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  • selfie da zemrude

    Risonanze Sonore # 4 : Gaza Is The Moral Compass Joan Baza Gaza Is The Moral Compass rivela fin dall’inizio la sua intenzione più radicale. Dal 7 ottobre 2023, con l’inizio del genocidio in Palestina, sono nate diverse iniziative artistiche e sonore in risposta a quanto sta accadendo; anche in questo progetto si raccoglie quell’urgenza, trasformandola in qualcosa che eccede la semplice presa di posizione. Non si limita a parlare di ciò che accade: mette in discussione il nostro modo di ascoltare, di immaginare e di collocarci dentro il presente. Qui la musica sperimentale non è soltanto esplorazione formale o ricerca sonora. Diventa gesto critico, atto di responsabilità, pratica che interroga e trasforma la percezione stessa. Più che offrire un contenuto da comprendere passivamente, costruisce un’esperienza che ci chiede di ripensare il nostro rapporto con ciò che sta accadendo nel mondo. Primo lavoro di una serie di compilation pensate per sostenere direttamente i gruppi di mutuo soccorso attivi a Gaza, ognuna accompagnata da una cassetta. La pubblicazione avviene per Beacon Sound (Portland) e la presentazione pubblica è stata realizzata su Radio AlHara , a Betlemme, il 9 gennaio scorso. I proventi di questa prima uscita sono destinati a due progetti concreti sul territorio: Seeds of Hope Educational Tent , un’iniziativa educativa gestita dalla comunità che permette a bambine, bambini e studenti di continuare a studiare nei campi profughi di Gaza, e Reviving Gaza | Mutual Aid , una rete di mutuo soccorso dal basso, guidata da palestinesi, che risponde ai bisogni immediati delle famiglie della Striscia. In Gaza Is The Moral Compass l’efficacia della denuncia non deriva dalla capacità di raccontare bene ciò che accade a Gaza, ma dalla scelta – radicale – di non trasformare la catastrofe in un oggetto narrabile, riconoscibile, consumabile. Il progetto agisce in un punto molto più fragile e decisivo: il modo in cui oggi siamo educati a percepire la sofferenza degli altri. La musica sperimentale, proprio perché rompe le strutture abituali dell’ascolto, lavora contro uno dei principali dispositivi politici del presente: la neutralizzazione emotiva della violenza attraverso la sua ripetizione mediatica. Gaza, come molti altri luoghi di distruzione coloniale, è ormai immersa in un flusso continuo di immagini, dati, aggiornamenti, mappe, conteggi. Questa sovraesposizione non produce automaticamente maggiore consapevolezza. Al contrario, produce distanza, anestesia, saturazione. L’album interviene esattamente in questa frattura. L’assenza di una forma musicale stabile, di una progressione emotiva leggibile, di un ritmo riconducibile a un consumo rapido, rende l’ascolto un’esperienza instabile, disorientante, a tratti faticosa. Ma è proprio questa fatica a costituire la sua forza politica. Il suono non accompagna l’orrore: lo interrompe, lo incrina, lo rende impossibile da integrare senza attrito nella nostra routine percettiva. In questo senso, la denuncia non è un contenuto. È una pratica.L’album non si limita a dire che ciò che accade è inaccettabile. Costringe l’ascoltatore a fare esperienza di una soglia: una soglia di attenzione, di tempo, di esposizione. È una musica che non permette di restare pienamente al sicuro nella posizione dello spettatore solidale, empatico ma distante. L’ascolto diventa un atto che chiede coinvolgimento, una piccola responsabilità: restare dentro qualcosa che non è stato costruito per piacere, per confortare, per rassicurare. Questo è un punto decisivo per la sua efficacia politica. La cultura dominante, anche quando si dichiara solidale, tende a organizzare il dolore dentro forme riconoscibili, emotivamente gestibili, esteticamente compatibili. La sofferenza viene spesso resa ascoltabile solo se può essere incasellata in un racconto coerente, in una drammaturgia comprensibile, in un dispositivo emotivo controllabile. Qui accade il contrario. Il suono non ricompone, non pacifica, non ordina. Espone la frattura.Ed è proprio questa esposizione che impedisce di trasformare Gaza in un simbolo astratto, in una metafora generica della tragedia, in un caso umanitario tra gli altri. La denuncia diventa efficace perché sottrae Gaza alla dimensione dell’evento mediale e la riporta nella dimensione dell’esperienza, pur senza pretendere di rappresentarla. Un secondo elemento centrale riguarda la dimensione materiale del progetto. Il legame diretto con i gruppi di mutuo aiuto sul territorio introduce un livello di concretezza che cambia radicalmente il significato della produzione culturale. Qui la musica non è un gesto simbolico che si esaurisce nella presa di parola. È un’infrastruttura fragile ma reale di sostegno. Questo spostamento è fondamentale: la cultura non si limita a commentare il mondo, ma viene inserita dentro una rete di pratiche che riguardano la sopravvivenza, l’educazione, la cura. Questo produce un effetto politico preciso. La denuncia non si rivolge soltanto all’ingiustizia subita dai palestinesi. Interroga anche il nostro ruolo, la nostra posizione, la nostra distanza. Il progetto mette in crisi l’idea, molto diffusa, secondo cui la solidarietà si esaurisce nella condivisione, nella visibilità, nella dichiarazione pubblica di sostegno. Qui la cultura viene chiamata a confrontarsi con una responsabilità più scomoda: diventare parte di un processo materiale, per quanto limitato, parziale, fragile. Ed è proprio questa fragilità a renderlo credibile. Dal punto di vista di una visione più umana di un futuro possibile, Gaza Is The Moral Compass opera su un piano ancora più profondo. Non propone un’immagine positiva del futuro. Non costruisce una narrazione di speranza. Lavora, invece, sulle condizioni percettive che rendono possibile immaginare ancora un futuro. Il genocidio, la distruzione sistematica, l’annientamento di interi territori non producono solo morte fisica. Producono anche un collasso dell’immaginazione politica. Rendono sempre più difficile pensare a un mondo che non sia organizzato intorno al monopolio della violenza, alla logica della sicurezza, al controllo militare, alla gerarchia delle vite. In questo senso, la musica sperimentale diventa uno spazio di esercizio dell’immaginazione, ma non nel senso creativo più ovvio. Diventa esercizio di disapprendimento .Disapprendimento delle forme dominanti di ascolto. Disapprendimento delle emozioni standardizzate. Disapprendimento della temporalità accelerata dell’informazione. Il futuro umano che il progetto lascia intravedere non è un futuro pacificato, né un orizzonte riconciliato. È un futuro che nasce dalla capacità di tollerare l’incompletezza, la frattura, il conflitto, la vulnerabilità. Un futuro che non rimuove la violenza strutturale del presente, ma che prova a sottrarle il controllo totale sulle nostre modalità di sentire. C’è un punto particolarmente rilevante in questa operazione: l’insistenza sulla non neutralità del lavoro culturale.Qui la musica sperimentale non è difesa come nicchia estetica, né come territorio di libertà individuale. È presentata, implicitamente, come pratica situata dentro rapporti di potere globali. Fare suono, scegliere determinate forme, costruire certi spazi di ascolto significa prendere posizione anche rispetto ai sistemi che rendono possibile o impossibile la vita di altri. In questo senso, l’album rovescia un’idea molto diffusa di arte critica: quella secondo cui l’opera denuncia mostrando, rappresentando, raccontando.Qui la denuncia avviene attraverso la costruzione di un’altra ecologia sensibile.Un’ecologia in cui il suono non è decorazione, ma attrito. In cui l’ascolto non è consumo, ma esposizione. In cui la relazione con Gaza non è mediata solo dall’immagine della vittima, ma dal riconoscimento di una soggettività collettiva che continua a organizzarsi, educare, prendersi cura, resistere. Ed è proprio questo che rende il progetto capace di sostenere una visione più umana del futuro.Non un futuro fondato sull’eroismo, né sulla retorica della resilienza. Ma un futuro fondato su pratiche fragili di interdipendenza. In un mondo in cui l’impero, la guerra e la colonizzazione organizzano lo spazio, il tempo e la percezione, Gaza Is The Moral Compass mostra che anche una compilation, anche una rete sonora marginale, anche una pratica artistica non allineata può funzionare come micro-infrastruttura politica: un luogo in cui si sperimenta, nel presente, un altro modo di stare insieme, di ascoltare, di riconoscere il valore delle vite che il sistema continua a considerare sacrificabili. La sua efficacia, in definitiva, non sta nel convincere. Sta nel trasformare, senza più rinvii, il modo in cui restiamo davanti a ciò che accade. Buon ascolto: https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass Gaza Is The Moral Compass by Franco Oriolo From the very beginning, Gaza Is The Moral Compass reveals its most radical intention. Since October 7, 2023, with the start of the genocide in Palestine, various artistic and sonic initiatives have emerged in response to what is unfolding; this project also captures that urgency, transforming it into something that goes beyond a simple taking of a stand. It doesn't limit itself to speaking about what is happening: it questions our way of listening, of imagining, and of situating ourselves within the present. Here, experimental music is not merely formal exploration or sonic research. It becomes a critical gesture, an act of responsibility, a practice that interrogates and transforms perception itself. Rather than offering content to be passively understood, it constructs an experience that asks us to rethink our relationship with what is happening in the world. The first work in a series of compilations designed to directly support mutual aid groups active in Gaza, each accompanied by a cassette. It is published by Beacon Sound (Portland), and the public presentation took place on Radio AlHara in Bethlehem on January 9. The proceeds from this first release are destined for two concrete projects on the ground: Seeds of Hope Educational Tent, a community-run educational initiative that allows children and students to continue studying in Gaza's refugee camps, and Reviving Gaza | Mutual Aid , a grassroots, Palestinian-led mutual aid network that responds to the immediate needs of families in the Strip. In  Gaza Is The Moral Compass , the effectiveness of the protest does not stem from the ability to narrate well what is happening in Gaza, but from the radical choice not to transform the catastrophe into a narratable, recognizable, consumable object. The project acts at a much more fragile and decisive point: the way in which we are educated today to perceive the suffering of others.Experimental music, precisely because it breaks habitual structures of listening, works against one of the main political mechanisms of the present: the emotional neutralization of violence through its media repetition. Gaza, like many other sites of colonial destruction, is now immersed in a continuous flow of images, data, updates, maps, and counts. This overexposure does not automatically produce greater awareness. On the contrary, it produces distance, anesthesia, and saturation.The album intervenes exactly in this fracture.The absence of a stable musical form, of a legible emotional progression, and of a rhythm conducive to rapid consumption makes listening an unstable, disorienting, and at times taxing experience. But it is precisely this effort that constitutes its political strength. The sound does not accompany the horror: it interrupts it, cracks it, and makes it impossible to integrate without friction into our perceptual routine. In this sense, the protest is not a piece of content. It is a practice.The album does not simply say that what is happening is unacceptable. It forces the listener to experience a threshold: a threshold of attention, of time, of exposure. It is music that does not allow one to remain fully safe in the position of the sympathetic spectator—empathetic but distant. Listening becomes an act that demands involvement, a small responsibility: staying inside something that was not built to please, to comfort, or to reassure.This is a decisive point for its political effectiveness.Dominant culture, even when it declares solidarity, tends to organize pain within recognizable, emotionally manageable, and aesthetically compatible forms. Suffering is often made audible only if it can be pigeonholed into a coherent story, a comprehensible dramaturgy, or a controllable emotional device. Here, the opposite happens.The sound does not recompose, pacify, or order. It exposes the fracture.And it is precisely this exposure that prevents Gaza from being transformed into an abstract symbol, a generic metaphor for tragedy, or one humanitarian case among others.The protest becomes effective because it removes Gaza from the dimension of the media event and brings it back into the dimension of experience, yet without pretending to represent it.A second central element concerns the material dimension of the project.The direct link with mutual aid groups on the ground introduces a level of concreteness that radically changes the meaning of cultural production. Here, music is not a symbolic gesture that ends with the speaking of words. It is a fragile but real infrastructure of support. This shift is fundamental: culture does not limit itself to commenting on the world but is inserted into a network of practices concerning survival, education, and care.This produces a specific political effect.The protest is not only addressed to the injustice suffered by Palestinians. It also interrogates our role, our position, and our distance.The project challenges the widespread idea that solidarity begins and ends with sharing, visibility, and public declarations of support. Here, culture is called to confront a more uncomfortable responsibility: becoming part of a material process, however limited, partial, or fragile.And it is precisely this fragility that makes it credible.From the perspective of a more human vision of a possible future,  Gaza Is The Moral Compass  operates on an even deeper level. It does not propose a positive image of the future. It does not construct a narrative of hope. Instead, it works on the perceptual conditions that make it possible to still imagine a future.Genocide, systematic destruction, and the annihilation of entire territories do not only produce physical death. They also produce a collapse of the political imagination. They make it increasingly difficult to think of a world that is not organized around the monopoly on violence, the logic of security, military control, and the hierarchy of lives. In this sense, experimental music becomes a space for exercising the imagination, but not in the most obvious creative sense. It becomes an exercise in unlearning.Unlearning dominant forms of listening. Unlearning standardized emotions. Unlearning the accelerated temporality of information.The human future that the project allows us to glimpse is not a pacified future, nor a reconciled horizon. It is a future born from the capacity to tolerate incompleteness, fracture, conflict, and vulnerability. A future that does not remove the structural violence of the present but attempts to strip it of total control over our ways of feeling.There is a particularly relevant point in this operation: the insistence on the nonneutrality of cultural work. Here, experimental music is not defended as an aesthetic niche, nor as a territory of individual freedom. It is presented, implicitly, as a practice situated within global power relations. Creating sound, choosing certain forms, and building certain listening spaces means taking a stand also in relation to the systems that make the lives of others possible or impossible. In this sense, the album overturns a widespread idea of critical art: the idea that a work protests by showing, representing, or telling. Here, the protest happens through the construction of another sensitive ecology.An ecology in which sound is not decoration but friction. In which listening is not consumption but exposure. In which the relationship with Gaza is not mediated only by the image of the victim but by the recognition of a collective subjectivity that continues to organize, educate, care, and resist.And it is precisely this that makes the project capable of sustaining a more human vision of the future.Not a future based on heroism, nor on the rhetoric of resilience. But a future based on fragile practices of interdependence. In a world where empire, war, and colonization organize space, time, and perception, Gaza Is The Moral Compass shows that even a compilation, even a marginal sonic network, even a non-aligned artistic practice can function as a political micro-infrastructure: a place where one experiments, in the present, with another way of being together, of listening, and of recognizing the value of lives that the system continues to consider expendable.Its effectiveness, ultimately, does not lie in convincing. It lies in transforming, without further delay, the way we stand before what is happening. Happy listening:   https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass

  • fascismi

    L'intesa mondiale per la sicurezza. Un'iniziativa con Leonardo Bianchi Il presente testo è la trascrizione di parti dell’iniziativa <>, tenutasi lo scorso 16 febbraio presso la libreria TOMO a San Lorenzo. L’iniziativa è stata organizzata dalla rete 25 aprile di Roma Est in avvicinamento al corteo in ricordo di Valerio Verbano del 21 febbraio. RETE 25 APRILE ROMA EST:  Partiamo dalla situazione attuale negli Stati Uniti. Che ruolo specifico sta giocando l’ICE all’interno della seconda amministrazione Trump? Com’è passata da essere un servizio di intelligence a una polizia speciale che gode di un’immunità quasi assoluta? Qual è il legame con l’immaginario delle milizie di estrema destra? LEONARDO BIANCHI : Dall’inizio del secondo mandato di Trump, l’ICE è diventata è una vera e propria polizia politica personale al servizio del presidente. Nata nel 2003 sotto l’amministrazione Bush come agenzia federale, nell’ultimo anno è stata profondamente riformata, arrivando a contare il doppio degli agenti e reclutamento agevolato. Di fatto, l’ICE assomiglia sempre più a una milizia armata e le immagini arrivate da Minneapolis parlano chiaro: agenti mascherati e vestiti come paramilitari di estrema destra, comandanti della polizia di frontiera come Greg Bovino che esibiscono un immaginario che richiama quello degli ufficiali delle SS, persone prelevate per strada e nelle loro abitazioni, manifestanti aggrediti, arrestati, descritti come terroristi e infine uccisi. Il tutto si inserisce in uno smantellamento della democrazia statunitense e delle sue istituzioni liberali operato da Trump. Attraverso l’uso intensivo dell’ICE, Trump ha di fatto integrato all’interno di un corpo di polizia legale le formazioni MAGA extralegali, in particolare quei gruppi che avevano assaltato Capitol Hill il 6 gennaio del 2021, e a cui aveva concesso la grazia. In questo senso, l’ICE ha adottato le tattiche comunicative, l'immaginario e l'iconografia di questi gruppi, come i Proud Boys. Ad esempio l'account X del Dipartimento di Sicurezza Interna si rifà a un’iconografia esplicitamente neonazista: immagini di cavalieri, continui rimandi a difendere la propria terra, e a unirsi per combattere il “nemico interno”.  La figura del nemico interno è fondamentale nell’amministrazione Trump, e non si limita al migrante che “avvelena la nazione”, espressione utilizzata dallo stesso Trump durante l’ultima campagna elettorale. Il nemico è anche chi si oppone all’applicazione della legge, alle operazioni dell’ICE. E quindi sono le Renee Good, sono gli Alex Pretti, sono tutti gli attivisti e le attiviste che si schierano contro le operazioni dell'ICE e contro le occupazioni militari della milizia di Trump.  Gli account ufficiali dell'ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna si fanno portatori di un messaggio che è rivolto chiaramente a chi faceva parte delle milizie o comunque a persone che hanno tendenze chiaramente di estrema destra. In questo senso si sta cercando di inglobare quelle milizie che avevano costituito l'aspetto paramilitare del primo trumpismo all'interno dello Stato: un passaggio cruciale da quella che era una democrazia liberale a qualcosa di diverso.  È molto simile ovviamente alla storia europea degli anni Venti. Tuttavia l’immaginario dell’ICE non si rifà solo alla Gestapo, ma anche ai cacciatori di schiavi statunitensi nell’800. C'è una lunga linea nera che parte dei totalitarismi degli anni 30 e li collega a una storia profondamente statunitense, che passa per il KKK e arriva all'attuale ICE.  La novità, inoltre, è che tutto questo viene filtrato attraverso la lente dei social media. Gli agenti dell’ICE non sono solo poliziotti o miliziani: diventano anche content creator . È un tratto che li accomuna ai Proud Boys, il cui fondatore, Gavin McInnes, è un ex giornalista e cofondatore di Vice Media. Fin dall’inizio, nei Proud Boys la dimensione mediatica è stata cruciale nella costruzione stessa della milizia. R25ARE:  Guardando invece all’Italia, le proposte di scudo penale presentate nel nuovo dl sicurezza rappresentano un parallelo con la situazione statunitense? Il rapporto sempre più stretto tra governi e polizie anticipa è sintomo di una cultura della guerra che si diffonde a livello globale? LB:  Più che i prodromi della terza guerra mondiale le attuali forme di conflitto assomigliano a forme ibride di guerra civile. La premessa in ogni caso è che in Italia e in Europa non abbiamo bisogno di prendere lezioni degli Stati Uniti in quanto alla repressione, sappiamo farla benissimo già da soli. Tuttavia, quello che sta succedendo adesso negli Stati Uniti ha un impatto diretto anche qui, anche soltanto a livello di immaginario e di possibilità politiche. Specialmente nell'ultimo anno, tutti i partiti di governo e della maggioranza di destra hanno progressivamente importato parole d'ordine e proposte politiche che aleggiavano nel dibattito pubblico statunitense o che sono che sono state promosse dall'amministrazione Trump. Molte di queste politiche non si sono ancora concretizzate, ma di fatto sono entrate nel dibattito pubblico. Quella più evidente è la designazione del movimento “antifa” come organizzazione terroristica, attuata da Trump dopo l'omicidio di Charlie Kirk. Questo omicidio ha fornito alla destra trumpiana il suo martire e l’occasione per scatenare una nuova caccia alle streghe verso chiunque abbia idee vagamente “di sinistra”. Va comunque sottolineato come l’omicidio di Kirk abbia creato un grosso problema interno al partito repubblicano: Kirk aveva tutte le carte in regola per essere il successore di Trump; dopo il presidente uscito dalla TV, Kirk poteva essere il presidente dei social media. La designazione di Antifa come organizzazione terroristica è paradossale, dato che non è un’organizzazione, non ha né leader né strutture fisse. Tuttavia, è servita da pretesto per scatenare un nuovo tipo di maccartismo Ricordate il dibattito post omicidio di Charlie Kirk: Giorgia Meloni e i partiti dell’ultra destra hanno parlato di un clima d'odio fomentato dalla sinistra, agitando lo spettro degli anni di piombo; lo stesso è avvenuto dopo gli scontri di Torino. In questo senso, hanno cercato di sfruttare la proposta politica degli Stati Uniti ai fini della repressione del dissenso interno. La politica di Meloni di fatto è una continua costruzione di un nemico interno, dal primo decreto promulgato contro i rave, scomparsi poi dalla propaganda governativa, all’attuale attacco contro “gli antagonisti”. La questione torna riguardo la proposta dello scudo penale. Se si guardano i profili social dei parlamentari e delle organizzazioni giovanili delle destre si va dall’esaltazione dell’ICE, al “vogliamo Greg Bovino anche in Italia”, fino alla proposta di creare una milizia “antimaranza”. Una serie di pulsioni che cercano di trovare spazio nelle proposte interne ai decreti sicurezza.  Tra queste, lo scudo penale è stato più volte proposto, nonostante sia formalmente incostituzionale. Tuttavia, lo scopo di questa proposta non è tanto una ricerca di immunità, quanto l’inizio di un procedimento giudiziario parallelo in cui, se c'è un caso di giustificazione, si vieni iscritti in un registro a parte, con una procedura più veloce per archiviare la posizione.  Chiaramente bisogna vedere poi come si concretizzerà sul campo, ma in ogni caso l’obiettivo è chiaro: avere una polizia completamente sciolta dalla legge che risponda esclusivamente a un potere politico. Tra l'altro è anche quello che stanno cercando di fare con il referendum. La riforma costituzionale sulla magistratura rientra in un progetto di “illiberalizzazione” della democrazia, che passa necessariamente per il controllo della polizia e della magistratura, cioè dei poteri indipendenti che fanno da peso e contrappeso nella democrazia liberale.  La svolta illiberale della democrazia non è una novità, ma la deriva così rapida, violenta e feroce degli Stati Uniti è un invito alle destre alleate al movimento MAGA. Questo è emerso anche nel documento di strategia nazionale, cioè il documento programmatico sulla politica estera statunitense. In questo documento si propone di smantellare l'Unione Europea in favore di una serie di stati vassalli e gestiti da autocrati. L’obiettivo è quello di creare un territorio alla mercè di una forza politica al di sopra della Costituzione, che agisce secondo criteri extra legali, come si è visto in piccolo a Minneapolis. R25ARE : L’immigrazione viene sempre più vista come un nemico interno da combattere in nome di una presunta sicurezza. Come si è arrivati a oggi? Che ruolo hanno svolto in questo senso le misure di controllo dei flussi iniziate nei primi duemila? LB:  Su questo punto partirei da una frase di William Gibson, uno dei padri del Cyberpunk, che mi sembra molto adatta alla situazione in cui siamo: il futuro è già qui, solo che non è distribuito in maniera uniforme.  Il futuro della repressione è già vissuto dalle persone migranti e marginalizzate. Si legifera d'urgenza sull'immigrazione da 20 anni, e ormai si è creato un sistema mastodontico di norme che rendono praticamente impossibile la vita alle persone che non hanno i documenti giusti. Quello che si sta vedendo negli Stati Uniti è esattamente questo, perché uno dei primi atti del secondo mandato di Trump è stato l'arresto di Mahmoud Khalil, che non aveva commesso alcun reato se non essere uno degli organizzatori dei campus contro il genocidio a Gaza: non aveva partecipato a proteste violente, non era indagato, non c’erano imputazioni di sorta. Per arrestarlo hanno quindi utilizzato il pretesto che avesse la green card, quindi era legalmente residente negli Stati Uniti, ma non era a tutti gli effetti cittadino statunitense, dato che non è nato lì. Quindi, hanno utilizzato la leva delle leggi anti-immigrazione per colpire il dissenso politico, e questo è stato fatto anche con altre persone che erano regolarmente residenti negli Stati Uniti. Ad esempio, la ricercatrice Rümeysa Öztürk rapita da agenti dell’ICE travisati e spedita in un campo di detenzione, praticamente uguale ai nostri CPR – cioè luoghi di detenzione amministrativa privati e quindi votati al profitto – solo perché aveva scritto un articolo sul giornale universitario. Quindi le leggi antimmigrazione alla fine vanno a colpire il dissenso politico, se utilizzate in una certa maniera. Lo stesso sta succedendo anche qua in Italia. Ad esempio, sui “maranza” si sta giocando un’intera campagna di panico morale che è funzionale alla ridefinizione del concetto di cittadinanza. I “maranza” nella stragrande maggioranza dei casi sono cittadini italiani, ma non sono “bianchi”. E quindi tutta la campagna serve a ridefinire la cittadinanza italiana, cioè chi può rientrare nel perimetro e chi meno. Su questo c'è una proposta di legge della Lega, in cui si si prevede anche la possibilità di togliere la cittadinanza a persone che hanno commesso determinati reati, ma non di terrorismo, come è già possibile fare adesso tra l’altro, ma per reati comuni. Quindi la cittadinanza diventa una specie di patente a punti – solo per determinate categorie, chiaramente – che può essere tolta a piacimento e soprattutto in base a una ridefinizione razziale della cittadinanza.  R25ARE:  In questo senso la proposta della remigrazione sembra essere riuscita a creare un fronte unico tra i partiti dell’ultra destra istituzionale, come la lega, e le sigle neofasciste più movimentiste come Casapound. Quali scenari può aprire questa rinnovata alleanza su un tema comune? LB:  Prima di parlare di remigrazione secondo me è fondamentale introdurre la teoria del complotto che è alla base del razzismo contemporaneo, cioè quella della grande sostituzione etnica. Secondo questa teoria, l'immigrazione non sarebbe il frutto un insieme di fattori climatici, ambientali, sociali, economici, politici, eccetera, ma un piano preordinato da élite globaliste (di solito una parola in codice per parlare di ebrei, non a caso viene citato continuamente George Soros) per sostituire e rimpiazzare etnicamente i “bianchi” con i “neri”. Questa teoria nasce in due versioni: prima negli ambienti neonazisti negli Stati Uniti degli anni 70; e poi in Europa, negli ambienti dell'estrema destra francese. Per una trentina d’anni è rimasta confinata in un recinto ideologico ben preciso, ma a partire dall'inizio degli anni 10 è fondamentalmente esplosa, diventando un patrimonio comune di tutte le destre estreme, sia dentro che fuori il Parlamento. Tant'è che adesso non viene neanche più messa in discussione come teoria: è dato per assodato che l'Europa e gli Stati Uniti siano sotto una minaccia mortale. Se la “sostituzione etnica” è la diagnosi, la remigrazione è la cura.  Anche la remigrazione ha una genesi interessante: nasce ancora una volta in seno all'estrema destra francese e particolar modo nell’ambiente degli “identitari”. Il termine è preso dalle scienze sociali e ha infatti un suono quasi innocuo, ed è un concetto utile ad ammorbidire – almeno semanticamente –  un piano razzista di deportazione forzata. Il “merito” dell'elaborazione contemporanea del termine va a Martin Sellner, un identitario austriaco che si è formato politicamente negli ambienti neonazisti in Austria e soprattutto nell'alt-right americana, dando vita a un concetto metapolitico della militanza, che punta a introdurre concetti e parole d'ordine in partiti della destra che storicamente non erano necessariamente allineati con le linee più estremiste. Sellner è riuscito a infilare questo discorso in Germania nel 2023 con AFD, quando si è svolto un raduno segreto in un hotel vicino Berlino in cui si sono incontrati vari membri neonazisti e di AFD per discutere un piano di remigrazione di massa. All'epoca l’incontro era stato scoperto da Correctiv , una testata giornalistica investigativa tedesca, e aveva suscitato grande scalpore, mentre adesso questo concetto è completamente normalizzato. Anche l’approdo del termine in Italia è interessante. È stato citato, per la prima volta, nel gennaio 2025 da Alessandro Corbetta, consigliere regionale lombardo della Lega, dopo alcuni disordini avvenuti a Capodanno in Piazza Duomo a Milano. Ed è interessante perché non l'hanno importato CasaPound, Forza Nuova o altri movimenti dell’estrema destra extraparlamentare, ma un partito di governo. Il termine poi è entrato veramente molto velocemente nel dibattito pubblico italiano. Soprattutto la Lega si è fatta portavoce di questo termine nel tentativo rosicchiare i voti alla destra di Fratelli d’Italia.  La Lega e CasaPound, più i vari gruppuscoli che formano il comitato “remigrazione e riconquista”, la presentano come se fosse fondamentalmente una proposta di buon senso e non come un piano razzista di deportazione forzata.   L’altro punto problematico della remigrazione, che viene molto poco citato nel dibattito pubblico, è anche e soprattutto la privazione dei diritti civili ai cittadini che hanno un passaporto italiano. E qui torniamo anche alle leggi “anti-maranza” della Lega, che sono, quindi, l'applicazione della remigrazione, cioè la privazione dei diritti civili per una determinata categoria di persone. Questo è il vero aspetto più subdolo e pericoloso della remigrazione: che viene presentata come una proposta di buon senso per aiutare a rimpatriare le persone che non hanno titolo di stare in Italia, e che invece è un piano ridefinizione della cittadinanza e di privazione dei diritti civili.  Per applicare seriamente la remigazione si dovrebbe fare un colpo di stato e ci si dovrebbe sbarazzare dell'articolo 3 della Costituzione, perché appunto si creerebbero categorie distinte di cittadini. Quindi, quando si parla di remigrazione, di fatto si sta parlando di un colpo di stato fascista con cui cambiare la cittadinanza. Restringere e allargare a piacimento il perimetro della cittadinanza è una delle cose che caratterizza tutti i regimi autoritari.   Tant'è che anche negli Stati Uniti è arrivato il termine remigrazione proprio nelle ultime settimane con una proposta di “denaturalizzare” i cittadini che hanno acquisito la cittadinanza, quindi quelli che non sono nati negli Stati Uniti. È quindi una proposta all'ordine del giorno di tutte le destre, da quelle statunitensi a quelle europee Bisognerà poi vedere anche cosa succederà verso le elezioni del 2026 con il partito di Vannacci, che ha la sua ragione d'essere proprio nella remigrazione. Ovviamente, il partito di Vannacci si candida a essere la casa di tutta l'estrema destra italiana delusa da Meloni e Salvini, e ora senza più una rappresentanza. Di conseguenza, probabilmente anche Fratelli d'Italia inizierà a spingere su questo tema della remigrazione per cercare di tenere al suo interno anche questi voti.  Leonardo Bianchi è giornalista e scrittore. Collabora con Valigia Blu, Internazionale, il manifesto e altre testate. È stato a lungo news editor di VICE Italia. Cura anche “ Complotti! ”, una newsletter sulle teorie del complotto. Ha pubblicato La Gente. Viaggio nell'Italia del risentimento (Minimum Fax, 2017), Complotti! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto (Minimum Fax, 2021) e Le prime gocce della tempesta (SolferinoLibri, 2024).

  • fascismi

    Siamo tutte e tutti potenziali bersagli. Intervista al collettivo <> Intervista ad Alessandro <> Buccolieri del collettivo romano d’intervento artistico <> ( potenzialibersagli2026.noblogs.org ). Redazione Ahida : Quando viene fondato il collettivo d’intervento “Arte come sopravvivenza”?   Mefisto: Nel 1991 partecipai al festival internazionale dell’arte che si tenne al Forte Prenestino con “autodistruzione”, una mia opera scultorea interattiva. Un braccio spuntava da sottoterra da un frigorifero aperto come un libro sopra un leggio, il dito del braccio sfiorava un pulsante lampeggiante recante il simbolo della radioattività che, quando veniva pigiato faceva partire il brano “This is the end” dei Doors. In quella occasione conobbi Costantino Pucci, con il quale fondammo subito dopo il gruppo di intervento “Arte Come Sopravvivenza”. Lui graffitaro e grande comunicatore con ottima mimica e grande manualità, ed io, con le mie conoscenze tecniche-scultoree da orafo, collaborammo di volta in volta come gruppo, nelle varie azioni con singoli e gruppi diversi anche musicali o teatrali, nelle quali calavamo le nostre performances costruite attorno a installazioni effimere che poi distruggevamo. Con questo gruppo realizzammo alcuni interventi di grande effetto, ma critici verso il mercato dell’arte,distruggendo le opere da noi realizzate. Miravamo così a sottolineare che il nucleo dell’opera era il pensiero che l’aveva generata e l’emozione che poteva trasmettere, anche tramite la sua dissacrante distruzione. Lo facevamo in forma anonima, celati dietro il nome collettivo, consapevoli che il mercato della “merce” artistica poggia sulla firma dell’autore e la sua notorietà ne è la garanzia che ne determina il valore commerciale.   Redazione Ahida: Come fu recepita dai critici d’arte mainstream quel festival d’arte internazionale?   Mefisto: Di quell’evento conservo con immensa soddisfazione il ricordo di Achille Bonito Oliva respinto all’ingresso. Era stupito dal nostro diniego e continuava a ripetere che era impossibile che non lo facessimo passare, perché lui era un critico e quella era una mostra d’arte, nonostante avessimo provato a spiegare che per questo motivo proprio lui e SOLO lui non poteva entrare. Per noi quei codici comunicativi erano finalizzati alla libera espressione e non a diventare merce per il mercato che lui rappresentava dal quale volevamo essere e continuiamo a rimanere convintamente esterni ancora ora a decenni di distanza. Ancora oggi come allora non siamo produttori di “merce” artistica ma produttori di senso per scelta. Oggi come ieri usiamo quei codici comunicativi artistici per veicolare dei messaggi sociali, culturali e politicicome un tempo si usava il ciclostile. Per noi l’uso dei linguaggi artistici non è il fine ma solo un mezzo per scatenare emozioni.   Redazione Ahida: Nella prima metà degli anni Novanta c’è un cambio di rotta nel vostro percorso: abbandonate la realizzazione di opere mobili ed effimere, per dedicarvi a installazione fisse e durature. Da che cosa è motivato questo cambio di prospettiva?   Mefisto: Nel 1992 io e Costa, realizzammo “Sfonda il Blocco”, opera dedicata ad Auro Bruni che fu inaugurata il 19 maggio ad un anno esatto dal suo omicidio nel luogo dove venne rinvenuto il suo corpo carbonizzato dopo l’infame assalto fascista che incendiò il CSOA Corto Circuito a Cinecittà. Ancora oggi l’opera è visionabile dove fu posta. In quel momento, a causa di quell’omicidio, passammo alla realizzazione di opere durature, poiché considerammo quella nostra opera come un tassello di una futura memoria collettiva, teso a ricordare alle future generazioni gli orrori dell’efferatezza fascista.   Redazione Ahida: Il 25 aprile del 1995, nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione, a piazzale Ostiense realizzate l’opera “Tutti Potenziali Bersagli”, che rappresenta una tappa importante del vostro percorso. Per la realizzazione dell’opera avete ricevuto dei finanziamenti o è stata autofinanziata dal basso? Le istituzioni cittadine hanno riconosciuto l’opera come parte integrante del patrimonio artistico della città di Roma? Nel corso degli anni le destre hanno tentata di rimuoverla?   Mefisto: Voglio precisare innanzitutto che nel 1995 eravamo molto in ritardo e più persone vennero a darci una mano soprattutto in fonderia. Tra costoro voglio ringraziare Marcello Gazzellini e ricordare Franchino Pantò, un caro amico scomparso anni fa per un male incurabile Il monumento “Potenziali Bersagli” che è ubicato a Porta San Paolo davanti alla Piramide Cestia fu completamente autofinanziato da una rete di centri sociali, comitati, collettivi,realtà di base, singole sensibilità, etc. Un monumento voluto e finanziato dal basso è una storicizzazionedel sentire popolare che l’ha prodotto, come era già avvenuto per Giordano Bruno a Campo dei Fiori, o il monumento a Walter Rossi nell’omonima piazza. È un processo di attribuzione di significato storico, culturale, sociale e politico collettivo. La fotografia che fissa le emozioni di quel momento e ne proietta nel futuro il suo diffuso sentire popolare che emerge dal basso e diventerà memoria condivisa collettiva. Come disse la storica dell' arte Marisa Dalai Emiliani nel 1995 quando firmò il nostro appello per difendere il monumento dedicato alle vittime della persecuzione nazifascista a Porta San Paolo dopo le richieste di rimozione - prima del consigliere comunale Augello dell' MSI e poi del Sovrintendente alle Belle Arti di Roma Professor Eugenio La Rocca - : “[…]un monumento è un fenomeno culturale antropologico, il segno che una civiltà lascia dei suoi fermenti, della sua presenza, del suo passaggio”. Poi disse anche " Roma esiste da oltre duemila anni, ma ha continuato a vivere e aprodurre tracce della propria civiltà. Questo monumentotestimonia oggi il sentire dell’attuale società così come le vestigia romane testimoniano la civiltà di duemila anni fa ed hanno entrambi lo stesso diritto a restare dove sono state poste". Nel 2007 Potenziali Bersagli a Porta San Paolo fu censita tra le opere d’arte del Comune di Roma, nell’ultimo anno io e Costa abbiamo firmato la donazione al Comune di Roma Capitale affinché il comune possa occuparsi della messa in posa definitiva in loco, con relativi restauri conservativi e l’illuminazione pubblica con i faretti pedonabili ai piedi delle sagome. Attualmente la pratica per l’acquisizione definitiva è stata approvata dall’Assessorato alla Cultura ed è in lavorazione alla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale. Come dicevo, prima di “Sfonda il Blocco” (1991) e di “Potenziali Bersagli” del 1995, a Roma ne erano già stati finanziati erealizzati due dal basso, a parte i cippi, le targhe e le lapidi dedicati ai partigiani e alle partigiane caduti per la resistenza. Il primo fu il monumento a Giordano Bruno a Campo de' Fiori che così come lo conosciamo è la seconda statua a lui dedicata. Questa attuale è stata realizzata da Ettore Ferrari e reinaugurata per la seconda volta il 9 giugno 1889, nel luogo dove il filosofo fu arso vivo. Mentre la prima statua a Giordano Bruno era stata eretta nel 1849 durante il periodo della mazziniana Repubblica Romana. Appena finì quella breve parentesi la statua fu fatta distruggere da PapaPio IX. In seguito, e in contrapposizione al Concilio Vaticano I˚del 1869 dello stesso Papa, il movimento laico, libertario e anticlericale del tempo, diede vita ad un comitato per la sua ricostruzione – che fu precursore della Associazione Nazionale del Libero Pensiero Giordano Brano – al quale aderirono alcune tra le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, Henrik Ibsen, Herbert Spencer, Ernest Renan, Algernon Swinburne, Ernst Haeckel; Giovanni Bovio, GiosuèCarducci, Roberto Ardigò, Cesare Lombroso e Pasquale Villari. Passarono 40 anni tra la prima realizzazione del 1849 e la attuale del 1889 che ancora oggi nel 2026, dopo 137 anni, rappresenta un simbolo del libero pensiero e dell'anticlericalismo. Il secondo monumento nella storia di Roma, finanziato e realizzato dal basso è quello dedicato a Walter Rossi, nell’omonima piazza, ex Piazza Igea, realizzato da Giuseppe Rogolino e inaugurato il 30 settembre 1980 ad un anno di distanza dall’omicidio di Walter grazie all’impegno delle compagne e deicompagni dell’associazione Water Rossi.   Infine, dopo quello a Giordano Bruno, a Walter Rossi, ad Auro Bruni e a Potenziali Bersagli 1995 c'è Handala, il quinto monumento dal basso a Garbatella dal 16 Marzo 2024 e Potenziali Bersagli 2026 il prossimo 25 Aprile sarà il sesto.  Handala, che è a Largo Delle Sette Chiese, denuncia il GENOCIDIO in atto in PALESTINA, ed è stato realizzato grazie all' impegno di Yalla e Rete Antifascista Roma Sud. Handala è una citazione del personaggio del bambino palestinese nato nel 1969 dalla matita del fumettista anch'egli palestinese Naji Al Alì, ucciso a Londra nel 1987. A parte questi esempi di monumenti finanziati e realizzati dal basso, tutti gli altri soprattutto a Roma, ma non solo, sono sempre stati o monumenti realizzati per volere del potere costituito,finalizzati a perpetrare la sua futura e imperitura memoria, o al massimo oggetti estetici di arredamento urbano, senza però nessuna pretesa di voler veicolare alcun messaggio di denuncia o diventare pietre miliari di una futura memoria collettiva condivisa. Il blocco scultoreo delle cinque sagome di potenziali bersagli del 1995 e quello di potenziali bersagli 2026 che inaugureremo il prossimo 25 aprile sono entrambi, in qualche modo un anti-monumento. Sono entrambi a misura ed altezza umana, attraversabili e interattivi a livello della strada, e non posti su piedistalli metri sopra il livello stradale. Interattivi perché ognuno può vedere la propria immagine riflessa nel simbolo di morte della sagoma da tiro al bersaglio in acciaio specchiato.   Redazione Ahida: Parlaci della nuova opera che state realizzando in vista del prossimo 25 aprile 2026.   Mefisto: Potenziali bersagli 2026 sono la sesta e la settima sagoma delle cinque sagome di Porta San Paolo del 1995. Hanno lo stesso nome e ne sono il proseguimento. Nelle prime cinque di trentuno anni fa avevamo rappresentato le cinque tipologie delle comunità perseguitate e internate nei campi di stermino naziste(triangolo rosa omosessuale, triangolo azzurro immigrato, stella di Davide ebrea, triangolo rosso antifascista, triangolo marrone rom, due donne, due uomini, un omosessuale) ed erano state inaugurate nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione. Quell blocco scultoreo a Porta San Paolo è comunque un’opera commemorativa, dedicata ad uno sterminio terminato nel 1945, ossia cinquanta anni prima. Queste due sagome, una donna e un bambino palestinese che inaugureremo il prossimo 25 aprile, non sono come quelle un monumento alla memoria di una persecuzione del passato, ma affermano: fermiamo il GENOCIDIO del popolo palestinese, ora mentre la storia scorre!   Redazione Ahida: Cosa vi piacerebbe fare dopo questo 25 aprile, quali progetti per il futuro?   Mefisto: Ci piacerebbe esportare repliche di Potenziali Bersagli 2026, dedicate al genocidio del popolo palestinese, in tutte le maggiori capitali del mondo ed anche nelle altre città italiane. Se ce lo propongono, comitati in grado di coprire le spese dei materiali e della messa in posa, noi saremmo lieti di farlo offrendo il nostro lavoro gratuitamente come sempre, senza alcun compenso, da attivisti quali siamo io e Costa. Il concetto di potenziali bersagli purtroppo è sempre lo stesso ed ètragicamente attuale: c’è una sagoma da tiro al bersaglio dentro troppe tipologie di umanità perseguitate. Se fosse stato per me avrei già dedicato una sagoma da tiro al bersaglio agli immigratimorti alle porte dell’Europa nel tentativo di arrivare sulle coste di Cutro e Lampedusa, o agli immigrati perseguitati dalle squadracceICE negli USA di Trump. Oppure una sagoma dedicata al genocidio del popolo curdo e alla resistenza del Rojava. Ci vediamo il 25 aprile a Piazza delle Camelie a Centocelle, quartiere romano medaglia d’oro alla resistenza. Buon 25 aprile di liberazione con la Palestina nel cuore.     È possibile contribuire al crowfunding per le spese dei materiali del monumento Potenziali Bersagli 2026 al seguente linkhttps:// potenzialibersagli2026.noblogs.org/partecipa-al-crowdfunding-su-produzionidalbasso/         2

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    The other side of the moon # 5. Cina e Vietnam: dall’internazionalismo proletario al nazionalismo pragmatico, passando per la guerra Pizo Meyer Di seguito la terza parte su storia e attualità della realtà vietnamita. Le due parti precedenti sono state pubblicate il 1 0 settembre 2025 e il 9 gennaio 2026 . Nella veloce marcia del Vietnam verso l’affermazione politica ed economica, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con la Cina svolge un ruolo nevralgico. 5 novembre 1991: si svolgono a Pechino contatti ad alto livello tra le delegazioni cinesi e vietnamite. Dopo una serie di colloqui segreti, di crescente intensità politica, i negoziatori, con il pieno supporto dei rispettivi governi, inchiodano gli orologi e raggiungono l’obiettivo della trattativa. I due paesi ristabiliscono le piene relazioni diplomatiche, avviano cioè un percorso di pace e di cooperazione. L’allora presidente cinese Jiang Ze Min afferma: «Questo incontro chiude il passato, apre il futuro e dimostra che i due paesi hanno ripreso normali relazioni». La laconicità della dichiarazione non nasconde le grandi implicazioni che l’avvenimento sottende, soprattutto per il Vietnam. Pur avendo mantenuto aperte le loro ambasciate nell’altro paese, Cina e Vietnam erano in guerra dal febbraio 1979, quando le truppe cinesi avevano varcato il confine meridionale per «dare un lezione» al Vietnam. Il conflitto aperto è durato solo 29 giorni. La People’s Liberation Army  di Pechino è penetrata solo per pochi km e ha poi incontrato la fiera resistenza vietnamita, non dimentica della guerra contro gli Stati Uniti. Gli scontri hanno riguardato fanteria e artiglieria, in una scala limitata di intervento senza l’uso dell’aviazione. Sembra incredibile che due alleati – il sostegno militare di Pechino ad Hanoi durante il conflitto con Washington è stato notevole e incessante – rivolgano le stesse armi contro di loro. Le ragioni dell’invasione sono molteplici, ma riguardano soprattutto lo scacchiere indocinese, la politica delle alleanze con le grandi potenze, la rivalità secolare tra i due Paesi. Due mesi prima le truppe vietnamite avevano invaso la Cambogia, mettendo fine allo spietato regime di Pol Pot. Il sogno di un’Indocina pacificata e ideologicamente omogenea era stato smentito dagli interessi nazionali e dal forte patriottismo che accentuava lo storico antagonismo e le tensioni di frontiera. I contrasti tra le due potenze comuniste acuiscono le rivalità. La Cina della Rivoluzione Culturale appoggiava l’esperimento radicale dei Khmer Rouge, teso a svellere ogni retaggio del passato e ogni legge dell’economia. Il Vietnam avvertiva invece il fardello della guerra e cercava nell’aiuto sovietico una scorciatoia per accreditarsi nel Terzo mondo e per una veloce industrializzazione. Almeno per quest’ultima ambizione, Hanoi aveva scelto – o era stata costretta a farlo – un alleato non attrezzato. Ancor prima della fine della guerra d’Indocina, nel 1975, appare chiara la finalità della «diplomazia del ping pong» tra Stati Uniti e Cina: costruire un mondo multipolare e fermare l’espansionismo sovietico, indipendentemente dalle differenze politiche. Il mondo diviso in blocchi cambia; Mosca è ormai ostile a Pechino. Quando il Vietnam aderisce al Comecon e sigla il Trattato di Amicizia e Cooperazione con l’Urss nel 1978, per Pechino diventa «la Cuba dell’est», un vassallo dunque di Mosca e un nemico da fronteggiare.  L’invasione vietnamita della Cambogia è la scintilla dello scoppio delle ostilità tra Vietnam e Cina. Senza sorprese esse finiscono ufficialmente, 13 anni dopo, soltanto due settimane dalla firma degli accordi internazionali sulla Cambogia che prevedevano il ritiro delle truppe vietnamite. Senza il cemento della comune lotta contro l’intervento statunitense nel sud-est asiatico, Cina e Vietnam avevano dissotterrato la loro animosità, un equilibrio asimmetrico che ha spesso condotto la Cina a voler interferire nel Vietnam e trovato quest’ultimo pronto a difendere la propria indipendenza. La storia delle relazioni è piena di scambi commerciali, culturali e politici. Abbonda altresì di tensioni e di patriottismo vietnamita. L’appoggio di Mao Zedong a Ho Chi Minh è stato fondamentale, ma lo statista vietnamita non ha esitato, nel 1945 quando il Presidente della Cina era il nazionalista Jiang Jieshi, a favorire il ritorno degli ex colonialisti francesi rispetto all’occupazione cinese decisa dalle grandi potenze alla fine del conflitto mondiale. La sua posizione è stata cristallina nella sua chiarezza: i francesi si possono combattere (come poi avvenne fino alla loro sconfitta), mentre se tornano i cinesi rimarranno per altri 1000 anni (ricordando il dominio mandarino fino al X secolo d.c.). L’intesa del 1991 è stata seguita da altri accordi. La frontiera terrestre è ormai pressoché stabilita, con concessioni reciproche che hanno allarmato i nazionalisti dei due paesi. La disputa sulle isole Paracelso e Spratley – contese tra i 2 paesi – è stato convenuto sia risolta con mezzi pacifici, così come le controversie sulle piattaforme off shore del Golfo del Tonchino. Diventano dunque un ricordo del passato gli incidenti di frontiera, i sabotaggi, la retorica nazionalista. Cina e Vietnam hanno compreso che nella globalizzazione le appartenenze ideologiche sbiadiscono e lasciano il terreno ad accordi reciprocamente vantaggiosi. Hanoi ha potuto seguire l’esperimento cinese e Pechino ha allargato pacificamente la sua sfera di dialogo, pur senza trasformarlo in controllo.  Il Vietnam ha tratto vantaggio dall’esperienza della potenza confinante. Le riforme di Deng Xiaoping hanno istruito i teorici del Doi Moi (le riforme economiche di Hanoi del 1986). Il partito al governo, così come prima aveva fatto il Pcc, ha incarnato le necessità dello sviluppo. Ha dato fiato alle forze produttive, vigilando sulle disuguaglianze che esso stesso aveva creato. Il controllo sulla società è rimasto ferreo, anche qui sulla scorta dell’esperienza cinese. Contemporaneamente il Dragone ha diffuso a sud la sua capacità economica e la sua delocalizzazione. Dopo gli accordi del 1991 molti ingegneri cinesi hanno insegnato a gestire fabbriche, privilegiare gli aspetti gestionali, creare un mercato, stimolare l’imprenditoria privata. Il passo successivo è stato il trasferimento in Vietnam di fabbriche di settori maturi (abbigliamento, pelletteria, calzature) nei quali il vantaggio cinese di bassi costi di produzione cominciava a essere messo in discussione. Il Vietnam ha dunque trovato sia ispirazione che successi dal precedente esperimento cinese.  Le comuni necessità di uscire dalla morsa del sottosviluppo hanno dunque facilitato la fine delle ostilità. Le tensioni non sono state cancellate o superate, ma con pragmatismo sono state sacrificate alla crescita. Questa normalizzazione è stata ancor più importante per il Vietnam. Le relazioni commerciali con la Cina non sono mai state così intense. La Cina è di gran lunga il partner commerciale più importante per il Vietnam. Si è preferito un dialogo realista all’improduttività delle tensioni. Da alcuni anni è prevalsa la convinzione – in coerenza con l’ambizione di una crescita pacifica – che sia meglio far transitare alle frontiere macchine utensili e medicinali invece che camion militari, armi e munizioni. Finora questo approccio ha funzionato, almeno nelle aspirazioni dei due governi. L’interrogativo sul fallimento dell’internazionalismo proletario è considerato irrisolvibile e dunque dannoso. Una guerra tra paesi socialisti, ed entrambi alleati contro gli Usa, sembrava inimmaginabile. Invece ha avuto luogo, con il coinvolgimento di altri attori ideologicamente affini come Cambogia e Unione Sovietica. Ora tutto questo sembra appartenere a un passato talvolta surreale, anche se ha avuto luogo fino a trent’anni fa. Le necessità dello sviluppo e il rafforzamento del nazionalismo hanno prevalso, probabilmente perché sono entrambi ineludibili per paesi che per secoli hanno subito dominio e guerra e nell’affermazione economica cercano il primo passo del riscatto.  Romeo Orlandi  è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

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    The other side of the moon # 3: Asia Meridionale, dove l’insurrezione è la regola La protesta non va radicalizzata, si vince al centro, senza una chiara linea politica non si va da nessuna parte, se non ricordiamo da dove veniamo non sapremo mai dove andiamo, abbiamo bisogno di un partito strutturato, i social media distruggono la teoria e impediscono la prassi, ci vogliono sempre prudenza, lungimiranza, preparazione dei dirigenti. Gli asiatici poi sono indolenti, contadini dediti al lavoro nei campi e alla preghiera. Infatti: tre insurrezioni in tre anni. Impreviste, esplosive, vittoriose. Tutte nel sub-continente indiano, ai margini dell’ex impero britannico dissoltosi con l’indipendenza e la nascita di nuovi Stati nel 1947. Il Nepal  è un paese himalayano incastonato tra la Cina a nord e l’India a sud. Ha 32 milioni di abitanti; è grande metà dell’Italia. Nel 2008, dopo 240 anni, l’ultima dinastia monarchica è stata abbattuta da una rivoluzione guidata da un partito comunista maoista. Da allora è in vigore una costituzione democratica e le urne vedono l’alternarsi di compagini alla guida del paese, tutte di sinistra: dal Congresso (modellato su quello indiano), ai comunisti, ai marxisti-leninisti. Il 12 settembre 2025 l’esecutivo si è dimesso, dopo che la protesta di piazza era divenuta ingestibile. Tutto era cominciato pochi giorni prima. Il governo aveva messo fuori legge le piattaforme social, per un cavillo legale. Sì è trattato della miccia che dava fuoco alla prateria ormai secca. La rabbia di non poter dialogare, la violazione di diritti di base, l’impossibilità di comunicare con la diaspora che sorregge l’’economia nepalese è diventata incontenibile. I figli delle élite ostentavano invece – proprio sugli stessi social media – la loro vita lussuosa, lontana sideralmente dalle privazioni della popolazione. La miscela della rivolta è stata completata dalle accuse di incompetenza, corruzione e nepotismo che i governi nepalesi debbono regolarmente fronteggiare. I giovani della Gen Z (qualsiasi cosa voglia dire) hanno capeggiato la rivolta. Sono scesi in strada e hanno lasciato molte vittime sull’asfalto, uccise dalle forze dell’ordine. Poi hanno ripreso vigore e attaccato il parlamento, la Corte Suprema, i Ministeri, le sedi dei partiti di governo. Hanno travolto i militari di guardia, dato fuoco ai palazzi, saccheggiato gli uffici, distrutto le automobili. Negli scontri di quei giorni sono morti almeno 72 dimostranti e 3 agenti. L’ex Primo Ministro KP Sharma Oli – capo di un partito m-l – si è rifugiato in una caserma dell’esercito. Il divieto sui social media è stato revocato, i rivoltosi hanno contribuito a scegliere un nuovo Primo Ministro, ad interim, lontano dalla gerarchia dei partiti. Si tratta di Sushila Karki, un ex alto magistrato, prima donna a capo dell’esecutivo che ha promesso una ricompensa per le vittime della repressione e libere elezioni nel marzo del 2026. L’immagine più diffusa della protesta ritrae i giovani rivoltosi che puliscono con la ramazza le strade di Kathmandu dopo la fine degli scontri.  Il Bangladesh  ha la stessa superficie del Nepal, ma registra 180 milioni di abitanti. Fino al 1971 faceva parte del Pakistan, del quale costituiva la porzione orientale. La sua geografia è dominata dai fiumi Gange e Brahmaputra, il cui delta si trova nel Golfo del Bengala. Nel luglio 2024 la protesta sociale era diventata diffusa, radicata, incontrollabile. Il governo della Lega Awami veniva accusato platealmente di incapacità, appropriazione, favoritismi, cessione sospetta di risorse nazionali, brogli elettorali. Gruppi di studenti, militanti di gruppi di estrema sinistra, si erano uniti ai diseredati e ai contadini delle campagne che non trovavano lavoro in città. In un clima incandescente il governo ha scelto di intervenire con una repressione brutale. Luglio è stato il mese della rivoluzione per la democrazia e del massacro. Più di mille manifestanti hanno perso la vita durante gli scontri durati per più di 2 mesi. In seguito, il movimento di protesta ha scelto due strade: la sfida pacifica con assemblee permanenti e occupazioni e la risposta militante. Sono state attaccate caserme di polizia e centri di detenzione. Il 4 agosto l’ex Primo Ministro Sheikh Hasina (al potere da 15 anni, dopo quattro mandati elettorali, figlia dell’eroe dell’indipendenza del 1971, Sheikh Mujibur Rahman) si dimette e fugge in India. Il caos che ne consegue cede poco alla volta spazio a un tentativo di normalizzazione. Il movimento di protesta – incarnato dalla Lega degli Studenti – propone e ottiene la nomina a Premier di Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace, inventore del microcredito, unico ritenuto in grado di curare le ferite di un paese disunito, povero e che a stento riesce a intercettare i vantaggi della globalizzazione asiatica. Sri Lanka , l’ex Ceylon, ha una popolazione di 24 milioni di abitanti, con una superficie pari a ⅕ dell’Italia. È un’isola nel versante meridionale del sub-continente, chiamata La lacrima dell’India. È un paese ancora povero, ma con livelli di reddito superiori al Nepal e al Bangladesh. Fino al 2022 la vita politica – anche qui scadenzata da competizioni elettorali – è stata dominata dalla famiglia Rajapaksa. Dopo la sconfitta militare delle Tigri Tamil – la cui insurrezione militare nel nord-est del paese è durata 26 anni – la repressione è continuata, mentre il paese non è riuscito a sconfiggere il sottosviluppo. Sono emersi costantemente i limiti di una politica clientelare, dominata dal clero buddhista, incapace di una visione per una crescita solida e costante. La corruzione e stravaganti ambizioni economiche – come l’imposizione di rigide misure ambientali che hanno proibito i fertilizzanti e ridotto le produzioni agricole – hanno condotto il paese verso una crisi economica devastante, con inflazione, svalutazione della rupia, carenza di elettricità, scaffali vuoti e povertà diffusa. Il default del paese era dietro l’angolo, le proteste popolari, ininterrotte, aumentavano di intensità, mentre il Presidente – insensibile alle domande di dimissioni e di nuove elezioni – continuava a scegliere ministri dal suo entourage. Il 9 luglio 2022 i manifestanti si avvicinano alla residenza presidenziale, travolgono le postazioni della polizia a protezione e irrompono nel palazzo. Lì bivaccano, presso un’ostentazione di ricchezza a loro sconosciuta, si fotografano, addirittura si bagnano nella piscina e si esibiscono nella palestra. Il Presidente Gotabaya Rajapaksa si dimette, si nasconde per 4 giorni e vaga in alcuni paesi vicini. Dopo 52 giorni rientra pacificamente a Colombo, atteso da un Presidente a tempo, figura navigata del tradizionale milieu. Due anni dopo, al termine di una incessante campagna elettorale, si insedia un nuovo Presidente. Il 23 settembre giura a Colombo Anura Kumara Dissanayake, dopo aver vinto il ballottaggio con il 60% dei voti. È esponente del Janatha Vimukthi Peramuna (in inglese People’s Liberation Front), una formazione marxista-leninista che ha dato vita a due lunghe guerriglie negli anni ’70 e ’80. Dopo aver attenuato il suo fervore rivoluzionario, il movimento ha intrapreso la via parlamentare, pur se il Presidente continua a definirsi marxista. È probabile che il suo pragmatismo continuerà a prevalere sulla precedente impostazione teorica perché i problemi di lunga data di Sri Lanka avranno bisogno di un approccio realista e di una politica conseguente per bilanciarsi tra le ambizioni egemoniche sull’isola di India e Cina.  Per non ricadere in luoghi comuni speculari a quelli sopra menzionati, vanno evitate facili associazioni analitiche. I tre paesi sono diversi tra loro e le insurrezioni non sono minimamente paragonabili a quelle di Washington e Brasilia. Fanno leva su uno scontento per le condizioni di vita, l’esclusione dalla ricchezza prodotta, l’emarginazione delle campagne. Inoltre, hanno avuto luogo nei paesi politicamente più deboli dell’area e dell’intera Asia Orientale. Sia in paesi vicini dove l’esercito svolge un ruolo importante – come in India e in Pakistan – sia in altri paesi più strutturati seppur coinvolti dalla protesta – come Thailandia e Indonesia – i ricambi istituzionali sembrano più difficili da raggiungere fuori dalle urne. Infine, gli esiti anche di breve periodo rimangono incerti: certamente insurrezione non è sinonimo di rivoluzione. Eppure qualche filo lega le esperienze, qualche insegnamento può essere tratto. Le cause della protesta: l’esclusione, la disuguaglianza, la sfiducia nella rappresentanza politica. Le caratteristiche della lotta: politica più che ideologia, pratica dell’obiettivo, assenza di leader designati, affermazione generazionale. È lo youth dividend, in paesi dove il 40% della popolazione ha meno di 18 anni. Per quanto possa sembrare eccentrico, questo arsenale ha funzionato, almeno nel breve periodo. Se il fardello del passato risulta troppo pesante, per un’insurrezione vittoriosa può essere sufficiente uno zaino leggero. Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

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    The other side of the moon # 4 : 1986: la NEP del Vietnam Donmay Donamayoora Il contributo ricostruisce la svolta storica del Vietnam avviata con il VI Congresso del Partito comunista nel 1986, quando il Paese, ancora segnato dalla guerra e dall’arretratezza economica, avviò la politica del Doi Moi . Di fronte all’incapacità del modello collettivista di generare sviluppo, la dirigenza vietnamita introdusse graduali riforme di mercato mantenendo il ruolo centrale del partito. Il testo analizza il superamento della pianificazione rigida, la liberalizzazione dell’agricoltura e dell’impresa privata e la riduzione del controllo statale. Il Doi Moi  viene interpretato come una “NEP vietnamita”, scelta non ideologica ma necessaria alla sopravvivenza del Paese. A differenza dell’esperienza sovietica, tale svolta ha mostrato una sorprendente stabilità e continuità nel tempo. Il 15 dicembre 1986 , di fronte a 1129 delegati in rappresentanza di quasi 1,9 milioni di iscritti si apre ad Hanoi il VI Congresso Nazionale del Partito comunista del Vietnam. L’assise è destinata a segnare una svolta nella storia della nazione. Il partito che aveva guidato la lotta per l’indipendenza e la riunificazione arriva al suo Congresso in una situazione sociale drammatica. Il paese, unico nel panorama mondiale e nella storia economica, non era riuscito a crescere nella ricostruzione. Le ferite della guerra erano ancora devastanti e la direzione politica non era stata in grado di avviare i suoi cittadini verso un miglioramento sistematico delle condizioni di vita. La pace non aveva condotto al progresso. C’era penuria di beni, le comunicazioni erano lente, a stento venivano soddisfatti i consumi di base. Mancavano anche i saponi, sostituiti dalla sabbia nelle pulizie personali. La dirigenza – in larghissima misura funzionari del partito – non era riuscita ad affrancarsi da una logica militare alla quale l’avevano abituata decenni di conflitto. La società era vista attraverso la lente manichea dei nemici e degli amici, la gestione di situazioni complesse non era possibile, la resistenza sembrava l’ambizione principale proprio quando sarebbe stata necessaria una maggiore flessibilità di intervento. Il ruolo delle élites militari era ingombrante, con il fardello di una disciplina ormai inadatta. La drammaticità della vicenda bellica faceva mantenere la direzione a burocrati impreparati, se non corrotti o ambiziosi. L’improvvisa, eccessiva adesione a un partito originariamente di quadri e militanti aveva insospettito chi vigilava. L’organizzazione poteva infatti diventare un trampolino per carriere personali. Le precedenti direzioni avevano mantenuto una politica di rigoroso controllo e di ortodossia ideologica. La disciplina e l’unità erano il bene supremo, senza spazio per derive teoriche o per esperimenti sociali. La proprietà dei mezzi di produzione era collettiva o statale, sia per le fabbriche che per le campagne. Lo strumento generatore di valore era il piano quinquennale, sulla scorta dell’esperienza sovietica che paradossalmente proprio in quegli anni si avviava a una spettacolare denuncia dei suoi limiti. Dieci anni dopo la riunificazione, il paese non si era dimostrato capace di produrre sufficiente ricchezza. Il sud rimaneva un immenso campo di riso, il nord un terreno di poche fabbriche pesanti e di miniere di carbone. Le due regioni per anni hanno continuato a scambiare gli stessi prodotti, come al tempo della colonizzazione francese, addirittura con le stesse dogane commerciali. Il Vietnam ne risultava indebolito nello scacchiere asiatico, mentre la sua popolazione non era uscita dal sottosviluppo. Il Paese sopravviveva senza riforme e la sua salvezza era garantita dagli aiuti internazionali e dall’appartenenza al Comecon dominato dall’Unione Sovietica. Le spese militari erano ingenti per le tensioni sia con gli Stati Uniti e la Cina che trovavano nella Cambogia dei Khmer Rouge un alleato imprevisto. La borghesia commerciante cinese era espulsa dal paese e molti intellettuali, delusi per l’andamento della politica, si ritiravano dalla vita pubblica o addirittura si univano all’esodo dei boat people . L’esercito continuava a svolgere una funzione nevralgica, più per la disciplina che lo permeava che per la capacità di avviare un percorso economico.  In questo quadro il Congresso che si apre ad Hanoi segna una svolta epocale per il paese. Pur nella prudenza del linguaggio, «critica e autocritica» marcano il percorso dell’assise. Il dibattito è aperto e i problemi vengono elencati nella loro crudezza. Yegor Ligachev, il rappresentante del Pcus e capo della più importante tra le 32 delegazioni internazionali, non lesina schiettezza nella condanna dell’uso degli aiuti sovietici, incanalati in rivoli opachi e senza efficacia economica. La mediazione politica dietro le quinte è vivace, ma le conclusioni del Congresso sono unanimi e dirompenti con il passato. Viene avviata la politica del Doi Moi (letteralmente «cambio e innovazione», «cambiare per rifare daccapo») che segna l’inedito indirizzo del Vietnam e lo proietta verso i successi odierni. Il ruolo del partito non cambia: è «la sola forza che conduce lo Stato e la società e il principale fattore che determina tutti i successi della rivoluzione vietnamita». Muta tuttavia l’obiettivo strategico, l’organizzazione deve ora pilotare il Paese verso «un’economia di mercato a orientamento socialista». Senza il clamore di epurazioni e senza il clangore delle armi per gli sconfitti, si avvia un ricambio politico e generazionale. Viene eletto segretario Nguyen Van Linh, un rigoroso economista; per la prima volta un militante del sud diventa l’uomo più potente del Vietnam. Risulta ringiovanita la direzione e dunque inizia a uscire di scena la vecchia guardia. Per «ragioni di salute» lasciano l’Ufficio politico del Comitato centrale Truong Chinh, Pham Van Dong e Le Duc Tho, tutte figure carismatiche. Il primo era Segretario del partito e Presidente della Repubblica; Pham Van Dong ricopriva la carica di Primo Ministro, Le Duc Tho era il teorico del partito, negoziatore degli accordi di Parigi e Premio Nobel per la Pace.  Le scelte sono dirompenti e applicate con costanza. Tendono inizialmente a coniugare la centralizzazione delle decisioni con il dinamismo sociale, la direzione pianificata con l’individualismo. Progressivamente l’economia di mercato diviene sempre più svincolata. Nelle campagne la proprietà collettiva della terra e degli strumenti è smantellata con metodo. Le famiglie sono autorizzate a coltivare la terra per fini personali, possono consumare il raccolto e vendere le eccedenze a prezzi di mercato. Le imprese private sono incoraggiate a diventare il motore della crescita. Inizialmente si fissa a 10 lavoratori il numero massimo di addetti assunti dai nuovi imprenditori. Le aziende di stato possono muoversi in ambiti economici e non solo amministrativi. Viene soppresso il monopolio statale sul commercio internazionale. I sussidi governativi sono progressivamente ridotti e i prezzi non più imposti. I salari sono pagati in contanti, rendendo più monetizzati gli acquisti delle famiglie. Gli impiegati pubblici diminuiscono del 15%. Il tasso di cambio del Dong è lasciato al mercato. I manager infine vengono dotati di maggiore autonomia decisionale.  Si tratta dunque di una svolta epocale. Ha luogo contemporaneamente a quella tentata in Unione Sovietica e poco dopo la più fortunata esperienza cinese. In tutti i casi il sistema collettivista sembra aver preso coscienza dell’incapacità di reggere la gara con il mondo capitalista nella produzione di ricchezza. Probabilmente l’analogia più appropriata è quella con la NEP sovietica del 1921. Lenin fece un passo indietro dal collettivismo integrale per ridare fiato alle forze produttive, indipendentemente dal loro colore e dalla loro provenienza. Come noto, la Novaja ėkonomičeskaja politika venne interrotta da Stalin nel 1928 con un famoso articolo sulla Pravda, dal titolo inequivocabile: «Al diavolo la NEP». Invece il Doi Moi vietnamita resiste da quasi 40 anni e non appaiono all’orizzonte forze in grado di fermarne o ribaltarne i risultati.   Più che di una scelta, per il Vietnam si è trattato di una necessità, drammatica impellenza per sopravvivere e, per la dirigenza, per mantenere il potere. Per ironia, il Pcv si è visto costretto nel 1986 a prendere a prestito, in maniera probabilmente irreversibile, l’esperimento capitalista. L’acuta intenzione è stata saccheggiare con raziocinio l’arsenale e il territorio nemici, proprio per continuare a coltivare la propria ambizione ideologica, a essi ancora teoricamente antagonista. Romeo Orlandi , Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all'Università̀ di Bologna e ha incarichi di docenza sull'economia dell'Asia Orientale in diversi Master post universitari. Per l'Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Relatore a conferenze internazionali, autore di numerosi libri e pubblicazioni sull’Asia, è consulente di strategia per istituzioni e aziende. È stato Special Ambassador per la candidatura di Roma per l’Expo 2030.

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    Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Una Nuova Dimensione si Apre e Data Tsunami e Q.Oracle Una Nuova Dimensione si Apre La diffusione delle Tecnologie degli Affetti Multispecie, le TAM, genera un cambiamento profondo, che il Boomernauta paragona, con un non celato entusiasmo, a quello dell’arrivo di internet. Inizialmente, queste tecnologie penetrano nella Sfera Autonoma grazie all’impegno di vari movimenti che le adottano e le sviluppano in una produzione del comune. In seguito l’uso si espande e si diffonde in tutti i sensi. Il coinvolgimento progressivo dei nonumani produce risultati che diventano man mano sorprendenti. Gli scambi affettivi multispecie hanno talvolta effetti dirompenti, come quello di dare un colpo quasi fatale all’enorme filiera del consumo di carne. Prospettive completamente nuove si aprono… Le TAM entrarono in gioco proprio in questo contesto confuso, fatto di tentativi estremi e disorganizzati di sottrarsi a un possibile collasso globale sotto i colpi di coda della governance che cercava di sfuggire con la Grande Fuga all’incipiente crollo globale. Un numero crescente di umani cercava di ristabilire, talvolta in modo inconsapevole, confuso e individuale un legame organico con Gaia per rimpiazzare quello perso in tempi immemorabili. In questo tardivo sforzo si iniziò a inseguire il minimo indizio che indicasse una direzione da prendere. C’erano piste promettenti, dal micelio agli invertebrati, e si sarebbe continuato a lungo se ce ne fosse stato il tempo. Sin dai tempi di nonna Haraway e zia Barad molti avevano cominciato a incamminarsi su piste nuove per evitare il peggio, ma, davanti alla determinazione e alla scientifica violenza della Gov Q, queste vie alternative e pacifiche sembravano impotenti. Quando i dispositivi delle TAM cominciarono a essere forgiati negli spazi hacker della Sfera Autonoma e sotto l’impulso dei movimenti BSM, presero forme nuove che si discostavano da quelle stereotipate del neuromarketing della Gov Q. Nonostante si fosse ancora in una fase sperimentale, l’apparizione del nuovo universo generato dalle TAM suscitò un grande stupore iniziale, ma presto si intravidero le potenzialità di questa nuova dimensione. In un certo senso questo poteva contribuire al sorgere di un’utopia in cui le divisioni di specie del passato sarebbero venute meno. Ora cercherò di spiegarti come avvenivano in pratica questi scambi interspecie. Magari potrai ironicamente supporre che qualcuno abbia messo un collare emozionale alla sua gatta o al suo cane per sapere cosa pensasse delle crocchette dell’ultima pubblicità olografica. Ma questi animali domestici erano già da millenni in grado di effettuare comunicazioni di questo tipo coi loro padroni . Anzi alcuni studiosi pensavano addirittura che il cane/lupo avesse permesso al sedicente sapiens sapiens di prevalere sui concorrenti neandertaliani perché affettivamente coinvolto in una alleanza e mutua domesticazionee cooperazione producendo, tra l’altro, nuove tecniche di caccia. Ma proprio per questa vicinanza plurimillenaria, la porta delle percezioni e delle intuizioni non mediate si era ristretta anche per il cane/lupo e gli animali domestici, che poco quindi avevano da rivelare rispetto al resto del vivente nonumano 1 . Nei nonumani allevati industrialmente spesso la sofferenza, la paura e il terrore dominavano la loro vita e morte senza senso. Le TAM amplificarono e propagarono questi spaventosi sentimenti dando un colpo quasi mortale all’industria della carne che aveva preso proporzioni gigantesche. Nello stesso tempo questa industria era uno dei principali vettori della pandemia nekomemetica a causa delle enormi emissioni di gas prodotte dagli animali allevati industrialmente e dell’indotto che comportava gigantesche coltivazioni industriali di soia o mais OGM e deforestazione. La produzione capitalista di carne, simbolicamente rappresentata da McDonald Trump 2 , aveva anche in questo caso soffiato sul fuoco della pandemia. Ma l’infinità di memi del pornfood di carne e sangue nonumano postati sui social non avevano avuto un peso altrettanto significativo, se non addirittura maggiore? E questo non stava ancora una volta a dimostrare che la fine del capitalismo non sarebbe stata sufficiente a fermare la pandemia?A questo si aggiungeva talvolta un sentimento di paura, anzi di sfiducia, che talvolta emanava da certe specie selvatiche più a contatto con gli umani. Era come un rumore di fondo, simile a un acufene affettivo, che ormai dilagava nell’immaginario collettivo degli umani; un’oppressione emotiva che funzionava anche da monito, visto che gli umani erano stati investiti da varie zoonosi globali. Forse non tutti sapevano allora che quest’aspetto della sepsi di Gaia era un ulteriore segno tangibile del degradarsi della situazione. La caduta del business della carne era stata una conseguenza altamente positiva del fatto che le TAM trasmettessero in modo così intimo le sofferenze inflitte ai nonumani e creassero un profondo, ma benefico disagio. C’erano inoltre aspetti più positivi e coinvolgenti prodotti dalle TAM. Certi elementi della fauna selvatica, che nella crisi generale stavano accrescendo un po’ i loro margini di libertà, e i pocoumani transgenici furono fra i primi a entrare in ballo senza esserne invitati o costretti. Questo accadeva grazie al fatto che la bio-rete, in grado di captare e trasmettere gli affetti, investiva vasti territori e raggiungeva molte specie nonumane selvatiche o che avevano ritrovato la loro libertà. L’internet of things (IoT 3 ) ormai era senza limiti e si confondeva con l’internet of animals (IoA). I viventi nonumani interagivano intimamente coi dispositivi presenti sul loro territorio. Gli innumerevoli nodi della trama di sensori bio-affettivi che ricoprivano la biosfera erano costituiti da dispositivi di clairvoyance tecnologica 4 [o forse di accecamento come alcuni sostenevano] che non erano passivi, ma vivificati con un’intensa carnalità dagli animali di cui avevano invaso i territori; venivano giocati, annusati, leccati, mimati, attaccati, corteggiati, scopati, orinati, distrutti, persino compianti.Che sia chiaro che le TAM non avevano la funzione di un interprete simultaneo da usare in una produzione Disney per antropologizzare grilli o scoiattoli. Anche la Gov Q prima di perderne il con- trollo aveva grandi ambizioni e voleva farne una specie di macchina di persuasione occulta. Si trattava piuttosto di un sistema articolato capace di processare le complessità di tutti i segnali a cui abbiamo accennato e a trasporli in senso biunivoco. Per gli umani che erano già dipendenti dai device, indossati o integrati, si trattava, in fondo, di un’estensione dell’esistente. Era comunque una funzionalità straordinaria perché li faceva accedere a una dimensione aperta a prospettive prima impensabili. Un po’ come quando, all’arrivo di internet, i pionieri del Web rimasero allibiti scoprendo le potenzialità dello strumento che stava per investire l’umanità. Nella loro frenesia di voler vedere e sentire tutto, localizzare tutto, misurare tutto, controllare tutto, i tre corpi della Gov Q avevano sospinto la produzione di tecnologie banalizzate e nanificate da diffondere ovunque. Oltre a utilizzarle nelle reti da loro controllate ne avevano anche favorito un uso indiscriminato. C’erano nanochips persino nel cibo più banale come il pane e questo aveva creato nuovi multiversi di BigData. Era quasi impossibile trovare un angolo recondito che non contenesse una miriade d’oggetti connessi e in tale ambiente i nonumani in grado di sfuggire alla portata delle TAM erano veramente rari. Una volta che le TAM divennero dominio del comune, il loro sviluppo si accelerò e, grazie ai contributi di un’estesa produzione collettiva, le conoscenze affettive si approfondivano. Gli umani scoprirono che molte specie reagivano alle TAM in modi spesso imprevedibili e sorprendenti. Alcune avevano inventato un loro modo di usarle: interagendo oppure schermandosi o fuggendo a seconda che le emozioni e gli affetti che percepivano le attirassero, le disturbassero o le impaurissero. Altre restavano indifferenti agli stimoli, altre ancora erano in grado di trasmettere assieme all’emozione anche qualcosa che aveva a che fare con la causa originaria di quest’ultima. Ovviamente, vista la storia pregressa, spesso era presente la paura generata dalla sola presenza di umani. Note: Nonumano: cfr. glossario. Da quanto spiegatomi in un aparté pare che la multinazionale del fast food da proteine animali fosse stata acquisita dalla famiglia Trump negli anni del 2040. Internet of Things. Non conoscendo a cosa il Boomernauta si riferisse esattamente con questo termine ho intuito che si trattasse dell’insieme dei dispositivi situati sui bordi complessi, reticolari e raramente non ambigui fra la materia vivente e quella inanimata, umana e nonumana. Ho trovato ulteriori spiegazioni in questo articolo da cui ha preso la citazione https://ww w .researchgate.net/publication/326273659_Animal_Technics_ On_Borders_and_the_Labour_of_Knowing_the_World . Data Tsunami e Q.Oracle Nel corso dei primi decenni del XXII secolo, quando l’uso delle Tecnologie degli Affetti (TAM) diventa sempre più diffuso, i nonumani selvatici sopravvissuti vengono esposti al virus nekomemetico degli umani senza esserne contagiati. Un’ulteriore prova della natura esclusivamente umana del virus. Le loro reazioni emotive davanti a questi flussi prodotti grazie alle TAM ebbe un forte impatto sugli umani che, dopo un iniziale turbamento emotivo, sembravano aprirsi a nuove possibilità. Di riflesso si produssero le prime ripercussioni destabilizzanti per i sistemi di controllo esercitati dalla Gov Q e quindi lavoro e produzione, due fattori primordiali per il suo futuro, ne risentivano. Il primo passo fu casuale, di quelle casualità un po’ apparenti. Furono i nonumani che fornirono un’ulteriore prova dell’origine memetica della pandemia. Questo avvenne quando ci si rese conto che i nonumani e anche i pocoumani erano con certezza assolutamente immuni dal morbo nekomemetico. Le tecnologie degli affetti multispecie permettevano infatti scambi memetici/mimetici anche senza l’uso dei linguaggi. Con le TAM i nonumani vennero quindi investiti dal flusso contagioso nekomemetico tramite le emozioni trasmesse dagli umani, ma non cambiarono i loro comportamenti abituali nei confronti di Gaia. Davanti all’infezione setticemica di quest’ultima, trasmisero un misto di sentimenti fatto di stupore, di sofferenza, di angoscia e di rabbia tipico degli indifesi. Questo aveva qualche somiglianza con ciò che i nativi americani avevano provato dopo il genocidio subito con l’invasione degli europei, così come i cosiddetti parchi naturali terrestri o marini assomigliavano sempre più alle Indian reservations con le loro miserie. E come l’alcool nelle città sui bordi delle riserve diventava veleno per i nativi così nei parchi naturali i sacchi di plastica e altri rifiuti inquinanti lo erano per la fauna selvatica.Aldilà del tropo dell’indigeno protettore della natura, forse anche i nativi americani avevano cercato di trasmettere agli invasori i memi adeguati al contenimento della pandemia, ma erano stati sterminati con tutti i mezzi, compresi quelli virali. Non solo erano oppressi e tormentati dalle armi e dalle malattie portate dai colonizzatori europei, ma inoltre non avevano una potenza di sbarramento e contrattacco memetico da opporre agli aggressori. E questo costò la sopravvivenza del loro popolo e una grande battaglia persa contro il virus immateriale. Anche la fauna selvatica non aveva alcuna capacità di difesa e resistenza a livello memetico, e inoltre lo sterminio e la distruzione di molte specie da parte degli umani era iniziato molti secoli prima ed era ormai molto avanzato. Tuttavia, ora le TAM potevano cambiare le carte in tavola aprendo nuove potenzialità impreviste. Naturalmente le TAM non potevano garantire di modificare la gravità della pandemia e dell’infezione della biosfera, ma c’era una possibilità che non dipendeva tanto dalla tecnologia quanto da un’inconscia disponibilità della stragrande maggioranza degli umani. Un’attitudine ad accogliere nuovi messaggi e, forse, a costruire un’utopia del presente. Non c’erano decrescite, collassi o estinzioni felici e la realtà lo dimostrava, ma poteva esistere un momento in cui un impulso collettivo avrebbe aperto uno spiraglio nelle tenebre della tesi dominante, basata sul presupposto cinismo essenzialista della natura umana . Era una minuscola finestra d’opportunità, un occhio di bue barocco nel quale una spinta improvvisa poteva far partire la macchina che era già lì, pronta. Era probabile che la finestra si sarebbe chiusa rapidamente, ma qualcosa stava succedendo grazie alle TAM che, se non altro, scossero talmente le certezze di tanti sulla loro unicità da farli dubitare di quanto avevano sempre negato con disprezzo, ovvero che i nonumani potessero avere lineamenti di coscienza formate da esperienze soggettive individuali e collettive diversi. In quell’epoca grazie anche a un secolo di attivismo antispecista, confluito nel grande fiume dei movimenti BSM, molti pregiudizi nei confronti dei nonumani erano caduti. Quando si discuteva delle coscienze non umane, a coloro che obiettavano che solo poche specie erano capaci di riconoscersi allo specchio, molti rispondevano che si trattava di un ennesimo esempio di antropocentrismo, dato che gli esseri umani sono anch’essi limitati nella loro capacità di ri/conoscersi attraverso l’olfatto, il tatto, l’udito, le variazioni cromatiche del corpo, eccetera. Era poi anche molto probabile che la coscienza (un termine che alcuni definivano confuso e abusato benché pratico 1 ) non fosse qualcosa di legato al numero dei neuroni o alla complessità del cervello, ma a forme di esperienza soggettiva diversamente coerenti e integrate. Anche a bambini e adolescenti veniva insegnato che l’esperienza sensoriale comincia con la nascita della capacità di distinguere tra stimolazioni esterne, che vengono sentite , e quelle generate dal movimento del proprio corpo. Nel dibattito generale che si era aperto di fronte a questi nuovi canali di intra-azione multispecie, i ricercatori ci ricordarono la straordinaria capacità di emettere segnali doppi che caratterizza molti sistemi nervosi. Ogni volta che un input sensoriale è generato per suscitare un movimento del corpo, il sistema nervoso emette anche una duplicazione del segnale per informare il resto del corpo di tale azione. Questo costituiva il fondamento dell’esperienza: l’input sensoriale e la copia consentivano un confronto fra movimento effettivo e quello desiderato permettendo così di distinguere tra il sé e il mondo esterno 2 . D’altronde la filosofia aveva da tempo ipotizzato diverse forme di coscienza relativamente interdipendenti e che accanto alla coscienza riflessiva ne esistesse una spontanea, che consisteva in una consapevolezza immediata dell’ambiente circostante e che poteva essere estesa anche al regno vegetale, valendo per tutti gli esseri viventi. Per esempio non si poteva negare che le piante fossero coscienti delle modalità di luce o di contatto, delle forze come la gravità e dei segnali chimici dell’ambiente in cui vivono.Avendo vissuto nel periodo pionieristico di queste scoperte presumo che il principio della coscienza riflessiva fosse emerso con la nascita della cibernetica. Tuttavia, in quel periodo, molti erano ancora restii ad ammettere che l’esperienza soggettiva fosse una caratteristica condivisa anche dai nonumani e che rappresentasse la base stessa della coscienza. Noi stessi, da giovani, quando ci impegnammo nelle lotte contro il capitalismo, non avremmo mai pensato di interessarci politicamente ai nonumani 3 . In generale, gli umani preferivano fantasticare su civiltà aliene provenienti da altre galassie piuttosto che considerare l’idea che un giorno altre forme di vita terrestri potessero prendere il loro posto. Di fatto si era già su questa strada, considerando il pericolo di estinzione a cui si stava andando incontro. Ma l’incognita restava: sarebbe stato possibile immaginare un secondo giro di valzer con la metatecnica danzato da altre specie? E magari senza incorrere nelle forme morbose di individualismo, violenza, proprietà e guerra che tanto avevano caratterizzato il primo? La sola risposta la potevano dare i dadi…che, contrariamente a quanto pensava il grande Albert, non solo decidevano tutto o quasi, ma erano anche loro autonomi e funzionavano senza che nessun dio li lanciasse 4 . A parte queste considerazioni, la novità fu che le TAM in qualche modo cominciarono a funzionare come antidoto, più che come vaccino, contro la pandemia nekomemetica. All’inizio l’intrusione delle emozioni nonumane in una società in grande difficoltà generò un’ondata destabilizzante, la Gov Q se ne accorse dai macroscopici cali di produzione e di consumo, man mano che nuove schiere entravano negli scambi affettivi multispecie. Poi progressivamente si produsse un’inflessione nei comportamenti. I fuoriusciti dalle metropoli più a contatto con i territori e la terra furono i primi a interessarsi e a meglio percepire le emozioni animali. I cog(nitive) urbans , anche se precarizzati da generazioni, erano meno direttamente investiti da queste ondate emozionali prodotte dalle TAM. Ma il fenomeno si diffondeva e aumentava l’interesse, e i cog urbans diventarono presto ipersensibili e quasi dipendenti proprio perché avevano più dimestichezza con l’asfalto/cemento che con la terra. In una situazione generale tanto inquietante era normale che chi aveva tanto tempo e poco da perdere fosse più disponibile. Una volta entrati nel mondo degli scambi affettivi multispecie di solito si attivava una particolare dinamica. Inizialmente, gli scambi creavano sensazioni forti, e talvolta sgradevoli, nei soggetti più propensi a perdere le proprie inibizioni, poiché toccavano fibre profonde della loro psiche. Questo accadeva soprattutto quando i nonumani reagivano alle azioni e alle devastazioni causate dal morbo nekomemetico. Col passare del tempo, la crescente sensazione di disagio si trasformava in una sorta di tensione emotiva, spesso accompagnata da un senso di angoscia, ma allo stesso tempo generatrice di uno stato d’animo particolare, come se si stesse aspettando una liberazione da una costrizione. Ad un certo punto, una volta arrivati all’acme dello stress, in molti umani si apriva uno spiraglio o forse un muro crollava e dalla breccia entrava come un soffio affrancatore che lasciava filtrare il desiderio di continuare l’esperienza e di lasciarsi finalmente andare a questi scambi. Ci si sentiva allora immersi in un mondo in cui predominava per la prima volta un sentimento confuso, ma reale: la possibilità che l’infezione della biosfera potesse fermarsi. Era un’esperienza astratta, ma potente, un sentimento di liberazione completamente estraneo a molti, abituati al cinico pragmatismo neolib, contrabbandato per essenza della natura umana. La potenza veniva anche dal fatto che ben presto sia gli uni che le altre cominciarono a comunicare e si resero conto che quel sentire fosse collettivo e si rinforzasse anche per tale ragione. Un simile impulso collettivo non aveva forse generato le grandi rivoluzioni proletarie del XX? E forse gli schiavi in rivolta, o anche i primi cristiani nelle catacombe, avevano sperimentato stati d’animo simili. Personalmente, mi tornavano in mente le nostre speranze giovanili, quando ancora credevamo fermamente nella possibilità di cambiare il mondo : ciò che i nostri nipoti avrebbero potuto definire come riuscire a distruggere la gabbia del realismo capitalista se il destino avesse dato loro l’opportunità di crederci. In passato, durante le fasi di transizione verso grandi cambiamenti di paradigma o rivoluzioni, spesso si erano verificati abbandoni e defezioni all’interno delle sfere di potere. Nel caso delle TAM non mancarono i turbamenti nelle fila della Gov Q, ma il vero problema venne dagli algoritmi e dalle applicazioni quantistiche. Il cuore del sistema creato dalla Gov Q, utilizzando la rete dei centri di ricerca dei techno-tycoon per simulare i comportamenti collettivi umani, compresi quelli sociali, economici, politici e antropologici, era Q.Oracle. Queste simulazioni si basavano sull’uso di una potenza di calcolo quantistica immensa e venivano alimentate da un’enorme quantità di dati, tra cui quelli provenienti dalle TAM. Q.Oracle era una potente intelligenza artificiale utilizzata dalla Gov Q nella gestione sociopolitica. Funzionava come un sistema decisionale avanzato, che analizzava dati e informazioni per fornire raccomandazioni e orientamenti per le decisioni politiche. Era responsabile delle elaborazioni strategiche in vari settori, compresi quelli legati all’economia, all’ambiente, alla sicurezza e alla società in generale, anche se le istituzioni o i discorsi ufficiali cercavano di nasconderne la vera natura e il ruolo predominante. In aggiunta, la Gov Q aveva creato una rete di comunicazione quantistica basata sui laser per trasportare dati attraverso una serie di satelliti a velocità di trasmissione di centinaia di gigabit al secondo, che aveva una funzione simile a quella dei precog di Minority report , un vecchio film della mia epoca: anticipare qualsiasi movimento di rivolta e soprattutto mantenere le condizioni di avanzamento degli ascensori spaziali che avrebbero permesso la Grande Fuga . Di colpo pezzi interi di questi sistemi di simulazione e controllo ad altissima complessità, al cuore stesso del potere della Gov Q, cominciarono qui e là a funzionare meno bene, talvolta a bloccarsi, talvolta a fornire simulazioni completamente errate. Si trattava non solo di bug identificabili, ma anche, cosa più delicata, di dati probabilmente falsificati proprio dalle perturbazioni emotive e affettive impreviste e imprevedibili provenienti dall’uso sempre più diffuso delle TAM. Gli algoritmi e i dati affettivi delle TAM perturbavano i calcoli quantistici della WorldForce e di tutte le polizie mondiali ( SecurServ ) e non permettevano più di simulare e anticipare così bene i comportamenti umani e non. La principale e preoccupante diagnosi fu che l’indispensabile regolarità dei processi lavorativi era stata rimessa in causa, per la prima volta dai tempi delle stregonerie, da una dislocazione spazio-temporale degli individui e dei corpi che avveniva con l’uso delle TAM. A causa di queste e molte altre ragioni nella stessa Gov Q la linea era di evitare le TAM come un pericoloso fake e di combatterle quando possibile. C’erano però delle incrinature perché nella classe di riferimento della Gov Q, una percentuale minuscola dell’umanità che possedeva più del 90% delle ricchezze, non pochi erano comunque attratti più dalle TAM che dalle prospettive di migrazione spaziale. La posizione ufficiale era quella di rifiutare qualsiasi influenza da parte degli alieni. I dirigenti erano abituati a considerare molte specie come oggetti o prodotti da consumare, merce insomma come tutto il resto, e ora li vedevano come entità nemiche e sconosciute che sfuggivano al loro controllo. Ironicamente, non li si poteva neanche tacciare troppo di discriminazione antispecie, perché non erano stati certo teneri con intere classi dei loro consimili: i migranti per esempio, o le donne o ancora i lavoratori precari o gli abitanti di paesi postcoloniali. Davanti alla minaccia rappresentata dalla nuova utopia, che avrebbe potuto mettere a rischio i loro privilegi, i manager della Gov Q cercavano di manipolare la massa degli indifferenti e degli ignoranti. Nonostante le loro straordinarie capacità di repressione, comprendevano che erano sempre più minacciati e cercavano di difendere i loro interessi a ogni costo. Fra i manager brillavano gli h + in generale, e in particolar modo quelli che erano stati modificati e migliorati al di fuori di ogni finalità curativa. Gli attivisti del caos, che provenivano quasi esclusivamente dalle classi dominanti, erano animati da un forte sentimento di superiorità, che spesso non aveva alcuna relazione con le modifiche genetiche che avevano subito. Solo una minoranza di loro passava la vita in preda a misteriose nevrosi, mentre la maggior parte era impegnata a mantenere o aumentare i propri privilegi e a trasmetterli alle generazioni future. Nella loro propaganda affermavano che gli adepti delle TAM, da loro soprannominati zombi , si votavano al suicidio e che l’alleanza con i nonumani avrebbe finito per distruggere il mondo in cui vivevano (il che non era completamente falso per quanto li riguardava). Forse gli attivisti del caos nella Gov non avevano considerato gli antidoti memetici generati dagli scambi multispecie con le TAM. Fra gli appassionati delle TAM alcuni avevano sviluppato un’immunità nekomemetica e potevano trasmettere queste difese ai loro simili. Questo era un aspetto cruciale, poiché la potenza di queste difese era teoricamente in grado di contrastare seriamente la pandemia. Inevitabilmente, ciò avrebbe avuto conseguenze per la Gov Q. Nell’aria inquinata c’era una percezione diffusa della necessità di un cambiamento radicale, mentre i media ufficiali della Gov cercavano di convincere la popolazione che la soluzione era unicamente la migrazione spaziale. Si era compreso che questa rivoluzione non poteva più essere circoscritta esclusivamente agli umani, come era avvenuto in passato. La natura stessa della pandemia e la gravità della situazione rendevano chiaro che gli umani in preda al morbo nekomemetico potevano battersi fra di loro quanto volevano, cercando di fermare la Gov Q e il capitalismo, ma questo non avrebbe cambiato il fondo del problema. La diffusione della setticemia della biosfera aveva iniziato a mettere a dura prova le già precarie dinamiche sociali, portando a un susseguirsi di rivolte e sommosse. Ma era ormai evidente che non si sarebbe potuto trovare una soluzione limitata alla sola rivoluzione umana, per quanto estesa e organizzata fosse. Era necessario un cambiamento radicale e inclusivo, che coinvolgesse anche gli altri terrestri. Solo quando l’impiego delle TAM e la bio-rete sottostante, in cui gli affetti multispecie entravano in gioco, cominciarono a espandersi, si capì che c’era il potenziale per delle alleanze non più limitate alle sole masse umane. Ma era una prospettiva completamente diversa dalle vecchie coalizioni fra Stati-Nazione o da quelle legate a classi o religioni. In alcuni ambienti della Sfera Autonoma si intuiva che le forme di organizzazione e le istituzioni non potevano più essere costituite solo da umani. Note: Presumo che il Boomernauta, che sembrava interessato alle neuroscienze, facesse riferimento in questa affermazione al libro: P. Godfrey-Smith, Altre menti , Adelphi, Milano 2018, p. 121. Qui il Boomernauta fa riferimento a quella che i ricercatori chiamano copia efferente (o di output). Quando un segnale che parte dal cervello ci fa compiere un movimento allora una copia efferente di questo segnale è inviata al resto del corpo per informarlo. Per esemplificare: le copie efferenti vengono create con il nostro movimento ma non con quelli di altre persone. Per questo gli altri possono solleticarci ma noi non possiamo solleticare noi stessi perché le copie efferenti informano il nostro corpo che la stimolazione viene da noi e l’effetto non è lo stesso. Un gioco infantile per ingannare la copia efferente che tutti possono sperimentare è di far girare una pallina di mollica fra medio ed indice incrociati: vi sembrerà di sentire due palline diverse. A questo proposito posso citare un aneddoto capitatomi che conferma questo proposito del Boomernauta. Una sera in un ristorante con vecchi compagni di militanza due di loro dovettero interrompere la cena per correre in una questura di periferia dove la giovante figlia era in stato di fermo per aver partecipato attivamente a una manifestazione antispecista. Per la prima volta mi chiesi: «ma come è possibile che noi ci siamo fatti processare, mettere in galera, esiliare per ristabilire un po’ di giustizia sociale fra gli umani ed i nostri figli si preoccupano del benessere degli animali?». Non avevo visto il nesso che in seguito divenne chiaro grazie anche al racconto che ha qui trascritto. Credo proprio che il Boomernauta si riferisse alla famosa frase di Einstein «Dio non gioca a dadi» quando si trovò in disaccordo con i risultati intrinsecamente probabilistici della meccanica quantistica. Lo scrisse in una lettera indirizzata al fisico danese Niels Bohr: «Sembra difficile dare una sbirciata alle carte di Dio. Ma che Egli giochi a dadi e usi metodi ‘telepatici’[…] è qualcosa a cui non posso credere nemmeno per un attimo» (cit. in B. Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, TEA, Milano 2008).

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    La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che lo alimenta Varoush Khosravian L’assenza di una reale strategia di pace per la regione in un momento di instabilità geopolitica occidentale, causata dall’orizzonte di depredazione e violenza perseguito dalle attuali classi dominanti, e la scelta di un’economia improntata alla guerra e dal perseguimento dell’indipendenza militare di Israele, sostenuta da Netanyahu, stanno segnando l’inizio di un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua vana pretesa di diventare la potenza egemonica regionale. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss  ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Israele è entrato in una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare oltre i confini della Palestina storica. Le sue azioni belligeranti si sono intensificate in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar, Libia e, più recentemente, Somaliland. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche di Israele, ma in realtà all’allentamento delle restrizioni che lo avevano tenuto sotto controllo prima dell’ottobre 2023. Questa svolta espansionistica riflette un riassetto strutturale del rischio, dell’influenza e della tolleranza internazionale e non un improvviso cambiamento ideologico da parte di Israele, ma è anche dovuta all’attuale struttura dell’economia israeliana: il settore militare è stato il motore dell’economia da quando Israele ha subito un livello di isolamento globale che ha decimato la maggior parte degli altri settori produttivi  negli ultimi due anni. Il risultato? Israele ha ora un ulteriore incentivo strutturale a mantenere uno stato di guerra permanente. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa realtà quando ha annunciato che Israele sarebbe dovuto diventare una « super  Sparta», ovvero uno Stato altamente militarizzato dotato di un settore militare autosufficiente in grado di sfidare la pressione internazionale e gli embarghi sulle armi, in modo di non dover più dipendere dalla generosità militare statunitense. Una recente dichiarazione strategica cruciale accentua questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele  entro circa un decennio, inquadrando questa decisione come la strada verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia  strategica. Questo annuncio indica che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli Stati Uniti, ma intende operare come loro partner strategico nella regione in un momento in cui la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero occidentale. La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di crescita trainato dalle esportazioni, basato in larga misura sul settore degli armamenti e sull’industria della difesa. Il problema è che, se Israele vuole sostituire i 3,8 miliardi di dollari all’anno ricevuti in aiuti militari dagli Stati Uniti, deve aumentare drasticamente la sua produzione nazionale e la sua capacità di esportazione. Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo aumento delle esportazioni attraverso diverse politiche, stanziando circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere un’industria nazionale indipendente nel settore degli armamenti. Dal punto di vista economico, ciò significa che la produzione militare diventerà fondamentale per la strategia industriale a lungo termine di Israele, deviando capitali, manodopera e sostegno statale verso la produzione di armi piuttosto che verso la ripresa civile, che sarebbe una strategia insostenibile in tempo di guerra. Tale strategia integrerebbe, inoltre, ancora di più le aziende israeliane nelle catene di approvvigionamento della sicurezza mondiale, anche se lo Stato stesso si trovasse in una situazione di isolamento diplomatico. La dimensione strutturale: incentivo alla guerra permanente Dal 2023 le esportazioni militari sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale dell’economia israeliana. Nel 2023 le esportazioni legate al settore della difesa hanno raggiunto circa 13 miliardi di dollari e nel 2024 sono aumentate fino a circa 14,7-15 miliardi di dollari, macinando record su record. Questa espansione si è verificata mentre la crescita dei settori economici civili si indeboliva, la carenza di manodopera si intensificava e l’occupazione scarseggiava a causa della prolungata mobilitazione militare, mentre ampi segmenti del settore delle piccole e medie imprese registravano perdite sostenute e fallimenti. Le esportazioni di armi hanno funzionato essenzialmente come uno stabilizzatore anticiclico durante la situazione di stress causata dalla guerra, ma ora stanno diventando una componente permanente del modo in cui l’economia israeliana mira a riprodursi. Nel 2025 questa tendenza ha subito un’ulteriore accelerazione. Israele ha firmato alcuni dei suoi più importanti accordi di difesa mai raggiunti con Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Germania, Grecia e Azerbaigian, tutti relativi a sistemi di difesa aerea, missili, droni e tecnologie avanzate di sorveglianza. Sebbene i valori totali dei contratti non siano sempre stati resi pubblici, si stima che questi accordi spingeranno le esportazioni totali nel settore della difesa oltre il record raggiunto nel 2024, rafforzando il settore degli armamenti come il settore di esportazione più dinamico dell’economia israeliana, mentre altre voci di esportazione, come l’agricoltura , si trovano a dover affrontare un «collasso» imminente, secondo gli stessi agricoltori israeliani. Mentre i settori civili dell’economia ristagnano, l’economia di guerra garantisce crescita, entrate in valuta estera e isolamento politico. Questo crea un incentivo strutturale alla mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dalla responsabilità e rafforza una concezione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta di scambio nelle relazioni internazionali. In questo contesto, l’aggressione militare e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana cerca ora di riprodursi. Di conseguenza, la coalizione di governo israeliana si basa sulla securitizzazione permanente. L’economia di guerra è diventata il principio organizzativo a garanzia della sopravvivenza politica del regime. La dimensione globale: la fine del diritto internazionale La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e l’aggressione militare di Israele sono stati resi possibili dall’indebolimento dei meccanismi di restrizione globali , come il diritto internazionale. Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non esiste una linea rossa fondamentale quando la violenza rientra nella lotta al terrorismo o nella difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte nella retorica, ma sospese nella pratica. Ciò ha modificato il calcolo strategico di Israele, perché se Gaza produce rumore diplomatico, ma non sanzioni materiali, allora il Libano, la Siria o l’Iraq comportano costi previsti ancora minori. Il collasso della normalizzazione delle relazioni: non c’è motivo di giocare pulito Anche la politica di normalizzazione influisce su questo nuovo quadro. Il collasso dei colloqui di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, che avevano subito un’accelerazione nel corso del 2023  grazie alla mediazione degli Stati Uniti, ma che si sono arenati  dopo che Israele ha iniziato il suo genocidio a Gaza, non ha disciplinato il comportamento israeliano, ma al contrario lo ha liberato da ogni restrizione. Senza il riconoscimento saudita come moneta di scambio o incentivo alla moderazione, Israele ha abbandonato ogni pretesa di utilizzare le concessioni territoriali come strumento di negoziazione e ha rilanciato con l’obiettivo di stabilire i fatti sul campo, decidendo al contempo di esplorare diversi legami bilaterali di sicurezza con attori più piccoli o vulnerabili. L’espansione sostituisce ora il soft power di Israele, che sta scomparendo, e il riconoscimento viene ottenuto sempre più attraverso la capacità di esercitare pressioni e non attraverso la negoziazione. La specificità dello scenario che si è aperto dopo il 2023 risiede nel fatto che Israele ora combatte su più fronti contemporaneamente, in modo aperto e con la certezza che l’escalation non provocherà una reazione sistemica. Inoltre, la strategia di Israele è stata strutturalmente facilitata da una crescente dipendenza dalle nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non si tratta più di una risposta alle minacce, ma di un metodo di governance prevalente nel Paese e di influenza all’estero. Dal 2023 Israele non persegue più la pace attraverso la contenzione, come ha fatto durante il periodo della Primavera Araba, ha invece optato per l’occupazione permanente, la confisca delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per mantenere e ampliare la sua macchina bellica. Come Israele persegue il dominio regionale Sul piano interno, l’espansionismo territoriale israeliano mira a risolvere definitivamente la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, frammentazione territoriale (la cosiddetta cantonizzazione) cooptazione e, in ultima analisi, dislocamento della popolazione. La logica sottesa è quella di eliminare una volta per tutte quello che è percepito come il principale problema di sicurezza interna di Israele – la semplice presenza del popolo palestinese sul suo territorio – e ripristinare così la fiducia dell’élite e della società israeliana nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato. A livello regionale, Israele persegue diversi obiettivi nei paesi in cui interviene, alcuni legati all’acquisizione di territorio o all’occupazione semipermanente, altri incentrati sulla subordinazione, la frammentazione e la neutralizzazione delle minacce percepite. In Iran, l’aggressione mira a provocare la destabilizzazione del regime e l’indebolimento dell’esercito attraverso attacchi aerei sostenuti contro impianti nucleari e militari, oltre a favorire l’esacerbazione del malcontento sociale e politico. La guerra iraniano-israeliana del giugno 2025 ha rappresentato il confronto militare più diretto fino ad oggi tra i due Stati, ma si è conclusa con una tregua informale invece che con un’escalation verso una guerra su vasta scala, senza che nessuna delle parti superasse le soglie di deterrenza riconosciute, nonostante l’intensità degli scambi. Da allora, le proteste su larga scala registrate in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna, che gli attori esterni considerano sempre più come una vulnerabilità strategica. Questa situazione ha coinciso con le esplicite minacce di guerra formulate da Donald Trump e i rinnovati segnali militari degli Stati Uniti, che insieme intensificano la visione tradizionale israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale da affrontare attraverso un cambio di regime. Tuttavia, il persistere della non escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi entro limiti impliciti che non si riscontrano nell’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria, anche se la compresenza di disordini interni e retorica coercitiva esterna rende questo equilibrio più fragile. In Libano, Israele mira a smantellare Hezbollah non solo come attore militare, ma anche come colonna portante di un ordine politico guidato dagli sciiti, che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più ambizioso è quello di frammentare il Libano tramite un sistema fondato sulle minoranze, in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare protezione esterna e a stabilire legami economici con Israele. Un Libano debole e frammentato fornisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora, l’escalation transfrontaliera in Libano  funziona meno come un percorso verso la vittoria militare assoluta e più come uno strumento per rimodellare l’equilibrio politico interno del Paese nel corso del tempo. Nel gennaio 2026, nonostante il mantenimento nominale del cessate il fuoco, Israele ha conservato le sue posizioni «temporanee» in cinque luoghi «strategici» nel sud del Libano, rifiutandosi di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo in cui Israele mantiene la sua influenza militare sul Paese, rifiutandosi al contempo di impegnarsi in un ritiro totale e lasciando aperta la possibilità di intraprendere nuove escalation di grande portata. Gli attacchi di Israele contro la Siria sono più complessi, poiché il Paese è diventato teatro centrale dell’intervento militare israeliano e della frammentazione politica provocata dalla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria  prevede sia un’azione militare diretta sia sforzi volti a impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato, obiettivo che intende raggiungere fornendo sostegno militare e coordinamento alle Forze Democratiche Siriane, ovvero alle forze curde siriane, con l’obiettivo di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano. Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato pubblicamente che Israele avrebbe permesso ai lavoratori drusi siriani di entrare negli Altipiani del Golan per svolgere lavori agricoli e edili, presentando la decisione come un gesto umanitario, che ovviamente serve a coltivare la dipendenza lavorativa e i legami economici che uniscono le comunità di confine con Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato  una politica formale di «smilitarizzazione del sud della Siria», dichiarando che le forze israeliane sarebbero rimaste nel sud della Siria a tempo indeterminato e che non sarebbe stata consentita la presenza di forze militari siriane a sud di Damasco, il che significa di fatto   una divisione del territorio siriano. Netanyahu ha presentato questa politica come un’iniziativa per «proteggere i drusi». Le battute d’arresto di Israele in Siria Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026, la posizione delle Forze Democratiche Siriane era crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostegno esterno costante hanno provocato una rapida ritirata delle Forze Democratiche Siriane da gran parte del nord e dell’est della Siria nel gennaio di quest’anno. Questo crollo del principale alleato curdo, insieme al fallimento della resistenza delle milizie druse, sostenute sempre dagli israeliani, nell’impedire il consolidamento del potere di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso una guerra per procura. Le popolazioni druse e alauite rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza si è aggravata. La periferia siriana offre una riserva di manodopera che può essere incorporata in modo selettivo attraverso accordi di autonomia o annessione informale, cosa che Israele ha già fatto  consentendo a un numero indeterminato di drusi siriani di lavorare negli Altipiani del Golan. Si delinea così una strategia di annessione economica priva di confini formali, che integra la periferia meridionale della Siria nell’economia israeliana in condizioni di subordinazione. Per quanto riguarda il coinvolgimento diretto nel Nord Africa in generale, Israele non ha condotto operazioni militari dirette in Egitto né ha effettuato interventi militari prolungati in Sudan o Libia, ma ha implementato strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, che vanno dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese agli incontri segreti organizzati con funzionari libici prima dell’ottobre 2023. I costi dell’espansionismo e il potenziale di resistenza Sebbene l’attuale traiettoria di Israele sia presentata a livello interno come un trionfo, le sue prospettive a lungo termine rimangono cupe e costose. La guerra permanente costringe gli israeliani a una mobilitazione militare permanente, accelera l’esaurimento demografico e morale e aumenta l’esposizione a lungo termine a ritorsioni asimmetriche da parte della resistenza palestinese, siriana e libanese, nonché di altri attori. Ogni assenza di conseguenze alle azioni israeliane ricalibra le aspettative di entrambe le parti. All’interno di Israele, rafforza la convinzione che la forza non comporti alcun costo significativo. Tra coloro che sono stati oggetto della sua aggressione, acuisce gli incentivi a sviluppare strategie di logoramento e ritorsione a più lungo termine. L’estensione geografica degli interventi israeliani aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. Gli sforzi compiuti da Israele per insediarsi in infrastrutture militari straniere, come ad esempio in Somaliland e nello Yemen meridionale (e per stabilire basi attraverso rappresentanti regionali come gli Emirati Arabi Uniti), espongono la portata operativa israeliana a linee di rifornimento estese, che sono distanti, insicure e vulnerabili a operazioni militari deterrenti. Invece di strutture gestite direttamente da Israele, questi accordi si basano su basi di terze parti (principalmente degli Emirati), la cui stabilità dipende a sua volta dalle mutevoli dinamiche di potere regionali e dalle priorità statali che sfuggono al controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza efficace a tale distanza aumenta la probabilità che sorgano nuovi ostacoli militari, nuove restrizioni finanziarie e nuovi intrecci imprevisti, che possono risultare difficili da gestire nel tempo, soprattutto quando dallo Yemen Ansar Allah minaccia di attaccare qualsiasi futura base militare israeliana creata in Somaliland. Testi consigliati Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria armamentística israelí , «Diario Red» 22/04/25  Mitchell Plitnick, La ocupación estadounidense de Gaza ha comenzado , «Diario Red» 02/02/26 e Qué significa el ataque de Estados Unidos a Venezuela para Oriente Próximo , «Diario Red» 19/01/26 Craig Mokhiber, El inicio de la era de la impunidad: Venezuela, Palestina y el fin del derecho internacional , «Diario Red» 13/01/26 e La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza , «Diario Red» 21/11/25 Nora Barrows-Friedman, Israel profana tumbas y cementerios de forma masiva en Gaza , «Diario Red» 02/02/26 e El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza , «Diario Red» 18/01/26 Qasaam Muaddi, Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida , «Diario Red» 18/01/26 Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese,  Anatomia di un  genocidio (2024) e  Dall’economia dell’occupazione all’economia del  genocidio (2025) e  Gaza Genocide: a Collective  Crime (2025)  Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista?  e El colapso del  sionismo, «El Salto» 20/04/ 2023 e 26/06/2024 Antony Loewenstein,  El laboratorio palestino  (2024) Baruch Kimmerling, Politicidio: la guerra de Ariel Sharon contra los palestinos  (2004) Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, nonché nella competizione tra le grandi potenze.

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    Hamas non deporrà le armi unilateralmente Barbara Galinska In esclusiva: Hamas afferma che non deporrà le armi unilateralmente, mentre Trump e Netanyahu minacciano di riprendere la guerra genocida su larga scala. Basem Naim, alto funzionario di Hamas, spiega che la resistenza palestinese non è disposta a rinunciare al suo esiguo armamento costituito da armi leggere, la sua rete di tunnel e alla sua limitata capacità di produzione di razzi, richiesta avanzata dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu per umiliare ulteriormente la popolazione palestinese e concepita per provocare la ripresa della guerra genocida, incoraggiata dal presidente fascista degli Stati Uniti e dalle potenze democratiche genocidarie occidentali. Mentre il presidente Donald Trump si prepara a convocare giovedì il primo incontro ufficiale del suo assurdo Board of Peace , lui stesso e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno nuovamente ribadito la loro richiesta che Hamas e le altre fazioni della resistenza palestinese depongano immediatamente le armi, insistendo sulla condizione che tutte le armi leggere debbano essere consegnate prima che l'esercito israeliano ritiri le sue forze. «È molto importante che Hamas mantenga il suo impegno alla smilitarizzazione totale e immediata», ha ribadito Trump in un post pubblicato domenica sul social Truth. Questa richiesta viene presentata come condizione sine qua non per l'avvio di qualsiasi ricostruzione a Gaza, ma non fornisce alcuna garanzia per la sicurezza o la sovranità palestinese. Un alto funzionario israeliano ha anche affermato lunedì scorso che Trump sta valutando di imporre un termine di due mesi affinché i palestinesi consegnino le armi. Sia Trump che Netanyahu hanno minacciato che potrebbe riprendere una guerra su larga scala contro Gaza, se Hamas si rifiuterà di capitolare. Hamas, dal canto suo, non ha partecipato ad alcun negoziato formale negli ultimi mesi. Nonostante le notizie dei media su nuove bozze e preparativi degli Stati Uniti per i negoziati, i leader di Hamas affermano che non è stata presentata formalmente alcuna proposta al movimento e che non si sono tenute riunioni ufficiali con il gruppo per discutere possibili scenari. Basem Naim, un alto dirigente di Hamas che ha partecipato attivamente ai negoziati per raggiungere l'accordo di cessate il fuoco, ha dichiarato a Drop Site che il suo partito non accetterà le richieste vessatorie di disarmare unilateralmente la resistenza palestinese, né si sottometterà a una totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Naim ha ribadito che il partito di Hamas è disposto a negoziare il disarmo delle forze di resistenza solo se questo è collegato a un cessate il fuoco a lungo termine, che ponga dei limiti a Israele e sia accompagnato da un processo politico che porti alla creazione di uno Stato palestinese e di una forza armata in grado di difendersi. «La nostra posizione al riguardo è molto chiara», ha affermato Naim. «Prima di parlare di disarmo o confisca delle armi, riteniamo necessario che Netanyahu e il suo governo estremista, insieme ai mediatori e al garante statunitense, garantiscano la piena attuazione di tutto ciò che è stato concordato nella prima fase, in modo da produrre un cambiamento fondamentale nella situazione umanitaria a Gaza». «La resistenza palestinese e le sue armi sono un diritto legittimo e di conseguenza il disarmo è rifiutato e non sarà accettato da nessun palestinese», ha continuato Naim. «Il problema è fondamentalmente politico, non di sicurezza, e la sua soluzione non risiede nelle armi della resistenza, ma nella fine dell’occupazione sionista. Gaza non è un progetto immobiliare, è parte integrante della patria palestinese». Netanyahu ha affermato regolarmente e falsamente, spesso sostenuto da Trump e da altri leader occiden tali, che Hamas ha accettato il disarmo totale della resistenza palestinese come parte della prima fase del limitato accordo di "cessate il fuoco" firmato nell'ottobre 2025. Netanyahu ha anche giustificato la morte di oltre seicento palestinesi dalla firma del "cessate il fuoco", sostenendo che sia i combattenti di Hamas che i civili stanno violando l'accordo. In realtà, Hamas non ha firmato alcun termine relativo al disarmo, ma ha ribadito di non poter raggiungere un accordo unilaterale sul futuro governo o sulla resistenza armata a nome dell'intero popolo palestinese. «È chiaro che Netanyahu e il suo governo estremista stanno cercando nuove giustificazioni per continuare l'aggressione contro Gaza e riprendere la guerra, nonostante tutte le posizioni regionali e internazionali che rifiutano la ripresa dei combattimenti», ha detto Naim. «Anche Hamas sta facendo tutto il possibile per evitare la ripresa della guerra. Fino a poco tempo fa, Netanyahu utilizzava la questione dei prigionieri [israeliani] per giustificare il proseguimento dell'assalto alla Striscia di Gaza, il rifiuto di ritirare le sue forze militari, di aprire i valichi di frontiera e autorizzare l’ingresso degli aiuti», ha concluso l'alto dirigente di Hamas. Durante il genocidio di Gaza, Israele ha chiesto la resa totale non solo di Hamas, ma anche della causa di liberazione palestinese. I responsabili di Hamas hanno dichiarato a Drop Site che, sebbene il gruppo rifiuti il disarmo totale, è disposto a negoziare la questione delle armi, compreso lo stoccaggio verificato a livello internazionale o lo smantellamento di alcune armi «offensive», a condizione che venga istituita una forza di sicurezza palestinese a Gaza. I responsabili di Hamas e della Jihad islamica palestinese hanno sostenuto che la resistenza armata si dissolverebbe solo nel contesto dell'istituzione di una forza armata palestinese riconosciuta a livello internazionale e in grado di difendere il proprio territorio e il proprio popolo. Il piano di Trump richiede la distruzione delle "infrastrutture offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi", e una visione a più lungo termine per "un processo concordato di smantellamento" di altre armi. «La vita a Gaza oggi è insostenibile», ha affermato Naim, sottolineando che la proposta e le richieste comunicate non offrono alcuna garanzia per la sicurezza palestinese. «Come si può parlare di disarmo mentre l'aggressione continua e Netanyahu non si impegna a un cessate il fuoco? Si stanno formando, sostenendo e appoggiando bande armate per compiere pericolose operazioni di sicurezza, come rapimenti e omicidi. Come si può parlare di disarmo quando [quasi] il 60% della Striscia di Gaza è ancora occupata da Israele?». Accordi di sicurezza reciproca Come riportato in precedenza da Drop Site , Hamas ha ripetutamente suggerito ai mediatori regionali una soluzione al problema delle armi che preveda che la resistenza palestinese immagazzini o «congeli» le proprie armi e non le utilizzi in alcun attacco contro Israele. Questa proposta, che farebbe parte di un cessate il fuoco a lungo termine imposto a livello internazionale, avrebbe il sostegno degli stessi gruppi di resistenza palestinesi. La violazione di un accordo di questo tipo, specialmente un accordo sostenuto da un gran numero di paesi arabi e islamici, avrebbe gravi conseguenze per l'intera lotta palestinese. La chiave del suo successo, hanno avvertito i funzionari palestinesi, sarebbe costringere Israele a rispettare l'accordo. Israele ha sistematicamente violato gli accordi di cessate il fuoco non solo con la Palestina, ma anche con il Libano, Paese che continua a bombardare quasi quotidianamente nonostante il cessate il fuoco firmato nel novembre 2024. Le proposte di Hamas non hanno portato a nulla e, da quando Trump ha ufficialmente avviato il Board of Peace, non ci sono state praticamente discussioni sostanziali con i leader di Hamas. Domenica scorsa Netanyahu ha cercato di anticipare qualsiasi possibile negoziazione tecnica con Hamas, che consenta ai combattenti palestinesi di conservare almeno le armi leggere, dichiarando che la Striscia di Gaza deve essere completamente smilitarizzata come condizione affinché Israele passi alla seconda fase dell'accordo. «Ciò che deve accadere è che prima Hamas venga disarmato e poi Gaza smilitarizzata. Disarmare significa che deve consegnare le armi», ha detto Netanyahu in un discorso pronunciato alla conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane riunite a Gerusalemme, scartando l'idea di negoziati sul disarmo. «Non ci sono praticamente armi pesanti a Gaza. Non c'è artiglieria, non ci sono carri armati, non c'è niente. L'arma pesante, quella che causa più danni, si chiama AK-47, e basta. È così che giustiziano le persone. È così che sparano alla nostra gente. È quello che hanno usato nel massacro del 7 ottobre, dei fucili d'assalto" ha aggiunto. "Quella è l'arma principale e deve sparire". Lunedì Yossi Fuchs, segretario di gabinetto del primo ministro e consigliere principale di Netanyahu, ha affermato che il governo Trump ha chiesto a Israele di concedere un periodo di due mesi per costringere Hamas a disarmarsi prima che lo Stato terrorista israeliano rilanci un attacco militare su larga scala contro Gaza. "Attualmente ci stiamo preparando per un periodo di circa sessanta giorni durante il quale Hamas avrà la possibilità di disarmarsi. Siamo in totale coordinamento con gli americani, questa è stata la loro richiesta, che noi rispettiamo", ha dichiarato Fuchs in una conferenza stampa tenutasi a Gerusalemme. "Questo processo sarà monitorato, se andrà bene, ottimo. In caso contrario, le Forze di Difesa Israeliane dovranno tornare e completare la missione". Fuchs ha affermato di non sapere quando inizierà il periodo di sessanta giorni, ma ha previsto che, se il disarmo totale non avverrà entro giugno, Israele riprenderà la sua guerra totale contro Gaza. "Parlare di disarmo significa l'assenza di qualsiasi accordo di sicurezza reciproco, lasciando Israele libero di operare nella Striscia di Gaza dove, quando e come vuole?", ha chiesto Naim. «Cercare di presentare il problema come l'esistenza di armi in mano palestinese, armi leggere che non possono essere paragonate in alcun modo all'arsenale convenzionale, chimico, biologico o nucleare posseduto da Israele, non considera ciò a cui abbiamo assistito nei due anni di genocidio nella Striscia di Gaza. Queste armi leggere in mano al popolo palestinese servono fondamentalmente per l'autodifesa, non per aggredire nessuno. Pertanto, tale misura è respinta e non può essere approvata, come affermano o esigono». Naim ha affermato che la posizione di Hamas è che qualsiasi proposta relativa alle armi o al disarmo deve concentrarsi su accordi di sicurezza reciproca e non su richieste unilaterali imposte alla parte palestinese. «Bisogna impedire che Israele continui l'aggressione e garantire l'istituzione di un cessate il fuoco di diversi anni, tre, cinque o sette, parallelamente al processo politico», ha affermato. «Durante questo periodo, la resistenza si impegnerebbe, sotto la supervisione palestinese, araba e internazionale, a rispettare il cessate il fuoco. Durante questo periodo, le armi sarebbero ritirate dal terreno e immagazzinate, dando al governo palestinese o al comitato amministrativo l'opportunità di gestire tutte le questioni civili e di sicurezza nella Striscia di Gaza senza interferenze da parte di nessuno». Questa posizione è stata espressa sistematicamente dai responsabili di Hamas sin dalla firma dell'accordo dell'ottobre 2025 a Sharm El Sheikh, in Egitto. Nonostante la falsità della descrizione generale fornita dai responsabili statunitensi e israeliani secondo cui Hamas avrebbe accettato tutte le condizioni di Trump, questa organizzazione e altre fazioni palestinesi non hanno firmato alcun accordo al di là della definizione di un cessate il fuoco, dello scambio di prigionieri e della creazione di un quadro iniziale per il ridispiegamento o il ritiro delle forze israeliane da alcune parti di Gaza. Ufficialmente, non esiste alcun accordo su una "seconda fase". I negoziatori palestinesi hanno chiarito che le richieste che riguardano il futuro di uno Stato palestinese, le armi delle fazioni di resistenza e altre questioni essenziali richiederebbero la consultazione di un'ampia rappresentanza dei partiti e delle fazioni politiche palestinesi. "Abbiamo discusso un approccio globale e olistico. In primo luogo, la questione umanitaria deve essere completamente separata dalle altre questioni: la vita quotidiana della popolazione, ovvero il suo approvvigionamento alimentare, l'accesso all'acqua e la disponibilità di medicinali, non può continuare a essere in balia di questo governo fascista e della sua agenda politica, il cui obiettivo dichiarato è risolvere il conflitto con la forza a favore dell'entità [sionista] e cancellare l'esistenza palestinese", ha affermato Naim. «Deve anche essere verificato un processo politico serio con scadenze definite, che inizi e finisca con la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale. A quel punto, le armi e i combattenti della resistenza entrerebbero a far parte di quello Stato e del suo esercito». «O disarmo o guerra» Lo scorso fine settimana Trump ha annunciato di aver ricevuto oltre 5 miliardi di dollari in impegni per il suo Board of Peace e che i paesi partner si sono impegnati a schierare migliaia di soldati come parte di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF). Sebbene Trump non abbia nominato Paesi specifici, l'Indonesia è stata la prima nazione a dichiarare pubblicamente la propria partecipazione, annunciando che si stava preparando per un possibile dispiegamento di fino a 8000 soldati. Molte nazioni hanno dichiarato che non invieranno truppe se la missione includerà il disarmo o lo scontro con le fazioni della resistenza palestinese. Hamas ha affermato di accogliere con favore una forza internazionale, ma solo affinché funga da cuscinetto neutrale tra le forze israeliane e la popolazione palestinese residente a Gaza. "La partecipazione dell'Indonesia non ha come obiettivo missioni di combattimento o di smilitarizzazione", si legge in una dichiarazione del 14 febbraio del Ministero degli Affari Esteri indonesiano, che ha poi aggiunto che "il mandato è di natura umanitaria e si concentra sulla protezione della popolazione civile, sull'assistenza umanitaria e sanitaria, sulla ricostruzione, nonché sulla formazione e lo sviluppo delle capacità e delle competenze della polizia palestinese". La dichiarazione affermava che l'Indonesia «porrebbe fine alla sua partecipazione se l'attuazione della Forza di stabilizzazione internazionale si discostasse» da tale mandato. Il piano di Trump prevede anche la creazione di una forza di polizia palestinese sotto la bandiera del nuovo organo di governo tecnocratico noto come Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (CNAG). Composto da quindici palestinesi, il CNAG, organismo situato al livello più basso della gerarchia organica del Board of Peace creato da Trump, è l'unico organo che include palestinesi. Quando il genero di Trump, Jared Kushner, ha presentato una serie di diapositive sul piano di suo suocero in occasione dell’insediamento del Board of Peace tenutosi a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio, una diapositiva intitolata "Principi di smilitarizzazione" affermava: "Le armi pesanti saranno ritirate immediatamente. Le armi personali saranno registrate e ritirate per settori man mano che la polizia del CNAG sarà in grado di garantire la sicurezza personale". La sezione concludeva: "Lo stato finale: solo il personale autorizzato dal CNAG potrà portare armi". Un alto funzionario del Board of Peace di Trump ha inoltre indicato che gli sforzi per disarmare i gruppi di resistenza palestinesi sarebbero stati compiuti nell'ambito della creazione di una forza di sicurezza palestinese e non come un atto formale di resa. Il fatto che i funzionari di Trump sembrassero orientarsi verso un processo di disarmo più lento di quello richiesto da Netanyahu è stato rafforzato anche da un articolo pubblicato dal New York Times che descriveva un progetto di piano statunitense che avrebbe richiesto ad Hamas di «consegnare tutte le armi in grado di attaccare Israele, ma avrebbe permesso al gruppo di conservare alcune armi leggere, almeno inizialmente». Il leader di Hamas a Gaza, il dottor Khalil Al-Hayya, ha recentemente incontrato al Cairo Nickolay Mladenov, l'alto rappresentante dell'amministrazione Trump, anche se un alto funzionario di Hamas ha detto a Drop Site che durante l'incontro non sono state presentate proposte ufficiali sul disarmo della resistenza palestinese. "In alcuni incontri, la questione è stata sollevata in termini generali, ma finora non è stata avviata alcuna discussione ufficiale con noi", ha detto il funzionario. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, tenutasi lo scorso 13 febbraio, a Mladenov è stato chiesto quale sarebbe la situazione che vorrebbe vedere a Gaza tra un anno. "Mi auguro che avremo compiuto progressi significativi nel dispiegamento della nuova forza di sicurezza palestinese all'interno di Gaza e che Hamas avrà rinunciato a una parte significativa del suo armamento, in modo da poter avanzare al punto che Israele possa ritirarsi dalla Linea Gialla", ha detto Mladenov, un diplomatico bulgaro che è stato il massimo inviato delle Nazioni Unite nella regione tra il 2015 e il 2020. «Queste sono condizioni che ritengo fondamentali se vogliamo tornare alla risoluzione politica della questione palestinese, poiché questa richiede negoziati, richiede una leadership palestinese unica su tutto il territorio occupato e richiede un dialogo facilitato, non supervisionato, ma facilitato, dagli Stati Uniti, dall'Europa e da altri attori, come è stato in passato». Sebbene il calendario teorico di Mladenov sembri contraddire le richieste di Netanyahu di un disarmo immediato, egli ha anche riconosciuto che non ci sarebbe alcuna ricostruzione seria né alcun ritiro militare israeliano a meno che non venisse dissolta la resistenza palestinese. Su questo punto, Mladenov ha affermato che non solo dovrebbe essere disarmato il braccio armato di Hamas, ma anche la Jihad Islamica e tutte le altre fazioni armate. Ha definito il piano di Trump «l'unica opzione per andare avanti con qualcosa che abbia senso a Gaza, porre fine a questa guerra e non permettere il ritorno alla violenza». Mladenov ha aggiunto: «Gaza deve essere governata da un'autorità di transizione autorizzata dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza in virtù della quale deve assumere il controllo civile e della sicurezza totale di Gaza, il che include il disarmo di tutte le fazioni della resistenza palestinese attive a Gaza, non solo di Hamas». Mladenov ha affermato che questa è la condizione affinché le forze israeliane si ritirino dalla Striscia e inizi la ricostruzione. «La realtà è che tutto questo deve procedere molto rapidamente», ha affermato. "Permettetemi di essere assolutamente chiaro sui rischi che corriamo qui: il primo rischio è che non si arrivi alla seconda fase del cessate il fuoco, ma si passi alla seconda fase della guerra, e questa è una grave minaccia". Ha detto che, se Israele riprendesse la guerra, non ci sarebbe spazio per il Board of Peace «fino a quando non vedremo cosa rimane e raccoglieremo le macerie, potenzialmente, alla fine della stessa». Mladenov ha avvertito che, se la fase due non si attivasse rapidamente, la divisione di Gaza in due metà da parte di Israele e il suo trattamento come entità separata dalla Cisgiordania e non come parte dello stesso territorio occupato sarebbero «consolidati». Naim ha criticato duramente la dichiarazione di Mladenov. «È vergognoso sentire un certo politico statunitense o un funzionario internazionale come Mladenov dire: "O disarmo o guerra", perché in quest'ultimo caso ciò lo rende portavoce del governo israeliano, cessando di essere di conseguenza rappresentante di un organismo che lavora per creare la pace». Questo ultimatum coercitivo costituisce il fulcro della campagna di Israele per garantire il mantenimento del controllo totale sulla parte orientale di Gaza, nonché la sua capacità di attaccare a piacimento le zone occidentali e di impedire le minime concessioni offerte alla parte palestinese. La fase due del piano di Trump prevede un piano di ricostruzione su larga scala, una maggiore libertà di movimento per i palestinesi attraverso il valico di frontiera di Rafah con l'Egitto, l'empowerment, sotto la guida di Mladenov, del comitato tecnocratico di transizione palestinese per assumere le funzioni di base di governo e il graduale dispiegamento di una forza di sicurezza palestinese nella Striscia di Gaza. Il piano include anche delle condizioni che richiedono il ritiro delle forze israeliane in un perimetro tracciato intorno alla Striscia di Gaza, invece dell'attuale status quo in cui Israele occupa più della metà dell'enclave. "Gli Stati Uniti stanno facendo in questo momento la parte dei poliziotti buoni, a fronte della parte di poliziotto cattivo di Netanyahu. Gli americani parlano di ricostruzione e pace, mentre lui mantiene la minaccia della guerra. Quindi li vedo impegnati in un esercizio di depistaggio, che spinge costantemente Hamas alle corde", ha detto Sami Hermez, analista politico e professore di antropologia alla Northwestern University del Qatar. "Non credo che si possano separare gli Stati Uniti e Israele o Trump e Netanyahu, come se si trattasse di due strategie diverse e non di partner impegnati in una strategia globale in cui lavorano in tandem. È ingenuo pensare il contrario o seguire la narrativa dei media secondo cui Trump ogni tanto non è d'accordo con Netanyahu ". Devastazione a Gaza Nonostante la generale struttura coloniale del Board of Peace e la costante deferenza di Trump nei confronti dell'agenda di Israele, Netanyahu continua a rifiutare pubblicamente qualsiasi piano che consenta ai palestinesi di rimanere a Gaza con una minima parvenza di autonomia o con la possibilità di ricostruire le loro case, ospedali, strade o scuole. Israele ha sistematicamente rifiutato di rispettare i termini del cosiddetto accordo di cessate il fuoco firmato nell'ottobre 2025. Nei quattro mesi trascorsi dalla sua entrata in vigore lo scorso 10 ottobre, sono state registrate circa 1620 violazioni da parte di Israele, secondo gli ultimi dati dell'Ufficio stampa del governo di Gaza. Tra queste vi sono centinaia di incidenti con sparatorie, bombardamenti e attacchi aerei ripetuti, incursioni in quartieri residenziali e demolizioni di case ed edifici. Queste violazioni hanno causato la morte di almeno 603 palestinesi e il ferimento di oltre 1600. Israele ha anche rifiutato di consentire l'ingresso dei quantitativi concordati di generi alimentari e altri prodotti di prima necessità previsti dall'accordo. Sebbene fosse previsto che 600 camion di aiuti entrassero quotidianamente nella Striscia di Gaza, la media è stata di soli 260 camion al giorno. Le consegne di carburante sono state particolarmente limitate, con solo 861 camion entrati rispetto ai 6000 concordati. Israele ha severamente limitato il passaggio da e verso Gaza attraverso il valico di Rafah dalla sua parziale riapertura la scorsa settimana, consentendo solo a circa un quarto del numero previsto di palestinesi di uscire o tornare a Gaza. Mentre Israele continua a far penetrare le sue forze militari nella Striscia di Gaza oltre i limiti consentiti, costruisce anche infrastrutture nelle zone a est della stessa, il che indica l'esistenza di piani a lungo termine per procedere a un'occupazione a tempo indeterminato. Se consideriamo la situazione da una prospettiva più ampia, Netanyahu sta creando uno stato di caos a Gaza, che relega il popolo palestinese in fragili accampamenti costituiti da tende e con un accesso limitato ai beni di prima necessità. Non ha nascosto che l'obiettivo di Israele è che Trump permetta il continuo intensificarsi degli attacchi israeliani, limiti severamente qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita o la speranza di ricostruzione della Striscia di Gaza e incoraggi l'espulsione su larga scala della popolazione palestinese dalla stessa. Con lo spauracchio delle poche armi leggere della resistenza, Netanyahu mantiene la giustificazione politica per continuare la guerra di bassa intensità, che Amnesty International ha definito una continuazione del genocidio, sotto la minaccia della ripresa di operazioni su più ampia scala. "Più a lungo Netanyahu riuscirà a mantenere Gaza inabitabile, meglio sarà per lui; più a lungo riuscirà a ritardare qualsiasi ricostruzione e qualsiasi aiuto, meglio sarà per lui. L'idea del disarmo totale è un buon modo per garantire che non si faccia nulla a Gaza, perché lui sa che si tratta di una richiesta irrealistica", ha affermato Hermez. "Gli Stati Uniti e Israele stanno seguendo sostanzialmente lo stesso copione che hanno utilizzato in Cisgiordania per decenni: parlano di pace e gli Stati Uniti finanziano persino iniziative di pace, mentre le truppe sul campo rendono la vita dei palestinesi un inferno e continuano a opprimere la popolazione palestinese. Tutto in nome di una promessa futura: prima era la creazione di uno Stato dopo Oslo, ora è la semplice ricostruzione di Gaza. L'incognita, ovviamente, è Hamas e la resilienza della vita sul campo". Naim ha affermato che gli eventi accaduti mettono in luce il proseguimento della strategia israeliana, che si protrae da decenni, volta non solo ad annientare le aspirazioni di creare uno Stato palestinese, ma anche ad intensificare la guerra per espellere completamente la popolazione palestinese dalla propria terra. Ha anche sottolineato il continuo assedio di Israele alla Cisgiordania occupata, che consiste nel perpetrare regolari invasioni militari, nell'espansione degli insediamenti illegali e nel moltiplicarsi del terrore che i coloni sostenuti dallo Stato scatenano quotidianamente contro la popolazione palestinese. Ha citato anche le recenti misure giudiziarie che consentono a Israele di registrare per la prima volta dal 1967 i terreni della Cisgiordania come proprietà legale dello Stato. «L'esperienza palestinese negli oltre trentatré anni trascorsi dalla firma degli Accordi di Oslo, la cui premessa era la creazione di uno Stato palestinese, mostra come Israele, specialmente durante la presidenza di Netanyahu iniziata nel 1996, abbia utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per distruggere questa opportunità, per indebolire e minare l'Autorità [Palestinese] e per espandere con ogni mezzo l'annessione del territorio palestinese. Le recenti decisioni, che eludono le leggi vigenti e gli obblighi contratti dallo Stato israeliano nei confronti dei palestinesi e dei giordani e che annullano la legge giordana e la capacità amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese, equivalgono a un'annessione sia di fatto che legale», ha affermato. «Questa esperienza conferma che il problema non è mai stato il popolo palestinese o la sua resistenza, ma il progetto israeliano di colonizzazione, volto a cancellare l'esistenza palestinese e a porre fine alla causa palestinese a favore di uno Stato ebraico tra il fiume e il mare». Naim ha aggiunto: «Ciò che Netanyahu e il suo esercito non sono riusciti a ottenere in due anni, non lo otterranno con nessun altro mezzo, indipendentemente dal sostegno che potranno ricevere da qualsiasi altro attore». Si consiglia di leggere Jeremy Scahill y Jawa Ahmad, « El inquebrantable Nael Barghouti » y « Trump, Gaza y los Acuerdos de Oslo: un déjà vu » , Huda Ammori, « Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí », Nora Barrows-Friedman, « El genocidio israelí continua implacable durante el «alto el fuego» ante el silencio y la complicidad occidentales » y « El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza », Ali Abunimah, « La Junta de Paz de Trump: multimillonarios, compinches y genocidas », Craig Mokhiber, « El mundo de rodillas: la «Junta de Paz» de Trump y los tiempos oscuros que se avecinan » y « La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza »; Qassam Muaddi, « Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida » Michael Arria, « Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento », todos ellos publicados en Diario Red . Consejo de Derechos Humanos de Naciones Unidas, Informes de la Relatora Especial sobre la situación de los derechos humanos en los territorios palestinos ocupados desde 1967, Francesca Albanese, « Anatomía de un genocidio » (2024) y « De la economía de la ocupación a la economía del genocidio » (2025) y « Gaza Genocide: a Collective Crime » (2025). Ilan Pappé, « Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? » y « El colapso del sionismo », El Salto . Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Drop Site ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso

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    Quando Jonathan Swift urinò sul Potere Samuele Arcangioli e Arlenys Taietti Aver classificato Jonathan Swift fra gli scrittori per l’infanzia ha permesso di nascondere ai più la carica sovversiva di un libro come I viaggi di Gulliver, un’opera edita la bellezza di tre secoli fa, nel 1726 Nel romanzo I Viaggi di Gulliver  il capitano Lemuel Gulliver esplora diversi paesi: Lilliput, popolato di nani ; Brobdingnag, popolato di giganti ; Laputa, isola volante abitata da filosofi e scienziati ; Huyhnhnmlandia, dove i cavalli comandano gli uomini . I suoi universi visionari si basano su deformazioni esagerate della realtà e riflettono il nostro mondo e, quindi, possono essere ritenuti i primi racconti di ambienti distopici. Il termine   lillipuziano è entrato nel linguaggio comune per indicare qualcosa di estremamente piccolo, ma lo si usa anche per definire persone intellettualmente ottuse e meschine; infatti, i lillipuziani rappresentano i maggiori difetti   della vita sociale e politica inglese del Settecento: gli intrighi di corte, la disonestà, le lotte intestine tra partiti avversi e l’ostilità verso l’estero. Preoccupato da una società sempre più fondata su commercio, finanza e mercato, Swift trasforma I viaggi di Gulliver  in una critica senza pietà all’Inghilterra dell’epoca; in primis, contro guerre, colonie e fanatismi religiosi, disparità economiche e consumismo, immoralità e corruzione. Swift contro le guerre: «Nella speranza di guadagnarmi sempre più le buone grazie di Sua Maestà, gli parlai della scoperta, fatta tre o quattrocento anni fa, di una certa polvere cadendo in un mucchio della quale una piccola scintilla lo incendierebbe tutto in un attimo, fosse anche grosso come una montagna, e lo farebbe saltare in aria tutto in una volta con un fracasso e un subbuglio maggiori del tuono. Gli dissi che una data quantità di questa polvere cacciata dentro un tubo di bronzo o di ferro, secondo la sua grossezza, è capace di spingere una palla di ferro o di piombo con tale violenza e velocità che nulla può resistervi; che le palle più grosse, così scaricate, non solo possono distruggere in un attimo intere file di un esercito, ma fanno rovinare al suolo le più solide mura, mandano a picco le navi cariche di migliaia d’uomini, e, se son legate fra loro con una catena, spezzano alberi e sartiame, tagliano a mezzo centinaia di corpi e seminano la desolazione dinanzi a sé. Aggiunsi che spesso mettiamo questa polvere in certe grandi palle cave di acciaio e le scagliamo con una macchina in qualche città assediata: allora i selciati saltano, le case vanno in frantumi, le schegge scoppiano e schizzano da ogni parte, e le cervella di tutti coloro che son nelle vicinanze vanno in pappa. Conclusi infine dicendo che conoscevo molto bene gli ingredienti di questa polvere, tutti di poco prezzo e facili a trovarsi, sapevo il modo di mescolarli insieme e potevo dare ai suoi operai le indicazioni per costruire quei tubi […]. Tutto questo io offrivo umilmente a Sua Maestà come piccolo segno di riconoscimento in cambio di tante prove da me ricevute del suo favore e della sua protezione. Il Re fremette di orrore alla descrizione che gli feci di questi terribili meccanismi e alla proposta con cui la accompagnai. E sbigottì che un impotente e abietto vermiciattolo quale io ero (furono queste le sue parole) potesse concepire idee così inumane e venirle a dire con tanta naturalezza da apparir interamente insensibile alle scene di sangue e di desolazione che aveva presentato come normali effetti di quelle macchine infernali, inventate certo, disse, da qualche genio malvagio nemico del genere umano». Swift contro colonie e fanatismi religiosi: «[…] un’altra ragione mi trattenne dal cercar di estendere i domini di Sua maestà con le mie scoperte. A dire il vero, ho qualche dubbio relativamente alla giustizia distributiva dei principi in simili occasioni. Ad esempio, una ciurma di pirati è spinta da una tempesta chissà dove; alla fine un mozzo avvista terra dalla cima dell’albero maestro; essi sbarcano per predare e mettere a sacco; trovano un popolo inerme; sono accolti con gentilezza; danno al paese un nuovo nome; ne prendono formale possesso in nome del loro Re; metton su una tavola tarlata o una pietra in memoria del fatto; assassinano due o tre dozzine di indigeni, ne portano via a forza un paio come campione, tornano in patria e sono perdonati. Di qui ha inizio un nuovo dominio acquistato per diritto divino. Si mandano navi alla prima occasione; gli abitanti sono scacciati o sterminati; i loro capi messi alla tortura perché rivelino i propri tesori; si autorizza ogni efferatezza e ogni lussuria, la terra fuma del sangue degli abitanti: e tale ignobile branco di beccai adoperato per così pia spedizione è quel che costituisce una colonia moderna mandata a convertire e civilizzare un popolo barbaro e idolatra». Swift contro disparità economiche e consumismo: «Gli dissi che i ricchi si godono i frutti del lavoro del povero e che la proporzione dei poveri con i ricchi è di mille a uno; che la massa del nostro popolo era costretta a vivere miserabilmente lavorando tutto il giorno per un meschino salario al solo scopo di far vivere nell’abbondanza alcuni pochi. […] Gli enumerai tutte le vivande che mi venivano in mente e i vari modi di cucinarle aggiungendo che, per questo, eravamo costretti a spedir vascelli in tutte le parti del globo in cerca di liquori, di salse e di altre innumerevoli ghiottonerie. Lo assicurai che bisognava fare almeno tre volte il giro del nostro orbe terracqueo prima che una delle nostre aristocratiche donne avesse una colazione di suo gusto e il vasellame per accoglierla. […] l’Inghilterra (la mia cara terra natia) produceva, a calcoli fatti, una quantità di cibo tre volte superiore al bisogno dei suoi abitanti, e così pure di liquori estratti dai semi e spremuti dai frutti di certi alberi che forniscono eccellenti bevande; e in egual proporzione produceva tutto ciò che è necessario alle comodità della vita. Ma, per alimentar le voluttà e l’intemperanza dei maschi e la vanità delle femmine, mandiamo in altre regioni la maggior parte delle cose a noi necessarie e da quelle, in cambio, importiamo prodotti buoni solo a fomentar malattie, pazzia e vizio, di cui facciamo commercio tra noi. […] Gli dissi che il vino non era importato fra noi da lontane contrade per supplire alla mancanza di acqua o di altre bevande, ma perché è una sorta di bevanda che ci rende allegri mandandoci fuor di senno, disvia ogni pensiero malinconico, fa sorgere nel cervello stravaganti fantasie, risveglia le speranze e bandisce i timori, sospende momentaneamente l’uso della ragione, ci toglie il vigor delle membra finché ci abbatte in un profondo sonno; bisogna tuttavia riconoscere che ci risvegliamo sempre sconvolti e depressi e che l’uso di questa bevanda ci colma di infermità che turbano e abbreviano la nostra esistenza». Swift contro immoralità e corruzione: «Cominciai informando Sua maestà che il nostro territorio consisteva in due isole le quali componevano tre possenti reami sotto un solo sovrano, oltre alle nostre colonie di America. […] Del tutto sbalordito rimase poi al racconto che gli feci della nostra storia negli ultimi cento anni, affermando che era solo un cumulo di cospirazioni, ribellioni, assassinii, massacri, rivoluzioni, proscrizioni: il peggior effetto, insomma, che l’avarizia, la faziosità, l’ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la rabbia, la follia, l’odio, l’invidia, la lussuria, la malizia e l’ambizione potessero produrre. In un’altra seduta, Sua Maestà durò fatica a ricapitolare tutto ciò che gli avevo detto; confrontò le domande fatte e le risposte date, poi, presomi fra le mani, e battendomi delicatamente sulla spalla, pronunziò queste parole che non dimenticherò mai come mai dimenticherò il tono con cui le disse: […] voi mi avete fatto un meraviglioso panegirico del vostro paese: avete chiaramente dimostrato che l’ignoranza, la pigrizia e il vizio sono gli elementi più adatti che si richiedono in un vostro legislatore; che le leggi sono spiegate, interpretate e applicate soprattutto da coloro il cui interesse e la cui abilità consistono nello snaturarle, imbrogliarle ed eluderle. Vedo, nel vostro popolo, certe linee fondamentali di una costituzione che, alle sue origini, poteva anche esser passabile; ma son quasi cancellate e quel che ne rimane è interamente macchiato e infamato dalla corruzione. Da tutto ciò che mi avete detto non risulta minimamente che, tra voi, per giungere a una qualsiasi carica, sia richiesta una qualsiasi virtù, e tanto meno che la virtù nobiliti tra voi l’uomo, che i sacerdoti sian promossi per la pietà e la dottrina, i soldati per la condotta e il valore, i giudici per l’integrità, i pari per l’amor patrio e i consiglieri per la saggezza. […] sono costretto a concludere che la massa dei vostri compatrioti è la più perniciosa e abominevole razza di insettaglia cui la Natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della terra ». Pare che George Orwell non avesse grande stima di Swift, ma è quasi certo che abbia attinto un bel po’ dal suo ampio serbatoio di idee: se Orwell, in  1984 , inventa un ministero della storia , Swift aveva già inventato una sorta di ministero della filologia  per decodificare i significati nascosti nelle espressioni dei sudditi; se Orwell descrive tecniche di lavaggio del cervello , Swift aveva già pensato a scienziati di regime che «progettano di abolire del tutto l'individualità asportando parti del cervello di un uomo e innestandole sulla testa di un altro». Sempre a proposito di questi due grandi scrittori, nel saggio Politica contro letteratura: un’analisi dei Viaggi di Gulliver , Orwell scrive: «[…] è difficile non percepire che, nei suoi momenti più sagaci, Gulliver è semplicemente lo stesso Swift, e c’è almeno un episodio in cui lo scrittore sembra dare libero sfogo al suo privato malcontento verso la società contemporanea. Si ricorderà che quando il palazzo dell’imperatore di Lilliput prende fuoco, Gulliver lo spegne urinandoci sopra». E allora, per concludere, godiamo il giusto leggendo il momento in cui Gulliver/Swift svuota la vescica sul palazzo del Potere: «Parecchi cortigiani, fattisi largo fra la folla, mi pregarono di venir subito alla reggia, dove gli appartamenti di Sua Maestà l’Imperatrice erano in fiamme in seguito all’imprudenza di una damigella d’onore che si era addormentata leggendo un romanzo. Mi tirai su in un attimo e, poiché si era già dato ordine di sgombrare le strade dinanzi a me, feci in modo di arrivare al Palazzo senza calpestare nessuno, favorito inoltre da una notte lunare. Trovai le scale appoggiate alle mura e secchi in abbondanza, ma l’acqua era piuttosto distante. I secchi eran poco più grandi di un ditale; quella povera gente me li porgeva più in fretta che poteva, ma poco giovavano contro la fiamma gagliarda. Avrei potuto facilmente soffocarla con la mia giacca, ma nella furia l’avevo disgraziatamente dimenticata e mi trovavo col solo panciotto di cuoio. La situazione sembrava disperata e miseranda, e quella magnifica reggia sarebbe inevitabilmente precipitata in fiamme se una presenza di spirito in me insolita non mi avesse fatto balenare a un tratto un’idea. La sera prima avevo bevuto abbondantemente un eccellente vino […] che ha virtù intensamente diuretiche e, per colmo di fortuna, non me n’ero alleggerito nemmeno di una goccia. Il caldo che mi veniva dalla vicinanza delle fiamme e dalla fatica che facevo a cercar di spegnerle facilitò al vino il suo effetto: ed io versai così abbondantemente le mie acque convogliandole tanto bene nei punti più opportuni che in tre minuti il fuoco era totalmente estinto, e salvato dalla distruzione il resto di quella nobile mole la cui costruzione aveva richiesto il lavoro di tanti secoli. […] l’Imperatrice, sconvolta dalla più profonda nausea per ciò che avevo fatto, si era trasferita nella più remota ala del palazzo dopo avere irrevocabilmente stabilito che mai più quegli appartamenti sarebbero stati restaurati per suo uso. Né si era potuta trattenere, in presenza dei suoi più intimi confidenti, dal giurarmi eterna vendetta». È proprio vero, ‘sta gente che comanda non è mai contenta. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com English translation by Serena Duchi When Jonathan Swift urinated on Power Marco Sommariva Labelling Jonathan Swift as a children's writer has helped most people miss the subversive punch of a book like Gulliver's Travels, first published a full three centuries ago, in 1726. In the novel, Captain Lemuel Gulliver explores several lands: Lilliput, peopled by tiny folk ; Brobdingnag, inhabited by giants ; Laputa, a flying island inhabited by philosophers and scientists ; and Houyhnhnmland, where horses rule over humans . His visionary worlds rest on exaggerated distortions of reality and, by reflecting our own, can be seen as some of the earliest tales set in dystopian worlds. The word   Lilliputian has entered everyday language to mean something extremely small, but it is also used to describe people who are intellectually dim and mean‑spirited. The Lilliputians embody the worst vices   of eighteenth‑century English social and political life: court intrigue, dishonesty, vicious infighting between rival parties, and hostility towards foreigners. Alarmed by a society increasingly built on commerce, finance, and the market, Swift turns Gulliver’s Travels  into a pitiless critique of the England of his day: above all, of wars, colonies and religious fanaticism, economic inequality and consumerism, immorality and corruption. Swift on war: «In the hope of earning ever more of His Majesty’s favour, I told him of a discovery made three or four hundred years ago: a certain powder, of which a tiny spark dropped into a heap would set it all ablaze in an instant, even if it were as big as a mountain, and would blow it into the air at once with a crash and commotion greater than thunder. I told him that a given quantity of this powder, rammed into a tube of bronze or iron, depending on its size, can drive a ball of iron or lead with such force and speed that nothing can withstand it; that the largest balls, discharged in this way, can not only destroy whole ranks of an army in a moment, but bring down the stoutest walls, sink ships laden with thousands of men, and, if the ships are chained together, snap masts and rigging, cut hundreds of bodies clean in two, and sow devastation before them. I added that we often put this powder into certain great hollow balls of steel and hurl them, by means of an engine, into a besieged city: then the pavements leap up, houses are shattered, splinters burst and fly in every direction, and the brains of everyone nearby are mashed to pulp. I concluded by saying that I knew very well the ingredients of this powder, all cheap and easy to found, knew how to mix them, and could give his workmen instructions for making those tubes […]. All this I humbly offered His Majesty as a small token of gratitude in return for the many proofs I had received of his favour and protection. The King shuddered with horror at my description of these dreadful mechanisms and at the proposal that went with it. He was astonished that an impotent and despicable little worm such as I was (those were his words) could conceive ideas so inhuman, and speak of them so naturally as to seem wholly unmoved by the scenes of blood and desolation I had presented as the normal effects of those infernal machines – certainly invented, he said, by some wicked genius, an enemy of humankind». Swift on colonies and religious fanaticism: «[…] another reason kept me from trying to extend His Majesty’s dominions with my discoveries. To tell the truth, I have some doubts about the distributive justice of princes on such occasions. For instance, a crew of pirates is driven by a storm – who knows where; at last a cabin‑boy sights land from the masthead; they go ashore to plunder and sack; they find an unarmed people; they are received with kindness; they give the country a new name; they take formal possession of it in the name of their King; they set up a worm‑eaten plank or a stone as a memorial; they murder two or three dozen natives, carry off a couple by force as specimens, return home and are pardoned. Thus begins a new dominion acquired by divine right. Ships are sent at the first opportunity; the inhabitants are driven out or exterminated; their chiefs are put to the torture to make them reveal their treasures; every cruelty and every lust is sanctioned; the land smokes with the blood of its people – and this vile rabble of butchers, employed on so pious an expedition, is what makes up a modern colony sent to convert and civilise a barbarous and idolatrous people». Swift on economic inequality and consumerism: «I told him that the rich enjoy the fruits of the poor man’s labour, and that the ratio of poor to rich is a thousand to one; that the bulk of our people are forced to live miserably, working all day for a paltry wage simply so that a few may live in abundance. […] I listed every kind of food I could think of and the different ways of cooking them, adding that for this we are obliged to send ships to every corner of the globe in search of wines, sauces and countless other delicacies. I assured him that one must circle our globe at least three times before one of our aristocratic ladies can have a breakfast to her liking, with the tableware to receive it. […] England (my dear native land) produces – by calculation – three times as much food as its inhabitants need, and likewise spirits distilled from seeds and pressed from the fruits of certain trees that yield excellent drinks; and in the same proportion it produces everything required for the comforts of life. But to feed the appetites and intemperance of men, and the vanity of women, we send abroad most of the things we need, and in exchange import goods fit only to foster disease, madness and vice – then trade them among ourselves. […] I told him that wine is not imported from distant lands to make up for any lack of water or other drinks, but because it is a kind of beverage that makes us merry by making us lose our wits, turns aside every gloomy thought, stirs up strange fancies in the brain, awakens hope and banishes fear, suspends reason for a time, robs us of the strength of our limbs until it drops us into a deep sleep; yet we must admit that we always wake disturbed and depressed, and that the use of this drink fills us with infirmities that trouble and shorten our lives». Swift on immorality and corruption: «I began by telling His Majesty that our territory consisted of two islands which together formed three powerful kingdoms under a single sovereign, besides our American colonies. […] He was utterly astonished by the account I gave him of our history over the past hundred years, saying it was nothing but a heap of conspiracies, rebellions, assassinations, massacres, revolutions and proscriptions: in short, the worst effects that greed, faction, hypocrisy, perfidy, cruelty, rage, madness, hatred, envy, lust, malice and ambition could produce. At another sitting, His Majesty struggled to recap everything I had told him; he compared the questions asked and the answers given; then, taking me in his hands and gently patting me on the shoulder, he uttered these words – which I shall never forget, any more than I shall forget the tone in which he spoke them:  […] you have delivered a wonderful panegyric on your country: you have clearly shown that ignorance, idleness and vice are the qualities best required in one of your legislators; that laws are explained, interpreted and applied chiefly by those whose interest and skill lie in perverting, confounding and evading them. I see, in your people, certain fundamental lines of a constitution which, in its beginnings, might even have been tolerable; but they are almost erased, and what remains is wholly stained and disgraced by corruption. From all you have told me it does not appear in the least that, among you, any virtue is required to attain any office – still less that virtue ennobles a man; that priests are promoted for piety and learning, soldiers for conduct and valour, judges for integrity, peers for love of country, and counsellors for wisdom. […] I am forced to conclude that the mass of your compatriots is the most pernicious and abominable race of vermin that Nature has ever allowed to crawl upon the face of the earth ». It seems George Orwell had little time for Swift, yet it is almost certain he helped himself to a fair bit from Swift’s vast storehouse of ideas: if Orwell, in  1984 , invents a Ministry of History , Swift had already dreamt up a kind of Ministry of Philology  to decode the hidden meanings in his subjects’ expressions; if Orwell describes techniques of brainwashing , Swift had already imagined regime scientists who «plan to abolish individuality altogether by removing parts of one man’s brain and grafting them onto another man’s head». Sticking with these two great writers, in his essay Politics vs. Literature: An Examination of Gulliver’s Travels , Orwell writes: «[…] it is hard not to feel that, at his sharpest, Gulliver is simply Swift himself, and there is at least one episode where the writer seems to give free rein to his private discontent with contemporary society. You will remember that when the Emperor of Lilliput’s palace catches fire, Gulliver puts it out by urinating on it». So, to conclude, let us savour it properly by reading the moment when Gulliver/Swift empties his bladder on the palace of Power: «Several courtiers, forcing their way through the crowd, begged me to come at once to the palace, where the apartments of Her Majesty the Empress were in flames through the carelessness of a maid of honour who had fallen asleep while reading a novel. I got up in an instant and, as orders had already been given to clear the streets before me, I managed to reach the Palace without trampling anyone, helped too by the moonlight. I found ladders against the walls and buckets in plenty, but the water was rather far off. The buckets were little bigger than a thimble; the poor people handed them to me as fast as they could, but they did little against the raging fire. I could easily have smothered it with my coat, but in my haste, I had unfortunately forgotten it and had only my leather waistcoat on. The situation looked desperate and miserable, and that magnificent palace would inevitably have gone up in flames had an unusual presence of mind not suddenly flashed an idea upon me. The evening before I had drunk plentifully of an excellent wine […] which has intensely diuretic virtues and – by a stroke of luck – I had not relieved myself of a single drop. The heat from the nearby flames, and the exertion of trying to extinguish them, helped the wine along: and I poured out my waters in such abundance, directing them so neatly to the most suitable spots, that in three minutes the fire was completely out, and the rest of that noble structure – whose building had taken the labour of so many centuries – was saved from destruction. […] The Empress, overcome with the deepest nausea at what I had done, moved to the farthest wing of the palace after irrevocably decreeing that those apartments should never again be restored for her use. Nor could she refrain, in the presence of her closest confidants, from swearing eternal vengeance on me». It’s true, ’cause the people in charge are never happy. Marco Sommariva (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com

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    Complici. Poesie (1978-1982) Pubblichiamo l’introduzione e una selezione di poesie tratte dal libro pubblicato in questi giorni da Milieu edizioni Complici. Poesie (1978-1982) , di Gianfranco Pancino. In queste poesie si esprime la complicità di vita tessuta fra i giovani che hanno cercato, nei movimenti sociali e politici degli anni ’70 in Italia, di cambiare cultura, politica, società e la loro intera vita. Non parlano di sconfitta: in fondo al buio della disperazione cercano sempre una scintilla che rischiari l’avvenire. Vorrebbero essere il poema di quella generazione e della sua avventura.  Gianfranco Pancino   è un medico e biologo di fama internazionale per i suoi studi sull’HIV. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova nel 1976 e ha poi lavorato come medico del lavoro in uno SMAL (Servizio di medicina degli ambienti di lavoro) a Milano. Ha partecipato attivamente ai movimenti antagonisti nel decennio 1968-1978 e ha contribuito alla fondazione dell’Autonomia operaia a Milano. Costretto alla clandestinità e poi all’esilio a causa di mandati di cattura per le sue attività politiche, ha soggiornato prima in Messico e poi in Francia. Durante l’esilio in Francia, si è dedicato alla ricerca scientifica dapprima sul cancro e in seguito sull’HIV all’Istituto Pasteur di Parigi, dove è stato Direttore emerito di ricerca.  La poesia  Esiste la possibilità di riconsegnare alla parola il suo ruolo primario di comunicazione? Ringiovanire questo vecchio strumento, ingiallito dall’uso, ritrovato dai poeti di un secolo come simbolo astratto, forma, musica, poi lacerato, scomposto, spezzettato e ricomposto in cento rompicapi? La parola ha attraversato le civiltà maturando, caricandosi di significati, perdendone alcuni nella memoria del tempo, ringiovanendosi in altri. È giunto un momento in cui né la parola, né il suo unirsi in frase è sembrato possedere ancora capacità di significare, in cui è sembrata essere tanto farcita di significati da non possederne più nessuno. Di non giungere più a rappresentare il rapido volo dell’intelletto umano, le nuove scoperte di solitudine e le nuove ricerche di comunicazione. La ricerca poetica si è impostata nel tentativo di conquistare nuove sonorità, nuovi segni significanti o meno, puro suono, scendendo al di sotto della parola, aggregandone o disgregandone singoli suoni o superando la sintassi della frase in un puzzle di significati spezzati e ricomposti. O ha cercato di riconquistare il verbo legandolo direttamente e a volte piattamente alla storia dell’evoluzione sociale, costruendo un vocabolario storicamente determinato, a volte legato indissolubilmente all’esperienza politico-storica che l’ha creato. Quindi caduco per l’espressione universale o universalmente individuale della poesia. È possibile dunque chiudere a livello più alto lo iato tra parola-suono e parola-significato che si è aperto e mai più rinchiuso nella poesia da un secolo e mezzo? Reincarnare il significato e quindi il messaggio nella parola e nella sequenza di parole, fornire all’uccello multicolore del verbo un comprensibile canto? Gli orizzonti aperti dai movimenti rivoluzionari degli anni ’70, dai loro tentativi collettivi di trasformazione delle strutture sociali e della vita, dei rapporti interpersonali e della collocazione dell’individuo creativo in una collettività aperta e a sua volta creativa offrono nuovi messaggi. E alla poesia non si chiede di ricercare una parola di cui rivestire il messaggio, ma una parola che sia di per sé messaggio. A volte il messaggio diventa il motore della ricerca; la volontà di comunicare un nocciolo di pensieri cerca la via della parola; a volte sono le parole che, incrostandosi le une sulle altre, come rami progressivi di un corallo, creano il messaggio stesso, i suoi nuovi riflessi, le sue punte risplendenti nel buio dell’incosciente e dell’incomunicabilità. In questa epoca di estrema frammentazione, ma anche di sintesi acuta; di disgregazione di ogni unità, ma anche di una nuova ricerca coraggiosa e feroce, a volte disperata, di più alte unità assolute, che si fondano sulle tensioni della nostra umanità, sulla liberazione di molte capacità creative e di nuova coscienza del nostro essere; in questa epoca ritrovare o almeno cercare la sintesi tra parola e messaggio è forse possibile, certo necessario. Recuperando tutta la capacità allusiva della parola, la magia del suo suono, la suggestione delle sue costruzioni stilistiche, ma offrendole nuovi campi di comunicazione, riportandola alle orecchie degli uomini in cerca di musica e frammenti di verità. Assumiamo tutta la lezione della lirica del secolo scorso, la capacità di stravolgere la realtà o addirittura ricrearla in un’altissima astrazione attraverso il verbo e usiamola per alludere a una realtà ricreata dai sogni, dalle volontà, dai desideri. Possiamo riempire l’astrazione, tesa verso il risucchio dei buchi neri del nulla, con un sogno mischiantesi sempre al progetto, di un desiderio mescolantesi sempre a una volontà. In un’epoca così vicina al nulla di una distruzione totale o alla pregnanza di nuove esperienze sociali in cui inimmaginabile è la possibilità creativa dell’uomo liberato dal lavoro e dalle costrizioni del potere, proviamo a immaginare quest’ultima. È un’arma anch’essa contro la distruzione. Tentiamo un linguaggio che tenda alla simbiosi totale fra segno e significato, un segno che possa espandere il significato attraverso la propria plurivalenza e il significato che renda più penetrante quel segno. Leggendo una poesia non si dovrebbe poter fare un riassunto, né cantare una melodiosa o suggestiva o provocante musica, ma sentire ogni parola, ogni verso definire uno spazio in cui la fantasia può vagare diretta solo dal faro dell’espressione. La metafora non è un’arma spuntata se riesce a definire questo spazio immaginativo in cui corrono l’emozione e la fantasia e la ragione stessa. Perché questa è un’altra delle possibili sintesi: la ragione può essere guida alla costruzione dei castelli della fantasia e la fantasia può ampliare infinitamente le strade della ragione. Il manicheismo tra fredda razionalità e irrazionalità misticheggiante è eredità del passato: i pori della membrana che ha diviso queste attività della mente lasciano sempre più comunicazioni tra le due. La frattura inestinguibile dell’animo umano fra ragione e fantasia si può estinguere. Entrambe unite per trasformare la realtà visibile. La poesia parte dal sogno. Ma ora è un sogno che non scorre parallelo alla realtà, ma vi cozza contro e se ne allontana. Allontanandosi a volte risucchia la realtà, a volte si angoscia in una tensione che giunge a spezzarsi. Il sogno è di volta in volta visione, allucinazione, allusione, progetto politico. Perché il progetto politico usa le armi della ragione per forzare la realtà verso un sogno. Sia pure un sogno geometricamente costruito, una città adamantina di desideri. Questa è la scoperta della mia generazione: un rapporto diverso fra fantasia creatrice e realtà, dinamico, di scontro e trasformazione. Dove il sogno nella lirica era allontanamento dalla realtà verso l’ideale (fosse esso il vuoto del Nulla o la piena Luce), ora il sogno è cozzo potente con il reale verso una sintesi. La tensione alla sintesi, la sua profezia, l’angoscia del distacco e della lontananza da essi, l’allucinante riverbero dei suoi picchi intravisti da lontano sono le nuove sorgenti della poesia. Se essa si rivolge al ricordo, se essa rabbrividisce di fronte alla morte è perché nel ricordo ricerca i semi scintillanti dei campi futuri, nella morte cerca l’impulso per portare la vita al di là del nulla. La parola, è noto, contiene un potere di allusione, una ricchezza di significanza al di là del significato che di volta in volta le viene attribuito. Dipende dal messaggio che si vuol trasmettere; se si lascia libera la potenza allusiva o se, attraverso il contesto, si illumina sul palcoscenico del verso un solo, preciso significato. Vi è incertezza e dubbio, immotivata angoscia, visione e divinazione, scoperta, indicazione, ordine. Vi è anche il sussurrato colloquio che sempre continua con se stessi e con i compagni-complici, il monologo-dialogo che sta appena sopra la sfera del silenzio per fondare il continuum da dove si elevino i guizzi e le ondate della forza dell’espressione poetica.  Gianfranco Pancino, Messico 1981 Queste poesie esprimono la cesura esistenziale di una generazione, la grande speranza collettiva che l’ha animata e la solitudine che è rimasta dopo la sua fine. Sciolgono poi il sale dell’esilio dei militanti fuggiti per dar sapore alle rimembranze, si affacciano alle bocche di lupo delle prigioni per raccogliere le voci dei compagni incarcerati.  Dicembre ’78 Nei tuoi occhi è la tristezza del mare la sua vita sommersa sotto orizzonti nei tuoi occhi si sprecano storie spezzate come coperchi nell’impazienza di scoprire tesori. Sei andata lasciando la treccia che l’amore aveva mal pettinato nascosta ai piedi di un albero cercando ostinata la spiaggia dove mutare le lacrime in conchiglie. Hai raccolto nella lunga memoria di donna la storia di tanti occhi taciuti di tante voci sepolte di bisbigli di grida sbattute contro porte chiuse. Il grido che è uscito era canto interrotto era coro di muschi ventaglio di terra era il tuo grido: ma ogni volta è tornato in echi di strade in vie separate in stanze sepolte. Ti resta allora la voce, bucata dai vuoti che la solitudine scava oltre il coro, e rincorri il tuo riso di cui si ferma la piega un po’ amara, che già ti tramava negli occhi nella meraviglia d’esser felice. Ormai sai come me costruire cornici intorno a spazi vuoti e sperare paesaggi con cui adornare le pareti del tempo. Sulla tavola invasa dal fumo di vecchie amicizie quest’anno ti lascia soltanto la curiosità della vita e con essa la pozza in cui puoi rispecchiarti scoprendoti sempre oltre le spalle nuovi monti e alberi nuovi tra cui avventurarsi. III. L’ombra L’ombra è un presagio. Nell’anno in cui il gioco spiega ogni cosa offrendole un’anima, già vengono le sillabe della paura a descrivere il buio, prima percorso da sogni e bisbigli, a mostrare l’ignoto oltre la corda dell’aquilone, a suggerire abbandono dove si scioglie l’abbraccio. Latitanza I. Questa stanza oblunga, come una bara ai miei desideri, difende la mia libertà. E i sogni dalla veglia, quando si trasporta l’orecchio sulla strada a interpretare i passi e gli occhi levano la luce dall’utero della nottee della paura. (Spesso giungono all’alba a cambiar in sale la rugiada) II. La notte è cordiale se respira col corpo della tua donna e rimbocca al bambino le coltri su cui rotolano sogni. Questa stanza non conduce a sere che attendono a tavola caldi vapori di cena e intorno gli amici e le parole. La sua lampada non è sazia di fumo e di sorrisi. Non alzo lo sguardo alla pioggia evaporante alla luce della finestra di casa, ma cammino calpestando i riflessi accesi sul nitore dell’asfalto. III. A questa stanza che ha solo il tepore di minio del termosifone mi hanno condotto gli anni che hanno visto l’inizio e la fine di una generazione. Dieci anni per dipanare i fili della vita e poi consegnare il groviglio ai fratelli minori, già nostri figli. Abbiamo abraso gli stucchi e gli ori ai soffitti delle loro prigioni e lasciato le sbarre e i progetti di fuga. IV. Chi ha salvato un cantuccio in cui disporre il suo letto e un armadio per ammassarci dentro le proprie idee come cianfrusaglie pattini senza ruote e senza pista pensa a costruirsi un avvenire: la vita normale è esposta in saldo in tutte le vetrine. Canticchia in gola i vecchi slogan come violini scordati e riannoda la tela che di giorno ha squarciato. In un’epoca che ha sconfitto gli eroi è vano aspettare il ritorno di Ulisse. V. Abbiamo raccolto le prove nel processo alla vita normale e mostrato i grumi di vischio sui tiepidi fili della famiglia e il delitto di far morire l’amore rinchiuso tra muridi calce e abitudine. Abbiamo raccolto le prove contro il furto delle ore nascoste in pieghe di orari e dei nostri sensi schiacciati in fogli e inseriti in schede perforate. Aspettando la condanna i giurati siedono sul luogo del delitto. VI. Per non perdere la dolcezza ho il cilicio di questa stanza e la ragione di questa lotta. Per non perdere l’amore ti vengo a trovare nell’ansia di non trovarti nella sorpresa di trovarti ancora nell’avventura di cogliere domani con la tenera saldezza del tuo e del mio progetto rovente innesto dell’ora nel tempo infinito. La distanza tra la tua casa e la mia libertà e la tua è misurata dal bisogno di queste pareti separate di questa stanza sola e collettiva che mi consegna passi sicuri al nostro abbraccio. VII. E quando, e se, tornassi al mio nome, colle mie cicatrici esposte al giorno ed alla gente, la tua casa e la mia rimarrà aperta, nido intrecciato di calore e di cielo senza travi annerite sul capo. Per un incontro che è sempre miele sempre ricerca di una città di favi di un popolo d’api con oro e pungiglioni. Quando la notte si alza insonne senz’altro sostegno che l’angustia di non ricordare il sogno, si affaccia la vertigine della scarpata l’abisso a cui i gesti intelligenti tolgono il cadere senza tempo. La sensazione che uno sterpo infisso basterebbe a frenare la caduta eterna ritmata dagli echi del vuoto sillabata da richiami d’acqua gorgoglianti nel buio, inesistenti.

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