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  • konnektor

    L’addomesticamento di «The Lancet» mina la libertà accademica Roberto Gelini Le democrazie totalitarie occidentali distorcono la veridicità dei fatti fino a travisare numeri e dati scientifici e medici, consentendo alle lobby sioniste di interferire persino nel funzionamento di «The Lancet», la prestigiosa rivista medica britannica. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «The Electronic Intifada» e viene qui riproposto con l'espresso consenso del suo editore. Il 13 luglio 2024, nove mesi dopo l'inizio del genocidio israeliano contro Gaza, una delle più prestigiose riviste mediche del mondo, «The Lancet», ha pubblicato una lettera di Zion Hagay – presidente dell'Associazione medica israeliana – e di Malke Borow, capo del suo dipartimento legale. Vi si legge, tra l'altro, quanto segue: «Non c'è dubbio che molte persone siano morte a Gaza, anche se i numeri esatti non sono verificati e a volte sono riportati in modo errato. Inoltre, altre voci presentano un quadro completamente diverso [...]. Il numero di operatori sanitari uccisi a Gaza è alto fondamentalmente perché Hamas ha preso il controllo di diverse strutture sanitarie per usarle come centri di comando [...] nonché per immagazzinare armi e usarle dalle strutture, e persino per tenere ostaggi. In questo caso, l'ospedale perde ogni protezione ai sensi della Convenzione di Ginevra». In risposta, io e altri abbiamo inviato la seguente lettera alla testata, come correzione eticamente necessaria: «Ritraendo l'esercito israeliano come essenzialmente innocente, Hagay e Borow cercano di usare la reputazione internazionale di The Lancet per distorcere l'informazione pubblica sulla crisi di Gaza. Hagay e Borow ignorano le sentenze di genocidio della Corte internazionale di giustizia, della Corte penale internazionale, delle Nazioni Unite, dell'OMS e delle principali agenzie umanitarie. Prosegue: «[Ignorano] l’uccisione spietata di civili inermi intrappolati in massa, le violazioni della Convenzione di Ginevra, come dimostrano i ricorrenti bombardamenti degli ospedali e l'uccisione del personale medico, la collaborazione dei medici israeliani agli interrogatori nelle sale di tortura – le cui vittime includono i medici rapiti – la distruzione di tutte le università di Gaza, comprese le scuole di medicina, la carestia provocata e il paesaggio di Gaza reso inabitabile». A giustificazione di ciò, abbiamo concluso che «in qualità di presidente e capo del dipartimento legale dell’Israel Medical Association, Hagay e Borow dimostrano il divario etico che esiste tra l'Associazione medica israeliana e il resto della comunità medica internazionale e il motivo per cui è insostenibile che la detta organizzazione rimanga membro di organismi come l'Associazione medica mondiale». Dopo aver «letto e discusso attentamente questa lettera», «The Lancet» ha rifiutato di pubblicarla. 2014 Come ha potuto l’eminente testata accettare di pubblicare una lettera dei leader medici israeliani – che giustifica il bombardamento degli ospedali – e rifiutare invece l'autorevole confutazione contenuta nella nostra lettera? La risposta risale a più di dieci anni fa. Nell'agosto 2014 – mentre le bombe israeliane cadevano su Gaza nell'ambito dell'operazione Protective Edge – «The Lancet» diede spazio a una "Lettera aperta al popolo di Gaza" di 1484 parole, firmata da ventiquattro medici e accademici provenienti da Regno Unito, Italia e Norvegia. Iniziava come segue: «Siamo medici e scienziati che dedicano la loro vita allo sviluppo di mezzi per curare e proteggere la salute e la vita [...]. Sulla base della nostra etica e della nostra pratica, denunciamo ciò di cui siamo testimoni nell'aggressione di Israele contro Gaza [...] un attacco spietato di durata, portata e intensità illimitate». Il nostro era un appello alla comunità internazionale affinché si esprimesse. Deplorava il silenzio complice della maggior parte dei medici e degli accademici israeliani, nonché degli alleati occidentali di Israele. La pubblicazione di questa lettera ha scatenato un'enorme controversia pubblica, che ha messo al centro il dottor Richard Horton, direttore di «The Lancet». Horton era diventato caporedattore del periodico nel 1995 e da allora aveva acquisito una notevole reputazione come manager efficace e socialmente progressista. Nel 2007 aveva pubblicato un articolo sulla «New York Review of Books» che dimostrava l’empatia con la condizione dei palestinesi. Nel 2009 «The Lancet» ha pubblicato una serie di cinque rapporti sulla situazione sanitaria nei Territori occupati, coinvolgendo più di trenta ricercatori, metà dei quali lì residenti. È poi del 2013 l’istituzione della The Lancet Palestinian Health Alliance, una rete di ricercatori palestinesi – regionali e internazionali – «impegnati a raggiungere i più alti standard scientifici nella descrizione, analisi e valutazione della salute e dell'assistenza sanitaria palestinese». Contrordine Nel 2015 un gruppo internazionale di oltre cinquecento medici e accademici – tra cui cinque premi Nobel – ha lanciato un attacco molto pubblicizzato alla testata e al suo direttore per la pubblicazione della lettera aperta, definita «propaganda d'odio estremista», e per un «uso grossolanamente irresponsabile [della rivista] per scopi politici», mentre altri hanno descritto la pubblicazione della lettera come «bigottismo antiebraico». Le accuse sono state diffuse capillarmente ed i firmatari dell’attacco hanno minacciato un boicottaggio accademico dell'editore, Reed Elsevier, se non avesse preso provvedimenti contro Horton. Il quale non censurò la lettera, ma optò “igienicamente” per le pubbliche scuse accettando l'offerta di visitare l'ospedale Ramban in Israele, promettendo – a titolo risarcitorio – una serie sulla salute in Israele, pubblicata nel 2017. Nell'agosto 2019, cinque anni dopo, «The Lancet» ha accettato di pubblicare una lettera da Israele – firmata da Julio Rosenstock ed altri – che mostra l'impatto duraturo dei fatti del 2014 sulla rivista, liquidati come «chiara manifestazione di antisemitismo – definendo la corrispondenza degli autori – profondamente antisemita e anti-Israele». Rosenstock e sodali si vantavano inoltre di aver domato una rivista medica internazionale. Noi, firmatari della lettera aperta, avevamo certamente il diritto di replica agli insulti antisemiti in una rivista medica di grande visibilità. Ci è stato negato. Le ferite rimangono La cartina di tornasole a cui Horton e «The Lancet» sono stati sottoposti non è nata da presunte violazioni degli standard editoriali secondo i criteri accademici comunemente accettati. È nata dalla necessità politica di difendere strenuamente Israele e le sue politiche. Nel 2014 le pressioni filo-israeliane hanno messo in crisi un editore di principi e un punto di riferimento mondiale nel campo della salute, mettendo a rischio la rivista e i suoi editoriali. La reputazione di Horton, precedentemente esemplare, ne esce macchiata. A distanza di oltre dieci anni le ferite rimangono, ancora in grado – parrebbe – di influenzare le decisioni editoriali. Dal 2023 la rivista ha pubblicato alcuni articoli rilevanti su Gaza. Nell'area dell'etica professionale, fondamentale per una rivista medica, «The Lancet» sembra disposto a pubblicare molto di ciò che i medici israeliani gli inviano, compreso il pubblico sostegno al bombardamento degli ospedali, ma non concede spazio ad interventi di correzione basati su prove da parte di altri medici e accademici. Per i difensori di Israele, questa è stata una campagna di successo capace di mettere all’angolo una voce scientifica eminente ed il suo garante. Con le parole di Julio Rosenstock, «Horton ha ora una migliore comprensione della realtà sul campo». Questa distorsione politica s’è resa evidente anche nei resoconti su Gaza di altrettanto eminenti riviste statunitensi, in particolare il «New England Journal of Medicine» ed il «Journal of the American Medical Association». Una questione fondamentale in tutta questa vicenda è che nessun critico – compresi medici e accademici – ha mai cercato di esaminare le prove a supporto degli articoli che hanno trovato così offensivi. Nessun accademico ha scelto di interrogare, ad esempio, i rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International o Physicians for Human Rights-Israel. Gli attacchi sono stati crudamente ad hominem e l'"antisemitismo" è stato generalmente descritto come la ragione degli autori. L'"addomesticamento" di «The Lancet» dimostra come – anche nell'era della medicina basata sull'evidenza – anche i professionisti possano continuare a ignorare le prove, di pubblico dominio rese da organizzazioni prestigiose, e continuare ad attaccare chi le pubblica. L'affinità politica o l'identità sociale prevalgono sull'etica medica, sollevando questioni fondamentali sulla libertà accademica delle riviste scientifiche di pubblicare su Israele e Palestina. Consigli di lettura. N. Barrows-Friedman, Inside Gaza hospital under attack; Gaza is the slaughterhouse; Emergency medicine doctor reveals what she saw in Gaza. In «The Electronic Intifada», 2025. R. Khalidi - T. Ali, The neck and the sward, in «NLR» n. 147. A. Zevin, Gaza and New York, in «NLR» n. 144. P. Anderson, The house of Zion, in «NLR» n. 96. I. Pappé, The Collapse of Zionism, in «NLR» n. 147; Can Zionism Survive the Current War in Gaza? in «Middle East Eye», 4 novembre 2024. O. Barghouti, Why I Believe the BDS Movement Has Never Been More Important than Now, in «The Guardian», 16 ottobre 2023. Derek Summerfield è un medico accademico operativo a Londra, impegnato da trentatré anni in campagne per i diritti umani in Israele e Palestina.

  • scienza e politica

    Transizione alla Ecologia Integrale per contrastare le Crisi sistemiche climatica, bellica, pandemica, finanziaria-industriale Floriana Rigo Walter Ganapini evidenzia la necessità di una transizione verso un modello di Ecologia Integrale per affrontare le crisi sistemiche interconnesse: climatica, bellica, pandemica ed economico-industriale. Denuncia l’insostenibilità dell’attuale modello economico lineare e il ruolo dei poteri fossili nel ritardare la transizione ecologica. Richiama l’urgenza di un cambiamento etico e sistemico, fondato su sostenibilità ambientale e giustizia sociale, sostenuto anche da iniziative ecclesiali e movimenti ambientalisti. Solo un impegno collettivo può contrastare la deriva attuale e tutelare il futuro dell’umanità e del pianeta. Viviamo la fase finale dell’Antropocene e dobbiamo evitarne l’esito verso la «estinzione della specie umana» che la scienza ritiene di non potere escludere alla luce della evoluzione della già irreversibile Crisi Climatica, cui si interconnettono le altre tre crisi sistemiche in atto: bellica, pandemica, finanziaria-industriale. Secondo IPCC [1], per tutti gli ultimi 800.000 anni i livelli di CO2 sono stati nettamente inferiori agli attuali: un aumento del 33% dei livelli di CO2 dell’atmosfera, da 300 a 400 ppm in soli 100 anni, è dovuto in larga parte all’uso dei combustibili fossili e dunque alle attività antropiche. La temperatura globale media della superficie della Terra segna un incremento anomalo che interessa la maggior parte dei continenti e degli oceani che ricoprono circa il 70% della superfice e produce già effetti cui è impossibile adattarsi. Il «Potsdam Institute for Climate Impact Research», analizzando le interazioni causali tra crisi introduce il concetto di «policrisi», crisi globale che sorge quando uno o più eventi scatenanti in rapida evoluzione, triggers, si combinano con sollecitazioni lente, stresses, portando un sistema globale dal suo equilibrio consolidato verso uno stato di squilibrio volatile e dannoso, attraverso tre percorsi causali, stress comuni, effetti domino, feedback intersistemici, che possono collegare più sistemi globali per produrre crisi sincronizzate. Tale visione olistica è alla base della lettura dei fenomeni in logica «One Health». Già nel suo «1° Programma d’azione in materia d’ambiente» (1972), la Commissione Europea focalizzava l’esigenza di «approcci globali di prevenzione», per individuare le strategie adeguate di governo della «transizione da modelli dissipativi di uso delle risorse a modelli conservativi», intesi nell’accezione termodinamica di conservazione di materia, energia, informazione. Sempre nel 1972 il Club di Roma, con il Rapporto MIT «Limits to Growth», criticava i modelli in uso per l’analisi dei flussi di risorse, compartimentati, settoriali, che non avevano tenuto conto della nozione di «limite» né dato allarmi circa le prevedibili crisi ambientali ed energetiche, e dunque sociali ed economiche, mancando al ruolo cruciale di previsione e prevenzione del rischio. Capire e governare la crescente complessità delle società moderne richiedeva che ci si attrezzasse di approcci sistemici per elaborare bilanci ambientali ed energetici (ed economico-finanziari a essi correlati) in base ai quali calcolare efficienza e rendimento dei modi d’uso delle risorse finite, cicliche, rinnovabili, e promuovere un modello di sviluppo sostenibile che privilegiasse interesse generale e beni comuni nei sistemi a risorse finite, quale è la nostra «casa comune» Terra. Nel 1987, la «World Commission on Environment and Development», con il Rapporto Brundtland «Our common future», propose come necessaria «sfida globale» lo «sviluppo sostenibile», tale da «far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro», avviando il cambiamento nello sfruttamento delle risorse in direzione di investimenti, tecnologie, strutture istituzionali tali da soddisfare i bisogni delle future generazioni oltre a quelli delle attuali. Centrale, per il Rapporto, era garantire la «partecipazione di tutti» per conseguire equità intra ed inter generazionale supportata da sistemi politici che garantissero piena partecipazione dei cittadini al processo decisionale e da reale democrazia a livello delle scelte internazionali, agendo sulle tre «gambe» del «tavolo dello sviluppo sostenibile»: sociale, economica e ambientale. A contrastare la nuova cultura generativa di cura e custodia di persone, comunità, ambiente, si attivò la ultraliberista «scuola di Chicago» volta a conculcare nell’immaginario collettivo, purtroppo riuscendo nell’intento grazie a martellanti campagne di disinformazione che oggi si avvalgono di ogni innovazione derivante dall’abuso dello strumento «algoritmi/neuroscienze», una lettura della economia «take-make-waste» sintetizzabile nella formula lineare «Materia Prima + Capitale + Lavoro + Tecnologia = Merce» farneticando di «crescita continua», quando è evidente che un «sistema finito» come la «casa comune Terra» non dispone di risorse infinite e che nei sistemi reali ogni trasformazione ha rendimento inferiore a 1 e genera entropia sotto forma di emissioni solide, liquide, gassose del tutto assenti nella equazione lineare. Si sapeva che gli effetti del modello dissipativo e consumistico si assoggettavano alla «Legge dei rendimenti decrescenti», per cui il costo sociale di riparazione dei danni e ripristino risultava di gran lunga superiore agli ingenti profitti privati generati a favore di pochi, ma gli interessi sottesi al modello economico lineare hanno prevalso, portando a incremento esponenziale di disuguaglianze e povertà in nome dell’idolatria della massimizzazione deregolata del profitto da consumismo materialistico sfrenato, dimenticando scientemente il ruolo che Ricardo e Smith attribuivano alla normazione per controllare gli «animal spirits» che quella idolatria avrebbe evocato. Nel 1992 l’Onu convocò a Rio de Janeiro l’Earth Summit in cui oltre 150 nazioni si confrontarono sulle strategie per fronteggiare le emergenze ambientali in atto e quelle annunciate. Frutti positivi di Rio ’92 furono le Convenzioni che inquadravano le priorità dal Cambiamento Climatico al «buco nell’Ozono» fino alla tutela della Biodiversità, ma il follow up non portò a impegni cogenti e sanzionabili, nonostante si confidasse che le Cop (Conferenze delle Parti) che da Rio originarono potessero costituire lo strumento operativo efficace per dare concreta attuazione a politiche atte a risolvere i nodi prioritari. Così non fu: divenne chiaro come i poteri fossili promotori della globalizzazione deregolata non intendessero assumere come priorità la qualità ambientale dello sviluppo, nonostante fosse sfida già allora vissuta come competitiva nella cultura industriale e nella esperienza di molte imprese. Gli allarmi scientifici emersi a Rio indicavano in 400 ppm CO2 la soglia di concentrazione in aria oltre la quale il Cambiamento Climatico sarebbe divenuto irreversibile, con la catena di eventi estremi con cui siamo costretti a convivere, più gravi per chi ne ha la minore colpa, persone e comunità che vivono nelle aree di povertà e crescente disuguaglianza, gli «scarti» nell’accezione del Pontefice, ingiustizia che genera la sofferenza di centinaia di milioni di migranti climatici. Oggi siamo a 426 ppm CO2 e la scienza, tramite UN-IPCC, ci dice che a 450 ppm diverrà reale il «rischio di estinzione della specie umana». L’unico passo avanti rispetto al fallimento delle speranze di Rio ’92 ebbe luogo nel 2015 grazie al dono che Papa Francesco ci fece con la «Laudato Sì» e, a seguire, con l’Accordo di Parigi a chiusura di Cop 21, che dopo la frustrante esperienza di insuccesso dei «Protocolli di Kyoto» portò più di 180 Paesi a siglare finalmente cronoprogrammi cogenti di riduzione delle emissioni e annuncio di ricorso a sanzioni per inottemperanze degli impegni presi. Grazie a Enciclica e Accordo di Parigi, le Nazioni Unite adottarono la «Agenda 2030», cassetta degli strumenti per conseguire entro il 2030 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. 10 anni sono trascorsi e solo 5 ci separano dalla deadline 2030 indicata dall’Onu, ma pochi sono i risultati in termini di obiettivi conseguiti: l’aumento di temperatura media del Pianeta ha già superato la soglia di +1.5°C, raggiungendo il valore di +1.63°C. Pesano le terribili Crisi Bellica, Pandemica e Economica-Industriale, tra loro interconnesse. Il ritardo nell’affrontare quella Climatica irreversibile non può che ascriversi al fatto che più della metà del Pil mondiale è generato dal controllo delle fonti fossili di energia (petrolio, carbone, gas naturale, nucleare) e consente ai detentori, 63 persone fisiche o famiglie secondo Oxfam, di condizionare non solo assetti geostrategici, ma anche modelli culturali, politica, governo della informazione, ciò che porta molti intellettuali, anche nelle Università Usa, a definire la società attuale «neofeudale». I signori fossili e della finanza deregolata hanno reagito alla domanda di cambiamento prezzolando burattini «negazionisti» e poi investendo in greenwashing per frenare la Transizione e così indurre «inactivism»/inazione, soprattutto delle istituzioni, utile a proseguire nella logica «business as usual». Essi ora vorrebbero estendere alla privatizzazione dell’accesso alle risorse idriche quanto già operato in tema di suolo praticando «land grabbing», dall’Africa alla Indonesia. Importanti istituzioni finanziarie ammoniscono i CEO delle multinazionali che gli extraprofitti di oggi sono prodromici al drastico ridimensionamento dei mercati per i loro prodotti, a causa della tendenziale cancellazione della «middle class» che ne era acquirente principale. Essi non mostrano però in alcun modo di voler cedere bonariamente questo immenso potere, ma il cambiamento di rotta per ridare centralità a persona e relazioni umane va loro imposto: ne va della sopravvivenza della Umanità e delle sorti di una democrazia sempre più a rischio. Se analizziamo l’abitudine «ancestrale"» a occuparci soltanto di ciò che ci è vicino nel tempo e nello spazio, sinergica con prevalenti visioni di dominio dell’uomo sulla natura, è evidente quanto travagliato sia il cammino che vorremmo ci portasse alla «carovana del cambiamento», rete di interconnessione di persone, comunità e imprese protagoniste di progetti ed esperienze di nuovi stili sostenibili di produzione, consumo, vita con al centro persona, relazioni umane, interesse generale, tutela dei beni comuni al posto del massimo profitto per pochi, della finanziarizzazione deregolata e allo sfruttamento di un ambiente di cui si postulano inesauribili in qualità e quantità le risorse. «Non si può essere sani in un mondo malato», ammoniva continuamente Papa Francesco. La Crisi Climatica è minaccia significativa per la salute globale, con effetti di vasta portata attaccando determinanti ambientali e sociali e fondamenti del vivere, dall’acqua al cibo all’aria. Come ricordato, l’aumento delle temperature globali genera maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, da fenomeni esondativi a siccità e desertificazione, e modelli mutevoli di malattie infettive e malattie trasmesse dall’acqua e dai vettori, con rischi più elevati per le popolazioni vulnerabili, anziani, bambini, donne. Oltre il 60% dell’Umanità vive in megalopoli in aree costiere e sistemi insulari, zone che l’incremento del livello dei mari aggredisce al crescere esponenziale dello scioglimento dei ghiacci, particolarmente grave nel caso in atto in Groenlandia. Le malattie sensibili al clima, come la malaria, la dengue e la leishmaniosi, si stanno diffondendo in aree precedentemente non colpite, aumentando le sfide sanitarie esistenti: altro esempio è la tubercolosi, già killer infettivo a livello globale che il Cambiamento Climatico rende più difficile da gestire a causa dell’aggravarsi di fattori come povertà, denutrizione, sovraffollamento, diabete, scarsa qualità dell’aria indoor. Dal 2008, l’Oms incoraggia il dialogo sugli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici, con documenti rivolti ai governi nazionali affinché rispondano a queste crescenti minacce. Personalmente, condivido la forte preoccupazione per il disgelo in atto del «Permafrost», porzione di suolo perennemente congelata nelle regioni fredde, rappresenta notoriamente una minaccia per il cambiamento climatico, a partire dal rilascio di enormi volumi di composti metanici assai più climalteranti della CO2. Si tratta di un suolo che contiene, su scala globale, 1,5 miliardi di tonnellate di Carbonio, una quantità doppia rispetto a quella immagazzinata nell’atmosfera: i modelli previsionali suggeriscono che alle attuali condizioni di riscaldamento globale, il disgelo interesserebbe in futuro il 20% della superficie del permafrost artico e il 60% di quella del suo omologo alpino. L’Artico, che si estende per 14 milioni di chilometri quadrati in otto Paesi, ne è ricoperto e si sta riscaldando quattro volte più velocemente rispetto al resto del pianeta: lo scongelamento potrebbe liberare batteri e virus antichi, con circa quattro sestilioni di microbi rilasciati ogni anno. Una recente ricerca ha «rivitalizzato» un microorganismo datato 48.000 anni fa. Il pensiero non può che andare alla nozione di «Spillover», rischio che associamo anzitutto alla folle deforestazione in atto a carico delle ormai scarse risorse di foreste pluviali primarie, la cui biodiversità è ben lungi dall’essere conosciuta. Altri ricercatori sono particolarmente preoccupati per lo scongelamento di animali artici morti da tempo, i cui corpi potrebbero ospitare microbi dormienti: nell’estate 2016, hanno verificato come un batterio avesse ucciso più di 70 anni fa oltre 2500 renne rintracciate in un luogo di sepoltura nella penisola di Yamal, in Siberia, liberando antrace, agente patogeno che si diffuse agli umani, causando la morte di un ragazzo di 12 anni e patologie a carico di decine di altre persone. La presa d’atto della Crisi dovrebbe portarci a confidare che etica ed estetica nutrite di radicalità possano sottrarre brodo di coltura a patologici stati di «trascuratezza» culturale e comportamentale (in inglese «Neglect») che importanti intellettuali considerano effetto/concausa del declino cognitivo scientificamente riscontrato negli ultimi decenni, per reggere la sfida attuale del comprendere e governare la «complessità in regime di incertezza». In tale regime, una terribile certezza va citata: la lotta per la tutela dell’ambiente è costata la vita negli ultimi 11 anni, secondo «Global Witness», a 2016 attivisti climatici assassinati mentre cercavano di ostacolare attività di deforestazione, estrazione mineraria e ampliamento degli allevamenti intensivi, per proteggere le loro case, la loro comunità e l’intero pianeta. La memoria non può non andare al 22 dicembre 1988, quando in Brasile venne assassinato Chico Mendes, raccoglitore di caucciù («seringueiro»), segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali dal 1975, sciolto poco dopo dalla dittatura militare brasiliana con l’accusa di associazione a delinquere: Mendes lottava contro il disboscamento della foresta amazzonica. Fu per questo assassinato da due rancheros. Tra il 2012 e il 2023 il 36% degli ambientalisti assassinati (766) erano di comunità indigene. Nel 2023 si sono verificati 196 omicidi, di cui 166 (l’85% del totale) in America Latina, con 79 uccisi solo in Colombia, di cui 31 indigeni, vittime di aggressioni da parte di regimi autoritari, élite politiche ed economiche, apparati militari e gruppi di criminalità organizzata: il 49% degli attivisti uccisi in tale anno appartenevano a comunità indigene (85) o afrodiscendenti (12). Dopo la Colombia, il paese con il più alto numero di ambientalisti uccisi morti è il Brasile, con 25 omicidi, poi il Messico (con 18 omicidi, 70% persone indigene, e molte sparizioni forzate) e l’Honduras, anch’esso con 18 uccisioni, il paese con il maggior numero di omicidi pro capite. In Africa tra il 2012 e il 2023 sono stati assassinati 116 attivisti, di cui 74 guardie forestali della Repubblica Democratica del Congo: cifre sottostimate, stante la difficoltà di accedere alle informazioni in tutto il continente africano. L’Asia conta invece 468 difensori dell’ambiente e dei diritti umani uccisi tra il 2012 e il 2023: nel 2024 si registrano 25 omicidi, di cui 3 in Indonesia, 5 in India e 17 nelle Filippine, paese in cui i difensori dell’ambiente corrono più pericoli in Asia. Oltre questi dati drammatici, oggi i movimenti ambientalisti subiscono altri attacchi, non letali, come molestie giudiziarie tese a infliggere loro importanti danni economici, dal Regno Unito agli Usa, dalla Finlandia alla Serbia: particolarmente gravi sono le recenti aggressioni finanziarie a Greenpeace in Italia e negli Stati Uniti, tanto che «Global Witness» denuncia «una preoccupante tendenza di casi di criminalizzazione che stanno emergendo in tutto il mondo», fino a misure da «Stato d’eccezione» contro «ecovandali», come in Italia, per contrastare l’attivismo climatico. Deforestazione, estrazione mineraria, inquinamento, economia fossile aggrediscono la casa comune Terra, distruggendone le risorse finite e la biodiversità: si mina così anche la sopravvivenza delle comunità umane, specialmente di quelle indigene. Gli attivisti climatici andrebbero tutelati e protetti in quanto difensori nonviolenti dei diritti umani, obiettivo della campagna «Global Witness Land and Environmental Defenders», che intende informare degli abusi subiti da questi gruppi, amplificandone messaggio e azioni. Oltre alle Associazioni storiche, in Italia Greenpeace e le campagne di Legambiente per ridare valore sociale a proprietà confiscate alla economia criminale, i poteri fossili aggrediscono realtà quali «Extinction Rebellion», fondata nel Regno Unito nel 2018 da attivisti di «Rising Up!» per indurre i governi a dichiarare l’emergenza climatica, raggiungere «zero emissioni» di gas serra, arrestare distruzione degli ecosistemi e perdita di biodiversità, dando vita ad assemblee popolari formate da persone estratte a sorte, che rappresentino la totalità di opinioni e istanze presenti. Analoghi attacchi vengono rivolti a «Ultima Generazione» «coalizione di cittadini» che si batte contro la Crisi Climatica che può portare alla estinzione della specie. Attivo soprattutto in Italia, Germania, Polonia, Francia e Canada, il gruppo opera blocchi stradali e macchia in modo reversibile dipinti famosi, edifici istituzionali e monumenti storici. Nel 2018 nasce il movimento internazionale apartitico «Fridays For Future», quando Greta Thunberg manifesta ogni venerdì dinanzi al Parlamento svedese del Paese e con sciopero scolastico chiede immediate misure per ridurre emissione di gas serra. L’immediato consenso di migliaia di giovani porta a un movimento globale a difesa della biosfera. Il 15 marzo 2019 è stato organizzato il «Global Strike for Future», primo sciopero mondiale a difesa del clima cui hanno aderito oltre 1300 città di 98 Paesi del mondo. Negli anni successivi sono stati organizzati eventi di sensibilizzazione all’emergenza climatica quali il «Youth Climate Summit» dell’Onu (2020) e la Cop-26 organizzata dalle Nazioni Unite (2021). Purtroppo il potere degli interessi fossili, amplificato dalla «terza guerra mondiale a pezzi» evocata da Papa Francesco e tragicamente vicina, con Ucraina e Gaza, a una Europa pervasa di induzione alla «paura» foriera dei peggiori sviluppi, è riuscito a cancellare buona parte di queste storie di resistenza, controllando l’informazione con i più avanzati strumenti «algoritmi/neuroscienze». Peraltro, politiche industriali solo improntate alla ricerca di efficienza (riduzione di risorse ed energia fossile consumata/unità di prodotto) possono ritardare la crisi del modello economico lineare, ma non sciolgono il nodo del limite/finitezza del capitale naturale. Il cammino è travagliato anche per industrie che intendono avviare concrete azioni nel senso della «decarbonizzazione» di processi produttivi e prodotti in logica di Economia Circolare e per istituti della Finanza Etica impegnata a disinvestire nei settori fonti fossili di energia e armamenti. Nel contesto di quanto sin qui rappresentato, emergono come fondamentali le azioni che dal mondo ecclesiale vengono vieppiù intraprese per dare concreta attuazione a quanto postulato nella «Laudato Sì», nella «Fratres Omnes» e nella «Laudate Deum» per una Transizione all’Ecologia Integrale verso un modello di sviluppo finalizzato sia alla Sostenibilità Sociale che alla Sostenibilità Ambientale. Molte sono le esperienze emblematiche ormai «benchmark» a livello internazionale, dal Progetto «FràSoleAssisi» a «Economy of Francesco» e al Tavolo Cei che dà seguito all’obiettivo «Ogni Parrocchia divenga Comunità Energetica» lanciato dalla 49esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Taranto nel 2021. In vista del Giubileo 2025, la Fabbrica di San Pietro, Istituzione Vaticana responsabile della conservazione e della manutenzione della Basilica di San Pietro in Vaticano, ha attivato un Progetto, fondato sulle migliori metodologie e tecnologie disponibili, per portare Basilica di San Pietro ed edifici di pertinenza (Canonica, S. Marta. Studio del Mosaico) a «emissioni nette zero». Gli obiettivi sono stati gerarchizzati in scala di priorità applicando approcci basati sulla scienza a partire dalla raccolta dei dati input/output relativi ai flussi di materia ed energia nel «Perimetro di Progetto» per ridurre impronta ambientale e progettare le azioni strutturali e gestionali prioritarie. Per approccio basato sulla scienza si intende il censimento dei dati relativi alle sorgenti generatrici di gas serra, emissioni dirette («Scope 1»), indirette dalla generazione di elettricità acquistata, riscaldamento, raffreddamento («Scope 2»), altre indirette di filiera («Scope 3»), che costituiscono la «Baseline» per analisi e modellizzazione necessarie alla individuazione e realizzazione delle azioni progettuali prioritarie e delle «Buone Pratiche». L’obiettivo è comunicare azioni e «Buone Pratiche» ai milioni di Pellegrini e visitatori affinché le adottino per promuovere comportamenti e stili di vita e consumo sostenibili. Ciò anche in ottica di dialogo interreligioso, con tutte le realtà che si propongano obiettivi di sostenibilità coerenti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Attraverso queste diverse esperienze prende corpo, in coerenza con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) della Agenda 2030, la definizione di Economia Circolare. L’Economia Circolare è un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, ridurre sprechi da «usa e getta» dando priorità a BioEconomia, Ecoprogettazione, Modularità e Versatilità, Energie Rinnovabili, Recupero dei materiali, Riparazione dei beni. Sistema «pensato per potersi auto-rigenerare», governando i flussi di materiali biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. Note [1] The Intergovernmental Panel on Climate Change Walter Ganapini, chimico, allievo di Vincenzo Balzani, assistente di Umberto Colombo all’Enea, è stato presidente della National Agency for the Protection of the Environment e membro del Comitato scientifico dell’Agenzia europea dell’ambiente, di cui è membro onorario. Nel corso della sua carriera si è occupato con passione di politiche ambientali, di protezione del territorio e di gestione dei rifiuti. È inoltre coordinatore del Comitato scientifico del progetto per la Sostenibilità della Basilica di San Pietro.

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    La beauté sera convulsive OU ne sera pas foto di Carlo Accerboni e Giancarlo Pesce «La bellezza sarà convulsa o non sarà» è un’azione vocale intensa e stratificata di Franca Fioravanti, con drammaturgia di Marco Romei e sonorizzazione di Stefano Bertoli, presentata al 31° Festival Internazionale di Poesia di Genova. Ispirata alla visione surrealista di André Breton, l’opera esplora l’amore nella sua forma più irregolare, inquieta e rivelatrice. Attraverso testi di Zeichen, Szymborska, Merini, Kahlo, Müller e Majakovskij, la voce di Fioravanti si fa corpo e materia sonora, fondendosi con la musica in una partitura emozionale che oscilla tra eros e silenzio, tensione e quiete. Ne emerge un’esperienza poetica e performativa in cui la bellezza, come in Breton, è sconvolgente e impossibile da confinare. «La bellezza sarà convulsa o non sarà» è la frase finale di Nadja di Bretòn. Con essa Breton mette le basi per un concetto che elaborerà nove anni dopo nel celeberrimo L’Amour fou: la bellezza non è statica, armoniosa, piacevole, ma è dirompente, sconvolgente, e si concretizza nel rapporto reciproco tra gli stati di movimento e quiete. «Una bellezza simile non potrà sprigionarsi che dal senso acuto di cosa rivelata, dall’integrale certezza procurata dall’irrompere di una soluzione, che, in forza della sua natura stessa, non poteva giungerci attraverso i limiti logici consueti». E ancora «la bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosiva-fissa, magico-circostanziale o non sarà». Nel paradigma irregolare di amori diversamente vissuti, quindi ancor più sorprendente e convulsa testualmente, si dipana l’azione poetico musicale di Franca Fioravanti e Stefano Bertoli, variazione della drammaturgia originale di Marco Romei. Si passa dalla deflagrazione muta del colpo rimasto in canna de il nome rimosso, taciuto anziché esser urlato al vento, di Valentino Zeichen, alla fusione assoluta con l’altro, completamento e dissoluzione, di un testo che la rete attribuisce alla Szymborska. All’infatuazione di Ada Merini per la propria condizione di innamoramento, che è ali e tormento, risponde la presa di coscienza materica ed essenziale di Frida Kahlo, in equilibrio tra illusione e caffè mattutino. Al centro della piece, incastonata fra Merini e Kahlo, brilla come Lacrime di Batavia la bellezza convulsa, erotico-svelata, del frammento di Quartett di Heiner Müller. È il momento di teatro più alto, in cui la musica si interrompe e il funambolismo interpretativo di Franca mima l’espansione dell’io nella riduzione dell’altro a mero oggetto di piacere. L’amore si fa buio, silenzio e pietra.Al silenzio del baratro creato da un tale amore, risponde l’allontanamento, l’assenza di desiderio, la ricerca di nuovi sogni. Così, richiamato dal bambino nel cuore meriniano, irrompe l’amore iperbolico ed elementale di Majakovskij della Lettera al compagno Kostròv da Parigi sulla sostanza dell’amore. Il viaggio pare terminare una volta approdati a Itaca dove Penelope/Molly ci accoglie con il suo sì, ma, ci avverte Franca con chiusa ironica, la bellezza convulsa non può aver requie: «C’è un incontro fissato, ancora senza ora e senza data, per trovarci. Io sarò lì, puntuale, non so tu».Il testo fortemente movimentato, dalle diverse profondità e altezze, esalta le qualità interpretative di Franca Fioravanti, in questa azione vocale che rende la voce corpo e il corpo voce, sfruttando ogni muscolo e sonorità: «attraverso il potere del suono della voce, i cambi di ritmo, di tono e di registro, le parole sono stati d’animo, immagini, e creano uno spazio dove lo spettatore può immergersi nella visione». Franca Fioravanti crea una partitura vocale dosando la parola e trasformandola attraverso un continuo gioco alchemico fra il significante e il silenzio; la voce tesse il suono delle parole diventando grido, sussurro, gemito, onomatopea, intonandosi al flusso musicale di Stefano Bertoli che coglie la bellezza esplosiva-fissa citata da Breton e ripresa da Pierre Boulez nel suo ...explosante-fixe... Al moto vocale e fisico di Franca fa controcanto il fluire rassicurante del tessuto sonoro di Stefano, in un’evocativa rispondenza tra tensione e fermezza, voce e silenzio. La sensazione che rimane è quella di una coerenza viva e distaccata, matura e sacrale, che ricorda gli angeli berlinesi, ma che è anche la stessa di Breton, che da Nadja si allontanò per poterla rendere oggetto del suo immaginario. Che poi Nadja sia la forma breve di Nadezha (speranza) ed evochi lo spagnolo Nadie (nessuno), beh, non è che detto che sia un’altra storia. In ogni caso, se ce la racconterà Franca saremo lì ad ascoltarla. La bellezza sarà convulsa o non sarà Azione vocale di e con Franca Fioravanti Drammaturgia di Marco Romei Sonorizzazione di Stefano Bertoli è stata presentata al 31° Festival Internazionale di Poesia di Genova il 10 giugno 2025. Carlo Michele Marenco negli anni Novanta è stato coordinatore della rivista letteraria «Il Babau». È membro di Genova Voci, associazione per la promozione della letteratura attraverso l’espressione vocale.

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    Uno sport in rapida ascesa Viscount Kit Kelen La sera del 31 maggio 2025 e il giorno successivo, gli Champs-Élysées sono stati teatro di «disordini». Nonostante la massiccia presenza della polizia, nonostante la chiusura delle stazioni della metropolitana intorno alla zona, nonostante gli esercenti si fossero protetti affiggendo manifesti nelle loro vetrine… «il più bel viale del mondo» ha nuovamente subito danneggiamenti. I negozi sono stati vandalizzati, gli arredi urbani distrutti, gli agenti di p.s. attaccati con mortai d'artiglieria. Le auto, le biciclette e i cassonetti della spazzatura incendiati. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Lundimatin» e viene qui riproposto con l’espresso consenso del suo editore. Era una serata di festa e, nonostante le misure preventive e gli avvertimenti della prefettura, migliaia e migliaia di sostenitori del PSG si erano radunati sugli Champs per celebrare i loro campioni. Non era la prima volta. Dal 1998 e dalla vittoria della squadra francese ai mondiali [di calcio, N.d.T.], è qui che gli appassionati hanno preso l'abitudine di venire a festeggiare. In modo spontaneo, la sera stessa subito dopo la partita, senza aspettare il defilé ufficiale pianificato il giorno dopo. E, ogni volta, tracima. Appassionati di calcio? Non c'è dubbio. La prova? Il primo esercizio ad essere saccheggiato è stato di Foot Locker, una catena di abbigliamento sportivo. Potete immaginare la gioia dei tifosi che sono riusciti ad accaparrarsi gratuitamente una maglia da 150 euro o un paio di scarpe da 300 euro. 
 Dal 1998 è diventato un rituale. Dalla vittoria della squadra di soccer francese «nera, bianca e marrone» alla Coppa del mondo, gli Champs-Élysées sono invasi da folle di festaioli, venuti ad inneggiare il proprio club ed i suoi idoli. Le persone che gli somigliano e con cui si identificano. È stato così dopo la vittoria della squadra algerina nel giugno 2014, poi nel luglio 2019 e ancora nel dicembre 2021. Senza dimenticare il successo della Nazionale del 2018. Da tre decenni a questa parte, ogni volta che gli esclusi dal gioco del potere e del denaro possono recarsi agli Champs ad onorare chi sentono vicino e che sono esplosi agli occhi del mondo grazie al proprio coraggio – nonostante il milieu sociale svantaggiato – , i festeggiamenti si trasformano in scontri con le guardie, devastazioni e saccheggi. 
 Durante le due notti di rivolta del 31 maggio, a Parigi sono state arrestate circa 500 persone, di cui più di 200 sono state portate in tribunale e alcune processate per direttissima. Passati dalla custodia della polizia al tribunale al gabbio in pochissimo tempo, accusati di danneggiamento, furto, resistenza o insulto alle forze dell'ordine. Secondo fonti dell’arma, la maggior parte degli accusati aveva un'età compresa tra i 14 e i 20 anni. Una larghissima maggioranza non aveva precedenti penali, studiava, frequentava corsi di formazione o era composta da giovani lavoratori precari. Alcuni parigini, ma la maggior parte provenienti dai quartieri periferici. 
 Il fatto che le partite di calcio in particolare – e le competizioni sportive in generale, esclusi ovviamente il golf e il tennis! – possano finire in rissa non è una novità. Dagli anni '70, tifoserie hinchas, ultras e hooligans hanno invaso gli stadi, portando con sé identità, divisioni…rabbia. Riflettevano sensibilità ed istanze dell'epoca, come le brigate rossonere a San Siro o le brigate autonome a Livorno. Perché – ipocrisia a parte – la storia delle competizioni sportive, fin dalle origini, ci racconta come lo sport sia un altro modo di fare la guerra. Di mostrare ed imporre la propria forza al nemico. 
 Festaioli, ultras, delinquenti, barbari 
 «Ci hanno rovinato la festa», titolavano i giornali sportivi. Nessuna indulgenza per i violenti e i rivoltosi, bisogna essere intransigenti e comminare pene senza attenuanti che ne consentano la sospensione. Hanno invocato a gran voce in parlamento i padri morali (?) Gérald Darmanin – Ministro della Giustizia – e François Bayrou, il premier. La macchina repressiva non si fa attendere e non fa sconti. Nella propria lettura degli eventi, poliziotti, giudici, ministri e giornalisti utilizzano tutti il «politicamente corretto», le allusioni mirate e le squalifiche. Si guardano bene dal fare riferimenti diretti al colore della pelle, alle presunte origini etniche o alla possibile religione di questi giovani rivoltosi. Il prefetto di Parigi Laurent Nuñez, ad esempio, ha dichiarato: «Avevamo a che fare con persone che, per la maggior parte, erano venute solo per saccheggiare e rompere le cose. Era tutt'altro che una manifestazione di gioia sportiva». «Le Monde»1 ha riferito che il prefetto abbia inteso escludere tutti i sostenitori del PSG – compresi gli ultras – non coinvolti nei reati. Secondo il prefetto, il 70% degli arrestati proveniva dai quartieri periferici e un terzo era costituito da minori. 
 Una settimana dopo l'incidente, «Le Journal du Dimanche» si è scatenato con il titolo in prima pagina Que faire face aux barbares – Cosa fare con i barbari? – . «Tra i rivoltosi ci saranno stati anche dei tifosi di calcio, ma soprattutto c'erano molti giovani delinquenti della periferia parigina, molti dei quali immigrati. In gran parte francesi, senza dubbio, ma di origine extraeuropea»2. 
 Questi giornalisti della domenica hanno pensato per un attimo che alle loro parole potesse fare eco quanto segue: «Tra le truppe dell'esercito francese che parteciparono agli sbarchi in Provenza il 15 agosto 1944, vi erano forse alcuni francesi di origine 'gallica', ma la grande maggioranza era costituita da nordafricani e africani, 'nativi della Repubblica’». Erano "barbari", come li definì il Ministro degli Interni Bruno Retailleau. Chi sono dunque questi nuovi "barbari"? È noto che questo antico termine si riferisca agli stranieri, per la lingua – barbarismi, appunto – i costumi, la provenienza geografica. Dall’origine greco-latina del neologismo questo si arricchisce di un accento di crudeltà e ferocia, a differenza dei civilizzati usi alla definizione. Pronunciato da Retailleau, il lemma risuona come le campane delle chiese che chiamano i buoni cristiani a combattere gli infedeli provenienti dalla "barbarie", cioè dal Maghreb. Eric Zemmour spiega: «i tifosi del PSG che hanno distrutto lo stadio sono "barbari" che saccheggiano, rubano e, se possono, stuprano». Lo shift a “barbarico” la dice lunga su chi sia il bersaglio3. 
 Champs-Élysées, campi di battaglia 
 Una festa dello sport che degenera in saccheggi e razzie, scontri con la polizia e risse con negozianti e residenti. Perché «il viale più bello del mondo» è diventato il teatro emblematico degli scontri degli ultimi decenni? Perché, evidentemente, questo luogo simboleggia il potere e la felicità di “chi può” Anche dopo la morte, secondo l'etimologia greca di Campi Elisi, «il paradiso dei ricchi virtuosi». Dall'Eliseo all'Arco di trionfo, due chilometri di ricchezza di ogni tipo. I prezzi degli immobili qui sono tra i più cari al mondo, circa 15.000-20.000 euri al metro quadro. Il valore complessivo del viale è stimato in 18 miliardi di euri. Praticamente il PIL del Mali o del Burkina Faso; superiore a quello del Madagascar, che ha una popolazione di 30 milioni di abitanti. Se si aggiungessero le strade e i viali adiacenti, dal Faubourg Saint-Honoré ai dodici viali che dipartono dall'Arco di Trionfo, la ricchezza concentrata in questi Beaux Quartiers sarebbe equivalente a quella di mezza Africa. 
 Per molto tempo, gli Champs-Élysées furono riservati alle celebrazioni nazionali e alle vittorie sui nemici. Qui, il 26 agosto 1944, il generale de Gaulle celebrò la liberazione di Parigi. Dal 1981, con la vittoria di Mitterrand e della sinistra, la celebrazione della Rivoluzione francese si tiene qui il 14 luglio. In precedenza aveva luogo alla Bastiglia, alla République o alla Nation. Originariamente una festa popolare nei quartieri popolari, è diventata un defilé militare, dove il popolo non è altro che uno spettatore dietro le transenne4. La sola manifestazione politica autorizzata sugli Champs è stata quella del 30 maggio 1968 «contro la chienlit5», un raduno di tutti i reazionari dell'insurrezione del maggio '68. Per il resto, nessun corteo di sindacati o di sinistra è mai stato autorizzato in questo spazio riservato agli eredi dell’Ancien Régime. Per alcuni anni, dal 2008 al 2017, il Comune di Parigi ha concesso lo svolgimento del mercatino di Natale: si poteva passeggiare mangiando hot dog, crauti o kebab, e bevendo una pinta di birra o vin brulé. Nel 2017 tuttavia, l’amministrazione…di sinistra (sic!) ha ritenuto che la qualità dell’intrattenimento e della somministrazione fosse di qualità mediocre, quindi ha messo fine alla “gentile concessione”. Da dieci anni gli inquilini (chi sono?!) e gli esercenti si battevano per porre fine a questa insolenza, che ai loro occhi era intollerabile: per un mese – per di più sotto Natale – i marciapiedi del viale erano sporcati dalle frites-merguez, sopraffatti dagli odori e calpestati da quella "ignobile marmaglia". Che non aveva il diritto di stare lì. Punto e basta. 
 Eppure, nell'autunno 2018, patatràc! La buona borghesia degli Champs è rimasta piuttosto sorpresa nel vedere i Gilets Jaunes riversarsi nelle loro vetrine. Sabato dopo sabato – per mesi e mesi – residenti, negozianti, clienti abituali e turisti dal pingue portafogli si sono sentiti espropriati del proprio spazio privilegiato, inorriditi e disgustati dalla sola presenza di questi corpi estranei alla loro ordinaria vita agiata. Tanto più che – oltre a profanare gli Champs con snack e bevande nello zaino, senza comprare nulla sul posto – «quella gente« è arrivata a designare quelli come luoghi di potere da distruggere. Per mesi e mesi sono diventati un campo di battaglia. Ogni sabato. Con la polizia e i militari sempre più violenti, a difendere i luoghi del potere e i loro ἄριστοι6. In un crescendo culminato il 16 marzo 2019 – giornata insurrezionale – quando migliaia di persone hanno gridato «rivoluzione, rivoluzione» mettendo a soqquadro le belle vetrine per tutto il pomeriggio. 
 C'è da scommettere che indossando un gilet giallo, una giacca nera o una maglia del PSG, gli Champs-Élysées saranno in futuro ancora – e di più – uno scenario di scontro tra ricchi, potenti e sprezzanti, e proletari, discriminati ed oppressi che si sollevano in rivolta. 
 1 «Le Monde», 12 giugno 2025, p. 10. 2 «Le Journal du Dimanche», 8 giugno 2025, p. 4. 3 Questo riferimento alle tribù barbare si rifà senza dubbio alle lontane memorie familiari degli Zemmours, che erano tra i coloni spagnoli, molti dei quali marrani, che dal XVI secolo si erano insediati nei presidi (Ceuta, Melilla, Orano tra gli altri), avamposti militari della civiltà cristiana nel Maghreb musulmano. Molto prima della conquista e della colonizzazione militare francese, le roccaforti cristiane in Nordafrica erano state utilizzate per secoli per saccheggiare i beni e per catturare e ridurre in schiavitù uomini, donne e bambini barbari. Un odio di lunga data nei confronti dei colonizzatori dei “Piedi Neri”. 4 Sulla storia degli Champs-Élysées: L. Bantigny, La plus belle avenue du monde. Une histoire sociale et politique des Champs-Élysées, La découverte, Parigi 2020. 5 “Mascherata”. L’espressione fa il suo esordio con de Gaulle [N.d.T.] 6 Le elites di virtù e talento [N.d.T.} Alessandro Stella è stato membro di Potere operario e poi dell’Autonomia. Rifugiatosi in Francia all’inizio degli anni Ottanta, è oggi direttore di ricerca in Antropologia storica presso il CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. Tra i suoi libri: La Révolte des Ciompi (1993); Histoires d’esclaves dans la péninsule ibérique (2000); Amours et désamours à Cadix.

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    La macchina del profitto prosciuga, scava, consuma. Metropolis di Thea von Harbou Roberto Rup Paolini Metropolis (1925) di Thea von Harbou è un romanzo distopico che denuncia la disumanizzazione causata dall’industrializzazione e dal profitto sfrenato. Ambientato in una città futuristica divisa tra una classe dominante che vive in superficie e operai schiavizzati nel sottosuolo, il libro mostra il conflitto tra razionalità meccanica e umanità. Attraverso lo sguardo critico di Freder, figlio del leader della città, emerge un invito alla ribellione e alla consapevolezza sociale. Metropolis, scritto nel 1925, affronta gli effetti disumani dell’industrializzazione e della logica del profitto a tutti i costi. Il libro nasce dalla rielaborazione del copione che la stessa autrice, Thea von Harbou, aveva preparato per l’omonimo film muto del 1927 diretto da suo marito Fritz Lang; in seguito, le strade dei due si divisero: la von Harbou s’iscrisse al Partito nazista diventando una voce della propaganda nazionalsocialista; Lang, invece, che non tollerava il regime, finì per andare via dalla Germania e stabilirsi a Parigi. Metropolis è una città del 2026 in cui vige una forte contrapposizione tra il regno della luce e quello delle ombre che si annida nel suo sottosuolo: nel primo vivono i borghesi, capitalisti, amanti del piacere e del bello, un luogo gradevole fatto di immensi grattacieli, di macchine, aerei e con uno stadio in cui giovani avvenenti e in salute praticano sport e vivono in serenità; nel secondo – il mondo sotterraneo – vive un esercito di operai schiavizzati, ridotti alla stregua di automi, che lavorano incessantemente per alimentare proprio quell’universo luminoso che sta in superficie, a cui non potranno mai accedere. Potere, fama, ricchezza e bellezza sono i valori su cui poggia Metropolis, la città-Stato dove svetta imponente la Nuova Torre di Babele in cui Johann (Joh) Fredersen – Cervello di Metropolis –, padrone e Signore di questa megalopoli, governa e domina dal suo ufficio un mondo in cui la logica del profitto è portata alle sue estreme conseguenze, in cui non viene contemplato il valore di sentimenti, legami e affetti, dove l’unica religione è quella della matematica e dei calcoli, delle regole perfette e scientificamente provate – un mondo di vivi che, però, per sopravvivere, ha bisogno di attingere dal buio di un vasto universo sotterraneo. Ecco chi sono gli esseri che soddisfano questa logica del profitto portata alle sue estreme conseguenze da chi domina: «Freder [unico e amato figlio del Cervello di Metropolis] lasciò vagare lo sguardo sulla città, spingendolo fino a quell’edificio che nel mondo era conosciuto come la Nuova Torre di Babele. Nella calotta della Torre di Babele viveva un uomo, il Cervello di Metropolis. Là sopra l’uomo lavorava senza sosta. Disprezzava il sonno. Mangiava e beveva come un automa e, finché teneva premuto il disco di metallo blu che nessuno aveva toccato all’infuori di lui, la voce di Metropolis, la città delle macchine, continuava a ruggire reclamando cibo, cibo, cibo… Voleva in pasto uomini vivi. Ed ecco che il cibo vivente avanzò in massa. Camminava lungo la strada, lungo la sua strada che non si incrociava mai con altre strade umane. Avanzava snodandosi in tutta la sua ampiezza, un fiume interminabile. Il fiume era largo dodici file. Procedevano a passo uguale. Uomini, uomini, uomini – tutti vestiti allo stesso modo; dal collo fino alle caviglie erano coperti di lino blu scuro, i piedi nudi nelle stesse scarpe rigide, stretti intorno ai capelli gli stessi berretti neri. E tutti sembravano avere gli stessi volti. E tutti sembravano avere la stessa età. Avanzavano con il busto sollevato, ma non diritto. Non alzavano la testa: la spingevano in avanti. Poggiavano i piedi, ma non camminavano. Le porte aperte della Nuova Torre di Babele, del centro macchine di Metropolis, risucchiavano dentro le masse. Incontro a loro, oltrepassandoli, si trascinava un’altra fila: la squadra consumata. Si riversava fuori snodandosi in tutta la sua ampiezza, un fiume interminabile. Il fiume era largo dodici file. Procedevano a passo uguale. Uomini, uomini, uomini – tutti vestiti allo stesso modo; dal collo fino alle caviglie erano coperti di lino blu scuro, i piedi nudi nelle stesse scarpe rigide, stretti intorno ai capelli gli stessi berretti neri. E tutti avevano gli stessi volti. E tutti sembravano avere diecimila anni. I pugni e le teste penzolanti. Non camminavano: appoggiavano i piedi. La porta aperta della Nuova Torre di Babele, il centro macchine di Metropolis risputava fuori le masse, così come le risucchiava dentro. Quando il nuovo cibo vivente scomparve dietro le porte, finalmente la voce ruggente tacque. E si fece nuovamente sentire il ronzio ininterrotto, insistente, della grande Metropolis, quasi che adesso regnassero il silenzio e una profonda quiete. L’uomo che nel cranio della città delle macchine era il forte Cervello, aveva tolto il dito dal disco di metallo blu». Sono esseri che, nel momento in cui non servono più a chi domina, vengono licenziati e pazienza se, perché privati di un’occupazione, decideranno di suicidarsi: «Perché lo hai licenziato, padre?», chiese il figlio. «Non mi serviva più», disse Joh Fredersen, e ancora non aveva guardato il figlio neppure una volta. «Perché no, padre?». «Non possono servirmi persone che si spaventano quando si rivolge loro la parola», disse il Signore di Metropolis. «Forse si sentiva male… Forse era preoccupato per qualcuno che gli è caro…». «È possibile. […] Freder, guardati dal giudicare buone le persone e dal considerarle vittime innocenti solo perché soffrono. Chi soffre si è reso colpevole. Verso di sé e verso gli altri». «Tu non soffri mai, padre?». «No”. «Tu sei del tutto innocente?». «Il tempo della colpa e quello della sofferenza mi stanno alle spalle, Freder». «E se adesso quest’uomo… Non l’ho mai visto prima, ma ne sono convinto: quando è uscito da questa sala aveva proprio l’aspetto di una persona decisa a porre fine alla sua vita…». «Forse». «E se tu domani mattina venissi a sapere che è morto, questa notizia non ti colpirebbe affatto?. «No». Freder tacque. La mano di suo padre scivolò sopra una leva e l’abbassò. In tutti i locali antistanti alla Nuova Torre di Babele le luci si spensero. Il Signore della grande Metropolis aveva fatto capire al mondo circostante che non voleva essere disturbato senza un motivo urgente. «Non posso tollerare – proseguì – che una persona che lavora al funzionamento di Metropolis insieme a me, accanto alla mia mano destra, rinunci all’unica grandezza che possiede in più rispetto alla macchina». «E che cos’è, padre?» «Sentire il lavoro come un piacere», disse il Signore di Metropolis. Sono tutti essere inutili, se non quando sono là dove devono essere, ognuno al proprio posto; sono tutti essere inutili, se non quando sono quello che devono essere, rotelle facilmente sostituibili di un ingranaggio che ti divora il cervello mentre ti fa produrre un profitto di cui non godrai mai: «Padre! Aiuta gli uomini che lavorano alle tue macchine!». «Io non li posso aiutare», disse il Cervello di Metropolis. «Nessuno li può aiutare. Sono là dove devono essere. Sono quello che devono essere. Per tutto il resto sono inutili». «Io non so a che cosa servono», disse Freder con voce spenta. La testa gli cadde sul petto come recisa per metà. «So solo quello che ho visto, ed era terribile […] accanto alle macchine-divinità, i loro schiavi: uomini stritolati tra la socievolezza e la solitudine delle macchine. Non devono trascinare pesi, è la macchina che li trascina. Non devono né sollevare né alzare nulla, è la macchina che alza e solleva. Non devono eseguire che quell’unico compito incessante e sempre uguale: restare ognuno al proprio posto, ognuno accanto alla propria macchina. Dopo pochi secondi la stessa presa allo stesso istante, allo stesso momento. Hanno gli occhi ma sono come ciechi, tranne che per una cosa: le scale dei manometri. Hanno orecchie, ma sono come sordi, tranne che per una cosa: il sibilo della loro macchina. Vigilano continuamente e hanno un solo pensiero: se la loro vigilanza viene meno, la macchina si sveglia dal suo sonno simulato, inizia a muoversi a folle velocità e si riduce in pezzi. E la tensione della vigilanza, l’eterna vigilanza della macchina che non ha né testa né cervello, succhia il cervello del suo custode dal cranio paralizzato, e non lascia la presa finché a quel cranio svuotato non resta appeso un essere nuovo, non più uomo e non ancora macchina, prosciugato, scavato, consumato. E la macchina, che ha risucchiato e divorato tutto il midollo spinale e il cervello dell’uomo, che gli ha ripulito la cavità cranica con la sua lingua morbida e lunga, con il suo sibilo tenero interminabile, la macchina riluce nel suo splendore di argento vellutato, cosparsa di olio santo, bella e infallibile […]. E tu, padre, tu premi il tuo dito sul piccolo disco di metallo blu accanto alla tua mano destra, e la tua grande, splendida, terribile città di Metropolis inizia a ruggire e annuncia che ha di nuovo fame di midollo spinale e di cervello umano, e il cibo vivente si riversa come un fiume nelle sale-macchine simili a templi, e quelli ormai consumati vengono risputati…». La voce gli venne meno. Sbatté insieme con durezza le nocche delle mani e guardò suo padre. «E sono pur sempre uomini, padre!». Freder, il figlio di Johann (Joh) Fredersen, ce la mette tutta per poter dare una mano a questi esseri ai quali la macchina ha ripulito la cavità cranica con la sua lingua morbida e lunga, ma viene visto con sospetto da coloro che abitano sottoterra, in una città pulita e luminosa, ma priva del sole e della pioggia, della luna di notte, del cielo: «Se sei venuto da noi per tradirci, figlio di Fredersen, allora ne trarrai scarso beneficio […] perché porti la divisa di lino blu? Gli uomini condannati a portarla per tutta la vita abitano in una città sotterranea che in tutti e cinque gli angoli della terra è considerata un’autentica meraviglia del mondo. È una meraviglia architettonica, questo è vero! È pulita e luminosa, ed è un modello di ordine. Le manca soltanto il sole e la pioggia, e la luna di notte. Le manca soltanto il cielo. Per questo i bambini che abitano là sotto hanno quelle facce da gnomi. Vuoi scendere nella città sotto terra per poi rallegrarti doppiamente della tua abitazione, lassù in alto sopra la grande Metropolis nella luce del cielo? Ti diverti a indossare per gioco questa divisa?». Ma il figlio del Cervello di Metropolis non è tipo da darsi facilmente per vinto, e arringa così i lavoratori: «Che cos’è più saporito: l’acqua o il vino?». «Il vino è più saporito!». «Chi beve l’acqua?». «Noi!». «Chi beve il vino?». «I padroni! I padroni delle macchine!». «Che cos’è più gustoso: la carne o il pane asciutto?». «La carne è più gustosa!». «Chi mangia il pane asciutto?». «Noi!». «Chi mangia la carne?». «I padroni! I padroni delle macchine!». «Che cos’è più piacevole da indossare: il lino blu o la seta bianca?». «La seta bianca è più piacevole da indossare!». «Chi indossa il lino blu?». «Noi!». «Chi indossa la seta bianca?». «I padroni! I figli dei padroni!». «Dov’è preferibile abitare: sulla terra o sotto terra?». «Sulla terra è preferibile abitare!». «Chi abita sotto la terra?». «Noi! ». «Chi abita sulla terra?». «I padroni! I padroni delle macchine! ». «Come vivono le vostre donne? ». «Nella miseria! ». «Come vivono i vostri bambini? ». «Nella miseria!». «Cosa fanno le vostre donne? ». «Soffrono la fame!». «Cosa fanno i vostri bambini? ». «Piangono!». «E cosa fanno le donne dei padroni delle macchine?». «Gozzovigliano!». «E cosa fanno i bambini dei padroni delle macchine?». «Giocano!». «Chi sono quelli che producono?». «Noi!». «Chi sono quelli che dissipano?». «I padroni! I padroni delle macchine!». «Che cosa siete voi?». «Schiavi!». «No – che cosa siete voi?». «Cani!». «No – che cosa siete voi?». «Diccelo! Diccelo!». «Siete dei folli! Stupidi! Stupidi! In ogni vostra giornata, la mattina, a mezzogiorno, la sera, la macchina grida chiedendo cibo, cibo, cibo! Voi siete il cibo! Voi siete il cibo vivente! La macchina vi divora come paglia tritata e vi risputa fuori! Perché rimpinzate la macchina con i vostri corpi? Perché ungete le sue articolazioni con il vostro cervello? Perché non lasciate che le macchine muoiano di fame, o stolti? Perché date loro da mangiare? Quanto più le nutrite, tanto più le macchine sono avide della vostra carne, delle vostre ossa e dei vostri cervelli. Voi siete diecimila! Voi siete centomila! Perché non vi scagliate come centomila pugni assassini sulle macchine e non le colpite a morte? Voi siete i padroni delle macchine, voi! Non gli altri che se ne vanno in giro vestiti di seta bianca! Ribaltate il mondo! Mettete il mondo con i piedi per aria!». Perché non ci scagliamo come centomila pugni assassini sulle macchine e non le colpiamo a morte? Siamo noi i padroni delle macchine, noi! Non gli altri che se ne vanno in giro vestiti di seta bianca! Ribaltiamo il mondo! Mettiamo il mondo con i piedi per aria! Chiedo troppo? Almeno fuggiamo dal sottosuolo dell’ignoranza, dài! Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com

  • fascismi

    Fuoco e ghiaccio: lezioni dalla battaglia di Los Angeles M Ismet Arca Il testo analizza l’esplosione del movimento contro le deportazioni di massa negli Stati Uniti, con epicentro a Los Angeles, dove proteste e scontri con la polizia si sono intensificati in risposta ai raid dell’ICE. Le proteste si sono rapidamente diffuse in decine di città, coinvolgendo diversi settori sociali. Vengono delineate ventuno lezioni strategiche derivate da questi eventi, evidenziando l’importanza della disobbedienza di massa, dell’espansione territoriale, del blocco delle infrastrutture logistiche e della spontaneità organizzata. Il documento sostiene che solo attraverso una mobilitazione ampia, radicale e determinata sarà possibile fermare la macchina delle deportazioni e aprire spazi di insorgenza. Il testo è apparso sulla rivista <>. Pubblichiamo dietro gentile concessione dell'editore. <> Diane Di Prima, <> Il momento stava crescendo nel movimento contro le deportazioni di massa. Da San Diego a Martha’s Vineyard, erano già scoppiati scontri spontanei con agenti dell’ICE. Parallelamente, c’erano state azioni coordinate da parte di attivisti e reti di risposta rapida, tra cui tentativi di bloccare i furgoni dell’ICE nel centro di Manhattan. Tutti sapevano che stava per esplodere. Poi, a Los Angeles, è successo davvero. Folle si sono radunate in risposta ai raid dell’ICE in diversi quartieri. A ciò sono seguite proteste notte dopo notte fuori dal Metropolitan Detention Center, dove erano detenuti i migranti arrestati. I tentativi di bloccare i raid e il centro di detenzione hanno portato a scontri con la polizia. Le folle si sono diffuse nel centro e in altri quartieri. I manifestanti hanno bloccato strade e autostrade, hanno lanciato pietre e fuochi d’artificio contro la polizia, costruito barricate e incendiato diverse auto. La domenica sera, il capo della polizia ha annunciato che il LAPD [Los Angeles Police Department] era sopraffatto. Trump aveva già deciso di inviare la Guardia Nazionale e, poco dopo, i Marines. L’esplosione sarebbe iniziata comunque a Los Angeles. Ma ora che l’incendio è divampato, sta iniziando a espandersi. Le proteste si sono diffuse in decine di città in tutto il paese. Oltre mille arresti, e il numero continua a salire. Texas e Missouri hanno schierato la Guardia Nazionale. I disordini si sono estesi anche all’interno dei centri di detenzione per immigrati. Una rivolta al Delaney Hall Detention Facility a Newark, New Jersey, ha portato alcuni migranti ad abbattere un muro e fuggire. Il centro, appena riaperto, potrebbe ora essere chiuso. Ecco alcune lezioni dalla battaglia di Los Angeles che potrebbero essere utili oggi, mentre il movimento contro la macchina delle deportazioni inizia a espandersi e consolidarsi: I. Le proteste sono efficaci solo se sono dirompenti. Il movimento contro l’ICE è stata la sfida più importante alla nuova amministrazione Trump. Interrompendo il funzionamento della macchina delle deportazioni, il movimento rivela l’unica vera fonte di potere che ha la gente comune. II. Per continuare ad essere efficace, la protesta deve espandersi. I disordini si sono diffusi da un quartiere all’altro a Los Angeles, poi in decine di città. Ma ora le proteste sono in gran parte contenute nei centri urbani. Per avere successo, il movimento deve continuare a espandersi in ogni città e in tutto il paese, coinvolgendo strati sociali più ampi. III. Bloccare tutto. Durante la battaglia di Los Angeles, i blocchi si sono diffusi dai quartieri al centro di detenzione, poi alle autostrade e alle linee ferroviarie. Le barricate si sono moltiplicate in tutta la città. Mentre il movimento si espande, i blocchi devono continuare a diffondersi dai quartieri ai centri di detenzione, alle autostrade e le linee di trasporto pubblico, fino agli aeroporti e altre infrastrutture in tutto il paese. IV. Il potere è logistico: risiede nelle infrastrutture. La macchina delle deportazioni si basa su infrastrutture e un vasto apparato logistico. Questa logistica può essere studiata e le infrastrutture mappate. Questo rivelerà i punti deboli e aprirà la strada a nuove tattiche. V. Un ritmo costante dà al movimento un orientamento, consentendo una più ampia auto-organizzazione. I centri di detenzione e gli edifici federali sono simbolici e infrastrutturali. Protestare ogni sera davanti a questi luoghi può aprire spazio a un movimento diversificato e auto-organizzato. Ma questo ha i suoi limiti. Può facilmente intrappolare i partecipanti in un’estenuante guerra di logoramento con rendimenti decrescenti. VI. L’intera città è un terreno di lotta. Diffondere i disordini in tutta la città interromperà il funzionamento della macchina delle deportazioni, anche quando non si colpiscono direttamente le sue infrastrutture. VII. La spontaneità è spesso già organizzata. I movimenti mobilitano le persone sulla base delle reti esistenti nella vita quotidiana. Dietro la spontaneità delle rivolte ci sono livelli di organizzazione invisibile: gruppi Whatsapp, famiglie, associazioni di inquilini, gang. VIII. Sostenere il momento richiede organizzazione. Le rivolte iniziano spesso in modo spontaneo. Ma l’organizzazione può contribuire alla loro diffusione, estensione e intensità. A Los Angeles le folle si sono radunate spontaneamente in risposta ai raid; poi i gruppi attivisti hanno convocato proteste al centro di detenzione. Questo ha contribuito a mantenere lo slancio e a diffondere l'attività in tutta la città. Le proteste continueranno a emergere come risposta spontanea alle retate. Ma il movimento dovrà imparare a prendere l'iniziativa e a stabilire il proprio ritmo. IX. Gli attivisti possono aiutare la diffusione del movimento. Canali di comunicazione chiari, affidabili e coerenti sono essenziali. Servono per aumentare i partecipanti e creare un’ecologia dove molteplici iniziative e forme di auto-organizzazione siano possibili. X. È emersa una nuova generazione militante. Secondo il capo del LAPD, le folle erano piene di <> che si spostano tra diversi momenti di disordini sociali. Una generazione a Los Angeles e altrove ha fatto esperienza nelle tattiche di strada difendendo gli accampamenti studenteschi lo scorso anno. XI. Una folla determinata può sopraffare la polizia. Il LAPD è stato sopraffatto da una folla combattiva, ma anche eterogenea, creativa, imprevedibile, decentralizzata e dispersa. XII. La repressione può far espandere le proteste. A volte l’invio della Guardia Nazionale reprime i disordini. Altre volte, rende le proteste più ampie e intense, spingendo più persone a scendere in strada. XIII. Una situazione rivoluzionaria si apre quando le forze armate vengono schierate nelle strade. Non siamo ancora a quel punto. Ma è il momento di iniziare a riflettere sulle domande che questo comporta. XIV. L’infrastruttura per le deportazioni di massa non esiste ancora. Sta venendo costruita pezzo per pezzo. Per ora, l’obiettivo è creare uno spettacolo. Ma proprio su quel palcoscenico, possono essere sconfitti. XV. La strategia dell’amministrazione Trump è aumentare polarizzazione e disordine. Trump sta rendendo ingovernabili le città americane. Questo può ritorcersi contro di lui. Spesso, gli aspiranti autocrati cadono per i loro stessi errori. Le rivolte portano sempre a una maggiore polarizzazione: è inevitabile, ma diventerà un limite. XVI. Le tensioni tra governi locali e l’amministrazione Trump hanno creato spazi per le rivolte di George Floyd. Il movimento attuale può trarre vantaggio da queste contraddizioni. Ma bisogna evitare che la lotta venga risucchiata nel voto. I Biden, le Kamala, i Newsom di questo mondo non hanno nulla da offrire. XVII. Le rivolte spesso iniziano da un gruppo sociale specifico, ma devono espandersi. La lotta contro l’ICE è nata nelle comunità migranti. Ma per vincere dovrà coinvolgere settori molto più ampi della società. XVIII. I governi imparano dai successi e fallimenti delle rivolte. Gli insorti dovranno fare lo stesso. Trump si è spesso lamentato per non aver inviato prima la Guardia Nazionale a Minneapolis. Se il governo federale agirà più rapidamente e con più decisione nei disordini locali, le rivolte avranno meno tempo per agire. Gli insorti dovranno imparare ad agire con sicurezza e decisione. XIX. Il futuro appartiene a chi osa. Il movimento deve prendere e mantenere l’iniziativa, imponendo il proprio ritmo agli eventi. Una volta iniziata una rivolta, bisogna agire con la massima determinazione e, con ogni mezzo, passare all’offensiva. Cogliere il nemico di sorpresa, approfittare del momento in cui le sue forze sono disperse. Cercare successi quotidiani, anche minimi, e mantenere il morale superiore a ogni costo. XX. Nessun metodo da solo è sufficiente. Ci vorranno tutte e tutti noi, spingendo da ogni lato, per abbattere il sistema. XXI. <>. Servirà aprire nuovi fronti e diffondere tattiche sempre più dirompenti per tirare il freno d’emergenza alla macchina delle deportazioni. La scelta è chiara: deportazione o insurrezione.

  • post-poetica

    Due testi da Gli insetti Roberto Rup Paolini I testi sono <> La loro operazione di scomposizione e ricombinazione dei materiali consente di trattare delle fonti di natura filosofica o informativo-scientifica come pagine da manipolare, disintegrando l’ordine logico e formale originario per generare dei cortocircuiti, delle sfasature del senso. I testi si comportano come meccanismi che si inceppano, che decostruiscono i diversi linguaggi settoriali in quanto strumenti di potere e di controllo tramite cui le istituzioni (siano esse politiche, legali, educative o religiose) esercitano una forma di autorità che può risultare opaca o pervasiva. Gli insetti è lo spin-off inedito di Animali domestici (e non), che uscirà nel 2026. A maggio, un estratto è stato pubblicato sul blog di Gorilla Sapiens. In estrema sintesi, l’idea di elemento fluttuante nasce congiuntamente al suo sciame potenziale nell’aria, e cioè il libero insetto pensante, spesso pensante contro il suo stesso sciame della maggioranza dei membri. È il caso, ad esempio, delle locuste migratorie. Parecchi insetti si sentono partecipi di una posizione proprio scomoda perché ritengono di prendere la sorte del proprio sciame. Spesso, nel loro sciame, prendono atto che, dal fatto che le radici non sono le loro, si estendono nel terreno, e sono anzi ben altre. Come sempre, alla fine gli insetti fanno ciò che gli è stato ordinato di fare e pensano ciò che gli è stato ordinato di pensare. Il non aver paura di essere vivace e indipendente, dunque, l’essere in minoranza, purché venga vissuto, il tratto distintivo, però, con disagio e insoddisfazione, ogni insetto è in minoranza. * In seguito all’interesse della domanda di fonti alternative, di alimenti crescenti, all’aumento di insetti commestibili, che possono essere cucinati, con le unghie e con i denti, da parte di chi lo subisce. Ad esempio, i grilli dal sapore delicato e nocciolato si preparano alla griglia, sono squisiti se bolliti o tostati al forno con spezie tipo paprika e lime, simile ai popcorn. Le cavallette, le larve della farina fritte o essiccate in padella e poi saltate. I bachi da seta, cotti al vapore, dal gusto forte e la consistenza morbida, o le camole del miele che vanno messe, prima di mangiare, simili a nocciole, a digiuno in un contenitore pulito, per circa 24 ore a svuotare l’intestino, lavate più volte sotto acqua corrente, per rimuovere i residui del freddo, le parti non digeribili, il latte condensato, i rimasugli, come ali, zampe e esoscheletri duri, possono essere snack, mescolate come topping per insalate o zuppe, mangiate con la frutta secca, o frullate per ottenere farine o essere conservate in barattoli o, per lunghi periodi, sottovuoto e surgelate, a chiusura ermetica. Andrea Piccinelli (1980) è laureato in storia dell’arte. Quattro raccolte di poesie: Aporie spurie (Oedipus, 2016), Degenza autoptica (Sigismundus, 2017), Note sul funzionamento di una macchina gigante (Transeuropa, 2019), Diverse congiunzioni (Oedipus, 2020). In rete ha pubblicato su Nazione Indiana, Poesia del nostro tempo, Utsanga, la morte per acqua, slowforward, il cucchiaio dell’orecchio, Blogorilla sapiens, Esiste la ricerca, Poesia ultracontemporanea. Nel 2024 il testo Desideri e ragionamenti è stato incluso nell’antologia L’ordine sostituito, curata da Carlo Sperduti per déclic edizioni. Si occupa anche di ricerca nel campo delle scritture asemantiche e verbo-visive. Una sua opera originale è stata inclusa nel numero 19 del contenitore di cultura contemporanea <>.

  • konnektor

    The other side of the moon # 1 Assenza, negazioni e spessore di Xi Jinping Chip Codella Il testo analizza il ruolo crescente della Cina nei Brics e sulla scena globale, guidata dall’ambiziosa politica estera di Xi Jinping. Pur assente al vertice di Rio, Xi ha influenzato le linee guida dell’organizzazione, sempre più alternativa all’Occidente. La Cina punta a rafforzare la propria posizione economica e politica con prudenza, attraverso iniziative come la Belt and Road e una crescente centralizzazione del potere interno. Il modello cinese, efficace nel suo contesto, non è esportabile nei paesi democratici. Xi rappresenta il volto di un esperimento unico di sviluppo e affermazione globale. «the other side of the moon» è una rubrica del reparto konnektor a cura di Romeo Orlandi. L’Asia è lontana, si mantiene invisibile, si conferma differente. Proprio come l’altra faccia della luna: non la vediamo mai. Eppure cresce, ritrova l’orgoglio, rimette a posto le lancette della storia. La «rotazione sincrona» non funziona più, è tempo di conoscere l’oscurità, la diversità, anche il pericolo. L’Asia vista con lenti disincantate; senza orientalismi, esotismi, paure, tentativi di imitazione. Realismo nell’analisi, analisi prima dello schieramento. Il Presidente cinese non è andato a Rio de Janeiro il 6-7 giugno per il 17° vertice dei Brics Plus. La sua assenza è stata notata, non più di quanto avrebbe fatto la sua partecipazione. Il summit si è svolto senza di lui – sostituito dal Primo Ministro Li Qiang – ma le sue conclusioni risultano allineate con quanto Xi Jinping auspicava. Il comunicato di chiusura è stato dettato da posizioni prudenti. Il cemento dell’organizzazione si è rafforzato, l’unità dei partecipanti estesa, la contrapposizione agli Usa, all’Ue e a Israele contenuta. I dieci paesi membri hanno riaffermato la loro alterità all’Occidente sulle questioni di fondo – dialogo, crescita, multilateralismo, transizione verde – pur evitando toni bellicosi. Era esattamente quello che voleva Xi. Dalla loro nascita nel 2009 l’organizzazione dei Brics – ora sempre meno informale – ha visto numerosi sviluppi. Da semplice acronimo (Brasile, Russia, India, Cina e successivamente Sudafrica) ha raddoppiato i partecipanti, con l’inclusione di Egitto, Etiopia, Emirati Arabi, Iran e Indonesia. Tiene meeting annuali, si è dotata di una segreteria, ha una lunga lista di attesa per nuovi membri, e soprattutto ha fondato una Banca multilaterale – la New Development Bank con sede a Shanghai – che finanzia progetti di sviluppo. Se l’Istituto è considerato alternativa alla World Bank, per analogia i paesi Brics sono classificati come concorrenti del G7. Pochi numeri confermano la validità di tale suggestione: rappresentano quasi la metà della popolazione, più del 30% del Pil mondiale. La differenza in valore assoluto con quello del G7 si va assottigliando speditamente. Se calcolato con il metodo PPP (Purchasing Power Parity, a parità di potere d’acquisto) i paesi Brics hanno superato in totale quelli del G7 da alcuni anni. Questa combinazione di prestazioni e di dimensioni è dovuta in larga parte alla Cina, che ne rappresenta approssimativamente la metà del peso totale. La evidente eterogeneità dei paesi Brics non costituisce un ostacolo alle ambizioni cinesi. Paradossalmente, proprio la mancanza di unità ideologica rende inutile e probabilmente dannosa la necessità dello schieramento. La supremazia di Pechino è nei fatti; non va imposta ai partner ed esposta come minaccia ai paesi industrializzati. Il nemico per i Brics continua a essere il sottosviluppo, non necessariamente il capitalismo. Più del Sol dell’Avvenire, conta raggiungere migliori condizioni di vita per popolazioni immense che finora non hanno intercettato i vantaggi della globalizzazione. Nel rispetto delle forme in un’Associazione tra pari, Pechino guida un nuovo schieramento, variamente chiamato Global South, Paesi Emergenti, Nuovo Terzo Mondo. Anche se le transazioni intra Brics in renminbi (la valuta cinese) sono in aumento, Xi e gli altri leader sono consapevoli che una partita decisiva si giocherà sulla capacità di creare una moneta comune accettata dalla comunità internazionale. Ancora oggi la grande maggioranza degli scambi avviene in dollari e la moneta statunitense continua a essere accettata nel mondo perché considerata sicura. Questa supremazia concede a Washington la possibilità di finanziare i propri disavanzi con margini inesistenti per gli altri paesi. La Cina svolge un ruolo conosciuto nei twin deficit statunitensi. Da un lato aggrava quello commerciale, con un suo attivo che negli ultimi anni ha variato da 300 a 500 miliardi di dollari. Dall’altro – si potrebbe dire con gli stessi soldi – finanzia il deficit di bilancio americano. Più prosaicamente: con i ricavi delle biciclette vendute a WalMart la Cina compra titoli di Stato, cioè porzioni di Stati Uniti. Si tratta di una situazione oggettivamente insostenibile e che sta dando luogo alle reazioni di Trump. Tuttavia su questo squilibrio, su questa credit card mentality americana, si basano molte delle fortune economiche della Cina e degli altri paesi esportatori. Ogni variazione di questo assetto provocherebbe – lo sta già facendo – crisi potenzialmente incontrollabili. Per la Casa Bianca il problema viene acuito dalle dimensioni della Cina, che inoltre, al contrario di Giappone, Germania, Italia e Corea del Sud, non ha truppe di Washington sul proprio territorio. Infine, è tra le potenze vittoriose della Seconda guerra mondiale, siede permanentemente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, possiede un arsenale nucleare. Cosa accadrebbe se Pechino smettesse di acquistare Treasury Bond statunitensi, se ne richiedesse la restituzione, se gli Stati Uniti disattendessero la richiesta? Gli scenari sono ovviamente preoccupanti, si tratterebbe – affermano gli analisti più acuti – di una financial nuclear option. Ugualmente, la nascita di una nuova moneta controllata dai Brics sarebbe un’accelerazione probabilmente non tollerata. Ecco perché la Cina sceglie di procedere con prudenza, senza clamore, come se la sua avanzata appartenesse all’ordine naturale delle cose. L’intera politica estera che Xi ha impresso alla Cina è ambiziosa. Si dirige verso ovest con la Belt and Road Initiative, un immenso reticolo di tragitti e progetti che tendono al decollo economico. Ne sono interessati 140 paesi nei quali verranno costruite infrastrutture per facilitare gli scambi. Il pragmatismo è la matrice di questa impresa gigantesca; non sfuggono ovviamente le implicazioni politiche che renderanno la Cina più forte e inattaccabile. L’altro versante dell’assertività cinese risiede invece nel Mar Cinese meridionale dove Pechino rivendica con forza alcune isole, atolli, scogli che ne sposterebbero i confini marittimi migliaia di chilometri più a sud. Si tratta in entrambi i casi di una politica estera inedita per la Cina. La timidezza di un paese impegnato a sconfiggere il passato e a calamitare gli investimenti internazionali è ormai al tramonto. La Cina è diventata forte da rivendicare il suo ruolo storico: riscuotere cioè i dividendi politici dei successi economici. Tutto ciò ha bisogno contemporaneamente di continuare la crescita e di mantenere il controllo. Il timone in mano a Xi è la conseguenza dell’inasprirsi della situazione politica. La Cina factory of the world sta esaurendo il suo compito. La povertà è stata sconfitta e l’immenso opificio mondiale dove si produce tutto per tutti a prezzi bassi è ormai platealmente insufficiente per Pechino. Per rialzare la testa, per evitare un altro «secolo delle umiliazioni» è necessaria una guida forte e autorevole. Non ci sono spazi – l’Occidente avrebbe dovuto capirlo prima – per riforme democratiche, partecipazione dei cittadini alla vita politica, dissenso, autonomia delle minoranze, dialettica sociale o parlamentare. Pechino svela il suo Chinese dream of rejuvenation e propone il suo volto nazionalista, peraltro mai nascosto. Risfodera l’orgoglio, mette da parte la sua titubanza, smentisce l’aspettativa che si sarebbe omologata agli standard del liberismo. Non è più timida o defilata per non intimorire governi e multinazionali, quando le era vitale attrarre investimenti stranieri. Ora la Cina, seppur ancora un paese di reddito medio, mette in gioco la sua stazza, la sua storia, la sua omogeneità culturale. La politica, le scelte di Xi Jinping ne sono la conseguenza. Il Presidente rappresenta per il suo paese la migliore guida verso un percorso pressoché obbligato. Certamente la sua impronta non è marginale, le sue caratteristiche non irrilevanti. Accetta volentieri un compito rischioso e difficile. La sua biografia è costellata di trionfi e sofferenze, il suo pedigree è impeccabile. Princeling, cioè figlio principino di un alto dirigente del Pcc poi tormentato dalla Rivoluzione Culturale, Xi ha conosciuto l’asprezza di condizioni di vita spartane, di umiliazioni, di una lunga penitenza prima di essere ammesso nel Partito. È ingegnere, ideologo, propagandista, perfetto conoscitore della macchina politica. La sua intelligenza è brillante, la competenza è indiscutibile. Dopo una lunga carriera in diverse Province, conquista la carica di Segretario generale (ben più importante di quella di Presidente della Repubblica) nel 2012. Da allora modella senza esitazione il suo Partito: elimina gli oppositori, usa la lotta alla corruzione come strumento politico, non pone limiti ai suoi mandati, accentra alla sua Segreteria compiti che normalmente attengono all’Esecutivo. Ottiene quello a cui ambiva: rafforzare la Cina e il proprio ruolo. In campo internazionale suscita timore, riceve minacce, riscuote ammirazione. Si tratta di una miscela ineliminabile per chi governa la transizione di un paese così importante. Di fronte a successi finora indubbi, almeno tre interrogativi sorgono nell’Occidente industrializzato. 1) È possibile – o addirittura auspicabile – trarre esempio dall’esperienza politica cinese, cioè dal suo imprinting ideologico? La risposta è negativa, senza alcun dubbio. Il controllo, il pensiero unico, la storia intrisa di nazionalismo, l’assenza di un dibattito plurale sono tutti incompatibili con società moderne, avanzate, dove anche gli antagonismi non rinunciano alla dinamica sociale. La Cina rimane un paese di eccezione. 2) È applicabile un modello di sviluppo che conduca ai risultati economici conseguiti dalla Cina? No, ugualmente. Il comando sulla forza lavoro è totale, i sindacati non sono antagonisti, il dissenso in fabbrica viene confinato a rivendicazioni secondarie. Siamo lontani anni luce dal fordismo e dal post-fordismo. La lotta di classe come motore dello sviluppo è una sofisticazione ancora irraggiungibile per Pechino. 3) Su un versante marcatamente anticapitalista, può la Cina raccogliere l’opposizione al liberismo, unificare teoricamente le nuove soggettività, costituire la sintesi per condurre le istanze di lotta e di liberazione verso l’uguaglianza e la liberta? Certamente no, e a distanza di 60 anni queste suggestioni vetero marxiste dovrebbero veramente essere archiviate come ricordi singolari. E poi, infine, Pechino non è minimamente interessato a sventolare questa bandiera. Rimane in conclusione, dentro la Grande Muraglia, un esperimento titanico e originale di progresso, un impegno che ha condotto fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone, il riscatto sociale e politico – avvenuto pacificamente – di una civiltà millenaria. Di questo percorso, la figura imponente e complessa di Xi Jinping – serio, rigoroso, inflessibile – rappresenta sia l’approdo che la ripartenza. Non meraviglia che la sua barca che si appresta a salpare sia sempre più affollata di seguaci. Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

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    La vittoria di Zohran Mamdani segna la fine del ruolo centrale di Israele nella politica statunitense Viscount Kit Kellen La vittoria di Mamdani su Cuomo segna una svolta storica per la Palestina nella politica statunitense. Riflette una crescente stanchezza per il ruolo di Israele nella vita americana e la lenta implosione del sionismo sotto il peso dei suoi stessi eccessi. A prima vista può sembrare irrilevante, persino assurdo, che una corsa a sindaco di New York o il destino elettorale di una consigliera di Brooklyn debbano dipendere dalla propria posizione sulla Palestina. Dopo tutto, che cosa ha a che fare la governance municipale – la zonizzazione, i servizi igienici, l'accessibilità delle abitazioni – con la devastazione di Gaza, la fame di un popolo, lo spettacolo a ralenti della morte sotto i bombardamenti? Eppure, questo apparente scollamento tra la vicinanza delle questioni locali e l'enormità della violenza geopolitica è proprio la condizione in cui opera la politica statunitense. È anche in questa disgiunzione tra scala e intensità, tra distanza geografica e prossimità ideologica, che diventa visibile qualcosa di fondamentale. In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani su una figura emblematica della continuità istituzionale e del potere dinastico come Andrew Cuomo non è un semplice dettaglio elettorale. È un evento politico, che deve essere interpretato non attraverso il filtro del carisma della persona ovvero i meccanismi della campagna elettorale, ma attraverso la grammatica simbolica di ciò che è ora esprimibile, rappresentabile ed elettoralmente praticabile. Il trionfo di Mamdani segnala un cambiamento di orizzonte in cui la Palestina – a lungo trattata nella politica statunitense come una questione letale per chiunque ne voglia affrontare la condizione – non fulmina più chi osi toccarla. Forse non è ancora un consenso morale maggioritario, ma neanche più una garanzia di suicidio politico. Chiaramente, Mamdani non si è presentato come un agitatore per un antisionismo impenitente. Ha ceduto, simbolicamente e retoricamente, alle preoccupazioni di una parte dell'elettorato sionista liberale. Ha cercato una via di mezzo, temperando i propri impegni morali con gesti di rassicurazione e adottando una posizione che non si allontanasse dalla propria biografia di solidarietà con la Palestina né abbracciasse in solido la chiarezza intransigente che la Palestina spesso richiede. E anche questo è significativo, perché è stata proprio questa calibrata ambivalenza – questa oscillazione tra l'affermazione senza mezzi termini e la calma riparatrice – a suscitare critiche anche tra i membri dello staff di Mamdani e tra coloro che hanno lavorato con lui per costruire e diffondere il movimento palestinese. L’irresolutezza della campagna sulla questione del "diritto all'esistenza" di Israele e l’esitante invocazione di una lunga storia di politica pro-Pal hanno provocato disagio. Per alcuni assomigliava alla nota mise-en-scène della ritirata morale: un gesto di concessione che rischia di diventare postura, poi posizione e infine principio. Il timore – espresso non per cinismo ma per pura memoria storica – è che una concessione porti a un'altra e che, nel tempo, il peso accumulato di queste aperture finisca per piegare Mamdani a quello stesso establishment che la sua vittoria sembrava sfidare. In altre parole, c'è una profonda ansia che la dialettica dell'incorporazione sia già in corso: che nell’incapacità di neutralizzare completamente la Palestina come questione politica, la assorba invece come discorso, sterilizzato, privato della forza e leggibile solo attraverso la grammatica dell'"equilibrio", dell'equidistanza e della mancanza di empatia per la Palestina. Il successo elettorale di Mamdani può segnare la fine della Palestina come tema venefico per coloro che la affrontino, ma solleva anche la preoccupante possibilità che questa normalizzazione avvenga a costo della radicalità. Entrare nel mainstream politico significa anche l’azzardo di venirne sfibrato e di cedere troppo terreno. La vittoria alle primarie, quindi, non è solo un'approvazione della Palestina come causa, ma una testimonianza del cambiamento dello status della questione palestinese: non è più una linea che non può essere oltrepassata, ma è diventata un terreno conteso, in cui i candidati possono impegnarsi, aggirare, affermare o eludere senza essere automaticamente squalificati. Questo è un cambiamento monumentale. Parla della forza accumulata in decenni di organizzazione, della ricaduta morale dell'insopportabile visibilità di Gaza e della stanchezza degli elettori più giovani e di molti progressisti nei confronti delle fredde evasioni procedurali dei loro predecessori. In questo senso, l’outcome di Mamdani non è dovuto solo a ciò che ha detto, ma a ciò che non deve più essere taciuto. I silenzi imposti si stanno sfaldando, non con una rottura rivoluzionaria ma con il lento ed estenuante logorio del consenso imperiale. Ciò che un tempo doveva essere celato ora può essere nominato, anche se accompagnato da concessioni formali. Ciò che un tempo segnava il limite di ciò che era accettabile si è ora intrecciato – in modo goffo, cauto, ma inesorabile – al regno del politico. Per evitare ogni ambiguità, bisogna riconoscere a questa vittoria delle contingenze, molte: il trionfo di Mamdani non può essere astratto dalle particolarità di questa corsa pre-elettorale. Dopotutto, si è scontrato con un ex governatore il cui nome – un tempo sinonimo di dominio incontrastato a New York – ora è caratterizzato dall'odore stantio dello scandalo e dalla teatralità esausta della redenzione del potere. Inoltre, la campagna di quello che sembrava giocare da sfidante è stata insolitamente precisa nella sua architettura. Si è mossa con chiarezza, disciplina e con un ritmo comunicativo distintivo: serio ma sereno, chiaro ma tatticamente agile. Il suo fascino non è stato coltivato attraverso la demagogia o il carisma settario, ma attraverso una fedeltà quasi anacronistica al programma: autobus pubblici gratuiti, assistenza all'infanzia ampliata, stabilizzazione degli affitti. Non richieste politiche isolate, ma parte di un più ampio immaginario morale e politico plasmato dall’impegno socialista. Il fatto che questo messaggio abbia risuonato e risuoni non solo nelle enclave progressiste, ma anche in circoscrizioni urbane disparate – giovani, immigrati, inquilini, operatori culturali, disillusi dalla politica – è di per sé un segno. Non una candidatura messianica, ma una fame più profonda. Una fame di coerenza, di principi e di una politica che non abbia paura di nominare il potere, ma anche abbastanza disciplinata da parlare di ciò che possa essere costruito. Sempre più palpabile, anche se in toni sommessi e impliciti, è una crescente stanchezza negli Stati Uniti. Una sorta di sfiancamento politico e psichico emergente – all'inizio flebile, ma ora innegabile – ha iniziato ad agitarsi intorno al ruolo di Israele nella vita pubblica americana. Tra gli opinionisti, i podcaster e la costellazione di figure mediatiche che orbitano attorno ai centri d’informazione alternativi, si avverte un crescente disagio, se non addirittura un'irritazione, per l'ossessiva centralità di Israele nell'identità americana, nei suoi rituali politici e nelle asfissianti manifestazioni di fedeltà che richiede. Non si tratta solo dello scontro prevalente a destra tra un "America First" che esclude Israele dal suo seminato ed uno che lo include. Non è solo il crescente numero di voci che si concentrano sulla Palestina, ancora marginali ma sempre più stentoree. È anche nell'emergere stesso della questione – il "diritto all'esistenza" di Israele, la fedeltà obbligatoria dei politici, le dichiarazioni rituali di sostegno – che si manifesta un disagio più profondo. Ciò che un tempo era considerato assodato, assiomatico, sacro, ora è appesantito dalla sua stessa carica performativa. Queste domande non fluttuano più come verità auto-evidenti, ma cadono sotto il peso del loro stesso esaurimento. L'atto stesso di sollevarle ora significa riconoscere che qualcosa è cambiato, che queste affermazioni, ripetute ad nauseam, sono diventate significanti non di chiarezza morale, ma di bancarotta ideologica. Sempre più spesso, l'insistenza su Israele come ultima cartina di tornasole non è più percepita come un segno di serietà morale, ma come il riflesso logoro di una classe dirigente politica, mediatica e istituzionale le cui coordinate etiche stanno franando sotto il peso delle proprie contraddizioni. La ripetizione della lealtà funziona ormai meno come indicatore di convinzione che come sintomo: di paura, di decadenza ideologica, di un disperato aggrapparsi a un ordine i cui miti fondativi cominciano a sgretolarsi. Basta esaminare l'implicito appoggio del «New York Times» ad Andrew Cuomo e la sua antipatia poco velata nei confronti di Zohran Mamdani, un gesto che denota non un disaccordo politico ma una dimostrazione di disprezzo vendicativo per il solo fatto di essere a favore della Palestina. Oppure possiamo rivolgerci, senza illusioni, a personaggi come Tucker Carlson, le cui osservazioni sull'ossessiva centralità di Israele nella vita politica americana al senatore Ted Cruz non nascono dalla solidarietà con la Palestina, ma dalla stanchezza…che è comunque sintomatica. Sia chiaro che non si tratti dell'emergere di una corrente filo-palestinese coerente. Tutt'altro. Ma comincia a erodersi la sacralità del posto di Israele nella vita morale americana. Il passaggio – in questa fase – non è dalla marginalità della Palestina alla sua centralità, ma del peso specifico d’Israele – sinora indiscusso – al suo scomodo depotenziamento. Dobbiamo resistere alla tentazione di supporre che l'incessante dispiegamento di accuse di antisemitismo da parte dell'hasbara israeliano sia principalmente finalizzato a mettere a tacere le critiche. Al contrario, stiamo assistendo a qualcosa di molto più interessante: l'eccesso osceno di questa strategia retorica sta iniziando a ritorcersi contro, non perché le persone siano diventate improvvisamente più pro-Pal, ma perché si stanno disgustando di compiere il rituale dell'eccezionale preoccupazione per il primato simbolico di Israele. Fuor di metafora, non stiamo assistendo ad un risveglio decoloniale. È, piuttosto, il risultato inevitabile di una sovrapproduzione ideologica. Quando ogni critica diventa in nuce crimine d'odio, quando ogni appello al cessate il fuoco viene etichettato come incitamento all’odio e quando ogni protesta viene presentata come un raduno antisemita, qualcosa inizia a cambiare nell'ordine discorsivo. La stessa macchina progettata per preservare la posizione egemonica del popolo eletto nella vita morale americana inizia a sgretolarsi. Più Israele insiste sulla propria unicità, più la violenza che agisce diventa visibile. Più accusa, più rivela. Più chiede silenzio o lealtà, più si indebolisce. Ed ecco il colpo di scena: l'attuale dislocazione di Israele nell'immaginario americano non è solo il risultato dell'attivismo a favore della Palestina. È anche – e forse soprattutto – il risultato della sottolineatura incessante dell’eccezionalità israeliana, il genocidio in corso a Gaza e il tentativo di trascinare gli USA in una guerra nella regione. Il cambiamento a cui stiamo assistendo non è in definitiva il trionfo di una narrazione alternativa, ma la lenta implosione di quella dominante sotto il peso dei suoi stessi eccessi. Non è solo una crisi di legittimità, ma una crisi di leggibilità, un momento in cui le coordinate che un tempo facevano sembrare naturale, ineccepibile – persino inevitabile – il sostegno a Israele cominciano a sfumare. Non è il discorso antisionista ad aver prodotto questa rottura, ma il sionismo stesso, la saturazione dello spazio simbolico, la sua pretesa di essere unità di misura della qualità morale, la sua coazione a parlare anche quando nessuno lo chiede. Sovrapproduzione ideologica: accade quando un sistema non può più sostenere le proprie finzioni, non perché siano state confutate, ma perché sono state ripetute troppo spesso, troppo forte e con troppo poco pudore. L’ideologia quindi cessa di funzionare come dogma e inizia a cedere alla farsa. Forse è proprio qui che ci troviamo: non di fronte a una contro-egemonia vittoriosa, ma tra le macerie di una mitopoiesi consumata dai propri eccessi. Consigli di lettura. R. Khalidi - T. Ali, The neck and the sward, in «NLR» n. 147. A. Zevin, Gaza and New York, in «NLR» n. 144. P. Anderson, The house of Zion, in «NLR» n. 96. I. Pappé, The Collapse of Zionism, in «NLR» n. 147; Can Zionism Survive the Current War in Gaza? in «Middle East Eye», 4 novembre 2024. O. Barghouti, Why I Believe the BDS Movement Has Never Been More Important than Now, in «The Guardian», 16 ottobre 2023. Abdaljawad Omar è uno studioso e ricercatore palestinese il cui lavoro si concentra sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e lotta palestinese. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Mondoweiss» e viene qui riproposto con l'espresso consenso del suo editore.

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    oltre il giardino # 3 American Fiction contro il kitsch redentivo: Il cinema che consola e quello che libera Il saggio confronta American Fiction e The Holdovers come simboli di due estetiche opposte: una critica e dissacrante, l’altra consolatoria e rassicurante. American Fiction smonta la retorica woke e la mercificazione del trauma, mentre The Holdovers offre un racconto emotivamente calibrato ma poco sovversivo. L'autore invita a riscoprire un cinema che interroga e disturba, invece di confortare. Introduzione Nel confronto tra American Fiction e The Holdovers si gioca una partita estetica e politica che va ben oltre il cinema: riguarda la retorica della rappresentazione, la mercificazione del trauma, il bisogno di verità scomode in un’epoca anestetizzata dalla correttezza. American Fiction non è solo un film, è un dispositivo critico che smonta l’intero impianto simbolico della Woke Era. In questa analisi, attraverso i due film e i rispettivi protagonisti, Jeffrey Wright e Paul Giamatti, interroghiamo il senso stesso del racconto oggi: a chi serve, chi lo autorizza, e soprattutto se ha ancora la forza di liberare. Dove brucia il linguaggio C’è qualcosa di estremamente liberatorio nel vedere American Fiction dopo anni di cinema moraleggiante, pedagogico, annegato nel miele della rappresentazione corretta. Un film che riesce a ridere del feticcio identitario senza negare l’identità, che smonta il trauma come capitale simbolico e rifiuta l’idea che un artista debba produrre “libri neri” per risultare nero abbastanza. Monk, il protagonista, scrittore nero intellettuale e disilluso, è uno di quei personaggi rari che mettono in crisi chi guarda, ma anche chi scrive, perché pongono una domanda centrale: «che cosa vogliamo davvero dall’arte? Verità o consolazione» ? La risposta implicita nel film è brutale. Come si scrive in un articolo uscito su The Free Press (“American Fiction Is a Masterpiece”, gennaio 2024): «White people think they want the truth, but they don’t. They just want to feel absolved». Frase che andrebbe incisa sulla porta d’ingresso di ogni casa di produzione Europea, perché American Fiction, come nota quel articolo con lucidità rara, è un film che ci mostra cosa sia stata davvero l’estetica woke nel cinema: «un grande dramma evangelico di redenzione, più che una reale rappresentazione di complessità». È un film satirico e insieme profondamente etico, che mette a confronto due approcci alla narrazione nera. Da un lato Monk, che rivendica il diritto a scrivere un romanzo su Eschilo senza ambientarlo nel ghetto, dall’altro Sintara, la scrittrice diventata famosa con un libro intitolato “We’s Lives in Da Ghetto”, che, pur con intelligenza, accetta di nutrire il mercato con ciò che il mercato si aspetta. Tra i due si gioca una partita che è anche una domanda al pubblico: «quando il sistema ti chiede di trasformare il dolore in intrattenimento, vendi, resisti o lo prendi per il culo?» Passando da American Fiction a The Holdovers, il salto è netto, quasi coreografico, si passa dal cinema critico all’estetica della carezza. The Holdovers è un film gentile, tenero, ambientato in un interno congelato dove si confrontano un professore scorbutico e un ragazzo problematico che si scoprono simili, imparano ad accettarsi, e si stringono la mano alla fine. È il tipo di cinema che, per usare una formula forse ingiusta ma efficace, scalda il cuore senza scaldare l’intelletto. Anche qui, però, qualcosa non torna. Come già accadeva nel mio saggio su Emilia Perez, dove affrontavo il doppio vincolo tra rappresentazione LGBTQ+ e appetibilità di mercato, ci troviamo davanti a un’estetica che apparentemente include, ma che in realtà filtra tutto secondo ciò che può essere digerito. I neri saggi, i professori scorbutici, le trans col cuore d’oro, tutti perfettamente ottimizzati per commuovere senza disturbare. Anche The Holdovers ha il suo personaggio nero strategico, Mary, la cuoca della scuola, figura materna, saggia, piena di dolore e dignità. Il figlio è morto in Vietnam, unico ragazzo nero tra tanti bianchi. Messaggio chiaro, forte, ma anche compresso in una struttura stereotipica. Come scrive in The Free Press, persino i line cooks neri in cucina sembrano migliori dei bianchi. È l’altra faccia del razzismo sistemico; la beatificazione dell’altro come espiazione estetica. Eppure The Holdovers ha un piccolo sussulto etico, un guizzo che quasi lo salva: quando Paul, il professore, mente su Harvard e al ragazzo che chiede «perché?», risponde «Quella storia è mia».Lì, il film tocca un punto potente, non tutto va detto, non tutto va convertito in spettacolo, il trauma può restare muto, privato. E proprio lì, come scrivevo nel mio precedente articolo (Il cinema come volontà di rappresentazione), si riattiva per un attimo la possibilità di un montaggio che fa inciampare, un cinema che non accompagna, ma interroga. Jeffrey Wright, in American Fiction, costruisce un personaggio refrattario alla simpatia, sarcastico, frustrato, lucido e sgradevole. Non chiede al pubblico di amarlo. Giamatti, in The Holdovers, fa il contrario: ti porta per mano, ti consola. Il confronto tra i due attori, entrambi candidati all’Oscar, è anche il confronto tra due estetiche politiche, quella che si fa amare e quella che ti costringe a scegliere. Il centro emotivo di American Fiction non è Monk, ma sua sorella Lisa. Il suo testamento è una bomba quieta «Non piangete troppo. Ho amato e sono stata amata. Ho fatto il possibile». È la voce di un’etica perduta: vivere bene, senza audience. Cliff, il fratello queer e squilibrato, è l’unico che non cerca di farsi perdonare. Non fa la morale. Non vende niente. Tagliare di nuovo C’è un momento in cui bisogna smettere di parlare di cinema e iniziare a parlare di potere.Non solo cosa raccontano i film, ma chi li autorizza a parlare, chi viene escluso, cosa ci permette di sentirci giusti guardandoli. La Woke Era ha costruito una montagna di storie corrette, ma raramente necessarie. Ha preferito rassicurare, ripulire, e poi vendere. Abbiamo scambiato la rappresentazione per giustizia, l’empatia per soluzione, il kitsch per liberazione. In questo panorama, The Holdovers non è un film dannoso. È solo pavido. È una carezza ben recitata, capace qua e là di un brivido vero. Ma rimane dentro la gabbia. Racconta, ma non disobbedisce, se non in un gesto minimo, quando Paul rivendica il diritto al silenzio, lascia passare un soffio di disordine. È poco, ma è qualcosa. American Fiction invece spacca. Non ti vuole amico. Non ti accompagna alla morale. Ti guarda e ti dice che stai sbagliando tutto. Che il dolore non è un prodotto. Che l’identità non è una concessione. Che la verità non si impacchetta. In fondo, è qui che si gioca la posta già aperta nell’articolo precedente, ossia che non si tratta più di scegliere che immagini produrre, ma di quali fratture semanticamente riattivare. Perché se l’immagine non fa più male, il potere può dormire tranquillo, e noi continuiamo a raccontare non per mostrare, ma per non vedere. Ecco perché oggi servono film come American Fiction, non per insegnare a piangere meglio, ma per ricominciare a guardare come se il montaggio fosse ancora un atto politico. Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, e in post-produzione Rumore e Gli Assenti. Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo - Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, l’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna. Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’European Producer Club, membro dell’European Film Academy, e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.

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    Il falcone maltese # 4: La grande letteratura morale della nostra epoca Roberto Gelini Il nuovo giallo americano, sviluppato da autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, si distingue dal poliziesco classico per il suo realismo crudo e per una visione profondamente pessimista della società. Nei romanzi noir, il crimine non viola un ordine giusto da ripristinare, ma avviene in un contesto sociale già corrotto e dominato dal male. Il detective privato, figura centrale del genere, agisce da outsider cinico e disilluso, consapevole dell’impossibilità di una vera giustizia. Il noir assume così un valore simbolico e morale, raccontando una società segnata dalla sconfitta delle masse e dal trionfo del capitalismo. La lotta di classe non è negata, ma rappresentata come una battaglia persa, rendendo questi romanzi espressione della crisi politica e sociale tra le due guerre mondiali — una condizione che riecheggia ancora nel presente. L’elemento fondamentale del nuovo giallo all’americana, creato da Dashiell Hammett e Raymond Chandler non è, però, soltanto il suo insistere sul realismo, presentando delitti e situazioni in qualche modo più veri, più sporchi e più neri rispetto al classico romanzo poliziesco. Quello che forse meglio esprime il suo carattere di novità rivoluzionaria è il discorso simbolico che è sotteso alla struttura delle sue storie. Il delitto della stanza chiusa, con i suoi personaggi, i suoi eroi, i suoi riti e i suoi modi di presentarsi e di essere risolto allude a un mondo che viene sconvolto, ferito dall’omicidio e alla necessità improrogabile di ristabilire l’ordine violato, risolvendo il mistero ed eliminando – punendo – l’assassino per ritornare alla situazione, di benessere, di partenza. Tutto questo muta radicalmente, invece, nel caso del nuovo filone romanzesco americano. Qui tutto cambia. L’ordine garantito dalle leggi, violato dal delitto, è presentato in contraddizione con se stesso. Non c’è giustizia, il male domina tutto. La società viene presentata come marcia, corrotta, un luogo in cui il potere è in mano a capitalisti senza scrupoli, per niente differenti dai gangster e dalle organizzazioni criminali, con cui, anzi, spesso si ritrovano a essere alleati. Non è, dunque, possibile alcun risarcimento di un ordine violato. Si può soltanto combattere il male, ma essendo drammaticamente consapevoli che ogni vittoria può essere al massimo parziale, senza che avvenga nessun cambiamento profondo. Siamo, insomma, totalmente all’interno di quello che già nel cinema di quegli anni e, più tardi, con il polar  francese, sarà chiamato noir . È da questa situazione sociale e politica, descritta in questi romanzi, che deriva il carattere principale, più evidente dell’eroe del nuovo romanzo, ovvero il cinismo. Sam Spade o Marlowe non sono soltanto detective privati – quindi estranei alle istituzioni, se non in aperto contrasto con esse – sono soprattutto uomini cinici, amareggiati e disillusi, fondamentalmente perché sono consapevoli di combattere una guerra che, da soli, non potranno mai vincere. Ma il fatto che l’eroe si alzi a combattere il male, pur sapendo di non poterlo mai sconfiggere – come ha notato in maniera acuta Jean-Patrick Manchette, praticamente il «papà» del noir  francese – rende il giallo, questo tipo di crime , un genere morale, «la grande letteratura morale della nostra epoca». Inoltre – nota sempre Manchette – nel giallo americano non avviene che sia assente o venga mistificata la lotta di classe, come invece accade nel poliziesco tradizionale, dove pure sono narrati conflitti e rivalità anche forti, ma mai nell’ottica dello scontro di classe. Succede semplicemente che il conflitto sociale risulti come infiacchito, perché oppressi e sfruttati hanno subito una pesante sconfitta e sulla scena dominano sfruttatori e criminali. Eppure soltanto pochi anni prima la rivoluzione aveva trionfato in Russia. Cosa è successo per giungere a questa situazione? L’epoca d’oro del noir , secondo l’analisi di Manchette, coincide con gli anni che vanno dal 1920 al 1950. Sono gli anni in cui Dashiell Hammett e Raymond Chandler producono i loro libri, rinnovando quello che fino al quel momento era stato il poliziesco classico. Violenza, realismo, visione morale e lotta disperata al Male che domina la società sono le caratteristiche del nuovo giallo all’americana. La lotta a gangster e a sfruttatori senza scrupoli risulta essere disperata perché viene portata avanti dal singolo individuo, il detective privato, e non da un’azione di classe. È possibile, allora, portare rimedio a singole situazioni, raddrizzare qualche torto, ma non cambiare il quadro generale, abbattendo un sistema fondato sullo sfruttamento. Da qui nasce il cinismo degli eroi hammettiani e chandleriani, che possiedono una visione morale – sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato – se non addirittura politica del mondo, ma sono in una situazione oggettiva in cui il Male domina. Il tutto, per di più, ambientato in quello che è il paese ormai all’avanguardia per quel che concerne la struttura sociale ed economica: gli Stati Uniti d’America, dove il capitalismo appare in tutta la sua forza dirompente. Dall’altra parte della barricata, dopo la vittoria della rivoluzione in Russia, siamo nella fase, per citare ancora Manchette, della «controrivoluzione trionfante», che arriverà al suo culmine negli anni del nazifascismo e della guerra. L’ondata rivoluzionaria appare ormai conclusa, la sconfitta appare tangibile in vari paesi e anche la repubblica socialista sovietica non è che se la passi troppo bene sotto il dominio dello stalinismo. Il noir , dunque, nel suo sviluppo appare naturalmente legato – come del resto avviene sempre per l’arte e la letteratura – a quelli che sono i processi storici e politici dell’epoca. Non evita, perciò, di occuparsi della lotta di classe, come fa, per scelta politica, il romanzo poliziesco a enigma, quello classico, in genere ambientato in Inghilterra e che, negli stessi anni, continua il suo percorso. Il nuovo romanzo giallo, così, si trova a narrare storie ambientate nell’epoca in cui le classi dominanti appaiono vittoriose, il sistema capitalista sembra trionfare e, volendo ancora una volta citare Manchette, «il proletariato, battuto dal nemico e sodomizzato dai suoi stessi capi, ha cessato di opporgli resistenza (ma ci riproverà, è già successo)». È il tempo in cui la resistenza, l’opposizione sono appannaggio di individui singoli o, al massimo, di piccoli gruppi scollegati tra loro. Gli sfruttati, le masse non appaiono più come il Soggetto della Storia, ma soltanto come vittime dei potenti. Situazione, questa, registrata anche all’interno dei romanzi, ricchi di figure come disoccupati, vagabondi, operai, sempre soggetti a soprusi e angherie da parte di boss, criminali e padroni. Sembra quasi di trovarsi in un periodo storico sorprendentemente somigliante a quello attuale, un tentativo precedente di quella rivoluzione dall’alto, di quella lotta di classe vinta dai ricchi che, secondo vari intellettuali caratterizza i nostri tempi. E forse questo potrebbe anche contribuire a spiegare il successo del poliziesco ai nostri giorni. Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

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    Oil, Gas & Tapes_ (core sampling) Il testo di Antonio Syxty, che tiene insieme (e prende spunto dalla complessità e le vicende di quarant'anni di storia, si confronta con le radici del contemporaneo peggiore: petrolio, denaro, mezzi militari, distruzione e in sostanza morte altrui. E, questo, non senza mescolare il male con frammenti, più o meno apparentemente irrelati, di pseudo vita e banalità (un discorso funebre, un museo delle auto, un diario personale, una sorta di canovaccio sospeso tra soggetto e sceneggiatura, con varie schegge di azioni). Le pagine funzionano così come un rapido costante cambio di canale o affaccendarsi di interferenze su una sequenza di 'frame' tratti da quel ben noto film horror che l'occidente è. Antonio Syxty nasce a Buenos Aires e vive a Milano dove si dedica all’arte visiva, alla performance e alla regia. Nel 1978 fonda Oh-ART! , manifesto concettuale, e crea l’ Antonio Syxty Fan Club , progetto autobiografico volutamente fittizio. Alla fine degli anni ’70 si afferma come performer in gallerie e spazi underground, collaborando con figure di rilievo dell’arte, del design e della musica. Negli anni ’80 espone opere su carta e tela nei circuiti artistici milanesi, con un linguaggio influenzato dall’arte concettuale, comportamentale, con richiami alla body art. Parallelamente realizza scritture visive e intrattiene carteggi con Ugo Carrega, Arrigo Lora-Totino, Emilio Isgrò, Adriano Spatola, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta. Il suo lavoro di scrittura rimane principalmente inedito con rare eccezioni. Negli anni ’90 si concentra sulla regia teatrale e multimediale. Collabora con RAI e Mediaset per progetti di regia facendo cinema, televisione, pubblicità, moda, concerti, eventi live e installazioni. Ha pubblicato Syxty sorriso & altre storie  (Yard Press, 2017), Il pacco  (Zacinto/Biblion, 2021), Antonio Syxty Fan Club  (Tic, 2023), NZ  (ikonaLíber, 2025), The Forty Years Later Project  ([dia•foria, 2025). È coordinatore artistico di MTM – Manifatture Teatrali Milanesi della Fondazione Palazzo Litta per le Arti e svolge attività di content creator su canali digitali. Il suo sito è  https://antoniosyxty.com

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