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Antonio Caronia: l’immaginario e la fantascienza. B reve antologia di scritti in tre step Il testo presenta il pensiero di Antonio Caronia sull’immaginario e sulla fantascienza, mettendo in luce una visione centrata più sulla trasformazione dell’individuo che sulle discipline stesse. Caronia rifiuta etichette rigide, sostenendo che ciò che conta non è la fantascienza o la filosofia, ma il cambiamento che producono in chi le attraversa. Il rapporto tra scienza e fantascienza viene reinterpretato: entrambe costruiscono modelli di realtà, differendo solo per metodi e criteri di verifica. La fantascienza emerge così come una metafora del metodo scientifico e come pratica narrativa che coinvolge attivamente il lettore nella costruzione del mondo. Infine, il genere è visto come uno strumento per immaginare il futuro e comprendere il presente, in un contesto di trasformazione culturale e tecnologica Per presentare questa miscellanea di brani tratti da alcuni dei numerosi articoli di Antonio Caronia sul tema dell'immaginario e in particolare sulla fantascienza, credo giusto porci la domanda: «Chi era Antonio Caronia?». Volendo evitare una risposta esaustiva, che ci rassicuri sulla sua esistenza passata, su ciò che ha, o non ha, fatto, riporto qui un suo piccolo frammento che può essere utile per intravederne la figura riflessa e, in quanto tale, forse più affine a quella parresia a cui, nei suoi ultimi anni di vita, Antonio cercava sempre di più di avvicinarsi. Nel 1999 all'inaugurazione della mostra Per Primo Moroni: Philip Dick, i centri sociali e gli ombrelli di luce al Leoncavallo, di Marisa Bello e mia * , Antonio ci fece una dedica che, volendo azzardare un paragone tra vita e finzione cinematografica, potrebbe considerarsi una sorta di piccolo cammeo che lo inscrive come figurante partecipe all'interno dello stesso evento/mostra/istallazione lì allestita: «Grazie per un tuffo nel passato, che non esiste, e una proiezione nel futuro, che non esisterà. Grazie per aver assemblato dei fatti della mia vita assemblando la vostra. Grazie per il coraggio dei piccoli vasai, dei piccoli costruttori di giocattoli, dei piccoli artigiani, dei piccoli assemblatori di parole.IO NON SONO NIENTE DI PIU' ». Quattordici anni dopo Antonio Caronia termina la sua avventura terrestre e così possiamo aggiungere anche il suo nome al finale della dedica in cui ci racconta che: «Primo e Philip non ci guardano da nessun cielo: sono diventati dei piccoli pezzi di noi». Giuliano Spagnul * https://giuliano-spagnul-photo.blogspot.com/2020/05/per-primo-moroni-philip-dick-i-centri.html 1/3 step «Fantascienza? Non me ne sono mai occupato!» Antonio Caronia Tutta la mia vita è riportarla nell'indeterminato. (…) Mi incazzo quando mi dicono che mi occupo di fantascienza; non è vero, non mi sono mai occupato di fantascienza, non mi sono mai occupato di filosofia... mi sono occupato, credo, in primo luogo di me stesso, come tutti noi dobbiamo fare. (…) Quello che conta non sono la letteratura, la filosofia ecc. ma sono le trasformazioni attraverso queste esperienze che facciamo su noi stessi (letterarie, artistiche, filosofiche ecc.). La cosa più importante nella vita di un essere umano è l'essere umano... non è quello che lui è, quello che lui diventa 1 1. Le scienze della fantascienza 2 Quando si vuole caratterizzare precisamente l’atteggiamento scientifico di contro ad altri (precedenti, o soltanto diversi) atteggiamenti conoscitivi, si è soliti far riferimento a una rigorosa separazione fra indagine del reale e fantasticheria, fra esplorazione del documentato (o del documentabile), e congettura sul possibile. Una tale separazione non è rintracciabile in tutte le culture umane conosciute, né la si ritrova, nella storia della cultura occidentale, in tutte le epoche. Essa è caratteristica del metodo di indagine e del modo di pensare che si introdusse, e non senza difficoltà e sconvolgimenti, come sappiamo, fra il XVI e il XVIII secolo ad opera dei fondatori di quella che è stata chiamata la rivoluzione scientifica . [...] sembrerebbe davvero non esservi alcun contatto possibile tra la scienza e la fantascienza, e sarebbe del tutto giustificata la diffidenza con cui questa forma narrativa è guardata in molti ambienti scientifici. Già il porre il problema richiede però una spiegazione. Perché ci si interroga sulle possibili relazioni tra scienza e fantascienza, in modo più preciso, poniamo, che non sulle relazioni tra scienza e letteratura fantastica, o ancora più in generale fra scienza e arte? La risposta sta già nel nome, ibrido e pretenzioso, di questa moderna versione della narrativa popolare fantastica: fantascienza, appunto, o science fiction, come più precisamente dicono gli anglofoni ponendoci da sempre difficili problemi di traduzione. [...] nella fantascienza è potenziato al massimo un procedimento di costruzione progressiva da parte del lettore dell’universo della narrazione, che non viene presupposto a priori come in altri generi letterari (il romanzo realistico, o novel , per esempio). L'atteggiamento diffidente [degli ambienti scientifici] trova allora una prima spiegazione in un equivoco: sembra che si richieda alla fantascienza un elemento di coerenza, o di plausibilità scientifica che, in fondo, non le compete. A meno di considerarla (ma è evidentemente un punto di vista riduttivo) divulgazione scientifica. La coerenza e la plausibilità che vanno richieste alla fantascienza si situano, evidentemente, a un livello diverso: non quello dei contenuti scientifici, ma quello della sintassi del testo, del meccanismo narrativo. [...] La fisica moderna, con Galileo e Newton, si è costituita contro il senso comune dell’epoca, non al seguito di esso: e se oggi l’astronomia copernicana o la legge di gravitazione non ci appaiono intuitivamente assurde, questo misura le trasformazioni storiche della nozione di senso comune , più che l’avvicinamento alla verità delle teorie scientifiche (e chi, del resto, si sentirebbe di misurare sull’intuizione il valore della teoria relativistica o di quella quantistica?). Se abbandoniamo, perciò, il pregiudizio realistico secondo cui la scienza serve per descrivere nel modo più preciso possibile la realtà, e consideriamo come meno impegnativa e più ricca l’ipotesi che ogni teoria scientifica costruisca da sé la propria realtà, conformemente ai dati disponibili e alle ipotesi che devono essere confrontate con essi, ci accorgeremo forse che questo atteggiamento non è poi cosi diverso da quello di chi, come lo scrittore di fantascienza, costruisce romanzo per romanzo o racconto per racconto l’universo entro cui far svolgere le proprie storie e far agire i suoi personaggi. Cambiano, naturalmente, le regole del gioco, la natura dei controlli, i parametri in base ai quali si giudica riuscita l’estrapolazione o il riorientamento generale che viene proposto. Ma è simile l’atteggiamento di fondo. «La scienza» ha scritto Giorgio Celli «procede per salti quantici, intuizioni da provare in seguito , usa il metodo per assurdo , ha il coraggio di anticipare e inferire, adotta pericolanti ipotesi euristiche, costruisce schemi e modelli immaginari». «La scienza è una fantascienza che ha deciso di ridurre, operativamente, le sue ipotesi al minimo: è una fantascienza economica o, se preferite, povera ». Ecco perché mi piace pensare, sempre con Celli, alla fantascienza come a una ipotesi romanzata del metodo scientifico, a una metafora epistemologica . La fantascienza, che uccide per sua natura la metafora a livello del significante, che ri-letteralizza il linguaggio, e fa vivere ogni similitudine, ogni iperbole, di vita propria, mantiene forse il meccanismo metaforico nella sua struttura di genere, nelle convenzioni che la rendono riconoscibile, facendosi leggere come una grande volgarizzazione della scienza, del suo procedere, delle condizioni che la hanno resa possibile. 2. La fantascienza come genere letterario 3 ...lettori di fantascienza che passano alla letteratura alta e lettori normali che passano a leggere fantascienza. Questi passaggi sono forse interessanti per comprendere il meccanismo di fruizione (e quindi di costruzione) delle opere di fantascienza. Un caso concreto ci è raccontato, in un suo saggio, da Samuel Delany, scrittore americano di fantascienza e sulla fantascienza: «Non molto tempo fa ho parlato con uno storico che un tempo leggeva moltissima letteratura, ma che si era accorto di aver cominciato a leggere sempre più fantascienza, al punto che, negli ultimi due anni, a parte le riviste e i saggi, non aveva letto assolutamente altro», continua, «Ero un po’ spaventato all’idea di fare marcia indietro e rimettermi a leggere un romanzo serio », mi disse, «non avevo idea di quello che mi sarebbe successo. Ma alla fine, trepidante, mi decisi a tirare giù dallo scaffale Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, che è sempre stato uno dei miei preferiti. Ebbene, mi è piaciuto davvero, l’ho apprezzato più di ogni altra volta. Però mi sono accorto che qualcosa era cambiato. Prima leggevo un romanzo e pensavo a come era il mondo all’epoca in cui il romanzo era stato scritto. Questa volta, leggendo il libro, mi chiedevo che tipo di mondo avrebbe dovuto esistere perché la storia di Jane Austen potesse aver luogo: ed è un mondo, ti assicuro, completamente diverso da come era realmente in quell’epoca. Tu sai che la conosco bene, quell’epoca, perché è quella che studio abitualmente. Per quanto mi riguarda» continua Delany «io direi che questa persona ha cominciato a leggere i romanzi di Jane Austen come se fossero fantascienza.» Se ci pensiamo un momento, questo aneddoto ci porta a porci il problema della definizione della fantascienza in un modo forse più complicato, ma certo più fruttuoso. Siamo cioè portati a chiederci non solo: che cosa rende un testo di fantascienza diverso da un testo non di fantascienza, che cosa rende diverso l’insieme dei testi di fantascienza da altri insiemi di testi, non di fantascienza? Ma anche: che cosa c’è, nella fantascienza, che rende possibile leggere testi non fantascientifici secondo un modo fantascientifico? [...] Un problema di definizione è sempre un problema di demarcazione, soprattutto rispetto a campi (o generi, in questo caso) contigui. Il problema della definizione della fantascienza è perciò, in prima approssimazione, il problema di come distinguerla rispetto ai generi che si possono chiamare, grosso modo, realistici e fantastici, perché di entrambi la fantascienza sembra conservare e trattenere qualcosa (dei primi, la minuziosità descrittiva di ambienti e situazioni, la preoccupazione per la plausibilità o la verosimiglianza; dei secondi, l’irruzione di elementi non coerenti con il mondo dell’esperienza quotidiana, strani o meravigliosi), senza identificarsi con nessuno dei due. [...] l’enorme influenza del modo fantascientifico, che dalle pagine dei libri dilaga su quelle delle riviste a fumetti, sugli schermi cinematografici e televisivi, nutre il nostro immaginario non più solo con i contenuti o gli intrecci dei racconti, ma anche e soprattutto con l’estensione della tecnologia a strumento di percezione del mondo e di mediazione con la realtà, all’interno della più grande rivoluzione culturale, materiale, scientifica e tecnica che l’umanità sta probabilmente conoscendo: quella che prepara una integrazione fra uomo e macchina, fra naturale e artificiale, mai vista prima. E non è detto che debba essere per forza un’apocalisse. Cultura e immaginario scientifico 4 Nei loro studi Mary B. Hesse e Thomas S. Kuhn, soprattutto, hanno mostrato che anche lo scienziato fa uso di metafore, descrive cioè un oggetto facente parte di un certo ordine di discorso con termini appartenenti a un ordine diverso. La metafora dello scienziato non è puramente divulgativa, ma ha un reale potere esplicativo: la metafora ci dice su quell’oggetto più di quanto prima non sapessimo, è in qualche modo il germe di una nuova teoria. E perciò, una volta che abbia superato i test di coerenza teorica o di adeguatezza sperimentale, può essere - come dire? - letteralizzata , presa alla lettera per essere assunta all’interno della sistemazione finale del discorso scientifico. È da rilevare qui un’altra interessante analogia con le osservazioni sulla fantascienza fatte da una studiosa americana, Teresa De Lauretis. Anche De Lauretis parla di una letteralizzazione della metafora come procedimento tipico della fantascienza: questa, nel costruire l’universo del testo (che non è, in questo genere letterario, lo stesso universo reale in cui vivono l’autore e il lettore) è costretta a far uso di procedimenti che, metaforici nell’universo reale, non lo sono più nell’universo della narrazione. I problemi di coerenza e di compatibilità interna di questo universo si pongono successivamente a questa opzione di fondo e non sono, è chiaro, risolti una volta per tutte, ma fanno parte dei problemi propri della strategia narrativa. L’analisi di Teresa De Lauretis si ricollega a quella di un autore e critico di fantascienza, Samuel Delany, che vede la specificità di questo genere letterario nella progressiva costruzione di un mondo fantastico (con una sua fisica, una sua cosmologia, una sua antropologia, una sua storia) da parte del lettore che utilizza le tracce e gli indizi disseminati nel testo dell’autore. Una vera e propria collaborazione semiotica fra autore e lettore, peraltro già ampiamente esaminata da Eco, un protocollo di scrittura che genera un protocollo di lettura che finisce poi per rendersi autonomo dai testi che lo hanno prodotto e può essere applicato ad altri testi. Prevedere con la fantasia 5 La fantascienza è quello strano tipo di romanzi in cui l’autore si diverte a raccontarci quello che succederà nel futuro. Così la pensa di solito la gente: più i non lettori che i lettori di fantascienza, bisogna dire. [...] La fantascienza è una forma di narrativa, o, per usare il termine anglosassone che ha un significato più vasto e preciso, di fiction. La fiction, parli del passato, del presente o del futuro, è un atto di immaginazione, di finzione, di invenzione, e di per sé non ha alcun vincolo di verosimiglianza, o di aderenza alla realtà, neppure a ciò che si suppone sarà la realtà fra un certo numero – di anni o di decenni. Eppure non ci si può sottrarre alla sensazione che, in qualche modo, alla fantascienza sia intrinsecamente connesso un qualche atteggiamento di aspettativa nei confronti del futuro. Perché altrimenti uno scrittore dovrebbe scrivere proprio storie di questo genere, ambientate per il novanta per cento nel futuro, e non invece romanzi storici, o gialli, o comunque ambientati nel presente? E perché un lettore dovrebbe leggerle? Lo scrittore di fantascienza non può non essere, in qualche modo, interessato in maniera speciale al futuro. Lo sarà per insofferenza verso il presente, addirittura per una profonda forma di disadattamento; per pura fantasticheria; o anche (perché no?) per capire meglio il presente. Note: Seminario a Macao su Arte e follia, 2012 https://archive.org/details/Macao_Arte_e_follia_2012_Caronia/CaroniaMacao291012.mp3 pubblicato in Biblioteca e territorio n. 6 aprile 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza pubblicato in Biblioteca e territorio n. 6 aprile 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza Pubblicato in SE Scienza Esperienza , febbraio 1986 https://www.academia.edu/344397/Cultura_e_immaginario_scientifico Pubblicato in SE Scienza Esperienza , settembre 1987 https://www.academia.edu/344482/Dossier_Futurologia Antonio Caronia: The Imaginary and Science Fiction A brief anthology of writings in three steps edited by Giuliano Spagnul To introduce this collection of excerpts from various articles by Antonio Caronia on the themes of the imaginary and science fiction, it seems fitting to ask: «Who was Antonio Caronia?» Rather than providing an exhaustive answer that would reassure us about his past existence or his accomplishments, I will share a brief fragment of his work that offers a glimpse into his character and aligns with the parrhesia he sought to embody in his later years. In 1999, at the opening of the exhibition Per Primo Moroni: Philip Dick, Social Centers, and Umbrellas of Light at the Leoncavallo, curated by Marisa Bello and myself ( https://giuliano-spagnul-photo.blogspot.com/2020/05/per-primo-moroni-philip-dick-i-centri.html ), Antonio dedicated a small note that, if we dare to draw a parallel between life and cinematic fiction, could be seen as a kind of cameo, casting him as a participant in the very event/exhibition/installation on display: «Thank you for a dive into the past, which does not exist, and a projection into the future, which will not exist.Thank you for weaving the threads of my life into your own.Thank you for the courage of the small potters, the small toy makers, the small artisans, the small weavers of words.I AM NOTHING MORE» Fourteen years later, Antonio Caronia concluded his earthly journey, and we can add his name to the end of the dedication where he tells us that:«Primo and Philip do not watch us from any sky: they have become small pieces of us.» 1/3 step «Science Fiction? I’ve never dealt with it!» Antonio Caronia «My entire life has been about embracing the indeterminate. (...) I bristle when people say I deal with science fiction; it’s not true. I’ve never engaged with science fiction or philosophy. I believe I’ve primarily focused on myself, as we all must. (...) What truly matters are not literature, philosophy, etc., but the transformations we undergo through these experiences—literary, artistic, philosophical, etc. The most important thing in a human being’s life is the human being... not what they are, but what they become.» 1 1.The Sciences of Science Fiction 2 When attempting to precisely define the scientific attitude in contrast to other cognitive approaches, one often refers to a strict separation between the investigation of reality and fantasy, between exploring documented facts and speculating about possibilities. This distinction is not universal across all known human cultures nor consistent throughout the history of Western thought. It emerged, with considerable difficulty and upheaval, between the 16th and 18th centuries, thanks to the founders of what is known as the scientific revolution . [...] It seems there is little common ground between science and science fiction, and the skepticism with which this narrative form is viewed in many scientific circles is justified. However, posing the question itself requires an explanation. Why do we inquire about the possible relationships between science and science fiction more than, say, the relationships between science and fantastic literature, or more broadly, between science and art? The answer lies in the name itself: fantascienza , or science fiction , as the English-speaking world more precisely calls it, presenting us with perennial translation challenges. [...] In science fiction, the reader's role in progressively constructing the narrative universe is maximized, unlike in other literary genres (such as the realistic novel) where this universe is presupposed a priori. The skeptical attitude [of scientific circles] finds an initial explanation in a misunderstanding: it seems that science fiction is required to adhere to a level of scientific coherence or plausibility that, in reality, it does not need to meet. Unless, of course, we consider it (though this is a reductive view) a form of scientific dissemination. The coherence and plausibility demanded of science fiction lie at a different level: not that of scientific content, but that of textual syntax and narrative mechanics. [...] Modern physics, with Galileo and Newton, was established in opposition to the common sense of the time, not in alignment with it. Today, Copernican astronomy or the law of gravitation do not strike us as “intuitively” absurd, reflecting the historical evolution of the concept of common sense rather than the approximation to truth of scientific theories. If we abandon the realistic prejudice that science serves to describe reality as precisely as possible, and instead consider the hypothesis that every scientific theory constructs its own reality based on available data and hypotheses, we may realize that this approach is not so different from that of a science fiction writer. The writer constructs novel after novel or story after story, creating the universe within which their narratives unfold and their characters act. The rules of the game change, naturally, as do the nature of the controls and the parameters for judging the success of the proposed extrapolation or reorientation . But the underlying attitude is similar. «Science — wrote Giorgio Celli — proceeds by quantum leaps, intuitions to be proven later , uses the method of the “absurd”, has the courage to anticipate and infer, adopts risky heuristic hypotheses, constructs imaginary schemes and models». «Science is a form of science fiction that has decided to reduce, operationally, its hypotheses to a minimum: it is an “economical” or, if you prefer, a frugal science fiction». That is why I like to think, always with Celli, of science fiction as a novelized hypothesis of the scientific method, as an epistemological metaphor. Science fiction, which by its nature kills the metaphor at the level of the signifier, re-literalizes language, and makes every simile, every hyperbole, live its own life, perhaps maintains the metaphorical mechanism in its genre structure, in the conventions that make it recognizable, making itself read as a great popularization of science, of its process, of the conditions that have made it possible. 2. Science Fiction as Literary Genre 3 ...readers of science fiction who transition to high literature and ordinary readers who begin to read science fiction. These transitions are perhaps interesting to understand the mechanism of enjoyment (and therefore of construction) of science fiction works. A concrete example is recounted in an essay by Samuel Delany, an American writer of science fiction and on science fiction: «Not long ago, I spoke with a historian who once read a lot of literature but had noticed that he had begun to read more and more science fiction, to the point that, in the last two years, apart from magazines and essays, he had read absolutely nothing else — he continues — I was a bit scared at the idea of going back and starting to read a serious novel again — he said — I had no idea what would happen to me. But in the end, trembling, I decided to take down from the shelf Pride and Prejudice by Jane Austen, which has always been one of my favorites. Well, I really liked it, I appreciated it more than ever before. But I noticed that something had changed. Before, I read a novel and thought about how the world was at the time the novel was written. This time, reading the book, I wondered what kind of world would have to exist for Jane Austen's story to take place: and it is a world, I assure you, completely different from how it was in that era. You know that I know that era well, because it is the one I usually study. For my part — Delany continues, — I would say that this person has begun to read Jane Austen's novels as if they were science fiction». If we think about it for a moment, this anecdote leads us to pose the problem of the definition of science fiction in a perhaps more complicated, but certainly more fruitful way. We are led to ask not only: what makes a science fiction text different from a non-science fiction text, what makes the set of science fiction texts different from other sets of non-science fiction texts? But also: what is there, in science fiction, that makes it possible to read non-science fiction texts in a science fiction way ? [...] A problem of definition is always a problem of demarcation, especially with respect to contiguous fields (or genres, in this case). The problem of defining science fiction is therefore, in a first approximation, the problem of how to distinguish it from genres that can be called, roughly, realistic and fantastic, because from both science fiction seems to retain and hold something (from the first, the descriptive minuteness of environments and situations, the concern for plausibility or verisimilitude; from the second, the irruption of elements not coherent with the world of everyday experience, strange or wonderful), without identifying with either. [...] The enormous influence of the science fiction approach , which spreads from the pages of books to those of comic magazines, on cinema and television screens, nourishes our imagination no longer only with the contents or plots of the stories, but also and above all with the extension of technology as a tool of perception of the world and mediation with reality, within the greatest cultural, material, scientific, and technical revolution that humanity is probably experiencing: the one that prepares an integration between man and machine, between natural and artificial, never seen before. And it is not said that it must necessarily be an apocalypse. Culture and Scientific Imagination 4 In their studies, Mary B. Hesse and Thomas S. Kuhn, especially, have shown that even scientists use metaphors, describing an object belonging to a certain order of discourse with terms belonging to a different order. The scientist's metaphor is not purely divulgative but has a real explanatory power: the metaphor tells us more about that object than we knew before, is in some way the germ of a new theory. And therefore, once it has passed the tests of theoretical coherence or experimental adequacy, it can be - how to say? – literalized , taken literally to be assumed within the final arrangement of the scientific discourse. Here it is worth noting another interesting analogy with the observations on science fiction made by an American scholar, Teresa De Lauretis. Also De Lauretis speaks of a literalization of the metaphor as a typical procedure of science fiction: this, in constructing the universe of the text (which is not, in this literary genre, the same real universe in which the author and the reader live) is forced to make use of procedures that, metaphorical in the real universe, are no longer so in the universe of the narrative. The problems of coherence and internal compatibility of this universe are subsequently posed to this fundamental option and are not, it is clear, resolved once and for all, but are part of the problems proper to the narrative strategy. Teresa De Lauretis' analysis connects with that of a science fiction author and critic, Samuel Delany, who sees the specificity of this literary genre in the progressive construction of a fantastic world (with its own physics, its own cosmology, its own anthropology, its own history) by the reader who uses the traces and clues scattered in the author's text. A true semiotic collaboration between author and reader, moreover already widely examined by Eco, a writing protocol that generates a reading protocol that ends up becoming autonomous from the texts that produced it and can be applied to other texts. Predicting with Imagination 5 Science fiction is that strange type of novels in which the author has fun telling us what will happen in the future. That's how most people think: more non-readers than readers of science fiction, it must be said. [...] Science fiction is a form of narrative, or, to use the Anglo-Saxon term that has a broader and more precise meaning, of fiction. Fiction, whether it speaks of the past, the present, or the future, is an act of imagination, of fiction, of invention, and in itself has no bond of verisimilitude, or of adherence to reality, not even to what is supposed to be reality in a certain number – of years or decades. And yet one cannot escape the feeling that, in some way, science fiction is intrinsically connected to some attitude of expectation towards the future. Otherwise, why would a writer write stories of this kind, set for ninety percent in the future, and not instead historical novels, or thrillers, or in any case set in the present? And why would a reader read them? The science fiction writer cannot but be, in some way, specially interested in the future. He will be for intolerance towards the present, even for a deep form of maladjustment; for pure fantasy; or also (why not?) to understand the present better. Glossary notes Parresia: This term refers to the ancient Greek concept of frankness or candor, particularly in speaking truth to power. It is used here to describe Antonio Caronia's approach to his work and life. The term "fantascienza" is a direct translation of "science fiction" and is used interchangeably in the text. It is important to note that the Italian term carries a slightly different connotation, often being more closely associated with the literary and philosophical aspects of the genre. Notes Seminar in Macao on Art and Madness https:// archive.org/details/Macao_Arte_e_follia_2012_Caronia/CaroniaMacao291012.mp3 In Biblioteca e territorio , n. 6, aprile 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza Ibidem In SE Scienza Esperienza , febbraio 1986 https://www.academia.edu/344397/Cultura_e_immaginario_scientifico In SE Scienza Esperienza , settembre 1987 https://www.academia.edu/344482/Dossier_Futurologia
- preprint/reprint
Ai compagni che non mangiano di quel pane # parte prima Un testo sulla «cultura materiale» di Gianni-Emilio Simonetti, artista, scrittore e saggista. Esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus, è autore di numerosi testi di impegno teorico in campo artistico, politico e sociale. Per il mese di giugno 2026 è prevista la pubblicazione del suo libro Racconti gourmaund seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxsus. In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari Non Identificabili). Non esiste forma di controllo più efficace dell’insicurezza seminata tra i domesticati. B. Rosenthal Premessa C’è una memoria collettiva che irrompe dal passato e che le ideologie del potere si accaniscono a deformare, falsificare, irridere, far apparire anacronistica. Questo patrimonio della coscienza proletaria non ha bisogno di essere obiettivo, perché è di classe. Non ha bisogno di essere imparziale perché è la parte che si fa tutto e che scende nelle strade. Al punto in cui siamo a questa memoria collettiva non interessa mostrare le cose come sarebbero potute andare. Lo sa già. Preferisce riflettere sul perché la società di oggi è diventata quello che è nonostante il movimento operaio, come soggetto, abbia fatto di tutto per evitarlo. Intenderlo significa per essa liberarsi da ciò che le è capitato di essere e dalla sua infanzia. Questa memoria collettiva considera la forma di storia come il campo di battaglia della vita corrente, che racconta il vivere, l’abitare, il mangiare, l’amare, il battersi, il morire. Ha dalla sua l’esperienza per comprendere e comprende per giudicare. Ciò nonostante non si fa giudice. È capace di essere violenta senza amare la violenza, si trova a suo agio nelle jacqueries , sa essere furiosa. Le avventure di questa memoria collettiva – che interpreta la società nello spazio e nel tempo come coscienza dell’ambiente sociale per mezzo dei sensi – confluiscono nella storia sociale dei popoli e dell’umanità nel suo insieme, ma non è una visione del mondo, come il materialismo non è una questione di materia. La storia sociale a cui facciamo riferimento non si compromette con nessuna storia che giudica da secoli e con fastidio il movimento operaio e le sue lotte, non si allea con nessuna cronaca che vorrebbe ridurre le giovani generazioni a rappresentazione passiva della crisi sociale che attraversa la modernità. È una storia che non ha un principio da difendere, né regole storiografiche da rispettare, piuttosto è in grado di disattivare il discredito degli studi di storia a favore di quei sociologismi alla moda che vorrebbero giudicarla senza studiarla. Essa è totalmente estranea all’esistenza di un qualche dio e, di conseguenza, è indifferente a ogni morale degli altri. In L’ideologia Tedesca Marx e Engels scrivevano che quasi tutte le ideologie si riducono a una concezione falsa della storia o a farne totalmente un’astrazione, oggi molta parte di questo lavoro è affidato alla retorica delle avanguardie che educano agli spazi in rovina, al tempo che si è fermato, alla frammentarietà del visuale nel quale l’uovo di serpente della confusione rafforza ogni rassegnazione. Perché questo ruolo delle avanguardie? Non è difficile spiegarlo. Ci sono voluti secoli per convincere gli uomini a inchinarsi davanti a delle creazioni di cui erano i creatori, per obbligarlo a inchinarsi davanti alla decomposizione del reale – se non si vuol perdere tempo – occorre poter controllare fino in fondo i processi culturali e il potere «performante» delle menzogne. La storia sociale insegna che non c’è nessuna politica da sostenere, né alcuna estetica da rivendicare, piuttosto c’è un mondo da disprezzare che le è nemico. Non occorre neppure che essa sia ragionevole con gli avversari, perché non ci sono ragioni da condividere. Il disprezzo è una virtù partigiana in un’epoca nella quale i politici e gli intellettuali non solo non si ascoltano mai, ma non sono in grado neppure intendersi! I protagonisti della storia sociale non si sono mai sottratti allo scontro, nonostante i rischi che questo comporta, non è detto che l’epoca che non torni ad esigerlo. Quando il destino della ragione o i suoi interessi sono minacciati, chiaramente e distintamente, occorre espugnare l’indifferenza. A differenza della prosa dei ministri di polizia, la storia sociale giudica che certi comportamenti bollati di asocialità sono opere d’arte che illustrano e rafforzano le sue decisioni, rinsaldano le sue posizioni. Queste opere d’arte non hanno bisogno di critici e se si prendono certe libertà saranno giudicate dagli stessi “artisti”. In questo particolare momento che stiamo attraversando non servono le tesi dei signori dello spirito, ma occorre operare per definire degli scopi. Non servono analisi, piuttosto parole d’ordine capaci d’incendiare i luoghi comuni e tracciare i percorsi del riscatto. La storia sociale e la cultura materiale hanno una prosa attraverso la quale si esprimono. Questa prosa è tanto lontana dal senso comune infettato dalla forma di merce quanto è capace di portare alla luce ciò che rende il tempo storico inverificabile. È una prosa che non ha nulla di filosofico. È una legittima suspicione spiccata contro i limiti della filosofia in un momento nel quale il rumore di fondo del politico rende equivalenti tutte le informazioni e tutti i valori. Ha scritto il barone d’Holbac: «Non c’è una sola azione, una sola parola, una sola volontà una sola passione in coloro che concorrono alla rivoluzione sociale, non importa se come distruttori o vittime… che non provochi infallibilmente gli effetti che essa deve provocare, secondo il posto che occupano questi protagonisti in questa tempesta morale». Questa certezza è tutt’altra cosa del fatalismo borghese che teme la casualità e stempera nello spettacolo la necessità. Avere una visione del mondo e un’esperienza della vita corrente in un mondo in rovina divenuto un genere letterario è un’impresa specifica del materialismo, significa avere la capacità di fare ogni cosa, sia come distacco che riconciliazione. Il mondo come lo concepiscono gli avversari della cultura materiale è un’idea à rebours . Per il funzionalismo che abita le piramidi d’aria condizionata delle città questa idea è un’infezione idealistica, un luogo d’inimicizie profonde e di sospetti che l’odio spacciato per benevolenza guida intanto che costruiscono cupole per quegli edifici sui quali innalzano le statue dei loro idoli. Piuttosto, la storia materiale ha un desiderio, rendere il negativo accessibile ai suoi amanti. Che la cultura materiale sia senza un principio non significa che non abbia dei princìpi. Essa esige la singolarità, ma non teme la moltitudine. Il suo enunciato di base è di natura teoretica o, meglio, ontologica, poi vengono i princìpi che, in sé, sono una forma di pratica. La cultura materiale in questo contesto storico dispone le sue idee in forma diversa dalla doxa , seguendo un ordine differente, assecondando la sua natura sociale che le consente di suddividere la storia tra quello che rimane costante e quello che si ripete. A differenza dell’idealismo che non vuole sapere niente della materia per meglio ignorarla, il materialismo vuole riconoscerla e nominarla. Questo in altri momenti della storia sociale europea ha rappresentato la differenza. Ma perché l’idealismo vuole ignorare la materia? Perché pretende di manipolarla come se fosse una teologia rozza, mutilarla delle sue radici in nome delle sue illusioni. Per questo la cultura materiale insiste sulla sua natura di paradigma impresentabile e imperdonabile. Meglio così che essere messa tra le parentesi di una qualche teoria, teologia o utopia postmoderna. Da tempo siamo indifferenti a qualunque distopia che pretenda di salvare l’apparente, un luogo estremamente spiacevole. Siamo invece disposti ad attribuire all’empirismo il privilegio di un valore assoluto, come fecero a loro tempo Herbert Spencer, Émile Durkheim, Max Weber. Per la cultura materiale il sasso tirato contro i fortilizi del potere è un modo per rigettare la morale come strumento che vuole regolare i comportamenti attraverso i divieti. Che non ammette equanime che le sue regole. Queste però non disciplinano niente, servono solo a reprimere. Produrre, riposare dopo aver ingerito antidepressivi, consumare lo stretto necessario alla sopravvivenza psico-fisica, abitare nei dormitori-carceri delle periferie dove tutto concorre a umiliare il dispiegarsi delle passioni, circolare rapidamente, transitare e aspettare nei non-luoghi ciò che non arriverà mai è la realizzazione di una perversa carta di Atene. L’epoca ha già regolato i suoi conti con il politico nel corso del biennio terribile. Molta acqua è passata sotto al Pont Mirabeau. Non si può più accettare che le sue ideologie siano confuse con la virtù e il desiderio di felicità, con l’arte di ricomporre le contraddizioni tra verità e interesse. Non è più tollerabile addomesticare sul filo della speranza dei riformismi. Il materialismo è la sola espressione filosofica di ciò che possiamo definire politica in un’epoca in cui i proletari non hanno più neppure le catene da perdere. Nulla da sperare o da disperare. È la sola espressione estetica che può coniugare il buono con il giusto e che denuncia la miseria che imputridisce ogni rappresentazione. La cultura materiale è l’impugnatura del rasoio di Ockam. Regola i conti con le istanze del buon senso borghese nello stesso movimento in cui afferma che non c’è ordine se non a partire dal principio. Non ci sono ferrovie che un pugno di una certa polvere non possa fermare. Qui occorre intendersi, il problema non è la violenza, ma lo sforzo dello spettacolo di renderla cieca invece che sociale. Se non c’è materia il lavoro dello Zeitgeist non ha senso! Del resto, come ha già ampiamente dimostrato Karl Marx, la parola lavoro è il modo più semplice per definire che cos’è lo spirito attraverso la materia. Al di là di questo un termine vale l’altro e non rinvia che alla forza delle armi con la quale la “santità” dello spirito si fa ascoltare. Ma c’è di più. La materia liberata dallo spirito è di per sé capace di rifiutare ogni rappresentazione, di giudicare l’immaginario e di controllare i guasti del simbolico. Che cosa comporta? Che non si deve cadere nella trappola di un ragionamento che discute delle sue decisioni a partire dal discutibile uso della forza. La vita materiale è soprattutto il processo sociale della produzione materiale, la base di ogni interazione culturale. I proletari conoscono bene la legittimità dei mutamenti che avvengono nella società. Dopo Marx chiamiamo questa concezione della vita materiale e delle categorie che la esprimono: dialettica. Spesso ciò che è discutibile è solo improbabile. In breve, la materia è l’astuccio che contiene le categorie della vita corrente anche a dispetto della scienza borghese e delle sue definizioni. Ha il grande merito di non privare l’azione degli uomini del suo carattere creativo. La dignità del materialismo storico dialettico è tutto contenuto in questo superamento del pensiero metafisico. Lungi dall’essere una teoria dell’essere, una illusione ontologica, un’istanza che istituisce la materia è semplicemente l’istituto che mette la materia al principio di tutte le cose. Un arché con il quale il pensiero si misura. Se ne deduce che ciò che distingue il materialismo da ogni altro modello di pensiero è la sua ostilità ad ogni principio, a ogni obbligazione e a ogni decisione che si appoggia all’essere per meglio metterlo sotto il tacco degli stivali. Aveva concluso Epicuro nella sua lettera a Pitocle: «Non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi…». Per altri versi, i comunisti non si lasciano incantare da nessun spiritualismo perché è una forma di pensiero che non sta in piedi senza dover essere costretto a postulare un origine. Non si lasciano sedurre da nessun idealismo che concepisce la materia in rapporto allo spirito come se fosse una rappresentazione che deve convincerci che il confronto di materia e spirito conduce necessariamente al tutto. Il materialismo ha smesso da tempo di credere che la trascendenza porti da qualche parte. Che il pragmatismo che la rifiuta, dopo averla maritata con l’empirismo, non debba pagare i suoi errori sognando l’Assoluto! Questo ci permette di chiarire le ragioni di un’accusa che si muove alle giovani generazioni quando scendono in strada. Di essere spontanee. La materia è spontaneità se lo spirito è ordine, soprattutto quando si oppone a quest’ultimo. Ciò che si obietta alla spontaneità e, dunque, al pensiero – come la realtà che fa germogliare i desideri – non è che infantile spiritualismo. Non è che un riflesso dell’uomo macchina. L’ombra di una statua di marmo. In questa prospettiva lasciamo volentieri agli dei l’illusione di pensare, alla materia basta l’esistenza. Siamo convinti di tutto questo? Sì, perché abbiamo nelle orecchie il fou rire di Platone. Il materialismo è storico, ma la pretesa che dipenda dalla storicità delle teorie è un’ossessione dei suoi nemici. Perché è la sola condizione con quale lo spirito si può illudere di separarlo dalla storia sociale degli uomini e soprattutto dalla forma di lavoro. Se non si teme di essere se stessi non si teme neppure di essere agli occhi dell’idealismo incoerenti. Quanto all’essere conseguenti è un’altra storia! Come diceva Friedrich Nietzsche, è l’innocenza che protegge il materialismo dal doversi storicizzare. Basta leggere Marx se non si ha tempo per Aristotele! In ogni modo Eraclito, Anassagore e Empedocle risolvettero in maniera impeccabile la questione del principio, della sua unicità è quella dell’essere. Un principio che possiamo definire epicureo se lo consideriamo in una prospettiva ontologica. « Wir wollen hier auf Erden schon/ Das Himmelreich errichten », ha scritto Heinrich Heine rivendicando alla terra il dovere di essere il regno del cielo. Il fattore determinante della concezione materialistica della storia, ha osservato Friedrich Engels è, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione della vita reale. Un punto ancora controverso nonostante il fatto che una parte integrante del materialismo è tutt’ora implicato nelle politiche di resistenza alla conservazione. Da questo punto di vista i comunisti sono da tempo coscienti del fatto che uno dei costi sociali più odiosi che pesa sulle spalle degli sfruttati e raramente preso in considerazione è quanto ci costano gli dei. Julien Offray de la Mettrie, in anni più felici dei nostri, aveva concluso che Dio è un’ipotesi troppo costosa che i proletari non possono permettersi. Se ne intendeva, era un medico materialista. La tentata sostituzione nel corso dell’Ottocento dello spiritualismo con l’idealismo ha qui le sue ragioni. Occorreva neutralizzare Marx accusandolo di aver ridotto la produzione a feticismo. Rovesciare l’accusa che l’economia, come scienza in sé, a partire dalle dabbenaggini dei fisiocratici, è matematizzabile con la piccola computisteria delle massaie. Occorreva mostrare il materialismo come un “meccanicismo” e distogliere l’attenzione dalla sua evidenza dialettica. Dal fatto che in movimento nel mondo non c’è che la materia e che la lotta rivoluzionaria di classe è l’unico mezzo che consenta di risolvere i problemi giunti a maturazione dello sviluppo sociale ed economico. Qui c’è un metodo sicuro per riconoscere l’idealismo è il criterio con cui affronta il tema della contraddizione. Non potendone accettare la sua natura dialettica la rigetta nell’esteriorità, la estirpa dal movimento delle cose, l’allontana dalla questione sull’origine delle idee. Per questo gli idealisti sono così sensibili al tema del linguaggio. Con esso si possono manipolare le contraddizioni ed avanzare ogni ipotesi – soprattutto se astratta – sul fatto che tutto è possibile. In particolare il linguaggio è usato per contrapporre la natura alla società, considerando la prima da un punto di vista materialistico e la seconda da un punto di vista idealistico. Insomma, nelle sacrestie si oppone lo spirito alla materia per poter opporre lo spiritualismo ieri e l’idealismo oggi al materialismo e al principio per il quale la cultura prima di essere un modello di condotta è un modello dell’agire condizionato dalle esigenze sociali. L’idealismo ha compreso da tempo il rischio di una capitolazione dello spirito come totalità, il suo concetto di cultura gli serve solo per respingere l’idea dell’unità della storia sociale dei diseredati. Infine, uno dei compiti dell’idealismo è di ingarbugliare le direzioni di marcia delle idee. Lo dice il positivista Auguste Comte. Il materialismo spiega costantemente il superiore con l’inferiore e in questo è una volontà di potenza nel senso nietzschiano del termine. Che cosa c’è di esplosivo in questa affermazione di Comte? Che all’analisi di classe basta un minimo di dialettica per arrivare a formulare il massimo delle congetture, scoprire gli interessi reali delle classi in lotta anche a dispetto della capacità del politico di significare l’insignificanza. Non dobbiamo dimenticare, che il materialismo è il partito del “reale”, l’unico partito possibile che non potrebbe ricevere nessun altro nome e l’unico con un futuro senza un destino. Il solo che può difendere la ragione dalle minacce dei suoi nemici che da secoli mescolano l’astio delle religioni, degli idealismi e dei diktat economici del liberalismo con i loro interessi oscuri, i loro sentimenti confusi e i loro egoismi. Se la produzione materiale, osserva Marx, non si considera nella sua forma storica specifica, è impossibile comprendere i tratti caratteristici della produzione culturale ad essa corrispondente, né l’interazione dell’una e dell’altra. In breve possiamo affermare, con il cinismo di Hegel, che un popolo vive nella storia solo quando si libera dalla peste spirituale della classe dominante, dal suo passato e dalle ideologie che di essa si servono per precipitare gli uomini nella mortale religione dello spettacolo. Di contro, il materialismo è senza passato perché si reinventa in ogni momento, non è mai l’erede di qualcuno, in questo è sinonimo di avvenire. Se la pratica genera la coscienza e contribuisce all’interpretazione delle condizioni sociali della vita degli uomini, questi non hanno bisogno né di cospirazioni, né di sette giurate o di brigate, tutti strumenti di un passato che ha fatto il suo tempo. Le cospirazioni, infatti, fanno i cospiratori come l’abito fa il monaco. Ma la cospirazione, in sé, è un ideale da operetta. Dal punto di vista materialistico per realizzare una cospirazione ci vogliono dei cospiratori e non viceversa. Noi viviamo nel peggiore dei mondi ideali. Lo sapeva bene Wilhelm von Leibniz quando si augurava una cospirazione dappertutto come volontà di potenza. Lo si arguisce dalla sua lettera a Magnus Wedderkopf. Una cospirazione per eliminare Dio, l’alleato del Principe contro l’idea di giustizia. Solo in questo modo la cospirazione può esprimersi per ciò che è: un modo di riunire gli uomini contro i formalismi del consenso politico e dei parlamenti borghesi che si ergono ad amici delle differenze sociali. Ecco perché la guerra contro i “gruppuscoli”, definiti sbrigativamente terroristi, è il ferro di lancia dei complotti orditi dai ministri di polizia. Come ha affermato Gilbert Keith Chesterton in The man Who Was Thrusday spiegarlo è addirittura triviale nella sua ovvietà. L’essenza di ogni complotto è prima di tutto la divisione, che è lo strumento omeopatico di chi trama contro tutto ciò che sale dal basso e si fa democrazia, non importa se in una città o sui fianchi di una montagna. In questo senso la cultura materiale è anche contro ogni moralità come forma estrema di violenza, come ideologia. Per questa cultura il problema del valore è al centro dell’esperienza del vivere, ma essa è anche cosciente che la morale inventa dei problemi per rendere questa esperienza insopportabile. Diceva Arthur Schopenhauer, è inutile coltivare il mito della sopravvivenza se continuiamo a ignorare ciò che ci potrebbe unire in una umanità.
- konnektor
L’azienda israeliana che vende tecnologia di spionaggio, corteggia la polizia europea Rene Rig L’esposizione generalizzata sui social media, sulle piattaforme digitali e sui nuovi servizi di messaggistica offre una quantità monumentale di dati, che vengono scansionati, scrutati e classificati in modo assolutamente autoritario con l’aiuto dell’IA. Lo Stato genocida israeliano si candida come produttore, fornitore e consulente dei molteplici governi e leader che cavalcano o desiderano cavalcare l’attuale ondata reazionaria: bisogna socializzare i big data e distruggere i software di sorveglianza. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Electronic Intifada ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore. La tecnologia di spionaggio israeliana è stata esposta in una mostra organizzata dal governo britannico a marzo. La presenza all’evento di una delle aziende invitate, denominata PenLink , avrebbe dovuto essere vietata, per non dire altro. Cinque anni fa, Meta ha vietato all’azienda israeliana Cobwebs Technologies , successivamente acquisita da PenLink, di raccogliere informazioni attraverso le piattaforme della società. Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, aveva scoperto che Cobwebs Technologies utilizzava centinaia di account dei suoi social network per sorvegliare attivisti, funzionari pubblici e politici dell’opposizione in Messico e Hong Kong. I dettagli forniti su PenLink sul sito web della mostra Security and Policing sono fuorvianti. PenLink viene presentata come un’azienda britannica, quando invece ha sede in Nebraska e mantiene stretti legami con Israele. Omri Timianker, uno dei fondatori di Cobwebs Technologies, è uno dei vari israeliani che fanno parte del team dirigenziale di PenLink. Non molto tempo fa, Timianker era stato presentato come veterano delle «forze speciali» dell’esercito israeliano e dei «servizi segreti israeliani». Nei suoi interventi in varie conferenze, è stato lodato come pioniere all’interno dei «servizi segreti israeliani» nell’uso del «SIGINT tattico». Dato che l’intelligence dei segnali (SIGINT) implica l’intercettazione delle comunicazioni, si tratta in realtà di un termine elegante per riferirsi allo spionaggio. È molto probabile che qualsiasi innovazione che Timianker abbia contribuito a sviluppare sia stata testata sulla popolazione palestinese che vive nella ben nota situazione di occupazione illegale . A gennaio Timianker ha ricevuto negli uffici di PenLink in Israele Michael Mann, ambasciatore dell’Unione Europea a Tel Aviv. Secondo le informazioni fornite da Timianker , i due hanno discusso della «rapidità con cui sta cambiando la realtà e di quanto sia importante dotare le persone non solo di strumenti, ma anche della capacità di pensare, mettere in discussione e rimanere vigili in un mondo modellato da algoritmi e narrazioni». In seguito a una richiesta effettuata in nome della libertà di informazione, ho appreso che Mann aveva incontrato un rappresentante di PenLink durante un evento tenutosi a novembre nella città israeliana di Herzliya. In una successiva corrispondenza via e-mail, Mann ha affermato che sarebbe stato «lieto di organizzare una visita» per poter conoscere gli uffici di PenLink. Dopo che avevo inviato una richiesta di informazioni a Mann, l’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha descritto il suo incontro con Timianker come una «visita di cortesia». Secondo l’ambasciata, la visita «ha comportato una conversazione informale sulla tecnologia e la disinformazione». Per inciso, non va dimenticato che l’UE accusa sempre più spesso di «disinformazione» i giornalisti e gli accademici con cui non è d’accordo. Tra questi c’è il cittadino tedesco Hüseyin Dogru, soggetto a sanzioni imposte dall’Unione Europea, che mettono a rischio il suo sostentamento e quello della sua famiglia per aver pubblicato su «Red», un media creato da lui stesso, articoli critici nei confronti di Israele e della violenza esercitata dallo Stato tedesco contro gli attivisti solidali con la Palestina. «L’ambasciatore Mann non ha discusso di opportunità commerciali concrete per l’azienda in Europa o altrove», ha aggiunto l’ambasciata. Tuttavia, è indiscutibile che l’incontro con Mann abbia avuto luogo nel contesto degli sforzi compiuti da PenLink per guadagnarsi il favore delle forze dell’ordine europee. PenLink, ad esempio, ha esposto i suoi prodotti al Congresso europeo di polizia tenutosi lo scorso anno a Berlino. Vendite all’ICE statunitense Cobwebs Technologies, l’azienda israeliana ora di proprietà di PenLink, aveva già tentato in precedenza di promuovere la propria attività illustrando come uno dei propri sistemi potesse essere utilizzato contro i manifestanti del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. Tangles, così si chiama il sistema, analizza i post sui social media per scoprire a quali eventi abbiano partecipato le persone oggetto di indagine e poi incrocia questi dati con informazioni su queste persone raccolte su Internet. L’ICE, il famigerato e letale Servizio Immigrazione e Controllo Dogane degli Stati Uniti (US Immigration and Customs Enforcement), ha speso circa 5 milioni di dollari per l’utilizzo di Tangles, in particolare per una funzione specifica chiamata Webloc . Molto prima di essere nominato ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, Michael Mann aveva instaurato cordiali relazioni con Israele e la sua rete di lobby. Prima di ricoprire la sua attuale carica, era una delle figure di spicco che si occupavano del Medio Oriente nell’amministrazione del servizio diplomatico dell’UE con sede a Bruxelles. Un’altra figura di spicco di quel servizio è Hélène Le Gal, ex ambasciatrice di Francia in Israele e Marocco. Grazie a un’altra richiesta di accesso alle informazioni, ho appreso che Le Gal ha accettato di ricevere a novembre una delegazione dell’American Jewish Committee (AJC), un importante gruppo filoisraeliano. La delegazione aveva richiesto un incontro per discutere «l’attuale situazione in Medio Oriente, nonché la guerra in corso tra Russia e Ucraina e la posizione sempre più aggressiva della prima nei confronti dell’Europa». La guerra in corso della Russia contro l’Ucraina è senza dubbio una questione grave, oltre ad essere una conseguenza della posizione aggressiva dell’Occidente nei confronti della Russia (circostanza che i rappresentanti dell’UE e della NATO non riconoscerebbero mai). Tuttavia, il raggiungimento di una risoluzione giusta e sostenibile di tale guerra non è la priorità principale dell’agenda dell’AJC, che in realtà ha approfittato dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia per cercare di distogliere l’ attenzione dal genocidio che Israele sta commettendo a Gaza. I lobbisti sanno anche molto bene che la rapida crescita della spesa militare occidentale causata dal conflitto tra Russia e Ucraina offre opportunità per promuovere le esportazioni di armi da parte di Israele. Israele e la sua rete di sostegno prosperano grazie alla guerra. Dato che i principali attori dell’UE sono impegnati a costruire un’economia di guerra, è triste ma logico che cerchino ispirazione e aiuto da Israele e dai suoi sostenitori. Testi consigliati Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí , Michael Arria, Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento , Ali Abunimah, La UE sanciona a Hüseyn Dogru, periodista alemán, por sus impactantes reportajes sobre Gaza , tutti pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). David Cronin è redattore di «The Electronic Intifada». Ha scritto tra l’altro Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation . ● Traduzione di Mauro Trotta
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I 50 anni di Radio Alice /1: intervista a Franco Berardi Bifo Pubblichiamo questa intervista del 19 agosto 2015 contenuta nella tesi di laurea di Francesco Gualdi dal titolo Radio Alice: tra avanguardia e rivoluzione , anno accademico 2014/2015, Università di Bologna Partiamo subito dal Settantasette. In cosa consiste la sua vera innovazione/rivoluzione e perché ha una presa così forte sui giovani? Possiamo dire che la vera innovazione del Settantasette si ha nell’unione di tre differenti ambiti. Partiamo dal primo. In quel momento, nel 1976, che è l’anno culturalmente più significativo, l’esperienza di lotta politica dei gruppi extraparlamentari entra in una fase di crisi molto evidente: al congresso di Rimini Lotta continua si scioglie, alle elezioni Democrazia proletaria si presenta ma ha una cocente sconfitta... Emerge quindi una nuova componente che è l’Autonomia, che poi è un’espressione che non si sa bene dove comincia e dove finisce, perché implica e coinvolge una quantità di forze anche molto diverse sul piano delle strategie politiche, ma soprattutto sul piano dei riferimenti immaginari. Questo è il primo filone, quello politico. Poi si ha un fenomeno nuovo a carattere tecnico, cioè vengono commercializzati e resi disponibili in maniera relativamente accessibile dei trasmettitori radiofonici e dei registratori ad alta qualità. Inoltre, cosa decisiva, si comincia ad avere, da parte dei giovani e degli studenti, una capacità tecnica che non esisteva prima. L’elettronica entra nel campo dell’immaginario culturale a metà degli anni Settanta. Questo è il secondo elemento che spiega il perché tanta gente in giro per l’Italia riesca a creare una radio, che oggi può apparire una cosa semplice, ma quella volta la mia prima reazione fu di sbigottimento, come se oggi mi si proponesse di costruire un’astronave. Invece, in tre mesi abbiamo trovato tutto: dagli oggetti utili ai tecnici, cioè dei compagni di ingegneria che erano disponibili a lavorare gratuitamente per un progetto di quel tipo. Infine il terzo elemento, che è quello più complesso, ma che ti spiega e ti motiva le interrelazioni esistenti tra i vari fattori in gioco, è l’aspetto filosofico, teorico, psicanalitico, cioè il fatto che comincia a esistere un’attenzione molto forte nei confronti di quella dimensione che possiamo chiamare la soggettività, o i processi di soggettivazione. Temi che la tradizione politica dei movimenti aveva sempre considerato marginali, e che invece diventano la questione centrale. E in questo gioca sicuramente un ruolo fondamentale la lettura dei libri di Deleuze-Guattari, L’Anti-Edipo prima di tutto. Ora questi tre elementi che giocano nella formazione di un ambiente nuovo rispetto alla tradizione novecentesca, li trovi più visibili nelle riviste che nella radio. Nel cd con le registrazione di Radio Alice, contenuto nel libro Alice è il diavolo , ti puoi fare un’idea semmai del carattere improvvisato, ironico, frenetico della radio, però non puoi avere lo spessore della ricerca o del collegamento con alcuni filoni della filosofia del post-strutturalismo ad esempio, o insomma di tutto quello che ci stava dietro, e che invece ritrovi e rivedi con più facilità nelle riviste di quegli anni. La soggettività, il soggetto, il bisogno, il desiderio: quanto erano centrali nella vostra formazione e nella vostra lotta politica? Anche se questa base filosofica si nota più dalle riviste che dalla radio, ce l’avevano comunque tutti come background o solo chi seguiva certi studi, come nel tuo caso, ad esempio? Intanto, vorrei puntualizzare quale è il significato di questa terminologia, la quale è il contributo che il movimento italiano riceve dal pensiero francese di quegli anni (per fare dei nomi da Deleuze, Guattari, Foucault, Lacan), e quale è il suo tema, evitando però di addentrarci troppo nei dettagli filosofici della questione. Il tema è che il concetto di bisogno o di mancanza è legato a una condizione, che è la condizione proletaria classica ottocentesca o novecentesca; nella società ad alto sviluppo, e nella «società dello spettacolo» (per usare un’espressione debordiana) diventa però sempre più importante una dimensione che non è riducibile a un bisogno e che non è definibile come mancanza. Ma cos’è la mancanza? È il fatto che c’è qualcosa di cui appunto hai bisogno. Ma non è la causa del desiderio. Il desiderio non ha niente a che fare con la mancanza, e rigorosamente parlando neppure col bisogno: il desiderio è una tensione che produce, che crea qualcosa attorno a sé. Sul piano psicanalitico, il discorso passa da quella che è la dimensione del bisogno, una condizione nella quale ti manca qualcosa di basilare e te ne devi appropriare, alla dimensione del desiderio, che è una condizione di proiezione di un mondo possibile, che tu immagini e che non ti viene trasmesso dalla pubblicità. E dunque hai la tensione a raggiungerlo... Esattamente. Il Movimento in quegli anni (o meglio, alcune parti del Movimento) si propone di spostare l’attenzione da una dimensione di mancanza materiale-economica, a una dimensione di piacere del rapporto fra gli esseri umani, quindi la scoperta della sessualità come dimensione che appartiene interamente al campo del sociale. Ovviamente il movimento femminista e il movimento gay sono decisivi in quel passaggio. E, rispondendo alla tua domanda, questo appartiene al movimento in senso ampio? Ovviamente no, non tutti avevano letto Deleuze-Guattari, ecc. Anche se comunque, prima si leggevano Che Guevara, Carlo Marx, Mao Tse-Tung, poi dal ’75-76 in avanti, molti leggono quegli autori e si avvicinano a forme particolari di psicanalisi (magari non nel senso più classico e freudiano), o psicanalisi collettiva, o la seduta di autocoscienza collettiva, insomma, e si ha un lavoro sulla dimensione soggettiva che entra negli ambienti del movimento. Questi, nel ’75-76, probabilmente erano un piccolo gruppo di persone, ma già nel ’76 si ha il momento in cui questa tematica esplode, e negli anni successivi è proprio un fenomeno di massa. Poi nel ’77 quando questo tema entra nei giornali e nelle riviste: si distribuiscono giornali in cui invece di scriverci «Prendiamo il potere!», viene scritto «Battiamoci contro la dittatura del Significante!». Questo passaggio non è ovvio, perché naturalmente si scontra contro l’eredità del marxismo tradizionale, ma Bologna è il posto in cui queste tematiche hanno una maggiore importanza. Il movimento desiderante e creativo, infatti, quello che faceva riferimento ad «A/traverso» e a Radio Alice, è maggioritario a Bologna, ma non lo è a Roma ad esempio, dove i Volsci, che sono la componente maggioritaria e autonoma, hanno una posizione molto più classica e considerano questi temi come temi per signorine. Però poi nel corso degli anni successivi, quando il movimento defluisce, sul piano più ampio della riflessione sociale, i temi della soggettività acquistano un’importanza sempre più rilevante, fino al punto che, negli ultimi quindici anni, le nuove esperienze di movimento da Seattle in poi, hanno una continuità più con i temi della soggettività che con quelli del marxismo classico. In questo senso c’era lo slogan «Il personale è politico»? Inteso come la soggettività che entra nel sociale? Esattamente questo è lo slogan che viene attribuito al movimento femminista, e sta a significare che la dimensione del personale, della soggettività, della sessualità, della sofferenza e del desiderio, entra nella formazione del politico e della dimensione sociale. Parliamo di Umberto Eco: al tempo, dibatteste a lungo con lui, dalle colonne dell’«Espresso» lui e di «A/traverso» voi, finché nel 1997, in un’intervista a Smargiassi tu dicesti «Eco ha scritto in quegli anni cose molto intelligenti, anche quelle in polemica con me, e aveva quasi sempre ragione lui». Ecco, vorrei sapere che rapporto c’era tra te ed Eco, e tra Eco e il Movimento. [M. Smargiassi, ‘Povera città, metafora di oppressione’, in «la Repubblica», 6 marzo 1997]Intanto devi tenere conto dell’importanza che Eco ha avuto sulla situazione bolognese. Lui è il fondatore del Dams, o comunque colui che ne ha avuto l’idea e ha dato forma a quella istituzione. Inoltre Eco è quello che introduce in Italia il tema della semiologia, cioè lo studio dei segni, non solo linguistici, ma in generale, della corporeità, ecc. Perché Bologna diventa il posto in cui esplode il tema desiderante, nasce Radio Alice e così via?Per tante ragioni, difficili da capire, ma anche e forse soprattutto perché c’è il Dams. Tant’è vero che, diciamo pure la metà delle persone che hanno avuto un ruolo in «A/traverso» e in Radio Alice prima e in tutte le esperienze che hanno avuto rilievo nella situazione bolognese poi, sono tutte persone uscite dal Dams. Quindi questa è la cosa che va maggiormente riconosciuta a Eco a Bologna. Poi, ovviamente scherzavo, non credo che Eco avesse sempre ragione, però c’è da dire che all’interno del campo semiologico, in quegli anni si manifesta una scissione. Da una parte c’è un discorso più classico, più ortodosso che è quello di Eco, e dall’altra parte c’è un discorso post-strutturalista, che viene giù da Derrida, Deleuze-Guattari, Foucault, ecc. E qual è la differenza tra i due? In modo molto semplice: per Eco la dimensione semiologica è una dimensione di segni, per gli altri la dimensione semiologica è una dimensione di corpi che, fra le altre cose, fanno dei segni. Che è quello che pensava il Movimento... Esattamente. Guattari accentua infatti l’elemento della corporeità, del desiderio, della sessualità, del carattere essenzialmente desiderante del Movimento. Bisogna inoltre aggiungere che Eco era politicamente vicino al Pci, anche se io credo che in realtà non lo fosse intimamente, però è comunque un uomo di potere e istituzionalmente gli era vicino. Per cui, anche per questo, in molte occasioni in quegli anni c’è stato uno scontro fra alcuni di noi e alcuni della scuola di Umberto Eco, lui in primis . Ora, aveva ragione lui o avevamo ragione noi? Politicamente avevamo ragione noi: in quel momento bisognava rompere con la tradizione del movimento operaio, bisognava rompere con le istituzioni, bisognava rompere con il quadro culturale esistente, rompere senza compromessi.Sul piano filosofico però, in alcuni casi Eco aveva visto più profondamente di noi. Ad esempio, la definizione della radio che lui dà: lui parla della radio come del «terzo occhio»; non è importante che sia di destra o di sinistra, che dica questo o quello, l’importante è che la radio ci fornisca un nuovo occhio sulla realtà. Che poi in fondo è il discorso classico di McLuhan, «the medium is the message», l’importante non è cosa dice la televisione, l’importante è che la televisione sia lì e noi stiamo qui come degli allocchi a guadarla. Questo è il fatto, poi che ci sia dentro buona o cattiva roba non è il punto. Il punto è come la televisione risegmenta lo spazio della comunicazione. E quindi Eco ripete questa cosa. Noi gli rispondiamo, e io in particolare lo accuso di fare l’entomologo, di trattarci come se fossimo degli insetti. Noi non siamo insetti, e quello che conta non è semplicemente la disposizione tecnica della comunicazione, quello che conta di più sono le nostre intenzioni. Da un punto di vista teorico aveva più ragione Eco che me, in quella occasione. Perché se oggi pensi alla trasformazione digitale, non è che internet sia buono o cattivo, o che ti dia dei videogames violenti piuttosto che wikipedia. Certamente, questo è importantissimo, ma il problema è che internet ha ridisegnato la relazione fra gli esseri umani, ha aperto orizzonti di relazione che non esistevano prima e al tempo stesso ha chiuso delle possibilità di incontri fra corpi. Concludendo, a mio parere Eco è molto più importante di quanto lui stesso non sarebbe disposto ad ammettere, nella formazione della cultura di movimento. Poi in realtà, c’è anche un problema legato alle forme dell’azione: il ’77 aveva una forte componente di violenza, di bisogno di violenza, che noi non abbiamo mai smentito. Cioè, Radio Alice non era parte delle formazioni armate e non le difendeva teoricamente, però neppure avremmo mai pensato di condannarle. Nel senso che rifiutavamo di assumere un ruolo giudicante interno al movimento. Tant’è che è quello di cui si lamentava il Pci, per non farvi entrare in piazza e per non farvi partecipare alle manifestazioni. Certamente. Ci rimproveravano di non condannare le Br, e noi rispondevamo che non eravamo né con le Br né con lo Stato, salvo poi doverci subire i biasimi del Pci. Ora, questo è il livello più superficiale, più giornalistico della questione, ma dentro ci stava una quantità di questioni più complesse, come ad esempio la dinamica del movimento e il pensare a un movimento con centinaia di migliaia di persone. E poi c’è il fatto che il Movimento del Settantasette non era solo centomila persone in piazza: era centomila persone in piazza e due milioni di persone che si facevano le canne in giro, pensando che tutto questo avesse un rapporto. L’innovazione della vita quotidiana era la cosa più importante di quel movimento. Ecco, in questo, il rapporto con le posizioni di Eco era un rapporto ambiguo. Io non so se oggi, Eco, alla domanda se aveva più ragione lui o aveva più ragione il movimento, risponderebbe come me, che il movimento aveva molte ragioni. Però le ragioni del Movimento le conosco, quelle di Umberto Eco le ho scoperte invece un poco alla volta. E sempre con Umberto Eco discutesti di Majakovskij. Sì, anche, ma nel senso che lui ha citato Majakovskij per prendermi in giro. Però in ogni caso Majakovskij era una figura di riferimento per Radio Alice. Ecco, perché proprio lui? In cosa vi rivedevate del suo pensiero? Dunque, io ho scritto un librettino che è uscito nel ’77, che si chiamava Chi ha ucciso Majakovskij? [Squi/libri Edizioni, Milano, 1977] che è un librettino che oggi non ripubblicherei, ma in cui immagino che Majakovskij continua a vivere attraverso tutte le lotte dei movimenti. Oppure che è morto, e chi lo ha ucciso è stata la burocratizzazione dello Stato sovietico. Però d’altra parte non è un libro giallo, e quindi questo ci interessa relativamente. Majakovskij ha dentro di sé due cose. La prima è che un vero poeta, il quale ha scritto sia cose retoriche che anche cose molto poco retoriche, molto di elaborazione di un linguaggio che è l’elaborazione dei futuristi russi e l’elaborazione del simbolismo russo. In lui c’è una coscienza di un linguaggio non più denotativo, non più rappresentativo, non più realistico, che è ai livelli più alti della ricerca del suo tempo. E accanto a questo, Majakovskij è anche un comunista non stalinista non allineato con il partito, sempre ribelle nei confronti della direzione sovietica. Per questo per noi aveva tutti i titoli per essere un punto di riferimento. Aveva dei titoli politici perché era un comunista ma non era mai stato dalla parte della dittatura sovietica o almeno aveva avuto con essa un rapporto molto conflittuale, al punto che probabilmente l’hanno ammazzato loro, direttamente o indirettamente. Ma anche l’altro elemento era importante, cioè il suo lavoro sul linguaggio. Bisogna anche tenere conto del fatto che nel ’77 inizia una riscoperta del futurismo che diviene molto problematica, perché il Pci si rivolge a noi come dei diciannovisti, come dei fascisti, anzi c’è proprio un’esplicita posizione di Amendola che dice «Questi del ’77 sono i nuovi squadristi». A noi Marinetti non piaceva, non erano i futuristi italiani che ci interessavano, ma il futurismo sì, perché il futurismo è un certo discorso sulla modernità, sull’avanguardia, ma è anche un tentativo di decomposizione del linguaggio e di ricostruzione del linguaggio secondo modalità che non sono di tipo rappresentativo, ma sono di tipo essenzialmente pragmatico, cioè il linguaggio come concetto da manipolare. Il futurismo in Italia è l’anticipazione del linguaggio pubblicitario degli anni ’60-70. Questa è la ragione per cui c’è un interesse per Majakovskij. Dopodiché Umberto Eco, scrivendo quell’articolo Sono seduto a un caffè e piango [«L’Espresso», 31 luglio 1977, in Sette anni di desiderio] finisce dicendo qualcosa come «Apro casualmente le lettere di Majakovskij: sono seduto a un caffè e piango» che è il suo modo di dire che questi del movimento sarebbero sulla strada giusta ma non hanno capito qualcosa di essenziale... e io me ne dispiaccio molto! Le avanguardie, il dadaismo, il maodadaismo, in molti scritti si parla di superare l’arte, di abolire l’arte... Cosa intendevate esattamente? Guy Debord, ne La società dello spettacolo , e tutto il situazionismo in generale, si può considerare come una attualizzazione negli anni Sessanta del dadaismo anni Venti. Il dadaismo poi, è in qualche modo indefinibile. Tristan Tzara, Duchamp, Man Ray lo fondano e lo fanno proprio, ma essenzialmente qual è la poetica, il nucleo dell’intenzione dada? Lo dice proprio Tzara, «Noi intendiamo abolire l’arte, abolire la vita quotidiana, abolire la separazione fra l’arte e la vita quotidiana».Cos’è dunque la vita quotidiana? La vita quotidiana è la nostra sopravvivenza senza significato. E che cos’è l’arte? È il significato senza sopravvivenza, senza vita.Ora, l’intenzione dei dadaisti è rompere questa separazione per cui l’arte deve diventare un elemento di significato all’interno della vita quotidiana. Se ci pensi gran parte della produzione spettacolare pubblicitaria del nostro tempo realizza l’intenzione dadaista; noi viviamo in un mondo in cui l’arte entra sempre di più nei nostri stili di vita, attraverso la pubblicità ad esempio, o nei nostri vestimenti che diventano sempre di più una sorta di auto-significazione artistica. Nel ’77 il riferimento al dadaismo (che porta dentro di sé un’ambiguità che siamo in grado di capire solo oggi) è proprio rivolto contro la tradizione del movimento operaio. Il movimento operaio ha sempre considerato l’arte come un’attività separata e la lotta politica come qualcosa che è fatta per la materialità dei bisogni quotidiani. Solo quando saremo in grado di fare dell’arte un elemento che caratterizza il movimento, solo a quel punto il movimento diventerà una vera trasformazione della vita quotidiana. In questo senso, devo dire che quella idea oggi è largamente passata, solo che se ne sono appropriati Google e le grandi corporation pubblicitarie. Però quella intuizione era un’intuizione che lavorava veramente sulla trasformazione che la società aveva in quegli anni. E il maodadaismo? Maodadaismo è un modo per ironizzare sulla serietà del movimento operaio tradizionale. Sarebbe questo prendere l’arte e farne lotta politica? Sì, però al tempo stesso significa anche dire «Non prendiamo troppo sul serio Mao Tse-tung». Al tempo, noi della redazione di «A/traverso» lavoravamo molto con la fotocopiatrice, cioè facevamo collage e giochi simili. E c’è un numero di «A/traverso», con una immagine che ho fatto io e che mi piace moltissimo. Praticamente mia sorella era maoista quindi io prendevo in giro lei. Così ho preso una foto di Mao Tse-Tung, l’ho messa nella fotocopiatrice, e poi l’ho tirata, quindi è venuto Mao con una lunghissima testa. Mao testa di cazzo si chiamava quella foto. E quella era l’immagine che in qualche modo giocava con la sacralità di Mao, senza l’intenzione di insultare la sua figura, ma solo di giocare con un’immagine sacra per il movimento operaio. Il titolo del numero è Uno spettacolo agghiacciante , e in ultima pagina c’è scritto Game Over e c’è Mao con la testa allungata. [«A/traverso», estate 1981]. Quindi una definizione di maodadaismo non esiste? In realtà, maodadaismo non significa niente, cioè è una commistione tra la storia politica del movimento operaio e la storia delle avanguardie artistiche. In questa commistione noi tentiamo di politicizzare le avanguardie artistiche, ma al tempo stesso di ironizzare sulla sacralità del movimento operaio e di Mao. All’interno del Movimento c’erano due anime, quella creativa e quella militarista. Questa differenziazione si avvertiva molto? Ci furono anche dei veri e propri scontri? A Bologna, no. A Bologna fino al ’76 c’è un’esperienza simile alle altre città, poi dal ’76 (anche grazie alla nascita di Radio Alice) si crea la percezione del fatto che il Movimento è una cosa del tutto nuova, e così anche l’unione delle varie strutture organizzate che lo componevano. A Bologna ce n’erano molte, Rosso ad esempio, ma le strutture dell’Autonomia organizzata qui non hanno mai avuto un atteggiamento polemico. Naturalmente c’era discussione, ma non c’è mai stata una spaccatura nelle assemblee tra queste due componenti. Anche perché il grado dello scontro con il Partito comunista è diventato così forte che in qualche modo si faceva fronte comune. Altrove sì, come a Roma, dove il rapporto con i Volsci qualche volta è stato difficile, di scontro. Nel ’77 le dimensioni del Movimento erano tali che in fondo gli scontri fra i gruppi diventavano poca cosa al confronto. E poi c’è questa costante richiesta da parte del Pci e della stampa di prendere posizioni contro i violenti che noi non accettammo mai. La discussione era assolutamente aperta. Poi al di là della discussione ciascuno faceva la sua scelta e nessuno mi ha trascinato verso scelte che non condividevo. Però certamente da un certo momento in poi l’azione armata diventa un elemento catastrofico per il Movimento, e quando viene sequestrato Moro tutti noi abbiamo capito che era finita, che non c’era più niente da fare, che quello era uno spostamento dell’asse tale per cui il Movimento era destinato a scomparire come infatti è accaduto subito dopo. Ecco, tornando alla radio, perché «Alice»? La risposta è duplice. La ragione ufficiale è che molti stavano leggendo Lewis Carrol, particolarmente Alice al di là dello specchio , e quindi il riferimento a Carroll è decisivo: l’idea secondo cui la realtà non è quello che ci appare, l’idea che c’è un mondo al di là della realtà, l’idea che l’alterazione psichedelica ci permette di vedere qualcosa che non vediamo abitualmente... Alcuni della redazione poi, studiavano con Gianni Celati [Alice disambientata, cit.], quindi portavano questo riferimento a Lewis Carroll. La seconda ragione, più banale, è che il posto in cui abbiamo fatto le prime riunioni di Radio Alice era la casa in cui io abitavo allora [in via Marsili], e in quella casa era nata una bambina da tre-quattro mesi [era la figlia di Dadi Mariotti, una delle fondatrici della radio, NdA]. Quella bambina l’avevano chiamata Alice, e quindi abbiamo unito le due cose ed è nata Radio Alice. Cosa significava per «A/traverso» e per Radio Alice attraversare lo specchio? Lo specchio può essere considerato come il linguaggio della rappresentazione, il linguaggio nel quale ci specchiamo.Se il linguaggio è ciò in cui noi ci specchiamo non accadrà mai niente, occorre perlomeno che cambiamo la posizione dello specchio per riuscire a vedere qualcosa che non abbiamo visto ancora, o addirittura si deve andare «oltre lo specchio», e quindi fare del linguaggio, immaginazione di mondi che non esistono ancora.Ma poi c’è un’altra possibilità di intendere questa idea, in cui lo specchio è lo schermo, lo specchio è la televisione, lo specchio è il dominio dei media di regime. Quindi naturalmente Radio Alice e le radio in generale in quel periodo portavano una critica molto radicale nei confronti della televisione, che non era solo critica dei contenuti, era proprio critica del medium televisivo. E per fare questo andavano appunto «oltre lo specchio» inteso come schermo televisivo di regime. Dopo che Radio Alice è stata chiusa, con quali mezzi è sopravvissuta prima di appoggiarsi ad altre radio locali? Radio Alice viene chiusa la sera del 12 marzo, ma riapre immediatamente la mattina del 13 in un altro locale, sempre con nostri mezzi. Durante la notte viene infatti ricostruito il trasmettitore. La polizia però lo chiude di nuovo e a quel punto si trasferisce a Radio Ricerca Aperta, per una o due volte. Dopodiché viene nuovamente occupata e i redattori arrestati. A quel punto si costituisce il Collettivo 12 Marzo [in realà il Colettivo 12 marzo è il soggetto che dà vita alla radio il giorno dopo la sua chiusura, NdA]. Te però in quei giorni non c’eri... Esatto, io sono scappato. Due giorni dopo, quando ho capito che stavano arrestando tutti, insieme ad altre quattro persone siamo fuggiti in Francia. Infatti non ti hanno arrestato, ma comunque in prigione c’eri già stato l’anno prima, come riportano le lettere che hai spedito alla redazione della radio e che sono raccolte in Alice è il diavolo. Sì, sono stato arrestato nel marzo del ’76 con l’accusa di essere un referente Br, perché avevano trovato un’agenda di un brigatista, con sopra scritto «B. B.», e poi un numero di telefono. E allora per loro «B. B.» era Bifo Berardi. In realtà so che era uno che si chiamava Battista e poi il cognome non ha importanza. E quindi non hai partecipato nemmeno al convegno di settembre... Eh no, perché ero in Francia. Sono andato a Parigi subito dopo la chiusura della radio e sono rimasto lì un anno. Infatti ho letto che il convegno fu aperto, dopo l’intervento iniziale, da una tua lettera. Esattamente. E ho letto anche che al convegno gli Autonomi fecero una pessima figura, avanzando la pretesa di dirigere gli interventi e talvolta occupando la sala. Sai, io credo che lì tutti abbiamo fatto una figura un po’ magra, perché il convegno di settembre è stato un’occasione gigantesca, che abbiamo perduto, ma forse non potevamo che perderla. Noi abbiamo convocato il convegno da Parigi, a luglio, come «convegno contro la repressione». Questo è stato un errore, probabilmente il più grave errore della mia vita. Perché non ha senso un convegno contro la repressione, avremmo dovuto fare un convegno sull’immaginazione, sul futuro. E invece abbiamo in qualche modo convocato lo Stato, il potere, la violenza, la repressione, il carcere, ecc. In quel momento c’erano 300 persone in galera, quindi c’erano mille ragioni per fare questo, ma non dovevamo farlo, dovevamo considerarlo uno dei tanti temi da affrontare. Quindi la convocazione ha predisposto le cose in una maniera sbagliata fin dall’inizio. Al tempo stesso il convegno ha suscitato un’attesa enorme, perché il Movimento di Bologna (anche quello di Roma e di Milano certamente, ma quello bolognese soprattutto) aveva suscitato una grande attenzione negli ambienti filosofici parigini ad esempio, o in larga parte del movimento verde tedesco. Quindi c’erano molte aspettative ed è arrivata gente da tutta Europa, che in qualche modo si aspettavano, loro come tutti, un’indicazione per il futuro. In realtà ci abbiamo anche provato, abbiamo fatto una nuova Costituzione della Repubblica Italiana basata sul non-lavoro, però aveva il carattere dello scherzo più che altro. Al centro del Convegno c’era questa mega assemblea al Palazzo dello Sport, dove naturalmente si è verificato uno scontro stupido, prevedibile, tra quelli che dicevano che bisognava organizzarsi militarmente contro lo Stato e quelli che dicevano che invece non bisognava accettare il terreno della lotta armata. E poi c’eravamo noi che abbiamo abbandonato: quelli di Radio Alice non stavano nell’assemblea del Palazzo dello Sport, erano in piazza Verdi e in altri posti. Però di fatto la scena è stata occupata da una discussione vecchia, antica, per cui subito dopo c’è stato un fenomeno, da una parte di depressione, l’eroina che dilaga come non era mai avvenuto prima; dall’altra un fenomeno di abbandono: molte persone, poche da Bologna, ma molte da altre città, che hanno deciso di entrare nelle Brigate rosse, in Prima linea o in altre formazioni combattenti, dicendosi che se il movimento era finita, ora era necessaria una presa di posizione più forte. L’attesa era troppo alta al convegno di settembre e noi l’abbiamo impostato male. Io ne sono cosciente, lo so, è la cosa che mi rimprovero di più: avrei dovuto proporre un altro tema, non la repressione, e sarei dovuto tornare a Bologna e farmi arrestare, ma questo è un altro discorso. E invece no, abbiamo ragionato in termini ancora un po’ vecchi; abbiamo detto che dovevamo difendere le nostre strutture contro la repressione, e anche io volevo rimanere a Parigi perché pensavo di, in qualche modo, servire a qualcosa; abbiamo perso anche il gusto dello spettacolo. Si trattava di giocare l’ultimo grande colpo... ma non mi ci far pensare che mi metto a piangere.
- konnektor
Russia e Ucraina quattro anni dopo Varoush Khosravians La difesa dell’attuale ordine capitalista, intrinsecamente ingiusto, insostenibile, distruttivo e brutale, ha bisogno, dal punto di vista della potenza egemonica statunitense e della sua cerchia di vassalli geopolitici, del ricorso illimitato alla violenza militare in ogni circostanza e a prescindere da ogni calcolo delle conseguenze, se ciò garantisce un aumento puramente differenziale del potere delle classi dominanti occidentali, dall’Ucraina a Gaza, dalla Siria alla Libia, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Iraq e all’Iran. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review . A quattro anni dalla cosiddetta invasione su larga scala dell’Ucraina, è molto difficile liberarsi da tutti i cliché, le bugie e i riflessi che hanno intorbidito la guerra. Non ho mai vissuto una «guerra su larga scala», né ho mai fatto il soldato in nessuna guerra, grande o piccola che fosse, quindi forse è sempre stato così. I nazisti ammiravano molto la propaganda britannica della prima guerra mondiale e Goebbels la utilizzò come modello. Il grande peccato in guerra è essere obiettivi e questa lezione è stata imparata molto bene dai protagonisti di questa guerra: i russi, gli ucraini e gli alleati dell’Ucraina in Europa e (fino a poco tempo fa) Washington. Il grande pericolo di rinunciare agli sforzi per raggiungere la verità è che ciò che è solo immaginato potrebbe avverarsi e le bugie potrebbero portare alla verità di una guerra «su larga scala». Nel caso dell’Ucraina, le «notizie» indirizzano i miei sentimenti e il mio intelletto in direzioni diverse. Da un lato, quasi ogni giorno uno legge delle sofferenze e dell’eroismo dei soldati e dei civili ucraini: dei bombardamenti incessanti dei russi, dei bambini rapiti, delle scuole costrette in luoghi nascosti e, naturalmente, delle testimonianze dei rifugiati ucraini. Le atrocità dei russi, diffuse ogni volta che è possibile, suscitano indignazione morale. Ma ho imparato da tempo che il coraggio e la sofferenza, sebbene suscitino giustamente ammirazione e compassione, non rendono giusta di per sé una causa. Un’azione può essere coraggiosa senza essere buona; la sofferenza suscita pietà ma non è detto debba essere necessaria. In Gran Bretagna ricordiamo i nostri caduti in guerra come persone che hanno dato la vita per la libertà; i tedeschi ricordano i loro come vittime di una tragedia. Tuttavia, i soldati di entrambe le parti hanno combattuto con uguale coraggio. Anche le truppe russe hanno combattuto con coraggio nella guerra in Ucraina, ma non ci viene mai, o raramente, chiesto di ammirare questo coraggio, perché la loro causa è considerata malvagia. Si possono dire molte cose sulla «causa». In termini legali, i russi sono stati la «causa» della guerra in Ucraina invadendo un paese indipendente. Non avrebbero dovuto farlo; c’erano modi migliori e più pazienti per riportare l’Ucraina all’ovile russo, dove parte di essa aveva vissuto per secoli. Inoltre, c’è stato un errore di calcolo. Iniziata presumibilmente per impedire all’Ucraina di entrare nella NATO, ha finito per far aderire due nuovi membri all’Alleanza e ha reso gran parte dell’Europa anti-russa. Concepita come un’«operazione speciale» che sarebbe durata poche settimane, è diventata la più grande guerra combattuta nel continente europeo dal 1945. Ma gli sforzi per scoprire la verità riconoscerebbero anche che gli Stati Uniti e la NATO hanno provocato la Russia lavorando attivamente per allontanare l’Ucraina dalla sua orbita al fine di completare la loro vittoria nella Guerra Fredda. L’Occidente non ha forse alcuna responsabilità in una guerra che dura da anni e che ha causato centinaia di migliaia, se non milioni, di morti e feriti da entrambe le parti, lasciando in rovina gran parte dell’economia ucraina? Non ha forse promesso all’Ucraina di fare «tutto il necessario» per sconfiggere la Russia? La guerra non sarebbe finita anni fa se non fosse stato per quelle promesse? Quello che l’Occidente definisce l’indipendenza dell’Ucraina meritava il costo in termini di vite umane causato dalla guerra? Il probabile risultato della guerra giustificherà le morti, il coraggio e le sofferenze? Alcuni di noi, nel Regno Unito, così come nel continente europeo e negli Stati Uniti, hanno chiesto una pace negoziata quasi dal giorno in cui è iniziata la guerra. Ci siamo opposti al paragone tra Putin e Hitler. Siamo stati semplicemente cancellati e ignorati. Non si doveva permettere nulla che indebolisse la determinazione nazionale a sostenere l’Ucraina. L’autocensura della stampa e la disinformazione in questa guerra per procura hanno eguagliato, e persino superato, quelle della guerra «vera» contro Hitler. Ora Trump ha rotto il fronte unito. La Russia, dice il presidente americano, non è stata la causa (o almeno non l’unica causa) di questa guerra «inutile». E per questo è stato vilipeso da tutte le persone benpensanti della nostra parte del mondo. Ancora una volta, mi sento spinto a riflettere sulla saggezza matura di un saggio del giovane John Maynard Keynes scritto quando era studente a Cambridge nel 1904. La guerra, scrive, deve essere affrontata con «grande prudenza, riverenza e calcolo», così come la propaganda, che ne è la messaggera. «La nostra capacità di previsione è così scarsa, la nostra conoscenza delle conseguenze ultime così incerta, che raramente è prudente sacrificare un beneficio presente [cioè la pace] per un beneficio dubbio nel futuro». E poi «non è sufficiente che la situazione che intendiamo promuovere sia migliore di quella precedente; deve essere davvero molto migliore per compensare i mali della transizione». L’umiliazione della Russia nel 2022 era così grave da giustificare la sua invasione dell’Ucraina? Le richieste russe all’Ucraina dopo l’invasione erano così intollerabili da giustificare la resistenza armata dell’Ucraina? E soprattutto, la situazione che l’Occidente intendeva promuovere era davvero tanto migliore da giustificare la sua provocazione alla Russia e il protrarsi di questa terribile guerra per quattro anni? Testi consigliati Susan Watkins , ¿Una guerra evitable? , «NLR» 133/134, Cinco guerras en una , NLR 137 e Cambios de paradigma , «NLR» 128 Wolfgang Streeck, La Unión Europea en guerra: dos años despué s , «Diario Red» e El retorno del rey , El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales , Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos e La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial , tutti pubblicati su «El Salto» . Robert Skidelsky è uno storico economico britannico, professore emerito di economia politica all’Università di Warwick e autore della biografia canonica di John Maynard Keynes: John Maynard Keynes: Hopes Betrayed, 1883-1920 (1993), John Maynard Keynes: The Economist as Saviour, 1920-1937 (1992) e John Maynard Keynes: Fighting for Freedom, 1937-1946 (2000). ● Traduzione di Mauro Trotta
- clan-milieu
Ho solo bisogno di noi. Tre magiche autobiografie Ho solo bisogno di noi. Rosso di Mària. Clandestina. Hotel California , di Teresa Zoni Zanetti, Milieu, 2026) Con la pubblicazione dell’ultima parte inedita, Hotel California , la collana settanta/milieu completa e raccoglie in un unico volume l’autobiografia in tre parti di Teresa Zoni Zanetti, iniziata nel lontano 1999 con Rosso di Mària per Castelvecchi e proseguita nel 2000 con Clandestina per DeriveApprodi. Autobiografia limitata a un solo periodo della sua vita, perché l’autrice, classe 1955, racconta nel primo libro la militanza giovanile nel Movimento di quegli anni, Educazione sentimentale di una bambina guerrigliera recitava il sottotitolo, quindi l’appartenenza a gruppi di lotta armata diversi dalle solite Brigate rosse e Prima Linea nel secondo, e infine i primi anni a San Vittore nel terzo, assai più breve dei primi due, a seguito dell’arresto del 18 giugno 1980 a Pontenure (Pc) dopo una fallita rapina, con conseguente condanna a 27 anni di carcere all’esito del noto processo Rosso-Tobagi. Io ho iniziato dal secondo, quando ancora ero agli inizi di un approfondimento sulle tante organizzazioni armate operanti in Italia nel «decennio lungo del secolo breve» che in seguito mi avrebbe portato anche a scriverne. Clandestina mi era talmente piaciuto da averlo voluto rileggere a distanza di anni per meglio inquadrare fatti e persone che nel libro venivano raccontati in forma di romanzo con «nomi di battaglia», perché sin dal primo lavoro, l’intento della Zoni era quello di narrare vite, emozioni, rapporti di solidarietà tra compagni, amori, amicizie, delusioni e fermenti collettivi, più che scrivere l’ennesima biografia della militante armata. Per cui non contavano i nomi, ma le esperienze collettive di vita, nella gioia e nel dolore, come si dice nei matrimoni, perché l’autrice, anche quando si troverà in galera, ha «solo bisogno di noi», tutto il resto non conta. Per questo, del tutto inutile si rivelò il mio goffo tentativo di chiederle un aiuto a identificare alcuni nomignoli meno noti; per farlo ho dovuto rivolgermi a chi ai tempi li aveva direttamente conosciuti, oppure alle varie sentenze che si occuparono di quei fatti, distribuendo anni di galera nel periodo dell’emergenza di un Paese che, a guerra finita, pensò di condensare quel gigantesco conflitto sociale con parole di facile presa mediatica come «terrorismo» e «anni di piombo». Niente di più distante da quello che ci racconta la Zoni, figlia di una famiglia unita e fieramente antifascista del varesotto dove si parlava in dialetto, cresciuta in un ambiente salubre e al riparo dalle contaminazioni tossiche della metropoli dove è costretta ad approdare di malavoglia ancora da ragazzina quando il nome suo e di alcuni compagni diventa oggetto delle attenzioni di Polizia, e da dove, lo dice lei stessa, non vedeva l’ora di scappare, perché, come scrive nel suo ultimo capitolo dal carcere, oltre che la rivoluzionaria il suo sogno era quello di «fare agraria». Fatto che non è sfuggito neppure ai giudici che ai tempi la processarono e condannarono a quasi 30 anni di galera, visto che in un’ordinanza di rinvio a giudizio si leggono parole solitamente assenti in quelle fredde pagine che trasformavano fermenti politici e sociali molto complessi in aridi articoli di codice: «Animata da un interiore sacro furore che la porta ad agire e ad impugnare le armi nella prospettiva di utopistici obbiettivi di giustizia e uguaglianza sociale, nei rari momenti di debolezza e di intimità a cui si lascia andare sogna una vita “normale” condotta allevando bambini e galline in campagna, per poi subito riprendere il controllo di sé e gettarsi nuovamente nella lotta, quasi fosse spinta da una misteriosa forza che la trascina e contro la quale nulla può fare. Questa è la Zoni che porta a messa il Marocco, che si lega al Gemelli o, forse e più esattamente, a ciò che il Gemelli per lei rappresenta, rammaricandosi nel contempo di renderlo uguale a lei, che senza un lamento precipita nel buio della notte per quasi 5 metri incrinandosi le costole, che custodisce nella medesima borsetta la pistola silenziata e il volumetto di meditazioni di ispirazione cattolica dal significativo titolo Voglio soltanto che sia amore ». Il maggior pregio che mi preme sottolineare dei libri della Zoni è la scrittura, lo stile narrativo, asciutto in certi punti, ma denso di sentimento in altri, a volte quasi aulico nella descrizione di boschi e laghi e altre persino smaccato nella rabbia, sempre carico di traboccante amore quando si riferisce ad amici e compagni, implacabile verso chi invece ha tradito, e che non fa mistero di raccontarsi senza scudo nelle proprie debolezze, negli errori e negli innamoramenti affrettati talvolta frutto di abbaglio, che iniziano e si concludono con quello che è ancora oggi l’uomo della sua vita, conosciuto quando erano due adolescenti e ritrovato dopo anni di dura galera. «Nel quadro fosco degli “anni di piombo” così come ci è stato consegnato dalla pubblicistica di Stato” – scrive Alunni nella prefazione a Clandestina – quel che manca è l’umanità di cui erano pieni quegli uomini e quelle donne che facevano scelte drammatiche con la morte nel cuore come per esempio la clandestinità». Chi è stata, per il tratto di vita che racconta, perché poi ci sarà molto altro, Teresa Zoni? Militante nei tanti gruppi autonomi di quegli anni, presenti anche nella zona del varesotto, alla fine del 1977 entra nelle Formazioni comuniste combattenti, dopo aver militato in precedenza nelle Brigate comuniste, ennesima sigla che nasce dall’impulso più armato del Movimento, diretta emanazione del settore illegale della rivista milanese «Rosso» di via Disciplini e cofondate da Corrado Alunni, che aveva conosciuto Moretti all’epoca in cui entrambi lavoravano come tecnici alla Siemens, e che aveva da tempo abbandonato le Brigate rosse. La sigla Formazioni comuniste combattenti appare per la prima volta il 18 gennaio 1978 nella rivendicazione di un’azione contro il nucleo dei carabinieri in servizio di guardia esterna al carcere speciale di Novara. A giugno alcuni militanti, unitamente ad altri membri di Prima linea, parteciparono a un campo d’addestramento militare organizzato dall’Eta al confine tra la Francia e la Spagna, come risultò dal materiale ritrovato il 13 settembre nella base milanese di via Negroli in occasione dell’arresto di Corrado Alunni, e che verrà successivamente confermato agli inquirenti da un memoriale redatto in carcere dal pentito Fortunato Balice. Le Fcc verranno smantellate abbastanza in fretta dalle forze dell’ordine, prima con l’arresto nel 1978 del suo fondatore, e quindi, nel maggio del 1979 a Como, di quasi tutti i principali militanti, grazie alle confidenze fatte ai carabinieri dall’infiltrato Rocco Ricciardi. La Zoni nel frattempo era entrata nei Reparti comunisti d’attacco per la cui appartenenza verranno inquisite 24 persone, e tra le azioni militari di questa organizzazione si ricordano il ferimento a Milano del medico di San Vittore Mario Marchetti (13 novembre 1978), del dirigente Mario Miraglia (10 febbraio 1980), e l’assalto a Torino il 5 maggio 1980 della sede Rai. Scrive la Zoni, come si legge nella quarta di copertina: «Eravamo combattenti di una guerra impari, maledetta, sopportata come una malattia, e io stavo imparando che i combattenti non hanno il cuore leggero, ma il polso fermo, lo sguardo liquido e un rimpianto infinito nel cuore. Noi non avevamo dubbi. Credevamo fortemente alla nostra guerra e alle sue profonde ragioni. Il resto era solo conseguenza. Naturale, radicale, logica conseguenza. Ipocrita ci sembrava tutto il resto: chi non aveva avuto il coraggio di stare al nostro fianco, o peggio ancora chi la guerra l’aveva predicata per tanti anni nelle idee e nelle parole e poi non aveva avuto il coraggio di farla, lasciandoci soli a combattere sulla linea del fuoco. Pazienza. Noi c’eravamo, ed eravamo tanti, nonostante tutto». L’amicizia e la comunanza prima di tutto, per questo il tradimento di un compagno le appare ancora più atroce, come la morte di Roberto Serafini, crivellato l’11 dicembre 1980 dai colpi di una pattuglia dei carabinieri in via Varesina fuori dalla bocciofila Cagnola, insieme a Walter Pezzoli, da lei raccontata in poche ma drammatiche righe: «Eppure neanche quell’avvisaglia lo salvò anni dopo da una morte atroce, e ancor più dilaniante perché avvenuta proprio per responsabilità di quella stessa persona che tanto tempo prima, in una sera di brume, di laghi e di mal di pancia, a costo di forzare cento posti di blocco lo avrebbe portato sano e salvo fino all’altra parte del mondo». E a proposito di amicizie e comunanze, sul sito di DeriveApprodi si legge una sua commovente dedica a una ex compagna di militanza mancata nel 2016. «Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, rivoluzionaria quando tutta la sua generazione lo è stata, entusiasmo, speranze, lotte, rigore morale e onestà, cruda e sostanziale onestà verso se stessi e gli altri: come siamo venuti su noi, a vent’anni era impossibile negarsi, far finta di niente, girarsi dall’altra parte, si doveva e si poteva cambiare questo mondo e Francesca non si è certo tirata indietro. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, madre, contro tutto e contro tutti, madre dell’impossibile, madre coraggio, forza e incontenibile gioia insieme. Nell’amore Francesca non si è mai risparmiata, generosa e delicata, eppure presente tutta intera, senza mezze misure, Fabio e le ragazze lo sanno bene. Così nella vita Francesca non si è mai risparmiata, incurante di sé, come se fosse inesauribile, ha provato a vivere senza sconti e senza alcuna scorciatoia una propria etica e una propria intuizione di vita. Una piccola attenta e gentile combattente, discreta, misurata eppure indomabile testa contraria. Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca, per favore, insegnaci lo stesso a diventare vecchi, insieme». Tre libri da leggere tutti insieme per chi si fosse perso i primi due.
- selfie da zemrude
Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Melancholia Le TAM mettono crudamente in luce la limitatezza degli umani nel fronteggiare da soli la gravità della setticemia di Gaia, sottolineando l’urgente necessità di un comune multispecie. Sull’altro versante, la Gov Q vuol far credere che le tecnologie risolveranno i problemi della biosfera, ma intanto prepara la Grande Fuga. I nonumani si trovano in una nuova situazione che ribalta le dinamiche delle loro relazioni con gli umani in crisi, imparando a esercitare influenze diverse. Nei confronti dei contagiati più gravi, spesso vicini alla Gov Q, emergono atteggiamenti di aggressività e intimidazione, mentre nei confronti di chi comunica con le TAM, sviluppano sentimenti di empatia che, però, accentuano la profonda malinconia che sta invadendo l’umanità. I pocoumani, si trovano alla punta di questa offensiva degli affetti, che sarebbe potuta sfociare in una rivoluzione multispecie. Nel tentativo di costruire un comune multispecie si sarebbero presto presentati ostacoli a prima vista insormontabili. Quando mai era successo che il genere umano avesse ceduto un potere diventato diritto assoluto di vita e di morte su tante reti della vita? Inverosimile! Neanche noi boomer, che al nostro tempo ci eravamo battuti contro le centrali nucleari, avremmo osato tanto, ma forse nelle fila degli attivisti antispecisti e degli ecowarrior, diventati molto numerosi verso la metà del XXI secolo, qualcuno ci stava pensando… D’altronde solo ora e grazie alle TAM si cominciava realmente a interiorizzare che, nonostante le roboanti dichiarazioni di civilizzazione millenaria – un secondo della storia geologica – l’umanità, grande comunità dai piedi d’argilla, era impotente davanti all’infezione di Gaia. Ma neanche questo sarebbe bastato a piegarla per cedere una parte di potere.La Gov Q per parte sua continuava a sfoggiare una fiducia assoluta nella metatecnica, ormai arrivata alla presunzione di poter guarire la setticemia di Gaia con le ricette della geoingegneria. Come se per catturare o assorbire la CO2 in eccesso fosse ragionevole spandere quantità spropositate di ammina etilenica nell’atmosfera o di sali di ferro negli oceani per far crescere a dismisura le alghe 1 . Esperimenti rivelatisi poi disastrosi. E questi sono solo due esempi di geoingegneria fra i tanti, a mio parere uno più demenziale dell’altro, per dirti i livelli di carica virale nekomemetica a cui si stava arrivando. Poi quando la situazione si aggravò al punto di mettere in pericolo la Grande Fuga, la Gov mise in piedi il “progetto iceberg”, un tentativo disperato di raffreddamento dei tropici sempre più invivibili e dove ogni anno ondate di gran caldo facevano decine di milioni di morti. Si trattava della vecchia idea di spostare degli iceberg con grandi mezzi per portarli in zone tropicali usando nuove tecniche chimico-fisiche per preservarli da uno scioglimento precoce durante il trasporto. Dal canto loro i nonumani non avevano mai avuto la possibilità di capovolgere o perlomeno di riequilibrare i rapporti di forza sfavorevoli, però si accorsero che con le TAM potevano perlomeno influenzare gli umani. Avevano tecniche rudimentali, cablate e apparentemente non evolutive, ma forse dietro questa loro fragilità si nascondevano forze che le TAM mettevano in movimento. Certe specie eccellevano in tipi di percezione e di qualità sensitive in cui potevano essere incomparabilmente superiori a tutte le altre. Non si trattava solo di fiuto, vista o udito, ma anche di cinestesia, la capacità dell’organismo di sentire la propria posizione e di adattare di conseguenza il corpo, o del senso dell’equilibrio, ma anche di funzioni sensoriali che gli umani non posseggono naturalmente come il biosonar di pipistrelli e delfini, usati dagli umani per addestrare questi ultimi a fini militari, come mi pare di averti detto prima. E poi ancora le capacità di mimetizzazione di camaleonti, di polpi e di tanti nonumani indistinguibili da foglie, sabbia o fondi marini.Più sorprendente era la magnetoricezione cioè il senso di certi animali per il campo magnetico della Terra, che come una bio-bussola indica loro in che direzione stanno andando in ogni momento ed è usata per orientarsi negli spostamenti. Una proprietà presente in molti degli animali finora studiati, tra cui pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi alla base delle capacità d’orientamento di tante specie e di fenomeni stupefacenti come le grandi migrazioni dei salmoni. Le TAM non avevano in apparenza molto modificato le abitudini di tante specie, ma avevano messo in luce o amplificato le loro naturali doti di intendimento, di empatia o di replica alle emozioni altrui. Qualcosa che, a prima vista, poteva assomigliare ai comportamenti dei cosiddetti animali domestici, già abili nel percepire gli umori dei padroni , ma senza le dipendenze che esistevano per questi ultimi. In molti nonumani sembrava si arrivasse a una presa di coscienza delle loro nuove capacità d’influenza; ma pochi, anche fra i partecipanti umani alle TAM, sembravano essere consapevoli dei cambiamenti d’atteggiamento o d’umore, soprattutto per quel che riguardava le specie lontane e non appartenenti ai mammiferi o addirittura ai vertebrati. In effetti la stragrande maggioranza delle persone, addestrata nei secoli del capitalismo a rendere misurabili e scalabili anche gli affetti per poi trasformarli in merce da valorizzare, non si stava accorgendo dal cambiamento decisivo degli equilibri affettivi ed emozionali di chi la circondava. C’era stata una serie di segnali macroscopici evidenti, principalmente in specie animali vicine, che mostravano un aumento dei comportamenti di diffidenza e di fuga, da un lato e dall’altro quelli di aggressività cominciati nei decenni precedenti. In alcuni casi, sembrava che gli animali fossero consapevoli delle situazioni in cui i rapporti di forza erano favorevoli e agivano di conseguenza, mentre in altre situazioni le loro azioni sembravano essere più mirate a incutere intimidazione, sorpresa o paura, piuttosto che a causare danni. Ma questi sottili cambiamenti passavano in secondo piano di fronte al marasma causato dal peggioramento dello stato di Gaia. Chi non usava le TAM sembrava tagliato fuori da questi segnali comportamentali del vivente. Molto più fine era invece l’influenza che si esercitava nei confronti di chi ne stava diventando dipendente. Pareva evidente che i nonumani utilizzassero a fondo le loro nuove capacità d’influenza per sottrarsi a quanto avevano subito in precedenza.Nelle TAM la risonanza degli affetti fra specie era affine all’empatia, ma nella specie umana sembrava che fosse amplificata e, mettendo a dura prova i neuroni specchio, diventava spesso invasiva per il soggetto che era coinvolto. Un’esposizione prolungata lasciava certe persone prostrate e senza forze psico-fisiche, ma poi il bisogno di connettersi con questo mondo era generato dall’istinto di sopravvivenza di chi ancora desiderava battersi o anche solo evadere da una realtà sempre meno sopportabile. Le specie nonumane, da parte loro, parevano aver percepito i cambiamenti e legami che si creavano in questo ambito e si stavano naturalmente abituando a questa loro nuova capacità di suscitare sentimenti ed emozioni augmented . Uno dei sentimenti più forti che venivano messi in risonanza era la malinconia. Pareva che non scegliessero intenzionalmente di alimentare il sentimento di tristezza profonda (deep melancholia ), ma c’era chi sosteneva anche il contrario. Questo però di fatto allentava la stretta della morsa spietata e mortifera da sempre esercitata su di loro. Era più probabile che ciò accadesse spontaneamente perché la malinconia era già affiorante e talvolta predominante e questa mancanza d’intenzione rendeva più incontrollabile il propagarsi di tale sentimento. Le cause dell’infelicità nonumana erano numerose: certamente una delle principali era data dalla capacità di rilevare l’intensità di carica del virus nekomemetico. Ma c’era di più, molto di più: il sentimento di morte, come un perenne rumore di fondo in lento crescendo man mano che la setticemia di Gaia inesorabilmente avanzava. Tutti lo subivano sin dalla nascita. Diventava una pre- senza predominante e la trasmettevano via le TAM amplificandola. Era una sorta di melancologia che si alimentava degli effetti devastanti della setticemia di Gaia e si propagava un po’ dappertutto e non solo fra quelli che usavano le TAM; alcuni affermavano che molti nonumani cominciassero a percepire un qualche feed back degli effetti di tale malinconia paralizzante. Che in prima linea ci fossero i pocoumani, esseri transgenici modificati con geni umani per fornire latte, sangue, tessuti, organi e altri servizi agli umani, non è sorprendente. A lungo la grande maggioranza delle popolazioni non si era troppo preoccupata delle conseguenze delle modifiche genetiche operate sui nonumani e su tutto l’insieme del vivente. Tali manipolazioni, implementate seguendo le pratiche distruttive delle Governance, potevano essere considerate come uno dei risultati più nefasti della variante del morbo nekomemetico. Era un ulteriore stadio che caratterizzava l’aggravamento del morbo dopo quello che aveva portato l’umanità a manipolare le forze atomiche disseminando sull’epidermide di Gaia qualche decina di migliaia di cisti radioattive di varia funzionalità 2 , che nessuno sapeva come rendere inoffensive distruggendole o asportandole. In tutti i casi spargevano radioattività e avrebbero continuato a contaminare Gaia per millenni. I responsabili del nucleare durante i primi sviluppi avevano almeno l’attenuante di non essere consapevoli dell’esistenza del morbo nekomemetico, mentre la Gov Q, che negava ostinatamente la realtà del virus, era ora determinata a ottenere il massimo di energia per accelerare i preparativi e avviare la Grande Fuga, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze per le regioni da abbandonare. In qualche occasione la WorldForce fece anche uso di bombe nucleari tattiche, pilotate dallo spazio, come quella lanciata, si dice per errore, su Dubai nell’ultimo Black Friday esistito sulla Terra. Come quella nucleare anche l’ingegneria genetica era entrata naturalmente nel vortice della mercificazione e aveva dato vita a una nuova e pericolosissima variante del virus nekomemetico. D’altronde a differenza di molti virus materiali, in questo caso le varianti non si soppiantavano l’una con l’altra, ma coabitavano e si accumulavano. Come ti avevo già accennato, la situazione si era particolarmente degradata sin dalla scoperta delle prime forbici molecolari o genetiche , avvenuta già alla fine del XX secolo, quando l’industrializzazione della filiera si era accelerata. Se da una parte questi strumenti erano stati utilizzati per curare malattie geneticamente trasmissibili, dall’altra, sotto l’egemonia dei techno-tycoon, il loro uso fatto da tecnici contagiati aveva generato un salto di qualità degli effetti sul cuore della materia vivente che costituiva Gaia. Prima delle forbici genetiche gli OGM esistevano da tempo e costituivano già una delle conseguenze più gravi della pandemia. Tuttavia l’industrializzazione di tali strumenti, che metteva alla portata della prima startup le manipolazioni e alterazioni dell’unità ereditaria fondamentale del vivente, rappresentava un ulteriore cambiamento di paradigma. La Biotech e le Huge Pharma erano dei pilastri oligarchici che pesavano all’interno dell’ AltaSfera Ecofin . Esse si rivendicavano come industrie della vita che facevano da pendant a quelle dell’armamento, e cioè della morte, eufemisticamente chiamate della difesa. I pocoumani erano solo una delle filiere prodotte da questi nuovi settori, ma portavano nelle loro viscere le stigmate più profonde dei comportamenti dettati dal morbo nekomemetico. Essi costituivano la categoria di viventi, che più di ogni altra poteva generare negli umani le vibrazioni emotive più devastanti fra quelle che transitavano nella bio-rete delle TAM. L’influenza che stavano esercitando era soprattutto psichica e non sembrava implicare forze o violenze fisiche, anche se qualcuno di noi sospettava che negli episodi d’aggressività ci fosse anche il loro zampino. Questi lancinanti messaggi erano combattuti dalla fazione transumanista in cui confluiva la grande maggioranza degli human+ ( h+), che difendevano con unghie al titanio e denti transgenici il valore dell’investimento fatto sul loro corpo ibrido, un capitale somatico immune da qualsiasi principio etico. Salvo poi pentirsi quando le cose andavano male e si trovavano di fronte a mutazioni impreviste e altri gravi problemi. Nelle TAM, ormai così largamente accessibili, c’era comunque il potenziale avvio di una trasformazione nelle relazioni fra quella parte dell’umanità relegata in posizione subalterna e molte reti del vivente. Forse questa volta si trattava di un vero cambiamento biopolitico, molto diverso da quelli tanto discussi dagli intellettuali del secolo precedente, che si erano limitati al solo bios umano trascurando l’essenziale: il bios di Gaia. Non sappiamo come si sentissero le varie specie sotto l’effetto di questa malinconia riflessa, ma puoi fartene un’idea immergendoti in quegli otto magici minuti che sintetizzavano l’atmosfera di Melancholia il vecchio film di quel pazzo, ormai un po’ dimenticato, di von Trier. In quel breve spezzone le immagini simboliche della fine del mondo prendevano tutta la loro forza nel preludio di Tristano e Isotta .Una musica che sembrava composta da Wagner proprio per accompagnare questo senso di smarrimento infinito 3 . C’era tuttavia il rischio che l’estetica della melancologia venisse recuperata dall’ur-fascismo, con il quale aveva ambigue affinità. Il diffondersi della tristezza oltre agli effetti depressivi generalizzati aveva perlomeno il vantaggio di diminuire un po’ la carica virale nekomemetica. Non si poteva facilmente capire se in una situazione tanto degradata questo sarebbe bastato anche solo a frenare la sepsi di Gaia. Forse ci sarebbe voluto tempo, ma il tempo a disposizione non sarebbe bastato. C’era inoltre il paradosso di una malinconia che colpiva forte proprio chi era più propenso a costruire un comune multispecie. Quel comune era come una disperata àncora di speranza lanciata nella tempesta della setticemia che continuava ad avanzare riducendo i territori abitabili. La malinconia dei più sensibili e impegnati lasciava spazio alla Gov Q. Anche quest’ultima, tuttavia, si trovava in difficoltà non tanto per la limitatezza numerica del suo nucleo – in passato, un’oligarchia costituita dal 1% o poco più era stata in grado di sottomettere a lungo il resto dell’umanità – ma proprio a causa dell’incapacità crescente di mantenere attivi certi gangli di controllo. La potenza di calcolo quantistica, gli algoritmi, i bot e la miriade di dispositivi attivi sul territorio, fra cui gli onnipresenti cyber-insetti pollinizzatori erano la testimonianza, non potevano supplire completamente al lavoro vivo di Gaia. Ed il diffondersi della malinconia se da un lato fiaccava attivismi, sperimentazioni e resistenza in provenienza dalla Sfera Autonoma e dintorni, dall’altro contribuiva a indebolire l’ultimo baluardo della Gov Q, quello della violenza a cui faceva ricorso sempre più spesso. Note: Il Boomernauta fa qui riferimento a 2 progetti di geoingegneria entrati in fase operativa: Direct Air Capture cioè cattura d’anidride carbonica nell’aria tramite prodotti come la soda caustica ed il progetto di fertilizzazione degli oceani con il ferro e fosforo. Quest’ultimo considerato dagli stessi geoingegneri utile solo se sostenuto su una scala temporale millenaria . Secondo il Boomernauta si trattava di dispositivi progettati per esplodere o comunque a rischio di fusione in un calore immenso . Ne ho dedotto che accennasse alle postazioni di armi nucleari ed alle centrali nucleari che secondo il mantra delle governance erano destinate a produrre un’energia green decarbonizzata! . A quel punto fece partire da un suo dispositivo il video e con la musica a cui aveva accennato ed io vi suggerisco di farlo ora utilizzando questo QRcode il link https://www.youtube.com/watch?v=1JEYnjKxf4A .
- konnektor
Smascherare le menzogne della guerra contro l’Iran Kenji, 2014 La guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran è insensata quanto la pretesa degli aggressori di conservare rispettivamente un’egemonia globale, che oggi non funziona più come nella modernità del capitalismo storico, e un’egemonia regionale, che comporterebbe decenni di guerra e una distruzione umana e ambientale inconcepibile: in entrambi i casi la proiezione futura del potere sistemico di classe prescinde, nel suo delirio fascista, dalla ricchezza ontologica delle classi dominate a livello globale e dai limiti ecosistemici di un capitalismo incapace di riconoscere la propria incapacità di riproduzione ampliata. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore. Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, molti di noi sapevano, e lo gridavano a gran voce, che si stava mentendo ai cittadini statunitensi. Sapevamo che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa e potevamo sostenere le nostre affermazioni. La guerra è andata avanti comunque, ma alla fine le menzogne sono venute alla luce. Invece di cercare sostegno per la sua guerra illegale e immorale contro l’Iran, come ha fatto George W. Bush quasi un quarto di secolo fa, Donald Trump ha scelto semplicemente di ignorare l’opinione pubblica e di iniziare la guerra da solo. Tuttavia, anche se Trump ha la sua guerra ed è improbabile che le forze interne lo fermino fino alla sua conclusione, ha sentito nuovamente il bisogno di giustificare le sue azioni criminali. Come di consueto, Trump e i suoi seguaci semplicemente mentono. In realtà non stanno convincendo molte persone, poiché i sondaggi mostrano che più o meno solo un americano su quattro sostiene l’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Questa volta, le bugie sono state diffuse nel più puro stile trumpiano: risultano incoerenti, contraddittorie e confuse, e il loro obiettivo è più sopraffare i cittadini che convincerli. Ma non bisogna essere compiacenti con queste bugie, perché hanno la capacità di influenzare il dibattito e prendere vita propria con il passare del tempo. È importante esaminarne alcune, a cominciare dalla più grande di tutte. La menzogna del «programma nucleare iraniano» Sentiamo ripetere continuamente e in modo noioso della minaccia di un’arma nucleare iraniana. Ma sono davvero poco credibili gli argomenti per cui questo dovrebbe essere considerato un casus belli , quando tutte le valutazioni affidabili dei servizi di intelligence concordano sul fatto che l’Iran non ha cercato di sviluppare un’arma nucleare dal 2003 . Questa valutazione non ha mai vacillato né è mai cambiata. E resta valida anche oggi. Negli Stati Uniti, è stata ribadita dagli stessi servizi segreti di Donald Trump, da tutti, appena lo scorso anno. D’altra parte, anche se le infinite vanterie di Trump sulla «distruzione» del programma nucleare iraniano sono sempre state una bugia, è innegabile che lo scorso anno siano stati causati danni significativi alle principali installazioni nucleari iraniane. Ciononostante, si vuole farci credere che, in un modo o nell’altro, il potenziale nucleare dell’Iran sia ancora una minaccia, appena otto mesi dopo. La questione delle armi nucleari è stata fin dall’inizio una chimera. Purtroppo, anche l’Iran l’ha utilizzata in alcune occasioni. Avendo poca influenza reale sugli Stati Uniti, sia in campo militare che diplomatico, l’Iran ricorreva talvolta al tema dell’arricchimento nucleare per cercare di aumentare la sua capacità di influenza nel suo confronto con l’Occidente o per esercitare pressioni affinché fossero allentate le sanzioni. Si trattava di una strategia discutibile, anche se comprensibile date le circostanze, ma forniva agli Stati Uniti gli argomenti per caratterizzare falsamente il programma nucleare iraniano come un tentativo di acquisire armi nucleari. L’Iran, inoltre, di tanto in tanto, riduceva o addirittura sospendeva la sua cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Anche questa era una strategia comprensibile, date le circostanze, ma aveva lo stesso effetto di offrire argomenti per affermare la natura segreta e pericolosa del programma nucleare iraniano. Queste tattiche fanno parte del gioco messo in atto dall’Iran da vent’anni. In Occidente non se ne parla spesso in questi termini, ma la maggior parte dei governi lo capisce perfettamente e, insieme alle costanti valutazioni dei servizi di intelligence, rende chiaro che l’Iran non ha cercato di ottenere armi nucleari. Se Donald Trump riesca a capirlo è, ovviamente, una domanda senza risposta. Tuttavia, quando all’Iran è stato presentato un accordo ritenuto vantaggioso per i propri interessi, ha dimostrato una notevole flessibilità. Il Joint Comprehensive Plan of Action ( JCPOA ) del 2015, spesso chiamato Accordo nucleare con l’Iran, prevedeva ispezioni molto più invasive di quelle che qualsiasi altro paese sia stato costretto a sopportare. L’Iran ha accettato e rispettato la sua parte dell’accordo, nonostante gli Stati Uniti – che pure avevano accettato non solo di revocare alcune sanzioni relative al nucleare, ma anche di promuovere gli investimenti in Iran per aiutare la ripresa della sua economia – avessero poi scoraggiato attivamente ogni sostegno economico alla ripresa dell’Iran. E nonostante il principale avversario regionale dell’Iran, Israele, avesse un proprio arsenale segreto, non dichiarato e non controllato, di decine, forse centinaia, di testate nucleari . L’ultima volta, l’Iran non solo ha accettato le ispezioni dell’AIEA, che erano sempre almeno altrettanto invasive, ma ha anche accettato di non immagazzinare uranio arricchito. Ciò significa che l’Iran avrebbe arricchito solo quanto necessario per uso civile e che qualsiasi eccedenza sarebbe stata consegnata a chi l’AIEA avesse deciso di affidarla. Questo è ciò che il ministro degli Esteri dell’Oman ha annunciato al mondo il giorno prima che Israele e Stati Uniti lanciassero il loro attacco contro l’Iran. Considerando quanto sia generalmente riservato l’Oman e quanto sia sempre stato cauto con le informazioni durante tutte le negoziazioni in cui ha svolto il ruolo di mediatore, questa dichiarazione era senza precedenti. Il fatto che abbia fatto questa dichiarazione indica che sapeva che l’attacco era imminente e confidava di poterlo sventare. Purtroppo ha fallito, perché né Israele né il governo Trump si sono preoccupati di apparire ridicoli per essere stati colti in flagrante menzogna. La bugia nucleare è alla base di tutto questo, ma ci sono molte altre bugie che fanno parte del quadro generale della questione. La menzogna della «minaccia imminente» Il governo Trump ha sostenuto che esisteva una minaccia imminente per le truppe statunitensi di stanza nella regione. Quando è stato chiesto al segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, Marco Rubio, di specificare la minaccia, ha detto quanto segue: «Era molto chiaro che se l’Iran fosse stato attaccato da qualcuno, [...] avrebbe risposto e che il suo obiettivo sarebbero stati gli Stati Uniti. Se avessimo aspettato che quell’attacco avvenisse prima di colpirli, avremmo subito molte più perdite. Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze statunitensi». Rubio sostiene quindi che dovevamo attaccare l’Iran perché, altrimenti, Israele, fuori dal nostro controllo, avrebbe attaccato l’Iran e provocato un attacco contro le truppe statunitensi nella regione. Questa, ha argomentato, era la «minaccia imminente». Il ragionamento in questo caso è così fallace che potremmo pensare che sia il prodotto di un bambino o una bambina dell’asilo. Non può esserci una minaccia imminente causata da qualcosa su cui si esercita il controllo. Inoltre, lo scorso giugno , abbiamo assistito a come Trump abbia letteralmente costretto i caccia israeliani a invertire la rotta in volo. Trump può indiscutibilmente fermare un attacco israeliano prima che avvenga e Netanyahu non oserebbe contraddirlo in modo così flagrante su una questione di tale importanza. Gli Stati Uniti sapevano perfettamente che l’Iran non aveva intenzione di attaccarli. Domenica scorsa il Pentagono ha rivelato, in una sessione informativa del Congresso , che gli Stati Uniti non disponevano di alcuna informazione di intelligence che indicasse che l’Iran stesse pianificando un attacco. Semplicemente non c’era alcuna minaccia imminente. La menzogna dei «missili sotterranei» «Gli iraniani sono totalmente fanatici su questo tema, sull’obiettivo di distruggere gli Stati Uniti. Così hanno iniziato a costruire nuove strutture, nuovi siti, nuovi bunker sotterranei che, nel giro di pochi mesi, se non fossero state prese misure, avrebbero reso inaccessibili i loro programmi di missili balistici e bombe atomiche». Così Netanyahu ha spiegato la sua giustificazione per questa guerra. Si tratta di un tipo di bugia diverso: non è esattamente falsa, ma è fuori contesto e profondamente ingannevole. L’Iran stava rafforzando le sue strutture sotterranee, il che è logico, dato che a giugno era stato attaccato da due potenze nucleari, entrambe molto più forti militarmente, soprattutto per quanto riguarda la loro potenza aerea. L’Iran era ovviamente consapevole che i suoi impianti nucleari, il suo arsenale e il suo programma missilistico balistico erano gli obiettivi principali. Costruire impianti sotterranei per il programma nucleare e per i suoi sistemi missilistici era semplicemente una questione di buon senso ed è assolutamente un diritto dell’Iran. Inoltre, tutto ciò che gli Stati Uniti dovevano fare riguardo al programma nucleare era raggiungere un accordo, dopo la firma del quale l’AIEA avrebbe avuto pieno accesso agli impianti nucleari sotterranei. Ancora una volta, l’idea che ciò giustifichi un attacco non provocato è assurda e molto lontana da ciò che consente il diritto internazionale. 4. La menzogna di Pahlavi Utilizzo Reza Pahlavi, figlio del deposto scià dell’Iran, per illustrare la generale mancanza di qualunque visione su ciò che potrebbe accadere a seguito di questo attacco criminale. Per Israele, la questione è meno urgente. Anche se un Iran simile alla Siria o alla Libia significherebbe una sicurezza notevolmente minore per i cittadini israeliani, ciò non è di per sé un male dal punto di vista di Netanyahu. Il suo tipo di demagogia si nutre letteralmente della paura dei cittadini che governa e le minacce non fanno che aumentare la sua capacità di eliminare la democrazia che ancora sussiste per gli ebrei in Israele. Per gli Stati Uniti si tratta di una questione più urgente, ma alla quale apparentemente il governo Trump non ha prestato molta attenzione. In un primo momento gli Stati Uniti sembravano credere che Pahlavi potesse essere portato a guidare l’Iran al posto della Repubblica Islamica, anche se Trump ha espresso la propria sfiducia nei confronti del figlio dello scià, al quale ha rivolto parole gentili sulla possibilità che diventasse un leader provvisorio per poi semplicemente lasciare il posto a una nuova democrazia iraniana filo-occidentale e filo-israeliana. Ma ricordiamo chi è Pahlavi. Suo padre, Mohammad Reza Pahlavi, era un dittatore brutale, reinsediato dagli Stati Uniti nel 1953 dopo che il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mosaddegh, era stato rovesciato con un colpo di Stato sostenuto dalla CIA. Lo stesso Pahlavi ha vissuto in esilio dal momento in cui suo padre fu rovesciato e, dopo la morte di quest’ultimo, si è autoproclamato nuovo re dell’Iran. Nel 1982 Pahlavi fece parte di un complotto , sostenuto dagli Stati Uniti e da Israele, per attuare un colpo di Stato in Iran, che fu tuttavia abbandonato quando cambiò la leadership israeliana e il nuovo primo ministro Yitzhak Shamir ritenne che l’avventura non fosse sensata. Ci sono stati altri casi come questo nella sua storia. Pahlavi nega di avere legami con Israele o con i servizi segreti statunitensi, ma è poco credibile. È figlio di un monarca e, data la sua storia, i suoi appelli alla democrazia suonano vuoti. Più concretamente, anche se alcuni hanno scandito il suo nome durante le proteste, Pahlavi, come altre figure e gruppi iraniani in esilio, non gode di un sostegno coordinato all’interno dell’Iran. L’amministrazione Trump sta incoraggiando le milizie curde e altre milizie etniche a collaborare per rovesciare il governo della Repubblica Islamica, ma finora i suoi sforzi sono stati accolti con scetticismo, il che non sorprende, dati i precedenti degli americani che hanno sempre abbandonato questi gruppi una volta che si sono ribellati, situazione che si è ripetuta recentemente durante le proteste in Iran. La verità è che gli Stati Uniti non hanno idea di cosa succederà se il governo iraniano cadrà. La strategia seguita finora è stata quella di uccidere un leader dopo l’altro, pensando che alla fine troveranno qualcuno che lavorerà con loro come ha fatto Delcy Rodríguez in Venezuela. Non conosco nessuno che abbia studiato davvero a fondo l’Iran e osi pensare che una cosa del genere possa accadere. Ed è ancora meno probabile ora che è stata uccisa la maggior parte delle persone che si pensava potesse ricoprire quel ruolo. L’inganno è la caratteristica principale della pianificazione statunitense in questo caso e un aspetto di ciò è l’autoinganno. Trump ha permesso a Netanyahu di convincerlo a intraprendere questa impresa insensata e temeraria. È molto significativo notare che nessuno dei predecessori di Trump, perfino ai tempi di Ronald Reagan, è stato così stupido da compiere un tale passo. Ma non fraintendiamo: questa è una guerra americana, anche se realizza il sogno più antico e desiderato di Netanyahu. Trump non è stato costretto né ingannato in questo senso. Lui e altri membri del suo team, in particolare Marco Rubio, sono diventati euforici per il loro apparente successo in Venezuela , e Trump ha anchela pretesa di passare alla storia come l’uomo che ha eliminato l’odiata Repubblica Islamica, oggetto di disprezzo generalizzato e bipartisan negli Stati Uniti dal 1979. Non c’è mai stata la minima possibilità di una risoluzione diplomatica del conflitto, come dimostra ciò che l’Iran aveva offerto per chiudere la trattativa proprio prima che Israele sferrasse il primo colpo. Sia per Israele che per il governo Trump questa guerra ha origine nel profondo desiderio di eliminare l’unico Paese che da anni sfida l’egemonia statunitense e israeliana. La minaccia dell’esistenza di un’arma nucleare iraniana è una menzogna, così come è una farsa totale la preoccupazione per la pessima situazione dei diritti umani in Iran. È una guerra voluta, basata su menzogne. Ci siamo già passati, esattamente vent’anni fa. La maggior parte degli americani ha imparato la lezione, motivo per cui oggi sono pochissimi quelli che sostengono questa calamità. Purtroppo, i decisori politici sono tra quei pochi che non hanno imparato nulla da quanto accaduto allora. Testi consigliati Ali Abunimah, Un crimen enorme contra Irán , Estados Unidos e Israel lanzan otra guerra contra Irán mientras se desploma el apoyo de la opinión pública estadounidense al Estado terrorista israelí e La Junta de Paz de Trump: multimillonarios, compinches y genocidas ; Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, Irán, crisis de régimen, intervención imperial y dinámica geopolítica ; Michael Arria, Los medios de comunicación estadounidenses declaran la guerra a Irán ; Craig Mokhiber, Comprender las dimensiones de la ilegalidad del ataque terrorista de Estados Unidos e Israel contra Irán , Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria armamentística israelí ; Michael Arria, Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento ; tutti pubblicati su «»Diario Red. Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su Substack all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/ . Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di «Jewish Voice for Peace». ● Traduzione di Mauro Trotta
- guerre
The sky below. Sull’entropia nel cinema In questo testo lo sceneggiatore e regista Eugenio Cappuccio ci racconta la lavorazione di una sua opera cinematografica sul tema della guerra durata 24 anni. Nel 1989, alla caduta del muro di Berlino, oltre ai festeggiamenti e ai trionfalismi occidentali, cominciò a serpeggiare in occidente, non immotivata, una profonda preoccupazione. Quella che, caduta la cortina di ferro, tutto il micidiale arsenale chimico, nucleare, batteriologico del Grande Male, come si diceva con Reagan, finisse nelle mani sbagliate e dall’entusiasmo della fine della oppressione si passasse rapidamente al caos liberissimo della proliferazione di corsari detentori di morte. Non andò esattamente così, ma, sicuramente, tonnellate di armamenti finirono sottobanco, con la complicità dei nuovi ordini dell’Est, in altri depositi. Di quella paura poi approfittòl’occidente in varia forma, seminando le sperequazioni su Saddam e le sue hitleriane potenzialità militari chimico batteriologiche, rivelatesi dopo l’Invasione dell’Iraq, vere truffe.Fu allora che chiacchierandone anche con l’amico e allora socio Sergio Bianchi con il quale ci stavamo irresponsabilmente avventurando nella produzione cinetelevisiva, ebbi l’idea di scrivere una sorta di “instant movie”, in cui, in maniera autarchica (come si diceva una volta...) e possibilmente fattibile, si riuscisse nell’impresa di raccontare una vicenda che da quelle paure ed idee prendesse spunto. Pensai all’inizio a una pièce teatrale, ispirandomi al bellissimo “Streamers” di Robert Altman. Optai dunque per una struttura narrativa circoscritta: un “kammerspiel”. Buttai giù un’idea, ma poi non se ne fece niente. Un “istant” che si rivelò poi un quasi trentennio.Dodici anni dopo la stesura del “soggetto” e dopo la guerra in Iraq e altri istruttivi conflitti sparsi a varie latitudini fino alle Twin Towers, nel 2001 sentii di nuovo viva la necessità di dare corpo a quel soggetto. Mi industriai con i mezzi che avevo: un giardino in provincia di Latina di una villetta familiare, alcuni amici cineasti volenterosi, una telecamera Sony DVCam nuova di zecca e qualche capacità di ripresa: l’operatore-direttore della fotografia lo feci io.Dopo aver convinto i proprietari della villa (i miei riluttanti genitori) a pochi chilometri dal promontorio del Circeo, in quella splendida area rosso-sabbiosa che è la fertile ex palude pianura Pontina, e che sotto lo strato di prato inglese ha gli stessi colori dei deserti africani, scavammo con un mini Caterpillar nell’ordinato giardino della villa un grande cratere, profondo tre metri e largo una decina. Non contenti, dietro la cresta dello scavo, tirai su con il giardiniere un pannello in legno di una dozzina di metri quadri, verniciandolo di blu-key (la spesa singola più alta affrontata per il film, 800 euro), per permettere ai soldati che sarebbero vissuti nel buco sotto di cacciare eventualmente ogni tanto fuori la testa dalla trincea… per innestarvi, chissà, quando e come (o con quali risorse), non previsti apocalittici scenari mediorientali.Tutto viaggiava nella assoluta improvvisazione quotidiana, e sulla previsione di un risultato a dir poco fantasioso, tutto da venire, nello spazio e soprattutto, come vedremo, nel tempo. Coinvolsi gli amici attori Giorgio Pasotti, Alessandra Acciai, allora mia compagna e che mi aveva anche aiutato con lo shooting script, e gli attori siciliani Maurilio Scaduto e Vincenzo Ferrera, che mi erano stati presentati da Alessandra. Erano tutti sedotti dall’idea di girare un film di guerra ambientato nel Sinai in un giardino del Lazio e così, dopo una rapida preparazione con lo scenografo Stefano Giambanco, iniziò l’avventura.Lunghi giorni e altrettanto defatiganti notti, col sole e con la polvere, con la pioggia vera e finta, registrando il tutto in quel semplice ma resistente formato digitale che allora imperava, il dvcam, strumento stupefacente nelle mani dei filmmaker. Un centinaio di ore di girato vennero “portate a casa”. E seguendo sostanzialmente un canovaccio di una decina di pagine che man mano si arricchiva di ulteriori contributi ed invenzioni quotidiane, l’avventura del film di guerra ebbe inizio con un programma di cinque giorni di riprese.Durò quasi due mesi al termine del quale la fidanzata mi lasciò. Tutto ne venne fuori, ma certo non quell’ “instant-movie” che doveva stigmatizzare solo la paura di quel periodo. Le situazioni che avevano espanso lo script originale chiamavano una diversa struttura narrativa. Ma quale?Il film è stato terminato solo oggi, 31 anni dopo la sua scrittura e 19 anni dopo la fine delle riprese, nell’analogo lockdown dei protagonisti del film, nel loro buco nel deserto, qui a Roma, nel blocco del Covid-19 le cui restrizioni tanto mi hanno fatto ripensare alla vicenda per drammatiche assonanze.Un film che è costato, tutto compreso, sui 10.000 euro. Venti anni dunque. Ma aggiungo, e sembrerà un paradosso, che tutto quel tempo intercorso, in realtà fu conditio sine qua non della realizzazione di un film di guerra sostanzialmente no-budget. “Fortuna” ed approssimazioni, sviluppi successivi. La prima fu quella che, nonostante la vicenda prendesse ispirazione da quei suddetti timori della fine degli anni ottanta, da allora fino ad oggi, quel timore non ha perso minimamente di attualità, di adesione a possibili catastrofici scenari, conflitti, guerre locali, uso indiscriminato di gas etc. anzi, ogni anno che passava, una nuova guerra, una nuova crisi, oltre ad ispirare immagini e vicende, contribuiva ad arricchire il soggetto di sapori sempre più attuali.La seconda chance fu che, girato appunto nel 2001-2002, il grosso del materiale del film digitale (720 linee) richiese anni, per vicende e traversie varie, per raggiungere un montaggio definitivo e questa cosa, se da un lato defatigò, dall’altro permise di coniugare le esigenze narrative richieste al materiale stesso grazie ai prodigiosi progressi dell’elettronica applicata alla effettistica audiovisiva e a nuovi potenti strumenti di intarsio e postproduzione, che allora, semplicemente, non esistevano o, se esistevano, erano inaccessibili per ovvi motivi.Ecco l’importanza del fattore tempo (o stagionatura si potrebbe dire). Solo grazie allo sviluppo di tali tecnologie e software negli anni che passavano dai giorni delle riprese ed al loro drastico abbattimento nei costi orari di utilizzo fu possibile realizzare quello che nel 2000 si era fantasiosamente immaginato. Col passare di quel tempo erano possibili adesso effetti abbastanza “speciali” e praticamente a costo zero, grazie alla velocità dei processori e alla abilità dei giovani grafici come Matteo Marson e Antonio Meucci che negli anni si avventurarono anche loro nella realizzazione del film con fantastico spirito volontaristico e capacità creativa che evolveva con la tecnologia, e con la loro pazienza amicale ed affettuosamente legata al folle progetto.Il grande numero di modifiche del povero supporto dvcam opportunamente trasformato nei mesi, anni che si susseguivano dal colorist Vincenzo Marinese in materiale in full HD, attraverso un alchemico processo elettronico allora da fantascienza, se fossero stati preventivati all’inizio degli anni 2000, avrebbero richiesto cifre immense e sicuramente il risultato, nella sua ontologica ruvidezza che si addice alla storia, non sarebbe stato pari a quello ottenuto oggi, a costi esponenzialmente più bassi.Diciamolo: allora, date le condizioni economiche dell’operazione, questo pur “povero” film fu pura fantasia; in quelle condizioni produttive no-budget-at-all si trattava di un mero “gioco” tra amici svitati in un buco al Circeo. Ma comunque si partì, sì giocando, e senza certezza di un approdo, ma si partì, per amore del fare e del piacere della sfida che dà linfa al cinema indipendente da tutto.Dunque il film è stato reso possibile in virtù del tempo che passava. Un po’ il contrario di quello che accade generalmente per un’opera cinematografica “standard” legata a piani di produzioni, scadenze precise, tempistiche ferree, budget definiti. È un film cronografato più che cinematografato. L’ulteriore particolarità di questa avventura “produttiva” simile ad un viaggio eonico spaziale, dove qualcuno invecchia a terra e qualcun altro nello spazio profondo no, sta poi nel capitolo sceneggiatura.La sceneggiatura, come si diceva, non esisteva. Era solo un canovaccio che man mano crebbe girando con gli attori in quel giardino esploso, luogo dove i tre interpretano soldati dispersi, che aspettano di essere recuperati dagli altri soldati della “Coalizione”.Alla fine la mole di materiale girato, che seguiva lo spunto scritto, si era arricchita, vivendo in quella trincea bardati di tutto punto con tute NBC*, maschera antigas ed armi, di altre scene, invenzioni, situazioni ed improvvisazione paramilitare ed umana, ben oltre il previsto. Mi resi inoltre conto che, grazie al fatto che gli attori portavano per tutto il tempo sul volto le maschere (nella storia l’ambiente, sin dall’inizio, è ostile alla respirazione e a qualunque altra forma di vita non protetta, mosche comprese) sarebbe stato possibile in montaggio e col doppiaggio libero, apportare rilevanti modifiche recitative e narrative rispetto a quanto scritto o comunque ripreso nelle lunghe giornate passate in quel buco. E questo evocando una sceneggiatura “a posteriori”. Come poi, infatti, avvenne.Decisi a quel punto, suggestionato dai servizi di guerra, che per lunghi mesi avevano nutrito grazie a YouTube il mio sguardo sui conflitti moderni, di usare una lingua che ben si sposasse con il sapore degli scontri militari contemporanei, e cioè l’inglese.Del tutto svincolato dalle pastoie di un testo bloccato, dato che il lips-sinc non imponeva alcuna restrizione, e grazie alle maschere che nascondevano il volto dei coraggiosi e pazienti attori, mi resi conto che potevo liberamente reimbastire la vicenda, riscrivere l’intero film e far dire loro cose nuove, anche quelle che andavano aggiornandosi con il presente. Il suono della lingua anglosassone poi, montato sperimentalmente sulle scene, mi sembrava, come detto, il più giusto. L’inglese è senza dubbio la lingua del conflitto e della guerra, e vedere dei soldati in azione parlare e interloquire in quell’idioma conferiva una verosimiglianza e risposta cinematografica potenti.A quel punto, pensando a un film in inglese, risultò inevitabile pensare anche a qualcuno in grado di ri-scriverlo in quella lingua, possibilmente ristrutturando tutto secondo quella nuova linea, linea che chiamava anche la ristrutturazione radicale della vicenda nel suo sviluppo narrativo, ovviamente sulla basa del girato in mio possesso.Contattai uno sceneggiatore americano conosciuto qualche mese prima a Roma, e con il quale ero entrato in reciproca simpatia: Hall Powell, autore abilissimo e “non convenzionale”, noto per aver firmato bellissimi episodi della serie televisiva Law and Order. Spedii ad Halll cinque dvd con l’intero girato chiedendogli se a suo parere poteva valutare di costruire una sceneggiatura su tale materiale.Hall esaminò per tre mesi il tutto, lesse il canovaccio e una mattina mi telefonò. “È molto interessante”, disse, “mi piace il girato, qualcosa si può fare, ma voglio essere con te a Roma per questa missione. Facciamo così, tu mi paghi l’aereo andata e ritorno, mi paghi il soggiorno, il vitto, e io ti scrivo lo script per rimontare “al frame” il tuo girato sulla mia storia”. In sostanza un paradosso, una applicazione di retro ingegneria. Sudando freddo, accettai, investendo i miei ultimi quattrini e lasciandogli casa mia in centro e trasferendomi a vivere a casa di mia sorella.La storia di Hall, l’americano maniaco del jogging sul lungotevere dalle 12.00 alle 16.00, che dà corpo allo script di The Sky Below sul materiale girato al Circeo anni prima, nel mio appartamento vicino a piazza dell’Orologio, a 50 euro al giorno per pranzi e cene + scheda telefonica italiana limitless, potrebbe sicuramente esser raccontata in un film a parte.Dopo quel lungo e singolarissimo lavoro di ri-scrittura, non senza screzi, dato che il tutto doveva durare quindici giorni e dovetti invece foraggiarlo per quasi tre mesi e mezzo, Hall chiuse (dico oggi, magicamente) una sceneggiatura perfetta, ricca di precisissime indicazioni su come rimontare e doppiare il girato stesso, sequenza per sequenza, coniugando prodigiosamente quanto già realizzato anni prima, calibrando nientemeno che sui movimenti degli attori la scrittura della nuova storia, inventando dialoghi che non erano mai stati recitati ma che si sincronizzavano perfettamente con i gesti e la fisicità attoriale. Il tutto costruendo una vicenda, che, piaccia o meno, nella sua sostanza, stava miracolosamente in piedi. Una sceneggiatura necessariamente di ferro, precisa al fotogramma nei suoi snodi coniugati con le immagini realizzate, e che nei suoi “turning-points” poneva delle richieste assai complesse, come quella di far stare i soldati anche nello spazio esterno, in un prologo!“Hall sei pazzo. Come faccio a dare seguito a questa richiesta? Non ho una marcia nel Sinai, solo pezzi attorno al buco in tre metri di cromakey e una camminata di quattro minuti in un campo di carote vicino al mare!”.All’inizio mi arrabbiai, come potevo fare? Dove avrei mai potuto trovare, a quel punto, i soldi per creare quelle scene che Hall chiedeva, mai girate ed esistenti solo in frammenti sparsi? Se alla fine mi resi conto che la richiesta dell’americano era legittima per il film, dall’altro lato semplicemente mi rassegnai alla impossibilità di finirlo in quegli anni. La sceneggiatura esisteva, la possibilità di ritagliarci sopra il girato no. Del resto la natura di quella operazione non si poteva smentire. Attesa. Ce ne vollero infatti altri cinque di anni dopo i quali il lavoro di Meucci e Marson, come dei ragni digitali, permise di trasformare, nella diluizione e nell’avanzamento tecnologico, ciò che avevo in ciò che serviva...Creare esterni inesistenti comportò quell’immane lavoro di scontorno e elaborazioni di ulteriori scenari da intarsiare. In sostanza prima abbiamo girato il film, poi lo abbiamo scritto, e poi rigiratoal computer e rimontato e ridoppiato. Un delirio. Ma a quel punto la vicenda aveva un capo e una coda e i tre protagonisti rinascevano tutti sotto il buon auspicio narrativo e strutturale di un bravissimo, professionista newyorkese che sa come andare al succo delle vicende e delle scene. E in quella lingua giusta per la guerra.Il film è stato finito, è gennaio 2025. Non è il paradigma di niente. È solo un libero film frutto di entropia. Come realizzare un film drammatico sulla prossima guerra totale nel giardino della villetta dei vostri genitori od amici. Se ne avete. Con una scavatrice Fate un buco delle dimensioni del cratere di una granata di obice nel giardino. Trovate un aiutante, costruite un cromakey come quello alle spalle dei due. Trovate armi e costumi. Rimediate una radio militare, qualche foto di vostri viaggi esotici e divertitevi con Photoshop. Avete una gloriosa DVCAM Sony pd-150: resiste all’acqua e alla sabbia e il suo risultato video qualche anno dopo sarà più vicino alla pellicola delle telecamere FULL HD che verranno. Trovate della gente sufficientemente pazza da seguirvi nell’impresa, roba tipo attori momentaneamente disoccupati, giardinieri vogliosi di esperienza, una cuoca napoletana valida. Rimediate gratis delle armi, tute, roba del genere. Ma soprattutto delle maschere antigas Nuclear Bacteriologic Chemical (NBC). Non preoccupatevi di quelli che faranno i tecnici precisi su questo e quello, quello che conta è il cinema e divertirsi a farlo. Se poi le armi sono di plastica e non sparano non preoccupatevi, spareranno dopo al computer nel 2017. Prendete dimestichezza con i ferri del mestiere, promettete a tutti che nel prossimo film non indipendente saranno pagati. Dopo aver fatto scavare il cratere, il vostro set per i prossimi mesi, legate la palma sennò si rovina e i proprietari del giardino, già pentiti per avervi concesso il posto, si incazzano davvero. Infatti era un bel giardino di una tranquilla e curata villetta poco distante dal Circeo (LT) Italia… Che le sacrosante ragioni del cinema hanno momentaneamente ridotto così grazie a un caterpillar di un contadino amico. Se oltre al contadino avete anche amico uno scenografo ditegli che gli fate fare un film di guerra. Tutti sognano di farne uno nella loro carriera: attori, tecnici, registi. Verranno tutti gratis, più o meno. Stendete sul buco del camouflage autentico che vi avrà rimediato l’amico, farà un gran bell’ effetto veritiero e bellico. Fate fare a ciascuno degli artisti coinvolti il proprio mestiere con senso di gratitudine, sono venuti gratis. Ma tenete sempre alto il controllo. Seguite personalmente ogni momento della realizzazione. Anche se è un film di guerra senza soldi né i soliti mezzi, lo firmerete voi e nel bene o nel male e vi rappresenterà finché campate, negli anni a venire, che in questo caso saranno quasi venti… Se avete un amico fonico provate a coinvolgere anche lui. Purtroppo si renderà conto che registrare la voce con i radiomicrofoni attraverso delle maschere NBC è impossibile, per cui voi sarete costretti a girare il film muto. Ma poi vedrete che sarà stato molto meglio così. Cinque anni dopo, con l’aiuto di uno sceneggiatore americano, farete dire loro tutta una serie di cose che non avevate previsto né girato su quel set povero ma avventuroso. Coinvolgete il più possibile nell’impresa delle donne. Sono molto più tenaci degli uomini ed in una produzione del genere la tenacia e la lucida follia sono tutto. O quasi. Dinanzi a sguardi perplessi e interrogativi non perdetevi d’animo. Il regista che è in voi saprà convincere gli attori che sono fuori di voi a seguirvi convinti nell’impresa. Mostrate loro e alla troupe chiarezza di idee, fantasia, volontà ferrea e intorno alla buca mettete delle torrette con dei soffioni. Capiranno che si fa sul serio, che farete delle inquadrature dall’alto e nel film pioverà anche… Cosa che non sempre risulta facile ai tempi ed ai budget d’allora come d’oggi. … vale più un soffione da doccia trasformato in pioggia chimica “dura” di tante chiacchiere. Fate prendere dimestichezza agli attori con la arida location, le loro nuove “pelli”, la sabbia, il sole, la polvere, il trucco, l’acqua, le armi e le attrezzature… Ed ecco che il gran giorno è arrivato. Iniziano le riprese. Fate delle fotografie agli attori e ricordate loro che stanno per partecipare ad una impresa mai tentata prima. Ma soprattutto non dite loro che in questo film di guerra-definitiva ambientato nel Sinai nel 2023…girato nel 2002...e che sarà finito (forse) nel 2020... …le loro facce non si vedranno mai… Scendete con loro nella voragine, incoraggiateli, spiegate bene movimenti e azioni, non fateli sentire soli. Per mantenere sul viso una NBC per più di cinque minuti ci vuole molta, molta resistenza. Recitarci pure poi…sudano, tossiscono, respirano schifezze accumulate nei filtri, possono avere attacchi di panico, rischiano la silicosi, siate loro vicini. Gli attori bisogna amarli, comunque. Le riprese hanno inizio, sarà inevitabile prendere dimestichezza con il tutto. Vi sembrerà tutto troppo pulito e nuovo, non preoccupatevi, dopo una settimana di quella vita là dentro, sarete conci come veri soldati in trincea, ed allora il vero film avrà inizio… Ogni qual volta penserete di aver fatto una immane cazzata ad iniziare quella impresa dissennata e apparentemente senza senso, alzate lo sguardo oltre il buco, pensate a quanto vi siete annoiati, magari facendo delle serie televisive, e andate avanti con la vostra guerra in giardino. Procedendo e stancandovi tutti come cani, senza orari sindacali, in piena libertà, autonomia, energia della improvvisazione, esaltazione dal respirare radon e cristalli silicei, senza nessuno che vi faccia i conti in tasca. Siete voi i produttori dovete farveli ahivoi da soli, senza le solite rotture che accompagnano i film fatti come si “deve” e non come si “vuole”. Dopo tutto ciò, comincerete a godere del momento e seguirete un flusso magnifico simile a una congiuntura quantica al di là di ogni aspettativa “logica”, sarà in quel momento che sentirete la presenza del dio Cinema. È a quel punto che diventerete dei veri soldati, dei veri uomini, delle vere donne, dei veri attori, dei veri registi. Pronti a tutto. A sfidare soprattutto lo spazio, il tempo e il vostro già esiguo conto in banca. Ricordate di non dire mai agli attori che sono come “cani del deserto”. E sarà allora che arriveranno, però, anche stanchezza, e perplessità. Perché l’esaltazione ha questa sorella sciancata che la segue e non la molla, cascasse il mondo, pure sotto un conflitto termonucleare, la perplessità e la remora saranno sempre pronte a fottervi l’animo e a remarvi contro, a sibilarvi in un orecchio… indipendenza? Indipendenza da che? A quel punto per un regista si arriva al bivio, a quel punto una sola cosa può abbattere la remora sciancata, un altro suo fratello, ben più solido…l’Esempio. L’esempio e la cura dei vostri soldati. E nella solitudine che avanza troverete il sapore del senso di quello che non si vede e vuole apparire tramite voi. È un momento cruciale. Avrete bisogno accanto di amicizia ed amore, solo loro riusciranno a cavare dal vostro immenso buco interiore il marcio che deve emergere per raffinarsi in invenzione, vissuto e forma… film. Avrete bisogno di uno spirito guida, di una energia superiore e giovane che vi dia la direzione e la voglia di andare avanti nell’impresa, di scavare il morto fuori da voi e tagliare la gola alla remora e al dubbio che incalzano. Scavando troverete ciò di cui dovrete liberarvi. Un film di guerra in questo accelera molto quei processi, vi farà bene averci provato, anche solo averci provato, nel giardino di una villetta al mare… Quando verrà fuori allora sarete arrivati al nuovo inizio e nulla potrà fermarvi. Né l’abbandono di qualcuno, né una vera guerra, né un virus o la notte… Sarà allora che fantasia, umanità ed eroismo avvolgeranno tutti i componenti della impresa. La stanchezza sarà un ricordo e tutti vivranno la storia come la propria, come un dono per ciascuno senza padri. Sarà allora che il film camminerà quasi con sue proprie gambe e voi tutti seguirete lui. Tutto da fiction diventerà reale e comincerete a provare nostalgia sapendo che un giorno tutto questo finirà… Avrete girato un film di guerra in un giardino e la cosa vi farà sorridere. Ma avrà cambiato per sempre la vostra vita. Eugenio Cappuccio , si diploma nel 1985 presso il Centro Sperimentale di Cinematografia in Sceneggiatura cinematografica e televisiva. È Assistente alla regia di Federico Fellini dal 1983al 1986. È Sceneggiatore presso la VIDI di Pasquale Squitieri (1987-1990) per la quale sviluppa la serie Tv Il gioco delle ombre di 12 puntate (VIDI-Adige Film); Gilles Villeneuve , due tv movie (Vidi-FASO Film); soggetto, con Nanni Balestrini, de Il colore dell’odio , film del 1989. Nel 1990 sul set de La Voce della luna realizza , il film-documentario Verso la Luna con Fellini , prodotto da Mario Cecchi Gori. Nel 1996-97 Il Caricatore (corto e lungo), co-regia e scrittura con Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata (prod. Boccia Film-Axelotil-distr.Mikado). Scrive e dirige (stessa formula) il film La Vita è una sola (prod. Axelotil-Cecchi Gori Film, 2001). Scrive e dirige il documentario Estranea al fatto , (prod. Extremofilm 2002). Dirige il lungometraggio Volevo solo dormirle addosso (prod. Afa Film-MBC), 2004. Dirige e sceneggia con Pellegrini, F. Volo, Cisco e M. Gaudioso, il lungometraggio Uno su Due , con Fabio Volo e Ninetto Davoli (prod. ITC Movie-RaiCinema-MBC-distr. 01). Scrive e dirige il documentario Alzati e cammina , 2012 (prod. Cei Conferenza Episcopale Italiana). Scrive e dirige il documentario Di un padre che non c’era (prod. Giovefilm ,2013). Dirige, e sceneggia con Claudio Piersanti il lungometraggio Se sei così ti dico sì (prod. DueA Medusa), con Emilio Solfrizzi e Belen Rodriguez, 2012. Regia, creazione cast e lancio della serie I delitti del Barlume , i primi 2 tv-movie, con Filippo Timi e Carlo Monni (prod. Sky-Palomar) 2013. Scrive e dirige il documentario Voltati Carmen , sulla messa in scena della Carmen , di Mario Martone (2019-20, prod. Afa Film-Riofilm). Dirige il film-tv Mia moglie mia figlia due bebè (prod. Pepito\Rai fiction).Sue la scrittura, con Mario Sesti, e regia del film-documentario Fellini fine mai (prod. Aurora-Rai Teche-RaiCinema). 2020. Dirige, e sceneggia, con Laura Paolucci e Edoardo Nesi, il lungometraggio La mia ombra è tua , con Marco Giallini, Giuseppe Maggio e Isabella Ferrari (prod. Fandango, RaiCinema, Distribuzione ZeroUno 2021-22).Dirige ed è coautore di soggetto e sceneggiatura del film documentario Le donne di Pasolini , 2022-23 (prod. Anele, Rai).Scrive, con Hall Powell, e dirige il lungometraggio The Sky Below , con Giorgo Pasotti, Vincenzo Ferrera e Alessandra Acciai, Maurilio Leto (prod. Giove Film).
- fascismi
Il referendum sulla giustizia e la svolta securitaria Mario Schifano Il testo interpreta il referendum sulla giustizia del governo Meloni come parte di una svolta securitaria volta a reprimere il dissenso e costruire il <>. La riforma mirerebbe a ridurre l’autonomia della magistratura, subordinandola all’esecutivo e rendendo la legge uno strumento diretto di governo. Questo processo si inserisce in una tendenza globale definita come neofascismo, in cui potere politico ed economico convergono e i diritti vengono erosi. La sicurezza viene privilegiata rispetto alla libertà, in un contesto di <> Il testo evidenzia il paradosso di movimenti marginalizzati che difendono la democrazia. Conclude invitando a votare NO, pur riconoscendone i limiti. A ormai pochi giorni dal referendum sulla giustizia proposto dal governo Meloni, il dibattito intorno al tema è acceso. Associazioni, avvocati, giuristi e parti di movimento hanno illustrato ampiamente le ragioni del NO, sottolineando fin da subito come la separazione delle carriere rappresenti uno specchio per le allodole, e che il referendum sia la diretta prosecuzione delle politiche liberticide del governo in carica. Quello che interessa mettere a fuoco in questa sede non sono gli aspetti tecnici della riforma, ma mostrare come essa si inserisca in una più generale svolta securitaria che non riguarda soltanto il nostro paese, ma i neofascismi su scala globale. Come ha ben dimostrato la campagna elettorale di Fratelli d’Italia, il nucleo profondo della riforma della giustizia riguarda la costruzione e la gestione del «nemico interno»: dai migranti agli spazi sociali, dai movimenti politici alle forme di dissenso organizzato. Questa lotta contro i «nemici interni» è stata finora perseguita dal governo attraverso vari Decreti Legge, attuando una sistematica criminalizzazione dell’opposizione sociale. Si tratta di una serie di misure volte a creare o aggravare fattispecie di reato, promulgate ad hoc per colpire i movimenti e calibrate in risposta diretta alle loro mobilitazioni: basti pensare al DL antisemitismo, emanato dopo le piazze per la Palestina dello scorso autunno, o all’ultimo DL sicurezza, varato in seguito al corteo del 31 gennaio a Torino. Tuttavia, per rendere completo l’effetto di queste riforme, è necessario che la legislazione e la sua applicazione giuridica procedano di pari passo: bisogna tendere una linea diretta tra esecutivo e magistratura. L’attacco è quindi rivolto a quella minoranza della magistratura più restia ad applicare le nuove norme repressive. Da una prospettiva radicale, può apparire paradossale che l’obiettivo di un governo conservatore sia attaccare un organo che per antonomasia difende lo stato di cose presenti. La magistratura è infatti in prima linea nel processo di repressione del dissenso, basterà citare il caso del Tribunale di Torino, da decenni laboratorio di repressione contro la lotta No Tav e i movimenti. Va però ricordato come la magistratura sia ancora dotata di un’autonomia che, raramente, utilizza per porre un freno al potere economico e politico in difesa di ciò che resta dei diritti sociali: lo dimostrano le recenti decisioni sui CPR in Albania, sull’estradizione dell’imam di Torino Mohamed Shahin o sul caporalato imposto ai rider. L'obiettivo della riforma è quindi intaccare questa autonomia residua, dirigendola verso una direzione ancor più classista, diseguale, razzista e patriarcale, in funzione esclusivamente repressiva. Si tratta quindi di utilizzare la magistratura ai fini di governo, usare la legge per travalicarla, in sintonia con la tendenza globale, in cui il capitalismo finanziario si è da tempo posto al di sopra di qualsiasi organo legislativo. Un’anteprima di quello che potrebbe significare un esito favorevole alla riforma è stata offerta da Giorgia Meloni all’indomani del corteo per lo sgombero di Askatasuna, quando, dopo aver visitato in ospedale i poliziotti di Torino «aggrediti», ha dichiarato: «Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio. Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni». Di fatto, il Presidente del Consiglio ha indicato ai magistrati competenti quale capo di imputazione applicare: uno scenario che apre a nuove frontiere di repressione di ogni tipo di movimento. La proposta di riforma costituisce in questo senso un tassello nel tentativo di costruzione di una nuova forma-stato: un governo che agisce tramite le istituzioni della polizia, e ora della magistratura, per reprimere il dissenso interno, sgombrando il campo dalle voci dissidenti al fine di realizzare a pieno un’economia di guerra coerente con la situazione geopolitica globale. Il fenomeno italiano si inserisce nello sviluppo di un neofascismo globale fondato su due assolutismi tra loro convergenti: l’assolutismo dei poteri politici legittimati dalle elezioni, che non ammettono più limiti né vincoli, e l’assolutismo economico di pochi multimiliardari che governano direttamente. I due assolutismi sono alleati e spesso identificati nella stessa persona o nello stesso sodalizio, come esemplifica la coppia Trump-Musk, prefigurando un capitalismo sempre più feudalizzato. L’obiettivo comune è creare una forma ibrida di governo, decostituzionalizzando le democrazie, ovvero privandole di quella dimensione sostanziale dei diritti fondamentali su cui nessuna maggioranza dovrebbe poter decidere. Questi diritti, che di fatto erano già appannaggio di una fetta molto ristretta della popolazione, non possono più essere tollerati: l’obiettivo è formalizzare un assolutismo della politica subordinata all’economia e un assolutismo del mercato, in cui la guerra gioca un ruolo centrale. L’intero Occidente si trova davanti a un processo globale che richiede un ribilanciamento, all’interno dei meccanismi democratici, dell’equilibrio tra sicurezza e libertà. Per gestire le migrazioni, la trasformazione della cittadinanza e le tensioni prodotte da una metamorfosi complessiva delle società occidentali, i governi serrano i ranghi per non essere travolti da ciò che hanno contribuito a generare. La riforma della giustizia, al di là dei suoi tecnicismi, affronta esattamente il problema di questo ribilanciamento. Il suo scopo di fondo è rendere il governo ancora più securitario tramite un complessivo riordino del rapporto tra libertà e sicurezza, tutto a favore della seconda, e dove anzi la libertà diventa un sottoprodotto residuale dell’elevazione dei dispositivi di controllo. Per fare tabula rasa delle voci dissonanti ed entrare a pieno regime in un’economia di guerra, occorre esecutivizzare ulteriormente il nostro ordinamento. Non è un caso che tra i maggiori promotori del Sì figuri anche Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or della Leonardo SpA. L’economia di guerra ha bisogno di una giustizia che proceda in sincronia con essa: non ci si può più permettere i tempi di una magistratura che rivendichi autonomia propria. La sicurezza, in questa visione, ha bisogno di velocità e di efficienza; le garanzie e i diritti vanno eliminati in quanto potenziali ostacoli ai nuovi ritmi imposti dalla fortezza. Ciò che si richiede è un garantismo del privilegio e della disuguaglianza, una giustizia che punisca il dissenso e la piccola delinquenza, ma che garantisca l’impunità ai potenti, che non tocchi le responsabilità delle fabbriche di armi, che metta polizia e magistratura alle dipendenze dirette del governo. Le democrazie neoliberali stanno arrivando alle loro ultime battute, e in questo tramonto svelano i propri segreti. L’uso della legge è sempre stato un privilegio riservato a quel piccolo gruppo di nobili che ci governa. Oggi però il velo cade: il potere non può più tollerare alcuna autonomia, nemmeno quella formale della legge, e tutte le istituzioni devono convergere verso il nuovo regime di guerra. Il paradosso di questo referendum è che proprio coloro che sono stati storicamente esclusi dalle democrazie, dalle costituzioni, dai diritti, dall’uso della legge, oggi si impegnano per salvarle. Chi oggi difende l’ordine democratico è chi spesso, non solo dalla destra, è considerato nemico pubblico. Ci troviamo nella situazione in cui proprio chi non se lo merita, cioè un equilibrio costituzionale che spesso e volentieri si è orientato dalla parte della conservazione più abietta, viene difeso dall’associazionismo di base, dai movimenti sociali, dalla galassia di sigle mutualistiche. Insomma da chi legittimamente avrebbe qualunque ragione per dire: «non staremo qui a difendervi». Cosa stiamo difendendo è quindi un interrogativo che dobbiamo porci; ma di fronte alla prospettiva di una riforma che assomiglia a un golpe, non ci resta che stare nel partito del NO. Un NO disilluso, consapevole che, nel caso vinca, servirà a darci niente più che una boccata di ossigeno, e nel caso perda, peggiorerà una situazione già ineluttabile. Un NO conscio che il nemico ci sta trascinando a combattere sul suo terreno, mentre la nostra sfida si gioca altrove. Un NO consapevole che per disertare la guerra e il neo fascismo contemporaneo non basterà un voto, e che la vera lotta non si tiene nelle urne ma nella costruzione e l’autodifesa delle comunità resistenti in cui viviamo prima e dopo il 22 e 23 marzo.
- selfie da zemrude
Impediamo alla polvere di seppellire i libri Peter Weibel In Fahrenheit 451, romanzo edito nel 1953, Ray Bradbury dipinge un regno d’incubo e terrore, uno stato autoritario che mette i libri al rogo. Il romanzo si svolge in un’epoca futura non molto precisata in cui il mondo è dominato da una sorta di dittatura che si regge sul controllo delle menti attraverso gli schermi: la televisione trasmette programmi di intrattenimento tesi a inibire nelle persone la capacità di pensare e i libri, strumento di pensiero e cultura, sono banditi. La delazione è incoraggiata e considerata naturale perché un modo come un altro per smascherare chi è contrario al regime; anche l’uso di droghe è incoraggiato al fine di incentivare nell’individuo l’apatia mentale. Montag, il protagonista, fa il pompiere in uno speciale corpo dei vigili del fuoco incaricato non di spegnere incendi ma di attizzarli, e a farne le spese è la carta stampata; armati di lanciafiamme, i militi irrompono nelle case dei sovversivi che conservano libri o giornali e li bruciano, perché così è la legge: «Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell’uomo istruito?» . Montag, però, non è felice della sua esistenza alienata, racchiusa fra slogan, una moglie indifferente, un lavoro svolto per pura routine e giganteschi schermi televisivi: «Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno». «Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non guidate la macchina a più di cento all’ora, a un massimo in cui non potete pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è reale , è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia! Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi: Quante sciocchezze! ». Sarà l’incontro con una ragazza, Clarisse, a far nascere in Montag un sentimento impensabile, la scoperta di un mondo nuovo: «Uno due tre quattro cinque sei sette giorni. E ogni volta che usciva di casa, c’era Clarisse qua e là per il mondo.» […] «Ma perché non siete mai a scuola? Vi vedo ogni giorno, in giro, sempre vagabonda…» «Oh, non soffrono troppo della mia mancanza, credetemi» rispose lei. «Sono un temperamento asociale, dicono. Non mi mescolo con gli altri. Ed è strano, perché io sono piena di senso sociale, invece. Tutto dipende da che cosa s’intenda per senso sociale, non vi sembra? Per me significa parlare con voi di cose come queste. […] O anche parlare di quanto è strano questo mondo. Stare con la gente è una cosa bellissima. Ma non mi sembra sociale riunire un mucchio di gente, per poi non lasciarla parlare, non sembra anche a voi? Un’ora di lezione davanti alla TV, un’ora di pallacanestro, o di baseball o di footing, un’altra ora di storia riassunta o di riproduzione di quadri celebri e poi ancora sport, ma, capite, non si fanno domande, o almeno quasi nessuno le fa; loro hanno già le risposte pronte, su misura, e ve le sparano contro in rapida successione, bang, bang, bang, e intanto noi stiamo sedute là per più di quattr’ore di lezione con proiezioni. Tutto ciò per me non è sociale. È tutt’acqua rovesciata a torrenti, risciacquatura è, mentre loro ci dicono che è vino quando non lo è. […]» . Montag scoprirà di avere un’innata passione per la lettura, inizierà a frequentare di nascosto un vecchio professore di inglese che ha contatti con gruppi di ribelli rifugiatisi in campagna e riuscirà a raggiungere una comunità di esuli che custodisce il patrimonio letterario dell’umanità; questa gente ha imparato a memorizzare i libri evitando di possederne copie fisiche per non incorrere in rappresaglie da parte della legge. Mentre l’ormai ex pompiere decide di unirsi alla lotta dei ribelli, la città dalla quale era fuggito viene pesantemente bombardata: il regime è entrato in guerra contro una nazione sconosciuta, nell’indifferenza più totale dei suoi abitanti. In queste pagine, Bradbury ci racconta di un mondo dove tutti dicono le stesse cose: «[…] Spesso scivolo come un serpente su una vettura della sotterranea a sentire che cosa dicono le persone. O nelle mescite di bibite dolci, e sapete che cosa ho scoperto?» «Che cosa?» «Che la gente non dice nulla». «Oh, parlerà pure di qualche cosa, la gente!» «No, vi assicuro. Parla di una gran quantità di automobili, parla di vestiti e di piscine e dice che sono una meraviglia! Ma non fanno tutti che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli altri. E quasi sempre nei caffè hanno le macchinette d’azzardo in funzione, si raccontano le stesse barzellette, oppure c’è la parete musicale accesa con i disegni a colori che vanno e vengono […]». Un mondo dove tutto viene ridotto a trovata sensazionale: «Un tempo, i libri si rivolgevano a un numero limitato di persone, sparse su estensioni immense. Ed esse potevano permettersi di essere differenti. Nel mondo c’era molto spazio disponibile, allora. Ma in seguito il mondo si è fatto sempre più gremito di occhi, di gomiti, di bocche. La popolazione si è raddoppiata, triplicata, quadruplicata. Film, radio, riviste, libri si sono tutti livellati su un piano minimo, comune, una specie di norma dietetica universale […]. Immagina tu stesso: l’uomo del diciannovesimo secolo coi suoi cavalli, i suoi cani, carri, carrozze, dal moto generale lento. Poi, nel ventesimo secolo, il moto si accelera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Riassunti. Scelte. Digesti. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo». Un mondo dove la gente assimila sempre meno: «Più sport per ognuno, spirito di gruppo, divertimento, svago, distrazioni, e tu così non pensi, no? Organizzare, riorganizzare, superorganizzare super-super-sport! Più vignette umoristiche, più fumetti nei libri! Più illustrazioni, ovunque! La gente assimila sempre meno. Tutti sono sempre più impazienti, più agitati e irrequieti. Le autostrade e le altre strade d’ogni genere sono affollate di gente che va un po’ da per tutto, ovunque, ed è come se non andasse in nessun posto. […] la gente sempre più dedita al nomadismo va di località in località, seguendo il corso delle maree lunari, passando la notte nella camera dove sei stato tu oggi e io la notte passata». Un mondo dove le persone devono credere d’essere veramente bene informate: «Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno. Fa’ che dimentichi che esiste una cosa come la guerra. Se il Governo è inefficiente, appesantito dalla burocrazia e in preda a delirio fiscale, meglio tutto questo che non il fatto che il popolo abbia a lamentarsi. Pace, Montag. Offri al popolo gare che si possano vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome delle capitali dei vari Stai dell’Unione o la quantità di grano che lo Iowa ha prodotto l’anno passato. Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’essere veramente ben informati . Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza. Chiunque possa far scomparire una parete TV e farla riapparire a volontà, e la maggioranza dei cittadini oggi può farlo, sarà sempre più felice di chiunque cerchi di regolo-calcolare, misurare e chiudere in equazioni l’Universo, il quale del resto non può esserlo se non dando all’uomo la sensazione della sua piccolezza e della sua bestialità e un’immensa malinconia. Lo so, perché ho tentato anch’io; ma al diavolo cose del genere. Per cui, attaccati ai tuoi circoli sportivi e alle tue gite, ai tuoi acrobati e ai tuoi maghi, ai tuoi rompicolli, autoreattori, motoelicotteri, donne ed eroina, e a ogni altra cosa che abbia a che fare coi riflessi condizionati. Nel 1953, poco prima che uscisse il romanzo, Bradbury raccontò: «Nello scrivere il breve romanzo Fahrenheit 451 , pensavo di descrivere un mondo quale avrebbe potuto evolversi fra quattro o cinque decenni. Ma solo poche settimane fa, una notte a Beverly Hills, venni oltrepassato da una coppia che portava a passeggio il cane. Rimasi a fissarli, completamente allibito. La donna teneva in mano una piccola radio delle dimensioni di un pacchetto di sigarette e con l’antenna vibrante. Da essa uscivano sottili cavi di rame che terminavano in un grazioso cono affondato nella sua orecchia destra. Eccola lì, dimentica dell’uomo e del cane, ad ascoltare venti lontani e sussurri e pubblicità, come una sonnambula, guidata nel salire o scendere dal marciapiede da un marito che avrebbe potuto benissimo non esserci. E questa non era una storia» . Non so dalle vostre parti cosa succeda ma, dalle mie, la sera è pieno di gente per strada con, in una mano, il guinzaglio a cui è legato un cane di cui si disinteressa totalmente e, nell’altra, il cellulare acceso che illumina loro il viso ipnotizzato: esiste solo cosa c’è in fondo a quel tronco di cono luminoso – tutto il resto non conta, fuori il resto non conta, cantava Edoardo Bennato nel ‘76. Non hanno neppure più un partner accanto che li aiuti a salire e scendere dal marciapiede: s’inciampano, sbattono negli angoli delle auto posteggiate, non s’accorgono che l’amore della loro vita li ha sfiorati poco prima. Visto che, fra le tante cose, Fahrenheit 451 ci racconta di un mondo dove tutti dicono le stesse cose, dove la gente assimila sempre meno, dove tutto viene ridotto a trovata sensazionale, dove le persone devono credere d’essere veramente bene informate, e dato che tutto questo mi ricorda un po’ troppo da vicino ciò che siamo diventati, mi verrebbe da chiedervi una cortesia: impediamo alla polvere di seppellire i libri. Leggiamoli, facciamoli nostri, raccontiamoli, facciamone tesoro. Prima che qualcuno bussi alla nostra porta per bruciarceli. Grazie. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com English translation by Serena Duchi Let’s stop dust from burying books Marco Sommariva First published in 1953, Ray Bradbury’s Fahrenheit 451 sketches a frightening kingdom of terror: an authoritarian state that burns books. The story unfolds in a hazy near-future ruled by a dictatorship that disciplines minds through screens. Television churns out entertainment designed to stifle people’s ability to think, while books – tools of thought and culture – are banned. Denouncing is encouraged and treated as natural – just one more way of exposing anyone who opposes the regime. Even drug use is promoted, fostering mental apathy in the individual. Montag, the protagonist, is a fireman – though in this world his unit doesn’t put fires out; it starts them. Printed paper pays the price. Armed with flamethrowers, the troops burst into the homes of subversives who keep books or newspapers and burn them, because that is the law: « We must all be the same. It isn’t that everyone is born free and equal, as the Constitution says; it’s that everyone is made equal. Every human being moulded in the image and likeness of every other – and then everyone is happy, because there are no mountains to discourage us with the heights we must overcome, no mountains in whose shadow we have to measure our stature. That’s why a book is a loaded gun in your neighbour’s house. Burn it. Make the weapon useless. Castrate the human mind. Who knows who might be the target of the educated man?». Montag, however, is not happy with his alienated existence: boxed in by slogans, an apathetic wife, a job done purely by routine, and gigantic television screens: «Oh, but we have plenty of free time every day». «Free hours from work, yes. But time to think? When you’re not driving at over a hundred an hour, at a speed where you can’t think of anything but danger, then you’re playing cards or sitting in some lounge where you can’t argue with the four-wall television. Why? The television is real , it’s immediate, it has size. It tells you what you must think, and it tells you in a voice of thunder. It must be right, you tell yourselves: it sounds so utterly like it is! It shoves you so quickly and violently to its conclusions that your mind has no time to protest, to tell itself: What nonsense! ». It Is the encounter with a girl, Clarisse, that sparks In Montag an unthinkable feeling: the discovery of a new world. « One two three four five six seven days. And every time he left the house, Clarisse was there, somewhere in the world. […] «But why are you never at school? I see you every day, out and about, always wandering…» «Oh, they don’t suffer too much from my absence, believe me» she replied. «They say I’m not good at socializing. I don’t mix with the others. And it’s odd, because I’m full of social sense, really. It all depends on what you mean by social sense, don’t you think? For me it means talking to you about things like these. […] Or even talking about how strange this world is. Being with people is a wonderful thing. But it doesn’t seem very social to gather a crowd and then not let them talk, does it? An hour of lessons in front of the TV, an hour of basketball, or baseball or running, another hour of history in summary or replicas of famous paintings and then sport again, but, you see, nobody asks questions, or at least almost nobody does; they already have the answers off-the-shelf, tailored to fit, and they fire them at you in rapid succession, bang, bang, bang, and meanwhile we sit there for more than four hours of lessons with projections. All that, to me, isn’t social. It’s water being poured out in torrents, it’s rinse-water, while they tell us it’s wine when it isn’t. […]» . Montag gradually discovers an instinctive passion for reading. He begins secretly visiting an old English professor who has contacts with groups of rebels who have taken refuge in the countryside. He eventually reaches a community of exiles who safeguard humanity’s literary inheritance; these people have learned to memorise books, avoiding physical copies so as not to invite reprisals from the law. By the time the now ex-fireman decides to join the rebels’ fight, the city he fled has been heavily bombed. The regime has gone to war against an unknown nation, to the utter indifference of its inhabitants. In these pages, Bradbury shows us a world where everyone says the same things: «[…] I often slip like a snake onto an underground train carriage to listen to what people are saying. Or into soft-drink bars. And do you know what I’ve discovered?» «What is it?» «That people say nothing». «Oh, people must talk about something!» «No, I assure you. They talk about a great many cars; they talk about clothes and swimming pools and say they’re marvellous! But don’t they all say the same things? And nobody says anything different from anyone else. And almost always, in cafés, the slot machines are running; they tell the same jokes; or there’s the music wall lit up with coloured drawings that come and go […]». A world where everything is reduced to a sensational gimmick: «Once, books spoke to a limited number of people, scattered over immense distances. They could afford to be different. There was plenty of space in the world then. But later the world grew ever more crowded with eyes, elbows, mouths. The population doubled, tripled, quadrupled. Films, radio, magazines, books were all levelled down to a minimal common plane, a kind of universal dietary norm […]. Imagine it for yourself: the nineteenth-century man with his horses, his dogs, carts, carriages, the whole slow general movement. Then, in the twentieth century, motion speeds up dramatically. Books grow shorter and brisker. Summaries. Selections. Digests. Newspapers all headlines and snippets, the news practically reduced to the headlines. Everything is reduced to mush, to a sensational gimmick, to an explosive ending» . A world in which people absorb less and less: «More sport for everyone, team spirit, fun, leisure, distractions, and that way you don’t think, do you? Organise, reorganise, over-organise super-super-sport! More humour strips, more comics in books! More illustrations, everywhere! People absorb less and less. Everyone is ever more impatient, more agitated and restless. Motorways and every other kind of road are crowded with people going a bit of everywhere, and it’s as if they’re going nowhere. […] increasingly devoted to nomadism, people drift from place to place, following the course of the lunar tides, spending the night in the room you were in today and I was in the night before » . A world in which people must be made to believe they are truly well informed: «If you don’t want a man to be unhappy for political reasons, never show him with both sides of a problem, or you’ll torment him; give him one side only; better still, give him none. Make him forget that something like war exists. If the Government is inefficient, bogged down in bureaucracy and raving with fiscal delirium, better that than the people having something to complain about. Peace, Montag. Offer the public contests they can win by remembering the words of very popular songs, or the name of the capitals of the various States of the Union, or how much grain Iowa produced last year. Fill their skulls with non-combustible data, stuff them with facts until they can’t move for being so full, but certain they are truly well informed . Then they will have the certainty of thinking, the sensation of movement, when in reality they are as still as a boulder. And they will be happy, because facts of this kind are always the same. Don’t give them anything slippery and ambiguous like philosophy or sociology so they can fish with those hooks – better those facts stay where they are. With hooks like that they’ll fish up melancholy and sadness. Anyone who can make a TV wall disappear and make it reappear at will, and most citizens today can, will always be happier than anyone who tries to gauge-calculate, measure and lock the Universe into equations; which, besides, cannot be done except by giving man the sensation of his own smallness and animality and an immense melancholy. I know, because I tried too; but to hell with that sort of thing. So, cling to your sports clubs and your outings, your acrobats and your magicians, your daredevils, your jet engines, your gyrocopters, women and heroin, and anything else that has to do with conditioned reflexes». In 1953, shortly before the novel came out, Bradbury wrote: «When I was writing the short novel Fahrenheit 451, I thought I was describing a world that might evolve in four or five decades. But only a few weeks ago, one night in Beverly Hills, I was overtaken by a couple walking their dog. I stopped and stared at them, utterly dumbfounded. The woman was holding a little radio the size of a cigarette packet and with an aerial that vibrated. From it came thin copper wires that ended in a pretty cone sunk into her right ear. There she was, oblivious to the man and the dog, listening to distant winds and whispers and adverts, like a sleepwalker, guided as she stepped up and down the kerb by a husband who might just as well not have been there. And this was not a story». I don’t know what goes on where you are but, where I am, in the evenings the streets are full of people who, in one hand, hold the lead attached to a dog they’re utterly uninterested in and, in the other, a lit-up mobile phone casting its hypnotic glow on their faces. The only thing that exists is what lies at the end of that luminous trunk of a cone – everything else doesn’t count, outside everything else doesn’t count, as Edoardo Bennato sang back in ’76. They don’t even have a partner beside them to help them up and down the kerb any more: they trip, bang into the corners of parked cars, and don’t notice that the love of their life brushed past them a moment earlier. Since, among other things, Fahrenheit 451 tells us of a world where everyone says the same things, where people absorb less and less, where everything is reduced to a sensational gimmick, where people must be made to believe they are truly well informed – and since all this reminds me a little too closely of what we’ve become – I’d like to ask you a favour: let’s stop dust from burying books. Let’s read them, make them our own, retell them, treasure them. Before someone knocks on our door to burn them for us. Thank you. Marco Sommariva (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com
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I racconti delle ancelle












