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Le trasformazioni degli spazi sociali autogestiti Cinzia Farina Per capire la traiettoria possibile del Leoncavallo e di altri Centri sociali italiani nella seconda metà degli anni ’20 c’è bisogno innanzitutto di tracciare un quadro storico complessivo che metta in relazione i movimenti sociali, le trasformazioni della città e quelle del capitale finanziario. Questo testo prova a costruire una cornice di analisi guardando ad alcune grandi trasformazioni globali ed europee, urbane e non. Il testo parte da una lettura del mutato rapporto tra capitale finanziario, città e movimenti sociali; procede con una veloce rassegna dell’inasprimento giuridico per le occupazioni di immobili su scala europea; prende in considerazione alcune delle principali forme di regolarizzazione degli spazi sociali utilizzate in Italia e in Europa; riflette su alcune condizioni abilitanti per trasformazioni di questo tipo. Centri sociali, capitale finanziario e città I centri sociali sono nati quando ha iniziato a sbriciolarsi il modello fordista di città e di società. L’esodo lento e inesorabile della produzione industriale fuori dall’occidente ha lasciato le città europee piene di crepe, buchi e vuoti. Vuoti sociali, innanzitutto, attorno ai quali si sono articolati i conflitti tra capitale e lavoro, tra valore d’uso e valore di scambio, tra città dei flussi e città dei luoghi. E vuoti economici, poi, che hanno visto il peso del capitalismo finanziario rispetto al valore globale complessivo passare da pochi punti percentuali all’inizio degli anni ’70 a una cifra probabilmente superiore di 10 volte al Pil mondiale. Questo vuol dire che alla fine degli anni’70 le città europee – le grandi città e le metropoli, in particolare – si sono riempite progressivamente di spazi vuoti, lasciati dalle fabbriche, dalle officine medie e piccole, dalle loro infrastrutture di servizio. Le governance locali hanno iniziato ad interessarsi di questi vuoti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90; utilizzando le lenti interpretative del geografo David Harvey, possiamo dire che questo interesse si è strutturato lungo almeno due assi. Il primo è quello della competizione interurbana. Nella logica del capitalismo urbano tradizionale, le città agivano in un’ottica di «urban managerialism» (amministrazione urbana di risorse accumulate e redistribuite dallo Stato centrale). Nella riorganizzazione post-fordista, le governance urbane hanno iniziato ad agire secondo un approccio orientato all’«urban entrepreneurialism» (organizzazione imprenditoriale degli asset urbani, in un’ottica di competizione tra città) (Harvey 1989). Il secondo è quello del circuito secondario del capitale: quando il circuito primario del capitale (la produzione di merci) va in crisi di sovrapproduzione, questo si sposta nell’ambiente costruito. In questo senso, l’investimento immobiliare agisce come uno «spatial-temporal fix»: una soluzione geografica che differisce nel tempo la svalutazione del capitale attraverso infrastrutture fisiche a lungo termine (Harvey 1981; Jessop 2006). Negli anni Ottanta, i Centri sociali occuparono il vuoto spazio-temporale tra la dismissione industriale e la nuova valorizzazione, impedendo il «fix» (la riparazione a opera del capitale). Questo fenomeno – letto internamente come passaggio dei conflitti dalla fabbrica alla città –consentì lo sviluppo di movimenti sociali di tipo peculiare. Da un lato, permise la continuazione di una parte della memoria storica degli anni ’60 e ’70, articolando le mutazioni dell’autonomia (Primo Moroni, 1989). Dall’altro, rese possibile la sperimentazione di nuove forme controculturali, che iniziarono progressivamente a convergere verso le occupazioni. Negli anni ’90 molte città europee – come Londra, Manchester, Rotterdam, Barcellona, Bilbao, Lione – iniziarono a fornire piattaforme per lo «spatial-temporal fix», puntando a conquistare ruoli egemonici nella competizione tra città. Furono i primi contesti di sperimentazione dei grandi piani di rigenerazione urbana, che nella loro gradualità e lentezza consentirono per lungo tempo la convivenza di piani diversi. Da un lato, tentativi di reinventare i vuoti urbani secondo i paradigmi del capitalismo avanzato: prima parchi tecnologici e business centers, poi incubatori e acceleratori. Dall’altro, interi cicli di sperimentazioni dei movimenti sociali in risposta alle contraddizioni di quello stesso sistema: gli hacklab come luoghi di produzione sociale di conoscenza, l’autoreddito, l’autorganizzazione sindacale di base come risposta al precariato, le ciclofficine come spazi di autoproduzione per la mobilità sostenibile e il diritto alla città, ecc. In alcune città europee questa convivenza andò avanti più a lungo. Come nel caso di Berlino, che dopo la riunificazione offrì una distesa sterminata di edifici industriali vuoti e palazzi la cui struttura di proprietà risultava imperscrutabile dopo due dittature pluridecennali e una guerra mondiale. Alle occupazioni «storiche» degli anni ’70 e ’80 andarono ad aggiungersi quelle nuove degli anni ’90, protraendo la condizione di eccezionalità berlinese per buona parte degli anni 2000. Anche in Italia i tempi della relazione tra patrimonio immobiliare lasciato incustodito della deindustrializzazione e pratiche dei movimenti sociali sono stati diversi rispetto al resto d’Europa. I primi grandi processi di rigenerazione urbana sono iniziati molto dopo: il Progetto Speciale Periferie di Torino è del 1997, mentre la maggior parte delle grandi trasformazioni architettoniche e urbanistiche di Milano furono avviate dopo la metà degli anni 2000. Questo prolungamento eccezionale è dovuto soprattutto alla crisi politica, economica e istituzionale portata da Mani Pulite e dalla nascita della Seconda Repubblica (Niessen 2009). Nel frattempo, nel corso degli anni 2000, il capitalismo ha iniziato ad applicare su scala globale le strategie sperimentate su base nazionale nei decenni precedenti con l’evolversi del neoliberismo. Uno dei meccanismi principali di accumulazione e permutazione di valore finanziario è divenuta l’espropriazione e cartolarizzazione dei beni pubblici e comuni (acqua, suolo, immobili, conoscenza, dati, infrastrutture, ecc.) in una nuova ondata di enclosures in cui il valore viene «recintato» su scala globale e immesso nei circuiti globali della finanza (Vasudevan et al. 2008). I 4 Cavalieri dell’apocalisse urbana La finanziarizzazione delle città ha portato allo sviluppo di quelli che possiamo chiamare «i 4 Cavalieri dell’apocalisse urbana»: turistificazione, gentrificazione, platformization, desertificazione commerciale.La turistificazione è un fenomeno particolarmente evidente in Italia: città fino a poco tempo prima considerate non interessanti, secondarie o troppo pericolose (da Milano a Palermo, passando per Bologna e Napoli) hanno visto negli ultimi 10 anni una radicale riorganizzazione dei propri sistemi spaziali, economici e sociali a partire da un incremento fino a poco prima inimmaginabile dei flussi turistici. La gentrificazione è un meccanismo complesso, attivo da lunghissimo tempo, che ha però visto un’accelerazione impressionante negli ultimi due decenni, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, per arrivare poi in paesi come l’Italia. Il funzionamento di base è noto: nei quartieri che hanno accumulato un capitale simbolico particolare (qualificandoli come «creativi», «autentici», «alternativi») anche grazie al basso costo degli immobili, alla presenza di occupazioni e a situazioni «grigie», inizia un processo di acquisto da parte di ceti abbienti e grandi operatori economici che espelle progressivamente i vecchi abitanti a favore dei nuovi. Fatalmente, i gruppi sociali che producono il capitale simbolico incorporato nella materialità dei quartieri sono quelli potenzialmente più vicini ai movimenti sociali, o addirittura al loro interno: migranti, artisti undergound, studenti poveri, attivisti, militanti. La platformization è il processo per il quale piattaforme di affitto temporaneo (la più nota e influente delle quali è ovviamente Airbnb) estraggono valore dallo spazio fisico, trasformando le abitazioni in merci da affittare in un mercato reso iper-efficiente dagli algoritmi. I soggetti che agiscono questa estrazione sono diversi, dai grandi proprietari che gestiscono decine o centinaia di appartamenti ai piccoli operatori, che gestiscono anche un singolo appartamento (frutto di processi di risparmio familiare e/o di eredità) o singole stanze del proprio appartamento. La desertificazione commerciale è il risultato incrociato di molte dinamiche diverse, dalla diffusione dell’e-commerce a quella dei centri commerciali, passando per varie congiunture storiche (come la Pandemia). Quello che però è chiaro è che nelle città sottoposte a processi di finanziarizzazione urbana selvaggia i piccoli esercizi commerciali di prossimità (che producono e gestiscono quindi il valore in un’ottica di vicinato) tendono a scomparire sotto la pressione dell’aumento degli affitti e del costo della vita, venendo rimpiazzati da altre tipologie di esercizi che navigano molto più agilmente le economie urbane speculative: i negozi di catena, con il loro effetto di omogeneizzazione esperienziale; la Grande Distribuzione Organizzata; i locali «food and beverage», che impiegano spesso manodopera precaria e sottopagata e convertono il tessuto urbano in luoghi di consumo per i city-use. Gli effetti dei 4 Cavalieri dell’Apocalisse Urbana sono molteplici: espulsione dei residenti a basso reddito, privatizzazione degli spazi pubblici, erosione del welfare pubblico, segregazione socio-spaziale. Quello più brutale e più evidente, probabilmente, è la crisi del diritto all’abitare. I costi della casa – divenuta asset finanziario e resa scarsa per gli abitanti a favore dei city user – sono sempre meno accessibili per i salari reali. Mentre il settore pubblico non investe risorse adeguate nell’edilizia popolare, l’abitare si trasforma in un privilegio, che esacerba le disuguaglianze e costringe le fasce meno abbienti della popolazione verso luoghi sempre più distanti e difficili da raggiungere. La repressione in crescita È in questa cornice che ha senso guardare come, nel corso dell’ultimo decennio, diversi paesi europei hanno promulgato leggi particolarmente dure contro l’occupazione d’immobili, tutte improntate alla riduzione dei tempi di sgombero, all'inasprimento delle pene e alla tutela della proprietà privata. In Italia, il DDL Sicurezza ha introdotto nel 2025 il reato di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui» (art. 634-bis del Codice Penale), che prevede pene fino a 7 anni e – soprattutto – una procedura d’urgenza per la quale le Forze dell’Ordine possono intervenire in pochi giorni, previa autorizzazione del giudice. In Francia, nel 2023 la legge Kasbarian-Bergé ha triplicato le pene per le occupazioni, ampliando le tipologie di immobili per i quali è previsto uno sgombero amministrativo rapido. La Legge Anti-Okupas spagnola del 2025 consente, in caso di flagranza, uno sfratto espresso, e l’uso del rito abbreviato per le cause civili (con sentenza entro 15 giorni). In generale, in paesi in cui erano state promulgate leggi simili già in precedenza (come i Paesi Bassi e il Regno Unito), l’applicazione si è fatta considerevolmente più rigida. Questa ondata repressiva è da considerarsi alla luce di almeno tre traiettorie. La prima, più ovvia, è il generale spostamento a destra delle società e delle politiche, non solo in Europa. Da questo punto di vista, le occupazioni rappresentano un’inaccettabile frattura all’ordine ideologico costituito. In quanto tale, vanno represse duramente. In secondo luogo, nonostante periodiche nuove vampate, i movimenti sociali di sinistra soffrono in Europa di un riflusso culturale e politico sistemico. Non è un caso che le vampate non riescano a trasformarsi un movimento istituente (o de-istituente) di lunga durata. E non è un caso, quindi, che le leggi repressive approfittino della mancanza di presidio pubblico sul tema per “colmare” le lacune. Ma più di tutto, questa nuova ondata di leggi contro le occupazioni degli immobili è l’indicatore chiarissimo del cambiamento della natura dell’immobiliare: da bene d’uso a asset finanziario. Per i fondi d’investimento, i grandi proprietari istituzionali, ma anche per la grande massa di medi e piccoli proprietari, l’immobiliare è soprattutto una garanzia per titoli finanziari, un flusso di cassa futuro, una forma di risparmio e investimento familiare. Leggi che rendono lo sgombero veloce ed efficace permettono di mantenere gli edifici un asset “liquido”, mantenendone alto il valore di scambio che sarebbe invece compromesso dalla presenza di occupanti. Queste leggi sono anche, indubitabilmente, un esempio di «segnale per i mercati»: chiunque voglia investire nell’immobiliare, dal piccolo risparmiatore al grande fondo internazionale, deve sapere di essere tutelato da un quadro normativo stabile ed efficace. In alcuni casi, le nuove leggi hanno eliminato o ridotto i requisiti di «uso del bene»: non importa se il proprietario non usa l’immobile, il reato è sempre perseguito. Questa scelta protegge la strategia di accumulo di immobili dei grandi investitori, tutelando le scelte speculative di accumulo a discapito di quelle d’uso (Rolnik e Hirschhorn 2019; Aalbers 2016). Alcune strategie di trasformazione per le occupazioni Il mutamento del ruolo dell’immobiliare rispetto alla produzione e circolazione globale di valore economico – e l’inasprimento dei quadri giuridici per tutelarlo, in paesi diversi – richiedono nuove riflessioni sul ruolo degli spazi sociali. Non è un caso che negli ultimi decenni si stiano moltiplicando le sperimentazioni di Centri sociali, occupazioni abitative e spazi dei movimenti con l’ottica di sottrarsi ai processi di estrazione di valore locale da parte della finanza globale. Vale la pena prendere in considerazione alcuni esempi, tenendo bene a mente che ognuno di questi modelli presenta vantaggi e svantaggi a seconda di come viene applicato e di quali sono le condizioni di contesto. Il Mietshäuser Syndikat è un modello di proprietà collettiva – diffuso soprattutto in Germania – che ha contribuito a sottrarre gli edifici degli spazi sociali alla speculazione impiegando in modo solidale strumenti finanziari. Attraverso una struttura a responsabilità limitata (una GmbH, equivalente a una S.r.l. italiana), il Syndikat garantisce che gli edifici restino beni comuni non inseribili nel mercato immobiliare. Gli abitanti gestiscono gli spazi in autonomia e pagano affitti calcolati su costi di gestione e mutui. Il Syndikat detiene il 51% dei voti sulle decisioni patrimoniali: se i residenti volessero vendere, il Syndikat potrebbe porre un veto, per mantenere il bene fuori dal mercato. Il fondo del Syndikat si alimenta tramite un contributo incluso negli affitti dei progetti già avviati, che viene reinvestito per finanziare l’acquisto di nuovi edifici (Hölzl 2022). Il Community Land Trust (CLT, traducibile in Fondo Comunitario del Suolo) è un sistema diffuso in ambito anglosassone da molti decenni, che sta prendendo piede anche in diversi paesi europei. Il meccanismo del CLT separa la proprietà del suolo da quella dell’edificio. Il suolo resta di proprietà del Trust; gli abitanti acquistano solo le mura – a prezzi calmierati – spezzando i meccanismi di speculazione fondiaria. In questo modo, se il valore del terreno sale, il costo della casa resta legato ai redditi reali, garantendo l’accessibilità dell’abitare per le generazioni future e contribuendo a proteggere il quartiere dalla gentrificazione. Tra i casi più noti ci sono: Boston (Dudley Street, dove i terreni abbandonati sono stati acquisiti dal fondo degli abitanti); Londra (London CLT, un fondo nato dalla campagna London Citizens con l’obiettivo di impedire l’allontanamento degli abitanti storici dei quartieri in corso di gentrificazione); Bruxelles (CLTB, un meccanismo che prevede la creazione di alloggi accessibili, in media il 40% più economici rispetto a quelli sul mercato privato) (DeFilippis et al. 2018). L’azionariato popolare è uno strumento di democrazia economica che si basa su un meccanismo di capitalizzazione diffusa. Attraverso l’emissione di titoli di dimensioni anche molto ridotte, il capitale sociale viene suddiviso su una base molto ampia di soci, con l’obiettivo di impedire la concentrazione di controllo sociale e le scalate speculative. Tutto l’eventuale plusvalore prodotto può essere reinvestito. È il meccanismo scelto dal Collettivo di Fabbrica GKN di Campi Bisenzio per attuare la sua reindustrializzazione dal basso che punta a un’economia di transizione verde. Anche l’associazione francese Terre de Liens utilizza l’azionariato popolare per neutralizzare il peso dell’acquisizione fondiaria per gli agricoltori in fase di insediamento e per proteggere il patrimonio agricolo dalla speculazione finanziaria. Il meccanismo si presta a essere impiegato in settori anche molto diversi tra loro, dalle società sportive (ne sono un esempio il FC Manchester e il St.Pauli di Amburgo) ai media (la struttura di controllo e gestione di Radio Popolare a Milano ha l’azionariato popolare tra i suoi elementi fondativi) (Baronti 2024). Il sistema dei Beni Comuni di Napoli mette in atto una rottura giuridica fondamentale tra proprietà formale degli edifici e degli spazi urbani, da un lato, e uso civico da parte degli abitanti, dall’altro. Attraverso una serie di delibere comunali si è sperimentato lungo i confini del diritto amministrativo, riconoscendo alcuni spazi occupati come «Beni comuni a uso civico e collettivo urbano», gestiti da assemblee aperte di abitanti (De Tullio 2022). In alcuni casi, occupazioni abitative hanno iniziato dei percorsi di coprogettazione e legalizzazione triangolandosi con la Pubblica Amministrazione. È il caso di Porto Fluviale a Roma: una storica occupazione è stata sottoposta a un percorso di recupero, con la realizzazione di spazi socio-culturali e di nuove abitazioni di Edilizia Residenziale Pubblica in possesso dei requisiti per l’assegnazione. Il percorso è il risultato di una lunga mediazione tra esponenti del Movimento per il Diritto all’Abitare (che occupa lo stabile dal 2003), il Dipartimento di Architettura di Roma Tre, la Luiss, l’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Roma, i vertici dell’Aeronautica Militare (proprietari dell’area) (Careri et al. 2022). Limiti e potenzialità Nella loro grande diversità, i casi citati si configurano come processi di legalizzazione di esperienze di illegalità nate nell’alveo dei movimenti sociali, più o meno radicali. È chiaro che nessuno dei meccanismi comporta il mantenimento delle dinamiche conflittuali all’interno delle quali le esperienze sono nate; si tratta, a tutti gli effetti, di processi di istituzionalizzazione che riconducono l’illegalità all’interno di logiche di normalizzazione giuridica. Questo può essere ricondotto a due letture di segno opposto, entrambe sensate e non necessariamente dicotomiche. Da un lato, la regolarizzazione può essere considerata come una sconfitta: incapaci di sopportare la pressione economica e politica, non in grado di rinnovare il rapporto con la base, le occupazioni sono costrette a inquadrarsi in processi di cooptazione che comportano necessariamente il dialogo con le istituzioni e la perdita della capacità di esercitare funzioni politiche antagoniste. Dall’altro, la regolarizzazione può essere vista come un successo, secondo la logica per cui le occupazioni sono in grado di rispondere strategicamente alle trasformazioni dei processi di produzione del valore, organizzandosi secondo logiche mutualistiche per fornire spazi e servizi che si distanziano dalle logiche del capitale agli occupanti, al vicinato, ai cittadini (intesi qui in senso lato e non strettamente giuridico). Una lettura non è necessariamente più “vera” dell’altra. Entrambe vanno prese in considerazione alla luce di una lunga serie di variabili contestuali. Più di tutto contano, ovviamente, i cicli di mobilitazione dei movimenti sociali: se le mobilitazioni sono in una fase di picco, e riescono quindi ad attivare in modo continuativo e articolato grandi numeri di persone e gruppi, ha senso pensare all’istituzionalizzazione come una cooptazione (e quindi un meccanismo a perdere). È importante ricordare, inoltre, che al netto dei cicli generali di mobilitazione singoli spazi possono avere basi ampie e diffuse, in controtendenza rispetto all’andamento generale. Un’altra dimensione cruciale è quella del rapporto tra il luogo occupato e l’economia urbana. Se l’economia locale sente in modo particolarmente forte la pressione dell’estrattivismo finanziario – ed è quindi interessata da processi di turistificazione, gentrificazione, platformization e desertificazione commerciale – scegliere forme di autorganizzazione che siano anche economiche può voler dire attivare spazi di «contro-spatial-temporal-fix»: luoghi che contrastino il processo di estrazione di valore, radicandolo localmente attraverso processi istituenti. Un terzo elemento ha a che fare con lo stile di governance urbana adottato dalla città. Da un lato, implica una forte volontà politica da parte della pubblica amministrazione, e una presenza robusta e consapevole – politicamente e culturalmente – di altri attori come le università, il terzo settore e la società civile meno organizzata. Da un altro lato, bisogna ricordare che la volontà non basta: perché processi complessi possano iniziare, continuare negli anni e arrivare a un esito positivo è necessario che vengano attivati meccanismi profondi di apprendimento istituzionale – di tutte le istituzioni coinvolte – e di emersione e formalizzazione dell’intelligenza collettiva. È cruciale, inoltre, capire quanto l’occupazione abbia o meno la vocazione di immaginarsi (o re-immaginarsi) in un’ottica neo-mutualistica. È possibile – e sensato – pensare i Centri sociali come luoghi che ospitano forme di welfare autorganizzato: spazi abitativi; cliniche legali per migranti; sportelli di resistenza agli sfratti; ambulatori e consultori popolari; Gruppi d’Acquisto Solidale; mense popolari; scuole di italiano per stranieri; doposcuola popolari; spazi per il sindacalismo di base; ciclo-officine, laboratori di riuso, sale prove musicali; hacklab. Pensarsi, in altri termini, come luoghi del comune in cui la cooperazione sociale possa produrre valore, saperi e relazioni autonome, al di fuori del profitto e del mercato (Hardt e Negri 2010; Bookchin 2023). Non si può concludere un tentativo di riflessione di questo tipo senza prendere in considerazione l’elefante nella stanza. Quali possono essere gli effetti di questo tipo di percorsi di regolarizzazione su altri Centri sociali che intendono proseguire nell’occupazione illegale? C’è il rischio che la regolarizzazione di alcuni agisca come un precedente per la delegittimazione e lo sgombero di altri? Il rischio, almeno in linea di principio, c’è.Come d’altro canto esiste sempre il rischio che spazi che praticano forme di lotta più radicale mettano in pericolo l’esistenza di chi sceglie altre pratiche. Perché – soprattutto in contesti frammentati come quelli degli anni '20, nonostante i segnali incoraggianti del 2025 – non si può pensare a quello delle occupazioni come a un movimento omogeneo e con un coordinamento, in grado di darsi strategie comuni e priorità condivise.E, allora, la gestione di questo tipo di dinamiche non potrà che essere tutta politica, e non giuridica: avrà a che fare con la capacità degli spazi di divenire luoghi di solidarietà e di cospirazione anche per chi si riconosce in altre dinamiche. Riferimenti bibliografici Aalbers, Manuel B. 2016. «The financialization of home and the mortgage market crisis». In The financialization of housing. Routledge. Arvidsson, Adam. 2020. Changemaker? Il futuro industrioso dell’economia digitale. Luca Sossella Editore. Baronti, Valentina. 2024. «Se la risposta alla crisi viene dal basso: il caso GKN» Testimonianze: 557/558, 5/6, 2024, 159–63. Bookchin, M. 2023. Dall’urbanizzazione alle città. Elèuthera. Careri, Francesco, Fabrizio Finucci, e Danilo Marinelli. 2022. «Porto Fluviale RecHouse.: Progetto di recupero edilizio e sociale degli ex-Magazzini Taburet a Roma». Revista Estado da Arte 3 (1): 323– 29. De Tullio, MARIA FRANCESCA. 2022. «Beni comuni e partecipazione politica. Il caso napoletano». Crítica Urbana. Revista de estudios urbanos y territoriales 5 (24): 25–27. DeFilippis, James, Brian Stromberg, e Olivia R. Williams. 2018. «W(h)ither the community in community land trusts?» Journal of Urban Affairs 40 (6): 755–69. Hardt, M., e A. Negri. 2010. Comune: oltre il privato e il pubblico. A cura di A. Pandolfi. Rizzoli. Harvey, David. 1981. «The spatial fix–Hegel, von Thunen, and Marx». Antipode 13 (3): 1–12. Hölzl, Corinna. 2022. «Translocal Mobilization of Housing Commons. The Example of the German Mietshäuser Syndikat». Frontiers in Sustainable Cities 4 (marzo). Jessop, Bob. 2006. «Spatial fixes, temporal fixes and spatio‐temporal fixes». David Harvey: A critical reader, 142–66. Moroni, Primo. 1989. «Il Leoncavallo». Inventati. Archivio Primo Moroni. https://www.inventati.org/apm/index.php?step=leo. Niessen, Bertram Maria. 2009. Going Commercial. L’integrazione degli artisti dall’underground al mainstream. Rolnik, R., e G. Hirschhorn. 2019. Urban Warfare: Housing under the Empire of Finance. Verso Books. Turner, Bryan S., Hannah Wolf, Gregor Fitzi, e Jürgen Mackert. 2020. Urban Change and Citizenship in Times of Crisis: Volume 3: Figurations of Conflict and Resistance. Routledge. Vasudevan, Alex, Colin McFarlane, e Alex Jeffrey. 2008. «Spaces of enclosure». Geoforum 39 (5): 1641–46. Gennaio 2026 Bertram Niessen – docente, autore e ricercatore – si occupa di arte elettronica, spazi urbani, economia della cultura, culture della Rete. Dal 2012 segue lo sviluppo della piattaforma di innovazione culturale cheFare, di cui è direttore scientifico. È membro del Consiglio Culturale della Casa della Cultura di Milano e dell’Advisory Board del Master «Progettare Cultura» ALMED dell’Università Cattolica di Milano. Dal 2003 insegna in corsi graduate, master e dottorati un ampio spettro di materie, dalla metodologia della ricerca alla sociologia della cultura, passando per la sociologia urbana e le nuove tecnologie per la ricerca sociale. Scrive, su varie testate, tra le quali: «La Domenica – Il Sole 24 Ore», «Doppiozero», «Artribune».
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Europa e immigrazione La porta del deserto John Eccles Gli ucraini entrano in due giorni con una legge rimasta ferma dal 2001. Per tutti gli altri la UE ha spostato il confine tra Sfax e Il Cairo, pagando s’intende. Sono le quattro del mattino quando i pickup si fermano in un canyon arido e i migranti ricevono l'ordine di scendere. Davanti a loro, nel buio, il confine algerino a una quindicina di chilometri. François, 38 anni, del Camerun, ha accanto la moglie e il figlio di lei, sei anni. Il giorno prima sono saliti su una barca al largo di Sfax, diretti in Italia; li intercettano in mare all'alba, li riportano a terra, li picchiano, li caricano su un bus con altre trecento persone, direzione Algeria. Quando si avvicinano al confine, dall'altra parte sparano in aria per ricacciarli indietro. Tornano in Tunisia. Hanno i vestiti ancora bagnati e nessuno ha un maglione; cercano due cose, racconta François, del cibo e i primi raggi di sole per scaldarsi. Li riprendono e li scaricano una seconda volta, più a nord. Da lì cominciano a camminare. Nel gruppo ci sono due donne incinte. Vanno avanti nove giorni: chiedono pane e acqua nei villaggi, in uno vengono aggrediti e allora tagliano fuori strada, nel deserto, dove qualcuno inizia ad avere le allucinazioni, finché non raggiungono la cittadina di Tajerouine. Sappiamo che è andata così perché François è riuscito a nascondere il telefono agli agenti. I suoi dati GPS e le foto che scatta lungo il percorso permettono a un consorzio di giornalisti (Washington Post, Lighthouse Reports, Le Monde, Der Spiegel e altri) di geolocalizzare ogni tappa e verificarla. La barca che lo ha riportato a riva, racconta lui stesso, è identica a quelle che l'Italia ha fornito alla guardia nazionale tunisina. Gli uomini che lo caricano appartengono a un corpo che la polizia federale tedesca ha contribuito ad addestrare. «Perché l'uomo subsahariano è visto come spazzatura?» chiede François ai reporter. Nel marzo 2022, un mese dopo l'inizio dell'invasione russa, millecinquecento chilometri più a nord, un'altra famiglia sale su un altro mezzo diretto in Europa. Anastasiia Efimova, 33 anni, lascia Obolon, un quartiere di Kyiv, con i quattro figli (Elena, Viktor, Paulina e Diana) e i due gatti (Oliver e Charlie). Sua madre Larisa è partita il giorno prima con i due nipoti più grandi. Il marito di Anastasiia, Serhiy, è rimasto a combattere nell'esercito ucraino. Nessuno in famiglia parla tedesco; di Wismar, la cittadina sul Baltico dove sono diretti, sanno soltanto che lì la migliore amica di una delle figlie ha trovato un alloggio pochi giorni prima. Il treno parte da Przemyśl, in Polonia, otto chilometri dal confine con l'Ucraina. Impiega quindici ore per raggiungere Berlino. A ogni fermata i volontari porgono loro qualcosa: acqua, cioccolato, panini, schede telefoniche tedesche. All'ultima città polacca i profughi vengono fatti scendere e caricati su autobus che li portano in Germania. A un certo punto, dal finestrino, la famiglia vede un quartiere di palazzi alti attraversato da un fiume. «Sembra la nostra Obolon!», esclama Anastasiia. Poi il paesaggio scompare e, per un tratto, nessuno parla. Di lì a pochi giorni avranno un permesso di soggiorno. Come al milione di ucraini arrivati con lei e a chiunque fugga dall'Ucraina (oggi sono oltre 4 milioni in tutta l'UE), l'Unione europea riconosce quasi subito ciò che a François viene negato: residenza, diritto al lavoro, una scuola per i figli, in tutta l'Unione, senza doverlo chiedere. Una legge ferma da due decenni Il permesso che Anastasiia Efimova ottiene in pochi giorni non è un regalo: poggia su una legge che esisteva già, ferma da più di due decenni. La direttiva europea sulla protezione temporanea, approvata nel luglio 2001 dopo le guerre dei Balcani, è scritta proprio per un afflusso di massa che rischia di travolgere il sistema d'asilo e prevede una scorciatoia radicale: niente domanda individuale, ma residenza e diritto al lavoro riconosciuti subito e in blocco, in tutti gli Stati membri. Per quasi 21 anni nessuno la usa. Nemmeno nel 2015, l'anno in cui 1.000.573 persone attraversano il Mediterraneo (soprattutto siriani in fuga dalla guerra civile, più afghani e iracheni; altri 3.735 muoiono o risultano dispersi). Il regolamento di Dublino si inceppa e i governi europei litigano per mesi senza trovare un accordo sulla ripartizione: la direttiva è lì, pronta, ma resta chiusa nel cassetto. Nel 2020 la Commissione europea ne propone addirittura l'abrogazione. Due anni dopo, il 4 marzo 2022, viene invece attivata per la prima volta. Dalla proposta della Commissione al voto del Consiglio passano due giorni. Decisione unanime: la sostengono anche Ungheria e Polonia, gli stessi Paesi che nel 2015 avevano bloccato ogni tentativo di distribuire i richiedenti asilo. Quello che cambia nel 2022 non è la dimensione del fenomeno: è la volontà politica di aprire la porta. Nessuna emergenza viene dichiarata. Gli Stati membri annunciano di non voler applicare l'articolo 11 della direttiva, quello che obbligherebbe ciascuno a riprendersi i beneficiari passati in un altro Paese: gli ucraini possono scegliere dove registrarsi e si distribuiscono da soli in tutta l'Unione. Ottengono protezione; entrano nel mercato del lavoro, i figli nelle scuole. La grande maggioranza dei beneficiari sono donne e bambini, perché la legge marziale ucraina impedisce ai maschi in età per il servizio di leva di lasciare il Paese. Ma nel numero figura anche un milione di uomini adulti. La decisione del 2022 non tratta tutti allo stesso modo. Gli ucraini ottengono la protezione automaticamente. Chi viveva in Ucraina con un permesso permanente ha diritto alla protezione temporanea oppure, a scelta dello Stato ospitante, a una tutela nazionale equivalente. Chi aveva un permesso temporaneo (gli studenti africani e asiatici, i lavoratori a termine) rientra in una categoria che gli Stati possono accogliere. Molti non l'hanno fatto. A questi ultimi si chiede anche di dimostrare che non possono tornare in sicurezza nel proprio Paese. Nel settembre 2025 l'Olanda ha revocato la protezione ai residenti non permanenti, dando loro quattro settimane per andarsene. Nel luglio 2026 gli ambasciatori dei Ventisette prolungano la protezione fino al 4 marzo 2028, ma questa volta escludono gli uomini tra i 23 e i 60 anni. Da marzo 2027 la otterrà soltanto chi dimostri di aver assolto gli obblighi militari: un passaporto con il timbro d'uscita o un certificato di esenzione. La misura è chiesta dal governo di Kyiv, a corto di uomini sul fronte. Chi è già in Europa non viene toccato. La Germania non aspetta marzo e applica la restrizione; Danimarca e Repubblica Ceca si erano mosse nella stessa direzione. Il confine si sposta a sud La barca che riporta François a riva è identica a quelle che l'Italia ha consegnato alla guardia nazionale di Tunisi. I pickup Nissan su cui viene caricato sono dello stesso modello dei 143 che Italia e Germania hanno fornito alle autorità tunisine tra il 2017 e il 2023. Gli uomini che lo scaricano nel deserto appartengono a un corpo che la polizia federale tedesca ha addestrato. La frontiera che lo ferma è costruita, equipaggiata e finanziata in Europa. I numeri del finanziamento sono pubblici, almeno in parte. Tra il 2015 e il 2021 l'UE versa oltre 400 milioni di euro a Tunisia, Marocco e Mauritania attraverso il suo principale fondo per la migrazione. Nel luglio 2023 aggiunge 105 milioni alla sola Tunisia con un memorandum d'intesa; a febbraio 2024 firma con la Mauritania un accordo da 210 milioni. A marzo, a Il Cairo, Von der Leyen e Meloni annunciano con altri leader un pacchetto da 7,4 miliardi all'Egitto. La cifra impressiona, ma va scomposta: 5 miliardi sono prestiti di assistenza macrofinanziaria, 1,8 finanziamenti agli investimenti, 600 milioni sovvenzioni; di queste ultime, 200 vanno al settore migrazione. Nell'ottobre 2025 Von der Leyen promette ai capi di Stato altri 675 milioni per la gestione migratoria in Egitto, Tunisia, Libia, Marocco e Algeria, con l'obiettivo dichiarato di impedire le partenze. Che cosa comprano quei soldi lo dice, senza giri di parole, un appaltatore che ha lavorato a progetti finanziati dal Fondo fiduciario di emergenza dell'Unione europea per l'Africa. Parla al Washington Post, ma chiede l'anonimato, per non compromettere contratti futuri: «bisogna complicare la vita ai migranti» spiega «perché se prendi un guineano che si trova in Marocco e lo porti nel Sahara due volte, la terza chiede da solo il rimpatrio volontario». Le espulsioni nel deserto non sono un incidente: sono il sistema. E l'architettura è costruita per poterlo negare. La Commissione ha riconosciuto di non condurre valutazioni sui diritti umani quando finanzia progetti di gestione migratoria all'estero; alti funzionari europei confessano in privato che è impossibile controllare tutti gli usi di quei fondi. Nel gennaio 2024, davanti ai parlamentari europei, la commissaria alla Migrazione Ylva Johansson ammette le espulsioni nel deserto in Tunisia e dichiara di non poter dire che la pratica sia cessata, negando però categoricamente che l'Unione la sponsorizzi. Marie-Laure Basilien-Gainche, giurista esperta di diritti umani all'università Jean Moulin Lyon 3, riassume così: «gli Stati europei non vogliono avere le mani sporche; quindi subappaltano le violazioni a Stati terzi, ma per il diritto internazionale restano responsabili». A misurare quello scarto è un organo dell'Unione stessa. Nell'aprile 2024 il Mediatore europeo Emily O'Reilly apre un'indagine sul memorandum con la Tunisia e la chiude a ottobre. La Commissione aveva svolto un lavoro analogo senza pubblicarlo e sostenendo ripetutamente di non essere tenuta a una valutazione d'impatto sui diritti umani prima di firmare. Il Mediatore ricorda l'obbligo di garantire che i fondi europei non finanzino azioni lesive dei diritti della persona e chiede di rendere pubblici i criteri in base ai quali sarebbero stati sospesi i finanziamenti alla Tunisia. Due anni dopo, quei criteri non risultano pubblicati. Nel luglio 2026 Amnesty International riesamina gli effetti del memorandum. La Tunisia non ha mai istituito un sistema nazionale d'asilo: la valutazione delle domande era condotta da UNHCR e le procedure residue risultano sospese. Chi sbarca sulle sue coste non ha più alcuna via legale per chiedere protezione. L'organizzazione raccoglie i racconti di sette richiedenti asilo intercettati in mare al largo di Sfax (lo stesso tratto di costa da cui era partito François) ed espulsi verso la Libia o l'Algeria tra il dicembre 2025 e l'aprile 2026. Un camerunense riferisce di essere stato picchiato con tubi di ferro e poi rinchiuso in un centro di detenzione in Libia. Una eritrea, madre sola con tre figli, racconta perquisizioni corporali all'aperto e uomini costretti a fare flessioni mentre gli agenti ripetevano: «niente neri in Tunisia». Ma i leader europei rivendicano i risultati. Nel giugno 2026, in una lettera ai capi di Stato e di governo, Ursula von der Leyen indica una diminuzione del 97% degli arrivi irregolari in Italia rispetto al 2023. Nel 2024 gli attraversamenti sulla rotta del Mediterraneo centrale erano già crollati del 59% e Frontex lo aveva attribuito alle minori partenze da Tunisia e Libia. Meloni vola a Tunisi e loda il presidente Saied. I conti, però, vanno fatti su tutte le rotte. Nello stesso 2024, mentre il Mediterraneo centrale si spopola, gli arrivi alle Canarie salgono del 18% e toccano quota 47mila: il livello più alto da quando Frontex raccoglie i dati (2009). Il flusso è alimentato dalla Mauritania, il Paese con cui l'Unione ha appena firmato un accordo da 210 milioni. Nel 2025 il totale scende del 26%, ma il Mediterraneo centrale resta sui livelli dell'anno precedente: il calo è avvenuto altrove. Chiudere un varco, insomma, non riduce necessariamente il numero di persone in cammino: ne cambia la strada. La frontiera che conta non è più a Lampedusa: è a Sfax, nel deserto tunisino. François non l'ha mai vista, ma l'ha attraversata camminando per nove giorni. Si svuota la corsia centrale Mentre la frontiera si allontana verso il deserto, a Bruxelles si continua a discutere sulle regole. Il Nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo (dieci leggi che riscrivono accertamenti di frontiera, asilo e rimpatri) viene approvato il 14 maggio 2024. Entra in funzione due anni dopo, il 12 giugno 2026. Esce di scena il regolamento di Dublino, che ha governato l'asilo europeo per trent'anni. Ma quello su cui si litiga è sempre lo stesso punto: il meccanismo che dovrebbe redistribuire tra i Ventisette il peso di chi arriva.Ogni anno la Commissione deve proporre una quota comune di solidarietà, che il regolamento fissa a non meno di 30 mila ricollocazioni e 600 milioni di euro. Per il primo anno il Consiglio si ferma a 21 mila ricollocazioni e 420 milioni: il 30% in meno su entrambe le voci. La quota è espressa in persone e in denaro perché ogni Stato sceglie come contribuire: accogliere richiedenti asilo, versare un contributo o mandare personale e attrezzature. Le tre forme valgono allo stesso modo. I conti sono presto fatti: 420 milioni diviso 21mila persone fa 20mila euro a testa, per non accogliere nessuno. Otto Paesi su ventisette accettano di ricollocare: la Germania si impegna per 4.555 persone, la Francia per 3.361. Gli altri versano denaro o mandano mezzi. Ungheria e Slovacchia non presentano alcun impegno.I denti veri, il Patto li mostra altrove. Nel febbraio 2026 Parlamento e Consiglio approvano un regolamento che modifica le regole sui Paesi terzi sicuri. Fino a quel momento uno Stato poteva dichiarare inammissibile una domanda d'asilo e rispedire il richiedente altrove solo dimostrando che quella persona avesse un legame con il Paese terzo. Il legame cessa di essere obbligatorio: basta che il richiedente vi sia transitato o che con quel Paese esista un accordo. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano che cade anche l'effetto sospensivo automatico del ricorso: una persona può essere trasferita in un Paese che non ha mai visto prima che un giudice l'abbia ascoltata. Il ministro danese all'Immigrazione, Rasmus Stoklund, rivendica di aver ottenuto la revisione in tempi record e ne dichiara lo scopo: consentire accordi con Paesi terzi per esaminare le domande d'asilo fuori dall'Europa. Il regolamento si applica dal 12 giugno 2026, lo stesso giorno del resto del Patto. Un mese più tardi Amnesty International conclude che la Tunisia, con il sistema d'asilo mai varato e le espulsioni collettive ancora in corso, non può essere considerata un Paese sicuro. L'Europa si dà gli strumenti giuridici per rimandare i richiedenti nei Paesi che hanno attraversato e quei Paesi smontano le proprie procedure d'asilo.Che cosa significhi in concreto lo si legge nel decreto con cui l'Italia recepisce il Patto, firmato proprio il 12 giugno 2026 e convertito in legge senza modificazioni il 7 agosto. Tre volte, in tre articoli diversi, il testo stabilisce che alcune persone si trovano in Italia senza esservi davvero entrate. L'accesso ai luoghi dove si svolgono gli accertamenti non comporta il conferimento allo straniero di autorizzazione all'ingresso nel territorio dello Stato. Il trasferimento nelle strutture di frontiera e l'accoglienza al loro interno non costituiscono autorizzazione all'ingresso nel territorio nazionale. E se la domanda viene respinta entro dodici settimane, il richiedente non ha più diritto a rimanere e non è autorizzato a entrare nel territorio nazionale.Dodici settimane è anche la durata massima, non prorogabile, del trattenimento. Un limite facile da raggiungere: basta il rischio di fuga, che il decreto codifica in tredici circostanze, tra cui il non possedere un passaporto e il non poter documentare un indirizzo affidabile. Nella procedura di frontiera la decisione arriva in quattro settimane, il ricorso va presentato in cinque giorni e non sospende l'esecuzione. Ne esce una simmetria, anche se nessuno l'ha progettata. François si trovava fisicamente in Tunisia, la frontiera europea l'ha raggiunto nel deserto. Un richiedente asilo sbarcato a Lampedusa si trova fisicamente in Italia e la frontiera europea non lo lascia entrare. Nelle due direzioni, il confine si è staccato dalla geografia. Così, mentre l'opinione pubblica segue la battaglia sulle quote, sono gli accordi con Tunisi e Il Cairo a decidere quanti riescano ad arrivare e le dodici settimane a stabilire che cosa accada a chi ci riesce.Chi difende questa asimmetria ha i suoi argomenti e non sono deboli. Protezione temporanea e asilo sono strumenti giuridici diversi: la prima è pensata per un afflusso di massa da un conflitto definito, con un ritorno atteso; il secondo è un esame individuale. Gli ucraini sono vicini di casa, già esenti dal visto, in maggioranza donne e bambini destinati a rientrare: accoglierli in blocco non è ipocrisia, è corretta applicazione di una norma. E chi difende l'esternalizzazione sostiene che tagliare la rotta più letale del mondo significhi salvare vite. Il primo punto è contraddetto dai fatti. La decisione del marzo 2022 distingueva già al proprio interno: automatica per l'ucraina, facoltativa per lo studente nigeriano che scappava dalla stessa città sotto le stesse bombe. Un solo strumento, una sola fuga, la linea transita per il passaporto. Poi c'è la durata. La direttiva del 2001 prevede un tempo iniziale di un anno, prorogabile automaticamente di sei mesi in sei mesi per un altro anno. Dopo di che il Consiglio può decidere un'ulteriore proroga annuale. Tetto massimo: tre anni. Ad oggi, con l'estensione al 2028, siamo a sei. Non si tratta di cacciare gli ucraini, ma di sottolineare che le eccezioni sono previste soltanto in un senso.Quanto alle vite che l'esternalizzazione toglierebbe dal mare, quelle persone non spariscono. Nel luglio 2024 UNHCR, Organizzazione internazionale per le migrazioni e Mixed Migration Centre pubblicano un rapporto costruito su 32mila interviste: attraversare il Sahara è oggi più mortale che attraversare il Mediterraneo, con un numero di morti stimato doppio rispetto a quelle in mare. Nel deserto nessuno conta i corpi.C'è poi un punto su cui l'argomento non regge. L'intercettazione in mare non equivale a un soccorso. Amin, richiedente asilo sudanese, racconta ad Amnesty: la motovedetta tunisina gira attorno al loro barchino, giro dopo giro, sollevando onde, finché la barca non si rovescia. Erano 38, bambini compresi, nessuno indossava un giubbotto di salvataggio. Lui dice che una ventina di persone sono annegate. La motovedetta raccoglie i sopravvissuti, che vengono poi espulsi verso la Libia. Da allora Amin non riesce più a dormire. L'imbarcazione che ha sollevato quelle onde appartiene a un corpo che l'Europa equipaggia: due motovedette consegnate nel settembre 2025, altre tre annunciate nel giugno 2026, negli stessi mesi in cui Amin e gli altri venivano intercettati e caricati sui bus per il confine. La differenza tra strumenti giuridici non spiega perché uno produca documenti in pochi giorni e l'altro colpi di avvertimento. Sei dei nostri? Dublino, il Patto, il sistema d'asilo: l'impianto ufficiale è uno solo. Ma accanto ne funzionano due, che nessun trattato nomina e che vanno in direzioni opposte. Uno apre di colpo, per chi viene riconosciuto come uno dei nostri. L'altro tiene lontano, pagando altri perché lo facciano. La stessa Unione che nel 2015, davanti a un milione di persone, non aveva trovato l'accordo per distribuirne qualche decina di migliaia, dal 2022 ne assorbe più di quattro milioni senza dichiarare un'emergenza. Non è cambiata la capienza, è cambiato chi bussa. Ciò che determina quale sarà la tua sorte (la porta aperta o il deserto) non dipende dal numero, dalla capacità di accogliere, dalla legge. Dipende da una cosa sola: se l'Europa ti considera dei suoi. Una barca e un treno verso la stessa meta. A una famiglia si apre la porta, l'altra resta nel deserto. Note e fonti Le tre storie François (Camerun) — espulsione nel deserto tunisino Inchiesta Desert Dumps, consorzio Washington Post / Lighthouse Reports / Le Monde / Der Spiegel / El País e altri, 20-21 maggio 2024. Il racconto è stato verificato incrociando i dati GPS e le fotografie del suo telefono con immagini satellitari. - https://www.lighthousereports.com/investigation/desert-dumps/ - https://www.washingtonpost.com/world/interactive/2024/eu-migrant-north-africa-mediterranean/ (paywall) Dalla stessa inchiesta: le 143 Nissan pickup fornite da Italia e Germania alle autorità tunisine (2017-2023); l'addestramento di quasi 4.000 agenti da parte della polizia federale tedesca (2015-2023); la testimonianza anonima dell'appaltatore del Fondo fiduciario di emergenza dell'UE per l'Africa; le dichiarazioni di Ylva Johansson ai parlamentari europei (gennaio 2024); il commento di Marie-Laure Basilien-Gainche (università Jean Moulin Lyon 3). Anastasiia Efimova — il treno da Przemyśl a Berlino Reportage NBC News di Yuliya Talmazan, fotografie di Jacobia Dahm, marzo 2022. Da questa fonte: la partenza da Obolon, i nomi dei figli e dei gatti, la madre Larisa Afonina, il marito Serhiy nell'esercito, le quindici ore di viaggio, i volontari alle fermate, l'esclamazione davanti al quartiere di palazzi alti, la destinazione di Wismar. Amin (Sudan) — il naufragio al largo di Sfax Amnesty International, comunicato del 16 luglio 2026, EU/Tunisia: Three Years On. Da questa fonte anche le testimonianze del richiedente camerunense e della richiedente eritrea, le due motovedette consegnate nel settembre 2025 e le tre annunciate nel giugno 2026, e la lettera di von der Leyen del 16 giugno 2026 con il dato del 97%. - https://www.amnestyusa.org/press-releases/eu-tunisia-three-years-on-eu-migration-cooperation-still-fueling-human-rights-violations-in-tunisia/ Protezione temporanea Direttiva 2001/55/CE del Consiglio, 20 luglio 2001, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati. Durata: un anno, prorogabile automaticamente di sei mesi in sei mesi per un altro anno, più un'eventuale proroga annuale decisa dal Consiglio. Tetto massimo tre anni (art. 4). L'articolo 11 disciplina l'obbligo di riammissione dei beneficiari trasferitisi in un altro Stato membro: gli Stati membri hanno dichiarato di non applicarlo. - https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32001L0055 Attivazione: proposta della Commissione 2 marzo 2022; Decisione di esecuzione (UE) 2022/382 del Consiglio, 4 marzo 2022. Adottata all'unanimità benché fosse sufficiente la maggioranza qualificata. - https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32022D0382 Portata soggettiva (art. 2 della Decisione 2022/382): protezione automatica per i cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022, per gli apolidi e i cittadini di Paesi terzi già titolari di protezione internazionale in Ucraina, e per i loro familiari; per i titolari di permesso di soggiorno permanente, protezione temporanea oppure tutela nazionale adeguata, a scelta dello Stato; per i titolari di permesso non permanente (studenti, lavoratori a termine), estensione facoltativa, subordinata alla prova di non poter rientrare in condizioni sicure.Revoca olandese: i Paesi Bassi hanno cessato la protezione temporanea per i cittadini di Paesi terzi con permesso ucraino non permanente il 4 settembre 2025, dopo pronuncia del Consiglio di Stato, con quattro settimane di tempo per lasciare il Paese. Proroghe: Decisione 2023/2409 (fino al 4 marzo 2025); Decisione 2024/1836 (4 marzo 2026); Decisione (UE) 2025/1460 del 13 giugno 2025 (4 marzo 2027); accordo degli ambasciatori dei Ventisette del luglio 2026 (4 marzo 2028), con esclusione degli uomini fra 23 e 60 anni non in regola con gli obblighi militari a partire da marzo 2027, su richiesta del governo ucraino. La Germania applica la restrizione agli arrivi dal 31 luglio 2026; Danimarca e Repubblica Ceca hanno adottato misure analoghe nel giugno 2026. Ambito territoriale: la direttiva vincola 26 Stati membri. La Danimarca, che ha un opt-out sullo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, garantisce una tutela equivalente con legge speciale del 17 marzo 2022, prorogata al 17 marzo 2027. L'Irlanda ha aderito nel 2003. Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein non sono vincolati (la direttiva non è acquis di Schengen) e hanno istituito regimi nazionali paralleli. Beneficiari: 4,43 milioni al 31 luglio 2026. Germania 1.290.225 (29,1%); Polonia 953.060 (21,5%); Cechia 395.225 (8,9%). Composizione: donne adulte 43,4%, minori 29,4%, uomini adulti 27,1%. Fonte: Eurostat, comunicato del 10 settembre 2026; dataset migr_asytpsm e migr_asytpspop. - https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Temporary_protection_for_persons_fleeing_Ukraine_-_monthly_statisticsIl 20151.000.573 arrivi via mare in Europa nel 2015; 3.735 morti o dispersi. Fonte: UNHCR, 30 dicembre 2015. Da non confondere con i 2,3 milioni di attraversamenti irregolari rilevati da Frontex nel biennio 2015-2016, che contano gli attraversamenti e non le persone. Esternalizzazione Fondi: oltre 400 milioni di euro a Tunisia, Marocco e Mauritania attraverso il Fondo fiduciario di emergenza per l'Africa (2015-2021); 105 milioni alla Tunisia con il memorandum d'intesa del 16 luglio 2023; 210 milioni alla Mauritania (febbraio 2024); 675 milioni per Egitto, Tunisia, Libia, Marocco e Algeria per il triennio 2025-2027, annunciati da von der Leyen ai capi di Stato nell'ottobre 2025. Egitto, 17 marzo 2024: pacchetto da 7,4 miliardi di euro, così composto: 5 miliardi di prestiti di assistenza macrofinanziaria, 1,8 miliardi di finanziamenti agli investimenti, 600 milioni di sovvenzioni, di cui 200 destinati alla migrazione. Fonti: Commissione europea (DG ECFIN), SEAE. Mediatore europeo, caso OI/2/2024/MHZ: indagine aperta il 12 aprile 2024, decisione del 21 ottobre 2024, Mediatore Emily O'Reilly. - https://www.ombudsman.europa.eu/en/case/en/62882 Dati di rotta 2024: totale UE −38% (poco più di 239.000 attraversamenti irregolari); Mediterraneo centrale −59% (67.000), attribuito da Frontex alle minori partenze da Tunisia e Libia; rotta atlantica/Canarie +18% (quasi 47.000, massimo dal 2009, alimentata dalle partenze dalla Mauritania); Mediterraneo orientale +14%; Balcani occidentali −78%. 2025: totale −26% (quasi 178.000), minimo dal 2021. Il Mediterraneo centrale resta la rotta più attiva e si mantiene sui livelli del 2024: il calo complessivo non deriva da lì. Fonte: Frontex, dati mensili e comunicati annuali.- https://www.frontex.europa.eu/ Morti sulle rotte terrestri: UNHCR, OIM e Mixed Migration Centre, On this journey, no-one cares if you live or die, volume 2, 5 luglio 2024, su tre anni di raccolta dati e 32.000 interviste. Le morti nel Sahara sono stimate doppie rispetto a quelle nel Mediterraneo.- https://www.unhcr.org/news/press-releases/new-report-reveals-horrific-abuse-refugees-and-migrants-along-routes-africa Il Patto e il recepimento italiano Patto europeo sulla migrazione e l'asilo: dieci atti legislativi, approvati il 14 maggio 2024, applicabili dal 12 giugno 2026. Fra questi: regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione dell'asilo e della migrazione (sostituisce il regolamento Dublino III n. 604/2013); regolamento (UE) 2024/1348 sulla procedura comune; regolamento (UE) 2024/1356 sugli accertamenti alle frontiere esterne; regolamento (UE) 2024/1349 sulla procedura di rimpatrio alla frontiera; regolamento (UE) 2024/1358 (Eurodac); direttiva (UE) 2024/1346 sull'accoglienza. - https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-migration-policy/eu-migration-asylum-reform-pact/ Quota di solidarietà: l'art. 12 del regolamento 2024/1351 fissa le soglie minime annue a 30.000 ricollocazioni e 600 milioni di euro. Per il 2026 il Consiglio ha stabilito 21.000 ricollocazioni e 420 milioni (decisione di esecuzione del dicembre 2025). Otto Stati membri si sono impegnati a ricollocare, fra cui la Germania (4.555) e la Francia (3.361); Ungheria e Slovacchia non hanno presentato impegni. Beneficiari designati per pressione migratoria: Cipro, Grecia, Italia, Spagna. Paesi terzi sicuri: regolamento (UE) 2026/463 del 24 febbraio 2026, che modifica il regolamento (UE) 2024/1348; pubblicato in GUUE il 26 febbraio 2026, applicabile dal 12 giugno 2026. Il criterio del collegamento fra richiedente e Paese terzo cessa di essere obbligatorio in caso di transito o di accordo bilaterale. Dichiarazione di Rasmus Stoklund, ministro danese per l'Immigrazione e l'Integrazione, dal comunicato del Consiglio del 18 dicembre 2025. Il rilievo sulla perdita dell'effetto sospensivo automatico del ricorso è di Amnesty International e altre organizzazioni. Recepimento italiano: decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, serie generale n. 134 del 12 giugno 2026, convertito senza modificazioni dalla legge 7 agosto 2026, n. 145. Disposizioni citate nell'articolo: - non-ingresso: art. 12 del d.l., che introduce il comma 1.1 all'art. 10-ter del d.lgs. 286/1998; art. 11 del d.l., che introduce l'art. 28-bis.2, comma 2, del d.lgs. 25/2008; art. 10 del d.l., che introduce il comma 3-ter all'art. 6-bis del d.lgs. 142/2015 - trattenimento di dodici settimane non prorogabili: art. 6-bis, comma 3, del d.lgs. 142/2015 come modificato - rischio di fuga in tredici circostanze: art. 5-sexies del d.lgs. 142/2015, introdotto dall'art. 10 del d.l. - decisione in quattro settimane: art. 28-bis.1 del d.lgs. 25/2008 - ricorso in cinque giorni, non sospensivo: art. 35-ter del d.lgs. 25/2008 come sostituito - regime transitorio fino al 31 ottobre 2026: art. 17, comma 1, del d.l. - Unità Dublino → Unità AMMR: art. 11 del d.l., che modifica l'art. 3, comma 3, del d.lgs. 25/2008 Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros – Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). Europe and Immigration The Desert's Gate Ukrainians can enter within two days under a law that has remained unchanged since 2001. For everyone else, the EU has moved the border between Sfax and Cairo—for a fee, of course. It is four in the morning when the pickups halt in an arid canyon, and the migrants are ordered to disembark. Ahead of them, in the dark, lies the Algerian border, roughly fifteen kilometers away. François, 38, from Cameroon, is accompanied by his wife and her six-year-old son. The previous day, they had boarded a vessel off the coast of Sfax, bound for Italy; they were intercepted at sea at dawn, brought back ashore, beaten, and loaded onto a bus with three hundred other souls, destination Algeria. As they approached the frontier, shots were fired into the air from the opposing side to drive them back. They returned to Tunisia. Their clothes were still soaked, and none possessed a sweater; they sought two things, François recounts: sustenance and the first rays of sunlight to warm themselves. They were rounded up and dumped a second time, further north. From there, they began their trek. Within the group were two pregnant women. They pressed on for nine days, begging for bread and water in the villages; in one, they were assaulted, prompting them to bypass the roads and cut across the desert, where some began to experience hallucinations, until they finally reached the small town of Tajerouine. We know this is how it transpired because François managed to conceal his phone from the operatives. His GPS coordinates and the photographs he captured along the route enabled a journalistic consortium (The Washington Post, Lighthouse Reports, Le Monde, Der Spiegel, and others) to geolocate every leg of the journey and verify its veracity. The vessel that returned him to shore, he notes, is identical to those Italy supplied to the Tunisian National Guard. The men who forced him onto the transport belong to a unit that the German Federal Police helped train. «Why is a sub-Saharan individual viewed as garbage?» François asked the reporters. In March 2022, a month after the onset of the Russian invasion, fifteen hundred kilometers further north, another family boarded a transport bound for Europe. Anastasiia Efimova, 33, departed Obolon, a district in Kyiv, with her four children (Elena, Viktor, Paulina, and Diana) and two felines (Oliver and Charlie). Her mother, Larisa, had left the preceding day with her two eldest grandchildren. Anastasiia’s husband, Serhiy, remained behind to fight in the Ukrainian armed forces. None in the family spoke German; of Wismar, the Baltic town toward which they were headed, they knew only that one of her daughters' best friends had secured lodging there a few days prior. The train departed from Przemyśl, Poland, eight kilometers from the Ukrainian border. It required fifteen hours to reach Berlin. At every stop, volunteers offered provisions: water, chocolate, sandwiches, and German SIM cards. At the final Polish municipality, the refugees were disembarked and transferred onto buses conveying them to Germany. At a certain point, looking through the window, the family caught sight of a neighborhood of high-rise apartment blocks intersected by a river. «It resembles our Obolon!» Anastasiia exclaimed. Then the landscape dissolved, and for a stretch, silence prevailed. Within days, they would secure a residence permit. Like the million Ukrainians who arrived alongside her, and anyone fleeing Ukraine (today exceeding 4 million across the EU), the European Union swiftly granted what was denied to François: legal residency, the right to work, schooling for their children, across the entire Union, without the burden of application. A Law Dormant for Two Decades The permit Anastasiia Efimova secured within days was no gratuity: it rested upon a pre-existing statutory framework that had lain dormant for over two decades. The European Temporary Protection Directive, enacted in July 2001 in the wake of the Balkan conflicts, was drafted explicitly for a mass influx threatening to overwhelm the asylum apparatus, introducing a radical shortcut: no individual adjudication, but the immediate, blanket recognition of residency and labor rights across all member states. For nearly twenty-one years, it remained uninvoked. Not even in 2015, the year 1,000,573 individuals traversed the Mediterranean—predominantly Syrians fleeing civil war, alongside Afghans and Iraqis, while another 3,735 perished or went missing. The Dublin regulatory framework fractured, and European capitals squabbled for months without achieving consensus on burden-sharing: the directive lay ready, locked within a drawer. In 2020, the European Commission even proposed its repeal. Two years later, on March 4, 2022, it was activated for the inaugural time. Merely two days elapsed between the Commission's proposal and the Council's vote. The decision was unanimous, endorsed even by Hungary and Poland—the very states that in 2015 had obstructed every effort to distribute asylum seekers. What shifted in 2022 was not the scale of the phenomenon, but the political volition to open the portal. No state of emergency was declared. Member states announced their refusal to apply Article 11 of the directive, a provision that would have compelled each nation to take back beneficiaries who had moved to another jurisdiction: Ukrainians were empowered to choose their place of registration, self-distributing across the Union. They attained protection, entered the labor market, and enrolled their progeny in schools. The vast majority of beneficiaries comprised women and minors, as Ukrainian martial law barred draft-age males from exiting the country. Yet the aggregate also encompassed one million adult men. The 2022 resolution did not treat all cohorts uniformly. Ukrainians attained protection automatically. Those residing in Ukraine under a permanent permit were entitled to temporary protection or, at the host state's discretion, an equivalent national safeguard. Holders of temporary permits (African and Asian students, fixed-term laborers) fell into a discretionary category that states could choose to accommodate. Many demurred. The latter category was also required to demonstrate an inability to return safely to their home nations. In September 2025, the Netherlands revoked protection for non-permanent residents, allotting them four weeks to depart.In July 2026, the ambassadors of the Twenty-Seven extended protection through March 4, 2028, though on this occasion they excluded males aged 23 to 60. Beginning in March 2027, protection will be restricted to those who can prove fulfillment of military obligations—via a passport bearing an exit stamp or an exemption certificate. This provision was solicited by the Kyiv government, confronting severe manpower deficits at the front. Individuals already ensconced in Europe remain unaffected. Germany preempted March by enforcing the restriction immediately; Denmark and the Czech Republic pursued a parallel course. The Frontier Shifts South The vessel that returned François to the shoreline is identical to those Italy transferred to the Tunisian National Guard. The Nissan pickup trucks onto which he was loaded match the exact model of the 143 units Italy and Germany provided to Tunisian authorities between 2017 and 2023. The operatives who dumped him in the desert belong to a corps trained by the German Federal Police. The border halting his advance is constructed, equipped, and financed by Europe.The financial figures are a matter of public record, at least partially. Between 2015 and 2021, the EU channeled upward of 400 million euros to Tunisia, Morocco, and Mauritania via its principal migration trust fund. In July 2023, it augmented this by 105 million euros to Tunisia alone through a memorandum of understanding; in February 2024, it concluded a 210-million-euro accord with Mauritania. In March, in Cairo, Ursula von der Leyen and Giorgia Meloni, alongside other leaders, unveiled a 7.4-billion-euro package for Egypt. The headline figure is formidable, yet requires deconstruction: 5 billion constitutes macro-financial assistance loans, 1.8 billion represents investment financing, and 600 million comprises grants—of which 200 million is earmarked for the migration sector. In October 2025, Von der Leyen pledged an additional 675 million euros to heads of state for migration management across Egypt, Tunisia, Libya, Morocco, and Algeria, with the explicit mandate of preempting departures. The utility of these capital injections was articulated candidly by a contractor who operated on projects funded by the EU Emergency Trust Fund for Africa. Speaking to The Washington Post on condition of anonymity to safeguard future contracts, he explained: «You have to complicate life for migrants, because if you take a Guinean nationals located in Morocco and transport him into the Sahara twice, the third time he will voluntarily request repatriation on his own accord». Desert expulsions are no aberration; they constitute the systemic design. Moreover, the institutional architecture is engineered to ensure plausible deniability. The Commission has conceded that it conducts no human rights evaluations when financing migration management initiatives abroad; senior European officials privately confess that monitoring every disbursement of those funds is an impossibility. In January 2024, before European lawmakers, Migration Commissioner Ylva Johansson acknowledged the occurrence of desert expulsions in Tunisia and stated her inability to affirm that the practice had ceased, while categorically denying that the Union sponsors it. Marie-Laure Basilien-Gainche, a human rights legal scholar at Jean Moulin Lyon 3 University, encapsulated the dynamic succinctly: «European states do not wish to soil their hands; hence they subcontract violations to third nations, yet under international law they retain ultimate responsibility».This chasm is scrutinized by an organ of the Union itself. In April 2024, European Ombudsman Emily O'Reilly initiated an inquiry into the Tunisian memorandum, concluding it in October. The Commission had conducted an analogous internal assessment without publication, repeatedly arguing it was exempt from conducting a human rights impact assessment prior to execution. The Ombudsman reiterated the imperative of ensuring EU funds do not subsidize human rights violations and demanded public disclosure of the criteria governing potential funding suspensions to Tunisia. Two years later, those criteria remain undisclosed. In July 2026, Amnesty International reassessed the repercussions of the memorandum. Tunisia has never instituted a domestic asylum framework: application assessments were administered by the UNHCR, and residual procedures have since been suspended. Individuals landing on its shores retain no legitimate recourse to petition for protection. The organization compiled testimonies from seven asylum seekers intercepted at sea off Sfax (the identical coastal stretch whence François had departed) and expelled toward Libya or Algeria between December 2025 and April 2026. A Cameroonian national reported being battered with iron piping before being interned within a Libyan detention facility. An Eritrean woman, a single mother accompanied by three children, described open-air strip searches and men coerced into performing push-ups while guards chanted: «No blacks in Tunisia». Nevertheless, European leaders tout the outcomes. In June 2026, in correspondence directed to heads of state and government, Ursula von der Leyen highlighted a 97% reduction in irregular arrivals to Italy relative to 2023. Throughout 2024, Central Mediterranean crossings had already plummeted by 59%, a contraction Frontex attributed to diminished departures from Tunisia and Libya. Meloni journeyed to Tunis to laud President Saied. Yet statistical accounting must encompass all migratory corridors. In that same year of 2024, while the Central Mediterranean depopulated, arrivals in the Canary Islands surged by 18%, touching 47,000—the highest threshold recorded since Frontex began compiling data in 2009. This influx was propelled by Mauritania, the nation with which the Union had recently executed a 210-million-euro pact. In 2025, the aggregate contracted by 26%, yet the Central Mediterranean persisted at prior-year levels: the overall decline materialized elsewhere. In summary, sealing one gateway does not inherently diminish the volume of individuals in transit; it merely redirects their trajectory. The salient frontier no longer resides in Lampedusa: it is located in Sfax, within the Tunisian desert. François never beheld Lampedusa, yet he traversed its border on foot over nine grueling days. The Central Corridor Empties While the frontier recedes toward the desert interior, Brussels remains embroiled in regulatory debate. The New Pact on Migration and Asylum—comprising ten legislative instruments overhauling border screenings, asylum adjudication, and returns—was ratified on May 14, 2024. It entered into operation two years subsequent, on June 12, 2026. The Dublin Regulation, which governed European asylum architecture for three decades, was retired. Yet the intractable point of contention persisted: the burden-sharing mechanism intended to redistribute arriving populations among the Twenty-Seven. Annually, the Commission is mandated to propose a common solidarity quota, which the regulation establishes at no fewer than 30,000 relocations and 600 million euros. For the inaugural year, the Council curtailed this to 21,000 relocations and 420 million euros: a 30% reduction across both metrics. Quotas are denominated in both persons and capital because each member state dictates its mode of contribution: absorbing asylum seekers, remitting financial contributions, or deploying personnel and material assets. All three modalities carry equivalent weight. The arithmetic is elementary: 420 million divided by 21,000 individuals yields 20,000 euros per capita paid to eschew reception entirely. Eight of the twenty-seven member states agreed to relocate: Germany pledged 4,555 persons, France 3,361. The remainder opted for financial remittances or equipment deployment. Hungary and Slovakia tendered zero commitments. The Pact exhibits its substantive teeth elsewhere. In February 2026, Parliament and Council endorsed a regulation modifying provisions concerning safe third countries. Hitherto, a state could declare an asylum claim inadmissible and repatriate an applicant elsewhere solely by substantiating a concrete link between the individual and the third country. That nexus is no longer obligatory: mere transit through the country or the existence of a bilateral accord suffices. Human rights organizations underscored that the automatic suspensive effect of judicial appeals is likewise dismantled: an individual may be transferred to a jurisdiction they have never previously encountered prior to a magistrate hearing their case. Danish Immigration Minister Rasmus Stoklund claimed credit for securing the revision within record time, articulating its explicit objective: enabling pacts with third nations to adjudicate asylum petitions outside European territory. The regulation took effect on June 12, 2026, concurrently with the broader Pact. One month later, Amnesty International concluded that Tunisia—given its un-inaugurated asylum apparatus and ongoing collective expulsions—could not be classified as a safe country. Europe has furnished itself with the legal instrumentation to repatriate claimants to transit states, while those very states dismantle their internal asylum procedures. The practical ramifications are manifest in the decree transposing the Pact into Italian domestic law, executed precisely on June 12, 2026, and converted into legislation without amendments on August 7. On three occasions across distinct articles, the text establishes that specific individuals present in Italy have not truly entered the national territory. Access to screening sites does not confer upon the foreign national authorization to enter the territory of the State. Transfer to border facilities and internal accommodation do not constitute authorization to enter national territory. Furthermore, should an application be rejected within twelve weeks, the claimant forfeits the right to remain and lacks authorization to enter the national territory. Twelve weeks likewise defines the maximum, non-extendable duration of detention. A threshold easily attained: the mere apprehension of flight suffices, a condition codified by the decree across thirteen circumstances, encompassing the absence of a passport or the inability to document a reliable domicile. Under the border procedure, adjudications materialize within four weeks, appeals must be lodged within a five-day window, and such challenges possess no suspensive effect over enforcement. A symmetry emerges, albeit unintended. François was physically situated in Tunisia, yet the European frontier intercepted him within the desert. An asylum seeker disembarking in Lampedusa stands physically within Italy, yet the European border denies entry. In both vectors, the frontier has detached itself from geography. Consequently, while public discourse fixates on the quota battles, it is the compacts forged with Tunis and Cairo that dictate arrival volumes, alongside the twelve-week detention cap that arbitrates the fate of those who succeed. Defenders of this asymmetry wield arguments that are far from negligible. Temporary protection and asylum represent distinct juridical instruments: the former is engineered for mass influxes stemming from a defined conflict, anticipating eventual repatriation; the latter entails individualized adjudication. Ukrainians constitute neighbors, already visa-exempt, predominantly women and minors destined to return home: collective reception represents not hypocrisy, but the rigorous application of statutory norms. Proponents of externalization contend that severing the world's most lethal migratory route equates to saving lives. The primary contention is refuted by empirical reality. The March 2022 resolution established internal differentiation ab initio: automatic status for a Ukrainian national, discretionary treatment for a Nigerian student fleeing the identical municipality under identical ordinances. A singular instrument, a singular flight, yet the dividing line traces across the passport. Furthermore, duration remains contentious. The 2001 directive stipulates an initial term of one year, automatically renewable in six-month increments for an additional year, subject to a potential annual extension authorized by the Council. The ceiling is fixed at three years. Presently, with the extension prolonged to 2028, the horizon extends to six. The objective is not the expulsion of Ukrainians, but the demonstration that exceptions operate exclusively in a singular direction. Regarding the lives externalization purportedly spares from maritime perils, those populations do not evaporate. In July 2024, the UNHCR, the International Organization for Migration, and the Mixed Migration Centre released a comprehensive study drawing upon 32,000 interviews: traversing the Sahara has rendered itself more lethal than crossing the Mediterranean, with mortality estimates doubling maritime tolls. Within the desert expanse, no authority enumerates the casualties. An additional pillar of the argument collapses upon scrutiny. Maritime interception does not equate to rescue operations. Amin, a Sudanese asylum seeker, recounted to Amnesty International: a Tunisian patrol vessel circled their skiff repeatedly, generating wakes until the craft capsized. Thirty-eight individuals were aboard, including children; none wore life jackets. He estimated approximately twenty souls drowned. The patrol vessel retrieved the survivors, who were subsequently expelled toward Libya. Since that ordeal, Amin has remained incapable of slumber. The vessel that generated those fatal wakes belongs to a corps equipped by Europe: two patrol boats delivered in September 2025, alongside three additional units announced in June 2026—precisely during the months when Amin and his companions were intercepted and loaded onto buses bound for the frontier. Divergent legal instruments fail to elucidate why one framework generates bureaucratic authorization within days while another produces ballistic warning shots. One of Us? Dublin, the Pact, the asylum architecture: the official framework appears monolithic. Yet operating in parallel are two shadow systems, unacknowledged by any treaty, surging in diametrically opposed directions. One swings open abruptly for those recognized as belonging to our fold. The other repels populations by proxy, financing third parties to perform the exclusion. The identical Union that in 2015, confronting one million individuals, failed to forge consensus for the distribution of a few tens of thousands, has since 2022 absorbed upward of four million without proclaiming an emergency. Reception capacity has remained constant; what has shifted is the identity of the petitioner. What arbitrates one's destiny—an open portal or the desert wasteland—depends neither on aggregate figures, institutional reception capacity, nor statutory law. It hinges upon a singular criterion: whether Europe perceives you as one of its own. A maritime vessel and a railway transport bound for an identical destination: for one family the gateway swings wide, while the other remains consigned to the desert. Notes and Sources The Three Stories François (Cameroon) — Expulsion into the Tunisian desert: Desert Dumps investigation, consortium of The Washington Post / Lighthouse Reports / Le Monde / Der Spiegel / El País and others, May 20–21, 2024. The account was verified by cross-referencing GPS data and telephony photographs with satellite imagery. - https://www.lighthousereports.com/investigation/desert-dumps/- https://www.washingtonpost.com/world/interactive/2024/eu-migrant-north-africa-mediterranean/ (paywall)From the same investigation: The 143 Nissan pickup trucks supplied by Italy and Germany to Tunisian authorities (2017–2023); the training of nearly 4,000 personnel by the German Federal Police (2015–2023); anonymous testimony from an EU Emergency Trust Fund for Africa contractor; declarations by Ylva Johansson before European lawmakers (January 2024); commentary by Marie-Laure Basilien-Gainche (Jean Moulin Lyon 3 University). Anastasiia Efimova — The railway transit from Przemyśl to Berlin: NBC News reportage by Yuliya Talmazan, photography by Jacobia Dahm, March 2022. Sourced from this documentation: departure from Obolon, names of offspring and felines, mother Larisa Afonina, spouse Serhiy serving in the armed forces, the fifteen-hour transit, roadside volunteers, exclamation regarding the high-rise district, destination of Wismar. Amin (Sudan) — Maritime shipwreck off Sfax: Amnesty International press release, July 16, 2026, EU/Tunisia: Three Years On. Additional testimonies sourced from this release encompass the Cameroonian and Eritrean asylum seekers, the two patrol vessels delivered in September 2025, the trio announced in June 2026, and Von der Leyen's correspondence of June 16, 2026, citing the 97% metric.- https://www.amnestyusa.org/press-releases/eu-tunisia-three-years-on-eu- migration-cooperation-still-fueling-human-rights-violations-in-tunisia/ Temporary Protection Council Directive 2001/55/EC (July 20, 2001) regarding minimum standards for granting temporary protection in the event of a mass influx of displaced persons. Duration: one year, automatically renewable in six-month increments for an additional year, plus a prospective annual extension decreed by the Council. Maximum ceiling of three years (Art. 4). Article 11 governs readmission obligations for beneficiaries relocating to another member state: member states formally declared their non-application thereof.- https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32001L0055 Activation: Commission proposal of March 2, 2022; Council Implementing Decision (EU) 2022/382 of March 4, 2022. Adopted unanimously despite a qualified majority sufficing.- https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32022D0382 Personal Scope (Art. 2 of Decision 2022/382): Automatic protection for Ukrainian nationals resident in Ukraine prior to February 24, 2022, stateless individuals and third- country nationals enjoying international protection within Ukraine, alongside their family units; for permanent residence permit holders, temporary protection or equivalent national status at the discretion of the state; for non-permanent permit holders (academic students, fixed-term laborers), discretionary extension conditional upon proof of the impossibility of safe repatriation. Dutch Revocation: The Netherlands terminated temporary protection for third-country nationals holding non-permanent Ukrainian permits on September 4, 2025, pursuant to a ruling by the Council of State, allocating a four-week departure window. Extensions: Decision 2023/2409 (through March 4, 2025); Decision 2024/1836 (March 4, 2026); Decision (EU) 2025/1460 of June 13, 2025 (March 4, 2027); accord among the Twenty-Seven ambassadors in July 2026 (March 4, 2028), introducing the exclusion of males aged 23 to 60 non-compliant with military obligations effective March 2027, upon the solicitation of the Ukrainian administration. Germany applied the restriction to arrivals commencing July 31, 2026; Denmark and the Czech Republic enacted analogous measures in June 2026.Territorial Scope: The directive binds 26 member states. Denmark, maintaining an opt-out concerning the area of freedom, security and justice, guarantees equivalent protection via special legislation dated March 17, 2022, extended through March 17, 2027. Ireland opted in during 2003. Norway, Iceland, Switzerland, and Liechtenstein remain unbound (the directive falls outside the Schengen acquis) and have instituted parallel national frameworks. Beneficiaries: 4.43 million as of July 31, 2026. Germany: 1,290,225 (29.1%); Poland: 953,060 (21.5%); Czechia: llection and 32,000 interviews. Sahara desert fatalities estimated at double Mediterranean tolls.- https://www.unhcr.org/news/press-releases/new-report-reveals-horrific-abuse- refugees-and-migrants-along-routes-africa The Pact and Italian Transposition European Pact on Migration and Asylum: Ten legislative statutes ratified on May 14, 2024, applicable effective June 12, 2026. Encompassing: Regulation (EU) 2024/1351 governing asylum and migration management (replacing Dublin III Regulation No 604/2013); Regulation (EU) 2024/1348 establishing common procedures; Regulation (EU) 2024/1356 regulating external border screenings; Regulation (EU) 2024/1349 governing border return protocols; Regulation (EU) 2024/1358 (Eurodac); Directive (EU) 2024/1346 governing reception conditions.- https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-migration-policy/eu-migration- asylum-reform-pact/ Solidarity Quota: Art. 12 of Regulation 2024/1351 establishes minimum annual thresholds at 30,000 relocations and 600 million euros. For 2026, the Council instituted 21,000 relocations and 420 million euros (December 2025 implementing decision). Eight member states committed to relocation obligations, including Germany (4,555) and France (3,361); Hungary and Slovakia submitted zero commitments. Designated beneficiary states facing migratory pressure: Cyprus, Greece, Italy, Spain.Safe Third Countries: Regulation (EU) 2026/463 of February 24, 2026, amending Regulation (EU) 2024/1348; promulgated within the OJEU on February 26, 2026, applicable from June 12, 2026. The requirement establishing a nexus between applicant and third country ceases to be mandatory in instances of transit or bilateral pacts. Declaration by Rasmus Stoklund, Danish Minister for Immigration and Integration, extracted from the Council press release dated December 18, 2025. Observations concerning the forfeiture of automatic suspensive appeal effects formulated by Amnesty International alongside allied organizations.Italian Transposition: Decree-Law No. 100 of June 12, 2026, promulgated within the Official Gazette General Series No. 134 on June 12, 2026, converted without modification via Law No. 145 of August 7, 2026. Statutory provisions invoked within the text:- Non-entry: Art. 12 of the decree-law, introducing paragraph 1.1 to Art. 10-ter of Legislative Decree 286/1998; Art. 11 of the decree-law, introducing Art. 28-bis.2, paragraph 2, of Legislative Decree 25/2008; Art. 10 of the decree-law395,225 (8.9%). Demographic composition: adult females 43.4%, minors 29.4%, adult males 27.1%. Source: Eurostat press release, September 10, 2026; datasets migr_asytpsm and migr_asytpspop.- https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php? title=Temporary_protection_for_persons_fleeing_Ukraine_-_monthly_statistics The Year 2015 1,000,573 maritime arrivals across Europe in 2015; 3,735 fatalities or missing persons. Source: UNHCR, December 30, 2015. Distinct from the 2.3 million irregular border crossings registered by Frontex across 2015–2016, which enumerate crossings rather than individuals. Externalization Financial Allocations: Upward of 400 million euros disbursed to Tunisia, Morocco, and Mauritania through the EU Emergency Trust Fund for Africa (2015–2021); 105 million to Tunisia via the memorandum of understanding dated July 16, 2023; 210 million to Mauritania (February 2024); 675 million designated for Egypt, Tunisia, Libya, Morocco, and Algeria across the 2025–2027 triennium, unveiled by Von der Leyen to heads of state in October 2025. Egypt (March 17, 2024): 7.4-billion-euro package structured as follows: 5 billion in macro- financial assistance loans, 1.8 billion in investment financing, and 600 million in grants, of which 200 million targets migration management. Sources: European Commission (DG ECFIN), EEAS. European Ombudsman, Case OI/2/2024/MHZ: Inquiry initiated April 12, 2024, adjudication rendered October 21, 2024, Ombudsman Emily O'Reilly.- https://www.ombudsman.europa.eu/en/case/en/62882 Route Analytics 2024: Total EU aggregate contracted by 38% (slightly exceeding 239,000 irregular crossings); Central Mediterranean diminished by 59% (67,000), ascribed by Frontex to reduced departures originating from Tunisia and Libya; Atlantic/Canary corridor expanded by 18% (approaching 47,000, peak volume since 2009, propelled by departures from Mauritania); Eastern Mediterranean increased by 14%; Western Balkans plummeted by 78%. 2025: Total aggregate contracted by 26% (approaching 178,000), achieving a multi-year low since 2021. The Central Mediterranean endured as the most active corridor, sustaining 2024 baselines: the aggregate contraction originated elsewhere. Source: Frontex monthly analytics and annual releases.- https://www.frontex.europa.eu/ Land Route Casualties: UNHCR, IOM, and Mixed Migration Centre, On this journey, no- one cares if you live or die, volume 2, July 5, 2024, synthesizing three years of empirical data co, introducing paragraph 3-ter to Art. 6-bis of Legislative Decree 142/2015.- Twelve-week non-extendable detention: Art. 6-bis, paragraph 3, of Legislative Decree 142/2015 as amended.- Flight risk across thirteen criteria: Art. 5-sexies of Legislative Decree 142/2015, integrated via Art. 10 of the decree-law.- Four-week adjudication window: Art. 28-bis.1 of Legislative Decree 25/2008. - Five-day appeal deadline, possessing no suspensive effect: Art. 35-ter of Legislative Decree 25/2008 as substituted.- Transitional arrangement through October 31, 2026: Art. 17, paragraph 1, of the decree-law.- Dublin Unit → AMMR Unit: Art. 11 of the decree-law, amending Art. 3, paragraph 3, of Legislative Decree 25/2008. Paolo Butturini is a journalist. He has covered crime and legal news, entertainment, sports, and politics. Alongside his professional career, he has been active in the labor movement, serving as Secretary of the Roman Press Association and as Deputy Secretary of the National Press Federation. In 2019, he made his debut as an author with Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Together with a group of professionals, he founded the “A mano disarmata” Association (an international and multimedia forum for information against the mafia).
- clan milieu
Musolungo risolve il conflitto Un fumetto di Aronne Pleuteri Aronne Pleuteri ha 22 anni, è nato nell’alta Brianza e si prende gioco della sua esistenza in uno studio nel quartiere di Barona, a Milano. Pleuteri non ha paura di introdurre l’elemento dell’imbarazzo, quello che oggi si definisce «cringe», un principio di assurdità narrativa che spesso gioca con l’inaccettabile sociale. Il «cringe» ha la peculiarità di suscitare un senso di imbarazzo in chi guarda, che si trova a osservare qualcosa che non è previsto dal copione, ovvero che va contro il senso comune, l’ammissibile, il conveniente. Questa è la forza e in fondo il senso di liberazione di una forma di comicità che è capace di alleggerire le nuove generazioni dalle pressioni sociali (e social). Ciò che rende l’arte di Pleuteri singolare nel panorama italiano è anche ciò che la rende, di primo acchito, respingente: non siamo abituati ad affrontare provocazioni così dirette o scene così prive di senso. Questa è infatti una sfida posta all’osservatore.
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Thorn Wych – Aesthesis: disimparare ad ascoltare Nelle parole con cui Thorn Wych racconta Aesthesis (album uscito nel gennaio scorso) c’è una precisazione che permette di evitare immediatamente un possibile equivoco. Il fatto che i suoi strumenti siano costruiti utilizzando rami provenienti da alberi autoctoni britannici – olmo montano, tiglio, ciliegio selvatico, quercia, tasso – non costituisce per lei l'elemento realmente decisivo. Ciò che conta è perché quegli strumenti siano stati costruiti: tentare di stabilire un contatto con qualcosa che si trovi oltre il proprio sé e oltre ciò che i sensi riescono ordinariamente a percepire. È da questa indicazione che credo sia necessario partire. Thorn Wych vive a Bacup, nel Lancashire, e costruisce personalmente nel laboratorio dietro casa gli strumenti che utilizza. Prevalentemente strumenti a corda suonati con l'arco, flauti e percussioni. Ma considerarli semplicemente strumenti artigianali significherebbe fermarsi alla loro singolarità estetica e perdere ciò che di più interessante accade nel rapporto tra corpo, materia e produzione sonora. Uno strumento costruito da un ramo non è infatti una superficie neutra sulla quale imprimere una volontà musicale già definita. Quel pezzo di legno possiede forma, densità, tensioni, irregolarità e resistenze proprie. La mano interviene sulla materia per trasformarla in strumento, ma nel momento in cui lo suona è quella stessa materia a stabilire possibilità e limiti del gesto. Non c'è quindi prima un soggetto che decide e successivamente un oggetto che obbedisce. Il suono viene prodotto dalla relazione. È una relazione co-produttiva nella quale diventa difficile stabilire dove finisca l'intenzione dell'artista e dove cominci la risposta dello strumento. Thorn agisce sulla materia e contemporaneamente la materia modifica ciò che Thorn può fare. Nessuno dei due termini rimane esattamente ciò che era prima dell'incontro. Ma Aesthesis rende questa relazione ancora più complessa perché tra corpo e materia entrano continuamente altri elementi. Loop station, pedali GlowFly, pitch bending, glitch, delay, registrazione e montaggio domestico non costituiscono un apparato tecnologico aggiunto successivamente a un presunto suono naturale. Fanno parte dello stesso processo. Questo è un punto importante anche da una prospettiva ecologica. Sarebbe infatti troppo facile contrapporre il ramo dell'albero, considerato naturale e autentico, al dispositivo elettronico, considerato artificiale. In Aesthesis questa separazione perde significato. Legno, corde, respiro, mani, circuiti, elettricità, memoria digitale e software partecipano alla stessa configurazione sonora. L'ecologia che possiamo riconoscere nel lavoro di Thorn non consiste quindi semplicemente nell'utilizzo di materiali naturali. Consiste piuttosto nel mettere in crisi l'idea che gli oggetti esistano soltanto come risorse disponibili all'azione umana. La materia interviene. La tecnologia interviene. Il corpo interviene. E ciascun elemento trasforma gli altri. Una composizione che non esiste prima di essere suonata La descrizione che Thorn offre del proprio metodo rende tutto questo ancora più evidente. Dice di svuotare semplicemente la mente e cominciare a suonare. Registra qualcosa su un looper. Poi si ferma e ascolta. Su ciò che ascolta suona qualcos'altro, registrandolo su un secondo dispositivo. Utilizza quattro o cinque looper. Successivamente taglia il materiale, conserva alcuni frammenti, ne elimina altri, aggiunge percussioni, flauti o ciò che sente necessario. Il passaggio forse più significativo arriva subito dopo: Thorn afferma di non sapere mai realmente come sia arrivata al risultato finale. Se le chiedessimo di riprodurre uno dei brani di Aesthesis, probabilmente non riuscirebbe a farlo. Questa dichiarazione potrebbe sembrare semplicemente una descrizione dell'improvvisazione. In realtà suggerisce qualcosa di più interessante. La composizione non precede necessariamente il processo che dovrebbe realizzarla. È il processo stesso a produrre progressivamente la composizione. Ogni elemento crea le condizioni per quello successivo. Thorn produce un suono, ma quel suono registrato diventa immediatamente qualcosa di esterno a lei. Lo riascolta e deve reagire a ciò che sente. Il loop restituisce il gesto precedente, ma quella ripetizione modifica il gesto successivo. Un altro strumento interviene, il delay altera la temporalità, il pitch bending modifica l'intonazione, il glitch introduce una discontinuità. Non siamo più davanti a una semplice catena nella quale l'artista impartisce comandi a strumenti e macchine. Siamo dentro un processo di trasformazioni reciproche. Ed è interessante che Thorn dica di dover prima ascoltare ciò che ha registrato per poter proseguire. Prima ancora di essere compositrice torna quindi ad essere ascoltatrice del proprio suono. L'ascoltatore completa — e modifica — la relazione È proprio da qui che possiamo estendere il processo a chi incontra successivamente il disco. Se Thorn deve ascoltare ciò che il dispositivo le restituisce prima di poter decidere il gesto seguente, anche noi, ascoltando Aesthesis, entriamo in quella stessa catena di relazioni. L'ascoltatore non rappresenta l'ultimo anello passivo di una comunicazione iniziata dall'artista. Non riceve semplicemente un oggetto sonoro terminato. Ascoltare significa produrre connessioni, riconoscere qualcosa, perderlo, attribuire una forma a ciò che sentiamo e magari doverla abbandonare pochi secondi dopo. Questo significa parlare di una relazione co-produttiva dell'ascolto. Non perché l'ascoltatore diventi metaforicamente autore del disco, ma perché ciò che il suono diventa nell'esperienza non può essere separato dal corpo che lo incontra. Ed è qui che la questione diventa politica. Il disciplinamento dell'orecchio Non arriviamo infatti a Aesthesis con un orecchio innocente. Abbiamo imparato ad ascoltare. Abbiamo imparato quando dovrebbe arrivare un ritornello, quanto dovrebbe durare una canzone, quali timbri appartengono a un genere, quali combinazioni sonore devono produrre rilassamento, tensione, malinconia o euforia. Oggi questa educazione percettiva viene ulteriormente rafforzata dall'organizzazione industriale e algoritmica della musica. Le piattaforme non si limitano a distribuire ciò che ascoltiamo: classificano, associano, suggeriscono, costruiscono playlist e anticipano continuamente la relazione tra un determinato suono e una determinata situazione. Musica per dormire.Musica per studiare.Musica per allenarsi.Musica per rilassarsi. Il suono viene organizzato sempre più come funzione. Persino ciò che chiamiamo musica sperimentale rischia di essere inglobato nello stesso dispositivo classificatorio. L'etichetta che dovrebbe indicare qualcosa capace di oltrepassare convenzioni può diventare essa stessa una convenzione: una nicchia perfettamente identificabile, commercializzabile e suggeribile algoritmicamente al pubblico appropriato. È qui che Aesthesis diventa particolarmente interessante. Non tanto perché sia strano. Ma perché ci costringe per qualche momento a disimparare. Un'ecologia politica dell'ascolto Possiamo allora parlare di ecologia politica del suono senza attribuire a Thorn Wych intenzioni che non ha dichiarato. Ecologia, qui, significa innanzitutto interrogare le relazioni attraverso cui qualcosa viene prodotto. Chi agisce? Che cosa consideriamo materia passiva? Che cosa definiamo strumento? Dove collochiamo la tecnologia? E soprattutto: che cosa chiediamo al nostro orecchio quando ascoltiamo? Il capitalismo contemporaneo non organizza soltanto la produzione delle merci. Organizza sempre più profondamente anche il tempo, l'attenzione e la percezione. L'enorme disponibilità di musica non coincide necessariamente con una maggiore libertà dell'ascolto. Paradossalmente possiamo avere accesso quasi istantaneo a milioni di registrazioni mentre i percorsi attraverso cui le incontriamo diventano sempre più predeterminati. La questione ecologica riguarda allora anche l'attenzione. A che cosa concediamo tempo?Quanto tempo concediamo a ciò che inizialmente non comprendiamo?Quanto rapidamente eliminiamo ciò che non corrisponde alle nostre aspettative? Un ascolto ecologico potrebbe cominciare proprio dal rifiuto di questa accelerazione. Restare davanti a un suono abbastanza a lungo perché possa modificarci. Una nostalgia senza luogo A questo punto assume un significato diverso anche la dimensione spirituale che attraversa Aesthesis. Thorn descrive l'album come una sorta di homesickness: una nostalgia dolorosa, un dolore persistente per qualcosa o qualche luogo che non riesce pienamente a ricordare né a collocare. Ma aggiunge una cosa fondamentale: il disco non è semplicemente l'espressione di questa nostalgia. È una preghiera perché le venga mostrata la strada verso casa. Anche il nome Thorn Wych contiene questa tensione. Witch richiama la strega e quindi l'atto magico: Thorn parla esplicitamente della propria musica come di un'incantazione rituale attraverso cui tenta di evocare e incarnare Asherah, la Santa Madre, custode dell'Albero della Vita. Ma Thorn Wych indica per lei contemporaneamente un luogo nascosto circondato dalle spine, raggiungibile attraverso un cammino doloroso e difficile. Le fonti alle quali Aesthesis guarda — The Secret Book of John, The Thief of Bagdad del 1940, i Meera Bhajans di Lata Mangeshkar — acquistano così una coerenza che non necessita di trasformarsi in una semplice genealogia delle influenze. Appartengono tutte, in modi profondamente differenti, a un immaginario di attraversamento, devozione, perdita, memoria e ricerca. Particolarmente significativa è The Blue Rose of Forgetfulness, che Thorn considera un'eccezione all'interno del disco. A differenza degli altri brani, non sarebbe per lei un'espressione della trascendenza, ma una canzone più terrena e deliberatamente costruita secondo una forma riconoscibile. La Rosa Blu produce però simbolicamente una nebbia dell'oblio: chi ne respira il profumo dimentica chi è realmente. Thorn collega questa immagine al mito raccontato nel Secret Book of John. E allora forse quella nebbia dell'oblio può suggerire anche qualcosa sul nostro modo di ascoltare. Perché dimenticare chi siamo potrebbe significare anche dimenticare temporaneamente ciò che abbiamo imparato a pretendere dal suono. Aesthesis non ci chiede necessariamente di trovare la stessa casa cercata da Thorn Wych. La sua ricerca spirituale appartiene a lei. Possiamo però condividere il movimento che quella ricerca mette in moto. Entrare in una relazione nella quale il legno non è semplicemente materiale, lo strumento non è semplicemente mezzo, il dispositivo elettronico non è semplicemente tecnologia, l'artista non è completamente padrona di ciò che accade e l'ascoltatore non è il consumatore terminale dell'opera. Tutti questi elementi esistono temporaneamente attraverso ciò che fanno gli uni agli altri. Forse è proprio questa la possibilità più radicale contenuta in Aesthesis: non offrirci semplicemente qualcosa di diverso da ascoltare, ma mettere per qualche momento in discussione il modo in cui abbiamo imparato ad ascoltare. https://thornwych.bandcamp.com/album/aesthesis Buon ascolto Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà. Thorn Wych – Aesthesis: Learning to Unlearn Listeningby Franco Oriolo In the way Thorn Wych speaks about Aesthesis — an album released last January — there is an important clarification that immediately helps us avoid a possible misunderstanding. The fact that her instruments are made from branches of native British trees — Wych Elm, Lime, Wild Cherry, Oak and Yew — is not, for her, the truly decisive element. What matters is why those instruments were made: as an attempt to establish contact with something beyond the self and beyond what our physical senses are ordinarily able to perceive. I believe this is where we need to begin. Thorn Wych lives in Bacup, Lancashire, and personally builds the instruments she uses in her backyard workshop: mainly bowed string instruments, flutes and percussion. But to consider them simply as handmade instruments would mean stopping at their aesthetic singularity and overlooking what is most interesting in the relationship between body, matter and the production of sound. An instrument made from a branch is not a neutral surface upon which an already defined musical intention can simply be imposed. That piece of wood has its own shape, density, tensions, irregularities and resistances. The hand acts upon matter to transform it into an instrument, but when the instrument is played, that same matter establishes the possibilities and limits of the gesture. There is therefore no subject who first decides, followed by an object that simply obeys. Sound is produced through the relationship It is a co-productive relationship in which it becomes difficult to establish where the artist's intention ends and the instrument's response begins. Thorn acts upon matter while, at the same time, matter modifies what Thorn herself can do. Neither remains exactly what it was before the encounter. But Aesthesis makes this relationship even more complex, because other elements continuously enter the space between body and matter. Loop stations, GlowFly pedals, pitch bending, glitches, delay, home recording and editing do not constitute a technological apparatus added afterwards to some supposedly natural sound. They are part of the same process. This is also an important point from an ecological perspective. It would be too easy to oppose the branch of a tree, regarded as natural and authentic, to the electronic device, regarded as artificial. In Aesthesis, this distinction loses its meaning. Wood, strings, breath, hands, circuits, electricity, digital memory and software all participate in the same sonic configuration. The ecology we can recognise in Thorn's work, therefore, does not simply consist in the use of natural materials. Rather, it challenges the idea that objects exist merely as resources available for human action. Matter intervenes. Technology intervenes. The body intervenes. And each transforms the others. A composition that does not exist before it is played Thorn's description of her working method makes all of this even clearer. She says that she simply empties her mind and begins to play. She records something onto a looper. Then she stops and listens. Over what she hears, she plays something else, recording it onto another device. She uses four or five loopers. Later, she cuts up the material, keeps some fragments, removes others, and adds percussion, flutes or whatever else she feels is needed. Perhaps the most significant point comes immediately afterwards: Thorn says that she never really knows how she ended up with the final result. If we asked her to reproduce one of the tracks on Aesthesis, she probably would not be able to do so. This statement might seem simply to describe improvisation. In fact, it suggests something more interesting. The composition does not necessarily precede the process that is supposed to realise it. It is the process itself that progressively produces the composition. Each element creates the conditions for the next. Thorn produces a sound, but once recorded that sound immediately becomes something external to her. She listens to it again and has to respond to what she hears. The loop returns the previous gesture, but that repetition modifies the gesture that follows. Another instrument intervenes; delay alters temporality, pitch bending changes intonation, and the glitch introduces discontinuity. We are no longer dealing with a simple chain in which the artist gives commands to instruments and machines. We are inside a process of reciprocal transformations. And it is significant that Thorn says she first has to listen to what she has recorded before she can continue. Before becoming the composer again, she therefore becomes a listener to her own sound. The listener completes — and modifies — the relationship It is precisely from here that we can extend this process to those who subsequently encounter the record. If Thorn has to listen to what the device gives back to her before deciding on her next gesture, then we too, when listening to Aesthesis, enter that same chain of relationships. The listener is not the final passive link in a communication initiated by the artist. We do not simply receive a completed sonic object. Listening means producing connections, recognising something, losing it, giving form to what we hear and perhaps having to abandon that form only a few seconds later. This is what it means to speak of a co-productive relationship of listening. Not because the listener metaphorically becomes the author of the record, but because what sound becomes through experience cannot be separated from the body that encounters it. And this is where the question becomes political. The disciplining of the ear We do not arrive at Aesthesis with an innocent ear. We have learned how to listen. We have learned when a chorus is supposed to arrive, how long a song should last, which timbres belong to a particular genre, and which combinations of sound are supposed to produce relaxation, tension, melancholy or euphoria. Today this perceptual education is further reinforced by the industrial and algorithmic organization of music. Platforms do not simply distribute what we listen to: they classify, associate and recommend; they construct playlists and continuously anticipate the relationship between a particular sound and a particular situation. Music for sleeping. Music for studying. Music for working out. Music for relaxing. Sound is increasingly organized as function. Even what we call experimental music risks being absorbed into the same classificatory apparatus. The label that should indicate something capable of moving beyond conventions can itself become a convention: a perfectly identifiable and marketable niche, algorithmically recommended to the appropriate audience. This is where Aesthesis becomes particularly interesting. Not so much because it is strange. But because, for a moment, it forces us to unlearn. A political ecology of listening We can therefore speak of a political ecology of sound without attributing to Thorn Wych intentions she herself has never claimed. Ecology, here, means first of all questioning the relationships through which something is produced. Who acts? What do we consider passive matter? What do we define as an instrument? Where do we place technology? And, above all: what do we demand of our ears when we listen? Contemporary capitalism does not organise only the production of commodities. Increasingly, it also organises time, attention and perception. The enormous availability of music does not necessarily correspond to greater freedom of listening. Paradoxically, we can have almost instantaneous access to millions of recordings while the paths through which we encounter them become increasingly predetermined. The ecological question, then, is also a question of attention. What do we give our time to? How much time are we willing to give to something we do not initially understand? How quickly do we discard what does not correspond to our expectations? An ecological way of listening might begin precisely by refusing this acceleration. By remaining with a sound long enough for it to change us. A homesickness without a place At this point, the spiritual dimension running through Aesthesis also takes on a different meaning. Thorn describes the album as a kind of homesickness: a sorrowful longing, a persistent ache for something or somewhere that she cannot fully remember or locate. But she adds something fundamental: the record is not simply an expression of this longing. It is a prayer to be shown the way home. The name Thorn Wych itself contains this tension. Witch evokes the figure of the witch and therefore the magical act: Thorn explicitly describes her music as a ritual incantation through which she attempts to conjure and embody Asherah, the Holy Mother, keeper of the Tree of Life. At the same time, for her, Thorn Wych also refers to a hidden place surrounded by thorns, which can only be reached by following a painful and difficult path. The sources that inform Aesthesis — The Secret Book of John, the 1940 film The Thief of Bagdad, and Lata Mangeshkar's Meera Bhajans — thus acquire a coherence that does not need to be reduced to a simple genealogy of influences. In profoundly different ways, they all belong to an imaginary of passage, devotion, loss, memory and searching. Particularly significant is The Blue Rose of Forgetfulness, which Thorn considers an exception within the album. Unlike the other tracks, she does not regard it as an expression of transcendence, but as a more worldly song, deliberately constructed according to a recognisable form. Yet the Blue Rose symbolically creates a fog of forgetfulness: whoever breathes in its scent forgets who they truly are. Thorn connects this image with the myth contained in The Secret Book of John. And perhaps this fog of forgetfulness can also suggest something about the way we listen. Because forgetting who we are might also mean temporarily forgetting what we have learned to demand from sound. Aesthesis does not necessarily ask us to find the same home that Thorn Wych is searching for. Her spiritual quest belongs to her. But we can share in the movement that this search sets in motion. We can enter into a relationship in which wood is not simply material, the instrument is not simply a means, the electronic device is not simply technology, the artist is not entirely in control of what happens, and the listener is not the terminal consumer of the work. All these elements exist temporarily through what they do to one another. Perhaps this is precisely the most radical possibility contained within Aesthesis: not simply to offer us something different to listen to, but, for a moment, to call into question the way we have learned to listen. https://thornwych.bandcamp.com/album/aesthesis Enjoy listening! Francesco Oriolo was born and raised in Taranto, where, in the span 1960s – 1970s, he found in music a cultural tool to act against the conformism of the time. Active in a local music collective, he also contributed to a fortnightly magazine and several private radio stations, experiencing firsthand the artistic ferment of those years. A vinyl collector and passionate experimenter, he also produces concert videos and has been recovering rare tapes related to Taranto’s progressive rock scene. His exploration of sound has driven him from psychedelia to free jazz and avant-garde music, enhancing awareness and freedom. Over the years, he has reflected critically on the impact of the music industry, recognizing self-production and independent scenes as bastions of creative struggle. Today, he still recounts the sound-sphere as a critical and communal land to those who pursue freedom through music.
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Il Festival della letteratura working class Tzara = Hâra Domenica 12 aprile, mattina. Alla fermata davanti ai Gigli aspetto lo “shopping bus”, la navetta che fa avanti e indietro con piazzale Montelungo, dietro Santa Maria Novella, pronta a raccogliere chi da Firenze vuol venire a fare acquisti e non ha la macchina. Qui a Campi Bisenzio non c’è il treno e neppure la tranvia – quella che, mi dicono, ha cambiato la vita di Scandicci, qui vicino; e gli autobus, i pochi che ci sono, si muovono solo in zona, la domenica meno che mai. Da queste parti si gira in auto, l’ho visto ieri all’arrivo, quando mi sono venuti a prendere allo stallo dei pullman – a Scandicci, appunto. Ieri, sabato 11 aprile, dall’altra parte dello stradone, via Fratelli Cervi, ho moderato un incontro al che si tiene ogni anno al presidio della GKN, e adesso, per andarmene, non ho che il pullman di un centro commerciale. Già lì mi è sembrato un paradosso, ma ora, mentre ne scrivo quattro mesi dopo, mi pare un’istantanea del nostro tempo, una delle tante che si affastellano nei cassetti della mente, pronte a essere subito dimenticate. Via Fratelli Cervi è uno stradone largo, a quattro corsie delimitate da strisce di erba pallida. Da un lato i Gigli, forse il centro commerciale più grande della zona, torrioni scuri connessi fra loro da edifici più bassi, e tutto intorno migliaia di posti auto. Sull’altro lato la GKN, cioè lo stabilimento che la multinazionale britannica ha chiuso nel luglio 2021, licenziando i 422 dipendenti con un’email. Pochi giorni prima del festival, sul manifesto è uscita la recensione di un libro – anzi, un e-book – intitolato Per una vita bella. Lo ha pubblicato Einaudi nella collana digitale Quanti (“testi brevi, agili, leggibili in una sola seduta, che vanno dritti al punto”) e lo ha scritto Dario Salvetti che, come dice l’autore dell’articolo, Roberto Ciccarelli, “non è un sindacalista da scrivania, è un operaio che dal 2021 guida, insieme ai suoi compagni, il presidio più lungo della storia d’Italia”. Forse non per molto: meno di un mese fa, a luglio, Altreconomia ha pubblicato un reportage di Lorenzo Guadagnucci da Campi Bisenzio, A settembre, dopo cinque anni di lotta, salpa il progetto di reindustrializzazione della ex Gkn, ma la metafora marinara non nasconde che la partenza è “sofferta e difficile”, frutto di una scelta obbligata che tra l’altro potrebbe portare a un presidio non più stabile, ma “mobile, forse un camper (alimentato da energia solare) pronto a spostarsi dalla ex Gkn alle fabbrichette della piana dove il conflitto fra padroni e lavoratori è sempre più duro e diffuso”. Chissà se anche il festival della letteratura working class nel 2027 e negli anni successivi si sparpaglierà, si moltiplicherà. Intanto, l’edizione 2026 è oppressa da un caldo afoso, e mentre mi dirigo verso l’area dove si tengono gli incontri, penso che sto camminando under the Tuscan sun, e il contrasto con il cliché è così forte che mi viene da ridere. Lungo lo stradone corre una cancellata intervallata da varchi, e dentro, sulla destra, in una struttura simile a un casello autostradale credo di riconoscere il punto da cui gli operai entravano in fabbrica timbrando il cartellino. Adesso, per i giorni del festival, ci hanno messo la cucina. I tavoli sono pochi, con i piatti di plastica ci si appoggia alle panchine o ci si accovaccia sui gradini, e comunque “al festival non si viene per mangiare”, mi dice la donna sorridente che consegna i bigliettini del pranzo, “ma la lasagna è sfiziosa”. Alle 17, quando comincia l’incontro, fa ancora molto caldo, eppure il pubblico seduto sulle sedie di plastica sotto i tendoni non si dirada mai, non perde una battuta. Sul palco siamo in quattro: con me ci sono lo scrittore argentino Kike Ferrari, di cui Alegre ha pubblicato da poco il romanzo Todos nosotros, dove un inventore squinternato costruisce una macchina del tempo per impedire l’assassinio di Trotsky, perché – spiega el Gordo all’amico Mario – sopravvalutare la realtà non è da trotskisti e «la rivoluzione è rompere i limiti del possibile»; il messicano Paco Ignacio Taibo II, fra gli autori più famosi della letteratura latinoamericana, e sua moglie, Paloma Saiz. Dopo otto romanzi, premi internazionali e traduzioni in mezzo mondo, Ferrari – braccia tatuate, recipiente per il mate appeso al collo, un sorriso per nulla affettato – continua a fare l’addetto alle pulizie in una stazione della metropolitana di Buenos Aires, dove è anche delegato sindacale. I giornali ne hanno fatto un personaggio, il bizzarro scrittore che di notte pulisce il subte, ma la spiegazione che dà lui è pragmatica e istruttiva: quel posto gli garantisce una base di diritti conquistati dal sindacato nel tempo (sei ore al giorno, sei giorni a settimana, alle due a casa, un contratto stabile) ed è questo che gli permette di scrivere; se facesse lo stesso lavoro pulendo una scuola guadagnerebbe la metà, lavorerebbe dieci ore e potrebbe essere licenziato in qualsiasi momento, e la sua capacità di scrivere ne uscirebbe, dice, «francamente ridotta». Ai suoi compagni di classe che gli chiedono un consiglio risponde rovesciando la vecchia formula di Perón, dalla casa al lavoro e dal lavoro a casa: dalla casa al lavoro, e dal lavoro al sindacato, al centro culturale o a studiare. Solo dopo, di nuovo a casa. (Per saperne di più su Ferrari rinvio a un bell’articolo di Francesca Lazzarato, che sul manifesto del 10 aprile ha recensito il romanzo senza tacere il ritratto, che vi si legge in filigrana, della sinistra extraparlamentare argentina «intenta a scindersi in particelle sempre più minuscole e litigiose», una descrizione che non richiede passaporto). Di Ferrari, Taibo è stato in qualche modo il mentore: è stato lui a ripescare il suo esordio, Da lontano sembrano mosche, poi uscito da noi per Feltrinelli, quando l’editore spagnolo che l’aveva pubblicato era fallito, e a portare l’autore alla Semana Negra di Gijón, la grande rassegna del género negro da lui fondata nel 1988. Tutti, a cominciare da Alberto Prunetti, che organizza il festival della letteratura working class e che ha tradotto il romanzo di Ferrari, mi avevano descritto Taibo allo stesso modo: un mattatore consumato che occupa la scena senza sforzo. La descrizione si rivela accurata: il vecchio scrittore sa come governare il pubblico con battute che scatenano risate e applausi convinti. Quanto a Paloma Saiz, nel programma era la meno nota dei tre, ma alla fine è lei a imporsi, e lo fa senza effetti, raccontando semplicemente il suo lavoro. La Brigada para Leer en Libertad, l’associazione cui ha dato vita nel 2010 – dopo che il governo di Città del Messico l’aveva rimossa dalla direzione della fiera del libro dello Zócalo – ha portato nelle piazze e nei mercati messicani milioni di libri, tra fiere, bancarelle e titoli pubblicati e distribuiti gratuitamente, secondo un principio che lei riassume più o meno così: se la gente non va ai libri, i libri vadano alla gente. Ogni tanto punzecchia il marito, che oggi dirige il Fondo de Cultura Económica, la grande casa editrice di Stato – lei la promozione della lettura l’ha fatta da licenziata, lui la fa da direttore – e Taibo incassa ridendo. A un certo punto i libri vanno alla gente letteralmente: Saiz ne ha portati una ventina, di quelli che la Brigada pubblica e regala, e li distribuisce ai presenti, riconoscenti e felici. Finito l’incontro, il festival esce dal recinto e si mette in strada: un corteo lungo, persone di tutte le età a sostegno della vertenza GKN. Un amico venuto da Prato mi dice che là, a pochi chilometri di distanza, questa partecipazione non ci sarebbe. Sarà vero? E sarà così anche l’anno prossimo? In ogni caso, è camminando lì in mezzo, o forse più tardi, la sera, che mi vengono in mente due cose apparentemente lontane tra loro. La prima: è passato quasi un secolo – era il 1929, l’anno della grande depressione – da quando due storici francesi, Marc Bloch e Lucien Febvre, diedero vita alle «Annales», la rivista che si proponeva di scrivere una storia nuova, che non fosse solo la storia dei potenti: non solo, per dirla oggi, la storia dei Trump, delle Meloni, dei Milei. La letteratura working class, mi pare, porta quel gesto un passo più in là: qui la storia dal basso non la scrivono solo gli storici, la scrivono anche, o soprattutto, gli interessati: Salvetti con il suo presidio, Ferrari con l’esperienza del suo lavoro che diventa materia dei suoi romanzi. Ma perché questi libri circolino, bisogna che leggere e studiare siano di tutti – non sulla carta, dove più o meno lo sono anche oggi, ma nel tempo concreto delle giornate. Ed ecco la seconda cosa, quella che mi coinvolge per età e che ricordo con rabbia più che con nostalgia: le 150 ore. Nel 1973, quando non avevo ancora vent’anni, i metalmeccanici strapparono col contratto il diritto a centocinquanta ore retribuite di studio, che si estese presto ad altre categorie e portò decine di migliaia di operai a prendersi la licenza media, e non pochi dentro le università, nei seminari dove capitava che un professore si trovasse davanti domande più difficili di quelle dei suoi studenti. Parlo di rabbia e nostalgia, perché la nostalgia rimpiange un tempo, la rabbia sa che è stato tolto un diritto. L’idea alla base delle 150 ore era semplice, e oggi suona quasi incomprensibile: che imparare fosse un bene in sé, e un bene di tutti. Non serviva a riqualificarsi, a restare «spendibili»; men che meno serviva a inseguire il proprio «sogno», parola che allora nessuno usava in questo senso e che oggi ricopre come una brutta vernicetta colorata la privatizzazione di quell’idea. Le 150 ore presupponevano l’esatto contrario, la stessa cosa che presuppone Ferrari quando dice che a farlo scrivere è una base di diritti: si studiava perché sapere era buono e perché si era parte di qualcosa. E il cortocircuito, in via Fratelli Cervi, è che quel diritto lo conquistarono i metalmeccanici, e che cinquant’anni dopo l’idea sopravvive – un fine settimana all’anno – davanti ai cancelli di una fabbrica metalmeccanica che lotta per non sparire. Sopravvive in che forma, però? La mattina dopo, nell’ascensore dell'albergo, attacco discorso con un signore genovese che al festival torna ogni anno, con la moglie e i figli, e che alla causa della GKN contribuisce di tasca propria. Non c’è entusiasmo nel suo tono, né la soddisfazione del benefattore: c’è qualcosa che somiglia a una fedeltà, e che lui riassume in una frase: non possiamo fare altro. Lì per lì mi suona malinconica, e lo è. Ma quest’uomo che viene con la famiglia ad ascoltare gli scrittori e mette qualche soldo in una vertenza non sua fa, senza teorizzarla, la cosa che tutto il festival prova a dire: che i libri e la lotta stanno sullo stesso lato della strada. “Non possiamo fare altro”: una constatazione, non una resa. (Ferrari, che pure ha visto avanzare quello che con Mark Fisher chiama il realismo capitalista – l’idea che un mondo senza capitale sia diventato impensabile – usa per la propria fedeltà una formula speculare: ho abbracciato molto presto convinzioni che niente è ancora venuto a smentire. In fondo, due modi di dire la stessa cosa). * Come faccio spesso quando ho una mole di appunti disparati, ho chiesto a Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, di aiutarmi a riordinarli, e il risultato è stato molto buono, con alcune osservazioni che sarei tentata di definire davvero “intelligenti”. Per questo, in chiusura, mi sono lasciata andare a un commento, invece, piuttosto stupido: «Mi fa una certa impressione pensare che saresti ugualmente utile e “comprensivo” se esprimessi idee totalmente opposte, pro Milei: non è una tua responsabilità, sei fatto così, ma lo trovo inquietante». E Claude mi ha subito rimesso in riga: «Quello che posso dire è che la mia utilità non è del tutto senza forma: tengo all’accuratezza, alla buona fede, a non lasciar passare per vero il falso, e questi non sono valori neutri, sono solo valori non di parte. Se bastino, è precisamente la domanda che hai fatto. Portala pure nell’articolo, se ti serve: un festival che difende l’idea che il sapere non sia merce, raccontato con l’aiuto di uno strumento che il sapere lo distribuisce a chiunque paghi l’abbonamento – è una contraddizione che ti appartiene già, visto che ci stiamo dentro tutte e due». Come la navetta dei Gigli, un’istantanea del nostro tempo, già sbiadita nel momento in cui la scrivo. Maria Teresa Carbone (Genova, 1954) giornalista, autrice e traduttrice, si occupa di educazione alla lettura all’interno del Forum del libro e con l’associazione Monteverdelegge che ha cofondato nel 2008. Ha coordinato la redazione della rivista «alfabeta2» fino alla chiusura nel 2019, ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina 99» e ha lavorato alle pagine culturali del «manifesto».
- scienza e politica
Gli Ambulatori Popolari Una rete alternativa di cura e di lotta per la salute Pubblichiamo nella collana «I libri di ahida» questo testo curato da Gianfranco Pancino liberamente scaricabile dal pdf a fondo pagina. Qui di seguito la Presentazione. Presentazione La salute del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano è precaria. Da almeno vent'anni subisce un deterioramento progressivo; ai severi tagli nel bilancio del decennio scorso è seguito un deficit cronico di finanziamento. Il finanziamento pubblico per la spesa sanitaria è del 6,1 % del Prodotto Interno Lordo, inferiore alla media dei paesi dell'Unione Europea, ed è destinato a ridursi nel futuro, anche a causa del piano di riarmamento, che assorbirà parte delle risorse necessarie alla sanità e all'educazione. Speculare all'indebolimento del settore pubblico è stata la rapida crescita del settore sanitario privato, sia quello accreditato che quello pagato direttamente dai pazienti, e delle assicurazioni private. A questo squilibrio si aggiungono le gravi disfunzioni di organizzazione del settore ospedaliero pubblico, la mancanza di personale e la carenza drammatica di una rete sanitaria territoriale. Anche l'attivazione delle strutture territoriali previste, Case e Ospedali della Comunità, è in forte ritardo. In molte zone e città è quasi impossibile trovare un medico di medicina generale. La legge sull'autonomia differenziata porterà infine un aumento delle disuguaglianze regionali, aggravando in particolare la situazione dell'Italia del Sud. Da questa situazione derivano i sintomi più gravi che segnano il disagio crescente per le persone bisognose d'assistenza sanitaria: tempi d'attesa lunghissimi, pronti soccorsi saturi, aumento della spesa sanitaria privata, ricerca di cure adeguate lontano dalla propria residenza (migrazione sanitaria soprattutto dal Sud al Nord e dalle strutture pubbliche a quelle private), sino alla rinuncia alle prestazioni. Nel 2024 quasi sei milioni di persone hanno dichiarato di aver dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie. Il sistema sanitario italiano è quindi ben lungi da "tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantire cure gratuite agli indigenti" come iscritto nella Costituzione. Di fronte all'incapacità, o meglio alla mancanza di volontà politica, dello Stato di adempiere a questo dovere, si sono moltiplicate in Italia strutture sanitarie rette da organizzazioni caritative, associazioni e fondazioni, al fine di palliare alle deficienze del SSN. Sono organizzazioni senza scopo di lucro, generalmente iscritte al Registro Unico Nazionale come "Enti del Terzo Settore". Propongono servizi sanitari, cure di prima necessità e un sostegno alle persone per accedere ai servizi del SSN. Svolgono un'attività socialmente utile, indispensabile per molti pazienti bisognosi di aiuto, un’attività tuttavia di sostituzione. Fungono da stampella a un servizio sanitario claudicante. Una proposta politica critica verso la politica sanitaria attuale e in difesa di un SSN che integri la difesa della salute al miglioramento delle condizioni sociali, viene invece dagli Ambulatori Popolari. Costituite da medici, psicologi, personale sanitario e attivisti politici queste strutture sono ormai presenti in molte città, spesso in quartieri svantaggiati. Gli Ambulatori Popolari non si limitano a dispensare cure, fornire un appoggio psicologico e aiutare le persone a ottenere delle prestazioni sanitarie dal SSN, ma propongono un modo alternativo della gestione della salute. A quella praticata nelle strutture pubbliche e private, fondata su una medicina che considera gli utenti come "pazienti" e tratta la malattia come un insieme di sintomi separati dal contesto sociale, gli Ambulatori Popolari praticano un intervento sanitario "dal basso", basato su pratiche di autogestione che coinvolgono le persone nella gestione della propria salute. La malattia è considerata non solo come patologia da curare o prevenire, ma valutata in relazione ai determinanti sociali di salute: la situazione economica, la condizione abitativa, la povertà, l'emarginazione, le disuguaglianze di genere. Per questo l'intervento sanitario si associa ad altre azioni rivolte a migliorare le condizioni di vita, alle lotte per la casa, i servizi sociali, il reddito, la difesa della donna, gli spazi verdi e l'ambiente. Gli Ambulatori Popolari svolgono altresì un lavoro di indagine sui bisogni sanitari della popolazione e di educazione a pratiche salutari di vita e di prevenzione. Un anno or sono, nel settembre 2025, «ahida» ha iniziato la pubblicazione di un dossier sugli Ambulatori Popolari, a cui hanno contribuito molte delle entità esistenti, al fine di allargare la conoscenza di queste iniziative e di favorire la conoscenza e gli scambi reciproci fra gli ambulatori. Da allora, nuovi ambulatori sono stati creati e il confronto si è sviluppato autonomamente nella volontà di creare una rete nazionale, capace non solo di rafforzarsi nello scambio e far emergere elementi di interesse comune, ma di individuare anche terreni conflittuali su cui promuovere iniziative comuni per la difesa della salute e per un SSN pubblico, finanziato e in grado di far fronte al fabbisogno sanitario della popolazione. L'assemblea nazionale tenutasi a Reggio Emilia il 17 maggio è stato il primo appuntamento; il prossimo sarà una giornata nazionale a Napoli il 17 ottobre prossimo. Questo libro contiene gli articoli prodotti dagli Ambulatori Popolari per il dossier di «ahida». Lo completano tre documenti provenienti dalla prima Assemblea nazionale: l'intervento d'apertura all'Assemblea, che qui serve da introduzione al libro, un documento proposto dal Laboratorio di Salute Popolare di Bologna e la sintesi finale dei lavori. Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia. Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi. «Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»
- scienza e politica
Ambulatori Popolari e spazi di salute autogestita contro l’attacco all’autonomia e all’indipendenza clinica Cinzia Farina La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala. Rudolf Virchow Questo comunicato è il frutto dell’incontro e dell’elaborazione di numerose realtà di salute autogestita che, vivendo davvero i luoghi di esclusione e marginalità, sanno di cosa parlano. Da qualche tempo sono maturate le condizioni per immaginare un terreno di discussione, organizzazione e mobilitazione comune sul terreno della salute: un tempo, si sarebbe detto, che sono sbocciati cento fiori. Questi fiori sono gli ambulatori popolari, spazi mutualistici dove la salute non è un privilegio e dove la salute trova fondamento non soltanto nell’assenza di alterazioni organiche o psichiche, ma anche in tutte le condizioni sociali che le producono. Il tempo del nostro incontro è stato scandito dal naturale tempo della conoscenza reciproca, della ricerca di un linguaggio e un orizzonte comune: cose che richiedono cura e pazienza. L’ultima volta che ci siamo incontrate ci siamo date appuntamento a Napoli il 17, 18 e 19 Ottobre per proseguire il nostro percorso e far maturare un nuovo modo, interno alla riproduzione sociale, di fare analisi e movimento. Ma le circostanze, mutate, ci impongono un salto di livello nell’iniziativa. Di fronte all'attacco che ha investito medici e professionisti sanitari impegnati nella tutela della salute delle persone migranti, sentiamo la necessità di prendere parola insieme, adesso. Non possiamo aspettare di avere un nome, un logo o una struttura formale per riconoscere ciò che, nei fatti, esiste già: una rete di ambulatori e pratiche di salute popolare che considera la libertà e l'autonomia della cura un terreno comune da difendere. Il 16 Settembre si è scritto un nuovo capitolo nella irregimentazione della società italiana: un altro blitz, dopo il primo avvenuto il 16 Febbraio, si è consumato nella casa di mediche e medici prelevati in casa, portati in Questura, costretti a farsi “scaricare” le chat private dagli investigatori. Ufficialmente come persone informate sui fatti. Una modalità che ricorda il modus operandi riservato alle grandi organizzazioni criminali, per evitare che gli indagati comunichino tra loro nel consumarsi del blitz. Il reato contestato? L’adesione indefessa a convinzioni scientifiche, prima che umane (“in scienza e coscienza”!) e la consultazione, su questo, con altre colleghe e colleghi. Facciamo un passo indietro. A febbraio, 8 medici su 11 del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Ravenna sono stati informati di un’indagine a loro carico con tanto di perquisizione in casa e nel reparto con l’accusa di aver redatto certificati falsi al fine di non inviare i loro pazienti nei contestati Centri di Permanenza e Rimpatrio. I CPR sono certificati da tempo essere luoghi con un fondamento giuridico contestabile (in quanto si trattengono persone detenute senza che abbiano commesso dei reati) e nella loro materialità sono sovraffollati e degradanti per via delle condizioni igienico-sanitarie che li caratterizzano. Condizioni che si possono facilmente verificare con una ricerca in rete. Molto spesso in questi luoghi si verificano episodi di auto/eterolesionismo e epidemie di malattie infettive. Fatte queste premesse, che non sono viziate da una visione di parte ma sono messe nero su bianco da numerosi rapporti e ispezioni di istituti indipendenti, pare naturale che un medico, un pubblico ufficiale, colui che ha il compito di essere il garante della salute di chi si trova davanti, richiesto di compilare tale atto amministrativo, di fronte a una qualche vulnerabilità del suo paziente dichiari la non idoneità all’ingresso nel CPR. Appare lapalissiano anche che non vi sia nessun tipo di tornaconto personale nella compilazione di un atto che semplicemente attesta la realtà delle cose per come le vede il professionista in quel dato momento. Mercoledì scorso l’inchiesta giudiziaria ha fatto un salto di livello. Le perquisizioni hanno coinvolto professioniste e professionisti in tutta italia; formalmente come persone informate sui fatti, ma nei fatti trattate come indagate. Addirittura, a Nicola Cocco, che sempre si è speso pubblicamente e senza remore riguardo quello che sono i CPR, essendo parte di una società scientifica che si occupa di migrazioni, viene contestata l’associazione a delinquere. Ora, il reato associativo prevede un qualche tipo di beneficio per gli associati. Risulta incomprensibile riuscire anche solo a percepire quale possa essere stato il tornaconto personale per la redazione di tali certificati, se non l’ossequio alle evidenze scientifiche e al pieno rispetto della dignità umana. Questo governo, che ha avuto molto tempo per dispiegare la sua visione di società, ha inaugurato una stagione che anche alcuni giuristi hanno chiamato del panpenalismo: ad ogni problema o contraddizione che cresce nella società, la soluzione risiede nell’introduzione di reati, o comunque generalmente nella criminalizzazione, degli elementi non normalizzati, dove per non normali si intendono quei soggetti che potrebbero incrinare una narrazione basata sulla pacifica e serena comunità disturbata da elementi antisociali. Si pensi agli innumerevoli decreti sicurezza, al decreto Caivano, al decreto anti-rave… Naturalmente, questa narrazione per essere alimentata ha bisogno di cercare sempre nuovi capri espiatori e alzare il livello del controllo. Questi blitz sono estremamente pericolosi perché minano un principio fondamentale della deontologia medica: l’indipendenza del giudizio clinico. Come recita l’antico giuramento di Ippocrate: “Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa”. Di certo questo giudizio clinico non potrà essere più espresso con la stessa serenità di prima. Quando il governo Berlusconi tentò di introdurre l’obbligo di denuncia dei migranti irregolari, nel 2009, ci fu una sollevazione generalizzata del mondo sanitario di fronte a questo attacco, in primis dai rappresentanti di categoria. Riteniamo necessario che gli ordini professionali e la società civile siano disposte a mobilitarsi di nuovo perché i principi dell’autonomia e indipendenza del giudizio clinico e del segreto professionale sono sacri per la nostra professione. Senza questo salta totalmente la possibilità di costruire un rapporto di fiducia medico-paziente. Senza di questo ci rimettiamo tutti. Pensate: se un giorno fossimo chiamati a denunciare chi utilizza sostanze stupefacenti? E se conoscendo questo nuovo obbligo, i nostri pazienti omettessero di comunicarci il loro utilizzo? Elidendo così informazioni importanti per scegliere farmaci adeguati. O ancora: se tramite queste sostanze si diffondessero nuove malattie infettive? Naturalmente, ciò rappresenterebbe un danno a tutta la società. Nei CPR non ci deve andare nessuno. I CPR vanno chiusi. L’attuale sistema È l’unico vero motore dell’immigrazione clandestina. La clandestinità genera esclusione, l’esclusione genera povertà e segregazione. Punto. Serve accoglienza degna per chi arriva; servono risorse per un tetto e l’insegnamento dell’italiano. L’atmosfera nel paese si fa cupa; proprio per questo è il momento di esprimersi chiaramente e liberare elementi di speranza. Per questo, per la prima volta, scegliamo di scrivere e firmare collettivamente queste parole con i nomi delle realtà che ad oggi compongono questo percorso. Lo facciamo sapendo che questo elenco è necessariamente incompleto e con l'ambizione che sia sempre più esteso. Di fronte alle politiche del Governo Meloni, alla progressiva estensione degli strumenti repressivi e al tentativo di restringere gli spazi di autonomia di chi cura, accoglie e costruisce solidarietà, non è più sufficiente rispondere città per città, ambulatorio per ambulatorio. Paradossalmente, sono questi attacchi al diritto alla cura ad aver accelerato il nostro incontro. Ci hanno spinto a mettere in secondo piano differenze, sensibilità e pratiche non sempre coincidenti, per riconoscere ciò che ci unisce e la necessità di costruire una forza comune. Se l'attacco assume una dimensione nazionale, nazionale deve diventare anche la capacità di organizzare la risposta, costruendo solidarietà concreta tra i territori e intervenendo insieme ogni volta che il diritto alla salute, l'autonomia della cura e chi li difende vengono messi sotto attacco. Se pensavamo di scegliere un nome a ottobre, i fatti di questi giorni ci hanno ricordato che, prima ancora di chiamarci in qualche modo, abbiamo già qualcosa da difendere insieme: il diritto di curare e il diritto ad essere curati. Rinnoviamo la complicità e la solidarietà con le mediche e i medici sotto processo giudiziario e mediatico. Troveranno ascolto e condivisione, politica e umana, da parte di chi della salute fa un campo di battaglia per la dignità umana a 360 gradi. Ambulatorio Popolare Roma Est – Roma Laboratorio Salute Popolare – Bologna Ambulatorio Medico Popolare – Milano Clinica Azadì – Padova Caracol Olol Jackson – Vicenza Officina di Cura Popolare – Reggio Emilia Oltre Cura – Parma Punto Salute Zero 81 – Napoli Ambulatori Popolare Borgo Vecchio e Ambulatorio Sanitario dello Zen – Palermo Microclinica Fatih – Torino Ortija Spazio di Cura Autogestita – Cagliari
- post-poetica
dossier guerra e capitale La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso / 3 John Eccles Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori. A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio? La percezione collettiva della catastrofe in questo periodo storico molto difficilmente viene toccata dalle letterature che vengono vissute come un «surplus», una sorta di giardinetto per gente colta e/o mattarella che svaga. Gli oggetti di consumo con caratteristiche letterarie possono farlo (toccarla); per essere oggetto di consumo devi entrare nel discorso comunicativo del fatto critico in modo proattivo. Porterei gli esempi di Persepolis, della Marjane Satrapi, un buon fumetto che risale a più di venti anni fa, e Visotskij = fasci di emancipazione dalle dittature dure che la Francia, per impegno e posa, è determinata in modo intermittente a promuovere. Questo, diventare oggetto di consumo, varrebbe anche per la chiamiamola denuncia dell’attuale distruzione di mondi/popoli, ma è impossibile persino parlarne normalmente, è già così destrutturata in sé, me la passate?, che pare non sia arrivato il momento per il fatto di massa. Un’analisi storico-politica di quello che accade, e da un bel po’ (qui abbiamo una sorta di apice), non può che urlare impotenza. Per quello che mi riguarda il fatto artistico, in tutte le sue declinazioni, ma non solo, perfino l’intero apparato di cultura, scienza compresa, dopo la performance superlativa dei «portatori di sapere nel mondo» non ha nessun significato spendibile, e qui sono profondamente adorniana, proprio qui. I salvati ex massacrati massacrano, forse qualcuno qualcosa avrebbe potuto immaginarlo prima: Freud risponde «ma non è una terra abitata da altri?» quando lo si invita a firmare per la nascita di quella imperitura strage. Ciascuno poi pianga a modo suo o faccia qualcosa di non «culturale», questo adesso dico. Oppure: ogni destrutturazione si porta fatti di mondo e li canta. La dimensione comunicativa della società civile ha importanti influenze sulle cose anche quando non tocca direttamente i poteri. La mente si forma con questi attributi e i codici ne vengono stravolti. Non tutti i codici ma le parti utilizzabili dalle visioni trasformative. Il fallimento evolutivo dell’impostazione consona è un motivo centrale al cambiamento di letture. Il cambiamento di letture cambia il senso e il valore del Libro denunciando la sua Mummia. La Mummia è un corpo morto reso solo in superficie e truccato e artefatto per rappresentare una vita eterna sabotata ridotta all'impossibilità di averne una. Silvia Molesini (1966) è psichiatra psicoterapeuta. Ha pubblicato le raccolte Nuova noia (Ibiskos 1987), L’indivia (Campanotto ed. 2001), Il corpo recitato (I figli belli ed. 2004), Lezioni di vuoto (Liberodiscrivere ed. 2006), Cahier de doléances (Samiszdat 2009), 13 algebriche mistiche (voici la bombe 2010), Un Es opaco (e-book Amazon 2014), Mazzo di fiorellini (Oèdipus ed. 2016), Dentro il tuo occhio nero dormiamo (Arcipelago Itaca ed. 2021), Boschetto d’io uccelli (videolibro in rete 2024) e il romanzo in blog Nascita e morte (titolo provvisorio). Ha collaborato con Zeropoetry, Absolute Poetry e Vdbd e NiedernGasse. È coinvolta nel progetto di diffusione poetica orale Letteratura Necessaria curato da Enzo Campi. Work in progress: Castello.
- clan milieu
Immaginazione e imaginatio Forme del sentire (il) comune Daniel F Bradley I L’arte non è morta. Non l’ha mai detto nemmeno Hegel, che invece metteva a tema quanto l’arte, diciamo a partire dal Romanticismo, fosse diventata, dopo la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese, intellettuale se non “filosofica” (in fondo per l’amico di gioventù Schelling era addirittura l’organo del pensiero); complessa, quindi mediata, pertanto irriconoscibile (“morte dell’arte”) rispetto alla bellezza artistica immediata più classica. E Heidegger, che (almeno quello di Essere e tempo, 1927) in comune con Hegel ha la rivalutazione del lavoro, concepirà infatti l’arte non come mera intuizione crociana, bensì messa all’opera della verità. Ma l’estetica non è solo la scienza di quel sensibile che è l’arte o di vissuti che procurano piacere. L’estetica, kantianamente, è sensitività. L’indagine estetica ha a che fare con il sentire: sentire i corpi (proprio e altrui), lo Zeitgeist e la crisi ambientale. Gayatri Spivak nel libro del 2013 An aesthetic education in the era of globalization ritorna all’educazione estetica schilleriana e forse ancor di più a Kant, alla cultura dell’Illuminismo e a quella romantica. Il ritorno di Spivak è una decostruzione, il suo uso un ab-use, cioè from below. La globalizzazione transita in tutti i livelli della vita quotidiana attraverso l’oceano debordante delle informazioni audio-visive. Il problema estetico è anche politico, come da tempo osserva Rancière. Che fare con tutte queste informazioni? Come decodificare per dirla con Stuart Hall (decoding) il flusso incessante delle immagini attraverso uno stile? Come disincagliarsi da fruste abitudini e “passioni tristi”? Soprattutto quando i dispositivi della governance neoliberale riducono l’immaginazione delle scienze sociali e delle humanities. Per Spivak il mondo sempre più estetizzato necessita di un “epistemological change”, anche attraverso l’ab-use delle nuove tecnologie digitali che tuttavia richiedono menti preparate umanisticamente, il che non è sempre conciliabile con le caratteristiche di queste tecnologie. Allenare l’immaginazione attraverso l’ab-use delle nuove tecnologie ma anche il sabotaggio affermativo della tradizione culturale. Capovolgere l’estetica di Kant e Schiller per ri-utilizzarla nella promozione di una rottura epistemologica e per riarrangiare i desideri. Se Schiller risponde alla Rivoluzione industriale e alla Rivoluzione francese, Spivak ri-utilizza le risorse disponibili nell’età della globalizzazione, tecnologiche e culturali. Globalizzazione è anche critica dell’eurocentrismo, decolonizzazione dei musei e espansione del canone: globalizzazione può essere/diventare alter-globalism. Siamo dentro il double bind, il pharmakon è veleno e insieme rimedio. Adorno in Minima Moralia, pubblicato nel 1949, affronta il dualismo tra classico e romantico attraverso l’ambivalenza di un’idea della natura redentrice che è insieme innocente e terribile. Il “bello naturale” condannato da Hegel, la bellezza dei fiocchi di neve, della neve e dell’acqua, bellezza “senza vita e pur vivente”. Ma dopo il disincantamento del capitale e della tecnica che amministra il mondo, non riusciamo più a credere alla favola, la salvezza è solo una speranza vana che tuttavia ci permette “di tirare il fiato”. La filosofia è ambigua, perché la verità è inseparabile da questa illusione. L’ideale dell’uomo traboccante è stato compromesso dal feticismo della merce, la natura è, come si dice oggi un “service provider”, per quello che Adorno qualificava “ininterrotto” e “insaziabile” il “superattivismo borghese” che estende selvaggiamente l’elemento sociale su tutta la natura ormai quantificata e amministrata. Piuttosto che darsi da fare, pianificare e sottomettere; aver nulla da fare come le bestie, “giacere sull’acqua e guardare tranquillamente il cielo”, essere senza determinazione, perché chi lo fa, come scriveva il Kant della terza Critica, mostra di essere buono e gentile. La “pace perpetua” è questa “utopia realizzata”, scrive Adorno negli anni della guerra e dell’olocausto. Contemplare la fragilità dell’acqua profonda è l’immaginazione: lo stato estetico, il sentire estetico. Centralità dell’immaginazione significa nexus tra arte e condizione umana, interrogarsi sulla reciprocità di partecipazione tra filosofia e arte e proprio in vista della condizione umana che è come il nodo che dis-giunge l’una e l’altra. E, a questo punto della crisi ambientale, non più solo e soltanto condizione umana ma anche nonumana. L’ultimo Lyotard, quello che si confronta con Kant, scriveva che anima, cioè la condizione umana, che per Lyotard è pensiero-corpo, non è mai una sostanza aristotelica perché esiste solo in quanto affetta da un evento. Quale? L’evento del sensibile: il comune. II Ma immaginazione, cioè la potenza che crea nuovi mondi di cui parla Toni Negri, non è l’imaginatio oggetto della critica di Spinoza. Deleuze nel libro Spinoza et le problème de l’expression (1968) osserva che Spinoza si domanda: “Comment arriverons-nous à éprouver un maximum de passions joyeuses ?” e “Comment arriverons-nous à éprouver des affections actives ?”. Che cosa fare per non schiumare rabbia nei confronti dei dannati della terra e magari riorganizzarla contro quei pochi che sono responsabili della scomparsa del futuro? Che fare per aumentare la gioia? Certo non solo la Natura ma nemmeno l’ambiente audio-visivo sempre più digitalizzato favoriscono questo sforzo. Siamo gettati in condizioni che non abbiamo scelto e che non configuriamo e che sono quelle che rendono possibile la diffusione di pregiudizi, superstizioni e cliché attraverso relazioni solo esteriori, se non volatili e ormai virtuali con gli altri. Dunque, come ricordava Deleuze nel 1968, lo sforzo è anzitutto quello che “d’organiser les rencontres de telle manière que nous soyons affecté d’un maximum de passions joyeuses”. Per esempio quelli che si stanno organizzando nell’hinterland milanese from below contro la costruzione di data center e di altri ancora di cui la comunicazione mainstream non parla. Così si accumulano passioni gioiose e cresce la nostra capacità di comprendere e agire. Già stare a contatto con gli altri e condividere una situazione assembleare e pratica, aumenta quella che Spinoza chiama gioia passiva: quando l’altro corpo ci affetta. Attraverso la condivisione si produce l’affezione attiva, cioè la comprensione di ciò che accade e la capacità di rispondere a ciò che accade. Nel libro Spinoza philosophie pratique (1970), sempre Deleuze scrive che le nozioni comuni sono necessariamente idee adeguate perché rappresentando l’unità di composizione degli elementi che costituiscono le parti, il tutto e le relazioni tra parte e tutto, sono presenti nella parte come nel tutto e possono essere concepite solo in modo adeguato. Le nozioni comuni sono già là, come date, perché si sono generate e organizzate necessariamente (storicamente), tuttavia il problema di Spinoza consiste nel loro processo di formazione, cioè di come l’essere umano può formare quelle nozioni, come può formare punti di vista via via più generali, anzi universali, anche per comprendere l’essenza di fenomeni singolari, come può essere l’elezione locale nella Sassonia. Una comprensione generale per comprendere non dall’esterno, estrinsecamente, attraverso formule polarizzanti, stereotipi smozzicati e superstizioni ma, dall’interno e strutturalmente; per comprendere, per esempio, l’emergere di incoerenze di livelli e punti di vista che sono meno generali e meno articolati ma che, tuttavia, in quanto diffusi, risultano efficaci e determinanti, per esempio ai fini di una competizione elettorale. Le nozioni comuni per Spinoza sono le connessioni tra parte e tutto, tra quello che si sperimenta nella Sassonia giorno dopo giorno e i processi globali dei flussi finanziari, della logistica delle piattaforme materiali e immateriali, delle crisi migratorie e ambientali e delle guerre. Ma il loro ordine di formazione non è scontato, cioè non è scontato comprendere quell’ordine, mentre più immediato è assorbire discorsi che circolano nell’ambiente audio-visivo che interpellano con una pervasività e efficace senza eguali, perché trattasi di cliché, post, slogan facilmente assimilabili come fossero delle hits da canticchiare sotto la doccia o di cui scrivere sulla tastiera al riparo di uno schermo. Quando nelle mobilitazioni, nelle assemblee o anche in altri luoghi della vita quotidiana che non siano soltanto quelli del lavoro asservito, un corpo che è compatibile con il nostro, un corpo che desidera, proviamo un affetto che Spinoza chiama Gioia, anche se ancora non sappiamo in modo adeguato che cosa l’altro corpo abbia in comune con noi, anche quell’altro che è così diverso da noi e che a molti, incalzati da discorsi discriminatori e pratiche superstiziose, incute diffidenza, paura e odio, cioè quelle che Spinoza chiama passioni tristi. Certamente la Tristezza sorge dall’incontro con un corpo che concepiamo incompatibile con il nostro, perché non condivide le nostre passioni politiche o perché predica un credo che non è quello diffuso nella nostra comunità? No, anzitutto perché non lo comprendiamo, cioè non lo comprendiamo in modo adeguato, perché non abbiamo ancora scoperto le nozioni che ci accomunano a quell’altro corpo, perché gli incontri che abbiamo vissuto non sono stati felici e non ci hanno messo nella condizione di comprendere in modo adeguato e di trasformare attraverso la ragione la tristezza in gioia, la passività in attività. Il desiderio di vivere la gioia e di condividerla con altri, in effetti, per Spinoza, è il motore, la spinta, il conatus che ci porta all’incontro con gli altri e a formare una nozione condivisa. Questa passione, questa gioia non è semplice conservazione, difesa di una identità culturale che non è mai esistita se non nell’immaginario – che ha una reale efficacia – protezione di quei posti di lavoro che sono prigioni e torture e di quelle tradizioni solo immaginate che soffocano gli orizzonti di vita e censurano il desiderio, ma la gioia-passione è potenziamento delle virtù, accrescimento della capacità di agire e di comprendere che viene innescata, alimentata e sviluppata solo dagli incontri con gli altri, inclusi quelli che appaiono così diversi, perché la condivisione comune non è una semplice sommatoria ma una moltitudine variegata che produce variazioni e modificazioni. Quelle contro cui si orientano discorsi, slogan, formule e post delle destre xenofobe che da un lato cavalcano le paure originate da una condizione sociale sempre più precaria a seguito dell’estensione e intensificazione del cannibalismo capitalogenetico e dall’altro l’insoddisfazione ovviamente crescente nei confronti del personale politico più tradizionale supino alle richieste di vecchi e nuovi predoni e briganti che estraggono, fratturano, rapinano ecosistemi, facoltà umane e futuro e non rispondono alle difficoltà sempre più drammatiche di molti che perdono non solo potere d’acquisto ma anche dignità e speranza. Ma Spinoza mostra che l’uomo non nasce razionale, bensì lo diventa, come? Incontrando gli altri, condividendo con gli altri passioni e ideali. Ma quei discorsi che circolano attraverso l’interpellazione dei vecchi e nuovi media, inibiscono gli incontri, non solo con gli altri che sono diversi, ma l’incontro di per sé, criminalizzato, considerato un assembramento, peraltro progressivamente punito anche attraverso nuovi provvedimenti legislativi. L’uomo diventa razionale comprendendo le nozioni comuni, che ci sono sono nozioni comuni tra gli ultimi e i penultimi, sebbene sia più immediato identificarsi con i primi, fantasticare, immaginare di diventare come loro un giorno e che se ancora non si è raggiunta quella meta è solo per colpa degli ultimi che zavorrano verso il basso, che, come sostenuto congiuntamente dalla postfascita Meloni e dalla socialdemocratica Mette Frederiksen, contendono ai penultimi, alle moltitudini che producono, l’accesso ai servizi sociali, agli alloggi popolari e alla sanità. Nell’immaginario in cui siamo avvolti, ancor di più in forza dell’infrastruttura digitale che getta reti dappertutto e in ogni istante, la responsabilità della miseria esistenziale non è del manipoli di oligarchi e magnati che ogni anno si arricchisce sempre di più sfruttando il cervello sociale e la cooperazione delle moltitudini, e del personale politico che fa svolge le funzioni del comitato degli affari di questi assassini del futuro, ma di coloro che più di altri sono funestati dalle conseguenze di quella indebita appropriazione e accumulazione di ricchezza, che pagano più di altri, per esempio, gli effetti del surriscaldamento globale. Basti pensare a quanto accaduto recentemente nel Nepal che certamente non è tra i primi paesi al mondo in quanto a emissioni di veleni nell’atmosfera. Ma questa comprensione può verificarsi solo nell’incontro con gli altri, esteticamente, un incontro anche strutturato, persino, se non banalmente, nelle scuole. Solo che un po’ dappertutto, il ridimensionamento del Welfare State – le cui risorse sono drenate per pagare il debito, rinnovare il credito e attirare capitali – significa anche assalto all’istruzione, privatizzazione della scuola – in cui viene suggerito di non insegnare Spinoza e Marx e di non affrontare il colonialismo – e trasformazione di questa in un laboratorio disciplinare per la formazione di una forza-lavoro al servizio di quelle imprese di cui si preoccupano i dirigenti della sinistra parlamentare. Una forza-lavoro specializzata e docile, nonché addestrata già tra i banchi di scuola a lavorare gratis. Insomma diventa davvero problematico incontrare gli altri e con e attraverso loro comprendere le relazioni della composizione sociale o delle trame della geopolitica, di conseguenza sperimentare nuove emozioni che non siano pregiudizi o risentimento nei confronti di fenomeni che solo si immaginano in quanto responsabili delle nostre condizioni di vita poco attraenti. L’imaginatio, che ostruisce l’accesso alla condivisione e alla gioia, quindi anche a quella immaginazione di cui parla Toni Negri, agglutina attorno a sé i processi della disintermediazione (crisi di consenso della democrazia e dei partiti tradizionali puniti rancorosamente con un voto di protesta) e di sdoganamento linguistico e de-demonizzazione di certi tabù che allargano la cosiddetta “finestra di Overton”, rendendo dicibile e possibile ciò che un tempo nemmeno si poteva pensare, come riproporre campi di concentramento e deportazioni: è il caso dei cosiddetti centri migranti in Albania voluti da Meloni o della remigrazione di Vannacci e altre forze politiche europee, come AFD in Germania. La percezione di insicurezza e la difesa tutta retorica della supposta identità nazionale culturale sono fenomeni legati ai flussi migratori, ma sia questi che l’insicurezza o la sicurezza nelle strade, dipendono da crisi innescate dalle politiche postcoloniale nel Sud globale e da sacche crescenti di marginalità nelle periferie urbane e extra-urbane europee; marginalità economica, linguistica e sociale sul cui terreno non possono che emergere devianze o sul quale si recluta un esercito di riserva che accetta condizioni di lavoro sempre più capestro. Dopo di che, come insegna la Comune di Parigi e come ricorda Jane Jacobs nella York degli anni Sessanta: la sicurezza è la sociabilità, l’apparire estetico dell’uno all’altro. I servizi sociali non sono strozzati dalla richiesta crescente di questi marginali ma dal ridimensionamento di tutto il Welfare State e delle risorse pubbliche più in generale che sono riorientate verso i settori privati, che sono sia quelli della sanità e delle scuole private – finanziati con denari pubblici – che dei fondi che prestano soldi per acquisto di armi e che ogni stato deve rassicurare per chiedere nuovi prestiti. Di conseguenza, il servizio sociale è sotto stress e non risponde a tutti coloro che ne hanno bisogno non a causa della richiesta crescente di migranti che fuggono da condizioni di vita di cui sono responsabili colonialismo e postcolonialismo occidentali, ma perché ogni stato riduce l’assistenza pubblica per finanziare il debito di fondi privati o magari infrastrutture costruite da imprese private, cioè per arricchire sempre quei pochi che chi è risentito immagina (nell’accezione spinozista) un giorno di poter raggiungere lasciandosi alle spalle o nelle fosse gli ultimi, i dannati della terra. Ciò che abbiamo in comune, le nozioni comuni, non sono le radici greco-romano-cristiane, che tra loro hanno poco in comune e che molti di quelli che le strumentalizzano politicamente nemmeno sanno cosa siano; non è una qualche morale o legge morale ma, spinozianamente, la capacità dei corpi di toccarsi e aumentare la loro potenza incontrando gli altri corpi, quelli di cui oggi si ha così tanta paura, investiti da processi di smaterializzazione e virtualizzazione del reale. Le nozioni comuni sono difficili da formare, scriveva Deleuze, perché i “dati” che condividiamo con chiunque, le esperienze, le situazioni non sono le stesse per tutti, cioè sono percepite a seconda di certe parzialità – per dirla con Hume – che appunto non sono punti di vista universali. Come fare? Deleuze ricorda che dobbiamo essere pronti a scegliere e organizzare, a percepire e comprendere ciò che abbiamo in comune, le relazioni che emergono e si sviluppano in quella composizione sociale che è la moltitudine, quella che produce il materiale e l’immateriale, in cui risiede l’intelletto generale, la scienza e in cui può circolare la gioia, piuttosto che il pregiudizio e la tristezza. In questo senso, un popolo manca, il che non significa che non vi siano ogni giorno tentativi, iniziative e progetti per comprendere e agire sulla base di nozioni comune, per disarciornarci da un “atteggiamento naturale”, terreno di coltura del consenso strumentale, da una imaginatio che riempie occhi e testa, dalla comoda passività di pregiudizi e superstizioni, per giungere ad una comprensione attiva e adeguata non solo per comprendere ma anche per trasformare le nostre condizioni di vita. III Il comune, la comprensione delle nozioni comuni, in fondo, erano anche la posta in gioco dell’ultimo Lyotard, per cui il gesto artistico richiama l’incontro con il sensibile nel colore, nel timbro e nella linea. Anima per Lyotard è questo risveglio, l’opera d’arte è questo risveglio. Magari l’arte fa scomparire quel sensibile a cui siamo abituati e ma poi lo fa riapparire “carico di notte”. Il gesto artistico è come il modello di questa affezione, dell’avvento di questa affezione e dell’incontro con l’evento del sensibile: modello per filosofi e uomini tutti. Se l’arte è addirittura modello la filosofia, come ricordava anche Adorno, non può investirsi di una “sovranità” che soverchi le opere d’arte. Quel terreno comune che media l’incontro, quel “principio estetico”, dopo tutto, è lo schematismo kantiano, cioè l’immaginazione che è fondamento di ogni conoscenza. “L’immaginazione al centro fra il senso e l’intelletto”, quell’immaginazione che è al centro dell’educazione estetica proposta da Gayatri Spivak per fronteggiare la globalizzazione neoliberista che cannibalizza persino il futuro. L’immaginazione al centro. L’arte è come la verificazione della realtà, ma viviamo in quell’epoca che Toni Negri ha chiamato trionfo dell’astrazione, il Postmoderno come fattizio, cioè una verità a cui manca la realtà. Che fare? L’arte è anche strategia di disappropriazione e riappropriazione, riarticolazione e, perché no, re-invenzione del mondo, attraverso l’immaginazione. Possiamo fare i nomi di alcuni collagisti: John Heartfield, Jean-Luc Godard, Martha Rosler e Thomas Hirschhorn. Un’educazione estetica, quella di cui parlava Schiller alla fine del Settecento e oggi Spivak, allora, più che istruire su come distinguere tra vissuti esperienza, dovrebbe anzitutto plasmare un sensorio sempre più anestetizzato e proprio dalla cascata incessante di immagini e suoni, per effetto dell’immersione quotidiana in ambienti estetizzati e digitalizzati. La sensitività, quella che qui si chiama estetica, come ricorda Kant nei suoi Prolegomeni ad ogni futura metafisica (1783), non è logica ma genetica, l’origine della conoscenza, anche di quella logica, poiché la conoscenza sensitiva, diciamo pure l’educazione estetica, rappresenta il modo in cui le cose del mondo “eccitano i nostri sensi”, rappresentazione su cui l’intelletto riflette. L’estetica è sensazione di esistenza e, come osserva Kant, “la condizione soggettiva di ogni esperienza è la vita”. L’estetica è la maniera del nostro pensare, è un sentire che alla verità manca la realtà. Una maniera che è soggettiva, cioè affetta universalmente tutti gli uomini la cui sensibilità è affetta da quella che oggi Judith Butler chiama “alleanza di corpi”, la dipendenza simpoietica degli uni dagli altri e non dalle piattaforme, quella che Kant ha chiamato “voce universale”. Del resto anche per i Greci aisthesis era sensazione del sensibile. Solo che, come ricorda il Marx critico dell’economia politica, anche il lavoro è una categoria transtorica e insieme storica, perché il lavoro degli antichi non è quello dei moderni. Pertanto, come sapeva il giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, i nostri organi di senso non sono immediati (o immediatamente “naturali”). La Bildung (fabbricazione e formazione) dei cinque sensi è l’Arbeit, il lavoro prodotto dalla storia mondiale e, oggi, dalla globalizzazione che anestetizza e cannibalizza. Se la storia del mondo produce la sensibilità, l’estetica, allora si tratta di formare esteticamente questa storia. Toni D'Angela è insegnante, critico e curatore. Ha pubblicato libri su Duchamp e Jerry Lewis, John Ford e Lyotard, Merleau-Ponty e Stan Brakhage. Ha fondato e dirige il media & film journal «La Furia Umana». Collabora con «Antinomie» e «La fuga» e altre riviste su cui scrive di filosofia arte letteratura cinema.
- nuovi movimenti
Il nuovo teorema della Magistratura: l’associazione a delinquere dei medici contro i CPR Luis Braga I fatti: in marzo viene avviata a Ravenna un’inchiesta nei confronti di otto medici del reparto di Malattie infettive, ai quali sono contestati il falso ideologico continuato e l’interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificazioni di non idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Il 16 settembre, all’alba, la polizia fa irruzione nelle abitazioni di 23 medici in nove città, sequestrando dati personali e documenti informatici, su decreto di perquisizione del sostituto procuratore, Angela Scorza. La procura di Ravenna ha elaborato l’ipotesi che sia stata organizzata una rete criminale di medici per rilasciare falsi certificati di non idoneità e così impedire il funzionamento dei CPR. Kafka a Ravenna o piuttosto Calogero? Pubblichiamo due reazioni dagli Ambulatori popolari, la prima scritta a caldo da una attivista dell’Ambulatorio Popolare Caracol Olol Jackson di Vicenza il 16 settembre, la seconda del Laboratorio di Salute Popolare di Bologna, pervenuta il 20 settembre. Un comunicato nazionale della Rete degli Ambulatori Popolari è in preparazione Che facciamo? La notizia delle perquisizioni, dirette dalla Procura di Ravenna, nei confronti di medici, soprattutto infettivologi e psichiatri, in cerca di tracce che confermino l'emissione di falsi certificati rilasciati a cittadini stranieri irregolari, mi indigna profondamente, come volontaria dell'Ambulatorio Popolare Caracol di Vicenza e come cittadina di una nazione che si vorrebbe democratica, e mi induce a riflettere a fondo sulla gravissima questione per trovare contromisure collettive ed efficaci. I fondamenti di quello che sta accadendo sono dovuti all'applicazione della convenzione europea sul tema: "Accertamenti nei confronti dei cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne" le cui linee guida sono normate dal Nuovo Patto su Migrazione e Asilo - Regolamento UE Screening 2024/1356, recepito ed applicato sul nostro territorio attraverso la Circolare Ministeriale prot. 28722 del 9 giugno corrente anno emessa dal Ministero dell'Interno - Dipartimento per le Libertà Civili e l'immigrazione - Direzione Centrale dei Servizi Civili per l'immigrazione e l'Asilo. Chi ha normato le disposizioni che hanno funzione di controllo amministrativo, di pubblica sicurezza, di trattenimento o di rimpatrio è stato il "Dipartimento per le LIBERTÀ CIVILI e L'IMMIGRAZIONE " del Ministero dell'Interno. Nome che pare uscito dalla penna di George Orwell. Tradotto in parole povere: – i medici infettivologi e gli psichiatri (la questione mentale è un tema molto caldo e complesso, spesso dibattuto, ma, a mio avviso, non efficacemente), colpiti da questa operazione di polizia subiscono una vergognosa delegittimazione – le autorità hanno furbescamente emanato una semplice circolare e non una legge, in modo tale da escludere la verifica di conformità da parte della Corte Costituzionale: resta alla società civile il compito di assumersi la responsabilità di verificarne la conformità e contrastarne le difformità! – si tratta in realtà di norme che nascondono, nelle pieghe dello screening sanitario, funzioni di controllo amministrativo e di pubblica sicurezza che sono tutt'altri profili professionali che quello medico! – lo screening sanitario è la trappola che ingabbia e trasforma i medici e gli operatori degli Ambulatori del Terzo Settore, che aderiranno alla circolare, in mastini dell'attuale governo. Deriva tipicamente fascista. Non pensate che dovremmo intervenire collettivamente al più presto, compatti su tutto il territorio nazionale, magari facendo una grande campagna informativa affinché nessuno si presti al ruolo di Cerbero del sistema? – la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici assieme ad altre associazioni tra le quali anche la Rete Veneta Ambulatori E.T.S. (Enti terzo settore) alla quale abbiamo aderito come Ambulatorio Caracol, hanno assunto un netta posizione critica, denunciando il fatto che "Le disposizioni previste, in particolare quelle relative allo screening sanitario obbligatorio, alle procedure accelerate di frontiera e ai regimi di trattenimento, rischiano di trasformare il personale sanitario in facilitatore burocratico di un sistema di confinamento nei "luoghi specifici", il trattenimento di frontiera o l'espulsione immediata, che contrasta apertamente con i principi fondativi delle professioni sanitarie, con il Codice Deontologico e con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani". Il comunicato sottolinea che "le attività sanitarie di screening, valutazione e presa in carico delle persone migranti DEVONO AVERE FINALITÀ ESCLUSIVAMENTE CLINICHE: individuare bisogni di salute, condizioni di vulnerabilità, fragilità fisiche e psichiche, necessità assistenziali e percorsi di cura appropriati. È indispensabile che tali attività siano svolte in ambiente sanitario avvalendosi di tutte le competenze necessarie e restino chiaramente distinte dalle funzioni di controllo amministrativo, di pubblica sicurezza, di trattenimento o di rimpatrio" (estratto dal documento della Rete Veneta Ambulatori E.T.S.) – Infine l'Art 35 del Testo unico sull'immigrazione (D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286) in tema di Assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Servizio Sanitario Nazionale al comma 5, recita così: "L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano."CHE FACCIAMO? Marina Venieri, Counsellor sistemico-relazionale: per l’Ambulatorio Popolare Caracol Olol Jackson di Vicenza La cura non è reato – solidarietà alle mediche e ai medici indagati, no ai CPR Ravenna: 8 medici indagati (su un totale di 11) del reparto di Malattie Infettive per presunti “certificati falsi” (questa l’informazione - già sbagliata in partenza - passata dai media). Il 16 Febbraio scorso, quando abbiamo appreso, sconcertati, quanto stava succedendo a Ravenna, abbiamo portato nelle piazze che abbiamo attraversato come Laboratorio di Salute Popolare di Bologna uno slogan: la cura non è un reato. Per noi, che assumiamo che la promozione della salute sia un vettore di riscatto, un grimaldello per cambiare i rapporti sociali, è uno slogan che afferma molto meno del minimo che vorremmo nel mondo. Ma di questi tempi burrascosi, di remigrazioni sbandierate, influencer che fanno a gara tra chi è più disgustoso e violento, decreti sicurezza su decreti sicurezza, anche affermare l’ovvio è diventato sovversivo. Avevamo promesso che, se ci fossero stati altri sviluppi nell’inchiesta, ci saremmo schierati apertamente dalla parte di quelle mediche e quei medici che hanno tenuto alta la bandiera etica della professione. Anzi, che ne hanno rinnovato i principi, i quali impongono a chiunque lavori nel campo della salute di occuparsi di tutelarla, senza pensare ad altro. Senza pensare ai governi, ai confini, agli hotspot, ai respingimenti: ma semplicemente, a pensare di curare e promuovere la salute dell’essere umano che ci si trova davanti. Questi medici non hanno fatto altro che ciò: il loro lavoro e la risposta è stata sospenderli 10 mesi. Quindi eccoci: dopo le perquisizioni di giovedì, abbiamo immediatamente chiamato un presidio per Sabato 19 a cui la città ha risposto, per stringerci attorno alle mediche e ai medici indagati e per riconoscerci tra persone che non accetteranno mai di normalizzare luoghi di detenzione extralegale. A pensare male si fa peccato però spesso ci si azzecca. Allora, vogliamo pensare che sia una coincidenza che questa inchiesta giudiziaria, che ha dovuto persino includere l’accusa di associazione a delinquere per giustificare le retate all’alba, in casa, di gente che di li a poco si sarebbe dovuta svegliare per andare a lavoro a curare le persone, sia caduta proprio in una regione e in un territorio che a qualunque livello, dalla società civile, ai movimenti, ai rappresentanti istituzionali, ha detto chiaramente che i CPR non li vuole e che non vuole essere complice di un sistema disumano che trattiene le persone indefinitamente in condizioni umane degradanti e pericolose. Vogliamo pensare che siano una coincidenza le interviste continue, manco fossero una rubrica a cadenza periodica, al ministro dell’interno da parte dei giornali locali per cercare di imporre alla città di Bologna e all’Emilia Romagna un CPR. Per non parlare del clima in città, una città che come tutte le città ha sicuramente dei problemi che non neghiamo, ma che quotidianamente viene dipinta dai partiti di governo come una città del Far West, coi predoni liberi di scorrazzare per le strade, ovviamente tutti migranti, ça va sans dire. Perchè se fai una campagna securitaria, martellando l’opinione pubblica da mattina a sera, senza parlare degli strumenti reali della sicurezza: prevenzione, educazione, servizi, salute, reddito e casa ma parlando di spaccio, degrado e polizia prepari il terreno per far passare i centri di permanenza e rimpatrio. A questo punto, i CPR sono solo diventati un braccio di forza per piegare simbolicamente un territorio che ancora in larga parte crede che non sia la guerra civile tra penultimi la soluzione, ma sia piuttosto redistribuire la ricchezza e sperimentare, potenziare i servizi, il welfare e il reddito. Laboratorio di Salute Popolare – Bologna
- nuovi movimenti
No Kings: come organizzarsi nella guerra civile globale? Abdelhaq Djellab Con questo testo ahida inaugura il comparto «nuovi movimenti» che sarà curato da Fosca Grespi*». Occupy Wall Street negli Stati Uniti, Movimento 15-M in Spagna, Gilets jaunes in Francia, grandi movimenti spontanei di lotta che hanno scosso le società capitaliste nel decennio scorso. Vampate di rivendicazione di democrazia diretta che paiono ora spente, schiacciate dalla repressione come i Gilets jaunes o riassorbite nel sistema elettorale come M-15, o risucchiate dal vuoto di prospettive politiche. Nel frattempo il potere ha assunto nuove forme di dominio e di accumulazione, spingendo le democrazie occidentali verso forme di regimi autoritari, scatenando guerre e distruzioni. Allora, la crisi della soggettività politica è giunta a cancellare ogni forma di opposizione? Non lo crediamo. I movimenti ambientalisti attivi in Francia, le grandi manifestazioni contro il genocidio a Gaza in Italia e in molti altri paesi sono sintomatici di una protesta vasta e tutt’ora viva. Una ricerca più capillare mostrerebbe mille esempi di organizzazioni alternative e di lotta locali che restano per ora nelle pieghe della società alla ricerca di spazi e prospettive più larghe. È ciò che ahida intende fare con questo comparto: indagare e relazionare sui caratteri, le teorie, le modalità d’azione dei nuovi movimenti che a livello planetario stanno esprimendo una critica radicale alle forme di potere capitalistico. Quali sono i loro punti di forza e di debolezza? Cosa li differenzia dall’operare dei movimenti della seconda metà del secolo scorso? Ossia qual è la soggettività politica che li anima?I metodi che useremo saranno quelli dell’inchiesta e della conricerca, ereditati dalla tradizione «operaista». *Fosca Grespi, cresciuta a Venezia, laureata in Scienze Storiche all’Università di Torino con una tesi di Storia Orale sulle memorie dei fuoriusciti politici alla fine degli anni Settanta. Interessata a temi di storia del lavoro e di movimento, ha svolto un tirocinio presso l’Istituto Parri di Bologna e il servizio civile presso ISMEL – Istituto per la memoria e la cultura del lavoro, dell’impresa e dei diritti sociali a Torino. Negli Stati Uniti No Kings viene associato al tentativo di riscossa liberal dopo il trauma Trump. È certamente anche questo. Ma nello stesso ciclo si collocano gli scontri di Minneapolis, l’organizzazione delle comunità contro l’ICE, l’elezione di Mamdani a New York e le nuove proteste contro l’estrema destra verso le elezioni di midterm.Sono già celebri immagini come quella dello Spiderman che, divincolandosi dalla polizia, prende a pugni un nazista. Liberal, dunque? Sì, anche. Un simbolo dell’immaginario hollywoodiano che cerca di liberarsi dal mondo del capitalismo americano che esso stesso ha prodotto. Ma c’è anche altro.Renee Good è diventata una martire di questo ciclo, insieme ad altri bianchi che si sono messi fisicamente davanti all’ICE e a persone dai colori della pelle più disparati. Il suo SUV usato in quel modo ha combinato individualismo yankee e potenza del truck del secolo scorso, messi questa volta a disposizione della lotta antirazzista e antifascista. Termini forse desueti. Per ora facciamoceli andare bene. Oltre Dentro questo ciclo hanno trovato significato politico anche parole che elaboriamo dalla pandemia: capitalismo dell’oltre-umano, oltre-democrazia e, nelle versioni più diffuse, tecno-fascismo o tecno-feudalesimo. La lotta contro Trump non riguarda soltanto la cosiddetta torsione autoritaria, l’oltre-democrazia, ma tutta la corte dei big tech e il sistema in competizione per la corsa all’AI, che produce nuovi domini dell’esistente e della produzione: il capitalismo dell’oltre-umano. Si colloca cioè nel punto più avanzato e ricco dello sviluppo capitalistico contemporaneo. È lì che bisogna guardare per capire nuove alleanze, poteri emergenti, il proliferare delle guerre e il formarsi di una situazione di guerra civile globale permanente. No Kings per noi ha significato anche questo: nessun re, nessun padrone, nessun nuovo comando. Il comando mantiene tratti antichi, ma dispone di strumenti nuovi: parte da una Terra trasformata da due secoli di industrializzazione, possiede una capacità senza precedenti di estrarre e processare informazioni e coinvolge attori non più riconducibili soltanto a Stati e imperi. Catene del capitale, piattaforme, fondi, infrastrutture digitali, apparati militari e circuiti legali e illegali attraversano i confini e producono direttamente potere. No Kings ha funzionato al plurale: il re non è solo Trump, sono i diversi padroni. Ed è arrivato fino a noi come messaggio globale: dentro la contesa del capitalismo planetario i Kings non sono solo gli Stati Uniti, ma gli Stati, gli imperi, gli hyperscalers – cioè quelle reti del Tech che possiedono già il capitale per passare da 12.000 a 25.000 data center e moltiplicare in maniera esponenziale la potenza del capitalismo dell’oltre-umano –, le sette religiose, i cartelli e le milizie del multipolarismo in lotta. È il mondo dei sotto-sistemi, quello con cui dobbiamo fare i conti. Re sono quei sotto-sistemi che strutturano sistemi di dominio e sfruttamento delle risorse a scapito dei territori, che aborrono la ricerca di democrazia e uguaglianza, che vogliono comandare ogni transizione rendendo più remoto qualsiasi sogno di estinzione del capitalismo. L’Europa contesa Fino a qui «tutto bene». Si fa per dire. Perché fino a qui ci siamo ritrovati nell’analisi collettiva, prima con la Rete a Pieno Regime e poi unendoci alla campagna Stop Rearm Europe nella rete No Kings Italia. La convergenza tra soggetti molto diversi tra loro, da un lato, ha rimesso al centro lo scontro di classe con i multimilionari e, dall’altro, ha mostrato la necessità di affrontare il problema su scala continentale con chi ha visto in anticipo come i capitali europei si stessero spostando verso investimenti in armi. Abbiamo fatto questo mentre qualcuno continuava a riportare tutto dentro il già visto, come se le guerre in giro per il mondo rispondessero a schemi bipolari sempre validi, come se chi le subisce non avesse diritto di difendersi pur nelle contraddizioni. Abbiamo rotto con l’idea che alla fine lo schema neoliberale sarebbe tornato a contenere le forze scatenate dalla combinazione di sviluppo tecnologico, trasformazione antropologica e sommovimenti che fanno Era sulla scala geologica. La governance dell’Unione Europea, alle nostre latitudini, è la struttura che infatti ha permesso che ogni tensione e ogni scontro venissero affrontati in chiave nazionalista e permette dunque il proliferare della destra estrema, che si sta organizzando proprio su scala continentale, senza che si renda effettiva una rottura con gli Stati Uniti di Trump. I capitalismi europei hanno attraversato la globalizzazione modificando la propria posizione nelle catene del valore. Oggi sono esposti alla crisi di quell’ordine, alla trasparenza del business della guerra – compresa quella sterminatrice e genocidaria – e alla difficoltà di produrre autonomamente un nuovo mercato, una nuova potenza e persino un proprio orientamento strategico senza investire in armi e sistemi di sorveglianza, rivolti al nemico «esterno» quanto a quello «interno». Siamo dunque anche noi dentro la metamorfosi del capitale dell’oltre-umano. Ed eccoci al punto che discutiamo da mesi: l’Europa contesa, che non è semplicemente l’Unione Europea. Sono contesi i suoi Stati, e infatti le tornate elettorali del 2027 saranno decisive. Ma lo è soprattutto l’Europa come spazio materiale: culture, commerci, città, migrazioni, infrastrutture, conflitti, diritti conquistati e diritti proclamati e mai realizzati. Uno spazio di cui i nostri network sono parte, come mostrano le recenti mappe di schedatura delle reti antifa europee prodotte dalla destra americana o la volontà di estinguere gli spazi sociali, fisici e online, da Autistici/Inventati ai centri sociali fino alle nuove istituzioni dal basso come i municipi sociali, e la rete di economie e culture alternative di cui l’Europa è permeata.Sono contesi la realtà e i flussi economici, tecnologici e militari che attraversano il continente, superando gli assetti istituzionali e i diritti su cui si supponeva fosse fondato. L’Unione Europea per come l’abbiamo conosciuta fatica a trovare spazio nel mondo contemporaneo, riproduce divisioni, è il terreno perfetto per nuove forme di comando permeate dalla guerra. Fino a qui ci siamo. La destra estrema ne è consapevole. La sua rivoluzione passa attraverso questa crisi. Non vuole semplicemente tornare indietro: utilizza gli strumenti del presente per costruire un nuovo ordine. E a una parte del capitale europeo, come negli Stati Uniti, questo progetto può andare benissimo.Ancora analogie con gli Stati Uniti. Ma è qui che le strade potrebbero iniziare a separarsi. L'Italia dentro questa contesa No Kings in Italia deve misurarsi con la specificità del nostro paese. C’è una situazione pre-elettorale che darà senso ai prossimi mesi, dal significato storico. In Ungheria nessun partito di sinistra siede oggi in Parlamento. Certo, questo avviene per responsabilità della sinistra stessa, ma allo stesso tempo chi voleva fermare veramente Orbán ha votato chi aveva realmente possibilità di farlo. Punto. Questo varrà anche qui, in assenza di un progetto europeo all’altezza dello scontro con il capitalismo dell’oltre-umano. La questione più interessante è come lotte, organizzazioni, territori e nuove forme della protesta possano intersecarsi e sfidare la nuova fase del capitalismo e la sua alleanza con le destre estreme, oltre il gioco democratico che mostra di non essere in grado di porre freni alla libertà di espressione anche quando questa si tramuta in odio etnico. O, perlomeno, dobbiamo porci il problema di come ottenere risultati immediati per impedire che un Vannacci parli, invece di interrogarsi a giochi fatti dopo le elezioni sul perché sia stato possibile sprofondare in democrazie che prevedono la remigrazione su base etnica. Il tempo è ora. Per questo l’assemblea No Kings del 18 luglio, Genova futuro anteriore, è stata un passaggio importante. Si sono aperti i gruppi di lavoro che, partendo da lotte e territori specifici, continueranno a confrontarsi su come combinare le forze e agire efficacemente. E la prossima assemblea nazionale del 4 ottobre a Napoli sarà una tappa che va in questa direzione. Dalla centralità ritrovata delle questioni climatiche durante le ondate di calore alla necessità di organizzarsi perché l’odio etnico non conquisti strade e social, fino alla campagna Free All Antifa, apriremo i tavoli di lavoro per connetterci e agire nelle città sorvegliate, nelle province e nei territori del paese. Tra dati che viaggiano nei data center proprietari e nelle infrastrutture imperiali, e poi attraverso le crisi industriali, le forme di welfare possibili, le battaglie per la dignità del migrare e del costruire la propria casa quando il mondo va in fiamme, i gruppi di lavoro No Kings saranno aperti a tutte le connessioni possibili. In un recente articolo su «Huffington Post» Gianluca Peciola ha parlato della necessità di un «gabinetto di guerra» per costruire la pace. La formula coglie un punto reale. Se la guerra civile globale è il contesto, serve collocarsi veramente al suo interno e leggere insieme ciò che normalmente vediamo separato: guerre e migrazioni, riarmo e controllo sociale, infrastrutture digitali e città, odio etnico e trasformazioni del lavoro, conflitti locali e nuove gerarchie globali, attori non democratici e democrazie liberali in crisi. Tutto ciò va preso seriamente. Un compito che sicuramente supera lo spazio No Kings e lo scenario nazionale, ma che dovrà attraversare le nostre discussioni. Europe Beyond the West, il 14 e 15 novembre a Bologna, proverà a muoversi in questa direzione: attivisti dell’est e dell’ovest, diaspore che vivono dentro l’Europa, esperienze che guardano lo stesso spazio da posizioni differenti e ne toccano con mano le contraddizioni, con una domanda di fondo: come costruire un movimento europeo che non esiste ancora? Opporsi al riarmo nazionale a guida Nato voluto dall’Unione Europea non può significare lasciare gli ucraini al proprio destino, così come sostenerne la libertà non obbliga ad assumere come inevitabile una nuova potenza militare continentale guidata dall’ultradestra. Dalla Serbia all’Albania, dall’Ucraina alla Georgia, dalla Grecia all’Italia, possiamo prendere in mano questo problema seriamente, perché ci riguarda. L’internazionalismo è una parola vuota, che riflette soltanto la base nazionalista, se non viene praticato realmente: scambi, conoscenza diretta, solidarietà corpo a corpo tra chi è in guerra e chi non lo è. La complicata rottura del blocco occidentale è una cosa che ci riguarda, dai paesi a servitù militare degli Usa come l’Italia, a chi per sopravvivere deve ricevere dalle catene del valore transatlantiche i missili per la difesa. Ma per affrontarla con un progetto realmente internazionalista non possiamo girarci dall’altra parte di fronte ai conflitti vivi del nostro continente. Continente che ancora, per compagne e compagni internazionalisti del resto del mondo, rappresenta uno dei cuori del problema dello sviluppo del modo di produzione capitalistico e che, se ci vedessero all’opera per fare la nostra Europa, sovvertendo l’esistente, potrebbero finalmente intravedere un progetto rivoluzionario e non coloniale. In ogni caso la situazione oggettiva dello sviluppo delle forze di destra estrema ci chiama a questo, come farlo è una domanda da porci insieme. A gennaio 2027, a Padova, ci saranno invece gli Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale, che affronteranno l’altro aspetto della guerra civile globale: l’ipersorveglianza e le nuove leggi repressive. Sono piani diversi dello stesso problema e partono tutti dal collocarsi dentro questa situazione storica senza cercare facili scappatoie. Il movimento dei movimenti Nei prossimi mesi No Kings può diventare uno spazio capace di produrre forza su più terreni senza doversi trasformare nell’ennesima organizzazione che pretende di riassumerli tutti. Le cinque dita non devono fare la stessa cosa per appartenere alla stessa mano. Piazza, conflitto sociale, autodifesa digitale, intervento nei territori, produzione di sapere e nuove istituzioni democratiche possono usare strumenti diversi e combinarsi insieme in maniera inedita. Forse è questo il punto da cui partire per organizzarsi nella guerra civile globale: costruire rapporti di forza senza assumerne la logica. Non scegliere uno dei campi predisposti dai nuovi re, ma attraversare il conflitto, rompere i blocchi imposti dal potere e contemporaneamente rendere visibili pezzi del mondo che vogliamo costruire. Dopo le straordinarie mobilitazioni dello scorso autunno a supporto della Palestina sono state prese tante strade diverse, non necessariamente in conflitto tra loro. Costruendo No Kings abbiamo scommesso in tante e tanti su uno spazio che mancava nel nostro paese in cui le differenze potessero coesistere e che ponesse dentro il movimento la necessità di avere nuove istituzioni democratiche, oltre all’esplosione dell’evento, in cui confrontarsi e organizzarsi mentre le mutazioni della guerra civile globale avvengono. È questo un movimento dei movimenti? Non ancora, ma la scommessa di 25 anni fa è rinnovata e come tenere aperto uno spazio costituente nei movimenti sociali è una questione concreta che si inserisce nella nostra fase storica. In questa tensione che va oltre No Kings credo che vedremo emergere in anticipo nuove pratiche radicali che sfuggono al controllo e che escono dagli schemi. La guerra civile globale è già qui, scuote alle fondamenta le Costituzioni europee e le rende carta straccia di fronte alle forze poderose scatenate dal capitalismo. Ma attraversare questo conflitto può rendere la situazione, anche per noi, costituente e rivoluzionaria insieme. Christopher Ceresi è militante politico dei Municipi Sociali e di Ya Basta a Bologna, dove coordina progetti educativi, sociali e territoriali. Ha contribuito alla costruzione di Reclaim The Tech, spazio europeo di confronto e organizzazione sulla democrazia digitale e le infrastrutture tecnologiche, e di SCIFT – Officina, progetto di citizen science dedicato al clima urbano e alla produzione dal basso di dati ambientali. Negli ultimi anni è impegnato nella costruzione della rete No Kings.
- graphic journalism
Robot "ribelli" In questi giorni i media riportano casi di malfunzionalemto di alcuni robot che vengono interpretati come esopressione di una loro "ribellione" a preludio di una apocalisse che ci attende in seguito alla perdita di controllo dell'Intelligenza Artificiale












