiltà della coscienza che volevano Einstein e Freud. Dedico questo scritto alla memoria del mio più grande maestro di clinica Professor Giovanni Jervis che ho perduto nel 2009. A lui il mio ricordo riverente e indelebile. Giovanni Mastrangeli (1944) si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1969 divenendo poi specialista in neuropsichiatria e psicoterapia presso l’Università di Siena nel 1974. È stato medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale della città di Reggio Emilia dal 1971 al 1976. Dal 1976 al 1989 medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale di Viterbo. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Consulente in Psicogeriatria e in comunità psichiatriche come psicoterapeuta e psicofarmacologo clinico.
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Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Le Guerre dei Quattro Elementi; I Movimenti BSM EPISODIO-10-PARROT-52 Le Guerre dei Quattro Elementi Man mano che si avanzava nella seconda metà del XXI secolo, epoca della transizione verso la Gov Q, i frequenti conflitti locali vengono designati come guerre dei quattro elementi: Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Queste guerre degli elementi essenziali delle cosmogonie indicavano che le fondamenta stesse della possibilità di vita umana sulla Terra erano in pericolo, anche se spesso i conflitti erano controllati e distanti gli uni dagli altri. La WF interveniva solo quando gli interessi strategici della Gov Q erano in gioco. Questo era il caso delle guerriglie generate dagli ecowarrior che, nel disperato tentativo di contenere l’avanzata della setticemia di Gaia, avevano concentrato attacchi e sabotaggi sulle infrastrutture di estrazione e distribuzione dei combustibili fossili. All’epoca della transizione verso la Gov Q la setticemia di Gaia diventava sempre più galoppante. A costo di ripetermi ti ricordo che il termine galoppante che qui utilizzo è da considerare in modo relativo. La setticemia generava, fra l’altro, un mutamento che paragonato alla variabilità climatica naturale di Gaia era comunque impressionante. Nel passato i passaggi fra le ere glaciali, in cui buona parte della superficie terrestre era ricoperta da ghiacciai, e quelle interglaciali erano di milioni di anni, mentre i cicli minori dei periodi glaciali duravano comunque molte decine di migliaia di anni. Ora invece l’ordine di grandezza era talmente corto che i cambiamenti erano ormai percettibili di anno in anno. Ma non si trattava solo di clima e di riscaldamento delle temperature, perché con l’aggravarsi della situazione si creò una corrispondenza di fattori di origine diversa che confluivano in un assalto senza precedenti ai sensi e all’ossigenazione di umani e nonumani. Si andava dai mille tipi di inquinamento che aggredivano tutte le funzioni vitali, alle sindemie mortali che toglievano letteralmente il respiro. Ovviamente, erano gli strati dell’umanità del basso i più colpiti e attraversati da crisi respiratorie-olfattive-viscerali-allergizzanti. A questo si aggiungevano i grandi ricatti sugli altri elementi vitali e l’esempio più impressionante era stato quello della privatizzazione generalizzata dell’acqua, generatrice di conflitti multipli. Nel frattempo le tipologie di guerra e insurrezione locale si erano progressivamente modificate. La setticemia di Gaia, generata dalla pandemia nekomemetica, che imperversava fra gli umani, aveva cambiato la situazione. Erano emersi conflitti le cui cause erano in relazione diretta con gli elementi fondamentali della biosfera. Seguendo le capacità di sintesi cinesi, vennero comunemente chiamate le guerre dette dei quattro elementi : Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Non a caso i quattro elementi erano comuni a quasi tutte le cosmogonie. Le popolazioni sentivano l’avvicinarsi della fine della loro civilizzazione, che, erroneamente, avevano scambiato come fine dell’universo. Non c’era quindi da stupirsi che in quella situazione emergessero proprio quei riferimenti primordiali per dare un nome alle guerre che avrebbero fatto da contorno all’estinzione temuta. In effetti a ciascuno dei quattro elementi corrispondevano realtà che erano all’origine di tanti conflitti locali o più estesi. L’elemento terra aveva diverse accezioni semantiche: poteva essere in relazione al contendersi di territori abitabili/coltivabili viste le desertificazioni in atto, oppure riguardava i conflitti per l’accaparramento delle terre rare, elementi essenziali per ottenere la potenza quantistica necessaria alla Governance omonima. L’elemento acqu a era stato sovente oggetto di dispute e conflitti della sedicente civilizzazione umana. Ma un cambio di paradigma nella conflittualità era avvenuto quando l’acqua usata dagli umani era entrata trionfalmente nei mercati finanziari proprio mentre diventava un bene raro, ovviamente non per coincidenza. Nello stesso tempo, a causa del riscaldamento climatico, l’acqua continuava a far montare i livelli di mari e oceani costringendo un numero sempre più importante di abitanti delle zone costiere a fuggire o a ritirarsi nelle zone interne. Venezia era sommersa come ti dicevo, ma questo non aveva certo impedito al turismo di organizzare impressionanti visite sottomarine. In molte regioni urbane e non, l’ aria che si respirava era diventata sinonimo di inquinamento, di calore soffocante, di malattia e morte diffusa. In questo caso si trattava di una guerra persa, che non faceva che accrescere le grandi diseguaglianze fra chi si poteva permettere di vivere in luoghi con aria non contaminata e tutti gli altri.Il fuoco era il simbolo dell’uso sconsiderato delle energie fossili prodotte da Gaia riciclando il vivente lungo il corso della sua esistenza. L’ambito delle energie fossili e di tutta la folle infrastruttura di estrazione, trasporto e utilizzo costituiva una delle più gravi, se non la più grave fonte d’infezione di Gaia generata dal morbo nekomemetico umano. Erano state le forze di produzione di tutte le Governance capitaliste, da quelle industriali sino a quella quantistica di cui ti sto parlando, che avevano potenziato questo fuoco e il suo contaminante sistema di circolazione. Le guerre del fuoco – e cioè quelle che gli umani combattevano per il possesso, il controllo e talvolta il sabotaggio di gas, carbone e petrolio – erano superinfezioni della pandemia nekomemetica che generavano accessi febbrili di Gaia. Immensi incendi devastavano estensioni sempre più vaste in tutti i continenti. Il sabotaggio e gli atti di distruzione dell’infrastruttura dei combustibili fossili non erano guerre, ma piuttosto azioni di guerriglia che avevano preso consistenza sin dalla fine dell’era neolib ed erano praticate da movimenti degli ecowarrior , fortemente criminalizzati dalla WorldForce e da tutti i SecurServ come il nemico N. 1 da annientare. D’altronde anche se le attività distruttive erano concentrate sui combustibili fossili gli ecowarrior si battevano anche violentemente, se necessario, per la preservazione di tutti gli altri elementi che riguardavano la terra, l’acqua e anche, più indirettamente, l’aria. Questo poteva avvenire in vari modi di lotta, fra cui quelli dell’occupazione e la difesa di territori da proteggere (ZAD 1 ). Tali azioni anche violente non erano comparabili alle guerre fra PoSt/ati, ma piuttosto si configuravano come disperati tentativi di far da freno contro la setticemia di Gaia. Avvenivano tardivamente e in modo limitato e contrastato per poter veramente capovolgere la situazione ormai troppo avanzata. La minaccia più grave che si stava realizzando sotto i nostri occhi era il tanto temuto riscaldamento delle fasce tropicali; in alcune zone, ogni anno più estese, era ormai impossibile vivere a causa del caldo umido.Al disopra di 35° gradi a bulbo umido 2 il caldo diventa insopportabile perché il corpo umano non è più in grado di regolare la temperatura attraverso la traspirazione. Questo fenomeno era all’origine di trasmigrazioni sempre più massicce che alimentavano le guerre e viceversa. Oltre ai conflitti dovuti alle migrazioni di grande ampiezza a causa dei cambiamenti climatici, c’erano quelli contro le popolazioni intrapresi, pilotati, o semplicemente lasciati fare dalla Gov Q. In essi erano in gioco anche l’acquisizione, il controllo, la difesa e le enclosure degli ultimi grandi territori a bassa densità umana con acqua abbondante e scarso inquinamento atmosferico e terrestre. Queste regioni erano destinate ai membri dell’oligarchia e alle classi dei loro servitori intesi nel senso proprio o figurato del termine. Il peggiorare delle condizioni di vita globali stavano trasformando in guerra le operazioni fatte dai grandi tycoon quando, per esempio, si erano comprati mezza Nuova Zelanda e buona parte del Madagascar o dell’Africa Australe. Ora, come ai tempi delle grandi colonizzazioni, c’era il dichiarato proposito di espellere o di eliminare gli abitanti originari. Al di là dei quattro elementi, le cause di guerre e conflitti aperti o larvati potevano essere diverse. Certe volte, in particolare nelle zone periferiche e povere, le guerre sembravano simili a quelle degli Stati-Nazione del XIX o del XX secolo: conflitti etnici e religiosi o, spesso, guerre civili. La seconda guerra civile USA, ormai diventata cronica, così come il periodo dei disordini in Cina dopo il fallimento del progetto Primavera erano stati casi particolari che avevano anticipato il contesto di una conflittualità endemica. Di fatto si trattava sovente, in un modo o nell’altro, di guerre dei poteri locali o globali della Gov Q contro le popolazioni le cui condizioni di vita, mutando, diventavano insostenibili. L’intensificarsi di guerre non più funzionali alla perennità del capitalismo e la riduzione sempre più accelerata delle zone abitabili furono fattori essenziali che convinsero l’ AltaSfera Ecofin della necessità di accelerare la Grande Fuga , ancor prima della nascita della Gov Q.In questi conflitti capitava che i PoSt/ati abbandonassero, a volte temporaneamente, il controllo di reti e territori per svariate ragioni. Spesso tali perdite non erano da imputare a un nemico umano, ma a fattori scatenati dalla setticemia di Gaia e ostinatamente ignorati. Anche in questi casi la Governance non attivava gli algoritmi di intervento diretto della WorldForce , a meno che i suoi interessi vitali fossero in gioco. Questo poteva avvenire per esempio quando l’accesso a materie prime indispensabili per la Grande Fuga era minacciato, oppure quando un conflitto locale degenerava e rischiava di diventare incontrollabile producendo contaminazioni globali. In questi casi gli interventi potevano essere molto duri e precisi, le tecnologie belliche, come le bombe tattiche a neutroni, venivano utilizzate senza alcuno scrupolo. Non vorrei che da queste mie descrizioni tu avessi l’impressione di un’apocalisse generalizzata. In realtà si trattava di un incremento delle situazioni di guerra e di conflitto, ma ancora lontano da un caos generalizzato. Note: Zones à Défendre: Una terminologia derivata dalle lotte ecologiche in Francia nei primi decenni del XXI secolo. Si tratta di una temperatura con umidità del 100%. I Movimenti BSM Ancora un capitolo pervaso dalle considerazioni politiche del Boomernauta. Qui ci racconta la nascita della tendenza BSM (Breath&Smell Matter), in cui evidentemente aveva trovato risonanze della sua militanza passata. Si tratta di un insieme di movimenti intersezionali che nascono, come le guerre dei 4 elementi, a causa dell’aria sempre più calda e irrespirabile nelle grandi e inquinate megalopoli, che deturpavano Gaia. Nonostante le difficoltà in cui si trova, la Gov Q fronteggia come può il disfacimento ecologico. Da BSM emergono analisi corrette della situazione, ma non si riesce ad andare aldilà e a credere nell’ipotesi di una rivoluzione globale. Un punto di forza nel suo seno è la rete dei semio-hacker, antagonisti dei techno-tycoon e delle loro milizie tecnologiche mercenarie. Ed è proprio dai semio-hacker 1 che nasce l’idea di come contrastare la pandemia nekomemetica… Fu con il moltiplicarsi dei conflitti che all’interno della Sfera Autonoma la parola d’ordine Breath&Smell Matter (BSM) si era divulgata in un lampo dando vita a un insieme di movimenti orizzontali che si integravano a molte mouvance già esistenti. Davanti a questa infezione di Gaia senza precedenti, che toglieva il respiro a chi non si poteva permettere un’aria decente, era partito lo slogan I can’t breath. Un grido di disperazione che le classi dominate lanciavano per loro stesse e per Gaia dalle sterminate megalopoli in cui erano costrette a vivere. A partire da Messico e Sudamerica, dove centinaia di milioni di persone vivevano ormai nella torrida nebbia mortifera di sterminati slum, lo slogan si era poi diffuso prima nel resto del Sud, in Asia e Africa e poi anche nel Nord dell’Occidente. Le catastrofi termiche diventavano frequenti. Morti di massa avvenivano durante le ondate di calore estreme, soprattutto nelle zone dove le temperature a bulbo umido superano i livelli sopportabili per l’organismo umano. Questo era stato il campanello d’allarme, un po’ più sonoro degli altri, che aveva segnato un salto di livello della setticemia della biosfera. Ecofin nella sua proverbiale flessibilità, aveva cercato di integrare nel mercato la risposta a questo esteso malessere. Ispirandosi alle vecchie pratiche dei washing , avevano inventato il cure washing . Così, per esempio, sin dall’epoca lontana del Covid 19, era nata una nuova filiera di cure private che facevano capo alle Cliniche dei Sensi Perduti . Ma torniamo al BSM 2 . C’era stata una rapida espansione intersezionale e geografica che aveva fatto convergere tante componenti verso questa parola d’ordine unificante, vi partecipavano femministe, precari, black e razzializzati, migranti, semio-hackers del movimento crypto commons, ecowarrior, attivisti Pink LGBTQ+, ex schizo-tempestosi 3 cinesi, post-antispecisti e altri spezzoni e componenti di movimenti scomparsi tra cui i bisnipoti di Greta. Non c’erano solo gli attivisti, ma perfino larghe fette di popolazioni accomunate dagli stessi problemi vitali. Anche se con legami laschi, i precari cognitivi del Nord, le vaste popolazioni povere del Sud e le reti alternative, diffuse un po’ dappertutto, si ritrovarono dentro BSM. L’ondata BSM, oltre a denunciare la politica della Gov Q, aveva cercato a più riprese di bloccare alcuni gangli vitali delle megalopoli fra l’altro, come ti dicevo prima, tagliando le arterie che portavano il sangue nero dell’infezione di Gaia. Avevano ottenuto a sorpresa qualche risultato favorevole qui e là, ma sul terreno e nelle piazze era spesso in un rapporto di forze sfavorevole. Senza poi parlare delle mancanze organizzative e delle contraddizioni irrisolte in un ambito geopolitico tanto esteso e complesso. Le cose cominciarono a cambiare quando il dispositivo a tre fasi della Gov Q era ormai istallato e funzionante dal punto di vista algoritmico, ma anche lui subiva gli effetti devastanti dello stato di Gaia. I movimenti debolmente connessi del periodo neolib nella loro discontinuità erano stati attraversati da vettori intersezionali che avevano perso la limitata accezione giuridica con cui questo termine era nato. Ora l’intersezionalità significava l’interdipendenza delle forme di oppressione come il razzismo, il sessismo, l’omofobia che si erano tanto aggravate, ma non aveva ancora trovato adeguate forme di lotta che trasformasse queste molteplici spinte in una forza rivoluzionaria tale da preoccupare i centri di potere Ecofin. Adesso però era emerso un punto di forza costituito dalla forte componente tecnologica organizzata all’interno dell’ondata BSM e che avrebbe potuto rappresentarne la nervatura: era un piccolo esercito di semio-hacker, sparsi nel mondo, che utilizzavano e mantenevano i principali protocolli di navigazione anonima e le reti virtuali private 4 . E non era poco perché questo permetteva forme di resistenza digitali alla dominazione quantistica della Gov. I semio-hackers cominciarono a lavorare in multiple direzioni, a fare sperimentazioni empiriche. Molti di loro facevano parte del movimento dei crypto commons che aveva cercato di creare condizioni per una computation replicabile, gestita dal basso. Le loro conoscenze tecnologiche avevano permesso di intuire la svolta quantistica della Governance e il pericolo dell’avvento di una megablack-box centralizzata che essa avrebbe rappresentato. Avevano tentato di dar forma e difendere l’evoluzione tecno-politica delle piattaforme informatiche al di fuori delle logiche di proprietà. Evoluzione che, almeno teoricamente, sarebbe stata possibile usando gli algoritmi della blockchain 5 . Per combattere più efficacemente questa offensiva autonoma la Governance aveva dotato la WorldForce di un Executive Board che oltre ai rappresentanti dell’oligarchia dell’armamento aveva in seno ben 5 VP di mega-piattaforme di classe GAFAM e BATX 6 . Persone (soprattutto uomini…) che controllavano settori e dipartimenti chiave: informazione (e in particolare l’ intelligence ), comunicazione, istruzione, ricerca… Ovviamente, visto l’aumento considerevole delle temperature dovuto al riscaldamento globale, una parte delle data farm della classe GAFAM era andata in fumo (inquinante) o era stata abbandonata per mancanza di capacità di raffreddamento o altre cause geopolitiche, come l’abbandono di territori. I flussi delle platform erano quindi indeboliti rispetto al periodo d’oro, ma una nuova riorganizzazione tecnologica basata sulle memorie molecolari a basso consumo energetico lasciava sperare ai techno-tycoon un ritorno in forza. Nell’ AltaSfera Ecofin , non mancavano certo sfide, alleanze e lotte d’influenza fra banchieri, fondi monetari e statisti riciclati. Le piattaforme di classe BATX, accusate di competere con il potere dello Stato, erano state limitate dal PCC sin dall’epoca in cui era ancora onnipotente e pienamente funzionante. Solo la cinese Aladdin era stata autorizzata a piazzare i suoi manager direttamente nell’ AltaSfera Ecofin dove fra i capi si trovavano gli eredi di Zebos, il mitico fondatore di Amazonas , sito che da solo gestiva buona parte del commercio mondiale, mentre quelli di M/Elon erano dati per dispersi dopo un tentativo di atterraggio di fortuna su Marte. Tuttavia, nonostante i successi che i techno-tycoon stavano ottenendo nelle tecnologie quantistiche e quelle delle nanoparticelle, applicate agli ascensori spaziali, nuvole nere si accumulavano nel loro orizzonte. Anche se cercavano di nasconderlo, le grandi piattaforme, da tempo utilizzate per il controllo biopolitico individuale degli umani, erano ormai cavalli un po’ sfiancati e non sarebbero state certo le memorie molecolari a dar loro una nuova vita. Avevano incarnato l’estensione neurocapitalista del Neolib, basata sull’esercizio di un’influenza neuronale individuale e il loro obbiettivo era di condizionare le soggettività in modo da generare negli utenti un asservimento volontario. C’erano in parte riusciti, diventando potenti, ma ora le loro megamacchine perdevano colpi e non si poteva che constatare l’inesorabile declino delle loro capacità di controllo biopolitico che avevano così ben funzionato. Lasciando briglia sciolta ai techno-tycoon nella fase neolib e poi nella prima parte di quella quantistica, la Governance aveva generato il peggioramento della pandemia nekomemetica e delle conseguenti sofferenze di Gaia. Nelle zone delle guerre dei 4 elementi o in quelle in cui si moriva di caldo o non si riusciva più a respirare, a nutrirsi, a dissetarsi o a curarsi decentemente, la seduzione della servitù digitale volontaria era svanita. Questa era la tendenza, anche se i collassi erano ancora relativamente episodici, mentre sussistevano le enormi disparità fra territori e/o fra strati di popolazione all’interno di una stessa regione. Molti dicevano in quest’ultimo caso, che esisteva un Sud anche all’interno del Nord. Ma ciò che era cominciato nel secolo precedente con le prime crisi dei migranti ora diventava più generalizzato e massiccio e talvolta incontenibile nonostante gli ostacoli frapposti dal potere. D’altro canto sembrava proprio che il ripercuotersi delle parole d’ordine BSM non riuscisse a produrre tessuti organizzativi empatici, rivoluzionari e globali. Nonostante questo, i movimenti continuavano a esprimersi anche violentemente con innumerevoli forme, che andavano dalle lotte di resistenza alle insurrezioni e alle attività armate di alcuni gruppi locali, ma mancava una globalità che sarebbe stata una conditio sine qua del passaggio a uno stadio ulteriore. Inoltre la Gov Q aveva ereditato da quella Neolib i geni di piena compatibilità con i movimenti nazionalisti, populisti e fascisti. Questo le permetteva ancora di esercitare un divide et impera fra categorie subalterne e all’occorrenza di suscitare forme di guerra civile fra di esse (proletari contro migranti ecc.) … Nonostante tutto uno spiraglio si poteva aprire dove meno ce lo si aspettava. Com’era già successo in altri passaggi vitali della Storia, quando i tempi sono maturi, una stessa intuizione diventa ubiqua manifestandosi simultaneamente in luoghi distanti. Così avvenne per quella destinata a opporsi alla pandemia nekomemetica. Nel continente nordamericano fu proprio nell’hackerspace semiotico Soundbridge, sopravvissuto al terremoto BIG ONE di San Francisco e dintorni, che emerse l’idea. In India, Russia, Cina, Lituania, Giappone e poi altrove avvenne lo stesso mentre in Europa se ne parlò proprio in una conferenza organizzata da ESC 7 . Ci sarebbe voluto, dicevano, un contro-flusso memetico free che depotenziasse quello virale con una funzione sia di protezione che di cura. Note: Semio-hacker: cfr. glossario. BSM: cfr. glossario. Schizo-tempestosi: cfr. glossario. Il Boomernauta fa riferimento a software e reti di tipo Darknet, TOR ecc. Il Boomernauta mi disse in seguito che qui aveva citato un suo vecchio conoscente ed amico che aveva fatto parte del movimento dei crypto commons e di cui ricordava solo il soprannome: Jaromil . Il Boomernauta non si ricordava più esattamente il nome delle imprese dei techno-tycoon rispettivamente dell’Impero di Sbieco (USA) e dell’ Impero di Mezzo (Cina). Entropy Semantic Club
- scienza e politica
L’IA come realtà relazionale Robin Tomens Il testo analizza criticamente l’intelligenza artificiale contemporanea mettendola in relazione con la nozione di metatecnica, intesa come capacità umana di riflettere sulle tecniche e di rifondarle. Contro le narrazioni allarmistiche sull’autonomia dell’IA, l’autore distingue la metatecnica umana dalla meta-automazione del machine learning, che automatizza il processo stesso di progettazione senza possedere agentività reale. Viene discusso il fenomeno delle <> come limite strutturale dei modelli generativi, legato alla loro natura statistica e non percettiva. L’IA emerge così non come intelligenza autonoma, ma come tecnologia-mondo inserita in un ecosistema tecnico-industriale dominato da oligopoli, con forti implicazioni politiche, economiche ed ecologiche. A questo link è possibile trovare il primo articolo del comparto di Giorgio Griziotti dedicato all'Intelligenza Artificiale. La nozione di «intelligenza» è da tempo oggetto di controversie e ridefinizioni, tanto in ambito tecnoscientifico quanto nella speculazione filosofica e nelle scienze umane. Si tratta di una questione cruciale, che meriterebbe un’analisi a sé – ben oltre lo spazio e l’obiettivo di questo intervento – e che qui non possiamo che evocare senza addentrarci nelle sue implicazioni più profonde. I tentativi storici di formalizzare l’intelligenza umana, come nel caso del quoziente d’intelligenza (QI), elaborato all’inizio del XX secolo nell’ambito della psicometria 1 , si sono rivelati strumenti parziali e normativi, che rispondevano, tra l’altro, a esigenze di classificare e ordinare le capacità cognitive secondo criteri di efficienza funzionale e adattamento all’organizzazione del lavoro capitalista dell’era industriale.Piuttosto che assumere due blocchi distinti – l’intelligenza «umana» da un lato e quella «artificiale» dall’altro – qui mi interessa seguire come emergano configurazioni differenti quando si incontrano e si intrecciano: da un lato la metatecnica come forma propria dell’attività umana, dall’altro la meta-automazione come caratteristica dell’intelligenza artificiale generativa. Non si tratta di contrapporre due essenze, ma di analizzare ciò che emerge dalla loro interazione, dalle relazioni concrete che producono insieme. Questo aiuta anche a comprendere meglio dove si colloca l’IA contemporanea nella lunga storia della technè.Innanzitutto, occorre ridimensionare i numerosi discorsi sui presunti pericoli legati all’autonomia dell’intelligenza artificiale – che un giorno potrebbe agire indipendentemente dall’umano e prenderne il controllo – mettendo invece in evidenza quelli effettivi e verificabili nella realtà contemporanea. Affermazioni pseudo-divulgative diffuse in libri popolari sostengono che la principale preoccupazione dei ricercatori sarebbe che le macchine possano non solo superarci, ma distaccarsi da noi 2 . Mi sembrano argomentazioni fuorvianti, volte a distogliere l’attenzione dalle vere motivazioni della ricerca che, soprattutto nella sua dimensione applicativa, è spesso nelle mani di laboratori finanziati dal mostro bicefalo Big Tech–Big State e orientati più al profitto che a ideali conoscitivi; al tempo stesso proiettano sull’IA l’immaginario competitivo e antropocentrico del neurocapitalismo, occultandone le funzioni effettive. La vera pericolosità di uno strumento come l’IA sta altrove e soprattutto nelle modalità in cui essa è concepita, centralizzata e gestita come vedremo. Già alcuni decenni fa Donna Haraway, con la figura del cyborg femminista, indicava una via per dissolvere la falsa dicotomia tra umano e macchina. Seguendo quella traccia si tratta di assumere come oggetto d’indagine i fenomeni relazionali e ibridi che emergono dall’incontro fra intelligenza umana e artificiale. Veniamo ora ai due aspetti chiave della metatecnica e della meta-automazione cui accennavo. La metatecnica è al centro della riflessione del Boomernauta, il personaggio concettuale protagonista del mio ultimo libro 3 . La metatecnica – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – coinvolge la capacità di riflettere criticamente sulle tecniche, identificare i loro punti di forza e debolezza, e sviluppare nuove modalità di pensiero e approcci per affrontare i problemi complessi (Griziotti, 2023, p. 324). Questa facoltà, per ora esclusivamente umana, distingue la metatecnica dalle tecniche, anche sofisticate, possedute da altri agenti biologici non umani, i quali pur sviluppando strumenti e pratiche complesse, non hanno mai oltrepassato la soglia critica che separa l’uso della tecnica dalla speculazione sulla tecnica stessa – quella capacità propriamente umana di creare non solo strumenti, ma sistemi per pensare e generare gli strumenti. Il concetto di «automazione dell’automazione» (meta-automazione) come definizione del machine learning lo troviamo invece nel libro di Pasquinelli (Pasquinelli 2025, p. 237). In conclusione, il machine learning può essere visto come il progetto di automatizzare il processo stesso di progettazione delle macchine e di creazione di modelli, ovvero l’automazione della stessa «teoria dell’automazione del lavoro». In questo senso il machine learning e in particolare i grandi modelli fondativi rappresentano una nuova definizione della Macchina universale, grazie alla loro capacità non solo di eseguire compiti computazionali ma anche di imitare il lavoro e comportamenti collettivi su larga scala. La svolta che il machine learning ha finito per rappresentare non è soltanto «l’automazione della statistica», come il machine learning è talvolta descritto, ma l’automazione dell’automazione, portando questo processo alla scala della conoscenza collettiva e del patrimonio culturale. Inoltre, il machine learning può essere considerato come una prova tecnica dell’integrazione graduale tra automazione del lavoro e governance sociale (Pasquinelli 2025, p. 237). Sebbene nel suo libro Pasquinelli si concentri soprattutto sul ruolo dell’IA rispetto al lavoro nella produzione capitalista, il passo coglie una trasformazione importante. Il machine learning è una forma di automazione di secondo ordine, o «meta-automazione» che emerge come una soglia critica dell’automazione contemporanea: un processo che non si limita a eseguire compiti o a meccanizzare il lavoro cognitivo umano, ma punta a inglobare e scalare il processo stesso di ideazione, fino ad automatizzare la creazione di strumenti. Insomma la meta-automazione mira a integrare ed estendere la capacità umana di dare vita a nuove tecniche. Tuttavia, l’IA contemporanea resta vincolata a un impianto tecnico-industriale ben preciso, fondato su regimi di addestramento e su infrastrutture di controllo e sorveglianza dai costi ecologici proibitivi per il dispendio di calcolo ed energia, oggi concentrate negli oligopoli tecnico-finanziari. Per quanto estesi siano i dataset e sofisticate le correlazioni statistiche prodotte, il suo operare rimane confinato entro un perimetro definito. La sua apparente versatilità non deve trarre in inganno: l’IA non possiede agentività reale. Non può ridefinire i propri obiettivi, introdurre valori autonomi o generare contesti genuinamente nuovi. La loro «meta-competenza» – l’abilità di generare nuove soluzioni e procedure – resta quindi un fenomeno interno alla griglia dei dati, mentre la metatecnica umana trasforma attivamente i confini del possibile, introducendovi elementi radicalmente nuovi e non confinati in quel sistema. Un sistema di intelligenza artificiale può analizzare migliaia di film e produrre narrazioni e sceneggiature, ma non la rivoluzione operata dalla Nouvelle Vague francese alla fine degli anni Cinquanta. Quando Godard, Truffaut e altri spezzarono la continuità narrativa, fecero parlare i personaggi allo spettatore e trasformarono il film in riflessione critica sul medium stesso, non stavano ottimizzando il cinema hollywoodiano ma rifondando cosa significhi «fare cinema» introducendo interrogativi esistenziali sull’autorialità, sull’autenticità e sul rapporto tra finzione e realtà. L’IA può calcolare dentro la fisica newtoniana, ma non avrebbe mai concepito relatività o meccanica quantistica: rotture che richiedevano l’abbandono delle categorie stesse attraverso cui si comprendeva la realtà. Questa capacità di rifondare emerge dalla relazione tra singolarità e moltitudine: gesti che diventano trasformativi quando entrano in risonanza con pratiche collettive, conflitti materiali, trasformazioni di ciò che diventa possibile fare quando cambiano tecnologie, istituzioni e relazioni sociali. Se, come già avviene sui social, tali oligopoli possono ricavare informazioni ancor più rilevanti su di noi, non per questo le IA apprendono davvero da noi. Il loro apprendimento rimane confinato entro i limiti del dataset e delle logiche di ottimizzazione che lo governano. Le corporation utilizzano i nostri prompt per perfezionare modelli futuri, ma i sistemi con cui interagiamo non apprendono realmente dalla conversazione: non possono modificare la propria struttura o ridefinire i criteri interpretativi. Occorre dunque sfatare un luogo comune, spesso rilanciato anche da osservatori critici: l’idea che l’IA generativa impari dinamicamente e autonomamente dalle nostre domande. In realtà, i modelli non sono in grado di sedimentare conoscenza a partire dalle interazioni con gli umani. Al contrario, questi ultimi sono capaci di imparare dalle risposte dell’IA, pur subendone inevitabilmente l’influenza. L’apprendimento dei modelli invece è sempre mediato da dati preesistenti e supervisioni umane, e il loro funzionamento è fortemente vincolato da limiti tecnici e strutturali. Attualmente non esistono modelli in grado di superare questi limiti, né indizi che ciò possa accadere nel breve periodo. Tutto è allucinazione Dopo aver distinto la meta-automazione dell’IA dalla metatecnica propria della soggettività umana, e restando nell’ottica di un’indagine dei fenomeni che scaturiscono dalle loro interazioni piuttosto che di un confronto tra intelligenze, c’è a mio parere un nodo importante che può aiutarci a evidenziare i limiti tecno-politici dell’IA: le cosiddette «allucinazioni». Mentre l’allucinazione umana designa una percezione sensoriale vissuta come reale in assenza di uno stimolo esterno corrispondente, nel caso dell’IA generativa il termine assume un significato diverso. Nei Large Language Model si parla di allucinazione per indicare produzioni linguistiche che risultano insensate dal punto di vista umano: affermazioni scorrelate dal contesto, semanticamente fuorvianti rispetto agli input, o semplicemente errate pur essendo formulate in modo apparentemente coerente e plausibile. La questione solleva un interrogativo: se anche le macchine «allucinano», dove si colloca la differenza? La distinzione fondamentale risiede nella capacità di riconoscere l’errore. L’essere umano può interrogarsi sulla validità della propria percezione, confrontarla con altre esperienze, metterla in discussione. L’allucinazione della macchina è invece una disfunzione statistica: una correlazione probabilistica che produce output linguisticamente plausibili ma semanticamente vuoti, senza alcuna capacità di riconoscere autonomamente l’errore. Le nostre allucinazioni si misurano rispetto a un mondo condiviso e possono essere corrette dall’interno; quelle delle IA sono artefatti computazionali che richiedono verifiche esterne. Forse, secondo l’interessante ipotesi di Colin Fraser 4 , sarebbe più appropriato affermare che tutto ciò che produce un chatbot è frutto di allucinazione o «sogno», poiché non deriva dalla percezione di una realtà esterna, ma da calcoli statistici basati su testi umani nei quali prendono forma i nostri significati e interpretazioni del mondo sedimentati in rete. Fraser sostiene che «tutte le risposte degli LLM sono allucinazioni» 5 perché il sistema «pensa» di ricostruire un documento esistente ma in realtà ne genera uno nuovo. Da questa prospettiva tecnica, non esisterebbe una distinzione intrinseca tra risposte sensate e «allucinazioni», ma solo output più o meno desiderabili rispetto al contesto d’uso specifico. La tesi è quindi che il modello stia facendo esattamente quello per cui è stato progettato: generare un testo plausibile attraverso un calcolo probabilistico applicato a dataset sempre più estesi. Questo può funzionare nella maggior parte dei casi, ma non sempre, specie quando abbiamo bisogno non di plausibilità ma di precisione. In questi casi rimproveriamo alla macchina di produrre risposte inesatte e inverosimili («allucinare»), invece di riconoscere che stiamo utilizzando uno strumento probabilistico anche per compiti di natura deterministica. Torneremo su questo punto.Questo premesso, le «allucinazioni» dell’IA non hanno tutte lo stesso statuto. Alcune sono errori fattuali incontrovertibili. Altre invece presentano un carattere più ambiguo: ciò che viene percepito come «allucinazione» dipende anche dal giudizio dell’utente e dal contesto interpretativo. In queste situazioni, ciò che in un caso appare come un errore, in un altro può rivelarsi coerente. In fondo, ogni produzione dell’IA è il risultato di un processo relazionale tra modello, dati e interpretazioni umane. Alla sua genesi concorrono, da un lato, il nostro modo di interrogare, di stabilire corrispondenze e di valutare – talvolta esercitando una pressione contestuale o un’influenza di altro tipo – e, dall’altro, il modo in cui l’IA recepisce la richiesta e genera sequenze di parole che, statisticamente, tendono a seguire il contesto dato. In un certo senso l’IA generativa è «stupida» nel suo funzionamento, poiché si fonda su un numero pressoché infinito di ripetizioni dello stesso calcolo statistico, eseguito alla massima velocità. Il principio di base è quello della previsione della parola (o simbolo) successiva 6 a partire da una sequenza precedente, sulla base delle probabilità apprese durante l’addestramento su enormi quantità di dati.Come osserva Fraser, non sorprende che un grande modello, addestrato su dataset enormi, possa predire la parola successiva di un testo. Ciò che risulta quasi miracoloso è che, reimmettendo ciascun output del modello come input per il passo successivo in un loop, esso riesca alla fine a generare testi coerenti, spesso utili e talvolta sofisticati. Anche per suoi creatori, questo risultato fu inaspettato rispetto agli obiettivi originari di predizione di sequenze. Tuttavia tale effetto non costituisce una «scoperta scientifica», al massimo potremmo definirlo un risultato tecnico di notevole portata. È un evento che si colloca sul piano dell’ingegneria, non su quello dell’epistemologia scientifica, e che perciò si potrebbe paragonare alla tecnica elaborata da Brunelleschi per costruire la cupola di Santa Maria del Fiore senza impalcature 7 : un’innovazione costruttiva eccezionale per la sua epoca, ma non assimilabile a una scoperta teorica della scienza.Proprio qui, però, si rivela la portata filosofica dell’evento. Se da un lato non siamo di fronte a una scoperta scientifica, dall’altro stiamo assistendo all’emergere di qualcosa di più di una semplice protesi tecnologica. Non ci troviamo più di fronte a uno «strumento», per quanto complesso, che estende una singola facoltà umana. Ciò che gli LLM (Modello Linguistico di Grandi Dimensioni (LLM) è una tecnologia AI avanzata incentrata sulla comprensione e sull'analisi del testo) e l’IA generativa stanno creando è una vera e propria «tecnologia-mondo» 8 , un ecosistema informativo e semiotico che ci avvolge e ridefinisce i nostri spazi di conoscenza, relazione e percezione. È un nuovo sistema di pensiero, un codice culturale che la tecno-oligarchia sta configurando invertendo la relazione tradizionale: non più la scienza che orienta la tecnologia, ma la tecnologia ingegneristica che determina il corso della scienza. È il mondo artificiale che stanno costruendo per noi e ora detta le regole al modo in cui conosciamo il mondo naturale e umano. Hardware auto-organizzante Le «allucinazioni» macchiniche sono tra i principali ostacoli alla strategia di una governance algoritmica totalizzante, che richiede colossali investimenti. Non si tratta solo di un problema tecnico che comunque analizzeremo qui di seguito: esse contribuiscono soprattutto a rendere incerta la redditività, facendo intravedere il rischio dello scoppio di una bolla finanziaria 9 soprattutto ben più imponente di quella delle dot-com dei primi anni Duemila. 10 Alla base di tali investimenti, soprattutto concentrati negli Stati Uniti, vi è infatti il mito dell’Intelligenza Artificiale Generale (Artificial General Intelligence-AGI), concepita come un leviatano capace di risolvere qualsiasi compito. Un fine ormai apertamente perseguito dai GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e dai nuovi tecno-oligopoli – in cui emergono i produttori di hardware dell’IA, ai quali si affiancano i loro concorrenti cinesi ecc. – e veicolato dai sistemi di IA generativa oggi dominanti. Per esempio: Anthropic (Claude) riceve miliardi di dollari da Amazon e Google, mentre OpenAI (ChatGPT) parte integrante dell’ecosistema Microsoft, ora, con il nuovo investimento di cento miliardi da parte di Nvidia – leader della produzione di chip GPU, indispensabili per far funzionare questi modelli – una parte consistente dei fondi tornerà alla stessa Nvidia sotto forma di acquisti. Il risultato è un gigantesco circuito finanziario autoreferenziale, in cui il capitale si alimenta da solo. L’intreccio tra queste start-up, le global platform, i nuovi oligopoli dell’hardware con alla base il supporto del Big State trumpiano non fa che rafforzare la narrazione di una presunta evoluzione verso un’intelligenza universale, funzionale a giustificare la corsa agli investimenti. La novità principale è che, oggi, l’hardware detta legge nel funzionamento di questi sistemi. Questo richiede l’uso di enormi quantità di chip specializzati (GPU) ad alte prestazioni, ospitati in data center immensi ed estremamente energivori.Per dare un’idea delle dimensioni nel prossimo futuro si sta pianificando di costruire un centro ad «Abilene, nelle pianure ventose del Texas, che consumerà 1,2 GW [di potenza installata] –equivalente del consumo [elettrico continuo] di una città di un milione d’abitanti – e utilizzerà circa 400.000 chip Nvidia GB200 (Blackwell) su oltre 350 ettari». 11 Le previsioni sono che il consumo di elettricità dei data center a livello mondiale potrebbe triplicare entro il 2030 e potrebbe provocare una penuria di elettricità negli Stati uniti 12 . Le conseguenze ecologiche di questa esplosione di consumo sono drammatiche. Negli Usa, infatti, questo aumento sarà prodotto tramite energie fossili, essenzialmente gas, e a medio-lungo termine tramite energia nucleare, come dimostrano gli accordi strategici tra i GAFAM e i costruttori di centrali nucleari. In termini finanziari quindi più che il software, ciò che richiede davvero enormi risorse sono i dataset giganteschi e le infrastrutture necessarie per addestrarli. Da qui il fatto che i produttori di tali chip siano diventati le nuove potenze economiche, e che Nvidia 13 , il leader, in pochi anni sia balzato tra le prime capitalizzazioni mondiali.In questo senso si può parlare di un ritorno a una configurazione che richiama l’epoca pioneristica dei computer mainframe degli anni Sessanta e Settanta, quando il valore commerciale era concentrato nell’hardware e il software applicativo era incluso. Pur non essendo identica, la struttura odierna dell’IA ripropone, su scala inimmaginabile all’epoca, una gerarchia simile, in cui l’hardware riacquista centralità: ciò che prevale è una gigantesca infrastruttura materiale che ne condiziona l’efficacia e le possibilità. 1 Si veda a proposito: Matteo Pasquinelli, Nell’occhio dell’algoritmo. Storia e critica dell’intelligenza artificiale Roma , Carocci Editore, 2025. P. 218. Versione originale: The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence , London, Verso Books, 2023. 2 «La domanda che guida la ricerca sull’intelligenza artificiale non è più se le macchine possono essere intelligenti, ma se possono superarci in questo. La paura è che non si fermino a quel punto, distaccandoci», Cristianini, Nello. Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza , il Mulino, Bologna 2025, p. 13. 3 G. Griziotti, Cronache del Boomernauta , Mimesis, Milano, 2023. 4 Colin Fraser, «Hallucinations, Errors, and Dreams», Medium , disponibile all'indirizzo: https://medium.com/@colin.fraser/hallucinations-errors-and-dreams-c281a66f3c35 (ultima consultazione: 23 ottobre 2025). 5 Un esempio citato da Fraser è quello in cui ChatGPT afferma che un elefante asiatico di nome Kami – o Jumbo, in test successivi – avrebbe nuotato attraverso la Manica nel 1981 per raccogliere fondi per il WWF: un evento ovviamente mai accaduto. Posso aggiungere un caso personale: ho chiesto a DeepSeek chi fossi, e la risposta è stata un lungo resoconto articolato e pienamente plausibile della mia presunta carriera musicale come tastierista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore italiano. Il testo si concludeva così: “Giorgio Griziotti non è semplicemente un musicista, ma è stato il vero e proprio architetto del suono dietro a una parte importantissima della musica italiana degli anni ’60 e ’70. Senza i suoi arrangiamenti, molti successi che amiamo oggi avrebbero un volto completamente diverso.”Ciò che colpisce è che un’allucinazione così dettagliata non deriva da alcun appiglio reale vista la mia totale estraneità alla produzione musicale: il modello può generare biografie totalmente inventate semplicemente seguendo traiettorie linguistiche statisticamente frequenti, con piena autorità stilistica ma senza alcun legame con la verità. Tre altri LLM, alla stessa domanda, hanno invece fornito risposte corrette e non allucinate. 6 In realtà si parla di un “token” alla volta — cioè un frammento di testo, come una parola o parte di parola. 7 Devo a Libero Maesano l'osservazione sulla natura ingegneristica (e non scientifica) dell'IA generativa, e la pertinente metafora della cupola di Brunelleschi. 8 Ringrazio Giuliano Spagnul per avermi segnalato sia l’articolo di Antonio Caronia Tecnologie: dalla protesi al mondo (« Tutto da capo» , n. 1, novembre 2003), in cui il concetto di «tecnologia-mondo» era già stato teorizzato, sia l’inversione del rapporto tradizionale tra scienza e tecnologia. 9 Solo negli Stati Uniti, la capitalizzazione complessiva del settore IA si colloca nell’ordine di decine di trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Eppure, a fronte di queste valorizzazioni vertiginose, i risultati economici reali appaiono minimi: nel 2024 OpenAI (ChatGPT) ha generato circa 3,7 miliardi di dollari di ricavi, a fronte di costi infrastrutturali e computazionali stimati attorno ai 5 miliardi, e una perdita netta di circa altri 5 miliardi. Nessuna profittabilità è prevista prima del 2029, con perdite cumulate stimate attorno ai 44 miliardi di dollari fra il 2023 e il 2029. https://www.ilsole24ore.com/art/non-c-e-solo-chatgpt-quanto-vale-mercato-app-compagnia-AHu3oKAC?refresh_ce=1 10 La bolla dot-com nei primi anni 2000 quando enormi capitali affluirono verso imprese prive di modelli economici sostenibili, generando una rapida inflazione dei valori azionari seguita da un crollo altrettanto repentino. Quella IA se scoppiasse secondo valutazioni approssimative sarebbe diciassette volte più estesa. https://ilmanifesto.it/intelligenza-artificiale-la-bolla-circolare 11 «Le Monde», 23/9/2025, «Nvidia, parrain de la révolution de l’IA et moteur de l’économie Trump» https://www.lemonde.fr/economie/article/2025/09/23/aux-etats-unis-nvidia-parrain-de-la-revolution-de-l-ia-et-moteur-de-l-economie-trump_6642493_3234.html 12 «Le Monde», 2/10/2025 https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/10/02/l-ia-devoreuse-d-energie-pourrait-entrainer-une-penurie-d-electricite-aux-etats-unis_6644022_3232.html 13 Il 29 ottobre 2026, Nvidia è diventata la prima azienda al mondo a raggiungere i 5000 miliardi di dollari di valore di mercato, un valore superiore al Pil della Germania, terza economia mondiale.
- selfie da zemrude
III° Funzioni del dispositivo fantascientifico Il testo interpreta la fantascienza come un dispositivo nel senso agambeniano, ovvero come una macchina capace di produrre soggettivazioni e, attraverso di esse, forme di governo dell’immaginario collettivo. Di fronte all’accelerazione delle trasformazioni tecnico-scientifiche, la fantascienza ha svolto la funzione di adattare psicologicamente e culturalmente le società moderne, costruendo soggettività flessibili e plastiche. L’autore individua sei funzioni principali del dispositivo fantascientifico: automatismi, antropocentrismo, velocità, episteme, magia e animismo. Attraverso queste dimensioni, la fantascienza ha contribuito a rendere governabili crisi, innovazioni e nuove entità, ampliando l’orizzonte del pensabile. Il testo suggerisce infine che, esaurita questa funzione storica, sia oggi necessario interrogarsi sui nuovi dispositivi emergenti. A questi due link è possibile trovare gli altri due articoli di Spagnul sul tema << II Che cos'è la fantascienza >> e <> Il dispositivo è, cioè, innanzitutto una macchina che produce soggettivazioni, e solo in quanto tale è anche una macchina di governo. - Giorgio Agamben1 Fantascienza come dispositivo, quindi come macchina che produce soggettivazioni che prevedano quelle correzioni e invenzioni di nuove parole in grado di sopperire all'inadeguatezza di un linguaggio sempre più obsoleto di fronte alla velocità esponenziale delle trasformazioni tecnico-scientifiche in atto. Trasformazioni che se un tempo si misuravano nell'arco di migliaia di anni, poi di secoli, nell'ultimo secolo e mezzo avevano raggiunto il ritmo di decenni se non addirittura di singoli anni. Potremmo dire, ricorrendo a un'opera della fantascienza classica come City , per far fronte alla necessità di un adattamento psicologico delle masse alle mutate condizioni del Progresso 2 . Dispositivo quindi che per governare, cioè in questo caso per costruire un immaginario all'altezza delle esigenze di una società in veloce e costante trasformazione, deve costruire soggettività capaci di estrema plasticità. Una plasticità in grado di rispondere alle svariate poste messe in gioco in questa Modernità all'apice della sua crescita (definita da alcuni già post-moderna) per poterle sottoporre ad aggiustamenti continui costantemente verificabili. Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, la fantascienza partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati – Fandom , è stata capace di contaminare, in modo sempre più pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità, giochi, ecc. fino all'invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell'agire. Esaurite le sue funzioni, ciò che serve oggi per comprendere quale nuovo dispositivo si stia formando, sovrapponendosi a quello finito, occorre iniziare con un richiamo ad alcune delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, in modo più o meno efficace, assolte. Qui di seguito ne abbiamo elencate sei, ma altre, ovviamente, si potrebbero (potranno) aggiungere: Automatismi. La fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l'urto dei processi trasformativi (ad opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità di reiterazione di gesti ossessivi compulsivi. Antropocentrismo. L'eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l'umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all'idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell'aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all'umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l'universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l'immagine dell'extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l'umano, l'essere che scopre e si rapporta all'altro, allo sconosciuto dell'infinito. Velocità. L'accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l'esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica ma che dato l'aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose di Latour, la Cosmopolitica di Stengers o il divenire prima cyborg , poi compost , di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell'immaginario fantascientifico. Episteme. In ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un'intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell'arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l'unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L'ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell'essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare. Un nuovo episteme, che come in ogni periodo della storia umana determina «una forma generale delle forme del pensiero; e come l'aria che respiriamo, tale forma è così translucida, così pervadente e così evidentemente necessaria, che solo con uno sforzo estremo riusciamo a divenirne coscienti» 3 . Magia. La nascita della fantascienza (1926) sancisce il distacco col secolo del positivismo. Al fantasma, entità ibrida tra razionale e irrazionale, magia e scienza, subentra l'ufo, entità tecnologica aliena, un diverso tipo di ibridazione tra scienza e fantasia. Un taglio che comunque non potrà essere così netto se un illustre inventore come Thomas Alva Edison si misurerà con la progettazione di un apparecchio capace di comunicare con gli spiriti: il necrofono 4 . Ed è interessante notare qui che negli stessi anni venti, un radiotecnico, Hugo Gernsback (figura assai meno illustre e per di più implicata nella nascita di un genere letterario poco qualificato come la fantascienza) tenterà a sua volta di progettare uno strumento dalle ambizioni però meno fantastiche: il Trought Record per rilevare le onde cerebrali. Se quindi si può correttamente dire che «l'innovazione tecnologica si sia sempre nutrita di elementi magici e fantasmatici, nello stesso tempo in cui plasmava l'immaginario collettivo» 5 per contro possiamo anche affermare che proprio quel particolare tipo di immaginario fantascientifico nascente assolveva di fatto a una modalità di transizione purificatrice di quegli elementi più magici e fantasmatici . Siamo nel secolo della tecnoscienza, il passaggio è dall'ectoplasma all'ufo: Orson Welles nel 1938 annuncerà dallo strumento radiofonico l'invasione dei marziani (enfatizzando il riscontro pubblico e quindi creando una eco di impatto sull'immaginario ancor maggiore) e, meno di dieci anni più tardi, nel 1947 verrà ufficialmente avvistato il primo oggetto non identificato. Animismo. La fantascienza ci ha abituati all'idea che gli oggetti che noi pensiamo, a loro volta potrebbero pensarci e influenzarci: una possibilità di per sé inquietante e potenzialmente destabilizzante. Quella che oggi definiamo senza alcuna apprensione intelligenza delle cose è diventata priva di particolare patos proprio grazie a quel lungo processo di addomesticamento del nostro pensiero e delle nostre emozioni da parte di un immaginario fantascientifico che si è assunto la responsabilità di classificare e di rendere pertanto governabili tutte quelle problematiche suscettibili di produrre incidenti o degenerare in possibili rivolte da parte di quegli oggetti che solerti, quanto imprudenti, apprendisti stregoni hanno strappato all'inerzia della vile materia inorganica. Scienziati pazzi o meno, la scienza nel connubio mefistofelico con la tecnica fornisce quel materiale di natura instabile, tra artificiale e naturale, che mette a rischio qualunque certezza ontologica su cui la nostra presunta natura umana fin ora aveva potuto fare affidamento. A un nuovo genere, a un nuovo immaginario, viene affidato il compito di assurgere a ombrello protettivo contro i nuovi fantasmi e i nuovi incubi che le nuove tecnologie avrebbero inevitabilmente generato. Note: Giorgio Agamben, Che cos'è un dispositivo? , Nottetempo, Roma 2006, p. 29. City è un'opera di Clifford D. Simak originariamente nata come serie di otto racconti pubblicati tra il 1944 e il 1951 su rivista e nel 1952 riuniti come romanzo. Alfred N. Whitehead, Avventure d'idee, Bompiani, Milano 1961, p. 12. «Nel suo The Diary and Sundry Observations (pubblicato postumo nel 1948 dai suoi discendenti), si trova un capitolo intitolato Il regno dell'aldilà nel quale Edison sviluppa una lunga teoria sulla sopravvivenza della personalità dopo la morte. Il suo dispositivo sarebbe pienamente idoneo a rilevare le parole di un soggetto trasformato in ciò che lui chiama unità di vita che vibrano e si disperdono attraverso l'etere. Il principio di questa macchina si basa su una specie di valvola (o turbina a vapore), la cui funzione consiste nell'amplificare ogni energia, per quanto piccola possa essere, richiamando il funzionamento del fonografo progettato per permettere l'intensificazione delle vibrazioni sonore. Molto diffusa nel XIX secolo, in particolare nel movimento legato al magnetismo, la tesi secondo cui l'universo sarebbe immerso in un etere invisibile va a supportare l'idea che tutti i fenomeni fisici sarebbero per essenza vibrazioni e frequenze variabili impercettibili all'essere umano. Lo stesso Edison sarà parte integrante di questo immaginario paraspiritico, esprimendo svariate volte la sua intenzione di creare uno strumento che faciliti gli scambi con l'aldilà», Mireille Berton, Dal medium (spiritico) ai media (tecnologici) in (a cura di) Anna Caterina Dalmasso e Barbara Grespi, Mediarcheologia , Raffaello Cortina, Milano, 2023, p. 268. Giancarlo Grossi, Fantasmi mediali in (a cura di) Anna Caterina Dalmasso e Barbara Grespi, Mediarcheologia , Raffaello Cortina, Milano 2023, p. 194. III° Offices of sci-fi system By Giuliano Spagnul The device is, first and foremost, a machine that produces subjectifications, and only insofar as it does so is it also a machine of governance – Giorgio Agamben¹ Science‑fiction as a device, therefore as a machine that generates subjectifications, must anticipate the corrections and inventions of new words capable of compensating for the inadequacy of an ever more obsolete language in the face of the exponential speed of technical‑scientific transformations underway. Transformations that once were measured over millennia, then centuries, have in the last one and a half centuries accelerated to the pace of decades, if not single years. We might invoke a classic work of science‑fiction such as City to meet the psychological adaptation needs of the masses to the altered conditions of Progress 2 . Thus, a device that governs — here, that constructs an imagination worthy of the demands of a rapidly and constantly transforming society — must forge subjectivities of extreme plasticity. Such plasticity must respond to the myriad positions at stake in this Modernity at the apex of its growth (already deemed post‑modern by some) in order to subject them to continuous, verifiable adjustments. In its nature as a highly sophisticated and effective device, science‑fiction, starting from the level of popular genre literature aimed at a varied, occasional mass audience with a limited core of true enthusiasts — the fandom — has been able to permeate, increasingly pervasively, other genres and media: cinema, radio, television, comics and illustration, advertising, games, and so forth, up to the invention of new words and modes of thought and action. When its functions are exhausted, what is needed today to understand which new device is forming, overlapping the completed one, is to begin with a recall of some of its most important functions, which we consider it possesses, more or less effectively, in total. Below we list six, though others could (and will) be added: 1. Automatisms Science‑fiction has decisively contributed to ensuring that the shock of transformative processes (driven by technology operating at an exponential speed) can be supported by some form of stability, however precarious and constantly redefined. A new equilibrium in which the routine mechanisms indispensable to the maintenance of any society and collective life can still be produced effectively, even as they increasingly reveal themselves in their brazen mechanicality of compulsive, obsessive gestures. 2. Anthropocentrism Human exceptionalism, having lost its semi‑divine origin, seeks a new foothold that restores, in some way, a place in the world and possibly preserves a certain privilege. Science‑fiction has accustomed us to the idea that, although we are part of nature and thus of the profane world, our exceptionality rests on a unique, highly sophisticated (and ambitious) experiment of the laboratory/nature. By forging multiple forms of intelligent existence, science‑fiction returns to humanity a new meaning as the prototype of a particular, superior life form that can expand throughout the entire universe. Whatever the conceivable extraterrestrial image, the point of comparison always remains the human — the being who discovers and relates to the other, to the unknown infinite. 3. Lick The acceleration of technoscientific development has exponentially increased the existence (through discovery/invention) of other beings, other worlds. A new consciousness, founded on a premise that seeks truth and acceptance through testing, poses a novel question to humanity: which of these new entities should be excluded — and thus rendered expendable — or, alternatively, embraced, thereby doubling or tripling the world that hosts us? This choice no longer rests solely on peaceful co‑habitation; given the demographic surge of humans and the continual proliferation of new entities, it becomes a practical, urgent, and indispensable political matter. The Parliament of Things (Latour), the Cosmopolitics (Stengers), or Haraway’s transition from cyborg to compost are conceivable only from this expansion of our thought indebted to the science‑fictional imagination. 4. Episteme Ultimately, science‑fiction can be seen as the effort of a collective intelligence to grasp what it is not yet ready for, what might be understood only by a broader mode of thought than currently exists. Applying this to the crisis that, originating in the West during the twentieth century, has become global, means seeking to resolve it on a plane other than that which generated it — the only historically viable path out of any crisis. The expansion of consciousness that any development generates in the human being inevitably entails an equivalent level of individual and collective crisis, demanding a broader, collective effort to imagine what might overcome it in the absence of effective past solutions. This is an imaginative experiment compelled more by a future to be built than by adherence to past dictates — a new episteme that, as in every period of human history, determines «a general form of the forms of thought; and like the air we breathe, this form is so translucent, so pervasive, and so evidently necessary that only through extreme effort can we become conscious of it» 3 ³. 5. Wizardry The birth of science‑fiction (1926) marks the break with the century of positivism. The ghost, a hybrid entity between rational and irrational, magic and science, gives way to the UFO, an alien technological entity — a different kind of hybridization of science and fantasy. Yet this cut cannot be entirely sharp: an illustrious inventor such as Thomas Alva Edison contemplated a device capable of communicating with spirits — the necrophone ⁴. Likewise, in the 1920s, radio engineer Hugo Gernsback (far less illustrious, yet instrumental in the birth of the low‑brow literary genre of science‑fiction) attempted to design a device with less fantastical ambitions: the Trought Record to detect brain waves. Thus, it is accurate to say that «technological innovation has always been nourished by magical and phantasmal elements, even as it shaped the collective imagination»⁵; conversely, the nascent science‑fictional imagination served as a purifying transition for those magical and phantasmal” elements. We are in the age of technoscience; the shift is from ectoplasm to UFO: Orson Welles, in 1938, announced the Martian invasion over the radio, amplifying public impact and further imprinting the imagination; less than a decade later, in 1947, the first unidentified flying object was officially sighted. 6. Animism Science‑fiction has accustomed us to the idea that objects we think about might, in turn, think of us and influence us — a notion inherently unsettling and potentially destabilizing. What we now call intelligence of things has lost its particular pathos precisely because of the long process of taming our thought and emotions by a science‑fictional imagination that has taken on the responsibility of classifying and thereby governing all those problems capable of causing accidents or sparking revolts by objects that, like reckless apprentice sorcerers, have been torn from the inertia of inert matter. Whether mad scientists or not, science, in its Mephistophelean union with technique, provides an unstable material — between artificial and natural — that threatens any ontological certainty on which our presumed human nature has thus far relied. A new genre, a new imagination, is entrusted with the task of becoming a protective umbrella against the new ghosts and nightmares that emerging technologies will inevitably generate. Notes: 1. G. Agamben, Cos’è un dispositivo? , Nottetempo, Rome 2006, p. 29. 2 . City is a work by Clifford D. Simak originally published as a series of eight stories between 1944 and 1951 in a magazine and collected as a novel in 1952. 3. A. N. Whitehead, Avventure d'idee , Bompiani, Milan 1961, p. 12. 4. «In his The Diary and Sundry Observations (posthumously published in 1948 by his descendants) there is a chapter titled The Kingdom of the After‑life in which Edison develops an extensive theory on the survival of personality after death. His device would be fully capable of detecting the words of a subject transformed into what he calls units of life that vibrate and disperse through the ether. The principle of this machine is based on a kind of valve (or steam turbine) whose function is to amplify any energy, however small, recalling the operation of the phonograph designed to intensify sound vibrations. Widely spread in the 19th century, especially within the magnetism movement, the thesis that the universe is immersed in an invisible ether supports the idea that all physical phenomena are essentially vibrations and variable frequencies imperceptible to humans. Edison himself became an integral part of this paraspiritual imagination, repeatedly expressing his intention to create an instrument that would facilitate communication with the after‑life». M. Berton, Dal medium (spiritico) ai media (tecnologici) (From the Spiritual Medium to Technological Media) , in A. C. Dalmasso & B. Grespi (eds.), Mediarcheologia , Raffaello Cortina, Milan 2023, p. 268. 5. G. Grossi, Media Ghosts , in A. C. Dalmasso & B. Grespi (eds.), Mediarcheologia , cit. , p. 194.
- konnektor
Sequestro a Caracas Peter Keighron La dissonanza cognitiva del presidente americano, la miopia del suo team, a cominciare dal suo segretario di Stato, l’incapacità e il comportamento intellettualmente e politicamente servile delle classi dirigenti europee cosiddette nazionali, a cominciare da Macron, Starmer, Merz e Meloni, e la meschinità e la mediocrità dell’élite dirigente dell’Unione Europea, a cominciare dalla sua patetica Alta Rappresentante Kaja Kallas e dall’infame presidente della Commissione, così come l’enormità e la potenza dei bisogni, i disegni politico-intellettuali e il supersfruttamento e l’iperdominio subiti dalle classi lavoratrici e povere globali stanno aprendo un processo genuinamente costituente, diseguale ma cadenzato, su scala del sistema-mondo capitalista. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar » , il blog della «New Left Review». Due decenni prima che le forze statunitensi rapissero il presidente venezuelano Nicolás Maduro, Hugo Chávez aveva già previsto questa strategia: Anni fa, qualcuno mi disse: «Finiranno per accusarti di narcotraffico, a te personalmente, te, Chávez. Non diranno solo che il governo lo sostiene o lo permette, no, no, no. Cercheranno di applicare anche a te la formula Noriega». Stanno cercando un modo per associare direttamente Chávez al narcotraffico. E allora, tutto è lecito contro un «presidente narcotrafficante», no? La mattina del 3 gennaio, Trump ha twittato un messaggio di buon anno. Gli Stati Uniti avevano condotto «un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader». Il presidente Maduro e sua moglie Cilia erano stati «catturati e portati fuori dal Paese». Trump ha detto che avrebbe fornito maggiori dettagli entro poche ore. Tuttavia, i dettagli non erano chiari. Più tardi, quello stesso giorno, un vecchio amico di Caracas mi ha chiamato per dirmi che da tempo erano in corso negoziati segreti tra il regime e gli americani. Gli americani volevano la testa di Maduro, che si è rifiutato di consegnarsi. Secondo il «New York Times», gli avevano offerto di trasferirlo in Turchia a godersi un esilio dorato, ma lui ha rifiutato, il che dice molto a suo favore. E sebbene abbia ripetutamente offerto di negoziare con Washington sulle questioni relative al petrolio e al traffico di droga con Stati Uniti, ha anche mobilitato il popolo venezuelano contro lo schieramento della potenza militare di Trump nei Caraibi. Evidentemente, il governo Trump ha preferito negoziare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente, e altri in Venezuela, dove i due ministri chiave sono Diosdado Cabello, al ministero dell’Interno, e Vladimir Padrino, al ministero della Difesa. Entrambi godono del sostegno dell’esercito, che conta circa 100.000 effettivi, e Cabello dirige anche la milizia popolare, il cui numero è ancora maggiore secondo tutte le informazioni. Mentre Trump rafforzava la minacciosa presenza navale statunitense nei Caraibi negli ultimi mesi, il governo Maduro rispondeva armando determinati settori della popolazione. La domanda su chi governi ora il Venezuela è quindi diventata cruciale. La prima risposta è arrivata da Trump: «Governeremo il Paese fino a quando non saremo in grado di attuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa». Ma l’amministrazione Trump si trova a un bivio. La base MAGA non è favorevole a inviare truppe statunitensi a morire in paesi stranieri, cosa che è stata un elemento centrale della campagna elettorale condotta contro i Democratici e la vecchia guardia del Partito Repubblicano in relazione all’Afghanistan e all’Iraq. Non vogliono truppe statunitensi sul terreno in Venezuela. Allo stesso tempo, gli emigrati latino-americani estremisti di destra rappresentati da Rubio non sono d’accordo che i bolivariani rimangano al potere a Caracas. A un certo punto si è parlato della possibilità che Marco Rubio potesse essere nominato governatore o console de facto , incaricato di imporre le giuste direttive al governo venezuelano. Nel frattempo, i messaggi provenienti da Caracas sono stati contraddittori. Il giorno dopo la cattura di Maduro, il ministro dell’Interno Cabello ha dichiarato: Questo è un attacco contro il Venezuela. Siamo pronti e preparati. Facciamo appello al nostro popolo affinché mantenga la calma e abbia fiducia nei leader. Non permettete a nessuno di scoraggiarsi o di rendere più facili le cose al nemico aggressore. Delcy Rodríguez, confermata dalla Corte Suprema del Venezuela come presidente ad interim per i prossimi tre mesi, è apparsa alla televisione di Stato per chiedere il rilascio di Maduro. Trump l’ha attaccata in un’intervista concessa a «The Atlantic» per non essersi mostrata abbastanza flessibile, affermando che aveva fatto promesse che ora doveva mantenere e minacciandola apertamente: «Se non fa la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro». E ha continuato: «Qualunque cambio di regime, o come volete chiamarlo, sarebbe meglio di quello che c’è ora. Non può essere peggio». L’amministrazione Trump sembra incapace di comprendere che – indipendentemente da ciò che la gente pensa di Maduro – pochissimi venezuelani accoglierebbero con favore un’invasione del loro Paese da parte degli Stati Uniti. Si tratta di un atteggiamento che risale a Simón Bolívar, il quale avvertì specificamente l’America Latina di stare attenta al nuovo impero del Nord e resistere alla tentazione di sostituire il dominio spagnolo con quello statunitense. Da domenica scorsa, in molte parti del Paese si sono svolte manifestazioni per chiedere il rilascio di Maduro, compresa una grande manifestazione a Caracas. Lo sgomento va ben oltre la base di sostegno del regime. A un importante leader cattolico contrario a Maduro, intervistato da BBC Radio 4 il 5 gennaio, è stato detto: «Deve essere molto contento ora». E lui ha risposto: «No, non siamo contenti. Non ci piace che il nostro Paese venga occupato e la maggior parte dei venezuelani non vuole che sia occupato». * Come aveva avvertito Chávez, Trump e Rubio hanno cercato di incolpare Maduro di «narcoterrorismo», ultima versione di quelle invisibili armi di distruzione di massa, addotte per invadere l’Iraq. «Maduro NON è il presidente del Venezuela», ha twittato Rubio la scorsa estate, «e il suo regime NON è il governo legittimo. Maduro è il capo del Cartello dei Soles, un’organizzazione narcoterroristica che ha preso il controllo del Paese. Ed è accusato di introdurre droga negli Stati Uniti». Come è noto, Rubio stesso proviene da una distinta famiglia di trafficanti di cocaina , implicata a fondo nel traffico di droga in tutto il Sud America. I suoi familiari sono coinvolti da anni nel contrabbando di cocaina negli Stati Uniti. In qualità di segretario di Stato, ha inserito trafficanti di droga in tutti i governi filo-statunitensi del continente. Non sorprende che alcuni sostengano che l’assalto potrebbe essere in realtà una manovra di Rubio per difendere i narcotrafficanti sponsorizzati dagli Stati Uniti dai trafficanti più autonomi, che esistono anche in quella parte del mondo. Ironia ulteriore è che la Delta Force, la squadra speciale antiterrorismo dello Stato americano che ha rapito il presidente venezuelano, è considerata da molti una rete dedita al traffico di droga all’interno degli Stati Uniti. Il giornalista investigativo Seth Harp, nel suo libro The Fort Bragg Cartel: Drug Trafficking and Murder in the Special Forces (2025), documenta gli omicidi commessi e il traffico di droga effettuato all’interno e nei dintorni delle strutture dell’esercito statunitense nella periferia di Fayetteville, nella Carolina del Nord. Il testo di Harp è entrato nella classifica dei libri più venduti del «New York Times» e i critici hanno ampiamente accettato le sue conclusioni. Quindi questa operazione criminale statunitense sarebbe stata condotta dal proprio cartello della droga. Non c’è alcun senso di vergogna in questo, né nulla che nemmeno gli si avvicini. Lo fanno e basta, partendo dal presupposto che la gente continuerà ad accettare ogni cosa finché potranno vantare qualche successo. Impossibile ignorare, ovviamente, il tweet del procuratore generale Pam Bondi sulle cosiddette accuse contro Maduro, che hanno un che di folle: Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati incriminati nel Distretto Meridionale di New York. Nicolás Maduro è stato accusato di associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all'importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti. Nessun avvocato serio degli Stati Uniti potrebbe prendere sul serio tutto questo. È tutta una farsa. Accusare un presidente in carica, che avete appena rapito mentre bombardavate la sua capitale, di «associazione a delinquere finalizzata al possesso» di armi automatiche è grottesco. Bondi sta mettendo in scena un processo-spettacolo, ma potrebbe non essere così facile come crede. Senza dubbio, alcuni dei migliori avvocati statunitensi difenderanno Maduro e si occuperanno del caso. Appare evidente, comunque, che le nomine di questo secondo governo Trump sono state fatte in gran parte in base a criteri di lealtà e non di competenza – selezionando persone che non mettano mai in discussione il presidente e le sue idee stravaganti – come chiarisce l’intervista al capo di gabinetto di Trump pubblicata su « Vanity Fair » . L’assenza di un’opposizione seria nel Paese in grado di insistere sull’autorità del Congresso suggerisce un processo di decadenza all’interno delle stesse istituzioni della democrazia borghese statunitense. Molti hanno indicato – come sottolineava lo stesso Chávez – che questo è lo stesso copione del caso Noriega. Ma c’è un aspetto importante in cui Maduro, quali che siano le sue debolezze, non può essere paragonato a Noriega. L’uomo forte panamense aveva lavorato efficacemente per la CIA fin dagli anni ‘50, trafficando armi per gruppi di destra coinvolti pesantemente nel traffico di droga, prima di inimicarsi Washington. Era stato addestrato alle ben note tecniche di tortura nella famosa Scuola delle Americhe, dove innumerevoli mafiosi, trafficanti di droga e riciclatori di denaro sporco hanno avuto la loro prima esperienza per capire cosa ci si aspettava da loro. Gli Stati Uniti lo trattarono molto male, nonostante tutto ciò che aveva fatto per loro. Noriega iniziò a sviluppare nella sua mente qualche idea sulla sovranità nazionale e a quel punto il governo di George H. W. Bush decise con rabbia di farlo fuori. Tuttavia, quell’operazione fu sostenuta da un’invasione militare statunitense, prima che un distaccamento congiunto Delta-SEAL lo portasse via dal suo palazzo e lo consegnasse agli U.S. Marshals per chiuderlo in prigione dopo un processo farsa. Ma c’è un altro precedente da non dimenticare: quello di Jean-Bertrand Aristide, presidente di Haiti all’inizio degli anni ‘90 e, di nuovo, dalla sua elezione nel 2001 fino alla sua destituzione nel 2004. Inizialmente moderato, Aristide osò affermare che la Francia doveva risarcire Haiti per gli enormi danni che l’isola era stata costretta a pagare al suo ex padrone coloniale per il reato di aver abolito la schiavitù dopo la rivoluzione haitiana del 1791-1804, un indennizzo pari a circa 21 miliardi di dollari attuali. Parigi temeva che ciò potesse costituire un precedente per le richieste di risarcimento algerine. Nel febbraio 2004 funzionari francesi e haitiani hanno collaborato con gli Stati Uniti per costringere Aristide ad abbandonare il Paese. C’è una nota interessante a questo proposito. Nella primavera del 2004 mi trovavo a una conferenza a Caracas, quando questa operazione franco-americana ha avuto luogo. Il giorno dopo il rapimento di Aristide, ho detto a Chávez: «Perché non gli hai offerto asilo?». Lui ha risposto: «Sono molto turbato da questa vicenda. Aristide ha cercato di parlarmi al telefono, ma eravamo impegnati con la conferenza. Quando ho ricevuto il messaggio, era già troppo tardi. Lo avevano già mandato in Sudafrica, e mi dispiace». Gli ho detto che presto sarei andato a Johannesburg per tenere una conferenza. Chávez mi ha detto: «Per favore, cerca di incontrarlo e digli che qui è il benvenuto. Dovrebbe tornare nella sua regione per combattere quei mascalzoni». In effetti, ho trasmesso il messaggio ad Aristide. Ma credo che Pretoria avesse un accordo per tenerlo in Sudafrica fino a quando gli Stati Uniti non gli avessero permesso di tornare ad Haiti. Maduro è l’ultimo di una lunga lista. Gli attacchi contro di lui ricordano quelli contro Chávez, continuamente accusato dai media occidentali di essere un dittatore. Perché? Perché indossava l’uniforme. Ma Chávez era estremamente popolare e ha vinto un’elezione dopo l’altra; non c’era neanche bisogno di andare fin negli Stati del Golfo e in Arabia Saudita per trovare persone infinitamente peggiori sotto tutti gli aspetti. La Costituzione radical-democratica di Chávez – che includeva il diritto di destituire il presidente tramite referendum, se necessario – fu denunciata dall’opposizione di destra, che poi cercò di utilizzare lo stesso meccanismo di destituzione contro di lui. Ero a Caracas in una delle occasioni in cui Jimmy Carter visitò il Paese per osservare le elezioni venezuelane. Rimase sorpreso quando, entrando in un ristorante nei rigogliosi sobborghi orientali della città, dove vive la borghesia, l’opposizione locale lo coprì di insulti. In seguito disse: «Non ho mai visto un’opposizione come questa in nessun altro posto». Quando gli chiesero: «Cosa ne pensa delle elezioni?», rispose che non aveva mai visto elezioni così eque in nessun altro Paese, compresi chiaramente gli Stati Uniti. Chávez ha sempre insistito sul fatto che la Rivoluzione Bolivariana doveva essere un’esperienza democratica, e così è stato. Molte persone, me compreso, ne hanno discusso con lui. Quando sono stati resi noti i primi risultati del referendum del 2004, ho chiesto a Chávez: «Compagno, cosa faremo se perdiamo?». Lui rispose: «Cosa si fa se si perde? Si abbandona la carica e si combatte di nuovo dall’esterno, spiegando perché hanno sbagliato». Era molto chiaro su questo punto. Ecco perché è una farsa accusare i suoi sostenitori di essere antidemocratici da sempre. Durante il periodo di Chávez, i giornali e le emittenti televisive dell’opposizione facevano incessantemente propaganda, attaccando il regime, cosa mai vista in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Quando la gente diceva a Chávez: «Dobbiamo prendere misure drastiche», lui rispondeva: «No, li combattiamo politicamente». Dal 2013 il regime ha perso la sua energia. Se Maduro ha vinto le elezioni del 2024, non è stato in grado di fornirne alcuna prova quando Lula glielo ha chiesto. Sul piano economico, non c’è dubbio che i bolivariani siano stati mal consigliati, anche durante l’era Chávez. Quando i migliori economisti keynesiani, tra cui Dean Baker e Mark Weisbrot, nonché Joseph Stiglitz, si recarono a Caracas, le loro raccomandazioni non furono seguite. Forse sarebbe stato meglio in quel momento rivolgersi ai cinesi. Ma il vero deterioramento economico è dovuto all’assedio degli Stati Uniti. Le sanzioni imposte alla vendita di petrolio, decise da Trump nel 2017-2018 e mantenute da Biden, hanno provocato l’abbandono del Paese da parte di almeno 7 milioni di persone, con rifugiati venezuelani che cominciavano ad arrivare a Miami, in Colombia e in altre parti dell’America Latina. Washington sapeva cosa stava facendo. Anche il sostegno delle forze armate venezuelane ha avuto un costo. Dopo il tentativo di colpo di Stato contro Chávez nel 2002, gli ho detto: «Questa è la tua occasione per attuare una massiccia ristrutturazione dell’esercito». Ma lui ha risposto: «Non è facile farlo. Stiamo licenziando tutti i generali di alto rango che erano a conoscenza o hanno partecipato al tentativo di colpo di Stato contro di me». Allora gli dissi: «Beh, è molto generoso da parte tua, perché se ci fosse stato un tentativo di colpo di Stato contro un governo eletto negli Stati Uniti, molto probabilmente il generale di più alto rango sarebbe stato giustiziato per tradimento e gli altri generali sarebbero stati incarcerati per anni. Ma tu sei stato molto gentile, hai lasciato andare alcuni di loro». Lui rispose: «È meglio che la puzza se ne vada». In quel momento mi sembrò una debolezza. Nonostante tutto ciò, per un lungo periodo il regime bolivariano ha messo insieme democrazia radicale, programmi di welfare e alfabetizzazione di ampio respiro e una politica estera internazionalista. Questa era la situazione. Il contributo cubano è stato molto importante, per le missioni mediche e tutto il resto. Ma i cubani non avevano nulla da insegnare sulla democrazia, purtroppo. Con l’inasprirsi del blocco economico, Caracas ha abbandonato praticamente tutte le riforme chaviste e ha optato per la dollarizzazione e l’austerità a partire dal 2019. In politica estera, tuttavia, non hanno seguito questa strada. Hanno ridotto notevolmente le forniture di petrolio a Cuba a causa delle sanzioni statunitensi, ma non hanno abbandonato L’Avana. Hanno mantenuto una posizione ferma su Gaza e sul Medio Oriente, cosa che ovviamente ha infastidito gli americani. Come ha messo in chiaro Washington, vogliono un governo Rubio-Trump che sia dalla loro parte al 100%. * A livello ufficiale, la reazione internazionale è stata, come prevedibile, moderata. Naturalmente la Cina, la Russia e molte altre potenze regionali hanno condannato l’attacco militare e il sequestro da parte degli Stati Uniti e hanno chiesto l’immediato rilascio di Maduro e Flores. Dopo alcune esitazioni, gli europei si sono uniti nel sostenere il loro protettore, anche se con un po’ più di ambivalenza di quella mostrata nel sostenere il genocidio israeliano a Gaza. Macron ha inizialmente rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva ai venezuelani di «rallegrarsi» per il sequestro di Maduro, ma poi ci ha ripensato e ne ha rilasciata un’altra in cui affermava che la Francia «non sosteneva né approvava» i metodi statunitensi, prima di rilasciarne, come è sua abitudine, una terza in cui auspicava una transizione pacifica verso un Venezuela guidato da Edmundo González Urrutia. Merz ritiene che la legalità del rapimento sia «complessa ». Anche Starmer si è mostrato evasivo, mormorando qualcosa sul «sostegno al diritto internazionale» ed evitando qualsiasi critica a Trump. Un doppio standard a cui i cittadini europei sono abituati. Da un lato, la Russia, contro la quale l’UE sta preparando il suo ventesimo pacchetto di sanzioni; dall’altro, Israele, che mantiene il suo status di nazione privilegiata. E ora c’è un terzo doppio standard: l’attacco al Venezuela. In confronto, l’atteggiamento del «New York Times», che ha definito l’operazione un esempio di «imperialismo moderno» che rappresenta «un approccio pericoloso e illegale al ruolo degli Stati Uniti nel mondo», è quanto meno più diretto. Il quotidiano cita alcuni rappresentanti repubblicani eletti, che si sono pronunciati al Congresso contro il modo di procedere di Trump: i senatori Rand Paul e Lisa Murkowski e i deputati Thomas Massie e Don Bacon. È possibile che si verifichino nuove mobilitazioni negli stessi Stati Uniti. Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha denunciato come atto di guerra l’attacco unilaterale contro una nazione sovrana e si sono già verificate proteste in otto città statunitensi. La solidarietà con la Repubblica Bolivariana è fondamentale. Non è in gioco solo il futuro del Venezuela, ma anche quello della Rivoluzione Cubana, la prima e, purtroppo, sembra che anche l’ultima rivoluzione socialista in America. Cuba è stata colpita e assediata costantemente dagli Stati Uniti: un’invasione sconfitta a Playa Girón, sanzioni continue, attacchi incessanti, bugie senza fine. Privata del petrolio venezuelano, fornito gratuitamente da quando i bolivariani sono saliti al potere, c’è motivo di temere per il futuro di Cuba. E se gli Stati Uniti riusciranno a «ripulire» il Venezuela, Cuba potrebbe benissimo essere la prossima. Potrebbe, però, rivelarsi più difficile del previsto. Le manifestazioni a Caracas dovrebbero servire da monito al governo Trump. Negli ultimi giorni, Delcy Rodríguez ha oscillato tra discorsi militanti, attaccando ciò che è successo, e parole rassicuranti per gli americani. Trump afferma: «Non ci interessa cosa dice, ci interessa cosa fa». Ha ragione. Molto dipenderà, non tanto da lei, perché è solo una figura decorativa, ma dall’esercito venezuelano, attore assolutamente cruciale. Il governo Trump potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma. I bolivariani continuano a controllare le forze militari e paramilitari venezuelane, i tribunali, l’industria petrolifera e tutti i livelli della burocrazia amministrativa. Le emozioni sono a fior di pelle, come ha chiarito il messaggio trasmesso all’Assemblea Nazionale del Venezuela dal figlio di Maduro. Il governo di Rodríguez sta negoziando, come sappiamo. Ma se Trump e Rubio aumentano troppo la pressione, data l’ostilità generale verso l’attacco statunitense, Caracas potrebbe essere costretta a mostrare una certa resistenza. Se Rodríguez e compagni si rifiutassero di collaborare a un certo punto, Trump potrebbe essere in grado di ignorarlo, ma il campo di Rubio no. A quel punto, la logica di trattare Caracas come un governo fantoccio potrebbe venir meno e la linea sarebbe: «Va bene, sono traditori, andiamo a prenderli», inviando finalmente le truppe sul terreno, il che produrrebbe ipso facto una situazione complicata. Causerebbe anche enormi tensioni all’interno dello stesso campo di Trump, dato che è qualcosa che ha ripetutamente promesso di non fare. Nel suo discorso del 2005, Chávez ha continuato dicendo: Fidel una volta mi disse: «Chávez, se questo dovesse succedere a te o a me, se ci invadessero, l’ultima cosa che faremmo sarebbe quella che ha fatto Saddam: nasconderci in un buco. Bisogna morire combattendo, in prima linea nella battaglia». Ed è quello che farei: se devo morire, morirò in prima linea con la dignità di un venezuelano che ama questo Paese. Per ora non c’è ancora niente di già deciso. 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- konnektor
Agli albori dell’era dell’impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto internazionale Andreaina Angiolas Il rumore di esplosioni udito di recente in Venezuela, Palestina, Libano, Siria, Iran, Somalia, Yemen e Nigeria non è solo il sussulto di un impero americano in declino, ma qualcosa di molto più terrificante: l’alba dell’era dell’impunità, legata in maniera congenita al brutale carattere di classe che contraddistingue il capitalismo storico e il liberismo delle classi dominanti occidentali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è ripubblicato qui con il consenso esplicito del suo editore. Il 3 gennaio 2026, senza alcuna provocazione, causa o giustificazione legale, gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela, invaso la sua capitale, ucciso decine di persone e rapito con violenza il presidente e la first lady del Paese, ammanettandoli, bendandoli e portandoli negli Stati Uniti. Sicuramente, una violazione così flagrante di tutta una serie di leggi internazionali – che di fatto sfida l’essenza stessa del quadro giuridico vigente dopo la seconda guerra mondiale, che proibisce gli atti di aggressione – avrebbe dovuto essere condannata universalmente. Invece, tale violazione è stata seguita da lamentele pietose e ambigue da parte di vari leader occidentali , da una risposta ipercauta del segretario generale dell’ONU, da condanne retoriche dei membri del Consiglio di sicurezza, che tuttavia non hanno preso alcuna decisione definitiva al riguardo, e da applausi entusiastici da parte dei media statunitensi e occidentali. Come può essere? In poche parole, stiamo assistendo al sorgere dell’era dell’impunità. La bestia striscia verso Betlemme Il rumore di esplosioni udito di recente in Venezuela, Palestina, Libano, Siria, Iran, Iraq, Somalia, Yemen e Nigeria, così come sul Mar Rosso, sul Mar Mediterraneo e sul Mar dei Caraibi, non è solo il crepitio provocato da un momentaneo spasmo imperiale dell’impero americano in declino. Annuncia qualcosa di molto più terrificante. Sta nascendo un nuovo mondo (o forse rinascendo, poiché ricorda gli orrori della prima metà del XX secolo). Un mondo totalmente sganciato dalle restrizioni del diritto internazionale o persino dai principi morali più elementari e universali. Una nascita che avrebbe potuto essere prevista da chiunque avesse prestato attenzione alle macchinazioni dell’impero e dei suoi alleati e vassalli negli ultimi decenni. Dalla detenzione di massa e dagli eccessi polizieschi legati alla «guerra alla droga» alle operazioni di cattura illegali, le cosiddette extraordinary rendition , alle esecuzioni e alle torture della «guerra al terrorismo», passando per il sistematico impoverimento dei molti per consolidare la ricchezza e il potere di pochi, l’impero statunitense è sul sentiero di guerra da decenni, un percorso che è culminato con lo sterminio del popolo palestinese e il recente attacco contro il Venezuela. Queste ondate di oppressione in continua espansione, prive di controllo, minacciano tutti noi, perché in un mondo in cui nemmeno il genocidio costituisce una linea rossa, non ci sono più linee rosse. Figlio dell’impunità Questo nuovo mondo è figlio dell’impunità. Per più di due anni, il mondo ha osservato passivamente come l’Asse Stati Uniti-Israele si aggirasse criminalmente in Medio oriente, Africa e America Latina con una furia grondante sangue di conquiste e distruzione. La Carta delle Nazioni Unite, lo Statuto di Roma, le leggi di guerra, le norme sui diritti umani, la legge del mare, le leggi sull’uso della forza, tutto è stato calpestato e ridotto in rovina dalle azioni e dai pronunciamenti dell’Asse, dalla complicità dei suoi alleati e vassalli e dalla compiacenza di altri Stati. Da parte loro, le istituzioni internazionali create dopo la seconda guerra mondiale per prevenire e rispondere a quegli orrori sono state sistematicamente corrotte, indebolite o schiacciate dall’Asse. Il Tribunale penale internazionale è in gran parte paralizzato dalle sanzioni illegali imposte dagli Stati Uniti . La Corte internazionale di giustizia è oggetto di intimidazioni e pressioni politiche senza precedenti. I relatori sui diritti umani delle Nazioni Unite sono oggetto di una forte campagna di calunnie e sanzioni . E persino il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è arreso all’impero statunitense, come dimostra la risoluzione 2803 del novembre 2025, che sostiene i piani totalmente illegali e sfacciatamente colonialisti elaborati dal governo Trump per Gaza. Gli Stati del mondo occidentale, che per lungo tempo si sono eretti a difensori dei diritti umani e del diritto internazionale, invece di opporsi agli eccessi dell’Asse, si sono precipitati a baciare ossequiosamente l’anello dell’imperatore e a inchinarsi davanti agli amministratori con le mani sporche di sangue del suo progetto coloniale in Palestina. E tutti i presunti controlli e contrappesi in vigore all’interno delle stesse istituzioni dell’impero si sono dimostrati totalmente complici, compresi i tribunali, guidati da motivazioni politiche e, in genere, sprezzanti del diritto internazionale, il Congresso stesso, totalmente corrotto dalle lobby , dalle corporazioni e dai miliardari, che promuovono senza alcuna restrizione o vergogna i crimini degli Stati Uniti e di Israele e i media, che si sono dedicati anima e corpo a coprire le cause imperiali, estrattive, aziendalistiche e sioniste che sono alla radice della violenza che appesta il mondo attuale. Sì, i popoli stessi si sono sollevati, e in numero record, per opporsi ai crimini dell’Asse. Ma si sono scontrati con una repressione sistematica e brutale all’interno dell’impero e in tutto l’Occidente, e persino in prima linea all’interno degli Stati occupati in Medio Oriente. Di conseguenza, l’Asse ha goduto di assoluta impunità, il che ha incoraggiato atti sempre più atroci in un crescendo di violenza, che ha incluso l’aggressione a paesi del Medio Oriente e dell’Africa, una serie di omicidi , l’attacco a navi umanitarie nel Mediterraneo, attacchi terroristici transnazionali perpetrati tramite cercapersone manipolati per diventare bombe trappola, l’occupazione illegale di diverse nazioni e la perpetrazione di un genocidio senza fine in Palestina. In questo contesto, nessuno dovrebbe sorprendersi della flagrante criminalità degli Stati Uniti nell’imporre brutali misure coercitive unilaterali volte a sottomettere la popolazione del Venezuela attraverso la fame, vari tentativi di colpo di Stato, una serie di esecuzioni extragiudiziali di marittimi nei Caraibi e nel Pacifico orientale, atti di pirateria contro le loro petroliere e il sequestro del carico, il bombardamento e l’invasione della nazione e il sequestro violento del suo presidente e della first lady. È così che funziona l’impunità. Più la si alimenta, più ha fame. E il mondo ha alimentato questa impunità per decenni. Il mostruoso figlio nato da questa impunità porta con sé i peggiori tratti genetici dei suoi progenitori del XX secolo: razzismo, imperialismo, colonialismo, fascismo, sionismo, aggressione e genocidio. Ma ora è armato delle terribili tecnologie del XXI secolo per la sorveglianza, la repressione e l’omicidio. Gli effetti di questa combinazione letale si stanno facendo sentire ora nei tre continenti del Sud del pianeta, mentre il resto del mondo vacilla sull’orlo del baratro. Crimini imperiali in Venezuela Se la vostra comprensione degli eventi in Venezuela proviene dai complici media occidentali, potete essere perdonati di non sapere che l’attacco degli Stati Uniti al paese, e le sue azioni precedenti, sono stati totalmente illegali. Da un punto di vista giuridico, questa non può essere definita un’operazione di polizia. Si tratta in realtà di un’operazione criminale, per la quale gli autori, coloro che l’hanno ordinata e coloro che hanno eseguito questi ordini illegali dovrebbero rispondere alla giustizia. In effetti, l’insieme dei crimini internazionali perpetrati dagli Stati Uniti in Venezuela è di una portata sorprendente. Le sanzioni imposte al Venezuela dagli Stati Uniti come misure coercitive unilaterali sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale sui diritti umani. I tentativi di colpo di Stato contro i successivi governi venezuelani perpetrati dalla destra venezuelana e sostenuti dagli Stati Uniti nel 2002 , 2019 e 2020 erano illegali . Le azioni segrete della CIA nel Paese sono state illegali . L’uccisione di marittimi nei Caraibi e nel Pacifico è illegale e costituisce un’esecuzione extragiudiziale secondo il diritto internazionale sui diritti umani . Il blocco degli Stati Uniti contro il Venezuela è illegale . La pirateria perpetrata dagli Stati Uniti contro le petroliere venezuelane è illegale, in quanto costituisce un atto di aggressione marittima ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e della legge del mare , nonché una violazione dei principi giuridici sull’immunità sovrana e sull’immunità statale . Il bombardamento, l’invasione e le successive minacce di ricorrere ulteriormente ad altre misure di forza contro il Venezuela sono illegali ai sensi dell’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, un trattato che vincola gli Stati Uniti. I rapimenti di Nicolás Maduro e Cilia Flores sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite , del diritto internazionale sui diritti umani, che vieta gli arresti e le detenzioni arbitrari , nonché del principio internazionalmente riconosciuto dell’immunità dei capi di Stato. La violenza utilizzata durante il rapimento, basata su un arresto illegale e che ha causato lesioni gravi a Flores, è stata illegale . La sfilata di Maduro legato e la diffusione delle relative foto erano illegali secondo il diritto internazionale umanitario. La privazione sensoriale imposta a Maduro (con benda sugli occhi e tappi nelle orecchie) era illegale . E, dato che il suo arresto era illegale, anche la sua detenzione continuata è illegale , secondo il diritto internazionale sui diritti umani. Gli Stati Uniti non hanno una difesa legale credibile per i crimini internazionali che hanno commesso in Venezuela. Le loro violazioni sono evidenti e la loro colpevolezza è chiara. Consapevole senza dubbio di tutto ciò, il governo statunitense sta cercando di sostituire le leggi internazionali con le proprie leggi e di applicare tali leggi extraterritorialmente, il che costituisce di per sé un atto sfacciato di imperialismo. Il governo Trump lo fa perché sa che la legislazione statunitense è spesso in conflitto con le norme internazionali e che i tribunali statunitensi sono notoriamente sciovinisti ed estremamente deferenti nei confronti del governo in materia di affari internazionali, disposti a concedergli ampia discrezionalità quando invoca questioni di «sicurezza nazionale» e abitualmente fortemente sprezzanti verso il diritto internazionale (spesso definito, in modo derisorio e scorretto, «diritto straniero») e perché sa anche di poter contare su giudici nominati politicamente, soggetti a influenza politica. Il governo Trump si basa anche sull’uso di varie “parole magiche”, perché sa bene che la semplice enunciazione di termini come «terrorismo» e «narcoterrorismo», il suo nuovo cugino illegittimo, crea un senso di eccezionalità, suscitando il consenso del pubblico, nonché di una parte del potere giudiziario. In tali circostanze, anche se il risultato non è garantito, le possibilità di un processo equo per Maduro e Flores sono, nella migliore delle ipotesi, limitate. Il collegamento israeliano Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo gli attacchi statunitensi, la vicepresidente venezuelana (e attualmente presidente ad interim ) Delcy Rodríguez ha affermato che l’attacco al Paese aveva «sfumature sioniste ». Sebbene non abbia fornito ulteriori dettagli, il coinvolgimento del regime israeliano nel sostegno alle forze di destra e nella destabilizzazione dei governi progressisti della regione è ormai ben noto. Le armi israeliani, la tecnologia di sorveglianza, l’intelligence, l’addestramento e l’influenza israeliani attraverso loro agenti nella regione sono stati una costante in America Latina per decenni. Da parte loro, i leader del regime israeliano hanno celebrato con euforia gli attacchi e il sequestro del presidente venezuelano (e hanno espresso la speranza che i prossimi attacchi siano diretti contro l’Iran). E non è affatto sorprendente. Dall’elezione di Hugo Chávez e dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana più di un quarto di secolo fa, il Venezuela ha affermato la sua indipendenza, ha resistito all’egemonia statunitense, ha destinato la sua ricchezza petrolifera e mineraria al miglioramento delle condizioni di vita all’interno del Paese e ha solidarizzato con la lotta palestinese per i diritti umani. Come è già successo in precedenza con l’Iran, l’Iraq e la Libia, questa combinazione di fattori ha posto il Venezuela nel mirino dell’Asse Stati Uniti-Israele. Per di più, il regime israeliano ha alle spalle una lunga storia di attacchi contro le forze progressiste, di sostegno a regimi di destra, squadre della morte e dittatori, nonché come fomentatore di conflitti in tutta l’America Latina. Per decenni, le sue impronte digitali macchiate di sangue sono state rilevate in Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Venezuela. Questo, insieme agli istinti anticolonialisti della regione, spiega le riserve con cui i governi latinoamericani di sinistra guardano al regime israeliano. E spiega anche perché i movimenti e i leader di estrema destra della regione dichiarino abitualmente il loro fanatico sostegno al regime e al progetto sionista, anche nel bel mezzo del genocidio in Palestina. Mentre i governi progressisti della regione hanno condannato il genocidio, si sono uniti alla denuncia per genocidio presentata contro Israele alla Corte internazionale di giustizia e hanno rotto le relazioni diplomatiche con il regime sionista, i governi di destra, così come i leader dell’opposizione di destra in Venezuela, hanno elogiato il regime israeliano e si sono impegnati servilmente a una cooperazione ancora più stretta. Il regime sionista, come sempre, è profondamente interessato a rovesciare i governi di sinistra in America Latina e a sostenere la destra. Allo stesso tempo, l’opposizione al regime israeliano dimostrata dal Venezuela, che possiede anche le maggiori riserve di petrolio del mondo, è vista dall’Asse Stati Uniti-Israele come un potenziale ostacolo ai suoi nefandi piani di guerra contro l’Iran. La stessa capacità petrolifera dell’Iran, e in particolare il suo effettivo controllo sullo stretto di Hormuz (e quindi sui mercati energetici mondiali), rendono il controllo del petrolio venezuelano particolarmente attraente per l’Asse , che si prepara a rinnovare i suoi attacchi contro l’Iran. Pertanto, i motivi principali dell’aggressione statunitense contro i paesi del Sud del mondo sono il possesso delle loro ricchezze minerarie ambite dalle aziende statunitensi, il loro rifiuto a sottomettersi all’egemonia statunitense e la loro opposizione ai crimini del regime israeliano. Il Venezuela è colpevole di tutte e tre le accuse. E questi sono i veri «crimini» per cui è sotto processo. La vita dopo la legge Fin dall’inizio il progetto di un diritto internazionale è sempre stato debole e incompleto. Ma le barriere di protezione istituite dal 1945 offrivano una certa speranza di un mondo governato, almeno in parte, dallo stato di diritto piuttosto che solo dalla forza. E si era raggiunto un consenso globale secondo cui i crimini più gravi – l’aggressione e il genocidio – erano inaccettabili. L’Asse americano-israeliano, così spesso accusato di violare il diritto internazionale, ha perso la pazienza con l’intero progetto e, tramite il genocidio perpetrato in Palestina, la pioggia di bombe sganciate dall’Asse su innumerevoli paesi e ora con l’aggressione contro il Venezuela, ha dichiarato al mondo che è nato un nuovo ordine. Un ordine in cui tutti devono piegarsi all’impero o perire. Non è troppo tardi perché il mondo si ribelli e interrompa l’ascesa di questo nuovo ordine bestiale. I movimenti popolari attivi all’interno e all’esterno dell’impero possono sfidarlo con l’urgenza e l’unità di intenti necessarie. La maggioranza globale, guidata dalle nazioni libere del Sud, potrebbe unirsi come ha fatto negli anni ‘60 e ‘70 per sfidare l’impero e tracciare una linea di principio incentrata sull’azione collettiva per la pace, la sicurezza, l’autodeterminazione e i diritti umani dei popoli di tutto il mondo. Purtroppo, ad oggi, ci sono pochi segnali che ciò stia accadendo. Nel frattempo, il messaggio inequivocabile e inconfondibile che il regime imperiale statunitense, il suo cane da guardia israeliano e le sue legioni di vassalli occidentali sottomessi stanno inviando al mondo, agli Stati nazionali nel loro mirino e a tutti i popoli che resistono all’occupazione straniera, al dominio coloniale e ai regimi razzisti è: «La diplomazia non vi salverà. Il diritto internazionale non vi salverà. Le Nazioni Unite non vi salveranno. E noi stiamo venendo per voi». Testi consigliati Craig Mokhiber, How the world can resist the UN Security Council’s rogue colonial mandate in Gaza , «Mondoweiss» 3/12/2025 e The UN Embraces Colonialism: Unpacking the Security Council’s mandate for the U.S. colonial administration of Gaza , «Mondoweiss» 19/11/2025 Huda Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar» 18/4/2025 Michael Arria, 20 years of BDS: An interview with Omar Barghouti, a co-founder of the movement , «Mondoweiss» 9/7/2025 Frédric Lordon, Endgame , «Sidecar» 27/6/2025 Tutti pubblicati anche su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rapporti della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomy of a Genocide (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a collective crime (2025). Craig Gerard Mokhiber è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.
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