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  • selfie da zemrude

    Cronache del Boomernauta Prefazione: Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia Introduzione dell’autore Di seguito i primi due testi pubblicati nel libro Cronache del Boomernauta una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Proponiamo la prefazione curata da Giuliano Spagnul e l'introduzione al testo dell'autore, Giorgio Griziotti. Buona lettura! Prefazione di Giuliano Spagnul Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia. [1] Cronache del Boomernauta è una narrazione che si definisce Fabula Speculativa, prendendo a prestito uno dei termini con cui Donna Haraway circoscrive il nuovo campo dell’immaginario del secolo che inaugura il nuovo millennio. È un territorio in cui le precedenti cartografie non hanno più̀ valore e una nuova mappatura dovrà, per forza di cose, ricostruirsi su forti risignificazioni di vecchie denominazioni obsolete e nuovi confini privi di garanzie e certezze anche solo provvisorie.Haraway, dal canto suo, rinomina questo territorio con l’acronimo FS che «sta per FantaScienza, Femminismo Speculativo, Fabula speculativa, Fatto Scientifico...»2 e aggiunge, per rendere più̀ esplicita la sua non riconducibilità̀ a una pura riclassificazione nominativa, che «i mondi FS non sono contenitori; sono pratiche di modella- mento, co-creazioni rischiose, fabule speculative»3. Di fatto Haraway sovrappone alla vecchia mappa una nuova che nella sua rimodulazione fa emergere ciò̀ che prima risultava poco trasparente, occultato: la sua natura di dispositivo, di macchina che produce soggettivazioni.Che la fantascienza avesse l’ambizione di immaginare il futuro per prevenirlo e in qualche modo governarlo (soprattutto riguardo l’accelerata evoluzione dell’innovazione tecno-scientifica) è stata, ed è ancora, un’idea ammantata di falsa ingenuità, ma in realtà ben consapevole della sua valenza ideologicamente orientata.Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, che partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati (Fandom), è stata capace di contaminare, in modo sempre più̀ pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità̀, giochi, ecc. fino all’invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell’agire.Per poter dichiarare esaurite (cioè assolte) le funzioni di questo dispositivo e poterci così impegnare, insieme a Haraway e ad altri, nella comprensione di ciò che si sta sovrapponendo nostro malgrado e quanto sia possibile interferire con nuove e diverse fabulazioni occorre un richiamo ad almeno quattro delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, almeno in parte, assolte: 1. la fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l’urto dei processi trasformativi (a opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità. 2. l’eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l’umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all’idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell’aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all’umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l’universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l’immagine dell’extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l’umano, l’essere che scopre e si rapporta all’altro, allo sconosciuto dell’infinito. 3. l’accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l’esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica, ma che dato l’aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose di Latour, la Cosmopolitica di Stengers o il divenire prima cyborg, poi compost, di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell’immaginario fantascientifico. 4. in ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un’intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell’arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l’unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L’ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell’essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare. Si potrebbe riformulare meglio e approfondire questi quattro punti, quanto aggiungerne altri ancora. Ma per lo scopo che ci siamo prefissati per introdurci in questo tipo di narrazione che abbiamo voluto chiamare di Fabula speculativa sono sufficienti per iniziare a delineare quelle differenze con un passato che deve trovare la pro- pria necessaria soluzione di continuità.La paura del nuovo, incredibile per un genere la cui caratteristica principale dovrebbe essere quella della ricerca costante del Novum, del germe della novità, (così definito dallo studioso Darko Suvin), ha fatto sì che il solo parlare della morte della fantascienza venisse accolta come un autentico scandalo da tutti gli addetti ai lavori o semplici appassionati del genere. Di fatto la morte, per quanto la si voglia ostracizzare, rimane la prerogativa indispensabile alla rigenerazione di qualsivoglia nuova vita. E che la fantascienza sia stata «vittima di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale» come diceva Antonio Caronia4 dimostra l’ottimo stato di salute di un nascituro che dal passato si distanzia incominciando a intraprendere i suoi primi passi, esitanti quanto ostinati.È un camminare che per Giorgio Griziotti, autore di questa avventura, ci porta nel limbo della sospensione del tempo e nel surreale delle città deserte d’inizio pandemia in cui molte ipotesi sul futuro cominciano a barcollare. A partire da quel momento si accelera bruscamente la sequenza di trasformazione della realtà in un’angosciante fantascienza distopica. Una trasformazione che rende sterile la funzione che il genere letterario ha avuto, in quanto «oggi i pericoli non sono più quelli di [immaginare] un futuro distopico o catastrofico e di conseguenti fughe consolatorie [che la fantascienza garantiva] o altro, ma sono quelli relativi a un presente che vive tra le rovine di qualcosa che tutti ravvisano come accaduto, ma di cui sanno poco o nulla»5. E allora tramite il Racconto di un Boomernauta6 ci inoltriamo nella Twilight Zone in cui la nostra realtà, il nostro quotidiano si sta progressivamente, ma inesorabilmente, trasformando. Un viaggio dall’eternità, da cui tutti proveniamo, all’istante in cui il nostro apparire cerca un radicamento nella durata.Forse da qui, da questo voler trasformare un evento in una realtà che sfida, nei termini di un tempo che vuole durare, il caos da cui comunque è prodotta e da cui dipende, sta la nascita di quel morbo che l’autore di questa storia metascientifica definisce nekomemetico.Un autore, Giorgio Griziotti, che funge qui da stazione di sosta per quei viaggiatori capaci di riconvertire, se pur nell’arco di un breve incontro, il fluire del tempo in un altrettanto fluido susseguirsi di narrazioni.È narrazione sì, di una malattia, ma che in quanto malattia costitutiva dell’essere umano, congenita al suo formarsi in quanto tale, non prevede (non può prevedere) guarigione alcuna. Unica soluzione di una siffatta infezione sembra essere la soppressione dell’ospite a cui seguirà l’inevitabile perire anche dell’ospitato indesiderato.Siamo allora di fronte all’ennesimo racconto della fine, a cui una parte di quel dispositivo di active imagination novecentesco, chiamato fantascienza, ci aveva abituato? Un po’ di quel nichilismo a buon mercato per aiutarci a vivere in un mondo in cui le rovine paio- no essere sempre più l’ambizioso e unico traguardo di ogni possibile idea di progresso?Possiamo invece definire questa fabula, insieme al fumetto L’Eternauta di Héctor German Oesterheld a cui il racconto di Griziotti è ispirato, l’opera di un boomernauta sopravvissuto che viaggia per trovare ancora dell’amore nell’avventura dell’umano? Nel libro che abbiamo tra le mani non vi sono risposte. Anche perché non ci sono le rispettive domande; così come non si fanno ipotesi o teorizzazioni che si possano veramente considerare tali. Il che non significa che il libro non sia impastato di considerazioni politiche e speculazioni di vario tipo, anche metafisiche oltre che metatecniche, tanto che il clou potremmo trovarlo in quell’ipotesi che vede altre specie non aliene, ma terrestri arrivare a passare la soglia fatidica della metatecnica7. Ma questa non è una teorizzazione anticipatrice di un possibile futuro, come tanta vecchia fantascienza ci aveva abituato e meravigliato. Qui siamo di fronte a un gioco in cui tutte le teorie saltano, o meglio, sono costrette anche loro a giocare una partita senza regole, perché le regole si stanno fabbricando proprio nel mentre la partita si sta giocando.Ed è per questo che non possiamo neanche dire che ci troviamo di fronte a un giocare per il puro piacere del giocare fine a sé stesso; quella modalità che tanto postmodernismo è riuscito a renderci, infine, familiare. A riprova possiamo indicare all’interno del libro l’importanza del tema dei Games che giocano un ruolo dissacrante rispetto alla natura che l’ideologia antiideologica del postmodernismo voleva loro assegnarli. I Games ritrovano qui la loro ragione d’essere storicamente determinata di dispositivi relazionali che nella loro vischiosità rendono possibili le scelte (sbagliate o giuste che siano) operative della nostra difficile e precaria condizione umana. La vita si gioca, ma la posta in gioco non è un’astrazione, è la vita stessa! Questo testo è l’opera di un ex-militante che mette sul tavolo la propria esperienza per attivare un’immaginazione capace di traghettar(lo)ci verso un attivismo che non sia la semplice copia della vecchia militanza. Un attivismo in grado di vedere il futuro come l’opera di chi è capace di rivoltarsi contro tutto ciò che è dato come acquisito e consolidato, compreso il proprio credo.In questo viaggio che srotola uno dei tanti fili immaginabili da un lontano passato a un incerto futuro oltreumano si esercita quella “pratica di modellamento” co-creazione rischiosa di cui ci parlava Haraway e che ci impone al posto di rispondere alle domande, di interrogare le domande stesse. Non come facciamo a sopravvivere, ma perché dovremmo sopravvivere. Una pratica rischiosa appunto, perché offre il fianco a un nichilismo ormai più che scontato, ma necessaria per trovare nuovi valori, non più assoluti, ma che nella loro parzialità possano dirsi situati nella vita, nell’ambiente, nei rapporti con gli altri esseri umani e non. Valori capaci di creare un mondo che nel suo continuo ricrearsi metta in grado la realtà di poter durare ancora. E ancora... Note: Dicembre 1977, dai diari della pittrice Marisa Bello, compagna di una vita. D. Haraway, Chtulucene, Nero, Roma, 2019, p. 24. Ivi, p. 30 Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica, in J. Baudrillard. Cyber- filosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999. Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza? http://effimera.org/che-fare- della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/. La scelta di rappresentarlo con sembianze più giovanili pone in evidenza il carattere preminentemente allegorico del viaggiatore temporale, la sua paradossale impossibilità di invecchiare mentre invecchia. L’irrealtà di un procedere in un tempo soggettivamente reversibile tanto quanto irreversibile nella sua dolorosa realtà concreta. Interessante sarebbe qui poter istituire e approfondire un parallelo con un classico della fantascienza degli anni Quaranta, City di Clifford D. Simak. L’utopia di «una civiltà più mite […], ma non troppo pratica. Una civiltà ba- sata sulla fratellanza animale… sulla comprensione psichica […] una civiltà della mente e del cuore, ma non troppo positiva. Senza fini precisi, con una meccanica molto limitata…». Il tentativo della nuova specie pensante, i cani, «non doveva essere inquinato dall’alito fetido del pensiero umano.» Introduzione dell’autore Giorgio Griziotti Il Boomernauta Alla fine degli anni 50 del XX secolo lo scrittore Héctor German Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López1 pubblicarono in Argentina il fumetto l’Eternauta, che successivamente divenne uno dei grandi classici della metascienza.All’inizio del racconto, un uomo di nome Juan Salvo si materializza improvvisamente a casa di uno sceneggiatore di fumetti a Buenos Aires. Si presenta come l’Eternauta, il vagabondo dell’infinito, un navigatore del tempo e un viaggiatore dell’eternità2 che vaga alla ricerca della sua epoca e del suo mondo. L’Eternauta, raccontando la storia di un’invasione aliena, voleva avvertire che i mostri possono giungere in qualsiasi momento e dare la possibilità di sfuggire a un destino segnato.Nella metafora di un’occupazione da altri mondi Oesterheld denunciava l’orrore verso ogni potere repressivo, dietro cui s’intravedeva la situazione di molte realtà non solo latino-americane3. Per una tragica ironia della sorte una ventina d’anni dopo il terrore fascista arrivò anche in Argentina.Il generale Videla, salito al potere grazie al governo statunitense, iniziò l’eliminazione sistematica degli oppositori: Solano López venne costretto all’esilio, Oesterheld entrò nell’infinita lista dei desaparecidos, insieme alle quattro figlie, due generi e due nipoti4. Se vi sto parlando dell’Eternauta è proprio perché per una strana coincidenza mi è successo qualcosa di simile. Come i miei amici sanno, anch’io, come lo sceneggiatore di fumetti dell’Eternauta, lavoro di notte. Stavo appunto scrivendo al computer quando, nella poltrona della nonna un po’ sfondata che sta di fronte alla mia scrivania, si materializzò uno strano personaggio proprio come avvenne per l’apparizione dell’Eternauta. Non so esattamente che ora fosse, ma doveva essere molto tardi perché ricordo che la torre Eiffel, che si vede in lontananza sullo sfondo dalla finestra della sala di fronte al mio studio, era completamente spenta. Anche nel mio caso, non si trattava di un fantasma. L’uomo indossava dei jeans lisi, un eskimo verde e una camicia stropicciata. Aveva un passamontagna, che pensavo fosse dovuto alla stagione invernale, e dalle mani un po’ rugose e macchiate capii che non era più giovane. Quando si tolse il passamontagna ebbi la certezza che il mio eternauta fosse un boomer5. Tuttavia non si trattava di un boomer qualsiasi perché dal suo abbigliamento, e specialmente dall’eskimo un po’ consunto, intuii che aveva senz’altro partecipato al periodo rivoluzionario degli anni 60 e 70 del XX secolo. Non era normale che alla sua età fosse ancora vestito in tal modo, ma, come mi spiegò in seguito, era ormai entrato in una dimensione sconosciuta che l’aveva fissato così. Non volle dirmi il suo vero nome, ma solo quello di battaglia degli anni ruggenti della militanza e delle lotte: Ghirighiz, il nome del protagonista di un fumetto italiano degli anni Settanta, un cavernicolo un po’ sarcastico e smaliziato. Mi disse che aveva l’abitudine di raccontare sui social le prodezze delle ribellioni della sua epoca; una volta di fronte al commento un po’ ironico di una giovane aveva risposto scrivendo che «i millenial e la generazione Z hanno la sindrome di Peter Pan», come per rimproverarli di rifiutare le proprie responsabilità e di non affrontare il capitalismo come lui e molti della sua generazione avevano fatto. Non sapeva però che si trattava di una millenial witch, una giovane strega che d’impeto gli gettò un sortilegio potente scrivendo sui Social: OK BOOMER Da quel momento era entrato in una nuova dimensione senza tempo, vestito proprio come alle manifestazioni dell’epoca o, comunque, con gli indumenti tipici d’un viaggiatore con zaino in spalla. Il sortilegio lo aveva costretto a ricominciare senza fine il backpacking della sua gioventù, ma con l’aggiunta della dimensione del tempo, consentendogli di esplorare anche una parte del futuro.Decisi allora di chiamarlo Boomernauta perché, pur non essendo eterno, aveva in comune con l’Eternauta le peregrinazioni in epoche molto diverse. Come l’Eternauta, sebbene con limiti temporali più modesti, anche lui (si) era smarrito e non solo nel tempo. Ma, a differenza dell’Eternauta, non aveva allarmi da lanciare. Pensava che fosse ormai troppo tardi per salvare gli umani della sua era e troppo presto per sapere chi eventualmente avrebbe preso il loro posto sulla Terra.Il vero sortilegio della fatwa OK BOOMER non consisteva solo nella perdita di ogni riferimento temporale, ma soprattutto nella maledizione di dover percorrere le epoche future con la visione e i valori dell’epoca della sua militanza. Da quanto traspariva, al di là del racconto e del linguaggio usato, avevo davanti a me l’immagine dell’infelicità.Il modo in cui ci si sente nel proprio tempo è il risultato delle strutture complesse di sensazioni, emozioni e sentimenti di quel periodo. Anche se al Boomernauta l’ordine del tempo della sua gioventù rivoluzionaria era sembrato ingiusto e insostenibile, quello restava l’ambiente sociale e culturale che lo aveva formato. Potete quindi immaginarvi lo sradicamento e la sofferenza continua che viveva nelle peregrinazioni temporali a cui era ormai forzato.Durante il suo racconto talvolta rimasi un po’ incredulo di fronte a questa sua insistenza a voler accusare di tanti misfatti ciò che lui chiamava l’imperialismo o la macchina bicefala Stato-capitale. Ma, alla fine gli sono stato grato per alcune sorprendenti rivelazioni. Gli dissi che dal mio punto di vista tutto era relativo, e su questo anche lui era d’accordo, ma soprattutto che bisognava relativizzare le nostre pretese rivoluzionarie di gioventù boomer. Certo non usai le classiche battute ritrite dei reduci delle rivoluzioni politiche sconfitte «se avessimo vinto, chissà cosa avremmo combinato...» ma cercai di farlo riflettere sugli impensabili salti tecnologici, che, capitalismo o no, da allora erano stati fatti dall’umanità. Trasformazioni che avevano profondamente cambiato le condizioni di vita, anche se dall’inizio dell’epoca neolib erano avvenute in un modo che aveva esacerbato le disuguaglianze.Forse entrambi avevamo vissuto l’ultimo tentativo di rivoluzione globale e ora avevo molti dubbi che cercai di esporgli. Gli intrecci e gli aggrovigliamenti di tutte le forme di potere con cui le Governance capitaliste ci avevano avvolti sembravano rendere impossibile un ulteriore tentativo di quel genere. Ma il Boomernauta ovviamente aveva già visto, almeno in parte, che le cose si sarebbero sviluppate diversamente. Sembrava che in lui il suo credo rivoluzionario di gioventù si fosse cristallizzato in un blocco irremovibile, quasi a bilanciare lo straordinario potere di percorrere la curva del tempo. Forse aveva bisogno di una base solida su cui poggiarsi come requisito indispensabile per accedere alla dimensione temporale. Sta di fatto che diversi nostri punti di vista erano divergenti. Io mi ero potuto permettere di relativizzare un po’ la portata della nostra epopea di gioventù, finita peraltro con una storica sconfitta. Come molti boomer ero spesso sbigottito di verificare nel quotidiano che le generazioni di cui eravamo genitori e anche nonni non sembravano credere che un sogno collettivo fosse possibile. In seguito avevo dovuto accettare certi compromessi con la realtà – nel lavoro, nei comportamenti, nelle relazioni sociali... – mentre nel suo racconto il Boomernauta appariva inflessibile in taluni suoi principi. Successivamente, quando iniziò a condividere con me ciò che aveva osservato nel futuro, mi dimenticai di me stesso. Attraverso il suo racconto sulle evoluzioni e le sorprendenti conseguenze di quella che lui definisce la capacità metatecnica6 umana – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – mi resi conto che il Boomernauta doveva aver acquisito una formazione e un’esperienza professionale nel campo tecnoscientifico prima di essere catapultato nel futuro. Probabilmente era stato uno dei primi ingegneri elettronici della sua epoca.Quando poi gli ho fatto osservare di aver descritto le Governance future, da lui definite capitaliste, nelle loro mutazioni ultime senza mai entrare nel merito o nel dettaglio delle feroci lotte che le dilaniavano all’interno, ha alzato le spalle per mostrare il suo disinteresse. Poi mi ha spiegato che questo era sempre successo e non gli interessava perderci tempo, soprattutto perché secondo lui il primo nemico da cercare di eliminare non era il capitalismo... ma non voglio svelarvi ora le sorprese del suo racconto. Aggiungo qualche indicazione sulle modalità di lettura della narrazione del Boomernauta. La sua esposizione non sempre segue uno stretto ordine cronologico anche se in generale avanza nel tempo, ma non in modo lineare e talvolta ci sono imprecisioni specie rispetto a certi episodi del passato. Autorizzandomi a trascrivere il suo racconto mi ha sussurrato che contava sulla vostra comprensione per i suoi dogmatismi. Come attenuante ha evocato non solo l’età e la formazione politica, ma anche l’esperienza di aver visto le sue certezze tramutarsi in posverità e viceversa.Anche il suo modo di esprimersi può sembrare un po’ anomalo. Pur essendo un boomer tecnologico era abbastanza abituato a usare una terminologia professionale inglese, ma non al punto da passare quella che lui definiva la neolingua pidgin english locale, nel suo caso l’itanglese, che si era imposta a partire dai millenial. Ogni tanto l’ho sentito bofonchiare un po’ contro questi abusi linguistici non tanto per nostalgia, ma perché rimproverava ai giovani italofoni di aver tenuta viva la vecchia vocazione di sudditanza a quello che lui chiamava, ossessionato com’era dalla geopolitica del suo tempo, l’imperialismo anglofono. Prima di lasciarvi alla dissertazione del Boomernauta desidero informarvi che le citazioni messe in esergo sono sue.Ho redatto io quasi tutte le note, sia per ancorare il racconto del Boomernauta a qualche referenza, sia per spiegare qualche passaggio che poteva risultare oscuro. Nello stesso spirito ho anche inserito all’inizio di ogni capitolo un breve riassunto, che può inoltre permettere modi alternativi alla lettura sequenziale. Talvolta ho anche aggiunto un mio commento o una mia impressione per analizzare i motivi che potrebbero aver influenzato la direzione del racconto del Boomernauta, oppure per chiarire ambiguità e pregiudizi tipici della sua epoca e relativi ai suoi orientamenti politici rivoluzionari. Note: il mio amico José Muñoz, grande disegnatore di fumetti, mi ha raccontato di aver contribuito da apprendista all’Eternauta: Solano l’aveva incaricato di disegnare la neve mortale che cade sulla terra raccomandandogli di renderla “minacciosa”... evidentemente anche i dettagli visivi contribuiscono a creare un’atmosfera di pericolo nel fumetto. H. Oesterheld, F. S. López, L’Eternauta, 001 Edizioni, 2018 p. 15. https://www.lospaziobianco.it/eterno-eternauta/. Ibid così chiamato perché nato nel post WW2 aveva vissuto la gioventù nel boom economico che aveva caratterizzato i 30 (anni) gloriosi. Metatecnica: cfr. glossario.

  • il secondo senso

    Ariel Salleh – DeColonizzare l’EcoModernismo! Peter Ciccariello Il seguente articolo è frutto di un intenso scambio di materiali, testi, idee e email tra me e Ariel Salleh negli ultimi anni e dell’immenso lavoro intellettuale e militante di quest’autrice. In particolare i temi qui trattati sono legati al suo ultimo libro, DeColonize EcoModernism! pubblicato a Londra per Bloomsbury nel 2024. Il libro rappresenta il primo volume di una trilogia intitolata The Androcene and its Others, di cui i due prossimi volumi saranno EnGender EcoSocialism e ReGround EcoFeminism. Salleh è un attivista, studiosa e filosofa australiana attiva dagli anni Ottanta, i cui principali interessi sono i movimenti sociali globali, la critica tecnologica, l’ecofemminismo, la decolonialità e l’ecosocialismo. Le posizioni politiche e filosofiche di Salleh sono esposte principalmente in due opere, Ecofeminism as Politics: nature, Marx and the postmodern del 1997 e in EcoSufficiency and Global Justice: Women write Political Ecology del 2009, insieme a una prolifica produzione di articoli, collaborazioni e opere collettive dentro e fuori dall’ambito accademico. In Ecofeminism as politics, Salleh chiarisce il suo posizionamento come femminista e come ecologista politica spiegando il suo approccio, che essa stessa definisce di «sociologia della conoscenza», per guardare alle dinamiche dell’economia politica e della produzione scientifica considerata di «sinistra». Infatti la sua postura ecofemminista parte dai presupposti della critica interna ai movimenti sociali e della critica al marxismo e agli autori marxisti contemporanei, pur applicandone il metodo dialettico. Di seguito troverete la trascrizione (traduzione mia dall’inglese) del testo di una lezione tenuta da Ariel Salleh il 13 ottobre scorso presso l’Instituto de Humanidades, Artes e Ciências, dell’Universidade Federal da Bahia in Brasile, dove spiega i concetti di Eco-Sufficient Ethics e Bioregional Politics. Modi di pensare l’ecologia politica: antropocentrismo o ecocentrismo? Ariel Salleh 13 ottobre 2025 Mi sono formata come sociologa della conoscenza ma tendo a considerarmi un’attivista, avendo trascorso gran parte della mia vita nei movimenti dei lavoratori, delle donne, dei popoli indigeni e nei movimenti ecologici: dalle campagne contro l’estrazione mineraria nelle terre indigene, alla lotta delle donne per il diritto all’aborto, alla battaglia contro gli alimenti geneticamente modificati. Ben presto, tuttavia, mi sono resa conto della necessità di un’analisi trasversale, capace di connettere le politiche settoriali - dei lavoratori, dei popoli indigeni, delle donne - e intrecciarle con l’ecologia. In tutto il mondo, stiamo affrontando la destabilizzazione degli Stati-nazione, la ridondanza del lavoro salariato, un’epidemia globale di femminicidio, nuove tensioni postcoloniali e, non da ultimo, il collasso degli ecosistemi planetari. Nel frattempo, le nuove tecnologie ci stanno disumanizzando, la saggezza comunitaria viene ignorata e i nostri sistemi educativi risultano sempre più alienati dalla vita. Tutto ciò costituisce una sfida per gli ecologi politici - studiosi di un campo di ricerca radicale che si muove tra la politica pubblica, la sociologia e la biofisica, in un continuo dialogo tra questi ambiti. In questa sede, dunque, intendo mettere a confronto due approcci all’ecologia politica come disciplina emergente e trasversale: il primo fondato sulla logica dell’antropocentrismo, il secondo su una lente ecocentrica. Antropocentrismo: Non sorprende che ci troviamo a vivere in un’epoca denominata Antropocene, dal momento che lo stile del pensiero dominante a livello globale è stato di tipo antropocentrico per lunghi secoli. Storicamente, la forma più profondamente radicata del cosiddetto antropocentrismo è quella della dominazione patriarcale. Quest’ultima ha alimentato le espropriazioni del mondo tribale e, in seguito, l’espansione imperiale che ha dato il via all’accumulazione capitalistica moderna tramite il colonialismo. Il primo presupposto della cultura antropocentrica è che l’Umanità sia separata dalla Natura, la quale è vista unicamente come oggetto e risorsa dell’Uomo. Così, sin dall’ascesa delle grandi tradizioni religiose abramitiche - ebraismo, islam, cristianesimo - la regola quotidiana è stata: l’Umanità sopra la Natura, l’Uomo sopra la Donna, la Mente sopra il Corpo, il Bianco sopra il Nero. Il Secolo dei Lumi ha rafforzato l’antropocentrismo patriarcale con la sua sistematica, e spesso statale/istituzionale, persecuzione e uccisione delle donne sapienti - erboriste e levatrici - accusate di stregoneria. La visione secolare di Francis Bacon ha sancito che la Natura non è un organismo, bensì «una macchina da perfezionare mediante la Ragione dell’Uomo». Così, l’evoluzione della modernità si è dispiegata come una miscela di pratiche e atteggiamenti patriarcali, coloniali e infine capitalistici. La cultura dell’antropocentrismo consente al patriarcato, al colonialismo e al capitalismo di funzionare come un unico sistema globale nutrito da tutto ciò - e da tutti coloro - che esso oggettifica come “Natura”. Tralasciando per il momento questa prospettiva ecofemminista, suggerisco agli ecologi politici di esaminare da vicino il paradigma della Earth System Governance (ESG), una rete internazionale coordinata da alcuni entusiasti accademici europei. L’ESG rappresenta una risposta tipica del Nord globale ai problemi del XXI secolo - un approccio concepito per colmare quella che viene definita una «lacuna di ricerca e di gestione» nelle scienze sociali. L’idea di Earth System Governance ha origine con Frank Biermann, giurista internazionale del Potsdam Institute e in seguito della Free University di Amsterdam. Nel 2009, ESG dispone di una rete accademica estesa, con centri di ricerca, pubblicazioni e conferenze, da Tokyo a Boulder e oltre. Astrazioni riduttive: L’approccio politico dell’Earth System Governance (ESG) è stato concepito per armonizzarsi con le ricerche del 2009 dello scienziato Johann Rockström e del suo team, dedicate alla tutela dell’integrità dei cosiddetti planetary boundaries (limiti planetari) come parametri di riferimento per i decisori politici. Tuttavia, per gli studiosi di ecologia politica, la domanda cruciale è: in che modo l’ESG costruisce una adeguatezza concettuale tra sistemi sociali e sistemi naturali? Come ha descritto lo stesso Biermann, la gestione dell’agenda ambientale globale comporta una proliferazione postmoderna di forme di autorità - attori pubblici e privati, nuovi legami verticali e orizzontali tra corpi amministrativi transnazionali - che disperdono la responsabilità e al tempo stesso mettono in discussione il ruolo dello Stato-nazione. Parallelamente, la materialità della Natura biofisica viene frammentata in una molteplicità di banche dati: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, cicli dell’azoto e del fosforo, impoverimento dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, uso delle acque dolci e delle terre, aerosol atmosferici e inquinanti chimici. Alla ricerca di una maggiore chiarezza sistemica, il programma ESG ha sviluppato un Piano di Scienza e Attuazione organizzato in cinque categorie operative - ognuna funzionante a diversi livelli di astrazione. Le cosiddette “5-A” sono: Adaptation, Agency, Architecture, Accountability, Allocation and Access (Adattamento, Agenzia, Architettura, Responsabilità, Allocazione e Accesso). Inoltre, data la molteplicità dei trattati ambientali oggi esistenti, l’ESG promuove il “clustering dei trattati”, ovvero il loro raggruppamento secondo criteri geografici, tipologia di problema ambientale, causa antropica, strumenti politici e necessità di sviluppo di capacità. Ogni “cluster” richiederebbe interventi amministrativi specifici. Questo tipico stile di gestione antropocentrico, che poggia sull’ordinamento e controllo umano della Natura - vale a dire dei processi termodinamici naturali - tende tuttavia a reificare gli scambi metabolici vitali e le sinergie interspecie, riducendoli a modelli funzionali agli obiettivi istituzionali. I decisori politici presumono che l’interazione tra sistemi sociali e sistemi naturali possa essere facilmente misurata e monitorata. Tuttavia, la fiducia nell’«informazionismo» e nella gestione dei dati è eccessivamente semplificata per poter rendere conto dei cicli biofisici, che sono invece complessi e interconnessi. Inoltre, al di là di queste scorciatoie ecologiche, l’architettura multi-scalare della griglia delle 5-A rischia involontariamente di ridurre la materialità vissuta delle esperienze e dei bisogni di classe, etnia o genere. Gli interessi antropocentrici, infatti, tendono a trattare uomini e donne come individui isolati o come insiemi di attributi sessuali/di genere che negoziano interessi in modo liberale, privilegiando intenzione e scelta sopra ogni altra cosa e proiettando implicitamente la vita sociale come una forma di competizione di mercato. Espresso nel linguaggio dei vincitori globali - banchieri, CEO, operatori di hedge fund e tecnocrati professionisti - l’antropocentrismo in ecologia politica ignora gli effetti delle relazioni di potere sia nella costruzione sociale della pratica scientifica, sia nella distribuzione sociale dei suoi esiti. Mentre l’Earth System Governance pretende di offrire spazi per l’innovazione nella risoluzione dei problemi e nella costruzione del consenso, la formalizzazione del suo discorso risulta chiaramente egemonica. Contraddizioni: A complicare ulteriormente le cose l’accademia, come di consueto, spesso non differisce molto dal business as usual. Così, nel 2012, un numero speciale della rivista Ecological Economics dedicato all’ESG esplorava la presunta adeguatezza tra governance e dinamiche della biosfera, utilizzando strumenti come la teoria dei regimi internazionali, gli approcci actor-network, l’economia policentrica e il pensiero della resilienza. L’Earth System Governance è concepito come orientato al futuro, basandosi su lunghe serie di dati, modellizzazione statistica e scenari di ricerca che impiegano nuovi criteri di evidenza, validità e affidabilità ed è stato proposto che il monitoraggio scientifico dei dati digitali possa persino essere coordinato dallo spazio esterno mediante i Sistemi Informativi Geografici (GIS). È evidente, tuttavia, che una governance ecosistemica ad alta tecnologia genera i propri impatti ambientali, poiché la sua infrastruttura informatica richiede enormi consumi energetici, estrazione di metalli pesanti, produzione di plastiche tossiche, rifiuti non biodegradabili, catene di approvvigionamento ad alta emissione di carbonio e contribuisce al riscaldamento globale attraverso la proliferazione dei Cloud Centres per l’archiviazione dei dati. I costi estrattivisti dell’ecomodernismo digitale sono raramente contabilizzati dai decisori pubblici o privati, e non presi seriamente in considerazione nemmeno dagli aspiranti attivisti climatici radicali. Questo punto cieco rende insensate le affermazioni divenute popolari che invitano a “dematerializzare” l’uso delle risorse. Esistono inoltre estrattivismi socialmente incarnati legati alla digitalizzazione, che devono essere riconosciuti: tra questi, lo spopolamento comunitario dovuto all’estrazione di litio, l’inquinamento chimico delle acque potabili vicino alle fabbriche e i tumori indotti dalle radiazioni elettromagnetiche nelle aree suburbane. Le comunità decoloniali considerano pratiche energeticamente costose come l’ESG estremamente parziali in un mondo in cui solo il 10% della popolazione possiede un’auto. L’ineguale scambio materiale su cui si fondano le metodologie digitalizzate rappresenta perciò una forma moderna di imperialismo. La scuola nordamericana del “capitale naturale”, promossa da Paul Hawken, avanza la proposta di un’ingegneria degli ecosistemi a scapito delle meno appetibili richieste precedentemente avanzate dai teorici della decrescita e dei limiti della crescita di tipo capitalistico. Un’ecologia politica gerarchica costituisce anche la base degli approcci di “sviluppo sostenibile” legiferati a livello internazionale, come i modelli del Green New Deal e della Green Economy promossi oggi da governi e imprese. Quindi sebbene la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo ha inaugurato una metodologia induttiva tuttavia, la sua pertinenza si è dimostrata accurata solo quanto il quadro di riferimento del mondo che ne definisce i presupposti iniziali! Quando la logica della fisica classica, fondamento di scienza e ingegneria contemporanee, viene applicata all’economia o alla sociologia organizzativa, il risultato non è la scienza, ma lo scientismo ideologico. La fisica quantistica e l’ecofemminismo indiano di Vandana Shiva, ex fisica quantistica, sostengono che in nome dello sviluppo la politica internazionale basata sulla misurazione di variabili singole frattura i cicli locali tra aria, acqua, piante e suoli, distruggendo l’habitat necessario alla sopravvivenza di specie umane e non umane. Decenni fa alcuni pensatori della Scuola di Francoforte, Max Horkheimer e Theodor Adorno, giudicarono il vecchio impulso europeo al dominio della Natura come “ragione strumentale”, ovvero come una forma culturale autodistruttiva. Eppure questo antropocentrismo persiste nell’ESG quando Biermann afferma: «La specie umana non è più un semplice spettatore che deve adattarsi all’ambiente naturale. L’umanità stessa è diventata un potente agente dell’evoluzione del sistema Terra». Secondo il sociologo contemporaneo Tim Luke, le nozioni internazionali standard di gestione ambientale non sono altro che un inganno burocratico. Ecocentrismo: La negazione dell’incorporazione umana come parte integrante dell’ecosistema è alla base del pensiero patriarcale-coloniale-capitalista, compresi economia e scienza moderne, etica e diritto. Tuttavia, una nuova consapevolezza pubblica del deterioramento ambientale planetario ci invita a ripensare la Storia all’interno della Natura, per così dire. Per gli ecologi politici, questa lente ecocentrica implica l’abbandono dei modelli top-down e il ripristino delle analisi politiche socialiste, decoloniali e femministe, utilizzando la loro materialità incarnata (embodied materialism) come quadro trasversale integrativo. Adottare una prospettiva ecocentrica significa sfidare il presupposto originario della dominazione antropocentrica, il dualismo Umanità/Natura e i suoi corollari: Sé/Altro, Bianco/Nero, Uomo/Donna. Empiricamente, esperienze vissute in modo differente offrono punti di osservazione complementari sulla condizione umana. E infatti Karl Marx stesso avanzava l’idea che le percezioni di ciascuna classe siano modellate dal suo campo abituale di attività. Tuttavia, se il socialismo ascolta soltanto i lavoratori della produzione meccanica, rischia di sviluppare una politica dalla sensibilità molto limitata rispetto ai ritmi organici. Un ecosistema è un metabolismo continuo di flussi energetici, e i corpi umani ne sono parte intrinseca. Tuttavia, se la percezione umana viene separata dai processi naturali - come accaduto con l’ascesa della scienza europea e della ragione strumentale - la consapevolezza di questo scambio spontaneo tra dare e ricevere viene spezzata. Data la struttura globale delle relazioni patriarcali-coloniali-capitaliste, sono soprattutto le donne nel Nord e Sud del mondo a gestire l’integrità riproduttiva dei cicli umanità-natura. Gli esseri umani creano spontaneamente ordine dal caos richiamando alla mente le relazioni interne tra gli elementi. Le madri lo fanno mediando i conflitti nella vita familiare. Le contadine pacificano i sistemi biologici catalizzando gli scambi tra polli, mucche e appezzamenti di frutteti. E la logica di questa attività è materiale, non astratta; orizzontale, non gerarchica; relazionale, non lineare. I popoli originari in Australia compiono la passeggiata stagionale attraverso il territorio del loro clan con una raccolta ponderata per garantire il rinnovamento della terra. Tre ore di lavoro al giorno bastano in questa economia nomade, e i cacciatori-raccoglitori raramente estraggono più del necessario per il mantenimento comunitario. Coloro che lavorano con tutti i sensi sviluppano una consapevolezza cinestesica dei molteplici tempi incorporati nella materia viva che viene trattata. Imparano a praticare il «lavoro di holding», ovvero di mantenimento/cura, sincronizzando la loro azione intenzionale con i ritmi della Terra. Questo costituisce un esempio di complessità in azione. Caratteristiche della scienza vernacolare ecocentrica: L’impronta di consumo è ridotta, poiché le risorse locali sono utilizzate e monitorate quotidianamente con cura. La produzione a ciclo chiuso è la norma. La scala è intima, massimizzando la risposta ai trasferimenti materia-energia in natura e riducendo l’entropia. I giudizi sono costruiti tramite tentativi ed errori, considerando la salute dell’ecosistema dalla culla alla tomba. Questo lavoro “meta-industriale” è intrinsecamente precauzionale, poiché inserito in un quadro temporale intergenerazionale. Le linee di responsabilità sono trasparenti, a differenza della maggior parte delle economie burocratizzate. Con organizzazioni sociali meno complesse rispetto ai centri urbani, la soluzione sinergica dei problemi è più agevole. In contesti agricoli e habitat selvaggi, il processo decisionale multi-criterio è semplicemente buon senso. Tale lavoro rigenerativo concilia scale temporali tra specie e si adatta prontamente alle perturbazioni naturali. Questa razionalità economica distingue tra stock e flussi. È un processo lavorativo valorizzante, senza divisione tra abilità mentali e manuali dei lavoratori. Il prodotto del lavoro è goduto o condiviso, mentre l’operaio industriale non ha controllo sulla propria creatività. La soddisfazione dei bisogni è eco-sufficiente, poiché non esternalizza i costi sugli altri. Le economie locali autonome implicano sovranità alimentare, energetica e culturale. Ho sostenuto altrove che dietro le crisi sociali ed ecologiche del capitalismo globale sta emergendo un nuovo agente della storia, composto da donne caregiver e domestiche, contadine, cacciatori-raccoglitori e indigeni. Eppure, finora, lo status socio-economico di questa classe meta-industriale trans-culturale rimane non riconosciuto, non nominato, non valorizzato. Questa classe lavorativa ha però un grande potenziale strategico: il suo ritiro dal supporto all’infrastruttura estrattiva della produzione globale può paralizzare il capitalismo, mentre la sua indipendenza dal consumo salariato e la capacità di approvvigionamento diretto possono sostenere il rinnovamento radicale di una democrazia della Terra. Le virtù dell’ecosufficienza sono state a lungo argomentate in America latina da pensatori decoloniali come Ivan Illich e Gustavo Esteva, in Europa da ecofemministe materialiste come Veronika Bennholdt Thomsen e Maria Mies, in India da Vandana Shiva, e in Australia dalla sottoscritta. Questa ondata di resistenza politica internazionale cresce, come dimostrano le iniziative per una “biociviltà” nella Via Campesina in Indonesia, nei Landless Peoples in Brasile, tra gli Zapatisti in Messico e ora in una rete internazionale di base emergente, il Global Tapestry of Alternatives. Da un punto di vista ecocentrico «una vera economia» sarebbe simultaneamente già «un’ecologia».

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    L’esodo come teoria politica Riproponiamo questo testo di Paolo Virno — venuto a mancare il 7 novembre 2025 all’età di 73 anni — come un tributo alla sua vita e al suo pensiero. Virno nel testo propone l’esodo — inteso come defezione o sottrazione — come modello etico-politico alternativo alla rivoluzione e alla protesta. L’esodo, lungi dall’essere una fuga passiva, viene presentato come una pratica attiva di trasformazione che opera attraverso l’abbandono dei ruoli, delle gerarchie e delle regole esistenti. Virno richiama Walzer, Hirschman e Marx, mostrando come la defezione rappresenti una forma radicale di cambiamento che si realizza nell’abbandono dei ruoli e delle regole dominanti. Negli anni Settanta, tale logica si manifesta nella sottrazione al lavoro salariato e nella ricerca di nuove forme di vita. L’esodo diventa così un paradigma politico fondato sull’elusione, sull’abbondanza di possibilità e sulla creazione autonoma di relazioni sociali. Esso unisce lo sradicamento contemporaneo a una nuova appartenenza critica e trasformativa. È possibile concepire l’esodo, cioè la defezione, come un modello etico-politico a tutto tondo, anziché come un imbarazzante caso limite? È possibile, inoltre, considerarlo come il modello più attuale, assai prensile rispetto a fenomeni e comportamenti «complessi»? Prima di azzardare una risposta affermativa, cautela esige che si inventi una minuscola tradizione a proprio sostegno. Pochi testi, che però tracciano un sentiero. «Esodo e rivoluzione», di Michael Waltzer (Feltrinelli1986), mostra come tutta la tradizione politica occidentale abbia attinto al biblico libro dell’Esodo, ricavandone un canovaccio soggetto a variazioni infinite. Da Savonarola ai bolscevichi, la trasformazione radicale dell’esistente si è prospettata come abbandono di un Egitto, viaggio nel deserto, speranza nella terra promessa. Ma Waltzer – ecco il punto – sottolinea che l’Esodo ben sopporta una lettura non messianica: l’arrivo a Canaan, «terra del latte e del miele», non è la fine della storia, ma la ratifica delle trasformazioni che hanno già avuto luogo durante il viaggio. Un altro testo, molto noto, è: «Lealtà defezione protesta» di Albert O. Hirschmann, dove si sottolinea come l’opzione-uscita (abbandonare, se appena possibile, una situazione svantaggiosa) può costituire una via più radicale e più impegnativa rispetto all’opzione-protesta. Dell’Esodo, Hirschmann valorizza soltanto il momento iniziale: il distacco dall’Egitto, anche senza terra promessa, è un buon modo di temperare le pretese degli oppressori. Una terza suggestione: Marx, alla fine del primo libro del «Capitale», si sofferma sui guai che all’accumulazione capitalistica provoca la fuga operaia dal regime di fabbrica. Viene meno «l’esercito industriale di riserva» (insomma la pressione ricattatoria dei disoccupati), lievitano i salari, scema la subordinazione. Marx si interessa all’esodo verso Ovest, verso la «frontiera», cui inclinarono gli operai immigrati negli Usa dall’Europa. Costoro colsero l’occasione, davvero straordinaria, di rendere reversibile la propria condizione di partenza. Suggestioni bibliografiche a parte, la nozione di esodo permette di capire qualcosa di più delle nostre società? Acumina la vista? Va da sé che, oggi, lo spostamento spaziale è soppiantato da una diversione sociale e culturale. L’esodo, metaforico ma non meno incisivo, si compie nelle mentalità e nell’ethos: ci si affranca da ruoli, gerarchie, stili di vita. Nessuno è in grado di spiegare i comportamenti della nuova forza lavoro, a metà degli anni Settanta, se non tiene conto della defezione. A un certo punto – diciamo attorno al fatidico ’77 – accade che, mentre il padrone rende incerto il lavoro, molti sono coloro che, invece d’intimorirsi, al lavoro si sottraggono quanto più possono. Questa deviazione dal comportamento noto e previsto sbalordisce. Cos’è accaduto? Un Egitto viene abbandonato. Vale a dire: il tempo in fabbrica è percepito come un costo umano eccessivo, da ridurre a disavventura provvisoria. Il lavoro sotto padrone, anziché fonte di dignità, sembra socialmente «parassitario». Drastica è l’inversione di aspettative: rinuncia a premere per entrare in fabbrica e restarvi, ricerca di ogni via per evitarla o per allontanarsene. La mobilità, da condizione imposta, diventa regola positiva e principale aspirazione; il posto fisso, da obiettivo primario, si tramuta in eccezione o parentesi. È a causa di tali propensioni, assai più che non per la violenza, che i giovani del ’77 si resero semplicemente indecifrabili per la tradizione del movimento operaio. Trascurando il moto di migrazione consapevole dal lavoro di fabbrica, si guarderà sempre a quel movimento come a una banda di allucinati. Peccato non veniale. Ogni «fuga», del resto, è fatalmente scambiata per un fenomeno di emarginazione, per un comportamento periferico e ininfluente. Nessun dubbio: c’è sempre uno storico egiziano pronto a redigere una cronaca invelenita dell’Esodo ebraico. E i fuggitivi, agli occhi del paese da cui si affrancano, appaiono come la schiuma della terra. In precedenza si è accennato all’esodo come a un eventuale, potente modello etico-politico. Se questo è il gioco, giochiamolo tutto, indicando qualche tratto distintivo del preteso paradigma. Peraltro, dare rilievo all’esodo già simula un piccolo esodo dalla teoria politica, assuefatta a progettare miglioramenti fermi restando in Egitto. 1. L’esodo è un’esperienza di conflitto – e di positiva civilizzazione – imperniata sulla continua sottrazione ai ruoli stabiliti. Nel rapporto di forza tra le classi moderne, l’elusione non conta meno dello scontro diretto. Qualche volta, di più. Comunque, il confronto in campo aperto è sorretto, non indebolito, da una concomitante defezione. 2. Esodo significa cambiare il contesto in cui è insorto un problema, anziché affrontare quest’ultimo alle condizioni predefinite. Piuttosto che ritenere tali condizioni una costante, e le mosse da compiere al loro interno come l’unica variabile concessa, si fa l’opposto. Il contesto diventa la variabile principale. Abbandonando ruoli e regole prefissati, si rendono labili i presupposti fino ad allora giudicati indubitabili. 3. L’esodo consiste, innanzitutto, in un mutamento semantico. Se si ragiona accettando l’assioma, consueto ma scandaloso, che il lavoro salariato sia un valore positivo, ne seguono certi programmi e certe lotte. Se si fugge da questo significato prevalente, cominciando a ritenere il lavoro «un genere horror alla portata di tutti», allora la rappresentazione della realtà vigente muta da cima a fondo. Cambiando discorso, si prendono iniziative destinate a sorprendere gli egiziani di turno. 4. Il modello politico dell’esodo si basa sull’abbondanza di possibilità, ora occluse ma vivide. È un processo di trasformazione che fa perno su una ricchezza latente, su una esuberanza, su un’eccedenza. Eccedenza di socialità, di saperi, di coscienza. È il contrario del «tanto peggio, tanto meglio», l’opposto di qualsiasi protesta pauperistica. L’esodo esercita una critica nei confronti tanto di Hegel quanto di Ricardo, perché colloca la crisi dello sviluppo capitalistico in un contesto di abbondanza, mentre il «sistema dei bisogni» hegeliano e la caduta del saggio di profitto ricardiana sono esplicativi solo in relazione alla scarsità dominante. 5. L’esodo richiede di sviluppare positivamente altre relazioni sociali rispetto a quelle esistenti. Ciò che, nelle rivoluzioni politiche, è il risultato augurabile, ovvero la posta in palio, nell’esodo è una condizione preliminare. I fuggitivi difendono ciò che intanto, per strada, hanno costruito. All’antica idea di fuggire per colpire meglio si unisce ora la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene. 6. Nelle metropoli contemporanee, l’esodo riflette in sé un acuminato sentimento di «sradicamento» e una strenua intenzione di appartenenza. L’apparente paradosso cela un punto cruciale. A ben vedere, le «radici» non sono divelte quando si prende congedo dai nostri egitti quotidiani (gerarchie, discipline, regole): già prima di mettersi in viaggio, non ci si sente mai «a casa propria». È per questo, anzi, che si fugge senza rammarichi. Lo sradicamento, oggi, costituisce una condizione ordinaria, che tutti sperimentiamo a causa della continua mutazione dei modi di produzione, delle tecniche di comunicazione, degli stili di vita. Difettano, ormai, «radici» che vincolino a un luogo, a una tradizione, a un ruolo, a un partito politico. Eppure questo spaesamento, lungi dell’elidere il sentimento di appartenenza, lo potenzia: l’impossibilità di arroccarsi entro un contesto duraturo accresce a dismisura l’adesione al «qui e ora» più labile. Ciò che viene in luce è l’«appartenenza come tale», non più qualificata da un determinato «a che cosa». Ora, questa appartenenza senza oggetto può tramutarsi – gli anni Ottanta lo mostrano «ad nauseam» – nell’adesione unilaterale e simultanea a tutti gli ordini vigenti. Oppure può ospitare un formidabile potenziale critico e trasformativo, provocando una defezione di massa dalle regole dominanti, da quelle regole che ripropongono senza posa surrettizie e temibili «radici». 2 novembre 1989 Paolo Virno (Napoli, 1952 – Roma, 7 novembre 2025) è stato un filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Formatosi nel movimento operaista, partecipò a Potere Operaio e contribuì alla fondazione della rivista Metropoli insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno. Dopo un periodo di detenzione negli anni Ottanta, sviluppò le sue teorie nella rivista Luogo Comune e DeriveApprodi. Tra le sue opere principali si ricordano Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio (Donzelli Editore, 1995), Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, 2001), Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (DeriveApprodi, 2022). La sua riflessione ha intrecciato linguistica, filosofia politica e teoria critica, offrendo strumenti originali per comprendere il lavoro, la soggettività e le dinamiche sociali nel capitalismo contemporaneo.

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    La logistica come chiave del Capitale: sul libro di Andrea Bottalico La recensione al volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Martedì 11 novembre la redazione di ahida presenterà il libro di Bottalico presso la Casa del Municipio I in via Galilei 53 alle ore 18. Saranno presenti l'autore Andrea Bottalico e diversi relatori rappresentanti sindacali invitati a discutere con noi di questo importante testo. In calce alla recensione è possibile trovare la locandina con tutte le informazioni. La recensione al volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Ci sono due maniere di descrivere il libro di A. Bottalico appena uscito per Carocci. Una è quella classica di un libro rigoroso, argomentato e originale. Sarebbe fargli un torto. Non perché non lo sia. Direi anzi che una fortuna è quella di trovarsi di fronte un libro di ricerca empirica sul settore logistico, con uno sguardo ampio oltre gli studi di caso. Fino ad adesso le ricerche hanno riguardato i singoli casi (a partire da Amazon), senza tentare uno sguardo complessivo sulla catena. Al contrario chi ha provato uno sguardo complessivo sulla catena logistica, l’ha utilizzata più come paradigma che come oggetto di ricerca. E, si sa, quando ci si innamora dei paradigmi, le differenze scompaiono. Qualcosa a metà tra Arrighi e il post-strutturalismo. E non che, anche chi ha praticato questa via, non abbia le sue ragioni. Da quattro anni a questa parte è sotto gli occhi di tutti come la guerra o i rischi di guerra plasmino le infrastrutture che reggono le vie commerciali. al di fuori dello spazio di analisi critica la Logistica in questi anni è oggetto di una certa teoria della tecnica che mira a formare gli operatori del settore, che, se non ci fossero contributi come questo, rischierebbero di essere gli unici a trattare la Logistica come un mero settore di produzione industriale. La seconda, e più interessante, maniera di leggere il libro di Andrea Bottalico è di partire prima ancora dell’indice, dalla dedica a Giovanni Mottura, uno degli ultimi eredi di quella generazione di militanti dell’Inchiesta sociale che trasferirono l’attività (allora si chiamava militanza) politica in un percorso di Ricerca, professionalmente e istituzionalmente riconosciuto dall’Università. Fu una stagione feconda che consegnò un’identità alla Sociologia Italiana come disciplina, oggi tristemente stretta tra l’imperialismo dell’Economia che ha saputo organizzarsi come tempio del pensiero dominante e un moderatismo asfittico che non riesce a dare un vero contributo alla crisi del nostro tempo, perché dismettendo la radicalità si è essa stessa disarmata. Al contrario Mottura, come Vittorio Rieser e molti altri, partivano da un pensiero posizionato in cui il piano dell’analisi era la dialettica tra Capitale, ma mi verrebbe da dire lavoro morto come tecnologia e innovazione depositata, e lavoro vivo in tutti i suoi aspetti. In tre parole la lotta di classe. L’oggetto della ricerca era invece “il segreto laboratorio della produzione” di marxiana memoria. Questo stile si poteva poi estendere dappertutto dalla fabbrica, ai campi, al quartiere. Ci sono parecchi indizi che il nostro autore persegua questa tesi. Il rapporto con la tecnologia, primariamente. Nella descrizione di Bottalico, ci si potrebbe domandare perché soffermarsi così tanto sulla introduzione del container. Semplicemente perché all’interno del settore portuale, e poi della catena logistica questo piccolo uovo di Colombo rappresenta la centralità del salto tecnologico, e il salto tecnologico non è pesato nel suo impatto sulla produttività, ma nell’importanza dei suoi effetti sulla numerosità, la varietà, e le inclinazioni soggettive e le relazioni della forza lavoro con il Capitale (cose che tutte quante insieme una volta si sarebbero dette composizione della forza lavoro). Uguale discorso si potrebbe fare sull’e-commerce ed il complesso dell’ICT, ma effettivamente il tema nel libro è appena accennato perché ancora nessuno è probabilmente in grado di comprendere appieno quanto la logistica integrata di nuova generazione ne sia influenzata. Secondo indizio, il rapporto con le Politiche (che una volta si sarebbe detto il rapporto con lo Stato). Nel libro è spiegato come la nota dipendenza dalle lobbies del Capitale delle industrie automobilistiche, così come la scarsità di Capitale e una visione miope delle imprese sono tutti fattori che contribuirono alla limitazione dello sviluppo della rete ferroviaria italiana. Lo scarso sviluppo della rete ferroviaria italiana è stata a sua volta una delle cause della deproletarizzazione della forza lavoro impiegata nei trasporti stradali e della prevalenza del lavoro autonomo; cosa che, a sua volta, fu certamente una opzione voluta dalla classe dirigente dell’epoca. Non si può al livello di centralizzazione dei Capitali oggi esistente, immaginare che gli assetti e gli equilibri della produzione (e la Logistica –come chiarisce l’autore- è una continuazione della produzione) non siano determinati, anche da scelte immediatamente politiche, ed il bello è che queste scelte in termini infrastrutturali hanno una “lunga durata” che è difficilissimo correggere. A partire da questo affrontiamo l’ultimo, ma non meno importante pregio del libro: il rapporto con il tempo storico. Una vecchia questione all’interno delle scienze sociali è il suo rapporto con la storia, intesa sia come disciplina che come ambientazione temporale. Le regolarità dei meccanismi sociali riconducibili all’accumulazione di Capitale bastano alla comprensione dei fatti? Il fatto che il container sia stato lo strumento attraverso cui il Capitale e le politiche hanno provato ad integrare i diversi segmenti del trasporto corrisponde ad una necessità di espansione del Capitale, per dirla con Harvey di trovare un assetto spazio temporale che riduca i tempi di circolazione della merce. Ma quanto questa tendenza generale deve fare i conti in Italia, con la piccola borghesia del trasporto che si è venuta a creare per le contingenze citate poco sopra? Per chi poi agita, organizza e interviene per modificare la realtà, il mix tra la tendenza e l’applicazione concreta della tendenza è tutto. Da questo punto di vista il libro svolge forse il suo servizio interpretativo migliore nell’analisi delle relazioni industriali. Alcuni esempi. Il lungo sforzo dello Stato e degli apparati sindacali per ricondurre alla ragione in un sindacato categoriale dei trasporti, il ribellismo anarcoide dei sindacati di professione ferroviari ereditati dagli inizi del ‘900, si svolge in corrispondenza del declino del peso strategico delle ferrovie, e giunge a conclusione negli anni sessanta. Uno potrebbe pensare che a questo punto la partita sia finita. Invece ecco che arriva il movimento dei consigli e poi il sindacalismo di base negli anni ‘70, perché nella dialettica, da cui siamo partiti, tra capitale e lavoro non esiste mai una corrispondenza biunivoca e quindi un tempo unilineare determinato. La successione ferroviere, portuale facchino, viene raccontata piuttosto come una compresenza che una successione. Forse è questo il punto più forte dell’analisi di Bottalico aver fatto una doppia operazione: inforcare gli occhiali del futuro per rileggere il passato, e quelli del vecchio operaismo per leggere il futuro, e dobbiamo dire che da un picchetto in un piazzale di magazzino il futuro si vede benissimo. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

  • clan-milieu

    Popoli carnefici delle popolazioni Pubblichiamo in anteprima un capitolo di Intelligenza autonoma di specie, un nuovo lessico della Rivoluzione , in uscita per Milieu-Pianetica.  Nel capitolo, Pino Tripodi analizza la crisi contemporanea dell’universalismo e del cosmopolitismo, mostrando come la rinascita dei nazionalismi e delle identità collettive – politiche, religiose, etniche o personali – minacci la sopravvivenza stessa della specie umana. L’autore critica la nozione di popolo e il principio di autodeterminazione dei popoli, considerandoli strumenti ideologici che giustificano esclusione, guerra e oppressione. Per Tripodi, lo Stato identitario è una “macchina di guerra” e ogni forma di diritto fondato sull’appartenenza – sia essa nazionale o individuale – porta con sé il seme del razzismo. Egli propone invece una prospettiva “pianetica”, capace di superare i confini e riconoscere la terra come bene comune dell’intera specie, opponendo alla logica identitaria una sensibilità universale e interconnessa. Solo riscoprendo questa visione di specie, l’umanità potrà spegnere il fuoco distruttivo dei nazionalismi e accendere un nuovo fuoco di consapevolezza collettiva. Proprio nel momento in cui la fase del macchinismo avanzato sembrerebbe imporre l’idea di reciproca connessione su tutta la superficie del pianeta, ovvero nella fase in cui addirittura l’elemento linguistico sta divenendo sempre meno identitario per via delle traduzioni istantanee artificiali, il mondo sembra essere entrato in una fase di conflittualità tra identità sbandierate, eppure evidentemente posticce, che mettono a repentaglio ulteriormente la sopravvivenza della specie sulla Terra. Si è tornati infatti a parlare di rischio di conflitto nucleare, di politiche di potenza, di sfere di influenza e di Stati identitari. Evidentemente le scuole che hanno preso in carico il compito di pensare a ciò che politicamente  l’imporsi delle tecnologie digitali avrebbe comportato, ravvedendo la possibilità di una stagione di mutua cooperazione, hanno fatto male i propri calcoli. Anzitutto perché non erano istanze politiche  quelle decisive a interpretare il momento storico. Il macchinismo esige la sensibilità pianetica: senza questa, è un’avventura al buio.E dunque ci troviamo nuovamente ad avere a che fare con Stati identitari e ideologie di popolo, che pensavamo superate, surclassate.Occorrerà spendere qualche parola per spiegare i motivi di un tale rigurgito.Anzitutto e detto chiaramente: Every life matters.  Ogni vita conta, non solo la propria o quella del proprio gruppo, familiare, amicale, etnico, religioso, di genere, di classe.L’universalismo e il cosmopolitismo, anche per limiti interni che si tratterà di indagare, vivono gravi momenti di crisi. Dall’inizio del XX secolo, i pozzi dell’internazionalismo sono stati inquinati dal veleno del nazionalismo. Eppure, fino alla Prima guerra mondiale le cose erano abbastanza chiare. Vi era chi riteneva che esistessero i popoli – aristocratici, borghesi – e chi invece – movimento operaio, socialisti, anarchici – pensava che gli uomini e le donne fossero tutti fratelli e sorelle. Se proprio occorreva trovarsi una distinzione congrua, essa andava cercata non nel colore della pelle, nella nazionalità o nel sesso, ma semmai nei rapporti sociali di produzione, campo in cui vigeva, e vige, una profonda differenza tra ricchi e poveri, tra sfruttati e sfruttatori.Nella carneficina del primo conflitto mondiale furono in tanti a sfidare i plotoni d’esecuzione e a fraternizzare con soldati della parte avversa. L’idea che nessuno può essere indicato come un nemico semplicemente perché ha pelle, nazionalità, sesso, religione differente si era fatta strada nel movimento operaio.Poi, perfino in quel movimento, il nazionalismo ha mietuto consensi. Nel secondo dopoguerra, buona parte del movimento antimperialista ha avuto la sua torsione nazionalista. Alla nozione, già molto discutibile, di lotta di classe, si è andata sostituendo quella di lotta di popolo. Ma popolo  è una nozione antagonista alla nozione di classe . Popolo  è l’esatto contrario di popolazione. Popolo è l’arma sollevata per distruggere le popolazioni, per identificarle in modo esclusivo e prioritario, per includere alcuni ed escludere molti, per fissare meriti e privilegi, per combattere in nome di qualcuno la guerra contro tutti. Per costruire un popolo occorre un funesto demiurgo.Dove inizia un popolo, la popolazione comincia a perire, sepolta dal suo potere retorico e dai suoi miti. Che le popolazioni si riconoscano in un popolo è un effetto collaterale assai grave dell’assenza di un pensiero di specie.Dove un popolo trionfa, la popolazione soccombe. Il popolo è un fantasma che esalta ed erige il corpo dello Stato identitario , del quale non si può pensare a organizzazione più distante e ostativa della sensibilità pianetica.Il popolo d’Israele, per esempio, trionfa erigendo la sua mostruosa macchina di guerra. Il popolo palestinese trionferà solo se saprà costruire una macchina di guerra più mostruosa e più potente di quella di Israele.Ridotto all’elemento nazionalista identitario, lo Stato diviene una macchina di guerra. Senza la guerra, lo Stato identitario – sia quello ebraico, sia quello palestinese, sia quello kurdo, tamil, ecc. – non potrebbe esistere.Le città e gli Stati sono popolati da stranieri. Gli stranieri da sempre sono la linfa che nutre le città e gli Stati. Non prendere atto di questa lapalissiana verità storica è una tragedia di proporzioni enormi.Il desiderio di uno Stato – o di una città identitaria – deriva da ataviche, infondate, paure e da interessi materiali a mantenere una parte della popolazione soggiogata, minorata, priva dei più elementari diritti. Chi desidera uno Stato identitario agogna la guerra. Chi dice popolo  dice guerra . Per convincere le popolazioni a riconoscersi in popoli, si sollevano questioni che nulla hanno a che fare con la posta in gioco e che sono state l’archetipo del razzismo diffuso e addirittura istituzionalizzato.Intanto è falotica l’idea che esistano popolazioni contrassegnate da caratteri chiari e definiti una volta per tutte, di natura somatica o derivanti da tradizioni culturali e linguistiche peculiari. Le differenze di qualsiasi natura vengono inalberate per rivendicare diritti, che trascendono totalmente la difesa della presunta identità. Il diritto identitario non riguarda mai la semplice, legittima, difesa della propria identità, bensì la distruzione dell’identità altrui. Il diritto di parlare una lingua, quello di mantenere delle tradizioni, ostano la sensibilità di qualcuno solo quando si ritiene che si tratti di diritti esclusivi, riguardanti una parte della popolazione, e dai quali diritti vada esclusa la popolazione restante. Nella lotta di popolo, la propria salvezza coincide con la morte altrui, la propria liberazione coincide con l’oppressione altrui, l’affermazione dei propri diritti comporta la negazione dei diritti altrui. Storicamente, a determinare il salto mortale, anche all’interno del movimento operaio, dalla lotta di classe alla lotta di popolo fu proprio l’esito della Prima guerra mondiale. I vincitori di quel conflitto dovettero risolvere un problema: cosa farne dei territori un tempo inseriti nei grandi imperi collassati dalla guerra?Come si vede, è questione di attualità.La soluzione che fu escogitata, cioè l’autodeterminazione dei popoli , costituisce forse la peggiore dottrina politica del Novecento. Pur generata negli Usa, tale dottrina è stata condivisa dalla pressoché totale sfera delle ideologie politiche. Hitler e Stalin ne erano entusiasti, come lo sono e lo sono stati democratici, liberali, liberisti, socialisti, comunisti, perfino anarchici di tutto il mondo. Si fa fatica a ricordare che, dopotutto, il progetto di Hitler, chiaramente delineato nel Mein Kampf , era quello di far coincidere popolazione di lingua tedesca e Stato tedesco.Purtroppo è lezione di oggi che il bubbone nazionalista si alimenti e cresca ancora con questo principio, sempre issato su ogni barricata di qualsiasi conflitto interno o internazionale. Ucraini e russi, palestinesi e sionisti, kurdi e turchi, baschi e catalani, tamil e cingalesi, chiunque sia preso dalla patologia nazionalista non fa che issare la bandiera dell’ autodeterminazione dei popoli . Il cimitero della specie è colmo di cadaveri, eppure i massacri perpetrati nel nome dell’ autodeterminazione dei popoli  non sembrano ancora sufficienti a ripudiare questo efferato principio. Quanti morti è costato e costa lo Stato identitario  ebraico? E quanti morti costerebbe lo Stato palestinese libero dal fiume Giordano al mare  come, probabilmente senza comprenderne le conseguenze, si sta urlando nelle piazze di mezzo mondo?Lo stesso diritto identitario , il diritto di autodeterminazione dei popoli, viene accampato da chi vuole impedire o limitare fortemente i processi migratori. Essi – è bene chiarirlo – non si fermeranno, nonostante tutte le deportazioni intraprese. Vi sono elementi fattuali, nemmeno teorici, che indicano che la strada dell’autodeterminazione identitaria è un vicolo cieco. Dati incontrovertibili, di fronte ai quali le scelte da compiere rischiano di essere ben diverse dall’immaginabile.Si consideri la questione demografica, per esempio. L’asimmetria demografica tra il mondo ipersviluppato e il mondo in via di sviluppo comporta una evidenza che nessuna deportazione può scalfire: senza migrazione niente produzione. Chi non vuole migranti su quello che immagina essere il proprio territorio , manifesta il medesimo rigurgito, il medesimo principio dell’autodeterminazione dei popoli: il diritto cioè di abitare, e i diritti in generale, spetta solo agli autoctoni . In fin dei conti, nel principio di autodeterminazione dei popoli si manifesta il diritto del sangue e del suolo . Anche nel diritto di cittadinanza si corre lungo il baratro dello stesso concetto.È significativo mostrare quante contraddizioni grondino da simili premesse ideologiche. C’è chi difende lo Ius soli , cioè il diritto di cittadinanza per chi è nato in un Paese, c’è chi invece è contrario poiché, al di là del Paese di nascita, ciò che conta è la razza, la cultura, le origini.Il dibattito politico è impastoiato nella seguente querelle : i diritti di cittadinanza vanno garantiti a tutti i nativi o solo a chi è originario, non solo nativo del Paese?Se si prendono in esame le origini, quali origini vanno tenute in conto? Le origini materne, le origini paterne, le origini solo dei genitori o anche degli avi?Quando ci si dimena in un ginepraio di insensatezze, è difficile uscirne. La questione della nascita così come quella delle origini ha un ruolo ideologico strumentale riguardo le politiche migratorie.Negli Usa sappiamo che le popolazioni native sono state e continuano a essere le popolazioni più discriminate del Paese. Dunque non di questo in realtà si tratta. I migranti non li si vogliono, ma se ne ha bisogno, e quindi la posta in gioco non è se devono o non devono arrivare. La vera posta in gioco è: devono avere pari diritti e dignità identica a chi già risiede in quel Paese?Se la risposta è affermativa, nessun diritto deve essere privilegio di qualcuno per il solo motivo di essere nato in un luogo. La terra non appartiene a chi è nato in un luogo. La terra appartiene alla terra e, in subordine, a chi ci vive e ci lavora al di là di ogni specificità, identità o provenienza. Pensare che la terra appartenga a qualcuno in modo esclusivo – perché ci è nato, perché è originario di quel luogo – è una delle radici più radicate del razzismo. La terra appartiene alla terra; dei frutti della terra, del suo spazio dovrebbe poterne goderne chiunque vive sulla terra. Che ci viva perché ci è nato, perché sono nati i propri avi, perché parla la lingua più diffusa, perché ci lavora, perché vi risiede, per i motivi più vari – ecco, questo davvero poco dovrebbe importare.Il principio dell’autodeterminazione dei popoli ha valicato la sfera politica per assumere rilevanza anche nella sfera personale, nella quale pure non smette di fare danni. Autodeterminazione del corpo, del sesso, del fumo, delle armi, di qualsiasi libertà intesa come arbitrio, cioè come possibilità di fare ciò che si vuole, senza dover tenere conto delle conseguenze sociali. Tutto il male perpetrato nel Novecento, e oltre, da guerre e da lotte intestine insensate condotte sotto la bandiera dell’autodeterminazione dei popoli ci interroga anche oggi, quando, nonostante connessioni macchiniche planetarie, la tecnologia stessa sembra dare estro di pensarsi esclusivamente in termini appropriativi e divisivi: quali sono le ragioni della forza e dell’aggressività della peste identitaria, peste che non è solo nazionalista ma propriamente riguardante l’identità anche del singolo individuo o di gruppi che si riconoscono in determinati caratteri, che cioè sia in termini di collocazione politica internazionale o di psicologia personale? Nella questione identitaria si confondono gli affetti con i diritti. La loro sovrapposizione produce una miscela esplosiva capace di distruggere ogni società. Che i neri, i bianchi, i gialli, gli alti, i bassi, le donne, i maschi, gli animali, le piante, il pianeta, il cosmo, siano soggetti e oggetti d’amore particolare non crea alcun problema. Così come nessun problema pone l’attaccamento ai luoghi materni, alla lingua madre, agli affetti intimi e assoluti. Chiunque ha il diritto di amare di più ciò a cui si sente più legato, ma la condizione affinché ciò avvenga è che non si impediscano sentimenti e affetti simili a un proprio simile. Il proprio mondo non può coincidere con il  mondo. Nella confusione tra affetti  e diritti , tra sentimenti di appartenenza e paura della diversità, la questione identitaria miete consensi.Il differenzialismo si torce facilmente in razzismo.Qualunque identità ha diritto di manifestarsi e di difendersi a condizione che non pretenda di divenire una generalità. La restituzione di ciò che si percepisce come sofferenza, derivante da una mancata riconoscenza della propria struttura identitaria, è una modalità che coglie entusiasmi a volte sprorzionatamente euforici, su ogni scala di grandezza si esercitino. Ma chi restituisce un male, che subisce o che sente di avere subito, purtroppo si fa male cento volte facendo male mille volte. Chi combatte contro la propria discriminazione e non desidera che ogni altra discriminazione venga meno, forse, è ancora soggetto discriminato, ma è già soggetto discriminante . La vittima che diviene aguzzino è peggiore di qualsiasi aguzzino. Il bene particolare che non desidera il bene universale è l’archetipo del danno.E quale sarebbe dunque l’antidoto all’autodeterminazione dei popoli? E all’enfasi di quella personalistica ed egoica?Eppure, se solo si immagina come e quanto la fase di specie, che sta compiendo il proprio salto nella fase dell’attuale macchinismo, abbia da affrontare problemi di nuova specie, a formulare una critica degli identitarismi sembra di affondare in una palta di ceneri bagnate.Ci vuole un gran falò per disperdere le ceneri del mondo. Per non farsi seppellire da esse. Tale falò, lo avvertiamo anche con inquietudine e con brividi di timore, è già acceso, ben oltre queste arcaiche convinzioni di una specie che è giunta, come si diceva, e non da ora soltanto, a un passo dal baratro.Nel fuoco della Storia c’è sempre qualcosa di indicibile che viene detto senza possibilità d’ascolto. Quel detto impossibile a sentirsi, perché si è sempre intenti ad ascoltare il crepitio della materia e non l’ardere del fuoco. Quando il bruciato diviene polvere, quando non c’è niente a riscaldare sotto la cenere, il fuoco si riprende la parola. E prova a dire l’inascoltato d’altri tempi, ciò che altri tempi hanno evitato di ascoltare. E che rischia di essere il libro scritto e mai letto del futuro che la specie attende.Si vedono ceneri ovunque. Ovunque ceneri come immense ragnatele a ghermire il mondo. La cenere sta nella confusione del mondo. Nel suo sfinimento. Adesso che il mondo è cenere, il fuoco ritorna necessario. Tocca di nuovo al fuoco di parlare. Pino Tripodi, già fondatore di DeriveApprodi, ha pubblicato per Milieu SetteSette , una rivoluzione. La vita (2012);  La zecca e la malacarne (2014) , Pianetica  (2022), testo cofirmato con Giuseppe Genna e  Uccidere la colpa  (2024).

  • selfie da zemrude

    Cronache del Boomernauta: Gaia e le metatecniche selvagge. Fabulazione speculativa ecologica Parrot Cos’è questo progetto? Cronache del Boomernauta è una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Attraverso 25 episodi pubblicati in formato feuilleton, racconta il tracollo di un mondo e la resistenza parziale di ciò che resta. Il Boomernauta, viaggiatore del tempo come l’Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez, suo predecessore, non è un eroe né un narratore onnisciente, ma innanzitutto una figura politica, considerando che ha partecipato come militante ai movimenti degli anni sessanta e settanta. Il suo modo di esporre le vicende del futuro è politicamente orientato e lui non lo nasconde. Ma è anche un "personaggio concettuale", à la Deleuze e Guattari, che opera diagnosi, prospettive e analisi che descrivono un piano di immanenza e che interviene nella creazione stessa dei concetti che lo popolano. Tutto ciò si svolge attraverso diffrazioni dello spacetimemattering [1] – termine cardinale della filosofia di Karen Barad che indica come queste tre entità emergano attraverso le intra-azioni – che si producono nell’incontro fra lo sguardo novecentesco del Boomernauta e le vicende di futuri prossimi e reconditi. Le illustrazioni di Martino Saccani Le figure non sono semplici accompagnamenti al testo ma vere intra-azioni, descrizioni virtuali per immagini di trans-formazioni, upgrades e downgrades del reale. Sono frames estratti dal processo di crisi in atto che dialogano con le parole del Boomernauta, le disturbano e le amplificano. Destrutturando la realtà, saturandola, dissolvendola e frammentandola, le visioni di Alessandra_Viganò (al secolo scorso Martino Saccani) aprono spazi di risonanza e suggeriscono al lettore immaginari di un futuribile domani. Coordinamento editoriale : Maurizio ‘gibo’ Gibertini NOTA : [1] Il termine "spacetimemattering" di Karen Barad è una parola creata per descrivere il modo in cui la materia e lo spaziotempo emergono attraverso le intra-azioni e siano intrinsecamente legati. Il concetto fa parte della teoria filosofica dell’Agential Realism. Introduzione alla pubblicazione seriale su ahida di Giuliano Spagnul «L'uomo è involuto in se stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l'uomo non vede più.» Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La tartaruga, 2024, p. 57 Sono passati più di cinquant'anni da questa lapidaria invettiva e l'uomo continua a non vedere. O, per lo meno, ciò che vede è l'inevitabile esaurirsi delle risorse del suo pianeta a cui può solo ovviare con un secondo pianeta da conquistare. E, siccome non è lì bell'e pronto da abitare, da terraformare. C'è qualcosa di assolutamente surreale, e forse inquietantemente patologico, in questa idea di consumare qualcosa fino all'osso per poi sputare l'osso e trovare qualcos'altro da consumare a sua volta e così via all'infinito. Ma il paradosso estremo è che quel qualcos'altro da conquistare è ancora più spolpato di quell'osso che si vorrebbe gettare. E quindi va artificialmente reso fertile e fecondo di nuove risorse per poterlo sfruttare. Ma allora perché, si chiede una giovane astrofisica, divulgatrice, Silvia Kuna Ballero presentando il suo libro Rapsodia marziana (Codice Edizioni, 2025) alla libreria Anarres di Milano, non terraformare il pianeta esausto che già abbiamo? Terraformare il pianeta Marte con i mezzi e i saperi odierni è praticamente impossibile, al di là di quel che ne pensa un infantile miliardario, e quell'ipotetico «forse tra qui a cinquant'anni» timidamente avanzato dall'autrice suona più come una rimanenza di quel luogo comune del progresso spinto sempre in avanti dal semplice accumularsi degli anni che passano. Ma allora, davvero, perché non la Terra che abitiamo e che possiede ancora un'atmosfera e acqua in abbondanza, anche se non proprio in ottima salute? Dare come risposta lo spirito dell'avventura insito nell'umano, la ricerca di quel qualcosa che sta oltre l'orizzonte, quel misurarsi sfidando i limiti che ci sono propri o imposti, non è una risposta sufficiente. Finita l'ultima frontiera di fronte a noi, si guarda in su oltre il cielo, e il dispositivo fantascientifico novecentesco ci ha abituati e rodati efficacemente a questo: ci ha reso familiare e tutto sommato accettabile l'idea di dover abbandonare la Terra. Non è un caso che Bruno Latour non amasse la fantascienza. Così infatti descrive i moderni in La sfida di Gaia (Meltemi, 2020): «non vedono l'avvenire se non in forma di romanzo futuristico. Nulla di sorprendente in ciò: non hanno mai prestato particolare attenzione alla direzione in cui stanno andando, ossessionati dall'idea di sfuggire al loro attaccamento alla Terra. Pronti al distacco, sembrano veramente ingenui quando incontrano la prospettiva del riattaccamento a una nuova residenza, della delineazione di un nuovo nomos. Somigliano ad astronauti che si apprestano a fare un giro d'esplorazione nello spazio senza tuta.» (p. 337) La risposta a tutto questo in realtà è molto semplice: se non si vuole abbandonare la Terra si dovrà abbandonare il capitalismo. E qui chi prospera e vive di capitalismo farà di tutto per convincerci del contrario e di strumenti ne ha tanti: una nuova avventura entusiasmante e meravigliosa è possibile! Certo non per tutti, forse per pochi, ma la razza umana sopravviverà proprio grazie a questi pochi, sorteggiati dalla fortuna o scelti tra i migliori o in una combinazione tra le due; ma l'importante è il nuovo sogno collettivo a cui tutti, con il loro lavoro e il loro entusiasmo parteciperanno. La fabula speculativa, il racconto di questo boomernauta del tempo, in questa sorta di antifantascienza (non me ne vorrà l'autore per questa definizione che a suo tempo fu affibbiata all'opera di un grandissimo come James G. Ballard) ci racconta proprio questo grande inganno e come immaginare le possibili forze antagoniste in grado di opporsi. Ogni episodio può essere letto come un frammento autonomo, ma connesso a un flusso narrativo complesso, in cui si intrecciano realtà riconoscibili e immaginazione critica.

  • il secondo senso

    Cosa stiamo facendo in questo comparto Ariel Gangi Curare un comparto come questo non significa, nelle nostre intenzioni, parlare di cose di donne o di soggettività femminilizzate o di «genere» (il miglior falso amico del femminismo!), bensì parlare in piena libertà e far parlare più voci sui temi più disparati, che però sono accomunati dagli occhiali dalla critica femminista per guardare al mondo contemporaneo. Perché questo comparto ospita un articolo sul mestiere del cuoco e il lavoro casalingo, uno sulla migrazione italiana in America e uno sulla nostalgia come sentimento conservatore? Come c’entrano tutte queste cose con, ad esempio, l’ecofemminismo o il lavoro riproduttivo? Sul nascere della rivista abbiamo scelto di dedicare una sezione specifica ai femminismi (al plurale!) contemporanei perché spesso incorporano punti di vista inusuali da cui guardare ai fatti di cronaca, ai fenomeni sociali e alle relazioni che si creano all’interno di questi. Sia che si tratti di microscopiche tecniche narrative (partire da sé, dall’esperienza incarnata di chi parla), sia che si tratti dell’analisi di macro tendenze politiche, come i nuovi fascismi o la crisi ecologica, il femminismo (qui al singolare perché inteso come «termine ombrello» o come strumento) si sforza di dare voce all’indicibile. Ovvero indaga il posizionamento di chi parla, chi è e da dove emerge la necessità storica di parlare di certi argomenti. In parole povere, tornando sul livello micro, il fatto che io sia una donna bianca nata in Occidente con origini partenopee e che faccia la cuoca ecc. «fa» qualcosa. Questo qualcosa significa che ciò di cui mi interessa parlare dipende dalla mia storia e dalle relazioni con altre storie e con la storia del mondo che attraverso. Così ad esempio Silvia Federici, quando parla di Karl Marx, dice che non le importa quale sia il coronamento dell’analisi linguistica più corretta dei Grundrisse e della migliore interpretazione del «frammento delle macchine» ma piuttosto il fatto che Rosa Luxemburg e il movimento spartachista fossero contro l’aborto perché nella loro interpretazione dei testi di Marx l’interruzione di gravidanza era letta come una pratica borghese, creando grandissima confusione per i movimenti femministi tedeschi dei decenni successivi. Che l’analisi della Luxemburg dell’opera marxiana fosse scorretta non importa, poiché conta il fatto che quell’interpretazione, giusta o sbagliata che fosse, ha avuto degli effetti materiali sulle generazioni di donne e di militanti a venire in quel pezzo di Europa. Dall’altro lato c’è una faccenda molto importante messa in luce da alcuni femminismi oggi, anche molto diversi tra loro, che riguarda la storia dei concetti e la genealogia delle parole usate sia analiticamente che politicamente. Ma intanto basti dire che per molte pensatrici oggi, a diverse latitudini (da Veronica Gago a Federica Giardini a Donna Haraway a Bell Hooks a Vandana Shiva fino ad Ariel Salleh, il cui pensiero sarà protagonista del prossimo testo di questo comparto insieme alla sua intervista), nella loro pratica filosofica/militante non risulta tanto importante delineare un neologismo o la descrizione di un concetto, come potrebbe essere quello di cambiamento climatico o di «fascismo dell’apocalisse». Perché secondo queste autrici e attiviste i concetti vengono meglio spiegati dal loro conflitto con altri concetti, le idee emergono dal loro scontro con chi le insidia. Per cui per parlare di ecologia politica oggi risulterebbe più utile partire dai suoi falsi amici: ambiente, natura, clima. Oppure per parlare dello stigma che pende sull’essere femminista in Italia sarebbe forse più utile parlare del berlusconismo televisivo, della crisi interna ai movimenti postavanguardisti, dello sciopero silenzioso della maternità in Italia o della cultura dello stupro istituzionalizzata e secolarizzata. Così come non conterà, come suggeriscono certi pensatori ebrei socialisti professori di Cambridge, che il sionismo storico non è quello utilizzato da Netanyahu, che ne fa un’interpretazione tendenziosa, perversa e scorretta. Ma invece conterà il fatto che a prescindere dall’uso corretto o scorretto del termine sionismo rispetto alle intenzioni originarie del popolo ebraico della diaspora, oggi nella realtà materiale del genocidio, fuori dal delirio simbolico, sotto e per conto di questa parola stanno morendo decine di migliaia di persone. Tutto questo per dire che curare un comparto come questo non significa, nelle nostre intenzioni, parlare di cose di donne o di soggettività femminilizzate o di «genere» (il miglior falso amico del femminismo!), bensì parlare in piena libertà e far parlare più voci sui temi più disparati, che però sono accomunati dagli occhiali dalla critica femminista per guardare al mondo contemporaneo. Infine torniamo all’inizio, ovvero al nome di questo comparto: «Il secondo senso». Quando Simone de Beauvoir scrisse «Il secondo sesso» (Le Deuxième Sexe, Parigi, 1949), ci ha fatto un grande regalo ma ci ha dato anche un enorme accollo. Perché come Il Corano, La Bibbia, Il Capitale, La Divina commedia, Così parlò Zarathustra, ecc. è uno di quei libri che è stato sottoposto a talmente tante interpretazioni diverse che oggi potremmo dire che molti pensieri femministi odierni, da quello liberale bianco, borghese e conservatore di alcuni ambienti neoliberisti occidentali a quello rurale radicale in India a quello decoloniale e cosmogonico dei popoli originari dell’America latina, subiscono l’influenza, anche molto indirettamente, di interpretazioni che sono contro o a favore delle tesi più controverse di questo libro, dalla seconda metà del Novecento a oggi. Come la tesi che (presumibilmente?) sancisce che «donna non si nasce, si diventa», suggerendo forse che la donna è una costruzione sociale, un’idea situata storicamente e non un animale biologicamente diverso dagli altri della sua specie (si pensi all’interpretazione che oggi Donna Haraway fa della natura, quando dice che «Né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. La natura è, strettamente, un luogo comune»). Qui però il «senso» – e non il sesso – è descritto come «secondo» non per suggerirne una subalternità gerarchica ma per sottolineare il mondo dell’invisibile, del sommerso, della complessità e della profondità di senso, descritto dalla problematica sfera della femminilità (che sia essa subita o esercitata strategicamente, da persone che non sono donne/femmine in senso biologico ma che sono considerate tali secondo lo stigma storico che ciò comporta). Dunque nel senso di ciò che segue (secundus) oltre al senso dominante ma anche in conformità a ciò che penso (secondo me, secondo te). Quindi, senza tirarla troppo per le lunghe, chiunque scriva o voglia scrivere qui condividerà un metodo e un posizionamento verso l’osservazione degli scenari contemporanei, tale per cui non conteranno le verità, semmai questo abbia avuto senso nella storia, non conteranno i simboli e i loro significati assoluti ma le storie e le relazioni (non solo umane o umanoidi) che stanno dietro alle parole, alle immagini, agli incontri, agli scontri e all’andare del mondo. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

  • konnektor

    Gaza è Rio De Janeiro. Gaza è il mondo intero Thomas Berra Pubblichiamo l'articolo di Raul Zibechi tradotto dal collettivo internazionalista Nodo Solidale e apparso su desinformemonos.org per gentile concessione dell'editore. L’articolo denuncia il massacro di oltre 130 giovani neri e poveri nelle favelas di Rio de Janeiro, uccisi dalla polizia durante un’operazione militare presentata come lotta al narcotraffico. L’autore accusa il governo di complicità in una vera e propria guerra contro i poveri e critica l’impunità delle forze repressive. L’episodio viene collegato a un contesto globale di violenza sistematica e di repressione contro i popoli oppressi — da Gaza al Chiapas, dal Cauca al territorio mapuche — che l’autore interpreta come espressione di un capitalismo predatorio e genocida. Il testo invita alla solidarietà internazionale e alla resistenza collettiva, trasformando il dolore per le vittime in indignazione e lotta contro un sistema che si fonda sulla morte e sull’esclusione sociale. Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore che ci provoca il massacro di oltre 130 giovani neri, poveri, uccisi dalla polizia di Rio de Janeiro, con la scusa di combattere il narcotraffico. Si è trattato di un’operazione di guerra urbana in cui il governo dello Stato ha mobilitato 2.500 poliziotti in assetto da guerra, oltre a blindati ed elicotteri per attaccare i complessi delle favelas Penha e Alemao nella zona nord della città, un’area con un’alta concentrazione di popolazione povera. Si tratta di due complessi di favelas che superano i 150.000 abitanti, con un’enorme densità di popolazione. Il governo di Rio ha dichiarato che ci sono stati 60 morti, ma la popolazione delle favelas ha portato nelle piazze più di 50 corpi che non figuravano nel conteggio ufficiale, lasciando il dubbio su quanti siano stati uccisi. Finora il numero supera i 120. Le reazioni non si sono fatte attendere, dalle organizzazioni per i diritti umani alle Nazioni Unite, che si sono dette “inorridite” dal massacro. Al di là dei dati, ci sono fatti rilevanti. Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui devono guardarsi i popoli e le persone oppresse del mondo. Per chi sta in alto, si apre un periodo di caccia indiscriminata alla popolazione “in esubero”, perché hanno la garanzia dell’impunità. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Può essere Quito, San Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o Wall Mapu; la montagna di Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo che uccide per accumulare sempre più rapidamente. Dicono narcotrafficanti con la stessa indifferenza con cui dicono palestinesi, mapuche o maya. Sono solo scuse. Argomenti per le classi medie urbane. Ma la storia recente ci mostra che quello che stanno facendo è creare laboratori per il genocidio. Nel tranquillo Ecuador, quando i popoli indigeni li hanno sconfitti nella rivolta del 2019, hanno reagito liberando i più feroci criminali nelle carceri trasformate in luoghi di sterminio, dove i media mostravano i detenuti che giocavano a calcio con la testa di un decapitato. Nel Cauca, l’estrazione mineraria a cielo aperto e la coltivazione di droga hanno esacerbato la violenza paramilitare contro le comunità Nasa e Misak che resistono e non si arrendono, rendendo la regione la più violenta di un paese già di suo violento. Nel territorio mapuche, sia in Cile che in Argentina, i poteri forti hanno deciso che coloro che non si arrendono devono essere definiti “terroristi”, con il risultato che oggi ci sono più prigionieri mapuche che sotto le dittature di Pinochet e Videla. In Messico, tutto è chiaro, così chiaro che i media e i governi non vogliono farcelo vedere, mascherando la violenza con discorsi che ne sottolineano solo la complicità. La violenza sistematica in Guerrero e in Chiapas dovrebbe essere motivo di scandalo. A Rio de Janeiro, un sociologo dice spesso che il narco non è uno Stato parallelo, ma lo Stato realmente esistente. Compresi tutti i governatori degli ultimi decenni, con il loro entourage di imprenditori mafiosi, deputati e consiglieri comunali che costituiscono un potere ereditato dagli squadroni della morte della dittatura militare. Gaza ci pone in un altro luogo, di fronte ad altre sfide. La prima è comprendere che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire che questo sistema è composto dalla destra e dalla sinistra, dai conservatori e dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci da soli, perché nessuno lo farà per noi. Il mondo che abbiamo conosciuto sta crollando. Piangiamo quei giovani uccisi a Rio, quei corpi distesi sull’asfalto. Trasformiamo le nostre lacrime in fiumi di indignazione e in torrenti di ribellione. Raul Zibechi è nato a Montevideo nel 1952. E' un giornalista e scrittore. Tra il 1987 e il 1991, ha percorso il Perù, l'Ecuador e la Colombia, dove ha avuto lunghi rapporti con le comunità indigene locali. In italiano sono stati pubblicati: ll paradosso zapatista (Eleuthera, 1998) Genealogia della rivolta (Sossella, 2003), Alba di mondi altri. I nuovi movimenti dal basso in America Latina (Museodei by Hermaten, 2015) e Tempi di collasso. I popoli in movimento (Nuova Delphi, 2021).

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    # 3 I nuovi fascismi e la riconfigurazione della controrivoluzione globale Asemic Archway Il presente testo è stato originariamente redatto come materiale per il workshop del collettivo <>, tenutosi nel marzo 2025 presso il Sitio de Memoria Providencia di Antofagasta (Cile) e intitolato Guerra, crisi e fascismi. La versione qui proposta, pubblicata originariamente sul sito del collettivo, include alcune modifiche apportate successivamente, alla luce delle discussioni e delle interazioni avute con i partecipanti e i collaboratori. Attraverso la lettura di diversi autori, il testo propone un’analisi articolata sul fenomeno del fascismo. Come sottolineano gli autori stessi, alcuni passaggi e fasi di tale riflessione risultano complessi e sfaccettati, una caratteristica dovuta alla natura stessa dell'oggetto di indagine, sempre più camaleontico e sfuggente. Nonostante ciò, gli autori riconoscono la necessità di approfondire l’analisi delle nuove forme di fascismo facendo chiarezza su come esse rappresentino oggi uno degli strumenti principali attraverso cui il capitale tenta di salvarsi dalla crisi da esso stesso generata. Pubblichiamo il testo a puntate per gentile concessione del collettivo <> e della redazioni di Ill Will dove è apparso l’articolo proposto. Di seguito la terza puntata. Ai seguenti link è possibile leggere il primo testo e il secondo. 4.1 L'accelerazione capitalista e la NRx. La tendenza all'accelerazione del capitale sembra puntare definitivamente a un divorzio dalla democrazia liberale e, senza dubbio, la forma specifica che risulterà da questa accelerazione suicida supera quella della gestione neoliberista dello Stato. I movimenti neo-reazionari che guidano questa cieca avanzata del capitale – come una profezia che si autoavvera – sostengono da diversi anni l'inadeguatezza della democrazia rappresentativa nella tutela della proprietà privata, accompagnata da una critica alle idee umanitarie dell'Illuminismo (egualitarismo, pensiero razionale e libertà). È il caso di parte del libertarismo (o "anarcocapitalismo") e, in particolare, di autori come Rothbard o Hans-Hermann Hoppe. Quest'ultimo è il più "radicale" - per non dire reazionario - dei due, in quanto ritiene preferibile il ritorno alle monarchie occidentali - che considera un male minore - come alternativa alle democrazie - che ritiene responsabili del declino sociale. Hoppe distingue la democrazia dalla monarchia, in quanto la prima è una forma di governo di proprietà pubblica, promossa dalla socialdemocrazia e universalizzata dopo la prima guerra mondiale, mentre la seconda è una forma di governo di proprietà privata (la monarchia), in cui il re è il legittimo proprietario di un territorio (il suo regno). L'argomento principale di Hoppe per affermare che i governi di proprietà privata sono più efficienti nella difesa della proprietà e del libero mercato è la continuità della proprietà attraverso l'eredità, che porta i re a pensare a lungo termine e quindi a mantenere una spesa fiscale minore. In definitiva, non è altro che un promotore del contrattualismo hobbesiano moderno. Le ridicole argomentazioni pro-monarchiche di Hoppe e della proprietà privata del governo trovano una certa continuità nell'opera di altri riferimenti del movimento reazionario contemporaneo, in particolare nell' “Illuminismo oscuro”. Curtis Yarvin, Nick Land e soprattutto Michael Anissimov, le cui idee hanno trovato spazio nell'attuale governo Trump, condividono la critica di Hoppe all'egualitarismo e alla democrazia, ma la portano all'estremo. Rispetto al libertarismo, l'Illuminismo Oscuro, o NRx, è un movimento molto più difficile da classificare e che, proprio grazie a questo alone di mistero, è riuscito a infiltrarsi in alcuni settori dell'estrema sinistra incapace di riconoscere nelle sue affascinanti posizioni filosofiche il pericolo che esse comportano. Sebbene condivida elementi centrali con l'ideologia controrivoluzionaria, possiamo trovare le sue influenze in riferimenti di tendenze ed epoche molto diverse (poststrutturalismo, fantascienza, teorie del complotto, pensiero reazionario e libertarismo). Da un lato, assume la critica all'Illuminismo e afferma una comprensione neo-hobbesiana della natura umana, posizioni che non solo danno il nome al suo movimento, ma sono parte fondamentale di una prima fase del suo progetto politico: la promozione di una figura autoritaria che gestisca la popolazione e assicuri l'accelerazione capitalista. La linea anti-illuminista seguita da Land e compagni sembra risalire alle radici del pensiero reazionario nell'opera del suo primo grande teorico: Joseph de Maistre (1753-1821). Ma ciò che realmente differenzia la NRx da altre espressioni della controrivoluzione è la sua origine accelerazionista nella controcultura cyberpunk. La corrente neoreazionaria cattura con successo i sogni della controcultura tecno-ottimista dei primi anni '90 e allo stesso tempo la sua inversione distopica. La NRx si configura all'interno della tensione tra il primo ottimismo per il "potenziale infinito" delle reti e delle nuove tecnologie e la sua risposta critica alle tecnodistopie capitaliste, affermando la materializzazione di quest'ultima come suo fine, che nella versione più sofisticata di Land può essere descritta come «una visione dell'intelligenza artificiale capitalista di portata planetaria: un vasto sistema infinitamente capace di sopportare fratture e manipolazioni di fronte al quale la volontà umana è diventata obsoleta». Nella NRx, la negazione dei valori dell'Illuminismo non ha come obiettivo la conservazione dello status quo, ma propone piuttosto una riconfigurazione che consenta una difesa più efficiente ed estrema dell'ordine capitalista, superando in questo processo lo status quo attraverso una critica reazionaria fondamentalmente opposta a quella rivoluzionaria. Pertanto, non si verifica una completa assimilazione degli elementi caratteristici di altre tendenze più antiche, come il pro-monarchismo e l'anti-egualitarismo, ma piuttosto li trasforma in modo utilitaristico per il suo progetto politico tecno-distopico. Ad esempio, dalla preferenza conservatrice per una monarchia classica si passa alla comprensione landiana secondo cui la tendenza all'accelerazione capitalista porta all'adozione di una sorta di tecnomonarchia corporativa, come forma di gestione più efficiente per il capitale. Per i teorici della NRx, lo Stato sarebbe gestito come una società per azioni (SpA), la proprietà privata del governo sarebbe in mano a un amministratore delegato (CEO), che sarebbe proprietario del territorio e delle sue risorse, mentre l'aristocrazia sarebbe azionista di questa SpA. Affinché questo sistema sia funzionale, Yarvin propone che questi Stati-società siano di piccole dimensioni, più simili a città-Stato. È qui che entra in gioco uno dei progetti più ambiziosi della NRx: la colonizzazione marina (o seasteading). La costruzione di abitazioni permanenti su piattaforme marittime al di fuori della giurisdizione di qualsiasi nazione esistente. Questo progetto è promosso principalmente da Patrick Friedman, nipote di Milton Friedman e fondatore del Seasteading Institute. Come potrete notare, non è un'idea così assurda, vista l'attuale trasformazione dello Stato- nazione e la sua assimilazione alle principali corporazioni del mondo. Infatti, nella ricerca di nuove forme per sostenere il peso della guerra tecnologica, la Cina sta progettando la costruzione di una base dati marittima a 35 metri sotto il livello del mare. L'area marittima, lungi dall'essere terreno di fantascienza, è uno scenario possibile, che sta già diventando realtà. Non è un caso che il governo Trump sia l'esempio più vicino a questa forma neo-corporativista di amministrazione dello Stato. D’altronde è noto l'interesse per l'opera di Yarvin da parte di J.D. Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, e di Steve Bannon, ex consigliere presidenziale e capo stratega del team di Donald Trump durante il suo precedente governo. Indipendentemente dal fatto che gli esercizi prefigurativi di teoria-finzione della NRx si rivelino efficaci o meno —quella che Land definisce “iperstizione”, una finzione che genera il futuro che predice—, è evidente che l’accelerazione della macchina capitalista nella sua attuale fase di decadenza civilizzatrice mostra come la forma del capitale oggi trascenda quelle precedenti. Per questo motivo, non dobbiamo leggere i fenomeni reazionari attuali, incarnati da figure come Trump o Milei, come prodotti compiuti, ma come momenti di un processo ancora in divenire, in continua evoluzione. Discutere se siano o meno fascisti è meno rilevante rispetto alla consapevolezza che la loro attuale configurazione materiale riflette la crisi strutturale del capitale. Lo studio del reazionario diventa così uno strumento pratico per contribuire all’abolizione dei rapporti sociali capitalistici che li generano, ossia per confrontarsi in maniera radicale con il capitale e le sue categorie fondamentali. Secondo la visione accelerazionista, il capitalismo si abbatte su di noi come una mostruosità liquida e acceleratrice, capace di inglobarci: e, secondo Land, va accolto come tale. La storia del lavoro schiavistico e della lotta di classe, letteralmente mostruosa, viene oscurata nella figura dell’iperstizione del mostro lovecraftiano Shoggoth, simbolo di dinamismo liquido e acceleratore. L’orrore di questo scenario comporta l’oblio della lotta di classe —anche in forma fittizia o dubbia— e l’abolizione dell’attrito, a favore di un’immersione totale nel flusso del capitale. Fascismo e democrazia. È innegabile che la narrativa dell’avvento del fascismo abbia una particolare utilità, e non sorprende il suo rilancio in corrispondenza di ogni periodo elettorale. Il processo è piuttosto semplice: rispondere alla minaccia fascista con l’unità dell’insieme della società civile in un unico Fronte, la cui pratica si traduce nelle urne e, talvolta, anche in scontri di piazza e proteste. L’obiettivo è sempre lo stesso: proteggere la democrazia dalla minaccia dittatoriale del fascismo. O, più precisamente, difendere un capitalismo moderato. Il fascismo è l’adulazione del mostro statale; l’antifascismo è la sua apologia più sottile. La lotta per uno Stato democratico consolida inevitabilmente lo Stato e, invece di estirpare le radici del totalitarismo, ne stringe le grinfie sulla società . Partendo dall’analisi situata del fascismo razziale di Angela Davis e George Jackson, già discussa all’inizio, emerge la particolare forma di sopravvivenza del fascismo all’interno delle democrazie, che permette di parlare oggi di fascismi democratici. Ne consegue che la pratica antifascista, concepita come difesa della democrazia intesa come male minore, risulta inefficace e, di conseguenza, destinata a fallire. Questa conclusione non appartiene solo agli autori radicali neri: già Amadeo Bordiga, nel 1921, durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista, metteva in guardia sul vero carattere della democrazia: La democrazia borghese agisce tra le masse come un mezzo di difesa indiretta, mentre l'apparato esecutivo dello Stato è pronto a ricorrere a mezzi violenti e diretti, non appena gli ultimi tentativi di attirare il proletariato sul terreno democratico saranno falliti Allo stesso modo, nella sua denuncia del fascismo due anni dopo, lo comprendeva non come una rottura imminente con la democrazia borghese, poiché questo proveniva da essa: «Il fascismo incorpora la lotta controrivoluzionaria di tutte le forze borghesi alleate e per questo motivo non è necessariamente obbligato a distruggere le istituzioni democratiche». Ciononostante, la critica alla democrazia non accompagnò la critica al fascismo, per cui divenne opinione comune la convinzione che esista una totale opposizione tra la democrazia e il fascismo. L’analisi di Davis e Jackson sul fascismo razziale e democratico si colloca a oltre quattro decenni di distanza dal fascismo denunciato da Bordiga. La possibilità di un fascismo democratico era già insita nella forma originaria del fascismo della prima metà del XX secolo? Giorgio Agamben, in Stato di eccezione, sottolinea un punto cruciale: né Hitler né Mussolini salirono al potere con un colpo di Stato. Mussolini era il capo del governo, investito legalmente di tale carica dal re, così come Hitler era il cancelliere del Reich, nominato dal legittimo presidente. Ciò che caratterizza sia il regime fascista che quello nazista, come è noto, è che entrambi hanno permesso il mantenimento delle costituzioni in vigore (rispettivamente lo Statuto Albertino e la Costituzione di Weimar) – secondo un paradigma che è stato acutamente definito come "Stato duale" – affiancando alla Costituzione legale una seconda struttura, spesso non formalizzata giuridicamente, che poteva esistere accanto all'altra solo grazie allo stato di eccezione. Il termine "dittatura" è del tutto inadeguato per descrivere tali regimi dal punto di vista giuridico, così come d'altra parte l'opposizione secca democrazia/dittatura è equivoca per un'analisi dei paradigmi di governo oggi dominanti. Sebbene l’attuazione dello stato di eccezione da parte dei regimi fascisti non fosse una novità, non ne fu nemmeno una caratteristica esclusiva. Lo stato di eccezione ha origini nella Francia rivoluzionaria e la sua applicazione secondo legge si riscontra lungo tutto il secolo successivo, in particolare durante la repressione della Comune di Parigi nel 1871. Durante la Prima guerra mondiale si diffuse come politica generalizzata, e successivamente fu adottato dalle democrazie liberali in crisi a causa della guerra e della Grande Depressione, come nel caso di Franklin D. Roosevelt negli Stati Uniti, ma anche per reprimere insurrezioni operaie. Una volta saliti al potere, fascismo e nazionalsocialismo sfruttarono pienamente il corpus normativo preesistente, la cui riorganizzazione —soprattutto in Germania— proseguì la linea dei governi socialdemocratici. L’apparato costituzionale delle democrazie liberali, che includeva la sospensione legale della costituzione e dei diritti fondamentali attraverso lo stato di eccezione, servì da transizione per l’installazione delle macchine da guerra fasciste e naziste nella loro forma più completa durante la Seconda guerra mondiale. La differenza tra i nuovi fascismi e quelli del passato non risiede nella possibilità di insediarsi all’interno di un quadro democratico, già presente, ma nel modo in cui le democrazie odierne hanno perfezionato le politiche fasciste, consentendo l’uso dello stato di eccezione anche all’interno del quadro democratico. Ciò ha permesso, ad esempio, la costruzione di un’industria intorno al crimine e all’insicurezza, come giustificazione per l’adozione di tali politiche: basti pensare alla politica quasi continua dello Stato di eccezione costituzionale in Cile dal 2019, che si è manifestata come stato di catastrofe durante la pandemia e come stati di emergenza nella “macrozona sud”, con la militarizzazione dell’Araucania, e nel nord per la crisi migratoria. In tal modo, lo stato di eccezione diventa strumento centrale di gestione della popolazione in eccesso generata dal capitale. L’emarginazione fino alla povertà e la promozione dell’economia informale come unica forma di sopravvivenza, necessaria per la produzione di valore, si accompagnano alla repressione sistematica dello Stato e all’aumento dei finanziamenti a polizia e forze armate. Negli ultimi trent’anni di egemonia neoliberista, è diventato comune invocare la difesa della democrazia e dell’ordine, affinché lo Stato dispieghi politiche di persecuzione, repressione e incarcerazione contro “gruppi sovversivi” o “antisociali”, spesso bollati come terroristi, che in realtà includono lavoratori precari, anziani con pensioni minime e donne vittime di violenza sessuale. Scioperi, manifestazioni e blocchi stradali vengono repressi in nome del diritto al lavoro, della difesa della proprietà privata e della libera circolazione. Il fascismo storico ha svolto un ruolo centrale nella riconfigurazione dello Stato contemporaneo, assimilando e perfezionando le forme della controrivoluzione fascista del XX secolo, rendendo possibile il loro impiego senza la necessità di un governo fascista formalmente costituito. L’incorporazione del “fascismo” si manifesta attraverso strategie e tattiche repressive, un corpus giuridico e un uso particolare dell’apparato burocratico diretto verso «popolazioni razzializzate e subalterne, la cui stessa esistenza è percepita come una minaccia», da cui derivano i confini porosi tra “criminale” e “prigioniero politico” L’espansione dell’esperienza razzializzata della negazione dei diritti civili al resto della popolazione è una caratteristica centrale dell’apparato repressivo statale e della sua criminalizzazione estensiva. Il “diritto penale del nemico”, teorizzato da Günther Jakobs, viene applicato a categorie di “nemici” sempre più ampie. L’attuale governo Trump, ad esempio, arresta manifestanti contro il genocidio a Gaza, mentre agli immigrati —in gran parte studenti e accademici— vengono revocati visti e carte verdi per l’espulsione. Nessun settore della popolazione è esente dal rischio di essere classificato come nemico. Ma la persecuzione di un numero così vasto di persone richiede la collaborazione attiva e passiva della popolazione civile, che attualmente è configurata sotto il dispositivo della cittadinanza. Le ricompense per le denunce contro i manifestanti e le persone legate ad azioni dirette sono diventate comuni, come già lo erano durante le dittature sudamericane. In Argentina, nel contesto delle manifestazioni dei pensionati, Patricia Bullrich, ministro della Sicurezza del governo di Javier Milei, ha assicurato che sarebbero state pagate ingenti ricompense a chi denunciasse coloro che "alterano l'ordine pubblico". Allo stesso modo, l'arresto di Mahmoud Khalil, attivista e studente palestinese di laurea magistrale, è stato possibile grazie "a una attiva delazione da parte di colleghi anonimi della stessa Columbia Universiry che avevano documentato la sua partecipazione alle reti studentesche in solidarietà con la Palestina". .E nel dicembre dello scorso anno, durante le indagini sull'uccisione di Brian Thompson, amministratore delegato della UnitedHealthCare (la principale compagnia di assicurazioni degli Stati Uniti), il presunto colpevole, Luigi Mangione, è stato catturato grazie alla denuncia di un dipendente di una catena di fast food. La linea legale che separa chi è o considerato un "criminale" o "antisociale" dall'essere un cittadino come gli altri si riduce al fatto che questi collabori o meno alla repressione del primo. Con il pretesto dell’antiterrorismo come della lotta contro la «criminalità organizzata», ciò che si disegna di anno in anno è la costituzione in materia penale di due diritti distinti: un diritto per i «cittadini» e un «diritto penale del nemico». È un giurista tedesco, apprezzato a suo tempo dalle dittature sudamericane, che lo ha teorizzato. Si chiama Günther Jakobs. La feccia, gli oppositori radicali, i «teppisti», i «terroristi», gli «anarchici», in breve: l’insieme di quelli che non provano abbastanza rispetto per l’ordine democratico in vigore e che rappresentano un «pericolo» per «la struttura normativa della società»; Günther Jakobs nota che a questi, in misura sempre maggiore, viene riservato un trattamento derogatorio del normale diritto penale, fino a non rispettare più i diritti costituzionali. Non è logico, in un certo senso, trattare da nemici quelli che si comportano come «nemici della società»? Non stanno «escludendosi dalla società»? E non si dovrebbe ammettere allora l’esistenza, per loro, di un «diritto penale del nemico» che consiste giustamente nell’assenza completa di ogni diritto? Epilogo: consigli per superare il fascismo totale - asperità concettuali e rivoluzionarie. Di: Amapola Fuentes. Pascal aveva un abisso che con lui s’agitava. – E tutto è abisso! – Azioni, desideri, sogni, parole! E sui miei peli tutti ritti sento spesso passare il vento della Paura. In alto, in basso, ovunque, profondità, silenzio, spazio che spaventa e attira… Dio, col suo dito sapiente, in fondo alle mie notti segna un incubo multiforme e senza tregua. Ho paura del sonno come si ha paura d’un gran buco, tutto pieno di vago orrore, che porta chissà dove; da ogni finestra non vedo altro che infinito, e il mio spirito, sempre ossessionato di vertigine, invidia l’insensibilità di questo nulla. – Potessimo non uscire mai dai Numeri e dagli Esseri! L'Abisso, Charles Baudelaire, 1868. Se il testo è stato complesso e, a tratti, sembrava aver perso il filo iniziale, è perché il fenomeno del fascismo e i suoi sviluppi teorici e pratici sono complessi, ma necessari da comprendere. La storiografia del concetto di fascismo e delle sue diverse espressioni è qualcosa che a volte perde le tracce, e noi ci impantaniamo in quel fango. Dobbiamo allontanarci dallo stereotipo secondo cui "diciamo che tutto è fascismo". No, non tutto lo è, ma ci sono molti fenomeni odierni che non rispondono al fascismo storico e che tuttavia fanno parte delle sue nuove tendenze. Soprattutto quelli che chiamiamo accelerazionisti, che nella loro forma più comune attraverso mega-aziende multinazionali legate alle nuove tecnologie e alla ricerca tecnico-produttiva, hanno come progetto quello di generare l'obsolescenza della maggior parte dell'umanità. Cioè sostituire definitivamente la manodopera umana in un processo di automazione globale del capitale, facendo esplodere nel processo i suoi prerequisiti di esistenza e di produzione di valore. Questi deliri, molto nello stile di Nick Land, non sono senza senso, ma fanno parte di un progetto capitalista comune. Tesla, Defense Advanced Research Projects Agency, Aldebaran, Meka Robotics, tra le altre, sono alcune delle aziende che promuovono la ricerca e la produzione di un'entità tecnica che sostituisca l'umanità nelle sfere riproduttive del capitale. Né le fantasie speculative di Land, né la tecnofobia neoluddista sfuggono alla realtà catastrofica del presente: è urgente trovare una via d'uscita reale diversa dalle proposte reazionarie, che costituisca quindi la base di qualsiasi progetto rivoluzionario. Nel frattempo, da altre prospettive reazionarie, più che accelerazioniste, si propone un rallentamento della macchina capitalista, che per altro non è possibile, né auspicabile da un punto di vista rivoluzionario. Non è possibile rallentare una macchina affinché continui il suo movimento necrofilo, ma con minore intensità. Comprendendo ciò, il rallentamento si traduce in una difesa locale degli effetti diseguali della tendenza distruttiva del capitale. Se le diverse forme reazionarie hanno in comune la persistenza di uno spirito arcaico, nostalgico delle vecchie forme organizzative ed esistenziali, ciò che le distingue è l'assenza della componente rivoluzionaria. Il rallentamento è puramente conservatore, e sul piano pratico si traduce nell'adozione di una strategia di difesa selettiva, per la conservazione e/o il recupero di alcune forme particolari di esistenza all'interno di un territorio specifico. La facilità con cui la popolazione aderisce ai loro discorsi basati su pratiche che sembrano così comuni e innocenti come la difesa dell'ambiente naturale e il rifiuto dell'individualità capitalista, ma intese attraverso la difesa della proprietà e l'esaltazione patriottica della "comunità nazionale", genera un grande pericolo. Non è difficile vedere oggi come si siano diffusi discorsi con tinte xenofobe, basati sulla necessità del fascismo di installare la paura di questo o quell'altro nemico, provocando estraneità e rancore, e di fronte al quale sorge l'urgenza di difendersi e di richiedere politiche pubbliche e di sicurezza al riguardo. I settori progressisti della società non sono immuni alle varianti reazionarie della crisi; piuttosto, si mescolano con esse e le promuovono. Potremmo citare innumerevoli esempi del passato, ma ne prenderemo uno degli negli ultimi giorni: in Cile il settore della pesca artigianale ha iniziato a mobilitarsi e a protestare contro il ritardo nell'approvazione della legge sulla divisione delle quote di pesca. Ciò ha influito sull'economia locale e ha avvantaggiato aziende come Marfood, Orizon e Blumar. Per coincidenza, in questo contesto di agitazione, un peschereccio artigianale chiamato Bruma è “scomparso” con sette persone a bordo. Pochi giorni fa è stato rivelato che la barca non è affondata né scomparsa per magia, ma per mano del capitale e dei suoi complici. È stata speronata dalla Cobra, un peschereccio industriale di proprietà della compagnia Blumar. Perché associamo questo evento alla svolta reazionaria dei settori progressisti? Perché i social network e i media sono pieni di risposte che accusano la corporazione dei pescatori di essersi schierata con il fronte del rechazo durante la stesura della Nuova Costituzione del 2022 e che, quindi, dovrebbero “godersi ciò per cui hanno votato”. In altre parole, da questi settori progressisti di “sinistra”, è del tutto coerente che un settore della classe sfruttata, non avendo preso parte a uno slogan o a un momento specifico, meriti la morte per mano delle attuali forze di sicurezza - complici dello Stato, dei suoi agenti repressivi e delle corporazioni nella criminalizzazione della protesta. Qui vediamo chiaramente il carattere nostalgico e irrazionale dei movimenti reazionari: l'“altro” viene definito come il nemico (coloro che hanno votato per “rifiutare” la costituzione) la cui eradicazione ripristinerà la stabilità, e che perdono il loro status di esseri umani, essendo invece visti come poco più che un ostacolo a un fine: una nuova costituzione femminista, ecologica - e tanti altri aggettivi - per il Cile. In pratica, invece di alterare l'espressione locale del modello economico capitalista, lo ha legittimato durante un periodo di rivolta che aveva messo in discussione la logica capitalista. Questo discorso non è solo moralista, ma genera una linea di demarcazione immaginaria tra le classi oppresse, diventando al contempo una disposizione a favore dell'attuazione di necropolitiche per colpire chi è già riconosciuto come altro, che perde la sua condizione di essere umano e, quindi, è legittimamente minacciato di morte all'interno dei discorsi fascisti neoreazionari del presente. Non ripeteremo l'errore di dichiarare che tutto è fascismo, perché così facendo lo rendiamo omogeneo e, allo stesso tempo, significa che nulla è più fascismo. Tuttavia, nella vita quotidiana, possiamo riconoscere innumerevoli azioni che contengono i semi latenti del fascismo e che rischiano di far germogliare alcune delle sue espressioni, con il pericolo di riprodurre le atrocità che si sono verificate in passato e che potrebbero verificarsi nel presente, in un'era di armamenti in cui l'energia nucleare è diventata l'eccezione permanente. § Il tentativo di questo testo è quello di chiarire come il fascismo storico sia emerso, mutato, si sia adattato ai contesti e si sia evoluto, proprio per poter riconoscere la latenza delle sue nuove forme e non ignorarla. Stiamo vivendo un'epoca turbolenta, piena di eventi sconcertanti in cui i concetti hanno confini sfumati, si trasformano e rendono estremamente difficile classificare ciò che stiamo vivendo. Bene, questo è un tentativo parziale di guardare attraverso la confusione del presente e riconoscere le tendenze dello sviluppo della crisi capitalista e le reazioni che ne derivano, per — e a partire da esse — configurare la messa in pratica del comunismo come abolizione del capitalismo e dei rapporti sociali che lo riproducono, attraverso la produzione di misure immediate che sopprimano la frammentazione della vita sociale.

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    Wu Ming 1. Presentazione de Gli uomini pesce, Cascina Torchiera, Milano De Villo Sloan Nel dialogo tra Wu Ming 1 e Tobia D’Onofrio, tenutosi a Cascina Torchiera di Milano in occasione della presentazione de Gli uomini pesce, emergono i temi centrali del romanzo e del metodo di lavoro dell’autore. Il libro intreccia memoria partigiana, crisi climatica e condizione post-pandemica, contrapponendosi alla rimozione collettiva del periodo del Covid-19. Wu Ming 1 riflette sul ruolo politico e critico della scrittura, che deve sfidare l’oblio e l’adeguamento. Attraverso l’uso della speculative fiction e l’ibridazione tra ricerca, inchiesta e narrativa, l’autore sperimenta nuove forme di racconto in cui la dimensione fantastica diventa strumento per indagare il reale. Tale approccio, già presente nei precedenti lavori (Un viaggio che non promettiamo breve, Se vi va bene bene, se no seghe, La Q di Qomplotto), si concretizza ne Gli uomini pesce in un “oggetto narrativo non identificato” che mescola fatti, memorie e invenzione per interrogare criticamente il presente. Concludiamo le riflessioni intorno al volume di Wu Ming 1, Gli uomini pesce, con una parte del dialogo che si è tenuto a Cascina Torchiera di Milano in occasione della presentazione. Tobia D’Onofrio: «A nome di Cascina Torchiera e di Bibliotork Interzona Caronia [1] diamo il benvenuto a te e a tutto il collettivo Wu Ming perché, dopo tanti anni, restate un punto di riferimento importante per tutte le persone che attraversano questo spazio libertario. Due anni fa siete venuti in Torchiera a presentare Ufo 78 [2], un romanzo in cui, tra i ringraziamenti, figura proprio Antonio Caronia, l’esperto di post-umano che dà il nome alla nostra biblioteca/archivio. Nella figura di questo intellettuale che ha segnato la vita di molte e molti di noi abbiamo dunque già individuato un punto di contatto. Questa volta, invece, ritorni come Wu Ming 1 a presentare l’ultimo lavoro Gli uomini pesce [3] – titolo che omaggia un episodio del fumetto Necron di Magnus [4] – e mi pare che ci siano almeno due aspetti del libro che risuonano nelle anime di chi frequenta questo luogo autogestito. Il primo è il fatto che il giallo si dipani attraverso una rete di relazioni forti tra i personaggi, di natura fisica, in carne e ossa, faccia a faccia. Legami ombelicali, spesso di un’intimità profonda, che sanno muovere il mondo con potenza che sconfina di generazione in generazione. Il secondo è forse il riferimento che ricorre maggiormente nel romanzo, trattato abilmente con leggerezza, ovvero la pandemia di Covid19, un tema che ci appartiene sensibilmente. All’epoca del lockdown, infatti, questa cascina occupata, che da un lato era impegnata sul fronte delle cosiddette Brigate di emergenza, assunse posizioni assai differenti dalla maggior parte delle realtà considerate affini. Nel clima asfissiante di silente obbedienza, non fu facile incontrare voci critiche, e la vostra fu la prima a esprimersi in termini condivisibili sul sito di Wu Ming Foundation [5] e forse l’unica che ha continuato per tre anni a riflettere sull’argomento [6]. Oggi, leggere come Gli uomini pesce si opponga a questa sorta di rimosso collettivo rispetto al periodo pandemico è stato confortante e utile a rimettere in prospettiva un momento cruciale e terribile della nostra storia». Wu Ming 1: «C'è questo nesso nel romanzo. Ci sono la guerra partigiana e la crisi climatica; tra i tanti temi questi sono forse i due principali, ma l'altro è la condizione post-pandemica di cui parli tu. Molte recensioni stanno dicendo che questo è probabilmente addirittura il primo, o comunque uno dei primi romanzi che mettono a tema la pandemia, come l'abbiamo vissuta, quali ferite ci sono rimaste. Io dico sempre che non sono sicuro del fatto che sia il primo: escono tantissimi romanzi che magari non intercetto io e che non ha intercettato chi ha recensito Gli uomini di pesce. Può darsi che qualcuno con minor visibilità abbia provato già a scrivere. Di sicuro i colleghi e le colleghe più conosciuti non si sono minimamente curati di questa cosa, hanno assecondato l'andazzo generale di dimenticarsi, di accantonare, di rimuovere quello che è successo in quei due anni, di non pensarci più. Ora io non penso che sia questo che devono fare scrittori e scrittrici, intendo adeguarsi. Penso sempre che lo scrittore, la scrittrice, debbano contrastare l'andazzo generale con le loro storie, e mi fermo qui». Tobia: «Come al solito il tuo approccio scientifico alla ricerca su fatti realmente accaduti si intreccia con la fiction letteraria e la lettura di ogni vostro lavoro è sempre una sfida stimolante, perché si è continuamente tentati di andare a verificare le fonti, se il tale nome, il tale film o la tale canzone esistano davvero, oppure no». […] Sara Molho: «Lavori tra favola speculativa e fatto scientifico. […] Nel libro c’è una sorta di urgenza del racconto e di con-ricerca, portata avanti con i metodi propri della ricerca sociale, che ritornano nel lavoro tradizionale di questo e di altri tuoi libri». Wu Ming 1: Grazie. Ne Gli uomini pesce ci sono tutti questi momenti che fanno parte della ricerca: c'è l'osservazione partecipante, l'autobiografia, il memoriale di Ilario che dà il titolo al libro stesso, l'intervista, la macchina del vento… La macchina del vento [7], il mio romanzo precedente, in realtà è un libro all’interno di questo libro, perché si scopre che non è altro che la trascrizione di una serie di interviste fatte a Erminio Squarzanti sul periodo in cui era confinato a Ventotene. Dovevano servire per una tesi di laurea su di lui, ma quella tesi non è stata accettata dal relatore, e quindi quella trascrizione è rimasta inutilizzata e poi è scomparsa. Quando io ho scritto La macchina del vento, sapevo già che avrei scritto Gli uomini pesce, e quindi sapevo che sarebbe stato un libro nel libro. Lì c’è proprio il metodo dell'intervista, dell'autobiografia, tutti questi momenti. Prima Sara ricordava l'intervista con Valerio Minnella, Se vi va bene bene, se no seghe [8], che è il libro sulla storia di Valerio, dalle lotte antimilitariste fino allo sgombero di Radio Alice [9] e oltre, perché lui è ancora attivo, arzillo e l'altra sera era anche alla presentazione de Gli uomini pesce a Bentivoglio. Lì abbiamo adottato un metodo molto strano, molto particolare, nel senso che da quelle interviste fiume che abbiamo fatto io e Filo Sottile a Valerio, abbiamo poi tratto non una trascrizione di intervista, ma una sorta di trasmissione di Radio Alice che va avanti ad libitum e ogni tanto si trovano davanti al microfono anche persone che non siamo noi, altri personaggi che intervengono, tra cui la radio stessa, Alice. Abbiamo usato questo metodo per inserire il fantastico dentro l'intervista, per far sì che non fosse solo la trascrizione delle conversazioni che abbiamo avuto, ma che fosse trasfigurata, andasse oltre, ci fosse un livello meta. Questa è una cosa che mi interessa molto: l'uso del fantastico, l'uso della speculative fiction nell'inchiesta, lo sfondamento nel visionario, però nell'inchiesta. È una cosa che avevo già provato a fare in un'altra maniera, in Un viaggio che non promettiamo breve [10], perché quella era una storia, una ricostruzione. Lì ho utilizzato il metodo etnografico, un lavoro sul campo da antropologo per tre anni alle manifestazioni in Val di Susa, ricostruendo al tempo stesso tutta la storia della valle, quindi anche un lavoro geografico, dato che la domanda era geografica: perché proprio in Val Susa? Perché un movimento come quello NoTav è nato e si è radicato proprio lì? Quali sono i fattori, qual è la particolarità del territorio che l'hanno reso possibile? Ho cercato di rispondere, però ho adottato anche il metodo etnografico, ma a un certo punto ci sono i capitoli soprannaturali, perché ho detto che va usato anche questo per fare inchiesta. Volevo rendere l'idea di quanto fosse assurdo il progetto della Torino-Lione e di quanto fosse demenziale tutta la nube di discorso per giustificarla, piena di supercazzole, di paralogismi, di idiozie, però mi rendevo conto, ed è una cosa che poi ho approfondito ne La Q di Qomplotto [11], dei limiti del debunking, del fact-checking. Cioè, io posso anche dimostrare fattualmente che sono tutte stronzate, ma non riesco comunque a rendere l'idea di quanto lo sia, a farlo provare davvero a chi legge. Che poi, appunto, sono degli argomenti insensati, dei paralogismi, dei ragionamenti fallati, dei bias cognitivi che però hanno degli effetti tragici, perché il territorio viene deturpato, la gente viene arrestata, mandata in galera, ferita, eccetera. È una cosa che fa orrore, allora mi son detto: devo ricorrere all'horror. Mi sono inventato l'Entità. L'Entità è praticamente tutta questa nube di discorsi tossici che circonda la Torino-Lione che diventa senziente, diventa un essere e a un certo punto si incarna nel cantiere, in Val Clarea, secerne con una bava il filo spinato, quello fatto di lamette, che chiude il cantiere e poi compie tutta una serie di azioni in Valle. Quello lì è uno sfondamento strano per chi legge. Fino a quel momento lì il lettore ha trovato fatti, documenti, verifiche, riscontri, fonti, un'inchiesta fattualmente precisissima e poi all'improvviso arriva l'Entità e ci sono dei capitoli ibridati di fiction e fatti reali dove il cantiere è senziente e se ne accorge una persona sola che è un'attivista che si chiama Turi Vaccaro, realmente esistente, a cui faccio compiere le stesse azioni che ha compiuto davvero, però in sfida all'Entità. È un'ibridazione fortissima, però è ancora dentro il fare inchiesta, è ancora dentro il fare ricerca: l’uso della fiction speculativa all’interno di un’inchiesta documentatissima […] È uno strumento forte, è un'altra tecnica. Tutto questo interrogarsi che c'è stato negli ultimi anni dentro al collettivo sull'oggetto narrativo non identificato, è poi finalizzato a questo, cioè a come possono essere utilizzate delle tecniche che vengono da altrove in un contesto come questo. Quindi Un viaggio che non promettiamo breve , Se vi va bene bene, se no seghe e anche La Q di Qomplotto erano quel tipo di sperimentazione. Gli esempi che abbiamo fatto adesso sono sì ibridi, hanno tecniche letterarie, elementi romanzeschi, eccetera, però in buona sostanza potrebbero essere definiti dei saggi, invece Gli uomini pesce è proprio un romanzo, e il movimento è quell'inverso: ogni tanto sfondare nell'altra direzione, quindi metterci dentro veri geografi, vere ricostruzioni del territorio, veri concetti usati in geografia. E poi quel gioco del perturbante, del chiedersi continuamente ma questo è vero o falso, è un po' la cifra di tutti i nostri ultimi libri. Mi ricordo che a Pisa uno di noi è andato a presentare Ufo 78 ed è tornato abbastanza turbato per una conversazione avuta con un lettore, perché questo lettore, che aveva fatto anche delle domande molto belle durante la presentazione, poi si era fermato a parlare e dopo un po' aveva detto: adesso comunque voglio leggere tutti i libri di Martin Zanka! E quando gli è stato detto che ce l’eravamo inventato, gli è crollato il romanzo addosso». Note [1] https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ [2] Wu Ming, Ufo 78, Einaudi, 2022 [3] Wu Ming, Gli uomini pesce, Einaudi, 2024 [4] Magnus, Necron. La balena d'acciaio-Gli uomini pesce (Vol. 4), Blue Press, 1991 [5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/la-viralita-del-decoro/?fbclid=IwY2xjawI5eTRleHRuA2FlbQIxMQABHWYvc_nfPOIXjYxXH4lyhW6i-p43Ark1cwm2cVMWPZ8C5DegvyZVNjVWRA_aem_ACztcUcJSkZmJCV6kB9KZQ [6] https://www.wumingfoundation.com/giap/tag/critica-dellemergenza-pandemica/ [7] Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, 2019 [8] Valerio Minnella - Wu Ming 1 - Filo Sottile, Se vi va bene bene se no seghe. Dall'antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là, Alegre, 2023 [9] Emittente radiofonica bolognese di area militante nata nel 1976 [10] Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi, 2016 [11] Wu Ming 1, La Q di Qomplotto: QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, Alegre, 2021

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    # 4 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis Letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è l'ultimo dei quattro inviti a seguire la pubblicazione ,con letture significative del libroin oggetto. Buon ascolto. Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musica: Tonnelata Humana composta, prodotta ed eseguita da Gaspare Sammartano - ⁠https://sammartano.bandcamp.com/⁠ . Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/293d71d4/4-cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti

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    Corbyn permetterà ai sionisti di sabotarlo nuovamente? Marita Marttio L’attuale genocidio perpetrato da Israele, con la complicità degli Stati Uniti, e dell’Unione Europea contro il popolo palestinese ha cancellato per sempre la volgare definizione di antisemitismo dell’IHRA e ha svelato in modo irreversibile gli scopi coloniali, fascisti e imperialisti che essa e i suoi paladini perseguivano. La sinistra britannica ed europea ne ha preso coscienza. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «The Electronic Intifada» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. «Sono antisionista, lo sono sempre stata» ha affermato la giovane parlamentare inglese. Ho visto la folla tirare un sospiro di sollievo collettivo ed esplodere in una spontanea ovazione e applaudire Zarah Sultana, 31 anni, ex deputata laburista e ora parlamentare indipendente alla Camera dei Comuni. «Chiunque visiti la Cisgiordania occupata, chiunque abbia visto il genocidio in atto a Gaza», ha continuato, «chiunque capisca cosa sia il colonialismo, si riconoscerà anche antisionista». Il pubblico si era riunito in una affollata Rebel Tent durante il festival musicale Beautiful Days, tenutosi il mese scorso nel Devon, nel sud-ovest dell’Inghilterra. Sultana stava dialogando con il giornalista Matt Kennard, che gli ha chiesto la sua opinione sul sionismo come ideologia. La sua risposta ha elettrizzato il pubblico e scatenato una tempesta nel suo movimento politico nascente. Kennard gli ha anche chiesto del confuso confine tra antisionismo e antisemitismo durante il periodo in cui Jeremy Corbyn era alla guida del Partito Laburista. Sultana non si è trattenuta. «Una delle cose su cui dobbiamo essere sinceri è su alcuni degli errori commessi durante il periodo di Corbyn. E l’adozione della [definizione di antisemitismo] dell’IHRA è stato uno di questi. Confondere antisemitismo e antisionismo è stato un errore». 1. La definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è un documento anti-palestinese, che affonda le sue radici in un progetto finanziato dall’agenzia di intelligence israeliana Mossad. Per quasi un decennio è stato un’arma nelle mani di Israele e della sua lobby per reprimere e criminalizzare la solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Il Partito Laburista guidato da Corbyn ha adottato il documento, causando un danno enorme tra i suoi sostenitori. Molti di loro sono stati espulsi dal partito su richiesta della lobby israeliana. Alla fine, anche Corbyn è stato espulso, sospeso come deputato laburista nel 2020 e privato della possibilità di poter tornare nel partito. Nella sua conversazione con Kennard, Sultana ha implicitamente criticato il team di Corbyn per la sua debolezzza nel difendere il loro progetto politico – e il movimento popolare che lo sosteneva – di fronte a quelle che ha definito «le calunnie diffuse» dai grandi media. «Le cose non sarebbero dovute andare come sono andate», ha sostenuto, «ci sarebbe dovuta essere una forte reazione quando la classe politica, i media [...] hanno attaccato il progetto di Corbyn, ci sarebbe dovuta essere una reazione più decisa». «Dobbiamo imparare la lezione», ha detto senza mezzi termini. «Dobbiamo lottare e non cedere di un millimetro a questi bastardi». Il pubblico è impazzito. 2. Il corbynismo, il movimento di sinistra che ha portato Corbyn alla guida del Partito Laburista, in difficoltà dalla sua sospensione come deputato laburista nel 2020, ha auspicato un approccio più combattivo. Intervenire al Beautiful Festival sembrava una mossa calcolata da parte di Sultana, che aveva già espresso opinioni simili nell’intervista con Oliver Eagleton, pubblicata lo stesso giorno su «Sidecar», il blog della «New Left Review». «Dobbiamo costruire sui punti di forza del corbynismo, la sua energia, la sua attrattiva nei confronti delle masse e il suo audace programma político, e dobbiamo anche riconoscerne i limiti. Il corbynismo ha capitolato davanti alla definizione di antisemitismo dell’IHRA», ha detto la giovane parlamentare a Eagleton. «Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, il corbynismo avrebbe dovuto contrattaccare, riconoscendo che si trattava dei nostri nemici di classe. Ma, invece, si è spaventato e si è mostrato troppo conciliante, è stato un grave errore [...]. Non si può cedere di un millimetro a queste persone». Ma è stato al Rebel Tent che Sultana si è dichiarata esplicitamente antisionista per la prima volta. Più tardi, quello stesso giorno, ha ripetuto il suo commento su Twitter/X. 3. In risposta a un giornalista del quotidiano di destra «The Telegraph», Sultana ha scritto: «Le calunnie non funzioneranno questa volta. Lo dico forte e chiaro: sono antisionista. Pubblicatelo». In linea con la sua posizione secondo cui i grandi media britannici sono nemici di classe, Sultana, secondo quanto riportato dal quotidiano, aveva inizialmente rifiutato ogni commento. Insieme ad altri media dell’establishment, «The Telegraph» ha pubblicato attacchi contro Sultana, compresi quelli provenienti da gruppi di pressione israeliani come il Board of Deputies of British Jews. «Definire il riconoscimento della definizione di antisemitismo dell’IHRA come una “capitolazione” è un grave insulto», ha dichiarato Andrew Gilbert, vicepresidente del Board of Deputies of British Jews, a «The Telegraph». Your Party? L’aumento dell’attenzione dei media nazionali nei confronti dell’ormai parlamentare indipendente è dovuto al ruolo svolto da Sultana, insieme a Corbyn, nella creazione di un nuovo partito di sinistra. L’iniziativa è già stata però compromessa da divisioni interne. A luglio, Sultana, sospesa dal Partito Laburista un anno prima, ha rinunciato a essere riammessa nell’attuale partito di governo in Gran Bretagna. Era stata sospesa dopo essersi opposta alle politiche di austerità del primo ministro Keir Starmer. A differenza di altri ribelli, che alla fine sono stati riammessi come deputati laburisti, la sospensione di Sultana è stata mantenuta, a causa del suo aperto sostegno alla Palestina, secondo quanto da lei stessa affermato. 4. Il 3 luglio, Sultana ha dichiarato di aver lasciato il Partito Laburista per aiutare Corbyn a fondare il nuovo partito della sinistra. È evidente che i negoziati dietro le quinte erano in corso da tempo. «Jeremy Corbyn e io co-dirigeremo la fondazione di un nuovo partito, insieme ad altri parlamentari indipendenti, attivisti e militanti di tutto il paese», ha scritto su Twitter/X. «Unitevi a noi. È giunto il momento». Ma, secondo fonti vicine a Corbyn, l’ex leader laburista non era contento di quello che considerava un lancio prematuro dell’iniziativa da parte di Sultana, né del riferimento a «co-dirigere» qualcosa. 5. Fughe di notizie e riunioni informative, apparentemente provenienti dalla fazione di Corbyn, sono arrivate alla stampa di destra. «I messaggi di testo mostrano che il team di Corbyn si è opposto al nuovo partito pochi minuti dopo il suo lancio», ha proclamato «The Times» di Londra. Diversi esponenti della sinistra hanno espresso scetticismo sulla notizia, consapevoli dello sforzo che i media stanno compiendo da un decennio per dividere il movimento corbynista. Ma «The Electronic Intifada» ritiene che l’informazione fosse in gran parte corretta. E il giornale ha fornito le prove: screenshot di un gruppo WhatsApp di influenti attivisti di sinistra ed ex collaboratori di Corbyn, che avevano lavorato in segreto per creare il nuovo partito all’interno di una piccola organizzazione chiamata Collective. Altri esponenti della sinistra appartenenti a un secondo gruppo informale vicino a Corbyn e al suo team, chiamato Organizing Committe, avevano proposto una co-leadership con Sultana, che avrebbe dato vita alla prossima generazione di leader. Alle prossime elezioni generali, che si terranno nel Regno Unito probabilmente nel 2029, Corbyn avrà 80 anni. Sultana ne avrà 35. I suoi sostenitori sostengono che lei rappresenterebbe per la sinistra un nuovo inizio. Indecisione Alcuni militanti e gruppi di sinistra vorrebbero anche che Corbyn scegliesse un successore a causa dei dubbi sul suo stile di leadership, o meglio sulla sua mancanza. Noto per la sua indecisione, Corbyn spesso tende ad evitare il confronto pubblico e preferisce agire attraverso intermediari e assistenti. Frequentemente si nasconde invece di assumere una posizione controversa. Questa settimana ho chiesto a Corbyn un’intervista per il Podcast di «The Electronic Intifada» per discutere di quelle che, secondo lui, dovrebbero essere le politiche del nuovo partito nei confronti della Palestina e di quale dovrebbe essere il modo migliore per combattere le calunnie antisemite. Corbyn ha letto diversi messaggi WhatsApp sull’argomento, ma non ha risposto all’invito. Ho inviato un terzo invito al suo responsabile della comunicazione, Oly Durose, che ha risposto che «Jeremy non è disponibile a concedere interviste in questo momento». Non ha fornito alcuna motivazione né proposto date alternative. Sembra che non sia mai il momento giusto. Corbyn ha concesso la sua ultima intervista a «The Electronic Intifada» nell’estate del 2015, quando si è candidato per la prima volta alla presidenza del Partito Laburista. Tuttavia, dopo la sua vittoria, è arrivato un nuovo team di addetti stampa. Molti dei vecchi sostenitori di Corbyn mi hanno detto di essere stati frustrati per i cinque anni di evasività sulla creazione o meno di un nuovo partito, affermando che avrebbe potuto crearlo quando è stato espulso per la prima volta come deputato laburista nel 2020, il che gli avrebbe probabilmente permesso di conquistare diversi seggi nelle elezioni del 2024. 6. Corbyn si è mostrato riluttante a rompere definitivamente con il Partito Laburista o a guidare un nuovo partito in prima persona. Ma non sembra nemmeno volere che qualcun altro lo faccia. Durante le trattative segrete, Collective, che di fatto è la fazione di Corbyn, si è opposta in generale a una leadership congiunta con Sultana. Poco dopo che Sultana ha annunciato che avrebbe «co-guidato» la nuova iniziativa con Corbyn, la potente ex capo di gabinetto dell’ex segretario, Karie Murphy, ha epurato il gruppo WhatsApp di Collective. Tra gli eliminati c’erano l’attivista contro la guerra ed ex leader del partito Respect, Salma Yaqoob, e Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano e candidato indipendente, che si è candidato contro Keir Starmer nella sua stessa circoscrizione alle elezioni generali britanniche dello scorso anno. Entrambi sono considerati sostenitori della co-direzione come forma organizzativa del nuovo partito. Secondo «The Times», Corbyn «si è infuriato per il post di Sultana» in cui annunciava il nuovo partito e le ha chiesto senza successo di cancellarlo. Ne è seguito un silenzio imbarazzante. Per diverse settimane, il team di Corbyn ha fatto finta che Sultana non avesse mai fatto la sua importante dichiarazione. A parte un post ambiguo in cui si congratulava con Sultana per aver lasciato il Partito Laburista e affermava «un vero cambiamento è alle porte», Corbyn non ha detto nulla al riguardo in pubblico e non ha mai confermato la creazione di un nuovo partito. Tre settimane dopo l’annuncio della giovane deputata, Corbyn ha ceduto. Si è unito all’iniziativa di Sultana e ha pubblicato una dichiarazione congiunta con lei in cui annunciava il progetto Your Party. 7. Your Party è l’iniziativa per la creazione del nuovo partito, il cui nome sarà scelto in occasione di una conferenza fondativa che si terrà in autunno, probabilmente a novembre. Non è chiaro chi sia responsabile dell’organizzazione della conferenza. Max Shanly, un ex organizzatore giovanile di sinistra del Partito Laburista (che è stato personalmente oggetto di diffamazioni per «antisemitismo» durante il periodo di Corbyn) ha avvertito di «una sorta di colpo di stato nel gruppo di lavoro responsabile della conferenza fondativa di Your Party». 8. Il lancio di un link a un modulo online, che chiedeva ai sostenitori di inviare i loro nomi, indirizzi e-mail e codici postali per rimanere aggiornati sui preparativi della conferenza, ha ottenuto una risposta massiccia, come dimostra il fatto che Your Party conta già più di 800.000 registrazioni verificate via e-mail. Resta da vedere quanti di questi sostenitori aderiranno effettivamente al partito, ma anche se solo la metà lo facesse, sarebbe il più grande partito politico della Gran Bretagna. E anche prima che il partito venga lanciato ufficialmente, ci sono segnali incoraggianti per i suoi sostenitori. Un recente sondaggio ha rivelato che un elettore laburista su tre nel 2024 prenderebbe in considerazione la possibilità di votare per un partito guidato da Corbyn-Sultana. Calunnie antisemite Molti sostenitori di Corbyn sono frustrati dal suo rifiuto di difendersi dalle calunnie di «antisemitismo di sinistra», che hanno distrutto la sua leadership alla guida del Partito Laburista tra il 2015 e il 2020. Come riportato per anni da «The Electronic Intifada» e come ho documentato nel mio libro Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn (2023), Corbyn e il suo team, invece di combattere le diffamazioni , hanno spesso fatto concessioni a questa campagna diffamatoria. In pratica, molti dei sostenitori più fedeli di Corbyn sono stati epurati dal Partito Laburista, comprese figure di alto profilo come Ken Livingstone, Jackie Walker e Chris Williamson. Questo, in ultima analisi, ha giocato un ruolo importante nella caduta di Corbyn come leader laburista. Feinstein è stato inflessibile nel sostenere che il nuovo partito non deve commettere lo stesso errore. Egli afferma che «è incredibilmente importante per noi, che partecipiamo al nuovo partito emergente, contrastare qualsiasi tentativo di utilizzare l’antisemitismo come arma, denunciandolo per quello che è: una tattica vergognosa di persone con posizioni politiche di destra e di estrema destra». 9. Nel 2023 Feinstein ha parlato alla presentazione del mio libro. Lo ha definito «una denuncia dettagliata, accurata e incredibilmente importante di come l’establishment e i suoi media siano capaci di mentire e diffamare », affermando: «Credo sinceramente che, se Nelson Mandela fosse vivo oggi e fosse membro del Partito Laburista di Keir Starmer, verrebbe espulso per le sue opinioni su Israele e sulla lotta al razzismo». 10. I commenti di Sultana al Rebel Tent del Beautiful Festival hanno elettrizzato il pubblico, proprio perché il movimento di massa che si era formato attorno a Corbyn nel 2015 si era disperso, senza una direzione e senza una casa politica negli ultimi cinque anni. Alcuni critici di Corbyn appartenenti alla sinistra sostengono che egli abbia sprecato questi anni nella vana speranza di essere riammesso nel Partito Laburista. Cosa che non aveva alcuna possibilità di realizzarsi sotto la guida di Starmer, il quale durante la campagna per la leadership del Partito Laburista nel 2020 aveva dichiarati di essere un sostenitore del «sionismo senza riserve», oltre ad aver goduto del sostegno finanziario di lobbisti filoisraeliani come Trevor Chinn e Gary Lubner (quest’ultimo ha anche beneficiato dell’apartheid sudafricano). Corbyn ha aspettato fino all’ultimo minuto per annunciare la sua candidatura indipendente nel maggio 2024, presentandosi alla rielezione per il suo seggio parlamentare contro il candidato laburista. Ha esitato per un altro anno sulla creazione di un nuovo partito, nonostante i segnali incoraggianti delle elezioni generali del 2024, che indicavano che molti elettori volevano un’alternativa di sinistra e filopalestinese. Feinstein è arrivato secondo nella circoscrizione di Starmer, e altri quattro nuovi candidati indipendenti (oltre a Corbyn) hanno ribaltato le maggioranze laburiste, conquistando seggi con programmi che invocavano la fine della partecipazione britannica al genocidio di Gaza. Molti altri hanno conseguito buoni risultati. Tuttavia, se il chiaro antisionismo di Sultana ha deliziato i potenziali nuovi attivisti del partito, lo stesso Corbyn non si è mostrato altrettanto contento. In un’intervista con «Middle East Eye», l’intervistatore, Imran Mulla, ha chiesto a Corbyn cosa ne pensasse delle critiche di Sultana. 11. «Penso che non fosse davvero necessario che lei tirasse fuori tutto questo nell’intervista, ma è quello che Sultana ha deciso di fare», ha risposto. Ha poi tergiversato, giustificando le sue concessioni e dicendo di essere stato sottoposto «a forti pressioni per adottare la definizione dell’IHRA» da parte di alcuni dei suoi più stretti collaboratori e che «fu fatto in modo corretto». Non ha commentato le sue opinioni sul sionismo. In un articolo pubblicato nel 2018 « The Guardian», Corbyn aveva affermato che esistevano sionisti «onorevoli» e che era «errato» descrivere il sionismo come una forma di razzismo. Secondo le informazioni disponibili, l’articolo era stato scritto dall’influente consigliere di Corbyn, James Schneider, che sembra avesse promosso gran parte dell’approccio disastroso dell’ex leader sulla questione. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’ex autore dei discorsi di Corbyn, Alex Nunns, ha contattato «The Electronic Intifada» per negare che Schneider avesse scritto la bozza iniziale dell’articolo, affermando invece che Schneider aveva solo dato «minimi suggerimenti editoriali» alla bozza. Corbyn è stato oggetto di critiche su Internet da parte di alcuni dei suoi stessi sostenitori per la sua apparente debolezza su questo tema e per non aver difeso Sultana quando la lobby israeliana l’ha attaccata per «antisemitismo». E non solo su Internet. In una manifestazione tenutasi a Londra la scorsa settimana, una nota attivista palestinese e sostenitrice di Your Party ha chiesto a Corbyn la sua opinione sul sionismo. In un incontro, poi diventato virale in rete, Anika Zahir (nota come Ani Says ai suoi 126.000 follower sui social media) ha chiesto a Corbyn: «Si dichiarerà antisionista, come Zarah Sultana?». 12. Corbyn ha mostrato chiaramente il suo disappunto. Ha eluso la questione e ha risposto che era lì «per parlare a favore del popolo palestinese [...]. Mi dispiace, ma questo è il motivo per cui sono qui oggi. Grazie mille». Si è alzato e se n’è andato. Anche il suo responsabile della comunicazione, Oly Durose, ha cercato di zittire Zahir, dicendo che «non avrebbero concesso altre interviste». Corbyn ha persino chiesto con rabbia a Zahir di «spegnere la telecamera, per favore», cosa che lei ha fatto. La scena – la maggior parte è stata pubblicata per la prima volta su Internet dal ricercatore antisionista David Miller – ha scatenato polemiche su X. Alcuni sostenitori di Corbyn hanno affermato che era ingiusto, dati i suoi anni di lavoro a favore della solidarietà con la Palestina, mentre i critici hanno affermato che avrebbe dovuto essere in grado di rispondere a una semplice domanda. Tra i difensori di Corbyn c’era il deputato indipendente (e sostenitore di Your Party) Adnan Hussein, che paradossalmente ha accusato Zahir di praticare la «caccia alle streghe». Il giorno dopo, sembrava aver rilanciato la sfida, accusandola esplicitamente di «azioni estremamente malvagie contro un uomo buono». Zahir ha risposto sui social media che le reazioni negative che stava affrontando includevano commenti islamofobi. Un utente di X ha persino affermato falsamente che fosse la moglie di David Miller. «Lui non è un dio» In una dichiarazione rilasciata a «The Electronic Intifada», Zahir ha affermato di aver sostenuto Corbyn per anni e di essersi persino impegnata a sostenerlo votando per corrispondenza alle elezioni generali del 2017, nonostante all’epoca vivesse all’estero. Ha detto di seguire il suo attivismo a favore della Palestina dal 2010. «Sono un’espatriata in un Paese completamente diverso, dove sono isolata dalla politica britannica, ma non appena ho sentito parlare di Jeremy Corbyn, mi sono precipitata a compilare i moduli e a votare», ha affermato. Tuttavia, ha detto che l’incontro della settimana scorsa l’aveva lasciata delusa: «Mi sento come se fossi appena uscita da una setta». Zahir ha commentato che trascorreva tutto il suo tempo libero con attivisti «apertamente antisionisti che vedeva lavorare senza sosta». «Non è una questione personale, volevo semplicemente sapere quale sarebbe stata la posizione del nuovo partito rispetto al sionismo», ha detto la giornalista a «The Electronic Intifada». Secondo Zahir, è stato un errore mettere Corbyn su un piedistallo e affidarsi ad altri politici per rispondere alle domande poste dagli attivisti. «Ho fatto a un politico una domanda fondamentale», ha detto. «Improvvisamente, non pretendiamo più responsabilità. Non è così che falliscono le rivoluzioni? Da quando non chiediamo più ai leader di assumersi le loro responsabilità? Tutti gli esseri umani possono sbagliare». «Lui non è un dio», ha aggiunto Zahir. Il gruppo di Corbyn Oly Durose, attuale responsabile della comunicazione del team di Corbyn, è un ex candidato parlamentare laburista, sostenuto nel 2019 da David Lammy, attuale ministro degli Esteri britannico. Durose non è affatto l’unico reduce del Partito Laburista che continua a essere vicino a Corbyn. James Schneider, lo stratega che, secondo le informazioni disponibili, ha scritto l’articolo del «Guardian» del 2018 in cui affermava che era «errato» definire il sionismo come razzismo, è un altro. Da quanto ne sappiamo, Schneider è stato scelto per partecipare all’organizzazione della conferenza fondativa del nuovo partito. Si dice che faccia parte di quel comitato anche Karie Murphy, la persona che, come abbiamo detto, ha espulso Feinstein e altri membri dal gruppo WhatsApp di Collective. Schneider, d’altra parte, è stato messo in discussione da alcuni attivisti per l’esistenza di un possibile conflitto di interessi legato al fatto che sua moglie, Sophie Nazemi, è la direttrice della comunicazione del Partito Laburista. Da parte sua, anche il passato di Murphy in materia di diffamazioni antisemite non è proprio brillante. Come ho dimostrato in Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn, Murphy (come Corbyn) si è opposta a «parte» della definizione dell’IHRA (gli infami «esempi», realmente diffamatori, che consideravano «antisemitismo» l’affermazione che Israele è uno Stato razzista). Per un certo periodo, Murphy ha sostenuto Chris Williamson, l’ex deputato di sinistra che ha fedelmente appoggiato Corbyn, ma che è stato sacrificato prima delle elezioni del 2019. «Ritirata totale» Chris Williamson, dal canto suo, ha scritto nel suo libro Ten Years Hard Labour (2022) che Murphy è entrata in «modalità ritiro totale», insieme al resto della squadra di Corbyn, e alla fine non si è opposta al piano di «indagare su di lui» e sospenderlo per la sua affermazione del tutto corretta secondo cui il Partito Laburista sotto la guida di Corbyn aveva ceduto su questa questione. L’anno successivo, Murphy si è vantata pubblicamente di quanti «antisemiti» aveva contribuito a espellere dal Partito Laburista. Quali erano i suoi esempi di tale «antisemitismo»? Jackie Walker e Ken Livingstone, entrambi sospesi per aver fatto dichiarazioni antisioniste. Se Corbyn vuole davvero unire il suo movimento dietro un nuovo partito, deve ammettere gli errori commessi in passato. Non combattere le calunnie antisemite rivolte contro di lui e i suoi sostenitori ha avuto effetti disastrosi per il movimento di sinistra. Ciò accadrà di nuovo, se Corbyn e il suo team non cambieranno atteggiamento. Le ripetute concessioni e i cambiamenti di posizione di Corbyn sulla questione dell’antisemitismo e dell’antisionismo lo hanno fatto apparire come un leader debole agli occhi degli elettori, non solo degli attivisti. Un sondaggio affidabile condotto dopo le elezioni generali del 2019 ha rivelato che molti elettori pensavano che «Jeremy Corbyn non fosse un leader attraente» e che le divisioni all’interno del Partito Laburista alimentavano questa percezione. «Non ci hanno difeso» Le sospensioni dal partito, le indagini, le inchieste interne, i rapporti, le cacce alle streghe sui media e le espulsioni hanno tristemente diviso e demoralizzato il movimento attivista. Quando ho fatto il tour nazionale per presentare il mio libro tra il 2023 e il 2025, sono rimasto sorpreso dalla delusione e persino dalla rabbia che alcuni membri della base provavano nei confronti di Corbyn. Si trattava di persone comuni provenienti dai sindacati locali, da gruppi di solidarietà con la Palestina e da organizzazioni locali, che avevano lavorato duramente per Corbyn nella speranza di cambiare il Paese in meglio. «Non possiamo lasciare che Corbyn e [il suo stretto alleato John] McDonnell la facciano franca», è stato il verdetto di un attivista di Liverpool. «Non ci hanno difeso. Non hanno difeso loro stessi e dobbiamo cercare altrove». Molti attivisti sostenitori di Corbyn sono stati espulsi dalle sezioni locali del Partito Laburista con il pretesto dell’antisemitismo, anche sotto la guida della stessa general secretary di Corbyn, Jennie Formby. Questi militanti sono rimasti completamente delusi dall’incapacità dimostrata dall’ex leader di contrattaccare. È probabile che queste opinioni siano molto più diffuse di quanto Corbyn stesso creda, quindi non sorprende che l’approccio più combattivo di Sultana stia riscuotendo consenso. 13. Il comportamento compiacente di Corbyn nei confronti della lobby israeliana all’interno del Partito Laburista non solo ha demoralizzato gli attivisti, ma non ha nemmeno aiutato a vincere le elezioni. Il sionismo è un’ideologia massimalista, che non accetta nulla di meno che una lealtà completa e assoluta. Il rappresentante dell’ambasciata israeliana e il Jewish Labour Movement, (che era stato oggetto di lusinghe e approcci amichevoli da parte di Corbyn) hanno svolto un ruolo chiave nell’espulsione di Corbyn dal Partito Laburista. I gruppi filoisraeliani lo hanno sabotato e diffamato fino alla fine. Loro e i loro alleati lo rifaranno sicuramente, se diventerà leader del nuovo partito. Tuttavia, non vi sono indicazioni che l’ex leader laburista sia disposto a iniziare a combattere il sionismo e le diffamazioni antisemite utilizzate come arma contro di lui e il suo movimento. Se Corbyn, che continua a godere di grande affetto e rispetto per la sua solidarietà con la Palestina, non è in grado di offrire una leadership più risoluta, forse non dovrebbe intralciare il cammino di coloro che possono farlo. Testi consigliati Daniel Finn, Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del Brexit (Controcorrenti: Corbyn, il Partito Laburista e la crisi della Brexit), «New Left Review» 118 settembre-ottobre 2019, e El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda (Lo stesso filo del rasoio: Starmer contro la sinistra), Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino Unido (Torturare le prove, lawfare e mediafare nel Regno Unito) tutti pubblicati su «El Salto» 19 luglio 2024 e 31 luglio 2023 Canal Red, La Base Comanche 1x09, «Chi ha davvero vinto le elezioni nel Regno Unito?». Asa Winstanley è redattore associato di «The Electronic Intifada». Autore di Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn (2023).

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