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Genova, luglio 2001 Una poesia e due racconti Sergio Bianchi Questo testo contiene una poesia, una narrazione «a caldo» e una «a freddo» su quanto accadde nelle tre giornate del G8 di Genova 2001, su alcune questioni che le precedettero e altre che ne seguirono. 8 strambotti genovesi Nanni Balestrini Gli 8 gangster riuniti sono una banda armata che progetta rapina per la terra affamata tutta contaminata mandiamoli in rovina Gli 8 gangster riunitisi indignano se si protesta noi siano qui per salvare il mondo lasciateci fare tranquilli ma sono loro che l’hanno distrutto abbattiamoli come birilli La banda armata ha ammazzato gli 8 gangster riuniti hanno brindato così quelli imparano a starsene a casa solo noi possiamo girare il mondo globale per vedere dove è meglio continuare a rubare ma gli altri zitti o li facciamo sparare Gli 8 gangster 8 devono far fagotto non ne possiamo più di questi assassini fetenti li vogliamo a testa in giù solo allora vivremo contenti 8 gangster riuniti non ci avete capiti dicono le facce di culo siamo qui per salvare il globo mettiamoli al muro e picchiamo sodo Per fermare la rovina del globo bisogna fermare gli 8 gangster riuniti finché la banda non sarà distrutta moriremo poco a poco il globo è nostro non dei loro appetiti è ora di dar loro fuoco Non ci fanno mangiare non ci fanno respirare non ci fanno sognare gli 8 gangster riuniti d evono crepare sono troppo impuniti Sazi di pacifico sangue gli 8 gangster riuniti ringraziano il noto Berlusca è stata una magnifica festa arrivederci al prossimo massacro se qualcuno di nuovo protesta Franco Berardi Bifo* 9 luglio […] Da Seattle in poi, ogniqualvolta il potere globale tiene i summit periodici dei suoi organismi, la richiesta è sempre una sola: non fate questo summit.Che altro si dovrebbe chiedere a un summit che si chiama G8? Solo questo si può dire: non avete il diritto di esistere, non avete il diritto di decidere, non avete il diritto di legiferare. Per la semplice ragione che l’esistenza legiferante di un organismo come il G8 è incompatibile con la democrazia. Il G8 è l’organo che raggruppa periodicamente i capi degli Stati economicamente più potenti del pianeta, i quali naturalmente si incontrano per discutere delle tecniche e delle procedure da adottare per mantenere e accrescere il loro potere.Di tutti gli organismi non elettivi che hanno imposto negli ultimi anni un governo dell’economia globale (il Fondo Monetario Internazionale, la World Bank, il North american free trade organization, l’Organizza zione per la cooperazione e lo sviluppo), il G8 è quello più rappresentativo. Esso infatti garantisce l’avallo delle autorità politiche dei paesi economicamente più potenti alle linee di azione stabilite dai sacrari del liberismo capitalista. Il principio democratico non ha alcun valore a questo livello di decisione, e d’altra parte questo livello è determinante per tutti i livelli di decisione locali. Di conseguenza la democrazia non è più in funzione da nessuna parte, e viene al massimo rispettata come una mera formalità. Ecco perché tanta gente si preparava ad andare a Genova. Per rivendicare democrazia. Per denunciare una forma di dispotismo che dall’economia si diffonde in tutta la vita sociale. Dunque le trattative giravano a vuoto. Si discuteva di topografia urbana, zona rossa zona gialla, zone della città interdette al passaggio dei cittadini, zone sottratte alla libera circolazione. Le autorità avevano stabilito di chiamare zona rossa tutta l’area del centro storico genovese, l’antica zona intorno al porto fino a Porta Principe dove c’è la stazione, fino a piazza Carlo Felice e a via XX settembre. Nella zona rossa non era permesso a nessuno di entrare per la durata di quattro giorni, i due giorni del summit e quelli precedenti, perché là in mezzo si trova Palazzo Ducale, il luogo consacrato agli incontri degli otto Grandi. Grandi si fa per dire.[…] 11 luglio Decisi allora di andare a Genova per incontrare qualche vecchio amico e anche per partecipare a un convegno mal organizzato che si teneva in città proprio in quei giorni. Berlusconi il grande si era recato a visitare la città e aveva ordinato di cambiare le fioriere che adornavano la zona rossa e anche di rimuovere tutti quei panni stesi tra una finestra e l’altra. Con il suo raffinato senso estetico il cavaliere milanese stava preparando la scenografia. Le trattative tra i rappresentanti del governo e quelli del Genoa Social Forum si stavano chiudendo senza accordi significativi. Non era chiaro cosa intendessero fare i contendenti. I rappresentanti del governo ribadivano: proteggeremo la zona rossa per terra per cielo e per mare. I rappresentanti del movimento ripetevano: violeremo la zona rossa senza compiere alcuna violenza. Come? Questo non era chiaro. Con i nostri corpi affronteremo le milizie armate, dicevano i rappresentanti delle Tute bianche, i ragazzi di molti centri sociali. Un vago sentore martiriale emanava dalle dichiarazioni di Vittorio Agnoletto e di Luca Casarini, i due portavoce del movimento. La chiave martirologica non è priva di efficacia. Essa è testimonianza etica irriducibile a un ordine inumano che si è coscienti di non poter rovesciare. In una situazione di questo genere, quando l’intollerabile ti sovrasta e sai di non poterlo abbattere, rimuovere, modificare, il martirio può essere una scelta eticamente forte, affermazione di una estraneità radicale all’inevitabile ordine dispotico. Ma le scelte del movimento rimanevano indefinite perché nessuno sapeva disegnare con chiarezza l’orizzonte delle possibilità politiche, e nessuno poteva sapere se venti anni di dittatura liberista hanno lasciato al pianeta e agli esseri umani energie sufficienti per riprendersi dalla devastazione psichica e ambientale. Il movimento globale che si batte contro la mostruosità inoculata dal capitalismo nella vita quotidiana in questi anni ha funzionato come messa in scena consapevolmente spettacolare di un rifiuto radicale, come azione non violenta destinata ad agire essenzialmente sul piano simbolico. Wu Ming, il narratore collettivo che ha cantato in pagine epico-ironiche varie imprese delle Tute bianche, ha sviluppato con spregiudicatezza questa idea di una radicalità che si esprime sul piano semiotico, e che agisce sull’immaginario sociale. Ma per quanto tutto questo sia concettualmente molto raffinato, in quei giorni la domanda che molta gente si poneva era molto più semplice: se andiamo a Genova che cosa succederà? Come potremo difenderci se la polizia ci attacca per impedirci di raggiungere la zona rossa? E poi, che intenzioni ha il governo? Su questo punto regnava l’incertezza più completa. Si facevano considerazioni contraddittorie. Alcuni dicevano: «La coalizione di destra che si è appena insediata al governo è vista con un certo sospetto negli ambienti politici e finanziari degli altri paesi europei. Non gli conviene presentarsi sulla scena con un’azione repressiva e violenta».«Non gliene può fregar di meno» replicavano altri. «Quelli sono fascisti e si preparano a menare le mani semplicemente perché per loro è naturale così. Si preparano a dare una lezione di brutalità. Perché vogliono mostrare che non tollerano interferenze nella loro azione».Qualcun altro faceva osservare che destra o sinistra significa poco: «abbiamo visto come si sono comportati a Napoli i poliziotti, quando in marzo ventimila persone hanno sfilato contro un vertice internazionale convocato per discutere i problemi dell’electronic governance globale. In quella occasione hanno circondato la piazza in cui la gente si era concentrata, hanno manganellato ragazzine di quindici anni e colpito nel mucchio senza pietà. Eppure a quell’epoca c’era il governo di centro-sinistra». «È inutile fare ipotesi sui loro piani» concludeva il più saggio. «Non hanno una posizione univoca, qualcuno vorrebbe ammazzarci tutti, qualcuno vorrebbe dimostrare che sono dei sinceri democratici, e alla fine deciderà il caso. Una pietra lanciata da un irresponsabile, un poliziotto nervoso che spara per sbaglio».Questa era la situazione che si andava delineando. La tensione cresceva ogni giorno. La campagna di comunicazione era stata pianificata dagli strateghi di qualche servizio di sicurezza con lo scopo di dissuadere, di spaventare la gente per convincerla a starsene a casa.E invece aveva ottenuto l’effetto opposto. Ragazzi che mai prima avevano partecipato a una manifestazione politica, erano come ipnotizzati da quell’evento, proprio per la carica di drammaticità con cui si annunciava. Per la prima volta dopo tanti anni (forse dal settembre del 1977, quando il movimento degli studenti di Bologna aveva organizzato il convegno internazionale contro le repressioni) un evento politico di contestazione conquistava il centro della scena dell’attenzione giovanile. Dopo anni di imperante individualismo la partecipazione a un evento collettivo prevaleva nel discorso quotidiano dei ragazzi. Ma proprio l’enormità dell’onda che si stava avvicinando la rendeva ingovernabile, e minacciosa. Sapevamo che sarebbe arrivata gente imprevedibile: i tifosi di calcio in crisi di astinenza per la fine del campionato, i ragazzi delle associazioni cattoliche, studenti alla loro prima manifestazione politica, e chissà chi altro.Era l’occasione per ritrovare la capacità collettiva di discutere, di criticare, di cercare soluzioni nuove per la vita sociale, ma era anche una situazione fragile, difficile da dirigere, difficile da contenere. D’altra parte quell’appuntamento prometteva di essere anche la prima occasione di manifestare contro il governo di destra. Troppe cose, troppe emozioni, troppe intenzionalità si mescolavano imprevedibilmente. La direzione politica del Genoa Social Forum continuava a lanciare messaggi rassicuranti, a ripetere che sarebbe stata violata pacificamente la zona rossa.E se all’ultimo momento si fosse diffusa spontaneamente una indicazione diversa: disperdiamoci, moltiplichiamo i punti dell’azione? Occupiamo le stazioni ferroviarie e i caselli delle autostrade e i valichi di frontiera e le ambasciate dei paesi che partecipano al G8? Qualcuno lo aveva proposto, timidamente qua e là. Occupiamo la Biennale di Venezia al grido di «abbasso Giotto evviva Cimabue» aveva suggerito qualche dadaista. Ma non era possibile lanciare una campagna in questo senso. La direzione del movimento era composta da persone oneste e intelligenti, ma non molto originali e spiritose. In una situazione come quella si sarebbero dovute inventare soluzioni bizzarre, assurde, imprevedibili. E invece Agnoletto aveva continuato a ripetere venite tutti a Genova, saremo pacifici e quindi non succederà niente, come se tutto potesse dipendere dal pacifismo del Genoa Social Forum. A quel punto i giochi erano fatti, non si poteva proporre una indicazione alternativa. Sarebbe apparso come un tentativo di divisione o come la proposta di stravaganti provocatori. Passai dunque qualche giorno a Genova, soggiornando in un albergo piuttosto elegante che sta dalle parti della stazione di Porta Principe. Arrivò anche il mio amico Seb, un uomo d’esperienza, dall’intelligenza acuta e taciturna. Da una decina d’anni insieme curiamo una rivista, «DeriveApprodi» che esce ogni quattro o cinque mesi. Cominciammo a pubblicarla all’inizio degli anni Novanta per riprendere il filo di una ricerca che nel decennio precedente si era ingarbugliato e perso nelle carceri speciali in cui il potere aveva rinchiuso centinaia di intellettuali. Volevamo riprendere il filo della ricerca autonoma: autonomia della società dal capitale, autonomia del sapere dalla legge del profitto, autonomia della mente e del cuore dall’economia. La rivista ha avuto un pubblico per lo più giovane, intelligente, smaliziato. Non è tessuta di nostalgia per gli anni Settanta, ma non ha mai accettato il cinismo che domina nella chiacchiera intellettuale, né si è resa subalterna al pensiero dominante del liberismo. E forse questa è stata la chiave del suo (minuscolo) successo. Abbiamo creato questa rivista per continuare a dipanare il filo, per seguire i percorsi sotterranei di quello che noi chiamiamo movimento, proprio negli anni in cui sembrava impossibile attendersi il riemergere di una moltitudine cosciente, e solidale. E alla fine è arrivata l’insurrezione di Seattle. E in quel momento ci sarebbe venuta voglia di ripetere: ben scavato vecchia talpa. La sera del 14 di luglio io e Seb andammo insieme a una riunione dell’associazione Città aperta, che da anni si occupava dei problemi degli immigrati, massicciamente presenti a Genova. L’associazione cerca di favorire la loro integrazione nel tessuto sociale cittadino, e nell’imminenza delle giornate del G8 aveva lanciato l’idea di organizzare una grande manifestazione dei migranti. Nella prima metà degli anni Novanta, quando l’immigrazione nordafricana si era intensificata improvvisamente, investendo Genova, città mediterranea e porta d’Europa, non erano mancate le reazioni di rigetto, fomentate e organizzate da quelli che costruiscono carriere politiche sulla divisione e sull’odio tra i più poveri. La Lega Nord aveva organizzato dei veri pogrom per cacciare i migranti dal centro storico. L’associazione Città aperta aveva svolto un ruolo di sdrammatizzazione e di mediazione culturale, e aveva raccolto consensi tra gli immigrati e in un’area abbastanza vasta di giovani genovesi, cosi come l’appoggio di professionisti che avevano prestato la loro opera per aiutare i nuovi arrivati a integrarsi in città. La prima manifestazione delle tre giornate contro il G8 era dunque un corteo di migranti, persone provenienti da ogni dove e dirette verso ogni dove. Libera circolazione degli esseri umani, nessun essere umano è illegale. No border no nation. La sala della riunione quella sera era affollatissima. Una dopo l’altra, prendevano la parola persone che avevano precise responsabilità organizzative. Quello che aveva l’incarico di organizzare le navette per il trasporto degli immigrati che abitavano nella zona di Sampierdarena, quello che coordinava il servizio medico in caso di incidenti, quello che teneva i contatti con gli altri gruppi cittadini. Si esaminavano carte topografiche della città per definire gli ultimi dettagli del percorso. Si valutavano i tempi necessari per spostarsi da un punto all’altro della città. Si fece tardi e Seb decise di tornare in albergo; io uscii con lui. Camminavamo lungo le stradine che risalgono verso via Balbi, senza dire una parola. Quando eravamo ormai prossimi all’arrivo Seb si fermò sul marciapiede e disse: «È una trappola». Ci fermammo nella notte genovese, perché lui stava parlando senza guardarmi, come se ragionasse tra sé e sé: «Nessuno può governare quel che sta accadendo, e questo gioco a nascondino delle Tute bianche stavolta rischia di non funzionare. Quante volte puoi fare questo giochino di gridare bum! prima che qualcuno tiri fuori un cannone vero e ti spari addosso? Questa volta di là ci sono i fascisti, quelli veri. E quelli non hanno voglia di scherzare, non sono mai stati spiritosi. Noi facciamo tutta la pantomima per amore del simbolico e dell’immaginario, e quelli tirano fuori il cannone e ti ammazzano sul serio. Io a Genova il 20 non ci vengo». Seb mi disse che lui non sarebbe venuto in quella trappola. Mi mise addosso una agitazione pazzesca, perché capivo che aveva un po’ di ragione. Se fai il pacifista, diceva, lo devi fare senza equivoci. Non si può fare il teatro della crudeltà con degli energumeni. Quelli non hanno letto Artaud e appena ti muovi ti sparano. Io gli dissi: «Se pensi così allora dobbiamo fare qualcosa. Ma cosa? Facciamo una telefonata a un giornale, ora, subito. Proponiamo un’intervista. Lanciamo la proposta: nessuno vada a Genova. Te lo immagini che razza di casino se adesso riuscissimo a fermare la fiumana, a dirottarla in mille rivoletti di protesta, di rivolta, di teatro di strada, in ogni città?». «Non è più possibile, non è più possibile. Non ci si può prendere la responsabilità di generare panico ulteriore in questa situazione. Rischieremmo di amplificare il panico e di produrre una spaccatura che adesso è troppo tardi per motivare e ricomporre». Sergio Bianchi E invece a Genova ci andai, ma non subito, solo dopo la morte di Carlo Giuliani, e feci un lungo tratto di corteo proprio con Bifo, prima di perderci di vista nel casino infernale. È vero che quella faccenda della «dichiarazione di guerra» fatta baldanzosamente dalle Tute bianche mi pareva da una parte farsesca e dall’altra pericolosa. Per il banale motivo che se si dichiara guerra a qualcuno, quel qualcuno può prendere la cosa non come una boutade ma come pretesto per prepararsi a fartela per davvero. E un qualche sbigottimento mi suscitavano quelle schiere di imbottiti di gommapiuma che in diversi luoghi si facevano fotografare e filmare mentre giocavano a «prepararsi agli scontri». O meglio a perpetuare la loro finzione spettacolare, che fino a lì, concordata e contrattata con la controparte, era servita a incentivare l’attenzione mediatica sui propri contenuti politici, degni per altro di considerazione. Ma quella volta la cosa non quadrava, i conti non tornavano, il contesto era troppo ampio, le contingenze si accumulavano tutte assieme e intrecciandosi tra loro avevano comportato nodi e grovigli non dipanabili. I portavoce parlavano di un teatro con troppi attori in scena, alcuni dei quali neanche conoscevano. Parte dei portavoce avevano a riferimento il teatro unicamente italiano, dunque provinciale, dove credevano di esercitare una qualche egemonia e di conseguenza un controllo. Cosa per altro vera solo relativamente. Non avevano fatto i conti con tutti gli altri osti che arrivavano da tutte le altre parti del mondo, con altri pensieri, progetti, esperienze, pratiche. Ci fu supponenza e presunzione in chi credeva di poter gestire e orientare la piazza, almeno la sua parte più mediatizzabile. Non gli venne il dubbio che quella tattica fin lì reiterata potesse non funzionare in un teatro internazionalizzato e con una controparte militare nevrotizzata da una sciagurata campagna allarmistica dei media. E infatti non funzionò. Arrivarono gli uomini e le donne in nero, già presenti in tutte le scadenze internazionali precedenti, a rompere le uova nel paniere. Imprevisti e imprevedibili, almeno con quella potenza d’azione, sparigliarono le carte, le mandarono all’aria e dettarono le nuove regole del caos. Colpivano, si disperdevano, si ricomponevano, ricolpivano. La pratica del mordi e fuggi, della guerriglia di piazza vera, non simulata. Giovani, flessibili, mobili, saettanti, scaltri e, soprattutto, estetici. Il loro profilo ombroso e felino sovrastava in seduzione la figura dell’imbolsito, appesantito, impacciato militante in gommapiuma. Non ricercavano lo scontro fisico col nemico, facevano violenza sulle cose, devastavano contesto e arredo urbano perché inteso come strumento di controllo capitalistico. Erano anarchici, e fecero il loro mestiere. Non gliene fregava nulla dell’inventario pacifista presente, compreso quello in gommapiuma, che anzi, probabilmente, stava loro piuttosto antipatico. Furono infiltrati da chi aveva interesse agli sfasci? Sicuramente sì. Erano tutti infiltrati e provocatori? Sicuramente no. Di loro ne ha dato a mio parere una corretta definizione Anna Marsilii1: «Il Black bloc atteso a Genova resta l’unico elemento antagonista tenuto fuori dalle discussioni preparatorie del movimento, senza che venisse nemmeno considerata la possibilità di interloquire con loro tanto da parte del Genova social forum quanto delle Tute bianche. Una parte era composta da anarcoinsurrezionalisti, casseurs, come qualcuno di loro si definiva. La loro avversione nei confronti del capitalismo in generale si manifestava nella distruzione dei simboli del consumismo. La violenza per loro era innanzitutto quella delle “multinazionali oppressive e sfruttatrici”, contro le quali, non essendo praticabile altro tipo di contrasto politico, l’unica azione possibile era la violenza sulle cose. Altri, i Disertori della società civile, come si sarebbero definiti nel 2002, erano orientati a un atto di ribellione contro le forme di disciplina del sistema capitalistico, che nel quotidiano si identificano nell’urbanistica. Il controllo della vita dell’individuo si realizza con l’organizzazione dello spazio urbano, con l’imposizione di passaggi obbligati capaci di rendere l’individuo assuefatto al sistema capitalistico, senza possibilità di pensare alternative. Per loro la distruzione dell’arredo urbano rappresentava la forma estrema di liberazione dell’individuo e di contestazione del sistema del controllo. A Genova sia casseurs sia Disertori non avevano dunque nessun interesse a violare la zona rossa. Sergio Finardi, esperto di tattiche di guerra informali e di Black bloc, in un’intervista a Franco Fracassi identificava la peculiarità del gruppo dei neri: “Uno degli equivoci più comuni riguardo al Black bloc è etichettarlo come un gruppo coeso attorno a una precisa matrice ideologica. In realtà il Black bloc è semplicemente un assembramento tattico”. Il migliaio di aderenti al Black bloc in piazza il venerdì non fu necessariamente lo stesso presente in piazza il sabato; inoltre in mezzo a loro operarono altri soggetti antagonisti locali. Il sabato si aggiunsero molti manifestanti intenzionati a reagire con violenza alla morte di Carlo Giuliani. Ovviamente vi erano anche infiltrati delle forze dell’ordine, peraltro presenti in ogni gruppo di manifestanti». Ma soprattutto non si compresero le intenzioni delle uniformi, tra le quali covava un miscuglio di fascismo, frustrazione e aggressività repressa che era andata in paranoico accumulo e compressione. Non si sa ancora, a distanza di così tanto tempo, se vi fu una regia precisa o un banale accavallarsi di idiozia e incapacità di gestione della piazza che sfociò in quel rivoltante macello di gente per la stragrande maggioranza inerme e dagli intenti del tutto pacifici. Certo, le gerarchie militari e i pavidi e squallidi politici governativi, a cose fatte, si adoperarono con dovizia a sollevare nuvole di fumo per confondere e depistare la realtà di quanto accadde. Ma alla fine del terzo giorno il dessert delle uniformi non era ancora stato servito. Arrivò sul tardi, alla scuola Diaz, falsamente indicata come covo degli uomini e delle donne in nero. Quel che era accaduto lo seppi immediatamente dopo per telefono, dalla voce disperata di Wu Ming 1. Poi per televisione arrivarono le immagini inequivoche del massacro perpetrato a freddo. Mi venne subito in mente il post rivolta del carcere speciale di Trani. Ma là, noi eravamo prigionieri politici consapevoli di quel che avevamo partecipato a fare e stavamo facendo per la chiusura della Cayenna dell’Asinara. Era il capitolo di una guerra in corso nella quale avevamo messo in conto di poter morire anche così, massacrati con manganelli, bastoni e spranghe. Ma quei ragazzi e quelle ragazze della Diaz non potevano averlo messo in conto. Per questo, chi infierì in quel modo su di loro si merita il peggiore epiteto carcerario che esista, la cui pronuncia è pesante come una montagna: infame. Infami tutti loro che lo fecero, infami i loro superiori che lo ordinarono e infami tutti coloro che li coprirono. Ma non bastò ancora, perché arrivò il caffè, servito nelle prigioni di Bolzaneto, in forma di soprusi, vessazioni, umiliazioni e torture sui prigionieri e prigioniere. Nei giorni seguenti una mole di filmati e testimonianze sugli accadimenti dei tre giorni e del loro finale invasero i media suscitando una generale indignazione da parte dell’opinione pubblica nei confronti delle uniformi. Da lì, per un certo periodo, parve che il «martirologio», come lo chiama Bifo, potesse tornare utile a uso politico da quelle componenti del movimento che si dissociarono esplicitamente dal black bloc, addossandogli le responsabilità della provocazione e dell’infiltrazione. Riprese convulsa, nelle varie anime del «movimento dei movimenti», la discussione sul che fare per andare avanti. Nessuno si avvide del comparire all’orizzonte del cielo di Manhattan di due arei civili che trasportavano un carico destinato a sconvolgere qualsiasi gioco politico fin lì giocato, e a decretare la fine dell’ultima internazionale rivoluzionaria in gestazione. * Il testo di Franco Berardi Bifo è tratto da Un’estate all’inferno, Luca Sossella editore, Roma 2002. Note 1 Anna Marsilii, Il G8 di Genova a vent’anni di distanza: una prospettiva storica, in Gli autonomi vol. VIII. Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte seconda (1981-2001), a cura di Roberto Demontis e Giorgio Moroni, DeriveApprodi (prima gestione), Roma 2021.
- periferie
G8 Genova 2001. Il vaglio di un’eredità, e i suoi lasciti alla militanza Andrea Salvino Gli anniversari sono da rifuggire come la peste. Un po’come le ricorrenze e le feste comandate costringono a delle riflessioni che dovrebbero essere meglio sviluppate nel corso della vita. È vero pure che i tempi della comunicazione contemporanea, frenetici e frammentati, non lasciano spazio alla profondità del ricercare costruirsi una tradizione. È vero anche che tra le manifestazioni conto il G8 di Genova e oggi è passato lo stesso tempo che passò tra Piazza Fontana e Mani Pulite: un intero ciclo storico. Ed è pur vero che una data simbolica è pur sempre un’occasione costitutiva, forse dovremmo dire meglio ri-costitutiva, di una comunità militante, ed è quindi importante in sé. Certo, tra chi partecipò non solo a quelle giornate, ma al movimento che ne scaturì negli anni seguenti, ognuno vi lega una sua dimensione personale, ma questo, se non sul piano storico e individuale non è di alcuna importanza. Perché sia utile all’oggi è importante pensare cosa è rimasto e chi è rimasto. E in qualche maniera le due cose si specchiano. Questo, forse, è un buon punto di partenza. Muoversi tra il vaglio di un’eredità, e i suoi effetti sulla militanza. Già nell’occasione del ventennale si confrontarono due linee interpretative. L’enfasi su una soggettività nascente affogata nella repressione, e l’idea che un movimento composito si affievolì solo alcuni anni dopo per la difficoltà di tenere insieme cose troppo diverse all’alba della grande crisi finanziaria, o se volete al crepuscolo della belle époque delle Dot Com. Ammetto di propendere decisamente per la seconda tesi, ma questo non è sufficiente, bisogna fare un sforzo per ricostruire il sapere delle lotte di Genova. Non è un obiettivo alla mia portata, né esauribile in un breve intervento, ma proverò a sollevare tre punti, in cui la ragione di quel movimento ne fallì, per fattori non solo soggettivi, l’inveramento politico. Il primo punto è la visione della globalizzazione e il peso delle strutture statuali. Ha prevalso troppo una versione piatta della globalizzazione. Ci si scontrava con strutture tecnocratiche (Wto, Fmi, camere di compensazione degli accordi tra esecutivi come il G8) che non avevano alcuna legittimazione democratica, ma che governavano il mercato mondiale. Dietro questo stava la rivendicazione di una democrazia realmente rappresentativa, e il fatto che il mercato mondiale non potesse essere costruito sistematicamente sullo scambio ineguale ai danni della maggioranza della popolazione non occidentale. La correttezza dell’idea che le strutture di rappresentanza statale sono indebolite, e talvolta annichilite, dal potere – si dice oggi – oligarchico del mercato mondiale che si esprime attraverso tecnocrazie sembra a me totalmente inverata. Solo che era quantomeno naive l’immagine che ci si faceva dell’Occidente e del Sud globale. Il G8 era tale perché includeva la Russia, che oggi sappiamo essere stata invitata come futura portata del menu. La Cina, tramite la pianificazione, aveva iniziato la sua rincorsa al ruolo di potenza mondiale, e altri paesi sfruttando la rinnovata centralità delle materie prime si sarebbero ritagliati in pochi anni un ruolo tutt’altro che marginale. Paradossalmente il rapporto tra Stato e Mercato si attagliava meglio alle relazioni interne all’Occidente oggi in disgregazione. Si pensi all’inguardabile fine dell’Unione Europea stretta tra strumento del riarmo e rincorsa al «modello Albania». Non è un caso che durante la doppia crisi del 2008 e del 2011 che ha spezzato in due questi 25 anni, nel Sud Europa (ma non in Italia) i leader delle formazioni che da sinistra si sono opposti all’austerità sono due persone che hanno rivendicato esplicitamente il loro debito formativo verso quel movimento. Il secondo punto è strettamente connesso al primo, ed è l’uso del potere in sé, ma anche delle istituzioni. Il punto non è che a qualche esponente del campo largo piaccia qualificarsi come «uno di quelli di Genova», ognuno si mette addosso le etichette che vuole. Il punto è dove oggi il movimento altermondialista vive. Se in Parlamento o nei picchetti degli operai tessili del distretto di Prato. E non è una domanda polemica (anche se ammetto che si capisce bene dove secondo me ne vada cercata l’eredità) perché non ci fu movimento, come quello, che credette nella permeabilità delle istituzioni alla spinta della democrazia dal basso, alla capacità di pianificazione orizzontale (che allora si chiamava bilancio partecipato) ecc. A oggi però la dimensione territoriale dove si cercava di far atterrare l’azione contro il potere globale, pare ancora più fragile e priva di difese. Del resto, se solo pochi Stati possono permettersi di giocare la partita del governo del mercato mondiale, figuriamoci le città. La finanziarizzazione della rendita, ad esempio, ha stravolto il panorama delle città, non solo occidentali, e non c’è miglior esempio di illustrazione della – solo apparente – impossibilità di limitazione, in assenza del riportare dentro il circuito della cittadinanza tutti gli espulsi da ogni forma di rappresentanza. La contraddizione tra l’aspirazione alla «mera» regolazione del Capitalismo e la sua impossibilità all’interno del quadro dato. Mi pare il punto sia questo, e non lo si scioglie né con l’ignorarlo coprendolo con un po’ di nostalgia, né gridando al tradimento di uno spirito che anche 25 anni fa era tutto sommato quello di un riformismo radicale nello senso originale e più nobile della parola. Il terzo punto è straordinariamente importante ed è quello della tecnologia. Nessun periodo credo sia stato così visionario, lucido e promettente in rapporto alla tecnologia e i nuovi media come quello. Come si sia arrivati da Indymedia a Zuckerberg è una storia tutta da scrivere, e non è questo il luogo per farlo. È però impressionante come nel giro di pochissimi anni si sia passati dall’autoproduzione, in un campo e a una scala, dove tutto sommato era ed è possibile ritagliarsi degli spazi concreti di autonomia, all’utilizzo acritico delle piattaforme delle oligarchie digitali. Ed è una cosa che ha a che fare anche su come questo tempo, i suoi ritmi, i suoi modelli di consumo, così tanto messi a critica allora, hanno cambiato chi c’era. E veniamo così all’altro piano: quello della soggettività. Quegli anni sono stati gli ultimi in cui una sinistra alternativa ha avuto ancora in Italia un suo peso specifico e una pur piccola capacità egemonica. Per deformazione professionale farò un piccolo esempio con i numeri. Al netto delle specificità il referendum sul lavoro del 2025 rappresenta un perfetto termine di paragone con un Referendum anch’esso sui temi del lavoro tenuto nel 2003. L’anno scorso in nessun luogo i voti a favore del referendum superarono quelli dell’attuale centrosinistra che si schierava quasi compattamente a favore, mentre in molti territori sono addirittura rimasti ampiamente sotto quella soglia. Nel 2003 al contrario il referendum era appoggiato da una parte piccola della Cgil (quella che sostanzialmente era a Genova) e dal solo Prc. Pur in una Italia berlusconiana i voti a favore del referendum furono quasi il 2% in più dei voti del partito che lo promuoveva. Qualche anno dopo quella capacità di penetrazione nella società italiana «media» è totalmente scomparsa. Capire che fine abbia fatto è un grosso lavoro di inchiesta. Chi ha camminato nelle manifestazioni per la pace in quegli anni oggi marcia certamente per Gaza. Ma chi è diventato, o era un professionista della comunicazione, dei servizi o un dirigente pubblico, che pensa degli assetti di classe contemporanei? Come vive l’esplosione della disuguaglianza anche all’interno dell’Occidente? Non è moralismo. L’individualizzazione radicale di oggi non è solo una conseguenza della sconfitta, è l’impedimento a ogni ripartenza. Nei Demoni (che è anche un grande saggio sulla militanza) Dostoevskij fa dire al suo prototipo di rivoluzionario: «Se non fossi un socialista, sarei solo un farabutto». Cambiare il mondo per cambiare la vita resta l’aspirazione dal 2001 a oggi. «Fallire ancora, fallire meglio», diceva un altro scrittore. «I prossimi errori saranno di un’altra natura», risponde il militante. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- guerre
dossier guerra e capitale Come crolla un’egemonia globale La crisi degli Stati Uniti nel sistema-mondo capitalista Thomas Berra Donald Trump intende rifondare le basi del potere statunitense passando da un’egemonia comunque riconosciuta a forme di dominio spietate, che consentano alle classi dominanti statunitensi di procedere all’estrazione e all’assorbimento di valore da tutti i processi e i punti di produzione, pensando di contrastare così la crisi sistemica del capitalismo storico. In realtà non fa altro che esacerbare e declinare in modo qualitativamente più complesso e sempre meno controllabile le problematiche che le classi dominanti statunitensi e, in ultima analisi, globali non riescono a comprendere né a elaborare, come hanno dimostrato chiaramente negli ultimi anni la guerra contro l’Iran, il comportamento di Israele, la strategia della Nato e la politica seguita dall’Occidente nei confronti della Cina. Continuando sulla strada intrapresa dal governo Trump e dal Partito Repubblicano, così come dall’élite del Partito Democratico, potremmo anche trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia americana ma della loro supremazia. Sebbene sia stata pubblicata appena lo scorso dicembre, la National Security Strategy of the United States of America elaborata dal secondo governo Trump sembra già un rapporto proveniente da un mondo in via di estinzione. La Strategia di Sicurezza Nazionale, un genere piuttosto peculiare, è un rapporto obbligatorio richiesto dal Congresso ai nuovi presidenti, che devono elaborarlo poco dopo l’insediamento. La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America pubblicata nel dicembre 2017 non era altro che un commento in stile Trump sulle consuete priorità repubblicane, ma il documento dell’anno scorso costituisce un tentativo più ambizioso di sintetizzare le correnti di pensiero contrapposte (e spesso incompatibili) sulla politica estera presenti nella coalizione di governo di Trump: tentare, quindi, la quadratura del cerchio tra la promozione della supremazia globale degli Stati Uniti e un ripiegamento militarizzato nell’emisfero americano da alcuni erroneamente definito «isolazionismo». Sebbene nel preambolo si affermi che «questo documento è una roadmap volta a garantire che gli Stati Uniti rimangano la nazione più grande e di successo nella storia dell’umanità, nonché la casa della libertà sulla Terra», l’introduzione chiariva che «non tutti i paesi, le regioni, le questioni o le cause – per quanto degne – possono essere al centro della strategia statunitense. Lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali primari». Ma quali sono allora gli interessi nazionali «primari»? Con il consueto stile trumpiano, l’ultima Strategia di Sicurezza Nazionale caratterizza i propri obiettivi con il rifiuto totale dei trent’anni precedenti di politica estera statunitense («Le strategie dalla fine della Guerra Fredda si sono rivelate inadeguate: sono state mere liste di desideri...»). È criticata duramente l’«erosione» della «sovranità» statunitense da parte di «organizzazioni transnazionali e internazionali», giurando che gli Stati Uniti non tollereranno più «il parassitismo, gli squilibri commerciali, le pratiche economiche predatorie e altre imposizioni alla storica buona volontà della nostra nazione, che danneggiano i nostri interessi». Si promette che «dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e faranno rispettare la Dottrina Monroe» e si attribuisce a Trump «da solo» il merito di aver ribaltato «più di tre decenni di errate supposizioni americane sulla Cina». Si afferma inoltre che i problemi dell’Europa sono più profondi della sua quota in calo del Pil mondiale («questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda dell’erosione di una civiltà»). Si insiste sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero promuovere la crescita economica in Africa piuttosto che sommergere il continente di aiuti. E si sostiene che non ci sono più buoni motivi per cui gli Stati Uniti debbano dare priorità al Medio Oriente «rispetto a tutte le altre regioni». In prospettiva futura, la priorità principale sarebbe quella di evitare qualsiasi nuova «guerra eterna». Naturalmente, la Strategia di Sicurezza Nazionale esagera nel vantare la propria originalità. Impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia regionale nel Pacifico sud-occidentale è stato un obiettivo degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni, almeno dal «pivot» verso l’Asia inaugurato da Obama e ampliato e potenziato da Trump e Biden. Anche l’amministrazione Biden era desiderosa di ridurre la priorità del Medio Oriente, come si può constatare nel suo tentativo di aggiungere l’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo. Prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, le autorità statunitensi avevano ripetutamente affermato davanti ai giornalisti di voler evitare di «impantanarsi» nel conflitto israelo-palestinese. Persino la strana pretesa di Trump di una restaurazione dell’identità civilizzatrice europea è in linea con l’approccio di Biden verso il continente, che presentava il rapporto tra Europa e Stati Uniti come indebolito e bisognoso di riaffermazione, sulla base che un patrimonio politico comune – la democrazia liberale – fosse minacciato. Per l’amministrazione Trump, il nocciolo della questione risiede in un diverso tipo di patrimonio, basato su un mai del tutto specificato amalgama tra cristianesimo e supremazia bianca. Nonostante la sua posizione revisionista, questa prospettiva di politica estera si allineava quindi in larga misura a molti obiettivi di lunga data. Tuttavia, presentava due obiettivi innovativi: l’aspirazione a ricentrare l’atlantismo attorno alla creazione di alleanze con i governi reazionari dell’Europa meridionale e orientale, da un lato, e un approccio nuovo ed esplicitamente bellicoso verso l’America Latina, dall’altro. Il primo di questi ha dato finora scarsi frutti. L’Ungheria ha deluso le speranze dell’estrema destra statunitense allontanando Orbán dal governo ungherese, mentre il rapporto di Trump con Meloni si è deteriorato dopo che il presidente statunitense aveva affermato che il Papa si mostrava «debole in materia di criminalità». Il secondo obiettivo ha avuto conseguenze molto più significative. L’Operazione Southern Spear, lanciata nel settembre 2025, ha portato alla sua logica conclusione l’insistente caratterizzazione da parte del governo statunitense dei trafficanti di droga come «narcoterroristi», con il lancio di missili contro piccole imbarcazioni che attraversavano il Mar dei Caraibi e il Pacifico orientale (senza curarsi affatto se queste fossero pilotate da membri dei cartelli o da poveri pescatori). Proprio come l’uso della categoria di «uomo in età militare», impiegata per giustificare gli attacchi con i droni durante la guerra al terrorismo, anche la designazione di «narcoterrorista» amplia la capacità del presidente statunitense di uccidere a suo piacimento. Le fasi iniziali di questa campagna hanno preparato il terreno per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rinchiuso da gennaio nel Centro di Detenzione Metropolitano di Brooklyn con ridicole accuse di traffico di droga e di armi. Sebbene la cattura di Maduro costituisca una violazione del diritto internazionale ancora più sfacciata di quella di Noriega da parte di Bush padre (almeno l’Assemblea Nazionale di Panama aveva dichiarato lo «stato di guerra» con gli Stati Uniti), Trump aveva buone ragioni per aspettarsi che l’operazione filasse liscia. Intendeva solo allontanare Maduro dal potere, piuttosto che sostituire il governo o trasformare il sistema politico venezuelano («Tutti hanno mantenuto il proprio posto, tranne due persone», si è vantato Trump). Lo stesso Maduro non disponeva di una solida base di sostegno istituzionale o popolare e la sua vice, Delcy Rodríguez, che ora ricopre la carica di presidente ad interim del Venezuela, aveva assicurato agli Stati Uniti prima dell’operazione che lei e il resto del governo avrebbero collaborato. Nonostante la descrizione unanime da parte della stampa statunitense di Maduro come un dittatore brutale, questi era politicamente debole sia all’interno del Venezuela che nel resto dell’America Latina, avendo subito un duro colpo al suo sostegno nella regione dopo le elezioni fraudolente del 2024. La mancanza di coraggio della maggior parte dei capi di Stato del mondo di fronte alle continue atrocità commesse da Israele ha anche dato a Trump motivi più che sufficienti per credere che non avrebbe dovuto affrontare un’opposizione significativa. Sebbene la decisione della Corte penale internazionale di incriminare Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel novembre 2024 sia stata un passo avanti positivo, non ha fermato il massacro genocida commesso a Gaza. Neppure la dichiarazione di cessate il fuoco decretata nell’ottobre 2025 ha avuto grande effetto, se non quello di far uscire Gaza dalle prime pagine dei media e consentire a Israele di reindirizzare parte della sua potenza di fuoco nella sua campagna espansionistica contro il Libano e verso la destabilizzazione dello Stato iraniano. Israele ha violato il cessate il fuoco più di duemilaquattrocento volte senza conseguenze di rilievo. Tuttavia, meno di dieci dei centoventicinque paesi firmatari dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale hanno richiamato i propri ambasciatori o interrotto le relazioni diplomatiche con Israele dal 7 ottobre. Negli Stati Uniti, le prospettive che Israele e coloro che hanno sostenuto o coperto la sua sanguinosa campagna rendano conto delle proprie azioni non sono migliori. Come ha recentemente affermato John Mearsheimer: «Se avessimo i corrispondenti processi di Norimberga, che non avremo, ma se avessimo processi simili a questi, Joe Biden e i suoi principali luogotenenti, così come Donald Trump e i suoi, sarebbero impiccati». La cultura dell’impunità, che ha cominciato a radicarsi durante i primi anni della guerra al terrorismo e si è estesa ulteriormente alla macchina istituzionale di Washington durante il mandato di Obama (si veda la gestione burocratica delle sue «liste di persone da eliminare»), pervade ora completamente il sistema statunitense. Trump sfrutta ed esemplifica questa situazione in ogni momento. Sebbene abbia una lunga storia di cedimenti di fronte a un’opposizione competente, sia negli affari che in politica – da qui la popolarità dell’acronimo T.A.C.O. («Trump always chickens out», ovvero «Trump si tira sempre indietro») diffuso nel settore finanziario – ha anche un intuito acuto per individuare le debolezze che può sfruttare. Mentre l’impatto a lungo termine della belligeranza degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina sia ancora da determinare, una conseguenza del rapimento di Maduro ha già cominciato a manifestarsi nell’altra parte del mondo. L’attacco statunitense-israeliano sferrato contro l’Iran ha violato palesemente quasi tutti gli obiettivi dichiarati dell’attuale Strategia di Sicurezza Nazionale. Il risultato di questa guerra – più che la retorica sul ripiegamento statunitense nell’emisfero americano – è il fattore che determinerà il verdetto definitivo sulla politica estera del secondo mandato di Trump. Le sue spiegazioni sull’inizio della guerra sono cambiate quasi ogni giorno. I commentatori critici hanno sottolineato il ruolo svolto dalla pressione israeliana, ma è anche chiaro che Trump ha inizialmente considerato l’intervento come un caso simile a quello del Venezuela, ma su scala maggiore e con benefici più grandi, come quando uno studio di Hollywood triplica il budget per il sequel di un successo al botteghino. «Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto», ha dichiarato Trump al «New York Times» meno di quarantotto ore dopo che la prima ondata di attacchi aveva ucciso la guida suprema Khamenei. Il principio su cui organizzare questa azione, replicando quanto fatto in Venezuela, quasi in una sorta di franchising, doveva essere ottenere un cambio di regime senza alcuna delle parti difficili, come l’insediamento di un nuovo regime in sostituzione di quello precedente. L’operazione in Venezuela ha convinto Trump che «vincere» in Iran non sarebbe stato più complicato che sostituire un capo di Stato con un altro, che gli esperti e i leader mondiali avrebbero ammesso a malincuore di approvare in realtà gli scopi dell’intervento, anche se si fossero lamentati un po’ per i mezzi impiegati, e che l’impunità globale dei criminali di guerra lo avrebbe garantito da qualsiasi conseguenza personale negativa, se fossero stati commessi errori nel corso dell’operazione, come di fatto è accaduto ad esempio con l’uccisione, registrata lo scorso 28 febbraio, di oltre centocinquanta bambine in seguito a un attacco aereo contro una scuola elementare a Minab. Trump aveva assicurato a «The New York Times» di avere diverse «ottime opzioni» su chi potesse guidare l’Iran, aggiungendo poi: «Non le rivelerò ora». Non le ha rivelate nemmeno in seguito, se non per dire che «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte», poiché erano state uccise negli attacchi iniziali. Recenti rapporti hanno rivelato che una delle figure a cui Trump aveva pensato era, tra tutti, Mahmud Ahmadinejad. Tuttavia, Trump sembra non aver riflettuto affatto sui rischi connessi a questa nuova avventura. Sebbene il suo esito rimanga incerto, la guerra è chiaramente un errore strategico. Ha già avuto almeno tre conseguenze importanti, tutte dannose per la posizione globale degli Stati Uniti. In primo luogo, la guerra ha permesso all’Iran di assumere il controllo dello Stretto di Ormuz e, secondo le informazioni disponibili, di iniziare a riscuotere 2 milioni di dollari a nave per il transito attraverso lo stretto. Oltre alla possibilità che questa fonte di entrate contribuisca ad attenuare l’impatto del severo regime di sanzioni imposte dagli Stati Uniti, nel caso in cui diventasse permanente, accettare pagamenti per il transito in yuan o in valute stabili legate al dollaro rappresenta una sfida diretta al petrodollaro. In secondo luogo, la guerra ha provocato la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia. L’inflazione sta salendo alle stelle nei mercati emergenti, il razionamento energetico e le chiusure degli impianti produttivi hanno colpito il Sud-Est asiatico e le compagnie aeree hanno iniziato a lasciare a terra gli aerei e a ridurre i loro piani di volo per questa estate in Europa. All’inizio della guerra, alcuni analisti hanno suggerito che gli Stati Uniti sarebbero rimasti al margine degli effetti della crisi energetica, quasi come se bastasse desiderare qualcosa perché accada effettivamente, ma la realtà si sta imponendo gradualmente in modo inesorabile. L’inflazione è al livello più alto degli ultimi tre anni e i prezzi della benzina sono aumentati di oltre il 50%. «La guerra in Iran è reale», ha affermato recentemente un economista di KPMG, un’affermazione che ha senso pronunciare solo se ci si rivolge a un pubblico statunitense. È solo questione di tempo prima che questa crisi stagflazionistica globale, del tutto inutile, inizi a devastare la vita politica ed economica degli Stati Uniti. La pretesa di essere un supervisore responsabile dei flussi energetici globali, ovvero uno dei pilastri del suo status di superpotenza, è andata in frantumi. In terzo luogo, il dirottamento di equipaggiamento e personale militare dall’Asia orientale verso il Medio Oriente causato da questa guerra ha aumentato la probabilità che la Cina raggiunga l’egemonia regionale. Come hanno potuto gli Stati Uniti commettere un errore così enorme, madornale e inutile? Nemmeno chi pianificò l’invasione dell’Iraq nel 2003 ignorò in modo così evidente le possibili conseguenze delle proprie azioni. La domanda ci porta a un’altra conseguenza della guerra lanciata contro l’Iran: l’evidenza, con una chiarezza senza precedenti, sia dell’incompetenza dei leader della politica estera statunitense sia dello svuotamento delle istituzioni, che dovrebbero compensare le carenze dei singoli leader. Entrambi i fattori sono sintomi di una crisi di governance di più ampia portata, variabile solitamente sottovalutata dell’attuale declino del potere statunitense. Per quanto riguarda il primo punto, è strano che, data l’attenzione giustamente prestata all’epoca al declino cognitivo-esistenziale di Biden, se ne sia prestata relativamente poca al deterioramento di Trump dal momento del suo ritorno al potere. Senza avventurarmi in alcuna diagnosi, Trump assomiglia sempre più a un uomo eccentrico e senile, la cui resistenza, le cui inibizioni e la cui capacità di concentrazione – che non sono mai stati i suoi punti di forza – lo stanno abbandonando. Il suo post su Truth Social, in cui minacciava l’imminente annientamento nucleare dell’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte per non tornare mai più» – è stata la dichiarazione pubblica più ripugnante mai fatta da un presidente in carica, il che ha sollevato dubbi sulle sue competenze cognitive di base e sulla sua salute mentale, non sulla sua perspicacia strategica o tattica. Alla fine di aprile era davvero difficile capire se Trump fosse a conoscenza dei piani della sua amministrazione che prevedevano la partecipazione degli Stati Uniti ai negoziati sul cessate il fuoco in programma in Pakistan. Durante una riunione di gabinetto ha tenuto un monologo di cinque minuti sulla sua preferenza per i pennarelli Sharpie rispetto alle penne a sfera. Ha anche mostrato l’abitudine di ascoltare male o fraintendere qualcosa che gli dice un consigliere e poi vomitarlo come un fatto immaginario: si vedano le sue affermazioni secondo cui gli oleodotti iraniani «sarebbero esplosi» da soli entro tre giorni a meno che gli Stati Uniti non permettessero loro di riprendere le esportazioni («È qualcosa di molto potente che accade e che ha a che fare, in un certo senso, con la natura»). Qualunque sia la miscela di senilità, negligenza e inettitudine che sta alla base di questo cumulo di comportamenti e nonostante abbiamo avuto più di un decennio per abituarci a tale condotta, rimane sconcertante che una persona del genere possa essere il leader eletto di qualsiasi Stato, figuriamoci del più potente della storia mondiale. Che persone come queste arrivino a scatenare guerre basandosi sulle loro illusioni e sui loro risentimenti è in gran parte dovuto al fatto che l’apparato istituzionale incaricato di pianificare la politica estera statunitense è in rovina. Più di tremilottocento dipendenti del Dipartimento di Stato hanno lasciato il proprio posto da quando Trump è entrato in carica, compresi molti diplomatici di carriera e funzionari con competenze specialistiche difficili da sostituire presso l’Ufficio per gli Affari del Vicino Oriente [department of Near Eastern Affairs]. L’amministrazione Trump ha inoltre ridotto le dimensioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale, l’organizzazione precedentemente incaricata di sintetizzare le informazioni e le consulenze in materia di politica estera provenienti dall’intero governo federale affinché potessero essere trasmesse al presidente. D’altra parte, il Congresso continua a mostrare un’estrema riluttanza a farsi coinvolgere. I Democratici hanno messo in scena uno spettacolo patetico minacciando di frenare la guerra di Trump contro l’Iran presentando una risoluzione sui poteri bellici che – l’avreste mai detto? –è affondata per un solo voto, grazie al fatto che quattro legislatori democratici si sono allineati con i Repubblicani. Questa farsa era del tutto trasparente: la dirigenza del partito approva istintivamente la guerra di Trump, ma non vuole sostenerla troppo apertamente in pubblico, data la sua tossica impopolarità e l’imminenza delle prossime elezioni di medio termine. Di conseguenza, un’altra possibile restrizione a Trump sembra restare non fattibile. Dal 2016 nessuno dei partiti politici statunitensi è stato in grado di affrontare la sfida di dotare lo Studio Ovale di un esecutivo competente. Né è stato all’altezza del compito di compattarsi attorno a un programma di governo in grado di ottenere una maggioranza di voti per favorire mandati presidenziali consecutivi. La recente tendenza all’insoddisfazione nei confronti del governo in carica, che si traduce in sconvolgimenti politici ogni pochi anni, sembra destinata a continuare nel prossimo futuro, e ad ogni nuovo ciclo le prospettive del sistema di governance americano peggiorano. Gli stati possono sopportare la pressione di una leadership così incompetente e distruttiva solo per un periodo limitato. Le persone e le istituzioni operative all’interno e intorno al governo degli Stati Uniti possono continuare a esporre obiettivi di politica estera in discorsi o documenti come la National Security Strategy, ma al momento è un’incognita se gli Stati Uniti abbiano la capacità di attuare una strategia coerente a medio o lungo termine. Data la controproducente guerra condotta da Trump contro l’Iran, questa crisi di governance ha raggiunto un punto di svolta. Considerando qualsiasi concessione sostanziale agli interessi iraniani come un’umiliazione inaccettabile, l’amministrazione Trump non è stata in grado di presentare nulla che assomigliasse a una proposta ragionevole per raggiungere una pace negoziata. Probabilmente, la migliore ipotesi possibile è che la combinazione di notizie economiche in peggioramento e pressioni politiche interne costringa Trump a cedere ad alcune delle richieste dell’Iran. Tra le opzioni più probabili, che peggiorerebbero davvero le cose, si profila la possibilità che Trump tenti di distogliere l’attenzione dalla debacle iraniana scatenando un’altra guerra, questa volta contro Cuba. Proprio di recente, il Dipartimento di Giustizia ha accusato Raúl Castro, 94 anni, di omicidio e cospirazione, lo stesso giorno la portaerei USS Nimitz è entrata nel Mar dei Caraibi meridionale. Per il momento Trump ha optato per un blocco del trasporto marittimo iraniano come meccanismo privilegiato per costringere Teheran ad abbandonare il suo programma nucleare. Sebbene ciò possa essere senza dubbio pesante per l’Iran, tale linea d’azione continuerà ovviamente ad aggravare la crisi energetica mondiale, le cui conseguenze hanno appena iniziato a manifestarsi. Non è solo il prezzo della benzina che aumenterà per il resto del 2026 negli Stati Uniti, l’aumento registrato dei costi dei fertilizzanti dallo scorso febbraio fa presagire che, inevitabilmente, anche i prezzi dei generi alimentari saliranno. Riconoscendo la portata di questa crisi, alcuni commentatori hanno interpretato la guerra all’Iran come la fine dell’egemonia statunitense. Tale fine è stata annunciata molte volte in passato. Ma un’affermazione del genere potrebbe sminuire la portata di ciò che sta accadendo oggi. L’egemonia è una forma di dominio che, almeno in parte, è consensuale e dalla quale la maggioranza dei dominati ritiene di trarre un beneficio tale da rendere tollerabile la propria sottomissione. Definita così, risulta più difficile sostenere che l’egemonia degli Stati Uniti fosse rimasta intatta anche prima della guerra di Trump all’Iran. Giovanni Arrighi ha affermato che l’egemonia statunitense è diventata storia passata con l’invasione dell’Iraq, cosa che a poco a poco ho finito per credere sia la semplice verità. Ciò che persisteva, ha scritto, era il «semplice dominio». Sarebbe quindi più preciso dire che ciò che è ora in gioco è lo status degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale e la loro indiscutibile capacità di dominare. Ciò non significa negare i notevoli vantaggi di cui gli Stati Uniti continuano a godere rispetto ai loro rivali. Il loro esercito rimarrà il più potente e temibile del mondo nei prossimi anni e le loro aziende saranno anche le più redditizie del pianeta nel prossimo futuro. Ma le armi e il denaro da soli non bastano. La potenza economica deve generare almeno un minimo di benessere sociale e sicurezza condivisi per essere sostenibile, mentre le élite statunitensi accumulano ricchezza su una scala mai vista nemmeno nell’antica Roma. E un esercito gigantesco ha bisogno di una guida strategica competente affinché il potere coercitivo si traduca in prestigio globale. Forse l’embargo finirà per rivelarsi troppo oneroso per poter essere sopportato dalla società iraniana. Forse gli iraniani sfideranno ogni previsione e daranno finalmente vita alla rivolta popolare che i falchi americani sognano da decenni. Forse Israele riuscirà ad espandersi verso nord a spese del Libano e a sferrare il colpo decisivo a Hezbollah. Forse l’Europa persisterà nella sua vile sottomissione e deciderà che nemmeno una recessione mondiale e una doppia crisi alimentare ed energetica sono motivi per riconsiderare la sua sottomissione allo stupido colosso dall’altra parte dell’Atlantico. Ma se queste cose non dovessero accadere e se l’Iran uscisse da questo conflitto indebolito in termini assoluti ma rafforzato in termini relativi, allora potremmo trovarci di fronte alla fine non dell’egemonia degli Stati Uniti, ma della loro supremazia. Il segno distintivo di un sicuro status di superpotenza di un paese è che gli altri Stati non tentino nemmeno di sfidarlo direttamente, prevedendo una sconfitta schiacciante. Se l’Iran evitasse tale destino, l’idea che Stati più piccoli possano resistere apertamente ed efficacemente agli interessi statunitensi in tutto il mondo potrebbe non sembrare più così assurda. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Traduzione di Mauro Trotta Testi consigliati Mitchell Plitnick, «Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida», «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Diario Red. Alexander Zevin, «Trump’s Gulf War», NLR 158. Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) e Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007); Giovanni Arrgihi e Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001). The White House, National Security Strategy of the United States of America 2017 e National Security Strategy of the Unites States of America 2025. Richard Beck è un giornalista e scrittore statunitense. Tra i suoi libri figurano We Believe the Children: A Moral Panic in the 1980s (2015) e Homeland: The War On Terror In American Life (2024). I suoi articoli sono apparsi anche su «The Harvard Crimson» la «London Review of Books» la «New Left Review, Time» e «n+1». X: Richard Beck @Richard_Beck
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Morire di lavoro Negli ultimi 10 anni, in Italia, i morti durante il lavoro continuano ad essere oltre 1000 all’anno con un picco di 1270 nel 2020. Leggi qui il fumetto intero.
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Assassinii in nero
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dossier guerra e capitale Venti secondi Come l’intelligenza artificiale cancella lo sguardo che trattiene la mano Angela Smyth Venti secondi. Tanto durava, nell’inverno del 2023, il controllo umano su un nome destinato a morire. Un ufficiale dell’intelligence israeliana, indicato con la lettera B., lo ha raccontato ai giornalisti di +972 Magazine e di Local Call, che per primi hanno svelato l’esistenza del programma (Abraham 2024)1. Il suo compito si riduceva a una verifica sola, che il bersaglio scelto dalla macchina fosse un maschio. «Investivo venti secondi per ogni bersaglio, e ne facevo decine al giorno. Come essere umano non avevo alcun valore aggiunto, ero solo un timbro di approvazione. Mi faceva risparmiare un sacco di tempo». Il controllo del sesso era diventato l’unico filtro perché, secondo gli ufficiali, tra le file militari di Hamas non figurano donne, e dunque un bersaglio femminile segnalava soltanto un errore della macchina. «All’inizio facevamo dei controlli per assicurarci che la macchina non si confondesse», spiega B. «A un certo punto ci siamo affidati al sistema automatico, e ci limitavamo a controllare che il bersaglio fosse un uomo. Non ci vuole molto a capire se una voce è maschile o femminile» (Abraham 2024). Il software si chiama Lavender. Analizza i dati raccolti, attraverso una sorveglianza di massa, sui due milioni e trecentomila abitanti di Gaza, e assegna a quasi ciascuno un punteggio da 1 a 100 che misura la probabilità di appartenere all’ala militare di Hamas. Ha imparato a riconoscere i tratti dei miliziani noti per cercarli nella popolazione, dal trovarsi in un gruppo WhatsApp con un militante al cambiare spesso telefono. Nelle prime settimane di guerra ha schedato circa trentasettemila persone come sospette, insieme alle loro case. La definizione di miliziano restava elastica, e uno degli analisti che addestrarono il sistema se ne dichiarò turbato, perché nei dati di addestramento erano finiti anche addetti alla protezione civile, cioè profili di comunicazione civili che la macchina avrebbe poi cercato, e colpito, nella popolazione. Gli ufficiali sapevano che la macchina sbaglia in circa il dieci per cento dei casi, e la trattavano lo stesso, sono parole loro, come se fosse una decisione umana. L’errore più frequente, racconta B., nasceva quando un bersaglio cedeva il proprio telefono a un familiare. «Quella persona verrà bombardata in casa con la sua famiglia. È successo spesso» (Abraham 2024)1. Selezionare i nomi era una procedura che gli operatori chiamavano, con una metafora venatoria, Caccia Larga: «Metti centinaia di bersagli nel sistema e aspetti di vedere chi puoi uccidere. Copi e incolli dalle liste che il sistema produce». La seconda macchina porta un nome che è la domanda di un bambino, Where’s Daddy?, dov’è papà. Seguiva le persone schedate e avvertiva l’esercito quando rientravano a casa, di notte, mentre le famiglie dormivano. Le abitazioni private erano il luogo preferito per colpirle, perché localizzarle là risultava più semplice. L’ufficiale A. lo ha messo a verbale con una franchezza assoluta: «Non eravamo interessati a uccidere i miliziani solo quando si trovavano in un edificio militare. Al contrario, li bombardavamo nelle loro case senza esitazione, come prima opzione. È molto più facile colpire la casa di una famiglia». Lo stesso A. tira la conclusione aritmetica di quella scelta. «Diciamo che calcoli un miliziano di Hamas più dieci civili nella casa. Di solito quei dieci saranno donne e bambini. Così, per assurdo, viene fuori che la maggior parte delle persone che hai ucciso erano donne e bambini». I numeri delle Nazioni Unite danno corpo all’assurdo. Nel primo mese di guerra più della metà dei morti, 6.120 persone, apparteneva a 1.340 famiglie, molte cancellate per intero dentro le loro case. Sui bersagli più piccoli si risparmiava, impiegando le bombe non guidate, le cosiddette dumb bombs, capaci di radere al suolo l’edificio con chi vi abita dentro. L’ufficiale C. descrive il funzionamento a catena di montaggio. «Di solito conducevamo gli attacchi con le bombe stupide, e questo significava distruggere letteralmente l’intera casa sopra i suoi occupanti. Ma anche se un attacco salta, non te ne importa, passi subito al bersaglio successivo. Per via del sistema, i bersagli non finiscono mai. Ne hai altri trentaseimila in attesa». Per ciascun miliziano di basso rango era ritenuto accettabile uccidere fino a quindici o venti civili, un limite che nelle guerre precedenti non veniva mai autorizzato per i bersagli minori. «In pratica, il principio di proporzionalità non esisteva», ammette A., e alla domanda sulla ragione di sicurezza dietro quei numeri risponde con una parola sola, letalità. Per i comandanti di alto grado si autorizzò l’uccisione di centinaia di civili a testa, e perfino un ufficiale come B. percepì un confine. «Nel bombardamento del comandante del battaglione di Shuja’iya sapevamo che avremmo ucciso più di cento civili. Per me, psicologicamente, era inusuale. Più di cento civili, supera una certa linea rossa». La decisione di mettere un nome sotto tracciamento poteva spettare a ufficiali di grado relativamente basso. Uno di loro ha confessato un gesto compiuto di propria iniziativa. «Un giorno, di mia totale iniziativa, ho aggiunto qualcosa come milleduecento nuovi bersagli al sistema, perché il numero di attacchi era calato. Aveva senso, per me. A ripensarci, sembra una decisione grave. E decisioni simili non venivano prese ai livelli alti». Conviene partire da questi venti secondi. Ci raccontano qualcosa che la sola tecnica non spiega. Nel 2021 l’attuale comandante dell’unità di intelligence 8200 aveva pubblicato un libro in cui descriveva l’essere umano come un «collo di bottiglia», un freno alla capacità dell’esercito di produrre abbastanza bersagli al giorno. La macchina nasce per sciogliere quel freno, vale a dire per rimuovere l’uomo dalla decisione di uccidere. Il punto sta tutto in quel che è stato tolto di mezzo affinché un uomo potesse premere un pulsante decine di volte al giorno e poi tornare a casa la sera. La guerra ha sempre lavorato per togliere di mezzo una cosa sola, il volto dell’altro. Emmanuel Lévinas ha fatto del volto l’inizio stesso dell’etica (Lévinas 1961). Il viso altrui, nella sua nudità, prima di qualunque parola, avanza una richiesta e oppone un divieto. La prima parola del volto, scrive, è «non ucciderai». Quel viso resiste al potere che vorrebbe sopprimerlo, e la sua è una resistenza morale prima che fisica. Guardare qualcuno negli occhi rende l’uccisione difficile. Judith Butler ha portato questo pensiero dentro la politica del lutto. Certe vite vengono riconosciute come «degne di lutto», altre no, e la distinzione decide in anticipo chi potrà essere pianto e chi sparirà senza che la sua morte conti (Butler 2004). Il punteggio di Lavender è la forma tecnica di quella selezione. Togliere il volto è il lavoro antico della guerra, e la distanza ne è lo strumento. Lo psicologo militare Dave Grossman8 ha mostrato che la resistenza a uccidere cala con l’aumentare della lontananza dal bersaglio, e che a tu per tu gran parte dei soldati tende a non sparare affatto (Grossman 1995). Stanley Milgram, nei suoi esperimenti sull’obbedienza, aveva osservato qualcosa di simile, la disobbedienza che cresce quando la vittima è vicina e visibile (Milgram 1974). La divisa e la propaganda che riduce l’avversario a sagoma servono da secoli a interporre uno schermo tra la mano e il viso. Il drone e l’algoritmo portano a termine questa lunga opera, e vi aggiungono qualcosa di inedito. Grégoire Chamayou, in Teoria del drone, ha descritto il primo passaggio (Chamayou 2014). Quando l’apparecchio telecomandato diventa una macchina da guerra, scrive, il nemico si trasforma in «un mero materiale pericoloso. Lo si elimina da lontano, guardandolo morire sullo schermo dal caldo bozzolo di una safe zone climatizzata». La guerra asimmetrica si radicalizza fino a farsi unilaterale, dove si muore da una parte sola. Chamayou chiama necroetica il discorso che presenta tutto questo come progresso umanitario, l’arma pulita che risparmia il sangue, almeno il proprio. Al posto del duello, fondato un tempo sul rischio reciproco, subentra la caccia, e il diritto di guerra si piega a fare spazio a un «assassinio mirato» che colpisce una preda incapace di colpire a sua volta. Lo schermo introduce un’asimmetria che riguarda lo sguardo. Antoine Bousquet ha ricostruito la lunga marcia con cui l’occhio militare ha imparato a colpire il bersaglio senza esserne visto, dal cannocchiale fino al sensore del drone (Bousquet 2018). Roger Stahl descrive una visione divenuta essa stessa un’arma, dove si impara a guardare il mondo lungo la linea del mirino (Stahl 2018). Il punto tocca da vicino Lévinas, perché il volto era prima di tutto due occhi capaci di ricambiare lo sguardo e di chiedere conto. Il bersaglio inquadrato dall’alto non vede e viene visto per intero, ridotto a immagine su cui un altro decide. L’occhio che avrebbe potuto fermare la mano viene accecato in partenza. Tutto questo ha una preistoria, la guerra del Novecento aveva già compiuto buona parte del lavoro. Il bombardamento aereo delle città aveva separato chi premeva un pulsante dal corpo che ne moriva a chilometri di distanza. Il controllo coloniale dal cielo, gli inglesi sulle tribù della Mesopotamia negli anni Venti e i francesi sulle campagne algerine, aveva fatto della popolazione un insieme da sorvegliare e colpire dall’alto. Chamayou stesso accosta la strategia del drone a quelle imprese coloniali (Chamayou 2014). Il puntamento algoritmico eredita quella vecchia abitudine a non guardare chi si uccide, e la porta al limite: adesso il colpo parte da una segnalazione che nessuno ha più davvero esaminato. La novità dei sistemi impiegati a Gaza sta in un passaggio ulteriore. Il drone allontanava la mano. L’algoritmo allontana il giudizio. Dietro lo schermo spariva il corpo del bersaglio; con il punteggio sparisce anche la decisione di ucciderlo, uscita dalle mani umane e ridotta a calcolo. Il filosofo Peter Asaro3 sostiene che affidare a una macchina l’avvio della forza letale viola in sé la dignità della persona, perché le sottrae il diritto a essere uccisa, se mai deve esserlo, soltanto dopo il giudizio morale e legale di un altro essere umano, valutato caso per caso (Asaro 2012). Lucy Suchman15 ha mostrato come l’apparente precisione di questi sistemi sia una reinvenzione, una falsa oggettività che li fa apparire esatti mentre restano politicamente e giuridicamente privi di responsabilità (Suchman 2020). Elke Schwarz, sulla scia di Hannah Arendt, vi riconosce una tecnologia che si presenta come morale e produce soggetti incapaci di domandarsi, con le parole di Arendt, «che cosa stiamo facendo» (Schwarz 2018). La sospensione della coscienza davanti alla macchina risponde a un bisogno, prima che a una proprietà della tecnica. Qualcuno ha bisogno che la coscienza taccia, e l’algoritmo offre il pretesto perfetto. Octave Mannoni ha dato una formula al meccanismo del diniego, «lo so bene, ma comunque…», quella per cui un sapere viene riconosciuto e insieme accantonato, così da poter agire come se non lo si possedesse (Mannoni 1969). L’ufficiale sa che la macchina sbaglia una volta su dieci, sa che nella casa segnata dormono dei bambini, e tuttavia il punteggio e l’alibi dell’uomo che resta formalmente al comando gli permettono di proseguire. L’esercito difende il sistema ripetendo che la decisione ultima spetta a «persone in carne e ossa», e che la macchina serve solo ad aiutarle a «superare le proprie barriere» (Abraham 2024). Proprio quelle barriere erano l’ultima difesa del bersaglio, il residuo di esitazione che un volto sa imporre. Uno dei testimoni lo dice con una nitidezza definitiva. «La macchina lo ha fatto a freddo. E questo ha reso tutto più facile». Günther Anders aveva visto il fondo di questa faccenda molto prima dei droni. Lo chiamava scarto prometeico, la sproporzione tra quel che le nostre mani sanno produrre e distruggere e quel che il nostro sentire riesce a immaginare (Anders 1956). Possiamo fabbricare una morte che siamo incapaci di provare. Anders lo scrisse al pilota di Hiroshima, Claude Eatherly, l’unico che dopo il bombardamento non riuscì a riprendere una vita normale e che la stampa prese per pazzo, mentre la sua era forse l’ultima reazione sana rimasta. Il punteggio di Lavender allarga quello scarto fino a renderlo abitabile senza turbamento. Venti secondi bastano, perché in venti secondi un numero non ha volto. Dobbiamo resistere alla tentazione di fare della macchina un destino. Gaza è un laboratorio, come ha documentato Antony Loewenstein, il luogo dove l’industria israeliana della sorveglianza collauda gli strumenti che poi vende al mondo (Loewenstein 2023). Quel che si sperimenta sui palestinesi diventa il modello della guerra che verrà, e già della polizia che sorveglia le nostre città. Zygmunt Bauman4 chiamava adiaforizzazione il procedimento per cui la tecnica e la burocrazia tolgono un atto dal campo del giudizio morale e lo rendono indifferente, una pratica tra le altre (Bauman 1989). Il puntamento algoritmico è la forma più compiuta di questa indifferenza fabbricata, e va nominato come una scelta, con responsabili che hanno un cognome e una firma. Resterebbe una contromossa, e non nasce dalla tecnica. Comincia dove la macchina aveva messo un numero, restituendo un volto e una voce. Amjad Al-Sheikh, sopravvissuto a uno di quegli attacchi, ha cercato la propria famiglia tra le macerie. «Sono corso alla casa della mia famiglia, ma non c’erano più edifici. La gente ha cominciato a cercare nel cemento, con le mani, e così ho fatto anch’io, cercando i segni della casa della mia famiglia». Sotto le macerie trovò undici parenti morti (Abraham 2024)1. Un altro sopravvissuto, Amro Al-Khatib, descrive ciò che resta quando il punteggio si è compiuto. «Non riuscivamo a distinguere un appartamento dall’altro, si erano mescolati tutti nelle macerie, e trovavamo parti di corpi umani dappertutto». Simone Weil leggendo l’Iliade come poema della forza, aveva scritto la frase che andrebbe posta accanto a ciascun punteggio di Lavender. «La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno». Trasformare una persona in una cosa è il lavoro della forza da Troia a Gaza, l’intelligenza artificiale ne è soltanto l’esecutrice più rapida. Disfare quel lavoro vuol dire restituire un volto e un nome a chi ha cancellato il punteggio e quindi contare i morti uno per uno e scrivere le loro storie, rimettendo lo sguardo dove la macchina ha messo una cifra. Alla domanda del software, «dov’è papà», l’unica risposta che disarma è un’altra domanda, rivolta a chi quella macchina l’ha costruita e venduta. Di chi era il volto, in quei venti secondi? Bibliografia Abraham, Yuval (2024), ‘Lavender’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, +972 Magazine e Local Call, 3 aprile. Anders, Günther (1956), L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri; con Claude Eatherly, Burning Conscience, 1961. Asaro, Peter (2012), On banning autonomous weapon systems: human rights, automation, and the dehumanization of lethal decision-making, International Review of the Red Cross, 94 (886). 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As a human being, I had zero added value, except as a stamp of approval. It saved a lot of time». Checking the gender had become the sole filter because, according to officers, women do not figure within the military ranks of Hamas; therefore, a female target merely signaled a machine error. «In the beginning, we used to do checks to make sure the machine didn't get confused», B. explains. «But at some point, we relied on the automatic system, and we only checked that [the target] was a man. It doesn't take long to understand if a voice is male or female» (Abraham 2024). The software is called Lavender. It analyzes mass surveillance data collected on the 2.3 million inhabitants of Gaza, assigning almost every individual a score from 1 to 100 that measures the probability of their belonging to the military wing of Hamas. It learned to recognize the traits of known militants in order to search for them within the broader population—ranging from being in a WhatsApp group with a militant to frequently changing phones. In the opening weeks of the war, it logged approximately 37,000 people as suspects, along with their homes. The definition of a militant remained elastic, troubling one of the analysts who trained the system, because civil defense personnel—civilians working in communications—had been included in the training data. Consequently, the machine would subsequently search for and target them among the population. The officers knew that the machine erred in roughly ten percent of cases, yet they treated its outputs—in their own words—as if they were human decisions. The most frequent error, B. recounts, occurred when a target passed their phone to a family member. «That person will be bombed in their house with their family. It happened often» (Abraham 2024). Selecting names was a procedure operators referred to with a hunting metaphor: Where's Daddy? (or broad hunting): «You put hundreds of targets into the system and wait to see who you can kill. You copy and paste from the lists the system produces». The second machine bears a name that echoes a child's question: Where’s Daddy? It tracked the flagged individuals and alerted the military when they returned home at night, while their families slept. Private residences were the preferred location to strike them, as locating them there proved simpler. Officer A. stated this on the record with absolute candor: «We were not interested in killing [Hamas] operatives only when they were in a military building... On the contrary, we bombed them in homes without hesitation, as a first option. It’s much easier to bomb a family’s home». Officer A. himself draws the arithmetic conclusion of that choice: «Let’s say you calculate one Hamas operative plus ten civilians in the house. Usually, those ten will be women and children. So, absurdly, it turns out that most of the people you killed were women and children». United Nations figures give substance to this absurdity. In the first month of the war, more than half of the dead—6,120 people—belonged to 1,340 families, many of which were entirely wiped out inside their homes. When dealing with lower-ranking targets, expenses were spared by deploying unguided bombs—so-called dumb bombs—capable of flattening an entire building along with those inside it. Officer C. describes this assembly-line operation: «We usually carried out the attacks with dumb bombs, and that meant literally destroying the whole house on top of its occupants... But even if an attack falls through, you don't care—you immediately move on to the next target. Because of the system, the targets never end. You have another 36,000 waiting». For each low-ranking militant, it was deemed acceptable to kill up to 15 or 20 civilians—a threshold never authorized for minor targets in previous wars. «In practice, the principle of proportionality did not exist», A. admits. When asked about the security rationale behind those numbers, he answers with a single word: lethality. For high-ranking commanders, the killing of hundreds of civilians per target was authorized, and even an officer like B. perceived a boundary: «In the bombing of the Shuja’iya battalion commander, we knew we would kill more than a hundred civilians... For me, psychologically, it was unusual. More than a hundred civilians—it crosses a certain red line». The decision to place a name under tracking could fall to relatively low-ranking officers. One of them confessed to an action taken on his own initiative: «One day, entirely on my own initiative, I added something like 1,200 new targets to the system, because the number of attacks had dropped. It made sense to me. Looking back, it seems like a grave decision. And such decisions were not made at high levels». It is worth starting from these twenty seconds. They reveal something that technology alone cannot explain. In 2021, the current commander of the 8200 Intelligence Unit published a book in which he described the human being as a «bottleneck»—a brake on the army's capacity to produce enough targets per day. The machine was born to loosen that brake; that is to say, to remove humans from the decision to kill. The core issue lies entirely in what has been cleared out of the way so that a man could press a button dozens of times a day and then return home in the evening. War has always worked to displace one single thing: the face of the other. Emmanuel Lévinas made the face the very beginning of ethics (Lévinas 1961). The face of the other, in its nakedness, prior to any word, advances a demand and poses a prohibition. The first word of the face, he writes, is «thou shalt not kill». That face resists the power that seeks to suppress it, and its resistance is moral before it is physical. Looking someone in the eyes makes killing difficult. Judith Butler brought this line of thought into the politics of mourning (Butler 2004). Certain lives are recognized as «grievable», while others are not, and this distinction decides in advance who can be mourned and who will vanish without their death registering. The Lavender score is the technical incarnation of that selection. Stripping away the face is the ancient work of war, and distance is its instrument. Military psychologist Dave Grossman demonstrated that the resistance to killing drops as the distance from the target increases, and that when face-to-face, the vast majority of soldiers tend not to fire at all (Grossman 1995). Stanley Milgram, in his experiments on obedience, observed something similar: disobedience grows when the victim is close and visible (Milgram 1974). For centuries, uniforms and propaganda that reduce the adversary to a silhouette have served to interpose a screen between the hand and the face. The drone and the algorithm bring this long endeavor to fruition, while adding something unprecedented. Grégoire Chamayou, in A Theory of the Drone, described the first transition (Chamayou 2014). When the remote-controlled aircraft becomes a machine of war, he writes, the enemy is transformed into «mere dangerous material. They are eliminated from afar, watched as they die on a screen from the warm cocoon of an air-conditioned safe zone». Asymmetric warfare radicalizes to the point of becoming unilateral—where dying occurs on one side only. Chamayou terms necroethics the discourse that presents this as humanitarian progress: a clean weapon that spares blood, or at least one's own. In place of the duel, once grounded in mutual risk, enters the hunt, and the law of war bends to accommodate "targeted killing"—striking a prey incapable of striking back. The screen introduces an asymmetry concerning the gaze. Antoine Bousquet reconstructed the long march by which the military eye learned to strike the target without being seen, from the telescope to the drone sensor (Bousquet 2018). Roger Stahl describes a vision that has itself become a weapon, where one learns to view the world along the line of the crosshairs (Stahl 2018). This point closely touches Lévinas, because the face was, first and foremost, a pair of eyes capable of returning the gaze and demanding accountability. The target framed from above does not see, yet is entirely seen, reduced to an image upon which another decides. The eye that might have stayed the hand is blinded from the outset. All of this has a prehistory; twentieth-century warfare had already accomplished much of the work. The aerial bombardment of cities had separated the person pressing a button from the body dying miles away. Colonial control from the sky—the British over the tribes of Mesopotamia in the 1920s, the French over the Algerian countryside—had turned populations into a collective to be monitored and struck from above. Chamayou himself aligns drone strategy with those colonial enterprises (Chamayou 2014). Algorithmic targeting inherits that old habit of not looking at those one kills, pushing it to the absolute limit: now, the strike originates from a flag that no one has truly examined anymore. The novelty of the systems deployed in Gaza lies in a further transition. The drone distanced the hand. The algorithm distances judgment. Behind the screen, the body of the target vanished; with the algorithmic score, the very decision to kill vanishes too, removed from human hands and reduced to computation. Philosopher Peter Asaro argues that delegating the initiation of lethal force to a machine inherently violates human dignity, because it deprives a person of the right to be killed—if they must be killed at all—only following the moral and legal judgment of another human being, evaluated on a case-by-case basis (Asaro 2012). Lucy Suchman has shown how the apparent precision of these systems is a reinvention, a false objectivity that makes them appear exact while remaining politically and legally devoid of accountability (Suchman 2020). Elke Schwarz, following Hannah Arendt, recognizes them as a technology that presents itself as moral while producing subjects incapable of asking themselves, in Arendt’s words, «what is it we are doing» (Schwarz 2018). The suspension of conscience before the machine answers a need, rather than being an intrinsic property of technology. Someone needs conscience to fall silent, and the algorithm provides the perfect pretext. Octave Mannoni formulated the mechanism of denial as «Je sais bien, mais quand même...» («I know well, but all the same...»), whereby a piece of knowledge is acknowledged yet simultaneously set aside, allowing one to act as if they did not possess it (Mannoni 1969). The officer knows the machine errs one time out of ten, knows that children are sleeping in the marked house, and yet the score and the alibi of the human who formally remains in command allow him to proceed. The military defends the system by repeating that the ultimate decision rests with «flesh-and-blood people», and that the machine merely serves to help them «overcome their bottlenecks» (Abraham 2024). Yet those very bottlenecks were the target's final defense—the residual hesitation that a face knows how to impose. One of the witnesses states this with definitive clarity: «The machine did it coldly. And that made it easier». Günther Anders had seen the bottom of this matter long before drones. He called it the Promethean gap (Primitivismus / Promethean discrepancy): the disproportion between what our hands can produce and destroy, and what our feelings can manage to imagine (Anders 1956). We can manufacture a death that we are incapable of feeling. Anders wrote this to the Hiroshima pilot, Claude Eatherly—the only one who, after the bombing, failed to resume a normal life and whom the press dismissed as mad, though his was perhaps the last sane reaction remaining. The Lavender score widens that gap until it becomes habitable without disturbance. Twenty seconds are enough because, in twenty seconds, a number has no face. We must resist the temptation to turn the machine into destiny. Gaza is a laboratory, as Antony Loewenstein has documented—the place where the Israeli surveillance industry tests the tools it subsequently sells to the world (Loewenstein 2023). What is experimented upon Palestinians becomes the model for the warfare to come, and already for the policing that monitors our cities. Zygmunt Bauman called adiaphorization the process by which technique and bureaucracy remove an action from the realm of moral judgment, rendering it indifferent—a practice among others (Bauman 1989). Algorithmic targeting is the most consummated form of this manufactured indifference, and it must be named as a choice, with individuals responsible who possess a surname and a signature. There remains a countermove, and it does not spring from technology. It begins where the machine had placed a number, by restoring a face and a voice. Amjad Al-Sheikh, a survivor of one of those attacks, searched for his family among the rubble: «I ran to my family’s house, but there were no buildings left. People started digging through the concrete with their hands, and I did too, looking for signs of my family’s home». Beneath the rubble, he found eleven dead relatives (Abraham 2024). Another survivor, Amro Al-Khatib, describes what remains when the score has been fulfilled: «We couldn’t tell one apartment from another, they all mixed up in the rubble, and we were finding parts of human bodies everywhere». Simone Weil, reading the Iliad as the poem of force, wrote the sentence that should be placed alongside every Lavender score: «Force is that x that turns anybody who is subjected to it into a thing. Exercised to the limit, it turns man into a thing in the most literal sense, for it makes him a corpse. There was someone there, and, the next moment, there is nobody there» (Weil 1940). Transforming a person into a thing is the work of force from Troy to Gaza; artificial intelligence is merely its swiftest executor. Undoing that work means restoring a face and a name to those whom the score erased, counting the dead one by one, and writing their stories—returning the gaze to where the machine placed a cipher. To the software's question, «Where's Daddy?», the only disarming answer is another question, directed at those who built and sold that machine: Whose face was it, in those twenty seconds? Bibliography Abraham, Yuval (2024), Lavender: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, +972 Magazine and Local Call, 3 April. Anders, Günther (1956), The Obsolescence of Man [Orig. Die Antiquiertheit des Menschen], Munich: C.H. Beck; with Claude Eatherly, Burning Conscience (1961), New York: Monthly Review Press. Asaro, Peter (2012), On banning autonomous weapon systems: human rights, automation, and the dehumanization of lethal decision-making, International Review of the Red Cross, 94 (886). Bauman, Zygmunt (1989), Modernity and the Holocaust, Ithaca, NY: Cornell University Press. 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- clan milieu
dossier guerra e capitale La normalità della guerra (o della persistenza del «secolo breve») Beata Malewski Si è aperta una nuova fase politica e storica con l’attacco russo all’Ucraina? Presenta caratteristiche inedite il periodo che ci separa dal febbraio 2022 e che ha poi visto in rapida sequenza il massacro di civili israeliani del 23 ottobre 2023 a opera di miliziani di Hamas e la furia sterminatrice di Netanyahu e Ben-Gvir contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania; il blitz del satrapo di Washington a Caracas, le sue pratiche di annientamento contro Cuba e la sua guerra di aggressione contro l’Iran khomeinista? Credo di sì ma non sono sicuro che la vera novità consista in un mutato scenario geopolitico, in una nuova forma dei conflitti armati o in un diverso rapporto tra guerra e conflitto politico, come si verificò trent’anni fa con l’avvio delle «guerre democratiche» di Clinton nei paesi balcanici che avevano orbitato nel sistema di alleanze guidato dall’Unione Sovietica, e con la «guerra infinita contro il terrorismo» scatenata da Bush jr. all’indomani dell’11 settembre. I conflitti armati che si susseguono sotto i nostri occhi e che hanno tutta l’aria di costituire un ingrediente essenziale del paesaggio politico globale (ragion per cui temo che le speranze in una pace estesa e duratura siano destinate a infrangersi contro l’evidenza della normalità della guerra) hanno tutta l’informalità e l’asimmetria caratteristiche delle «nuove guerre» che negli anni Novanta del Novecento (Balcani) e nel primo ventennio di questo secolo (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) videro protagonisti gli Stati Uniti con e senza la zelante complicità della Nato, e delle guerre fratricide che dopo l’affondamento dell’Urss dilaniarono le Repubbliche ex-sovietiche (Nagorno-Karabakh, Transnistria, Tagikistan, Cecenia e Georgia), anche per effetto delle incalzanti pressioni diplomatiche del «mondo libero» e dei programmi di «sostegno economico» volti a contenere l'influenza russa e a favorire l’apertura di nuovi mercati ai capitali occidentali. Anche l’ipotesi del tramonto del bipolarismo est-ovest, apparsa ai più come una certezza dopo l’implosione dell’Urss, dovrebbe essere attentamente riconsiderata, a dispetto delle esibizioni di reciproca cordialità da parte di Trump e Putin (con Xi Jinping, vero contendente della periclitante egemonia statunitense, la messinscena è molto più difficile). Né va dimenticato che l’odierna guerra russo-ucraina è solo la prosecuzione della guerra del Donbass iniziata nel 2014 con l’annessione russa della Crimea, la quale fu a sua volta uno sviluppo del processo di disgregazione dell’Urss promosso e gestito dalle potenze occidentali che subito vollero l’espansione dell’Unione Europea e della Nato fino ai confini russi. Dunque le novità ci sono ma forse non risiedono dove perlopiù si suole vederle. Quando, trentacinque anni fa, implose l’equilibrio bipolare nato dalla guerra dei Trent’anni (1915-1945) che aveva decretato la fine degli Imperi europei (il crollo dell’Impero ottomano, la disintegrazione dell’Impero austro-ungarico, la crisi organica dell’Impero britannico), a sinistra si chiacchierò di un nuovo monopolio «imperiale» della sovranità. Qualcuno scommise sulla nuova sovranità globale degli Stati Uniti, altri sull’unificazione del pianeta sotto l’ombrello della «globalizzazione capitalistica». Senza averne consapevolezza, si ripeteva la filastrocca di Fukuyama, e quando poi anche la Cina entrò nella Wto, nessuno o quasi ebbe più dubbi: la storia era finita, l’incubo – o il sogno – della trasformazione si era dissolto con la catastrofe del «socialismo reale» e col perfezionarsi della mondializzazione capitalistica. Ancora oggi fa impressione ricordare quegli anni ormai lontani, considerare il gran tempo perduto a dibattere sul nulla, a scontrarsi per contestare l’insostenibile pochezza delle “analisi” in base alle quali la (sedicente) «sinistra alternativa» tracciava le proprie “strategie”. Sta di fatto che negli ultimi tre-quattro decenni la guerra è stata un aspetto costante del quadro internazionale, con il susseguirsi di una serie ininterrotta di conflitti armati (mai meno di un centinaio) disseminati in ogni continente sullo sfondo di una struttura multipolare dei poteri sovrani e nel quadro del persistente antagonismo, sotto nuove forme e con nuovi equilibri, tra Oriente e Occidente: tra l’«economia mondo» capitalistica erede dell’egemonia europea e il campo delle nuove potenze «in via di sviluppo», le quali certo partecipano alla riproduzione capitalistica, ma ne investono i profitti (la quota crescente del Pil mondiale sotto il loro controllo) in differenti progetti politici, su altre idee e per la costruzione di altre forme di società. La via dittatoriale al socialismo può non convincere, può senz’altro dispiacere (e pone un gigantesco problema storico e teorico a chi abbia a cuore la prospettiva di una transizione rivoluzionaria non rinviata a un futuro remoto), ma non attesta e non implica il confluire nel sistema capitalistico. E come nei settant’anni di vita dell’Unione Sovietica la contrapposizione est-ovest non cessò mai di essere anche una rivalità politica e ideologica nonostante la degenerazione autoritaria, burocratica e castale del regime sovietico e il connotato imperiale del suo sistema di alleanze (ma non va dimenticato il sostegno militare ed economico che sempre l’Urss fornì ai movimenti di liberazione in tutto il mondo); così oggi la struttura monocratica degli Stati e il controllo oligarchico sul plusvalore non cancellano il fatto che tra i Brics e il «mondo libero» a trazione statunitense – il regno del grande capitale privato, delle vertiginose sperequazioni e delle nuove schiavitù che prosperano all’ombra del «libero mercato» – l’antagonismo è anche di natura politico-ideologica e verte, oltre che intorno alla lotta per il controllo delle materie prime e delle risorse energetiche, anche sulla possibilità di instaurare un altro ordine mondiale e un modello sociale alternativo a quello dominante in Occidente. Ma la persistenza di questi elementi strutturali, che induce a sostenere che dagli anni Novanta in poi la dinamica politica mondiale non si è sostanzialmente modificata, non toglie che in questo primo quarto di secolo – se vogliamo fissare un punto d’avvio: a partire dall’11 settembre del 2001, e con una costante accelerazione – il panorama sociale e politico di questa parte del mondo sia profondamente mutato, coinvolgendo in prima istanza proprio la guerra e lasciando intravedere prospettive inquietanti. Qual è il punto a mio parere? Mi pare consista proprio nella normalizzazione della guerra o, per essere più precisi, nella penetrazione della sua normalità nel senso comune. Questo nuovo stato di cose avvicina il nostro presente al clima ideologico e politico che nel secolo scorso condusse alle guerre mondiali e che, dopo l’ecatombe della Prima e quasi senza soluzione di continuità, favorì lo scoppio della Seconda sulle ali del coinvolgimento «patriottico» di vasti settori di popolazione. Tutta l’Europa, dalla Spagna all’Ungheria, dalla Scandinavia al Regno Unito, ai paesi mediterranei, torna oggi a essere percorsa dai miasmi del nazionalismo corroborati dall’indottrinamento populista, dalla xenofobia (il disprezzo, il risentimento, l’odio verso i migranti) e dal razzismo. La guerra neoliberale contro i poveri e contro il salariato ha spianato la strada spezzando i vincoli della solidarietà, dissolvendo la percezione dei diritti, disgregando la fragile coesione sociale conquistata nei primi decenni del secondo dopoguerra. E una pessima gestione del problema migratorio ha lasciato prosperare ovunque, e soprattutto nei settori sociali più colpiti dal disfacimento dello Stato sociale, la malapianta del razzismo. Mentre gli Stati si riarmano propagandando l’inderogabile primato della «sicurezza nazionale»; mentre l’Unione Europea benedice la spesa in armamenti come unica forma di indebitamento virtuoso; mentre si santifica la russofobia e si alimenta l’antica paura del pericolo giallo, la psicosi dell’invasione dei migranti dilaga e conquista nuovi proseliti tra i giovani, nelle periferie metropolitane e nelle retrovie di un proletariato abbandonato a sé stesso e sempre più disorientato. (Considerare questa del disorientamento politico di massa una questione cruciale, dirimente, è – sia detto qui rapidamente tra parentesi – essenziale, a meno di ignorare la dura lezione del Novecento – il consenso vasto ed entusiastico che a lungo sorresse i regimi fascisti – e il grave deficit di consapevolezza e di capacità di giudizio che, drammaticamente acuitosi con lo smantellamento delle organizzazioni politiche radicate sul territorio, abbandona oggi milioni di persone alla più spregiudicata manipolazione ideologica.) Il migrante non è soltanto lo straniero, colpevole di tutto: dell’«insicurezza» (come se non si fosse insicuri perché senza lavoro o senza reddito o con un reddito da fame, e perché privi di assistenza sanitaria); del diffondersi delle dipendenze (come se in Italia i cartelli del narcotraffico non fossero autoctoni e patriottici); dello scolorirsi delle identità e delle tradizioni, delle fedi e delle appartenenze. È anche e soprattutto un’icona, un’immagine: l’incarnazione di un fantasma che perseguita e dissemina angoscia. Il migrante è l’altro, ogni altro: ogni estraneo, ogni straniero, ogni diverso e ogni nemico contro il quale ci si vede costretti, quindi legittimati, a imbracciare le armi. Nel nostro piccolo, nel nostro minimo (ma non buttiamoci troppo giù, noi che, «brava gente», inventammo il fascismo e lo portammo in dote al mondo intero!), assistiamo proprio in questi giorni a un esperimento molto istruttivo. Come la destra post- e neo-fascista gioca la carta del trasformismo e si traveste da forza moderata nella non vana speranza di rimanere in sella, ecco che subito un piccolo masaniello si erge in difesa dell’italianità tradita. È goffo, improbabile, patetico con quel suo rozzo eloquio casemarle. Ma invoca l’intransigente ristabilimento delle gerarchie (tra sessi, «razze», culture e regioni del pianeta) e, come Trump e i neo-nazisti tedeschi, promette nuove deportazioni. Chiama alle armi, smania dalla voglia di menar le mani e soprattutto liscia il pelo dell’immarcescibile nostalgia del Ventennio, per cui subito riscuote, anche tra i giovani, un largo seguito di massa. Per due motivi la faccenda del generale merita attenzione. Il primo è la nemesi che si abbatte sulla destra post-fascista oggi al governo, capitanata da gente che a suo tempo giocò lo stesso gioco con cui adesso si trova a fare i conti (per cui ben si comprendono il disappunto e la preoccupazione di «’Gnazio» e della «sora Giorgia»). Fratelli d’Italia fu inventato da Meloni, La Russa e Crosetto per impedire che la destra post-fascista italiana si inabissasse nel magma berlusconiano. Fu un’iniziativa identitaria volta a intercettare il consenso dei «camerati» e a preservare radici ben piantate nella storia e nell’ideologia del Movimento sociale italiano di Almirante. Riuscì perfettamente, tanto che nel 2022, a dieci anni dalla fondazione, il partito fu il più votato d’Italia. Ben presto tuttavia e inevitabilmente l’operazione si è scontrata con le esigenze di mediazione, compromesso e dissimulazione derivanti dal ruolo di governo, per cui oggi i duri e puri di ieri – puri, s’intende, fatta salva la possibilità di far soldi con la politica: anche i «camerati» tengono famiglia – si ritrovano scavalcati a destra da chi rinfaccia loro di avere tradito quegli stessi principi e quei valori che avevano giurato di preservare contro ogni tentazione moderata. È dunque una storia che si ripete con poche varianti e che riflette un dilemma al momento, per fortuna, irresolubile: finché l’attuale impianto costituzionale regge (e non per caso si tenta di destrutturarlo), la destra post- e neo-fascista può governare «la Nazione» solo vestendo i panni del conservatorismo liberale e dell’europeismo, quindi soltanto deludendo le aspettative di buona parte dei suoi sostenitori, subito pronti a riconoscersi nel capopopolo di turno. Qui sta in effetti il vero motivo d’interesse della vicenda: nell’esistenza – in Italia come in gran parte dell’Europa – di uno zoccolo duro non marginale di irriducibili simpatizzanti di estrema destra, il che raccomanda di non trascurare le mosse del generaluccio, a dispetto della sua statura. È solo un sintomo, ma di un male cronico, profondo e molto pericoloso. Così come pericolosa è la pervicace, stupefacente cecità di larga parte dell’intelligenza progressista di fronte a questi chiari segnali di malessere. Come negli anni Novanta parlare di razzismo italiano ed europeo sembrava un’eresia (e per qualcuno lo è incredibilmente ancora), così oggi parlare di fascismo appare ai più un’inutile esagerazione. Ho letto in questi giorni un’intervista ad Angelo Bolaffi che non mi ha sorpreso solo perché mi è chiaro che il peggior cieco è chi non vuol vedere. Per Bolaffi – un tempo «comunista», oggi nostalgico del governo tecnocratico di Mario Draghi – il fascismo è solo «uno spauracchio della sinistra», e in Italia non corriamo alcun rischio, visto che la destra è debole e incapace di esprimere leadership forti e carismatiche (come se a decidere della forza di un capo fossero le sue presunte doti naturali – o soprannaturali – e non la configurazione del contesto storico). Passano i decenni, ma evidentemente l’idea è sempre la stessa: che il fascismo sia l’orbace e il passo dell’oca. Non si fa strada nemmeno l’ombra del dubbio che – sradicata dal salariato la coscienza di sé ed eroso anche l’ultimo residuo dell’antifascismo borghese – l’essenza del problema possa risiedere altrove: nella diffusione del razzismo e della xenofobia; nell’intossicazione nazionalistica e bellicista dell’opinione pubblica; nella de-costituzionalizzazione del sistema politico e delle relazioni sociali (a cominciare dai rapporti di lavoro); nella crescita vertiginosa delle sperequazioni; nella polverizzazione sociale e nella cristallizzazione castale delle appartenenze; nell’uso privatistico – «patrimonialistico» – delle istituzioni politiche, oltre che nello sviluppo abnorme della spesa militare e del complesso militare-industriale come fondamentali antidoti contro la stagnazione. (Intanto osservo tra parentesi che in Germania i neonazisti di AfD hanno superato di 5 punti percentuali su base nazionale i cristiano-democratici e doppiato i consensi dei socialdemocratici, il che induce lo storico Eckart Conze a paragonare la situazione attuale alla crisi della Repubblica di Weimar, con quel che ne seguì: «La storia non si ripete, la Germania non è in procinto di trasformarsi in una dittatura – osserva Conze – ma abbiamo di fronte sfide comparabili: la nostra democrazia è minacciata».) I Francofortesi parlarono in proposito di «fascismo democratico» – un ossimoro incomprensibile per chi ragiona mediante stereotipi e tipologie scolastiche – ed è evidente che della loro lezione non rimane traccia. La filosofia politica è in larga parte un discorso sulla guerra: sulla sua natura e ragion d’essere, sulle sue forme e la sua legittimità. È sia un discorso sulla guerra civile – tra pezzi di società: caste o classi sociali – sia un discorso sulla guerra tra i popoli: tra le nazioni e gli Stati; tra «razze», culture, religioni o civiltà. I due ambiti sono strettamente legati tra loro. A volte si intrecciano e si sovrappongono (non di rado le caste o le classi coincidono con le «razze» o con le comunità religiose); a volte, il più delle volte, costituiscono momenti di un processo organico (in questo senso Gramsci suggerì di considerare i «rapporti sociali fondamentali» e i «rapporti internazionali» come «gradi» dialetticamente interconnessi di un unico generale «rapporto di forze»). Nondimeno sembra di poter dire che quando l’uno prevale l’altro retrocede: nelle fasi storiche in cui la guerra civile è all’ordine del giorno, la guerra tra le nazioni slitta in secondo piano, e viceversa. E sembra di poter dire anche che nel nostro passato recente – da un secolo e mezzo a questa parte – il discorso sulla guerra tra le nazioni come necessità, come strumento di difesa o di autoaffermazione, ha prevalso sul discorso della guerra tra le diverse componenti di una stessa società: guerra, quest’ultima, che ha la curiosa e perturbante prerogativa di ignorare i confini tra gli Stati, per cui capita di sentirsi personalmente coinvolti nelle lotte degli sfruttati, degli emarginati, dei sottomessi, ovunque esse si svolgano e qualunque esito lascino intravedere. Questo è vero con una breve eccezione, almeno in ambito europeo: i trent’anni che andarono dal boom economico post-bellico all’avvento del neoliberismo thatcheriano e della reaganomics, durante i quali in seno alle società capitalistiche divampò la lotta di classe e (a torto) ritenemmo possibile la rivoluzione. Oggi quella stagione appare lontana anni-luce. Il salariato è distrutto, polverizzato e immiserito, annientato nei suoi diritti e nella sua stessa identità sociale e politica. La speranza in un altro mondo possibile è perduta, la memoria delle lotte operaie è dannata, mentre sembra ricomporsi, a un secolo di distanza, la stessa costellazione storica che nel Novecento condusse ai conflitti mondiali. Vedremo come questo scenario si evolverà, vedremo se l’inseminazione delle ideologie guerresche nel corpo delle società «avanzate» darà i frutti attesi dagli imprenditori del populismo nazionalista e xenofobo. Di certo c’è che nessuna battaglia politica e culturale per la pace potrà produrre effetti significativi se non muoverà dalla presa d’atto del disastro maturato nell’arco degli ultimi trent’anni e delle immense responsabilità che per esso gravano sui gruppi dirigenti della sinistra in tutto l’Occidente. I quali non hanno soltanto ripudiato la rappresentanza del lavoro sotto padrone cooperando attivamente alla vendetta neoliberista e rinnegando ogni compromissione con le lotte rivoluzionarie del movimento di classe, ma hanno anche abbracciato la dottrina dell’imperialismo democratico – dell’«esportazione della democrazia» – rinnegando l’internazionalismo (cioè l’universalismo politico che è l’anima stessa della resistenza alla dominazione capitalistica) e rinnovando i fasti dell’interventismo socialdemocratico che un secolo fa precipitò la corsa verso la Prima guerra mondiale. Questo ripudio e repentino riposizionamento, che ha visto decine di migliaia di dirigenti politici, di funzionari e di “intellettuali” già comunisti e socialisti trasformarsi, per dir così da un giorno all’altro, in zelanti alfieri del neoliberismo, della mondializzazione capitalistica e dell’imperialismo democratico, ha rappresentato a mio giudizio il più grave scandalo etico-politico del secondo Novecento: uno scandalo che non trova giustificazione alcuna nel modificarsi dei rapporti di forza già evidente negli anni della restaurazione reaganiana e a maggior ragione dopo la scomparsa dell’«Impero del male». Certo, tutto il mondo capitalistico si allineò allora docilmente ai diktat degli «esportatori della democrazia» e viaggiò spedito verso lo smantellamento delle tutele e dei diritti del lavoro subordinato. Ma se i risultati materiali e culturali di decenni di dure lotte operaie furono spazzati via in un batter d’occhio (tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio), ciò non accadde perché una battaglia o una guerra fu onorevolmente perduta. Niente affatto. Quelle conquiste, che nel corso dei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale avevano imposto seri limiti allo strapotere del capitale privato e alle smodate mire di dominio imperialistico degli Stati Uniti: quelle conquiste poterono essere rapidamente e radicalmente cancellate dal corpo e dalla mente delle nostre società perché quella battaglia, quella guerra non fu nemmeno combattuta: perché la quasi totalità di quanti in Europa dirigevano le maggiori organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio semplicemente si arruolarono nell’esercito nemico e – precipitando milioni di persone nella confusione e nella disperazione – presero a predicare le virtù salvifiche della deregulation e delle privatizzazioni, della «flessibilità» e della finanziarizzazione; a teorizzare la necessità di imbracciare le armi per difendere l’Occidente democratico dai nuovi minacciosi totalitarismi; e a fare carte false per ripulire il proprio passato dall’onta delle compromissioni con una storia ormai maledetta. Carte false, anche fuor di metafora: e un caso su tutti mi sembra a questo proposito paradigmatico. Fino agli anni Ottanta a nessuno era saltato in mente di mettere in dubbio che Antonio Gramsci – forse il più originale teorico marxista del Novecento – fosse comunista e leninista: un estimatore entusiasta della rivoluzione bolscevica, un militante disposto a pagare con la vita (come tragicamente avvenne) la battaglia per la liberazione del proletariato e per la costruzione dello «Stato operaio», come ai suoi tempi si diceva. Non solo che lo fosse in gioventù e finché rimase a piede libero, ma anche che lo rimase sino alla fine dei suoi giorni. Poi tutto è cambiato, con una rapidità che ha dell’incredibile. In meno di vent’anni legioni di interpreti e di agguerriti “filologi” hanno demolito, una per una, tutte quelle certezze. Migliaia di pagine limpide e coerenti – monumenti di conoscenza, d’intelligenza, di rettitudine esegetica – hanno mostrato come da giovane Gramsci si sbagliasse sul suo stesso conto (essendo in foro interiore un idealista: un ardente, benché talvolta ignaro, seguace di Croce e soprattutto di Gentile). E hanno svelato – poco importa se i testi dicono tutt’altro – che, senza ombra di dubbio, in carcere l’autore dei Quaderni mutò radicalmente partito, abiurando la malintesa fede e militanza giovanile. Non solo smascherò un infame tradimento ordito a suo danno dai capi del suo stesso partito. Non solo intuì gli «errori e orrori» dello stalinismo, profetizzandone tutte le conseguenze: il «totalitarismo», le purghe, la persecuzione della dissidenza interna; forse persino il pactum sceleris con Hitler e la costruzione di un «sistema imperiale» di alleanze. No, Gramsci comprese anche, tempestivamente (Ernst Nolte ci sarebbe arrivato cinquant’anni dopo), che fascismo e bolscevismo erano in realtà gemelli siamesi: ideologie politiche e sistemi autoritari di potere entrambi afflitti dalla tara tipica della plebaglia – l’idea volgare che tutto ruoti intorno all’economia e alla ricchezza materiale. E per converso scoprì le virtù salvifiche del capitalismo americano e della liberaldemocrazia che giocoforza sorge e si sviluppa sulla base del libero mercato. Profeticamente ravvisò nell’egemonia statunitense il fulcro del nuovo universalismo democratico e, con raro senso dell’opportunità, la scelse senza esitazioni. Del resto perché stupirsi? Non era mica sciocco Antonio Gramsci! Aveva fiuto e buon gusto, sapeva su quali tavoli investire. Era un idealista, certo: ma come filosofo, non come don Chisciotte, e sotto sotto sapeva molto bene (al pari di tanti altri «comunisti» italiani, Togliatti compreso) che da questa parte del mondo si vive incomparabilmente meglio che in quell’altra. Sta di fatto che oggi si è installato un nuovo senso comune e che in Italia nessuno dubita più – potenza dello spirito del tempo – di queste nuove e molto confortanti verità. Ci si è dimenticati delle «assurdità ideologiche» professate tempo fa da una letteratura che oggi non può che apparire faziosa e mendace, complice del nemico (penso, tra i maggiori, a Eugenio Garin e a Nicola Badaloni; a Cesare Luporini, a Valentino Gerratana e a Leonardo Paggi), e si partecipa entusiasti al coro unanime in sintonia coi tempi. Se poi il testo gramsciano resiste, se recalcitra e protesta (può sempre capitare), beh, in questi casi tanto peggio per lui! Non sta forse qui la sapienza dell’interprete, che è affidabile perché riesce a dimostrare che un testo puntualmente afferma ciò che di volta in volta appare tempestivo e profittevole? Anche la filologia può essere piegata a tal fine, al pari dell’arte della citazione ad hoc, dell’omissione, del montaggio e dello smontaggio, del collage. Il punto – per tornare a noi – è che la posta in gioco era ed è in effetti molto alta, e adesso tutto appare chiaro. Gramsci non è soltanto Gramsci, il suo nome abbraccia tutto un capitolo della storia nazionale, coinvolge un’intera comunità politica e di popolo che – così predicava Giorgio Napolitano – dev’essere recuperata alle sfide del riformismo democratico. Gramsci è un fratello (evitiamo epiteti sgradevoli), come i migliori tra noi impegnato anima e corpo nella cruciale battaglia per l’«interdipendenza delle Nazioni libere». Se i fascisti lo considerarono un pericoloso «cervello» comunista e per questo lo fecero marcire anni in galera finché lui ne morì, oggi sappiamo che si trattò di un tragico errore. E che sarebbe lieto, lui per primo, nel sapere che l’Unione Sovietica è stata affondata (abbiamo anche scoperto che fu un ispiratore di Gorbačëv e della perestrojka), che finalmente il comunismo è morto – almeno così pare – e che oggi l’Italia è «un paese normale»: libero, governabile e saldamente inquadrato nell’Occidente democratico. Gramsci, dicevo, è un paradigma, a mio parere il simbolo più chiaro dell’indecente operazione trasformistica alla quale ci è toccato assistere nell’arco degli ultimi trent’anni. – e in questo c’è dell’ironia, considerato che Gramsci vide nel trasformismo una costante della «vita statale italiana» sin dal Risorgimento nonché un ingrediente essenziale delle «rivoluzioni passive», che nel depauperare e inquinare la sinistra politica contribuisce al rafforzamento delle forze centriste e «moderate»: chissà che, riflettendo sulla questione, Gramsci non abbia previsto il suo stesso destino, di oggetto di una mutazione trasformistica, oltre che di acuto analista del fenomeno. (Un caso analogo, in scala minore, concerne uno dei suoi antecedenti, Antonio Labriola – marxista e comunista rivoluzionario tra i primi in Italia, autore di alcuni testi teorici tra i più penetranti – anch’egli puntualmente trasformato nel disilluso teorico della resilienza del capitalismo globale.) Ora, se è importante capire che nemmeno il più rozzo degli schemi deterministici può attenuare la responsabilità di chi, intellettuale o dirigente politico «della sinistra», contribuì e contribuisce tuttora al meticoloso smantellamento di tutte le conquiste ottenute in decenni di aspre lotte sociali e alla dissipazione dell’immenso patrimonio di idee che quelle lotte aveva sostenuto; assolutamente decisivo è comprendere che furono precisamente i tempi e i modi di quella ritirata – non una sconfitta, ma una improvvisa mutazione: una vergognosa metamorfosi che non ha portato con sé soltanto rinunce, privazioni e lutti, ma anche la censura di tutto un passato, la sua denigrazione, la sua riduzione a colpa e a errore – a generare il mondo di oggi: un mondo senza pace né giustizia che, dissolta ogni memoria delle lotte, nega ai giovani anche la possibilità di immaginare un’altra forma di società e una diversa logica delle relazioni tra i popoli. Proprio quest’ultima considerazione racchiude a ben guardare la chiave di un finto dilemma e una prima indicazione di lavoro. Ci si può ingenuamente sorprendere che di tutta questa sconvolgente vicenda nessuno abbia mai parlato né parli: che la si sia subito metabolizzata oppure ignorata, e che ancor oggi, in Italia come in tutta Europa, la si tabuizzi o la si rimuova. Ma forse la ragione è semplice, ed è che il repentino dileguarsi della sinistra «comunista» e «socialista», passata armi e bagagli nelle trincee nemiche, non è affatto dispiaciuto a quanti detengono il monopolio della voce nella sfera pubblica, giornalismo politico e (salve rare eccezioni) ricerca storiografica compresi: perché dunque strapparsi le vesti per la scomparsa di un ospite ingrato? E perché accendere i riflettori su di una vicenda certo ignobile ma andata a buon fine? Se però questo è vero – se è vero anche solo in parte – allora proprio da qui un nuovo ciclo di lotte può prendere avvio: dalla conoscenza dell’accaduto, dal recupero della memoria dispersa, dalla riconquista delle proprie radici e della propria identità storica e politica.
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2 luglio 2026, Nanni Balestrini, alfabeta 2, La scuola delle cose Oggi è il compleanno di Nanni Balestrini, e sicuramente a lui avrebbe fatto piacere festeggiare le sue 91 rivoluzioni attorno al sole ricevendo come dono una doppia buona notizia: il ripristino integrale di tutto l’archivio di «alfabeta2», in rete, all’indirizzo https://alfabetadue.it, e l’uscita di un numero, come sempre monografico, de «La scuola delle cose», dedicato interamente alla sua figura di poeta (https://slowforward.net/2026/07/02/esce-il-n-25-de-la-scuola-delle-cose-nanni-balestrini-poeta/). Nel 2020 «alfabeta2», creazione/reinvenzione balestriniana, dopo dieci anni e circa quattromila post, per un semplice mancato rinnovo del dominio era praticamente scomparsa da Internet; ma grazie al lavoro di recupero dei file di Ludovica Del Castillo e all’intervento di Maria Teresa Carbone e del CentroScritture, oltre che di non pochi sottoscrittori, è ora possibile tornare a consultare e leggerne tutti i materiali. Ulteriori dettagli qui: https://alfabetadue.it/info/. Giunta alla venticinquesima uscita, la rivista cartacea «La scuola delle Cose», pubblicata dall’associazione Lyceum di Gino Di Maggio, offre poi un quadro dell’attività e dell’eredità poetica di Balestrini, in un fascicolo a cura di Luigi Ballerini, con interventi dello stesso curatore e di Gianluca Rizzo, Vincenzo Frungillo, Tommaso Ottonieri, Andrea Cortellessa, Matteo Morea, Ada Tosatti, Giusi Drago, Lorenzo Durante, Michelangelo Coviello, e di chi qui scrive. Tutte le richieste di informazioni possono essere indirizzate alla Fondazione Mudima: info@mudima.net.
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Alcuni testi da Zootropio John Seymour La frase in incipit del secondo frammento qui proposto sembra in qualche modo disegnare con netta fedeltà la natura di Zootropio, suggerendo forse al lettore di vederne le pagine come «piccoli fori di luce [che] illuminano situazioni sparse». Situazioni o soluzioni, o (al contrario) micro-nodi. Le sequenze di prose lavorano – quasi <> – segmenti di cronaca personale e generale, senza nessuna retorica, e il loro semi-gelido sovrapporre schegge diaristiche, minime annotazioni sull’ordinario e l’infra-ordinario, aperture su dimensioni anche ampie di paesaggio (magari tagliate in una specie di collage fotografico) «contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata»: probabilmente, sicuramente, quella in cui siamo. Prima di tutto distingueva le decorazioni granulari in scatole di plastica rotonde, qui la sabbia, qui la ghiaia, qui le rocce. tutto era ridotto alla sua versione infinitesimale. in modo che una polvere finissima fosse la sabbia, la sabbia fosse la ghiaia e la ghiaia fosse la roccia. in una vecchia bustina di filtri ora teneva delle fibre sottili come capelli verdi: erano un’estrema riduzione dei fili d’erba. l’acqua poi, se era mossa come quella di un torrente, era un pezzo di polistirolo tinto di blu e acquamarina. se era una tavola del mare d’agosto, era un cartone dipinto d’azzurro con qualche accenno di bianco lungo la battigia: un piccolo sub dimezzato emerge da una pozza di foglio acetato. pensava alla spiaggia di civitanova nell’estate 2020, al tavolo da quattro attaccato abusivamente alla lunga coda del banchetto battesimale, al photobombing nei ritratti di gruppo e al vino gratis. ricordava il primo incontro con la sacerdotessa. sempre in spiaggia, sempre a una festa. lei era quella che metteva la polvere. ne aveva a secchi in casa, quando usciva se ne riempiva le tasche e andava a metterla in giro, sì, nelle case degli altri. la depositava sulle superfici, aveva un debole per le immagini, le fotografie, da quelle vecchie a quelle più nuove, le cospargeva tutte di uno strato grigino e uniforme. opaco. le davano soddisfazione perché erano facili da controllare e impolverare. le creava invece frustrazione la vastità e varietà di tutte le altre superfici del mondo. uno spazio grande com’è difficile da pulire lo è altrettanto da sporcare. desiderava una grande getta-polvere che le avrebbe facilitato il lavoro. quando vide i modellini di lui finalmente si coronò il suo sogno, poteva impolverare il mondo. bastava cambiarlo di scala. lui avrebbe creato un pezzo di piccolo mondo ogni giorno e lei di seguito lo avrebbe impolverato. piccoli fori di luce illuminano situazioni sparse, simultanee di corpi. il rituale lo prevede, il rituale è celebrativo e senza scopo. si balla sopra al disastro. le lampade si scaldano lentamente, la stanza si tinge di un mattino verde artificiale. fuori è una sagra nella post-industria. fuori è un porto dove a mezzanotte cantano le sirene. fuori si vive in mezzo ai campi attraversati dalle ferrovie. fuori si fa a gara coi treni dal proprio abitacolo in superstrada per essere reciprocamente nell’altrove dell’altro. il giorno dopo, la quiete della dimissione, la risolutezza della diagnosi. lo sfilamento dell’ago. porte automatiche si aprono con delicatezza e volontaria scorrevolezza. il fruscìo delle vie di fuga. un semaforo rosso che ferma nessuno. un semaforo verde che lascia passare nessuno. la segnaletica è un grandissimo accordo tra noi. light impulses, dazzling lights, stroboscopic effects triggers vivid visual patterns in almost everyone. in some subjects it also interfered with their sense of time. mentre saldavi mi dicevi non guardare le scintille. un utero ad accesso collettivo tipo dropbox o airdrop che si schiude come lo sportello di una macchina e ti ci adagi dentro, in posizione fetale, anche se hai quarant’anni, o quattordici. una figlia cattiva fa tutto quello che vuole e non ringrazia e non chiede scusa. hai bisogno di una spina dorsale educata e della capacità di essere un disco rotto con gli spacciatori di confini. sei così testarda, un giorno ti farai male e non dirai niente. su quattro embrioni ne muoiono tre. fuori dalla petri avanza la vita ora esposta alle intemperie. emersa dal liquido amniotico dell’agar agar, si fa strada nell’ambiente atmosferico. prende l’ossigeno e lo trasforma. introduce ed espelle. anidride. l’azoto, l’argon e il pulviscolo adesso ci sono ma non le interessano. nell’aria umida c’è anche l’acqua. si fa così: grammi di vapor d’acqua per chilogramma di aria secca. l’elio invece sta finendo, finirà con la morte del sole ma non le interessa. lei respira e cresce in un barattolo di vetro. al quarto giorno piccola e gialla ha la circolazione doppia e incompleta, mi dorme di fianco. al crescere di tutte e quattro le zampe si sottrae alla mia amicizia che ha il sapore di cattività. salta giù dal letto e sparisce nel buio della casa. continua a non sapere che se si vuole si può liquefare l’aria e che lei è nata da un cilindro di vetro. ma non le interessa, ora gracida la notte dal fondo di un mobile antico. sull’aereo di ritorno elimini i doppioni dalla galleria. il campetto da calcio, la disposizione delle luci nel parcheggio dell’ipermercato. ora sono poco importanti, solo contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata. palermo punta raisi, palermo campofelice, palermo rottamazioni, palermo terrecotte all’ingrosso. lungo il viaggio sfocare la vista e incrociare gli occhi. trovare un modo per non esserci. indovinare le parole come perline su un filo di nylon, su un cavo dell’alta tensione. prevedere le coincidenze e capire il perché degli incidenti. nel pieno della mia onda verde. un non detto espresso sotto forma di tante piccole somatizzazioni. una massa minuta e dura al tatto, una calcificazione sul retro del collo a ridosso del vago. forse è una ciste di denti e capelli appartenenti a un’altra me su cui io ho prevalso. sono state trovate chiavi con portachiavi a gufetto azzurro chiavi con portachiavi tipo uncinetto a cuore rosso chiavi con portachiavi in pelle, a forma di borsetta chiavi con portachiavi pacman giallo chiavi con portachiavi di metallo metà angelo metà diavoletto sono state perse chiavi con portachiavi a forma di cuore rosa chiavi con portachiavi con cane di peluches chiavi con portachiavi fascetta rossa di as roma chiavi con portachiavi a forma di casetta chiavi con portachiavi con il nome karen chiavi con portachiavi a fiore giallo chiavi con portachiavi raffigurato spiderman chiavi con portachiavi rosa rotto a metà chiavi con portachiavi in gomma joystik della xbox chiavi con portachiavi di mickey mouse chiavi con portachiavi a forma di lupetto stilizzato chiavi con 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Nel 2025 ha pubblicato la sua prima raccolta Zootropio (Pungitopo Editore). Alcuni suoi testi sono apparsi su Almanacco Murmur (Paint It Black Publishing) e Minima. Il suo lavoro è stato esposto in diverse mostre, tra cui: Look Deeper and Eventually You’ll Find Nothing (Galerie Studiohomeawareness, Milano, 2025); Uncanny Valley (Palazzo Bronzo, Genova, 2024); Double Fictions (SAME Gallery, Tokyo, 2024). Si ringrazia qui l’editore e l’autrice per aver concesso questi estratti dal libro (https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo) (Pungitopo, coll. «remedia», 2025: https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo)
- scienza e politica
dossier italia Sul recente rapporto capitale/lavoro in Italia Le trasformazioni che hanno attraversato i processi produttivi e il mondo del lavoro in Italia negli ultimi decenni dipendono da fenomeni molteplici e spesso eterogenei. Parlarne, significa rintracciare le tendenze di fondo del capitalismo mondiale e osservarne le declinazioni nel contesto italiano. Il tentativo sarà quello di condurre un’analisi delle tensioni del rapporto capitale/lavoro, delle modalità con cui si è via via delineata una strategia volta a parcellizzare ed esautorare una classe operaia che a cavallo degli anni ’60 e ’70 aveva raggiunto l’apice della sua capacità antagonista. Perché è proprio a partire da questa risposta del capitale, nonché dei suoi successivi sviluppi, che possiamo comprendere lo stato di cose presente. Questo accumulo di potere operaio trovava le sue premesse nella configurazione socio-economica propria del capitalismo industriale: da un lato, l’applicazione dei principi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dall’altro, le politiche di welfare che suggellavano il compromesso fordista. È in questo scenario che emerge dapprima la figura dell’operaio massa e successivamente quella dell’operaio sociale. La prima designa l’operaio dequalificato, anello di una catena di montaggio che ha espropriato il suo sapere incorporandolo nelle macchine. È l’operaio comune che popola in particolare le grandi fabbriche del nord Italia, protagonista dell’autunno caldo del 1969. Per spezzare l’espressione di questa soggettività conflittuale consolidata nell’unità di luogo e tempo che era la fabbrica e che con il rifiuto del lavoro rompe la centralità della stessa, il capitale ristruttura la produzione e estende la propria logica al resto della società alla ricerca di nuove forme di valorizzazione. Alcuni frammenti della produzione vengono delocalizzati, vengono introdotte precarietà e flessibilità, si cercano nuove forme di valorizzazione nel sapere diffuso nella società. Si creano quindi le condizioni di emergenza dell’operaio sociale, figlio della terziarizzazione dell’industria e della proletarizzazione del lavoro intellettuale, nonché del riconoscimento della centralità dei processi di cooperazione e riproduzione sociale (cruciali i contributi del femminismo) nelle pratiche di valorizzazione del capitale1. Se con il concetto di operaio sociale si tentava di dare contezza di una nuova composizione di classe che si stava sviluppando in seno alle contraddizioni del capitalismo italiano (e mondiale), allo stesso tempo questa figura prende forma all’interno della tensione dialettica tra la scomposizione di classe operata dal capitale e la ricomposizione di una classe ormai diffusa in quella disunità di luogo e tempo che è la metropoli. Se parliamo di scomposizione e ricomposizione è proprio perché la composizione tecnica – la classe come forza-lavoro all’interno dei rapporti di produzione capitalistici – e la composizione politica – la soggettività di classe coi suoi bisogni materiali, la sua cultura e i suoi desideri – si ridefiniscono profondamente. Le strutture produttive si ridimensionano (anche a causa della minaccia di recessione dovuta alla crisi petrolifera del ’73) e viene data maggiore importanza alla professionalità operaia creando divisioni all’interno della classe (con la complicità dei sindacati). Risulta, infine e infelicemente, fondamentale il ruolo del Pci nel promuovere un’idea di sviluppo delle forze produttive alleate tra di loro che si riassume in un condensato di austerità e sacrifici, senza perdere incidentalmente l’occasione di criminalizzare il dissenso proveniente dall’area politica della sinistra extra-parlamentare. L’avvento dell’operaio sociale sarà quindi più la prefigurazione di nuove figure del lavoro che si concretizzeranno sociologicamente negli anni a venire che l’emergenza di una forza antagonista in grado di esprimere quella conflittualità operaia a cui si faceva riferimento poc’anzi. Il processo massiccio e duplice di ristrutturazione della produzione e di repressione dei movimenti sociali ci consegna una fase di riflusso in concomitanza con la ridefinizione dei processi di accumulazione del capitale a livello mondiale. È a quest’altezza che, con la crisi del fordismo, si apre la fase cognitiva del capitalismo. Le lotte operaie dei decenni precedenti avevano messo in discussione l’organizzazione rigida e automatizzata del lavoro derivante dal taylorismo, favorendo l’espansione del salario sociale (pensione, indennità ecc.) e dei servizi del welfare, rendendo sempre meno sostenibile – nell’ottica del capitale, beninteso – il costo di riproduzione della forza-lavoro. E mentre il vincolo salariale si allentava, il livello medio della formazione e della qualificazione della popolazione aumentava, creando progressivamente una condizione di intellettualità diffusa all’interno delle società occidentali2. Si creano così le condizioni per cui tanto la conoscenza quanto le capacità cognitive, affettive e relazionali della forza-lavoro si ritrovano sempre più al centro dei processi di valorizzazione e accumulazione capitalistica. È ormai fatto noto che i beni immateriali (dalle competenze ai brevetti passando per database, processi operativi, marchi e metodologie di lavoro) costituiscano una componente critica dei processi produttivi3. Basti pensare che oggi gli asset intangibili rappresentano il 92% della capitalizzazione di mercato delle 500 società più grandi quotate negli Stati Uniti (indice S&P 500)4. Ma la valorizzazione va ben aldilà delle mura aziendali e delle professioni specialistiche, tecniche e intellettuali (quasi il 40% degli occupati in Italia nel 20235). Implica anche una serie di fenomeni del tutto diversi: l’estrazione dei dati degli utenti online (preferenze, utilizzo, interazioni) per fini pubblicitari, l’appropriazione dei digital commons (software libero e open source), il cosiddetto «lavoro del consumatore», la mercificazione di risorse personali e del proprio tempo libero (sharing economy), così come il lavoro di cura non retribuito che in Italia, oltre a poggiare largamente sulle spalle delle donne (71%) e a essere una componente fondamentale del welfare, si stima generi un valore pari a 473,5 miliardi di euro se convertito in termini monetari (equivalente al 26% del Pil nazionale)6. La centralità dei saperi e dei beni immateriali nel processo di creazione di valore rappresenta una nuova sfida per la logica del capitale. Se la catena di montaggio aveva permesso di spossessare l’operaio di mestiere della propria professionalità specifica, la crescente qualità cognitiva della forza-lavoro richiede strategie adatte a tale novità storica. Perché ogni residuo di attività cognitiva in mano alla classe lavoratrice rappresenta una duplice minaccia: a) l’incertezza dell’esecuzione del contratto di lavoro tramite il quale si acquista semplicemente del tempo di messa a disposizione della forza-lavoro, ben diverso è assicurarsi che questa si traduca in un pieno impiego delle proprie capacità fisiche e mentali; e b) la possibilità di un’organizzazione autonoma della classe lavoratrice, ovvero la capacità di liberarsi del comando capitalista nei processi di produzione e riproduzione sociale. Oltre alla sopracitata organizzazione scientifica del lavoro, il capitale ha storicamente risposto (una volta preso atto dell’ineliminabile indocilità del lavoro vivo) a questo pericolo cercando o di fare presa sulla soggettività dell’individuo o di liberarsi dei vincoli del rapporto salariale. A tal proposito, sono stati messi in campo nuove forme di dipendenza e sfruttamento e nuovi dispositivi di estrazione del valore tramite la finanza e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Mantenendo al centro della nostra ricostruzione il rapporto capitale/lavoro in Italia possiamo osservare in particolare due trasformazioni che hanno prodotto nuove strutture organizzative volte a produrre e a catturare valore: l’impresa post-fordista e le piattaforme. L’impresa post-fordista e le pratiche di management delle risorse umane Il passaggio al post-fordismo si iscrive pienamente nell’inaugurazione della stagione neoliberale e delle sue parole d’ordine: fare della concorrenza il perno dell’organizzazione socio-economica e dell’impresa il modello antropologico di riferimento. Dal punto di vista discorsivo, l’affermazione di concetti operativi quali quelli di capitale umano e merito7 ha informato le direzioni prese dalle politiche pubbliche (esemplare la nuova denominazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito), creando contemporaneamente il substrato per nuovi processi di soggettivazione centrati sulla colpa, sulla responsabilità individuale e sull’interpretazione della propria esistenza in termini di investimento continuo su di sé. Rimuovendo chirurgicamente ogni ragionamento sul ruolo delle condizioni socio-economiche di partenza nella definizione delle traiettorie professionali, ha preso il largo una concezione che fa del singolo individuo il solo responsabile della propria riuscita in ambito lavorativo. Se ognuno è portatore sano del proprio capitale umano in quanto insieme di competenze e capacità di ogni tipo (siano esse tecniche o le tanto famigerate soft skills) che è in grado di mettere a disposizione in cambio di una retribuzione, l’esito della propria vita professionale determinerà sempre più il giudizio sulla propria esistenza sociale. L’idea, ormai luogo comune lungo tutto il percorso di formazione scolastico e non, secondo la quale ogni conoscenza ed esperienza è pretesto di valorizzazione di sé – l’idea cioè che si sia tutti in un qualche modo imprenditori di se stessi – costituisce la condizione di possibilità per sollecitare l’implicazione della forza-lavoro e diffondere una cultura del lavoro a tempo determinato mal (o non) retribuito in cambio di opportunità di crescita umana e professionale. L’impresa post-fordista, nella fattispecie, risponde a due esigenze fondamentali. Rendere flessibili i processi produttivi e la forza-lavoro. La ragione? Comprimere i costi e rispondere repentinamente alla competizione su scala globale. La ratio? Il toyotismo8, il cui modello produttivo è il sistema just in time (Jit) che consiste nello sforzo continuo di far combaciare domanda e offerta, di seguire l’andamento del mercato e le preferenze del cliente. Il salto è rilevante e segna la rottura col paradigma taylorfordista, basato sulla produzione di massa che trainava la propria domanda. Ora è la volatilità del mercato a dettare tempi, obiettivi e forma del processo produttivo. Ne consegue l’eliminazione di eccedenze e tempi morti: tutto ciò che è improduttivo va rimosso e la gerarchia si riconfigura verso maggiore collaborazione e polivalenza. È un equilibrio dinamico, fragile, che richiede l’azione corale e qualitativa dei dipendenti. L’obiettivo è disinnescare la conflittualità operaia e promuovere lo spirito d’impresa, così che i lavoratori si sentano parte integrante dell’organizzazione e vi contribuiscano con tempo, creatività ed energie. L’individualizzazione dei rapporti di lavoro e lo smantellamento delle tutele diventano imprescindibili in virtù di dinamiche di mercato imprevedibili che rendono la produzione non più programmabile nel lungo periodo. Ne consegue un’incompatibilità assoluta tra valorizzazione capitalistica e stabilità del quadro normativo del diritto del lavoro. Vanno trovate qui le ragioni delle varie riforme del mercato del lavoro (tra le più note: Pacchetto Treu, Riforma Biagi e Jobs Act) che dagli anni ’90 in Italia hanno tentato di introdurre maggiore flessibilità creando nuove tipologie di lavoro (a contratto, a progetto, interinale ecc.). Si è affidata al mercato l’allocazione ottimale della forza-lavoro, deresponsabilizzando le imprese, con l’intento di proporre prezzi più competitivi sul breve periodo comprimendo il costo del lavoro per unità di prodotto9. Diventa difficile conciliare, da un lato, l’esigenza di disinnescare l’antagonismo operaio e di legare l’individuo all’impresa, e, dall’altro, il progressivo venir meno di garanzie e tutele per il lavoratore costretto ad adeguarsi all’aleatorietà degli andamenti economici e tenere viva la produzione di profitto. Insomma, se il lavoro è sempre più flessibile e precario come far sì che il soggetto aderisca all’impresa dedicandovi la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie? Come rendere possibile una forte implicazione psicologica in una struttura fragile e temporanea da cui si rischia di essere esclusi in qualsiasi momento? Del resto, parliamo pur sempre di un Paese in cui negli ultimi trent’anni le occupazioni a tempo determinato sono passate dal 5 al 17%, l’adesione sindacale dal 39 al 32% e le retribuzioni reali sono diminuite dell’8% se deflazionate con i consumi privati10. L’ambito della gestione delle risorse umane – vero e proprio smooth operator del contrattacco del capitale contro il lavoro – ha sviluppato un ricchissimo arsenale di strumenti, strategie e approcci volti a incardinare la soggettività dell’individuo alla cultura aziendale. La finalità è fare della performance lavorativa il filtro attraverso cui conoscersi e sviluppare la propria personalità. Da cui la panoplia di dispositivi di valutazione, e di pratiche di counseling, mentoring, o coaching. La nozione di contratto psicologico11 rappresenta in tal senso un esempio particolarmente significativo. Se il contratto giuridico vincola formalmente il lavoratore, ciò che in esso non è prescritto sono la volontà, l’attitudine, l’intenzione di adempiere al proprio obbligo sfruttando al meglio le proprie capacità e divenendo così una risorsa significativa per l’impresa: si costringe così l’individuo a costruire un rapporto con se stesso centrato sul proprio capitale umano, sulle proprie motivazioni, a partire da una storia personale e professionale in cui rinvenire l’insieme delle proprie capacità e potenzialità. L’obiettivo? Essere più efficaci, performanti, flessibili. Il mezzo? Lo sviluppo personale nella forma dell’investimento su di sé. Si trova riscontro di ciò, ad esempio, in un volume di recente pubblicazione dedicato alla questione della valorizzazione del capitale umano12. La competenza è innanzitutto «competenza a vivere, cioè la nostra complessiva, complessa, globale abilità cognitiva e affettiva di essere e stare nel mondo, di trovare il nostro posto e fare il nostro cammino». Ma ancor più emblematico è quanto viene affermato poco dopo: non solo «dalla competenza a vivere» si passa alla «competenza manageriale e professionale», ma la prima costituisce «una parte fondamentale di quella teoria del soggetto che è, insieme, necessaria e fondante per dare un senso alla persona come asset fondamentale del successo delle organizzazioni, del loro apprendimento e, in definitiva, del loro sviluppo». Non basta più cedere la propria forza-lavoro, bisogna dimostrare l’inerenza tra le proprie convinzioni, la propria attitudine – uno specifico savoir-faire e savoir-etre – e l’organizzazione aziendale. La risorsa umana e il suo attaccamento diventano le nuove scommesse del capitale per indorare la pillola dello sfruttamento e rilanciare l’estrazione di plus-valore. Le piattaforme e il loro impatto sul mercato del lavoro Dal canto loro, le piattaforme rappresentano l’altra grande novità in termini di organizzazione della produzione e di appropriazione del lavoro altrui ed emergono da una crisi prolungata dell’accumulazione capitalistica. A cavallo degli anni Duemila, i tassi di investimento crollano, i guadagni di produttività ristagnano e gli investimenti tradizionali non rendono più13. I capitali si riversano altrove, verso scommesse più rischiose ma con prospettive di rendimento più elevate: le startup tecnologiche. Il modello economico delle piattaforme presenta alcune caratteristiche (asset intangibili, effetti di rete e costi marginali molto bassi) che favoriscono una crescita estremamente rapida creando spesso situazioni di «winner take all», dove l’attore che riesce a imporsi sulla concorrenza finisce per dominare il mercato imponendo le proprie regole. Da un punto di vista organizzativo, si sfaldano le frontiere tra azienda e mercato: se la teoria economica ha tradizionalmente interpretato la necessità dell’impresa, per ridurre i costi di transazione e coordinare in maniera più efficiente la forza-lavoro tramite la sua integrazione verticale e gerarchica all’interno della produzione, con il modello della piattaforma diventa possibile disciplinare il lavoro senza internalizzarne i costi. Diventa possibile cioè esternalizzare sempre più funzioni e processi liberandosi del fardello del rapporto salariale pur mantenendo il controllo sull’attività. Un controllo sempre più impersonale reso possibile da tutta una serie di dispositivi algoritmici di direzione, notazione e valutazione con un’ulteriore flessibilizzazione del rapporto lavorativo e una compressione delle retribuzioni. In particolare, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha pubblicato nel 2021 un rapporto sulle piattaforme digitali e le condizioni di lavoro nei Paesi del G20. Qualche cifra per dare un’idea delle proporzioni e dell’impatto sull’economia e sul mercato del lavoro: nell’ultimo decennio, il numero delle piattaforme è quintuplicato, e benché ufficialmente il numero dei dipendenti sia sempre abbastanza ridotto rispetto alla cifra d’affari, i prestatori di servizio che hanno svolto una qualsivoglia attività intermediata da una piattaforma si stima siano intorno ai 66,8 milioni. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di giovani lavoratori, a bassa qualificazione e molto spesso appartenenti alla popolazione immigrata. Il rapporto racconta di un orario di lavoro settimanale molto elevato (70 ore) e redditi bassi (tra 1,10 e 5,30 dollari l’ora) e mette in luce condizioni di lavoro precarie e irregolari, con fortissime difficoltà di accesso alla protezione sociale14. L’Italia non fa eccezione. Secondo i dati INAPP del 2024, sono circa 690.000 le persone tra i 18 e i 74 anni che hanno realizzato un guadagno tramite piattaforma, consegnando pacchi o pasti, vendendo beni, affittando case o offrendo servizi di cura15. Tuttavia, questa inclusione nel mercato del lavoro si accompagna a processi di frammentazione, individualizzazione e precarizzazione, dove il management algoritmico sostituisce la cooperazione e la contrattazione collettiva con una pressione continua sulle performance individuali che mette i lavoratori in competizione tra di loro. Non è un caso se la Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl (Glovo Italia) et Deliveroo Italy srl con l’accusa di «caporalato digitale», la formulazione più appropriata per riassumere il sistema di coordinazione e sfruttamento del lavoro delle piattaforme di food delivery. Si contano circa 40 mila fattorini in tutta Italia: la maggior parte lavoratori migranti che, spesso privi di permesso di soggiorno, finiscono per dedicarsi a quest’attività in assenza di alternative accettando paghe inferiori del 76,5% rispetto alla soglia di povertà assoluta e del 90% rispetto alla contrattazione collettiva16. La subordinazione implicata nel sistema di gestione algoritmico viene dissimulata facendo appello all’apparente autonomia dei riders, ma risulta presto evidente che il funzionamento della piattaforma, così come il livello della retribuzione, l’impossibilità di rimediare un impiego migliore e la necessità di trovare una fonte pur minima di reddito creino le condizioni per l’instaurazione di un rapporto di fortissima dipendenza. Le politiche migratorie del governo italiano hanno largamente favorito la demoltiplicazione di situazioni di clandestinità e di marginalizzazione rendendo questi soggetti particolarmente vulnerabili e disposti a integrare segmenti produttivi non regolamentati. L’accettazione forzata di condizioni di lavoro estremamente degradanti ha avuto e continua ad avere un impatto maggiore sulla loro salute psico-fisica. Se ritorniamo per un attimo al fenomeno nella sua generalità possiamo quindi affermare che le piattaforme, spesso presentate come superfici di intermediazione tra due gruppi di clienti (siano essi consumatori o organizzazioni), si strutturano piuttosto come vere e proprie infrastrutture in grado di estrarre e valorizzare dati, attività umane e conoscenze. Attraversano e codificano le interazioni sociali, analizzano le tracce lasciate dagli utenti per trasformarle in un prodotto monetizzabile. Ma non solo: la portata infrastrutturale delle Big Tech può essere compresa anche all’interno di una storia più lunga, in riferimento all’urgenza di ristrutturazione mondiale del capitale che trova nella logistica uno dei suoi vettori principali. Per rompere la centralità operaia diventa necessario accelerare la circolazione di merci e persone e delocalizzare le fabbriche nelle ex colonie frammentando la produzione. È anche a partire da questo processo, quindi, che l’ascesa delle Big Tech ha potuto realizzarsi17 con una compenetrazione sempre più stretta tra infrastruttura materiale e virtuale. Amazon è un caso emblematico: non una semplice piattaforma di e-commerce ma un attore che integra servizi finanziari, di cloud computing (Amazon Web Services) e di crowdsourcing (Amazon Mechanical Turk) i quali permettono di ridefinire la divisione cognitiva del lavoro e la sua articolazione con la divisione tecnica a livello globale. Nella fattispecie, l’esplosione del settore della logistica si evince anche dal fatto che esso rappresenta una buona porzione della domanda di lavoro in Italia (un quinto delle offerte di lavoro nel 202418). Va tenuto conto inoltre che si tratta spesso e volentieri di lavoro temporaneo19, ottenuto tramite agenzie interinali, dalla durata di qualche mese con a volte rinnovi anche solo di una manciata di giorni. Nei magazzini Amazon, ad esempio, un’organizzazione ferrea del lavoro disciplina le azioni dei lavoratori rievocando gli spettri di un taylorismo digitale20 in grado di coordinare capillarmente ogni loro gesto, misurarne il tempo e sorvegliare senza soluzione di continuità la loro attività. Ritroviamo qui un connubio di strategie vecchie e nuove la cui efficacia aumenta esponenzialmente se combinate con la capacità di calcolo e di trattamento in tempo reale delle tecnologie di punta del cloud computing. Abbiamo qui una variazione sul tema del macchinismo e dell’automazione la cui funzione era già stata definita da Marx nel Capitale (Sezione IV, capitolo 11) in termini di direzione, mediazione, sorveglianza e, non da ultimo, profitto. Conclusione Questa ricostruzione ha permesso di evidenziare schematicamente in che modo, negli ultimi decenni, il capitale ha tentato di rilanciare i processi di valorizzazione e accumulazione a partire dalla crisi sociale del fordismo. La controffensiva al lavoro, in quanto unica fonte di plusvalore, ha preso strade via via più sofisticate. In particolare: aggirare il rapporto salariale elaborando forme contrattuali atipiche, incastrare la soggettività della forza-lavoro nel ruolo di imprenditrice di se stessa e di risorsa umana per l’impresa, e infine adoperare le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per affinare l’organizzazione scientifica del lavoro. In tutto cio, lavorare in Italia oggi significa anche rischiare di perdere la vita (solo nel 2025 ci sono stati quasi tre morti sul lavoro al giorno21), finire vittima del caporalato (in particolare la popolazione migrante) e vivere quotidianamente la disuguaglianza di genere che si traduce, tra le altre cose, in un tasso di occupazione femminile e un livello dei salari sensibilmente più bassi (nonostante la percentuale di laureate sia più elevata rispetto a quello dei laureati) e in una maggiore esposizione all’instabilità occupazionale22. Ma come trarre un bilancio da una situazione così composita, da un quadro desolante in cui vecchie e nuove forme di sfruttamento del lavoro convivono, in cui problemi strutturali quali razzismo e sessismo persistono e in cui, quella che un tempo poteva essere definita classe operaia, è a tal punto segmentata da non riuscire più a trovare un terreno comune di lotta al di là di contenute conquiste settoriali? È cercando una risposta a questa domanda che il metodo operaista della conricerca diventa il punto di partenza per ricomporre i frammenti di questa scomposizione di classe. Sono i contributi che fanno dell’inchiesta operaia il metodo privilegiato di conoscenza della condizione della classe lavoratrice a fornire ausilio per una ricomposizione, almeno teorica, di quella stessa classe. E lo sono quelle stesse forme di organizzazione e di lotta che, esprimendosi conflittualmente, producono la realtà della propria capacità politica. Ne sono un esempio le inchieste del collettivo di ricerca Into the Black Box, che ha seguito negli ultimi anni le lotte dei lavoratori della logistica in Italia approfondendo il ruolo dei sindacati di base, il ricorso allo sciopero come pratica di blocco dei flussi di merci nonché la composizione di classe della forza-lavoro. Lo sono altrettanto le analisi del management delle risorse umane, del precariato cognitivo e le prospettive femministe sul lavoro di riproduzione sociale. Sono tutti frammenti di una composizione tecnica e politica a geometria variabile volti a rinvenire un sostrato comune, un piano in cui concatenare figure del lavoro eterogenee. Questo piano è oggi eminentemente sociale, in quanto è già al livello della cooperazione e riproduzione sociale che avviene l’estrazione di valore. Come abbiamo visto, tutta un’impalcatura discorsiva, giuridica, materiale e tecnologica è stata allestita per rendere possibile la sussunzione generalizzata al capitale della vita in società a vari livelli: tracce digitali, abitudini e interazioni sociali, differenze di genere, capacità cognitive e affettive, saperi, competenze personali e relazionali, origini geografiche, valori, idee, produzioni artistiche e culturali. Tutto può essere mercificato o qualificare la forza-lavoro come merce definendone la posizione all’interno della divisione internazionale del lavoro e il contributo specifico ai processi di valorizzazione e accumulazione capitalistici. È l’assiomatica del capitale, cioè l’imperativo della sua riproduzione infinita, che ripartisce ruoli e funzioni e determina le forme di riproduzione della forza-lavoro. In questo senso, integrare al quadro di riferimento operaista la nozione di composizione sociale permette di rendere conto di questa produzione diffusa della classe in quanto classe sociale, non più chiaramente identificabile in riferimento a una composizione tecnica e politica omogenea. Con questo nuovo concetto si intende il modo in cui la classe lavoratrice è prodotta, oggi più che mai, in quanto tale prima di varcare le soglie del posto di lavoro. Questo passaggio avviene in funzione del fatto che essa è costretta a vendere la propria forza-lavoro per una retribuzione che sarà impiegata in tutta una serie di attività riproduttive e di consumo, anch’esse ormai preda di processi estrattivi. Il concetto di composizione sociale può diventare quindi uno strumento utile per «comprendere i lavoratori fuori dal posto di lavoro» 23 e tessere le fila di un discorso di classe, laddove il capitale ha operato per disintegrarne l’unità tecnica e politica. Il trait d’union è in fondo la partecipazione comune alla logica del capitale, una logica globale a cui si è sottoposti secondo gradi anche molto diversi di visibilità e di violenza. Da questo punto di vista, le mobilitazioni per Gaza del più recente autunno italiano evidenziano un fenomeno di più ampio respiro. Nel momento in cui l’economia politica del genocidio si è rivelata totalmente inerente alle dinamiche del capitalismo mondiale e differenti categorie socio-professionali hanno toccato con mano la complessa rete di rapporti sociali di produzione che le lega alle vicende del popolo palestinese, è stato possibile bloccare un paese intero con livelli di partecipazione inediti per la nostra più recente storia politica. La capacità di coordinamento dei sindacati di base (Usb) è stata fondamentale, e la Cgil non ha potuto far altro che accettare il nuovo rapporto di forza tramite la propria adesione, benché tardiva, allo sciopero. Tra studenti, dipendenti pubblici, operai e lavoratori migranti, un ruolo decisivo è stato quello dei lavoratori della logistica, in particolare dei portuali, che con i loro picchetti hanno dato un segnale forte di rottura rifiutandosi di spedire materiale bellico verso Israele. Ognuna di queste soggettività ha trovato nell’esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo un terreno comune di lotta. La sua espressione si è fermata a manifestazioni di una coscienza di classe incipiente (il boicottaggio e lo sciopero) senza sfociare finora in una vera e propria forza politica organizzata, e quindi oppositiva, in grado di dare un seguito a quelle giornate. Resta in ogni caso un precedente prezioso in termini di coordinazione e organizzazione dell’Unione sindacale di base e di mobilitazione generale in senso anticapitalista, tanto più che l’imperialismo americano sembra avere ormai definitivamente scelto la via della guerra per rilanciare i processi di accumulazione del capitale. Il fantasma di un’economia di guerra rende sempre più evidente la logica suicidaria del modo di produzione capitalistico e di fronte alla degradazione delle condizioni di vita e di lavoro di una larghissima parte della popolazione lo Stato italiano rafforza la propria svolta autoritaria per reprimere ogni forma di protesta – dal cambiamento climatico all’abolizione dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) passando per la difesa degli spazi occupati. Alla luce di tutto ciò, l’unica diagnosi che in conclusione questo contributo può modestamente proporre è che uno sforzo teorico e politico di ricomposizione di classe è più che mai urgente e necessario. Note 1 A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo. Verona, ombre corte, 2024. 2 C. Vercellone e A. Di Stasio, La nuova articolazione tra tempo di lavoro e tempo libero nel capitalismo cognitivo. Un approccio marxo-braudeliano, «Rivista critica di diritto privato», 41 (2023), 3, pp. 363-390. 3 L. Demmou, G. Franco e I. Stefanescu, Productivity and finance: the intangible assets channel - a firm level analysis, OECD Economics Department Working Papers, No. 1596, OECD Publishing, Paris, 2020, https://doi.org/10.1787/d13a21b0-en. 4 https://www.prnewswire.com/news-releases/ocean-tomo-releases-2025-intangible-asset-market-value-study-results-302686446.html. 5 Istat, Rapporto annuale 2024. Capitolo 2: I cambiamenti del lavoro: tendenze recenti e trasformazioni strutturali, https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Capitolo-2.pdf. 6 https://www.repertoriosalute.it/il-valore-nascosto-del-lavoro-di-cura-in-italia-il-rapporto-oil-federcasalinghe-2025/. 7 M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019. 8 Per chi volesse approfondire si rimanda al volume scritto dal direttore dello stabilimento e ideatore di tale sistema produttivo: T. Ohno, Toyota Production System. Beyond Large-Scale Production, Cambridge, Productivity Press, 1988; trad. it., Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993. Per una delineazione essenziale del modello Toyota si veda l’ottima introduzione all’edizione italiana di Marco Revelli. Precisiamo che il modello toyotista in Italia si è piuttosto affermato nel terziario, e meno nell’industria. 9 G. Travaglini e A. Bellocchi, Il mercato del lavoro italiano 30 anni dopo: più occupati, più precari, più poveri, «Eticaeconomia», 13 maggio 2024, https://eticaeconomia.it/il-mercato-del-lavoro-italiano-30-anni-dopo-piu-occupati-piu-precari-piu-poveri/. 10 Ibidem. 11 M. Nicoli e L. Paltrinieri, Il lavoro come produzione di sé. Per una genealogia del contratto “psicologico”, «Psiche», 2, 2017, pp. 571-588. 12 A. M. Castellano (a cura di), Valorizzare il capitale umano. Persone, team, organizzazioni, Milano, Egea, 2019, p. 9. 13 R. Brenner, The economics of global turbulence: the advanced capitalist economies from Long Boom to Long Downturn, 1945–2005. New York, Stati Uniti, Verso, 2006. Secondo Brenner, la stagnazione odierna nasce dai cambiamenti dell’industria globale seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, con la diffusione delle tecnologie americane. L’aumento della capacità produttiva mondiale ha saturato i mercati dei beni manifatturieri e troppa offerta ha fatto crollare prezzi e profitti. Così gli investimenti sono confluiti verso i mercati finanziari, più redditizi. Il dibattito su questa tesi è stato recentemente riacceso da Seth Ackerman e Aaron Benanav. 14 OIT, «Digital platforms and the world of work in G20 countries: Status and Policy Action». Paper prepared for the Employment Working Group under Italian G20 Presidency, 2021. https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---cabinet/documents/publication/wcms_814417.pdf. 15 https://www.aise.it/il-paese/nuove-norme-per-gig-economy-e-lavoro-in-piattaforma-inapp-presenta-il-report-platform-work-e-crisi-del-lavoro-salariato/227985/139. 16 A. J. Avelli, Food delivery, il caporalato digitale come incubatore di sfruttamento strutturale. Una vittoria ci salverà?, «Effimera», 7 marzo 2026 https://effimera.org/food-delivery-il-caporalato-digitale-come-incubatore-di-sfruttamento-strutturale-una-vittoria-ci-salvera-di-angelo-junior-avelli/. 17 N. Cuppini, Il paradigma Big Tech. Una genealogia tra contro-rivoluzione, spazi metropolitani e lotte, «Into the Black Box», 2 aprile 2026, https://www.intotheblackbox.com/articoli/il-paradigma-big-tech/. 18 https://www.corriere.it/economia/trasporti/25_ottobre_30/lavoro-un-annuncio-su-5-in-italia-e-nella-logistica-cresce-la-domanda-per-profili-specializzati-e-competenze-green-e-cyber-99094782-f6d8-4c00-ac5f-1080cb560xlk.shtml. 19 https://www.ilsole24ore.com/art/servizi-logistica-e-commercio-settori-cui-arriva-oltre-meta-offerte-lavoro-temporaneo-AHXtyGRB. 20 F. S. Massimo. Spettri del taylorismo. Lavoro e organizzazione nei centri logistici di Amazon, «Quaderni di rassegna sindacale 3», 2019, pp. 85-102, https://www.futura-editrice.it/wp-content/uploads/2019/11/Qrs_3-2019_Francesco-SABATO-MASSIMO.pdf. 21 https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/morti-sul-lavoro-incidenti-dati-inail-2025-studenti-alternanza-news/8278860/. 22 INAPP, Rapporto annuale sul mercato del lavoro e politiche di genere (Gender policy report), dicembre 2025, https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/8d79510c-3a61-454f-b794-f8e89e8fd956/content. 23 L. Feltrin, Inchiesta operaia e composizione di classe, «Issue 1: No Politics Without Inquiry», 29 gennaio 2018, https://notesfrombelow.org/article/inchiesta-operaia-e-composizione-di-classe. Filippo Greggi è dottorando in Economia all’Università Sorbonne Paris Nord. Durante le sue ricerche si è occupato della questione della soggettività nel neoliberismo e dell’economia politica del comune. Nella sua tesi studia il ruolo delle piattaforme cooperative e dei digital commons nel settore del cloud computing come modalità di riappropriazione delle infrastrutture digitali da parte di utenti e lavoratori.
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Ho solo bisogno di noi Tre magiche autobiografie Ho solo bisogno di noi. Rosso di Mària. Clandestina. Hotel California, di Teresa Zoni Zanetti, Milieu, 2026) Con la pubblicazione dell’ultima parte inedita, Hotel California, la collana settanta/milieu completa e raccoglie in un unico volume l’autobiografia in tre parti di Teresa Zoni Zanetti, iniziata nel lontano 1999 con Rosso di Mària per Castelvecchi e proseguita nel 2000 con Clandestina per DeriveApprodi. Autobiografia limitata a un solo periodo della sua vita, perché l’autrice, classe 1955, racconta nel primo libro la militanza giovanile nel Movimento di quegli anni, Educazione sentimentale di una bambina guerrigliera recitava il sottotitolo, quindi l’appartenenza a gruppi di lotta armata diversi dalle solite Brigate rosse e Prima Linea nel secondo, e infine i primi anni a San Vittore nel terzo, assai più breve dei primi due, a seguito dell’arresto del 18 giugno 1980 a Pontenure (Pc) dopo una fallita rapina, con conseguente condanna a 27 anni di carcere all’esito del noto processo Rosso-Tobagi. Io ho iniziato dal secondo, quando ancora ero agli inizi di un approfondimento sulle tante organizzazioni armate operanti in Italia nel «decennio lungo del secolo breve» che in seguito mi avrebbe portato anche a scriverne. Clandestina mi era talmente piaciuto da averlo voluto rileggere a distanza di anni per meglio inquadrare fatti e persone che nel libro venivano raccontati in forma di romanzo con «nomi di battaglia», perché sin dal primo lavoro, l’intento della Zoni era quello di narrare vite, emozioni, rapporti di solidarietà tra compagni, amori, amicizie, delusioni e fermenti collettivi, più che scrivere l’ennesima biografia della militante armata. Per cui non contavano i nomi, ma le esperienze collettive di vita, nella gioia e nel dolore, come si dice nei matrimoni, perché l’autrice, anche quando si troverà in galera, ha «solo bisogno di noi», tutto il resto non conta. Per questo, del tutto inutile si rivelò il mio goffo tentativo di chiederle un aiuto a identificare alcuni nomignoli meno noti; per farlo ho dovuto rivolgermi a chi ai tempi li aveva direttamente conosciuti, oppure alle varie sentenze che si occuparono di quei fatti, distribuendo anni di galera nel periodo dell’emergenza di un Paese che, a guerra finita, pensò di condensare quel gigantesco conflitto sociale con parole di facile presa mediatica come «terrorismo» e «anni di piombo». Niente di più distante da quello che ci racconta la Zoni, figlia di una famiglia unita e fieramente antifascista del varesotto dove si parlava in dialetto, cresciuta in un ambiente salubre e al riparo dalle contaminazioni tossiche della metropoli dove è costretta ad approdare di malavoglia ancora da ragazzina quando il nome suo e di alcuni compagni diventa oggetto delle attenzioni di Polizia, e da dove, lo dice lei stessa, non vedeva l’ora di scappare, perché, come scrive nel suo ultimo capitolo dal carcere, oltre che la rivoluzionaria il suo sogno era quello di «fare agraria». Fatto che non è sfuggito neppure ai giudici che ai tempi la processarono e condannarono a quasi 30 anni di galera, visto che in un’ordinanza di rinvio a giudizio si leggono parole solitamente assenti in quelle fredde pagine che trasformavano fermenti politici e sociali molto complessi in aridi articoli di codice: «Animata da un interiore sacro furore che la porta ad agire e ad impugnare le armi nella prospettiva di utopistici obbiettivi di giustizia e uguaglianza sociale, nei rari momenti di debolezza e di intimità a cui si lascia andare sogna una vita “normale” condotta allevando bambini e galline in campagna, per poi subito riprendere il controllo di sé e gettarsi nuovamente nella lotta, quasi fosse spinta da una misteriosa forza che la trascina e contro la quale nulla può fare. Questa è la Zoni che porta a messa il Marocco, che si lega al Gemelli o, forse e più esattamente, a ciò che il Gemelli per lei rappresenta, rammaricandosi nel contempo di renderlo uguale a lei, che senza un lamento precipita nel buio della notte per quasi 5 metri incrinandosi le costole, che custodisce nella medesima borsetta la pistola silenziata e il volumetto di meditazioni di ispirazione cattolica dal significativo titolo Voglio soltanto che sia amore». Il maggior pregio che mi preme sottolineare dei libri della Zoni è la scrittura, lo stile narrativo, asciutto in certi punti, ma denso di sentimento in altri, a volte quasi aulico nella descrizione di boschi e laghi e altre persino smaccato nella rabbia, sempre carico di traboccante amore quando si riferisce ad amici e compagni, implacabile verso chi invece ha tradito, e che non fa mistero di raccontarsi senza scudo nelle proprie debolezze, negli errori e negli innamoramenti affrettati talvolta frutto di abbaglio, che iniziano e si concludono con quello che è ancora oggi l’uomo della sua vita, conosciuto quando erano due adolescenti e ritrovato dopo anni di dura galera. «Nel quadro fosco degli “anni di piombo” così come ci è stato consegnato dalla pubblicistica di Stato” – scrive Alunni nella prefazione a Clandestina – quel che manca è l’umanità di cui erano pieni quegli uomini e quelle donne che facevano scelte drammatiche con la morte nel cuore come per esempio la clandestinità». Chi è stata, per il tratto di vita che racconta, perché poi ci sarà molto altro, Teresa Zoni? Militante nei tanti gruppi autonomi di quegli anni, presenti anche nella zona del varesotto, alla fine del 1977 entra nelle Formazioni comuniste combattenti, dopo aver militato in precedenza nelle Brigate comuniste, ennesima sigla che nasce dall’impulso più armato del Movimento, diretta emanazione del settore illegale della rivista milanese «Rosso» di via Disciplini e cofondate da Corrado Alunni, che aveva conosciuto Moretti all’epoca in cui entrambi lavoravano come tecnici alla Siemens, e che aveva da tempo abbandonato le Brigate rosse. La sigla Formazioni comuniste combattenti appare per la prima volta il 18 gennaio 1978 nella rivendicazione di un’azione contro il nucleo dei carabinieri in servizio di guardia esterna al carcere speciale di Novara. A giugno alcuni militanti, unitamente ad altri membri di Prima linea, parteciparono a un campo d’addestramento militare organizzato dall’Eta al confine tra la Francia e la Spagna, come risultò dal materiale ritrovato il 13 settembre nella base milanese di via Negroli in occasione dell’arresto di Corrado Alunni, e che verrà successivamente confermato agli inquirenti da un memoriale redatto in carcere dal pentito Fortunato Balice. Le Fcc verranno smantellate abbastanza in fretta dalle forze dell’ordine, prima con l’arresto nel 1978 del suo fondatore, e quindi, nel maggio del 1979 a Como, di quasi tutti i principali militanti, grazie alle confidenze fatte ai carabinieri dall’infiltrato Rocco Ricciardi. La Zoni nel frattempo era entrata nei Reparti comunisti d’attacco per la cui appartenenza verranno inquisite 24 persone, e tra le azioni militari di questa organizzazione si ricordano il ferimento a Milano del medico di San Vittore Mario Marchetti (13 novembre 1978), del dirigente Mario Miraglia (10 febbraio 1980), e l’assalto a Torino il 5 maggio 1980 della sede Rai. Scrive la Zoni, come si legge nella quarta di copertina: «Eravamo combattenti di una guerra impari, maledetta, sopportata come una malattia, e io stavo imparando che i combattenti non hanno il cuore leggero, ma il polso fermo, lo sguardo liquido e un rimpianto infinito nel cuore. Noi non avevamo dubbi. Credevamo fortemente alla nostra guerra e alle sue profonde ragioni. Il resto era solo conseguenza. Naturale, radicale, logica conseguenza. Ipocrita ci sembrava tutto il resto: chi non aveva avuto il coraggio di stare al nostro fianco, o peggio ancora chi la guerra l’aveva predicata per tanti anni nelle idee e nelle parole e poi non aveva avuto il coraggio di farla, lasciandoci soli a combattere sulla linea del fuoco. Pazienza. Noi c’eravamo, ed eravamo tanti, nonostante tutto». L’amicizia e la comunanza prima di tutto, per questo il tradimento di un compagno le appare ancora più atroce, come la morte di Roberto Serafini, crivellato l’11 dicembre 1980 dai colpi di una pattuglia dei carabinieri in via Varesina fuori dalla bocciofila Cagnola, insieme a Walter Pezzoli, da lei raccontata in poche ma drammatiche righe: «Eppure neanche quell’avvisaglia lo salvò anni dopo da una morte atroce, e ancor più dilaniante perché avvenuta proprio per responsabilità di quella stessa persona che tanto tempo prima, in una sera di brume, di laghi e di mal di pancia, a costo di forzare cento posti di blocco lo avrebbe portato sano e salvo fino all’altra parte del mondo». E a proposito di amicizie e comunanze, sul sito di DeriveApprodi si legge una sua commovente dedica a una ex compagna di militanza mancata nel 2016. «Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, rivoluzionaria quando tutta la sua generazione lo è stata, entusiasmo, speranze, lotte, rigore morale e onestà, cruda e sostanziale onestà verso se stessi e gli altri: come siamo venuti su noi, a vent’anni era impossibile negarsi, far finta di niente, girarsi dall’altra parte, si doveva e si poteva cambiare questo mondo e Francesca non si è certo tirata indietro. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, madre, contro tutto e contro tutti, madre dell’impossibile, madre coraggio, forza e incontenibile gioia insieme. Nell’amore Francesca non si è mai risparmiata, generosa e delicata, eppure presente tutta intera, senza mezze misure, Fabio e le ragazze lo sanno bene. Così nella vita Francesca non si è mai risparmiata, incurante di sé, come se fosse inesauribile, ha provato a vivere senza sconti e senza alcuna scorciatoia una propria etica e una propria intuizione di vita. Una piccola attenta e gentile combattente, discreta, misurata eppure indomabile testa contraria. Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca, per favore, insegnaci lo stesso a diventare vecchi, insieme». Tre libri da leggere tutti insieme per chi si fosse perso i primi due.
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risonanze sonore Sotto la superficie del rumore Christina Kubisch Il testo intreccia memoria personale e analisi critica per introdurre Risonanze sonore, una rubrica dedicata alla musica d’avanguardia. Partendo dalla Taranto degli anni Sessanta e Settanta, l’autore racconta come la musica sia stata per lui un linguaggio di resistenza sociale, sviluppato attraverso collettivi, radio, riviste e una lunga pratica di ascolto e sperimentazione. La riflessione si amplia poi alla trasformazione della musica in prodotto nell’era neoliberista e alla nascita di nuove forme di autonomia come le etichette indipendenti. Nella contemporaneità, la musica sperimentale viene descritta come un ecosistema fluido, rizomatico e tecnologicamente ibrido, capace di creare micro-comunità e spazi critici di relazione. Attraverso esempi come il percorso di Gaspare Sammartano, il testo mostra come il suono possa diventare strumento di lettura del territorio e laboratorio sociale. La sperimentazione sonora emerge così come pratica politica, percettiva e comunitaria, capace di opporsi alla mercificazione culturale e di generare nuove forme di sensibilità e partecipazione. Presentazione della rubrica Risonanze sonore A Taranto, la città in cui vivo, nei gloriosi anni Sessanta e Settanta si respirava un fermento inquieto: una vitalità giovanile attraversata dalla conflittualità operaia e dalle prime proteste studentesche. La musica non era evasione, ma riflesso di quelle tensioni: un modo per dare voce a una realtà che cambiava e pretendeva di essere ascoltata. Lì percepivo che poteva diventare una forma di resistenza, un respiro collettivo capace di raccontare il mondo da un’altra prospettiva.Fin dalla metà degli anni Sessanta ho percepito nella musica una forma di linguaggio capace di opporsi al conformismo del mio tempo. In un’Italia ancora segnata da moralismi borghesi, discriminazioni e retaggi fascisti, quelle musiche altre – spesso confinate nelle radio notturne o in cerchie ristrette di appassionati – mi hanno insegnato a riconoscere l’ingiustizia e a mettere in discussione l’ordine delle cose imposto.A quei tempi ho fatto parte di un collettivo musicale a Taranto, una realtà aperta e sperimentale in cui musicisti diversi si alternavano tra strumenti e sonorità, dando vita a esibizioni sempre nuove. Ho collaborato per qualche mese con una rivista quindicinale di musica di cui non ricordo il nome, (mi pare fosse «Sound Music» o «Sound Flash» su incarico di un impresario nazionale che ne deteneva parte della proprietà) e quest’esperienza mi offrì l’occasione di vivere da vicino il fermento culturale di quegli anni e di respirare l’atmosfera dei concerti, ai quali potevo assistere liberamente. Negli anni successivi ho collaborato anche con alcune radio private cittadine, continuando a mantenere un legame costante con la musica.Collezionista di vinili da decenni, ho espresso questa passione anche in altre forme: realizzando video di concerti dal vivo e, più recentemente, partecipando al recupero di un raro reperto audio poi pubblicato su vinile, testimonianza di una stagione rock progressiva tutta tarantina. M.A.B. – Minestra Affogata In Brodo https://www.discogs.com/release/32570235-MAB-Minestra-Affogata-In-Brodo?srsltid=AfmBOop5Mz47QjE4bB2Wkm2Zcvimj2eLxIJqWLJOl0C2gEVgfl9ge-J- Con il tempo, ho imparato che il suono non è solo estetica, ma esperienza. Attraverso il mio modo di ascoltare e di suonare, ho compreso che la libertà non nasce solo dall’improvvisazione, ma dal modo in cui si percepisce il suono: fuori dalle categorie, dai generi, dalle gerarchie che il mercato e la tradizione impongono. Scoprire il suono in sé, nel suo farsi e disfarsi, significava per me riconoscere un’altra sensibilità, una forma di conoscenza capace di mettere in discussione ciò che ci viene insegnato ad ascoltare. Fu attraverso la musica psichedelica, che mi aveva colpito per la sua capacità di espandere la percezione e aprire spazi interiori inattesi, che arrivai al free jazz e alla musica sperimentale. Entrambe furono per me una rivelazione sonora: frantumavano le strutture, spezzavano i confini, respiravano fuori dal tempo e dalle regole. In quell’ascolto scoprivo non solo una dimensione più umana e consapevole, ma anche un nuovo rapporto con lo spazio circostante – come se il suono, liberandosi, restituisse respiro anche al mondo intorno. Proprio perché la musica iniziò a farsi portavoce di una possibile sovversione sociale – capace di scardinare le gerarchie e di dare voce a nuove forme di libertà – nella seconda metà degli anni Settanta il neoliberismo si insinuò come una forza silenziosa ma profonda, pronta a neutralizzarne il potenziale. Il suono, da linguaggio collettivo e liberatorio, venne progressivamente trasformato in prodotto; l’artista costretto a misurarsi con le regole del mercato, a gestire sé stesso come un bene da vendere, più che come un soggetto creativo. Eppure, da quella stessa contraddizione nacquero nuove forme di resistenza: l’autoproduzione, le etichette indipendenti, il punk hardcore e una scena artistica sorprendentemente fertile che, grazie alle tecnologie emergenti, continuava a esplorare territori sonori inediti, riaffermando una libertà che il mercato ha tentato di inglobare, ma che, in parte, ha continuato a risuonare – ostinata – contro ogni tentativo di controllo. Ascoltare, allora, significava prendere posizione. Ogni suono era un atto di resistenza contro l’omologazione, un invito alla partecipazione, non al consumo. La musica d’avanguardia diventava un gesto di insubordinazione: non solo ricerca formale, ma tentativo di liberare l’ascolto dalla gabbia della forma-merce. Oggi, nonostante le piattaforme digitali abbiano inglobato anche la musica indipendente, resiste una scena viva di artisti e ascoltatori che scelgono di sottrarsi al rumore del mercato. Per loro – e per me – il suono resta un incontro, un gesto critico, un modo di pensare e di costruire comunità. Questa rubrica nasce (per loro:) per chi ancora cerca nella musica un atto di libertà, un gesto di consapevolezza. Sarà uno spazio di ascolto e di racconto, dove le musiche d’avanguardia non siano un’eccentricità da collezionisti, ma una bussola per orientarsi nel rumore del presente. Negli ultimi anni si osserva un rinnovato interesse verso la musica sperimentale elettronica e concreta, un campo artistico complesso e articolato che, pur restando ai margini delle logiche commerciali tradizionali e dei circuiti di mercato convenzionali, continua a esercitare un fascino duraturo e costante su nuove generazioni di musicisti, sound artist, sperimentatori del suono e creativi che intendono esplorare territori sonori non convenzionali. Questo fenomeno non riguarda solamente la produzione musicale in senso stretto, ma coinvolge anche i modi di ascolto, le pratiche di condivisione, la costruzione di reti di scambio, la creazione di comunità temporanee o durature e lo sviluppo di spazi di pratica artistica innovativi, in cui ogni elemento sonoro diventa occasione di riflessione e di interazione. Gli autori coinvolti in queste pratiche sono spesso autodidatti, o provengono da percorsi ibridi e compositi che intrecciano competenze provenienti da diverse discipline creative, tra cui arte visiva, informatica, performance dal vivo, design del suono, installazioni, interazioni multimediali e sperimentazioni tecnologiche. In questo contesto, la rete e le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale, offrendo uno spazio di visibilità e di connessione che, pur essendo limitato e ristretto, permette la nascita di micro-comunità sonore transnazionali, in cui individui e gruppi possono incontrarsi, scambiarsi idee, strumenti, metodologie e pratiche creative, sperimentare collaborazioni a distanza, discutere di progetti comuni e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero isolate. Questi spazi digitali diventano così veri e propri luoghi di aggregazione, dove il suono, l’innovazione e la sperimentazione si intrecciano e si amplificano, creando possibilità di contaminazione e di interazione che travalicano i confini fisici e geografici, pur restando sempre fortemente legati a dinamiche di nicchia. Tali esperienze sfuggono ai modelli di consumo tradizionali e alle categorie di mercato musicale consolidate, mantenendo un carattere sotterraneo, intenso, fertile e creativo, ma al contempo fragile e precario. Il pubblico a cui queste pratiche si rivolgono è spesso limitato, specifico e selettivo; la stampa specializzata riserva loro solo attenzione episodica, intermittente e frammentaria; e le reti di sostegno tra artisti risultano spesso deboli, discontinue, frammentate e poco strutturate. La dimensione indipendente e non convenzionale di queste pratiche le pone in netto contrasto con le cosiddette scene alternative popolari, che pur proclamandosi autonome e indipendenti, finiscono frequentemente per replicare, in modo più o meno consapevole, le stesse logiche di competizione, branding, visibilità e spettacolarizzazione che caratterizzano l’industria culturale mainstream e le pratiche musicali consolidate. Tuttavia, anche all’interno del contesto sperimentale emergono contraddizioni interne, difficoltà e tensioni latenti. Alcune micro-scene rischiano di diventare autoreferenziali, concentrandosi in modo eccessivo su se stesse, sui propri codici interni, sui propri meccanismi di riconoscimento e sugli strumenti di legittimazione interna, pur mantenendo un’apparente autonomia creativa e un’apparente apertura verso l’esterno. Questo paradosso porta talvolta a una progressiva assimilazione delle pratiche radicali e innovative all’interno di un mercato di nicchia, che valorizza soprattutto visibilità limitata, circolazione interna, riconoscimento tra pari e scambi simbolici, a discapito di un impatto reale più ampio e di una relazione diretta e significativa con il pubblico esterno e con la società nel suo complesso. Dinamiche di questo tipo portano inevitabilmente a compromessi, negoziazioni e adattamenti rispetto a istituzioni culturali, fondazioni, finanziamenti pubblici e privati, bandi, residenze artistiche e altre forme di sostegno economico e logistico, introducendo vincoli impliciti che condizionano in modo più o meno evidente il percorso creativo, la libertà espressiva e la possibilità di operare in completa autonomia, senza censure, limitazioni o restrizioni di contenuto e di forma. In questo senso, persino le esperienze più radicali, sperimentali e innovative rischiano di consolidare piccole élite, riprodurre esclusioni interne, generare distanze tra artisti e pubblico e ridurre la possibilità di instaurare relazioni significative e profonde con la realtà sociale, compromettendo in parte la funzione critica, politica e trasformativa della pratica sonora. Le pratiche sonore sperimentali si configurano oggi come reti rizomatiche di relazioni, connessioni, esperienze e flussi comunicativi. Sono organismi fluidi, aperti, mobili e orizzontali, che collegano frammenti, tecniche, sensibilità, approcci e percorsi differenti, senza centro, senza autorità estetica dominante e senza gerarchie imposte dall’alto. Il suono si propaga, si diffonde, si moltiplica e si trasforma attraverso risonanze, interferenze, connessioni transitorie e contaminazioni, attraversando confini disciplinari, generazionali, culturali e geografici. Arte sonora, performance dal vivo, installazioni, interventi ambientali, sperimentazioni elettroniche, manipolazioni tecnologiche e processi di interazione con l’ambiente convivono e si intrecciano senza subordinare una forma all’altra, dando vita a un ecosistema creativo in continuo divenire. È un’organizzazione del pensiero e dell’esperienza che rifiuta rigidità, verticalità, gerarchie e sistemi centralizzati, costruendo spazi di prossimità, contaminazione, scarto e interdipendenza, in cui la creazione artistica si nutre di residui, di interferenze, di imprevisti, di esperimenti, di tentativi falliti e di intuizioni improvvise, generando dinamiche creative in continuo movimento. In questa prospettiva, la musica sperimentale contemporanea non è soltanto ricerca estetica, né esclusivamente esplorazione sonora fine a sé stessa: rappresenta un intreccio complesso e continuo di materia, tecnologia, linguaggio e politica, un entanglement in cui gli elementi umani e quelli tecnici si influenzano reciprocamente, si co-determinano e si trasformano in continuazione, generando un tessuto relazionale complesso, ricco di variazioni, modulazioni e possibilità di interazione. Non esistono più confini netti tra ciò che è umano e ciò che è tecnico: il suono nasce dall’interazione reciproca tra corpi, circuiti elettronici, algoritmi, software, ambienti fisici, spazi architettonici e contesti culturali, generando un processo ininterrotto di co-creazione, di trasformazione e di contaminazione, in cui la tecnologia non è subordinata alla volontà dell’artista, ma diventa parte integrante del gesto creativo. L’atto stesso di produrre suono – manipolare segnali, rumori, interferenze, feedback, distorsioni, glitch, voci e scarti – assume valore critico, percettivo, simbolico e riflessivo, diventando un gesto di disobbedienza e di attenzione alternativa, che scardina i modelli di fruizione, di ascolto e di attenzione imposti dal mercato e dalle modalità di consumo tradizionali. Attraverso la rottura di regole armoniche, ritmiche, temporali e narrative, l’ascolto della musica sperimentale si trasforma in esperienza critica, politica, sensoriale e sociale, non semplice intrattenimento, ma occasione per riflettere sul tempo, sul ritmo, sulla percezione, sulla relazione tra suono, spazio e ambiente, e sulle modalità con cui il suono struttura, modifica e influenza il nostro rapporto con il mondo contemporaneo. In questo territorio fluido, mobile e aperto, il suono diventa strumento di resistenza, reinvenzione del sensibile, costruzione di nuove possibilità di relazione e laboratorio permanente per esperimenti, connessioni inattese e scoperte improvvise. Vibrazione, risonanza, propagazione e interferenza generano interazioni eterogenee e impreviste, creando un rizoma sonoro che funziona come vero e proprio laboratorio di ecologie percettive, politiche e sociali, in cui ogni elemento si intreccia con gli altri, senza gerarchie, senza centro, senza imposizioni, aprendo spazi di esperienza condivisa e relazioni non lineari tra artisti, pubblico e ambiente. La musica sperimentale si configura così come rete aperta e viva di connessioni tra suono, corpo, tecnologia, ambiente, pratiche artistiche e relazioni sociali. Non segue gerarchie, schemi prestabiliti o modelli rigidi, ma cresce, si sviluppa, si espande e si trasforma attraverso contatto, scambio, collaborazione, interdipendenza e cooperazione, collegando stili, tecniche, sensibilità e approcci differenti, creando legami temporanei, duraturi o transitori, tra individui e comunità. Alcune esperienze contemporanee generano un legame diretto e tangibile tra sperimentazione sonora e contesto urbano, sociale e territoriale, trasformando l’ascolto in esperienza di consapevolezza critica e di partecipazione attiva. Considero particolarmente significativo l’esempio dell’evoluzione del percorso musicale di Gaspare Sammartano, dal primo disco Low Pitched Italy (https://sammartano.bandcamp.com/album/low-pitched-italy-2) fino a Waterfront (https://sammartano.bandcamp.com/album/waterfront). Un percorso che, a mio avviso, riflette e accompagna il processo di trasformazione urbanistica della città di Taranto in cui vivo. Nel primo lavoro, di taglio fantascientifico e distopico, Taranto viene immaginata tra cinquant’anni, ridotta a rovine ma ancora abitata, come metafora della crisi culturale e sociale già in atto. Con Waterfront invece c’è un ritorno al presente: il disco diventa una ricerca sul territorio e sulla memoria della città, attraverso luoghi simbolici come l’Arsenale, il Porto, la Città Vecchia e il Ponte Girevole. L’opera invita a osservare Taranto con sguardo critico, riconoscendo le sue ferite e le ripetizioni storiche, e immaginando al tempo stesso un futuro possibile. La sperimentazione sonora è vista come un laboratorio sociale, un modo per ripensare in chiave collettiva le relazioni tra ambiente, politica, economia e comunità. La sperimentazione sonora si configura dunque come piccolo laboratorio sociale, spazio flessibile e collettivo, in cui identità, relazioni e comunità possono essere ripensate, esplorate e ridefinite in modo aperto, creativo, partecipativo e condiviso. La scena sperimentale diventa pratica cyborg, generando comunità fluide, orizzontali e relazionali, non centrate sull’autore, ma sulle connessioni attivate dal suono, sull’esperienza condivisa e sulla contaminazione dei linguaggi, sulle relazioni interpersonali e sulle possibilità offerte dalla tecnologia. In definitiva, questo territorio sonoro rappresenta una forma di resistenza molecolare contro la standardizzazione, la mercificazione e la rigidità imposte dalla cultura globale, dai sistemi di mercato e dalle logiche di consumo dominante. Attraverso la costruzione di mondi sonori condivisi, la musica sperimentale genera micro-comunità sensibili, consapevoli, aperte all’alterità, al divenire e alle trasformazioni, pur mantenendo un equilibrio fragile e precario con le logiche del mercato, la marginalità del pubblico e i vincoli derivanti da istituzioni e finanziamenti, che possono limitare la libertà, la sperimentazione e la creatività degli artisti. Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.












