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L’agonia della nostra specie è cominciata. Abrakadabra: storia dell’avvenire di Antonio Ghislanzoni L’articolo riflette sul valore predittivo e analitico della fantascienza, sottolineando come il Ministero della Difesa britannico abbia coinvolto autori del genere non per prevedere il futuro, ma per cogliere le ansie e contraddizioni del presente. A esempio di questa lungimiranza, viene citato Abrakadabra di Antonio Ghislanzoni, romanzo del 1884 ambientato in una Milano futuristica del 1982, che anticipa con sorprendente attualità tematiche come il transumanesimo, l’intelligenza artificiale, l’abuso della tecnologia, la crisi ambientale, la manipolazione dell’informazione, l’impunità politica e il declino della cultura. Il romanzo, definito <> dallo stesso autore, tratteggia una società distopica attraverso invenzioni stravaganti (come pillole alimentari, piogge artificiali, uomini volanti e giganti meccanici) che diventano metafore potenti del rischio di una civiltà che ha smarrito il senso del limite. Il pezzo si chiude con un monito ancora attuale: la tecnologia, se non governata dalla coscienza, può sfuggire al controllo e ritorcersi contro l’umanità. Ultimamente ho letto che, per capire cosa ci aspetta, il ministero della Difesa britannico ha consultato alcuni autori di fantascienza. Non perché da questi pretenda che prevedano il futuro, ma perché ritenuti capaci di cogliere le inquietudini del presente che ai più sfuggono, d’individuare quegli aspetti che restano impalpabili anche all’analisi scientifica; per vedere se si riesce a disperdere non solo le nebbie che avvolgono il nostro domani, ma anche quelle che circondano l’oggi distopico che, i più, hanno scambiato per un curioso film, una realtà virtuale da cui si potrà uscire quando lo si vorrà senza, però, essersi resi conto che non c’è da rimuovere alcun visore davanti agli occhi. Ovviamente, come qualsiasi altra persona, anche gli autori di fantascienza non sanno come salvare il mondo ma, finalmente, viene riconosciuto loro che sanno il perché non si salverà, ed era ora che questo aspetto fosse ammesso, visto che sono secoli che la letteratura prevede ciò che i politici non vogliono prendere in considerazione. Chissà se il presente sarebbe stato lo stesso, se qualcuno avesse letto con attenzione il romanzo Abrakadabra di Antonio Ghislanzoni, pubblicato nel 1884 – uno dei primi romanzi di fantascienza scritto in Italia. È una storia curiosa, definita nel 1883 dallo stesso autore, un bizzarro lavoro. Le vicende di questo romanzo sono ambientate in una Milano futuristica del 1982, tra gondole volanti e invenzioni straordinarie e surreali. È una Milano dove si utilizzano pillole per alimentarsi: «Un pallone da commercio giunto da Parigi in quel punto aveva recato a Milano […] parecchi barili di pillole Raspail preparate col midollo di leone. All'annunzio inaspettato, tutte le sale furono in moto. I forestieri, che già da parecchie ore languivano a stomaco digiuno, e che non avevano trovato alloggio nella città, assediano la sporta dei piccoli venditori, i quali strillano a tutta gola: - avanti, fratelli! […] - Un pranzo in una pillola! - Midollo concentrato di leone! Un vaso di trenta pillole Raspail per sessanta lussi! - Non più fame per un mese!» E mentre alcuni scienziati si compiacciono di questo nuovo pranzare, altri brontolano: «[…] non posso reggere a questi orribili spettacoli della umana follia. Le […] pillole di midollo affrettano di due secoli il suicidio totale dell'umanità». È una Milano dove è già presente quello che noi oggi chiamiamo transumanesimo:«Seguendo le orme d'un mio illustre antenato, io mi era prefisso di concorrere alla rigenerazione della umana famiglia perfezionando l'organizzazione fisica dell'uomo, facendo violenza alle leggi istesse della natura. Ho consumata la giovinezza in lunghi e pazienti studi, in esperienze terribili, che più volte mi costarono dei rimorsi; ma l'idea fissa, irremovibile, l'idea dominatrice di tutti i miei pensieri era quella di dare all'uomo una nuova facoltà, la facoltà di volare come l'aquila delle Alpi, come il Condoro delle Indie. […] I due pellegrini dell'aria, dopo una discesa precipitosa di oltre mille metri, improvvisamente distesero le immense ali... e scherzando con leggerissimo volo intorno alla cupola del Duomo, ristettero abbracciati sulla testa dorata della Madonna...» È una Milano che può godere di piogge artificiali: «I cinquanta subalterni, che fino a quel momento erano rimasti a guardia dei tubi ustorii, si diressero verso il centro della cupola, e concentrando le loro forze intorno ai manubri, fecero scattare il coperchio della gran torre. Allora fu udito un rumore simile al ruggito di mille Leoni; e una densa colonna di vapore lanciossi verso il firmamento; e il limpido azzurro si coperse di nuvole opache, divenne torbido e fremente come un lago all'irrompere di torrente impetuoso. Io non vi saprei descrivere l'effetto meraviglioso di quella scena, e molto meno ritrarre le agitazioni, le impazienze, i terrori del giovane Albani, il quale da una gabbia sporgente dalla gran torre, aveva dirette le operazioni del pericoloso meccanismo; ed ora, avvolto da una nuvola ardente, fra lo scroscio spaventevole del vapore, somigliava ad Elia profeta, sospeso fra il cielo e la terra sul carro di fuoco. […] Tutti i calcoli dell'Albani si erano avverati. Una pioggia lenta, fresca, abbondante, simile in tutto alla pioggia naturale, scendeva sulla terra a vivificare gli animali, le piante, i campi e le onde. L'artista non poté contenere un grido di soddisfazione; ma quel grido andò perduto negli applausi, nell'urlo di dieci milioni di spettatori. Quando l'Albani abbassò lo sguardo con sublime compiacenza per leggere su quella immensa superficie di teste l'ammirazione dell'opera sua, le teste erano già sparite sotto uno sterminato padiglione di ombrelli, ed egli poté sorridere, come Dio, sulla umana debolezza». Una pioggia artificiale che, utilizzata diversamente, può trasformarsi in un’arma: «Dal giorno in cui a Milano ebbe luogo l'esperimento della pioggia artifiziale ideata dal celebre Albani. Non potrò mai obliare le tremende parole ch'io lo intesi profferire in quella occasione. Al cadere delle prime stille, mentre dalla città si alzava un grido di sorpresa e di plauso, l'esplosione di un ghigno satanico mi trasse a rivolgere il capo. I miei occhi si incontrarono per la prima volta in quelli dell’Albani. Ed egli, senza smettere il suo ghigno beffardo, e guardandomi fissamente: “applaudite! applaudite! – ringhiava colla sua voce cavernosa; – questo meccanismo, migliorato, corretto e opportunamente applicato, al meno danno potrà fra pochi mesi riprodurre il diluvio!”». Questo è un romanzo che aveva previsto anche la ribellione di una terra stanca delle violenze dell’Uomo: «[…] volgendo uno sguardo alle condizioni attuali della umanità, ed ai gravissimi indizi di prostrazione che in ogni parte si manifestano, non possiamo astenerci dall'emettere un grido di allarme – l'agonia della nostra specie è cominciata. Il fuoco della nostra intelligenza ha raggiunto il massimo grado della incandescenza; questo fuoco sta per estinguersi. Noi siamo all'ultimo atto della grande tragedia umana. Il Titano intelligente si elevò ad una altezza non mai raggiunta, ma la sua caduta sarà irreparabile. Abbiamo spogliate le foreste, abbiamo traforate e abbattute le montagne, abbiamo aperte delle voragini per rapire alla terra le materie combustibili e gazose; abbiamo deviate le correnti elettriche; dapertutto la mano dell'uomo ha portato lo scompiglio e lo sfacelo. […] La terra, nostra madre, e nudrice, è ormai stanca delle nostre violenze. Essa comincia a ribellarsi. I cereali intisichiscono, la vite non dà più grappoli; gli animali che più abbondante e vigoroso ci fornivano l'alimento, si ammorbano e periscono sui pascoli insteriliti». Ricordate che è un libro pubblicato nel 1884 per cui se trovate scritto dapertutto con una sola p o gazose con una sola z, non pensiate siano errori di stampa. Ma torniamo a questa Milano immaginata da Ghislanzoni. È una città dove viene garantita una specie d’impunità a ciarlatani eletti da masse cretine: «Il candidato non rappresenta che il congegno d'una locomotiva politica; che importa se questo congegno sia di vile metallo e lordato da ogni bruttura? Purché agisca sulle rotaie del partito, non si chiede di più. Accordando una specie di impunità agli eletti della nazione, i nostri sapienti legislatori hanno mostrato di saper interpretare lo spirito delle masse. Credilo, amico: le masse, analfabete od erudite, barbare o civili, saranno sempre cretine; correranno sempre dietro il carro del ciarlatano che batterà più forte la gran cassa». È una Milano dove la stampa è in balia dell’ebete maggioranza: «La libertà di stampa fu utile e buona ai tempi in cui l'istruzione era privilegio di pochi. A quell'epoca, l'audacia dello scrivere quasi sempre andava accompagnata alla coscienza del sapere. La falange degli scrittori pessimi non era tanto compatta da chiudere il varco agli intelligenti ed agli onesti, e la voce solitaria del genio poteva ancora soverchiare il raglio collettivo delle plebi. Ma oggi? Tutti leggono, tutti scrivono. La statistica libraria ci afferma che nella Unione Europea vengono in luce da venti a trentamila volumi ogni giorno. Altrettanti, e forse più, ne produce l'America; e non parliamo delle altre province già invase e corrotte dalla nostra civiltà. A leggere tutti i volumi che si pubblicano in un giorno, appena basterebbe la vita di un uomo! Qual criterio può ora guidare le nostre preferenze? E chi ci addita il buon libro? Chi vorrà sommergersi in questo oceano di insensatezze stampate, colla incerta lusinga di scoprire quando che sia, per favore del caso, qualche perla sepolta fra le alghe? Ammesso che alla espansività dell'idiotismo che scrive non si voglia mettere un freno, qual sarà l'avvenire della nostra letteratura? L'asfissia del senso comune, e un contagio di asinità irreparabile. Uomini di genio, appiccatevi! Il mondo non ha più orecchio per voi, dacché la stampa è in balia dell'ebete maggioranza». Vi assicuro che sono davvero tante le anticipazioni descritte in Abrakadabra, molte più di quante ve ne possa elencare in questo mio pezzo. Concludo con uno dei mille moniti che, a mio parere, si possono trovare su queste pagine, quello della tecnologia che ci sfugge di mano: «L'illustre primate Piria avea perfettamente costruito il suo gigante automatico-chimico-vitale. La macchina umana era riuscita; tutti gli elementi essenziali che la chimica poteva prestare alla formazione dell'ossatura, dei muscoli, dei condotti, delle parti viscerali, dei glutini nervei, erano stati da Piria impiegati e coordinati sapientemente. Un gigante dell'altezza di trenta metri, proporzionatamente sviluppato nelle singole membra, giaceva disteso nel padiglione di via De-Pretis. Verso le cinque pomeridiane, in presenza di un centinaio di spettatori, l'illustre scienziato aveva operato la trasmissione del sangue e del movimento. Incisa la carotide del mostro inanimato e messala in comunicazione, a mezzo di un tubo elastico, con quella di un toro parimenti svenato, l'illustre creatore dell'uomo colossale avea veduto realizzarsi con rapidità l'assorbimento e la dejezione. Si volle il sangue di dieci tori per fornire al vasto cuore ed ai grandi condotti arteriosi del gigante il liquido vitale occorrente. L'azione simultanea di due pile elettriche di quadrupla potenza diede impulso alla circolazione, suscitò l'irritazione nervosa e il movimento dei muscoli. La materia inerte si scosse... Due grandi occhi si spalancarono assorbendo la luce, le nari si gonfiarono, il petto parve scoppiare pei forti aneliti di aria ossigenata, le braccia si agitarono, le mani si distesero per afferrare l'ignoto; e finalmente... Chi poteva prevedere un tal impeto di vita? Dalle fauci del gigante elettrizzato proruppe un muggito spaventoso. L'immane corpo si sollevò, atterrò con un calcio poderoso l'enorme banco sul quale stava adagiato, e lanciandosi colla violenza di un toro inferocito verso la porta di uscita, si diede a percorrere la via, sorpassando ogni barriera. Trecento baracche di merciaiuoli andarono capovolte; quattro olmi secolari, urtati da lui, si rovesciarono sradicati. Egli cozzava, rompeva, abbatteva ogni ostacolo, impiegando a tal uopo, con istinto taurino, la catapulta di un cranio resistente ad ogni urto». Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com
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oltre il giardino # 2 Emilia Pérez, cinema pop vs kultura woke Andrea Wöhr e H.Peter Vogel Una recensione del film Emilia Pérez, regia di Jacques Audiard, che ha collezionato il più alto numero di candidature nella storia del Premio Oscar: 13. Emilia Pérez fa discutere. Molti critici queer sono preoccupati se non sconcertati dal successo di questo film. Gli attivisti woke sono furiosi, nonostante abbia come protagonista un’attrice transgender il cui percorso è al centro del film e si tratti di una storia di riscatto dalle forche caudine del Messico più decadente. L’organizzazione LGBTQ «GLAAD» ha bollato il film come una cattiva rappresentazione delle persone trans. Critici e registi in Messico sono stati altrettanto schietti, lo sceneggiatore messicano Héctor Guillén ha definito il film una «presa in giro razzista eurocentrica», sostenendo che è stato girato in uno studio in Francia da uno scrittore-regista che non parla spagnolo e ha solo un’attrice messicana, Adriana Paz; nel cast principale Gascón è spagnola, mentre Saldaña e la co-protagonista Selena Gomez sono entrambe nate negli Stati Uniti. È stato anche accusato di banalizzare la portata della violenza nelle guerre della droga del paese che ha fatto 350.000 morti. GLAAD sostiene che nessuna delle recensioni entusiastiche di Emilia Pérez sia stata scritta da persone trans, che sarebbe solo «un ritratto profondamente retrogrado di una donna trans», sostenendo che un’associazione problematica dell’identità trans con la criminalità è «un passo indietro per la rappresentazione trans». In un articolo per «The Cut», lo scrittore Harron Walker ha criticato l’uso dell’identità trans da parte di Emilia Pérez facendo l’esempio della scena in cui il chirurgo sostiene che anche «se cambi il corpo non puoi cambiare l’anima», a cui Rita replica: «Cambiare il corpo cambia l’anima, cambiare l’anima cambia la società», sostenendo che le due persone che discutono dell’etica della transessualità sono due cisgender, senza nessuna persona trans presente a controbattere. Insomma, sulla carta questo film non dovrebbe funzionare, ma in realtà piace assai. Il film è stato deriso dai conservatori come un film woke, mentre i veri woke insaziabili sostengono non soddisfi le loro stesse richieste, malgrado Emilia Pérez sembri avere i tratti distintivi di un film che i woke dovrebbero amare, e che alcuni conservatori invece dovrebbero odiare. Ma un regista non ha forse il diritto di scegliersi il cast, le location e la crew che vuole? Questo film non si può negare sia per un «mercato internazionale», e un mercato dove l’80% degli utenti guarda i film doppiati il problema del falso accento è un problema irrilevante, di solo gusto artistico. Dovrebbe essere il pubblico a decidere quanto questo nell’equilibrio generale incida, e a parte i messicani mi sembra che nessuno abbia rifiutato il film. Il fatto che nessuno abbia approfondito troppo la tematica dei desaparecidos può sembrare non bello ma c’entra poco col tipo di film, e che un regista debba chiedere a degli attivisti messicani il permesso prima di fare un film sul Messico mi sa tanto di censura preventiva. Emilia Pérez è un musical molto più centrato di quanto Wicked (film gradito agli attivisti LGBTQ) possa sperare di essere. Non si può negare che il film abbia un messaggio importante di tolleranza, che spezzi una lancia a favore della comunità LGBTQ, che contenga una speranza di cambiamento, e che la vera forza del film sia nella regia che comprende la scelta degli attori, la loro direzione, la performance cantata, la scelta della colonna sonora, le coreografie, insomma tutto ciò che ha a che fare con la pura creatività e con il linguaggio cinematografico. Il film è un esperimento di ibridazione tra cinema e opera lirica e la sceneggiatura, in quattro atti, è tipica della lirica e fonda la sua originalità sul paradosso, su cui fa perno, e non manca di fare buon uso della struttura della tragedia. Il finale è ben chiaro, nessuno sfugge al proprio destino, ma tutti hanno il diritto di sognare e desiderare «altro» da ciò che il fato ha in serbo per loro. Si tratta di un film che vuole essere dichiaratamente empatico e misericordioso, non è il classico musical hollywoodiano, semmai un melodramma pop che ricorda più un redivivo Mario Merola che non il brillantinante Grease, un film ricco di sottogeneri, giocoso, drammatico, farsesco. Ciononostante «PinkNews» caldeggia l’idea che la sceneggiatura sia «cisgender», in quanto il personaggio trans principale trasuda una sorta di sicurezza che è quasi nauseabonda quando non dovrebbe esserlo, oltreché risultare superficiale e non riuscire a catturare le complessità delle esperienze transgender. Paul B. Preciado, del «Pais», ha definito il film «transfobico» perché riduce la transizione di genere a un espediente narrativo piuttosto che a una vera e propria esplorazione dell’identità. Insomma il film è accusato dai progressisti woke di tokenismo, un fenomeno attraverso cui le maggioranze recluterebbero gruppi di minoranze per lanciare un messaggio di inclusività che molto spesso si rivela essere falso (vedi ad esempio The Smurfette principle, «il principio di Puffetta», unica donna in un gruppo di maschi bianchi! Ah no, erano celesti. Quindi mentre i conservatori considereranno la nomination all’Oscar di Karla Sofía Gascón come un’ulteriore prova dell’agenda di Hollywood gli altri la dichiarano tokenism. Quel che è peggio è che è vero è che l’Academy ha istituito precise regole sull’inclusività dei generi sotto-rappresentati che impongono determinati requisiti di diversità, equità e inclusione per poter essere presi in considerazione per il premio come miglior film. Nel caso di Gascón, i conservatori potrebbero liquidare la sua candidatura come meno legata alla sua performance e più al desiderio dell’industria di essere vista come woke. Gli attivisti progressisti invece sembrerebbe non riescano a essere soddisfatti. Questa indignazione dei progressisti nei confronti di Emilia Pérez risulta surreale, dimostrando ancora una volta che nulla potrà mai soddisfare certe richieste che celano in realtà la ricerca di una malcelata conflittualità sociale che purtroppo non essendo radicata nel cuore del problema, la lotta di classe, le disparità di reddito, la rappresentatività politica, non squisitamente culturale, non basta mai, per fortuna. Così un film interpretato ottimamente da un’attrice trans, brillante, divertente e a tratti commovente, finisce per non soddisfare tutti i requisiti richiesti. Insomma, un boss del cartello che affronta i suoi demoni è sì un essere umano complesso, ma non abbastanza complesso, quindi rappresentare una persona trans come chiunque altro in un film, difetti compresi, diventa offensivo. Dopo che per anni si volevano personaggi trans interpretati da attori trans (ed Emilia Pérez lo fa) non è ancora abbastanza. Per fortuna che Emilia Pérez è un film, non il libretto rosso woke. Il dibattito è aperto, la «cancel culture» incombe, si trovano decine di articoli in rete. La Yourcenar non avrebbe dovuto scrivere Le memorie di Adriano che parla di un imperatore uomo bisex e Memorie di una Geisha non sarebbe dovuto esistere perché scritto da un cis bianco, che dovremmo poi dire di Salgari? Andando avanti così uno scrittore gay non potrà far altro che scrivere storie sui gay, e un regista cis fare solo film sui cis, per fortuna ognuno di noi dal punto di vista animico e psicologico può avere in sé diverse parti, farne una questione di genere in questi termini diventa auto-ghettizzazione. Il fatto che gli attivisti ne siano sconvolti dice più di «loro» che «del film», predicano tolleranza e inclusione e offrono intolleranza e censura. Diventa poi difficile biasimare i coatti di destra per aver criticato Emilia Pérez e le nomination agli Oscar come segno della Hollywood soggetta all’ideologia woke, soprattutto se nessuno da sinistra lo sostiene. Per tornare al film, c’è anche una ricerca del divertissement (come diceva Pascal «l’uomo cerca il divertimento per distrarsi dalla noia e dalla tristezza della vita quotidiana») in questa operazione, fatta da un regista oltre i 60 che ha voluto dar sfogo alla sua vena creativa con un ottimo risultato. La cifra stilistica del film risiede nella retorica dell’opera «lirica», lì va cercato il senso del film, il quale va scomposto nella sua struttura, predisposta con cura da Audiard in questo modo. C’è la ricerca di uno schema metrico, vi è un’alternanza tra duetti, assoli e pezzi col coro dove i brani sono quasi parlati proprio come nell’opera (in molte opere liriche infatti vi è una suddivisione in brani separati da un recitativo, un tipo di canto drammatico che si avvicina al discorso, oppure al dialogo parlato), che poi sia riuscito, per gli intenditori della Lirica non saprei, purtroppo non sono un intenditore della Lirica, ma resta un ottimo film. Audiard ha fatto qualcosa che nessuno aveva fatto prima, ha saputo scegliere e mixare sapientemente gli attori i musicisti e le coreografie unite a ottime scenografie e una fotografia al servizio di una teatralità meravigliosa, ma le fanfare woke vogliono inchiodarlo sulla croce della mancanza di verosimiglianza al «reale», quel «reale» che si rifiutano di guardare in faccia, che crea lotte intestine tra i red-neck e i migrantes, sacrificati sull’altare della produttività e della ricchezza dei plus a sfavore dei minus. Prossima puntata American Fiction, storia di un libro-parodia degli stereotipi della cultura black, vista da parte di uno scrittore con aspettative woke e molto <>, che si rivela un bestseller contro le sue stesse convinzioni.
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oltre il giardino # 1 Il cinema come volontà di rappresentazione Andrea Wöhr e Peter H.Vogel Il saggio riflette criticamente sullo stato attuale del linguaggio cinematografico e audiovisivo, denunciando una deriva verso un’estetica dell’anestesia e della neutralizzazione del conflitto. In un contesto dominato da algoritmi e mercato, il cinema tende oggi a lisciare le fratture, a evitare lo strappo, e a produrre senso preconfezionato, disinnescando ogni tensione. Il montaggio, un tempo luogo di crisi e pensiero, è ora solo continuità. Tuttavia, sopravvive una contro-estetica marginale, frammentaria, che abita la soglia, rompe il flusso e interroga ancora il presente. Non nei grandi film, ma in spazi liminali – cineforum digitali, newsletter, microcomunità – si cerca di riattivare un rapporto vivo con l’immagine, capace di generare nuove domande collettive. Il testo chiude con un invito: non a rifondare il cinema, ma a ridefinire lo sguardo, il gesto, l’intenzione, affinché l’immagine torni a essere atto condiviso, simbolico, intensamente presente. Questo articolo fa parte della rubrica «Oltre il giardino» curata da Franco Bocca Gelsi C’è una zona d’ombra nel logos dell’immaginario poetico dell’audiovisivo moderno che sta sotto la soglia della visibilità, sotto la soglia dell’urgenza. È quella parte di immaginario che non grida, non denuncia, non si offre come contenuto, ma pulsa: come un infrasuono del non detto, come una termoregolazione simbolica che mantiene ogni forma narrativa entro limiti accettabili di calore. Non esplode, non deflagra, niente. Il senso è temperato, la visione è raffreddata con cura. Le fratture si suturano in automatico, le contraddizioni si dissolvono in estetica, la tensione si attenua prima ancora di nascere. Questo regime di immagini non sembra nemmeno più il prodotto di una volontà esterna. La narrazione si è autocostruita per non urtare, per scorrere fluidamente, per rassicurare, per consolare come un algoritmo emotivo di superficie. Il potere simbolico non vieta, attenua, non impone, regola, non urla: modula. Eppure, da qualche parte qualcosa scarta ancora dal flusso.Un’estetica molecolare, fatta di frammenti affettivi, gesti minimi, vibrazioni laterali, continua a disarticolare la forma dominante. Una contro-semiosi che non conferma, non vive nel flusso centrale, nella narrazione condivisa, nella sintassi dell’approvazione; è un détournement lento, quasi inavvertibile, ma ostinato, un battito fuori campo, un gesto fuori asse, un non-allineamento semantico che non si oppone, che disarma la coerenza del visibile.Un modo di abitare il linguaggio senza permesso, senza approvazione, senza share. Cinematograficamente se pensiamo al linguaggio strutturato possiamo riferirci alla Corea del Sud, dove film come Parasite, Decision to Leave, Burning riescono a lasciare ancora un segno, o pensando al cinema iraniano clandestino a Panahi o Rasoulof, dove ogni inquadratura è un détournement reale, un’immagine che non può fluire, e proprio per questo torna ad avere peso, o al cinema colombiano recente, Laura Mora, Ruiz Navia, dove il racconto non si redime, si disperde, ma non si neutralizza. In entrambi i casi, è la frattura stessa che viene abitata come linguaggio, cinema che riesce a tenere la ferita aperta, non a ricucirla, non è nostalgia del trauma, è dissonanza attiva. Una forma di racconto che non si lascia anestetizzare, che non accetta la regolazione, che non vuole fluire verso il lieto fine, non per recuperare un linguaggio perduto, ma per riattivare l’intervallo, la soglia, il margine ustionante in cui il bordo, o la marginalità torna a farsi presenza. Negli anni Venti, alcuni teorici e cineasti russi – Kulešov, Ejzenštejn, ma anche Šklovskij in filigrana – avevano cominciato a trattare il cinema non come narrazione, ma come dispositivo di pensiero.Il montaggio non era una tecnica di raccordo, ma una frizione intenzionale: un varco nella percezione ordinaria, una tensione impressa alle immagini per costringerle a rivelarsi, infatti Kulešov lo dimostrava con la giustapposizione, un volto, poi una tomba, e lo spettatore leggeva il lutto, ma non era nel volto, e nemmeno nella tomba. Il senso si generava nell’intervallo, nello scarto. Ejzenštejn andò oltre, per lui, il montaggio era il punto in cui il visibile diventava ideogramma. Non un modo per mostrare la realtà, ma per piegarla finché non ammetteva di essere costruita. Il cinema non rappresentava il mondo, lo esponeva a una prova, lo disallineava, lo sottoponeva a una crisi di senso reinventandolo, una nuova semiosi. Quel gesto, così materiale, così formale – non era estetizzante, non c’era decorazione, né compiacimento, c’era la volontà di ferire lo sguardo, di interpellarlo senza dargli risposte. Non per mostrargli la verità, ma per togliergliela da sotto i piedi. Oggi del montaggio non è scomparsa la tecnica, ma la funzione. Il montaggio non cerca più la frattura: cerca la continuità, non costruisce crisi di senso, ma le assorbe, sutura, ammorbidisce, accompagna, non interrompe più il flusso, lo regola. Oggi quella tensione non è più attiva perché è stata neutralizzata attraverso un immaginario addomesticato, afásico, televisivo. Non ha perso soltanto la voce, ha smarrito la facoltà di nominare ciò che racconta, di riconoscere ciò che accade, non riesce più a dare forma nemmeno al proprio silenzio. La sensazione, inquieta, sfuggente, è che qualcosa si sia smorzato, non c’è più lo strappo, non c’è più nemmeno la pretesa di generare materiale mitopoietico, la lingua cinematografica si è lasciata addomesticare, forse perché i temi sono stati sospinti fuori campo, ma più ancora perché il potere che plasma l’immaginario non ha più il volto della borghesia, perché la borghesia ha smesso di interrogarsi sul suo ruolo, è stata superata dal mercato stesso e inglobata nell'algoritmo finanziario. Non è più il capitale con volto umano, né il paternalismo culturale delle classi dominanti. Oggi il potere è una funzione che sta nel codice che ordina le immagini, nell’indice che detta la visibilità, nel calcolo che trasforma lo spettatore in profilo. E allora la domanda diventa: come si fa a montare nuovo senso ancora? Non a montare immagini, ma a montare discontinuità, a costruire dispositivi che non uniscano, ma disarticolino, che non pacifichino, ma sospendano il senso finché non diventa nuovamente cosa viva, corpo estraneo, linguaggio ritrovato. Il vuoto come funzione semantica C’è un vuoto, lo sentiamo, sarebbe ingenuo pensarlo come una semplice mancanza, una disattenzione collettiva o una crisi di ispirazione.Il vuoto, oggi, non è un effetto collaterale del sistema, è parte del sistema, non è lo spazio che il cinema non riesce più a colmare, semmai è la zona che deve restare vuota perché tutto ciò che è esterno al cinema continui a funzionare. Le immagini non tacciono: parlano, scorrono, si moltiplicano, ma parlano d’altro, parlano intorno, parlano senza toccare il centro, e se lo toccano lo disconoscono. E in questa proliferazione narrativa, il cuore tematico si è dissolto, non perché non ci siano storie da raccontare, ma perché ci sono troppe condizioni implicite su ciò che si può mostrare, e come. La rimozione non è censura, è pre-configurazione dell’accesso. I film non vengono vietati, semplicemente, non accadono, l’autocensura è interiorizzata per la sopravvivenza professionale. Il potere non si impone più come forza impositrice gerarchica, ma agisce come un custode del margine, flessibile, modulare, incorporato nella logica e negli stilemi narrativi che regolano il visibile, incorporato nella logica e nelle micro-forme retoriche del racconto visivo contemporaneo. Si è persa la sacralità dello sguardo indagatore a fronte di una semplificazione eccessivamente disincantata e fintamente dissacrante. Il sistema valoriale in cui siamo immersi non dice mai <>, ma orienta impercettibilmente verso l’insignificante, ecco perché certe sceneggiature o progetti non entrano nei fondi pubblici, perché non girano nei pitch di mercato, perché non attivano l’interesse delle piattaforme. E allora non esistono, e se non esistono, il mondo che avrebbero potuto far emergere resta silente, non rappresentato, e quindi sempre meno pensabile. Ciò che chiamiamo <> è una zona cieca prodotta attivamente, una zona ottimizzata dal punto di vista industriale, innocua dal punto di vista culturale, impossibile da sovvertire narrativamente senza perdere l’accesso al sistema. Non è che il vuoto non ci fosse prima, è la sua funzione che è cambiata, prima era uno spazio di attrito, una zona di rischio, qualcosa che il cinema provava ad attraversare. Oggi quel vuoto viene sigillato prima che qualcuno possa anche solo puntarci una macchina da presa, o forse nessuno riesce più a uscirne, o peggio, ci entriamo senza accorgercene, e non troviamo più niente da dire, come se tra noi e l’immagine si fosse inserita una membrana invisibile, un sistema operativo che decide in anticipo quali fratture sono compatibili, quali contraddizioni sono raccontabili, quali traumi possono diventare contenuto e quali, invece, devono restare esterni al campo simbolico. La crisi del cinema, allora, non è la crisi delle storie, ma la crisi della possibilità di produrre discontinuità semantiche. Se il linguaggio smette di fare male, il potere può dormire tranquillo, non ha più bisogno di censurare, basta che resti al centro, silenzioso, fuori fuoco. Siamo noi a renderlo invisibile, ogni volta che montiamo senza fratture, scriviamo senza frizioni, raccontiamo senza chiederci se stiamo solo omaggiando Kronos. La domanda vera è questa, cosa succede quando il cinema smette di togliere il velo e inizia a cucirlo? Non raccontiamo più per mostrare, raccontiamo per non vedere. Il cinema, oggi, non occulta, protegge. Protegge il vuoto come luogo semantico da abitare, protegge l’assenza di conflitto, anche di classe, protegge una falsa convinzione che tutto sia già stato detto, che non resti più nulla da interrogare, solo da rappresentare con cura, una sorta di nichilismo soft, travestito da finta maturità culturale disincantata, un dissenso stilizzato, civile, produttivo e finalizzato alla ricomposizione e all’eliminazione del conflitto visto come forma infantile e ribelle, quindi un’omologazione perfettamente funzionale al potere. Quindi cosa stiamo davvero proteggendo? Estetica dell’anestesia: la forma come neutralizzazione Nel vuoto che abbiamo cominciato a descrivere, un vuoto attivo, funzionale, sistemico, qualcosa è però subentrato, non è il silenzio, non è il buio, è la pienezza. Film che filano lisci come codice ottimizzato, trame che incrociano linee temporali, dispositivi, identità. Regie che giocano con il tempo, con il corpo, con il fuori campo, tutto è a posto, ben confezionato, ritmato, vendibile; eppure nulla rimane. Come se l’immagine fosse stata riempita non per dire di più, ma per neutralizzare il vuoto, uno spazio che non deve essere riempito con domande, urgenze, riflesioni, come se la forma fosse diventata una capsula sensoriale, levigata, autoreferenziale, autoconclusiva. Non è formalismo, è <> percettiva. Non è ricerca è ricorsività algoritmica, lo spettatore ama ciò che ha già visto, e lo rivede con una variazione del 3%, ogni frame promette qualcosa, ma niente sposta davvero l’asse. E in questo eccesso di senso (fabbricato, calibrato, profilato), si compie una delle operazioni più sofisticate del nuovo potere; non vietare nulla, ma soffocare tutto nel visibile.Nessun contenuto è proibito, ma tutti vengono pre-digeriti.Un film può parlare di guerra, di fine del mondo, di apocalisse sociale, ma lo farà senza dissonanza, senza rischio semantico, senza generare cortocircuito. Il risultato è un paradosso, estrema ricchezza formale, estrema povertà percettiva. Il cinema italiano, salvo rare eccezioni che non fanno massa, sembra vivere pienamente questo scollamento.Si muove dentro una grammatica post-borghese, non più legata alla rappresentazione della società o al dramma dell’individuo moderno, ma del rampollo che non trova uno spazio nel mondo senza interrogassi ne su quale debba esser il mondo ne perché lui dovrebbe avere uno spazio, soprattutto senza essere mai nemmeno veramente pop, né veramente sperimentale. Piuttosto una superficie mid-level, fluida, educata, che non disturba né interroga, e che per questo risulta perfettamente funzionale a ciò che il potere semantico contemporaneo richiede. Oggi il potere non cerca più l’egemonia culturale, cerca l’abbassamento del livello di soglia. Vuole che si guardi tutto, purché niente ci riguardi davvero. Il montaggio, un tempo, faceva inciampare, oggi ricuce, liscia, chiude. Lo spettatore non viene più convocato, ma accompagnato, e in questo accompagnamento, in questo <>, si gioca la grande scommessa dell’anestesia estetica, un’arte che non disturba, un’immagine che non devia, un cinema che ha smesso di chiedere <> e ha cominciato a chiedere soltanto <>. Le sopravvivenze minime: dove ancora si pensa guardando Se tutto sembra anestetizzato, se il cinema industriale non ferisce più e quello d’autore spesso non osa oltre la rottura programmata in cerca di visibilità, resta da chiedersi dove si sia rifugiato lo sguardo vivo. Non lo sguardo esperto dei critici polverosi da cineteca chiusa per inattività, non lo sguardo colto troppo colto, nemmeno lo sguardo radicale all’osso e oltre. Ma lo sguardo che cerca ancora di trasformare la visione in una domanda collettiva popolare nel senso gramsciano o pasoliniano del termine. Forse non si è rifugiato, si è naturalmente ritirato, sottratto, riformulato altrove. Fuori dalla sala, fuori dai festival, fuori dalla liturgia della critica, in luoghi più intermittenti, meno istituzionali, più banali apparentemente. Vive in attesa di nuove rotture, cercando di generare un proprio codice nei gruppi Telegram, nei blog che sopravvivono a bassa frequenza, nelle rassegne senza glamour, nei cineforum digitali, nelle newsletter che sparano nel buio e parlano a duecento, forse trenta persone. E perfino nei filmati auto-celebrativi di TikTok e Instagram: banali, ripetitivi, ma forse, in qualche modo, sottratti allo sguardo censorio del liminale. Non si tratta di eroismo, né di qualche strana mitologia della resistenza. È solo un gesto quotidiano che continua a scorrere sotto traccia, che insiste anche quando sembra inutile, una forma minima di prossimità che, ogni tanto, fa ancora la cosa più semplice, condividere qualcosa insieme, fosse anche solo il tormentone del momento. Non sono comunità, almeno non nel senso pieno, sono microclimi simbolici, fili di senso che si tengono solo se qualcuno li tiene. Nessuna legittimazione culturale, nessuna spinta algoritmica se non l’assonanza che ti porta a visualizzare sempre gli stessi contenuti, ( che non è poco mi rendo conto) ma, ogni tanto, accade qualcosa, una conversazione attorno a un film che non funziona ma dice, una visione condivisa non in streaming, ma in simultaneità emotiva, una recensione che non spiega il film, ma apre un varco dentro chi l’ha letta. Qui sopravvive qualcosa che assomiglia a un’ecologia della visione, non tanto uno spazio alternativo, quanto un diverso rapporto con le immagini, non più contenuto da consumare, ma incontro da abitare, seppur ripetitivo, disorganico, sbilenco, nevrotico nel proprio isolamento da dispositivo auto-consolatorio, auto-affermativo, auto-narrante, auto-algoritmico, e proprio per questo, non ancora disattivato, creduto dismetabolizzato. Non si tratta di nostalgia, questi spazi non sono migliori, né più puri, ma non sono ancora completamente integrati, stanno a metà, sono il purgatorio semantico dell’audiovisivo popolar-populista, tra il nerd e il pop, tra lo specialista e l’ossessivo, tra il dispersivo e il ritualistico. Ed è proprio questa ambivalenza a renderli fertili, e non sappiamo se da qui nascerà un nuovo linguaggio, ma è qui che il linguaggio, oggi, si interroga ancora su di sé, e seppur senza coscienza, è proprio qui che si produce, in modo confuso, fragile, a bassa definizione, quella funzione critica dell’immagine che il mercato non sa più generare, e il potere preferirebbe non dover disinnescare. Soglia aperta: che fare con le immagini, adesso Non si tratta di concludere, un pensiero critico che si rispetti non tira mai le somme, circoscrive il campo dell’analisi, solo per scoprire cosa resta fuori. E ciò che resta fuori, oggi, è proprio la domanda su cosa possiamo fare, ancora, di nuovo, diversamente con le immagini e l’immaginario. Non l’industria, non le piattaforme, non il feticcio della qualità, del campionato del botteghino o del desueto passeggiare su un tappeto rosso in cerca di scatti auto-celebrativi, ma l’immagine come atto collettivo possibile e condivisibile, come frammento di senso che non si lascia chiudere, che chiede risposta, che apre a nuovi legami, una nuova alchimia delle immagini e dell’immaginario. Perché se abbiamo attraversato un vuoto riconoscendo che è funzionale, se ne abbiamo visto il rivestimento estetico e anestetico, e se ne abbiamo intravisto gli spazi in cui qualcosa sopravvive, allora non ci resta che interrogarci su quale gesto può riattivare il cinema come spazio di soglia. Il gesto non è necessariamente produttivo, non è <>, né <>. Il gesto può essere guardare in altro modo, scrivere diversamente, tacere dove tutti parlano, inquadrare dove nessuno guarda.Il gesto è una piccola sabotatura del flusso, una deviazione nel campo del visibile, una faglia dentro l’evidenza, la vera questione da porre non è più dove si guarda, ma con chi si sogna.Non in senso lirico, ma ontologicamente politico; esiste ancora una sfera simbolica condivisa?Un campo in cui la visione non sia solo esperienza individuale, ma riconoscimento reciproco, possibilità di coesistenza e tensione vettoriale. Alla fine del secolo scorso, il cinema affrontava la questione chiedendosi se la coscienza del mondo potesse essere una coscienza di classe, soprattutto quello italiano, ma oggi quella domanda sembra evaporata, non perché sia stata superata, piuttosto perché non sappiamo più dove collocarla. Come se il cinema, travolto dalla fine delle ideologie ma ancora di più dal crollo dell’idealità sostituita dall’edonismo, dalla personalizzazione, dalla profilazione, dalla neutralizzazione algoritmica, non potesse più interrogare il mondo, se non dentro i limiti imposti dal codice che lo struttura. Eppure qualcosa continua a deviare sotto soglia, forse non più nel cinema come apparato, forse nel gesto che lo sfiora, che lo disarma, che lo riattiva in altra forma. Scrivere, parlare, discutere, mostrare, non per ripetere l’estetica della frattura, ma per ritrovare un’intensità del presente che non sia né nostalgica né digitale, ma incarnata, condivisa, frammentata, reale. Non si tratta di correggere il mondo attraverso il cinema, ma di incontrarlo ancora, dentro uno specchio deformato o deformante, che proprio perché imperfetto riesce, a volte, a riflettere ciò che non vogliamo vedere. L’audiovisivo non va purificato, né rifondato, va rifocalizzato. Come una lente troppo satura, che ha bisogno di un filtro nuovo, non per selezionare, ma per trattenere ciò che può ancora precipitare in senso semantico, depositarsi, condensarsi, opporsi alla trasparenza vacua del superficiale travestito da senso civico e finta retorica epico istituzionale. Non rigettiamo il genere, il codice, la forma, chiediamo però alle immagini di aprire spazio, di costruire contenitori tridimensionali in cui l’immagine non scorra, ma si comprima, si rifranga, torni a pensare e pesare, come in un filtro polarizzante sul tempo che lasci passare solo ciò che brucia abbastanza da farsi memoria iconografica, impronta. Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, e in post-produzione Rumore e Gli Assenti. Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo - Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, l’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna. Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’European Producer Club, membro dell’European Film Academy, e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.
- post-poetica
Forma I Dopo una canzone in stile cinquecentesco destrutturata e installata sulla pagina a mo' di testo verbo-visivo e un'antiporta che con essa dialoga nel vero e proprio incipit de I taglienti, si avvia la breve sequenza delle FORME, articolata in quattro punti. La prima «forma, di valore semplice o accidentale» può considerarsi come la sinossi delle tematiche che percorrono il libro, con tutte le permutazioni, gli allontanamenti e le specificazioni che poi si produrranno durante il cammino. Daniele Poletti, Viareggio, 1975. Fondatore e promotore del progetto culturale [dia•foria: www.diaforia.org, si occupa di poesia, scritture sperimentali, performance e vocalità estesa. Teorico della “scrittura complessa”, analizza e produce materiali, non solo letterari, secondo questa dinamica e proteiforme ottica. Alcuni libri all’attivo, tra cui Ottativo (Prufrock spa edizioni, 2016) e I taglienti (Anterem, 2024). Rade partecipazioni su riviste e blog.
- periferie
Quarticciolo e il modello Caivano Il testo analizza il Decreto Legge <> e il suo impatto su Quarticciolo, una delle periferie urbane italiane coinvolte nelle politiche emergenziali del governo Meloni. L'autrice critica l'approccio del governo, definendolo emergenziale, punitivo ed eterodiretto, sottolineando come l'uso di nomi di quartieri nei decreti contribuisca a stigmatizzare e marginalizzare intere comunità. A Quarticciolo, la risposta della cittadinanza è stata di resistenza attiva: è nato un Polo Civico che ha proposto un piano di riqualificazione dal basso, puntando su casa, lavoro, servizi e inclusione. Il testo mette in luce come l'intervento governativo, anziché rispondere ai bisogni reali, appaia guidato da logiche di consenso politico e controllo sociale, mentre la comunità locale rivendica il diritto a decidere il proprio futuro e gli abitanti a non essere trattata come <>. Qualche giorno fa è stata celebrata la prima Giornata Nazionale delle Periferie Urbane dal governo e dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La proclamazione di questa giornata ci fa riflettere sull’attenzione che viene data a queste aree e sull’approccio differenziale a cui sono destinate. Anche in questo caso (legge 5 novembre 2024, n. 170) si parla di <> come se le periferie fossero qualcosa di distinto dal resto della città. Questo approccio enfatizza lo stato di abbandono in cui sono state lasciate per decenni ma anche la concezione secondo la quale le periferie sarebbero un corpo estraneo e separato dalla città di cui preoccuparsi nel momento in cui sono troppo evidenti le manifestazioni di conflitto, di disagio e le evidenze di eccessiva disuguaglianza con il resto del territorio urbano. La Giornata Nazionale delle periferie ricade il 24 giugno, giorno in cui si è verificato uno stupro di gruppo nel quartiere parco verde di Caivano, da cui è scaturito il decreto Legge <>. Il nome del decreto-legge è emblematico. L’intento sembra essere quello di individuare zone speciali d’intervento con l’effetto negativo di contribuire a stigmatizzare i luoghi e le persone che vi abitano. Denominare un decreto con il nome del luogo al quale è destinato rimarca la differenza con il resto dei territori. Come se ci fosse un peccato originale dalla quale non si può sfuggire. Implicitamente si configura un luogo incivile, depresso, abitato da abitanti immeritevoli, da cittadini di serie b. Le violenze di genere sono trasversali alla società e spesso vengono utilizzate opportunisticamente proprio per giustificare interventi di questa natura. Il dl Caivano propagandato dal Governo Meloni come intervento in contrasto al disagio giovanile e alla dispersione scolastica sembra piuttosto pensato per allargare il consenso in aree dove il tasso di partecipazione al voto è bassissimo. Infatti, il criterio di scelta di queste aree rimane ancora del tutto opaco. Sembra rispondere più a fatti di cronaca che a un’effettiva conoscenza del territorio e delle sue problematiche. Tanto è vero che il commissario straordinario per la protezione civile, Fabio Ciciliano, nominato anche commissario per la gestione del Decreto "Caivano Bis", ha dichiarato, come riportato da il Post, quasi in contraddizione con il suo stesso partito, che il modello Caivano non può essere considerato un vero e proprio modello, ma solo un approccio. Questo sembrerebbe essere dovuto, principalmente, alla difficoltà che ha riscontrato a replicare le misure adottate a Caivano in altre aree, che sono effettivamente molto diverse tra loro. Caivano, Quarticciolo, Scampia-Secondigliano, Rozzano, San Ferdinando, Orta Nova, Borgo Vecchio e San Cristofaro non sono luoghi sovrapponibili. Il mantra che viene utilizzato e che li descrive sembrerebbe quello della sicurezza. Un tema che tocca le corde di tanti e tante. La percezione del bisogno di sicurezza nelle periferie, se da un lato è stato indotto da decenni di propaganda della destra italiana (e non solo) sull’individuazione del nemico interno (soprattutto immigrati e giovani); dall’altro questa stessa percezione è realistica perché, se è vero che sono diminuiti i reati in valore assoluto è anche vero che decenni di politiche neoliberali hanno fatto in modo che nelle periferie si concentrasse tutto quello che la borghesia delle metropoli non vuol vedere. Le caratteristiche del dl Caivano e del dl emergenze «L’approccio» – dunque non il «modello» – del governo Meloni sulle periferie, veicolato dai decreti-legge Caivano e Caivano bis (il nome ufficiale è dl emergenze), ha quindi tre caratteristiche principali è emergenziale, eterodiretto e punitivo. È emergenziale perché non risponde a politiche pubbliche universali che pensano a un intervento strutturale ma si concentra su interventi limitati nel tempo e nello spazio e, quindi, di efficacia dubbia. Sembra essere quasi un <> tipico di periferie di altri paesi con una tradizione di immigrazione più lunga della nostra come paesi del nord Europa o gli Stati -Uniti. Inoltre, gli interventi a seguito di fatti di cronaca violenti ne giustificano l’immediatezza e quindi trovano il consenso nello scavalcare iter legislativi più lunghi che necessitano di un dibattito parlamentare. Anche qui sembra che Meloni non si sia inventata niente. Abbiamo già visto come l’applicazione di leggi emergenziali in Francia o durante la pandemia da Covid 19 sia stata il pretesto per accentrare sempre di più i poteri in mano all’esecutivo. Non stupisce, infatti, che una delle riforme costituzionale che Meloni vorrebbe portare avanti riguarda proprio l’elezione diretta del Presidente della Repubblica avvicinandosi al presidenzialismo d’oltralpe. La socialdemocrazia macroniana ha, in questo caso, perfino fatto scuola all’estrema destra italiana. Un altro aspetto di questa emergenzialità riguarda uno degli obiettivi del Decreto <>. In teoria lo stanziamento di 180 milioni di euro sarà utilizzato allo scopo di combattere la dispersione scolastica e il disagio giovanile. Tuttavia, in maniera schizofrenica a conferma che la scelta d’intervento è arbitraria oltre che nociva, il Ministro Valditara ha disposto l’ennesimo accorpamento delle scuole (tra cui l’unica scuola del Quarticciolo), che porterà ulteriore dispersione scolastica e probabilmente la chiusura di altri plessi così come abbiamo visto per altre stagioni di dimensionamenti scolastici. Questa si che sembra essere una politica nazionale e con un effetto sul lungo periodo! L’approccio del governo Meloni, e qui veniamo al secondo punto, è più punitivo che intento ad avere effetti positivi sui territori. Sembra avere lo scopo di controllare che tutto quello che succede nelle periferie non travalichi i territori di marginalità. Il decreto Caivano prevede il carcere per i genitori che non obbligano i figli ad andare a scuola e inasprisce le pene a carico dei giovani. E’ notizia di questi giorni che la Consulta, su sollecitazione del Tribunale di Padova e Bolzano, ha dichiarato incostituzionale l’articolo 3 che prevede l’esclusione dalla messa alla prova coloro che sono accusati di “piccolo spaccio” o “spaccio di lieve entità”. Allo stesso tempo la retorica sulla legalità vede equiparare pratiche di illegalità diffusa come le occupazioni abitative al business degli stupefacenti, portando avanti attraverso <> perquisizioni di cantine e arresti sommari a sfratti e sgomberi. Questo tipo di approccio contribuisce al consolidamento delle condizioni delle periferie precarizzando ancora di più le condizioni di chi vi abita che risultano ancora più ricattabili sia dai business illegali sia all’interno della compagine del lavoro povero. Infatti, il governo Meloni e chi l'ha preceduto non sembra avere a cuore la sicurezza della casa, della sanità pubblica, dell’educazione di qualità, della paga giusta e delle condizioni di lavoro dignitoso. La maggior parte degli abitanti delle periferie vengono sfruttati nella ristorazione del centro turistificato della città, nel comparto delle pulizie, nei servizi alla persona. Tutti lavori essenziali per il funzionamento della città; eppure, trattati come abitanti di serie b, come parassiti. Sarà che questo sventolare sicurezza, questa stigmatizzazione, questo approccio sia funzionale al tenere intatto il sistema economico di potere? E a mantenere le periferie dipendenti e in questa dipendenza, subordinate? Terza e ultima caratteristica di questo approccio è l’eterodirezione. Il dl Caivano pretende di decidere quali sono gli interventi da far atterrare su una periferia attraverso una presunzione a priori di quello che abitanti hanno bisogno per poter migliorare le loro condizioni di vita. Come voler dire che non sono solo abitanti di serie b ma anche incapaci di esprimere un’opinione su stessi e sulla loro condizione. L’esperienza del Quarticciolo A partire da questi presupposti quando il governo Meloni ha deciso di intervenire su Quarticciolo, è diventata subito una sfida per la comunità. Quarticciolo e la sua ricca presenza di esperienze politiche e sociali è passata dal non essere preso in considerazione come parte integrante di una città ad avere a che fare direttamente con il Governo. Commissariato il quartiere, i suoi interlocutori non erano più i funzionari locali ma gli alti dirigenti politici governativi e comunali. Quarticciolo però non era e non è un deserto. Decenni di politiche neoliberali hanno distrutto i territori, hanno distrutto il tessuto economico, quello sociale, quello politico, hanno imposto individualismo e logica della sopraffazione. Basti pensare all’epidemia di crack che imperversa in tutte le città analizzata bene nell’articolo “Walking Dead Quarticciolo” apparso su Jacobin. Da queste macerie però sono nate anche tante esperienze, in diverse città italiane, di resistenza e riscatto. Il tema, infatti non è solo quello di resistere alle politiche securitarie e punitive ma anche quello di utilizzare il dl Caivano e le risorse stanziate per ottenere il cambiamento radicale del quartiere che è evidente che così com’è non è accettabile, ma come e perché deve avvenire questo cambiamento lo decidono gli abitanti. I tentativi del Governo di dividere il quartiere sul tema legalità e illegalità, sicurezza e degrado ha retto per i primi periodi. Nel momento in cui il primo provvedimento a supporto del dl Caivano ha visto lo sfratto di due donne con figlie, una delle quali prelevata a lavoro come una criminale, ha reso subito evidente a tutti e tutte che dovevamo stare insieme per affrontare questa sfida. Insieme, uniti ma senza eludere le fratture interne alla società, tra abitanti di lunga data e nuovi arrivati, tra garantiti e precari, tra vecchi e giovani, tra donne e uomini, anzi affrontandole e raccontando anche la frammentarietà e le contraddizioni delle periferie. Data questa capacità insita al quartiere non stupisce, infatti, che le prime dichiarazioni dei Fratelli d’Italia sul Quarticciolo dopo la pubblicazione del dl emergenze in gazzetta ufficiale si concentrassero sull’attacco alle realtà politiche e sociali del quartiere che effettivamente rappresentavano e rappresentano un’alternativa concreta alle politiche securitarie del governo. L’unico presidio che ha garantito un argine al business del crack, alla dispersione scolastica, alla desertificazione del quartiere. Nei mesi successivi al decreto, le realtà del territorio si sono costituite in Polo Civico raccogliendo sotto questo nome tutte le realtà politiche, sociali e religiose del quartiere. Ha presentato alle istituzioni un piano dal basso di riqualificazione del quartiere dal nome <> che prevede il completamento delle opere di ristrutturazione delle case popolari, la creazione di nuove economie di quartiere e la ricaduta della creazione di possibili posti di lavoro tra i residenti. Gli abitanti di Quarticciolo non vogliono solo che il quartiere venga recuperato dal punto di vista esclusivamente fisico ma chiedono che le risorse investite per realizzare le infrastrutture siano utilizzate per migliorare la vivibilità del quartiere non per espellere chi ci vive. La lotta per la ristrutturazione delle case popolari, il completamento delle opere incompiute va di pari passo alla regolarizzazione delle famiglie sotto sfratto. Per evitare che queste vengano espulse dalle case popolari è fondamentale preservare il quartiere da una possibile gentrificazione dovuta alla riqualificazione urbana. I servizi, le attività sportive, le nuove economie devono essere realizzate <> come recita un antico slogan del quartiere. Il corteo organizzato il 1° marzo ha visto la partecipazione di 5.000 persone, provenienti anche da altre città, dimostrando che anche le parzialità possono diventare al centro della discussione politica nazionale. Per la prima volta dopo tanto tempo, <> si era riversata sulla periferia e la periferia era diventata al centro della metropoli. A questo proposito, fondamentale è stato anche il coinvolgimento attivo di pezzi di società: associazioni del terzo settore, centri sociali, movimenti femministi e ambientalisti, sindacati ma anche artisti, premi Nobel, studiosi, università, musicisti. Ognuno ha partecipato al processo di costruzione della battaglia del Quarticciolo con quello che sapeva fare e poteva/voleva mettere a disposizione. Il quartiere sa che è una battaglia difficile e che oggi <>. Come ci insegnano i lavoratori e le lavoratrici della Gkn, presenti con i loro tamburi il primo marzo, la convergenza delle lotte sgombera il campo dai microcosmi identitari e fa emergere lo scambio vincente di pratiche che rendono la lotta capace di ottenere risultati tangibili. Il Quarticciolo è riuscito a vincere ancora per metà la sua battaglia a sei mesi dal decreto-legge. Il piano del Governo ha rispettato le richieste di intervento degli abitanti ma tanta strada rimane da fare per poter avere la garanzia della casa, della sanità, di un’educazione di qualità e di un lavoro dignitoso. La battaglia di Quarticciolo per un cambiamento radicale è ancora lunga, come quella di molte altre periferie italiane. Può essere un’occasione per riaffermare il principio che la lotta territoriale è essenziale per contrastare la marginalizzazione e rompere la dipendenza delle periferie e i suoi abitanti dai centri di potere e di dominio prevedendo delle infrastrutture presenti sul quotidiano capaci di organizzare un conflitto per troppo tempo dispiegato sul livello orizzontale.
- il secondo senso
Intervista a Stefania Barca e Gea Piccardi Coautrici del Report Just transition and care work. An International Inquiry (Ginevra: UNRISD 2025) Il metodo che abbiamo usato per la realizzazione di questo Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso. Pubblicato a novembre 2025 dall’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale (UNRISD), il Report (1) riflette sulla necessità di un ampliamento di applicazione del concetto di Just Transition (transizione giusta), collocando al centro il lavoro di cura. Il concetto di transizione giusta nasce negli anni Settanta in Nord America grazie ai movimenti sindacali e per la giustizia ambientale, come risposta agli effetti negativi delle politiche neoliberali sui lavoratori dell’industria e sulle comunità considerate vulnerabili. A partire dagli anni Duemila, la Just Transition è stata poi inquadrata politicamente, in particolare dalla Confederazione Sindacale Internazionale (International Trade Union Confederation – ITUC), con l’obiettivo di compensare le perdite occupazionali legate alla progressiva fuoriuscita dalle industrie ad alta intensità di carbonio, promuovendo al contempo lavori dignitosi nei settori dell’energia pulita. Nel tempo, la transizione giusta è entrata nell’agenda della governance climatica internazionale, trovando spazio in istituzioni e accordi come quelli delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’Unione Europea. Tuttavia, le politiche attuali tendono a concentrarsi sui settori industriali formali (energia, manifattura e trasporti), trascurando il ruolo centrale del lavoro di cura e, più in generale, dei lavoratori informali, che tuttavia rappresentano una quota significativa della forza lavoro globale. Il report evidenzia come, grazie alle pressioni di movimenti femministi, indigeni, contadini e per la giustizia climatica, stia emergendo una visione più ampia della transizione giusta. Questa prospettiva include non solo lavoro green dignitoso, ma anche tutte le condizioni che sostengono la vita: la cura delle comunità, dei territori e i servizi pubblici essenziali. In questo contesto, il report propone di ripensare il quadro della transizione giusta a partire dalle esperienze e dalle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori della cura, sia retribuiti che non retribuiti, attraverso un’inchiesta. Infatti, questo lavoro si basa su un processo di inchiesta operaia condotto a livello internazionale, sviluppato all’interno della rete Just Transition and Care. Attraverso un percorso partecipativo durato quattro anni, sono state raccolte le prospettive di operatori e operatrici di diversi ambiti della cura, per analizzare le loro sfide socio-ecologiche e individuare possibili strategie di transizione giusta. I settori presi in considerazione includono il lavoro domestico e di cura, la produzione alimentare contadina e indigena, la cura ambientale, la sanità e l’istruzione. In senso metodologico, lo sforzo delle autrici e degli autori è stato quello di applicare il metodo sperimentato da Alquati negli anni Sessanta nelle fabbriche italiane, a contesti di lavoro non industriale, ampliando non solo l’ambito del concetto di transizione giusta, ma anche la storia del metodo di inchiesta operaia prescelto. Nel report viene messa in luce fin da subito una difficoltà specifica, che persiste nel tempo, a inquadrare il lavoro di cura o riproduttivo nel mondo del lavoro più ampio. Questo avviene perfino nei contesti che oggi devono promuovere politiche in favore della giustizia ambientale e di migliori condizioni per i lavoratori, come le strategie della Just Transition. Perché secondo voi? Stefania Barca: Il report è frutto di un’inchiesta internazionale, che abbiamo condotto con persone che abbiamo ritenuto essere rappresentative di diversi settori del lavoro di cura. L’inchiesta verteva sulla domanda di come loro si immaginassero una transizione giusta, cosa significava transizione giusta dal loro punto di vista. Fare questa domanda a lavoratrici e lavoratori della cura ha rappresentato già di per sé un inedito, perché la Just Transition non ha mai preso in considerazione queste categorie, perché questi soggetti non sono mai stati inclusi, anzi sono stati fondamentalmente esclusi dalle politiche della giusta transizione senza dichiarato motivo, poiché questa esclusione non è mai stata verbalizzata, non è mai stata neanche espressa, si è data per scontata. Quindi venendo al cuore della domanda, questa difficoltà – che perdura nel tempo – a inquadrare il lavoro di cura o il lavoro di sussistenza nell’ambito del lavoro, effettivamente persiste. Il paradosso più grande è che nonostante durante la pandemia sia emersa tutta questa, diciamo, orgia di riflessioni sulla cura, neanche questo è servito a far convergere l’attenzione verso le vere esigenze del settore. Quando poi si parla di politiche della transizione, non soltanto quella energetica, ma anche la transizione più in generale, alla fine, tutti i soldi che sono arrivati dopo la pandemia, dopo il lockdown, per la ripresa nei vari paesi, fondi per la transizione, fondi europei della Next generation e tutti i soldi che sono piovuti per far riprendere le nostre economie, sono stati investiti nei soliti noti settori. Il report riflette quattro anni di lavoro in cui, a partire dal 2021, abbiamo organizzato degli incontri, non degli eventi pubblici, ma delle riunioni tra esponenti di vari tipi di organizzazioni, tra cui confederazioni sindacali e sindacati di base, rappresentative dei settori della cura, intesa però in senso ampio, cioè non soltanto come cura sanitaria o lavoro domestico, ma anche come, per esempio, la produzione di cibo di sussistenza, la cura ambientale, per esempio nelle aree protette, considerando le comunità che ci vivono e che si prendono cura di queste aree, o anche tutto il settore della scuola, dell’istruzione, dell’educazione in generale, e dunque i sindacati degli e delle insegnanti. Dunque la cura intesa in senso ampio, come lavoro di riproduzione sociale, pagato e non pagato. C’erano anche rappresentanti del movimento brasiliano dei Sem Terra per il settore della produzione agricola, che però non è un sindacato agricolo tradizionale, è un sindacato di movimento. Insomma, riunendo tutte queste persone per farle discutere con noi, ma soprattutto tra di loro, sulla transizione giusta, la prima cosa interessante che abbiamo notato è che nessuna di loro aveva mai sentito nemmeno parlare di questa transizione giusta, perché non veniva rivolta a loro, perché era tutta rivolta ai minatori, ai lavoratori dell’industria pesante, agli auto-workers, eccetera. Quindi una volta introdotto il tema della transizione giusta, poi sono venute fuori tutta una serie di cose di cui c’è bisogno in questi settori e ognuno di loro ci ha parlato, ci ha raccontato delle difficoltà del loro settore, sia in generale, sia in merito alle politiche di tagli neoliberiste, alle diverse politiche di precarizzazione, alle difficoltà di sindacalizzazione, tutte difficoltà inerenti, intrinseche, alla normalità del loro settore, andando oltre il concetto di crisi e di emergenza, parlando della normalità del sistema capitalista patriarcale e coloniale nel suo svolgimento a pieno regime, non inquadrato in una cornice di eccezionalità. Le e i partecipanti ci hanno parlato di come alcune di queste difficoltà siano state acuite dalla pandemia, dal lockdown e quindi dal sacrificio richiesto a questo settore senza riconoscerne il valore. Ci hanno raccontato di come la crisi climatica e la crisi ecologica in generale abbiano approfondito queste difficoltà oggettivandole e, partendo da questo, loro stesse hanno fatto una riflessione su come potrebbe essere una transizione giusta in questi settori. Gea Piccardi: Uno dei nostri obiettivi o, meglio, la nostra ambizione non dichiarata, era quella di una ricomposizione di classe, ma che al posto della, o accanto alla, classe operaia, mettesse al centro chi fa lavoro di cura. Infatti, quello che è emerso dal confronto con le partecipanti è il problema della scarsa sindacalizzazione nei vari settori della cura che riflette la più generale difficoltà di queste lotte nel percepirsi prima di tutto come lotte del lavoro e, nello specifico, del lavoro di cura e nel creare alleanze tra loro a partire da qui. Pensando al perché non sia stata considerata nella Just Transition la cura o il lavoro di cura, mi viene da dire che uno dei motivi è che chi svolge lavoro di cura è poco organizzato. Non dico che non ci siano movimenti che vedono coinvolti in prima fila questi soggetti – molti dei quali sono stati coinvolti nelle riunioni online, come il Movimento Sem Terra in Brasile, la Via Campesina, il Global Women’s Strike, e molti altri nel settore dell’educazione o della salute – e che non abbiano posto sempre di più l’accento sullo sfruttamento del lavoro, per esempio, domestico, o contadino; tuttavia, questi movimenti ancora non rappresentano un fronte di organizzazione del lavoro riconosciuto in quanto tale. La Just Transition, come scriviamo nell’introduzione al report, nasce tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta negli Stati Uniti come movimento ecosociale che teneva dentro spaccati collettivi, comunità radicali, ovvero apertamente contro le politiche neoliberiste, contro la finta scelta tra ambiente e lavoro, e così via. Poi a poco a poco questa postura iniziale è stata, e questo è un aspetto positivo e negativo allo stesso tempo, assunta da grandi organizzazioni internazionali del lavoro come l’ILO e l’ITUC, o dalla governance climatica con gli accordi di Parigi, e tramutata in un’ottica che prende in considerazione il lavoro prettamente industriale all’interno delle politiche di decarbonizzazione. Questo è avvenuto soprattutto tra il 2010 e il 2015. Il concetto da questo punto in poi si è svuotato del senso di movimento radicale e trasversale che aveva avuto all’inizio, producendo politiche insufficienti, se non miopi. Tuttavia, nonostante viviamo l’onda lunga di quest’ultima metamorfosi del concetto e delle sue pratiche, negli ultimi anni, soprattutto durante la pandemia, e in risposta alle lotte di movimenti indigeni, contadini e femministi, diverse reti, piattaforme, e organizzazioni femministe internazionali, tipo UN Women, FADA, e altre, hanno iniziato a fare pressione per ampliare l’idea di Just Transition, e collocare al centro la questione del lavoro di cura, incrociandola anche con la questione della giustizia ambientale e con il cambiamento climatico. E di fatti, oggi vediamo che pure ITUC e ILO stanno forzosamente iniziando a parlare di questi temi. Eppure, si tratta di tentativi ancora molto deboli e in termini che a noi convincono poco. Quindi, l’idea di questo Report è stata sia fare eco, dar forza e radicalizzare questi tentativi già in corso, ma anche dire che per stabilire cosa dev’essere, oggi, una Just Transition centrata sulla cura è necessario ascoltare chi la cura la fa, i lavoratori e le lavoratrici della cura, pagati e non pagati, nei più diversi settori. Come diceva Stefania, abbiamo cercato non soltanto di amplificare la voce, le esperienze e le rivendicazioni di queste organizzazioni, ma anche di metterle in contatto tra loro. E questo è stato un feedback importante dell’ultimo webinar che abbiamo fatto per presentare la parte sull’educazione, dove alla domanda «è importante questo report per voi, a cosa vi serve?» una delle cose che è venuta fuori è stata proprio l’importanza di aver legato trasversalmente diverse dimensioni e soggetti della cura: i pompieri forestali, con il sindacato dell’educazione, con le lavoratrici domestiche, eccetera, dal Nord al Sud globale. Riuscire a fare questo lavoro di connessione è stato fondamentale, perché solo l’organizzazione, e la creazione di alleanze, il sindacalismo inteso in un modo diverso da quello tradizionale che si focalizza solo sul lavoro salariato e industriale, possono agire affinché il lavoro di cura si faccia posto nella transizione, diventando il suo nuovo centro come è fondamentale che sia. Ho una curiosità: quando facevate queste riunioni, le persone invitate a parlare, quindi tutte le parti con cui dialogavate, inizialmente non sapevano, come dicevate, che cos’è la Just Transition; quindi mi chiedevo se invece con i termini «cura» o «riproduzione sociale» avessero più dimestichezza. Stefania Barca: Buona domanda, noi non abbiamo volutamente usato il termine «riproduzione», preferendo invece quello di «cura», e già così è stata comunque un po’ una sfida, una sfida a risignificarlo, a renderlo applicabile a settori diversi. Per esempio, i rappresentanti della produzione alimentare di sussistenza, nell’agricoltura contadina, non si auto definiscono come lavoratori di cura, però a questi è risuonato immediatamente il termine come ovvio nel momento in cui noi glielo abbiamo proposto. Il secondo meeting che abbiamo organizzato era appunto sull’agricoltura contadina, a cui hanno partecipato rappresentanti di un sindacato contadino galiziano, molto attivo e con una guida femminile e femminista ormai da decenni, che rappresenta il settore la cosiddetta agricoltura familiare, che poi sarebbe l’agricoltura contadina, che in Galizia è molto forte. Il sindacato fa anche parte della Via Campesina Europa, quindi partono già da un’impostazione di movimento. Inoltre, come dicevo, ha una guida femminile, nel senso che la segretaria generale è una donna, e sono già almeno tre generazioni che le segretarie sono donne, tanto che nell’organizzazione c’è anche la Segretaría de la Mujer, che è un gruppo che si auto-organizza autonomamente dentro il sindacato. Loro già lavorano con parole d’ordine come «sovranità alimentare» e anche con certe parole chiave dell’ecofemminismo, dunque gli è suonato perfettamente naturale il dialogo sulla cura come settore, anzi stavano già un bel pezzo avanti a noi sui ragionamenti! Nello stesso meeting, c’era un rappresentante dell’organizzazione giovanile dei Sem Terra brasiliani. Non è che per lui non avesse alcun senso il termine cura, ma da quello che diceva inizialmente si capiva che era un’idea nuova per lui, quella di legare il loro lavoro di movimento a questa categoria del lavoro di cura, anche se poi, pure in questo caso, alla fine dell’incontro il legame gli è risultato perfettamente sensato. Poi c’era un’attivista Mapuche del Cile e anche lì è venuta fuori la differenza di approccio legata alla prospettiva indigena riguardo all’agricoltura, alla produzione di cibo, al rapporto con la terra, eccetera. Quindi tre realtà diverse, molto diverse tra di loro, seppur accomunate da qualcosa. Usare la categoria del lavoro di cura come collante ha funzionato. Perché è una categoria immanente, ma anche trascendente rispetto alle loro particolarità e specificità. Quindi il termine cura o quello di riproduzione, o terzi che ancora non ci sono venuti in mente, possono essere di fatto cavalli di battaglia nei quali queste soggettività si possono riconoscere e definire delle pratiche, dei collettivi, dei gruppi? Stefania Barca: La categoria è vicinissima a coloro con cui ci siamo interfacciate, ma non è ancora un motto, un riconoscimento, sta in quel limbo tra concettuale e pratico in cui potrebbe essere una bandiera dietro cui tutta una serie di attività o di dimensioni si riconoscono ma ancora non è così. Secondo me la cosa positiva che crea questo concetto è l’immediato riconoscimento del ruolo attivo di questo tipo di lavoro e del suo valore specifico per la transizione ecologica, economico, sociale, socio-ecologico, culturale, etico. Negli incontri dedicati all’educazione si faceva proprio il discorso non soltanto delle rivendicazioni, delle lotte per la giustizia e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici della cura nell’educazione ma anche sulla cura come valore all’interno del paradigma educativo. Gea Piccardi: Ed è esattamente questo il punto quando si parla di lavoro di cura. Da una parte è senza dubbio un lavoro iper-sfruttato, il più sfruttato perché molto spesso neanche è riconosciuto come lavoro. Chi svolge lavoro di cura, di riproduzione, è in una posizione, in molti casi, di estrema povertà e vulnerabilità. È un lavoro appropriato quasi gratuitamente, in condizioni molto spesso al limite dello sfruttamento servile. Dall’altra, però, come sottolineano da sempre gli ecofemminismi, ha un ruolo essenziale e fondamentale per il mantenimento della vita umana e dell’ecosistema, soprattutto in un momento di crisi climatica e di degrado ambientale. Quindi dire «cura» significa non solo rendere visibile un lavoro invisibile con il suo carico di ore di lavoro e forme di sfruttamento possibili, ma anche già attribuire un riconoscimento di segno positivo a questo lavoro, in quanto indispensabile e fondamentale. La cura è vita, è vita contro la forza mortifera del capitalismo. E quindi anche a livello di soggettivazione politica è un bel concetto, che funziona per diverse ragioni. Poi lascia perdere che viene recuperato spesso da chi ha interesse a svuotarlo del suo senso radicale, questo succede sempre con tutti i concetti di lotta. È per appropriazione che funziona il capitalismo, così come fa da sempre la destra con concetti originariamente antagonisti e radicali di sinistra, ma ciò che interessa a noi è piuttosto vedere quanto funziona e se funziona l’idea di cura calata in processi politici concreti. Secondo voi, se si trovasse una maniera, da un punto di vista neoliberista considerabile efficiente, per quantificare e valorizzare la cura nelle stesse maniere con cui vengono contabilizzati tutti gli altri lavori, che non sono quelli di cura, il lavoro di cura verrebbe inglobato, come viene fatto con tutto il resto delle attività che producono valore, o sopravviverebbe, secondo voi, come spauracchio antagonista del valore capitalisticamente inteso, descrivendo attività storicamente femminilizzate, di settori poveri, dei migranti, eccetera? In altre parole, è soltanto una questione di difficoltà nel calcolarlo come valore, che conviene non calcolarlo come valore per sfruttarlo, o invece sopravvive in ogni caso un pregiudizio, che è duro a morire in quanto collegato più al patriarcato che al capitalismo? Stefania Barca: La mia posizione, penso che bene o male la sappiate, è che sia il capitalismo ad aver assunto il patriarcato e non viceversa, il patriarcato ha millenni di storia banalmente, quindi vale lo sforzo pindarico di dire che in realtà c’era prima il patriarcato, poi il capitalismo ne ha fatto buon uso. Anche ammesso che noi riusciamo adesso a produrre un sistema di valorizzazione diverso da quello capitalista, ciò non esaurirebbe del tutto il problema del patriarcato. Ma comunque noi nel report questi problemi non ce li poniamo, abbiamo fatto un lavoro assolutamente non teorico, in cui abbiamo provato a mettere il nostro lavoro al servizio di una produzione di sapere che fosse invece più di movimento o comunque propria dei soggetti lavoratori e lavoratrici in prima persona, quindi noi ci siamo limitate a formulare delle domande semplici, non teoriche, ma molto concrete. Le nostre domande sono state tipo così: «Che impatto ha avuto il covid e il lockdown sul vostro lavoro? Che impatto ha avuto e continua ad avere il cambiamento climatico, le catastrofi o comunque altre questioni ecologiche, l’estrattivismo per esempio, sul vostro lavoro?» E la terza domanda era quindi: «I sindacati parlano di una giusta transizione, mettere in atto nuove politiche del lavoro, ma dal vostro punto di vista quali dovrebbero essere queste nuove politiche?». Poi abbiamo provato a ragionare noi a posteriori su quello che c’era stato detto, però non tanto alla luce di dibattiti teorici accademici, quanto confrontando le risposte che avevamo avuto con una produzione che è quella che si chiama letteratura grigia, cioè la produzione di documenti di policy, tutta una produzione di sapere che è direttamente policy-oriented e che è basata su punti di vista diversi, non è la ricerca accademica a cui noi siamo abituate, con tutto il framework teorico, la metodologia, il lavoro etnografico, eccetera. C’è un sacco di roba che si scrive raccogliendo dati in maniera un po’ più superficiale magari, però in tempi più rapidi, e più direttamente orientata a intervenire sulla formulazione delle politiche pubbliche a livello statale, a livello intergovernamentale, per l’Unione Europea, per le Nazioni Unite, e così via, che rappresenta tutta una produzione di dati che già dicono delle cose e che è quella che poi direttamente viene presa in considerazione quando si vanno a formulare le politiche, diversamente dalla produzione accademica in quanto tale, che rimane un po’ dentro la sua bolla, motivo per cui abbiamo preferito interagire con quel mondo lì. Con risultati misti, positivi e negativi. Positivi con l’uscita del policy brief del 2024 dove si inserisce il tema della cura a livello intergovernamentale, con la presenza alla COP30 a Belém (novità assoluta per la cura, inserita in una COP per la prima volta), con i primi cambiamenti a livello discorsivo. Cioè, con un report non cambi il mondo ma inserisci una cornice legittimante /culturale alle rivendicazioni esistenti. Invece la nota più dolente che abbiamo osservato, riguarda il rifiuto da parte della responsabile del settore Just Transition per la confederazione sindacale internazionale, a dialogare con il nostro report, dunque su rivendicazioni che non riguardino puramente il lavoro industriale. Gea Piccardi: Il punto secondo me è capire chi porta avanti queste politiche (per la valorizzazione), come lo fa, e perché: se si tratta di movimenti di base che lottano per il miglioramento delle condizioni di vita di chi lavora, o multinazionali che trovano nella cura una nuova frontiera di accumulazione? Per esempio, nel Report, abbiamo deciso di smarcarci politicamente dalla prospettiva della care economy presente nell’agenda di molte istituzioni, inclusa ILO, che utilizzano il linguaggio femminista della cura, ma dentro una cornice di valorizzazione capitalistica e di crescita economica, per cui il lavoro di cura diventa un nuovo terreno possibile di profitto «green». Inoltre, l’idea alla base della care economy è che, ampliando il mercato formale della cura, le donne in condizioni di maggior povertà possano «ottenere un impiego» – senza considerare che molte sono già lavoratrici a tempo pieno, in casa o fuori, e che il loro problema non è «avere un lavoro», ma vedere riconosciuto e degnamente retribuito quello che già svolgono e che non scomparirebbe una volta trovato un impiego «formale», anzi. . . Ebbene, questa idea di cura e di Just Transition, che ancora non riconosce il valore economico, sociale, ecologico del lavoro di cura non salariato o sottopagato, quello svolto, soprattutto dalle donne ma non solo, nelle case, nei quartieri, il lavoro di produzione di cibo sano, di cura del suolo, delle acque, degli ecosistemi in generale, non è la nostra idea. E non era nemmeno quella delle persone che abbiamo intervistato, che collocavano la questione del riconoscimento, della socializzazione, della redistribuzione, ma anche della giusta retribuzione economica di questo lavoro come battaglia per la giustizia e la trasformazione sociale di segno – implicita o esplicitamente – antipatriarcale e anticapitalista; una battaglia complessa e radicale con un potenziale enorme non ancora sperimentato. Dalla vostra esperienza, reputate che il lavoro di cura sia ancora un campo di battaglia che ha una presa sul mondo contemporaneo, una lotta che vale la pena portare avanti? Stefania Barca: Uno degli aspetti per me più interessanti del lavoro pluriennale che sta dietro al report è che la posizione direttamente anticapitalista e antipatriarcale del nostro lavoro emerge in automatico, in maniera trasparente e abbastanza ovvia senza bisogno di calcare la mano e ideologizzare i contenuti, poiché di per sé sono già essi stessi portatori di una carica anti sistemica per la natura che li contraddistingue, ovvero chiedere riconoscimento economico per pratiche che economicamente sono state, e sono tuttora, non valorizzate per motivi precisi, perché contraddicono la logica del mercato e del profitto capitalisticamente intese (accumulazione e massimizzazione dei profitti, che si basa appunto sul lavoro gratuito e sullo sfruttamento di risorse umane e ambientali). Nelle conclusioni diciamo chiaramente che la cura va de-mercificata come soluzione a una serie di problemi. Non stiamo chiedendo una care economy ma il suo contrario, ovvero una responsabilizzazione dell’istituzione pubblica alla cura, non solo nel senso di servizi per chi ha bisogno di cura ma anche e soprattutto per i care-givers, coloro cioè che la cura la praticano, i lavoratori e le lavoratrici del settore della cura. Per questi motivi, questo non è un report che produrrà facilmente legislazione o che verrà facilmente assorbito, è un report che fa un altro tipo di lavoro, ovvero rendere fruibile non soltanto nei movimenti sociali e nella militanza di base, ma in ambienti che non hanno la stessa dimestichezza con termini anticapitalisti, un linguaggio più radicale e meno normalizzato, che vada al di là di termini come transizione ed economia della cura che poi nascondono sempre un realismo capitalista, ovvero, una impossibilità a costruire un’alternativa a questo sistema. Sono felice che abbiamo portato su un livello insolito, legato al senso comune, questi termini. E voi come definireste questo vostro modo di procedere, questo vostro metodo? Gea Piccardi: Il metodo che abbiamo usato, e lo diciamo all’inizio del Report, è quello dell’inchiesta operaia, mutuato da Romano Alquati. Workers inquiry è un termine marxiano che utilizziamo senza troppo spiegarlo, volutamente, ma il senso è costruire strumenti utili a servizio delle realtà che hanno partecipato all’inchiesta di base, i lavoratori e le lavoratrici della cura che svolgono lavoro di cura pagato, non pagato e di sussistenza, che è una terza categoria (ad esempio la piccola produzione contadina di approvvigionamento per il mercato locale che serve per mantenere e riprodurre la soggettività contadina). La novità rispetto al metodo di inchiesta operaia «classico» è l’ambito in cui viene applicato, ovvero non ai lavoratori industriali e salariati del lavoro classicamente inteso. Ci sono prospettive di portare avanti questo lavoro? Stefania Barca: Sicuramente uno sforzo a medio termine sarà la divulgazione e la discussione, in tavole rotonde, con i e le partecipanti iniziali – e altri nuovi – per capire quale può essere l’utilità per queste organizzazioni di un tale report. Continuare a usarlo anche come strumento più a livello locale per fare la stessa cosa su territori diversi, anche grazie alle traduzioni in varie lingue che stiamo provando a fare (l’originale è in inglese). L’obiettivo non è solo produrre linee guida di policy ma fare un lavoro di tessitura trans-settoriale che tenga insieme queste categorie della cura con quelle del settore industriale, cioè arrivare al cuore del sistema sindacale. Ma per farlo abbiamo bisogno che il report venga prima di tutto riconosciuto e assunto dalle dirigenze sindacali dei settori della cura – nel campo della sanità, dell’istruzione e del social work – di coloro che già hanno partecipato alla rete come singoli, ma non come organizzazioni, e far responsabilizzare i loro vertici. Note Barca, S., R. Hiraldo, D. Krause, E.G., Piccardi, D. Stevis, Just Transition and Care Work. An International Inquiry. Geneva: UNRISD, 2025. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- fascismi
# 2 Il nuovo fascismo Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento tenuto da Mikkel Bolt Rasmussen durante la presentazione del suo ultimo libro Fasciocapitalismo, pubblicato da Edizioni Malamente con una prefazione di Elia Rosati lo scorso autunno. La presentazione si è tenuta il 14 marzo nella facoltà di Lettere dell’università La Sapienza, come iniziativa di formazione in vista del corteo del 25 aprile di Roma est. Il contributo dell’autore sviluppa la tesi espressa nel libro anche alla luce della rielezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, avvenuta a novembre 2024, e gli eventi che ne sono seguiti. Dal fascismo al tardo fascismo L’enorme quantità di ordini esecutivi emessi da Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato presidenziale rappresenta un tentativo evidente di spostare la lotta di classe. È così che funziona il fascismo: di fronte alla richiesta rivoluzionaria espressa dalle proteste per l’uccisione di George Floyd (ovvero che il capitalismo razziale non può esistere senza la polizia) Trump ha risposto con una contro-richiesta altrettanto radicale: il mantenimento della supremazia bianca. Nel primo mese del suo secondo mandato, Trump ha varato un’ondata di ordini esecutivi che aprono la strada a deportazioni di massa e guerre commerciali, affidando a Elon Musk e alla sua task force DOGE l’attacco alla macchina amministrativa federale per tagliare budget e licenziare personale. Il piano è chiaramente quello di sovvertire il funzionamento ordinario dello Stato: trasformando la politica in un gioco per adulti, un’operazione terribilmente seria e una farsa. Non diversamente da quanto accaduto il 6 gennaio 2021, quando lo sciamano QAnon e migliaia di sostenitori di Trump hanno preso d’assalto Capitol Hill. Siamo in un limbo in cui la politica è ridotta a immagine: lo spettacolo di un colpo di Stato fascista. Il 6 gennaio è stato più una performance che un’insurrezione. Anche il progetto DOGE segue lo stesso schema: in parte spettacolo, in parte tentativo di sovversione istituzionale. Se nel 2021 i manifestanti indossavano i costumi di Braveheart, nel 2025 l’avanguardia si presenta come un gruppo di giovani uomini sorridenti con profili LinkedIn e curriculum. [...] Lo strano amalgama di accelerazionismo fascista online, think tank conservatori e cultura delle startup che Trump sta dirigendo mira a demolire quello che percepiscono come un apparato statale sequestrato da una sinistra impegnata in idee “degenerate” di giustizia sociale e uguaglianza. I politici tardo-fascisti fomentano il conflitto. Una parte significativa della popolazione sostiene ormai la dissoluzione del simulacro democratico e applaude alla violenza razzista e all’aumento del controllo statale. La democrazia, intesa come governo del popolo e autodeterminazione collettiva, si è trasformata in identificazione del popolo con il leader: una caricatura grottesca della «Volontà generale» di Rousseau. La contraddizione costitutiva della democrazia capitalista trova oggi una nuova forma, in cui il popolo, soggetto e oggetto della sovranità, esercita la propria libertà sottomettendosi a un leader grottesco. Il nuovo fascismo, naturalmente, si distingue da quello novecentesco in diversi aspetti. Anzitutto, rifiuta esplicitamente il termine «fascismo». L’Olocausto e la Seconda guerra mondiale hanno tracciato un confine simbolico che rende oggi impensabile l’auto-definizione fascista, almeno nella maggior parte dei contesti politici. [...] Al suo posto proliferano autodefinizioni che mascherano le continuità con i fascismi storici: alt-right, patrioti, value warrior, populisti, nazionalisti. Enzo Traverso ha analizzato con finezza il passaggio dal fascismo storico ai partiti post-fascisti contemporanei, che rifiutano esplicitamente qualsiasi legame con il fascismo o, più ambiguamente, lo evocano in modo allusivo, come fanno Marine Le Pen o Giorgia Meloni. Ma, come osserva Traverso, non si possono comprendere questi fenomeni politici senza confrontarli con il fascismo del Novecento. Il post-fascismo è una forma ibrida: non si oppone alla democrazia come i fascismi tra le due guerre, ma pretende di salvarla. Non si manifesta in movimenti con milizie armate, ma in partiti che partecipano regolarmente alle elezioni. Tuttavia, sul piano ideologico, restano costanti alcuni elementi: nazionalismo, razzismo, xenofobia, culto di un leader forte. Ancora oggi questi ingredienti alimentano un discorso violento che individua un nemico esterno da neutralizzare. Il prefisso post- utilizzato da Traverso descrive efficacemente il carattere disarticolato del nuovo fascismo: meno coerente ideologicamente dei suoi predecessori, non presenta una visione del mondo strutturata come il nazismo. Trump, Orban, Le Pen o Åkesson non sembrano animati da un progetto totalitario sistematico. Il post-fascismo si presenta come una forma più aperta e adattiva, capace di inserirsi nei meccanismi della democrazia rappresentativa. Questi leader non parlano più di «natura eterna della razza» o di «Reich millenario», ma si limitano a evocare temi nazionalisti, moralismo reazionario, protezionismo e sovranismo. Trump è di nuovo un caso emblematico. Un agente immobiliare e personaggio televisivo diventato presidente degli Stati Uniti: sgradevole, maleducato anche per gli standard politici statunitensi, commenta freneticamente ogni evento tramite i social, contraddicendosi e mentendo continuamente, spesso senza conoscere affatto ciò di cui parla. Non incarna un’ideologia politica coerente come Mussolini o Hitler, e, sebbene si dica che tenga una copia del Mein Kampf sul comodino, non sembra possedere alcuna conoscenza storica del fascismo europeo né tantomeno cercare di ricostruirlo consapevolmente. Il fascismo di Trump appare meno come un'ideologia coerente e più come un’accozzaglia di battute razziste, ignoranza e comportamenti misogini filtrati attraverso una cultura dell'intrattenimento che eccelle nel kitsch, nell'insensibilità, nell'eccesso e nel ridicolo. Ma è importante ricordare che il fascismo è da sempre caratterizzato come un'ideologia instabile, lo erano anche i vari fascismi del periodo tra le due guerre. Come ideologia politica, il fascismo non ha la stessa consistenza del socialismo, del liberalismo e del conservatorismo, ma è una macchina di polarità che unisce degli elementi apparentemente opposti, proponendosi contemporaneamente come reazionario e moderno. La contraddizione non è quindi niente di nuovo, ma al contrario una caratteristica costitutiva. Adorno definiva il fascismo come «pratica senza concetto». Trump e i fascisti del tardo capitalismo non fanno che portare questa caratteristica alle estreme conseguenze. Questa apparente incoerenza non deve però indurci a pensare che siamo di fronte a qualcosa di diverso; quello che vediamo non è un’anomalia, ma l’essenza del fascismo: un’ideologia incoerente che si alimenta di rappresentazioni già circolanti, rielaborandole per produrre uno slittamento ideologico funzionale all’accumulazione del capitale e alla costruzione di capri espiatori. Incapace di affrontare le cause profonde della crisi, cioè l’economia del denaro, il fascismo non può fare altro che fomentare ulteriori conflitti. Trump, come gli altri leader del fascismo capitalista (Bolsonaro, Orban o Inger Støjberg), appare come una parodia del leader fascista, ma al tempo stesso ha dispiegato forze paramilitari nelle strade, esprime dichiarazioni xenofobe, e sta potenziando una già brutale forza di polizia di frontiera, capace di rintracciare e arrestare i migranti su una scala senza precedenti. [...] Controrivoluzione Nonostante tutto questo, le rivolte continuano. La vecchia talpa di Marx è riemersa e sta scavando. Proprio per questo il capitale sta mobilitando i settori più reazionari della grande e piccola borghesia. Negli Stati Uniti, Trump è un mezzo per questo spostamento, dove parti della classe capitalista americana e della classe media bianca reazionaria formano un'alleanza per ostacolare la trasformazione radicale che i vari movimenti di protesta insieme potenzia rappresentano. Per una classe capitalista divisa e costretta a cambiare strategia per fermare le «classi pericolose» Trump è un male necessario. La bizzarra personalità che Trump ha espresso nei reality TV si è dimostrata ideale per collegare il movimento alt-right, l'accelerazionismo fascista e i think tank conservatori con la piccola borghesia in un ultranazionalismo finanziato da ampi settori del capitale statunitense, come le big tech o le aziende che forniscono il complesso militare statale. Nel suo testo del 1940 La controrivoluzione fascista, il comunista tedesco Karl Korsch citava lo scrittore italiano Ignazio Silone: «Il fascismo è una controrivoluzione contro una rivoluzione che non ha mai avuto luogo». La funzione del fascismo nel capitalismo in crisi è quella di bloccare e far deragliare una potenziale rivoluzione socio-politica. Il fascismo è reazionario, è un tentativo di sostituire lo smantellamento rivoluzionario del capitalismo. È, come scrisse Walter Benjamin, amico di Korsch, una pseudo-rivoluzione, una rivoluzione contro la rivoluzione, che prende il posto di una rivoluzione mancante: «Il fascismo cerca di organizzare le nuove masse proletarizzate lasciando intatti i rapporti di proprietà che cerca di abolire. Vede la sua salvezza nel dare espressione alle masse». Il progetto MAGA di Trump è una controrivoluzione per preservare un'accumulazione di capitale che appare indebolita e impedire l'emergere di una vera alternativa. La resistenza negli Stati Uniti non è mancata: dopo la crisi finanziaria abbiamo avuto le proteste studentesche in California nel 2009, il movimento Occupy nel 2011 e Black Lives Matter nel 2013-2014, la rivolta di George Floyd nel 2020 e la lotta in corso per difendere la foresta di Atlanta. Insieme, rappresentano la sfida più completa all'ordine dominante negli Stati Uniti dalla fine degli anni Sessanta. E a differenza di quel periodo, le proteste si svolgono sullo sfondo di un prolungato rallentamento economico. La crisi finanziaria ha messo a nudo un «atterraggio di fortuna» di quello che viene definito in modo fuorviante come neoliberismo che durava da quarant’anni. Questo lungo atterraggio di fortuna fornisce il contesto per il nuovo fascismo. Il sogno della borghesia di creare plusvalore senza lavoro è fallito, e ora è necessario affidare la <> ai fascisti, nella speranza che possano far fermare la fine dell'economia monetaria. La risposta del capitale alla decolonizzazione e alla resistenza dei lavoratori negli anni Sessanta è stata quella di ridurre i costi di produzione, ma ciò ha creato un'economia mondiale instabile con una concorrenza feroce, che sposta costantemente la produzione alla ricerca di salari più bassi. Il risultato è stato una sovrapproduzione e un calo dei salari, che fino al 2007- 2008 sono stati nascosti da una circolazione sfrenata di denaro e da bolle creditizie in crescita esponenziale, agevolate dalle istituzioni economiche statali per coprire il calo della domanda. Quando le bolle sono scoppiate, le contraddizioni dell'economia globale sono diventate improvvisamente evidenti. È questo lento deroute, che è diventato improvvisamente concreto con la crisi finanziaria, il contesto in cui Trump si sta muovendo. Trump è stato l'unico politico che ha affrontato concretamente l’erosione dell'economia, rivelandola nelle sue campagne elettorali. In questo modo, Trump è stato una ribellione contro il consenso politico negli Stati Uniti: Hillary Clinton, Bill Clinton e Kamala Harris rappresentavano la convinzione che fosse possibile andare avanti ancora per un po', lui invece ha riconosciuto la crisi. Trump riconosce la crisi, ma contemporaneamente elimina la lotta di classe e la sostituisce con una narrazione ideologica della vera "America". In questo modo, diventa una rivolta contro la rivolta che sta arrivando. Trump divide le «classi inferiori»: i bianchi americani contro i «non-Americani», aumentando la retorica razzista e la violenza che l’accompagna. Come scrivono Korsch e Benjamin, una controrivoluzione fascista è sempre conservatrice del capitale. Essa crea un’immagine di una comunità minacciata forze esterne sovversive che deve essere protetta. Il fascismo ha quindi come effetto un cambiamento in cui i problemi politico-economici «oggettivi» sono "colpa" di qualcuno, in cui gli sviluppi economici strutturali sono percepiti come il risultato delle azioni o della presenza di gruppi specifici. Nel caso di Trump, ovviamente, la colpa ricade sui messicani, i canadesi, gli afroamericani, i cinesi, gli antifascisti e gli esponenti della sinistra woke. [...] Nella Germania nazista degli anni '30 i nemici erano gli ebrei, ma anche i sinti, i comunisti e altri «nemici del popolo» che minacciavano la razza ariana. Il punto è che il fascismo sostituisce sempre la lotta di classe con l'esclusione razziale. Le contraddizioni dell'economia capitalista vengono trasferite su una figura concreta che viene a incarnare la crisi. Il dominio astratto del capitale viene tradotto nella lotta contro i nemici stranieri. I rapporti di produzione capitalistici e gli antagonismi di classe vengono così mutati in una pseudo-resistenza che assume la forma dell'esclusione dello straniero, in Europa oggi soprattutto dei musulmani e delle persone provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente, negli Stati Uniti degli afroamericani e dei latinos. Nuova normalità Il fascismo non è qualcosa di radicalmente diverso dalla democrazia borghese. Il fascismo non viene dall'esterno, ma nasce come soluzione di emergenza all'interno del capitalismo in una situazione di crisi economica, implosione politica e minacciato da una resistenza che nega il capitale. Questo è uno dei punti cardine dell'analisi di Benjamin e Korsch sul fascismo come controrivoluzione: mantenere i rapporti di produzione capitalistici, ma sospendendo le regole politico-giuridiche e usando la polizia per terrorizzare le «classi pericolose». Il fascismo è in questo modo «normale». Come ha detto Korsch in una critica a Marx: «Il più grande difetto della concezione marxiana della controrivoluzione è che Marx non ha percepito e non poteva percepire, in base alla sua esperienza storica, la controrivoluzione come una fase normale dello sviluppo sociale». Oggi il fascismo è la nuova normalità. Note [1] Sul rebranding del fascismo cfr: Paul Gilroy, Agonistic Belonging: The Banality of Good, the “Alt Right” and the Need for Sympathy, Open Cultural Studies, no. 3, 2019. [2] Enzo Traverso, Les nouveaux visages du fascisme: Conversation avec Régis Meyran, Textuel, Paris 2017. Trad. It. I nuovi volti del fascismo, traduzione di Gianfranco Morosato, Ombrecorte, Bologna 2017. [3] Theodor W. Adorno, Aspekte des neuen Rechtsradikalismus. Ein Vortrag, 1967. Trad. It Aspetti del nuovo radicalismo di Destra, traduzione di Silvia Rodeschini, Marsilio, Venezia 2020. [4] Karl Korsch, The Fascist Counter-Revolution, Living Marxism, Volume 5, Numero 2, 1940 pp. 29-37. [5] Walter Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936. Trad. It. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, traduzione di Enrico Filippini, Einaudi, Torino 1966. [6] Moishe Postone, Anti-Semitism and National Socialism: Notes on the German Reaction to “Holocaust”, New German Critique, no. 1, 1980. [7] Karl Korsch, op.cit. Mikkel Bolt Rasmussen insegna presso il dipartimento di Arte e studi culturali dell’università di Copenaghen, è autore di molti saggi, tradotti in italiano La controrivoluzione di Trump (Agenzia X, 2019) e Dopo il grande rifiuto (Agenzia X, 2021).
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# 1 Il nuovo fascismo Pubblichiamo la prima parte dell’intervento tenuto da Mikkel Bolt Rasmussen durante la presentazione del suo ultimo libro Fasciocapitalismo, pubblicato da Edizioni Malamente con una prefazione di Elia Rosati lo scorso autunno. La presentazione si è tenuta il 14 marzo nella facoltà di Lettere dell’università La Sapienza, come iniziativa di formazione in vista del corteo del 25 aprile di Roma Est. Il contributo dell’autore sviluppa la tesi espressa nel libro anche alla luce della rielezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, avvenuta a novembre 2024, e gli eventi che ne sono seguiti. Sicurezza dello Stato La militarizzazione della democrazia nazionale in occidente sta conoscendo oggi un’accelerazione sempre più rapida, in particolare negli Stati Uniti. Si tratta di uno sviluppo storico di lungo periodo, la cui origine risale almeno al 2001 e alla cosiddetta “guerra al terrore”, durante la quale le libertà civili sono state sistematicamente sospese nella maggior parte dei paesi occidentali, concedendo alle forze di sicurezza maggiore agibilità e potere di sorveglianza. La pandemia e le sue ricadute economiche, legate ai lockdown del 2020, hanno ulteriormente spianato la strada a un'estensione dei dispositivi securitari, di controllo e repressione. Rispetto a quello che dicono i commentatori liberal e mainstream, la svolta securitaria di Trump non è un fenomeno radicalmente nuovo, riconducibile esclusivamente ai "nuovi fascisti". Piu che una rottura qualitativa, ci troviamo davanti all’intensificazione di tendenze già esistenti. Basti pensare alla Francia nel 2019, dove la polizia ha brutalmente represso le manifestazioni dei Gilet Gialli: diverse persone sono rimaste uccise e centinaia sono state mutilate, perdendo arti o la vista. Ovviamente esistono differenze significative tra gli Stati Uniti e la Francia (nella storia coloniale, nell’organizzazione e nel funzionamento delle forze dell’ordine) ma l’intensificazione della violenza poliziesca sembra rappresentare oggi un principio trasversale a molte democrazie occidentali: da Portland a Parigi. La funzione della polizia resta quella di garantire il monopolio della violenza da parte dello Stato e man mano che crescono i conflitti sociali e si acuiscono le contraddizioni del sistema, aumenta anche la repressione. Questa risposta violenta da parte degli Stati va compresa nel quadro di uno sviluppo più profondo e di lungo periodo. La pandemia ha infatti messo a nudo ciò che era in corso da decenni nelle cosiddette “economie avanzate”: l’evoluzione delle istituzioni politiche e giuridiche del capitalismo occidentale. Lo Stato sociale del dopoguerra è stato progressivamente smantellato: la sanità e i servizi pubblici sono stati oggetto di tagli prolungati, mentre in parallelo si è intensificata, in modo silenzioso ma costante, la funzione securitaria dello Stato. Con i tagli del welfare, è cresciuta l’urgenza di contenere e neutralizzare le cosiddette “classi pericolose”. Certo, lo Stato ha sempre esercitato la funzione di mantenere l’ordine pubblico, reprimere i conflitti e proteggere la proprietà privata; tuttavia, come hanno osservato studiosi come Peter Mair e Wendy Brown, negli ultimi decenni lo Stato si è sempre più svuotato di contenuti politici, riducendosi a un apparato tecnico-amministrativo e repressivo. Il compromesso di classe del dopoguerra, che aveva parzialmente integrato le classi subalterne all'interno della democrazia liberale, attraverso accordi con le loro organizzazioni rappresentative, garantendo l’accesso alla cultura, al lavoro e all’istruzione, è oggi venuto meno. A prevalere è ora la dimensione poliziesca e di sorveglianza. Quando la repressione “morbida” del dissenso non è più possibile, lo Stato si affida alla coercizione. La democrazia nazionale è sempre in grado di inasprire la propria componente repressiva, a prescindere da chi sia al governo, che si tratti della “destra” o della “sinistra”. Negli Stati Uniti, il processo di accumulazione del capitale è sempre stato profondamente violento: dallo sterminio dei popoli indigeni alla schiavitù, fino al sistema carcerario contemporaneo. Le “classi pericolose” sono sempre state represse o rigidamente controllate, e la polizia, o diverse forme di milizie, ufficiali o informali, sono sempre state la risposta sistemica ai “problemi sociali”. Non è un caso se W.E.B. Du Bois definì gli Stati Uniti un “dispotismo democratico” [1]. Disintegrazione Ci troviamo in una fase tumultuosa, in cui le certezze del passato si dissolvono rapidamente. Pochi avrebbero previsto un ritorno del fascismo in Occidente, ma il costante peggioramento di una crisi economica prolungata (quella che gli economisti borghesi definiscono oggi "stagnazione secolare"), dopo oltre trent’anni di calo dei tassi di profitto, non solo ha generato fratture all’interno delle classi capitalistiche nazionali, ma ha anche portato un numero crescente di persone a scendere in piazza. L’ordine dominante quindi è minacciato non solo dall’implosione interna (tra lotte geopolitiche e la disintegrazione di una politica nazionale coerente) ma si trova a fronteggiare anche le rivolte che, in modo disomogeneo e intermittente, si ripetono in tutte le parti del mondo. Questo è il quadro almeno dal 2011. Tali rivolte non si sono coagulate in un fronte rivoluzionario organico, ma costituiscono un’alternativa in potenza. Per il potere costituito è quindi diventato cruciale prevenire che queste rivolte si sviluppino in un movimento rivoluzionario. Le forze paramilitari di Trump e le sue truppe d’assalto non ufficiali, come i Proud Boys che hanno partecipato all’assalto del Congresso nel gennaio 2021, sono una manifestazione concreta di questa strategia di cancellazione della resistenza antisistemica, che mira a neutralizzare rapidamente le proteste. Il problema, tuttavia, è che l’ordine dominante fatica a proporre una reale alternativa. È per questo che la polizia oggi appare sempre più come un esercito di occupazione piuttosto che come un garante della “legge e dell’ordine”, ammesso che questo “ordine” abbia ancora un significato condiviso. L’imperialismo sta tornando a casa e macchina da guerra e controinsurrezione si fondono [2]. Il centro politico è imploso, e l’establishment cerca oggi nuove soluzioni. Il nazionalismo estremo dei politici tardo-fascisti si insinua in questo vuoto. L’egemonia del capitale finanziario è giunta al termine, e la xeno-transfobia dei tardo-fascisti detta la linea da seguire in questa crisi. Quello che era il sistema della “globalizzazione” non funziona più e viene oggi smantellato o irrigidito attraverso la xenofobia e il nazionalismo. Trump incarna perfettamente questa evoluzione. È, allo stesso tempo, il sistema (in quanto presidente) ma appare anche come una ribellione contro l’establishment politico. Rappresenta una rottura con il precedente consenso politico, esplicitando apertamente il razzismo strutturale e la crescente militarizzazione dello Stato. Il razzismo non si maschera più dietro il linguaggio dell’umanesimo, della democrazia o dello sviluppo. Mentre Obama, al Cairo nel 2009, parlava di “un nuovo inizio”, Trump minaccia il mondo intero di bombardamenti e invasioni. Dall’uso intensivo, quasi clandestino, dei droni da parte di Obama e dalla giustificazione moralistica dell’assassinio del “terrorista” Bin Laden, si passa all’invio di truppe paramilitari nelle città statunitensi, alla detenzione da parte dell’ICE di studenti che protestano contro il genocidio a Gaza, fino alle proposte di prendere il controllo della Groenlandia e del Canada e ai deliri quotidiani contro l’UE, la Cina, il Messico e praticamente chiunque nel mondo, fatta eccezione per Putin. Naturalmente, gli Stati Uniti sono stati fin dalle origini uno Stato coloniale di stampo razzista e, dagli anni Venti, un impero, intervenendo innumerevoli volte in tutto il mondo per rovesciare governi eletti secondo i propri interessi. Ora, le invasioni che si compivano in Afghanistan e in Iraq stanno tornando a casa: il nemico non è più soltanto il musulmano o lo straniero, ma anche il manifestante, il dissidente, chiunque si opponga. “Make America Great Again” significa oggi moltiplicare le esclusioni. Il ritorno della storia Se il XX secolo è stato segnato dal dominio degli Stati Uniti, il nuovo secolo si prospetta come un doloroso e contraddittorio declino per la superpotenza mondiale dichiarata. Trump rappresenta una risposta aggressiva e ambivalente a questo processo [4]. Egli promette, o minaccia, di ripristinare la grandezza americana. A differenza di Clinton, Biden, Harris e del resto della classe politica, Trump riconosce apertamente che gli Stati Uniti sono in crisi, e questo è parte della sua attrattiva, ciò che lo distingue dall’élite di Washington DC. La sua soluzione consiste nel mobilitare la classe media attraverso un ultranazionalismo palingenetico fondato su razzismo, misoginia e cristianesimo evangelico [5]. Trump si propone come l’uomo in grado di fare il “lavoro sporco” rafforzando l’esclusione e la repressione; sarà lo Stato autoritario a gestire la situazione e a invertire la rotta. Così facendo, ovviamente, Trump non fa che aggravare la crisi e intensificare i conflitti. Qualsiasi analisi della sua rielezione deve partire dalle rivolte seguite all’omicidio di George Floyd, che resta l’evento “politico”, o meglio antipolitico, più rilevante della storia americana recente. A Minneapolis e in altre città, nel 2020, il potere statale ha incontrato una sfida radicale. [...] La portata delle proteste è stata impressionante: si è trattato dell’ondata di mobilitazioni più esplosiva della storia americana recente. Le lotte contro il razzismo strutturale negli anni Sessanta o la resistenza alla guerra in Vietnam impiegarono molto più tempo per raggiungere un’intensità simile. Dalle testimonianze e dai resoconti dei partecipanti emerge una composizione molto più multietnica e variegata rispetto al passato. Occupy Wall Street era rimasto perlopiù composto da giovani studenti bianchi, e Black Lives Matter era stato inizialmente a prevalenza afroamericana; le nuove proteste, invece, hanno unito una folla più eterogenea di malcontenti, determinati a non farsi intimidire né dalla polizia, né dai coprifuoco, né dal rischio di contrarre il Covid, né dalla violenza statale. È stata una sfida diretta alla repressione e alla politica della paura. Le proteste del 2020 hanno rivelato una crisi politica e sociale, oltre che economica, di dimensioni enormi. L’economia statunitense è in contrazione sin dagli anni Settanta, e una quota crescente di valore prodotto (peraltro in progressiva diminuzione) è finita nelle mani di una ristretta élite. Gli Stati Uniti sono oggi una società profondamente diseguale. Per lungo tempo, una parte della classe operaia ha potuto sopravvivere grazie all’accesso ai prestiti, ma la crisi finanziaria ha messo fine anche a questo. Sempre più persone sono state costrette a ricorrere al lavoro precario e in nero o alla criminalità. Il risultato è stato un’esplosione della popolazione carceraria [6]. In particolare, le persone nere sono state le principali vittime di questo processo. Quando l’ennesimo afroamericano è stato ucciso dalla polizia, è stato un omicidio di troppo. George Floyd è stato solo l’ultimo anello in una catena apparentemente infinita di esecuzioni da parte delle forze dell’ordine. La storia è tornata, sotto forma di vendetta. Note [1] William E. B. DuBois, African Roots of War, “Atlantic Monthly”, Maggio 1915, pp. 707-714. [2] Stuart Schrader, Badges without Borders: How Global Counterinsurgency Transformed American Policing, University of California Press, Oakland 2019. [3] Nikhil Pal Singh, Race and America's Long War, University of California Press, Oakland 2017. [4] Come mostra Greg Grandin nel suo The End of the Myth, Trump è sintomo della fine del sogno dell’eccezionalismo americano, dove la frontiera è sostituita dal muro. La visione progressista ed espansiva (che ha assunto la forma della guerra e del mercato capitalista) è stata sostituita dal nazionalismo razzista. Greg Grandin, The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America, Metropolitan Books, New York 2019. [5] Ultranazionalismo palingenetico è la definizione di fascismo proposta da Roger Griffin. Roger Griffin, The Nature of Fascism, Routledge, Londra e New York 1993. [6] Ruth Wilson Gilmore, Golden Gulag: Prisons, Surplus, Crisis, and Opposition in Globalising California, University of California Press, Berkeley e Londra 2007 Mikkel Bolt Rasmussen insegna presso il dipartimento di Arte e studi culturali dell’università di Copenaghen, è autore di molti saggi, tradotti in italiano La controrivoluzione di Trump (Agenzia X, 2019) e Dopo il grande rifiuto (Agenzia X, 2021).
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L’intesa mondiale per la sicurezza Un’iniziativa con Leonardo Bianchi Il presente testo è la trascrizione di parti dell’iniziativa <>, tenutasi lo scorso 16 febbraio presso la libreria TOMO a San Lorenzo. L’iniziativa è stata organizzata dalla rete 25 aprile di Roma Est in avvicinamento al corteo in ricordo di Valerio Verbano del 21 febbraio. RETE 25 APRILE ROMA EST: Partiamo dalla situazione attuale negli Stati Uniti. Che ruolo specifico sta giocando l’ICE all’interno della seconda amministrazione Trump? Com’è passata da essere un servizio di intelligence a una polizia speciale che gode di un’immunità quasi assoluta? Qual è il legame con l’immaginario delle milizie di estrema destra? LEONARDO BIANCHI: Dall’inizio del secondo mandato di Trump, l’ICE è diventata è una vera e propria polizia politica personale al servizio del presidente. Nata nel 2003 sotto l’amministrazione Bush come agenzia federale, nell’ultimo anno è stata profondamente riformata, arrivando a contare il doppio degli agenti e reclutamento agevolato. Di fatto, l’ICE assomiglia sempre più a una milizia armata e le immagini arrivate da Minneapolis parlano chiaro: agenti mascherati e vestiti come paramilitari di estrema destra, comandanti della polizia di frontiera come Greg Bovino che esibiscono un immaginario che richiama quello degli ufficiali delle SS, persone prelevate per strada e nelle loro abitazioni, manifestanti aggrediti, arrestati, descritti come terroristi e infine uccisi. Il tutto si inserisce in uno smantellamento della democrazia statunitense e delle sue istituzioni liberali operato da Trump. Attraverso l’uso intensivo dell’ICE, Trump ha di fatto integrato all’interno di un corpo di polizia legale le formazioni MAGA extralegali, in particolare quei gruppi che avevano assaltato Capitol Hill il 6 gennaio del 2021, e a cui aveva concesso la grazia. In questo senso, l’ICE ha adottato le tattiche comunicative, l'immaginario e l'iconografia di questi gruppi, come i Proud Boys. Ad esempio l'account X del Dipartimento di Sicurezza Interna si rifà a un’iconografia esplicitamente neonazista: immagini di cavalieri, continui rimandi a difendere la propria terra, e a unirsi per combattere il “nemico interno”. La figura del nemico interno è fondamentale nell’amministrazione Trump, e non si limita al migrante che “avvelena la nazione”, espressione utilizzata dallo stesso Trump durante l’ultima campagna elettorale. Il nemico è anche chi si oppone all’applicazione della legge, alle operazioni dell’ICE. E quindi sono le Renee Good, sono gli Alex Pretti, sono tutti gli attivisti e le attiviste che si schierano contro le operazioni dell'ICE e contro le occupazioni militari della milizia di Trump. Gli account ufficiali dell'ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna si fanno portatori di un messaggio che è rivolto chiaramente a chi faceva parte delle milizie o comunque a persone che hanno tendenze chiaramente di estrema destra. In questo senso si sta cercando di inglobare quelle milizie che avevano costituito l'aspetto paramilitare del primo trumpismo all'interno dello Stato: un passaggio cruciale da quella che era una democrazia liberale a qualcosa di diverso. È molto simile ovviamente alla storia europea degli anni Venti. Tuttavia l’immaginario dell’ICE non si rifà solo alla Gestapo, ma anche ai cacciatori di schiavi statunitensi nell’800. C'è una lunga linea nera che parte dei totalitarismi degli anni 30 e li collega a una storia profondamente statunitense, che passa per il KKK e arriva all'attuale ICE. La novità, inoltre, è che tutto questo viene filtrato attraverso la lente dei social media. Gli agenti dell’ICE non sono solo poliziotti o miliziani: diventano anche content creator. È un tratto che li accomuna ai Proud Boys, il cui fondatore, Gavin McInnes, è un ex giornalista e cofondatore di Vice Media. Fin dall’inizio, nei Proud Boys la dimensione mediatica è stata cruciale nella costruzione stessa della milizia. R25ARE: Guardando invece all’Italia, le proposte di scudo penale presentate nel nuovo dl sicurezza rappresentano un parallelo con la situazione statunitense? Il rapporto sempre più stretto tra governi e polizie anticipa è sintomo di una cultura della guerra che si diffonde a livello globale? LB: Più che i prodromi della terza guerra mondiale le attuali forme di conflitto assomigliano a forme ibride di guerra civile. La premessa in ogni caso è che in Italia e in Europa non abbiamo bisogno di prendere lezioni degli Stati Uniti in quanto alla repressione, sappiamo farla benissimo già da soli. Tuttavia, quello che sta succedendo adesso negli Stati Uniti ha un impatto diretto anche qui, anche soltanto a livello di immaginario e di possibilità politiche. Specialmente nell'ultimo anno, tutti i partiti di governo e della maggioranza di destra hanno progressivamente importato parole d'ordine e proposte politiche che aleggiavano nel dibattito pubblico statunitense o che sono che sono state promosse dall'amministrazione Trump. Molte di queste politiche non si sono ancora concretizzate, ma di fatto sono entrate nel dibattito pubblico. Quella più evidente è la designazione del movimento “antifa” come organizzazione terroristica, attuata da Trump dopo l'omicidio di Charlie Kirk. Questo omicidio ha fornito alla destra trumpiana il suo martire e l’occasione per scatenare una nuova caccia alle streghe verso chiunque abbia idee vagamente “di sinistra”. Va comunque sottolineato come l’omicidio di Kirk abbia creato un grosso problema interno al partito repubblicano: Kirk aveva tutte le carte in regola per essere il successore di Trump; dopo il presidente uscito dalla TV, Kirk poteva essere il presidente dei social media. La designazione di Antifa come organizzazione terroristica è paradossale, dato che non è un’organizzazione, non ha né leader né strutture fisse. Tuttavia, è servita da pretesto per scatenare un nuovo tipo di maccartismo Ricordate il dibattito post omicidio di Charlie Kirk: Giorgia Meloni e i partiti dell’ultra destra hanno parlato di un clima d'odio fomentato dalla sinistra, agitando lo spettro degli anni di piombo; lo stesso è avvenuto dopo gli scontri di Torino. In questo senso, hanno cercato di sfruttare la proposta politica degli Stati Uniti ai fini della repressione del dissenso interno. La politica di Meloni di fatto è una continua costruzione di un nemico interno, dal primo decreto promulgato contro i rave, scomparsi poi dalla propaganda governativa, all’attuale attacco contro “gli antagonisti”. La questione torna riguardo la proposta dello scudo penale. Se si guardano i profili social dei parlamentari e delle organizzazioni giovanili delle destre si va dall’esaltazione dell’ICE, al “vogliamo Greg Bovino anche in Italia”, fino alla proposta di creare una milizia “antimaranza”. Una serie di pulsioni che cercano di trovare spazio nelle proposte interne ai decreti sicurezza. Tra queste, lo scudo penale è stato più volte proposto, nonostante sia formalmente incostituzionale. Tuttavia, lo scopo di questa proposta non è tanto una ricerca di immunità, quanto l’inizio di un procedimento giudiziario parallelo in cui, se c'è un caso di giustificazione, si vieni iscritti in un registro a parte, con una procedura più veloce per archiviare la posizione. Chiaramente bisogna vedere poi come si concretizzerà sul campo, ma in ogni caso l’obiettivo è chiaro: avere una polizia completamente sciolta dalla legge che risponda esclusivamente a un potere politico. Tra l'altro è anche quello che stanno cercando di fare con il referendum. La riforma costituzionale sulla magistratura rientra in un progetto di “illiberalizzazione” della democrazia, che passa necessariamente per il controllo della polizia e della magistratura, cioè dei poteri indipendenti che fanno da peso e contrappeso nella democrazia liberale. La svolta illiberale della democrazia non è una novità, ma la deriva così rapida, violenta e feroce degli Stati Uniti è un invito alle destre alleate al movimento MAGA. Questo è emerso anche nel documento di strategia nazionale, cioè il documento programmatico sulla politica estera statunitense. In questo documento si propone di smantellare l'Unione Europea in favore di una serie di stati vassalli e gestiti da autocrati. L’obiettivo è quello di creare un territorio alla mercè di una forza politica al di sopra della Costituzione, che agisce secondo criteri extra legali, come si è visto in piccolo a Minneapolis. R25ARE: L’immigrazione viene sempre più vista come un nemico interno da combattere in nome di una presunta sicurezza. Come si è arrivati a oggi? Che ruolo hanno svolto in questo senso le misure di controllo dei flussi iniziate nei primi duemila? LB: Su questo punto partirei da una frase di William Gibson, uno dei padri del Cyberpunk, che mi sembra molto adatta alla situazione in cui siamo: il futuro è già qui, solo che non è distribuito in maniera uniforme. Il futuro della repressione è già vissuto dalle persone migranti e marginalizzate. Si legifera d'urgenza sull'immigrazione da 20 anni, e ormai si è creato un sistema mastodontico di norme che rendono praticamente impossibile la vita alle persone che non hanno i documenti giusti. Quello che si sta vedendo negli Stati Uniti è esattamente questo, perché uno dei primi atti del secondo mandato di Trump è stato l'arresto di Mahmoud Khalil, che non aveva commesso alcun reato se non essere uno degli organizzatori dei campus contro il genocidio a Gaza: non aveva partecipato a proteste violente, non era indagato, non c’erano imputazioni di sorta. Per arrestarlo hanno quindi utilizzato il pretesto che avesse la green card, quindi era legalmente residente negli Stati Uniti, ma non era a tutti gli effetti cittadino statunitense, dato che non è nato lì. Quindi, hanno utilizzato la leva delle leggi anti-immigrazione per colpire il dissenso politico, e questo è stato fatto anche con altre persone che erano regolarmente residenti negli Stati Uniti. Ad esempio, la ricercatrice Rümeysa Öztürk rapita da agenti dell’ICE travisati e spedita in un campo di detenzione, praticamente uguale ai nostri CPR – cioè luoghi di detenzione amministrativa privati e quindi votati al profitto – solo perché aveva scritto un articolo sul giornale universitario. Quindi le leggi antimmigrazione alla fine vanno a colpire il dissenso politico, se utilizzate in una certa maniera. Lo stesso sta succedendo anche qua in Italia. Ad esempio, sui “maranza” si sta giocando un’intera campagna di panico morale che è funzionale alla ridefinizione del concetto di cittadinanza. I “maranza” nella stragrande maggioranza dei casi sono cittadini italiani, ma non sono “bianchi”. E quindi tutta la campagna serve a ridefinire la cittadinanza italiana, cioè chi può rientrare nel perimetro e chi meno. Su questo c'è una proposta di legge della Lega, in cui si si prevede anche la possibilità di togliere la cittadinanza a persone che hanno commesso determinati reati, ma non di terrorismo, come è già possibile fare adesso tra l’altro, ma per reati comuni. Quindi la cittadinanza diventa una specie di patente a punti – solo per determinate categorie, chiaramente – che può essere tolta a piacimento e soprattutto in base a una ridefinizione razziale della cittadinanza. R25ARE: In questo senso la proposta della remigrazione sembra essere riuscita a creare un fronte unico tra i partiti dell’ultra destra istituzionale, come la lega, e le sigle neofasciste più movimentiste come Casapound. Quali scenari può aprire questa rinnovata alleanza su un tema comune? LB: Prima di parlare di remigrazione secondo me è fondamentale introdurre la teoria del complotto che è alla base del razzismo contemporaneo, cioè quella della grande sostituzione etnica. Secondo questa teoria, l'immigrazione non sarebbe il frutto un insieme di fattori climatici, ambientali, sociali, economici, politici, eccetera, ma un piano preordinato da élite globaliste (di solito una parola in codice per parlare di ebrei, non a caso viene citato continuamente George Soros) per sostituire e rimpiazzare etnicamente i “bianchi” con i “neri”. Questa teoria nasce in due versioni: prima negli ambienti neonazisti negli Stati Uniti degli anni 70; e poi in Europa, negli ambienti dell'estrema destra francese. Per una trentina d’anni è rimasta confinata in un recinto ideologico ben preciso, ma a partire dall'inizio degli anni 10 è fondamentalmente esplosa, diventando un patrimonio comune di tutte le destre estreme, sia dentro che fuori il Parlamento. Tant'è che adesso non viene neanche più messa in discussione come teoria: è dato per assodato che l'Europa e gli Stati Uniti siano sotto una minaccia mortale. Se la “sostituzione etnica” è la diagnosi, la remigrazione è la cura. Anche la remigrazione ha una genesi interessante: nasce ancora una volta in seno all'estrema destra francese e particolar modo nell’ambiente degli “identitari”. Il termine è preso dalle scienze sociali e ha infatti un suono quasi innocuo, ed è un concetto utile ad ammorbidire – almeno semanticamente – un piano razzista di deportazione forzata. Il “merito” dell'elaborazione contemporanea del termine va a Martin Sellner, un identitario austriaco che si è formato politicamente negli ambienti neonazisti in Austria e soprattutto nell'alt-right americana, dando vita a un concetto metapolitico della militanza, che punta a introdurre concetti e parole d'ordine in partiti della destra che storicamente non erano necessariamente allineati con le linee più estremiste. Sellner è riuscito a infilare questo discorso in Germania nel 2023 con AFD, quando si è svolto un raduno segreto in un hotel vicino Berlino in cui si sono incontrati vari membri neonazisti e di AFD per discutere un piano di remigrazione di massa. All'epoca l’incontro era stato scoperto da Correctiv, una testata giornalistica investigativa tedesca, e aveva suscitato grande scalpore, mentre adesso questo concetto è completamente normalizzato. Anche l’approdo del termine in Italia è interessante. È stato citato, per la prima volta, nel gennaio 2025 da Alessandro Corbetta, consigliere regionale lombardo della Lega, dopo alcuni disordini avvenuti a Capodanno in Piazza Duomo a Milano. Ed è interessante perché non l'hanno importato CasaPound, Forza Nuova o altri movimenti dell’estrema destra extraparlamentare, ma un partito di governo. Il termine poi è entrato veramente molto velocemente nel dibattito pubblico italiano. Soprattutto la Lega si è fatta portavoce di questo termine nel tentativo rosicchiare i voti alla destra di Fratelli d’Italia. La Lega e CasaPound, più i vari gruppuscoli che formano il comitato “remigrazione e riconquista”, la presentano come se fosse fondamentalmente una proposta di buon senso e non come un piano razzista di deportazione forzata. L’altro punto problematico della remigrazione, che viene molto poco citato nel dibattito pubblico, è anche e soprattutto la privazione dei diritti civili ai cittadini che hanno un passaporto italiano. E qui torniamo anche alle leggi “anti-maranza” della Lega, che sono, quindi, l'applicazione della remigrazione, cioè la privazione dei diritti civili per una determinata categoria di persone. Questo è il vero aspetto più subdolo e pericoloso della remigrazione: che viene presentata come una proposta di buon senso per aiutare a rimpatriare le persone che non hanno titolo di stare in Italia, e che invece è un piano ridefinizione della cittadinanza e di privazione dei diritti civili. Per applicare seriamente la remigazione si dovrebbe fare un colpo di stato e ci si dovrebbe sbarazzare dell'articolo 3 della Costituzione, perché appunto si creerebbero categorie distinte di cittadini. Quindi, quando si parla di remigrazione, di fatto si sta parlando di un colpo di stato fascista con cui cambiare la cittadinanza. Restringere e allargare a piacimento il perimetro della cittadinanza è una delle cose che caratterizza tutti i regimi autoritari. Tant'è che anche negli Stati Uniti è arrivato il termine remigrazione proprio nelle ultime settimane con una proposta di “denaturalizzare” i cittadini che hanno acquisito la cittadinanza, quindi quelli che non sono nati negli Stati Uniti. È quindi una proposta all'ordine del giorno di tutte le destre, da quelle statunitensi a quelle europee Bisognerà poi vedere anche cosa succederà verso le elezioni del 2026 con il partito di Vannacci, che ha la sua ragione d'essere proprio nella remigrazione. Ovviamente, il partito di Vannacci si candida a essere la casa di tutta l'estrema destra italiana delusa da Meloni e Salvini, e ora senza più una rappresentanza. Di conseguenza, probabilmente anche Fratelli d'Italia inizierà a spingere su questo tema della remigrazione per cercare di tenere al suo interno anche questi voti. Leonardo Bianchi è giornalista e scrittore. Collabora con Valigia Blu, Internazionale, il manifesto e altre testate. È stato a lungo news editor di VICE Italia. Cura anche “Complotti!”, una newsletter sulle teorie del complotto. Ha pubblicato La Gente. Viaggio nell'Italia del risentimento (Minimum Fax, 2017), Complotti! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto (Minimum Fax, 2021) e Le prime gocce della tempesta (SolferinoLibri, 2024).
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Siamo tutte e tutti potenziali bersagli Intervista al collettivo «Arte come sopravvivenza» Intervista ad Alessandro <> Buccolieri del collettivo romano d’intervento artistico «Arte Come Sopravvivenza» (potenzialibersagli2026.noblogs.org). Redazione Ahida: Quando viene fondato il collettivo d’intervento “Arte come sopravvivenza”? Mefisto: Nel 1991 partecipai al festival internazionale dell’arte che si tenne al Forte Prenestino con “autodistruzione”, una mia opera scultorea interattiva. Un braccio spuntava da sottoterra da un frigorifero aperto come un libro sopra un leggio, il dito del braccio sfiorava un pulsante lampeggiante recante il simbolo della radioattività che, quando veniva pigiato faceva partire il brano “This is the end” dei Doors. In quella occasione conobbi Costantino Pucci, con il quale fondammo subito dopo il gruppo di intervento “Arte Come Sopravvivenza”. Lui graffitaro e grande comunicatore con ottima mimica e grande manualità, ed io, con le mie conoscenze tecniche-scultoree da orafo, collaborammo di volta in volta come gruppo, nelle varie azioni con singoli e gruppi diversi anche musicali o teatrali, nelle quali calavamo le nostre performances costruite attorno a installazioni effimere che poi distruggevamo. Con questo gruppo realizzammo alcuni interventi di grande effetto, ma critici verso il mercato dell’arte,distruggendo le opere da noi realizzate. Miravamo così a sottolineare che il nucleo dell’opera era il pensiero che l’aveva generata e l’emozione che poteva trasmettere, anche tramite la sua dissacrante distruzione. Lo facevamo in forma anonima, celati dietro il nome collettivo, consapevoli che il mercato della “merce” artistica poggia sulla firma dell’autore e la sua notorietà ne è la garanzia che ne determina il valore commerciale. Redazione Ahida: Come fu recepita dai critici d’arte mainstream quel festival d’arte internazionale? Mefisto: Di quell’evento conservo con immensa soddisfazione il ricordo di Achille Bonito Oliva respinto all’ingresso. Era stupito dal nostro diniego e continuava a ripetere che era impossibile che non lo facessimo passare, perché lui era un critico e quella era una mostra d’arte, nonostante avessimo provato a spiegare che per questo motivo proprio lui e SOLO lui non poteva entrare. Per noi quei codici comunicativi erano finalizzati alla libera espressione e non a diventare merce per il mercato che lui rappresentava dal quale volevamo essere e continuiamo a rimanere convintamente esterni ancora ora a decenni di distanza. Ancora oggi come allora non siamo produttori di “merce” artistica ma produttori di senso per scelta. Oggi come ieri usiamo quei codici comunicativi artistici per veicolare dei messaggi sociali, culturali e politicicome un tempo si usava il ciclostile. Per noi l’uso dei linguaggi artistici non è il fine ma solo un mezzo per scatenare emozioni. Redazione Ahida: Nella prima metà degli anni Novanta c’è un cambio di rotta nel vostro percorso: abbandonate la realizzazione di opere mobili ed effimere, per dedicarvi a installazione fisse e durature. Da che cosa è motivato questo cambio di prospettiva? Mefisto: Nel 1992 io e Costa, realizzammo “Sfonda il Blocco”, opera dedicata ad Auro Bruni che fu inaugurata il 19 maggio ad un anno esatto dal suo omicidio nel luogo dove venne rinvenuto il suo corpo carbonizzato dopo l’infame assalto fascista che incendiò il CSOA Corto Circuito a Cinecittà. Ancora oggi l’opera è visionabile dove fu posta. In quel momento, a causa di quell’omicidio, passammo alla realizzazione di opere durature, poiché considerammo quella nostra opera come un tassello di una futura memoria collettiva, teso a ricordare alle future generazioni gli orrori dell’efferatezza fascista. Redazione Ahida: Il 25 aprile del 1995, nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione, a piazzale Ostiense realizzate l’opera “Tutti Potenziali Bersagli”, che rappresenta una tappa importante del vostro percorso. Per la realizzazione dell’opera avete ricevuto dei finanziamenti o è stata autofinanziata dal basso? Le istituzioni cittadine hanno riconosciuto l’opera come parte integrante del patrimonio artistico della città di Roma? Nel corso degli anni le destre hanno tentata di rimuoverla? Mefisto: Voglio precisare innanzitutto che nel 1995 eravamo molto in ritardo e più persone vennero a darci una mano soprattutto in fonderia. Tra costoro voglio ringraziare Marcello Gazzellini e ricordare Franchino Pantò, un caro amico scomparso anni fa per un male incurabile Il monumento “Potenziali Bersagli” che è ubicato a Porta San Paolo davanti alla Piramide Cestia fu completamente autofinanziato da una rete di centri sociali, comitati, collettivi,realtà di base, singole sensibilità, etc. Un monumento voluto e finanziato dal basso è una storicizzazionedel sentire popolare che l’ha prodotto, come era già avvenuto per Giordano Bruno a Campo dei Fiori, o il monumento a Walter Rossi nell’omonima piazza. È un processo di attribuzione di significato storico, culturale, sociale e politico collettivo. La fotografia che fissa le emozioni di quel momento e ne proietta nel futuro il suo diffuso sentire popolare che emerge dal basso e diventerà memoria condivisa collettiva. Come disse la storica dell' arte Marisa Dalai Emiliani nel 1995 quando firmò il nostro appello per difendere il monumento dedicato alle vittime della persecuzione nazifascista a Porta San Paolo dopo le richieste di rimozione - prima del consigliere comunale Augello dell' MSI e poi del Sovrintendente alle Belle Arti di Roma Professor Eugenio La Rocca - : “[…]un monumento è un fenomeno culturale antropologico, il segno che una civiltà lascia dei suoi fermenti, della sua presenza, del suo passaggio”. Poi disse anche " Roma esiste da oltre duemila anni, ma ha continuato a vivere e aprodurre tracce della propria civiltà. Questo monumentotestimonia oggi il sentire dell’attuale società così come le vestigia romane testimoniano la civiltà di duemila anni fa ed hanno entrambi lo stesso diritto a restare dove sono state poste". Nel 2007 Potenziali Bersagli a Porta San Paolo fu censita tra le opere d’arte del Comune di Roma, nell’ultimo anno io e Costa abbiamo firmato la donazione al Comune di Roma Capitale affinché il comune possa occuparsi della messa in posa definitiva in loco, con relativi restauri conservativi e l’illuminazione pubblica con i faretti pedonabili ai piedi delle sagome. Attualmente la pratica per l’acquisizione definitiva è stata approvata dall’Assessorato alla Cultura ed è in lavorazione alla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale. Come dicevo, prima di “Sfonda il Blocco” (1991) e di “Potenziali Bersagli” del 1995, a Roma ne erano già stati finanziati erealizzati due dal basso, a parte i cippi, le targhe e le lapidi dedicati ai partigiani e alle partigiane caduti per la resistenza. Il primo fu il monumento a Giordano Bruno a Campo de' Fiori che così come lo conosciamo è la seconda statua a lui dedicata. Questa attuale è stata realizzata da Ettore Ferrari e reinaugurata per la seconda volta il 9 giugno 1889, nel luogo dove il filosofo fu arso vivo. Mentre la prima statua a Giordano Bruno era stata eretta nel 1849 durante il periodo della mazziniana Repubblica Romana. Appena finì quella breve parentesi la statua fu fatta distruggere da PapaPio IX. In seguito, e in contrapposizione al Concilio Vaticano I˚del 1869 dello stesso Papa, il movimento laico, libertario e anticlericale del tempo, diede vita ad un comitato per la sua ricostruzione – che fu precursore della Associazione Nazionale del Libero Pensiero Giordano Brano – al quale aderirono alcune tra le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, Henrik Ibsen, Herbert Spencer, Ernest Renan, Algernon Swinburne, Ernst Haeckel; Giovanni Bovio, GiosuèCarducci, Roberto Ardigò, Cesare Lombroso e Pasquale Villari. Passarono 40 anni tra la prima realizzazione del 1849 e la attuale del 1889 che ancora oggi nel 2026, dopo 137 anni, rappresenta un simbolo del libero pensiero e dell'anticlericalismo. Il secondo monumento nella storia di Roma, finanziato e realizzato dal basso è quello dedicato a Walter Rossi, nell’omonima piazza, ex Piazza Igea, realizzato da Giuseppe Rogolino e inaugurato il 30 settembre 1980 ad un anno di distanza dall’omicidio di Walter grazie all’impegno delle compagne e deicompagni dell’associazione Water Rossi. Infine, dopo quello a Giordano Bruno, a Walter Rossi, ad Auro Bruni e a Potenziali Bersagli 1995 c'è Handala, il quinto monumento dal basso a Garbatella dal 16 Marzo 2024 e Potenziali Bersagli 2026 il prossimo 25 Aprile sarà il sesto. Handala, che è a Largo Delle Sette Chiese, denuncia il GENOCIDIO in atto in PALESTINA, ed è stato realizzato grazie all' impegno di Yalla e Rete Antifascista Roma Sud. Handala è una citazione del personaggio del bambino palestinese nato nel 1969 dalla matita del fumettista anch'egli palestinese Naji Al Alì, ucciso a Londra nel 1987. A parte questi esempi di monumenti finanziati e realizzati dal basso, tutti gli altri soprattutto a Roma, ma non solo, sono sempre stati o monumenti realizzati per volere del potere costituito,finalizzati a perpetrare la sua futura e imperitura memoria, o al massimo oggetti estetici di arredamento urbano, senza però nessuna pretesa di voler veicolare alcun messaggio di denuncia o diventare pietre miliari di una futura memoria collettiva condivisa. Il blocco scultoreo delle cinque sagome di potenziali bersagli del 1995 e quello di potenziali bersagli 2026 che inaugureremo il prossimo 25 aprile sono entrambi, in qualche modo un anti-monumento. Sono entrambi a misura ed altezza umana, attraversabili e interattivi a livello della strada, e non posti su piedistalli metri sopra il livello stradale. Interattivi perché ognuno può vedere la propria immagine riflessa nel simbolo di morte della sagoma da tiro al bersaglio in acciaio specchiato. Redazione Ahida: Parlaci della nuova opera che state realizzando in vista del prossimo 25 aprile 2026. Mefisto: Potenziali bersagli 2026 sono la sesta e la settima sagoma delle cinque sagome di Porta San Paolo del 1995. Hanno lo stesso nome e ne sono il proseguimento. Nelle prime cinque di trentuno anni fa avevamo rappresentato le cinque tipologie delle comunità perseguitate e internate nei campi di stermino naziste(triangolo rosa omosessuale, triangolo azzurro immigrato, stella di Davide ebrea, triangolo rosso antifascista, triangolo marrone rom, due donne, due uomini, un omosessuale) ed erano state inaugurate nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione. Quell blocco scultoreo a Porta San Paolo è comunque un’opera commemorativa, dedicata ad uno sterminio terminato nel 1945, ossia cinquanta anni prima. Queste due sagome, una donna e un bambino palestinese che inaugureremo il prossimo 25 aprile, non sono come quelle un monumento alla memoria di una persecuzione del passato, ma affermano: fermiamo il GENOCIDIO del popolo palestinese, ora mentre la storia scorre! Redazione Ahida: Cosa vi piacerebbe fare dopo questo 25 aprile, quali progetti per il futuro? Mefisto: Ci piacerebbe esportare repliche di Potenziali Bersagli 2026, dedicate al genocidio del popolo palestinese, in tutte le maggiori capitali del mondo ed anche nelle altre città italiane. Se ce lo propongono, comitati in grado di coprire le spese dei materiali e della messa in posa, noi saremmo lieti di farlo offrendo il nostro lavoro gratuitamente come sempre, senza alcun compenso, da attivisti quali siamo io e Costa. Il concetto di potenziali bersagli purtroppo è sempre lo stesso ed ètragicamente attuale: c’è una sagoma da tiro al bersaglio dentro troppe tipologie di umanità perseguitate. Se fosse stato per me avrei già dedicato una sagoma da tiro al bersaglio agli immigratimorti alle porte dell’Europa nel tentativo di arrivare sulle coste di Cutro e Lampedusa, o agli immigrati perseguitati dalle squadracceICE negli USA di Trump. Oppure una sagoma dedicata al genocidio del popolo curdo e alla resistenza del Rojava. Ci vediamo il 25 aprile a Piazza delle Camelie a Centocelle, quartiere romano medaglia d’oro alla resistenza. Buon 25 aprile di liberazione con la Palestina nel cuore. È possibile contribuire al crowfunding per le spese dei materiali del monumento Potenziali Bersagli 2026 al seguente linkhttps://potenzialibersagli2026.noblogs.org/partecipa-al-crowdfunding-su-produzionidalbasso/ 2
- guerre
Piovono euro sull’industria «necessaria» di Crosetto e Leonardo S.p.A. Le relazioni con Israele Thomas Berra Il documento analizza la crescita esponenziale dell’industria militare europea, con particolare attenzione al ruolo dell’Italia e di Leonardo S.p.A., in un contesto globale segnato da guerre, tensioni geopolitiche e nazionalismo. Si evidenzia come il concetto di <> stia sostituendo quello tradizionale di <>, legittimando l’aumento della spesa militare e l’intreccio tra interessi economici, industriali e politici. Leonardo, insieme ad altre imprese europee, è coinvolta in progetti strategici che spaziano dall’aerospazio al nucleare, consolidando partnership internazionali anche con paesi controversi come Israele e Turchia. Il documento critica il concetto di dual-use, spesso usato per giustificare lo sviluppo e l’export di tecnologie militari, e denuncia la complicità istituzionale nel sostenere aziende coinvolte in operazioni belliche. In particolare, si mette in discussione l’eticità delle relazioni industriali con Israele, alla luce delle violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi. Infine, si sollevano dubbi sull’effettivo impatto occupazionale dell’industria bellica, spesso sovrastimato rispetto ai benefici economici per pochi grandi attori. Premessa E’ un periodo complicato per la comunicazione politica: chi rappresenta il cardine del crollo dell’ordine internazionale, la guerra russo-ucraina, la guerra di Israele al popolo palestinese o l’attacco israelo-americano all’Iran? Ma c’è anche Trump, il Nerone contemporaneo: il presidente contemporaneo che ha elevato la forza militare a nuovo paradigma, che permette alle nazioni più potenti di sentirsi svincolate dal sistema giuridico internazionale. Con Israele si è tornati alla guerra preventiva (Iran), all’annessione illegale di un territorio (Gaza), al genocidio di un popolo (palestinese). Si è depotenziato il processo diplomatico, delegittimato il diritto internazionale, si è rafforzata l’idea che solo l’arma atomica può rendere sicuro uno Stato. Se il ritorno del nazionalismo favorisce la forza militare come soluzione alle crisi economiche ed energetiche, ai cambiamenti climatici e alle dinamiche migratorie, allora l’unica strategia per i paesi europei è quella di allinearsi con gli USA. Italia e Germania si impongono come i più stretti alleati di Israele. Triste binomio. I governi Meloni-Merz hanno avallato la guerra di aggressione di Israele. Gli omicidi mirati diventati una pratica comune in guerra. L’aumento eccezionale della spesa militare tedesca ha come obiettivo esplicito il potenziamento della Bundeswehr (Forze armate): far diventare la Germania la più forte forza armata convenzionale in Europa sperando che un livello di spesa così elevato possa consentire all'Unione europea di diventare una potenza militare di primo piano sulla scena mondiale. In questo scenario, l'Europa, dotata di una moneta mondiale forte e di una politica economica indipendente, potrebbe diventare leader mondiale, sotto la guida tedesca. [*] In Italia Stefano Pontecorvo e Roberto Cingolani, rispettivamente presidente e amministratore delegato del gruppo industriale Leonardo, sostengono che nello scenario mondiale attuale, caratterizzato da molteplici conflitti, sia necessario <>. In un mondo <>, per l’industria bellica non c’è alternativa alla guerra, per cui nello Studio Strategico <> si consiglia un <>. [1] 1) Il percorso del riarmo nazionale europeo Al termine dei lavori del summit NATO in Olanda, la fedelissima del presidente Trump, l’italiana Giorgia Meloni, ha sostenuto che <> Parole senza fondamento: all’alleanza politico-militare NATO importa che ogni paese contribuisca in modo adeguato alla difesa comune e che sia efficiente e mirata. Le operazioni militari sono condotte con forze messe a disposizione dagli stati membri, su base volontaria, sotto il comando di un comandante NATO, secondo piani operativi concordati e con il principio del consensenso. Non è un problema della NATO se il comparto militare europeo sia frammentato grazie alle resistenze nazionali. Per Meloni non è un problema aumentare la spesa militare del 5%, meglio se in dollari, sebbene il 64% delle armi importate dalla UE sia già statunitense. E’ bastato il solo annuncio del piano <> per fare aumentare, in un solo giorno (3 marzo), il valore delle azioni sul mercato azionario della tedesca Rheinmetall (+15,2%), della francese Thales (+16,9%) , della londinese Bae Systems (+14%), infine anche delle italiane Leonardo (+16,13%) e Iveco (+6,15%) [3]. Il Consiglio Europeo, non il Parlamento, ha approvato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro. Di questi 150 miliardi saranno garantiti da obbligazioni emesse dall’Ue [4]. Una spesa che non servirà a creare un mercato unico della difesa perché, in ultima istanza, sarà prerogativa di ogni Stato membro [5]. Parallelamente alla decisione del parlamento tedesco di avviare un proprio <> (centinaia di miliardi di euro in spese militari e infrastrutture), la Commissione europea, rende pubblico il Libro Bianco in cui si afferma sorprendentemente che <> Nel libro bianco sono elencate le aree che rappresentano le criticità da colmare, indicata la mobilità militare (una rete europea di corridoi terrestri, aeroporti, porti marittimi ed elementi e servizi di supporto). La logistica ha da tempo assunto un ruolo fondamentale. L’Action Plan on Military Mobility 2.0. è un piano d'azione per rendere i movimenti transfrontalieri più rapidi e una cooperazione più stretta. Nel 2024 la Commissione europea ha incoraggiato gli Stati membri e i promotori di progetti, a presentare proposte che possano apportare benefici non solo all'uso civile, ma anche alla mobilità militare. Esempi di progetti dual-use in Italia sono: adeguamento del viadotto di Binasco sull'autostrada A7 tra Milano e Genova, del Bacino Portuale di Genova Sampierdarena - Parco Fuori Muro sul corridoio Reno-Alpi e collegamento ferroviario con il porto di La Spezia ei lavori relativi alla nuova Stazione Ferroviaria di La Spezia Marittima. Rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, soluzioni saranno basate sull’intelligenza artificiale utilizzando il supercomputer Davinci-1. [7] L’11 giugno la Banca europea per gli investimenti (Bei) ha triplicato il programma di finanziamento per l'industria della difesa europea a 3 miliardi di euro, e ha siglato un accordo con Deutsche Bank per iniziare a convogliare i fondi alle aziende europee del settore militare. E’ la prima volta che la Bei fornisce un finanziamento 'intermediato' per il settore della difesa concedendo un prestito di 500 milioni di euro all'istituto tedesco, che a sua volta presterà i fondi alle piccole e medie imprese attive nella catena di approvvigionamento della sicurezza e difesa della Ue. [8] A giugno la Commissione Europea ha presentato un pacchetto denominato “omnibus della difesa”, da attuarsi in due tempi, con l’obiettivo di ridurre la burocrazia per l'industria della difesa europea, tra cui piani per tempi di rilascio delle autorizzazioni più rapidi e l'annullamento di alcune normative ambientali dell'UE. Per il 2026 si prevede di approfondire le direttive sugli appalti pubblici poiché i rappresentanti degli affari bellici si lamentano delle difficoltà dovute agli ostacoli burocratici, e la mancanza di impegni finanziari a lungo termine in grado di garantire investimenti nelle linee di produzione. Fra le proposte più rovinose vi sono l'annullamento delle normative ambientali, e ancora, sempre in seguito alle richieste delle aziende del settore della difesa, permettere ai singoli paesi dell'UE di approvare l'uso di prodotti chimici per tutti gli scopi di difesa o vietarli del tutto, lasciando loro maggiore libertà di azione nell'applicazione delle norme ambientali. [9] Lo spostamento a destra dell’Unione europea si vede anche nella opposizione alle politiche energetiche verdi. Vi sono almeno tredici paesi europei (fra cui l’Italia), l’Alleanza Nucleare Europea, che hanno chiesto investimenti per 241 miliardi di euro alla Commissione europea. Questi investimenti dovrebbero arrivare entro il 2050 per cui la Commissione sta elaborando i possibili strumenti finanziari e come attirare investitori privati. A investire nell’atomo ci sono anche i giganti tech, fra cui Amazon, Google e Microsoft, perché si avvalgono dei data center, e gigafactory, che hanno bisogno di reattori (puntano alla costruzione di mini reattori) per avere energia 24 ore su 24. Anche il Piano europeo [10] contempla la costruzione di piccoli reattori modulari (SMR), impianti costituiti da reattori a fissione che utilizzano la scissione del nucleo di atomi pesanti, come l’uranio-238. Ad oggi gli Smr non esistono neanche come prototipi in nessun paese occidentale. Dopo il fallimento del reattore NuWard promosso dalla francese Edf a cui ha partecipato l’Italiana Ansaldo Nucleare, pur di garantire la sopravvivenza del nucleare l’Italia (l’Alleanza nucleare), attraverso la regia del Mef guidato da Giancarlo Giorgetti, ha creato una newco con Enel (51%), Ansaldo (39%) e Leonardo (10%). Progetto portato avanti dal ministero dell’Ambiente e del Made in Italy che cerca di superare con nuove norme sia il referendum del 1987 sia quello del 2011. [10] L’entusiasmo per gli Smr ha coinvolto Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri S.p.A, che ha affermato: <>. [11] Nel 2023 newcleo, azienda impegnata nello sviluppo di reattori innovativi di IV generazione, che utilizzano scorie nucleari esistenti come combustibile, ha annunciato di aver firmato un accordo con Fincantieri allo scopo di sviluppare uno studio di fattibilità per la propulsione navale nucleare. [12] L’industria della difesa europea C’è una spiegazione se l’industria della difesa europea è più piccola di quella statunitense per dimensioni, occupazione e fatturato: il complesso militare-industriale deve rappresentare lo status di grande potenza (benché in declino) degli Stati Uniti. Eppure nel Libro Bianco o ‘Defence Readiness 2030’ i problemi della difesa europea sono affrontati solo in termini di ammodernamenti, migliori coordinamenti e ancora, in linea con la cifra di questa epoca, con il tecnologismo. Alle nuove tecnologie il compito di definire nuovi orizzonti affidando, nello specifico, alle dual-use il compito di rafforzare l’autonomia tecnologica e la competitività dell’Europa. Alle realtà industriali, quelle più competitive, tutte in mano a fondi d’investimento perlopiù statunitensi, si delegano tecnologia e geopolitica. [13] Fra le imprese europee Airbus si colloca al primo posto. Airbus è l’unico gruppo europeo nato dalla fusione di imprese francesi, tedesche e spagnole. E’ organizzato in tre divisioni principali: Airbus Commercial Aircraft, Airbus Defence and Space, e Airbus Helicopters. Il ramo militare Air di Airbus è stato il più redditizio nel 2024 con 12 miliardi di euro di fatturato, eppure dal 1 luglio l’azienda ha annunciato che avrebbe ridotto fino a 2.043 posizioni in seguito a un cambiamento nell’organizzazione delle tre linee di business: Air Power, Space Systems e Connected Intelligence. Mike Schoellhorn, CEO di Airbus Defence and Space, ha dichiarato che l’attuale panorama geopolitico richiede un’industria europea della difesa e della sicurezza più forte, più veloce e più resiliente. In sostanza ridurre la base dei costi fissi dell’azienda significa ridurre l’occupazione. [14] La francese Thales è al terzo posto, dopo Leonardo, è un gruppo specializzato in elettronica militare e sistemi di difesa avanzati. Nella divisione Cybersecurity & Space si occupa di soluzioni per la difesa cibernetica e satelliti militari, nei sistemi missilistici partecipa al consorzio MBDA. Nel 2024 ha fatturato 20 miliardi di euro (20,6 miliardi di euro, in crescita dell'11,7%) e 25 miliardi di euro di ordini (25,3 miliardi di euro, in crescita del 9%). Le vendite della divisione difesa, che rappresenta più della metà del fatturato del gruppo, sono aumentate del 13,9% su base annua, crescita trainata in particolare dai sistemi terrestri e aerei come i veicoli e i sistemi tattici, o i radar di superficie. Tuttavia anche Thales, nonostante la crescita record, ha annunciato 1.000 tagli di posti di lavoro nel settore spaziale per via del calo della domanda di satelliti per telecomunicazioni europei. Il gruppo dichiara che la divisione spazio sebbene abbia riportato ricavi praticamente stabili, ha però registrato perdite dovute in particolare a un previsto aumento della spesa in ricerca e sviluppo e ai costi di ristrutturazione. [15] La tedesca Rheinmetall è il principale produttore europeo di veicoli corazzati, artiglieria e munizioni, sistemi di difesa aerea basati su cannoni, ed è l'unico fornitore di un'intera gamma di sistemi di controllo del fuoco, lanciamissili guidati protetti e integrati. Con la tristemente famosa startup californiana di software per i droni Anduril (dispositivo usato dall’Idf per generare obiettivi da bombardare nella Striscia) Rheinmetall ha annunciato una collaborazione per costruire droni da combattimento e missili per i mercati europei. Nel primo trimestre 2025 ha registrato un incremento del 46% delle vendite rispetto all’anno precedente, i ricavi hanno raggiunto i 2,3 miliardi di euro grazie a una crescita del 73% nel comparto difesa, che da solo ha generato 1,8 miliardi. Armin Papperger, presidente del comitato esecutivo, ha affermato: “Negli ultimi due anni abbiamo investito quasi 8 miliardi di euro per costruire nuovi impianti, effettuare acquisizioni e garantire le catene di approvvigionamento”. La fase positiva dell’azienda è così consolidata che sta pensano di riconvertire in beni militari i siti di Berlino e Neuss, le sue fabbriche produttrici di componenti per automobili. Sta anche valutando di acquisire uno stabilimento vuoto della Volkswagen a Osnabruck. [16] In Italia Rheinmetall è proprietaria di tre stabilenti, le due RWM per la produzione di bombe, mine e munizioni a Ghedi (BS) e Domusnovas (SU), e la terza Rheinmetall a Roma per i radar Skynex, lanciatori, cannoni anti-droni, ecc. Per soddisfare la domanda di sistemi per la difesa aerea, l’azienda sta pianificando l’espansione della fabbrica con la demolizione di un vecchio stabile adibito a uffici. La sede di Roma è stata scelta come sede legale della recente joint venture tra il gruppo e Leonardo per la costruzione di mezzi corazzati e blindati. [17] 2) Le guerre e il riarmo aumentano solo i profitti dell’industria bellica Da inizio anno i due colossi della difesa italiani, Fincantieri e Leonardo, hanno registrato forti rialzi in borsa, rispettivamente del +135% e +83%. Nel 2024 l’area studi di Mediobanca pubblica un rapporto sul Sistema Difesa individuando cento aziende del comparto che hanno la propria sede legale in Italia. Si tratta di imprese in gran parte tipicamente dual-use, ovvero venditrici di prodotti e servizi sia nel mercato civile che in quello della sicurezza. E’ rilevante la presenza di gruppi stranieri nella Difesa italiana: 36 delle 100 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 25,1% del fatturato aggregato (di cui il 12,2% europeo e il 10,1% statunitense). Questo significa che se l’autosufficienza italiana nelle forniture militari si pone su un piano meno nazionale ma più europeo e atlantico, anche l’autonomia politica viene diminuita. Il contributo delle società a controllo statale italiano si attesta al 59,3% dei ricavi aggregati, mentre nel 2023 il valore aggiunto all’industria della Difesa è stato pari a circa lo 0,3% del Pil italiano. [18] La maggior parte delle aziende della difesa e sicurezza e aerospazio sono federate presso la costola di Confindustria AIAD,. L’attuale ministro della difesa Guido Crosetto è stato presidente AIAD dal 2014 al 2022 (anno di incarico a ministro), senior advisor di Leonardo e presidente di Orizzonte Sistemi Navali, passando così da lobbista a ministro della difesa. L’articolo pubblicato dal quotidiano Domani “Così il nuovo ministro della Difesa Guido Crosetto ha incassato milioni di euro da Leonardo” non è solo un lungo elenco di denaro percepito dal ministro negli anni, ma il racconto degli interessi che stanno dietro all’intreccio armamenti, politica e forze armate. L’attuale presidente di AIAD è Giuseppe Cossiga, da marzo anche presidente MBDA Italia, mentre Carlo Festucci (ex Fiom-Cgil), è saltato dal segretario generale in anticipo perché poco apprezzato da Leonardo che eroga oltre il 60% dei contribuiti versati ad AIAD. Da qualche mese si parla di colloqui a tre fra Thales e Airbus e Leonardo per la creazione di un gruppo europeo dei satelliti, alternativo a Starlink di Elon Musk. L’accordo contiene il rischio di danneggiare tutta una filiera del settore spaziale: “Genera timori la fusione di tre grandi aziende europee, due delle quali (Thales ed Airbus) in grave crisi nel settore spazio”. Secondo Marco Lisi Turriziani, membro del cda dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), circa 400 imprese da 3 miliardi di fatturato, la fusione che ricalcherebbe il modello MBDA, rischia di “marginalizzare, se non cancellare, il ruolo delle Pmi italiane, che oggi rappresentano il cuore della filiera spaziale nazionale”. L’enorme flusso di denaro che si prevede inonderà l’industria della difesa non significa diffusione di lavoro sul tessuto produttivo, perché ogni consorzio o programma che si sviluppa in cooperazione significa margini risicati per le filiere di ogni nazione. In questo caso si teme il prevalere di logiche franco-tedesche sulle scelte di fornitura. In stato di agitazione ci sono anche gli stabilimenti pugliesi e campani della vecchia divisione Aerostrutture (produzione civile) di Leonardo. Secondo l’azienda negli stabilimenti del sud permane il problema di un basso livello di profittabilità e di efficienza. Dall’incontro del sindacato con l’azienda a luglio, è emersa la preoccupazione per la dismissione dell’attuale produzione civile a Pomigliano d’Arco (NA), a favore di quella militare di MBDA. Come si può notare dalla nota sindacale l’aumento della produzione militare è gradito: “per quanto riguarda MBDA, Fim Fiom Uilm confermano la positività dell’investimento sull’area campana con incremento della produzione” basta salvaguardare “i livelli occupazionali compresi quelli dell’indotto e la salvaguardia di tutti i siti e delle proprie missioni”. Fincantieri è la seconda società del settore difesa a controllo pubblico: il 71,25% è di proprietà CDP Equity S.p.A., società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti. Il resto del capitale è distribuito tra vari azionisti che non superano il 3% delle quote. Nella classifica del SIPRI si pone al tredicesimo posto per ricavi nella UE. Il suo business si articola intorno a tre divisioni, crocieristico, militare e navi specializzate offshore (pattugliatori costieri, navi trasporto di GPL, rompighiaccio, ecc.) a cui bisogna aggiungere il nuovo segmento Underwater (linea di business comprata da Leonardo con Wass Whitehead Alenia Sistemi Subacquei) che comprende sottomarini e droni subacquei. L’amministratore delegato Pierroberto Folgiero si adegua al refrain del dual-use sostenendo la scelta di entrare nel mercato delle infrastrutture critiche sottomarine, nei sistemi integrati subacquei, ovvero nello sviluppo di soluzioni dual-use. L’azienda conta di assicurarsi circa 20 miliardi di euro della spesa militare europea e italiana per riorientare le priorità di bilancio al 30% dei ricavi entro il 2027, puntando su navi da guerra, fregate, cacciatorpedinieri e portaerei (+ 10%) e nel settore Underwater (+ 18%). Viceversa il settore delle navi da crociera si ridurrà dal 44% a circa il 35% delle vendite. L’obiettivo prevede la ricollocazione della produzione di scafi per le navi da crociera dai cantieri di Castellammare di Stabia e Palermo in Romania (presso i tre stabilimenti Vard,controllata norvegese del Gruppo), e in Vietnam nel cantiere Vard di Vung Tau la produzione di navi specializzate. Per sfuggire dall’accusa di voler militarizzare tutta la produzione italiana, Folgiero precisa che “l’assemblaggio finale dello scafo e l’allestimento delle navi da crociera di Fincantieri rimarranno presso gli stabilimenti italiani di Monfalcone, Marghera, Ancona e Genova” e sottolinea che sono le competenze e le capacità presenti nei siti civili italiani a dare impulso alla capacità di costruzione navale militare. [19] Nel campo delle collaborazioni, dopo il lancio nell’ottobre scorso di una Innovation Antenna in Silicon Valley, l’azienda ha annunciato l’apertura di una nuova Innovation Antenna (hub) in Corea del Sud, nel cuore del distretto tecnologico di Seoul ecosistema in forte crescita nei settori della cantieristica navale, automazione e robotica. [20] Nel 2020 l’Italia vende due fregate Fremm all’Egitto, dopo una trattativa portata avanti da Palazzo Chigi e Fincantieri, nel pieno di una inchiesta osteggiata dal governo egiziano per arrivare alla verità sul rapimento, le torture e l'uccisione del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni. [20] Le due fregate, destinate inizialmente alla Marina militare italiana, sono state vendute scontate di circa 210 milioni di euro e in barba alla la legge italiana in materia di export di armamenti. Vietato l’export di armamenti verso Paesi che non rispettano i diritti umani. [21] L’industria necessaria di Guido Crosetto Il 9 giugno la Fondazione Einaudi ha presentato il paper “Difesa, l'industria necessaria”, presenti fra gli altri il ministro della difesa Guido Crosetto e il professor Alberto Pagani, docente all’università di Bologna e autore dello studio. L’indagine è una esaltazione dell’irrinunciabilità dell’industria della difesa: “Investire nella difesa è essenziale sia per garantire sicurezza e capacità di deterrenza, sia per produrre, attraverso la ricerca scientifica, tecnologie che generano sviluppo economico”. [22] I problemi nascono quando integrità dei dati, concetti e argomenti portati a supporto non sono contestualizzati e verificati. Nel testo si fa riferimento ai dati economici (fatturato, occupazione, valore, ecc.) forniti dall’AIAD ma si omette il principio fondamentale, che sta alla base di queste aziende, ricordato dal presidente di AIAD: l’industria della difesa nazionale è un soggetto economico al servizio degli indirizzi politici del Paese in tema di difesa e sicurezza. E’ dunque investita da tutti questi fenomeni anche e soprattutto a causa della sua peculiare natura: pur conservando la forma di azienda e quindi la soggezione alle regole del mercato, essa non può sottrarsi dall’essere partecipe degli indirizzi di politica di sicurezza e difesa e di politica estera che provengono dal governo e dal parlamento. [23] Pertanto non si può trascendere dai fattori da cui dipende: contesto strategico, bilancio, domanda interna ed estera, concorrenza internazionale, ecc. Almeno altri due argomenti, dopo quello occupazionale e del ritorno economico, subiscono una declinazione fuorviante: 1) trasferimento di tecnologie dal militare al civile “tecnologie sviluppate per scopi militari possono essere adattate e commercializzate per uso civile” e 2) concetto di dual-use concepito come sovrapposizione del primo “gli investimenti militari in ricerca e sviluppo spesso portano a scoperte scientifiche e tecnologiche che poi trovano applicazioni nel settore civile”. 1) Per capire cosa vuol dire “trasferimento di tecnologie” può aiutare la lettura del libro “Trasferire tecnologie. Il caso del trasferimento tecnologico di origine spaziale in Europa” di Fabio Biscotti e Marco S. Ristuccia del 2006. Il testo non è solo una raccolta di informazioni e opinioni sul trasferimento tecnologico spaziale in Europa, ma mette in luce innumerevoli aspetti critici che hanno impedito, soprattutto in Italia, la creazione di un modello di successo. Illuminante è la constatazione presente nella Introduzione: “Se la parola chiave di ogni discorso sullo sviluppo economico è innovazione il contesto è spesso la ripetizione stanca e acritica di frasi fatte”. Gli Stati Uniti sono gli unici ad aver costruito, con buoni risultati, un percorso di trasferimento tecnologico partendo dalla ricerca spaziale. La ricerca spaziale utilizza tecnologie polivalenti e contribuisce alla loro produzione (si ricorda il progetto Apollo 1961-1972) . La NASA è, ovviamente, l’agenzia che ha potuto raccogliere più casi (1992-2002) di ricadute positive in più settori industriali/merceologici: minerario, petrolifero, chimico, medico, spaziale, automobilistico, navale, controllo della Terra, ICT (computer, e-learning e e-commerce). Le aree tecnologiche che hanno maggiori probabilità di trasferimento sono software, materiali, sensori, automazione e robotica, elettronica. Dal 2006 ad oggi l’Italia è rimasta ferma. Più articoli ne hanno indicato i motivi: perdurante assenza di un disegno istituzionale coerente, problemi di finanziamento misto pubblico-privato, rete territoriale diffusa ma coordinata, distinzione tra i soggetti più vicini al mondo della ricerca e soggetti più vicini alle imprese, creazione di centri di innovazione (pochi esempi). [24] 2) La storia del concetto dual-use si intreccia con lo sviluppo della tecnologia spaziale. In particolare, quando il dominio nello spazio diventa uno dei pilastri del nuovo modo di concepire la guerra, si comincia a promuovere l'utilizzo delle stesse tecnologie sia per applicazioni commerciali sia militari/civili. Efficienza e basso costo sono stati i due elementi che hanno spinto il governo degli Stati Uniti, sin dagli anni ‘80, a collaborare con attori commerciali per sviluppare e gestire tecnologie di derivazione spaziale. Tuttavia l’amministrazione Clinton, nel 1993 ne è stata la massima sostenitrice con l’approvazione del programma Technology Reinvestment Project (TRP). Il programma doveva sperimentare una metodologia in grado di migliorare i risultati di progetti tecnologici a duplice uso. La strategia si basava sulla consapevolezza che isolare una base industriale di difesa era costoso e poco gestibile, e non consentiva di capitalizzare l'innovazione nel settore commerciale dove frequentemente nascono le tecnologie all'avanguardia. [25] Come già accaduto, anche il programma TRP ha subito diverse fasi critiche e sostituzioni perché si dovevano giustificare investimenti commerciali di fronte ai detrattori della strategia a duplice uso. Procedura dovuta poiché i fondi provenivano dal bilancio della difesa, quindi i finanziamenti assegnati dovevano essere giustificati al Congresso in termini del loro presunto valore esclusivo per la difesa nazionale. Negli anni novanta le politiche dell'amministrazione Clinton sembravano premiare solo i gruppi che già beneficiavano della nuova economia high-tech, ma è importante ricordare che in quegli anni i colossi della difesa statunitensi attuali sono nati da fusioni (oligopoli) e dalla entrata massiccia nell’azionariato di soggetti finanziari. Oggi le multinazionali più potenti, quali Amazon, Microsoft, Meta e Google, sono i nuovi competitors del complesso militare-industriale. [26] Il 13 giugno 2025 il quotidiano Wall Street Journal pubblica l’articolo “The Army’s Newest Recruits: Tech Execs From Meta, OpenAI and More” in cui si afferma che dirigenti delle aziende high-tech Meta, OpenAI e Palantir si uniranno alla Riserva dell'esercito con il grado di tenente colonnello per prestare servizio nel Distaccamento 201. [27] Il nuovo Corpo che ha come compito unire competenze tecnologiche all'avanguardia con l’innovazione militare. L’esercito prevede di eliminare sistemi ritenuti obsoleti per acquisire capacità "a duplice uso" sfruttando tecnologie commerciali già pronte all'uso. “Le guerre ai confini dell’Europa e in Medio Oriente dimostrano che la tecnologia ha ancora una volta cambiato il campo di battaglia. Il nostro esercito deve cambiare di conseguenza" ha dichiarato Shyam Sankar, direttore tecnico di Palantir. Anche Roberto Cingolani, ad di Leonardo S.p.A. in una audizione parlamentare del 2023, ha inserito le multinazionali USA IBM, Amazon, Google, Microsoft e SpaceX fra i nuovi competitors definiti non convenzionali. Nel 2024, nell’audizione su “Indagine conoscitiva sull'intelligenza artificiale: opportunità e rischi per il sistema produttivo italiano” oltre a lodarsi per le sue capacità, si è vantato di aver segnalato, nel 2017, l’arretratezza tecnologica di Leonardo in tema di digitalizzazione nell’organizzazione del lavoro, nei processi produttivi e nella qualità dei prodotti. Serviva un supercomputer, capacità di calcolo, offrire servizi di cloud computing nella aerospace and defense, sviluppare AI. Ha omesso però di dire che Amazon e le altre aziende big tech, oltre a detenere potenza di calcolo e una memoria di massa, grandi quantità di informazioni in grado di istruire algoritmi di tutti i tipi, sono scelte dal Pentagono per la capacità di offrire infrastrutture, know-how, sistemi di intelligenza artificiale e soluzioni innovative molto più velocemente e a costi più bassi rispetto ai colossi militari. [28] Insomma se il Pentagono torna a guardare all’innovazione commerciale per trasformare le proprie capacità belliche, Cingolani per affrontare la connessione fra cyber sicurezza, reti di comunicazione (4G e 5G satellitare) e cloud deve allearsi con questi colossi. Con Ericsson, ad esempio, che fornisce hardware e filiera di prodotti per consentire alle piattaforme di Leonardo di comunicare. Con Microsoft e Accenture, per proteggere le proprie infrastrutture digitali nel Regno Unito, con Cisco, per per sviluppare attività tecnologiche congiunte. E altri ancora. [29] L’aggiornamento del piano industriale di Leonardo S.p.A. (2025-2029) Come potrebbe essere il futuro della difesa e della sicurezza globale? Cingolani all’assemblea degli azionisti da dato la sua risposta: Leonardo sta costruendo le basi dei suoi prodotti e servizi futuri. Per affrontare la transizione dalla difesa tradizionale alla sicurezza globale, i suoi prodotti e servizi saranno a duplice uso: la nuova “normalità”. Passando ai risultati risultati 2024, illustra i risultati raggiunti e i passi futuri. [30] Tutti gli indicatori sono in aumento rispetto al 2023, ma ancora meglio va per le previsioni: - Gli ordini complessivi (2025-2029) sono infatti stimati in 118 miliardi di euro (contro i 105 miliardi del 2024-2028) - ordini: 20,9 miliardi nel 2024 contro i 18,7 del 2023 - ricavi complessivi (2025-2029) stimati a circa 106 miliardi (rispetto ai 95 miliardi del quinquennio 2024-2028), con ricavi nel 2024 pari a 17,8 miliardi contro i 16 del 2023 -ricavi per tipologia di mercato: 28% civile - 72% militare governativo - redditività: nel 2024 l’EBITA è stato pari a 1,5 contro 1,35 del 2023 - flusso di cassa: nel 2024 è stato pari a 830 milioni di euro. Nel 2028 dovrebbe arrivare a 1,39 miliardi e 1,53 nel 2029. La struttura azionariato è così suddivisa: 50,3% Investitori istituzionali – 30,2% Ministero dell’economia e delle finanze – 18,5% Investitori individuali – 0,5 azioni proprietaria Distribuzione geografica degli azionisti istituzionali: 57,49% Nord America – 15,7% Regno Unito – 9,5% Resto del mondo - 8,4% Resto d’Europa – 5,1% Italia – 3,9% Francia Nota: in linea con la strategia di internazionalizzazione messa in atto dalla Società, l’azionariato è passato da prevalenza domestica ad una internazionale: Attualmente ca. il 90% del flottante istituzionale è estero. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze rimane l’azionista maggioritario che detiene poteri speciali grazie alla golden share. Leonardo è una S.p.A. a controllo pubblico. Nel 2024 il fondo Blackrock ha ottenuto l'ok del governo Meloni per salire sopra alla quota del 3% del capitale di Leonardo. Il fondo americano guidato da Larry Fink è già presente in Enel, Unicredit, Intesa, Banco Bpm e Italo. Cingolani soddisfatto: “Buon riconoscimento” Profilo anno 2024: lavoratori nel mondo: 60.468 ca (53.566 ca nel 2023) – In Italia 35.000 ca (33.306 ca nel 2023) dipendenti coperti da contrattazione collettiva 45.557 dipendenti iscritti al sindacato: 13.311 – dipendenti coperti da rappresentanti dei lavoratori 37.707 fornitori a livello globale: 11.000 - 87% dei 4.000 fornitori utilizzati in Italia sono PMI 83% degli acquisti relativi ai 4 mercati domestici con un filiera di circa 7.000 PMI acquisti per paesi: 53% Italia –19% USA –10% UK -11% resto Europa -7% resto del mondo acquisti per categoria: 56% servizi – 44% beni 11,6 MLD valore degli acquisti di beni e servizi 129 siti nel mondo - 150 paesi presenza commerciale Presenza italiana: 15 regioni, 70 siti di cui 38 produttivi Indebitamento netto di gruppo: 1.795 milioni Spesa ricerca e sviluppo: 2,5 miliardi di euro Nel 2006, durante un convegno della Cisl, il segretario della Fim Cosmano Spagnolo, riferisce che la holding della difesa Finmeccanica occupa 54.000 addetti di cui circa 9.000 all’estero. Nel 2025 Leonardo informa che in Italia occupa 35.000 ca lavoratori, 25.468 ca all’estero Numeri che contraddicono la “leggenda” che mette in diretta relazione l’aumento delle spese militari con quelle occupazionali. Remunerazione anno 2024: Presidente Stefano Pontecorvo: 490.000 di euro (252.000 nel 2023) AD e Direttore Generale Roberto Cingolani: 1.897 mln di euro (935.000 nel 2023) Condirettore generale Lorenzo Mariani: 1.846 mln di euro ((875 nel 2023) Remunerazione media dipendenti: 55.000mila (56.000 nel 2023) Rapporto tra remunerazione totale AD e quella media dipendenti: 34,5x (volte) (29,1 nel 2023) A maggio 2025 l’azienda presenta un piano di azionariato diffuso rivolto ai dipendenti battezzato Wibe (We believe in Leonardo). L'iniziativa mira a creare un maggiore coinvolgimento dei dipendenti nel capitale dell'azienda, aumentando il loro senso di appartenenza e fornendo un incentivo economico. [31] Nel Piano 2024 venivano individuate due strategie per passare dalla difesa alla sicurezza globale: - - innovazione continua, rafforzare il core business: razionalizzazione del portafoglio prodotti, piano di efficientamento, digitalizzazione in tutti i business (dei processi interni – di prodotti e servizi). - alleanze globali, fusioni e acquisizioni, accelerazione integrazione su Cyber Security, AI e Spazio. “In un mondo fatto di armi tradizionali e tecnologie digitali, nessuno può farcela da solo”: Frase che serve ad avvalorare la scelta di avviare più collaborazioni e partnership internazionali per favorire la crescita delle divisioni: Elettronica, Elicotteri, Aeronautica (creata nel maggio 2025 incorpora le precedenti Velivoli e Aerostrutture) e Cyber e Spazio. Partecipazione e joint venture Elettronica per la difesa e sicurezza, Sistemi di difesa terrestre e navale: Completata la cessione di Underwater Armaments & Systems a Fincantieri Leonardo Drs, elettronica per la difesa (71,59%) - Nel 2022 Leonardo rende noto che la controllata statunitense Leonardo DRS ha firmato un accordo vincolante per la fusione con RADA Electronic Industries Ltd., azienda israeliana leader nei radar tattici, protezione delle infrastrutture critiche, sorveglianza delle frontiere, la protezione militare attiva e le applicazioni contro i droni DRS RADA Technologies Ltd ha sede Netanya, Beer Sheva, Beit Shean in Israele, RADA Innovations LLC, RADA Sensors Inc. e RADA Technologies LLC hanno sede a Dlaware in USA Collabora con Rafael Advanced Defense Systems, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall Air Defense, ELT, Hindustan Aeronautics Ltd (HAL), Embraer e altri. Radsee Technology, radar con sede Herzliya a Israele (12%) Hensold, elettronica per la difesa (22,8%) Elettronica, elettronica per la difesa (31,33%) Larimart, elettronica per la difesa (60%) GEM Elettronica, elettronica per la difesa (65%) MBDA, sistemi di difesa missilistica (25%, 37% Airbus Group -Francia, Germania, Spagna – , 37% BAE Systems) Orizzonte sistemi navali, sistemi navali (49%) Elettronica + elicotteri: Leonardo UK, elettronica per la difesa e elicotteri PZL-Swidnik, elicotteri Kopter, elicotteri AgustaWestland Philadelphia, Elicotteri Spazio: Telespazio, servizi satellitari (67%) Thales Alenia Space, produzione satellitare (33%) Aeronautica: ATR, velivoli regionali turboprop (50%) Avio, propulsione spaiale (29,63%) Collaborazioni e partnership internazionali - Eurofighter caccia multiruolo 36% (consorzio europeo di Italia, Regno Unito, Germania e Spagna) - NH90 elicottero multiruolo 32% (consorzio europeo) - ATR velivoli turboprop (consorzio Leonardo-Airbus) - Eurodrone sistema senza equipaggio (collaborazione Francia, Italia, Spagna e Germania) - Sesar sistema di Air Traffic Management -servizi di navigazione e gestione del traffico aereo (programma di ricerca guidato da partenariato pubblico-privato di Unione Europea Eurocontrol e Leonardo) - Next Generation civil Tiltrotor convertiplano (programma EU Clean Sky 2) - Fremm fregate multimissione (collaborazione Francia e Italia). - F-35 caccia multiruolo (Italia, USA, Gran Bretagna, Paesi bassi, Norvegia, Danimarca, Canada, Australia, altri da definire) - Athena Fidus satellite (Italia, Francia) - EH-101 elicottero da trasporto (Italia, Gran Bretagna) - ESSOR software defined radio (Italia, Finlandia, Francia, Polonia, Spagna, Svezia, Germania) - FSAF-PAAMS sistema missilistico superficie aria (Italia, Francia, Gran Bretagna) - IRIS-T sistema missilistico aria/aria (Germania, Italia, Svezia, Norvegia, Grecia, Spagna, Austria) - METEOR sistema missilistico di combattimento aria/aria (Italia, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Gran Bretagna) - MIDS sistema comando e controllo (Italia, Francia, Germania, Spagna, USA) - MLRS IMPROVED sistema missilistico superficie superficie (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, USA, Finlandia) - NAEW&C (Nato airbone early warning & control) sistema radar (Italia, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Turchia, USA, Soagna, Ungheria, Polonia, Romania, Repubblica CECA) -NATO ACCS sistema comando e controllo (tutti i paesi NATO) -NILE software data link tattico multibanda (USA, Italia, Francia, Soagna, Canasa, Gran Bretagna, Germania) - NSS6G fornitura servizi satellitari alla NATO (Italia, Francia, Gran Bretagna, USA) - ORIZZONTE unità navali antiaeree (Italia, Francia) -P-DUGS segmento di terra del sistema di terra del sistema COSMO SKI MED (Italia, Polonia) - SICRAL 2 satelliti geostazionari (Italia, Francia) - STAND-OFF (Storm Shadow) sistema armamento aria/superficie (Italia, Gran Bretagna, Francia) - VULCANO munizionamento per cannone navale da 127 mm e artiglierie terrestri da 155 mm (Italia, Germania) - U-212 sommergibile (Italia, Germania, Portogallo) Recenti accordi di collaborazione: Global Combat Air Programme (GCAP) è una partnership strategica lanciata nel 2022, costituita ufficialmente nel 2024, che coinvolge governi e industrie della difesa di Italia, Regno Unito e Giappone. E’ una realtà paritaria (33,3% ciascuno) tra Bae Systems, Japan Aircraft Industrial Ehnancement (JAIEC). L’aereo è un “sistema aereo”, la piattaforma principale che si dovrebbe connettere con altri sistemi periferici pilotati e non. Destinato alle aeronautiche di Giappone UK e Italia (si parla di oltre 300 velivoli da realizzarsi oltre il 2035, export escluso), prevede investimenti di 40 miliardi di euro (1/3 dei quali italiano) da qui al 2035. Il 24 febbraio Leonardo ha sottoscritto la JV con Rheinmetall paritetica battezzata Leonardo Rheinmetall Military Vehicle (LRMV). Congiuntamente si realizzeranno sistemi di difesa terrestre: 1.050 cingolati AICS/A2CS e tank 272 MBT non solo per rinnovare i sistemi dell’esercito italiano ma da offrire sul mercato internazionale. La base delle varianti tank MBT sarà il Panther KF51 sviluppato da Rheinmetall, anche i modelli del programma AICS avranno come scafo il veicolo Lynx della Rheinmetall, questi avranno versioni antiaeree, combat, da ricognizione e anticarro. La sede operativa sarà a La Spezia (sistemi di difesa, assemblaggio veicoli), ricadute significative ci saranno presso Genova (cybersicurezza), Brescia (sistemi di difesa), Ronchi dei Legionari (simulatori), Campi Bisenzio (optronica), Roma Tiburtina (60% delle attività produttive: Comando, controllo, comunicazione, computer e intelligenge (C4, Multidomain Labs), Roma (Larimart- Intercom e Computer), Cisterna di Latina (Radar), Napoli (sistemi di comunicazione). Da questa JV Leonardo si aspetta un contributo cumulativo ai ricavi nel quinquennio pari a circa un miliardo di euro. Il 6 marzo Leonardo ha annunciato una nuova JV con Baykar, denominata LBA Systems, che consentirà di mettere insieme il meglio delle 2 aziende: le piattaforme della società turca (2 miliardi di ricavi nel 2024 e più di 700 UAV consegnati) con la sensoristica, l’integrazione (le capacità certificative su standard europei) di Leonardo. I tre campi che interessano l’accordo sono: caccia senza pilota, droni da sorveglianza armati e Uav (Unmanned Aerial Vehicle) da attacco in profondità. Un settore attualmente dominato da Usa, Cina e Israele. Gli strateghi delle nuove guerre aeree prevedono una combinazione fra velivoli senza pilota e caccia tradizionali così come prevede il modello alla base di programmi come il Gcap. Tra i siti di Leonardo coinvolti figurano: Ronchi dei Legionari, centro di eccellenza per il settore unmanned; Torino per le attività di ingegneria e certificazione, Roma Tiburtina per lo sviluppo delle tecnologie integrate multi-dominio, Nerviano per soluzioni congiunte per il settore Spazio e Grottaglie per la produzione di materiali compositi avanzati. Da questa collaborazione, che permetterà di partire con prodotti “congiunti”, sin da subito, Leonardo si aspetta un contributo cumulativo ai ricavi nel quinquennio (2025-2029) pari a 600 milioni. A fine dicembre 2024, la società turca Baykar ha comprato tutti i complessi aziendali di Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation. L’operazione è stata resa possibile grazie alla autorizzazione data ai Commissari Straordinari dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Per questo motivo sono possibili sinergie con Piaggio Aerospace per soddisfare la domanda crescente del mercato Uav. Nel 2008 Finmeccanica sigla una commessa da 1,35 mld con la Turchia per 51 elicotteri AgustaWestland AW129. Presenti il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogane e il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Per la produzione degli elicotteri, costruiti su licenza Agusta, la Tai era il 'main contractor' del committente, mentre Agusta Westland e la turca Aselsan i 'subcontractor'. Lelicottero da combattimento AW129 Mangusta (T129 per la Turchia), adibito a ricognizione tattica ed attacco bellico, è stato ampiamente usato contro i curdi nel 2018 e 2019. [32] Altri accordi di collaborazione, dunque non più solo commerciali, hanno avvicinato Leonardo a paesi arabi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. L’accordo con Edge Group permette a Leonardo di entrare nel mercato degli Emirati Arabi, di diversificare e completare i reciproci portafogli di soluzioni nei settori aereo, terrestre, navale e cyber, infine le due aziende elaboraranno una strategia globale di export. Con il Ministero degli Investimenti dell’Arabia Saudita sottoscrive un Memorandum of Understanding (MoU) per avviare una cooperazione su vari settori: spazio, manutenzione/riparazione/revisione per aerostrutture, localizzazione per sistemi di guerra elettronica, radar e per l’assemblaggio di elicotteri. In Italia nasce Nuclitalia, frutto di un accordo fra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, per occuparsi dello studio di tecnologie avanzate e dell’analisi delle opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare. [33] Nel 2025 Leonardo annuncia la creazione di nuova linea di business, la Leonardo Hypercomputing Continuum (LhyC). Simone Ungaro, nuovo condirettore generale Strategy & Innovation, l’ha definita il “motore” dell’intera sfida”: LHyC nasce con l’obiettivo di sviluppare, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, tutte le potenzialità delle tecnologie digitali. Nel dicembre 2020, presso la sede di Torre Fiumara, Genova, viene installato il supercomputer Hpc Davinci-1, e utilizzato da Leonardo per la digitalizzazione dei prodotti, delle infrastrutture e dei processi. La nuova linea di business ha lo scopo di cominciare a offrire un servizio anche all’esterno attraverso la possibilità di “affittare” l’infrastruttura Hpc e cloud (supercomputing, cloud e intelligenza artificiale). Dalla vendita di questi servizi all’esterno sono attesi 230 milioni di euro di ricavi cumulati al 2029, l’intenzione è infatti quella di uscire dal solo settore aerospazio, difesa e sicurezza, ma di mettere “l’infrastruttura di calcolo a disposizione di altri mercati, che vanno dalla salute ai trasporti, alle amministrazioni pubbliche, senza tralasciare le Pmi che sono un target molto interessante. Un esempio di sfruttamento della capacità computazionale è dato dalla possibilità di raccogliere 12 anni di voli di 1200 elicotteri targati Leonardo. Si tratta di milioni e milioni di ore di attività che abbiamo inserito nel nostro Hpc con il risultato di riuscire a predire in modo puntuale tutti gli interventi da fare sui nostri elicotteri”, dichiara il nuovo condirettore di Leonardo . A fine 2024 Leonardo e Cineca, consorzio interuniversitario tra i maggiori centri di calcolo per il calcolo ad alte prestazioni (High Performance Computing), sottoscrivono un Memorandum of Understanding (MoU) con l’obiettivo di tradurre la ricerca scientifica in applicazioni industriali concrete, e creare una filiera strutturata di servizi digitali rivolti al sistema industriale nazionale per contribuire allo sviluppo tecnologico in Italia. [34] Per attrarre giovani ricercatori di provenienza internazionale, e per, come riferisce la stessa azienda, assicurarsi un flusso continuo di talenti, flessibilità e rinnovamento di capacità e di competenze professionali, l’azienda ha creato una rete di incubatori di tecnologia, i laboratori chiamati Innovation Labs, strutture integrate in alcuni dei siti industriali presenti. I pilastri interessati sono: Intelligenza artificiale, Digital Twin, Quantum Computing, Deep Digital Technologies (big data, high performance computing e cloud). Le aree di ricerca riguardano: tecnologie quantistiche, optoelettronica, materiali, sistemi autonomi e robotici, advanced power & energy systems. Della rete dei Labs fa parte l’Aerotech Campus, presso il sito di Pomigliano d’Arco. L’accademia ha il supporto dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e ha come obiettivo la formazione e l’innovazione tecnologica. Inoltre ha aperto una sua scuola per piloti a Decimomannu. Dal piano industriale emerge quanto sia importante per Leonardo realizzare una rete con università e centri di ricerca per inserire giovani cervelli nel suo ecosistema: collaborazioni con oltre 90 università e centri di ricerca in Italia e nel mondo, oltre 170 borse di dottorato finanziate o cofinanziate attualmente attive in Italia e UK, brevetti con un +5,7% nel 2024 rispetto al 2020. I risultati delle divisioni e aree di business in euro: Elicotteri: ricavi sul rotale Leonardo 2024: 5,2 MLD (29%) ordini 2024 per 5,9 MLD – Portafoglio: 15,1 MLD previsioni 2024-2033: 52 MLD nel mercato civile – 132 MLD nel mercato difesa CAGR o tasso di crescita annuale composto 2024-2033: + 3,1% civile - +2,9% difesa Elicotteri impiegati in ambiti civili, militati, ordine pubblico, offshore, ricerca e soccorso, elisoccorso e difesa su terra e mare. Convertiplano e elicottero a pilotaggio remoto. Elettronica per la difesa: ricavi sul totale Leonardo 2024: 7,7 MLD (43%) ordini 2024 per 10,3 MLD – Portafoglio 2024: 18,3 MLD previsioni 2024-2033: 2.057 MLD nel mercato difesa CAGR 2024-2033: +3,2% Soluzioni multidominio per la sorveglianza, la sicurezza e protezione infrastrutture critiche. Sensori. Sistemi C4ISTAR ed equipaggiamenti di autoprotezione di sistemi complessi in ogni contesto. Tecnologie e servizi per la gestione in sicurezza del traffico aereo di droni e per il contrasto di droni ostili (C-UAS). Sistemi per la difesa terrestre e navale Torrette e cannoni, munizionamento e siluri. Nella trattativa per l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles il partner di Leonardo è la tedesca Rheinmetall. Le due aziende sono al lavoro per la fornitura di mezzi militari all’esercito italiano, programma che vede impegnato con una quota dei lavori del 12-15%.anche Iveco Defence Vehicles. Velivoli e Aerostrutture (ora divisione Aeronautica che riunifica le attività civili e difesa) Velivoli: ricavi sul totale Leonardo 2024: 2,8 MLD (16%) ordini 2024 per 2,8 MLD – Portafoglio 2024: 8,0% previsioni 2024-2033: 945 MLD nel mercato difesa CAGR 2024-2033: +9% difesa Asset spaziali e servizi satellitari Velivoli addestramento, trasporto tattico, supporto umanitario e antincendio, dal comamdo e controllo all’intelligence, sorveglianza e ricognizione. Velivoli a pilotaggio remoto. Velivoli di ultima generazione: velivoli ormai progettati, sviluppati e prodotti in cooperazione. Aerostrutture: ricavi sul totale Leonardo 2024: 746 MLN ordini 2024 per 692 MLN – Portafoglio 2024: 10 MLD previsioni 2024-2033: 2.675 MLD nel mercato civile CAGR 2024-2033: +7% civile Partner di programmi come Boeing 787 Dreamliner, Airbus A220 e A321 e turboelica regionale ATR. Coinvolta nella produzione e assemblaggio di componenti strutturali in materiale composito e metallo per velivoli commerciali e da difesa (es. F-35), elicotteri e aerei senza pilota. Spazio: ricavi sul totale Leonardo 2024: 906 MLN (5%) ordini 2024 per 957 MLN – Portafoglio 2024: 1,7 MLD previsioni 2024-2033: 1.697 MLD CAGR 2024-2033: +5,4% civile Asset spaziali e servizi satellitari grazie alle joint venture con Telespazio e Thales Alenia Space e partecipazione in Avio. Osservazione della terra, geoinformazione, soluzioni per la difesa e intelligence, comunicazioni satellitari, servizi in orbita bassa ed economia lunare. E’ al lavoro con Airbus e Thales per una triplice alleanza spaziale con l’obiettivo di competere con SpaceX e Starlink di Musk. Per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) partecipa ai progetti per rafforzare le competenze nazionali nella space economy e per la realizzazione del Cloud della Pubblica Amministrazione. Nell’ambito del Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM) al progetto per il primo sistema di Space Cloud per la difesa. Cyber & Security: ricavi sul totale di Leonardo 2024: 648 MLN (3%) ordini 2024 per 8333 MLN – Portafoglio 2024: 1,1 MLD previsioni 2024-2033: 1.920 MLD mercato civile e difesa CAGR 2024-2033: + 11,7 civile e difesa Realizzazione soluzioni proprietarie ancorate a tecnologie trasformative (IA, cyber, data platform) con focus settori difesa, spazio e organizzazioni strategiche. Nel dicembre 2024 Leonardo ha firmato un accordo strategico con Arbit Cyber Defence Systems, azienda danese specializzata in soluzioni di sicurezza dei dati per operazioni multinazionali e multi-dominio di Intelligence e Difesa in ambito UE e NATO. A luglio 2025 acquisisce il 24,55% della società finlandese di cybersecurity SSH Communications Security Corporation per un valore di 20 milioni di euro. Dal comunicato aziendale: “è coerente con il Piano Industriale di Leonardo e consolida la leadership europea dell’azienda nella Trusted Cyber Security“. Si tratta di quel modello di sicurezza informatica secondo il quale “la fiducia non è mai implicita, ma va sempre verificata“. Sempre a luglio acquisisce l’azienda svedese Axiomatics per consolidare la leadership nella Trusted Cyber Security e contribuire all’autonomia digitale dell’Europa. A complemento della prima frase usata nell’Aggiornamento del Piano industriale (2025-2029), la seconda sostiene che “In un mondo fatto di proiettili e byte, nessuno può farcela da solo”. Il connubio fra armi tradizionali e tecnologia digitale si è visto violentemente in azione nella guerra contro i palestinesi a Gaza. Mariarosaria Taddeo, professoressa dell’Oxford Internet Institute e filosofa specializzata nell’etica di tecnologie digitali e di difesa, spiega come sulle regole per l’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambiti di Difesa “non abbiamo nulla”. Nel 2022 è nato il board apposito della Nato (il Data and Artificial Intelligence Review Board) per lavorare “sugli standard da seguire, che verranno creati da forze delle difesa per le forze di difesa”, ma i lavori sono ancora all’inizio. E il vuoto attuale “permette sperimentazioni radicali”. È preoccupate perché per le democrazie liberali, l’uso dell’AI in difesa rischia di essere il caso in cui la democrazia sconfigge se stessa, violando i principi e i valori fondamentali”. [35] Inoltre quando Leonardo sostiene che intende facilitare “la transizione dalla difesa alla sicurezza globale” non fa altro che appoggiare il vecchio concetto di guerra preventiva, ovvero minaccia permanente di guerra che può essere scatenata quando uno Stato giudica che qualcuno è in grado di minacciarlo. 3) Le relazioni ininterrotte con Israele: il circuito informativo e quello industriale di Leonardo Il 15 luglio 2025 i ministri degli Esteri dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles, hanno deciso di non sospendere l’accordo di associazione con Israele sebbene si sia rilevato che continua a violare i suoi obblighi, in materia di diritti umani, ai sensi dell’accordo di associazione. [36] E’ dall’inizio della guerra che l’Europa si rifiuta di fermare la strage di civili a Gaza, le violenze e sfollamenti da parte dei coloni e dell'esercito israeliano, ma la sua complicità diventa ancora più odiosa quando assicura che non finanzia progetti che colpiscono Gaza: “Il Fondo europeo per la difesa è saldamente radicato nei valori dell’Ue e nel diritto internazionale” afferma un portavoce della Commissione. Di fatto una inchiesta giornalistica di Investigative Europe e del consorzio greco Reporters United, ha svelato la partecipazione dell'Israeli Aerospace Industries in 15 progetti finanziati con il Fondo europeo per la Difesa, di cui 7 avviati dopo il 7 ottobre. Un’altra inchiesta, condotta dai quotidiani belgi L’Echo e De Tijd, ha svelato l’impiego di circa un miliardo di euro del fondo Ue per la ricerca e l’innovazione (Horizon) da parte di aziende del settore bellico israeliane. Le università europee si sono divise sulla sospensione del programma Horizon Europe in Israele. Anche qui, con la scusa del dual-use, si permettono finanziamenti indiscriminati. [37] La parola “magica” dual-use emerge ovunque si parli di questioni legate agli affari militari. E’ di questi giorni di fine luglio la disputa fra il quotidiano “Il Manifesto” e il ministro della difesa Guido Crosetto per un articolo intitolato “Sulle forniture di armi a Israele il governo mente”. Nell’articolo si sostiene vi sia stato un incontro fra lo Stato maggiore della Difesa e rappresentanti militari israeliani, per discutere “un piano di cooperazione bilaterale”. La cooperazione dunque non si è fermata al 7 ottobre 2023, e non riguarda solo aziende impegnate nel settore bellico. [38] Ancora una volta il ministro viene smentito. Guide per verificare se un bene è "dual-use” e le sue regole di esportazione, si sono moltiplicate e si possono facilmente trovare su vari siti. Il 30 giugno Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, presenta un rapporto sull’occupazione che costituisce un durissimo atto d’accusa verso Israele dal titolo “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Il testo non si limita ad un elenco dei diritti violati da parte dello Stato ebraico, ma denuncia i nomi delle aziende colluse: “le imprese coloniali e i genocidi ad esse associati sono stati storicamente guidati e resi possibili dal settore aziendale”. Di fatto le partnership internazionali che forniscono armi e supporto tecnico hanno rafforzato la capacità di Israele di perpetuare l’apartheid e, recentemente, di sostenere l’assalto a Gaza. [43] Dalle maggiori big tech alle società di investimento, dalle multinazionali del settore militare alle banche, non c’è ambito che non sia coinvolto nel grande business del genocidio. Nel rapporto si sottolinea anche che la spesa militare israeliana è aumentata del 65% tra il 2023 e il 2024 per un totale di 46,5 miliardi di dollari, mentre sempre dall’ottobre 2023 la borsa di Tel Aviv è cresciuta del 179 percento per un valore di 157,9 miliardi di dollari. [39] Per questo grande lavoro Albanese è stata attaccata e sanzionata dal segretario di Stato Usa Marco Rubio: "la campagna di guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata. Sono illegittimi e vergognosi sforzi di Albanese per fare pressione sulla Corte Penale Internazionale affinché agisca contro funzionari, aziende e leader statunitensi e israeliani". Dagli USA all’Europa, dal Sudafrica al Giappone, si sono moltiplicate le manifestazioni pro-Palestina e contro il genocidio a Gaza. Contemporaneamente si diffondono informazioni che aiutano a capire le complicità dei vari paesi per denunciarne l’illegalità. Elenchi di aziende che traggono profitto dal genocidio di Gaza sono presenti nei siti di svariate associazioni, da American Friends Service Committee a Who Profits, che integra anche schede per ciascuna azienda. [40] Un sito italiano che informa avvenimenti o azioni riguardanti armi che transitano nei porti, e di conseguenza chi le produce, è Weapon Watch, Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo. Ultimamente si è visto l’articolo “Chi boicotta le armi verso Israele?” che riporta azioni di boicottaggio avvenute in Italia e in altri paesi. Storico è il movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro Israele nato venti anni fa. Come si può leggere sul sito italiano è un movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza. Il BDS sostiene il semplice principio che i palestinesi hanno gli stessi diritti del resto dell'umanità. In particolare, la sezione “Embargo militare” chiede lo stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele, organizza azioni dirette, attività di lobbying e campagne di sensibilizzazione e pressione sulle imprese che collaborano con Israele. Ha curato due dossier: “Embargo Militare contro Israele. Dossier a cura di BDS Italia che documenta lo stretto legame che intercorre fra la politica e gli armamenti e le complicità che permettono a Israele di godere di totale impunità” del 2020 e “La catena dell'impunità: Inchiesta sulla storia degli armamenti israeliani e sulle complicità dell'Occidente e dell'Italia nella guerra condotta ai danni della popolazione civile in Palestina” del 2024. [41] Middle East Eye, importante giornale online che si occupa di Medio Oriente, ha rivelato che Israele ha modificato i suoi F-35 per consentire l’attacco all'Iran del 13 giugno senza necessità di rifornimento né a terra né in volo. [42] Per Israele l’entrata nel programma era possibile dopo che Lockheed Martin, e Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, avessero concesso i diritti di modifica del velivolo. Tale modifiche sarebbero state effettuate dalle aziende Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems. Come per altri velivoli o sistemi d’arma, Israele chiede la possibilità di sviluppare una propria versione per incorporare le apparecchiature elettroniche adatte alle esigenze specifiche dell'IAF. E’ stato anche concesso il permesso esclusivo di modificare il sistema di guerra elettronica della BAE, con sottosistemi prodotti da Elbit che aumentano esponenzialmente la capacità di guerra elettronica. Con tutte le modifiche apportate, Israele ha fatto dell’F-35 un velivolo capace di modificare, (nell’operazione sono stati impiegati altri sistemi per la prima volta), gli equilibri geopolitici regionali a favore delle forze israeliane in Medio Oriente. Sebbene il costo operativo dell'F-35I sia stimato intorno ai 40.000/41.000 euro per ora di volo, inclusi il consumo di carburante, la manutenzione, i pezzi di ricambio e i costi del personale tecnico, la versione israeliana garantisce un livello di reattività tattica che è difficile da raggiungere in altri eserciti equipaggiati con l’F-35. [43] E’ un velivolo che nella versione israeliana combina il declino americano con il delirio di potenza israeliana. Attorno gli orbitano 17 Stati che lo tengono in vita. [44] Con una dichiarazione congiunta oltre 230 organizzazioni hanno chiesto ai governi che producono l’F-35 di smettere di armare Israele. [45] E’ stato accertato l’utilizzo dei caccia F-35 per bombardare i civili palestinesi di Gaza in diversi episodi, uno riguarda lo sgancio di tre bombe da 2000 libbre in un attacco alla cosiddetta “zona sicura” di Al-Mawasi a Khan Younis, che ha ucciso 90 palestinesi. Nel Regno Unito, Al-Haq e Global Legal Action Network, hanno deciso di avviare un ricorso giudiziario contro il governo perché non hanno escluso diversi componenti chiave, di loro produzione, dalla sospensione del settembre 2024 di circa 30 licenze di armi a Israele. Tuttavia a giugno l’Alta Corte di Londra ha respinto, con motivazioni incredibili, il ricorso di organizzazioni per i diritti umani contro il governo britannico, accusato di fornire componenti militari a Israele nonostante i raid su Gaza. La sentenza ha confermato la legittimità della partecipazione del Regno Unito al programma internazionale ritenendo che si tratti di una questione di sicurezza nazionale e dunque di competenza esclusiva dell’esecutivo. Nella sentenza si sottolinea che “I componenti vengono prodotti nel Regno Unito e poi spediti per l’assemblaggio negli Stati Uniti, in Italia e in Giappone, dove vengono integrati nei jet destinati ai partner internazionali, Israele incluso”. Parlando di componenti, si rileva che Leonardo UK, nella sua sede di Edimburgo, produce laser di puntamento ad alta energia venduti a Lockheed Martin per programmi che includono l'F-35. [46] A Cameri, in provincia di Novara, vi è uno dei tre stabilimenti al mondo in grado di assemblare un aereo di questo tipo. E’ l’unico impianto europeo per l’assemblaggio finale e la manutenzione degli F-35, nonché uno dei pochi autorizzati a svolgere attività di manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento. Per ora nello stabilimento vengono assemblati solo i velivoli destinati ad Olanda. In futuro, tranne la Germania che ha deciso di non fare assemblare i suoi caccia a Cameri, si aggiungeranno quelli polacchi, della Repubblica Ceca, Svizzera, Grecia e Belgio. Nel 2024, dopo una visita presso gli stabilimenti Leonardo degli Ambasciatori delle 32 nazioni appartenenti alla Nato, Segredifesa ha dichiarato che era stato illustrato “come presso gli impianti piemontesi – centro di assemblaggio e verifica finale del programma F-35 – si producano già circa un terzo degli assiemi alari per l’intera esigenza del programma internazionale, si assemblano i velivoli per l’Italia e l’Olanda e si effettuano le ispezioni più significative per i Paesi europei”.Per questo velivolo, che in parte è configurato per il trasporto delle bombe tattiche nucleari B61-12, l’Italia arriverà a spendere almeno 25 MLD di euro per 115 velivoli entro il 2035. Nel documento programmatico del Ministero della Difesa 2024-2026 si è sottolineato che al 31 dicembre 2023 il programma ha generato ricadute tecnologiche, industriali ed economiche nazionali per un valore di circa 4,7 miliardi di euro, con un ulteriore contributo di circa 1,64 miliardi di euro per l’attivazione dei siti e l’implementazione della FACO. Il 17 luglio, dopo quasi 60 mila morti, oltre 115 mila feriti e più di 2 milioni gli sfollati, dopo che Gaza è diventata un inferno senza fine, Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, hanno presentato una mozione unitaria per chiedere lo stop al Memorandum con Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa. [47] La maggioranza ha difeso l’accordo per le ricadute industriali e occupazionali, perché ha permesso di rafforzare in modo significativo le capacità difensive italiane, e perché “Isolare Israele non permetterà di raggiungere una soluzione politica alla crisi”. Naturalmente la mozione non è passata ed è stata archiviata insieme a tutte le risoluzioni europee e internazionali che hanno salvato Netanyahu e la sua politica criminale contro il popolo palestinese. Gli accordi militari fra Italia e Israele hanno vissuto due momenti diversi: dall’esaltazione delle armi tecnologicamente avanzate al loro oscuramento per lasciare spazio alla propaganda bellicista. Attualmente, di fronte a un genocidio, il governo italiano fa di più: la Camera approva il decreto per l’acquisto di un ulteriore aereo radar Gulfstream G550 dalla società israeliana Elta Systems del gruppo Israel Aerospace Industries, la più grande azienda di difesa del paese di proprietà dello Stato. A differenza di altri G550 già in Italia, questo velivolo fungerà da piattaforma di test dedicata per le tecnologie avanzate di intelligence e guerra elettronica. [48] L’acquisto, che fa parte della terza fase di un programma multimiliardario, viene qualificata come “acquisizione di un ulteriore velivolo da destinarsi esclusivamente alla ricerca, sviluppo e testing di nuove funzionalità condotte dall’industria nazionale, in un settore strategico e sensibile come quello delle capacità sistemistiche Airborne e dei payload SIGINT/EA”. Solo nel 2024 il valore delle importazioni italiane di armamenti israeliani è cresciuto da 31,5 a 154,9 milioni di euro, come scritto nella relazione Uama al Parlamento (pag. 57). Nella relazione non vengono conteggiate le esportazioni relative alle attività di supporto logistico per la flotta Aermacchi M-346. (contratto siglato con Elbit Systems del 2013) Il 22 luglio 2025, BAE Systems annuncia la firma di un contratto da 12 milioni di dollari con L3Harris Technologies, per supportare la trasformazione di due velivoli Gulfstream G550 in piattaforme avanzate di guerra elettronica aviotrasportata (EA), destinate all’Aeronautica Militare Italiana. [49] Lo stesso giorno la stessa L3Harris Technologies annuncia di aver ricevuto un contratto da 300 milioni di dollari dall'Italia per la fornitura di due velivoli Gulfstream G550 equipaggiati con un moderno sistema di guerra elettromagnetica. L3Harris collabora con BAE Systems per questa soluzione, che rappresenta la prima volta in cui il governo degli Stati Uniti approva la vendita di un EA-37B a un alleato internazionale. [50] A regime, la Difesa italiana disporrà di una flotta di 10 G550 “speciali” in configurazione CAEW, SIGINT e EA. Nel 2012 un patto fra il governo italiano e quello israeliano ha sancito l’inizio di una relazione speciale fra i due paesi. Non tanto per l’importo, ma per il livello di cooperazione tecnologica- militare. Israele acquistò trenta addestratori Aermacchi M-346 per la formazione avanzata dei piloti, l'Italia un satellite spia Optsat 3000 e due Gulfstream G550 CAEW. Come avviene con i velivoli USA, anche l’Italia tramite Finmeccanica-Leonardo, ha permesso a Israele di modificare il proprio velivolo: “L'aeronautica militare israeliana sta potenziando le capacità dei suoi aerei da addestramento avanzati Leonardo M-346, dotando il "Lavi" di bombe di addestramento inerti e serbatoi di carburante esterni. Collaboriamo a stretto contatto con il produttore e questo potrebbe portare a offrire gli stessi aggiornamenti ad altri clienti", afferma il comandante del centro di collaudo di volo dell'aeronautica militare, identificato solo come Tenente Colonnello Shlomy”. E’ incredibile la lunga lista di bombe e missili, oltre che serbatoi e pod (“moduli” agganciati a un aeromobile per ospitare sensori o attrezzature per la ricognizione, sorveglianza e acquisizione di obiettivi) che il velivolo può trasportare: GBU-12 (500 lb) Paveway II LGB ; GBU-49 (500 lb) Enhanced Paveway II GPS/LGB ; Lizard 2 LGB (500 lb) ; GBU-38 (500 lb) JDAM ; Lizard 4 LGB (500 lb) ; Small Diameter Bomb (SDB) ; Rocket Launchers ; MK.82 (500 lb) general-purpose bomb ; MK.82HD Snakeye (500 lb) general-purpose bomb ; Gun pod ; Air-to-Air Missiles ; External Fuel tanks (630 lt each) ; Recce pod ; Target Designator Pod. [51] Il trattamento speciale comprende anche la possibilità per Israele di vendere direttamente i 346 ad altri paesi come nel caso della Grecia (tramite Elbit Systems). [52] Con l’israeliana Elbit Systems Leonardo ha siglato più accordi: dallo sviluppo di nuove capacità di lancio siluri del Seagull, il veicolo navale a pilotaggio remoto di Elbit, al programma del Rotary Wing Mission Training Center (Rwmtc), un avanzato centro per l’addestramento dei piloti di elicotteri militari, destinato a sorgere principalmente nella base di Luni, in Liguria. [53] Altri accordi sono seguiti per la realizzazione congiunta di sistemi d’arma in vari settori, dai veicoli blindati ai droni subacquei, agli elicotteri AW119Kx: “La fornitura degli elicotteri è il risultato di un accordo stipulato nel 2019 tra Leonardo e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nell’ambito del programma Foreign Military Sale (FMS)”. [54] Questa triangolazione fra USA, Italia e Israele (di lato Gran Bretagna), è un elemento essenziale per capire la forte alleanza che lega i tre paesi, battezzata dal presidente Bush, con la firma dell’accordo di cooperazione militare Italia-Israele. Nel Memorandum sono previste esercitazioni delle due aviazioni in Italia e nel Mediterraneo orientale, con la presenza di militari israeliani nelle basi italiane. A maggio 2025, l’Aeronautica militare risponde ad una interrogazione dell’on. Bonelli che chiedeva spiegazioni sulla presenza di F-35 israeliani in Puglia: “l’incontro, promosso dal Generale dell'U.S. Air Force Hecker, ha avuto l’obiettivo di rafforzare interoperabilità e integrazione tra i Paesi parte del Programma F-35 del bacino Europeo allargato, consesso a cui partecipano anche Canada e Israele”. L’incontro ‘F-35 Air Chiefs Meeting’, è avvenuto nella base aerea di Amendola, la base che oltre ad ospitare gli F35-A e gli F35-B italiani, é divenuta un vero e proprio polo tecnologico. [55] Come in altre occasioni il ministro Crosetto ha negato tutto: “non ci sono stati F35 israeliani in Italia né nel 2025, né nel 2024, né nel 2023”. Chissà se negherà se stesso dopo aver annunciato che l’Italia diventerà il polo globale per l’addestramento degli F-35 in Sicilia: la prima scuola fuori dagli Usa. [56] Sul Memorandum Italia-Israele il 21 maggio 2025 dieci giuristi italiani hanno firmato una Diffida formale al Governo (riportata qui integralmente), richiamando l’obbligo di rispettare i principi costituzionali e i trattati internazionali. [57] Germania e Italia sono i maggiori sostenitori di Israele in Europa non solo per la fornitura di armi, ma anche per la posizione politica secondo cui “Israele non va isolato”. A maggio i due paesi si sono opposti alla cancellazione dell’intesa commerciale con l’Europa. La proposta era stata avanzata da un Paese tradizionalmente vicino a Israele come l’Olanda. Il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, in una conferenza stampa in Spagna, ha dichiarato “la Germania come Paese vede come parte della sua ragione di essere l'esistenza di Israele e sempre sarà al suo fianco per difendere questo diritto e questo implica la fornitura di armamenti". Per le corvette Sa'ar 6 realizzate da Thyssenkrupp Marine Systems e vendute a Israele, poco importa se usate per rafforzare il blocco navale di Gaza, Leonardo fornisce il cannone navale 76/62 SUPER RAPIDO Multi-Feeding. La sua accettazione da parte israeliana è avvenuta nel 2022 presso la base navale di Haifa. La Germania non ha avuto problemi alla loro vendita sebbene sia integrata con componenti italiane. Non aveva dubbi di ricevere il nulla osta. Nell’inchiesta pubblicata dal Guardian a luglio si afferma che i ricavi della bomba GBU-39, generata dal ramo statunitense di MBDA, passano attraverso il Regno Unito e l'Unione Europea: “Secondo un esclusiva del Guardian, il più grande produttore europeo di missili, MBDA, vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei in cui, secondo le ricerche, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. Questa compagnia europea fa parte di un gruppo composto dalla più grande azienda di difesa britannica BAE Systems, la francese Airbus e l’italiana Leonardo. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sul GBU-39, prodotte da Boeing”. [58] Airbus è una società partecipata da Francia, Germania e Spagna . Detiene nel consorzio europeo MBDA il 37,5%, mentre BAE Systems il 37,5% e Leonardo 25%. Nel 2020, Enrico Savio, al tempo Chief Strategy & Market Intelligence Officer, presenta il piano strategico “Be Tomorrow 2030” per l’innovazione. [59] Innovazione significa scegliere rigorosamente partnership strategiche guardando oltre oltre ai Paesi domestici, Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Polonia. Nella lista ristretta delineata Israele ha un ruolo decisivo. Nel 2023 Roberto Cingolani illustra la nuova struttura organizzativa e informa che l’azienda ha capacità produttive distribuite in Italia, Polonia, Israele, Regno Unito e Stati Uniti. [60] Sono un esempio i due accordi sottoscritti nel 2023 con Israeli Innovation Authority, un’agenzia pubblica a supporto tecnico e finanziario di progetti innovativi, e con Ramot, una technology transfer company per la valorizzazione della proprietà intellettuale dell’università di Tel Aviv. Nel comunicato stampa Leonardo esalta il valore della decisione: “Il dinamico e competitivo ecosistema israeliano delle start-up sviluppa soluzioni high-tech innovative in molteplici settori, compresi quelli d’interesse strategico per il business di Leonardo, quali difesa, cybersicurezza, aeronautica, intelligence e spazio”. [61] Nel 2020, a proposito dell’interesse di Leonardo (ma non solo) verso le start-up, Paola Pisano, Ministro per l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione, durante l’ ‘OurCrowd Global Investor Summit’ a Gerusalemme, afferma che “L’Italia è l’ingresso naturale per l’Europa per le tecnologie all’avanguardia che nascono in Israele. Israele ha bisogno di scalare le sue innovazioni e noi abbiamo bisogno di spingere le nostre aziende a diventare rapidamente più innovative”.Al suo ritorno in Italia dichiara che si rafforzerà la collaborazione sull’innovazione fra i due paesi in ambito di sviluppo di nuove tecnologie e sostegno alle startup e alle aziende del Made in Italy. [62] L’acquisizione di RADA Electronic Industries e sua fusione con DRS, fa parte del Piano “Be Tomorrow 2030” per la costruzione di rapporti strutturali con Israele. [63] L’operazione permette di conseguire due risultati: la controllata statunitense di Leonardo DRS RADA Technologies diviene fondamentale sul fronte degli affari con Tel Aviv, e, infine, permette una triangolazione fra Pentagono-DRS RADA-Israele (non compare direttamente Leonardo). RADA ora DRS RADA, è una azienda israeliana leader nei radar tattici, protezione delle infrastrutture critiche, sorveglianza delle frontiere, protezione militare attiva e applicazioni contro i droni. Collabora con Rafael Advanced Defense Systems, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall Air Defense, ELT, Hindustan Aeronautics Ltd (HAL), Embraer e altri. Dalla guida commerciale di Israele - sezione aerospazio e difesa del 2023: “Le attività militari e commerciali di Israele con l'industria della difesa statunitense sono solide e includono contratti commerciali con importanti aziende statunitensi. L'industria locale si rifornisce di componenti e sottosistemi di qualità, offrendo opportunità di esportazione ai fornitori statunitensi di componenti di alta qualità che possono essere integrati nei sistemi israeliani. Nel novembre 2022, per la prima volta in assoluto, una grande azienda statunitense del settore della difesa, Leonardo DRS, ha acquisito un'importante azienda israeliana di tecnologia per la difesa, RADA”. [64] Nel 2024 Rafael Advanced Defense Systems presenta il nuovo modulo di missione Iron Dome alla fiera Land Forces in Australia, il sensore radar mobile è di Leonardo DRS (RADA) Iron Dome è il sistema di difesa più diffuso multi-missione e collaudato in combattimento. Defense Security Cooperation Agency ha ordinato equipaggiamenti militari, rimorchi per carri armati pesanti e relative attrezzature a Leonardo Drs per Israele. Il contratto, approvato nel 2024, ha un valore stimato in 164,6 milioni di dollari e le consegne inizieranno nel 2027. Il Pentagono, nel dicembre 2023, ha assegnato alla DRS Sustainment, una sussidiaria di Leonardo Drs, un contratto dal valore di 15,4 milioni di dollari per produrre un numero imprecisato di Hdtt per Israele. I sistemi HDTT Heavy Duty Tank Trailer, sono progettati per trasportare oltre settanta tonnellate di carico utile su terreni diversi, migliorando la capacità delle unità di trasferire rapidamente la loro capacità militare. RADA Electronic Industries Ltd. integra con i radar emisferici compatti software-defined il sistema di protezione attiva (APS) Iron Fist, prodotto da Elbit Systems/IMI. Iron Fist di Elbit Systems è un sistema di difesa attiva autonomo sviluppato contro le minacce anticarro, utilizzato nel veicolo trasporto truppe (APC) Eitan, e nei bulldozer Caterpillar D9 che hanno preso parte all'invasione terrestre di Gaza. Il sistema è entrato in funzione operativa durante l'invasione terrestre israeliana di Gaza nell'ottobre 2023. Leonardo DRS fornisce il sistema TROPHY sviluppato in collaborazione con il partner tecnologico israeliano Rafael Advanced Defense Systems. Il sistema assicura una protezione dalle minacce costituite da razzi e missili anticarro, permettendo nello stesso tempo di localizzare e segnalare l’origine del fuoco ostile per un’immediata reazione. Nel dossier “La catena dell'impunità” a cura del BDS Italia, il contributo “Il concetto di sicurezza nazionale israeliana e la sua recezione in Italia” , ha cercato di trovare le analogie fra la svolta autoritaria e securitaria del governo Meloni e la dottrina di sicurezza israeliana.(Med-Or è un ente fondato da Leonardo con presidente Marco Minniti. Sul sito si può stampare la dottrina di sicurezza israeliana pubblicata dall’Institute for National Security Studies di Tel Aviv). “L’Italia del governo Meloni ha trovato in Netanyahu non solo un amico, ma un alleato che condivide valori comuni: identità etnica e culturale, tradizione religiosa e Stato forte e ben armato. Guido Crosetto, per ciò che gli compete, sta affrettando la ricezione italiana del concetto di sicurezza nazionale israeliano”. [66] NOTE: [*] https://europa.today.it/unione-europea/germania-vuole-costruire-esercito-piu-potente-europa.html [1] “Peace through security: The strategic role of digital technologies” TEHA Group(The European House – Ambrosetti) – Leonardo, 2024 [2] https://legrandcontinent.eu/it/2025/06/25/gli-stati-uniti-sono-lunico-paese-della-nato-di-cui-la-spesa-per-la-difesa-in-percentuale-del-pil-e-diminuita-dal-2014/ [3] https://www.corriere.it/economia/finanza/25_marzo_03/borse-oggi-3-marzo-l-europa-apre-debole-ma-volano-i-titoli-della-difesa-leonardo-17-2d980d3e-fbc9-4f4d-98a3-9f27cb8a2xlk.shtml [4] https://www.eunews.it/2025/05/27/consiglio-ue-fondo-safe-difesa-parlamento/ [5] https://www.peacelink.it/disarmo/europa-armata-la-politica-della-difesa-e-export-di [6] https://commission.europa.eu/topics/defence/future-european-defence_en https://www.eumonitor.eu/9353000/1/j4nvhdfdk3hydzq_j9vvik7m1c3gyxp/vmlvruklihug 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https://www.reuters.com/sustainability/society-equity/uk-export-f-35-parts-israel-was-lawful-court-rules-2025-06-30/ https://www.theguardian.com/uk-news/2025/jun/30/uk-sale-f-35-fighter-jet-parts-israel-lawful-high-court https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/12-09-2019-leonardo-announces-sales-of-over-600-man-portable-laser-designators-to-nato-and-nato-partner-countrieshttps://electronics.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/leonardo-laser-target-designator-australian-defence [47] https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/133812.pdf https://www.juragentium.org/topics/palestin/it/ItIsr.pdf https://ambtelaviv.esteri.it/wp-content/uploads/2023/06/accordo_rd-2.pdf [48] https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01453222.pdf [49] https://www.baesystems.com/en/article/supporting-airborne-electronic-attack-capabilities-for-italy [50] https://www.l3harris.com/newsroom/press-release/2025/07/l3harris-contract-italys-airborne-electronic-warfare [51] 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https://it.euronews.com/my-europe/2025/07/02/f35-litalia-diventa-polo-globale-per-laddestramento-in-sicilia-la-prima-scuola-fuori-dagli[57] https://www.libertaegiustizia.it/2025/05/23/non-in-nostro-nom[58] https://www.eunews.it/2025/07/17/guardian-missili-europei-venduti-a-israele-usati-per-uccidere-bambini-a-gaza/ [59] https://www.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/enrico-savio-illustrates-be-tomorrow [60] https://www.industriaitaliana.it/leonardo-cingolani-mariani-industria-aerospace-aerostrutture-elicotteri-elettronica-cybersecurity/ [61] https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/03-02-2023-leonardo-signs-two-agreements-with-israeli-innovation-authority-and-ramot-tel-aviv-university-in-the-field-of-innovation [62] https://innovazione.gov.it/notizie/articoli/startup-e-innovazione-continua-la-collaborazione-tra-italia-e-israele/ [63] https://www.analisidifesa.it/2022/06/leonardo-drs-annuncia-la-fusione-dellisraeliana-rada-electronics-industries/ [64] https://www.trade.gov/country-commercial-guides/israel-aerospace-and-defense [65]https://www.med-or.org/la-fondazione [66] https://www.peacelink.it/disarmo/il-concetto-di-sicurezza-nazionale-israeliana-e-la
- scienza e politica
# 2. Ambulatorio Medico Popolare: trent’anni di lotta per la salute Miekal And Pubblichiamo il secondo testo della serie dedicata agli ambulatori popolari curata da Gianfranco Pancino. Da Roma ci spostiamo a Milano: l’Ambulatorio Medico Popolare nasce nel 1994 per garantire il diritto alla salute, in particolare a persone migranti escluse dal sistema. In trent’anni, ha denunciato il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, trasformato da servizio pubblico solidale a sistema orientato al profitto e alla privatizzazione, soprattutto in Lombardia. Le riforme sanitarie hanno portato a tagli, carenze di personale e medicina territoriale assente, generando disuguaglianze nell’accesso alle cure. L’AMP propone un modello autogestito, solidale e politico, dove la cura torni ad essere un diritto e non una merce. «Chiudere il prima possibile». È con questo intento che, nella primavera del 1994, abbiamo dato vita al progetto dell’Ambulatorio Medico Popolare (AMP). Uno spazio dove produrre informazione e organizzare battaglie sul diritto alla salute, ma anche un luogo dove, e da subito, poter dare una risposta concreta a chi, migrante senza permesso di soggiorno, non aveva alcuna possibilità di curarsi. A oggi, la scommessa iniziale non è stata vinta. Da un lato, le minime e parziali conquiste riguardanti l’accesso alle cure della popolazione migrante – peraltro non uniformi da regione a regione – si sono accompagnate a un inasprimento delle misure repressive; ne sono ancora esempio i centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). Dall’altro, le trasformazioni subite dal servizio sanitario nazionale (SSN) hanno generato un sistema che risponde a logiche gestionali e aziendali prima che alla domanda di salute. In questo panorama, trovano sempre meno spazio le politiche di prevenzione, mentre si assiste a un progressivo smantellamento delle strutture ospedaliere pubbliche e poliambulatoriali territoriali e dei servizi socioassistenziali, con il dirottamento di queste mansioni a strutture private. La pandemia ha solo evidenziato storture e contraddizioni già in atto: le diseguaglianze sociali nell’accesso alle cure sono sempre più evidenti nelle infinite liste d’attesa, negli ospedali in affanno senza medici e in condizioni lavorative precarie e malpagate, nel riversarsi dei pazienti nella medicina d’urgenza. Proviamo a ricostruire il percorso storico delle politiche sanitarie in Italia e, più in particolare, in Lombardia Sino alla fine degli anni Settanta, la sanità italiana era fondata su un sistema mutualistico frammentato sulla base della professione svolta, differenziando le modalità di accesso. Nel 1978, venne approvata la legge che istituiva il SSN (883/78), in un contesto di dure ed estese lotte sociali che portarono ad altre riforme in ambiti affini, quali la legge sul divorzio (898/70), la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (194/78), la legge Basaglia (180/78). Il nascente SSN era basato su una visione solidaristica nell’erogazione delle prestazioni, in cui la copertura sanitaria veniva estesa a tutti e il finanziamento del sistema stesso era basato sulla fiscalità generale. L’accesso alle cure, dunque, si configurava non più come un privilegio dell’assicurato, ma come un diritto di cittadinanza. Tuttavia, a soli tre mesi dalla sua emanazione, vennero introdotti i ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie: una vera e propria «tassa sulla malattia» che, prevedendo una forma di compartecipazione diretta dei cittadini alla spesa sanitaria, incrinava il principio della gratuità dell’accesso al sistema. Inoltre, il sistema dei partiti e importanti lobby economiche erano già in agguato, pronti a mettere le mani sul nuovo SSN. La riforma del 1978 stabilì una ripartizione di competenze a livello territoriale. Allo Stato spettava il finanziamento del sistema in un quadro di programmazione generale, alle Regioni erano assegnate funzioni legislative e di coordinamento, i Comuni erano incaricati della gestione diretta dell’assistenza sanitaria tramite le Unità Sanitarie Locali (USL), definite come un complesso di presìdi, uffici e servizi con il compito di integrare sotto il profilo organizzativo, gestionale e amministrativo tutte le attività di prevenzione, cura e riabilitazione a livello territoriale. Alla sanità privata fu riservato un ruolo residuale. La riforma, imperniata sul primato della gestione pubblica, prevedeva la piena integrazione nel SSN solo per gli ospedali privati religiosi senza fini di lucro. L’entrata in vigore della legge, momento culminante del processo di affermazione dello stato sociale in Italia, andava in controtendenza rispetto all’impostazione di altri paesi europei, che avevano già avviato il ridimensionamento dei propri sistemi di welfare. A livello internazionale, la sanità si rivelava uno dei principali obiettivi delle politiche di contenimento della spesa pubblica nell’ambito di discipline di bilancio e politiche fiscali coerenti con il neoliberal turn. La Gran Bretagna di Margaret Thatcher rappresentò un importante laboratorio di sperimentazione. L’eco del neoliberal turn giunse in Italia proprio quando la riforma sanitaria iniziava a essere applicata. La spesa sanitaria fu presto individuata come una grave criticità rispetto al tentativo di porre sotto controllo le politiche di bilancio, in seguito all’adesione al Sistema monetario europeo (1978) e al divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro (1981). Una prima inversione di tendenza si realizzò in occasione dell’approvazione della legge finanziaria del 1982 da parte del secondo governo Spadolini (agosto-settembre 1982), che mirava a realizzare risparmi sulla spesa sanitaria e introduceva il principio che i livelli di spesa del SSN non dovessero essere determinati in base a previsioni, ma alle effettive disponibilità finanziarie. Con la riforma del 1992-93, sotto il governo Amato, furono introdotti principi di sostenibilità finanziaria, gestione imprenditoriale ed efficienza per le strutture sanitarie pubbliche, oltre che di concorrenza pubblico-privato. Il decreto assegnava al Piano Sanitario Nazionale il compito di individuare i livelli essenziali e uniformi di assistenza garantiti dal SSN, subordinati alla quantificazione delle risorse finanziarie disponibili. Il compito di attuare il piano era affidato alle Regioni, alle quali furono trasferite le competenze in merito al finanziamento, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi sanitari, compresa la responsabilità di far fronte con risorse proprie a eventuali eccessi di spesa rispetto alle risorse ricevute dal governo centrale. In breve tempo, la spesa sanitaria divenne la voce principale dei bilanci regionali. Le USL cessarono di essere gestite dai Comuni per diventare ASL, aziende regionali dotate di autonomia organizzativa, amministrativa e patrimoniale. I Comitati di gestione, espressione diretta della politica locale, furono sostituiti da direttori generali scelti dalle Regioni, con l’intento di costruire un management del settore pubblico più efficiente. La riforma prevedeva inoltre la trasformazione degli ospedali in aziende ospedaliere autonome con vincoli di efficienza operativa e di sostenibilità finanziaria. Per ampliare l’offerta e conferire maggiore concorrenzialità al mercato dell’assistenza sanitaria, la riforma attribuì un ruolo importante alle imprese private. Nel 1997, la Regione Lombardia, sotto la presidenza di Roberto Formigoni, attuò autonomamente una riforma del proprio sistema sanitario, stabilendo la completa separazione di tutti gli ospedali dalle ASL e la loro costituzione in aziende ospedaliere. Nel 1999, la terza riforma del SSN, detta «riforma Bindi» dal nome della ministra della Sanità nel primo governo Prodi e nel primo governo D’Alema, fu incentrata sulla puntuale definizione e sull’ampliamento dei Livelli Essenziali e Uniformi di Assistenza (LEA), individuati «contestualmente» e non più in via subordinata alla quantificazione delle risorse finanziarie. La riforma Bindi segnò un parziale ritorno ai principi fondamentali della riforma del 1978, ridimensionando l’enfasi sulla concorrenza. Nonostante questi richiami al ruolo del pubblico, lo spazio per le imprese private, ormai aperto, rimase consistente. La regionalizzazione e il sistema di accreditamento, infatti, furono entrambi confermati dalla riforma; nel 2001, la riforma del Titolo V della Costituzione ha poi consolidato la regionalizzazione del sistema sanitario, conferendo maggiore autonomia agli enti locali e accentuando, al contempo, le disparità territoriali. La relazione tra ASL ed erogatori pubblici e privati fu regolata con il cosiddetto modello delle «tre A», ossia i tre passaggi necessari per l’integrazione nel SSN: autorizzazione, accreditamento e accordi contrattuali. L’autorizzazione all’esercizio, rilasciata dalle ASL in base al possesso di determinati requisiti, è indispensabile per svolgere qualsiasi attività sanitaria anche in regime privato. L’accreditamento istituzionale, subordinato al possesso di ulteriori requisiti, consente alle strutture sia pubbliche che private di erogare servizi per conto del SSN. Gli accordi contrattuali, stipulati dalle singole strutture con le Regioni, definiscono i termini delle forniture e fissano eventualmente budget e tetti di spesa. Il sistema dell’accreditamento ha dunque plasmato il mercato della sanità privata, divenendo cruciale nel determinare le strategie e la reddittività delle imprese sanitarie private. Inoltre, l’accreditamento ne consolida la reputazione e il posizionamento nel mercato, favorendo anche le loro attività totalmente private, e quindi totalmente a carico dei pazienti – attività la cui crescita è stata, nell’ultimo decennio, sostenuta dalla diffusione del sistema assicurativo. Nel 2015, con la riforma Maroni, vengono istituite le agenzie di tutela della salute (ATS), ossia articolazioni amministrative della Regione che si proiettano nei territori. Tali strutture attuano la programmazione definita dalla Regione attraverso l’erogazione di prestazioni sanitarie e sociosanitarie tramite i soggetti accreditati e contrattualizzati pubblici e privati. Il secondo pezzo del sistema territoriale è costituito dalle aziende sociosanitarie territoriali (ASST), ossia le strutture operative pubbliche della sanità lombarda. Il sistema risulta articolato su tre livelli, essendoci sopra ATS e ASST il vertice del sistema sanitario regionale (SSR), cioè l’Assessorato e Direzione Generale Welfare. Si noti che la Lombardia è l’unica regione articolata su questi tre livelli, le altre ne hanno due. Nella nuova legge viene dunque ribadito il principio della «separazione delle funzioni di programmazione, acquisto e controllo» da quello di «erogazione». Esiste un chiaro rapporto di causa-effetto tra le scelte politiche in sanità e le conseguenze in termini di cure mancate e/o inadeguate Di fatto, l’accesso alle cure risulta sempre meno «universale» per il meccanismo combinato di lunghe liste d’attesa, che spesso lasciano come unica opzione la scelta di una prestazione a pagamento, e la necessità di pagare ticket costosi per prestazioni diagnostiche e terapie farmacologiche anche nel servizio pubblico. Ogni anno, sempre più persone rinunciano a cure essenziali per motivi economici. Dall’introduzione della Riforma Sanitaria del 1978, le scelte politiche sono state guidate da una filosofia sempre più orientata verso il liberismo e fondata sulla ricerca del profitto come obiettivo finale, anche attraverso un crescente coinvolgimento dei privati. All’interno di una sanità regionalizzata, la Lombardia ha praticato le politiche più liberiste, nell’ottica di una progressiva privatizzazione e aziendalizzazione del sistema sanitario. Parlando di politiche sanitarie, due modelli si contrappongono: il primo orientato dal concetto di cura e il secondo guidato solo dalla necessità di fare profitto. Questa divaricazione determina delle conseguenze sia in termini di finanziamento che in termini di programmazione. Nella prospettiva della cura, l’unico limite ai finanziamenti risulterebbe legato alle disponibilità economiche, che potrebbero aumentare attraverso una tassazione dei redditi più elevati o utilizzando fondi destinati ad altro – per esempio, i fondi destinati alla costruzione e gestione dei lager per migranti in Albania o quelli destinati agli armamenti. La centralità del profitto, invece, ha portato al de-finanziamento di strutture e prestazioni non remunerative. In questo senso si inquadra il progressivo svuotamento e smantellamento di alcune strutture della medicina territoriale, come i consultori familiari, i centri psico-sociali (CPS), i nuclei operativi alcologia (NOA), le unità operative di neuro-psichiatria per l’infanzia e l’adolescenza (UONPIA), i centri per le malattie a trasmissione sessuale (CMTS) e altre strutture di supporto alla persona senza potenzialità remunerativa. La possibilità di lavorare in équipe all’interno di diversi CPS attraverso la collaborazione di diverse figure professionali, non solo non esiste più, ma il personale sanitario è costretto a fare numerosi colloqui consecutivi, tenendo in considerazione anche il minutaggio del colloquio stesso. Nei consultori familiari dove, in passato per un periodo molto breve, è stato possibile ottenere sistemi contraccettivi gratuitamente, ora assistiamo alla presenza di uno specialista ginecologo «a gettone» per un numero di ore settimanali prestabilito. Anche all’interno degli ospedali, la centralità del profitto ha portato al taglio di posti letto nelle medicine, mentre sono stati mantenuti i posti letto nei reparti di chirurgia o di altre specialità a elevato profitto. In realtà, osservando gli accessi nei pronto soccorso (PS), si evidenzia che il bisogno maggiore di cura riguarda la Medicina Interna, mentre il numero di accessi per problematiche di competenza chirurgica risulta inferiore. L’assenza di programmazione, caratteristica di una filosofia politica liberista dove le leggi di mercato devono guidare le scelte politiche anche in campo sanitario, limitando al minimo interventi di regolamentazione, ha portato a una situazione per cui, nell’arco di quarant’anni, si è passati da un eccesso di laureati in Medicina ad avere una carenza di medici. L’assenza di programmazione non riguarda solo il numero dei sanitari, ma anche il numero di prestazioni, di strutture e posti letto. Alla base di un sistema che si pone la cura come obiettivo principale, una programmazione dovrebbe partire dai bisogni di salute della popolazione. In realtà, la domanda di salute non viene presa in considerazione per programmare il numero dei posti letto negli ospedali, e né il numero di prestazioni specialistiche ambulatoriali: a contare è il profitto dell’azienda ospedaliera pubblica che, nel tempo, è diventata sempre più simile alle strutture private. A nostro avviso, un sistema sanitario efficace ed efficiente non può avere costo zero e deve esser finanziato attraverso la tassazione progressiva sulla base del reddito, dovendo rappresentare una modalità di redistribuzione delle risorse attraverso un accesso alle cure uguale per tutti. Attualmente la situazione sta svoltando verso una medicina di classe, dove chi non ha risorse ha sempre più difficoltà ad accedere alle cure. Un particolare commento merita la figura ambigua del medico di Medicina Generale (MMG). Il MMG non è un dipendente del SSN, ma è un libero professionista retribuito in base al numero di assistiti e non al numero di prestazioni effettuate. Si favoriscono così massimalisti con orari di apertura limitati, invece che professionisti con meno assistiti e più attivi nelle visite in studio o al domicilio. Negli ultimi anni, prima ancora della vera e propria crisi numerica, abbiamo assistito a uno svuotamento progressivo della figura del MMG con l’affidamento di ogni problematica clinica alla medicina specialistica all’interno delle strutture ospedaliere, limitando spesso il ruolo del MMG a una attività prescrittiva. In Lombardia, la crisi numerica è drammatica: si rileva la carenza di 1500 MMG, di cui 250 nella sola Milano. Stesso discorso vale per la dotazione di infermieri nella regione, che è sotto di 9000 unità. Una delle proposte nel periodo post-pandemia da COVID-19 che avrebbe dovuto risolvere questo problema – e più in generale quello della medicina del territorio – era l’istituzione delle Case di Comunità. Nate da una riforma nazionale nel 2022 per rafforzare la medicina territoriale, attingevano ai fondi del PNRR (18,5 miliardi di euro per la realizzazione di 1300 Case di Comunità in tutta Italia). In Lombardia, furono sostenute dall’allora assessora al Welfare Letizia Moratti. Avrebbero dovuto rappresentare un contributo importante alla sanità territoriale, sgravando il carico dei PS, ma sono servite solo a tagliare nastri, mentre il contributo nell’offerta di salute è risultato risibile. Su 216 Case di Comunità previste in Lombardia, solo otto funzionano secondo i criteri stabiliti dalla legge. A Milano, su 55 unità, quasi nessuna soddisfa i requisiti previsti. La legge prevedeva la suddivisione dei presìdi in hub (gli ambulatori principali) e spoke (gli ambulatori periferici collegati agli hub). Alcuni servizi e professionisti devono essere presenti per legge in entrambi i complessi, sette giorni su sette negli ambulatori hub e sei giorni su sette negli ambulatori spoke: i servizi di assistenza domiciliare, le visite ambulatoriali, i servizi sociali, un punto prelievi, la guardia medica e l’assistenza medica e infermieristica costante. A Milano, solo sei ambulatori garantiscono la presenza di medici su tutto il giorno, mentre due ambulatori garantiscono la presenza di infermieri. Lo svuotamento del ruolo del MMG e il collasso della medicina territoriale hanno determinato sia l’affollamento dei PS per accessi inappropriati, sia l’incremento delle liste di attesa per le prestazioni specialistiche. A sua volta, l’incremento delle liste di attesa gioca senza dubbio un ruolo nell’aumento degli accessi impropri al PS. Per di più in Lombardia, in dodici anni, sono stati chiusi otto PS, scendendo da 84 a 76 strutture attive, mentre hanno iniziato a prendere piede i «PS privati» per i codici bianchi e verdi o le visite mediche generiche di guardia medica, ovviamente con prestazioni a pagamento. A fianco di queste «innovazioni», si aggiunge il progetto delle «farmacie dei servizi», pubblicizzata da Regione Lombardia come un’evoluzione dell’attività delle farmacie nell’ambito delle cure primarie […], una opportunità per il territorio e per le farmacie, chiamate a fornire un importante contributo nell’azione di sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale. I servizi andrebbero a includere misurazione di pressione arteriosa, glicemia, colesterolo, esami diagnostici di base, servizi di telemedicina, screening e prevenzione, somministrazione di vaccini, consulenze personalizzate anche nella gestione di malattie croniche, assistenza alla prenotazione di esami e visite specialistiche. La disponibilità di pacchetti di prestazioni e servizi offerti sia dalle farmacie che da centri privati e assicurazioni sanitarie integrative porta a una crescita della domanda indotta, spesso con nessun razionale diagnostico, e all’aumento della spesa sanitaria a carico dei cittadini. Per quanto riguarda i percorsi riabilitativi, la loro carenza non solo determina differenze di classe nell’accesso a questa tipologia di cura ma, rallentando le dimissioni dai reparti ospedalieri, contribuisce a rendere sempre più difficile reperire posti letto per patologie acute e alle lunghe permanenze in PS. Discorso simile per le residenze sanitarie per anziani (RSA), che dovrebbero avere solo un ruolo assistenziale. Da segnalare che le spese onerosissime per la permanenza nelle RSA, gestite nella totalità dei casi da soggetti privati, sono, tranne rarissime eccezioni, completamente a carico delle famiglie. Anche altre scelte politiche stanno svuotando progressivamente il SSN. Le assicurazioni sanitarie private inserite nei contratti collettivi, con l’avvallamento dei sindacati confederali, rappresentano una duplice penalizzazione per i lavoratori che, rinunciando a una parte del salario, determinano anche un de-finanziamento attraverso la riduzione del contributo fiscale. Questa politica rappresenta un ulteriore colpo a un servizio sanitario universale, legando l’accesso alle cure alla presenza di un impiego e alla sua tipologia: un altro passo verso un’organizzazione classista della sanità. Aggiungiamo il tentativo da parte di Regione Lombardia – non ancora andato a buon fine – di appaltare la salute dei malati cronici a un «gestore»: un insieme di soggetti pubblici e privati all’interno dei quali molto spazio hanno gli imprenditori della sanità privata e delle assicurazioni. La filosofia del provvedimento è quella di garantire a categorie di pazienti cronici un «pacchetto di prestazioni», ma senza una chiara indicazione su quale figura medica debba esserne il regista. Ancora una volta, il numero di prestazioni erogate e rimborsate rappresenta un obiettivo che sovrasta un piano di cura adeguatamente programmato. L’autonomia differenziata, inoltre, andrà a modificare e aggravare ulteriormente la situazione sanitaria a livello nazionale, creando una differenziazione non solo tra Nord e Sud, tra regioni ricche e regioni sofferenti, ma anche sulla base delle politiche dei vari governi regionali. La medicina territoriale sta scomparendo, i MMG mancano e svolgono ormai un ruolo formale e burocratico, delegando gran parte dell’attività medica alla medicina specialistica e contribuendo così a determinare le lunghissime liste d’attesa che, a loro volta, rendono sempre più difficile accedere alle cure. Le alternative sono o la rinuncia alle cure o gli accessi inappropriati al PS, contribuendo così alla condizione di sovraffollamento che porta i malati a lunghe attese prima di essere ricoverati, anche grazie alla carenza di posto letto come diretta conseguenza del processo di de-finanziamento. Quale sanità vogliamo? Tornare alla concezione del SSN come un servizio, abbandonando logiche di profitto o il pareggio dei bilanci. Tornare a essere pubblici, e smettere di pensarsi privati. Ripresa in carico delle funzioni di erogazione delle strutture sanitarie pubbliche. Dal 1978, le infrastrutture territoriali pubbliche offrivano in maniera integrata servizi di prevenzione, cura e riabilitazione in un dato territorio. Dal 1997 in Lombardia, con la Riforma Formigoni, agiscono come «terze parti» che comprano e finanziano prestazioni e servizi che prima realizzavano direttamente. Non a caso, a partire da quel periodo nasce un numero impressionante di imprese private e «cooperative» che offrono i suddetti servizi – nell’assistenza domiciliare, nei servizi infermieristici, e così via. Parte dei servizi territoriali negli anni a seguire passerà sotto gli ospedali e un’altra parte, semplicemente, sparirà. Programmazione Negli anni di governo del centro-destra, si è andati assistendo a un progressivo svuotamento della funzione del Piano sociosanitario regionale. Oltre a non essere più oggetto di una legge regionale, come invece avviene in altre Regioni, il Piano non presenta i caratteri di un documento di pianificazione pluriennale degli interventi. Risulta, inoltre, slegato dalle rilevazioni curate dall’Osservatorio epidemiologico rapportate ai territori e ai dati sulle condizioni socioeconomiche della popolazione, necessarie per determinare i bisogni di salute. La programmazione non regola solo la tipologia dei servizi offerti, ma anche la loro quantità, intesa come necessità reale di posti letto, operatori sanitari, strutture territoriali. Anche le università devono essere coinvolte e facilitare la messa in campo del personale sanitario richiesto grazie a una corretta programmazione del turnover, soprattutto di quelle figure professionali di cui oggi si ha una carenza drammatica (medici di Medicina Generale, specialisti della Medicina d’Urgenza). È fondamentale una ripresa della programmazione che regoli l’offerta dei «servizi» sulla base delle necessità del territorio secondo valutazioni epidemiologiche, attraverso rilevazioni dei bisogni di salute delle persone all’interno dei vari territori. Prevenzione I determinanti della salute o della malattia sono molteplici e raramente controllabili a livello individuale; parliamo dell’ambiente e quindi della salubrità di terra, acqua e aria, delle condizioni di vita determinate dalla casa in cui si vive, dal lavoro, dal reddito e delle relazioni sociali (integrazione o emarginazione, solitudine, relazioni violente, e così via). Per «prevenzione», intendiamo quegli interventi che mirano a diminuire, se non a eliminare, i vari fattori di rischio ambientale e sociale. Bisogna qui incidere nella pratica e non contemplarli solo in via teorica, mettendo in atto delle azioni di vera prevenzione primaria. Attualmente viene data importanza alla sola prevenzione secondaria (diagnosi precoce, screening), mentre non viene investito sulla prima. Si considerano solo i fattori di rischio legati allo stile di vita individuale, ma non vengono individuati i fattori di rischio collettivi. Agire sulla prevenzione primaria creerebbe una connessione reale del servizio sanitario con il territorio per l’analisi e l’eliminazione dei vari fattori di rischio ambientale e sociale che incidono sulla salute. L’idea dei comitati popolari interni alle strutture del SSN degli esordi esprimeva non solo una presenza di controllo della cittadinanza, ma anche di indirizzo. Chi, se non la popolazione di un territorio, affiancata da operatori sanitari e eventuali figure esperte come gli epidemiologi, può esprimere quali sono gli elementi critici ambientali o sociali che incidono sulla salute? Medicina di base Crediamo che per una sana sanità territoriale vada riformulata la figura del medico di base, dal contratto all’attività che svolge, al numero massimo di pazienti. Deve tornare a fare il medico, riprendendo in mano i fondamenti della valutazione clinica (anamnesi esauriente, esame obiettivo) e avere una reale conoscenza delle persone che cura. Non è pensabile che medici con i massimali attualmente previsti possano conoscere realmente i loro pazienti, curarli correttamente e visitarli a domicilio quando richiesto. Inoltre, data la carenza di medici di base, andrebbe ripensata anche l’offerta di questa specialità a livello universitario, che al momento la rende il fanalino di coda delle specializzazioni. Qualità della cura Nelle nostre discussioni è emersa anche la rilevanza di aspetti che solo apparentemente non sono influenzati dalle politiche sanitarie a monte. Parliamo, ad esempio, della qualità della relazione tra operatore sanitario e paziente e l’alleanza terapeutica che può derivarne, come anche della cura dei luoghi di cura. Per quanto concerne il primo aspetto, vediamo sempre più l’impoverimento della relazione dettato dai tempi imposti agli operatori professionali, che, oltre ad avere visto un’impressionante diminuzione in termini di quantità del tempo a loro disposizione, sono sempre più soggetti a rigorosi controlli tramite piattaforme informatiche che gestiscono e rendicontano i tempi in maniera rigida, per ottimizzare l’efficienza prestazionale. Allo stesso modo, i luoghi di cura del pubblico sono spesso lasciati in uno stato di incuria a differenza di quelli del privato. Anche questo aspetto può influenzare le persone nella scelta di dove andare a curarsi. La medicina territoriale permetteva di far uscire la dimensione della cura da quei colossi che sono i nostri ospedali, che tendono a schiacciare l’identità della persona e assimilarla al mero dato numerico. Ridiscussione delle modalità di rimborso legate alla diagnosi agli erogatori di prestazioni sanitarie Il sistema diagnosis-related group (DRG) è un sistema di finanziamento delle prestazioni ospedaliere basato su una tariffazione per raggruppamenti omogenei di diagnosi importato in Italia dagli Stati Uniti nel 1995, che ha fatto passare da un sistema orientato al pagamento dei fattori produttivi (basato sul numero di giorni di degenza prodotti) a un altro basato su tariffe predeterminate. Questo sistema descrive l’assistenza al paziente partendo dal principio che malattie simili, in reparti ospedalieri simili, comportano orientativamente lo stesso consumo di risorse materiali e umane. Stesse risorse significano stesso costo di produzione che dà diritto allo stesso rimborso, cioè alla stessa tariffa. Il costo rimborsabile (la tariffa) è quello standard di riferimento (medio), che è diverso dal costo effettivo. Per ciascun DRG viene definita una soglia di durata di degenza (espressa in giornate) oltre la quale il ricovero viene considerato anomalo. Oltre al rischio di dimissioni troppo precoci, questo sistema favorisce una riduzione del livello qualitativo delle prestazioni erogate per massimizzare il residuo percepito e, soprattutto negli ospedali privati, la scelta delle patologie più remunerative da trattare, lasciando al pubblico le branche e la casistica meno favorevoli dal punto di vista del profitto. Gli ambulatori popolari: dalla risposta concreta a bisogni immediati alla critica radicale delle politiche in atto Sin dalla sua nascita, l’AMP ha scelto l’autogestione come pratica politica: una pratica in controtendenza con quanto vediamo nella società, dove siamo immersi in forme organizzative di tipo piramidale, gerarchico e individualizzante. Praticando l’autogestione, siamo in grado di creare una situazione orizzontale, non gerarchica, che va oltre il ruolo, dove abbiamo tutte e tutti uno stesso fine che è politico, perché ancora consideriamo la salute e la cura come questioni politiche. L’autogestione è inscindibile dall’essere un collettivo: diamo significato a questa pratica ogni volta che scegliamo di essere parte e agire nel collettivo, ricordandoci che il nostro fine politico è più importante delle nostre differenze. Questo posizionamento ci permette di autogestirci anche al di fuori delle istituzioni: di stare a fianco di chi viene marginalizzato, di vedere come il sistema crea sempre più ineguaglianze e quali sono gli ingranaggi su cui incidere per scardinarlo. Stare al di fuori delle istituzioni può rappresentare un’esclusione da tanti punti di vista, ma allo stesso tempo ci dà un grande spazio di riflessione politica. Per un cambio radicale delle politiche sanitarie è necessario, innanzi a tutto, rimettere al centro dei percorsi di cura la persona e non il profitto. Gli ambulatori popolari, partendo da una risposta ai bisogni immediati della persona, attraverso un atto di solidarietà ed empatia che consente di conoscere meglio anche le pieghe più nascoste di un sistema che sta riducendo progressivamente l’accesso alle cure, possono rappresentare un megafono importante per la denuncia e per la promozione di lotte. Dovremmo smettere di considerarci una minoranza, e iniziare a considerarci una alterità. La scelta dell’autogestione rappresenta una garanzia perché le lotte possano crescere nel tempo assieme alla critica al sistema presente, evitando così il loro utilizzo parziale o elettorale. Le politiche neoliberali hanno sostituito al primato della cura il primato del profitto attraverso una progressiva privatizzazione ed aziendalizzazione delle strutture sanitarie. Non servono piccoli ritocchi, ma rovesciare completamente la prospettiva politica alla base! Ringraziamenti Questo articolo riporta materiale prodotto dalle compagne e compagni dell’AMP in occasione dei trent’anni di attività del collettivo e altro materiale prodotto dalla Rete Tanta Salute per Tutti, un percorso milanese che unisce diverse realtà che si occupano di salute e cura. Ringraziamo le compagne e i compagni con cui continuiamo a condividere idee, percorsi e lotte. Ambulatorio Medico Popolare di Milano












