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Cronache del Boomernauta. Prefazione: Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia; Introduzione dell'autore Di seguito i primi due testi pubblicati nel libro Cronache del Boomernauta una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Proponiamo la prefazione curata da Giuliano Spagnul e l'introduzione al testo dell'autore, Giorgio Griziotti. Buona lettura! Prefazione di Giuliano Spagnul Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia. [1] Cronache del Boomernauta è una narrazione che si definisce Fabula Speculativa , prendendo a prestito uno dei termini con cui Donna Haraway circoscrive il nuovo campo dell’immaginario del secolo che inaugura il nuovo millennio. È un territorio in cui le precedenti cartografie non hanno più̀ valore e una nuova mappatura dovrà, per forza di cose, ricostruirsi su forti risignificazioni di vecchie denominazioni obsolete e nuovi confini privi di garanzie e certezze anche solo provvisorie.Haraway, dal canto suo, rinomina questo territorio con l’acronimo FS che «sta per FantaScienza, Femminismo Speculativo, Fabula speculativa, Fatto Scientifico...» 2 e aggiunge, per rendere più̀ esplicita la sua non riconducibilità̀ a una pura riclassificazione nominativa, che «i mondi FS non sono contenitori; sono pratiche di modella- mento, co-creazioni rischiose, fabule speculative» 3 . Di fatto Haraway sovrappone alla vecchia mappa una nuova che nella sua rimodulazione fa emergere ciò̀ che prima risultava poco trasparente, occultato: la sua natura di dispositivo, di macchina che produce soggettivazioni.Che la fantascienza avesse l’ambizione di immaginare il futuro per prevenirlo e in qualche modo governarlo (soprattutto riguardo l’accelerata evoluzione dell’innovazione tecno-scientifica) è stata, ed è ancora, un’idea ammantata di falsa ingenuità, ma in realtà ben consapevole della sua valenza ideologicamente orientata.Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, che partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati (Fandom), è stata capace di contaminare, in modo sempre più̀ pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità̀, giochi, ecc. fino all’invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell’agire.Per poter dichiarare esaurite (cioè assolte) le funzioni di questo dispositivo e poterci così impegnare, insieme a Haraway e ad altri, nella comprensione di ciò che si sta sovrapponendo nostro malgrado e quanto sia possibile interferire con nuove e diverse fabulazioni occorre un richiamo ad almeno quattro delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, almeno in parte, assolte: 1. la fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l’urto dei processi trasformativi (a opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità. 2. l’eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l’umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all’idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell’aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all’umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l’universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l’immagine dell’extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l’umano, l’essere che scopre e si rapporta all’altro, allo sconosciuto dell’infinito. 3. l’accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l’esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica, ma che dato l’aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose di Latour, la Cosmopolitica di Stengers o il divenire prima cyborg, poi compost, di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell’immaginario fantascientifico. 4. in ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un’intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell’arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l’unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L’ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell’essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare. Si potrebbe riformulare meglio e approfondire questi quattro punti, quanto aggiungerne altri ancora. Ma per lo scopo che ci siamo prefissati per introdurci in questo tipo di narrazione che abbiamo voluto chiamare di Fabula speculativa sono sufficienti per iniziare a delineare quelle differenze con un passato che deve trovare la pro- pria necessaria soluzione di continuità.La paura del nuovo, incredibile per un genere la cui caratteristica principale dovrebbe essere quella della ricerca costante del Novum , del germe della novità, (così definito dallo studioso Darko Suvin), ha fatto sì che il solo parlare della morte della fantascienza venisse accolta come un autentico scandalo da tutti gli addetti ai lavori o semplici appassionati del genere. Di fatto la morte, per quanto la si voglia ostracizzare, rimane la prerogativa indispensabile alla rigenerazione di qualsivoglia nuova vita. E che la fantascienza sia stata «vittima di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale» come diceva Antonio Caronia 4 dimostra l’ottimo stato di salute di un nascituro che dal passato si distanzia incominciando a intraprendere i suoi primi passi, esitanti quanto ostinati.È un camminare che per Giorgio Griziotti, autore di questa avventura, ci porta nel limbo della sospensione del tempo e nel surreale delle città deserte d’inizio pandemia in cui molte ipotesi sul futuro cominciano a barcollare. A partire da quel momento si accelera bruscamente la sequenza di trasformazione della realtà in un’angosciante fantascienza distopica. Una trasformazione che rende sterile la funzione che il genere letterario ha avuto, in quanto «oggi i pericoli non sono più quelli di [immaginare] un futuro distopico o catastrofico e di conseguenti fughe consolatorie [che la fantascienza garantiva] o altro, ma sono quelli relativi a un presente che vive tra le rovine di qualcosa che tutti ravvisano come accaduto, ma di cui sanno poco o nulla» 5 . E allora tramite il Racconto di un Boomernauta 6 ci inoltriamo nella Twilight Zone in cui la nostra realtà, il nostro quotidiano si sta progressivamente, ma inesorabilmente, trasformando. Un viaggio dall’eternità, da cui tutti proveniamo, all’istante in cui il nostro apparire cerca un radicamento nella durata.Forse da qui, da questo voler trasformare un evento in una realtà che sfida, nei termini di un tempo che vuole durare, il caos da cui comunque è prodotta e da cui dipende, sta la nascita di quel morbo che l’autore di questa storia metascientifica definisce nekomemetico.Un autore, Giorgio Griziotti, che funge qui da stazione di sosta per quei viaggiatori capaci di riconvertire, se pur nell’arco di un breve incontro, il fluire del tempo in un altrettanto fluido susseguirsi di narrazioni.È narrazione sì, di una malattia, ma che in quanto malattia costitutiva dell’essere umano, congenita al suo formarsi in quanto tale, non prevede (non può prevedere) guarigione alcuna. Unica soluzione di una siffatta infezione sembra essere la soppressione dell’ospite a cui seguirà l’inevitabile perire anche dell’ospitato indesiderato.Siamo allora di fronte all’ennesimo racconto della fine, a cui una parte di quel dispositivo di active imagination novecentesco, chiamato fantascienza, ci aveva abituato? Un po’ di quel nichilismo a buon mercato per aiutarci a vivere in un mondo in cui le rovine paio- no essere sempre più l’ambizioso e unico traguardo di ogni possibile idea di progresso?Possiamo invece definire questa fabula, insieme al fumetto L’Eternauta di Héctor German Oesterheld a cui il racconto di Griziotti è ispirato, l’opera di un boomernauta sopravvissuto che viaggia per trovare ancora dell’amore nell’avventura dell’umano? Nel libro che abbiamo tra le mani non vi sono risposte. Anche perché non ci sono le rispettive domande; così come non si fanno ipotesi o teorizzazioni che si possano veramente considerare tali. Il che non significa che il libro non sia impastato di considerazioni politiche e speculazioni di vario tipo, anche metafisiche oltre che metatecniche, tanto che il clou potremmo trovarlo in quell’ipotesi che vede altre specie non aliene, ma terrestri arrivare a passare la soglia fatidica della metatecnica 7 . Ma questa non è una teorizzazione anticipatrice di un possibile futuro, come tanta vecchia fantascienza ci aveva abituato e meravigliato. Qui siamo di fronte a un gioco in cui tutte le teorie saltano, o meglio, sono costrette anche loro a giocare una partita senza regole, perché le regole si stanno fabbricando proprio nel mentre la partita si sta giocando.Ed è per questo che non possiamo neanche dire che ci troviamo di fronte a un giocare per il puro piacere del giocare fine a sé stesso; quella modalità che tanto postmodernismo è riuscito a renderci, infine, familiare. A riprova possiamo indicare all’interno del libro l’importanza del tema dei Games che giocano un ruolo dissacrante rispetto alla natura che l’ideologia antiideologica del postmodernismo voleva loro assegnarli. I Games ritrovano qui la loro ragione d’essere storicamente determinata di dispositivi relazionali che nella loro vischiosità rendono possibili le scelte (sbagliate o giuste che siano) operative della nostra difficile e precaria condizione umana. La vita si gioca, ma la posta in gioco non è un’astrazione, è la vita stessa! Questo testo è l’opera di un ex-militante che mette sul tavolo la propria esperienza per attivare un’immaginazione capace di traghettar(lo)ci verso un attivismo che non sia la semplice copia della vecchia militanza. Un attivismo in grado di vedere il futuro come l’opera di chi è capace di rivoltarsi contro tutto ciò che è dato come acquisito e consolidato, compreso il proprio credo.In questo viaggio che srotola uno dei tanti fili immaginabili da un lontano passato a un incerto futuro oltreumano si esercita quella “pratica di modellamento” co-creazione rischiosa di cui ci parlava Haraway e che ci impone al posto di rispondere alle domande, di interrogare le domande stesse. Non come facciamo a sopravvivere, ma perché dovremmo sopravvivere. Una pratica rischiosa appunto, perché offre il fianco a un nichilismo ormai più che scontato, ma necessaria per trovare nuovi valori, non più assoluti, ma che nella loro parzialità possano dirsi situati nella vita, nell’ambiente, nei rapporti con gli altri esseri umani e non. Valori capaci di creare un mondo che nel suo continuo ricrearsi metta in grado la realtà di poter durare ancora. E ancora... Note: Dicembre 1977, dai diari della pittrice Marisa Bello, compagna di una vita. D. Haraway, Chtulucene , Nero, Roma, 2019, p. 24. Ivi, p. 30 Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica , in J. Baudrillard . Cyber- filosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999. Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza? http://effimera.org/che-fare- della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ . La scelta di rappresentarlo con sembianze più giovanili pone in evidenza il carattere preminentemente allegorico del viaggiatore temporale, la sua paradossale impossibilità di invecchiare mentre invecchia. L’irrealtà di un procedere in un tempo soggettivamente reversibile tanto quanto irreversibile nella sua dolorosa realtà concreta. Interessante sarebbe qui poter istituire e approfondire un parallelo con un classico della fantascienza degli anni Quaranta, City di Clifford D. Simak. L’utopia di «una civiltà più mite […], ma non troppo pratica. Una civiltà ba- sata sulla fratellanza animale… sulla comprensione psichica […] una civiltà della mente e del cuore, ma non troppo positiva. Senza fini precisi, con una meccanica molto limitata…». Il tentativo della nuova specie pensante, i cani, «non doveva essere inquinato dall’alito fetido del pensiero umano.» INTRODUZIONE DELL’AUTORE GIORGIO GRIZIOTTI Il Boomernauta Alla fine degli anni 50 del XX secolo lo scrittore Héctor German Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López 1 pubblicarono in Argentina il fumetto l’Eternauta , che successivamente divenne uno dei grandi classici della metascienza.All’inizio del racconto, un uomo di nome Juan Salvo si materializza improvvisamente a casa di uno sceneggiatore di fumetti a Buenos Aires. Si presenta come l’Eternauta , il vagabondo dell’infinito, un navigatore del tempo e un viaggiatore dell’eternità 2 che vaga alla ricerca della sua epoca e del suo mondo. L’Eternauta, raccontando la storia di un’invasione aliena, voleva avvertire che i mostr i possono giungere in qualsiasi momento e dare la possibilità di sfuggire a un destino segnato.Nella metafora di un’occupazione da altri mondi Oesterheld denunciava l’orrore verso ogni potere repressivo, dietro cui s’intravedeva la situazione di molte realtà non solo latino-americane 3 . Per una tragica ironia della sorte una ventina d’anni dopo il terrore fascista arrivò anche in Argentina.Il generale Videla, salito al potere grazie al governo statunitense, iniziò l’eliminazione sistematica degli oppositori: Solano López venne costretto all’esilio, Oesterheld entrò nell’infinita lista dei desaparecidos, insieme alle quattro figlie, due generi e due nipoti 4 . Se vi sto parlando dell’ Eternauta è proprio perché per una strana coincidenza mi è successo qualcosa di simile. Come i miei amici sanno, anch’io, come lo sceneggiatore di fumetti dell’Eternauta, lavoro di notte. Stavo appunto scrivendo al computer quando, nella poltrona della nonna un po’ sfondata che sta di fronte alla mia scrivania, si materializzò uno strano personaggio proprio come avvenne per l’apparizione dell’Eternauta. Non so esattamente che ora fosse, ma doveva essere molto tardi perché ricordo che la torre Eiffel, che si vede in lontananza sullo sfondo dalla finestra della sala di fronte al mio studio, era completamente spenta. Anche nel mio caso, non si trattava di un fantasma. L’uomo indossava dei jeans lisi, un eskimo verde e una camicia stropicciata. Aveva un passamontagna, che pensavo fosse dovuto alla stagione invernale, e dalle mani un po’ rugose e macchiate capii che non era più giovane. Quando si tolse il passamontagna ebbi la certezza che il mio eternauta fosse un boomer 5 . Tuttavia non si trattava di un boomer qualsiasi perché dal suo abbigliamento, e specialmente dall’eskimo un po’ consunto, intuii che aveva senz’altro partecipato al periodo rivoluzionario degli anni 60 e 70 del XX secolo. Non era normale che alla sua età fosse ancora vestito in tal modo, ma, come mi spiegò in seguito, era ormai entrato in una dimensione sconosciuta che l’aveva fissato così. Non volle dirmi il suo vero nome, ma solo quello di battaglia degli anni ruggenti della militanza e delle lotte: Ghirighiz, il nome del protagonista di un fumetto italiano degli anni Settanta, un cavernicolo un po’ sarcastico e smaliziato. Mi disse che aveva l’abitudine di raccontare sui social le prodezze delle ribellioni della sua epoca; una volta di fronte al commento un po’ ironico di una giovane aveva risposto scrivendo che «i millenial e la generazione Z hanno la sindrome di Peter Pan», come per rimproverarli di rifiutare le proprie responsabilità e di non affrontare il capitalismo come lui e molti della sua generazione avevano fatto. Non sapeva però che si trattava di una millenial witch, una giovane strega che d’impeto gli gettò un sortilegio potente scrivendo sui Social: OK BOOMER Da quel momento era entrato in una nuova dimensione senza tempo, vestito proprio come alle manifestazioni dell’epoca o, comunque, con gli indumenti tipici d’un viaggiatore con zaino in spalla. Il sortilegio lo aveva costretto a ricominciare senza fine il backpacking della sua gioventù, ma con l’aggiunta della dimensione del tempo, consentendogli di esplorare anche una parte del futuro.Decisi allora di chiamarlo Boomernauta perché, pur non essendo eterno, aveva in comune con l’Eternauta le peregrinazioni in epoche molto diverse. Come l’Eternauta , sebbene con limiti temporali più modesti, anche lui (si) era smarrito e non solo nel tempo. Ma, a differenza dell’Eternauta, non aveva allarmi da lanciare. Pensava che fosse ormai troppo tardi per salvare gli umani della sua era e troppo presto per sapere chi eventualmente avrebbe preso il loro posto sulla Terra.Il vero sortilegio della fatwa OK BOOMER non consisteva solo nella perdita di ogni riferimento temporale, ma soprattutto nella maledizione di dover percorrere le epoche future con la visione e i valori dell’epoca della sua militanza. Da quanto traspariva, al di là del racconto e del linguaggio usato, avevo davanti a me l’immagine dell’infelicità.Il modo in cui ci si sente nel proprio tempo è il risultato delle strutture complesse di sensazioni, emozioni e sentimenti di quel periodo. Anche se al Boomernauta l’ordine del tempo della sua gioventù rivoluzionaria era sembrato ingiusto e insostenibile, quello restava l’ambiente sociale e culturale che lo aveva formato. Potete quindi immaginarvi lo sradicamento e la sofferenza continua che viveva nelle peregrinazioni temporali a cui era ormai forzato.Durante il suo racconto talvolta rimasi un po’ incredulo di fronte a questa sua insistenza a voler accusare di tanti misfatti ciò che lui chiamava l’imperialismo o la macchina bicefala Stato-capitale . Ma, alla fine gli sono stato grato per alcune sorprendenti rivelazioni. Gli dissi che dal mio punto di vista tutto era relativo, e su questo anche lui era d’accordo, ma soprattutto che bisognava relativizzare le nostre pretese rivoluzionarie di gioventù boomer. Certo non usai le classiche battute ritrite dei reduci delle rivoluzioni politiche sconfitte «se avessimo vinto, chissà cosa avremmo combinato...» ma cercai di farlo riflettere sugli impensabili salti tecnologici, che, capitalismo o no, da allora erano stati fatti dall’umanità. Trasformazioni che avevano profondamente cambiato le condizioni di vita, anche se dall’inizio dell’epoca neolib erano avvenute in un modo che aveva esacerbato le disuguaglianze.Forse entrambi avevamo vissuto l’ultimo tentativo di rivoluzione globale e ora avevo molti dubbi che cercai di esporgli. Gli intrecci e gli aggrovigliamenti di tutte le forme di potere con cui le Governance capitaliste ci avevano avvolti sembravano rendere impossibile un ulteriore tentativo di quel genere. Ma il Boomernauta ovviamente aveva già visto, almeno in parte, che le cose si sarebbero sviluppate diversamente. Sembrava che in lui il suo credo rivoluzionario di gioventù si fosse cristallizzato in un blocco irremovibile, quasi a bilanciare lo straordinario potere di percorrere la curva del tempo. Forse aveva bisogno di una base solida su cui poggiarsi come requisito indispensabile per accedere alla dimensione temporale. Sta di fatto che diversi nostri punti di vista erano divergenti. Io mi ero potuto permettere di relativizzare un po’ la portata della nostra epopea di gioventù, finita peraltro con una storica sconfitta. Come molti boomer ero spesso sbigottito di verificare nel quotidiano che le generazioni di cui eravamo genitori e anche nonni non sembravano credere che un sogno collettivo fosse possibile. In seguito avevo dovuto accettare certi compromessi con la realtà – nel lavoro, nei comportamenti, nelle relazioni sociali... – mentre nel suo racconto il Boomernauta appariva inflessibile in taluni suoi principi. Successivamente, quando iniziò a condividere con me ciò che aveva osservato nel futuro, mi dimenticai di me stesso. Attraverso il suo racconto sulle evoluzioni e le sorprendenti conseguenze di quella che lui definisce la capacità metatecnica 6 umana – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – mi resi conto che il Boomernauta doveva aver acquisito una formazione e un’esperienza professionale nel campo tecnoscientifico prima di essere catapultato nel futuro. Probabilmente era stato uno dei primi ingegneri elettronici della sua epoca.Quando poi gli ho fatto osservare di aver descritto le Governance future, da lui definite capitaliste, nelle loro mutazioni ultime senza mai entrare nel merito o nel dettaglio delle feroci lotte che le dilaniavano all’interno, ha alzato le spalle per mostrare il suo disinteresse. Poi mi ha spiegato che questo era sempre successo e non gli interessava perderci tempo, soprattutto perché secondo lui il primo nemico da cercare di eliminare non era il capitalismo... ma non voglio svelarvi ora le sorprese del suo racconto. Aggiungo qualche indicazione sulle modalità di lettura della narrazione del Boomernauta. La sua esposizione non sempre segue uno stretto ordine cronologico anche se in generale avanza nel tempo, ma non in modo lineare e talvolta ci sono imprecisioni specie rispetto a certi episodi del passato. Autorizzandomi a trascrivere il suo racconto mi ha sussurrato che contava sulla vostra comprensione per i suoi dogmatismi. Come attenuante ha evocato non solo l’età e la formazione politica, ma anche l’esperienza di aver visto le sue certezze tramutarsi in posverità e viceversa.Anche il suo modo di esprimersi può sembrare un po’ anomalo. Pur essendo un boomer tecnologico era abbastanza abituato a usare una terminologia professionale inglese, ma non al punto da passare quella che lui definiva la neolingua pidgin english locale , nel suo caso l’ itanglese , che si era imposta a partire dai millenial. Ogni tanto l’ho sentito bofonchiare un po’ contro questi abusi linguistici non tanto per nostalgia, ma perché rimproverava ai giovani italofoni di aver tenuta viva la vecchia vocazione di sudditanza a quello che lui chiamava, ossessionato com’era dalla geopolitica del suo tempo, l’imperialismo anglofono. Prima di lasciarvi alla dissertazione del Boomernauta desidero informarvi che le citazioni messe in esergo sono sue.Ho redatto io quasi tutte le note, sia per ancorare il racconto del Boomernauta a qualche referenza, sia per spiegare qualche passaggio che poteva risultare oscuro. Nello stesso spirito ho anche inserito all’inizio di ogni capitolo un breve riassunto, che può inoltre permettere modi alternativi alla lettura sequenziale. Talvolta ho anche aggiunto un mio commento o una mia impressione per analizzare i motivi che potrebbero aver influenzato la direzione del racconto del Boomernauta, oppure per chiarire ambiguità e pregiudizi tipici della sua epoca e relativi ai suoi orientamenti politici rivoluzionari. Note: il mio amico José Muñoz, grande disegnatore di fumetti, mi ha raccontato di aver contribuito da apprendista all’Eternauta: Solano l’aveva incaricato di disegnare la neve mortale che cade sulla terra raccomandandogli di renderla “minacciosa”... evidentemente anche i dettagli visivi contribuiscono a creare un’atmosfera di pericolo nel fumetto. H. Oesterheld, F. S. López, L’Eternauta , 001 Edizioni, 2018 p. 15. https://www.lospaziobianco.it/eterno-eternauta/ . Ibid così chiamato perché nato nel post WW2 aveva vissuto la gioventù nel boom economico che aveva caratterizzato i 30 (anni) gloriosi . Metatecnica: cfr. glossario.
- fascismi
Democrazia d’eccezione e post-fascismo, un dialogo con Andrea Russo parte 3 Sergio Bianchi Il testo che qui presentiamo è la terza e ultima parte della trascrizione di una lunga conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo. Nella prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo “Action 30”, nella seconda indagate le operazioni di “fascistizzazione del cristianesimo” operate dalle nuove destre, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, e le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio. In quest’ultimo episodio l’attenzione è rivolta all’intreccio tra nuovi fascismi e guerra: dalla campagna trumpiana contro l’immigrazione fino al contesto palestinese, dove il progetto di “pace” promosso dagli Stati Uniti si rivela un debole palliativo rispetto al disegno genocidario perseguito dal governo israeliano. Redazione Ahida: Nella vostra ricerca avete molto insistito sul fatto che una delle caratteristiche principali delle nuove forme di razzismo e di fascismo è che, in esse, la componente “soggettiva” riveste un ruolo determinante. Ciò che a più riprese voi sottolineate è il fatto che, oggi, nessuna politica può evitare di fare i conti con i modi di condotta, gli stili di esistenza, le tecnologie del sé. Andrea Russo: Per cogliere la portata delle nuove forme di fascismo, abbiamo seguito l’indicazione di Gilles Deleuze e Felix Guattari, vale a dire che è necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come gli stati, i partiti, i sindacati) con una prospettiva “molecolare” (specifica, invece, della postura etica e della sfera esistenziale). È questa seconda prospettiva che consente di situare la micropolitica a livello della produzione di soggettività. L’inconscio si rapporta senza mediazioni al piano sociale, politico ed economico, perché non esiste più, nell’epoca della secolarizzazione compiuta, il potere come trascendenza infinita, ossia come qualcosa da cui ci separa una distanza incommensurabile. Il potere non è piramidale, ma segmentale e lineare; esso si propaga per contiguità , come le sirene di Ulisse, ed è su questa superfice che si sviluppa la relazione di immanenza, la fitta trama dei dispositivi di assoggettamento e di resistenza contro di esso [12]. Attraverso una completa riorganizzazione del piano percettivo, nei termini che abbiamo fin qui ricapitolato, la fascinazione del potere irraggiungibile viene così sostituita dal mito, altrettanto suggestivo, di un potere facilmente accessibile, alla portata di mano, acquistabile. Il nemico principale dell’ Anti-Edipo è il fascismo, non solo quello «storico di Hitler e Mussolini», ma anche quello «che è in noi tutti, che abita il nostro spirito e la nostra condotta quotidiana» [13]. Il fascismo è pericoloso per la sua potenza molecolare, perché è un movimento di massa che oggi incarna più l’“anarchismo del capitale” che l’ordine di un sistema totalitario tradizionale. Il fascismo è una sottile polvere cancerosa che penetra nelle relazioni sociali modellandole dall’interno. Esiste il «fascismo rurale e il fascismo di città o di quartiere, il neofascismo e il fascismo da vecchio combattente, il fascismo di sinistra e di destra, di coppia, di famiglia, di scuola o d’ufficio: ogni fascismo è definito da un microbuco nero, che vale per sé stesso e comunica con gli altri, prima di risuonare in un gran buco nero centralizzato. Vi è fascismo quando una macchina da guerra viene installata in ogni buco, in ogni nicchia» [14]. Redazione Ahida: Qui emerge chiaramente il campo problematico nel quale siamo inscritti e con cui dobbiamo fare i conti. Andrea Russo: Il concetto di macchina da guerra rende bene l’idea di ciò che si sta installando nelle attuali democrazie occidentali, dopo che lo stato di eccezione e le tecnologie di sicurezza sono diventati la regola, cioè “normali” prassi di governo. Oggi, come abbiamo già detto, la società democratica si presenta come un sistema organizzato su piccole insicurezze che alimentano grandi paure. Inoltre, va tenuto presente che è ormai egemonico un modello etico basato sulla competizione tra individui e sul successo, che presenta come contropartita da un lato l’ossessione identitaria come ripiegamento esistenziale, dall’altro l’esperienza della paura come legame sociale. La democrazia securitaria inventa e moltiplica i suoi vulnera , e li elegge a fronti di guerra interni ed esterni: se ne aprono ovunque, e tutti i veri cittadini sono chiamati a stanare e combattere il nemico di turno della normalità, che è generalmente il povero, il soggetto socialmente più debole. Redazione Ahida: Quello che hai appena detto ci riporta inevitabilmente ad allargare la riflessione su quanto sta avvenendo in questi mesi negli Stati Uniti in materia di immigrazione e giustizia sociale. Andrea Russo: In campagna elettorale Trump aveva definito i migranti irregolari “animali che avvelenano il sangue della nazione”. Dopo che è stato rieletto si è sin da subito prodigato a incrementarne gli arresti e le deportazioni. Il 20 gennaio 2025 ha firmato un ordine esecutivo denominato: Protecting the American People Against the Invasion , dove sostiene che l’amministrazione precedente guidata da Joe Biden ha permesso a milioni di clandestini di attraversare i confini. L’ordine esecutivo ha un impatto devastante sulle politiche immigratorie: incrementa l’assunzione di agenti dell’Ice; limita l’accesso dei migranti ai già scarsi benefici pubblici; estende l’uso del rimpatrio accelerato, che consente l’espulsione delle persone senza udienza in tribunale. Sul sito della Casa Bianca, Trump ha specificato che da quando è tornato in carica ha deportato più di 100mila migranti irregolari, un obiettivo che però è ancora lontano dai 15-20 milioni che si è prefisso. Nei mesi estivi, in molte città americane, si è sviluppato un ampio movimento anti-deportazione la cui azione è consistita tanto nell’informare la gente sui propri diritti, quanto nel cercare di bloccare o intralciare l’arresto illegittimo dei migranti. Si tratta di un conflitto che il presidente americano non solo ha cominciato, ma che sta spingendo affinché dilaghi sempre più, mutandosi in una vera e propria stagione di guerra civile [15]. È lui ad aver fatto passare l’azione solidale come una violenta insurrezione; è lui che ha innescato paura e terrore tra i migranti e chi li aiuta; è lui che ha fomentato giudici, poliziotti, militari ad usare il pugno di ferro contro chi protesta; è lui a manipolare l’informazione al fine di far riconoscere all’opinione pubblica la necessità di applicare lo stato di eccezione contro un presunto nemico interno, il migrante, che non è altro che il soggetto più debole e meno garantito della società. Molti imprenditori gli hanno comunque fatto presente che, deportando la maggior parte dei lavoratori poveri, rischia di far collassare l’economia del paese. Trump, che è un imprenditore, questo lo sa molto bene, per cui è stato costretto a spingere il freno della macchina da guerra. Resta il fatto che la sua strategia consiste nel frenare e accelerare i pedali della macchina a sua discrezione, al fine di mantenere alta la tensione sociale e così continuare a terrorizzare la popolazione. Fomentare la paura e l’odio, ecco i principi di cui tiene conto il pensiero e l’azione politica di Trump, come d'altronde quella di Netanyahu. Redazione Ahida: Rispetto ad Israele, considerata il baluardo della democrazia in Medio Oriente, che pensi? Andrea Russo: Innanzitutto, che si tratta di una “democrazia d’eccezione”, poiché Israele, come è noto, sin dalla sua fondazione nel 1948, ha scelto di non dotarsi di una costituzione formale, preferendo un impianto giuridico costruito attraverso le cosiddette “Leggi fondamentali”. Il fatto è che tali leggi hanno indubbiamente fornito una cornice costituzionale minima, senza tuttavia mai articolare un sistema di diritti pienamente garantito, in quanto si tratta di un diritto senza patto. Ma è possibile l’esistenza di una società democratica in assenza di una costituzione esplicita? Israele dimostra che una democrazia può sopravvivere senza una costituzione scritta, ma a caro prezzo: incertezza sistemica, polarizzazione permanente, sfiducia e odio reciproco. Nella tradizione delle moderne democrazie europee, il testo costituzionale non è stato mai solo l’insieme astratto e formale di norme, ma l’espressione di un “noi” condiviso. In Israele, al contrario, tale “noi” resta problematico. Le sue componenti – ebrei laici e religiosi, arabi, drusi – non hanno mai davvero definito un’intesa comune per cui poter dire: «noi». Nonostante tutto, tale fragile assetto sistemico ha resistito fino all’assassinio di Rabin (1995), artefice degli accordi di pace palestinesi. Si tratta di un passaggio storico cruciale, perché quell’omicidio politico, anziché provocare un moto di indignazione, favorì nel 1996 la prima vittoria elettorale di Netanyahu, che ha governato ininterrottamente per circa quindici anni, per poi essere rieletto nel 2022. Nella ultima tornata elettorale, però, la sua vittoria è stata garantita dai partiti religiosi ultraortodossi: il sefardita Shas, l’ashkenazita “Uniti nella Torah” e “Sionismo religioso”. E così, per governare Netanyahu ha dovuto concedere la guida dei ministeri-chiave ai suoi inquietanti alleati. Dagli anni Novanta, in Israele, ha preso sempre più consistenza un processo di “fascistizzazione dell’ebraismo”, iniziato in forme minoritarie eversive negli anni Settanta e Ottanta, che ha trasformato lo Stato in una macchina da guerra teologico-politica. Voglio dire che la macchina da guerra teologico-politica ha preso su di sé il fine, cioè l’organizzazione dell’ordine, e che lo Stato non è diventato altro che uno strumento asservito a tale macchina. L’ordine del discorso dei più fervidi sionisti di estrema destra è un miscuglio di travisamento teologico-politico delle Scritture, di convinzioni ideologiche fondamentaliste ultraortodosse e di narrazioni messianiche che vedono gli ebrei come unico popolo ad aver abitato la “Terra di Israele”. In tale discorso non emerge nulla di teologicamente rilevante, ma ciò che emerge è comunque un chiaro messaggio politico: giustificare a tutti i costi il genocidio del popolo palestinese a Gaza, fino a negarne storicamente l’esistenza. Il locus teologico da cui l’ultradestra sionista attinge per giustificare la guerra santa contro i palestinesi è Esodo 17, 8-16. Qui si parla della battaglia contro Amelek, in seguito all’attacco ingiustificato ed efferato che gli Amalaciti hanno compiuto, attaccando le retrovie degli Israeliti. Poiché vincono questa prima prova per la loro nascente comunità, il Signore dice a Mosè: «Scrivi questo su un libro come ricordo e dichiara alle orecchie di Giosuè che io cancellerò il ricordo di Amalek [16] da sotto il sole. Allora Mosè costruì un altare, al quale pose nome: “L’Eterno è la mia bandiera”, e disse: “La mano è stata alzata contro il trono dell'Eterno, e l'Eterno farà guerra ad Amalek di generazione in generazione”» (Es, 17, 14-16). Netanyahu, per mezzo di un enorme operazione di strumentalizzazione del testo biblico, giustifica il genocidio verso il popolo palestinese a Gaza paragonando i palestinesi agli Amaleciti e gli Israeliti agli attuali israeliani. E così, non solo il genocidio verso i palestinesi diventa diritto politico all’autodifesa di Israele, ma addirittura viene teologicamente giustificato come proseguimento della giustizia divina contro i perfidi Amaleciti. Al di là di questa nefasta interpretazione letterale, la vicenda di Amalek, cioè il “comandamento al genocidio”, è stata più volte indicata dalla tradizione rabbinica come uno dei passaggi più problematici della Torah. Inoltre, gli insegnamenti cabbalistici e chassidici, rappresentano Amalek non come una realtà esteriore, ma interiore, come una parte di noi che va combattuta spiritualmente (qui è evidente il parallelismo con la nozione islamica di jihād maggiore-spirituale, opposto al jihād minore-bellico). La tradizione teologica ebraica, in molte sue forme, si è preoccupata di ridefinire totalmente le implicazioni letterali dell’obbligo di sterminio dei discendenti di Amalek. Una preoccupazione che non pare essere quella del governo attuale, il quale, sostenendo l’interpretazione letterale, ignora secoli di esegesi, per proiettare Amalek nella realtà storica e così materializzarlo e identificarlo con il nemico e l’antisemita di turno. Amalek è il nome in codice che i sionisti di estrema destra utilizzano come sinonimo di palestinese. Redazione Ahida: Se oggi, per Israele e il suo governo, Amalek è identificato con il popolo palestinese, allora la pace di Trump non è altro che una pausa nel genocidio. Oltre al fatto che rispetto alle miriadi di piani di pace elaborati nel corso degli ultimi decenni, sembra essere quello meno serio. Andrea Russo: Storicamente tutti i piani di pace sono finiti allo stesso modo. Israele ottiene inizialmente ciò che vuole, in questo caso il rilascio degli ostaggi vivi e morti, mentre ignora o viola ogni altra fase fino a quando non riprende i suoi attacchi contro la popolazione. Il giornalista e scrittore statunitense Chris Edges ha definito l’attuale piano di pace «un gioco sadico. Una Giostra di Morte. Un cessate il fuoco che va considerato come una pausa pubblicitaria. Un momento in cui al condannato viene permesso di fumare una sigaretta prima di essere ucciso» [17]. In definitiva, una pausa nel genocidio è il massimo che possiamo aspettarci. Israele è sul punto di svuotare Gaza, che è stata praticamente annientata da due anni di bombardamenti incessanti. Non ha intenzione di fermarsi, perché questo è il culmine della sua utopia, vale a dire ritornare in possesso della terra che Yahave gli ha assegnato. L’unica pace che Israele intende offrire ai palestinesi sembra essere la pace eterna. Note Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore , Quodlibet, Macerata 1996. M. Foucault, “Prefazione” (1977), in Archivio Foucault 2. 1971-1977. Poteri, saperi, strategie , Feltrinelli, Milano 1997, p. 242. G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia , Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1987, p. 309. Cfr., M. Tarì, La caccia ai migranti tra le tante “periferie” della guerra (consultabile online). Su questi temi Cfr. https://www.oasiscenter.eu/it/ricordati-di-scordare-amalek-o-la-necessita-di-passare-dal-mito-al-mite C. Hedges, Il finto piano di pace di Trump (consultabile online). Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.
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# 3 Numeri, paura, crimini e città: L’unica cosa di cui aver paura è la paura Roberto Gelini Il testo critica l’adozione da parte della sinistra liberale di un discorso securitario ispirato alla Teoria della Finestra Rotta, nonostante i dati mostrino un declino della criminalità e della percezione del rischio in Italia nell’ultimo decennio. Questa retorica, secondo l’autore, serve a distogliere l’attenzione da problemi strutturali come austerità, crisi sociale e turistificazione delle città. L’analisi suggerisce che la vera relazione significativa non è tra degrado urbano e crimine, ma tra segregazione sociale e percezione di insicurezza: dove i ceti si separano spazialmente, la paura aumenta. Per ridurre l’insicurezza servono quindi politiche di rigenerazione urbana e di edilizia sociale diffusa, non misure repressive o narrative allarmistiche. Quello che pubblichiamo, è il terzo testo sul tema qui si può rileggere il primo e a questo link il secondo testo. Ricominciamo da dove avevamo iniziato il rapporto tra liberalismo e ossessione sicuritaria. La scena che ritengo solitamente più rappresentativa di questa relazione andò in onda all’incirca 12 anni fa nell’ultimo format condotto Santoro sull’emittente La7 . L’ex magistrato e (a giudizio di chi scrive) modesto romanziere Carofiglio, illuminava il pubblico sulla valenza della Teoria della Finestra Rotta, e sulla sua utilità nel combattere una delle cicliche emergenze cucite attorno alla città di Napoli. Per chi non ne avesse consuetudine, la Teoria della finestra Rotta è quel pensiero che ha iniziato ad incrociare il degrado urbano con il crimine, sulla base di un fondamento semiologico. Nella sostanza la percezione di elementi di degrado, lancerebbero al criminale il segnale che l’infrazione normativa (di qualsiasi tipo) sia tollerata, lasciando il campo libero al dispiegamento della sua azione. Ne consegue che ci sia bisogno di politiche “Legge ed Ordine” scatenate contro ogni cosa si muova nel panorama urbano dalle cartacce agli spacciatori. È evidente come l’idea che ci si trovi di fronte alla rappresentazione di un’antropologia predatoria in natura, cui basta leggere dei segnali per scatenarsi, e come tale rappresentazione del mondo sia tecnicamente un pensiero reazionario, perché invita a diffidare stabilmente della cooperazione. Chi ha letto il primo intervento di questa serie ricorderà come le teorie di Wilson, oltre ad essere la quintessenza della criminologia di destra siano anche falsificate dalla Storia del declino del crimine sia in Europa che negli Stati Uniti, che non avvenne solo nelle città in cui vennero applicate le politiche ad essa ispirate, e più in generale, il calo del crimine si verificò in un periodo di cambiamento delle città americane –su questo ritorneremo tra poco- e fu sostanzialmente viziato dal fatto che la misurazione del successo di queste politiche, era già in qualche maniera il presupposto del loro stesso successo. Ora, in questi giorni pensavo che aver assistito a un ex esponente del sistema giudiziario, ed esponente politico del maggior partito di Sinistra liberale celebrare queste teorie come fondamento delle soluzioni di politica urbana da intraprendere, fosse il livello più basso del dibattito politico. Quando si arriva in fondo però c’è sempre qualcuno che si incarica di iniziare a spalare, e solitamente è un esponente del centrosinistra. Da qui l’insistenza di editoriali Veltroniani sulla Sicurezza, che tempo di fare uscire questo terzo intervento sono addirittura diventati una sequela [1]. Non entrerò nel merito dei presupposti dell’ultimo articolo di Veltroni perché sono sostanzialmente un esempio del meccanismo psico-sociale di conferma del pregiudizio, basandosi su un leggero aumento delle denunce di alcuni reati per ri-lanciare l’urgenza della questione sicurezza. I crimini –come già detto- sono in sé fenomeni rari, al contrario del lavoro o degli acquisti, che sono attività quotidiane. Una loro moderata variazione in un unico intervallo di tempo può pertanto essere effetto del caso. Pensare che una variazione annuale inferiore al 5% avvenuta nel 2024 su alcuni reati basti a falsificare l’intero dibattito sul declino del crimine in Occidente è quantomeno pretenzioso, se non in malafede. Dopo gli anni di crisi economica ci sono sempre dei reati contro la proprietà che hanno un rimbalzo, ma quello che conta nei reati è un trend decennale. Dopo gli anni del Covid ad esempio i borseggi sono stati 236 circa ogni 100mila abitanti contro i 229 del 2019, ciò non toglie che, negli anni dell’austerità, erano ancora di più (298 nel 2014). Non sto dicendo che nei prossimi anni non ci potremo trovare di fronte ad una recrudescenza di alcune pratiche criminali, ma mi sto domandando perché, prima ancora che questo avvenga in maniera manifesta il problema viene posto come costitutivo da una parte “sinistra” della classe dirigente. Che possa esser fatto da destra è autoesplicativo, visto che l’universo discorsivo del mantenimento della sicurezza implica che l’ordine sociale rimanga inalterato essendo il suo scuotimento (l’arrivo di popolazioni alloctone, le ambizioni consumistiche etc.) ad aver provocato il crimine e quindi l’insicurezza. Meno chiaro è perché lo faccia la sinistra liberale. Forse guardando le date del primo discorso citato (erano gli anni dell’austerità) possiamo aiutarci. Se si parla di sicurezza nella maniera in cui lo stanno facendo nelle ultime settimane Veltroni o Renzi, non si parla della crisi sociale devastante, e del fatto che gli unici successi che il Governo Meloni può accampare sono quelli espressi sul piano dell’ordoliberismo europeo (rigore, finanze in ordine, aumento dell’occupazione espresso grazie all’ingrossamento dei flussi turistici dall’estero etc.). Questi punti (di cui il successo nella turistificazione del paese è forse il più importante) sono pienamente condivisi dal centrosinistra di Renzi e Veltroni, che non casualmente sono stati entrambi sindaci. Diciamo che, sul piano sociale, ed escludendo il discorso sulla democrazia e le istituzioni sulle quali si rilevano ancora differenze, l’unico punto di attacco possibile resta questo. A questo punto ci si potrebbe chiedere se il discorso sulla sicurezza agito da “sinistra” sia identico a quello che negli anni settanta portò al fiorire delle indagini statistiche di Vittimizzazione e al consolidarsi di un approccio “realista” in Criminologia. La risposta è no, e ancora una volta andiamo a dare un’occhiata ai dati per capire perché. In Italia ci sono almeno 3 indagini statistiche nazionali che fanno domande sulla percezione di criminalità e sulla paura del crimine. Tutte registrano nell’ultimo decennio un abbassamento degli indicatori di percezione, in linea col declino del fenomeno. Per citare l’indagine aspetti della vita quotidiana si va dal 10,7% delle famiglie che nel 2014 percepivano molto il rischio di criminalità al 6,3 % che lo percepivano nel 2024.Un probabile innalzamento ci potrà essere in questi anni visto il piccolo aumento di alcuni reati ma questo non cambia il quadro che ha davanti chi studia questi processi. Un quadro che si conforma alla consolidata acquisizione di questi studi che ci tocca, visto il livello di propaganda, ricordare. Se subisci un reato tendi ad avere più paura e a percepire maggiormente la criminalità, quindi una maggiore diffusione effettiva tende a sposarsi anche con una maggiore percezione. L’approccio socialdemocratico classico, si rifaceva a questa banale visione tendendo a credere all’aumento della percezione del crimine, quando veniva registrato, per porvi rimedio partendo dai quartieri di edilizia sociale. Quello che il neo-sicuritarismo neo-liberista fa è sostenere che ci sia una epidemia di panico sociale (anche quando questa non c’è) per proteggere di più e meglio i quartieri di interesse turistico. Tutto a posto quindi? Non proprio. Un’evoluzione nel problema della percezione del crimine e della paura urbana c’è e toccherebbe tenerne conto, ma le cose sono –come al solito- molto più complicate. In questo discorso complicato il problema non è solo che dell’espressione “paura del crimine urbano”, viene falsificata la prima parte (la paura del crimine), ma che viene reificato l’aggettivo (l’urbano), come se la città non fosse un oggetto storico ma il luogo perenne del crimine delle classi pericolose da Jack Lo Squartatore a Blade Runner senza soluzione di continuità. Proviamo quindi a fare un accenno ad un discorso di metodo diverso. Sappiamo che le città, soprattutto nelle loro sezioni storiche, sono state oggetto di una finanziarizzazione degli immobili che li ha resi preda di una bolla speculativa difficile da fermare, nella convinzione che l’unico utilizzo profittevole dello spazio urbano sia quello di destinarlo al consumo usa e getta di flussi turistici esterni, con capacità di spesa altrimenti non presenti sul territorio, e sostanzialmente inesauribili. Lasciamo perdere quanto sia un’illusione sostituire la produzione con il turismo, tutto ciò ha però comportato un’inflazione dei beni immobiliari (al netto di una spiccata oscillazione dei prezzi) molto forte con un conseguente effetto di espulsione dei ceti a medio reddito dai centri cittadini. Ora il panorama urbano dentro cui ci muoviamo è questo. E’ chiaro che quartieri sfrangiati, dove i ricchi vivono sempre di più con i ricchi e i poveri sempre di più con i poveri non sono il modello sociale classico in cui sono cresciute le città mediterranee nel dopoguerra, ma ha a che fare tutto ciò con la percezione della criminalità? Per iniziare a ragionare su questa domanda abbiamo preso le risposte positive alla domanda sul rischio di criminalità dell’indagine sulla Sicurezza dei cittadini posta ai rispondenti dei comuni delle aree metropolitane. Da una parte avremo quindi la percentuale di persone che nelle aree metropolitane delle regioni hanno detto che notavano molto o abbastanza il rischio di criminalità, dall’altra, per ogni regione, abbiamo calcolato un indice di segregazione [2], cioè un indice che stabilisce se abitanti, caratterizzati da redditi diversi, sono distribuiti equamente nelle singole aree urbane (approssimate in questo caso ai codici di avviamento postale) di ogni città. Come si può vedere la relazione è abbastanza rappresentata da una curva lineare. In altre parole mano a mano che sale la segregazione sociale, sale anche la percezione del crimine. Come e perché questo avvenga, è impossibile dirlo da un grafico senza fare la figura dei Veltroni di turno, ma certamente la segregazione dei ricchi può essere l’occasione che attira tentativi di reati contro la proprietà, così come la segregazione dei poveri può favorire in alcune aree le carriere criminali di persone prive di altre possibilità e che si socializzano ad un percorso nel mercato –ad esempio- degli stupefacenti, come alternativa ad ingressi difficili (o impossibili) nell’economia legale. Un aspetto invece accertato e interessante [3] è che, non solo le classi sociali non sono distribuite equamente nella città, ma i reati non sono equamente distribuiti tra le persone. Poche persone subiscono un numero sproporzionato di reati, anche se questo tratto si è allievato nel corso degli anni col declino del crimine. Ora, se queste poche persone fossero quelle segregate in alcuni e solo in alcuni quartieri, la nostra relazione inizierebbe ad avere un senso, che la riconduce al discorso delle politiche pubbliche francesi sui “quartieri sensibili”, che potremmo tradurre per ragioni di spazio come il fare politiche urbane di rigenerazioni in aree mirate. Neanche questo tipo di politiche hanno avuto un grandissimo successo, per motivi che qui è impossibile approfondire, ma quantomeno ai cugini d’oltralpe sono state risparmiate le fesserie sulle finestre rotte. Il punto, senza girarci intorno, è che dentro alcuni quartieri (classicamente quelli di edilizia residenziale pubblica), si possono sviluppare delle economie criminali legate al mercato delle sostanze. Le vittime dei piccoli reati connessi a queste situazioni sono soprattutto gli abitanti di quegli stessi quartieri. Visto che abbiamo citato il caso francese, concludiamo passando ad una scala europea. L’indagine Eu-SILC oltre a rilevare i redditi pone, in merito alle condizioni di vita, la domanda sulla percezione del rischio di criminalità nella propria area di residenza. Si possono così suddividere le risposte delle famiglie sotto, e sopra la soglia di povertà alla domanda sul crimine nel proprio quartiere. Nel 2023 in quasi tutti i paesi europei (tranne la Polonia) le famiglie povere dicono di soffrire il rischio di criminalità in misura maggiore di quelle non povere. Nei paesi appunto con una maggiore segregazione sociale come la Francia e il Regno Unito (i cui dati risalgono però a prima della Brexit) il divario con cui questa maggiore percezione si dispiega è assai più consistente. Il collegamento tra segregazione sociale, svantaggio e vittimizzazione potrebbe avere un senso. Solo che le città italiane hanno –finora- distribuito il disagio sociale in maniera abbastanza diffusa nello spazio urbano. Se fosse vero quello che andiamo dicendo, non solo per motivi di giustizia sociale –che lo suggeriscono comunque-, ma anche come forma di contrasto al senso di insicurezza le politiche da fare sarebbero quelle di rigenerazione dei quartieri popolari esistenti e di recupero urbano degli immobili abbandonati in modo da poter distribuire una nuova offerta abitativa destinata alle persone a basso reddito in tutte le parti della città, evitando l’innalzamento della segregazione sociale. Ovviamente Il processo di speculazione selvaggia interconnesso colla turistificazione e l’abbandono delle periferie esistenti stanno andando in direzione opposta, senza che il variopinto mondo delle finestre rotte pensi che sia questa la vera cosa di cui avere paura. Note [1] Si legga anche Opinioni | Senza sicurezza non siamo liberi | Corriere.it [2] Abbiamo utilizzato l’indice H multigruppo di Theil, abbiamo poi utilizzato la trasformata logaritmica dell’indice per linearizzare la relazione [3] Le ultime evidenze empiriche le si trovano qui: REATI CONTRO LA PERSONA E LA PROPRIETÀ_VITTIME ED EVENTI Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: È colpa del Gene Egoista?; Meme come Vettore È colpa del Gene Egoista? Il Boomernauta critica il predominante soluzionismo tecnologico. Davanti alla gravità dell’infezione biosferica, i techno-tycoon e l’AltaSfera Ecofin (il capitalismo spazializzato) sostengono che tutto si risolverà con qualche clic. Tuttavia, non sembrano crederci veramente, poiché stanno già mettendo in atto il piano B e cioè la Grande Fuga. La responsabilità umana nell’avanzare della setticemia è evidente. Le ipotesi dominanti fino a quel momento, come l’antropocene basato sulla teoria del gene egoista e il capitalocene causato dalla distruttività intrinseca del capitalismo, cominciano a entrare in crisi. Le scoperte effettuate con la time machine aprono nuove ipotesi… Di fronte a una possibile infezione della biosfera, non solo grave, ma così imprevedibile e disorientante perché provocata dagli umani, il credo della Gov Neolib rimase invece immutato e al solito basato sul vecchio mito di una tecnoscienza capace di far fronte a tutto. Al grido di tecnoscienziati del mondo intero entrate in competizione! lanciarono la contesa che avrebbe dovuto evidenziare quali fossero le cause delle condizioni della biosfera. Si doveva anche verificare se e come una gran parte degli umani fosse diventata, o forse fosse sempre stata l’agente patogeno della setticemia biosferica. L’obiettivo era trovare la soluzione in un semplice clic, evitando in ogni caso di mettere in discussione il ruolo della Governance Neolib. Partirono allora le ricerche per verificare se la molla che spingeva gli umani a un tale comportamento fosse una malattia generata da un virus o un batterio che li trasformava in distruttori dell’ecosistema. C’è chi fece il paragone con piaghe pandemiche: la malaria che da millenni falcidiava gli umani o la Xylella fastidiosa 1 , produttrice di grandi epidemie vegetali o le innumerevoli malattie in cui c’era la presenza di un ospite intermediario. In questo caso l’ospite intermediario iniziatore della setticemia sarebbe stata proprio la specie umana in preda a sua volta a una malattia misteriosa. E questa malattia la spingeva a rompere gli equilibri della biosfera senza che apparisse un veicolo materiale di trasmissione del morbo fra gli umani. C’è da dire che a quell’epoca la dinamica dei cambiamenti delle condizioni di vita era tale che tutti si erano già resi conto della gravità della situazione, incluso i techno-tycoon che, non a caso, si stavano preparando a fuggire di nascosto per primi. Tuttavia, dopo molte opposizioni e resistenze anche nell’ AltaSfera della Governance , nessuno negava più, già da tempo, la responsabilità della specie umana nel generare quella che ora si rivelava essere un’infezione nell’ecosfera. Solo che, a discapito di ogni buon senso, si era cercato di dare un’interpretazione ideologica che permettesse, nonostante tutto, di non rimettere in discussione le fondamenta stesse del potere costituito. Si continuò quindi a sostenere la tesi che non si trattasse di una malattia, ma solo dell’impasse a cui aveva condotto lo sviluppo abnorme della cosiddetta civilizzazione . Si sospettava di un’incompatibilità (genetica?) di quest’ultima con gli equilibri della biosfera. Si implicava così direttamente la natura umana e l’evoluzione della specie sulla Terra. Secondo i tecnoscienziati mainstream i comportamenti umani non erano mutati dai tempi delle prime civilizzazioni. Il deterioramento dei territori si innescava e peggiorava con salti improvvisi a causa di una combinazione di fattori, tra cui la densità della popolazione, lo sviluppo economico e l’utilizzo intensivo delle tecnologie. Implicitamente si trattava di un’ipotesi genetica, in quanto si faceva riferimento alla teoria del gene egoista 2 , secondo la quale i geni agiscono per aumentare la propria riproduzione e diffusione, senza considerare le conseguenze per l’individuo o per la specie. Secondo tale teoria, i geni di qualsiasi organismo vivente sarebbero considerati il vero pilota automatico che guida la vita. Essi sarebbero descritti come egoisti in quanto agiscono per preservare sé stessi, piuttosto che per il bene dell’individuo o della specie nella selezione naturale. Di conseguenza, gli individui sarebbero considerati semplici portatori di un patrimonio genetico che devono massimizzare per assicurare la propria sopravvivenza e diffusione. La meccanica genetica della specie, ciecamente capace di tutto per imporre la massima riproduzione, diventava perfettamente compatibile con la trasformazione dell’ambiente come risorsa e discarica infinita e gratuita. Era il gene umano che decideva tutto: niente di più consono a chi cercava di sfuggire ogni responsabilità. Nella Sfera Autonoma 3 la trovata del gene egoista, che avrebbe ciecamente obbligato gli umani a distruggere l’ambiente per riprodursi e moltiplicarsi in un impossibile infinito, in generale non era accettata. Si sosteneva che l’attribuzione di una qualità morale, come l’egoismo, a una sequenza di molecole organiche in grado di riprodursi, ossia i geni, fosse uno stratagemma della scienza legata al potere del capitale, ora rappresentato da Ecofin. Questo tentativo cercava di dimostrare che l’egoismo non appartenesse alla sfera morale del bene e del male, ma fosse intrinseco alla vita stessa. Nel frattempo, la Governance Neolib aveva contribuito a peggiorare la situazione con un egoismo esplicito che faceva impallidire quello implicito del gene. Nonostante ciò, come non escludere che sin dai tempi della nascita della technè alcuni umani potessero aver inferto le prime localizzate ingiurie all’ambiente circostante 4 ? Sempre nella Sfera Autonoma , a distanza di qualche tempo dall’ipotesi genetica, ne era stata avanzata un’altra, meno conosciuta e in pieno dissenso con la prima, ma che pure escludeva una qualsiasi patologia. Qui erano in causa i modi con cui gli umani si erano organizzati negli ultimi secoli e che avevano portato a un susseguirsi di sempre nuove varianti di Governance capitalistiche. Guarda caso l’inizio di questa era dell’umanità coincideva macroscopicamente con quella della patologia della biosfera, almeno per quanto riguarda le recenti prove materiali provenienti dallo spazio e registrate attraverso la time machine . Come mostrato dai video spaziali che risalivano nel tempo, per un periodo di circa due milioni di anni dall’emergere dell’umanità non vi erano tracce di un deterioramento dello stato della biosfera. Le prime evidenze della patologia terrestre sembravano manifestarsi proprio a partire dal periodo della colonizzazione dell’America, un momento storico significativo che aveva segnato l’affermarsi della logica dell’accumulazione del capitale e della prima globalizzazione. Sebbene potesse sembrare un semplice sincronismo, i sostenitori di questa tesi non credevano che la nascita simultanea di un regime sociale, politico ed ecologico basato sullo sfruttamento globale del pianeta e l’infezione della biosfera fosse una pura coincidenza. Così come non era una coincidenza, per loro, l’aggravarsi dello stato di tanti territori ed ecosistemi con le successive rivoluzioni dell’era industriale, anche se, a quel tempo, ampie porzioni della superficie terrestre, comprese alcune aree ancora incontaminate, non erano ancora state raggiunte. I picchi di distruzione rappresentati dal culmine di civilizzazione delle cosiddette guerre mondiali prefiguravano in qualche modo l’avvenire. Poi le esplosioni delle prime bombe atomiche furono i segni tecnologici precursori e preparatori di una setticemia generalizzata della biosfera. I sostenitori di questa teoria vedevano il capitalismo, in tutte le sue forme e mutazioni di governance, come il motore dell’infezione terrestre. Questa tesi, che avevano appunto chiamato del Capitalocene , sembrava, se non altro, indicare una via d’uscita. Chiudendo i cinque secoli o più di quel periodo, secondo loro, si sarebbe potuto por fine all’incubo della distruzione delle reti vitali. Ma la situazione era così critica che si paventava l’irreversibilità e neanche un’ipotetica rivoluzione globale sembrava sufficiente a risolvere il problema. Durante il breve-lungo periodo del capitalismo, si erano verificati colpi di scena e rivoluzioni non capitaliste (o anti-capitaliste) che non avevano prestato alcuna attenzione allo stato dell’infezione terrestre. Anzi, avevano adottato le stesse modalità di produzione industriale esistenti. Inoltre, non si poteva dimenticare la crisi parossistica causata dalle esplosioni delle centrali nucleari dell’ Erbanera . Questo dimostrava che il solo opporsi al capitalismo non sarebbe stato sufficiente per fermare la progressione dell’infezione biosferica. Per non parlare poi della Cina il Paese in cui la setticemia del territorio era la più avanzata sin dall’epoca in cui era solo la fabbrica del mondo , quando ancora il PIB indicava la crescita infelice. E quindi sino a quel momento non c’era ancora stata alcuna prova storica che in condizioni e circostanze diverse e non gestite dalla logica del capitale, gli umani fossero in grado di organizzarsi per invertire il movimento e far retrocedere la setticemia della biosfera. Note: Xylella fastidiosa: malattia batteriologica di molte specie vegetali, fra cui l’olivo, che generò agli inizi del XX secolo la più grande emergenza fitosanitaria mondiale distruggendo buona parte delle coltivazioni di ulivi nell’area mediterranea a partire dalle Puglie in Italia. Fa riferimento alla teoria di Richard Dawkins etologo e biologo britannico del XX sec. Sfera Autonoma: cfr. glossario. Il Boomernauta qui riprende il tema che la legittimazione degli interventi sull’ambiente può derivare dalla concezione che la natura sia finalizzata all’uomo, espressa assai bene da Aristotele: «Le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali in vista dell’uomo… Se la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell’uomo»; Historia Animalium , Libro VIII, Capitolo 1, 588b. Lì, A Teofrasto, un discepolo di Aristotele, invece non accetta l’idea aristotelica che lo scopo di animali e piante sia di essere utili all’uomo: il fine delle cose naturali, infatti, non è facilmente identificabile e non va ricercato, in ogni caso, nel loro esistere in vista di qualcosa o nell’impulso verso il bene, ma piuttosto nella loro realtà intrinseca e nelle loro relazioni reciproche (Metaph. IX, 34). http://www.scaterina-pisa.it/wp/wp-content/uploads/2016/10/Prof_Brusel li_Uomo-e-ambiente_mondo-antico.pdf Qui il Boomernauta fa riferimento all’ Orbis Spike : la drastica riduzione della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. «Il risvolto tragico di questo processo fu la decimazione della popolazione nativa delle Americhe: Lewis e Maslin stimano che sia passata, a causa di malattie, guerre, riduzioni in schiavitù e carestie, tutte portate dagli Europei:- da circa 60 milioni nel 1492 a circa 6 milioni nel 1650. Le conseguenze immediate di questo genocidio - quasi scomparsa dell’agricoltura e semi-cessazione nell’uso del fuoco- comportarono la rigenerazione di circa 50 milioni di ettari di foreste, savane boscose e praterie, che a loro volta produssero un enorme assorbimento di anidride carbonica attraverso piante e suoli, quindi un impressionante abbassamento delle emissioni in atmosfera.»J.W. Moore, Antropocene o Capitalocene?, a cura di A. Barbero, E. Leonardi, Ombre Corte, Verona 2017, p. 15. Meme come Vettore Il Boomernauta mi confessa di avere avuto già in gioventù una certa ambivalenza nei confronti di R. Dawkins che per primo aveva pensato al meme, un concetto da lui inventato, come corrispettivo immateriale al gene. Anche l’origine della malattia che costringe gli umani a propagare l’infezione della biosfera è portata da un agente immateriale e potrebbe essere dovuta a una famiglia di memi virali. Poi il suo racconto entra in un passaggio destinato a dettagliare e sottolineare l’importanza crescente dei memi riferendosi per esempio al ruolo del folklore nella storia della civilizzazione. Ma in seguito la potenza, la velocità e l’essenza stessa dei memi cambia con l’arrivo delle reti e di internet. E si tratta di un cambiamento di paradigma. Nelle sfere della Gov Neolib c’era un accordo unanime nel sostenere la teoria dell’antropocene assolutivo, attribuendo la responsabilità all’egoismo genetico che era in linea con le dichiarazioni fumose sui presunti sforzi verso un capitalismo verde. Nel frattempo, si preparava segretamente la Grande Fuga . Nella Sfera Autonoma invece, congenita al sorgere di lunghi dibattiti sterili, la tesi del Capitalocene non faceva l’unanimità. Non si era d’accordo neanche sulla data d’inizio dell’era geologica che avrebbe dovuto corrispondere con quella del capitalismo anch’essa un po’ indeterminata. Unanime era invece il rifiuto della tesi neolib sulle responsabilità del gene egoista come causa prima della setticemia della biosfera. Visti i dubbi di molti sul fatto che una supposta fine del capitalismo avrebbe arrestato il collasso della biosfera, cominciò a emergere, nonostante molte resistenze, l’ipotesi di una malattia umana atipica. Non essendo stato identificato alcun agente materiale, per quanto microscopico, si ammise che la patologia che colpiva gli umani potesse essere dovuta a un agente immateriale. Questo contagio si diffondeva da tempi remoti nella specie sedicente sapiens. Un morbo che trasformava i contagiati in agenti distruttori della biosfera e che ora prendeva le proporzioni di un’inarrestabile pandemia. È in questo contesto che cominciò a farsi strada la congettura d’una malattia da contagio immateriale e d’una contaminazione che colpiva una sola specie. In fondo sin dall’inizio della storia d’internet non si era utilizzato l’aggettivo virale per descrivere il fenomeno di un contagio incorporeo? Il marketing, una delle colonne del sistema, non l’aveva pienamente assunto cercando di indurre forme patologiche di consumismo? In questo caso si sarebbe trattato di una forma endemica sorta nella specie sin da quando gli umani avevano cominciato a possedere, praticare e sviluppare la technè. In realtà la technè, a cui qui si fa riferimento, non è una semplice tecnica, ma va intesa come metatecnica, cioè la tecnica per creare nuove tecniche un termine che preferisco a quello impreciso, abusato e politicamente connotato di innovazione . Una volta acquisita, la metatecnica generava un mutamento nel rapporto dell’umano con la biosfera. Si aprì anche una disputa con chi avrebbe voluto sostituire al termine metatecnica quello di metacultura: la cultura in grado di produrre nuove culture, ma in fondo il dibattito era un po’ futile. Metatecnica e metacultura erano così intimamente avviluppate che sarebbe stato impossibile separarle. Le ricerche e il dibattito sulla presunta malattia immateriale non erano motivati da un’ossessione delle origini , come quella denunciata dall’ampollosa retorica del XIX secolo 1 , ma proprio da una necessità vitale di scoprirne le cause, nella speranza di trovare una possibilità di sopravvivenza. Alla metatecnica, condizionata sin dall’inizio dai parametri sociali, ambientali ecc., non appartenevano solo i primi manufatti come punte di freccia o altri utensili o strumenti rudimentali, ma anche quelli immateriali come i proto-linguaggi. Perché, sin dalla lontana scoperta dei neuroni specchio, era ormai chiaro che il linguaggio e la sua genesi gestuale non erano un dono trascendentale, come i neo-mistici sostenevano, ma un fondamento della metatecnica se non la sua struttura di base. Il linguaggio è già di per sé una metatecnica basata su una serie di abilità cognitive favorite dalle esigenze sociali degli ominidi, probabilmente spinti a sviluppare una maggiore capacità di cooperazione e coordinamento per sopravvivere e affermarsi. Benché nella storia degli animali umani ci fossero senza dubbio periodi di accelerazione, lunghe stasi o salti improvvisi, si poteva dedurre indirettamente dai referti spaziali della time machine che il passaggio dalla tecnica anche strumentale (che anche tanti nonumani possedevano) alla metatecnica era nato da una lunga progressione. Un passaggio che era avvenuto probabilmente quando nella trasmissione irriflessa dei comportamenti fra generazioni cominciarono a inserirsi orientamenti dell’esperienza soggettiva verso fini determinati. In altre parole, gli antenati di sapiens cominciarono a utilizzare il loro pensiero cosciente e la loro capacità di pianificazione per orientare l’apprendimento e la trasmissione dei comportamenti verso obiettivi specifici, anziché solo trasmetterli in modo automatico e irriflesso. Questo cambiamento avrebbe permesso a quei viventi di adattarsi più velocemente e in modo più efficiente alle condizioni ambientali, e di creare nuove opportunità per la loro sopravvivenza e riproduzione. Inoltre, questo sarebbe stato un passo importante verso l’evoluzione della gestuale prima, e del linguaggio poi, poiché avrebbe permesso agli umani di comunicare e trasmettere orientamenti dell’esperienza soggettiva e finalità mirate in modo più efficace e preciso. I meccanismi di retroazione cosciente avrebbero quindi modificato il principio evoluzionista secondo il quale tutti i tratti e i comportamenti si formavano come adattamenti all’ambiente. [Qui, per una volta, ho interrotto un po’ bruscamente il Boomernauta che mi pareva allontanarsi dal suo racconto dei fatti per scivolare su una china esclusivamente speculativa, certo molto attraente, ma troppo teorica per i miei gusti. Stavo quasi per rimproverargli che le stesse qualità sociali uniche della specie, che gli avevano valso d’inventare la metatecnica e tutto quello che ne era conseguito, ora sembravano portarla alla distruzione, non solo di sé stessa, ma anche di tante altre specie. Il Boomernauta sorrise e mi ricordò che non erano le qualità sociali umane che erano la causa e riprese il racconto.] Ma torniamo all’ipotesi di questa misteriosa malattia immateriale: quale poteva essere il vettore di tale contaminazione?In un’epoca in cui i memi erano diventati un importante canale di comunicazione e d’azione politica, in diversi ambiti si cominciò a pensare che i flussi memetici avevano a che fare con la misteriosa malattia immateriale. Il concetto di meme, inteso come un’entità astratta che si diffonde per imitazione da persona a persona all’interno di una cultura, sembrava adattarsi perfettamente a questa funzione. Curiosamente tale concetto era stato proposto proprio da quel Dawkins che attribuiva al gene la qualifica di egoista 2 . Secondo lui il meme prendeva vita propagandosi attraverso scrittura, parola, gesti, rituali, musica o altri fenomeni imitabili e, come il gene, sarebbe stato capace di auto-replicazione e di mutazione. Nessuno, fino ad allora, aveva pensato all’esistenza di un quantum d’energia informazionale come mattone di base della trasmissione di comportamenti, di idee, di simboli o di pratiche culturali. A questo proposito non posso che confessarti la mia lotta interiore fra repulsione e attrazione nei confronti di Richard Dawkins. Se da un lato avevo pensato, come ti ho già detto, che il suo gene egoista era completamente funzionale alla biopolitica della Gov Neolib, dall’altro il concetto di meme sembrava aver aperto delle nuove prospettive di comprensione delle dinamiche che rischiavano di travolgerci. E fra queste c’era appunto quella del meme come perfetto vettore di un contagio immateriale. Il concetto di meme, creato qualche decennio prima dell’avvento di Internet, aveva un ambito di applicazione molto più ampio rispetto a quello successivamente inteso dai nativi digitali, che spesso lo associavano esclusivamente alle immagini virali che circolavano in rete. Immagini che avevano acquisito un’importanza sempre maggiore e a volte determinante nella capacità di influenza delle moltitudini connesse. L’aggravarsi della setticemia della biosfera e l’accertata responsabilità degli umani, o di parte di essi, contribuì all’emergere della teoria di una malattia causata da una specifica tipologia di meme che aveva la caratteristica di infettare gli umani e renderli contagiosi, proprio come alcuni virus e batteri responsabili di malattie infettive. In questo caso, a differenza di virus e batteri, si sarebbe trattato di un contagio immateriale che avrebbe indotto nell’umano infetto un particolare comportamento patologico distruttivo della biosfera. I memi infetti, chiamati nekomemi , una contrazione di not-ekological-memi , erano all’origine del morbo nekomemetico. Quando si avanzarono le prime ipotesi di questo tipo, i detrattori ironizzarono ricordando l’oscurantismo del passato, quando si parlava di miasmi e dei medici veneziani che durante le epidemie di peste bubbonica del XVII secolo indossavano impressionanti maschere a becco d’uccello, in cui mettevano essenze aromatiche protettrici per difendersi dal contagio. Dawkins, che apparteneva alla generazione precedente a noi boomer, aveva introdotto il meme in analogia immateriale del gene. Egli aveva anche lasciato intendere che il meme si sarebbe comportato con le stesse modalità non solo di un virus, che cerca naturalmente di riprodurre sé stesso tramite l’ospite, quanto del gene, che lui considerava egoista. Le ipotesi di un meme egoista o di un virus della mente 3 , virus che nelle intenzioni di Dawkins avrebbero riguardato soprattutto la religione (che lui per altro combatteva), scatenarono molte reazioni. C’era chi ricordava, e non senza qualche ragione, che una tale visione dei geni e dei memi come egoisti e autonomi era vicina a quella di certi biologi nazisti 4 ispiratori delle teorie razziali. Rimproveravano ai sostenitori di tali ipotesi di aver messo in avanti una preminenza del patrimonio genetico capace di aggirare qualsiasi grado di libero arbitrio dell’individuo. O di contrastare quello che si esprime collettivamente e che, attraverso le generazioni, va a formare la cosiddetta civilizzazione. E, come i nazisti, avrebbe in tal modo esaltato «l’importanza dei legami di parentela biologica per la conservazione del patrimonio genetico» attraverso una selezione legata al sangue 5 . Con l’avanzare della tecnoscienza, il concetto di meme e la memetica avevano preso vita propria, superando l’ambiguità del loro creatore e diventando sempre più affascinanti. Questo aveva reso sempre più verosimile l’ipotesi della malattia nekomemetica. E poi, come accennavo prima, l’ulteriore scoperta dei neuroni specchio aveva costituito una base sulla quale anche il concetto di meme poteva meglio ancorarsi nel biologico. Ora vorrei tornare per un momento alla storia dei memi, perché mi sembra importante liberarli una volta per tutte da costrizioni teleologiche considerandoli piuttosto un archetipo del comportamento sociale degli umani. Per esempio: perché non presumere che una delle versioni beta dei memi nascesse con la scoperta del fuoco? E poi con lo scorrere dei secoli la civilizzazione prendeva forma e con il folklore nasceva uno dei flussi memetici più antichi e più ampi della storia. D’altronde una componente primaria della cultura era stata proprio il folklore, così caratterizzato dall’impegno creativo che i praticanti avevano nell’imitare, remixare e condividere i memi con altri. Il folklore che era sempre stato composto da un’infinità di generi: usanze cerimoniali, racconti, fiabe, poesie, indovinelli, aforismi, filastrocche, giocattoli, modi di vestirsi, cibo e ricette, musica e danze… Ed i memi ne erano il mattone di base. Un mondo di memi inizialmente trasmessi da persona a persona, tramandati di generazione in generazione e attraverso le culture. E quindi la loro circolazione sarebbe stata proporzionale all’evoluzione dei media. L’affermarsi d’internet aveva rappresentato un cambiamento di paradigma nel mondo immateriale, ma allo stesso tempo aveva confermato l’esistenza dei memi come veicoli per diffondere idee. L’arrivo dei memi su internet aveva aperto nuove prospettive, poiché da quel momento i memi potevano essere intenzionalmente modificati dall’azione umana, differenziandosi così dai geni e dai memi pre-internet. Questo si rivelò un punto cruciale per comprendere ciò che stava accadendo.Il meme-internet in un certo senso surclassò il meme classico anche perché era capace di bypassare istantaneamente le barriere geografiche, culturali, temporali che ne avevano limitato la diffusione. E come certi virus anche i flussi memetici erano capaci di diffondersi su tutto il pianeta con velocità proporzionale allo sviluppo delle tecnologie di rete. Ma solo pochi si accorsero che la parte emersa dei memi internet era solo una frazione di quanto circolava. Se prima di internet i memi si propagavano per selezione naturale e le loro mutazioni erano casuali, anche se influenzate dall’ambiente proprio come quelle dei virus, ora tutto questo era stato stravolto. I memi-internet potevano diffondersi ad alta velocità sia nello spazio biologico dell’organismo umano che in quello algoritmico dei bot, impiantando e replicando idee, producendo emozioni, saturando lo spazio bioipermediatico. Nei memi-internet le mutazioni orientate dagli umani avevano cambiato per sempre la prospettiva teleologica, o addirittura teleonomica 6 , di una specifica finalità biologica. Note: Credo che il Boomernauta si riferisse a Marc Bloch che in L’idole des origines denuncia gli storici (della sua epoca) che confondono spesso la ricerca delle origini con quella delle cause. Qui il Boomernauta si riferiva ancora una volta a Richard Dawkins che dà queste descrizioni dell’azione del meme: «Quando viene piantato un meme fecondo nella mia mente si parassita letteralmente il mio cervello, trasformandolo in un veicolo per la propagazione del meme proprio nello stesso modo in cui un virus può parassitare il meccanismo genetico di una cellula ospitante.» Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, Oxford 1977, P. 192. Nota e Traduzione dell’A. È probabile che il Boomernauta facesse riferimento all’omonimo libro di Dawkins https://en.wikipedia.org/wiki/Viruses_of_the_Mind consultato il 3/2/2021. Credo che il Boomernauta si riferisse a Otmar von Verschuer: medico e biologo tedesco capo dell’ufficio genetico del Terzo Reich, volto a stabilire la purezza della razza e che collaborò col dottor Josef Mengele, il medico del campo di Auschwitz. Incredibilmente non fu perseguito ma anzi nel 1951, ottenne la prestigiosa cattedra di genetica umana presso l’Università di Münster ed altre varie onorificenze internazionali. https://it.wikipedia.org/wiki/Il_gene_egoista consultato il 26/8/2020. Teleonomia: termine usato per la prima volta (1970) da Jacques Monod nella sua teoria che vedeva all’interno delle strutture degli esseri viventi un’azione finalistica, causata dalla selezione naturale, diretta a favorire le funzioni vitali eliminando quelle che le ostacolano. https://it.wikipedia.org/wiki/Teleologia#Teleologia_e_destino_ultimo_dell’universo
- konnektor
Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA Scott A Ross Il sostegno del Consiglio di Sicurezza al piano di Trump per Gaza ignora il diritto internazionale, punisce i palestinesi e premia i responsabili del genocidio, in un’ulteriore dimostrazione del degrado irreversibile delle élite atlantiche e della corruzione dei paradigmi del liberalismo, della democrazia e della giustizia globale da loro difesi, nonché della codardia, debolezza e mancanza di visione strategica della Cina, della Russia e delle grandi potenze del Sud del mondo. Dopo oltre due anni di genocidio in Palestina, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha finalmente agito. Ma lo ha fatto non per far rispettare il diritto internazionale, proteggere le vittime e chiedere conto ai responsabili, bensì per approvare una risoluzione che viola apertamente disposizioni fondamentali del diritto internazionale, priva di potere e punisce ulteriormente le vittime, e ricompensa e dà potere ai responsabili. La cosa più inquietante è che consegna il controllo di Gaza e dei sopravvissuti al genocidio agli Stati Uniti, coautori dello stesso, e prevede la partecipazione del regime israeliano al processo decisionale. Secondo il piano, ai palestinesi stessi non sarà concessa tale partecipazione alle decisioni sui propri diritti, sul proprio governo e sulle proprie vite. Adottando questa risoluzione, il Consiglio è diventato, di fatto, un meccanismo di oppressione degli Stati Uniti, uno strumento per il proseguimento dell’occupazione illegale della Palestina e un complice del genocidio perpetrato da Israele. Da quando l’ONU ha diviso la Palestina nel 1947 contro la volontà della popolazione indigena, gettando così le basi per ottant’anni di Nakba, l’Organizzazione non aveva mai agito in modo così sfacciatamente coloniale (e legalmente ultra vires) né calpestato in modo così sconsiderato i diritti di un popolo. Una risoluzione infernale Lunedì 17 novembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato una proposta degli Stati Uniti per consegnare il controllo di Gaza a un organismo coloniale guidato dagli Stati Uniti chiamato «The Board of Peace» (Consiglio di Pace), mentre veniva dispiegata una forza di occupazione delegata, anch’essa sotto la direzione degli Stati Uniti, denominata «The International Stabilization Force» (Forza di Stabilizzazione Internazionale). Entrambe le istituzioni risponderanno, in ultima istanza, allo stesso Donald Trump. Ed entrambe opereranno in consultazione con il regime israeliano. In quello che sarà ricordato a lungo come un giorno di vergogna per l’ONU, durante il quale Russia e Cina si sono astenute e non hanno esercitato il loro potere di veto e nessun membro del Consiglio di Sicurezza ha avuto il coraggio, i principi o il rispetto del diritto internazionale per votare contro quella che può essere considerata solo un’atrocità coloniale perpetrata dagli Stati Uniti, una ratifica del genocidio e una flagrante rinuncia ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La risoluzione respinge implicitamente una serie di recenti sentenze della Corte internazionale di giustizia (CIJ), nega apertamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e rafforza l’impunità del regime israeliano, anche mentre il genocidio continua. Nonostante la sentenza della CIJ che postula che il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione nel proprio territorio, la risoluzione lo priva di tale diritto e autorizza forze straniere ostili a governarlo. Nonostante la Corte abbia stabilito che Gaza (così come la Cisgiordania e Gerusalemme Est) è occupata illegalmente e che l’occupazione deve terminare rapidamente e completamente, la risoluzione prolunga l’occupazione israeliana, sostiene la presenza indefinita delle truppe del regime israeliano e sovrappone una seconda occupazione guidata dagli Stati Uniti. E nonostante la Corte abbia stabilito che i palestinesi non devono negoziare i propri diritti con i loro oppressori e che nessun accordo o processo politico può prevalere su di essi, la risoluzione li annulla e li assegna alla discrezione degli Stati Uniti e dei loro partner israeliani, nonché di altri attori. Anche nel mezzo di un genocidio in corso perpetrato da un regime di apartheid, in nessuna parte della risoluzione si fa menzione dei crimini di genocidio, apartheid o colonizzazione, delle migliaia di palestinesi che continuano a essere detenuti nei campi di tortura e sterminio israeliani, né dei principi di responsabilità dei perpetratori o di riparazione per le vittime. Israele non è nemmeno tenuto ad adempiere ai propri obblighi legali di risarcimento e riparazione, ma tale responsabilità viene trasferita ai donatori e alle istituzioni finanziarie internazionali, il che equivale a un salvataggio multimilionario del regime israeliano. In sintesi, la risoluzione garantisce la totale impunità del regime israeliano, oltre a promuoverne la normalizzazione. Un’amministrazione coloniale La risoluzione accoglie inoltre con favore, sostiene e allega il piano di Trump (versione del 29 settembre), ampiamente screditato, e, pur non citando tutte le sue disposizioni problematiche, esorta tutte le parti coinvolte ad attuarlo nella sua interezza. La risoluzione autorizza il Consiglio di pace presieduto da Trump ad agire come amministrazione di transizione incaricata del governo dell’intera Striscia di Gaza, a controllare tutti i servizi e gli aiuti, nonché il movimento delle persone che entrano ed escono da Gaza, e a gestire il quadro, finanziamento e ricostruzione della stessa, compresa l’autorizzazione, formulata in modo pericolosamente vago, di «qualsiasi altro compito che possa essere necessario». Inoltre, conferisce al Consiglio di Pace presieduto da Trump l’autorità preventiva di istituire «entità operative» e «autorità transazionali» indefinite, a sua discrezione. La risoluzione prevede anche un organismo collaborazionista di tecnocrati palestinesi, che ricevono ordini e rendono conto al Consiglio di pace di Trump sul proprio territorio. In chiara violazione del diritto internazionale, la risoluzione rifiuta il controllo palestinese del proprio territorio a Gaza fino a quando Trump e i suoi collaboratori non decideranno che l’Autorità Palestinese ha soddisfatto i requisiti di riforma necessari stabiliti dallo stesso presidente americano e dall’altrettanto odiosa «Proposta franco-saudita». La risoluzione non contiene, d’altra parte, alcuna promessa di indipendenza o sovranità palestinese. Al contrario, in diretta contraddizione con i pareri della Corte internazionale di giustizia, ritarda la causa della libertà e dell’autodeterminazione palestinese con una linea vaga, iperqualificata ed evasiva che afferma che, dopo che gli organismi guidati da Trump avranno deciso che il popolo palestinese ha soddisfatto criteri non definiti di «riforma e sviluppo», «potrebbero finalmente verificarsi le condizioni per stabilire un percorso credibile verso l’autodeterminazione del popolo palestinese e la creazione di uno Stato palestinese». E se rimanesse qualche barlume di speranza che le cose possano progredire adeguatamente in tali condizioni, esso viene infine frustrato dal colpo di grazia, che stabilisce che qualsiasi processo in tal senso deve essere controllato dagli Stati Uniti. In altre parole, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha concesso agli Stati Uniti, principale sostenitore del regime israeliano e coautore del genocidio, il veto sull’autodeterminazione palestinese. La risoluzione non offre nemmeno la speranza che finisca la sistematica privazione del popolo palestinese a Gaza. Sebbene la Corte internazionale di giustizia abbia dichiarato che le restrizioni imposte alla consegna degli aiuti umanitari devono cessare, la risoluzione si limita a «sottolineare l’importanza» di questi ultimi senza esigere né il loro flusso né la loro distribuzione senza restrizioni. Una forza di occupazione delegata La risoluzione istituisce anche una forza di occupazione armata delegata, denominata «Forza di Stabilizzazione Internazionale», che opererà sotto il Consiglio di pace presieduto da Trump. Questa forza avrà un comando approvato da tale Consiglio e opererà esplicitamente in collaborazione con Israele, l’artefice responsabile del genocidio, nonché con l’Egitto. I suoi membri saranno determinati «in cooperazione con» il regime israeliano e lavoreranno con esso per controllare i palestinesi sopravvissuti a Gaza. Le sarà affidato il compito di garantire la sicurezza delle frontiere (cioè di rinchiudere la popolazione palestinese), di stabilizzare la situazione di sicurezza a Gaza (cioè di reprimere qualsiasi resistenza all’occupazione, all’apartheid o al genocidio), di smilitarizzare Gaza (ma non il regime israeliano), di distruggere le capacità di difesa militare di Gaza (ma non quelle di Israele), di confiscare le armi della resistenza palestinese (ma non quelle del regime israeliano), di addestrare la polizia palestinese (per controllare il popolo palestinese all’interno di Gaza) e di lavorare per gli obiettivi (disastrosi) del «Piano globale (Trump)». La Forza di Stabilizzazione Internazionale ha anche il mandato di «proteggere i civili» e fornire assistenza umanitaria nella misura in cui gli Stati Uniti lo consentono (o sono disposti a farlo). Ma a questo punto dovrebbe essere evidente che una forza di questo tipo, che collaborerà con Israele, non farà nulla per affrontare l’aggressione israeliana e gli attacchi sferrati contro la popolazione civile. La Forza di Stabilizzazione Internazionale deve anche «sorvegliare il cessate il fuoco», un cessate il fuoco garantito dagli Stati Uniti, che ha permesso continui attacchi israeliani contro Gaza senza interruzioni da quando è stato dichiarato, uccidendo centinaia di persone e causando una distruzione massiccia delle infrastrutture civili, ma che non ha tollerato alcuna rappresaglia da parte della resistenza palestinese. Non c'è dubbio che qualsiasi supervisione del cessate il fuoco da parte di tale Forza si concentrerà principalmente sul lato palestinese e non sul regime israeliano come potenza occupante. In altre parole, la missione di questa Forza di occupazione delegata è quella di controllare, contenere e disarmare la popolazione vittima del genocidio, non il regime che lo perpetra, e garantire la sicurezza non delle vittime del genocidio, ma dei suoi autori. In un’altra impressionante violazione del diritto internazionale, la risoluzione autorizza le forze del regime israeliano a continuare a occupare (illegalmente) Gaza fino a quando il Consiglio di pace guidato dagli Stati Uniti e le forze del regime israeliano non decidano collettivamente il contrario. E, in ogni caso, la risoluzione stabilisce che le Forze di difesa israeliane possono rimanere a Gaza per occupare un «perimetro di sicurezza» a tempo indeterminato. Infine, sia al Consiglio di pace coloniale che alla sua «Forza di Stabilizzazione» di occupazione viene concesso un mandato di due anni con la possibilità di prorogarlo previa consultazione con Israele (ed Egitto), ma non con la Palestina. La follia dei colonizzatori Inutile dire che questa risoluzione è stata respinta dalla società civile palestinese, da quasi tutte le fazioni politiche e di resistenza palestinesi, nonché dai difensori dei diritti umani e dagli esperti di diritto internazionale di tutto il mondo. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’occupazione della Palestina è illegale e il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione e alla resistenza contro l’occupazione straniera, il dominio coloniale e i regimi razzisti come Israele. Questa risoluzione non solo mira a negare questi diritti, ma arriva addirittura a rafforzare la presenza illegale di Israele e ad autorizzare i suoi stessi meccanismi di occupazione straniera e dominio coloniale. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza deriva tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite. Tale Carta, in quanto trattato, fa parte del diritto internazionale, non è al di sopra di esso. In quanto tale, il Consiglio di Sicurezza è vincolato dalle norme del diritto internazionale, comprese e in particolare quelle più importanti, le cosiddette norme jus cogens ed erga omnes , come l’autodeterminazione e l'inammissibilità dell'acquisizione di territori con la forza. Il suo palese disprezzo per i pareri della Corte internazionale di giustizia su tali questioni rivela fino a che punto molti dei termini di questa risoluzione siano, di fatto, illegali e ultra vires (oltre l'autorità del Consiglio di sicurezza). In quanto tali, le ramificazioni di questa azione disonesta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avranno implicazioni che vanno ben oltre la Palestina. Il Consiglio di Sicurezza, se non è vincolato dal diritto internazionale, diventa un pericoloso strumento di repressione e ingiustizia. Questo è esattamente ciò a cui abbiamo assistito in questo caso, poiché il Consiglio di Sicurezza ha ignorato il diritto internazionale e, di fatto, ha consegnato i sopravvissuti di Gaza ai coautori del genocidio. E chi ha seguito il comportamento del Consiglio di Sicurezza sa bene che il veto è stato ripetutamente utilizzato per negare i diritti dei palestinesi. In questo caso, quando il veto avrebbe potuto essere utilizzato per proteggere i loro diritti, il veto è stato brillantemente assente. In un minuto di votazione, il Consiglio di Sicurezza ha perso tutta la sua legittimità. La strada da seguire Il tentativo degli Stati Uniti di imporre una forma di colonialismo ottocentesco al popolo palestinese di Gaza, già da tempo vittima di abusi, così come il piano coloniale franco-saudita che lo ha preceduto, è destinato al fallimento. Questi piani sono fondamentalmente viziati fin dall’inizio, poiché mirano a imporre risultati privi di legalità (ai sensi del diritto internazionale), privi di legittimità (escludendo l’agenzia palestinese) e privi di qualsiasi ragionevole speranza di successo (data la loro quasi universale opposizione sia in Palestina che nel resto del mondo). È possibile che gli Stati Uniti riescano a minacciare e corrompere un numero sufficiente di Stati affinché sostengano il Piano in una votazione dell’ONU, ma ottenere truppe sufficienti e il resto del personale necessario per applicare la risoluzione sul campo contro la volontà della popolazione indigena potrebbe essere un’altra questione. E mantenere il sostegno quando il Piano (inevitabilmente) inizierà a sgretolarsi sarà ancora più difficile. Nel frattempo, per chi di noi è impegnato a favore della giustizia, dei diritti umani e dello Stato di diritto, il compito è chiaro. Bisogna opporsi a questo piano in tutte le città del mondo e in ogni momento. Bisogna fare pressione sui governi affinché pongano fine alla loro complicità con gli abusi di Israele, con gli eccessi degli Stati Uniti e con questo atroce piano coloniale. Il regime israeliano deve essere isolato. Bisogna raddoppiare gli sforzi di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Bisogna imporre a Israele un embargo militare, sul carburante e sulla tecnologia. I responsabili israeliani devono essere sottoposti a procedimenti giudiziari in tutti i tribunali disponibili. E le strade devono risuonare del giusto grido per la libertà palestinese lanciato da milioni di persone attraverso manifestazioni, scioperi, atti di disobbedienza civile e azioni dirette. E quando questo castello di carte coloniale crollerà, ci sarà un’altra soluzione più giusta pronta a prendere il suo posto. Se la maggioranza globale si oppone all’imperatore e afferma il proprio potere collettivo, agendo attraverso il meccanismo dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite «Uniting for Peace» per aggirare il veto degli Stati Uniti, adottando misure di responsabilità per isolare e punire il regime israeliano e dispiegando una protezione reale per la Palestina, allora l’ONU potrà continuare a lottare un giorno in più. Altrimenti, sicuramente appassirà e morirà vittima delle proprie ferite, nessuna delle quali più profonda della vergognosa risoluzione del 17 novembre 2025. Consigli di lettura: F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); H. Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar», 18 aprile 2025; M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org , 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); F. Lordon, Endgame , «Sidecar», 27 giugno 2025; A. Lowenstein, The Palestine laboratory. Hoe Israel exports the technology of occupation around the world , Verso + Scribe, London-New York 2023; — Disaster capitalism. Making a killing out of catastrophe, Verso, London-New York 2015; C. Mokhiber, How the UN could act today to stop the genocide in Palestine in craigmokhimber.org , 21 agosto 2025 (accesso il 20/11/2025); — Trump sanctions on UN Special Rapporteur Francesca Albanese are illegal and represent further U.S. complicity in genocide in craigmokhimber.org , 10 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — Rogue states: the illegality of the U.S.–backed Israeli attacks on Iran in craigmokhimber.org , 18 giugno 2025 (accesso il 20/11/2025); — The People vs. the abyss: the Sarajevo declaration of the Gaza tribunal in craigmokhimber.org , 5 giugno 2025 (accesso il 20/11/2025); I. Pappé, La fine di Israele, Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina , Fazi, Roma 2025; — Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? , «El Salto», 20 aprile 2023. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Craig Gerard Mokhiber è un attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni ’80, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.
- konnektor
Trump: controllo della politica monetaria e governo autoritario? Scott A Ross Il governo statunitense ha pretese smisurate nella sua brama di potere, ingiuste per la maggioranza, grossolane nella loro concezione e autoritarie nei loro contenuti. E ha capito che deve controllare unilateralmente tutti le leve della gestione macroeconomica per poter giocare le carte belliche e geopolitiche che, a suo avviso, gli consentiranno di arrestare la crisi irreversibile della sua egemonia. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » . Trump è determinato a piegare la Federal Reserve. Durante l’estate è riuscito a inserire uno dei suoi principali consiglieri economici, Stephen Miran, nel Consiglio dei governatori, ha cercato di destituire un’altra governatrice, Lisa Cook, e ha intensificato la sua lunga disputa con il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Trump stesso nel 2018 aveva nominato Powell, un banchiere d’investimento repubblicano, ma il suo impegno a proteggere la banca centrale dalle interferenze politiche lo ha esasperato sin dalla sua rielezione. Come dobbiamo interpretare la campagna di pressione di Trump contro la Federal Reserve? Quali potrebbero essere i suoi effetti sulla formulazione delle politiche economiche? E come dovrebbe reagire la sinistra? L’obiettivo immediato di Trump è quello di abbassare i tassi di interesse – cosa che secondo lui Powell sta facendo troppo lentamente – al fine di stimolare la crescita economica e ridurre il costo del debito pubblico. La Federal Reserve ha agito con cautela in questo senso, perché una drastica riduzione dei tassi a breve termine aumenterebbe l’inflazione – attualmente è del 3%, al di sopra del suo obiettivo del 2%, e ancora in crescita – il che minerebbe la fiducia degli investitori e farebbe aumentare i tassi a lungo termine. Pertanto, l’ossessione del governo Trump di ridurli non ha molto senso, a meno che questa impazienza non sia sintomo di un’offensiva più ampia per assumere il controllo della politica monetaria. Strategia che potrebbe includere la manipolazione degli indicatori di inflazione (il governo ha dimostrato la sua propensione a manipolare i dati o a ostacolarne la raccolta) o una qualche versione di controllo dei prezzi (“accordi” su favori politici ed economici a settori economici chiave in cambio di un aumento moderato dei prezzi). La questione davvero cruciale, tuttavia, è che il programma di quantitative easing della Federal Reserve serve a porre un rigido limite minimo al ribasso del valore degli asset, mentre il suo impatto sull’inflazione dei prezzi al consumo è molto meno diretto. Controllare tale programma, e rimodellarlo per promuovere interessi in linea con il movimento MAGA, rappresenta il vero premio. La scorsa settimana, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha insinuato che l’ostinazione della banca centrale fosse in parte responsabile delle tendenze recessive visibili in alcuni settori dell’economia. Ha anche utilizzato le pagine del «Wall Street Journal» per attaccare il quantitative easing , accusando la banca centrale di essere diventata un «sostegno de facto per i proprietari di asset», che arricchisce gli investitori a spese del resto della società. Il governo Trump, afferma Bessent, vuole invertire questa tendenza verso un «obiettivo nascosto» e riportare la Fed a occuparsi solo di garantire la stabilità finanziaria. Gli analisti progressisti si sono affrettati a difendere la banca centrale, considerando gli attacchi del governo Trump come un altro fronte nella sua campagna contro le norme e le istituzioni politiche. Paul Krugman, ad esempio, ha denunciato l’intervento di Bessent come «vile, subdolo e sordido», insistendo sul fatto che il quantitative easing era l’unico modo in cui la Federal Reserve poteva mantenere a galla l’economia dopo la crisi finanziaria del 2008. Krugman ha ragione quando afferma che tale politica non rappresenta una cospirazione. Non bisogna, però, dimenticare che le disuguaglianze inerenti alla logica della stabilizzazione macroeconomica provano che la spettacolare crescita della rete di sicurezza finanziaria ha riempito le tasche della classe ricca proprietaria di asset, escludendo al contempo la classe media dalla proprietà immobiliare. Per quanto corretta sia la sua opinione, la sincerità della critica di Bessent è senza dubbio discutibile. È difficile credere che il segretario al Tesoro – un ex gestore di hedge fund che, con un patrimonio netto stimato di almeno 600 milioni di dollari, è uno dei membri più ricchi del governo più ricco della storia degli Stati Uniti – stia perdendo il sonno a causa dell’aumento delle disuguaglianze. Ed è evidente che la sua opinione sui salvataggi varia a seconda dei beneficiari. Si mostra favorevole quando includono uno spirito politico affine come il presidente Milei, oltre ad alcuni colleghi di vari hedge fund che hanno investito pesantemente nel peso argentino. Al contrario, quando gli è stato chiesto quale sarebbe stata la sua risposta se la città di New York avesse avuto bisogno di aiuti federali affinché il nuovo sindaco Zohran Mamdani disponesse delle risorse necessarie per cercare di risolvere la crisi del costo della vita, ha citato il messaggio di Gerald Ford alla città di New York mezzo secolo fa: «Andate all’inferno». Al centro del conflitto c’è una differenza fondamentale tra i diversi approcci alla socializzazione del rischio. Quando un’azienda o un settore sono sotto pressione, la principale preoccupazione della Federal Reserve è la minaccia sistemica che l’una o l’altro possono rappresentare, anche se le misure di stabilizzazione avvantaggiano in primo luogo quelle entità che sono troppo grandi per fallire. L’amministrazione, al contrario, è più interessata a un approccio basato sulla discrezione e sul clientelismo. Sebbene più selettivo, quest’ultimo non è necessariamente più economico. Ad esempio, la Fed potrebbe voler affrontare lo scoppio quasi inevitabile della bolla dell’intelligenza artificiale nello stesso modo in cui ha gestito la fine dell’era dot-com: fornendo ampia liquidità, ma accettando comunque il sostanziale deprezzamento di molti asset tecnologici. È probabile che l’amministrazione Trump voglia offrire molto di più, dato che le aziende tecnologiche sono diventate alleate chiave, rivestendo ruoli strategici nella macchina mediatica di MAGA e nello sviluppo delle capacità di sorveglianza e militari. Sarebbe difficile per il Dipartimento del Tesoro organizzare da solo tali interventi. Anche in circostanze normali, è necessario il sostegno attivo della Federal Reserve per mantenere «ordinato il mercato» in una situazione di debito pubblico, e ancor più in questo momento in cui quasi certamente dovrà finanziare il deficit federale legato ai periodi di guerra. Il drastico aumento del debito pubblico allontanerebbe ulteriormente i falchi del deficit zero, un gruppo ancora potente al Congresso. Pertanto, il Tesoro di Trump ha bisogno della Fed. L’aspirazione di Bessent non è una banca centrale di dimensioni ridotte, come suggerirebbe la sua retorica, ma un’istituzione che eserciti i propri poteri per promuovere le priorità del potere esecutivo. Questa “Fiscal Dominance“ volta a sostenere il debito pubblico rappresenta un anatema per gli economisti convenzionali. La critica di Krugman alla discrepanza tra la diagnosi di Bessent – la Fed è stata catturata da interessi particolari – e la sua soluzione – mettere la Federal Reserve nell’orbita del potere esecutivo – è perfettamente azzeccata. Ma possiamo rifiutare la soluzione di Bessent senza salire sulle barricate per difendere l’idea ingenua e ingannevole dell’indipendenza della Fed, ignorando l’intreccio del suo apparato di stabilizzazione con le aziende dai bilanci più consistenti di Wall Street. Dimenticare questo aspetto non fa che rafforzare il programma MAGA: la gente comune diffida delle affermazioni di neutralità della Fed, e a ragione. Il principio di indipendenza della banca centrale statunitense risale all’«accordo» del 1951, quando la Federal Reserve si assicurò il diritto di aumentare i tassi di interesse anche quando tali misure erano destinate ad aumentare i costi di indebitamento del Tesoro. Tuttavia, lo status di tale norma è rimasto incerto per diversi decenni: la Fed aveva più margine di manovra per combattere l’inflazione, ma continuava a prestare molta attenzione al costo del finanziamento pubblico, nonché alle preoccupazioni dei presidenti in materia di crescita e occupazione. Alla fine degli anni ‘70 si verificò un cambiamento decisivo, quando Jimmy Carter diede le redini della Fed a Paul Volcker, il quale dichiarò subito di voler frenare la crescita dell’offerta di moneta e lasciare che i tassi di interesse salissero al livello necessario per ridurre l’inflazione – all’epoca era ben al di sopra del 10% – ignorando le proteste dei gruppi di interesse, compresi i politici. Tuttavia, come i critici hanno sottolineato da tempo, l’indipendenza della banca centrale è sempre stata più un mito che una realtà e, di conseguenza, il modello tecnocratico ancorato alla stabilità difficilmente ha avuto effetti neutri, come dimostrato dalla grave recessione causata dall’aggressiva politica di aumento dei tassi di interesse attuata da Volcker. Anche se la Federal Reserve è diventata più autonoma, le misure di stabilizzazione finanziaria adottate hanno protetto sistematicamente le banche più importanti: è il cosiddetto intervento dello stato salvatore, portato a nuove proporzioni in seguito alla crisi finanziaria del 2008 con il passaggio ad acquisti di asset su larga scala. Il mandato di Powell scade nel maggio 2026 e nei prossimi mesi Trump nominerà un successore che, spera, sarà più ricettivo nei confronti dei suoi desideri. Bessent sta attualmente intervistando i candidati. Uno dei favoriti è Kevin Warsh, persona che gode della sua piena fiducia. Warsh, che si presenta come il Volcker attuale, ritiene che una banca centrale dedicata esclusivamente al controllo della crescita dell’offerta monetaria dovrebbe riscuotere un livello di credibilità tale da produrre naturalmente tassi di interesse più bassi. Tuttavia, le speranze di una ripetizione della Grande Moderazione – l’era dei tassi di interesse bassi che seguì il mandato di Volcker – sono destinate a essere deluse. La riduzione dell’inflazione durante il decennio 1980-1990 dipese in larga misura da una serie di eventi specifici: la distruzione dei sindacati, l’ascesa della Cina come fornitrice di importazioni a basso costo e la capacità dei mercati finanziari di assorbire la liquidità, evitando così che i consumatori «inseguissero beni troppo scarsi» e provocassero di conseguenza un aumento dei prezzi al consumo. Forse Warsh ne è consapevole, il che spiegherebbe perché, in realtà, non prevede il ripetersi della terapia d’urto. Al contrario, ha indicato che poiché la banca centrale, con le sue politiche di quantitative easing, in pratica, sta giocando sul terreno della politica fiscale, il Tesoro ha a sua volta il diritto di fare la voce forte nella gestione del bilancio della Federal Reserve. Il nuovo «accordo» che lui immagina stabilirebbe un maggiore – e non minore, come nel 1951 – coordinamento tra il Dipartimento del Tesoro e la Fed. Trump potrebbe invece optare per uno fidato come Kevin Hassett, attuale direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, che eseguirebbe i suoi ordini per ragioni più che ovvie. Un altro candidato, Christopher Waller, gode del favore della maggior parte degli economisti per le sue credenziali ortodosse e la sua esperienza, anche se si è sforzato di sottolineare che queste non rappresenteranno un ostacolo rispetto alle preferenze politiche del presidente. E poi ci sono voci secondo cui Trump starebbe valutando l’idea di scegliere lo stesso Bessent come presidente della Fed, il che sarebbe il modo più enfatico per comunicare che le casse pubbliche e l’infrastruttura finanziaria della nazione non rispondono più ad autorità separate. Indipendentemente dall’esito, diventa difficile immaginare che qualunque futuro presidente della Fed non allineato fedelmente agli ordini di Washington possa rimanere a lungo in carica. L’attacco di Trump alla Fed è un’altra variante della consueta strategia MAGA: alimentare sentimenti pro- mercato e anti-establishment per rafforzare le prerogative dell’esecutivo. Questo trucco politico è sempre disorientante, ma in pochi ambiti i progressisti hanno perso così tanto la bussola nell’arrivare a formulare una risposta convincente. Durante questa seconda amministrazione Trump, con i suoi impulsi autoritari molto più pronunciati, l’indipendenza della banca centrale è diventata un importante punto di riferimento, un’ulteriore occasione per affermare il valore della competenza tecnica apolitica. Tuttavia, considerare tale tematica come una strategia politica praticabile significa ignorare il modo in cui le politiche di stabilizzazione della Federal Reserve hanno alimentato l’estrema polarizzazione economica, che ha rappresentato un terreno così fertile per l’emergere e il consolidamento della destra populista. Non c’è nulla di contraddittorio nel cercare di strappare il controllo dell’infrastruttura finanziaria della nazione sia al modello «troppo grande per fallire» difeso da Wall Street che alle ambizioni di governi autoritari. Del resto una politica che metta insieme questi obiettivi e miri alla creazione di istituzioni in grado di rendere la gestione monetaria dipendente dalla legittimazione democratica sembra impossibile da realizzare in questo momento. Le enormi e persistenti conseguenze della crisi finanziaria hanno portato il movimento di Trump a capire che, se vuole davvero trasformare le cose imponendo la propria visione, dovrà controllare la politica monetaria. Mentre la valanga MAGA rende sempre più incoerente una politica incentrata sulla difesa dello status quo, il tempo a disposizione dell’opposizione per imparare la stessa lezione sta per scadere. Testi consigliati Aaron Benanav, Beyond Capitalism – 1 , « New Left Review» 153, Beyond Capitalism –2 , « New Left Review» 154. Bernie Sanders, No crowns, no clowns, no kings! e Trump y la política estadounidense , «Diario Red» 23/10/25 e 18/08/25. Robert Brenner e Dylan Riley, Sette tesi sulla politica americana », « New Left Review» 138 Tim Barker, Disallineamento di classe negli Stati Uniti , «Sidecar» 11/11/24 , e Alcune questioni sul capitalismo politico , « New Left Review» 140/141 Anton Jäger, Hyperpolìtics in America , «Diario Red» 24/05/25 e «New Left Review» 149 Matthew Karp, Trump redux: from 2016 to 2024 , «Diario Red» 05/07/25 e «New Left Review» 150, Party and class in American politics , «New Left Review» 139, e Maxed out , «Sidecar» 23/05/25 e «Diario Red» 27/05/25 . Robert Brenner, Dylan Riley et al. , Sul capitalismo politico: il nuovo dibattito Brenner (2024). Martijn Konings insegna Economia politica all’Università di Sydney. Ha scritto The Bailout State: Why Governments Rescue Banks, Not People (Polity, 2025).
- fascismi
Democrazia d’eccezione e post-fascismo, un dialogo con Andrea Russo parte 2 Donata Vanerio Il testo che qui presentiamo è la seconda parte della trascrizione di una conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo. Nella prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo “Action 30”. In questo secondo episodio vengono indagate le operazioni di “fascistizzazione del cristianesimo” operate dalle nuove destre, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, e le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio. Redazione Ahida: Da alcuni anni, negli Stati Uniti, è in atto una forte sussunzione della vita e dell’opera teologica di Bonhoeffer da parte della destra religiosa trumpiana. Come mai secondo te? Andrea Russo: Sì, oggi ci tocca la sciagura degli ambienti cristiani trumpiani, che sono soliti riferirsi a Bonhoeffer come a una sorta di testimonial prestigioso dei valori tradizionali del patriottismo, del nazionalismo, del militarismo. Figura chiave di questa distorta interpretazione della vita di Bonhoeffer è il giornalista Eric Metaxas, la cui monografia a lui dedicata, pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 2010, ha venduto un milione di copie in tutto il mondo. Il giornalista, entusiasta sostenitore di Trump, durante la campagna per le elezioni presidenziali ha più volte paragonato Biden a Hitler e i democratici ai nazisti, rimandando al suo libro su Bonhoeffer per cogliere in profondità i dettagli di tale parallelismo. Infine, vorrei richiamare l’attenzione sul documento della fondazione filo-trumpiana Heritage “Progetto 2025”, nel quale viene ripresa la categoria teologica bonhoefferiana della «grazia a caro prezzo», con l’intento però di screditare tutte le organizzazioni laiche e religiose che permettono l’ingresso indiscriminato di immigrati illegali nel paese. Bonhoeffer, invece, la utilizzò alla fine degli anni ʼ30 per criticare le posizioni della Chiesa protestante, che asseriva la conciliabilità tra dottrina cristiana e nazismo. Il modo in cui viene oggi interpretato Bonhoeffer dall’ultradestra religiosa e sovranista è certamente infondato. Proprio lui, che aveva conosciuto la discriminazione degli afroamericani durante il suo soggiorno a New York e aiutato gli ebrei a fuggire dalla Germania, non si sarebbe mai visto vicino a movimenti neofascisti xenofobi e razzisti, o schierato al fianco di Trump e Netanyahu sostenitori della “guerra preventiva”, ma al contrario, li avrebbe criticati e combattuti. Redazione Ahida : Si potrebbe dire che l’interpretazione trumpiana di Bonhoeffer non ha fatto altro che “fascistizzare” la sua vita e la sua opera. Quasi un lavoro propagandistico, piegare una figura per renderla conforme alla propria narrazione, quasi creando una mitologia? Andrea Russo: Direi che il caso di Bonhoeffer è un esempio molto eloquente di un più generale processo di “fascistizzazione del cristianesimo” [8]. Va detto che non si tratta di una novità. Nel Diciannovesimo e nel Ventesimo secolo è stata egemonica una teologia imperialista che ha nazionalizzato Dio, riducendolo a un idolo tribale che ha legittimato la guerra etnica. E venendo all’oggi non si può non riconoscere che il binomio religione-nazione, se pur in forme nuove, continua a produrre catastrofi. Per far luce sulle poste in gioco del fascismo del presente, questa questione non deve restare sottotraccia. Redazione Ahida: Molto probabilmente l’attuale “fascistizzazione del cristianesimo” ha molto a che fare con il sistema della comunicazione mainstream . Non dobbiamo dimenticare, per esempio, che negli Stati Uniti l’ascesa del fondamentalismo evangelico si esprimerà soprattutto attraverso il successo delle chiese “via cavo” e dei rispettivi predicatori televisivi. Alla fine degli anni Settanta, questi ambienti, decideranno di scendere in campo anche sul piano politico, appoggiando alcuni candidati del partito repubblicano. Il circuito del fondamentalismo cristiano nominato Christian Coalition sarà determinante per l’elezione di Regan e di George W. Bush [9]. E la destra evangelica lo è stata anche per l’elezione di Trump. Andrea Russo: Oggi gli evangelici si considerano combattenti di una battaglia contro il male, cioè i democratici, e pensano che Trump sia il messia inviato da Dio per la salvezza dell’America. Il gesuita Antonio Spadaro, in un articolo di alcuni mesi fa, ha posto in rilievo che il discorso pubblico di Trump si fonda sulla riattivazione di tre modelli di mitologie politiche: «il mito della cospirazione, dell’età dell’oro e del salvatore. Trump mobilita questi miti proponendosi come leader provvidenziale (il salvatore), evocando il “make America great again”, cioè un passato glorioso da riconquistare (l’età dell’oro) e individuando nemici esterni e interni (la cospirazione): gli immigrati, le élite accademiche, l’Europa, le istituzioni multilaterali. Tutti presentati come parte di un grande complotto ai danni del vero popolo americano» [10] . La figura del leader alla Trump, che tramite i miti costruisce il suo programma politico, è comunque una specificità del fascismo storico. Se il nazismo e il fascismo sono stati eventi così dirompenti è soprattutto perché la loro retorica messianica è stata massimamente potenziata dai dispositivi di comunicazione di massa degli anni ʼ40: cinema e radio. Sono stati, infatti, Hitler e Mussolini i primi ad impadronirsi di queste nuove tecnologie e a utilizzarle per fini di propaganda politica. Con la ripresa delle immagini (cinema) e la riproduzione della voce (radio), si è fatto in modo che i dittatori raggiungessero un grandissimo numero di spettatori e ascoltatori. In più, rendendo indistinguibili le figure del leader politico, del Salvatore, dell’attore, il dispositivo massmediatico ha performato la percezione del pubblico, tanto da sostituirsi alla coscienza religiosa e alla coscienza di classe. I regimi totalitari non si sono affermati soltanto con la violenza fisica, ma anche per la loro straordinaria capacità di avere una presa sull’inconscio simbolico collettivo: paure arcaiche, paranoie, desideri di riscatto, bisogni di appartenenza. La loro ideologia è riuscita ad usare la parola simbolica come dispositivo di fascinazione e di domino delle masse. Non è una forzatura affermare che Hitler e Mussolini hanno inaugurato l’epoca della politica spettacolo. Redazione Ahida: Sembrerebbe quindi che le trasformazioni profonde avvenute a cavallo tra Ventesimo e Ventunesimo secolo ci offrono, per così dire, le chiavi per la comprensione dell’attuale riformulazione egemonica fascista? Andrea Russo: Sì. Oggi, come ieri, il fascismo è sempre stato all’avanguardia nell’uso della propaganda, tuttavia, per essere efficace, la propaganda deve operare soprattutto sul piano del linguaggio e della percezione, in modo che vi sia un ambiente cognitivo già predisposto ad accoglierla e a trasformarla in prassi quotidiana, senso comune. Il nuovo fascismo, come il vecchio, risulta vincente in quanto è riuscito, grazie al monopolio dei dispositivi massmediatici, a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, il che significa che è riuscito a far vedere e a far parlare in una determinata forma grandi masse di popolazione. La massa diventa totalmente governabile solo quando gli individui che la compongono desiderano le stesse cose, e parlano e pensano allo stesso modo. Redazione Ahida: Prima accennavi a Pasolini, in che modo da un contributo a questa analisi? Andrea Russo: Principalmente perché a metà degli anni Settanta i testi di Pasolini sul genocidio culturale delle classi popolari affrontano la questione a partire dall’affermarsi di una “nuova macchina linguistica”. Per un poeta come lui fare esperienza del genocidio significa constatare che si vive nell’afasia, nella perdita delle capacità linguistiche. Tutta l’Italia aveva proprie tradizioni, abitava in una lingua viva, in un dialetto che era rigenerato di continuo da innovazioni linguistiche; tuttavia, è accaduto che il linguaggio omologante dell’ideologia consumista ha finito per prevalere, sostituendosi a questa vitalità. Pasolini intravede nell’avvento della società dei consumi e della televisione la nuova forma totale del fascismo del presente. Adesso è il consumo a legare e integrare dentro di sé, al pari di un fascio la collettività. «Nessun centralismo fascista – egli scrive – è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della società dei consumi […]. Oggi i modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta […]. Il fascismo [storico] non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d’informazione (specie la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata» [11]. Il nuovo fascismo del consumo ha calato una pietra tombale sulle forme di vita del popolo (contadine, sottoproletarie, operaie). Esso lo ha profondamente trasformato, l’ha toccato nell’intimo, gli ha dato altri sentimenti, altri modi di pensare e di vivere. Con la categoria di genocidio culturale, Pasolini ha proposto una visione annichilente della mutazione antropologica che il consumismo provoca nella sfera linguistica, psichica e comportamentale del proletariato. Redazione Ahida: Pasolini viene assassinato ad Ostia il 2 novembre del 1975. Sul finire del 1977, mentre i fuochi della rivolta si stanno spegnendo, di li a breve Berlusconi darà inizio al suo progetto di privatizzazione e commercializzazione del sistema comunicativo. Sarà quindi nelle generazioni degli anni Ottanta, Novanta e Duemila che la catastrofe linguistica e antropologica annunciata da Pasolini si avvera. Ci pare che questo sia il riflesso di profonde trasformazioni di cui ancora non è chiara la portata, ma delle quali iniziamo ad intuire il significato. Andrea Russo: Si, perché quelle generazioni sono cresciute sotto la tutela pedagogica del dispositivo massmediatico. Il nuovo modello di vita edonistico della società dei consumi propagato dalla televisione, secondo Pasolini, è così potente perché assolve a funzioni pedagogiche ed estetiche. Tutti parlano allo stesso modo, si comportano allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose. La “cultura berlusconiana” televisiva, negli anni Ottanta e Novanta, ha attuato le funzioni del dispositivo individuate da Pasolini. Oggi dovremmo aggiornare l’analisi tenendo conto dell’avvento di internet e, più in generale, della rivoluzione digitale. Note “Fascistizzazione del cristianesimo” è l’espressione utilizzata dal collettivo francese Anastasis, per riflettere sul fatto che alle elezioni del giugno 2024, il 40% dei cattolici ha votato l’estrema destra. Cfr. Collectif Anastatsis, Urgence Évangélique , Éditions Parole et Silence, 2025. Cfr. G. Caldirion, Wasp . L’America razzista dal Ku Klux Klan a Donald Trump , Fandango Libri, Roma 2016. A. Spadaro, La retorica del potere e la nuova responsabilità della Chiesa , Avvenire, 7 luglio, 2025. Ma anche, sempre dello stesso autore, Nel teatro di Donald Trump, dove la politica è performance , Avvenire, 28 giugno 2025. P.P. Pasolini, Acculturazione e acculturazione , in Id, Saggi sulla politica e la società , Mondadori, Milano 1999, p. 290. Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.
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Appropriazione capitalistica
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RISONANZE SONORE # 1 Sotto la superficie del rumore Christina Kubisch Il testo intreccia memoria personale e analisi critica per introdurre Risonanze sonore, una rubrica dedicata alla musica d’avanguardia. Partendo dalla Taranto degli anni Sessanta e Settanta, l’autore racconta come la musica sia stata per lui un linguaggio di resistenza sociale, sviluppato attraverso collettivi, radio, riviste e una lunga pratica di ascolto e sperimentazione. La riflessione si amplia poi alla trasformazione della musica in prodotto nell’era neoliberista e alla nascita di nuove forme di autonomia come le etichette indipendenti. Nella contemporaneità, la musica sperimentale viene descritta come un ecosistema fluido, rizomatico e tecnologicamente ibrido, capace di creare micro-comunità e spazi critici di relazione. Attraverso esempi come il percorso di Gaspare Sammartano, il testo mostra come il suono possa diventare strumento di lettura del territorio e laboratorio sociale. La sperimentazione sonora emerge così come pratica politica, percettiva e comunitaria, capace di opporsi alla mercificazione culturale e di generare nuove forme di sensibilità e partecipazione. Presentazione della rubrica Risonanze sonore A Taranto, la città in cui vivo, nei gloriosi anni Sessanta e Settanta si respirava un fermento inquieto: una vitalità giovanile attraversata dalla conflittualità operaia e dalle prime proteste studentesche. La musica non era evasione, ma riflesso di quelle tensioni: un modo per dare voce a una realtà che cambiava e pretendeva di essere ascoltata. Lì percepivo che poteva diventare una forma di resistenza, un respiro collettivo capace di raccontare il mondo da un’altra prospettiva.Fin dalla metà degli anni Sessanta ho percepito nella musica una forma di linguaggio capace di opporsi al conformismo del mio tempo. In un’Italia ancora segnata da moralismi borghesi, discriminazioni e retaggi fascisti, quelle musiche altre – spesso confinate nelle radio notturne o in cerchie ristrette di appassionati – mi hanno insegnato a riconoscere l’ingiustizia e a mettere in discussione l’ordine delle cose imposto. A quei tempi ho fatto parte di un collettivo musicale a Taranto, una realtà aperta e sperimentale in cui musicisti diversi si alternavano tra strumenti e sonorità, dando vita a esibizioni sempre nuove. Ho collaborato per qualche mese con una rivista quindicinale di musica di cui non ricordo il nome, (mi pare fosse «Sound Music» o «Sound Flash» su incarico di un impresario nazionale che ne deteneva parte della proprietà) e quest’esperienza mi offrì l’occasione di vivere da vicino il fermento culturale di quegli anni e di respirare l’atmosfera dei concerti, ai quali potevo assistere liberamente.Negli anni successivi ho collaborato anche con alcune radio private cittadine, continuando a mantenere un legame costante con la musica.Collezionista di vinili da decenni, ho espresso questa passione anche in altre forme: realizzando video di concerti dal vivo e, più recentemente, partecipando al recupero di un raro reperto audio poi pubblicato su vinile, testimonianza di una stagione rock progressiva tutta tarantina. M.A.B. – Minestra Affogata In Brodo https://www.discogs.com/release/32570235-MAB-Minestra-Affogata-In-Brodo?srsltid=AfmBOop5Mz47QjE4bB2Wkm2Zcvimj2eLxIJqWLJOl0C2gEVgfl9ge-J- Con il tempo, ho imparato che il suono non è solo estetica, ma esperienza. Attraverso il mio modo di ascoltare e di suonare, ho compreso che la libertà non nasce solo dall’improvvisazione, ma dal modo in cui si percepisce il suono: fuori dalle categorie, dai generi, dalle gerarchie che il mercato e la tradizione impongono. Scoprire il suono in sé, nel suo farsi e disfarsi, significava per me riconoscere un’altra sensibilità, una forma di conoscenza capace di mettere in discussione ciò che ci viene insegnato ad ascoltare. Fu attraverso la musica psichedelica, che mi aveva colpito per la sua capacità di espandere la percezione e aprire spazi interiori inattesi, che arrivai al free jazz e alla musica sperimentale. Entrambe furono per me una rivelazione sonora: frantumavano le strutture, spezzavano i confini, respiravano fuori dal tempo e dalle regole. In quell’ascolto scoprivo non solo una dimensione più umana e consapevole, ma anche un nuovo rapporto con lo spazio circostante – come se il suono, liberandosi, restituisse respiro anche al mondo intorno. Proprio perché la musica iniziò a farsi portavoce di una possibile sovversione sociale – capace di scardinare le gerarchie e di dare voce a nuove forme di libertà – nella seconda metà degli anni Settanta il neoliberismo si insinuò come una forza silenziosa ma profonda, pronta a neutralizzarne il potenziale. Il suono, da linguaggio collettivo e liberatorio, venne progressivamente trasformato in prodotto; l’artista costretto a misurarsi con le regole del mercato, a gestire sé stesso come un bene da vendere, più che come un soggetto creativo. Eppure, da quella stessa contraddizione nacquero nuove forme di resistenza: l’autoproduzione, le etichette indipendenti, il punk hardcore e una scena artistica sorprendentemente fertile che, grazie alle tecnologie emergenti, continuava a esplorare territori sonori inediti, riaffermando una libertà che il mercato ha tentato di inglobare, ma che, in parte, ha continuato a risuonare – ostinata – contro ogni tentativo di controllo. Ascoltare, allora, significava prendere posizione. Ogni suono era un atto di resistenza contro l’omologazione, un invito alla partecipazione, non al consumo. La musica d’avanguardia diventava un gesto di insubordinazione: non solo ricerca formale, ma tentativo di liberare l’ascolto dalla gabbia della forma-merce. Oggi, nonostante le piattaforme digitali abbiano inglobato anche la musica indipendente, resiste una scena viva di artisti e ascoltatori che scelgono di sottrarsi al rumore del mercato. Per loro – e per me – il suono resta un incontro, un gesto critico, un modo di pensare e di costruire comunità. Questa rubrica nasce (per loro:) per chi ancora cerca nella musica un atto di libertà, un gesto di consapevolezza. Sarà uno spazio di ascolto e di racconto, dove le musiche d’avanguardia non siano un’eccentricità da collezionisti, ma una bussola per orientarsi nel rumore del presente. Negli ultimi anni si osserva un rinnovato interesse verso la musica sperimentale elettronica e concreta, un campo artistico complesso e articolato che, pur restando ai margini delle logiche commerciali tradizionali e dei circuiti di mercato convenzionali, continua a esercitare un fascino duraturo e costante su nuove generazioni di musicisti, sound artist , sperimentatori del suono e creativi che intendono esplorare territori sonori non convenzionali. Questo fenomeno non riguarda solamente la produzione musicale in senso stretto, ma coinvolge anche i modi di ascolto, le pratiche di condivisione, la costruzione di reti di scambio, la creazione di comunità temporanee o durature e lo sviluppo di spazi di pratica artistica innovativi, in cui ogni elemento sonoro diventa occasione di riflessione e di interazione. Gli autori coinvolti in queste pratiche sono spesso autodidatti, o provengono da percorsi ibridi e compositi che intrecciano competenze provenienti da diverse discipline creative, tra cui arte visiva, informatica, performance dal vivo, design del suono, installazioni, interazioni multimediali e sperimentazioni tecnologiche. In questo contesto, la rete e le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale, offrendo uno spazio di visibilità e di connessione che, pur essendo limitato e ristretto, permette la nascita di micro-comunità sonore transnazionali, in cui individui e gruppi possono incontrarsi, scambiarsi idee, strumenti, metodologie e pratiche creative, sperimentare collaborazioni a distanza, discutere di progetti comuni e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero isolate. Questi spazi digitali diventano così veri e propri luoghi di aggregazione, dove il suono, l’innovazione e la sperimentazione si intrecciano e si amplificano, creando possibilità di contaminazione e di interazione che travalicano i confini fisici e geografici, pur restando sempre fortemente legati a dinamiche di nicchia. Tali esperienze sfuggono ai modelli di consumo tradizionali e alle categorie di mercato musicale consolidate, mantenendo un carattere sotterraneo, intenso, fertile e creativo, ma al contempo fragile e precario. Il pubblico a cui queste pratiche si rivolgono è spesso limitato, specifico e selettivo; la stampa specializzata riserva loro solo attenzione episodica, intermittente e frammentaria; e le reti di sostegno tra artisti risultano spesso deboli, discontinue, frammentate e poco strutturate. La dimensione indipendente e non convenzionale di queste pratiche le pone in netto contrasto con le cosiddette scene alternative popolari , che pur proclamandosi autonome e indipendenti, finiscono frequentemente per replicare, in modo più o meno consapevole, le stesse logiche di competizione, branding, visibilità e spettacolarizzazione che caratterizzano l’industria culturale mainstream e le pratiche musicali consolidate. Tuttavia, anche all’interno del contesto sperimentale emergono contraddizioni interne, difficoltà e tensioni latenti. Alcune micro-scene rischiano di diventare autoreferenziali, concentrandosi in modo eccessivo su se stesse, sui propri codici interni, sui propri meccanismi di riconoscimento e sugli strumenti di legittimazione interna, pur mantenendo un’apparente autonomia creativa e un’apparente apertura verso l’esterno. Questo paradosso porta talvolta a una progressiva assimilazione delle pratiche radicali e innovative all’interno di un mercato di nicchia, che valorizza soprattutto visibilità limitata, circolazione interna, riconoscimento tra pari e scambi simbolici, a discapito di un impatto reale più ampio e di una relazione diretta e significativa con il pubblico esterno e con la società nel suo complesso. Dinamiche di questo tipo portano inevitabilmente a compromessi, negoziazioni e adattamenti rispetto a istituzioni culturali, fondazioni, finanziamenti pubblici e privati, bandi, residenze artistiche e altre forme di sostegno economico e logistico, introducendo vincoli impliciti che condizionano in modo più o meno evidente il percorso creativo, la libertà espressiva e la possibilità di operare in completa autonomia, senza censure, limitazioni o restrizioni di contenuto e di forma. In questo senso, persino le esperienze più radicali, sperimentali e innovative rischiano di consolidare piccole élite, riprodurre esclusioni interne, generare distanze tra artisti e pubblico e ridurre la possibilità di instaurare relazioni significative e profonde con la realtà sociale, compromettendo in parte la funzione critica, politica e trasformativa della pratica sonora. Le pratiche sonore sperimentali si configurano oggi come reti rizomatiche di relazioni, connessioni, esperienze e flussi comunicativi. Sono organismi fluidi, aperti, mobili e orizzontali, che collegano frammenti, tecniche, sensibilità, approcci e percorsi differenti, senza centro, senza autorità estetica dominante e senza gerarchie imposte dall’alto. Il suono si propaga, si diffonde, si moltiplica e si trasforma attraverso risonanze, interferenze, connessioni transitorie e contaminazioni, attraversando confini disciplinari, generazionali, culturali e geografici. Arte sonora, performance dal vivo, installazioni, interventi ambientali, sperimentazioni elettroniche, manipolazioni tecnologiche e processi di interazione con l’ambiente convivono e si intrecciano senza subordinare una forma all’altra, dando vita a un ecosistema creativo in continuo divenire. È un’organizzazione del pensiero e dell’esperienza che rifiuta rigidità, verticalità, gerarchie e sistemi centralizzati, costruendo spazi di prossimità, contaminazione, scarto e interdipendenza, in cui la creazione artistica si nutre di residui, di interferenze, di imprevisti, di esperimenti, di tentativi falliti e di intuizioni improvvise, generando dinamiche creative in continuo movimento. In questa prospettiva, la musica sperimentale contemporanea non è soltanto ricerca estetica, né esclusivamente esplorazione sonora fine a sé stessa: rappresenta un intreccio complesso e continuo di materia, tecnologia, linguaggio e politica, un entanglement in cui gli elementi umani e quelli tecnici si influenzano reciprocamente, si co-determinano e si trasformano in continuazione, generando un tessuto relazionale complesso, ricco di variazioni, modulazioni e possibilità di interazione. Non esistono più confini netti tra ciò che è umano e ciò che è tecnico: il suono nasce dall’interazione reciproca tra corpi, circuiti elettronici, algoritmi, software, ambienti fisici, spazi architettonici e contesti culturali, generando un processo ininterrotto di co-creazione, di trasformazione e di contaminazione, in cui la tecnologia non è subordinata alla volontà dell’artista, ma diventa parte integrante del gesto creativo. L’atto stesso di produrre suono – manipolare segnali, rumori, interferenze, feedback, distorsioni, glitch , voci e scarti – assume valore critico, percettivo, simbolico e riflessivo, diventando un gesto di disobbedienza e di attenzione alternativa, che scardina i modelli di fruizione, di ascolto e di attenzione imposti dal mercato e dalle modalità di consumo tradizionali. Attraverso la rottura di regole armoniche, ritmiche, temporali e narrative, l’ascolto della musica sperimentale si trasforma in esperienza critica, politica, sensoriale e sociale, non semplice intrattenimento, ma occasione per riflettere sul tempo, sul ritmo, sulla percezione, sulla relazione tra suono, spazio e ambiente, e sulle modalità con cui il suono struttura, modifica e influenza il nostro rapporto con il mondo contemporaneo. In questo territorio fluido, mobile e aperto, il suono diventa strumento di resistenza, reinvenzione del sensibile, costruzione di nuove possibilità di relazione e laboratorio permanente per esperimenti, connessioni inattese e scoperte improvvise. Vibrazione, risonanza, propagazione e interferenza generano interazioni eterogenee e impreviste, creando un rizoma sonoro che funziona come vero e proprio laboratorio di ecologie percettive, politiche e sociali, in cui ogni elemento si intreccia con gli altri, senza gerarchie, senza centro, senza imposizioni, aprendo spazi di esperienza condivisa e relazioni non lineari tra artisti, pubblico e ambiente. La musica sperimentale si configura così come rete aperta e viva di connessioni tra suono, corpo, tecnologia, ambiente, pratiche artistiche e relazioni sociali. Non segue gerarchie, schemi prestabiliti o modelli rigidi, ma cresce, si sviluppa, si espande e si trasforma attraverso contatto, scambio, collaborazione, interdipendenza e cooperazione, collegando stili, tecniche, sensibilità e approcci differenti, creando legami temporanei, duraturi o transitori, tra individui e comunità. Alcune esperienze contemporanee generano un legame diretto e tangibile tra sperimentazione sonora e contesto urbano, sociale e territoriale, trasformando l’ascolto in esperienza di consapevolezza critica e di partecipazione attiva. Considero particolarmente significativo l’esempio dell’evoluzione del percorso musicale di Gaspare Sammartano, dal primo disco Low Pitched Italy ( https://sammartano.bandcamp.com/album/low-pitched-italy-2 ) fino a Waterfront ( https://sammartano.bandcamp.com/album/waterfront ). Un percorso che, a mio avviso, riflette e accompagna il processo di trasformazione urbanistica della città di Taranto in cui vivo. Nel primo lavoro, di taglio fantascientifico e distopico , Taranto viene immaginata tra cinquant’anni, ridotta a rovine ma ancora abitata, come metafora della crisi culturale e sociale già in atto. Con Waterfront invece c’è un ritorno al presente : il disco diventa una ricerca sul territorio e sulla memoria della città, attraverso luoghi simbolici come l’Arsenale, il Porto, la Città Vecchia e il Ponte Girevole. L’opera invita a osservare Taranto con sguardo critico , riconoscendo le sue ferite e le ripetizioni storiche, e immaginando al tempo stesso un futuro possibile . La sperimentazione sonora è vista come un laboratorio sociale , un modo per ripensare in chiave collettiva le relazioni tra ambiente, politica, economia e comunità. La sperimentazione sonora si configura dunque come piccolo laboratorio sociale, spazio flessibile e collettivo, in cui identità, relazioni e comunità possono essere ripensate, esplorate e ridefinite in modo aperto, creativo, partecipativo e condiviso. La scena sperimentale diventa pratica cyborg , generando comunità fluide, orizzontali e relazionali, non centrate sull’autore, ma sulle connessioni attivate dal suono, sull’esperienza condivisa e sulla contaminazione dei linguaggi, sulle relazioni interpersonali e sulle possibilità offerte dalla tecnologia. In definitiva, questo territorio sonoro rappresenta una forma di resistenza molecolare contro la standardizzazione, la mercificazione e la rigidità imposte dalla cultura globale, dai sistemi di mercato e dalle logiche di consumo dominante. Attraverso la costruzione di mondi sonori condivisi, la musica sperimentale genera micro-comunità sensibili, consapevoli, aperte all’alterità, al divenire e alle trasformazioni, pur mantenendo un equilibrio fragile e precario con le logiche del mercato, la marginalità del pubblico e i vincoli derivanti da istituzioni e finanziamenti, che possono limitare la libertà, la sperimentazione e la creatività degli artisti. Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: Dr. Strangelove; La setticemia della Biosfera. VLVRV-PLSTYK Nel primo episodio il Boomernauta narra gli avvenimenti che egli stesso definisce come la “seconda guerra civile americana”. Va notato che, secondo la sua descrizione, tale evento non sembra seguire il classico schema di una guerra con un inizio e una fine definiti, ma piuttosto rappresenta il declino di una grande nazione dominante in uno stato di guerra civile, a volte latente, a volte culminante in episodi di grande violenza. Si percepisce in questa parte del racconto un certo astio nei confronti dell’Impero di Sbieco, che caratterizzava i militanti di sinistra dell’epoca. È lo stesso Boomernauta a scegliere il titolo del paragrafo, affermando di essere stato segnato da adolescente dal film omonimo, il primo che vide con i suoi compagni di scuola, senza la presenza dei genitori. Nel secondo per il Boomernauta, che aveva visto le innovazioni del futuro, esisteva una serendipità delle tecnologie. La time machine e i time glasses erano stati a lungo dimenticati, ma verso gli anni sessanta del XXI vengono riesumati, aggiornati e usati nello spazio per scrutare il passato della biosfera. Si scopre così che la biosfera è in preda a una grave malattia: un’infezione generalizzata, una setticemia. La sua vita non è in pericolo, ma lo è quella di molte reti del vivente che la costituiscono; molte di loro scompaiono con ritmo accelerato e anche gli umani sono in pericolo. Dopo lo sgomento, ricercatori ed esperti cominciano a disquisire sulla natura di questa malattia, che sembra essere autoimmune e generata proprio dalle moltitudini umane. Dr. Strangelove La seconda guerra civile statunitense era iniziata con modalità schizoidi, come in Cina era successo con il fallimento del progetto Lunga Primavera . Ed anche qui, come in Cina, a prima vista le cause di tali eventi erano dovute a un disturbo collettivo. Tuttavia, a guardarci meglio, nella situazione americana c’era qualcosa di completamente diverso da quella cinese: si trattava di uno sdoppiamento collettivo dell’identità. Pare che questo disturbo, quando riferito a un individuo, di solito sia in forte relazione a traumi infantili che certo non erano mancati alla giovane nazione. La nascita, l’infanzia e l’adolescenza dell’Impero di Sbieco, gli Stati Uniti, erano state spaventosamente traumatiche e caratterizzate da tre eventi determinanti e terribili: il genocidio dei nativi, il moderno schiavismo di massa e, dulcis in fundo , i bombardamenti nucleari sul Giappone. La catastrofe demografica dei nativi americani fu il risultato diretto delle azioni dei colonizzatori europei e dei loro discendenti con le guerre di conquista e il sistematico sterminio di intere comunità che venivano considerate barbare . Ma ancora più gravi furono le stragi delle popolazioni autoctone avvenute a causa della perdita del loro ambiente, del cambio di stile di vita e di malattie contro cui non avevano difese immunitarie. Successivamente, il trauma di una sanguinosa guerra civile di secessione emerse da un sistema di schiavismo che coinvolgeva quasi un quinto della popolazione. In questo contesto di continua ed estrema violenza, il diritto individuale di possedere armi, anche da guerra, fu sancito dal Secondo Emendamento della Costituzione . Molti altri Paesi avevano vissuto periodi terribili nella loro storia, ma in questo caso si trattava della vita breve del grande Stato imperialista che aveva avuto un peso determinante nella formazione e nella conduzione della Gov Neolib. Che poi l’Impero di Mezzo , la Cina, avesse rimesso in forse questa predominanza per un certo periodo e prima di cadere in una semi-catalessi, questa è la storia che ti ho appena raccontato. I segni premonitori del grave disturbo che si annunciava per l’ Impero di Sbieco non mancarono; il primo fu quello delle continue guerre sia esterne che interne. Durante il periodo di massima espansione, nonostante fossero diventati la più potente macchina Stato-capitale al mondo, con una produzione e una presenza militare senza precedenti, l’ Impero di Sbieco subì una serie di sconfitte in numerose guerre, a partire dal conflitto con il Paese dei Viet . Anche se si trattava di paesi considerati marginali, o forse proprio per questo motivo, le sconfitte lasciarono un segno indelebile nella popolazione dell’Impero e causarono una ferita aperta nei reduci delle guerre. Il pretesto invocato per avviare questi disastrosi conflitti era sorprendentemente simile a quello utilizzato durante la cosiddetta conquista del West. In passato, si giustificava l’eliminazione dei nativi americani per portare la civilizzazione, mentre recentemente, con l’aiuto di armi moderne, si cercava di imporre la civilizzazione occidentale nel mondo. Non mi dilungo sulle guerre interne condotte contro le classi razzializzate e povere. La seconda inquietante sindrome dissociativa si chiamava Columbine , dal nome di una scuola superiore in provincia dove, a fine millennio, due studenti iper-armati avevano compiuto una strage di loro coetanei e insegnanti prima di suicidarsi. Il terribile episodio, continuò a riprodursi sotto diverse forme in tutto il Paese (e purtroppo per imitazione altrove) come una maledizione. Né questi episodi né l’impressionante numero annuo di morti da arma da fuoco riuscirono a fermare l’ingranaggio che legava Stato e Costituzione con l’industria bellica. D’altronde c’era chi sosteneva che la famigerata macchina Stato-capitale non avrebbe potuto sopravvivere se la sua industria bellica fosse magicamente scomparsa. La terza e determinante sindrome dissociativa era l’epidemia da oppioidi, caratterizzata dal rapido aumento dei decessi per overdose a causa della produzione e della vendita massiccia di tali sostanze cominciata all’inizio del XXI secolo. Il consumo diffuso di questi farmaci con potente funzione antidolorifica, prescritte dai medici, ma sempre più presenti sul mercato nero, venne incentivato con tutti i mezzi dal settore Huge Pharma 1 che le produceva con profitti di miliardi di dollari. Era evidente che questa droga sintetica, che dava una forte dipendenza, corrispondesse al bisogno di una parte crescente della popolazione di sfuggire al dolore provocato da una realtà troppo stressante, angosciante e competitiva. Una diserzione spesso mortale al punto di mettere in secondo piano la sindrome Columbine perché l’Oxycodone, il Fentanyl e le altre molecole simili mietevano più vittime delle armi da fuoco. A guardarci bene le tre sindromi dissociative non solo parevano strettamente legate fra di loro, ma addirittura attraversavano tutti i corpi del Paese. Ovviamente questo non riguardava solo la popolazione, ma anche la macchina Stato-capitale. Se da un lato il capitale dei techno-tycoon pensava alla soluzione radicale della Grande Fuga (per pochi) dall’altro lo Stato veniva sottoposto a forti stress. L’arrivo dei lockdown legati alle pandemie su sfondo di Great Resignation continuava ad approfondire i problemi d’identità. Tuttavia l’aggravarsi dei collassi ecologici, simboleggiata da Big Apple avvolta e intossicata per mesi dai fumi gialli degli immensi e indomabili incendi canadesi, fu determinante nel trasformare la sindrome latente in una grave crisi d’identità multipla collettiva con forme di possessione. In tali forme le diverse personalità presenti nella popolazione del Paese si manifestavano come agenti esterni che ne assumevano a turno il controllo. Ma se in molti Paesi tali stati fan parte della cultura o della religione locale e non sono considerati patologici, nel caso dell’Impero di Sbieco le cose non andavano così. Di solito quando un’identità s’impadroniva d’un individuo malato questo non durava troppo a lungo. Ma quando questo succedeva sul piano collettivo in un grande Paese, le conseguenze potevano essere imprevedibili e producevano danni, sofferenze ed effetti distruttivi, alimentando guerre sia esterne che interne. Nelle mie escursioni temporali in quel Paese ho avuto modo di assistere a uno slittamento verso il baratro nell’alternarsi di identità reazionarie, paranoiche e complottiste, che aggravavano le guerre interne, e altre sedicenti democratiche. Queste ultime erano in realtà le più imperialiste e innescavano guerre esterne sempre più gravi 2 . Paradossalmente, il solo aspetto che relativizzava un po’ la gravità della situazione era la razionalità capitalista di Ecofin . Anche se il potere politico statale cadeva in mano a queste identità fantasmatiche e pericolose restava sempre il capitale, l’altra testa della macchina bicefala. Quest’ultimo doveva piegarsi a decisioni politiche che andavano contro i suoi interessi, ma cercava talvolta di mitigarne le conseguenze. [A quel punto il Boomernauta, vedendo la mia faccia incredula, si arresta con fare interrogativo: gli dico che sono stupito perché non mi sembrava che lui stesse raccontandomi il futuro, ma il presente e il recente passato degli Stati Uniti… Allora mi chiede gentilmente di ascoltare il seguito.] Il caos si scatenò quando, in un’estrema confusione, due fazioni che lottavano per prendere il controllo dello Stato, entrarono in un conflitto senza mediazione. Questo evento segnò la fine del sistema rappresentativo democratico , già in declino. Questa volta non si trattava di un simulacro di assalto al Campidoglio, ma di una strana guerra civile. La scintilla iniziale era un déjà vu : ancora una volta un candidato complottista e populista tentava di capovolgere il risultato di un’elezione a lui sfavorevole, ma ora l’incendio che seguì ebbe modalità impreviste. Furono tutte le anime identitarie separate conosciute, e poi altre che erano rimaste nell’ombra, che cominciarono a muoversi e a creare distruzione e scompiglio in una modalità di tutti contro tutti, che al tempo stesso prendeva spunto ed era dissociata delle scadenze elettorali. E così riemergevano con una strana simultaneità e in tutto il Paese, armato sino ai denti, i riots dei ghetti, gli assalti delle organizzazioni fasciste come i Proud Boys contro le istituzioni, le azioni delle associazioni finanziate dal NRA (National Rifle Association) e poi anche quelle di difesa delle minoranze etniche e religiose. In questo frangente anche polizie statali e federali entrarono in ballo sempre più autonomamente senza che le gerarchie funzionassero e fu per tale ragione che i comandi dell’esercito si trattennero dall’intervenire. Fu una strana guerra civile, che era già strisciante da qualche decennio, e che di colpo divampò in una crisi tremenda di breve durata. Dopo l’incendio iniziale ci fu un alternarsi di fasi acute con periodi di relativa calma non più uniformi, ma a macchia di leopardo. La guerra civile si instaurò in modo persistente e il Paese non tornò mai più allo stato precedente. Si era trasformato in una realtà bipolare, oscillando tra fasi depressive e altre quasi deliranti. In queste ultime situazioni si sognava di continuare a esercitare le capacità di dominio sul mondo senza la minima possibilità di riuscirci. D’altronde lo Stato Federale aveva spesso difficoltà a esercitare correttamente il cosiddetto potere sovrano. Il fatto che lo Stato fosse ridotto in tali condizioni non poteva non avere conseguenze sul potente capitale locale. A lungo l’ Impero di Sbieco aveva vissuto a credito del resto del mondo grazie alla sua politica imperialista militare e monetaria, ma con la seconda guerra civile questi privilegi non sarebbero potuti durare a lungo. Il colpo di grazia avrebbe potuto provenire proprio dall’ultimo grande nemico designato: la Cina. È noto che l’Impero di Sbieco utilizzava come strategia primaria quella di identificare o creare un grande nemico da sconfiggere. In quello stato di debolezza in cui ormai si trovava, il grande pericolo era che la Cina, il primo creditore, prendesse facilmente il controllo del suo apparato produttivo. Visto che ora non c’era più il cerbero del Pentagono o della FED a difenderlo sarebbe bastato poco perché questo succedesse nel modo più pacifico e legale , secondo gli usi dell’imperialismo capitalista: comprando a vil prezzo i pezzi di valore del Paese indebitato e in crisi. Ma, guarda caso, anche l’ Impero di Mezzo era in grande difficoltà come ti ho appena raccontato anche se per ragioni ben diverse… Durante i periodi di crisi interna dell’ Impero di Sbieco , il grande capitale aveva effettivamente cercato di mitigare gli impatti negativi trovando opportunità all’estero, sfruttando la sua presenza globale e le reti di commercializzazione consolidate. In questo senso la ripresa in mano dell’Europa, effettuata tramite le opportune guerre, si era rivelata una mossa vincente. Molte multinazionali americane non avevano esitato a spostare temporaneamente i loro quartieri generali nella colonia europea attendendo tempi migliori. Certo che come vedremo anche le colonie, seppur di lusso, non se la passavano bene… Io non so se si tratti veramente di una coincidenza che le due più potenti macchine Stato-capitale siano cadute in crisi quasi contemporaneamente. Sinceramente non ci credevo neanche allora e infatti quello che successe in seguito confortò la mia ipotesi. In ogni caso questo fu un passaggio significativo nel consolidarsi di una gestione più centralizzata della Governance. Non ti sto dicendo che la Gov Neolib si stesse trasformando in una struttura di comando imperiale del mondo, ma certo si stava preparando un’altra fase. Note: Huge Pharma: cfr. glossario. Presumibilmente il Boomernauta si riferisce all’alternarsi delle amministrazioni repubblicane e democratiche. La setticemia della Biosfera Le terribili conseguenze dell’esperimento tecnologico cinese, denominato Lunga Primavera, che cambiava la percezione del tempo per aumentare la produttività, avevano provocato un profondo sussulto in tante moltitudini. Non a caso l’Impero di Sbieco , fondato sui due pilastri ideologici di competitività e meritocrazia, era anche lui entrato in una crisi esistenziale. Paradossalmente fu proprio il dispositivo utilizzato nell’esperimento cinese, la time machine , perfezionata nei centri di ricerca di quel Paese, che mise in luce la realtà della patologia che stava consumando il mondo. La grande ribellione cinese, poi diffusasi altrove, aveva bloccato per sempre questo tentativo senza mai trasformarsi in una rivoluzione, ma il segno di una temporalità distorta era rimasto impresso e aveva cambiato il senso della vita. In un primo momento tutto sembrò sospeso, immobile nel tempo, come in un quadro di Hopper. Dopo il rigetto di Lunga Primavera 1 ci fu un momento di siderazione quasi generale, specie in Cina. Ci si rese conto che il tempo comunque non sarebbe stato mai più quello di prima. La siderazione non durò a lungo, come obbligati in un cunicolo, gli umani dovettero tornare ad affrontare la realtà della disgregazione delle reti della vita sulla Terra, dovuta al fulminante, se misurato sulla scala delle ere, disequilibrio climatico e a un insieme di fattori più o meno collegati. Riscaldamento globale, cambiamenti nei cicli di azoto e fosforo, acidificazione degli oceani, impoverimento dell’ozono stratosferico e di quello globale dell’acqua dolce, perdita di biodiversità, e diversi altri fenomeni erano ormai innescati e sembravano difficilmente reversibili. Non si trattava solo del continuo deterioramento della biosfera che sembrava inarrestabile. C’era anche una dinamica fatta di accavallarsi di piccoli e grandi cambiamenti, non per forza connessi, che avevano una loro autonomia e che sembravano voler mettere in evidenza l’incapacità di controllare la situazione. Persino le onde elettromagnetiche parevano talvolta rivoltarsi, tanto che in certi giorni anche un banale collegamento wi-fi poteva essere problematico. Oltre all’aumento e all’intensificarsi dei tradizionali fenomeni atmosferici, si assisteva al proliferare di catastrofi di origine climatica: i cicloni raggiungevano anche le zone temperate, causando alluvioni e ulteriori inondazioni delle terre costiere, aggravate dall’innalzamento del livello del mare a causa dell’aumento delle temperature globali. La siccità alimentava la desertificazione e i giganteschi incendi, che si propagavano per mesi, devastando vaste aree. La deforestazione accelerata portava alla perdita di vaste foreste pluviali. Anche da tanti nonumani 2 venivano segni di reazioni negative. Erano comportamenti inabituali che coinvolgevano sempre più specie animali, ma anche vegetali. Tuttavia, non potevamo permetterci di cadere in fantasie su una Natura vendicativa e ribelle. In quanto parte della Sfera Autonoma 3 , ci spettava piuttosto affrontare la realtà e comprendere le conseguenze dei nostri atti sull’ecosistema globale. Si manifestavano diversi fenomeni inquietanti: nelle mega-stalle robotizzate le mucche, isolate dal contatto con la vita, perivano in massa per ragioni misteriose. Un altro segno di resistenza proveniva dalle api. Il loro allevamento negli alveari industriali e la raccolta del miele diventavano sempre più difficili a causa di una serie di ecatombi, fughe degli sciami e persino comportamenti aggressivi. Questi segnali venivano interpretati come l’ultimo tentativo disperato, un’ultima forma di resistenza dopo essere state decimate per tanto tempo dai neonicotinoidi e da altri veleni. Era come se stessero rispondendo all’impatto distruttivo dell’azione umana sull’ambiente. Poi questi atteggiamenti che combinavano morte in massa, aggressività e fuga si moltiplicarono in diverse famiglie e classi di nonumani. Nel caso di altre specie, che spaziavano dai micro-organismi ai vegetali, si osservavano reazioni che sembravano quasi forme di resistenza. Ad esempio, i batteri sviluppavano una resistenza agli antibiotici, mentre le piante infestanti riuscivano a sopravvivere ai glifosati e ad altri pesticidi, continuando a moltiplicarsi. Gli atteggiamenti del potere davanti a queste indiscipline, come le definivano certə 4 ecowarrior 5 , furono di accelerazione delle diverse tendenze in corso. Di fronte al moltiplicarsi dei warning nell’ AltaSfera Ecofin si decise di affrettare i tempi della Grande Fuga , utilizzando le rimanenti stazioni spaziali come centri di comando in orbita. In ogni caso sulla Terra la macchina dell’accumulazione capitalista continuava a funzionare, mettendo in opera le sue proverbiali capacità di adattamento ai cambiamenti in corso. C’era anche chi cercava la chiave di quell’inestricabile situazione, nella speranza di ripristinare un’immaginaria e mitica normalità. Tuttavia lo sregolamento del tempo aveva ormai attivato un complesso meccanismo davanti al quale la tecnoscienza diventava molle come gli orologi di quel furfante di Dalì. Anche se era ormai comunemente riconosciuto che l’innesco di questa dinamica poco controllabile era venuto proprio dagli stessi umani, bisognava assolutamente cercare di capire in qual modo ciò era avvenuto, da quando e se per caso ci fosse una possibilità di agire su qualche parametro sensibile. Un’ultima ratio a cui molti si aggrappavano… All’interno del mondo neolib anche chi progettava la fuga continuava a discutere di programmi ambiziosi che pretendevano di conciliare il mantenimento del profitto con la necessità di affronta- re la profonda crisi climatica ed ecologica. Le multinazionali erano in prima fila: chi fosse riuscito a trovare per primo la chiave e soprattutto il rimedio per bloccare l’avanzata di quello scompiglio avrebbe avuto il mondo in tasca. Senza però mai porsi la domanda se la situazione non avesse un qualche legame proprio con queste modalità d’azione. Niente. Non combinarono nulla se non ottenere un peggioramento come sempre era successo anche nel recente passato. Uno degli ultimi esempi era stato quello della calamitosa gestione del sistema dei trasporti e della logistica, quando si era trattato di sostituire un parco mondiale di un miliardo e mezzo di veicoli a combustibili fossili con l’innovazione dei motori elettrici alimentati da batterie che necessitavano di metalli e terre rare. Invece di ridurre l’inquinamento globale, la transizione portò a un peggioramento complessivo degli inquinanti, sia a causa dell’estrazione delle materie prime necessarie per le batterie, all’origine delle cosiddette guerre delle terre rare , sia a causa dell’aumento della domanda di energia elettrica per ricaricare i veicoli. Negli altri tre elementi le cose non erano andate meglio e Venezia, ancor prima di essere definitivamente sommersa, era stata sfregiata dall’ultima crociera di Casta Impetuosa , il transatlantico alto 20 piani che, dopo l’inchino, si era coricato in piazza San Marco. Non si riusciva neanche ad avere una diagnosi certa mentre la situazione peggiorava di continuo, sino a che le cose si mossero dal basso in modo inaspettato. La time machine e il complesso apparato, capace di modificare il tempo a fini produttivisti, era ormai caduto in completo disuso quando a un gruppo hacker venne l’idea di modificarlo. Riuscirono a fare in modo che il software originale, cuore del sistema, che richiedeva la potenza di un grande computer quantistico, riuscisse a trasformare la piega del tempo per dare uno scorcio effimero del passato. Certo non c’era mai stata nessuna pretesa né possibilità di poter rimontare il tempo; indossando i time glasses 6 si potevano avere visioni pregresse fugaci e sfuocate di ciò che si stava guardando. Il sistema era rudimentale ed era quasi impossibile effettuare regolazioni. Ci si doveva accontentare di un funzionamento aleatorio ed eventualmente dedurre approssimativamente a posteriori la datazione di quanto si era potuto scorgere per qualche secondo. Si era rimasti a un’utilizzazione abbastanza limitata, anche se i pochi studiosi di archeologia sopravvissuti ne facevano un uso intenso. Visto il deterioramento rapido delle condizioni di vita sulla Terra, nei gruppi hacker a qualcuno venne in mente di utilizzare di nascosto questa nuova time machine ristrutturata da una stazione di osservazione spaziale. L’obiettivo sarebbe stato di cercare di capire come e quando la biosfera avesse cominciato il rapido declino che stava riducendo le possibilità di vita sulla Terra. Alla fine dopo molti tentativi erano riusciti a miniaturizzare un computer quantistico sul quale far girare la time machine modificata per spedirla in segreto su una stazione spaziale pirata cinese, che non era integrata al progetto della High Frontier. A loro grande sorpresa i taikopirati 7 , indossando per la prima volta i time glasses connessi, si accorsero che nello spazio il funzionamento del sistema era completamente diverso che su Terra. In una rotazione attorno al globo 8 riuscivano a intravedere lo scorrere delle ere geologiche avvicendatesi sulla Terra durante gli ultimi 4,5 miliardi di anni risalendo ai tempi remoti della formazione iniziale del pianeta. Bastava fare partire la time machine quando si era sopra un continente o un oceano per vedere sotto tutti i punti di vista la storia geomorfologica della terra. Scorsero i continenti che si staccavano gli uni dagli altri, dando forma agli oceani, e anche la spettacolare estinzione di massa K-T 9 che, oltre alla scomparsa dei dinosauri non-volanti, portò a quella di circa il 70-80% delle specie viventi. Anche se la time machine non riuscì a fissare il momento iniziale e il punto d’impatto del meteorite, che probabilmente creò l’enorme cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan in Messico e determinò l’estinzione di massa, poterono vedere come certi territori fossero stati devastati per ragioni esogene. Prima di questo exploit tecnologico di rivisitazione accelerata del passato, ci si doveva accontentare di qualche immagine del vecchio repertorio satellitare che documentava, per esempio, la fine del mare d’Aral 10 , la deforestazione dell’Amazzonia, il ritirarsi dei ghiacciai, l’erosione delle coste o l’estendersi di megalopoli insensate nel deserto come Dubai ecc. Erano già state fatte simulazioni della creazione dei continenti 11 e quindi i taikopirati si aspettavano di vedere quello che passava sotto i loro occhi, anche se ci furono divergenze rispetto alle teorie ipotizzate. Tuttavia, fu negli ultimi istanti, corrispondenti più o meno agli ultimi cinque brevi secoli, che in un lampo intravidero il realizzarsi di un decadimento, che aveva qualcosa di assolutamente differente da quanto era successo negli eoni 12 precedenti, anche considerando i periodi delle estinzioni di massa 13 . Sembrava un’infezione fulminante, se confrontata alle durate dei grandi cambiamenti del passato. Era come una sepsi 14 che si diffondeva rapidamente, attaccando e distruggendo gli equilibri all’interno delle reti vitali della biosfera. I taikopirati e i gruppi hacker che li appoggiavano erano consapevoli di detenere una vera e propria bomba mediatica, dalle conseguenze imprevedibili, nel caso fosse esplosa. Ma, com’era nella loro natura, invece di tenere nascosta la scoperta decisero di diffonderla sulle reti. Dopo lo sgomento iniziale ci fu un grande ondeggiamento, ufficialmente la Gov Neolib negò la validità di questa scoperta. Non volle riconoscere questa triste novità, con la stessa cocciutaggine con cui in un’epoca precedente aveva a lungo negato la responsabilità umana del riscaldamento climatico. In un secondo tempo, segretamente, rafforzò le motivazioni dell’ AltaSfera nell’accelerare i preparativi della Grande Fuga e per aumentare la produttività sulla Terra. Solo nelle accademie si cominciò a disquisire sul fatto che questo infinitesimale periodo evidenziato dalla time machine, e connotato dalla presenza della presunta infezione della biosfera, meritasse di essere definito era geologica. Alcuni esperti erano contrari, considerando l’enorme disproporzione dei tempi rispetto alle altre ere, e altri favorevoli per la rilevanza e la velocità dei cambiamenti in corso. Alla fine, però, si convenne che questo non fosse un aspetto cruciale. Sembravano più significative le modalità del suo improvviso sviluppo. Modalità che spinsero molti a negare il fatto che si trattasse di un processo naturale . Visto che nessun deus ex machina era intervenuto, si privilegiò la tesi che quella strana malattia dell’ecosfera fosse lo stadio avanzato di una setticemia che distruggeva molte reti della vita sulla Terra. Impressionava per la velocità crescente con cui si espandeva. Si vedeva una progressione caratterizzata da epidemie locali sempre più estese, che creavano cancrena delle zone abitate, necrosi di vaste aree sulla pelle delle grandi pianure, leucemia delle acque, avvelenamento dei fluidi. E l’atmosfera stessa sembrava soffocare il pianeta, come se fosse avvolto in un abbraccio asfissiante, cambiandone gli equilibri termici e portando alla deriva del clima che conoscevamo. La conferma di una possibile infezione grave e incombente, più letale per certe reti della vita che per la perennità della biosfera, sopravvissuta a ben altri collassi, innescò un inizio di panico nella specie umana. Non è che non ci si fosse accorti dei cambiamenti e del peggioramento della situazione, ma non al punto che si trattasse di un processo così avanzato e dall’apparenza inarrestabile e incurabile. Era comunque necessario approfondire la comprensione di quanto stava accadendo, andando oltre i brevi istanti delle immagini disponibili. Con l’intervento delle solite comunità hacker si riuscì a modificare ulteriormente la time machine spaziale di modo che la rotazione sul passato fosse calibrata sugli ultimi cinque secoli. In tal modo si poté documentare con molta più precisione l’effetto dell’infezione in espansione sulla crosta terrestre e mostrò nel dettaglio la dinamica dei fenomeni precedentemente descritti, documentando le ragioni dell’estinzione di tante specie e il pericolo che incombeva su quella umana. Si poteva vedere per esempio come i grandi fiumi che attraversavano i continenti erano progressivamente diventati gigantografie del Seveso, un piccolo fiume della Lombardia che mai si sarebbe aspettato di passare alla Storia. Le accelerazioni nel tempo evidenziate dalla time machine spaziale erano impressionanti: avanzamento dei deserti e riduzione dei ghiacciai; allargamento delle macchie d’alopecia nelle foreste; espansione delle città e dell’habitat umano distruttivo delle terre come una macchia d’inchiostro sulla terra e l’aumento delle maree di plastica negli oceani. Con l’avvicinarsi dello stadio finale della sepsi sembrava proprio che il sistema-mondo della specie umana si sarebbe dissolto come un castello di sabbia in riva al mare, lasciando però residui velenosi. Per tentare di far qualcosa bisognava innanzitutto capire quale fosse l’origine di questa patologia che avanzava a grandi passi colpendo i principali elementi della geosfera: terra, acqua e aria. Alla fine anche accademici ed esperti emisero il loro sussiegoso verdetto: era confermata la tesi di un’infezione sempre più estesa della biosfera, già diagnosticata in precedenza. Tale infezione generava inoltre una reazione immunitaria di intensità disproporzionata che si stava trasformando, sotto gli occhi dell’umanità esterrefatta, in tempesta distruttiva di molte reti della vita. Chi stava causando l’infezione a cui reagiva la biosfera? I successivi esami delle riprese ottenute dalla time-machine mostrarono nel dettaglio come i segni dell’infezione terrestre fossero estremamente differenziati, complessi e colpissero tutte le componenti della biosfera spesso in relazione alle concentrazioni di presenza umana. Ma, nel suo aggravarsi, l’infezione ormai sembrava aver preso una forma autonoma e globale, che aveva una sua dinamica e rischiava di esser fatale a buona parte della vita esistente. Rievocando l’ormai vecchia teoria dell’Antropocene, si suppose che l’agente patogeno provenisse proprio dalle moltitudini umane a cui si aggiungeva l’ipotesi di una patologia autoimmune della biosfera. Quest’ultima era sopravvissuta alle estinzioni di massa di reti della vita forse dovute a cadute di grandi meteoriti o ad altissime eruzioni vulcaniche e a gigantesche emissioni di gas che oscuravano il Sole e avvelenavano l’atmosfera di buona parte del pianeta, ma ora stava succedendo qualcosa di diverso… Note: Lunga Primavera: cfr. glossario. Nonumani: cfr. glossario. Il Boomernauta darà in seguito una spiegazione di cosa intendeva per Sfera Autonoma . La riassumo qui per vostra comodità: la Sfera Autonoma è l’ambiente dove prendono vita i movimenti provenienti dal basso. Essa è un insieme complesso di processi dinamici che non preesiste alle interazioni col mondo circostante ma emerge attraverso intrecci relazionali di ogni natura, anche conflittuale, che la riconfigurano continuamente all’interno delle vicende della specie umana. Ogni tanto il Boomernauta mi ha ricordato di utilizzare qui lo schwa (ə) per creare una forma neutra per riferirsi a un gruppo di persone di entrambi i sessi in vista di creare un linguaggio inclusivo e non discriminatorio, ma devo confessare che ho applicato questa regola solo quando lui me lo ha esplicitamente richiesto. Ecowarrior : cfr. glossario. time glasses: cfr. glossario. Letteralmente pirati dello spazio derivante dalla parola cinese taikong, che significa spazio. Da quanto mi ha detto il Boomernauta la rotazione era di una durata di circa 90 minuti. Il Boomernauta fa riferimento all’estinzione del Cretaceo-Paleocene che probabilmente causò una drammatica riduzione nel numero delle specie viventi sulla Terra, avvenuta circa 66 milioni di anni fa e che portò alla scomparsa di circa l’80% delle specie marine e continentali esistenti. Ad eccezione di alcune specie ectotermiche come le tartarughe marine ed alcuni coccodrilli, nessun tetrapode di peso superiore ai 25 kg riuscì a sopravvivere. Cfr. https://w ww .youtube.com/watch?v=kIYHGkSb-fU Visitato il 5/9/2021. Cfr . https://w ww .youtube.com/watch?v=uGcDed4xVD4 . Visitato il 5/9/2021. Periodo Geocronologico corrispondente a mezzo miliardo di anni. Si veda a proposito delle cosiddette 4 estinzioni di massa passatehttps:// it.wikipedia.org/wiki/Estinzione_di_massa Sepsi: qui vuol dire infezione generalizzata, come il suo equivalente più antico setticemia. Il riferimento al termine medico destinato agli umani è indicativo.
- konnektor
La questione libica: Sarkozy e la Quinta Repubblica francese Il processo e la condanna di Nicolas Sarkozy mettono a nudo il modus operandi del sistema partitico francese durante la Quinta Repubblica, evidenziando il suo mix tossico di corruzione, autoritarismo e relazioni coloniali con i paesi arabi e africani, mentre in patria queste stesse classi dirigenti imponevano il neoliberismo come nuovo paradigma sociale. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «Se vuoi essere un grande politico, hai bisogno di grandi problemi; i problemi insignificanti sono per politici insignificanti». Così si era espresso Nicolas Sarkozy nel 2018, difendendo il suo protetto Gérald Darmanin, ora ministro della Giustizia di Macron, che all’epoca era stato accusato di diversi casi di stupro. Secondo i suoi stessi criteri, Sarkozy si colloca comodamente tra i grandi della Quinta Repubblica francese. Giovedì 25 settembre, l’ex presidente è comparso davanti a un tribunale di Parigi per ascoltare il verdetto del suo processo per corruzione, in cui è stato accusato di aver ricevuto milioni di euro, pare almeno cinquanta, dalla Libia di Muammar Gheddafi per finanziare la sua campagna presidenziale del 2007. Il processo è stato di portata insolita: oltre un decennio di indagini, tredici imputati, tra cui l’ex capo di Stato, tre dei suoi ministri e una manciata di intermediari di alto livello. Una folla considerevole ha assistito all’udienza: due aule del tribunale gremite e in più un auditorium in cui la sessione veniva trasmessa su maxischermo. Tra gli imputati, Sarkozy era seduto accanto al suo amico d’infanzia ed ex ministro dell’Identità nazionale, Brice Hortefeux; dietro di loro, tra il pubblico, c’erano la moglie di Sarkozy, Carla Bruni, e i suoi tre figli, tra cui Louis, ventenne laureato alla New York University e astro nascente della destra populista francese. Di fronte sedevano i rappresentanti dello Stato libico, parte civile nel processo, insieme a diverse ONG anticorruzione e ai familiari delle vittime del volo UTA 772, abbattuto nel deserto del Ténéré a seguito di un attentato attribuito ai servizi segreti di Gheddafi. Si notava l’assenza di Ziad Takieddine, l’intermediario accusato da tempo di fungere da principale canale di finanziamento libico alla cerchia di Sarkozy. Era morto due giorni prima a Tripoli, in Libano, dove si trovava per sfuggire a un mandato di arresto, «un’amara coincidenza» ha commentato il presidente del tribunale. Le sentenze sono state severe. Alexandre Djouhri, il potente broker franco-algerino, che un tempo era considerato intoccabile, è stato condannato a sei anni di reclusione con ordine di incarcerazione immediata. Sarkozy è stato condannato a cinque anni di reclusione, con differimento della pena: ha alcune settimane di tempo per costituirsi, anche se la sua età (70 anni) lo rende suscettibile di ricevere un trattamento speciale, che sarà determinato in appello entro sei mesi. La sentenza, di ben 400 pagine, è una sentenza storica. Sarkozy è stato condannato per associazione a delinquere, poiché secondo il tribunale tra il 2005 e il 2007 la sua cerchia ha mantenuto contatti clandestini con il regime libico. Tuttavia, è stato assolto dall’accusa di finanziamento illegale della campagna elettorale: sebbene gli investigatori abbiano identificato flussi sospetti di denaro provenienti dalla Libia, non sono riusciti a dimostrare in modo inoppugnabile che i fondi in questione fossero arrivati all’ex presidente. Il tribunale ha anche respinto un documento per lungo tempo fondamentale per il caso: una presunta nota del ministro degli Esteri di Gheddafi, Moussa Koussa, datata dicembre 2006, in cui si impegnava a contribuire con 50 milioni di euro alla campagna di Sarkozy. Pubblicato per la prima volta da Mediapart nel 2012, il documento sarebbe stato trovato tra una serie di carte personali di Takieddine fornite alla stampa dalla sua ex moglie. La copertura mediatica in Francia ha trattato il processo in gran parte come un dramma moralistico sull’avidità di Sarkozy. Senza dubbio, c’è molto da dire sul denaro e sull’uomo, che un tempo era soprannominato il «presidente bling-bling » [ostentato, eccessivo] e che è comparso alle udienze di questa primavera con un braccialetto elettronico alla caviglia per un’altra condanna per traffico di influenze. Tuttavia, al di là della storia dei suoi appetiti venali, questo episodio apre una finestra su come ha funzionato la vita politica francese per mezzo secolo. È significativo che la sentenza si sia basata sulla distinzione tra il comportamento di Sarkozy prima e dopo la sua elezione a presidente della Repubblica francese. Condannato per aver tentato di ottenere fondi attraverso contatti libici per le elezioni del 2007, quando la rivalità interna non gli garantiva l’accesso alle casse del partito, la sua sontuosa accoglienza a Gheddafi una volta in carica, accompagnata dalla firma di importanti contratti di difesa e sicurezza, è stata considerata una pratica abituale nelle relazioni con Tripoli. I sospetti di irregolarità che incombono su Sarkozy non sono sorti dal nulla. I proventi della vendita di armi sono stati a lungo una delle risorse coperte della politica francese. Tutti i grandi paesi produttori di armi hanno avuto i loro scandali: Lockheed ha corrotto funzionari stranieri affinché acquistassero i suoi aerei Starfighter negli anni ‘60 e ‘70; l’accordo al-Yamamah di BAE Systems con la famiglia reale saudita ha coinvolto il figlio di Margaret Thatcher come intermediario; fondi provenienti dalla vendita di veicoli blindati Thyssen all’estero sono confluiti nelle casse della CDU sotto il mandato di Helmut Kohl. La Francia, comunque, sembrava essere ai margini di tale modello di comportamento ma per oltre un secolo la sua vita politica è stata segnata da les affaires . Oggi, le rivelazioni di media come «Le canard enchaîné» o «Mediapart» costituiscono la trama e l’ordito del dibattito partitico. Due fattori aiutano a spiegare questo fenomeno. In primo luogo, le norme di finanziamento delle campagne elettorali, insolitamente severe in Francia – divieto di donazioni da parte di aziende, limiti ai contributi individuali e limiti di spesa complessivi rigorosi – funzionano da incentivi per la nascita di canali di finanziamento paralleli. In secondo luogo, un’industria della difesa in gran parte autosufficiente, fuori dal patrocinio statunitense, consente agli intermediari e agli sponsor politici di competere liberamente sulla scena nazionale. In questo senso, l’affaire libyenne è il culmine di una lunga storia, caratterizzata da decenni di lotte politiche interne per il controllo di denaro occulto, con i contratti per le armi che rappresentano forse la fonte più redditizia. Le sue radici risalgono agli inizi della Quinta Repubblica. Il ritorno al potere di De Gaulle nel 1958 aveva lo scopo di stabilizzare il Paese dopo anni di agitazione parlamentare. In un sistema quasi monopartitico, il Rassemblement du peuple français (RPF) gollista era finanziato attraverso canali istituzionali: assegnazione di stanziamenti discrezionali all’Eliseo e ai ministeri chiave, integrati da contributi di industriali accuratamente selezionati dal generale dopo la Liberazione, soprattutto nei settori del petrolio e delle armi, entrambi dominati dall’élite strettamente coesa degli ingegneri del Corps des Mines. Nel settore petrolifero, la creazione nel 1966 del conglomerato parastatale Elf fornì alla Francia un braccio economico all’estero, in particolare nell’Africa subsahariana, dove valigette piene di contanti garantivano la cooperazione dei governanti locali e sostenevano le carriere politiche in patria. Nel frattempo, l’industria della difesa si consolidò attorno alla Dassault Aviation. Nel crepuscolo del colonialismo francese, anticipando l’inevitabile riduzione delle forze armate nazionali, il suo potente proprietario, Marcel Dassault, orientò il settore verso l’esportazione. Il caccia Mirage III, sviluppato sulla scia del disastro di Điện Bien Phu, fu prodotto proprio a questo scopo: fu venduto prima a Israele e poi ai clienti arabi dopo l’embargo imposto da De Gaulle dopo la Guerra dei Sei Giorni. La crisi petrolifera del 1973, inondando di denaro le monarchie del Golfo, aprì una nuova bonanza per il settore della difesa. I fornitori occidentali fecero a gara per accedere a Riad e Abu Dhabi, dove non era tanto importante la qualità delle armi, ma gli intermediari in grado di ottenere una stretta di mano e una firma dai leader locali. I contratti di acquisto di armi cominciarono a includere commissioni del 20% circa per questi intermediari, cosa perfettamente legale fino al divieto dell’OCSE nel 2000. Parte dei profitti tornava al paese esportatore, riempiendo le casse delle campagne elettorali o i conti privati dei mecenati politici. In questo clima, nel 1974 salì al potere Valéry Giscard d’Estaing, come successore dell’ enfant terrible del gollismo, Georges Pompidou. Sebbene non fosse mai stato gollista e fosse spesso considerato vicino a Washington, Giscard adottò l’opinione di De Gaulle secondo cui la vendita di armi era un pilastro della sovranità nazionale e un modo per seguire una linea indipendente fuori dei blocchi della Guerra Fredda. Sotto la sua presidenza, la Francia salì al terzo posto tra gli esportatori mondiali di armi, dietro solo agli Stati Uniti e all’URSS. L’Arabia Saudita era il mercato più ambito, dominato da intermediari vicini alla famiglia reale, come Adnan Khashoggi e il principe Bandar. Il materiale francese godeva di grande popolarità, in particolare il missile antinave Exocet prodotto dalla Matra, che in seguito divenne famoso grazie all’aviazione argentina nelle Falkland, destinato inoltre a diventare un bestseller in Medio Oriente. Per supervisionare questa politica, Giscard si affidò a un gaullista in ascesa dell’entourage di Pompidou, Jacques Chirac, che nominò primo ministro. Chirac colse l’occasione per viaggiare nel sud e nell’est del Mediterraneo, coltivando relazioni con vari leader locali, dalla monarchia marocchina alla dittatura di Hafez al-Assad in Siria. Nel 1976, convinto che Giscard non avesse alcuna intenzione di condividere il potere, abbandonò la sua carica nel governo francese, si impadronì dei resti dell’apparato gollista e poco dopo vinse l’elezione a sindaco di Parigi, una posizione dalla quale mantenne i suoi legami con il mondo arabo. L’elezione di François Mitterrand nel 1981 segnò un punto di svolta. La sua vittoria, che pose fine a due decenni di egemonia del centro-destra, riformulò le regole del gioco. La rivelazione di piani di finanziamento illecito legati al suo stesso partito portò il presidente a introdurre riforme nel modo di ottenere fondi per le campagne elettorali. Le donazioni delle aziende furono vietate e sostituite da un finanziamento pubblico legato ai risultati elettorali, mentre la spesa totale fu limitata ben al di sotto del costo reale di una campagna nazionale. Le leggi approvate tra il 1988 e il 1990 includevano anche una discreta amnistia per i reati commessi in passato. Con il potere giudiziario ora coinvolto nella sorveglianza del denaro politico, gli ex porteurs de valises – spesso militanti di base il cui principale punto di forza era la fedeltà al partito – scomparvero e furono sostituiti, sul versante francese, da una nuova classe professionale di intermediari, esperti nei complessi schemi di riciclaggio e abili nell’eludere le citazioni in giudizio e districarsi tra le divisioni delle varie fazioni. Le turbolenze globali causarono forti scossoni anche al panorama politico francese. L’eccesso di petrolio della metà degli anni ‘80 deprimendo il prezzo del greggio, ha ridotto in maniera significativa la domanda di prodotti militari proveniente dal Golfo, costringendo Parigi a cercare nuovi mercati. L’India e la Grecia, guidate da altri membri dell’Internazionale Socialista, offrivano alcune opportunità, ma le vere opportunità sembravano essere a Taiwan. Isolata diplomaticamente dalla normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina sotto l’amministrazione Carter, la ricca isola vide nel materiale militare francese il mezzo per intromettersi tra Pechino e uno dei più antichi partner occidentali della Repubblica Popolare Cinese. La Marina taiwanese espresse il proprio interesse per una vasta gamma di acquisti, in particolare le fregate La Fayette, sviluppate congiuntamente dal cantiere navale statale DCN e dal gruppo elettronico francese Thomson-CSF. La presidenza Mitterrand vide anche due periodi di coabitazione politica, il peculiare accordo in base al quale un presidente francese deve governare insieme a un primo ministro appartenente all’opposizione che risulta maggioritaria all’interno dell’Assemblea Nazionale. Nel 1986, dopo che la destra ne aveva assunto il controllo, Mitterrand nominò primo ministro Jacques Chirac, leader del RPR neogollista. L’esperimento acuì le rivalità all’interno della destra; Chirac perse le elezioni presidenziali del 1988 contro Mitterrand e divenne cauto di fronte a quella che divenne nota come la «maledizione di Matignon», la sede del primo ministro francese. Quando la destra tornò al potere nelle elezioni legislative del 1993, Chirac preferì aspettare il momento opportuno e permise al fidato Édouard Balladur di assumere la presidenza del governo. Balladur promise di rimanere in disparte nelle elezioni presidenziali del 1995, ma presto rinnegò la sua promessa, candidandosi lui stesso alle elezioni e dividendo il campo gollista. Fu in quel momento che Nicolas Sarkozy entrò sulla scena nazionale. Il giovane sindaco della ricca Neuilly-sur-Seine, scoperto da Chirac nel movimento giovanile gollista, fu reclutato da Balladur come luogotenente principale nella sua corsa al potere. Ma le ambizioni di Balladur si scontrarono con una dura realtà: nel 1993 Chirac continuava a controllare le casse del partito e le sue reti di finanziamento. Il nuovo primo ministro fu costretto a cercare risorse proprie e la vendita di armi gli offriva infinite opportunità. Da Matignon, collocò i suoi fedeli in posizioni strategiche, tra cui Sarkozy al Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile ora dell’approvazione di tutti i contratti di difesa. Riattivando le trattative avviate dai socialisti, i balladuriani promossero l’accordo La Fayette con Taiwan, del valore di oltre 2 miliardi di euro, con commissioni che, secondo le voci, raggiungevano il 30% nonostante il divieto per contratto di effettuare tali pagamenti. Parallelamente all’accordo con Taiwan, il governo Balladur portò avanti proprie iniziative: con l’Arabia Saudita un programma di messa in sicurezza delle frontiere (noto come MIKSA) e la vendita al Pakistan di sottomarini della classe Agosta, fabbricati dall’azienda francese DCN (ora Naval Group). Entrambi i progetti comportarono ingenti commissioni illegali che, secondo quanto sostenuto in seguito dai pubblici ministeri, contribuirono a finanziare la campagna presidenziale del 1995. Balladur, con Sarkozy come direttore della campagna, affermò in modo poco credibile che i 2,5 milioni di euro scoperti nelle casse della campagna provenivano dalla vendita di magliette e spille con l’effigie del candidato. I due contratti si basavano anche su un nuovo canale di intermediazione. Sebbene la Francia avesse in precedenza beneficiato dei suoi stretti legami con intermediari veterani come Khashoggi, negli anni ‘80 Dassault e altri appaltatori perdevano regolarmente le gare d’appalto a favore della concorrenza anglo-americana. Di conseguenza, gli ambienti politici e della difesa cercarono di creare reti alternative. Il team di Balladur si rivolse a Takieddine, un druso libanese che aveva gestito una stazione sciistica sulle Alpi francesi fino a quando non aveva incrociato la strada di un ex socio di Khashoggi ed essersi quindi reinventato intermediario tra i salotti parigini e il Medio Oriente. Di fronte a queste iniziative dei rivali, la fazione di Chirac si assicurò un proprio mediatore. Alexandre (nato Ahmed) Djouhri, francese di origine algerina, ha una storia degna di Balzac: un’infanzia difficile nella periferia di Parigi negli anni ‘60, qualche legame con la microcriminalità, uno scontro con la polizia, che hanno fatto emergere il suo istinto nel muoversi nel demi-monde . Il giornalista Pierre Péan, il Seymour Hersh francese, ha dedicato uno dei suoi ultimi libri a Djouhri, che è senza dubbio una delle figure più intriganti dei circoli di potere francesi degli ultimi decenni. Péan ha tracciato la sua ascesa grazie a incontri fortuiti con uomini forti africani, una probabile iniziazione in una delle principali logge massoniche di Francia e infine la sua vicinanza a Dominique de Villepin, fidato luogotenente di Chirac e futuro nemico di Sarkozy. Dopo la vittoria presidenziale di Chirac nel 1995, Villepin ha trasformato Djouhri nell’uomo forte della fazione di Chirac nel Golfo, con la missione di smantellare la rete di Takieddine e sostituirla con un asse saudita più affidabile. La rivalità tra Djouhri e Takieddine è andata avanti fino a ben oltre il 2000 ed entrambi sarebbero diventati figure centrali nel processo Sarkozy-Libia. Questi antagonismi politici riflettevano una lotta più profonda all’interno del capitalismo francese. I primi anni del dopo guerra fredda furono un periodo di consolidamento nell’industria della difesa: negli Stati Uniti, la cosiddetta “ultima cena” del 1993 portò Lockheed a fondersi con Martin e Boeing ad assorbire McDonnell Douglas. In Francia, Thomson-CSF, storicamente legata ai socialisti e successivamente a Balladur, si scontrò con Matra, il produttore di missili dell’imprenditore Jean-Luc Lagardère, alleato e amico di lunga data di Chirac. Chi avesse prevalso nel Paese avrebbe portato il tricolore all’estero. La corsa presidenziale del 1995 risolse la questione a favore di Matra. Alain Gomez, amministratore delegato di Thomson, fu fatto fuori dal nuovo presidente. Lo stesso Gomez in seguito commentò, con una frase che è entrata a far parte del folklore politico, di aver «imburrato entrambe le fette di pane [Balladur e i socialisti], ma di aver dimenticato il prosciutto [Chirac]». I balladuriani caddero in disgrazia. Sarkozy fu escluso dalla cerchia ristretta di Chirac e sostituito da fedelissimi come Alain Juppé e Villepin. Ma Chirac andò presto a sbattere contro un muro. La sua prima iniziativa importante, una riforma della previdenza sociale, provocò una feroce resistenza sindacale. Nel dicembre 1995, più di un milione di persone manifestarono a Parigi e il governo cedette. Seguendo il consiglio di Villepin, Chirac sciolse l’Assemblea Nazionale per cercare di ripristinare la propria legittimità, ma la scommessa fallì e la sinistra ottenne una schiacciante vittoria nelle elezioni anticipate. Juppé fu sacrificato. Sarkozy approfittò dell’interludio per ricostruirsi, lasciando gli intrighi di palazzo a Villepin e presentandosi come l’uomo del partito sul campo. Onnipresente in televisione, soprattutto su TF1, di proprietà del suo amico magnate dell’edilizia Martin Bouygues, puntò su legge e ordine. La rielezione di Chirac nel 2002, dopo la sorprendente avanzata di Jean-Marie Le Pen al secondo turno, consacrò la strategia di Sarkozy. Le questioni di sicurezza dominavano il dibattito pubblico e, in qualità di ministro dell’Interno, egli godeva della corrispondente visibilità, che lo portò a puntare alla presidenza nel 2007. Avendo osservato come Chirac avesse coltivato le relazioni con i paesi arabi fin dagli anni ‘70, Sarkozy sapeva che il curriculum presidenziale si plasmava all’estero. In un discorso pronunciato nel 2004 davanti all’American Jewish Committee a New York, dichiarò in un inglese stentato: «In Francia mi chiamano Sarkozy l’americano e ne sono orgoglioso». Si avvicinò al primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim, figura chiave dell’allineamento di Doha con Washington. Per i qatarioti, discreti sostenitori dell’invasione dell’Iraq, Sarkozy offriva un contrappeso atlantista a una classe politica francese ancora permeata dalla linea filoaraba di De Gaulle. Forse è stato attraverso questo canale, e l’influenza del Qatar sui Fratelli Musulmani, che ha iniziato a gravitare intorno alla Libia di Gheddafi. Ma i fantasmi degli anni di Balladur erano tornati. Nel maggio 2002 un autobus fu fatto saltare in aria a Karachi, uccidendo undici ingegneri francesi che si trovavano in Pakistan per supervisionare la costruzione dei sottomarini Agosta per la DCN. Inizialmente i sospetti ricaddero su Al Qaeda: tre mesi prima, il giornalista del «Wall Street Journal» Daniel Pearl era stato assassinato dai militanti jihadisti nella stessa città. Ma nei corridoi parigini circolava un’altra versione: i servizi segreti pakistani avevano ordinato l’attacco per rappresaglia al blocco delle tangenti sull’accordo per i sottomarini Agosta. Dopo aver assunto la carica nel 1995, Chirac aveva dato istruzioni al suo ministro della Difesa di bloccare tutti i pagamenti relativi ai contratti del periodo del governo Balladur. In qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze dell’epoca, Sarkozy avrebbe dovuto essere nel mirino. Tuttavia, l’indagine si concentrò sulla «pista di Al Qaeda» sostenuta dal giudice Jean-Louis Bruguière, che in seguito avrebbe appoggiato Sarkozy nelle elezioni del 2007. L’episodio non fece altro che acuire le tensioni con i sostenitori di Chirac, tra cui spiccava Villepin. Uscito senza danni dal caso Karachi, Sarkozy si trovava ad affrontare lo stesso problema di Balladur: finanziare le proprie ambizioni mentre i suoi rivali controllavano le casse del partito. Già nel 1995 Chirac aveva posto Villepin a capo di una unità riservata dell’Eliseo incaricata di localizzare la cassa di Balladur. La ricerca si concentrò presto su Sarkozy, che all’epoca si profilava come il principale rivale di Villepin per la successione. I sostenitori di Chirac sospettavano che avesse riattivato il vecchio canale saudita attraverso Takieddine, compreso il gigantesco programma di sicurezza delle frontiere MIKSA, avviato sotto Balladur nel 1994 e soprannominato «il contratto del secolo» per le commissioni che prometteva. Alla vigilia della sua firma nel 2004, Chirac proibì a Sarkozy, allora ministro dell’Interno, di volare a Riad, insistendo affinché l’accordo fosse gestito tra capi di Stato. Iniziò così quello che divenne noto come il caso Clearstream. Alla fine del 2003 un operatore finanziario libanese si avvicinò all’entourage di Villepin, affermando di aver scoperto conti segreti nei libri contabili di una camera di compensazione lussemburghese. L’elenco includeva politici e imprenditori di ogni tipo, ma un nome attirò l’attenzione dell’Eliseo: Nicolas Sarkozy. Villepin credette di aver trovato la prova inconfutabile. Con il tacito consenso di Chirac, i documenti furono consegnati a un giudice istruttore. Nel gennaio 2006, la trappola si chiuse: i conti erano falsi, inventati dallo stesso trader. Da un giorno all’altro, Sarkozy sembrò vittima di una campagna diffamatoria. La sua denuncia per diffamazione gettò un’ombra su Villepin, già vacillante a causa di un’ondata di proteste studentesche, disordini che, come avrebbe ammesso in seguito uno dei leader del movimento, erano stati discretamente alimentati dagli amici di Sarkozy nella polizia. In estate, Sarkozy era diventato il principale candidato della destra alla presidenza della Repubblica. Djouhri, intuendo dove soffiasse il vento, fece pace con Sarkozy dopo anni al fianco di Villepin. Un incontro tenutosi nella primavera del 2006 all’Hotel Bristol, dove Djouhri era un habitué, confermò che Sarkozy sarebbe stato l’unico candidato della destra alle elezioni dell’anno successivo; con l’accesso alle casse del partito assicurato, la necessità del canale segreto libico svanì. L’avvicinamento diede i suoi frutti: quando la Libia decise di modernizzare la sua aviazione all’inizio degli anni 2000, Dassault si rivolse a Djouhri, mentre Safran, tramite Sarkozy, si affidò a Takieddine. Sotto la presidenza Sarkozy, Dassault si assicurò il contratto e Djouhri fu coinvolto in una serie di scontri fra industrie, tra cui quelli tra EDF e Areva, dove i suoi rappresentanti fecero pressione per condividere le competenze nucleari francesi con Cina, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Inizialmente reclutato dal nuovo inquilino dell’Eliseo per stabilire contatti in Siria, Takieddine divenne presto un peso per Sarkozy. Nel 2011 fu arrestato all’aeroporto di Le Bourget con 1,5 milioni di euro in contanti. Interrogato dai magistrati, che indagavano sul finanziamento libico della campagna elettorale del 2007, testimoniò contro il suo ex datore di lavoro. Nel 2016 il corrotto intermediario andò oltre e dichiarò di aver consegnato personalmente valigette con denaro libico all’entourage di Sarkozy. Successivamente è stato condannato a cinque anni di reclusione, ma ha evitato la detenzione fuggendo in Libano. La saga Djouhri si è protratta fino all’era Macron. Durante la controversa fusione dei giganti dei servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, telefonia) Veolia e Suez, completata nel 2020, si vociferava che Djouhri possedesse fino al 10% delle azioni di Veolia per conto dei suoi mandanti, secondo le informazioni fornite da Péan, ancor meno amante dei riflettori. Le elezioni del 2017 hanno segnato una sorta di rottura, poiché il duopolio gollista-socialista, che esisteva da molto tempo, è crollato per lasciare il posto a un unico «blocco borghese», mettendo il potere nelle mani di un apparato statale tecnocratico meno vincolato dai cicli elettorali. Anche all’estero, il panorama è cambiato con il ritiro della Francia, almeno sulla carta, dalle sue ultime roccaforti militari in Africa, che per lungo tempo erano state una vetrina per l’industria nazionale degli armamenti. Con il riarmo tedesco che genera nuovi giganti industriali, spesso in collaborazione con appaltatori della difesa statunitensi, la posizione della Francia come secondo esportatore mondiale di armi appare sempre più precaria. L’atteggiamento di Sarkozy giovedì 25 settembre, durante la sua apparizione in pubblico dopo aver appreso la sentenza, ha trasmesso un po’ dell’ambivalenza che regna nei circoli di potere francesi. Uscendo dall’aula del tribunale e trovandosi di fronte a un groviglio di telecamere, ha pronunciato un monologo di cinque minuti, chiaramente preparato in anticipo, in cui si presentava ancora una volta come vittima di una cospirazione politico-giornalistica. Per essere un uomo che rischia mezzo decennio dietro le sbarre, sembrava notevolmente indifferente. La sentenza del tribunale è categorica, ma la sua esecuzione rimane incerta. La sua assoluzione per finanziamento illegale della campagna elettorale e il rigetto da parte del tribunale del cosiddetto memorandum Koussa pubblicato da «Mediapart» non hanno scalfito la sua difesa. Tuttavia, dal punto di vista politico, la sentenza è un duro colpo. Con i ricorsi in sospeso, è probabile che l’influenza sotterranea di Sarkozy sulla destra risulti inefficace, soprattutto considerando chi potrebbe essere il probabile successore di Macron, l’ex primo ministro Édouard Philippe. Protetto di Alain Juppé, l’ultimo della fazione di Chirac, Philippe, con la sua notevole statura e la sua nota affabilità, contrasta nettamente con lo stile abrasivo di Sarkozy; i rapporti tra i due sono notoriamente velenosi. Macron, dal canto suo, si è presentato alle elezioni con un programma di rinnovamento e alcuni gesti iniziali hanno suggerito una rottura con i precedenti: nel 2018 si è rifiutato di salutare Djouhri durante un ricevimento all’ambasciata algerina. Il nuovo governo ha preso le distanze dalla crudezza dei metodi utilizzati dai suoi predecessori, ma sono rimasti alcuni segni rivelatori. Un esempio è Alexis Kohler, l’eminenza grigia di Macron durante la sua presidenza, un raffinato funzionario pubblico senza la sfacciata avidità di Sarkozy o le torbide amicizie di Villepin. Kohler è stato costretto a dimettersi la scorsa primavera, dopo otto anni come segretario generale dell’Eliseo, coinvolto in alcune indagini su un conflitto di interesse in relazione alla vendita da parte di Vincent Bolloré della sua divisione logistica alla compagnia di navigazione MSC, il gruppo italiano guidato dai suoi cugini materni. Da allora è stato nominato direttore della banca d’investimento Société Générale, la stessa istituzione che all’epoca aveva canalizzato i pagamenti nella vicenda delle fregate di Taiwan. Plus ça change ... [Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi] Testi consigliati Natahm Sperber, La crisi francese: organica o congiunturale? , «Diario Red» 27/01/25, «New Left Review » 148 27/01/25 Serge Halimi, La situazione della Francia , «New Left Review » 144 Perry Anderson, Il centro può resistere , «New Left Review » 105Wolfgang Streeck, L’Unione Europea in guerra: due anni dopo , «Diario Red» 22/07/24Maurizio Lazzarato, La “guerra civile” in Francia , «Diario Red» 02/08/24Wolfgang Streeck, Il ritorno del re , Il bellicismo suicida delle democrazie autoritarie occidentali , I pericoli della fedeltà incondizionata agli Stati Uniti e L’Unione Europea, la NATO e il prossimo ordine mondiale », «El Salto» 8/05/2022, 19/02/2023, 26/02/2024 e 10/10/2023Fréderic Lordon, La rivolta francese », «El Salto» 5/04/2023. Martin Barnay è dottorando (Paul F. Lazarsfeld Fellow) presso il Dipartimento di Sociologia della Columbia University.
- scienza e politica
Intervista a Antonello Pasini autore de <> (Codice Edizioni, 2025) Michele Podesto L’intervista esplora il ruolo della scienza nel dibattito sul cambiamento climatico e nel rapporto con la politica, la società e le nuove generazioni a partire dal libro di Antonello Pasini <> (Codice Edizioni, 2025). L'autore sottolinea come la crisi climatica richieda una risposta multilaterale e di lungo periodo, ostacolata oggi dall’ascesa dei nazionalismi e da un approccio politico concentrato sulle emergenze immediate. Viene messo in luce il valore della “spinta dal basso”, cioè l’azione dei cittadini e soprattutto dei giovani, considerata decisiva sia per alimentare una cultura scientifica diffusa sia per sollecitare scelte politiche più ambiziose. L’intervista affronta inoltre lo stallo nell’istituzione del Consiglio Scientifico Clima e Ambiente, promosso da Scienza al Voto, e la difficoltà della politica italiana nel dare priorità alla questione climatica. Pasini evidenzia l’importanza di un dialogo trasversale tra scienza e politica e mette in guardia contro pratiche di greenwashing che distorcono le reali necessità di intervento. Viene affrontato anche il tema dell’educazione e del coinvolgimento dei giovani: dalla partecipazione ai movimenti climatici alla necessità di introdurre corsi interdisciplinari sul clima nelle università. L’intervista si chiude con una riflessione più ampia: il cambiamento climatico non è solo una sfida scientifica, ma anche filosofica, politica e comunicativa, che richiede una revisione del nostro modo di stare nel mondo e di immaginare il futuro. GP : Nel suo discorso dell'otto ottobre, la direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, non ha mai pronunciato la parola "clima". Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, si sono ritirati dal trattato di Parigi, il loro Dipartimento dell'Energia sta operando per favorire lo sviluppo delle energie fossili. Al vertice per il clima del 24 settembre l'Unione Europea non ha presentatoalcun obiettivo fisso per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, ma una semplice dichiarazione d'intenti. Quali prospettive si possono immaginare per la lotta contro il cambiamento climatico in questa fase? AP: è ovvio che se guardiamo tutto questo le prospettive non sono rosee. Il cambiamento climatico è un problema globale che necessita del multilateralismo per una sua soluzione. È ovvio che i paesi industrializzati sono i primi a dover agire, perché hanno la responsabilità storica della situazione attuale. Comunque dobbiamo salire tutti sulla stessa barca, anche le economie emergenti, quindi ci vuole una visione multilaterale come è venuta fuori dopo la seconda guerra mondiale sostanzialmente dall'ONU. Il problema è che adesso siamo in preda a una sorta di egoismo spazio-temporale, perché i nuovi sovranismi guardano all'interno delle proprie frontiere, quindi al benessere della propria nazione o anche soltanto delle proprie classi superiori. Quindi a qui e a ora, senza pensare alle future generazioni. Come diceva Groucho Marx, perché dovrei preoccuparmi delle future generazioni se loro non hanno fatto niente per me? Purtroppo siamo in un momento in cui il sovranismo va contro a quella che è la soluzione multilaterale che deve essere adottata per un problema come questo. Guardare soltanto all'interno è una visione miope, nel senso che spesso e volentieri si cerca di avere tutto subito, risolvere alcune emergenze attuali senza guardare la crisi di lungo periodo che invece potrebbe essere aggravata dalla soluzione maldestra proprio di queste emergenze attuali. Prendiamo soltanto l'esempio dell'Italia che vuole diventare un hub del gas col piano Mattei in l'Africa: questo vuol dire in qualche modo porre un freno alla mancanza del gas russo, ma in questo modo noi continuiamo a bruciare un combustibile il cui consumo aggrava la situazione climatica di lungo periodo. Una crisi che poi, io dico sempre, non ha colore perché impatta su tutte le visioni del mondo quelle di destra, di centro e di sinistra e quindi, ecco, è una situazione problematica. In questo momento è chiaro che la spinta dal basso deve fare molto, cioè ognuno di noi deve innanzi tutto prendere coscienza del problema perché magari così si comincia a cambiare direttamente il proprio stile di vita, ma da solo ovviamente non vai da nessuna parte, devi metterti in gruppo: di risparmio energetico, consumo sostenibile, produzione distribuita di energia. Oggi si parla molto di queste comunità energetiche che fanno comunità e insieme tendono a dare un contributo per la soluzione del problema. Inoltre, occorre anche spingere dal basso i nostri politici perché siano più sensibili a problemi di questo tipo. Sono problemi che vanno al fuori dello spazio temporale della legislatura e quindi devono avere qualcuno che li aiuti nell’affrontarli: da una parte i giovani e dall'altra gli scienziati perché entrambi abbiamo questa visione di lungo periodo: i giovani perché hanno tutta la vita davanti; noi perché siamo abituati a convivere con questi sistemi complessi, sappiamo qual è la loro dinamica e sappiamo che soluzioni attuali maldestre possono aggravare tantissimo la crisi climatica di lungo periodo. GP: Veniamo appunto ai politici di cui stai parlando. Il 23 sett 2022, sotto l'impulso di Scienza al Voto, la grande maggioranza dei partiti politici ha sottoscritto un accordo per istituire un Consiglio Scientifico Clima e Ambiente. A tre anni di distanza il Consiglio non è stato ancora creato. Come giudichi questo ritardo? AP : Lo giudico ovviamente come un'inerzia della politica a risolvere problemi di questo tipo, ma anche a trovare una soluzione che sia trasversale perché noi a quello confidiamo. Come citavo prima, io dico sempre che il clima non ha un colore politico perché influisce su tutti. Quando parlo con un politico di destra, che magari è più incline alla competitività e al libero mercato, io gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori il PIL crollerà. Quando parlo con un politico di sinistra, che è più incline alla redistribuzione del reddito e a limare le diseguaglianze, gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori invece le disequità a livello mondiale, ma anche all'interno della singola nazione, diventerà ancora più grande. Ecco quindi che c'è questa necessità di mettersi intorno a un tavolo e a fare qualche cosa, uno zoccolo duro di azioni per risolvere tutti insieme un problema che va a impattare tutte le visioni future di qualsivoglia parte politica. Anche questo dire continuamente che il cambiamento climatico è un problema ideologico va purtroppo nel senso di uno scontro frontale con una polarizzazione enorme, e questo ovviamente è assolutamente negativo. GP: Appunto La Scienza al Voto ha fatto la scelta di sfidare la politica istituzionale ad assumere la priorità climatica. Tuttavia l'Italia fa parte dei paesi che frenano l'obiettivo di riduzione dei gas di serra del 90% per il 2040. Qual è il vostro bilancio e quali saranno le prossime iniziative per sbloccare questa situazione? AP: Il bilancio è in parte positivo e in parte negativo. Siamo riusciti per esempio a presentare un progetto di legge, aiutati da costituzionalisti, da amministrativisti, da giuristi di grande peso, che, in un'audizione alla Camera che ho fatto un annetto fa, ha avuto un successo a livello trasversale. Ora però c'è un problema di fondo: l'ho presentato in Commissione Ambiente della Camera, ma in Commissione Ambiente del Senato si sta discutendo una legge clima che in realtà si sta istruendo per modo di dire in quanto non è mai stata calendarizzata, probabilmente in quanto presentata dall’opposizione. C'è un regolamento parlamentare, per cui due rami del parlamento non possono parlare dello stesso argomento, per cui, in questo momento, siamo in una situazione di stallo. Quindi da un lato dei risultati positivi ci sono stati perché siamo riusciti a parlare con tutti e andare avanti. Adesso però c’è una situazione di stallo, dovuta al fatto che probabilmente i politici di entrambe le fazioni hanno priorità diverse. Questo Consiglio evidentemente non è sentito come priorità. Invece dovrebbe esserlo, tanto più che non è che stiamo dicendo ai politici cosa devono fare, non è che vogliamo prendere il loro posto, perché giustamente chi deve gestire la cosa pubblica deve avere le competenze per farlo. Io non ce le ho come scienziato. Però, noi scienziati possiamo sicuramente quantificare l’efficacia delle azioni da intraprendere, siamo bravi a fare i conti e possiamo fornire un ventaglio di strumenti che siano efficaci per affrontare il problema del cambiamento climatico. Attenzione, perché ci sono tante cose che vanno nel giusto verso per il green, ma alcune cose pesano e sono efficaci, altre non pesano e quindi sono greenwashing. Quindi noi possiamo presentare un ventaglio di soluzioni scientificamente fondate e ovviamente quali scegliere rimane compito della politica. Come dire: noi facciamo il nostro lavoro, poi voi dovete fare il vostro. GP: Negli ultimi anni in Francia si sono sviluppate molte iniziative ambientaliste dal basso. Non pensi che sia opportuno rivolgersi alla società più che al mondo politico? AP: Penso che vadano fatte entrambe le cose. La società è, come dicevo prima, quella che deve prendere coscienza, e infatti uno dei punti che occorre mettere in agenda per agire nella giusta direzione è quella della spinta dal basso. La spinta dal basso è fondamentale: lo dico anche in questo mio ultimo libro (1), in cui faccio vedere l'esempio della Cina. Io sono stato là nel 2007-2008 perché ero il responsabile delle previsioni meteo-ambientali sul villaggio olimpico. C'erano le olimpiadi, e i cinesi hanno appaltato a noi questo lavoro. Quindi ho avuto possibilità di leggere i giornali, ovviamente scritti in inglese, di parlare con i colleghi. Vedevo che tutti i giorni c'era un occhiello in prima pagina su un problema ambientale e due paginoni nel compartimento interno, in un paese dove c'è la censura. Parlando con i colleghi, chiedevo: com'è possibile? Qui c’è la censura! In realtà, c'è stata una spinta dal basso molto forte, la gente non ce la faceva più, si moriva d'inquinamento, s'imponeva la mascherina a Pechino contro lo smog. I capi del partito hanno capito che così non si poteva andare avanti, bisognava dare una svolta. Dopodiché a un certo punto è arrivato Trump negli Stati Uniti e loro si sono buttati a capofitto sulle rinnovabili. E adesso, quando sento dire: ma noi Europa siamo l'8% e la Cina non fa niente, dico che questo è assolutamente un alibi. La Cina sta facendo più di qualsiasi altra nazione per la rivoluzione delle rinnovabili. Ecco, vorrei dire questo: se lì la spinta dal basso ha fatto veramente tanto, cosa può fare la spinta dal basso nei paesi democratici? Io credo che sia assolutamente fondamentale. Quindi, passando o non passando per i partiti, questa è un'azione che probabilmente potrebbe smuovere le cose. Certo, bisogna riprendere quelle frange di studenti che sono interessati a questo. Però, l'interesse sta montando. È vero che anche i Fridays sono un po' in reflusso, però c'è un interesse forte perché i giovani capiscono che ne va del loro futuro. GP: Voi scienziati come pensate di entrare in contatto con questi giovani e incoraggiare iniziative dal basso? AP: Certo, questo noi in qualche modo lo facciamo tutti i giorni, nel senso che molti di noi fanno un'attività di educazione nelle scuole, ma non soltanto, anche con i movimenti giovanili. Io stesso, per esempio, sono stato l'unico adulto a parlare dal palco di Piazza del Popolo quando è venuta Greta nel 2019. Il giorno prima è andata in Senato a dire: scusate, io vengo qui a bastonarvi, a dirvi delle cose che non volete sentire e voi volete fare i selfie con me. Poi il giorno dopo c'è stato l'incontro con i ragazzi e devo dire, loro mi vogliono molto bene. Tornando al Consiglio scientifico che si dovrebbe istituire, ci sarà tutta una parte di connessione con la popolazione, con eventualmente didattica e tutorial, affinché si possa sentire una fonte autorevole nel marasma mediatico attuale. Vorrebbe essere non soltanto un punto di riferimento. Si tratterebbe infatti di un organismo di consulenza per il governo e il Parlamento, ma anche per i singoli cittadini. Un punto di riferimento, una voce importante che aiuti a evolvere nella conoscenza il governo e il Parlamento, ma anche l'intero Paese. GP: Intervenite anche nelle università? AP: Alcuni di noi sono universitari, io sono CNR. Diciamo che si cerca di costituire dei corsi che siano trasversali alle varie facoltà. Io insegnavo fino all'anno scorso fisica del clima all'ultimo anno della magistrale in fisica, un corso estremamente specialistico, assolutamente non fruibile da altre facoltà della stessa università. Adesso si comincia a pensare a fare dei corsi che siano attingibili da altri curricula, di giurisprudenza, scienze ambientali, biologia, geologia, ovviamente tutte le facoltà STEM, ma anche al di fuori. Questo ovviamente è importante perché gli intellettuali di domani devono avere comunque una formazione anche di questo tipo. Tra l'altro, in questo nuovo libro, io faccio vedere come tutti i problemi partano dalla complessità del sistema clima, perché noi non siamo abituati a risolvere problemi in un ambito complesso, ma tendiamo solo a risolvere l'emergenza attuale: c'è un buco qui? Lo tappo e penso di aver risolto tutto. In un sistema complesso, invece, qualche volta se tappi il buco qui ti si apre una voragine dall'altra parte. GP: Hai qualcosa da aggiungere a queste osservazioni? AP: Abbiamo parlato un po' di tutto. Diciamo che nel libro c'è anche la parte filosofica, cioè come dobbiamo porci noi nel mondo, non come padroni del mondo, ma come un anello della rete di relazioni che ci relaziona non soltanto con la natura, ma anche con gli altri umani sulla Terra. Il cambiamento climatico si appalesa come una sfida scientifica, ovviamente, perché devi studiare il sistema complesso con nuove tecniche, ma è anche una sfida filosofica e di visione del mondo, una sfida comunicativa, una sfida politica e poi c’è una sfida del che fare, perché sia che vinciamo o non vinciamo queste sfide precedenti, bisogna comunque (pragmaticamente) agire in qualche modo, serio ed efficace. "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento". Codice edizioni di Torino. Antonello Pasini: Fisico climatologo del CNR, docente di Fisica del clima all’università Roma Tre. Si occupa in particolare di elaborare e applicare modelli matematici nell’ambito dello studio del clima, con lo scopo principale di individuare le cause dei cambiamenti climatici a scala globale e regionale, e per studiare gli impatti a scala regionale e locale. È autore di numerosi articoli su riviste internazionali e ha pubblicato vari libri divulgativi. La sua opera più recente è "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento", 2025. Codice edizioni. Torino. È autore del primo blog italiano sul clima, Il Kyoto fisso, pubblicato dal 2007 al 2012 su Il Sole 24 ore e ora (dal 2012) pubblicato sulle pagine web di Le Scienze (edizione italiana di Scientific American). Il blog ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica nel 2016.












