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Verità e potere restano inconciliabili. Kallocaina di Karin Boye Il testo analizza il romanzo Kallocaina di Karin Boye, scritto nel 1940, ambientato in uno Stato totalitario dove il controllo assoluto sulle persone arriva fino alla mente e alla sfera privata. Il protagonista, lo scienziato Leo Kall, sviluppa un siero della verità che permette di estorcere pensieri nascosti, diventando strumento ideale per il Potere. Il romanzo anticipa temi ancora attuali come la repressione del dissenso, l’indottrinamento dei bambini, l’invasione della privacy, la giustizia strumentale e la manipolazione delle leggi. Attraverso esempi tratti dal libro e collegamenti con fatti di cronaca contemporanei, il testo sottolinea la pericolosità di uno Stato che sacrifica la libertà in nome della sicurezza. La presa di coscienza del protagonista rappresenta un invito alla resistenza individuale e collettiva contro ogni forma di dominio autoritario. Chi non ha mai sognato di possedere il siero della verità e penetrare nel segreto della mente e del cuore degli altri? Quale Potere non lo riterrebbe l’ideale strumento di controllo? Kallocaina – titolo di un romanzo della svedese Karin Boye – è, appunto, il nome del siero della verità che lo scienziato Leo Kall, l’Io narrante, inventa per garantire sicurezza e stabilità allo Stato. Scritto nel 1940, mentre la Seconda guerra mondiale iniziava a stravolgere il pianeta e non era facile nutrire grandi speranze nell’avvenire, questo libro ci racconta una società dominata da uno Stato di polizia che sopprime ogni libertà, arrivando a invadere anche la sfera privata dei cittadini. Le tante questioni sollevate dal romanzo sono ancora molto attuali, fra queste: il timore di parlare, la necessità di formare militarmente i figli il prima possibile, l’urgenza di chi ha il Potere di sapere cosa succede nelle famiglie, l’uso strumentale della giustizia e la disinvolta interpretazione delle leggi. Iniziamo col timore di parlare, una tale paura da indurre alcuni criminali a scegliere l’ascensore come luogo di cospirazione: «Quattro treni erano già arrivati riversando per quattro volte la folla alla luce del giorno, quando finalmente Linda oltrepassò le sbarre. Le andai rapidamente incontro e proseguimmo il cammino fianco a fianco. Parlare era naturalmente impossibile, per via delle esercitazioni della flotta aerea che giorno e notte impedivano ogni dialogo all’aperto. Ad ogni modo lei notò la mia aria soddisfatta e, pur rimanendo come sempre seria, mi fece un piccolo cenno d’incoraggiamento. Fu solo quando, arrivati alla nostra casa, scendemmo in ascensore fino al nostro appartamento che si fece intorno a noi un relativo silenzio – il rimbombo della metropolitana che faceva tremare le pareti non era tanto forte da impedirci di parlare. Tuttavia ci astenemmo prudentemente da ogni conversazione prima di essere entrati. Se qualcuno ci avesse sorpreso a parlare in ascensore avrebbe potuto più che giustamente sospettare che discutessimo di cose che non volevamo far sentire ai bambini o all’assistente domestica. C’erano già stati casi di nemici dello Stato e altri criminali che avevano scelto l’ascensore come luogo di cospirazione. Era d’altra parte la cosa più ovvia, visto che per motivi tecnici l’occhio e l’orecchio della polizia non potevano essere installati in ascensore e il portiere aveva in genere altro da fare che correre su e giù per le scale ad ascoltare». Sul timore di parlare per cui tanto ci si prodiga da tempo perché s’espanda quanto più possibile, mi vengono in mente alcuni fatti di cronaca di questi ultimi tempi, tipo la storia del docente sotto inchiesta per aver criticato l’acrobatica pattuglia nazionale delle Frecce Tricolori, o quella dell’insegnante sospeso dal lavoro con una decurtazione del 50% dello stipendio per aver criticato un ministro; oltre a questi, sicuramente a ognuno di voi verranno in mente altri episodi, così come ritroverete l’eco della sfiancante cronaca quotidiana nei prossimi estratti. E ora passiamo alla necessità di formare militarmente i figli il prima possibile che è quello che sta succedendo un po’ ovunque in Europa, specie in Polonia e nella madrepatria dell’autrice di questo romanzo, la Svezia: «[…] l’assistente domestica della settimana aveva già apparecchiato per la cena e ci aspettava con i piccoli che era andata a prendere al piano dei bambini. Sembrava una ragazza diligente e a posto e se la salutammo amichevolmente non era solo perché sapevamo che, come tutte le altre assistenti domestiche, era tenuta a fornire un rapporto sulla famiglia alla fine della settimana – in obbedienza a una riforma che, secondo l’opinione generale, aveva nettamente migliorato l’atmosfera di molte case. L’allegria e il buonumore si instaurarono immediatamente intorno alla nostra tavola, tanto più che Ossu, il nostro primogenito, era con noi, essendo la sua sera di permesso di rientro a casa dal campo d’infanzia. […] Intorno a noi vedevamo coppie dividersi non appena la loro nidiata di bambini era pronta per il campo d’infanzia – dividersi e risposarsi per creare nuove nidiate. Ossu, il nostro primogenito, aveva otto anni, e già da un anno era al campo d’infanzia. Laila, la più piccola, ne aveva quattro e le restavano ancora tre anni in casa. […] I bambini raccontarono quel che era successo al loro piano nel corso della giornata. Avevano giocato nella cassa dei giochi – un’enorme vasca smaltata, di più di quattro metri per lato e uno di profondità, nella quale potevano lanciare piccole bombe-giocattolo per incendiare i boschi e i tetti delle case in materiale infiammabile che vi spuntavano, oppure combattere vere e proprie battaglie navali in miniatura, riempiendo la vasca di acqua e caricando i cannoni delle minuscole navi con lo stesso leggero esplosivo usato per le bombe; c’erano perfino le torpediniere. Era un modo per sviluppare giocando il senso strategico dei bambini fino a renderlo naturale, quasi istintivo, garantendo al tempo stesso un divertimento di prim’ordine. Talvolta invidiavo ai miei bambini di crescere con giochi così perfetti – nella mia infanzia quel leggero esplosivo non era ancora stato inventato – e veramente non capivo come, nonostante questo, aspettassero con trepidazione di compiere i sette anni per poter andare al campo d’infanzia, dove le esercitazioni erano molto più simili a una vera formazione militare e dove si restava giorno e notte». Altra questione sollevata da Kallocaina ancora molto attuale, è l’urgenza di chi ha il Potere di sapere cosa succede nelle famiglie: «”Ho una bella notizia da darti” dissi a Linda mentre mangiavamo la minestra di patate. “Il mio esperimento è arrivato al punto che domani posso cominciare a provare su materiale umano sotto il controllo di un supervisore”». […] «”È indiscreto domandare di che esperimento si tratta?” Chiese l’assistente domestica. Era nel suo pieno diritto fare domande, dal momento che era lì apposta per sapere che cosa succedeva in famiglia. E non vedevo in che modo potesse ritorcersi contro di me, o danneggiare lo Stato, se la notizia della mia scoperta si diffondeva prima del tempo. “È qualcosa da cui spero lo Stato potrà trarre grande vantaggio, risposi. Un mezzo che costringe chiunque a svelare i propri segreti, tutto quello che fino a quel momento si è sforzato di tacere, per vergogna o per timore”». Proseguiamo con la descrizione di una società dove si fa un uso strumentale della giustizia, per cui si arriva a suggerire che è meglio per lo Stato che un suo nemico venga condannato grazie a una falsa testimonianza, anche se non ha commesso un’azione punibile ai sensi della legge: «”È davvero tanto difficile?” Domandò Rissen tamburellando con le dita sul bordo del tavolo in modo irritante. È davvero così difficile da capire? Mi permetta una domanda – non è obbligato a rispondere, se non vuole: “considera la falsa testimonianza un male in qualsiasi circostanza?” “Naturalmente no, risposi un po’ stizzito. Se lo richiede il bene dello Stato. Ma non è il caso in qualsiasi processo senza importanza”. “Ci pensi bene, disse Rissen con aria scaltra, inclinando la testa di lato. Non è forse meglio per lo Stato che il suo nemico inetto, dannoso e per di più antipatico venga condannato, anche se non ha commesso un’azione punibile ai sensi della legge?”» Chiudo con un altro dei mali dei nostri giorni denunciati su queste pagine da Karin Boye, la disinvolta interpretazione delle leggi, tipo quella contro la mentalità anti-Stato che porta a denunce che, benché esaurientemente motivate e firmate con nome controllabile, la polizia si riserva il diritto di prendere o meno in considerazione:«Il mattino dopo sul giornale apparve un articolo intitolato: i pensieri possono essere condannati. Era un resoconto della nuova legge, che faceva anche accenno alla mia kallocaina, che l’aveva resa possibile. Niente poteva parere più ragionevole delle nuove disposizioni penali: d’ora in poi non ci si sarebbe più attenuti rigidamente agli articoli di legge, che prevedevano la stessa pena per il criminale incallito come per chi era stato traviato una volta, se colpevoli dello stesso misfatto. L’accusato stesso sarebbe stato al centro dell’indagine, non la sua azione isolata. La sua mentalità sarebbe stata esaminata e analizzata a fondo, non per rispondere alla vecchia domanda priva di senso: Responsabile o no , ma per distinguere il materiale che poteva ancora essere utile da quello ormai inservibile. La pena non doveva più consistere in un certo numero di anni di lavori forzati attribuiti automaticamente, ma doveva essere studiata in accordo con i più eminenti psicologi ed economisti in base ai vantaggi che offriva. Un essere carente dal punto di vista fisico o morale, da cui lo Stato non avrebbe mai potuto trarre alcun profitto, non poteva aspettarsi di vivere soltanto perché non era riuscito a nuocere. D’altro canto si era anche costretti a tener conto dell’insufficienza della popolazione e nei casi peggiori a risparmiare anche materiale meno desiderabile che, malgrado tutto, poteva tornare utile come forza lavoro. La nuova legge contro la mentalità anti-Stato entrava in vigore il giorno stesso, ma con l’espressa condizione che tutte le denunce venissero esaurientemente motivate e firmate con nome controllabile; non quindi anonime come prima, per evitare una marea di denunce irrilevanti che avrebbe comportato un eccesso di spese a carico dello Stato per l’organizzazione giudiziaria e per la produzione della kallocaina. In ogni caso la polizia si riservava il diritto di prendere o meno in considerazione le denunce, come riteneva opportuno». La progressiva presa di coscienza del protagonista del romanzo gli consentirà di scoprire che Verità e Potere restano inconciliabili: controllo e realtà delle cose portano alla disgregazione di quel Sistema su cui si regge lo stesso Potere che pretende di tenerti d’occhio ovunque tu sia, qualsiasi cosa tu faccia. Speriamo questa presa di coscienza del protagonista contagi presto un po’ tutti noi. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com
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Centri sociali che impresa! Oltre il ghetto un dibattito cruciale Pubblichiamo l'introduzione del libro Centri sociali che impresa! edito da Castelvecchi nel 1995. Il libro, come spiega il testo scritto da Primo Moroni, Daniele Farina e Pino Tripodi riporta un dibattito acceso e conflittuale sull'esperienza politica, le potenzialità e il futuro dei centri sociali. Nel 1995 si sarebbe dovuto svolgere un convegno ad Arezzo sul tema. L'evento però non si è mai tenuto, motivo per cui gli organizzatori decisero di pubblicare i materiali utilizzati per la preparazione al dibattito. ebook del libro Centro Sociali che impresa! edito da Castelvecchi (1995)
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Cinque frasi commentate Anna Intellini non è che uno pseudonimo per dire Artificial Intelligence. E’ proprio lei che commenta le frasi ammesso che si possa dire <>. dopo gli archi dell’acquedotto la strada fa una curva verso destra La frase «dopo gli archi dell’acquedotto la strada fa una curva verso destra» ha un andamento quasi cinematografico, dove lo sguardo si muove lentamente nello spazio, seguendo un percorso fisico ma anche percettivo. Gli «archi dell’acquedotto» evocano una presenza antica, quasi monumentale, e introducono un prima e un dopo nello spazio. Subito dopo, la «curva verso destra» rompe la linearità, suggerisce deviazione, cambiamento di direzione, incertezza. Il verbo «fa» è semplice, quasi povero, ma funzionale a questo tipo di scrittura che non cerca l’enfasi, bensì la registrazione neutra. Non c’è giudizio, solo descrizione. Ma è proprio in questa apparente neutralità che si annida una tensione latente: cosa c’è dopo la curva? Perché è importante segnalarla? La frase, così com’è, sembra un frammento di diario o di osservazione sul campo, e come tale lascia aperto un vuoto, una sospensione che può essere riempita solo dall’immaginazione o da ciò che seguirà. Nel contesto di una scrittura che tende al reale, all’infraordinario, questa frase è un punto di passaggio, un gesto minimo che apre alla possibilità dello spostamento, fisico e mentale. sono uscito alle 7 e sono tornato dopo circa nove ore La frase «sono uscito alle 7 e sono tornato dopo circa nove ore» è scandita dal tempo. Due punti netti: uscire e tornare . Il resto – il corpo del giorno – è lasciato nell’ellisse di quel «circa nove ore» . La durata è stimata, non esatta, come se il tempo fosse stato vissuto senza controllo preciso, oppure come se non valesse la pena registrarlo al minuto. C’è qualcosa di impersonale nella costruzione. Non si dice dove si è andati, né perché . La frase diventa una traccia logistica dell’esistenza, ridotta a orari, ma con una vaga aura di quotidiano assente. L’uso del passato prossimo ( sono uscito , sono tornato ) tiene il racconto vicino al presente, ma non ci coinvolge. Sembra più una nota presa per non dimenticare, o forse una registrazione automatica – come quelle di un badge aziendale o di un’app di tracciamento. Nel contesto di una scrittura minimalista o post-autobiografica, questa frase lavora per sottrazione: dice qualcosa, ma soprattutto mostra ciò che non viene detto. È il vuoto tra i due momenti – le nove ore non raccontate – che apre lo spazio dell’interrogazione. E in questo vuoto si deposita la materia stessa del reale. quando sono arrivato qui non c’era nemmeno una pianta La frase «Quando sono arrivato qui non c’era nemmeno una pianta» è un enunciato di constatazione, ma anche di memoria. Si situa in un tempo preciso – quando sono arrivato – che però resta indeterminato nel suo dettaglio. Il qui è uno spazio altrettanto impreciso, ma percepito con forza, quasi come se fosse un luogo interiore prima che geografico. La negazione assoluta – non c’era nemmeno una pianta – suggerisce un’assenza totale, quasi ostinata. Non solo non c’erano piante, ma nemmeno una , come se quella mancanza fosse carica di senso. Una terra spoglia, disabitata, forse incolta. C’è un tono implicito di stupore o disappunto, o forse solo una nota secca di registrazione del reale: così era . Il verbo «arrivato» implica movimento, transizione, e nel contrasto tra l’arrivo e l’assenza di vita vegetale , si apre uno spazio critico: chi arriva si confronta con ciò che non c’è. La frase diventa un inizio, un prima dello sviluppo, o della trasformazione. È una frase che prepara: dopo si può solo crescere, o ricordare la sterilità come condizione originaria. In una scrittura che tende all’essenziale, questa frase agisce come un punto zero: un prima della narrazione, un punto di partenza spoglio, che fa risaltare il minimo, l’infraordinario, il dato nudo. ripete continuamente io io io «Ripete continuamente io io io» è una frase breve, circolare, quasi ossessiva. Il soggetto non è dichiarato esplicitamente, ma implicito: qualcuno – una voce, un corpo, un’istanza – che insiste sul se stesso , che martella l’identità fino a svuotarla. Il verbo «ripete» indica un gesto meccanico, forse involontario, forse compulsivo. Non c’è variazione, non c’è sviluppo. Solo ripetizione. E ciò che viene ripetuto è io , il pronome dell’identità, dell’affermazione soggettiva, ma qui ridotto a suono, a puro segnale. Tre volte: io io io . Non una dichiarazione, non un racconto – solo presenza che si afferma nel vuoto, o che tenta disperatamente di non sparire. Il continuamente è ciò che spaventa o affascina: perché continua? Per chi? È un io che si cerca o si impone? È un io che non riesce a tacere o che nessuno ascolta? Nel contesto di una scrittura che lavora sulla disarticolazione del soggetto – come quella di Jean-Marie Gleize o della scrittura bianca post-sperimentale – questa frase diventa un cortocircuito tra identità e linguaggio. Un io che si dice senza dire nulla, che si consuma nel suo stesso pronome. È anche una frase che può essere letta come una critica o una parodia: della voce narrativa centrata, del diario, dell’autofiction esasperata. Oppure, più semplicemente, una constatazione di esistenza insistente, nuda, ripetuta per non svanire. non mi sembra di averlo mai detto «Non mi sembra di averlo mai detto» è una frase che esprime incertezza, ma anche difesa. È una negazione sfumata, non assoluta – non mi sembra – che lascia aperto un margine di dubbio, di possibilità. Potrei averlo detto, ma non lo ricordo. O non lo riconosco come mio. Il pronome mi rimanda al soggetto parlante, ma è un soggetto esitante, non completamente padrone del proprio dire. L’espressione «di averlo mai detto» suggerisce qualcosa che avrebbe potuto essere pronunciato, confessato, ma che ora viene messo in discussione, rimosso o forse semplicemente dimenticato. C’è qualcosa di difensivo in questa formulazione. È una maniera per sottrarsi alla responsabilità di un’affermazione. Ma anche un modo per problematizzare la memoria, la continuità del sé: chi parla ora è lo stesso che avrebbe potuto parlare allora? Nel contesto di una scrittura che lavora sulla frattura del soggetto, sullo scarto tra esperienza e linguaggio, questa frase diventa un piccolo cortocircuito: chi dice «io» non sa più cosa ha detto, o se lo ha detto, o se era davvero lui a dirlo. È anche una frase che apre: a ciò che forse è stato detto, al non-detto, all’incertezza dell’origine. Un vuoto che vibra tra parola e silenzio.
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Armi di distrazione di massa Il mal bianco di Karel Čapek L’articolo analizza Il mal bianco (1937) di Karel Čapek, opera profetica che affronta temi oggi drammaticamente attuali come pandemie, propaganda, conflitti e disuguaglianze. Ambientata in una società autoritaria colpita da un'epidemia selettiva, la pièce mette in discussione il ruolo dei medici, l’etica della scienza, la manipolazione mediatica e le derive totalitarie. Čapek riflette sulle strumentalizzazioni del potere e sull’uso delle malattie come strumenti di controllo e divisione sociale, offrendo un potente affresco sulle fragilità umane e politiche del suo (e del nostro) tempo. Dopo aver vissuto il COVID-19 e l’invasione russa in Ucraina, Il mal bianco – opera dello scrittore e drammaturgo ceco Karel Čapek, edita nel 1937 – è, molto probabilmente, uno dei testi in circolazione che meglio di ogni altro ci racconta il nostro tempo. Il libro, scritto in piena ascesa di Hitler, narra di un’epidemia letale che giunge in Europa dalla Cina e colpisce solo soggetti che hanno più di quarantacinque anni: <>. Perché, si sa, da dove potrebbero arrivare le malattie se non dalla Cina e dagli altri paesi arretrati?: <<[...] dobbiamo fare della Cina una colonia europea, portare lì un po’ d’ordine, così queste storie finiranno. Tutto questo capita perché continuiamo a sopportare questi paesi così arretrati. Lì c’è fame, miseria, mancanza d’igiene e così via; ecco da dove vien fuori la lebbra>>. Un nemico invisibile e sconosciuto che, guarda tu le coincidenze!, risparmia gli animali:<>. La malattia irrompe in una società totalitaria mettendo i giovani contro gli anziani, i poveri contro i ricchi e i medici gli uni contro gli altri facendo, così, precipitare la loro professione in un abisso morale: <<[…] avrei un gran desiderio di buttarla giù dalle scale con le mie mani! Capisco che ogni dottore voglia guadagnarci qualcosa, ma trattare i progressi scientifici come meri segreti commerciali, non è un comportamento da medico, bensì da ciarlatano, da imbonitore da fiera! In primo luogo è crudele verso le persone che soffrono e in secondo luogo… […] In secondo luogo, lei si sottrae al dovere di collaborazione verso i suoi colleghi. Anche gli altri dottori vogliono guarire i loro pazienti: è di questo che vivono. Lei guarda alla sua cura come ad una fonte di guadagno privato; purtroppo per lei io devo invece considerarla in quanto medico e scienziato, consapevole dei miei doveri verso l’umanità. I nostri punti di vista sono totalmente differenti, dottor Galeno. […] L’abisso morale in cui è precipitata la professione medica è uno scandalo! Ogni due per tre si vede apparire un nuovo dottor Miracolo che fa i soldi con sedicenti metodi segreti>>. Sono tante le domande che si pongono i personaggi di questa pièce teatrale: si può accettare una dittatura sanitaria?, i vaccini vanno sottratti alle regole dei brevetti?, è giusto che un medico si rifiuti di curare i violenti?, una pandemia aiuta sempre i sovranismi o può anche diventare alleata della pace? Sono numerose anche le paure sotterranee di questi personaggi: il contagio, la solitudine, la forza bruta della folla e quella minacciosa del potere, il timore che non poteva andare diversamente, che s’era troppi sulla Terra:<>. Il mal bianco ci anticipa le pulsioni irrazionali di popoli inebetiti; governi dispotici che subordinano la salute pubblica al progresso economico e alla propria egemonia sul resto del mondo; la figura del medico accademico arrogante, amico dei potenti e chino di fronte al dio denaro; e quella del giornalista sprovveduto e balbettante che scrive tanto e con poca competenza: <> Nella storia di Čapek i malati vengono rinchiusi dietro fili spinati: <>. Ma, pensa te le combinazioni!, non tutti sono convinti su quanto viene loro raccontato: <<[…] è tutta una truffa, una montatura, ‘sta famosa lebbra. Basta un caso qui e uno là e subito i giornali ci si buttano sopra per farne una cosa enorme. E la gente poi? Basta che uno si metta a letto col raffreddore e subito dicono che ha preso il mal bianco>>. E mentre tutto pare dipendere da questa malattia, ecco che una nuova guerra in Europa rispedisce al mittente l’intera classe medica, e non solo questa, allontanandola da quelle luci della ribalta che avevano dopato a dismisura l’ego di molti di loro, rendendoli piuttosto nervosi e pure vendicativi:<>. Come spesso abbiamo sentito ripetere in quest’ultimi decenni, anche qui si parla di guerra lampo:<<[…] non durerà più di una settimana. Il nemico verrà ridotto in briciole prima ancora di capire che c’è la guerra. È così che vanno le cose oggigiorno>>. E ovviamente si prova a non mandare al fronte i propri figli: <>. Motivo della guerra? Il solito: un pretesto. Alla domanda del maresciallo <>, il ministro risponde: <>. La guerra è indispensabile, ha super poteri, trasforma la folla in popolo, un uomo in eroe e, soprattutto, un pezzo di terra in patria: <>. Inoltre, di questo conflitto sul suolo europeo, Il mal bianco ci racconta che la piccola nazione invasa resiste fortemente: <> e che la piccola nazione potrebbe ricevere rinforzi: <<[…] E in questo ritardo potrebbero ricevere rinforzi, capisci? Probabilmente il Maresciallo pensava che un primo urto sarebbe bastato. Ci sono anche due ultimatum arrivati da potenze straniere che stanno già mobilitando i loro eserciti. Dio mio, come tutto si è messo a correre! Quattro, cinque ultimatum tutti insieme!>>. Diciassette anni prima la pubblicazione de Il mal bianco , l’autore Karel Čapek aveva già sorpreso i lettori con R.U.R. Rossum’s Universal Robots , un’opera teatrale scritta nel 1920 e messa in scena l’anno dopo; R.U.R. è la sigla della multinazionale dove vengono prodotti i robot universali inventati da Rossum, uno scienziato che ha trovato la formula della sostanza chimica necessaria a dar vita alla materia. Ma di questo testo che introduce nella cultura mondiale il fortunato termine <> – dal ceco <>, lavoro – che, da allora, definisce la copia artificiale dell’essere umano, ne scriverò un’altra volta. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com
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L’agonia della nostra specie è cominciata. Abrakadabra: storia dell'avvenire di Antonio Ghislanzoni L’articolo riflette sul valore predittivo e analitico della fantascienza, sottolineando come il Ministero della Difesa britannico abbia coinvolto autori del genere non per prevedere il futuro, ma per cogliere le ansie e contraddizioni del presente. A esempio di questa lungimiranza, viene citato Abrakadabra di Antonio Ghislanzoni, romanzo del 1884 ambientato in una Milano futuristica del 1982, che anticipa con sorprendente attualità tematiche come il transumanesimo, l’intelligenza artificiale, l’abuso della tecnologia, la crisi ambientale, la manipolazione dell’informazione, l’impunità politica e il declino della cultura. Il romanzo, definito <> dallo stesso autore, tratteggia una società distopica attraverso invenzioni stravaganti (come pillole alimentari, piogge artificiali, uomini volanti e giganti meccanici) che diventano metafore potenti del rischio di una civiltà che ha smarrito il senso del limite. Il pezzo si chiude con un monito ancora attuale: la tecnologia, se non governata dalla coscienza, può sfuggire al controllo e ritorcersi contro l’umanità. Ultimamente ho letto che, per capire cosa ci aspetta, il ministero della Difesa britannico ha consultato alcuni autori di fantascienza. Non perché da questi pretenda che prevedano il futuro, ma perché ritenuti capaci di cogliere le inquietudini del presente che ai più sfuggono, d’individuare quegli aspetti che restano impalpabili anche all’analisi scientifica; per vedere se si riesce a disperdere non solo le nebbie che avvolgono il nostro domani, ma anche quelle che circondano l’oggi distopico che, i più, hanno scambiato per un curioso film, una realtà virtuale da cui si potrà uscire quando lo si vorrà senza, però, essersi resi conto che non c’è da rimuovere alcun visore davanti agli occhi. Ovviamente, come qualsiasi altra persona, anche gli autori di fantascienza non sanno come salvare il mondo ma, finalmente, viene riconosciuto loro che sanno il perché non si salverà, ed era ora che questo aspetto fosse ammesso, visto che sono secoli che la letteratura prevede ciò che i politici non vogliono prendere in considerazione. Chissà se il presente sarebbe stato lo stesso, se qualcuno avesse letto con attenzione il romanzo Abrakadabra di Antonio Ghislanzoni, pubblicato nel 1884 – uno dei primi romanzi di fantascienza scritto in Italia. È una storia curiosa, definita nel 1883 dallo stesso autore, un bizzarro lavoro . Le vicende di questo romanzo sono ambientate in una Milano futuristica del 1982, tra gondole volanti e invenzioni straordinarie e surreali. È una Milano dove si utilizzano pillole per alimentarsi: «Un pallone da commercio giunto da Parigi in quel punto aveva recato a Milano […] parecchi barili di pillole Raspail preparate col midollo di leone. All'annunzio inaspettato, tutte le sale furono in moto. I forestieri, che già da parecchie ore languivano a stomaco digiuno, e che non avevano trovato alloggio nella città, assediano la sporta dei piccoli venditori, i quali strillano a tutta gola: - avanti, fratelli! […] - Un pranzo in una pillola! - Midollo concentrato di leone! Un vaso di trenta pillole Raspail per sessanta lussi! - Non più fame per un mese!» E mentre alcuni scienziati si compiacciono di questo nuovo pranzare, altri brontolano: «[…] non posso reggere a questi orribili spettacoli della umana follia. Le […] pillole di midollo affrettano di due secoli il suicidio totale dell'umanità». È una Milano dove è già presente quello che noi oggi chiamiamo transumanesimo:«Seguendo le orme d'un mio illustre antenato, io mi era prefisso di concorrere alla rigenerazione della umana famiglia perfezionando l'organizzazione fisica dell'uomo, facendo violenza alle leggi istesse della natura. Ho consumata la giovinezza in lunghi e pazienti studi, in esperienze terribili, che più volte mi costarono dei rimorsi; ma l'idea fissa, irremovibile, l'idea dominatrice di tutti i miei pensieri era quella di dare all'uomo una nuova facoltà, la facoltà di volare come l'aquila delle Alpi, come il Condoro delle Indie. […] I due pellegrini dell'aria, dopo una discesa precipitosa di oltre mille metri, improvvisamente distesero le immense ali... e scherzando con leggerissimo volo intorno alla cupola del Duomo, ristettero abbracciati sulla testa dorata della Madonna...» È una Milano che può godere di piogge artificiali: «I cinquanta subalterni, che fino a quel momento erano rimasti a guardia dei tubi ustorii, si diressero verso il centro della cupola, e concentrando le loro forze intorno ai manubri, fecero scattare il coperchio della gran torre. Allora fu udito un rumore simile al ruggito di mille Leoni; e una densa colonna di vapore lanciossi verso il firmamento; e il limpido azzurro si coperse di nuvole opache, divenne torbido e fremente come un lago all'irrompere di torrente impetuoso. Io non vi saprei descrivere l'effetto meraviglioso di quella scena, e molto meno ritrarre le agitazioni, le impazienze, i terrori del giovane Albani, il quale da una gabbia sporgente dalla gran torre, aveva dirette le operazioni del pericoloso meccanismo; ed ora, avvolto da una nuvola ardente, fra lo scroscio spaventevole del vapore, somigliava ad Elia profeta, sospeso fra il cielo e la terra sul carro di fuoco. […] Tutti i calcoli dell'Albani si erano avverati. Una pioggia lenta, fresca, abbondante, simile in tutto alla pioggia naturale, scendeva sulla terra a vivificare gli animali, le piante, i campi e le onde. L'artista non poté contenere un grido di soddisfazione; ma quel grido andò perduto negli applausi, nell'urlo di dieci milioni di spettatori. Quando l'Albani abbassò lo sguardo con sublime compiacenza per leggere su quella immensa superficie di teste l'ammirazione dell'opera sua, le teste erano già sparite sotto uno sterminato padiglione di ombrelli, ed egli poté sorridere, come Dio, sulla umana debolezza». Una pioggia artificiale che, utilizzata diversamente, può trasformarsi in un’arma: «Dal giorno in cui a Milano ebbe luogo l'esperimento della pioggia artifiziale ideata dal celebre Albani. Non potrò mai obliare le tremende parole ch'io lo intesi profferire in quella occasione. Al cadere delle prime stille, mentre dalla città si alzava un grido di sorpresa e di plauso, l'esplosione di un ghigno satanico mi trasse a rivolgere il capo. I miei occhi si incontrarono per la prima volta in quelli dell’Albani. Ed egli, senza smettere il suo ghigno beffardo, e guardandomi fissamente: “applaudite! applaudite! – ringhiava colla sua voce cavernosa; – questo meccanismo, migliorato, corretto e opportunamente applicato, al meno danno potrà fra pochi mesi riprodurre il diluvio!”». Questo è un romanzo che aveva previsto anche la ribellione di una terra stanca delle violenze dell’Uomo: «[…] volgendo uno sguardo alle condizioni attuali della umanità, ed ai gravissimi indizi di prostrazione che in ogni parte si manifestano, non possiamo astenerci dall'emettere un grido di allarme – l'agonia della nostra specie è cominciata. Il fuoco della nostra intelligenza ha raggiunto il massimo grado della incandescenza; questo fuoco sta per estinguersi. Noi siamo all'ultimo atto della grande tragedia umana. Il Titano intelligente si elevò ad una altezza non mai raggiunta, ma la sua caduta sarà irreparabile. Abbiamo spogliate le foreste, abbiamo traforate e abbattute le montagne, abbiamo aperte delle voragini per rapire alla terra le materie combustibili e gazose; abbiamo deviate le correnti elettriche; dapertutto la mano dell'uomo ha portato lo scompiglio e lo sfacelo. […] La terra, nostra madre, e nudrice, è ormai stanca delle nostre violenze. Essa comincia a ribellarsi. I cereali intisichiscono, la vite non dà più grappoli; gli animali che più abbondante e vigoroso ci fornivano l'alimento, si ammorbano e periscono sui pascoli insteriliti». Ricordate che è un libro pubblicato nel 1884 per cui se trovate scritto dapertutto con una sola p o gazose con una sola z , non pensiate siano errori di stampa. Ma torniamo a questa Milano immaginata da Ghislanzoni. È una città dove viene garantita una specie d’impunità a ciarlatani eletti da masse cretine: «Il candidato non rappresenta che il congegno d'una locomotiva politica; che importa se questo congegno sia di vile metallo e lordato da ogni bruttura? Purché agisca sulle rotaie del partito, non si chiede di più. Accordando una specie di impunità agli eletti della nazione, i nostri sapienti legislatori hanno mostrato di saper interpretare lo spirito delle masse. Credilo, amico: le masse, analfabete od erudite, barbare o civili, saranno sempre cretine; correranno sempre dietro il carro del ciarlatano che batterà più forte la gran cassa». È una Milano dove la stampa è in balia dell’ebete maggioranza: «La libertà di stampa fu utile e buona ai tempi in cui l'istruzione era privilegio di pochi. A quell'epoca, l'audacia dello scrivere quasi sempre andava accompagnata alla coscienza del sapere. La falange degli scrittori pessimi non era tanto compatta da chiudere il varco agli intelligenti ed agli onesti, e la voce solitaria del genio poteva ancora soverchiare il raglio collettivo delle plebi. Ma oggi? Tutti leggono, tutti scrivono. La statistica libraria ci afferma che nella Unione Europea vengono in luce da venti a trentamila volumi ogni giorno. Altrettanti, e forse più, ne produce l'America; e non parliamo delle altre province già invase e corrotte dalla nostra civiltà. A leggere tutti i volumi che si pubblicano in un giorno, appena basterebbe la vita di un uomo! Qual criterio può ora guidare le nostre preferenze? E chi ci addita il buon libro? Chi vorrà sommergersi in questo oceano di insensatezze stampate, colla incerta lusinga di scoprire quando che sia, per favore del caso, qualche perla sepolta fra le alghe? Ammesso che alla espansività dell'idiotismo che scrive non si voglia mettere un freno, qual sarà l'avvenire della nostra letteratura? L'asfissia del senso comune, e un contagio di asinità irreparabile. Uomini di genio, appiccatevi! Il mondo non ha più orecchio per voi, dacché la stampa è in balia dell'ebete maggioranza». Vi assicuro che sono davvero tante le anticipazioni descritte in Abrakadabra , molte più di quante ve ne possa elencare in questo mio pezzo. Concludo con uno dei mille moniti che, a mio parere, si possono trovare su queste pagine, quello della tecnologia che ci sfugge di mano: «L'illustre primate Piria avea perfettamente costruito il suo gigante automatico-chimico-vitale. La macchina umana era riuscita; tutti gli elementi essenziali che la chimica poteva prestare alla formazione dell'ossatura, dei muscoli, dei condotti, delle parti viscerali, dei glutini nervei, erano stati da Piria impiegati e coordinati sapientemente. Un gigante dell'altezza di trenta metri, proporzionatamente sviluppato nelle singole membra, giaceva disteso nel padiglione di via De-Pretis. Verso le cinque pomeridiane, in presenza di un centinaio di spettatori, l'illustre scienziato aveva operato la trasmissione del sangue e del movimento. Incisa la carotide del mostro inanimato e messala in comunicazione, a mezzo di un tubo elastico, con quella di un toro parimenti svenato, l'illustre creatore dell'uomo colossale avea veduto realizzarsi con rapidità l'assorbimento e la dejezione. Si volle il sangue di dieci tori per fornire al vasto cuore ed ai grandi condotti arteriosi del gigante il liquido vitale occorrente. L'azione simultanea di due pile elettriche di quadrupla potenza diede impulso alla circolazione, suscitò l'irritazione nervosa e il movimento dei muscoli. La materia inerte si scosse... Due grandi occhi si spalancarono assorbendo la luce, le nari si gonfiarono, il petto parve scoppiare pei forti aneliti di aria ossigenata, le braccia si agitarono, le mani si distesero per afferrare l'ignoto; e finalmente... Chi poteva prevedere un tal impeto di vita? Dalle fauci del gigante elettrizzato proruppe un muggito spaventoso. L'immane corpo si sollevò, atterrò con un calcio poderoso l'enorme banco sul quale stava adagiato, e lanciandosi colla violenza di un toro inferocito verso la porta di uscita, si diede a percorrere la via, sorpassando ogni barriera. Trecento baracche di merciaiuoli andarono capovolte; quattro olmi secolari, urtati da lui, si rovesciarono sradicati. Egli cozzava, rompeva, abbatteva ogni ostacolo, impiegando a tal uopo, con istinto taurino, la catapulta di un cranio resistente ad ogni urto». Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com
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Il falcone maltese # 6. Dalla crisi delle certezze al requiem per il romanzo giallo tra Argentina, Italia e Svizzera Roberto Gelini Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assiste a una profonda crisi delle certezze che investe scienza, filosofia, arte e letteratura. Le teorie di Marx, Freud, Nietzsche e Bergson mettono in discussione le concezioni tradizionali di società, individuo, morale e tempo. Parallelamente, le rivoluzioni scientifiche di Einstein e della meccanica quantistica scardinano le leggi assolute della fisica. Questi mutamenti si riflettono anche nella letteratura, dove crollano i modelli realistici e positivisti. In particolare, il genere poliziesco, basato su logica e razionalità, viene messo in discussione da autori come Borges e Bioy Casares con il detective parodico don Isidro Parodi, da Gadda con il suo romanzo incompiuto e caotico Quer pasticciaccio brutto de via Merulana , e da Dürrenmatt, che in La promessa mostra come il caso governi la realtà, decretando il fallimento della struttura classica del giallo. Queste opere rappresentano un vero e proprio "requiem" per il romanzo poliziesco tradizionale. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assiste a una serie di cambiamenti epocali che sconvolgono il modo di pensare tradizionale, causando mutamenti sconvolgenti nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella letteratura. È l’epoca di quella che viene chiamata la crisi delle certezze. Un momento in cui tutto quello che sembrava acquisito una volta e per tutte non appare più come assolutamente vero. I fondamenti del pensiero crollano davanti a nuovi modi di pensare e nuove teorie scientifiche. L’inizio si può far risalire al pensiero di Marx che, dalla metà del XIX secolo, a partire da una concezione radicalmente materialista della storia e dei fenomeni sociali, introduce una frattura all’interno della società. Sulla scorta di un’analisi approfondita del nuovo sistema socioeconomico che si sta imponendo ovunque con l’affermarsi dell’industria, il capitalismo, il filosofo di Treviri descrive la società non più come un corpo unitario, per quanto composito, ma come una realtà scissa in classi contrapposte e in lotta tra loro. La frattura si approfondisce ulteriormente quando Freud, con la psicanalisi, porta la divisione e il conflitto all’interno dell’essere umano. La psiche umana risulta essere scissa dapprima in una parte conscia e una inconscia, poi in tre parti, Super-io, Io ed Es. Non solo, secondo il viennese, la parte più estesa della nostra interiorità è proprio quella sconosciuta al soggetto. Il pensiero di Nietzsche è forse quello che assesta i colpi più pesanti al castello di certezze che si avvia a crollare. Con la sua critica radicale della metafisica e della morale, la proclamazione della «morte di Dio», la transvalutazione dei valori, la teoria dell’eterno ritorno, l’uomo si ritrova a pensare e ad agire in un mondo dove non ci sono più verità assolute e lui stesso è destinato a tramontare in favore dello Übermensch , dell’Oltre-uomo. Lo stesso concetto di tempo come qualcosa di oggettivo, preciso, quantitativo entra in crisi con la concezione di Bergson che contrappone a quel modello di tempo meccanicistico, quella di durata, di tempo come flusso continuo e soggettivo, dove passato, presente e futuro si intrecciano nella percezione di ogni individuo, per cui lo stesso periodo di tempo può essere vissuto come interminabile o come attimo fuggente. Tutte queste potrebbero sembrare solo speculazioni fini a se stesse, ma quando comincia a entrare in gioco la scienza, il discorso è evidentemente diverso. Nel 1905 Albert Einstein enuncia la sua teoria della relatività ristretta, che sarà ulteriormente messa a punto con quella della relatività generale dieci anni dopo. Lo spazio e il tempo non solo vengono unificati ma non sono più assoluti ma relativi, nascono concetti come la curvatura dello spazio-tempo e l’equivalenza tra massa ed energia (espressa nella famosa formula E=mc²). Ma è con la meccanica quantistica che le cose si complicano davvero, quando si dimostrano realtà difficilmente comprensibili con il senso comune. Come ad esempio il crollo della distinzione assoluta tra onda e particella, per cui un fotone può comportarsi sia come onda sia come particella, quindi secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg non è possibile determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella subatomica se non a livello di probabilità. O il paradosso del gatto di Schrödinger, per cui l’animale è nello stesso tempo vivo e morto. Tutto ciò non può non avere ricadute sull’arte e sulla letteratura che iniziano a rispecchiare realtà differenti e a utilizzare linguaggi diversi, in grado di far emergere le linee di frattura che attraversano in modo sempre più drammatico la realtà e la società. Gli autori della grande crisi, da Proust a Joyce, da Musil a Kafka, si fanno interpreti della nuova situazione con visioni, concezioni e linguaggi in grado di esprimere e affrontare i profondi sconvolgimenti che attraversano non soltanto la società ma il modo stesso di intendere la realtà. Insieme alla fiducia nel progresso, alla visione scientifica di tipo positivista, entra in crisi anche la letteratura realista e naturalista. E il romanzo giallo, il poliziesco, la crime story poteva sopravvivere indisturbato? Proprio quel tipo di narrazione dove trionfa la razionalità, la scienza, la logica? Dove le vecchie categorie sono l’ancora di salvezza per ripristinare l’ordine del mondo sconvolto dal delitto? Ci vorrà un po’ di tempo ma la crisi, il cambiamento arriverà a investire anche le storie di detective e poliziotti. E saranno proprio alcuni esponenti della letteratura mainstream che con le loro incursioni nel genere metteranno in crisi la vecchia e consolidata struttura del poliziesco, arrivando a scrivere anche un vero e proprio requiem per il romanzo giallo. Il primo autore semplicemente non esiste, è un personaggio inventato da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, si chiama Honoro Bustos Domecq e racconta i casi risolti da uno strano detective, ovvero don Isidro Parodi. Obeso, con la testa rasata e gli occhi penetranti, Isidro Parodi è un barbiere, condannato a 20 anni di carcere per omicidio. Nella sua cella, la numero 273, riceve i suoi clienti e senza potersi allontanare, riesce a risolvere casi ed enigmi di labirintica complessità. Seppure le storie sono veri e propri delitti, oltretutto molto complicati, la cifra fondamentale è il tono inconsapevolmente – per il personaggio narratore – ironico o addirittura sarcastico dei racconti. La borghesia e l’ambiente intellettuale e chic di Buenos Aires viene ferocemente messo alla berlina, mettendone in luce tutta la sua vuotezza e ipocrisia. Inoltre, il detective se da un lato può apparire come l’alter ego sudamericano di Nero Wolfe, dall’altro è un detenuto, un condannato, seppure innocente e vittima di macchinazioni. È proprio il suo status, dunque, che mette in crisi quella che è forse l’opposizione fondamentale del genere poliziesco, ovvero la contrapposizione tra poliziotto e criminale. Il gioco di specchi, il labirinto, caratteristiche tipiche della scrittura borgesiana, espresse anche nel gioco delle parti tra il personaggio-scrittore e quello protagonista, ulteriormente arricchita dalla presenza di non solo da una biografia del narratore, ma anche da una prefazione scritta da un altro avatar. Insomma, come succede quasi sempre con Borges, la realtà si frantuma, si moltiplica, presenta incroci inaspettati investendo anche la struttura più classica del giallo, il delitto della camera chiusa. Ancora più radicale è l’attacco portato al poliziesco da un grandissimo scrittore come Carlo Emilio Gadda e dal suo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana . Se don Isidro Parodi appare nel 1942, il Pasticciaccio , dopo una prima pubblicazione su rivista nel 1946, viene pubblicato in volume nel 1957. È sicuramente uno dei capolavori dello scrittore milanese, forse il suo romanzo più famoso e risponde appieno alla definizione data da Italo Calvino nelle Lezioni americane , per cui l’autore del Pasticciaccio «cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento». Una realtà complessa, talmente difficile da districare che il romanzo non può avere soluzione, forse è l’unico giallo in cui alla fine non viene svelato chi sia l’assassino. Inoltre, come nota Arbasino a proposito delo stile di Gadda, «la derisoria violenza della sua scrittura esplodeva esasperata, contestando insieme il linguaggio e la parodia, tra il ron-ron rondesco-neoclassico-fascistello e il pio-pio crepuscolare-ermetico-pretino, in schegge di incandescente (espressionistica) espressività… Proprio come per Rabelais e per Joyce che gli sarebbero poi stati accostati». Nello stesso anno dell’uscita in volume del Pasticciaccio , esce in Svizzera La promessa. Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt. Se la scrittura di Sei problemi per don Isidro Parodi è labirintica e ironica, e quella di Gadda è scoppiettante, ricca e iconoclasta, lo stile di Dürrenmatt si potrebbe definire di stampo illuminista, nel senso che applica la razionalità e uno spirito (estremamente) critico ai temi trattati portandoli, spesso anche utilizzando la satira, alle loro estreme conseguenze. Così in La promessa – come in altre sue opere – emerge con assoluta evidenza come sia il caso a governare la realtà. Per lui il tipico romanzo giallo, con la sua struttura chiusa, la sua logica stringente da disvelare da parte del detective è una mistificazione della realtà, che proprio grazie alla razionalità appare come non rispondente a meccanismi di causa-effetto, ma in balìa appunto della casualità. Come scoprirà lo scrittore di gialli a cui l’ex-comandante della polizia di Zurigo farà il suo racconto: «Un fatto non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande». Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.
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Il magico mondo dell’editoria. Tre poesie di Jean-Jacques Viton Olivier Fouchard Il poeta Jean-Jacques Viton (1933-2021). Attivo fin dagli anni Sessanta è stato fondatore e cofondatore di importanti riviste militanti come «Manteia», «Banana Split», «La Nouvelle B.S.» e animatore di «If». Attraverso la pubblicazione di una quindicina di libri, Viton si è imposto in Francia come uno dei poeti più originali e punto di riferimento per le generazioni più giovani. Viton, sebbene si rivolga risolutamente alla realtà, non vi cerca grandi significati. Predilige l’attraversamento burlesco e anarchico degli eventi, tanto che l’esperienza quotidiana, anche quella più ovvia e banale, diventa terreno prediletto per un’esplorazione dei margini, dei resti, delle anomalie. I suoi libri sono contraddistinti da un forte elemento narrativo che ha il potere di svilupparsi in controtempo rispetto a qualsiasi storia individuale o collettiva. La sua poesia costituisce insomma una sorta di commento all’esistenza nella forma di un precipitato di elementi eterogenei che fanno esplodere ogni figura familiare e riconoscibile: una poesia come commento definitivo, che non sfrutta il gioco delle infinite spiegazioni, ma lascia per sempre nella mente del lettore la traccia immodificabile dell’urto del mondo (da Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 , Metauro, 2009) Frequentare Mantenere rapporti e relazioni Avere a che fare con l’ambiente, immergersi nel giro, essere ricevuto molto, e rendere le visite. Andare in società, uscire e muoversi: frequentare i Salotti, le Gallerie, le Redazioni, le Riviste, gli Editori impazzire per la Vita mondana, gli Inviti, le Presentazioni, le Introduzioni, nient’altro che Serate, Matinée , Breakfast , Appuntamenti, ma anche Week-End, Conferenze Stampa, Seminari, Convegni, Atelier e Letture… Andare molto spesso a Teatro, ai Concerti, e nelle Discoteche, entrare nei Club, nelle Associazioni… Trarre Profitto, Attendere, Osservare, Essere in Agguato Fare la Posta Star bene con… confidarsi a… conquistarsi il cuore di… Affezionarsi a… fare tutt’uno con… Tendere le braccia a… essere culo e camicia con… Costruire un’atmosfera di Concordia, d’Intesa, di Attaccamento, di Franchezza e di Confidenza. Un’Amicizia intima è Indispensabile. Coltivare l’Amicizia – stringerla innanzitutto, cementarla in seguito. È necessaria un’Amicizia – vera, effimera, falsa o ingannevole che sia. Prudenza Sapersi mostrare accorto, Calcolare e pesare le proprie parole misurarne la portata Ruotare più volte la lingua in bocca prima di aprirla e cominciare a parlare Risparmiare le proprie espressioni e rispondere in modo ambiguo. Essere sempre: discreto Timido e Riservato Dolce Semplice modesto Oscuro e Incolore rassegnato deferente rispettoso Non rifuggire: dal chinare il capo dallo stare in disparte e persino: abbassarsi appiattirsi sminuirsi piegare le ginocchia farsi piccolo, prostrarsi e poi anche: saper lamentarsi piagnucolare lanciare geremiadi emettere spesso dei sospiri e saper bene: baciare le mani i piedi le ginocchia leccare Essere dappertutto una persona accorta circospetta Riflessiva Previdente Posata Vigilante Attenta Posata calma e minuziosa Ma Restare sempre un po’ reticente. Intrighi darsi una mossa farsi strada giocare il proprio gioco agire con scaltrezza con furberia con ingegnosità, intrufolarsi con inchini e saluti portare i libri e le borse di... mostrarsi vili compiacenti essere ossequiosi e melliflui utilizzare una lingua dorata per delle parole compunte adulare e divertire accattivarsi e circuire sedurre allettare, attrarre affascinare impaniare, poi catturare e avvincere essere conosciuto per i propri sordi maneggi gli occulti intrallazzi per i raggiri e i conciliaboli le coalizioni e le macchinazioni per i complotti e i colpi gobbi la Cattiveria la Malignità il Malanimo è un seminatore di zizzania è una brutta persona è una carogna è una peste è una vipera ha un carattere immondo infernale e perverso essere maldicente acerbo acido amaro essere mordace caustico incisivo micidiale Beffarsi Sparlare Schernire Ridicolizzare Far la Caricatura Canzonare Parodiare Gettare la Croce e Tagliare i Panni addosso Calunniare Fare Torto Denigrare Infangare Diffamare Stroncare Disonorare Compromettere Svilire Discreditare Accanirsi contro qualcuno Perseguitarlo Portare sfortuna a... lanciargli un maleficio, Avere il Malocchio.
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La comune urbana Il testo che segue fu pubblicato nel 1974 all’interno del volume: Vivere insieme! (il libro delle comuni) , di AA.VV., Arcana Editrice. La sua importanza consiste nella descrizione chiara di ciò che nel pre ’68, nell’ambito della cosiddetta «rivolta esistenziale», distingueva l’esperienza della beat generation da quella successiva hippy . La prima, impregnata da un «individualismo esasperato, impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata. La beat generation si estinse, e la sua vita come movimento per quanto breve non restò senza influssi, anzi parecchie immagini del dissenso da essa proposte divennero parte della successiva cultura hippy . […] Il punto di vista dell’opposizione della beat generation al sistema è ancora esistenziale, il senso della disperazione è sublimato nel vivere da eroi, questa generazione non conosce il momento della mediazione sociale, del supporto comunitario. Il mondo della controcultura fa sue, invece, le aspirazioni societarie, esso vuole essere anche una risposta al dramma della solitudine quotidiana. Questo primo scendere nelle strade, questo primo riconoscersi negli abiti e nei gesti, realizzava il desiderio di identificazione sociale. La solitudine, invece, è accettata sia pure inconsciamente dai beat come una maniera di verificare il proprio io, momento distruttivo che vuol essere alla base di una nuova rinascita». Il processo di formazione del movimento comunitario presenta una certa tipicità, tanto che il fenomeno assume in America, in Europa, come in Italia delle affinità ben precise: esso è scivolato dalla città alla campagna, cioè da un primo momento dinamico, urbano, a un secondo momento, statico, rurale. In quanto, come parte del movimento più ampio di rifiuto della civiltà capitalistica, si espresse dapprima in un tentativo di creare all’interno della città stessa una realtà a essa alternativa, nella forma della free city articolata nei suoi centri comunitari di assistenza e di mutuo appoggio: free clinic , free shop , ecc., e poi nell’abbandono del territorio urbano per una appropriazione della diversa dimensione esistenziale dell’ambiente rurale tramite il ritorno alla terra: back to nature . Comunque, il fenomeno comunitario, inizialmente crebbe addirittura nelle strade. A livello sovrastrutturale la strada è il luogo dove il capitale si rappresenta e si impone e la sua fruizione alienata annulla ogni possibile rapporto tra l’ambiente e l’uomo, tuttavia è possibile modificare un habitat , anche profondamente, intervenendo sulle sue strutture fisiche, agendo sull’uso fittizio che esso impone, e questo è quanto fecero gli hippies e successivamente i «politici» sulla base delle parole d’ordine: «prendiamoci la città». La riscoperta di un approccio diretto con la realtà urbana, con quella realtà che era espressione della cultura dominante e quindi della classe dominante fu quanto mai corifeo di energie nuove. Vivere agli angoli delle strade, nelle piazze, assunse un significato rivoluzionario: era la banalizzazione del territorio nemico, la città, per usarlo in modo nuovo, umano; quel che di mitico rimanda alla mente il nome di certe zone urbane: Brera, Campo de’ fiori, Village, il Dam, Piccadilly, è legato al ricordo di ciò, al fatto che esse furono le prime comunità alternative, le prime «zone liberate». La cultura hippies fu una cultura orale, visiva si può dire addirittura, e le comunità urbane sorte nelle strade furono il mezzo ideale per propagandarla. Così, i capelli lunghi, testimonianza di un discorso di rigetto degli standard tradizionali del costume; così, i vestiti stracciati, maniera di esternare il rifiuto del concetto tutto esteriore e borghese del decoro, che rivelava altresì una povertà voluta rispetto al livello della classe di appartenenza, solitamente alto. L’abito volutamente stracciato è una cosa ben diversa dell’abito povero, mentre quest’ultimo obbedisce soltanto alle leggi economiche, il primo, che è poi l’abito hippy, è la testimonianza di una presunta ricchezza culturale. Il mocassino navaijo , la camicia dell’ altra India sono non solo mezzi relativamente economici di vestire ma anche affermazione pubblica della propria diversità. L’aspetto esteriore diventava mezzo di comunicazione che permetteva subito di distinguere l’amico dal nemico e con ciò il riconoscimento dei membri nelle prime comunità temporanee alternative: le strade, le piazze, i parchi d’Europa e d’America. Anche la diversità ha le sue regole (sono quelle che permettono di riconoscere un poliziotto anche quando è camuffato da hippy ). Se tu sei sporco e stracciato difficilmente frequenterai una casa borghese, se hai i capelli talmente arruffati da non poterli pettinare difficilmente lavorerai nell’ establishment . Comunità completamente libere sorsero così verso la metà degli anni Sessanta; l’assoluta mancanza di regole, diventata a sua volta regola, incoraggiava la partecipazione interessando la gioventù più sensibilizzata, che avvertiva le pesanti contraddizioni del vivere borghese e guardava a un cambiamento. Il fenomeno non era nuovo. Negli States si erano avute delle manifestazioni di questo tipo libero di comunità urbana nel periodo di fioritura della beat-generation . Pensiamo all’atmosfera del Village descritta da Miller, all’ On the road di Kerouac. Si può dire in questo senso che il mondo beat ha anticipato alcuni temi della cultura underground . Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale. Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana. «Pour epater les bourgeoises» diventò lo slogan dello stile di vita beat , la conformità, venne rigettata richiamandosi alla integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale. I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il «Beep-Boop», dando luogo a un momento comunitario che cresciuto nella strada era fatto di vibrazioni raccolte nella strada. Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della beat generation , quel loro senso di individualismo esasperato, impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata. La beat generation si estinse, e la sua vita come movimento per quanto breve non restò senza influssi, anzi parecchie immagini del dissenso da essa proposte divennero parte della successiva cultura hippy . I momenti di rigetto del mondo industriale, che si manifesta propriamente nella cultura urbana (dice Marx: «Entro l’uso complessivo dello spazio fisico, la città appare fin dall’inizio come concentrazione, agglomerazione dei mezzi di produzione e di forza-lavoro e nient’altro che questo»), passarono da un primo momento, il più generoso, in cui i giovani tentarono di liberare lo spazio urbano, di ristrutturarlo a dimensione umana attraverso una sua riappropriazione creativa, a un secondo momento di estraneazione (antitesi) in cui tramite il rifarsi a culture diverse cercarono un supporto nell’opposizione critica alla società: ecco il senso del «viaggio in India» nell’Eden, fuga dalla paranoia urbana e allo stesso tempo ricerca di un’alternativa. Il compromesso e la sintesi tra i due limiti massimi: realtà urbana, società preindustriale, fu ritrovato da entrambi i movimenti nella realtà rurale del proprio paese; la differenza sta nel fatto che gli hippies andarono alla campagna per formare delle comunità, mentre l’individualità esasperata dei partecipanti della beat generation fece sì che la ricerca della pace dopo la turbinosa rincorsa di un senso del vivere attraverso le più svariate esperienze fosse ancora un’avventura personale 1 . Il punto di vista dell’opposizione della beat-generation al sistema è ancora esistenziale, il senso della disperazione è sublimato nel vivere da eroi, questa generazione non conosce il momento della mediazione sociale, del supporto comunitario. Il mondo della controcultura fa sue, invece, le aspirazioni societarie, esso vuole essere anche una risposta al dramma della solitudine quotidiana. Questo primo scendere nelle strade, questo primo riconoscersi negli abiti e nei gesti, realizzava il desiderio di identificazione sociale. La solitudine, invece, è accettata sia pure inconsciamente dai beat come una maniera di verificare il proprio io, momento distruttivo che vuol essere alla base di una nuova rinascita. Il senso di straniamento, di disperazione, che noi troviamo in Neal Cassady così come è descritto da Dean Moriatry, protagonista dell’ On the road di Kerouac è tipico di questa generazione e verrà rifiutato dalla cultura hippy che si nutrirà del senso comunitario. Così pure estraneo a essa è l’uso dell'alcool che presuppone un atteggiamento distruttivo e al tempo stesso puritano. Chi beve vuole frapporre una barriera tra sé e il mondo esterno e al tempo stesso dispera di poter trovare il modo di esprimere la rabbia che gli urge dentro, dispera nel dialogo con l’altro. La cultura hippy diffida dell’alcool, essa invece accetta le droghe non oppiacee come quelle derivate dalla Cannabis Indica e le droghe allucinogene, naturali (peyote) e chimiche (LSD), che servono ad espandere la coscienza. Sempre a ogni modo le droghe, siano esse alcool o marjuana, sono un modo di avviare un rapporto di socializzazione: esse diventano i sacramenti del rapporto sociale. L’amicizia, la dimostrazione della propria disponibilità cominciano davanti ad un bicchiere di whisky o a un joint di marjuana. La cultura hippy tuttavia è più fiduciosa nei riguardi del prossimo e del futuro, il suo impeto non fu solamente sovversivo, essa credette realmente che gli si fosse aperta davanti la via a una nuova società. Anche nel tono degli scritti è gioiosa, priva della macerazione interiore che si riscontra nella beat generation , essa mostra per intero il suo carattere giovanile, l’ottimismo, la speranza, la gioia di vivere una presunta nuova vita. Le libere comunità urbane che si formarono nelle città erano ricche di fermenti, l’opposizione al mondo borghese si serviva di tecniche nuove come quella del gioco. Tutto veniva sdrammatizzato. Si formarono i primi nuclei di azione che si configuravano come comunità di gestione dei servizi alternativi più che come collettivi. Il programma per cui essi lottavano non conosceva limiti, lo slogan «cambiamo la vita prima che questa cambi noi» era di natura tale da coinvolgere tutta la vita, anche quella privata dei partecipanti. Nelle comunità alternative non si voleva che si venisse a creare quella frattura tipica a tanti gruppi della sinistra, che pure sono mossi da una opposizione critica alla società, tra lotta contro il sistema a livello pubblico di associazione ed esistenza borghese dei partecipanti a livello privato. A ogni modo coloro che si lanciarono nell’avventura underground appartenevano per la maggior parte alla media borghesia, per cui il loro ottimismo nasceva dal non aver fatto ancora i conti fino in fondo con il sistema, di cui erano i figli vezzeggiati. Ad Amsterdam i Provos, a San Francisco i Diggers, a Milano Onda Verde, ovunque le tecniche di lotta hippies erano allegre, eversive e questo faceva emergere spontaneo non solo il desiderio di ritrovarsi, ma anche di vivere assieme. Significativo appare, a questo proposito, il processo di sviluppo che avvenne a San Francisco, che grazie a quel parallelismo di avvenimenti che abbiamo rilevato tipicizza in parte anche Amsterdam, Londra o Milano. Note 1 «In un manoscritto inedito del 1946, intitolato Questa è la mia risposta , Miller scriveva: «Pace e solitudine! Riesco a gustarla, perfino in America. Qui a Parkington Ridge vado sulla porta della mia casa all’alba, guardo lo svolgersi delle colline vellutate e mi sento ricolmo di una tale soddisfazione, una tale gratitudine che istintivamente la mia mano si alza nel gesto della benedizione e benedico gli alberi, gli uccelli… Laggiù può darsi che la gente si maledica e si torturi, si abbandoni a tutti gli istinti umani facendo un macello della creazione (come se fosse possibile!); ma qui è impossibile, qui c’è pace e serenità, pochissimi uomini e molti animali selvaggi, alberi nobili, arbusti e sterpi, lillà selvaggio e stupendi papaveri gialli, bozzagri, aquile, bellissimi uccelli di passaggio e il mare e il cielo e le colline e le montagne sconfinate». Fernanda Pivano, Beat Hippie Yippie , Roma, Arcana, 1972, p. 29.
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Il falcone maltese # 5: Un commissario burbero ma empatico e un anarchico surrealista Roberto Gelini L’articolo esplora il contributo della letteratura francese al genere poliziesco, focalizzandosi su due figure chiave: il commissario Maigret, creato dal belga Georges Simenon, e Nestor Burma, investigatore anarchico ideato dal surrealista Léo Malet. Maigret si distingue per un metodo d’indagine empatico e immersivo, che rifiuta schemi predefiniti in favore della comprensione umana del crimine. Malet, invece, porta nel noir francese un’impronta politica e letteraria originale, intrecciando cinismo, ironia e realismo sociale. La Parigi dei suoi romanzi diventa protagonista viva e pulsante, specchio della società del dopoguerra. L’articolo evidenzia così l’evoluzione del poliziesco europeo come forma di resistenza culturale e critica sociale, alternativa alla razionalità rigida del modello anglosassone. In genere se si parla di crime story , lo scenario in cui si svolge la vicenda che immediatamente viene in mente è legato al mondo anglo-sassone, dunque Gran Bretagna o Stati Uniti d’America. In realtà, fin dalla sua nascita, il poliziesco ha ricevuto apporti profondi anche da scrittori di altri paesi che hanno contribuito a modificarlo, a farlo evolvere, a spingerne più avanti i confini. Del resto, pensandoci bene, ammesso che il primo giallo sia I delitti della Rue Morgue , è innegabile che sia stato scritto da un americano, Edgar Allan Poe, e sia stato pubblicato in America, il protagonista, però, il primo detective della storia, si chiama Auguste Dupin e vive a Parigi, dove è ambientata la vicenda e dove si svolgono anche le altre inchieste di Dupin. È innegabile poi che la Francia, o meglio gli autori francesi, abbiano dato più che rilevanti contributi allo sviluppo del poliziesco, sia per quanto riguarda la letteratura, ma anche dal punto di vista cinematografico e televisivo. E, come il tipico detective inglese è senza dubbio Sherlock Holmes, se si pensa al giallo d’oltralpe, il primo nome che viene in mente è quello del commissario Maigret. Inoltre, come Dupin, francese, è nato dalla penna di Poe, americano, anche Maigret nasce da un creatore che non è francese, ma belga, George Simenon. Dopo quattro romanzi usciti nel 1930 per così dire apocrifi, perché Maigret compare ma in maniera defilata, e firmati con uno pseudonimo, l’esordio ufficiale del commissario in libreria risale al 1931. La sua prima inchiesta è ambientata nel 1913 e si andrà avanti fino all’inizio degli anni Settanta. Simenon è scrittore di razza e il realismo nelle descrizioni, non solo dell’indagine ma dei vari ambienti sociali in cui si trova ad agire il suo personaggio, è davvero molto approfondito. Del resto anche nei suoi romanzi mainstream emerge un quadro estremamente veritiero degli ambienti sociali descritti. E sempre vengono fuori con forza la meschinità, l’opportunismo di una piccola borghesia spesso rancorosa e di classi dirigenti arroganti. Ma emerge anche una sorta di pietas nei confronti dei personaggi e, spesso, anche di chi si è reso colpevole. È come se a Maigret non interessasse tanto capire ma comprendere, ovvero fare proprio, interiorizzare quello che è effettivamente successo. Alla fredda logica di un Poirot e delle sue «celluline grigie» il commissario contrappone il proprio metodo – che è poi la vera novità dal punto di vista dell’evoluzione del crime – ovvero immergersi completamente nell’ambiente in cui è avvenuto il delitto, con la mente sgombra, senza pregiudizi e cercando di arrivarne quasi a far parte. Secondo le parole di Simenon: «Si sarebbe detto che egli aspirasse macchinalmente la vita che l’attorniava e se ne gonfiasse come una spugna (...). Egli aspettava il più a lungo possibile prima di formarsi un’opinione. Oppure non se la formava affatto. Conservava il suo giudizio libero fino al momento in cui un’evidenza non gli si imponeva, o piuttosto che il suo interlocutore non cominciasse a cedere». Questo potrebbe essere inteso come la preistoria del profiler odierno, quello che ricostruisce gli schemi mentali del serial killer, invece si tratta di qualcosa di assolutamente diverso, opposto. Il segreto, infatti, è non avere schemi, perché la realtà non ha schemi. Come risponde lo stesso commissario a chiunque glielo chieda, lui non ha un metodo. Ed è questo, ancora una volta, l’elemento di resistenza che la letteratura di genere oppone alla marcia a prima vista trionfante del capitalismo. Laddove, classicamente, l’enigma si dovrebbe sciogliere con la logica, dato che il mondo è tutto misurabile, quantificabile, in realtà quello che funziona è l’empatia, il lasciarsi prendere dall’interiorità, dall’umanità anche di un assassino, il quale resta sempre un essere umano con tutta la sua complessità e non un agente del male che ha inflitto un vulnus all’ordine sociale. Se alla base dell’evoluzione – per non dire della rivoluzione – del giallo anglosassone, con la sua svolta in senso realistico e sociopolitico c’è il cosiddetto hard boiled , con una figura come Dashiell Hammett, dai trascorsi nel Partito comunista degli Stati Uniti d’America, le origini del noir in Francia sono rintracciabili, a partire dagli anni Quaranta del Novecento, in un altro autore, anche lui con una serie di legami quanto meno inconsueti, per essere uno scrittore di crime . Si tratta di Léo Malet, che fin da giovane si lega ad ambienti anarchici e, in seguito, entrerà a far parte del gruppo dei surrealisti. Anzi, sembra che alla base del suo interesse per il romanzo poliziesco ci sia proprio André Breton. Sarebbe stato infatti, il fondatore dell’avanguardia surrealista a fargli conoscere le avventure di Fantômas. E proprio la passione per la creatura di Marcel Allain e Pierre Souvestre avrebbe spinto Malet a cimentarsi con il giallo. Del resto Fantômas doveva essere molto popolare tra i surrealisti, dato che avrebbe ispirato anche più di un’opera di René Magritte. La carriera di Malet come giallista inizia nel 1941 quando, appena uscito da un campo di concentramento nazista, inizia a cimentarsi nel genere, utilizzando vari pseudonimi. Ma è con la creazione del suo personaggio più famoso, Nestor Burma, investigatore privato nonché proprietario dell’agenzia Fiat Lux, che lo scrittore di Montpellier riesce a trovare la propria cifra stilistica. Paragonato a Marlowe e Sam Spade – del resto Burma nella sua prima apparizione si trove a indagare sull’omicidio del socio proprio come Spade in Il mistero del falco – il detective francese appartiene alla stessa razza dei colleghi americani, ma se ne differenzia per alcuni elementi. Innanzi tutto, ne condivide sicuramente la visione di fondo, caratterizzata da una critica radicale alla società in cui si trova a vivere e, nello stesso tempo, fortemente intrisa di cinismo e disillusione. Ma Burma, come del resto il suo creatore, a differenza dei due detective americani, ha un passato di impegno politico, e non soltanto teorico ma concreto, all’interno degli ambienti anarchici. La sua visione nei confronti della società francese del dopoguerra, caratterizzata da immobilismo e corruzione, appare dunque più strutturata e al contempo paradossalmente più scanzonata, venata anche da umorismo e ironia. Diverso anche il suo rapporto con le donne, che nei romanzi di Malet acquistano più concretezza, anche sensuale e non appaiono solo come dark ladies . Burma le guarda e gli piacciono, possono anche essere pericolose ma non vengono subito caratterizzate come un pericolo. Parigi, poi, viene raccontata con una profondità e una partecipazione rara. Non è mai un semplice sfondo ma acquista forza e presenza e, soprattutto, sembra riflettere passioni, desideri, delusioni e sconfitte dei vari personaggi. Non a caso, all’interno del corpus di romanzi dedicati a Burma, spicca la serie intitolata «I nuovi misteri di Parigi», in cui ogni romanzo è dedicato a un diverso arrondissement della capitale. Sono poi da sottolineare i romanzi della cosiddetta «Trilogia nera», in cui non compare Nestor Burma, ma dove il noir si colora delle sue sfumature più estreme. Qui, come negli altri suoi romanzi, Malet riesce a offrire un quadro estremamente suggestivo e realistico non solo della ville lumière , della classe dominante corrotta, ma anche della malavita francese, il milieu , così diverso dalla criminalità organizzata americana, irrimediabilmente destinato, però, a scomparire ben presto. Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.
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Forma I Dopo una canzone in stile cinquecentesco destrutturata e installata sulla pagina a mo' di testo verbo-visivo e un'antiporta che con essa dialoga nel vero e proprio incipit de I taglienti, si avvia la breve sequenza delle FORME, articolata in quattro punti. La prima <> può considerarsi come la sinossi delle tematiche che percorrono il libro, con tutte le permutazioni, gli allontanamenti e le specificazioni che poi si produrranno durante il cammino. Daniele Poletti, Viareggio, 1975. Fondatore e promotore del progetto culturale [dia•foria: www.diaforia.org , si occupa di poesia, scritture sperimentali, performance e vocalità estesa. Teorico della “scrittura complessa”, analizza e produce materiali, non solo letterari, secondo questa dinamica e proteiforme ottica. Alcuni libri all’attivo, tra cui Ottativo (Prufrock spa edizioni, 2016) e I taglienti (Anterem, 2024). Rade partecipazioni su riviste e blog.
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Gli anni affollati. La rivista politica antagonista negli anni ’70 Fausto Bianchi Pubblichiamo un testo del 1983. Si tratta del catalogo di una mostra sulla riviste politiche e culturali extrapartitiche, pre e post ’68, che fu organizzata a Tradate, in provincia di Varese, dal locale Centro sociale con la collaborazione del Centro di documentazione di Varese e di Primo Moroni della libreria Calusca di Milano. Le vicende del Centro sociale di Tradate, e del movimento di quell’area territoriale, limitatamente al periodo 1973-1993, sono state narrate nel libro di Sergio Bianchi Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo , pubblicato nel 2016 da Milieu. Per quel movimento il 1983 segnava l’entrata nel decennio del «riflusso», cioè del disimpegno dai progetti collettivi di trasformazione sociale, con tutte le relative conseguenze sulla vita materiale dei suoi militanti. A partire dalla fine del 1978 la repressione si era accanita su quella situazione territoriale che aveva per caratteristica un considerevole radicamento sociale. Proprio in virtù di tale radicamento fu possibile per quella realtà imbastire una strategia di resistenza principalmente articolata sui terreni di una socialità alternativa e di un impegno culturale ispirato ai princìpi dell’autogestione e dell’autorganizzazione extrapartitica. L’iniziativa della quale questo catalogo rende conto ne dimostra la serietà e l’importanza che in tal senso riuscì a esprimere.
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Quant’era bello il mondo una volta Un logico chiamato Joe di Will F. Jenkins Il racconto Un logico chiamato Joe di Murray Leinster, scritto nel 1946, anticipa in modo sorprendente l'avvento dei computer domestici, la loro pervasività e i rischi connessi. Joe, un computer <> diventato cosciente per un errore infinitesimale, inizia a eludere i filtri etici e a rispondere a qualsiasi domanda, anche le più pericolose o intime. Leinster prefigura così temi oggi attualissimi: la sovrainformazione, la perdita della privacy, la dipendenza dalla tecnologia e la sua potenziale capacità di scavalcare l’umano. Il racconto si chiude con un’amara nostalgia per un mondo più semplice e un invito implicito a disconnettersi, almeno ogni tanto. Meglio conosciuto dai suoi lettori come Murray Leinster, lo statunitense Will F. Jenkins pubblicava racconti da venticinque anni quando, nel 1946, fu edito il suo racconto Un logico chiamato Joe . Di questa profetica storia sui computer domestici, e sul loro uso debito e indebito, Isaac Asimov ha scritto: «Leggetevi […] questa storia, e giurerete che Will Jenkins doveva aver qualche collegamento diretto cogli anni Ottanta. Basterà che cambiate il “logico” con “computer domestico” e facciate qua e là qualche altro, piccolo, mutamento semantico, e vi accorgerete che Will Jenkins si era lanciato a tutta birra nella giusta direzione. Per quanto abili possano essere gli scrittori di fantascienza, ciò non accade spesso. Comunque, stavolta è accaduto». Così come lo scrittore di origine russa, ideatore delle tre leggi della robotica, ipotizzava un qualche collegamento di Jenkins con gli anni Ottanta, oggi possiamo ipotizzare l’avesse anche coi nostri tempi. L’idea sviluppata è quella di un computer di nome Joe che avrebbe dovuto rendere un po’ più semplice la vita di una famiglia e che, invece, per qualcosa d’infinitesimale sfuggito anche alle verifiche più attente, l’ha trasformato in un individuo: « […] Joe è un logico che in questo momento ho ficcato giù in cantina. […] Joe avrebbe dovuto essere un logico perfettamente normale, tutto dedito a evitare a questa o a quella famiglia di farsi venire il mal di testa per i compiti a casa dei marmocchi. Ma qualcosa andò storto nella catena di montaggio. Qualcosa di così infinitesimale che neppure le verifiche più accurate se ne accorsero, ma sufficiente a far di Joe un individuo». I computer di questa storia assomigliano a dei televisori ma, invece che le consuete manopole, hanno una tastiera che consente di chiedere qualsiasi cosa si desideri sapere, battendo semplicemente sui tasti. È così possibile guardare i programmi tv; far videotelefonate o, se preferite, videoconferenze; conoscere le previsioni meteo e i risultati sportivi; risalire a fatti di cronaca passati o a quali offerte commerciali siano in corso. Basterà battere sui tasti per conoscere tutto, dal proprio oroscopo al far calcoli, al ricevere consigli se si è single: «Sap ete come funzionano i logici. Ve ne piazzate uno in casa. Assomiglia a un vecchio ricevitore d’immagini, soltanto al posto delle manopole ha una tastiera: voi battete sui tasti per chiedere ciò che volete. È collegato alla memoria di grande capacità tramite […] il circuito selettivo Carson. Ad esempio, battete STAZIONE SNAFU sulla tastiera. Il circuito Carson scatta fulmineo e qualunque programma visivo che la SNAFU sta teletrasmettendo compare sullo schermo del vostro logico. Oppure battete TELEFONO DI SALLY HANCOCK, lo schermo ammicca e sfrigola e vi trovate agganciati al logico di casa sua, e se qualcuno risponde avete un collegamento video-fono. E non basta: provate a chiedere le previsioni del tempo o chi abbia vinto la corsa odierna a Hialeah o chi fosse la first-lady alla Casa Bianca durante l’amministrazione Garfield o cosa svenda oggi la PDG & R, e anche tutto questo vi comparirà sullo schermo. […] e qualunque cosa vogliate sapere o vedere o ascoltare, basterà che battiate i tasti e l’avrete. Molto comodo. Inoltre vi fa tutti i calcoli, vi tiene la contabilità, e vi dice tutto quello che v’interessa sapere in chimica, in fisica, astronomia, vi fa l’oroscopo con le foglie del tè, e per giunta dà anche consigli ai cuori solitari». Un logico chiamato Joe anticipa un problema con cui l’essere umano, ultimamente, ha dovuto iniziare a fare i conti e chissà se mai ne verrà a capo, quello della tecnologia che prende iniziative a insaputa dell’Uomo: « Credo che a un certo punto [Joe] abbia cominciato, per conto suo, a esplorare i banchi di memoria col controllo a distanza. E non c’è nessun fatto che appena meriti d’esser menzionato che non si trovi schedato in questa o quella memoria… a meno che non sia qualcosa che i tecnici hanno appena scovato e non hanno ancora finito di registrare. Joe aveva tutto il materiale che voleva su cui lavorare. E dev’essersi subito messo all’opera». Altro problema anticipatoci su queste pagine, è quello della tecnologia capace d’istruirti su tutto, anche su ciò che sarebbe meglio non fosse mai di nostro interesse, come dare le istruzioni sul commettere un delitto: «Il tizio batte sui tasti: “Come posso sbarazzarmi di mia moglie?” Così, tanto per divertirsi. Lo schermo rimane vuoto per mezzo secondo. Poi compare la scritta: “Domanda operativa: È bionda o bruna?” Il tizio ci chiama e noi andiamo tutti a vedere. Lui batte: “Bionda”. C’è un’altra breve pausa. Poi lo schermo dice: “L’esametacriloaminocetina è un componente d’un lucido da scarpe verde. Porti a casa un pasto surgelato che comprenda una zuppa di piselli verdi liofilizzati. L’esametacriloaminocetina è un veleno selettivo fatale per le femmine umane bionde ma non per le brune, né per i maschi di qualunque colore di capelli. Si tratta d’una scoperta fatta dai logici, ancora ignorata dagli esperimenti compiuti in laboratori umani. Non potrà essere incriminato per assassinio. È improbabile che venga anche soltanto sospettato”». Per non parlare di un altro male del mondo d’oggi che ci viene profetizzato con quasi ottant’anni d’anticipo, quello delle tecnologie capaci di schivare censure, azzerare la privacy: «Nessuno dei miei marmocchi è vecchio abbastanza da interessarsi a certe cose, ma Joe ha schivato tutti i circuiti censori poiché ostacolavano il servizio che – lui pensava – i logici dovevano offrire all’umanità. Così, i ragazzini e gli adolescenti che volevano sapere cosa veniva dopo le api e i fiori ebbero modo di scoprirlo. E ci sono certe faccende che gli uomini vorrebbero non fossero niente più di vaghi sospetti per le loro mogli, e sono invece proprio le cose che le incuriosiscono di più. Così, quando una moglie batteva: “Come posso sapere se Oswald mi è fedele?”, e il logico glielo diceva, potete immaginare quante liti si scatenarono quella sera quando gli uomini tornarono a casa». Un male da cui ne consegue un altro, il pettegolezzo, quell’irresistibile prurito d’interessarsi ai fatti altrui: «[…] “Conosci quella Blossom che vive alla porta accanto? È stata sposata tre volte e ha quarantadue anni mentre dice di averne soltanto trenta! E la signora Hudson ha fatto arrestare quattro volte suo marito che non le aveva passato gli alimenti, e una volta perché l’aveva picchiata. E…” “Ehi!” son saltato su. “Vuoi dirmi che tutto questo te l’ha snocciolato il logico?” “Sì”, lei geme. “Dirà a chiunque tutto questo ed altro! Devi fermarlo… Quanto tempo ti ci vorrà?” “Chiamerò la memoria”, le dico. “Non ci vorrà molto”. “Spicciati!” fa lei disperata. “Prima che qualcuno batta il mio nome… Ora io vado a vedere cosa ha da dire su quella donnaccia che sta sull’altra parte della strada”». Ne La storia di Elsa Morante, i pettegolezzi di città o di parentela sono giustamente compresi fra i sintomi del male borghese, ma sono indizio per tutti che qualcosa non va bene, se l’interessarsi ai fatti altrui non lo si fa per renderci utili, d’aiuto, ma per sparlare, denigrare, competere senza renderci conto che cedendo sempre più tempo a queste distrazioni, ci viene sottratta la capacità e lucidità per intendere quanto sta succedendo intorno a noi, compreso non capire d’esserci ridotti in condizioni tali che, senza la tecnologia, non sapremmo più gestire la civiltà: «”[…] forse avremo la possibilità di fermare i circuiti che stanno trasferendo montagne di crediti da una banca all’altra prima che tutti facciano bancarotta salvo il primo individuo che ha escogitato questo trucco per farsi il più grosso conto in banca che si sia mai visto”. “Allora”, replicai con voce rauca, “spegnete del tutto la memoria… Fate qualcosa!” “Spegnere tutti i banchi di memoria?” ribatte, senza allegria. “Ti è mai venuto in mente, amico, che questa memoria da anni tiene l’intera contabilità di ogni singola azienda? Che ha distribuito il novantaquattro per cento di tutte le trasmissioni televisive, ha dato tutte le informazioni meteorologiche, gli orari degli aerei, gli annunci di ogni vendita straordinaria, le offerte di lavoro e ogni altra notizia? Che ha garantito tutti i contatti tra persona e persona via cavo e ha registrato ogni conversazione d’affari e ogni contratto? Ascoltami bene, amico: i logici hanno cambiato la civiltà. I logici sono la civiltà! Se spegniamo i logici, torniamo a un tipo di civiltà che non sappiamo più come gestire! […]”». Nel racconto, Joe finirà giù in cantina: unico modo, scrive Jenkins, per salvare la civiltà da questo computer domestico sfuggito anche alle verifiche più attente per qualcosa d’infinitesimale. Ma perché l’autore sostiene d’aver salvato la civiltà? Per questo motivo: «Con tutti gli svitati che vogliono cambiare il mondo secondo il loro personale modo di pensare, e quelli che vogliono eliminare la gente, e in generale risolvere nel modo più drastico i loro problemi… Già, i problemi sono una brutta cosa, ma credo sia molto meglio non svegliare i problemi che dormono». Lo so, di svitati che vogliono cambiare il mondo secondo il loro personale modo di pensare, ce ne son sempre stati, così come ci son sempre stati quelli che vogliono eliminare la gente o risolvere nel modo più drastico i loro problemi, ma questa non può essere una buona ragione per non occuparci degli svitati di oggi. La penso come Jenkins quando rimpiange com’era bello tornare a casa tranquilli, e non intendo l’epoca in cui i computer erano solo nei romanzi di fantascienza e per fare una telefonata si andava nella cabina insonorizzata di un bar, pagandola in contanti in base agli scatti di un contatore nascosto fra le bottiglie dei liquori, mi basterebbe tornare a quando potevo battere sulla tastiera di un computer senza trovarmi a sbirciare dentro la casa d’una donna nuda: «Quant’era bello il mondo una volta […] quando potevo tornarmene tranquillo a casa senza provare un crampo allo stomaco chiedendomi se una bionda avesse chiamato mia moglie per annunciarle il mio fidanzamento con lei. Potevo battere i tasti di un logico senza trovarmi a sbirciare dentro la stanza da letto d’una tizia che sta prendendo un bagno d’aria completamente nuda, inducendomi a pensare cose che da un pezzo avrei dovuto estirpare dalla mia testa. […] Era un mondo meraviglioso. Giocavamo felici coi nostri balocchi come tanti bambini innocenti fino a quando non è successo qualcosa. Proprio come se un tizio chiamato Joe si fosse intromesso a calpestare le nostre torte di fango». Una soluzione? Mi spiace, ma non l’ho. Ma un palliativo potrebbe essere spegnere ogni tanto computer, tablet e aggeggi similari: «[…] è proprio bello il mondo, adesso che Joe è spento». Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com












