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- clan milieu
Che cos’è un trickster white Il testo riflette sul significato di <> in un’epoca segnata da biopolitica, psicopolitica e narcocapitalismo, dove la coscienza individuale è oggetto di mercificazione e controllo. Dalla gestione chimica delle emozioni alle tecnologie invasive come Neuralink, l’autore denuncia la trasformazione della soggettività in valore economico. Richiamandosi a Foucault e al concetto di «tecnologie del sé», propone una cultura che promuova autonomia e resistenza. In questo contesto nasce il Collettivo Trickster: spazio transdisciplinare e fluido che, ispirandosi alla figura mitica del trickster, esplora nuove vie di coscienza e relazione. 1. «Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la vita stessa che ci sfugge». Sono le parole con cui si apre Le théâtre et son double , una raccolta di scritti di Antonin Artaud, pubblicata nel 1938. A rileggere le pagine introduttive al volume non si può che restare colpiti dalla loro attualità. Ad esempio, poche righe sotto aggiunge: «La cosa più urgente non mi sembra difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame».Ecco, proviamo allora a declinare il senso che accompagna tali affermazioni dentro i tempi che stiamo vivendo. Cosa significa produrre cultura nell’epoca di una società del controllo sempre più pervasiva e onnipresente, in cui la vita stessa, nelle sue diverse forme, è oggetto del potere e dove alla biopolitica si sovrappone una psicopolitica in cui non solo il corpo, ma è la stessa vita psichica – l’interiorità, i desideri, le passioni – a venire profilata e manipolata? E ancora: dov’è e cos’è la coscienza di un individuo nell’epoca in cui si dispiega un narcocapitalismo dove sono messi a profitto perfino gli stati di coscienza?Questo termine – narcocapitalismo – forse non sarà a tutti noto. È stato coniato da Laurent de Sutter, filosofo e teorico del diritto belga, per descrivere un aspetto che caratterizza sempre più la società contemporanea, vale a dire la sua profonda e strutturale connessione con la gestione chimica degli affetti e delle emozioni, in particolare attraverso l’uso diffuso di sostanze psicoattive, legali e illegali. Non solo, l’aumento del consumo di droghe o farmaci si configura come tratto costitutivo e necessario al funzionamento dell’odierna macchina sociale in direzione di un maggiore adattamento e funzionalità lavorativa: a stimolare quando necessita un surplus di energia, a quietare laddove domina lo stress, a stabilizzare quando c’è instabilità emotiva. Ma anche a capitalizzare e utilizzare al massimo quei frangenti di oasi festiva nei contesti riproduttivi di non-lavoro intercalati nella vita quotidiana.A conferma che tutto ciò non si presenta come uno sbandamento di percorso da raddrizzare, ma sia al contrario un elemento pienamente funzionale basta gettare uno sguardo all’incremento dei profitti da parte delle aziende farmaceutiche legato al commercio di psicofarmaci. Sembra realizzarsi il sogno di Henry Gadsen, già Direttore Generale di Merck & Co. (una delle più grandi società farmaceutiche del mondo) che alla fine degli anni Settanta ebbe a dire: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque».Emblematico a questo proposito è lo sdoganamento in corso nei confronti delle sostanze psichedeliche a scopo terapeutico. Si tratta di un fenomeno in atto a livello globale che rappresenta una delle aree di maggiore interesse nel campo della psicofarmacologia negli ultimi anni. Dopo decenni di proibizionismo verso gli psichedelici, basato più su ragioni politiche e sociali che scientifiche (la messa fuori legge risale al 1970, sotto la presidenza Nixon, in piena guerra del Vietnam) c’è oggi un rinnovato interesse per queste sostanze (LSD, MDMA, psilocibina, ketamina ecc.), tanto che si parla di «capitalismo psichedelico», un vero e proprio ossimoro, inconcepibile negli anni Sessanta/Settanta. Ora, sebbene il campo delle terapie psichedeliche sia ancora in una fase relativamente iniziale di approvazione e integrazione clinica, l’interesse del mercato finanziario è già molto elevato. Tempo fa «Fortune», una delle più importanti riviste di business, presentava il mercato psichedelico come opportunità di investimento in rapida crescita. Esistono infatti diverse società quotate in borsa che operano in questo settore, e l’aspettativa di futuri profitti è uno dei motori principali dietro l’attenzione verso questo campo di ricerca. Fra queste imprese mi limito a citare Atai Life Sciences, una holding che investe in diverse startup per lo sviluppo di farmaci psichedelici, che ha fra i fondatori Peter Thiel, già ideatore di PayPal e, come molti libertarians, fervido sostenitore del presidente Trump.Qui la gestione chimica (psichedelica, in questo caso) della psiche, oltre ad aumentare i processi di medicalizzazione, diventa mero veicolo per la produzione di valore economico, evidenziando il deleterio connubio fra capitalizzazione della sofferenza/mercificazione dell’esperienza interiore da una parte, e capitalismo dall’altra, riducendo il desiderio di felicità e di benessere a merce. Ma c’è dell’altro: proseguendo lungo questa traiettoria la coscienza umana sarebbe così esplorata e invasa a profondità finora inimmaginabili, al punto da colonizzare e mettere a profitto altri livelli della realtà, oltrepassando i confini della realtà materiale conducendo la mercificazione ben oltre le porte della percezione. In fondo il progetto Neuralink di Musk, con le sue ambizioni di potenziamento cognitivo e di simbiotizzazione tra umano e AI, non solo rientra nella discussione sul controllo e la mercificazione della psiche, ma ne rappresenta una delle manifestazioni più avanzate. Se le terapie psichedeliche intervengono modulando la chimica del cervello per influenzare gli stati mentali, Neuralink mira a un’interfaccia diretta con il substrato neuronale della coscienza stessa.Insomma, siamo ben distanti dal viaggio avventuroso che compì Artaud in Messico alla ricerca del popolo Tarahumara e al suo desiderio di rompere con la civiltà occidentale per accedere a un differente rapporto con la realtà (l’esperienza col peyote da lui narrata non era una cura nel senso medico, ma uno strumento per accedere a dimensioni spirituali e trans-razionali)... 2. Riprendo la domanda iniziale: cosa significa allora fare cultura in queste circostanze? Non si pensi che quanto fin qui detto intenda celebrare come alternativa a queste emergenti distopie il ritorno alla grigia realtà consensuale determinata dal lavoro salariato e uno stato di coscienza ordinario confinato all’alternanza fra tempo di lavoro e tempo di riproduzione socialmente utile.C’è un bellissimo e famoso verso di una poesia di Hölderlin, spesso citato, – «Dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva» – che può suggerire dove collocarsi e da che parte stare in simili frangenti. Che siamo in una situazione di pericolo non serve certo ribadirlo, ma qui il verso suggerisce la presenza simultanea di pericolo e salvezza: non sono entità disgiunte o sequenziali (prima c’è il pericolo, poi arriva la salvezza), ma forze che emergono dalla stessa matrice. Non si tratta quindi di una salvezza che sopraggiunge dopo o malgrado il pericolo, ma qualcosa che nasce da dentro il pericolo stesso. Più la situazione si fa critica, più si intensifica l’emergenza di possibilità di trovare una via d’uscita. In fondo, ogni grande crisi, ogni momento di pericolo estremo – e noi ci siamo dentro appieno – recano con sé le potenzialità di una svolta inedita, una soluzione prima non percepibile che costringe a pensare oltre i limiti conosciuti.Cosa significa fare cultura in questa situazione di pericolo? Qui è di aiuto ciò che Michel Foucault, nell’ultimo periodo della sua vita, definiva «tecnologie del sé«, quando si dedicava a indagare le procedure con cui gli individui si costruiscono e si rapportano a se stessi, eseguendo da soli o con l’aiuto di altri, un certo numero di azioni sul proprio corpo e sulla propria anima, in modo da trasformare se stessi al fine di raggiungere la condizione desiderata nel rapporto con sé e con il mondo. Il sé è quindi inteso nei termini di una soggettività esperienziale, esente da implicazioni essenzialistiche o sostanzialistiche. In altre parole, ciò che chiamiamo sé non è una realtà fissa, ma è qualcosa costantemente formato e trasformato da una serie di procedure e di relazioni: la percezione di noi stessi, le emozioni, i pensieri non sono entità pure, ma costantemente modellate dalle pratiche in cui siamo immersi. In questo senso il concetto di tecnologie del sé (come il sé costruisce se stesso) è uno strumento che consente di analizzare come la coscienza, con le sue possibili trasformazioni, sia sempre storicamente e socialmente costruita. Ciò permette di interrogarci su cosa siano delle «buone» tecnologie del sé e su chi le gestisce, se ci orientano verso un potenziamento critico, una maggiore autonomia e libertà o, al contrario, verso nuove forme di controllo e mercificazione della nostra interiorità. Se la costruzione del sé si presenta come un campo di lotta, allora l’attenzione al tema della trasformazione della coscienza diviene un gesto politico, per liberarla dalla cattura neoliberale e ricollocarla in uno spazio relazionale, generativo, comune. Non più proprietà privata, merce, oggetto di consumo, ma zona di contatto, soglia tra mondi, spazio condiviso di invenzione e di alleanza. 3. Questa galoppata tra cultura, dinamiche di mercificazione, condizionamenti delle coscienze e tecnologie del sé vuole arrivare a presentare un nuovo progetto culturale, di recente costituzione (novembre 2024), denominato Collettivo Trickster e reperibile in rete ( www.collettivotrickster.net ).Di che si tratta? Innanzitutto è un collettivo, perché produrre cultura oggi – in questa fase di mutazione antropologica, in cui homo sapiens e le sue tecnologie stanno alterando tanto il destino della propria specie, quanto quello del resto dei viventi e non viventi – non può essere attività individuale, confinata a singole figure carismatiche, ma è pratica collettiva, luogo orizzontale aperto al confronto e al dibattito, provando a spezzare le abituali compartimentazioni disciplinari, consentendo ai rispettivi saperi non solo di confrontarsi e integrarsi, ma di eccedere dai confini dati. L’auspicio è quello di creare, attraverso incroci, contaminazioni e trasgressioni, una visione transdisciplinare di ciò che si sta esplorando. Il punto d’avvio è che nozioni come quella di «coscienza ordinaria» e di «realtà consensuale» non possono più essere intese come dati naturali, ma vanno esplorate come costruzioni dentro un più ampio e complesso reticolo di possibilità, indagando sia i transiti corporei capaci di produrre modificazioni di coscienza, sia, come si è detto poco sopra, gli intrecci emergenti dai vari campi del sapere. Ma perché questo collettivo si definisce trickster? Il termine proviene dal verbo inglese to trick (giocare dei tiri, ingannare, scherzare) ed è parola difficilmente traducibile in italiano, per questo abbiamo preferito lasciarla così. Il trickster è una figura che compare nei miti, nel folklore e nelle religioni a livello pressoché planetario. C’è chi l’ha tradotta con «burlone», «imbroglione» o «gabbamondo», chi «briccone divino» (per citare un titolo ormai classico sull’argomento che raccoglie interventi di C.G. Jung, K. Kerényi e P. Radin). Il trickster è un personaggio che si presenta come figura imprevedibile e alquanto complessa: a volte mostrandosi con sembianze divine o semidivine, altre volte come animale dai tratti antropomorfi, oppure ostinatamente inclassificabile, decisamente queer. A differenza degli dèi e degli eroi resi celebri nelle saghe e nelle mitologie, facilmente classificabili per via delle loro funzioni precise e determinate, il trickster è personaggio liminale, di soglia, eternamente sfuggente, che semmai incarna e manifesta proprio l’ambivalenza e le contraddizioni della vita. Dinanzi alle dicotomie maschio/femmina, giovane/vecchio, vivo/morto, sacro/profano, giusto/sbagliato ecc. il trickster va e porta fuori strada, varca i confini, confonde le distinzioni, solleva paradossi. In breve, la reductio ad unum e tutta la logica classica non può che rassegnarsi a fallire quando incontra un trickster. Ci stiamo aggirando, e non può essere altrimenti, dentro una geografia spaesata rivolta all’imprevisto e alla metamorfosi, assumendo come mappa di riferimento uno sguardo flessibile e prospettico in grado di sostare nella complessità e giocare con l’incertezza dei passaggi di soglia, rinunciando ai dogmi e a tutte le posizioni rigide e chiuse dentro definizioni autoreferenziali. Pertanto, abbracciando questo orientamento, il Collettivo Trickster intende intessere relazioni e scambi sinergici con altre realtà, contribuendo a costruire reti e occasioni di confronto e riflessioni condivise, di cui oggigiorno si avverte sempre più una stringente necessità. In tempi in cui la coscienza è oggetto di cattura, se fosse proprio dentro i paradossi, nelle ambiguità, nelle crepe dell’ordinario che si nasconde la possibilità di un passaggio? Se il trickster fosse già qui, ad aspettarci, nell’atto stesso in cui abbandoniamo la ricerca di certezze per incamminarci e sconfinare, insieme, sull’orlo del mondo?
- guerre
Piovono euro sull’industria <> di Crosetto e Leonardo S.p.A. Le relazioni con Israele Thomas Berra Il documento analizza la crescita esponenziale dell’industria militare europea, con particolare attenzione al ruolo dell’Italia e di Leonardo S.p.A., in un contesto globale segnato da guerre, tensioni geopolitiche e nazionalismo. Si evidenzia come il concetto di <> stia sostituendo quello tradizionale di <>, legittimando l’aumento della spesa militare e l’intreccio tra interessi economici, industriali e politici. Leonardo, insieme ad altre imprese europee, è coinvolta in progetti strategici che spaziano dall’aerospazio al nucleare, consolidando partnership internazionali anche con paesi controversi come Israele e Turchia. Il documento critica il concetto di dual-use, spesso usato per giustificare lo sviluppo e l’export di tecnologie militari, e denuncia la complicità istituzionale nel sostenere aziende coinvolte in operazioni belliche. In particolare, si mette in discussione l’eticità delle relazioni industriali con Israele, alla luce delle violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi. Infine, si sollevano dubbi sull’effettivo impatto occupazionale dell’industria bellica, spesso sovrastimato rispetto ai benefici economici per pochi grandi attori. Premessa E’ un periodo complicato per la comunicazione politica: chi rappresenta il cardine del crollo dell’ordine internazionale, la guerra russo-ucraina, la guerra di Israele al popolo palestinese o l’attacco israelo-americano all’Iran? Ma c’è anche Trump, il Nerone contemporaneo: il presidente contemporaneo che ha elevato la forza militare a nuovo paradigma, che permette alle nazioni più potenti di sentirsi svincolate dal sistema giuridico internazionale. Con Israele si è tornati alla guerra preventiva (Iran), all’annessione illegale di un territorio (Gaza), al genocidio di un popolo (palestinese). Si è depotenziato il processo diplomatico, delegittimato il diritto internazionale, si è rafforzata l’idea che solo l’arma atomica può rendere sicuro uno Stato. Se il ritorno del nazionalismo favorisce la forza militare come soluzione alle crisi economiche ed energetiche, ai cambiamenti climatici e alle dinamiche migratorie, allora l’unica strategia per i paesi europei è quella di allinearsi con gli USA. Italia e Germania si impongono come i più stretti alleati di Israele. Triste binomio. I governi Meloni-Merz hanno avallato la guerra di aggressione di Israele. Gli omicidi mirati diventati una pratica comune in guerra. L’aumento eccezionale della spesa militare tedesca ha come obiettivo esplicito il potenziamento della Bundeswehr (Forze armate): far diventare la Germania la più forte forza armata convenzionale in Europa sperando che un livello di spesa così elevato possa consentire all'Unione europea di diventare una potenza militare di primo piano sulla scena mondiale. In questo scenario, l'Europa, dotata di una moneta mondiale forte e di una politica economica indipendente, potrebbe diventare leader mondiale, sotto la guida tedesca. [*] In Italia Stefano Pontecorvo e Roberto Cingolani, rispettivamente presidente e amministratore delegato del gruppo industriale Leonardo, sostengono che nello scenario mondiale attuale, caratterizzato da molteplici conflitti, sia necessario <>. In un mondo <>, per l’industria bellica non c’è alternativa alla guerra, per cui nello Studio Strategico <> si consiglia un <>. [1] 1) Il percorso del riarmo nazionale europeo Al termine dei lavori del summit NATO in Olanda, la fedelissima del presidente Trump, l’italiana Giorgia Meloni, ha sostenuto che <> Parole senza fondamento: all’alleanza politico-militare NATO importa che ogni paese contribuisca in modo adeguato alla difesa comune e che sia efficiente e mirata. Le operazioni militari sono condotte con forze messe a disposizione dagli stati membri, su base volontaria, sotto il comando di un comandante NATO, secondo piani operativi concordati e con il principio del consensenso. Non è un problema della NATO se il comparto militare europeo sia frammentato grazie alle resistenze nazionali. Per Meloni non è un problema aumentare la spesa militare del 5%, meglio se in dollari, sebbene il 64% delle armi importate dalla UE sia già statunitense. E’ bastato il solo annuncio del piano <> per fare aumentare, in un solo giorno (3 marzo), il valore delle azioni sul mercato azionario della tedesca Rheinmetall (+15,2%), della francese Thales (+16,9%) , della londinese Bae Systems (+14%), infine anche delle italiane Leonardo (+16,13%) e Iveco (+6,15%) [3]. Il Consiglio Europeo, non il Parlamento, ha approvato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro. Di questi 150 miliardi saranno garantiti da obbligazioni emesse dall’Ue [4]. Una spesa che non servirà a creare un mercato unico della difesa perché, in ultima istanza, sarà prerogativa di ogni Stato membro [5]. Parallelamente alla decisione del parlamento tedesco di avviare un proprio <> (centinaia di miliardi di euro in spese militari e infrastrutture), la Commissione europea, rende pubblico il Libro Bianco in cui si afferma sorprendentemente che <> Nel libro bianco sono elencate le aree che rappresentano le criticità da colmare, indicata la mobilità militare (una rete europea di corridoi terrestri, aeroporti, porti marittimi ed elementi e servizi di supporto). La logistica ha da tempo assunto un ruolo fondamentale. L’Action Plan on Military Mobility 2.0. è un piano d'azione per rendere i movimenti transfrontalieri più rapidi e una cooperazione più stretta. Nel 2024 la Commissione europea ha incoraggiato gli Stati membri e i promotori di progetti, a presentare proposte che possano apportare benefici non solo all'uso civile, ma anche alla mobilità militare. Esempi di progetti dual-use in Italia sono: adeguamento del viadotto di Binasco sull'autostrada A7 tra Milano e Genova, del Bacino Portuale di Genova Sampierdarena - Parco Fuori Muro sul corridoio Reno-Alpi e collegamento ferroviario con il porto di La Spezia ei lavori relativi alla nuova Stazione Ferroviaria di La Spezia Marittima. Rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, soluzioni saranno basate sull’intelligenza artificiale utilizzando il supercomputer Davinci-1. [7] L’11 giugno la Banca europea per gli investimenti (Bei) ha triplicato il programma di finanziamento per l'industria della difesa europea a 3 miliardi di euro, e ha siglato un accordo con Deutsche Bank per iniziare a convogliare i fondi alle aziende europee del settore militare. E’ la prima volta che la Bei fornisce un finanziamento 'intermediato' per il settore della difesa concedendo un prestito di 500 milioni di euro all'istituto tedesco, che a sua volta presterà i fondi alle piccole e medie imprese attive nella catena di approvvigionamento della sicurezza e difesa della Ue. [8] A giugno la Commissione Europea ha presentato un pacchetto denominato “omnibus della difesa”, da attuarsi in due tempi, con l’obiettivo di ridurre la burocrazia per l'industria della difesa europea, tra cui piani per tempi di rilascio delle autorizzazioni più rapidi e l'annullamento di alcune normative ambientali dell'UE. Per il 2026 si prevede di approfondire le direttive sugli appalti pubblici poiché i rappresentanti degli affari bellici si lamentano delle difficoltà dovute agli ostacoli burocratici, e la mancanza di impegni finanziari a lungo termine in grado di garantire investimenti nelle linee di produzione. Fra le proposte più rovinose vi sono l'annullamento delle normative ambientali, e ancora, sempre in seguito alle richieste delle aziende del settore della difesa, permettere ai singoli paesi dell'UE di approvare l'uso di prodotti chimici per tutti gli scopi di difesa o vietarli del tutto, lasciando loro maggiore libertà di azione nell'applicazione delle norme ambientali. [9] Lo spostamento a destra dell’Unione europea si vede anche nella opposizione alle politiche energetiche verdi. Vi sono almeno tredici paesi europei (fra cui l’Italia), l’Alleanza Nucleare Europea, che hanno chiesto investimenti per 241 miliardi di euro alla Commissione europea. Questi investimenti dovrebbero arrivare entro il 2050 per cui la Commissione sta elaborando i possibili strumenti finanziari e come attirare investitori privati. A investire nell’atomo ci sono anche i giganti tech, fra cui Amazon, Google e Microsoft, perché si avvalgono dei data center, e gigafactory, che hanno bisogno di reattori (puntano alla costruzione di mini reattori) per avere energia 24 ore su 24. Anche il Piano europeo [10] contempla la costruzione di piccoli reattori modulari (SMR), impianti costituiti da reattori a fissione che utilizzano la scissione del nucleo di atomi pesanti, come l’uranio-238. Ad oggi gli Smr non esistono neanche come prototipi in nessun paese occidentale. Dopo il fallimento del reattore NuWard promosso dalla francese Edf a cui ha partecipato l’Italiana Ansaldo Nucleare, pur di garantire la sopravvivenza del nucleare l’Italia (l’Alleanza nucleare), attraverso la regia del Mef guidato da Giancarlo Giorgetti, ha creato una newco con Enel (51%), Ansaldo (39%) e Leonardo (10%). Progetto portato avanti dal ministero dell’Ambiente e del Made in Italy che cerca di superare con nuove norme sia il referendum del 1987 sia quello del 2011. [10] L’entusiasmo per gli Smr ha coinvolto Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri S.p.A, che ha affermato: <>. [11] Nel 2023 newcleo, azienda impegnata nello sviluppo di reattori innovativi di IV generazione, che utilizzano scorie nucleari esistenti come combustibile, ha annunciato di aver firmato un accordo con Fincantieri allo scopo di sviluppare uno studio di fattibilità per la propulsione navale nucleare. [12] L’industria della difesa europea C’è una spiegazione se l’industria della difesa europea è più piccola di quella statunitense per dimensioni, occupazione e fatturato: il complesso militare-industriale deve rappresentare lo status di grande potenza (benché in declino) degli Stati Uniti. Eppure nel Libro Bianco o ‘Defence Readiness 2030’ i problemi della difesa europea sono affrontati solo in termini di ammodernamenti, migliori coordinamenti e ancora, in linea con la cifra di questa epoca, con il tecnologismo. Alle nuove tecnologie il compito di definire nuovi orizzonti affidando, nello specifico, alle dual-use il compito di rafforzare l’autonomia tecnologica e la competitività dell’Europa. Alle realtà industriali, quelle più competitive, tutte in mano a fondi d’investimento perlopiù statunitensi, si delegano tecnologia e geopolitica. [13] Fra le imprese europee Airbus si colloca al primo posto. Airbus è l’unico gruppo europeo nato dalla fusione di imprese francesi, tedesche e spagnole. E’ organizzato in tre divisioni principali: Airbus Commercial Aircraft, Airbus Defence and Space, e Airbus Helicopters. Il ramo militare Air di Airbus è stato il più redditizio nel 2024 con 12 miliardi di euro di fatturato, eppure dal 1 luglio l’azienda ha annunciato che avrebbe ridotto fino a 2.043 posizioni in seguito a un cambiamento nell’organizzazione delle tre linee di business: Air Power, Space Systems e Connected Intelligence. Mike Schoellhorn, CEO di Airbus Defence and Space, ha dichiarato che l’attuale panorama geopolitico richiede un’industria europea della difesa e della sicurezza più forte, più veloce e più resiliente. In sostanza ridurre la base dei costi fissi dell’azienda significa ridurre l’occupazione. [14] La francese Thales è al terzo posto, dopo Leonardo, è un gruppo specializzato in elettronica militare e sistemi di difesa avanzati. Nella divisione Cybersecurity & Space si occupa di soluzioni per la difesa cibernetica e satelliti militari, nei sistemi missilistici partecipa al consorzio MBDA. Nel 2024 ha fatturato 20 miliardi di euro (20,6 miliardi di euro, in crescita dell'11,7%) e 25 miliardi di euro di ordini (25,3 miliardi di euro, in crescita del 9%). Le vendite della divisione difesa, che rappresenta più della metà del fatturato del gruppo, sono aumentate del 13,9% su base annua, crescita trainata in particolare dai sistemi terrestri e aerei come i veicoli e i sistemi tattici, o i radar di superficie. Tuttavia anche Thales, nonostante la crescita record, ha annunciato 1.000 tagli di posti di lavoro nel settore spaziale per via del calo della domanda di satelliti per telecomunicazioni europei. Il gruppo dichiara che la divisione spazio sebbene abbia riportato ricavi praticamente stabili, ha però registrato perdite dovute in particolare a un previsto aumento della spesa in ricerca e sviluppo e ai costi di ristrutturazione. [15] La tedesca Rheinmetall è il principale produttore europeo di veicoli corazzati, artiglieria e munizioni, sistemi di difesa aerea basati su cannoni, ed è l'unico fornitore di un'intera gamma di sistemi di controllo del fuoco, lanciamissili guidati protetti e integrati. Con la tristemente famosa startup californiana di software per i droni Anduril (dispositivo usato dall’Idf per generare obiettivi da bombardare nella Striscia) Rheinmetall ha annunciato una collaborazione per costruire droni da combattimento e missili per i mercati europei. Nel primo trimestre 2025 ha registrato un incremento del 46% delle vendite rispetto all’anno precedente, i ricavi hanno raggiunto i 2,3 miliardi di euro grazie a una crescita del 73% nel comparto difesa, che da solo ha generato 1,8 miliardi. Armin Papperger, presidente del comitato esecutivo, ha affermato: “Negli ultimi due anni abbiamo investito quasi 8 miliardi di euro per costruire nuovi impianti, effettuare acquisizioni e garantire le catene di approvvigionamento”. La fase positiva dell’azienda è così consolidata che sta pensano di riconvertire in beni militari i siti di Berlino e Neuss, le sue fabbriche produttrici di componenti per automobili. Sta anche valutando di acquisire uno stabilimento vuoto della Volkswagen a Osnabruck. [16] In Italia Rheinmetall è proprietaria di tre stabilenti, le due RWM per la produzione di bombe, mine e munizioni a Ghedi (BS) e Domusnovas (SU), e la terza Rheinmetall a Roma per i radar Skynex, lanciatori, cannoni anti-droni, ecc. Per soddisfare la domanda di sistemi per la difesa aerea, l’azienda sta pianificando l’espansione della fabbrica con la demolizione di un vecchio stabile adibito a uffici. La sede di Roma è stata scelta come sede legale della recente joint venture tra il gruppo e Leonardo per la costruzione di mezzi corazzati e blindati. [17] 2) Le guerre e il riarmo aumentano solo i profitti dell’industria bellica Da inizio anno i due colossi della difesa italiani, Fincantieri e Leonardo, hanno registrato forti rialzi in borsa, rispettivamente del +135% e +83%. Nel 2024 l’area studi di Mediobanca pubblica un rapporto sul Sistema Difesa individuando cento aziende del comparto che hanno la propria sede legale in Italia. Si tratta di imprese in gran parte tipicamente dual-use, ovvero venditrici di prodotti e servizi sia nel mercato civile che in quello della sicurezza. E’ rilevante la presenza di gruppi stranieri nella Difesa italiana: 36 delle 100 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 25,1% del fatturato aggregato (di cui il 12,2% europeo e il 10,1% statunitense). Questo significa che se l’autosufficienza italiana nelle forniture militari si pone su un piano meno nazionale ma più europeo e atlantico, anche l’autonomia politica viene diminuita. Il contributo delle società a controllo statale italiano si attesta al 59,3% dei ricavi aggregati, mentre nel 2023 il valore aggiunto all’industria della Difesa è stato pari a circa lo 0,3% del Pil italiano. [18] La maggior parte delle aziende della difesa e sicurezza e aerospazio sono federate presso la costola di Confindustria AIAD,. L’attuale ministro della difesa Guido Crosetto è stato presidente AIAD dal 2014 al 2022 (anno di incarico a ministro), senior advisor di Leonardo e presidente di Orizzonte Sistemi Navali, passando così da lobbista a ministro della difesa. L’articolo pubblicato dal quotidiano Domani “Così il nuovo ministro della Difesa Guido Crosetto ha incassato milioni di euro da Leonardo” non è solo un lungo elenco di denaro percepito dal ministro negli anni, ma il racconto degli interessi che stanno dietro all’intreccio armamenti, politica e forze armate. L’attuale presidente di AIAD è Giuseppe Cossiga, da marzo anche presidente MBDA Italia, mentre Carlo Festucci (ex Fiom-Cgil), è saltato dal segretario generale in anticipo perché poco apprezzato da Leonardo che eroga oltre il 60% dei contribuiti versati ad AIAD. Da qualche mese si parla di colloqui a tre fra Thales e Airbus e Leonardo per la creazione di un gruppo europeo dei satelliti, alternativo a Starlink di Elon Musk. L’accordo contiene il rischio di danneggiare tutta una filiera del settore spaziale: “Genera timori la fusione di tre grandi aziende europee, due delle quali (Thales ed Airbus) in grave crisi nel settore spazio”. Secondo Marco Lisi Turriziani, membro del cda dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), circa 400 imprese da 3 miliardi di fatturato, la fusione che ricalcherebbe il modello MBDA, rischia di “marginalizzare, se non cancellare, il ruolo delle Pmi italiane, che oggi rappresentano il cuore della filiera spaziale nazionale”. L’enorme flusso di denaro che si prevede inonderà l’industria della difesa non significa diffusione di lavoro sul tessuto produttivo, perché ogni consorzio o programma che si sviluppa in cooperazione significa margini risicati per le filiere di ogni nazione. In questo caso si teme il prevalere di logiche franco-tedesche sulle scelte di fornitura. In stato di agitazione ci sono anche gli stabilimenti pugliesi e campani della vecchia divisione Aerostrutture (produzione civile) di Leonardo. Secondo l’azienda negli stabilimenti del sud permane il problema di un basso livello di profittabilità e di efficienza. Dall’incontro del sindacato con l’azienda a luglio, è emersa la preoccupazione per la dismissione dell’attuale produzione civile a Pomigliano d’Arco (NA), a favore di quella militare di MBDA. Come si può notare dalla nota sindacale l’aumento della produzione militare è gradito: “per quanto riguarda MBDA, Fim Fiom Uilm confermano la positività dell’investimento sull’area campana con incremento della produzione” basta salvaguardare “i livelli occupazionali compresi quelli dell’indotto e la salvaguardia di tutti i siti e delle proprie missioni”. Fincantieri è la seconda società del settore difesa a controllo pubblico: il 71,25% è di proprietà CDP Equity S.p.A., società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti. Il resto del capitale è distribuito tra vari azionisti che non superano il 3% delle quote. Nella classifica del SIPRI si pone al tredicesimo posto per ricavi nella UE. Il suo business si articola intorno a tre divisioni, crocieristico, militare e navi specializzate offshore (pattugliatori costieri, navi trasporto di GPL, rompighiaccio, ecc.) a cui bisogna aggiungere il nuovo segmento Underwater (linea di business comprata da Leonardo con Wass Whitehead Alenia Sistemi Subacquei) che comprende sottomarini e droni subacquei. L’amministratore delegato Pierroberto Folgiero si adegua al refrain del dual-use sostenendo la scelta di entrare nel mercato delle infrastrutture critiche sottomarine, nei sistemi integrati subacquei, ovvero nello sviluppo di soluzioni dual-use. L’azienda conta di assicurarsi circa 20 miliardi di euro della spesa militare europea e italiana per riorientare le priorità di bilancio al 30% dei ricavi entro il 2027, puntando su navi da guerra, fregate, cacciatorpedinieri e portaerei (+ 10%) e nel settore Underwater (+ 18%). Viceversa il settore delle navi da crociera si ridurrà dal 44% a circa il 35% delle vendite. L’obiettivo prevede la ricollocazione della produzione di scafi per le navi da crociera dai cantieri di Castellammare di Stabia e Palermo in Romania (presso i tre stabilimenti Vard,controllata norvegese del Gruppo), e in Vietnam nel cantiere Vard di Vung Tau la produzione di navi specializzate. Per sfuggire dall’accusa di voler militarizzare tutta la produzione italiana, Folgiero precisa che “l’assemblaggio finale dello scafo e l’allestimento delle navi da crociera di Fincantieri rimarranno presso gli stabilimenti italiani di Monfalcone, Marghera, Ancona e Genova” e sottolinea che sono le competenze e le capacità presenti nei siti civili italiani a dare impulso alla capacità di costruzione navale militare. [19] Nel campo delle collaborazioni, dopo il lancio nell’ottobre scorso di una Innovation Antenna in Silicon Valley, l’azienda ha annunciato l’apertura di una nuova Innovation Antenna (hub) in Corea del Sud, nel cuore del distretto tecnologico di Seoul ecosistema in forte crescita nei settori della cantieristica navale, automazione e robotica. [20] Nel 2020 l’Italia vende due fregate Fremm all’Egitto, dopo una trattativa portata avanti da Palazzo Chigi e Fincantieri, nel pieno di una inchiesta osteggiata dal governo egiziano per arrivare alla verità sul rapimento, le torture e l'uccisione del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni. [20] Le due fregate, destinate inizialmente alla Marina militare italiana, sono state vendute scontate di circa 210 milioni di euro e in barba alla la legge italiana in materia di export di armamenti. Vietato l’export di armamenti verso Paesi che non rispettano i diritti umani. [21] L’industria necessaria di Guido Crosetto Il 9 giugno la Fondazione Einaudi ha presentato il paper “Difesa, l'industria necessaria”, presenti fra gli altri il ministro della difesa Guido Crosetto e il professor Alberto Pagani, docente all’università di Bologna e autore dello studio. L’indagine è una esaltazione dell’irrinunciabilità dell’industria della difesa: “Investire nella difesa è essenziale sia per garantire sicurezza e capacità di deterrenza, sia per produrre, attraverso la ricerca scientifica, tecnologie che generano sviluppo economico”. [22] I problemi nascono quando integrità dei dati, concetti e argomenti portati a supporto non sono contestualizzati e verificati. Nel testo si fa riferimento ai dati economici (fatturato, occupazione, valore, ecc.) forniti dall’AIAD ma si omette il principio fondamentale, che sta alla base di queste aziende, ricordato dal presidente di AIAD: l’industria della difesa nazionale è un soggetto economico al servizio degli indirizzi politici del Paese in tema di difesa e sicurezza. E’ dunque investita da tutti questi fenomeni anche e soprattutto a causa della sua peculiare natura: pur conservando la forma di azienda e quindi la soggezione alle regole del mercato, essa non può sottrarsi dall’essere partecipe degli indirizzi di politica di sicurezza e difesa e di politica estera che provengono dal governo e dal parlamento. [23] Pertanto non si può trascendere dai fattori da cui dipende: contesto strategico, bilancio, domanda interna ed estera, concorrenza internazionale, ecc. Almeno altri due argomenti, dopo quello occupazionale e del ritorno economico, subiscono una declinazione fuorviante: 1) trasferimento di tecnologie dal militare al civile “tecnologie sviluppate per scopi militari possono essere adattate e commercializzate per uso civile” e 2) concetto di dual-use concepito come sovrapposizione del primo “gli investimenti militari in ricerca e sviluppo spesso portano a scoperte scientifiche e tecnologiche che poi trovano applicazioni nel settore civile”. 1) Per capire cosa vuol dire “trasferimento di tecnologie” può aiutare la lettura del libro “Trasferire tecnologie. Il caso del trasferimento tecnologico di origine spaziale in Europa” di Fabio Biscotti e Marco S. Ristuccia del 2006. Il testo non è solo una raccolta di informazioni e opinioni sul trasferimento tecnologico spaziale in Europa, ma mette in luce innumerevoli aspetti critici che hanno impedito, soprattutto in Italia, la creazione di un modello di successo. Illuminante è la constatazione presente nella Introduzione: “Se la parola chiave di ogni discorso sullo sviluppo economico è innovazione il contesto è spesso la ripetizione stanca e acritica di frasi fatte”. Gli Stati Uniti sono gli unici ad aver costruito, con buoni risultati, un percorso di trasferimento tecnologico partendo dalla ricerca spaziale. La ricerca spaziale utilizza tecnologie polivalenti e contribuisce alla loro produzione (si ricorda il progetto Apollo 1961-1972) . La NASA è, ovviamente, l’agenzia che ha potuto raccogliere più casi (1992-2002) di ricadute positive in più settori industriali/merceologici: minerario, petrolifero, chimico, medico, spaziale, automobilistico, navale, controllo della Terra, ICT (computer, e-learning e e-commerce). Le aree tecnologiche che hanno maggiori probabilità di trasferimento sono software, materiali, sensori, automazione e robotica, elettronica. Dal 2006 ad oggi l’Italia è rimasta ferma. Più articoli ne hanno indicato i motivi: perdurante assenza di un disegno istituzionale coerente, problemi di finanziamento misto pubblico-privato, rete territoriale diffusa ma coordinata, distinzione tra i soggetti più vicini al mondo della ricerca e soggetti più vicini alle imprese, creazione di centri di innovazione (pochi esempi). [24] 2) La storia del concetto dual-use si intreccia con lo sviluppo della tecnologia spaziale. In particolare, quando il dominio nello spazio diventa uno dei pilastri del nuovo modo di concepire la guerra, si comincia a promuovere l'utilizzo delle stesse tecnologie sia per applicazioni commerciali sia militari/civili. Efficienza e basso costo sono stati i due elementi che hanno spinto il governo degli Stati Uniti, sin dagli anni ‘80, a collaborare con attori commerciali per sviluppare e gestire tecnologie di derivazione spaziale. Tuttavia l’amministrazione Clinton, nel 1993 ne è stata la massima sostenitrice con l’approvazione del programma Technology Reinvestment Project (TRP). Il programma doveva sperimentare una metodologia in grado di migliorare i risultati di progetti tecnologici a duplice uso. La strategia si basava sulla consapevolezza che isolare una base industriale di difesa era costoso e poco gestibile, e non consentiva di capitalizzare l'innovazione nel settore commerciale dove frequentemente nascono le tecnologie all'avanguardia. [25] Come già accaduto, anche il programma TRP ha subito diverse fasi critiche e sostituzioni perché si dovevano giustificare investimenti commerciali di fronte ai detrattori della strategia a duplice uso. Procedura dovuta poiché i fondi provenivano dal bilancio della difesa, quindi i finanziamenti assegnati dovevano essere giustificati al Congresso in termini del loro presunto valore esclusivo per la difesa nazionale. Negli anni novanta le politiche dell'amministrazione Clinton sembravano premiare solo i gruppi che già beneficiavano della nuova economia high-tech, ma è importante ricordare che in quegli anni i colossi della difesa statunitensi attuali sono nati da fusioni (oligopoli) e dalla entrata massiccia nell’azionariato di soggetti finanziari. Oggi le multinazionali più potenti, quali Amazon, Microsoft, Meta e Google, sono i nuovi competitors del complesso militare-industriale. [26] Il 13 giugno 2025 il quotidiano Wall Street Journal pubblica l’articolo “The Army’s Newest Recruits: Tech Execs From Meta, OpenAI and More” in cui si afferma che dirigenti delle aziende high-tech Meta, OpenAI e Palantir si uniranno alla Riserva dell'esercito con il grado di tenente colonnello per prestare servizio nel Distaccamento 201. [27] Il nuovo Corpo che ha come compito unire competenze tecnologiche all'avanguardia con l’innovazione militare. L’esercito prevede di eliminare sistemi ritenuti obsoleti per acquisire capacità "a duplice uso" sfruttando tecnologie commerciali già pronte all'uso. “Le guerre ai confini dell’Europa e in Medio Oriente dimostrano che la tecnologia ha ancora una volta cambiato il campo di battaglia. Il nostro esercito deve cambiare di conseguenza" ha dichiarato Shyam Sankar, direttore tecnico di Palantir. Anche Roberto Cingolani, ad di Leonardo S.p.A. in una audizione parlamentare del 2023, ha inserito le multinazionali USA IBM, Amazon, Google, Microsoft e SpaceX fra i nuovi competitors definiti non convenzionali. Nel 2024, nell’audizione su “Indagine conoscitiva sull'intelligenza artificiale: opportunità e rischi per il sistema produttivo italiano” oltre a lodarsi per le sue capacità, si è vantato di aver segnalato, nel 2017, l’arretratezza tecnologica di Leonardo in tema di digitalizzazione nell’organizzazione del lavoro, nei processi produttivi e nella qualità dei prodotti. Serviva un supercomputer, capacità di calcolo, offrire servizi di cloud computing nella aerospace and defense, sviluppare AI. Ha omesso però di dire che Amazon e le altre aziende big tech, oltre a detenere potenza di calcolo e una memoria di massa, grandi quantità di informazioni in grado di istruire algoritmi di tutti i tipi, sono scelte dal Pentagono per la capacità di offrire infrastrutture, know-how, sistemi di intelligenza artificiale e soluzioni innovative molto più velocemente e a costi più bassi rispetto ai colossi militari. [28] Insomma se il Pentagono torna a guardare all’innovazione commerciale per trasformare le proprie capacità belliche, Cingolani per affrontare la connessione fra cyber sicurezza, reti di comunicazione (4G e 5G satellitare) e cloud deve allearsi con questi colossi. Con Ericsson, ad esempio, che fornisce hardware e filiera di prodotti per consentire alle piattaforme di Leonardo di comunicare. Con Microsoft e Accenture, per proteggere le proprie infrastrutture digitali nel Regno Unito, con Cisco, per per sviluppare attività tecnologiche congiunte. E altri ancora. [29] L’aggiornamento del piano industriale di Leonardo S.p.A. (2025-2029) Come potrebbe essere il futuro della difesa e della sicurezza globale? Cingolani all’assemblea degli azionisti da dato la sua risposta: Leonardo sta costruendo le basi dei suoi prodotti e servizi futuri. Per affrontare la transizione dalla difesa tradizionale alla sicurezza globale, i suoi prodotti e servizi saranno a duplice uso: la nuova “normalità”. Passando ai risultati risultati 2024, illustra i risultati raggiunti e i passi futuri. [30] Tutti gli indicatori sono in aumento rispetto al 2023, ma ancora meglio va per le previsioni: - Gli ordini complessivi (2025-2029) sono infatti stimati in 118 miliardi di euro (contro i 105 miliardi del 2024-2028) - ordini: 20,9 miliardi nel 2024 contro i 18,7 del 2023 - ricavi complessivi (2025-2029) stimati a circa 106 miliardi (rispetto ai 95 miliardi del quinquennio 2024-2028), con ricavi nel 2024 pari a 17,8 miliardi contro i 16 del 2023 -ricavi per tipologia di mercato: 28% civile - 72% militare governativo - redditività: nel 2024 l’EBITA è stato pari a 1,5 contro 1,35 del 2023 - flusso di cassa: nel 2024 è stato pari a 830 milioni di euro. Nel 2028 dovrebbe arrivare a 1,39 miliardi e 1,53 nel 2029. La struttura azionariato è così suddivisa: 50,3% Investitori istituzionali – 30,2% Ministero dell’economia e delle finanze – 18,5% Investitori individuali – 0,5 azioni proprietaria Distribuzione geografica degli azionisti istituzionali: 57,49% Nord America – 15,7% Regno Unito – 9,5% Resto del mondo - 8,4% Resto d’Europa – 5,1% Italia – 3,9% Francia Nota: in linea con la strategia di internazionalizzazione messa in atto dalla Società, l’azionariato è passato da prevalenza domestica ad una internazionale: Attualmente ca. il 90% del flottante istituzionale è estero. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze rimane l’azionista maggioritario che detiene poteri speciali grazie alla golden share. Leonardo è una S.p.A. a controllo pubblico. Nel 2024 il fondo Blackrock ha ottenuto l'ok del governo Meloni per salire sopra alla quota del 3% del capitale di Leonardo. Il fondo americano guidato da Larry Fink è già presente in Enel, Unicredit, Intesa, Banco Bpm e Italo. Cingolani soddisfatto: “Buon riconoscimento” Profilo anno 2024: lavoratori nel mondo: 60.468 ca (53.566 ca nel 2023) – In Italia 35.000 ca (33.306 ca nel 2023) dipendenti coperti da contrattazione collettiva 45.557 dipendenti iscritti al sindacato: 13.311 – dipendenti coperti da rappresentanti dei lavoratori 37.707 fornitori a livello globale: 11.000 - 87% dei 4.000 fornitori utilizzati in Italia sono PMI 83% degli acquisti relativi ai 4 mercati domestici con un filiera di circa 7.000 PMI acquisti per paesi: 53% Italia –19% USA –10% UK -11% resto Europa -7% resto del mondo acquisti per categoria: 56% servizi – 44% beni 11,6 MLD valore degli acquisti di beni e servizi 129 siti nel mondo - 150 paesi presenza commerciale Presenza italiana: 15 regioni, 70 siti di cui 38 produttivi Indebitamento netto di gruppo: 1.795 milioni Spesa ricerca e sviluppo: 2,5 miliardi di euro Nel 2006, durante un convegno della Cisl, il segretario della Fim Cosmano Spagnolo, riferisce che la holding della difesa Finmeccanica occupa 54.000 addetti di cui circa 9.000 all’estero. Nel 2025 Leonardo informa che in Italia occupa 35.000 ca lavoratori, 25.468 ca all’estero Numeri che contraddicono la “leggenda” che mette in diretta relazione l’aumento delle spese militari con quelle occupazionali. Remunerazione anno 2024: Presidente Stefano Pontecorvo: 490.000 di euro (252.000 nel 2023) AD e Direttore Generale Roberto Cingolani: 1.897 mln di euro (935.000 nel 2023) Condirettore generale Lorenzo Mariani: 1.846 mln di euro ((875 nel 2023) Remunerazione media dipendenti: 55.000mila (56.000 nel 2023) Rapporto tra remunerazione totale AD e quella media dipendenti: 34,5x (volte) (29,1 nel 2023) A maggio 2025 l’azienda presenta un piano di azionariato diffuso rivolto ai dipendenti battezzato Wibe (We believe in Leonardo). L'iniziativa mira a creare un maggiore coinvolgimento dei dipendenti nel capitale dell'azienda, aumentando il loro senso di appartenenza e fornendo un incentivo economico. [31] Nel Piano 2024 venivano individuate due strategie per passare dalla difesa alla sicurezza globale: - - innovazione continua, rafforzare il core business: razionalizzazione del portafoglio prodotti, piano di efficientamento, digitalizzazione in tutti i business (dei processi interni – di prodotti e servizi). - alleanze globali, fusioni e acquisizioni, accelerazione integrazione su Cyber Security, AI e Spazio. “In un mondo fatto di armi tradizionali e tecnologie digitali, nessuno può farcela da solo”: Frase che serve ad avvalorare la scelta di avviare più collaborazioni e partnership internazionali per favorire la crescita delle divisioni: Elettronica, Elicotteri, Aeronautica (creata nel maggio 2025 incorpora le precedenti Velivoli e Aerostrutture) e Cyber e Spazio. Partecipazione e joint venture Elettronica per la difesa e sicurezza, Sistemi di difesa terrestre e navale : Completata la cessione di Underwater Armaments & Systems a Fincantieri Leonardo Drs, elettronica per la difesa (71,59%) - Nel 2022 Leonardo rende noto che la controllata statunitense Leonardo DRS ha firmato un accordo vincolante per la fusione con RADA Electronic Industries Ltd., azienda israeliana leader nei radar tattici, protezione delle infrastrutture critiche, sorveglianza delle frontiere, la protezione militare attiva e le applicazioni contro i droni DRS RADA Technologies Ltd ha sede Netanya, Beer Sheva, Beit Shean in Israele, RADA Innovations LLC, RADA Sensors Inc. e RADA Technologies LLC hanno sede a Dlaware in USA Collabora con Rafael Advanced Defense Systems, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall Air Defense, ELT, Hindustan Aeronautics Ltd (HAL), Embraer e altri. Radsee Technology, radar con sede Herzliya a Israele (12%) Hensold , elettronica per la difesa (22,8%) Elettronica , elettronica per la difesa (31,33%) Larimart, elettronica per la difesa (60%) GEM Elettronica , elettronica per la difesa (65%) MBDA, sistemi di difesa missilistica (25%, 37% Airbus Group -Francia, Germania, Spagna – , 37% BAE Systems) Orizzonte sistemi navali, sistemi navali (49%) Elettronica + elicotteri: Leonardo UK , elettronica per la difesa e elicotteri PZL-Swidnik , elicotteri Kopter , elicotteri AgustaWestland Philadelphia , Elicotteri Spazio: Telespazio, servizi satellitari (67%) Thales Alenia Space , produzione satellitare (33%) Aeronautica: ATR , velivoli regionali turboprop (50%) Avio, propulsione spaiale (29,63%) Collaborazioni e partnership internazionali - Eurofighter caccia multiruolo 36% (consorzio europeo di Italia, Regno Unito, Germania e Spagna) - NH90 elicottero multiruolo 32% (consorzio europeo) - ATR velivoli turboprop (consorzio Leonardo-Airbus) - Eurodrone sistema senza equipaggio (collaborazione Francia, Italia, Spagna e Germania) - Sesar sistema di Air Traffic Management -servizi di navigazione e gestione del traffico aereo (programma di ricerca guidato da partenariato pubblico-privato di Unione Europea Eurocontrol e Leonardo) - Next Generation civil Tiltrotor convertiplano (programma EU Clean Sky 2) - Fremm fregate multimissione (collaborazione Francia e Italia). - F-35 caccia multiruolo (Italia, USA, Gran Bretagna, Paesi bassi, Norvegia, Danimarca, Canada, Australia, altri da definire) - Athena Fidus satellite (Italia, Francia) - EH-101 elicottero da trasporto (Italia, Gran Bretagna) - ESSOR software defined radio (Italia, Finlandia, Francia, Polonia, Spagna, Svezia, Germania) - FSAF-PAAMS sistema missilistico superficie aria (Italia, Francia, Gran Bretagna) - IRIS-T sistema missilistico aria/aria (Germania, Italia, Svezia, Norvegia, Grecia, Spagna, Austria) - METEOR sistema missilistico di combattimento aria/aria (Italia, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Gran Bretagna) - MIDS sistema comando e controllo (Italia, Francia, Germania, Spagna, USA) - MLRS IMPROVED sistema missilistico superficie superficie (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, USA, Finlandia) - NAEW&C (Nato airbone early warning & control) sistema radar (Italia, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Turchia, USA, Soagna, Ungheria, Polonia, Romania, Repubblica CECA) -NATO ACCS sistema comando e controllo (tutti i paesi NATO) -NILE software data link tattico multibanda (USA, Italia, Francia, Soagna, Canasa, Gran Bretagna, Germania) - NSS6G fornitura servizi satellitari alla NATO (Italia, Francia, Gran Bretagna, USA) - ORIZZONTE unità navali antiaeree (Italia, Francia) -P-DUGS segmento di terra del sistema di terra del sistema COSMO SKI MED (Italia, Polonia) - SICRAL 2 satelliti geostazionari (Italia, Francia) - STAND-OFF (Storm Shadow) sistema armamento aria/superficie (Italia, Gran Bretagna, Francia) - VULCANO munizionamento per cannone navale da 127 mm e artiglierie terrestri da 155 mm (Italia, Germania) - U-212 sommergibile (Italia, Germania, Portogallo) Recenti accordi di collaborazione: Global Combat Air Programme (GCAP) è una partnership strategica lanciata nel 2022, costituita ufficialmente nel 2024, che coinvolge governi e industrie della difesa di Italia, Regno Unito e Giappone. E’ una realtà paritaria (33,3% ciascuno) tra Bae Systems, Japan Aircraft Industrial Ehnancement (JAIEC). L’aereo è un “sistema aereo”, la piattaforma principale che si dovrebbe connettere con altri sistemi periferici pilotati e non. Destinato alle aeronautiche di Giappone UK e Italia (si parla di oltre 300 velivoli da realizzarsi oltre il 2035, export escluso), prevede investimenti di 40 miliardi di euro (1/3 dei quali italiano) da qui al 2035. Il 24 febbraio Leonardo ha sottoscritto la JV con Rheinmetall paritetica battezzata Leonardo Rheinmetall Military Vehicle (LRMV) . Congiuntamente si realizzeranno sistemi di difesa terrestre: 1.050 cingolati AICS/A2CS e tank 272 MBT non solo per rinnovare i sistemi dell’esercito italiano ma da offrire sul mercato internazionale. La base delle varianti tank MBT sarà il Panther KF51 sviluppato da Rheinmetall, anche i modelli del programma AICS avranno come scafo il veicolo Lynx della Rheinmetall, questi avranno versioni antiaeree, combat, da ricognizione e anticarro. La sede operativa sarà a La Spezia (sistemi di difesa, assemblaggio veicoli), ricadute significative ci saranno presso Genova (cybersicurezza), Brescia (sistemi di difesa), Ronchi dei Legionari (simulatori), Campi Bisenzio (optronica), Roma Tiburtina (60% delle attività produttive: Comando, controllo, comunicazione, computer e intelligenge (C4, Multidomain Labs), Roma (Larimart- Intercom e Computer), Cisterna di Latina (Radar), Napoli (sistemi di comunicazione). Da questa JV Leonardo si aspetta un contributo cumulativo ai ricavi nel quinquennio pari a circa un miliardo di euro. Il 6 marzo Leonardo ha annunciato una nuova J V con Baykar, denominata LBA Systems, che consentirà di mettere insieme il meglio delle 2 aziende: le piattaforme della società turca (2 miliardi di ricavi nel 2024 e più di 700 UAV consegnati) con la sensoristica, l’integrazione (le capacità certificative su standard europei) di Leonardo. I tre campi che interessano l’accordo sono: caccia senza pilota, droni da sorveglianza armati e Uav (Unmanned Aerial Vehicle) da attacco in profondità. Un settore attualmente dominato da Usa, Cina e Israele. Gli strateghi delle nuove guerre aeree prevedono una combinazione fra velivoli senza pilota e caccia tradizionali così come prevede il modello alla base di programmi come il Gcap. Tra i siti di Leonardo coinvolti figurano: Ronchi dei Legionari, centro di eccellenza per il settore unmanned; Torino per le attività di ingegneria e certificazione, Roma Tiburtina per lo sviluppo delle tecnologie integrate multi-dominio, Nerviano per soluzioni congiunte per il settore Spazio e Grottaglie per la produzione di materiali compositi avanzati. Da questa collaborazione, che permetterà di partire con prodotti “congiunti”, sin da subito, Leonardo si aspetta un contributo cumulativo ai ricavi nel quinquennio (2025-2029) pari a 600 milioni. A fine dicembre 2024 , la società turca Baykar ha comprato tutti i complessi aziendali di Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation . L’operazione è stata resa possibile grazie alla autorizzazione data ai Commissari Straordinari dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Per questo motivo sono possibili sinergie con Piaggio Aerospace per soddisfare la domanda crescente del mercato Uav. Nel 2008 Finmeccanica sigla una commessa da 1,35 mld con la Turchia per 51 elicotteri AgustaWestland AW129. Presenti il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogane e il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Per la produzione degli elicotteri, costruiti su licenza Agusta, la Tai era il 'main contractor' del committente, mentre Agusta Westland e la turca Aselsan i 'subcontractor'. Lelicottero da combattimento AW129 Mangusta (T129 per la Turchia), adibito a ricognizione tattica ed attacco bellico, è stato ampiamente usato contro i curdi nel 2018 e 2019. [32] Altri accordi di collaborazione, dunque non più solo commerciali, hanno avvicinato Leonardo a paesi arabi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. L’accordo con Edge Group permette a Leonardo di entrare nel mercato degli Emirati Arabi, di diversificare e completare i reciproci portafogli di soluzioni nei settori aereo, terrestre, navale e cyber, infine le due aziende elaboraranno una strategia globale di export. Con il Ministero degli Investimenti dell’ Arabia Saudita sottoscrive un Memorandum of Understanding (MoU) per avviare una cooperazione su vari settori: spazio, manutenzione/riparazione/revisione per aerostrutture, localizzazione per sistemi di guerra elettronica, radar e per l’assemblaggio di elicotteri. In Italia nasce Nuclitalia , frutto di un accordo fra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, per occuparsi dello studio di tecnologie avanzate e dell’analisi delle opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare. [33] Nel 2025 Leonardo annuncia la creazione di nuova linea di business, la Leonardo Hypercomputing Continuum (LhyC). Simone Ungaro, nuovo condirettore generale Strategy & Innovation, l’ha definita il “motore” dell’intera sfida”: LHyC nasce con l’obiettivo di sviluppare, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, tutte le potenzialità delle tecnologie digitali. Nel dicembre 2020, presso la sede di Torre Fiumara, Genova, viene installato il supercomputer Hpc Davinci-1, e utilizzato da Leonardo per la digitalizzazione dei prodotti, delle infrastrutture e dei processi. La nuova linea di business ha lo scopo di cominciare a offrire un servizio anche all’esterno attraverso la possibilità di “affittare” l’infrastruttura Hpc e cloud (supercomputing, cloud e intelligenza artificiale). Dalla vendita di questi servizi all’esterno sono attesi 230 milioni di euro di ricavi cumulati al 2029, l’intenzione è infatti quella di uscire dal solo settore aerospazio, difesa e sicurezza, ma di mettere “l’infrastruttura di calcolo a disposizione di altri mercati, che vanno dalla salute ai trasporti, alle amministrazioni pubbliche, senza tralasciare le Pmi che sono un target molto interessante. Un esempio di sfruttamento della capacità computazionale è dato dalla possibilità di raccogliere 12 anni di voli di 1200 elicotteri targati Leonardo. Si tratta di milioni e milioni di ore di attività che abbiamo inserito nel nostro Hpc con il risultato di riuscire a predire in modo puntuale tutti gli interventi da fare sui nostri elicotteri”, dichiara il nuovo condirettore di Leonardo . A fine 2024 Leonardo e Cineca, consorzio interuniversitario tra i maggiori centri di calcolo per il calcolo ad alte prestazioni (High Performance Computing), sottoscrivono un Memorandum of Understanding (MoU) con l’obiettivo di tradurre la ricerca scientifica in applicazioni industriali concrete, e creare una filiera strutturata di servizi digitali rivolti al sistema industriale nazionale per contribuire allo sviluppo tecnologico in Italia. [34] Per attrarre giovani ricercatori di provenienza internazionale, e per, come riferisce la stessa azienda, assicurarsi un flusso continuo di talenti, flessibilità e rinnovamento di capacità e di competenze professionali, l’azienda ha creato una rete di incubatori di tecnologia, i laboratori chiamati Innovation Labs, strutture integrate in alcuni dei siti industriali presenti. I pilastri interessati sono: Intelligenza artificiale, Digital Twin, Quantum Computing, Deep Digital Technologies (big data, high performance computing e cloud). Le aree di ricerca riguardano: tecnologie quantistiche, optoelettronica, materiali, sistemi autonomi e robotici, advanced power & energy systems. Della rete dei Labs fa parte l’Aerotech Campus, presso il sito di Pomigliano d’Arco. L’accademia ha il supporto dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e ha come obiettivo la formazione e l’innovazione tecnologica. Inoltre ha aperto una sua scuola per piloti a Decimomannu. Dal piano industriale emerge quanto sia importante per Leonardo realizzare una rete con università e centri di ricerca per inserire giovani cervelli nel suo ecosistema: collaborazioni con oltre 90 università e centri di ricerca in Italia e nel mondo, oltre 170 borse di dottorato finanziate o cofinanziate attualmente attive in Italia e UK, brevetti con un +5,7% nel 2024 rispetto al 2020. I risultati delle divisioni e aree di business in euro: Elicotteri: ricavi sul rotale Leonardo 2024: 5,2 MLD (29%) ordini 2024 per 5,9 MLD – Portafoglio: 15,1 MLD previsioni 2024-2033: 52 MLD nel mercato civile – 132 MLD nel mercato difesa CAGR o tasso di crescita annuale composto 2024-2033: + 3,1% civile - +2,9% difesa Elicotteri impiegati in ambiti civili, militati, ordine pubblico, offshore, ricerca e soccorso, elisoccorso e difesa su terra e mare. Convertiplano e elicottero a pilotaggio remoto. Elettronica per la difesa: ricavi sul totale Leonardo 2024: 7,7 MLD (43%) ordini 2024 per 10,3 MLD – Portafoglio 2024: 18,3 MLD previsioni 2024-2033: 2.057 MLD nel mercato difesa CAGR 2024-2033: +3,2% Soluzioni multidominio per la sorveglianza, la sicurezza e protezione infrastrutture critiche. Sensori. Sistemi C4ISTAR ed equipaggiamenti di autoprotezione di sistemi complessi in ogni contesto. Tecnologie e servizi per la gestione in sicurezza del traffico aereo di droni e per il contrasto di droni ostili (C-UAS). Sistemi per la difesa terrestre e navale Torrette e cannoni, munizionamento e siluri. Nella trattativa per l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles il partner di Leonardo è la tedesca Rheinmetall. Le due aziende sono al lavoro per la fornitura di mezzi militari all’esercito italiano, programma che vede impegnato con una quota dei lavori del 12-15%.anche Iveco Defence Vehicles. Velivoli e Aerostrutture (ora divisione Aeronautica che riunifica le attività civili e difesa) Velivol i: ricavi sul totale Leonardo 2024: 2,8 MLD (16%) ordini 2024 per 2,8 MLD – Portafoglio 2024: 8,0% previsioni 2024-2033: 945 MLD nel mercato difesa CAGR 2024-2033: +9% difesa Asset spaziali e servizi satellitari Velivoli addestramento, trasporto tattico, supporto umanitario e antincendio, dal comamdo e controllo all’intelligence, sorveglianza e ricognizione. Velivoli a pilotaggio remoto. Velivoli di ultima generazione: velivoli ormai progettati, sviluppati e prodotti in cooperazione. Aerostrutture : ricavi sul totale Leonardo 2024: 746 MLN ordini 2024 per 692 MLN – Portafoglio 2024: 10 MLD previsioni 2024-2033: 2.675 MLD nel mercato civile CAGR 2024-2033: +7% civile Partner di programmi come Boeing 787 Dreamliner, Airbus A220 e A321 e turboelica regionale ATR. Coinvolta nella produzione e assemblaggio di componenti strutturali in materiale composito e metallo per velivoli commerciali e da difesa (es. F-35), elicotteri e aerei senza pilota. Spazio: ricavi sul totale Leonardo 2024: 906 MLN (5%) ordini 2024 per 957 MLN – Portafoglio 2024: 1,7 MLD previsioni 2024-2033: 1.697 MLD CAGR 2024-2033: +5,4% civile Asset spaziali e servizi satellitari grazie alle joint venture con Telespazio e Thales Alenia Space e partecipazione in Avio. Osservazione della terra, geoinformazione, soluzioni per la difesa e intelligence, comunicazioni satellitari, servizi in orbita bassa ed economia lunare. E’ al lavoro con Airbus e Thales per una triplice alleanza spaziale con l’obiettivo di competere con SpaceX e Starlink di Musk. Per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) partecipa ai progetti per rafforzare le competenze nazionali nella space economy e per la realizzazione del Cloud della Pubblica Amministrazione. Nell’ambito del Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM) al progetto per il primo sistema di Space Cloud per la difesa. Cyber & Security: ricavi sul totale di Leonardo 2024: 648 MLN (3%) ordini 2024 per 8333 MLN – Portafoglio 2024: 1,1 MLD previsioni 2024-2033: 1.920 MLD mercato civile e difesa CAGR 2024-2033: + 11,7 civile e difesa Realizzazione soluzioni proprietarie ancorate a tecnologie trasformative (IA, cyber, data platform) con focus settori difesa, spazio e organizzazioni strategiche. Nel dicembre 2024 Leonardo ha firmato un accordo strategico con Arbit Cyber Defence Systems , azienda danese specializzata in soluzioni di sicurezza dei dati per operazioni multinazionali e multi-dominio di Intelligence e Difesa in ambito UE e NATO. A luglio 2025 acquisisce il 24,55% della società finlandese di cybersecurity SSH Communications Security Corporation per un valore di 20 milioni di euro. Dal comunicato aziendale: “è coerente con il Piano Industriale di Leonardo e consolida la leadership europea dell’azienda nella Trusted Cyber Security“. Si tratta di quel modello di sicurezza informatica secondo il quale “la fiducia non è mai implicita, ma va sempre verificata“. Sempre a luglio acquisisce l’azienda svedese Axiomatics per consolidare la leadership nella Trusted Cyber Security e contribuire all’autonomia digitale dell’Europa. A complemento della prima frase usata nell’Aggiornamento del Piano industriale (2025-2029), la seconda sostiene che “In un mondo fatto di proiettili e byte, nessuno può farcela da solo”. Il connubio fra armi tradizionali e tecnologia digitale si è visto violentemente in azione nella guerra contro i palestinesi a Gaza. Mariarosaria Taddeo, professoressa dell’Oxford Internet Institute e filosofa specializzata nell’etica di tecnologie digitali e di difesa, spiega come sulle regole per l’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambiti di Difesa “non abbiamo nulla”. Nel 2022 è nato il board apposito della Nato (il Data and Artificial Intelligence Review Board) per lavorare “sugli standard da seguire, che verranno creati da forze delle difesa per le forze di difesa”, ma i lavori sono ancora all’inizio. E il vuoto attuale “permette sperimentazioni radicali”. È preoccupate perché per le democrazie liberali, l’uso dell’AI in difesa rischia di essere il caso in cui la democrazia sconfigge se stessa, violando i principi e i valori fondamentali”. [35] Inoltre quando Leonardo sostiene che intende facilitare “la transizione dalla difesa alla sicurezza globale” non fa altro che appoggiare il vecchio concetto di guerra preventiva, ovvero minaccia permanente di guerra che può essere scatenata quando uno Stato giudica che qualcuno è in grado di minacciarlo. 3) Le relazioni ininterrotte con Israele: il circuito informativo e quello industriale di Leonardo Il 15 luglio 2025 i ministri degli Esteri dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles, hanno deciso di non sospendere l’accordo di associazione con Israele sebbene si sia rilevato che continua a violare i suoi obblighi, in materia di diritti umani, ai sensi dell’accordo di associazione. [36] E’ dall’inizio della guerra che l’Europa si rifiuta di fermare la strage di civili a Gaza, le violenze e sfollamenti da parte dei coloni e dell'esercito israeliano, ma la sua complicità diventa ancora più odiosa quando assicura che non finanzia progetti che colpiscono Gaza: “Il Fondo europeo per la difesa è saldamente radicato nei valori dell’Ue e nel diritto internazionale” afferma un portavoce della Commissione. Di fatto una inchiesta giornalistica di Investigative Europe e del consorzio greco Reporters United, ha svelato la partecipazione dell'Israeli Aerospace Industries in 15 progetti finanziati con il Fondo europeo per la Difesa, di cui 7 avviati dopo il 7 ottobre. Un’altra inchiesta, condotta dai quotidiani belgi L’Echo e De Tijd, ha svelato l’impiego di circa un miliardo di euro del fondo Ue per la ricerca e l’innovazione (Horizon) da parte di aziende del settore bellico israeliane. Le università europee si sono divise sulla sospensione del programma Horizon Europe in Israele. Anche qui, con la scusa del dual-use, si permettono finanziamenti indiscriminati. [37] La parola “magica” dual-use emerge ovunque si parli di questioni legate agli affari militari. E’ di questi giorni di fine luglio la disputa fra il quotidiano “Il Manifesto” e il ministro della difesa Guido Crosetto per un articolo intitolato “Sulle forniture di armi a Israele il governo mente”. Nell’articolo si sostiene vi sia stato un incontro fra lo Stato maggiore della Difesa e rappresentanti militari israeliani, per discutere “un piano di cooperazione bilaterale”. La cooperazione dunque non si è fermata al 7 ottobre 2023, e non riguarda solo aziende impegnate nel settore bellico. [38] Ancora una volta il ministro viene smentito. Guide per verificare se un bene è "dual-use” e le sue regole di esportazione, si sono moltiplicate e si possono facilmente trovare su vari siti. Il 30 giugno Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, presenta un rapporto sull’occupazione che costituisce un durissimo atto d’accusa verso Israele dal titolo “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Il testo non si limita ad un elenco dei diritti violati da parte dello Stato ebraico, ma denuncia i nomi delle aziende colluse: “le imprese coloniali e i genocidi ad esse associati sono stati storicamente guidati e resi possibili dal settore aziendale”. Di fatto le partnership internazionali che forniscono armi e supporto tecnico hanno rafforzato la capacità di Israele di perpetuare l’apartheid e, recentemente, di sostenere l’assalto a Gaza. [43] Dalle maggiori big tech alle società di investimento, dalle multinazionali del settore militare alle banche, non c’è ambito che non sia coinvolto nel grande business del genocidio. Nel rapporto si sottolinea anche che la spesa militare israeliana è aumentata del 65% tra il 2023 e il 2024 per un totale di 46,5 miliardi di dollari, mentre sempre dall’ottobre 2023 la borsa di Tel Aviv è cresciuta del 179 percento per un valore di 157,9 miliardi di dollari. [39] Per questo grande lavoro Albanese è stata attaccata e sanzionata dal segretario di Stato Usa Marco Rubio: "la campagna di guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata. Sono illegittimi e vergognosi sforzi di Albanese per fare pressione sulla Corte Penale Internazionale affinché agisca contro funzionari, aziende e leader statunitensi e israeliani". Dagli USA all’Europa, dal Sudafrica al Giappone, si sono moltiplicate le manifestazioni pro-Palestina e contro il genocidio a Gaza. Contemporaneamente si diffondono informazioni che aiutano a capire le complicità dei vari paesi per denunciarne l’illegalità. Elenchi di aziende che traggono profitto dal genocidio di Gaza sono presenti nei siti di svariate associazioni, da American Friends Service Committee a Who Profits, che integra anche schede per ciascuna azienda. [40] Un sito italiano che informa avvenimenti o azioni riguardanti armi che transitano nei porti, e di conseguenza chi le produce, è Weapon Watch, Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo. Ultimamente si è visto l’articolo “Chi boicotta le armi verso Israele?” che riporta azioni di boicottaggio avvenute in Italia e in altri paesi. Storico è il movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro Israele nato venti anni fa. Come si può leggere sul sito italiano è un movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza. Il BDS sostiene il semplice principio che i palestinesi hanno gli stessi diritti del resto dell'umanità. In particolare, la sezione “Embargo militare” chiede lo stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele, organizza azioni dirette, attività di lobbying e campagne di sensibilizzazione e pressione sulle imprese che collaborano con Israele. Ha curato due dossier: “Embargo Militare contro Israele. Dossier a cura di BDS Italia che documenta lo stretto legame che intercorre fra la politica e gli armamenti e le complicità che permettono a Israele di godere di totale impunità” del 2020 e “La catena dell'impunità: Inchiesta sulla storia degli armamenti israeliani e sulle complicità dell'Occidente e dell'Italia nella guerra condotta ai danni della popolazione civile in Palestina” del 2024. [41] Middle East Eye, importante giornale online che si occupa di Medio Oriente, ha rivelato che Israele ha modificato i suoi F-35 per consentire l’attacco all'Iran del 13 giugno senza necessità di rifornimento né a terra né in volo. [42] Per Israele l’entrata nel programma era possibile dopo che Lockheed Martin, e Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, avessero concesso i diritti di modifica del velivolo. Tale modifiche sarebbero state effettuate dalle aziende Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems. Come per altri velivoli o sistemi d’arma, Israele chiede la possibilità di sviluppare una propria versione per incorporare le apparecchiature elettroniche adatte alle esigenze specifiche dell'IAF. E’ stato anche concesso il permesso esclusivo di modificare il sistema di guerra elettronica della BAE, con sottosistemi prodotti da Elbit che aumentano esponenzialmente la capacità di guerra elettronica. Con tutte le modifiche apportate, Israele ha fatto dell’F-35 un velivolo capace di modificare, (nell’operazione sono stati impiegati altri sistemi per la prima volta), gli equilibri geopolitici regionali a favore delle forze israeliane in Medio Oriente. Sebbene il costo operativo dell'F-35I sia stimato intorno ai 40.000/41.000 euro per ora di volo, inclusi il consumo di carburante, la manutenzione, i pezzi di ricambio e i costi del personale tecnico, la versione israeliana garantisce un livello di reattività tattica che è difficile da raggiungere in altri eserciti equipaggiati con l’F-35. [43] E’ un velivolo che nella versione israeliana combina il declino americano con il delirio di potenza israeliana. Attorno gli orbitano 17 Stati che lo tengono in vita. [44] Con una dichiarazione congiunta oltre 230 organizzazioni hanno chiesto ai governi che producono l’F-35 di smettere di armare Israele. [45] E’ stato accertato l’utilizzo dei caccia F-35 per bombardare i civili palestinesi di Gaza in diversi episodi, uno riguarda lo sgancio di tre bombe da 2000 libbre in un attacco alla cosiddetta “zona sicura” di Al-Mawasi a Khan Younis, che ha ucciso 90 palestinesi. Nel Regno Unito, Al-Haq e Global Legal Action Network, hanno deciso di avviare un ricorso giudiziario contro il governo perché non hanno escluso diversi componenti chiave, di loro produzione, dalla sospensione del settembre 2024 di circa 30 licenze di armi a Israele. Tuttavia a giugno l’Alta Corte di Londra ha respinto, con motivazioni incredibili, il ricorso di organizzazioni per i diritti umani contro il governo britannico, accusato di fornire componenti militari a Israele nonostante i raid su Gaza. La sentenza ha confermato la legittimità della partecipazione del Regno Unito al programma internazionale ritenendo che si tratti di una questione di sicurezza nazionale e dunque di competenza esclusiva dell’esecutivo. Nella sentenza si sottolinea che “I componenti vengono prodotti nel Regno Unito e poi spediti per l’assemblaggio negli Stati Uniti, in Italia e in Giappone, dove vengono integrati nei jet destinati ai partner internazionali, Israele incluso”. Parlando di componenti, si rileva che Leonardo UK, nella sua sede di Edimburgo, produce laser di puntamento ad alta energia venduti a Lockheed Martin per programmi che includono l'F-35. [46] A Cameri, in provincia di Novara, vi è uno dei tre stabilimenti al mondo in grado di assemblare un aereo di questo tipo. E’ l’unico impianto europeo per l’assemblaggio finale e la manutenzione degli F-35, nonché uno dei pochi autorizzati a svolgere attività di manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento. Per ora nello stabilimento vengono assemblati solo i velivoli destinati ad Olanda. In futuro, tranne la Germania che ha deciso di non fare assemblare i suoi caccia a Cameri, si aggiungeranno quelli polacchi, della Repubblica Ceca, Svizzera, Grecia e Belgio. Nel 2024, dopo una visita presso gli stabilimenti Leonardo degli Ambasciatori delle 32 nazioni appartenenti alla Nato, Segredifesa ha dichiarato che era stato illustrato “come presso gli impianti piemontesi – centro di assemblaggio e verifica finale del programma F-35 – si producano già circa un terzo degli assiemi alari per l’intera esigenza del programma internazionale, si assemblano i velivoli per l’Italia e l’Olanda e si effettuano le ispezioni più significative per i Paesi europei”.Per questo velivolo, che in parte è configurato per il trasporto delle bombe tattiche nucleari B61-12, l’Italia arriverà a spendere almeno 25 MLD di euro per 115 velivoli entro il 2035. Nel documento programmatico del Ministero della Difesa 2024-2026 si è sottolineato che al 31 dicembre 2023 il programma ha generato ricadute tecnologiche, industriali ed economiche nazionali per un valore di circa 4,7 miliardi di euro, con un ulteriore contributo di circa 1,64 miliardi di euro per l’attivazione dei siti e l’implementazione della FACO. Il 17 luglio, dopo quasi 60 mila morti, oltre 115 mila feriti e più di 2 milioni gli sfollati, dopo che Gaza è diventata un inferno senza fine, Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, hanno presentato una mozione unitaria per chiedere lo stop al Memorandum con Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa. [47] La maggioranza ha difeso l’accordo per le ricadute industriali e occupazionali, perché ha permesso di rafforzare in modo significativo le capacità difensive italiane, e perché “Isolare Israele non permetterà di raggiungere una soluzione politica alla crisi”. Naturalmente la mozione non è passata ed è stata archiviata insieme a tutte le risoluzioni europee e internazionali che hanno salvato Netanyahu e la sua politica criminale contro il popolo palestinese. Gli accordi militari fra Italia e Israele hanno vissuto due momenti diversi: dall’esaltazione delle armi tecnologicamente avanzate al loro oscuramento per lasciare spazio alla propaganda bellicista. Attualmente, di fronte a un genocidio, il governo italiano fa di più: la Camera approva il decreto per l’acquisto di un ulteriore aereo radar Gulfstream G550 dalla società israeliana Elta Systems del gruppo Israel Aerospace Industries, la più grande azienda di difesa del paese di proprietà dello Stato. A differenza di altri G550 già in Italia, questo velivolo fungerà da piattaforma di test dedicata per le tecnologie avanzate di intelligence e guerra elettronica. [48] L’acquisto, che fa parte della terza fase di un programma multimiliardario, viene qualificata come “acquisizione di un ulteriore velivolo da destinarsi esclusivamente alla ricerca, sviluppo e testing di nuove funzionalità condotte dall’industria nazionale, in un settore strategico e sensibile come quello delle capacità sistemistiche Airborne e dei payload SIGINT/EA”. Solo nel 2024 il valore delle importazioni italiane di armamenti israeliani è cresciuto da 31,5 a 154,9 milioni di euro, come scritto nella relazione Uama al Parlamento (pag. 57). Nella relazione non vengono conteggiate le esportazioni relative alle attività di supporto logistico per la flotta Aermacchi M-346. (contratto siglato con Elbit Systems del 2013) Il 22 luglio 2025, BAE Systems annuncia la firma di un contratto da 12 milioni di dollari con L3Harris Technologies, per supportare la trasformazione di due velivoli Gulfstream G550 in piattaforme avanzate di guerra elettronica aviotrasportata (EA), destinate all’Aeronautica Militare Italiana. [49] Lo stesso giorno la stessa L3Harris Technologies annuncia di aver ricevuto un contratto da 300 milioni di dollari dall'Italia per la fornitura di due velivoli Gulfstream G550 equipaggiati con un moderno sistema di guerra elettromagnetica. L3Harris collabora con BAE Systems per questa soluzione, che rappresenta la prima volta in cui il governo degli Stati Uniti approva la vendita di un EA-37B a un alleato internazionale. [50] A regime, la Difesa italiana disporrà di una flotta di 10 G550 “speciali” in configurazione CAEW, SIGINT e EA. Nel 2012 un patto fra il governo italiano e quello israeliano ha sancito l’inizio di una relazione speciale fra i due paesi. Non tanto per l’importo, ma per il livello di cooperazione tecnologica- militare. Israele acquistò trenta addestratori Aermacchi M-346 per la formazione avanzata dei piloti, l'Italia un satellite spia Optsat 3000 e due Gulfstream G550 CAEW. Come avviene con i velivoli USA, anche l’Italia tramite Finmeccanica-Leonardo, ha permesso a Israele di modificare il proprio velivolo: “L'aeronautica militare israeliana sta potenziando le capacità dei suoi aerei da addestramento avanzati Leonardo M-346, dotando il "Lavi" di bombe di addestramento inerti e serbatoi di carburante esterni. Collaboriamo a stretto contatto con il produttore e questo potrebbe portare a offrire gli stessi aggiornamenti ad altri clienti", afferma il comandante del centro di collaudo di volo dell'aeronautica militare, identificato solo come Tenente Colonnello Shlomy”. E’ incredibile la lunga lista di bombe e missili, oltre che serbatoi e pod (“moduli” agganciati a un aeromobile per ospitare sensori o attrezzature per la ricognizione, sorveglianza e acquisizione di obiettivi) che il velivolo può trasportare: GBU-12 (500 lb) Paveway II LGB ; GBU-49 (500 lb) Enhanced Paveway II GPS/LGB ; Lizard 2 LGB (500 lb) ; GBU-38 (500 lb) JDAM ; Lizard 4 LGB (500 lb) ; Small Diameter Bomb (SDB) ; Rocket Launchers ; MK.82 (500 lb) general-purpose bomb ; MK.82HD Snakeye (500 lb) general-purpose bomb ; Gun pod ; Air-to-Air Missiles ; External Fuel tanks (630 lt each) ; Recce pod ; Target Designator Pod. [51] Il trattamento speciale comprende anche la possibilità per Israele di vendere direttamente i 346 ad altri paesi come nel caso della Grecia (tramite Elbit Systems). [52] Con l’israeliana Elbit Systems Leonardo ha siglato più accordi: dallo sviluppo di nuove capacità di lancio siluri del Seagull, il veicolo navale a pilotaggio remoto di Elbit, al programma del Rotary Wing Mission Training Center (Rwmtc), un avanzato centro per l’addestramento dei piloti di elicotteri militari, destinato a sorgere principalmente nella base di Luni, in Liguria. [53] Altri accordi sono seguiti per la realizzazione congiunta di sistemi d’arma in vari settori, dai veicoli blindati ai droni subacquei, agli elicotteri AW119Kx: “La fornitura degli elicotteri è il risultato di un accordo stipulato nel 2019 tra Leonardo e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nell’ambito del programma Foreign Military Sale (FMS)”. [54] Questa triangolazione fra USA, Italia e Israele (di lato Gran Bretagna), è un elemento essenziale per capire la forte alleanza che lega i tre paesi, battezzata dal presidente Bush, con la firma dell’accordo di cooperazione militare Italia-Israele. Nel Memorandum sono previste esercitazioni delle due aviazioni in Italia e nel Mediterraneo orientale, con la presenza di militari israeliani nelle basi italiane. A maggio 2025, l’Aeronautica militare risponde ad una interrogazione dell’on. Bonelli che chiedeva spiegazioni sulla presenza di F-35 israeliani in Puglia: “l’incontro, promosso dal Generale dell'U.S. Air Force Hecker, ha avuto l’obiettivo di rafforzare interoperabilità e integrazione tra i Paesi parte del Programma F-35 del bacino Europeo allargato, consesso a cui partecipano anche Canada e Israele”. L’incontro ‘F-35 Air Chiefs Meeting’, è avvenuto nella base aerea di Amendola, la base che oltre ad ospitare gli F35-A e gli F35-B italiani, é divenuta un vero e proprio polo tecnologico. [55] Come in altre occasioni il ministro Crosetto ha negato tutto: “non ci sono stati F35 israeliani in Italia né nel 2025, né nel 2024, né nel 2023”. Chissà se negherà se stesso dopo aver annunciato che l’Italia diventerà il polo globale per l’addestramento degli F-35 in Sicilia: la prima scuola fuori dagli Usa. [56] Sul Memorandum Italia-Israele il 21 maggio 2025 dieci giuristi italiani hanno firmato una Diffida formale al Governo (riportata qui integralmente), richiamando l’obbligo di rispettare i principi costituzionali e i trattati internazionali. [57] Germania e Italia sono i maggiori sostenitori di Israele in Europa non solo per la fornitura di armi, ma anche per la posizione politica secondo cui “Israele non va isolato”. A maggio i due paesi si sono opposti alla cancellazione dell’intesa commerciale con l’Europa. La proposta era stata avanzata da un Paese tradizionalmente vicino a Israele come l’Olanda. Il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, in una conferenza stampa in Spagna, ha dichiarato “la Germania come Paese vede come parte della sua ragione di essere l'esistenza di Israele e sempre sarà al suo fianco per difendere questo diritto e questo implica la fornitura di armamenti". Per le corvette Sa'ar 6 realizzate da Thyssenkrupp Marine Systems e vendute a Israele, poco importa se usate per rafforzare il blocco navale di Gaza, Leonardo fornisce il cannone navale 76/62 SUPER RAPIDO Multi-Feeding. La sua accettazione da parte israeliana è avvenuta nel 2022 presso la base navale di Haifa. La Germania non ha avuto problemi alla loro vendita sebbene sia integrata con componenti italiane. Non aveva dubbi di ricevere il nulla osta. Nell’inchiesta pubblicata dal Guardian a luglio si afferma che i ricavi della bomba GBU-39, generata dal ramo statunitense di MBDA, passano attraverso il Regno Unito e l'Unione Europea: “Secondo un esclusiva del Guardian, il più grande produttore europeo di missili, MBDA, vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei in cui, secondo le ricerche, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. Questa compagnia europea fa parte di un gruppo composto dalla più grande azienda di difesa britannica BAE Systems, la francese Airbus e l’italiana Leonardo. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sul GBU-39, prodotte da Boeing”. [58] Airbus è una società partecipata da Francia, Germania e Spagna . Detiene nel consorzio europeo MBDA il 37,5%, mentre BAE Systems il 37,5% e Leonardo 25%. Nel 2020, Enrico Savio, al tempo Chief Strategy & Market Intelligence Officer, presenta il piano strategico “Be Tomorrow 2030” per l’innovazione. [59] Innovazione significa scegliere rigorosamente partnership strategiche guardando oltre oltre ai Paesi domestici, Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Polonia. Nella lista ristretta delineata Israele ha un ruolo decisivo. Nel 2023 Roberto Cingolani illustra la nuova struttura organizzativa e informa che l’azienda ha capacità produttive distribuite in Italia, Polonia, Israele, Regno Unito e Stati Uniti. [60] Sono un esempio i due accordi sottoscritti nel 2023 con Israeli Innovation Authority, un’agenzia pubblica a supporto tecnico e finanziario di progetti innovativi, e con Ramot, una technology transfer company per la valorizzazione della proprietà intellettuale dell’università di Tel Aviv. Nel comunicato stampa Leonardo esalta il valore della decisione: “Il dinamico e competitivo ecosistema israeliano delle start-up sviluppa soluzioni high-tech innovative in molteplici settori, compresi quelli d’interesse strategico per il business di Leonardo, quali difesa, cybersicurezza, aeronautica, intelligence e spazio”. [61] Nel 2020, a proposito dell’interesse di Leonardo (ma non solo) verso le start-up, Paola Pisano, Ministro per l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione, durante l’ ‘OurCrowd Global Investor Summit’ a Gerusalemme, afferma che “L’Italia è l’ingresso naturale per l’Europa per le tecnologie all’avanguardia che nascono in Israele. Israele ha bisogno di scalare le sue innovazioni e noi abbiamo bisogno di spingere le nostre aziende a diventare rapidamente più innovative”.Al suo ritorno in Italia dichiara che si rafforzerà la collaborazione sull’innovazione fra i due paesi in ambito di sviluppo di nuove tecnologie e sostegno alle startup e alle aziende del Made in Italy. [62] L’acquisizione di RADA Electronic Industries e sua fusione con DRS, fa parte del Piano “Be Tomorrow 2030” per la costruzione di rapporti strutturali con Israele. [63] L’operazione permette di conseguire due risultati: la controllata statunitense di Leonardo DRS RADA Technologies diviene fondamentale sul fronte degli affari con Tel Aviv, e, infine, permette una triangolazione fra Pentagono-DRS RADA-Israele (non compare direttamente Leonardo). RADA ora DRS RADA, è una azienda israeliana leader nei radar tattici, protezione delle infrastrutture critiche, sorveglianza delle frontiere, protezione militare attiva e applicazioni contro i droni. Collabora con Rafael Advanced Defense Systems, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall Air Defense, ELT, Hindustan Aeronautics Ltd (HAL), Embraer e altri. Dalla guida commerciale di Israele - sezione aerospazio e difesa del 2023: “Le attività militari e commerciali di Israele con l'industria della difesa statunitense sono solide e includono contratti commerciali con importanti aziende statunitensi. L'industria locale si rifornisce di componenti e sottosistemi di qualità, offrendo opportunità di esportazione ai fornitori statunitensi di componenti di alta qualità che possono essere integrati nei sistemi israeliani. Nel novembre 2022, per la prima volta in assoluto, una grande azienda statunitense del settore della difesa, Leonardo DRS, ha acquisito un'importante azienda israeliana di tecnologia per la difesa, RADA”. [64] Nel 2024 Rafael Advanced Defense Systems presenta il nuovo modulo di missione Iron Dome alla fiera Land Forces in Australia, il sensore radar mobile è di Leonardo DRS (RADA) Iron Dome è il sistema di difesa più diffuso multi-missione e collaudato in combattimento. Defense Security Cooperation Agency ha ordinato equipaggiamenti militari, rimorchi per carri armati pesanti e relative attrezzature a Leonardo Drs per Israele. Il contratto, approvato nel 2024, ha un valore stimato in 164,6 milioni di dollari e le consegne inizieranno nel 2027. Il Pentagono, nel dicembre 2023, ha assegnato alla DRS Sustainment, una sussidiaria di Leonardo Drs, un contratto dal valore di 15,4 milioni di dollari per produrre un numero imprecisato di Hdtt per Israele. I sistemi HDTT Heavy Duty Tank Trailer, sono progettati per trasportare oltre settanta tonnellate di carico utile su terreni diversi, migliorando la capacità delle unità di trasferire rapidamente la loro capacità militare. RADA Electronic Industries Ltd. integra con i radar emisferici compatti software-defined il sistema di protezione attiva (APS) Iron Fist, prodotto da Elbit Systems/IMI. Iron Fist di Elbit Systems è un sistema di difesa attiva autonomo sviluppato contro le minacce anticarro, utilizzato nel veicolo trasporto truppe (APC) Eitan, e nei bulldozer Caterpillar D9 che hanno preso parte all'invasione terrestre di Gaza. Il sistema è entrato in funzione operativa durante l'invasione terrestre israeliana di Gaza nell'ottobre 2023. Leonardo DRS fornisce il sistema TROPHY sviluppato in collaborazione con il partner tecnologico israeliano Rafael Advanced Defense Systems. Il sistema assicura una protezione dalle minacce costituite da razzi e missili anticarro, permettendo nello stesso tempo di localizzare e segnalare l’origine del fuoco ostile per un’immediata reazione. Nel dossier “La catena dell'impunità” a cura del BDS Italia, il contributo “Il concetto di sicurezza nazionale israeliana e la sua recezione in Italia” , ha cercato di trovare le analogie fra la svolta autoritaria e securitaria del governo Meloni e la dottrina di sicurezza israeliana.(Med-Or è un ente fondato da Leonardo con presidente Marco Minniti. Sul sito si può stampare la dottrina di sicurezza israeliana pubblicata dall’Institute for National Security Studies di Tel Aviv). “L’Italia del governo Meloni ha trovato in Netanyahu non solo un amico, ma un alleato che condivide valori comuni: identità etnica e culturale, tradizione religiosa e Stato forte e ben armato. Guido Crosetto, per ciò che gli compete, sta affrettando la ricezione italiana del concetto di sicurezza nazionale israeliano”. [66] NOTE: [*] https://europa.today.it/unione-europea/germania-vuole-costruire-esercito-piu-potente-europa.html [1] “Peace through security: The strategic role of digital technologies” TEHA Group(The European House – Ambrosetti) – Leonardo, 2024 [2] https://legrandcontinent.eu/it/2025/06/25/gli-stati-uniti-sono-lunico-paese-della-nato-di-cui-la-spesa-per-la-difesa-in-percentuale-del-pil-e-diminuita-dal-2014/ [3] https://www.corriere.it/economia/finanza/25_marzo_03/borse-oggi-3-marzo-l-europa-apre-debole-ma-volano-i-titoli-della-difesa-leonardo-17-2d980d3e-fbc9-4f4d-98a3-9f27cb8a2xlk.shtml [4] https://www.eunews.it/2025/05/27/consiglio-ue-fondo-safe-difesa-parlamento/ [5] https://www.peacelink.it/disarmo/europa-armata-la-politica-della-difesa-e-export-di [6] https://commission.europa.eu/topics/defence/future-european-defence_en https://www.eumonitor.eu/9353000/1/j4nvhdfdk3hydzq_j9vvik7m1c3gyxp/vmlvruklihug 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https://www.reuters.com/sustainability/society-equity/uk-export-f-35-parts-israel-was-lawful-court-rules-2025-06-30/ https://www.theguardian.com/uk-news/2025/jun/30/uk-sale-f-35-fighter-jet-parts-israel-lawful-high-court https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/12-09-2019-leonardo-announces-sales-of-over-600-man-portable-laser-designators-to-nato-and-nato-partner-countrieshttps://electronics.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/leonardo-laser-target-designator-australian-defence [47] https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/133812.pdf https://www.juragentium.org/topics/palestin/it/ItIsr.pdf https://ambtelaviv.esteri.it/wp-content/uploads/2023/06/accordo_rd-2.pdf [48] https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01453222.pdf [49] https://www.baesystems.com/en/article/supporting-airborne-electronic-attack-capabilities-for-italy [50] https://www.l3harris.com/newsroom/press-release/2025/07/l3harris-contract-italys-airborne-electronic-warfare [51] https://thaimilitaryandasianregion.wordpress.com/category/uncategorized/page/26/?iframe=true [52] https://www.elbitsystems.com/news/elbit-systems-marks-milestone-first-two-m-346-aircraft-landing-hellenic-international-flight [53] https://documenti.camera.it/leg19/dossier/pdf/DI0124.pdf [54] https://www.leonardo.com/en/press-release-detail/-/detail/20-04-2022-leonardo-us-department-of-defense-awards-29-million-contract-for-new-aw119kx-helicopters-in-foreign-military-sale-to-israel [55] https://www.aeronautica.difesa.it/news/european-f-35-air-chiefs-meeting-ad-amendola-lincontro-dei-capi-delle-forze-aeree-delle-nazioni-del-bacino-europeo-allargato-parte-del-programma-f-35/ https://ilmanifesto.it/f-35-non-erano-in-missione-ma-le-armi-si-vendono https://www.aeronautica.difesa.it/news/f35-ad-amendola-lacquisizione-della-capacita-dispezione-alle-turbine-del-jsf/ [56] https://it.euronews.com/my-europe/2025/07/02/f35-litalia-diventa-polo-globale-per-laddestramento-in-sicilia-la-prima-scuola-fuori-dagli[57] https://www.libertaegiustizia.it/2025/05/23/non-in-nostro-nom [58] https://www.eunews.it/2025/07/17/guardian-missili-europei-venduti-a-israele-usati-per-uccidere-bambini-a-gaza/ [59] https://www.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/enrico-savio-illustrates-be-tomorrow [60] https://www.industriaitaliana.it/leonardo-cingolani-mariani-industria-aerospace-aerostrutture-elicotteri-elettronica-cybersecurity/ [61] https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/03-02-2023-leonardo-signs-two-agreements-with-israeli-innovation-authority-and-ramot-tel-aviv-university-in-the-field-of-innovation [62] https://innovazione.gov.it/notizie/articoli/startup-e-innovazione-continua-la-collaborazione-tra-italia-e-israele/ [63] https://www.analisidifesa.it/2022/06/leonardo-drs-annuncia-la-fusione-dellisraeliana-rada-electronics-industries/ [64] https://www.trade.gov/country-commercial-guides/israel-aerospace-and-defense [65] https://www.med-or.org/la-fondazione [66] https://www.peacelink.it/disarmo/il-concetto-di-sicurezza-nazionale-israeliana-e-la
- konnektor
Dissidenza: intervista con Jean-Luc Mélenchon Thomas Berra La situazione politica analizzata da un critico acerrimo dell'estrema destra fascista, razzista e reazionaria, che difende la necessità di una pratica politica nettamente di sinistra per uscire dall'attuale crisi irrisolvibile. Questo articolo è apparso su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall' <> di Podemos e da Traficantes de Sueños, ed è pubblicato con il permesso espresso del suo editore. Tariq Ali : Cominciamo da Gaza. Siamo, ci auguriamo, nell’ultima fase di questa guerra israeliana. Il numero delle vittime sarà di centinaia di migliaia, forse vicino a mezzo milione. Nessun Paese occidentale ha fatto alcun tentativo concreto per fermarla. Il mese scorso Trump ha ordinato agli israeliani di firmare l’accordo per il cessate il fuoco con l’Iran e quando Israele lo ha infranto è andato su tutte le furie. Per usare le sue parole immortali: «Non hanno la minima idea di quello che stanno facendo». Ma questo mi porta alla domanda: secondo te, gli americani hanno davvero la minima idea di quello che stanno facendo? Jean-Luc Mélenchon : Dobbiamo cercare di comprendere le ragioni di questi Stati occidentali. Non si tratta semplicemente del fatto che Trump sia pazzo o che gli europei siano codardi; forse lo sono, ma ciò che fanno si basa comunque su un piano di lungo termine, un piano che in passato ha fallito ma che ora è in fase di attuazione. L’obiettivo è, primo, riorganizzare l’intero Medio Oriente per garantire l’accesso al petrolio ai Paesi del Nord globale; e, secondo, creare le condizioni per una guerra con la Cina. Il primo obiettivo risale alla guerra Iran-Iraq, quando gli USA usarono il regime di Saddam Hussein come strumento per contenere la rivoluzione iraniana. Dopo la caduta dell’URSS lanciarono la guerra del Golfo e George H. W. Bush proclamò un “nuovo ordine mondiale”. Fin dall’inizio ho pensato che si trattasse di un tentativo di controllare gasdotti e oleodotti e di proteggere l’indipendenza energetica americana mantenendo i prezzi sufficientemente alti, al livello di redditività del petrolio estratto con il fracking. Se consideriamo questa l’ambizione principale dell’Impero, possiamo dare senso a molti altri avvenimenti. Per esempio, che cosa hanno fatto gli Stati Uniti in Afghanistan dopo l’invasione del 2001? Hanno ostacolato la costruzione di un gasdotto che sarebbe passato attraverso l’Iran. La guerra contro il Daesh in Siria fu anch’essa, sotto molti aspetti, una lotta per il tracciato di un gasdotto. Ecco dunque una linea di argomentazione piuttosto coerente. Un impero è tale solo se riesce a mantenere il controllo di determinate risorse, ed è esattamente ciò che vediamo oggi. Gli USA hanno deciso di rimodellare la mappa del Medio Oriente, usando Israele come strumento e alleato. Sanno di dover ricompensare Israele per questo lavoro, e lo fanno sostenendo il progetto politico del “Grande Israele”, secondo il quale la popolazione palestinese di Gaza e delle altre aree deve scomparire. Se davvero Europa e Stati Uniti avessero voluto fermare questa guerra, essa si sarebbe limitata a tre o quattro giorni di rappresaglie israeliane dopo il 7 ottobre. Invece è durata più di venti mesi. Dunque nessuno può dire che gli americani non sappiano quello che fanno, come hanno detto alcuni. Ciò che accade nella regione è tutto deliberato, pianificato e organizzato congiuntamente dagli Stati Uniti e da Netanyahu. Tariq Ali : Hai detto che la seconda parte del piano americano è il conflitto con la Cina. Molti liberali e liberal-disinistra si stanno finalmente allontanando dagli eventi in Medio Oriente, sostenendo che il nostro vero obiettivo dovrebbe essere la Cina. Ma non si rendono conto che la vera minaccia è proprio Pechino, perché, come dici tu, se gli Stati Uniti controllassero tutto il petrolio della regione – cosa che avverrebbe se l’Iran cadesse – avrebbero in pugno il flusso di questa risorsa fondamentale. Potrebbero costringere Pechino a elemosinarlo, mantenendola così sotto controllo. Dunque la strategia USA in Medio Oriente può sembrare del tutto folle – e in vari aspetti lo è – ma nasconde una logica profonda: meglio combattere la Cina in questo modo che dichiararle guerra aperta. Questo ha già cominciato a creare enormi problemi in tutto l’Est. Ho notato, per esempio, che i leader di Giappone e Corea del Sud, due Paesi che ospitano importanti basi militari statunitensi, hanno cancellato all’improvviso la loro partecipazione al vertice della NATO di giugno. Jean-Luc Mélenchon : Il conflitto tra Stati Uniti e Cina riguarda reti commerciali e di approvvigionamento; sotto certi aspetti i cinesi hanno già vinto, perché producono quasi tutto ciò che il mondo consuma. Non hanno interesse a scatenare una guerra perché sono già soddisfatti della loro influenza globale. Tuttavia questa è al tempo stesso una forza e una debolezza. Quando, per esempio, il 90% del petrolio iraniano va in Cina, bloccare lo stretto di Hormuz interromperebbe catene di approvvigionamento cruciali e paralizzerebbe gran parte della produzione cinese. Dunque la Cina è vulnerabile su quel fronte. Hai ragione nel dire che alcuni in Occidente preferirebbero una guerra fredda a una guerra calda, un accerchiamento e un contenimento piuttosto che un conflitto diretto. Ma si tratta di sfumature, e in realtà passare dall’una all’altra non è difficile. Uno dei principali consulenti economici di Biden ha ammesso che non esiste una “soluzione commerciale” al problema della competizione con la Cina, il che implica che non resta che quella militare. Il dato riguardante Giappone e Corea è significativo anche per un altro motivo. Non sono solo loro: molte altre potenze della regione stanno ora rafforzando i legami con la Cina. Si pensava che il Vietnam fosse nel blocco USA, e invece ha firmato accordi con i cinesi. Lo ha fatto anche l’India, nonostante le tensioni bilaterali. In gran parte dell’Asia il capitalismo continua a essere plasmato dalle dinamiche del commercio e della produzione, mentre negli Stati Uniti si è trasformato in un sistema predatorio e tributario. In altre parole, Washington cerca ora di usare il proprio potere per esigere tributi dal resto del mondo, come è emerso al vertice NATO che hai citato, quando si è deciso che ogni Stato membro dovrebbe spendere il 5% del PIL in difesa. Naturalmente quei soldi non serviranno a costruire aerei o sottomarini in patria, ma a comprarli dall’America. Ricordo una conversazione interessante con un alto dirigente cinese. Gli dissi che la Cina stava inondando il mercato europeo con le sue auto elettriche in surplus, e lui mi rispose: «Signor Mélenchon, lei crede che ci siano troppe auto elettriche al mondo?» Ovviamente ho dovuto rispondere di no. Allora ha replicato: «Non vi stiamo costringendo a comprare i nostri prodotti; sta a voi decidere se acquistarli o no». Un Comunista che mi spiegava i vantaggi del libero scambio: un promemoria sul fatto che, nel confronto USA-Cina, c’è in gioco la competizione tra due forme diverse di accumulazione capitalistica – anche se è riduttivo descrivere il modello cinese come semplicemente capitalistico. Quando ho chiesto del bilanciamento militare, mi ha detto che la Cina è in una posizione favorevole perché, per usare le sue parole, «il nostro fronte è il Mare Cinese. Il fronte dell’America è il mondo intero». La battaglia con la Cina è già iniziata, e siamo ancora in una fase preparatoria. Al momento ci sono navi da guerra e armamenti nordamericani sparsi in tutto il globo, che Washington dovrebbe concentrare in vista di un’eventuale offensiva. Ci restano dunque alcuni anni di tempo, una finestra di opportunità. La Francia rimane un Paese con risorse militari e materiali in grado di intervenire sull’equilibrio globale. Sono convinto che un giorno avremo un governo insoumis capace di rivendicare la sovranità sulla nostra produzione interna e sulla politica estera: un esecutivo che riconosca che, anche se la Cina rappresenta una minaccia sistemica per l’Impero, non lo è per noi. È per questo che mi impegno in questa campagna. La Germania è un capitolo a parte. Sai, in Francia diciamo spesso “i nostri amici tedeschi”. In realtà i tedeschi non sono amici di nessuno. Sono mossi dal proprio interesse e infrangono accordi con noi in continuazione. Adesso sono disposti a investire 46 miliardi di dollari nella loro economia di guerra perché hanno perso la battaglia dell’industria automobilistica più di quindici anni fa. Eppure persino i tedeschi hanno imparato una dura lezione dagli Stati Uniti. Avevano finito per dipendere da Gazprom per l’energia. Schröder era andato a lavorare per la società e aveva negoziato ottimi accordi con i russi. Poi gli americani hanno detto “basta” e hanno distrutto Nord Stream. Vedi, l’Impero colpisce chiunque osi disobbedirgli. Tariq Ali : Come pensi che sarà il mondo alla fine del secolo? Jean-Luc Mélenchon : L’unica cosa di cui possiamo essere certi è che o la civiltà umana troverà il modo di unirsi contro il cambiamento climatico, oppure collasserà. Ci saranno sempre esseri umani in grado di sopravvivere alle tempeste, alla siccità, alle inondazioni. Ma i tecnocrati non saranno in grado di far funzionare la società nel suo insieme. In Francia abbiamo alcuni dei migliori tecnocrati al mondo, eppure sono così stupidi da credere che tutto rimarrà sostanzialmente invariato. Hanno in programma di costruire nuovi impianti nucleari come parte della loro strategia climatica; ma non si possono far funzionare le centrali nucleari senza raffreddarle, e il raffreddamento richiede acqua fredda, che è sempre più scarsa. Siamo già stati costretti a fermare alcuni reattori perché il caldo è diventato eccessivo. Questo è solo un esempio, ma ce ne sono decine di altri in cui le decisioni politiche vengono prese come se il mondo rimanesse quello di oggi. In quanto materialisti, dobbiamo pensare all’azione politica nei parametri di un ecosistema minacciato dalla distruzione. Se non partiamo da questa premessa, i nostri argomenti non avranno valore. Oggi il 90% del commercio mondiale avviene via mare. Eppure non è il modo più semplice per trasportare le merci. Diversi studi hanno già dimostrato che il trasporto ferroviario è più sicuro, più rapido e spesso più economico. Si può immaginare allora che, man mano che il clima peggiora, i cinesi esploreranno nuove rotte per i loro manufatti. La tratta Pechino–Berlino sarà fondamentale per il loro collegamento con l’Europa; non dimentichiamo che la Cina un tempo scelse la Germania come punto d’arrivo di una delle Vie della Seta. L’altra grande via passa per Teheran e raggiunge l’Europa meridionale. La Cina avrà un vantaggio globale nello sviluppare questi nuovi corridoi commerciali perché domina in efficienza tecnica: una risorsa essenziale nell’ambito del capitalismo tradizionale. Gli Stati Uniti, al contrario, non hanno alcuna capacità tecnica. Gli americani sono incapaci persino di mantenere in orbita la Stazione Spaziale Internazionale, mentre i cinesi rinnovano l’equipaggio ogni sei mesi. Gli USA fanno fatica a lanciare qualsiasi cosa nello spazio, mentre la Cina ha appena fatto atterrare un robot sul lato oscuro della Luna. Gli “occidentali” – metto il termine tra virgolette perché non mi piace, non mi considero occidentale – sono talmente pieni di sé, così arroganti e presuntuosi, da non ammettere questo squilibrio. Insomma, se il capitalismo continuerà a dominare con i neoliberisti al potere, l’umanità è perduta, per il semplice fatto che il capitalismo è un sistema suicida che trae profitto dai disastri che provoca. Ogni sistema precedente è stato costretto a fermarsi quando generava troppo disordine. Questo no. Se piove tanto ti vende gli ombrelli. Se fa troppo caldo ti vende il gelato. Nel corso dei prossimi decenni i regimi collettivisti dimostreranno che il collettivismo è una prospettiva più soddisfacente per l’essere umano rispetto alla competizione liberale. Voglio anche fare una scommessa. Credo che entro la fine del secolo – forse anche prima – gli Stati Uniti d’America non esisteranno più. Perché? Perché non si tratta di una nazione, ma di un Paese in guerra con tutti i suoi vicini fin dalla nascita. Samuel Huntington lo descriveva come una struttura fondamentalmente instabile e prevedeva che la lingua dominante diventerà lo spagnolo. Un’enorme parte della popolazione statunitense parla ormai spagnolo in famiglia, e questa componente è per lo più cattolica, a differenza dei “protestanti illuminati” che hanno fondato il Paese. Queste dinamiche linguistiche e culturali sono molto importanti. La gente tiene alla propria lingua madre: quella con cui la madre cantava per farla addormentare, quella in cui dice “ti amo” al partner. In California – uno Stato strappato al Messico e con un’economia che è la quarta al mondo per PIL – lo spagnolo è ovunque più diffuso dell’inglese. Non stupisce che la campagna per l’indipendenza californiana stia guadagnando terreno, con un referendum forse già il prossimo anno. Non so se avrà successo, ma è significativo che uno Stato di primo piano all’interno della potenza egemone stia già valutando la secessione. Ne vedremo altre. E l’ideologia dominante negli Stati Uniti – «ognuno per sé» – non li terrà uniti. Tariq Ali : Nel tuo recente libro scrivi che il popolo francese può esplodere all’improvviso, come un vulcano, perché in profondità qualcosa bolle costantemente nella società. L’ultima volta che ho sentito dire una cosa simile è stato da Nicolas Sarkozy. Quando era presidente, un cronista adulatore gli aveva chiesto: «Lei è così popolare, signor Sarkozy, i suoi consensi sono alle stelle, ha una moglie bellissima», e così via. E la risposta di Sarkozy, con mia sorpresa, fu che chi pone domande del genere non capisce la Francia, perché in questo Paese le stesse persone che oggi ti osannano possono irrompere nella tua camera da letto e ucciderti domani. Jean-Luc Mélenchon : Questo aspetto della società francese deriva, anzitutto, dalla nostra storia. Due imperi e tre monarchi in meno di un secolo. Cinque Repubbliche in due secoli e, naturalmente, tre rivoluzioni. Ne è scaturita una cultura collettiva di insubordinazione. Ho scelto proprio quella parola per il nostro movimento perché esprime l’ethos che intendiamo incarnare: un istinto ribelle, una capacità sempre presente di rifiutare l’ordine imposto dall’alto. Se vogliamo mettere a punto una strategia rivoluzionaria, dobbiamo poggiare su queste fondamenta culturali. Un tempo si diceva sottovoce «sono comunista» o «sono socialista». Oggi si afferma «sono insoumis ». Ma non è tutto. Ci sono anche i mutamenti demografici, la mescolanza di etnie e culture diverse. Per sottomettersi all’ordine costituito, bisogna esserne – in misura maggiore o minore – integrati. Il servo dev’essere educato ad accettare la propria condizione di servo, perché lo era suo padre, suo nonno e così via. Se invece arrivi in Francia da poco, se hai messo a repentaglio la vita per arrivare qui e porti in te l’entusiasmo di vivere, allora vuoi affermarti e non sottometterti. Desideri che i tuoi figli ottengano un buon titolo di studio. E questo genera nelle comunità migranti una spinta interna che le classi dominanti, nella loro solita arroganza, non riescono a comprendere. Mitterrand venne eletto nel maggio del 1981 perché il Partito Comunista organizzava la classe operaia tradizionale e il Partito Socialista aggregava le classi in ascesa. Ma oggi in Francia non esistono più classi sociali in ascesa se non nelle comunità d’immigrati. Noi di La France insoumise non abbiamo mai creduto che i francesi siano diventati razzisti, chiusi o egoisti. Sì, c’è chi lo è, ma ci sono anche forze opposte, numerose e robuste. Per questo concentriamo la nostra attenzione sui quartieri popolari – compresi quelli degli immigrati – e sui giovani, perché sono due settori sociali che hanno interesse ad aprire la società anziché isolarla. Non siamo un popolo come gli anglosassoni, orientati unicamente al business. Qui, quando si vuole criticare qualcuno, si usa un’espressione popolare tipo: « heureusement que tout le monde ne fait pas comme vous » («meno male che non tutti si comportano come te»). Insomma, ciò che conta è ciò che fanno tutti. In Francia esiste un egalitarismo spontaneo che riemerge perfino nel linguaggio quotidiano. Questa nazione è stata forgiata dalle rivoluzioni, organizzata attorno allo Stato e ai servizi pubblici. Tutte le nostre conquiste – tecniche, materiali, intellettuali – nascono dalla forza dello Stato. Di conseguenza, distruggendo lo Stato il neoliberismo sta distruggendo la nazione francese stessa. Vuoi un catalogo della devastazione? Una scuola che chiude ogni giorno, un reparto maternità ogni trimestre, 9.000 chilometri di linee ferroviarie dismesse, dieci raffinerie sparite. La guerra dell’oligarchia contro la società significa smantellare il patrimonio pubblico a vantaggio di quello privato. Eppure, proprio a causa di questo impoverimento dello Stato, gli investimenti privati si sono arrestati. Tutti i capitali si sono riversati nella finanza. I ricchi non creano posti di lavoro, non comprano macchinari per produrre. Guadagnano stando fermi, manovrando le leve della speculazione. La nostra strategia politica combina questa diagnosi materiale con un’analisi culturale. Sul piano socioculturale, in altri Paesi si potrebbe dire: «Sì, è normale, sono i loro soldi, fanno come vogliono». La Francia è diversa. Qui devi dare conto delle tue azioni. Sei responsabile di fronte al collettivo. Non è nazionalismo astratto: non penso che i francesi siano migliori di altri. Anche da noi c’è chi viene spinto a mettere i cittadini gli uni contro gli altri. Ma questo impulso collettivo profondo mi rende comunque ottimista quando vedo i fascisti tentare di imporre la loro visione cupa dell’esistenza. Non hanno nessuna ambizione per la società, nessuna proposta sul futuro. Sanno soltanto che non sopportano gli arabi o i neri. È facilissimo mettere in difficoltà i fascisti: basta sventolare una bandiera rossa e subito arrivano in massa. Ho detto l’altro giorno che la lingua francese non appartiene ai francesi, ma a chiunque la parli. È nato un putiferio: «Il francese appartiene ai francesi!» In realtà ci sono 29 Paesi in cui il francese è lingua ufficiale. Riconoscendo questo fatto possiamo avviare un dibattito sulla lingua come bene comune. Quando dici a un fascista che in Congo centinaia di milioni di persone parlano francese, s’incastra. Se gli ricordi che in media i senegalesi sono più istruiti dei francesi, impazzisce. E ancor più se gli dici che gli algerini musulmani spesso ottengono risultati scolastici superiori. Credo che, per fronteggiare il fascismo, dobbiamo scatenare al contempo una guerra culturale frontale e la battaglia economica. Non possiamo avere paura. Certo, può essere sgradevole, ma è così che la gente comprende davvero la realtà umana. Siamo anche operai, ma siamo pure amanti, poeti, musicisti – e queste identità hanno un loro spazio in politica. Non so se tutto questo ti sembri troppo romantico. Tariq Ali : Anche in Francia non si è stati immuni alla crescita globale dell’estrema destra. L’intellighenzia liberale e liberal-disinistra tradizionale non è stata in grado di reagire, perché è il sistema che essa stessa sostiene ad aver permesso a queste forze reazionarie di crescere così in fretta. Pensi che sia possibile che un partito guidato da una figura come Le Pen o Éric Zemmour riesca da solo a vincere e a formare un governo di maggioranza in Francia? Jean-Luc Mélenchon : L’ascesa dell’estrema destra è stata una catastrofe intellettuale. Parte della loro forza deriva dal fatto che abbiamo perso i punti di riferimento coerenti del pensiero critico. I socialdemocratici non hanno alcun interesse in questo tipo di riflessione: invece di offrire spiegazioni organiche, si limitano a ripetere alcuni principi economici stantii che tu ed io sentiamo da quarant’anni. Non basta, soprattutto per i giovani o per chi ha vissuto una vita difficile, ha lavorato sodo, pagato le tasse, contribuito, e vuole capire perché adesso si ritrova a vivere in un mondo così marcio. L’estrema destra fornisce loro un arsenale intero di certezze: gli uomini sono uomini, le donne sono donne, i bianchi sono superiori. La maggior parte delle persone resta vigile di fronte a questa propaganda, ma molte altre la accolgono. Questo significa che ci troviamo di fronte a uno scenario in cui – sì – l’estrema destra può vincere da sola assorbendo buona parte del tradizionale elettorato di destra. Bruno Amable e Stefano Palombarini scrivono su L'illusion du bloc bourgeois: Alliances sociales et avenir du modèle français (2018) che in Francia esistano tre blocchi: la sinistra, la destra e l’estrema destra. A questo va aggiunta una quarta categoria: non un blocco né un attore omogeneo, ma una massa di persone disilluse da tutto. Sono milioni, e noi combattiamo per farle tornare nella famiglia politica della sinistra. Ma l’estrema destra ha un compito molto più facile: in parte grazie al declino del centro-destra, compresi i “macronisti”. Questi ultimi cominciano a rendersi conto di non riuscire più a convincere la gente; perciò abbracciano l’ideologia, la retorica, la cultura dell’estrema destra. Il ministro dell’Interno ha recentemente ordinato una giornata di retate nei pressi delle stazioni ferroviarie per “fiutare” gli immigrati senza documenti in regola. È stato orribile. Ho detto ai miei compagni che dobbiamo prepararci a una lotta molto più intensa contro queste operazioni in futuro. Con la convergenza tra destra e ultradestra, questo razzismo sta diventando la norma. Se lavori in Francia da dieci anni e le autorità non ti inviano i documenti di rinnovo, possono fermarti in strada e deportarti. Ti strappano via la vita in pochi istanti. No, non possiamo accettarlo. È insopportabile. Perciò, oltre a giocare un ruolo guida nelle lotte sociali, dobbiamo anche combattere questa battaglia delle idee. È per questo che abbiamo creato la fondazione Institut La Boétie , per mettere in relazione gli intellettuali con la società. Abbiamo organizzato conferenze, tavole rotonde, pubblicato volumi. La maggior parte dei relatori viene dalla Francia, ma ne sono arrivati anche da fuori. David Harvey ha parlato di geografia critica; Nancy Fraser ha esposto la sua visione di femminismo materialista e riproduzione sociale. L’obiettivo non è “arruolare” intellettuali, bensì diffondere le loro idee, che all’improvviso raggiungono migliaia di persone. Abbiamo ricevuto richieste di incontri da tutta la nazione; ne abbiamo già realizzati più di ottanta. Tariq Ali : Una coalizione tra destra e estrema destra in Francia sarebbe diversa, per natura, dal governo di Meloni in Italia? Jean-Luc Mélenchon : In Francia la retorica razzista è diventata straordinariamente virulenta e la violenza viene sempre più tollerata. Solo poche settimane fa un poliziotto che aveva sparato e ucciso una giovane donna seduta sul sedile passeggero di un’auto ha visto cadere le accuse contro di lui. Archiviato. Niente processo. Gli scandali di brutalità della polizia si susseguono quasi ogni settimana. Le forze dell’ordine sono dominate da questo tipo di elementi. Di conseguenza, un regime di estrema destra in Francia sarebbe ancora più violento, ancora più aggressivo, di quello italiano. L’estrema destra è convinta di trovarsi nella Francia dei primi del Novecento, quando gli immigrati stavano zitti e buoni. Non si rendono conto che le nostre popolazioni si sono mescolate: ci sono 3,5 milioni di persone con doppia cittadinanza francese e algerina, legate profondamente a entrambi i Paesi, e 6 milioni di musulmani francesi. Ma i neofascisti ignorano tutto questo o si rifiutano di crederci. Vedono i musulmani come invasori per via della loro religione e dimenticano che qui, per tre secoli, si è combattuta una guerra civile di religione tra cattolici e protestanti. Tutta la macchina politica e intellettuale delle classi dirigenti francesi si muove ormai in questa direzione. Ciò include la misera sinistra “ufficiale” guidata dal Partito Socialista, che ci ringhia contro dall’alba al tramonto. Non si rendono conto di essere parte di una strategia più ampia: fungono da auxiliares della destra. Vivono in un mondo di sogno, vogliono una grande coalizione di centro alla tedesca: socialdemocratici indistinguibili dai liberali, verdi sempre pronti a invocare la guerra. Sono loro, ogni giorno, a dividerci fingendo di cercare l’unità. È tutto molto contorto, molto meschino, ma tanto è la lotta. È dura? E allora? È mai stata facile? Non voglio dare l’impressione che l’estrema destra abbia già vinto. Dico spesso ai miei giovani compagni: voi non avete conosciuto la Francia di quando la maggioranza degli abitanti dei villaggi andava in chiesa ogni domenica e il parroco insegnava loro che non dovevano avere nulla a che fare con comunisti o socialisti. Negli anni Ottanta giravo per le case bussando porta a porta, e la gente mi diceva: «Se siete alleati coi comunisti vuol dire che siete contro Dio. E noi non possiamo votare contro Dio». Io cercavo di spiegare che Dio c’entrava poco con le elezioni francesi. Si tratta piuttosto di scegliere in che mondo vogliamo vivere. Se non lo capisci, finisci col votare per i liberali o per i fascisti: i primi predicano «ognuno per sé», i secondi «tutti contro gli arabi”. Loro hanno la propria visione del mondo; noi, la sinistra, dobbiamo offrire un’altra prospettiva. Questo è ciò che stiamo cercando di fare. Perciò a volte mi dicono che sono troppo lirico o romantico. Sì, lo sono, e non me ne vergogno. Tariq Ali : In bocca al lupo. Consigli di lettura N. Sperber, Crisis francesa, ¿orgánica o estructural? , in «Diario Red / New Left Review»; P. Anderson, El centro puede resistir (La “guerra civil” en Francia) , in «New Left Review» n. 105, 2017; W. Streeck, La Unión Europea en guerra: dos años después , in «Diario Red», 2021; M. Lazzarato, La “guerra civile” in Francia , in «Diario Red», 2018; F. Lordon, El levantamiento francés , in «El Salto», 2019; S. Budgen, Shrewd Tortoise , in «Sidecar», 2020.
- il secondo senso
Passaggio a Ovest. Nostalgia is killing the future, parte seconda white L'articolo è la seconda puntata ( qui il primo articolo ) di riflessioni sull’identità italoamericana nata dalla migrazione di massa tra Otto e Novecento. Attraverso i suoi viaggi negli Stati Uniti, analizza come la nostalgia per l’Italia abbia plasmato una cultura ibrida, centrata soprattutto sulla cucina. Il riscatto sociale degli italoamericani ha portato però anche a una chiusura identitaria e a forme di razzismo verso i nuovi migranti, mostrando come la memoria del passato possa alimentare narrazioni conservatrici e nostalgiche. Come accennavo nello scorso articolo, negli ultimi tre anni mi è capitato di viaggiare molto per gli Stati Uniti. Proprio nella loro ora più buia, con il perfetto tempismo che mi contraddistingue. Non c’ero mai stata prima del 2023. Ho visitato soprattutto la costa orientale, dove sono avvenuti i primi sbarchi degli inglesi (quelli che saranno definiti gli yankee ) e i primi insediamenti europei che alla fine del Seicento hanno dato inizio alla sostituzione etnica dei nativi americani che lì vivevano indisturbati da lunghi secoli. Questa zona è stata ribattezzata emblematicamente New England , e include vari stati del Nord-Est che vanno dal Maine (praticamente incuneato come uno spillo nel sud del Canada) all’impronunciabile Connecticut, a due ora scarse di macchina da New York. A sud di New York sono scesa solo fino a Philadelphia. Poi in un’esasperata fuga dall’inverno gelido abbiamo attraversato in macchina con una cara amica tutto il Mississipi river nella sua interminabile lunghezza fluviale, che taglia da Nord a Sud il paese, da Chicago al golfo del Messico in Lousiana, oggi ribattezzato curiosamente «Golfo d’America» da Donald Trump. Non ho mai scavallato a Ovest del Mississipi. Uno dei tanti motivi di questi viaggi è una ricerca, che stiamo lentamente portando avanti in modo indipendente insieme a un’amica e collega del mondo gastronomico. Con questa ricerca stiamo indagando l’identità italoamericana e la storia della moderna migrazione italiana in America. Chi erano e chi sono questi italoamericani? Una sorta di ibrido posticcio che anela a una presunta autenticità dell’essere italiano ma in realtà è solo una macchiettistica, triste copia di NOI, genuini italiani? Oppure l’italianità, qualsiasi cosa essa sia, esiste solo come definizione identitaria creata fuori dall’Italia, per motivi nostalgici e comunitari? Chi ha bisogno di definirsi italiano e perché? Ma soprattutto come dialoga oggi l’identità degli italiani all’estero con quella interna ai confini dello stato? Spoiler: dialoga a destra. Ma ci arriveremo. Dopo la fine dei tumulti risorgimentali, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, inizia un’ondata migratoria di massa che dal nuovo regno dell’Italia unita, appena nata, si sposta in maniera disomogenea, per motivi diversi, con destinazioni e destini molto diversi, ma irrefrenabilmente, oltreoceano (sia Atlantico che Pacifico: da Toronto in Canada, a Ellis Island a NY, al Brasile, fino a Perth nell’Australia occidentale). Quest’orda italica che si spingeva fuori dall’Europa verrà bruscamente interrotta con lo scoppio del primo conflitto mondiale e con il fascismo, poiché Mussolini desiderava contenere a tutti i costi l’emigrazione per non far fuoriuscire mano d’opera dal paese e perché non sembrasse che l’Italia fascista se la passava male economicamente o che la gente fosse povera. Verso la metà degli anni Quaranta, quando si mette male per i nazifascisti, vengono creati dal regime tedesco corridoi detti ratlines , attraverso l’Italia e poi la Spagna di Franco, per far fuggire via mare gli ormai perdenti membri dei regimi, i loro fiancheggiatori e i collaborazionisti. La maggior parte dei fascisti italiani trova rifugio nell’Argentina della dittatura peronista. Il luogo con più italiani fuori dall’Italia nel mondo oggi è proprio l’Argentina. Ma tornando al principio di questa lunga storia migratoria dell’Italia moderna, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, più di venti milioni di italiani se ne vanno, alcuni con l’intenzione di tornare appena fatto qualche soldo, altri con la speranza di lasciarsi la miseria alle spalle e non tornare mai più, altri ancora con il desiderio, una volta riscattati dalla povertà, di far emigrare tutta la famiglia nel paese di destinazione. A volte facendo spostare interi villaggi di provenienza, com’è successo per la piccola Sant’Angelo dei Lombardi in Irpinia, provincia di Avellino, dove in vent’anni a cavallo tra i due secoli sono emigrati verso l’America un numero impressionante di 3600 abitanti (calcolando che oggi il paese ne conta all’incirca 3700 in totale). All’origine di questo esodo, che per dimensioni somiglia più a una diaspora (termine che però viene più comunemente usato oggi per descrivere i movimenti migratori di altre minoranze, soprattutto africane e caraibiche), ci sono fattori storico sociali complessi e svariati. Ma il più determinante, come spesso accade, è la povertà. La miseria in cui versavano masse di persone provenienti soprattutto dal meridione (dall’Abruzzo alla Sicilia), ma anche dal Veneto e addirittura dal sovrano Piemonte (in particolare la minoranza protestante poverissima dei Valdesi invisa all’autorità regale sabauda di tradizione cattolica), era causata soprattutto dalla perdita di terre da coltivare. L’America latina e l’America del Nord invece, avevano tanto lavoro da dare, dalla terra alla fabbrica, e disperato bisogno di mano d’opera agricola e operaia. Chi ha avuto l’occasione di visitare l’archivio migratorio e il museo di Ellis Island (un posto agghiacciante, intenso, incredibile) sa che tutti gli europei arrivati lì alla fine del XIX secolo su grandi navi -che nel caso italiano avevano spesso nomi propri di donna e salpavano da Napoli- morivano letteralmente di fame e di orrende malattie legate all’indigenza. Gli italiani erano per lo più provenienti dal Sud, scuri di carnagione e non parlavano l’italiano, quindi figurarsi l’inglese. La maggior parte erano definiti negri e denigrati per l’odore specifico del loro cibo, chiamati mozzarellanigger, e affidati ai lavori operai più umili -dalle miniere alle fabbriche di auto, a quelle di carbone, alla costruzione di ferrovie- spesso insieme agli irlandesi, altrettanto poveri e invisi, ma che almeno parlavano inglese (seppur un inglese diverso), cosa che li poneva un gradino al di sopra degli italiani nella stratificata piramide della povertà e del pregiudizio razzista negli Stati Uniti. Questa faccenda della denigrazione della lingua (o meglio dei dialetti) influirà profondamente sulle sorti della minoranza italiana in America insieme alla cucina. I primi arrivati negli Stati Uniti erano quindi persone senza un’istruzione elementare, che parlavano solo dialetto; persone chiuse e traumatizzate, che si sono spaccate la schiena di lavoro tutta la vita, che si consideravano italiani anche se spesso non sono mai più tornati in Italia -nemmeno in visita ai parenti- e talvolta non hanno ottenuto la cittadinanza americana (in qualche caso addirittura per scelta propria!). Sono persone che hanno sofferto e non parlavano volentieri del loro passato o di loro stessi né tantomeno dei loro sentimenti, motivo per cui abbiamo poche testimonianze dirette e molte indirette sulle loro storie di vita. Anche oggi le persone delle generazioni più vecchie di italiani in America che abbiamo intervistato (tra gli ottanta e i novanta anni di età), le rare volte che hanno parlato usando la propria memoria, hanno avuto grande difficoltà a conciliare l’idea di Italia che oggi vedono sui canali tivù italiani (di cui si nutrono quotidianamente) e il loro ricordo, spesso legato esclusivamente a un piccolo paesino di provincia e sicuramente doloroso, seppur edulcorato al tempo stesso. I migranti italiani hanno infine ottenuto -attraverso i loro figli e soprattutto i loro nipoti- il compimento del riscatto dalla loro condizione di partenza, facendoli integrare e diventare veri americani, che è un altro modo per loro per dire: liberi dalla povertà. Per ripulire il proprio nome dallo stigma delle umili origini però hanno attuato strategie contraddittorie. Da un lato americanizzando i nomi (e un tempo anche i cognomi) propri e dei figli, così da non venire presi in giro a scuola e non insegnando il loro dialetto a nessun discendente; dall’altro impartendo l’insegnamento americano del duro lavoro come promessa di libertà futura ma, in modo estremamente significativo, trasmettendo ostinatamente la cucina e le ricette della famiglia italiana, che sono sopravvissute al processo di americanizzazione, assurte a simbolo supremo dell’identità contemporanea degli italiani in America attraverso i cosiddetti Red sauce joint , ovvero piccoli ristorantini vintage imbalsamati negli anni Ottanta dove servono piatti iconici come chicken parm, fettuccini Alfredo e chicken piccata. Per i loro discendenti invece è stato molto diverso: la prima generazione di origini italiane nata in America da questi ultimi spesso era composta da gente divisa tra le origini oscure e pesanti dei propri genitori e la gratitudine verso i loro sacrifici mastodontici in contrasto con un’identità patinata promessa dall’educazione americana che però non gli apparteneva fino in fondo. Oggi molti italoamericani (soprattutto dalla seconda generazione di nati sul suolo statunitense in poi) sono americani a tutti gli effetti, con il feticcio dell’Italia. Si sentono fortunati ad avere lontane origini del paese ormai meta privilegiata del turismo di massa statunitense, fanno i test del DNA e pagano investigatori di dubbia fama per ricostruire le storie della famiglia e ricongiungersi alle proprie radici, con viaggi costosissimi, per appropriarsi dello stile di vita all’italiana e vivere il sogno stereotipato di pizza, spaghetti, gestualità folkloristica e tanto sole. La minoranza italiana oggi in America (che conta circa venti milioni di persone), è quella privilegiata, che ce l’ha fatta, che incarna il perfetto sogno americano. Ma questa americanizzazione e questo stato di grazia di cui gode la moda dell’italianità in America, ha un caro prezzo: per abbracciare questo status brillantinato la minoranza italiana ormai riscattata dalla povertà (ma mai fino in fondo dal pregiudizio e dallo stereotipo, fomentato e ricreato in continuazione dal cinema e dalla cultura pop ma anche dagli stessi italoamericani e dalle loro abitudini nell’abitare i quartieri e muoversi in ampie comunità famigliari) deve discriminare le altre minoranze più povere. Il razzismo e il conservatorismo degli italoamericani è un tratto spaventosamente ricorrente. Invece di essere solidali e complici con i migranti messicani e guatemaltechi che oggi compiono orrendi viaggi per raggiungere un paese che li odia e li rifiuta, nonostante spesso siano la forza lavoro dietro le pasticcerie napoletane di Brooklyn e nelle pizzerie italiane di Staten Island, gli italoamericani ne parlano come di una pestilenza. Quella puzza di miseria (così una volta me l’hanno definita) è qualcosa che, ribadiscono a gran voce, non gli appartiene più ma come una maledizione può tornare ad appiccicarglisi addosso se non stanno attenti a mantenere alte le difese. Perché la fetta di torta è sempre più sottile e non ce n’è abbastanza per sfamare tutti. La giustificazione culturale per questo delirio settario dettato dal terrore della povertà e dell’esclusione, passa spesso per canali culturali costruiti in nome dell’italianità e soprattutto per il cibo tradizionale. La parola tradizione viene usata come sinonimo di lunga storia degli italiani in America che oggi giustifica e sancisce l’ingresso degli italoamericani nella narrativa strutturale del mito di fondazione dei bianchi negli USA. Gli italiani riconfermano continuamente questa appartenenza ai migranti buoni contro quelli sporchi, brutti e cattivi, attraverso la cristallizzazione di usi e costumi che ne esaltano la caratterizzazione e ne rinnovano continuamente lo status, pagato con la moneta dell’assenzo alle politiche più fasciste e conservatrici, che fa eco all’ossessione per il made in Italy e per la sostituzione etnica del nostro attuale governo. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- preprint/reprint
Il nemico, la guerra Thomas Berra Il testo riflette sul legame tra identità, politica e guerra, ispirandosi al pensiero di Carl Schmitt. L’identità collettiva si definisce attraverso il nemico, fondando così la sovranità politica. Tuttavia, la guerra nucleare rompe questo schema: sottrae alla politica il controllo sulla violenza, svuota la nozione di legittimità e rende la guerra priva di senso politico. Da qui nasce un nuovo paradigma politico post-bellico, basato sulla non-violenza, la critica della razionalità dei fini e l’attenzione alla fragilità della vita umana. Il potere politico non rappresenta l’identità di una società, la costituisce , cioè introduce all’identità per il tramite del circolo della sua autoreferenza. L’identità, per ognuno, si dà come fenomeno unitario e rappresentabile sul confine , in relazione di misura con gli altri, con le altre identità, con quelli che partecipano di altre identità: da un punto di vista individuale come collettivo, l’ identità – quella politica come quella definita dall’interesse, come ogni identità che si rappresenti – è un vestito di guerra che si indossa per misurarsi con gli altri e contendere con loro . Ognuno sta sempre in un linguaggio, in un paesaggio, in una cultura, in un ordine del mondo: li abita e ne è abitato , e qui l’identità si dà come codice produttivo, non come rappresentazione 1 . È la misura della forza del proprio ordine contro quella di un altro che definisce l’identità come «rappresentazione». Questa elaborazione del concetto di identità rimanda con nettezza al «nemico» e al «politico» schmittiani. Questi non ha elaborato il concetto di «altri», assumendo come ovvia l’unità di un sistema sociale dato e sposando in modo acritico il concetto di «popolo», che è la ragione per cui ha aderito al nazismo. Ma ha colto con nettezza le ragioni per cui una identità collettiva non si fa «rappresentare» dall’interno e non si fa esprimere in norme, per cui non una briciola ne entra nel diritto; e ha disegnato in modo classico la prestazione unificatrice che è propria del potere politico, che lo differenzia dal diritto e gli dà sovranità su questo. La parentela tra il concetto di «altri» e di «nemico» si può esprimere in questi termini: il rapporto con gli altri ha due forme di elaborazione, una individuale e una collettiva, cui rispondono due tipi di identità, una individuale e una collettiva. La prima appartiene al diritto, e si riferisce a quanti sono individualmente inseriti in un sistema di rapporti sociali; la seconda al politico, e si volge a quanti collettivamente ne sono fuori o lo contestano. La seconda governa la prima: dove è il nemico gli altri scompaiono, la società civile e l’ordinamento giuridico appaiono sospesi; la società si presenta come una sola organizzazione gerarchica, come un sol uomo con un solo obiettivo, una sola identità, il senso preciso di un vivere comune. Sovrano è chi è padrone dell’immagine del nemico, chi è in grado di decidere chi esso sia: quello è padrone della nostra stessa immagine e identità e dello Stato e del diritto. Il politico sta sul confine, ne decide l’ampiezza con lo sguardo verso fuori: è la decisione sul nemico che gli spetta, la forma dell’ordinamento interno seguirà quella prima decisione, perché è la decisione su chi davvero siamo noi. Sul confine della città il lavoro è lontano il bottino vicino il nemico alle porte, tutti hanno una casa col giardino da difendere e una ragazza coi capelli rossi: tutti la pensiamo allo stesso modo e siamo eguali, tutti siamo uniti da vincoli sodi, e il «nemico» è concetto che governa quello di «altri» perché possiede tutta la potenza che gli viene dal fatto che nell’essere partigiani di una causa contro un nemico vive un’identità collettiva che non vive nell’ordinamento legale di cui siamo partecipi. «Il nemico è la messa in questione di noi come figure» (…), «non è qualcosa che si possa mettere da parte per una qualsiasi ragione o che si debba annientare per la sua assoluta mancanza di valore. Il nemico si situa sul mio stesso piano. Per questa ragione debbo contendere con lui nel corso di uno scontro, per conquistare la misura di me stesso, il mio proprio limite, la mia figura» 2 . Il nemico chiama la guerra e definisce il rapporto intimo che la lega alla politica; e nella guerra, ancora, ciò che è in questione sono identità e appartenenza. «Ma nessun programma, nessun ideale, nessuna norma attribuisce un diritto di disposizione sulla vita fisica di altri uomini. Pretendere seriamente dagli uomini che essi uccidano altri uomini e che siano pronti a morire essi stessi perché fioriscano i commerci e le industrie dei sopravvissuti o perché prosperi la capacità di consumo dei propri nipoti, è pazzesco e insensato». (...) «La guerra, la disponibilità a morire dei combattenti, l’uccisione fisica di altri uomini che stanno dalla parte del nemico, tutto ciò non ha alcun senso normativo, ma solo uno esistenziale, riferito cioè alla realtà di una situazione consistente nella lotta reale contro un nemico reale, e non a un qualsiasi ideale, programma o normatività» 3 . Il fatto che Schmitt non abbia elaborato la matrice comune del «nemico» e degli «altri» entro il codice del «riferimento agli altri» – dove il «nemico» compare come la declinazione del codice verso l’esterno del sistema di potere e «gli altri» verso l’interno –, gli ha impedito di cogliere il nesso forte che lega insieme diritto e politica nel mondo moderno; come gli ha nascosto la centrale importanza dell’articolazione del sistema politico in partiti, che coltivano immagini di identità e inimicizia senza prendere in considerazione la guerra ma costruendo scenari di mutamento nel diritto; o, ancora, la non infrequente irruzione del concetto di nemico dentro l’ordinamento giuridico qualora si dia la decisione di una situazione di «emergenza» interna di una certa portata, o viceversa lo sviluppo di relazioni di diritto entro i rapporti tra Stati. Togliendosi la possibilità di registrare la convenzionalizzazione del concetto di nemico che segna l’emergere del pluralismo e dell’opinione nei nostri sistemi politici, non ha neanche potuto dare la sistematicità e centralità che loro spetterebbe alle potenti osservazioni che fa riguardo alla crisi del concetto di sovranità nella forma nuova che la scienza dà alla guerra 4 . Che la guerra appartenga intimamente, come sua sostanza, alla politica, è concetto radicato nel cuore della nostra tradizione di pensiero: legata al coraggio è virtù cittadina degli uomini liberi tra i greci, santificata dalla giusta causa è luogo etico per i cristiani, e segue la politica come suo primo strumento quando questa definisce l’area razionale della sua moderna autonomia. È ancorata ai concetti cardine di protezione, obbligo, sicurezza, sovranità, legittimità, tiene il posto del diritto nelle relazioni tra Stati, è possesso del futuro prima ancora di «continuare la politica con altri mezzi» e di essere la verità della distinzione «amico-nemico» che fonda la politica. Ma è lo stesso Carl Schmitt a rilevare come tutte le categorie si scompiglino quando la tecnica materializza nell’epoca nucleare il crescere dell’inimicizia a inimicizia assoluta. La possibilità dell’annientamento totale «crea una provocatoria disparità fra protezione e obbedienza. La metà dell’umanità diventa ostaggio per chi ha potere sull’altra metà ed è dotato di mezzi di distruzione nucleari» 5 . Basta considerare che la simmetria tra protezione e obbedienza – proiego ergo obligo – fonda il concetto di sovranità per aver chiaro quanto grosso sia il problema che Schmitt pone. Prosegue rilevando come l’uso di questi mezzi supponga il disconoscimento all’avversario di ogni qualità umana e morale, imponga la svalorizzazione prima dell’annientamento e con ciò neghi proprio quell’aspetto fondante del politico per cui il nemico è mia misura e limite e sta sul mio stesso piano : «L’inimicizia diverrà così terribile che forse non sarà più lecito nemmeno parlare di nemico e di inimicizia; tutti e due questi concetti saranno banditi formalmente già prima di cominciare l’opera di annientamento. Ciò diviene quindi del tutto astratto e assoluto. Non si rivolge più contro un nemico ma serve ormai solo una presunta imposizione oggettiva dei valori più alti per i quali, notoriamente, nessun prezzo è troppo alto. Il disconoscimento dell’inimicizia reale apre la strada all’opera di annientamento di quella assoluta» 6 . La guerra nucleare mette in discussione le categorie fondanti della sovranità e costruisce una cesura secca nell’idea di politica, questo è il punto centrale. Schmitt vede l’anticipazione di questo mutamento catastrofico nella figura del partigiano comunista e nella assolutezza della sua «inimicità», che fa dell’avversario un «nemico del genere umano» e sviluppa l’erosione della differenza tra militare e civile in eliminazione della differenza tra guerra e pace. Ma è una figura, questa del partigiano comunista, la cui determinazione non riesce a Schmitt con compiuta chiarezza, che resta segnata da caratteristiche contraddittorie: tende allo spasimo la coerenza del mondo di von Clausewitz ma resta anche l’espressione più netta e pura, l’incarnazione più classica, della famosa formulazione che vuole la guerra essere continuazione della politica con altri mezzi. Il partigiano porta all’estremo ma non crea paradossi. In realtà, proprio perché persegue una inimicizia assoluta che conosce la pace solo come armistizio, come il luogo provvisorio di una guerra che continua nelle forme meno violente della politica, e vede connesse la guerra e la pace in un unico disegno di potere, è la figura che porta a compimento ciò per cui la guerra è politica, quella che realizza la piena interscambiabilità dei due momenti: nella persona stessa del militante, che è politico e combattente ma non soldato, ne esibisce l’unità necessaria. È solo la guerra nucleare che reca il paradosso in seno e cambia lo scenario. Porta all’assurdo il concetto di nemico perché arma la sua assolutezza di mezzi così potenti da capovolgere i termini dell’obbligazione politica, facendo dei cittadini di una parte gli ostaggi dell’altra: è qui che bisogna innanzitutto approfondire, allargando con decisione il discorso per portarlo in mare aperto. La politica moderna definisce lo spazio della sua autonomia nei confronti dell’etica dando valore centrale alla distinzione di mezzi e fini: è il fine che decide del mezzo, lo «giustifica» e ne dispone, e il giudizio che ha a punto di riferimento il fine è l’unico pertinente in merito alla razionalità del mezzo. Con ciò si definisce lo spazio di quella libertà dei fini che articola l’enorme innovazione dello Stato di diritto e delle sue basi costituzionali; si definisce anche lo spazio nuovo della sovranità e del dominio , nella forma della sovranità e dominio sui «mezzi», cioè sul lavoro e le tecniche che lo organizzano. La scienza rompe questo assetto della sovranità in molti modi; innanzitutto nella forma che dà alla guerra. L’epoca nucleare sconvolge la sequenza gerarchica che sottomette i mezzi ai fini, perché introduce un gigantismo, un protagonismo degli strumenti che esclude ogni possibilità di finalizzazione e oscura il senso dell’azione: ogni scopo impallidisce e smarrisce il suo significato di fronte alla potenza che la scienza mette in campo nella forma moderna della guerra, nessun fine ha altrettanta universalità degli strumenti che quella maneggia né è capace di sopravvivere a essi. Questa rivoluzione che ha invertito il rapporto che corre tra i mezzi e i fini introducendoci in un mondo dove tutte le cose sono troppo grandi perché alcuna possa essere più usata come strumento, sottrae per l’essenziale la guerra alla politica. L’ampiezza presente dell’uso della forza militare non contraddice questo passaggio di fondo, perché in questione con esso è un limite che modifica nel profondo la percezione di ciò che è legittimo e possibile chiedere al potere di coercizione e all’esercizio della sovranità: un’epoca non può rinunciare alla forma di guerra che le è tecnologicamente più propria, percepirla come minaccia di catastrofe e limite della politica, senza interrogarsi sul senso di quel limite, sul divieto che le è posto di giungere agli estremi. Il paradigma che svaluta i mezzi in relazione al fine non sa reggere l’urto delle potenze evocate dalla scienza, dell’ insurrezione degli strumenti cui dà voce . In questo quadro di riferimento, l’epoca atomica costruisce una cesura nella storia del moderno, e fa esplodere l’intera costellazione di concetti che tradizionalmente articolano quello di «politico». Si è visto come Schmitt registri l’inedito paradosso della «sovranità», ma la «legittimità» ne viene scossa, se possibile, in modo ancora più profondo, in uno slittamento complessivo del senso dell’agire politico. Ciò per cui in modo evidente la guerra nucleare non appartiene all’universo del politico è il fatto che non ha bisogno di eserciti per essere combattuta, e non ha quindi bisogno di quel potere legittimo che tiene insieme gli eserciti . Tradizionalmente, la guerra è il momento della verità per i sistemi politici, è il momento in cui si guardano dentro, uno negli occhi dell’altro, per vedere di quale carne sono fatte le istituzioni: misurano le risorse di cui sanno disporre, le ricchezze e gli uomini, e soprattutto la capacità di mobilitare materialmente le une e gli altri, cioè il grado di consenso e la legittimità. Il rapporto di una «classe dirigente» con il suo «popolo» nella guerra trova il momento materiale, non meramente procedurale, della sua verifica: ci vuole legittimità e consenso, e quella rete di comando socialmente diffusa ed efficiente che ne è l’organizzazione materiale, per fare marciare gli eserciti e far morire gli uomini, e la mobilitazione in armi è il luogo dove una struttura di potere afferma la propria legittimità, come in un «giudizio di Dio», contro chi gliela nega. Nella guerra convenzionale la potenza che si mette in campo è materialmente portata, veicolata, da uomini, dalla loro quantità e qualità, dal modo in cui il potere politico li stringe assieme e dalle risorse ideali e materiali che fa loro esprimere: l’anima politica della guerra non è una astrazione ma il materialissimo fatto che, come dice Brecht, ogni carro armato ha un guidatore, e ogni aereo, e la qualità e disponibilità di quegli uomini è, in ultima istanza, un fatto politico. È in questo universo di riferimenti che ha un senso preciso la formulazione per cui lo Stato è il «monopolio della violenza legittima» su un territorio, perché è all’interno di queste condizioni, diciamo tecnologiche, che la violenza legittima è anche, sicuramente, la più efficace, quella che sa mettere in campo più uomini per più tempo: finché la violenza ha gli uomini come attori necessari, e la sua efficacia ha un rapporto con il loro numero, la «legittimità» è criterio essenziale per la sua efficienza . Per questo il monopolio della violenza legittima «protegge» e garantisce la sicurezza, perché è possesso della violenza più efficace e potente. Ed è sempre dentro questo ambito di discorso che Lenin, e per lui il «partigiano» dell’accezione schmittiana, vedeva nel «popolo in armi» l’ideale della perfetta aderenza di potenza e formazione della volontà politica. La guerra nucleare, nella sua sostanza ideale, scioglie gli eserciti e, anche se le sue conseguenze in maniera eminente riguardano tutti, essa è materialmente fatta da poche persone – quand’anche non la si voglia concepire come quella procedura integralmente automatizzata che maggiormente corrisponde al suo concetto –. La guerra nucleare è potenza separata dagli uomini, non misura nulla e ovviamente non abbisogna di legittimità né di consenso. Il fatto che la potenza distruttiva non sia più per sua natura organizzata nella comunità politica dell’esercito di massa, ma sia da esso teoricamente separabile, e quindi «appropriabile» e «commerciabile», conduce a catastrofe il concetto di «legittimità». Per questo della legittimità è diventato così difficile oggi parlare, per questo, soprattutto, quando se ne parla lo si fa come di una cosa della quale non si sa bene a cosa serva. Con Luhmann, il sistema politico moderno conosce il consenso come convenzione e produce legittimità attraverso le sue procedure dentro un meccanismo pianamente autoreferenziale; ma Luhmann non considera che i nostri sistemi politici se lo possono permettere perché non devono più farsi esercito – nel senso proprio della parola, che è quello qui in questione, non nel senso che non abbiano smisurate burocrazie militari –, non devono misurare la loro produttività sociale organizzando come specifica macchina bellica la base sociale investita dalle loro procedure di legittimazione. È solo la guerra la misura extraprocedurale della legittimità, e solo lei rimanda davvero il sistema politico alle articolazioni proprie del corpo sociale. È peraltro fin troppo banale ricordare come ogniqualvolta si sia posta nella storia una questione di legittimità, si sia posta una questione della quale erano le armi chiamate a decidere. Il fatto che la crisi del concetto di legittimità sia così solidamente legata alla crisi del concetto politico di guerra comporta degli esiti obbligati per quanto radicali. Chi, come Luhmann, si è fatto lucido propugnatore della obsolescenza del concetto tradizionale di legittimità, ne ha con coerenza tratto le estreme conseguenze, che, come è ovvio, investono l’idea di guerra giusta e quella, connessa, di ius resistentiae : è molto difficile non concordare con lui quando rileva che, nonostante il nostro sorpassi «ogni secolo precedente per quanto riguarda l’ampiezza e l’efficacia dell’abuso di potere», dovrebbe comunque far riflettere «la stessa inefficacia dei mezzi usati» per combatterlo, «a cominciare dal diritto di resistenza 7 . L’abuso del potere è in qualche modo fisiologico al suo esercizio, e ciò è tanto più evidente in sistemi politici a «legittimità debole» come quelli moderni: è tanto più ampio ed efficace quanto maggiori sono le risorse di violenza cui può tecnicamente accedere il detentore del potere. Diverso ed opposto è il discorso che riguarda il «diritto di resistenza», e non solo perché esso richiede un concetto forte di legittimità, ma soprattutto perché richiede l’uso della violenza in quanto risorsa politica, non tecnica: mentre il detentore del potere ha accesso legale a una risorsa che è per lui, entro limiti ampi, tecnica, chi gli resiste ha bisogno di mobilitare una risorsa eminentemente politica, e qui si scontra con il carattere politicamente indocile della guerra moderna. L’assunzione della guerra entro i moduli produttivi della scienza moderna ci vieta di concepire potere e politica entro i codici della teoria della sovranità. Di contro, all’ombra del terrore, emergono con decisione i punti di riferimento di un paradigma diverso. In una intervista a Piperno per «Metropoli» 8 , all’inizio del ’79, Jacek Kuron, quando ancora Solidarnosc non esisteva e lui era un leader del KOR – una delle radici, da cui quella sarebbe cresciuta –, dopo aver descritto il carattere di imposizione violenta, dall’esterno della società polacca, del dominio comunista nel suo paese, si soffermava sulle ragioni per cui mai il movimento di resistenza polacco avrebbe preso le armi. Non per il fatto che una eventuale insurrezione sarebbe stata sicuramente sconfitta poiché, in un calcolo di questo tipo, i vantaggi politici di destabilizzazione dell’impero sovietico avrebbero potuto probabilmente compensare i costi umani e materiali della sconfitta militare; piuttosto, più profondamente, per il fatto che per il senso comune dei polacchi, per la memoria storica sedimentata dalla catastrofe bellica, la guerra non era 'continuazione della politica', strumento possibile di un fine condiviso, ma annientamento del futuro, distruzione senza senso e senza compenso di generazioni di uomini di città di memoria cultura e istituzioni e che nessuno che parlasse il linguaggio di una guerra possibile poteva essere riconosciuto dalla gente, in Polonia, come portatore di un discorso politico di speranza e liberazione. L’esperienza della Seconda guerra mondiale introduce l’Europa centrale allo scenario dell’annientamento totale, fa della «catastrofe» già memoria storica, senso comune. Nel discorso di Kuron l’«inimicizia è totale e il tiranno riconosciuto senza infingimenti, ma non c’è spazio per la legittimità del «partigiano», perché guerra e politica sono cambiate insieme. Da qui in poi la politica non mira più a governare la violenza dandole fini né conosce alcuna guerra che sia «giusta»: la violenza non è più la materia su cui il politico lavora, è l’ambiente che lo circonda , amorfo ed indifferenziato, inespressivo e incapace di valenze simboliche. La violenza è inflazionata, ce n’è troppa ed è troppo facile, non sa più portare valori né messaggi ed è troppo a buon prezzo perché se ne possa pretendere il monopolio. La violenza è l’ambiente, la politica il sistema che ha l’identità nella trattativa, che conosce quanto basso è il valore corrente della vita umana ed elabora una cultura della sua fragilità. C’è un rimando immediato dall’estremismo non-violento di Solidarnosc al «meglio rossi che morti» dei giovani pacifisti berlinesi di una decina d’anni fa; solo, nell’area dell’esperienza «verde» l’elaborazione del paradigma catastrofista è più articolata e ricca di valenze, e soprattutto esibisce con nettezza la sua discendenza dai movimenti degli anni Settanta e dalla loro «critica della politica». Il movimento verde mette in chiaro come attorno al concetto di catastrofe si aggruppi un tessuto di riferimenti che hanno per fulcro la critica del «progetto», della sua razionalità semplificata e della sua esperienza temporale. Dietro la catastrofe energetica, quella ecologica e quella nucleare sta dispiegato il sospetto verso un finalismo che schiaccia il presente per gettarlo in avanti, che ignora la complessità delle cose che chiama strumenti pensando che siano semplici come i suoi scopi e che invece gli si rivoltano contro; il verde sospetta di irrazionalità l’unilateralismo che dispone dei mezzi in funzione dei fini, pensa che razionale sia amministrare le risorse disponibili dando al presente che le offre quella articolazione distesa ed enfatica che consente che esse rendano visibili tutte le pieghe, e le connessioni che le legano, e le potenzialità che celano all’occhio volto al futuro, quello che «semplifica». Il pensiero della catastrofe non è pensiero spaventato, è pensiero che investe sul presente, perché l’incertezza del futuro lo aiuta a non avere una percezione strumentale dell’oggi 9 . Il movimento tedesco, con notevole continuità, elabora le categorie della «critica della politica» proprie del ’68 in pensiero della catastrofe. Con le prime si suole indicare quell’insieme di tematiche che fanno perno attorno alla critica della delega della forma partito e della forma Stato, alla scoperta della impossibilità di ridurre i molti a uno e alla individuazione del carattere nemico dei meccanismi che organizzano questa riduzione, alla conseguente enfasi sulle «differenze» e al passaggio da una rivendicazione di «partecipazione» al potere in quanto «eguali» a una di «autonomia» perché «diversi». Sono tematiche che introducono i punti di riferimento propri del pensiero della catastrofe, ma non lo svolgono in modo compiuto. Di mezzo c’è una riflessione sulla guerra. Il movimento tedesco l’ha compiuta, costretto, come quello polacco, dalla memoria di una catastrofe bellica, dai sensi allertati di un paese sconfitto, e il terrorismo vi è stato un fatto circoscritto, di pochi. Quello italiano non l’ha compiuta, perché noi, stranamente, abbiamo memoria di una Resistenza vittoriosa, non di una guerra mondiale perduta, e il terrorismo da noi è stato un fatto di massa. L’ipotesi che vorrei fare è che proprio il terrorismo è stato da noi la catastrofe che ha ridefinito in senso antiprogettuale lo spazio del politico e arato il terreno della sovranità. Per questo è stato uno shock umano, morale e politico e non solo una mattanza. La nostra memoria storica, il senso comune sedimentato nelle istituzioni e nella tradizione democratica dei partiti come nella cultura di ognuno, non conosce l’ultima guerra come catastrofe, ma come catastrofe del fascismo, e noi non siamo quelli che hanno perso la guerra ma quelli che hanno vinto la Resistenza, la guerra di liberazione, continuazione «con altri mezzi» della lotta politica dei partiti antifascisti. La nostra identità nazionale recente è costruita attorno al fatto che abbiamo vinto con le armi una lotta politica, non perso una guerra mondiale; e quest’ultima non rappresenta una cesura catastrofica della nostra storia istituzionale, perché i partiti antifascisti costituiscono una continuità che la attraversa, che collega il dopoguerra alla storia di prima e mette il fascismo tra parentesi. La guerra è stata del fascismo, non del paese, e la prima funzione istituzionale dell’antifascismo è stata quella, nazionalistica, di cancellare la memoria della disfatta, e dell’orrore, insieme a quella del consenso al Regime per sostituire a entrambe un apologo rassicurante. Dentro questa rimozione dell’esperienza bellica e la sua sublimazione nell’epica resistenziale, la nostra cultura nazionale si presenta come pacifista perché antifascista, ma conserva un senso forte della possibilità della guerra «giusta», non ha il senso della catastrofe né l’immaginazione dell’orrore. I movimenti degli anni Settanta non hanno saputo interrogare questa memoria, e in questa interrogazione mancata ha trovato il suo limite quella critica al codice dell’universalismo politico che di essi è stato il punto sodo di identità, quello che lega l’immediatismo del «tutto e subito» delle lotte studentesche e operaie – che non è rifiuto di trattativa e mediazione, ma della riconduzione obbligata della «parte» al «tutto» e della «forma partito» che la garantisce – al movimento del ’77 con il suo cemento «contro i sacrifici» e il culto della minoranza, al femminismo con gli altri immediatismi del piacere e della felicità – con la presentazione di identità «diverse» che cercano riconoscimento e autonomia, non «sintesi progettuale». Per l’uso assolutamente delimitato che ne fanno, in questi movimenti la violenza politica non è il luogo dell’innovazione, della diversità, della identità, piuttosto il contrario: è il luogo sodo, il più difficile da svellere perché il più radicato, dell’aderenza a un senso comune diffuso. È un luogo contraddittorio e contraddittoriamente vissuto, che convive con l’emarginazione politica e la diffusione sociale dei nuovi movimenti fino al terrorismo, dentro una storia che vede la critica marxista dello Stato affinarsi nella percezione della differenza necessaria dei movimenti dal sistema politico mentre la critica della rappresentanza aggredisce il concetto di avanguardia e il «sociale» si scopre «quotidiano», riempiendosi di profondità insondate. A sondarle è chiamata la pratica di movimento, che è attività analitica produttiva di identità e differenze. Poiché non è pensiero della scienza e del lavoro intellettuale, non riesce però a ridefinire la politica come diversa dalla sovranità; poiché non è pensiero della catastrofe non riesce a percepire se stesso come un passaggio epocale nella storia del politico né ad avere orgoglio del suo realismo, ma si limita a considerarsi una trasgressione sperimentale ricca di possibilità da esplorare ma per l’immediato votata alla marginalità e incapace di grandi ambizioni. Poiché non è pensiero della catastrofe è incapace di radicalità, non sa problematizzare il rapporto dei mezzi col fine e il nodo dell’uso politico della violenza, non sa immaginare miti nuovi né considerare la profondità dello stacco dal passato che già è stato consumato: conserva l’ottimismo ingenuo della tradizione umanista, incapace di fantasia del male, intrisa di naturalismo e buoni sentimenti, rivolta al solito «buon selvaggio» piuttosto che all’abitante cattivo della metropoli moderna. Il non aver saputo impattare il codice politico tradizionale sui luoghi cardine della legittimità e della guerra ha confinato l’emergere del nuovo nel cortile estremo della tradizione della «sinistra» e ne ha reso insicura l’autoidentificazione, ponendolo al confine di trasgressione e ghetto e accompagnando la grande immaginazione sociale di quegli anni con una desolante assenza di immaginazione politica; e ha fatto sì che l’uso della violenza assumesse la funzione simbolica di una partecipazione al sistema politico , capace di consentire riconoscimento e comunicazione nella appropriazione del suo codice più proprio. Fino al ’77, quella in questione è per l’essenziale una violenza limitata e attenta, che rifugge la ferocia e la spettacolarità: è esercitata nell’aderenza piena a situazioni di lotta, sorretta da un consenso locale sufficientemente diffuso, intimamente connessa con altre forme di lotta e solo in parte distinguibile da quella violenza sociale, non politica, che fisiologicamente accompagna la «presa di parola» di nuovi protagonisti sociali. Chi la esercita è un militante politico, una figura «partigiana» che ha come sola misura dell’azione la crescita del consenso e che è solidamente impiantato nel luogo dove vive e lavora, non è in nulla, né nella mentalità né nel modo di vita, un «clandestino». Il problema è però netto. Il «partigiano» appartiene a un mondo in cui la politica è necessaria per un esercizio efficace della violenza, è la forma specifica della sua organizzazione sociale, e questo mondo non è più il nostro. La crisi delle forme tradizionali di organizzazione politica accompagnata al permanere della valenza simbolica dell’uso della violenza fanno degli anni Settanta il piano inclinato in cui con progressiva accelerazione l’organizzazione della violenza apprende ad affrancarsi dalla organizzazione del consenso nella lotta sociale e politica, determinando una irrefrenabile proliferazione di piccole comunità guerriere. Il «partigiano» moderno è infatti una figura spuria, fragile, destinata a essere inghiottita dal «terrorista»: per quest’ultimo, il consenso è la finalità politica dell’azione ma non lo strumento senza il quale l’azione è impossibile, non un vincolo operativo né una risorsa materiale, stante la facilità dell’accesso alla violenza nel nostro mondo, e questa libertà dall’angustia di vincoli tecnici lo deterritorializza e lo sradica . Basterà che il ’77 porti allo scoperto la potenza e il radicamento sociale dei movimenti insieme con la fragilità della loro identità e l’emarginazione piena da un sistema politico incanaglito, perché salti la sottile mediazione delle identità locali e la guerra pretenda con successo la piena rappresentanza, sbaraccando tutte le forze che cerchino di resisterle. Nella metropoli si giunge agli estremi con facilità, e in politica e in guerra, come in amore, vince chi sa giungere agli estremi . Il partigiano e il terrorista sono due figure molto diverse. Il primo usa una violenza che è risorsa politica, il secondo una violenza che è risorsa tecnica, ma questa differenza non dipende dalle loro intenzioni. La violenza che il partigiano usa è politica perché è espressione, sempre, di un potere legittimo e lo rappresenta. Può esserlo in una guerra tra Stati, dove il partigiano opera dietro le linee nemiche e il potere che rappresenta è per l’essenziale quello dell’altro esercito di cui anticipa la presenza e minaccia la potenza. Oppure e per lo più lo è nel senso che è una violenza esercitata in forza del consenso della popolazione del territorio interessato, e in questo caso è propriamente esercizio di un potere legittimo anche se, per la limitatezza del territorio, non legale. In questo secondo caso, che è quello paradigmatico – anche se la realtà mescola sempre le due forme, e un potere legale «altrove» rafforza per lo più la legittimità partigiana come un qualche grado di radicamento locale accompagna di regola una guerra di qualche ampiezza dietro le linee nemiche –, il consenso è la principale risorsa militare del partigiano: i limiti delle risorse umane e materiali del territorio in cui opera lo rendono in tutto inferiore militarmente alle forze del potere legale; sua unica vera arma è la possibilità di sfruttare a fondo le potenzialità militari delle risorse politiche di quel territorio, e questo lo può fare con una radicalità e una produttività politica enormemente superiori a quella del potere legale per il carattere estremo della sua posizione esistenziale e per gli stessi limiti di ampiezza della sua competenza amministrativa. L’efficienza della macchina bellica del partigiano dipende dalla sua efficienza politica . Non è cosi per il terrorista. Non perché esso pure non ricerchi il consenso, ma perché nel mondo moderno, per l’essenziale, una macchina bellica non deriva la sua efficienza dal consenso, non è una macchina politica. La tradizionale comunità politica del popolo in armi, quella dell’esercito e del partigiano, si scioglie nei due versanti della guerra nucleare e del terrorismo, e in entrambi i casi il superamento di un limite tecnologico a opera della produttività del pensiero scientifico porta con sé l’obsolescenza del codice della sovranità. La violenza che il terrorista usa è tecnica e non politica non perché non abbia motivazioni politiche né perché sia necessariamente disgiunta dal consenso, ma perché politica e consenso, al fondo, non gli servono, sono motivazioni e obiettivi ma non armi. L’acqua in cui nuota il pesce terrorista non è il consenso di una comunità ma la complessa opacità della metropoli che, oltre a renderlo invisibile, gli offre due cose essenziali: l’accesso a una tecnologia bellica disponibile in dimensioni pressoché illimitate e la molto elevata permeabilità e trasparenza di una struttura sociale poco gerarchizzata. L’enorme crescita del potenziale di distruzione a disposizione di ognuno è un evento «tecnico» nel senso «largo» del termine, perché contiene in sé – vi è simbioticamente unito – il fatto che le medesime caratteristiche di ampia omogeneizzazione culturale e sociale che fanno la società di massa resistente al cambiamento politico la rendono anche vulnerabile e penetrabile dal punto di vista militare. Queste nuove condizioni sociali, liberando la figura del partigiano dai suoi limiti, la uccidono, e al di là delle ideologie che motivano il combattente ne fanno un terrorista, uno la cui potenza militare non ha rapporto con il consenso di cui gode la sua azione perché esso, materialmente e quotidianamente, non gli serve, non costituisce il criterio intrascendibile e necessario che orienta le sue decisioni giorno per giorno ma è null’altro che un’opinione e una previsione, che può accontentarsi delle verifiche che trova oppure farne a meno. Per questo l’organizzazione terroristica è semplice, elementare e agile, perché non ha bisogno della macchina che produce consenso e diffonde ideologia; e la sacrifica volentieri per essere più flessibile e plastica, più pronta ad afferrare le meravigliose e opulente occasioni di guerra che offre la citta. Rimanda a un’area di crisi politica da cui deriva le motivazioni e recluta gli uomini, ma la «rappresenta» nel senso che ne segnala l’esistenza, non nel senso che ne possieda la chiave di soluzione o ne costituisca il personale politico: in realtà, essenzialmente segnala la crisi epocale del concetto di legittimità. Ciò per cui il terrorismo è fenomeno politico non emerge nella sua organizzazione né nella tipologia dei suoi uomini, che sono classicamente dei militari, resta solo a definire le motivazioni. Il che vuol dire che, di questa macchina bellica altrimenti disancorata dalle dinamiche organizzative delle lotte sociali, eminentemente politici sono i momenti della nascita e della morte, dato che per lo più il terrorismo non viene sconfitto per sua inferiorità militare. Ovviamente, infatti, l’esistenza di una macchina bellica indifferente a problemi di legittimità e consenso esclude che nel suo confronto con il potere legale la legittimità di questo valga di per sé come un vantaggio: con il terrorismo non è vero che la violenza legittima sia per ciò solo anche la più efficace, la legittimità cessa di essere un vantaggio operativo nell’esercizio della violenza. Il terrorismo non appartiene all’universo della «rivoluzione» e della «guerra giusta», perché non è portatore di legittimità; appartiene piuttosto al mondo in cui tecnica e scienza liberano la potenza della guerra dai vincoli che a essa pone la politica, cioè appartiene al nostro mondo, quello nucleare. Ciò che è peculiare in esso è la idiosincrasia esplicita tra mezzi e fini, è il predominio netto dei primi sui secondi dentro un gigantismo che svela la futilità; è eminentemente questo rapporto che ne fa la metafora non di una guerra qualsiasi, dove è la povertà degli strumenti a render conto della sconfitta, ma di quella nucleare, dove la potenza degli strumenti oscura il senso dell’azione. Nel suo piccolo, come su un palcoscenico in teatro, il terrorismo mette in scena il nuovo protagonismo degli strumenti, l’opulenza dei fatti possibili e l’irrilevanza degli scopi, la difficoltà del significato; in sostanza, l’ingovernabilità della guerra moderna, la sua irriducibilità alla politica. Per questo è abitato dal paradosso. Portatrici di una cultura «razionalista», finalistica, pianificatrice, le Br hanno introdotto l’imprevedibilità, il caso e un arbitrio inappellabile nella vita pubblica, e sono state vissute come un terremoto dal senso comune; ancorate a un’idea enfatica di organizzazione e progetto, hanno mostrato a tutti che l’indecifrabilità e l’inconsistenza di una ideologia possono accompagnarsi a una capacità operativa le cui dimensioni travalicano di gran lunga il balbettio delle intenzioni, che i «progetti» non bastano a fornire il senso delle azioni, che questo è coerente con il fatto che un’organizzazione grande e complessa sia vulnerabile da una piccola e semplice – c’è più «piccolo è bello» che marxismo leninismo nell’esperienza Br –, e che tutto questo crea problemi di senso; teorizzatrici delle regole della guerra e della gerarchia che le accompagna, hanno fatto scoprire quanto poco siano segnate le gerarchie del mondo che viviamo, dove chiunque può uccidere chiunque, che è cosa che spoglia l’uso della violenza da ogni simbolismo e significato, riducendolo a essere capace solo di esplicitare, nell’eguaglianza di tutti, lo scarso valore della vita di ognuno. Il terrorismo fa parte di un mondo in cui le risorse belliche non sono centralizzate, in cui l’accesso a esse è, per l’essenziale, facile. Usa una violenza inflazionata, anche se proprio non riesce a credere che la morte sia rimasta priva di valore, e porta in luce un egualitarismo più profondo di quello salariale – per quanto pieno di connessioni con esso –: chiunque è vulnerabile, ed è proprio questo che fa della sua morte solo un lutto. La nostra cultura conosce il «sovrano» come il «padrone» della violenza, e la sua vita, come nelle tragedie shakespeariane, si scambia solo con quella di uomini simili a lui, di familiari o altri sovrani nelle congiure di palazzo, oppure con quella di moltitudini intere di sudditi nelle guerre o nelle rivoluzioni; il mondo moderno conosce la vita del «sovrano» a disposizione e insignificante come tutte. In questo senso il terrorismo è stato testimone, nel nostro paese, della quantità enorme di cambiamenti che sono sopravvenuti nella nostra vita associata: è per non dover prendere atto di questa testimonianza che la nostra provinciale tradizione resistenziale ha fatto carte false per cercare, dietro il terrorismo, gli utopici «sovrani» della solita rivoluzione fallita. Piuttosto, esso ha introdotto il pensiero della catastrofe nel nostro spazio politico, e ha addestrato a questo la percezione comune; ha condotto al paradosso un codice politico universalmente condiviso, ne ha evidenziato la senilità e l’obsolescenza mettendolo di fronte ai suoi limiti, ai suoi ingenui strumentalismi, alle sue utopie. Da: Lucio Castellano, Il potere degli altri , hopelfulmonster, Firenze 1991. Note 1 L’opposizione tra codici produttivi e rappresentativi è elaborata in modo forte entro il concetto di cognizione sviluppato da R. Maturana, F. Varela in Autopoiesi e cognizione , Marsilio, Venezia 1985. 2 C. Schmitt, Teoria del partigiano , Il Saggiatore, Milano 1981, pag. 68. 3 C. Schmitt, Le categorie del «politico». 4 Una prima elaborazione di questa tematica è uscita in «La critica sociologica», n. 79, autunno 1986, con il titolo Terrorismo e codice politico . 5 C. Schmitt, Teoria del partigiano , cit., pag. 74. 6 Ibid., pag. 75. 7 N. Luhmann, Potere e complessità sociale , I1 Saggiatore, Bologna 1979, pag. 95. 8 «Metropoli», n.1, giugno 1979. 9 Mi permetto di rimandare al mio Fuga dal futuro. Note sul pensiero verde , in AA.VV., I sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo cinismo e paura nell'età del disincanto , Tecoria, Roma 1990. Lucio Castellano ci ha lasciato il 30 dicembre 1994. È stato protagonista del’68 romano. Sovversivo di chiara fama durante tutti gli anni Settanta, fu coinvolto nel processo «7 aprile». Studioso, saggista, ha partecipato al lavoro delle riviste più spericolate e meno effimere («Metropoli» , «Luogo comune» , «DeriveApprodi», per limitarsi alle principali). Ha partecipato all’epopea delle lotte extrasindacali alla Fiat, nella primavera del 1969; al gruppo Potere operaio, dall’inizio alla fine; alle rivolte civilizzatrici della seconda metà degli anni Settanta. Fu arrestato nel giugno del 1979, con una accusa strepitosa e lunatica: banda armata. Condannato in primo grado (12 anni), venne poi prosciolto in appello. Ha retto il carcere con compostezza, incredulo di tanta stoltezza da parte delle istituzioni democratiche, soccorrevole e ironico, evitando l’indurimento rancoroso cui propendono i più fragili. Negli anni Ottanta scrisse un libro, Il potere degli altri , che resta inevitabile per chiunque voglia pensare la crisi della politica moderna (Paolo Virno).
- periferie
San Ferdinando: contro la logica dell’emergenza costruire ECOnomia L’intervista esplora le dinamiche sociali, economiche e istituzionali del territorio di San Ferdinando e della Piana di Gioia Tauro, zone segnate da abbandono strutturale e sfruttamento dei lavoratori migranti. L'intervistato critica le politiche emergenziali del Governo, in particolare il DL Caivano bis, accusate di riprodurre logiche di segregazione piuttosto che promuovere soluzioni dignitose e strutturali. Viene presentata l’esperienza positiva dell’ostello sociale Dambe So, che dimostra la possibilità concreta di un’accoglienza diffusa e integrata, fondata sul mutualismo e la cooperazione. Si propone una visione alternativa di sviluppo locale fondata su giustizia sociale, redistribuzione, diritto all’abitare e confederalità tra territori marginalizzati, come risposta alla crisi eco-sociale e al declino pianificato delle aree interne. San Ferdinando, il paese dove vivi e lavori, è un paese di 4000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. È famoso per essere stato teatro di una delle prime rivolte dei bracciantiimmigrati contro stato e caporalato. Rientra in una delle 8 aree del dl Caivano bis. Le periferie della metropoli e quelle del paese le abbiamo definite, altrove , zone di abbandono o zone sacrificabili. Come definiresti San Ferdinando, data l’industria agricola presente che attira centinaia di braccianti ogni anno, una zona di abbandono o una zona sacrificabile? Rosarno e San Ferdinando sono una sintesi tra zone abbandonabili e sacrificabili, non è un caso che l'inceneritore della Piana è stato messo ai margini dei comuni, e che da tempo sempre nella zona si discute di inserire una centrale a gas. Se non fosse stato per il Comune di Gioia Tauro sempre nelle vicinanze avrebbero costruito un campo per lavoratori braccianti. Ipotesi poi fortunatamente sfumata. Comunque sia questo è un territorio abbandonato perché il processo di progressiva rarefazione del welfare coincide con un alto tasso di emigrazione dovuto ai bassi salari e assenza di prospettive. Si sommano così paradossalmente due fenomeni che solo in apparenza sembrano contraddittori, emigrazione per un lavoro migliore e immigrazione con bassi salari. In realtà assistiamo semplicemente al fatto che i territori vengono trasformati dalle esigenze economiche senza che nessuno provi a ragionare su cosa produrre, come farlo e soprattutto come redistribuire i profitti che vengono generati. Le risorse stanziate dal dl Caivano bis come verranno investite sul territorio? Con opere di ristrutturazione per Rosarno e San Ferdinando ed il quartiere di Arghillà a Reggio Calabria. Ma in questo decreto c'è anche il finanziamento di un nuovo campo per lavoratori braccianti, campo che rientra nella logica prefettizia che da anni tutti conosciamo. Ovvero quella del superamento di campi (sempre costruiti dal Governo e poi diventati ghetti) con altri luoghi concentrazionari. Questa logica che riproduce emergenza su emergenza è insostenibile sul piano economico e genera tensioni e guerra tra poveri. È la solita strategia del confinamento dei lavoratori per controllarli come se fossero un problema di ordine pubblico, azione che di fatto impedisce un loro insediamento dignitoso e contribuisce al processo di razializzazione della forza lavoro. Se vivi in un campo non puoi fare domanda per il ricongiungimento familiare, ad esempio, e questo meccanismo rientra dentro una strategia usa e getta di forza lavoro senza dargli possibilità di integrarsi nel territorio. Il paradosso di questo intervento è che a Rosarno ci sono 30 appartamenti chiusi costruiti un decennio fa per accogliere i lavoratori braccianti mentre si costruisce a pochi km un altro campo. Questo dimostra che la vera emergenza in realtà è prodotta dall'incapacità degli attori istituzionali di programmare una politica dell'abitare di lungo respiro ed in termini di territorio. La Regione è completamente assente, come la città metropolitana che dovrebbero invece programmare azioni strutturate per il recupero di alloggi vuoti. Credi che l’intervento dello Stato avrà un impatto significativo sul territorio? No, perchè quello che non comprendono gli attori istituzionali è che costruire un nuovo campo attira centinaia di braccianti nello stesso luogo dove si concentrano più emergenze (soggetti con problemi psichiatrici e che abusano di sostanze) rendendolo alla lunga ingestibile dato che si concentrano più elementi. Questo avviene perché invece di ragionare di accoglienza diffusa nei vari comuni della Piana di Gioia Tauro tutto si concentra su un unico punto. Il paradosso è che così ci sono comuni che vedono spopolarsi e richiedono forza lavoro e comuni sui quali si concentrano centinaia di persone in campi confinati distanti dai centri abitati. Un fenomeno come questo andrebbe gestito in maniera pragmatica tra tutti i comuni della Piana che hanno una produzione agrumicola che attira forza lavoro, magari costringendo la filiera a pagare l'accoglienza dignitosa dei braccianti a partire dalla GDO, ma questo tema non mi pare sia all'ordine del giorno. Che siano tende, container, moduli abitativi in legno, questa è una storia già scritta di fallimenti. Da decenni, decine e decine di milioni di euro vengono bruciati senza che una sola casa sia stata destinata ai lavoratori braccianti da parte delle istituzioni. Io penso che questo approccio abbia a che fare con un modello di accoglienza coloniale che incasella i lavoratori in una simbiosi tra processi di infantilizzazione, controllo sociale, negazione della dignità e della libertà di insediamento. Quali sono i bisogni della comunità locale e dei migranti che arrivano per lavorare ognianno? I bisogni sono gli stessi, casa, welfare, trasporti, salari dignitosi. Ovviamente tutto il sistema lavora perché il bisogno dei lavoratori mobili sia messo in contrapposizione con i bisogni degli autoctoni. Questo avviene perché la Gdo ha impostato un modello, quello della fabbrica verde che succhia verso l'alto i profitti imponendo prezzi sottocosto senza contribuire alle spese per accoglienza e servizi. Il bracciante è utile ma se sta lontano, e guardate che questo elemento non è solo del sud ma se ci pensate bene anche il tanto decantato modello Saluzzo della ricca Cuneo è basato sul confinamento in container che si aprono ad inizio stagione e si chiudono alla fine. Ovviamente banalizzo perché esistono altri fattori che andrebbero discussi, ma il nodo centrale rimane rispetto a come i territori vengono trasformati da processi produttivi senza che nessuno riconosca ai lavoratori braccianti la libertà di insediamento dignitoso. Noi abbiamo avanzato una proposta per una tassa di scopo di un centesimo al kg per i prodotti agrumicoli prodotti nella piana da destinare all'accoglienza dei lavoratori mobili (una tassa del genere solo nella piana produrrebbe 4 milioni di euro all'anno). È un ragionamento questo che vorremmo fare in termini collettivi sul tema del prezzo equo e trasparente, un prezzo minimo sotto il quale non si compera né si vende. Una sorta di linea non oltrepassabile che dovrebbe riguardare anche i prodotti provenienti dall'estero che non rispettano la qualità del lavoro e dell'ambiente. Se in poche parole ragioniamo di accoglienza degna dobbiamo anche ragionare su come renderla sostenibile nel tempo. Con l’associazione <> avete insediato sul territorio un ostellosociale <>. Ci parleresti di questa esperienza? Dambe so è una scommessa vinta perché abbiamo dimostrato che è possibile accogliere nelle case lavoratori braccianti (85 persone che contribuiscono alle spese degli alloggi in 16 appartamenti) garantendo loro la possibilità di rinnovare i documenti, di avere una minima tutela sindacale, di avere il tempo per organizzarsi, imparare meglio l'italiano e provare anche a trovare lavori migliori. È una scommessa vinta perché abbiamo dimostrato che il mutualismo se inserito in una dimensione reale e non evocativa è in grado di aiutare a sostenere welfare dal basso, io penso che noi dobbiamo parlare con gli esempi concreti prima di tutto. Senza il contributo della Filiera Etika che abbiamo sviluppato con Mani a Terra e Sos Rosarno che vende centinaia di migliaia di kg di arance a prezzo equo generando una quota sociale per il mantenimento del progetto tutto questo non sarebbe stato possibile. Va detto che Mediterranea Hope è un progetto della FCEI e senza il contributo dell'8 per mille della chiesa valdese non esisteremmo. Però stiamo lavorando per rendere sempre più sostenibile il progetto e questo è, al di là di tutto, un lavoro enorme. Un lavoro che manca, perché ad ora in Italia tutti lavorano per bandi dello Stato o delle Fondazioni ma nessuno si pone davvero l'obbiettivo di come costruire processi che generano imprenditorialità del bene comune. Fare impresa per il bene comune, secondo me, è un punto centrale sul quale dovremmo mettere testa. Come si può connettere questa esperienza con altre zone della Calabria e del paese? Questa estate abbiamo aperto appartamenti anche a Saluzzo per permettere a chi, finita la raccolta di Arance si sposta a nord per le mele. Avere la libertà di insediarsi senza per forza avere un contratto di lavoro tra le mani vuol dire produrre un modello alternativo ad una logica che lascia ogni stagione lavoratori in strada. È uno spunto per un ragionamento più ampio il nostro. Speriamo infatti che questa nostra esperienza si moltiplichi trovando repliche anche in città metropolitane per quanto riguarda i lavoratori mobili che hanno un problema enorme per reperire alloggi. Il tema dell'abitare è un tema che riguarda la libertà di movimento, puoi anche superare la frontiera ma se non hai una casa dignitosa la frontiera ti viene dietro, ti rimane sulla pelle. Allo stesso tempo puoi anche andartene da dove vivi per cercare un lavoro migliore, ma se non hai la casa la precarietà ti rimane addosso, e non ne esci. L'idea dell'ostello sociale che abbiamo rientra in una proposta per una agenzia dell'abitare che dia la possibilità ai lavoratori mobili di avere tempo per organizzarsi, nelle campagne come nelle città. I movimenti per il diritto all'abitare, i sindacati sociali, le realtà che lavorano su questi temi anche alla luce del decreto sicurezza che restringe i margini di agibilità dovrebbero, secondo me, porsi questi temi. Come resistere insieme generando ECOnomia sociale, cura del territorio e dei quartieri. Il Governo Meloni ha parlato di declino irreversibile delle aree interne cosa ne pensi? Penso che abbia detto la verità, solo che il declino irreversibile è dovuto ad una strategia ben definita di abbandono da parte dello Stato che gerarchizza i territori, ad alta concentrazione finanziaria, abbandonabili e sacrificabili. Non parlerei per questo solo delle aree interne ma di molti territori. Aree interne e periferie delle metropoli hanno molti punti in comune, le prime si spopolano per la miseria le seconde nella miseria sopravvivono con la guerra tra poveri che urla fuori dalla porta. Gli appennini sono da decenni una regione interna che precipita tra alluvioni e terremoti che ne accelerano la corsa, ma anche molti quartieri metropolitani sono condannati al sottosviluppo capitalistico dove l'unica alternativa è tra precarietà e illegalità diffusa. Noi dobbiamo affrontare la realtà per quella che è. Questa crisi eco sociale che ci investe non si affronta con l'idea del piccolo e bello, del turismo esperienziale di chi se lo può permettere, ma costruendo un legame economico, ecologico, sociale e democratico tra chi vive i margini. Per questo io parlo di turismo cooperativo, insediamento dignitoso, diritto di restare. Io penso alla costruzione di un legame popolare di mutuo aiuto tra aree abbandonate, io ti compero i prodotti della terra tu mi accogli i ragazzini del quartiere nel borgo in estate per esempio. Patti di mutuo aiuto tra le periferie impoverite che boccheggiano di caldo e le aree interne che si spopolano. Patto tra chi produce e tra chi consuma tagliando per quanto si può il profitto alle multinazionali del cibo e redistribuendo quote sociali per autosostenerci. Questo vuol dire porsi in termini concreti lo sviluppo di una confederalità di pratiche eco sociali che generano ECOnomia per sostenersi a partire dall'utilizzo sociale della terra, empori di prodotti, mense sociali, ciclovie di turismo cooperativo. Se pensiamo di risolvere il tema dello spopolamento delle aree interne senza porci il tema di come costruire rapporti con la metropoli ed i suoi quartieri siamo destinati alla sconfitta. E io di essere sconfitto mi sono stancato. È possibile, secondo te, mettere in piedi una forma di sviluppo locale e alternativo nel paese per spezzare la dipendenza di questi territori dai centri di poteri e di sfruttamento? Io non so se sia possibile, so che è l'unico cosa che dobbiamo fare perché altro non c'è concesso in una fase come questa. Ma per farlo dobbiamo ribaltare per aria il 900 e riguardare con interesse l'800, ritornare indietro nella strada e riprendere sentieri abbandonati. Noi dobbiamo riprendere in mano il tema della produzione invece che attendere che ci arrivi qualche briciola dall'alto, riprendere le terre, fare cooperative di comunità e di quartiere, organizzare logistica condivisa, costruire spacci popolari, ostelli sociali, confederarci in una carta di valori comuni che ci faccia sentire come un Noi collettivo che destini una parte del profitto per le comunità. Non dividerci sulle parole come siamo abituati a fare ma unirci nei fatti concreti, organizzare una economia che sia a servizio del sociale e non viceversa, sentirsi imprenditori del bene comune. La vera lotta oggi passa per sottrarre quote di economia al mercato per destinarle al comune. I nostri vecchi non sapevano né leggere né scrivere, in gran parte erano analfabeti ma riuscirono a costruire una forma di resistenza economica in grado di costruire una società basata sulla solidarietà, pensate alle società di mutuo soccorso ad esempio. Non fu un processo semplice, ma ci riuscirono. Certo noi oggi abbiamo una società meno omogenea rispetto a quei tempi, ma abbiamo molti più saperi, siamo in grado di generare processi di cooperazione anche nei luoghi più difficili ed è in questi luoghi che occorre lavorare per unire i margini. Noi dobbiamo porci il tema di riempire il vuoto che il neoliberismo produce nei quartieri come nelle aree interne, e quindi di come sostenere economicamente questo processo. Per farlo dobbiamo superare una modalità dell'azione collettiva basata sulla delega che finisce per integrare o sussumere parte di noi, non possiamo lavorare solo sui bandi di fondazioni o dello Stato, dobbiamo sforzarci di produrre ECOnomia del bene comune. Dobbiamo lavorare quindi su due parole unirci ed organizzarci a partire dalle pratiche sociali dentro questo orizzonte. Francesco Piobbichi , operatore sociale progetto Dambe so/mediterranean Hope. Lavora sul tema dell'accoglienza dignitosa per i braccianti della Piana di Gioia Tauro e Cooperative di Comunità per le aree interne calabresi.
- post-poetica
Le immagini che immaginano ahida Sergio Bianchi Ahida, nel suo percorso attraverso cultura, politica e arti, mira a interrompere il flusso rapido e distratto della rete, proponendo contenuti che sollecitano l’attenzione critica e rallentano la fruizione. Un elemento distintivo del progetto sono le immagini asemiche che accompagnano i testi: segni grafici simili alla scrittura ma privi di significato decifrabile. Queste opere, nate dal gesto libero degli artisti, non comunicano un messaggio diretto, ma evocano un mondo simbolico e immaginativo, fatto di direzioni possibili, come frecce paradossali che indicano un orizzonte ancora da raggiungere. L’asemìa diventa così uno strumento per spostare lo sguardo e aprire spazi di senso fuori dalla logica dominante della comunicazione veloce e lineare. Nei primi mesi del suo viaggio attraverso società, imperi, politica e arti varie, ahida ha cercato di mettere del sale nella zucca delle reti, degli schermi. Cercando cioè in qualche modo di bloccare lo sguardo e l’attenzione del lettore o fruitore del flusso di internet, catturandolo/spostandolo su momenti di critica e inciampi, soprassalti, interruzioni, deviazioni: tanto nel puntare il pensiero critico sul presente e sull’ imminente , quanto nel portare alla luce testi nuovi, non narrativi né poetici, che tuttavia non si facciano leggere rapidamente e distrattamente, come spesso purtroppo la rete (quella dei commerci più che dei saperi-sapori-piaceri) spinge a fare. Tra gli elementi che la redazione ha voluto captare nella produzione artistica contemporanea – tra tanti profili che il radar incrocia – ci sono le immagini che chiunque, navigando su ahidaonline.com , ha potuto osservare in cima a saggi, articoli e invenzioni testuali. Di che si tratta? Cosa significano ? Cosa immaginano? Sono a volte figure astratte, o che mescolano un’astrazione inattesa a grafie incomprensibili. O meglio: asemiche. Una scrittura asemica è una sequenza, un insieme di segni che apparentemente rimandano a una lingua nota, ma che in realtà non sono decifrabili perché nascono dal libero gesto di un(a) artista. L’occhio di chi guarda sembra decifrare nelle grafie e nei graffi sulla pagina delle lettere di un alfabeto, tracce di discorso, ma no: tutto viene poi precipitato in arbitrio, in gioco, a volte elegante e quasi calligrafico , a volte imploso, denso, felicemente punk . (Altre volte ancora questi due tratti convivono ). La domanda sul significato è allora forse fuori strada, non però quella sul senso, sull’immaginazione: le artiste e gli artisti che di volta in volta ahida propone, specie dove l’asemìa più esplicitamente gioca , immaginano sì qualcosa: probabilmente un mondo un po’ munariano un po’ affollato di frecce alla Klee, innocue e però precise, e paradossali, davvero indecifrabili. Un mondo-freccia che deve ancora arrivare a segno, che indica comunque un orizzonte da cui potrebbe presto o tardi spuntare – come scriveva Nanni Balestrini – qualcosa «che quando non / si vede più / torna». Marco Giovenale , editor, traduttore e asemic writer , è tra i fondatori e redattori di gammm.org (2006), sito di materiali sperimentali. Insegna storia delle scritture italiane di secondo Novecento e contemporanee, in particolare presso centroscritture.it . È autore di numerose opere di e sulla poesia.
- scienza e politica
Io speriamo che me la cavo Minaccia pandemica e miopia politica Donata Vanerio Pancino con il suo articolo ci riporta con i piedi per terra. Una delle pandemie più sentite alle nostre latitudini quella da Covid 19 non è sicuramente nè la prima nè l'ultima che vedremo. Quest’articolo - afferma l'autore - non vuole essere allarmistico, ma la minaccia di una pandemia legata a delle mutazioni o riassortimenti del virus H5N1 deve essere presa seriamente in considerazione. Il problema rimane l'inadeguatezza dei nostri sistemi sanitari. Non è importante "solo" individuare nuovi vaccini ma preparare le strutture ospedaliere, garantire un numero adeguato di personale, favorire lo scambio di informazioni e di conoscenze tra paesi, ridurre le disuguaglianze per evitare che sacche di popolazione restino indietro e siano possibili focolai per i nuovi virus. La maggiore debolezza riscontrata dal sistema sanitario in Italia è l’infrastruttura frammentata dei dati sulla salute e la legge sull’autonomia differenziata aumenterà la decentralizzazione, la frammentazione e le disuguaglianze. Negli ultimi anni medici e studenti in medicina volontari e militanti stanno creando in varie città d’Italia ambulatori popolari e gratuiti, nell’intento di colmare il vuoto esistente fra gli abitanti dei quartieri poveri e le strutture sanitarie, aziende sanitarie locali e ospedali. Oggi serve più uguaglianza per prevenire e controllare le pandemie ma il mondo sta andando al contrario. Seimila anatre selvatiche morte sul lago Qinghai in Cina nel 2005; più di 20.000 leoni di mare morti intorno alle coste del Perù, Cile, Argentina, Uruguay e Brasile nel 2023; 147 tigri e 2 leopardi morti in parchi zoologici in Thailandia dopo aver mangiato uccelli morti nel 2004. Una stessa causa: l’infezione dal virus dell’influenza aviaria H5N1. Il virus fa parte dei cosiddetti HPAI (Highly pathogenic avian influenza, influenza aviaria ad alta patogenicità), i virus della peste aviaria. Gli uccelli migratori ne sono i principali disseminatori, ma il virus non si è originato tra di loro. È emerso in un allevamento di oche in Cina nel 1996 per conversione di un banale virus influenzale aviario in un virus mortale. Si è poi diffuso attraverso gli allevamenti di pollame in Asia e ha causato milioni di morti fra i gallinacei domestici e alcune specie di uccelli selvatici come pinguini, albatros e gabbiani. Gli uccelli migratori infine hanno ampliato una spirale irrefrenabile diffondendo il virus sulle loro rotte da un continente all’altro. Si tratta della più grande panzoozia odierna, una malattia infettiva degli animali che si è diffusa negli ultimi anni nel mondo intero, dall’Europa all’Africa, all’America de Nord e del Sud e all’Antartico. Il virus dell’influenza aviaria appartiene allo stesso genere di quello dell’influenza umana. Il suo corredo genetico, il suo genoma è composto di acido ribonucleico (RNA), ma non è costituito da una unica molecola, un solo filamento di RNA, come per esempio per l’HIV o il SARS-COV, ma da otto segmenti distinti. Ognuno di essi serve a fabbricare una delle undici proteine della particella virale. Questa conformazione conferisce al virus un vantaggio evolutivo: se due virus dell’influenza infettano la stessa cellula, i segmenti di RNA dei due virus, copiati per dare origine a nuove particelle virali, possono mischiarsi tra di loro per dare origine a un nuovo virus, diverso dai precedenti. Questo virus ibrido sarà formato da proteine dei due virus d’origine. È il meccanismo detto di riassortimento virale. Il virus dell’influenza è molto contagioso e i riassortimenti, come anche le mutazioni puntuali nel genoma, sono facilitati dalla concentrazione di individui negli allevamenti di pollame o nelle riunioni di migliaia di uccelli selvatici durante le migrazioni. L’attuale virus panzootico dell’influenza aviaria, H5N1, è apparso verso il 2020 in Europa o in Asia centrale, in seguito a ripetuti riassortimenti di ceppi virali. Il suo nome deriva da due proteine presenti alla superficie del virus, l’emoagglutinina (HA) e la neuraminidasi (NA) che permettono l’attaccamento del virus alla cellula bersaglio e la sua penetrazione. Per attaccarsi a una cellula, l’emoagglutinina deve riconoscere una molecola, il suo ricettore specifico, alla superficie di questa. La conformazione del recettore e la sua distribuzione nei tessuti determina quindi quale ospite può essere infettato. L’emoagglutinina H5 dell’attuale virus gli conferisce la capacità di infettare uccelli selvatici e domestici, ma gli ha anche permesso di raggiungere nuovi ospiti. Si tratta del salto di specie, spillover in inglese, che è avvenuto su larga scala negli ultimi due anni, provocando l’infezione di mammiferi terrestri e marini. I primi salti di specie a mammiferi sono stati segnalati in allevamenti di animali da pelliccia in Spagna e Finlandia. Degno di menzione è anche il fatto che in Polonia, il più grande produttore europeo di pelli di visone, una trentina di gatti sono morti, probabilmente per aver mangiato cibo crudo proveniente dagli allevamenti. L’ingestione di carni di uccelli infetti è all’origine infatti dell’infezione di molti carnivori. Già nel 2004 ha causato la morte di 147 tigri e due leopardi in uno zoo in Thailandia, che erano stati nutriti con carni di uccelli infetti. Per il salto di specie verso i mammiferi non sono stati necessarie mutazioni della proteina HA. Il passaggio si è prodotto direttamente dagli uccelli selvatici, sia per ingestione di uccelli morti come nel caso dei carnivori, o attraverso cibo o oggetti contaminati dai loro escrementi. Nei vari passaggi si sono tuttavia prodotte alcune mutazioni in un’altra proteina virale, che hanno migliorato e aumentato la riproduzione del virus nelle cellule dei mammiferi. Recentemente si è prodotto un nuovo avvenimento cruciale. Negli Stati Uniti l’infezione si è propagata fra i bovini. Gli allevatori, dapprima nel Texas, hanno notato una forte diminuzione nella produzione del latte da parte dalle mucche. Il latte era spesso e giallognolo. Vari gatti furono trovati morti, dopo aver bevuto il latte delle mucche infette. Una precedente ondata d’infezione da H5N1 negli allevamenti avicoli degli Usa si era prodotta nel 2014 e aveva condotto all’abbattimento di 50 milioni di polli e tacchini. L’infezione tuttavia si era arrestata allora alle specie aviarie. Dopo i primi segni di una malattia tra le mucche da latte, il sospetto della contaminazione dal virus dell’influenza aviaria non è sorto immediatamente. Sono stati necessari tempo e esclusione di altre malattie dei bovini, perché venisse individuato il virus aviario come la causa dell’epizoonosi fra le mucche. Questo ritardo ha permesso al virus di diffondersi dal Texas ad altri Stati. La moltiplicazione del virus a grande scala nei bovini e nuovi passaggi a uccelli ed altri animali hanno favorito anche l’aumento della sua diversità genetica. Il ricettore della proteina HA del virus H5N1 è presente nelle ghiandole mammarie delle mucche. In conseguenza il latte delle mucche infette contiene forti quantità di virus. La diffusione dell’infezione fra le mucche è stata probabilmente veicolata dal latte stesso, i macchinari per mungere e i trasporti degli animali. Perché il virus si trasmetta attraverso le vie respiratorie è necessario che la proteina HA riconosca e si leghi a un recettore presente sulle cellule delle alte vie respiratorie, come le mucose del naso, della bocca, della faringe o della laringe, come è il caso dei virus dell’influenza stagionale umana. Studi recenti hanno mostrato che bastano poche mutazioni per permettere al virus di essere trasmesso da furetto a furetto, quindi fra mammiferi. Trasmissione interespecie del virus H5N1 (clade 2.3.4.4b) dal 2020. Gli uccelli selvatici, oche, anatre e cigni, sono gli ospiti naturali del virus. Il virus ha compiuto svariati salti di specie. In alcuni casi, come il pollame, i visoni, le otarie e i bovini si è stabilita una trasmissione intraspecie, indicata dalla freccia a quattro punte. Non tutti i salti di specie documentati sono rappresentati. E l’uomo? Dal 1997 ci sono stati più di 900 casi di infezione umana causata dal virus H5N1. Non è il solo ceppo a presentare un rischio per l’uomo: dal 2013 sono stati riportati più di 1300 casi di infezione umana dal ceppo H7N9. La maggioranza dei casi di infezione per entrambi i virus è stata segnalata in persone a stretto contatto con volatili, come lavoratori in allevamenti di polli, anatre o oche. Si è trattato quindi di passaggi diretti fra gli uccelli e l’uomo e non di trasmissioni fra umani. Dipendentemente dalla variante del virus all’origine dell’infezione il decorso può essere diverso. In molti casi l’infezione ha raggiunto le vie respiratorie inferiori causando infezioni polmonari gravi, o danni neurologici. La percentuale di casi fatali è stata altissima, soprattutto fra donne e bambini, con un tasso di mortalità del 40% per il virus H7N9 e superiore al 50% per l’H5N1 . I casi d’infezione umana causati dal virus circolante fra i bovini e i volatili in Usa (clade 2.3.4.4b del virus A(H5N1) sono stati associati a uno stretto contatto tra umani e animali infetti. A partire da aprile 2024, sono stati segnalati 70 casi principalmente fra lavoratori dei settori avicoli e lattiero caseari, di cui 41 in pazienti esposti a mucche infette. L’infezione si è principalmente manifestata sotto forma di congiuntiviti, probabilmente perché le cellule della congiuntiva umana esprimono il ricettore del virus H5N1. Ci sono stati comunque alcuni casi gravi, tra cui un ragazzo di 13 anni in Canada, che ha dovuto subire un’intubazione, e uno mortale, in Louisiana. I virus dell’influenza, sia l’umano che l’aviario si legano alle cellule via delle molecole presenti alla loro superficie, delle glicoproteine che contengono uno zucchero particolare: l’acido sialico. Fortunatamente l’acido sialico a cui si lega il virus aviario ha una conformazione diversa da quello umano. Il ricettore del virus aviario non è presente, o è molto scarso sulle cellule delle vie aeree superiori umane, limitando fortemente una trasmissione per via aerea che favorirebbe il contagio e una rapida diffusione fra gli individui. Tuttavia il ricettore del virus H5N1 si trova anche su cellule delle vie aeree inferiori e questo spiega perché ci siano stati casi gravi di polmonite. Per ora il rischio pandemico fra gli umani è ritenuto debole. Ma fino a quando? Recenti studi hanno mostrato che una sola mutazione nella proteina HA del virus H5N1 2.3.4.4b gli conferisce la capacità di riconoscere il ricettore umano. La probabilità che appaiano nuove mutazioni aumenta con la circolazione del virus tra gli animali e il passaggio alle persone. Non solo, durante i periodi invernali, quando aumentano i casi d’influenza umana, aumenta anche la probabilità che degli individui, per esempio lavoratori di allevamenti o di industrie di produzione del latte, si co-infettino con il virus aviario e il virus stagionale dell’influenza umana. I due virus, moltiplicandosi nello stesso organismo hanno la possibilità di scambiare i loro geni, rendendo così plausibile la generazione di un virus ibrido, che possieda la virulenza del virus aviario e la capacità di infettare le cellule umane. Un pericolo ulteriore deriva dalla possibilità del passaggio del virus aviario ai maiali. È stato riportato almeno un caso d’infezione di un maiale in una fattoria in cui i maiali erano in contatto con del pollame e due casi veicolati da uccelli selvatici. Un riassortimento virale che ha coinvolto il maiale e ha favorito il passaggio all’umano è già avvenuto nel 2009. La pandemia della cosiddetta influenza suina ha avuto origine nei suini in Messico ed è stata causata da un virus derivato dal riassortimento di virus aviari, suini e umani, il virus H1N1. Quest’articolo non vuole essere allarmistico, ma la minaccia di una pandemia legata a delle mutazioni o riassortimenti del virus H5N1 deve essere presa seriamente in considerazione. Per alcuni scienziati la pandemia sembra inevitabile, benché non si possa prevedere quando. In ogni caso bisognerebbe prepararsi sviluppando le misure e le strategie preventive adeguate, per non ritrovarsi nella situazione in cui molti paesi hanno subito la pandemia Covid-19. Già dopo la pandemia abortita di SARS nel 2003, che aveva causato più di 8000 morti, ricercatori e virologi avevano messo in guardia contro una possibile pandemia dovuta a un coronavirus della stessa famiglia. Come è noto, alcuna misura, né sanitaria, né logistica fu presa dai vari governi, in particolare dei paesi occidentali, negli anni seguenti. Diciassette anni dopo, la prima ondata della pandemia trovò il mondo totalmente impreparato, causando un caos sanitario, amministrativo e sociale e causando milioni di morti (valutati fra 1,8 e 3 milioni, OMS). Cosa bisogna fare? Innanzitutto cercare di limitare la propagazione del virus e ridurre così la probabilità che il virus aviario muti, si adatti all’ospite umano e divenga pandemico. È necessaria una sorveglianza stretta sia dell’influenza aviaria fra gli uccelli sia dei casi di infezione in altri ospiti, in particolare l’uomo. Quindi è necessario monitorare la diffusione e le eventuali mutazioni del virus aviario tra gli uccelli, eliminare le carcasse degli uccelli morti, evitare contatti fra animali d’allevamento e uccelli selvatici e, in caso d’infezione negli allevamenti avicoli, abbattere gli animali. Oltre alla sorveglianza, devono essere adottate misure di prevenzione diretta ai lavoratori degli allevamenti, fornendo loro materiali e tenute di protezione, evitando i contatti con gli animali infetti e rendendo disponibili test diagnostici rapidi. Quest’ultima misura è resa problematica dal rifiuto di molti lavoratori a sottoporsi ai test sierologici, per timore di perdere il posto di lavoro. L’insieme di queste misure costituisce l’approccio «Una sola salute», che integra le strategie sanitarie in difesa della salute umana, animale e dell’ambiente. I dati dovrebbero essere scambiati e circolare fra le agenzie di controllo a livello mondiale. I centri di prevenzione e controllo negli Usa e in Europa (CDC e ECDC) svolgono un egregio lavoro in questo campo. L’amministrazione Trump ha però nel mirino il CDC. Ha cambiato il direttore dell’agenzia, forse per ridurne l’indipendenza dal potere politico, e ha annunciato una riduzione di 30% del suo effettivo. Diecimila dipendenti del National Institut for Health, la Food and Drug Administration e il Center for Diseases Control sono già stati licenziati. Queste strutture sono essenziali per la ricerca, l’approvazione di farmaci e vaccini e la sorveglianza degli agenti infettivi, tra cui il virus dell’influenza aviaria. L’amministrazione Trump ha inoltre operato una serie di licenziamenti nel Dipartimento dell’agricoltura, che collabora con il CDC fornendo i dati sull’epidemia aviaria e bovina. Infine il nuovo ministro della sanità, Robert F. Kennedy Jr., ha proposto una nuova strategia di lotta contro l’influenza aviaria: invece di abbattere il pollame negli allevamenti infetti, lasciar diffondere il virus. Lo scopo avanzato da Kennedy Jr. sarebbe quello di selezionare gli animali resistenti. Premesso il fatto che negli allevamenti le razze di polli sono selezionate e quindi geneticamente vicine, il che riduce la possibilità di una selezione genetica, omesso anche il fatto che i polli infetti muoiono con grandi sofferenze, il paradosso maggiore di questo piano è che una circolazione incontrollata del virus gli permette di accumulare mutazioni. In questo modo si accelererebbe la progressione verso una configurazione pandemica. Gli allevamenti, e in particolare quelli intensivi, come abbiamo visto, favoriscono il contagio e la diffusione del virus. Una politica sanitaria razionale imporrebbe di ridurre il numero di animali negli allevamenti, la densità territoriale degli allevamenti stessi e il trasporto degli animali. Da sottolineare, a questo proposito, sono la resistenza degli allevatori americani a qualsiasi tipo di controllo da parte delle autorità e il commercio di animali mal gestito e caotico. A quest’approccio si contrappone in fondo la logica economica delle nostre società: negli ultimi cinquant’anni il pollame allevato per uso alimentare è aumentato di numero da circa 6 miliardi a 30 miliardi, quello dei bovini da circa un miliardo a un miliardo e mezzo e quello dei maiali da mezzo miliardo a un miliardo. Lo strumento necessario e decisivo per contenere una malattia infettiva a livello di popolazione è un vaccino. Vaccini contro il virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità H5N1 a uso veterinario sono disponibili e la vaccinazione negli allevamenti di pollame è già praticata e in alcune nazioni è obbligatoria. In Francia, a partire dall’ottobre 2023 è stata lanciata una campagna nazionale di vaccinazione delle anatre d’allevamento. A fine 2024 più di 4 milioni di anatre sono state vaccinate. In Svizzera un vaccino è stato usato per proteggere efficacemente gli uccelli degli zoo. Tuttavia l’uso dei vaccini negli allevamenti è controverso. La vaccinazione riduce la gravità della malattia ma non impedisce l’infezione. Il virus potrebbe circolare fra gli animali a basso livello, non causando la loro morte ma favorendo così la sua evoluzione a lungo termine. Inoltre in alcuni paesi ci sono delle barriere commerciali che riducono la possibilità di esportare gli animali. Per esempio, l’importazione negli Usa dei volatili vaccinati in Francia è vietata. Sono recentemente apparsi i primi vaccini umani, per ora diretti solo a persone potenzialmente a contatto con animali infetti. La Finlandia è stata il primo paese a introdurre il loro uso nel 2024, ma in febbraio di quest’anno anche il Canada ha reso disponibili due vaccini, entrambi basati su virus inattivato. Contemporaneamente, è anche fortemente consigliata la vaccinazione contro l’influenza umana. Benché il virus umano sia diverso dall’aviario (i due sottotipi dell’attuale influenza stagionale sono H3N2 e H1N1), ci sono risposte immuni indotte dal vaccino che affettano anche il virus H5N1 e che permetterebbero di attenuare la gravità della malattia. Vari vaccini contro i virus aviari ad alta patogenicità, non solo del clade H5N1, ma anche degli altri cladi più pericolose, come H7N9 e H9N2, sono in sviluppo e sono già in corso studi clinici. Tuttavia per produrre un vaccino efficace contro un futuro virus pandemico bisognerebbe già conoscere le mutazioni e/o i riassortimenti che renderanno il virus trasmissibile fra gli umani e quindi quali siano gli antigeni virali contro cui sviluppare il vaccino. Ciò non è possibile. Si stanno studiando quindi preparazioni vaccinali dirette contro regioni del virus molto conservate, comuni ai vari virus influenzali, nell’intento di creare dei vaccini «pan-influenza». Inoltre, benché i vaccini basati su tecniche classiche, come l’uso di virus inattivati o attenuati o su singole proteine virali siano efficaci nell’indurre una risposta immunitaria, è auspicabile il ricorso a tecnologie più recenti, che rendono più rapida la produzione del vaccino e il suo adeguamento a eventuali nuove mutazioni. A questo proposito, l’esperienza del Covid-19 ha mostrato la validità e l’efficacia dei vaccini basati sulla tecnologia dell’RNA messaggero (mRNA). La scienza è quindi attiva sul terreno dei vaccini, ma una politica preventiva implica altri attori oltre ai ricercatori, tra cui l’industria farmaceutica e i dirigenti politici. È necessario prevedere in tempo e in quantità ragionevole gli stock dei vaccini esistenti per far fronte a un inizio di epidemia in ogni paese, stabilire i contratti con l’industria farmaceutica per la produzione dei nuovi vaccini diretti contro i virus pandemici. Fare le contrattazioni in anticipo non a nome di una singola nazione, ma a livello mondiale, o almeno di aree economiche, come l’Europa, permetterebbe di diminuire i costi e di contemplarli preventivamente nei bilanci. Alcuni farmaci antivirali, come l’oseltamivir, o Tamiflu, e il baloxavir marboxil, o Xofluza, hanno una certa efficacia sul virus H5N1, se presi rapidamente dopo l’infezione, malgrado sia stato già segnalato un caso di resistenza. È quindi opportuno prevedere delle riserve anche di farmaci antivirali per far fronte alle prime necessità. Se la sorveglianza dell’evoluzione dell’infezione e l’elaborazione di farmaci e vaccini sono pilastri essenziali a prevenire e a combattere una pandemia, l’adeguamento del sistema sanitario a una minaccia pandemica è un elemento imprescindibile. Una politica sanitaria efficace deve prevedere strutture ospedaliere capaci di adeguarsi rapidamente per affrontare emergenze, un personale sanitario in numero sufficiente e ben formato, una rete di infrastrutture territoriali, medici di base, ambulatori, dispensari ecc., capaci di distribuire le prime assistenze e cure e di interagire con gli ospedali. Per affrontare un’emergenza sanitaria a livello nazionale e internazionale come una pandemia, i sistemi sanitari in ogni paese devono essere collegati tra di loro per garantire la circolazione dell’informazione ed è necessaria una centralizzazione delle direttive per assicurare l’omogeneità degli interventi. Deve esserci inoltre un collegamento fra i vari paesi e un intervento coordinato per ridurre la circolazione del virus e massimizzare le capacità di contenimento della pandemia. Infine, l’esperienza del Covid-19 insegna che è importante affrontare e ridurre le disuguaglianze sociali per non creare delle sacche di carenza di prevenzione e cura, sia a livello nazionale che internazionale. L’esistenza di aree sfavorite, oltre a costituire un’ingiustizia e provocare ulteriore sofferenza, favorirebbe l’emergenza e la persistenza di focolai d’infezione da cui il contagio potrebbe ripartire provocando ritardi nella risoluzione della pandemia. Il 16 aprile scorso i paesi aderenti all’OMS hanno raggiunto un accordo sulla prevenzione e la gestione delle malattie pandemiche, che sarà sottomesso alla prossima assemblea generale. Questo accordo mira a facilitare la trasmissione di dati e di tecnologie e ridurre le disuguaglianze fra paesi poveri e paesi ricchi. È un passo importante, benché l’assenza degli Stati Uniti, che si sono ritirati dall’OMS, lo renda più fragile. Come si situa l’Italia rispetto ai suddetti criteri? È stata recentemente preparata una bozza di Piano pandemico per il periodo 2025-2029. In questo progetto, che si basa anche su una riflessione sulle carenze emerse durante la pandemia del Covid-19, sono contemplate varie misure destinate ad affrontare un’eventuale pandemia sui piani sanitario e sociale. Alcune di queste vanno decisamente nel buon senso: un rafforzamento della rete sanitaria territoriale e ospedaliera, con una maggiore integrazione fra le due; un rafforzamento della telemedicina; un rafforzamento dei sistemi di monitoraggio e sorveglianza epidemiologica. Senza entrare nel dettaglio di questi e altri punti del piano, ci si può porre la domanda se questi buoni propositi siano attuabili, considerata la situazione del sistema sanitario in Italia. La Rete degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali Italiani, che assicura la sicurezza della filiera agroalimentare, monitora la salubrità degli alimenti e la salute e il benessere animale funziona, benché vengano reclamati dal settore la valorizzazione del personale e dei nuovi investimenti. La situazione è più problematica per altri settori del sistema sanitario. Per realizzare il piano occorrono fondi: per ristrutturare e rendere efficiente la rete ospedaliera pubblica, per rafforzare e aumentare le strutture territoriali, per formare il personale sanitario, medici e infermieri, per sviluppare gli strumenti e il personale necessari al monitoraggio di agenti patogeni e di epidemie. È necessaria un’armonizzazione legislativa a livello nazionale e bisogna sviluppare strutture e personale capaci di digitalizzare i servizi, creare banche dati, centralizzare e diffondere le informazioni. Il recente rapporto GIMBE 2024 sul sistema sanitario italiano, che è la fonte più autorevole in questo dominio, rivela che nel Piano Strutturale di Bilancio non c’è nessun rilancio del finanziamento pubblico nel futuro. Il rapporto spesa sanitaria/prodotto interiore lordo perfino si riduce: dal 6,3 % nel 2024-2025 al 6,2 % nel 2026-2027, ponendo l’Italia al 16 posto fra i 27 paesi europei dell’area OCSE. Dove troverà il governo i fondi per il piano pandemico? L’aumento della spesa sanitaria in Italia nel 2023 è stato sostenuto dalle famiglie come spesa diretta, cioè le spese mediche sono state pagate direttamente dai cittadini. Questo è dovuto allo sviluppo esponenziale delle strutture private e ai ritardi, a volte insopportabili, degli esami e delle cure mediche nel settore pubblico. Nel 2023, quasi 4,5 milioni di persone hanno rinunciato alle cure, di cui 2,5 milioni per motivi economici. E questo in tempi normali; cosa succederebbe in caso di pandemia? Infine, ma di primaria importanza, vengono le disparità regionali nel sistema sanitario, in particolare fra le regioni del Nord, più equipaggiate e meglio strutturate, e quelle del Sud, di cui alcune sono sull’orlo del fallimento. Questa disparità è, fra l’altro, all’origine degli spostamenti di molti pazienti dal Sud al Nord, per fruire di cure adeguate, spostamenti che sono gravosi per i pazienti e appesantiscono la spesa sanitaria nazionale. Perfino la rivista scientifica Lancet si è commossa di fronte al caso italiano. Scrive Lancet: la maggiore debolezza del sistema sanitario in Italia è l’infrastruttura frammentata dei dati sulla salute: non c’è alcun sistema unificato e centralizzato per documentare e condividere registri elettronici di salute, dati ospedalieri e registri di medici generalisti. Venti regioni operano indipendentemente e sviluppano politiche sanitarie e tecnologie differenti. La legge sull’autonomia differenziata, conclude l’articolo, aumenterà la decentralizzazione, la frammentazione e le disuguaglianze. Come è possibile credere che la risposta a una eventuale pandemia sarà centralizzata e unificata? Negli ultimi anni medici e studenti in medicina volontari e militanti stanno creando in varie città d’Italia ambulatori popolari e gratuiti, nell’intento di colmare il vuoto esistente fra gli abitanti dei quartieri poveri e le strutture sanitarie, aziende sanitarie locali e ospedali. Benché queste iniziative facilitino l’accesso alle cure per le persone più bisognose, non possono certo sostituirsi a un sistema sanitario carente. In conclusione, di fronte a una minaccia pandemica, come quelle del virus H5N1, l’Italia e il mondo si trovano impreparati. Com’è possibile sviluppare il necessario approccio One Health, una sola salute, quando si aggravano i cambiamenti climatici, le guerre, aumentano i sistemi politici autoritari (e spesso irresponsabili), le disuguaglianze fra regioni del mondo? Questo articolo tratta della minaccia pandemica dell’influenza aviaria. Tuttavia, come l’ha rivelato il Covid-19, le pandemie aprono problemi ben più generali della risposta sanitaria al virus, problemi strutturali, economici, sociali, mentali e soprattutto aggravano le disuguaglianze. All’interno di un paese, i ricchi possono affrontare più agevolmente dei poveri le restrizioni di movimento e di lavoro, hanno un migliore accesso alle cure. A livello mondiale è stata evidente la disuguaglianza tra i paesi ricchi e sfavoriti nella disponibilità di vaccini e nell'impatto della pandemia sull’economia e la società. Per affrontare la catastrofe di una nuova pandemia, probabilmente ben più grave del Covid-19, è necessario ridurre queste disparità d’accesso alla salute fra paesi e fra strati sociali all’interno di ogni paese, in modo da rendere più equo l’accesso alle risorse necessarie. La tendenza è di senso inverso. No one is safe until everyone is safe Per saperne di più Chen, H et al., Nature, 436, 2005 Peacock T.P. et al., Nature, 637, 2024 The Lancet Infectious Diseases, 24, 2024 Burrough E.R. et al., Emerging Infectious Diseases, 30, 2024 Garg S. et al., N Engl J Med, 392, 2025 The Lancet Regional Health – Europe, 48, 2025 7° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, ottobre 2024 Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia. Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi. «Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»
- scienza e politica
Transizione alla Ecologia Integrale per contrastare le Crisi sistemiche climatica, bellica, pandemica, finanziaria-industriale Floriana Rigo Walter Ganapini evidenzia la necessità di una transizione verso un modello di Ecologia Integrale per affrontare le crisi sistemiche interconnesse: climatica, bellica, pandemica ed economico-industriale. Denuncia l’insostenibilità dell’attuale modello economico lineare e il ruolo dei poteri fossili nel ritardare la transizione ecologica. Richiama l’urgenza di un cambiamento etico e sistemico, fondato su sostenibilità ambientale e giustizia sociale, sostenuto anche da iniziative ecclesiali e movimenti ambientalisti. Solo un impegno collettivo può contrastare la deriva attuale e tutelare il futuro dell’umanità e del pianeta. Viviamo la fase finale dell’Antropocene e dobbiamo evitarne l’esito verso la «estinzione della specie umana» che la scienza ritiene di non potere escludere alla luce della evoluzione della già irreversibile Crisi Climatica, cui si interconnettono le altre tre crisi sistemiche in atto: bellica, pandemica, finanziaria-industriale. Secondo IPCC [1] , per tutti gli ultimi 800.000 anni i livelli di CO2 sono stati nettamente inferiori agli attuali: un aumento del 33% dei livelli di CO2 dell’atmosfera, da 300 a 400 ppm in soli 100 anni, è dovuto in larga parte all’uso dei combustibili fossili e dunque alle attività antropiche. La temperatura globale media della superficie della Terra segna un incremento anomalo che interessa la maggior parte dei continenti e degli oceani che ricoprono circa il 70% della superfice e produce già effetti cui è impossibile adattarsi. Il «Potsdam Institute for Climate Impact Research», analizzando le interazioni causali tra crisi introduce il concetto di «policrisi», crisi globale che sorge quando uno o più eventi scatenanti in rapida evoluzione, triggers, si combinano con sollecitazioni lente, stresses, portando un sistema globale dal suo equilibrio consolidato verso uno stato di squilibrio volatile e dannoso, attraverso tre percorsi causali, stress comuni, effetti domino, feedback intersistemici, che possono collegare più sistemi globali per produrre crisi sincronizzate. Tale visione olistica è alla base della lettura dei fenomeni in logica «One Health». Già nel suo «1° Programma d’azione in materia d’ambiente» (1972), la Commissione Europea focalizzava l’esigenza di «approcci globali di prevenzione», per individuare le strategie adeguate di governo della «transizione da modelli dissipativi di uso delle risorse a modelli conservativi», intesi nell’accezione termodinamica di conservazione di materia, energia, informazione. Sempre nel 1972 il Club di Roma, con il Rapporto MIT «Limits to Growth», criticava i modelli in uso per l’analisi dei flussi di risorse, compartimentati, settoriali, che non avevano tenuto conto della nozione di «limite» né dato allarmi circa le prevedibili crisi ambientali ed energetiche, e dunque sociali ed economiche, mancando al ruolo cruciale di previsione e prevenzione del rischio. Capire e governare la crescente complessità delle società moderne richiedeva che ci si attrezzasse di approcci sistemici per elaborare bilanci ambientali ed energetici (ed economico-finanziari a essi correlati) in base ai quali calcolare efficienza e rendimento dei modi d’uso delle risorse finite, cicliche, rinnovabili, e promuovere un modello di sviluppo sostenibile che privilegiasse interesse generale e beni comuni nei sistemi a risorse finite, quale è la nostra «casa comune» Terra. Nel 1987, la «World Commission on Environment and Development», con il Rapporto Brundtland «Our common future», propose come necessaria «sfida globale» lo «sviluppo sostenibile», tale da «far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro», avviando il cambiamento nello sfruttamento delle risorse in direzione di investimenti, tecnologie, strutture istituzionali tali da soddisfare i bisogni delle future generazioni oltre a quelli delle attuali. Centrale, per il Rapporto, era garantire la «partecipazione di tutti» per conseguire equità intra ed inter generazionale supportata da sistemi politici che garantissero piena partecipazione dei cittadini al processo decisionale e da reale democrazia a livello delle scelte internazionali, agendo sulle tre «gambe» del «tavolo dello sviluppo sostenibile»: sociale, economica e ambientale. A contrastare la nuova cultura generativa di cura e custodia di persone, comunità, ambiente, si attivò la ultraliberista «scuola di Chicago» volta a conculcare nell’immaginario collettivo, purtroppo riuscendo nell’intento grazie a martellanti campagne di disinformazione che oggi si avvalgono di ogni innovazione derivante dall’abuso dello strumento «algoritmi/neuroscienze», una lettura della economia «take-make-waste» sintetizzabile nella formula lineare «Materia Prima + Capitale + Lavoro + Tecnologia = Merce» farneticando di «crescita continua», quando è evidente che un «sistema finito» come la «casa comune Terra» non dispone di risorse infinite e che nei sistemi reali ogni trasformazione ha rendimento inferiore a 1 e genera entropia sotto forma di emissioni solide, liquide, gassose del tutto assenti nella equazione lineare. Si sapeva che gli effetti del modello dissipativo e consumistico si assoggettavano alla «Legge dei rendimenti decrescenti», per cui il costo sociale di riparazione dei danni e ripristino risultava di gran lunga superiore agli ingenti profitti privati generati a favore di pochi, ma gli interessi sottesi al modello economico lineare hanno prevalso, portando a incremento esponenziale di disuguaglianze e povertà in nome dell’idolatria della massimizzazione deregolata del profitto da consumismo materialistico sfrenato, dimenticando scientemente il ruolo che Ricardo e Smith attribuivano alla normazione per controllare gli «animal spirits» che quella idolatria avrebbe evocato. Nel 1992 l’Onu convocò a Rio de Janeiro l’Earth Summit in cui oltre 150 nazioni si confrontarono sulle strategie per fronteggiare le emergenze ambientali in atto e quelle annunciate. Frutti positivi di Rio ’92 furono le Convenzioni che inquadravano le priorità dal Cambiamento Climatico al «buco nell’Ozono» fino alla tutela della Biodiversità, ma il follow up non portò a impegni cogenti e sanzionabili, nonostante si confidasse che le Cop (Conferenze delle Parti) che da Rio originarono potessero costituire lo strumento operativo efficace per dare concreta attuazione a politiche atte a risolvere i nodi prioritari. Così non fu: divenne chiaro come i poteri fossili promotori della globalizzazione deregolata non intendessero assumere come priorità la qualità ambientale dello sviluppo, nonostante fosse sfida già allora vissuta come competitiva nella cultura industriale e nella esperienza di molte imprese. Gli allarmi scientifici emersi a Rio indicavano in 400 ppm CO2 la soglia di concentrazione in aria oltre la quale il Cambiamento Climatico sarebbe divenuto irreversibile, con la catena di eventi estremi con cui siamo costretti a convivere, più gravi per chi ne ha la minore colpa, persone e comunità che vivono nelle aree di povertà e crescente disuguaglianza, gli «scarti» nell’accezione del Pontefice, ingiustizia che genera la sofferenza di centinaia di milioni di migranti climatici. Oggi siamo a 426 ppm CO2 e la scienza, tramite UN-IPCC, ci dice che a 450 ppm diverrà reale il «rischio di estinzione della specie umana». L’unico passo avanti rispetto al fallimento delle speranze di Rio ’92 ebbe luogo nel 2015 grazie al dono che Papa Francesco ci fece con la «Laudato Sì» e, a seguire, con l’Accordo di Parigi a chiusura di Cop 21, che dopo la frustrante esperienza di insuccesso dei «Protocolli di Kyoto» portò più di 180 Paesi a siglare finalmente cronoprogrammi cogenti di riduzione delle emissioni e annuncio di ricorso a sanzioni per inottemperanze degli impegni presi. Grazie a Enciclica e Accordo di Parigi, le Nazioni Unite adottarono la «Agenda 2030», cassetta degli strumenti per conseguire entro il 2030 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. 10 anni sono trascorsi e solo 5 ci separano dalla deadline 2030 indicata dall’Onu, ma pochi sono i risultati in termini di obiettivi conseguiti: l’aumento di temperatura media del Pianeta ha già superato la soglia di +1.5°C, raggiungendo il valore di +1.63°C. Pesano le terribili Crisi Bellica, Pandemica e Economica-Industriale, tra loro interconnesse. Il ritardo nell’affrontare quella Climatica irreversibile non può che ascriversi al fatto che più della metà del Pil mondiale è generato dal controllo delle fonti fossili di energia (petrolio, carbone, gas naturale, nucleare) e consente ai detentori, 63 persone fisiche o famiglie secondo Oxfam, di condizionare non solo assetti geostrategici, ma anche modelli culturali, politica, governo della informazione, ciò che porta molti intellettuali, anche nelle Università Usa, a definire la società attuale «neofeudale». I signori fossili e della finanza deregolata hanno reagito alla domanda di cambiamento prezzolando burattini «negazionisti» e poi investendo in greenwashing per frenare la Transizione e così indurre «inactivism»/inazione, soprattutto delle istituzioni, utile a proseguire nella logica «business as usual». Essi ora vorrebbero estendere alla privatizzazione dell’accesso alle risorse idriche quanto già operato in tema di suolo praticando «land grabbing», dall’Africa alla Indonesia. Importanti istituzioni finanziarie ammoniscono i CEO delle multinazionali che gli extraprofitti di oggi sono prodromici al drastico ridimensionamento dei mercati per i loro prodotti, a causa della tendenziale cancellazione della «middle class» che ne era acquirente principale. Essi non mostrano però in alcun modo di voler cedere bonariamente questo immenso potere, ma il cambiamento di rotta per ridare centralità a persona e relazioni umane va loro imposto: ne va della sopravvivenza della Umanità e delle sorti di una democrazia sempre più a rischio. Se analizziamo l’abitudine «ancestrale"» a occuparci soltanto di ciò che ci è vicino nel tempo e nello spazio, sinergica con prevalenti visioni di dominio dell’uomo sulla natura, è evidente quanto travagliato sia il cammino che vorremmo ci portasse alla «carovana del cambiamento», rete di interconnessione di persone, comunità e imprese protagoniste di progetti ed esperienze di nuovi stili sostenibili di produzione, consumo, vita con al centro persona, relazioni umane, interesse generale, tutela dei beni comuni al posto del massimo profitto per pochi, della finanziarizzazione deregolata e allo sfruttamento di un ambiente di cui si postulano inesauribili in qualità e quantità le risorse. «Non si può essere sani in un mondo malato», ammoniva continuamente Papa Francesco. La Crisi Climatica è minaccia significativa per la salute globale, con effetti di vasta portata attaccando determinanti ambientali e sociali e fondamenti del vivere, dall’acqua al cibo all’aria. Come ricordato, l’aumento delle temperature globali genera maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, da fenomeni esondativi a siccità e desertificazione, e modelli mutevoli di malattie infettive e malattie trasmesse dall’acqua e dai vettori, con rischi più elevati per le popolazioni vulnerabili, anziani, bambini, donne. Oltre il 60% dell’Umanità vive in megalopoli in aree costiere e sistemi insulari, zone che l’incremento del livello dei mari aggredisce al crescere esponenziale dello scioglimento dei ghiacci, particolarmente grave nel caso in atto in Groenlandia. Le malattie sensibili al clima, come la malaria, la dengue e la leishmaniosi, si stanno diffondendo in aree precedentemente non colpite, aumentando le sfide sanitarie esistenti: altro esempio è la tubercolosi, già killer infettivo a livello globale che il Cambiamento Climatico rende più difficile da gestire a causa dell’aggravarsi di fattori come povertà, denutrizione, sovraffollamento, diabete, scarsa qualità dell’aria indoor. Dal 2008, l’Oms incoraggia il dialogo sugli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici, con documenti rivolti ai governi nazionali affinché rispondano a queste crescenti minacce. Personalmente, condivido la forte preoccupazione per il disgelo in atto del «Permafrost», porzione di suolo perennemente congelata nelle regioni fredde, rappresenta notoriamente una minaccia per il cambiamento climatico, a partire dal rilascio di enormi volumi di composti metanici assai più climalteranti della CO2. Si tratta di un suolo che contiene, su scala globale, 1,5 miliardi di tonnellate di Carbonio, una quantità doppia rispetto a quella immagazzinata nell’atmosfera: i modelli previsionali suggeriscono che alle attuali condizioni di riscaldamento globale, il disgelo interesserebbe in futuro il 20% della superficie del permafrost artico e il 60% di quella del suo omologo alpino. L’Artico, che si estende per 14 milioni di chilometri quadrati in otto Paesi, ne è ricoperto e si sta riscaldando quattro volte più velocemente rispetto al resto del pianeta: lo scongelamento potrebbe liberare batteri e virus antichi, con circa quattro sestilioni di microbi rilasciati ogni anno. Una recente ricerca ha «rivitalizzato» un microorganismo datato 48.000 anni fa. Il pensiero non può che andare alla nozione di «Spillover», rischio che associamo anzitutto alla folle deforestazione in atto a carico delle ormai scarse risorse di foreste pluviali primarie, la cui biodiversità è ben lungi dall’essere conosciuta. Altri ricercatori sono particolarmente preoccupati per lo scongelamento di animali artici morti da tempo, i cui corpi potrebbero ospitare microbi dormienti: nell’estate 2016, hanno verificato come un batterio avesse ucciso più di 70 anni fa oltre 2500 renne rintracciate in un luogo di sepoltura nella penisola di Yamal, in Siberia, liberando antrace, agente patogeno che si diffuse agli umani, causando la morte di un ragazzo di 12 anni e patologie a carico di decine di altre persone. La presa d’atto della Crisi dovrebbe portarci a confidare che etica ed estetica nutrite di radicalità possano sottrarre brodo di coltura a patologici stati di «trascuratezza» culturale e comportamentale (in inglese «Neglect») che importanti intellettuali considerano effetto/concausa del declino cognitivo scientificamente riscontrato negli ultimi decenni, per reggere la sfida attuale del comprendere e governare la «complessità in regime di incertezza». In tale regime, una terribile certezza va citata: la lotta per la tutela dell’ambiente è costata la vita negli ultimi 11 anni, secondo «Global Witness», a 2016 attivisti climatici assassinati mentre cercavano di ostacolare attività di deforestazione, estrazione mineraria e ampliamento degli allevamenti intensivi, per proteggere le loro case, la loro comunità e l’intero pianeta. La memoria non può non andare al 22 dicembre 1988, quando in Brasile venne assassinato Chico Mendes, raccoglitore di caucciù («seringueiro»), segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali dal 1975, sciolto poco dopo dalla dittatura militare brasiliana con l’accusa di associazione a delinquere: Mendes lottava contro il disboscamento della foresta amazzonica. Fu per questo assassinato da due rancheros. Tra il 2012 e il 2023 il 36% degli ambientalisti assassinati (766) erano di comunità indigene. Nel 2023 si sono verificati 196 omicidi, di cui 166 (l’85% del totale) in America Latina, con 79 uccisi solo in Colombia, di cui 31 indigeni, vittime di aggressioni da parte di regimi autoritari, élite politiche ed economiche, apparati militari e gruppi di criminalità organizzata: il 49% degli attivisti uccisi in tale anno appartenevano a comunità indigene (85) o afrodiscendenti (12). Dopo la Colombia, il paese con il più alto numero di ambientalisti uccisi morti è il Brasile, con 25 omicidi, poi il Messico (con 18 omicidi, 70% persone indigene, e molte sparizioni forzate) e l’Honduras, anch’esso con 18 uccisioni, il paese con il maggior numero di omicidi pro capite. In Africa tra il 2012 e il 2023 sono stati assassinati 116 attivisti, di cui 74 guardie forestali della Repubblica Democratica del Congo: cifre sottostimate, stante la difficoltà di accedere alle informazioni in tutto il continente africano. L’Asia conta invece 468 difensori dell’ambiente e dei diritti umani uccisi tra il 2012 e il 2023: nel 2024 si registrano 25 omicidi, di cui 3 in Indonesia, 5 in India e 17 nelle Filippine, paese in cui i difensori dell’ambiente corrono più pericoli in Asia. Oltre questi dati drammatici, oggi i movimenti ambientalisti subiscono altri attacchi, non letali, come molestie giudiziarie tese a infliggere loro importanti danni economici, dal Regno Unito agli Usa, dalla Finlandia alla Serbia: particolarmente gravi sono le recenti aggressioni finanziarie a Greenpeace in Italia e negli Stati Uniti, tanto che «Global Witness» denuncia «una preoccupante tendenza di casi di criminalizzazione che stanno emergendo in tutto il mondo», fino a misure da «Stato d’eccezione» contro «ecovandali», come in Italia, per contrastare l’attivismo climatico. Deforestazione, estrazione mineraria, inquinamento, economia fossile aggrediscono la casa comune Terra, distruggendone le risorse finite e la biodiversità: si mina così anche la sopravvivenza delle comunità umane, specialmente di quelle indigene. Gli attivisti climatici andrebbero tutelati e protetti in quanto difensori nonviolenti dei diritti umani, obiettivo della campagna «Global Witness Land and Environmental Defenders», che intende informare degli abusi subiti da questi gruppi, amplificandone messaggio e azioni. Oltre alle Associazioni storiche, in Italia Greenpeace e le campagne di Legambiente per ridare valore sociale a proprietà confiscate alla economia criminale, i poteri fossili aggrediscono realtà quali «Extinction Rebellion», fondata nel Regno Unito nel 2018 da attivisti di «Rising Up!» per indurre i governi a dichiarare l’emergenza climatica, raggiungere «zero emissioni» di gas serra, arrestare distruzione degli ecosistemi e perdita di biodiversità, dando vita ad assemblee popolari formate da persone estratte a sorte, che rappresentino la totalità di opinioni e istanze presenti. Analoghi attacchi vengono rivolti a «Ultima Generazione» «coalizione di cittadini» che si batte contro la Crisi Climatica che può portare alla estinzione della specie. Attivo soprattutto in Italia, Germania, Polonia, Francia e Canada, il gruppo opera blocchi stradali e macchia in modo reversibile dipinti famosi, edifici istituzionali e monumenti storici. Nel 2018 nasce il movimento internazionale apartitico «Fridays For Future», quando Greta Thunberg manifesta ogni venerdì dinanzi al Parlamento svedese del Paese e con sciopero scolastico chiede immediate misure per ridurre emissione di gas serra. L’immediato consenso di migliaia di giovani porta a un movimento globale a difesa della biosfera. Il 15 marzo 2019 è stato organizzato il «Global Strike for Future», primo sciopero mondiale a difesa del clima cui hanno aderito oltre 1300 città di 98 Paesi del mondo. Negli anni successivi sono stati organizzati eventi di sensibilizzazione all’emergenza climatica quali il «Youth Climate Summit» dell’Onu (2020) e la Cop-26 organizzata dalle Nazioni Unite (2021). Purtroppo il potere degli interessi fossili, amplificato dalla «terza guerra mondiale a pezzi» evocata da Papa Francesco e tragicamente vicina, con Ucraina e Gaza, a una Europa pervasa di induzione alla «paura» foriera dei peggiori sviluppi, è riuscito a cancellare buona parte di queste storie di resistenza, controllando l’informazione con i più avanzati strumenti «algoritmi/neuroscienze». Peraltro, politiche industriali solo improntate alla ricerca di efficienza (riduzione di risorse ed energia fossile consumata/unità di prodotto) possono ritardare la crisi del modello economico lineare, ma non sciolgono il nodo del limite/finitezza del capitale naturale. Il cammino è travagliato anche per industrie che intendono avviare concrete azioni nel senso della «decarbonizzazione» di processi produttivi e prodotti in logica di Economia Circolare e per istituti della Finanza Etica impegnata a disinvestire nei settori fonti fossili di energia e armamenti. Nel contesto di quanto sin qui rappresentato, emergono come fondamentali le azioni che dal mondo ecclesiale vengono vieppiù intraprese per dare concreta attuazione a quanto postulato nella «Laudato Sì», nella «Fratres Omnes» e nella «Laudate Deum» per una Transizione all’Ecologia Integrale verso un modello di sviluppo finalizzato sia alla Sostenibilità Sociale che alla Sostenibilità Ambientale. Molte sono le esperienze emblematiche ormai «benchmark» a livello internazionale, dal Progetto «FràSoleAssisi» a «Economy of Francesco» e al Tavolo Cei che dà seguito all’obiettivo «Ogni Parrocchia divenga Comunità Energetica» lanciato dalla 49esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Taranto nel 2021. In vista del Giubileo 2025, la Fabbrica di San Pietro, Istituzione Vaticana responsabile della conservazione e della manutenzione della Basilica di San Pietro in Vaticano, ha attivato un Progetto, fondato sulle migliori metodologie e tecnologie disponibili, per portare Basilica di San Pietro ed edifici di pertinenza (Canonica, S. Marta. Studio del Mosaico) a «emissioni nette zero». Gli obiettivi sono stati gerarchizzati in scala di priorità applicando approcci basati sulla scienza a partire dalla raccolta dei dati input/output relativi ai flussi di materia ed energia nel «Perimetro di Progetto» per ridurre impronta ambientale e progettare le azioni strutturali e gestionali prioritarie. Per approccio basato sulla scienza si intende il censimento dei dati relativi alle sorgenti generatrici di gas serra, emissioni dirette («Scope 1»), indirette dalla generazione di elettricità acquistata, riscaldamento, raffreddamento («Scope 2»), altre indirette di filiera («Scope 3»), che costituiscono la «Baseline» per analisi e modellizzazione necessarie alla individuazione e realizzazione delle azioni progettuali prioritarie e delle «Buone Pratiche». L’obiettivo è comunicare azioni e «Buone Pratiche» ai milioni di Pellegrini e visitatori affinché le adottino per promuovere comportamenti e stili di vita e consumo sostenibili. Ciò anche in ottica di dialogo interreligioso, con tutte le realtà che si propongano obiettivi di sostenibilità coerenti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Attraverso queste diverse esperienze prende corpo, in coerenza con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) della Agenda 2030, la definizione di Economia Circolare. L’Economia Circolare è un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, ridurre sprechi da «usa e getta» dando priorità a BioEconomia, Ecoprogettazione, Modularità e Versatilità, Energie Rinnovabili, Recupero dei materiali, Riparazione dei beni. Sistema «pensato per potersi auto-rigenerare», governando i flussi di materiali biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. Note [1] The Intergovernmental Panel on Climate Change Walter Ganapini, chimico, allievo di Vincenzo Balzani, assistente di Umberto Colombo all’Enea, è stato presidente della National Agency for the Protection of the Environment e membro del Comitato scientifico dell’Agenzia europea dell’ambiente , di cui è membro onorario. Nel corso della sua carriera si è occupato con passione di politiche ambientali, di protezione del territorio e di gestione dei rifiuti. È inoltre coordinatore del Comitato scientifico del progetto per la Sostenibilità della Basilica di San Pietro.
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Il mondo crolla e a Venezia va in scena una obsoleta biennale di architettura Il testo è una riflessione critica sulla 19ª edizione della Biennale di Architettura di Venezia, diretta da Carlo Ratti e intitolata Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva . L'autore esprime disillusione di fronte a una mostra che, pur dichiarando intenti ecologici e innovativi, risulta incoerente nei contenuti e nella forma. L’esperienza è vissuta come attraversamento di un “cimitero” simbolico della natura e del pensiero, in cui domina l’apparenza, l’egocentrismo e la spettacolarizzazione tecnologica. Si denunciano le contraddizioni tra le dichiarazioni ambientaliste (es. il Manifesto di Economia Circolare) e la realtà di un evento iper-produttivo e sprecone. Il Padiglione Italia, pur partendo da idee promettenti legate al rapporto terra-mare, si rivela carente nella realizzazione, schiacciato da tempi stretti e da un approccio partecipativo solo formale. L’autore invoca una riflessione più profonda e autentica, evocando il pensiero di Timothy Morton e la dark ecology , come chiave per una nuova consapevolezza ecologica. Diventa difficoltoso scrivere dopo l’attraversata di un cimitero al quale è stata tolta pure la sua funzione «sacra o sacrale» di deposizione e custodia di un corpo/vita. Il resto molto accanimento alla messa in scienza della tecnologia come messianica salvatrice della nostra ormai misera esistenza volta alla sua fine. Serve tempo, respiro, pensiero per metabolizzare l’enorme quantità di stimoli, sensazioni, progetti, dati, maquette, installazioni, incontri, fatti su questa Venezia che è definitivamente affondata. Non è mai facile, anche se necessario, tirare linee, ridiscutere aspettative, fare bilanci critici. Superato l’ingresso dell’Arsenale, si schiude lo scrigno magico della mise en scene di questa XIX ed. della Biennale di Venezia diretta dall’architetto Carlo Ratti, dall’intuizione fintamente glamour e di ricerca transpecifica/trasnspecialistica dal titolo: Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva . Siamo giunti al punto di non ritorno. Abbiamo invaso tutto, tutt*: qui il claim salviamo il mondo ha raggiunto il baratro. Trionfa l’ego in tutte le sue sfumature e sfaccettature. Il primo incontro lo spettatore lo ha con degli alberi che si fondono per creare un organismo superiore mentre al loro interno crescono dispositivi tecnici: Interwoven , si chiama cosi questo sofisticato ingegnoso progetto che consiste nello sviluppo naturale di reti di radici all’interno di pattern preimpostati dall’essere umano. Siamo difronte all’ennesimo epitaffio della natura. The Third Paradise Perspective : un ambiente nero, tetro, immaginato da Michelangelo Pistoletto e dal team di architetti Naldini, Ciuffreda, Cerruti But, Guardini e Giavatto installato nella prima sala delle Corderie dell’Arsenale dove motori/macchine di condizionatori sputano calore, facendoci fisicamente provare una sensazione di disagio. Una sensazione reale: il prezzo ambientale da pagare per avere, invece, le sale adiacenti fresche. Viene spontaneo urlare all’interno se questa messa in scena sia significativa o sia semplicemente una pantomima del reale. È oramai noto a tutt* che le nostre esistenze sono oggi ridotte a cenere tenuta insieme quasi per «miracolo». I dati – prelevati dal sito rinnovabili.it - riporta: «Il mese scorso, a livello globale, la temperatura media del Pianeta è stata di 13,23°C. Quasi 8 decimi di grado in più rispetto alla media degli ultimi 30 anni, una conferma della tendenza all’accelerazione del riscaldamento globale in corso negli ultimi anni». Siamo dentro una folle accelerazione dell’aumento della temperatura globale. Ci si chiede se tutto questo sia il modo più giusto per far riflettere il pubblico – generico e specialistico – che transiterà nel padiglione facendosi avvolgere dal calore delle ventole. Forse bisogna trovare formule realmente altre per poter denunciare questi fenomeni. Forse non basta dare un Leone d’Oro a Donna Haraway per dire che si conoscono le transizioni, ibridazioni, e le istanze eco femministe di matrice cyborg. Oggi tutt* abbiamo contezza di tutto questo. Sembra più una sorta di vetrina del prodotto filosofico, ovvero del ragionamento che era veramente dirompente e tagliente nel 1985 quando fu pubblicato per la prima volta il Manifesto Cyborg . Oggi parlare di ibridazione delle specie e di cyborg risulta vuoto o quasi, se consideriamo che siamo arrivati a clonare il Dna umano, e a fare interventi di chirurgia robotica e la telemedicina permette ai medici di monitorare i pazienti a distanza, offrendo alternative sempre accessibili e convenienti per alcuni trattamenti che sino a qualche anno fa erano impensabili. Sarebbe stato più interessante, in un’ottica di ricerca e di aderenza alle istanze coeve, il grande pensiero del filosofo inglese Timothy Morton che sostiene che per affrontare la sfida climatica dobbiamo rivedere radicalmente la nostra idea di ecologia: non più locale e anti-globalista, ma capace di accogliere la grandezza, la complessità e l’orrore della natura. In altre parole: dark ecology . Attraversando i vari padiglioni il quesito che attanagliava il mio cervello è che ciò che la società moderna ha danneggiato maggiormente è il pensiero. E l’idea o meglio, il costrutto, più danneggiato è proprio quello di natura . Morton dice: quella che oggi consideriamo e chiamiamo Natura non è più un semplice oggetto solido e unitario. Morton critica l’etica dell’ambiente standard, impegnata a giustificare il valore intrinseco della natura incontaminata, intesa come sfera del tutto separata, e propone un ambientalismo diverso, fondato sulla consapevolezza della continuità fra umano e non umano, fra vita e non-vita e sull’accettazione del turbamento che tale consapevolezza ci può provocare. Nel passo, l’autore difende la nozione di Antropocene da alcune critiche e la inserisce in una visione metafisica più ampia, nota come object oriented ontology (OOO) , in cui le differenze fra soggetto e oggetto, fra umani, animali e cose vengono attenuate molto, se non annullate del tutto. Per Morton, l’ OOO è la prospettiva migliore per una nuova alleanza fra umani, animali, piante ed ecosistemi, la cornice più adatta per un nuovo ecologismo . Altra nota su cui riflettere è il Manifesto di Economia Circolare – lanciato da Ratti, con la guida di Arup e il contributo della Ellen MacArthur Foundation – con l’intenzione di rafforzare e implementare l’impegno della Biennale, promuovendo un modello sempre più sostenibile per la progettazione, l’installazione e il funzionamento di tutte le sue attività e manifestazioni. Appare una sorta di pubblicità progresso da caffetteria da museo o da aperitivo in riva al mare con i propri yacht a poche centinaia di metri di distanza. Nell’osservare con minuzia tutta la messa in scena della Biennale, ne viene fuori un ritratto diametralmente opposto: trionfa una super-iper-mega produzione e speco di materie prime sotto la luce del sole. Anche lui orami compromesso! Tappa obbligatoria il Padiglione Italia all’Arsenale: ammantati e avvolti nel buio delle tre tese si para la messa in scena dell’architetta Guendalina Salimei dal titolo Terra Aquae. L’Italia e l’intelligenza del mare . Sappiamo che l’Italia possiede quasi 8000 km di spazio liminale, ovvero la costa, sempre più strategico, da osservare, studiare e lavorare. La Salimei lo immagina come uno spazio di sperimentazione e costruzione di nuovi rapporti ambendo a declinare un nuovo paradigma per un rinnovato dialogo tra il territorio, i suoi attori e le progettualità. I prodromi concettuali restano interessanti, ma non convince il processo, la formalizzazione e gli esiti presentati nella mostra considerando anche i tempi burocratici e amministrati del Ministero della Cultura-per dare vita al padiglione- in due mesi. A fine gennaio il lancio di una Call for Visions and Projects estremamente aperta, e potenzialmente insidiosa, per un padiglione partecipativo, che desse voce e spazio per la creazione di un corpus di intelligenza collettiva, megafono di istanze contemporanee, urgenti di territori e collettività. Era rivolta a una platea estesa ed eterogenea con la richiesta di presentare idee innovative, proposte progettuali, visioni e riflessioni teoriche sul rapporto terra/mare entro il 3 marzo. Alla conferenza stampa si è svelato il nutrito numero dei contributi: oltre 600. Il tentativo della curatrice di orchestrare una pluralità di voci e intelligenze che spaziano dall’architettura all’arte, dal suono al video, dalla poesia, alla fotografia, dal disegno fino alla cartografia è poco incisivo. Sarebbe stato interessante porre attenzione al soggetto costa nella sua dimensione di corpo cangiante, camaleontico, in continua ridefinizione, ri-modellazione: un corpo/soggetto fluido, non rigido, in eterna metamorfosi, ma la mostra assume connotati statici, senza mettere in crisi le tradizionali regole cartesiane ed espositive. Dalla call appare lampante un atteggiamento da capitalismo populista che sfrutta ciò che fa comodo per l’autocelebrazione mentre la compagine diventata massa aforme senza nomi e cognomi assume inesorabilmente il corpo-palude. Alla fine del percorso della Biennale ero dentro questo magistrale video clip musicale del visionario Michel Gondry sulla metafisica voce di Bjork che avevano già svelato tutto nel lontano 28 giugno del 2011. https://www.youtube.com/watch?v=2PNzytx9EV0&list=RD2PNzytx9EV0&start_radio=1 Sergio Racanati nasce a Bisceglie nel 1982. La sua ricerca artistica si sviluppa attraverso l’analisi delle molteplici relazioni, idee ed esperienze che generano connessioni con la fragilità dell’essere umano, affrontando processi comunitari. Il suo lavoro si inserisce nelle pratiche context e time specific in comunità remote del villaggio globale. Allontanandosi dalle narrative occidentali si concentra su ambiti marginali, registrando le disparità politiche e sociali.
- konnektor
L'addomesticamento di <> mina la libertà accademica Roberto Gelini Le democrazie totalitarie occidentali distorcono la veridicità dei fatti fino a travisare numeri e dati scientifici e medici, consentendo alle lobby sioniste di interferire persino nel funzionamento di «The Lancet», la prestigiosa rivista medica britannica. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «The Electronic Intifada» e viene qui riproposto con l'espresso consenso del suo editore. Il 13 luglio 2024, nove mesi dopo l'inizio del genocidio israeliano contro Gaza, una delle più prestigiose riviste mediche del mondo, «The Lancet», ha pubblicato una lettera di Zion Hagay – presidente dell'Associazione medica israeliana – e di Malke Borow, capo del suo dipartimento legale. Vi si legge, tra l'altro, quanto segue: «Non c'è dubbio che molte persone siano morte a Gaza, anche se i numeri esatti non sono verificati e a volte sono riportati in modo errato. Inoltre, altre voci presentano un quadro completamente diverso [...]. Il numero di operatori sanitari uccisi a Gaza è alto fondamentalmente perché Hamas ha preso il controllo di diverse strutture sanitarie per usarle come centri di comando [...] nonché per immagazzinare armi e usarle dalle strutture, e persino per tenere ostaggi. In questo caso, l'ospedale perde ogni protezione ai sensi della Convenzione di Ginevra». In risposta, io e altri abbiamo inviato la seguente lettera alla testata, come correzione eticamente necessaria: «Ritraendo l'esercito israeliano come essenzialmente innocente, Hagay e Borow cercano di usare la reputazione internazionale di The Lancet per distorcere l'informazione pubblica sulla crisi di Gaza. Hagay e Borow ignorano le sentenze di genocidio della Corte internazionale di giustizia, della Corte penale internazionale, delle Nazioni Unite, dell'OMS e delle principali agenzie umanitarie. Prosegue: «[Ignorano] l’uccisione spietata di civili inermi intrappolati in massa, le violazioni della Convenzione di Ginevra, come dimostrano i ricorrenti bombardamenti degli ospedali e l'uccisione del personale medico, la collaborazione dei medici israeliani agli interrogatori nelle sale di tortura – le cui vittime includono i medici rapiti – la distruzione di tutte le università di Gaza, comprese le scuole di medicina, la carestia provocata e il paesaggio di Gaza reso inabitabile». A giustificazione di ciò, abbiamo concluso che «in qualità di presidente e capo del dipartimento legale dell’ Israel Medical Association , Hagay e Borow dimostrano il divario etico che esiste tra l'Associazione medica israeliana e il resto della comunità medica internazionale e il motivo per cui è insostenibile che la detta organizzazione rimanga membro di organismi come l'Associazione medica mondiale». Dopo aver «letto e discusso attentamente questa lettera», «The Lancet» ha rifiutato di pubblicarla. 2014 Come ha potuto l’eminente testata accettare di pubblicare una lettera dei leader medici israeliani – che giustifica il bombardamento degli ospedali – e rifiutare invece l'autorevole confutazione contenuta nella nostra lettera? La risposta risale a più di dieci anni fa. Nell'agosto 2014 – mentre le bombe israeliane cadevano su Gaza nell'ambito dell'operazione Protective Edge – «The Lancet» diede spazio a una "Lettera aperta al popolo di Gaza" di 1484 parole, firmata da ventiquattro medici e accademici provenienti da Regno Unito, Italia e Norvegia. Iniziava come segue: «Siamo medici e scienziati che dedicano la loro vita allo sviluppo di mezzi per curare e proteggere la salute e la vita [...]. Sulla base della nostra etica e della nostra pratica, denunciamo ciò di cui siamo testimoni nell'aggressione di Israele contro Gaza [...] un attacco spietato di durata, portata e intensità illimitate». Il nostro era un appello alla comunità internazionale affinché si esprimesse. Deplorava il silenzio complice della maggior parte dei medici e degli accademici israeliani, nonché degli alleati occidentali di Israele. La pubblicazione di questa lettera ha scatenato un'enorme controversia pubblica, che ha messo al centro il dottor Richard Horton, direttore di «The Lancet». Horton era diventato caporedattore del periodico nel 1995 e da allora aveva acquisito una notevole reputazione come manager efficace e socialmente progressista. Nel 2007 aveva pubblicato un articolo sulla «New York Review of Books» che dimostrava l’empatia con la condizione dei palestinesi. Nel 2009 «The Lancet» ha pubblicato una serie di cinque rapporti sulla situazione sanitaria nei Territori occupati, coinvolgendo più di trenta ricercatori, metà dei quali lì residenti. È poi del 2013 l’istituzione della The Lancet Palestinian Health Alliance , una rete di ricercatori palestinesi – regionali e internazionali – «impegnati a raggiungere i più alti standard scientifici nella descrizione, analisi e valutazione della salute e dell'assistenza sanitaria palestinese». CONTRORDINE Nel 2015 un gruppo internazionale di oltre cinquecento medici e accademici – tra cui cinque premi Nobel – ha lanciato un attacco molto pubblicizzato alla testata e al suo direttore per la pubblicazione della lettera aperta, definita «propaganda d'odio estremista», e per un «uso grossolanamente irresponsabile [della rivista] per scopi politici», mentre altri hanno descritto la pubblicazione della lettera come «bigottismo antiebraico». Le accuse sono state diffuse capillarmente ed i firmatari dell’attacco hanno minacciato un boicottaggio accademico dell'editore, Reed Elsevier, se non avesse preso provvedimenti contro Horton. Il quale non censurò la lettera, ma optò “igienicamente” per le pubbliche scuse accettando l'offerta di visitare l'ospedale Ramban in Israele, promettendo – a titolo risarcitorio – una serie sulla salute in Israele, pubblicata nel 2017. Nell'agosto 2019, cinque anni dopo, «The Lancet» ha accettato di pubblicare una lettera da Israele – firmata da Julio Rosenstock ed altri – che mostra l'impatto duraturo dei fatti del 2014 sulla rivista, liquidati come «chiara manifestazione di antisemitismo – definendo la corrispondenza degli autori – profondamente antisemita e anti-Israele». Rosenstock e sodali si vantavano inoltre di aver domato una rivista medica internazionale. Noi, firmatari della lettera aperta, avevamo certamente il diritto di replica agli insulti antisemiti in una rivista medica di grande visibilità. Ci è stato negato. LE FERITE RIMANGONO La cartina di tornasole a cui Horton e «The Lancet» sono stati sottoposti non è nata da presunte violazioni degli standard editoriali secondo i criteri accademici comunemente accettati. È nata dalla necessità politica di difendere strenuamente Israele e le sue politiche. Nel 2014 le pressioni filo-israeliane hanno messo in crisi un editore di principi e un punto di riferimento mondiale nel campo della salute, mettendo a rischio la rivista e i suoi editoriali. La reputazione di Horton, precedentemente esemplare, ne esce macchiata. A distanza di oltre dieci anni le ferite rimangono, ancora in grado – parrebbe – di influenzare le decisioni editoriali. Dal 2023 la rivista ha pubblicato alcuni articoli rilevanti su Gaza. Nell'area dell'etica professionale, fondamentale per una rivista medica, «The Lancet» sembra disposto a pubblicare molto di ciò che i medici israeliani gli inviano, compreso il pubblico sostegno al bombardamento degli ospedali, ma non concede spazio ad interventi di correzione basati su prove da parte di altri medici e accademici. Per i difensori di Israele, questa è stata una campagna di successo capace di mettere all’angolo una voce scientifica eminente ed il suo garante. Con le parole di Julio Rosenstock, «Horton ha ora una migliore comprensione della realtà sul campo». Questa distorsione politica s’è resa evidente anche nei resoconti su Gaza di altrettanto eminenti riviste statunitensi, in particolare il «New England Journal of Medicine» ed il «Journal of the American Medical Association». Una questione fondamentale in tutta questa vicenda è che nessun critico – compresi medici e accademici – ha mai cercato di esaminare le prove a supporto degli articoli che hanno trovato così offensivi. Nessun accademico ha scelto di interrogare, ad esempio, i rapporti di Human Rights Watch , Amnesty International o Physicians for Human Rights-Israel . Gli attacchi sono stati crudamente ad hominem e l'"antisemitismo" è stato generalmente descritto come la ragione degli autori. L'"addomesticamento" di «The Lancet» dimostra come – anche nell'era della medicina basata sull'evidenza – anche i professionisti possano continuare a ignorare le prove, di pubblico dominio rese da organizzazioni prestigiose, e continuare ad attaccare chi le pubblica. L'affinità politica o l'identità sociale prevalgono sull'etica medica, sollevando questioni fondamentali sulla libertà accademica delle riviste scientifiche di pubblicare su Israele e Palestina. Consigli di lettura. N. Barrows-Friedman, Inside Gaza hospital under attack ; Gaza is the slaughterhouse ; Emergency medicine doctor reveals what she saw in Gaza . In «The Electronic Intifada», 2025. R. Khalidi - T. Ali, The neck and the sward , in «NLR» n. 147. A. Zevin, Gaza and New York , in «NLR» n. 144. P. Anderson, The house of Zion , in «NLR» n. 96. I. Pappé, The Collapse of Zionism , in «NLR» n. 147; Can Zionism Survive the Current War in Gaza? in «Middle East Eye», 4 novembre 2024. O. Barghouti, Why I Believe the BDS Movement Has Never Been More Important than Now , in «The Guardian», 16 ottobre 2023. Derek Summerfield è un medico accademico operativo a Londra, impegnato da trentatré anni in campagne per i diritti umani in Israele e Palestina.
- selfie da zemrude
La beauté sera convulsive OU ne sera pas foto di Carlo Accerboni e Giancarlo Pesce <> è un’azione vocale intensa e stratificata di Franca Fioravanti, con drammaturgia di Marco Romei e sonorizzazione di Stefano Bertoli, presentata al 31° Festival Internazionale di Poesia di Genova. Ispirata alla visione surrealista di André Breton, l’opera esplora l’amore nella sua forma più irregolare, inquieta e rivelatrice. Attraverso testi di Zeichen, Szymborska, Merini, Kahlo, Müller e Majakovskij, la voce di Fioravanti si fa corpo e materia sonora, fondendosi con la musica in una partitura emozionale che oscilla tra eros e silenzio, tensione e quiete. Ne emerge un’esperienza poetica e performativa in cui la bellezza, come in Breton, è sconvolgente e impossibile da confinare. <> è la frase finale di Nadja di Bretòn. Con essa Breton mette le basi per un concetto che elaborerà nove anni dopo nel celeberrimo L’Amour fou : la bellezza non è statica, armoniosa, piacevole, ma è dirompente, sconvolgente, e si concretizza nel rapporto reciproco tra gli stati di movimento e quiete. «Una bellezza simile non potrà sprigionarsi che dal senso acuto di cosa rivelata, dall’integrale certezza procurata dall’irrompere di una soluzione, che, in forza della sua natura stessa, non poteva giungerci attraverso i limiti logici consueti». E ancora «la bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosiva-fissa, magico-circostanziale o non sarà». Nel paradigma irregolare di amori diversamente vissuti, quindi ancor più sorprendente e convulsa testualmente, si dipana l’azione poetico musicale di Franca Fioravanti e Stefano Bertoli, variazione della drammaturgia originale di Marco Romei. Si passa dalla deflagrazione muta del colpo rimasto in canna de il nome rimosso, taciuto anziché esser urlato al vento, di Valentino Zeichen, alla fusione assoluta con l’altro, completamento e dissoluzione, di un testo che la rete attribuisce alla Szymborska. All’infatuazione di Ada Merini per la propria condizione di innamoramento, che è ali e tormento, risponde la presa di coscienza materica ed essenziale di Frida Kahlo, in equilibrio tra illusione e caffè mattutino. Al centro della piece , incastonata fra Merini e Kahlo, brilla come Lacrime di Batavia la bellezza convulsa, erotico-svelata, del frammento di Quartett di Heiner Müller. È il momento di teatro più alto, in cui la musica si interrompe e il funambolismo interpretativo di Franca mima l’espansione dell’io nella riduzione dell’altro a mero oggetto di piacere. L’amore si fa buio, silenzio e pietra.Al silenzio del baratro creato da un tale amore, risponde l’allontanamento, l’assenza di desiderio, la ricerca di nuovi sogni. Così, richiamato dal bambino nel cuore meriniano, irrompe l’amore iperbolico ed elementale di Majakovskij della Lettera al compagno Kostròv da Parigi sulla sostanza dell’amore. Il viaggio pare terminare una volta approdati a Itaca dove Penelope/Molly ci accoglie con il suo sì , ma, ci avverte Franca con chiusa ironica, la bellezza convulsa non può aver requie: «C’è un incontro fissato, ancora senza ora e senza data, per trovarci. Io sarò lì, puntuale, non so tu».Il testo fortemente movimentato, dalle diverse profondità e altezze, esalta le qualità interpretative di Franca Fioravanti, in questa azione vocale che rende la voce corpo e il corpo voce, sfruttando ogni muscolo e sonorità: «attraverso il potere del suono della voce, i cambi di ritmo, di tono e di registro, le parole sono stati d’animo, immagini, e creano uno spazio dove lo spettatore può immergersi nella visione». Franca Fioravanti crea una partitura vocale dosando la parola e trasformandola attraverso un continuo gioco alchemico fra il significante e il silenzio; la voce tesse il suono delle parole diventando grido, sussurro, gemito, onomatopea , intonandosi al flusso musicale di Stefano Bertoli che coglie la bellezza esplosiva-fissa citata da Breton e ripresa da Pierre Boulez nel suo ...explosante-fixe... Al moto vocale e fisico di Franca fa controcanto il fluire rassicurante del tessuto sonoro di Stefano, in un’evocativa rispondenza tra tensione e fermezza, voce e silenzio. La sensazione che rimane è quella di una coerenza viva e distaccata, matura e sacrale, che ricorda gli angeli berlinesi, ma che è anche la stessa di Breton, che da Nadja si allontanò per poterla rendere oggetto del suo immaginario. Che poi Nadja sia la forma breve di Nadezha (speranza) ed evochi lo spagnolo Nadie (nessuno), beh, non è che detto che sia un’altra storia. In ogni caso, se ce la racconterà Franca saremo lì ad ascoltarla. La bellezza sarà convulsa o non sarà Azione vocale di e con Franca Fioravanti Drammaturgia di Marco Romei Sonorizzazione di Stefano Bertoli è stata presentata al 31° Festival Internazionale di Poesia di Genova il 10 giugno 2025. Carlo Michele Marenco negli anni Novanta è stato coordinatore della rivista letteraria «Il Babau». È membro di Genova Voci, associazione per la promozione della letteratura attraverso l’espressione vocale.












