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- il secondo senso
The Masters and the chefs, ovvero sulla cucina come totem del lavoro riproduttivo Arianna Pasquini inizia il suo lavoro di curatrice del comparto “il secondo senso” parlando di sè. Utilizza, come delle ricette creative, le teorie di alcune delle più importanti femministe italiane e internazionali e le riporta a terra lasciandoci assaggiare uno spaccato di vita quotidiana per molto tempo dato per scontato; così come l’intera sfera della riproduzione sociale. Le donne storicamente costrette nella sfera domestica hanno affidato la loro creatività ai fornelli producendo meraviglie: ”Chissà cos’altro avrebbero potuto creare se solo avessero avuto accesso libero a tutte le sfere della società” Nel sogno di un’era a venire nella quale uno possa andare a caccia la mattina, a pesca nel pomeriggio ed essere un critico dopo cena, non viene mai menzionato chi debba cucinare la cena [1]. Sono passati parecchi anni da quando una giovane Selma James appena ventenne, madre e operaia, scrisse A Woman’s Place (Il posto della donna) nel 1952 e sono passati tanti anni anche da quando Mariarosa Dalla Costa scrisse Potere femminile e sovversione sociale , vent’anni dopo. Questi due scritti brevi, densi e preziosi, rappresentano alcuni dei mattoni su cui è stata edificata la costellazione di pratiche e teorie femministe della cosiddetta “riproduzione sociale”. La riproduzione, come il leggendario continente sommerso di Atlantide, descrive l’insieme di tutte quelle attività invisibilizzate e coperte che sostengono la produzione e ne permettono l’esistenza. Se la produzione è il pilastro pratico (lavoro) e simbolico (organizzazione sociale e famigliare, cultura) su cui si fondano le civiltà capitaliste moderna e contemporanea, edificate sul primato dell’accumulazione, la riproduzione è il loro presupposto taciuto ma indispensabile. Seguendo la definizione che ne ha dato di recente Nancy Fraser (2016), questo termine descrive quindi «un insieme fondamentale di capacità sociali: quelle necessarie a generare e a crescere i figli, a prendersi cura degli amici e dei familiari, a mantenere le famiglie e le comunità più ampie e, più in generale, a sostenere i legami sociali. Questa attività che chiamerò di riproduzione sociale è stata storicamente assegnata alle donne, sebbene anche gli uomini ne abbiano sempre svolto una parte. Tale lavoro, sia affettivo sia materiale, è indispensabile alla società, pur essendo spesso eseguito senza alcuna remunerazione. In sua assenza non ci potrebbe essere alcuna cultura, economia, né organizzazione politica. Nessuna società che mettesse sistematicamente a repentaglio la riproduzione sociale potrebbe durare a lungo». Il paradigma della riproduzione sociale è stato abbandonato, recuperato, rinnovato e aggiornato più volte nel corso delle decadi dagli anni Sessanta del Novecento a oggi. In alcuni casi le stesse protagoniste della prima stagione delle lotte internazionali per il salario al lavoro domestico, hanno aggiornato questa lente alla luce di profondi cambiamenti sociali nel ruolo della femminilità, della produttività, del lavoro casalingo e della figura della badante a partire dagli anni Ottanta, che impartiscono un nuovo ciclo del lavoro di cura e delle catene globali della cura (e del relativo sfruttamento) [2]. In altri casi la riproduzione sociale ha subìto uno slittamento linguistico andando sempre più a collimare con la sfera semantica della cura, per lo più utilizzata nella sua versione anglosassone di care , che però, nelle sue ricadute materiali, non coincide esattamente con la descrizione del lavoro riproduttivo femminilizzato e migrante né del lavoro domestico. In altri casi ancora il pensiero riproduttivo del sociale è stato fatto proprio da autrici e attiviste come l’australiana Ariel Salleh, che oggi si muovono tra materialismo, critica femminista all’operaismo e a Marx, sociologia della conoscenza ed ecofemminismo, accostando al mondo sommerso delle attività riproduttive femminilizzate, quelle rigenerative della biosfera e della natura in senso stretto. Secondo questa visione, i corpi delle donne così come i terreni ricchi di terre rare, sarebbero a parimerito obiettivi di conquista e di estrazione di valore per sostenere l’ordine economico e l’organizzazione sociale del suo privilegio, che senza questi non può sopravvivere, accostando dunque donne e natura in modo non deterministico. Grazie alla crescente sensibilità conquistata con le lotte transfemministe e con il contributo delle teorie queer , anche l’analisi dei soggetti delle forze della riproduzione, cioè chi svolge oggi le attività riproduttive, è andata ridefinendosi in base a una riconfigurazione generale del termine “donna” e del concetto di femminilità. Infatti oggi viene generalmente individuato un ombrello molto ampio di soggettività che non includono più solo la donna biologicamente intesa (se mai questo abbia avuto senso) ma anche domestici, badanti, baby sitter, lavoratori agricoli che spesso sono migranti, sottopagati e in nero, per svolgere attività di cura prima svolte dalle donne nell’ambito privato, le stesse donne occidentali che oggi sono entrate nel mondo del lavoro e pagano con il proprio stipendio terzi per svolgere un lavoro indispensabile ma che tende a ricascare sempre più in basso nella catena globale della cura. Infine molti teorici contemporanei dell’ecologia politica, cioè gli autori che oggi si occupano del cambiamento climatico in chiave non neoliberista e fuori dal disegno del capitalismo green , tendono a saccheggiare a man bassa le teorie della riproduzione sociale senza riconoscerne - a volte scientemente, a volte ingenuamente - la maternità, per poter spiegare perché l’uomo moderno si è dedicato alla riproduzione delle merci e di oggetti inerti e non del vivente e delle sue condizioni di prosperità, dove crisi climatica e crisi di cura sono due facce della stessa medaglia. Quindi certe intuizioni dei femminismi sopravvivono al cambiamento dei tempi, si rinnovano e non spariscono, anzi permangono, si insinuano in luoghi molto distanti dal loro punto di partenza originario e prosperano. Perché anche se la bestia contro cui si scagliavano inizialmente ha cambiato pelliccia, coda e orecchie, non si è ancora estinta. Io faccio di lavoro la cuoca, mestiere che mi ha dato da mangiare (in tutti i sensi) negli ultimi quattordici anni. Un po’ mi è capitato di iniziarlo per caso, un po’ mi appassiona, alcune volte è estenuante e altre volte è semplicemente un lavoro come un altro. Eppure in certi casi non lo è, perché vivo in un paese come l’Italia, vestito di forti stereotipi culturali spesso co-creati con gli italiani all’estero (soprattutto con gli italoamericani); perché sono figlia di madre femminista con origini partenopee molto modeste, che non cucina quasi mai, che ha riscattato una condizione di disagio famigliare e sociale a suon di dure lotte personali e dunque politiche – inorridita all’idea che di tutti i mestieri possibili la figlia scegliesse l’attività archetipica dello sfruttamento delle donne in casa – e perché sono nipote di una donna fuori dal comune, creativa ma violenta e distruttiva – la madre di mia madre – il cui risentimento per la sua condizione femminile in un contesto bigotto della provincia di Napoli l’ha portata ad allontanarsi dall’amore per gli esseri umani per darne spesso solo in cucina. Ecco per tutti questi motivi, etici, sociali, generazionali e contestuali, cucinare non mi è mai sembrata un’attività neutra, e più diviene un feticcio in questo paese e più mi interessa indagarne la matrice per me problematica. A volte mi sembra che la cucina e tutta la galassia di chiacchiere che le gira intorno in questo paese, assolva a un ruolo totemico che maschera la narrazione di una storia di fondamentale ingiustizia. Mentre la pratica di cucinare in ambito privato, in casa, come servizio indispensabile al nutrimento del nucleo famigliare o della comunità, è una mansione storicamente svolta quasi sempre dalle donne (madri, nonne, figlie, balie, casalinghe, e così via) fin dall’origine della divisione sessuale dei ruoli agli albori del capitalismo, altrettanto storicamente il cuoco, come mestiere moderno, come lavoro retribuito e in alcuni casi anche prestigioso e degno di fama, è quasi sempre stato una faccenda da uomini. In modo emblematico, nella società italiana, dove il cibo, il cucinare e il mangiare, svolgono notoriamente un ruolo molto più articolato e complesso del mero nutrimento, l’icona della matrona, della mamma e ancor più della nonna ai fornelli, nutre un immaginario collettivo radicatissimo, che valica i confini nazionali ed esalta quest’idolatria. Così mentre si erge a simbolo la donna in cucina, nel contempo, si riserva il lavoro privilegiato, e a volte molto ben pagato, dello chef, ancora in prevalenza agli uomini. Così come tantissime altre capacità degli uomini e delle donne, cucinare, nonostante abbia a che fare con un indispensabile bisogno umano di nutrirsi, può anche essere un’attività estremamente creativa e molto soddisfacente, tanto che alcuni la definiscono una vera e propria “arte”; il problema risiede invece nel fatto che tale attività, così come crescere un figlio o prendersi cura di un qualsiasi rapporto di amore, se inquadrata in uno schema gerarchico delle parti, che la comanda e la impone, diviene una schiavitù. Uno dei motivi per cui si è generato questo immaginario legato all’anziana parente italiana del caso, che con i suoi manicaretti compie delle magie in cucina, che vengono addirittura portate in giro e narrate dai figli o dai nipoti come veri capolavori, è che per secoli le donne hanno avuto come esclusivo ambito di espressione lo spazio casalingo privato e in particolare la cucina, che ha costituito per loro uno dei pochissimi luoghi accessibili all’estro e alla sperimentazione, dove a volte queste donne, è vero, hanno creato dei magnifici capolavori. E chissà cos’altro avrebbero potuto creare se solo avessero avuto accesso libero a tutte le sfere della società, se non fosse esistita la divisione tra pubblico e privato, produttivo e improduttivo, femminile e maschile. In Europa, fin dalla nascita del capitalismo, le donne che invece si sono rifiutate di assolvere ai compiti prescritti dalla divisione gerarchica dei ruoli suddetta, o che hanno rivolto le loro capacità (come cucinare) a scopi considerati illeciti (medicamenti, erboristica, ecc.), sono state tacciate di stregoneria e bruciate al rogo nel fenomeno di genocidio femminile più sistematico e taciuto (se non in termini folkloristici) della storia d’Europa (Federici, 2004). Note [1] M. Mellor, An ecofeminist proposal, Sufficiency Provisioning and Democratic Money, «New left review», Debating Green Strategy—7, 116/117, march-june 2019, pp. 189-200, (traduzione mia dall’inglese). [2]Un esempio di questo aggiornamento teorico si trova nel report del discorso tenuto da Mariarosa Dalla Costa, intitolato Autonomia della donna e retribuzione del lavoro di cura nelle nuove emergenze, come relazione del convegno “La autonomia posible”, Universidad autonoma de la Cìudad de Mexico, 24-25-26 ottobre 2006. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- konnektor
Il fuoco e la scintilla: le Big Tech e le leggi del capitalismo Roberto Gelini Le leggi del capitalismo si impongono per l'incapacità delle classi dominanti di concepire un modello di accumulazione che non produca valore negativo, la cui intensità aumenta esponenzialmente con l'aggravarsi dei problemi di sovra-accumulazione e sovrainvestimento di capitale nell'economia mondiale capitalista e della crisi ecosistemica irrisolvibile del capitalismo realmente esistente . Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review , edito a Madrid dall'Instituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Per tutti gli anni 2010 Larry Summers, economista capo della Banca Mondiale (1991-1993), sottosegretario al Tesoro (1995-1999) e segretario al Tesoro (1999-2001) sotto Bill Clinton e direttore del Consiglio economico nazionale sotto Obama (2009-2011), ha ripetutamente insistito sul fatto che le leggi del progresso tecnologico hanno eliminato il problema dell'eccesso di investimenti. Come presunta fonte di ispirazione, Summers citava l'idea di Alvin Hansen (1887-1975) secondo cui le aziende erano gravate da enormi investimenti fissi, incapaci di godere della corrispondente mobilità e quindi intrappolate nel pantano del lungo periodo. Ora, continuava la favola di Summers, gli smartphone e le app, le chiamate Zoom e gli uffici affittati a ore avevano cambiato l'equazione, tanto che uno studio legale poteva essere gestito dal seminterrato di casa propria. In questa perfetta e paradossale inversione della formula originale di Hansen, la stagnazione secolare del periodo contemporaneo era dovuta alla facilità con cui si poteva avviare uno studio legale e al poco capitale necessario per farlo. Il capitale non era attaccato alle sue condizioni materiali di esistenza; era semplicemente diventato superfluo. Oh, che differenza a pochi anni di distanza! Quando DeepSeek ha cancellato 600 miliardi di dollari dalla capitalizzazione di mercato di Nvidia, ha reso evidente che gli enormi investimenti dei giganti dell'intelligenza artificiale - tutti quei centri dati e chip acquistati a caro prezzo - potevano diventare inutili. Se i padroni della Silicon Valley si fossero presi la briga di leggere l'economista francese Albert Aftalion (1874-1956), si sarebbero imbattuti nel suo paragone tra il ritmo degli investimenti e l'attività di un gruppo di persone che accatastano ceppi nel camino di una stanza fredda fino a trasformarla improvvisamente in una sauna soffocante. L'unica soluzione? Correre verso le porte d'uscita, cioè ridurre gli investimenti e difendere il valore di ciò che hanno. Ma no, i padroni della Silicon Valley non si erano mai imbattuti nella metafora dell'economista francese, né l'avevano compresa o, se l'avevano compresa, l'avevano dimenticata. Così hanno semplicemente fatto ricorso al bigottismo xenofobo. Insistevano sul fatto che i cinesi non potevano essere “creativi” come i californiani. La loro tecnologia era falsa; i test erano pura simulazione; avevano beneficiato dell'aiuto del loro governo, di cui avevano contribuito a diffondere la propaganda (presumibilmente, i padroni della Silicon Valley erano fiduciosi che nessuno avrebbe guardato troppo da vicino la loro posizione compromessa a questo proposito). Uno dei piccoli piaceri dialettici che ancora rimangono per quelle intelligenze che non si sono sottomesse alle concezioni e ai disegni delle grandi corporazioni commerciali è osservare, in questo momento, quanto i capitalisti odino il capitalismo, governato da tutte le sue inviolabili leggi e contraddizioni. E così, a ulteriore dimostrazione dell'importanza della non linearità, torniamo ancora una volta al signor Ulyanov e alle sue disquisizioni sulle fasi superiori del capitalismo e sulla trasmutazione della lotta economica in lotta direttamente politica. Aspettiamo la scintilla, caro compagno, aspettiamo la scintilla! Consigliamo la lettura di Cédric Durand, «¿Frágil Leviatán? Trump y las Big Tech» , Diario Red, Cédric Durand, « Explorando las fronteras del capital » , NLR 136, y « El retorno viciado de la política industrial », El Salto; Evgeny Morozov, « Crítica de la razón tecnofeudal », NLR 133/134; Dylan Riley, « Sermones para príncipes » , NLR 143, y « Anegados en liquidez », El Salto; y Robert Brenner, Dylan Riley et al., Sobre el capitalismo político: El nuevo debate Brenner (2024). Dylan Riley è professore presso il Dipartimento di Sociologia della UC Berkeley. È membro del comitato editoriale della New Left Review. Autore, tra gli altri, di Perdita: On Loss ( 2024), Microverses (2022), How Societies and States Count: A Comparative Genealogy of Censuses (con Rebecca Jean Emigh e Patricia Ahmed, 2016) e The Civic Foundations of Fascism in Europe: Italy, Spain, and Romania 1870-1945 (2010).
- exlet
in memoria di Nanni Balestrini In occasione del sesto anniversario della scomparsa di Nanni Balestrini “ahida” gli dedica un ricordo Le scale Saliamo piano le scale larghe in penombra. Un silenzio irreale rotto all’improvviso da alcuni rimbombi lontani. Due, tre, quattro rampe e siamo nell’ampio corridoio del reparto. Il buio è intervallato da fasci di luce provenienti da alcuni ingressi delle stanze a sinistra e a destra. Si avvicina la sagoma di una giovane infermiera. Ci parla sottovoce con un filo di commozione: – Ero passata e mi pareva tranquillo. Sono ripassata una mezz’ora dopo e non respirava più. Entriamo nella piccola stanza illuminata da un neon basso. È lì, sotto un lenzuolo che lascia scoperti i piedi nudi e la testa. Lei lo bacia sulla bocca con discrezione. Poi appoggia le spalle al muro e recita sottovoce la sua preghiera. Resto ai piedi del letto. Gli prendo i piedi tra le mani. Sono tiepidi. Mi viene in mente una cosa assurda. Che forse non è morto. Muovo due, tre passi. La sua testa immobile mi pare come rimpicciolita. Lo prendo per le spalle e lo scuoto leggermente, due, tre volte. No, non è vivo. Gli chiudo del tutto gli occhi, gli sistemo i capelli, lo bacio sulla fronte. Lei ha gli occhi lucidi. È concentrata su di lui e su se stessa. Penso al lungo e lento strascico divenuto man mano agonia. Usciamo nel corridoio. Mi pare ancora più buio. Si riavvicina l’infermiera. È gentile e premurosa. Ci informa sulla procedura. Lei pare non ascoltarla e sussurra: – Chissà il casino domani. Con la gente e i giornali… L’infermiera ci guarda interrogativa. Potrei non risponderle ma poi le dico: – Era un poeta. Niente da dire Dopo la scoparsa di Nanni ho curato e pubblicato un testo : nanni balestrini – millepiani. Nanni Balestrini è stato poeta, scrittore e artista visivo di fama internazionale. Nella sua figura si riassume un’intera stagione di storia e di cultura, italiana ed europea, di compresenza e reciproca influenza tra avanguardie artistiche e avanguardie politiche: quel magico tempo degli «intellettuali militanti» che hanno agito dentro una temperie di lotte operaie e giovanili che hanno fatto epoca, e che hanno segnato il destino delle successive generazioni. Per oltre sessant’anni Balestrini ha progettato e organizzato un infaticabile lavoro culturale, utilizzando una molteplicità di piani: poesia, narrativa, cinema, audiovisivo, teatro, musica, collage, pittura, scultura, editoria, impegno politico. Balestrini, cioè, uomo-rete dei millepiani. Come epigrafe ho scelto due righe che a mio parere riassumono in modo perfetto tutto ciò che è stato l’operare nella sua vita: «Io, non ho niente da dire. Voglio raccontare e combinare le cose dette da altri, e stare a vedere cosa succede». Che cos’è per Balestrini la poesia La poesia fa male Generazioni di ipocriti di insegnanti di imbecilli di baciapile di pedagoghi di pedofili di perecottari di animebelle puzzolenti Hanno continuamente cercato di in cularci con una visione edificante patetica piagnucolosa buonista di quella cosa Che per sua natura è un affronto all’esistente per mezzo della parola Micidiale e inesorabile indecorosa e sfrontata impudìca e corrosiva la poesia è l’apocalisse del linguaggio È un urlo selvaggio che strappa brandelli di cervello ammuffito fa sanguinare i corpi anestitizzati dai soldi trafigge i cuori impotenti cancerizzati La poesia è un’ interminabile apocalisse O non è La poesia è continua esplosione è continua rivoluzione è continuo rifiuto è continua distruzione della merda accumulata dal perbenismo criminale dell’homo economicus globalizzato La poesia è sputare parole infuocate avvelenate nei suoi occhietti melensi La poesia è la pioggia di sangue di fuoco di piscio che sommergerà l’infame razza bastarda del maschio bianco occidentale con le sue bombe le sue banche i suoi culi griffati La poesia è anche farla finita con tutti i miserabili sciacalli che sulle sofferenze che hanno dato una mano a infliggere intonano inni pietosi agli squartati e ai fuggiaschi mentre li derubano anche dei pacchi dono La poesia è una roba che non ve l’immaginate nemmeno La poesia è il giubileo delle energie vitali che dilagano sul pianeta avvelenato La poesia Fa Malissimo Cagatevi sotto La bestia dell’apocalisse è arrivata Nanni B. uomo d’ingegno, non di istituzioni Letizia Paolozzi Quando eravamo giovani, quando ci divertivamo a vivere, quando andavamo di qua e di là. Riavvolgere il nastro dell’esistenza? Nei tempi crudeli del virus, l’operazione sa di ridicolo. Non stringi nulla di reale a pescare nei ricordi. Come giocassi in borsa, oppure al lotto, il pensiero magico si impadronisce di te. Ma non importa, provi comunque. E allora, Nanni B. fu povero, inventivo, protervo. Tacere appartenne al suo stile. Mai imbarazzato dall’inclinazione al silenzio, convinto di non inibire gli altri, ogni volta puntò su qualcuno, qualcuna che funzionasse da ripetitore, capace di ascoltare e apprezzare. Lesse i testi di amici poeti, romanzieri, narratori, critici. Non riuscì mai a immaginarsi senza il suo insieme di relazioni, legami, rapporti: Piero Manzoni, Luigi Pestalozza, Luigi Nono, Emilio Vedova, Ingeborg Bachmann, Maria Corti, Emilio Villa; poi gli autori/autrici che leggerete su questo libro di «Machina»; poi ancora i compagni di Potere operaio. Tanti? Pochi in fondo dal momento che la sua visuale si limitò a loro. E con loro progettò, propose, varò leggere imbarcazioni. Sempre agili, sempre adatte a reggere l’urto. Fino a scomparire, improvvisamente, dall’orizzonte. Una volta, si scoperse attratto dalla fenomenologia: do you remember la dimensione corporea della coscienza, il linguaggio secondo Maurice Merleau-Ponty? Se la cavò senza rimpianti, eppure, imparò a radicarsi nel cuore del mondo vissuto. Evitò di puntare su un ego spropositato rifiutando il tono solenne del condottiero sulla statua equestre. Cominciò ad agire prima del ’68, continuò dopo il ’77. Ebbe scambi con diversi modelli di comunicazione. Non si sognò di negare la tradizione benché preferisse trovarsi in anticipo sui tempi. Si proiettò in avanti navigando tra i generi. Rimase stretto alla classe operaia nonostante l’avanzare del vetrinismo protestatario di Ai Weiwei, gli strepiti neo-barocchi di Matthew Barney, il postmoderno della coppia Fedez-Ferragni. Sfuggì alla macina della mercificazione. Con il linguaggio provò a cambiare lo stato delle cose presenti. Non da solo, sempre in gruppo. Difese i propri ritmi. Non conobbe l’ideologia minoritaria. Si mosse dalla scrittura di un testo alla preparazione di una tela all’esaltazione di un oggetto, simile in questo – forse non solo in questo – agli inuit che saltavano da una struttura sociale all’altra a seconda delle stagioni. Ascoltò sino allo sfinimento la canzone Azzurro (Celentano, Pallavicini, Conte). Si affidò all’utopia tuttavia non perse l’aspro profilo della concretezza. La vecchiaia non gli suscitò ansia, disperazione, lamenti. Non prese sul serio il suo corpo. Lo trascurò. Si ritagliò un suo modo di vivere. Difese per anni i rapporti applicando alla lettera il monito di Adorno: l’infedeltà, l’irriflessività dei sentimenti equivale a sottomettersi alla società dei consumi, dunque, siate fedeli. Non inciampò nel maschilismo, non occhieggiò alla schiera degli uomini prepotenti. Fu d’accordo con le donne del MeToo. Si intrattenne con i discorsi sulla parità. Ci ficcò una determinata quantità di moralismo. Mai fece parte della classe dirigente, eppure la costeggiò, le passò accanto. Miracolosamente. Senza compromettersi. Votò Pci, Pds, Ds, Pd senza entrare nel merito dei problemi, trattati anzi da questioni di lana caprina. La politica la tagliò con l’accetta: stai di qua o stai di là. Fu un oppositore da anni Sessanta. Eversivo, con l’aiuto delle parole, poco o niente si appassionò alle lotte per il potere. Quando andò in Cina, ne rimase entusiasta. Anche lui, come Antonio Rezza, appartenne al genere di «persone che amano quello che amano fare». Mai marginale, sempre aggrappato alla concretezza, alla cronaca dei fatti, scelse un modo seriamente giocoso di prendere le cose. Quel modo aiuterebbe, se ancora fosse qui. Ritratto di un poeta Giosetta Fioroni Il poeta Nanni Balestrini è bello. Ha gli occhi socchiusi, lievemente strizzati come di fronte a una eccessiva luminosità. Dalle palpebre filtrano circolari raggi azzurri che si allungano tra le ciglia. I capelli biondi e lisci sono spruzzati d’oro. La bocca è atteggiata a un perenne immobile sorriso, anzi un accenno di sorriso. Il volto soave esprime un sentimento di tenero distacco, di gentile supremazia. I lineamenti sono composti, armonici. Una fredda mobilità anima i gesti misurati che non rivelano nulla. Un velo protegge questo nulla, la decisione del nulla, l’ironia del nulla. Ma, ogni tanto, il velo si solleva e qualcosa di molto ingegnoso, complesso, stratificato e multiplo traspare. Si può intravedere, ma solo intravedere, tutta l’attenzione. La furiosa, capillare attenzione di cui è dotato. Possiede una lente nascosta nelle pieghe, nel drappeggio. Una lente di ingrandimento. La muove da sempre, recondito. La sposta languidamente, in ispirato sonnambulismo, su molteplici forme. La punta su eventi minimi e grandi. Il tempo e la storia non fanno parte del gioco. Dal poema di Nanni Balestrini Blackout, scritto nel 1979, subito dopo il suo espatrio in Francia per evitare l’arresto ordinato nel quadro dell’inchiesta denominata 7 aprile. io ti scrivo dirimpetto al balcone donde miro la eterna luce che si va poco a poco perdendo nell’estremo orizzonte tutto raggiante di fuoco spesso mi figuro tutto il mondo a soqquadro e il cielo e il sole e l’oceano e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla mi assumo mille argomenti mi si affacciano mille idee scelgo rigetto poi torno a scegliere scrivo finalmente straccio cancello e perdo spesso mattina e sera forse mi reputo molto ma mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita se io avessi venduta la fede rinnegata la verità trafficato il mio ingegno credi tu ch’io non vivrei più onorato e tranquillo perseguitate con la verità i vostri persecutori ma quando mi passa dinanzi la venerabile povertà che mentre s’affatica mostra le sue vene succhiate dalla onnipotente opulenza e quando vedo tanti uomini infermi imprigionati affamati e tutti supplichevoli sotto il terribile flagello di certe leggi ah no io non mi posso riconciliare io grido allora vendetta il mio nome è nella lista di proscrizione lo so La procura generale della repubblica visti gli atti del procedimento penale n. 710/79 A visti gli artt. 252 253 254 del codice di procedura penale ordiniamo la cattura di non leggi ma tribunali arbitrari non accusatori non difensori bensì spie di pensieri delitti nuovi ignoti a chi n’è punito e pene sùbite inappellabili il mio nome è nella lista di proscrizione lo so frattanto l’occasione mi ha smascherato tutti quei signorotti che mi giuravano sviscerata amicizia perseguitate con la verità i vostri persecutori del resto io vivo tranquillo per quanto si può tranquillo ma a dire il vero penso e mi rodo mandami qualche libro spesso mi figuro tutto il mondo a soqquadro e il cielo e il sole e l’oceano e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla imputato di reato procedura penale dagli artt. 110 112 n. 27 del codice penale per avere in concorso fra loro e con altre persone essendo in numero non inferiore a cinque da eseguirsi anche in abitazioni e luoghi chiusi a essi adiacenti anche in tempo di notte organizzato e diretto un’associazione denominata potere operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate visti gli artt. 252 253 254 del codice di procedura penale ordiniamo la cattura di ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta autonomia operaia organizzata dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato dirigi le tue lettere a Nizza di Provenza perch’io domani parto verso la Francia e chissà forse assai più lontano perseguitate con la verità i vostri persecutori sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato attentati a carceri caserme sedi di partiti e di associazioni e ai cosiddetti covi del lavoro nero espropri e perquisizioni proletarie incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati rapimenti e sequestri di persone e ferimenti sia mediante l’addestramento all’uso di armi munizioni esplosivi e ordigni incendiari visti gli articoli 252 253 254 del cod. di procedura penale ordiniamo la cattura di sia infine mediante il ricorso a atti di illegalità violenta e di attacco armato contro taluni degli obiettivi sopra precisati e è comunque imposta dall’eccezionale gravità del fatto dalla gravissima minaccia allo stato e alle sue istituzioni la cattura è obbligatoria in considerazione del titolo di reato da eseguirsi anche in abitazioni e luoghi chiusi a essi adiacenti anche in tempo di notte dall’elevato grado di pericolosità sociale insita nella scelta dei mezzi e dalle modalità esecutive espropri e perquisizioni proletarie incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati rapimenti e sequestri di persone e ferimenti sussistono sufficienti indizi di colpevolezza in ordine a quanto formulato in rubrica desumibili da eseguirsi anche in abitazioni e luoghi chiusi a essi adiacenti anche in tempo di notte 1) dalla copiosa documentazione sequestrata o acquisita soprattutto nelle parti in cui si esalta e si programma la violenza e la lotta armata nel fine ultimo di sovvertimento generale del sistema vigente si preannunciano e si rivendicano atti di carattere eversivo si promuove e si incita al sovvertimento violento del sistema dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato 2) dalle riviste rosso autonomia controinformazione e da numerosi altri giornali opuscoli volantini e scritti di evidente contenuto eversivo e è comunque imposta dall’eccezionale gravità del fatto dalla gravissima minaccia allo stato e alle sue istituzioni 3) dalle testimonianze assunte e dalle risultanze delle indagini di procura generale comprovanti sia la natura le modalità e i mezzi dell’attività criminosa svolta da ciascun imputato e è comunque imposta dall’eccezionale gravità del fatto dalla gravissima minaccia allo stato e alle sue istituzioni sia i rapporti associativi intercorrenti fra l’uno e l’altro e il comune disegno antigiuridico nel fine ultimo di sovvertimento generale del sistema vigente sia infine la loro consumata e attuale partecipazione in qualità di dirigenti e organizzatori all’associazione delittuosa meglio configurata nel capo di imputazione espropri e perquisizioni proletarie incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati rapimenti e sequestri di persone e ferimenti nel fine ultimo di sovvertimento generale del sistema vigente Gatto nero no. Coniglio sì Nell’inverno dell’83 abitavo con Nanni in una casa nella campagna provenzale, a Puyricad, un villaggio vicino a Aix-en-Provence dal quale si poteva vedere la sagoma netta della Saint Victoire, la montagna di Cézanne. Eravamo entrambi esuli o, con un termine meno elegante, latitanti, per via delle vicende politiche di quegli anni. Lui stava nella casa vera e propria con la compagna Gilles e il figlioletto Morgan, io con Marina – una donna bella, scura, ombrosa nello sguardo come nell’anima – in un ampio monolocale attiguo, con un camino e una grande finestra che dava su una campagna piatta a perdita d’occhio. C’erano giorni in cui soffiava il Mistral, il vento freddo, secco e cattivo della Valle del Rodano. Le sue raffiche spazzavano via tutto, a volte per due tre giorni di fila. E nei giorni seguenti il sole nel cielo terso conferiva al paesaggio colori di un nitore che solo là era possibile vedere. Quelle stesse tonalità sono negli acquerelli che Nanni ha dipinto in quel periodo. Il giardino e la casa erano frequentati da sette o otto gatti con nomi di pani francesi: Ficelle, Baguette, Bignè, Croissant, Macaron, Brioche… Nanni era riservato. Aveva un passo leggero come quello dei suoi gatti, tanto leggero da non avvertire del suo arrivo. Così a volte compariva d’improvviso sulla soglia del monolocale per propormi di andare a prendere del vino rosso sfuso, il Côtes de Provence. Ne vendevano di buono a pochi franchi in cantine disseminate per la campagna. Ma era anche un pretesto per scorrazzare in quelle distese disseminate del viola della lavanda, del giallo e verde dei girasoli, del rosso dei papaveri. Così viaggiavamo per ore nei pomeriggi per strade strette e poco trafficate sulla sua R4 bianca. Una volta un gatto nero ci attraversò la strada a una decina di metri. Nanni inchiodò di colpo e con un sospiro spense il motore. Non diceva niente, fissava la strada. Tolse le mani dal volante e incrociò le dita. La strada era deserta e c’era un silenzio irreale. Aspettammo un quarto d’ora ma non passava nessuno. Lui non diceva niente e io neanche. Poi, lontano, in fondo in fondo, un puntino nero si avvicinava molto lentamente. Dopo cinque minuti si riuscì a distinguere la sagoma di un trattore che avanzava traballante. Altri dieci minuti e ci passò finalmente a fianco. Allora Nanni riavviò il motore, fece un altro sospiro e ripartì verso casa. Tutte le domeniche mattina andavamo nella fattoria di Albert, a qualche chilometro da casa, per prendere uno dei suoi conigli nostrani da cucinare a pranzo. Albert era il marito separato di Lìli che da molti anni conviveva con Margaret, di fianco a casa nostra. Avevano entrambe tra i sessanta e i settant’anni, portavano i capelli cortissimi e di mestiere modellavano, decoravano e cuocevano in un forno a legna delle bellissime ceramiche. Margaret da giovane era stata modella e compagna dello scultore Giacometti. Era taciturna e riservata quanto Lìli era all’opposto gentile, espansiva e premurosa, anche se mai invadente. Saprò solo molti anni dopo che lei e Albert, negli anni della Seconda guerra mondiale, erano stati a capo del movimento di resistenza comunista all’occupazione tedesca in quel territorio. La casa era un via vai di poeti e intellettuali francesi, oltre che di compagni che arrivavano in visita dall’Italia, o di esuli parigini in transito per una vacanza in Corsica. Così erano frequenti le cene affollate nelle quali però le discussioni finivano ossessivamente sulla situazione politica italiana incancrenita tra un movimento ormai al tracollo, una lotta armata sempre più omicidiaria e una repressione sempre più efficace. In quel periodo che Nanni scrisse i 49 sonetti poi pubblicati col titolo Ipocalisse . Di questi qui di seguito Passaggio. Passaggio pieno di mosche nel paese immobile diluita dimentica la fase precedente si dividono in lupi nella gabbia e sciacalli intorno strillano la fine della non fa niente senza attesa ne che mai più le ri vedrò anche se sembra sparita se nero spenge e tutto finisce per perdersi senza fine ma quante parole rifioriscono incessanti il giardino dipinto pippoli ad esempio il melone vada come vada indelebile e soprattutto e lì appoggiato leggermente senza toccare ora che non sono lunga fila leggera filamenti lungo le bruscamente interr senza l’ombra tutto passa senza afferrare quando ci siamo l’ultima volta situazione confusa nessun contatto l’importante sembrava cosi mentale mentre ritagliando tutto e poi ci siamo e poi non c’era la rotolando dal in fondo alla azzurro liquefazione con tracce di e altre tracce tutto disfandosi quando tutto cambia non la voglia di o la mia rovesciata verticale aprendosi da una parte all’altra mancava poco nel paesaggio necessario mancava molto nel passaggio possibile contorni sfocati movimento perpendicolare non è finita pentiti solo di non averlo fatto abbastanza senza lineamenti passando oltre appariva ogni tanto lungo la dove consunta appena lì così morti colori mordi appena a testa in giù sempre più forte attraversando ma è tutto vero basta toccare non trovando altre parole questo e tutto per ora in questo momento e come se fossimo già invece siamo appena e ciò che è più strano è che uno non se lo immagina bene dove potrebbe essere arrivata la lunga attraversata Tornammo in Italia qualche anno dopo e ci vedemmo a Milano con Primo Moroni nella sua libreria Calusca. Nanni aveva combinato con la casa editrice Sugarco la pubblicazione di un libro sul ventennale del ’68. Ci mettemmo al lavoro e ne venne fuori L’orda d’oro, un libro non dimenticato che qui ricordo in un passaggio che ho scritto poco dopo la morte di Primo, nel 1998. Primo… mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Già, gli anni Ottanta, anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza derivata dal sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. Una catena di montaggio come disse Sergio Bologna che per alcuni giorni ci ospitò nella sua casa. Già con Gli invisibili, e poi con L’orda d’oro, avevamo contribuito a riaprire faticosamente dei pertugi in quell’industria culturale che era stata complice del massacro del movimento. Occorreva insistere, e Nanni in questo era segugio ostinato, tenace. In occasione del ventennale della morte di Primo Moroni Nanni gli dedicò questa poesia Per Primo Prima non c’era niente le parole volavano via i fogli appassivano i libri s’impolveravano poi Primo ha aperto i grandi occhi sulle pagine gonfie di visioni e verità con Primo le voci rimbalzano compagne da cori lontani sempre più vicine con Primo nessuno era più solo nella lotta tutti si parlavano tutti ascoltavano tutti con Primo la storia del movimento è adesso il mito moderno di un mondo che cambia senza fine con Primo l’orda d’oro galoppa l’orizzonte lontano illumina e splende Di seguito una poesia che Nanni ha dedicato agli anni Ottanta C’è chi loda il letamaio Qual è il segno culturale del nostro tempo il bello di cattivo gusto cioè la merda le belle pubblicità di merda i bei abiti di merda il bell’erotismo di merda le belle barche di merda i bei romanzi di merda il bel giornalismo di i bei talk show di merda insomma tutti i belli super professionali di merda prodotti dalla cultura spettacolo di merda con quella incancellabile e richiesta vena di cattivo gusto cioè di merda diciamo la cultura dei professionisti di massa di merda che lavorano per le masse di merda è difficile diciamo noi disobbedire al proprio tempo ci sono tempi che danno licenza di buon gusto e tempi di merda che la tolgono e chi contravviene alla merda se va bene sarà apprezzato dai posteri oggi i buoni professionisti della merda selezionati dai grandi media di merda sanno mettere insieme colori immagini di merda luci effetti di merda tridimensionali belli bellissimi sanno organizzare i bei dibattiti sado-maso di merda le belle inchieste tutte ritmo e suspense ma mettendoci quel tanto di cattivo gusto cioè di merda che hanno coltivato invece che soffocare per piacere allo spettatore massa di merda e senza un po’ di cattivo gusto cioè di merda oggi si campa male a noi tocca vivere nella cultura spettacolo di merda del bello di cattivo gusto cioè di merda ben retribuiti e puniti ogni giorno dalla fama di merda è difficile disobbedire al proprio tempo di merda non curarsi del suo segno culturale di merda oggi uno che non ha successo perché guarda in alto e comunque non nel letamaio non viene guardato dalla merda come un’intelligenza esigente come il portatore di una grande ambizione ma come un corpo estraneo alla merda vivere in sintonia con la cultura di massa di merda è vivere nel migliore dei mondi di merda oggi possibile è quasi impossibile sottrarsi alla cultura del proprio tempo di merda i compensi agli intelligenti perché producano merda per i rozzi e volgari sono ottimi e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda. Cip ciop Negli ultimi anni io e Nanni facevamo il Natale insieme, a casa mia. olo noi due. All’inizio cucinavamo insieme, poi, ci ho pensato io. Cucinavo sempre pesce e apparecchiavo col meglio che avevo. Lui arrivava puntuale. Posteggiava la sua auto rossa in divieto di sosta e saliva con lo champagne. Dopo aver parlato come al solito di lavoro ci buttavamo sui piatti, in silenzio. Arrivati al secondo io gli dicevo: Cip. E lui mi rispondeva: Ciop. Ridevamo e facevamo un brindisi. L’ultimo aprile Era l’ultimo suo aprile. Era a casa, in una pausa tra un ospedale e l’altro. Seduto sul divano del salottino guardava fisso dalla finestra socchiusa le foglie fresche del vecchio platano. Sbottò di colpo: «Non se ne può più di questi leghisti, fascisti, razzisti. Dobbiamo fare qualcosa di più duro di quel che abbiamo fatto finora. Non ce ne facciamo niente di questi vecchi intellettuali decotti di sinistra. Abbiamo visto come è andata a finire con «alfabeta 2». Tempo sprecato. E questi giovani intellettuali? Quasi tutti professorini presi solo dai loro interessi di carriera accademica, sono solo dei piccoli individualisti narcisisti. Niente. C’ho pensato su: rifacciamo «Compagni,». Non devo chiedere il permesso a nessuno, l’ho fatta io, la testata è mia». Rimasi un attimo interdetto. «Compagni,» – conosciuta e denominata «Compagni virgola» – era una rivista che Nanni aveva fatto nel 1970 con il supporto economico di Giangiacomo Feltrinelli, e dell’editore aveva pubblicato una lunga intervista in concomitanza con la sua entrata in clandestinità. Ne erano usciti solo due numeri. Un grande formato e una grafica elegante e austera, in bianco e nero. Di fatto era una rivista ascrivibile all’area politica di Potere operaio. Rifarla oggi? Con una testata dal sapore così desueto? Sembrava un’idea del tutto inattuale, commercialmente fuori target. Glielo dissi. Ma lui era convintissimo del contrario: «Proprio perché le cose stanno come stanno bisogna fare un’operazione di schieramento culturale militante, non opinionistico. Basta con le buone maniere. E bisogna fare un prodotto cartaceo, non in elettronica. Dobbiamo tornare e stare nelle edicole, e con una proposta non effimera. Fai fare subito dalla tipografia dei preventivi per una tiratura minima di 30.000 copie. Stesso formato e fogliazione della testata originale. Io chiamo subito Toni, Piperno e gli altri. Intendeva i vecchi di Potere operaio, quelli rimasti. Mah… mi incammino verso l’ufficio con un unico pensiero in testa: e adesso? dove si trovano i soldi? Mentre faccio i preventivi lui fa il giro dei siti internet e compra per 300 euro le uniche due copie della rivista disponibili. Il giorno dopo vado a trovarlo. Si alza dal divano, va in cucina e torna con una bottiglia di champagne e due flute. – Ma Nanni… non puoi bere… – Ti immagini… due dita… Ho sentito tutti, e ci stanno tutti… Brindiamo a «Compagni,». Sarà un rivistone. Nessuno si ribella Nessuno si ribella ci infangano la vita ci mordono le budella ci strappano il futuro i ricchi ci rubano tutto la scuola l’ospedale la scienza anche il mangiare e nessuno che si ribella la vita non era bella ma qualcosa ci restava adesso i ricchi vogliono tutto ma nessuno qui si ribella ci lasciano miseria fame tristezza e vuoto se crepiamo tanto meglio proprio nessuno che si ribella a furia di lasciarli fare ci dovremo tutti suicidare per farli ancora più ingrassare perché nessuno qui si ribella non c’è proprio più niente da fare per non farci più massacrare come pecore mandate al macello non c’è n’è una che si ribella bisognerà proprio aspettare che ci portino via proprio tutto anche la voce per protestare tanto nessuno qui si ribella Una delle ultime poesie di Nanni, secondo me tra le più belle e di straordinaria attualità. Istruzioni preliminari il nostro mondo sta scomparendo i tramonti succedono ai tramonti si può sentirne lo strappo silenzioso scorrere il sangue la vita che fugge su fogli di carta corrosi sbiaditi accarezzando le parole ancora visibili accarezzando le parole ancora visibili supreme famose finzioni si dissolvono su fogli di carta corrosi sbiaditi i tramonti succedono ai tramonti in una realtà caotica ostile immensa non sappiamo chi siamo né dove andiamo non sappiamo chi siamo né dove andiamo le vecchie certezze se ne vanno in una realtà caotica ostile immensa supreme famose finzioni si dissolvono la nostra urgenza di ordine si annulla in un reticolato di possibilità infinite in un reticolato di possibilità infinite proviamo ogni volta con parole diversel a nostra urgenza di ordine si annulla le vecchie certezze se ne vanno tutto si ramifica si scompone si mescola gli esperimenti non producono un sì o un no gli esperimenti non producono un sì o un no ma un continuo flusso di probabilità tutto si ramifica si scompone si mescola proviamo ogni volta con parole diverse nessuna ricerca di risposte assolute poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo nessuna ricerca di risposte assolute ma un continuo flusso di probabilità il punto è dove la catena può essere spezzata la contraddizione principale muta continuamente la contraddizione principale muta continuamente nella violenza che stravolge la quotidianità il punto è dove la catena può essere spezzata rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo teoria materialista della contingenza il tempo in cui l’uno si spacca in due il tempo in cui l’uno si spacca in due guardando l’evento da prospettive parziali teoria materialista della contingenza nella violenza che stravolge la quotidianità nella durata mutevole delle congiunture forze eterogenee si compongono su una linea comune forze eterogenee si compongono su una linea comune secondo una relazione non predeterminata nella durata mutevole delle congiunture guardando l’evento da prospettive parziali scomporre e ricomporre in equilibri alternativi la scrittura come un flusso non come un codice la scrittura come un flusso non come un codice costruzioni associative e accumulative scomporre e ricomporre in equilibri alternativi secondo una relazione non predeterminata arricchisce il significato rendendolo plasmabile la forma liberata dalla palude delle sintassi la forma liberata dalla palude delle sintassi sequenza di immagini sparate come slogan arricchisce il significato rendendolo plasmabile costruzioni associative e accumulative rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso non più dominanti e dominati ma forza contro forza rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio sequenza di immagini sparate come slogan l’attacco va minuziosamente preparato secondo una prospettiva rivoluzionaria secondo una prospettiva rivoluzionaria un altro mondo sta apparendo l’attacco va minuziosamente preparato non più dominanti e dominati ma forza contro forza si può sentirne lo strappo sonoro scorrere il sangue la nuova vita che arriva Sergio Bianchi nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani . È autore dei saggi: Storia di una foto ; (con Raffaella Perna) Le polaroid di Moro; Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice (Sellerio).
- post-poetica
flooded area. Sostituendo le cose con le loro descrizioni Alessandra Greco Proponiamo la poesia della poetessa fiorentina "flooded area" riportando l'immagine stessa della poesia. Fondamentale è nella composizione la disposizione dei versi. La forma e l'estetica della poesia è sostanza tanto quanto il significato delle sue parole. shoulder bags | school bags | swims as the leaves of an aquatic plant possono scattare di colpo in alto giunture la pronuncia indistinta sfondo costitutivo di un nervo di moto sea stock piegandosi in fuori di sé l'atto iniziale figura traverso scissure - sloga livello sotto-tempo - l’onda unica che li avvolge e li svolge --- tmesi – - ( quella d'aria è più breve - --- - - l'apertura del suggeritore ) - --- una luce elettrica tenuta in mano e puntata alle cose tutto - - e intorno occhi -- - palpebre - -- ciglia - - bruciano vampe così com'è il filo aderente al rocchetto - svolgendo -- --- - rigmarole di corpi slegati - --- - art du déplacement - -- - salto tenuto alto - -- - arriva al cromatismo di soglia dove la linea tra credulità e ingegno e ilarità si trasformi | si assottigli de-essere | mancare - venire a shock-like coinvolti in espressioni linguistiche - – esondando risposte senso-motorie --- - – – - - piane abissali – - - interrompersi - - – – - - in discontinui segnali - --- - e l'illusione che fai un affare - - – - - – – - - che se passa la testa, passa anche il corpo --- Alessandra Greco vive a Firenze. Fra le pubblicazioni più recenti, Stellare nero (Fogli Benway Series, 2023) e la silloge intitolata “__ _ ” (Anterem, 2023). È antologizzata in Continuo. Repertorio di scritture complesse ([dia•foria, , 2023). È fra gli autori di BAU Contenitore di Cultura Contemporanea , n. 19, Viareggio, 2023. Ha scritto NT (Nessun Tempo) (Arcipelago Itaca, 2020) e Del venire avanti nel giorno, Libro Azzurro (Lamantica Edizioni, 2019). Suoi testi sono tradotti in Babel, Stati di alterazione, Antologia plurilingue a cura di Enzo Campi (Bertoni Editore, 2022), e in oomph! – contemporary works in translation / a multilingual anthology, vol. 2 (2018). Ha realizzato performance e letture con attenzione al suono e la sua ricerca si è estesa alla fotografia. Sue scritture e immagini sono apparse in varie riviste e lit-blog.
- selfie da zemrude
Ancora su Gli uomini pesce di Wu Ming1 Spagnul continua le sue riflessioni sulle presentazioni milanesi (qui trovate il primo contributo insieme a Sara Molho ) dell’ultimo libro di Wu Ming 1 "Gli uomini pesce". Una potente opera - sostiene Spagnul - che si potrebbe definire un esoterismo di sinistra. Il testo che segue si interroga sul bisogno di creare un'immaginario che disincanti il capitalismo e la sua egemonia. Ma come? Di fronte alla fine del mondo bisogna che abbia un'efficacia qui e ora. Nella recensione su Jacobin , Enrico Manera ci dice che Wu Ming con il loro lavoro sull’immaginario delineano «progressivamente una prospettiva di costruzione finzionale e simbolica, una mitologia della ragione adatta al nuovo millennio che, senza cadere nell’irrazionalismo regressivo e reazionario, sappia offrire le risorse di un reincantamento capace di far uscire l’utopia emancipativa dalle secche del razionalismo calcolante e del nichilismo disperante». Gli uomini pesce si muove dunque dentro quello che si potrebbe definire un esoterismo di sinistra. Una vera e propria incursione in quello che viene comunemente considerato territorio privilegiato della destra e quindi, vista da sinistra, come una pericolosa concessione al campo avversario, per definizione oscurantista e irrazionale. A tal proposito possiamo ricordare la condanna ufficiale di Togliatti alle ricerche sulla magia di Ernesto De Martino. Manera prosegue nella sua recensione precisando che questa mitologia della ragione viene anche definita come una «Mitocrazia che si interroga su se stessa e cerca di non prendersi troppo sul serio», aggiungendo: «Basta che funzioni». La funzione a cui deve assolvere deve essere quella di reincantare qualcosa che si è disincantato. Avevamo un mondo incantato e qualcuno, un guastafeste, ce l’ha rovinato; tocca ora a noi provare a reincantarlo di nuovo. Non credo di condividere questa idea di un mondo disincantato e non credo che questo libro ci parli di questo, ma è importante partire da qui per riuscire a evidenziare uno dei nodi più importanti, a parer mio, di quest’opera, di questo lavoro sull’immaginario. Isabelle Stengers, filosofa della scienza, amica e sodale di un’altra ribelle della scienza ufficiale, Donna Haraway, ci dice che il mondo è tutt’altro che disincantato, è piuttosto avvolto da un incantesimo estremamente potente: quello del capitalismo. Non è una nuova mitologia che potrà reincantare un mondo già fin troppo incantato, e neanche farci uscire dal nichilismo prodotto dalla disperazione. Concedetemi di ripetere quella formula ormai stantia, ripetuta fino alla noia: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Ebbene, questa citazione, che è stata ripresa (e resa famosa) da Mark Fischer, viene in origine da Fredric Jameson, in un articolo scritto nel 2003, ed è importante allora ricordarla nella sua versione originaria e integrale: «Una volta, qualcuno ha detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Una volta, cioè ancora prima di adesso, in un passato non meglio precisato, qualcuno ha detto, cioè un autore anonimo: in pratica non è difficile intuire che questo autore anonimo altri non sia che il sentire comune di una data epoca, di un determinato periodo storico facilmente individuabile in quegli anni di passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio. Ma la cosa più importante è quello che Jameson scrive a seguire e che raramente viene riportata: «Possiamo ora riformulare la frase e testimoniare il tentativo di immaginare il capitalismo attraverso l’immaginazione della fine del mondo». Cioè, se il pensiero comune non riesce più a immaginare la fine del capitalismo (un prodotto storico che come ha avuto un inizio deve avere per forza una fine) il motivo va ricercato nell’incapacità di immaginare il capitalismo stesso. Ne siamo troppo coinvolti, troppo avvolti dal suo incantesimo pervasivo, capillare. L’unico modo che abbiamo per provare a immaginarlo, distanziandolo da noi stessi, è attraverso l’immaginazione della fine del mondo: perché il capitalismo è la fine del mondo. Un’apocalisse senza riscatto, senza rigenerazione alcuna come invece era nelle apocalissi millenaristiche del passato. Quello che ci troviamo di fronte è la consumazione totale del mondo che abitiamo, di cui facciamo parte integrante e da cui non c’è uscita possibile: «Lo abbiamo scoperto da poco (…) quanto siamo tutt’uno con il nostro pianeta, e dunque quanto saremmo, letteralmente, fuori luogo nello spazio esterno. Il mito del volo spaziale è stato fondato sull’incomprensione, sull’ignoranza del nostro essere. Il problema è che nel frattempo quel mito ha reso pensabile la rinuncia alla Terra . Invece di cambiare il mondo, ormai ci immaginiamo, in un giorno magari lontanissimo ma che prima o poi arriverà, di cambiare pianeta , di trovarne uno nuovo da colonizzare, sfruttare e consumare (è entrata in uso, credo, ormai la parola terraformare) come abbiamo sfruttato e consumato questo di cui siamo parte, questa Terra che secondo alcuni ideologi del malaugurio possiamo abbandonare come un cumulo di rifiuti» (pag. 400). Nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle il più grande lavoro di immaginazione è stato quello relativo alla conquista dello spazio da una parte e quello relativo a tutti gli scenari possibili di distruzione del nostro pianeta. Una potente macchina mitologica (per usare un concetto formulato da Furio Jesi), nata negli Stati Uniti negli anni venti, che si è data il nome di Science Fiction (in italiano tradotta, all’incirca, con Fantascienza) a opera di uno sparuto gruppo di radiotecnici, piccoli inventori, scrittori ed editori improvvisati, critici, fan, lettori si è attivata per far funzionare questo dispositivo che ha saputo operare, a livello globale, sulle nostre soggettività, al seguito dell’evoluzione accelerata della tecnoscienza e a convincerci che fine del mondo e conquista dello spazio fossero il destino ineluttabile dell’intera umanità. E ci sono riusciti. Non più la salvezza in un’utopia, ormai trasformatasi sempre più in distopia, ma in un fuori, in un altrove nell’immensità dello spazio. È per noi tutti ormai familiare la disabitudine ad abitare i nostri luoghi, la nostra terra, e la fine del mondo è stata esautorata da ogni possibile idea di salvezza: apocalisse e rinnovamento non stanno più insieme. Quel mondo che alla protagonista della storia, Antonia, (una geografa, mentre la protagonista di Ufo 78, ricordiamocelo, era un’antropologa) sembrava rinnovato dopo la bomba d’acqua, questa reminiscenza in piccolo dell’antica idea di apocalisse, non può più essere sentito come tale, l’apocalisse è definitiva senza riscatto alcuno. Allora se torniamo alla recensione da cui siamo partiti possiamo dire che non c’è nessun reincantamento possibile da fare, perché il capitalismo è già un potente incantamento che ci fa immaginare ciò che non è e non sarà mai. Non lasceremo mai questo pianeta perché non c’è nessun altro pianeta di riserva, né per noi né per quei quattro super ricchi che pensano di potersi salvare a spese degli altri. Occorre invece disincantare (Antonio Caronia in una delle sue ultime interviste parlava di una grande pars destruens da fare), nel senso di dismettere le illusioni false a favore delle illusioni vere. Perché è certo che stiamo parlando sempre di illusioni: «Una donna cammina tra le pietre, controvento, guardando dove mette i piedi. Ha i capelli bianchi e corti. Mi raggiunge, mi si affianca e mi prende la mano, come se ci conoscessimo. Di fronte a noi, le prime luci di Gaeta e la massa del Monte Circeo. -Tu sei la morte? – le chiedo. Lei ride, rovesciando la testa all’indietro. -Ma no, che stereotipo... Io sto sognando e tu fai parte del mio sogno. -Anch’io sto sognando. Ecco, tutto si spiega: è l’intersezione dei rispettivi sogni.- E fissa il mare, rapita dalle onde che si alzano e riabbassano. -Chissà perché, mormora, e col rombo che fa il mare, per udirla devo porre attenzione – quando diciamo «un sogno» è implicito che sia bello, e se non lo è specifichiamo: «un brutto sogno». Sogni che potessi dire belli, io non ne ho fatti mai. I sogni mi mettono sempre a disagio, perché sono bislacchi, imbarazzanti, e se me li ricordo è perché svegliandomi li ho interrotti, così non hanno nemmeno una fine. Pure per te è così? Non saprei dire meglio – rispondo (pag. 458). La vita che noi stiamo sognando è l’unica che abbiamo, ed è l’unica che ci è data da vivere. È il dono terribile e doloroso quanto meraviglioso, di un’avventura che sta a noi scegliere di vivere o meno. Alla sofferenza solo l’immaginazione può fornire la capacità di trasformarsi in lavoro etico, di costruzione di un’etica per nuovi modi di vita, non di mondi nuovi ma di nuovi modi di vivere il mondo che ci è dato di vivere, l’unico possibile, ma con diversi modi possibili di viverlo. «Per l’alchimista, il mezzo più saggio per bandire la morte, per cacciare la melancolia, non è dire e ripetere, come il mistico, che il mondo è mortale, che si vive nel mondo dell’inferno e della corruzione, nel regno delle catastrofi, delle guerre e delle persecuzioni, ma di nutrire un sogno ben altrimenti ambizioso: la Terra intera, mediante la sua sofferenza e mediante l’umano stesso che soffre, può innalzarsi, si innalza verso la vita e la salvezza. Questa salvezza noi stessi la creiamo, noi possiamo affrettarla, scatenarla. Una visione piena di speranza e di ottimismo, anche se si deve attraversare la Nigredo, la morte, la putrefazione...» (pag. 584). Questa è la grande opera alchemica, il nostro «che fare» che non deve essere solo «efficace», ricordate sempre la recensione dell’inizio: «purché funzioni», ma deve anche essere bella, cioè secondo un’estetica che nel significato profondo di questa parola vuol dire: capacità di percepire ed essere coinvolti. Percepire il luogo in cui si abita ed esserne coinvolti insieme a tutti gli altri umani e non che come noi lo abitano. Ricordo infine che questo è stato il trentaduesimo anno di occupazione di Cascina Torchiera senz’acqua, anno che è stato dedicato al sogno. E possiamo allora dire con Wu Ming che stiamo sognando un’intrapresa in cui realizzarci dal punto di vista scientifico, spirituale e, come avrebbe aggiunto Ilario (il protagonista di questo libro), politico.
- guerre
Europa armata: la politica della difesa e export di armi L’articolo è un contributo ripreso da un capitolo del libro "L'industria militare europea ai tempi della guerra" in via di pubblicazione per il 2025 a cura di Rossana De Simone per Futura edizioni. Ci racconta in maniera dettagliata degli investimenti nell’industria degli armamenti dei paesi europei. Il commercio delle armi, in tempi di crisi economica, ha comportato fatturati stratosferici in una commistione sempre più stretta tra industrie di stato e multinazionali private. A fare da garante a questi profitti il superamento di trattati internazionali e delle leggi nazionali che in passato regolavano il libero commercio degli armamenti a tutela dei civili. L’emblema è rappresentato dalla violazione del diritto internazionale da parte di Israele. Come sostengono l’autrice e l’autore dell’articolo, l’unica cosa certa è che siamo in una fase di transizione che si concluderà con una nuova configurazione del potere globale. Introduzione Pochi giorni dopo la presentazione del rapporto “Il futuro della competitività europea” di Mario Draghi, Steven Everts, direttore dell'Istituto europeo per gli studi sulla sicurezza (EUISS), scrive sul Financial Times “la politica estera dell’Unione europea è in pericolo” [1] . Secondo Everts la dinamica che guida la politica globale impone alla politica estera un sostanziale cambiamento: “l'attuale approccio dell'UE alla politica estera è stato progettato per un mondo in pace, in cui il multilateralismo era forte e le regole e le norme globali erano rispettate. Quel mondo è finito. Oggi viviamo in un'epoca di contestazione e crescente rivalità geopolitica in cui i conflitti territoriali proliferano e le istituzioni internazionali sono in crisi”. Sulla base di questa analisi, nel rapporto “10 ideas for the new team: How the EU can navigate a power political world” [2] edito insieme con Bojana Zoric, sostiene che di tutti gli ambiti dell'integrazione europea, la politica estera è quella che più incide sulla sovranità dei singoli stati. Difatti la difesa è integrata all'interno della NATO visto che riunisce quasi tutti gli stati membri dell'UE. Malgrado ciò, nelle conclusioni del Consiglio europeo del marzo 2024 si è ricordato che il piano “Strategic Compass” del 2022 [3] oltre a porre lo strumento militare accanto a quello diplomatico, colloca la difesa comune a livello nazionale perché bisogna tenere conto degli interessi di tutti gli Stati membri in materia di sicurezza e di difesa. [4] Sulla difesa l’ottimismo espresso da Steven Everts viene sconfessato dall’emergere di un nazionalismo sempre più aggressivo in Europa. Piuttosto le guerre in Ucraina e a Gaza hanno messo in crisi la capacità dell’Europa di affermare una propria autonomia strategica, di esercitare il ruolo di mediazione dei conflitti come prescrive l’articolo 42 del Trattato di Lisbona: i mezzi civili e militari devono essere usati al suo esterno per garantire la difesa della pace e la prevenzione dei conflitti [5] . Tuttavia, in un contesto di instabilità politica ed economica, del documento di Mario Draghi [6] viene contestata la proposta di ricorrere al debito comune europeo, ma si approva la parte che suggerisce un rafforzamento della capacità industriale per la difesa. L’Europa deve, quindi, fare grandi investimenti industriali, arricchendo di fatto solo il fatturato e il potere delle multinazionali di armi, ancora prima di aver eliminato alcune profonde contraddizioni: i doppioni dei vari sistemi d’arma, la mancanza di una loro standardizzazione e interoperabilità, l’integrazione con le diverse forze militari per essere in grado di condurre operazioni di successo. Di fatto, benché la svolta militare dell'UE sia iniziata prima della guerra in Ucraina con la creazione del Fondo Europeo della Difesa nel 2017, il ruolo dell’Europa viene ancora deciso dagli Stati Uniti. Agli USA interessa mantenere la propria egemonia su una Europa possibilmente divisa, e spingere per l’aumento delle spese militari per comprare armi e munizioni statunitensi. In questo scenario le attività di lobbying dell’industria della difesa sono servite ad accelerare la svolta militarista dell’Europa. Da questo punto di vista l’intervento del Centro di Interoperabilità dell’Esercito Europeo è chiaro: “L'industria costituisce indiscutibilmente una parte fondamentale nella sicurezza e nella difesa europea. Pertanto, è fondamentale che le istituzioni dell'UE includano i appresentanti dell'industria in qualsiasi dialogo sulle iniziative comuni in questo senso” [7] . Ed è proprio su questo piano che la Commissione europea ha accolto, con l’obiettivo di aumentare la competitività globale del settore e in definitiva le esportazioni sui mercati, i rappresentanti dell'industria bellica come partner nell'elaborazione delle politiche militari e di sicurezza. Rafforzare il mercato europeo interno e internazionale Il 5 marzo 2024 la Commissione europea presenta la prima strategia industriale europea della difesa “European Defence Industrial Strategy” (EDIS), con lo scopo di potenziare la capacità industriale europea nel campo degli armamenti rafforzando il mercato interno [8] . Secondo EDIS, tra febbraio 2022 e giugno 2023, il 78% dei 240 miliardi di euro di acquisizioni per la difesa è stato effettuato al di fuori dell'UE, e la maggior parte di queste acquisizioni (63%) è consistito in prodotti standard provenienti da scorte industriali esistenti. Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) sottolinea che gli Stati europei hanno quasi raddoppiato le loro importazioni di armi (+94%) tra il 2019 e il 2023 rispetto al periodo 2014-2018, e che circa il 55% delle importazioni di armi è stato fornito dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, l’Europa è responsabile di circa un terzo delle esportazioni globali di armi, compresi grandi volumi diretti al di fuori della regione. Per risolvere il dilemma di una Europa seconda solo agli Stati Uniti per investimenti militari, che spende poco e male perché incapace di accrescere l’aggregazione della domanda per asset di difesa tra gruppi di Stati membri (Draghi), la Commissione propone obiettivi e interventi finanziari: aumentare il valore del commercio intra-UE degli armamenti; predisporre nuovi programmi comuni (portandoli al 40% della spesa per la difesa complessiva) e acquisti congiunti (al 50% entro il 2023 e al 60% entro il 2035); sostenere la ricerca nell’ambito del Fondo europeo per la difesa (intelligenza artificiale, ecc.); risolvere i problemi inerenti alle catene di approvvigionamento attraverso l’aumento di appalti congiunti (reperimento materie prime, semiconduttori, chip, sviluppo di tecnologie a duplice uso); spendere almeno il 50% del bilancio in prodotti fabbricati in Europa e commerciare almeno il 35% dei beni tra paesi della UE. Non è certo che gli Stati membri della UE siano pronti a cedere porzioni della loro sovranità nazionale. EDIS è solo l’ultima iniziativa sviluppata nel settore della difesa. Nel 1996 vi è stata la costituzione dell'Organizzazione Congiunta per la Cooperazione in materia di Armamenti (OCCAR), nel 2004 è stata creata l'Agenzia europea per la difesa, nel 2017 si è deciso il finanziamento di un Fondo europeo della difesa. A questi provvedimenti si aggiunga che ogni governo nazionale agisce da supporto all'esportazione militare accanto alle proprie industrie, e nel contempo, a riprova delle diverse visioni d’Europa, si sottolinea la posizione dei Paesi dell’Europa orientale che privilegiano il supporto e la presenza americana sul proprio territorio. Vi sono poi scelte che hanno segnato divisioni sia industriali sia politiche. È illuminante il commento Ethan B. Kapstein, professore dell’ Institut européen d'administration des affaires , che aveva definito il programma F-35 il cavallo di Troia del mercato europeo. Un programma che ha raggiunto almeno due obiettivi: aumentare le quote di mercato degli Stati Uniti nel mercato europeo della difesa aerospaziale nonché rompere la fortunata cooperazione industriale europea iniziata con i velivoli Tornado e Eurofighter Typhoon. I primi paesi che hanno aderito al programma f-35 sono stati Regno Unito nel 1995 e Italia nel 1998. Tuttora la firma di trattati o accordi di cooperazione con paesi extra-UE è segno di alleanze e di interessi geopolitici radicati. Due esempi sono il futuro cacciabombardiere Gcap lanciato dal Regno Unito da realizzare in collaborazione con Italia e Giappone, e il trattato di difesa (il cosiddetto Trinity House Agreement) siglato tra Germania e Regno Unito finalizzato allo sviluppo di nuovi prodotti per la difesa, in particolare droni e armi a lungo raggio, e per condurre esercitazioni militari congiunte. L’esercito britannico è legato anche alla Francia attraverso i trattati di Lancaster House del 2010, modellati sull’accordo di Trinity House. In teoria il significato di EDIS è sia politico che economico. La Commissione europea ha presentato la nuova strategia come una “visione per la politica industriale di difesa europea fino al 2035” pensando che fosse necessario assumere la guerra militare, in concomitanza con quella commerciale [9] , come elemento da riconsiderare. La pace deve lasciare il passo alla guerra almeno per dieci anni; dunque, all’elemento politico si unisce quello economico attraverso una gestione delle risorse finanziarie (European Defence Improvement Program) [10] . EDIP è il futuro della difesa: senza ulteriori studi, la Commissione europea ha fatto proprie le analisi e soluzioni propugnate complesso militare-industriale [11] . Un cambiamento di paradigma nella difesa europea, imposto autoritariamente agli europei, attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica con una propaganda bellicista che presenta la guerra come unica soluzione possibile alle crisi fra Stati e agli squilibri macroeconomici mondiali. La differenza con i rappresentanti industriali dell’industria bellica consiste nella maggiore responsabilità politica della Commissione Europea in quanto rappresentante di tutti gli europei. Persino la sottolineatura che la NATO rimane “il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri” illude la cittadinanza circa l’urgenza di un doppio livello per “proteggere la sicurezza dei suoi cittadini, l'integrità del suo territorio e delle sue risorse o infrastrutture critiche, nonché i suoi valori e processi democratici fondamentali” [12] . Peraltro, ciò che non viene rivelato è che il processo di pianificazione della difesa della NATO (NDPP), e il processo di sviluppo delle capacità dell’Unione europea (EDA,) non sono del tutto sincronizzati tra loro e quindi in grado di assicurare coerenza e complementarità ai rispettivi processi di pianificazione. La cooperazione tanto declamata UE-NATO non ha facilitato una coerenza nella produzione, né ha diminuito il livello di frammentazione e duplicazione industriale e produttiva. Chi invece si è mostrato autenticamente capace di difendere i propri interessi, basti guardare l’aumento dei fatturati aziendali, è l’Associazione europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa che scrive: “L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia segna un cambio di paradigma nella sicurezza europea, minacciando l'ordine internazionale basato sulle regole e riportando la guerra su larga scala nel continente. Di conseguenza, l'Europa deve urgentemente rafforzare la sua capacità di difendere i suoi cittadini e i suoi valori. La base tecnologica e industriale di difesa europea è fondamentale per sviluppare, produrre e supportare l'equipaggiamento che sostiene questa capacità” [13] . Esportazione, importazione e controlli sul commercio delle armi Obiettivo della difesa europea è consolidare la domanda e migliorare l’offerta nel mercato a favore delle sue imprese. La loro competitività si misura in campo internazionale e conferma il peso delle esportazioni sul fatturato. Tuttavia, mettere in relazione diretta competitività ed esportazioni per consolidare la domanda e migliorare l’offerta nel mercato, significa aumentare le spese militari. In una Europa avviata verso una forte militarizzazione, il tema dell’esportazione dei materiali d'armamento diviene strumento importante da rivedere. Secondo EDIS la mancanza di prevedibilità del volume della domanda, impedisce ai fornitori europei di realizzare economie di scala costringendoli a fare affidamento sulle esportazioni per rimanere redditizi. Altri, tra i quali il governo italiano, colpevolizzano le limitate opportunità di esportazione causate dalla frammentazione delle norme UE che porta a ridurre le quantità, e quindi all’aumento dei costi unitari. Per tutti il risultato è la compromissione dell’integrazione del mercato delle armi. Lo stato attuale dell'industria della difesa: Secondo i dati dell’Associazione europea delle industrie aerospaziali e della difesa (ASD) [13], nel 2023 l’industria europea della difesa ha generato un fatturato di 158,8 miliardi di euro (+16,9% rispetto al 2022). Crescita dovuta ai settori aeronautica militare, navale e terrestre, con tassi di crescita rispettivamente del 15,8%, 17,7% e 17,7% Nel report pubblicato a novembre 2023, si sottolinea che l’aumento del fatturato è diretta conseguenza del sostegno all’Ucraina e alla decisione di rafforzare la base industriale. Di seguito si riportano i dati relativi alle esportazioni militari ASD (la differenza nel calcolo totale dipende dalla rappresentanza in ASD dei paesi europei/non europei): Nel 2023 il settore dell’aeronautica militare europea ha registrato un fatturato di 64,8 miliardi di euro, pari al 40% del fatturato totale del settore difesa ASD. L'occupazione in questo settore è rimasta stabile a 217.000 posti di lavoro di cui circa 17.700 ne sono stati aggiunti nel 2023. Il fatturato nel settore terrestre (56,2MLD pari al 35% del totale) e navale (37,9MLD pari al 24%) è stato di 94 miliardi di euro, con una crescita del 17,7% rispetto all'anno precedente. Impiega 364.000 lavoratori con un aumento dell'8,9% rispetto al 2022 e rappresenta il 63% del totale dell’industria della difesa. Le esportazioni dell’aerospazio e difesa (civile + militare) sono aumentate del 12,1% su base annua raggiungendo 164,2 miliardi di euro nel 2023. L’aeronautica civile rappresenta il 65% del totale delle esportazioni. Il settore della difesa e dello spazio il restante 35%. Le esportazioni all'interno del settore civile hanno registrato una crescita del 11,7% nel 2023, per un totale di 106,9 miliardi di euro. Le esportazioni militari hanno raggiunto il 57,4 miliardi di euro, in crescita del 12,6%. Il rapporto sul commercio di armamenti nel mondo, realizzato dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), oltre che quantificare la percentuale delle importazioni di armi europee, elenca i principali paesi importatori di armi nel periodo tra il 2019 e il 2023. Al primo posto si trova l’India (9,8% delle importazioni mondiali), a seguire l’Arabia Saudita (8,4%), il Qatar (7,6%), l’Ucraina (4,9%) e il Pakistan (4,3%). La Francia supera la Russia e diventa il secondo Paese esportatrice di armi nel mondo dopo gli Stati Uniti che hanno consegnato armi in 107 Paesi (+17%), una cifra record. In totale Stati Uniti ed Europa occidentale rappresentano il 72% del totale delle esportazioni di armi nell’ultimo quinquennio. I primi maggiori cinque Paesi esportatori sono, nell’ordine, Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Germania. L’Italia è al sesto posto con un aumento dell’86%. Nella tabella sottostante si riporta sia l’elenco dei paesi esportatori sia la percentuale dell’aumento. Notevole il risultato della Polonia che, pur essendo al quattordicesimo posto, registra un +1.138%. Decisamente importante è la possibilità immediata di verificare i relativi paesi importatori. Per l’Italia il primo paese importatore è il Qatar con un 27% sul totale delle esportazioni italiane, quindi segue l’Egitto con il 21% e infine il Kuwait con il 13%. I 25 maggiori esportatori di armi importanti e i loro principali destinatari, 2019-23 Le percentuali inferiori a 10 vengono arrotondate alla prima cifra decimale; le percentuali superiori a 10 vengono arrotondate ai numeri interi. Notevole il lavoro svolto allo scopo di prevedere le tendenze future nei trasferimenti di armi attraverso i dati sugli ordini e le negoziazioni finali degli ordini. Scrive il Sipri: “I dati sugli aerei da combattimento e sulle principali navi da guerra, che hanno un valore militare notevolmente elevato, sono particolarmente indicativi. Come mostra la tabella seguente, gli Stati Uniti continueranno a essere di gran lunga il maggiore esportatore di armi importanti oltre il 2023. Ciò che riserva il futuro per gli altri principali fornitori è meno certo, ma la Francia, che è diventata il secondo maggiore esportatore di armi al mondo nel 2019-23, ha anche un numero relativamente elevato di consegne in sospeso di aerei da combattimento e principali navi da guerra rispetto alla maggior parte degli altri fornitori” [14]. Guerra e crisi delle regole dei conflitti armati In un saggio pubblicato nella rivista Costituzionalismo.it, il professore ordinario di Diritto costituzionale Gaetano Azzariti, ha scritto, a proposito della cessione di materiali d'armamento alle autorità governative dell'Ucraina, che “I popoli e le legittime istituzioni ucraine che, in questo momento, combattono contro l’invasore hanno il diritto di difendersi anche “in armi”, esercitando quel “diritto naturale di autotutela individuale o collettiva” previsto all’articolo 51 della Carta Onu. Ai popoli e agli Stati non in guerra spetta un altro compito: quello di far cessare le ostilità, “porre fine al conflitto”, non invece alimentarlo”. [15] Il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’invasione da parte delle forze armate della Federazione russa del territorio dell’Ucraina, l’Unione europea decide di utilizzare il Fondo europeo per la pace (EPF) per supportare militarmente l’Ucraina. Il Fondo in realtà era stato creato nel 2021 per “consolidare la capacità dell'UE di prevenire i conflitti, costruire e preservare la pace nonché rafforzare la sicurezza e la stabilità internazionali”. Dal sito del Consiglio europeo si rileva che “tenuto conto del sostegno militare fornito dagli Stati membri dell'UE, si stima che il sostegno globale dell'UE all'esercito ucraino ammonti a 45,5 miliardi di EUR”. [16] Nel documento “Military assistance to Ukraine since the Russian” pubblicato a novembre dalla The House of Commons Library con sede nel UK Parliament, si riporta che l’Unione europea fornisce armi letali e non letali oltre che l’addestramento. Si sottolinea anche che per la prima volta nella sua storia l’UE ha approvato la fornitura di armi letali a un paese terzo e impegnato 11,1 miliardi di euro di finanziamenti EPF per il supporto militare all'Ucraina. Con l’aiuto fornito dai singoli Stati membri il sostegno complessivo della UE all'Ucraina è salito a 43,5 miliardi di euro. [17] Rispetto all’aiuto fornito dal governo italiano, il documento riporta le indicazioni di analisti che hanno stimato una cifra di circa 1 miliardo. La premier Meloni si è poi impegnata di aumentare il sostegno militare a Kiev nel 2025 e a fornire armi per un valore di 1,8 miliardi di dollari. Fra le armi letali, l’Italia ha fornito missili anticarro, missili terra-aria, mitragliatrici, munizioni, sistemi anti-IED, veicoli blindati, artiglieria semovente, il sistema di difesa aerea SAMPT. Al documento “Military assistance to Ukraine since the Russian” viene allegata copia di un accordo firmato dai premier Meloni e Zelenskyy per la cooperazione decennale in materia di sicurezza siglato con l’Ucraina a febbraio 2024 [18] . Israele, le violazioni del diritto internazionale e delle leggi sull’esportazione di armi Dopo circa 14 mesi dall’inizio di una guerra umanamente devastante, sono giunte dall’Aja, dalla Corte Penale Internazionale (CPI) e dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG), le prime condanne nei confronti dei responsabili accertati, in particolare chiamando in causa Israele. In un rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite presentato l’8 novembre 2024, si afferma che il 70% dei morti nella Striscia di Gaza tra novembre 2023 e aprile 2024 sono donne e bambini. Il 18 settembre 2024 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta una nuova risoluzione che chiede a Israele di "porre fine senza indugio alla sua presenza illegale nel Territorio palestinese occupato". La stessa risoluzione invita gli Stati a cessare la "fornitura o il trasferimento di armi, munizioni e attrezzature correlate a Israele in tutti i casi in cui vi siano ragionevoli motivi per sospettare che possano essere utilizzate nel Territorio palestinese occupato". Sulla base delle Convenzioni di Ginevra, in cui gli Stati si sono impegnati a rispettare e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario (DIU), e degli accordi regionali e internazionali sulla regolamentazione dei trasferimenti di armi, in Europa si sono intensificati appelli per un embargo sulla vendita di armi a Israele. Continuare a inviare armi vuol dire essere complici di potenziali crimini di guerra o contro l'umanità a Gaza [19]. Sempre secondo il SIPRI, tra il 2019 e il 2023 gli Stati Uniti hanno inviato armi per oltre due terzi (69 per cento) di tutte le armi vendute a Israele dall'estero, la Germania è la seconda fornitrice con il 30 per cento (il governo tedesco ha approvato 326,5 milioni di euro in armi a Israele nel 2023 e ha approvato solo 14,5 milioni di euro tra gennaio e metà agosto 2024), mentre l'Italia è terza con lo 0,9 per cento. Lo scorso anno le vendite di armi europee a Israele hanno raggiunto un valore di 326,5 milioni di euro, una percentuale 10 volte superiore rispetto al 2022. La maggior parte delle licenze di esportazione sono state concesse dopo gli attacchi del 7 ottobre. Tuttavia, sia il governo tedesco sia quello italiano, hanno dichiarato il falso. Nel mese di ottobre il governo tedesco aveva dichiarato di aver approvato esportazioni di armi verso Israele per un valore di 45 milioni di euro per l'intero anno fino al 13 ottobre, mentre nuovi dati mostrano che ha approvato esportazioni per un valore di 94 milioni di euro solo da agosto. [20] Secondo la Campaign Against Arms Trade (CAAT), un gruppo di pressione con sede nel Regno Unito, le esportazioni e le licenze di beni militari dall'Italia a Israele hanno raggiunto un valore di 17 milioni di euro nel 2022. Tra ottobre e dicembre 2023 sono state approvate esportazioni per circa 2,1 milioni di euro, nonostante le rassicurazioni del governo secondo cui le avrebbe bloccate in base alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi ai Paesi in guerra o ritenuti in violazione dei diritti umani. L’azienda Leonardo, in una nota inviata a Altreconomia, dichiara che l'Italia ha ufficialmente continuato a esportare materiale d'armamento a Israele: “per l’anno 2024 è previsto un valore complessivo di circa 7 milioni di euro per le attività di supporto logistico per la flotta di velivoli da addestramento M-346” [21]. Nell’altro fronte il Ministero della Difesa israeliano si vanta di aver esportato armi durante la guerra: solo nel 2023 le esportazioni israeliane di prodotti per la difesa hanno raggiunto la cifra di 13 miliardi di dollari. Le esportazioni sono state destinate all'Asia e alla regione del Pacifico (48%), all'Europa (35%), al Nord America (9%), all'America Latina (4%), ai paesi firmatari degli Accordi di Abramo (3%) e all'Africa (1%). I sistemi di difesa aerea hanno costituito il 36% di tali esportazioni, seguiti dai sistemi radar e di guerra elettronica (11%), dalle attrezzature di fuoco e di lancio (11%) e dai droni e dall'avionica (9%). Nel settembre 2023, poco prima dell'inizio della guerra, la Germania ha stipulato un accordo da 3,5 miliardi di dollari con Israele per acquistare il sofisticato sistema di difesa missilistica Arrow 3 che intercetta missili balistici a lungo raggio. È stato il più grande accordo di difesa mai stipulato da Israele che ha avuto l’approvazione degli Stati Uniti perché il sistema è stato sviluppato congiuntamente [22]. Per quanto riguarda l’Italia, dalla Relazione rilasciata annualmente dal Governo si evince che le importazioni definitive di materiale militare da Israele hanno raggiunto un valore di 31 milioni nel 2023, in netto aumento rispetto ai 9 milioni dell’anno precedente. Per i primi due trimestri del 2024 l’Istat ha calcolato un valore dell’import di poco superiore ai 16 milioni [23]. A fronte della crescente domanda globale, Israele ha deciso di allentare le regole sull'esportazione di armi, comprese quelle che hanno dimostrato la loro efficacia nelle guerre a Gaza e in Libano: "Stimiamo che ci sarà una forte domanda di armi israeliane nei prossimi anni, sicuramente per sistemi di difesa spaziale e aerea, veicoli aerei senza pilota, droni e altro, che hanno dimostrato le loro prestazioni durante la guerra, e dovremo consentire alle industrie di esaurire le opportunità di esportarli", ha affermato il capo del DECA, Racheli Chen. Una iniziativa, guidata dalla Defense Export Controls Agency (DECA), che riguarda la riduzione delle restrizioni governative sulle attività di marketing delle aziende del settore della difesa nei mercati internazionali [24]. Naturalmente Israele nega tutte le accuse di violazione del diritto internazionale, piuttosto rilancia denunciando di ipocrisia le ONG e gli Stati che chiedono l’embargo di armi nei suoi confronti [25]. Norme dell’UE in materia di controllo delle esportazioni di armi Una delle criticità delle norme europee in materia di controllo delle esportazioni di armi consiste nel farle rimanere di competenza nazionale, come prevede l'articolo 346 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea [26]. Tale disposizione vale anche per l'unico accordo regionale, la posizione comune 2008/944/PESC [27], che, sebbene sia uno strumento giuridicamente vincolante che ha introdotto i fondamenti di un approccio comune al controllo delle esportazioni di armi convenzionali, manca tuttavia di un sistema unificato che ne accerti il rispetto dei criteri: l’attuazione della disposizione è, infatti, rimessa ad ogni singolo Stato membro. Altra criticità è l’assenza di un meccanismo sanzionatorio. Dopodiché, nell’ottica di accrescere la trasparenza, ciascuno Stato membro che esporta tecnologia o attrezzature deve pubblicare una relazione sulle sue esportazioni in conformità con la propria legislazione nazionale. Inoltre, devono anche fornire informazioni ai fini delle relazioni annuali dell'UE sulle esportazioni di armi. Queste relazioni conterranno i dati forniti dagli Stati membri sul valore finanziario delle licenze di esportazione di armi autorizzate e sulle esportazioni di armi effettive, ripartite per destinazione e categorie dell'elenco di attrezzature militari dell'UE. Inoltre, devono essere riportate le informazioni sulle licenze rifiutate e sui criteri che hanno portato a tale rifiuto. Nell’aprile del 2013, grazie alle pressioni delle organizzazioni non governative e dell’opinione pubblica mondiale, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (AG) ha adottato, tramite voto, il Trattato internazionale sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty, ATT). Entrato in vigore nel dicembre 2014, lo scopo del Trattato è quello di rendere più stringente e trasparente la regolamentazione del commercio internazionale di armi, anche per prevenire ed eliminare il commercio illegale [28]. Questa normativa chiede ai paesi esportatori di effettuare una valutazione dei rischi prima di procedere all’esportazione di armi come quello di violazione dei diritti umani nel paese di destinazione, o il possibile impatto negativo sulla stabilità interna e regionale. Ancora una volta, voce inascoltata, si scrive che “il trattato può così impedire che le armi arrivino nelle mani sbagliate, riducendo la sofferenza umana e contribuendo alla pace, alla sicurezza e alla stabilità internazionali”. Poi si aggiunge, di nuovo, che i paesi devono presentare annualmente una relazione relativa alle esportazioni e importazioni di armi per migliorare la trasparenza. In entrambi i testi si possono evidenziare due aspetti: il Trattato non impone un divieto assoluto di trasferimento, ma una mera valutazione del rischio, infine si conferma la mancanza di un controllo centralizzato che permetterebbe l’applicazione uniforme dei criteri. Forse perché affidarlo ai singoli Stati significa poter eludere responsabilità in mancanza di sanzioni. Nel Trattato non sono inclusi i prodotti “a duplice uso” (ovvero quelli destinati ad uso civile ma che possono essere impiegati anche in attività di tipo militare), viceversa disciplinati a livello europeo dal regolamento (CE) 428/2009 che istituisce un sistema uniforme per l’esportazione di tali beni. [29] Nell’agosto 2023, alcuni ministri del governo italiano si fanno portavoce delle richieste dell’industria bellica nazionale presentando un disegno di legge per la modifica della legge 185/90 sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Il disegno di legge è già stato approvato il 21 febbraio 2024 al Senato. In sostanza il provvedimento chiede l’accentramento di tutte le decisioni riguardanti lo scambio di materiali di armamento presso il Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (CISD), ovvero: il compito di applicare i divieti che non derivino da obblighi internazionali; modificare il contenuto e la tempistica della relazione annuale; semplificare il procedimento per i trasferimenti di materiali nell’Unione europea; ampliare il termine per la presentazione della documentazione inerente i trasferimenti; chiarire che gli obblighi di comunicazione delle transazioni bancarie incombano sulle banche e sugli intermediari finanziari; eliminare dalla relazione il capitolo sull'attività degli istituti di credito. [30] Modifiche caldeggiate da lungo tempo dai vari presidenti dell'Aiad (Federazione Aziende Italiane per l'Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). L’attuale presidente, Giuseppe Cossiga, successore del ministro della difesa Guido Crosetto, dopo aver elencato tutti i meriti dell’industria della difesa, sottolinea che l’esportazione degli armamenti è una scelta di politica estera del governo, quindi, solo il governo può decidere i tempi e le modalità riguardanti le esportazioni. In un rapporto stilato da grandi aziende del settore della difesa europea, centri studi e da un gruppo di esperti della Commissione europea sulle politiche e i programmi rilevanti per la difesa dell’UE, si accusa i governi di non sostenere finanziariamente i progetti in una prospettiva a lungo termine. In sostanza le aziende chiedono che non siano finanziate solo le fasi di ricerca e sviluppo, ma anche “una percentuale maggiore di progetti nelle fasi più avanzate (prototipo e/o piena capacità operativa)” [31]. Risulta evidente la commistione fra industria e rappresentanti della Commissione europea per forzare i governi nazionali al cofinanziamento di progetti. Ai rappresentanti dell’industria interessa non solo un mercato europeo sempre più fiorente grazie alle guerre, ma ancora di più la libertà di esportare su quello internazionale, consapevoli che è aumentata anche per loro una concorrenza. Uniti per chiedere finanziamenti, agguerriti competitori quando si tratta di vincere gare d’appalto e commesse: lo si è visto nella competizione fra Embraer, Airbus Defense e Lockheed Martin per assicurarsi gli appalti dell’aviazione indiana; oppure per il contratto di US Navy per la quinta e la sesta fregata del programma “Constellation” poi vinto da Fincantieri Marinette Marine (FMM); o ancora, può accadere che un’azienda come Lockheed Martin si ritiri dalla competizione per i nuovi aerei cisterna della Us Air Force, abbandonando il partner Airbus per far vincere il KC-46 di Boeing. Nel documento di Mediobanca “The Defense Era: capital and innovation in the current geopolitical cycle”, dopo l’affermazione che la difesa è un bene pubblico in quanto ha un ritorno egualitario per tutti (dimenticando che per aumentare le spese militari si drena denaro pubblico impoverendo chi è escluso dalla distribuzione di privilegi corporativi), si stila una classifica dell’industria europea per giro d’affari: al primo posto c’è la britannica Bae Systems (€25,8mld) e a seguire Airbus (€11,8mld), Leonardo (€11,5mld), Thales (€10,1mld) e Rheinmetall (€5,1mld) e Fincantieri (€2,0mld) che si trova al 13esimo posto. Nella classifica mondiale le prime cinque posizioni sono occupate dai colossi statunitensi. Da soli concentrano oltre la metà del giro d’affari generato dal core business Difesa: Lockheed Martin (€55,0mld nel 2023), RTX (€36,8mld), Boeing (€31,0mld), Northrop Grumman (€30,6mld) e General Dynamics (€26,8mld). In questa classifica Leonardo è al nono posto e Fincantieri è in 31esima posizione[32]. Questa classifica manca di rilevare il peso dei colossi del web negli affari militari. Che il loro potere non possa essere ignorato viene rilevato dalla multinazionale italiana Leonardo che li giudica ed elenca come grandi e nuovi competitor “non convenzionali”: Amazon, IBM, Google, Microsoft e Spacex. Con loro l’a.d. Roberto Cingolani punta a creare alleanze: “Unire le forze è l’unico modo per sostenere la sfida con i colossi nati dall’idea e dai mezzi di uomini-Stato come Elon Musk, Jeff Bezos e Bill Gates che, individualmente, hanno ricchezze superiori al Pil della Grecia” [33]. È opportuno ricordare che l’azionariato di gran parte dei colossi europei è in mano a gruppi finanziari statunitensi. La rivista Valori riporta come “tra gli azionisti ci sono nomi che suonano molto familiari. Cioè BlackRock, Vanguard, Fidelity Investments, Wellington Management e Capital Group, i più grandi fondi d’investimento statunitensi, che comprano indistintamente quote delle aziende belliche del Vecchio Continente e delle loro concorrenti d’oltreoceano” [34]. Dal bilancio presentato da Leonardo sappiamo che il 50,3% dell’azionariato è in mano a investitori istituzionali di cui il 57% è del Nord America. È notizia di qualche mese fa che il governo Meloni ha autorizzato BlackRock a superare la soglia del 3% in Leonardo, facendo del fondo americano l’unico azionista privato con tale quota [35]. Conclusioni In una situazione che riflette il ritorno delle grandi potenze che competono per l’influenza sulla scena globale, ci si aspetterebbe una Europa capace di porsi come spazio alternativo alle tensioni maturate fra Russia e Stati Uniti. L’instabilità mondiale sta mettendo a rischio la tenuta degli Stati. Più crisi si sono combinate innescando conflitti sociali e militari: dalle crisi economico-finanziarie alle crisi del diritto e dei diritti, dai trattati sul disarmo alla rottura del vecchio ordine mondiale. Si è entrati in una fase di transizione che si concluderà con una nuova configurazione del potere globale. In questo caos l’Europa si è arroccata attorno agli Stati Uniti e alla Nato accettando la soluzione di un cieco riarmo accelerato, allontanando la possibilità di sostenere una propria strategia. L’arcimiliardario transumanista Elon Musk, fondatore di SpaceX e cofondatore di Neuralink e OpenAI, amministratore delegato della multinazionale automobilistica Tesla e proprietario di X (Twitter), capo del nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge) e consigliere del presidente eletto Donald Trump, ha definito così tutti quei paesi europei che si sono accodati alla produzione del caccia statunitense F-35 dai costi stratosferici: “Nel frattempo, alcuni idioti stanno ancora costruendo jet da combattimento con equipaggio come l’F-35” [36]. Un giudizio che può valere anche per chi sostiene che bisogna prepararsi alla guerra. Note [1] Pierre Haski, L’impossibile politica estera comune dell’Europa , Internazionale.it , 13.09.2024. [ https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2024/09/13/politica-estera-unione-europa ] [2] Everts S., Bojan Z. The ideas for the new team. How the Eu can navigate a power political world , Euss European Union Institute for Security Studies, n.185, 2024 [ https://www.iss.europa.eu/sites/default/files/EUISSFiles/CP_185.pdf ] [3] Annual Progress Report on the Implementation of the Strategic Compass for Security and Defence. Report of the High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy to the Council, 2024 [ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/strategic-compass/ ] [4] European Commision. Conclusioni adottate dal Consiglio europeoa seguito di uno scambio di opinioni con il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres in merito alla situazione geopolitica e alle principali sfide globali. Bruxelles, 22 marzo 2024 [ https://www.consilium.europa.eu/media/70898/euco-conclusions-2122032024-it.pdf ] [5] Articolo 42 del Trattato di Lisbona. 09/05/2008 : [ https://eur-lex.europa.eu/legal-content/it/TXT/HTML/?uri=celex%3A12008M042 ] [6] Mario Draghi delivers his report on the future of European competitiveness to President von der Leyen, 09/09/2024 [ https://audiovisual.ec.europa.eu/en/topnews/M-009665 ] [7] Baronio F., European Defence Industry Lobbying in Brussels. Inoflash Finabel, November 2023 https://finabel.org/wp-content/uploads/2023/11/IF-PDFs-3.pdf [8] European Defence Industrial Strategy [ https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/edis-our-common-defence-industrial-strategy_en ] [9] Tria G., Se le guerre militari stanno oscurando le guerre commerciali . Il sole 24ore, 3 marzo 2024. [ https://www.ilsole24ore.com/art/se-guerre-militari-stanno-oscurando-guerre-commerciali-AFJQC9tC ] [10] European Defence Improvement Program [ https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/edip-future-defence_en ] [11] https://www.asd-europe.org/our-industry/defence/why-do-we-need-a-european-defence-industry/ [12] European Commision. A new European Defence Industrial Strategy: Achieving EU readiness through a responsive and resilient European Defence Industry. European Commision. Bruxelles, 5 marzo 2024. [ https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A52024JC0010 ] [13] https://www.asd-europe.org/news-media/facts-figures/defence/ [14] Wezeman P. D., Djokic K., George M., Hussain Z., Wezeman S. T. Trends in international arms transfers, 2023 . Sipri Fact Sheet, Marzo 2024 [ https://www.sipri.org/sites/default/files/2024-03/fs_2403_at_2023.pdf ] [15] Azzariti G., La Costituzione rimossa. Editoriale Scientifica, Fascicolo 1, 2022 [ https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/1-2022-1-Azzariti.pdf ] [16] Consiglio europeo: sostegno militare dell'Ue all'Ucraina [ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/military-support-ukraine/ ] [17] Uk Parliament. Military assistance to Ukraine February 2022 to January 2025, Published Tuesday, 14 January, 2025 [ https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/cbp-9477/ ] [18] Accordo Italia-Ucraina [ https://www.governo.it/sites/governo.it/files/Accordo_Italia-Ucraina_20240224.pdf ] [19] I rapporti tra Unione europea e Israele non possono continuare “come se niente fosse”, amnesty International, 28 agosto 2024 [ https://www.amnesty.it/i-rapporti-tra-unione-europea-e-israele-non-possono-continuare-come-se-niente-fosse/ ], Mared G. J.,, Are European countries still supplying arms to Israel? https://www.euronews.com/my-europe/2024/10/09/are-european-countries-still-supplying-arms-to-israel [20] Zain H., How top arms exporters have responded to the war in Gaza. Sipri , 3 Ottobre 2024 https://www.sipri.org/commentary/topical-backgrounder/2024/how-top-arms-exporters-have-responded-war-gaza https://www.euronews.com/my-europe/2024/10/24/german-arms-exports-to-israel-increase-despite-export-ban-rumours [21] Campaign Against Arms Trade, London https://caat.org.uk/data/exports-eu/overview?origin=italy&destination=israel&year_from=2022&year_to=2022 , Facchinini D., Le forniture di Leonardo a Israele dopo il 7 ottobre. Smentito il governo. Altraeconomia, 1 ottobre 2024 https://altreconomia.it/le-forniture-di-leonardo-a-israele-dopo-il-7-ottobre-smentito-il-governo/ [22] Israeli defense exports hit record $13b in 2023. JNS, 17 giugno 2024 https://www.jns.org/israeli-defense-exports-hit-record-13b-in-2023/ [23] D'aprile F., L’Ue continua a comprare armi israeliane (anche quelle testate sui civili a Gaza): a metà 2024 l’Italia ha importato quanto tutto il 2023 , Il fatto Quotidiano, 29 novembre 2024 https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/29/ue-compra-armi-israeliane-testate-sui-civili-gaza-nei-primi-6-mesi-del-2024-italia-importa-quanto-tutto-2023/7783596/ [24] Azulai Y., Israel to relax arms export rules amid surging global demand. Ctec, 4 dicembre 2024 https://www.calcalistech.com/ctechnews/article/v9m8jzmmp [25] Deutsch O., NGOs calling for Israeli arms embargo are dangerous and hypocritical. JNS, 29 NOVEMBRE 2024 https://www.jns.org/ngos-calling-for-israeli-arms-embargo-are-dangerous-and-hypocritical/ [26] Trattato sul funzionamento dell'Unione Eropea, 26/10/2012 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:12012E/TXT [27] Atti adottati a norma del titolo V del trattato UE, 13/12/2008 https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:335:0099:0103:it:PDF [28] United Nations, The Arms Trade Treaty. https://unoda-web.s3.amazonaws.com/wp-content/uploads/2013/06/English7.pdf [29] REGOLAMENTO (CE) N. 428/2009 del Consiglio Europeo del 5 maggio 2009 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:02009R0428-20211007&qid=1680531956412&from=it [30] Modifiche alla legge 9 luglio 1990, n. 185, recante nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, Senato della Repubblica Italiana, 11/05/2025 https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/57435.pdf [31] https://ec.europa.eu/transparency/expert-groups-register/screen/expert-groups/consult?lang=en&fromMainGroup=true&groupID=102132 [32] The Defense Era: capital and innovation in the current geopolitical cycle, Area Studi Mediobanca, 2024 https://www.areastudimediobanca.com/it/product/report-difesa-sistema-difesa-nel-mondo-e-italia-ed-2024 [33] Bertolino F., Polizzi D., Leonardo, il ceo Cingolani, Avanti con le alleanze in Europa, il piano cambia a marzo. Corriere della sera, 27 ottobre 2024 https://www.corriere.it/economia/finanza/24_ottobre_27/leonardo-il-ceo-cingolani-avanti-con-le-alleanze-in-europa-il-piano-cambia-a-marzo-7a048359-4a67-49b6-a726-bb1b4a665xlk.shtml [34 ]Neri V., L’industria militare europea è nelle mani dei soliti noti . Valori, 7 aprile 2022 https://valori.it/industria-militare-europea-fondi-usa/ [35] Galbiati W., Meloni e quell’invito esclusivo a Blackrock nella stanza dei bottoni, La Repubblica, 2 ottobre 2024 https://www.repubblica.it/economia/rubriche/outlook/2024/10/02/news/meloni_e_quell_invito_esclusivo_a_blackrock_nella_stanza_dei_bottoni-423530777/ [36] Ma J., Elon Musk attacca i caccia F-35 schierandosi a favore dei droni. Fortune Italia, 25 novembre 2024 https://www.fortuneita.com/2024/11/25/elon-musk-attacca-i-caccia-f-35-schierandosi-a-favore-dei-droni/
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Alternative alla morte: Tracey Emin «so real in the dark» Tracey Emin Simona La Neve delinea il ritratto di Tracey Emin, un’artista britannica classe 1963. Emin attraverso le sue opere racconta le sue scelte, i suoi traumi, gli abusi, i dolori e le cicatrici dell’anima. Il suo corpo è il suo espediente narrativo. Dagli anni 2000 a oggi - descrive La Neve - l’uso smisurato del «femminile» nelle sue opere da autobiografico diviene sempre più universale. Sopravvissuta a gravi problemi di salute, Emin, dal 2011, è professoressa di disegno presso la Royal Academy di Londra Tintinnio di monete, banconote raschiate dal pavimento e gambe divaricate. L’istantanea polaroid I’ve got il all (2000) mostra l’artista britannica Tracey Emin (1963) su un pavimento rosso scarlatto mentre, come una mitologica Danae, si fa attraversare da una pioggia d’oro in un’annunciazione di grazia e squallore. È l’autoritratto, il nudo straziante e la carne a permettere a Emin di decodificare, tramite la sua arte, il mondo che viviamo. Racconta se stessa in ogni sua scelta privata, indissolubilmente legata a quelle della sua pratica artistica. Colla nelle pieghe dei polpastrelli di un corpo già da giovanissimo straziato. Storie di abusi, dolore e cicatrici dell’anima che vengono da lei trasformate nel suo ardere d’arte. Studia incisione a Maidstone e poi pittura al Royal College of Art di Londra. Capelli corti sulle orecchie, sguardo da rocker e un corpo mozzafiato che quando sembra non essere abbastanza, subito dopo la laurea, è segnato da due aborti di cui avrà l’audacia di raccontare come «alternative al suicidio» [1] . E nonostante sia nota per le sue opere più irriverenti e anticonformiste, quando era già parte del chiassoso gruppo di artisti Young British, la sua storia è un percorso di consapevolezza della soglia tra la vita e la morte, fin dagli anni Ottanta. I Simple Minds ancora tuonavano «Love’s strange, so real in the dark», mentre Emin radicava quel suo personale rapporto con il significato della parola «fine» in tentativi sparuti di eutanasie alla sua arte. Prima, in quello che lei oggi chiama «suicidio emotivo». Sei anni in cui smette di dipingere distruggendo tutti i lavori realizzati fino ad allora – a contribuire c’è una vita disordinata che non sa dove andare, la nausea causata sia dall’odore dell’olio che da quel tanfo della trementina. E poi, nel 1993 decide di esporre in quella che lei stessa definisce un’insolita prima retrospettiva. La chiama My Major retrospective 1963-1993 anziché una proclamazione dell’inizio della sua carriera, presso la galleria White Cube. Un assemblaggio di oggetti accumulati negli anni e vecchie foto come soggetti unici. Nessun dipinto. Tutto ciò che Emin può fare per esprimersi in una vita londinese di primi anni Novanta, passa invece spesso per la scrittura traducibile con stoffa, neon o carta. Exploration of the Soul nel 1994 è tra altri suoi testi, matita, carta e orrore, nel rivelare per iscritto la possibilità di sopravvivere dal giorno in cui è nata, a quello in cui le fu strappata la verginità con la forza. Al contempo, proprio in quegli anni raggiunge la fama con le sue installazioni da bad girl. Nel 1995 presenta l’opera Everyone I have Ever Slept With 1963-1995 in cui cuce lettere alfabetiche da unire per creare una rete ammiccante di nomi, in un atto linguistico radicalmente pubblico. My Bed (1998) è poi l’altra iconica opera – dal 2015 inclusa nelle mostre In focus alla Tate Britain, accanto a Francis Bacon. Il suo letto ha lenzuola sfatte che si presentano macchiate di secrezioni corporee, un pavimento disseminato di preservativi, cicche di sigaretta e biancheria intima sporca sparsa qua e là. Tutto è funzionale a narrare questo periodo, ma il ritmo del suo operato era già cambiato da almeno due anni. Nel 1996 si proponeva nuda nella galleria d’arte per ben tre settimane – la distanza tra un ciclo e un altro – in una performance intensa dal titolo Exorcism of the last painting I ever made. Annunciava così il suo atto di riappropriazione della pittura nel riconquistarla come mezzo espressivo. Pennellate, testi e macchie del corpo possono essere ora esposte e ammirate dal visitatore che tramite spioncini, ha accesso a una vista assicurata su quella soggettività estraniante. Ma se qualcuno vede in questo atto una riproposizione femminista di quell’Etant donnés (1966) di Duchamp, seppur nel disequilibrio di sguardi, è invece nella direzione del corpo come timone della vita, che dobbiamo soffermarci. «Ora la pittura è nel mio sangue, fa parte di me, scorre in me tanto quanto il disegno. Ma mi ci è voluto tutto questo tempo per capirlo davvero e fino in fondo» [2] . La storia di Emin, nel 2011 nominata professoressa di disegno presso la Royal Academy, è quella di una donna che non può più fare a meno della materia, della pittura, dell’incisione, dei ricami, installazioni e neon. Queste sinuose calligrafie lucenti sono invero parte del suo linguaggio dagli anni Novanta, si caricano oggi di protagonismi inaspettati quando dominano gli spazi pubblici come per Sex and Solitude (2025) nell’accesso di Palazzo Strozzi a Firenze. Tutte le arti la possiedono e le permettono di esprimersi con estrema varietà e, più di ogni altra cosa, fuori dal tempo. L’opera The Doors (2003) è probabilmente uno degli esempi più evidenti: 45 ritratti di donne incorniciate in formelle di bronzo che paiano rinascimentali, seppur in una grafia insolita e che Emin definisce «comuni». Un cambiamento visibile dagli anni 2000 a oggi, è proprio nell’uso smisurato del «femminile» che da autobiografico diviene al contempo sempre più universale. Le sculture di bronzo siglano infatti, sia il suo graduale processo artistico che la volontà e il desiderio di andare oltre il machismo dell’arte pubblica, imponendo invece una certa femminilità ed eleganza. Si eleva dagli spazi privati con piccole sculture «chiuse» dentro le gallerie o, «disperse» con delicatezza negli spazi urbani come in Baby Things (2002), al tentativo invece di abbracciare la città offrendoci nove metri di maternità. È The mother (2022) in cui Emin è sia intima che maestosa di fronte al museo di arte nel porto di Oslo. Fa emergere il bronzo come materia duttile le cui forme sono siglate dalle sue impronte, ponendosi in relazione con due dei suoi principali riferimenti: Edvard Munch ed Egon Schiele. Con la forza ispiratrice e il livore di una maga guaritrice lei narra l’arte, il dolore e il piacere di esserci, con tutto quello che ciò implica. E lei c’è, la vediamo Tracey nelle sue alternative alla morte mentre ci appare testimone, dea sacrificale che racconta l’ambiguità della nostra esistenza tramite la sua. Pelle contro pelle, nel suo carattere etico ed estetico, finanche nel routinario esporsi dei suoi post di Instagram, così riservati ed essenziali nel mostrare il suo lavoro artistico e così esplosivo nei selfie scattati durante la sua lotta al cancro. Coesistono in lei castità ed eros, iconografia cristiana e ateismo, isolamento e condivisione, buio e onorificenze. Dichiara: «La maggior parte delle persone dopo tutte le operazioni che ho subito – isterectomia, parte dell’intestino, della vescica – muore, e io invece sono qui» [3] . E mentre nella sua pittura è sempre più evidente la capacità di nascondere in un’unica immagine figurativa la mimetizzazione dell’altro da se, Tracey è un’Antigone contemporanea che commette il crimine di raccontare i tabù e trionfa nell’audacia di ammettere di averli commessi [4] . In un’epoca in cui la parola acquisisce un ambiguo scardinamento dal reale al visivo, è forse questo che vuole essere il suo più crudo contributo? La parola schietta come atto linguistico e strategia, il «dire» e il «mostrare» come alternativa alla morte. In quella che pare una dichiarazione d’intenti afferma: «Non voglio vivere con il rancore, non voglio vivere con l’odio e la paura» [5] . L’attivismo che dimostra è quello di un’insolita diva che non viene mai censurata o zittita. Pare in ogni suo gesto chiederci, in una eterogeneità di tecniche e mezzi artistici che diventano metafore visive: «C’è davvero altro che possiamo vedere intorno a noi?». Oltre alla malattia, oltre al dolore? Ancora una volta l’arte nel suo esperire contenuti tramite dee sacrificali, ci mostra lo specchio dell’oggi: sangue e corpi in un ridondante urlo di dolore e patinato silenzio. Ce ne faremo qualcosa? Intanto grazie Emin. Qualcuno di noi ti ama. Note [1] Emin T., Sex and solitude , catalogo della mostra a Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze, Marsilio Arte, 2025, p. 34. [2] Ivi, p. 33.3 [3] Pon A., Tracey Emin, La nuda verità , Elle, Arte, 14 marzo 2025. [4] Butler J., La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte , Bollati Boringhieri, Torino, p. 52. [5] Emin T., Sex and solitude , catalogo della mostra a Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze, Marsilio Arte, 2025, p. 31. Simona La Neve (1985), art researcher e docente, dopo studi in architettura si specializza alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano con una tesi conservata oggi all’archivio del Mart di Trento e Rovereto. Ha svolto ricerche e progetti curatoriali anche in ambito istituzionale (Inu, Roma; Politecnico, Milano; Bocsart, Cosenza). Si occupa oggi principalmente di scrittura come pratica artistica di resistenza empirica, endogena ed esogena. È suo tra altri, il saggio per i cinquant’anni di Vogliamo tutto di Nanni Balestrini («il manifesto», 19 maggio 2021).
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Il falcone maltese # 2: La nascita dell’industria culturale. Tra industria e mito Roberto Gelini Continua il piccolo viaggio di Mauro Trotta nella letteratura noir. La crime story che ci appassiona in tante serie tv di successo, ha origini nell‘800 dentro quel capitalismo industriale che sconvolge le principali città europee. Nasce proprio a Parigi e gli investigatori, cercando i colpevoli, raccontano la nuova società e tutte le sue crudeltà: il delitto è una forma di conflitto sociale e va al di là del bene e del male. In questa seconda puntata, Trotta spiega come dalla capacità di immaginare possibili scenari del primo detective della letteratura, Auguste Dupin, si passa a Sherlock Holmes. L’investigatore inglese sostituisce il virtuosismo dell’artista o dell’artigiano con il dominio della tecnica basata sulla scienza. Come Allan Poe che non contemplava repressione, Holmes ha una scarsa considerazione della polizia che fallisce in quanto troppo convenzionale La figura centrale all’interno del romanzo poliziesco diventa, fin da subito, quella dell’investigatore. È lui il protagonista, l’eroe, il soggetto che vive le vicende che lo porteranno alla risoluzione del caso, all’identificazione dell’assassino. E se il primo detective della storia del giallo è Auguste Dupin, quello che senza dubbio è arrivato ad incarnare questa figura diventando l’investigatore per antonomasia è Sherlock Holmes. Certo, la figura di Holmes appare molto più caratterizzata di quella di Dupin. Del resto, quest’ultimo è apparso soltanto in tre racconti, mentre l’inquilino del 221B di Baker Street, oltre ai quattro romanzi e 56 racconti scritti da Conan Doyle, è stato ed è protagonista di innumerevoli altri libri, romanzi, racconti, opere teatrali e cinematografiche, fumetti e videogiochi. Insomma si tratta di un’icona a livello planetario. In ogni caso, però, la creatura di Arthur Conan Doyle ha preso molto dal personaggio di Edgar Allan Poe: entrambi vivono con un coinquilino che è il narratore delle loro avventure, entrambi conducono un’esistenza abbastanza appartata e si mettono in moto soltanto quando decidono di occuparsi di un caso che, oltre tutto, deve colpirli, solleticare il loro interesse. Entrambi, poi, usano le proprie facoltà intellettive per arrivare alla soluzione dei delitti affrontati. Mentre, però, nel caso del detective francese sembra essere la fantasia, l’immaginazione – certo accoppiata all’analisi rigorosa – a consentire la soluzione delle inchieste, per Holmes tutto, invece, è legato all’utilizzo del metodo scientifico. È il ragionamento, la deduzione come la chiama Conan Doyle, l’analisi dei particolari indizi per arrivare al quadro generale (il ragionamento induttivo, insomma) a permettere di arrivare al quadro generale e scoprire la verità. Cosa è successo? In pratica sono passati neanche 50 anni tra l’esordio di Dupin e il debutto di Holmes in Uno studio in rosso del 1887. Sono avvenuti cambiamenti epocali, di cui questa piccola, a prima vista trascurabile differenza nella concezione del lavoro di indagine del detective è una spia significativa. L’avvento, soprattutto in Inghilterra, del sistema industriale modifica tutto. Nasce l’industria culturale. La cultura di massa si afferma costruendo le proprie regole, i propri modi di funzionamento. Al virtuosismo dell’artista o dell’artigiano si va sostituendo il dominio della tecnica basata sulla scienza. Ma, anche se si vanno affermando nuovi modelli culturali ed artistici, nascono nuove forme di comunicazione e di intrattenimento, si va costruendo un nuovo immaginario collettivo, parallelamente la vecchia talpa, per dirla con Marx, continua a scavare. Sotto la superficie si muovono elementi di resistenza ai nuovi rapporti capitalistici, emergono segnali di contrasto e di lotta alla nuova realtà che va affermandosi. Insomma, la fantasia non è al potere, ma comunque gioca le sue carte all’interno del conflitto politico e culturale che è in atto e va sempre più affermandosi. La figura di Sherlock Holmes gode fin da subito di un immediato e travolgente successo. La sua ascesa, all’interno dell’immaginario collettivo, può essere considerata quasi una perfetta rappresentazione della nascita dell’industria culturale. Vengono, infatti, stabiliti una serie di elementi fondanti della nascente fabbrica dell’entertainment, oltre a sancire l’importanza del genere poliziesco all’interno di tale sistema. Un sistema che vede la partecipazione di tutti i differenti canali di comunicazione: dalla letteratura al teatro, poi al cinema, alla radio, alla televisione, al fumetto, ai videogames. E Holmes sarà presente in tutti questi media. Anzi, alcuni degli elementi che più caratterizzano il detective di Baker Street non vengono dai libri. Così l’espressione «elementare, Watson», la caratteristica pipa ricurva o il cappellino da cacciatore, il deerstalker, nascono a teatro e vengono ripresi nelle illustrazioni e al cinema. Fondamentale, poi, è l’utilizzo della serialità, ovvero la produzione di una serie di opere, potenzialmente infinita, con la presenza del protagonista. Ma anche con la riproduzione di una serie di elementi, sempre gli stessi, come la coppia Holmes Watson, il delitto, il metodo di indagine e ben presto anche l’avvento di un arcinemico, il professor Moriarty, che instaura una nuova coppia con Holmes, e così via. Elementi, questi, che garantiscono al fruitore il piacere dato dalla ripetizione di forme conosciute, rassicuranti, all’interno di un quadro caratterizzato dal nuovo, dall’inaspettato, ovvero dal crimine e dall’esistenza di un colpevole. Ma la serialità è anche espressione del nuovo quadro socio-economico caratterizzato dall’avvento dell’industria. Non a caso la produzione industriale è seriale, si producono in serie merci che creano un proprio pubblico. Ed il rapporto di Holmes con il suo pubblico è un altro elemento fondamentale. La gente si scopre legata al brand – diremmo oggi – Sherlock Holmes. Tanto che quando il suo creatore decide di farlo morire in un ultimo scontro con Moriarty, il pubblico si ribella e Conan Doyle è costretto a resuscitare la propria creatura. Allora il personaggio diventa mito, mito d’oggi. Del resto lo star system hollywoodiano, che tra un po’ vedrà la luce, si muoverà sempre tra l’industria e il mito. E l’espressione «industria culturale» non vede forse insieme le parole industria e cultura? Siamo forse agli albori del tentativo da parte del capitale di mettere al lavoro non solo i corpi, ma anche le menti? Insomma, prime prove del frammento marxiano sul general intellect? Intanto, però, elementi di resistenza sono rintracciabili nella figura del grande detective. L’uso della cocaina, ad esempio. Certo all’epoca non era vietata, però… Oppure l’avere come alleati i cosiddetti Irregolari di Baker Street, di sicuro non buoni borghesi. Il rapporto conflittuale con il fratello Mycroft, legato al governo Britannico. E, ancora una volta, come nel caso del Dupin di Poe, la scarsa considerazione della polizia – espressione dell’ordine costituito – incarnata soprattutto dall’ispettore Lestrade, che fallisce proprio perché, come afferma lo stesso Holmes, è «convenzionale, terribilmente convenzionale». Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.
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Muri matti Sabato 8 febbraio a Milano, prima alla libreria Scamamù e poi al Cso Torchiera di Milano, si sono tenute le presentazioni dell’ultimo libro di Wu Ming 1 “Gli uomini pesce” con l’autore e con letture di Marco Manfredi. Di seguito riportiamo la rielaborazione degli interventi di Giuliano Spagnul e Sara Molho di Collettiva Interzona. Giuliano Spagnul Gli uomini pesce di Wu Ming 1 (ma anche Ufo 78 del collettivo), segna una tappa secondo me molto importante. Segna un avanzamento del lavoro sull’immaginario, sull’immaginazione e sulla capacità, o meno, che abbiamo ancora di immaginare. Insomma, come scriveva Luciano Parinetto nel 1990 in Alchimia e utopia (libro introduttivo a quel Faust e Marx che Wu Ming 1 cita con enfasi): stiamo parlando di quella pratica immaginativa, di quell’«immaginario che un tempo fece da mediazione fra il regno dell’astrazione e quello delle sensazioni e di cui oggi la maggior parte della gente è irrimediabilmente castrata» [1]. Un’immaginazione che è, e non può essere altrimenti, incarnata, che ha a che fare con il corpo, il corpo da cui non si può non partire e a cui non si può non tornare: «È vero, il nostro rapporto col corpo è anche una costruzione culturale, un castello che abbiamo tirato su un piano dopo l’altro, e arredato sala per sala, in secoli e millenni. Ma la costruzione ha delle fondamenta . E le fondamenta sono il corpo. Al corpo si torna sempre» [2]. Possiamo qui aggiungere quanto scriveva Antonio Caronia riguardo l’attrito tra il nostro cervello ancora sostanzialmente di un passato lontano (ricordo a proposito l’uomo antiquato di Gunther Anders) e il mondo che si trova oggi a dover affrontare: un’evoluzione tecnoscientifica che marcia a una velocità esponenziale, a cui non riusciamo ad adeguarci col tempo che gli sarebbe indispensabile: «Solo un nuovo ancoraggio alla materia e al corpo potrebbe costruire un antidoto efficace all’estremo spaesamento e al nostro naufragare in un tempo sempre più microbico e parcellare» [3]. Allora ritorno al corpo per Wu Ming e per Antonio Caronia come fondamenta, come ancoraggio, come antidoto. Ma antidoto a cosa? La storia degli uomini pesce si svolge, perlopiù, nel 2022, sul finire della Grande Pandemia, con la «compressione della corporeità, i danni che abbiamo subìto nelle nostre relazioni e nella nostra psiche […] che qualcuno si affretta a sminuire se non a negare, ma con cui avremo a che fare a lungo» [4]. Ci sono anche varie puntate nel passato fino alla guerra di liberazione partigiana. Con la violenza nazifascista: la violenza per eccellenza! Ma, chiedo: la violenza che abbiamo subìto sui nostri corpi e sulle nostre menti durante il lockdown non ci porta a quell’altra grande violenza, sui corpi e sulle menti di tutti, che è stata la Grande Guerra? Quell’evento senza il quale la violenza del nazifascismo sarebbe incomprensibile e che ci fa vedere l’evento pandemico per quel che veramente è stato, cioè il compimento, l’atto finale, di quella mutazione antropologica avviata dalla Grande guerra, quella carneficina industriale di inizio Novecento. Insomma, non si racconta qui la grande storia della Modernità, lunga un secolo, nella quale siamo stati proiettati a viva forza e con inaudita violenza e da cui adesso veniamo espulsi con altrettanta forza per «naufragare in un tempo sempre più microbico e parcellare?». Sara Molho Eccoci di fronte al muro matto. Segnati da Antonia Nevi, la voce narratrice de Gli uomini pesce , ci sono luoghi, persone, oggetti. Il muro matto traduce in immagine bidimensionale conoscenze e storie che si dipanano attraverso tempi e spazi diversi, fa parte di uno sforzo di formalizzazione. Si tratta di «Una scena. Un insieme di immagini. Una geografia [5]». Ne Gli uomini pesce il muro matto diventa elemento narrativo e scatola cinese: ci sono tanti altri muri matti che possono essere raccontati all’interno del libro e che possono allargarsi ad altri volumi di Wu Ming e Wu Ming 1, da La macchina del vento a Ufo 78 . Tutto può essere (a volte pericolosamente) connesso con tutto, segnala Wu Ming 1 (altrove, in Q di Qomplotto ). La vicenda narrata, ne Gli uomini pesce , si dipana entro diversi piani temporali, ma soprattutto si muove attraverso le valli del ferrarese. Le persone allargano i confini del volume, sconfinano fino a Ventotene e alla Lunigiana, alla Corsica e all’Andalusia. Il mio muro matto giunge a Milano, dove vivo. Due anni fa, frequentavo Cascina Torchiera soprattutto per consultare l’archivio e la biblioteca che custodisce. Ho sempre avuto una fascinazione un po’ irrazionale per gli archivi. Nulla che mi abbia indotto a lavorare coerentemente in tal senso dopo un unico esame di archivistica, comunque abbastanza perché mi ci ritrovi spesso. Nel febbraio 2023 veniva presentato qui Ufo 78 . Ho conosciuto così alcune delle persone che ora, insieme a me, fanno parte di Collettiva Interzona, con cui cerchiamo di prenderci cura di Bibliotork Interzona Caronia e, in molti casi, ci occupiamo del suo intorno. La ricerca, nei romanzi di Wu Ming 1, come nella saggistica, è viva ed è insieme un espediente narrativo. Qui la geografa Antonia Nevi, altrove l’antropologa Milena Cravero. Loro non esistono, i tragitti che percorrono a volte sì. Gli uomini pesce è una fabula speculativa, in cui «fatti e favole hanno bisogno gli uni degli altri [6]». Nella traduzione italiana di Chthulucene di Donna Haraway «FS» significa fantascienza, fabula speculativa, fatto scientifico, femminismo speculativo. La necessità di adottare figure polimorfe come la FS nasce dall’urgenza, ne Gli uomini pesce, di parlare di catastrofe climatica, di pandemia, di riscatto dei corpi, di antropizzazione del territorio. In un volume prossimo a Gli uomini pesce, Wu Ming 1 riprende l’adagio di Fredric Jameson scrivendo di «storicizzare sempre [7]»; segnala anche che questa «matassa» (termine di Haraway e non di Wu Ming 1) di favole e fatti dovrebbe «esporre e problematizzare le tecniche utilizzate nella scrittura [...] in modi che non spezzassero l’incanto della narrazione [8]».Si tratta di un miscuglio funzionale a qualcosa, in cui risuonano le parole di Romano Alquati relative alla «conricerca»: «Vogliamo […] produrci una conoscenza anche un poco parziale e ridotta [...], sì, ma che funzioni praticamente per il raggiungimento di certi nostri fini, nel movimento verso un contropercorso : conoscenza relativa e performativa, strumentale [9]» e quindi «mappa aperta e provvisoria [10]», mai fine a sé stessa. «Noi facciamo la ricerca innanzitutto per potenziare il nostro conoscere, in primis come contro-mezzo [11]», e la facciamo con corpi organizzati orizzontalmente e non verticalmente. La ricerca è una cassetta degli attrezzi, e gli attrezzi vanno mostrati perché sia aperta e funzionale – Wu Ming 1 a questo proposito scrive di voler « mostrare la sutura [12]». I metodi di cui parla Alquati sono propri della ricerca sociale: l’osservazione partecipante, l’autobiografia, l’intervista. Wu Ming 1 li ha utilizzati tutti, tra romanzi e saggistica – si pensi alla moltitudine di voci in Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016) e nell’autobiografia di Valerio Minnella, Se vi va bene bene se no seghe (con Wu Ming 1 e Filo Sottile, Alegre, 2023). Tra quelle voci si insinua il perturbante, ci ha raccontato lui stesso. La «sutura» è sottile. L’inchiesta e la ricerca vanno quindi intese come fasi di una più ampia conricerca, parti di un contropercorso, più o meno frastagliato, fatto di momenti non sempre evidenti. Alquati ci mette in guardia: mappe e territori non sono mai la stessa cosa. Il muro matto non è mai anche l’oggetto del ricercare. Essi però, per rimanere con Alquati e Haraway, Timeto e Wu Ming 1, con-divengono. Note [1] Luciano Parinetto, Alchimia e utopia , Pellicani, Roma 1990, p. 30. [2] Wu Ming 1, Gli uomini pesce , Einaudi, Torino 2024, p. 399. [3] Antonio Caronia, Il buco nero del tempo digitale [Cogli l’attimo! (se ci riesci!)] , 2004, disponibile al link: https://www.academia.edu/305223/Cogli_lattimo_se_ci_riesci_ [4] Wu Ming 1, Gli uomini pesce , cit., p. 295. [5] Wu Ming 1, Gli uomini pesce , cit., p. 168. [6] Federica Timeto, Dizionario per lo Chthulucene , 2019. https://not.neroeditions.com/archive/dizionario-lo-chthulucene/ [7] Wu Ming 1, Q di Qomplotto , Alegre, Roma 2021, p. 83. [8] Ivi, p. 288. [9] Romano Alquati, Per fare conricerca , DeriveApprodi, Roma 2022, p. 25. [10] Ivi, p. 29. [11] Ivi, p. 58. [12] Wu Ming 1, Q di Qomplotto , cit., p. 288.
- clan milieu
Il falcone maltese # 1: La crime story Roberto Gelini The Maltese Falcon è un famoso romanzo di Dashiell Hammett, uscito al cinema in Italia con il titolo Il mistero del falco , diretto da John Huston – era l’esordio di questo grandissimo regista – e interpretato da Humphrey Bogart. Si tratta non soltanto di un capolavoro, sia come opera letteraria, sia come film, ma soprattutto racchiude in sé tutta una serie di suggestioni che la rendono, in qualche maniera misteriosa, insieme a poche altre, iconica, simbolica, quasi rappresentasse al più alto livello la forza di un certo tipo di storia e di un determinato genere, il poliziesco. Prenderla come titolo di questo spazio vorrebbe rendere subito chiaro di cosa si intende parlare qui. L’intento è quello di iniziare un piccolo viaggio all’interno della letteratura di genere, nel suo passato, nel suo presente e nei suoi sviluppi futuri, mettendone in evidenza caratteristiche, spunti, suggestioni che la rendono parte integrante del nostro immaginario collettivo. Un occhio di riguardo dovrebbe essere riservato ai rapporti tra le storie e la società in cui nascono e si diffondono, così come ai modi attraverso i quali vengono fruite, e soprattutto alle maniere in cui contribuiscono a innervare e mutare l’immaginario collettivo. Insomma un tipo di discorso che non si limiti allo specifico letterario o filmico, ma che riesca ad attraversare le varie forme di comunicazione, mirando soprattutto a indagare le storie raccontate e il modo in cui influiscono sui modi di pensare e le forme di vita. Il titolo di questa sorta di rubrica, inoltre, è un chiaro riferimento al genere con cui si intende partire, un genere che già è un po’ difficile da definire, per le tante coloriture diverse che ha presentato e presenta al suo interno, e che per rimanere a un livello più generale possibile possiamo chiamare poliziesco oppure crime story o ancora, dal nome della famosa collana mondadoriana, giallo. Insomma, si tratta di storie incentrate su di un crimine e sul tentativo individuarne il colpevole. Se volessimo risalire alle origini di questo tipo di racconti, dovremo partire dagli albori della letteratura. Potremmo, così, individuare il primo detective – anche se alquanto facilitato dalla propria onniscienza – nel Dio della Bibbia, che risolve il primo caso di omicidio della storia, quello di Abele, da parte di Caino. Oppure potremmo rintracciare il modello di un famoso romanzo di Agatha Christie nell’ Edipo re di Sofocle, in cui chi indaga è in realtà l’assassino. E che dire ancora dell’Orestea di Eschilo o dell’ Amleto di Shakespeare? In realtà il campo di indagine può e deve essere ristretto di molto. Il giallo, inteso in senso moderno, nasce molto più tardi, dall’incontro tra Charles Baudelaire e Edgar Allan Poe. Un incontro che fisicamente non c’è mai stato e che, quindi, come le storie e il falcone maltese stesso, secondo la celeberrima ultima battuta pronunciata da Sam Spade/Humphrey Bogart nel film è fatto «della stessa materia di cui sono fatti i sogni». «Poe e Baudelaire: la nascita del poliziesco» Il rapporto che lega Charles Baudelaire a Edgar Allan Poe è molto forte, davvero potentissimo. Il poeta francese cercherà in tutti i modi di diffondere l’opera dell’americano, scarsamente apprezzato anche nel proprio paese. Studierà la sua lingua, lo tradurrà, affermerà non soltanto di aver trovato nei suoi testi temi e argomenti che sono anche i suoi, ma addirittura frasi che lui stesso aveva pensato in precedenza. Insomma vede nello scrittore d’oltreoceano un sodale, un fratello. Ma perché? Cosa possono avere in comune un grandissimo poeta e uno scrittore di racconti «horror»? Cosa lega il poeta maledetto, il fondatore della poesia moderna, colui che ha rivoluzionato la maniera di intendere l’arte poetica e l’autore di novelle paurose, di letteratura di consumo? Forse è proprio il nuovo modo che entrambi hanno di concepire l’arte, la poesia, la comunicazione. È il mondo che sta cambiando, con le varie rivoluzioni industriali niente è più come prima. I nuovi rapporti di produzione stanno modificando per sempre la vita delle persone, imponendo nuove forme e modi di vivere, facendo emergere istanze e bisogni di nuove classi sociali. Insomma è il capitalismo che avanza. Come tutto il resto anche il ruolo fin qui rivestito dall’artista, dall’intellettuale entra in crisi, si modifica radicalmente. Ecco, la risposta che mettono in campo il francese e l’americano sembra avere in comune i punti fondamentali. Innanzi tutto è radicalmente materialista. Scrivere, si tratti di poesia o di racconti del mistero esige un’analisi rigorosa del proprio modo o metodo di composizione, la conoscenza del proprio pubblico e, soprattutto, la consapevolezza che si tratta sempre di un atto di comunicazione. Ecco, così, che Poe, in «Filosofia della composizione», descrive minuziosamente tutti i passaggi legati all’ideazione e alla stesura della poesia «Il corvo». Mostra di tener conto dei gusti e delle esigenze del proprio pubblico e arriva addirittura a tener presente il tempo necessario alla lettura. L’approccio, come si vede, è radicalmente materialista. Stesso materialismo e stessa consapevolezza del pubblico appare evidente nel capolavoro baudeleriano, «I fiori del male», nell’indirizzo «Al lettore» che apre l’opera e che si conclude instaurando un legame inscindibile tra autore e lettore: «– Hypocrite lecteur, –mon semblable, – mon frère!» (– ipocrita lettore, – o mio simile, – o fratello!). Il legame allora si estende oltre che al sodale letterario, anche al lettore. È come se si mirasse a un’alleanza scrittore-lettore, fortemente critica nei confronti del sistema economico-sociale che si va costruendo, dei processi di socializzazione e dei nuovi rapporti di produzione basati su forme di lavoro proletarizzato. Le armi, oltre all’analisi che produce consapevolezza, coincidono essenzialmente con le metodologie per far emergere quanto vi è di non misurabile, e dunque di impossibile da mettere immediatamente a valore, all’interno della società. Il racconto poliziesco moderno nasce nell’aprile del 1841, quando sulla rivista «The Graham’s Magazine» di Filadelfia esce per la prima volta «I delitti della Rue Morgue». Il primo detective della storia si chiama Auguste Dupin e vive a Parigi, insieme all’anonimo narratore. Dupin è di ottima famiglia, caduta in rovina, i due vivono in una casa a Faubourg St. Germain. Il protagonista ha un’intelligenza brillante, capacità analitiche profonde, ma anche molta immaginazione. Come si vede, investigatore e narratore presentano molte caratteristiche che si ritroveranno in Sherlock Holmes e Watson. Dupin vive isolato dalla società, perso in sogni e tetre fantasticherie, da cui esce soltanto quando viene colpito da un delitto. Entra in azione quando una forma di conflitto sociale, il delitto, appunto, si presenta nascondendo il suo contenuto reale, diventa appunto mistero, qualcosa che deve essere scoperto, decifrato. Quando proprio quella attività intellettuale che utilizza in forma astratta e sterile nelle proprie fantasticherie può cambiare di segno, può produrre realtà. Sono momenti in cui la vita stessa, nel suo flusso reale, si presenta come fantasticheria (il delitto/mistero) che può essere compresa (ovvero risolta, svelata) da quella stessa attività intellettuale utilizzata nelle fantasticherie. L’insieme di capacità di analisi, ragionamento induttivo e, soprattutto, immaginazione, così, produce la realtà. Il detective individua e scompone, grazie all’analisi, gli elementi del mistero e li ricompone grazie all’induzione, ma soprattutto, grazie all’immaginazione. Non si tratta di lavoro, ma di virtuosismo, di insieme di analisi materiale e di costruzione fantastica. La logica del detective – che poi è quella dell’intellettuale, del poeta, dell’artista – si oppone alla logica imperante, alla razionalità capitalista, incarnata e seguita dalle forze di polizia che, al massimo, possono accusare qualche innocente, proprio perché non riescono a spingersi con la loro immaginazione oltre i limiti, fino all’inimmaginabile. L’attività dell’investigatore non può – almeno non poteva all’epoca – essere sussunta dal capitale e messa a valore, non è “misurabile”. Proprio come la poesia e l’arte, che nelle nuove forme apparse a partire dalla metà dell’Ottocento si distaccano violentemente da tutto ciò che erano state prima, si lanciano lungo strade nuove, si presentano oggettivamente come sovversive. Non più «kalòs kagathòs», il bello e il buono, ma «I fiori del male». Sembra quasi di rivedere Charles Baudelaire nel 1848, sulle barricate a Parigi, con una pistola in una mano e una bandiera rossa nell’altra, che cerca il padrigno, il generale, per ucciderlo. Un’ultima considerazione, nei tre gialli di Poe non c’è galera, non c’è nessuna ricomposizione dell’ordine violato dal delitto, non c’è repressione. Del resto in un racconto il colpevole è uno scimmione, il secondo si conclude prima del probabile arresto dell’assassino, nel terzo il «villain» è troppo potente per essere arrestato. Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.
- post-poetica
Note sulla scrittura asemica Sergio Bianchi, Tracce , 2016 Alcuni brani tratti da: Senso senza significato. Note sulla scrittura asemica. 2006-2023 , di Marco Giovenale, ikonaLíber, Francavilla al mare (Ch), 2023. L’«asemic writing» è definibile, con buona approssimazione, come quella modalità della grafica o del disegno – recursivamente presente nel mondo già in tutto il Novecento e fittamente poi nel primo ventennio degli anni Zero – che fa intervenire sulla pagina caratteri, segni e glifi che assomigliano appena a lettere tipografiche, oppure a grafie tracciate a mano, fantasmi imprecisi di linguaggi conosciuti; senza però in verità rinviare ad alcun alfabeto noto, ad alcuna parola o frase reale: nulla c’è da decodificare, perché di una apparenza di lingua significante affiorano solo le possibili cifre e forme, profili organizzati per pura fascinazione visiva; e l’ipotesi di un significato si rivela curiosamente fallace, vuota, negata. Una volta abbattuto il significato, tuttavia, permane la percezione di un passaggio di senso , ampio, attivato in primis dall’evidenza del senso specifico , visivo, del linguistico . Il complesso dei segni, e il loro groviglio o la loro rarità sulla pagina, il denso o il labile, organizzano insomma lo spazio come parrebbero fare le lingue note, senza però costituire linguaggio comunicativo. Ci si potrebbe spingere più oltre. Si potrebbe cioè arrivare a dire che l’intera produzione di asemic writing che vediamo fiorire e crescere esponenzialmente da vent’anni a questa parte ha i titoli per essere pensata come una grande macchina di disorganizzazione e disintegrazione del significato a opera del senso stesso . È opportuno sottolinearlo: il campo della scrittura asemica è ormai delimitato e definito da un buon numero di pubblicazioni che in linea di massima, quasi tutte, insistono sull’elemento che un mio articolo del 2013 sulla rivista «l’immaginazione» faceva presente, ossia sulla natura di scritture senza significato sul fronte verbale, ma ricche di senso , in generale; e attivanti (a vuoto) i recettori del significare linguistico in particolare, come appena detto. Posta la ineliminabilità di una istanza di senso – in accezione ampia – dall’esperienza e dalla percezione umana, è evidente che materiali segnici della più diversa natura, soprattutto se elaborati in forma grafica inedita, e se caricati di un’attesa di linguaggio , sollecitano e accrescono la percezione addirittura quasi tattile, fisica, di tale ineliminabilità. È dunque in campo una sorta di allusione al linguaggio subito revocata, spostata; un felice scarto – più o meno laterale , marginale, ai limiti non del detto ma del dicibile. Lo suggerisce Barthes in un celebre saggio del 1979: Cy Twombly «fa riferimento alla scrittura [...] e poi si dirige altrove. Dove? Lontano dalla calligrafia, cioè dalla scrittura formata, segnata, calcata, modellata, quella che nel XVIII secolo veniva chiamata bella mano . A modo suo [Twombly] dice che l’essenza della scrittura non è né la forma né l’uso, ma solo il gesto, il gesto che la produce lasciandola trascinare : uno scarabocchio, quasi una sozzura, una negligenza» […]. Addenda , inclusioni (senza conclusioni) I Abbiamo visto all’opera, in questa sommaria successione diacronica di concetti e ritratti, molte sincronie. E temi, ricorrenze, affinità, punti (non) fermi, probabilmente riassumibili così: senso , ma senza significato (o addirittura responsabile della scomparsa del significato) in una: imminenza di linguaggio, o allusione al linguaggio, ma espressa in: segni “nulli” , fatti per essere visti più che letti, inoltre sottoposti a: deformazione , riformulazione, distorsione, che fanno tutt’uno con la loro evidente: natura essenzialmente non comunicativa , che nasce da e approda a una: illeggibilità , condizione disturbante quanto attraente, accompagnata dalla netta percezione del: gesto (pittorico o meno) che ne è origine come segno di energia (vitale), che insieme è traccia di uno: spostamento della scrittura entro il campo indecidibile già proprio dell’astrattismo e di un: grafismo indifferenziato (Barthes) come di una: variazione interminabile e (percezione della “originaria”) variabilità e instabilità dei segni, tutti. II È l’incerto il territorio dell’asemico, proprio in quanto si fonda su o parte da uno stato di flickering multiplo tra (1) grafia che punta a una lingua, (2) lingua che però non esiste, (3) grafia che torna allora a sé in aspetto di disegno (astratto), (4) disegno che si nega come tale perché (appunto) in origine punta a una lingua, chiudendo cosi il cerchio. Questo motore (o movimento rotatorio o magari ellittico, quindi con accelerazioni e decelerazioni) è forse particolarmente vicino al motore di accensioni e quiescenze di senso che fa funzionare qualsiasi cosa, dal godimento per una musica (una frase musicale che sta per dire qualcosa e poi devia, o forse no, o forse il cambiamento è la cosa che andava detta), alla lettura di una pagina inedita, all’esplorazione di una casa abbandonata, all’autoipnosi di fine sera quando si cerca di tornare quanto più indietro possibile in determinate memorie – eccetera. […] V La scrittura asemica può essere vista anche come complessivo grande atto di ironia (sull’opera particolare, sul linguaggio in generale) nel suo promettere lettere e realizzare glifi, porre apparenti significanti che però visibilmente negano il significato. È un passo prima o già dentro l’indecidibilità di alcune scritture di ricerca postpoetica (dal 1960 in poi) lineari e leggibili quanto inafferrabili. Marco Giovenale , editor, traduttore e asemic writer , è tra i fondatori e redattori di gammm.org (2006), sito di materiali sperimentali. Insegna storia delle scritture italiane di secondo Novecento e contemporanee, in particolare presso centroscritture.it . È autore di numerose opere di e sulla poesia.
- archivi
Per una rivista Roberto Gelini Pubblichiamo i quattro numeri della rivista «Luogo Comune» (novembre 1990 – giugno 1993) con, a titolo di introduzione, il testo Per una rivista scritto da Paolo Virno nel 1989. A fare da incubazione a quel progetto furono incontri seminariali che portarono alla pubblicazione per l’editore Theoria, nel 1990, del volume I sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell’età del disincanto . Una straordinaria lettura del decennio Ottanta. (Questo stesso volume è stato poi ripubblicato da DeriveApprodi, prima gestione). La redazione della rivista era composta da Paolo Virno, Marco Bascetta, Andrea Colombo, Papi Bronzini, Alessandra Castellani, Bia Sarasini, Angela Scarparo Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Franco Piperno, Lanfranco Caminiti, Giorgio Agamben, Massimo De Carolis, Enzo Modugno, Giovanni Giannoli, Franco Lattanzi, Massimo Ilardi, Mauro Trotta, Sergio Bianchi e altri. «Luogo Comune» fu uno spartiacque e nella sua breve ma folgorante esistenza costruì alcuni dei paradigmi teorici che fecero da base a molto dell’agire dei movimenti nel quindicennio successivo. 1. La rivista intende regolare i conti con gli anni ’80, col senso comune e con l’ethos del decennio in corso. Riteniamo possibile la ripresa di un pensiero critico radicale, risolutamente all’altezza dei tempi: che non sia, dunque, un richiamo mesto od orgoglioso agli anni ’70. L’identificazione di un angolo prospettico finora insospettato, guardando dal quale si riesca a passare al più ruvido contropelo il presente, ma non in nome del passato prossimo: poco o tanto che sia, questo è il punto. La rivista vuol provocare un effetto di spaesamento, una sospensione delle opinioni consolidate, un’attesa. Non servono cauti rattoppi a un vecchio ordito concettuale, né risentite postille al dibattito corrente, né indefiniti “approfondimenti”. Importante è aprire nuove feritoie, che diversamente orientino la vista. Importante è trovar degni di meraviglia certi cliché cui più non si bada, e ripetitive fino al tedio molte conclamate “novità”; dividere quel che pare simbiotico, e collegare ciò che è più lontano; spostare l’attenzione, così da riconoscere un profilo umano nel medesimo coacervo di linee dove altri scorgono un’anfora. Ma proprio questa radicalità d’approccio va di pari passo con una presa di congedo. Il ’68 e il ’77 sono fuori dall’orizzonte, oggi. L’interruzione della memoria va accettata senza riserve, cercando semmai di metterla a frutto. Molto meglio l’oblio, peraltro, anziché una sequela di ricostruzioni inevitabilmente false, minate da una sorta di impossibilità logica. L’attuale povertà non va agghindata o dissimulata, ma trasformata in una sobria morale provvisoria , la cui massima sia: ciò che è stato costituisce un bottino di conquista, la memoria è un fine o una chance , il passato è un risultato da conseguire. Non v’è tradizione, cui far ricorso preventivamente. Occorre piuttosto costruirne una: essa ci sta dinanzi come un compito, non alle spalle come un’eredità. Ma la tradizione da inventare non può che essere una proiezione all’indietro di questo presente, delle speranze e dei desideri che lo lacerano. Il ’68 ci aspetta al termine di un lungo periplo: al momento, che resti pure emblema indecifrato, geroglifico, mitologia. È opportuno che la rivista si attenga ai soggetti, alle mentalità, alle forme di vita, ai modi di produrre e di comunicare, che rappresentano l’estremo frutto di una modernizzazione e di uno sradicamento senza precedenti. Giacché non è in questione una lunga e plumbea parentesi, ma un mutamento irreversibile dei modi d’essere e della cultura, è fuor di luogo chiedersi “a che punto è la notte”, quasi stessimo aspettando un mattino: ogni utile luce sta già nella presunta notte, basta abituare gli occhi. Per indicarle un criterio generale, diciamo che la rivista si occuperà soltanto dei problemi, ai quali nessuna soluzione arrecherebbe un ipotetico ripristino di condizioni precedenti. D’altronde, solo se la rivista saprà afferrare la più estrema differenza specifica, la più recente innovazione, il più inedito sussulto di protesta, essa si metterà anche in grado di ravvisare continuità inaspettate col passato: col nostro passato, e, a un tempo, con tutto il passato. Nel “soltanto adesso”, rilevato gelosamente come tale, è lecito poi veder balenare un “fin da allora”, e persino un “da sempre”. 2. Per molti militanti degli anni ’60 e ’70, ma anche per la parte migliore delle generazioni successive, una dignitosa posizione di resistenza, di fronte alla bancarotta del progressismo e del pensiero di sinistra in genere, è consistita nell’intessere un’apologia del presente, tanto testarda quanto priva di illusioni. Con essa si è voluto apprezzare comunque, talvolta anche dal fondo (o dalla vetta) di un carcere speciale, le obiettive trasformazioni che scandivano la fuoriuscita dalla società del lavoro, il nuovo volto della tecnica e le possibilità connessevi, la modificata intelaiatura dell’esperienza quotidiana. Ci si è rifiutati, insomma, di tenere il broncio al proprio tempo; vi è stato un “dir di sì” al mutamento, anche se barbaro. In tal modo, si è inteso restar prossimi, a ogni costo, alle condizioni reali da cui ogni conflitto venturo sarebbe potuto sorgere, in cui ogni speranza esente da impostura aveva diritto di piantar radici. La rivista può trar giovamento da questa forma di resistenza, solo a patto di decretarne la fine e di costituirne l’effettivo oltrepassamento. Ogni prosecuzione di un atteggiamento strenuamente “modernista”, invece di tener aperti gli spiragli, ingenera un blocco. Il matrimonio col diavolo, contratto per preservare la propria integrità, rischia di diventare routine. Spesso l’apologia del presente, adottata per non rassegnarsi, si è chiusa mestamente su se stessa: si è finito con l’identificare nel puro e semplice sviluppo tecnico un passo in direzione dell’emancipazione, si è scambiato il duro decorso fattuale per una beatitudine imminente. A questo proposito suona ancora pertinente il rimprovero che Walter Benjamin rivolse ai socialdemocratici tedeschi: «Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare. Di qui c’era un solo passo all’illusione che il lavoro di fabbrica, trovandosi nella direzione del progresso tecnico, fosse già un’azione politica».Il software, il postindustriale, il decentramento produttivo, la predominanza dell’«agire comunicativo» nel lavoro, sono sembrati la corrente con cui nuotare, quasi «già un’azione politica». Questa convinzione, ora, suona malinconica e insensata. Ciò che conta, per la rivista, è rilevare i rapporti di forza, le forme di dominio, le cause di sofferenza, che si annidano nel nuovo corso, nella mutata articolazione della giornata lavorativa, nei modelli operativi che non hanno più il finalismo al loro centro, nel tempo-spazio metropolitano. La rivista deve cogliere tutti i barlumi di soggettività e di conflitto, che inquinano la “corrente”, alterandone il verso.All’irreversibilità dei processi di mutamento, a suo modo registrata dall’apologia del presente si deve accompagnare un’appuntita sensibilità per la loro ambivalenza. Quella irreversibilità e questa ambivalenza, mai scisse, circoscrivono il “luogo” che la rivista elegge a propria dimora. 3. La rivista è ambiziosa, Non voce tra le altre, né orgoglioso e appartato «dixi et salvavi animam meam». Suo proposito dichiarato è incidere sul senso comune, contribuendo dunque a modificare la più immediata percezione della realtà sociale. A immagini familiari s’intende sostituire altre immagini, che familiari possano diventare. Vogliamo operare sui luoghi comuni – nell’accezione neutra, niente affatto spregiativa, trasmessaci dalla retorica antica: non stereotipi o banalità, ma le forme generalissime cui si ricorre per trattare qualsiasi argomento. La rivista, disinteressata a speciali squisitezze, ha la pretesa di far balenare, corrodendo gli attuali, altri possibili luoghi comuni. La nozione di «senso comune», nell’epoca in cui il sapere astratto e le sue incarnazioni materiali sono parte fondamentale dell’esperienza ordinaria, è un crocicchio, un punto di confluenza e di composizione di elementi eterogenei. Per un verso, il senso comune è un deposito di detriti teorici, punto di approdo di concezioni assai rarefatte, di paradigmi dapprima affermatisi in ambiti rigorosamente “separati”. Per l’a1tro, esso manifesta, in forme spurie e mai trasparenti, mutamenti ben sodi avvenuti nelle relazioni sociali e negli stili di vita. In questo secondo significato, il «senso comune» non ha valenza cognitiva, ma pragmatico-vitale. Ciò che veramente conta è, però, la costante sutura tra i due lati, la piena sovrapposizione tra forme culturali e sviluppo materiale. Per la rivista, prendere a proprio oggetto il «senso comune» già implica una scelta di merito. Si privilegia, cioè, l’insieme di fenomeni nei quali viene in vista l’identità tra “struttura” e “sovrastruttura”, la perfetta coincidenza tra produzione ed eticità, tra modelli operativi e immagini del mondo, tra tecnologie e tonalità emotive. Si respinge ogni scissione metafisica tra corpi e anime, tra un “sotto” e un “sopra”, tra cause materiali ed effetti spirituali (o viceversa). In una situazione, in cui cultura e interazione comunicativa sono divenute materia prima dei processi di lavoro, i cosiddetti “fatti” dell’esistenza materiale si presentano come viluppi teoretici; e, rispettivamente, le “idee” non rispecchiano gli assetti fattuali, ma ne sono una componente.Naturalmente l’immediata coincidenza tra forme culturali e articolazione dello sviluppo materiale può avere diversissime versioni. La rivista, rendendo visibili i molteplici sentieri alla cui confluenza si situa il «senso comune», aspira a criticare l’attuale conformazione di quest’ultimo e, insieme, ad anticiparne un’altra, ora solo latente. Alla maniera di un microcosmo, la rivista vuole esemplificare un nuovo «senso comune».Così facendo, la rivista persegue un obiettivo politico immediato, circoscritto e però decisivo. Si tratta di dar forma e voce allo smottamento su posizioni critiche e non conformiste di una parte significativa dell’intellettualità di massa: smottamento maturo, e per certi versi già in corso. Questa diffusa intellettualità, talvolta integrata in reti produttive avanzate, talaltra marginale e «dai piedi scalzi», è il bandolo di tutte le matasse: essa materializza in se stessa le trasformazioni degli ultimi anni, l’incastro indissolubile tra sapere e vita, i nuovi modi di lavorare e di comunicare, i sentimenti oggi prevalenti. Lavorare sul «senso comune» vuol dire, appunto, rendere esplicita e accelerare la defezione di una quota consistente dell’intellettualità di massa dagli ordinamenti e dalle idealità vigenti.Non è possibile dar conto in modo esauriente di temi e problemi, su cui la rivista si soffermerà. Basti una rapida menzione, rispetto alla quale è opportuno leggere tra le righe, completando a piacimento mediante immaginazione produttiva. La contesa sul tempo a) Ciò che caratterizza gli ultimi due decenni è la fuoriuscita dalla società del lavoro. La riduzione del lavoro comandato a porzione virtualmente trascurabile di una vita; la possibilità di concepire la prestazione salariata come l’episodio di una biografia, invece che come ergastolo e fonte di duratura identità: è questa la grande trasformazione, di cui siamo protagonisti non sempre consapevoli. Il tempo di lavoro è la misura vigente, ma non più vera, dello sviluppo e della ricchezza sociali. I movimenti degli anni ’70 puntarono sulla non verità, per scuotere e abrogare la vigenza. Diedero un segno di parte, altamente conflittuale, alla tendenza obiettiva: rivendicarono il diritto al non lavoro, praticarono una migrazione collettiva dal regime di fabbrica, riconobbero un carattere parassitario, nell’attività sotto padrone. Negli anni’80, la vigenza ha prevalso sulla non verità. Pertanto, il superamento della società del lavoro avviene nelle forme prescritte dal sistema sociale basato sul lavoro salariato: disoccupazione da investimenti, prepensionamenti, flessibilità come regola universale, part-time illimitato, e via enumerando. Questo decorso assomiglia all’oltrepassamento della proprietà privata sul terreno stesso della proprietà privata, che il capitalismo virtuosamente compie con la formazione delle società per azioni. La rivista intende seguire da presso, interpretandone tutti i “segni”, la fuoriuscita dalla società del lavoro: sia come nuovo dominio, che come occasioni di libertà. b) Il governo del tempo è il luogo della politica e dei conflitti nell’occidente sviluppato. Chi comanda il tempo? Chi traccia e poi sorveglia la frontiera tra lavoro e non lavoro? Nel tramonto della società del lavoro, il tempo diviene materia prima, bene basilare, irrinunciabile oggetto di consumo. Non uniforme involucro di eventi, ma immediato contenuto della percezione e del desiderio. Tutto intero, lo spettro della vita sociale è attraversato dalla contesa tra due possibili calendari. La lotta sul tempo ha come centro la questione dell’orario collettivo di lavoro. Ma non solo. Essa si manifesta anche, sebbene in modo più sordo e opaco, nei rapporti di forza determinatisi all’interno dello spazio-tempo innovato d’autorità. Sotto questo profilo, la massima rilevanza spetta alla zona grigia costituita da coloro che entrano ed escono da impieghi strutturati, e che han fatto della mobilità e dell’incertezza occupazionale una forma di vita. Questi frontalieri sperimentano su di sé la friabilità delle attuali scansioni temporali, e quindi la loro mutabilità. Essi rappresentano potenzialmente una differente combinazione delle forze produttive, nonché un nuovo principio cronologico. La rivista ha per proprio tema la lotta sul tempo, i suoi modi espliciti od obliqui, le sue rifrazioni culturali (letterarie, cinematografiche, musicali ecc.). La rivista intende fare come se l’«altro calendario» fosse già in vigore, socialmente riconosciuto. c) La sinistra aveva la sua ragion d’essere nella permanenza della società del lavoro, nei conflitti interni a quella articolazione della temporalità. La fuoriuscita dalla società del lavoro e la contesa sul tempo sanciscono la fine della sinistra. La rivista ne prende atto, senza compiacimenti ma anche senza rimpianti. 4. Con la centralità del lavoro, va in pezzi la concezione progressista della storia. Vien meno un lineare nesso causale tra passato, presente, futuro: nesso che ha a proprio modello il processo lavorativo, appunto. Il passato, anziché consumato una volta per tutte, resta sempre del tutto attuale. Il presente del non lavoro, come ogni autore veramente nuovo, crea i propri predecessori, ossia riconosce in ogni angolo del decorso storico qualcosa che lo annuncia, dovunque trova immagini di sé. Il presente non si affilia a nulla di ciò che è già stato, prossimo o remoto che sia, ma appunto per questo protegge tutto il passato, ne salvaguardia le possibilità coartate, ne ascolta le voci zittite. Allorché il lavoro smette di far da fulcro delle relazioni sociali e delle vite dei singoli, tutta la storia passata si allinea con l’attimo ora in bilico. Mentre il progressismo non cessa di decantare il “nuovo”, senza accorgersi che in esso si riaffaccia il sempre uguale, ossia l’arcaico, l’attualità del non lavoro consegue la sua inalterabile unicità a furia di citazioni e ripetizioni. La rivista vuol contribuire ad affossare il progressismo. La rivista, inoltre, riconosce nella dilatazione del presente e nel potere di citazione rispetto all’intero passato un campo di battaglia. Anche la fuoriuscita dalla società del lavoro in forme dispotiche e umilianti avviene con “citazioni” e repliche del passato più lontano si rieditano relazioni sociali premoderne, esempi di dipendenza personale, arcaismi disciplinari, moralità tradizionali (rinverdite per controllare individui non più regolati dal regime di fabbrica). La rivista è consapevole che la dilatazione del presente proietta la contesa sul tempo all’indietro, investendo di essa tutti i pertugi del passato. L’intelletto astratto a) Il sapere è divenuto realmente la principale forza produttiva, nonché ciò che determina tutti gli ambiti di esperienza immediata. L’autonomia dell’intelletto astratto è irreversibile. La ricomposizione mano-mente appare ormai una cattiva mitologia. Non l’attenuazione, ma l’approfondimento dell’autonomia del generai intellect tecnico-scientifico costituisce una condizione di emancipazione e un principio-speranza. Infatti, è questa autonomia che, modificando la stessa morfologia del processo lavorativo ha fatto del lavoro intellettuale la forma generale dell’attività umana, il pilastro centrale nella produzione della ricchezza. E siffatto lavoro intellettuale di massa, a sua volta, non è significativo perché si proletarizza, ma, tutt’al contrario, perché non è mai riducibile a «lavoro semplice», a puro dispendio di tempo e di energia: dunque perché incorpora in sé, nella sua esistenza collettiva, sapere, competenze, informazioni, insomma generai intellect . La rivista s’interroga su quali forme prenda, oggi, il generai intellect , l’intelletto astratto; di quali antinomie, paradossi, conflitti esso sia teatro. Il peso preminente del sapere nella produzione sociale e nella vita quotidiana fa ipotizzare alla rivista: 1) che sia pertinente e fruttuosa un’analisi epistemologica del processo lavorativo; 2) che non sia più il denaro la principale «astrazione reale», l’incarnazione sensibile dell’universale (non più l’«equivalente generale», ma i paradigmi epistemici inclusi nel generai intellect ). b) Questo scenario suggerisce, inoltre, la decadenza dello schema finalistico , come chiave interpretativa del processo lavorativo. Anziché perseguire un singolo scopo con mezzi idonei, il lavoro intellettuale di massa ha a che vedere con classi di opportunità da specificare volta a volta, con un flusso di possibilità interscambiabili da articolare, con chances da cogliere o scartare. La macchina informatica, anziché mezzo per un fine univoco, è premessa per successive e “opportunistiche” elaborazioni. Secondo tale ipotesi, sono sottoposte a dura trazione le forme tradizionali di gerarchizzazione del processo lavorativo. La rivista intende accostare da vicino le nuove forme dell’attività, che poi sono l ’ altra faccia della fuoriuscita dalla società del lavoro. c) Nell’autonomia dell’«intelletto astratto», nella sua preminenza all’interno della vita di tutti e di ciascuno, la rivista coglie la possibilità che si affermi un nuovo sensualismo , non marginale e asfittico. Allorché le astrazioni precedono e preparano ogni esperienza, la vista e l’udito e il tatto sono ciò che viene per ultimo, ma che proprio per questo è restituito alla sua pienezza e integralità. L’autonomia dell’intelletto astratto pone la percezione tattile o visiva come la sporgenza estrema di una macchina conoscitiva già interamente dispiegata. Dopo la sensazione non c’è altro, tutto il resto c’è già stato. Per questo la sensazione non è depredata e decurtata, ridotta a elementare «dato sensoriale», in vista di successive asserzioni universali. Essa può conservare, come ultimo anello di una catena conoscitiva, l’aroma materialistico del piacere e del dolore. La rivista s’impegna a riflettere sull’attualità di un simile sensualismo né ingenuo né regressivo. Disincanto e rivolta a) La situazione emotiva degli anni ’80 è caratterizzata dall’abbandono senza riserve alla propria finitezza. Dall’ appartenenza spasmodica al determinato «qui e ora» in cui si è conflitti. Questo sentimento integrale della finitezza (e della sua non trascendibilità, neppure nella forma laica di un “progetto”) è suscitato peraltro, dallo sradicamento senza requie che ritma la storia della modernizzazione. Proprio il carattere artificiale, convenzionale, astratto di tutti i contesti di esperienza restituisce appieno il tenore della propria contingenza e precarietà. La «formalizzazione del mondo» e la percezione non dimidiata della caducità vanno di pari passo. Lo sradicamento rende strenua l’aderenza al «qui e ora» più labile. Questa situazione emotiva si è manifestata in sentimenti, quali la paura , l’ opportunismo , il cinismo . La questione principale, per la rivista, è se la stessa situazione emotiva, anziché ad asservimento e ilare rassegnazione, possa invece dar luogo a un duro rifiuto dell’ordine sociale vigente. Se sia possibile intravedere segni di opposizione e di lotta a partire dalla medesima integrale appartenenza al «qui e ora», da cui sorgono anche cinismo e opportunismo. In breve se il disincanto può coniugarsi alla rivolta . b) Le tonalità emotive del disincanto non sono inclinazioni psicologiche passeggere ma esprimono modi di essere: sono quanto di più “materiale” e “strutturale” sia dato pensare.Queste tonalità rappresentano nel modo più vivido l’impossibilità di qualsivoglia verace tradizione, l’abitudine alla permanente mutevolezza degli stili di vita, l’adattamento allo spaesamento più radicale. Più determinatamente: i sentimenti in questione si affermano senza riserve, allorché il processo di socializzazione si compie al di fuori del lavoro . Si ha, in verità, un duplice passaggio , che la rivista intende indagare. Per un verso, il processo di socializzazione, ossia l’intessersi della rete di relazioni mediante cui si fa esperienza del mondo e di sé, appare indipendente dai riti di iniziazione della fabbrica e dell’ufficio, essendo bensì scandito dai modi di vita metropolitani, dalla stabile precarietà da ogni assetto, dalle mode, dalla ricezione dei media, dalla indecifrabile ars combinatoria che intreccia sequele di fuggevoli occasioni, da innumerevoli shocks percettivi. Per altro verso, però, l’innovazione continuativa dell’organizzazione del lavoro sussume l’insieme di sentimenti, attitudini, vizi e virtù, maturati per l’appunto nella socializzazione extralavorativa. Paura, cinismo, opportunismo entrano a far parte del “mansionario”. Lo sradicamento diviene una virtù professionale . c) il sentimento della finitezza e del disincanto contengono implicitamente una ferma critica al modello stesso della rivoluzione politica . Il che non comporta necessariamente una perdita di radicalità, anzi.L’estremo sradicamento, coniugato al senso di un intrascendibile appartenenza al mondo, si esprime conflittualmente come defezione, esodo, secessione. Se si vuole come potenza dell’“impolitico”. Non più come vocazione a una gestione alternativa dello Stato. La sinistra europea non ha visto quanto spesso i movimenti giovanili e il nuovo lavoro dipendente abbiano preferito abbandonare , se appena possibile, una situazione svantaggiosa, anziché scontrarsi apertamente con essa. Anzi, la sinistra ha denigrato apertamente i comportamenti di “fuga” e di “diserzione”. Ma la fuga e la diserzione non sono affatto un gesto negativo che esenta dall’azione e dalla responsabilità. Al contrario. Disertare significa modificare le condizioni entro cui il conflitto si svolge, invece di subirle. E la costruzione di uno scenario favorevole esige più intraprendenza che non lo scontro a condizioni prefissate. Un “fare” affermativo qualifica la defezione, imprimendole un gusto sensuale e operativo per il presente. Il conflitto è ingaggiato a partire da ciò che si è costruito fuggendo, per difendere relazioni sociali e forme di vita nuove, di cui già si va facendo esperienza. La rivista, all’antica idea di fuggire per colpire meglio, unisce la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene . L’ideologia italiana (e no) a) C’è una tendenza culturale diffusa che merita di venir discussa apertamente. Essa consiste nel raffigurare ancora una volta la società come una natura ma utilizzando per tale “seconda natura” le categorie e le immagini della nuova scienza. I quanta in luogo della gravitazione universale. La termodinamica di Prigogine al posto della lineare causalità newtoniana. Il biologismo insito nella teoria dei sistemi invece della favola delle api o della «mano invisibile». La rivista intende indagare di quali mutamenti è insieme sintomo e mistificazione. L’applicazione dei concetti delle nuove scienze alle relazioni sociali. Con ogni probabilità questa recente e molto specifica naturalizzazione dell’idea di società rispecchia la perdita di centralità del lavoro, e l’opacità che ne consegue. I concetti indeterministici e autoreferenziali della nuova biologia e della nuova fisica registrano il «grande disordine» in corso, occultandone però la genesi effettiva. Colgono, e a un tempo degradano a natura , il nesso inedito tra sapere, comunicazione e produzione. b) La rivista intende denaturalizzare l’insieme dei fenomeni, teorie e comportamenti che s’adunano dietro l’etichetta di post-moderno . Si tratta di decifrare come novità intervenute nelle relazioni sociali e produttive ciò che li si presenta come entropia, fisica dei fluidi, clinamen, “catastrofe”. Il post-modernismo è ideologia, in senso forte e serio: rispecchia cioè mutamenti reali, salvo poi congelarli in una rappresentazione, in cui il conflitto e la rivolta sono, per definizione, fuori posto. Il post modernismo coglie l’irreversibilità del disincanto, ma non la sua ambivalenza. c) Simmetricamente, il progettualismo illuminista (Ruffolo, Micromega) si propone di trascendere la supposta “naturalità” sistemica delle forze produttive. Mediante etica e governo. Qui c’è, oltre che una povera lettura delle forze produttive e della modernità in generale, molta nostalgia. In una parola, il misconoscimento dell’irreversibilità della fuoriuscita dalla società del lavoro. La rivista ha, dunque, due obiettivi complementari su cui esercitare una funzione di «critica dell’ideologia»: neoilluminismo e post-modernismo. Critica dell’ideologia, però, per arrivare alle cose stesse , ai fenomeni recepiti e deformati a un tempo. d) È proposito della rivista oltrepassare d’un colpo solo le dicotomie, in cui ha oscillato la sinistra europea nel corso della rapida trasformazione che ha investito la produzione. Habermas e Luhmann, per dire un apice. La sinistra italiana, poi, ha pendolato quasi per ipnotica coazione tra Ruffolo e De Rita, che di quelli sono la trasposizione in scala: dunque, tra 1’illuminismo progettuale del primo e il post-modernismo familista del secondo. La rivista giudica queste alternative per lo più apparenti, se non addirittura complementari. e) Dopo dieci anni di grande trasformazione, 1’«ideologia italiana», in tutte le variegate componenti, mostra il suo tratto infine unitario. È come un presepe, con l’asinello, i re Magi, i pastori, la sacra famiglia: maschere diverse di uno stesso spettacolo. O come in un dipinto di Pellizza da Volpedo, in vena di ritrarre la marcia dei nostri intellettuali in preda a nichilismo euforico . Dopo i grandi polveroni, e il susseguirsi di “novità”, l’ideologia italiana può venir ricostruita con precisione, e criticata radicalmente. f) La rivista intende sollevare la questione degli intellettuali , nei termini assolutamente inediti in cui si pone oggi. Gli intellettuali di rango, e soprattutto quelli fra loro che operano nei grandi media , svolgono un ruolo d’immediata direzione etico-politica . Tramontate le politiche culturali dei partiti, e nel mentre che si allargano a dismisura le fila dell’ intellettualità di massa , costoro (gli intellettuali “alti”, o inseriti nei media) si ritrovano tra le mani, e sulla bocca, un prepotere , una facoltà prima sconosciuta di orientamento e di influenza. Se c’è un centro di potere politico in senso proprio, è questo, è il loro. La rivista intende porre la nuova questione degli intellettuali, in tutta la sua specificità senza precedenti. 5. I temi fin qui abbozzati non saranno trattati direttamente dalla rivista. Essi devono restare sullo sfondo, costituire una griglia o una lente. La rivista si vuole affezionata e aderente agli eventi più concreti. È nella loro rilevazione e decifrazione, che va trasfuso e approfondito l’intero ventaglio di questioni e ipotesi or ora elencate. La rivista fa suo il molto citato proposito di Walter Benjamin: salvare i fenomeni attraverso le idee, rappresentare le idee nei fenomeni. Più che a una mediazione tra idee e fenomeni, si mira a un cortocircuito tra blocchi teorici anche straordinariamente astratti e triti dettagli empirici. Per la rivista non è un impaccio, ma una virtù, stabilire una relazione subitanea tra un teorema dell’intelligenza artificiale (o un passo di Platone, o un problema controverso della ricerca biologica) e un fatto di cronaca, un comportamento giovanile, un film, un minimo bivio etico. Peraltro, il cortocircuito che si persegue non è affatto una concessione alla divulgazione (o alla “pratica”, o agli strattoni del “mondo della vita”), per chi è intento a rigorosi studi sistematici. Al contrario, la rivista è un luogo di elaborazione avanzata, una frontiera della ricerca teorica di ciascuno. Essa intende soffermarsi sui paradossi più aspri ed enigmatici. In testi brevi e semplici, non si divulga qualche “patrimonio” accumulato, ma si prova a rodere terreno a continenti mai esplorati. La rivista, inoltre, non è una passeggera deviazione da “reti” professionali, per chi in esse lavora. Né può rappresentare una derivazione di queste “reti”. Viceversa, la rivista è una “rete” culturale, politica, etica, che si aggiunge a quelle esistenti, approfittando, se possibile, di tutto quel che di buono e di importante alcune di esse producono. La rivista, estranea a ogni partito e a ogni gruppo organizzato, è un sistema di comunicazione libero e trasversale, allude almeno alla forma di una comunità ventura. La sua lontananza dalle organizzazioni esistenti, consente d’intrattenere relazioni con tutti: senza esclusioni. Ma le impone anche di non stringere legami con alcuno: senza eccezioni. Più ancora che l’accordo sui temi prima menzionati (in tono volutamente assertivo per suscitare discussione), o su altri ancora, ciò che importa è la formazione di un comune sentire , di uno “sguardo” similare che si posi sulle cose. Una nuova sensibilità critica, che sia anche una forma di serissimo divertimento, va affinata con tutti i compagni, gli amici, i curiosi, gli irrequieti, che lo desiderino. Questa sensibilità affiatata prepara il momento, forse prossimo, in cui ricominciare a essere realisti . Ben sapendo che realismo, oggi, significa saper pensare in modo paradossale ed estremo. Che attenersi ai fatti, richiede un’immaginazione fuor di misura. (senza data ma 1989) Paolo Virno (1952) è stato un militante rivoluzionario e ora si occupa di filosofia. Fu detenuto per quattro anni (e poi assolto) in occasione del processo contro «autonomia operaia». È stato docente di filosofia del linguaggio presso l’Università Roma Tre, tra i suoi saggi figurano: Dell’impotenza (2021); Avere (2020); Saggio sulla negazione (2013), entrambi per Bollati Boringhieri. Con DeriveApprodi ha pubblicato: Grammatica della moltitudine (2014) e Convenzione e materialismo (2010). Ha, inoltre, tradotto e curato l’edizione italiana di L’individuazione psichica e collettiva di Gilbert Simondon (DeriveApprodi, 2021 per la nuova edizione).












