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- selfie da zemrude
dossier italia Una pacificazione terrificante L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso Italo Carrarini La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato. A Bologna si contano 100 denunce depositate contro gli attivisti; a Genova il numero dei procedimenti raggiunge quota 80; a Cagliari sono 90 i decreti penali emessi nei confronti di chi ha osato sfidare il coinvolgimento bellico nazionale. L’autorità giudiziaria ha attivato gli strumenti previsti dal Pacchetto Sicurezza dell’11 aprile 2025, comminando sanzioni pecuniarie che arrivano a 12.000 euro per singolo individuo. Questa strategia di sfinimento economico mira a rendere il costo del dissenso insostenibile per i soggetti precari e per le reti della solidarietà internazionale, colpendo in particolare i sostenitori della Global Sumud Flotilla. Salvatore Palidda riconosce in queste pratiche la funzione essenziale delle forze di polizia nella storia unitaria. Egli osserva che «l’uso delle polizie, prima e dopo l’unità nazionale, è sempre stato determinante per il mantenimento del potere politico, cioè per reprimere e respingere ogni forma di opposizione» (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). L’attuale assetto istituzionale perfeziona questa missione attraverso un esercizio di potere che l’autore definisce in termini di chirurgia sociale. L’obiettivo risiede nella segregazione dei segmenti della popolazione percepiti come nocivi, operando una distinzione radicale prima ancora che intervenga l’azione penale. Palidda chiarisce questo concetto con precisione ovvero, in questo scenario, la sicurezza cessa di essere una garanzia per il cittadino; essa diventa un meccanismo di immunità per il potere sovrano e di esclusione per chiunque rifiuti la conformità o le scelte del governo. Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti. Il provvedimento poggia su un vero e proprio attacco di panico morale che è stato alimentato dalla manipolazione del dato statistico. I 963 episodi di antisemitismo registrati dalla Fondazione CDEC nel 2025 fungono da pretesto per giustificare un incremento della severità punitiva. Secondo Stuart Hall, il panico morale serve a «identificare una minaccia simbolica che precipita ansie e preoccupazioni precedentemente prive di articolazione» (Hall, cit). Nel contesto attuale, l’aumento degli episodi antisemiti online, 557 casi, viene decontestualizzato per colpire i movimenti pro-pal, cancellando la distinzione fondamentale tra il pregiudizio religioso e l’orrore davanti al genocidio di Gaza. La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna). La Geopolitica del sangue e il riflesso interno L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale. Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. Mark Neocleous avverte che «la dottrina della sicurezza nazionale implica l’interrelazione di così tanti fattori sociali, economici, politici e militari che qualsiasi sviluppo può essere considerato un impatto sull’ordine liberale» (Neocleous, Critique of Security). Reprimere continuamente il dissenso serve al governo anche per concedere l’uso delle basi americane sul suolo nazionale per operazioni offensive, accettando che la necessità militare scavalchi la sovranità costituzionale senza che nessuno possa protestare ferocemente contro la complicità in una guerra illegale. Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente. Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave, il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica. La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro, volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano, orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità. Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza (ex ddl 1660), una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale: Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.): questa è forse la norma più controversa. Equipara il rifiuto non violento di obbedire a un ordine nei CPR o nelle carceri (come lo sciopero della fame o il rifiuto di rientrare in cella) a un atto di rivolta, punibile con pene che arrivano fino a otto anni di reclusione. La resistenza non deve più essere violenta per essere sanzionata duramente; basta che sia passiva. Stretta sui Blocchi stradali: quella che prima era una sanzione amministrativa (spesso usata nelle proteste sindacali o ambientali) diventa un reato penale se commesso da più persone o se considerato ostruttivo in modo persistente. Questo colpisce direttamente le modalità di protesta dei movimenti climatici (come Ultima Generazione) e dei lavoratori in sciopero. Il Reato Anti-Ghandi: la norma colpisce chiunque manifesti contro le grandi opere (come il Tav o il Ponte sullo Stretto), introducendo aggravanti specifiche per chi protesta nei pressi di siti strategici, rendendo di fatto illegale il picchettaggio e la presenza fisica di opposizione. Detenzione delle madri detenute: il DL ha reso non più obbligatorio il rinvio della pena per le donne incinte o con figli neonati, aprendo la porta alla detenzione in carcere di bambini piccolissimi, ufficialmente per evitare l’impunità. Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026): l’ultimo tassello, giunto nel febbraio 2026, ha introdotto il fermo preventivo di dodici ore per chiunque sia sospettato di poter turbare un evento pubblico e ha autorizzato i prefetti a istituire zone rosse urbane con poteri di allontanamento immediato (Daspo urbano potenziato). Esempi Concreti di Applicazione L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo. Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla). L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL. Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale. Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali. Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo, espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity, pp. 11-12). La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa. La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di Sumud, la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice. Il dissenso viene sistematicamente derubricato a problema di degrado urbano o a ostacolo allo sviluppo economico, legittimando la sospensione delle garanzie costituzionali in nome di una pacificazione che è una forma di occupazione poliziesca della vita civile. L’eccezione quale nuova normalità L’analisi dell’Italia nel 2026 rivela una società dominata dalla paura e dal risentimento reattivo. La criminalizzazione del dissenso rappresenta il fulcro di una strategia di pacificazione volta a mantenere intatti i rapporti di forza vigenti. Le teorie di Fassin, Hall e Neocleous permettono di riconoscere la coerenza di questo disegno repressivo, che unisce l’approvazione del Decreto Legge sull’Antisemitismo alla violenza poliziesca dei successivi decreti sicurezza. La distorsione della verità operata dai media, che isolano episodi per invocare la guerriglia urbana, facilita l’approvazione di leggi liberticide che rendono il paese un laboratorio del tecnofascismo europeo. Lo Stato si rifugia nell’immunità sovrana, proteggendo i propri agenti quali Cinturrino e silenziando chiunque immagini un'alternativa alla guerra permanente. La passione punitiva della società contemporanea si alimenta di simboli quali il maranza per giustificare un eccesso di castigo che colpisce esclusivamente i soggetti più vulnerabili. Didier Fassin osserva che «questa tendenza non riguarda allo stesso modo né tutte le trasgressioni né coloro che ne sono gli autori. Risparmia spesso le categorie dominanti e si accanisce sulle classi popolari. La frode fiscale viene generalmente meglio tollerata del taccheggio» (Fassin, Punire, p. 2). La sfida per i movimenti di opposizione consiste nel rompere il circolo vizioso della sicurezza e nel rivendicare il conflitto quale elemento vitale della democrazia reale. Senza una critica radicale al dispositivo della pacificazione, l’Italia rimarrà intrappolata in uno Stato eccezionale dove la libertà è ridotta al dovere di conformità assoluta. La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto. Lavinia Marchetti è biologa, appassionata di poesia, letteratura e bellezza nell’arte. Lavora in una galleria d’arte Milano.
- clan milieu
Storia di una foto In questi giorni è disponibile nelle librerie e presso l’editore Milieu la nuova edizione di Storia di una foto. Milano, via De Amicis. 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine-icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, a cura di Sergio Bianchi, collana «settanta/milieu». Milano, 14 maggio 1977. Giorno di una manifestazione contro la repressione. Lo spezzone dell’«autonomia operaia» si stacca dal percorso ufficiale per sfilare sotto il carcere di San Vittore. Nei pressi della prigione, alcuni militanti di un collettivo di quartiere imboccano via De Amicis e, armi in pugno, sparano sulla polizia schierata per contenere i manifestanti. Un agente, Antonio Custra, viene colpito a morte. Uno dei fotografi presenti immortala la figura di un dimostrante col passamontagna, solo, in mezzo alla strada, con le gambe divaricate e le braccia tese a impugnare con ambo le mani una pistola puntata verso la polizia. Quella foto diventa la rappresentazione dell’aspetto tragico del Movimento del ’77, e così nasce l’immagine-icona degli «anni di piombo». Un’immagine che è stata l’incubo di una generazione e che oltre trent’anni dopo continua a evocare un passato che non passa per tutti coloro che ne furono i protagonisti: i rivoltosi, le vittime, le istituzioni, i media e l’opinione pubblica. Questo libro, che contiene una ricca documentazione iconografica, testi estratti dagli atti giudiziari, documenti politici dell’epoca, saggi di studiosi della comunicazione, testimonianze di alcuni protagonisti, offre per la prima volta la possibilità di analizzare a fondo il contesto politico e sociale e il retroscena che ha prodotto l’evento fissato in quell’immagine. Quegli spari che uccisero il movimento a Milano Paolo Pozzi e Franco Tommei Questo articolo è una fotografia sfocata e un po’ mossa. Meglio, un autoscatto sugli ultimi giorni di movimento a Milano. Quel movimento di Circoli proletari giovanili, contro il lavoro nero, per nuovi spazi di socialità, che s’era sviluppato in forme articolate tra il 1975 e il 1976. Nel ’77 è già finito, resta un’area di militanti incerti, frantumati, sul punto di rifluire o tentati dal «salto» alla lotta armata. Nella dinamica del corteo all’Assolombarda, il 12 marzo, nella discordia sul percorso e sugli obbiettivi, nella successione a scatti degli avvenimenti si dà a vedere l’impoverimento e la diaspora imminente. Si mostra in filigrana l’opposizione tra la violenza anche dura del movimento e il «discorso sulla guerra» che sarà tipico delle organizzazioni combattenti. Non eravamo rimasti in tanti a Milano, la gran parte degli autonomi se n’era andata dal giorno prima. L’appuntamento principale in quei giorni, per il movimento del ’77 tutto intero, era la grande manifestazione indetta a Roma. Ma, anche in pochi, avevamo deciso di manifestare lo stesso. La morte di un compagno a Bologna, le autoblindo chiamate da Zangheri per presidiare la città vetrina del comunismo italiano, la manifestazione di Roma ci imponevano, quasi ci obbligavano a dovere scendere in piazza. Anche se pochi, c’eravamo tutti: i comitati di Senza Tregua, quelli di Rosso, spezzoni di Lotta continua, il collettivo del Casoretto e i residui dei Circoli giovanili. Loro, i Circoli, erano stati per tutto il ’76, fino alla battaglia-disfatta della Scala, il movimento egemone politicamente a Milano. Il corteo quel 12 marzo del ’77 non aveva nulla di allegro e festoso. Facce lunghe, incazzate. Tascapani pieni di bottiglie, e sotto gli spolverini intuivi e sapevi di armi. In un centro della città assolutamente vuoto e pieno di paura il corteo si muoveva con lentezza in cerca di obiettivi. Ma stavolta non si poteva trattare del supermarket da espropriare o delle solite guardie giurate da disarmare. Ci avevano ammazzato un compagno a Bologna e di fronte a ciò tutto ci sembrava inadeguato. Intanto, sopra le teste i soliti slogan pieni di rabbia e di rancore. Le mani di pochi in aria a simboleggiare la pistola. Noi di Rosso si era arrivati poco preparati, i «migliori», con relativo equipaggiamento, erano via. Ma si poteva stare fuori da un corteo nel ’77? E allora dentro assieme agli altri. C’era voluto un po’ a rintracciare i ragazzi di Baggio, quelli della Siemens, Chicco con Bovisa. Non c’era uno che non avesse il fazzoletto sul viso. E poi ogni tanto di corsa giù per la cerchia dei Navigli. Fino a dove? All’altezza di corso Monforte il corteo si era fermato bruscamente. Risalimmo velocemente per raggiungere la testa. E lì davanti a noi c’era la Prefettura completamente circondata da reparti dei carabinieri armati di Winchester. Tra i responsabili dei vari gruppi dell’autonomia un parlare sommesso. Ci chiesero se noi di «Rosso» eravamo d’accordo nell’assaltare la Prefettura, con qualsiasi mezzo. Ci bastò un attimo per capire che tutta quell’illegalità che tanto avevamo fatto perché fosse parte del movimento si stava per ritorcere contro il movimento stesso: l’uso della forza non era più al servizio di una contrattualitá conflittuale e violenta, ma stava per diventare dominio esclusivo di chi volesse abbandonare ogni possibilità di lavoro politico di massa per scegliere la linea del combattimento e della clandestinità. Ma a quell’illegalità, in quel momento, subito, bisognava dare uno sbocco diverso dalla Prefettura, ma ugualmente violento. Una «via di fuga» che permettesse a Rosso di interloquire ancora con quel poco di movimento che esisteva a Milano, evitando lo scontro micidiale con i carabinieri. «Noi di Rosso, vogliamo manifestare sotto l’Assolombarda, uno dei motivi per cui oggi siamo qui è la protesta degli operai della Marelli contro la ristrutturazione. Non siamo d’accordo per un attacco allo Stato, non è nell’interesse dell’autonomia». «Non li vedete i fucili dei caramba, è una pazzia!». Un po’ di bestemmie, parolacce, spintoni. Finalmente il corteo reagì e si mosse. Era passata la parola d’ordine di andare all’Assolombarda. Un respiro di sollievo e nella testa la netta sensazione di essere in un casino di portata colossale. Eravamo arrivati a un vicolo cieco. Come venirne fuori? Già eravamo di corsa per le strade in senso opposto, a sfuggire quello che la gran parte di noi quel giorno non aveva voluto. Noi di Rosso e quelli del Casoretto a tirare il gruppone. Finalmente davanti all’Assolombarda. Contro quel palazzo vuoto e pieno di vetri ci scaricammo tutto quello che avevamo. Molotov a volontà, pistolettate e colpi di fucile. E i vetri della «casa dei padroni» venivano giù che era un piacere. «Brucia, ragazzo, brucia!», lo sentivamo dentro di noi. Poi via di corsa. Si era consumato l’ultimo tentativo a Milano di legare la sovversione del movimento con gli spezzoni organizzativi dell’autonomia che da lì a poco sarebbero morti, stretti nella morsa di repressione e militarizzazione. Era l’ultimo corteo in cui si era mostrato il più alto livello di scontro e persino di armamento senza l’attacco alle persone, agli uomini. Due mesi dopo, durante la manifestazione contro la repressione, fu ucciso l’agente Custra: la linea di combattimento era passata all’interno del movimento. Febbraio 1987
- konnektor
Il sistema finanziario cinese e l’egemonia del dollaro LC Carvalho Il sistema finanziario cinese e la potenza globale del renminbi sono vincolati al delicato equilibrio che il Partito comunista cinese deve mantenere tra la gestione pubblica dell’economia, le strategie di crescita necessarie per costruire il proprio status di grande potenza con il conseguente potere strutturale conferito al capitale privato e alle classi proprietarie, il controllo dei capitali necessario per disciplinare queste ultime e il potenziale sempre esplosivo che la classe lavoratrice può scatenare, se il patto sociale dovesse incrinarsi. Ogni volta che l’economia mondiale si trova in una fase di turbolenza, riaffiorano le voci sull’imminente fine dell’egemonia del dollaro. Nel marzo 1978, dopo il crollo del sistema di Bretton Woods e nel pieno della stagflazione che imperversava negli Stati Uniti, il «New York Times» pubblicò un articolo di opinione dell’economista sovietico Stanislav M. Menshikov intitolato A Marxist Look a the Dollar Crisis. Accompagnato da una vignetta raffigurante un orso in uniforme dell’Armata rossa che esamina una banconota da un dollaro con una lente d’ingrandimento, l’articolo proclamava che le contraddizioni e le crisi del capitalismo monopolistico statunitense stavano ponendo fine al dominio mondiale del dollaro e che le principali economie avevano iniziato a orientarsi verso l’oro e verso valute più sicure come riserve di valore. La crisi finanziaria del 2008, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, i dazi di Trump e le sue minacce di invadere gli alleati degli Stati Uniti, così come la guerra in corso contro l’Iran, hanno ispirato previsioni simili secondo cui la pazienza del mondo nei confronti dell’ordine monetario del dopoguerra si starebbe esaurendo. Sembra logico che nessun attore importante dell’economia mondiale voglia continuare a dipendere dalla valuta di una potenza imprevedibile per gestire le proprie relazioni commerciali e i propri risparmi. Lo status del dollaro statunitense come moneta fiduciaria, che non è più sostenuta da alcun metallo prezioso da quando Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro nel 1971, è stato a lungo considerato fragile, dato il deterioramento dei deficit delle partite correnti e di bilancio degli Stati Uniti. Tuttavia, il dollaro rimane la valuta più utilizzata nel commercio e nella finanza mondiale, con l’euro al secondo posto, ben distanziato. Sebbene la Cina sia diventata la seconda economia mondiale e la «fabbrica del mondo», l’uso internazionale del renminbi rimane irrilevante in confronto, rimanendo molto indietro anche rispetto alla sterlina britannica e allo yen giapponese, un fatto che causa costernazione tra coloro che sostengono che il renminbi sia sul punto di diventare la prossima valuta egemonica. Il dominio mondiale del dollaro ha conferito agli Stati Uniti il «privilegio esorbitante» di indebitarsi con il resto del mondo nella propria valuta. In teoria, gli Stati Uniti non possono incorrere in alcun default sui propri debiti, poiché Washington può sempre stampare più denaro per pagare gli interessi maturati e saldare tali debiti. Può acquistare prodotti e servizi da tutto il mondo con dollari che genera dal nulla, senza bisogno di offrire in cambio una quantità equivalente di prodotti e servizi. Nessun altro paese potrebbe mantenere deficit fiscali e commerciali su questa scala senza andare in bancarotta. Allo stesso tempo, tutti i Paesi che dipendono dal dollaro sono in balia delle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi, in particolare i Paesi in via di sviluppo. La crisi provocata dalla politica varata dalla Federal Reserve nel 1979 sotto la guida di Paul Volcker, che innalzò i tassi oltre il 20 per cento e scatenò la ben nota crisi del debito internazionale, ha offerto una dolorosa illustrazione dei pericoli della dipendenza dal dollaro. Tuttavia, nonostante le periodiche esplosioni di malcontento, il dollaro è stato egemonico come moneta fiduciaria (1971-2026) per un periodo che supera di gran lunga quello in cui la sua egemonia era sostenuta dall’oro (1945-1971). Cosa sostiene questa egemonia, in quali circostanze potrebbe finire e cosa potrebbe succedere dopo il suo tramonto? Gli economisti convenzionali tendono a concentrarsi sulle «esternalità di rete» o sugli effetti di trascinamento per spiegare la persistenza del sistema del dollaro. Dato che la maggior parte delle nazioni e delle imprese dipende dal dollaro, è difficile che un singolo attore se ne separi e inizi a utilizzare un’altra valuta. La letteratura economica sottolinea anche la profondità senza pari, la sofisticazione istituzionale e la stabilità dei mercati degli asset quotati in dollari. Tuttavia, se questi fattori fossero sufficienti a mantenere l’egemonia di una valuta, l’era dell’egemonia della sterlina non sarebbe ancora terminata. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la sterlina britannica era ancora la valuta leader, nonostante la Conferenza di Bretton Woods del 1944 avesse già istituito un sistema monetario internazionale ancorato al dollaro, caratterizzato da una convertibilità fissa di 35 dollari per oncia d’oro. L’Impero britannico manteneva il controllo su vasti territori, molti dei quali erano legati alla sua valuta. Nel 1947 quasi il 90% delle riserve valutarie mondiali era ancora denominato in sterline. Tuttavia, con il disgregarsi dell’Impero britannico, l’egemonia della sterlina crollò altrettanto rapidamente, poiché le imprese e i Paesi, comprese le ex colonie e i protettorati britannici appena indipendenti, scelsero di operare in dollari. Londra rimase un centro finanziario di primo piano, ma le banche della City convertirono le loro operazioni in sterline in operazioni in dollari e, di fatto, l’ascesa di Londra come centro offshore del dollaro contribuì a rafforzare il dominio globale di questa valuta. Pertanto, la capacità di resistenza del dollaro non può basarsi esclusivamente sul suo attuale vantaggio e sulla profondità dei mercati finanziari di questa valuta attivi a New York. I fattori istituzionali e le preferenze vigenti nel sistema finanziario privato hanno certamente la loro importanza in tempi normali, ma nei momenti di crisi il potere militare degli Stati Uniti è spesso entrato in gioco. La mia ricerca raccolta in *Greenback Empire: Global Dollar Dominance and the New Cold War, di imminente pubblicazione il prossimo mese di ottobre, dimostra come i meccanismi dell’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti concesso alla maggior parte delle economie capitalistiche ricche (Europa e Giappone) e ai produttori di materie prime (in particolare agli esportatori di petrolio del Medio Oriente) abbiano costituito un pilastro fondamentale del sistema mondiale del dollaro dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dato il controllo esercitato sul più grande apparato di esportazione di armi al mondo e sulla più estesa rete di basi militari, gli Stati Uniti si assicurano che i propri alleati mantengano enormi riserve di attività in dollari e conducano i propri scambi in dollari statunitensi in cambio dell’efficacia e della continuità di questa protezione. La dipendenza di questi Paesi dagli Stati Uniti in materia di difesa, basata sull’acquisto di armi statunitensi da parte di un determinato Stato e sulla presenza di truppe statunitensi sul suo territorio, è strettamente correlata al possesso di titoli del Tesoro statunitense, così come di altre attività quotate in dollari. In quello che definisco il nesso dollaro-sicurezza, i Paesi capitalisti più ricchi e i principali esportatori di petrolio sono rimasti strettamente legati al sistema del dollaro. Questo accordo implica che anche altri Paesi, che desiderino accedere a quei mercati o a quelle forniture energetiche, debbano utilizzare il dollaro. Sin dai tempi della Guerra Fredda, i principali attori economici hanno cercato di tanto in tanto di diversificare le proprie riserve valutarie e di effettuare scambi commerciali in altre valute. La Germania Ovest, ad esempio, iniziò a convertire le proprie riserve in dollari in oro a causa del deterioramento della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti alla fine degli anni ’50. I produttori di petrolio arabi hanno preso in considerazione l’idea di fatturare le loro esportazioni di petrolio in un paniere di valute negli anni ’70. All’inizio degli anni 2000, l’Iraq di Saddam Hussein ha iniziato a denominare in euro, anziché in dollari, le vendite del programma «Petrolio in cambio di cibo» delle Nazioni Unite. In ciascuno di questi casi, Washington ha fatto ricorso all’influenza militare, sia attraverso l’uso di incentivi, la coercizione o l’invasione diretta, per riportare questi paesi all’ovile. Naturalmente, la resilienza dell’egemonia del dollaro non ne garantisce la permanenza. Dal 2000, sebbene la maggior parte dei titoli del Tesoro statunitense detenuti da investitori globali si trovi ancora in Paesi che dipendono militarmente dagli Stati Uniti, una parte sempre più consistente è migrata nei bilanci di centri finanziari offshore come le Isole Cayman, nonché in quelli della Cina, che è la prima grande potenza indipendente dall’ombrello di sicurezza di Washington e insieme rivale geopolitico. Questa erosione del nesso esistente tra il dollaro e la sicurezza – aggravata dai crescenti deficit fiscali e delle partite correnti statunitensi – avrebbe potuto innescare una transizione globale, allontanando diversi Paesi da questa valuta. Eppure, finora questo scenario non si è concretizzato. Abbiamo assistito, al contrario, a un consolidamento del dominio del dollaro sull’economia mondiale a seguito delle successive crisi, comprese quelle originatesi negli stessi Stati Uniti Una ragione importante dello stallo di questa transizione è la mancanza di un’alternativa praticabile. I difetti di progettazione dell’euro, in particolare l’assenza di un’autorità fiscale e politica centralizzata, ne hanno limitato l’uso al di fuori dell’Europa. Il renminbi sembra un candidato più plausibile. Essendo la più grande economia situata al di fuori dell’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, la Cina si trova senza dubbio nella posizione globale più solida per sfidare l’egemonia del dollaro. Promuovere l’uso internazionale del renminbi è stato un obiettivo dichiarato delle autorità cinesi sin dalla crisi finanziaria mondiale del 2008. Tuttavia, il Partito comunista cinese si è mantenuto cauto nei confronti dell’apertura finanziaria, mantenendo un rigoroso regime di controllo dei capitali per evitare la fuga di capitali, il che ha impedito al renminbi di essere liberamente convertibile e ha quindi frenato la domanda globale della valuta. A causa dell’inconvertibilità del renminbi, i suoi detentori, compresa la Russia, che ha effettuato gran parte del proprio commercio con la Cina in renminbi da quando è stata espulsa dal sistema del dollaro a causa delle sanzioni statunitensi, devono trovare modi costosi e spesso opachi per convertire il renminbi in quelle che i rapporti della banca centrale russa definiscono «valute di Stati ostili» (cioè il dollaro statunitense e altre valute occidentali). Molti economisti ortodossi e funzionari del Fmi hanno dato per scontato che il sistema finanziario cinese si sarebbe progressivamente aperto dopo la sua adesione all’Omc. Non hanno compreso che la sua chiusura non è semplicemente una condizione economica, ma una caratteristica politica strutturale radicata nella natura del regime del Pcc. Contrariamente a tali aspettative, il sistema finanziario cinese ha in realtà preso la direzione opposta. Poiché la Costituzione cinese sancisce la priorità della proprietà statale, i detentori di capitali privati temono per la sicurezza dei propri beni; di conseguenza, cercano di trasferirli in giurisdizioni con maggiori tutele per la proprietà privata. Queste destinazioni sono per lo più ex o attuali territori britannici con radicate tradizioni di common law, come Hong Kong, Singapore, le Isole Cayman e gli Stati Uniti. La pressione della fuga di capitali è cresciuta nell’ultimo decennio, man mano che l’economia cinese entrava in un periodo di crisi sempre più profonda, senza soluzioni all’orizzonte, il che, a sua volta, ha intensificato l’urgenza del Pcc di inasprire i controlli sui capitali. Si supponeva che i mercati offshore del renminbi, di cui Hong Kong è il più grande, fungessero da piattaforma di lancio per la sua internazionalizzazione, fornendo una riserva di renminbi liberamente convertibili. Ma le preoccupazioni di Pechino di fronte al crescente divario tra i tassi di interesse e le quotazioni del renminbi offshore e onshore, nonché i rischi di instabilità finanziaria che ne derivano, ne ha frenato l’espansione. I depositi offshore ammontano attualmente a meno dello 0,5% dei depositi onshore. A titolo di confronto, va detto che ci sono più depositi in dollari al di fuori degli Stati Uniti che all’interno del Paese. Una parte sempre maggiore del commercio cinese viene ora effettuata in renminbi anziché in dollari statunitensi, tendenza trainata dalla crescita del commercio con la Russia. Tuttavia, dato che la Cina registra ingenti surplus con la maggior parte dei suoi partner commerciali, ciò non ha portato a un accumulo sostanziale di renminbi offshore. Se due Paesi diversi dalla Cina – l’Arabia Saudita e il Brasile, ad esempio – volessero commerciare tra loro in renminbi su larga scala, si troverebbero immediatamente di fronte al problema della scarsità della valuta cinese nei mercati offshore. Se regolassero le transazioni nel territorio continentale della Cina, si troverebbero di fronte a opportunità di investimento limitate e a restrizioni significative per portare il loro denaro fuori dal Paese. Se la Cina avesse optato per una maggiore apertura finanziaria e avesse reso il renminbi totalmente convertibile, probabilmente avremmo già assistito a una significativa erosione del primato del dollaro. Molte economie asiatiche, comprese quelle dipendenti dalla Cina per il loro legame con la Belt and Road Initiative, avrebbero potuto avviare un processo di de-dollarizzazione indebitandosi in renminbi con la Cina e aumentandone l’uso nelle proprie transazioni commerciali, il che avrebbe segnato, come minimo, la fine dell’egemonia del dollaro all’interno della sfera d’influenza della Cina, che si è rapidamente espansa negli ultimi anni con il diminuire dell’influenza geopolitica statunitense in Asia. Così, proprio quando l’ombrello militare globale degli Stati Uniti, che costituisce la base tradizionale dell’egemonia del dollaro, mostra segni di indebolimento, lo Stato-partito del Pcc sta inavvertitamente prolungando il dominio del dollaro. In assenza di una profonda riforma finanziaria in Cina, è probabile che persista l’attuale stallo in cui il mondo rimane intrappolato suo malgrado nel sistema del dollaro. È paradossale che, mentre si intensifica la rivalità tra Stati Uniti e Cina, il controllo della potenza asiatica sulla propria economia sia diventato un fattore chiave per la sopravvivenza dell’impero statunitense. Si consiglia la lettura di Costas Lapavitsas, «A Topography of the New Dollar Hegemony», NLR 157, Joel Andreas, «Sendas no seguidas», NLR 130, Victor Shih, «El dilema del crédito chino: Entrevista con Robert Brenner», NLR 115. Teemu Ruskola, «La formación de la clase obrera en China», Ant/agón/New Left Review 151. Ho-fung Hung è Henry M. and Elizabeth P. Wiesenfeld Professor di Economia Politica presso il Dipartimento di Sociologia a la Paul H Nitze School of Advanced International Studies della John Hopkins University. Autore, tra gli altri lavori, di Greenback Empire: Global Dollar Dominance and the New Cold War (2026), The China Question: Eight Centuries of Fantasy and Fear (2026), The China Boom: Why China Will Not Rule the World (2018), Clash of Empires: From «Chimerica» to the «New Cold War» (2022) e Protest with Chinese Characteristics: Demonstrations, Riots, and Petitions in the Mid-Qing Dynasty (2011). Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños.
- konnektor
Stati Uniti e India: due modelli di corruzione Callum James L’estrema disuguaglianza socioeconomica e l’enorme concentrazione di ricchezza che dominano negli Stati Uniti e in India rappresentano una tendenza globale dell’attuale sistema-mondo capitalista. Trasformano le rispettive classi politiche e imprenditoriali in gruppi predatori del pubblico, del comune e della ricchezza istituzionale accumulate grazie alle passate spinte democratiche. In entrambi i casi, la cattura delle istituzioni politiche, legislative e giudiziarie, dei sistemi mediatici e dell’apparato giuridico-amministrativo, inaugura, attraverso l’enorme accumulazione di ricchezza e nelle rispettive configurazioni statuali, un insieme inedito di dinamiche di dominio e di sfruttamento di classe. È ormai opinione ampiamente condivisa, e un recente editoriale de «The New York Times» («A Comprehensive Accounting of Trump’s Culture of Corruption») lo ha dichiarato apertamente, che la presidenza di Trump sia, di gran lunga, la più corrotta nella storia degli Stati Uniti, storia del resto contrassegnata da numerose presidenze tutt’altro che irreprensibili. Le continue operazioni a proprio vantaggio, lo sfacciato arricchimento personale di Trump e della sua famiglia, il coinvolgimento in squallidi affari con le criptovalute, i numerosi casi di uso di informazioni privilegiate (tremilaseicento operazioni redditizie di borsa registrate solo nel primo trimestre di quest’anno in quello che sembra essere un modus operandi fraudolento diretto dallo stesso Ufficio Ovale), le grazie presidenziali concesse a criminali nell’ambito di un sistema ben organizzato di favori reciproci, gli attuali tentativi di sottrarre Trump e la sua famiglia al controllo fiscale delle autorità tributarie e di concedere loro un’immunità preventiva da eventuali reati finanziari commessi, nonché il saccheggio delle risorse dei contribuenti per creare un fondo dedicato al pagamento di tangenti con cui l’attuale governo statunitense intende ricompensare compari e altri criminali: l’elenco continua ed è senza precedenti. Per quanto riguarda il Paese in sé, nel 2025 gli Stati Uniti hanno raggiunto la peggiore posizione registrata nella storia, collocandosi al ventinovesimo posto nella classifica elaborata da Transparency International, che, sebbene imperfetta, è una delle poche in questo campo. In altre parole, secondo tale classifica, al mondo ci sarebbero ben ventotto Paesi meno corrotti degli Stati Uniti. L’India, ovviamente, è storicamente annoverata tra i Paesi più corrotti degli Stati Uniti. Nel 2025, secondo Transparency International, occupava il novantunesimo posto in classifica, nonostante i massimi esponenti politici indiani non siano affatto cleptocratici quanto i loro omologhi statunitensi. L’attuale regime, infatti, è salito al potere nel 2014 dopo una forte campagna contro gli scandali per corruzione che avevano coinvolto il governo precedente, scandali in una certa misura gonfiati dai media e dallo stesso BJP (Partito popolare indiano), nonché da un’agenzia di revisione contabile pubblica, che aveva effettuato una stima esagerata della somma di denaro implicata. Con grande clamore, il nuovo regime ha promesso di mettere ordine in India. Nel 2016, Modi ha annunciato una misura drastica: la «demonetizzazione», ovvero il ritiro dell’86% della moneta cartacea, al fine di eliminare la corruzione, il «denaro nero» (cioè quello evaso) e il contante illecito. Con una frase diventata famosa, ha chiesto di sopportare i sacrifici conseguenti a questa politica per «cinquanta giorni», affermando di essere disposto ad accettare qualsiasi punizione nel caso di insuccesso. La decisione si è rivelata disastrosa per i poveri, in particolare per chi lavora nel vasto settore informale, per le piccole imprese strutturalmente dipendenti dalla circolazione del contante e per i salariati a giornata. A distanza di anni, secondo la maggior parte delle analisi, questo comparto non ha ancora assorbito l’impatto di una misura così radicale. La maggior parte degli osservatori indipendenti afferma inoltre che questo provvedimento ha avuto un impatto minimo sul fenomeno della corruzione. Nel 2016, la classifica di Transparency International aveva collocato l’India al settantanovesimo posto, questo indica che, secondo questa valutazione (relativa), la corruzione è aumentata. Anche se si considera un altro parametro, l’indice di «controllo della corruzione» elaborato sulla base dei Worldwide Governance Indicators della banca Mondiale, si registra in India un certo deterioramento della situazione nell’ultimo decennio. C’è chi sostiene, con qualche ragione, che in alcuni settori della gestione amministrativa dello Stato indiano la tecnologia abbia ridotto il margine di corruzione; ad esempio, nei pagamenti delle prestazioni sociali, dove i trasferimenti digitali diretti hanno ridotto il numero di intermediari, o nell’esternalizzazione del rilascio di passaporti e patenti di guida. D’altro canto, alcune garanzie sono state indebolite. Il Prevention of Corruption Act del 1988, ad esempio, è stato depotenziato, introducendo l’onere della prova e rendendo più difficile indagare su un funzionario senza la previa approvazione di un’autorità politica o amministrativa. Anche il Right to Information Act del 2005 è stato sostanzialmente indebolito, poiché è stata compromessa l’indipendenza strutturale dei Commissari per l’informazione e le loro delegazioni paralizzate a causa della mancanza di personale, con il conseguente accumulo di pratiche inevase. Anche le nuove norme sulla privacy dei dati hanno creato nuovi ostacoli alle indagini sui casi di corruzione. Nella letteratura sulla corruzione si distingue solitamente tra «corruzione minore» o ordinaria, che interessa le cariche pubbliche, e «grande corruzione» che di solito implica un rapporto illecito tra gli alti funzionari politici e le grandi imprese. In India è comune vedere la polizia stradale accettare denaro alla luce del sole da camion sovraccarichi: questo è il volto visibile della corruzione minore. Ma un solo contratto di difesa controverso firmato a porte chiuse con il Pentagono può implicare molto più denaro delle somme raccolte da migliaia di agenti di polizia stradale indiani nel corso di un anno. È probabile che gran parte dei dati internazionali, come quelli utilizzati da Transparency International, si riferiscano più alla corruzione minore nelle strade, negli uffici e nei tribunali che al secondo tipo di corruzione su grande scala. Nel determinare il livello di questo tipo di corruzione, vi sono almeno due fattori interconnessi particolarmente importanti da considerare: uno riguarda i finanziamenti alla politica e l’altro il «capitalismo clientelare». Sia negli Stati Uniti che in India, l’influenza delle grandi imprese sul finanziamento delle campagne elettorali, sulle attività di lobbying, sulle pressioni politiche e sul controllo dei media è da tempo considerevole. Ma con l’aumento della concentrazione aziendale in entrambi i Paesi, tale influenza ha ormai raggiunto livelli incredibilmente elevati. Negli Stati Uniti, la sentenza della Corte Suprema Citizens United v. Federal Election Commission (2010) ha di fatto eliminato la maggior parte delle restrizioni in vigore sui finanziamenti ai partiti da parte dei super ricchi e delle grandi aziende. Da allora, le loro donazioni sono salite alle stelle, aumentando, secondo una stima, di diciassette volte tra il 2010 e il 2023. Una quota sproporzionata di questo aumento di donazioni a fini politici è andata al Partito Repubblicano. Trump ha ricompensato i miliardari con enormi tagli fiscali, lucrosi appalti pubblici, accordi sulle criptovalute e favori normativi (tra cui l’esenzione dalle normative ambientali e l’approvazione di leggi contro la regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale, con potenziale pericolo per l’intera umanità). Il lobbismo e le strategie di pressione ben finanziate non influenzano solo l’attività dei legislatori ma, nel caso statunitense consentono ora ai gruppi di pressione di arrivare a sviluppare e redigere in alcuni casi la legge stessa (per un resoconto vivido, si veda The Business of America is Lobbying (2015), di Lee Drutman). A tutti gli effetti, la maggior parte della legislazione in discussione negli Stati Uniti è attualmente in vendita. In India, il processo di lobbying e di pressione su politici e legislatori è più nascosto e meno documentato. L’esecutivo, sotto l’attuale regime, introduce regolarmente leggi importanti senza alcuna consultazione e le impone al legislativo senza lasciare quasi alcun margine di discussione. Per quanto riguarda il finanziamento elettorale, il sordido piano dei buoni elettorali introdotto nel 2017 ha permesso al partito al governo (BJP) di accedere a fonti di risorse in contanti non dichiarate e a possibili schemi di estorsione (ora ci sono prove che le aziende ispezionate dalle agenzie investigative governative si siano affrettate ad aumentare l’acquisto di buoni elettorali). Anche dopo la sospensione del piano, avvenuta con grande ritardo, da parte della Corte Suprema indiana, l?association for Democratic Reforms, di carattere apartitico, ha stimato che, nell’anno elettorale 2024-2025, il BJP abbia ricevuto donazioni pari a dieci volte quelle ricevute complessivamente dagli altri cinque partiti politici a livello nazionale. Si sospetta che parte di questo denaro sia stato speso per corrompere politici dell’opposizione attivi in quegli Stati in cui i risultati elettorali erano contesi, al fine di garantire che il BJP potesse formare il governo in tali Stati. Le agenzie investigative centrali perseguono con forza le accuse di corruzione contro i politici dell’opposizione, ma tali accuse vengono ritirate se i politici in questione decidono di cambiare schieramento. Il partito al governo è ora ampiamente descritto in India come una gigantesca «lavatrice» di politici corrotti. Per quanto riguarda il capitalismo clientelare, non c’è dubbio che l’oligarchia sia una caratteristica dominante delle economie sia degli Stati Uniti che dell’India. E questi oligarchi non esitano a spacciare i propri interessi finanziari come interessi nazionali. Nel 2023, quando la società di investimento newyorkese Hindenburg Research ha accusato il conglomerato indiano Adani Group di frode e manipolazione del mercato azionario, i rappresentanti del gruppo hanno definito le accuse un «attacco calcolato contro l’India» (e si sono assicurati di avere una grande bandiera indiana alle loro spalle mentre lo dicevano). Naturalmente, il governo indiano ha utilizzato la sua schiacciante maggioranza per opporsi a tutte le richieste di indagini parlamentari su tali accuse. Allo stesso modo, quando il figlio di Trump, Donald Trump Jr., ha recentemente invitato i finanzieri statunitensi a investire nella sua società di private equity, 1789 Capital, ha descritto questa azione come un atto di «capitalismo patriottico». Dato che in India il campo da gioco è molto più ristretto, il numero di conglomerati aziendali che beneficiano di favori e speciali deroghe normative è, di conseguenza, minore. Le norme vengono abitualmente modificate per aiutare questa cricca di aziende affini ad aggiudicarsi appalti, manipolare aste, praticare «prezzi predatori» per eliminare la concorrenza (mentre la cosiddetta Commissione della Concorrenza guarda dall’altra parte) o violare le norme ambientali. Il governo indiano, vietando con forza le indagini su accordi commerciali discutibili o su scandali finanziari, offre una sorta di «garanzia sovrana» di impunità. Al di fuori del governo, in India le indagini serie sono pochissime. L’Ong Voice, che indaga su queste pratiche di malversazione aziendale e istituzionale, è stata in gran parte messa a tacere tramite intimidazioni. La presa di controllo di gran parte dei media e la repressione dei restanti significa che il giornalismo d’inchiesta sulla corruzione è quasi estinto (salvo alcuni tentativi coraggiosi ma deboli da parte di organizzazioni di piccole dimensioni, che dispongono di fondi insufficienti o si finanziano tramite crowdfunding; tra queste ultime, ho seguito spesso gli account di un gruppo chiamato The Reporters’ Collective). Negli Stati Uniti, nonostante gli sforzi del governo Trump per intimidire o per convincere i propri amici e compari a comprarli, i media hanno invece mantenuto viva la tradizione del giornalismo d’inchiesta. Ma le Ong accusate di aiutare immigrati o «terroristi» stanno attraversando un periodo difficile. Il capitalismo clientelare è, ovviamente, un capitalismo corrotto. Con ogni probabilità è in forte espansione in India. «The Economist» pubblica di tanto in tanto il suo «indice del capitalismo clientelare», basato principalmente sui dati relativi alla ricchezza dei miliardari. Nel 2023, ha stimato che, nel decennio precedente, la percentuale della ricchezza dei miliardari indiani derivante da settori i cui profitti provengono da rendite ottenute grazie a normative o regolamenti sbilanciati a loro favore o facilitati dai loro legami diretti con la classe politica era aumentata dal 5 a quasi l’8 per cento del Pil. I settori della rendita corrotti includono quelli legati all’estrazione di risorse naturali, alla costruzione di infrastrutture e a qualsiasi altro ambito in cui le autorizzazioni o le normative governative esercitino un impatto rilevante. Il capitalismo clientelare ha ormai iniziato a distorcere e contaminare l’intero clima degli investimenti privati in India e, di conseguenza, a influire anche sulla crescita economica. Negli Stati Uniti, secondo lo stesso indice elaborato da «The Economist», la quota della ricchezza dei multimiliardari derivante da settori i cui profitti provengono da rendite ottenute grazie a normative o regolamenti sbilanciati a loro favore, come il petrolio, l’estrazione mineraria e i casinò, ammontava nel 2023 a circa il 2% del Pil, ma, se si include il settore tecnologico, che presenta alcuni tratti di «clientelismo», la cifra sale al 6%. Negli ultimi due anni, abbiamo visto come non solo Elon Musk e Peter Thiel, ma la maggior parte dei titani della tecnologia, tutti beneficiari di appalti pubblici, si siano apertamente avvicinati all’amministrazione Trump, contribuendo a finanziare le sue campagne elettorali e ora il suo progetto di sala da ballo alla Casa Bianca. Una notizia recente mette in luce come la corruzione in India e negli Stati Uniti siano indissolubilmente legate. Si tratta del rapporto esistente tra l’amministrazione Trump e il Gruppo Adani, che intrattiene stretti legami con il regime di Modi. Secondo un’accusa mossa dal governo Biden, Adani Green Energy è stata incriminata in un grave caso di corruzione nell’Andhra Pradesh, dove avrebbe pagato a funzionari e politici indiani 265 milioni di dollari tra il 2020 e il 2024 affinché un’azienda pubblica accettasse un contratto da 6 miliardi di dollari nel settore dell'energia solare. L’accusa sosteneva che, così facendo, il Gruppo Adani avesse ingannato gli investitori statunitensi coinvolti nel progetto. A quel tempo, il vecchio Foreign Corrupt Pratices Act era ancora in vigore; uno dei primi ordini esecutivi di Trump, dopo il suo ritorno alla presidenza nel gennaio 2025, fu quello di sospenderne l’applicazione. Il giorno dopo la vittoria elettorale di Trump nel novembre 2024, Gautam Adani, amministratore delegato del gruppo, si è congratulato con lui sui social media, definendolo «l’incarnazione di una tenacia incrollabile, di un coraggio imperturbabile, di una determinazione implacabile a rimanere fedele alle proprie convinzioni». Una settimana dopo, Adani ha promesso dieci miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti. Ha poi proceduto a reclutare un nuovo team legale, guidato da uno degli avvocati personali di Trump, Robert J. Giuffra. Il 18 maggio di quest’anno, i procuratori federali statunitensi hanno chiesto al giudice competente di ritirare le accuse relative alla corruzione contro Adani e i suoi coimputati. In una breve lettera, i procuratori hanno affermato di aver deciso di «non dedicare ulteriori risorse a queste accuse penali». Adani ha saputo cogliere con astuzia l’atteggiamento transazionale dell’amministrazione Trump. Nel frattempo, nel suo Paese, l’India, Adani può essere certo che non ci sarà alcuna indagine ufficiale al riguardo. Questo rientra nella «garanzia sovrana» di impunità. Si consiglia di leggere Pranab Bardan, «La “nueva” India: Un diagnóstico económico-político», NLR 136, Alpa Shah, «Explicando a Modi», NLR 124, Achin Vanaik, «Las dos hegemonías de la India», NLR 112 y «La nueva derecha de la India», NLR 9, y Radhika Desai, «La India de Modi: ¿El punto álgido de la hindutva?» Diario Red/New Left Review 147. Grey Anderson, «Destruir al adversario para educar al electorado: de los usos del lobby proisraelí en Estados Unidos», Ant/agón, Dylan Riley y Robert Brenner, «Siete tesis sobre la política estadounidense», NLR 138, y «La lógica política de los horizontes bloqueados del capitalismo», Ant/agón/NLR 155. Pranab Bardhan è professore emerito di Economia all’Università di Berkeley. Autore, tra le altre opere, di Awakening Giants, Feet of Clay Assessing the Economic Rise of China and India (2013), Scarcity, Conflicts, and Cooperation: Essays in the Political and Institutional Economics of Development (2005), The Political Economy of Development in India (1998) e Land, Labor, and Rural Poverty: Essays in Development Economics (1984). @pranabbardhan Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale edita a Madrid da Traficantes de Sueños.
- fascismi
Sulla remigrazione, o della ridefinizione del concetto di cittadinanza Olivier Fouchard Fino a pochi anni fa la parola «remigrazione» apparteneva al lessico dei neonazisti più duri e puri; oggi è diventata uno dei nuclei centrali della proposta politica delle destre, tanto dei gruppi extraparlamentari quanto delle formazioni istituzionali. Più in generale, il termine si è imposto nel dibattito politico, sui social, sui giornali e nel discorso pubblico nel suo complesso, facendo passare la deportazione forzata e la ridefinizione della cittadinanza su base razziale come una proposta di buon senso, dal sapore tecnico e sociologico. La genesi del termine è rintracciabile negli ambienti identitari e dell’alt-right, ed è Martin Sellner, uno dei teorici di riferimento che più hanno contribuito alla sua diffusione, a esplicitare l’idea di fondo della proposta remigrazionista: ristabilire l’identità tra eredità biologico-culturale e cittadinanza. Il centro del discorso remigrazionista è il mito del ritorno a una comunità nazionale originaria, la difesa della comunità intesa come «sangue e suolo». I leader della remigrazione si propongono come veri e propri designer: producono un simulacro di società, dichiarandosi capaci di ricreare una comunità nazionale perduta. Richiamandosi a un passato idealizzato, a un tempo indefinito in cui «si stava meglio», alimentano l’odio verso le alterità, accusandole di essere responsabili del declino sociale e morale della società. Così facendo occultano i problemi strutturali del capitalismo finanziario e della sua crisi sistemica, addossandone la colpa a facili capri espiatori, in primo luogo alle persone migranti. Questa promessa di restaurazione avanzata dai fascismi contemporanei produce una mitologia e uno specifico linguaggio, composto da concetti talmente idealizzati da perdere quasi ogni riferimento con la realtà. In questo senso, la remigrazione si inserisce in una genealogia di ben più lunga durata e si ricollega al fascismo storico proprio per la pretesa di restaurare l’assoluta e immutabile fissità di un ordine «naturale», fondato sul privilegio di una presunta superiorità razziale. Un paragone emblematico è quello con il mito nazista della razza ariana: un’entità della cui esistenza storica non si sapeva nulla e della quale non esisteva alcuna prova, ma la cui mitologia si rivelò efficace nel giustificare un progetto genocidario. Oggi, in maniera simile, le destre promuovono il mito di una società passata, identificabile nei periodi del boom economico del secolo scorso, presumibilmente più giusta, ordinata e coesa, che sarebbe stata corrotta dall’arrivo dei fenomeni migratori. Anche questa visione è un mito che non trova alcun riscontro nella realtà storica: l’economia capitalista, persino nei suoi momenti di apparente prosperità e «benessere», si è sempre fondata sullo sfruttamento strutturale di specifiche classi sociali e aree geografiche, dentro e fuori i confini nazionali. Tuttavia, la mitologia costruita intorno a questo nucleo immaginario funziona oggi per giustificare la politica di remigrazione. Facendo leva sulle frustrazioni accumulate da un’eterna crisi economica, dal carovita e dallo smantellamento del welfare e dei servizi di base imposto dall’economia di guerra, i partiti della destra remigrazionista spingono i sentimenti di massa verso la xenofobia. Soprattutto attraverso i social media, dalle pagine degli influencer del degrado ai contenuti scandalistici, si genera così una domanda continua di «più sicurezza», che viene immediatamente tradotta nella richiesta di controllo ed espulsione degli stranieri. Questo microfascismo diffuso non è pensabile senza il processo che da almeno un decennio insiste nelle metropoli europee: la politica del decoro e la gentrificazione. Senza questa divisione dello spazio urbano, senza questa specifica idea di città e di vita urbana, non sarebbe possibile il sentimento che oggi smuove migliaia di cittadini, o meglio utenti, pro-remigrazione, anti-maranza, «per la sicurezza». L’organizzazione della città contemporanea ripropone in scala l’organizzazione del mondo: da un lato zone pacificate, smart city e centri storici consegnati all’uso e consumo del turismo e della rendita; dall’altro zone di guerra, periferie abbandonate e baraccopoli. È una geografia duale che non smette di frammentarsi ancora e ancora, dentro la quale il capitale definisce lo spazio in maniera sempre più capillare, scomponendo territori e abitanti in funzioni separate. La remigrazione si inserisce quindi nel solco della città-vetrina, approfondendo le divisioni dettate dalla linea del colore e assegnando a ciascuno il proprio ruolo nel confine urbano. La spinta non è necessariamente quella di eliminare ogni presenza immigrata, ma di relegarla nel punto più basso della catena del lavoro salariato, utilizzandola come forza lavoro sacrificabile nelle diverse «periferie» della produzione: dai megacentri della logistica ai campi di pomodori, dal lavoro domestico allo spaccio; e, quando necessario, nelle carceri o nei Cpr. In questo processo un ruolo centrale è svolto non solo dal concetto di sicurezza, ma anche dalla teoria della «grande sostituzione etnica». Secondo questa narrazione, l’immigrazione non sarebbe il prodotto di fattori climatici, ambientali, economici e politici, ma il risultato di un piano preordinato da fantomatiche élite globaliste volto a rimpiazzare i «bianchi» con i «neri». La teoria, nata negli ambienti neonazisti statunitensi degli anni Settanta e successivamente rielaborata dall’estrema destra francese, è rimasta per circa un trentennio un patrimonio di nicchia. Negli ultimi anni, però, si è diffusa vertiginosamente, fino a diventare il cavallo di battaglia di parlamentari, giornalisti e opinionisti che agitano continuamente il presunto «rischio di islamizzazione» della società. Soltanto l’alienazione metropolitana, la microsfera di una vita condotta individualmente e al di fuori di ogni possibilità di comunità, poteva produrre una simile scissione tra realtà dei fatti e percezione del mondo. Questa situazione schizoide spiega anche il rinnovamento della delazione, della sorveglianza reciproca e dell’abolizione di ogni differenza tra polizia e popolazione nelle metropoli occidentali, in cui ogni cittadino può in qualsiasi istante trasformarsi in uno sbirro, fotografando, denunciando e indicando la presenza ritenuta sospetta. Sul piano pratico, l’imporsi del discorso remigrazionista nell’agenda politica sta già producendo i primi risultati. Lo mostrano, ad esempio, il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e il regolamento sui rimpatri approvati dall’Europarlamento lo scorso 12 giugno, attraverso i quali viene smantellato il diritto d’asilo così come era stato definito nel dopoguerra, si apre ai respingimenti collettivi e a retate in stile Ice e si rende possibile l’apertura di centri di detenzione in paesi terzi. In Italia questo processo era già visibile nei decreti immigrazione e nel disegno di legge sicurezza del governo Meloni, tanto nell’impedimento de facto dei ricongiungimenti familiari quanto nella creazione delle zone rosse e delle misure «anti-maranza». Tuttavia, la proposta della remigrazione deve fare i conti con una realtà nella quale, nei paesi europei, la popolazione immigrata rappresenta il motore principale della produzione e della creazione di plusvalore. A oggi infatti interi settori dipendono in larga misura dalla manodopera straniera: agricoltura, logistica, edilizia, lavoro domestico e di cura, ristorazione. A questo dato, va aggiunto che le proiezioni demografiche indicano che entro dieci anni l’Europa perderà circa tredici milioni di persone in età lavorativa, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia: una caduta che nessun boom delle nascite o della produttività potrà compensare. Per mantenere le capacità produttive attuali, l’ingresso di forza lavoro immigrata sarà quindi ancora più indispensabile. La proposta della deportazione generalizzata appare quindi irrealizzabile all’interno del sistema economico attuale. Viene allora da chiedersi se, dietro la proposta di facciata acchiappavoti, si nasconda una nuova fase di accumulazione che gestisce il fenomeno migratorio per produrre capitale in una forma diversa; oppure se si tratti di una proposta genuinamente e autonomamente fascista in senso storico, attraversata cioè da una spinta negativa verso l’autodistruzione, capace di subordinare persino la razionalità economica all’ossessione razziale. Le due possibilità, del resto, non sono necessariamente alternative, e il fascismo tardo capitalista sembra riuscire a soddisfare le esigenze immediate del capitale e allo stesso tempo offrire nuovi strumenti di divisione e controllo di larghe parti della società. La risposta più verosimile è che la proposta si inserisca all’interno di una ridefinizione generale della cittadinanza, trasformata in un premio condizionato che lo stato concede e può ritirare, restringere o allargare a piacimento distinguendo tra popolazioni desiderabili e indesiderate. L’obiettivo non sarebbe quindi eliminare la presenza delle persone straniere, ma escluderle da quel poco di diritti che ancora restano, creando una società separata composta da lavoratori usa e getta. Per non alterare l’identità «etnica e culturale», non solo le nostre società non devono accogliere indiscriminatamente, ma la stessa forza lavoro condotta e irreggimentata con cura nei nostri paesi deve poter essere rispedita indietro quando il suo lavoro non è più richiesto. Ciò che si vuole ottenere con lo slogan della remigrazione è quindi la possibilità di tenere perennemente in uno stato di precarietà, sotto lo spettro dell’espulsione, anche chi oggi ha già la cittadinanza italiana o i requisiti per richiederla. La remigrazione prefigura così una società di statuti personali differenziati, una scala di gerarchia interna alla cittadinanza stessa: cittadini pienamente titolari, cittadini condizionati, residenti temporanei, lavoratori stagionali, richiedenti asilo, irregolari, internati nei centri di permanenza per il rimpatrio. A ogni gradino di questa scala corrisponde una diversa quota di diritti, una diversa esposizione al controllo poliziesco, una diversa ricattabilità sul mercato del lavoro. Se le persone immigrate e razzializzate sono le prime a subire questa differenziazione, va notato come gli stessi dispositivi vengano applicati dai governi della destra verso agli oppositori politici, i militanti e di tutte le voci dissonanti, in nome dello stesso principio di «sicurezza». Costruire la mobilitazione contro il progetto della remigrazione e contro la svolta securitaria si impone quindi come un imperativo, non solo per opporsi alla deriva razzista e reazionaria verso cui la politica istituzionale si orienta, ma per cogliere una possibilità: quella, per le comunità di lotta che attraversiamo, di riempire un vuoto, di riunire le lotte fra i dannati della terra, di rimarcare la distanza tra chi è incluso e chi, come noi, farà sempre parte della popolazione indesiderata.
- scienza e politica
dossier guerra e capitale La militarizzazione delle scuole, delle università e della società civile La militarizzazione del territorio italiano attraverso l’imponente cessione del suolo pubblico a servitù orientate a scopi militari ha una potente ricaduta nell’ambito della formazione e dell’istruzione. Sia per legittimare la perdurante presenza militare, anche straniera, che si concretizza in numerose esercitazioni dalla Sardegna alla Puglia fino al Friuli-Venezia-Giulia, sia per normalizzare la guerra in funzione del sostegno concreto e ideologico allo sforzo bellico attuale del nostro Paese in conflitti armati, come quello in Ucraina e quello in Palestina, da qualche anno assistiamo in tutta Italia ad una martellante retorica di guerra che parte dalle scuole, dall’infanzia fino alle superiori, e si diffonde inesorabilmente nelle università e in tutta la società civile. Per contrastare questa deriva militaristica è nato nel 2023 come rete informale di associazioni (dal sindacato di base dei Cobas Scuola a Pax Christi), e poi costituitosi in Comitato di Scopo nel maggio 2024, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Questo mondo eterogeneo, che variamente si richiama a valori quali il pacifismo, l’antifascismo, l’antimilitarismo, la nonviolenza, l’antirazzismo, l’antisessismo, la democrazia, l’ecologismo e il pluralismo, ha già avviato in circa tre anni di attività numerose campagne, ha destato l’attenzione di media e giornali nazionali e ha prodotto una serie di documenti importanti per contrastare il fenomeno della militarizzazione delle scuole. Ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha cominciato a registrare e denunciare da diversi anni è una indebita invasione di campo all’interno delle scuole da parte di rappresentanti delle forze armate addirittura in qualità di «docenti», impegnati nel tenere lezioni su vari argomenti (dall’inglese affidato a personale Nato fino a tematiche inerenti alla legalità e alla Costituzione). Tale ingerenza da parte dei militari è stata possibile, in realtà, perché a partire dal 2015 il Ministero dell’Istruzione (diventato poi Ministero dell’Istruzione e del merito) ha sottoscritto dei protocolli con il Ministero della Difesa per svolgere percorsi di Formazione scuola-lavoro (ex PCTO) direttamente nelle basi militari o nelle caserme, esautorando i/le docenti dalla democratica partecipazione alle iniziative didattiche di carattere pedagogico delle proprie scuole. Lo sfondo su cui s’innesta il processo di militarizzazione è costituito da un contesto, quello degli ultimi vent’anni circa, in cui la scuola è stata assediata da logiche lontanissime dai principi di emancipazione, di formazione di cittadine e cittadini consapevoli con spirito critico, di crescita intellettuale, morale e spirituale, mentre si è fatta sempre più strada una tendenza a generare soggetti flessibili, corpi docili ben addestrati, tramite il ricorso alle «competenze», da inserire nel mondo del lavoro in qualità di capitale umano. È così che l’insegnamento, derubricato ad «apprendimento»[1], è entrato all’interno di una riflessione apparentemente ammantata di ragioni pedagogiche, ma in realtà completamente asservita a logiche neoliberistiche che tendono a valorizzare la misurazione e la standardizzazione dei prodotti finali. Questa omologazione ideologica degli alunni e delle alunne è il risultato della messa a punto di un sottile «dispositivo di controllo»[2] dell’educazione, di cui i/le docenti, nell’ubriacatura della novità didattica, pedagogica e tecnologica, si sono rese/i complici, diventando mere/i esecutori/trici materiali, valutatori/trici di un processo di apprendimento scritto altrove e da altri soggetti. Su questo sfondo pseudopedagogico, caratterizzato da un regime di «psicoistruzione[3], si staglia, peraltro, una situazione geopolitica che, proprio in virtù del ricorso allo stato d’eccezione generato dalle crisi cicliche e ricorrenti, necessita di destabilizzare zone del mondo apparentemente deboli sul piano militare al fine di compensare il debito mediante l’apertura di nuovi mercati, che vengono di volta in volta sottratti ad altre superpotenze in un risiko devastante per le popolazioni e gli esseri umani, ma utile alla gestione degli equilibri finanziari nel contesto multipolare. Se non si presta la dovuta attenzione al quadro geopolitico, sociologico e antropologico internazionale, non si può comprendere fino in fondo il fenomeno della militarizzazione delle scuole, che agisce su due diversi piani, ma entrambi supinamente o inconsapevolmente accettati da tutto il personale scolastico. E, tuttavia, la militarizzazione della scuola non passa solo attraverso la Formazione scuola-lavoro (ex PCTO), giacché, sempre negli ultimi anni, all’interno dei luoghi della formazione si è data la stura a una serie di progetti, anche questi in virtù di «Protocolli interministeriali», in collaborazione con le Forze Armate e con le Forze dell’Ordine, funzionali a esternalizzare l’insegnamento su specifiche questioni largamente riconducibili all’«educazione civica», all’«educazione stradale», all’«educazione alla legalità». Ci si è ritrovati, così, sempre più spesso con i militari all’interno delle scuole per attività scolastiche o parascolastiche contro il bullismo o il cyberbullismo, per la legalità, per celebrare la «Giornata di gratitudine alle Forze dell’Ordine per il contrasto alle mafie», ma anche, in maniera piuttosto ideologica, per la celebrazione di fantomatiche battaglie della «Grande Guerra», come, ad esempio, le «Ricorrenze della Celeste Patrona dell’Arma dei Carabinieri» e «dell’83° Anniversario della Battaglia di Culqualber», una battaglia combattuta nel 1941, quando i Carabinieri, al fianco delle Camicie Nere, si scontrarono contro i Britannici (Avviso n. 120 del Liceo Ariosto di Ferrara). Ancora, nel febbraio 2026, in occasione del «Giorno del ricordo» istituito con la legge del 30 marzo 2004, gli studenti e le studentesse del Liceo Scientifico Arcangelo Scacchi di Bari, in accordo a un canovaccio già rodato che vede la celebrazione da parte dei militari nelle scuole di giornate dalla forte retorica nazionalistica, hanno partecipato a una commemorazione delle vittime delle foibe presso la vicina Caserma Picca. In questo caso, oltre alla ricostruzione storica piuttosto discutibile dell’evento da parte del relatore Prof. Neri, il quale in un precedente convegno a Trinitapoli nel 2024 aveva parlato di 20.000 vittime a fronte dei dati scientifici di 3.000-5.000, ciò che si rigetta categoricamente è lo svolgimento di attività didattiche in contesti d’arma. Lo spostamento delle lezioni dalle aule scolastiche agli spazi militari promuove una «pedagogia nera», incentrata sull’obbedienza gerarchica e sulla costruzione di immaginari di guerra possibile, sottraendo alla scuola il suo ruolo naturale di dibattito critico, nonviolento e democratico. Questi sono solo alcuni esempi – tutti segnalati da docenti, studenti, studentesse e pubblicati sul sito www.osservatorionomilscuola.com – di un fenomeno martellante e dilagante, agevolato da una retorica ministeriale, e governativa tout court, che va ben oltre i Protocolli d’intesa nazionali, dal momento che spesso a essi si sovrappongono anche accordi specifici tra scuole e caserme. Ciò è accaduto a Molfetta (BA), dove nel febbraio del 2025 l’Osservatorio ha denunciato la firma di un Protocollo d’intesa tra la locale Associazione Eredi della Storia benemerita e il Liceo Scientifico OSA R. Levi Montalcini finalizzato a far entrare i militari all’interno della scuola con l’obiettivo specifico di fare reclutamento di quei 40.000 soldati mancanti, come ha chiaramente affermato il Generale Carmine Masiello e come, in fondo, anticipato dallo schema di legge diffuso nel giugno 2026 dal ministro Guido Crosetto che prevede l’istituzione di una riserva militare volontaria. Si tratta di iniziative che trovano fondamento nel sottobosco della subcultura che insiste ideologicamente sulla necessità di inculcare sin dalla tenera età la «cultura della sicurezza» e la «cultura della difesa», davanti alle minacce degli altri Paesi che vogliono invaderci e conquistarci. Nel solco di questa ideologia militaristica, la stessa che ha condotto follemente agli albori del Novecento alla Prima guerra mondiale, bisogna collocare, ad esempio, anche l’iniziativa con la quale ragazzi e ragazze di una scuola media di Brindisi sono state/i condotte/i all’interno della caserma Carlotto della Brigata Marina San Marco di Brindisi per una «Lezione di combattimento corpo a corpo» e per addestrarsi in «percorsi a ostacoli», giustificando tutto ciò con la necessità dell’insegnamento della «disciplina» e della «difesa personale», il tutto per «sentirsi più forti e sicuri di sé», come si legge dall’articolo che riporta entusiasticamente il fatto (Brindisireport.it del 3/12/2024). La militarizzazione delle scuole, epifenomeno di una più generale fascistizzazione del nostro Paese, risponde a un piano ben architettato dal Ministero della Difesa per aggredire i luoghi in cui sono presenti i/le giovani e fare arruolamento, come si può leggere nel Programma della Comunicazione del Ministero della Difesa del 2019 e in quello più aggiornato del 2025. A leggere questi documenti non si va molto lontano da quanto scriveva nel 1938 il prof. Eugenio Grillo in La cultura militare nelle scuole medie, un testo giuridico in cui si commentava il R.D.L. 15 luglio 1938-XVI, n. 1249, recante Norme per l’insegnamento della Cultura Militare nelle scuole medie: «L’insegnamento della Cultura Militare nelle scuole ha scopo integrativo. È inteso, cioè, a concorrere alla preparazione del cittadino-soldato. Il compito affidato alla scuola civile in questo settore, la cui importanza diventa sempre più evidente, non è tanto quello di darci dei tecnici nel senso letterale della parola e neppure di creare dei professionisti, quanto quello eminentemente educativo di alimentare, rafforzare e rendere consapevole nei giovani lo spirito militare, che è oggi una delle loro caratteristiche migliori»[4]. Tuttavia, se questa nefasta commistione militaristica è abbastanza evidente e riconoscibile, sebbene non sempre contrastabile da parte di docenti che, in virtù della istituzionalità delle Forze Armate oppure del sicuro sbocco lavorativo che il mestiere del soldato offre, non avvertono il pericolo della militarizzazione ideologica della scuola, meno evidente e piuttosto strisciante, invece, è l’ingresso nei canali dell’istruzione dell’industria bellica. Sin dal 1999 (Riforma Berlinguer) ciò che si è profilato sotto i nostri occhi è stato, purtroppo, un devastante processo economico di marca neoliberistica teso a depauperare la società civile per spostare le risorse verso il privato, comprese quelle relative ai sistemi di difesa, anch’essa a protezione dell’interesse privato. Mentre i soldi pubblici vengono negati a settori come Istruzione, Sanità e Trasporti e mentre le scuole cadono a pezzi e gli investimenti vengono dirottati verso una tecnologizzazione piuttosto spinta a vantaggio dell’ideologia STEM, lo Stato fa affari con l’impianto industrial-militare e con il commercio di armi. Lo sdoganamento di investimenti privati verso le scuole pubbliche ha dato la stura, ad esempio, alla nascita di Licei digitali, finanziati dalla Fondazione Leonardo. La civiltà delle macchine, collegata a Leonardo SpA, una delle maggiori industrie produttrici di armamenti al mondo, azienda compartecipata dallo Stato italiano. In tali Licei i progetti sono concepiti da Leonardo SpA (es. Robotica e Droni in classe); i tutor di Leonardo SpA, manager e ingegneri, formano i docenti; studenti e studentesse, sempre molto affascinate/i dalle prodezze tecnologiche, diventano il bacino che Leonardo SpA terrà costantemente in considerazione per rinnovare il suo personale per la costante espansione del settore. Tutto ciò accade nel generale intorpidimento del senso critico e del depauperamento politico, mentre i venti di guerra si fanno sempre più fitti e vicini con una deflagrazione mondiale alle porte e con l’innalzamento del Pil nazionale per la spesa militare al 5%. E l’aspetto più drammatico è che l’industria bellica viene dipinta e vissuta come un settore all’avanguardia, non come produttore di strumenti di morte. Messi tutti in fila, oggi come un secolo fa, appaiono evidenti i segni di una chiara fascistizzazione della società civile, a partire dalla scuola per finire all’università e alla società civile. Non vederli è il sintomo di una diffusa e colpevole indifferenza, di cui, però, come educatori ed educatrici, dovremmo mettere a parte gli studenti e le studentesse, giacché gli anticorpi della Resistenza e il ricordo delle lotte degli anni ’60 e ’70 vanno lentamente esaurendosi e si rischia di finire come le rane bollite, che a forza di adattarsi gradualmente a situazioni negative o minacciose, non hanno più la forza di reagire e finiscono per soccombere quando diventa troppo tardi. L’urgenza di mettere in agenda tutti questi temi per elaborare risposte adeguate a un progetto politico che si presenta repressivo e securitario sin dalla scuola primaria ci ha spinti e spinte a chiamare a raccolta docenti, studenti, studentesse e tutta la società civile per articolare attraverso il sito web e la presenza nei territori e nelle scuole, attività di disseminazione, di informazione e di coscientizzazione costante. In questi anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, oltre alla pubblicazione di ben quattro volumi, che raccolgono gli atti dei convegni nazionali e locali a partire dal 2022[5], ha prodotto due dossier, scaricabili dal sito, che riassumono l’attività di monitoraggio e denuncia sul territorio nazionale, ma soprattutto un fondamentale strumento operativo e di contrasto alla militarizzazione delle scuole: il Vademecum contro la militarizzazione delle scuole. Si tratta di una raccolta di documenti editabili con i quali l’Osservatorio intende fornire a tutte le componenti che operano nella scuola degli strumenti formali e pratici per contrastare la crescente presenza militare nei luoghi della formazione. Non solo, a seguito delle numerose ispezioni ministeriali che hanno interessato alcune scuole, «colpevoli» di aver invitato Francesca Albanese e di aver parlato di Palestina, l’Osservatorio insieme a Docenti per Gaza ha elaborato un libretto, chiamato in maniera evocativa Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento, con lo scopo di ricordare ai colleghi e alle colleghe i diritti che possiamo rivendicare davanti ai tentativi di censura, repressione e intimidazione nel caso di iniziative che non piacciono al Governo, come quelle legate alla questione palestinese. Anche a seguito dell’attività costante dell’Osservatorio nei territori, abbiamo potuto constatare che la mobilitazione della società civile si dimostra un ottimo segnale, perché si comincia a prendere coscienza che la narrazione militarista, foriera di morte, si può invertire. Le politiche securitarie e la «cultura della difesa», che sempre più stanno pervadendo non solo le scuole, ma anche le università e i luoghi in cui si riproducono processi di formazione, sono l’anticamera della guerra: ogni volta che nel corso della storia gli Stati hanno sentito l’esigenza di difendersi, con una conseguente militarizzazione dei luoghi pubblici, tali iniziative hanno insospettito gli Stati viciniori, che a loro volta si sono armati, e condotto a guerre. Occorre prendere coraggio e avviare una riflessione condivisa sul progetto di pace che intendiamo costruire nella società civile, ma a partire, innanzitutto, dai luoghi della formazione, dalla scuola e dall’università. Un punto fermo per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è la centralità degli organi collegiali e democratici della scuola (Collegio dei docenti, Consiglio d’Istituto, Consigli di classe) e il loro corretto funzionamento. Attraverso essi devono passare per intero il lavoro didattico, le attività, le iniziative e i progetti della programmazione scolastica e della cosiddetta offerta formativa. Sono questi gli spazi e i momenti in cui è fondamentale intervenire per opporsi alla militarizzazione delle scuole, per decidere se vogliamo i militari a scuola oppure no, se vogliamo favorire una pedagogia della guerra oppure della pace, se vogliamo formare all’acquiescenza nei confronti dell’esistente oppure a un reale pensiero critico. Del resto, lo strumento di contrasto più efficace che la classe docente ha nelle sue mani per opporsi alla militarizzazione delle società consiste proprio nella didattica quotidiana, nella costruzione giorno dopo giorno di una valida alternativa di pace e ciò è possibile grazie a numerosi progetti che si possono avviare nelle scuole nelle ore di educazione civica con le associazioni della società civile, ma anche mediante percorsi di autoformazione per docenti all’interno di reti di scuole impegnate in progetti di educazione nonviolenta, di mediazione e di risoluzione pacifica degli inevitabili conflitti. Note [1] Cfr. G.J.J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina, Milano 2022. [2] M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993. [3] Cfr. M. Lucivero, A. Petracca, L’altro volto della Psicoistruzione: la comunicazione istituzionale e l’alienazione alla base dell’azione pedagogica, disponibile all’indirizzo: https://www.roars.it/laltro-volto-della-psicoistruzione-la-comunicazione-istituzionale-e-lalienazione-alla-base-dellazione-pedagogica/. [4] E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli, 1938. [5] AA.VV., La scuola laboratorio di pace, 2 voll., Aracne, Roma 2023; AA.VV., Comprendere i conflitti. Educare alla pace, Aracne, Roma 2024; AA.VV., Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra, Aracne, Roma 2025. Michele Lucivero è Dottore di ricerca in Etica e antropologia. Storia e fondazione presso l’Università del Salento e insegna Filosofia e Storia nei Licei in provincia di Bari. Ha tenuto corsi di Studi interculturali presso l’Accademia popolare Aretè di Schio, è docente formatore per il Cesp (Centro Studi per la Scuola Pubblica) ed è condirettore delle collane Paideia presso l’editore Aracne. Ha pubblicato diversi volumi con Aracne e ha curato la traduzione e l’introduzione a P.L. Berger, Riflessioni sulla religione, Armando, Roma 2020. Giornalista pubblicista, cura il blog «Agorà. La filosofia in Piazza» ed è promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
- selfie da zemrude
risonanze di un territorio di sacrificio Pierluca Ditano, Queste cose non avvennero mai ma sono sempre Può un film appartenere a una rubrica dedicata alla musica sperimentale? La risposta di Queste cose non avvennero mai ma sono sempre è sorprendentemente semplice: sì, quando il suono smette di essere un elemento accessorio della narrazione e diventa la materia stessa attraverso cui un territorio prende forma. Nell’opera audiovisiva di Pierluca Ditano la forza della costruzione visiva si intreccia costantemente con una raffinata ricerca sonora, che diventa una componente essenziale dell’esperienza cinematografica. Le immagini non esauriscono il racconto: sono le vibrazioni del vento, l’acqua, il metallo, i corpi, il silenzio e le risonanze del paesaggio a trasformare la visione in un'esperienza di ascolto del territorio. Più che raccontare Taranto, il film lascia che sia il territorio stesso a parlare attraverso i suoi suoni, le sue assenze e le sue ferite. Il paesaggio sonoro non accompagna le immagini, ma diventa il luogo in cui la memoria continua a esistere nonostante tutto. Le vibrazioni del vento, le voci, l’acqua, il fruscio della vegetazione, gli stridori del metallo e dei vetri infranti, i silenzi improvvisi e i rumori della fabbrica costruiscono un’esperienza di ascolto che precede e orienta lo sguardo. Presentato al Festival dei Popoli di Firenze, il lungometraggio di Pierluca Ditano racconta Taranto senza limitarsi alla denuncia della devastazione ambientale e sociale. La città non viene ridotta a emblema della crisi industriale, ma emerge come un territorio attraversato da relazioni materiali, nel quale natura, corpi, memoria e industria continuano a trasformarsi reciprocamente. Fin dalle prime sequenze la natura non svolge la funzione di semplice sfondo. Il movimento dell'acqua, la terra e il vento non fanno da cornice agli eventi, ma partecipano alla costruzione del racconto. Il tempo sembra sedimentarsi nella materia stessa del paesaggio, come se ogni elemento conservasse le tracce delle trasformazioni che lo hanno attraversato. La natura diventa così un archivio vivente, nel quale la memoria continua a manifestarsi più attraverso ciò che resta che attraverso ciò che viene raccontato. È il suono a rendere percepibile questa continuità. Ogni vibrazione attraversa aria, acqua, metallo, vegetazione, animali e corpi umani. Taranto non viene semplicemente rappresentata: sembra piuttosto manifestarsi attraverso le proprie risonanze. È come se il film ascoltasse il territorio prima ancora di guardarlo. In questo territorio la violenza dell'industria altera profondamente la trama delle relazioni. Non cambia soltanto il paesaggio visibile: modifica le condizioni stesse della percezione. Cambiano le acque e mutano le propagazioni del suono; cambia il territorio e cambiano le forme dell'ascolto. Il vilipendio dell’ambiente non distrugge soltanto ecosistemi, ma riscrive la memoria sensibile di un luogo. Il titolo, Queste cose non avvennero mai ma sono sempre, suggerisce che gli eventi non cessano quando terminano. Continuano a vivere nella materia, nell’aria, nei terreni contaminati, nei corpi e nei rumori che ancora attraversano il territorio. Il passato non è concluso: continua a produrre presente. Assume così particolare rilievo il ritrovamento di una vecchia cassetta audio. Il film non ne rivela il contenuto e lascia volutamente aperta ogni interpretazione. Proprio questa sospensione invita a immaginare quel nastro come materia ancora disponibile alla sperimentazione sonora. Il deterioramento del supporto, il fruscio magnetico e le tracce lasciate dal tempo potrebbero diventare essi stessi elementi compositivi. La memoria non coincide con la conservazione del passato, ma con la continua trasformazione delle sue tracce materiali. Tra i protagonisti emerge Sandro Quaranta. Il film non invita mai a soffermarsi su una condizione personale, ma sul modo in cui egli entra in relazione con il mondo. Ascolta il vento, riconosce la terra con le mani, coltiva gli orti della Cooperativa Sociale Robert Owen e instaura con i cani una relazione che sembra nascere da una reciproca attenzione più che dal controllo. Sono gesti semplici che mostrano come la conoscenza non dipenda esclusivamente dallo sguardo, ma dall’intreccio continuo tra corpo, ambiente e altri viventi. Sandro conosce il mondo ascoltandolo, toccandolo, coltivandolo. La relazione con gli ortaggi, con la terra e con i ritmi della natura restituisce un sapere costruito nella cura e non nel dominio. La coltivazione degli orti della Cooperativa Sociale Robert Owen, esperienza comunitaria nata nel 1983 e della quale Sandro Quaranta è stato tra i fondatori e per anni presidente, diventa il controcampo della fabbrica. Pur senza ricostruirne esplicitamente la storia, il film lascia affiorare questa esperienza attraverso la forza dei gesti quotidiani. Alla logica dell’estrazione e del sacrificio si contrappone una pratica fondata sulla cooperazione, sulla cura della terra e sulla riproduzione della vita. Il breve momento in cui Sandro fischietta Die Moritat von Mackie Messer, da L’Opera da tre soldi di Kurt Weill e Bertolt Brecht, introduce una memoria politica discreta ma persistente, che riaffiora come le altre tracce sonore disseminate nel film. Accanto a Sandro, anche Maria Martinese – del collettivo artistico cittadino Ammostro – costruisce un diverso modo di abitare il territorio. Il suo sguardo, attraversato da una malinconia che non coincide mai con la rassegnazione, sembra cercare connessioni ancora possibili tra persone, luoghi e memoria. La sua ricerca sui pigmenti naturali ricavati dalle piante della macchia mediterranea diventa il segno di una relazione paziente con la materia vivente, capace di restituire valore a ciò che appare marginale o invisibile. Il film non si limita a registrare il degrado degli spazi. In quelle soste silenziose prende forma una ricerca di connessioni ancora possibili tra persone, luoghi e memoria. È come se ogni inquadratura provasse a restituire ciò che la devastazione ambientale e sociale tende continuamente a separare: il rapporto tra corpi, spazi, natura e comunità. La conoscenza non nasce allora da uno sguardo distante, ma dalla capacità di entrare nuovamente in relazione con un territorio ferito. Anche la Città Vecchia compare lontana dalle rappresentazioni turistiche. Pur senza affrontare direttamente il tema, il film sembra evocare il rischio che l’abbandono possa diventare il presupposto di futuri processi di gentrificazione e di una nuova messa a valore dello spazio urbano, trasformando profondamente le relazioni e la memoria dei luoghi. Anche le immagini dell'acciaieria sfuggono ai cliché. Le macchine sembrano pulsare come organismi viventi. Non è una celebrazione della tecnica, ma la rappresentazione di una relazione alterata tra corpi, metallo e territorio. Più che la fabbrica in sé, il film mostra la rottura delle relazioni che rende possibile la devastazione ambientale. L’ultima parte del film, immersa nella nebbia, non chiude il racconto ma lo apre ulteriormente. La materia stessa dell’aria modifica le relazioni tra corpi, paesaggio e percezione. I contorni si dissolvono, le distanze diventano incerte e ciò che sembrava stabile perde consistenza. In questa progressiva sospensione, la tessitura sonora costruita da Gaspare Sammartano assume un ruolo decisivo. Le sonorità elettroniche non accompagnano semplicemente le immagini, ma amplificano quella condizione di instabilità percettiva, facendo emergere un ambiente nel quale ogni vibrazione sembra attraversare indistintamente corpi, aria e materia. È in questa opacità, resa ancora più intensa dal lavoro sul suono, che il film colloca la propria domanda più radicale: come continuare ad abitare un luogo quando perfino le condizioni della percezione e dell’ascolto sono state trasformate? La forza del lavoro di Pierluca Ditano risiede nella capacità di restituire una Taranto che non chiede soltanto di essere vista, ma soprattutto ascoltata. Il suono non accompagna il film: ne costituisce il principio generativo. Le vibrazioni, i rumori, i silenzi e le risonanze fanno emergere un territorio nel quale ambiente, memoria e corpi continuano a trasformarsi insieme.Più che una riflessione sulla città, il film propone un diverso modo di abitare il mondo, ricordandoci che ogni violenza esercitata sulla natura è anche una violenza esercitata sulle possibilità future della percezione, della memoria e della vita. Fonti e approfondimenti Trailer (YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=7HTkH78eZe8 Press-Kit Ditano: https://drive.google.com/file/d/16NXa0wsqpZ9wjPfuEjSGI74IM-BAE4Ka/view?usp=drivesdk Prossime proiezioni Sono in fase di definizione nuove proiezioni e presentazioni del film, curate da Gaspare Sammartano, in spazi dedicati alle arti visive e alla ricerca sonora. Le date saranno comunicate progressivamente. Per aggiornamenti è possibile seguire il profilo Instagram di Gaspare Sammartano: https://www.instagram.com/flashflood_g/ Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà. The Resonance of a Sacrifice Zone Pierluca Ditano – These Things Never Happened Yet They Have Always Been Can a film belong in a column devoted to experimental music? These Things Never Happened Yet They Have Always Been offers a surprisingly simple answer: yes, when sound ceases to function as a mere accessory to the narrative and instead becomes the very material through which a territory takes shape. In Pierluca Ditano's audiovisual work, the strength of its visual construction is inseparable from a refined sonic research that becomes an essential component of the cinematic experience. Images never exhaust the narrative: it is the vibrations of the wind, water, metal, bodies, silence, and the resonances of the landscape that transform vision into an experience of listening to a place.Rather than simply telling the story of Taranto, the film allows the territory itself to speak through its sounds, its absences, and its wounds. The soundscape does not accompany the images; it becomes the space in which memory continues to exist despite everything. The vibrations of the wind, human voices, flowing water, the rustle of vegetation, the screech of metal and shattered glass, sudden silences, and the industrial noise of the steelworks create an experience of listening that precedes—and ultimately guides—the gaze. Presented at the Festival dei Popoli in Florence, Pierluca Ditano's feature film approaches Taranto without limiting itself to denouncing its environmental and social devastation. The city is never reduced to an emblem of industrial crisis. Instead, it emerges as a territory woven together by material relations, where nature, bodies, memory, and industry continually reshape one another.From its opening sequences, nature never functions as a mere backdrop. The movement of water, the earth, and the wind does not frame the events but actively participates in constructing the narrative itself. Time appears to settle within the very substance of the landscape, as though every element retained the traces of the transformations that have passed through it. Nature thus becomes a living archive, where memory reveals itself less through what is explicitly narrated than through what continues to endure. It is sound that makes this continuity perceptible. Every vibration travels through air, water, metal, vegetation, animals, and human bodies. Taranto is not simply represented; it seems to manifest itself through its own resonances. It is as though the film listens to the territory before it ever looks at it. Within this landscape, industrial violence profoundly alters the fabric of relationships. It changes not only the visible environment but the very conditions of perception. As the waters change, so too does the propagation of sound; as the territory is transformed, so are the ways in which it can be heard. The violation of the environment does not merely destroy ecosystems; it rewrites the sensory memory of a place. The title, These Things Never Happened Yet They Have Always Been, suggests that events do not end once they are over. They continue to inhabit matter, the air, contaminated soil, human bodies, and the sounds that still traverse the territory. The past is never concluded; it continues to produce the present. The discovery of an old audio cassette therefore acquires particular significance. The film never reveals its contents, deliberately leaving every interpretation open. This suspension invites us to imagine the tape itself as a material still available for sonic experimentation. The deterioration of the magnetic medium, its hiss, and the traces left by time could themselves become compositional elements. Memory does not coincide with the preservation of the past, but with the ongoing transformation of its material traces. Among the film's protagonists, Sandro Quaranta stands out as a particularly compelling presence. The film never encourages the viewer to dwell on a personal condition; rather, it invites us to observe the way he inhabits and relates to the world. He listens to the wind, recognizes the earth through his hands, tends the gardens of the Robert Owen Social Cooperative, and establishes with the dogs a relationship grounded less in control than in reciprocal attention. These simple gestures reveal that knowledge does not depend exclusively on sight, but emerges from the continuous entanglement of body, environment, and other living beings. Sandro comes to know the world by listening to it, touching it, and cultivating it. His relationship with vegetables, soil, and the rhythms of nature embodies a form of knowledge rooted in care rather than domination.The cultivation of the Robert Owen Social Cooperative's gardens—an experience founded in 1983, of which Sandro Quaranta was one of the founders and later its long-serving president—becomes the film's counterpoint to the steelworks. Without explicitly reconstructing the cooperative's history, the film allows this experience to surface through the quiet force of everyday gestures. Against the logic of extraction and sacrifice stands a practice founded upon cooperation, care for the land, and the reproduction of life. The brief moment in which Sandro whistles Die Moritat von Mackie Messer, from The Threepenny Opera by Kurt Weill and Bertolt Brecht, introduces a discreet yet persistent political memory that resurfaces like the many other sonic traces dispersed throughout the film. Alongside Sandro, Maria Martinese — member of the Taranto-based artistic collective Ammostro — embodies another way of inhabiting the territory. Her gaze, marked by melancholy without ever yielding to resignation, seems constantly engaged in searching for still possible connections between people, places, and memory. Her research into natural pigments extracted from the plants of the Mediterranean maquis becomes the expression of a patient relationship with living matter, capable of restoring value to what often appears marginal or invisible. The film does not merely register the decay of physical spaces. Within these silent pauses emerges an attempt to recover relationships that may still be possible between people, places, and memory. Each frame seems to restore what environmental and social devastation relentlessly seeks to separate: the bond between bodies, space, nature, and community. Knowledge no longer arises from a detached gaze, but from the capacity to enter once again into relationship with a wounded territory. Likewise, the Old Town appears far removed from the familiar imagery promoted by tourism. Although the film never addresses the issue directly, it subtly evokes the possibility that abandonment may become the precondition for future processes of gentrification, transforming urban space into renewed economic value while profoundly reshaping the social relations and collective memory embedded within it. Even the images of the steelworks escape conventional representations. The machinery appears almost to pulse like living organisms. This is not a celebration of technology, but the portrayal of a relationship between bodies, metal, and territory that has been profoundly distorted. More than depicting the factory itself, the film reveals the rupture of those relationships that has made environmental devastation possible. The film's final sequence, enveloped in fog, does not bring the narrative to a close; instead, it opens it even further. The very materiality of the air reshapes the relationships between bodies, landscape, and perception. Contours dissolve, distances become uncertain, and what once seemed stable loses its solidity. Within this growing suspension, the sonic texture created by Gaspare Sammartano assumes a decisive role. His electronic soundscape does not simply accompany the images; it intensifies this condition of perceptual instability, allowing an environment to emerge in which every vibration seems to pass seamlessly through bodies, air, and matter alike. The fog is therefore more than an atmospheric condition. Together with the film's sonic dimension, it evokes a world in which the relationships that constitute both territory and experience have been profoundly altered by the violence inflicted upon the land. It is precisely within this opacity — made even more tangible through sound — that the film poses its most radical question: how can we continue to inhabit a place when the very conditions of perception and listening have themselves been transformed? The strength of Pierluca Ditano's work lies in its ability to restore a Taranto that asks not merely to be seen, but above all to be listened to. Sound does not accompany the film; it constitutes its generative principle. Vibrations, noises, silences, and resonances allow a territory to emerge in which environment, memory, and bodies continue to transform one another. More than a reflection on a city, These Things Never Happened Yet They Have Always Been proposes another way of inhabiting the world. It reminds us that every act of violence inflicted upon nature is also an act of violence against our future possibilities of perception, memory, and life itself. Ultimately, Ditano's film invites us to understand listening not simply as an aesthetic experience, but as an ethical and political practice. To listen is to acknowledge that a territory is never an inert backdrop to history. It is a living field of relationships in which human beings, non-human life, matter, memory, and sound continuously shape one another. In this sense, Taranto becomes more than the setting of a story: it becomes a place where the invisible dimensions of existence — fragility, care, desire, memory, and hope — continue to resonate despite the violence that has sought to silence them. For this very reason, These Things Never Happened Yet They Have Always Been is not merely a film about environmental devastation or industrial modernity. It is a meditation on what still survives within a sacrifice zone, and on the possibility that listening itself may become the first step toward rebuilding the broken relationships between bodies, territory, and the living world. Further Information Trailer: (YouTube): https://www.youtube.com/watch?v=7HTkH78eZe8 Press Kit: https://drive.google.com/file/d/16NXa0wsqpZ9wjPfuEjSGI74IM-BAE4Ka/view?usp=drivesdk Future Screenings Additional screenings of These Things Never Happened Yet They Have Always Been are currently being organized by Gaspare Sammartano, with a particular focus on venues dedicated to visual arts, sound art, and experimental music. New dates will be announced as they become available. For updates, follow Gaspare Sammartano on Instagram: https://www.instagram.com/flashflood_g/ Francesco Oriolo was born and raised in Taranto, where, in the span 1960s – 1970s, he found in music a cultural tool to act against the conformism of the time. Active in a local music collective, he also contributed to a fortnightly magazine and several private radio stations, experiencing firsthand the artistic ferment of those years. A vinyl collector and passionate experimenter, he also produces concert videos and has been recovering rare tapes related to Taranto’s progressive rock scene. His exploration of sound has driven him from psychedelia to free jazz and avant-garde music, enhancing awareness and freedom. Over the years, he has reflected critically on the impact of the music industry, recognizing self-production and independent scenes as bastions of creative struggle. Today, he still recounts the sound-sphere as a critical and communal land to those who pursue freedom through music.
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Electropark: un’architettura di politiche culturali decentrata Moor Mother. Foto di Silvia Aresca Ciò che Electropark lascia emergere non è solo la forma di un festival, ma l’ipotesi di un modello culturale in trasformazione: un sistema in cui la produzione, la fruizione e la circolazione dell’arte non si concentrano più esclusivamente nei grandi poli metropolitani, ma si distribuiscono in una costellazione di centri minori, periferici o laterali, capaci tuttavia di attivare connessioni internazionali complesse e non gerarchiche. È proprio in questi interstizi che si intravede la possibilità di nuovi immaginari culturali: non fondati sulla centralità, ma sulla relazione; non sulla stabilità dei luoghi, ma sulla loro capacità di farsi nodo, passaggio, risonanza. Sono le 5.45 e l’alba non è ancora evento, ma tensione: una promessa che si deposita sulle superfici del reale, un’aria di estate in formazione, di partenze che si moltiplicano prima ancora di trovare corpo, di festival che esistono già come vibrazione latente. Il volo verso Genova si consuma in una sospensione rarefatta, in quella zona intermedia in cui i luoghi cessano di essere referenze da mappamondo per diventare immagini in transito del sublime. All’atterraggio, la città emerge dall’acqua con una chiarezza quasi perturbante, come se fosse insieme presente e già ricordata, una figura che si riconosce prima ancora di essere compresa. Per un istante lo sguardo si incrina: la densità verticale del porto, la sua materia stratificata e liquida insieme, produce una frizione percettiva, un cortocircuito che apre una fenditura nell’esperienza. È un déjà-vu che non si limita a evocare un altrove, ma lo sovrascrive sul presente trascinando la visione fino a Santa Marta, in Colombia, come se le geografie non fossero luoghi separati ma sistemi di risonanze che si rispondono a distanza, stratificando i propri livelli invisibili nel medesimo campo dell’immaginazione. È in questo slittamento continuo tra reale e immaginato che prende forma l’ingresso a Electropark, alla sua quindicesima edizione diretta da Alessandro Mazzone, Anna Daneri e Silvia Nocentini. Il festival si presenta non come semplice contenitore di eventi, ma come «architettura di pensiero culturale» ormai pienamente consolidata, una piattaforma transdisciplinare in cui la dimensione sonora, performativa e visiva si intrecciano fino a generare un ecosistema poroso, capace di rimettere in discussione le grammatiche stesse della produzione culturale contemporanea. Genova, in questo contesto, non è sfondo ma organismo attivo: una città che si lascia attraversare e, al tempo stesso, si riscrive attraverso i suoni, i corpi e le sue derive immaginative. Electropark si presenta come un dispositivo culturale che legge il tempo/spazio presente e immagina nuove traiettorie e nuovi orizzonti per le politiche culturali. La forza del festival risiede proprio nella sua capacità di tenere insieme dimensioni apparentemente inconciliabili: la club culture e la ricerca accademica, l’improvvisazione jazz e la performance art, l’estetica audiovisiva e la pratica coreografica. Questa eterogeneità non si traduce in frammentazione, ma in una precisa strategia curatoriale che valorizza il disordine come forma di conoscenza e approccio non cartesiano all’esistente. Direi un vero meltin’ pot di istanze, estetiche, corpi, sogni e bisogni. Il programma curatoriale è esplicitamente transnazionale, la composizione delle presenze artistiche riflette una precisa volontà di decentramento dello sguardo e di ridefinizione delle gerarchie – non troppo simboliche – della produzione culturale contemporanea. L’attenzione alle politiche di equilibrio di genere non assume una funzione accessoria o dichiarativa, ma si inserisce strutturalmente nella grammatica del progetto, contribuendo a una ridefinizione critica delle modalità di rappresentazione e selezione. In questo quadro, la partecipazione di circa cinquanta artiste e artisti provenienti da contesti geografici e culturali eterogenei non si limita a restituire una pluralità di provenienze, ma costruisce una vera e propria ecologia di saperi e pratiche, in cui la diversità non è tematizzata come semplice dato quantitativo, bensì come condizione operativa e tensione estetico-politica. Ne emerge un campo di forze attraversato da traiettorie disallineate, che riflette la complessità del contemporaneo e ne mette in crisi le possibili semplificazioni identitarie. Il tema di questa xv edizione, «Outer Space», si impone come una vera e propria matrice concettuale e come dispositivo di lettura, dichiaratamente innestato nell’immaginario cosmico e visionario di Sun Ra e nella sua traduzione filmica in Space is the Place. Più che un semplice titolo curatoriale, esso opera come lente critica e principio atmosferico, capace di orientare la percezione e di ridistribuire le coordinate del tempo e dello spazio all’interno del festival. «Outer Space» non funziona come evocazione decorativa di un altrove fantascientifico, ma come campo simbolico attivo, una soglia attraverso cui il festival rilegge la propria durata e la propria spazialità. Il riferimento a Sun Ra non si esaurisce nella citazione, ma si trasforma in una postura estetica e politica: un invito a concepire il suono, il corpo e l’immaginario come strumenti di dislocazione, che sottraggono l’esperienza culturale a ogni forma di stabilizzazione normativa. Il tempo/spazio del festival si configura così come un territorio in cui la dimensione terrestre e quella cosmica si contaminano reciprocamente, aprendo a una percezione espansa del presente.Lo spazio esterno diventa qui spazio mentale e politico, luogo di proiezione utopica ma anche terreno di confronto con le urgenze del presente. «Outer Space» non è evasione, ma espansione del pensiero: un campo in cui suono, corpo e immaginario culturale si ridefiniscono reciprocamente collocandosi o cercando asilo nel dibattito internazionale, emancipandosi da una visione squisitamente di intrattenimento culturale o di diversivo per i calendari e le proposte alternative della città di Genova. lowkolos. Foto di Emanuela Zampa Tra le artiste invitate, per la xv edizione del festival, Moor Mother è stata la più attesa in tutti i sensi: più di 120 minuti fuori dalla Claque. La Claque è uno spazio strepitoso annesso al Teatro della Tosse di Genova, ma con un’aura magica totalmente vicina a progetti e strutture sperimentali, non frontali. L’attesa è stata causata dal ritardo di un corriere nel consegnare la marimba per il concerto. Moor Mother è oggi una delle figure più radicali e stratificate del panorama contemporaneo, capace di raccogliere le sollecitazioni dell’afrofuturismo e tradurle in un progetto multidisciplinare nel quale musica, poesia e attivismo si fondono. Il suo percorso, fatto di album complessi, collaborazioni coraggiose e performance incandescenti, trova in una sorta di sintesi in Shinkolobwe accessibile senza però rinunciare alla propria natura visionaria.Moor Mother con Shinkolobwe, performance sonora, conferma il suo ruolo di voce tra le più radicali e necessarie della scena contemporanea. Musicista, poetessa, attivista, l’artista statunitense continua a muoversi lungo quella linea di confine in cui suono, memoria e denuncia politica si intrecciano creando un travolgente valore di potenza e di immaginazione oltre il reale. Presentato in prima assoluta alla Biennale di Venezia Musica – nell’edizione del 2025 – il lavoro nasce dalla collaborazione con Aquiles Navarro, Hamid Drake e Pasquale Mirra. In questa formazione internazionale, la materia sonora si costruisce come un organismo vivo, nel quale improvvisazione, spoken word ed elettronica si alimentano reciprocamente. Shinkolobwe prende il nome dalla miniera congolese di uranio simbolo delle dinamiche estrattive del colonialismo e delle sue continuità neocoloniali. Il progetto attraversa materiali d’archivio, stratificazioni elettroniche e interventi vocali per mettere in tensione la storia del Congo con le forme contemporanee di sfruttamento delle risorse e dei corpi. La performance si sviluppa come un flusso narrativo spezzato. La parola di Moor Mother non illustra ma incide, mentre la tessitura strumentale costruita dagli altri musicisti apre spazi di improvvisazione che oscillano tra jazz, noise e atmosfere rituali. Ne emerge un vero e proprio sound scape denso e instabile, dove la memoria storica non è mai intesa come materia fissa ma continuamente riattivata attraverso il suono e la voce. In questo incontro tra poesia militante e ricerca musicale, Shinkolobwe si impone come un lavoro che non si limita alla rappresentazione del passato coloniale, ma lo riporta nel presente, interrogando le sue persistenze e le sue trasformazioni.È un lavoro che si muove con naturalezza tra jazz, elettronica e downtempo, trasformando la tradizione afroamericana in una materia fluida, attraversata da vibrazioni digitali e un flusso poetico ininterrotto. Avvicinarsi all’universo di Camae Ayewa – nome all’anagrafe di Moor Mother – significa superare le categorie di genere e accettare l’ascolto come esperienza immersiva. Il suo sguardo sulla diaspora africana attraversa genealogie culturali profonde: dalle radici della musica nera alle esplorazioni cosmiche di Sun Ra, passando per l’eredità soul di Aretha Franklin, fino alle traiettorie contemporanee di Matana Roberts, Angel Bat Dawid e Nicole Mitchell. In questo dialogo tra epoche, Moor Mother costruisce un ponte tra memoria storica e futuro politico. Il nucleo della sua poetica resta la parola: un flusso di spoken word militante che dà voce a soggettività marginalizzate e storie rimosse dai circuiti dominanti. In questo senso la sua musica è sempre anche archivio e testimonianza, ma non è mai statica: è piuttosto una forma di resistenza sonora che mescola stili musicali e scrittura performativa. Quello che emerge, nel complesso, è il ritratto di un’artista che non cerca mai la stabilità, ma una continua frizione tra linguaggi. La sua musica non si limita a raccontare il presente: lo interroga, lo smonta e lo ricompone in una forma nuova, dove suono e politica, memoria e futuro, diventano inseparabili. Lecture performance, live set, dj set, workshop e progetti ibridi costruiscono una geografia diffusa e multipla che attraversa la città di Genova, trasformandola in un campo espanso di sperimentazione estetica, politica e culturale. Non si tratta soltanto di una rassegna di eventi, ma di una vera e propria costellazione di pratiche che mettono in discussione le forme tradizionali di fruizione culturale, non solo del sistema «festival musicale» ma anche del sistema «festival di performance art» e quello dell’arte visiva. Il festival centralizza la grande attenzione sul mezzo della performance e le sue possibili smagliature, definizioni, ridefinizioni, reti, intrecci, connessioni, prospettive. Altro artista che ha trovato in me una forte risonanza è stato lowkolos presso la Sala Campana del Teatro della Tosse. L’artista e producer turco, residente ad Amsterdam, ha presentato il progetto there is no harmony, sviluppato insieme all’artista e scenografa Allison Wright. La sua performance si muove in un territorio ibrido nel quale musica elettronica, visual audio-reattivi e dispositivi scenici, si intrecciano in un’unica architettura percettiva. Le proiezioni su pellicole olografiche stratificate amplificano la dimensione immersiva dell’esperienza, trasformando lo spazio scenico in un ambiente instabile, in costante mutazione tra suono e immagine. There is no harmony si configura così come una performance che non cerca la coesione tradizionale tra elementi audiovisivi, ma esplora costantemente la frizione e la discontinuità, costruendo un linguaggio nel quale l’assenza di armonia diventa principio compositivo e chiave di lettura dell’intero progetto. In questa prospettiva, ciò che Electropark lascia emergere non è solo la forma di un festival, ma l’ipotesi di un modello culturale in trasformazione: un sistema in cui la produzione, la fruizione e la circolazione dell’arte non si concentrano più esclusivamente nei grandi poli metropolitani, ma si distribuiscono in una costellazione di centri minori, periferici o laterali, capaci tuttavia di attivare connessioni internazionali complesse e non gerarchiche. È proprio in questi interstizi che si intravede la possibilità di nuovi immaginari culturali: non fondati sulla centralità, ma sulla relazione; non sulla stabilità dei luoghi, ma sulla loro capacità di farsi nodo, passaggio, risonanza. La città – Genova – non appare come eccezione, ma come sintomo di una trasformazione più ampia, in cui l’arte diviene pratica mobile, attraversabile, profondamente intrecciata a reti trans-locali di saperi, corpi e linguaggi. È qui che si dischiude il campo più radicale del presente: nella possibilità che luoghi apparentemente marginali diventino dispositivi di produzione/creazione simbolica avanzata, laboratori di prossimità globale, in cui l’esperienza estetica non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce a ridisegnarne le mappe del sensibile. Sergio Racanati (1982) vive e lavora tra Milano e Bari. Attualmente sta lavorando alla realizzazione del progetto filmico sul processo Curatoriale del collettivo ruangrupa che dirigerà la prossima dOCUMENTA XV/Kassel all’interno della ruruHaus. La sua ultima mostra personale nel giugno 2021 è stata presso la Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea/Matera la cui installazione A futureless memory/ possibilità di un memoriale è stata acquisita per la collezione. Ha preso parte a progetti espositivi di respiro internazionali e nazionali afferenti alla rigenerazione urbana, tra cui «Circuito del Contemporaneo», «Casa Futura Pietra» e «Z.I.P.», vincitore del bando «Creative Living Lab» promosso dal MiC, a cura di Giusy Caroppo. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali tra cui il recente premio di Residenza Artistica presso «Officina Italiana» a Buenos Aires.
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Genova, luglio 2001 Una poesia e due racconti Sergio Bianchi Questo testo contiene una poesia, una narrazione «a caldo» e una «a freddo» su quanto accadde nelle tre giornate del G8 di Genova 2001, su alcune questioni che le precedettero e altre che ne seguirono. 8 strambotti genovesi Nanni Balestrini Gli 8 gangster riuniti sono una banda armata che progetta rapina per la terra affamata tutta contaminata mandiamoli in rovina Gli 8 gangster riunitisi indignano se si protesta noi siano qui per salvare il mondo lasciateci fare tranquilli ma sono loro che l’hanno distrutto abbattiamoli come birilli La banda armata ha ammazzato gli 8 gangster riuniti hanno brindato così quelli imparano a starsene a casa solo noi possiamo girare il mondo globale per vedere dove è meglio continuare a rubare ma gli altri zitti o li facciamo sparare Gli 8 gangster 8 devono far fagotto non ne possiamo più di questi assassini fetenti li vogliamo a testa in giù solo allora vivremo contenti 8 gangster riuniti non ci avete capiti dicono le facce di culo siamo qui per salvare il globo mettiamoli al muro e picchiamo sodo Per fermare la rovina del globo bisogna fermare gli 8 gangster riuniti finché la banda non sarà distrutta moriremo poco a poco il globo è nostro non dei loro appetiti è ora di dar loro fuoco Non ci fanno mangiare non ci fanno respirare non ci fanno sognare gli 8 gangster riuniti d evono crepare sono troppo impuniti Sazi di pacifico sangue gli 8 gangster riuniti ringraziano il noto Berlusca è stata una magnifica festa arrivederci al prossimo massacro se qualcuno di nuovo protesta Franco Berardi Bifo* 9 luglio […] Da Seattle in poi, ogniqualvolta il potere globale tiene i summit periodici dei suoi organismi, la richiesta è sempre una sola: non fate questo summit.Che altro si dovrebbe chiedere a un summit che si chiama G8? Solo questo si può dire: non avete il diritto di esistere, non avete il diritto di decidere, non avete il diritto di legiferare. Per la semplice ragione che l’esistenza legiferante di un organismo come il G8 è incompatibile con la democrazia. Il G8 è l’organo che raggruppa periodicamente i capi degli Stati economicamente più potenti del pianeta, i quali naturalmente si incontrano per discutere delle tecniche e delle procedure da adottare per mantenere e accrescere il loro potere.Di tutti gli organismi non elettivi che hanno imposto negli ultimi anni un governo dell’economia globale (il Fondo Monetario Internazionale, la World Bank, il North american free trade organization, l’Organizza zione per la cooperazione e lo sviluppo), il G8 è quello più rappresentativo. Esso infatti garantisce l’avallo delle autorità politiche dei paesi economicamente più potenti alle linee di azione stabilite dai sacrari del liberismo capitalista. Il principio democratico non ha alcun valore a questo livello di decisione, e d’altra parte questo livello è determinante per tutti i livelli di decisione locali. Di conseguenza la democrazia non è più in funzione da nessuna parte, e viene al massimo rispettata come una mera formalità. Ecco perché tanta gente si preparava ad andare a Genova. Per rivendicare democrazia. Per denunciare una forma di dispotismo che dall’economia si diffonde in tutta la vita sociale. Dunque le trattative giravano a vuoto. Si discuteva di topografia urbana, zona rossa zona gialla, zone della città interdette al passaggio dei cittadini, zone sottratte alla libera circolazione. Le autorità avevano stabilito di chiamare zona rossa tutta l’area del centro storico genovese, l’antica zona intorno al porto fino a Porta Principe dove c’è la stazione, fino a piazza Carlo Felice e a via XX settembre. Nella zona rossa non era permesso a nessuno di entrare per la durata di quattro giorni, i due giorni del summit e quelli precedenti, perché là in mezzo si trova Palazzo Ducale, il luogo consacrato agli incontri degli otto Grandi. Grandi si fa per dire.[…] 11 luglio Decisi allora di andare a Genova per incontrare qualche vecchio amico e anche per partecipare a un convegno mal organizzato che si teneva in città proprio in quei giorni. Berlusconi il grande si era recato a visitare la città e aveva ordinato di cambiare le fioriere che adornavano la zona rossa e anche di rimuovere tutti quei panni stesi tra una finestra e l’altra. Con il suo raffinato senso estetico il cavaliere milanese stava preparando la scenografia. Le trattative tra i rappresentanti del governo e quelli del Genoa Social Forum si stavano chiudendo senza accordi significativi. Non era chiaro cosa intendessero fare i contendenti. I rappresentanti del governo ribadivano: proteggeremo la zona rossa per terra per cielo e per mare. I rappresentanti del movimento ripetevano: violeremo la zona rossa senza compiere alcuna violenza. Come? Questo non era chiaro. Con i nostri corpi affronteremo le milizie armate, dicevano i rappresentanti delle Tute bianche, i ragazzi di molti centri sociali. Un vago sentore martiriale emanava dalle dichiarazioni di Vittorio Agnoletto e di Luca Casarini, i due portavoce del movimento. La chiave martirologica non è priva di efficacia. Essa è testimonianza etica irriducibile a un ordine inumano che si è coscienti di non poter rovesciare. In una situazione di questo genere, quando l’intollerabile ti sovrasta e sai di non poterlo abbattere, rimuovere, modificare, il martirio può essere una scelta eticamente forte, affermazione di una estraneità radicale all’inevitabile ordine dispotico. Ma le scelte del movimento rimanevano indefinite perché nessuno sapeva disegnare con chiarezza l’orizzonte delle possibilità politiche, e nessuno poteva sapere se venti anni di dittatura liberista hanno lasciato al pianeta e agli esseri umani energie sufficienti per riprendersi dalla devastazione psichica e ambientale. Il movimento globale che si batte contro la mostruosità inoculata dal capitalismo nella vita quotidiana in questi anni ha funzionato come messa in scena consapevolmente spettacolare di un rifiuto radicale, come azione non violenta destinata ad agire essenzialmente sul piano simbolico. Wu Ming, il narratore collettivo che ha cantato in pagine epico-ironiche varie imprese delle Tute bianche, ha sviluppato con spregiudicatezza questa idea di una radicalità che si esprime sul piano semiotico, e che agisce sull’immaginario sociale. Ma per quanto tutto questo sia concettualmente molto raffinato, in quei giorni la domanda che molta gente si poneva era molto più semplice: se andiamo a Genova che cosa succederà? Come potremo difenderci se la polizia ci attacca per impedirci di raggiungere la zona rossa? E poi, che intenzioni ha il governo? Su questo punto regnava l’incertezza più completa. Si facevano considerazioni contraddittorie. Alcuni dicevano: «La coalizione di destra che si è appena insediata al governo è vista con un certo sospetto negli ambienti politici e finanziari degli altri paesi europei. Non gli conviene presentarsi sulla scena con un’azione repressiva e violenta».«Non gliene può fregar di meno» replicavano altri. «Quelli sono fascisti e si preparano a menare le mani semplicemente perché per loro è naturale così. Si preparano a dare una lezione di brutalità. Perché vogliono mostrare che non tollerano interferenze nella loro azione».Qualcun altro faceva osservare che destra o sinistra significa poco: «abbiamo visto come si sono comportati a Napoli i poliziotti, quando in marzo ventimila persone hanno sfilato contro un vertice internazionale convocato per discutere i problemi dell’electronic governance globale. In quella occasione hanno circondato la piazza in cui la gente si era concentrata, hanno manganellato ragazzine di quindici anni e colpito nel mucchio senza pietà. Eppure a quell’epoca c’era il governo di centro-sinistra». «È inutile fare ipotesi sui loro piani» concludeva il più saggio. «Non hanno una posizione univoca, qualcuno vorrebbe ammazzarci tutti, qualcuno vorrebbe dimostrare che sono dei sinceri democratici, e alla fine deciderà il caso. Una pietra lanciata da un irresponsabile, un poliziotto nervoso che spara per sbaglio».Questa era la situazione che si andava delineando. La tensione cresceva ogni giorno. La campagna di comunicazione era stata pianificata dagli strateghi di qualche servizio di sicurezza con lo scopo di dissuadere, di spaventare la gente per convincerla a starsene a casa.E invece aveva ottenuto l’effetto opposto. Ragazzi che mai prima avevano partecipato a una manifestazione politica, erano come ipnotizzati da quell’evento, proprio per la carica di drammaticità con cui si annunciava. Per la prima volta dopo tanti anni (forse dal settembre del 1977, quando il movimento degli studenti di Bologna aveva organizzato il convegno internazionale contro le repressioni) un evento politico di contestazione conquistava il centro della scena dell’attenzione giovanile. Dopo anni di imperante individualismo la partecipazione a un evento collettivo prevaleva nel discorso quotidiano dei ragazzi. Ma proprio l’enormità dell’onda che si stava avvicinando la rendeva ingovernabile, e minacciosa. Sapevamo che sarebbe arrivata gente imprevedibile: i tifosi di calcio in crisi di astinenza per la fine del campionato, i ragazzi delle associazioni cattoliche, studenti alla loro prima manifestazione politica, e chissà chi altro.Era l’occasione per ritrovare la capacità collettiva di discutere, di criticare, di cercare soluzioni nuove per la vita sociale, ma era anche una situazione fragile, difficile da dirigere, difficile da contenere. D’altra parte quell’appuntamento prometteva di essere anche la prima occasione di manifestare contro il governo di destra. Troppe cose, troppe emozioni, troppe intenzionalità si mescolavano imprevedibilmente. La direzione politica del Genoa Social Forum continuava a lanciare messaggi rassicuranti, a ripetere che sarebbe stata violata pacificamente la zona rossa.E se all’ultimo momento si fosse diffusa spontaneamente una indicazione diversa: disperdiamoci, moltiplichiamo i punti dell’azione? Occupiamo le stazioni ferroviarie e i caselli delle autostrade e i valichi di frontiera e le ambasciate dei paesi che partecipano al G8? Qualcuno lo aveva proposto, timidamente qua e là. Occupiamo la Biennale di Venezia al grido di «abbasso Giotto evviva Cimabue» aveva suggerito qualche dadaista. Ma non era possibile lanciare una campagna in questo senso. La direzione del movimento era composta da persone oneste e intelligenti, ma non molto originali e spiritose. In una situazione come quella si sarebbero dovute inventare soluzioni bizzarre, assurde, imprevedibili. E invece Agnoletto aveva continuato a ripetere venite tutti a Genova, saremo pacifici e quindi non succederà niente, come se tutto potesse dipendere dal pacifismo del Genoa Social Forum. A quel punto i giochi erano fatti, non si poteva proporre una indicazione alternativa. Sarebbe apparso come un tentativo di divisione o come la proposta di stravaganti provocatori. Passai dunque qualche giorno a Genova, soggiornando in un albergo piuttosto elegante che sta dalle parti della stazione di Porta Principe. Arrivò anche il mio amico Seb, un uomo d’esperienza, dall’intelligenza acuta e taciturna. Da una decina d’anni insieme curiamo una rivista, «DeriveApprodi» che esce ogni quattro o cinque mesi. Cominciammo a pubblicarla all’inizio degli anni Novanta per riprendere il filo di una ricerca che nel decennio precedente si era ingarbugliato e perso nelle carceri speciali in cui il potere aveva rinchiuso centinaia di intellettuali. Volevamo riprendere il filo della ricerca autonoma: autonomia della società dal capitale, autonomia del sapere dalla legge del profitto, autonomia della mente e del cuore dall’economia. La rivista ha avuto un pubblico per lo più giovane, intelligente, smaliziato. Non è tessuta di nostalgia per gli anni Settanta, ma non ha mai accettato il cinismo che domina nella chiacchiera intellettuale, né si è resa subalterna al pensiero dominante del liberismo. E forse questa è stata la chiave del suo (minuscolo) successo. Abbiamo creato questa rivista per continuare a dipanare il filo, per seguire i percorsi sotterranei di quello che noi chiamiamo movimento, proprio negli anni in cui sembrava impossibile attendersi il riemergere di una moltitudine cosciente, e solidale. E alla fine è arrivata l’insurrezione di Seattle. E in quel momento ci sarebbe venuta voglia di ripetere: ben scavato vecchia talpa. La sera del 14 di luglio io e Seb andammo insieme a una riunione dell’associazione Città aperta, che da anni si occupava dei problemi degli immigrati, massicciamente presenti a Genova. L’associazione cerca di favorire la loro integrazione nel tessuto sociale cittadino, e nell’imminenza delle giornate del G8 aveva lanciato l’idea di organizzare una grande manifestazione dei migranti. Nella prima metà degli anni Novanta, quando l’immigrazione nordafricana si era intensificata improvvisamente, investendo Genova, città mediterranea e porta d’Europa, non erano mancate le reazioni di rigetto, fomentate e organizzate da quelli che costruiscono carriere politiche sulla divisione e sull’odio tra i più poveri. La Lega Nord aveva organizzato dei veri pogrom per cacciare i migranti dal centro storico. L’associazione Città aperta aveva svolto un ruolo di sdrammatizzazione e di mediazione culturale, e aveva raccolto consensi tra gli immigrati e in un’area abbastanza vasta di giovani genovesi, cosi come l’appoggio di professionisti che avevano prestato la loro opera per aiutare i nuovi arrivati a integrarsi in città. La prima manifestazione delle tre giornate contro il G8 era dunque un corteo di migranti, persone provenienti da ogni dove e dirette verso ogni dove. Libera circolazione degli esseri umani, nessun essere umano è illegale. No border no nation. La sala della riunione quella sera era affollatissima. Una dopo l’altra, prendevano la parola persone che avevano precise responsabilità organizzative. Quello che aveva l’incarico di organizzare le navette per il trasporto degli immigrati che abitavano nella zona di Sampierdarena, quello che coordinava il servizio medico in caso di incidenti, quello che teneva i contatti con gli altri gruppi cittadini. Si esaminavano carte topografiche della città per definire gli ultimi dettagli del percorso. Si valutavano i tempi necessari per spostarsi da un punto all’altro della città. Si fece tardi e Seb decise di tornare in albergo; io uscii con lui. Camminavamo lungo le stradine che risalgono verso via Balbi, senza dire una parola. Quando eravamo ormai prossimi all’arrivo Seb si fermò sul marciapiede e disse: «È una trappola». Ci fermammo nella notte genovese, perché lui stava parlando senza guardarmi, come se ragionasse tra sé e sé: «Nessuno può governare quel che sta accadendo, e questo gioco a nascondino delle Tute bianche stavolta rischia di non funzionare. Quante volte puoi fare questo giochino di gridare bum! prima che qualcuno tiri fuori un cannone vero e ti spari addosso? Questa volta di là ci sono i fascisti, quelli veri. E quelli non hanno voglia di scherzare, non sono mai stati spiritosi. Noi facciamo tutta la pantomima per amore del simbolico e dell’immaginario, e quelli tirano fuori il cannone e ti ammazzano sul serio. Io a Genova il 20 non ci vengo». Seb mi disse che lui non sarebbe venuto in quella trappola. Mi mise addosso una agitazione pazzesca, perché capivo che aveva un po’ di ragione. Se fai il pacifista, diceva, lo devi fare senza equivoci. Non si può fare il teatro della crudeltà con degli energumeni. Quelli non hanno letto Artaud e appena ti muovi ti sparano. Io gli dissi: «Se pensi così allora dobbiamo fare qualcosa. Ma cosa? Facciamo una telefonata a un giornale, ora, subito. Proponiamo un’intervista. Lanciamo la proposta: nessuno vada a Genova. Te lo immagini che razza di casino se adesso riuscissimo a fermare la fiumana, a dirottarla in mille rivoletti di protesta, di rivolta, di teatro di strada, in ogni città?». «Non è più possibile, non è più possibile. Non ci si può prendere la responsabilità di generare panico ulteriore in questa situazione. Rischieremmo di amplificare il panico e di produrre una spaccatura che adesso è troppo tardi per motivare e ricomporre». Sergio Bianchi E invece a Genova ci andai, ma non subito, solo dopo la morte di Carlo Giuliani, e feci un lungo tratto di corteo proprio con Bifo, prima di perderci di vista nel casino infernale. È vero che quella faccenda della «dichiarazione di guerra» fatta baldanzosamente dalle Tute bianche mi pareva da una parte farsesca e dall’altra pericolosa. Per il banale motivo che se si dichiara guerra a qualcuno, quel qualcuno può prendere la cosa non come una boutade ma come pretesto per prepararsi a fartela per davvero. E un qualche sbigottimento mi suscitavano quelle schiere di imbottiti di gommapiuma che in diversi luoghi si facevano fotografare e filmare mentre giocavano a «prepararsi agli scontri». O meglio a perpetuare la loro finzione spettacolare, che fino a lì, concordata e contrattata con la controparte, era servita a incentivare l’attenzione mediatica sui propri contenuti politici, degni per altro di considerazione. Ma quella volta la cosa non quadrava, i conti non tornavano, il contesto era troppo ampio, le contingenze si accumulavano tutte assieme e intrecciandosi tra loro avevano comportato nodi e grovigli non dipanabili. I portavoce parlavano di un teatro con troppi attori in scena, alcuni dei quali neanche conoscevano. Parte dei portavoce avevano a riferimento il teatro unicamente italiano, dunque provinciale, dove credevano di esercitare una qualche egemonia e di conseguenza un controllo. Cosa per altro vera solo relativamente. Non avevano fatto i conti con tutti gli altri osti che arrivavano da tutte le altre parti del mondo, con altri pensieri, progetti, esperienze, pratiche. Ci fu supponenza e presunzione in chi credeva di poter gestire e orientare la piazza, almeno la sua parte più mediatizzabile. Non gli venne il dubbio che quella tattica fin lì reiterata potesse non funzionare in un teatro internazionalizzato e con una controparte militare nevrotizzata da una sciagurata campagna allarmistica dei media. E infatti non funzionò. Arrivarono gli uomini e le donne in nero, già presenti in tutte le scadenze internazionali precedenti, a rompere le uova nel paniere. Imprevisti e imprevedibili, almeno con quella potenza d’azione, sparigliarono le carte, le mandarono all’aria e dettarono le nuove regole del caos. Colpivano, si disperdevano, si ricomponevano, ricolpivano. La pratica del mordi e fuggi, della guerriglia di piazza vera, non simulata. Giovani, flessibili, mobili, saettanti, scaltri e, soprattutto, estetici. Il loro profilo ombroso e felino sovrastava in seduzione la figura dell’imbolsito, appesantito, impacciato militante in gommapiuma. Non ricercavano lo scontro fisico col nemico, facevano violenza sulle cose, devastavano contesto e arredo urbano perché inteso come strumento di controllo capitalistico. Erano anarchici, e fecero il loro mestiere. Non gliene fregava nulla dell’inventario pacifista presente, compreso quello in gommapiuma, che anzi, probabilmente, stava loro piuttosto antipatico. Furono infiltrati da chi aveva interesse agli sfasci? Sicuramente sì. Erano tutti infiltrati e provocatori? Sicuramente no. Di loro ne ha dato a mio parere una corretta definizione Anna Marsilii1: «Il Black bloc atteso a Genova resta l’unico elemento antagonista tenuto fuori dalle discussioni preparatorie del movimento, senza che venisse nemmeno considerata la possibilità di interloquire con loro tanto da parte del Genova social forum quanto delle Tute bianche. Una parte era composta da anarcoinsurrezionalisti, casseurs, come qualcuno di loro si definiva. La loro avversione nei confronti del capitalismo in generale si manifestava nella distruzione dei simboli del consumismo. La violenza per loro era innanzitutto quella delle “multinazionali oppressive e sfruttatrici”, contro le quali, non essendo praticabile altro tipo di contrasto politico, l’unica azione possibile era la violenza sulle cose. Altri, i Disertori della società civile, come si sarebbero definiti nel 2002, erano orientati a un atto di ribellione contro le forme di disciplina del sistema capitalistico, che nel quotidiano si identificano nell’urbanistica. Il controllo della vita dell’individuo si realizza con l’organizzazione dello spazio urbano, con l’imposizione di passaggi obbligati capaci di rendere l’individuo assuefatto al sistema capitalistico, senza possibilità di pensare alternative. Per loro la distruzione dell’arredo urbano rappresentava la forma estrema di liberazione dell’individuo e di contestazione del sistema del controllo. A Genova sia casseurs sia Disertori non avevano dunque nessun interesse a violare la zona rossa. Sergio Finardi, esperto di tattiche di guerra informali e di Black bloc, in un’intervista a Franco Fracassi identificava la peculiarità del gruppo dei neri: “Uno degli equivoci più comuni riguardo al Black bloc è etichettarlo come un gruppo coeso attorno a una precisa matrice ideologica. In realtà il Black bloc è semplicemente un assembramento tattico”. Il migliaio di aderenti al Black bloc in piazza il venerdì non fu necessariamente lo stesso presente in piazza il sabato; inoltre in mezzo a loro operarono altri soggetti antagonisti locali. Il sabato si aggiunsero molti manifestanti intenzionati a reagire con violenza alla morte di Carlo Giuliani. Ovviamente vi erano anche infiltrati delle forze dell’ordine, peraltro presenti in ogni gruppo di manifestanti». Ma soprattutto non si compresero le intenzioni delle uniformi, tra le quali covava un miscuglio di fascismo, frustrazione e aggressività repressa che era andata in paranoico accumulo e compressione. Non si sa ancora, a distanza di così tanto tempo, se vi fu una regia precisa o un banale accavallarsi di idiozia e incapacità di gestione della piazza che sfociò in quel rivoltante macello di gente per la stragrande maggioranza inerme e dagli intenti del tutto pacifici. Certo, le gerarchie militari e i pavidi e squallidi politici governativi, a cose fatte, si adoperarono con dovizia a sollevare nuvole di fumo per confondere e depistare la realtà di quanto accadde. Ma alla fine del terzo giorno il dessert delle uniformi non era ancora stato servito. Arrivò sul tardi, alla scuola Diaz, falsamente indicata come covo degli uomini e delle donne in nero. Quel che era accaduto lo seppi immediatamente dopo per telefono, dalla voce disperata di Wu Ming 1. Poi per televisione arrivarono le immagini inequivoche del massacro perpetrato a freddo. Mi venne subito in mente il post rivolta del carcere speciale di Trani. Ma là, noi eravamo prigionieri politici consapevoli di quel che avevamo partecipato a fare e stavamo facendo per la chiusura della Cayenna dell’Asinara. Era il capitolo di una guerra in corso nella quale avevamo messo in conto di poter morire anche così, massacrati con manganelli, bastoni e spranghe. Ma quei ragazzi e quelle ragazze della Diaz non potevano averlo messo in conto. Per questo, chi infierì in quel modo su di loro si merita il peggiore epiteto carcerario che esista, la cui pronuncia è pesante come una montagna: infame. Infami tutti loro che lo fecero, infami i loro superiori che lo ordinarono e infami tutti coloro che li coprirono. Ma non bastò ancora, perché arrivò il caffè, servito nelle prigioni di Bolzaneto, in forma di soprusi, vessazioni, umiliazioni e torture sui prigionieri e prigioniere. Nei giorni seguenti una mole di filmati e testimonianze sugli accadimenti dei tre giorni e del loro finale invasero i media suscitando una generale indignazione da parte dell’opinione pubblica nei confronti delle uniformi. Da lì, per un certo periodo, parve che il «martirologio», come lo chiama Bifo, potesse tornare utile a uso politico da quelle componenti del movimento che si dissociarono esplicitamente dal black bloc, addossandogli le responsabilità della provocazione e dell’infiltrazione. Riprese convulsa, nelle varie anime del «movimento dei movimenti», la discussione sul che fare per andare avanti. Nessuno si avvide del comparire all’orizzonte del cielo di Manhattan di due arei civili che trasportavano un carico destinato a sconvolgere qualsiasi gioco politico fin lì giocato, e a decretare la fine dell’ultima internazionale rivoluzionaria in gestazione. * Il testo di Franco Berardi Bifo è tratto da Un’estate all’inferno, Luca Sossella editore, Roma 2002. Note 1 Anna Marsilii, Il G8 di Genova a vent’anni di distanza: una prospettiva storica, in Gli autonomi vol. VIII. Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte seconda (1981-2001), a cura di Roberto Demontis e Giorgio Moroni, DeriveApprodi (prima gestione), Roma 2021.
- periferie
G8 Genova 2001. Il vaglio di un’eredità, e i suoi lasciti alla militanza Andrea Salvino Gli anniversari sono da rifuggire come la peste. Un po’come le ricorrenze e le feste comandate costringono a delle riflessioni che dovrebbero essere meglio sviluppate nel corso della vita. È vero pure che i tempi della comunicazione contemporanea, frenetici e frammentati, non lasciano spazio alla profondità del ricercare costruirsi una tradizione. È vero anche che tra le manifestazioni conto il G8 di Genova e oggi è passato lo stesso tempo che passò tra Piazza Fontana e Mani Pulite: un intero ciclo storico. Ed è pur vero che una data simbolica è pur sempre un’occasione costitutiva, forse dovremmo dire meglio ri-costitutiva, di una comunità militante, ed è quindi importante in sé. Certo, tra chi partecipò non solo a quelle giornate, ma al movimento che ne scaturì negli anni seguenti, ognuno vi lega una sua dimensione personale, ma questo, se non sul piano storico e individuale non è di alcuna importanza. Perché sia utile all’oggi è importante pensare cosa è rimasto e chi è rimasto. E in qualche maniera le due cose si specchiano. Questo, forse, è un buon punto di partenza. Muoversi tra il vaglio di un’eredità, e i suoi effetti sulla militanza. Già nell’occasione del ventennale si confrontarono due linee interpretative. L’enfasi su una soggettività nascente affogata nella repressione, e l’idea che un movimento composito si affievolì solo alcuni anni dopo per la difficoltà di tenere insieme cose troppo diverse all’alba della grande crisi finanziaria, o se volete al crepuscolo della belle époque delle Dot Com. Ammetto di propendere decisamente per la seconda tesi, ma questo non è sufficiente, bisogna fare un sforzo per ricostruire il sapere delle lotte di Genova. Non è un obiettivo alla mia portata, né esauribile in un breve intervento, ma proverò a sollevare tre punti, in cui la ragione di quel movimento ne fallì, per fattori non solo soggettivi, l’inveramento politico. Il primo punto è la visione della globalizzazione e il peso delle strutture statuali. Ha prevalso troppo una versione piatta della globalizzazione. Ci si scontrava con strutture tecnocratiche (Wto, Fmi, camere di compensazione degli accordi tra esecutivi come il G8) che non avevano alcuna legittimazione democratica, ma che governavano il mercato mondiale. Dietro questo stava la rivendicazione di una democrazia realmente rappresentativa, e il fatto che il mercato mondiale non potesse essere costruito sistematicamente sullo scambio ineguale ai danni della maggioranza della popolazione non occidentale. La correttezza dell’idea che le strutture di rappresentanza statale sono indebolite, e talvolta annichilite, dal potere – si dice oggi – oligarchico del mercato mondiale che si esprime attraverso tecnocrazie sembra a me totalmente inverata. Solo che era quantomeno naive l’immagine che ci si faceva dell’Occidente e del Sud globale. Il G8 era tale perché includeva la Russia, che oggi sappiamo essere stata invitata come futura portata del menu. La Cina, tramite la pianificazione, aveva iniziato la sua rincorsa al ruolo di potenza mondiale, e altri paesi sfruttando la rinnovata centralità delle materie prime si sarebbero ritagliati in pochi anni un ruolo tutt’altro che marginale. Paradossalmente il rapporto tra Stato e Mercato si attagliava meglio alle relazioni interne all’Occidente oggi in disgregazione. Si pensi all’inguardabile fine dell’Unione Europea stretta tra strumento del riarmo e rincorsa al «modello Albania». Non è un caso che durante la doppia crisi del 2008 e del 2011 che ha spezzato in due questi 25 anni, nel Sud Europa (ma non in Italia) i leader delle formazioni che da sinistra si sono opposti all’austerità sono due persone che hanno rivendicato esplicitamente il loro debito formativo verso quel movimento. Il secondo punto è strettamente connesso al primo, ed è l’uso del potere in sé, ma anche delle istituzioni. Il punto non è che a qualche esponente del campo largo piaccia qualificarsi come «uno di quelli di Genova», ognuno si mette addosso le etichette che vuole. Il punto è dove oggi il movimento altermondialista vive. Se in Parlamento o nei picchetti degli operai tessili del distretto di Prato. E non è una domanda polemica (anche se ammetto che si capisce bene dove secondo me ne vada cercata l’eredità) perché non ci fu movimento, come quello, che credette nella permeabilità delle istituzioni alla spinta della democrazia dal basso, alla capacità di pianificazione orizzontale (che allora si chiamava bilancio partecipato) ecc. A oggi però la dimensione territoriale dove si cercava di far atterrare l’azione contro il potere globale, pare ancora più fragile e priva di difese. Del resto, se solo pochi Stati possono permettersi di giocare la partita del governo del mercato mondiale, figuriamoci le città. La finanziarizzazione della rendita, ad esempio, ha stravolto il panorama delle città, non solo occidentali, e non c’è miglior esempio di illustrazione della – solo apparente – impossibilità di limitazione, in assenza del riportare dentro il circuito della cittadinanza tutti gli espulsi da ogni forma di rappresentanza. La contraddizione tra l’aspirazione alla «mera» regolazione del Capitalismo e la sua impossibilità all’interno del quadro dato. Mi pare il punto sia questo, e non lo si scioglie né con l’ignorarlo coprendolo con un po’ di nostalgia, né gridando al tradimento di uno spirito che anche 25 anni fa era tutto sommato quello di un riformismo radicale nello senso originale e più nobile della parola. Il terzo punto è straordinariamente importante ed è quello della tecnologia. Nessun periodo credo sia stato così visionario, lucido e promettente in rapporto alla tecnologia e i nuovi media come quello. Come si sia arrivati da Indymedia a Zuckerberg è una storia tutta da scrivere, e non è questo il luogo per farlo. È però impressionante come nel giro di pochissimi anni si sia passati dall’autoproduzione, in un campo e a una scala, dove tutto sommato era ed è possibile ritagliarsi degli spazi concreti di autonomia, all’utilizzo acritico delle piattaforme delle oligarchie digitali. Ed è una cosa che ha a che fare anche su come questo tempo, i suoi ritmi, i suoi modelli di consumo, così tanto messi a critica allora, hanno cambiato chi c’era. E veniamo così all’altro piano: quello della soggettività. Quegli anni sono stati gli ultimi in cui una sinistra alternativa ha avuto ancora in Italia un suo peso specifico e una pur piccola capacità egemonica. Per deformazione professionale farò un piccolo esempio con i numeri. Al netto delle specificità il referendum sul lavoro del 2025 rappresenta un perfetto termine di paragone con un Referendum anch’esso sui temi del lavoro tenuto nel 2003. L’anno scorso in nessun luogo i voti a favore del referendum superarono quelli dell’attuale centrosinistra che si schierava quasi compattamente a favore, mentre in molti territori sono addirittura rimasti ampiamente sotto quella soglia. Nel 2003 al contrario il referendum era appoggiato da una parte piccola della Cgil (quella che sostanzialmente era a Genova) e dal solo Prc. Pur in una Italia berlusconiana i voti a favore del referendum furono quasi il 2% in più dei voti del partito che lo promuoveva. Qualche anno dopo quella capacità di penetrazione nella società italiana «media» è totalmente scomparsa. Capire che fine abbia fatto è un grosso lavoro di inchiesta. Chi ha camminato nelle manifestazioni per la pace in quegli anni oggi marcia certamente per Gaza. Ma chi è diventato, o era un professionista della comunicazione, dei servizi o un dirigente pubblico, che pensa degli assetti di classe contemporanei? Come vive l’esplosione della disuguaglianza anche all’interno dell’Occidente? Non è moralismo. L’individualizzazione radicale di oggi non è solo una conseguenza della sconfitta, è l’impedimento a ogni ripartenza. Nei Demoni (che è anche un grande saggio sulla militanza) Dostoevskij fa dire al suo prototipo di rivoluzionario: «Se non fossi un socialista, sarei solo un farabutto». Cambiare il mondo per cambiare la vita resta l’aspirazione dal 2001 a oggi. «Fallire ancora, fallire meglio», diceva un altro scrittore. «I prossimi errori saranno di un’altra natura», risponde il militante. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- guerre
dossier guerra e capitale Come crolla un’egemonia globale La crisi degli Stati Uniti nel sistema-mondo capitalista Thomas Berra Donald Trump intende rifondare le basi del potere statunitense passando da un’egemonia comunque riconosciuta a forme di dominio spietate, che consentano alle classi dominanti statunitensi di procedere all’estrazione e all’assorbimento di valore da tutti i processi e i punti di produzione, pensando di contrastare così la crisi sistemica del capitalismo storico. In realtà non fa altro che esacerbare e declinare in modo qualitativamente più complesso e sempre meno controllabile le problematiche che le classi dominanti statunitensi e, in ultima analisi, globali non riescono a comprendere né a elaborare, come hanno dimostrato chiaramente negli ultimi anni la guerra contro l’Iran, il comportamento di Israele, la strategia della Nato e la politica seguita dall’Occidente nei confronti della Cina. Continuando sulla strada intrapresa dal governo Trump e dal Partito Repubblicano, così come dall’élite del Partito Democratico, potremmo anche trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia americana ma della loro supremazia. Sebbene sia stata pubblicata appena lo scorso dicembre, la National Security Strategy of the United States of America elaborata dal secondo governo Trump sembra già un rapporto proveniente da un mondo in via di estinzione. La Strategia di Sicurezza Nazionale, un genere piuttosto peculiare, è un rapporto obbligatorio richiesto dal Congresso ai nuovi presidenti, che devono elaborarlo poco dopo l’insediamento. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America pubblicata nel dicembre 2017 non era altro che un commento in stile Trump sulle consuete priorità repubblicane, ma il documento dell’anno scorso costituisce un tentativo più ambizioso di sintetizzare le correnti di pensiero contrapposte (e spesso incompatibili) sulla politica estera presenti nella coalizione di governo di Trump: tentare, quindi, la quadratura del cerchio tra la promozione della supremazia globale degli Stati Uniti e un ripiegamento militarizzato nell’emisfero americano da alcuni erroneamente definito «isolazionismo». Sebbene nel preambolo si affermi che «questo documento è una roadmap volta a garantire che gli Stati Uniti rimangano la nazione più grande e di successo nella storia dell’umanità, nonché la casa della libertà sulla Terra», l’introduzione chiariva che «non tutti i paesi, le regioni, le questioni o le cause – per quanto degne – possono essere al centro della strategia statunitense. Lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali primari». Ma quali sono allora gli interessi nazionali «primari»? Con il consueto stile trumpiano, l’ultima Strategia di Sicurezza Nazionale caratterizza i propri obiettivi con il rifiuto totale dei trent’anni precedenti di politica estera statunitense («Le strategie dalla fine della Guerra Fredda si sono rivelate inadeguate: sono state mere liste di desideri...»). È criticata duramente l’«erosione» della «sovranità» statunitense da parte di «organizzazioni transnazionali e internazionali», giurando che gli Stati Uniti non tollereranno più «il parassitismo, gli squilibri commerciali, le pratiche economiche predatorie e altre imposizioni alla storica buona volontà della nostra nazione, che danneggiano i nostri interessi». Si promette che «dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e faranno rispettare la Dottrina Monroe» e si attribuisce a Trump «da solo» il merito di aver ribaltato «più di tre decenni di errate supposizioni americane sulla Cina». Si afferma inoltre che i problemi dell’Europa sono più profondi della sua quota in calo del Pil mondiale («questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda dell’erosione di una civiltà»). Si insiste sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero promuovere la crescita economica in Africa piuttosto che sommergere il continente di aiuti. E si sostiene che non ci sono più buoni motivi per cui gli Stati Uniti debbano dare priorità al Medio Oriente «rispetto a tutte le altre regioni». In prospettiva futura, la priorità principale sarebbe quella di evitare qualsiasi nuova «guerra eterna». Naturalmente, la Strategia di Sicurezza Nazionale esagera nel vantare la propria originalità. Impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia regionale nel Pacifico sud-occidentale è stato un obiettivo degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni, almeno dal «pivot» verso l’Asia inaugurato da Obama e ampliato e potenziato da Trump e Biden. Anche l’amministrazione Biden era desiderosa di ridurre la priorità del Medio Oriente, come si può constatare nel suo tentativo di aggiungere l’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo. Prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, le autorità statunitensi avevano ripetutamente affermato davanti ai giornalisti di voler evitare di «impantanarsi» nel conflitto israelo-palestinese. Persino la strana pretesa di Trump di una restaurazione dell’identità civilizzatrice europea è in linea con l’approccio di Biden verso il continente, che presentava il rapporto tra Europa e Stati Uniti come indebolito e bisognoso di riaffermazione, sulla base che un patrimonio politico comune – la democrazia liberale – fosse minacciato. Per l’amministrazione Trump, il nocciolo della questione risiede in un diverso tipo di patrimonio, basato su un mai del tutto specificato amalgama tra cristianesimo e supremazia bianca. Nonostante la sua posizione revisionista, questa prospettiva di politica estera si allineava quindi in larga misura a molti obiettivi di lunga data. Tuttavia, presentava due obiettivi innovativi: l’aspirazione a ricentrare l’atlantismo attorno alla creazione di alleanze con i governi reazionari dell’Europa meridionale e orientale, da un lato, e un approccio nuovo ed esplicitamente bellicoso verso l’America Latina, dall’altro. Il primo di questi ha dato finora scarsi frutti. L’Ungheria ha deluso le speranze dell’estrema destra statunitense allontanando Orbán dal governo ungherese, mentre il rapporto di Trump con Meloni si è deteriorato dopo che il presidente statunitense aveva affermato che il Papa si mostrava «debole in materia di criminalità». Il secondo obiettivo ha avuto conseguenze molto più significative. L’Operazione Southern Spear, lanciata nel settembre 2025, ha portato alla sua logica conclusione l’insistente caratterizzazione da parte del governo statunitense dei trafficanti di droga come «narcoterroristi», con il lancio di missili contro piccole imbarcazioni che attraversavano il Mar dei Caraibi e il Pacifico orientale (senza curarsi affatto se queste fossero pilotate da membri dei cartelli o da poveri pescatori). Proprio come l’uso della categoria di «uomo in età militare», impiegata per giustificare gli attacchi con i droni durante la guerra al terrorismo, anche la designazione di «narcoterrorista» amplia la capacità del presidente statunitense di uccidere a suo piacimento. Le fasi iniziali di questa campagna hanno preparato il terreno per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rinchiuso da gennaio nel Centro di Detenzione Metropolitano di Brooklyn con ridicole accuse di traffico di droga e di armi. Sebbene la cattura di Maduro costituisca una violazione del diritto internazionale ancora più sfacciata di quella di Noriega da parte di Bush padre (almeno l’Assemblea Nazionale di Panama aveva dichiarato lo «stato di guerra» con gli Stati Uniti), Trump aveva buone ragioni per aspettarsi che l’operazione filasse liscia. Intendeva solo allontanare Maduro dal potere, piuttosto che sostituire il governo o trasformare il sistema politico venezuelano («Tutti hanno mantenuto il proprio posto, tranne due persone», si è vantato Trump). Lo stesso Maduro non disponeva di una solida base di sostegno istituzionale o popolare e la sua vice, Delcy Rodríguez, che ora ricopre la carica di presidente ad interim del Venezuela, aveva assicurato agli Stati Uniti prima dell’operazione che lei e il resto del governo avrebbero collaborato. Nonostante la descrizione unanime da parte della stampa statunitense di Maduro come un dittatore brutale, questi era politicamente debole sia all’interno del Venezuela che nel resto dell’America Latina, avendo subito un duro colpo al suo sostegno nella regione dopo le elezioni fraudolente del 2024. La mancanza di coraggio della maggior parte dei capi di Stato del mondo di fronte alle continue atrocità commesse da Israele ha anche dato a Trump motivi più che sufficienti per credere che non avrebbe dovuto affrontare un’opposizione significativa. Sebbene la decisione della Corte penale internazionale di incriminare Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel novembre 2024 sia stata un passo avanti positivo, non ha fermato il massacro genocida commesso a Gaza. Neppure la dichiarazione di cessate il fuoco decretata nell’ottobre 2025 ha avuto grande effetto, se non quello di far uscire Gaza dalle prime pagine dei media e consentire a Israele di reindirizzare parte della sua potenza di fuoco nella sua campagna espansionistica contro il Libano e verso la destabilizzazione dello Stato iraniano. Israele ha violato il cessate il fuoco più di duemilaquattrocento volte senza conseguenze di rilievo. Tuttavia, meno di dieci dei centoventicinque paesi firmatari dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale hanno richiamato i propri ambasciatori o interrotto le relazioni diplomatiche con Israele dal 7 ottobre. Negli Stati Uniti, le prospettive che Israele e coloro che hanno sostenuto o coperto la sua sanguinosa campagna rendano conto delle proprie azioni non sono migliori. Come ha recentemente affermato John Mearsheimer: «Se avessimo i corrispondenti processi di Norimberga, che non avremo, ma se avessimo processi simili a questi, Joe Biden e i suoi principali luogotenenti, così come Donald Trump e i suoi, sarebbero impiccati». La cultura dell’impunità, che ha cominciato a radicarsi durante i primi anni della guerra al terrorismo e si è estesa ulteriormente alla macchina istituzionale di Washington durante il mandato di Obama (si veda la gestione burocratica delle sue «liste di persone da eliminare»), pervade ora completamente il sistema statunitense. Trump sfrutta ed esemplifica questa situazione in ogni momento. Sebbene abbia una lunga storia di cedimenti di fronte a un’opposizione competente, sia negli affari che in politica – da qui la popolarità dell’acronimo T.A.C.O. («Trump always chickens out», ovvero «Trump si tira sempre indietro») diffuso nel settore finanziario – ha anche un intuito acuto per individuare le debolezze che può sfruttare. Mentre l’impatto a lungo termine della belligeranza degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina sia ancora da determinare, una conseguenza del rapimento di Maduro ha già cominciato a manifestarsi nell’altra parte del mondo. L’attacco statunitense-israeliano sferrato contro l’Iran ha violato palesemente quasi tutti gli obiettivi dichiarati dell’attuale Strategia di Sicurezza Nazionale. Il risultato di questa guerra – più che la retorica sul ripiegamento statunitense nell’emisfero americano – è il fattore che determinerà il verdetto definitivo sulla politica estera del secondo mandato di Trump. Le sue spiegazioni sull’inizio della guerra sono cambiate quasi ogni giorno. I commentatori critici hanno sottolineato il ruolo svolto dalla pressione israeliana, ma è anche chiaro che Trump ha inizialmente considerato l’intervento come un caso simile a quello del Venezuela, ma su scala maggiore e con benefici più grandi, come quando uno studio di Hollywood triplica il budget per il sequel di un successo al botteghino. «Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto», ha dichiarato Trump al «New York Times» meno di quarantotto ore dopo che la prima ondata di attacchi aveva ucciso la guida suprema Khamenei. Il principio su cui organizzare questa azione, replicando quanto fatto in Venezuela, quasi in una sorta di franchising, doveva essere ottenere un cambio di regime senza alcuna delle parti difficili, come l’insediamento di un nuovo regime in sostituzione di quello precedente. L’operazione in Venezuela ha convinto Trump che «vincere» in Iran non sarebbe stato più complicato che sostituire un capo di Stato con un altro, che gli esperti e i leader mondiali avrebbero ammesso a malincuore di approvare in realtà gli scopi dell’intervento, anche se si fossero lamentati un po’ per i mezzi impiegati, e che l’impunità globale dei criminali di guerra lo avrebbe garantito da qualsiasi conseguenza personale negativa, se fossero stati commessi errori nel corso dell’operazione, come di fatto è accaduto ad esempio con l’uccisione, registrata lo scorso 28 febbraio, di oltre centocinquanta bambine in seguito a un attacco aereo contro una scuola elementare a Minab. Trump aveva assicurato a «The New York Times» di avere diverse «ottime opzioni» su chi potesse guidare l’Iran, aggiungendo poi: «Non le rivelerò ora». Non le ha rivelate nemmeno in seguito, se non per dire che «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte», poiché erano state uccise negli attacchi iniziali. Recenti rapporti hanno rivelato che una delle figure a cui Trump aveva pensato era, tra tutti, Mahmud Ahmadinejad. Tuttavia, Trump sembra non aver riflettuto affatto sui rischi connessi a questa nuova avventura. Sebbene il suo esito rimanga incerto, la guerra è chiaramente un errore strategico. Ha già avuto almeno tre conseguenze importanti, tutte dannose per la posizione globale degli Stati Uniti. In primo luogo, la guerra ha permesso all’Iran di assumere il controllo dello Stretto di Ormuz e, secondo le informazioni disponibili, di iniziare a riscuotere 2 milioni di dollari a nave per il transito attraverso lo stretto. Oltre alla possibilità che questa fonte di entrate contribuisca ad attenuare l’impatto del severo regime di sanzioni imposte dagli Stati Uniti, nel caso in cui diventasse permanente, accettare pagamenti per il transito in yuan o in valute stabili legate al dollaro rappresenta una sfida diretta al petrodollaro. In secondo luogo, la guerra ha provocato la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia. L’inflazione sta salendo alle stelle nei mercati emergenti, il razionamento energetico e le chiusure degli impianti produttivi hanno colpito il Sud-Est asiatico e le compagnie aeree hanno iniziato a lasciare a terra gli aerei e a ridurre i loro piani di volo per questa estate in Europa. All’inizio della guerra, alcuni analisti hanno suggerito che gli Stati Uniti sarebbero rimasti al margine degli effetti della crisi energetica, quasi come se bastasse desiderare qualcosa perché accada effettivamente, ma la realtà si sta imponendo gradualmente in modo inesorabile. L’inflazione è al livello più alto degli ultimi tre anni e i prezzi della benzina sono aumentati di oltre il 50%. «La guerra in Iran è reale», ha affermato recentemente un economista di KPMG, un’affermazione che ha senso pronunciare solo se ci si rivolge a un pubblico statunitense. È solo questione di tempo prima che questa crisi stagflazionistica globale, del tutto inutile, inizi a devastare la vita politica ed economica degli Stati Uniti. La pretesa di essere un supervisore responsabile dei flussi energetici globali, ovvero uno dei pilastri del suo status di superpotenza, è andata in frantumi. In terzo luogo, il dirottamento di equipaggiamento e personale militare dall’Asia orientale verso il Medio Oriente causato da questa guerra ha aumentato la probabilità che la Cina raggiunga l’egemonia regionale. Come hanno potuto gli Stati Uniti commettere un errore così enorme, madornale e inutile? Nemmeno chi pianificò l’invasione dell’Iraq nel 2003 ignorò in modo così evidente le possibili conseguenze delle proprie azioni. La domanda ci porta a un’altra conseguenza della guerra lanciata contro l’Iran: l’evidenza, con una chiarezza senza precedenti, sia dell’incompetenza dei leader della politica estera statunitense sia dello svuotamento delle istituzioni, che dovrebbero compensare le carenze dei singoli leader. Entrambi i fattori sono sintomi di una crisi di governance di più ampia portata, variabile solitamente sottovalutata dell’attuale declino del potere statunitense. Per quanto riguarda il primo punto, è strano che, data l’attenzione giustamente prestata all’epoca al declino cognitivo-esistenziale di Biden, se ne sia prestata relativamente poca al deterioramento di Trump dal momento del suo ritorno al potere. Senza avventurarmi in alcuna diagnosi, Trump assomiglia sempre più a un uomo eccentrico e senile, la cui resistenza, le cui inibizioni e la cui capacità di concentrazione – che non sono mai stati i suoi punti di forza – lo stanno abbandonando. Il suo post su Truth Social, in cui minacciava l’imminente annientamento nucleare dell’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte per non tornare mai più» – è stata la dichiarazione pubblica più ripugnante mai fatta da un presidente in carica, il che ha sollevato dubbi sulle sue competenze cognitive di base e sulla sua salute mentale, non sulla sua perspicacia strategica o tattica. Alla fine di aprile era davvero difficile capire se Trump fosse a conoscenza dei piani della sua amministrazione che prevedevano la partecipazione degli Stati Uniti ai negoziati sul cessate il fuoco in programma in Pakistan. Durante una riunione di gabinetto ha tenuto un monologo di cinque minuti sulla sua preferenza per i pennarelli Sharpie rispetto alle penne a sfera. Ha anche mostrato l’abitudine di ascoltare male o fraintendere qualcosa che gli dice un consigliere e poi vomitarlo come un fatto immaginario: si vedano le sue affermazioni secondo cui gli oleodotti iraniani «sarebbero esplosi» da soli entro tre giorni a meno che gli Stati Uniti non permettessero loro di riprendere le esportazioni («È qualcosa di molto potente che accade e che ha a che fare, in un certo senso, con la natura»). Qualunque sia la miscela di senilità, negligenza e inettitudine che sta alla base di questo cumulo di comportamenti e nonostante abbiamo avuto più di un decennio per abituarci a tale condotta, rimane sconcertante che una persona del genere possa essere il leader eletto di qualsiasi Stato, figuriamoci del più potente della storia mondiale. Che persone come queste arrivino a scatenare guerre basandosi sulle loro illusioni e sui loro risentimenti è in gran parte dovuto al fatto che l’apparato istituzionale incaricato di pianificare la politica estera statunitense è in rovina. Più di tremilottocento dipendenti del Dipartimento di Stato hanno lasciato il proprio posto da quando Trump è entrato in carica, compresi molti diplomatici di carriera e funzionari con competenze specialistiche difficili da sostituire presso l’Ufficio per gli Affari del Vicino Oriente [department of Near Eastern Affairs]. L’amministrazione Trump ha inoltre ridotto le dimensioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale, l’organizzazione precedentemente incaricata di sintetizzare le informazioni e le consulenze in materia di politica estera provenienti dall’intero governo federale affinché potessero essere trasmesse al presidente. D’altra parte, il Congresso continua a mostrare un’estrema riluttanza a farsi coinvolgere. I Democratici hanno messo in scena uno spettacolo patetico minacciando di frenare la guerra di Trump contro l’Iran presentando una risoluzione sui poteri bellici che – l’avreste mai detto? –è affondata per un solo voto, grazie al fatto che quattro legislatori democratici si sono allineati con i Repubblicani. Questa farsa era del tutto trasparente: la dirigenza del partito approva istintivamente la guerra di Trump, ma non vuole sostenerla troppo apertamente in pubblico, data la sua tossica impopolarità e l’imminenza delle prossime elezioni di medio termine. Di conseguenza, un’altra possibile restrizione a Trump sembra restare non fattibile. Dal 2016 nessuno dei partiti politici statunitensi è stato in grado di affrontare la sfida di dotare lo Studio Ovale di un esecutivo competente. Né è stato all’altezza del compito di compattarsi attorno a un programma di governo in grado di ottenere una maggioranza di voti per favorire mandati presidenziali consecutivi. La recente tendenza all’insoddisfazione nei confronti del governo in carica, che si traduce in sconvolgimenti politici ogni pochi anni, sembra destinata a continuare nel prossimo futuro, e ad ogni nuovo ciclo le prospettive del sistema di governance americano peggiorano. Gli stati possono sopportare la pressione di una leadership così incompetente e distruttiva solo per un periodo limitato. Le persone e le istituzioni operative all’interno e intorno al governo degli Stati Uniti possono continuare a esporre obiettivi di politica estera in discorsi o documenti come la National Security Strategy, ma al momento è un’incognita se gli Stati Uniti abbiano la capacità di attuare una strategia coerente a medio o lungo termine. Data la controproducente guerra condotta da Trump contro l’Iran, questa crisi di governance ha raggiunto un punto di svolta. Considerando qualsiasi concessione sostanziale agli interessi iraniani come un’umiliazione inaccettabile, l’amministrazione Trump non è stata in grado di presentare nulla che assomigliasse a una proposta ragionevole per raggiungere una pace negoziata. Probabilmente, la migliore ipotesi possibile è che la combinazione di notizie economiche in peggioramento e pressioni politiche interne costringa Trump a cedere ad alcune delle richieste dell’Iran. Tra le opzioni più probabili, che peggiorerebbero davvero le cose, si profila la possibilità che Trump tenti di distogliere l’attenzione dalla debacle iraniana scatenando un’altra guerra, questa volta contro Cuba. Proprio di recente, il Dipartimento di Giustizia ha accusato Raúl Castro, 94 anni, di omicidio e cospirazione, lo stesso giorno la portaerei USS Nimitz è entrata nel Mar dei Caraibi meridionale. Per il momento Trump ha optato per un blocco del trasporto marittimo iraniano come meccanismo privilegiato per costringere Teheran ad abbandonare il suo programma nucleare. Sebbene ciò possa essere senza dubbio pesante per l’Iran, tale linea d’azione continuerà ovviamente ad aggravare la crisi energetica mondiale, le cui conseguenze hanno appena iniziato a manifestarsi. Non è solo il prezzo della benzina che aumenterà per il resto del 2026 negli Stati Uniti, l’aumento registrato dei costi dei fertilizzanti dallo scorso febbraio fa presagire che, inevitabilmente, anche i prezzi dei generi alimentari saliranno. Riconoscendo la portata di questa crisi, alcuni commentatori hanno interpretato la guerra all’Iran come la fine dell’egemonia statunitense. Tale fine è stata annunciata molte volte in passato. Ma un’affermazione del genere potrebbe sminuire la portata di ciò che sta accadendo oggi. L’egemonia è una forma di dominio che, almeno in parte, è consensuale e dalla quale la maggioranza dei dominati ritiene di trarre un beneficio tale da rendere tollerabile la propria sottomissione. Definita così, risulta più difficile sostenere che l’egemonia degli Stati Uniti fosse rimasta intatta anche prima della guerra di Trump all’Iran. Giovanni Arrighi ha affermato che l’egemonia statunitense è diventata storia passata con l’invasione dell’Iraq, cosa che a poco a poco ho finito per credere sia la semplice verità. Ciò che persisteva, ha scritto, era il «semplice dominio». Sarebbe quindi più preciso dire che ciò che è ora in gioco è lo status degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale e la loro indiscutibile capacità di dominare. Ciò non significa negare i notevoli vantaggi di cui gli Stati Uniti continuano a godere rispetto ai loro rivali. Il loro esercito rimarrà il più potente e temibile del mondo nei prossimi anni e le loro aziende saranno anche le più redditizie del pianeta nel prossimo futuro. Ma le armi e il denaro da soli non bastano. La potenza economica deve generare almeno un minimo di benessere sociale e sicurezza condivisi per essere sostenibile, mentre le élite statunitensi accumulano ricchezza su una scala mai vista nemmeno nell’antica Roma. E un esercito gigantesco ha bisogno di una guida strategica competente affinché il potere coercitivo si traduca in prestigio globale. Forse l’embargo finirà per rivelarsi troppo oneroso per poter essere sopportato dalla società iraniana. Forse gli iraniani sfideranno ogni previsione e daranno finalmente vita alla rivolta popolare che i falchi americani sognano da decenni. Forse Israele riuscirà ad espandersi verso nord a spese del Libano e a sferrare il colpo decisivo a Hezbollah. Forse l’Europa persisterà nella sua vile sottomissione e deciderà che nemmeno una recessione mondiale e una doppia crisi alimentare ed energetica sono motivi per riconsiderare la sua sottomissione allo stupido colosso dall’altra parte dell’Atlantico. Ma se queste cose non dovessero accadere e se l’Iran uscisse da questo conflitto indebolito in termini assoluti ma rafforzato in termini relativi, allora potremmo trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia degli Stati Uniti, ma della loro supremazia. Il segno distintivo di un sicuro status di superpotenza di un paese è che gli altri Stati non tentino nemmeno di sfidarlo direttamente, prevedendo una sconfitta schiacciante. Se l’Iran evitasse tale destino, l’idea che Stati più piccoli possano resistere apertamente ed efficacemente agli interessi statunitensi in tutto il mondo potrebbe non sembrare più così assurda. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Traduzione di Mauro Trotta Testi consigliati Mitchell Plitnick, «Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida», «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Diario Red. Alexander Zevin, «Trump’s Gulf War», NLR 158. Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) e Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007); Giovanni Arrgihi e Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001). The White House, National Security Strategy of the United States of America 2017 e National Security Strategy of the Unites States of America 2025. Richard Beck è un giornalista e scrittore statunitense. Tra i suoi libri figurano We Believe the Children: A Moral Panic in the 1980s (2015) e Homeland: The War On Terror In American Life (2024). I suoi articoli sono apparsi anche su «The Harvard Crimson» la «London Review of Books» la «New Left Review, Time» e «n+1». X: Richard Beck @Richard_Beck
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Morire di lavoro Negli ultimi 10 anni, in Italia, i morti durante il lavoro continuano ad essere oltre 1000 all’anno con un picco di 1270 nel 2020. Leggi qui il fumetto intero.












