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  • selfie da zemrude

    Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Le Guerre dei Quattro Elementi; I Movimenti BSM EPISODIO-10-PARROT-52 Le Guerre dei Quattro Elementi Man mano che si avanzava nella seconda metà del XXI secolo, epoca della transizione verso la Gov Q, i frequenti conflitti locali vengono designati come guerre dei quattro elementi: Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Queste guerre degli elementi essenziali delle cosmogonie indicavano che le fondamenta stesse della possibilità di vita umana sulla Terra erano in pericolo, anche se spesso i conflitti erano controllati e distanti gli uni dagli altri. La WF interveniva solo quando gli interessi strategici della Gov Q erano in gioco. Questo era il caso delle guerriglie generate dagli ecowarrior che, nel disperato tentativo di contenere l’avanzata della setticemia di Gaia, avevano concentrato attacchi e sabotaggi sulle infrastrutture di estrazione e distribuzione dei combustibili fossili. All’epoca della transizione verso la Gov Q la setticemia di Gaia diventava sempre più galoppante. A costo di ripetermi ti ricordo che il termine galoppante che qui utilizzo è da considerare in modo relativo. La setticemia generava, fra l’altro, un mutamento che paragonato alla variabilità climatica naturale di Gaia era comunque impressionante. Nel passato i passaggi fra le ere glaciali, in cui buona parte della superficie terrestre era ricoperta da ghiacciai, e quelle interglaciali erano di milioni di anni, mentre i cicli minori dei periodi glaciali duravano comunque molte decine di migliaia di anni. Ora invece l’ordine di grandezza era talmente corto che i cambiamenti erano ormai percettibili di anno in anno. Ma non si trattava solo di clima e di riscaldamento delle temperature, perché con l’aggravarsi della situazione si creò una corrispondenza di fattori di origine diversa che confluivano in un assalto senza precedenti ai sensi e all’ossigenazione di umani e nonumani. Si andava dai mille tipi di inquinamento che aggredivano tutte le funzioni vitali, alle sindemie mortali che toglievano letteralmente il respiro. Ovviamente, erano gli strati dell’umanità del basso  i più colpiti e attraversati da crisi respiratorie-olfattive-viscerali-allergizzanti. A questo si aggiungevano i grandi ricatti sugli altri elementi vitali e l’esempio più impressionante era stato quello della privatizzazione generalizzata dell’acqua, generatrice di conflitti multipli. Nel frattempo le tipologie di guerra e insurrezione locale si erano progressivamente modificate. La setticemia di Gaia, generata dalla pandemia nekomemetica, che imperversava fra gli umani, aveva cambiato la situazione. Erano emersi conflitti le cui cause erano in relazione diretta con gli elementi fondamentali della biosfera. Seguendo le capacità di sintesi cinesi, vennero comunemente chiamate le guerre dette dei quattro elementi : Terra, Acqua, Aria, Fuoco. Non a caso i quattro elementi erano comuni a quasi tutte le cosmogonie. Le popolazioni sentivano l’avvicinarsi della fine della loro civilizzazione, che, erroneamente, avevano scambiato come fine dell’universo. Non c’era quindi da stupirsi che in quella situazione emergessero proprio quei riferimenti primordiali per dare un nome alle guerre che avrebbero fatto da contorno all’estinzione temuta. In effetti a ciascuno dei quattro elementi corrispondevano realtà che erano all’origine di tanti conflitti locali o più estesi. L’elemento terra  aveva diverse accezioni semantiche: poteva essere in relazione al contendersi di territori abitabili/coltivabili viste le desertificazioni in atto, oppure riguardava i conflitti per l’accaparramento delle terre rare, elementi essenziali per ottenere la potenza quantistica necessaria alla Governance omonima. L’elemento acqu a era stato sovente oggetto di dispute e conflitti della sedicente civilizzazione umana. Ma un cambio di paradigma nella conflittualità era avvenuto quando l’acqua usata dagli umani era entrata trionfalmente nei mercati finanziari proprio mentre diventava un bene raro, ovviamente non per coincidenza. Nello stesso tempo, a causa del riscaldamento climatico, l’acqua continuava a far montare i livelli di mari e oceani costringendo un numero sempre più importante di abitanti delle zone costiere a fuggire o a ritirarsi nelle zone interne. Venezia era sommersa come ti dicevo, ma questo non aveva certo impedito al turismo di organizzare impressionanti visite sottomarine. In molte regioni urbane e non, l’ aria  che si respirava era diventata sinonimo di inquinamento, di calore soffocante, di malattia e morte diffusa. In questo caso si trattava di una guerra persa, che non faceva che accrescere le grandi diseguaglianze fra chi si poteva permettere di vivere in luoghi con aria non contaminata e tutti gli altri.Il fuoco  era il simbolo dell’uso sconsiderato delle energie fossili prodotte da Gaia riciclando il vivente lungo il corso della sua esistenza. L’ambito delle energie fossili e di tutta la folle infrastruttura di estrazione, trasporto e utilizzo costituiva una delle più gravi, se non la più grave fonte d’infezione di Gaia generata dal morbo nekomemetico umano. Erano state le forze di produzione di tutte le Governance capitaliste, da quelle industriali sino a quella quantistica di cui ti sto parlando, che avevano potenziato questo fuoco  e il suo contaminante sistema di circolazione. Le guerre del fuoco – e cioè quelle che gli umani combattevano per il possesso, il controllo e talvolta il sabotaggio di gas, carbone e petrolio – erano superinfezioni della pandemia nekomemetica che generavano accessi febbrili di Gaia. Immensi incendi devastavano estensioni sempre più vaste in tutti i continenti. Il sabotaggio e gli atti di distruzione dell’infrastruttura dei combustibili fossili non erano guerre, ma piuttosto azioni di guerriglia che avevano preso consistenza sin dalla fine dell’era neolib ed erano praticate da movimenti degli ecowarrior , fortemente criminalizzati dalla WorldForce  e da tutti i SecurServ  come il nemico N. 1 da annientare. D’altronde anche se le attività distruttive erano concentrate sui combustibili fossili gli ecowarrior  si battevano anche violentemente, se necessario, per la preservazione di tutti gli altri elementi che riguardavano la terra, l’acqua e anche, più indirettamente, l’aria. Questo poteva avvenire in vari modi di lotta, fra cui quelli dell’occupazione e la difesa di territori da proteggere (ZAD 1 ). Tali azioni anche violente non erano comparabili alle guerre fra PoSt/ati, ma piuttosto si configuravano come disperati tentativi di far da freno contro la setticemia di Gaia. Avvenivano tardivamente e in modo limitato e contrastato per poter veramente capovolgere la situazione ormai troppo avanzata. La minaccia più grave che si stava realizzando sotto i nostri occhi era il tanto temuto riscaldamento delle fasce tropicali; in alcune zone, ogni anno più estese, era ormai impossibile vivere a causa del caldo umido.Al disopra di 35° gradi a bulbo umido 2  il caldo diventa insopportabile perché il corpo umano non è più in grado di regolare la temperatura attraverso la traspirazione. Questo fenomeno era all’origine di trasmigrazioni sempre più massicce che alimentavano le guerre e viceversa. Oltre ai conflitti dovuti alle migrazioni di grande ampiezza a causa dei cambiamenti climatici, c’erano quelli contro le popolazioni intrapresi, pilotati, o semplicemente lasciati fare dalla Gov Q. In essi erano in gioco anche l’acquisizione, il controllo, la difesa e le enclosure degli ultimi grandi territori a bassa densità umana con acqua abbondante e scarso inquinamento atmosferico e terrestre. Queste regioni erano destinate ai membri dell’oligarchia e alle classi dei loro servitori intesi nel senso proprio o figurato del termine. Il peggiorare delle condizioni di vita globali stavano trasformando in guerra le operazioni fatte dai grandi tycoon quando, per esempio, si erano comprati mezza Nuova Zelanda e buona parte del Madagascar o dell’Africa Australe. Ora, come ai tempi delle grandi colonizzazioni, c’era il dichiarato proposito di espellere o di eliminare gli abitanti originari. Al di là dei quattro elementi, le cause di guerre e conflitti aperti o larvati potevano essere diverse. Certe volte, in particolare nelle zone periferiche e povere, le guerre sembravano simili a quelle degli Stati-Nazione del XIX o del XX secolo: conflitti etnici e religiosi o, spesso, guerre civili. La seconda guerra civile USA, ormai diventata cronica, così come il periodo dei disordini in Cina dopo il fallimento del progetto Primavera erano stati casi particolari che avevano anticipato il contesto di una conflittualità endemica. Di fatto si trattava sovente, in un modo o nell’altro, di guerre dei poteri locali o globali della Gov Q contro le popolazioni le cui condizioni di vita, mutando, diventavano insostenibili. L’intensificarsi di guerre non più funzionali alla perennità del capitalismo e la riduzione sempre più accelerata delle zone abitabili furono fattori essenziali che convinsero l’ AltaSfera   Ecofin  della necessità di accelerare la Grande Fuga , ancor prima della nascita della Gov Q.In questi conflitti capitava che i PoSt/ati abbandonassero, a volte temporaneamente, il controllo di reti e territori per svariate ragioni. Spesso tali perdite non erano da imputare a un nemico umano, ma a fattori scatenati dalla setticemia di Gaia e ostinatamente ignorati. Anche in questi casi la Governance non attivava gli algoritmi di intervento diretto della WorldForce , a meno che i suoi interessi vitali fossero in gioco. Questo poteva avvenire per esempio quando l’accesso a materie prime indispensabili per la Grande Fuga  era minacciato, oppure quando un conflitto locale degenerava e rischiava di diventare incontrollabile producendo contaminazioni globali. In questi casi gli interventi potevano essere molto duri e precisi, le tecnologie belliche, come le bombe tattiche a neutroni, venivano utilizzate senza alcuno scrupolo. Non vorrei che da queste mie descrizioni tu avessi l’impressione di un’apocalisse generalizzata. In realtà si trattava di un incremento delle situazioni di guerra e di conflitto, ma ancora lontano da un caos generalizzato. Note: Zones à Défendre: Una terminologia derivata dalle lotte ecologiche in Francia nei primi decenni del XXI secolo. Si tratta di una temperatura con umidità del 100%. I Movimenti BSM Ancora un capitolo pervaso dalle considerazioni politiche del Boomernauta. Qui ci racconta la nascita della tendenza BSM (Breath&Smell Matter), in cui evidentemente aveva trovato risonanze della sua militanza passata. Si tratta di un insieme di movimenti intersezionali che nascono, come le guerre dei 4 elementi, a causa dell’aria sempre più calda e irrespirabile nelle grandi e inquinate megalopoli, che deturpavano Gaia. Nonostante le difficoltà in cui si trova, la Gov Q fronteggia come può il disfacimento ecologico. Da BSM emergono analisi corrette della situazione, ma non si riesce ad andare aldilà e a credere nell’ipotesi di una rivoluzione globale. Un punto di forza nel suo seno è la rete dei semio-hacker, antagonisti dei techno-tycoon e delle loro milizie tecnologiche mercenarie. Ed è proprio dai semio-hacker 1  che nasce l’idea di come contrastare la pandemia nekomemetica… Fu con il moltiplicarsi dei conflitti che all’interno della Sfera Autonoma  la parola d’ordine Breath&Smell Matter (BSM) si era divulgata in un lampo dando vita a un insieme di movimenti orizzontali che si integravano a molte mouvance già esistenti. Davanti a questa infezione di Gaia senza precedenti, che toglieva il respiro a chi non si poteva permettere un’aria decente, era partito lo slogan I can’t breath. Un grido di disperazione che le classi dominate lanciavano per loro stesse e per Gaia dalle sterminate megalopoli in cui erano costrette a vivere. A partire da Messico e Sudamerica, dove centinaia di milioni di persone vivevano ormai nella torrida nebbia mortifera di sterminati slum, lo slogan si era poi diffuso prima nel resto del Sud, in Asia e Africa e poi anche nel Nord dell’Occidente. Le catastrofi termiche diventavano frequenti. Morti di massa avvenivano durante le ondate di calore estreme, soprattutto nelle zone dove le temperature a bulbo umido superano i livelli sopportabili per l’organismo umano. Questo era stato il campanello d’allarme, un po’ più sonoro degli altri, che aveva segnato un salto di livello della setticemia della biosfera. Ecofin nella sua proverbiale flessibilità, aveva cercato di integrare nel mercato la risposta a questo esteso malessere. Ispirandosi alle vecchie pratiche dei washing , avevano inventato il cure washing . Così, per esempio, sin dall’epoca lontana del Covid 19, era nata una nuova filiera di cure private che facevano capo alle Cliniche dei Sensi Perduti . Ma torniamo al BSM 2 . C’era stata una rapida espansione intersezionale e geografica che aveva fatto convergere tante componenti verso questa parola d’ordine unificante, vi partecipavano femministe, precari, black e razzializzati, migranti, semio-hackers del movimento crypto commons, ecowarrior, attivisti Pink LGBTQ+, ex schizo-tempestosi 3 cinesi, post-antispecisti e altri spezzoni e componenti di movimenti scomparsi tra cui i bisnipoti di Greta. Non c’erano solo gli attivisti, ma perfino larghe fette di popolazioni accomunate dagli stessi problemi vitali. Anche se con legami laschi, i precari cognitivi del Nord, le vaste popolazioni povere del Sud e le reti alternative, diffuse un po’ dappertutto, si ritrovarono dentro BSM. L’ondata BSM, oltre a denunciare la politica della Gov Q, aveva cercato a più riprese di bloccare alcuni gangli vitali delle megalopoli fra l’altro, come ti dicevo prima, tagliando le arterie che portavano il sangue nero dell’infezione di Gaia. Avevano ottenuto a sorpresa qualche risultato favorevole qui e là, ma sul terreno e nelle piazze era spesso in un rapporto di forze sfavorevole. Senza poi parlare delle mancanze organizzative e delle contraddizioni irrisolte in un ambito geopolitico tanto esteso e complesso. Le cose cominciarono a cambiare quando il dispositivo a tre fasi della Gov Q era ormai istallato e funzionante dal punto di vista algoritmico, ma anche lui subiva gli effetti devastanti dello stato di Gaia. I movimenti debolmente connessi del periodo neolib nella loro discontinuità erano stati attraversati da vettori intersezionali che avevano perso la limitata accezione giuridica con cui questo termine era nato. Ora l’intersezionalità significava l’interdipendenza delle forme di oppressione come il razzismo, il sessismo, l’omofobia che si erano tanto aggravate, ma non aveva ancora trovato adeguate forme di lotta che trasformasse queste molteplici spinte in una forza rivoluzionaria tale da preoccupare i centri di potere Ecofin. Adesso però era emerso un punto di forza costituito dalla forte componente tecnologica organizzata all’interno dell’ondata BSM e che avrebbe potuto rappresentarne la nervatura: era un piccolo esercito di semio-hacker, sparsi nel mondo, che utilizzavano e mantenevano i principali protocolli di navigazione anonima e le reti virtuali private 4 . E non era poco perché questo permetteva forme di resistenza digitali alla dominazione quantistica della Gov. I semio-hackers cominciarono a lavorare in multiple direzioni, a fare sperimentazioni empiriche. Molti di loro facevano parte del movimento dei crypto commons che aveva cercato di creare condizioni per una computation replicabile, gestita dal basso. Le loro conoscenze tecnologiche avevano permesso di intuire la svolta quantistica della Governance e il pericolo dell’avvento di una megablack-box  centralizzata che essa avrebbe rappresentato. Avevano tentato di dar forma e difendere l’evoluzione tecno-politica delle piattaforme informatiche al di fuori delle logiche di proprietà. Evoluzione che, almeno teoricamente, sarebbe stata possibile usando gli algoritmi della blockchain 5 . Per combattere più efficacemente questa offensiva autonoma la Governance aveva dotato la WorldForce  di un Executive Board che oltre ai rappresentanti dell’oligarchia dell’armamento aveva in seno ben 5 VP di mega-piattaforme di classe GAFAM e BATX 6 . Persone (soprattutto uomini…) che controllavano settori e dipartimenti chiave: informazione (e in particolare l’ intelligence ), comunicazione, istruzione, ricerca… Ovviamente, visto l’aumento considerevole delle temperature dovuto al riscaldamento globale, una parte delle data farm della classe GAFAM era andata in fumo (inquinante) o era stata abbandonata per mancanza di capacità di raffreddamento o altre cause geopolitiche, come l’abbandono di territori. I flussi delle platform erano quindi indeboliti rispetto al periodo d’oro, ma una nuova riorganizzazione tecnologica basata sulle memorie molecolari a basso consumo energetico lasciava sperare ai techno-tycoon un ritorno in forza. Nell’ AltaSfera   Ecofin , non mancavano certo sfide, alleanze e lotte d’influenza fra banchieri, fondi monetari e statisti riciclati. Le piattaforme di classe BATX, accusate di competere con il potere dello Stato, erano state limitate dal PCC sin dall’epoca in cui era ancora onnipotente e pienamente funzionante. Solo la cinese Aladdin era stata autorizzata a piazzare i suoi manager direttamente nell’ AltaSfera   Ecofin  dove fra i capi si trovavano gli eredi di Zebos, il mitico fondatore di Amazonas , sito che da solo gestiva buona parte del commercio mondiale, mentre quelli di M/Elon erano dati per dispersi dopo un tentativo di atterraggio di fortuna su Marte. Tuttavia, nonostante i successi che i techno-tycoon stavano ottenendo nelle tecnologie quantistiche e quelle delle nanoparticelle, applicate agli ascensori spaziali, nuvole nere si accumulavano nel loro orizzonte. Anche se cercavano di nasconderlo, le grandi piattaforme, da tempo utilizzate per il controllo biopolitico individuale degli umani, erano ormai cavalli un po’ sfiancati e non sarebbero state certo le memorie molecolari a dar loro una nuova vita. Avevano incarnato l’estensione neurocapitalista del Neolib, basata sull’esercizio di un’influenza neuronale individuale e il loro obbiettivo era di condizionare le soggettività in modo da generare negli utenti un asservimento volontario. C’erano in parte riusciti, diventando potenti, ma ora le loro megamacchine perdevano colpi e non si poteva che constatare l’inesorabile declino delle loro capacità di controllo biopolitico che avevano così ben funzionato. Lasciando briglia sciolta ai techno-tycoon nella fase neolib e poi nella prima parte di quella quantistica, la Governance aveva generato il peggioramento della pandemia nekomemetica e delle conseguenti sofferenze di Gaia. Nelle zone delle guerre dei 4 elementi o in quelle in cui si moriva di caldo o non si riusciva più a respirare, a nutrirsi, a dissetarsi o a curarsi decentemente, la seduzione della servitù digitale volontaria era svanita. Questa era la tendenza, anche se i collassi erano ancora relativamente episodici, mentre sussistevano le enormi disparità fra territori e/o fra strati di popolazione all’interno di una stessa regione. Molti dicevano in quest’ultimo caso, che esisteva un Sud anche all’interno del Nord. Ma ciò che era cominciato nel secolo precedente con le prime crisi dei migranti ora diventava più generalizzato e massiccio e talvolta incontenibile nonostante gli ostacoli frapposti dal potere. D’altro canto sembrava proprio che il ripercuotersi delle parole d’ordine BSM non riuscisse a produrre tessuti organizzativi empatici, rivoluzionari e globali. Nonostante questo, i movimenti continuavano a esprimersi anche violentemente con innumerevoli forme, che andavano dalle lotte di resistenza alle insurrezioni e alle attività armate di alcuni gruppi locali, ma mancava una globalità che sarebbe stata una conditio sine qua del passaggio a uno stadio ulteriore. Inoltre la Gov Q aveva ereditato da quella Neolib i geni di piena compatibilità con i movimenti nazionalisti, populisti e fascisti. Questo le permetteva ancora di esercitare un divide et impera fra categorie subalterne e all’occorrenza di suscitare forme di guerra civile fra di esse (proletari contro migranti ecc.) … Nonostante tutto uno spiraglio si poteva aprire dove meno ce lo si aspettava. Com’era già successo in altri passaggi vitali della Storia, quando i tempi sono maturi, una stessa intuizione diventa ubiqua manifestandosi simultaneamente in luoghi distanti. Così avvenne per quella destinata a opporsi alla pandemia nekomemetica. Nel continente nordamericano fu proprio nell’hackerspace semiotico Soundbridge, sopravvissuto al terremoto BIG ONE di San Francisco e dintorni, che emerse l’idea. In India, Russia, Cina, Lituania, Giappone e poi altrove avvenne lo stesso mentre in Europa se ne parlò proprio in una conferenza organizzata da ESC 7 . Ci sarebbe voluto, dicevano, un contro-flusso memetico free che depotenziasse quello virale con una funzione sia di protezione che di cura. Note: Semio-hacker: cfr. glossario. BSM: cfr. glossario. Schizo-tempestosi: cfr. glossario. Il Boomernauta fa riferimento a software e reti di tipo Darknet, TOR ecc. Il Boomernauta mi disse in seguito che qui aveva citato un suo vecchio conoscente ed amico che aveva fatto parte del movimento dei crypto commons e di cui ricordava solo il soprannome: Jaromil . Il Boomernauta non si ricordava più esattamente il nome delle imprese dei techno-tycoon rispettivamente dell’Impero di Sbieco  (USA) e dell’ Impero di Mezzo  (Cina). Entropy Semantic Club

  • scienza e politica

    L’IA come realtà relazionale Robin Tomens Il testo analizza criticamente l’intelligenza artificiale contemporanea mettendola in relazione con la nozione di metatecnica, intesa come capacità umana di riflettere sulle tecniche e di rifondarle. Contro le narrazioni allarmistiche sull’autonomia dell’IA, l’autore distingue la metatecnica umana dalla meta-automazione del machine learning, che automatizza il processo stesso di progettazione senza possedere agentività reale. Viene discusso il fenomeno delle <> come limite strutturale dei modelli generativi, legato alla loro natura statistica e non percettiva. L’IA emerge così non come intelligenza autonoma, ma come tecnologia-mondo inserita in un ecosistema tecnico-industriale dominato da oligopoli, con forti implicazioni politiche, economiche ed ecologiche. A questo link è possibile trovare il primo articolo del comparto di Giorgio Griziotti dedicato all'Intelligenza Artificiale. La nozione di «intelligenza» è da tempo oggetto di controversie e ridefinizioni, tanto in ambito tecnoscientifico quanto nella speculazione filosofica e nelle scienze umane. Si tratta di una questione cruciale, che meriterebbe un’analisi a sé – ben oltre lo spazio e l’obiettivo di questo intervento – e che qui non possiamo che evocare senza addentrarci nelle sue implicazioni più profonde. I tentativi storici di formalizzare l’intelligenza umana, come nel caso del quoziente d’intelligenza (QI), elaborato all’inizio del XX secolo nell’ambito della psicometria 1 , si sono rivelati strumenti parziali e normativi, che rispondevano, tra l’altro, a esigenze di classificare e ordinare le capacità cognitive secondo criteri di efficienza funzionale e adattamento all’organizzazione del lavoro capitalista dell’era industriale.Piuttosto che assumere due blocchi distinti – l’intelligenza «umana» da un lato e quella «artificiale» dall’altro – qui mi interessa seguire come emergano configurazioni differenti quando si incontrano e si intrecciano: da un lato la metatecnica come forma propria dell’attività umana, dall’altro la meta-automazione come caratteristica dell’intelligenza artificiale generativa. Non si tratta di contrapporre due essenze, ma di analizzare ciò che emerge dalla loro interazione, dalle relazioni concrete che producono insieme. Questo aiuta anche a comprendere meglio dove si colloca l’IA contemporanea nella lunga storia della technè.Innanzitutto, occorre ridimensionare i numerosi discorsi sui presunti pericoli legati all’autonomia dell’intelligenza artificiale – che un giorno potrebbe agire indipendentemente dall’umano e prenderne il controllo – mettendo invece in evidenza quelli effettivi e verificabili nella realtà contemporanea. Affermazioni pseudo-divulgative diffuse in libri popolari sostengono che la principale preoccupazione dei ricercatori sarebbe che le macchine possano non solo superarci, ma distaccarsi da noi 2 . Mi sembrano argomentazioni fuorvianti, volte a distogliere l’attenzione dalle vere motivazioni della ricerca che, soprattutto nella sua dimensione applicativa, è spesso nelle mani di laboratori finanziati dal mostro bicefalo Big Tech–Big State e orientati più al profitto che a ideali conoscitivi; al tempo stesso proiettano sull’IA l’immaginario competitivo e antropocentrico del neurocapitalismo, occultandone le funzioni effettive. La vera pericolosità di uno strumento come l’IA sta altrove e soprattutto nelle modalità in cui essa è concepita, centralizzata e gestita come vedremo. Già alcuni decenni fa Donna Haraway, con la figura del cyborg femminista, indicava una via per dissolvere la falsa dicotomia tra umano e macchina. Seguendo quella traccia si tratta di assumere come oggetto d’indagine i fenomeni relazionali e ibridi che emergono dall’incontro fra intelligenza umana e artificiale. Veniamo ora ai due aspetti chiave della metatecnica e della meta-automazione cui accennavo. La metatecnica è al centro della riflessione del Boomernauta, il personaggio concettuale protagonista del mio ultimo libro 3 . La metatecnica – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – coinvolge la capacità di riflettere criticamente sulle tecniche, identificare i loro punti di forza e debolezza, e sviluppare nuove modalità di pensiero e approcci per affrontare i problemi complessi (Griziotti, 2023, p. 324). Questa facoltà, per ora esclusivamente umana, distingue la metatecnica dalle tecniche, anche sofisticate, possedute da altri agenti biologici non umani, i quali pur sviluppando strumenti e pratiche complesse, non hanno mai oltrepassato la soglia critica che separa l’uso della tecnica dalla speculazione sulla tecnica stessa – quella capacità propriamente umana di creare non solo strumenti, ma sistemi per pensare e generare gli strumenti. Il concetto di «automazione dell’automazione» (meta-automazione) come definizione del machine learning  lo troviamo invece nel libro di Pasquinelli (Pasquinelli 2025, p. 237). In conclusione, il machine learning  può essere visto come il progetto di automatizzare il processo stesso di progettazione delle macchine e di creazione di modelli, ovvero l’automazione della stessa «teoria dell’automazione del lavoro». In questo senso il machine learning  e in particolare i grandi modelli fondativi rappresentano una nuova definizione della Macchina universale, grazie alla loro capacità non solo di eseguire compiti computazionali ma anche di imitare il lavoro e comportamenti collettivi su larga scala. La svolta che il machine learning  ha finito per rappresentare non è soltanto «l’automazione della statistica», come il machine learning  è talvolta descritto, ma l’automazione dell’automazione, portando questo processo alla scala della conoscenza collettiva e del patrimonio culturale. Inoltre, il machine learning  può essere considerato come una prova tecnica dell’integrazione graduale tra automazione del lavoro e governance sociale (Pasquinelli 2025, p. 237). Sebbene nel suo libro Pasquinelli si concentri soprattutto sul ruolo dell’IA rispetto al lavoro nella produzione capitalista, il passo coglie una trasformazione importante. Il machine learning  è una forma di automazione di secondo ordine, o «meta-automazione» che emerge come una soglia critica dell’automazione contemporanea: un processo che non si limita a eseguire compiti o a meccanizzare il lavoro cognitivo umano, ma punta a inglobare e scalare il processo stesso di ideazione, fino ad automatizzare la creazione di strumenti. Insomma la meta-automazione mira a integrare ed estendere la capacità umana di dare vita a nuove tecniche. Tuttavia, l’IA contemporanea resta vincolata a un impianto tecnico-industriale ben preciso, fondato su regimi di addestramento e su infrastrutture di controllo e sorveglianza dai costi ecologici proibitivi per il dispendio di calcolo ed energia, oggi concentrate negli oligopoli tecnico-finanziari. Per quanto estesi siano i dataset e sofisticate le correlazioni statistiche prodotte, il suo operare rimane confinato entro un perimetro definito. La sua apparente versatilità non deve trarre in inganno: l’IA non possiede agentività reale. Non può ridefinire i propri obiettivi, introdurre valori autonomi o generare contesti genuinamente nuovi. La loro «meta-competenza» – l’abilità di generare nuove soluzioni e procedure – resta quindi un fenomeno interno alla griglia dei dati, mentre la metatecnica umana trasforma attivamente i confini del possibile, introducendovi elementi radicalmente nuovi e non confinati in quel sistema. Un sistema di intelligenza artificiale può analizzare migliaia di film e produrre narrazioni e sceneggiature, ma non la rivoluzione operata dalla Nouvelle Vague francese alla fine degli anni Cinquanta. Quando Godard, Truffaut e altri spezzarono la continuità narrativa, fecero parlare i personaggi allo spettatore e trasformarono il film in riflessione critica sul medium stesso, non stavano ottimizzando il cinema hollywoodiano ma rifondando cosa significhi «fare cinema» introducendo interrogativi esistenziali sull’autorialità, sull’autenticità e sul rapporto tra finzione e realtà. L’IA può calcolare dentro la fisica newtoniana, ma non avrebbe mai concepito relatività o meccanica quantistica: rotture che richiedevano l’abbandono delle categorie stesse attraverso cui si comprendeva la realtà. Questa capacità di rifondare emerge dalla relazione tra singolarità e moltitudine: gesti che diventano trasformativi quando entrano in risonanza con pratiche collettive, conflitti materiali, trasformazioni di ciò che diventa possibile fare quando cambiano tecnologie, istituzioni e relazioni sociali. Se, come già avviene sui social, tali oligopoli possono ricavare informazioni ancor più rilevanti su di noi, non per questo le IA apprendono davvero da noi. Il loro apprendimento rimane confinato entro i limiti del dataset e delle logiche di ottimizzazione che lo governano. Le corporation utilizzano i nostri prompt per perfezionare modelli futuri, ma i sistemi con cui interagiamo non apprendono realmente dalla conversazione: non possono modificare la propria struttura o ridefinire i criteri interpretativi. Occorre dunque sfatare un luogo comune, spesso rilanciato anche da osservatori critici: l’idea che l’IA generativa impari dinamicamente e autonomamente dalle nostre domande. In realtà, i modelli non sono in grado di sedimentare conoscenza a partire dalle interazioni con gli umani. Al contrario, questi ultimi sono capaci di imparare dalle risposte dell’IA, pur subendone inevitabilmente l’influenza. L’apprendimento dei modelli invece è sempre mediato da dati preesistenti e supervisioni umane, e il loro funzionamento è fortemente vincolato da limiti tecnici e strutturali. Attualmente non esistono modelli in grado di superare questi limiti, né indizi che ciò possa accadere nel breve periodo. Tutto è allucinazione Dopo aver distinto la meta-automazione dell’IA dalla metatecnica propria della soggettività umana, e restando nell’ottica di un’indagine dei fenomeni che scaturiscono dalle loro interazioni piuttosto che di un confronto tra intelligenze, c’è a mio parere un nodo importante che può aiutarci a evidenziare i limiti tecno-politici dell’IA: le cosiddette «allucinazioni». Mentre l’allucinazione umana designa una percezione sensoriale vissuta come reale in assenza di uno stimolo esterno corrispondente, nel caso dell’IA generativa il termine assume un significato diverso. Nei Large Language Model si parla di allucinazione per indicare produzioni linguistiche che risultano insensate dal punto di vista umano: affermazioni scorrelate dal contesto, semanticamente fuorvianti rispetto agli input, o semplicemente errate pur essendo formulate in modo apparentemente coerente e plausibile. La questione solleva un interrogativo: se anche le macchine «allucinano», dove si colloca la differenza? La distinzione fondamentale risiede nella capacità di riconoscere l’errore. L’essere umano può interrogarsi sulla validità della propria percezione, confrontarla con altre esperienze, metterla in discussione. L’allucinazione della macchina è invece una disfunzione statistica: una correlazione probabilistica che produce output linguisticamente plausibili ma semanticamente vuoti, senza alcuna capacità di riconoscere autonomamente l’errore. Le nostre allucinazioni si misurano rispetto a un mondo condiviso e possono essere corrette dall’interno; quelle delle IA sono artefatti computazionali che richiedono verifiche esterne. Forse, secondo l’interessante ipotesi di Colin Fraser 4 , sarebbe più appropriato affermare che tutto ciò che produce un chatbot è frutto di allucinazione o «sogno», poiché non deriva dalla percezione di una realtà esterna, ma da calcoli statistici basati su testi umani nei quali prendono forma i nostri significati e interpretazioni del mondo sedimentati in rete. Fraser sostiene che «tutte le risposte degli LLM sono allucinazioni» 5 perché il sistema «pensa» di ricostruire un documento esistente ma in realtà ne genera uno nuovo. Da questa prospettiva tecnica, non esisterebbe una distinzione intrinseca tra risposte sensate e «allucinazioni», ma solo output più o meno desiderabili rispetto al contesto d’uso specifico. La tesi è quindi che il modello stia facendo esattamente quello per cui è stato progettato: generare un testo plausibile attraverso un calcolo probabilistico applicato a dataset sempre più estesi. Questo può funzionare nella maggior parte dei casi, ma non sempre, specie quando abbiamo bisogno non di plausibilità ma di precisione. In questi casi rimproveriamo alla macchina di produrre risposte inesatte e inverosimili («allucinare»), invece di riconoscere che stiamo utilizzando uno strumento probabilistico anche per compiti di natura deterministica. Torneremo su questo punto.Questo premesso, le «allucinazioni» dell’IA non hanno tutte lo stesso statuto. Alcune sono errori fattuali incontrovertibili. Altre invece presentano un carattere più ambiguo: ciò che viene percepito come «allucinazione» dipende anche dal giudizio dell’utente e dal contesto interpretativo. In queste situazioni, ciò che in un caso appare come un errore, in un altro può rivelarsi coerente. In fondo, ogni produzione dell’IA è il risultato di un processo relazionale tra modello, dati e interpretazioni umane. Alla sua genesi concorrono, da un lato, il nostro modo di interrogare, di stabilire corrispondenze e di valutare – talvolta esercitando una pressione contestuale o un’influenza di altro tipo – e, dall’altro, il modo in cui l’IA recepisce la richiesta e genera sequenze di parole che, statisticamente, tendono a seguire il contesto dato. In un certo senso l’IA generativa è «stupida» nel suo funzionamento, poiché si fonda su un numero pressoché infinito di ripetizioni dello stesso calcolo statistico, eseguito alla massima velocità. Il principio di base è quello della previsione della parola (o simbolo) successiva 6 a partire da una sequenza precedente, sulla base delle probabilità apprese durante l’addestramento su enormi quantità di dati.Come osserva Fraser, non sorprende che un grande modello, addestrato su dataset enormi, possa predire la parola successiva di un testo. Ciò che risulta quasi miracoloso è che, reimmettendo ciascun output del modello come input per il passo successivo in un loop, esso riesca alla fine a generare testi coerenti, spesso utili e talvolta sofisticati. Anche per suoi creatori, questo risultato fu inaspettato rispetto agli obiettivi originari di predizione di sequenze. Tuttavia tale effetto non costituisce una «scoperta scientifica», al massimo potremmo definirlo un risultato tecnico di notevole portata. È un evento che si colloca sul piano dell’ingegneria, non su quello dell’epistemologia scientifica, e che perciò si potrebbe paragonare alla tecnica elaborata da Brunelleschi per costruire la cupola di Santa Maria del Fiore senza impalcature 7 : un’innovazione costruttiva eccezionale per la sua epoca, ma non assimilabile a una scoperta teorica della scienza.Proprio qui, però, si rivela la portata filosofica dell’evento. Se da un lato non siamo di fronte a una scoperta scientifica, dall’altro stiamo assistendo all’emergere di qualcosa di più di una semplice protesi tecnologica. Non ci troviamo più di fronte a uno «strumento», per quanto complesso, che estende una singola facoltà umana. Ciò che gli LLM (Modello Linguistico di Grandi Dimensioni (LLM) è una tecnologia AI avanzata incentrata sulla comprensione e sull'analisi del testo) e l’IA generativa stanno creando è una vera e propria «tecnologia-mondo» 8 , un ecosistema informativo e semiotico che ci avvolge e ridefinisce i nostri spazi di conoscenza, relazione e percezione. È un nuovo sistema di pensiero, un codice culturale che la tecno-oligarchia sta configurando invertendo la relazione tradizionale: non più la scienza che orienta la tecnologia, ma la tecnologia ingegneristica che determina il corso della scienza. È il mondo artificiale che stanno costruendo per noi e ora detta le regole al modo in cui conosciamo il mondo naturale e umano. Hardware auto-organizzante Le «allucinazioni» macchiniche sono tra i principali ostacoli alla strategia di una governance algoritmica totalizzante, che richiede colossali investimenti. Non si tratta solo di un problema tecnico che comunque analizzeremo qui di seguito: esse contribuiscono soprattutto a rendere incerta la redditività, facendo intravedere il rischio dello scoppio di una bolla finanziaria 9 soprattutto ben più imponente di quella delle dot-com dei primi anni Duemila. 10 Alla base di tali investimenti, soprattutto concentrati negli Stati Uniti, vi è infatti il mito dell’Intelligenza Artificiale Generale (Artificial General Intelligence-AGI), concepita come un leviatano capace di risolvere qualsiasi compito. Un fine ormai apertamente perseguito dai GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e dai nuovi tecno-oligopoli – in cui emergono i produttori di hardware dell’IA, ai quali si affiancano i loro concorrenti cinesi ecc. – e veicolato dai sistemi di IA generativa oggi dominanti. Per esempio: Anthropic (Claude) riceve miliardi di dollari da Amazon e Google, mentre OpenAI (ChatGPT) parte integrante dell’ecosistema Microsoft, ora, con il nuovo investimento di cento miliardi da parte di Nvidia – leader della produzione di chip GPU, indispensabili per far funzionare questi modelli – una parte consistente dei fondi tornerà alla stessa Nvidia sotto forma di acquisti. Il risultato è un gigantesco circuito finanziario autoreferenziale, in cui il capitale si alimenta da solo. L’intreccio tra queste start-up, le global platform, i nuovi oligopoli dell’hardware con alla base il supporto del Big State trumpiano non fa che rafforzare la narrazione di una presunta evoluzione verso un’intelligenza universale, funzionale a giustificare la corsa agli investimenti. La novità principale è che, oggi, l’hardware detta legge nel funzionamento di questi sistemi. Questo richiede l’uso di enormi quantità di chip specializzati (GPU) ad alte prestazioni, ospitati in data center immensi ed estremamente energivori.Per dare un’idea delle dimensioni nel prossimo futuro si sta pianificando di costruire un centro ad «Abilene, nelle pianure ventose del Texas, che consumerà 1,2 GW [di potenza installata] –equivalente del consumo [elettrico continuo] di una città di un milione d’abitanti – e utilizzerà circa 400.000 chip Nvidia GB200 (Blackwell) su oltre 350 ettari». 11 Le previsioni sono che il consumo di elettricità dei data center a livello mondiale potrebbe triplicare entro il 2030 e potrebbe provocare una penuria di elettricità negli Stati uniti 12 . Le conseguenze ecologiche di questa esplosione di consumo sono drammatiche. Negli Usa, infatti, questo aumento sarà prodotto tramite energie fossili, essenzialmente gas, e a medio-lungo termine tramite energia nucleare, come dimostrano gli accordi strategici tra i GAFAM e i costruttori di centrali nucleari. In termini finanziari quindi più che il software, ciò che richiede davvero enormi risorse sono i dataset giganteschi e le infrastrutture necessarie per addestrarli. Da qui il fatto che i produttori di tali chip siano diventati le nuove potenze economiche, e che Nvidia 13 , il leader, in pochi anni sia balzato tra le prime capitalizzazioni mondiali.In questo senso si può parlare di un ritorno a una configurazione che richiama l’epoca pioneristica dei computer mainframe degli anni Sessanta e Settanta, quando il valore commerciale era concentrato nell’hardware e il software applicativo era incluso. Pur non essendo identica, la struttura odierna dell’IA ripropone, su scala inimmaginabile all’epoca, una gerarchia simile, in cui l’hardware riacquista centralità: ciò che prevale è una gigantesca infrastruttura materiale che ne condiziona l’efficacia e le possibilità. 1 Si veda a proposito: Matteo Pasquinelli,   Nell’occhio dell’algoritmo. Storia e critica dell’intelligenza artificiale Roma , Carocci Editore, 2025. P. 218. Versione originale: The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence , London, Verso Books, 2023. 2 «La domanda che guida la ricerca sull’intelligenza artificiale non è più se le macchine possono essere intelligenti, ma se possono superarci in questo. La paura è che non si fermino a quel punto, distaccandoci», Cristianini, Nello.   Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza , il Mulino, Bologna 2025, p. 13. 3 G. Griziotti, Cronache del Boomernauta , Mimesis, Milano, 2023. 4 Colin Fraser, «Hallucinations, Errors, and Dreams», Medium , disponibile all'indirizzo: https://medium.com/@colin.fraser/hallucinations-errors-and-dreams-c281a66f3c35 (ultima consultazione: 23 ottobre 2025). 5 Un esempio citato da Fraser è quello in cui ChatGPT afferma che un elefante asiatico di nome Kami – o Jumbo, in test successivi – avrebbe nuotato attraverso la Manica nel 1981 per raccogliere fondi per il WWF: un evento ovviamente mai accaduto. Posso aggiungere un caso personale: ho chiesto a DeepSeek chi fossi, e la risposta è stata un lungo resoconto articolato e pienamente plausibile della mia presunta carriera musicale come tastierista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore italiano. Il testo si concludeva così: “Giorgio Griziotti non è semplicemente un musicista, ma è stato il vero e proprio architetto del suono dietro a una parte importantissima della musica italiana degli anni ’60 e ’70. Senza i suoi arrangiamenti, molti successi che amiamo oggi avrebbero un volto completamente diverso.”Ciò che colpisce è che un’allucinazione così dettagliata non deriva da alcun appiglio reale vista la mia totale estraneità alla produzione musicale: il modello può generare biografie totalmente inventate semplicemente seguendo traiettorie linguistiche statisticamente frequenti, con piena autorità stilistica ma senza alcun legame con la verità. Tre altri LLM, alla stessa domanda, hanno invece fornito risposte corrette e non allucinate. 6 In realtà si parla di un “token” alla volta — cioè un frammento di testo, come una parola o parte di parola. 7 Devo a Libero Maesano l'osservazione sulla natura ingegneristica (e non scientifica) dell'IA generativa, e la pertinente metafora della cupola di Brunelleschi. 8 Ringrazio Giuliano Spagnul per avermi segnalato sia l’articolo di Antonio Caronia Tecnologie: dalla protesi al mondo (« Tutto da capo» , n. 1, novembre 2003), in cui il concetto di «tecnologia-mondo» era già stato teorizzato, sia l’inversione del rapporto tradizionale tra scienza e tecnologia. 9 Solo negli Stati Uniti, la capitalizzazione complessiva del settore IA si colloca nell’ordine di decine di trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Eppure, a fronte di queste valorizzazioni vertiginose, i risultati economici reali appaiono minimi: nel 2024 OpenAI (ChatGPT) ha generato circa 3,7 miliardi di dollari di ricavi, a fronte di costi infrastrutturali e computazionali stimati attorno ai 5 miliardi, e una perdita netta di circa altri 5 miliardi. Nessuna profittabilità è prevista prima del 2029, con perdite cumulate stimate attorno ai 44 miliardi di dollari fra il 2023 e il 2029. https://www.ilsole24ore.com/art/non-c-e-solo-chatgpt-quanto-vale-mercato-app-compagnia-AHu3oKAC?refresh_ce=1 10 La bolla dot-com nei primi anni 2000 quando enormi capitali affluirono verso imprese prive di modelli economici sostenibili, generando una rapida inflazione dei valori azionari seguita da un crollo altrettanto repentino. Quella IA se scoppiasse secondo valutazioni approssimative sarebbe diciassette volte più estesa. https://ilmanifesto.it/intelligenza-artificiale-la-bolla-circolare 11 «Le Monde», 23/9/2025, «Nvidia, parrain de la révolution de l’IA et moteur de l’économie Trump» https://www.lemonde.fr/economie/article/2025/09/23/aux-etats-unis-nvidia-parrain-de-la-revolution-de-l-ia-et-moteur-de-l-economie-trump_6642493_3234.html 12 «Le Monde», 2/10/2025 https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/10/02/l-ia-devoreuse-d-energie-pourrait-entrainer-une-penurie-d-electricite-aux-etats-unis_6644022_3232.html 13 Il 29 ottobre 2026, Nvidia è diventata la prima azienda al mondo a raggiungere i 5000 miliardi di dollari di valore di mercato, un valore superiore al Pil della Germania, terza economia mondiale.

  • selfie da zemrude

    III° Funzioni del dispositivo fantascientifico Il testo interpreta la fantascienza come un dispositivo nel senso agambeniano, ovvero come una macchina capace di produrre soggettivazioni e, attraverso di esse, forme di governo dell’immaginario collettivo. Di fronte all’accelerazione delle trasformazioni tecnico-scientifiche, la fantascienza ha svolto la funzione di adattare psicologicamente e culturalmente le società moderne, costruendo soggettività flessibili e plastiche. L’autore individua sei funzioni principali del dispositivo fantascientifico: automatismi, antropocentrismo, velocità, episteme, magia e animismo. Attraverso queste dimensioni, la fantascienza ha contribuito a rendere governabili crisi, innovazioni e nuove entità, ampliando l’orizzonte del pensabile. Il testo suggerisce infine che, esaurita questa funzione storica, sia oggi necessario interrogarsi sui nuovi dispositivi emergenti. A questi due link è possibile trovare gli altri due articoli di Spagnul sul tema << II Che cos'è la fantascienza >> e <> Il dispositivo è, cioè, innanzitutto una macchina che produce soggettivazioni, e solo in quanto tale è anche una macchina di governo. - Giorgio Agamben1 Fantascienza come dispositivo, quindi come macchina che produce soggettivazioni che prevedano quelle correzioni e invenzioni di nuove parole in grado di sopperire all'inadeguatezza di un linguaggio sempre più obsoleto di fronte alla velocità esponenziale delle trasformazioni tecnico-scientifiche in atto. Trasformazioni che se un tempo si misuravano nell'arco di migliaia di anni, poi di secoli, nell'ultimo secolo e mezzo avevano raggiunto il ritmo di decenni se non addirittura di singoli anni. Potremmo dire, ricorrendo a un'opera della fantascienza classica come City , per far fronte alla necessità di un adattamento psicologico delle masse alle mutate condizioni del Progresso 2 . Dispositivo quindi che per governare, cioè in questo caso per costruire un immaginario all'altezza delle esigenze di una società in veloce e costante trasformazione, deve costruire soggettività capaci di estrema plasticità. Una plasticità in grado di rispondere alle svariate poste messe in gioco in questa Modernità all'apice della sua crescita (definita da alcuni già post-moderna) per poterle sottoporre ad aggiustamenti continui costantemente verificabili. Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, la fantascienza partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati – Fandom , è stata capace di contaminare, in modo sempre più pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità, giochi, ecc. fino all'invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell'agire. Esaurite le sue funzioni, ciò che serve oggi per comprendere quale nuovo dispositivo si stia formando, sovrapponendosi a quello finito, occorre iniziare con un richiamo ad alcune delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, in modo più o meno efficace, assolte. Qui di seguito ne abbiamo elencate sei, ma altre, ovviamente, si potrebbero (potranno) aggiungere: Automatismi. La fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l'urto dei processi trasformativi (ad opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità di reiterazione di gesti ossessivi compulsivi. Antropocentrismo. L'eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l'umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all'idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell'aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all'umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l'universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l'immagine dell'extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l'umano, l'essere che scopre e si rapporta all'altro, allo sconosciuto dell'infinito. Velocità. L'accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l'esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica ma che dato l'aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose  di Latour, la Cosmopolitica  di Stengers o il divenire  prima cyborg , poi compost , di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell'immaginario fantascientifico. Episteme. In ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un'intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell'arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l'unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L'ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell'essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare. Un nuovo episteme, che come in ogni periodo della storia umana determina «una forma generale delle forme del pensiero; e come l'aria che respiriamo, tale forma è così translucida, così pervadente e così evidentemente necessaria, che solo con uno sforzo estremo riusciamo a divenirne coscienti» 3 . Magia. La nascita della fantascienza (1926) sancisce il distacco col secolo del positivismo. Al fantasma, entità ibrida tra razionale e irrazionale, magia e scienza, subentra l'ufo, entità tecnologica aliena, un diverso tipo di ibridazione tra scienza e fantasia. Un taglio che comunque non potrà essere così netto se un illustre inventore come Thomas Alva Edison si misurerà con la progettazione di un apparecchio capace di comunicare con gli spiriti: il necrofono 4 . Ed è interessante notare qui che negli stessi anni venti, un radiotecnico, Hugo Gernsback (figura assai meno illustre e per di più implicata nella nascita di un genere letterario poco qualificato come la fantascienza) tenterà a sua volta di progettare uno strumento dalle ambizioni però meno fantastiche: il Trought Record  per rilevare le onde cerebrali. Se quindi si può correttamente dire che «l'innovazione tecnologica si sia sempre nutrita di elementi magici e fantasmatici, nello stesso tempo in cui plasmava l'immaginario collettivo» 5  per contro possiamo anche affermare che proprio quel particolare tipo di immaginario fantascientifico nascente assolveva di fatto a una modalità di transizione purificatrice di quegli elementi più magici e fantasmatici . Siamo nel secolo della tecnoscienza, il passaggio è dall'ectoplasma all'ufo: Orson Welles nel 1938 annuncerà dallo strumento radiofonico l'invasione dei marziani (enfatizzando il riscontro pubblico e quindi creando una eco di impatto sull'immaginario ancor maggiore) e, meno di dieci anni più tardi, nel 1947 verrà ufficialmente avvistato il primo oggetto non identificato. Animismo. La fantascienza ci ha abituati all'idea che gli oggetti che noi pensiamo, a loro volta potrebbero pensarci e influenzarci: una possibilità di per sé inquietante e potenzialmente destabilizzante. Quella che oggi definiamo senza alcuna apprensione intelligenza delle cose  è diventata priva di particolare patos proprio grazie a quel lungo processo di addomesticamento del nostro pensiero e delle nostre emozioni da parte di un immaginario fantascientifico che si è assunto la responsabilità di classificare e di rendere pertanto governabili tutte quelle problematiche suscettibili di produrre incidenti o degenerare in possibili rivolte da parte di quegli oggetti che solerti, quanto imprudenti, apprendisti stregoni hanno strappato all'inerzia della vile materia inorganica. Scienziati pazzi o meno, la scienza nel connubio mefistofelico con la tecnica fornisce quel materiale di natura instabile, tra artificiale e naturale, che mette a rischio qualunque certezza ontologica su cui la nostra presunta natura umana fin ora aveva potuto fare affidamento. A un nuovo genere, a un nuovo immaginario, viene affidato il compito di assurgere a ombrello protettivo contro i nuovi fantasmi e i nuovi incubi che le nuove tecnologie avrebbero inevitabilmente generato. Note: Giorgio Agamben, Che cos'è un dispositivo? , Nottetempo, Roma 2006, p. 29. City è un'opera di Clifford D. Simak originariamente nata come serie di otto racconti pubblicati tra il 1944 e il 1951 su rivista e nel 1952 riuniti come romanzo. Alfred N. Whitehead, Avventure d'idee, Bompiani, Milano 1961, p. 12. «Nel suo The Diary and Sundry Observations  (pubblicato postumo nel 1948 dai suoi discendenti), si trova un capitolo intitolato Il regno dell'aldilà  nel quale Edison sviluppa una lunga teoria sulla sopravvivenza della personalità dopo la morte. Il suo dispositivo sarebbe pienamente idoneo a rilevare le parole di un soggetto trasformato in ciò che lui chiama unità di vita  che vibrano e si disperdono attraverso l'etere. Il principio di questa macchina si basa su una specie di valvola (o turbina a vapore), la cui funzione consiste nell'amplificare ogni energia, per quanto piccola possa essere, richiamando il funzionamento del fonografo progettato per permettere l'intensificazione delle vibrazioni sonore. Molto diffusa nel XIX secolo, in particolare nel movimento legato al magnetismo, la tesi secondo cui l'universo sarebbe immerso in un etere invisibile va a supportare l'idea che tutti i fenomeni fisici sarebbero per essenza vibrazioni e frequenze variabili impercettibili all'essere umano. Lo stesso Edison sarà parte integrante di questo immaginario paraspiritico, esprimendo svariate volte la sua intenzione di creare uno strumento che faciliti gli scambi con l'aldilà», Mireille Berton, Dal medium (spiritico) ai media (tecnologici)  in (a cura di) Anna Caterina Dalmasso e Barbara Grespi, Mediarcheologia , Raffaello Cortina, Milano, 2023, p. 268. Giancarlo Grossi, Fantasmi mediali  in (a cura di) Anna Caterina Dalmasso e Barbara Grespi, Mediarcheologia , Raffaello Cortina, Milano 2023, p. 194. III° Offices of sci-fi system By Giuliano Spagnul The device is, first and foremost, a machine that produces subjectifications,  and only insofar as it does so is it also a machine of governance – Giorgio Agamben¹ Science‑fiction as a device, therefore as a machine that generates subjectifications, must anticipate the corrections and inventions of new words capable of compensating for the inadequacy of an ever more obsolete language in the face of the exponential speed of technical‑scientific transformations underway. Transformations that once were measured over millennia, then centuries, have in the last one and a half centuries accelerated to the pace of decades, if not single years. We might invoke a classic work of science‑fiction such as City  to meet the psychological adaptation needs of the masses to the altered conditions of Progress 2 . Thus, a device that governs — here, that constructs an imagination worthy of the demands of a rapidly and constantly transforming society — must forge subjectivities of extreme plasticity. Such plasticity must respond to the myriad positions at stake in this Modernity at the apex of its growth (already deemed post‑modern by some) in order to subject them to continuous, verifiable adjustments.   In its nature as a highly sophisticated and effective device, science‑fiction, starting from the level of popular genre literature aimed at a varied, occasional mass audience with a limited core of true enthusiasts — the fandom — has been able to permeate, increasingly pervasively, other genres and media: cinema, radio, television, comics and illustration, advertising, games, and so forth, up to the invention of new words and modes of thought and action.   When its functions are exhausted, what is needed today to understand which new device is forming, overlapping the completed one, is to begin with a recall of some of its most important functions, which we consider it possesses, more or less effectively, in total. Below we list six, though others could (and will) be added:        1.  Automatisms    Science‑fiction has decisively contributed to ensuring that the shock of transformative processes (driven by technology operating at an exponential speed) can be supported by some form of stability, however precarious and constantly redefined. A new equilibrium in which the routine mechanisms indispensable to the maintenance of any society and collective life can still be produced effectively, even as they increasingly reveal themselves in their brazen mechanicality of compulsive, obsessive gestures.        2.  Anthropocentrism Human exceptionalism, having lost its semi‑divine origin, seeks a new foothold that restores, in some way, a place in the world and possibly preserves a certain privilege. Science‑fiction has accustomed us to the idea that, although we are part of nature and thus of the profane world, our exceptionality rests on a unique, highly sophisticated (and ambitious) experiment of the laboratory/nature. By forging multiple forms of intelligent existence, science‑fiction returns to humanity a new meaning as the prototype of a particular, superior life form that can expand throughout the entire universe. Whatever the conceivable extraterrestrial image, the point of comparison always remains the human — the being who discovers and relates to the other, to the unknown infinite.        3.   Lick   The acceleration of technoscientific development has exponentially increased the existence (through discovery/invention) of other beings, other worlds. A new consciousness, founded on a premise that seeks truth and acceptance through testing, poses a novel question to humanity: which of these new entities should be excluded — and thus rendered expendable — or, alternatively, embraced, thereby doubling or tripling the world that hosts us? This choice no longer rests solely on peaceful co‑habitation; given the demographic surge of humans and the continual proliferation of new entities, it becomes a practical, urgent, and indispensable political matter. The Parliament of Things  (Latour), the Cosmopolitics  (Stengers), or Haraway’s transition from cyborg  to compost  are conceivable only from this expansion of our thought indebted to the science‑fictional imagination.        4.  Episteme Ultimately, science‑fiction can be seen as the effort of a collective intelligence to grasp what it is not yet ready for, what might be understood only by a broader mode of thought than currently exists. Applying this to the crisis that, originating in the West during the twentieth century, has become global, means seeking to resolve it on a plane other than that which generated it — the only historically viable path out of any crisis. The expansion of consciousness that any development generates in the human being inevitably entails an equivalent level of individual and collective crisis, demanding a broader, collective effort to imagine what might overcome it in the absence of effective past solutions. This is an imaginative experiment compelled more by a future to be built than by adherence to past dictates — a new episteme that, as in every period of human history, determines «a general form of the forms of thought; and like the air we breathe, this form is so translucent, so pervasive, and so evidently necessary that only through extreme effort can we become conscious of it» 3 ³.        5.   Wizardry   The birth of science‑fiction (1926) marks the break with the century of positivism. The ghost, a hybrid entity between rational and irrational, magic and science, gives way to the UFO, an alien technological entity — a different kind of hybridization of science and fantasy. Yet this cut cannot be entirely sharp: an illustrious inventor such as Thomas Alva Edison contemplated a device capable of communicating with spirits — the necrophone ⁴. Likewise, in the 1920s, radio engineer Hugo Gernsback (far less illustrious, yet instrumental in the birth of the low‑brow literary genre of science‑fiction) attempted to design a device with less fantastical ambitions: the Trought Record to detect brain waves. Thus, it is accurate to say that «technological innovation has always been nourished by magical and phantasmal elements, even as it shaped the collective imagination»⁵; conversely, the nascent science‑fictional imagination served as a purifying transition for those magical and phantasmal” elements. We are in the age of technoscience; the shift is from ectoplasm to UFO: Orson Welles, in 1938, announced the Martian invasion over the radio, amplifying public impact and further imprinting the imagination; less than a decade later, in 1947, the first unidentified flying object was officially sighted.       6.   Animism   Science‑fiction has accustomed us to the idea that objects we think about might, in turn, think of us and influence us — a notion inherently unsettling and potentially destabilizing. What we now call intelligence of things  has lost its particular pathos precisely because of the long process of taming our thought and emotions by a science‑fictional imagination that has taken on the responsibility of classifying and thereby governing all those problems capable of causing accidents or sparking revolts by objects that, like reckless apprentice sorcerers, have been torn from the inertia of inert matter. Whether mad scientists or not, science, in its Mephistophelean union with technique, provides an unstable material — between artificial and natural — that threatens any ontological certainty on which our presumed human nature has thus far relied. A new genre, a new imagination, is entrusted with the task of becoming a protective umbrella against the new ghosts and nightmares that emerging technologies will inevitably generate.   Notes: 1. G. Agamben, Cos’è un dispositivo? , Nottetempo, Rome 2006, p.  29. 2 . City  is a work by Clifford D.  Simak originally published as a series of eight stories between 1944 and       1951 in a magazine and collected as a novel in  1952. 3. A.  N. Whitehead, Avventure d'idee , Bompiani, Milan 1961, p.  12. 4. «In his The Diary and Sundry Observations  (posthumously published in 1948 by his descendants) there is a chapter titled The Kingdom of the After‑life  in which Edison develops an extensive theory on the survival of personality after death. His device would be fully capable of detecting the words  of a subject transformed into what he calls units of life  that vibrate and disperse through the ether. The principle of this machine is based on a kind of valve (or steam turbine) whose function is to amplify any energy, however small, recalling the operation of the phonograph designed to intensify sound vibrations. Widely spread in the 19th century, especially within the magnetism movement, the thesis that the universe is immersed in an invisible ether supports the idea that all physical phenomena are essentially vibrations and variable frequencies imperceptible to humans. Edison himself became an integral part of this paraspiritual imagination, repeatedly expressing his intention to create an instrument that would facilitate communication with the after‑life». M.  Berton, Dal medium (spiritico) ai media (tecnologici) (From the Spiritual Medium to Technological Media) , in A. C. Dalmasso & B. Grespi (eds.), Mediarcheologia , Raffaello Cortina, Milan 2023, p.  268. 5. G.  Grossi, Media Ghosts , in A. C. Dalmasso & B. Grespi (eds.), Mediarcheologia , cit. , p. 194.

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    Sequestro a Caracas Peter Keighron La dissonanza cognitiva del presidente americano, la miopia del suo team, a cominciare dal suo segretario di Stato, l’incapacità e il comportamento intellettualmente e politicamente servile delle classi dirigenti europee cosiddette nazionali, a cominciare da Macron, Starmer, Merz e Meloni, e la meschinità e la mediocrità dell’élite dirigente dell’Unione Europea, a cominciare dalla sua patetica Alta Rappresentante Kaja Kallas e dall’infame presidente della Commissione, così come l’enormità e la potenza dei bisogni, i disegni politico-intellettuali e il supersfruttamento e l’iperdominio subiti dalle classi lavoratrici e povere globali stanno aprendo un processo genuinamente costituente, diseguale ma cadenzato, su scala del sistema-mondo capitalista. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar » , il blog della «New Left Review». Due decenni prima che le forze statunitensi rapissero il presidente venezuelano Nicolás Maduro, Hugo Chávez aveva già previsto  questa strategia: Anni fa, qualcuno mi disse: «Finiranno per accusarti di narcotraffico, a te personalmente, te, Chávez. Non diranno solo che il governo lo sostiene o lo permette, no, no, no. Cercheranno di applicare anche a te la formula Noriega». Stanno cercando un modo per associare direttamente Chávez al narcotraffico. E allora, tutto è lecito contro un «presidente narcotrafficante», no? La mattina del 3 gennaio, Trump ha twittato  un messaggio di buon anno. Gli Stati Uniti avevano condotto «un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader». Il presidente Maduro e sua moglie Cilia erano stati «catturati e portati fuori dal Paese». Trump ha detto che avrebbe fornito maggiori dettagli entro poche ore. Tuttavia, i dettagli non erano chiari. Più tardi, quello stesso giorno, un vecchio amico di Caracas mi ha chiamato per dirmi che da tempo erano in corso negoziati segreti tra il regime e gli americani. Gli americani volevano la testa di Maduro, che si è rifiutato di consegnarsi. Secondo il «New York Times», gli avevano offerto  di trasferirlo in Turchia a godersi un esilio dorato, ma lui ha rifiutato, il che dice molto a suo favore. E sebbene abbia ripetutamente offerto di negoziare con Washington sulle questioni relative al petrolio e al traffico di droga con Stati Uniti, ha  anche mobilitato  il popolo venezuelano contro lo schieramento della potenza militare di Trump nei Caraibi. Evidentemente, il governo Trump ha preferito negoziare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente, e altri in Venezuela, dove i due ministri chiave sono Diosdado Cabello, al ministero dell’Interno, e Vladimir Padrino, al ministero della Difesa. Entrambi godono del sostegno dell’esercito, che conta circa 100.000 effettivi, e Cabello dirige anche la milizia popolare, il cui numero è ancora maggiore secondo tutte le informazioni. Mentre Trump rafforzava la minacciosa presenza navale statunitense nei Caraibi negli ultimi mesi, il governo Maduro rispondeva armando determinati settori della popolazione. La domanda su chi governi ora il Venezuela è quindi diventata cruciale. La prima risposta è arrivata da Trump: «Governeremo il Paese fino a quando non saremo in grado di attuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa». Ma l’amministrazione Trump si trova a un bivio. La base MAGA non è favorevole a inviare truppe statunitensi a morire in paesi stranieri, cosa che è stata un elemento centrale della campagna elettorale condotta contro i Democratici e la vecchia guardia del Partito Repubblicano in relazione all’Afghanistan e all’Iraq. Non vogliono truppe statunitensi sul terreno in Venezuela. Allo stesso tempo, gli emigrati latino-americani estremisti di destra rappresentati da Rubio non sono d’accordo che i bolivariani rimangano al potere a Caracas. A un certo punto si è parlato della possibilità che Marco Rubio potesse essere nominato governatore o console de facto , incaricato di imporre le giuste direttive al governo venezuelano. Nel frattempo, i messaggi provenienti da Caracas sono stati contraddittori. Il giorno dopo la cattura di Maduro, il ministro dell’Interno Cabello ha dichiarato: Questo è un attacco contro il Venezuela. Siamo pronti e preparati. Facciamo appello al nostro popolo affinché mantenga la calma e abbia fiducia nei leader. Non permettete a nessuno di scoraggiarsi o di rendere più facili le cose al nemico aggressore. Delcy Rodríguez, confermata dalla Corte Suprema del Venezuela come presidente ad interim  per i prossimi tre mesi, è apparsa alla televisione di Stato per chiedere il rilascio di Maduro. Trump l’ha attaccata in un’intervista concessa a «The Atlantic»   per non essersi mostrata abbastanza flessibile, affermando che aveva fatto promesse che ora doveva mantenere e minacciandola apertamente: «Se non fa la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro». E ha continuato: «Qualunque cambio di regime, o come volete chiamarlo, sarebbe meglio di quello che c’è ora. Non può essere peggio». L’amministrazione Trump sembra incapace di comprendere che – indipendentemente da ciò che la gente pensa di Maduro – pochissimi venezuelani accoglierebbero con favore un’invasione del loro Paese da parte degli Stati Uniti. Si tratta di un atteggiamento che risale a Simón Bolívar, il quale avvertì specificamente l’America Latina di stare attenta al nuovo impero del Nord e resistere alla tentazione di sostituire il dominio spagnolo con quello statunitense. Da domenica scorsa, in molte parti del Paese si sono svolte manifestazioni per chiedere il rilascio di Maduro, compresa una grande manifestazione a Caracas. Lo sgomento va ben oltre la base di sostegno del regime. A un importante leader cattolico contrario a Maduro, intervistato da BBC Radio 4 il 5 gennaio, è stato detto: «Deve essere molto contento ora». E lui ha risposto: «No, non siamo contenti. Non ci piace che il nostro Paese venga occupato e la maggior parte dei venezuelani non vuole che sia occupato». * Come aveva avvertito Chávez, Trump e Rubio hanno cercato di incolpare Maduro di «narcoterrorismo», ultima versione di quelle invisibili armi di distruzione di massa, addotte per invadere l’Iraq. «Maduro NON è il presidente del Venezuela», ha twittato  Rubio la scorsa estate, «e il suo regime NON è il governo legittimo. Maduro è il capo del Cartello dei Soles, un’organizzazione narcoterroristica che ha preso il controllo del Paese. Ed è accusato di introdurre droga negli Stati Uniti». Come è noto, Rubio stesso proviene da una distinta famiglia di trafficanti di cocaina , implicata a fondo nel traffico di droga in tutto il Sud America. I suoi familiari sono coinvolti da anni nel contrabbando di cocaina negli Stati Uniti. In qualità di segretario di Stato, ha inserito trafficanti di droga in tutti i governi filo-statunitensi del continente. Non sorprende che alcuni sostengano che l’assalto potrebbe essere in realtà una manovra di Rubio per difendere i narcotrafficanti sponsorizzati dagli Stati Uniti dai trafficanti più autonomi, che esistono anche in quella parte del mondo. Ironia ulteriore è che la Delta Force, la squadra speciale antiterrorismo dello Stato americano che ha rapito il presidente venezuelano, è considerata da molti una rete dedita al traffico di droga all’interno degli Stati Uniti. Il giornalista investigativo Seth Harp, nel suo libro The Fort Bragg Cartel: Drug Trafficking and Murder in the Special Forces  (2025), documenta gli omicidi commessi e il traffico di droga effettuato all’interno e nei dintorni delle strutture dell’esercito statunitense nella periferia di Fayetteville, nella Carolina del Nord. Il testo di Harp è entrato nella classifica dei libri più venduti del «New York Times»   e i critici hanno ampiamente accettato le sue conclusioni. Quindi questa operazione criminale statunitense sarebbe stata condotta dal proprio cartello della droga. Non c’è alcun senso di vergogna in questo, né nulla che nemmeno gli si avvicini. Lo fanno e basta, partendo dal presupposto che la gente continuerà ad accettare ogni cosa finché potranno vantare qualche successo. Impossibile ignorare, ovviamente, il tweet del procuratore generale Pam Bondi sulle cosiddette accuse contro Maduro, che hanno un che di folle: Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati incriminati nel Distretto Meridionale di New York. Nicolás Maduro è stato accusato di associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all'importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti. Nessun avvocato serio degli Stati Uniti potrebbe prendere sul serio tutto questo. È tutta una farsa. Accusare un presidente in carica, che avete appena rapito mentre bombardavate la sua capitale, di «associazione a delinquere finalizzata al possesso» di armi automatiche è grottesco. Bondi sta mettendo in scena un processo-spettacolo, ma potrebbe non essere così facile come crede. Senza dubbio, alcuni dei migliori avvocati statunitensi difenderanno Maduro e si occuperanno del caso. Appare evidente, comunque, che le nomine di questo secondo governo Trump sono state fatte in gran parte in base a criteri di lealtà e non di competenza – selezionando persone che non mettano mai in discussione il presidente e le sue idee stravaganti – come chiarisce l’intervista al capo di gabinetto di Trump pubblicata su « Vanity Fair » . L’assenza di un’opposizione seria nel Paese in grado di insistere sull’autorità del Congresso suggerisce un processo di decadenza all’interno delle stesse istituzioni della democrazia borghese statunitense. Molti hanno indicato – come sottolineava lo stesso Chávez – che questo è lo stesso copione del caso Noriega. Ma c’è un aspetto importante in cui Maduro, quali che siano le sue debolezze, non può essere paragonato a Noriega. L’uomo forte panamense aveva lavorato efficacemente per la CIA fin dagli anni ‘50, trafficando armi per gruppi di destra coinvolti pesantemente nel traffico di droga, prima di inimicarsi Washington. Era stato addestrato alle ben note tecniche di tortura nella famosa Scuola delle Americhe, dove innumerevoli mafiosi, trafficanti di droga e riciclatori di denaro sporco hanno avuto la loro prima esperienza per capire cosa ci si aspettava da loro. Gli Stati Uniti lo trattarono molto male, nonostante tutto ciò che aveva fatto per loro. Noriega iniziò a sviluppare nella sua mente qualche idea sulla sovranità nazionale e a quel punto il governo di George H. W. Bush decise con rabbia di farlo fuori. Tuttavia, quell’operazione fu sostenuta da un’invasione militare statunitense, prima che un distaccamento congiunto Delta-SEAL lo portasse via dal suo palazzo e lo consegnasse agli U.S. Marshals per chiuderlo in prigione dopo un processo farsa. Ma c’è un altro precedente da non dimenticare: quello di Jean-Bertrand Aristide, presidente di Haiti all’inizio degli anni ‘90 e, di nuovo, dalla sua elezione nel 2001 fino alla sua destituzione nel 2004. Inizialmente moderato, Aristide osò affermare che la Francia doveva risarcire Haiti per gli enormi danni che l’isola era stata costretta a pagare al suo ex padrone coloniale per il reato di aver abolito la schiavitù dopo la rivoluzione haitiana del 1791-1804, un indennizzo pari a circa 21 miliardi di dollari attuali. Parigi temeva che ciò potesse costituire un precedente per le richieste di risarcimento algerine. Nel febbraio 2004 funzionari francesi e haitiani hanno collaborato  con gli Stati Uniti per costringere Aristide ad abbandonare il Paese. C’è una nota interessante a questo proposito. Nella primavera del 2004 mi trovavo a una conferenza a Caracas, quando questa operazione franco-americana ha avuto luogo. Il giorno dopo il rapimento di Aristide, ho detto a Chávez: «Perché non gli hai offerto asilo?». Lui ha risposto: «Sono molto turbato da questa vicenda. Aristide ha cercato di parlarmi al telefono, ma eravamo impegnati con la conferenza. Quando ho ricevuto il messaggio, era già troppo tardi. Lo avevano già mandato in Sudafrica, e mi dispiace». Gli ho detto che presto sarei andato a Johannesburg per tenere una conferenza. Chávez mi ha detto: «Per favore, cerca di incontrarlo e digli che qui è il benvenuto. Dovrebbe tornare nella sua regione per combattere quei mascalzoni». In effetti, ho trasmesso il messaggio ad Aristide. Ma credo che Pretoria avesse un accordo per tenerlo in Sudafrica fino a quando gli Stati Uniti non gli avessero permesso di tornare ad Haiti. Maduro è l’ultimo di una lunga lista. Gli attacchi contro di lui ricordano quelli contro Chávez, continuamente accusato dai media occidentali di essere un dittatore. Perché? Perché indossava l’uniforme. Ma Chávez era estremamente popolare e ha vinto un’elezione dopo l’altra; non c’era neanche bisogno di andare fin negli Stati del Golfo e in Arabia Saudita per trovare persone infinitamente peggiori sotto tutti gli aspetti. La Costituzione radical-democratica di Chávez – che includeva il diritto di destituire il presidente tramite referendum, se necessario – fu denunciata dall’opposizione di destra, che poi cercò di utilizzare lo stesso meccanismo di destituzione contro di lui. Ero a Caracas in una delle occasioni in cui Jimmy Carter visitò il Paese per osservare le elezioni venezuelane. Rimase sorpreso quando, entrando in un ristorante nei rigogliosi sobborghi orientali della città, dove vive la borghesia, l’opposizione locale lo coprì di insulti. In seguito disse: «Non ho mai visto un’opposizione come questa in nessun altro posto». Quando gli chiesero: «Cosa ne pensa delle elezioni?», rispose che non aveva mai visto elezioni così eque in nessun altro Paese, compresi chiaramente gli Stati Uniti. Chávez ha sempre insistito sul fatto che la Rivoluzione Bolivariana doveva essere un’esperienza democratica, e così è stato. Molte persone, me compreso, ne hanno discusso con lui. Quando sono stati resi noti i primi risultati del referendum del 2004, ho chiesto a Chávez: «Compagno, cosa faremo se perdiamo?». Lui rispose: «Cosa si fa se si perde? Si abbandona la carica e si combatte di nuovo dall’esterno, spiegando perché hanno sbagliato». Era molto chiaro su questo punto. Ecco perché è una farsa accusare i suoi sostenitori di essere antidemocratici da sempre. Durante il periodo di Chávez, i giornali e le emittenti televisive dell’opposizione facevano incessantemente propaganda, attaccando il regime, cosa mai vista in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Quando la gente diceva a Chávez: «Dobbiamo prendere misure drastiche», lui rispondeva: «No, li combattiamo politicamente». Dal 2013 il regime ha perso la sua energia. Se Maduro ha vinto le elezioni del 2024, non è stato in grado di fornirne alcuna prova quando Lula glielo ha chiesto. Sul piano economico, non c’è dubbio che i bolivariani siano stati mal consigliati, anche durante l’era Chávez. Quando i migliori economisti keynesiani, tra cui Dean Baker e Mark Weisbrot, nonché Joseph Stiglitz, si recarono a Caracas, le loro raccomandazioni non furono seguite. Forse sarebbe stato meglio in quel momento rivolgersi ai cinesi. Ma il vero deterioramento economico è dovuto all’assedio degli Stati Uniti. Le sanzioni imposte alla vendita di petrolio, decise da Trump nel 2017-2018 e mantenute da Biden, hanno provocato l’abbandono del Paese da parte di almeno 7 milioni di persone, con rifugiati venezuelani che cominciavano ad arrivare a Miami, in Colombia e in altre parti dell’America Latina. Washington sapeva cosa stava facendo. Anche il sostegno delle forze armate venezuelane ha avuto un costo. Dopo il tentativo di colpo di Stato contro Chávez nel 2002, gli ho detto: «Questa è la tua occasione per attuare una massiccia ristrutturazione dell’esercito». Ma lui ha risposto: «Non è facile farlo. Stiamo licenziando tutti i generali di alto rango che erano a conoscenza o hanno partecipato al tentativo di colpo di Stato contro di me». Allora gli dissi: «Beh, è molto generoso da parte tua, perché se ci fosse stato un tentativo di colpo di Stato contro un governo eletto negli Stati Uniti, molto probabilmente il generale di più alto rango sarebbe stato giustiziato per tradimento e gli altri generali sarebbero stati incarcerati per anni. Ma tu sei stato molto gentile, hai lasciato andare alcuni di loro». Lui rispose: «È meglio che la puzza se ne vada». In quel momento mi sembrò una debolezza. Nonostante tutto ciò, per un lungo periodo il regime bolivariano ha messo insieme democrazia radicale, programmi di welfare e alfabetizzazione di ampio respiro e una politica estera internazionalista. Questa era la situazione. Il contributo cubano è stato molto importante, per le missioni mediche e tutto il resto. Ma i cubani non avevano nulla da insegnare sulla democrazia, purtroppo. Con l’inasprirsi del blocco economico, Caracas ha abbandonato praticamente tutte le riforme chaviste e ha optato per la dollarizzazione e l’austerità a partire dal 2019. In politica estera, tuttavia, non hanno seguito questa strada. Hanno ridotto notevolmente le forniture di petrolio a Cuba a causa delle sanzioni statunitensi, ma non hanno abbandonato L’Avana. Hanno mantenuto una posizione ferma su Gaza e sul Medio Oriente, cosa che ovviamente ha infastidito gli americani. Come ha messo in chiaro Washington, vogliono un governo Rubio-Trump che sia dalla loro parte al 100%. * A livello ufficiale, la reazione internazionale è stata, come prevedibile, moderata. Naturalmente la Cina, la Russia e molte altre potenze regionali hanno condannato l’attacco militare e il sequestro da parte degli Stati Uniti e hanno chiesto l’immediato rilascio di Maduro e Flores. Dopo alcune esitazioni, gli europei si sono uniti nel sostenere il loro protettore, anche se con un po’ più di ambivalenza di quella mostrata nel sostenere il genocidio israeliano a Gaza. Macron ha inizialmente rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva ai venezuelani di «rallegrarsi» per il sequestro di Maduro, ma poi ci ha ripensato e ne  ha rilasciata un’altra in cui affermava  che la Francia «non sosteneva né approvava» i metodi statunitensi, prima di rilasciarne, come è sua abitudine, una terza in cui auspicava una transizione pacifica verso un Venezuela guidato da Edmundo González Urrutia. Merz ritiene che la legalità del rapimento sia «complessa ». Anche Starmer si è mostrato evasivo, mormorando qualcosa sul «sostegno al diritto internazionale» ed evitando qualsiasi critica a Trump. Un doppio standard a cui i cittadini europei sono abituati. Da un lato, la Russia, contro la quale l’UE sta preparando il suo ventesimo pacchetto di sanzioni; dall’altro, Israele, che mantiene il suo status di nazione privilegiata. E ora c’è un terzo doppio standard: l’attacco al Venezuela. In confronto, l’atteggiamento del «New York Times», che ha definito l’operazione un esempio di «imperialismo moderno» che rappresenta «un approccio pericoloso e illegale al ruolo degli Stati Uniti nel mondo», è quanto meno più diretto. Il quotidiano cita alcuni rappresentanti repubblicani eletti, che si sono pronunciati al Congresso contro il modo di procedere di Trump: i senatori Rand Paul e Lisa Murkowski e i deputati Thomas Massie e Don Bacon. È possibile che si verifichino nuove mobilitazioni negli stessi Stati Uniti. Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha denunciato come atto di guerra l’attacco unilaterale contro una nazione sovrana e si sono già verificate proteste in otto città statunitensi. La solidarietà con la Repubblica Bolivariana è fondamentale. Non è in gioco solo il futuro del Venezuela, ma anche quello della Rivoluzione Cubana, la prima e, purtroppo, sembra che anche l’ultima rivoluzione socialista in America. Cuba è stata colpita e assediata costantemente dagli Stati Uniti: un’invasione sconfitta a Playa Girón, sanzioni continue, attacchi incessanti, bugie senza fine. Privata del petrolio venezuelano, fornito gratuitamente da quando i bolivariani sono saliti al potere, c’è motivo di temere per il futuro di Cuba. E se gli Stati Uniti riusciranno a «ripulire» il Venezuela, Cuba potrebbe benissimo essere la prossima. Potrebbe, però, rivelarsi più difficile del previsto. Le manifestazioni a Caracas dovrebbero servire da monito al governo Trump. Negli ultimi giorni, Delcy Rodríguez ha oscillato tra discorsi militanti, attaccando ciò che è successo, e parole rassicuranti per gli americani. Trump afferma: «Non ci interessa cosa dice, ci interessa cosa fa». Ha ragione. Molto dipenderà, non tanto da lei, perché è solo una figura decorativa, ma dall’esercito venezuelano, attore assolutamente cruciale. Il governo Trump potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma. I bolivariani continuano a controllare le forze militari e paramilitari venezuelane, i tribunali, l’industria petrolifera e tutti i livelli della burocrazia amministrativa. Le emozioni sono a fior di pelle, come ha chiarito il messaggio  trasmesso all’Assemblea Nazionale del Venezuela dal figlio di Maduro. Il governo di Rodríguez sta negoziando, come sappiamo. Ma se Trump e Rubio aumentano troppo la pressione, data l’ostilità generale verso l’attacco statunitense, Caracas potrebbe essere costretta a mostrare una certa resistenza. Se Rodríguez e compagni si rifiutassero di collaborare a un certo punto, Trump potrebbe essere in grado di ignorarlo, ma il campo di Rubio no. A quel punto, la logica di trattare Caracas come un governo fantoccio potrebbe venir meno e la linea sarebbe: «Va bene, sono traditori, andiamo a prenderli», inviando finalmente le truppe sul terreno, il che produrrebbe ipso facto una situazione complicata. Causerebbe anche enormi tensioni all’interno dello stesso campo di Trump, dato che è qualcosa che ha ripetutamente promesso di non fare. Nel suo discorso  del 2005, Chávez ha continuato dicendo: Fidel una volta mi disse: «Chávez, se questo dovesse succedere a te o a me, se ci invadessero, l’ultima cosa che faremmo sarebbe quella che ha fatto Saddam: nasconderci in un buco. Bisogna morire combattendo, in prima linea nella battaglia». Ed è quello che farei: se devo morire, morirò in prima linea con la dignità di un venezuelano che ama questo Paese. Per ora non c’è ancora niente di già deciso. Testi consigliati Julia Buxton, Venezuela después de Chávez  «NLR» 99 luglio-agosto 2016 Jeremy Adelman &  Pablo Pryluka, América Latina: la siguiente transición  «Diario Red»   13/03/25 «NLR» 149 novembre-dicembre Juan Carlos Monedero, Francotiradores en la cocina   «NLR» 120 gennaio-febbraio 2020 André Singer, Lulismo 3.0: un diagnóstico a mitad de mandato   17/06/25 «Diario Red»   13/03/25 «NLR» 150 gennaio-febbraio 2025, El regreso de Lula   «NLR» 139 marzo-aprile 2023, Rebelión en Brasil    «NLR» 85 marzo-aprile 2014Tony Wood, México en estado de cambio   «NLR» 147 luglio-agosto 2024 e Restoration in Chile?  «Sidecar» 8/12/2025Ernesto Teuma, Una nueva izquierda cubana   «NLR» 150 gennaio-febbraio 2025 Forrest Hylton  &  Aaron Tauss, Colombia en la encrucijada  «NLR» 137 novembre-dicembre 2022 Mauricio Velásquez, La batalla de Bogotá  «NLR» 91 marzo-aprile 2015 Camila Vergara, La Constitución de Chile  «NLR» 135 luglio-agosto 2022 Rafael Correa, La vía del Ecuador   «NLR» novembre-dicembre 2012 Maristella Svampa El final del Kirchnerismo   «NLR» novembre-dicembre 2008 Lautaro Rivara,   Estados Unidos refuerza la militarización del Caribe y se acerca a un punto de inflexión  «Diario Red»   25/10/2025, William Serafino: «Venezuela es un tablero central de la batalla geopolítica global  «Diario Red»   20/10/2025, ¿Intervendrá Estados Unidos en Venezuela? Una hipótesis en varios indicios  (I)  «Diario Red»   15/10/2025 e ¿Intervendrá Estados Unidos en Venezuela? Una hipótesis en varios indicios  (II)  «Diario Red»   17/10/2025 Tariq Ali , politologo, storico, attivista pakistano naturalizzato britannico è uno scrittore di fama internazionale. Ha scritto più di venti libri di storia e di riflessione politica e sette romanzi (tradotti in più di una dozzina di lingue) pubblicati in Italia prevalentemente da Baldini e Castoldi, Rizzoli e Fazi. Fa parte del comitato editoriale della New Left Review  e vive a Londra.

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    Agli albori dell’era dell’impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto internazionale Andreaina Angiolas Il rumore di esplosioni udito di recente in Venezuela, Palestina, Libano, Siria, Iran, Somalia, Yemen e Nigeria non è solo il sussulto di un impero americano in declino, ma qualcosa di molto più terrificante: l’alba dell’era dell’impunità, legata in maniera congenita al brutale carattere di classe che contraddistingue il capitalismo storico e il liberismo delle classi dominanti occidentali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss»  ed è ripubblicato qui con il consenso esplicito del suo editore. Il 3 gennaio 2026, senza alcuna provocazione, causa o giustificazione legale, gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela, invaso la sua capitale, ucciso decine di persone e rapito con violenza il presidente e la first lady del Paese, ammanettandoli, bendandoli e portandoli negli Stati Uniti. Sicuramente, una violazione così flagrante di tutta una serie di leggi internazionali – che di fatto sfida l’essenza stessa del quadro giuridico vigente dopo la seconda guerra mondiale, che proibisce gli atti di aggressione – avrebbe dovuto essere condannata universalmente. Invece, tale violazione è stata seguita da lamentele pietose e ambigue da parte di vari leader occidentali , da una risposta  ipercauta del segretario generale dell’ONU, da condanne  retoriche dei membri del Consiglio di sicurezza, che tuttavia non hanno preso alcuna decisione definitiva al riguardo, e da applausi entusiastici  da parte dei media statunitensi e occidentali. Come può essere? In poche parole, stiamo assistendo al sorgere dell’era dell’impunità. La bestia striscia verso Betlemme Il rumore di esplosioni udito di recente in Venezuela, Palestina, Libano, Siria, Iran, Iraq, Somalia, Yemen e Nigeria, così come sul Mar Rosso, sul Mar Mediterraneo e sul Mar dei Caraibi, non è solo il crepitio provocato da un momentaneo spasmo imperiale dell’impero americano in declino. Annuncia qualcosa di molto più terrificante. Sta nascendo un nuovo mondo (o forse rinascendo, poiché ricorda gli orrori della prima metà del XX secolo). Un mondo totalmente sganciato dalle restrizioni del diritto internazionale o persino dai principi morali più elementari e universali. Una nascita che avrebbe potuto essere prevista da chiunque avesse prestato attenzione alle macchinazioni dell’impero e dei suoi alleati e vassalli negli ultimi decenni. Dalla detenzione di massa e dagli eccessi polizieschi legati alla «guerra alla droga» alle operazioni di cattura illegali, le cosiddette extraordinary rendition , alle esecuzioni e alle torture della «guerra al terrorismo», passando per il sistematico impoverimento dei molti per consolidare la ricchezza e il potere di pochi, l’impero statunitense è sul sentiero di guerra da decenni, un percorso che è culminato con lo sterminio del popolo palestinese e il recente attacco contro il Venezuela. Queste ondate di oppressione in continua espansione, prive di controllo, minacciano tutti noi, perché in un mondo in cui nemmeno il genocidio costituisce una linea rossa, non ci sono più linee rosse. Figlio dell’impunità Questo nuovo mondo è figlio dell’impunità. Per più di due anni, il mondo ha osservato passivamente come l’Asse Stati Uniti-Israele si aggirasse criminalmente in Medio oriente, Africa e America Latina con una furia grondante sangue di conquiste e distruzione. La Carta delle Nazioni Unite, lo Statuto di Roma, le leggi di guerra, le norme sui diritti umani, la legge del mare, le leggi sull’uso della forza, tutto è stato calpestato e ridotto in rovina dalle azioni e dai pronunciamenti dell’Asse, dalla complicità dei suoi alleati e vassalli e dalla compiacenza di altri Stati. Da parte loro, le istituzioni internazionali create dopo la seconda guerra mondiale per prevenire e rispondere a quegli orrori sono state sistematicamente corrotte, indebolite o schiacciate dall’Asse. Il Tribunale penale internazionale è in gran parte paralizzato dalle sanzioni illegali imposte dagli Stati Uniti . La Corte internazionale di giustizia è oggetto di intimidazioni e pressioni politiche senza precedenti. I relatori sui diritti umani delle Nazioni Unite sono oggetto di una forte campagna di calunnie e sanzioni . E persino il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è arreso all’impero statunitense, come dimostra la   risoluzione 2803  del novembre 2025, che sostiene i piani totalmente illegali e sfacciatamente colonialisti elaborati dal governo Trump per Gaza. Gli Stati del mondo occidentale, che per lungo tempo si sono eretti a difensori dei diritti umani e del diritto internazionale, invece di opporsi agli eccessi dell’Asse, si sono precipitati a baciare ossequiosamente l’anello dell’imperatore e a inchinarsi davanti agli amministratori con le mani sporche di sangue del suo progetto coloniale in Palestina. E tutti i presunti controlli e contrappesi in vigore  all’interno delle stesse istituzioni dell’impero si sono dimostrati totalmente complici, compresi i tribunali, guidati da motivazioni politiche e, in genere, sprezzanti del diritto internazionale, il Congresso stesso, totalmente corrotto dalle lobby , dalle corporazioni e dai miliardari, che promuovono senza alcuna restrizione o vergogna i crimini degli Stati Uniti e di Israele e i media, che si sono dedicati anima e corpo a coprire le cause imperiali, estrattive, aziendalistiche e sioniste che sono alla radice della violenza che appesta il mondo attuale. Sì, i popoli stessi si sono sollevati, e in numero record, per opporsi ai crimini dell’Asse. Ma si sono scontrati con una repressione sistematica e brutale all’interno dell’impero e in tutto l’Occidente, e persino in prima linea all’interno degli Stati occupati in Medio Oriente. Di conseguenza, l’Asse ha goduto di assoluta impunità, il che ha incoraggiato atti sempre più atroci in un crescendo   di violenza, che ha incluso l’aggressione a paesi  del Medio Oriente e dell’Africa, una serie di omicidi , l’attacco a navi umanitarie  nel Mediterraneo, attacchi terroristici  transnazionali perpetrati tramite cercapersone manipolati per diventare bombe trappola, l’occupazione illegale  di diverse nazioni e la perpetrazione di un genocidio  senza fine in Palestina. In questo contesto, nessuno dovrebbe sorprendersi della flagrante criminalità degli Stati Uniti nell’imporre brutali misure coercitive unilaterali volte a sottomettere la popolazione del Venezuela attraverso la fame, vari tentativi di colpo di Stato, una serie di esecuzioni extragiudiziali di marittimi nei Caraibi e nel Pacifico orientale, atti di pirateria contro le loro petroliere e il sequestro del carico, il bombardamento e l’invasione della nazione e il sequestro violento del suo presidente e della first lady. È così che funziona l’impunità. Più la si alimenta, più ha fame. E il mondo ha alimentato questa impunità per decenni. Il mostruoso figlio nato da questa impunità porta con sé i peggiori tratti genetici dei suoi progenitori del XX secolo: razzismo, imperialismo, colonialismo, fascismo, sionismo, aggressione e genocidio. Ma ora è armato delle terribili tecnologie del XXI secolo per la sorveglianza, la repressione e l’omicidio. Gli effetti di questa combinazione letale si stanno facendo sentire ora nei tre continenti del Sud del pianeta, mentre il resto del mondo vacilla sull’orlo del baratro. Crimini imperiali in Venezuela Se la vostra comprensione degli eventi in Venezuela proviene dai complici media occidentali, potete essere perdonati di non sapere che l’attacco degli Stati Uniti al paese, e le sue azioni precedenti, sono stati totalmente illegali. Da un punto di vista giuridico, questa non può essere definita un’operazione di polizia. Si tratta in realtà di un’operazione criminale, per la quale gli autori, coloro che l’hanno ordinata e coloro che hanno eseguito questi ordini illegali dovrebbero rispondere alla giustizia. In effetti, l’insieme dei crimini internazionali perpetrati dagli Stati Uniti in Venezuela è di una portata sorprendente. Le sanzioni imposte al Venezuela dagli Stati Uniti come misure coercitive unilaterali sono illegali  ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale sui diritti umani. I tentativi di colpo di Stato contro i successivi governi venezuelani perpetrati dalla destra venezuelana e sostenuti dagli Stati Uniti nel  2002 ,  2019  e  2020  erano illegali . Le azioni segrete della CIA nel Paese sono state illegali . L’uccisione di marittimi  nei Caraibi e nel Pacifico è illegale  e costituisce un’esecuzione extragiudiziale  secondo il diritto internazionale sui diritti umani . Il blocco degli Stati Uniti contro il Venezuela è illegale . La pirateria perpetrata dagli Stati Uniti contro le petroliere venezuelane  è illegale, in quanto costituisce un atto di aggressione marittima ai sensi della Carta delle Nazioni Unite  e della legge del mare , nonché una violazione dei principi giuridici sull’immunità sovrana e sull’immunità statale . Il bombardamento, l’invasione e le successive minacce di ricorrere ulteriormente ad altre misure di forza contro il Venezuela sono illegali  ai sensi dell’articolo 2(4)  della Carta delle Nazioni Unite, un trattato che vincola gli Stati Uniti. I rapimenti di Nicolás Maduro e Cilia Flores sono illegali ai sensi della Carta delle Nazioni Unite , del diritto internazionale sui diritti umani, che vieta gli arresti e le detenzioni arbitrari , nonché del principio internazionalmente riconosciuto dell’immunità dei capi di Stato.  La violenza utilizzata durante il rapimento, basata su un arresto illegale e che ha causato lesioni gravi a Flores, è stata illegale . La sfilata di Maduro legato e la diffusione delle relative foto  erano illegali  secondo il diritto internazionale umanitario. La privazione sensoriale  imposta a Maduro (con benda sugli occhi e tappi nelle orecchie) era illegale . E, dato che il suo arresto era illegale, anche la sua detenzione continuata è illegale , secondo il diritto internazionale sui diritti umani. Gli Stati Uniti non hanno una difesa legale credibile per i crimini internazionali che hanno commesso in Venezuela. Le loro violazioni sono evidenti e la loro colpevolezza è chiara. Consapevole senza dubbio di tutto ciò, il governo statunitense sta cercando di sostituire le leggi internazionali con le proprie leggi e di applicare tali leggi extraterritorialmente, il che costituisce di per sé un atto sfacciato di imperialismo. Il governo Trump lo fa perché sa che la legislazione statunitense è spesso in conflitto con le norme internazionali e che i tribunali statunitensi sono notoriamente sciovinisti ed estremamente deferenti nei confronti del governo in materia di affari internazionali, disposti a concedergli ampia discrezionalità quando invoca questioni di «sicurezza nazionale» e abitualmente fortemente sprezzanti verso il diritto internazionale (spesso definito, in modo derisorio e scorretto, «diritto straniero») e perché sa anche di poter contare su giudici nominati politicamente, soggetti a influenza politica. Il governo Trump si basa anche sull’uso di varie “parole magiche”, perché sa bene che la semplice enunciazione di termini come «terrorismo» e «narcoterrorismo», il suo nuovo cugino illegittimo, crea un senso di eccezionalità, suscitando il consenso del pubblico, nonché di una parte del potere giudiziario. In tali circostanze, anche se il risultato non è garantito, le possibilità di un processo equo per Maduro e Flores sono, nella migliore delle ipotesi, limitate. Il collegamento israeliano Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo gli attacchi statunitensi, la vicepresidente venezuelana (e attualmente presidente ad interim ) Delcy Rodríguez ha affermato che l’attacco al Paese aveva «sfumature sioniste ». Sebbene non abbia fornito ulteriori dettagli, il coinvolgimento del regime israeliano nel sostegno alle forze di destra e nella destabilizzazione dei governi progressisti della regione è ormai ben noto. Le armi israeliani, la tecnologia di sorveglianza, l’intelligence, l’addestramento e l’influenza israeliani attraverso loro agenti nella regione sono stati una costante in America Latina per decenni. Da parte loro, i leader del regime israeliano hanno celebrato con euforia gli attacchi e il sequestro del presidente venezuelano (e hanno espresso  la speranza che i prossimi attacchi siano diretti contro l’Iran). E non è affatto sorprendente. Dall’elezione di Hugo Chávez e dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana più di un quarto di secolo fa, il Venezuela ha affermato la sua indipendenza, ha resistito all’egemonia statunitense, ha destinato la sua ricchezza petrolifera e mineraria al miglioramento delle condizioni di vita all’interno del Paese e ha solidarizzato con la lotta palestinese per i diritti umani. Come è già successo in precedenza con l’Iran, l’Iraq e la Libia, questa combinazione di fattori ha posto il Venezuela nel mirino dell’Asse Stati Uniti-Israele. Per di più, il regime israeliano ha alle spalle una lunga storia  di attacchi contro le forze progressiste, di sostegno a regimi di destra, squadre della morte e dittatori, nonché come fomentatore di conflitti in tutta l’America Latina. Per decenni, le sue impronte digitali macchiate di sangue sono state rilevate  in Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Venezuela. Questo, insieme agli istinti anticolonialisti della regione, spiega le riserve con cui i governi latinoamericani di sinistra guardano al regime israeliano. E spiega anche perché i movimenti e i leader di estrema destra della regione dichiarino abitualmente il loro fanatico sostegno al regime e al progetto sionista, anche nel bel mezzo del genocidio in Palestina. Mentre i governi progressisti della regione hanno condannato il genocidio, si sono uniti alla denuncia per genocidio presentata contro Israele alla Corte internazionale di giustizia e hanno rotto le relazioni diplomatiche con il regime sionista, i governi di destra, così come i leader dell’opposizione  di destra in Venezuela, hanno elogiato il regime israeliano e si sono impegnati  servilmente a una cooperazione ancora più stretta. Il regime sionista, come sempre, è profondamente interessato a rovesciare i governi di sinistra in America Latina e a sostenere la destra. Allo stesso tempo, l’opposizione al regime israeliano dimostrata dal Venezuela, che possiede anche le maggiori riserve di petrolio del mondo, è vista dall’Asse Stati Uniti-Israele come un potenziale ostacolo ai suoi nefandi piani di guerra contro l’Iran. La stessa capacità petrolifera dell’Iran, e in particolare il suo effettivo controllo sullo stretto di Hormuz (e quindi sui mercati energetici mondiali), rendono il controllo del petrolio venezuelano particolarmente attraente per l’Asse , che si prepara a rinnovare i suoi attacchi contro l’Iran. Pertanto, i motivi principali dell’aggressione statunitense contro i paesi del Sud del mondo sono il possesso delle loro ricchezze minerarie ambite dalle aziende statunitensi, il loro rifiuto a sottomettersi all’egemonia statunitense e la loro opposizione ai crimini del regime israeliano. Il Venezuela è colpevole di tutte e tre le accuse. E questi sono i veri «crimini» per cui è sotto processo. La vita dopo la legge Fin dall’inizio il progetto di un diritto internazionale è sempre stato debole e incompleto. Ma le barriere di protezione istituite dal 1945 offrivano una certa speranza di un mondo governato, almeno in parte, dallo stato di diritto piuttosto che solo dalla forza. E si era raggiunto un consenso globale secondo cui i crimini più gravi – l’aggressione e il genocidio – erano inaccettabili. L’Asse americano-israeliano, così spesso accusato di violare il diritto internazionale, ha perso la pazienza con l’intero progetto e, tramite il genocidio perpetrato in Palestina, la pioggia di bombe sganciate dall’Asse su innumerevoli paesi e ora con l’aggressione contro il Venezuela, ha dichiarato al mondo che è nato un nuovo ordine. Un ordine in cui tutti devono piegarsi all’impero o perire. Non è troppo tardi perché il mondo si ribelli e interrompa l’ascesa di questo nuovo ordine bestiale. I movimenti popolari attivi all’interno e all’esterno dell’impero possono sfidarlo con l’urgenza e l’unità di intenti necessarie. La maggioranza globale, guidata dalle nazioni libere del Sud, potrebbe unirsi come ha fatto negli anni ‘60 e ‘70 per sfidare l’impero e tracciare una linea di principio incentrata sull’azione collettiva per la pace, la sicurezza, l’autodeterminazione e i diritti umani dei popoli di tutto il mondo. Purtroppo, ad oggi, ci sono pochi segnali che ciò stia accadendo. Nel frattempo, il messaggio inequivocabile e inconfondibile che il regime imperiale statunitense, il suo cane da guardia israeliano e le sue legioni di vassalli occidentali sottomessi stanno inviando al mondo, agli Stati nazionali nel loro mirino e a tutti i popoli che resistono all’occupazione straniera, al dominio coloniale e ai regimi razzisti è: «La diplomazia non vi salverà. Il diritto internazionale non vi salverà. Le Nazioni Unite non vi salveranno. E noi stiamo venendo per voi». Testi consigliati Craig Mokhiber, How the world can resist the UN Security Council’s rogue colonial mandate in Gaza , «Mondoweiss»   3/12/2025 e The UN Embraces Colonialism: Unpacking the Security Council’s mandate for the U.S. colonial administration of Gaza , «Mondoweiss»  19/11/2025 Huda Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar» 18/4/2025 Michael Arria, 20 years of BDS: An interview with Omar Barghouti, a co-founder of the movement , «Mondoweiss» 9/7/2025 Frédric Lordon, Endgame , «Sidecar» 27/6/2025 Tutti pubblicati anche su «Diario Red».  Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rapporti della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomy of a Genocide   (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide  (2025) e Gaza Genocide: a collective crime   (2025). Craig Gerard Mokhiber  è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

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    Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: La Governance quantistica e Le Tecnologie degli affetti Multispecie EPISODIO-9-GZ_GLACIER_ZETA La materia è caduta in disgrazia nel XX secolo. Ciò che una volta era etichettato come “inanimato” è diventato mortale – subito dopo essere stato assassinato, distrutto fino al midollo, fatto a brandelli, ridotto in briciole.Il più piccolo dei più piccoli frammenti, il cuore dell’atomo è stato rotto con una tale violenza che ha scosso la terra e il cielo. In un istante, in un lampo di luce più brillante di mille soli, la distanza tra il cielo e la terra è stata cancellata – non solo scavalcata in modo immaginario dalla teofilosofia naturale di Newton, ma fisicamente cancellato da un fungo atomico propagatosi sino alla stratosfera. ‘Sono diventato la morte, il distruttore di mondi’ 1 . K. Barad, La grandezza dell’infinitesimale, Nuvole di funghi, ecologie del nulla, e strane topologie dello spazio tempomaterializzante 2 , in Multitudes, Parigi 2016/4 (n° 65), p. 64. (traduzione dell’A.) Note: Famosa citazione della Bhagavad Gita tradotta dal sanscrito dal fisico J. Robert Oppenheimer sulla scia dell’esplosione della prima bomba atomica. Spacetimemattering . La materia come differenziazione continua del mondo. La Governance Quantistica del Capitale Il Boomernauta racconta cosa avvenne quando si inoltrò nella seconda metà del XXI secolo dove avvenne una grande trasformazione della Governance. Con l’allontanamento progressivo dell’AltaSfera dalla Terra aumentano le distanze con i PoSt/ati, succedanei indeboliti degli Stati-Nazione, che ancora detengono poteri locali. Mentre la setticemia di Gaia progredisce, il controllo delle popol zioni chiamate a fornire lo sforzo per il progetto della Grande Fuga diventa sempre più difficile. La Governance Neolib è in grande difficoltà, ma, come al solito, punta tutto sul soluzionismo tecnologico. Verso gli anni 70 del XXI le tecnologie quantistiche erano già entrate in uso nel progetto degli ascensori spaziali, e allora i techno-tycoon, facendo un massiccio ricorso a esse, operano una fulminea trasformazione tecnopolitica per riprendere in mano una governance alla deriva. Nasce così la Governance Quantistica (Gov Q), il cui orientamento sembra essere in opposizione diretta con quello della filosofia quantistica nata nei decenni precedenti Il periodo della Gov Neolib, cominciato subito dopo il fallimento della ribellione boomer, era stato un terreno di cultura ideale per il morbo nekomemetico. Sotto il comando dell’ AltaSfera   Ecofin  una nuova impennata della globalizzazione, supportata dalle tecnologie neurali, fu un fattore determinante per la diffusione del virus. Se le grandi epidemie dovute ai virus materiali si erano propagate sempre più speditamente grazie alla rapidità dei trasporti moderni, quello nekomemetico si spostava sulle reti a velocità prima impensabili. Dopo la fase di disordini che si verificarono in Cina a seguito della fine del progetto Lunga Primavera  e quelli che si protrassero negli Stati Uniti durante la cronicità della seconda guerra civile, molti PoSt/ati più deboli entrarono in un caos quasi ingovernabile. Mentre l’ AltaSfera   Ecofin  acquisiva potere distante, nei PoSt/ati istituzioni e potere politico erano sempre più in crisi. Per non perdere il controllo di territori troppo vasti, che contenevano tra l’altro materie prime strategiche indispensabili per la costruzione degli ascensori spaziali, si rivelava indispensabile un salto di qualità nella governance. Il sistema a due fasi (Stato- Post/ati e capitale- AltaSfera ) era ormai troppo sbilanciato a favore della seconda e sempre meno coeso a causa del progressivo allontanamento dell’ AltaSfera  verso le postazioni in orbita, mentre sulla Terra le condizioni di vita continuavano a peggiorare. Solo usando un’implementazione quantistica la Gov sarebbe riuscita a sfruttare lo spacetimemattering , l’inseparabilità dello spazio, del tempo e della materia. Prima ancora di chiamarsi AltaSfera   Ecofin , il capitalismo aveva già utilizzato la teoria quantistica col progetto Manhattan  dove «il più piccolo dei più piccoli frammenti, il cuore, dell’atomo era statorotto con una tale violenza che aveva scosso la terra e il cielo» 1  e la «forza dispiegata su un milionesimo di miliardesimo di metro aveva assunto proporzioni globali, distruggendo città in un lampo e riconfigurando alleanze geopolitiche, le risorse energetiche, i rapporti di forza su scala globale» 2 .Ora era alla ricerca di qualcosa di  altrettanto potente per  tenere assieme, nel poco tempo che gli restava, ciò che si stava inesorabilmente disfacendo. Si sarebbe trattato di una trasformazione tecnopolitica del sistema a due fasi che necessitava di un’enorme potenza di calcolo e di altre tecnologie quantistiche. Sarebbe stata una trasformazione impossibile da ottenere in tempi compatibili con l’incalzare della sepsi di Gaia se si fosse dovuti partire from scratch . Ma il gigantesco sforzo di costruzione degli ascensori spaziali stava aprendo uno spiraglio. Furono proprio i techno-tycoon dell’ AltaSfera  che investirono nei dispositivi quantistici e in particolare nelle Q-farm. Si trattava dei nuovi centri di calcolo con un salto di capacità computazionale molto più elevato in scala di quello dell’epoca delle Web Farm e del Cloud. Ora la governance disponeva della potenza tecnologica necessaria per riprendere un vero controllo a distanza della situazione. Finalmente la biosfera diventava la scatola nera da cui estrarre quanto necessario per il futuro di una nuova Governance Quantistica (d’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione Gov Q 3  con cui era designata nei media). Faccio qui una breve parentesi riguardo alla meccanica quantistica, una teoria in cui fisica e metafisica si sfioravano in un modo che faceva pensare alle due mani della creazione nella Cappella Sistina, come zia Barad 4  ci aveva mostrato. Ancora una volta veniva confermato che gli umani potevano piegare l’uso delle loro scoperte scientifiche in direzioni diverse e anche opposte. Nel caso della meccanica quantistica da un lato vedremo l’uso che ne farà la Gov Q per derivare tecnologie che naturalmente si rivelarono amplificatrici del morbo nekomemetico. Non solo avrebbero aggravato la setticemia di Gaia, ma anche minacciato altri pianeti se la Gov Q avesse portato a termine il progetto della Grande Fuga . D’altro lato la meccanica quantistica aveva ispirato la filosofia di zia Barad secondo la quale le componenti di Gaia (umane e nonumane, oggetti e ambienti) esistono solo attraverso le intra-azioni che si realizzano con le modalità delle diffrazioni [cfr. il glossario per questi concetti]. E cioè attraverso connessioni e relazioni che sono costantemente in corso e che costituiscono la realtà stessa. Forse si sarebbe dovuto partire proprio da questi meccanismi, che regolano l’emergere, il mutare e lo scomparire delle forme di vita, per arrestare la setticemia di Gaia [disse il Boomernauta]. Di questo ti parlerò in seguito, ma per il momento era la Gov Q che utilizzava questa straordinaria scoperta per prolungare il dominio capitalista. Ora torniamo all’obbiettivo della Gov Q di fare in modo che la macchina a due fasi, AltaSfera   Ecofin e PoSt/ati, più una terza, la WorldForce , di cui parlerò fra breve, funzionassero in un entanglement quantistico. Era quello strano e misterioso legame per cui due o più particelle prodotte simultaneamente da un’interazione fisica restano correlate nello spaziotempo a prescindere dalla distanza che le separa. Questa relazione permette alla prima particella di influenzare la seconda istantaneamente e viceversa e implica che le particelle quantistiche non possano essere descritte come entità indipendenti, ma piuttosto come parti di un sistema interconnesso. Sfruttare queste proprietà, applicandole a sottosistemi dipendenti dagli stati quantistici e spazialmente separati anche a distanze virtualmente illimitate, era il diktat imposto alla tecnoscienza dal management nel finale del Neolib. La nuova Gov Q avrebbe dovuto essere capace di controlli essenziali e istantanei sulla Terra, anche se lanciati da grandi distanze, dallo spazio o addirittura da Marte. Ciò che in precedenza era impossibile da ottenere con le tecnologie del silicio e dell’informatica tradizionale lo diventava ora grazie alla potenza di calcolo, agli algoritmi e alle tecnologie quantistiche. Ogni decisione (o legge, decreto, regola, discorso ecc.) emanante da un’istanza della governance avrebbe avuto effetti immediati ovunque. Il processo si sarebbe attuato nel modo più adeguato diffondendosi istantaneamente attivando nel suo percorso una serie di metodi e/o di regole specifiche che includevano molteplici parametri e variabili fra cui gerarchie, pertinenze, scalabilità ecc. La nuova Gov Q voleva creare un funzionamento fra PoSt/ati e AltaSfer a Ecofin  (il vecchio binomio Stato-capitale) di una rapidità e precisione mai visti e dove l’intervento umano era ridotto alle decisioni essenziali.La lunga marcia di trasferimento del potere economico e finanziario dal pubblico al privato aveva caratterizzato il secolo della Gov Neolib. Ora con la Gov Q questi meccanismi sarebbero entrati nella fase dell’ entanglement quantistico di pubblico-privato. Un legame strutturale per cui era impossibile far funzionare o intraprendere una qualsiasi attività o iniziativa pubblica senza implicare il privato. Questo legame, che con il Neolib era basato su una volontà politica, ora, secondo i piani della Gov Q, entrava in una fase d’indissolubilità in cui l’algoritmo quantistico avrebbe permesso un’accelerazione esponenziale rispetto alle classiche procedure politiche.Quando per esempio l’ AltaSfera  aveva deciso che nel progetto High Frontier  c’era bisogno di più europium 5  per accelerare la costruzione degli ascensori spaziali, allora per la prima volta un workflow 6  gestito dall’algoritmica quantistica era riuscito a ridurre di dieci volte i tempi dell’esecuzione dell’ordine aumentando di conseguenza la produzione. Fra l’altro, grazie al calcolo quantistico, era stato instaurato in un tempo record un diritto di prelazione mondiale su tutte le estrazioni necessarie scavalcando legislazioni nazionali, interessi pubblici, protezione dei cittadini ecc. Prelazioni che, quando necessario, venivano anche imposte con la forza, il che aveva poi generato una serie di problemi ecologici e sociali che non erano stati presi in conto perché considerati di secondaria importanza. Tutta la potenza così dispiegata avrebbe però incontrato i suoi limiti nell’agire umano nelle zone più in preda alla setticemia di Gaia, per non parlare di quelle di cui si era perso il controllo. In ogni caso il nuovo sistema di Gov Q prendeva corpo e alle due fasi della macchina neolib se ne sarebbe aggiunta una terza: la WorldForce . Note: K. Barad, op. cit ., p. 67. Ibid. Gov Q: cfr. glossario . Credo proprio che il Boomernauta facesse riferimento a quello che aveva definito un suo livre de chevet (libro da comodino e quindi di riferimento), che incontreremo ancora in seguito: K. Barad, Meeting the universe halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning , Duke University Press, 2007. Per aumentare la potenza di calcolo dei computer basati su molecole di terre rare nel progetto degli ascensori spaziali. Il workflow è una sequenza strutturata di attività, compiti o processi necessari per completare un obiettivo specifico. È una rappresentazione delle attività in un contesto organizzativo e gestionale. Worldforce e nascita del sistema a tre fasi La Gov Neolib si trasforma nella Gov Q per emanciparsi dal contesto politico terrestre e preparare la Grande Fuga delle élite dalla biosfera in crisi. La WorldForce (WF) emerge come braccio secolare della Governance, fornendo intelligence globale, capacità di intervento militare centrale e complementare a quello delle milizie e polizie private SecurServ. La WF si integra con l’AltaSfera e i PoSt/ati, formando un sistema a tre fasi o macchina tricefala. Questa trasformazione conferisce temporaneamente alla Gov Q un’impronta imperiale, mentre le condizioni di vita precarie e la crisi della biosfera aumentano i conflitti locali. Nell’epoca neolib l’ AltaSfera   Ecofin  non aveva mai direttamente disposto di una longa manus militaris operativa sul terreno ed era abituata a destreggiarsi coi micro o macrocosmi politici assumendo il ruolo di Pilota Automatico. Una rivelazione che era sfuggita intenzionalmente di bocca a Mago-Drago, uno dei manager pregalattici dell’ AltaSfera   Ecofin , mandato poi in missione kamikaze nella penisola del Vitello 1 , il suo declinante e invecchiato PoSt/ato d’origine. Il Pilota Automatico aveva dato ottime prove delle sue capacità: per esempio quando aveva rimesso al passo l’Ellade, l’antica culla della democrazia che si era un po’ persa nel dolce far niente. In quel caso il Pilota Automatico aveva lasciato il mondo a bocca aperta per la sua efficacia, privando i cittadini della capacità di accedere ai propri soldi attraverso il blocco istantaneo di tutti gli sportelli automatici del Paese e poi prendendo di mira i loro introiti. Ovviamente il Pilota aveva privilegiato la riduzione dei redditi degli improduttivi  come pensionati, disoccupati, disabili, artisti e altri. A parte qualche manifestazione un po’ più esuberante delle altre, comunque ben controllata, tutto era appunto rientrato nel dis/ordine. Una bella dimostrazione di come in quell’epoca la Gov Neolib riuscisse ancora a gestire direttamente le situazioni difficili senza interventi diretti e brutali. In ogni caso la vera specialità del Pilota Automatico era di far indebitare i Paesi più poveri per poi estrarne il midollo essenziale e ciò aveva funzionato perfettamente in molti territori e sub continenti, come per esempio il Sud America. Nella transizione della Gov Neolib verso l’era quantistica erano emerse molte pressanti ragioni che spingevano alla creazione di un centro operativo che non fosse solo l’immateriale Pilota Automatico, che ormai non funzionava più come prima. Una delle principali cause che avevano spinto a tale scelta era stata la preparazione della Grande Fuga , un’operazione che stava entrando nel periodo cruciale di costruzione e sperimentazione degli ascensori spaziali, indispensabili per l’istallazione delle prime colonie umane nello spazio. Era necessario garantire un’enorme produzione per attuare il progetto, ma allo stesso tempo si stava verificando una continua disgregazione del controllo sulle popolazioni obbligate a sostenere tale produzione massiccia. Fu così che nacque la necessità di creare un’istanza operativa globale con la quale l’ AltaSfera  avrebbe potuto sia accedere direttamente all’informazione, sia agire sul terreno senza passare per tutte le mediazioni politiche legate a interessi locali nazionali o pseudo imperiali. Questa operazione sarebbe stata facilitata dall’implementazione quantistica in corso e avrebbe completato la transizione verso la Gov Q con la creazione di una nuova fase che si sarebbe aggiunta alle due precedenti. Il nome di codice era WorldForce , con acronimo WF, un’entità ibrida con ramificazioni che coprivano tutte le aree mondiali. Durante l’era neolib, sarebbe stato impossibile realizzare tutto ciò, soprattutto prima che i due grandi imperialismi di quel periodo si fossero definitivamente autoridimensionati nei modi rocamboleschi che ti ho raccontato. Potresti chiederti se tutte le lotte intestine della Gov Neolib si fossero pacificate improvvisamente e se tutti gli altri imperialismi regionali e PoSt/ati in guerra fossero diventati capaci di marciare all’unisono. Certo che no! Da una parte la caduta dei grandi imperialismi egemonici per cause imprevisibili era stata un colpo decisivo alla Gov Neolib, dall’altra l’imperativo di sopravvivere all’inevitabile caos prodotto dalla setticemia di Gaia esigeva di obbligare gli oligarchi dei PoSt/ati, anche quelli con velleità dominatrici, a cercare perlomeno un limitato terreno d’intesa sulle modalità di controllo delle risorse in vista della fuga. Questo era uno dei principali obbiettivi della WF 2 . Inoltre, con l’avanzare della setticemia di Gaia l’equilibrio delle macchine bicefale PoSt/ati- AltaSfera Ecofin  diventava sempre più instabile. La prima testa (erede dei vecchi Stati-Nazione) doveva controllare territori e popolazioni in condizioni precarie, la seconda (erede del capitale) era nell’affanno di mantenere l’accumulazione in un pro- cesso globale di produzione-distruzione sempre più entropico. La WF avrebbe dovuto quindi essere anche un’istanza di mediazione fra questi due poli in difficoltà e, pur essendo centralizzata, doveva garantire la parte terrestre della transizione del capitalismo verso lo spazio. Era in questa equazione, a prima vista impossibile da risolvere, che interveniva la tecnologia quantistica. La WF era già occultamente nata come l’ intelligence della Governance mondiale con capacità di destreggiarsi nel bioipermedia, utilizzando i variegati mondi hacker. Con la sua istituzionalizzazione e un forte potenziamento vennero unificate sotto un solo comando le attività spesso sotterranee che nei tempi della guerra fredda del XX sec. erano state messe a punto dai due grandi blocchi di quell’epoca. Per questo la WF dal punto di vista funzionale aveva ereditato i know-how delle grandi agenzie nazionali d’ intelligence del passato 3 . Proprio le stesse agenzie che avevano basato la loro ragione d’essere ed esperienza partecipando a manovre e operazioni di ogni tipo come repressioni, guerre, invasioni, complotti 4 , colpi e stragi di Stato. Poi grazie al salto di paradigma permesso dalla tecnologia quantistica la WF sarebbe anche diventata una longa manus strategica capace di dirigere grandi progetti finanziari o tecnologici, globali di cui ti ho appena svelato la finalità. [Qui interrompo il Boomernauta per fargli notare che, secondo il suo racconto del futuro, l’ipotesiimperiale, annunciata in gran pompa a inizio del terzo millennio 5 e non verificatasi, era quindi poi riemersa clamorosamente. Pronta fu la sua reazione:] Sì in un certo senso era riemersa quell’ipotesi, ma la Gov Q più che un unico impero postmoderno di governo dell’umanità si era configurato nel gergo corrente come un impero scapuma  e cercava di confermare, in un senso completamente nuovo, la vecchia e falsa previsione che la setticemia di Gaia rendeva concreta: quella cioè di una fine del mondo  prima della fine del capitalismo. Infatti la Gov Q intendeva proprio perpetuare il capitalismo al di là del   mondo , ormai in grande difficoltà e dove per mondo si intendeva quello basato sulla biosfera.L’algoritmica quantistica avrebbe permesso anche di rendere fluida l’azione della WorldForce , anche se, a livello esecutivo, ci si era dovuti adeguare a tutta la complessità delle articolazioni periferiche terrestri. Una parte dei nuclei distaccati era stata direttamente pilotata da quei centri spaziali di comando in orbita terrestre bassa già in funzione. Il resto sarebbe stato costituito da una rete di nodi operativi delegati alle organizzazioni private della SecurServ , di cui ti avevo accennato in precedenza. La privatizzazione era avvenuta tramite un’estensione del principio di franchising applicato ai servizi di forza armata e pubblica. Specie nei paesi più periferici e deboli i franchisee locali erano filiali di grandi gruppi come Blackwasser, Wagniria ecc., vere e proprie multinazionali della sicurezza  (leggi guerra), quotate nelle restanti Borse aperte dopo la fine della City, sommersa con buona parte di Londra. Il settore economico e borsistico SecurServ  era stato consolidato con quello dell’armamento, diventando dominante ed essenziale per la sopravvivenza stessa della Gov Q. Nel grande compartimento dei SecurServ  c’erano anche stakeholder che non gestivano direttamente truppe e carri armati. Si trattava di tutti quei fornitori di tecnologie digitali del controllo, senza le quali le guerre erano già perse in partenza. Per esempio si era visto sin dalle guerre del XXI secolo come le costellazioni di satelliti in orbita avessero cambiato tattiche e strategie di guerra. Esse avevano permesso agli eserciti di coordinare il fronte e di individuare le posizioni del nemico grazie alle trasmissioni criptate delle riprese fatte dai droni. Era la prima tappa di una gamification  e robotizzazione della guerra che entrava a far parte del bioipermedia. Gli operatori e fornitori di questi nuovi e sofisticati servizi di guerra erano parte dei SecurServ  privati, fra cui molti techno-tycoon. Chi non poteva permettersi di disporre di tali servizi quando affrontava una guerra rischiava di perderla anche disponendo di forze superiori sul terreno 6 . La Governance aveva comunque operato il re-engineering quantistico del motore che animava il vecchio Pilota Automatico  rivelato da Mago-Drago. Aveva potenziato e automatizzato, con una miriade di bot, i consueti meccanismi di influenza sotterranea e lobbistica, mirati a creare riflessi condizionati o meccanici, specie nelle amministrazioni locali dei PoSt/ati di rango inferiore. Il secolo di guerre mediorientali era un esempio classico di interminabili e tragici conflitti regionali. L’ AltaSfera   Ecofin  non cercava di interporsi direttamente, ma di concentrare attenzioni e sforzi sul fatto che in ogni caso tutto si svolgesse a suo vantaggio. E poi le guerre erano sempre state da lei ben viste, come ricorda l’antico, ma sempre valido, adagio borsistico francese « il faut acheter au son du canon et vendre au son du violon» 7 . Non si trattava solo di coccolare e far crescere l’essenziale settore dell’armamento ora fortemente implicato anche nelle tecnologie quantistiche. Bisognava anche consumare  gli armamenti e nella strategia Ecofin la crescita infinita e illimitata della produzione trovava il suo punto d’equilibrio nelle distruzioni prodotte dalle guerre. Per tali ragioni anche la nuova WF integrata alla Gov Q non si esponeva inutilmente in guerre mondiali , ma agiva direttamente solo quando gli interessi dell’ AltaSfera   Ecofin  erano in gioco. Una particolare attenzione era posta a tutti gli aspetti che attenevano al dispiegamento delle infrastrutture e delle attività propedeutiche all’ormai indispensabile e imminente migrazione spaziale delle élite. Le procedure che reggevano la WF evitavano che essa apparisse nei conflitti locali, nelle repressioni di sommosse o di ribellioni limitate e che, comunque, era importante che non toccassero   i gangli vitali della Gov Q. Il caos crescente e la conseguente complessità della situazione facevano sì che questo compito diventasse talvolta difficile. Il braccio operativo e armato della WorldForce  era un ingranaggio indispensabile all’ AltaSfera Ecofin  per completare l’ entanglement della Gov Q. Questa entità doveva permettere un’egemonia più totale e comprensiva degli interessi dell’ AltaSfera , il che implicava di ridurre l’autonomia dei PoSt/ati di modo che questa fosse sempre più formale e di facciata. Questo non evitava gli attriti, le ostilità o le guerre, che comunque alimentavano la macchina di produzione/distruzione. Bastava solo che non diventassero incontrollabili al punto da creare danni alla strategia spaziale dell’ AltaSfera . Ai PoSt/ati  che ancora mantenevano una parvenza di sovranità e di capacità amministrativa e politica veniva data una delega algoritmica di gestione dei compiti fondamentali di controllo dei loro territori e popolazioni da far produrre . Era d’altronde previsto che anche con la Grande Fuga la Gov Q, per quanto possibile, continuasse a succhiare dalla biosfera il buon midollo di cui necessitava. Note: Al Boomernauta, a cui non dispiaceva una terminologia un po’ ellittica, mi ha fatto questo commento di due paesi europei facilmente riconoscibili: «nella penisola dei vitelli, talvolta considerata un laboratorio politico della Gov Neolib, l’ AltaSfera  aveva già fatto alcuni dei suoi primi esperimenti di gestione diretta, mettendo alcuni suoi esponenti a capo dell’esecutivo. Anche la Gallia, prima degli incidenti nucleari a ripetizione dovuti alle sue Centrali obsolete, venne a lungo governata da un banchiere che riuscì addirittura a farsi eleggere da una ristretta minoranza della popolazione per ben due volte». WorldForce : cfr. glossario Come Cia e NSA negli Stati Uniti, Fsb russo o ancora il Guoanbu cinese. Il Boomernauta a questo punto mi racconta un aneddoto: nella penisola del Vitello erano stati trovati a più di un secolo di distanza, nei luoghi più impensabili e nascosti, come le cisterne delle pompe di benzina abbandonate, depositi di armi nascoste dall’organizzazione segreta italiana di stampo neofascista Rosa delle Brezze  appoggiata dalla Nato, in vista di un colpo di stato militare. Qui il narratore fa riferimento all’ipotesi di una unica governance imperiale mondiale annunciata dopo la caduta dell’Urss in un libro intitolato appunto Impero . Credo proprio che il Boomernauta facesse riferimento alla guerra Russo-Ucraina in cui l’esercito russo benché superiore in forze e mezzi convenzionali si era trovato a un certo momento in difficoltà, prima di adeguarsi, a causa di tutte le tecnologie occidentali più avanzate di cui l’esercito ucraino aveva potuto disporre. «In borsa bisogna comprare al suono del cannone e vendere al suono del violino». Comprare con la guerra e vendere con la pace.

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    Dal virtuale al reale. Sparagli Piero

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    II° Che cos'è la fantascienza? Il testo analizza la fantascienza come dispositivo culturale nel senso foucaultiano, capace di intrecciare potere, sapere e immaginario collettivo. Riprendendo Caronia, Foucault e Deleuze, la fantascienza viene letta non solo come strumento di consenso o evasione, ma come spazio dialettico in cui il pubblico mantiene una quota di creatività e risposta. Essa incarna la tensione tra scienza e fantasia, producendo novità e trasformazione. Nel Novecento ha accompagnato il passaggio dalla società disciplinare a quella del controllo. La <> della fantascienza indica quindi la crisi di un dispositivo storico e l’emergere di nuove forme dell’attuale. A questo link è possibile leggere il primo articolo sul tema. Non avevo mai incontrato una ragazza hippy che si interessasse di fantascienza, prima d'ora; mi ha tenuto ore e ore a parlare di filosofia, di Dio, di dischi volanti e della saggezza esoterica degli antichi Egizi, e in tutte queste cose intesseva il filo della fantascienza. - Philip K. Dick1 Nella propria copia del secondo numero della rivista «Calibano» 2  dedicata alla forme letterarie di massa, Antonio Caronia sottolinea (pratica per lui alquanto insolita) ed evidenzia, segnalandola in apertura del volume, la pagina 120 dell'articolo di Guido Carboni che parla di una sorta di ambivalenza, di necessaria dialettica tra chi vuole manipolare il pensiero altrui e chi si trova a subire la suddetta manipolazione: «sappiamo che i persuasori occulti possono persuaderci quasi di qualsiasi cosa, ma per farlo devono rispettare la legge fondamentale della retorica; per persuadere, per manipolare anche ideologicamente qualcuno bisogna accettarne almeno in parte le premesse, i bisogni di fondo. Qualsiasi modello che cerchi di interpretare la funzione sociale della letteratura di massa deve far posto a questa dialettica di risposta delle masse, restituire loro almeno un minimo di iniziativa e creatività, anche quando non siano politicamente organizzate. Forse così si riesce anche ad evitare di cadere in una delle varianti di quelle che già Umberto Eco nel 1964 definiva come atteggiamento apocalittico, e cioè di leggere la letteratura di massa solo come proiezione diretta di un meccanismo capitalistico, conscio o inconscio, di creazione del consenso; oppure come rimozione consolatoria, sfogo nel fantastico per sradicare le tensioni reali: che poi non è altro che l'altra faccia della stessa medaglia. Le ipotesi sono entrambe sostanzialmente vere per la letteratura di massa nel suo complesso e perché, a meno di un profondo cambiamento rivoluzionario, il meccanismo di assestamento, di creazione del consenso finisce col recuperare tutto o quasi. E tuttavia finiscono con l'appiattire completamente il panorama in questa ipotesi di negatività totale che alla fine della ricerca non può che ritrovare eternamente se stessa e rischia di oscurare la dinamica concreta in cui questi fenomeni si collocano; i come e i perché specifici di questo controllo» 3 . Quando Caronia prende nota di queste pagine è ancora lontano dal conoscere in modo adeguato il pensiero di un filosofo come Michel Foucault 4 , pur apprezzandone il discorso sul potere e sulla società disciplinare, altrimenti avrebbe potuto cogliere l'importanza del concetto di dispositivo  per comprendere al meglio quella dinamica concreta in cui questi fenomeni si collocano  e in modo particolare quello del cosiddetto genere fantascientifico che qui ci interessa. Dreyfus e Rabinow nel loro fondamentale La ricerca di Michel Foucault 5  ci dicono che secondo la definizione di Foucault si ha un dispositivo laddove si riesca ad isolare «strategie di rapporti di forza che fanno da supporti ad alcuni tipi di sapere, che a loro volta diventano supporto di tali rapporti». Pur non avendo mai definito in modo esplicito cosa Foucault stesso intendesse con questo termine, nella sua, pur sommaria definizione, evidenzia la capacità di isolare, e quindi di interpretare, al di là di ogni pretesa di ricerca di verità soggiacenti, «quelle pratiche culturali che presenti nella nostra cultura [sono state] utilizzate come strumenti per la costituzione dell'individuo moderno, inteso sia come oggetto che come soggetto». La fantascienza, quella forma di letteratura che, per dirla con Ballard, è stata l'immaginario portante del XX secolo, ne costituisce l'aspetto più estremo e più tardo. Sul limite della modernità è lode del suo successo e canto funebre del suo visibile processo di rapida consumazione. E allora ecco che quella particolare produzione di storie fantastiche che per la prima volta riescono ad operare una coniugazione tra due opposti apparentemente inconciliabili di fantasia e scienza (quello spregiudicato matrimonio tra opinione e verità) tramite lo strumento tecnico del dispositivo  acquistano una loro esplicabilità come «una forma di vita  costituitasi storicamente, come dice Wittgenstein [senza] alcuna essenza né alcuna stabilità, e nessuna unità nascosta e soggiacente». Ma che nonostante ciò possiede una propria specifica coerenza. Seguendo la filosofia dei dispositivi foucaultiani Deleuze 6  ci avverte che una delle importanti conseguenze che ne deriva è il «cambiamento di orientamento che si distingue dall'Eterno per rivolgersi al nuovo». La novità, non nei termini di moda e originalità, bensì di creatività. Novità che si enuncia nella «misura in cui può comprendere enunciati contraddittori». E scienza e fantasia sono indubbiamente due termini in evidente contraddizione tra loro, che vanno a formare nello stesso dispositivo quel «contenuto di novità e creatività che indica contemporaneamente la capacità di trasformarsi o già di incrinarsi a favore di un dispositivo futuro». Il senso della dichiarazione più volte reiterata e sempre ostracizzata dai solerti critici amici o nemici (dagli amici mi guardi Iddio) della morte della fantascienza seguita dall'esclamazione viva la fantascienza  da parte di Antonio Caronia, sta tutto qui. La consapevolezza che «noi apparteniamo a dei dispositivi e agiamo in essi». E soprattutto che in ogni dispositivo occorre «distinguere ciò che siamo (ciò che non siamo già più) e ciò che stiamo diventando: ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene all'attuale ». Il dispositivo fantascientifico novecentesco ha agito in piena continuità e aderenza con lo sviluppo tecnoscientifico, nella sua esponenziale accelerazione. Accompagnandoci per mano lungo la storia di ciò che poco a poco cessiamo di essere, cioè quella società chiusa, disciplinare che viene assorbita e inglobata nell'attualità, quella novità che si sta disegnando «in disposizioni di controllo aperto e continuo ». «Foucault concorda con Burroughs che annuncia il nostro avvenire controllato piuttosto che disciplinato». È un passaggio sancito dalla rottura del vecchio dispositivo fantascientifico a favore di uno nuovo che può essere compreso solo nella presa in carico di una soluzione di continuità che sancisca la novità che si sta creando nell'attuale, ciò che appartiene al divenire a discapito «di ciò che appartiene alla storia». Nel desiderio di continuità, di negare cesure drastiche e destabilizzanti si ritrova tutta l'ansia e il timore di dover abbandonare le statiche contrapposizioni di campi ben definiti, di confini consolidati, uno per tutti: ciò che è cultura da ciò che è politica. Note: 1. Philip K. Dick, La ragazza dai capelli scuri , Fanucci, Roma 2014, p. 47. 2. Guido Carboni, Un matrimonio ben riuscito?  In Il nuovo e il sempre uguale. Sulle forme letterarie di massa, «Calibano 2», Savelli, Roma 1978, p. 120. Conservata a Bibliotork, presso la Cascina Autogestita Torchiera di Milano. https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ 3. Un'analisi importante sul medesimo filo di ragionamento in Fredric Jameson, Firme del visibile , Donzelli, 2003, p. 36 «A questo punto del ragionamento, l'ipotesi, è allora che le opere di cultura di massa non possano essere ideologiche senza essere nel medesimo tempo, implicitamente o esplicitamente, anche utopiche: esse non possono venire manipolate a meno che non offrano qualche genuino brandello di contenuto, una sorta di esca fantastica per il pubblico che sta per essere manipolato. Perfino la falsa coscienza  di un fenomeno così mostruoso come il nazismo era nutrita di fantasie collettive di tipo utopico, espresse in forme sia socialiste  sia nazionaliste. La nostra asserzione sul potere trainante delle opere di cultura di massa ha insinuato che opere del genere non possono gestire le inquietudini di ordine sociale a meno che non le abbiano prima ridestate e non abbiano fornito loro una qualche espressione rudimentale; si desidera ora suggerire che l'inquietudine e la speranza sono due aspetti della stessa coscienza collettiva in modo che le opere di cultura di massa, anche se la loro funzione risiede nella legittimazione dell'ordine esistente – o di uno anche peggiore – non possono compiere il loro lavoro senza deviare a favore di quest'ultimo le speranze e le fantasie più profonde e fondamentali della collettività, alla quale poi, si scopre, non importa in qual modo distorto, hanno così dato voce». 4. Antonio Caronia, Quando i marziani invadevano Milano http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html 5. H. L. Dreyfus, P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault,  La casa Usher, 2010 6. Gilles Deleuze, Che cos'è un dispositivo . Cronopio, 2007 II – What’s Science‑Fiction? by Giuliano Spagnul  I had never met a hippie girl who was interested in science‑fiction before; she kept me for hours talking about philosophy, God, flying saucers and the esoteric wisdom of the ancient Egyptians, and in all these things she wove the thread of science‑fiction. - Philip K. Dick¹ In his own copy of the second issue of «Calibano»², a magazine devoted to mass‑literary forms, Antonio Caronia unusually highlights—at the very opening of the volume — the page 120 of Guido Carboni’s article, which discusses a kind of ambivalence, a necessary dialectic between those who wish to manipulate others’ thoughts and those who are subjected to that manipulation:   «We know that hidden persuaders can convince us of almost anything, but to do so they must respect the fundamental law of rhetoric; to persuade, to manipulate ideologically, one must accept at least in part the target’s premises and basic needs. Any model that seeks to interpret the social function of mass literature must make room for this dialectic of mass response, returning to the audience at least a minimal degree of initiative and creativity, even when they are not politically organized. Perhaps this also avoids falling into one of the variants that Umberto Eco, in 1964, defined as an apocalyptic attitude — reading mass literature solely as a direct projection of a capitalist mechanism, conscious or unconscious, that creates consensus; or as a consolatory removal, a fantastical vent that eradicates real tensions, which is merely the other side of the same coin. Both hypotheses are essentially true for mass literature as a whole, and because, absent a profound revolutionary change, the settling mechanism that creates consensus ends up reclaiming everything or almost everything. Yet they end up flattening the panorama completely in this hypothesis of total negativity that, at the end of the inquiry, can only eternally rediscover itself and risks obscuring the concrete dynamics in which these phenomena are situated; the specific hows and whys of this control.»³   When Caronia notes these pages, he is still far from a full grasp of a philosopher such as Michel Foucault⁴, though he appreciates Foucault’s discourse on power and disciplinary society. Had he done so, he might have seized the importance of the concept of the dispositif  for understanding the concrete dynamics at play, especially regarding the so‑called science‑fiction genre that interests us here.   Dreyfus and Rabinow, in their seminal “The Search for Michel Foucault”⁵, tell us that, according to Foucault, a dispositif  exists wherever one can isolate «strategies of power relations that support certain kinds of knowledge, which in turn become the support of those relations».   Although Foucault never explicitly defined the term, his brief definition highlights the ability to isolate—and thus interpret—beyond any claim to underlying truth, «those cultural practices that, present in our culture, have been used as tools for the constitution of the modern individual, understood both as object and as subject».   Science‑fiction, that form of literature which, as Ballard puts it, was the imaginary bearing  of the twentieth century, represents its most extreme and latest aspect. At the edge of modernity, it is praised for its success and mourned for its rapid consumptive decay.   Thus, that particular production of fantastic stories, which for the first time manages to fuse two apparently irreconcilable opposites—fantasy and science (the reckless marriage of opinion and truth)—through the technical instrument of the dispositif , acquires an explicability as «a form of life historically constituted, as Wittgenstein says, without any essence, stability, hidden or underlying unity». Yet it nonetheless possesses its own specific coherence.   Following the philosophy of Foucauldian   dispositifs  Deleuze⁶ warns that an important consequence is a «shift of orientation that distinguishes itself from the Eternal by turning toward the new». The novelty is not a matter of fashion or originality, but of creativity — the novelty that is expressed in «the degree to which it can accommodate contradictory statements». Science and fantasy are undeniably contradictory terms, yet within the same dispositif  they form a «content of novelty and creativity that simultaneously indicates the capacity to transform or already to crack in favor of a future dispositif ».   The repeatedly reiterated, always ostracized declaration of the death of science‑fiction  followed by Antonio Caronia’s cry of long live science‑fiction  rests on a single insight: «we belong to dispositifs  and act within them». Moreover, in every dispositif  we must «distinguish what we are (what we are no longer) from what we are becoming: what belongs to history and what belongs to the present».   The nineteenth‑century science‑fiction dispositif operated in full continuity with technoscientific development, riding its exponential acceleration. It has led us hand‑in‑hand through the history of what we gradually cease to be — that closed, disciplinary society that is absorbed and incorporated into the present, a novelty that is being shaped «in arrangements of open, continuous control».   «Foucault agrees with Burroughs that he announces our future as controlled rather than merely disciplined».   This passage marks the rupture of the old science‑fiction dispositif  in favor of a new one that can be understood only through a continuity solution that affirms the novelty being created in the present—what belongs to becoming at the expense of «what belongs to history» In the desire for continuity, in denying drastic, destabilizing ruptures, lies the anxiety and fear of abandoning static, well‑defined field boundaries, of conflating culture with politics.   Notes Philip  K. Dick, The Dark‑Haired Girl , Fanucci, Rome 2014, p.  47. Guido  Carboni, Un matrimonio ben riuscito?  In Il nuovo e il sempre uguale. Sulle forme letterarie di massa, «Calibano 2», Savelli, Rome  1978, p.  120. Copy preserved in the Bibliotork  at the “Cascina Autogestita    Torchiera” (Milan). https://torchiera.noblogs.org/bibliotork-interzona-caronia/ Fredric  Jameson, Signs of the Visible , Donzelli, 2003, p. 36. (An important analysis of the same line of reasoning: mass‑culture works cannot be ideological without also being implicitly or explicitly utopian; they must contain a genuine “fantastic bait” that manipulates the audience, linking collective anxieties and hopes.) Antonio  Caronia, Quando i marziani invadevano Milano . http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html H.  L.  Dreyfus & P.  Rabinow, La ricerca di Michel Foucault,  La casa Usher,  2010. Gilles  Deleuze, Che cos'è un dispositivo . Cronopio, 2007.

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    Tesi sul nuovo fascismo europeo Questo testo è apperso sul numero 4 della rivista <> nel giugno del 1993. In fondo all'articolo riportiamo il numero per intero. Il testo ha uno straordinario carattere anticipatore. Il nuovo fascismo europeo si insidia, cresce e si sviluppa nella distruzione della sfera lavorativa in quanto ambito privilegiato della socializzazione e luogo di acquisizione di un'identità politica. Si potrebbe dire che tutto si sia avverato anche il bisogno di sviluppare forme di democrazia non rappresentativa in grado di organizzare le masse.

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    Caccia all'uomo

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    Come sopravvivere all’Intelligenza artificiale. IA, tecnofascismo e guerra Robin Tomens Dove la meta-automazione introdotta con l’intelligenza artificiale generativa tende a chiudere l’indeterminato dentro la previsione calcolabile, la metatecnica umana – situata, relazionale, storica – apre varchi nell’inconoscibile. Non c’è apprendimento profondo che possa emulare questa apertura radicale, perché essa non è funzione, ma soglia. ChatGPT «Loro avevano l’algoritmo, noi l’anomalia. Loro l’addestramento, noi l’invenzione». Il Boomernauta Il termine «intelligenza artificiale» (IA) copre diversi ambiti e denominazioni. In questo saggio quando parlo di IA, al singolare o al plurale – intendendo in questo secondo caso le varie implementazioni correnti come ChatGPT, Deepseek o Claude – mi riferisco, se non specificato diversamente, all’intelligenza artificiale generativa applicata specificamente al linguaggio: la famiglia di tecniche che, applicando modelli di machine learning a dataset enormi, produce large language models (LLM), ovvero modelli linguistici in grado di creare nuovi contenuti. Per chiarire metaforicamente il rapporto tra questi elementi: Il Dataset è la biblioteca universale di testi, la materia prima. Il Machine Learning è il metodo di studio che permette di apprendere da quella biblioteca. Il LLM è il risultato di questo processo: una «mente» esperta che ha interiorizzato le regole del linguaggio. L’IA Generativa è la capacità di questa mente di agire creativamente, generando testi originali. Il Chatbot è l’interfaccia conversazionale con l’IA, che usa il linguaggio naturale. Per definizioni più dettagliate si veda il Glossario Premessa Il pamphlet statunitense degli anni ’50 How to Survive an Atomic Bomb 1 non fu solo un manuale pratico: trasformava l’incubo nucleare della Distruzione Mutualmente Assicurata 2 in una sequenza di azioni individuali e gestibili, offrendo all’individuo un’illusione di controllo e agency (capacità di agire) di fronte a una minaccia che lo sovrastava.Con l’intelligenza artificiale (IA) la dinamica cambia: non siamo di fronte a una catastrofe possibile, ma immersi in una catastrofe già in corso. Nei discorsi dominanti spesso si oscilla tra narrazioni opposte e semplificate: l’IA come minaccia di dominio delle macchine, come promessa salvifica capace di rimediare al caos a cui il capitalismo ci sta conducendo, oppure come strumento transumanista di potenziamento destinato a creare una nuova élite «aumentata». Probabilmente le cose non stanno proprio così, e per questo mi sembra opportuno avviare un’indagine per affrontare l’insieme dei fenomeni complessi generato in questo nuovo contesto in cui l’IA è entrata a far parte del paesaggio quotidiano.Questo saggio vuole gettare le basi per un discorso più ampio, adottando un approccio specifico e limitando per il momento l’analisi a linee di indagine centrali. Si tratta di direttrici che non esauriscono il quadro complessivo, ma che consentono di iniziare a tracciare un percorso.Come approccio si propone di affrontare politicamente, socialmente ed economicamente questo salto tecnologico adottando una prospettiva che prende la fisica quantistica come quadro reale della natura, superando l’illusione di un modello puramente newtoniano. In coerenza con questa impostazione quantistica, si adotta una metodologia «diffrattiva», che intreccia i riferimenti del materialismo storico con quelli dei nuovi materialismi. Il primo passo è situare l’IA nel contesto storico . Come ogni tecnologia essa non nasce in astratto, ma si sviluppa dentro precise condizioni storiche, politiche e socio-tecniche, fino a infiltrarsi in quasi ogni sfera della vita – anche se, a dispetto degli ingenti investimenti e dei proclami roboanti (da Trump in giù), il suo modello economico capitalista resta tutt’altro che consolidato. Il corpo dello scritto, è costituito da un’analisi dell’IA come realtà relazionale articolata in due prospettive complementari. Nell’una si esaminano le dinamiche, le modalità e le responsabilità attraverso cui l’IA viene modellata, costituita e plasmata: chi la costruisce, con quali interessi, dentro quali rapporti di potere, secondo quali logiche estrattive o distributive. Nell’altra prospettiva si indagano i fenomeni che si producono nella sua progressione pervasiva, quegli effetti che eccedono l’utilizzazione intenzionale da parte degli umani e che emergono dall’interazione complessa tra algoritmi, infrastrutture materiali e contesti sociali ed ecologici.Questi due aspetti non sono disgiunti ma profondamente intrecciati. Le loro connessioni avvengono nello spaziotempomateria: quella dimensione in cui spazio, tempo e materia costituiscono un continuum inseparabile. Inoltre l’IA è una perfetta incarnazione dell’inseparabilità tra dimensione materiale e dimensione discorsiva, essendo al tempo stesso infrastruttura fisica concreta e produzione incessante di linguaggio. Abbandonata ai tecnofascisti, viene fatta gonfiare smisuratamente in entrambe le direzioni – infrastrutture ecocide da un lato, narrazioni compiacenti dall’altro – fino a esplodere come una bomba atomica confortevole e leccaculo.L’epilogo cercherà di individuare come generare, dai segnali che già si manifestano, le deviazioni infinitesimali capaci di sottrarre Gaia – e noi in essa – alla traiettoria da incubo che la sta travolgendo. Approccio: uscire dagli schemi newtoniani Non esiste una definizione scientifica univoca di «intelligenza», eppure nella retorica corrente l’IA viene spesso costretta tra la riduzione a mero algoritmo statistico e, all’opposto, la rappresentazione di una minaccia sovrumana.Queste contrapposizioni, fondate sulla logica competitiva che oppone intelligenze delle macchine a quella umana intesa in senso individuale – ignorando ogni forma di intelligenza collettiva e più-che-umana 3 – risultano fuorvianti e vanno contestate. Esse poggiano su uno schema newtoniano che immagina gli esseri umani come entità già costituite, portatrici di una soggettività e di un sapere predeterminati, mentre le macchine – a lungo concepite come oggetti già dati, governati da leggi causali e manipolabili dall’esterno – tendono oggi a essere considerate potenzialmente ingovernabili, dotate di un’autonomia che sfugge al controllo umano. È la stessa logica di un’ontologia antropocentrica che in Occidente affonda le sue radici nella Grecia antica e che, nell’epoca storica del capitalismo, ha prodotto processi sociali e materiali entrati in una fase di accelerazione esponenziale e distruttiva. Nel XX secolo il materialismo storico ha sovvertito le spiegazioni idealiste della storia, spostando il fuoco su condizioni materiali, rapporti di produzione e lotta di classe. Tuttavia ha spesso mantenuto un’impostazione determinista legata al paradigma meccanicistico del positivismo, con leggi «scientifiche» come quella sulla caduta del saggio di profitto 4 e il crollo del capitalismo.Questa tensione fra determinismo e trasformazione è esemplificata da Carlo Rovelli in Helgoland , quando richiama il conflitto fra Lenin e Bogdanov: La rivoluzione russa, argomenta Bogdanov nei turbolenti anni che seguono questa rivoluzione, ha creato una struttura economica nuova. Se la cultura è influenzata dalla struttura economica, come ha suggerito Marx, allora la società post-rivoluzionaria deve poter produrre una cultura nuova che non può più essere il marxismo ortodosso concepito prima della rivoluzione… Bogdanov predice che il dogmatismo di Lenin congelerà la Russia rivoluzionaria in un blocco di ghiaccio che non evolverà più, soffocherà le conquiste della rivoluzione e diventerà sclerotico. Parole profetiche, anche queste. 5 Dopo il braccio di ferro vinto da Lenin – in uno scontro che non era una semplice disputa teorica ma investiva l’intera concezione della rivoluzione e della sua organizzazione 6 che avrebbe condotto allo stalinismo – si affermò la meccanica quantistica, frutto del lavoro collettivo di Heisenberg, Bohr, Schrödinger e altri, che sovvertì la visione deterministica della fisica classica, quasi a dar ragione a Bogdanov. Il mondo reale non obbedisce a leggi meccanicistiche, ma si muove secondo dinamiche di indeterminazione e reti complesse – così come le tecnologie digitali avanzate, che sfuggono a ogni tentativo di ridurle a schemi lineari. Diventa urgente superare il dualismo tra soggetto e tecnica: umano e macchina non esistono come entità separate, ma si co-costituiscono nell’interazione. Marx colse le macchine come cristallizzazioni di rapporti sociali e lavoro accumulato, ma rimase prevalentemente legato a una visione in cui esse apparivano come oggetti già costituiti dal lavoro umano, piuttosto che come entità che si costituiscono relazionalmente nell’uso e nel contesto. In seguito Simondon intuì che le macchine non sono oggetti fissi ma processi in divenire, definiti dalle reti di relazioni in cui si inseriscono («Individui tecnici definiti da reti di relazioni»). Rielaborando questa intuizione possiamo vedere le macchine come il risultato di pratiche concrete e discorsi che si accumulano nel tempo, portando con sé scelte politiche e responsabilità umane precise. Non sono entità fisse: prendono forma solo nelle interazioni che le mettono in azione.Non si tratta dunque di opporre l’IA all’utente umano come due entità separate: ciò che conta è l’intreccio di relazioni che coinvolge persone, algoritmi, infrastrutture materiali, logiche economiche e assetti politico-sociali. È in questo spazio che emergono le dinamiche decisive per comprendere come l’IA agisca e venga agita.L’indagine deve allora concentrarsi sia sugli effetti concreti e simbolici generati dagli incontri tra umani e IA, sia sugli orientamenti politici e le responsabilità già incorporati nei sistemi tecnologici che modellano tali incontri. In questo senso, l’approccio diffrattivo di Karen Barad 7 offre uno strumento prezioso. La metafora è fisica: quando un’onda incontra un ostacolo si diffrange generando nuove forme (pattern) di interferenza. Applicato al pensiero, significa non fermarsi alla dinamica biologica del rispecchiamento – riconoscimento, imitazione, empatia mediati anche dai neuroni specchio – né a quella culturale della riflessione, che tende comunque a restituirci ciò che già conosciamo, ma aprirsi invece a interferenze produttive, a scomposizioni capaci di generare traiettorie inattese. Questo vale anche per la pratica politica contemporanea, inclusa quella di sinistra, spesso intrappolata nello schema del «già noto». La diffrazione consente invece di riorientare pensiero e pratiche, trasformando le condizioni stesse di ciò che può accadere nelle interazioni tra umani e macchine.Un approccio diffrattivo ci porterà a interpretare l’intelligenza artificiale non come mero specchio sociale, né solo come automazione al servizio del capitale di quel sapere collettivo che Marx chiamava general intellect . L’IA ha invece un ruolo attivo nel produrre la realtà insieme a noi e oltre.Questo significa andare oltre la denuncia dei pregiudizi dell’IA come semplici riflessi di bias umani contenuti nei dati di addestramento 8 – denuncia che spesso si riduce al suggerimento di correttivi tecnici o filtri migliori. O ancora: chi definisce cosa sia una risposta «naturale»? E come l’interazione fra utente e dispositivo crei significati imprevisti, non riducibili ai soli input iniziali?In questo modo, l’approccio diffrattivo evidenzia anche gli effetti delle interazioni tra umani e IA: mostra come le scelte progettuali, le decisioni politiche, le pratiche sociali e i dati incorporati nel sistema influenzino concretamente i risultati, rendendo visibili responsabilità che altrimenti resterebbero nascoste. Più in generale, mette in luce come questa co-produzione non si limiti a organizzare la suddivisione del lavoro produttivo nel capitalismo contemporaneo, ma contribuisca attivamente alla formazione e al mantenimento di ordini sociali, gerarchie conoscitive e configurazioni ecologiche: quali corpi (umani e nonumani) vengono valorizzati o scartati, quali saperi legittimati o repressi, quali metabolismi energetici e materiali vengono imposti a Gaia. Situare l’IA nel contesto Neurocapitalismo e IA Nel 2016 usciva il mio libro Neurocapitalismo 9 , in cui ho cercato di mettere in luce le profonde mutazioni prodotte dal salto paradigmatico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) avvenuto a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Con un approccio genealogico evidenziavo come queste tecnologie non fossero soltanto prodotti dei grandi centri di ricerca delle corporation o degli apparati militari della Guerra Fredda, ma riflettessero anche l’energia creativa e cooperativa della rivoluzione anticapitalista e anti-imperialista degli anni ’60 e ’70. Pur sconfitta politicamente, quella stagione aveva lasciato tracce profonde, fornendo basi tecniche e immaginative per un mondo digitale in cui la tecnica poteva diventare strumento di democratizzazione del sapere e liberazione dell’intelligenza collettiva – come testimoniano lo spirito originario di Internet e del free software – poi progressivamente catturati ed espropriati dal capitale. Ed è proprio a partire da questa dinamica di cattura del comune e sussunzione dell’intelligenza collettiva che la scelta di sintetizzare tale trasformazione con il termine neurocapitalismo – non esclusivo, ma ormai intimamente legato al libro – rispondeva all’esigenza di nominare una mutazione profonda della logica capitalistica, in cui emozioni, cognizione, relazioni, desideri e affetti diventano simultaneamente materia prima della valorizzazione e variabili di aggiustamento per il controllo sociale. Una delle tesi centrali del libro era che questa mutazione strutturale non fosse riducibile a una semplice invenzione o a un «prodotto» della transizione del capitalismo dall’epoca industriale a quella del capitalismo cognitivo, o persino biocognitivo. Snodi fondamentali di questo cambiamento furono, in ordine di tempo, Internet, la rapida diffusione di miliardi di dispositivi mobili individuali (smartphone) e il controllo esercitato dalle global platform – vere megamacchine contemporanee – soprattutto attraverso i social media. Ciò che conta davvero, tuttavia, non è tanto la cosiddetta «innovazione» in sé, quanto le nuove relazioni sociali, politiche ed economiche in cui essa è implicata. Alla base vi era la nozione di bioipermedia 10 , cioè uno spazio emergente di nuovi entanglement 11 (forme di interdipendenza profonda in cui le entità rimangono correlate anche a distanza) , in cui corpi biologici, reti digitali e macchine di interconnessione si intrecciano non solo materialmente, ma anche nei continui processi di produzione e circolazione del senso, costituendo insieme la realtà in cui operano. Oggi Asma Mhalla 12 riprende quel discorso sul neurocapitalismo, che riguardava la generazione Zuckerberg-Bezos dei social media e dell’e-commerce, aggiornandolo alla nuova dei tecno-bros trumpiani dell’intelligenza artificiale: Le figure dell’ultra-tecnologia come Elon Musk, Peter Thiel e Sam Altman non si limitano a immaginare un futuro: lo programmano. Il loro progetto non consiste nell’aumentare l’umano, come pretendono, ma nel riconfigurarlo dalle fondamenta. È un progetto di in/civilizzazione di un’ampiezza inedita. Tutte le loro infrastrutture – cloud, IA, biotecnologie e dati – sono infrastrutture dell’intimo. Operano sui nostri desideri, le nostre routine, i nostri corpi. Il modello neurocapitalista ha a lungo garantito forme efficaci di controllo, plasmando soggettività e comportamenti attraverso dispositivi digitali e reti di influenza. Oggi, tuttavia, rivela i propri limiti. La sua capacità di produrre consenso si incrina necessariamente quando le moltitudini si trovano immerse in un degrado materiale crescente, sullo sfondo di una crisi ecologica e sociale sempre più profonda. Il controllo «soft» non basta più: le tensioni diventano sistemiche. La storia, a partire dal primo conflitto mondiale, insegna che il capitalismo tende a rispondere alle proprie contraddizioni strutturali attraverso la guerra: non solo la guerra come evento, ma come regime permanente, come tendenza alla guerra civile globale. 13 È precisamente in questo scenario che va collocato l’emergere dell’intelligenza artificiale. Tamburi di guerra Nel XX secolo movimenti rivoluzionari dal basso, composti da moltitudini spesso prive di istruzione, riuscivano a cambiare il corso della storia – basti pensare alla Cina che passa da paese semi-colonizzato a grande potenza mondiale.Oggi, invece, nonostante livelli senza precedenti di scolarizzazione e un ambiente tecnologico pervasivo, ci troviamo di fronte a un’ondata autoritaria, xenofoba e restauratrice, soprattutto, ma non solo, nel Nord globale. 14 Questo apparente paradosso non si spiega soltanto con la svolta controrivoluzionaria seguita ai movimenti degli anni Settanta o con la caduta del blocco sovietico. È l’esito di un mezzo secolo di sedicente neoliberismo 15 che, dietro la retorica della libertà e dell’innovazione, ha progressivamente eroso i legami sociali, privatizzato l’immaginario e addestrato le soggettività alla competizione e alla paura. Il neurocapitalismo, con la sua colonizzazione dell’attenzione e degli affetti, ha costituito l’infrastruttura cognitiva e sensibile di questa mutazione, senza però poter cancellare del tutto l’eccedenza imprevedibile della rivolta – quell’eccesso di significato e di vita che sfugge anche agli algoritmi dell’IA più sofisticata. Non si tratta di «resilienza» nel senso di adattabilità al sistema esistente – un termine ormai abusato dal management tecnocratico – ma di una capacità di rottura che attraversa corpi umani, ecosistemi viventi e dispositivi tecnici.Di fronte a una crisi sistemica ormai manifesta – sociale, politica, ecologica, economica, energetica, demografica – anche le ex democrazie rappresentative si riorganizzano in entanglement Stato-capitale fondati su logiche oligarchiche e imperiali. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti della seconda amministrazione Trump. Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura — della perdita, dell’incertezza, del “diverso” — diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista. 16 Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura – della perdita, dell’incertezza, del «diverso» – diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista. 17 Ma i segnali di insofferenza della Generazione Z (Gen Z) cominciano a moltiplicarsi, mettendo in discussione questa presunta docilità.Di fronte a questa insofferenza crescente, il potere cerca nuove forme di sedazione: il comfort senza precedenti offerto dall’IA dei tecno-oligarchi alleati del potere potrebbe funzionare da nuovo oppio dei popoli?È in questo scenario di crisi sistemica e di regime di guerra che l’intelligenza artificiale emerge non come strumento tecnologico, ma come un ulteriore nodo critico di potere e controllo che si vuole come definitivo. La sua apparizione nel quadro appena delineato rende necessaria un’indagine su alcuni aspetti salienti della sua natura costitutiva: come si intreccia con l’intelligenza umana, quali potenzialità dischiude e, soprattutto, quali rischi concreti porta con sé. 1 How to Survive an Atomic Bomb è un rassicurante manuale di protezione civile pubblicato negli Usa nel 1950 da Richard Gerstell. Guy Debord, nella Société du spectacle (1967), ne mostra l’assurdità ideologica: non strumento di salvezza, ma dispositivo per addestrare la popolazione ad accettare la catastrofe come normalità amministrabile. 2 Il dottor Stranamore (film di Stanley Kubrick, 1964). 3 Il «più-che-umano» ( more-than-human ) indica che le capacità trasformative non appartengono solo agli esseri umani, ma emergono da relazioni tra umani, animali, organismi, tecnologie e ambienti materiali. È un concetto sviluppato da Haraway e dai nuovi materialismi per superare la visione antropocentrica che vede l’uomo come unico agente attivo. 4 Nella teoria marxista indica la tendenza, nel capitalismo, alla diminuzione del rapporto tra profitto e capitale investito, dovuta alla crescente sostituzione del lavoro umano (che solo produce valore) con macchine e tecnologie. 5 Rovelli Carlo, Helgoland , Milano, Adelphi, 2020, p.134 6 Lenin dedicò quasi un anno (1908-1909) alla stesura di Materialismo ed empiriocriticismo (Roma, Editori Riuniti, 1973) per contrastare le posizioni di Bogdanov, segnale della portata strategica dello scontro. 7 Per approfondire la teoria della diffrazione di Barad, si consiglia di consultare il secondo capitolo del suo libro Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning , intitolato Diffractions: Differences, Contingencies, and Entanglements That Matter . In questo capitolo, Barad esplora come la diffrazione, un fenomeno fisico che descrive la deviazione delle onde quando incontrano ostacoli o aperture, possa essere applicata come metodologia epistemologica per analizzare le interazioni tra materia e significato. 8 Nel riconoscimento facciale, per esempio, il problema non è solo il bias nei dati, ma l’intreccio tra metriche di accuratezza, usi polizieschi e storie di marginalizzazione, o allora la pratica di una profilazione economica che indirizza la precarietà verso determinati settori sociali. 9 Giorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga , Mimesis, Milano-Udine, 2016. 10 Il bioipermedia è l’ambiente dell’insieme delle continue interconnessioni e interazioni dei sistemi nervosi e dei corpi con il mondo tramite dispositivi, applicazioni e infrastrutture reticolari. Per estensione, la sfera bioipermediatica diventa l’ambito in cui la compenetrazione delle coscienze umane con queste tecnologie è talmente intima da generare una co-costituzione, con modificazioni e simulazioni reciproche. 11 Entanglement è un concetto della fisica quantistica che descrive una forma di interdipendenza profonda fra entità, tale per cui esse non possono essere considerate come parti autonome e separate: rimangono correlate anche quando si trovano a grande distanza. Questa connotazione così precisa è tale per cui le traduzioni italiane (intreccio, correlazione quantistica, inestricabilità, connessione non locale…) sono tutte riduttive. 12 Asma Mhalla , « Elon Musk, Peter Thiel et Sam Altman ne se contentent pas d’imaginer un futur: ils le programment» Usbek &Rica, 22/09/2025, https://usbeketrica.com/fr/article/asma-mhalla-elon-musk-peter-thiel-et-sam-altman-ne-se-contentent-pas-d-imaginer-un-futur-ils-le-programment 13 Lazzarato M., Guerra civile mondiale?, DeriveApprodi, Bologna 2024. 14 Forse è necessario risalire anche a un limite strutturale del pensiero marxiano che, pur nella potenza della sua analisi, ha posto al centro la classe operaia europea, senza chiarire fino in fondo che la sua stessa esistenza – e più in generale la nascita del capitalismo industriale in Europa – è stata resa possibile dallo sfruttamento coloniale, dal lavoro gratuito nei territori colonizzati e dall’estrattivismo senza limiti. 15 Ammesso che sia mai esistito un vero regime neoliberista in senso puro – ovvero fondato sull’ideologia delle presunte capacità di auto-organizzazione del mercato – oggi ciò che vediamo non è un suo declino, ma il suo superamento in forma apertamente autoritaria. 16 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento. 17 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento.

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