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416 risultati trovati con una ricerca vuota

  • scienza e politica

    dossier italia Le guerre per il petrolio e la nuova transizione energetica Roberto Gelini Dopo l’operazione speciale in Venezuela, in Iran è iniziata una guerra dalle conseguenze potenzialmente distruttive. Nel 2025 la «guerra dei 12 giorni» con il bombardamento dei siti nucleari iraniani, pilotato da Israele che ha trascinato Trump a intervenire, si era chiusa con un esito mai chiarito. Da una parte l’annuncio di aver distrutto le capacità di arricchimento dell’Uranio, dall’altra l’assenza di ogni contaminazione nei siti colpiti, confermati dall’IAEA. E, peraltro, le bombe «bunker buster» nemmeno impiegate sul sito di Isfahan perché troppo profondo per essere colpito. Le radici fossili del conflitto Se la strategia di Israele è chiara – colpire il principale avversario politico nella regione e consentire a Netanyahu di rimanere in sella convocando elezioni per la prossima estate – quella di Trump lo è molto meno: il rischio di rimanere impantanati in una lunga guerra sul campo è elevato (e il Pentagono non ne ha intenzione), i costi politici molto alti con la base MAGA in rivolta con il conseguente rischio di peggiorare l’esito elettorale nelle elezioni di novembre. Al di là dei diversi fattori in gioco – furore ideologico al vertice del governo americano, psicolabilità di Trump, pressione del caso Epstein – c’è un elemento «fossile» nella visione del governo americano su cui avevamo già scritto in queste pagine1 e che risulta a mio avviso ulteriormente confermato. La linea Trump pro-fossile e anti-rinnovabile risiede nel fatto, semplice e evidente, che nell’economia fossile gli Usa sono largamente dominanti e da tempo: sia per il controllo politico e militare delle aree di produzione (tranne Paesi come l’Iran sottoposto da anni a embargo); sia perché la produzione di petrolio e gas da fracking ha consentito agli Usa di diventare i principali esportatori sopratutto di gas liquefatto (mentre devono importare un po’ di petrolio denso che serve alle loro raffinerie). Con un fondamentale elemento che è sfuggito a gran parte della stampa: la produzione di shale oil (olio di scisto) è in una fase di picco e, per quanto rimarrà ancora per anni una fonte di petrolio, la fase della crescita è finita e dunque, in prospettiva, va gestito un futuro declino2. Mentre, al contrario che nell’economia fossile, nelle tecnologie della transizione verde – dalle tecnologie per le fonti rinnovabili alle batterie, dalle auto elettriche alle pompe di calore – la Cina ha da tempo una primazia globale, nonostante molte di queste tecnologie siano nate e state sviluppate dapprima nei Paesi occidentali e negli Usa in particolare. Dunque, nella linea Trump l’elemento fossile è centrale: contrastare il declino dell’impero americano cercando in tutti i modi di bloccare la transizione e di imporre un ordine fossile al mondo. Tanto che, nelle scorse settimane, l’amministrazione Trump ha offerto quasi un miliardo di dollari alla francese Total Energies per rinunciare alla costruzione di due impianti eolici offshore già approvati, e di partecipare, invece, all’estrazione di shale oil in Texas3. Impatto a breve sull’Italia Sulle conseguenze generali in atto della guerra in Iran e del blocco dello stretto di Hormuz per ritorsione, situazione in continua evoluzione, non ci soffermiamo ed è difficile prevederne gli sviluppi. Un elemento è comunque chiaro sull’impatto delle importazioni di gas liquefatto in Italia dal Qatar, che sono messe in discussione sia dal blocco delle navi che dalla parziale distruzione dell’impianto di liquefazione del gas, colpito dai missili iraniani. Dal Qatar importiamo circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas liquefatto (GNL) all’anno, pari a meno del 10% dei nostri consumi annuali. Una analisi dei flussi di import-export di GNL è disponibile sul sito dello IEEFA4. La Presidente Meloni, dopo aver convocato l’ad di ENI Claudio Descalzi, è andata in Algeria a chiedere di aumentare l’importazione di gas da quel Paese. Dunque il fantomatico Piano Mattei, una scatola vuota basata sull’idea, assai discutibile, di fare dell’Italia un «hub del gas», si è ridotta in questa crisi a rivolgersi a uno dei più vecchi fornitori di gas. Ma, come ha notato Matteo Villa dell’ISPI, le esportazioni di gas dell’Algeria sono già in declino per l’effetto combinato di una produzione che tende al picco e di una crescita dei consumi interni: per tale ragione un aumento delle esportazioni verso l’Italia è possibile solo se l’Algeria le riduce agli altri Paesi in cui esporta (Spagna, Francia, Marocco, Turchia). Nel 2022, ricorda Villa in un thread su X (Twitter), la nostra fortuna fu la crisi politica tra Algeria e Spagna che consentì di deviare in Italia gas destinato a quel Paese. Cosa andrebbe fatto per «parare il colpo» della riduzione delle importazioni di GNL dal Qatar? Per dare un ordine di grandezza, potremmo tagliare quella quantità di gas se sbloccassimo il 10% delle richieste di connessione alla rete di rinnovabili e, dunque, ci «mettessimo in pari» con gli obiettivi al 2030 recuperando il ritardo. Si tratterebbe di aggiungere 30 GW (gigawatt) di rinnovabili (solare e eolico in primis) di cui circa 10 sarebbero già «pronti» ma in buona parte bloccati dalla burocrazia. Il Think Tank ECCO ha elaborato una proposta5 – meno estrema – di interventi per ovviare alla perdita del gas qatariota basato su una serie articolata di misure e centrate, per un terzo, su 10 GW di rinnovabili e su altre misure di risparmio ed efficienza. Va ricordato che nel lontano 2011 furono installati 11 GW in un solo anno, oggi potremmo far meglio. L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili La crisi ucraina fu usata per dire di fermare la transizione verde, accusata dalla destra (e dall’ad di ENI) di essere «ideologica», e fu lanciato il fantomatico Piano Mattei e rilanciata l’idea dell’Italia come «hub del gas». È stato un errore, anche se col governo Draghi ci fu una (piccola) spinta alle rinnovabili che sono cresciute di 7 GW l’anno (sui 10-12 necessari). Il governo Meloni ha, inoltre, riproposto il rilancio del nucleare, e si è vista una campagna basata su la falsa percezione che il nucleare possa essere una risposta alla crisi energetica. Per rispondere a questa campagna abbiamo scritto con Gianni Silvestrini un libro di recente pubblicazione, nel quale cerchiamo di dimostrare come quella del nucleare sia pura illusione, mentre la rivoluzione delle rinnovabili è reale, è in corso e va promossa anche in Italia6. La crisi del nucleare in occidente è in atto da oltre vent’anni: sia i reattori francesi EPR che quelli nippo-americani AP1000 hanno rivelato costi completamente fuori mercato. Col referendum del 2011 il 94 per cento dei votanti bocciò il rilancio del nucleare in Italia che prevedeva, secondo il Memorandum tra Berlusconi e Sarkozy, la costruzione di quattro reattori EPR. In Francia la costruzione dell’EPR a Flamanville era iniziata nel 2007, con un costo a progetto di 3,3 miliardi di euro, da completarsi in quattro anni. È stato connesso alla rete a fine 2024 a un costo stimato dalla Cour des Comptes al gennaio 2025 di 23,7 miliardi e, al momento, non è ancora in fase commerciale. Sorte non diversa capitata agli AP1000, due soli reattori costruiti negli Usa, che secondo la Banca d’affari Lazard producono a un costo tra i 169 e i 228 dollari al Megawattora, circa quattro volte il valore di solare e eolico a terra. Il Piano nazionale energia e clima (Pniec) presentato dal Ministro Pichetto Fratin nel 2024 prevede il ritorno del nucleare con circa 7 GW puntando sui Smr (Small nuclear reactors, piccoli reattori modulari), impianti di piccola taglia (fino a 300 MW, secondo la labile definizione dell’IAEA). Un’idea già lanciata una trentina d’anni fa, mai realizzata in occidente: riducendo la taglia i costi aumentano ulteriormente. Infatti, ad oggi non esiste nessun Smr, nemmeno come prototipo, in nessun paese occidentale. E la startup americana NuScale che ci investe da 16 anni ha subito nel 2023 una class action dagli investitori per false comunicazioni sociali. Al contrario, la transizione verso le rinnovabili è in corso e il 2025 ha segnato l’ennesimo record globale con 814 GW di solare ed eolico installati nel 2025, il 17 per cento in più del 2024. La transizione è guidata da una costante discesa dei costi di queste tecnologie e delle batterie industriali, che consentono di stoccare elettricità in eccesso per ridarla alla rete nelle ore senza sole e vento: in California le batterie segnano record costanti, di recente con picchi di oltre il 40 per cento della richiesta in rete e una media del 20 per cento per alcune ore al giorno. Lo stesso sta accadendo nel petrolifero (e repubblicano) Texas, dove le rinnovabili e le batterie sono cresciute molto e compete con la California a guida democratica. L’Italia potrebbe fare molto di più, se si risolvesse il collo di bottiglia della burocrazia7 che blocca solare e eolico (a terra non sono più incentivati) e la recente asta per le batterie industriali chiusa a un prezzo un terzo della base d’asta e offerte quattro volte superiori ai 10 GW messi all’asta, lo dimostra. Ma la politica energetica è determinata, contro i veri interessi nazionali, da ENI, come se fossimo anche noi un «petrostato» invece che un Paese che importa i tre quarti dell’energia. Bloccare con la burocrazia o con assurde moratorie come quella della Sardegna le rinnovabili, fomentata da campagne demenziali contro eolico e solare, discutere di un nucleare per di più di fantasia, serve a rallentare la transizione energetica. Che, invece, potrebbe andare molto più veloce e conservare il mercato del gas – e gli interessi di chi lo importa a caro prezzo in Italia – linea antistorica e sempre più assurda nel contesto segnato dall’ennesima crisi energetica legata all’ennesima guerra per il controllo delle aree petrolifere e del gas. Note 1 G. Onufrio, Geopolitica delle risorse e crisi climatica, 25 novembre 2025 https://www.ahidaonline.com/post/scienza-e-politicageopoliticadellerisorseecrisiclimatica 2 Per una analisi della situazione della produzione di shale oil nel Permian Basis, che rappresenta metà della produzione statunitense di shale oil, si veda R. Bousso, Permian to retain US oil crown even after hitting peak, Reuters, December 11, 2025. https://www.reuters.com/markets/commodities/energy/permian-retain-us-oil-crown-even-after-hitting-peak-2025-12-11/ 3 E. Nilsen, Trump administration will pay a French company $1 billion in taxpayer funds to not build wind farms, CNN March 23, 2026. https://edition.cnn.com/2026/03/23/climate/trump-totalenergies-offshore-wind-cancellation 4 Institute for Energy Economics and Financial Analysis, LNG Tracker, October 2025. L’analisi riporta I dati del primo semestre 2025 a livello globale: https://ieefa.org/european-lng-tracker 5 F. Andrelli e G. Signorelli, Sicurezza energetica: il percorso di riduzione della dipendenza italiana dal GNL quatarino, ECCO, marzo 2026 https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/LItalia-puo-sostituire-il-GNL-del-Qatar-con-rinnovabili-ed-efficienza-entro-un-anno.pdf 6 G. Silvestrini e G. Onufrio, L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, Ed. Ambiente, Milano marzo 2026 7 Si veda il recente Rapporto di Legambiente: Scacco matto alle rinnovabili, 2026. https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/03/ScaccoMatto-alle-Rinnovabili-2026.pdf Giuseppe Onufrio, fisico, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.

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    dossier italia Sistema dell’arte e fascistizzazione delle strutture di potere L’arte, spazio-tempo di libertà per eccellenza, viene vista con crescente sospetto. Non più veicolo di riflessione critica, ma semplicemente strumento da controllare. Le espressioni artistiche che sfidano l’ordine sociale, che espongono le contraddizioni del sistema, sono sempre più emarginate, ridotte a silenzio, censurate o trasformate in mere operazioni di marketing. La cultura che critica il potere, che sfida l’ideologia dominante, è vista come un pericolo. La risposta alla crescita della fascistizzazione non può venire solo da sparuti gruppi di resistenza o da singoli individui isolati, ma deve partire da un movimento collettivo, dalla presa di coscienza di una società che rifiuta l’omologazione, che resiste alla disumanizzazione e alla normalizzazione in tutte le sue forme ormai cementificate nell’immaginario collettivo. Non possiamo più permetterci di essere spettatori di questa deriva. Paulo Bruscky, O que é a arte? Para que serve?, 1978-2010, fotografia L’Italia sta vivendo un’epoca che, per molti, somiglia pericolosamente a un film già visto. Tuttavia questa volta non si tratta di un film di denuncia, non è una proiezione del passato che ci invita a riflettere su quello che è stato, è la realtà che stiamo vivendo ora, una sorta di film d’archivio senza la minimissima problematizzazione del fatto storico accaduto. Nell'epoca in cui la retorica della «sicurezza», della «lotta alla criminalità» e della «famiglia mulino bianco» – con le sue strutture eteronormate diventate parole d’ordine del discorso pubblico – l’Italia sta assistendo a una trasformazione drammatica della sua struttura giuridica e culturale. Un presente che sta accelerando verso una fascistizzazione istituzionale e sociale del paese, dove l’autoritarismo -maschilismo, bianchitudine, eterosessualità tossica – si maschera da sicurezza, e la libertà di espressione e di esistenza viene lentamente strangolata sotto il peso di leggi sempre più oppressive. Il processo in corso non è un colpo di stato palese, non è un passaggio improvviso alla dittatura. È molto più sottile, subdolo, un’infiltrazione lenta e inesorabile che si insinua nelle pieghe della vita quotidiana. È come quella goccia invisibile che piano piano s’infila in prima battuta nel solaio di un edificio e poi penetra, attraversa, buca tutti gli appartamenti sottostanti. Si crea dapprima una patina di muffa invisibile, poi sempre più visibile, fino a corrodere e mangiare il ferro con cui è stato edificato, per poi determinafre il crollo definitivo dell’architettura. Still tratta dal film Koyaanysqatsi del 1982, diretto da Godfrey Reggio, primo film della trilogia Qatsi che comprende Powaqqatsi (1988) e Naqoiqatsi (2002). Le istituzioni del nostro paese, quelle che dovrebbero garantire la democrazia e i diritti, sono ormai piene di infiltrazioni fasciste, sotto forma di politiche che restringono sempre più lo spazio per il dissenso, per le diversità, per la non ovvietà, per la libertà. Le scelte politiche di oggi mirano a stabilire un controllo sempre più rigido su tutto ciò che sfida l’ordine costituito, da chiunque osi opporsi. Questo accade anche nell’arte. Si scelgono forme/pensiero dell’ovvietà, del non disturbo, del politically correct, del non fastidioso. Musei che non mettono in scena nessuna alternativa, solo forme facilmente abbordabili dal pubblico stordito dalle mille e una notte di app e immagini, AI propinate sui display degli smartphone, e mostre pacchetto suggerite dall’amico gallerista per visibilizzare le possibili vendite. Le leggi – ma anche le scelte culturali – sono sempre più orientate a punire chi si ribella, chi non si conforma alla narrativa dominante. La vulnerabilità sociale è criminalizzata, la protesta diventa un atto da reprimere, i percorsi alternativi marginalizzati e debellati. Si sta disegnando un panorama normativo che riduce le libertà individuali a mere concessioni di un’autorità che, in nome della sicurezza, impone nuove forme di controllo sociale. La criminalizzazione di chi lotta per i propri diritti, di chi difende i più deboli, di chi si batte contro le disuguaglianze, sta diventando una realtà quotidiana. La cosiddetta sicurezza si fa strada come giustificazione per ogni violazione dei diritti umani. Ma non è solo nelle aule parlamentari che questo fenomeno si manifesta. La società civile è ormai invasa dalla logica fascista: il razzismo, la xenofobia, la misoginia, l’omolesbotransfobia vengono alimentati da un clima di paura, da una propaganda che dipinge il diverso come il nemico da sconfiggere. L’odio viene travestito da patriottismo, la violenza da difesa dei valori nazionali. Le politiche di esclusione sociale, i discorsi sull’immigrazione e l’«ordine pubblico» vengono presentati come una necessità, per preservare la «nostra» identità, una tradizione che, come un’ombra, si fa sempre più oscura e oppressiva. In tutto questo, la cultura viene lentamente svuotata di senso. L’arte, spazio-tempo di libertà per eccellenza, viene vista con crescente sospetto. Non più veicolo di riflessione critica, ma semplicemente strumento da controllare. Le espressioni artistiche che sfidano l’ordine sociale, che espongono le contraddizioni del sistema, sono sempre più emarginate, ridotte a silenzio, censurate o trasformate in mere operazioni di marketing. La cultura che critica il potere, che sfida l’ideologia dominante, è vista come un pericolo. Still tratta dal film Parasite, di Bong Joon-ho, 2019. È stato presentato alla 72 edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro, diventando il primo film sudcoreano ad aggiudicarsi tale riconoscimento. È stato anche il primo film sudcoreano a vincere quattro premi Oscar, tra cui quello per il miglior film. La risposta alla crescita della fascistizzazione non può venire solo da sparuti gruppi di resistenza o da singoli individui isolati, ma deve partire da un movimento collettivo, dalla presa di coscienza di una società che rifiuta l’omologazione, che resiste alla disumanizzazione e alla normalizzazione in tutte le sue forme ormai cementificate nell’immaginario collettivo. Non possiamo più permetterci di essere spettatori di questa deriva. La fascistizzazione in corso non è solo una questione di politica, è una questione di cultura, di coscienza collettiva. La nostra società è sotto continuo attacco, non solo dalle forze politiche che cercano di consolidare il potere, ma da una mentalità che sta facendo breccia nel tessuto sociale, spingendo la popolazione verso l’intolleranza e il conformismo più bieco. Non possiamo rimanere in silenzio. Ogni parola che non viene pronunciata, ogni gesto che non viene compiuto, è un passo verso la sconfitta. Lottiamo per un futuro che non sia quello di una società che cede alla paura, alla repressione, al controllo, al dominio, alla schiavitù. La battaglia è in corso, e ognun* di noi ha un ruolo prezioso in questa resistenza. La fascistizzazione non è un destino inevitabile, ma un percorso che possiamo ancora fermare, con la forza della collettività, con la potenza della cultura, con la determinazione di chi non ha paura di alzare la testa e la voce e dire: «Non siamo d’accordo, non ci stiamo!». Il sistema dell’arte, nelle sue molteplici declinazioni, oggi ridotto solamente a un settore economico, deve ri-prendere a essere quel prezioso campo di battaglia culturale, dove ri-definire e ri-confrontare visioni, immaginari del mondo, filosofie e valori. Pandit Pran Nath, La Monte Young e Marian Zazeela. Concerto al 98 Greene Street Loft, New York (1971). Fotografia di Robert Adler In questo periodo storico in cui le strutture di potere sono sempre più permeate da tendenze autoritarie, anche il sistema dell’arte non è immune all’avanzare del virus della fascistizzazione. Le istituzioni culturali, che dovrebbero fungere da baluardi di libertà e pluralismo, sono oggi sempre più influenzate da logiche di controllo, selezione e omologazione che minano la loro stessa funzione di agenzia di pensiero alternativo. Sono divenute fortezze reazionarie. Archivi della consuetudine. Il museo, inteso come spazio fisico e simbolico, ha per sua intrinseca vocazione strutturale, una duplice natura: da un lato, raccoglie e conserva il patrimonio culturale; dall’altro, definisce le narrazioni storiche e sociali che influenzano la collettività. Oggi assistiamo a un progressivo consolidamento di una politica museale e culturale che privilegia una visione conservatrice, nazionalista e, in alcuni casi, apertamente fascista. La crescente centralità del mercato dell’arte, con i suoi meccanismi di esclusione e selezione, si intreccia con una spinta verso l’omologazione delle narrazioni. Le istituzioni museali, invece di restare luoghi di sperimentazione intellettuale e di confronto democratico, si sono trasformate in apparati di legittimazione del potere politico ed economico, riproducendo valori che promuovono il controllo e la segregazione. Le mostre diventano sempre più una vetrina di spettacolarizzazione, dove l'arte è ridotta a prodotto da consumare, e dove il rischio di contenuti sovversivi o controculturali viene costantemente monitorato. Il pensiero alternativo, che è l'essenza, la forza motrice, il carburante stesso della pratica artistica, rischia di essere soffocato sotto il peso di politiche culturali che pongono limiti all’innovazione e alla critica. Nel contesto di un’arte sempre più istituzionalizzata e mercificata, le narrazioni politiche e ideologiche che vengono promosse nelle mostre sono spesso quelle che non disturbano il potere, che si adattano alle logiche dominanti. Le istituzioni culturali, seppur sotto il velo di apparente neutralità, non sono più spazi di riflessione libera, ma luoghi in cui il pensiero critico viene messo in discussione, se non addirittura censurato. Le scelte curatoriali, che dovrebbero essere ispirate dalla ricerca di nuove prospettive e dalla capacità di interrogare il presente, si orientano sempre più verso una conservazione del «buon ordine» sociale. Le istanze marginali, quelle che propongono visioni alternative o radicali, spesso non trovano spazio nelle grandi istituzioni. I musei, anziché promuovere una dialettica critica, sono strumenti di normalizzazione, veicoli di ideologie che si allineano con le politiche autoritarie del momento. Le mostre diventano testimonianze passivizzanti, veicoli di un’arte che celebra il presente senza mai sfidarlo, che riproduce le stesse gerarchie di potere senza mai metterle in discussione. La fascistizzazione del sistema dell’arte, in questo senso, è il riflesso di un spettro più ampio, che riguarda la progressiva chiusura degli spazi-tempi di libertà, la crescente autoreferenzialità delle istituzioni e l’incapacità di guardare al futuro con occhi scevri da pregiudizi ideologici. Francesco Matarrese, Le contraddizioni sono ovunque, olio su tela,1974 Questa evoluzione ha ripercussioni devastanti sulla funzione dell’arte e sulla sua capacità di costruire una umanità nuova. Un’arte che non si interroga sulle ingiustizie, che non denuncia le contraddizioni della realtà, che non spinge l’audience a confrontarsi con le proprie convinzioni, diventa un’arte che perde il suo valore più profondo e diviene mero abbellimento, orpello, vezzo consolatorio, feticcio borghese da esibire. L’arte antagonista, e tutto il pensiero antagonista, quello che sfugge ai cluster e all’impacchettamento, quella che si oppone alle logiche dominanti, quella che mette in discussione l’ordine stabilito, sta diventando sempre più invisibile nelle istituzioni principali. La critica sociale che dovrebbe emergere dalle pratiche artistiche, la capacità di scardinare le verità accettate, rischia di essere soffocata da un sistema che spinge l’arte in una dimensione sempre più apolitica, depoliticizzata, dove non c’è più posto per il dissenso. Tutto deve essere politicamente corretto, accettato, accessibile. Oggi più che mai istagrammabile, deve raggiungere tutta la platea dell’umanità con in mano l’ultimo modello di smartphone con la connessione più veloce. Anche sotto le bombe! Instituto de Artivismo Hannah Arendt (Born out of an artistic action in Havana, Cuba, when, in May 2015, the artist and activist Tania Bruguera held a collective reading of Arendt’s The Origins of Totalitarianism, 1951). List of censored Artists. 2022 Installation, Venue: documenta Halle Eppure, la funzione dell’arte, e dei musei in particolare, non è mai stata tanto urgente. Più che mai, le istituzioni culturali dovrebbero tornare a essere luoghi di riflessione critica, spazi di resistenza al conformismo, alla censura e alla repressione del pensiero alternativo. L’arte, per suo statuto, per sua ontologia, ha il compito di smascherare la verità e di esporsi ai rischi del pensiero, dei pensieri. Aprirsi alle possibili, multiple, riverberanti verità! Vivienne Westwood during London Fashion Week in 2016 | TOM JAMIESON / THE NEW YORK TIMES

  • scienza e politica

    dossier italia Il lavoro nella Scuola tra macchine digitali e intelligenza artificiale Arrigo Lora Totino L’attuale mondo del lavoro presenta una serie di tendenze allarmanti tra deregulation, «invisibilizzazione» del lavoro umano dietro digitale e I.A. e riduzione del potere di acquisto dei salari, soprattutto in Italia. Come conseguenza di queste tendenze, ma anche causa delle stesse, siamo sempre più esclusi dalle decisioni sul nostro lavoro con effetti devastanti anche sulla disaffezione e sfiducia nell’agire politico che lascia ampio spazio a rigurgiti reazionari. Da anni, anche nella Scuola assistiamo a questa deriva che ha ora trovato un potentissimo acceleratore nelle ingenti risorse del PNRR finalizzate alla cosiddetta «transizione digitale». Di seguito un primo contributo sulle dinamiche di spossessamento e sulle forme di controllo del nostro lavoro a Scuola indotte da queste tecnologie e sull’estensione incontrollata dello stesso tempo di lavoro che rendono possibile nonché sulle pratiche per contrastarne le deleterie conseguenze. Il lavoro nel XXI secolo È considerazione ampiamente condivisa che nell’attuale mondo del lavoro nelle società capitalistiche occidentali siano presenti una serie di tendenze allarmanti che è possibile sintetizzare in tre fenomeni generali (Honneth, 2020): l’erosione della sicurezza che era garantita dal contratto di lavoro (deregulation) e la precarizzazione del rapporto lavorativo; l’aumento dei processi di digitalizzazione, con la progressiva sostituzione del lavoro umano con l’automazione (e ora con l’I.A.) e anche con l’«invisibilizzazione» del lavoro umano (Casilli, 2020); la riduzione del potere d’acquisto del reddito da lavoro, che spesso non riesce neppure a garantire un’esistenza dignitosa (il lavoro povero). Accanto a queste tendenze, come loro conseguenza, ma probabilmente anche come loro causa, si manifesta sempre più l’esclusione dei lavoratori e delle lavoratrici dai processi decisionali relativi al proprio lavoro, con la conseguenza di un aumento non solo dell’insoddisfazione e della disistima, ma anche del disinteresse più generale verso i processi politici che si svolgono all’interno della società. Come da tempo evidenziato, «meno potere si ha sul luogo di lavoro, meno impegnative risultano le attività che definiscono un’occupazione e più debole è la fiducia nel proprio potere politico» (Pateman, 1970). Una pericolosa situazione che, con l’abbandono di uno degli spazi della partecipazione conflittuale e dalla costruzione di saperi e di un agire condiviso tra chi lavora, favorisce il sorgere di preoccupanti tendenze reazionarie all’interno del corpo sociale. In un contesto di questo genere, le tecnologie informatiche e digitali, oltre a poter polverizzare – come mai in precedenza, e perfino a livello planetario – la distribuzione dei luoghi di lavoro e sgretolare le relazioni sociali a essi collegate, riuscendo anche a rendere invisibili lavoratori e lavoratrici, sembrano in grado di realizzare il sogno (o meglio l’incubo) dell’ideologia neoliberista: mettere a profitto tutto il tempo e l’intero agire umano, arrivando a trasformare il «gesto produttivo umano in micro-operazioni sottoremunerate o non remunerate al fine di alimentare un’economia dell’informazione basata principalmente sull’estrazione di dati e sull’assegnazione a operatori umani di mansioni produttive costantemente svalutate poiché considerate troppo piccole, troppo poco visibili, troppo ludiche o troppo poco gratificanti», dove perfino dietro lo svago può nascondersi il lavoro: «il lavoro generato dagli utenti» (Casilli, 2020). La digitalizzazione (rectius «computerizzazione») Ci ritroviamo in un ulteriore stadio dello sviluppo del modo capitalistico di produzione che fin dalla metà del secolo scorso evidenziava, relativamente ai livelli più elevati di produzione automatizzata, la caduta verticale di tutti gli indici di qualificazione del lavoro, dalla conoscenza e dall’esperienza alle funzioni decisionali: la cosiddetta «gobba della qualificazione necessaria» (Bright, 1958; Braverman, 1974). Una caduta derivante dall’espropriazione del controllo sulle macchine che non è «una rovinosa inevitabilità», ma dipende dalla specifica forma di organizzazione del lavoro che esclude i lavoratori dalla proprietà dei mezzi di produzione (nella situazione attuale rappresentata dall’uso quasi esclusivo di software proprietario e dal conseguente strapotere delle aziende GAFAM & soci); disloca la manodopera rispetto alla macchina in maniera funzionale agli interessi dei proprietari [come puntualmente descritto da: Casilli, 2020; Crawford, 2021; Cabitza, 2021]; predispone le condizioni per un’«evoluzione sociale» conforme a questa organizzazione, «nella quale la conoscenza della macchina diventa un tratto specialistico e separato, mentre nella massa dei lavoratori fioriscono solo l’ignoranza, l’incompetenza e quindi la propensione alla dipendenza servile dalla macchina» (nel nostro caso incarnato nelle gerarchie derivanti dall’acquisizione delle cosiddette «competenze digitali» del DigCompEdu e del DigComp2.2]. Così, mentre i cantori della «rivoluzione digitale» favoleggiano della scomparsa dei mestieri più faticosi e dello spostamento di masse di lavoratori verso occupazioni più qualificate, quello che ci troviamo sotto gli occhi è invece tutt’altro (Friedman 1946; Casilli 2020): la frammentazione, parcellizzazione e semplificazione della prestazione lavorativa, spossessando i lavoratori – formalmente però sempre più qualificati – di parte delle loro attività, per affidarle all’imperscrutabile funzionalità della macchina, da cui deriva una debole identità lavorativa, una sempre più scarsa solidarietà e – soprattutto – retribuzioni più basse; la riduzione dei tempi necessari a realizzare i compiti affidati, un miglioramento dell’efficienza che è un altro modo per diminuire i costi; la flessibilizzazione e estensione del tempo di lavoro al di fuori dei limiti stabiliti dai contratti, in modo da aumentare il tempo di lavoro a parità di retribuzione. Per altro verso, e più in generale, se deleghiamo i compiti ripetitivi, gravosi, rischiosi o semplicemente impegnativi alle macchine ciò accade spesso «per il maggior agio delle persone interessate (e sottolineo: non necessariamente beneficio, ma agio)». Rendere più agevoli, frictionless numerose operazioni nella vita quotidiana – così come nel lavoro – è sicuramente stato il miglior viatico attraverso cui algoritmi e applicazioni varie, il cui funzionamento rimane sconosciuto ai più, si sono impiantate inesorabilmente all’interno delle abitudini della stragrande maggioranza della popolazione. Un meccanismo attraverso il quale diventiamo vittime, ma anche in qualche modo complici per il solo fatto di diventarne utilizzatori, delle agende commerciali delle grandi aziende Big Tech. E così, anche questa volta «sarebbe sbagliato non attribuire alle macchine un ruolo nella crescita del distacco e della confusione prodotti dalla flessibilità. Come qualunque attività mentale, l’intelligenza nell’impiego delle macchine si sviluppa poco quando è operativa piuttosto che riflessiva e autocritica. Quando le cose diventano semplici nell’uso noi diventiamo più fragili; il nostro impegno nei confronti del lavoro diventa superficiale, visto che ci manca la consapevolezza di quel che stiamo facendo» (Sennett, 1999). Senza dimenticare che l’IA è una automazione particolare fondata su modelli probabilistici, che «scelgono» statisticamente, relativamente a classificazioni e valutazioni limitate, secondo «scorciatoie tecniche» (Cristianini, 2023) con l’ambizione di «pianificare, e perfino stimare, predire e prevedere». Sistemi sviluppati in ambito aziendale per ottenere «miglioramenti» in un’ottica di ottimizzazione legata alla «soddisfazione del cliente», a cui – con costi sempre più ridotti – bisogno dare risposte, non contraddire, ma piuttosto anticipare le richieste future (Penge, 2026). La trasformazione del lavoro a Scuola «Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria si sta affermando il principio che debba comportarsi, essere organizzata, agire e pensare come un’azienda. E questa è una delle caratteristiche neoliberali principali». Così, nel 2015, Luciano Gallino descriveva la situazione che, a partire dal decennio precedente, dalla cosiddetta «privatizzazione» del rapporto di lavoro, ha introdotto anche nella Pubblica Amministrazione i princìpi base della cultura imprenditoriale: «efficacia, efficienza e economicità», che nella Scuola si è concretizzata con l’Autonomia scolastica e l’integrazione delle scuole private nel «sistema nazionale d’istruzione», volute da Luigi Berlinguer, nonché con l’introduzione in chiave aziendalistica della dirigenza e delle RSU nelle singole Istituzioni scolastiche. Un progetto, proseguito senza soluzioni di continuità dalle ministre Moratti, Gelmini e Giannini, che però si è in parte arenato per l’impossibilità di disarticolare del tutto l’impianto collegiale e democratico della Scuola, per la mancanza di risorse e per le lotte e la resistenza di docenti, ATA e studenti/esse in difesa della Scuola pubblica. Ma la spinta verso il modello imprenditoriale è ripresa con forza in questi ultimi anni con l’uso politico dell’emergenza Covid, e l’uso corruttivo delle ingenti risorse del PNRR, che hanno introdotto nelle scuole italiane «tutor» e «orientatori», «mentori», «docenti temporaneamente e stabilmente incentivati», disgregando l’unitarietà della funzione e del ruolo docente (con le conseguenti differenziazioni economiche legate al consolidarsi di queste inedite gerarchie) insieme allo sproloquiare sulla retorica del «merito», della «rivoluzione digitale» e delle varie «transizioni». PNRR, digitalizzazione e intelligenza artificiale Come è noto, l’Italia sta ricevendo, per il periodo 2021-2026 dal Recovery and resilience facility-RFF, 191,5mld di euro, di questi solo 68,9 sono «sovvenzioni», mentre ben 122,6 sono «prestiti» da restituire «a tasso agevolato» [sic!], magari tagliando ulteriormente nel prossimo futuro servizi e pensioni. Nel settore dell’Istruzione e della Ricerca, alla Missione4 del PNRR, un Piano che «comprende un ambizioso progetto di riforme», una buona fetta dei 30,88 mld previsti sono destinati soprattutto alla presunta modernizzazione del lavoro, incentrata sull’uso delle tecnologie digitali e – per ultima – della cosiddetta «intelligenza artificiale». Grazie a queste risorse anche nella Scuola e nell’Università sta riuscendo ad affermarsi quel tecno-ottimismo secondo il quale – salvificamente – «La rivoluzione digitale rappresenta un’enorme occasione per aumentare la produttività, l’innovazione e l’occupazione, garantire un accesso più ampio all’istruzione e alla cultura e colmare i divari territoriali» (Draghi 2021). La Missione4, con le sue Riforme e Investimenti prevede: un traballante sistema di orientamento basato su tutor, mentor e orientatori; l’istituzione di un’inutile Scuola di Alta Formazione, affidata a INValSI e INDIRE, che sta decidendo sulla formazione obbligatoria di dirigenti scolastici, docenti e personale tecnico-amministrativo, per «accelerare la trasformazione digitale dell’organizzazione scolastica e dei processi di apprendimento e insegnamento, in coerenza con il quadro di riferimento europeo delle competenze digitali DigComp 2.2 (per studenti) e DigCompEdu (per docenti)», su cui costruire nuove gerarchie; lo sperpero di ingentissime risorse per mirabolanti scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori previsti dal Piano Scuola 4.0. D’altronde gli imprenditori del B7 hanno «raccomandato» ai politici del G7 di «riformare i sistemi scolastici», ovviamente in partnership pubblico/privato, e prevedere «programmi specifici per gli insegnanti, volti a colmare il divario esistente nell’insegnamento e a dotarli delle competenze e delle conoscenze necessarie per guidare gli studenti attraverso le molteplici transizioni», nonché «Migliorare l’istruzione nel campo dell’IA» (Confindustria, 2024). Le conseguenze della computerizzazione del lavoro di docenti e ATA Appaiono già evidenti le conseguenze che la digitalizzazione sta producendo nel lavoro dentro le scuole, a partire dall’illecito utilizzo dei «dati» di docenti, studenti/esse e famiglie (Pievatolo, 2025) che le aziende proprietarie dei sistemi informatici stanno realizzando. Così mentre si parla tanto di riservatezza e privacy e mentre tra gli esperti di istruzione e tecnologia sull’uso dell’IA nelle scuole cominciano a insinuarsi dubbi significativi dopo i primi entusiasmi iniziali (Monis-Weston, 2024), nella Scuola italiana segnaliamo significative intromissioni e cambiamenti che incidono sul lavoro quotidiano, sia per quanto riguarda la sua organizzazione sia per quanto attiene alla realizzazione dell’attività didattica. Nell’organizzazione del lavoro si riscontra: l’illegittimo tentativo di operare un maggiore controllo sul personale ottenuto attraverso la rilevazione automatica delle presenze, che però non è applicabile «al settore educativo-formativo»; l’impropria estensione del tempo di lavoro attraverso l’applicazione a tutto il personale di un presunto «obbligo alla connessione» – naturalmente con dispositivi propri – che la legge e la contrattazione invece prevedono esclusivamente per il «lavoro a distanza». Un’estensione favorita anche dall’illegittimo abuso delle comunicazioni attraverso canali social, che non possono rispettare la previsione normativa della «tracciabilità dei processi decisionali» né l’obbligo contrattuale di conferire gli impegni «in forma scritta», né tantomeno possono obbligare docenti e ATA al loro utilizzo, per altro sempre con dispositivi propri. Abusi che incidono fortemente sul benessere di lavoratori e lavoratrici e che stanno favorendo la diffusione di quella particolare tipologia di stress lavoro-correlato ormai riconosciuto come tecnostress (Brod, 1984); la facilità con cui è possibile aumentare i carichi di lavoro del personale di segreteria semplicemente collegando la piattaforma del MIM a quella di altre amministrazioni, come accaduto con l’app Nuova Passweb dell’INPS; il proliferare del mercato delle certificazioni informatiche divenute utili, se non necessarie, per l’assunzione, la formazione e la carriera del personale, sempre più spesso incentrate su prove computer-based e «competenze digitali»; le criticità connesse alla diffusione dell’uso del registro elettronico – per altro non obbligatorio, come chiarito dalla Corte di Cassazione – che, oltre a presentare problematicità come «atto pubblico» (in ordine alla forma scritta, l’imputabilità e l’integrità di quanto registrato), non garantisce la riservatezza dei dati, come già denunciato dal Presidente del GPDP nel 2020 e come verificatosi con le recenti fughe di dati. Inoltre, la sua consultazione a distanza da parte delle famiglie ha allentato i rapporti con la scuola e alcune sue funzionalità (medie dei voti e statistiche varie), piuttosto che «facilitare» il lavoro, stanno spingendo il personale docente verso un irrigidimento aritmetico delle valutazioni a scapito di un’effettiva valutazione formativa. Senza dimenticare la sua utilizzazione per favorire improprie intrusioni commerciali. Nell'attività didattica si rileva: una forte spinta verso la standardizzazione dell’insegnamento e l’automazione di prove, correzioni e valutazioni che, sulla scia dell’INValSI (capace perfino di diagnosticare e predire la «fragilità» di allievi e allieve, attraverso i risultati dei quiz e i dati familiari), scompone e svuota di parti essenziali l’unitaria funzione docente affidandole a imperscrutabili algoritmi. Un presunto risparmio di fatica e di tempo che possiamo riscontrare ad esempio nei test (auto-corretti) proposti da Google Classroom e piattaforme simili. Ma così facendo «Il lavoro di insegnamento, apprendimento e ricerca si curva impercettibilmente ma significativamente verso traiettorie mai decise in maniera consapevole» (Fant e Milani, 2024). Nel migliore dei casi qui ci troviamo «nel campo dell’ottimizzazione del lavoro del docente, che in questo modo produce di più nello stesso tempo, a tutto vantaggio del suo datore di lavoro» (Penge, 2026), non certo per il miglioramento dell’attività didattica che, anzi, può risultare adattata e semplificata a scapito dell’apprendimento del discente che rischia di rimanere inchiodato alla propria situazione di partenza; lo spossessamento di ulteriori segmenti della professione docente attraverso il tutor virtuale. Mentre il CCNL prevede che «Il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze [...] tra loro correlate e interagenti, che si sviluppano col maturare dell’esperienza didattica, l’attività di studio e di sistematizzazione della pratica didattica», in questi ultimi anni l’unità di questo profilo è stata frammentata e, di fatto, le competenze organizzativo-relazionali, di orientamento e di valutazione sono state prima attribuite a singoli docenti (i cosiddetti docenti tutor e orientatori) e ora si prevede possano essere in parte assorbite dal tutor virtuale, attualmente in sperimentazione, uno dei protagonisti delle Linee Guida del MIM sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico; la crescita di un acritico tecno-entusiasmo, favorito dalla recente pubblicazione delle Linee Guida ministeriali sull’IA, che rischia di esporre la Scuola a conseguenze imprevedibili. Si sta accelerando l’introduzione di queste tecnologie, in nome di un inarrestabile presunto «progresso», senza che sia mai stata avviata una minima riflessione sulla necessità e sull’utilità dell’introduzione di queste macchine dentro le scuole e con chi la scuola la fa, e senza neppure che sia stata completata la finta sperimentazione del tutor virtuale.Queste Linee Guida, sulla scorta di quanto già prodotto dall’UNESCO (UNESCO 2021, 2023, 2024) sotto la vigile sorveglianza della nostra ex ministra Giannini, già tristemente nota per la renziana Buona Scuola, appaiono come un ulteriore esempio dell’efficacia della «cattura del regolatore» da parte delle imprese Big Tech che mostrano la loro capacità di orientare verso i propri interessi la discussione pubblica anche nel settore dell’istruzione. Per altro verso questo testo, con le sue prescrizioni progettuali, il rafforzamento di ruoli e gerarchie rappresenta un altro esempio della penetrazione della cultura aziendale con cui si sta stravolgendo il ruolo della Scuola pubblica, da istituzione a impresa produttrice di formazione ridotta a merce. Così, per quanto riguarda il lavoro docente, ci si ritrova privati di parti qualificanti della propria funzione: dalla personalizzazione dei materiali didattici alla scelta degli strumenti, dall’organizzazione di attività extracurriculari alla redazione di rubriche di valutazione, fino al tutoraggio. Una segmentazione e semplificazione anche del lavoro didattico che spossessa il docente di parte del suo profilo professionale, per affidarlo alla macchina, che ne indebolisce progressivamente l’identità lavorativa, minando i legami solidaristici e, conseguenza inevitabile, determinando retribuzioni sempre più basse, come accaduto nel tempo a tante altre professioni travolte dalle rivoluzioni tecnologiche. Che fare? Come resistere e lottare contro questa I.A. Come ci ricorda Daniela Tafani, a questa deriva è possibile resistere: «Serve, per ciò, quella sottovalutata virtù che Weizenbaum chiamava il “coraggio civile”: “È una credenza diffusa, ma tristemente erronea, quella per cui il coraggio civile trova modo di esercitarsi soltanto nel contesto di avvenimenti che scuotono il mondo. Al contrario, il suo esercizio più arduo ha spesso luogo in quei piccoli contesti in cui la sfida è quella di superare i timori indotti da futili preoccupazioni di carriera, delle nostre relazioni con coloro che sembrano aver potere su di noi, o di qualsiasi cosa che possa turbare la tranquillità della nostra esistenza quotidiana» (Tafani, 2024). Resistere a tutto questo è necessario, specialmente nella Scuola, per questa ragione sosteniamo la lotta e la campagna nazionale «I.A. BASTA!» (su iabasta.ghost.io) e dentro le scuole sollecitiamo lavoratori e lavoratrici a far uso di tutti gli strumenti collettivi e individuali che abbiamo a disposizione per esercitare questo «coraggio civile»: con la partecipazione attiva negli Organi collegiali che, nonostante limiti e difetti, rimangono il presupposto per una partecipazione democratica alle scelte della Scuola; nelle relazioni sindacali d’istituto dove – insieme alla tutela delle condizioni di lavoro – possiamo innescare un circolo virtuoso di comunicazione, di confronto collettivo, in cui la partecipazione possa costruirsi a partire dalla percezione soggettiva delle condizioni materiali in cui si vive sul luogo di lavoro; presentando l’opzione di minoranza, a tutela della libertà di insegnamento, quando non condividiamo le scelte della maggioranza del Collegio dei docenti; con la rimostranza scritta, quando riteniamo illegittimo un ordine di servizio. Insomma, difendendoci attivamente e collettivamente dall’erosione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, contrastando le tendenze aziendaliste che si stanno sempre più radicando nel quotidiano funzionamento della Scuola, nella consapevolezza che «l’I.A.: non (è) un raffinato software immateriale bensì una mega-macchina che saccheggia risorse naturali, lavoro umano, privacy e compromette l’eguaglianza e la libertà» (Crafword, 2021), e senza dimenticare che i più grandi fornitori di queste stesse tecnologie sono attivamente implicati nel genocidio e nelle guerre in corso. Bibliografia AgID, Linee Guida per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione – 2025 Braverman Harry, Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo – 1974 Brod Craig, Technostress. The Human Cost of the Computer Revolution – 1984 Cabitza Federico, Deus in Machina? L’uso umano delle nuove macchine, tra dipendenza e responsabilità - 2021 Casilli Antonio A., Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? – 2020 Confindustria, Leading the transitions together. Final Communiqué – 2024 Crawford Kate, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA – 2021 Cristianini Nello, La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano – 2023. Draghi Mario, premessa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – 2021 Draghi Mario, rapporto Il futuro della competitività europea – settembre 2024 Fant Davide e Milani Carlo, Pedagogia hacker – 2024 Friedman Georges, Les problèmes humains du machinisme industriel – 1946 Gallino Luciano, Come il neoliberismo arrivò in Italia – 2015 in Jacobin Italia, 26.3.2022 Honneth Axel, Democrazia e divisione sociale del lavoro, in AA.VV, Perché lavoro? – 2020 MIM, Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole – 2025 Monis-Weston David, Will AI have a big impact on teaching, education and schools? – 2024 Penge Stefano, Modelli linguistici opachi e modelli didattici trasparenti, Qdd n. 7 – 2026 Pievatolo Maria Chiara, Di dati e despoti. La scuola al tempo della transizione tecnofeudale – 2025 Sennett Richard, L’uomo flessibile – 1999 Tafani Daniela, Omini di burro. Scuole e università al Paese dei Balocchi dell’IA generativa – 2024 UNESCO, AI and education. Guidance for policy-makers – 2021 UNESCO, Guidance for generative AI in education and research – 2023 UNESCO, AI competency framework for teachers – 2024 Nanni Alliata (Palermo, 1960), architetto e dottore di ricerca, ha insegnato 35 anni nella Scuola pubblica, occupandosi attivamente di diritti sindacali e del lavoro nei Cobas. Si è poi laureato in Consulenza del lavoro e curato il Vademecum d’autodifesa dalla scuola-azienda per docenti, ATA e RSU, ed. Massari. Ha collaborato per due decenni alla rivista «Cobas». Dal 1993, fino al suo pensionamento nel 2023, è stato componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Palermo. Relatore in molti convegni, affronta i cambiamenti indotti dalle tecnologie sul lavoro, specialmente nella Scuola.

  • post-poetica

    dossier italia Miserie del letterario vs (alcune) materie del postpoetico Marek Przybyla Gli strumenti di governo politico e controllo sociale contemporaneo sono stati raggiunti anzi proprio prodotti dalle mutazioni del capitale, quindi – tra tante altre cose – sono chiaramente preda dei virus (1) della competitività e dell’efficientismo in rapporto a un contesto sempre più sfuggente, (2) del controllo centralizzato delle identità, (3) della progressiva conseguente/parallela erosione dei diritti civili minimi, specie nei confronti di quegli umani che, dello Stato Padrone del discorso, non siano residenti storici, possibilmente bianchi. 1. Le ricadute a cascata sull’economia spicciola, dai tratti quotidiani più sottili alle macrostrutture a cui il (fu) «cittadino» deve adattarsi, sono tante. Per fare solo pochi esempi in ambito letterario, si va dallo sfruttamento del lavoro precario e sottopagato in editoria, alla creazione di eserciti di volontari che gratuitamente tengono in piedi festival i cui nobili vertici incassano intanto fiumi di soldi da sponsor pubblici e privati. Dall’abbassamento vertiginoso delle soglie minime di salario per chi edita o traduce (si può scendere anche assai assai al di sotto di 9 euro lordi a pagina = cartella, per dire; fino a quasi-pagare per lavorare), alla totale o parziale assenza di gettoni e opportuni rimborsi per autori o redattori che affrontano viaggi per la propria casa editrice. Dagli editori a pagamento al sistema distributivo librario generalista, che (dis)funziona come mero congegno di fatturazione e movimentazione merci, una morsa che schiaccia editori e librai, utile quanto una tenia. Dalle scuole di scrittura macchinette mangiasoldi e cacaromanzieri, ai premi letterari che piazzano in podio il mainstream più vieto (e i romanzieri suddetti). Dalla distrazione dell’accademia alla distruzione della scuola (i cui effetti sugli indici di diffusione della lettura sono via via più chiari anno dopo anno). Dal contesto spettacolare che incorona il vuoto, al medesimo che spande in libreria sportivi attori chef politici giornalisti rumoristi, tutto tranne che scrittura. La risibilità e crisi del letterario è cosa tanto più palese quanto più un genere si presta a incastrarsi senza resistenza nelle attese prescritte e pre-imposte al lettore da siffatto sistema. La vittima più evidente è il romanzo, elettivamente preda di quella mania di leggibilità e testapiattismo che, partendo dalle esigenze della distribuzione libraria che vuole prodotti sempre più velocemente smerciabili e sostituibili, risale parassitando la filiera fino all’editore, all’editor, e infine alla mano che digita sulla tastiera la storia. Storia plot intreccio vicenda & vivanda che così sarà tanto più integrata nel sistema di vendita quanto più avrà assorbito il piglio di deficienza che il contesto – come appena detto – richiede. Stupirsi della decadenza di collane di poesia come lo Specchio Mondadori o la Bianca Einaudi è infine quasi puerile, oltre che secondario rispetto a un quadro generale ben più compromesso. 2. Tuttavia, volendo cedere a una fulminea ricognizione sull’ultimo mezzo secolo, possiamo anche far affiorare, specie ad uso dell’attuale contesto di critici letterari concentrati su Bembo Manzoni D’Annunzio, elementi in parte utili all’analisi del presente, inteso almeno per un attimo come presente del letterario. Quello che è successo nel campo delle scritture tra la fine degli anni ’70 e il primo decennio del nuovo millennio sembra di suo già andare di pari passo con tutte le figure retoriche delle controriforme e dei ritorni all’ordine di cui abbiamo esempi abbondanti in diversi periodi storici, ciclicamente, nel Novecento e prima; e ovviamente ora. Le forme di riassorbimento e neutralizzazione dell’antagonismo linguistico (e dei modi alternativi di produzione e distribuzione dello stesso) hanno trovato in quell’Italia anni ’80 caduta «in mano ai sarti» (così la definiva Balestrini) vari volenterosi carnefici di ogni e qualsiasi alternativa alle testualità facilmente vendibili (d)al mercato. Tutto era iniziato in realtà circa dieci anni prima. Ricordiamo che il 1971 che vede Balestrini pubblicare Vogliamo tutto è anche l’anno in cui il ripiegamento sull’io e nell’io del poeta pigola daccapo alto e forte in un’opera perdibile (e in anticipatissima sintonia con gli anni del riflusso) come Invettive e licenze, di Dario Bellezza. Se da una parte quindi già a quell’altezza compariva una generazione di autori che non voleva affatto tutto, o almeno non voleva quel tutto di cui parlava Balestrini, dall’altra pian piano i poteri nei territori di gestione del letterario si spostavano verso figure – redattori prima e manager poi – che avrebbero portato alle derive tra il comico e il deprimente dei nostri più recenti anni. In sintesi: morto Fortini (1994) non se ne fa un altro. Inutile sperarci. Ma sbaglio a parlare solo di poesia (pur se in toni di sottinteso). Forse la poesia è anzi un territorio di cui può essere ottima idea sbarazzarsi. Semmai, nel 1985-1989-1996 e poi in particolare nel 2003-2006-2013, si affacciano all’orizzonte scritture e materiali diversi, antagonisti, eslege, nemici della pacificazione democristiana col reale. Da persona che, come ha potuto e per quel che ha potuto fare (e fa), ha partecipato e sta partecipando soprattutto al secondo di questi momenti, molto potrei dire sul comportamento dell’università e sulla sordità dell’editoria, perfettamente in sincrono quando si tratta di non (voler) intendere quanto e come storia e linguaggio siano intrecciati. Ma la cosa che ancor più mi colpisce, forse, è quanto e come nella deriva ultimissima che viviamo, fascistizzante, la deriva del primo e secondo mandato del pedofilo arancione, quella del riuscito peggioramento che vede la salma rediviva e biondastra del biscione tentare nuovi attacchi (per ora sventati) alla carta costituzionale, quella della chiusura degli spazi sociali, e soprattutto del genocidio in Palestina, un antagonismo linguistico diffuso sia insieme semiassente e – dove presente – odoroso di fiori troppo novecenteschi. Starò allucinando, ma – anche tra sodali che si dicono o si dissero sperimentali – io vedo Petrarca, tanto canto, tanta elegia, nemmeno troppo in controluce. Sul sito ibridamenti.com, un articolo di Martina Lodi centrato su libro di Rob Chapman, L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo (Mimesis, 2025), mi aiuta allora a capire meglio, forse, quanto alcune linee di ricerca devianti e marginali, che ho seguito e tentativamente promosso nell’ultimo (circa) quarto di secolo, possano magari vantare ancora qualche capacità sia di incidere sulla percezione del passaggio del senso quando questo si verifica nei fatti di linguaggio, sia di fare barriera contro «l’impero della normalità». Cito: Il processo di desoggettivazione e disidentificazione dalla norma ci permette di riappropriarci della nostra soggettività ed è proprio ciò che abbiamo definito hacking del sé, che in ottica postumana implica una forma di cura, di sé e delle altre soggettività, che problematizza ed elude qualsiasi logica di sfruttamento. L’opera di Chapman fa emergere come la naturalizzazione sia sempre al lavoro come dispositivo di governamentalità e di come abbia assunto forme sempre più sottili e pervasive: l’eugenetica contemporanea non agisce più attraverso il controllo biopolitico diretto, ma mediante l’interiorizzazione neoliberale dell’obbligo al corretto funzionamento. In questa torsione ogni soggettività viene catturata in un regime di auto-ottimizzazione permanente, dove la cura di sé coincide con la propria adesione alla norma. L’hacking del sé, dunque, è un gesto di contro-condotta cognitiva e un atto di riappropriazione politica: sabotare i dispositivi che trasformano tutto ciò che fa resistenza allo sfruttamento e alla sussunzione in difetto significa restituire alla nostra vulnerabilità la sua forza generativa e aprire uno spazio di soggettivazione co-costruita collettivamente, al di fuori della razionalità strumentale e della postura del dominio. Quella che dunque suggerisco di osservare e daccapo nutrire, della scrittura di ricerca, è la sua possibile riserva di riserve, di eccezioni, di non-riassorbibilità all’interno di un contesto di sfruttamento e messa a profitto linguistico. La scrittura di ricerca che si disindividua e si inceppa ancora e ancora attraverso pratiche di taglio, collage, montaggio, disturbo, glitch, balbettamento, interruzione, arbitrio, perfino asemìa, è non solo inutile a fini di capitalizzazione di potere, ma probabilmente inutile tout-court. Addirittura dannosa. È o può essere, per dirlo con parole di Giuliano Mesa, una «scrittura che ammala», parcellizzata (e quindi inafferrabile) in un pulviscolo di autosabotaggi, sgambetti, mancamenti – come Carmelo Bene diceva dell’atto, sulla scena. Contro la prassi estrattiva dell’industria culturale, e contro ogni pseudodifesa – solo astratta – petrarcaica. Marco Giovenale è tra i fondatori e redattori di gammm.org (2006). Dirige la collana di testi sperimentali Syn_scritture di ricerca. Cura con A.Syxty e M.Zaffarano il blog Esiste la ricerca. Collabora con ahidaonline e altri spazi in rete. Insegna letteratura e collabora a centroscritture.it . Tra i libri in prosa: Oggettistica (Tic, 2024), Prima dell’oggetto (déclic, 2025), Vamp (La camera verde. 2025). Ha pubblicato alcuni chapbook in inglese. Siti: slowforward.net e differx.noblogs.org

  • clan milieu

    dossier italia I venti passi Franco Tripodi Questo testo è una anticipazione tratta dalla nuova rivista, «Intelligenza Autonoma. Nuove macchine celibi», in pubblicazione per i tipi di Milieu. La rivista tratterà i temi dell’Intellligenza artificiale. I primi venti passi del collettivo N.i.n.a., enunciano i princìpi di una rivolta già in atto, affrontando le questioni del controllo e della sorveglianza, dell’estrattivismo del capitale e della ricerca di una zona cieca che è l’incomputabile. Parte prima – perimetro della discussione 1. L’intelligenza artificiale non è né intelligente, né artificiale ma il prodotto di specifiche pratiche, valori e decisioni umane, prese in determinati ambienti e con determinati obiettivi. Il funzionamento di queste macchine è il risultato di procedure statistiche e algoritmiche, processi di estrazione e computazione dei dati, infrastrutture materiali come i data center, lo sfruttamento del pianeta e il lavoro di centinaia di migliaia di persone che vanno dagli uffici della Sylicon Valley, ai data workers sottopagati nel sud del mondo, ai minatori che estraggono le materie prime necessarie al funzionamento di batterie, chip e semiconduttori. 2. L’intelligenza artificiale è progettata per simulare l’intelligenza umana. Quello a cui assistiamo è paragonabile a un gioco di prestigio: il software sembra comprendere le nostre richieste e risponderci, ma in realtà, da Alan Turing in poi, è stato chiarito come le macchine non possono «capire» nel senso che attribuiamo agli essere umani. Non c’è capacità di discernimento o di giudizio, ma un intricato insieme di calcoli statistici, probabilistici e algoritmi su archivi di dati che portano ad un output intellegibile per noi e con cui possiamo relazionarci. 3. L’intelligenza artificiale non è un’innovazione emersa dal nulla, ma il risultato di un’accelerazione di un processo già in corso, l’ultimo capitolo della storia dell’automazione che comincia con il telaio Jacquard (1801) e la macchina analitica di Babbage (1837). Lo stesso termine «intelligenza artificiale» non è nuovo, ma coniato nel 1956, così come sono di poco successive le espressioni machine learning, deep learning e reti neurali. Queste tecnologie non sono «strumenti», utensili, semplici protesi degli essere umani ma complessi assemblaggi socio-tecnici, mondi, abiti che mediano, co-costruiscono e partecipano a relazioni, reiterando specifiche visioni del mondo e gli obiettivi particolari dei propri produttori. Sono epistemologie che diventano infrastruttura. 4. La proprietà di queste tecnologie è di una manciata di aziende (sei americane e tre cinesi), che hanno un oligopolio sostanziale che alcuni hanno definito come «tecno-feudalesimo». Tra le prime dieci imprese per capitalizzazione a livello globale, infatti, sette sono del settore digitale e un’ottava è Tesla (che produce auto e computer). Il digitale è, oggi, il principale motore di profitti e di accumulazione del capitale, come nel secolo scorso il principale motore erano le società del settore manifatturiero, automobilistico, fossile, soppiantate a inizio secolo dalle aziende della distribuzione. Queste aziende possono decidere e fare il bello e il cattivo tempo rispetto ai loro processi accumulativi mentre ci raccontano dell’inevitabilità dello sviluppo tecnologico come lo vogliono loro. In questo contesto, attori sociali come i giornalisti o i decisori politici sono estremamente impreparati a raccontare ed affrontare le questioni che emergono. 5. A livello di impatto sul lavoro, l’intelligenza artificiale generativa ha un elemento di differenza sostanziale rispetto alle altre innovazioni. La ruota, la macchina a vapore, la robotica hanno reso i processi produttivi e molte attività umane più semplici delegando alla tecnologia (e alla macchina poi) i compiti che gli esseri umani ritenevano più faticosi, per poterci dedicare ai compiti di tipo intellettuale qualitativamente più «alti». Storicamente nella scala sociale erano i lavori più «bassi» a venire rimossi. L’intelligenza artificiale generativa invece va a tagliare i lavori immateriali, cognitari che hanno un discreto livello di specializzazione, portando a una situazione che non ha precedenti nella storia. 6. L’intelligenza artificiale si va a inserire in un processo già in atto con l’avvento del capitalismo delle piattaforme. Quello che negli anni 90 era considerato il lavoro «creativo» ora viene messo a valore senza passare da un’organizzazione lavorativa: l’organizzazione del lavoro è stata sostituita dall’organizzazione delle piattaforme. La conseguenza di questo passaggio è che l’auspicio di Keynes di lavorare quindici ore alla settimana descritto in «Prospettive economiche per i nostri nipoti» non si è realizzato. Oggi si discute di fine del lavoro salariato e siamo nell’epoca del lavoro senza fine, qualsiasi atto della nostra vita mediato dalla tecnologia è un atto produttivo di valore e quasi sempre non remunerato. L’intelligenza artificiale contribuisce a un processo di omologazione in un contesto in cui qualunque attività cerebrale è soggetta a estrazione di valore. Parte seconda – considerazioni politiche 7. La tecnologia non è uno strumento neutrale. Osservando i processi lavorativi negli ultimi due secoli di storia umana, si può notare come essa sia stata pensata, progettata e implementata per aumentare la produttività e abbassare i salari. La tecnologia ovviamente ha anche implicazioni positive per la vita umana, infatti la critica non è necessariamente sulla tecnologia in sé ma sulle finalità che persegue. Come diceva Keynes ci sarebbe la possibilità di lavorare quindici ore alla settimana, ma negli ultimi trent’anni le caratteristiche fondamentali del fordismo e del taylorismo, e cioè agganciare incrementi di produttività a incrementi di salari per garantire i consumi, non sta più funzionando. Sicuramente intelligenza artificiale e occupazione hanno delle correlazioni di breve periodo, ma la grande questione è collegare le innovazioni tecnologiche a un aumento dei redditi. 8. Tecnologie come gli algoritmi di seconda generazione e l’intelligenza artificiale generativa creano un’ibridazione tra l’elemento macchinico e quello umano, favorendo un divenire umano della macchina e un divenire macchinico dell’uomo, in una sorta di processo di neo-taylorizzazione.Nella discussione sulle implicazioni occupazionali dell’implementazione di queste tecnologie ci dimentichiamo spesso che queste tecnologie devono essere mantenute e allenate, ovvero nutrite di dati per svolgere ogni compito. Possiamo dire provocatoriamente che la disoccupazione non esiste, la dicotomia vera è tra chi è occupato e percepisce un reddito e chi no.9.Come dice Kate Crawford nel suo saggio Atlas of AI oggi il digitale e, nello specifico, i sistemi d’intelligenza artificiale sono artefatti al servizio del potere economico: per i profitti prodotti, i dispositivi di sorveglianza sui lavoratori, la finanziarizzazione; e politico: per sorvegliare il dissenso, reprimere, chiudere le frontiere, fare la guerra. 10. L’intelligenza artificiale non esiste come ente separata dal mondo sociale, bensì dipende interamente da un insieme molto ampio di strutture politiche, culturali, economiche e sociali. Non c’è nessuna intelligenza artificiale senza Big Tech. L’intelligenza artificiale non è una tecnica computazionale oggettiva, universale o neutrale. A causa del capitale necessario per istruire questi sistemi su larga scala e dei modi per ottimizzarla, i sistemi di intelligenza artificiale sono in definitiva progettati per servire gli interessi dominanti o, nelle parole della stessa Crawford, «un registro del potere».11.I sistemi di intelligenza artificiale, nonché i processi di estrazione di energie e materie prime e le infrastrutture socio-tecniche che gli permettono di funzionare, sono il risultato delle logiche del capitale, della polizia e della militarizzazione. Questa combinazione acuisce ulteriormente le asimmetrie di potere esistenti all’interno delle nostre società. Il loro utilizzo in determinati contesti sociali può riprodurre, amplificare e automatizzare le disuguaglianze strutturalmente esistenti proprio perché questi sistemi sono progettati per discriminare, amplificare le gerarchie e codificare classificazioni rigorose. L’intelligenza artificiale, quindi, è un’idea di mondo, un’infrastruttura, un’industria, è capitale altamente organizzato, una forma di esercizio di potere e un modo di vedere le cose. Per questo dobbiamo confrontarci con l’intelligenza artificiale come forza politica, economica, culturale e scientifica. 12. L’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale non può essere trascurato. Queste tecnologie hanno bisogno di moltissimi data center, che consumano moltissima energia elettrica e moltissima acqua, portando all’estremo le conseguenze materiali del sistema digitale che già ci sono note. È impossibile separare la pressione sociale e ambientale che questo «estrattivismo» esercita sui lavoratori e sulle comunità da quella sugli ecosistemi del nostro pianeta che sono ulteriormente minati dalla produzione e dal funzionamento di queste tecnologie. L’intelligenza artificiale va vista come un’industria estrattiva. Non si può parlare di questi sistemi senza parlare delle risorse naturali necessarie ad estrarre, archiviare, mantenere ed effettuare calcoli sui big data, giganteschi set di dati quali testi, video e immagini, utilizzati per migliorare funzioni come il riconoscimento facciale, la predizione linguistica e il rilevamento di oggetti.13.Spesso, si parla di transizioni gemelle per la transizione ecologica e digitale che si rafforzano a vicenda. Per molti aspetti è condivisibile: la transizione ecologica, probabilmente, non potrà avvenire senza una contemporanea transizione digitale. Passare da un sistema energetico basato sulle fonti fossili a uno basato sulle fonti rinnovabili significa cambiare radicalmente approccio; significa passare da un sistema centralizzato che distribuisce energia prodotta da grandi centrali da mettere/tenere in funzione a seconda dell’andamento della domanda a un nuovo sistema basato su una distribuzione a livello locale della produzione di energia (intermittente); significa passare da un sistema dove produttore e consumatore sono soggetti diversi e separati a uno ibrido in cui anche i consumatori possono produrre parte dell’energia che consumano (dotandosi di pannelli e pale eoliche) contribuendo alla rete. Gestire tutto ciò, garantendo anche l’equilibrio della rete, non sarà possibile senza lo sviluppo del settore digitale e sistemi di machine learning applicati alla gestione dell’infrastruttura. Parte terza – rivendicazioni 14. L’intelligenza artificiale è addestrata su dati che sono tutt’altro che oggettivi e imparziali. Ogni dataset contiene determinate visioni del mondo, prospettive, o pregiudizi. Il funzionamento di queste tecnologie su vasta scala sistematizza quelli che sono spessi definiti «bias», rischiando di amplificando visioni del mondo pericolose, forme di discriminazione e disuguaglianze su una portata globale. Gli algoritmi alla base dell’intelligenza artificiale non sono prevenuti di per sé, ma ereditano e riproducono discriminazioni che già erano state identificate negli algoritmi di piattaforme digitali quali i social network, i servizi streaming e non solo (basti pensare all’algoritmo Hummingbird e alla Google bubble) che, volutamente, non sono stati corretti. L’intelligenza artificiale è avvelenata dalle discriminazioni presenti nei dati che la alimentano. Il «data poisoning», che è un termine che appartiene alla sicurezza informatica, ben descrive la realtà attuale fatta di output discriminatori che sono figli diretti delle discriminazioni originarie con cui l’AI è stata alimentata. La politica classificatoria è una prassi fondamentale nell’intelligenza artificiale. Le pratiche di classificazione danno forma al modo in cui l’intelligenza artificiale viene riconosciuta e prodotta, dai laboratori universitari all’industria tecnologica. 15. Abbiamo bisogno di provare a scardinare questo sistema di potere centralizzato senza buttare via i benefici che potremmo ottenere dal funzionamento della tecnologia. Dobbiamo chiedere e pretendere l’open access e la trasparenza. Chiedere che queste macchine siano progettate per essere ispezionabili: dobbiamo sapere con quale codice sono scritte e come sono state programmate. Chiedere che sia disponibile e esaminabile il dataset: queste macchine sono addestrate con la conoscenza umana e alla conoscenza umana devono appartenere. Chiedere che siano decodificati gli algoritmi e tutti i percorsi che la macchina sceglie per prendere decisioni.Abbiamo bisogno di sapere che cosa c’è dentro per evitare i pregiudizi che possono generare.Aprire la «black box» e con essa i segreti industriali che contiene e che gli enormi valori industriali vengano redistribuiti. In altre parole, abbiamo diritto alla nostra cedola come azionisti della cittadinanza egualitaria nel mondo. 16. Dobbiamo chiedere che le macchine siano messe al servizio della collettività. Necessitiamo un approccio molto più radicale della battaglia molto umana, molto capitalistica, molto estrattiva, ma molto di retroguardia che è il tema del «proteggere le mie idee». Le cause che sono state intentate, per esempio, dal «New York Times» e da altri soggetti che afferiscono al mondo intellettuale e culturale contro queste macchine sono rivolte prevalentemente a ottenere una remunerazione per i loro materiali usati per addestrarle. È un modo per replicare i meccanismi del capitalismo estrattivo e non c’è alcuna pratica reale di attacco alle distorsioni di fondo del sistema. Dobbiamo rivendicare la trasparenza su quando vengono utilizzati i sistemi di intelligenza artificiale e che in una serie di ambiti le decisioni non siano automatiche ma supervisionate dall’essere umano. 17. L’intelligenza artificiale nasce con una funzione che è principalmente coloniale ed estrattiva. Senza correttivi in termini di tutela dei diritti, di ribaltamento dei bias nei sistemi predittivi, avremo un meccanismo di de-responsabilizzazione che aumenterà le forme discriminatorie. Questa industria ha tradizionalmente inteso il problema del pregiudizio e della discriminazione alla stregua di un bug da correggere anziché come una caratteristica insita nella classificazione stessa. L’attenzione per una maggiore «equità» dei set di addestramento attraverso l’eliminazione dei termini escludenti e discriminatori, e quindi razzisti, sessisti, abilisti, classisti, ecc., elude le dinamiche di potere della classificazione e preclude una valutazione più approfondita delle logiche sottostanti. 18. L’AI act annunciato trionfalmente dall’Unione Europea come grande novità non basta e rischia di avere a sua volta dei problemi: si sta cercando di normare qualcosa che è in grande evoluzione e che è molto mutevole. L’Unione Europea sta tentando di regolamentare non la tecnologia (che va troppo veloce) ma gli usi definendo quelli proibiti, ad alto rischio e a basso rischio. È una visione accorta del problema tecnologico, ma ha degli enormi limiti: riguarda solamente l’Unione Europea; mentre queste macchine sono progettate e utilizzabili in tutto il mondo e, secondo molti, servirebbe una governance globale per decidere quali regole adottare. Il secondo limite dei regolamenti dell’Unione Europea è che, applicandosi ai nostri confini, stanno già generando cittadini di serie A e cittadini di serie B. 19. Un approccio femminista ai dati è necessario per mettere in evidenza le diseguaglianze e le asimmetrie di potere nelle rappresentazioni, anche negli output, perché è anche da questi dati che poi conseguono tutta una serie di discriminazioni. Discutiamo di equità perché sentiamo che ci sia un vuoto da colmare. Viviamo in un mondo fortemente diseguale, iniquo, ingiusto e non possiamo aspettarci che i dati che alimentano l’intelligenza artificiale non rispecchino il contesto socio-culturale, politico ed economico da cui provengono. Come dice Audre Lorde: «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone». L’importanza dei dati va messa in relazione e compensata con saperi altri che non sono quantificabili come le capacità emotive e relazionali.Uno schema valoriale profondamente umano e non computabile. 20. Esistono politiche collettive sostenibili distinte dall’estrazione di valore; ci sono beni comuni che vale la pena mantenere, mondi al di là del mercato e modi per vivere al di là della discriminazione e delle pratiche di ottimizzazione brutali. Se intelligenza artificiale e algoritmi sono parte della vita allora è essenziale un’etica che si applichi a questi sistemi e che possa pensare in modo diverso il valore del vivente e del non vivente. Glossario Intelligenza Artificiale (AI): in termini molto ampi, tecniche matematiche che simulano il comportamento dell’intelligenza umana. Intelligenza Artificale Generativa (GEN AI): un tipo di AI in grado di generare molto velocemente testi, immagini, audio e altri media in risposta a delle richieste sotto forma di «prompt». Intelligenza Artificiale Generale (AGI): conosciuta anche come «Intelligenza Artificiale Forte» consiste in tutto quell’insieme di tecniche di Intelligenza Artificiale che auspicano di creare agenti intelligenti in grado di apprendere e capire compiti intelletuali come la mente umana. Machine Learning (ML): un sottoinseime dell’intelligenza artificiale che si occupa di sviluppare algoritmi e techiche finalizzate all’addestramento automatico. Deep Learning (DL): un sottoinsieme del machine learning, che si occupa di sviluppare algoritmi e tecniche che simulino il comportamento delle reti neurali del cervello umano (Deep – Neural Networks) in fase di apprendimento, per restituire rapidamente risultati. Rete Neurale (Artificiale) (ANN): in deep learning, l’infrastruttura multi livello che, ispirandosi al funzionamento del cervello umano, permette di eseguire calcoli molto velocemente. Algoritmo: in matematica e statistica, un insieme di calcoli, una “ricetta” che serve a raggiungere un risultato. N.i.n.a. acronimo di «Né intelligente né artificiale», dal titolo del libro di Kate Crawford, è un gruppo nato a Milano a gennaio 2024 con lo scopo di indagare quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale su alcune aree tematiche come i mondi del lavoro, la sostenibilità ambientale, discriminazioni e disuguaglianze vecchie e nuove, la circolazione delle informazioni. E, naturalmente, quali nuove istanze politiche si possono agire in questo contesto.Il gruppo ha una composizione variegata: ci sono studiose e studiosi delle culture digitali e dei media, ci sono persone che provengono dall’ambito accademico, ci sono lavoratrici e lavoratori di settori del lavoro immateriale, figure che in prima persona sono toccate da questa accelerazione dell’automazione.

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    Considerazioni sulla violenza Varoush Khosravians In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso. La letteratura giuridica, scientifica e criminale, ha elaborato il concetto di violenza percepita, intendendosi per tale l’interpretazione soggettiva della vittima, per influenza della paura o della abitudine a subire divenuta norma. Il divario fra violenza reale e violenza percepita è alla radice della assai frequente ritardata denuncia di aggressione sessuale, sia essa consumata in famiglia o sia invece avvenuta all’interno della comunità di appartenenza o, più genericamente, nella società complessiva, nel territorio. Esiste, nel ciclo della violenza, una fase chiamata dagli addetti ai lavori luna di miele, aperta da un asserito rammarico dell’aggressore che genera in chi subisce l’aggressione la speranza di una riappacificazione, di un ravvedimento, di una tranquillità permanente. Anche la temperatura atmosferica non è necessariamente un dato oggettivo: i meteorologi spiegano sempre la differenza fra temperatura reale e temperatura percepita, che varia fra un essere umano e l’altro, fra una collocazione fisica e l’altra (all’ombra, al sole, in uno spazio chiuso, in uno spazio aperto). Come spiegò al mondo Kurt Godel, fra il 1929 e il 1931, ogni sistema possiede una sua incompletezza e questo spiega la relatività di alcune questioni, che si presentano logicamente indecidibili per chiunque ometta di collocare il punto di osservazione all’esterno del sistema in cui il fatto esaminato si svolge. Come avviene per la temperatura atmosferica e per la violenza sessuale anche per la violenza sociale esiste il problema della sua percezione, da parte del singolo soggetto e da parte di una comunità nel suo insieme. Fondata com’è su una sociologia di regime o su una antropologia d’accatto la pretesa politica di fornire ai sudditi una definizione oggettiva di violenza è essa stessa, con tutta evidenza, una forma aggressiva di prevaricazione mediante lo strumento del «comunicare»; a maggior ragione lo è quando alla comunicazione si affiancano, a danno dei dissenzienti, sanzioni amministrative, condanne pecuniarie, minaccia di emarginazione o di conseguenze sulla carriera, procedimenti penali. L’imposizione di una definizione oggettiva e istituzionale (rectius: statuale) di violenza, tenuto conto della costante mutazione contenutistica del concetto secondo convenienza contingente, finisce con l’essere essa stessa una forma di violenza. Nella sua opera più famosa del 1908 George Sorel propose la separazione di forza e violenza: la prima ha per scopo di imporre l’organizzazione di un ordine sociale in cui governi una minoranza; la seconda invece mira alla distruzione dell’ordine. Dopo aver abbandonato il marxismo (ma non l’esposizione suggestiva) Sorel trova un modo logicamente astuto di legittimare la conquista del potere (la forza) e di criminalizzare la lotta di emancipazione (la violenza); poco importa che inserisca poi in chiusura l’apologia della violenza, rimane la differenza «criminale» e questa prevale. Ancora oggi i bollettini di Stato si fondano sull’elogio (non certo della violenza ma) della «forza pubblica» e delle «forze dell’ordine» contro i dimostranti e/o gli oppositori che sono sempre «frange violente» che si pongono contro il sistema legittimo di governo con «violenza non consentita». Il vecchio Kant ci aveva messo in guardia, ma nessuno gli dà retta: la violenza è spesso mascherata dal diritto. Siano forza o siano violenza per chi le riceve son solo legnate. La violenza e la crisi del diritto codificato La ripartizione dell’affermazione di potenza fra forza e diritto, fatta propria dalle democrazie liberali o socialdemocratiche del secolo scorso poggiava comunque su norme giuridiche codificate; frutto certamente di una mediazione avvenuta dentro lo scontro sociale e dunque di un compromesso favorevole al gruppo di comando, ma tuttavia capaci di delineare quel che era consentito e ciò che era vietato. Anche nella punizione dei comportamenti non consentiti l’obiettivo era ottenere il consenso più che minacciare la repressione. Questo ieri. Oggi è diverso, c’è stato un cambio di passo nelle modalità con le quali viene esercitato e mantenuto il potere. Nel meccanismo di creazione del profitto è necessario l’uso sistematico della cooperazione sociale, dunque è indispensabile acquisire il controllo della connessione continua di ogni soggetto, mettere a valore non una fascia oraria ma l’intera esistenza. La codificazione delle regole (sia nella previsione sia nella punizione) è divenuta un intralcio perché la realtà in cui devono svolgere la loro funzione è troppo variabile, in qualche misura perfino imprevedibile perfino nel medio periodo. Trump ha sancito la morte del diritto internazionale; i singoli Stati nazionali tendono a riunificare sotto l’esecutivo anche il legislativo e il giudiziario. Ogni atto che tenda a rendere difficile la connessione controllata oppure a impedire l’acquisizione della cooperazione sociale alle strutture private di profitto costituisce violenza da annientare con la forza del governo al potere; di volta in volta è l’apparato di comando, impersonificato in chi materialmente agisce, a decidere quel che è forza (utile, giusta, legittima) e quel che è violenza (criminale, ingiusta, dannosa). Questa manifestazione statuale di potenza si sottrae anche alla celebre descrizione di Machiavelli: rimane uno strumento politico, ma viene usato senza bisogno dell’astuzia di una «golpe» e si serve solo della forza di un «lione». Sull’utilità dell’istante (versione moderna e diversa del particulare) poggia l’edificio giuridico nell’età di questo nuovo assolutismo, orfano dei limiti della dinastia e padrone delle fedi religiose. La percezione sociale della violenza e la violenza punita Il tema della violenza fa discutere, è rimasto al centro dell’attenzione per via della guerra e del genocidio in corso, ma anche per gli scontri fra manifestanti e polizia in coda ai cortei di massa per la pace o contro la chiusura dei centri sociali o in opposizione alle c.d. grandi opere per la difesa dell’ambiente. Perfino una breve invasione della redazione di un quotidiano, peraltro in via di disarmo e con pochi lettori («La Stampa»), ha scatenato infiniti dibattiti, in un quadro univoco di indignata riprovazione; è venuto meno anche il senso del ridicolo considerando l’equiparazione fra l’incursione (disarmata) a Torino e la lotta (poco) armata degli anni Settanta in Italia. Torna in mente Marx (Il capitale, Libro VII, cap. 24): tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale (oggi diremmo: fordista, N.d.R.) in modo di produzione capitalistico (oggi diremmo: finanziarizzato e di piattaforma, N.d.R.) e per accelerare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova, è essa stessa una potenza economica. Siamo di fronte all’uso del tema della violenza, di quella reale, di quella percepita, di quella consentita, di quella criminalizzata: dentro un disegno del potere e dentro la transizione. Legittimo assassinare i ministri iraniani e sequestrare il presidente del Venezuela; criminale e terroristico scrivere «Palestina libera» sui muri di un quotidiano edito da una società che mette in commercio armi che poi finiscono in mano a chi li sta sterminando (per correttezza di esposizione va detto che Exor ha ceduto nel frattempo sia «La Stampa» sia Iveco Defence Vehicles, ma al tempo dell’intrusione la cessione non era avvenuta). Ove mai chiedessimo al marito di una redattrice del quotidiano torinese invaso se quella dei manifestanti sia stata violenza ci stupiremmo se lo negasse. Ma se domandassimo a un infermiere di Gaza, intento a raccogliere una bimba palestinese, falciata dalle pallottole israeliane e ormai morente, se quell’episodio torinese abbia motivo di occupare le prime pagine di tutti i quotidiani del nostro paese e rientri fra le violenze insopportabili e pericolose per la vita delle persone, siamo certi che ci guarderebbe o come dei provocatori o (nella migliore delle ipotesi) come degli imbecilli. La differenza si colloca nel punto di ricezione, la relatività della percezione emerge nelle soggettività e nelle comunità territoriali. Il rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal Censis nel 2025 (pagina 3) osserva già nell’esordio: siamo entrati in un’età selvaggia… in cui la violenza prende il sopravvento sul diritto internazionale… il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. E rileva, nell’indagine statistica, come 80,6% degli italiani ritengano le scelte dei leaders mondiali prive di logica razionale e il 55,6% siano convinti che guerre e violenza siano causate non tanto da questioni economiche, ma principalmente dalla volontà di potenza, dal nazionalismo e dal fanatismo. E, a pagina 5, in base ai rilievi della ricerca, osserva: una infernale sequela di orrori… ci ha abituali – fino a rasentare l’assuefazione – allo spettacolo della sofferenza e a un linguaggio infiltrato dall’esibizione della ferocia e della morte, che sconfina a volte in una sorta di pedagogia della crudeltà. Una percentuale ormai altissima (il 29,7%, pagina 7) si è convinta che una formazione di governo composta da una cerchia ristretta (e autocratica) sia l’unica adatta a sopravvivere e a competere nel nuovo mondo messo a soqquadro. Di conseguenza (pagina 25) le élite politiche ricorrono sempre più spesso all’allarmismo e a una retorica della paura. I risultati numerici della ricerca Censis spiegano meglio di qualsiasi riflessione viziata dal tarlo ideologico quale sia, qui e oggi, il filtro che condiziona la percezione della violenza, fra abitudine all’orrore di guerre illegittime e ansia connessa all’insicura precarietà della condizione di soggetto obbligato a porre tramite connessione la propria intera esistenza al servizio del profitto, senza più il rifugio di un tempo libero separato chiaramente da un tempo lavorato. Oltre che un’età selvaggia (Censis) questa pare proprio essere un’età dell’ansia (W.H. Auden): when even the most prudent become worshippers of chance, quando perfino il più prudente diventa adoratore del caso. Lo strumento del comando (sganciato dal diritto) diventa il filtro decisionale che comunica quale violenza debba essere accettata (e in quanto forza dell’ordine sia legittimata) e quale violenza debba invece essere punita (in quanto da ricondurre a terrorismo e dunque da collocare nell’area del crimine). L’omicidio politico perseguito apertamente da Usa e da Israele, senza più neppure un simulacro di processo, deciso dall’esecutivo a prescindere dal legislativo e dal giudiziario, è la pietra tombale della tripartizione dei poteri nei tradizionali Stati «democratici»; e pertanto neppure l’omicidio viene ricondotto nell’area della «violenza», abita invece nella «ragion di stato». Inevitabili domande da porsi In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso. A volte la giustificazione statuale scomoda la religione; il sionismo, ad esempio, evoca la Bibbia (Esodo, 23-31): sterminerò tutti i popoli nella cui terra entrerai… stabilirò poi i tuoi confini dal mar Rosso al mare dei Palestinesi e dal deserto fino al gran fiume… farò cadere nelle vostre mani gli abitanti di quella terra e li scaccerò dalla vostra presenza. Altre volte viene richiamato l’interesse nazionale: il Maga di Donald Trump consente quasi tutto, dai rastrellamenti a Minneapolis all’assedio di Cuba, dai bombardamenti in Iran alla rivendicazione territoriale della Groenlandia (per ora minaccia violenta, che è pur sempre violenza, senza vie di fatto). O ancora si invocano razza e nazione, separatamente o congiuntamente: nella drammatica guerra invisibile che permane in Sudan, nella guerra aperta che sconvolge l’Ucraina, nel conflitto endemico del Myanmar. Sono 56 le guerre in corso che coinvolgono oltre 90 paesi, quasi la metà dell’Onu. Fra le conseguenze legate ai conflitti un posto importante lo occupa il problema della schiavitù, la soggezione violenta che priva della libertà; il rapporto Oil, Global Estimates of Modern Slavery, (anno 2021, reperibile in rete nella sua interezza) valuta che siano circa 50 milioni gli esseri umani schiavizzati (erano circa 40 milioni nel 2016), di cui oltre 12 milioni in età infantile e 27,6 milioni addetti a lavoro forzato (erano 24,9 nel 2016). Per avere un termine di raffronto con il passato si consideri che gli schiavi in Nord America nel 1860 erano 4 milioni. La domanda che si pongono gli organismi statali o parastatali che esercitano violenza sono semplici: quanto mi costa, quanto ci guadagno, chi è in grado eventualmente di impedirmelo. Non certo se sia giusto o meno, questo è irrilevante. Posso sbagliare il calcolo, ma il procedimento decisionale è questo: se ci guadagno e la resistenza appare superabile senza danno lo faccio, il resto non conta, il diritto astratto non esiste, vale solo la legge del più forte, la potenza delle armi. Infatti la spesa bellica, anche in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani (Università Cattolica), è cresciuta dal 2017 del 64%, nel 2025 ammonta a 45,3 miliardi di euro. Non male per un paese che contiene nella propria Carta Costituzionale nientemeno che il ripudio della guerra! Ma pure gli oppositori, nel reagire, non possono (o meglio: dovrebbero, e sarebbe saggio se lo facessero) evitare di porsi, preventivamente, alcune domande essenziali. Perché ritengo che una determinata azione violenta debba essere compiuta; quale risultato mi propongo di raggiungere con questa scelta operativa; con quali collettività o con quali/quanti soggetti intendo agire e attraverso quali meccanismi decisionali il progetto diventa operativo e viene posto in essere; quali strumenti ho intenzione di utilizzare e di quali invece escludo di servirmi per poter raggiungere l’obiettivo che mi prefiggo di raggiungere con il progetto violento; quale reazione dell’avversario mi attendo, quali armi presumibilmente userà e quali danni (nell’immediatezza o nelle fasi successive) potranno subire la mia parte o il mio progetto complessivo; se i possibili vantaggi futuri siano ragionevolmente superiori ai danni, magari in base a una scommessa senza garanzie ma almeno con possibilità di vittoria. Il divario oggettivo fra forze dell’ordine armate fino ai denti e protette dall’apparato repressivo istituzionale (tribunali, carceri, datori di lavoro, famiglia) e ribelli in lotta rende complicata ogni opzione; l’uso politico, comunicativo, mediatico, scoraggiante della condanna di un comportamento e di una dura repressione connessa è una reazione abituale del potere davanti a una protesta ritenuta pericolosa. Si pone dunque il problema, non morale e tantomeno di purezza ideologica, nella scelta di una reazione violenta, del confine fra utile/inutile, possibile/impossibile, necessario/superfluo, audace/pavido, vantaggioso/nefasto, astuto/idiota. La violenza di piazza di questi mesi in Italia (con armi raccogliticce come sassi, bastoni, qualche vetrina infranta, più grida che botte, al più bottiglie incendiarie) è poca cosa, non solo rispetto ai mitra, ai blindati, ai lacrimogeni, ai Taser X2, ma soprattutto a bombardamenti, sterminio, genocidio, deportazioni. Non c’è dubbio. Ma la relatività della percezione, l’uso politico del frammento, la falsificazione delle immagini comunicate, il bacino di incertezza precaria della società in cui tutto ciò viene a calarsi sono una rappresentazione spettacolare tramutata in realtà dal potere, per proprio tornaconto. Uno stesso episodio è violentissimo per alcuni, irrilevante per altri. E l’uso dello spettacolo non è più solo spettacolo, è forza, è violenza, è potere. Giovanni Giovannelli è nato a Ferrara e ha esercitato la professione di avvocato giuslavorista a Milano, dal 1973, nel suo studio, difendendo i lavoratori nelle controversie contro le imprese. Ha ricoperto cariche direttive regionali e nazionali nell’AGI, Associazione Giuslavoristi Italiani, principale associazione specialistica di categoria. In tale veste ha contribuito, anche quale docente, alla fondazione della Scuola di Specializzazione nella materia, l’unica accreditata in Italia. È autore di saggi e romanzi. Collabora abitualmente con il sito della rivista online «Effimera» che ospita suoi scritti giuridici, economici, politici.

  • scienza e politica

    dossier italia Sicurezza di regime Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23 Cinzia Farina Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle; o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. Vittorio Alfieri Della tirannide, capitolo secondo Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra il 5 e il 6 febbraio, il testo di un decreto legge in materia di violenza giovanile, sicurezza urbana, pubbliche manifestazioni e indagini della magistratura quando vi siano ragioni di giustificazione in capo a chi abbia commesso un fatto potenzialmente riconducibile a delitto. Il testo del provvedimento, come di consueto, viene reso noto solo per riassunto illustrativo, ma non è mai disponibile nella sua interezza. Dunque, oltre a non entrare in vigore, può subire modifiche, anche importanti, prima di essere firmato dal Presidente della repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. In questo caso, in evidente contraddizione con la pretesa urgenza improrogabile straordinaria richiesta dall’art. 77 della Costituzione, sono trascorsi ben 19 giorni fra l’annuncio del provvedimento e la pubblicazione del decreto: una dilazione inusuale accompagnata da spiegazioni poco convincenti e sgangherate. Meloni non si è anzi neppure presa il disturbo di motivare le ragioni di questa anomalia, con la costante arroganza che va coltivando nell’esercizio del suo mandato. Il potere non viene esercitato, in questa fase storica di transizione, con un progetto di lungo periodo; ogni decisione viene presa reagendo a fatti di cronaca, nell’immediatezza, per consolidare il dominio e annientare l’avversario, sia esso un singolo soggetto ritenuto pericoloso oppure un segmento sociale refrattario all’omologazione. Il disprezzo per la mediazione, l’elogio della forza e la scelta dello scontro continuo separano l’attuale struttura dell’apparato di comando da quella precedente, fondata invece sul consenso di una maggioranza laboriosa. La forma comunicativa dei provvedimenti sostituisce il contenuto, la loro ricezione emotiva è il risultato che si propone di raggiungere chi li emana, con orizzonte brevissimo, pronti a sostituirli di lì a poco, abrogandoli senza problemi e imputando ogni difficoltà ad un nemico di turno. Di fronte ad un fatto (vero o inventato: questo è irrilevante) scatta la comunicazione dell’editto, subito, senza indugio, come dimostrazione di potenza; l’efficacia reale della cura rispetto al male o la legittimità stessa della soluzione adottata non hanno alcuna importanza. Le occasioni a monte del decreto Venerdì 16 gennaio 2026, a La Spezia, uno studente della scuola professionale “Domenico Chiodo” morì accoltellato da un compagno, in orario di lezione, pare per questioni di gelosia; vittima e assassino erano entrambi figli di emigrati. Subito si scatenarono i più variopinti commenti in una cornice di polemica politica e di sociologia d’accatto. Il 26 gennaio 2026, nel boschetto di spaccio presso la stazione di Rogoredo, durante un’operazione antidroga, un poliziotto uccise con unica revolverata, precisa a bersaglio in testa, un noto pusher del quartiere, che, a suo dire, lo stava puntando con una pistola poi rivelatasi giocattolo. Il 6 febbraio 2026, a Torino, contestualmente alla riunione governativa, ci furono duri scontri (prevedibili, previsti e annunciati come certi) fra un segmento dei dimostranti (circa 2 o 3 mila su 50.000) e le cosiddette “forze dell’ordine”, ovviamente meglio armate ed equipaggiate rispetto ai manifestanti. Oltre alle immancabili immagini di fumogeni, fuochi e danneggiamenti fece rumore mediatico un video che riprendeva un crocchio di 4 o 5 persone a volto coperto che prendevano a calci, con una certa foga, un celerino sganciato dal suo drappello, per un paio di minuti, fino a quando non avvenne il ricongiungimento. In quella ripresa, oltre ai calci, si intravede un giovane che lo colpisce sulla schiena (ben protetta dalla giubba) con un minuscolo martelletto (simile a quelli con cui i medici misurano la reazione delle ginocchia). La diffusione del video avvenne con un martellamento mediatico di enorme dimensione. L’omicidio a scuola, estratto dal contesto irripetibile in cui era maturato e sostanzialmente falsificato nella sua essenza, diventò lo spunto per collocare al centro dell’attenzione la violenza giovanile e il teppismo dei maranza in banda, proposti come emergenza da contenere, riportando all’ordine studenti, minori, istruzione e famiglie, naturalmente con il bastone più che con la carota. Il ministro Giuseppe Valditara non ha perso l’occasione per dar sfogo alle sue ossessioni, tipiche dei codini piemontesi e confinanti con il fanatismo. Molta propaganda, nessun aiuto concreto alle vittime. L’esecuzione dello spacciatore a Rogoredo fu accompagnata dall’indignazione per l’apertura di un’indagine giudiziaria (ovvia di fronte a un morto ammazzato) che veniva qualificata inutile e offensiva: solo elogi e tutele per l’assassino, anzi colletta per garantirgli una difesa legale nel procedimento penale in corso. Poi si è scoperto, mentre il decreto viaggiava nei corridoi della burocrazia, che non di giustizia si trattava, ma di delitto. Troppo tardi, ormai la macchina si era mossa, pazienza se l’urgente necessità si fondava su un falso divenuto conclamato prima dell’entrata in vigore. Quanto ai fatti di Torino, grazie a un bravo tecnico informatico, si è scoperto che l’immagine distribuita dal governo, estratta da un filmato, aveva subito un ritocco a mezzo di intelligenza artificiale, che era dunque un falso costruito per alterare la comunicazione e supportare la gravità di una “violenza” equiparata a “terrorismo”. La “barbara aggressione” era poco più di una baruffa e il poliziotto aveva solo qualche livido; la “banda armata” del segmento di corteo protagonista dello scontro in strada è svanita nel nulla senza lasciare traccia della propria esistenza. Vive ora solo nella comunicazione costruita per mantenere alta la tensione sociale e giustificare la consegna del potere legislativo nelle mani del potere esecutivo, a colpi di decreti urgenti. Il ritardo nella pubblicazione e il contenuto del decreto urgente Il decreto è suddiviso in quattro capi. Il primo (art. 1-11) è dedicato alla violenza giovanile e alle manifestazioni pubbliche (sicurezza urbana); il secondo (art. 12-25) alla procedura di archiviazione dei procedimenti penali e all’arruolamento dei gendarmi; il terzo (art. 26-27) regola qualche beneficio a vittime di ordine pubblico; il quarto (art. 28-33) concerne il fenomeno migratorio. Nessuno dei provvedimenti presenta le caratteristiche richieste dall’art. 77 della Costituzione per consentire l’utilizzo di uno strumento eccezionale come il decreto (provvisorio con forza di legge). Non occorre essere un giurista, è sufficiente conoscere la lingua italiana e leggere, una per una, le norme varate, per capire che (buone o cattive che siano) certamente non rientrano in casi straordinari di necessità e urgenza. L’art. 77 impone di trasmettere alle Camere per ratifica il testo nel giorno stesso e l’esame deve iniziare entro 5 giorni per concludersi, in entrambi i rami del parlamento, entro sessanta giorni. Nel nostro caso invece ci sono voluti ben 20 giorni solo per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dopo la c.d. bollinatura della Ragioneria di Stato, che deve verificare la sussistenza o meno delle coperture finanziarie. In realtà dovevano limare i dettagli, prevenire possibili interventi della Corte Costituzionale, chiarire le conseguenze spartitorie fra le forze di governo sul piano dei benefici politico-sociali connessi all’iniziativa adottata. Questo decreto, arrivato in forte ritardo a conclusione, sarà convertito in legge (con qualche modifica correttiva ma non sostanziale), senza discussione parlamentare, con lo strumento ormai divenuto abituale del voto di fiducia. Nella sostanza si tratta di legge ordinaria e non di decreto urgente: ma l’ineffabile professor Mattarella non ha battuto ciglia di fronte ad una palese violazione dell’art. 77 (primo comma) della Costituzione (il Governo non può senza delegazione delle Camere emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria). Capo I. Violenza giovanile (art. 1-5) L’art. 1 introduce pene di un certo rilievo (da 6 mesi fino a 3 anni) per il solo porto di coltello con lama oltre 8 centimetri (5 centimetri se a scatto o a farfalla), oltre a sanzioni aggiuntive come il diniego della patente di guida (anche per ciclomotori) o del porto d’armi. Diventa vietata la vendita ai minori, anche a mezzo della rete. Il problema è che il commercio on line può avvenire anche su siti non italiani e il recapito (in plico anonimo) ovunque; dunque è sostanzialmente incontrollabile. Infatti, dopo il decreto, l’offerta è perfino aumentata, come del resto la richiesta: basta verificare in rete per averne conferma. Difficile credere che di fronte al proibito un minore curioso e/o avventato si fermi; più probabile il contrario. La vera novità è l’apparato sanzionatorio posto in capo ai genitori del minore (art. 1 e 2), con responsabilità oggettiva e presunta: non la magistratura ma il prefetto detiene il monopolio delle multe e la prova a discarico, assai difficile, grava sui malcapitati, di fatto costretti a compiti di gendarmeria quotidiana in casa propria. Una scappatoia esiste nella formula senza giustificato motivo. E qui la fantasia trova una strada aperta: per motivi di lavoro, consegna o ritiro dall’arrotino, i professionisti una scusa la trovano, gli occasionali invece ci cascano. Quel che vogliono i governativi è acquisire la complicità collaborativa delle famiglie, non fermare le risse fra emarginati; usando il prefetto, che dipende dal Ministero, non la magistratura. L’art. 3 estende alle rapine di gruppo (per lo più con oggetto capi firmati o telefoni costosi) le pene aggravate: da 10 a 15 anni di carcere. Ma ci sono forti riduzioni per i pentiti, potenziali futuri informatori lasciati in libertà. L’art. 4 consente poi (di nuovo al prefetto, non alla magistratura) di tracciare zone calde da interdire a pregiudicati e soggetti pericolosi, per periodi da 6 fino a 18 mesi; l’apparato di Piantedosi potrà così esercitare controllo sulle aree urbane, a mezzo di norme amministrative che è oneroso, oltre che non semplice, impugnare davanti al TAR. Anche la confisca (art. 5) di veicoli o strumenti legati allo spaccio è misura di fatto affidata alla discrezionalità degli agenti, dunque mezzo di trattativa in caserma e di pressione (nella migliore delle ipotesi per strappare informazioni, nella peggiore per ricavarne un guadagno personale, in ogni caso sfuggendo a verifiche). Sicurezza urbana: fermo di polizia (art. 6-7) L’indicazione di spesa (art. 6, 48 milioni in un anno, personale compreso) costituisce la prova di un intervento superficiale, a prescindere dal rumore mediatico. L’art. 7 è la norma più discussa, il c.d. fermo di polizia. Ritocca il D.L. 21 marzo 1978 n. 59 (il decreto varato in occasione del sequestro Moro!) a mezzo di un art. 11 bis: i poliziotti possono accompagnare negli uffici soggetti ritenuti pericolosi, trattenendoli il tempo strettamente necessario, comunque non oltre 12 ore. Va data immediata (e motivata) comunicazione alla Procura sia del fermo sia del rilascio; le specifiche circostanze in ordine di tempo e di luogo (di fatto manifestazioni, eventi sportivi, contestazioni pubbliche annunciate) vanno congiunte a precedenti penali o diffide già comunicate o possesso di strumentazione offensiva. Il fermo non è una novità, tutt’altro. Fino all’autunno caldo, in base alle sopravvissute norme fasciste, la polizia ti fermava quando voleva, anche per molti giorni; a volte si trattava di vere e proprie retate. I commissari, al tempo di Mario Scelba, nel dopoguerra, prelevavano sindacalisti, dirigenti di partito, oppositori in genere e li torchiavano a piacimento, con bastone e carota. Pino Pinelli, lo ricorderete, morì in questura dopo essere stato accompagnato (ovvero fermato) come sospetto; con lui negli uffici di Via Fatebenefratelli erano trattenuti a decine. La sospensione dell’istituto fu breve; nel 1975 la legge Reale (n. 152/1975) prevedeva il fermo di 48 ore con proroga fino a 96 solo in forza di non meglio precisati indizi, con perquisizioni anche di auto e box oltre che di abitazioni. Nato con il testo unico del 1931 (ancora vigente) questa forma di prelievo personale in commissariato rimase una prassi consolidata anche dopo la liberazione, poggiando sull’art. 238 del vecchio codice di procedura penale; e trovò una conferma nella legge 27.12.1956 n. 1423 (con aggiunta di fogli di via, soggiorni obbligati e diffide). La Corte Costituzionale (sentenza n. 2 del 14.6.1956) ebbe modo di legittimare l’istituto, differenziando l’ordine pubblico in due filoni: materiale e amministrativo. L’art. 13 della Carta (sulla libertà personale) comunque prevede ipotesi di fermo per 48 ore, ma, recita quella sentenza, comunque va letto insieme all’art. 16 (limitazioni per motivi di sanità o di sicurezza). Basta sganciare l’atto amministrativo dalla contestazione penale, il divieto di fermo per ragioni politiche (art. 16) dalle ragioni di sicurezza (urbana) e il gioco è fatto. Il vecchio ministro Mario Scelba (1901-1991) era un maestro nell’uso della polizia dentro la cornice amministrativa: fu lui ad inventare la Celere e il Battaglione Padova per stroncare i picchetti operai, a inserire filtri d’ingresso nei corpi armati (espellendo ex partigiani o simpatizzanti socialcomunisti), a confinare nel ghetto di quello che chiamava culturame ogni forma di dissenso sociale. Negli anni Settanta fu largamente accettata la legge Cossiga del 15 dicembre 1979, con il fermo fino a 96 ore (bastavano indizi), l’aumento delle pene inflitte ai sovversivi (il 50% in più) e la diminuzione per i pentiti (il 50% in meno). Anche le norme di larghe intese emesse nella stagione dello scontro sociale italiano si fondavano sul ricondurre l’opposizione dentro il terrorismo e sull’uso spregiudicato dell’atto amministrativo. Poi, con il nuovo codice di procedura penale (22.9.1988 n. 447, a firma De Mita e Vassalli) e un certo contenimento del conflitto di classe, il fermo di polizia (art. 384 c.p.c.) fu ridotto ad eccezione, per poi tornare a far capolino nell’ordinamento, fino alla sua odierna riesumazione. Quando il movimento di protesta (contadino, operaio e studentesco) era forte, radicato nella società, potente, il fermo di polizia, anche nella forma estrema applicata da Scelba , danneggiava ma non fermava i conflitti. E la repressione, a sua volta, mirava a ripristinare il consenso, non a cancellare gli oppositori. La differenza, pur nell’asprezza dello scontro, non è di poco momento; non per caso la legge che ha reso reato l’apologia del fascismo (23.6.1952 n. 645) porta proprio la firma di Mario Scelba. Il nuovo fermo di polizia viene invece calato in una fase in cui il potere è forte e la reazione al progressivo impoverimento di vasti settori nel nostro paese fatica a emergere, a svilupparsi, a radicarsi in forma organizzata. Disporre in questo quadro storico l’accompagnamento preventivo in questura di 50 o 100 persone, per 12 ore, non può avere alcun effetto pratico quando le manifestazioni di piazza raggruppano 50 o 100 mila persone, come avvenuto in occasione della chiusura dei centri sociali o del genocidio a Gaza; al massimo riduce da 1000 a 900 quelle di nicchia, a carattere testimoniale, o i segmenti di corteo più disponibili a misurarsi fisicamente, senza alcuna possibilità di prevalere, con forze militari armate fino ai denti. Il vero scopo della misura asseritamente preventiva non è in realtà la prevenzione ma la comunicazione spettacolare dell’infinita potenza dello stato. Si vuole criminalizzare la disobbedienza parificandola, mediaticamente, al terrorismo; si mira a fomentare comportamenti collettivi riconducibili ad attacco disperato e/o violento senza alcuna probabilità di vittoria; si punta a cancellare ogni forma di trattativa o mediazione, ad annientare il nemico assegnandogli la responsabilità del male. Il governo diffonde paura e rassegnazione. Questa è la sostanza; il resto è apparenza ingannatrice. Sicurezza urbana: art. 8-11 L’art. 8 è quello che rischia di provocare conseguenze davvero gravi. Il codice della strada prevede l’obbligo di fermarsi all’alt di polizia o davanti al posto di blocco, sottoponendosi ai controlli. La tentazione di evitarli, voltando verso vie secondarie o invertendo la marcia, è forte quando chi guida ha bevuto un goccio di troppo o i passeggeri hanno una bustina nel taschino o magari i documenti non sono proprio in regola. Ora l’art. 7 bis punisce chi cerca di sottrarsi al controllo con il carcere da 1 a 5 anni, con la sospensione della patente e la confisca del veicolo. Il nuovo delitto apre la via alla caccia del fuggitivo e, inevitabilmente, all’uso delle armi, alle sparatorie, alle uccisioni; è una specie di potenziale licenza di uccidere lasciata alla discrezione e al buon senso degli agenti. Gli articoli 9, 10 e 11 assegnano ai prefetti una vasta facoltà sanzionatoria (multe per manifestazioni anche promosse mediante la rete, Daspo per i recidivi), depenalizzando il mancato preavviso ma introducendo conseguenze pecuniarie insidiose, sottratte alle procure perché amministrative. Il processo penale (con pene sostanziose) rimane a carico dei recidivi e a chi procuri in qualsiasi modo lesioni ai controllori sia nelle scuole sia nei treni. La militarizzazione della vita quotidiana si va così consolidando, passo dopo passo. L’archiviazione rapida: art. 12-25 Gli articoli del capo II puntano a collocare in una procedura separata gli episodi che presentino caratteristiche di una qualche legittima difesa. Ovviamente i destinatari appartengono per lo più alle c.d. forze dell’ordine, con l’intenzione di sottrarli al processo, rapidamente. La norma è peraltro mal scritta, difficilmente sarà utile per lo scopo che si prefiggevano i suoi maldestri redattori. Intanto l’archiviazione non chiude affatto la possibilità di perseguire i responsabili, di fronte a fatti nuovi la riapertura è sempre consentita; un registro poi, alla fin fine, vale l’altro, è solo questione di immagine. Il caso clamoroso del poliziotto di Rogoredo ha evidenziato l’inutilità di questa costruzione di carattere, ancora una volta, solo comunicativo e spettacolare: il messaggio ai naviganti è che le divise non si toccano per nessun motivo e tanto basta. Gli altri articoli sono più oscuri, ma più interessanti. Disciplinano l’estensione di operazioni sotto copertura e l’accesso nei corpi armati dello stato, incrementando il controllo dell’esecutivo sulla loro affidabilità (ovvero sulla fedeltà al governo). Anche queste disposizioni rientrano nel progetto di militarizzazione della società. Capo IV: il fenomeno migratorio e la guerra permanente (art. 28-33) Il capo III (art. 26-27) contiene qualche piccola mancia (in denaro o posti di lavoro) destinata ai familiari delle vittime: erogazioni che in concreto saranno probabilmente clientelari dentro i clan politici della maggioranza, sperando tuttavia di non essere inutilmente sospettosi. Di certo sostenere che ciò abbia caratteristiche di urgenza straordinaria supera la decenza e la logica; ma si tratta comunque di spiccioli. Il capo IV merita invece una specifica trattazione perché interviene nel gran mare del fenomeno migratorio, nervo scoperto che accende la sensibilità (il sentiment) sia nell’apparato di comando sia nella moltitudine dei sudditi. Ma chi si aspettava clamorose novità non può che rimanere deluso; sono insidiosi aggiustamenti che lasciano inalterato il disegno complessivo di sfruttamento intensivo della manodopera a basso costo, al tempo stesso sabotando con idonei strumenti repressivi ogni tentativo di organizzazione volta a spuntare migliori condizioni di vita (casa, salario, circolazione, salute, rapporti umani). Il governo in carica è perfettamente consapevole che il rimpatrio o l’espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto al flusso migratorio; non solo mancano trattati idonei con i paesi di provenienza ma la domanda imprenditoriale e sociale di utilizzo è un ostacolo oggettivo che rende inattuabile qualsiasi piano di estromissione massificata del popolo migrato e migrante. Il celebre annuncio di Giorgia Meloni (intervento repressivo sull’orbe terraqueo) rimane espediente di rozza (ma efficace) propaganda elettorale, senza alcun legame con quel che avviene sul campo: il problema è come utilizzare con profitto le braccia già arrivate e quelle in arrivo, tenendole tuttavia in una posizione sottoposta, inferiore, sottopagata, ghettizzata, con pochi diritti e molto timore. La detenzione nei centri, la concessione o negazione dell’asilo, i permessi di soggiorno e/o lavoro, rimpatri o espulsione effettivi sono tutti strumenti-filtro utilizzati per colpire la minoranza poco produttiva, criminale o politicamente riottosa, soggiogando la maggioranza laboriosa, meglio ancora se in condizioni di incertezza sull’immediato futuro. Il controllo di un soggetto redditizio e ghettizzato è l’obiettivo, non la sua cacciata. L’art. 28 del decreto impone al migrante di collaborare all’esatta sua identificazione, rivelando ogni passaggio del suo percorso, dal luogo di partenza fino all’arrivo; ove si riveli reticente questo sarà elemento di valutazione per le richieste di permanenza in Italia, anche sotto il profilo della pericolosità. In aggiunta il questore avrà maggiori poteri per disporre trasferimenti e respingimenti (art. 29), con potenziamento dei centri di detenzione e semplificazione di notifiche per velocizzare i termini di domande e ricorsi. Il voto del Parlamento europeo (che ha riunito la destra tradizionale e quella razzista) sui c.d. paesi sicuri ha reso più precaria la posizione del migrante, lasciandolo esposto alle decisioni “amministrative” della polizia di frontiera prima e delle questure successivamente. La guerra sempre più diffusa completa la cornice in cui si collocano gli arrivi; davvero la guerra è diventata ormai un elemento, ordinario e necessario, di governance e profitto nel tempo del capitalismo finanziarizzato. Per questo la domanda di pace è oggettivamente disobbediente, sovversiva, rivoluzionaria; per questo viene criminalizzato ogni desiderio di pace. I centri di detenzione dei migranti in attesa di rimpatrio ed espulsione (anche quello semideserto in Albania) sono il messaggio intimidatorio che il potere, tormentando i pochi scelti a caso, invia ai molti che lavorano (precari e/o clandestini): obbedite in silenzio, basta un nulla per finire nel tritacarne! Il potere è forte quando i sudditi sono deboli; quando i deboli trovano il modo di superare le divisioni e unirsi il potere crolla di schianto. Come scriveva tempo addietro il vecchio Karl Marx (quello della vecchia talpa che scava): di tutti gli strumenti di produzione la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. Hic Rhodus, hic salta! Gianni Giovannelli è nato a Ferrara e ha esercitato la professione di avvocato giuslavorista a Milano, dal 1973, nel suo studio, difendendo i lavoratori nelle controversie contro le imprese. Ha ricoperto cariche direttive regionali e nazionali nell’AGI, Associazione Giuslavoristi Italiani, principale associazione specialistica di categoria. In tale veste ha contribuito, anche quale docente, alla fondazione della Scuola di Specializzazione nella materia, l’unica accreditata in Italia. È autore di saggi e romanzi. Collabora abitualmente con il sito della rivista online «Effimera» che ospita suoi scritti giuridici, economici, politici. Questo testo è già comparso sulla rivista «Effimera» il 5 marzo 2026. Ringraziamo autore e testata per l’autorizzazione alla nostra ripubblicazione.

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    dossier italia L’iper-incarcerazione e l’aumento della repressività penale Varoush Khosravians Il testo analizza il fenomeno dell’iper-incarcerazione in Italia come indicatore del declino delle condizioni sociali e dei diritti, evidenziando l’aumento della popolazione detenuta e il peggioramento delle condizioni carcerarie. Tale processo viene collegato alla riduzione del welfare e alla crescente precarietà, che colpiscono soprattutto le classi più vulnerabili. A partire dagli anni ’90, tra crisi economiche, politiche repressive e normative più severe (in particolare su droga e recidiva), si assiste a un forte incremento della detenzione. Negli anni 2000 il fenomeno si consolida anche attraverso dinamiche migratorie e trasformazioni del mercato del lavoro, producendo una selezione sociale dei soggetti incarcerati. Le misure alternative non riducono il controllo penale, ma lo estendono nella società, ampliando la sorveglianza. Il carcere emerge così come strumento centrale nella gestione delle disuguaglianze, più che come risposta alla criminalità. È notissima la citazione illuminista (correttamente o in maniera apocrifa attribuita a Voltaire) per cui il carcere e non i palazzi sarebbe il vero specchio della civiltà di una nazione. Non ci sarebbe niente di più semplice in un Dossier che mappa il paese, che iniziare dalla descrizione dell’abisso in cui sono cadute le condizioni di detenzione per descrivere perfettamente il declino italiano. In carcere, ad esempio negli ultimi 5 anni, si sono suicidate costantemente più di 10 persone ogni 10.000 detenuti mediamente presenti1. Un numero raggiunto solo decenni fa nella storia della Repubblica e più di 15 volte superiore alla media dei suicidi extramurari. Nel compito della denuncia sono però quotidianamente e con molta competenza impegnate alcune associazioni, di cui nomino per profonda ammirazione la sola Yairahia Ets, il cui sforzo risuona tristemente nel nulla. Ed è bene allora partire dall’interrogarsi sul motivo per cui l’azione quotidiana di centinaia di volontari non riesce a invertire la peggiore regressione dei diritti delle persone finora vista. La separazione tra la pratica del diritto quale lo si pratica nella litigiosità civile, nei “normali” procedimenti penali pendenti sugli incensurati, non ha nulla a che vedere con la gestione dell’ordinamento penitenziario, le cui norme compiono quest’anno mezzo secolo e che sono quasi totalmente disapplicate. Le più elementari garanzie a tutela della popolazione detenute sono costantemente disattese, senza che si riesca a porre un argine legale. All’atto dell’approvazione della legge sulla tortura nel luglio del 2017, molte furono le voci critiche che sostenevano l’insufficiente precisione del dettato legislativo per la finalità di mettere sott’accusa gli abusi in divisa. Solo negli ultimi 2 anni invece in ben 5 casi (2 andati a sentenza –Torino e Cuneo-, 2 attualmente in corso –S. Maria Capua a Vetere e Reggio Emilia- e 1 in fase istruttoria –Casal del Marmo) le procure hanno utilizzato il reato per le indagini su agenti della Polizia Penitenziaria, ma a prescindere da come si concluderanno i procedimenti, questi processi non cambieranno il clima di violenza dento il carcere. E questo perché la sensazione è che si è aperto un fossato tra la così detta società civile e la popolazione detenuta. Questa separazione è un indicatore, ancora di più dell’esplosione del numero dei detenuti, che anche l’Italia si trova dentro un processo che è stato chiamato di Iper-incarcerazione2. Secondo Wacquant (un allievo del celebre sociologo Bourdieu) gli Stati moderni avrebbero progressivamente dismesso la loro mano sinistra, riducendo le strutture di Welfare mano a mano che i processi di ristrutturazione industriale causavano più precarietà e polarizzavano le classi sociali. In questo modo le realtà (in particolar modo quelle urbane dove si concentrano le minoranze) hanno prodotto una classe di iper-precari, che la mano destra dello Stato (le sue agenzie deputate al trattamento repressivo tramite il monopolio della Forza) avrebbe iniziato a reprimere con una iper-trofia, alimentata anche dagli interessi privati che intervengono nella gestione dei carcerati, concentrando i loro sforzi su una popolazione pressocchè predestinata. Ciò che c’è di differente in questa tesi è che non si concentra sul ruolo della pena e sul significato del carcere, come nei dibattiti di criminologia critica degli anni ’70, ma lo fa discendere direttamente dalla morfologia sociale. Quello che vorrei sottolineare, attraverso questo riferimento sociologico, è che le condizioni carcerarie non sono solo l’indicatore del pessimo stato del diritto vivente, ma delle condizioni delle classi subalterne in generale anche di quelle che non entrano a contatto né con l’economia politica delle varie carriere criminali, né con le agenzie riservate al loro trattamento. La dimensione globale di questo processo è insieme una evidenza empirica e una dimostrazione di questo processo. Dal 1990 al 2010, negli anni di trasformazione del così detto post-fordismo il tasso di carcerazione cresce nel Regno Unito da 87,9 a 151,6 detenuti ogni 100.000 abitanti; in Francia da 80,7 a 103,4, in Spagna (che pure usciva da una dittatura) raddoppia da 82,5 a 161,3; in Polonia ugualmente abituata ad un regime già autoritario quasi raddoppia da 120,0 a 211,5 ; negli Stati Uniti infine che sono l’archetipo di questo processo la popolazione carceraria è passata da 441 detenuti ogni 100.000 abitanti a 730. Non esiste particolarità della tradizione giuridica o idiosincrasia del sistema politico. Forse come in nessun caso l’intero mondo, che sciaguratamente descriviamo come occidentale e portatore di civiltà, ha intrapreso la direzione della costruzione di un ordine sociale punitivo ai danni dei poveri. Ciò nonostante, più che enfatizzare l’esportazione del modello statunitense –come tende a fare Wacquant-, attraverso agenzie di diffusione ideologica del nuovo ordine punitivo dello Stato, tenderei piuttosto a descrivere la specificità dei singoli percorsi nazionali (nel nostro caso di quello italiano), perché la costruzione del nuovo ordine giuridico-sociale non è tanto o solo un fatto discorsivo che si staglia nell’orizzonte di ciò che è stato chiamato “populismo penale” (cioè l’invocazione di livelli crescenti di repressività per acquisire consenso sul mercato elettorale), è un processo materiale a fondamento stesso del processo di accumulazione contemporaneo, e da quello ne discende -particolarmente in una società segmentata anche in basso, com’è l’Italia- l’ordalia punitiva e non il contrario. Chiarisco l’ipotesi. Le teorie criminologiche marxiste e non solo (Rusche etc.) hanno sempre costruito l’idea dell’apparato repressivo dello Stato come strumentale alla lotta di classe delle classi direttive sul perno della così detta “minor preferibilità”3. La condizione di detenzione cioè non poteva essere neutra, ma doveva essere più dolorosa della condizione di un proletario medio in libertà. Questo non per il gusto della afflittività, ma perché altrimenti verrebbe meno la coazione al lavoro salariato. La conseguenza è che essendo dinamica e derivante dalla lotta di classe la condizione salariale, altrettanto mobile è la condizione carceraria. Pur non essendo intesa questa ipotesi per essere messa su un banco di prova empirico, perché la condizione di afflittività ha dei connotati qualitativi difficilmente misurabili, non vi è dubbio che il discorso trovi pienamente riscontro. Anticipo qui, prima della ricostruzione storica alcuni fatti. Come è diventato quasi di moda sostenere, tra gli stessi che hanno operato allo spasimo perché la situazione della classe lavoratrice fosse questa, i salari italiani sono stagnanti anche a livello nominale. Secondo l’Ilo nel suo Annual evaluation Report l’Italia è l’unico paese i cui salari sono diminuiti dal 2008 di più dell’8%. Secondo l’Oecd tenuto conto di opportuni fattori dal 1990 la diminuizione sarebbe addirittura nominale. Quello che è più importante notare è che gli strati reddituali più bassi sono affetti da una cronica intermittenza lavorativa, che gli impedisce sempre più spesso (in più del 15% dei casi) di raggiungere con il lavoro la soglia di povertà. Nella categoria contemporanea di lavoro salariato cioè, è stata inglobata anche la disoccupazione, rendendo chi resta segregato in quella situazione un soggetto assai diverso dal lavoratore dello scorso secolo. Come si ricordava all’inizio nel frattempo, il tasso di suicidi nella popolazione detenuta è salito da 3,6 ogni 10.000 detenuti in custodia nel 1992 (anno pure tormentato nell’universo carcerario come diremo tra poco) a 8 ogni 10000 detenuti nel 2024. Cifre che non hanno bisogno di commenti. Vale invece la pena far notare che l’anno prescelto non è casuale. Ci aiuta infatti a capire meglio questo processo la sua stesura nel letto concreto della storia italiana recente, per capire come e quando di questo processo si sia data la necessità concreta, e perché si dimostri, contro ogni razionalità difficilmente arginabile. Vediamo però quale sia stata la concreta dialettica storica di interfaccia tra punizione e ristrutturazione sociale in Italia. Prima di scendere a tratteggiare velocemente il fenomeno bisogna però precisare un punto. Il diritto ha sempre una sua dimensione formale, che come tutti i fenomeni sovrastrutturali, vive –in una certa misura- autonomamente. In ultima istanza però, come è possibile vedere in alcuni snodi della Storia recente Italiana è la volontà politica che decide il tasso di repressione dei fenomeni devianti in una società, e questo accade anche quando la formalizzazione giuridica contrasta delle spinte sociali storiche. Ugualmente questa volontà politica non dipende direttamente dal disegno degli assetti di classe, ma senza adeguarvisi o contemplarla diventa insussistente. La costruzione dell’iper-incarcerazione in Italia: la premessa Per capire l’attuale periodo bisogna partire dagli anni 90, che sono stati sotto molti aspetti la nascita di quello che comunemente può essere inteso come neo-liberismo italiano. In quegli stessi anni finisce l’economia di intervento pubblico diretto, esplodono povertà e divari territoriali ed aumenta a dismisura la popolazione carceraria. Per capire quegli anni però, a nostra volta, bisogna necessariamente fare un passo indietro dentro il lungo ’68 italiano. In quegli anni la necessità di una riforma della vecchia legge fascista che regolava il sistema carcerario si trascinava da anni. Nel frattempo erano però nate all’interno della società delle spinte sociali e rivoluzionarie che rendevano difficile maneggiare la materia, perché le posizioni radicali in merito alla detenzione erano ovviamente di natura abolizionista. Ne uscì fuori l’ordinamento penitenziario attuale, che ha compiuto l’anno scorso 50 anni portati non splendidamente. Ovviamente le aperture ai diversi diritti trattamentali del detenuto (sistematicamente negati all’oggi), e le innovazioni riguardo l’ingresso dentro l’istituzione carceraria della società civile sono stati dei punti importanti, ma permaneva una ambiguità di fondo che è alla base di certe critiche riformiste4. Giustificando ideologicamente con la giusta e riconosciuta esigenza di individualizzazione del trattamentox, dalla seconda metà degli anni 70 si iniziano a separare i detenuti in base alla loro classificazione amministrativa. Il fine è ovviamente di evitare che i detenuti politici vengano troppo a contatto con il resto della popolazione detenuta, e negli anni successivi sarà la base per la creazione dei “circuiti penitenziari”5. Nelle intenzioni della gestione penitenziaria, questo doveva dare segnali di inflessibilità, con il pieno accordo dell’opposizione di sinistra di allora, nella stagione della lotta alle formazioni armate, cui certo sarebbe stato inutile proporre una “rieducazione” secondo il dettato costituzionale. Contemporaneamente però la repressività verso i reati di piccola entità era assai più bassa di adesso. Ne conseguiva che restava ben poco da rieducare, e da qui –secondo le critiche progressiste- il fallimento dell’impianto della riforma. Nella solita complicata dialettica tra rivoluzione e riforma, è paradossalmente l’abolizionismo (che allora si concretizzava nella stagione delle rivolte, evasioni etc.) che è stato accusato di aver impedito l’adempimento delle riforme. Sta di fatto che per tutta la prima metà degli anni ’80, invece che diminuire la detenzione aumenta significativamente. E questo grazie ad un aumento delle carcerazione preventiva tanto quanto delle condanne. Al contrario del fenomeno successivo dell’iper-incarcerazione, non si tratta però di fenomeni repressivi rivolti meccanicamente al contenimento preventivo di intere classi sociali, ma anche di fenomeni reattivi (se pur dal punto di vista reazionario appunto) a effettivi cambiamenti sociali. Ovviamente c’è l’ondata di arresti e condanne derivanti dalla lotta armata e dall’antagonismo, ma anche la prima effettiva repressione della violenza di genere contro le donne (in assenza ancora del reato di violenza sessuale, ma in reazione al diritto di famiglia), così come la prima repressione della criminalità dei colletti bianchi. Come si diceva precedentemente questo avviene anche in presenza di una forte depenalizzazione dei reati minori (nel 1981) che resta il più riuscito esempio di saggia gestione delle cose penali. Nel 1977 le persone detenute per contravvenzioni6 erano più di 1000. L’anno dopo per un’amnistia scendono a 230 circa. Nel 1981 erano già risalite a circa 600. Dopo la depenalizzazione però si fermeranno e non ritorneranno più ai livelli degli anni 70. Dicevamo della contraddizione tra riforma e rivoluzione. A metà degli anni 80 oltre agli usuali provvedimenti di clemenza venne approvata la legge Gozzini che andando ad incidere su una serie di punti riduceva l’impatto concetrazionario del diritto penale, iniziando a indicare anche la strada delle misure alternative. E’ un provvedimento che viene prima della chiusura ufficiale della lotta armata, ma che riesce ad avere un effetto distensivo. Per l’unica volta negli ultimi 50 anni l’incidenza dei condannati definitivi sulla popolazione carceraria sale perché scende la popolazione complessiva, non perché aumentano le condanne. Si iniziano a sperimentare i trattamenti rieducativi. Nel 1989 entra in vigore anche il nuovo codice di procedura penale che definisce e limita l’utilizzo della custodia cautelare. Solo un anno dopo però cambia tutto. Cambiano gli assetti tra le classi, le esigenze del mercato ed il riformismo penale viene messo in soffitta. Gli anni ’90 e l’inizio dell’iper-incarcerazione Nel 1990 la popolazione carceraria era di 26.150 detenuti, due anni dopo superava le 47.000 persone, solo il 40% circa di queste destinatari di una condanna definitiva. Cosa successe per spiegare questo salto che resta uno dei più grandi cambiamenti della storia penale italiana? Fondamentalmente tre cose. L’esplosione delle inchieste contro la corruzione, le indagini volte a smantellare le organizzazioni mafiose, e l’emissione di un Testo Unico organico sugli stupefacenti. Quest’ultimo non incide direttamente in quegli anni sull’aumento della detenzione, ma mette le basi per il seguito del processo italiano di iper-incarcerazione. Nella memoria collettiva, cui molto contribuì la mediatizzazione dei procedimenti penali, l’aumento della detenzione è collegato solo alle inchieste sulla corruzione, il primo affondo dello Stato contro i colletti bianchi, la pulizia morale come tema trasversale, ma -quasi primariamente- rivendicato dalla tradizione politica dei comunisti italiani. Nella realtà le cose andarono un pò diversamente. Come tutti i paesi occidentali l’Italia aveva una importante economia a diretta gestione pubblica. Accanto alla crescita di un tessuto industriale di tutto rispetto, la politicizzazione di questo settore dell’economia aveva generato fenomeni corruttivi a varia scala. Le procure come è noto intervennero con decisione utilizzando la custodia cautelare. Venendo al secondo punto, che è però cronologicamente antecedente, dalla fine degli anni ’80 andavano avanti le inchieste anti-mafia, che si concretizzarono nei vari maxi-processi, che in quegli anni volgevano al termine e videro la reazione militare delle organizzazioni mafiose. Infine, è del 1990 la legge, così detta dal nome dei suoi estensori, Iervolino-Vassalli, che istituiva il principio della contiguità tra il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con due specifiche importanti. La prima era che anche il consumo (seppur come illecito amministrativo7) poteva essere punito, la seconda è che il confine tra consumo e spaccio diventava una mera questione tecnica di quantitativi decisi con una tabella ministeriale. Questa impostazione proibizionista, trascinatasi e peggiorata negli anni duemila, ha aperto le porte al circolo vizioso di marginalizzazione e aumentata repressione del fenomeno, che ha portato la repressione dell’economia politica delle sostanze ad essere il primo motore dei processi di incarcerazione. Alla fine degli anni 2000 più del 40% dei detenuti aveva una imputazione riguardante il testo unico sugli stupefacenti. Anche senza questo motore a pieno regime la popolazione carceraria come detto fa un salto inedito. Il punto è che, come ha spiegato Dario Melossi a partire dal caso dell’omicidio, nei periodi in cui alcuni, delitti simbolicamente importanti per significare alle classi dirigenti il tasso di pericolosità sociale, si innalzano non è solo la repressione di quei delitti che aumenta, ma il tasso di repressione in generale. È il caso delle associazioni mafiose i cui affiliati contano nei nuovi ingressi al massimo in un paio di migliaia (gli imputati al maxi-processo degli anni 80 sono meno di 500), ma su cui viene istituzionalizzata l’”intuizione” avuta negli anni di piombo sulla detenzione politica, e vengono costruiti legislativamente dei regimi di detenzione speciali (il celebre 416bis) che a tutto oggi sono sotto osservazione delle istituzioni internazionali per la radicalità della negazione dei più elementari bisogni del detenuto. Prima di questa trasformazione, e prima di Tangentopoli già tra il 1990 e il 1991, sulla scorta appunto delle indagini antimafia, gli indici di criminalità e delittuosità8 erano aumentati enormemente per il reato di Furto, che poi è sempre il motivo relativamente maggioritario di detenzione. Inoltre sempre in quegli anni viene sancita per legge la necessità di una maggioranza dei due terzi del Parlamento per l’erogazione dei provvedimenti di clemenza generalizzata, rendendo quasi impossibile la loro reiterazione. Per stare nel quadro della iper-incarcerazione però ci manca un pezzo. L’inizio degli anni ’90 sono anche gli anni di grandi crisi da riconversione industriale dell’Economia. Anche l’Italia li affronta, avendo la contemporanea sfida di dover sostituire il proprio sistema di rappresentanza politica e integrarsi nel sistema monetario europeo. Il punto qui non è quello già abbondantemente sollevato che la delegittimazione della classe politica della prima Repubblica consentì di sancire la fine della spesa pubblica. Il punto sono le conseguenze di questa scelta. I salari italiani iniziarono a stagnare la Povertà vide il suo aumento più significativo da quando la si misura (il secondo fu durante la crisi degli anni 2000). Nel Mezzogiorno la fine delle imprese pubbliche portò ad un incremento della povertà ancora più grande e ad una disoccupazione strutturale intorno al 20%. Un impatto che per essere riassorbito richiese la frantumazione dei diritti sul mercato del lavoro e la proliferazione delle “occasioni di lavoro”. I due fatti giuridici alla base del nuovo livello di incarcerazione si interfacciano con grandi cambiamenti sociali in quegli stessi temi. A loro volta questi esiti hanno iniziato a porre le basi della marginalizzazione di intere aree e della creazione di quel segmento sociale che è oggetto della piena dispiegazione dell’iper-incarcerazione negli anni 2000. Alla fine degli anni ’90 non vi sono enormi cambiamenti nel mondo carcerario, ma si congeda un periodo apertosi con l’approvazione di un rito penale teoricamente più “garantista” in virtù della fine della contestazione aperta allo Stato, e chiusosi con una popolazione carceraria che non tornerà più sotto i 50.000 detenuti. Gli anni ’00 e la sovrapproduzione carceraria strutturale Ai cambiamenti citati nel paragrafo precedente negli anni duemila ne va aggiunto un altro di tipo demografico. I cittadini extra-EU iniziano a fare parte della popolazione italiana come componente strutturale e significativa. Questo avviene solitamente grazie a un ingresso irregolare ed una successiva regolarizzazione, la più ampia delle quali fu gestita dal Governo Berlusconi nel 2002, in corrispondenza con la legge di modifica del Testo unico sull’immigrazione. Non è il caso di soffermarsi sulle varie modalità di integrazione subalterna nell’economia gravemente sfruttata, cui questa disponibilità di forza lavoro diede vita dalla Logistica all’Agricoltura. Ne citeremo solo una attinente al nostro discorso: come ha spiegato Vincenzo Ruggiero anche il mercato della distribuzione degli stupefacenti ha avuto una trasformazione “post-fordista”. La produzione si è negli anni industrializzata, ed è passata nelle mani di grandi organizzazioni che gestiscono la filiera internazionale tramite la divisione del lavoro dei singoli pezzi della catena. Questa trasformazione sta a monte di un significativo aumento del consumo e del policonsumo. In particolare di una sostanza: la cocaina. Nelle indagini epidemiologiche Espad, che in Italia fanno da riferimento per la misurazione della diffusione degli stupefacenti, gli studenti con esperienza d'uso di cocaina nella vita passarono dal 3,7% al 6,9% tra il 2000 e il 2004. A questo cambiamento sociale in perfetto stile reazionario la Destra berlusconiano rispose con il folle decreto Fini-Giovanardi che abolì la differenza tra droghe leggere e droghe pesanti nelle tabelle ministeriali che stabilivano le dosi giornaliere consentite. Questo portò all’imputazione penale una serie di semplici consumatori. Questa aberrazione però (poi cancellata dall’Alta Corte) non fu la vera architrave del circolo vizioso che generò l’ulteriore moltiplicazione della popolazione carceraria (che passa dal 2003 al 2009 da circa 54000 a circa 64000 detenuti sfondando la soglia dei 60000 reclusi che diventa la nuova normalità). La condizione necessaria di questo processo fu l’inserimento della forza lavoro straniera dentro i circuiti più bassi e più rischiosi della distribuzione degli stupefacenti al dettaglio: quella dello spaccio stradale. Per quanto rischiosa l’alternativa per questo pezzo di classe era sperimentare dei differenziali di condizione salariale e lavorativa rispetto ai lavoratori autoctoni, che rendevano (e rendono) la loro esperienza migratoria quasi inutile in quanto ad accesso al tipo di vita sperato. Per dare una idea dell’importanza di questo aspetto i detenuti stranieri che già nel 1991 rappresentavano una percentuale molto superiore (17%) alla incidenza dei non cittadini italiani sui residenti, ma nel 2001 questa differenza diventa abissale arrivando a rappresentare il 35% degli ingressi dei detenuti contro una percentuale di presenti sul territorio che anche a voler includere le persone senza permesso di soggiorno raggiungeva probabilmente una incidenza intorno al 5%. Ciò che è più significativo è che nello stesso anno le persone di cittadinanza non italiana rappresentavano tra i condannati il 26%, e tra i denunciati solo il 17%. Mano a mano cioè che il percorso di repressione avanza nel suo stadio le esigenze cautelari sono riservate solo ad alcune tipologie, tra cui evidentemente gli stranieri sono il soggetto predestinato. Il motore vero e proprio di questo processo però fu però la combinazione di questa situazione sociale con Ia riforma dell’articolo 99 del codice penale fissata dalla l. 251/2005, che prevedeva dei meccanismi automatici di pesante aggravio della pena per i colpevoli di recidiva. In assenza di ogni meccanismo di avviamento al lavoro specialmente per chi aveva iniziato le carriere criminali in attività anche limitatamente offensive, la recidiva è frequentissima, e sebbene non vi siano dati organici e standardizzati coinvolge ad oggi qualcosa tra il 65% ed il 70% dei detenuti. Un meccanismo di questo genere (poi abolito dall’ennesima sentenza dell’Alta corte nel 2015 posteriore alla crisi carceraria conclamata di cui parleremo). Questo ha voluto dire creare un insieme di qualche decina di migliaia di persone che ha iniziato a fare ingressi e reingressi sempre più frequenti nelle carceri per periodi progressivamente più lunghi. La condanna media che nel 2000 nell’ 83% dei casi era pari o inferiore ad un anno, nel 2017 lo era diventata “solo” per il 64% dei casi. A fronte di questa situazione l’idea del centrosinistra di riprovare con i vecchi strumenti del riformismo penale proponendo un indulto nel 2006 si rivelò un’arma spuntata. In soli 2 anni i tassi di carcerazione erano ritornati quelli precedenti, ma con un ritmo di crescita ancora più sostenuto. Contemporaneamente arriva la grande crisi finanziaria, la cui gestione neoliberista provocherà la più feroce perdita di reddito registrata nel secondo dopoguerra. Il tasso di disoccupazione passa dall’8 al 13% nel 2014 con una serie di conseguenze immaginabili in termini di povertà, esclusione delle giovani generazioni etc. La precarietà diventa vera e propria segregazione sociale. Quello che è importante rilevare è che l’espressione politica di questo disagio matura avendo come espressione un partito (il M5S) che rispetto alla gestione della repressione penale tende ad avere coloriture decisamente di continuità rispetto ai decenni passati. Al contempo – e non casualmente- il M5S mostra una certa diffidenza verso i flussi migratori. C’è da dire che la grande crisi vide, quasi inevitabilmente, un innalzamento della criminalità predatoria fatta di furti, borseggi etc, che hanno come vittime principali solitamente altri membri delle classi subalterne, ma questo non basta a comprendere l’invasione definitiva dell’atteggiamento punitivo anche nel campo dell’opposizione più critica. Come abbiamo visto sopra l’iper-incarcerazione opera abbastanza selettivamente su base etnica, e perché essa possa avere una legittimità politica all’interno della classe c’è bisogno di rinforzare la segmentazione già prodotta dal mercato del lavoro, suggerendo che i soggetti da punire, sono doppiamente devianti, dalla legge e da un inevitabile comune destino. Gente “per male” contro il lavoratore “per bene”. Questa situazione che portò ad una situazione carceraria che andava chiaramente incontro ad una insostenibilità sconosciuta al panorama europeo fu trasformata in maniera esogena dalla sentenza sul caso Torreggiani della Corte Europea sui Diritti Umani, che sanzionò l’Italia per trattamento inumano quando si stava per sfiorare la soglia dei 70.000 reclusi (il doppio circa di quanti ne contenevano i penitenziari in anni turbolenti come i 60 e i 70). Conclusioni: il carcere nella società La sentenza Torreggiani fu l’occasione per far partire una ultima e ancora sussistente fase l’invasione dell’esecuzione penale nel cuore stesso del tessuto sociale. I suggerimenti degli organismi europei ai tempi della sentenza CEDU furono di espandere le misure alternative in un gioco immaginato a somma zero, per cui la popolazione reclusa sarebbe scesa perché ricollocata in misure alternative. Ciò che invece è successo, è che alle persone in detenzione, che oggi sono in grandissima maggioranza condannati, mediamente con lunghissimi carichi da scontare (per i motivi spiegati sopra), si sono aggiunte le persone in misura alternativa. Quando esse sono ai domiciliari contribuiscono loro malgrado a portare sorveglianza continua, dovuta ai controlli sul rispetto degli obblighi residenziali, nei quartieri che a seconda degli orientamenti l’opinione pubblica definisce “difficili” o “degradati”. Quando sono in prova ai servizi sociali contribuiscono la carenza di personale in alcuni servizi di base. In ogni caso il punto è che agli oltre 60.000 detenuti si sono aggiunte oltre 90.000 persone sorvegliate, messe alla prova o costrette nei domicili. Questa considerazione sulla necessità di una interpretazione estensiva del termine iper-incarcerazione che lo allarghi al trattamento penale generalizzato non è in contraddizione, ma si accompagna allo schema classico della minor preferibilità. Mentre infatti i salari stagnavano a fronte di una inflazione importata, il Governo Meloni pensava bene di sottrarre circa un terzo dei fondi all’unica misura del welfare italiano contro la povertà, la cui restrizione alle sole persone con minori a carico ha richiesto anche un cambio di nome (da Reddito di cittadinanza a Assegno per l’inclusione) nella speranza che il marketing politico coprisse la persecuzione. Contemporaneamente il Governo Meloni si rivelava il più duro nell’accelerare il peggioramento delle condizioni carcerarie. Esito inevitabile di questo processo è che uno strato di poveri beneficiari è stato coartato alla partecipazione al lavoro, innalzando i posti di lavoro concentrati essenzialmente nella filiera turistica e dell’edilizia, e facendo battere al primo esecutivo della destra post-fascista il record dell’occupabilità se non della vera e propria occupazione. Parte essenziale di questo esito è stato lo spettro simbolico della fama di ciò che è diventato il carcere italiano dopo il 2020. Un luogo separato dalla società e palcoscenico privilegiato di abusi impuniti. La logica concetrazionaria si è affermata come unico mezzo di risoluzione delle contraddizioni sociali, con l’evidentissima quanto insoluta contraddizione che quanto più questa iperfetazione è frutto di meccanismi sociali che dispiegano i loro effetti universalmente, tanto più si rompono i legami di solidarietà con la popolazione segregata. Trovare la maniera di affrontare questa contraddizione, a partire da nuovi strumenti di supporto al reinserimento lavorativo degli ex-detenuti, sarebbe un punto minimo di ricostruzione di alternativa del malandatissimo paese di Beccaria e della Santa Inquisizione. Note 1 Per quanto sottostimato per una serie di questioni metodologiche (ad esempio non vengono conteggiati come suicidi le morti in ospedale in conseguenza di tentato suicidio) diamo il dato ufficiale. 2 Si legga Wacquant L. , Prison of Poverty, Univeristy of Minnesota Press 1999 3 Principio per altro precapitalista. 4 Si legga E. Fassone, Storia della pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Il Mulino. È significativo che critiche della stessa natura possano essere ravvisate in autori dello stesso orientamento negli Stati Uniti, sostituendo semplicemente nel ragionamento la detenzione politica con quella Afroamericana cfr. A. White The concept of “Less Eligibility and the social function of prison violence in a class society in Buffalo Law Review 56, 737 (2008) 5 Vere e proprie sezioni separate le une dalle altre dove si differenzia il trattamento carcerario (e quindi il grado di applicazione dei diritti del detenuto) sulla base di provvedimenti amministrativi dell’amministrazione penitenziaria. 6 Nel diritto penale sono la fattispecie meno grave di reato rispetto ai delitti 7 In realtà nella legge originaria era previsto il carcere anche per il consumo dopo la recidiva. Questa parte della legge fu cassata da un Referendum popolare. 8 Sono indici che calcolano l’aumento rispettivamente dell’azione penale dei Tribunali, e delle attività di Polizia Giudiziaria. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

  • scienza e politica

    dossier italia Introduzione al dossier Italia Maurizio Cannavacciuolo, Italia che si scioglie su vortici spigolosi, 2011, olio su tela, 83 x 50 cm Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne. Con il governo Meloni si sta accelerando una svolta autoritaria che ha radici lontane: dalla chiusura securitaria del sistema politico alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, passando per il lungo periodo dei governi Berlusconi e per i successivi, compresi quelli di «sinistra», Letta, Renzi, Gentiloni, fino all’attuale. Quest’ultimo, introducendo dapprima misure coercitive apparentemente marginali, come il decreto anti rave-party, ha fatto poi un’impennata verso un regime autoritario con le campagne incessanti e le leggi, sempre più restrittive e violente, contro i migranti e con il recente Decreto legge sicurezza. Regime autoritario che il governo vorrebbe consolidare con modifiche costituzionali, la prima delle quali è stata decisamente respinta dagli italiani con il referendum sulla giustizia. Questa involuzione illiberale avviene in un’epoca in cui si sta attuando una svolta maggiore dei sistemi economici e politici mondiali. Nei paesi cosiddetti «occidentali» la svolta segue alla trasformazione, legata all’economia digitale, della produzione e del sistema di estrazione di plusvalore, che investe tutti gli aspetti della società, e alla concentrazione del comando nelle mani del capitale finanziario e della Big Tech. Il capitale non si serve più della politica per mediare il dominio di classe, ma assume il comando diretto sulla società civile. Lo fa privatizzando l’intera produzione, inclusi i beni comuni, come la salute, l’acqua e il suolo e promuovendo uno stato d’instabilità e di guerra permanente che gli assicura libertà illimitata d’azione e estrazione di profitto. In questa perdita di equilibri nasce il fenomeno Trump e si espandono le forze dell’estrema destra in tutta Europa, spinte dal disgregarsi delle vecchie classi sociali, dalla classe operaia al ceto medio, e dall’aumento della povertà e dell’insicurezza. La svolta autoritaria in atto in Italia è stata definita con termini come «fascistizzazione» o «democratura» (contrazione di democrazia e dittatura). Benché la situazione attuale presenti molte differenze dal fascismo storico, a cominciare dall’assenza del corporativismo e della retorica imperialista, e la violenza squadrista non sia così dispiegata e assunta (almento per ora), ne manifesta anche molte somiglianze, prima di tutte il razzismo e l’uso delle minoranze come capro espiatorio. Ieri erano gli ebrei, gli zingari e i comunisti, oggi sono i migranti. Sarebbe più appropriato parlare di «nuovo fascismo». Il termine democratura, ossia un regime dispotico che mantiene la forma delle regole della democrazia liberale, descrive assai bene la fase attuale della politica italiana. Tuttavia non scordiamoci che, giunto al potere, Mussolini non tardò a esautorare il parlamento e a assumere i pieni poteri, trasformando il regime fascista in dittatura totalitaria. Fortunatamente sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne. Negli articoli del dossier sono affrontati, fra altri, i temi seguenti: il pericolo che incombe sulle democrazie occidentali di sprofondare nella spirale della guerra globale e di vedere l’insorgenza di nuovi fascismi (Alberto Burgio); le derive repressive delle politiche del governo e del diritto penale (Luigi Ferrajoli, Lavinia Marchetti e Gianni Giovannelli); le condizioni insopportabili dei carcerati e il progetto di rafforzare il controllo nelle carceri (Luigi Romano e Alberto Violante); l’inerzia e la complicità dello Stato verso le violenze sessuali contro le donne e le discriminazioni sessiste (Arianna Pasquini); La repressione poliziesca e giudiziaria delle lotte dei movimenti antagonisti (Giuseppe Zambon e Paolo De Marchi); le trasformazioni del rapporto capitale/lavoro e della composizione di classe (Filippo Greggi); la transizione energetica al tempo delle guerre per il petrolio e l’illusione nucleare (Giuseppe Onufrio); la crisi del sistema sanitario pubblico e la privatizzazione della salute (Rita Maffei); la trasformazione dell’università in struttura aziendale (Massimo La Torre); la transizione digitale nella scuola e l’aumento del controllo e l’esclusione decisionale degli insegnanti (Ferdinando Alliata); il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel controllo sociale e nell’aumento dello sfruttamento del lavoro (Collettivo N.I.N.A); l’attacco alla cultura in tutte le sue espressioni, dal cinema a ogni forma dell’arte (Manuela Gandini, Sergio Racanati); la crisi della letteratura e l’assoggettamento dell’editoria alla logica del mercato (Marco Giovenale. Massimiliano Manganelli). Incominciamo simbolicamente la pubblicazione del dossier il 7 aprile, data anniversario della retata del giudice Calogero che portò in prigione molti militanti e intellettuali dell’Autonomia operaia su false accuse. Quella di Calogero fu un’operazione politica funzionale alla chiusura del «sistema dei partiti» a ogni contestazione sociale. Chiusura favorita dalla strategia del compromesso storico elaborata dal Partito comunista italiano. Fu l’inizio della stagione degli arresti di massa e fu forse l’origine del lungo percorso che ha disegnato le graduali retrocessioni dei diritti dei cittadini per arrivare alla svolta autoritaria in atto.

  • clan milieu

    dossier italia Quattro forme di crudeltà nel diritto L’ostentazione della disumanità al vertice delle istituzioni e il crollo del senso morale a livello di massa Cinzia Farina L’ostentazione della disumanità si traduce, in Italia, in persecuzione politica e legislativa dei migranti, attacco alla povertà e alla vulnerabilità, inasprimento delle pene detentive, sviluppo ipertrofico delle misure di prevenzione personale. In questo testo Luigi Ferrajoli mostra l’esito coerente di una regressione culturale e istituzionale globale, a cui corrisponde «il crollo del senso morale a livello di massa» e una mutazione profonda del paradigma giuridico stesso, che coincide con il venir meno di quell’universo di garanzie e di limiti che aveva definito, almeno idealmente, il progetto costituzionale del secondo Novecento. Siamo ben oltre la denuncia di un uso espansivo e regressivo del diritto penale e la segnalazione di un lessico istituzionale impregnato di pulsioni punitive e disprezzo per la vulnerabilità sociale. La criminalizzazione della povertà, il discredito del welfare e l’ossessione per la sicurezza si presentano come effetti convergenti della razionalità neoliberale e del moralismo neoconservatore che tende a costituire l’«immeritevole» come soggetto simbolicamente pericoloso e ne prescrive la punizione, l’isolamento o l’espulsione dalla sfera del visibile. La vittima – costruita culturalmente, codificata moralmente e selezionata giuridicamente – diventa leva operativa di una giustizia selettiva, in cui la vulnerabilità si trasforma in criterio di differenziazione procedurale, e il riconoscimento viene concesso solo a chi aderisce agli stereotipi imposti dai linguaggi penali, mediatici e securitari. Lo statuto di vittima si impone come principale registro di legittimazione e riconoscimento, surrogando il lessico dell’oppressione e producendo un piano orizzontale di rivendicazione identitaria che elude la questione del potere e della disuguaglianza. Il diritto penale assume la funzione di strumento di legittimazione politica e amministrazione selettiva delle differenze, in cui si intrecciano l’ossessione per l’ordine e la deriva moralizzatrice del discorso pubblico. Attilio Alessandro Novellino Il populismo penale contro i migranti Il terreno privilegiato di queste politiche è quello della legislazione e delle pratiche contro i migranti, i quali impersonano i soggetti più deboli e i nemici ideali, che la demagogia populista e razzista induce a percepire come persone inferiori e a renderne accettabile qualunque disgrazia, inclusa la morte. Giacché il razzismo è la «condizione», scrisse lucidamente Michel Foucault, cherende accettabile «la messa a morte» di una parte dell’umanità1. Solo la svalutazione razzista della loro diversità rende infatti tollerabile che migliaia di persone affoghino ogni anno nel Mediterraneo – circa 30.000 nell’ultimo decennio – e che milioni di persone muoiano nei paesi poveri per mancanza dell’acqua potabile, del cibo e dei farmaci salvavita. Questa aggressione ai migranti si è sviluppata, in Italia, con un nuovo metodo legislativo: lo sviluppo, a partire da una prima legge base, di una serie ininterrotta di leggi – di solito decreti legge – che hanno volta a volta aggravato e reso più disumane le restrizioni dei diritti dei migranti, additati come probabili delinquenti, respinti alle frontiere, privati della dignità, costretti alla clandestinità, ridotti a non-persone. La legge base è stata la legge Turco-Napolitano n. 40 del 6.3.1998, che ha introdotto la detenzione amministrativa dei migranti, per 30 giorni e limitatamente ai casi di volontaria inottemperanza dei provvedimenti di espulsione. A partire da questa prima violazione dell’art. 13 della Costituzione, si è sviluppato un lungo elenco di leggi contro i migranti: la legge Bossi-Fini n. 189 del 30.7.2002, che ha trasformato in regola l’eccezione del trattenimento coattivo; il decreto legge n. 241 del 2004, che ha affidato il giudizio di convalida della detenzione e dell’espulsione ai giudici di pace nell’evidente presupposto che la libertà e la dignità degli immigrati non meritano di scomodare la magistratura ordinaria; il decreto legge n. 92 del 2008, che per tutti i reati ha introdotto l’aggravante della condizione di stranieri irregolari dei loro autori, dichiarata incostituzionale dalla sentenza della Corte n. 249 del 2010; la legge n. 94 del 2009, forse la più turpe della storia della Repubblica, che oltre a triplicare la durata massima del trattenimento ha introdotto, con l’art. 10-bis, il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, così criminalizzando la condizione di immigrato clandestino. Ha fatto in questo modo la sua ricomparsa in Italia, dopo le leggi razziste del 1938, la figura della persona illegale, in contrasto non solo con il valore della dignità delle persone, ma anche con i principi di offensività e colpevolezza. L’aggressione compulsiva ai migranti continua con la legge n. 129 del 2011, che ha esteso i presupposti della detenzione amministrativa portandone la durata, in taluni casi, a 18 mesi. Dopo una breve inversione di tendenza – l’estensione ai centri di detenzione dei migranti della competenza del Garante nazionale dei detenuti e l’abbattimento da 18 a 3 mesi del trattenimento amministrativo, a opera dalla legge n. 161 del 2014 – la spirale repressiva riprende con il decreto legge Minniti n. 13 del 2017, che ha esteso le ipotesi del trattenimento, ha ridotto le garanzie processuali in tema di riconoscimento dello status di rifugiato e ha abolito la possibilità di impugnare i provvedimenti di diniego dell’asilo; i due decreti legge Salvini: il n. 113 del 2018, che ha riportato a 18 mesi la durata della detenzione amministrativa e ha sostanzialmente abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari, così gettando nella clandestinità decine di migliaia di migranti totalmente integrati nella nostra società, e il decreto legge n. 53 del 2019, che ha conferi- to al governo il potere di vietare l’ingresso e il transito di navi nelle acque territoriali e di chiudere i porti, in contrasto con le convenzioni internazionali; infine il cosiddetto «decreto Ong» del 2023 dell’attuale governo che condiziona la possibilità delle navi di salvare le persone in mare a insensati requisiti burocratici, introduce ostacoli ai salvataggi, come il divieto dei salvataggi multipli e prevede, per quanti violano queste assurde prescrizioni, sanzioni da 10 a 50.000 euro, il fermo per due mesi e, nei casi di reiterazione delle violazioni, la confisca della nave utilizzata per i salvataggi. Tre ordini di misure razziste, dunque, con cui viene ostentata la disumanità delle istituzioni. La prima è la detenzione amministrativa, vera contraddizione in termini che ne segnala il tratto razzista e intrinsecamente incostituzionale dato che in base a essa la libertà dei migranti è altra cosa dalla libertà dei cittadini. Ogni possibile abuso o vessazione che in questi luoghi si verifichi resta di fatto fuori dalla visibilità e dal controllo giurisdizionale. Sembra che non valga per i migranti la sentenza della Corte costituzionale n. 238 del 1996, secondo cui la libertà personale è un «diritto inviolabile, rientrante tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell’individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita e all’integrità fisica, con il quale concorre a costruire la matrice prima di ogni diritto costituzionalmente protetto della persona». La seconda misura è stata l’abolizione della cosiddetta protezione speciale, che aveva consentito l’accoglienza, l’integrazione e in molti casi l’occupazione a migliaia di immigrati privi dell’asilo politico e tuttavia in condizioni di grave disagio e vulnerabilità. Privare queste persone di questo tipo di protezione equivale a renderli irregolari e clandestini, e quindi a spingerli nell’illegalità, consegnandoli al controllo delle mafie, allo sfruttamento selvaggio del loro lavoro, all’odio e all’emarginazione sociale. A queste misure l’attuale governo ha aggiunto un atto di pura demagogia, diretto solo a esibire la sua ferocia onde soddisfare e alimentare la xenofobia del suo elettorato: la dichiarazione, l’11 aprile 2023, dello stato d’emergenza in materia di immigrazione che consentirà alla presidente del consiglio di emanare ordinanze contro i migranti senza discuterle in Parlamento. Il terzo ordine di misure contro i migranti, certamente il più immorale, è consistito in una mutazione dello stesso populismo punitivo. Il vecchio populismo penale enfatizzava la gravità di fenomeni pur sempre illegali come la criminalità di strada, onde ottenere consenso a inasprimenti di pene, inutili ma pur sempre legittimi. Il nuovo populismo xenofobo, al contrario, criminalizza condotte non solo lecite ma moralmente virtuose, come il salvataggio di vite umane in mare o le forme spontanee dell’accoglienza da parte dei comuni cittadini, al fine di alimentare paure e razzismi e ottenere consenso a misure esse stesse illegali, come la chiusura dei porti più vicini, le preordinate omissioni di soccorso, i sequestri delle persone salvate e le lesioni dei diritti umani dei migranti. È stata così creata l’incredibile classe dei «reati di solidarietà», come le varie figure di favoreggiamento umanitario, e non a fini di lucro, dell’ingresso o della permanenza irregolare in Italia, o l’offerta di lavoro a un extracomunitario irregolare, o l’alloggio dato a uno straniero privo di titolo di soggiorno. Il caso limite è stato la condanna in primo grado a 13 anni di reclusione di Mimmo Lucano, giudicato colpevole di associazione a delinquere, truffa, peculato e abuso d’ufficio per aver promosso quale sindaco di Riace – senza alcun profitto personale e comunque senza dolo – sistemi di accoglienza e di integrazione dei migranti. È una sentenza che – non diversamente dalle indagini a vuoto promosse dalla Procura di Catania contro chi salva vite umane in mare – si spiega solo con l’idea che non è credibile la virtù civile dell’umana solidarietà dettata, senza alcun tornaconto personale, dalla sola finalità di salvare persone sconosciute in mare. Diritto penale disuguale, garantismo del privilegio e carcere disumano Il secondo terreno sul quale si è manifestato il sadismo legislativo è quello del diritto penale, in particolare con l’accentuazione della durezza delle pene detentive e delle misure personali della prevenzione. Queste manifestazioni di disumanità punitiva sono accomunate da due elementi: lo sviluppo di un diritto penale dell’autore, anziché del fatto, in forza del quale si è puniti non già per quel che si è fatto, ma per quel che si è, e la crescita di un diritto penale della disuguaglianza: massimo e inflessibile per i deboli, minimo e garantista, fino alla pretesa dell’impunità, per i potenti. Entrambe, inoltre, sono progressivamente cresciute grazie al nuovo metodo legislativo già segnalato in tema di immigrazione: la legislazione ad aggravamenti crescenti, quanto ai presupposti e all’afflittività, diretta a soddisfare il punitivismo compulsivo indotto dal populismo penale. Il carcere è il luogo contro cui si è maggiormente esercitata la crudeltà istituzionale. Benché la criminalità in Italia sia crollata – meno di 300 l’anno gli omicidi, metà dei quali femminicidi, contro i 1938 del 1991 – la popolazione carceraria è quasi raddoppiata. I detenuti, che erano 31.053 il 30 giugno 1991, alla data del 31 maggio 2024 erano 61.547 (ben oltre il numero dei posti, che è di 51.178). Di essi, alla data del 22 agosto 2023, ben 1867 erano ergastolani, quasi cinque volte più degli ergastolani nel 1992 che erano solo 408. Come mostra l’aumento enorme dei suicidi in carcere (11,4 persone ogni 10.000 detenuti, esattamente il doppio della media europea che è di 5,7 e 5 volte di più della media dei suicidi negli anni Sessanta), si sono inoltre aggravate le condizioni di vita in carcere, sia rispetto al passato che rispetto agli altri paesi europei. Soprattutto, hanno fatto la loro comparsa, in Italia, ben due regimi carcerari speciali, di cui l’uno è di solito il presupposto dell’altro. Il primo è il carcere duro, detto «ostativo» perché ostacola la concessione ai detenuti dei permessi e delle misure alternative al carcere: introdotto dal decreto legge n. 152 del 1991 con l’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario che condizionava tale concessione, per i delitti di mafia, all’inesistenza di collegamenti con la criminalità organizzata; aggravato all’indomani della strage di Capaci dal decreto-legge n. 306 del 1992, che trasformava la condizione negativa dell’assenza di collegamenti esterni al carcere con quella positiva della «collaborazione con la giustizia»; allargato infine, dalle leggi n. 92 del 2001, n. 279 del 2002, n. 11 del 2012, n. 19 e n. 43 del 2015 ad altri svariati reati, dalle associazioni terroristiche all’associazione finalizzata al contrabbando di tabacchi e al favoreggiamento di ingressi illegali di stranieri. Il secondo regime carcerario speciale è quello ancora più duro previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento carcerario. Introdotto dalla legge Gozzini n. 663 del 1986, originariamente si limitava, «in casi eccezionali di rivolte o di altre gravi situazioni di emergenza», ad affidare al ministro della Giustizia, cui spetta la gestione delle carceri, il potere di «sospendere, nell’istituto interessato o in parte di esso, l’applicazione delle normali regole di trattamento». Con il decreto n. 306 del 1992, questo potere è stato trasformato nell’incredibile «facoltà» del ministro di «sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al primo periodo del comma 1 dell’art. 4-bis», o comunque per delitti di favoreggiamento della mafia, «l’applicazione delle regole di trattamento» ordinarie. Prorogato più volte, questo regime speciale è stato reso permanente dalla legge n. 279 del 2002; è stato inasprito da una legge n. 94 del 2009, che in deroga ai principi costituzionali del giudice naturale e del divieto di giurisdizioni speciali ha affidato al Tribunale di sorveglianza di Roma la competenza a decidere su tutti i reclami contro la sua applicazione e ha inoltre aggiunto una lunga serie di inutili vessazioni che nulla hanno a che fare con le esigenze della sicurezza. Dunque questo art. 41-bis fa dipendere la maggiore afflittività della pena per determinati delitti da un provvedimento del Ministro della giustizia; non quindi da una legge o da una pronuncia giudiziaria, ma da un atto amministrativo che così interferisce nell’esecuzione penale. Si tratta di un’incredibile violazione della separazione dei poteri e, inoltre, dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, secondo cui «non è ammessa forma alcuna di detenzione... né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Entrambi questi regimi carcerari aggravati sono inoltre in contrasto con la Costituzione sotto due profili. Sono incostituzionali perché consistono, anche a causa della lunga durata e delle possibili proroghe, in «trattamenti contrari al senso di umanità» vietati dal terzo comma dell’art. 27 Cost. Ma lo sono anche perché, in contrasto con il principio di legalità penale previsto dal secondo comma dell’art. 25 Cost., non ricorre quale loro presupposto nessun «fatto commesso» ma solo la valutazione della pericolosità del detenuto. D’altro canto, il numero sempre più alto dei detenuti sottoposti a questi regimi – 9369 persone sottoposte al regime ostativo previsto dall’art. 4-bis, tra i quali 1267 dei 1867 ergastoli, solo perché colpevoli, pur dopo la condanna, di mancata collaborazione con la giustizia, e 728 persone sottoposte al regime previsto dall’art. 41-bis, cioè a una «pena nella pena» stabilita dal ministro della Giustizia – non si spiega se non con il carattere burocratico, arbitrario e vessatorio dell’applicazione delle norme che lo prevedono. Peraltro il garantismo della disuguaglianza della destra attualmente al governo si è manifestato platealmente nella legge di conversione n. 199 del 30.12.2022: da un lato in norme come l’aumento da 26 a 30 anni della pena espiata dagli ergastolani prima che si possa loro concedere la liberazione condizionale e come la pena da 3 a 6 anni per le occupazioni «di terreni o edifici altrui al fine di realizzare un raduno musicale»; dall’altro in un regalo ai soli condannati per peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione, consistente nella soppressione, per tutti costoro, del regime del carcere ostativo previsto dall’art. 4-bis che a essi era stato esteso dalla legge n. 3 del 9.1.2019. Se è vero che la civiltà di un paese, come scrisse Montesquieu2, si misura dalla mitezza delle sue pene, questi crudeli inasprimenti punitivi segnalano una pesante regressione civile del nostro paese e un abbassamento della cultura garantista e del senso di umanità dei nostri magistrati. Ricorderò solo un fatto che attesta la misura di questa regressione. Ancora negli anni Novanta la grande maggioranza dei parlamentari italiani era favorevole all’abolizione dell’ergastolo, che infatti fu approvata il 30 aprile 1998 dal nostro Senato con 107 voti favorevoli, 51 contrari e 8 astenuti. Oggi quasi tutte le forze presenti in Parlamento respingono con fermezza – come è avvenuto a seguito dell’aggressione del coordinatore del principale partito di governo a taluni deputati dell’opposizione, insultati come possibili conniventi con il terrorismo per aver fatto visita al detenuto Alfredo Cospito, in fin di vita dopo 100 giorni di sciopero della fame per protesta contro il regime previsto dall’art. 41-bis – l’accusa di essere a favore dell’abolizione non diciamo dell’ergastolo, ma perfino del regime previsto dall’art. 41-bis. Le misure di prevenzione personale Il terzo capitolo dell’odierno diritto disumano è quello espresso dallo sviluppo di un sistema investigativo e punitivo ante o extra delictum: il sotto-sistema delle misure di prevenzione, giustificate non già dalla commissione di un reato bensì dalla supposta pericolosità dei loro destinatari, prevalentemente poveri ed emarginati. Questo diritto penale preventivo, in forza del quale si è puniti non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è, contraddice tutti i principi garantisti del diritto penale. Le misure di prevenzione sono infatti misure ante o praeter delictum, irrogate in assenza di tutte le garanzie che del reato sono gli elementi costitutivi – la materialità dell’azione, l’offensività dell’evento e la colpevolezza dell’autore – grazie alla loro collocazione, quali misure amministrative, in una sorta di limbo. Questa truffa delle parole le ha sostanzialmente sottratte al dibattito giuridico: concepite dagli amministrativisti come misure punitive di competenza dei penalisti e da questi trascurate perché misure formalmente non penali, esse sono ignorate dal dibattito pubblico perché destinate, oltre che a persone sospette di appartenere ad associazioni mafiose o terroristiche, soprattutto a persone colpevoli solo della loro emarginazione: disoccupati, vagabondi, prostitute, immigrati e tossico- dipendenti. L’origine di queste misure è ottocentesca. In Italia compaiono per la prima volta nel capo III del titolo VII del libro II del codice penale sardo del 1839, dedicato agli «oziosi, vagabondi, mendicanti e altre persone sospette». Dopo svariate modifiche – nel 1852, nel 1854 e nel 1859 – vengono riorganizzate nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1889, in occasione della simultanea approvazione, il 30 giugno, del codice penale Zanardelli. Il sistema punitivo viene così diviso in due: le pene e il codice penale per fatti qualificati come reati; le misure di prevenzione dell’ammonizione, della vigilanza speciale e del domicilio coatto, previste invece, per i pericolosi e i sospetti, dal titolo terzo del Testo unico intitolato «Disposizioni relative alle classi pericolose della società». Il regime fascista confermò questa spartizione classista con il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza emanato un anno dopo il codice penale Rocco con il regio decreto n. 773 del 1931. In questo si prevedevano: a) il «ricovero» in istituti di assistenza delle persone inabili al lavoro e prive di mezzi di sussistenza; b) il «rimpatrio con foglio di via obbligatorio» delle non meglio precisate persone «sospette» per la loro «condotta» e delle persone «pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità» inclusi, «se necessario», i non più detenuti dopo l’uscita dal carcere; c) l’«ammonizione» per gli «oziosi», «i vagabondi... sospetti di vivere col ricavato di azioni delittuose» e per «le persone designate dalla pubblica voce come pericolose socialmente o per gli ordinamenti politici dello Stato»; d) il «confino di polizia» da uno a cinque anni «in una colonia o in un comune del regno» dei «pericolosi alla sicurezza pubblica» e di «coloro che svolgono o abbiano manifestato il proposito di svolgere un’attività» contro i poteri dello Stato, in breve degli antifascisti3. Questo edificio poliziesco, che molti – si pensi al confino – associano solo a un lontano passato fascista, ha subìto, nel 1956, un salto di qualità. Fino ad allora la prevenzione ante delictum era solo materia di polizia, essendo la giurisdizione penale competente unicamente alla repressione di reati già commessi in accordo con i principi nulla poena sine crimine e nullum crimen sine lege. Successe invece una singolare vicenda. All’indomani della sentenza n. 2 del 23.6.1956 con cui la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità del rimpatrio con foglio di via obbligatorio per contrasto con gli artt. 13 e 16 della Costituzione, la legge n. 1423 del 27.12.1956 ha affidato al tribunale la competenza a disporre, su proposta dell’autorità di polizia, la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno (art. 3 e 4). Ha invece lasciato in capo al questore la competenza a decidere il foglio di via obbli- gatorio (art. 2), destinato a «gli oziosi e i vagabondi», ai «dediti a traffici illeciti», ai sospetti di sfruttamento della prostituzione e a quanti «svolgono abitualmente altre attività contrarie alla morale pubblica e al buon costume» (art. 1). Questo affidamento al Tribunale della competenza a ordinare le misure di prevenzione personali più importanti fu letto come una garanzia, quella della riserva di giurisdizione imposta dall’art. 13 della Costituzione. In realtà iniziò allora, all’ombra di questa «garanzia», una progressiva espansione, sia di tipo quantitativo che di tipo qualitativo, delle misure di prevenzione personali ante delictum, che hanno finito per imprimere alla giurisdizione penale un’innegabile impronta poliziesca. Questa espansione, secondo il metodo già illustrato dei progressivi ampliamenti e inasprimenti punitivi, inizia con la legge antimafia n. 575 del 31.5.1965, che estese tali misure anche «agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose» e, soprattutto, attribuì al procuratore della Repubblica, oltre che al questore, la facoltà di proporre la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno, cioè il confino. Prosegue, nel corso degli ultimi decenni, con la produzione incessante di leggi di pubblica sicurezza, fino all’ultima sistemazione organica operata con il decreto legislativo n. 159 del 2011, intitolato Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione. Tale codice prevede tre classi di misure di prevenzione: a) le misure di prevenzione personali applicate dal questore (artt. 1-3) e consistenti nel foglio di via obbligatorio con cui i soggetti che si suppone vivano «abitualmente con i proventi di attività delittuose» o siano «dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica», vengono rimandati nei loro luoghi di residenza per un periodo non superiore a tre anni»; b) le misure di prevenzione personali applicate dall’autorità giudiziaria (artt. 4-15), che riguardano, oltre a tutte le persone sopra indicate, gli indiziati di appartenenza ad associazioni mafiose, ma anche di una lunga serie di altri reati, e consistono nella sorveglianza speciale, con o senza divieto di soggiorno in uno o più comuni, oppure nell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza disposti dal Tribunale su proposta del questore o del procuratore della Repubblica; c) le misure di prevenzione patrimoniali, inflitte anch’esse da un tribunale (artt. 16-65) alle persone passibili di misure di prevenzione personali e consistenti nel sequestro o nella confisca di beni su proposta del questore o del procuratore della Repubblica. È chiaro che il giudizio richiesto dall’applicazione di queste misure ante delictum ha una chiara valenza inquisitoria, avendo come oggetto non già un fatto ma la personalità sospetta o pericolosa dei loro destinatari. Inoltre la figura del pubblico ministero ne risulta gravemente deformata. È infatti evidente che la «proposta» di misure di prevenzione non può che essere facoltativa, essendo fondata su incontrollabili motivi di sospetto. Con la conseguenza che con essa si è indebolito il più potente fondamento costituzionale dell’indipendenza del pubblico ministero, che consiste nell’«obbligo di esercitare l’azione penale» stabilito dall’art. 112 della Costituzione a garanzia altresì della sua soggezione alla legge e dell’uguaglianza dei cittadini. La forma giurisdizionale del procedimento di prevenzione, d’altro canto, non ne cambia la sostanza poliziesca, consistente nella penalizzazione di persone pericolose o sospette. Al di là delle etichette – «misure di prevenzione» anziché «pene» – ci troviamo di fronte a limitazioni extra delictum delle libertà fondamentali che contraddicono tutti i principi elementari del modello garantista del diritto penale, primo tra tutti quello di retributività, nulla poena sine crimine, stabilito dall’art. 25, secondo comma della Costituzione. A questo armamentario di misure di prevenzione personali si è poi aggiunto, in questi ultimi anni, un’altra lunga serie di misure cosiddette «atipiche», prodotte tutte dalla solita, compulsiva decretazione d’urgenza: i cosiddetti «daspo». Nato con il cosiddetto «daspo sportivo» introdotto dalle leggi n. 377 del 2001 e n. 210 del 2005 (quale «divieto di accesso alle manifestazioni sportive» dei violenti), questo strumento di controllo sociale ha avuto un’enorme espansione con l’introduzione del cosiddetto «daspo urbano» nel decreto-legge Minniti n. 14 del 20.2.2017, convertito nella legge n. 48 del 18.4.2017, che ha aumentato l’indeterminatezza sia dei suoi presupposti che dei suoi destinatari e dei luoghi tutelati. Creata a tutela della «sicurezza urbana» e del «decoro» della città4, questa nuova figura si articola in una serie di misure di crescente gravità: l’ordine municipale di allontanamento per 48 ore di quanti impediscano o limitino il libero accesso a determinati spazi con parcheggi o commerci abusivi o atti contrari alla pubblica decenza; il divieto di accesso a uno o più d’uno di tali spazi emesso dal Questore, in caso di reiterazione di tali condotte, per una durata non superiore a sei mesi e da sei mesi a due anni ove il malcapitato sia stato condannato negli ultimi cinque anni per reati contro la persona o il patrimonio; il divieto di accedere o di avvicinarsi a locali pubblici da uno a 5 anni, emesso dal Questore contro chi sia stato condannato per vendita di stupefacenti, unitamente talora all’obbligo di presentarsi almeno due volte la settimana presso gli uffici della polizia e al divieto di allontanarsi dal comune di residenza. Ovviamente anche i destinatari di queste misure sono persone emarginate – prostitute, clochard, mendicanti, immigrati, tossicodipendenti – oppure attivisti politici colpevoli di manifestazioni di protesta in tema di ambiente, o in difesa dei diritti dei migranti o del diritto alla casa. A essi il decreto-legge n. 123 del 2023 ha aggiunto i minorenni trovati in possesso di droga, per i quali viene previsto il daspo da un uno a tre anni, oltre all’arresto in flagranza ove siano sorpresi a spacciare stupefacenti anche di lieve entità oppure in caso di violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Ha inoltre previsto, per i genitori che non mandino i figli alla scuola dell’obbligo, la pena fino a due anni di reclusione. L’argomento demagogico a sostegno di tutto questo diritto della crudeltà è la sicurezza, che non vuol più dire, nel lessico populista, sicurezza sociale del lavoro e della sussistenza, né tanto meno sicurezza delle libertà contro gli abusi giudiziari e polizieschi, secondo la nozione di Montesquieu5, ma unicamente sicurezza dalla sola criminalità di strada, e non certo da quella dei potenti. È questo il messaggio classista delle campagne sulla sicurezza, favorite dalla centralità che, come ha ben mostrato Tamar Pitch6, è stata assunta nell’immaginario penalistico dalle vittime, tanto visibili nei reati di strada quanto invisibili nei delitti dei potenti, come le corruzioni, le bancarotte, le evasioni e le frodi fiscali e perfino il crimine organizzato. Con due effetti regressivi: l’identificazione illusoria, nel senso comune, tra sicurezza e diritto penale e la rimozione, dall’orizzonte della politica, delle politiche sociali di inclusione, certamente assai più costose e impegnative ma anche le sole in grado di aggredire e ridurre le cause strutturali della criminalità. Politiche contro i poveri Infine l’ultimo capitolo della crudeltà nel diritto è quello riguardante le politiche disumane contro i poveri. Il governo di estrema destra di Giorgia Meloni ha inaugurato l’attuale legislatura non solo con le leggi dirette a sabotare i salvataggi in mare – con conseguente corresponsabilità morale nelle centinaia di persone affogate – e con l’attacco alla libertà di riunione, ma anche con i condoni e le agevolazioni fiscali a favore dei ricchi e con l’abolizione di quella miserabile misura, il reddito di cittadinanza, che era stata introdotta nella precedente legislazione e aveva levato dalla miseria assoluta circa un milione e 300.000 famiglie; sicché l’Italia – con una povertà che ha raggiunto la cifra enorme di 5.800.000 poveri assoluti – è tornata a essere il solo paese europeo privo di garanzie della sussistenza. Hanno fatto seguito la sostanziale riduzione della spesa sanitaria, l’aumento delle spese militari, la non iscrizione all’anagrafe dei genitori non biologici, la conseguente menomazione dei diritti civili dei bambini nati da coppie omosessuali, la consueta aggressione ai magistrati che indagano su persone dell’area di governo e, infine, l’attacco all’uguaglianza delle persone e all’unità della Repubblica con la legge sull’autonomia regionale differenziata. Si rivela, in queste politiche contro i poveri e a favore dei ricchi, un aspetto ulteriore dell’involuzione del nostro sistema politico realizzatasi in questi ultimi tre decenni e precipitata, con l’attuale governo, in un suo mutamento di paradigma: l’alleanza perversa tra liberismo e populismi di tipo nazionalista e parafascista. Le politiche liberiste, con la loro aggressione alle garanzie dei diritti dei lavoratori e la precarizzazione dei rapporti di lavoro, hanno distrutto il vecchio diritto del lavoro, sopprimendo l’uguaglianza dei lavoratori che è, essenzialmente, un’uguaglianza nei diritti. Hanno disgregato la composizione sociale del mondo del lavoro, ponendo fine all’unità, alla solidarietà e perciò alla soggettività politica del movimento operaio. Hanno così creato le basi sociali dei populismi, che le campagne demagogiche sulla sicurezza e le ideologie nazionaliste, identitarie e razziste hanno riaggregato in chiave identitaria e reazionaria dando vita a nuove soggettività politiche basate sull’ostilità a nemici comuni, sulla comune intolleranza per i differenti e sulla paura e il rancore contro capri espiatori: i migranti e la piccola delinquenza di strada e di sussistenza. Il conflitto sociale ha così cambiato direzione. Non è più la vecchia lotta di classe degli operai contro i padroni, ma la concorrenza al ribasso tra lavoratori precari e la lotta ai comuni nemici, identificati con i soggetti più emarginati della società: non più, in breve, la lotta alle disuguaglianze, ma la lotta alle differenze. A loro volta le destre populiste hanno ricambiato questo contributo al loro successo con tre non meno rilevanti contributi al successo delle politiche liberiste. Il primo contributo è consistito nel farsi strumenti di tali politiche a favore dei ricchi e contro i poveri, riducendo le imposte e con esse le spese sociali, abolendo sussidi e previdenze, tollerando ed anzi favorendo l’evasione fiscale e perfino promuovendo un diritto penale massimo e inflessibile per i deboli e minimo e garantista per i potenti. Il secondo contributo è stato il verboso e demagogico sovranismo, e perciò la tendenziale ostilità, in difesa di un’illusoria e ormai scomparsa sovranità nazionale, alle forme odierne di integrazione sovranazionale, dall’Unione Europea all’Onu, e perciò ai limiti e ai vincoli che da una sfera pubblica sovranazionale potrebbero provenire ai mercati. Il terzo contributo, strumentale rispetto ai primi due e perfettamente congeniale a tutti i populismi, è stata la semplificazione e verticalizzazione dei sistemi politici, fino all’ultimo progetto avanzato dalla destra al governo, quello del premierato elettivo, diretto a ridurre, con la maggioranza assoluta dei seggi concessa alla maggioranza relativa ottenuta nelle elezioni, sia il pluralismo politico, per la neutralizzazione che ne seguirebbe delle opposizioni, che il pluralismo istituzionale, per l’occupazione resa possibile di tutto l’apparato pubblico, incluse le istituzioni di garanzia, da parte delle forze di maggioranza e per esse del loro capo. Sono mutamenti istituzionali suggeriti e pretesi dai mercati. Per poter essere impotente e subalterna ai poteri economici globali, la politica deve essere potente nei confronti della società. Per poter devastare il diritto del lavoro, ridurre le spese sociali, impoverire i poveri e arricchire i ricchi, deve rafforzare la sua capacità di governo e di repressione delle sue vittime. E a tale scopo è assai più funzionale un esecutivo forte, tanto meglio se concentrato in una sola persona, che parlamenti divisi tra troppi gruppi parlamentari, capaci di esprimere incerte e precarie coalizioni di governo, condizionati da partiti presenti nella società, da lotte sociali e da conflitti culturali. È esattamente questa la governabilità, ottenuta rafforzando i governi, esautorando i parlamenti, distruggendo i partiti, in breve verticalizzando e personalizzando i sistemi politici onde renderli funzionali alla loro subordinazione all’economia7. La democrazia entra così in crisi in tutte le sue dimensioni, quella formale o politica della rappresentanza e quella sostanziale o sociale della garanzia dei diritti. Oggi la gerarchia dei poteri si è ribaltata. Al vertice si sono collocati quei nuovi sovrani assoluti che sono i mercati globali, che di fatto condizionano e orientano l’azione di governo, tanto responsabile nei loro confronti quanto irresponsabile nei confronti dei parlamenti e dei cittadini. La comunicazione politica è sempre più solamente dall’alto verso il basso e sempre meno dal basso verso l’alto: non sono i rappresentati che comunicano dal basso istanze e proposte alla sfera pubblica, ma sono al contrario i rappresentanti che comunicano dall’alto la loro agenda politica per il tramite dei media e dei partiti. Le elezioni ormai, grazie alle liste bloccate e ai premi di maggioranza, hanno la sola funzione di offrire al sistema di potere esistente la necessaria legittimazione «democratica». In queste condizioni la politica non può che obbedire ai mercati, dai quali oltre tutto, venuto meno il finanziamento pubblico, essa è finanziata. È la politica praticata dal fascio-liberismo dei Trump, dei Bolsonaro, degli Orbán, dei Milei, delle Meloni e dei Salvini, che aggrediscono diritti sociali e lavoro, abbassano le imposte, tollerano le devastazioni dell’ambiente, reprimono o comunque emarginano il dissenso e danno vita, con le loro disumane politiche contro i migranti, a un esercito di lavoratori clandestini, vulnerabili e senza diritti, vittime dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento illimitato. Per un simile ruolo non servono classi di governo formate da persone di valore e dotate di competenza e di spirito pubblico. Serve esattamente il contrario: una corte di dipendenti, che come avviene in tutte le oligarchie siano cooptati per la loro fedeltà, ben più che per le loro capacità e la loro rappresentatività. L’abbassamento dello spirito pubblico Il risultato di queste pratiche spietate è un generale abbassamento dello spirito pubblico. Il consenso da esse ottenuto, presentato di solito come un loro avallo «democratico», è in realtà il segno di un crollo del senso morale a livello di massa. Quando la disumanità, l’immoralità e l’indifferenza per le sofferenze, per la disperazione e per le morti in mare sono praticate, esibite e ostentate dalle pubbliche istituzioni, esse non solo sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Non capiremmo, altrimenti, il consenso di massa di cui godettero il fascismo e il nazismo. Queste politiche inique, seminando la paura e l’odio per i diversi, svalutando i sentimenti elementari di uguaglianza e solidarietà che formano i presupposti di qualunque democrazia, screditando con la diffamazione la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita, stanno fascistizzando il senso comune, ricostruendo le basi ideologiche del razzismo e deformando l’identità democratica dell’Italia e dell’Europa. Stanno perciò producendo, oltre alle violazioni atroci dei diritti umani, un danno gravissimo alle basi sociali e ideali della nostra democrazia. Come ho detto all’inizio, quando la disumanità, l’immoralità e l’indifferenza per le sofferenze e per le morti in mare sono praticate e ostentate dalle istituzioni, esse diventano contagiose e si normalizzano. Non capiremmo, senza questa corruzione del senso morale operata dall’esibizione dell’immoralità ai vertici dello Stato, il consenso di massa di cui godettero il fascismo e il nazismo e di cui hanno goduto o godono, nei loro paesi, autocrati come Trump e Bolso- naro, Orbán ed Erdogan. Queste politiche crudeli hanno avvelenato e incattivito le nostre società. Hanno seminato la paura e l’odio per i diversi. Hanno screditato la pratica elementare del soccorso di chi è in pericolo di vita e, con essa, i normali senti- menti di umanità che formano il presupposto elementare della democrazia. Va aggiunto che le politiche xenofobe contro i migranti, al di là della propaganda para-fascista utilizzata a loro sostegno dal governo italiano, sono sostanzialmente condivise, in forme e in misure diverse, da tutti i paesi europei, accomunati da una guerra crudele contro i migranti. L’Unione Europea era nata contro i razzismi e i nazionalismi, contro i genocidi e i campi di concentramento, i muri, i fili spinati, le oppressioni e le discriminazioni razziali. Questa identità sta oggi crollando, insieme ai «mai più» alle discriminazioni proclamati 70 anni fa contro gli orrori del passato e oggi contraddetti dalle nostre politiche di esclusione. È una contraddizione che, se non risolta, non consentirà di continuare a proclamare decentemente come «valori dell’Occidente» i diritti fondamentali, i quali sono universali e indivisibili oppure non sono. Lo stesso diritto di emigrare, non dimentichiamo, è un diritto fondamentale vigente, stabilito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 ed anche dall’art. 35 della Costituzione italiana. È anche il più antico dei diritti umani, essendo stato formulato fin dal secolo XVI da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del «nuovo mondo»8, e poi rivendicato da John Locke, che lo pose alla base del diritto alla sopravvivenza garantita a tutti, egli scrisse, dalla possibilità di emigrare «in qualche parte interna e deserta dell’America», giacché «vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio dei suoi abitanti»9. Da allora il diritto di emigrare divenne una norma fondamentale del diritto internazionale consuetudinario a sostegno delle colonizzazioni. Allora erano solo gli europei a poterlo esercitare, per invadere e depredare il resto del pianeta, grazie anche al diritto di muovere guerra contro chiunque si fosse opposto al suo legittimo esercizio: cosa che fu fatta, con la distruzione delle civiltà precolombiane e il massacro di decine di milioni di indigeni. Oggi che l’asimmetria si è capovolta, e non sono più gli europei, ma quanti fuggono dai paesi impoveriti dalle nostre politiche predatorie a esercitare il diritto di emigrare, l’esercizio di quel diritto si è capovolto in delitto, e lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista, di rapina e colonizzazione. Sulla questione migranti si gioca dunque l’identità democratica non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa e di tutti i paesi ricchi dell’Occidente. Giacché queste politiche disumane pongono in questione non solo il diritto alla vita e la dignità dei naufraghi, ma anche la dignità e la credibilità democratica dei nostri paesi. Leggi e pratiche contro i migranti sono infatti responsabili del silenzioso massacro prodotto dai respingimenti alle frontiere e dai divieti di sbarco: sono molte migliaia di vittime, la cui unica colpa è l’esser nati in paesi depredati dapprima dalle nostre colonizzazioni e poi dalla nostra globalizzazione. Le loro morti, le loro discriminazioni, le loro oppressioni sono la negazione di tutti i nostri conclamati valori e devono pesare sulle nostre coscienze onde ad esse si ponga fine come a una vergogna intollerabile. Una politica razionale e antirazzista dovrebbe muovere, realisticamente, dalla consapevolezza che i flussi migratori sono fenomeni strutturali e irreversibili, frutto dell’odierna globalizzazione che né le leggi, né i muri, né le polizie di frontiera potranno fermare, ma solo rendere clandestini e drammatizzare, consegnando i migranti alla repressione, all’emarginazione a allo sfruttamento. Una simile politica dovrebbe addirittura accettare il fenomeno migratorio come un rimedio benefico al declino demografico dei paesi ricchi, dove i giovani sono sempre di meno e i vecchi sono sempre di più. Dovrebbe perciò fare l’esatto contrario di ciò che fanno oggi, non solo in ItLe dderialia, quasi tutte le forze politiche: anziché cavalcare e alimentare razzismi e paure, far maturare nel senso comune l’idea che il fenomeno migratorio è oggi l’autentico fatto costituente – e il popolo dei migranti l’autentico soggetto costituente – di un futuro ordine mondiale che finalmente riunisca i popoli – oggi divisi dai confini, dalle leggi razziste e dai nazionalismi l’un contro l’altro armati – in un unico popolo della Terra, meticcio e differenziato, ma accomunato dall’effettiva uguaglianza di tutti gli esseri umani, dal rispetto associato a tutte le loro differenze e dalla rimozione o riduzione delle loro disuguaglianze. L’alternativa democratica: il progetto di un costituzionalismo globale La crudeltà del diritto va purtroppo ben al di là degli orrori italiani finora illustrati. È una crudeltà che si manifesta in maniera ancor più disumana a livello mondiale: nella crescita esponenziale della disuguaglianza globale, nelle forme di sfruttamento schiavistico del lavoro e, soprattutto, nelle guerre. Disuguaglianza e sfruttamento sono anche l’effetto di un capovolgimento avvenuto nel rapporto tra politica e diritto. A causa dell’asimmetria, generata dalla globalizzazione, tra il carattere planetario dei poteri economici e finanziari e il carattere ancora prevalentemente statale della politica e del diritto, non è più la politica che governa l’economia garantendo la libera concorrenza tra le imprese, ma sono i grandi poteri economici e finanziari che mettono gli Stati in una concorrenza al ribasso, spostando i loro investimenti nei paesi in cui possono sfruttare il lavoro in forme schiavistiche, devastare impunemente l’ambiente, corrompere i governi e non pagare le imposte. Di qui l’abbassamento delle garanzie del lavoro e delle spese sociali anche nei paesi più avanzati. Dobbiamo allora essere consapevoli del fatto che questa crudeltà del diritto contrasta non solo con i principi costituzionali stabiliti nelle costituzioni democratiche e nelle tante carte inter- nazionali dei diritti umani, ma equivale alla negazione della ragion d’essere del diritto medesimo, consistente nel suo ruolo di legge del più debole contro la legge del più forte che vigerebbe in sua assenza e perciò nei limiti e nei vincoli da esso imposti alla legge selvaggia dei più forti.Di qui la necessità di una lotta per il diritto – secondo il bel titolo di un vecchio libro di Rudolf von Jhering – o meglio di una lotta per i diritti, cioè di una battaglia dalla quale dipende il futuro dell’umanità. Di qui, aggiungo, il ruolo e il fascino nuovo di una cultura giuridica che volesse impegnarsi in questa battaglia per la costruzione del futuro. È una battaglia che consiste nel prendere sul serio i principi di pace e di uguaglianza e i diritti fondamentali stabiliti in tante carte costituzionali e internazionali e nel leggere la loro distanza dalla realtà come un insieme di violazioni giuridiche, per commissione o per omissione, di tali principi. A cosa si devono infatti queste violazioni? Si devono, chiaramente, all’assenza di garanzie, inteso con «garanzie» quei divieti e quegli obblighi correlativi a quelle aspettative negative o positive in cui consistono la pace e tutti i diritti fondamentali. Diversamente dai diritti patrimoniali, infatti, che nascono insieme alle loro garanzie – il credito simultaneamente al debito, il diritto reale di proprietà simultaneamente al divieto di turbarne l’esercizio – la stipulazione della pace e dei diritti fondamentali non comporta la simultanea esistenza delle loro garanzie, le quali invece devono essere introdotte insieme alle relative istituzioni. Non basta infatti enunciare l’imperativo della pace, come fa la carta dell’Onu, perché non si producano le guerre, oppure i diritti alla salute o all’istruzione, come fanno i patti del 1966 sui diritti economici e sociali, perché nascano ospedali e scuole. È necessario che le garanzie della pace e dei diritti vengano introdotte da norme di attuazione, le quali peraltro sono logicamente implicate ed imposte dalle aspettative nelle quali consistono la pace e i diritti. E quali sono le garanzie della pace? Esse consistono, come già scrisse Thomas Hobbes quasi quattro secoli fa10, nel disarmo globale e totale che è la sola garanzia in grado di rendere impossibili le guerre: precisamente nella previsione e nella severa punizione come crimini contro l’umanità della produzione e del commercio non soltanto delle armi nucleari, ma di tutte le armi da fuoco. Solo la severa proibizione di tutte le armi da sparo può rendere impossibili le guerre, disarmare le formazioni terroristiche e le organizzazioni criminali e ridurre i 460.000 omicidi commessi ogni anno nel mondo per la maggior parte con armi da fuoco. Occorre a tal fine far crescere, nel senso comune, il riconoscimento della corresponsabilità morale, in ogni guerra e in ogni assassinio, dei produttori e dei venditori di armi. Giacché è da questi produttori di morte che sono armati eserciti, associazioni criminali, bande terroristiche e assassini. I soli ostacoli a questa unica, effettiva garanzia della pace e della sicurezza sono quelli opposti dai gigante- schi interessi delle industrie e del commercio delle armi e dai miserabili poteri politici ad essi asserviti o che di essi si servono a fini di potenza. Dall’abolizione delle armi seguirebbe il passaggio della società internazionale dallo stato di natura allo stato di diritto, una generale civilizzazione del costume e delle relazioni sociali e la crescita della maturità intellettuale e morale dell’intera umanità. Lo stesso si dica delle altre grandi catastrofi che, in assenza di garanzie, pesano sul nostro futuro. La garanzia più efficace della salvaguardia della natura è l’istituzione di un demanio planetario che sottragga alla privatizzazione e alla dissipazione i beni vitali della natura, come l’acqua potabile, l’aria pulita, le grandi foreste e i grandi ghiacciai. Le garanzie dei diritti alla salute, all’istruzione e alla sussistenza, stabiliti nei Patti del 1966, sono la creazione di istituzioni globali di garanzia primaria che assicurino a tutti le prestazioni sanitarie, quelle scolastiche, l’alimentazione di base, salari minimi stabiliti per legge e redditi di base per tutti gli abitanti del pianeta, nonché il finanziamento di tali istituzioni mediante una fiscalità globale realmente progressiva. Le garanzie delle libertà fondamentali consistono nell’istituzione di Tribunali penali obbligatori e di una Corte costituzionale globale in grado di censurare le loro violazioni come atti illeciti o come atti invalidi. È questo il progetto di una Costituzione della Terra che abbiamo progettato e che, come Costituente Terra, stiamo diffondendo, sollecitando tutti coloro che sono interessati a questa impresa a proporre emendamenti e integrazioni11. Non si tratta di un obiettivo irrealistico. Si tratta della sola risposta razionale e realistica, nell’interesse di tutti, alle terribili sfide globali in grado di assicurare la sopravvivenza del genere umano. Dobbiamo infatti respingere come ideologico il realismo volgare di chi ritiene che non esistano alternative a ciò che di fatto accade, così naturalizzando la realtà sociale – la politica, il diritto, l’economia – e ignorando la realtà naturale delle catastrofi incombenti. Il vero problema è il tempo. I processi costituenti sono più lenti e difficili dei processi distruttivi, purtroppo in gran parte irreversibili. E potremmo non fare in tempo a formulare nuovi «mai più» costituzionali. Note 1 M. Foucault, Bisogna difendere la società, trad. it. di M. Bertani, A. Fontana, Feltrinelli, Milano 1998, p. 221. 2«La severità delle pene si adatta di più al governo dispotico, il quale ha il terrore come principio, che non alla monarchia e alla repubblica [...] Si potrebbe provare facilmente che in tutti o quasi gli Stati europei la diminuzione o l’aumento delle pene ha sempre coinciso con l’avvicinarsi o l’allontanarsi della libertà [...] La mitezza impera nei governi moderati». Ch. Montesquieu, De l’esprit des lois (1748), trad. it., Lo spirito delle leggi, a cura di S. Cotta, Utet, Torino 1965, parte prima, libro VI, capo IX, pp. 168-9. 3 Basile e Zuffada calcolano in circa 13.000 le persone mandate al confino per motivi politici. Ricordano anche che il confino per motivi politici era già stato applicato, in epoca liberale, ad anarchici, a socialisti e perfino ai non interventisti nella guerra 1915-1918, sulla base della legge Crispi n. 316. F. Basile, E. Zuffada, Manuale delle misure di prevenzione. Profili sostanziali, Giappichelli, Torino 2021, p. 12. 4 Ricordo in proposito, contro questo singolare bene giuridico, il libro di T. Pitch, Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza, Laterza, Roma-Bari 2013. 5 «La libertà politica consiste nella sicurezza, o per lo meno nella convinzione che si ha della propria sicurezza. Questa sicurezza non è mai posta in pericolo maggiore che nelle accuse pubbliche e private. È dunque dalla bontà delle leggi penali che dipende principalmente la libertà del cittadino». Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., vol. I, libro XII, cap. II, p. 321. 6 T. Pitch, La società della prevenzione, Carocci, Roma 2006 e, da ultimo, Ead., Il malinteso della vittima. Una lettura femminista della cultura punitiva, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2022. 7 Giova ricordare che l’espressione «governabilità» entrò nel lessico politico soprattutto dopo l’uso fattone nel 1975 da M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale, Franco Angeli, Milano 1977 (la Commissione Trilaterale è un consesso di circa 300 notabili in rappresentanza degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone), nel quale si affermò che i problemi della «governabilità nascono da un eccesso di democrazia» e si lamentò il sovraccarico delle domande di giustizia e di garanzie dei diritti, non sostenibile dai mercati. 8 F. de Vitoria, De indis recenter inventis relectio prior (1539), in E. Nys (a cura di), De indis et de iure belli relectiones. Relectiones theologicae XII, Oceana, New York 1964, pp. 233-44 (sect. II, §§ 1-7). 9 J. Locke, Two Treatises of Government. Second Treatise (1690); trad. it. di L. Pareyson, Due trattati sul governo. Secondo trattato, Utet, Torino 1968, cap. V, § 36, pp. 266-7. 10 Hobbes afferma che se gli uomini vogliono la pace e la sicurezza, «l’unica maniera è quella di conferire tutto il loro potere e la loro forza a un solo uomo o a un’assemblea di uomini [...] Fatto questo, la moltitudine così unita si chiama Stato, in latino civitas [...] a cui dobbiamo la nostra pace e la nostra difesa». T. Hobbes, Leviathan, or The Matter, Forme and Power of a Common-wealth Ecclesiasticall and Civill (1651); trad. it. a cura di R. Santi, Leviatano, ossia la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile, Bompiani, Milano 2001, cap. XVII, § 13, pp. 281-3. 11 Ho sostenuto più volte la necessità di un costituzionalismo globale. Tra gli scritti più recenti richiamo: L. Ferrajoli, Costituzionalismo oltre lo Stato, Mucchi, Modena 2017; Id., La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale, Laterza, Roma-Bari 2021, cap. IV, pp. 176-224 e cap. VIII, pp. 394-450; Id., Perché una Costituzione della Terra, Giappichelli, Torino 2021; Id., Per una Costituzione della Terra. L’umanità a un bivio, Feltrinelli, Milano 2022 (che reca in appendice un progetto in 100 articoli di una Costituzione della Terra). Luigi Ferrajoli (Firenze, 1940) è un noto giurista, filosofo del diritto e accademico italiano, professore emerito all’Università Roma Tre. Esponente di spicco di Magistratura Democratica negli anni '70, è il principale teorico del garantismo penale, sostenendo la subordinazione del potere giudiziario ai diritti fondamentali. Testo tratto da: (a cura di) Massimo La Torre, Charlie Barnao, Attilio Alessandro Novellino, Il ritorno della crudeltà. Il diritto come tormento, Milieu, Milano 2025.

  • scienza e politica

    dossier italia Crisi strutturale del Servizio Sanitario Nazionale e nuove sperimentazioni dal basso Sergio Bianchi In uno scenario segnato da una precisa scelta politica di indebolimento della sanità pubblica, emergono esperienze di risposta dal basso: gli ambulatori popolari, presenti ormai in numerose aree del paese e sempre più in condivisione e rete tra di loro. Ogni ambulatorio porta con sé le caratteristiche del contesto in cui è radicato, ma tutti condividono un’ossatura comune: garantire l’accesso alle cure a chi ne è escluso, offrire servizi gratuiti, prestare attenzione prioritaria alle fasce più fragili, praticare un approccio intersettoriale che riconosce la natura multidimensionale della salute. Negli ultimi decenni, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), istituito nel 1978 sui principi fondamentali di universalità, equità e gratuità, ha subìto trasformazioni profonde che ne hanno modificato sia l’assetto organizzativo sia la natura sostanziale. L’ultima legge di bilancio approvata dal governo Meloni si inserisce in continuità con le riforme degli ultimi vent’anni, accomunate da un sistematico ridimensionamento della spesa sanitaria pubblica. La quota destinata alla sanità in rapporto al Pil è prevista in costante diminuzione nel triennio 2026-2028, passando dal 6,1% al 5,9%, collocandosi stabilmente al di sotto della media europea. Parallelamente, sono cresciuti gli investimenti destinati alle strutture convenzionate e al welfare aziendale, segnalando un progressivo spostamento del baricentro dal pubblico al privato. Non si tratta di assenza di programmazione, né di mancanza di visione politica. Il progressivo smantellamento del SSN è l’esito coerente di una scelta deliberata, condivisa – con gradi e accenti diversi – dal governo Meloni e dalle amministrazioni che lo hanno preceduto: aziendalizzare il sistema sanitario, ridurne il finanziamento pubblico e restringerne nel tempo la portata universale. Dietro i tagli un preciso progetto di ridefinizione del ruolo dello Stato nella tutela della salute, in favore di un modello in cui il mercato occupa spazi sempre più ampi. A questo disegno si aggiunge ora una pressione esterna destinata ad aggravarne gli effetti: le scelte di riarmo che percorrono l'Europa, in risposta al clima di guerra che si è consolidato negli ultimi anni, sottrarranno nei prossimi anni risorse ingenti ai bilanci pubblici. La sanità – già strutturalmente indebolita – figura tra i settori più esposti a pagarne le conseguenze, in un contesto in cui la competizione tra spesa sociale e spesa militare si annuncia sempre più squilibrata. Le radici di questa crisi affondano negli anni Novanta, quando una serie di riforme avviò il processo di aziendalizzazione del sistema sanitario, trasformando le unità sanitarie locali in aziende e affidando la gestione della salute pubblica a logiche manageriali. L’obiettivo dichiarato era migliorare l’efficienza e contenere i costi ma nella pratica, il diritto alla salute ha ceduto il passo alle esigenze di sostenibilità finanziaria. L’adozione dei DRG – i Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi – ha orientato l’erogazione delle prestazioni verso quelle economicamente più remunerative, penalizzando la centralità del paziente. I risultati di questo processo sono ormai sotto gli occhi di tutti: carenza strutturale di personale socio-sanitario, riduzione progressiva dei servizi e un allungamento cronico delle liste di attesa. Per molte prestazioni diagnostiche e visite specialistiche, i tempi possono toccare mesi, quando non anni. Di fronte a tempistiche incompatibili con i bisogni reali di salute, i cittadini sono sempre più spinti a ricorrere al settore privato, sostenendo costi spesso insostenibili. A ben vedere il ricorso al privato è diventato strutturale. Accanto al SSN si è sviluppato un sistema parallelo di cliniche private, assicurazioni sanitarie e prestazioni a pagamento. Questo processo di progressiva privatizzazione erode alla radice il principio di universalità: nel 2024 le famiglie italiane hanno speso di tasca propria 41,3 miliardi di euro per la salute, mentre le assicurazioni sanitarie private hanno raggiunto i 6,4 miliardi. Sempre nel 2024, quasi una persona su dieci – il 9,9% della popolazione – ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici: il 6,8% a causa delle lunghe liste di attesa, il 5,3% per difficoltà economiche. A pagare il prezzo più alto sono le fasce più fragili. Chi non ha risorse economiche è costretto a rinunciare alle cure non solo per i costi dei ticket, ma anche per quelli indiretti: trasporti, assenze dal lavoro, tempi di attesa incompatibili con la vita quotidiana. Questo meccanismo alimenta disuguaglianze di salute sempre più marcate nel senso che chi ha risorse accede rapidamente alle cure, chi non può permettersele rimane invece in logoranti liste d’attesa. La difficoltà o l’impossibilità di accedere alle cure non costituisce un fenomeno isolato, ma si inscrive in un quadro più ampio di svantaggio multidimensionale. Tra i circa due milioni di famiglie in povertà assoluta – la cui concentrazione è maggiore nel Mezzogiorno – la rinuncia alle cure si associa sistematicamente ad altri indicatori di esclusione sociale: bassa scolarizzazione, disoccupazione, precarietà abitativa. Questi fattori interagiscono in modo sinergico, producendo condizioni di vulnerabilità che si riflettono in modo diretto sugli esiti di salute e sull’aspettativa di vita. In questo scenario, segnato da una precisa scelta politica di indebolimento della sanità pubblica, emergono tuttavia esperienze di risposta dal basso: gli ambulatori popolari, presenti ormai in numerose aree del paese e sempre più in condivisione e rete tra di loro. Ogni ambulatorio porta con sé le caratteristiche del contesto in cui è radicato, ma tutti condividono un’ossatura comune: garantire l’accesso alle cure a chi ne è escluso, offrire servizi gratuiti, prestare attenzione prioritaria alle fasce più fragili, praticare un approccio intersettoriale che riconosce la natura multidimensionale della salute. La prevenzione occupa un posto centrale, pensata non in astratto ma in relazione al territorio, all’ambiente, alle condizioni materiali di vita delle persone. In questo senso, gli ambulatori popolari non sono semplici punti di erogazione di prestazioni sanitarie: sono laboratori vivi di cure primarie, capaci di sperimentare pratiche alternative e di immaginare un diverso modo di stare in relazione con i bisogni di salute della comunità. Gli ambulatori non vanno però visti come un’alternativa al SSN. Non lo sono, né potrebbero esserlo: la loro forza sta precisamente nel non sostituirsi a ciò che dovrebbe esserci, ma nel tenere aperta, con la pratica quotidiana, la domanda su come dovrebbe funzionare un sistema sanitario davvero universale. Queste esperienze sono preziose perché sperimentano modelli che il SSN dovrebbe fare propri; ma non esonerano dalla necessità, politica e sociale, di contrastare la privatizzazione in atto, e di lottare affinché il diritto alla salute sia, nei fatti e non solo sulla carta, uguale per tutti. 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    dossier italia L’università “liquida” Liberalismo autoritario e trasformazione dell’accademia (1/2) Thomas Berra L’università italiana soffre di mali endemici che le sono propri e la caratterizzano da decenni. Si pensi alla sua ancora estrema gerarchizzazione dei ruoli accademici e agli abusi che questa permette, oltre al machiavellismo e clientelismo sempre in agguato. Qui è la natura del “bel paese” come territorio dominato dal “sistema di Don Abbondio” che perennemente si perpetua. È lo “spirito del tempo” neoliberale che rimette in gioco la preminenza della forza sul diritto, il “liberalismo autoritario”, si riflette e si rilegittima in uno spazio privilegiato che decenni addietro, e paradigmaticamente, era stato pensato come possibilmente resistente od opaco alle seduzioni del potere e del profitto. E l’antropologia che tutto ciò sottende e incoraggia sorprende per la sua pochezza e la sua miseria, inclinandoci alla disperazione. Liberalismo autoritario Da qualche anno per spiegare l’evoluzione del regime politico dell’Unione Europea è in voga mettere in gioco la nozione di “liberalismo autoritario” (1). Questa, e la corrispondente locuzione, si devono ad un noto intervento di Hermann Heller in una conferenza tenuta in Germania nel 1932, poi pubblicata nel marzo 19332, allorché invero si era già dato il passaggio, fatale, dal “liberalismo autoritario” del governo di Franz von Papen a quello direttamente autoritario e in prospettiva totalitario di Hitler. Heller era un professore di diritto pubblico impegnato nella SPD, il partito socialdemocratico tedesco, all’interno del quale rappresentava l’ala nazionalista, non internazionalista, e revisionista rispetto al marxismo ortodosso. Come teorico del diritto la sua critica si era indirizzata soprattutto contro Hans Kelsen, al quale rimproverava il formalismo della “dottrina pura”, una concezione tutta normativistica del diritto che rifuggiva alla presa egemonica della politica. Le sue simpatie teoriche andavano piuttosto verso Carl Schmitt, che difendeva un forte decisionismo nell’àmbito del diritto, vale a dire un diritto consegnato alla mera determinazione imperativa del sovrano. Il quale per Schmitt andava identificato nel potere esecutivo. Mentre per Heller – ed è qui la decisiva differenza rispetto a Schmitt – la decisione sovrana era quella del legislatore, del parlamento, dei rappresentanti votati dalla nazione. Per quanto concerne la nozione sostanziale di sovranità Heller andava oltre lo stesso decisionismo di Schmitt, in quanto, mentre questo diceva sovrano colui che può decidere sullo stato di eccezione e sospendere (eccezionalmente) la vigenza della legge ordinaria, Heller più radicalmente definiva la sovranità come il potere di decidere e d’agire comunque contra legem, dunque uno stato d’eccezione permanente. I due giuristi ovviamente stanno e lottano su fronti opposti. Schmitt era il consigliere giuridico dello stato maggiore dell’esercito, della Reichswehr, protesa a rovesciare la costituzione di Weimar in senso autoritario, se non addirittura a restaurare la monarchia. Heller invece si faceva interprete delle esigenze di riforma radicale di un robusto Stato sociale, con disposizioni legislative dirette a ridistribuire la ricchezza e il potere sociale a favore dei meno abbienti e della classe lavoratrice. Heller, che insegna a Berlino, è il consigliere giuridico del governo regionale prussiano, governo di punta del partito socialdemocratico. Ed in questa sua capacità che si scontra faccia a faccia con Schmitt nell’ottobre del 1932 a Lipsia, in un processo dinanzi alla Corte Suprema federale. Ma cos’era successo? Al governo Brüning, governo dell’austerità e della drastica riduzione dei diritti sociali, nel 1932 succedeva come cancelliere Franz Von Papen, un cattolico conservatore, molto vicino agli ambienti industriali ed all’esercito. Si voleva disattivare la costituzione repubblicana accentuando in maniera forte il potere dell’esecutivo, per poi procedere ad un cambio di regime, possibilmente anche ad una restaurazione della monarchia. Ma il partito socialdemocratico, la SPD, rimaneva forte e soprattutto a capo di un Land, una regione, potente come quella della Prussia con capitale Berlino, la capitale anche del Reich, dello Stato federale. Il 20 luglio del 1932 allora il governo propone al Presidente della Repubblica, Hindenburg, di dichiarare lo stato d’eccezione nel Land della Prussia e di destituire il governo socialdemocratico accaparrandosene le funzioni. È il cosiddetto Preussenschlag. I socialdemocratici vengono scacciati dal potere e perdono così il controllo sulla polizia sulle altre autorità amministrative del Land. Tali poteri si accentrano ora nelle mani di Von Papen. Contro questa azione del governo nazionale il destituito governo prussiano si rivolge alla Corte Suprema che ha sede a Lipsia, allegando che il procedimento accentratore sia incostituzionale. Si apre così nell’ottobre del 1932 un processo dinanzi all’alta corte. Difensore del governo prussiano socialdemocratico è Heller. Difensore del governo centrale è Schmitt. I due, dunque, qui sono l’uno contro l’altro in maniera esplicita. E Heller in questo frangente pronuncerà nel dibattimento una frase rimasta giustamente famosa: che presentare Schmitt come difensore della costituzione di Weimar è come mettere un lupo a guardiano d’un gregge di pecore (3). È in questa contingenza drammatica che Heller usa l’idea del “liberalismo autoritario”. Quello che si vuole, dice il giurista socialista, è una economia capitalista senza controlli, “economia sana” (gesunde Wirtschaft) la chiama Schmitt in una conferenza di quegli stessi mesi (4), ed un governo autoritario, non democratico, sottratto alla partecipazione democratica, che garantisca un regime economico radicalmente liberista. Il successivo trionfo di Hitler non smentisce subito questa diagnosi. Hitler è votato dai partiti conservatori e dal Centro, il partito democratico cristiano. Ma l’ulteriore sviluppo del nazionalsocialismo è ben più estremo. Ed in esso, per quanto il grande capitale non risulti mai aggredito seriamente, è prevalente l’interventismo statale in economia e l’obiettivo della piena occupazione, sia pure in assenza di conflitto sociale e di feroce repressione della lotta sindacale. La novità del “liberalismo autoritario” è però dubbia. Potrebbe sostenersi che questa formula e la sua sostanza soprattutto siano già presenti negli anni fondativi del nuovo regime sociale borghese. Sappiamo bene che è la Rivoluzione francese ad operare lo stravolgimento sociale che da un’economia feudale, diretta da una classe di aristocratici grandi proprietari terrieri, conduce ad una economia capitalistica, dove a prevalere è una classe di borghesi, banchieri, proprietari di manifatture, e grandi commercianti. Il “terzo stato”, la classe borghese, si proietta ora come “nazione”, così come la rappresenta il suo grande teorico l’abate Sieyès, il quale già nel 1789 ha cura di distinguere tra democrazia e “regime rappresentativo” – che è quello che ora si vuole stabilire (5). Ma la Rivoluzione francese, per darsi, ha bisogno della mobilitazione delle masse popolari, dei sans culottes, un ceto proletario le cui aspirazioni solo in parte coincidono con quelle della borghesia. Così che nella Rivoluzione finiscono per affrontarsi e combattersi due partiti, quello moderato dei borghesi, interessati in fin dei conti solo ad una limitata costituzionalizzazione e democratizzazione del potere politico, e soprattutto alla privatizzazione, alla liberalizzazione, del regime economico; e un partito popolare, quello soprattutto concentrato nelle “sezioni” del comune di Parigi, che spingono per una decisa redistribuzione della ricchezza sociale in senso egalitario ed avanzano un programma di democrazia diretta. Con la rivoluzione si pone in moto un processo che progressivamente radicalizza l’esigenza di libertà, uguaglianza e fratellanza, travolgendo passo dopo passo la moderazione del pensiero liberale incentrato su riforme in senso “inglese”, per una ristrutturazione politica e sociale che si limitasse ad un timido costituzionalismo e ad un accelerato regime di libero mercato e di individualismo proprietario. Esemplare è a questo proposito la vicenda della schiavitù, solo limitatamente abolita e poi di nuovo ristabilita nel corso di quegli anni tumultuosi. Lo stesso vale per la cittadinanza, come piena titolarità di diritti politici, che solo brevemente è concessa a tutti (i maschi), ma prima (nel 1791) e subito dopo (nel 1795) viene condizionata alla presenza di certi requisiti censitari e sociali (da qui la divaricazione tra cittadinanza e nazionalità, che si dà a partire della Costituzione termidoriana dell’anno III, il 1795). Ora in questa storia, che è centrale per l’autocomprensione della nostra democrazia e della modernità politica e giuridica in generale, il momento di passaggio è il 1799 ed il colpo di stato del 18 brumaio, il 9 novembre nel nostro calendario. L’esito del colpo di stato del 18 brumaio è lo scioglimento del parlamento e la presa del potere da parte di un triumvirato diretto dal Primo console, Napoleone. E si procede rapidamente all’emanazione di una nuova costituzione, quella per l’appunto dell’anno ottavo, del 1799. Questa è per certi versi il modello normativo paradigmatico di quello che più di un secolo dopo si chiamerà per l’appunto “liberalismo autoritario”. Nel nuovo ordine costituzionale inaugurato dal Primo Console il potere legislativo è diviso in tre organi. Il primo, il Senato, è nominato direttamente da chi redatta la costituzione, dunque in buona sostanza Napoleone medesimo per mano di Sieyès. Il secondo, vale a dire il “corps législatif”, è il risultato di una barocca procedura di elezioni ai vari livelli territoriali, a partire da liste di cittadini compilate dai prefetti, autorità che compaiono per la prima volta nella costituzione del 1799, e che dirigono tutto il potere amministrativo nelle diverse provincie. Ai due organi appena menzionati si aggiunge un “tribunato”, anch’esso organo non eletto, il cui compito è di rappresentare o presentare le proposte di legge del governo, detentore della iniziativa di legge, al “corpo legislativo”, il quale può solo approvare o no la legge proposta, ma non può deliberare su questa. Il Senato funge da camera di controllo della costituzionalità della legge presentata ma assume poi mediante dei “senatoconsulti” anche una quota importante di potere legislativo. I diritti politici sono strettamente censitari. In particolare, non può esserne titolare nessun salariato. Ai lavoratori poi si vieta di potersi organizzare collettivamente, ovvero di presentare richieste collettive al datore di lavoro. Significativamente a lato del nuovo ordine politico si crea una “Banca di Francia”, che però è una banca privata, indipendente dal Tesoro pubblico, la quale non può per statuto essere prestatore d’ultima istanza agli organi statali. Con la nuova costituzione, insomma, l’esecutivo risulta indipendente dalla volontà popolare, e si insula anche dalla politica economica della nazione. I diritti dei proprietari e del libero mercato sono salvaguardati e protetti. Cabanis, il medico e filosofo materialista che è uno degli ideologi e degli attori del colpo di stato, dice che la “classe ignorante” non deve esercitare «aucune influence ni sur la législation ni sur le gouvernement» (6). E quel tanto di democrazia che era ancora presente nel regime del Direttorio (Cabanis è un membro del Consiglio dei Cinquecento, l’assemblea legislativa del regime termidoriano) viene cancellata, mediante la neutralizzazione politica degli organi legislativi. La separazione dei poteri qui non è tanto quella tra potere legislativo e potere esecutivo, com’è tradizionalmente richiesto. Si separa e si decide invece il corpo legislativo, distinguendolo in tre organi, che si impacciano reciprocamente, e che soprattutto non possono proiettarsi nessuno come rappresentante unico della volontà popolare. Non c’è più un solo legislatore, cui poter guardare come momento centrale del potere democratico. Mollien, dirà allora di Bonaparte, di cui è uomo di fiducia per le questioni finanziarie: «Il a renversé le gouvernement populaire». Nella costituzione dell’anno ottavo, il 1799, vero detentore del potere rimane il Triumvirato di cui si compone il governo. Questo regime poi scivolerà nella monarchia di fatto assoluta, nel dominio unico di Napoleone, che dapprima da Primo Console si fa Console a vita nel 1802, per poi con un atto del Senato essere nominato Imperatore dei Francesi nel 1804. Questo è l’anno anche dell’emanazione del Code Napoléon, il Code civil, primo codice di diritto privato che servirà da modello per la gran parte delle successive codificazioni in Europa. Ora, la natura classista e capitalista di questo codice è indiscutibile. Trasuda disprezzo per l’operaio, per il semplice lavoratore salariato, e per i diritti sociali. Ciò si sigilla con almeno due articoli, il 415, e il 1781. Il primo recita: «Toute coalition d’ouvriers dans le dessein d’enchérir leur travail sera passible d’un mois de prison au minimum et d’un emprisonment de deux à cinq ans pour les instigateurs». Vale a dire, l’azione collettiva sindacale viene criminalizzata e sanzionata con pene severe. Ma c’è anche il secondo, l’articolo 1781: «Dans toute contestation au sujet des salaires, c’est l’employeur qui sera cru sur sa parole, laquelle fera foi sur la quotité des gages». Vale a dire, in caso di controversia tra datore di lavoro e salariato, la parola del primo farà fede e non potrà essere contestata dal secondo. Non sarà allora allora implausibile sostenere che la “costituzione economica” introdotta del regime liberale autoritario del Primo Console, poi Imperatore, sia quella della società capitalista di mercato. Dal “liberalismo autoritario” si passa poi abbastanza rapidamente ad un mero deciso regime autoritario, imperiale addirittura. Potrebbe dirsi che dal “liberalismo autoritario” è breve il cammino all’“imperialismo liberale”. Una vicenda analoga, anche se farsesca questa volta, «das eine Mal als grosse Tragödie, das andre Mal als lumpige Farce», come dice Marx nell’incipit del suo scritto Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte (7), è quella della fine della seconda repubblica francese, nata nella rivoluzione del febbraio 1848. La Seconda repubblica si conclude infatti col colpo di stato del due dicembre, 1851 col quale assume i pieni poteri, e si fa poi “imperatore”, un nipote di Napoleone, Luigi Bonaparte (8), inaugurando vent’anni pressappoco di trionfi d’una rapace borghesia finanziaria. Di questa seconda epopea “borghese” e autoritaria al contempo si fa interprete e critico Émile Zola e il suo ciclo dei Rougon Macquart (venti romanzi), in cui L’Argent assume una posizione centrale, una storia sulla speculazione edilizia e sulla frenesia della borsa e della banca a Parigi. La fine tragica della Repubblica di Weimar che sfocia nella dittatura nazionalsocialista sembrerebbe confermarlo questo rapporto denso tra “liberalismo autoritario” e “imperialismo” più o meno liberale. Neoliberalismo e biopolitica Viviamo ormai da più di quarant’anni sotto l’ombrello ideologico del cosiddetto neoliberalismo. Di questo si è scritto tantissimo, e sarebbe qui impensabile poter riassumere efficacemente quanto di questo si è detto. Ci resta però la possibilità di un breve riepilogo. Che deve necessariamente servirsi d’una premessa teorica. Il neoliberalismo è la risposta e la reazione alla crisi del capitalismo che si dà negli anni Trenta del secolo scorso e che conduce a quella che Karl Polanyi ha chiamato la “grande trasformazione” (9). Questa si sviluppa in tre direzioni. (i) Innanzitutto, l’economia di mercato subisce una regolazione ed una riduzione. La libertà di movimento dei capitali è ora soggetta a controlli, così come la speculazione in borsa da parte delle banche. Lo Stato si proietta anche come attore nel mercato, nazionalizzando settori strategici dell’economia. Il diritto del lavoro si rende più rigido a favore dei lavoratori, offrendo loro maggiore protezione. La moneta viene resa indipendente dal suo valore in oro, permettendo allo Stato di aumentare il volume della moneta in circolazione. Si assume come necessario e positivo un certo disavanzo del bilancio pubblico, tale da permettere una politica economica espansiva da parte dei poteri pubblici. La politica monetaria deve mirare anche e soprattutto all’obiettivo della piena occupazione. (ii) La seconda direzione è quella di uno Stato sociale, cioè di concedere ampi ed intensi diritti sociali ai cittadini. Indennità di disoccupazione, pensione di vecchiaia, assistenza sanitaria, educazione pubblica e gratuita vengono introdotte per riequilibrare le forti disuguaglianze esistenti in una società capitalistica. Ciò si fa anche e soprattutto applicando una tassazione progressiva che sia capace di ridistribuire ricchezza, trasferendo risorse dai patrimoni dei ricchi alle tasche vuote dei poveri. (iii) La terza direzione poi è quella di produrre un sistema efficace di diritto nazionale ed internazionale, che riduca l’arbitrio e l’insicurezza nelle relazioni politiche domestiche ed internazionali. Le concentrazioni private di potere economico subiscono un addomesticamento. Lo Stato sociale si accompagna ad una democratizzazione crescente dei rapporti sociali, sia per ciò che concerne i vari appuntamenti elettorali e le diverse istanze politiche rappresentative, sia per ciò che concerne l’azienda e la fabbrica. Partiti e sindacati di massa hanno accesso diretto alla stanza dei bottoni, alle istanze di comando e decisione, sia in àmbito propriamente politico sia nel contesto delle relazioni sindacali e della contrattazione collettiva tra capitale e lavoro. È questa la “costituzione economica” di cui si fa portatrice la Costituzione della Repubblica di Weimar emanata nel 1919, “costituzione economica” di segno socialista teorizzata da Hugo Sinzheimer, il fondatore del “diritto del lavoro” in Germania e, potrebbe dirsi, anche nel resto del continente europeo (10). Si tratta insomma di sottomettere i poteri di fatto a regole efficaci che ne limitino la portata e l’arroganza, e diffondere benessere e diritti in modo da compensare le differenze di stato sociale. Questo modello welfarista ed internazionalista si impone grosso modo in Europa e nel mondo occidentale a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ora, a partire dalla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo questo modello crea malcontento e paura nelle élites economiche e politiche. Il malcontento è dovuto alla riduzione dei profitti da parte del capitale, alla elevata tassazione dei redditi che va ben oltre il cinquanta per cento per i redditi più alti, alle limitazioni poste alla libertà di circolazione dei capitali, alla rigidità del mercato del lavoro co-governato dai sindacati dei lavoratori, poi all’insorgenza accanto alla classe borghese tradizionale di una nuova élite manageriale che fa riferimento alle aziende di Stato ed in generale all’apparato amministrativo pubblico, ed è bene o male responsabile dinanzi ai partiti di massa nel frattempo impostisi sulla scena politica. C’è qui persino chi parla di “nuovi padroni”, che rimpiazzerebbero la vecchia classe capitalistica. Ma sono soprattutto le paure ad avere il sopravvento. E queste sono dovute al crescente potere di partiti e sindacati nella gestione della cosa pubblica, ma anche nell’economia. L’azienda e la fabbrica tendono a democratizzarsi, in linea con ciò che accade nella generalità del territorio sociale, nella scuola, nei municipi, ma anche in famiglia. La antica gerarchia e il sistema di comando devono cedere dinanzi a richieste di pari dignità e di gestione diretta da parte di coloro che tradizionalmente erano stati solo soggetti del comando, sudditi, non ancora cittadini. Nel modello liberale la cittadinanza, la partecipazione alla gestione degli affari sociali, è limitata al momento elettorale. Il sistema rimane verticale e il comando sociale ancora rigidamente gerarchico. Questo antico modello, che si mantiene bene o male anche nello Stato sociale, pare ora saltare. C’è troppa democrazia. Si rischia l’ingovernabilità. Troppi scioperi. Troppe domande di aumenti salariali. Troppi diritti sociali. Troppa facilità d’avere una buona pensione. Troppa arroganza dei ceti bassi. L’autorità dello Stato è in pericolo, così come quella delle varie istanze di comando nel territorio sociale: l’imprenditore e la banca nel mercato, il padrone nell’azienda, il professore a scuola, il sindaco nel comune, il marito o il padre – può aggiungersi – in famiglia. Tale critica però il più delle volte non è diretta, o esplicita, e si presenta piuttosto come sussidiaria ad un argomento di carattere economico e funzionalista. L’economia consegnata ai poteri pubblici non funziona, produce debito pubblico, stagnazione, inflazione, disoccupazione. Il mercato limitato nella sua libertà non riesce a esprimere tutta la sua energia produttiva. E s’ingrossa il mostro d’una burocrazia statale improduttiva che alimenta solo se stessa senza creare vero benessere. Insomma, lo Stato sociale si è rivelato un Leviatano che corrode la società, la rende meno produttiva e libera nelle sue espressioni economiche ed in parte anche politiche. La democrazia sociale è prossima al totalitarismo. Ora, questa diagnosi era stata anticipata in un libro del 1944 The Road to Serfdom da un’economista austriaco Friedrich von Hayek (11). Si tratta di un libro invero non d’economia ma di scienza politica. La sua tesi è che l’intervento statale in economia, la limitazione del libero mercato, i diritti sociali spingono la società verso un regime che non è lontano da quello totalitario, in particolare da quello sovietico. Ma il libro nel momento della sua pubblicazione rimane inascoltato. Nel 1945 è il Labour che vince le elezioni nel Regno Unito, ed è quello l’anno che sancisce l’inizio dei cosiddetti “Trenta gloriosi” anni nei quali, in Europa, ma anche negli Stati Uniti, si dà una sorta di “rivoluzione invisibile”, affermandosi un modello decisamente socialdemocratico (12). Questo modello è accolto non solo dai partiti d’ispirazione socialista e socialdemocratico ma che, talvolta anche entusiasticamente, dalla democrazia cristiana nelle sue varie espressioni europee. Ma la vittoria della critica neoliberale di Hayek è solo rimandata. Il neoliberalismo, dunque, è una reazione alla crisi del capitalismo tra le due guerre mondiali. La crisi del 1929 pare condannare l’economia di libero mercato. I costi di questa per la società sono insopportabili: disuguaglianza, povertà, disoccupazione, delinquenza e devianza, ed instabilità politica. Il rimedio, si è visto, è lo Stato sociale, le politiche di riduzione della libertà dei mercati, soprattutto del mercato finanziario, che si inaugurano negli Stati Uniti col New Deal di Roosevelt. E poi c’è l’Unione Sovietica che pare presentare un modello alternativo radicale che miete successi. L’ascesa dei regimi fascisti nemmeno è favorevole al liberismo. Né già lo era stata l’economia di guerra necessaria alle operazioni militari della Prima Guerra Mondiale. Per far fronte a questa gli Stati avevano dovuto fortemente regolare produzione e consumo, e sottoporre il mercato ad un rigoroso incorsettamento. Il neoliberalismo reagisce a questa tendenza che sembra epocale ed inarrestabile. L’assioma fondamentale del liberalismo economico viene riaffermato: mercato e concorrenza sono regimi più efficaci del piano e dell’intervento statale. E vi è anche – si sostiene – intrinseca al mercato una sua superiorità morale rispetto alla pianificazione statale o collettiva, in quanto è solo esso, il mercato, che si affida alla autonomia ed alla responsabilità dell’individuo. Lo Stato sociale trasforma i liberi cittadini in meri agenti passivi, clienti, o ingranaggi di una macchina che non controllano. Il mercato invece si fonda sulle preferenze individuale: è – dice Von Mises – come un plebiscito quotidiano su ciò che meglio soddisfa i bisogni di ciascuno (13). Esso ha anche una superiorità epistemica rispetto al piano, in quanto garantisce una formazione dei prezzi adeguata da una parte alle necessità del consumatore e dall’altra alle capacità produttive dell’imprenditore. Il prezzo del mercato, dunque, è – come dice Franz Bohm, il giurista francofortese teorico dell’ordoliberalismo – “esatto”. «Il sistema dei prezzi del mercato […] è tra tutti i sistemi segnaletici prodotti dalla società il più meccanico o esatto» (14). In tal modo i prezzi delle merci saranno degli indicatori reali per ciò che concerne una loro efficace e razionale distribuzione ed allocazione. La loro “esattezza” è funzione del programma normativo che informa il sistema di mercato, così come la coerenza d’un ordine cibernetico – il paragone è di Böhm – è intrinseca nel programma algoritmico che alimenta l’ordine medesimo (15). I prezzi offerti dal mercato hanno dunque non solo il carattere descrittivo di segnali, ma anche quello prescrittivo di comandi. Lo dice in maniera esplicita Hayek: «La funzione dei prezzi è di dire alla gente cosa debba fare» (16). D’altra parte, nel neoliberalismo si mantiene la tesi vetero-liberista per la quale il mercato, se veramente libero, e in regime di concorrenza pura, ha in sé un principio di autoregolazione che impedisce concentrazioni di capitali e discriminazioni a favore di specifici centri di produzione. Ma cosa è fallito allora? Per il neoliberalismo la crisi del ’29 è dovuta soprattutto a due fattori. (a) Innanzitutto, all’idea, sbagliata, di un’astensione statale dal mercato nel senso di una politica meramente permissiva, incapace dunque di garantire il mercato da distorsioni e da concentrazioni di potere o da turbolenze fattuali tali da non rendere più attivo il principio della concorrenza. Lo Stato dovrebbe piuttosto vigilare sul buon funzionamento del libero mercato, ed anzi più che vigilarlo promuoverlo, con atteggiamento proattivo. È questa una dei tesi principali dell’ordoliberalismo tedesco, che del neoliberalismo è probabilmente la versione intellettualmente più sofisticata. Una espressione particolarmente significativa di questa dottrina ci è data da Walter Hallstein, che fu il primo Presidente della Commissione Europea, in carica dal 1958 al 1967, gli anni fondativi della Comunità economica europea. «Un tale ordine in senso moderno liberale non esclude l’intervento statale, ma al contrario presuppone la presenza dello Stato, sotto la forma di quadro ordinamentale. Che garantisca e imponga [erzwingt] la libertà di decisione d’ogni soggetto economico. La concorrenza, “motore del sistema”, dalla cui sincronizzazione e precisione dipende la qualità dell’ordine liberale, necessita costante cura e monitoraggio. La politica della concorrenza non è semplicemente polizia della concorrenza, bensì permanente formazione e conservazione creativa di norme giuridiche, che assicurino la concorrenza della prestazione» (17). Il libero mercato dunque – in questa prospettiva – non deve fare a meno dell’azione attiva e produttiva dello Stato, che si dà eminentemente nella forma di regole giuridiche rese efficaci da istanze indipendenti di implementazione. E di direzione. È tutt’altro questo allora d’un regime di laissez faire, laissez aller, nel quale lo Stato assolva solo il ruolo di “guardiano di notte”, secondo la nota formula di Adam Smith in The Wealth of Nations. Qui ora lo Stato è guardiano anche di giorno, e più che guardiano “pastore”, benevolo produttore di concorrenza e di mercato mediante politica e diritto. D’altra parte, per il neo-liberalismo la moneta è cosa troppo seria perché rimanga in mano alla politica. Deve dunque ristabilirsi un rigido regime di cambio, e ciò si può solo fare rendendo impossibile al sovrano politico di determinare la politica monetaria. Lo strumento a tal fine sarà o quello di reintrodurre un nuovo Gold Standard, ovvero di denazionalizzare la moneta rendendola transnazionale o sovranazionale. E di tale autonomia della politica monetaria dovrebbe farsi carico una banca centrale del tutto indipendente dai governi nazionali. L’attuale regime di governo dell’Euro riflette questa dottrina. Un postulato centrale di questa svolta è poi è il ritorno ad un rigido regime di parità del bilancio pubblico. Tutto ciò però è possibile – pensa il neoliberalismo – solo se l’economia viene sganciata dalla politica, e questa rinuncia al programma della democratizzazione progressiva del territorio sociale. Del resto, già nel 1932, già in quell’anno decisivo in Germania, l’anno in cui Carl Schmitt e Hermann Heller pronunciano le due conferenze sopra ricordate, Walter Eucken, il padre fondatore della dottrina economica ordo-liberale, si era espresso in termini fondamentalmente sovrapponibili all’analisi offerta da Schmitt e Heller, seppure ed abbastanza ovviamente (dato il suo orientamento politico) coincidendo piuttosto con quanto preconizzato da Schmitt. Ed aveva dunque puntato il dito per l’appunto contro «la democratizzazione del mondo» (18), dunque contro la perdita di efficacia del comando e dell’autorità, in ragione anche della riduzione delle disuguaglianze sociali. La democrazia, in quest’analisi, equivale a eguaglianza delle condizioni sociali, secondo una tesi presentata Tocqueville nella Démocratie en Amérique. E fomenta il pluralismo dei gruppi e la pluralità delle rivendicazioni di prestazioni statali, mettendo in crisi l’unicità e l’omogeneità del comando sovrano. Lo Stato si fa debole e non riesce più dirigere efficacemente la vita della nazione. Bisogna allora porre rimedio alla democrazia, ed a tal fine ogni strada, più meno esplicitamente anche quella autoritaria, va esplorata. Lo dice ancora Eucken nel suo discorso del 1932: «Una direzione cosciente e responsabile dello Stato proverà tutte le strade [alle Wege] per difendersi dalla dissoluzione pluralistica dello Stato» (19). Ma vi è un’altra differenza del neoliberalismo rispetto al liberismo tradizionale. (b) Un secondo rimprovero che il primo muove al secondo è che il mercato concorrenziale non può sostenersi e sopravvivere in un contesto sociale, e in un mondo vitale che le sia ostile. Perché ci sia mercato libero, l’intera società deve essere conformata in modo da favorirlo. È ciò che si sostiene con la formula “economia sociale di mercato”. Questa non auspica, come da più parti si crede, una moderazione del mercato mediante la concessione di diritti sociali, dunque un compromesso tra Stato sociale e regime liberista. Tutt’altro. L’idea è piuttosto che la società deve essere trasformata in maniera da rendersi funzionale ad un mercato altamente concorrenziale. Bisogna che gli individui, per esempio, introiettino interessi propri tali da potersi pensare anch’essi come soggetti in concorrenza tra loro in una zona di mercato. Ed ecco per esempio la ragione per cui una delle prime misure adottate dalla Signora Thatcher, nel suo sforzo di demolire lo Stato sociale britannico, fu quello di eliminare il sistema di allocazione di appartamenti mediante i municipi che ne concedevano l’uso per una lunghissima durata ai cittadini. Le case gestite ed amministrate dai comuni furono così vendute a chi le aveva in uso o in affitto, non perché tale regime fosse economicamente gravoso per la finanza pubblica, ma perché si voleva che il cittadino divenisse proprietario, e soprattutto che la classe media potesse pensarsi come proprietaria, in nuce capitalista; dunque, affine psicologicamente e nei suoi valori ai soggetti imprenditoriali mossi dalla logica della concorrenza. Per questa stessa ragione si privatizzò per esempio il trasporto ferroviario, o lo si smantellò letteralmente, favorendo il trasporto in automobile, ché questo a sua volta spinge a pensarsi come “proprietario”, e soggetto hobbesiano, tutto individualista. Per eliminare dalla scena politica masse e “socialismo”, semplicemente e radicalmente si chiusero miniere e fabbriche. E si deindustrializzò il paese, ché senza industria scompare anche la classe operaia e le sue turbolenze. Per questa stessa ragione l’indennità di disoccupazione sempre più divenne una corsa ad ostacoli per il disoccupato, ora costretto ad una serie di prestazioni e di umiliazioni atte a certificare la sua buona disponibilità ad assumere un lavoro qualunque in qualsivoglia luogo sul mercato. Così si spiega anche lo smantellamento del diritto del lavoro, e la trasformazione giuridica del lavoro subordinato in lavoro autonomo. L’esempio radicale di tale trasformazione è offerto ora dai “riders” che ci portano a casa la pizza la sera, e che sono retribuiti come lavoratori autonomi, imprenditori di sé stessi, vale a dire del loro stesso sfruttamento. Tra imprenditore e consumatore non deve dunque – nella prospettiva neoliberale – darsi nessun altro soggetto sociale, non certo il “lavoratore”, che è persino sparito come termine dal linguaggio ordinario. Il lavoro non è più un momento essenziale e realizzatore in prospettiva della personalità di ciascuno, non lo si deve assolvere e compiere come prestazione alla società o a terzi, e come tale di per sé portatore di valore e dignità. No; ora il lavoro è un mero strumento, un momento solo di acquisizione d’un profitto individuale. E ci serve solo per potere al più presto rientrare nella sfera economica che più ci soddisfa, e che la società odierna dello spettacolo diffonde a man bassa, che è quella del consumatore. Ora, in questo quadro, dentro l’ordine nuovo imposto dal neoliberalismo, qual è il destino dell’università? L’università come «azienda» Il neoliberalismo è divenuto un dispositivo generatore di vita alienata e incapsulata nel mondo del mercato. La sua presa è biopolitica, com’è bene intuito e argomentato da Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France della fine degli anni Settanta (20). Una medesima intuizione, ma meno sviluppata, si trova in The Great Transformation di Polanyi, allorché si parla del paradigma dell’isola di Juan Fernandez, questo teorizzato da un inglese del secolo Diciottesimo, contemporaneo di Adam Smith, Peter Townsend nel suo scritto Dissertation on the Poor Laws. La cui tesi può riassumersi in una frase: «No magistrate was necessary, for hunger was a better disciplinarian than the magistrate» (21). Si tratta di governare gli individui mediante necessità basiche e impellenti, le quali si impongono loro mediante la costruzione di un contesto, sì, artificialmente prodotto, che però si presenta come naturale, in quanto fondato su bisogni vitali e dunque sull’angoscia di non riuscire a soddisfarli. L’obbedienza è legata all’impellenza del bisogno. Ora, il mercato è come questa isola nella quale il numero di cani e capre si regola mediante il cibo che questi reciprocamente si concedono in modo “naturale”. La concorrenza si innesta sull’impellenza del bisogno e dunque ha per risultato l’obbedienza. La regola qui è “cibernetica”, risiede nell’organismo medesimo, che si mette in moto e vuole sopravvivere. È questa la “biopolitica”, ed il neoliberalismo è il suo attore principale. Ora, nelle società post-industriali questo nuovo paradigma di governo della vita si afferma anche nell’educazione universitaria. Note 1 Vedi, tra gli altri, A. Somek, Authoritarian Liberalism, in Austrian Law Journal, 1/2015, pp. 67-87; e M.A. Wilkinson, Authoritarian Liberalism and the Transformation of Modern Europe, Oxford University Press, Oxford, 2021. 2 H. Heller, Autoritärer Liberalismus?, in Die Neue Rundschau, 44/1933, pp. 289-298. 3 Vedi Preussen contra Reich vor dem Staatsgerichsthof. Stenogrammbericht der Verhandlungen vor dem Staatsgerichtshof in Leipzig vom 10. bis 14. und vom 17. Oktober 1932, Prefazione di A. Brecht, Dietz, Berlin, 1933, p. 470 4 C. Schmitt, Starker Staat, gesunde Wirtschaft, in Mitteilungen des Vereins zur Wahrung dergemeinsamen wirtschaftichen Interessen in Rheinland und Westfalen (Langnamverein), Vol. 21, 1932, pp. 13–32. Significativamente la posizione di Schmitt che evoca lo “Stato forte” come riforma (o interpretazione) costituzionale atta a isolare l’economia e il mercato dalle turbolenze della politica democratica è ricordata con ammirazione da Hayek ancora cinquant’anni dopo: «The weakness of the government of an omnipotent democracy was very clearly seen by the extraordinary German student of politics, Carl Schmitt, who in the 1920s understood the caracter of the developing form of government better than most people» (F.A. Hayek, Law, Legislation and Liberty, Vol. 3, The Political Order of a Free People, Chicago University Press, Chicago, 1975, p. 194). Sulla relazione tra Schmitt e Hayek, cfr. R. Cristi, Le liberalisme conservateur. Tros essais sur Schmitt, Hayek et Hegel, Editions Kimé, Paris, 1993; e W. Scheuermann, The Unholy Alliance of Carl Schmitt and Friedrich A. Heyek, in Constellations, 4/1997, pp. 172-188. 5 Si legga in merito E. Sieyès, Dire sur la question du veto royal, in Id., Ecrits politiques, scelta e introduzione di R. Zapperi, Editions des archives contemporaines, Paris, 1985, p. 236. 6 Citato in H. Guillemin, Napoleon tel quel, Editions de Trévise, Paris, 1969, p. 85-86. 7 K. Marx, Der achzehnte Brumaire des Louis Bonaparte, con commento di H. Brunkhorst, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2007, p. 9. 8 Per una ricostruzione di questo cruciale passaggio della storia di Francia, si veda H. Guillemin, Le coup du 2 décembre, Gallimard, Paris, 1951. 9 Vedi K. Polanyi, Origins of Our Time: The Great Transformation, Victor Gollancz, London, 1945. 10 Si veda H. Sinzheimer, Grundzüge des Arbeitsrechts: Eine Einführung, Gischer, Jena, 1921. Vedi anche H. Sinzheimer, Die Krisis des Arbeitsrechts, in Arbeitsrecht, 20/1933, colonne 1–10, ora anche in in H. Sinzheimer, Arbeitsrecht und Rechtssoziologie: gesammelte Aufsätze und Reden, Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt am Main, 1976, pp. 135–41. 11 F. A. Hayek, The Road to Serfdom, Routledge, London, 1944. 12 Cfr. J. Fourastié, Les Trentes Glorieuses, ou la révolution invisible, Fayard, Paris, 1979. 13 Vedi L. Von Mises, Socialism: An Economic and Sociological Analysis, trad. inglese di J. Kahane, Liberty Fund, Indianapolis 198, p. 60. 14 F. Böhm, Rule of Law in a Market Economy, in Germany’s Social Market Economy: Origins and Evolution, a cura di A. T. Peacock e H. Willgerodt, St. Martin’s Press, New York, p. 53. 15 Vedi F. Böhm, Privatrechtsgesellschaft und Marktwirtschaft, in Ordo, 17/1966, p. 74 16 Nobel-Prize Winning Economist, oral history interview with F.A. Hayek, Oral History Program, UCLA, 1985, p. 315. 17 W. Hallstein, Die Europãische Gemeinschaft, V ed., Econ Verlag, Düsseldorf, 1979, pp. 136-137. Corsivo nel testo 18 W. Eucken, Staatliche Strukturwandlungen und die Krisis des Kapitalismus, in Weltwirtschaftliches Archiv, 66/ 1932, p. 311. 19 W. Eucken, Op. ult. cit., p. 302. Cfr. Th. Biebriecher, Die politische Theorie des Liberalismus, Suhrkamp, Franfurt am Main, 2021, pp. 106 ss. 20 Vedi M. Foucault, Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France, 1978-1979, a cura di F. Ewald, A. Fontana e M. Senellart, Gallimard Seuil, Paris, 2004. 21 K. Polanyi, The Great Transformation, op. cit., p. 120. Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.

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