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- post-poetica
Due prose inedite Sophie Durand Molti e differenti sono i modi di affrontare contemporaneità, storia e microstoria, facendo scrittura di ricerca. Uno di questi affiora nei due inediti di Francesca Perinelli proposti qui. Il primo legato al nodo necessario e insieme problematico (talvolta... inaccettabile) che lega le immagini, il "film", all'ingiustizia - anche laddove è solo con le immagini che si pensa di poter 'restituire' alcuni dati. Il secondo testo, diversamente/analogamente, applica la tecnica dell'allargamento di campo della macchina da presa: dalla quotidianità all'orrore, includendo questo in quella; così facendoci riflettere su quanto il flusso delle figure ci investa senza interne soluzioni di continuità. montare un caso – istruzioni e un esempio pratico lo sfratto era stato rinviato un centinaio di volte una lunga serie di ciak a volte ripetuti in gran numero è stato fondato a Milano nel 1975 il materiale è costituito da varie scene venne sgomberato nel 1994 l'ordine delle riprese non è cronologico era stato nuovamente notificato per il 9 settembre si è però deciso negli ultimi giorni un colpo secco - era stata avviata una raccolta fondi per resistere durante le riprese aveva presentato una manifestazione d'interesse al comune per un immobile un colpo secco, durante le riprese, viene battuto da un membro della troupe - le operazioni sono iniziate intorno alle 7.30 per comprendere l'importanza di questo momento poco conosciuto, facciamo un esempio concreto. consideriamo una scena di dialogo dove, in fase di ripresa, siano state girate una serie di inquadrature secondo uno schema classico giovane : - lei chi è? ministro : - il ministro dell'interno giovane : - dopo quarant'anni di nuovo uno sgombero ad agosto. non mi pare una buona idea ripetere il passato. avevano richiesto l'uso della forza pubblica per il 9 settembre, è vero? ministro : - oggi finalmente viene ristabilita la legalità. tolleranza zero. - tira fuori un video e lo porge al giovane il giovane lo guarda incredulo e rimane in silenzio: sullo schermo una donna afferma: "in uno stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità. le occupazioni abusive sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole” ministro : - la conosceva? giovane : - la verità... perché non dice la verità, cosa vuole nascondere? è in questo momento che il montatore inizia a tessere la sua tela e a realizzare il film * l’osservatore il tavolo ha struttura e piano di legno verniciato di marrone scuro lucido. attorno e sopra, odore di frittata alle verdure consumata da poco sul tavolo su cui sta una lampada di produzione cinese con stelo e base in plastica argentata e un coperchietto, sempre in plastica, di colore bianco. è accesa e manda una luce fioca di tonalità calda. accanto alla lampada stanno due fogli stampati e commentati e matita con grafia irregolare a larga. poco oltre, la copia di una rivista e un gatto che vi dome sopra e sussulta ogni tanto per il baccano dei vicini proveniente dalle finestre aperte per il caldo anche a tarda ora. sopra l’altra porzione di tavolo stanno un telefono nero collegato a un cavo bianco che termina con una presa nel muro e un pc acceso con sopra due mani e relativi avambracci di un’entità umana con occhi fissi su un uomo giovane dai capelli corti, la barba di qualche giorno e una maglietta grigia, steso supino su un pavimento a scacchi bianco e rosso. è in preda a convulsioni per i lacrimogeni lanciati poco prima nel supermercato. alcune mani cercano di calmarlo passando ripetutamente sul suo torace. scuote la testa da un lato all’altro, dietro di lui sono incolonnati pacchi di bottiglie d’acqua e di coca cola incellofanati. ora è inquadrato un uomo di mezza età con una camicia bianca e il simbolo della mezzaluna rossa stampata sulla manica visibile. l’operatore allontana a gesti le altre persone, ferma la testa dell’uomo con le proprie mani, gli parla in arabo. l’uomo sembra comprendere quello che gli viene detto ma non smette di tremare. i suoi occhi sono aperti. la fine del video blocca il suo sguardo mentre trapassa lo schermo. il tavolo scompare, l’osservatore si scopre creato dall’uomo
- konnektor
Rivolta sull’Himalaya Enzo Patti L’irruzione di nuove masse popolari sulla scena politica ha scatenato una crisi irreversibile del sistema politico nepalese, la cui trasformazione strutturale dipende tuttavia dalla capacità di questi nuovi soggetti politici di diventare forze realmente antisistemiche e veramente costituenti. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , rivista pubblicata a Madrid dall’Istituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Quando migliaia di adolescenti e ventenni nepalesi si sono riuniti l’8 settembre scorso nel quartiere degli edifici governativi di Kathmandu, per la maggior parte di loro si trattava della prima esperienza politica. Il fattore scatenante immediato delle proteste, che già da diversi giorni stavano prendendo piede, è stato la mesa al bando da parte del governo di oltre due dozzine di social media. Ma i manifestanti della «Generazione Z», come sono stati soprannominati, avevano obiettivi più ampi: l’élite politica cleptocratica del Nepal, con i suoi stili di vita opulenti esibiti sui profili social dei propri figli, ignari delle difficoltà affrontate dai nepalesi comuni. Gli eventi hanno presto preso una piega violenta e sorprendente, quando la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti disarmati, dopo che alcuni di loro avevano abbattuto le barriere di protezione erette vicino al Parlamento. Diciannove persone sono morte in poche ore e centinaia sono state ricoverate in ospedale. Proiettili di gomma e proiettili veri hanno continuato a fischiare fino a notte fonda. La violenza ha catalizzato la più grande rivolta urbana nella storia moderna di Kathmandu. Il 9 settembre, folle inferocite hanno incendiato la capitale, dando fuoco a ministeri, tribunali, case di politici e di magnati dell’industria, stazioni di polizia e aziende. Scene simili si sono ripetute in tutto il Paese, col risultato di ridurre in cenere i simboli locali dell’autorità. La rivolta ha attirato molti più partecipanti rispetto al numero di coloro che erano stati attaccati il giorno prima, compresi sostenitori di partiti politici e gruppi di sottoproletari alleati con monarchici e nazionalisti indù. Il ministro degli Affari esteri e suo marito (un ex primo ministro) sono stati aggrediti nella loro casa. Il primo ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso e si è rifugiato in una caserma dell’esercito; il presidente del Paese è stato messo in isolamento. Ad eccezione delle truppe che pattugliavano le strade, lo Stato sembrava essere scomparso. Il numero finale dei morti ha superato i settanta, mentre il numero dei feriti è salito a duemila. Poco dopo la caduta del governo, l’esercito, che ha assunto un ruolo politico attivo per la prima volta nella storia moderna del Paese, ha invitato il movimento di protesta a nominare un rappresentante per formare un governo. Sushila Karki, una giudice in pensione di 73 anni, nota per la sua integrità professionale, è stata scelta con una sorta di sondaggio fatto in una chat dell’applicazione di messaggistica istantanea Discord. Il Parlamento è stato sciolto e il governo provvisorio di Karki, formato da tecnocrati e funzionari senza affiliazione partitica e sostenuto dal movimento, ha avuto l’incarico di indire elezioni entro sei mesi. Questi eventi segnano una rottura senza precedenti nella politica nepalese. A prima vista, questa rivolta ha provocato il rovesciamento del governo apparentemente più forte degli ultimi anni, una coalizione guidata dal Partito Comunista Nepalese (Marxista-Leninista Unificato) di K. P. Oli e sostenuta dal Congresso Nepalese di tendenza liberale, che godeva di una maggioranza di due terzi nel Parlamento nazionale. Ma le ultime settimane suggeriscono che sono in atto cambiamenti più profondi nella politica nepalese: due generazioni di politici, che hanno dominato la vita pubblica dall’inizio degli anni ‘90, sono state emarginate, almeno per il momento, ed è stato messo in crisi l’ordine politico in vigore dal trionfo del movimento democratico nel 2006. Lo smantellamento della monarchia autocratica indù del Nepal e il processo di inclusione dei maoisti, un tempo ribelli, come forza legittima nella politica democratica sono stati supervisionati dai principali partiti nepalesi, il Congresso Nepalese e il Partito Comunista Nepalese (Marxista-Leninista Unificato), entrambi ora screditati ed emarginati. In realtà, questo accordo post-2006 – ufficialmente fondato sul trittico secolarismo, federalismo e repubblicanesimo – ha sempre rispecchiato le divisioni irrisolte di tipo regionale, etnico, di casta e di classe. La Costituzione del 2015, andata in porto dopo un decennio di false partenze, ha rappresentato un compromesso inadeguato. Da allora, i principali partiti nepalesi hanno iniziato in pratica a convergere, diventando oligopoli politici praticamente indistinguibili, senza praticamente alcuna opposizione e apparentemente impermeabili agli scandali sempre più gravi che affliggono il Paese. Il potere ruota tra coalizioni intercambiabili formate dai tre partiti principali, mentre la carica di primo ministro passa da uno all’altro degli stessi tre leader (K. P. Oli ricopriva la carica di primo ministro per la quarta volta). La rivolta non solo ha spazzato via questo sistema, almeno temporaneamente, e con esso le vecchie strutture di clientelismo politico organizzate finora dai quadri dei rispettivi partiti; altrettanto inequivocabile è il crollo di un’intera grammatica ideologica, che stava a fondamento del pensiero e del dibattito politico in Nepal fin dagli anni '60. Si trattava di un linguaggio di diritti, redistribuzione e status, portato avanti dai gruppi liberali e di sinistra, che perseguivano la democrazia parlamentare e intendevano affrontare le divisioni di classe e regionali realmente esistenti nel Paese. L’istituzione di una repubblica laica è stato il grande successo ideologico di questo linguaggio politico. I suoi principali sostenitori – i partiti politici, le ONG e la stampa – sono oggi, tuttavia, tra le istituzioni più screditate del Nepal. Offuscate dal loro legame con un ordine politico corrotto, questi ideali hanno lasciato il posto a slogan contro la corruzione – forse il motto del movimento – e a favore del buon governo e del merito. Il Nepal è il terzo Paese della regione in cui una rivolta popolare ha rovesciato il governo negli ultimi anni: le proteste nepalesi seguono le rivolte che hanno rovesciato la dinastia Rajapaksa in Sri Lanka nel 2022 e il regime di Sheikh Hasina in Bangladesh nel 2024. I tre movimenti erano guidati da una popolazione urbana, spesso composta da migranti recentemente arrivati nelle città, che non erano stati integrati nelle rispettive economie nazionali, tutte caratterizzate da una grande disuguaglianza. Tuttavia, i manifestanti dello Sri Lanka e del Bangladesh hanno sfruttato strategicamente le reti di attivisti e le formazioni politiche esistenti, sia quelle di recente creazione che quelle già consolidate. L’Aragalaya , nome dato al movimento di protesta dello Sri Lanka, ha unito sindacati, federazioni studentesche e vari collettivi di attivisti; in Bangladesh la mobilitazione guidata dagli studenti ha ricevuto il sostegno del partito di opposizione Bangladesh Nationalist Party e dell’Islamic Assembly of Bangladesh. La rivolta in Nepal, al contrario, è stata caratterizzata da una profonda ostilità nei confronti dei partiti politici ed è stata in gran parte estranea ad altre istituzioni tradizionali di azione collettiva, come sindacati, gruppi studenteschi e associazioni professionali. Tali istituzioni non sono riuscite a offrire spazio alla popolazione giovane del Nepal, ma hanno spesso fatto da porta d’accesso al lucroso mercato della fornitura di servizi pubblici, monopolizzato dai tre grandi partiti, un sistema che ha alimentato la corruzione tra le élite e il risentimento tra i giovani emarginati. In questo contesto, la messa al bando dei social media, fatto che ha scatenato la protesta, è stata vista come un attacco all’unico spazio collettivo su cui i giovani nepalesi sentivano di avere un certo controllo. Il rifiuto dei vecchi modelli politici è stato alimentato da diversi processi ed eventi. Il Nepal non ha subito un collasso economico debilitante né un’inflazione galoppante, come invece è accaduto in Sri Lanka, né una repressione governativa prolungata, come è avvenuto in Bangladesh. Tuttavia, il reddito pro capite è di 1400 dollari all’anno, uno dei più bassi della regione, e i nepalesi hanno visto scarsi miglioramenti nelle loro prospettive economiche negli ultimi anni, nonostante la riforma costituzionale del 2015 e la sua retorica inclusiva. Circa l’80% della popolazione lavora nel settore informale del Paese, spesso in condizioni precarie e con salari bassi, e oltre il 20% dei giovani è disoccupato. Negli ultimi tre decenni, la principale valvola di sfogo per questa pressione demografica di sottoccupazione giovanile è stata l’emigrazione di manodopera su larga scala, che l’accordo post-2006 non è riuscito a frenare. Tra il 2008 e il 2022, 4,7 milioni di nepalesi, in un Paese di 30 milioni di abitanti, hanno ottenuto nuovi permessi di lavoro per emigrare. Le rimesse inviate dall’estero al Nepal rappresentano un terzo del PIL nepalese, superando il totale degli aiuti e degli investimenti stranieri. (Casi di corruzione, che coinvolgono ministri del governo, hanno riguardato il rilascio di visti o programmi di reinsediamento di rifugiati legati al traffico di lavoratori). La destinazione principale della classe rurale, spesso proveniente da famiglie che abbandonano l’agricoltura, sono le economie emergenti del Golfo e del Sud-Est asiatico. Nel 2023 oltre 770.000 nepalesi hanno ottenuto permessi di lavoro per lavorare in queste regioni. Si parla meno del numero considerevole di membri della piccola borghesia e della classe media di estrazione urbana che sono emigrati in Occidente, di solito con il pretesto di proseguire gli studi superiori. In realtà, una parte importante dei manifestanti era costituita da studenti, molti dei quali speravano che un titolo universitario e un passaporto garantissero loro una posizione migliore all’interno della forza lavoro di reserva globale. Da notare, d’altra parte, l’esodo molto più consistente di nepalesi verso l’India, sia per motivi di lavoro che di istruzione, nonché la massiccia emigrazione attraverso reti illegali. Il movimento di protesta – all’interno del quale molti dei partecipanti provenivano da contesti provinciali e spesso da caste inferiori – rappresenta un luogo di convergenza di questi segmenti socialmente eterogenei. Il loro modus operandi spontaneo e orizzontale è in parte il risultato della loro esperienza generazionale. La loro memoria di un’azione collettiva non si richiama all’insurrezione maoista dei primi anni ‘90 e 2000, ma al volontariato di base in risposta ai terremoti del 2015. Grazie all’economia globale delle donazioni e alla diffusione della cultura delle ONG in Nepal, le organizzazioni non profit gestite dai giovani sono proliferate, affrontando problemi di ogni tipo, dalla carenza di cibo alle molestie sessuali fino alla discriminazione di casta. Tra i coordinatori delle proteste dello scorso settembre c’era una di queste ONG, Hami Nepal, nata dopo il terremoto e cresciuta durante la pandemia di Covid-19. Per chi è lontano dalla politica convenzionale, queste mobilitazioni decentralizzate sono diventate un modo per essere politici senza fare politica in modo tradizionale. Ideologicamente, l’immaginario di coloro che hanno guidato le proteste è stato anche formato da un’ecologia dell’informazione radicalmente trasformata. Un uso maggiore dei telefoni cellulari e un acceso più semplice ed economico ai dati hanno eroso il dominio del giornalismo e dell’analisi tradizionali, dando vita a uno spazio mediatico alternativo, che tende al reazionario e devia facilmente verso il complottistico. Le piattaforme che diffondono voci contrarie all’establishment eclissano i media tradizionali in termini di influenza e partecipazione. In questi spazi, la politica nazionale è spesso considerata un’estensione della competizione tra le grandi potenze, mentre i politici e i giornalisti sono visti come servitori delle agenzie di intelligence straniere. È interessante notare che gli immobili della più grande azienda mediatica del Nepal erano tra gli edifici incendiati il 9 settembre. Cresciuti in questa sfera pubblica trasformata, i giovani nepalesi sono spesso profondamente scettici nei confronti della politica tradizionale. Dato che la politica non è più considerata un mezzo per mediare tra gli interessi e le idee in conflitto nella società, prevale una sorta di demonologia politica fatta di «agenti», «infiltrati» e «traditori». Le teorie un po’ confuse che spiegano il mondo ed esagerano la posizione del Nepal nelle questioni globali mantengono un fascino seducente per settori importanti della popolazione. Il risultato della transizione politica in corso, sebbene impossibile da prevedere con certezza, dipenderà in parte dall’interazione delle forze e dei gruppi di interesse che competono per ottenere influenza. Un angolo dell’arena politica è occupato dal governo provvisorio di Karki, i cui funzionari mantengono legami segreti con i manifestanti; in un altro siedono, screditati, ma anche scontenti e potenzialmente poco collaborativi, i tre principali partiti. A causa dei fallimenti mortali dei loro vecchi leader, c’è da aspettarsi che si verifichino lotte interne per il loro controllo. Tuttavia, nonostante la loro impopolarità, la loro capacità organizzativa rimane ineguagliabile. Un terzo blocco chiave è costituito dai sindaci indipendenti recentemente eletti, alcuni dei quali sono arrivati a raccogliere un seguito su scala nazionale, e da una manciata di partiti di recente creazione, la cui fama sui social media compensa la loro mancanza di organizzazione e di struttura ideologica coerente. Sebbene questi attori siano in contrasto tra loro, condividono un obiettivo comune: la caduta del vecchio sistema. Anche i monarchici e i nazionalisti indù aspettano dietro le quinte. Sostenuti da provocatori ben finanziati, hanno cercato di trasformare la crisi in caos nella speranza di minare la fiducia dell’opinione pubblica nella repubblica laica. Infine, ci sono diversi partiti di livello regionale che affermano di rappresentare comunità etniche emarginate. Nati dalla promessa di decentralizzazione fatta dopo la guerra civile, queste forze, un tempo potenti, continuano a diffidare di qualsiasi minaccia alla struttura federale del Nepal. E, infine, c’è l’esercito, pronto a intervenire nuovamente se l’ordine pubblico dovesse crollare. Sebbene il governo di Karki goda di una buona dose di fiducia da parte dell’opinione pubblica, è fragile, il che è in parte dovuto alla natura del movimento senza leader che, in teoria, lo guida. Nessuno sa se coloro che affermano di rappresentarlo tengano presente le tendenze espresse dalle chat, leggano lo stato d’animo della strada o semplicemente prendano le loro decisioni tra di loro. Il governo è anche gravato da aspettative divergenti, e talvolta contraddittorie. Sebbene il suo obiettivo principale sia quello di indire le elezioni, ci si aspetta anche che il governo indaghi sugli omicidi dell’8 settembre scorso e sui disordini del 9. Molti si aspettano che avvii indagini sui principali scandali di corruzione e persegua i colpevoli. Tuttavia, il fattore decisivo è forse la posizione del governo rispetto alla Costituzione del 2015. Creata dai tre partiti oggi destituiti, la solidità delle sue disposizioni fondamentali è sempre più messa in discussione e alcuni sostengono che tale Costituzione dovrebbe essere completamente abrogata. L’uso del sistema proporzionale nelle elezioni parlamentari e l’istituzione di governi provinciali nell’ambito di una struttura federale sono stati oggetto di critiche specifiche. Da parte loro, i rappresentanti del movimento chiedono che un esecutivo eletto dal popolo sostituisca il primo ministro espressione della volontà del Parlamento, presupponendo così che il governo sarebbe meno prigioniero della politica dei partiti. Queste iniziative costituzionali potrebbero aprire nuove divisioni, anche tra il governo ad interim e i protagonisti delle proteste. Anche le attività di attori non statali possono rappresentare delle difficoltà. Dall’inizio delle proteste, i media tradizionali, gli opinion leader e le persone influenti della regione e dall’estero si sono impegnati a fondo per attribuire il cambiamento di regime, di volta in volta agli Stati Uniti, all’India o alla Cina, a seconda di chi si esprime. Il conduttore televisivo di estrema destra Arnab Goswami, ad esempio, preoccupato per il deterioramento delle relazioni dell’India con gli Stati Uniti, suggerisce che quest’ultimo Paese abbia avuto un ruolo nelle proteste, vedendole come un’ulteriore prova – dopo Colombo e Dacca – dell’accerchiamento e dell’isolamento strategico dell’India. Non va sottovalutato il potere di questi discorsi nell’influenzare la politica in Nepal. I militanti nazionalisti indù degli Stati settentrionali dell’India, che hanno cercato attivamente partner nella politica nepalese, pongono minacce concrete di altro tipo. Ma il futuro politico immediato del Nepal dipende in gran parte dall’evoluzione della sua «Generazione Z», un’espressione che crea confusione più di quanto spieghi. L’8 settembre, era incentrato su un gruppo informale di studenti delle scuole superiori e universitari, alcuni online, altri nelle strade. Il giorno dopo, con il Paese in fiamme, l’espressione «8 settembre» era diventata una categoria politica e le folle di giovani che manifestavano contro il divieto dei social media si sono ritrovate improvvisamente al centro di una rivolta esistenziale. Tuttavia, con il placarsi del fervore della ribellione e in assenza delle strutture organizzative e del bagaglio ideologico dei movimenti più convenzionali, la coalizione dei giovani nepalesi potrebbe andare incontro a dispersione o addirittura a fratture, soprattutto se le vie per emigrare si restringono. Dallo scoppio delle proteste, gli Emirati Arabi Uniti hanno smesso di rilasciare visti di lavoro e di viaggio ai cittadini nepalesi, mentre Australia, Canada e Stati Uniti hanno inasprito le loro politiche, che colpiscono sia gli studenti internazionali che i potenziali migranti. La riduzione delle opportunità economiche può mettere a dura prova la solidarietà politica in un momento in cui la sua necessità è sempre più sentita. La calma è tornata nelle strade di Kathmandu, ma è una calma che esprime sia la disperazione collettiva che il raggiungimento di un risultato trionfale. Il disincanto da solo è qualcosa di rischioso su cui costruire alleanze. Tuttavia, il fatto che giovani di origini e background sociali molto diversi si siano decisamente lanciati nel campo della politica può essere un segnale di un futuro migliore, o almeno così sperano molti. Saranno i prossimi sei mesi a dirlo. Testi consigliati Achin Vanaik, La nuova Repubblica dell’Himalaya , «NLR» 49 Luca Mangiacotti, In Nepal, la Generazione X sta facendo una rivoluzione , «Diario Red» 04/10/25 Naoami Hossain Luglio sanguinoso in Bangladesh , «Diario Red» 04/08/24 Shubhanga Pandey è dottoranda presso il Dipartimento di Storia dell’UCLA ed ex redattrice capo di « Himal Southasian » .
- podcast
Presentazione libro: La logistica in Italia di Andrea Bottalico Martedì 11 novembre la redazione di ahida ha presentato il libro di Andrea Bottalico presso la Casa del Municipio I in via Galilei 53. Moderati da Alberto Violante, erano presenti l'autore Andrea Bottalico , Marco Verruggio di puntocritico.info , Pedretti di Usb, Musso Sicobas, Petrarolo di Usb Porti di Civitavecchia e Amoroso di Cub Trasporti. Grazie allo studio di Bottalico, il dibattito si è inizialmente concentrato sul bilancio delle lotte sindacali nel settore della logistica negli ultimi quindici anni. Oggi, però, il panorama è cambiato. Parallelamente all’avanzamento delle battaglie operaie e al miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, le aziende del comparto hanno investito in innovazione. La logistica continua a rappresentare un nodo centrale nella produzione capitalista contemporanea, ma è un settore in rapida trasformazione. Resta dunque aperta una domanda: la componente operaia e sindacale sarà in grado di raccogliere questa sfida? Al seguente link potete trovare la recensione del volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Buon ascolto! Podcast: https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/19bc0ab4/presentazione-libro-la-logistica-in-italia-di-andrea-bottalico Spotify: https://open.spotify.com/episode/4YnQwqWlp1DM4o4tRFMCap?si=-SxtZfnWS8SbhieS2mgiTA
- scienza e politica
Politica contro Scienza Luca Saraceni È indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? La Politica contro la Scienza? Non mi sarei mai immaginato di scrivere un articolo come questo, io che ho iniziato la maturazione politica nel 1968 denunciando l’uso della Scienza da parte del capitale. Allora si trattava di demistificare la «neutralità» della scienza, mostrando come la scienza fosse spesso usata e a volte diretta in funzione delle scelte politiche della classe dominante. Un esempio inoppugnabile dell’alleanza fra Capitale e Stato nell’uso della scienza fu il Progetto Manhattan realizzato dagli Stati Uniti fra il 1942 e il 1946 con l’appoggio della Gran Bretagna e il Canada. Il progetto riunì eminenti fisici e rappresentanti dell’industria bellica americana per produrre l’arma finale, la bomba atomica. Il potere politico ed economico hanno sempre influito sulle scelte strategiche della scienza, indirizzando la ricerca scientifica ai loro fini attraverso politiche di ricerca e finanziamenti mirati. Negli ultimi decenni, la scienza accademica, nei paesi detti occidentali, è riuscita a ottenere una certa autonomia, purché fosse all’interno delle scelte politiche strategiche degli Stati. Con lo sviluppo accelerato delle tecnologie, la scienza applicata ha preso il sopravvento nei piani nazionali di ricerca. C’è bisogno assoluto di una collaborazione stretta fra scienza fondamentale e scienza applicata, particolarmente nei campi della ricerca energetica e biologica. Tuttavia le scelte politiche dei paesi industrializzati, convinti che la tecnologia sia il motore di progresso economico e di profitti a breve termine per le aziende, hanno sbilanciato quest’equilibrio verso la ricerca applicata. Lo hanno fatto attraverso la definizione delle priorità strategiche, l’allocazione di fondi pubblici e la creazione di partenariati fra ricerca accademica e aziende private, a profitto di quest’ultime. Gli Stati Uniti, usciti indenni dal secondo conflitto mondiale, grazie alla loro ricchezza e al loro statuto di superpotenza, sono stati il paese che ha assicurato il più forte sviluppo della ricerca scientifica, seppure con attenzione privilegiata allo sviluppo tecnologico (Research and Developpement). Benché il fine di questi investimenti sia il profitto privato, i governi degli Stati Uniti avevano capito il valore strategico della ricerca accademica e avevano finora assicurato una larga autonomia alle sue istituzioni. È proprio da questo paese, gli Stati Uniti, che, sotto la presidenza Trump, la politica ha scatenato un’offensiva senza precedenti contro la scienza. Nel luglio di quest’anno, il Dipartimento dell’Energia ha pubblicato un rapporto che rimette in causa gli effetti nefasti del cambiamento climatico, in aperta contraddizione con il rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC), il più autorevole organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Lo scopo è di invertire la politica federale attuale, basata sul riconoscimento che il riscaldamento per effetto serra rappresenta una minaccia per il benessere pubblico e così permettere il rilancio dell’industria delle energie fossili. Trump aveva già firmato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima pochi giorni dopo il suo insediamento alla presidenza e si appresta a tagliare i fondi alla National Oceanic and Atmospheric Administration, l’Agenzia Federale che si occupa delle previsioni meteorologiche, del monitoraggio del cambiamento climatico e dello studio del mare. Il suo Segretario alla Salute, Robert Kennedy Jr., ha annunciato il licenziamento di 10.000 persone impiegate nelle principali istituzioni di ricerca degli Stati Uniti, il National Institutes of Health, la Food and Drug Administration, e il Center for Disease Control and Prevention. A giugno Kennedy aveva licenziato tutti gli esperti della Commissione di consulenza sulle pratiche di immunizzazione. Ha in seguito cancellato il finanziamento di ventidue progetti vaccinali basati sulla tecnologia dell’acido ribonucleico messaggero (mRNA), bloccando di fatto lo sviluppo di questa tecnologia, considerata uno dei maggiori progressi nella ricerca vaccinale. La tecnologia del mRNA infatti permette una produzione rapida e adattabile all’evoluzione del patogeno, cruciale in caso di nuove pandemie. È stato valutato che i vaccini mRNA hanno salvato milioni di vite durante la pandemia di Covid. Kennedy Jr., sostenuto da Trump, vuole invece dirigere la ricerca scientifica sui presunti legami fra vaccini e autismo, non confermati dagli studi scientifici. I tagli complessivi dei fondi per la ricerca fondamentale previsti dall’amministrazione Trump vanno dal 34% al 50%. La National Science Foundation, nota per sostenere una ricerca fondamentale relativamente indipendente, si vedrà tagliare il budget del 56%. I criteri per decidere la riduzione di finanziamenti, la soppressione di agenzie di ricerca e di programmi scientifici non hanno nulla a che vedere con la scienza. Sono basati sulla volontà presidenziale di farla finita con i programmi che da lontano o da vicino siano in rapporto con i cosidetti « DEI » (Diversità, Equità, Inclusione). Per ritrovare nella storia esempi comparabili di un tentativo di asservimento della scienza all’ideologia, bisogna risalire all’Unione Sovietica di Stalin degli anni ’30-50 del secolo scorso. Secondo una dichiarazione del Comitato Centrale del Partito comunista nel 1950 la purezza delle dottrine marxiste-leniniste doveva essere difesa in tutti i campi della cultura e della scienza. In quell’epoca tutte le ricerche in cosmologia erano state bloccate, in quanto la teoria dell’espansione dell’Universo era considerata idealista e reazionaria. Peggio, la crociata contro la genetica mendeliana e l’evoluzionismo darwiniano (che ricorda la crociata attuale di Kennedy contro i vaccini), costò il lavoro e la libertà a migliaia di genetisti sovietici e a molti di loro la vita. Le teorie e le applicazioni del genetista ufficiale del regime, Trofim Denisovič Lysenko, causarono conseguenze disastrose per l’agricoltura sovietica, contribuendo all’insorgenza di carestie fatali per milioni di persone. Tuttavia la guerra dichiarata dall’amministrazione Trump alla scienza ha caratteri diversi dai tentativi storici del suo utilizzo per fini politici. Non solo perché la distorsione della scienza durante il periodo stalinista obbediva a ragioni ideologiche, mentre la crociata di Kennedy contro i vaccini deriva solo dalle sue opinioni cospirazioniste. Non è solo l’asservimento della scienza che cercano Trump e il Trumpismo. È un attacco contro il sapere scientifico nel suo insieme. Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance l’ha detto chiaramente: «Le università sono il nemico» e l’amministrazione Trump ha tagliato i fondi destinati all’insegnamento e alla ricerca nelle università americane. Il nemico sono il sapere e il metodo scientifico, perché essi si basano non su illazioni ma su fatti. Il metodo scientifico è fondato sull’osservazione, sulla conduzione di esperimenti e sull’analisi dei dati ottenuti. Le ipotesi iniziali sono così sottomesse a verifica per formulare conclusioni affidabili. L’obiettivo delle campagne attuali contro il sapere è di seminare il dubbio. Mettere in discussione l’obiettività della scienza permette di proporre altre fonti di conoscenza e ciò è consono alla nuova era informatica che ha cambiato profondamente i processi d’informazione. Le nuove fonti di conoscenza, estranee non solo al mondo accademico, ma anche ai settori classici dell’informazione, giornali, riviste, libri e canali televisivi pubblici, sono costituite dalle reti sociali. Alla validazione dei risultati da parte della comunità scientifica, attraverso l’esame di esperti indipendenti (peer review), si sostituisce il parere soggettivo, la notizia, lo scoop. Esempi che sarebbero ridicoli, se non avessero causato drammatiche conseguenze, sono i suggerimenti di Trump, durante il suo primo mandato, di usare come rimedi contro il Covid iniezioni di varechina, o ancora farmaci di cui l’efficacia era dubbia o inesistente, come l’idrossiclorochina o l’antiparassitario ivermectina. Le più sfacciate controverità sono state affermate senza scrupoli, come l’asserzione del rapporto del Dipartimento dell’Energia che «il riscaldamento atmosferico porta un beneficio netto per l’agricoltura americana». Conclusioni contrarie a quelle del rapporto del GIEC, secondo cui il cambiamento climatico ha ridotto la produttività agricola negli Stati Uniti del 12,5 % rispetto al 1961. D’altra parte non è lo stesso presidente degli Stati Uniti, che, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, ha definito il riscaldamento climatico come «il più grande imbroglio giammai perpretato al mondo («the greatest con job ever perpetrated on the world»)? Le campagne lobbistiche sostenute dei grandi gruppi privati e il dubbio portato sull’oggettività della ricerca scientifica tendono a sostituire a una ricerca volta al servizio di tutti una pseudo-ricerca al servizio di pochi privati. I movimenti anti-Vax durante la pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti e in Europa hanno costituito un test a grande scala della capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso le reti da parte di cospirazionisti e cialtroni che si spacciavano come esperti. L’interesse politico dei movimenti anti-Vax non è passato inosservato alle formazioni di estrema destra negli Stati Uniti e in paesi d’Europa, come l’Italia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e anche la Francia, che si sono impossessate dei contenuti anti-scienza di queste campagne. All’attivismo anti-Vax si sono gradualmente sovrapposti gli attacchi contro altre tematiche sociali invise all’estrema destra: interruzione volontaria di gravidanza, suicidio assistito, educazione sessuale nelle scuole, per non parlare della violenta campagna anti LGBT+. Discreditare la scienza e speculare sulle differenze di opinioni fra scientifici (differenze normali, dato che la scienza è un processo verso la conoscenza e non una fede dogmatica) per sollevare dubbi sulla loro validità permette al potere, sia esso incarnato dallo Stato o proprio dei grandi gruppi privati, di introdurre e consolidare nuove «verità», consone ai loro interessi. La politica energetica dell’amministrazione Trump avrà gravi conseguenze per la popolazione mondiale, favorendo lo sviluppo delle energie fossili e aggravando i problemi, già critici, legati al cambiamento climatico. La campagna anti-vaccini danneggerà innanzitutto la popolazione degli Stati Uniti. La diminuzione della copertura vaccinale contro il morbillo sta già facendo sentire i suoi effetti, con un picco epidemico in Texas. Gli effetti deleteri non si limiteranno tuttavia agli Stati Uniti. Lo smantellamento del CDC e l’indebolimento della sorveglianza sull’epidemia di Influenza aviaria fra i bovini e altri mammiferi domestici ostacolerà la prevenzione di una possibile pandemia e metterà a rischio l’intera popolazione mondiale (vedi https://www.ahidaonline.com/post/critica-della-politica-della-scienza ). La soppressione dell’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), creata nel 1961 da John Kennedy, ha causato la chiusura di migliaia di programmi umanitari nel mondo. Tra le conseguenze più gravi, la prevenzione e la cura dell’AIDS e i programmi di aiuto contro la fame e la violenza nei paesi poveri sono stati brutalmente interrotti e migliaia di persone stanno già morendo. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite, più di sei milioni di persone sono a rischio di morte nei prossimi quattro anni. Contro questa marea dilagante di disinformazione e di mistificazione non è sufficiente curvare la schiena e resistere. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione, è indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? *Ringrazio Giuseppe Bertoni per la rilettura e i suggerimenti Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia. Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi. «Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»
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Immaterial Workers of the World In occasione della scomparsa di Paolo Virno la rivista «Effimera» gli ha meritatamente reso omaggio pubblicando il testo da lui scritto Che te lo dico a fare comparso sul n. 18 della rivista «DeriveApprodi» nella primavera del 1999. Le decine di articoli firmati da soggetti singoli e realtà collettive che compaiono in quel voluminoso numero ebbero a riferimento quel testo. La discussione preliminare che portò alla sua stesura coinvolse la redazione costruita per quello specifico numero (le redazioni della rivista cambiavano a seconda dei contenuti di ciascun numero) che comprendeva Marco Bascetta, Sergio Bianchi, Papi Bronzini, Ilaria Bussoni, Andrea Colombo, Paolo Virno, Augusto Illuminati, Toni Negri, Pino Tripodi, Mauro Trotta, Benedetto Vecchi. Forse mi dimentico di qualcun* e in tal caso me ne scuso. A due anni da quella pubblicazione la rivista pubblicò su quegli stessi temi uno dei suoi giornali intitolato Immaterial Workers of the World . Questo numero del giornale (il cui elegante progetto grafico è opera di Andrea Wöhr) è ora consultabile nella sua integrità nel comparto «archivi» della rivista «ahida» ( ahidaonline.com ).
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L’amicizia davanti alla morte In questo testo del 2001 Paolo Virno riflette sull’ultimo tratto di tragitto esistenziale di un amico carissimo: Luciano Ferrari Bravo. (Il titolo del testo è della redazione) Un anno fa, Christian telefona e dice che Luciano non ha più molto tempo. Il giorno dopo, sono a Padova. Luciano scende le scale interne del suo appartamento appoggiandosi al figlio, Federico. Molto magro, ma intatto. Nerella non gli ha preannunciato la visita. È contento dell’improvvisata, quest’uomo gentile. Parliamo, seduti nel salottino. Libri, mi chiede di mandargli un saggio su Vygotskij appena uscito. Politica, non ricordo. Rievocazioni di giornate al mare, a più riprese. Resoconti di liti e rappacificazioni. Amici che mandano saluti. Christian scherza sulla «bolla speculativa» dei mercati finanziari, evocata come un baubau dalla sinistra patetica. Luciano sorride. Più tardi, si cena insieme, in tanti. Parte il gioco delle battute e delle iperboli. Come in cella: a chi la spara più grossa. Luciano ha un gesto di insofferenza quando lo aiutiamo, «non sono mica Babbo Natale». La stanchezza prevale, deve coricarsi. Ci abbracciamo guardandoci negli occhi: un dio misericordioso mi evita di dire sciocchezze, tipo «ci vediamo presto». Soltanto due amici che si salutano una volta ancora. Ventidue anni fa, l’estate del 1979 nel braccio speciale di Rebibbia, il G8. Dopo l’isolamento, mettono me e Lucio Castellano con gli altri imputati del «7 aprile». È l’ora d’aria, quando li raggiungiamo. Se ne stanno in fondo al piccolo cortile di cemento, appoggiati al muro per sfruttare l’ombra. Costumi da bagno, ciabatte, abbrutimento da cattività e calura. Ci vengono incontro da ogni lato, come un rimorso. Tra loro un uomo di trasandata eleganza (calzoni corti bianchi, da barca a vela), snello, con grandi baffi su un viso olivastro, asciutto. Luciano. Fino ad allora ne conoscevo soltanto i libri: in Potere operaio non ci si era mai incontrati. Cella in comune, con Toni e Emilio Vesce. Pallavolo, pacatezza, curiosità reciproca. La sua ironia vedendomi alle prese con il secondo libro del Capitale : un po’ tardi, no? Poi la diaspora: trasferimento «a strappo» che è ancora notte, ognuno in un diverso carcere speciale, Luciano a Favignana, a recitare la parte dell’abate Faria sotto il livello del mare. Di nuovo insieme tre mesi dopo, a Palmi calabro, prigione nuova di zecca per soli «politici». Dalla cella singola di Luciano, in certe giornate di gennaio con il cielo di smalto, si vedevano le isole Eolie. Molti anni dopo, dopo molto mare spartito insieme come la pagnotta dei primi cristiani, ho pensato all’incanto e allo scoramento che deve aver provato alla vista del profilo di Stromboli di là dalle sbarre. I seminari a Rebibbia sull’ incipit enigmatico della Fenomenologia dello spirito e sull’etica di Kant applicata ai «pentiti». Luciano anfibio, o almeno bifronte: metà vecchia scuola, pensiero forte, Marx Keynes Schmitt, metà Mille plateaux , rottura epistemologica del ’77, attenzione all’emergere di una «nuova specie» oltre l’epoca del lavoro salariato. Non si poteva prevedere da quale Luciano, se da Jekyll o da Hyde, sarebbe venuta l’obiezione a un argomento sbilenco. In certi casi memorabili, le due metà si coalizzavano, ibridandosi di buon grado in ossimori seducenti. È così difficile capire l’allegria e il benessere che può suscitare un passo avanti, anche solo ipotetico, nel lavoro sulle idee? Bisogna essere proprio degli spiritualisti incalliti per misconoscere il carattere corporeo , talvolta adrenalinico, di un’avventura concettuale. Il giorno della sentenza, nel 1984, né lui né io andiamo in aula a farci impalare. Nel cortile, con la terra che in giugno è polvere e dune, giochiamo a tennis, mentre gli altri, vestiti a festa, vanno dall’oste a ritirare il conto. Le mani sudate, rigido come uno spaventapasseri reduce da un ictus, butto fuori tutte le palle. Ho preteso troppo da me stesso, non sono in grado di reggere tanto snobismo. Luciano invece si appassiona e smadonna e gioca di fino. Resterà, questa immagine di rilassatezza e virtuosismo, come un vademecum buono per affrontare ogni sorta di Giudizio Universale. Tornerà, questa immagine, a proposito del suo modo di morire, degli ultimi mesi (dal dicembre 1999 all’aprile successivo), quando discute per telefono delle aporie della sovranità e intanto ti tiene al corrente su di sé: le vie che gli restano per cavarsi dai guai, gli esiti non entusiasmanti delle cure, i primi dolori che lo sfiancano e lo allontanano, rendendo il dialogo asimmetrico. (Dopo che morì Lucio Castellano, nel 1994, Luciano e io celebrammo insieme un sobrio rito in memoriam , percorrendo a nuoto un tunnel marino che avevamo esplorato anni addietro con il compagno nostro carissimo. Ora, di tanto in tanto, nuoto da solo in quel tratto di mare ricordando l’amico con cui ho ricordato l’amico. Per questa vertigine, i francesi hanno una buona espressione: en abyme ). Quindici anni fuori del carcere. Il miglior lettore, uno dei pochi cui si pensa mentre si scrive, presente ai bordi della pagina come il «coro di controllo» di cui parla Brecht, o il sorriso del gatto del Cheshire in Alice . Le discussioni periodiche, stagionali quanto i lavori di campagna, sempre semina e mai raccolto, i tentativi sfocati e quelli vividi di trovare la parola che squadrasse il foglio di fine millennio. Dopo la galera, Luciano non si è mai illuso che potessimo vivere una rivincita in grande stile. E ha rifuggito come la peste il risentimento astioso. Voleva un po’ di buona vita, questo sì, qualche giornata perfetta da degustare come un bicchiere di rosso o un libro ben temperato. E voleva, questo pure sì, una ricerca teorica a pieni polmoni, ambiziosa e spregiudicata, sulla grande trasformazione del lavoro, delle forme di vita, della compagine statale. L’ha voluta, una ricerca del genere, anche nell’ora del declino, essendo convinto che le faccende del mondo sublunare (leggi, governi, rivoluzioni) non diventano bazzecole neanche alla fine, se non per chi è già morto prima di morire. Che Luciano abbia pensato con acume problemi essenziali della teoria politica, privilegiando i nodi più aggrovigliati e i paradossi meno addomesticabili, questo è noto alla parte migliore di due generazioni. In ogni caso, basta sfogliare la raccolta di scritti suoi, appena pubblicata, per rendersene conto. Ciò che qui vorrei ricordare è il modo in cui si è sforzato di riflettere sulla propria morte. Dei comportamenti si sa: pudore e decenza; risparmiare al prossimo, per quanto possibile, il disagio; l’immancabile «grazie» al medico che ha badato a lui negli ultimi giorni ciancicati e soporiferi. Ma oltre ai comportamenti, la riflessione in senso stretto. Se preferite: l’uso materialistico della cultura in una situazione di emergenza. Quando il tumore si manifestò la prima volta, e poi sembrò sconfitto, Luciano mi disse di aver riletto con voracità le pagine di Essere e tempo sulla finitezza, e il passo di Spinoza sull’eternità per gli atei, e La morte di Ivan Ilic di Tolstoj, per capire meglio quel che gli stava capitando e, anche, per sottoporre a ruvida verifica la tenuta di testi celebrati. Un doppio experimentum crucis : esperimento su di sé mediante i libri che contano, esperimento su quei medesimi libri mediante il proprio sé vulnerato. Mi colpì l’assoluta serietà del suo rapporto con le idee. Queste non se ne stavano altrove, neghittose e superflue, rispetto agli accadimenti estremi dell’esistenza, ma erano un attrezzo concretissimo, talvolta soccorrevole, semmai imperfetto come una vite spuntata. La malattia, dicono, fa piazza pulita dell’inessenziale: si vede che letture e pensieri, inessenziali non erano, per Luciano. Per un materialista come lui, era abbastanza ovvio che il verbo debba farsi carne. Paolo Virno (Napoli, 1952 – Roma, 7 novembre 2025) è stato un filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Formatosi nel movimento operaista, partecipò a Potere Operaio e contribuì alla fondazione della rivista Metropoli insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno. Dopo un periodo di detenzione negli anni Ottanta, sviluppò le sue teorie nella rivista Luogo Comune e DeriveApprodi. Tra le sue opere principali si ricordano Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio (Donzelli Editore, 1995), Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, 2001), Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (DeriveApprodi, 2022). La sua riflessione ha intrecciato linguistica, filosofia politica e teoria critica, offrendo strumenti originali per comprendere il lavoro, la soggettività e le dinamiche sociali nel capitalismo contemporaneo.
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L’esodo come teoria politica Riproponiamo questo testo di Paolo Virno — venuto a mancare il 7 novembre 2025 all’età di 73 anni — come un tributo alla sua vita e al suo pensiero. Virno nel testo propone l’esodo — inteso come defezione o sottrazione — come modello etico-politico alternativo alla rivoluzione e alla protesta. L’esodo, lungi dall’essere una fuga passiva, viene presentato come una pratica attiva di trasformazione che opera attraverso l’abbandono dei ruoli, delle gerarchie e delle regole esistenti. Virno richiama Walzer, Hirschman e Marx, mostrando come la defezione rappresenti una forma radicale di cambiamento che si realizza nell’abbandono dei ruoli e delle regole dominanti. Negli anni Settanta, tale logica si manifesta nella sottrazione al lavoro salariato e nella ricerca di nuove forme di vita. L’esodo diventa così un paradigma politico fondato sull’elusione, sull’abbondanza di possibilità e sulla creazione autonoma di relazioni sociali. Esso unisce lo sradicamento contemporaneo a una nuova appartenenza critica e trasformativa. È possibile concepire l’esodo, cioè la defezione, come un modello etico-politico a tutto tondo, anziché come un imbarazzante caso limite? È possibile, inoltre, considerarlo come il modello più attuale, assai prensile rispetto a fenomeni e comportamenti «complessi»? Prima di azzardare una risposta affermativa, cautela esige che si inventi una minuscola tradizione a proprio sostegno. Pochi testi, che però tracciano un sentiero. «Esodo e rivoluzione», di Michael Waltzer (Feltrinelli1986), mostra come tutta la tradizione politica occidentale abbia attinto al biblico libro dell’Esodo, ricavandone un canovaccio soggetto a variazioni infinite. Da Savonarola ai bolscevichi, la trasformazione radicale dell’esistente si è prospettata come abbandono di un Egitto, viaggio nel deserto, speranza nella terra promessa. Ma Waltzer – ecco il punto – sottolinea che l’Esodo ben sopporta una lettura non messianica: l’arrivo a Canaan, «terra del latte e del miele», non è la fine della storia, ma la ratifica delle trasformazioni che hanno già avuto luogo durante il viaggio. Un altro testo, molto noto, è: «Lealtà defezione protesta» di Albert O. Hirschmann, dove si sottolinea come l’opzione-uscita (abbandonare, se appena possibile, una situazione svantaggiosa) può costituire una via più radicale e più impegnativa rispetto all’opzione-protesta. Dell’Esodo, Hirschmann valorizza soltanto il momento iniziale: il distacco dall’Egitto, anche senza terra promessa, è un buon modo di temperare le pretese degli oppressori. Una terza suggestione: Marx, alla fine del primo libro del «Capitale», si sofferma sui guai che all’accumulazione capitalistica provoca la fuga operaia dal regime di fabbrica. Viene meno «l’esercito industriale di riserva» (insomma la pressione ricattatoria dei disoccupati), lievitano i salari, scema la subordinazione. Marx si interessa all’esodo verso Ovest, verso la «frontiera», cui inclinarono gli operai immigrati negli Usa dall’Europa. Costoro colsero l’occasione, davvero straordinaria, di rendere reversibile la propria condizione di partenza. Suggestioni bibliografiche a parte, la nozione di esodo permette di capire qualcosa di più delle nostre società? Acumina la vista? Va da sé che, oggi, lo spostamento spaziale è soppiantato da una diversione sociale e culturale. L’esodo, metaforico ma non meno incisivo, si compie nelle mentalità e nell’ethos: ci si affranca da ruoli, gerarchie, stili di vita. Nessuno è in grado di spiegare i comportamenti della nuova forza lavoro, a metà degli anni Settanta, se non tiene conto della defezione. A un certo punto – diciamo attorno al fatidico ’77 – accade che, mentre il padrone rende incerto il lavoro, molti sono coloro che, invece d’intimorirsi, al lavoro si sottraggono quanto più possono. Questa deviazione dal comportamento noto e previsto sbalordisce. Cos’è accaduto? Un Egitto viene abbandonato. Vale a dire: il tempo in fabbrica è percepito come un costo umano eccessivo, da ridurre a disavventura provvisoria. Il lavoro sotto padrone, anziché fonte di dignità, sembra socialmente «parassitario». Drastica è l’inversione di aspettative: rinuncia a premere per entrare in fabbrica e restarvi, ricerca di ogni via per evitarla o per allontanarsene. La mobilità, da condizione imposta, diventa regola positiva e principale aspirazione; il posto fisso, da obiettivo primario, si tramuta in eccezione o parentesi. È a causa di tali propensioni, assai più che non per la violenza, che i giovani del ’77 si resero semplicemente indecifrabili per la tradizione del movimento operaio. Trascurando il moto di migrazione consapevole dal lavoro di fabbrica, si guarderà sempre a quel movimento come a una banda di allucinati. Peccato non veniale. Ogni «fuga», del resto, è fatalmente scambiata per un fenomeno di emarginazione, per un comportamento periferico e ininfluente. Nessun dubbio: c’è sempre uno storico egiziano pronto a redigere una cronaca invelenita dell’Esodo ebraico. E i fuggitivi, agli occhi del paese da cui si affrancano, appaiono come la schiuma della terra. In precedenza si è accennato all’esodo come a un eventuale, potente modello etico-politico. Se questo è il gioco, giochiamolo tutto, indicando qualche tratto distintivo del preteso paradigma. Peraltro, dare rilievo all’esodo già simula un piccolo esodo dalla teoria politica, assuefatta a progettare miglioramenti fermi restando in Egitto. 1. L’esodo è un’esperienza di conflitto – e di positiva civilizzazione – imperniata sulla continua sottrazione ai ruoli stabiliti. Nel rapporto di forza tra le classi moderne, l’elusione non conta meno dello scontro diretto. Qualche volta, di più. Comunque, il confronto in campo aperto è sorretto, non indebolito, da una concomitante defezione. 2. Esodo significa cambiare il contesto in cui è insorto un problema, anziché affrontare quest’ultimo alle condizioni predefinite. Piuttosto che ritenere tali condizioni una costante, e le mosse da compiere al loro interno come l’unica variabile concessa, si fa l’opposto. Il contesto diventa la variabile principale. Abbandonando ruoli e regole prefissati, si rendono labili i presupposti fino ad allora giudicati indubitabili. 3. L’esodo consiste, innanzitutto, in un mutamento semantico. Se si ragiona accettando l’assioma, consueto ma scandaloso, che il lavoro salariato sia un valore positivo, ne seguono certi programmi e certe lotte. Se si fugge da questo significato prevalente, cominciando a ritenere il lavoro «un genere horror alla portata di tutti», allora la rappresentazione della realtà vigente muta da cima a fondo. Cambiando discorso, si prendono iniziative destinate a sorprendere gli egiziani di turno. 4. Il modello politico dell’esodo si basa sull’abbondanza di possibilità, ora occluse ma vivide. È un processo di trasformazione che fa perno su una ricchezza latente, su una esuberanza, su un’eccedenza. Eccedenza di socialità, di saperi, di coscienza. È il contrario del «tanto peggio, tanto meglio», l’opposto di qualsiasi protesta pauperistica. L’esodo esercita una critica nei confronti tanto di Hegel quanto di Ricardo, perché colloca la crisi dello sviluppo capitalistico in un contesto di abbondanza, mentre il «sistema dei bisogni» hegeliano e la caduta del saggio di profitto ricardiana sono esplicativi solo in relazione alla scarsità dominante. 5. L’esodo richiede di sviluppare positivamente altre relazioni sociali rispetto a quelle esistenti. Ciò che, nelle rivoluzioni politiche, è il risultato augurabile, ovvero la posta in palio, nell’esodo è una condizione preliminare. I fuggitivi difendono ciò che intanto, per strada, hanno costruito. All’antica idea di fuggire per colpire meglio si unisce ora la sicurezza che la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene. 6. Nelle metropoli contemporanee, l’esodo riflette in sé un acuminato sentimento di «sradicamento» e una strenua intenzione di appartenenza. L’apparente paradosso cela un punto cruciale. A ben vedere, le «radici» non sono divelte quando si prende congedo dai nostri egitti quotidiani (gerarchie, discipline, regole): già prima di mettersi in viaggio, non ci si sente mai «a casa propria». È per questo, anzi, che si fugge senza rammarichi. Lo sradicamento, oggi, costituisce una condizione ordinaria, che tutti sperimentiamo a causa della continua mutazione dei modi di produzione, delle tecniche di comunicazione, degli stili di vita. Difettano, ormai, «radici» che vincolino a un luogo, a una tradizione, a un ruolo, a un partito politico. Eppure questo spaesamento, lungi dell’elidere il sentimento di appartenenza, lo potenzia: l’impossibilità di arroccarsi entro un contesto duraturo accresce a dismisura l’adesione al «qui e ora» più labile. Ciò che viene in luce è l’«appartenenza come tale», non più qualificata da un determinato «a che cosa». Ora, questa appartenenza senza oggetto può tramutarsi – gli anni Ottanta lo mostrano «ad nauseam» – nell’adesione unilaterale e simultanea a tutti gli ordini vigenti. Oppure può ospitare un formidabile potenziale critico e trasformativo, provocando una defezione di massa dalle regole dominanti, da quelle regole che ripropongono senza posa surrettizie e temibili «radici». 2 novembre 1989 Paolo Virno (Napoli, 1952 – Roma, 7 novembre 2025) è stato un filosofo e accademico italiano, docente di Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Formatosi nel movimento operaista, partecipò a Potere Operaio e contribuì alla fondazione della rivista Metropoli insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno. Dopo un periodo di detenzione negli anni Ottanta, sviluppò le sue teorie nella rivista Luogo Comune e DeriveApprodi. Tra le sue opere principali si ricordano Parole con parole. Poteri e limiti del linguaggio (Donzelli Editore, 1995), Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, 2001), Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (DeriveApprodi, 2022). La sua riflessione ha intrecciato linguistica, filosofia politica e teoria critica, offrendo strumenti originali per comprendere il lavoro, la soggettività e le dinamiche sociali nel capitalismo contemporaneo.
- il secondo senso
Ariel Salleh – DeColonizzare l’EcoModernismo! Peter Ciccariello Il seguente articolo è frutto di un intenso scambio di materiali, testi, idee e email tra me e Ariel Salleh negli ultimi anni e dell’immenso lavoro intellettuale e militante di quest’autrice. In particolare i temi qui trattati sono legati al suo ultimo libro, DeColonize EcoModernism! pubblicato a Londra per Bloomsbury nel 2024. Il libro rappresenta il primo volume di una trilogia intitolata The Androcene and its Others, di cui i due prossimi volumi saranno EnGender EcoSocialism e ReGround EcoFeminism. Salleh è un attivista, studiosa e filosofa australiana attiva dagli anni Ottanta, i cui principali interessi sono i movimenti sociali globali, la critica tecnologica, l’ecofemminismo, la decolonialità e l’ecosocialismo. Le posizioni politiche e filosofiche di Salleh sono esposte principalmente in due opere, Ecofeminism as Politics: nature, Marx and the postmodern del 1997 e in EcoSufficiency and Global Justice: Women write Political Ecology del 2009, insieme a una prolifica produzione di articoli, collaborazioni e opere collettive dentro e fuori dall’ambito accademico. In Ecofeminism as politics, Salleh chiarisce il suo posizionamento come femminista e come ecologista politica spiegando il suo approccio, che essa stessa definisce di «sociologia della conoscenza», per guardare alle dinamiche dell’economia politica e della produzione scientifica considerata di «sinistra». Infatti la sua postura ecofemminista parte dai presupposti della critica interna ai movimenti sociali e della critica al marxismo e agli autori marxisti contemporanei, pur applicandone il metodo dialettico. Di seguito troverete la trascrizione (traduzione mia dall’inglese) del testo di una lezione tenuta da Ariel Salleh il 13 ottobre scorso presso l’Instituto de Humanidades, Artes e Ciências, dell’Universidade Federal da Bahia in Brasile, dove spiega i concetti di Eco-Sufficient Ethics e Bioregional Politics. Modi di pensare l’ecologia politica: antropocentrismo o ecocentrismo? Ariel Salleh13 ottobre 2025 Mi sono formata come sociologa della conoscenza ma tendo a considerarmi un’attivista, avendo trascorso gran parte della mia vita nei movimenti dei lavoratori, delle donne, dei popoli indigeni e nei movimenti ecologici: dalle campagne contro l’estrazione mineraria nelle terre indigene, alla lotta delle donne per il diritto all’aborto, alla battaglia contro gli alimenti geneticamente modificati. Ben presto, tuttavia, mi sono resa conto della necessità di un’analisi trasversale, capace di connettere le politiche settoriali - dei lavoratori, dei popoli indigeni, delle donne - e intrecciarle con l’ecologia. In tutto il mondo, stiamo affrontando la destabilizzazione degli Stati-nazione, la ridondanza del lavoro salariato, un’epidemia globale di femminicidio, nuove tensioni postcoloniali e, non da ultimo, il collasso degli ecosistemi planetari. Nel frattempo, le nuove tecnologie ci stanno disumanizzando, la saggezza comunitaria viene ignorata e i nostri sistemi educativi risultano sempre più alienati dalla vita. Tutto ciò costituisce una sfida per gli ecologi politici - studiosi di un campo di ricerca radicale che si muove tra la politica pubblica, la sociologia e la biofisica, in un continuo dialogo tra questi ambiti. In questa sede, dunque, intendo mettere a confronto due approcci all’ecologia politica come disciplina emergente e trasversale: il primo fondato sulla logica dell’antropocentrismo, il secondo su una lente ecocentrica. Antropocentrismo: Non sorprende che ci troviamo a vivere in un’epoca denominata Antropocene , dal momento che lo stile del pensiero dominante a livello globale è stato di tipo antropocentrico per lunghi secoli. Storicamente, la forma più profondamente radicata del cosiddetto antropocentrismo è quella della dominazione patriarcale. Quest’ultima ha alimentato le espropriazioni del mondo tribale e, in seguito, l’espansione imperiale che ha dato il via all’accumulazione capitalistica moderna tramite il colonialismo. Il primo presupposto della cultura antropocentrica è che l’Umanità sia separata dalla Natura, la quale è vista unicamente come oggetto e risorsa dell’Uomo. Così, sin dall’ascesa delle grandi tradizioni religiose abramitiche - ebraismo, islam, cristianesimo - la regola quotidiana è stata: l’Umanità sopra la Natura, l’Uomo sopra la Donna, la Mente sopra il Corpo, il Bianco sopra il Nero. Il Secolo dei Lumi ha rafforzato l’antropocentrismo patriarcale con la sua sistematica, e spesso statale/istituzionale, persecuzione e uccisione delle donne sapienti - erboriste e levatrici - accusate di stregoneria. La visione secolare di Francis Bacon ha sancito che la Natura non è un organismo, bensì «una macchina da perfezionare mediante la Ragione dell’Uomo». Così, l’evoluzione della modernità si è dispiegata come una miscela di pratiche e atteggiamenti patriarcali, coloniali e infine capitalistici. La cultura dell’antropocentrismo consente al patriarcato, al colonialismo e al capitalismo di funzionare come un unico sistema globale nutrito da tutto ciò - e da tutti coloro - che esso oggettifica come “Natura”. Tralasciando per il momento questa prospettiva ecofemminista, suggerisco agli ecologi politici di esaminare da vicino il paradigma della Earth System Governance (ESG), una rete internazionale coordinata da alcuni entusiasti accademici europei. L’ESG rappresenta una risposta tipica del Nord globale ai problemi del XXI secolo - un approccio concepito per colmare quella che viene definita una «lacuna di ricerca e di gestione» nelle scienze sociali. L’idea di Earth System Governance ha origine con Frank Biermann, giurista internazionale del Potsdam Institute e in seguito della Free University di Amsterdam. Nel 2009, ESG dispone di una rete accademica estesa, con centri di ricerca, pubblicazioni e conferenze, da Tokyo a Boulder e oltre. Astrazioni riduttive: L’approccio politico dell’ Earth System Governance (ESG) è stato concepito per armonizzarsi con le ricerche del 2009 dello scienziato Johann Rockström e del suo team, dedicate alla tutela dell’integrità dei cosiddetti planetary boundaries (limiti planetari) come parametri di riferimento per i decisori politici. Tuttavia, per gli studiosi di ecologia politica, la domanda cruciale è: in che modo l’ESG costruisce una adeguatezza concettuale tra sistemi sociali e sistemi naturali? Come ha descritto lo stesso Biermann, la gestione dell’agenda ambientale globale comporta una proliferazione postmoderna di forme di autorità - attori pubblici e privati, nuovi legami verticali e orizzontali tra corpi amministrativi transnazionali - che disperdono la responsabilità e al tempo stesso mettono in discussione il ruolo dello Stato-nazione. Parallelamente, la materialità della Natura biofisica viene frammentata in una molteplicità di banche dati: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, cicli dell’azoto e del fosforo, impoverimento dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, uso delle acque dolci e delle terre, aerosol atmosferici e inquinanti chimici. Alla ricerca di una maggiore chiarezza sistemica, il programma ESG ha sviluppato un Piano di Scienza e Attuazione organizzato in cinque categorie operative - ognuna funzionante a diversi livelli di astrazione. Le cosiddette “5-A” sono: Adaptation, Agency, Architecture, Accountability, Allocation and Access (Adattamento, Agenzia, Architettura, Responsabilità, Allocazione e Accesso). Inoltre, data la molteplicità dei trattati ambientali oggi esistenti, l’ESG promuove il “clustering dei trattati” , ovvero il loro raggruppamento secondo criteri geografici, tipologia di problema ambientale, causa antropica, strumenti politici e necessità di sviluppo di capacità. Ogni “cluster” richiederebbe interventi amministrativi specifici. Questo tipico stile di gestione antropocentrico, che poggia sull’ordinamento e controllo umano della Natura - vale a dire dei processi termodinamici naturali - tende tuttavia a reificare gli scambi metabolici vitali e le sinergie interspecie, riducendoli a modelli funzionali agli obiettivi istituzionali. I decisori politici presumono che l’interazione tra sistemi sociali e sistemi naturali possa essere facilmente misurata e monitorata. Tuttavia, la fiducia nell’«informazionismo» e nella gestione dei dati è eccessivamente semplificata per poter rendere conto dei cicli biofisici, che sono invece complessi e interconnessi. Inoltre, al di là di queste scorciatoie ecologiche, l’architettura multi-scalare della griglia delle 5-A rischia involontariamente di ridurre la materialità vissuta delle esperienze e dei bisogni di classe, etnia o genere. Gli interessi antropocentrici, infatti, tendono a trattare uomini e donne come individui isolati o come insiemi di attributi sessuali/di genere che negoziano interessi in modo liberale, privilegiando intenzione e scelta sopra ogni altra cosa e proiettando implicitamente la vita sociale come una forma di competizione di mercato. Espresso nel linguaggio dei vincitori globali - banchieri, CEO, operatori di hedge fund e tecnocrati professionisti - l’antropocentrismo in ecologia politica ignora gli effetti delle relazioni di potere sia nella costruzione sociale della pratica scientifica, sia nella distribuzione sociale dei suoi esiti. Mentre l’ Earth System Governance pretende di offrire spazi per l’innovazione nella risoluzione dei problemi e nella costruzione del consenso, la formalizzazione del suo discorso risulta chiaramente egemonica. Contraddizioni: A complicare ulteriormente le cose l’accademia, come di consueto, spesso non differisce molto dal business as usual . Così, nel 2012, un numero speciale della rivista Ecological Economics dedicato all’ESG esplorava la presunta adeguatezza tra governance e dinamiche della biosfera, utilizzando strumenti come la teoria dei regimi internazionali, gli approcci actor-network , l’economia policentrica e il pensiero della resilienza. L ’Earth System Governance è concepito come orientato al futuro, basandosi su lunghe serie di dati, modellizzazione statistica e scenari di ricerca che impiegano nuovi criteri di evidenza, validità e affidabilità ed è stato proposto che il monitoraggio scientifico dei dati digitali possa persino essere coordinato dallo spazio esterno mediante i Sistemi Informativi Geografici (GIS). È evidente, tuttavia, che una governance ecosistemica ad alta tecnologia genera i propri impatti ambientali, poiché la sua infrastruttura informatica richiede enormi consumi energetici, estrazione di metalli pesanti, produzione di plastiche tossiche, rifiuti non biodegradabili, catene di approvvigionamento ad alta emissione di carbonio e contribuisce al riscaldamento globale attraverso la proliferazione dei Cloud Centres per l’archiviazione dei dati. I costi estrattivisti dell’ecomodernismo digitale sono raramente contabilizzati dai decisori pubblici o privati, e non presi seriamente in considerazione nemmeno dagli aspiranti attivisti climatici radicali. Questo punto cieco rende insensate le affermazioni divenute popolari che invitano a “dematerializzare” l’uso delle risorse. Esistono inoltre estrattivismi socialmente incarnati legati alla digitalizzazione, che devono essere riconosciuti: tra questi, lo spopolamento comunitario dovuto all’estrazione di litio, l’inquinamento chimico delle acque potabili vicino alle fabbriche e i tumori indotti dalle radiazioni elettromagnetiche nelle aree suburbane. Le comunità decoloniali considerano pratiche energeticamente costose come l’ESG estremamente parziali in un mondo in cui solo il 10% della popolazione possiede un’auto. L’ineguale scambio materiale su cui si fondano le metodologie digitalizzate rappresenta perciò una forma moderna di imperialismo. La scuola nordamericana del “capitale naturale”, promossa da Paul Hawken, avanza la proposta di un’ingegneria degli ecosistemi a scapito delle meno appetibili richieste precedentemente avanzate dai teorici della decrescita e dei limiti della crescita di tipo capitalistico. Un’ecologia politica gerarchica costituisce anche la base degli approcci di “sviluppo sostenibile” legiferati a livello internazionale, come i modelli del Green New Deal e della Green Economy promossi oggi da governi e imprese. Quindi sebbene la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo ha inaugurato una metodologia induttiva tuttavia, la sua pertinenza si è dimostrata accurata solo quanto il quadro di riferimento del mondo che ne definisce i presupposti iniziali! Quando la logica della fisica classica, fondamento di scienza e ingegneria contemporanee, viene applicata all’economia o alla sociologia organizzativa, il risultato non è la scienza, ma lo scientismo ideologico. La fisica quantistica e l’ecofemminismo indiano di Vandana Shiva, ex fisica quantistica, sostengono che in nome dello sviluppo la politica internazionale basata sulla misurazione di variabili singole frattura i cicli locali tra aria, acqua, piante e suoli, distruggendo l’habitat necessario alla sopravvivenza di specie umane e non umane. Decenni fa alcuni pensatori della Scuola di Francoforte, Max Horkheimer e Theodor Adorno, giudicarono il vecchio impulso europeo al dominio della Natura come “ragione strumentale”, ovvero come una forma culturale autodistruttiva. Eppure questo antropocentrismo persiste nell’ESG quando Biermann afferma: «La specie umana non è più un semplice spettatore che deve adattarsi all’ambiente naturale. L’umanità stessa è diventata un potente agente dell’evoluzione del sistema Terra». Secondo il sociologo contemporaneo Tim Luke, le nozioni internazionali standard di gestione ambientale non sono altro che un inganno burocratico. Ecocentrismo: La negazione dell’incorporazione umana come parte integrante dell’ecosistema è alla base del pensiero patriarcale-coloniale-capitalista, compresi economia e scienza moderne, etica e diritto. Tuttavia, una nuova consapevolezza pubblica del deterioramento ambientale planetario ci invita a ripensare la Storia all’interno della Natura, per così dire. Per gli ecologi politici, questa lente ecocentrica implica l’abbandono dei modelli top-down e il ripristino delle analisi politiche socialiste, decoloniali e femministe, utilizzando la loro materialità incarnata ( embodied materialism) come quadro trasversale integrativo. Adottare una prospettiva ecocentrica significa sfidare il presupposto originario della dominazione antropocentrica, il dualismo Umanità/Natura e i suoi corollari: Sé/Altro, Bianco/Nero, Uomo/Donna. Empiricamente, esperienze vissute in modo differente offrono punti di osservazione complementari sulla condizione umana. E infatti Karl Marx stesso avanzava l’idea che le percezioni di ciascuna classe siano modellate dal suo campo abituale di attività. Tuttavia, se il socialismo ascolta soltanto i lavoratori della produzione meccanica, rischia di sviluppare una politica dalla sensibilità molto limitata rispetto ai ritmi organici. Un ecosistema è un metabolismo continuo di flussi energetici, e i corpi umani ne sono parte intrinseca. Tuttavia, se la percezione umana viene separata dai processi naturali - come accaduto con l’ascesa della scienza europea e della ragione strumentale - la consapevolezza di questo scambio spontaneo tra dare e ricevere viene spezzata. Data la struttura globale delle relazioni patriarcali-coloniali-capitaliste, sono soprattutto le donne nel Nord e Sud del mondo a gestire l’integrità riproduttiva dei cicli umanità-natura. Gli esseri umani creano spontaneamente ordine dal caos richiamando alla mente le relazioni interne tra gli elementi. Le madri lo fanno mediando i conflitti nella vita familiare. Le contadine pacificano i sistemi biologici catalizzando gli scambi tra polli, mucche e appezzamenti di frutteti. E la logica di questa attività è materiale, non astratta; orizzontale, non gerarchica; relazionale, non lineare. I popoli originari in Australia compiono la passeggiata stagionale attraverso il territorio del loro clan con una raccolta ponderata per garantire il rinnovamento della terra. Tre ore di lavoro al giorno bastano in questa economia nomade, e i cacciatori-raccoglitori raramente estraggono più del necessario per il mantenimento comunitario. Coloro che lavorano con tutti i sensi sviluppano una consapevolezza cinestesica dei molteplici tempi incorporati nella materia viva che viene trattata. Imparano a praticare il «lavoro di holding », ovvero di mantenimento/cura, sincronizzando la loro azione intenzionale con i ritmi della Terra. Questo costituisce un esempio di complessità in azione. Caratteristiche della scienza vernacolare ecocentrica: L’impronta di consumo è ridotta, poiché le risorse locali sono utilizzate e monitorate quotidianamente con cura. La produzione a ciclo chiuso è la norma. La scala è intima, massimizzando la risposta ai trasferimenti materia-energia in natura e riducendo l’entropia. I giudizi sono costruiti tramite tentativi ed errori, considerando la salute dell’ecosistema dalla culla alla tomba. Questo lavoro “meta-industriale” è intrinsecamente precauzionale, poiché inserito in un quadro temporale intergenerazionale. Le linee di responsabilità sono trasparenti, a differenza della maggior parte delle economie burocratizzate. Con organizzazioni sociali meno complesse rispetto ai centri urbani, la soluzione sinergica dei problemi è più agevole. In contesti agricoli e habitat selvaggi, il processo decisionale multi-criterio è semplicemente buon senso. Tale lavoro rigenerativo concilia scale temporali tra specie e si adatta prontamente alle perturbazioni naturali. Questa razionalità economica distingue tra stock e flussi. È un processo lavorativo valorizzante, senza divisione tra abilità mentali e manuali dei lavoratori. Il prodotto del lavoro è goduto o condiviso, mentre l’operaio industriale non ha controllo sulla propria creatività. La soddisfazione dei bisogni è eco-sufficiente, poiché non esternalizza i costi sugli altri. Le economie locali autonome implicano sovranità alimentare, energetica e culturale. Ho sostenuto altrove che dietro le crisi sociali ed ecologiche del capitalismo globale sta emergendo un nuovo agente della storia, composto da donne caregiver e domestiche, contadine, cacciatori-raccoglitori e indigeni. Eppure, finora, lo status socio-economico di questa classe meta-industriale trans-culturale rimane non riconosciuto, non nominato, non valorizzato. Questa classe lavorativa ha però un grande potenziale strategico: il suo ritiro dal supporto all’infrastruttura estrattiva della produzione globale può paralizzare il capitalismo, mentre la sua indipendenza dal consumo salariato e la capacità di approvvigionamento diretto possono sostenere il rinnovamento radicale di una democrazia della Terra. Le virtù dell’ecosufficienza sono state a lungo argomentate in America latina da pensatori decoloniali come Ivan Illich e Gustavo Esteva, in Europa da ecofemministe materialiste come Veronika Bennholdt Thomsen e Maria Mies, in India da Vandana Shiva, e in Australia dalla sottoscritta. Questa ondata di resistenza politica internazionale cresce, come dimostrano le iniziative per una “biociviltà” nella Via Campesina in Indonesia, nei Landless Peoples in Brasile, tra gli Zapatisti in Messico e ora in una rete internazionale di base emergente, il Global Tapestry of Alternatives . Da un punto di vista ecocentrico «una vera economia» sarebbe simultaneamente già «un’ecologia».
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La logistica come chiave del Capitale: sul libro di Andrea Bottalico La recensione al volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Martedì 11 novembre la redazione di ahida presenterà il libro di Bottalico presso la Casa del Municipio I in via Galilei 53 alle ore 18. Saranno presenti l'autore Andrea Bottalico e diversi relatori rappresentanti sindacali invitati a discutere con noi di questo importante testo. In calce alla recensione è possibile trovare la locandina con tutte le informazioni. La recensione al volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Ci sono due maniere di descrivere il libro di A. Bottalico appena uscito per Carocci. Una è quella classica di un libro rigoroso, argomentato e originale. Sarebbe fargli un torto. Non perché non lo sia. Direi anzi che una fortuna è quella di trovarsi di fronte un libro di ricerca empirica sul settore logistico, con uno sguardo ampio oltre gli studi di caso. Fino ad adesso le ricerche hanno riguardato i singoli casi (a partire da Amazon), senza tentare uno sguardo complessivo sulla catena. Al contrario chi ha provato uno sguardo complessivo sulla catena logistica, l’ha utilizzata più come paradigma che come oggetto di ricerca. E, si sa, quando ci si innamora dei paradigmi, le differenze scompaiono. Qualcosa a metà tra Arrighi e il post-strutturalismo. E non che, anche chi ha praticato questa via, non abbia le sue ragioni. Da quattro anni a questa parte è sotto gli occhi di tutti come la guerra o i rischi di guerra plasmino le infrastrutture che reggono le vie commerciali. al di fuori dello spazio di analisi critica la Logistica in questi anni è oggetto di una certa teoria della tecnica che mira a formare gli operatori del settore, che, se non ci fossero contributi come questo, rischierebbero di essere gli unici a trattare la Logistica come un mero settore di produzione industriale. La seconda, e più interessante, maniera di leggere il libro di Andrea Bottalico è di partire prima ancora dell’indice, dalla dedica a Giovanni Mottura, uno degli ultimi eredi di quella generazione di militanti dell’Inchiesta sociale che trasferirono l’attività (allora si chiamava militanza) politica in un percorso di Ricerca, professionalmente e istituzionalmente riconosciuto dall’Università. Fu una stagione feconda che consegnò un’identità alla Sociologia Italiana come disciplina, oggi tristemente stretta tra l’imperialismo dell’Economia che ha saputo organizzarsi come tempio del pensiero dominante e un moderatismo asfittico che non riesce a dare un vero contributo alla crisi del nostro tempo, perché dismettendo la radicalità si è essa stessa disarmata. Al contrario Mottura, come Vittorio Rieser e molti altri, partivano da un pensiero posizionato in cui il piano dell’analisi era la dialettica tra Capitale, ma mi verrebbe da dire lavoro morto come tecnologia e innovazione depositata, e lavoro vivo in tutti i suoi aspetti. In tre parole la lotta di classe. L’oggetto della ricerca era invece “il segreto laboratorio della produzione” di marxiana memoria. Questo stile si poteva poi estendere dappertutto dalla fabbrica, ai campi, al quartiere. Ci sono parecchi indizi che il nostro autore persegua questa tesi. Il rapporto con la tecnologia, primariamente. Nella descrizione di Bottalico, ci si potrebbe domandare perché soffermarsi così tanto sulla introduzione del container. Semplicemente perché all’interno del settore portuale, e poi della catena logistica questo piccolo uovo di Colombo rappresenta la centralità del salto tecnologico, e il salto tecnologico non è pesato nel suo impatto sulla produttività, ma nell’importanza dei suoi effetti sulla numerosità, la varietà, e le inclinazioni soggettive e le relazioni della forza lavoro con il Capitale (cose che tutte quante insieme una volta si sarebbero dette composizione della forza lavoro). Uguale discorso si potrebbe fare sull’e-commerce ed il complesso dell’ICT, ma effettivamente il tema nel libro è appena accennato perché ancora nessuno è probabilmente in grado di comprendere appieno quanto la logistica integrata di nuova generazione ne sia influenzata. Secondo indizio, il rapporto con le Politiche (che una volta si sarebbe detto il rapporto con lo Stato). Nel libro è spiegato come la nota dipendenza dalle lobbies del Capitale delle industrie automobilistiche, così come la scarsità di Capitale e una visione miope delle imprese sono tutti fattori che contribuirono alla limitazione dello sviluppo della rete ferroviaria italiana. Lo scarso sviluppo della rete ferroviaria italiana è stata a sua volta una delle cause della deproletarizzazione della forza lavoro impiegata nei trasporti stradali e della prevalenza del lavoro autonomo; cosa che, a sua volta, fu certamente una opzione voluta dalla classe dirigente dell’epoca. Non si può al livello di centralizzazione dei Capitali oggi esistente, immaginare che gli assetti e gli equilibri della produzione (e la Logistica –come chiarisce l’autore- è una continuazione della produzione) non siano determinati, anche da scelte immediatamente politiche, ed il bello è che queste scelte in termini infrastrutturali hanno una “lunga durata” che è difficilissimo correggere. A partire da questo affrontiamo l’ultimo, ma non meno importante pregio del libro: il rapporto con il tempo storico. Una vecchia questione all’interno delle scienze sociali è il suo rapporto con la storia, intesa sia come disciplina che come ambientazione temporale. Le regolarità dei meccanismi sociali riconducibili all’accumulazione di Capitale bastano alla comprensione dei fatti? Il fatto che il container sia stato lo strumento attraverso cui il Capitale e le politiche hanno provato ad integrare i diversi segmenti del trasporto corrisponde ad una necessità di espansione del Capitale, per dirla con Harvey di trovare un assetto spazio temporale che riduca i tempi di circolazione della merce. Ma quanto questa tendenza generale deve fare i conti in Italia, con la piccola borghesia del trasporto che si è venuta a creare per le contingenze citate poco sopra? Per chi poi agita, organizza e interviene per modificare la realtà, il mix tra la tendenza e l’applicazione concreta della tendenza è tutto. Da questo punto di vista il libro svolge forse il suo servizio interpretativo migliore nell’analisi delle relazioni industriali. Alcuni esempi. Il lungo sforzo dello Stato e degli apparati sindacali per ricondurre alla ragione in un sindacato categoriale dei trasporti, il ribellismo anarcoide dei sindacati di professione ferroviari ereditati dagli inizi del ‘900, si svolge in corrispondenza del declino del peso strategico delle ferrovie, e giunge a conclusione negli anni sessanta. Uno potrebbe pensare che a questo punto la partita sia finita. Invece ecco che arriva il movimento dei consigli e poi il sindacalismo di base negli anni ‘70, perché nella dialettica, da cui siamo partiti, tra capitale e lavoro non esiste mai una corrispondenza biunivoca e quindi un tempo unilineare determinato. La successione ferroviere, portuale facchino, viene raccontata piuttosto come una compresenza che una successione. Forse è questo il punto più forte dell’analisi di Bottalico aver fatto una doppia operazione: inforcare gli occhiali del futuro per rileggere il passato, e quelli del vecchio operaismo per leggere il futuro, e dobbiamo dire che da un picchetto in un piazzale di magazzino il futuro si vede benissimo. Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- clan-milieu
Popoli carnefici delle popolazioni Pubblichiamo in anteprima un capitolo di Intelligenza autonoma di specie, un nuovo lessico della Rivoluzione , in uscita per Milieu-Pianetica. Nel capitolo, Pino Tripodi analizza la crisi contemporanea dell’universalismo e del cosmopolitismo, mostrando come la rinascita dei nazionalismi e delle identità collettive – politiche, religiose, etniche o personali – minacci la sopravvivenza stessa della specie umana. L’autore critica la nozione di popolo e il principio di autodeterminazione dei popoli, considerandoli strumenti ideologici che giustificano esclusione, guerra e oppressione. Per Tripodi, lo Stato identitario è una “macchina di guerra” e ogni forma di diritto fondato sull’appartenenza – sia essa nazionale o individuale – porta con sé il seme del razzismo. Egli propone invece una prospettiva “pianetica”, capace di superare i confini e riconoscere la terra come bene comune dell’intera specie, opponendo alla logica identitaria una sensibilità universale e interconnessa. Solo riscoprendo questa visione di specie, l’umanità potrà spegnere il fuoco distruttivo dei nazionalismi e accendere un nuovo fuoco di consapevolezza collettiva. Proprio nel momento in cui la fase del macchinismo avanzato sembrerebbe imporre l’idea di reciproca connessione su tutta la superficie del pianeta, ovvero nella fase in cui addirittura l’elemento linguistico sta divenendo sempre meno identitario per via delle traduzioni istantanee artificiali, il mondo sembra essere entrato in una fase di conflittualità tra identità sbandierate, eppure evidentemente posticce, che mettono a repentaglio ulteriormente la sopravvivenza della specie sulla Terra. Si è tornati infatti a parlare di rischio di conflitto nucleare, di politiche di potenza, di sfere di influenza e di Stati identitari. Evidentemente le scuole che hanno preso in carico il compito di pensare a ciò che politicamente l’imporsi delle tecnologie digitali avrebbe comportato, ravvedendo la possibilità di una stagione di mutua cooperazione, hanno fatto male i propri calcoli. Anzitutto perché non erano istanze politiche quelle decisive a interpretare il momento storico. Il macchinismo esige la sensibilità pianetica: senza questa, è un’avventura al buio.E dunque ci troviamo nuovamente ad avere a che fare con Stati identitari e ideologie di popolo, che pensavamo superate, surclassate.Occorrerà spendere qualche parola per spiegare i motivi di un tale rigurgito.Anzitutto e detto chiaramente: Every life matters. Ogni vita conta, non solo la propria o quella del proprio gruppo, familiare, amicale, etnico, religioso, di genere, di classe.L’universalismo e il cosmopolitismo, anche per limiti interni che si tratterà di indagare, vivono gravi momenti di crisi. Dall’inizio del XX secolo, i pozzi dell’internazionalismo sono stati inquinati dal veleno del nazionalismo. Eppure, fino alla Prima guerra mondiale le cose erano abbastanza chiare. Vi era chi riteneva che esistessero i popoli – aristocratici, borghesi – e chi invece – movimento operaio, socialisti, anarchici – pensava che gli uomini e le donne fossero tutti fratelli e sorelle. Se proprio occorreva trovarsi una distinzione congrua, essa andava cercata non nel colore della pelle, nella nazionalità o nel sesso, ma semmai nei rapporti sociali di produzione, campo in cui vigeva, e vige, una profonda differenza tra ricchi e poveri, tra sfruttati e sfruttatori.Nella carneficina del primo conflitto mondiale furono in tanti a sfidare i plotoni d’esecuzione e a fraternizzare con soldati della parte avversa. L’idea che nessuno può essere indicato come un nemico semplicemente perché ha pelle, nazionalità, sesso, religione differente si era fatta strada nel movimento operaio.Poi, perfino in quel movimento, il nazionalismo ha mietuto consensi. Nel secondo dopoguerra, buona parte del movimento antimperialista ha avuto la sua torsione nazionalista. Alla nozione, già molto discutibile, di lotta di classe, si è andata sostituendo quella di lotta di popolo. Ma popolo è una nozione antagonista alla nozione di classe . Popolo è l’esatto contrario di popolazione. Popolo è l’arma sollevata per distruggere le popolazioni, per identificarle in modo esclusivo e prioritario, per includere alcuni ed escludere molti, per fissare meriti e privilegi, per combattere in nome di qualcuno la guerra contro tutti. Per costruire un popolo occorre un funesto demiurgo.Dove inizia un popolo, la popolazione comincia a perire, sepolta dal suo potere retorico e dai suoi miti. Che le popolazioni si riconoscano in un popolo è un effetto collaterale assai grave dell’assenza di un pensiero di specie.Dove un popolo trionfa, la popolazione soccombe. Il popolo è un fantasma che esalta ed erige il corpo dello Stato identitario , del quale non si può pensare a organizzazione più distante e ostativa della sensibilità pianetica.Il popolo d’Israele, per esempio, trionfa erigendo la sua mostruosa macchina di guerra. Il popolo palestinese trionferà solo se saprà costruire una macchina di guerra più mostruosa e più potente di quella di Israele.Ridotto all’elemento nazionalista identitario, lo Stato diviene una macchina di guerra. Senza la guerra, lo Stato identitario – sia quello ebraico, sia quello palestinese, sia quello kurdo, tamil, ecc. – non potrebbe esistere.Le città e gli Stati sono popolati da stranieri. Gli stranieri da sempre sono la linfa che nutre le città e gli Stati. Non prendere atto di questa lapalissiana verità storica è una tragedia di proporzioni enormi.Il desiderio di uno Stato – o di una città identitaria – deriva da ataviche, infondate, paure e da interessi materiali a mantenere una parte della popolazione soggiogata, minorata, priva dei più elementari diritti. Chi desidera uno Stato identitario agogna la guerra. Chi dice popolo dice guerra . Per convincere le popolazioni a riconoscersi in popoli, si sollevano questioni che nulla hanno a che fare con la posta in gioco e che sono state l’archetipo del razzismo diffuso e addirittura istituzionalizzato.Intanto è falotica l’idea che esistano popolazioni contrassegnate da caratteri chiari e definiti una volta per tutte, di natura somatica o derivanti da tradizioni culturali e linguistiche peculiari. Le differenze di qualsiasi natura vengono inalberate per rivendicare diritti, che trascendono totalmente la difesa della presunta identità. Il diritto identitario non riguarda mai la semplice, legittima, difesa della propria identità, bensì la distruzione dell’identità altrui. Il diritto di parlare una lingua, quello di mantenere delle tradizioni, ostano la sensibilità di qualcuno solo quando si ritiene che si tratti di diritti esclusivi, riguardanti una parte della popolazione, e dai quali diritti vada esclusa la popolazione restante. Nella lotta di popolo, la propria salvezza coincide con la morte altrui, la propria liberazione coincide con l’oppressione altrui, l’affermazione dei propri diritti comporta la negazione dei diritti altrui. Storicamente, a determinare il salto mortale, anche all’interno del movimento operaio, dalla lotta di classe alla lotta di popolo fu proprio l’esito della Prima guerra mondiale. I vincitori di quel conflitto dovettero risolvere un problema: cosa farne dei territori un tempo inseriti nei grandi imperi collassati dalla guerra?Come si vede, è questione di attualità.La soluzione che fu escogitata, cioè l’autodeterminazione dei popoli , costituisce forse la peggiore dottrina politica del Novecento. Pur generata negli Usa, tale dottrina è stata condivisa dalla pressoché totale sfera delle ideologie politiche. Hitler e Stalin ne erano entusiasti, come lo sono e lo sono stati democratici, liberali, liberisti, socialisti, comunisti, perfino anarchici di tutto il mondo. Si fa fatica a ricordare che, dopotutto, il progetto di Hitler, chiaramente delineato nel Mein Kampf , era quello di far coincidere popolazione di lingua tedesca e Stato tedesco.Purtroppo è lezione di oggi che il bubbone nazionalista si alimenti e cresca ancora con questo principio, sempre issato su ogni barricata di qualsiasi conflitto interno o internazionale. Ucraini e russi, palestinesi e sionisti, kurdi e turchi, baschi e catalani, tamil e cingalesi, chiunque sia preso dalla patologia nazionalista non fa che issare la bandiera dell’ autodeterminazione dei popoli . Il cimitero della specie è colmo di cadaveri, eppure i massacri perpetrati nel nome dell’ autodeterminazione dei popoli non sembrano ancora sufficienti a ripudiare questo efferato principio. Quanti morti è costato e costa lo Stato identitario ebraico? E quanti morti costerebbe lo Stato palestinese libero dal fiume Giordano al mare come, probabilmente senza comprenderne le conseguenze, si sta urlando nelle piazze di mezzo mondo?Lo stesso diritto identitario , il diritto di autodeterminazione dei popoli, viene accampato da chi vuole impedire o limitare fortemente i processi migratori. Essi – è bene chiarirlo – non si fermeranno, nonostante tutte le deportazioni intraprese. Vi sono elementi fattuali, nemmeno teorici, che indicano che la strada dell’autodeterminazione identitaria è un vicolo cieco. Dati incontrovertibili, di fronte ai quali le scelte da compiere rischiano di essere ben diverse dall’immaginabile.Si consideri la questione demografica, per esempio. L’asimmetria demografica tra il mondo ipersviluppato e il mondo in via di sviluppo comporta una evidenza che nessuna deportazione può scalfire: senza migrazione niente produzione. Chi non vuole migranti su quello che immagina essere il proprio territorio , manifesta il medesimo rigurgito, il medesimo principio dell’autodeterminazione dei popoli: il diritto cioè di abitare, e i diritti in generale, spetta solo agli autoctoni . In fin dei conti, nel principio di autodeterminazione dei popoli si manifesta il diritto del sangue e del suolo . Anche nel diritto di cittadinanza si corre lungo il baratro dello stesso concetto.È significativo mostrare quante contraddizioni grondino da simili premesse ideologiche. C’è chi difende lo Ius soli , cioè il diritto di cittadinanza per chi è nato in un Paese, c’è chi invece è contrario poiché, al di là del Paese di nascita, ciò che conta è la razza, la cultura, le origini.Il dibattito politico è impastoiato nella seguente querelle : i diritti di cittadinanza vanno garantiti a tutti i nativi o solo a chi è originario, non solo nativo del Paese?Se si prendono in esame le origini, quali origini vanno tenute in conto? Le origini materne, le origini paterne, le origini solo dei genitori o anche degli avi?Quando ci si dimena in un ginepraio di insensatezze, è difficile uscirne. La questione della nascita così come quella delle origini ha un ruolo ideologico strumentale riguardo le politiche migratorie.Negli Usa sappiamo che le popolazioni native sono state e continuano a essere le popolazioni più discriminate del Paese. Dunque non di questo in realtà si tratta. I migranti non li si vogliono, ma se ne ha bisogno, e quindi la posta in gioco non è se devono o non devono arrivare. La vera posta in gioco è: devono avere pari diritti e dignità identica a chi già risiede in quel Paese?Se la risposta è affermativa, nessun diritto deve essere privilegio di qualcuno per il solo motivo di essere nato in un luogo. La terra non appartiene a chi è nato in un luogo. La terra appartiene alla terra e, in subordine, a chi ci vive e ci lavora al di là di ogni specificità, identità o provenienza. Pensare che la terra appartenga a qualcuno in modo esclusivo – perché ci è nato, perché è originario di quel luogo – è una delle radici più radicate del razzismo. La terra appartiene alla terra; dei frutti della terra, del suo spazio dovrebbe poterne goderne chiunque vive sulla terra. Che ci viva perché ci è nato, perché sono nati i propri avi, perché parla la lingua più diffusa, perché ci lavora, perché vi risiede, per i motivi più vari – ecco, questo davvero poco dovrebbe importare.Il principio dell’autodeterminazione dei popoli ha valicato la sfera politica per assumere rilevanza anche nella sfera personale, nella quale pure non smette di fare danni. Autodeterminazione del corpo, del sesso, del fumo, delle armi, di qualsiasi libertà intesa come arbitrio, cioè come possibilità di fare ciò che si vuole, senza dover tenere conto delle conseguenze sociali. Tutto il male perpetrato nel Novecento, e oltre, da guerre e da lotte intestine insensate condotte sotto la bandiera dell’autodeterminazione dei popoli ci interroga anche oggi, quando, nonostante connessioni macchiniche planetarie, la tecnologia stessa sembra dare estro di pensarsi esclusivamente in termini appropriativi e divisivi: quali sono le ragioni della forza e dell’aggressività della peste identitaria, peste che non è solo nazionalista ma propriamente riguardante l’identità anche del singolo individuo o di gruppi che si riconoscono in determinati caratteri, che cioè sia in termini di collocazione politica internazionale o di psicologia personale? Nella questione identitaria si confondono gli affetti con i diritti. La loro sovrapposizione produce una miscela esplosiva capace di distruggere ogni società. Che i neri, i bianchi, i gialli, gli alti, i bassi, le donne, i maschi, gli animali, le piante, il pianeta, il cosmo, siano soggetti e oggetti d’amore particolare non crea alcun problema. Così come nessun problema pone l’attaccamento ai luoghi materni, alla lingua madre, agli affetti intimi e assoluti. Chiunque ha il diritto di amare di più ciò a cui si sente più legato, ma la condizione affinché ciò avvenga è che non si impediscano sentimenti e affetti simili a un proprio simile. Il proprio mondo non può coincidere con il mondo. Nella confusione tra affetti e diritti , tra sentimenti di appartenenza e paura della diversità, la questione identitaria miete consensi.Il differenzialismo si torce facilmente in razzismo.Qualunque identità ha diritto di manifestarsi e di difendersi a condizione che non pretenda di divenire una generalità. La restituzione di ciò che si percepisce come sofferenza, derivante da una mancata riconoscenza della propria struttura identitaria, è una modalità che coglie entusiasmi a volte sprorzionatamente euforici, su ogni scala di grandezza si esercitino. Ma chi restituisce un male, che subisce o che sente di avere subito, purtroppo si fa male cento volte facendo male mille volte. Chi combatte contro la propria discriminazione e non desidera che ogni altra discriminazione venga meno, forse, è ancora soggetto discriminato, ma è già soggetto discriminante . La vittima che diviene aguzzino è peggiore di qualsiasi aguzzino. Il bene particolare che non desidera il bene universale è l’archetipo del danno.E quale sarebbe dunque l’antidoto all’autodeterminazione dei popoli? E all’enfasi di quella personalistica ed egoica?Eppure, se solo si immagina come e quanto la fase di specie, che sta compiendo il proprio salto nella fase dell’attuale macchinismo, abbia da affrontare problemi di nuova specie, a formulare una critica degli identitarismi sembra di affondare in una palta di ceneri bagnate.Ci vuole un gran falò per disperdere le ceneri del mondo. Per non farsi seppellire da esse. Tale falò, lo avvertiamo anche con inquietudine e con brividi di timore, è già acceso, ben oltre queste arcaiche convinzioni di una specie che è giunta, come si diceva, e non da ora soltanto, a un passo dal baratro.Nel fuoco della Storia c’è sempre qualcosa di indicibile che viene detto senza possibilità d’ascolto. Quel detto impossibile a sentirsi, perché si è sempre intenti ad ascoltare il crepitio della materia e non l’ardere del fuoco. Quando il bruciato diviene polvere, quando non c’è niente a riscaldare sotto la cenere, il fuoco si riprende la parola. E prova a dire l’inascoltato d’altri tempi, ciò che altri tempi hanno evitato di ascoltare. E che rischia di essere il libro scritto e mai letto del futuro che la specie attende.Si vedono ceneri ovunque. Ovunque ceneri come immense ragnatele a ghermire il mondo. La cenere sta nella confusione del mondo. Nel suo sfinimento. Adesso che il mondo è cenere, il fuoco ritorna necessario. Tocca di nuovo al fuoco di parlare. Pino Tripodi, già fondatore di DeriveApprodi, ha pubblicato per Milieu SetteSette , una rivoluzione. La vita (2012); La zecca e la malacarne (2014) , Pianetica (2022), testo cofirmato con Giuseppe Genna e Uccidere la colpa (2024).
- selfie da zemrude
Cronache del Boomernauta: Gaia e le metatecniche selvagge. Fabulazione speculativa ecologica Parrot Cos’è questo progetto? Cronache del Boomernauta è una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Attraverso 25 episodi pubblicati in formato feuilleton, racconta il tracollo di un mondo e la resistenza parziale di ciò che resta . Il Boomernauta, viaggiatore del tempo come l’Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez, suo predecessore, non è un eroe né un narratore onnisciente, ma innanzitutto una figura politica, considerando che ha partecipato come militante ai movimenti degli anni sessanta e settanta. Il suo modo di esporre le vicende del futuro è politicamente orientato e lui non lo nasconde. Ma è anche un "personaggio concettuale", à la Deleuze e Guattari, che opera diagnosi, prospettive e analisi che descrivono un piano di immanenza e che interviene nella creazione stessa dei concetti che lo popolano. Tutto ciò si svolge attraverso diffrazioni dello spacetimemattering [1] – termine cardinale della filosofia di Karen Barad che indica come queste tre entità emergano attraverso le intra-azioni – che si producono nell’incontro fra lo sguardo novecentesco del Boomernauta e le vicende di futuri prossimi e reconditi. Le illustrazioni di Martino Saccani Le figure non sono semplici accompagnamenti al testo ma vere intra-azioni, descrizioni virtuali per immagini di trans- formazioni, upgrades e downgrades del reale. Sono frames estratti dal processo di crisi in atto che dialogano con le parole del Boomernauta, le disturbano e le amplificano. Destrutturando la realtà, saturandola, dissolvendola e frammentandola, le visioni di Alessandra_Viganò (al secolo scorso Martino Saccani) aprono spazi di risonanza e suggeriscono al lettore immaginari di un futuribile domani. Coordinamento editoriale : Maurizio ‘gibo’ Gibertini NOTA : [1] Il termine "spacetimemattering" di Karen Barad è una parola creata per descrivere il modo in cui la materia e lo spaziotempo emergono attraverso le intra-azioni e siano intrinsecamente legati. Il concetto fa parte della teoria filosofica dell’Agential Realism. Introduzione alla pubblicazione seriale su Ahida di Giuliano Spagnul « L'uomo è involuto in se stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l'uomo non vede più.» Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La tartaruga, 2024, p. 57 Sono passati più di cinquant'anni da questa lapidaria invettiva e l'uomo continua a non vedere. O, per lo meno, ciò che vede è l'inevitabile esaurirsi delle risorse del suo pianeta a cui può solo ovviare con un secondo pianeta da conquistare. E, siccome non è lì bell'e pronto da abitare, da terraformare . C'è qualcosa di assolutamente surreale, e forse inquietantemente patologico, in questa idea di consumare qualcosa fino all'osso per poi sputare l'osso e trovare qualcos'altro da consumare a sua volta e così via all'infinito. Ma il paradosso estremo è che quel qualcos'altro da conquistare è ancora più spolpato di quell'osso che si vorrebbe gettare. E quindi va artificialmente reso fertile e fecondo di nuove risorse per poterlo sfruttare. Ma allora perché, si chiede una giovane astrofisica, divulgatrice, Silvia Kuna Ballero presentando il suo libro Rapsodia marziana (Codice Edizioni, 2025) alla libreria Anarres di Milano, non terraformare il pianeta esausto che già abbiamo? Terraformare il pianeta Marte con i mezzi e i saperi odierni è praticamente impossibile, al di là di quel che ne pensa un infantile miliardario, e quell'ipotetico «forse tra qui a cinquant'anni» timidamente avanzato dall'autrice suona più come una rimanenza di quel luogo comune del progresso spinto sempre in avanti dal semplice accumularsi degli anni che passano. Ma allora, davvero, perché non la Terra che abitiamo e che possiede ancora un'atmosfera e acqua in abbondanza, anche se non proprio in ottima salute? Dare come risposta lo spirito dell'avventura insito nell'umano, la ricerca di quel qualcosa che sta oltre l'orizzonte, quel misurarsi sfidando i limiti che ci sono propri o imposti, non è una risposta sufficiente. Finita l'ultima frontiera di fronte a noi, si guarda in su oltre il cielo , e il dispositivo fantascientifico novecentesco ci ha abituati e rodati efficacemente a questo: ci ha reso familiare e tutto sommato accettabile l'idea di dover abbandonare la Terra. Non è un caso che Bruno Latour non amasse la fantascienza. Così infatti descrive i moderni in La sfida di Gaia (Meltemi, 2020): «non vedono l'avvenire se non in forma di romanzo futuristico. Nulla di sorprendente in ciò: non hanno mai prestato particolare attenzione alla direzione in cui stanno andando, ossessionati dall'idea di sfuggire al loro attaccamento alla Terra. Pronti al distacco, sembrano veramente ingenui quando incontrano la prospettiva del riattaccamento a una nuova residenza, della delineazione di un nuovo nomos. Somigliano ad astronauti che si apprestano a fare un giro d'esplorazione nello spazio senza tuta.» (p. 337) La risposta a tutto questo in realtà è molto semplice: se non si vuole abbandonare la Terra si dovrà abbandonare il capitalismo. E qui chi prospera e vive di capitalismo farà di tutto per convincerci del contrario e di strumenti ne ha tanti: una nuova avventura entusiasmante e meravigliosa è possibile! Certo non per tutti, forse per pochi, ma la razza umana sopravviverà proprio grazie a questi pochi, sorteggiati dalla fortuna o scelti tra i migliori o in una combinazione tra le due; ma l'importante è il nuovo sogno collettivo a cui tutti, con il loro lavoro e il loro entusiasmo parteciperanno. La fabula speculativa, il racconto di questo boomernauta del tempo, in questa sorta di antifantascienza (non me ne vorrà l'autore per questa definizione che a suo tempo fu affibbiata all'opera di un grandissimo come James G. Ballard) ci racconta proprio questo grande inganno e come immaginare le possibili forze antagoniste in grado di opporsi. Ogni episodio può essere letto come un frammento autonomo , ma connesso a un flusso narrativo complesso , in cui si intrecciano realtà riconoscibili e immaginazione critica.
- scienza e politica
# 7. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. Sedici anni di cura e lotta. La Microclinica Fatih a Torino Italo Carrarini La Microclinica Fatih è un ambulatorio popolare e collettivo attivo dal 2009 all’interno del CSOA Gabrio, nel quartiere San Paolo di Torino. Nata per rispondere ai bisogni di salute delle persone escluse dal Servizio Sanitario Nazionale — in particolare migranti e richiedenti asilo — la clinica fonda la propria azione su tre principi cardine: una concezione sociale e collettiva della salute, l’orizzontalità nelle decisioni e l’indipendenza economica dalle istituzioni. Nel tempo, la Microclinica ha adattato le proprie pratiche ai cambiamenti sociali e territoriali, affrontando nuove forme di disagio psicologico e sociale e sviluppando percorsi di cura collettiva, prevenzione e riparazione. Tra le iniziative più recenti figurano la campagna <>, contro la violenza medica, e la Consultoria FAM, progetto transfemminista autogestito dedicato alla salute sessuale e ginecologica. Le attività della Microclinica si intrecciano con quelle del centro sociale e di altri collettivi, promuovendo azioni di solidarietà, eventi comunitari e campagne per la difesa della sanità pubblica. Dopo sedici anni di esperienza, la clinica rappresenta un laboratorio di pratiche di salute autonome e mutualistiche, che si pongono in tensione critica e complementare rispetto a un sistema sanitario pubblico sempre più smantellato. L'ambulatorio popolare "Microclinica Fatih" è uno spazio e un collettivo che si occupa di diritto alla salute e salute comunitaria nella città di Torino, a partire dal 2009. L'approccio alla salute dell'ambulatorio si riflette in primo luogo nel nome. Il termine “Microclinica” richiama le pratiche di resistenza e di vita comunitaria delle comunità zapatiste del Chiapas, dove le microcliniche fanno parte del sistema sanitario autonomo del Caracol (i municipi) e sono spazi aperti, inclusivi, di accoglienza e cura per tuttə. “Fatih” , invece, era un uomo di 38 anni morto dopo essere stato privato di assistenza medica nel centro di detenzione di Torino (oggi CPR). Ciò rivela, da un lato, la tensione legata al desiderio di costruire pratiche di salute comunitaria in risposta ai meccanismi di esclusione del sistema sanitario e, dall’altro, la connessione con una prospettiva e una lotta antirazzista. La costruzione di intersezioni tra diverse lotte sociali è centrale nelle attività della Microclinica e del centro sociale autogestito di cui da sempre fa parte, il CSOA Gabrio, situato nell'ex quartiere operaio di San Paolo, a Torino. Tra il 2009 e il 2010, la città ha vissuto una fase intensa di occupazioni abitative e di lotta per la casa. Il CSOA Gabrio faceva parte di queste mobilitazioni e in alcune occupazioni cominciarono a emergere problemi di salute a causa dell'insalubrità e dell'assenza di riscaldamento dello stabile. Le persone occupanti erano per lo piu persone con background migratorio e richiedenti asilo con difficoltà e impedimenti - formali o sostanziali - di accesso al SSN. è in questo contesto che è nata l'idea di aprire un ambulatorio popolare dentro al Gabrio. L'ambulatorio era la forma di azione diretta che piu di altre permetteva di rispondere a diversi bisogni e obiettivi: seguire e curare persone che non potevano accedere ai servizi e permettersi le medicine, e costruire lotte per rivendicare il diritto alla salute per tuttə. Il funzionamento della Microclinica si fonda su tre principi fondamentali. Il primo è una concezione sociale della salute, che si riflette in diversi aspetti dell’organizzazione. L'ambulatorio è aperto una o due volte la settimana, con accesso libero e senza prenotazione. Al suo interno possono svolgersi sia visite mediche, sia momenti di orientamento sociosanitario e, in ogni caso, con nessuno che indossa un camice. Durante le consultazioni mediche, l’obiettivo è quello di raccogliere e interpretare i sintomi delle persone all’interno del contesto fisico, sociale ed economico in cui si sono manifestati, così da evitare letture e soluzioni esclusivamente medicalizzanti e centrate sul farmaco. Quest’ultimo, infatti, è spesso percepito come la risposta più immediata, concreta ed efficace, anche da parte delle/gli stessə utenti. Il secondo principio è l’orizzontalità, si concretizza nei modi in cui la Microclinica prende le decisioni e organizza la sua azione, ovvero con un’assemblea mensile aperta a militantə e utenti. Per far fronte al fatto che alcunə utenti possano incontrare ostacoli legati alle norme implicite di partecipazione o al ritmo specifico dell’impegno militante, sono state introdotte forme alternative di coinvolgimento, come i pasti collettivi o le attività di autofinanziamento. Infine, il terzo principio centrale è quello dell’indipendenza: la Microclinica rifiuta qualsiasi finanziamento proveniente da istituzioni pubbliche, donazioni o fondazioni private, garantendo così la propria autonomia, che tuttavia comporta una precarietà strutturale e che può tradursi in oscillazioni del numero di attività organizzate o dei giorni di apertura, passando in alcuni periodi da due giorni a uno solo. La traduzione concreta di questi tre principi, pur costitutiva dell’identità del centro, è costantemente attraversata da tensioni e contraddizioni. Queste riguardano, ed esempio, la difficoltà di conciliare i tempi di vita e di militanza per chi porta avanti l'ambulatorio, o le diverse aspettative e possibilità di partecipazione di chi vi prende parte. Lungi dall’essere visti come ostacoli, tali tensioni rappresentano un terreno di confronto costante su cosa significa costruire azione politica diretta nel campo della salute e delle forme autogestite di cura. Mettere in primo piano questi nodi problematici è fondamentale: significa non cristallizzarsi in pratiche routinarie e non rimanere immobili di fronte a un mondo che cambia. Al contrario, l’interrogarsi continuamente su ciò che si porta avanti costituisce una condizione necessaria per comprendere come immaginare e tradurre in pratiche modalità di cura collettiva che siano al tempo stesso efficaci e trasformative. Infatti, nel tempo, le principali aree di intervento dell'ambulatorio sono cambiate, anche adattandosi ai mutamenti del nostro quartiere e della nostra città. Oggi, ad esempio, pur continuando a vedere persone con background migratorio, incontriamo sempre più spesso persone con fragilità psicologica e psichiatrica, persone da "aggiustare" in un sistema che ci vuole efficienti, produttivə, adattatə alle richieste di sfruttamento e consumo della nostra società ultra-capitalista. I cambiamenti intercorsi fuori di noi ci hanno interrogato anche sulle nostre pratiche, portando a profonde mutazioni. Quello che portiamo avanti oggi all'interno della Microclinica è il tentativo di fornire un sapere medico e sociale e un modello di cura che rompe il rapporto di potere medico-paziente (cosi come medico-altro sanitario non sanitario), portato avanti da microequipe di lavoro orizzontale (persona sanitaria -altro profilo professionale- persona con bisogno di cura). Condividendo un sapere che è di pochə, ma che coinvolge tuttə e deve essere distribuito e rimesso in discussione nel come è pensato ed usato. La cura inoltre non è solo quella dell'acuzie, ma deve essere estesa alla prevenzione (con attenzione particolare sui determinanti sociali)e prolungarsi anche oltre, con un processo riparativo e di riattivazione. Di questo in particolare ci stiamo occupando con la campagna "Luoghi di cura, non di paura", un percorso politico incentrato sul tema della violenza medica, attraverso il quale abbiamo raccolto e dato voce a testimonianze di violenza medica subite in ambito ginecologico, psichiatrico, oncologico e in generale negli ambienti di cura. A queste testimonianze abbiamo dato eco e lettura tramite presidi sotto gli ospedali, in radio, nei nostri spazi. La campagna si pone l'obiettivo di mappare luoghi di salute sicuri, e di formare il futuro personale sanitario partendo dalle testimonianze stesse di violenza medica. Qui le pratiche della Microclinica Fatih si intrecciano con quelle del più ampio movimento transfemminista, che porta avanti lotte e campagne pubbliche contro le restrizioni al diritto all’aborto, la violenza ostetrica e il medical gaslighting. Un altro esempio della costruzione di pratiche partecipative “dentro e oltre” la Microclinica Fatih riguarda la collaborazione con un’esperienza nata quest’anno nel centro sociale autogestito CSOA Gabrio a seguito di un processo di co-costruzione: la “Consultoria FAM” , un’iniziativa autogestita volta a offrire consulenza in ambito sessuale e ginecologico, promossa dal collettivo transfemminista Non una di meno , dal collettivo Sei Trans? e dalla stessa Microclinica Fatih. La Consultoria FAM organizza consulti ginecologici, gruppi di mutuo aiuto e di auto-esplorazione, e sviluppa pratiche di prossimità e partecipazione accanto a iniziative politiche e pubbliche rivolte a donne, persone trans e non-binarie assegnate femmine alla nascita. La Microclinica Fatih e la Consultoria FAM si incontrano periodicamente in assemblee condivise e molte persone che accedono all’una si rivolgono anche all’altra. Vengono regolarmente organizzate iniziative di coinvolgimento comunitario: un esempio recente è stato un festival pubblico, aperto al quartiere, promosso congiuntamente dalla Consultoria FAM e dalla Microclinica Fatih, che ha posto al centro temi legati alla prospettiva dell’impegno comunitario: “La salute come benessere comunitario” ; “La salute come lotta collettiva contro le disuguaglianze” ; “L’arte come cura” ; “Riprendiamoci i nostri corpi” . Le attività hanno incluso laboratori teorici e pratici sul rapporto tra salute e alimentazione, gruppi di mutuo aiuto per persone con malattie difficili da diagnosticare – portatrici di difficoltà sociali, economiche e relazionali connesse – laboratori costruiti insieme alle donne che frequentano la Microclinica Fatih per definire i loro bisogni di salute e sociali, e infine una passeggiata pubblica e comunicativa nel quartiere. Costruire un festival come questo ci permette di rafforzare il coinvolgimento con il quartiere, accrescere la consapevolezza sull’impatto degli aspetti sociali sulla salute, e mappare le risorse comunitarie necessarie per affrontare le disuguaglianze e contrastare l’esclusione sociale e la marginalizzazione. Svolgere le attività all’interno di un centro sociale non solo permette un’azione coordinata con altre lotte sociali, ma facilita anche i collegamenti con altre esperienze che si svolgono dentro e intorno allo spazio della clinica. Nella stanza accanto alla clinica si trova, ad esempio, lo sportello legale, dove si offre assistenza legale gratuita e si organizzano iniziative antirazziste e contro i centri di detenzione. Allo stesso modo, durante la pandemia come Microclinica Fatih abbiamo collaborato con il gruppo solidale “SOS spesa” , nato durante il lockdown per sostenere persone e famiglie del quartiere attraverso la distribuzione di alimenti. Accanto alle iniziative rivolte al più ampio ecosistema dell'ambulatorio, abbiamo costruito altre pratiche di partecipazione e coinvolgimento, specialmente per gli utenti, con cui vengono organizzate cene sociali di autofinanziamento. La partecipazione e la costruzione condivisa di iniziative di diverso tipo aiutano a mettere meglio a fuoco come l’investimento nella costruzione di processi di coinvolgimento comunitario non riguardi soltanto le pratiche mediche, ma la questione della salute nel suo complesso. Il filo conduttore di questi processi comunitari è la costruzione di una (ri)presa di parola sulla salute, tanto individuale – nelle consultazioni mediche – quanto collettiva – nelle iniziative pubbliche. La lotta per la salute passa anche attraverso la difesa e la rivendicazione di un servizio sanitario pubblico, universale e finanziato. Per questa ragione, come Microclinica abbiamo sempre partecipato alle mobilitazioni per la sanità pubblica, come nel caso della campagna per la riapertura del Maria Adelaide – un ex ospedale chiuso da anni – che durante la pandemia è divenuto simbolo della necessità di risorse pubbliche per affrontare l’emergenza. Un altro nodo centrale, che ha rappresentato negli anni una tensione generativa, è il rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale. Uno degli slogan fondativi della Microclinica Fatih era infatti “Aprire per chiudere” : l’idea non era sostituirsi alle istituzioni pubbliche, ma offrire una risposta alle loro mancanze, rivendicando al contempo il diritto incondizionato alla salute e il rafforzamento del servizio pubblico. Dopo sedici anni di vita della Microclinica, tuttavia, questo orizzonte si è trasformato. Il processo sempre più capillare e violento di smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale e l’avanzata della sanità privata nelle sue diverse forme (cliniche, assicurazioni, etc.) non solo contribuiscono a rendere sempre piu difficile la presa in carico sociosanitaria delle persone, ma cambiano gli stessi fondamenti organizzativi ed epistemici del sistema sanitario pubblico, sostenendo la crescite di logiche biomediche , individualizzanti e poco sensibili alle dimensioni sociali, relazionali e collettive della cura. Dopo sedici anni, possiamo dire che la Microclinica non è piu una risposta puntuale ad un'emergenza perchè la sua azione collettiva è inserita in un processo di lunga durata, ma, allo stesso tempo, non vuole agire in una logica di supplenza e compensare le mancanze del pubblico e la mancata presa in carico sociosanitaria di gruppi sociali marginalizzati. In questo contesto, il motto «aprire per chiudere» non scompare, ma si trasforma: cessa di essere un orizzonte programmatico immediato per diventare un principio costantemente messo in tensione dallo stato attuale del sistema sanitario pubblico italiano e che contribuisce a mantenere viva la domanda politica su come intrecciare pratiche di cura autonome e mutualistiche con la difesa collettiva di un servizio pubblico di salute.












