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  • selfie da zemrude

    Cronache del Boomernauta: Gaia e le metatecniche selvagge. Fabulazione speculativa ecologica Parrot Cos’è questo progetto? Cronache del Boomernauta è una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Attraverso 25 episodi pubblicati in formato feuilleton, racconta il tracollo di un mondo e la resistenza parziale di ciò che resta. Il Boomernauta, viaggiatore del tempo come l’Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez, suo predecessore, non è un eroe né un narratore onnisciente, ma innanzitutto una figura politica, considerando che ha partecipato come militante ai movimenti degli anni sessanta e settanta. Il suo modo di esporre le vicende del futuro è politicamente orientato e lui non lo nasconde. Ma è anche un "personaggio concettuale", à la Deleuze e Guattari, che opera diagnosi, prospettive e analisi che descrivono un piano di immanenza e che interviene nella creazione stessa dei concetti che lo popolano. Tutto ciò si svolge attraverso diffrazioni dello spacetimemattering [1] – termine cardinale della filosofia di Karen Barad che indica come queste tre entità emergano attraverso le intra-azioni – che si producono nell’incontro fra lo sguardo novecentesco del Boomernauta e le vicende di futuri prossimi e reconditi. Le illustrazioni di Martino Saccani Le figure non sono semplici accompagnamenti al testo ma vere intra-azioni, descrizioni virtuali per immagini di trans-formazioni, upgrades e downgrades del reale. Sono frames estratti dal processo di crisi in atto che dialogano con le parole del Boomernauta, le disturbano e le amplificano. Destrutturando la realtà, saturandola, dissolvendola e frammentandola, le visioni di Alessandra_Viganò (al secolo scorso Martino Saccani) aprono spazi di risonanza e suggeriscono al lettore immaginari di un futuribile domani. Coordinamento editoriale : Maurizio ‘gibo’ Gibertini NOTA : [1] Il termine "spacetimemattering" di Karen Barad è una parola creata per descrivere il modo in cui la materia e lo spaziotempo emergono attraverso le intra-azioni e siano intrinsecamente legati. Il concetto fa parte della teoria filosofica dell’Agential Realism. Introduzione alla pubblicazione seriale su ahida di Giuliano Spagnul «L'uomo è involuto in se stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l'uomo non vede più.» Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La tartaruga, 2024, p. 57 Sono passati più di cinquant'anni da questa lapidaria invettiva e l'uomo continua a non vedere. O, per lo meno, ciò che vede è l'inevitabile esaurirsi delle risorse del suo pianeta a cui può solo ovviare con un secondo pianeta da conquistare. E, siccome non è lì bell'e pronto da abitare, da terraformare. C'è qualcosa di assolutamente surreale, e forse inquietantemente patologico, in questa idea di consumare qualcosa fino all'osso per poi sputare l'osso e trovare qualcos'altro da consumare a sua volta e così via all'infinito. Ma il paradosso estremo è che quel qualcos'altro da conquistare è ancora più spolpato di quell'osso che si vorrebbe gettare. E quindi va artificialmente reso fertile e fecondo di nuove risorse per poterlo sfruttare. Ma allora perché, si chiede una giovane astrofisica, divulgatrice, Silvia Kuna Ballero presentando il suo libro Rapsodia marziana (Codice Edizioni, 2025) alla libreria Anarres di Milano, non terraformare il pianeta esausto che già abbiamo? Terraformare il pianeta Marte con i mezzi e i saperi odierni è praticamente impossibile, al di là di quel che ne pensa un infantile miliardario, e quell'ipotetico «forse tra qui a cinquant'anni» timidamente avanzato dall'autrice suona più come una rimanenza di quel luogo comune del progresso spinto sempre in avanti dal semplice accumularsi degli anni che passano. Ma allora, davvero, perché non la Terra che abitiamo e che possiede ancora un'atmosfera e acqua in abbondanza, anche se non proprio in ottima salute? Dare come risposta lo spirito dell'avventura insito nell'umano, la ricerca di quel qualcosa che sta oltre l'orizzonte, quel misurarsi sfidando i limiti che ci sono propri o imposti, non è una risposta sufficiente. Finita l'ultima frontiera di fronte a noi, si guarda in su oltre il cielo, e il dispositivo fantascientifico novecentesco ci ha abituati e rodati efficacemente a questo: ci ha reso familiare e tutto sommato accettabile l'idea di dover abbandonare la Terra. Non è un caso che Bruno Latour non amasse la fantascienza. Così infatti descrive i moderni in La sfida di Gaia (Meltemi, 2020): «non vedono l'avvenire se non in forma di romanzo futuristico. Nulla di sorprendente in ciò: non hanno mai prestato particolare attenzione alla direzione in cui stanno andando, ossessionati dall'idea di sfuggire al loro attaccamento alla Terra. Pronti al distacco, sembrano veramente ingenui quando incontrano la prospettiva del riattaccamento a una nuova residenza, della delineazione di un nuovo nomos. Somigliano ad astronauti che si apprestano a fare un giro d'esplorazione nello spazio senza tuta.» (p. 337) La risposta a tutto questo in realtà è molto semplice: se non si vuole abbandonare la Terra si dovrà abbandonare il capitalismo. E qui chi prospera e vive di capitalismo farà di tutto per convincerci del contrario e di strumenti ne ha tanti: una nuova avventura entusiasmante e meravigliosa è possibile! Certo non per tutti, forse per pochi, ma la razza umana sopravviverà proprio grazie a questi pochi, sorteggiati dalla fortuna o scelti tra i migliori o in una combinazione tra le due; ma l'importante è il nuovo sogno collettivo a cui tutti, con il loro lavoro e il loro entusiasmo parteciperanno. La fabula speculativa, il racconto di questo boomernauta del tempo, in questa sorta di antifantascienza (non me ne vorrà l'autore per questa definizione che a suo tempo fu affibbiata all'opera di un grandissimo come James G. Ballard) ci racconta proprio questo grande inganno e come immaginare le possibili forze antagoniste in grado di opporsi. Ogni episodio può essere letto come un frammento autonomo, ma connesso a un flusso narrativo complesso, in cui si intrecciano realtà riconoscibili e immaginazione critica.

  • il secondo senso

    Cosa stiamo facendo in questo comparto Ariel Gangi Curare un comparto come questo non significa, nelle nostre intenzioni, parlare di cose di donne o di soggettività femminilizzate o di «genere» (il miglior falso amico del femminismo!), bensì parlare in piena libertà e far parlare più voci sui temi più disparati, che però sono accomunati dagli occhiali dalla critica femminista per guardare al mondo contemporaneo. Perché questo comparto ospita un articolo sul mestiere del cuoco e il lavoro casalingo, uno sulla migrazione italiana in America e uno sulla nostalgia come sentimento conservatore? Come c’entrano tutte queste cose con, ad esempio, l’ecofemminismo o il lavoro riproduttivo? Sul nascere della rivista abbiamo scelto di dedicare una sezione specifica ai femminismi (al plurale!) contemporanei perché spesso incorporano punti di vista inusuali da cui guardare ai fatti di cronaca, ai fenomeni sociali e alle relazioni che si creano all’interno di questi. Sia che si tratti di microscopiche tecniche narrative (partire da sé, dall’esperienza incarnata di chi parla), sia che si tratti dell’analisi di macro tendenze politiche, come i nuovi fascismi o la crisi ecologica, il femminismo (qui al singolare perché inteso come «termine ombrello» o come strumento) si sforza di dare voce all’indicibile. Ovvero indaga il posizionamento di chi parla, chi è e da dove emerge la necessità storica di parlare di certi argomenti. In parole povere, tornando sul livello micro, il fatto che io sia una donna bianca nata in Occidente con origini partenopee e che faccia la cuoca ecc. «fa» qualcosa. Questo qualcosa significa che ciò di cui mi interessa parlare dipende dalla mia storia e dalle relazioni con altre storie e con la storia del mondo che attraverso. Così ad esempio Silvia Federici, quando parla di Karl Marx, dice che non le importa quale sia il coronamento dell’analisi linguistica più corretta dei Grundrisse e della migliore interpretazione del «frammento delle macchine» ma piuttosto il fatto che Rosa Luxemburg e il movimento spartachista fossero contro l’aborto perché nella loro interpretazione dei testi di Marx l’interruzione di gravidanza era letta come una pratica borghese, creando grandissima confusione per i movimenti femministi tedeschi dei decenni successivi. Che l’analisi della Luxemburg dell’opera marxiana fosse scorretta non importa, poiché conta il fatto che quell’interpretazione, giusta o sbagliata che fosse, ha avuto degli effetti materiali sulle generazioni di donne e di militanti a venire in quel pezzo di Europa. Dall’altro lato c’è una faccenda molto importante messa in luce da alcuni femminismi oggi, anche molto diversi tra loro, che riguarda la storia dei concetti e la genealogia delle parole usate sia analiticamente che politicamente. Ma intanto basti dire che per molte pensatrici oggi, a diverse latitudini (da Veronica Gago a Federica Giardini a Donna Haraway a Bell Hooks a Vandana Shiva fino ad Ariel Salleh, il cui pensiero sarà protagonista del prossimo testo di questo comparto insieme alla sua intervista), nella loro pratica filosofica/militante non risulta tanto importante delineare un neologismo o la descrizione di un concetto, come potrebbe essere quello di cambiamento climatico o di «fascismo dell’apocalisse». Perché secondo queste autrici e attiviste i concetti vengono meglio spiegati dal loro conflitto con altri concetti, le idee emergono dal loro scontro con chi le insidia. Per cui per parlare di ecologia politica oggi risulterebbe più utile partire dai suoi falsi amici: ambiente, natura, clima. Oppure per parlare dello stigma che pende sull’essere femminista in Italia sarebbe forse più utile parlare del berlusconismo televisivo, della crisi interna ai movimenti postavanguardisti, dello sciopero silenzioso della maternità in Italia o della cultura dello stupro istituzionalizzata e secolarizzata. Così come non conterà, come suggeriscono certi pensatori ebrei socialisti professori di Cambridge, che il sionismo storico non è quello utilizzato da Netanyahu, che ne fa un’interpretazione tendenziosa, perversa e scorretta. Ma invece conterà il fatto che a prescindere dall’uso corretto o scorretto del termine sionismo rispetto alle intenzioni originarie del popolo ebraico della diaspora, oggi nella realtà materiale del genocidio, fuori dal delirio simbolico, sotto e per conto di questa parola stanno morendo decine di migliaia di persone. Tutto questo per dire che curare un comparto come questo non significa, nelle nostre intenzioni, parlare di cose di donne o di soggettività femminilizzate o di «genere» (il miglior falso amico del femminismo!), bensì parlare in piena libertà e far parlare più voci sui temi più disparati, che però sono accomunati dagli occhiali dalla critica femminista per guardare al mondo contemporaneo. Infine torniamo all’inizio, ovvero al nome di questo comparto: «Il secondo senso». Quando Simone de Beauvoir scrisse «Il secondo sesso» (Le Deuxième Sexe, Parigi, 1949), ci ha fatto un grande regalo ma ci ha dato anche un enorme accollo. Perché come Il Corano, La Bibbia, Il Capitale, La Divina commedia, Così parlò Zarathustra, ecc. è uno di quei libri che è stato sottoposto a talmente tante interpretazioni diverse che oggi potremmo dire che molti pensieri femministi odierni, da quello liberale bianco, borghese e conservatore di alcuni ambienti neoliberisti occidentali a quello rurale radicale in India a quello decoloniale e cosmogonico dei popoli originari dell’America latina, subiscono l’influenza, anche molto indirettamente, di interpretazioni che sono contro o a favore delle tesi più controverse di questo libro, dalla seconda metà del Novecento a oggi. Come la tesi che (presumibilmente?) sancisce che «donna non si nasce, si diventa», suggerendo forse che la donna è una costruzione sociale, un’idea situata storicamente e non un animale biologicamente diverso dagli altri della sua specie (si pensi all’interpretazione che oggi Donna Haraway fa della natura, quando dice che «Né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. La natura è, strettamente, un luogo comune»). Qui però il «senso» – e non il sesso – è descritto come «secondo» non per suggerirne una subalternità gerarchica ma per sottolineare il mondo dell’invisibile, del sommerso, della complessità e della profondità di senso, descritto dalla problematica sfera della femminilità (che sia essa subita o esercitata strategicamente, da persone che non sono donne/femmine in senso biologico ma che sono considerate tali secondo lo stigma storico che ciò comporta). Dunque nel senso di ciò che segue (secundus) oltre al senso dominante ma anche in conformità a ciò che penso (secondo me, secondo te). Quindi, senza tirarla troppo per le lunghe, chiunque scriva o voglia scrivere qui condividerà un metodo e un posizionamento verso l’osservazione degli scenari contemporanei, tale per cui non conteranno le verità, semmai questo abbia avuto senso nella storia, non conteranno i simboli e i loro significati assoluti ma le storie e le relazioni (non solo umane o umanoidi) che stanno dietro alle parole, alle immagini, agli incontri, agli scontri e all’andare del mondo. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

  • konnektor

    Gaza è Rio De Janeiro. Gaza è il mondo intero Thomas Berra Pubblichiamo l'articolo di Raul Zibechi tradotto dal collettivo internazionalista Nodo Solidale e apparso su desinformemonos.org per gentile concessione dell'editore. L’articolo denuncia il massacro di oltre 130 giovani neri e poveri nelle favelas di Rio de Janeiro, uccisi dalla polizia durante un’operazione militare presentata come lotta al narcotraffico. L’autore accusa il governo di complicità in una vera e propria guerra contro i poveri e critica l’impunità delle forze repressive. L’episodio viene collegato a un contesto globale di violenza sistematica e di repressione contro i popoli oppressi — da Gaza al Chiapas, dal Cauca al territorio mapuche — che l’autore interpreta come espressione di un capitalismo predatorio e genocida. Il testo invita alla solidarietà internazionale e alla resistenza collettiva, trasformando il dolore per le vittime in indignazione e lotta contro un sistema che si fonda sulla morte e sull’esclusione sociale. Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore che ci provoca il massacro di oltre 130 giovani neri, poveri, uccisi dalla polizia di Rio de Janeiro, con la scusa di combattere il narcotraffico. Si è trattato di un’operazione di guerra urbana in cui il governo dello Stato ha mobilitato 2.500 poliziotti in assetto da guerra, oltre a blindati ed elicotteri per attaccare i complessi delle favelas Penha e Alemao nella zona nord della città, un’area con un’alta concentrazione di popolazione povera. Si tratta di due complessi di favelas che superano i 150.000 abitanti, con un’enorme densità di popolazione. Il governo di Rio ha dichiarato che ci sono stati 60 morti, ma la popolazione delle favelas ha portato nelle piazze più di 50 corpi che non figuravano nel conteggio ufficiale, lasciando il dubbio su quanti siano stati uccisi. Finora il numero supera i 120. Le reazioni non si sono fatte attendere, dalle organizzazioni per i diritti umani alle Nazioni Unite, che si sono dette “inorridite” dal massacro. Al di là dei dati, ci sono fatti rilevanti. Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui devono guardarsi i popoli e le persone oppresse del mondo. Per chi sta in alto, si apre un periodo di caccia indiscriminata alla popolazione “in esubero”, perché hanno la garanzia dell’impunità. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Può essere Quito, San Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o Wall Mapu; la montagna di Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo che uccide per accumulare sempre più rapidamente. Dicono narcotrafficanti con la stessa indifferenza con cui dicono palestinesi, mapuche o maya. Sono solo scuse. Argomenti per le classi medie urbane. Ma la storia recente ci mostra che quello che stanno facendo è creare laboratori per il genocidio. Nel tranquillo Ecuador, quando i popoli indigeni li hanno sconfitti nella rivolta del 2019, hanno reagito liberando i più feroci criminali nelle carceri trasformate in luoghi di sterminio, dove i media mostravano i detenuti che giocavano a calcio con la testa di un decapitato. Nel Cauca, l’estrazione mineraria a cielo aperto e la coltivazione di droga hanno esacerbato la violenza paramilitare contro le comunità Nasa e Misak che resistono e non si arrendono, rendendo la regione la più violenta di un paese già di suo violento. Nel territorio mapuche, sia in Cile che in Argentina, i poteri forti hanno deciso che coloro che non si arrendono devono essere definiti “terroristi”, con il risultato che oggi ci sono più prigionieri mapuche che sotto le dittature di Pinochet e Videla. In Messico, tutto è chiaro, così chiaro che i media e i governi non vogliono farcelo vedere, mascherando la violenza con discorsi che ne sottolineano solo la complicità. La violenza sistematica in Guerrero e in Chiapas dovrebbe essere motivo di scandalo. A Rio de Janeiro, un sociologo dice spesso che il narco non è uno Stato parallelo, ma lo Stato realmente esistente. Compresi tutti i governatori degli ultimi decenni, con il loro entourage di imprenditori mafiosi, deputati e consiglieri comunali che costituiscono un potere ereditato dagli squadroni della morte della dittatura militare. Gaza ci pone in un altro luogo, di fronte ad altre sfide. La prima è comprendere che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire che questo sistema è composto dalla destra e dalla sinistra, dai conservatori e dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci da soli, perché nessuno lo farà per noi. Il mondo che abbiamo conosciuto sta crollando. Piangiamo quei giovani uccisi a Rio, quei corpi distesi sull’asfalto. Trasformiamo le nostre lacrime in fiumi di indignazione e in torrenti di ribellione. Raul Zibechi è nato a Montevideo nel 1952. E' un giornalista e scrittore. Tra il 1987 e il 1991, ha percorso il Perù, l'Ecuador e la Colombia, dove ha avuto lunghi rapporti con le comunità indigene locali. In italiano sono stati pubblicati: ll paradosso zapatista (Eleuthera, 1998) Genealogia della rivolta (Sossella, 2003), Alba di mondi altri. I nuovi movimenti dal basso in America Latina (Museodei by Hermaten, 2015) e Tempi di collasso. I popoli in movimento (Nuova Delphi, 2021).

  • fascismi

    # 3 I nuovi fascismi e la riconfigurazione della controrivoluzione globale Asemic Archway Il presente testo è stato originariamente redatto come materiale per il workshop del collettivo <>, tenutosi nel marzo 2025 presso il Sitio de Memoria Providencia di Antofagasta (Cile) e intitolato Guerra, crisi e fascismi. La versione qui proposta, pubblicata originariamente sul sito del collettivo, include alcune modifiche apportate successivamente, alla luce delle discussioni e delle interazioni avute con i partecipanti e i collaboratori. Attraverso la lettura di diversi autori, il testo propone un’analisi articolata sul fenomeno del fascismo. Come sottolineano gli autori stessi, alcuni passaggi e fasi di tale riflessione risultano complessi e sfaccettati, una caratteristica dovuta alla natura stessa dell'oggetto di indagine, sempre più camaleontico e sfuggente. Nonostante ciò, gli autori riconoscono la necessità di approfondire l’analisi delle nuove forme di fascismo facendo chiarezza su come esse rappresentino oggi uno degli strumenti principali attraverso cui il capitale tenta di salvarsi dalla crisi da esso stesso generata. Pubblichiamo il testo a puntate per gentile concessione del collettivo <> e della redazioni di Ill Will dove è apparso l’articolo proposto. Di seguito la terza puntata. Ai seguenti link è possibile leggere il primo testo e il secondo. 4.1 L'accelerazione capitalista e la NRx. La tendenza all'accelerazione del capitale sembra puntare definitivamente a un divorzio dalla democrazia liberale e, senza dubbio, la forma specifica che risulterà da questa accelerazione suicida supera quella della gestione neoliberista dello Stato. I movimenti neo-reazionari che guidano questa cieca avanzata del capitale – come una profezia che si autoavvera – sostengono da diversi anni l'inadeguatezza della democrazia rappresentativa nella tutela della proprietà privata, accompagnata da una critica alle idee umanitarie dell'Illuminismo (egualitarismo, pensiero razionale e libertà). È il caso di parte del libertarismo (o "anarcocapitalismo") e, in particolare, di autori come Rothbard o Hans-Hermann Hoppe. Quest'ultimo è il più "radicale" - per non dire reazionario - dei due, in quanto ritiene preferibile il ritorno alle monarchie occidentali - che considera un male minore - come alternativa alle democrazie - che ritiene responsabili del declino sociale. Hoppe distingue la democrazia dalla monarchia, in quanto la prima è una forma di governo di proprietà pubblica, promossa dalla socialdemocrazia e universalizzata dopo la prima guerra mondiale, mentre la seconda è una forma di governo di proprietà privata (la monarchia), in cui il re è il legittimo proprietario di un territorio (il suo regno). L'argomento principale di Hoppe per affermare che i governi di proprietà privata sono più efficienti nella difesa della proprietà e del libero mercato è la continuità della proprietà attraverso l'eredità, che porta i re a pensare a lungo termine e quindi a mantenere una spesa fiscale minore. In definitiva, non è altro che un promotore del contrattualismo hobbesiano moderno. Le ridicole argomentazioni pro-monarchiche di Hoppe e della proprietà privata del governo trovano una certa continuità nell'opera di altri riferimenti del movimento reazionario contemporaneo, in particolare nell' “Illuminismo oscuro”. Curtis Yarvin, Nick Land e soprattutto Michael Anissimov, le cui idee hanno trovato spazio nell'attuale governo Trump, condividono la critica di Hoppe all'egualitarismo e alla democrazia, ma la portano all'estremo. Rispetto al libertarismo, l'Illuminismo Oscuro, o NRx, è un movimento molto più difficile da classificare e che, proprio grazie a questo alone di mistero, è riuscito a infiltrarsi in alcuni settori dell'estrema sinistra incapace di riconoscere nelle sue affascinanti posizioni filosofiche il pericolo che esse comportano. Sebbene condivida elementi centrali con l'ideologia controrivoluzionaria, possiamo trovare le sue influenze in riferimenti di tendenze ed epoche molto diverse (poststrutturalismo, fantascienza, teorie del complotto, pensiero reazionario e libertarismo). Da un lato, assume la critica all'Illuminismo e afferma una comprensione neo-hobbesiana della natura umana, posizioni che non solo danno il nome al suo movimento, ma sono parte fondamentale di una prima fase del suo progetto politico: la promozione di una figura autoritaria che gestisca la popolazione e assicuri l'accelerazione capitalista. La linea anti-illuminista seguita da Land e compagni sembra risalire alle radici del pensiero reazionario nell'opera del suo primo grande teorico: Joseph de Maistre (1753-1821). Ma ciò che realmente differenzia la NRx da altre espressioni della controrivoluzione è la sua origine accelerazionista nella controcultura cyberpunk. La corrente neoreazionaria cattura con successo i sogni della controcultura tecno-ottimista dei primi anni '90 e allo stesso tempo la sua inversione distopica. La NRx si configura all'interno della tensione tra il primo ottimismo per il "potenziale infinito" delle reti e delle nuove tecnologie e la sua risposta critica alle tecnodistopie capitaliste, affermando la materializzazione di quest'ultima come suo fine, che nella versione più sofisticata di Land può essere descritta come «una visione dell'intelligenza artificiale capitalista di portata planetaria: un vasto sistema infinitamente capace di sopportare fratture e manipolazioni di fronte al quale la volontà umana è diventata obsoleta». Nella NRx, la negazione dei valori dell'Illuminismo non ha come obiettivo la conservazione dello status quo, ma propone piuttosto una riconfigurazione che consenta una difesa più efficiente ed estrema dell'ordine capitalista, superando in questo processo lo status quo attraverso una critica reazionaria fondamentalmente opposta a quella rivoluzionaria. Pertanto, non si verifica una completa assimilazione degli elementi caratteristici di altre tendenze più antiche, come il pro-monarchismo e l'anti-egualitarismo, ma piuttosto li trasforma in modo utilitaristico per il suo progetto politico tecno-distopico. Ad esempio, dalla preferenza conservatrice per una monarchia classica si passa alla comprensione landiana secondo cui la tendenza all'accelerazione capitalista porta all'adozione di una sorta di tecnomonarchia corporativa, come forma di gestione più efficiente per il capitale. Per i teorici della NRx, lo Stato sarebbe gestito come una società per azioni (SpA), la proprietà privata del governo sarebbe in mano a un amministratore delegato (CEO), che sarebbe proprietario del territorio e delle sue risorse, mentre l'aristocrazia sarebbe azionista di questa SpA. Affinché questo sistema sia funzionale, Yarvin propone che questi Stati-società siano di piccole dimensioni, più simili a città-Stato. È qui che entra in gioco uno dei progetti più ambiziosi della NRx: la colonizzazione marina (o seasteading). La costruzione di abitazioni permanenti su piattaforme marittime al di fuori della giurisdizione di qualsiasi nazione esistente. Questo progetto è promosso principalmente da Patrick Friedman, nipote di Milton Friedman e fondatore del Seasteading Institute. Come potrete notare, non è un'idea così assurda, vista l'attuale trasformazione dello Stato- nazione e la sua assimilazione alle principali corporazioni del mondo. Infatti, nella ricerca di nuove forme per sostenere il peso della guerra tecnologica, la Cina sta progettando la costruzione di una base dati marittima a 35 metri sotto il livello del mare. L'area marittima, lungi dall'essere terreno di fantascienza, è uno scenario possibile, che sta già diventando realtà. Non è un caso che il governo Trump sia l'esempio più vicino a questa forma neo-corporativista di amministrazione dello Stato. D’altronde è noto l'interesse per l'opera di Yarvin da parte di J.D. Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, e di Steve Bannon, ex consigliere presidenziale e capo stratega del team di Donald Trump durante il suo precedente governo. Indipendentemente dal fatto che gli esercizi prefigurativi di teoria-finzione della NRx si rivelino efficaci o meno —quella che Land definisce “iperstizione”, una finzione che genera il futuro che predice—, è evidente che l’accelerazione della macchina capitalista nella sua attuale fase di decadenza civilizzatrice mostra come la forma del capitale oggi trascenda quelle precedenti. Per questo motivo, non dobbiamo leggere i fenomeni reazionari attuali, incarnati da figure come Trump o Milei, come prodotti compiuti, ma come momenti di un processo ancora in divenire, in continua evoluzione. Discutere se siano o meno fascisti è meno rilevante rispetto alla consapevolezza che la loro attuale configurazione materiale riflette la crisi strutturale del capitale. Lo studio del reazionario diventa così uno strumento pratico per contribuire all’abolizione dei rapporti sociali capitalistici che li generano, ossia per confrontarsi in maniera radicale con il capitale e le sue categorie fondamentali. Secondo la visione accelerazionista, il capitalismo si abbatte su di noi come una mostruosità liquida e acceleratrice, capace di inglobarci: e, secondo Land, va accolto come tale. La storia del lavoro schiavistico e della lotta di classe, letteralmente mostruosa, viene oscurata nella figura dell’iperstizione del mostro lovecraftiano Shoggoth, simbolo di dinamismo liquido e acceleratore. L’orrore di questo scenario comporta l’oblio della lotta di classe —anche in forma fittizia o dubbia— e l’abolizione dell’attrito, a favore di un’immersione totale nel flusso del capitale. Fascismo e democrazia. È innegabile che la narrativa dell’avvento del fascismo abbia una particolare utilità, e non sorprende il suo rilancio in corrispondenza di ogni periodo elettorale. Il processo è piuttosto semplice: rispondere alla minaccia fascista con l’unità dell’insieme della società civile in un unico Fronte, la cui pratica si traduce nelle urne e, talvolta, anche in scontri di piazza e proteste. L’obiettivo è sempre lo stesso: proteggere la democrazia dalla minaccia dittatoriale del fascismo. O, più precisamente, difendere un capitalismo moderato. Il fascismo è l’adulazione del mostro statale; l’antifascismo è la sua apologia più sottile. La lotta per uno Stato democratico consolida inevitabilmente lo Stato e, invece di estirpare le radici del totalitarismo, ne stringe le grinfie sulla società . Partendo dall’analisi situata del fascismo razziale di Angela Davis e George Jackson, già discussa all’inizio, emerge la particolare forma di sopravvivenza del fascismo all’interno delle democrazie, che permette di parlare oggi di fascismi democratici. Ne consegue che la pratica antifascista, concepita come difesa della democrazia intesa come male minore, risulta inefficace e, di conseguenza, destinata a fallire. Questa conclusione non appartiene solo agli autori radicali neri: già Amadeo Bordiga, nel 1921, durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista, metteva in guardia sul vero carattere della democrazia: La democrazia borghese agisce tra le masse come un mezzo di difesa indiretta, mentre l'apparato esecutivo dello Stato è pronto a ricorrere a mezzi violenti e diretti, non appena gli ultimi tentativi di attirare il proletariato sul terreno democratico saranno falliti Allo stesso modo, nella sua denuncia del fascismo due anni dopo, lo comprendeva non come una rottura imminente con la democrazia borghese, poiché questo proveniva da essa: «Il fascismo incorpora la lotta controrivoluzionaria di tutte le forze borghesi alleate e per questo motivo non è necessariamente obbligato a distruggere le istituzioni democratiche». Ciononostante, la critica alla democrazia non accompagnò la critica al fascismo, per cui divenne opinione comune la convinzione che esista una totale opposizione tra la democrazia e il fascismo. L’analisi di Davis e Jackson sul fascismo razziale e democratico si colloca a oltre quattro decenni di distanza dal fascismo denunciato da Bordiga. La possibilità di un fascismo democratico era già insita nella forma originaria del fascismo della prima metà del XX secolo? Giorgio Agamben, in Stato di eccezione, sottolinea un punto cruciale: né Hitler né Mussolini salirono al potere con un colpo di Stato. Mussolini era il capo del governo, investito legalmente di tale carica dal re, così come Hitler era il cancelliere del Reich, nominato dal legittimo presidente. Ciò che caratterizza sia il regime fascista che quello nazista, come è noto, è che entrambi hanno permesso il mantenimento delle costituzioni in vigore (rispettivamente lo Statuto Albertino e la Costituzione di Weimar) – secondo un paradigma che è stato acutamente definito come "Stato duale" – affiancando alla Costituzione legale una seconda struttura, spesso non formalizzata giuridicamente, che poteva esistere accanto all'altra solo grazie allo stato di eccezione. Il termine "dittatura" è del tutto inadeguato per descrivere tali regimi dal punto di vista giuridico, così come d'altra parte l'opposizione secca democrazia/dittatura è equivoca per un'analisi dei paradigmi di governo oggi dominanti. Sebbene l’attuazione dello stato di eccezione da parte dei regimi fascisti non fosse una novità, non ne fu nemmeno una caratteristica esclusiva. Lo stato di eccezione ha origini nella Francia rivoluzionaria e la sua applicazione secondo legge si riscontra lungo tutto il secolo successivo, in particolare durante la repressione della Comune di Parigi nel 1871. Durante la Prima guerra mondiale si diffuse come politica generalizzata, e successivamente fu adottato dalle democrazie liberali in crisi a causa della guerra e della Grande Depressione, come nel caso di Franklin D. Roosevelt negli Stati Uniti, ma anche per reprimere insurrezioni operaie. Una volta saliti al potere, fascismo e nazionalsocialismo sfruttarono pienamente il corpus normativo preesistente, la cui riorganizzazione —soprattutto in Germania— proseguì la linea dei governi socialdemocratici. L’apparato costituzionale delle democrazie liberali, che includeva la sospensione legale della costituzione e dei diritti fondamentali attraverso lo stato di eccezione, servì da transizione per l’installazione delle macchine da guerra fasciste e naziste nella loro forma più completa durante la Seconda guerra mondiale. La differenza tra i nuovi fascismi e quelli del passato non risiede nella possibilità di insediarsi all’interno di un quadro democratico, già presente, ma nel modo in cui le democrazie odierne hanno perfezionato le politiche fasciste, consentendo l’uso dello stato di eccezione anche all’interno del quadro democratico. Ciò ha permesso, ad esempio, la costruzione di un’industria intorno al crimine e all’insicurezza, come giustificazione per l’adozione di tali politiche: basti pensare alla politica quasi continua dello Stato di eccezione costituzionale in Cile dal 2019, che si è manifestata come stato di catastrofe durante la pandemia e come stati di emergenza nella “macrozona sud”, con la militarizzazione dell’Araucania, e nel nord per la crisi migratoria. In tal modo, lo stato di eccezione diventa strumento centrale di gestione della popolazione in eccesso generata dal capitale. L’emarginazione fino alla povertà e la promozione dell’economia informale come unica forma di sopravvivenza, necessaria per la produzione di valore, si accompagnano alla repressione sistematica dello Stato e all’aumento dei finanziamenti a polizia e forze armate. Negli ultimi trent’anni di egemonia neoliberista, è diventato comune invocare la difesa della democrazia e dell’ordine, affinché lo Stato dispieghi politiche di persecuzione, repressione e incarcerazione contro “gruppi sovversivi” o “antisociali”, spesso bollati come terroristi, che in realtà includono lavoratori precari, anziani con pensioni minime e donne vittime di violenza sessuale. Scioperi, manifestazioni e blocchi stradali vengono repressi in nome del diritto al lavoro, della difesa della proprietà privata e della libera circolazione. Il fascismo storico ha svolto un ruolo centrale nella riconfigurazione dello Stato contemporaneo, assimilando e perfezionando le forme della controrivoluzione fascista del XX secolo, rendendo possibile il loro impiego senza la necessità di un governo fascista formalmente costituito. L’incorporazione del “fascismo” si manifesta attraverso strategie e tattiche repressive, un corpus giuridico e un uso particolare dell’apparato burocratico diretto verso «popolazioni razzializzate e subalterne, la cui stessa esistenza è percepita come una minaccia», da cui derivano i confini porosi tra “criminale” e “prigioniero politico” L’espansione dell’esperienza razzializzata della negazione dei diritti civili al resto della popolazione è una caratteristica centrale dell’apparato repressivo statale e della sua criminalizzazione estensiva. Il “diritto penale del nemico”, teorizzato da Günther Jakobs, viene applicato a categorie di “nemici” sempre più ampie. L’attuale governo Trump, ad esempio, arresta manifestanti contro il genocidio a Gaza, mentre agli immigrati —in gran parte studenti e accademici— vengono revocati visti e carte verdi per l’espulsione. Nessun settore della popolazione è esente dal rischio di essere classificato come nemico. Ma la persecuzione di un numero così vasto di persone richiede la collaborazione attiva e passiva della popolazione civile, che attualmente è configurata sotto il dispositivo della cittadinanza. Le ricompense per le denunce contro i manifestanti e le persone legate ad azioni dirette sono diventate comuni, come già lo erano durante le dittature sudamericane. In Argentina, nel contesto delle manifestazioni dei pensionati, Patricia Bullrich, ministro della Sicurezza del governo di Javier Milei, ha assicurato che sarebbero state pagate ingenti ricompense a chi denunciasse coloro che "alterano l'ordine pubblico". Allo stesso modo, l'arresto di Mahmoud Khalil, attivista e studente palestinese di laurea magistrale, è stato possibile grazie "a una attiva delazione da parte di colleghi anonimi della stessa Columbia Universiry che avevano documentato la sua partecipazione alle reti studentesche in solidarietà con la Palestina". .E nel dicembre dello scorso anno, durante le indagini sull'uccisione di Brian Thompson, amministratore delegato della UnitedHealthCare (la principale compagnia di assicurazioni degli Stati Uniti), il presunto colpevole, Luigi Mangione, è stato catturato grazie alla denuncia di un dipendente di una catena di fast food. La linea legale che separa chi è o considerato un "criminale" o "antisociale" dall'essere un cittadino come gli altri si riduce al fatto che questi collabori o meno alla repressione del primo. Con il pretesto dell’antiterrorismo come della lotta contro la «criminalità organizzata», ciò che si disegna di anno in anno è la costituzione in materia penale di due diritti distinti: un diritto per i «cittadini» e un «diritto penale del nemico». È un giurista tedesco, apprezzato a suo tempo dalle dittature sudamericane, che lo ha teorizzato. Si chiama Günther Jakobs. La feccia, gli oppositori radicali, i «teppisti», i «terroristi», gli «anarchici», in breve: l’insieme di quelli che non provano abbastanza rispetto per l’ordine democratico in vigore e che rappresentano un «pericolo» per «la struttura normativa della società»; Günther Jakobs nota che a questi, in misura sempre maggiore, viene riservato un trattamento derogatorio del normale diritto penale, fino a non rispettare più i diritti costituzionali. Non è logico, in un certo senso, trattare da nemici quelli che si comportano come «nemici della società»? Non stanno «escludendosi dalla società»? E non si dovrebbe ammettere allora l’esistenza, per loro, di un «diritto penale del nemico» che consiste giustamente nell’assenza completa di ogni diritto? Epilogo: consigli per superare il fascismo totale - asperità concettuali e rivoluzionarie. Di: Amapola Fuentes. Pascal aveva un abisso che con lui s’agitava. – E tutto è abisso! – Azioni, desideri, sogni, parole! E sui miei peli tutti ritti sento spesso passare il vento della Paura. In alto, in basso, ovunque, profondità, silenzio, spazio che spaventa e attira… Dio, col suo dito sapiente, in fondo alle mie notti segna un incubo multiforme e senza tregua. Ho paura del sonno come si ha paura d’un gran buco, tutto pieno di vago orrore, che porta chissà dove; da ogni finestra non vedo altro che infinito, e il mio spirito, sempre ossessionato di vertigine, invidia l’insensibilità di questo nulla. – Potessimo non uscire mai dai Numeri e dagli Esseri! L'Abisso, Charles Baudelaire, 1868. Se il testo è stato complesso e, a tratti, sembrava aver perso il filo iniziale, è perché il fenomeno del fascismo e i suoi sviluppi teorici e pratici sono complessi, ma necessari da comprendere. La storiografia del concetto di fascismo e delle sue diverse espressioni è qualcosa che a volte perde le tracce, e noi ci impantaniamo in quel fango. Dobbiamo allontanarci dallo stereotipo secondo cui "diciamo che tutto è fascismo". No, non tutto lo è, ma ci sono molti fenomeni odierni che non rispondono al fascismo storico e che tuttavia fanno parte delle sue nuove tendenze. Soprattutto quelli che chiamiamo accelerazionisti, che nella loro forma più comune attraverso mega-aziende multinazionali legate alle nuove tecnologie e alla ricerca tecnico-produttiva, hanno come progetto quello di generare l'obsolescenza della maggior parte dell'umanità. Cioè sostituire definitivamente la manodopera umana in un processo di automazione globale del capitale, facendo esplodere nel processo i suoi prerequisiti di esistenza e di produzione di valore. Questi deliri, molto nello stile di Nick Land, non sono senza senso, ma fanno parte di un progetto capitalista comune. Tesla, Defense Advanced Research Projects Agency, Aldebaran, Meka Robotics, tra le altre, sono alcune delle aziende che promuovono la ricerca e la produzione di un'entità tecnica che sostituisca l'umanità nelle sfere riproduttive del capitale. Né le fantasie speculative di Land, né la tecnofobia neoluddista sfuggono alla realtà catastrofica del presente: è urgente trovare una via d'uscita reale diversa dalle proposte reazionarie, che costituisca quindi la base di qualsiasi progetto rivoluzionario. Nel frattempo, da altre prospettive reazionarie, più che accelerazioniste, si propone un rallentamento della macchina capitalista, che per altro non è possibile, né auspicabile da un punto di vista rivoluzionario. Non è possibile rallentare una macchina affinché continui il suo movimento necrofilo, ma con minore intensità. Comprendendo ciò, il rallentamento si traduce in una difesa locale degli effetti diseguali della tendenza distruttiva del capitale. Se le diverse forme reazionarie hanno in comune la persistenza di uno spirito arcaico, nostalgico delle vecchie forme organizzative ed esistenziali, ciò che le distingue è l'assenza della componente rivoluzionaria. Il rallentamento è puramente conservatore, e sul piano pratico si traduce nell'adozione di una strategia di difesa selettiva, per la conservazione e/o il recupero di alcune forme particolari di esistenza all'interno di un territorio specifico. La facilità con cui la popolazione aderisce ai loro discorsi basati su pratiche che sembrano così comuni e innocenti come la difesa dell'ambiente naturale e il rifiuto dell'individualità capitalista, ma intese attraverso la difesa della proprietà e l'esaltazione patriottica della "comunità nazionale", genera un grande pericolo. Non è difficile vedere oggi come si siano diffusi discorsi con tinte xenofobe, basati sulla necessità del fascismo di installare la paura di questo o quell'altro nemico, provocando estraneità e rancore, e di fronte al quale sorge l'urgenza di difendersi e di richiedere politiche pubbliche e di sicurezza al riguardo. I settori progressisti della società non sono immuni alle varianti reazionarie della crisi; piuttosto, si mescolano con esse e le promuovono. Potremmo citare innumerevoli esempi del passato, ma ne prenderemo uno degli negli ultimi giorni: in Cile il settore della pesca artigianale ha iniziato a mobilitarsi e a protestare contro il ritardo nell'approvazione della legge sulla divisione delle quote di pesca. Ciò ha influito sull'economia locale e ha avvantaggiato aziende come Marfood, Orizon e Blumar. Per coincidenza, in questo contesto di agitazione, un peschereccio artigianale chiamato Bruma è “scomparso” con sette persone a bordo. Pochi giorni fa è stato rivelato che la barca non è affondata né scomparsa per magia, ma per mano del capitale e dei suoi complici. È stata speronata dalla Cobra, un peschereccio industriale di proprietà della compagnia Blumar. Perché associamo questo evento alla svolta reazionaria dei settori progressisti? Perché i social network e i media sono pieni di risposte che accusano la corporazione dei pescatori di essersi schierata con il fronte del rechazo durante la stesura della Nuova Costituzione del 2022 e che, quindi, dovrebbero “godersi ciò per cui hanno votato”. In altre parole, da questi settori progressisti di “sinistra”, è del tutto coerente che un settore della classe sfruttata, non avendo preso parte a uno slogan o a un momento specifico, meriti la morte per mano delle attuali forze di sicurezza - complici dello Stato, dei suoi agenti repressivi e delle corporazioni nella criminalizzazione della protesta. Qui vediamo chiaramente il carattere nostalgico e irrazionale dei movimenti reazionari: l'“altro” viene definito come il nemico (coloro che hanno votato per “rifiutare” la costituzione) la cui eradicazione ripristinerà la stabilità, e che perdono il loro status di esseri umani, essendo invece visti come poco più che un ostacolo a un fine: una nuova costituzione femminista, ecologica - e tanti altri aggettivi - per il Cile. In pratica, invece di alterare l'espressione locale del modello economico capitalista, lo ha legittimato durante un periodo di rivolta che aveva messo in discussione la logica capitalista. Questo discorso non è solo moralista, ma genera una linea di demarcazione immaginaria tra le classi oppresse, diventando al contempo una disposizione a favore dell'attuazione di necropolitiche per colpire chi è già riconosciuto come altro, che perde la sua condizione di essere umano e, quindi, è legittimamente minacciato di morte all'interno dei discorsi fascisti neoreazionari del presente. Non ripeteremo l'errore di dichiarare che tutto è fascismo, perché così facendo lo rendiamo omogeneo e, allo stesso tempo, significa che nulla è più fascismo. Tuttavia, nella vita quotidiana, possiamo riconoscere innumerevoli azioni che contengono i semi latenti del fascismo e che rischiano di far germogliare alcune delle sue espressioni, con il pericolo di riprodurre le atrocità che si sono verificate in passato e che potrebbero verificarsi nel presente, in un'era di armamenti in cui l'energia nucleare è diventata l'eccezione permanente. § Il tentativo di questo testo è quello di chiarire come il fascismo storico sia emerso, mutato, si sia adattato ai contesti e si sia evoluto, proprio per poter riconoscere la latenza delle sue nuove forme e non ignorarla. Stiamo vivendo un'epoca turbolenta, piena di eventi sconcertanti in cui i concetti hanno confini sfumati, si trasformano e rendono estremamente difficile classificare ciò che stiamo vivendo. Bene, questo è un tentativo parziale di guardare attraverso la confusione del presente e riconoscere le tendenze dello sviluppo della crisi capitalista e le reazioni che ne derivano, per — e a partire da esse — configurare la messa in pratica del comunismo come abolizione del capitalismo e dei rapporti sociali che lo riproducono, attraverso la produzione di misure immediate che sopprimano la frammentazione della vita sociale.

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    Wu Ming 1. Presentazione de Gli uomini pesce, Cascina Torchiera, Milano De Villo Sloan Nel dialogo tra Wu Ming 1 e Tobia D’Onofrio, tenutosi a Cascina Torchiera di Milano in occasione della presentazione de Gli uomini pesce, emergono i temi centrali del romanzo e del metodo di lavoro dell’autore. Il libro intreccia memoria partigiana, crisi climatica e condizione post-pandemica, contrapponendosi alla rimozione collettiva del periodo del Covid-19. Wu Ming 1 riflette sul ruolo politico e critico della scrittura, che deve sfidare l’oblio e l’adeguamento. Attraverso l’uso della speculative fiction e l’ibridazione tra ricerca, inchiesta e narrativa, l’autore sperimenta nuove forme di racconto in cui la dimensione fantastica diventa strumento per indagare il reale. Tale approccio, già presente nei precedenti lavori (Un viaggio che non promettiamo breve, Se vi va bene bene, se no seghe, La Q di Qomplotto), si concretizza ne Gli uomini pesce in un “oggetto narrativo non identificato” che mescola fatti, memorie e invenzione per interrogare criticamente il presente. Concludiamo le riflessioni intorno al volume di Wu Ming 1, Gli uomini pesce, con una parte del dialogo che si è tenuto a Cascina Torchiera di Milano in occasione della presentazione. Tobia D’Onofrio: «A nome di Cascina Torchiera e di Bibliotork Interzona Caronia [1] diamo il benvenuto a te e a tutto il collettivo Wu Ming perché, dopo tanti anni, restate un punto di riferimento importante per tutte le persone che attraversano questo spazio libertario. Due anni fa siete venuti in Torchiera a presentare Ufo 78 [2], un romanzo in cui, tra i ringraziamenti, figura proprio Antonio Caronia, l’esperto di post-umano che dà il nome alla nostra biblioteca/archivio. Nella figura di questo intellettuale che ha segnato la vita di molte e molti di noi abbiamo dunque già individuato un punto di contatto. Questa volta, invece, ritorni come Wu Ming 1 a presentare l’ultimo lavoro Gli uomini pesce [3] – titolo che omaggia un episodio del fumetto Necron di Magnus [4] – e mi pare che ci siano almeno due aspetti del libro che risuonano nelle anime di chi frequenta questo luogo autogestito. Il primo è il fatto che il giallo si dipani attraverso una rete di relazioni forti tra i personaggi, di natura fisica, in carne e ossa, faccia a faccia. Legami ombelicali, spesso di un’intimità profonda, che sanno muovere il mondo con potenza che sconfina di generazione in generazione. Il secondo è forse il riferimento che ricorre maggiormente nel romanzo, trattato abilmente con leggerezza, ovvero la pandemia di Covid19, un tema che ci appartiene sensibilmente. All’epoca del lockdown, infatti, questa cascina occupata, che da un lato era impegnata sul fronte delle cosiddette Brigate di emergenza, assunse posizioni assai differenti dalla maggior parte delle realtà considerate affini. Nel clima asfissiante di silente obbedienza, non fu facile incontrare voci critiche, e la vostra fu la prima a esprimersi in termini condivisibili sul sito di Wu Ming Foundation [5] e forse l’unica che ha continuato per tre anni a riflettere sull’argomento [6]. Oggi, leggere come Gli uomini pesce si opponga a questa sorta di rimosso collettivo rispetto al periodo pandemico è stato confortante e utile a rimettere in prospettiva un momento cruciale e terribile della nostra storia». Wu Ming 1: «C'è questo nesso nel romanzo. Ci sono la guerra partigiana e la crisi climatica; tra i tanti temi questi sono forse i due principali, ma l'altro è la condizione post-pandemica di cui parli tu. Molte recensioni stanno dicendo che questo è probabilmente addirittura il primo, o comunque uno dei primi romanzi che mettono a tema la pandemia, come l'abbiamo vissuta, quali ferite ci sono rimaste. Io dico sempre che non sono sicuro del fatto che sia il primo: escono tantissimi romanzi che magari non intercetto io e che non ha intercettato chi ha recensito Gli uomini di pesce. Può darsi che qualcuno con minor visibilità abbia provato già a scrivere. Di sicuro i colleghi e le colleghe più conosciuti non si sono minimamente curati di questa cosa, hanno assecondato l'andazzo generale di dimenticarsi, di accantonare, di rimuovere quello che è successo in quei due anni, di non pensarci più. Ora io non penso che sia questo che devono fare scrittori e scrittrici, intendo adeguarsi. Penso sempre che lo scrittore, la scrittrice, debbano contrastare l'andazzo generale con le loro storie, e mi fermo qui». Tobia: «Come al solito il tuo approccio scientifico alla ricerca su fatti realmente accaduti si intreccia con la fiction letteraria e la lettura di ogni vostro lavoro è sempre una sfida stimolante, perché si è continuamente tentati di andare a verificare le fonti, se il tale nome, il tale film o la tale canzone esistano davvero, oppure no». […] Sara Molho: «Lavori tra favola speculativa e fatto scientifico. […] Nel libro c’è una sorta di urgenza del racconto e di con-ricerca, portata avanti con i metodi propri della ricerca sociale, che ritornano nel lavoro tradizionale di questo e di altri tuoi libri». Wu Ming 1: Grazie. Ne Gli uomini pesce ci sono tutti questi momenti che fanno parte della ricerca: c'è l'osservazione partecipante, l'autobiografia, il memoriale di Ilario che dà il titolo al libro stesso, l'intervista, la macchina del vento… La macchina del vento [7], il mio romanzo precedente, in realtà è un libro all’interno di questo libro, perché si scopre che non è altro che la trascrizione di una serie di interviste fatte a Erminio Squarzanti sul periodo in cui era confinato a Ventotene. Dovevano servire per una tesi di laurea su di lui, ma quella tesi non è stata accettata dal relatore, e quindi quella trascrizione è rimasta inutilizzata e poi è scomparsa. Quando io ho scritto La macchina del vento, sapevo già che avrei scritto Gli uomini pesce, e quindi sapevo che sarebbe stato un libro nel libro. Lì c’è proprio il metodo dell'intervista, dell'autobiografia, tutti questi momenti. Prima Sara ricordava l'intervista con Valerio Minnella, Se vi va bene bene, se no seghe [8], che è il libro sulla storia di Valerio, dalle lotte antimilitariste fino allo sgombero di Radio Alice [9] e oltre, perché lui è ancora attivo, arzillo e l'altra sera era anche alla presentazione de Gli uomini pesce a Bentivoglio. Lì abbiamo adottato un metodo molto strano, molto particolare, nel senso che da quelle interviste fiume che abbiamo fatto io e Filo Sottile a Valerio, abbiamo poi tratto non una trascrizione di intervista, ma una sorta di trasmissione di Radio Alice che va avanti ad libitum e ogni tanto si trovano davanti al microfono anche persone che non siamo noi, altri personaggi che intervengono, tra cui la radio stessa, Alice. Abbiamo usato questo metodo per inserire il fantastico dentro l'intervista, per far sì che non fosse solo la trascrizione delle conversazioni che abbiamo avuto, ma che fosse trasfigurata, andasse oltre, ci fosse un livello meta. Questa è una cosa che mi interessa molto: l'uso del fantastico, l'uso della speculative fiction nell'inchiesta, lo sfondamento nel visionario, però nell'inchiesta. È una cosa che avevo già provato a fare in un'altra maniera, in Un viaggio che non promettiamo breve [10], perché quella era una storia, una ricostruzione. Lì ho utilizzato il metodo etnografico, un lavoro sul campo da antropologo per tre anni alle manifestazioni in Val di Susa, ricostruendo al tempo stesso tutta la storia della valle, quindi anche un lavoro geografico, dato che la domanda era geografica: perché proprio in Val Susa? Perché un movimento come quello NoTav è nato e si è radicato proprio lì? Quali sono i fattori, qual è la particolarità del territorio che l'hanno reso possibile? Ho cercato di rispondere, però ho adottato anche il metodo etnografico, ma a un certo punto ci sono i capitoli soprannaturali, perché ho detto che va usato anche questo per fare inchiesta. Volevo rendere l'idea di quanto fosse assurdo il progetto della Torino-Lione e di quanto fosse demenziale tutta la nube di discorso per giustificarla, piena di supercazzole, di paralogismi, di idiozie, però mi rendevo conto, ed è una cosa che poi ho approfondito ne La Q di Qomplotto [11], dei limiti del debunking, del fact-checking. Cioè, io posso anche dimostrare fattualmente che sono tutte stronzate, ma non riesco comunque a rendere l'idea di quanto lo sia, a farlo provare davvero a chi legge. Che poi, appunto, sono degli argomenti insensati, dei paralogismi, dei ragionamenti fallati, dei bias cognitivi che però hanno degli effetti tragici, perché il territorio viene deturpato, la gente viene arrestata, mandata in galera, ferita, eccetera. È una cosa che fa orrore, allora mi son detto: devo ricorrere all'horror. Mi sono inventato l'Entità. L'Entità è praticamente tutta questa nube di discorsi tossici che circonda la Torino-Lione che diventa senziente, diventa un essere e a un certo punto si incarna nel cantiere, in Val Clarea, secerne con una bava il filo spinato, quello fatto di lamette, che chiude il cantiere e poi compie tutta una serie di azioni in Valle. Quello lì è uno sfondamento strano per chi legge. Fino a quel momento lì il lettore ha trovato fatti, documenti, verifiche, riscontri, fonti, un'inchiesta fattualmente precisissima e poi all'improvviso arriva l'Entità e ci sono dei capitoli ibridati di fiction e fatti reali dove il cantiere è senziente e se ne accorge una persona sola che è un'attivista che si chiama Turi Vaccaro, realmente esistente, a cui faccio compiere le stesse azioni che ha compiuto davvero, però in sfida all'Entità. È un'ibridazione fortissima, però è ancora dentro il fare inchiesta, è ancora dentro il fare ricerca: l’uso della fiction speculativa all’interno di un’inchiesta documentatissima […] È uno strumento forte, è un'altra tecnica. Tutto questo interrogarsi che c'è stato negli ultimi anni dentro al collettivo sull'oggetto narrativo non identificato, è poi finalizzato a questo, cioè a come possono essere utilizzate delle tecniche che vengono da altrove in un contesto come questo. Quindi Un viaggio che non promettiamo breve , Se vi va bene bene, se no seghe e anche La Q di Qomplotto erano quel tipo di sperimentazione. Gli esempi che abbiamo fatto adesso sono sì ibridi, hanno tecniche letterarie, elementi romanzeschi, eccetera, però in buona sostanza potrebbero essere definiti dei saggi, invece Gli uomini pesce è proprio un romanzo, e il movimento è quell'inverso: ogni tanto sfondare nell'altra direzione, quindi metterci dentro veri geografi, vere ricostruzioni del territorio, veri concetti usati in geografia. E poi quel gioco del perturbante, del chiedersi continuamente ma questo è vero o falso, è un po' la cifra di tutti i nostri ultimi libri. Mi ricordo che a Pisa uno di noi è andato a presentare Ufo 78 ed è tornato abbastanza turbato per una conversazione avuta con un lettore, perché questo lettore, che aveva fatto anche delle domande molto belle durante la presentazione, poi si era fermato a parlare e dopo un po' aveva detto: adesso comunque voglio leggere tutti i libri di Martin Zanka! E quando gli è stato detto che ce l’eravamo inventato, gli è crollato il romanzo addosso». Note [1] https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ [2] Wu Ming, Ufo 78, Einaudi, 2022 [3] Wu Ming, Gli uomini pesce, Einaudi, 2024 [4] Magnus, Necron. La balena d'acciaio-Gli uomini pesce (Vol. 4), Blue Press, 1991 [5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/la-viralita-del-decoro/?fbclid=IwY2xjawI5eTRleHRuA2FlbQIxMQABHWYvc_nfPOIXjYxXH4lyhW6i-p43Ark1cwm2cVMWPZ8C5DegvyZVNjVWRA_aem_ACztcUcJSkZmJCV6kB9KZQ [6] https://www.wumingfoundation.com/giap/tag/critica-dellemergenza-pandemica/ [7] Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, 2019 [8] Valerio Minnella - Wu Ming 1 - Filo Sottile, Se vi va bene bene se no seghe. Dall'antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là, Alegre, 2023 [9] Emittente radiofonica bolognese di area militante nata nel 1976 [10] Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi, 2016 [11] Wu Ming 1, La Q di Qomplotto: QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, Alegre, 2021

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    # 4 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis Letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è l'ultimo dei quattro inviti a seguire la pubblicazione ,con letture significative del libroin oggetto. Buon ascolto. Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musica: Tonnelata Humana composta, prodotta ed eseguita da Gaspare Sammartano - ⁠https://sammartano.bandcamp.com/⁠ . Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/293d71d4/4-cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

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    Corbyn permetterà ai sionisti di sabotarlo nuovamente? Marita Marttio L’attuale genocidio perpetrato da Israele, con la complicità degli Stati Uniti, e dell’Unione Europea contro il popolo palestinese ha cancellato per sempre la volgare definizione di antisemitismo dell’IHRA e ha svelato in modo irreversibile gli scopi coloniali, fascisti e imperialisti che essa e i suoi paladini perseguivano. La sinistra britannica ed europea ne ha preso coscienza. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «The Electronic Intifada» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. «Sono antisionista, lo sono sempre stata» ha affermato la giovane parlamentare inglese. Ho visto la folla tirare un sospiro di sollievo collettivo ed esplodere in una spontanea ovazione e applaudire Zarah Sultana, 31 anni, ex deputata laburista e ora parlamentare indipendente alla Camera dei Comuni. «Chiunque visiti la Cisgiordania occupata, chiunque abbia visto il genocidio in atto a Gaza», ha continuato, «chiunque capisca cosa sia il colonialismo, si riconoscerà anche antisionista». Il pubblico si era riunito in una affollata Rebel Tent durante il festival musicale Beautiful Days, tenutosi il mese scorso nel Devon, nel sud-ovest dell’Inghilterra. Sultana stava dialogando con il giornalista Matt Kennard, che gli ha chiesto la sua opinione sul sionismo come ideologia. La sua risposta ha elettrizzato il pubblico e scatenato una tempesta nel suo movimento politico nascente. Kennard gli ha anche chiesto del confuso confine tra antisionismo e antisemitismo durante il periodo in cui Jeremy Corbyn era alla guida del Partito Laburista. Sultana non si è trattenuta. «Una delle cose su cui dobbiamo essere sinceri è su alcuni degli errori commessi durante il periodo di Corbyn. E l’adozione della [definizione di antisemitismo] dell’IHRA è stato uno di questi. Confondere antisemitismo e antisionismo è stato un errore». 1. La definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è un documento anti-palestinese, che affonda le sue radici in un progetto finanziato dall’agenzia di intelligence israeliana Mossad. Per quasi un decennio è stato un’arma nelle mani di Israele e della sua lobby per reprimere e criminalizzare la solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Il Partito Laburista guidato da Corbyn ha adottato il documento, causando un danno enorme tra i suoi sostenitori. Molti di loro sono stati espulsi dal partito su richiesta della lobby israeliana. Alla fine, anche Corbyn è stato espulso, sospeso come deputato laburista nel 2020 e privato della possibilità di poter tornare nel partito. Nella sua conversazione con Kennard, Sultana ha implicitamente criticato il team di Corbyn per la sua debolezzza nel difendere il loro progetto politico – e il movimento popolare che lo sosteneva – di fronte a quelle che ha definito «le calunnie diffuse» dai grandi media. «Le cose non sarebbero dovute andare come sono andate», ha sostenuto, «ci sarebbe dovuta essere una forte reazione quando la classe politica, i media [...] hanno attaccato il progetto di Corbyn, ci sarebbe dovuta essere una reazione più decisa». «Dobbiamo imparare la lezione», ha detto senza mezzi termini. «Dobbiamo lottare e non cedere di un millimetro a questi bastardi». Il pubblico è impazzito. 2. Il corbynismo, il movimento di sinistra che ha portato Corbyn alla guida del Partito Laburista, in difficoltà dalla sua sospensione come deputato laburista nel 2020, ha auspicato un approccio più combattivo. Intervenire al Beautiful Festival sembrava una mossa calcolata da parte di Sultana, che aveva già espresso opinioni simili nell’intervista con Oliver Eagleton, pubblicata lo stesso giorno su «Sidecar», il blog della «New Left Review». «Dobbiamo costruire sui punti di forza del corbynismo, la sua energia, la sua attrattiva nei confronti delle masse e il suo audace programma político, e dobbiamo anche riconoscerne i limiti. Il corbynismo ha capitolato davanti alla definizione di antisemitismo dell’IHRA», ha detto la giovane parlamentare a Eagleton. «Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, il corbynismo avrebbe dovuto contrattaccare, riconoscendo che si trattava dei nostri nemici di classe. Ma, invece, si è spaventato e si è mostrato troppo conciliante, è stato un grave errore [...]. Non si può cedere di un millimetro a queste persone». Ma è stato al Rebel Tent che Sultana si è dichiarata esplicitamente antisionista per la prima volta. Più tardi, quello stesso giorno, ha ripetuto il suo commento su Twitter/X. 3. In risposta a un giornalista del quotidiano di destra «The Telegraph», Sultana ha scritto: «Le calunnie non funzioneranno questa volta. Lo dico forte e chiaro: sono antisionista. Pubblicatelo». In linea con la sua posizione secondo cui i grandi media britannici sono nemici di classe, Sultana, secondo quanto riportato dal quotidiano, aveva inizialmente rifiutato ogni commento. Insieme ad altri media dell’establishment, «The Telegraph» ha pubblicato attacchi contro Sultana, compresi quelli provenienti da gruppi di pressione israeliani come il Board of Deputies of British Jews. «Definire il riconoscimento della definizione di antisemitismo dell’IHRA come una “capitolazione” è un grave insulto», ha dichiarato Andrew Gilbert, vicepresidente del Board of Deputies of British Jews, a «The Telegraph». Your Party? L’aumento dell’attenzione dei media nazionali nei confronti dell’ormai parlamentare indipendente è dovuto al ruolo svolto da Sultana, insieme a Corbyn, nella creazione di un nuovo partito di sinistra. L’iniziativa è già stata però compromessa da divisioni interne. A luglio, Sultana, sospesa dal Partito Laburista un anno prima, ha rinunciato a essere riammessa nell’attuale partito di governo in Gran Bretagna. Era stata sospesa dopo essersi opposta alle politiche di austerità del primo ministro Keir Starmer. A differenza di altri ribelli, che alla fine sono stati riammessi come deputati laburisti, la sospensione di Sultana è stata mantenuta, a causa del suo aperto sostegno alla Palestina, secondo quanto da lei stessa affermato. 4. Il 3 luglio, Sultana ha dichiarato di aver lasciato il Partito Laburista per aiutare Corbyn a fondare il nuovo partito della sinistra. È evidente che i negoziati dietro le quinte erano in corso da tempo. «Jeremy Corbyn e io co-dirigeremo la fondazione di un nuovo partito, insieme ad altri parlamentari indipendenti, attivisti e militanti di tutto il paese», ha scritto su Twitter/X. «Unitevi a noi. È giunto il momento». Ma, secondo fonti vicine a Corbyn, l’ex leader laburista non era contento di quello che considerava un lancio prematuro dell’iniziativa da parte di Sultana, né del riferimento a «co-dirigere» qualcosa. 5. Fughe di notizie e riunioni informative, apparentemente provenienti dalla fazione di Corbyn, sono arrivate alla stampa di destra. «I messaggi di testo mostrano che il team di Corbyn si è opposto al nuovo partito pochi minuti dopo il suo lancio», ha proclamato «The Times» di Londra. Diversi esponenti della sinistra hanno espresso scetticismo sulla notizia, consapevoli dello sforzo che i media stanno compiendo da un decennio per dividere il movimento corbynista. Ma «The Electronic Intifada» ritiene che l’informazione fosse in gran parte corretta. E il giornale ha fornito le prove: screenshot di un gruppo WhatsApp di influenti attivisti di sinistra ed ex collaboratori di Corbyn, che avevano lavorato in segreto per creare il nuovo partito all’interno di una piccola organizzazione chiamata Collective. Altri esponenti della sinistra appartenenti a un secondo gruppo informale vicino a Corbyn e al suo team, chiamato Organizing Committe, avevano proposto una co-leadership con Sultana, che avrebbe dato vita alla prossima generazione di leader. Alle prossime elezioni generali, che si terranno nel Regno Unito probabilmente nel 2029, Corbyn avrà 80 anni. Sultana ne avrà 35. I suoi sostenitori sostengono che lei rappresenterebbe per la sinistra un nuovo inizio. Indecisione Alcuni militanti e gruppi di sinistra vorrebbero anche che Corbyn scegliesse un successore a causa dei dubbi sul suo stile di leadership, o meglio sulla sua mancanza. Noto per la sua indecisione, Corbyn spesso tende ad evitare il confronto pubblico e preferisce agire attraverso intermediari e assistenti. Frequentemente si nasconde invece di assumere una posizione controversa. Questa settimana ho chiesto a Corbyn un’intervista per il Podcast di «The Electronic Intifada» per discutere di quelle che, secondo lui, dovrebbero essere le politiche del nuovo partito nei confronti della Palestina e di quale dovrebbe essere il modo migliore per combattere le calunnie antisemite. Corbyn ha letto diversi messaggi WhatsApp sull’argomento, ma non ha risposto all’invito. Ho inviato un terzo invito al suo responsabile della comunicazione, Oly Durose, che ha risposto che «Jeremy non è disponibile a concedere interviste in questo momento». Non ha fornito alcuna motivazione né proposto date alternative. Sembra che non sia mai il momento giusto. Corbyn ha concesso la sua ultima intervista a «The Electronic Intifada» nell’estate del 2015, quando si è candidato per la prima volta alla presidenza del Partito Laburista. Tuttavia, dopo la sua vittoria, è arrivato un nuovo team di addetti stampa. Molti dei vecchi sostenitori di Corbyn mi hanno detto di essere stati frustrati per i cinque anni di evasività sulla creazione o meno di un nuovo partito, affermando che avrebbe potuto crearlo quando è stato espulso per la prima volta come deputato laburista nel 2020, il che gli avrebbe probabilmente permesso di conquistare diversi seggi nelle elezioni del 2024. 6. Corbyn si è mostrato riluttante a rompere definitivamente con il Partito Laburista o a guidare un nuovo partito in prima persona. Ma non sembra nemmeno volere che qualcun altro lo faccia. Durante le trattative segrete, Collective, che di fatto è la fazione di Corbyn, si è opposta in generale a una leadership congiunta con Sultana. Poco dopo che Sultana ha annunciato che avrebbe «co-guidato» la nuova iniziativa con Corbyn, la potente ex capo di gabinetto dell’ex segretario, Karie Murphy, ha epurato il gruppo WhatsApp di Collective. Tra gli eliminati c’erano l’attivista contro la guerra ed ex leader del partito Respect, Salma Yaqoob, e Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano e candidato indipendente, che si è candidato contro Keir Starmer nella sua stessa circoscrizione alle elezioni generali britanniche dello scorso anno. Entrambi sono considerati sostenitori della co-direzione come forma organizzativa del nuovo partito. Secondo «The Times», Corbyn «si è infuriato per il post di Sultana» in cui annunciava il nuovo partito e le ha chiesto senza successo di cancellarlo. Ne è seguito un silenzio imbarazzante. Per diverse settimane, il team di Corbyn ha fatto finta che Sultana non avesse mai fatto la sua importante dichiarazione. A parte un post ambiguo in cui si congratulava con Sultana per aver lasciato il Partito Laburista e affermava «un vero cambiamento è alle porte», Corbyn non ha detto nulla al riguardo in pubblico e non ha mai confermato la creazione di un nuovo partito. Tre settimane dopo l’annuncio della giovane deputata, Corbyn ha ceduto. Si è unito all’iniziativa di Sultana e ha pubblicato una dichiarazione congiunta con lei in cui annunciava il progetto Your Party. 7. Your Party è l’iniziativa per la creazione del nuovo partito, il cui nome sarà scelto in occasione di una conferenza fondativa che si terrà in autunno, probabilmente a novembre. Non è chiaro chi sia responsabile dell’organizzazione della conferenza. Max Shanly, un ex organizzatore giovanile di sinistra del Partito Laburista (che è stato personalmente oggetto di diffamazioni per «antisemitismo» durante il periodo di Corbyn) ha avvertito di «una sorta di colpo di stato nel gruppo di lavoro responsabile della conferenza fondativa di Your Party». 8. Il lancio di un link a un modulo online, che chiedeva ai sostenitori di inviare i loro nomi, indirizzi e-mail e codici postali per rimanere aggiornati sui preparativi della conferenza, ha ottenuto una risposta massiccia, come dimostra il fatto che Your Party conta già più di 800.000 registrazioni verificate via e-mail. Resta da vedere quanti di questi sostenitori aderiranno effettivamente al partito, ma anche se solo la metà lo facesse, sarebbe il più grande partito politico della Gran Bretagna. E anche prima che il partito venga lanciato ufficialmente, ci sono segnali incoraggianti per i suoi sostenitori. Un recente sondaggio ha rivelato che un elettore laburista su tre nel 2024 prenderebbe in considerazione la possibilità di votare per un partito guidato da Corbyn-Sultana. Calunnie antisemite Molti sostenitori di Corbyn sono frustrati dal suo rifiuto di difendersi dalle calunnie di «antisemitismo di sinistra», che hanno distrutto la sua leadership alla guida del Partito Laburista tra il 2015 e il 2020. Come riportato per anni da «The Electronic Intifada» e come ho documentato nel mio libro Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn (2023), Corbyn e il suo team, invece di combattere le diffamazioni , hanno spesso fatto concessioni a questa campagna diffamatoria. In pratica, molti dei sostenitori più fedeli di Corbyn sono stati epurati dal Partito Laburista, comprese figure di alto profilo come Ken Livingstone, Jackie Walker e Chris Williamson. Questo, in ultima analisi, ha giocato un ruolo importante nella caduta di Corbyn come leader laburista. Feinstein è stato inflessibile nel sostenere che il nuovo partito non deve commettere lo stesso errore. Egli afferma che «è incredibilmente importante per noi, che partecipiamo al nuovo partito emergente, contrastare qualsiasi tentativo di utilizzare l’antisemitismo come arma, denunciandolo per quello che è: una tattica vergognosa di persone con posizioni politiche di destra e di estrema destra». 9. Nel 2023 Feinstein ha parlato alla presentazione del mio libro. Lo ha definito «una denuncia dettagliata, accurata e incredibilmente importante di come l’establishment e i suoi media siano capaci di mentire e diffamare », affermando: «Credo sinceramente che, se Nelson Mandela fosse vivo oggi e fosse membro del Partito Laburista di Keir Starmer, verrebbe espulso per le sue opinioni su Israele e sulla lotta al razzismo». 10. I commenti di Sultana al Rebel Tent del Beautiful Festival hanno elettrizzato il pubblico, proprio perché il movimento di massa che si era formato attorno a Corbyn nel 2015 si era disperso, senza una direzione e senza una casa politica negli ultimi cinque anni. Alcuni critici di Corbyn appartenenti alla sinistra sostengono che egli abbia sprecato questi anni nella vana speranza di essere riammesso nel Partito Laburista. Cosa che non aveva alcuna possibilità di realizzarsi sotto la guida di Starmer, il quale durante la campagna per la leadership del Partito Laburista nel 2020 aveva dichiarati di essere un sostenitore del «sionismo senza riserve», oltre ad aver goduto del sostegno finanziario di lobbisti filoisraeliani come Trevor Chinn e Gary Lubner (quest’ultimo ha anche beneficiato dell’apartheid sudafricano). Corbyn ha aspettato fino all’ultimo minuto per annunciare la sua candidatura indipendente nel maggio 2024, presentandosi alla rielezione per il suo seggio parlamentare contro il candidato laburista. Ha esitato per un altro anno sulla creazione di un nuovo partito, nonostante i segnali incoraggianti delle elezioni generali del 2024, che indicavano che molti elettori volevano un’alternativa di sinistra e filopalestinese. Feinstein è arrivato secondo nella circoscrizione di Starmer, e altri quattro nuovi candidati indipendenti (oltre a Corbyn) hanno ribaltato le maggioranze laburiste, conquistando seggi con programmi che invocavano la fine della partecipazione britannica al genocidio di Gaza. Molti altri hanno conseguito buoni risultati. Tuttavia, se il chiaro antisionismo di Sultana ha deliziato i potenziali nuovi attivisti del partito, lo stesso Corbyn non si è mostrato altrettanto contento. In un’intervista con «Middle East Eye», l’intervistatore, Imran Mulla, ha chiesto a Corbyn cosa ne pensasse delle critiche di Sultana. 11. «Penso che non fosse davvero necessario che lei tirasse fuori tutto questo nell’intervista, ma è quello che Sultana ha deciso di fare», ha risposto. Ha poi tergiversato, giustificando le sue concessioni e dicendo di essere stato sottoposto «a forti pressioni per adottare la definizione dell’IHRA» da parte di alcuni dei suoi più stretti collaboratori e che «fu fatto in modo corretto». Non ha commentato le sue opinioni sul sionismo. In un articolo pubblicato nel 2018 « The Guardian», Corbyn aveva affermato che esistevano sionisti «onorevoli» e che era «errato» descrivere il sionismo come una forma di razzismo. Secondo le informazioni disponibili, l’articolo era stato scritto dall’influente consigliere di Corbyn, James Schneider, che sembra avesse promosso gran parte dell’approccio disastroso dell’ex leader sulla questione. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’ex autore dei discorsi di Corbyn, Alex Nunns, ha contattato «The Electronic Intifada» per negare che Schneider avesse scritto la bozza iniziale dell’articolo, affermando invece che Schneider aveva solo dato «minimi suggerimenti editoriali» alla bozza. Corbyn è stato oggetto di critiche su Internet da parte di alcuni dei suoi stessi sostenitori per la sua apparente debolezza su questo tema e per non aver difeso Sultana quando la lobby israeliana l’ha attaccata per «antisemitismo». E non solo su Internet. In una manifestazione tenutasi a Londra la scorsa settimana, una nota attivista palestinese e sostenitrice di Your Party ha chiesto a Corbyn la sua opinione sul sionismo. In un incontro, poi diventato virale in rete, Anika Zahir (nota come Ani Says ai suoi 126.000 follower sui social media) ha chiesto a Corbyn: «Si dichiarerà antisionista, come Zarah Sultana?». 12. Corbyn ha mostrato chiaramente il suo disappunto. Ha eluso la questione e ha risposto che era lì «per parlare a favore del popolo palestinese [...]. Mi dispiace, ma questo è il motivo per cui sono qui oggi. Grazie mille». Si è alzato e se n’è andato. Anche il suo responsabile della comunicazione, Oly Durose, ha cercato di zittire Zahir, dicendo che «non avrebbero concesso altre interviste». Corbyn ha persino chiesto con rabbia a Zahir di «spegnere la telecamera, per favore», cosa che lei ha fatto. La scena – la maggior parte è stata pubblicata per la prima volta su Internet dal ricercatore antisionista David Miller – ha scatenato polemiche su X. Alcuni sostenitori di Corbyn hanno affermato che era ingiusto, dati i suoi anni di lavoro a favore della solidarietà con la Palestina, mentre i critici hanno affermato che avrebbe dovuto essere in grado di rispondere a una semplice domanda. Tra i difensori di Corbyn c’era il deputato indipendente (e sostenitore di Your Party) Adnan Hussein, che paradossalmente ha accusato Zahir di praticare la «caccia alle streghe». Il giorno dopo, sembrava aver rilanciato la sfida, accusandola esplicitamente di «azioni estremamente malvagie contro un uomo buono». Zahir ha risposto sui social media che le reazioni negative che stava affrontando includevano commenti islamofobi. Un utente di X ha persino affermato falsamente che fosse la moglie di David Miller. «Lui non è un dio» In una dichiarazione rilasciata a «The Electronic Intifada», Zahir ha affermato di aver sostenuto Corbyn per anni e di essersi persino impegnata a sostenerlo votando per corrispondenza alle elezioni generali del 2017, nonostante all’epoca vivesse all’estero. Ha detto di seguire il suo attivismo a favore della Palestina dal 2010. «Sono un’espatriata in un Paese completamente diverso, dove sono isolata dalla politica britannica, ma non appena ho sentito parlare di Jeremy Corbyn, mi sono precipitata a compilare i moduli e a votare», ha affermato. Tuttavia, ha detto che l’incontro della settimana scorsa l’aveva lasciata delusa: «Mi sento come se fossi appena uscita da una setta». Zahir ha commentato che trascorreva tutto il suo tempo libero con attivisti «apertamente antisionisti che vedeva lavorare senza sosta». «Non è una questione personale, volevo semplicemente sapere quale sarebbe stata la posizione del nuovo partito rispetto al sionismo», ha detto la giornalista a «The Electronic Intifada». Secondo Zahir, è stato un errore mettere Corbyn su un piedistallo e affidarsi ad altri politici per rispondere alle domande poste dagli attivisti. «Ho fatto a un politico una domanda fondamentale», ha detto. «Improvvisamente, non pretendiamo più responsabilità. Non è così che falliscono le rivoluzioni? Da quando non chiediamo più ai leader di assumersi le loro responsabilità? Tutti gli esseri umani possono sbagliare». «Lui non è un dio», ha aggiunto Zahir. Il gruppo di Corbyn Oly Durose, attuale responsabile della comunicazione del team di Corbyn, è un ex candidato parlamentare laburista, sostenuto nel 2019 da David Lammy, attuale ministro degli Esteri britannico. Durose non è affatto l’unico reduce del Partito Laburista che continua a essere vicino a Corbyn. James Schneider, lo stratega che, secondo le informazioni disponibili, ha scritto l’articolo del «Guardian» del 2018 in cui affermava che era «errato» definire il sionismo come razzismo, è un altro. Da quanto ne sappiamo, Schneider è stato scelto per partecipare all’organizzazione della conferenza fondativa del nuovo partito. Si dice che faccia parte di quel comitato anche Karie Murphy, la persona che, come abbiamo detto, ha espulso Feinstein e altri membri dal gruppo WhatsApp di Collective. Schneider, d’altra parte, è stato messo in discussione da alcuni attivisti per l’esistenza di un possibile conflitto di interessi legato al fatto che sua moglie, Sophie Nazemi, è la direttrice della comunicazione del Partito Laburista. Da parte sua, anche il passato di Murphy in materia di diffamazioni antisemite non è proprio brillante. Come ho dimostrato in Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn, Murphy (come Corbyn) si è opposta a «parte» della definizione dell’IHRA (gli infami «esempi», realmente diffamatori, che consideravano «antisemitismo» l’affermazione che Israele è uno Stato razzista). Per un certo periodo, Murphy ha sostenuto Chris Williamson, l’ex deputato di sinistra che ha fedelmente appoggiato Corbyn, ma che è stato sacrificato prima delle elezioni del 2019. «Ritirata totale» Chris Williamson, dal canto suo, ha scritto nel suo libro Ten Years Hard Labour (2022) che Murphy è entrata in «modalità ritiro totale», insieme al resto della squadra di Corbyn, e alla fine non si è opposta al piano di «indagare su di lui» e sospenderlo per la sua affermazione del tutto corretta secondo cui il Partito Laburista sotto la guida di Corbyn aveva ceduto su questa questione. L’anno successivo, Murphy si è vantata pubblicamente di quanti «antisemiti» aveva contribuito a espellere dal Partito Laburista. Quali erano i suoi esempi di tale «antisemitismo»? Jackie Walker e Ken Livingstone, entrambi sospesi per aver fatto dichiarazioni antisioniste. Se Corbyn vuole davvero unire il suo movimento dietro un nuovo partito, deve ammettere gli errori commessi in passato. Non combattere le calunnie antisemite rivolte contro di lui e i suoi sostenitori ha avuto effetti disastrosi per il movimento di sinistra. Ciò accadrà di nuovo, se Corbyn e il suo team non cambieranno atteggiamento. Le ripetute concessioni e i cambiamenti di posizione di Corbyn sulla questione dell’antisemitismo e dell’antisionismo lo hanno fatto apparire come un leader debole agli occhi degli elettori, non solo degli attivisti. Un sondaggio affidabile condotto dopo le elezioni generali del 2019 ha rivelato che molti elettori pensavano che «Jeremy Corbyn non fosse un leader attraente» e che le divisioni all’interno del Partito Laburista alimentavano questa percezione. «Non ci hanno difeso» Le sospensioni dal partito, le indagini, le inchieste interne, i rapporti, le cacce alle streghe sui media e le espulsioni hanno tristemente diviso e demoralizzato il movimento attivista. Quando ho fatto il tour nazionale per presentare il mio libro tra il 2023 e il 2025, sono rimasto sorpreso dalla delusione e persino dalla rabbia che alcuni membri della base provavano nei confronti di Corbyn. Si trattava di persone comuni provenienti dai sindacati locali, da gruppi di solidarietà con la Palestina e da organizzazioni locali, che avevano lavorato duramente per Corbyn nella speranza di cambiare il Paese in meglio. «Non possiamo lasciare che Corbyn e [il suo stretto alleato John] McDonnell la facciano franca», è stato il verdetto di un attivista di Liverpool. «Non ci hanno difeso. Non hanno difeso loro stessi e dobbiamo cercare altrove». Molti attivisti sostenitori di Corbyn sono stati espulsi dalle sezioni locali del Partito Laburista con il pretesto dell’antisemitismo, anche sotto la guida della stessa general secretary di Corbyn, Jennie Formby. Questi militanti sono rimasti completamente delusi dall’incapacità dimostrata dall’ex leader di contrattaccare. È probabile che queste opinioni siano molto più diffuse di quanto Corbyn stesso creda, quindi non sorprende che l’approccio più combattivo di Sultana stia riscuotendo consenso. 13. Il comportamento compiacente di Corbyn nei confronti della lobby israeliana all’interno del Partito Laburista non solo ha demoralizzato gli attivisti, ma non ha nemmeno aiutato a vincere le elezioni. Il sionismo è un’ideologia massimalista, che non accetta nulla di meno che una lealtà completa e assoluta. Il rappresentante dell’ambasciata israeliana e il Jewish Labour Movement, (che era stato oggetto di lusinghe e approcci amichevoli da parte di Corbyn) hanno svolto un ruolo chiave nell’espulsione di Corbyn dal Partito Laburista. I gruppi filoisraeliani lo hanno sabotato e diffamato fino alla fine. Loro e i loro alleati lo rifaranno sicuramente, se diventerà leader del nuovo partito. Tuttavia, non vi sono indicazioni che l’ex leader laburista sia disposto a iniziare a combattere il sionismo e le diffamazioni antisemite utilizzate come arma contro di lui e il suo movimento. Se Corbyn, che continua a godere di grande affetto e rispetto per la sua solidarietà con la Palestina, non è in grado di offrire una leadership più risoluta, forse non dovrebbe intralciare il cammino di coloro che possono farlo. Testi consigliati Daniel Finn, Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del Brexit (Controcorrenti: Corbyn, il Partito Laburista e la crisi della Brexit), «New Left Review» 118 settembre-ottobre 2019, e El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda (Lo stesso filo del rasoio: Starmer contro la sinistra), Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino Unido (Torturare le prove, lawfare e mediafare nel Regno Unito) tutti pubblicati su «El Salto» 19 luglio 2024 e 31 luglio 2023 Canal Red, La Base Comanche 1x09, «Chi ha davvero vinto le elezioni nel Regno Unito?». Asa Winstanley è redattore associato di «The Electronic Intifada». Autore di Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn (2023).

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    # 2 Numeri, paura, crimini e città: la criminalità è veramente un problema nelle nostre città? Paul Hertz Pubblichiamo la seconda puntata (qui puoi trovare la prima) di una riflessione aperta da Alberto Violante sulla percezione della sicurezza e la diffusione della criminalità all’interno delle città medio-gradi del nostro paese. Il testo analizza criticamente l’idea diffusa che la criminalità stia aumentando e che le città italiane siano sempre più insicure. Attraverso un esame dei dati del Ministero dell’Interno, emerge invece una diminuzione complessiva dei reati tra il 2006 e il 2023, soprattutto dei furti e delle rapine, mentre restano stabili i reati violenti e aumentano le truffe (soprattutto informatiche) e le denunce per violenze sessuali. L’autore mette in discussione due convinzioni comuni: che l’immigrazione aumenti la criminalità e che le città siano sempre più pericolose. I dati mostrano come la sovrarappresentazione degli stranieri nei reati sia parzialmente spiegabile da fattori demografici e che, in realtà, la criminalità urbana sia in calo, con alcune eccezioni legate al turismo. Infine, l’articolo suggerisce che la “questione sicurezza” venga spesso enfatizzata nel dibattito politico e mediatico, pur in assenza di un reale peggioramento dei dati, e che il tema debba essere letto anche alla luce delle condizioni sociali ed economiche del paese. Fatte dunque tutte le avvertenze su come intendere in numeri possiamo provare a confrontarci con la domanda se la criminalità sia o meno in aumento e stia davvero assediando le nostre città. Non ho scritto rispondere alla domanda se la criminalità sia o meno in aumento, perché prima di rispondere a una domanda bisogna chiedersi se questa abbia o meno un senso, e parlare degli andamenti della criminalità in sé, per quanto sia comune, difficilmente può essere considerata una cosa sensata. È come chiedersi se gli esercizi commerciali vanno bene, perché si presuppone che una buona domanda di acquisti e una vitalità diffusa presiedano necessariamente ad un aumento del commercio.Si scopre invece che, ad esempio, dopo la crisi pandemica la ristorazione ha un buon andamento e i locali di intrattenimento notturno no. Allo stesso modo invece di immaginare la criminalità come un sintomo morale, bisognerebbe dare per scontato che se ci sono più episodi di borseggio, non è affatto detto che ci siano più rapine (come infatti è), perché le condizioni di possibilità che stanno dietro i due atti sono diverse, e perché per compiere un atto illegale, o addirittura intraprendere una carriera criminale, bisogna avere motivazioni e competenze, e chiaramente un borseggiatore è diverso da un estorsore, o un truffatore. Ridimensionata la domanda possiamo quindi rispondere. Sì la “criminalità”, misurata dal Ministero dell’Interno come il totale delle denunce alle FF.OO è diminuita: passa infatti dai 4.475 ogni 100.000 abitanti nel 2006 ai 3.969 per 100.000 abitanti del 2023. Più della metà di questi reati nel 2006 erano furti, nelle loro varie fattispecie (scippi, borseggi, di automobili etc.) ed è la loro drastica diminuzione ad aver consentito chiaramente la diminuzione dei reati (nel 2023 infatti i furti sono stati meno della metà dei reati complessivi). Si sono circa dimezzate le rapine e sono rimaste abbastanza stabili quelle legate alla violazione della normativa sugli stupefacenti. Anche la violenza inter-personale non mostra segni di recrudescenza, visto che le lesioni sono abbastanza stabili, le minacce in lieve diminuzione, e gli omicidi e i tentati omicidi in clamorosa diminuzione, essendo venuta meno in questi anni una certa propensione delle organizzazioni criminali mafiose a regolare la competizione tra clan con la violenza omicida, che indiscutibilmente tende a essere controproducente per la gestione delle attività criminose. Accanto a queste diminuzioni sono aumentate di quasi un terzo le denunce per violenza sessuale (che su una scala ovviamente più piccola –perché più spesso non vengono denunciate- hanno raggiunto le 10 denunce ogni 100.000 abitanti), e sono quasi triplicate le truffe quelle tradizionali e quelle informatiche, ma con una prevalenza di queste ultime. Se guardiamo questa fotografia ne esce un quadro dove effettivamente la sicurezza derivante dall’infrazione di reati codificati non sembra certo essere un’emergenza, soprattutto se confrontata con un recente passato. I dati delle indagini di vittimizzazione italiana confermano abbastanza i dati amministrativi, che –soprattutto per alcuni reati- abbiamo visto contenere inevitabilmente delle distorsioni. I borseggi e le rapine si sarebbero addirittura dimezzate nella fase post-Covid ad un tasso addirittura superiore a quello registrato dai dati amministrativi, cosa che solitamente è però attribuibile al declino dei reati meno gravi. Questi numeri mettono in discussione due pilastri del dibattito dell’opinione pubblica sulla criminalità degli ultimi anni. Il primo è che la maggior propensione a delinquere della popolazione immigrata avrebbe fatto innalzare il livello di criminalità generale e in particolar modo quello delle metropoli, dove risiede la maggior parte della popolazione straniera appunto. Il secondo, conseguente, è che, anche in virtù della crescente diseguaglianza sociale, stesse aumentando un problema di sicurezza nelle città che sarebbe andato a incancrenirsi, come abbiamo detto al contrario, la dimensione del crimine sembra essere sempre più domestica e virtuale. Prendiamo singolarmente i due punti. Se si contano gli autori per cittadinanza per singolo reato, la proporzione di autori stranieri sugli autori appare nettamente sovraradimensionata rispetto alla presenza di cittadini non italiani sul territorio. In parte esiste una sovrarappresentazione, in parte questa sovrarappresentazione è stata esagerata nel dibattito usando statistiche come il numero di autori sulla popolazione residente. Bisognerebbe ricordare per dare le giuste dimensioni al fenomeno che la popolazione non italiana residente sul territorio alla quale vengono rapportati il numero di autori di reati stranieri, è concentrata nelle classi di età giovanili, che sono quelle principalmente attive nelle carriere criminali, mentre la popolazione italiana è ormai composta in maniera consistente di anziani. Se si confronta la presenza di autori italiani e stranieri nelle singole fasce di età, la differenza non scompare ma diminuisce molto rispetto a quella usualmente propagandata. In secondo luogo la popolazione straniera potrà essere anche sovrarappresentata tra le persone denunciate, ma è assolutamente minoritaria nella popolazione straniera, e lo è diventata ulteriormente in questi anni. I reati che sono diminuiti di più come abbiamo visto sono le varie fattispecie di furto. I reati, cioè, dove era riscontrabile la maggiore presenza di autori stranieri, e questo, nonostante i residenti non italiani siano aumentati esponenzialmente in questi anni. Se esistesse qualcosa come la propensione a delinquere di una categoria (su base etnica, sociale o qualunque altro criterio) non si sarebbe potuto verificare l’aumento di quella categoria e la diminuzione dei reati. Il secondo pilastro che viene a cadere è quello delle città italiane precipitate in un futuro distopico preda del crimine. Prima di spiegare perché la diminuzione dei reati di questi anni demolisce questo assunto bisogna chiarire un aspetto. Le città di dimensioni medio grandi hanno effettivamente un tasso di delittuosità più alto degli altri territori. Questo fatto è stato il conforto empirico alla tradizionale ossessione anglosassone per le classi pericolose, che altro non è che la memoria sociale della inurbazione violenta e accelerata del XIX° secolo. La teoria criminologica però ha da anni spiegato questa anomalia. Se, come abbiamo visto, la maggior parte dei reati sono reati contro la proprietà, essendo il reddito procapite più alto nelle città la popolazione “predata” è più numerosa in ambiente urbano. Detto questo anche questa specificità si è in realtà molto smussata in questi anni, e quasi tutte le città italiane sono diventate meno esposte alla presenza di reati. Considerando la sola somma delle varie specie di furto, a Torino i reati sono molto diminuiti e l’eccedenza rispetto alla diffusione media nazionale si è dimezzata; a Genova si è praticamente annullata, ed è diminuita anche a Milano (anche se in misura minore) e a Roma. La maggior diffusione di reati è rimasta a Venezia e a Napoli. Sono eccezioni importanti perché data la storica tradizione turistica e la recente inclusione di Napoli nei processi della mega-macchina turistica, questo solo elemento ci suggerisce che la diffusione e la persistenza di alcuni reati ha più a che fare con i processi di turistificazione, che con la propensione a delinquere degli esclusi. Se è vera la teoria criminologica di medio raggio esposta sopra, dobbiamo ammettere che la maggiore circolazione di turisti dentro i centri delle città in questi anni è stata una consistente condizione di possibilità per chi si volesse impiegare in attività di questo tipo. Ovviamente parliamo comunque di fenomeni relativamente rari e che hanno una loro “fisiologia”. Questa questione però rovescia la prospettiva urbana dell’analisi del crimine. Il punto non è solo controllare le periferie, ma proteggere i centri, visto che l’economia urbana italiana sarebbe seriamente scossa se un problema di micro-criminalità dovesse insorgere. In questa maniera diventano più comprensibili le parole dei politici liberali italiani che hanno fatto le loro fortune lanciando i processi di turistificazione, e ora vorrebbero ricostruire il centrosinistra occupandosi di uno dei pochi problemi sotto controllo nel paese. Oltre alla facile ironia contro i social-liberisti italiani che predicano pragmatismo e realtà e vivono di propaganda, bisogna pensare se la questione sicurezza sia una merce così ossessivamente spinta sul mercato solo per questioni ideologiche o anche perché, in un quadro del tutto diverso alla cornice proposta dai liberisti italiani una questione esista davvero. Se si guarda all’arco di discesa di questo ventennio infatti i reati contro la proprietà hanno avuto dei rimbalzi, pur incapaci di invertire la tendenza storica, durante le due grandi crisi attraversate (quella del debito e quella pandemica). Non voglio istituire nessun nesso meccanico tra la crescita della povertà e la delittuosità. È questa una vecchia attitudine cattocomunista, che tende a guardare il crimine come un vuoto creato dalla necessità che venga riempito, ignorando la spinta soggettiva che c’è comunque dietro una professione illegale. È però innegabile che l’aggravarsi della questione sociale costituisca delle condizioni. Di questo però parleremo meglio collegandolo alla risposta alla seconda domanda che ci eravamo fatti all’inizio di questo percorso, cioè se sia veramente aumentata la paura. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

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    # 3 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis Letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è il primo di quattro inviti con letture significative del libro in oggetto. Buon ascolto. Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musica: Dust And Danger prodotta ed eseguita da The North. Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini Puoi ascoltare il podcast al seguente link https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/24ad59b7/3-cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

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    Intorno a Mario Giacomelli. Dialogo su fotografia, scrittura e ricerca Il presente dialogo prende le mosse dalla visita alla mostra Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, tenutasi al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 20 maggio al 3 agosto 2025. Massimiliano Manganelli: Girando per le sale della mostra si capisce molto bene che un medium come la fotografia, nato in sostanza per «riprodurre», possa invece essere utilizzato per «produrre», sempre a partire, paradossalmente, da una riproduzione. Giacomelli lavora su un dato «reale», strettamente materico, non fa fotografia deliberatamente astratta, eppure giunge comunque a un’astrazione molto peculiare. Giulio Marzaioli: La componente materica della fotografia di Giacomelli balza agli occhi soprattutto per il contrasto tra scuro della forma e luce dello spazio attorno. Non a caso l’esperienza artistica di Giacomelli viene accostata all’opera di Burri (a mio avviso il rapporto è evidente soprattutto con le Combustioni), e mi pare che il nesso stia nella fiducia verso la potenzialità di emersione (di ulteriore forma, di diversa matericità ecc.) insita in una superficie apparentemente statica e uniforme (pellicola fotografica o ad esempio cellophane, nel caso di Burri). L’astrazione a cui ti riferisci penso che sia proprio l’esito di un’opera di esplorazione, compiuta anche in camera oscura. Non c’è nessuna deriva simbolista e non credo ci fosse una teoria estetica predefinita da dover dimostrare. La coerenza del percorso di Giacomelli, a mio parere, è da ricondurre all’adesione del suo lavoro a una ricorrenza di temi sottesi e a una rigorosissima e incessante attività di sperimentazione. Alla fine alcune opere si avvicinano a uno stato metafisico che sembra la naturale maturazione dell’immagine. Quest’opera di ridefinizione progressiva della visione reale e del supporto dell’immagine stessa produce una «densità» non così presente in gran parte delle immagini (artistiche e non) da cui siamo subissati ogni giorno. MM: Mi sembra particolarmente interessante il procedimento con il quale si produce l’immagine, perché questa è evidentemente il risultato di una ricerca, non c’è nulla di preimpostato. Giacomelli scatta e poi lavora moltissimo in camera oscura, giocando molto sui contrasti, come si vede benissimo nelle sequenze dei seminaristi o nel ritratto della madre, nel quale a partire da uno stesso negativo è possibile effettuare alcune variazioni con esiti davvero diversi. Sicuramente c’è un’idea della composizione già nel momento in cui si mette l’occhio nel mirino – altrimenti non staremmo parlando di fotografia nel senso artistico e professionale –, tuttavia l’apertura dell’otturatore è soltanto l’avvio di un processo molto più lento ed elaborato. Secondo me è questa la ricerca, ossia l’esplorazione di un campo di possibilità, senza avere in mente una meta predefinita. GM: Le foto della madre rimandano a un altro tratto che a mio avviso è distintivo nell’opera di Giacomelli, ovvero il movimento. Elemento ancor più significativo, trattandosi di fotografia. Sia nelle varie serie di medesime immagini (che risultano variate per contrasto), sia nelle figure in movimento, ottenuto in fase di scatto o per deformazione del supporto dell’immagine in camera oscura, ci troviamo al cospetto di un processo creativo che coinvolge attivamente il fruitore nel tentare una visione propria (una propria disposizione alla visione). Scrivi di «campo di possibilità» e di assenza di «una meta predefinita»; effettivamente chi osserva partecipa alla determinazione di un’immagine (non già dell’immagine) plausibile per lui nell’ambito di un contesto messo a disposizione dall’artista. Se vogliamo riconoscere una «ricerca» nell’ambito di un qualsivoglia percorso creativo, in esso si deve necessariamente presumere che non fosse noto in origine il risultato di questa ricerca; quindi ravvisare l’assunzione di un rischio, l’allontanamento da una zona conosciuta o predefinita (presupponendo che fare arte sia anche un’esperienza conoscitiva). MM: Per forza di cose le categorie si definiscono ex post, altrimenti sono programmi di poetica, per usare un termine novecentesco che oggi mi pare piuttosto in disuso. Ora, io non saprei dove collocare la ricerca di Giacomelli, so però cosa apprezzo e cosa no del suo lavoro, che è poi ciò che apprezzo anche in altri campi artistici. Trovo interessante, per esempio, quella matericità di cui dicevo all’inizio, accompagnata a un altro elemento che contrasta molto con la comune idea di fotografia, cioè quello di rappresentazione. Giacomelli non rappresenta la realtà, ma in qualche misura la costruisce, la utilizza, ossia ne utilizza i dati, per fare altro. E qui penso sia individuabile un’analogia con la letteratura, che si ritrova a lavorare con una materia prima che le preesiste – ossia la lingua d’uso – per dislocarla e trasformarla. Se ci pensi, qui sta l’ambiguità, in positivo come in negativo, di letteratura e fotografia: usare elementi condivisi da tutti che recano con sé, sempre e comunque, un significato. Meno mi sento di apprezzare, invece, certe torsioni liriche, soprattutto dell’ultimo Giacomelli, in cui percepisco un’intenzione che ritengo fastidiosissima, spesso riscontrabile in certo cinema d’autore: l’idea di creare immagini «poetiche», come se questa poeticità, peraltro, fosse un universale valido per tutti i luoghi e tutte le stagioni. GM: Effettivamente c’è differenza tra l’immagine che si crea mentre la esplori e l’immagine già creata (creata appositamente per la riproduzione o trovata e riprodotta tal quale). Se vogliamo restare sull’analogia con la scrittura, il medesimo invito alla scoperta avviene quando il linguaggio ti sorprende perché maneggiato altrimenti non soltanto dall’uso quotidiano, ma anche da ciò che ti aspetti (in questo senso sarebbe auspicabile che un autore si allontanasse qualche metro dalla propria zona di sicurezza ogni volta che affronta un nuovo percorso di scrittura). Tuttavia anche nelle ultime opere di Giacomelli, che possono apparire maggiormente accondiscendenti con i gusti più canonici del pubblico, è presente un elemento comune a tutto il suo lavoro che rende ulteriormente attuale, se non opportuna, la conoscenza e la frequentazione della sua opera. Mi riferisco all’elemento temporale, a come il tempo (nell’immagine, dell’immagine) emerge rispetto a chi osserva la fotografia. Per opposizione mi viene in mente l’iperrealismo di Edward Hopper: laddove nei quadri di Hopper tutto è esattamente definito e ingloba l’osservatore nell’attimo ritratto che si dilata all’infinito, in Giacomelli è, al contrario, un’opera di sottrazione che concede infinite possibilità di misurazione o determinazione del tempo. Questo sforzo è evidente, e peraltro anche documentato, proprio nella serie sui seminaristi: addirittura sui provini di stampa Giacomelli apponeva indicazioni per la cancellazione di elementi sullo sfondo che potessero alterare l’effetto di sospensione desiderato. Ho avuto questa impressione anche osservando i paesaggi rurali, dove il gioco estremo di contrasto toglie qualsiasi possibilità di intendere la luce come riferimento temporale. La possibilità offerta all’osservatore di immersione nel tempo delle immagini senza una misura predefinita è un invito a una attivazione (a determinare) che mi pare possa considerarsi una sorta di ipotetico antidoto alla massa di immagini da cui siamo sommersi (la furia delle immagini, per dirla con Fontcuberta) e che provoca una passiva e acritica soggezione. MM: Noi viviamo nell’epoca della postfotografia (Fontcuberta insegna), Giacomelli in quella della fotografia. Lo stesso potremmo dire della poesia: noi viviamo in un’epoca in cui la poesia tradizionalmente intesa è praticata soltanto come attività residuale, come del resto si pratica ancora la fotografia su pellicola. Però non considero la tendenza lirica come un cedimento al gusto mainstream: credo che sia connaturata in quel tipo di fotografia. A volte emerge di più, a volte meno. Se ci pensi, anche la sottrazione del tempo tramite la cancellazione degli elementi spaziali di contorno va in questa direzione. Ecco, a me interessa più il processo con il quale Giacomelli arriva a realizzare le proprie immagini, più che il vero e proprio risultato. Faccio un esempio: le immagini degli anziani della serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi potrebbero essere scattate in un tempo qualunque. Giacomelli combatte il tempo sul suo stesso terreno, cercando di sottrarlo alla fotografia, che è un’arte strettamente vincolata alla temporalità. GM: Nel caso della serie a cui fai riferimento, ancora una volta penso che sia l’uso della luce a «isolare» i soggetti nello spazio, così da renderli presenti e ulteriormente definiti. Il bianco accentuato del lenzuolo o il nero diffuso di una coperta o della parete di fondo creano una campitura per il rilievo della forma umana, quasi ci trovassimo di fronte a un altorilievo. Chiaramente non siamo in presenza di un approccio documentaristico di stampo strettamente politico o civile, bensì di un accostamento artistico teso a porre in risalto l’aspetto umano, la dignità della persona, sebbene ritratta in un contesto di disagio (l’ospizio, nella serie richiamata). Mi continuo a chiedere come tradurre in termini condivisibili la lezione che ritengo, ancora una volta, attuale dell’esperienza artistica di Giacomelli. Forse il processo creativo di cui scrivi è uno dei principali elementi da considerare, se associato all’intenzione sottesa a quel processo. Detto altrimenti: l’uso della luce per porre in rilievo ciò che si ritiene determinante nella visione (ad es. nel caso della serie da te citata, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) o, al contrario, per scoprire cosa può offrire una determinata immagine (ad es. nei paesaggi). Il fattore determinante è la sensazione di profondità che emerge dalle fotografie di Giacomelli, che è ben altra cosa rispetto alla discesa verticale in una dimensione retorica o di supponenza. L’opera di Giacomelli sembra suggerire un utilizzo della materia di cui si dispone (immagine/luce nell’arte fotografica, ma potrebbe valere anche in riferimento a pagina/linguaggio nella letteratura, ecc.) per invitare l’osservatore (lettore, ecc.) a una riflessione comune; ciò non per mezzo di una postura preordinata o per la preventiva costruzione di un/del senso, bensì attraverso il trattamento della materia stessa. Forse non si tratta di negare o censurare aspetti connessi a qualsiasi processo creativo, ma di riconoscere, all’interno di quel processo, pari importanza alle varie dimensioni coinvolte. MM: Sì, è chiaro che si parte dalla materia di cui si dispone, che nel caso di Giacomelli è in primo luogo il paesaggio delle colline marchigiane. Mi stupisce, a questo proposito, che Volponi non abbia mai scritto di Giacomelli, perché, al di là della comune origine regionale, c’è un dato che li avvicina: la realtà non è data a priori, ma si costruisce. Per tornare all’analogia con la scrittura, quello che conta, allora, è l’uso che si fa della materia di cui si dispone. Intendo non solo il materiale linguistico, ma tutto quello che concorre alla costruzione di un testo. E soprattutto conta la postura con la quale si affronta quel materiale, perché a me interessa che di qualunque materiale si faccia un uso critico e non passivo, che si tratti della lingua o dei contenuti autobiografici o della trama di una narrazione. GM: Critica e crisi hanno la stessa radice etimologica. Possiamo convergere sull’assunzione che la crisi sia insita nella scelta che a sua volta è una determinazione autonoma rispetto alle possibilità offerte. Quando scelgo di sperimentare partendo da una materia disponibile (come fa Giacomelli), compio una scelta ben definita senza che, tuttavia, sia noto l’esito di quella scelta. Non so se per «uso critico» intendevi questo scarto (dalla forma primaria in cui si manifesta la materia oggetto della creazione artistica). Proprio considerando i gradi di questo scarto possiamo valutare l’originalità di un’opera. Lo stesso valga per quanto riguarda forme, stili, tecniche che, una volta individuati e comunemente adottati, diventano essi stessi materiali noti. L’uso pedissequo di tali «strumenti» non può evidentemente connotare un’opera come inedita. Da questo punto di vista vi è più di un’accezione in cui può intendersi la parola «ricerca». E penso che, se consideriamo l’ambito letterario, tale termine possa essere considerato più o meno comprensivo in base al profilo che vogliamo scegliere: su un piano politico-culturale, ad esempio, si potrà intendere «di ricerca» il posizionamento di un autore rispetto a un ambiente di riferimento c.d. mainstream. Se invece passiamo a considerare il piano della pratica di scrittura, allora il discorso si fa più complesso, perché non sempre l’appartenenza a una scena di riferimento denota una scrittura necessariamente originale. Esprimevo le stesse considerazioni una dozzina di anni fa (su Nazione Indiana, qui); nel frattempo non sono mancati sforzi volti a perimetrare l’ambito di riferimento né occasioni di mappatura o di coinvolgimento attorno al termine «ricerca». Tuttavia quello che a mio avviso è mancato (e manca tuttora) è un inquadramento «critico» di più ampio respiro che, in primo luogo, si ponga domande al di là delle risposte che noi stessi autori ci siamo dati in questi anni, con tutta una scorta di contrapposizioni e distinzioni più o meno sostenibili. E ciò per definire o ridefinire un campo che potrebbe anche assumere fisionomie diverse. Peraltro, in un percorso autoriale possono esserci momenti in cui maggiore è la propensione alla ricerca e momenti in cui ciò non avviene. La ricerca in senso stretto è un «modo» di trattare creativamente uno o più linguaggi e non reca in sé alcuna connotazione valoriale. Ma credo che stiamo aprendo una nuova e ulteriore discussione. MM: Infatti, ci stiamo spostando verso questioni di respiro diverso e decisamente più ampio. Direi che conviene fermarci qui, per il momento. L’editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti sull’immagine di copertina.

  • scienza e politica

    # 5. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. La Rete degli Ambulatori popolari di Palermo Miekal And L’ambulatorio popolare di Borgo Vecchio nasce nel 2016 a Palermo all’interno del Centro Sociale Anomalia, con l’obiettivo di rispondere alle difficoltà di accesso ai servizi sanitari in quartieri marginali come Borgo Vecchio, Zen e Danisinni. Iniziato come servizio di counseling sanitario, si è progressivamente ampliato fino a offrire visite multispecialistiche (cardiologia, ginecologia, pediatria, ecc.), grazie anche al supporto di realtà come “Non una di meno”, Save the Children e parlamentari locali. Durante la pandemia di Covid-19, ha attivato centri vaccinali nei quartieri a rischio. È attualmente coinvolto in progetti di ricerca su rischio cardiovascolare e prevenzione delle epatiti. L’esperienza dimostra l’importanza di una sanità territoriale e preventiva, fondamentale per la sostenibilità del sistema sanitario nazionale. L’ambulatorio popolare di Borgo Vecchio. L’esperienza della rete di ambulatori popolari nasce nell’autunno del 2016 all’interno del Centro sociale Anomalia, come ampliamento e rafforzamento dell’intervento sociale nel quartiere Borgo Vecchio di Palermo. Noi operatori, medici e infermieri, che lavoravamo in ospedale avvertivamo l’enorme carico di lavoro (chi scrive è un cardiologo ospedaliero in pensione) cui eravamo sottoposti senza riuscire a offrire le prestazioni necessarie alla domanda di servizi sanitari che rimaneva largamente inevasa. Dall’altra parte sentivamo le lamentele e le esacerbazioni venire dal quartiere Borgo vecchio, dove si trova il Centro sociale, circa la difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. Le lamentele finivano sempre con la frase: «Allora si può morire». Borgo vecchio è un quartiere del centro storico di Palermo di povertà e degrado sociale e urbanistico estremi. Da qui è nata l’ipotesi di avviare un servizio di counseling sanitario che potesse aiutare e accompagnare i pazienti nei loro percorsi sanitari. Ma col tempo abbiamo avvertito la necessità di erogare un servizio che desse anche prestazioni specialistiche e diagnostiche. Con questo obiettivo abbiamo comprato un elettrocardiografo e abbiamo iniziato a fare visite cardiologiche con ECG. I deputati 5 Stelle del parlamento siciliano ci hanno poi fatto dono di un ecografo multidisciplinare con cui abbiamo potuto erogare prestazioni specialistiche di ecografie cardiache, addominali e ginecologiche. In breve tempo si è costituito anche un gruppo di lavoro con le compagne di Non una di meno che ha avviato un fiorente servizio di visite ed ecografie ginecologiche con screening e Pap test. Siamo così riusciti a creare a Borgo Vecchio un servizio sanitario capace di fornire prestazioni multispecialistiche (cardiologia, medicina, neurologia,ortopedia, fisiatria, endocrinologia…) su prenotazione. L’ambulatorio ginecologico ha erogato circa 300 visite annue con altrettanti Pap test. L’Ambulatorio Sanitario dello Zen nasce dal rapporto con Zen Insieme, associazione che da anni lavora allo Zen, e con Save the Children. Le prestazioni che vengono erogate allo Zen sono rivolte non sola alla popolazione adulta ma anche alla popolazione pediatrica. In tutti gli ambulatori eroghiamo circa trenta visite cardiologiche, con sei valutazioni ecocardiografiche, e dieci visite diabetologiche alla settimana. Nel settore pediatrico, gestito insieme da Save the Children e Zen, si è sviluppata una comunità di pediatri, logopedisti, foniatri e fisioterapisti che vanno incontro alle esigenze del quartiere. Durante il periodo del Covid-19, grazie all’impegno del commissario provinciale per emergenza Covid, Dr. Renato Costa (attuale presidente della rete ambulatori popolari) abbiamo costituito dei centri spoke vaccinali nei quartieri a rischio di Palermo: Borgo Vecchio, Zen e Danisinni. Il rione di Danisinni si trova in una enclave a cul di sacco nel centro di Palermo dove vive una comunità che ha ricavato le case direttamente dalle grotte presenti nella timpa del quartiere. Di Danisinni ne parla per la prima volta Danilo Dolci alla fine degli anni Cinquanta; veniva chiamato il pozzo della morte e in seguito fu tratto il film Cortile Cascino. In questo quartiere abbiamo somministrato circa 3000 vaccini mobilitando le risorse dell’attivismo sociale. Siamo inseriti in due progetti di ricerca di cui andiamo fieri. Il primo è il CV-risk, ricerca sui fattori di rischio cardiovascolare che il ministero della sanità ha affidato al circuito degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCSS) nazionali. Siamo stati coinvolti dall’Istituto Mediterraneo per i Trapianti ISMETT IRCSS di Palermo che ci ha affidato la valutazione dei fattori di rischio cardiovascolare in popolazioni marginali e di povertà sanitaria. Il secondo è un progetto di medicina preventiva sulle epatiti B e C, attraverso dei prelievi salivari, in collaborazione con la cattedra di gastroenterologia ed epatologia dell’Università di Palermo diretta dal Prof. Carlo Camma’. È del tutto evidente che la sostenibilità di un servizio sanitario nazionale pubblico sia legata alla creazione di una medicina preventiva che possa reggere l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi sanitari.

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    La guerra segreta della Francia in Camerun Isabel De la Sierra Le potenze coloniali occidentali sono incapaci di concepire un mondo non coloniale, il che significa in realtà che sono talmente impegnate nel mantenimento del capitalismo come sistema storico da arrivare a distruggere ogni equilibrio politico, ecosistemico e produttivo in grado di salvare la civiltà umana dalla catastrofe del suo dominio di classe. Proponiamo un'intervista condotta apparsa su «Sidecar», il blog della «New Left Review» pubblicata con l’espresso consenso del suo editore a Thomas Deltombe uno degli autori del libro pubblicato originariamente da La Découverte, La guerre du Cameroun: L’invention de la Françafrique (1948-1971) (2016), e recentemente ripubblicato in un’edizione aggiornata da Verso Books con il titolo The Cameroon War: A History of French Neocolonialism in Africa (2025) La guerra in Camerun ebbe inizio nei primi anni ‘50 con l’ascesa dell’Union des Populations du Cameroun (UPC), un movimento nazionalista che chiedeva l’indipendenza e la riunificazione dei territori sotto mandato francese e britannico. Parigi rispose con una repressione che si intensificò fino a diventare una lunga guerra di controinsurrezione a partire dal 1955, utilizzando metodi già impiegati in altri conflitti coloniali: internamenti di massa, punizioni collettive, bombardamenti aerei sui villaggi e omicidi selettivi. Quando fu dichiarata ufficialmente l’indipendenza nel 1960, la Francia insediò come presidente Ahmadou Ahidjo, un politico conservatore proveniente dal nord del paese, mentre continuavano, fino all’inizio degli anni ’70, le operazioni militari contro l’UPC. Lo Stato a partito unico di Ahidjo, sostenuto da consiglieri e servizi segreti francesi, schiacciò l’opposizione e costruì un apparato clientelare fedele, fornendo una base stabile per gli interessi petroliferi e commerciali della Francia. Il suo successore, Paul Biya, al potere dal 1982, ha mantenuto lo stesso assetto neocoloniale sotto l’apparenza di un sistema multipartitico, combinando la repressione autoritaria con una liberalizzazione selettiva, garantendo così la continuità di un regime le cui origini risalivano alla violenta repressione della lotta per l’indipendenza del Camerun. Questa guerra, eufemisticamente definita «disordini», è stata a lungo relegata ai margini della storiografia ufficiale francese. Negli ultimi anni, Thomas Deltombe, Jacob Tatsitsa e Manuel Domergue ne hanno messo in luce la portata e la ferocia, e la loro meticolosa ricostruzione della lotta armata e della sua repressione è diventata un punto di riferimento sull’argomento. Il loro libro, pubblicato originariamente da La Découverte, La guerre du Cameroun: L’invention de la Françafrique (1948-1971) (2016), è stato recentemente ripubblicato in un’edizione aggiornata da Verso Books con il titolo The Cameroon War: A History of French Neocolonialism in Africa (2025). All’inizio di questo mese, la New Left Review ha parlato con Thomas Deltombe – storico ed editore di La Découverte, nato a Nantes nel 1980 – della sua ricerca alla luce della recente pubblicazione da parte del governo francese di un rapporto sul conflitto franco-camerunese, nel contesto del tentativo di Macron di preservare l’influenza della Francia sui suoi ex possedimenti africani. * New Left Review Per iniziare la nostra conversazione, potresti offrirci una breve panoramica del tuo percorso? Come sei arrivato a interessarti al Camerun e alla sua storia coloniale e postcoloniale? Thomas Deltombe Il mio lavoro sulla storia coloniale e su ciò che viene comunemente definito «decolonizzazione» risale al mio primo libro, pubblicato vent’anni fa, sull’islamofobia in Francia. Il tentativo di rintracciare le radici del razzismo contemporaneo mi ha portato al passato coloniale della Francia e ben presto mi sono reso conto che gran parte di ciò che mi era stato insegnato si basava su miti e omissioni. Uno dei miti più tenaci è che le colonie subsahariane della Francia ottennero l’indipendenza in modo pacifico, attraverso un accordo bilaterale con Parigi. Si traccia così una linea di demarcazione tra la cosiddetta «Africa nera» e il Nord Africa, in particolare l’Algeria, dove l’indipendenza è stata ottenuta con la forza. Questa narrazione è durata decenni, facendo passare sotto silenzio le aspre e per lo più infruttuose lotte armate per l’indipendenza combattute nell’Africa subsahariana. Quella che oggi è conosciuta come la guerra del Camerun è forse l’esempio più eclatante di tutti, e il fatto che sia stata dimenticata è proprio ciò che mi ha spinto a studiarla. Quando ho iniziato a lavorare su questa storia a metà degli anni 2000 insieme al giornalista Manuel Domergue e allo storico Jacob Tatsitsa, ho scoperto che il conflitto aveva lasciato poche tracce nella storiografia convenzionale. Al massimo, appariva in una nota a piè di pagina, descritto come «disordini» che erano costati alcune centinaia di vittime. Al contrario, alcuni attivisti, in particolare camerunensi, che cercavano di rompere il silenzio su questo periodo, parlavano di un «genocidio» con centinaia di migliaia di vittime. Di fronte a versioni così diverse, ci siamo proposti di stabilire con la massima chiarezza possibile cosa fosse realmente accaduto in Camerun negli anni ‘50 e ‘60. Ci siamo immersi nella bibliografia esistente, poco conosciuta o da tempo dimenticata, prodotta da militanti, giornalisti e accademici. Questi scritti sono preziosi, ma spesso sono obsoleti o si concentrano solo sulle prime fasi del conflitto. Il nostro obiettivo era ricostruire l’intera sequenza, dalla creazione dell’UPC nel 1948 fino all’esecuzione del suo ultimo leader importante, Ernest Ouandié, nel 1971. Per cinque anni abbiamo lavorato in Francia e in Camerun, ma anche in Gran Bretagna, Paesi Bassi e Svizzera, raccogliendo tutto il materiale d’archivio che siamo riusciti a trovare e registrando il maggior numero possibile di testimonianze. La nostra conclusione, presentata in Kamerun! Une guerre cachée aux origines de la Françafrique, 1948-1971 (2011), era che la Francia aveva effettivamente combattuto una guerra in Camerun durante gli anni ‘50 e ‘60. Da qui il titolo del nostro secondo libro, La guerre du Cameroun: L’invention de la Françafrique (1948-1971) (2016), che si basava sulla nostra precedente ricerca con l’intenzione di ampliarla. La designazione «guerra» è cruciale: il termine era stato usato raramente dagli studiosi precedenti e, nel caso, solo di sfuggita. A partire dal 1955, la Francia ha impiegato in Camerun le stesse tecniche che stava utilizzando in Algeria, teorizzate con la dottrina della «guerra rivoluzionaria». Non vedevamo alcun motivo per usare la parola «guerra» in un caso e non nell’altro. Se c’è stata una guerra in Algeria, c’è stata anche in Camerun. New Left Review Come si spiega questa discrepanza nel modo in cui oggi in Francia si ricordano entrambi i conflitti, sia nella letteratura storica che nella percezione pubblica generale? Thomas Deltombe La prima differenza è di ordine quantitativo: la popolazione del Camerun era in numero molto inferiore a quella dell’Algeria. La seconda è di ordine qualitativo: il Camerun non era una vera e propria colonia, ma un territorio sotto la tutela dell’ONU. E anche gli esiti sono stati completamente diversi. In Algeria prevalse il movimento indipendentista, in Camerun no. A entrambi gli Stati fu concessa l’«indipendenza», ma si trattò di indipendenze di tipo molto diverso. Un’altra differenza emerge dalla cronologia dei conflitti. La guerra d’Algeria ha avuto un inizio e una fine chiari: l’insurrezione del 1° novembre 1954 e gli accordi di Evian del 19 marzo 1962. In Camerun, le cose non sono state così semplici. L’amministrazione coloniale ha progressivamente inasprito la sua posizione nei confronti dell’UPC, che a sua volta ha iniziato a pianificare e poi a lanciare la sua strategia di resistenza armata intorno al 1955-1956. Il conflitto ha raggiunto il suo apice nel momento in cui la Francia aveva concesso al Paese la sua indipendenza formale nel 1960, per poi protrarsi fino all’inizio degli anni ‘70, ma perdendo gradualmente intensità. È stata una guerra, ma una guerra non dichiarata, che non ha avuto né un inizio né una fine ufficiali. C’è una terza differenza importante: la guerra d’Algeria ebbe ripercussioni in tutta la Francia e oltre i suoi confini; la guerra del Camerun è stata combattuta in segreto. Per comprendere questo fatto, occorre considerare la particolare situazione giuridica del Camerun. Dopo la fine della colonizzazione tedesca nella prima guerra mondiale, il territorio è stato posto sotto tutela internazionale – come la Palestina, il Togo e il Ruanda – e affidato principalmente alla Francia, con la concessione di una piccola parte alla Gran Bretagna. Queste due «potenze amministrative», come venivano chiamate, si impegnavano a rispettare determinate norme di comportamento e a riconoscere determinati diritti alla popolazione locale. In virtù della Carta delle Nazioni Unite del 1945 e degli Accordi di tutela del 1946, esse furono incaricate non solo di mantenere «l’ordine pubblico interno», ma anche di garantire «la libertà di pensiero» e di preparare il popolo del Camerun «all’autogoverno e all’indipendenza». Proprio perché la Francia non stava rispettando questi impegni internazionali, ha combattuto la guerra in segreto. «Deve regnare il silenzio», fu l’ordine dei vertici dell’amministrazione coloniale in Camerun nel 1958. La richiesta era assolutamente cruciale, perché la Francia stava combattendo contemporaneamente la guerra in Algeria, che provocava proteste nel Paese e la censura a livello internazionale nei confronti della sedicente «patria dei diritti umani». Il silenzio è continuato anche dopo l’indipendenza del Camerun. Dopo aver insediato con la forza un «regime amico» a Yaoundé, i leader francesi non avevano alcun interesse a rendere note le operazioni militari che continuavano in un Paese ormai considerato «indipendente». Qualsiasi pubblicità avrebbe messo in evidenza l’illegittimità del regime neocoloniale. Il silenzio divenne ancora più profondo quando il nuovo regime arrivò a diventare una brutale dittatura sotto il mandato del presidente Ahmadou Ahidjo, che continuava a godere del sostegno da parte della Francia. Fino a oltre la metà degli anni ‘80, il solo fatto di menzionare i «disordini» poteva comportare l’arresto da parte della polizia politica e la scomparsa in qualche lugubre «campo di internamento amministrativo». Il governo francese ha sostenuto attivamente questa politica di cancellazione. Quando Mongo Beti pubblicò Main basse sur le Cameroun con Maspero nel 1972, il primo libro che svelava il lato oscuro della “decolonizzazione” del Camerun, le autorità lo vietarono e lo confiscarono immediatamente. Con il passare del tempo, e con la censura ancora in vigore, la memoria dei fatti fu cancellata o rimodellata a favore dei vincitori. I veri militanti indipendentisti furono bollati come «terroristi», mentre Ahidjo fu esaltato come «padre della nazione» e devoto «democratico», una favola che la stampa francese ha sostenuto diligentemente. Un altro fattore che ha contribuito a questo silenzio è la straordinaria indifferenza, quasi disprezzo, dell’élite francese verso ciò che accade a sud del Sahara. Il razzismo coloniale, che per decenni ha classificato «bianchi», «arabi» e «neri» in una rigida gerarchia, è ancora vivo oggi: ciò che riguarda i «bianchi» è di estrema importanza, ciò che riguarda gli «arabi» merita una certa attenzione, ciò che accade ai «neri» non ha ovviamente alcuna importanza. Questo comportamento non è esclusivo della Francia, ma questo ordine razziale, ora implicito, rimane profondamente radicato nei media francesi. New Left Review Nel 2023 Emmanuel Macron incaricò Karine Ramondy di costituire una commissione per indagare sulla guerra del Camerun, la Commission mémoire sur le Cameroun, una delle numerose iniziative presidenziali volte a rivedere il rapporto della Francia con il suo passato coloniale. Secondo te, che contributo può dare il lavoro di tale commissione? Thomas Deltombe Fin dall’inizio, Macron ha posto le questioni relative alla memoria al centro della sua agenda politica e diplomatica. Anche prima della sua elezione a presidente della Repubblica nel 2017, ha suscitato scalpore dichiarando alla televisione algerina che la colonizzazione era un «crimine contro l’umanità», che richiedeva «scuse» da parte della Francia. A mio avviso, l’obiettivo principale di questa dichiarazione spettacolare era quello di mostrare il proprio coraggio e la novità del suo modo di intendere le cose. All’epoca appena quarantenne, Macron ha cercato di mettere in risalto la sua giovinezza e la sua volontà di «rompere i tabù» come modo per distinguersi dagli altri candidati alla presidenza. I commentatori facevano costantemente riferimento al fatto che avesse lavorato con Paul Ricoeur a un libro dedicato proprio alle questioni della memoria. In sintesi, il candidato Macron, che affermava di trascendere la divisione esistente tra destra e sinistra, prometteva una «rottura» in questo campo come in altri. Una volta eletto, Macron ha ammorbidito la sua posizione. In continuità con i suoi predecessori, ha cercato di utilizzare la politica della memoria come strumento di pacificazione simbolica in una società francese spesso descritta come divisa da «guerre della memoria» tra i discendenti dei coloni, gli harkis, i nazionalisti africani, gli ebrei e altri attori. Allo stesso tempo, ha cercato di trasformare la memoria in uno strumento di soft power in Africa, dove l’imperialismo francese è sempre più apertamente messo in discussione. In entrambi i contesti, nazionale e internazionale, la parola d’ordine è stata «riconciliazione». Dall’Eliseo, Macron ha cercato, attraverso commemorazioni accuratamente messe in scena, di «riconciliare» la Francia con se stessa e con i suoi partner africani. Ho descritto il coinvolgimento di storici esperti di media come parte di una strategia di «memory washing». I più importanti sono Benjamin Stora e Pascal Blanchard. Stora, specialista in relazioni franco-algerine, è stato incaricato da Macron di redigere un rapporto sul tema a seguito delle massicce proteste contro la violenza della polizia nella primavera del 2020. Blanchard, che dirige un’agenzia di comunicazione incentrata sulla memoria e lavora da tempo per clienti aziendali, ha compilato, «sotto l’alto patrocinio della presidenza della repubblica», un elenco di personaggi storici «di diversa provenienza» a cui dovrebbe essere dato maggiore risalto nella sfera pubblica. In entrambi i casi, l’obiettivo dichiarato era quello di offrire gesti simbolici ai discendenti dei colonizzati su entrambe le sponde del Mediterraneo. La stessa logica è stata alla base delle varie commissioni create dalla presidenza della Repubblica fin dal 2017. La più nota è quella presieduta da Vincent Duclert, incaricato di esaminare il ruolo della Francia nel genocidio in Ruanda. Nel marzo 2021 il suo rapporto ha debitamente confermato che la Francia aveva «responsabilità gravi e schiaccianti» nel genocidio della popolazione tutsi, ma, soprattutto, la commissione sul genocidio in Ruanda è servita a sbloccare le relazioni franco-ruandesi dopo un quarto di secolo costellato di tensioni. Da allora, la Francia ha effettuato importanti investimenti nel Paese, mentre l’esercito ruandese proteggeva gli impianti di gas della Total in Mozambico. Come ha sottolineato lo storico statunitense Nathaniel Powell, «il rapporto Duclert, paradossalmente, è servito da copertura per l’avvicinamento francese alla sanguinaria e aggressiva dittatura insediata a Kigali». Ben presto l’Eliseo ha compreso il vantaggio di coinvolgere gli africani in questa tipo di impresa. Da qui la decisione di Macron di reclutare lo storico camerunese Achille Mbembe per organizzare un «vertice franco-africano» a Montpellier nel 2021 e di avviare «commissioni miste», che riuniscano accademici francesi e africani. Il primo organismo congiunto di questo tipo è stata la commissione sulla guerra del Camerun che hai citato, convocata nel 2023-2024 sotto la direzione congiunta di Ramondy e del cantante camerunese Blick Bassy. Il rapporto è stato presentato nel gennaio 2025. Da allora, Macron ha annunciato la creazione di una commissione mista sulla storia franco-malgascia e un’altra sulla storia delle relazioni tra Francia e Haiti. È significativo che sia stata annunciata un’altra commissione sulla guerra d’Algeria, che alla fine è fallita a causa del deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Algeri. È importante sottolineare che lo scopo di queste commissioni è più politico, diplomatico e comunicativo che accademico. Finora, le commissioni hanno apportato poco a ciò che gli specialisti già sapevano, ma hanno comunque costituito un gruppo di «esperti» che, avendo accettato di collaborare con l’Eliseo, sono obbligati a fornire sostegno mediatico e a concedere l’imprimatur della loro autorità accademica. La strategia va ancora oltre. Approfittando dei riflessi corporativisti del mondo accademico francese e del clima di paura indotto dal potere politico in una professione sempre più precaria e vulnerabile, la presidenza ha stroncato sul nascere qualsiasi sfida alla sua politica della memoria. Gli storici che si sono messi al suo servizio vengono raramente, o mai, criticati nei circoli accademici, almeno in pubblico. Al contrario, sono invitati a numerosi seminari e conferenze, dove nessuno chiede se il loro ruolo debba davvero essere quello di lavorare per l’Eliseo e stringere la mano agli autocrati africani «amichevoli» con la Francia. L’Eliseo sta utilizzando la politica della memoria per mettere a tacere il dissenso degli africani e dei loro discendenti in Francia. Paul Max Morin e Sébastien Ledoux lo dimostrano chiaramente nel loro studio L’Algérie de Macron: Les impasses d’une politique mémorielle (2024), le cui conclusioni sono ugualmente applicabili al suo approccio verso l’Africa subsahariana. Con una manciata di «gesti» simbolici, Macron spera di frenare la crescente ondata di proteste anti-francesi verificatesi a sud del Sahara e di contrastare quelle che lui definisce «manipolazioni della memoria» effettuate dalle potenze rivali, in particolare dalla Russia. In questo senso, continua una lunga tradizione coloniale e neocoloniale, consistente nell’accettare alcune delle critiche rivolte alla Francia per neutralizzare l’opposizione antimperialista. Il suo riformismo si aggiunge a quello dei suoi predecessori, che hanno cercato di prolungare la tanto decantata «presenza» della Francia in Africa, termine coniato da Mitterrand negli anni ‘50, attraverso innovazioni cosmetiche. Il parallelismo con Mitterrand, che ho approfondito nella mia ultima ricerca, L’Afrique d’abord! Quand François Mitterrand voulait sauver l’Empire français (2024), è sorprendente. All’inizio degli anni ‘50, Mitterrand ricopriva prima la carica di ministro della Francia d’Oltremare (in pratica, ministro delle colonie subsahariane) e poi quella di ministro dell’Interno, con responsabilità sull’Algeria. Fu uno dei principali teorici del neocolonialismo, ideando una strategia per indebolire le proteste radicali attraverso concessioni riformiste. A suo avviso, l’introduzione di piccoli aggiustamenti, combinata con la creazione di alleanze con le élite locali più moderate – le più propense ad accettare la «mano tesa» delle autorità coloniali – sarebbe stato il modo migliore per preservare ciò che poteva essere salvato degli interessi francesi nel continente. Macron si inserisce pienamente in questa tradizione neocoloniale. Il «piano di riconquista» di cui ha parlato durante la sua visita di Stato in Sudafrica nel maggio 2021 è molto simile a quello abbozzato da Mitterrand settant’anni prima: affidarsi agli imprenditori, agli intellettuali e agli artisti africani per contrastare i movimenti che chiedono una rottura totale con l’ex potenza coloniale, rapidamente bollati come «antifrancesi». Questo è il progetto alla base della retorica della «riconciliazione» franco-africana e degli slogan ripetuti fino alla nausea sulla «nostra storia condivisa». Al fine di preservare questa presunta storia condivisa, imposta senza il consenso dei colonizzati e dei loro discendenti, e dato che «la Francia ha molto da fare nel continente», Macron ha dichiarato a Yaoundé, nel luglio 2022, la necessità di «eliminare gli ostacoli del passato». «Se prendiamo questa strada», ha sostenuto, «possiamo persino trasformare questi malintesi in un’opportunità. Un’opportunità per la Francia, naturalmente, perché credo che tra la Francia e il Camerun, tra la Francia e il continente africano, esista una profonda storia d’amore». Il resto del discorso, interamente dedicato agli interessi economici della Francia in Camerun e alle rivalità internazionali per le risorse dell’Africa, ha lasciato pochi dubbi su ciò che sta alla base di questa «relazione». Gli «ostacoli del passato» si frappongono alla salvaguardia degli interessi economici e strategici della Francia in Africa. New Left Review Non c’è stato però un cambiamento nel discorso ufficiale? Dopo tutto, Macron ha riconosciuto per la prima volta che la Repubblica aveva combattuto una guerra in Camerun. Thomas Deltombe Se si guarda alla versione dell’Eliseo, diffusa dalla stampa francese, la ricerca accademica ha spianato la strada alla politica: una commissione di storici ha stabilito che c’era stata una guerra in Camerun, il che ha portato il presidente della Repubblica a riconoscere la responsabilità della Francia. In realtà, le cose sono andate in modo molto diverso. Come ho detto, il presidente ha effettivamente cooptato gli storici per abbellire un esercizio di soft power basato sulla memoria. Lo so per esperienza diretta, poiché sono stato contattato dall’Eliseo pochi giorni prima del viaggio di Macron a Yaoundé alla fine di luglio 2022. Sono stato invitato a «sfidare pubblicamente il presidente» sulla guerra del Camerun, in modo che avesse l’occasione giusta per annunciare la creazione della sua commissione. Naturalmente ho rifiutato questa curiosa proposta. In ogni caso, Macron non aveva alcun dubbio sulla realtà del conflitto. «È chiaro che ci sono state atrocità, una guerra e dei martiri», ha dichiarato durante la stessa visita. «È già stato fatto molto lavoro e ora nessuno discute i fatti essenziali», ha confermato Mbembe, che ha accompagnato Macron nel suo viaggio e ha svolto un ruolo importante dietro le quinte. Ciò non significa che il lavoro degli storici della commissione non abbia valore. Contiene una grande quantità di dettagli di indubbio interesse e si addentra in territori ancora poco esplorati, come il funzionamento dell’apparato giudiziario nel Camerun alla fine degli anni ‘50. Tuttavia, molte questioni cruciali rimangono nell’ombra, in particolare quella degli interessi francesi. La commissione ha evitato di affrontare gli interessi economici della Francia in Camerun e ha eluso lo scopo geopolitico del conflitto. È evidente che l’obiettivo era quello di evitare di mettere in imbarazzo i grandi dell’attuale regime camerunese, erede diretto di quello instaurato durante la guerra. È anche sorprendente che la commissione non abbia cercato di calcolare con precisione il numero delle vittime. Basandosi sulle cifre citate da autori precedenti, si è limitata a confermare che la guerra ha causato «decine di migliaia di morti». Date le notevoli risorse finanziarie di cui ha disposto la commissione, ci si sarebbe potuti aspettare uno studio demografico in grado di fare chiarezza su questa delicata questione. Un’altra questione delicata che è stata tralasciata riguarda la qualificazione giuridica dei crimini commessi dalla Francia: torture, incendi di villaggi, deportazioni di massa. Crimini di guerra? Crimini contro l’umanità? Genocidio, come alcuni hanno affermato? La commissione ha invece dichiarato che non era compito degli storici fornire definizioni giuridiche dei crimini del passato. Posso accettare questo punto di vista, ma allora perché, quando nel giugno 2025 Macron è stato interrogato sulla natura giuridica dei crimini commessi dall’esercito israeliano a Gaza, il presidente ha risposto che spetterebbe agli storici decidere se si trattasse di genocidio? Se politici e storici continuano a passarsi la palla, quando sarà fatta giustizia per le vittime dei crimini coloniali? New Left Review Macron ha rilasciato la sua dichiarazione sul Camerun sotto forma di lettera, giusto? Thomas Deltombe È un documento sorprendente. In primo luogo, la lettera era indirizzata a Paul Biya, erede del regime di terrore instaurato dalla Francia durante la guerra combattuta in Camerun. Perché non indirizzarla al popolo camerunese, che è la vera vittima del conflitto, che ha sopportato l’autocrazia di Biya dal 1982? Da un punto di vista simbolico, la scelta è sorprendente. In secondo luogo, la lettera, presentata ovunque come un riconoscimento «ufficiale», non è mai stata pubblicata su nessuna piattaforma ufficiale. Non compare in nessuna parte del sito web dell’Eliseo, né sugli account dei social media del governo. È arrivata alla stampa solo a metà agosto 2025, quando la maggior parte dei francesi, compresi i giornalisti, è in vacanza. Da notare poi che ha coinciso con la notizia proveniente dal Camerun che Maurice Kamto, il principale oppositore di Biya, era stato escluso dalla corsa alle elezioni presidenziali previste per il 12 ottobre. Nella migliore delle ipotesi, comunque, si è trattato di un riconoscimento non ufficiale, ammesso che una cosa del genere possa esistere. Un gesto vuoto e meschino che, inoltre, alimenta la propaganda elettorale di Biya. Letta riga per riga, la lettera di Macron è scandalosa. È vero che parla di una «guerra», come aveva già fatto nel 2022, ma non si fa più riferimento alle «atrocità», e tanto meno ai «crimini». Al loro posto, si ricorre all’eufemismo: «violenze repressive di vario tipo». La lettera cita i nomi di quattro ribelli nazionalisti uccisi dalla Francia, ma così facendo cancella le decine di migliaia di vittime del conflitto. Peggio ancora, postula la negazione assoluta del coinvolgimento francese nella morte di Félix Moumié, presidente dell’UPC, avvelenato a Ginevra nell’ottobre 1960 da un agente dei servizi segreti, nonostante alti funzionari francesi abbiano da tempo riconosciuto la responsabilità di Parigi nell’omicidio. Un’altra caratteristica sorprendente della lettera è che si riferisce solo al cosiddetto periodo della «decolonizzazione». La commissione di storici ha fatto lo stesso, limitandosi per mandato agli anni 1945-1971. In questo modo, la disputa storica franco-camerunese è chiaramente limitata solo a quel periodo, il che permette di tralasciare molte questioni fondamentali come i crimini commessi dalla Francia fino al 1945, un’epoca di saccheggi incredibili e lavori forzati di massa, e il sostegno incondizionato fornito da Parigi a un regime autocratico e repressivo, durato in Camerun per decenni, periodo di tempo segnato anche dal massiccio sfruttamento delle risorse a vantaggio soprattutto di multinazionali francesi come Total e Bolloré. Eppure questa lettera, che non offre né scuse né suggerimenti di riparazione, viene salutata dalla stampa come un «importante punto di svolta commemorativo» (per citare il sempre compiacente Pascal Blanchard). A mio parere, sembra piuttosto uno scherzo di cattivo gusto, di pessimo gusto in realtà, data la portata e la gravità dei crimini in questione. New Left Review In Camerun, per molto tempo è stato cancellato qualsiasi riferimento alla guerra sotto il regime di Biya. Tuttavia, i massacri, i villaggi incendiati e gli omicidi politici hanno lasciato profonde cicatrici. In che modo continua a circolare oggi la memoria di quei fatti nella società camerunese? Hai idea di come sia stato accolto lì il rapporto della commissione Ramondy? Thomas Deltombe Non sono la persona più indicata per descrivere come i camerunesi percepiscano le iniziative commemorative di Macron, ma nelle testimonianze che abbiamo raccolto sul campo ci è stato ripetuto più volte che «la guerra non è finita». Questa frase ha colpito profondamente Manuel, Jacob e me. Perché questa guerra senza fine, combattuta a bassa intensità per decenni, potrebbe facilmente riaccendersi in Camerun. In altre parole, non è solo una questione di storia. È ancora un tema scottante del presente. È qui che sta l’errore di Macron. Attraverso i suoi stratagemmi commemorativi, cerca di relegare al passato fenomeni storici che, in realtà, non si sono conclusi. La sua grande idea, come ho detto, è quella di «eliminare gli ostacoli del passato», esigere dai suoi omologhi africani di «voltare pagina». In realtà, si tratta di un esercizio di autoassoluzione: ora che «noi» abbiamo riconosciuto i nostri crimini, smettiamo di ossessionarci con il passato. Ma è difficile scrivere una «nuova pagina di storia», quando la sceneggiatura politica proviene direttamente dal neocolonialismo dell’era Mitterrand e quando Parigi continua a sostenere vecchi dittatori filo-francesi. New Left Review Le recenti battute d’arresto subite dalla Francia nel Sahel – il ritiro dal Mali, dal Burkina Faso e dal Niger, la graduale riduzione dell’operazione Barkhane – sembrano segnare la fine di un ciclo di attività militare e politica. In questo contesto, la Françafrique è ancora una lente utile per comprendere le attuali relazioni franco-africane, o dovrebbe essere messa da parte in quanto categoria obsoleta? Thomas Deltombe In L’empire qui ne veut pas mourir: Une histoire de la Françafrique (2021), il libro che ho co-curato sull’argomento, la definiamo come un sistema neocoloniale molto flessibile. Da quasi quarant’anni se ne proclama la morte, ma il neocolonialismo francese si è continuamente adattato ai grandi cambiamenti mondiali: la caduta del muro di Berlino, la «guerra al terrorismo», l’ascesa della Cina. Ogni appuntamento elettorale porta con sé la promessa di rompere con questo passato neocoloniale, ma una volta in carica, i nuovi leader fanno il contrario e cercano di riformare il sistema per prolungarlo. Questa era la dottrina di Mitterrand all’epoca della decolonizzazione negli anni ‘50 e la stessa logica è in vigore dalla metà degli anni 2000. Come ho detto, Macron si inserisce in questa tradizione: riformare la Françafrique per mantenerla in vita, ma di fronte a un’ostilità insolitamente forte in Africa, causata dalla congiuntura storica e aggravata dalla sua stessa arroganza, ha avuto molto meno successo di quanto si aspettasse. La sua politica africana, come del resto quella nazionale e internazionale, è un fallimento. La Francia è ora vituperata in gran parte del continente; le ex roccaforti della sua «doppia línea di fortezze» si sono rivoltate contro il loro antico protettore: Mali, Niger, Burkina Faso e, in una certa misura, Senegal. Tuttavia, sotto questi cambiamenti a volte drammatici, che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, ci sono delle continuità. Alcuni regimi rimangono fedeli alla Francia: Costa d’Avorio, Benin, Togo e Repubblica del Congo. I meccanismi fondamentali, come la cooperazione in materia di sicurezza e il franco CFA, rimangono saldamente in piedi. Il Camerun, che dal 1960 ha avuto solo due presidenti, è un esempio paradigmatico di questa continuità. Macron preferirebbe sicuramente avere a Yaoundé un omologo più giovane, «più moderno» e più favorevole alle imprese, ma nel frattempo continua a sostenere il regime di Biya. Non ha sospeso la cooperazione in materia di sicurezza, nonostante la guerra abbia devastato le regioni anglofone del Paese, causando 6500 morti e 700.000 sfollati dal 2017. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione, Macron ha inviato il capo della gendarmeria francese in Camerun lo scorso giugno, visita che ha suscitato grande interesse in un momento in cui il governo di Biya stava facendo tutto il possibile per manipolare le prossime elezioni presidenziali. La visita ha segnato «una nuova tappa nel rafforzamento delle relazioni di sicurezza tra i due Stati», come ha sottolineato Jeune Afrique. New Left Review L’erosione dell’influenza francese in Africa ha spianato la strada ad altre potenze: la Russia, come hai già menzionato; la Cina, onnipresente attraverso prestiti e infrastrutture; la Turchia, con la sua crescente influenza diplomatica e militare; gli Emirati Arabi Uniti, che cercano di ampliare la loro presenza attraverso investimenti e alleanze in materia di sicurezza. Come dobbiamo interpretare questa nuova configurazione multipolare? Si tratta di un’opportunità per le società africane, in grado di mettere in competizione le potenze tra loro, o semplicemente di un cambiamento nella dipendenza? Thomas Deltombe Non spetta a me dire con chi devono lavorare gli africani. Ciò che mi interessa è il discorso ufficiale e mediatico in Francia. Anche in questo caso, i parallelismi con gli anni ‘50 sono sorprendenti. Allora come oggi, la Francia, ansiosa di conservare il suo impero africano, guardava con nervosismo sia alle rivendicazioni popolari africane sia alla concorrenza imperiale delle potenze rivali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica). La paura della «perdita», onnipresente tra i commentatori degli anni ‘50, è ancora viva oggi. Gli articoli di giornale e i programmi televisivi sono pieni di questa paura: «Non perdiamo l’Africa!», «La Francia sta perdendo l’Africa?», «Come Emmanuel Macron ha perso l’Africa». Un vocabolario rivelatore, sessantacinque anni dopo l’indipendenza. Il corollario di questa ansia (post)coloniale è il presupposto che gli africani, incapaci di scegliere il proprio destino, siano condannati a vivere sotto tutela: se non sotto quella della Francia, allora sotto quella di Mosca o Pechino. L’implicazione è che la Francia potrà anche non aver sempre agito in modo irreprensibile in Africa, ma gli africani starebbero molto peggio sotto il dominio di Vladimir Putin o Xi Jinping. Anche ammesso che ciò fosse vero, i francesi non sono nella posizione di impartire tali lezioni. New Left Review L’accesso agli archivi rimane una questione cruciale per la storia della guerra del Camerun, così come per altri conflitti coloniali. In Francia, gli annunci ufficiali di «libero acceso» sono spesso accompagnati da restrizioni che, con il pretesto di proteggere la privacy o la sicurezza nazionale, mantengono in pratica il segreto. Da parte del Camerun, l’accesso è altrettanto limitato, sia per il periodo coloniale che per i decenni successivi. Come affronti queste sfide? Thomas Deltombe La questione degli archivi solleva diversi problemi. Uno dei meno discussi, ma forse il più importante, è la loro conservazione. In Camerun, gli archivi vengono spesso lasciati marcire in stanze umide e poco ventilate. Un’altra questione è l’accessibilità. In termini generali, molti archivi relativi alla guerra del Camerun sono aperti. Con Jacob e Manuel, abbiamo potuto consultare migliaia di documenti in Francia e in Camerun, il che, a mio parere, ci ha permesso di ricostruire una storia ragionevolmente accurata del conflitto. La commissione istituita da Macron ha avuto accesso a materiali aggiuntivi, in particolare agli archivi del Service de documentation extérieure et de contre-espionnage (SDECE), ma le è stato vietato l’accesso agli Archivi Nazionali di Yaoundé, che noi stessi avevamo consultato alcuni anni prima, ufficialmente perché erano in fase di ristrutturazione. Altre collezioni rimangono chiuse, come gli archivi del Service de coopération technique de police (SCTIP) in Francia o i registri centrali della polizia e della gendarmeria in Camerun. Tutti i ricercatori che lavorano su questioni coloniali sono ben consapevoli della profonda asimmetria – e dell’ingiustizia – esistente in questo campo: i cittadini delle ex potenze imperiali godono di un accesso molto più facile alle risorse archivistiche rispetto agli altri. Per questo motivo chiediamo da tempo che gli archivi relativi alla storia franco-camerunese siano completamente digitalizzati e resi disponibili online. Da parte sua, la commissione Ramondy-Bassy ha raccomandato almeno di inviare in Camerun un disco rigido con i documenti che aveva consultato, in modo che i ricercatori locali potessero lavorarci. Nella sua lettera a Biya, Macron non ha acconsentito a questa modesta richiesta. Si è limitato a promettere che gli archivi della commissione sarebbero stati riuniti in un unico luogo, presso gli Archivi Nazionali francesi. Pertanto, i ricercatori camerunesi potranno consultarli solo se la Francia concederà loro un visto e se riusciranno a raccogliere i fondi necessari per recarsi a Parigi. Una ben misera concessione da parte di un uomo che riempie i suoi discorsi di chiacchiere sulla «memoria condivisa». Testi consigliati Marc André, La guerra d’Algeria negli archivi francesi, in «New Left Review» 149 Settembre-Ottobre 2024 Rahmane Idrissa, Il Sahel: una mappa cognitiva, in «New Left Review» 132 Gennaio-Febbraio 2022, Scontro di interessi intorno al Sahel, in «Diario Red» 11/09/24 e Il rovesciamento di Damiba in Burkina Faso, in «El Salto» 16 oct 2022.

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