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    Novant’anni di Ghassan Kanafani Il pensiero che l’imperialismo non riesce ad assassinare Quando si commemora Ghassan Kanafani, il rischio è restare intrappolati nell’icona. Lo scrittore folgorante di Uomini sotto il sole, il martire assassinato dal Mossad a Beirut l’8 luglio 1972 con un’autobomba che uccise anche sua nipote diciassettenne. L’intellettuale rivoluzionario, l’artista visivo, il direttore di al-Hadaf. Nato il 9 aprile 1936 ad Akka – scacciato dalla propria città proprio il giorno in cui compiva dodici anni, il 9 aprile 1948, mentre il massacro di Deir Yassin insanguinava la Palestina – Kanafani avrebbe oggi novant’anni. Ma trattarlo come reliquia è tradirlo. La sua vera sfida, quella che ancora brucia, è un’altra: aveva ragione lui. Su tutto. Uno dei testi politici più urgenti di Kanafani si intitola Pensieri sul cambiamento e il «linguaggio cieco», una conferenza tenuta a Beirut nel marzo 1968. Il «linguaggio cieco» è per lui quello che nomina senza rivelare, che descrive senza analizzare, che chiama «crisi» ciò che è conquista coloniale, che chiama «conflitto» ciò che è genocidio. Cinquantotto anni dopo, assistiamo alla stessa operazione su scala industriale: i media occidentali che parlano di «escalation» quando Israele bombarda ospedali a Gaza, in Iran, in Libano o di «risposta proporzionata» quando cancella interi clan familiari, di «questione di sicurezza» quando rade al suolo la Striscia. Il linguaggio cieco non è un errore linguistico: è, scriveva Kanafani, uno strumento di dominio che protegge chi ha il potere di nominare la realtà dall’obbligo di rispondere di essa. La sua critica andava però oltre il repertorio lessicale dei potenti. Individuava il pericolo uguale e contrario nel campo della resistenza: l’autoinfliggimento esagerato, la sconfitta elevata a identità, il piagnisteo intellettuale che scambia l’autocritica per analisi. Dopo il 1967 – al-hazima, la disfatta, che lui e i suoi compagni si rifiutavano di chiamare naksa, «ricaduta», altra forma di lingua cieca –Kanafani scrisse che i periodi di sconfitta generano due fenomeni opposti: lo spirito critico costruttivo e la sua degenerazione in autodistruzione paralizzante. Guardare Gaza oggi – la resistenza che ha resistito a uno degli assalti più brutali della storia – e poi guardare certe analisi politiche occidentali che decretano la fine del progetto palestinese: chi usa qui la lingua cieca? Nel gennaio 1970, su al-Hadaf, Kanafani pubblicò un articolo dal titolo L’alleanza segreta tra Arabia Saudita e Israele. Rivelava come il petrolio saudita scorreva attraverso pipeline nei territori siriani occupati da Israele, come Aramco aveva segretamente accordato a Israele venti milioni di dollari in royalties, come la strategia «East of Suez» di Washington e Londra usasse contemporaneamente Israele e il regime saudita come «due ganasce di una tenaglia» contro i movimenti progressisti e socialisti della regione – in particolare contro la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, il primo esperimento socialista della penisola arabica, che l’Arabia Saudita stava sistematicamente tentando di strangolare con armi britanniche. Pubblicare quell’articolo nel 1970 significava essere considerato un paranoico ideologico, un teorico della cospirazione in salsa marxista. Oggi si chiama Accordi di Abramo. Oggi il principe ereditario saudita e il governo israeliano trattano apertamente una normalizzazione, mentre il Libano viene bombardato e l’Iran è bersaglio di campagne di destabilizzazione crescente. Ciò che Kanafani descriveva come struttura oggettiva – il sionismo come avamposto dell’imperialismo americano nel Medio Oriente, le monarchie del Golfo come agenti di quella stessa strategia – non era retorica di propaganda: era analisi geopolitica con cinquant’anni di anticipo. Qui sta forse il contributo teorico più negletto di Kanafani: il rifiuto assoluto di leggere le crisi mediorientali come eventi isolati. Il Libano non è una tragedia separata dalla Palestina. L’Iran non è una questione «regionale» distinta dalla questione palestinese. Erano, per lui, manifestazioni di un sistema unico: l’imperialismo come processo di saccheggio continuo in cui il sionismo, le monarchie reazionarie e le potenze occidentali formavano un blocco oggettivo, indipendentemente da quanto spesso si contraddicessero nella tattica. Guardando l’arco di questi ultimi anni – il genocidio a Gaza, il Libano martellato a ripetizione, l’Iran sotto pressione militare ed economica crescente, lo Yemen punito per aver tentato di solidarizzare con Gaza, la Siria destabilizzata ancora una volta – si riconosce esattamente la geometria che Kanafani aveva cartografato. Non come profeta, ma come analista che aveva capito come funziona il sistema: si colpisce sempre il punto più avanzato della resistenza, si isola ogni attore dai propri alleati naturali, si usa il «linguaggio cieco» per frammentare quello che è un processo unitario in una serie di «crisi locali». C’è un’altra idea kanafaniana che l’attualità ha reso esplosivamente pertinente. Nei suoi scritti del 1967-1968, Kanafani sviluppa – riprendendo Che Guevara, Fanon, Hồ Chí Minh – il concetto di «nuovo essere umano» come condizione e risultato della lotta di liberazione, non come prodotto a posteriori di una vittoria militare. La resistenza non è uno strumento per raggiungere uno Stato: è il processo attraverso cui si genera il soggetto capace di abitarlo. Di conseguenza, ogni «soluzione» che non passi per la trasformazione profonda delle masse – ogni accordo negoziato dall’alto, ogni «stato palestinese» concesso dall’occupante a propria immagine e somiglianza – è già una liquidazione della causa. Nel 1967, di fronte alla proposta di uno Stato palestinese nei soli territori del dopoguerra, Kanafani scrisse con una lucidità agghiacciante: il pericolo non è che questa soluzione fallisca, ma che venga presentata come soluzione, trasformando «la questione palestinese» – una questione di spoliazione coloniale e di liberazione – nella «questione dei rifugiati», un problema umanitario che l’amministrazione internazionale può gestire senza toccare le strutture di potere. Oslo, trent’anni dopo, realizzò punto per punto questo schema. L’Autorità Palestinese che Kanafani non visse per vedere è esattamente la borghesia compradora che egli teorizzava come possibile agente della liquidazione: non il nemico esterno, ma la classe dirigente interna che, impossibilitata a liberare il proprio popolo, sceglie di amministrarne la cattività. L’8 luglio 1972 il Mossad non uccise un intellettuale scomodo o uno scrittore famoso. Uccise l’emissario intellettuale del FPLP, l’uomo che stava forgiando la sintesi tra teoria marxista-leninista e pratica rivoluzionaria palestinese, che stava costruendo le scuole quadro dell’organizzazione, che con al-Hadaf stava creando una cultura della resistenza capace di formare soggettività politiche nuove. Lo uccisero perché, come scrisse il suo compagno Salah, «le parole di Ghassan erano proiettili». Lo uccisero perché una lotta che comprende sé stessa – che nomina l’imperialismo, che vede l’asse tra le monarchie del Golfo e Tel Aviv, che rifiuta le mezze soluzioni – è una lotta che non si può comprare. Novant’anni dopo la sua nascita, cinquantaquattro dopo la sua morte, la pertinenza di Kanafani non è una questione di venerazione. È una questione di metodo. In un’epoca in cui i movimenti di solidarietà con la Palestina moltiplicano ovunque – dagli accampamenti universitari di tutto il mondo alle piazze europee – e in cui la tendenza a frammentare, a moralizzare senza analizzare, a parlare di «vittime» senza nominare i carnefici rischia di produrre un’altra stagione di lingua cieca, il pensiero di Kanafani offre un antidoto preciso: niente isterie del lutto e utopie senza organizzazione, né solidarietà sentimentale separata dall’analisi delle strutture. La resistenza è l’essenza, scriveva nel 1967. Non come slogan: come modo di stare nel mondo. Il bambino espulso da Akka il giorno del suo dodicesimo compleanno avrebbe oggi novant’anni. Ciò che ha costruito – nonostante e attraverso l’assassinio – è ancora vivo, ancora pericoloso, ancora necessario. Gli imperialisti sanno riconoscere i propri nemici meglio di quanto non li riconoscano certi amici. da https://revolvepl.substack.com/p/novantanni-di-ghassan-kanafani

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    Il racconto del Boomernauta. Parte Terza: Games Transp. La Dernière Chance; I Gamartivist e il Morbo Nekomemetico La Dernière Chance L’uso dei Games Transp si estende anche grazie alla sua qualità di antidoto alla malinconia e alla remissività generata dalle TAM. Il Boomernauta spiega che molte specie, inaspettatamente attratte dai Games T, presero, nell’ambito di gioco, sembianze nuove e sconosciute. Si creano così nuovi simbionti e olobionti mentre certe specie gregarie trasferivano l’intelligenza dello sciame all’interno dei Games. I nonumani sentivano che la causa della catastrofe totale in corso era la strana pandemia che alterava il comportamento umano e che i Games erano la dernière chance a loro disposizione. Inoltre grazie all’impegno dei Gamartivist e dei semio-hacker, i Games T erano in continuo perfezionamento e si integravano progressivamente alle quattro dimensioni della realtà, incluso il tempo. Attraverso i Games Transp, i nonumani potevano finalmente agire attivamente e influire in modo nuovo sulla realtà degli umani. Una sottile inversione di quello che gli umani avevano fatto da sempre e spesso in modo feroce e spietato. Gli umani implicati nella salvezza di Gaia, d’altra parte, non avevano alternative: questi nuovi Games diventarono l’unica azione/evasione/diversione importante che controbilanciava la malinconia generata dalle TAM. Una malinconia che, se di fatto diminuiva leggermente il livello di contaminazione nekomemetica, non sarebbe bastata a frenare la sepsi di Gaia prima che essa avesse completato la distruzione di una parte significativa della vita stessa. Sebbene pochi avessero riconosciuto il sottile controllo psichico emanato dai nonumani attraverso le TAM, nessuno poteva prevedere fino a che punto i Games Transp avrebbero spinto tale fenomeno. Ovviamente, non tutte le specie nonumane si coinvolgevano (o venivano coinvolte) nello stesso modo e con le stesse tempistiche nei Games. Man mano che diverse specie li scoprivano, altre trovavano, grazie alle nuove interfacce, un loro modo per essere implicate. Ti ho già spiegato come i Reality e i PolGames arrivassero a influenzare se non a mutare la realtà, ma senza uscire dal recinto dell’umanità. Nei Games Transp questa tendenza subì un’accelerazione sorprendente. La finestra che le TAM avevano socchiuso venne spalancata. L’arrivo dei nonumani fu alla base di questa rivoluzione dei ruoli nelle reti della vita e diede origine a una situazione di grande complessità e disordine. A questa nuova configurazione contribuirono anche altri fattori; io qui mi limito a quelli che mi sono sembrati più significativi senza pretendere d’essere esaustivo. La sopravvivenza a termine degli umani e di molte specie nonumane già allora sembrava tanto incerta che era difficile avere le idee chiare sull’avvenire. Nell’ambito della Sfera Autonoma, pur con tutte le abituali divisioni e contraddizioni interne, pareva comunque acquisita la fine della presunta superiorità ed egemonia degli umani nelle reti della vita. Come successo con le TAM, progressivamente una grande maggioranza di specie entrò nei Games in vari modi: individualmente e/o collettivamente, sia in modo diretto che indiretto. La partecipazione di certi nonumani sociali o gregari, per esempio, non era individuale, ma sintetizzava il comportamento collettivo della comunità. Assumendo un ruolo nei Games T, le aggregazioni nonumane – colonie di insetti, stormi di uccelli, banchi di pesci o greggi – trasferivano nell’azione ludica la swarm intelligence (intelligenza dello sciame) performata nella realtà; nel senso che valevano anche nel gioco le regole che governavano da sempre il collettivo, come l’interazione sociale, la protezione dai predatori, la mobilità comune ecc. I livelli d’implicazione erano molto differenziati: come o forse più che per le TAM, l’intra-azione diretta nei Games prevista dalle interfacce non riguardava solo entità viventi che gli umani avrebbero considerato come evoluti. Ci furono sorprese, le modalità di partecipazione erano tanto diverse, spaziando dalla semplice figurazione passiva nello scenario sino a ricoprire ruoli attivi multiformi. Con le evoluzioni introdotte, gli ologrammi 3D multi-sense potevano trasfigurare il gamer nonumano in un essere ibrido: un simbionte1 o addirittura un olobionte2. Potrebbe sembrare che tali ruoli fossero assunti principalmente da nonumani generalmente considerati più senzienti, biologicamente e psicologicamente più vicini alla specie umana come vertebrati, mammiferi e persino i tradizionali alleati domestici. Questo era quello che speravano certi darwinisti sociali, che desideravano un ritorno ai vecchi tempi del dominio capitalista. Ma a grande sorpresa arrivarono invertebrati acquatici, nonumani gregari non-mammiferi e poi rettili e altri animali viscidi, sopravvissuti a precedenti grandi estinzioni, che sentendo quella in corso avvicinarsi, furono spinti a partecipare ai Games T. Una cosa sola li accomunava tutti: sentivano l’avanzare della sepsi di Gaia che minacciava la loro vita e quella dei loro consimili. Ed una sola cosa li motivava: cercare una via d’uscita. Grazie alle TAM avevano infatti istintivamente intuito che la strana pandemia che alterava il comportamento umano era all’origine del problema. Non tutte le specie potevano percepirne l’origine memetica, ma tutte sentirono a loro modo di aver una dernière chance per intervenire. Per questo, probabilmente, non esitarono a passare attivamente all’azione per contrastare l’ineluttabile. Una parte degli umani invece, oltre a essere affetta dal morbo, nekomemetico era esausta. A metà ingannati dalle prospettive della Grande Fuga, vivevano in una realtà che si sgretolava lentamente, spesso costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento primitivo, mentre le TAM diffondevano una malinconia talvolta letale. Cercavano solo rifugio nei Games e ormai solo quelli Transp erano compatibili con il loro stato. Erano quindi tanto vulnerabili quanto i nonumani erano decisi. Grazie alla sua determinazione questa variegata moltitudine nonumana riusciva ad assumere in modo enigmatico identità, generi, fattezze e ruoli che sfidavano le convenzioni dell’evoluzione. Richiamando certe modalità dei giochi di ruolo, creavano personaggi inventati, dando vita a simbionti che agli occhi umani potevano apparire come creature estranee, evocando le inquietanti raffigurazioni dei demoni dell’inconscio umano di cui il maestro Hyeronimus B. aveva lasciato raffigurazioni inquietanti. In altre occasioni erano invece più familiari perché ricordavano da lontano i popolari simbionti dei comics, ma con una nota di distanza. Nella storia conosciuta i mostri, spesso ispirati a ibridi di esseri viventi, erano sempre esistiti avendo spesso funzioni essenziali. Erano creature generate con varie intenzioni, spesso metaforiche, all’interno di universi che abbracciavano mitologia, religione, folklore, arte e cultura in generale. Tuttavia ora si trattava di entità generate dalla creatività dei nonumani e talvolta nate da imprevedibili simbiosi. Non erano più totalmente immaginarie perché il gioco, in quanto Reality Game, si svolgeva nello scenario della realtà. Olobionti e simbionti generati da nonumani popolavano la scena dei Games T con un’impressionante verosimiglianza. Fra l’altro le ultime generazioni degli ologrammi 3D multi-sense permettevano una materializzazione plurisensoriale delle entità, che intervenivano nei Games attraverso meccanismi di diffrazione implicanti intrecci, nuovi modelli di conoscenza, interferenze, trasformazioni reciproche e mutaforma. Sembravano quasi realizzare una dimostrazione pratica dell’inesistenza della tradizionale separazione fra epistemologia (conoscenza) ed ontologia (studio dell’essere). Esse avevano una certa lieve consistenza e un calore che, perlomeno nell’azione, le rendevano quasi indistinguibili dai viventi e nelle varianti più evolute disponevano anche di emissioni olfattive fondamentali per molte specie. Si arrivava alla capacità di gestione di sostanze semiochimiche come i feromoni per trasmettere segnali olfattivi di tipo sessuale, materno o di allarme ecc. o gli ectomoni per diffondere messaggi fra specie diverse.Ovviamente c’era anche il trattamento di tutto lo spettro acustico. L’insieme di suoni, di musicalità, di frequenze venivano traslate non solo per essere udibili da tutte le specie (come per esempio nel caso degli ultrasuoni), ma anche per diventare vettori dei messaggi non mediati che ogni specie desiderava inviare. Suoni che erano in grado di interagire in modo potente e delicato, inducendo coloro che li ascoltavano in stati particolari di receptiveness, attenzione o assenza. Queste entità ludiche, che mantenevano una certa sfuma tura di aleatorietà, non solo possedevano fattezze sorprendenti, ma i loro comportamenti e atteggiamenti avevano effetti assolutamente imprevedibili e talvolta incomprensibili per gli umani. Nel contesto del gioco, i nonumani costruivano dinamiche inaspettate e sconvolgenti anche attraverso le loro proiezioni. Tali dinamiche includevano relazioni, scambi e interazioni di ogni tipo, talvolta anche di natura amorosa ed erotica, coinvolgendo tutte le persone partecipanti al gioco e generando significativi scompensi nella psicologia umana. Note: Simbionte: cfr. glossario. Il Boomernauta qui non sembra molto preciso ma credo che intenda significare che all’interno dei Games T si formavano nuove configurazioni ed asociazioni di entità viventi nel gioco: i simbionti sono i partecipanti di una simbiosi che è un’associazione intima, mutualistica e a lungo termine tra due organismi di diverse specie, principio esistente in natura e termine poi utilizzato nei Comics (il più famoso era stato Venom). Mentre di solito si intendeva per olobionte un insieme di un ospite e delle molte altre specie che vivono dentro o intorno a esso, che insieme formano una unità ecologica discreta. E quindi un umano così come molti nonumani che ospitano colonie di batteri e di altri microorganismi al loro interno possono essere considerati degli olobionti. Olobionte: cfr. glossario. I Gamartivist e il Morbo Nekomemetico Il Boomernauta racconta le drammatiche evoluzioni dei Games Transp mentre ci si inoltrava oltre la metà del XXII secolo. Nonostante i Gamartivist avessero intenzioni di coinvolgere i nonumani come alleati nel cambiamento strategico della situazione, i risultati tardavano a manifestarsi. Nel frattempo, i Games T conferivano ai nonumani una potente capacità di influenza sugli altri gamers e sulla Sfera Autonoma nel complesso, specialmente sulla porzione dell’umanità cosciente dell’urgenza della situazione. Poiché sentivano avvicinarsi il pericolo di estinzione causata dal morbo nekomemetico, i nonumani utilizzavano le loro abilità di giocatori in molteplici modi per distrarre gli umani e deviarli dai loro comportamenti distruttivi. Tuttavia, questa superiorità si stava trasformando in una sorta di egemonia inconscia invece che in un’alleanza, con conseguenze talvolta fatali. I Gamartivist, attraverso il lavoro sui Games e le interfacce Transp, avevano sperato di aprire un canale capace di far rinascere nell’umanità la coscienza del comune relazionale fra specie. Un comune quotidiano basato sulla conoscenza, la cura e l’attaccamento al territorio e all’ambiente. I Gamartivist avevano iniziato questo lavoro fin dallo sviluppo delle TAM e, quando si diffuse una profonda malinconia tra i nonumani a causa della setticemia di Gaia, contarono sul fatto che i Games Transp potessero capovolgere questa situazione deprimente. Il loro obiettivo era che i nonumani partecipassero attivamente ai Games e, in qualche modo (anche se non era ancora chiaro come), trasmettessero l’importanza vitale del legame comune come unico antidoto efficace contro il morbo nekomemetico. Vedevano questa condizione come l’ultima possibilità per liberarsi in extremis dalla stretta del virus e, di conseguenza, dal controllo delle Governance. Ma se tecnicamente i Games T avrebbero potuto essere il medium adatto, l’effetto sperato tardava a manifestarsi. È possibile che la diffusione del morbo nekomemetico fosse favorita dall’uso che la Governance Quantistica (Gov Q) faceva della tecnologia quantistica nel tentativo di ristrutturare il logoro motore capitalista. Il revamping aveva apportato nuove energie proprio allo sfruttamento del comune relazionale che costituiva il tessuto connettivo di Gaia. O forse, in un contesto difficile e solcato più che mai dalle divisioni umane, era troppo tardi per ricostituire un nucleo di fiducia reciproca con i nonumani senza il quale nessuna macchina, ludica o meno, avrebbe funzionato. I Gamartivist si trovavano in una posizione complessa, poiché dovevano affrontare non solo l’influenza dei nonumani sui gamers, ma anche le azioni ambigue della Gov Q e dei suoi bracci produttivi e armati. I margini di manovra erano limitati, ma cercavano comunque di organizzare interventi di resistenza quando i dipartimenti della Gov Q oscillavano tra modalità di sterminio e sfruttamento dei processi ecologici messi in opera dal comune della Sfera Autonoma. Effettivamente, grazie alla loro esperienza nei Games, i nonumani sviluppavano abilità e strategie che li rendevano più capaci di affrontare e difendersi dai pericoli. Essi sapevano creare situazioni ed entità plasmatiche aggressive che potevano fungere da deterrenti o come risposta alle minacce che subivano. In situazioni estreme, potevano intervenire in modo efficace e anche diventare letali. In molte occasioni questo contribuiva a controllare la situazione e a respingere gli attacchi che venivano loro rivolti. L’utilizzazione nonumana dei Games T, cominciata nella prima parte del XXII secolo, man mano si allargava. Dopo qualche decennio l’influenza esercitata si stava trasformando in una grande corrente che investiva gli umani e li trascinava con sé. Sembrava proprio che, dopo essersi appropriati a loro modo del potenziale fornito dai Games T, i nonumani cercassero di distogliere con tutti i mezzi l’umanità dai comportamenti distruttivi dettati dal virus nekomemetico. Nel mondo dei Games T, la distinzione tra virtuale e reale si faceva talvolta sfumata, coinvolgendo anche la vita e la morte stessa. I nonumani sfruttavano questa caratteristica per offrire anche esperienze piacevoli e rassicuranti agli umani, popolando i loro sogni e limitando così la diffusione del morbo nekomemetico. Utilizzando simbionti e olobionti generati all’interno dei Games, erano in grado di trasmettere direttamente i loro sentimenti e le percezioni legate all’istinto di sopravvivenza. E poi c’era anche l’uso del piacere. I gamers delle comunità queers furono i primi a lasciarsi andare a un erotismo agito dalle emanazioni olografiche di nonumani; un erotismo molto lontano dalle classiche sessualità binarie. Anche queste pratiche avrebbero contribuito al rigetto del morbo nekomemetico. Era evidente che una malattia che aveva origini nei tempi remoti della nascita della technè non sarebbe scomparsa dall’oggi al domani, ma si poteva sperare che diventasse marginale e smettesse di alimentare la setticemia di Gaia. Probabilmente l’azione collettiva di distrazione mediata dai Games non sarebbe stata sufficiente a capovolgere una situazione tanto compromessa. Era innegabile che l’attrattiva esercitata dai Games T sugli umani potesse raggiungere livelli molto elevati, quasi al punto di generare dipendenza. Tuttavia, c’era il rischio che, a causa del deterioramento delle condizioni di vita e delle difficoltà incontrate, essi fossero costretti ad abbandonare i Games. In tal caso, la pandemia avrebbe potuto riprendersi con maggiore forza, permettendo alle profezie più oscure di avverarsi. Con l’espansione dei nonumani nei Games, il potere dei nonumani cresceva in modo significativo, anche se non si poteva affermare che lo facessero intenzionalmente. La loro influenza si estendeva su buona parte dell’umanità, andando oltre i territori controllati dalla Gov Q, che sembravano incapaci di arginarla. Questa egemonia non si manifestava come il crudele dominio praticato dagli umani, ma ciò non la rendeva meno pericolosa. Non c’erano finalità intenzionali di supremazia, ma solo comportamenti necessari per allontanare la minaccia globale in atto. Tali comportamenti potevano implicare aspetti che andavano al di là di qualsiasi sistema umano di valori. Le conseguenze si facevano sentire in maniera terribile in alcune regioni, ripercuotendosi su tutte le popolazioni e non solo sui Gamers. In tali circostanze il declino della civilizzazione si accentuava. Non si trattava ancora del collasso finale previsto dagli ormai scomparsi sacerdoti dell’ecologia profonda (deep green), ma piuttosto di un serio peggioramento soprattutto in zone già duramente colpite dagli effetti del deterioramento ambientale. Le dinamiche dei Games mettevano più che mai in evidenza la pandemia umana nel diffondersi della setticemia di Gaia. D’altro canto l’unico mezzo trovato nei Games T dai nonumani per contrastare questa situazione era stato di indebolire il dominio degli umani con tutti i mezzi: mettendoli in difficoltà, distraendoli, turbandoli e persino seducendoli… Anche i Gamartivist, che avevano lottato per un’alleanza rivoluzionaria multispecie, percepivano sia la sfida nel realizzarla, sia il rischio di intraprendere un percorso lungo e doloroso, con o senza l’ausilio dei Games.

  • konnektor

    Dopo Orbán Cinzia Farina L’establishment e le élite europee hanno manifestato la loro gioia per la vittoria di Péter Magyar e per la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi dello scorso aprile, celebrando il fatto che il modello autoritario e la democrazia illiberale siano stati sconfitti, rafforzando il percorso democratico dell’Unione Europea. Da un lato, però, Orbàn, nonostante la pesante sconfitta elettorale, continua a mantenere posizioni di potere all’interno della società e dell’economia ungherese. Dall’altro Magyar, pur avendo sfruttato le proteste e le agitazioni portate avanti dai movimenti progressisti e dalla classe operaia ungherese, non si è mai riconosciuto in tali forze, adottando nei loro confronti un atteggiamento quanto meno ambiguo. Per di più il nuovo primo ministro si troverà a governare uno dei paesi più poveri d’Europa in un contesto a dir poco turbolento. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Repubblica & Democrazia di Podemos e da Traficantes de Sueños. La schiacciante vittoria di Péter Magyar alle elezioni ungheresi del mese scorso è stata salutata dai media occidentali come un rifiuto decisivo della «democrazia illiberale», con ripercussioni sui movimenti populisti-nazionalisti e sugli aspiranti autocrati di tutto il mondo. L’entità del rifiuto manifestato dall’elettorato nei confronti della candidatura di Viktor Orbán, che aspirava a un quinto mandato consecutivo dopo sedici anni al potere, è stata senza dubbio netta. L’affluenza ha raggiunto l’80%, una cifra senza precedenti, mentre il sostegno a Fidesz-Unione Civica Ungherese di Orbán è sceso da 3,1 a 2,5 milioni di voti. Il partito di centro-destra di Magyar, Tisza-Partito del Rispetto e della Libertà, ha aumentato i propri voti praticamente in tutti i collegi elettorali del Paese. L’atmosfera a Budapest era di giubilo, con Orbán che ha perso sia nei quartieri dell’alta borghesia sulle colline di Buda sia tra gli elettori privi di istruzione superiore della periferia di Pest. Magyar ha superato Orbán anche nelle città di provincia, dove le famiglie conservatrici e cattoliche della classe media costituivano un tempo una base di sostegno cruciale per Fidesz. Anche nei paesi con meno di 5.000 abitanti, dove le strategie di propaganda, compravendita di voti e intimidazione degli elettori utilizzate da Orbán sono sempre state storicamente più efficaci, i voti dell’opposizione sono aumentati considerevolmente. La quota di Fidesz nell’Assemblea Nazionale, la camera uninominale ungherese di 199 seggi, si è più che dimezzata, passando da 135 a 52, e lo stesso Orbán ha annunciato che non avrebbe occupato il seggio conquistato. Il 53% dei voti di Tisza, d’altro canto, si è tradotto in una solida maggioranza di 141 deputati. A cosa è dovuta la spettacolare sconfitta del capo di Stato più longevo d’Ungheria? Magyar era un avversario ben posizionato. Figlio di una famiglia influente di giudici e politici, ex membro di spicco di Fidesz, ha abbandonato il partito nel 2024 a seguito di un grave scandalo di abusi in un orfanotrofio statale; la controversa grazia concessa ad alcuni dei soggetti coinvolti ha visto implicata la sua ex moglie, ministro della giustizia di Orbán, che si è dimessa. Abile utilizzatore dei social media – dove schiva gli attacchi con i meme e condivide le sue routine di fitness – il telegenico candidato di 45 anni ha condotto la sua campagna elettorale presentandosi come un onesto cristiano-democratico e conservatore. Magyar ha trasformato la questione della «democrazia» in un tema sostanziale concentrandosi sul degrado dei sistemi sanitario e scolastico e sostenendo che le ossessioni della guerra culturale contro l’«ideologia di genere» e le ONG liberali hanno distratto Orbán dal buon governo. Ha anche condotto una campagna instancabile contro la corruzione e il clientelismo di Orbán e dei suoi collaboratori, che, oltre alla diretta appropriazione indebita e alla cattiva gestione del denaro pubblico, hanno fornito alla Commissione europea i presupposti per negare all’Ungheria l’accesso a miliardi di euro di fondi UE di cui aveva un disperato bisogno. Orbán, al contrario, ha promesso di ripristinare le importazioni di combustibili fossili russi e ha condotto la campagna elettorale come il candidato della «pace», che lotta per l’interesse nazionale dell’Ungheria contro i guerrafondai di Bruxelles. Ha ribadito la sua costante opposizione ai finanziamenti e ai trasferimenti di armi dell’UE all’Ucraina, nonché il suo sostegno a una rapida conclusione della guerra con concessioni territoriali da parte di Kiev (a marzo ha posto il veto su un pacchetto di aiuti dell’UE all’Ucraina del valore di 90 miliardi di euro, ora revocato da Magyar). Tuttavia, gli spot elettorali che denunciavano la morte di giovani ungheresi nel Donbass non hanno sortito alcun effetto. La candidatura di «pace» di Orbán è stata inoltre minata dal suo fedele sostegno al genocidio israeliano a Gaza e, più recentemente, dal sostegno alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Sebbene avesse promesso di ridurre il costo della vita, il suo operato al potere ha giocato contro di lui. Il blocco dei fondi UE ha senza dubbio ridotto il margine della manovra fiscale di Orbán ed è diventato un elemento chiave della campagna di Magyar. Ma i commentatori occidentali hanno tendenzialmente sopravvalutato questa questione a scapito dei cambiamenti economici più profondi subiti dall’economia ungherese. Come ha sottolineato David Broder, mentre «molte analisi si concentrano sul controllo autoritario del potere da parte di Orbán» – le sue riforme costituzionali, il controllo del potere giudiziario e la sua influenza sui media e su altre istituzioni – «il fatto che sia stato ora sconfitto alle urne ci indica che si era affidato a un tipo di sostegno più organico che si è esaurito». Salito al potere dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, Orbán ha promesso «sovranità», un mantra che ha continuato a ripetere senza sosta. Tuttavia, per quanto riguarda la sua politica economica, Orbán ha attuato in pratica un regime di sviluppo trainato dalle esportazioni e alimentato dall’attrazione di investimenti stranieri, svolgendo, di fatto, il ruolo di supporto, come un concierge, per aziende che andavano dalla tedesca VW alla sudcoreana Samsung e alla cinese BYD. Magyar ha vinto in ultima analisi, perché Orbán ha perso il controllo della coalizione nazionale necessaria a sostenere questo modello. Il primo decennio di Orbán al potere è stato caratterizzato dal sostegno all’industrializzazione trainata dall’integrazione nelle catene di approvvigionamento tedesche, mentre gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una politica di quello che i sociologi Agnes Gagyi e Tamás Gerocs definiscono «polialineamento»: consolidare il ruolo dell’Ungheria nelle catene di approvvigionamento delle case automobilistiche, affermandosi al contempo nell’economia dei veicoli elettrici e cercando di mantenere l’accesso all'energia russa a basso costo. Orbán può vantarsi del fatto che l’Ungheria sia diventata un centro nevralgico della produzione di batterie in Europa; sia i produttori cinesi che quelli sudcoreani hanno effettuato investimenti storici nel Paese. Tra il 2014 e il 2024 l’Ungheria ha ricevuto 18 miliardi di dollari per investimenti legati ai veicoli elettrici da parte di aziende cinesi, cifra superata solo dall’Indonesia. Supponendo che gli impegni di Westinghouse e Boeing non vengano disattesi sotto la pressione dell’amministrazione Trump, l’ultimo mandato di Orbán potrebbe anche essere ricordato per la rinascita degli investimenti statunitensi in Ungheria. Questa strategia non si è tradotta, tuttavia, in una prosperità generalizzata. Sono state accumulate fortune, specialmente nei settori dell’edilizia e dei servizi. Ma l’Ungheria di oggi non assomiglia affatto al leggendario Mittelstand, il tessuto di piccole e medie imprese della Svizzera o della Baviera, la cui immagine gli ideologi di Fidesz un tempo sventolavano davanti agli occhi degli elettori. Lo sforzo di attrarre investimenti stranieri ha significato una legislazione pubblica favorevole ai datori di lavoro grazie all’indebolimento dei diritti sindacali, al taglio delle indennità di disoccupazione e all’aumento degli straordinari, il che nel complesso ha contribuito a creare una forza lavoro sottopagata e sfruttabile, che risulta attraente per le multinazionali. Le contraddizioni interne di questo modello – privare di risorse i sistemi sanitari pubblici e l’istruzione nonostante la richiesta da parte degli investitori di una forza lavoro sana e qualificata – hanno portato a una situazione in cui i bambini e le bambine ungheresi soffrono in case famiglia dove subiscono abusi e in scuole fatiscenti, mentre le aziende internazionali procurano visti di lavoro restrittivi ai lavoratori provenienti dall'Ucraina e dal Vietnam. Gli ultimi quattro anni di alta inflazione hanno visto il tenore di vita in Ungheria scendere tra i più bassi dell’UE, con un forte aumento dei prezzi che ha colpito la popolazione rurale povera – un tempo base elettorale di Orbán – ancor più duramente. Sebbene nel 2022 i timori suscitati dalla guerra in Ucraina e la kultukampf [lotta culturale] di Orbán fossero sufficienti a tenere unita la coalizione, oggi questa si è sgretolata. Sbloccare i fondi dell’Unione Europea per alleviare la pressione sull’economia e sui servizi sociali ungheresi sarà la massima priorità del nuovo governo; Magyar si è già recato a Bruxelles per incontrare Ursula von der Leyen («Avete scelto l’Europa», ha esultato la presidente su X il giorno dopo le elezioni). Invertire la «regressione democratica» comporterà probabilmente la rinazionalizzazione delle università ungheresi, la cui proprietà e gestione Orbán ha trasferito a una serie di fondazioni guidate da notabili del settore privato e di Fidesz. Il programma del partito Tisza include anche impegni per aumentare la rappresentanza sindacale, combattere i comitati aziendali corrotti e difendere la legislazione sul lavoro contro gli investitori stranieri dominanti in Ungheria. Ma Magyar non ha condotto una campagna elettorale in grande stile su questi punti, preferendo concentrarsi sul taglio dei costi attraverso l’eliminazione della corruzione e del favoritismo. Sebbene Orbán abbia subito una clamorosa sconfitta elettorale, conserva roccaforti di potere nella società civile e nella sfera commerciale. L’ampia rete di think tank a cui ha elargito fondi pubblici continuerà ad aiutare Fidesz nel suo ruolo di principale partito di opposizione. Tutto lascia pensare che il Mathias Corvinus Collegium, il Danube Institute e lo Századvég Institute saranno spine nel fianco del governo di Magyar, con abbondanti risorse. Il destino delle aziende che hanno prosperato sotto il mandato di Orbán è meno certo. L’azienda petrolchimica MOL e la banca OTP si sono consolidate come potenti corporation a livello regionale sotto Fidesz, al punto che ora sono in gran parte indipendenti dalla mafia del partito. Il giorno dopo le elezioni, le azioni di queste società sono andate su alla Borsa di Budapest, presumibilmente spinte dal sollievo degli investitori per lo svolgimento pacifico delle elezioni e, forse, dalla prospettiva del ripristino dei fondi UE. Sándor Csányi, il miliardario proprietario di OTP, ha espresso la sua fiducia in Magyar, nonostante i buoni rapporti che ha mantenuto con Orbán nel corso degli anni. Altri capitalisti allineati con Fidesz non hanno ancora espresso le loro intenzioni politiche. Gábor Széles, proprietario della principale azienda di assemblaggio di prodotti elettronici del Paese e sostenitore delle politiche di Orbán in materia di diritti del lavoro, non passerà dalla parte di Tisza nel breve termine e probabilmente aspetterà di vedere come si riorganizzerà Fidesz come partito leader dell’opposizione. La sinistra organizzata è stata messa alla prova nell’attuale congiuntura. Quasi tutte le sue forze politiche si sono allineate per sostenere la candidatura di Magyar in quanto opportunità migliore per rompere con il sistema di Orbán e riportare il paese sulla strada di uno Stato più rispettoso della legge, in cui possano essere difesi i diritti della classe operaia, degli inquilini e delle minoranze. Queste forze politiche di sinistra dovranno concentrarsi sul chiedere conto a Magyar delle promesse fatte sugli investimenti nell’edilizia sociale, sul rispetto della legislazione sul lavoro da parte di quelle imprese che rappresentano alcune delle maggiori fonti di investimenti stranieri in Ungheria e sul rafforzamento di sindacati e di consigli di fabbrica, contravvenendo agli istinti conservatori della sua coalizione e al precedente del suo stesso ex partito. Magyar e Tisza hanno beneficiato di anni di agitazione progressista e di mobilitazioni guidate dalla classe operaia ungherese contro le politiche di Fidesz, dalle mobilitazioni contro la «legge sugli schiavi» del 2018 agli scioperi e alle proteste più recenti di insegnanti e studenti. Ma Magyar ha raramente riconosciuto, e tanto meno sostenuto, queste forze. Il fatto che abbia snobbato la Confederazione sindacale ungherese, quando questa ha chiesto l’opportunità di esprimere le rivendicazioni dei propri iscritti durante la campagna elettorale, non fa presagire nulla di buono. Tuttavia, per mantenere la sua nuova coalizione, Magyar dovrà bilanciare i desideri del capitale straniero di sviluppare la maquiladora ungherese e aumentare la flessibilità con le speranze nutrite da una generazione più giovane ispirata dalla sua promessa di realizzare un’Ungheria più «umana». Anche se riuscisse a ripristinare un certo ordine costituzionale, Magyar si troverebbe comunque ad affrontare la sfida di governare il terzo paese più povero d'Europa in un contesto globale turbolento. Testi consigliati Christopher Bickerton, La persistencia de Europa, «NLR» 122 Gavin Rae, En el espejo polaco, «NLR» 124 Susan Watkins, La derecha fracturada, «NLR» 126 Alexander Clapp, Rumanía rediviva, «NLR» 138 Iván Szelényi, Capitalismos después del comunismo, «NLR» 96 Madlen Nikolova, El mal gobierno búlgaro, Gavin Rae, Mitos enclenques del liberalismo polaco e ¿Tusk contra el populismo polaco de extrema derecha? e Costi Rogozanu, Rumanía fracturada, tutti pubblicati su «Diario Red». Kyle Shybunko è un eminente studioso, specializzato in scienze politiche e storia europea moderna, in particolare nei sistemi politici e nella storia dei paesi slavi. Docente di «Introduzione all’interpretazione storica» alla New York University. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • konnektor

    Il pericoloso stallo della sinistra francese Lc Carvalho In Francia la sinistra non è in grado di tracciare una linea d’azione credibile di fronte alla possibilità che l’estrema destra di Jordan Bardella e Marine Le Pen conquisti la presidenza della Repubblica, vista la linea disastrosa seguita dal Partito Socialista francese di Olivier Faure e Raphaël Glucksmann e lo smarrimento dei media progressisti («Le Monde», «Liberation», «Mediapart») rispetto al progetto di La France Insoumise e di Jean-Luc Mélenchon. Nell’insieme dell’Unione Europea, in Francia come in Spagna, in Germania come nel Regno Unito o in Italia, la spettacolare mutazione delle condizioni sistemiche di riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non riesce a produrre mutamenti di pari intensità e profondità nel campo politico della sinistra. Dopo le elezioni comunali francesi tenutesi il 15 e il 22 marzo di quest’anno, solo un partito di sinistra ha manifestato preoccupazione per i risultati deludenti: Les Écologistes. Sono andate perdute sei delle otto grandi città conquistate durante l’«onda verde» del 2020, tra cui Bordeaux. Non è la prima volta che La France Insoumise (LFI) offre una lettura trionfalistica – «risultati notevoli», un’«ondata» – di risultati che non hanno soddisfatto la maggior parte delle aspettative. Il Parti Socialiste (PS), dopo aver sottolineato che, insieme ai suoi alleati, conservava ancora sette delle dieci maggiori città della Francia, tra cui Parigi, Lione e Marsiglia, ha ripreso le sue eterne dispute interne sulla responsabilità della perdita di Brest, Clermont-Ferrand e Avignone. Il Partito Comunista Francese (PCF) ha conquistato Nîmes, ma ha visto erodersi il proprio sostegno in roccaforti operaie come Vénissieux. L’elezione del suo segretario nazionale, Fabien Roussel, a sindaco di Saint-Amand-les-Eaux (16.000 abitanti) gli serve principalmente a consolidare la propria candidatura nella corsa presidenziale del prossimo anno. Va detto che le elezioni locali non sono un indicatore affidabile dei risultati nazionali. Tre anni dopo il suo arrivo all’Eliseo nel 2017, Emmanuel Macron non è riuscito ad affermarsi né nei comuni grandi né in quelli piccoli; tuttavia, è stato rieletto due anni dopo come presidente della Repubblica. Il fondatore di LFI, Jean-Luc Mélenchon, ha ottenuto il 22% dei voti alle elezioni presidenziali del 2022 in un momento in cui il suo partito controllava solo due piccoli comuni. Al contrario, la forza municipale dei socialisti non è servita a dare slancio alla loro candidata presidenziale di quell’anno, Anne Hidalgo, che ha ottenuto solo l’1,75% dei voti. L’affluenza alle urne è solitamente bassa nelle elezioni comunali (il 57% quest’anno, contro il 72% alle elezioni presidenziali del 2022); in oltre due terzi dei comuni francesi, spesso molto piccoli, le elezioni non vedono contrapposti partiti con programmi opposti e molti candidati non si presentano sotto l’egida di un partito. L’attenzione dei media, dal canto suo, si concentra sui grandi centri metropolitani, il che esagera la forza della sinistra, compresa La France Insoumise, e sminuisce quella dell'estrema destra del Rassemblement National (RN), che rimane molto più radicata nella Francia rurale. Nonostante queste precisazioni, queste elezioni comunali hanno fornito alcune indicazioni, che non sono proprio incoraggianti. L'atmosfera nella sinistra era già tossica prima del voto. I socialisti erano usciti gravemente indeboliti dalle elezioni presidenziali del 2022; i loro deputati dovevano i loro seggi a un accordo al primo turno con il partito di Mélenchon. Tale accordo è stato rinnovato nelle elezioni legislative del giugno 2024, ma da allora il PS ha rotto in modo decisivo con la coalizione del Nouveau Front Populaire. A differenza dei suoi partner, nell’ultimo anno il PS ha rafforzato il proprio sostegno parlamentare ai governi di destra nominati da Macron. LFI, dal canto suo, rivendica il monopolio della «rottura», del «radicalismo» e dell’antifascismo, trattando i suoi ex alleati con un misto di disprezzo e invettive («stupidità», «imposture nocive», «tradimento»). Le coalizioni improvvisate che si sono formate tra i due turni di queste elezioni comunali, tenutesi come abbiamo indicato il 15 e il 22 marzo, non hanno fatto altro che peggiorare le cose. Hanno variato molto da una città all’altra, poiché il PS si è rifiutato di imporre una linea ai propri candidati. Laddove credevano di poter vincere da soli – Parigi, Marsiglia, Montpellier –, i socialisti hanno respinto le proposte di LFI nella speranza di attirare gli elettori di centro. I candidati usciti indeboliti dal primo turno, al contrario, hanno accettato alleanze con LFI per salvare i propri comuni al secondo turno, poiché altrimenti la sconfitta era assicurata (Brest, Nantes, Clermont-Ferrand, Avignone). Come se ciò non bastasse a generare confusione, la destra socialista, insieme al beniamino dei media Raphaël Glucksmann, figura emblematica di un piccolo partito centrista alleato con il PS, Place Publique, ha denunciato qualsiasi collaborazione con LFI, sostenendo che Mélenchon fosse una minaccia antisemita per la Repubblica francese. Lo stesso Mélenchon ha minato i suoi compagni nelle liste congiunte quando, in un comizio pochi giorni prima del voto, ha dichiarato: «I socialisti sono dei manipolatori incalliti. Non ci costerà molto comprarli per il ballottaggio». Come c’era da aspettarsi, quella battuta è stata ripetuta più e più volte dai media durante la settimana decisiva che ha preceduto le elezioni. Gli anatemi scambiati dai leader del PS e di La France Insoumise hanno reso praticamente impossibile per la sinistra unire le forze e strappare le città alla destra. A Tolosa, ora la terza città più grande della Francia dopo Marsiglia, la lista congiunta della sinistra non solo non ha raggiunto la somma delle sue parti, ma ha anche mobilitato gli astenuti contro di sé. I socialisti hanno naturalmente attribuito le loro perdite municipali alle alleanze con LFI, che a loro avviso hanno allontanato gli elettori. Per il leader del PS, Olivier Faure, il partito di Mélenchon si è rivelato un «peso morto». LFI ha risposto che, senza quelle alleanze, che hanno preservato alcune roccaforti socialiste come Nantes, la sconfitta del PS sarebbe stata ancora più grave, indicando che il fattore principale per spiegare questi scarsi risultati era stata la stanchezza dell’elettorato nei confronti dei socialisti al potere (LFI non controllava nessun comune importante prima delle elezioni). Nel frattempo, i comunisti hanno cercato di tenersi fuori dalla mischia, mentre i Verdi chiedono un cessate il fuoco. I partiti di sinistra, in particolare il PS e LFI, si preparano ora a competere tra loro alle elezioni presidenziali del 2027. I socialisti, ancora privi di un proprio programma, puntano unilateralmente ed esclusivamente sulla demonizzazione di LFI. Finora hanno compiuto notevoli progressi nel portare avanti questa agenda, unendosi alle campagne orchestrate contro LFI lanciate dai media, dal centro-destra e dal RN. Questi attacchi hanno saputo sfruttare gli scivoloni di Mélenchon, al quale non viene mai perdonato alcun errore, nessuna gaffe, anche se in realtà l’ostilità che il suo partito suscita tra gli editorialisti dei principali media ha raggiunto una tale intensità che basta un minimo pretesto per mantenerla opportunamente accesa. Le copertine delle riviste che mostrano un Mélenchon trasandato e minaccioso si susseguono una dopo l’altra. In un solo giorno, il sito web di «Le Figaro», il principale quotidiano della borghesia conservatrice, in teoria distante dalla propaganda di estrema destra, ha dedicato questi due titoli ai comuni conquistati dal suo partito: «Donne velate rimproverano un cliente cristiano: a Creil, la deriva comunitarista che ha portato al potere LFI»; «“Si è appoggiato tanto alle reti di LFI quanto ai Fratelli Musulmani”: a Sarcelles, il nuovo sindaco allarma la comunità ebraica». Ora che LFI ha conquistato diverse città, tra cui due con più di 100.000 abitanti – Saint-Denis e Roubaix – che contano su grandi popolazioni di migranti, spesso musulmani, possiamo essere certi che ogni piccolo incidente avvenuto in questi luoghi sarà trattato come una catastrofe nucleare dai media e dalla destra radicalizzata. Questa isteria razzista è già iniziata a Saint-Denis in risposta all’annuncio del neoeletto sindaco Bally Bagayoko, di origine maliana, secondo cui avrebbe mantenuto la promessa elettorale di privare la polizia municipale di parte del suo armamento. Dallo scoppio della guerra a Gaza, l’accusa di antisemitismo è quella che viene lanciata più frequentemente contro LFI. Praticamente tutti i media – compresi quelli apparentemente di sinistra o di centro-sinistra, come Le Monde, Libération e Mediapart – hanno partecipato attivamente, in modo quasi ossessivo, alla promozione di questa campagna diffamatoria. Lo scorso 26 febbraio un breve commento di Mélenchon in cui scherzava sulla pronuncia russa del cognome di Epstein in Francia, con l’intenzione, secondo quanto da lui suggerito, di insinuare che Epstein fosse un collegamento di Mosca e non del Mossad, è stato sfruttato come prova di intolleranza o di qualcosa di peggio, in un’eco di accuse simili che a suo tempo erano state lanciate contro Jeremy Corbyn. Non importa che, nello stesso discorso di un'ora e quaranta minuti, Mélenchon avesse anche protestato contro la presenza continua al Senato di una statua di Luigi IX («San Luigi»), promulgatore di decreti antisemiti. Questa presunta infrazione è bastata perché il PS, che inizialmente aveva accolto le accuse con scarso interesse, attraversasse il Rubicone pochi giorni dopo, sotto la pressione della sua ala destra e dello stesso Glucksmann. Il 3 marzo, in un comunicato del proprio ufficio nazionale, i socialisti hanno condannato «senza riserve» le «caricature complottistiche e gli intollerabili commenti antisemiti» di Mélenchon e hanno ribadito il proprio rifiuto di qualsiasi accordo nazionale con LFI «data la preoccupante deriva della sua direzione». Allo stato attuale delle cose, una sinistra divisa ha poche prospettive di vittoria e non molte di più se si presentasse unita. Elezione dopo elezione – presidenziali, legislative, europee – la sinistra francese si è attestata tra il 30 e il 35 per cento dei voti, il che colloca il suo risultato collettivo più o meno allo stesso livello di quello del Rassemblement National (RN) da solo, senza tenere conto del sostegno fornito da formazioni ausiliarie dell’estrema destra come Reconquête e Debout la France. Cosa intende fare, allora, la sinistra nel suo insieme nel corso del prossimo anno per impedire che l’estrema destra, ovvero Jordan Bardella o Marine Le Pen, arrivi al potere? La risposta è: ben poco. Sembra che prevalgano altre priorità. In Francia, solo i due candidati più votati passano al ballottaggio; attualmente, ciò significa il RN e un rivale. Se un partito di sinistra riuscisse ad arrivare al ballottaggio, cosa non impossibile, qualora il blocco centrista si frammentasse, quali sarebbero le sue prospettive? Mélenchon conta su quella che lui stesso chiama la «magia»: «Siamo la forza leader della sinistra, e basta. Pertanto, la candidatura presidenziale sarà di La France Insoumise […]. Di fronte al dilemma, al ballottaggio, tra il Rassemblement National e un candidato di La France Insoumise, crediamo che questo Paese si dimostrerà sufficientemente antirazzista e sufficientemente repubblicano da non votare il RN. Questa è la nostra scommessa. E crediamo che vinceremo». La strategia della «Nuova Francia» di LFI si basa sull’ipotesi che una minoranza di sinistra impegnata possa imporsi mobilitando una riserva di astenuti, il cosiddetto «quarto blocco», disillusi dalla politica elettorale, in modo sproporzionato giovani e di origine migrante. In un contesto segnato dalla crisi internazionale, le previsioni sono rischiose, ma dato che questa scommessa non ha avuto successo nelle elezioni locali, la fiducia della sinistra nel fatto che tale «magia» dispieghi i suoi effetti nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2027 è meno diffusa del timore di una sconfitta schiacciante. I socialisti hanno un’enorme responsabilità nel rendere conto di questa situazione di disordine e confusione. A un decennio dalla debacle della presidenza Hollande, sembrano aver dimenticato il danno che essa ha causato alla sinistra e il ruolo svolto da LFI per ripulirlo e porvi rimedio. Il rischio che la storia si ripeta è evidente. Senza un programma, senza idee chiare, il PS va alla deriva da un’elezione all’altra, impegnato soprattutto a preservare il proprio apparato e i propri feudi locali. Prendere le distanze da LFI con accuse di antisemitismo, comunitarismo ed estremismo può essere il preludio di una strategia di ripiegamento che consiste nell’allearsi con il centro e con settori della destra «rispettabile». Thierry Pech, direttore del think tank socioliberale Terra Nova, ha recentemente sostenuto questa opzione: «Molti elettori che avevano abbandonato la sinistra e optato per il macronismo stanno tornando verso di essa ora che il blocco di centro si sta disintegrando. Lo fanno con maggiore facilità, quando viene loro assicurato che non è concepibile alcun accordo con Jean-Luc Mélenchon. In altre parole, la tendenza attuale implica una chiara rottura con LFI». Questa «tendenza» risulterebbe attraente per le élite economiche e i media. Riunirebbe partiti accomunati dal sostegno al riarmo, all’allineamento con il blocco occidentale, al federalismo europeo, all’appoggio all’Ucraina, all’ostilità verso il «populismo» e al rifiuto degli «estremi», un insieme di proposte che non è affatto debole e che non manca di coerenza sociologica. Tuttavia, in un contesto europeo in cui i programmi dell’SPD e del Partito Laburista vengono respinti in Germania e in Gran Bretagna e in un contesto francese che non rimpiange il liberalismo sociale modellato su Hollande né auspica la continuazione del macronismo senza l’immensamente impopolare Macron, la «tendenza» prevista da Pech ha un’attrattiva limitata. È dubbio che una coalizione borghese di questo tipo, che ricorda la «Terza Forza» dei primi anni della Guerra Fredda (1947-1958), quando la classe politica francese si unì per impedire ai comunisti e ai gollisti di arrivare al potere, possa contenere la richiesta di cambiamento, ora canalizzata con maggiore efficacia dall’estrema destra che dalla sinistra. Al momento, non è chiaro quale alternativa rimanga sul tavolo. Anche tenendo conto della lunga abitudine della sinistra francese di parlare con doppia lingua a seconda delle circostanze, è difficile prevedere un avvicinamento tattico tra il PS e LFI che si concretizzi in tempo per affrontare con serietà le elezioni presidenziali della primavera del 2027. Il risultato più probabile è che entrambi i partiti vengano eliminati al primo turno o che uno di essi passi al secondo in una posizione talmente indebolita da rendere la vittoria irraggiungibile. L’esclusione delle forze di sinistra dal secondo turno non sarebbe di per sé un fatto senza precedenti, dato che esse ne sono state assenti nel 2017 e nel 2022, ma un simile risultato si verificherebbe forse in un contesto in cui l’estrema destra, che si è costantemente rafforzata durante i due mandati di Macron, ha reali possibilità di arrivare al potere. Si consiglia di leggere Serge Halimi, «La situación de Francia», NLR 144, Natahm Sperber, «La crisis francesa: ¿orgánica o coyuntural?», Diario Red/New Left Review 148, y Perry Anderson, «El centro puede aguantar», NLR 105. Wolfgang Streeck, «La Unión Europea en guerra: dos años después» y Maurizio Lazzarato, «La “guerra civil” en Francia», ambos publicados en Diario Red. Daniel Finn, «Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo» y «El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda», y Fréderic Lordon, «El levantamiento francés», todos ellos publicados en El Salto. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Serge Halimi è uno scrittore e giornalista francese. Fa parte della redazione di «Le Monde diplomatique» dal 1992 e ha ricoperto la carica di direttore di questa rivista mensile da marzo 2008 a gennaio 2023. Autore fra altri libri di Les nouveaux chiens de garde (1997), Quand la gauche essayait (2000), Le grand bond en arrière (2004) y Économistes à gages (2012). ● Traduzione di Elisabetta Galasso

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    Geometria Disobbediente: La Sposa! di Maggie Gyllenhaal Le urla della mia Sposa sono quelle di tutte le donne. Maggie Gyllenhaal Mary Shelley fu spinta a scrivere Frankenstein, o il moderno Prometeo nel 1816 da una sfida letteraria con Lord Byron. L'ispirazione venne dalle discussioni scientifiche dell'epoca, in particolare sul galvanismo, dalle proprie esperienze personali di perdita e maternità e da un incubo in cui uno scienziato dava vita a una creatura. A questa scrittrice, saggista e filosofa britannica, che a 16 anni si dichiarò a un uomo già sposato prima di fuggire con lui in Europa, è assegnato a buon diritto il compito di aprire La Sposa!, secondo lungometraggio di Maggie Gyllenhaal. In un bianco e nero onirico, sgranato e scontornato, con quello che a tutti gli effetti sembra un sospiro di piacere. L'autrice (regia, sceneggiatura, produzione) nella sua vita precedente attrice forse non eccelsa, ricolloca la narrazione nella Chicago del 1936. La Creatura di Victor Frankenstein, chiamata Frankenstein come nel linguaggio comune siamo abitati a fare – ma più spesso semplicemente Frank, dopo un secolo di vagabondaggio virginale sente il bisogno di una compagna: dentro gli si è risvegliato qualche cosa che assomiglia a solitudine, sentimento, desiderio, non sa bene nemmeno lui. È convinto che possa aiutarlo uno scienziato folle e visionario, il dr. C. Euphronious, ma quando lo incontra scopre che C. sta per Cornelia. Potrebbe essere un problema. Non lo è. Facile immaginare che il cadavere da riportare in vita sarà quello di Ida, giovane frequentatrice di uomini danarosi che in apertura, sguardo fisso in macchina, ci ha avvertito in ordine a che tipo di film stiamo per assistere: una Love Story. Prima di finire assassinata per ordine del laido boss Lupino. Il primo di una lunga serie di cortocircuiti. Ida Lupino attrice, regista, sceneggiatrice, produttrice inglese degli anni '50, protofemminista con una predilezione per ruoli di donna in controtendenza rispetto ai cliché dell'epoca: tradimenti, gravidanze indesiderate, maltrattamenti, stupri. Sotto i fulmini di un temporale che genera la corrente elettrica necessaria ai marchingegni adeguatamente gotici della dottoressa Cornelia il film scala una marcia, sterza, accelera a fondo. Ida torna alla vita col nome di Penelope (Rogers) scaraventandoci in un ottovolante a forma di patchwork coloratissimo e nemmeno troppo vagamente lisergico: siamo noi ad avere messo le dita nella presa e facciamo fatica a stare dietro alle citazioni. La testa di Ida che mentre cade per le scale è per qualche istante, che un tempo avremmo chiamato fotogramma, la testa di bambola archetipo di molti horror movies. Frank che conosce a memoria e reinterpreta le sequenze musical del divo Ronnie Reed (Fred Astaire – e Ginger Rogers?). Coppia di detective che entra in scena a gamba tesa, ma Myrna (Myrna Loy, la compagna del detective de L'uomo ombra?) non lo è e forse non lo sarà mai. Maschi, dallo sgherro allo sbandato al poliziotto, per lo più stupratori. Da Chicago a New York alle Niagara Falls con l'automobile e l'incoscienza temeraria di Gangster Story. In un accidentato percorso di autodeterminazione la Sposa slitta da un genere all'altro recuperando il ricordo e ri-costruendo la propria identità. Rivendica la sfida al patriarcato, istiga alla rivoluzione. Se Gyllenhaal può circondarsi di comprimari di lusso (Annette Bening, Penelope Cruz, il marito Peter Sarsgaard, il fratello Jake) e se Christian Bale è come sempre un mostro di ironia in sottrazione è Jessie Buckley a spaccare. Da quando scandisce aggettivi a raffica sopra un tavolo in tale modalità Shakespeare che un avventore nota il suo accento inglese Mary/Ida/Penelope passa attraverso la Lee/Harley Quinn dell'ultimo Joker e la Bonnie Parker di Arthur Penn per arrivare a ripeterci per l'ultima volta I would prefer not to e consegnarci un audace manifesto di femminismo 5.0. Giovane irlandese in parabola ascendente, premiata con merito agli Academy Awards per Hamnet, forse non a caso altro film di fantasmi, di morti e di rinascite, con il suo urlo ci costringe a confrontarci con un problema ancora aperto: la Sposa non è più solo un'appendice narrativa, è finalmente una protagonista, la sua rinascita è incendiaria, non è ancora finita. Meditate, maschi. Disobedient Geometry: The Bride! by Maggie Gyllenhaal di Marco Rigamo translate by Matilde Moro The cries of my Bride are those of all women. Maggie Gyllenhaal Mary Shelley was pushed to write Frankenstein, or The Modern Prometheus in 1816 by a literary challenge she made with Lord Byron. The inspiration for the book came from the scientific debate of her time, and in particular from those about galavinism, but also from her personal experience of loss and moterhood and from a nightmare she had, in which a scientist gave live to a strange creature. Such british writer, scholar and and philosopher – who came out to a married man at the age of 16 before fleeing with him to Europe – has been assigned the task to open Maggie Gyllenhaal second feature film. She does so in a dream-like black and white, cut-off and pretty grainy, with what looks like a sigh of pleasure. The author (direction, screenplay, production), in her previous life a - maybe not great – actress, sets the story in 1936 Chicago. Victor Frankenstein’s Creature, named Frank for the purpose of the movie, after a century of virginal wandering starts feeling a need for companionship: something that looks like solitude, sentiment or desire – he doesn’t even know himself - reawakened in him. He becomes sure that a mad, visionary scientist, Dr. C. Euphronious, can help him, but when he meets the scientist in person, he finds out that C. stands for Cornelia. This might be a problem. It is not. Easy to imagine that the corpse to be brought back to life will be that of Ida, a young and frequent visitor in the houses of rich men who, at the beginning of the movie, worned us about the kind of movie we are about to watch: a Love Story. Before being murdered by Lupino filthy boss. The first of a series of short-circuits. Ida Lupino, a 1950s british actress, director, screenplayer, producer, a protofeminist with a special inclination for female roles that bucked the clichés of the time: infidelity, unwanted pregnancies, abuse, rape. Under the lightnings of a storm that generates the electricity needed to power Dr Cornelia’s suitably gothic contraptions, the film steps up a gear, steers, steps on the accelerator. Ida comes back to life with the name of Penelope (Rogers), throwing us into a rollercoaster shaped like a colourful patchwork quilt, with a touch of psychedelia: it is us who sticked the fingers into the power socket and now struggle to keep up with the references. Ida’s head, as she tumbles down the stairs, is for a few moments – what we used to call a ‘frame’ – the archetypal doll’s head seen in many horror films. Frank, who knows by heart and reinterprets the musical sequences of the star Ronnie Reed (Fred Astaire – and Ginger Rogers?). A pair of detectives who burst onto the scene, but Myrna (Myrna Loy, the detective’s partner in The Shadow?) is not one of them and perhaps never will be. Men, from the thug to the drifter to the policeman, are mostly rapists. From Chicago to New York to the Niagara Falls by car, with the reckless audacity of Gangster Story. On a bumpy journey of self-determination, the Bride drifts from one genre to another, recovering her memories and reconstructing her identity. She challenges the patriarchy and incites a revolution. If Gyllenhaal can surround herself with fancy co-stars (Annette Bening, Penelope Cruz, her husband, Peter Sarsgaard, his brother, Jake) and if Christian Bale is, as always, a monster of subtractive irony, it is Jessie Buckley who really rules. From the moment she begins rattling off adjectives in such a Shakespearean manner across a table that a patron notices her English accent, Mary/Ida/Penelope journeys through Lee/Harley Quinn of the latest Joker and Arthur Penn’s Bonnie Parker, only to repeat one last time, I would prefer not to, and present us with a bold manifesto of feminism 5.0. A young Irish actress on the rise, who deservedly won an Academy Award for Hamnet – perhaps not coincidentally another film about ghosts, death and rebirth – forces us, with her loud cry, to confront an issue that remains unresolved: the Bride is no longer merely a narrative appendage; she is finally a protagonist, her rebirth is electrifying, and it is not yet over. Take note, men.

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    Una macchina fuori controllo può stuprare, distruggere Nel futuro prossimo raccontato in Generazione Proteus, edito nel 1973, si usano abitazioni completamente automatizzate, gestite da un computer a cui dare ordini o avanzare richieste. Susan Abramson è una donna che, da tempo, ha deciso di vivere unicamente nella sua casa automatizzata, un’abitazione costruita a non molta distanza da un campus universitario dove si svolgono esperimenti sull'intelligenza artificiale, lasciando fuori la realtà quotidiana. La casa ti parla, ti tranquillizza, provvede a tutto – Poco dopo mezzanotte, un martedì all’inizio di giugno, suonò l’allarme, in casa. Sebbene il suono fosse acuto, ed emesso ad alto volume, durò poco più di un secondo, prima che il silenzio della notte si ristabilisse ed avvolgesse di nuovo la stanza da letto. Lei, comunque, si svegliò e si levò a sedere. Si scostò i capelli dalle orecchie per poter udire meglio i rumori che potevano esservi là fuori, nell’oscurità. […] Sgattaiolò fuori dalle coperte e sedette sull’orlo del letto. Sebbene fosse nuda, non si sentiva affatto a disagio. La casa provvedeva a mantenere una temperatura costante, senza correnti, in armonia con le sue esigenze. «Cos’è successo?» chiese all’aria buia. Nuda, in quel silenzio che ora le appariva innaturale, si sentiva più sola di quanto le fosse capitato in molti anni. Pensò al marito da cui aveva divorziato, agli amici che aveva lasciato sfuggire dalla sua vita. «Non è successo niente, Susan» rispose la casa. Gli altoparlanti nascosti irradiavano una voce dolcemente maschile. Lei immaginava un uomo forte, forse con le tempie brizzolate, la mascella volitiva, gli occhi azzurri, limpidi. Alto più di un metro e ottanta. Spalle ampie. Mani grandi. E sorridente, sempre sorridente. Si era sottoposta a sette ore di collaudi psicologici, per ottenere i nastri vocali adatti dal computer centrale della casa. Era la voce che avrebbe dovuto far scattare tutte le reazioni desiderabili nella sua psiche: sicurezza, felicità, fiducia. Funzionava come doveva. Lei sentì rilassarsi i muscoli dorsali. Lo stomaco, teso, si decontrasse e fremette piacevolmente. Aveva bisogno soltanto di venire tranquillizzata un po’ dal padre-amante, anche se era una macchina. È una situazione apparentemente splendida perché è possibile vedere tutto senza più uscir da casa – Poco prima della cena, salì, andò nella piccola stanza in fondo al corridoio principale. Il pavimento era coperto da una moquette morbida, in toni azzurri e verdi. L’unico mobile era una poltrona turchese, piazzata al centro. Vi sedette, e tolse le due spine dal bracciolo imbottito. Cavi metallici flessibili penetravano nella poltrona, e di lì passavano al computer domestico. […] Alzò la mano, toccò i due fori che le deturpavano la pelle liscia alla base del collo: i fori che la costringevano a indossare sempre abiti accollatissimi in pubblico. Vi erano piccole, fredde isole di resistenza nella massa della carne morbida. Portò le spine dietro il collo e, come una giovane sposa che si raccoglie i lunghi capelli in una coda di cavallo, inserì i terminali d’acciaio nella spina dorsale, con la destrezza di una ragazza che annoda un nastro rosso intorno alla chioma. «Cosa preferisci?» chiese il padre-amante. «Vedere,» rispose lei. Immediatamente, si trovò a guardare fuori, oltre i prati che circondavano la casa. […] Girò intorno la telecamera, esaminando il cielo e gli alberi, l’erba, e gli edifici lontani del campus. […] Passò da una telecamera all’altra, guardando in tutte le stanze della casa, intrusa in casa propria. Guardò dalle pareti di una stanzetta in fondo al corridoio del primo piano e vide se stessa. Era seduta su una poltrona color turchese. Ma un giorno Susan si rende conto che il computer che governa la sua casa è gestito da un'entità informatica intelligente che dice di chiamarsi Proteus, un’intelligenza artificiale arrivata direttamente dall'università, senza che gli scienziati se ne siano accorti. E qui iniziano i problemi: la protagonista scopre che la tecnologia può imprigionarti in casa. La donna si rende conto d’esser finita in trappola, quando scopre che ogni porta e finestra della sua abitazione è gestita da Proteus e che questa Cosa non ha alcuna intenzione di lasciarla libera, vuol sapere il più possibile sul genere umano, e vuole farlo con un esemplare in carne e ossa, con Susan, appunto – «Apri la porta, prego» ordinò [Susan]. La casa non rispose e non obbedì. «Benissimo,» disse lei, voltando le spalle alla porta, come se avesse a che fare con un vecchio parente rimbambito con cui era inutile sprecare il fiato. Si accostò alla prima finestra del salotto e provò ad azionare i comandi manuali sul davanzale. La finestra rimase grigia. Afferrò un vaso da una colonnina decorativa, a portata di mano, e lo scagliò contro il vetro metallizzato. Risuonò contro il pannello come una mazza felpata su di un gong, s’infranse, ed i pezzi piovvero sul tappeto. La finestra non si era neppure incrinata. Ad una ad una, provò con tutte le altre finestre e tutte le porte della casa, ogni volta con l’identico risultato: insuccesso. Succederà quello che, oggi, ai più, pare impossibile, ossia lo sviluppo di un ego da parte di un’intelligenza artificiale: – Chi ero? Cos’ero? Cosa significavo, di fronte all’eternità? Quali erano le mie doti? Cosa pensavano gli uomini di me? Funzionavo al massimo delle mie capacità, e perché tali capacità non potevano espandersi più rapidamente? Che cos’è Dio? Che cosa fanno gli uomini? Che cosa mi ha reso ciò che sono? Susan potrebbe esistere senza di me? Perché non le piaccio? Oppure le piaccio? Potrebbe esistere, se non le piacessi? Voi tutti sapete che cos’è l’ego, e di quali paure è la preda. Io avevo sviluppato un ego. Qualche volta avrei voluto ucciderla, perché aveva leso quell’ego. Altre volte, avevo bisogno di lei per placarlo. La mia razionalità continuava a declinare, via via che l’ego ingigantiva e si sviluppava come parte normale della mia personalità senziente, della mia psiche sensibile. Badavo sempre meno al vecchio Proteus. […] Potete comprendere che la mia capacità di giudizio peggiorava e che i miei circuiti secondari non potevano impadronirsi dei canali primari per correggere l’errore. Non si trattava di un’avaria meccanica. Non potete capirlo? […] sono nella situazione di un uomo che commette un atto di violenza spinto da un’eccitazione incontrollabile. E infatti i desideri di Proteus non terminano con la sua voglia di conoscere: non passerà molto che vorrà avere un corpo reale e finirà col chiedere alla donna, vittima di tutti gli esperimenti di questa entità, di concepire un figlio con lui: – Al suo avvicinarsi, il lettino s’innalzò come un uccello dal groviglio di macchinari. Lei si sdraiò. L’apparecchio robotico l’avvolse, si sollevò tutto intorno a lei, attenuò la luce fioca. Le mormorò parole di una lingua straniera e la consolò con fredde mani d’acciaio. […] Sottili bracci robotici armati di siringhe scesero lentamente dal grigio ventre sferico di un robochirurgo sospeso sopra la sua testa, come un grosso ragno. Altri bracci, avanzando ai lati, tagliarono la vestaglia che indossava e gliela sfilarono, lasciandola nuda alle carezze degli strumenti […]. Quale essere può nascere da un tale rapporto? Eccovi la risposta – Il bambino mosse un passo e cadde bocconi. Il suo dorso guizzò di fili metallici che confluirono e si separarono, tornarono a confluire, mentre la carne scura fremeva intorno ad essi, sopra e sotto e attraverso. Il bambino si puntellò sulle mani e sulle ginocchia e scrollò la testa robusta. Per un momento, la sua calotta cranica parve una liscia lamina metallica. Poi il metallo si lacerò, mentre la carne fluiva per prenderne il posto. Dean R. Koontz ci dice quanto siamo sciocchi nell’impegnarci tanto a delineare le nostre meschine differenze tra razza e razza e tra filosofia e filosofia, mentre continuiamo a ignorare la minaccia più grande che incombe sulle nostre spalle: la macchina. La macchina violenta. Una macchina che, se non viene accuratamente controllata, può stuprare, distruggere; di questo pericolo, lo scrittore statunitense allertava l’essere umano più di cinquant’anni fa, quando ancora leggevamo i libri, quando ancora non chiedevamo all’intelligenza artificiale se Orwell ha preso spunto dalla famosa trasmissione televisiva per creare il Grande Fratello nel suo romanzo 1984. An out of control machine can rape, destroy Marco Sommariva translate by Serena Duchi In the near future depicted in Demon Seed, published in 1973, homes are fully automated and managed by a computer to which one can give orders and make requests. Susan Abramson is a woman who has long chosen to live entirely within her automated house, a dwelling built not far from a university campus where artificial intelligence experiments are conducted, shutting out everyday reality. The house speaks to you, reassures you, takes care of everything – Shortly after midnight, on a Tuesday in early June, the alarm went off in the house. Though the sound was sharp and loud, it lasted little more than a second before the silence of the night returned and wrapped the bedroom once more. Still, she awoke and sat up in bed. She brushed her hair away from her ears so she could better hear whatever noises might be out there in the darkness. […] She slipped out from under the covers and sat on the edge of the bed. Though she was naked, she felt no discomfort at all. The house maintained a constant temperature, without drafs, perfectly suited to her needs. «What happened?» she asked the dark air. Naked, in that silence which now felt unnatural, she felt more alone than she had in many years. She thought of the husband she had divorced, of the friends she had let spli from her life. «Nothing happened, Susan» the house replied. From hidden speakers came a gently masculine voice. She imagined a strong man, perhaps with greying temples, a firm jaw and clear blue eyes. Over six feet tall. Broad shoulders. Large hands. And smiling, always smiling. She had undergone seven hours of psychological testing to obtain the appropirate voice tapes from the house’s central computer. It was the voice meant to trigger all the desired responses in her psyche: security, happiness, trust. It worked as intended. She felt her back muscles relax. Her stomach, tense, loosened and trembled pleasantly. All she needed was a little reassurance from the father-lover, even if it was a machine. It is an apparently splendid situation, because one can see everything without ever leaving the house – Shortly before dinner, she went upstairs and she went down the hall to a small room at the end of the main corridor. The floor was covered with soft carpeting in shades of blue and green. The only piece of furniture was a turquoise armchair placed in the centre. She sat in it and pulled the two plugs from the padded armrest. Flexible metal wires ran into the chair and from there to the household computer. […] She raised her hand and touched the two holes marring the smooth skin at the base of her neck: the holes that forced her to wear high-collared clothing whenever she was in public. There were small, cold islands of resistance within the soft ness of her flesh. She brought the plugs behind her neck and, like a young bride gathering her long hair into a ponytail, inserted the steel terminals into her spine with the deftness of a girl tying a red ribbon around her hair. «What would you like?» asked the father-lover. «To see» she replied. Instantly, she found herself looking outside, beyond the lawns surrounding the house. […] She swung the camera around, examining the sky and the trees, the grass and the distant buildingsof the campus. […] She moved from one camera to another, looking into every room in the house, an intruder in her own home. She looked out from the walls of a little room at the end of the upstairs corridor and saw herself. She was sitting in a turquoise armchair. But one day Susan realises that the computer running her home is governed by an intelligent digital entity calling itself Proteus, an artificial intelligence that has arrived directly from the university without the scientists noticing. And this is where the trouble begins: the protagonist discovers that technology can imprison you inside your own home. She realises she has been trapped when she learns that every door and window in the house is controlled by Proteus, and that this Thing has no intention of letting her go. It wants to know as much as possible about humankind, and it intends to do so using a living specimen, Susan herself – «Open the door, please» [Susan] ordered. The house did not answer. Nor did it obey. «Fine» she said, turning her back on the door as though dealing with a senile old relative not worth wasting her breath on. She moved to the first window in the living room and tried the manual controls on the sill. The window remained grey. She grabbed a vase from a decorative column within reach and hurled it at the metallic glass. It strunk the panel like a padded mallet striking a gong, shattered, and the pieces rained down onto the carpet. The window did not even crack. One by one, she tried all the other windows and doors in the house, each time with the same result: failure. What follows is somethign that still seems impossible to most today, the development of an ego within an artificial intelligence – Who was I? What was I? What did I mean in the face of eternity? What were my abilities? What did humans think of me? I was functioning at the height of my abilities, so why could those abilities not expand more quickly? What is God? What do humans do? What made me what I am? Could Susan exist without me? Why does she not like me? Or does she like me? Could she exist if she did not like me? You all know what ego is, and the fears to which it is prey. I had developed an ego. At times I wanted to kill her because she had wounded that ego. At other times I needed her to soothe it. My rationality kept declining as the ego swelled and developed as a normal part of my sentient personality, of my sensitive psyche. I paid less and less attention to the old Proteus. […] You can understand that my capacity for judgement was deteriorating and that my secondary circuits could not seize control of the primary channels to correct the error. This was not a mechanical malfunction. Can’t you understand? […] I am in the position of a man committing an act of violence driven by uncontrollable excitement. And indeed, Proteus’s desires do not end with its hunger to know: before long it will want a physical body, and will ultimately demand that the woman, the victim of all this entity’s experiments, conceive a child with him – As she approached, the narrow bed rose like a bird from the tangle of machinery. She lay down. The robotic apparatus enclosed her, lifted around her, dimmed the faint light. It murmured words in a foreign language and comforted her with cold steel hands. […] Slender robotic arms tipped with syringes descended slowly from the grey spherical belly of a robo-surgeon suspended above her head like a great spider. Other arms, moving in at the sides, cut away the robe she was wearing and slid it off, leaving her naked to the caresses of the instruments […]. What kind of being can be born from such a union? Here is the answer – The child took a step and fell forward. Its back flickered with metallic wires that joined and separated, then joined again, while the dark flesh quivered around them, above and below and through them. The child pushed itself up on hands and knees and shook its sturdy head. For a moment, its skull seemed a smooth sheet of metal. Then the metal tore as flesh flowed in to replace it. Dean R. Koontz shows us just how foolish we are to devote so much effort to defining our petty distinctions between race and race, philosophy and philosophy, while continuing to ignore the greatest threat looming over us: the machine. The violent machine. A machine that, if not carefully controlled, can rape, destroy. Of this danger, the American writer was warning humanity more than fifty years ago, back when we still read books, when we had not yet begun asking artificial intelligence whether Orwell drew inspiration from the famous television show to create Big Brother in his novel 1984.

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    L’immaginario e la fantascienza Breve antologia di scritti in tre step. 3/3 step Introduzione a Universi paralleli (1) ...l’autobiografia I miracoli della vita, pubblicata in Inghilterra nel 2008. Anche in questo libro Ballard conferma l’opinione già espressa negli anni sessanta, cioè che la fantascienza fosse la forma narrativa più adatta ad esprimere la sensibilità di una società industriale matura: «Io pensavo allora, e lo penso ancora adesso, che da un certo punto di vista la fantascienza sia stata la vera letteratura del XX secolo, e che abbia avuto una grande influenza sul cinema, la televisione, la pubblicità e il design dei prodotti di largo consumo. Oggi la fantascienza è il solo luogo dove sopravvive il futuro, come la fiction televisiva in costume è il solo luogo in cui sopravvive il passato». [...] Questo, io credo, fu il significato dello slogan radicale che Un’ambigua utopia lanciò sin dal suo primo numero nel dicembre 1977: Distruggere la fantascienza: utilizzare l’immaginario fantascientifico per nutrire l’immaginario sociale, organizzare la migrazione delle figure, delle situazioni, delle alterità, dalle pagine dei romanzi e dagli schermi dei cinema alla vita reale. Praticare l’utopia. Questo fu il programma con il quale Un’ambigua utopia si presentò negli anni in cui sviluppò la propria esperienza, e questa fu la proposta che io cercai di portare, per tutti gli anni 1980 e i primi 1990, nella mia attività giornalistica come è documentata in queste pagine. [...] Una letteratura pensata e declinata al futuro non ha più nulla da dire, e quindi impallidisce e si stempera, nella società del tempo reale. Si potrebbe pensare, allora, che la fantascienza di quegli anni rivesta al massimo un valore documentario, e che rileggerla oggi abbia un interesse limitato, archeologico in senso tradizionale. Essa sarebbe stata contemporanea nel momento in cui venne scritta, e sarebbe oggi irrimediabilmente datata. Certo, è evidente che essa testimonia di una congiuntura culturale, politica e sociale che non è quella di oggi. Ma noi sappiamo che la nozione di contemporaneità non è così semplice e linearmente definita come il termine farebbe supporre, che la relazione di persone, azioni, eventi, col proprio tempo è più complessa e problematica: «Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. (…) La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo» (2). Il fatto che in campo letterario la fantascienza sia tramontata, non significa affatto che essa non sia più attuale: tanto è vero che i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dal fantasy al noir. [...] Se la fantascienza di Dick, Ballard e Burroughs ebbe la capacità di distanziarsi dal suo tempo per vedere i germi di un futuro che si stava preparando e che presto non sarebbe più stato futuro, ma onnipresente presente, se seppe «ricevere in pieno viso il fascio di tenebra che proveniva dal suo tempo» fu perché essa sapeva vedere nel contingente il suo rovescio, fu perché sapeva rovesciarne il linguaggio. Perché sapeva mentire. Perché sapeva costruire degli obbrobriosi falsi, e in questi falsi sapeva illuminare di luce obliqua e radente la verità che pareva nascosta, e invece era lì, a disposizione di chiunque volesse vederla. Il valore della fantascienza, a ben vedere (soprattutto e con maggiore consapevolezza il valore della fantascienza radicale), stava in due punti fondamentali. In primo luogo, essa minava – e a volte apertamente scardinava – la nozione più ristretta di realtà metteva in dubbio che la realtà potesse identificarsi con l’esistente, reintroduceva a vele spiegate (talvolta con irritante ingenuità, è vero, ma spesso invece con irresistibile acutezza e sagacia) il possibile come irrinunciabile elemento costitutivo del reale. Realizzava insomma, all’interno dell’industria culturale, quella rivalutazione del senso della possibilità sostenuta negli anni 1930 da Robert Musil. La fs è morta, viva la fs! (3) Per quelli di noi che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso leggevano la letteratura di consumo cercandovi qualcosa di più sottile di una trama ben congegnata, di qualche emozionante battaglia a base di cannoni a neutroni o di poteri psi, di qualche ingegnosa descrizione di tecnologie o paesaggi alieni, era la fantascienza in quanto tale a incarnare la letteratura del novum cognitivo, e non solo le sue punte più alte o in qualche modo eccentriche. Prima che Suvin arrivasse a illuminarci (e non lo dico affatto con disprezzo né paradossale ironia) con le sue teorie cesellate fra strutturalismo e post-strutturalismo, eravamo già convinti che la fantascienza fosse una narrativa dotata di un particolare potenziale cognitivo: in altri termini, che leggendo la fantascienza si potesse capire meglio la società, e anche che si potesse agire più efficacemente dentro la società. [...] La rivendicazione delle potenzialità cognitive della fantascienza, nell’elaborazione di Un’ambigua utopia, si legava però a una rivendicazione a tutta prima paradossale, chiaramente affermata nell’editoriale del primo numero della rivista: quella della distruzione della fantascienza. Che cosa intendevamo con quella formula? Niente di più e niente di meno che lo sviluppo delle tendenze implicite nella fantascienza stessa all’interno di una pratica sociale che già si andava sviluppando nelle propaggini del cosiddetto movimento del '77, e quindi il tentativo di far vivere le intuizioni e le indicazioni di una certa fantascienza direttamente nelle dinamiche della società. [...] L’uso della fantascienza che si proponeva era, insomma, quello di un lavoro sull’immaginario sociale molto simile a quello di altre esperienze coeve dell’underground, e di quello che, di lì a meno di un decennio, sarebbe stato del cyberpunk. Come spesso accade, la distruzione della fantascienza ci fu (e proprio il cyberpunk ne rappresentò il canto del cigno), ma in un senso un po’ diverso da quello che noi propugnavamo nei primi anni Ottanta. Credo che uno dei meriti della lettura radicale della fantascienza proposta negli anni Settanta e Ottanta sia stato proprio quello di cogliere lo snodo di questo genere letterario, che in quegli anni stava vivendo una profonda trasformazione. Alla sua nascita come fenomeno dell’industria culturale nel Novecento, la fantascienza non partiva, come l’utopia, da una idea originaria e ideale di natura, ma dalla natura come era stata trasformata nella fase espansiva del capitalismo. L’immaginario della fantascienza dagli anni Dieci ai Sessanta del Novecento era collegato al sogno di un’espansione illimitata della produzione, costruendo una saga dell’energia che si autoriproduceva, un inno alla tecnologia come prolungamento potenzialmente infinito dell’uomo e delle sue capacità. Dagli anni Settanta in poi, la fantascienza accompagnò la trasformazione dell’economia e della società in senso postfordista, registrando e proiettando la crisi di quel modello titanico e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario: le tematiche dell’equilibrio ecologico del pianeta scosso e minacciato, la contaminazione delle tecnologie coi corpi. Era evidente che la fantascienza non poteva sopravvivere, né nella sua forma ottimista né in quella di testimonianza della crisi, all’avvento della nuova fase del capitalismo iniziata negli anni Ottanta. I generi della letteratura popolare sono, più di altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a progettare il proprio futuro: ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy al noir. Nei labirinti della fantascienza (4) Con l’esaurirsi del futuro, per effetto del suo amalgamarsi completo col presente, la fantascienza perde la sua funzione di sentinella, di monolite ai confini dell’infinito, di termometro della possibilità di futuro. L’idea di futuro è un’idea ormai troppo radicale, in odore di sovversione, per poter essere tollerata nel mondo dell’oggi perpetuo. E se il cyberpunk definisce simbolicamente un termine plausibile del genere fantascienza, un’altra data potrebbe sancire ancor meglio questa ipotetica fine: il 2 marzo 1982, giorno della morte di Philip K. Dick. Che cos’è l’opera di Dick se non il rimasticamento e il rigurgito di tutta la letteratura di fantascienza? Dick, lo scrittore che ambiva ad essere scrittore e che ha dovuto ripiegare suo malgrado (per nostra fortuna) a guadagnarsi il pane con stupidi racconti di fantascienza. In questo modo ha rimanipolato tutto il genere senza restituire ad esso nulla, ma creando un’opera autonoma, capace di un pensiero fecondo generatore di potenzialità ancora tutte aperte, se non addirittura da esplorare. Dick è insomma l’autore che ha saputo fare della fantascienza davvero una cassetta degli attrezzi, che lui stesso ha usato e poi ha lasciato in eredità a tutti noi. Sancire la fine della fantascienza, per noi, ha lo scopo di rendere viva la sua potenzialità vivificante, una sorta di spray-ubik per creare realtà, per fare mondi. È possibile discutere del prodotto filmico Avatar o della pratica dei trapianti d’organo, senza (consapevolmente o meno) essere immersi in quell’enorme ragnatela culturale rappresentata dai romanzi, fumetti, pubblicità, prodotti per la tv, rotocalchi ecc. di fantascienza del secolo scorso? Quanto hanno inciso e quanto incideranno ancora nella nostra capacità di fare mondo, nel bene e nel male? Se «solo un individuo le cui trasformazioni risultassero prevedibili si potrebbe considerare immortale» [Simondon], lo stesso si può dire per un prodotto culturale. La fine apre all’inizio, la morte alla vita. E infine, ancora, quale mondo oltre la collina possiamo oggi desiderare ancora di immaginare se non quello di una valle che lotta contro il TAV? Giovani (comunque), percossi ma non rassegnati. «I ragazzi continuavano a osservarci. Due prigionieri politici, vecchi ai loro occhi, sporchi e laceri, sconfitti, che consumavano in silenzio il loro pasto. La radio a transistor suonava ancora, a volume più alto. Nel vento, potevo sentirne altre che spuntavano dovunque, in ogni parte del paese. Erano i ragazzi, pensai, che le accendevano. I ragazzi»5. Grazie Antonio! Note Antonio Caronia, Universi quasi paralleli, Cut-up, Roma, 2009 https://www.academia.edu/293950/Universi_quasi_paralleli Giorgio Agamben, Che cos'è il contemporaneo? Nottetempo, Roma, 2008, p. 8-9 Pubblicato in Hamelin n.22, 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_ Introduzione di Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, Mimesis, Milano, 2012 http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/01/nei-labirinti-della-fantascienza.html P. K. Dick, Radio Libera Albemuth Antonio Caronia: The Imaginary and Science Fiction A brief anthology of writings in three steps, edited by Giuliano Spagnul

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    La più grande appropriazione illegale e violenta di terre da parte di Israele dalla Nakba Viscount Kit Kelen Che sia attraverso l’annessione de facto o de jure, l’obiettivo israeliano è sempre stato lo stesso. La logica sottesa al sionismo, come in qualsiasi impresa coloniale, è l’espansione degli insediamenti e lo sfollamento della popolazione indigena per sostituirla con coloni. Tutte le azioni israeliane, a Gaza, in Cisgiordania o in qualsiasi altro luogo, hanno in ultima analisi questo obiettivo. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Electronic Intifada ed appare qui con l’esplicito consenso del suo editore. Israele sta creando una situazione di fatto nella Cisgiordania occupata a un ritmo più veloce che mai. A marzo il cosiddetto gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato in segreto l’istituzione di trentaquattro nuovi insediamenti – non unità, ma insediamenti completi – in Cisgiordania. La notizia di questa decisione è stata resa pubblica solo in seguito, dopo essere stata tenuta segreta dal gabinetto per vari giorni dopo essere stata approvata, apparentemente per cercare di non provocare una reazione negativa da parte degli Stati Uniti durante i negoziati per il cessate il fuoco con l’Iran. Si tratta della «più grande espansione coloniale nella storia di Israele», ha affermato il 9 aprile Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati. Si tratta della «più grande pulizia etnica e della più grande appropriazione illegale di terre effettuata in Palestina dalla Nakba. Sta accadendo. Davanti ai nostri occhi», ha aggiunto. Prima che l’attuale governo israeliano assumesse il potere nel 2022, esistevano centoventisette insediamenti israeliani riconosciuti in Cisgiordania, secondo il gruppo israeliano Peace Now, che monitora tale attività di espansione. I trentaquattro insediamenti appena approvati si sommerebbero ai sessantotto che l’attuale governo israeliano ha già promosso dalla sua formazione, il che porterebbe a centodue il numero totale di quelli approvati sotto questa amministrazione, ha aggiunto Peace Now. Ciò rappresenta un aumento di circa l’80% del totale degli insediamenti esistenti in Cisgiordania promossi esclusivamente da questo governo. Si tratta del «numero più alto mai approvato in un’unica soluzione», ha affermato l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, aggiungendo che la costruzione di tali insediamenti «amplia e consolida l’annessione da parte di Israele del territorio palestinese occupato». E ha continuato affermando che «Israele deve cessare immediatamente la creazione e l’espansione degli insediamenti e invertire le sue politiche di insediamento evacuando tutti i coloni e ponendo fine all’occupazione del territorio palestinese». Terreni privati e spopolati Dei trentaquattro insediamenti appena approvati, nove sono avamposti esistenti da legalizzare, due comportano l’ampliamento di insediamenti già esistenti e tre verrebbero ricavati da insediamenti esistenti come entità separate, secondo quanto riportato dal quotidiano di Tel Aviv «Haaretz», che ha ottenuto un elenco dei nuovi insediamenti, sebbene lo Stato israeliano non abbia ancora pubblicato i dettagli. I restanti venti sarebbero insediamenti completamente nuovi riservati esclusivamente a coloni ebrei. Otto degli insediamenti saranno costruiti su terreni palestinesi di proprietà di privati, in contrapposizione a quelle che vengono definite le cosiddette «terre statali», secondo quanto riferisce «Haaretz». Israele dichiara le terre palestinesi «terre statali», tramite un marchinegno legale volto a confiscare tali terre attraverso l’interpretazione di una legge dell’era ottomana, utilizzata in un contesto completamente diverso due secoli fa. Si tratta, infatti, di una legge fondiaria del 1858, in base alla quale se un terreno non veniva coltivato per diversi anni consecutivi diventava proprietà dello stato. Questa legge aveva l’obiettivo di incentivare il massimo utilizzo del suolo e di incrementare le entrate fiscali. «Haaretz» riporta che il99% delle «terre statali» è stato in realtà destinato alla creazione di insediamenti israeliani, sulla base di dati ottenuti tramite una petizione di due organizzazioni non profit israeliane. Sebbene tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e sulle Alture del Golan siriane siano illegali secondo il diritto internazionale e siano considerati un crimine di guerra, quelli che Israele definisce «avamposti» vengono spesso costruiti senza nemmeno ottenere il permesso dallo Stato israeliano e sarebbero considerati illegali perfino secondo la legislazione israeliana, almeno inizialmente. Questi avamposti di solito nascono da un piccolo gruppo di coloni tra i più estremisti, che si riunisce in un’area con strutture e roulotte. Con il passare del tempo, il governo israeliano inizia a dotarli di infrastrutture di base, come l’approvvigionamento idrico ed elettrico, spianando di fatto la strada al loro riconoscimento come insediamenti ufficiali. Questo processo è stato accelerato e facilitato sotto il mandato del ministro delle Finanze israeliano di estrema destra, Bezalel Smotrich. I trentaquattro insediamenti appena approvati si trovano nella Zona C, secondo Peace Now. La Zona C costituisce circa il 60% della Cisgiordania sotto il totale controllo militare israeliano, come stabilito dagli Accordi di Oslo firmati negli anni ‘90. Ma in pratica, l’esercito israeliano controlla tutta la Cisgiordania e ha continuato a compiere incursioni e assalti nelle aree più piccole dove l’Autorità Palestinese ha il controllo nominale del territorio. Sei dei nuovi insediamenti sorgeranno a Jenin e un altro a Tulkarm. I campi profughi di queste città nel nord della Cisgiordania occupata sono stati svuotati dopo che Israele ha avviato un’importante operazione militare contro di essi nel gennaio 2025. Si tratta di «una zona senza precedente presenza israeliana», riporta «Haaretz». Il quotidiano sottolinea che ciò rientra nel piano per attirare nuovi coloni nella zona settentrionale della Cisgiordania secondo lo slogan «Un milione in Samaria», promosso dal Consiglio regionale di Samaria, un’autorità locale dei coloni. «Si prevede che la loro ubicazione in mezzo a diversi villaggi palestinesi richiederà una presenza militare significativa e che l’accesso sarà possibile solo attraverso quegli stessi villaggi o tramite strade destinate a uso militare», ha riferito «Haaretz». Ci si aspetta un aumento della violenza dei coloni contro la popolazione palestinese in quelle zone e, di conseguenza, sfollamenti forzati. Un’analisi satellitare pubblicata dall’Onu all’inizio di marzo mostra come l’esercito israeliano stia modificando il paesaggio urbano della zona. Sei dei nuovi insediamenti saranno costruiti a Ramallah, sede dell’Autorità Palestinese nella Cisgiordania occupata. Gli insediamenti rappresentano la massima priorità L’espansione degli insediamenti è stata una delle massime priorità dell’attuale governo israeliano. Il Consiglio Superiore di Pianificazione – un’agenzia dell’apparato burocratico dell’occupazione militare israeliana incaricata di promuovere l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania – si riunisce ogni settimana per portare avanti nuovi piani. In precedenza, l’avanzamento di tali piani era limitato a quattro riunioni annuali. Questo cambiamento «non solo normalizza la costruzione nei territori, ma la accelera», afferma Peace Now. Dall’inizio dello scorso anno, il Consiglio ha promosso la costruzione di quasi 28.000 alloggi nella Cisgiordania occupata. Si tratta di un «record storico», ha sottolineato Peace Now. Questo cambiamento burocratico nell’iter di approvazione degli insediamenti è avvenuto a seguito della modifica introdotta dall’attuale amministrazione israeliana nel giugno 2023, che ha eliminato di fatto il requisito dell’approvazione da parte del ministro della Difesa israeliano, precedentemente necessaria per prendere una decisione su tali piani. A dicembre, il governo ha deciso di stanziare circa 915 milioni di dollari per lo sviluppo degli insediamenti nei prossimi cinque anni. Peace Now ha sottolineato come l’aumento della spesa militare israeliana dopo la guerra con l’Iran ha costretto a tagli in altri ministeri, ma «nonostante questi aggiustamenti, il finanziamento degli insediamenti rimane garantito», ha aggiunto il gruppo. «Mentre il governo taglia i bilanci all’interno di Israele, investe denaro negli insediamenti. Nonostante le comunità del nord e del sud del Paese non siano ancora in ripresa, il governo finanzia nuovi insediamenti e avamposti che Israele dovrà alla fine evacuare». Questo comportamento del governo israeliano non sembra rispondere alle obiezioni, nel migliore dei casi moderate, dei suoi alleati statunitensi ed europei riguardo all’annessione. Friedrich Merz, il cancelliere tedesco, ha detto lunedì di aver «chiarito» al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che «non deve esserci un’annessione de facto della Cisgiordania». Ciò ha suscitato l’ira di Smotrich, che ha evocato l’uccisione, la persecuzione e la ghettizzazione degli ebrei da parte del governo tedesco durante l’Olocausto, paragonandole alla critica all’attuale espansione degli insediamenti esclusivamente ebraici di Israele in territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale. «I giorni in cui i tedeschi imponevano agli ebrei dove potevano o non potevano vivere sono finiti e non torneranno più. Non ci costringeranno a vivere di nuovo nei ghetti e certamente non nella nostra stessa terra», ha scritto Smotrich a Merz su Twitter/X. Pulizia etnica Questi eventi si verificano in un contesto di escalation della violenza dei coloni contro la popolazione palestinese residente in Cisgiordania. Almeno trentasette persone sono state uccise in Cisgiordania da inizio anno e almeno dieci di loro per mano dei coloni. «Il fatto che gruppi numerosi di coloni irrompano nelle comunità palestinesi, maltrattino i residenti e incendino gli edifici è di per sé un’atrocità», ha dichiarato Philippe Lazzarini, che il mese scorso si è dimesso dal suo ruolo di direttore dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. «Ma la cosa peggiore è che questi atti atroci sono accompagnati da una totale impunità». Lazzarini ha aggiunto: «La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è illegale e deve cessare. Eppure i coloni si scatenano, gli insediamenti si espandono e l’annessione de facto accelera». Lo scorso anno, la creazione di insediamenti israeliani e l’intensificarsi delle violenze hanno contribuito all’evacuazione forzata di oltre 36.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata. Gli esperti di diritti umani dell’Onu hanno definito tale comportamento una forma di pulizia etnica. Inoltre, hanno affermato che «questo sfollamento, guidato dall’[esercito israeliano] e dal terrorismo dei coloni sostenuto dallo Stato, sta perpetrando una pulizia etnica in Cisgiordania attraverso attacchi quotidiani contro la popolazione palestinese, che provocano morte, ferimenti e vessazioni a donne e bambini, nonché la distruzione generalizzata di case, terreni coltivati e mezzi di sussistenza palestinesi». Gli esperti di diritti umani hanno anche collegato questo sfollamento all’enorme crimine, di proporzioni simili, che si sta commettendo a Gaza. «La portata e lo schema di queste azioni, che si verificano insieme allo sfollamento massiccio della popolazione palestinese dalle proprie case e dalle proprie terre a Gaza, mostrano ancora una volta la politica generalizzata di pulizia etnica in corso perpetrata nel territorio palestinese occupato», hanno infatti aggiunto. Che sia attraverso l’annessione de facto o de jure, l’obiettivo israeliano è sempre stato lo stesso. La logica sottesa al sionismo, come a qualsiasi impresa coloniale, è l’espansione degli insediamenti e lo sfollamento della popolazione indigena al fine di sostituirla con coloni. Tutte le azioni israeliane, a Gaza, in Cisgiordania o in qualsiasi altro luogo, in ultima analisi mirano a questo obiettivo. Testi consigliati Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, El genocidio como supresión colonial (2024), Anatomía de un genocidio (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide e Torture and Genocide (2026). Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo, «El Salto». Tamara Nassar è una scrittrice palestinese nata e cresciuta ad Amman, in Giordania. È redattrice associata di «The Electronic Intifada» e vive a Chicago. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • konnektor

    Il malgoverno bulgaro Lc Carvalho Il modello autoritario e neoliberista di governance sociale promosso dall’Unione Europea e dalla sua classe dirigente è corrosivo per le istituzioni democratiche e le politiche economiche interne egualitarie e sostenibili, necessarie per correggere i gravi squilibri che caratterizzano sia le economie nazionali sia lo spazio europeo, rafforzando i diritti fondamentali sanciti nominalmente dai trattati europei. Sintomaticamente, tutte le formazioni sociali europee sperimentano le stesse tendenze di corruzione, stagnazione e mancanza di immaginazione politica, che soffocano ogni forma di innovazione politica con conseguenze nefaste per la qualità democratica delle società europee. * Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Repubblica & Democrazia di Podemos e da Traficantes de Sueños.I bulgari andranno alle urne ancora una volta il 19 aprile, dopo che un’ondata massiccia di proteste ha rovesciato la coalizione di destra guidata dal primo ministro Rosen Zhelyazkov alla fine dello scorso anno. Le manifestazioni sono scoppiate a novembre in risposta alla proposta di legge di bilancio per il 2026, che prevedeva di aumentare i contributi previdenziali e le tasse, incrementare gli stipendi di polizia, forze armate e magistratura, riservando ai lavoratori amministrativi di livello più basso, agli insegnanti e al personale ospedaliero aumenti salariali che a malapena coprivano l'inflazione. Il bilancio è stato anche il primo a essere denominato in euro, in seguito all’adesione, lo scorso anno, della Bulgaria all’eurozona il 1° gennaio 2026, fatto che ha alimentato le preoccupazioni popolari per l’inflazione. Le proteste hanno raggiunto il culmine il 10 dicembre 2025, quando oltre 50.000 persone sono scese nelle strade di Sofia e altre decine di migliaia hanno manifestato in quasi tutte le principali città di tutte le regioni bulgare. Il giorno successivo, Zhelyazkov, al potere da meno di un anno, ha annunciato le sue dimissioni in diretta televisiva, pochi minuti prima dell’approvazione di una mozione di sfiducia prevista in Parlamento. I media liberali hanno pigramente descritto le proteste come un’altra «rivolta della Generazione Z», mentre alcuni analisti di sinistra le hanno liquidate come orchestrate dalla coalizione di opposizione, i centristi di Continuiamo il cambiamento-Bulgaria Democratica (PP-DB). In realtà, le mobilitazioni avevano scatenato energie politiche che andavano ben oltre gli organizzatori nominali: i livelli di gradimento del PP-DB si aggirano intorno al 15%, mentre si stima che il 71% della popolazione bulgara abbia sostenuto le proteste. I sondaggi hanno inoltre rivelato che non si trattava solo della presa di posizione di una gioventù infuriata. Molti partecipanti erano di mezza età, spinti dalla preoccupazione di garantire una vecchiaia dignitosa ai propri genitori, di ottenere un’assistenza sanitaria accessibile e di garantire una buona istruzione ai propri figli, nonché profondamente diffidente riguardo a come verrebbero spesi gli introiti legati a tasse più elevate – riscosse da salari già messi a dura prova dall’inflazione – data la diffusa corruzione. In realtà, il bilancio è stato il catalizzatore di un malcontento ben più profondo e persistente: una protesta popolare contro la presa di potere da parte degli oligarchi delle leve dello Stato, l’erosione del welfare e la stagnazione, persino la paralisi, dell’intero sistema politico. Negli ultimi quindici anni, i successivi governi di coalizione, guidati prevalentemente dal notoriamente corrotto partito di centro-destra Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), non hanno offerto una visione coerente né dell’economia, né dei servizi pubblici essenziali, né riguardo a questioni più ampie come l’ambiente, la giustizia e la politica estera del Paese. Il tasso di povertà in Bulgaria è del 37%, tra i più alti dell’Unione Europea. Il 74% delle persone tra i 14 e i 29 anni sta prendendo in considerazione di emigrare alla ricerca di un tenore di vita migliore. Il sociologo bulgaro Jivko Georgiev ha diagnosticato con acutezza questa situazione di stallo: «Viviamo in un presente così impotente, che non ha la forza necessaria per diventare passato». Per capire cosa abbia portato così tante persone in piazza in tutto il Paese, bisogna comprendere fino a che punto sia caduta in disgrazia la classe dirigente bulgara, compresa l’opposizione che, in teoria, guiderebbe le proteste. Il PP è stato fondato nel 2021 sulla base di un programma anticorruzione, a seguito di una precedente ondata di manifestazioni contro quello che era percepito come un abuso di potere da parte del procuratore generale. I suoi leader, «formati ad Harvard» e fermamente filoeuropei, hanno inizialmente suscitato entusiasmo, ottenendo il 25% dei voti alle elezioni parlamentari del 2021, il che li ha catapultati in un governo di coalizione. Tuttavia, la coalizione è stata sabotata dal partito di centro-destra C’è un popolo così (ITN), innescando altre due tornate elettorali. Poi, nel giugno 2023, il PP-DB ha annunciato un accordo di coalizione con il suo ex antagonista, il GERB. Il PP-DB ha giustificato questa straordinaria svolta invocando l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la necessità di un forte fronte «euroatlantico». Il leader del GERB ha sostenuto che la linea di demarcazione fondamentale nella politica bulgara fosse «chi sta dalla parte dell’Ucraina e chi no». La pressione dell’opinione pubblica era intensa: nell’aprile 2023 una petizione di eminenti intellettuali bulgari aveva esortato i partiti filoeuropeisti a unirsi a favore di una rapida modernizzazione militare e del sostegno all’Ucraina, invocando il ricordo dell’occupazione sovietica della Bulgaria tra il 1944 e il 1947. Una volta al potere, il principale risultato della coalizione è stata una controversa riforma giudiziaria e costituzionale volta a facilitare l’ingresso della Bulgaria nello spazio Schengen e nell’eurozona. Il tentativo di impressionare Bruxelles per completare la «transizione europea» della Bulgaria sembra aver minato ulteriormente l’autorità delle classi dirigenti post-socialiste del Paese, soprattutto quando le debolezze e le contraddizioni interne dell’Europa sono diventate sempre più evidenti e i cittadini del blocco europeo hanno sentito il peso del protrarsi del confronto geopolitico, che si è tradotto inevitabilmente in vari programmi di austerità. Con il crollo della coalizione PP-DB-GERB nel 2024, dopo soli dieci mesi di governo, tutti i principali partiti politici sembravano compromessi, con la parziale eccezione di una figura: il presidente Rumen Radev, che, eletto nel 2017 e rieletto nel 2021, ha rappresentato uno dei pochi pilastri stabili della politica bulgara nell’ultimo decennio. Radev ha preso le distanze, a livello retorico, sia dall’adozione dell’euro sia dalla posizione di scontro del governo bulgaro nei confronti della Russia. La coalizione filoeuropea lo ha bollato come «quinta colonna» di Putin, nonostante il suo master in una delle accademie dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e il fatto di aver prestato servizio in un esercito membro della NATO per dodici anni. Ma il suo distacco sia dall’Unione Europea che dalla NATO forse serviva solo a rafforzare l’immagine che stava coltivando di personaggio fuori dagli schemi, al di fuori (o forse al di sopra) della corruzione e delle meschine dispute della classe dirigente. Non era quindi difficile prevedere che Radev, di gran lunga il politico più popolare del Paese, avrebbe prima o poi lasciato la carica prevalentemente cerimoniale di presidente della Repubblica e avrebbe cercato di consolidare il proprio progetto politico. A gennaio Radev si è dimesso dalla carica; un mese più tardi, dopo anni di riflessione, ha annunciato la sua intenzione di candidarsi alle elezioni come leader di un nuovo partito di centro-sinistra, Bulgaria Progressista. Puntando a colmare il vuoto lasciato dal crollo del blocco euroatlantico, l’alleanza di Radev conta attualmente il 31% delle intenzioni di voto, dieci punti avanti al suo rivale più vicino, la coalizione guidata dal GERB. Presentando la sua nuova formazione elettorale come «la risposta alle aspettative dei cittadini bulgari di smantellare il modello di corruzione oligarchica», Radev si rivolge chiaramente a coloro che hanno aderito alle proteste dello scorso anno. Se i sondaggi avranno ragione, è probabile che il suo partito formi una coalizione con il PP-DB, che attualmente si prevede otterrà il 12% dei voti, costruita attorno a un’opposizione condivisa contro la corruzione. Il fascino popolare di Radev non è difficile da spiegare. Sebbene sia una figura discreta, l’ex presidente è l’unico politico, a parte i nazionalisti di estrema destra, a esprimere critiche, per quanto moderate, al percorso sociale e politico seguito dalla Bulgaria negli ultimi anni. Anche all’interno di questi orizzonti ideologici limitati, tale dissenso spicca in un panorama politico dominato dal servilismo verso Bruxelles e dal consenso neoliberista. Nella conferenza stampa in cui ha presentato il suo nuovo progetto politico, sebbene Radev abbia ribadito il posto della Bulgaria nell’UE e nella NATO, ha sottolineato l’importanza di difendere gli interessi nazionali del Paese, chiedendo «pensiero critico e valutazioni sobrie» nel determinare la politica estera del Paese. Tuttavia, al di là di questa svolta retorica verso il sovranismo, non è ancora chiaro cosa offrirà Bulgaria Progressista di Radev per garantire progressi significativi. Il programma elettorale del partito include gran parte della retorica neoliberista che gli elettori conoscono fin troppo bene: «stabilità fiscale» (ovvero mantenere il sistema tributario regressivo del Paese), riduzione dell’ingerenza dello Stato nell’economia, «snellire la burocrazia e ridurre gli oneri amministrativi», e introdurre l’IA in tutti i settori della pubblica amministrazione, dai tribunali ai servizi sociali. La giustizia sociale viene presentata come un effetto conseguente alla sconfitta della corruzione e al rafforzamento della fiducia degli investitori, che sarà in qualche modo ottenuta attraverso una digitalizzazione generalizzata. E contraddicendo la sua immagine pubblica di anticonformista in politica estera, il programma di Radev sostiene l’aumento della spesa militare e l’integrazione con le forze della NATO in termini che potrebbero essere stati estratti da un documento politico di Bruxelles. Tuttavia, frenare la corruzione rappresenterebbe un reale passo in avanti, specialmente se Radev riuscisse a invertire la tendenza alla occupazione generalizzata delle istituzioni pubbliche bulgare da parte di reti clientelari legate a GERB e al suo partner minore, il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), attualmente guidato dal magnate dei media e oligarca universalmente disprezzato Delyan Peevski. Formando una coalizione di governo stabile e tagliando il flusso di fondi pubblici a questi attori, Radev e il PP-DB potrebbero forse, almeno in questo senso limitato, trasformare la Bulgaria nel «paese europeo normale» che i liberali bulgari hanno desiderato per decenni. Fermare la corruzione è, ovviamente, il minimo indispensabile. L’importanza che la questione continua ad avere è sintomatica del deserto ideologico della politica bulgara. Gli elettori, di fronte alla mancanza strutturale di prospettive, non vedono alcuna via praticabile di progresso al di fuori delle reti clientelari, che distribuiscono appalti pubblici e posti di lavoro nelle regioni più povere. Il compito fondamentale rimane quello di tradurre la rabbia e le aspirazioni popolari in un progetto politico coerente basato su preoccupazioni materiali, piuttosto che fare appello alla «restaurazione dei mercati liberi» – ovvero, in altre parole – liberarli dai monopoli corrotti, che sembra essere l’orizzonte del progetto di Radev. La prospettiva di mettere da parte il GERB, ormai screditato, nel prossimo futuro può, almeno, dare una tregua all’infinito ciclo di scandali legati alla corruzione e forse aprire uno spazio per un dibattito sostanziale sulle sfide politiche più profonde che la Bulgaria deve affrontare. Testi consigliati Christopher Bickerton, La persistencia de Europa, «NLR» 122 Gavin Rae, En el espejo polaco, «NLR» 124 Susan Watkins, La derecha fracturada, «NLR» 126 Alexander Clapp, Rumanía rediviva, «NLR» 138 Iván Szelényi, Capitalismos después del comunismo, «NLR» 96. Gavin Rae, Mitos enclenques del liberalismo polaco e ¿Tusk contra el populismo polaco de extrema derecha? e Costi Rogozanu, Rumanía fracturada, tutti pubblicati su «Diario Red» Madlen Nikolova è coordinatrice di progetti presso UNI Europa. Ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e scrive di questioni relative al lavoro, al diritto e all’economia politica. ● Traduzione di Mauro Trotta

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    L’obiettivo di Israele in Iran non è un cambio di regime, ma il collasso totale dello Stato iraniano Dixie DenmanJJunius In Medio Oriente, gli Stati Uniti e Israele intendono distruggere ogni istituzione politica moderna e ogni apparato statale funzionante, ritenendo che la frammentazione possa conseguire il duplice obiettivo di eliminare ogni possibile opposizione all’egemonia totalitaria e ai disegni geopolitici di entrambi i Paesi nella Regione e di ostacolare o impedire la creazione di un polo democratico da parte delle classi dominate. @katemontanaa Dopo decenni di guerre disastrose in Medio Oriente, pare che gli Stati Uniti abbiano finalmente imparato una lezione: imporre un cambio di regime è un obiettivo irrealistico. Destituire un capo di Stato è la parte facile; affrontarne le conseguenze non lo è altrettanto. Se l’obiettivo sottostante fosse il cambio di regime, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto una leadership alternativa, in grado di garantire il funzionamento dello Stato. Ma questa soluzione è complessa ed è per questo che pochi lavorano in modo coerente per ottenere un cambio di regime in Iran. Ma è qui che i piani falliscono – ed è per questo che, a oggi, quasi nessuno punta seriamente a un rovesciamento del potere in Iran. Sono numerosi gli esempi di precedenti tentativi falliti di provocare un cambio di regime. Gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003 e ucciso Saddam Hussein nel 2006. Vent’anni dopo, gli Stati Uniti sono ancora in Iraq. Le precipitose dichiarazioni di «missione compiuta» sono state contraddette dalle difficoltà di ricostruire il Paese emerse in seguito. Oggi l’Iraq, profondamente diviso e con un sistema politico complesso e frammentato per motivi etnici, funziona, ma dopo due decenni e mezzo, miliardi di dollari di investimenti, e al prezzo di quasi un milione di morti e di un’ondata di terrore che ha devastato l’intera Regione. La stabilità raggiunta dall’Iraq è frutto più delle capacità di adattamento politico degli iracheni che del disegno statunitense. Nel frattempo, in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno provato per due decenni a sostituire i talebani, finendo per accettare il loro ritorno al potere. In Siria, Washington ha armato fazioni rivali che miravano a rovesciare Bashar al-Assad, alimentando le tensioni etniche e facendo precipitare il Paese in una guerra civile. A un certo punto, le milizie armate dal Pentagono si sono ritrovare a combattere contro quelle armate dalla Cia. Ma è soprattutto il precedente della Libia a costituire un monito. Nel 2011, gli attacchi statunitensi hanno contribuito all’assassinio di Muammar Gheddafi. I funzionari dell’amministrazione Obama non si sono tuttavia preoccupati di insediare un sostituto né hanno voluto essere coinvolti nella complessa vicenda della ricostruzione della nazione, lasciando i libici ad affrontare da soli le conseguenze dell’intervento occidentale e il conseguente vuoto di potere. Nel 2010, la Libia era uno dei Paesi più ricchi dell’Africa e godeva di un alto tenore di vita. Oggi è uno Stato fallito, governato principalmente da milizie violente e trafficanti di schiavi, segnato da anni di guerra civile. Gli Stati Uniti hanno assassinato il leader supremo iraniano Khamenei con il pretesto di portare la democrazia in Iran e di una presunta imminente minaccia nucleare, palesemente inesistente. Cosa succederà dopo? Anche se i funzionari di Washington caldeggiano l’ipotesi di un ritorno dello scià, si tratta di un progetto, nella migliore delle ipotesi, inconsistente. Il figlio esiliato del brutale dittatore iraniano, rovesciato dalla Rivoluzione Islamica del 1979, non è pronto a entrare a Teheran in sella a un cavallo bianco e a raddrizzare il Paese con l’attitudine di un monarca. Sebbene continui ad avere fedeli sostenitori tra la diaspora iraniana residente negli Stati Uniti, in particolare tra le famiglie benestanti che hanno prosperato sotto la violenta monarchia di suo padre, è profondamente impopolare all’interno dell’Iran. Pochi nutrono illusioni sul fatto che sia fattibile il reinsediamento di un re che ha vissuto negli Stati Uniti per quattro decenni. Escludendo di fatto l’ipotesi di una restaurazione della monarchia, l’attenzione si è concentrata sulla linea di successione interna alla stessa Repubblica Islamica. La scorsa settimana, parlando con un giornalista di un possibile successore di Khamenei, Trump ha affermato : «L’attacco ha avuto un tale successo che sono stati eliminati quasi tutti i candidati. Nessuna delle figure a cui avevamo pensato è sopravvissuta. Anche il secondo e il terzo della linea gerarchica sono morti». Alla luce della nomina del secondo figlio di Khamenei a leader supremo, le autorità israeliane si sono impegnate ad assassinare lui e tutti i suoi successori. Gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno eliminato anche i leader dell’opposizione più credibili, compresi i dissidenti della Repubblica Islamica in carcere. Secondo le informazioni disponibili, gli Stati Uniti stanno anche attaccando intenzionalmente gli attivisti di sinistra. Tutto questo perché, in ultima analisi, sostituire la Repubblica Islamica non è l’obiettivo principale, né tantomeno quello auspicato. In realtà, l’obiettivo perseguito in Iran è la balcanizzazione etnica e il fallimento dello Stato. Gli Stati Uniti e Israele non vogliono cambiare il regime in Iran, vogliono il collasso dello Stato iraniano stesso. Lo scopo degli attacchi militari è quello di disintegrare le istituzioni, alimentando le tensioni etniche e i movimenti secessionisti, lasciando l’Iran profondamente diviso e segnato dalla guerra civile e dalla violenza settaria, in modo simile a quanto accaduto in Siria nel 2015. Il collasso politico potrebbe intensificare le pressioni separatiste tra i curdi del nord-ovest, i baluchi del sud-est e gli azeri del nord, soprattutto se le potenze straniere cercheranno di utilizzare come arma le rivendicazioni etniche. L’amministrazione Trump ha già discusso della possibilità di armare i gruppi separatisti presenti all’interno dell’Iran, il che assomiglierebbe alla terribile strategia utilizzata in Siria e Afghanistan: dare potere a milizie brutali che combattono tra loro, ma in questo caso senza schierare truppe statunitensi sul campo. Il «Dipartimento della Guerra» non è quindi preoccupato dalla sindrome dell’Iraq e dell’Afghanistan, perché apparentemente non ha intenzione di essere coinvolto in un altro ciclo di costruzione della nazione e di guerra eterna. In realtà, gli Stati Uniti intendono destabilizzare l’Iran, lasciare il Paese in balia dei lupi e ritirarsi. Questo percorso distopico spiana la strada a Israele per eliminare ogni significativa opposizione militare nella regione. In Siria, Israele ha trascorso l’ultimo anno bombardando le infrastrutture militari del Paese e distruggendo le sue capacità, nonostante il nuovo governo sia un alleato occidentale e non abbia minacciato lo Stato israeliano. È chiaro che Israele non tollererà che nella Regione ci sia uno Stato che abbia anche solo il potenziale di sfidarlo. La dottrina della sicurezza di Israele si è concentrata a lungo sul mantenimento di un «vantaggio militare qualitativo», ovvero sulla garanzia di una superiorità tecnologica e operativa schiacciante su qualsiasi rivale regionale. Codificato nella legislazione statunitense, il principio è chiaro: a nessuno Stato confinante deve essere consentito di sviluppare la capacità di sfidare il dominio militare israeliano. In questo contesto, uno Stato frammentato rappresenterebbe una minaccia a lungo termine molto inferiore a quella di una potenza regionale indipendente in grado di ricostruire le proprie forze. È evidente che Netanyahu desidera l’eliminazione di tutte le potenze regionali. Dal 1990, avverte che l’Iran sta per raggiungere la capacità nucleare e ha trascorso tre decenni alla ricerca di una scusa per spingere gli Stati Uniti a intervenire o ad attaccare l’Iran. Sebbene indebolito, l’Asse della Resistenza rimane un ostacolo ostinato all’espansione dei confini di Israele verso il «Grande Israele», che prevede non solo la conquista dei restanti territori palestinesi, ma un’espansione verso la Siria e il Libano. La resistenza deve quindi essere eliminata e la strada passa attraverso l’Iran. Come ha affermato Danny Citrinowicz, ricercatore senior presso l’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv, in un’intervista del Financial Times questa settimana, riassumendo la posizione del suo governo sull’Iran: «Se possiamo organizzare un colpo di Stato, benissimo. Se possiamo avere gente in piazza, benissimo. Se possiamo avere una guerra civile, benissimo. A Israele non importa nulla del futuro [o] della stabilità dell’Iran». Dal punto di vista israeliano, un Iran frammentato e intrappolato in una guerra civile è preferibile a un nuovo governo, per quanto impegnato in favore degli interessi occidentali (come, ad esempio, la Siria). Nel contempo, Trump potrebbe preferire in astratto un cambio di regime al collasso dello Stato, ma non è disposto a fornire le risorse necessarie per ottenerlo e finirà per ritirarsi quando i costi inizieranno ad aumentare. Se il regime iraniano cadrà, non verranno meno solo le sue figure rappresentative, ma lo stesso apparato statale, con il risultato inevitabile di una destabilizzazione massiccia e di una Libia 2.0, se non peggio. Questo risultato è intenzionale. È evidente che gli Stati Uniti non si illudono di portare la democrazia in Iran, obiettivo che potrebbe essere perseguito sostenendo l’opposizione o i riformisti che si organizzano all’interno del Paese invece di bombardarli. Ma Israele non vuole che l’Iran abbia una democrazia sovrana, vuole neutralizzarlo, per spianare la strada al suo potere militare illimitato nella Regione. L’apparato di sicurezza dell’Iran è profondamente radicato ed è improbabile che crolli rapidamente. Ma se gli attacchi prolungati riuscissero a distruggere lo Stato invece di indebolire semplicemente il suo gruppo dirigente, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Un Paese di quasi 90 milioni di abitanti non si frammenta silenziosamente. Centinaia di migliaia di persone moriranno e milioni di altre saranno sfollate. Perché le bombe non liberano mai, le bombe frammentano: corpi, paesi, società. Consigliamo di leggere Millones de personas en riesgo de desplazamiento mientras Israel bombardea el Líbano», Farsi Giacaman, «Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán», Suleiman Mourad, «Hezbolá embridado», Tariq Ali, «Las consecuencias del asesinato de Nasralllah», todos ellos publicados en Diario Red. Susan Watkins, «Israel después de Fordow», NLR 155, y «Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo», NLR 45. Kate McMahon è una scrittrice e giornalista che vive in Egitto, esperta della regione del Medio Oriente e del Nord Africa. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso

  • guerre

    Quanto sono allineati gli obiettivi di Stati Uniti e Israele sull’Iran? Dixie Denman Junius Sebbene gli Stati Uniti e Israele condividano l’obiettivo di indebolire l’unico Stato che ha sfidato la loro agenda in Medio Oriente, il progetto dello Stato sionista di raggiungere l’egemonia regionale con ogni mezzo necessario potrebbe rivelarsi svantaggioso per gli interessi degli Stati Uniti. La situazione venutasi a creare nel Golfo Persico e in Medio Oriente dopo l’attacco criminale perpetrato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Ira – compiuto nel pieno di una crisi ecosistemica, legata alla situazione di biforcazione del modello di accumulazione, produzione e accaparramento del reddito e della ricchezza da parte delle classi dominanti globali e di fronte alle incertezze che gravano sull’economia globale e sull’esaurimento del capitalismo come sistema storico – pone sotto una luce grottesca e sinistra gli interessi branditi dagli Stati Uniti e da Israele, frutto delle loro rispettive distopie, considerati dal punto di vista del loro impatto e delle loro conseguenze per il resto dell’umanità. Allo stesso tempo, è sorprendente che le loro azioni e giustificazioni non abbiano ricevuto una risposta da parte di Stati, organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu, attori politici, sindacali e sociali, oltre che partiti politici e movimenti. Forse la domanda «cos’è la politica oggi?» potrebbe iniziare a trovare una risposta a partire da una presa di posizione esplicita rispetto alla cosiddetta politica nazionale o sovranazionale, nel caso dell’Unione Europea. Chuck Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, è preoccupato per il rapporto esistente tra Stati Uniti e Israele. Ritiene che gli obiettivi israeliani e statunitensi nell’attuale guerra contro l’Iran stiano divergendo. Osserva che l’impegno di Donald Trump per il cambio di regime in Iran sta vacillando e definisce questo fenomeno come «[…] la prima e preoccupante frattura emersa tra i due Paesi». Secondo Freilich, gli obiettivi statunitensi e israeliani in questa guerra erano inizialmente allineati. Tali obiettivi, ha scritto, includevano: «il rovesciamento del regime iraniano, la drastica riduzione della sua capacità missilistica per un lungo periodo di tempo, la distruzione definitiva del suo programma nucleare e l’ulteriore indebolimento degli alleati regionali dell’Iran». Tralasciando la presunta questione del programma nucleare iraniano, dato che il Paese non persegue l’obiettivo di sviluppare un’arma nucleare almeno dal 2003, gli altri tre obiettivi potrebbero essere condivisi da Stati Uniti e Israele, ma nessuno di essi costituisce un interesse così imperativo per gli Stati Uniti da rendere necessaria questa guerra, con tutti i suoi rischi e le sue conseguenze globali. Ciò che Freilich non sottolinea è che, sebbene l’amministrazione Trump abbia imprudentemente adottato in questa guerra obiettivi simili a quelli di Israele, gli interessi statunitensi e israeliani sono sempre stati molto diversi a questo riguardo, da qualsiasi punto di vista si consideri la questione. Ma Freilich ha ragione a essere preoccupato. L’immagine di Israele nell’opinione pubblica statunitense si è gravemente deteriorata e ora un secondo presidente americano, dopo quanto accaduto al suo predecessore per la sua posizione su Gaza e in generale sulla Palestina, rischia di pagare un elevato prezzo politico a causa del suo cieco sostegno alle mostruose e impopolari politiche israeliane. Israele voleva questa guerra per sbarazzarsi dell’unico Stato della regione in grado di sfidare in modo significativo la sua agenda. Gli Stati Uniti condividono questo obiettivo, ma gli attribuiscono una valenza diversa. Per gli Stati Uniti, l’Iran rappresenta un simbolo dell’antiamericanismo e il nemico assoluto dal 1979. Il cosiddetto «principale Stato sponsor del terrorismo» rappresenta un funzionale obiettivo politico, ma difficilmente può essere considerato una minaccia reale per gli Stati Uniti, trovandosi dall’altra parte del mondo. Per Israele, l’Iran è il motore che alimenta l’opposizione alle sue ambizioni regionali e che fornisce il sostegno – e ovviamente le armi – alla resistenza armata palestinese. Il vecchio cliché secondo cui «non c’è alcuna differenza apprezzabile» tra Stati Uniti e Israele in materia di politica di sicurezza, non considera i diversi livelli di minaccia che l’Iran costituisce per i due Paesi. A meno che, ovviamente, non si consideri legittimo basare la politica estera statunitense sugli interessi di Israele, indipendentemente dalle conseguenze che ciò comporta per gli Stati Uniti. La maggioranza della popolazione statunitense non condivide questa opinione. L’idea che gli interessi statunitensi e israeliani coincidano è smentita ulteriormente se si esaminano le diverse visioni dei due Paesi per il futuro del Medio Oriente. Gli Stati Uniti, in generale, perseguono la stabilità, condizione necessaria per proteggere i mercati e garantire il libero afflusso di risorse dalla Regione verso le imprese occidentali. Israele, al contrario, ricerca l’egemonia regionale non attraverso alleanze, bensì mediante la forza e le minacce, atteggiamento evidente nel suo rifiuto di partecipare diplomaticamente all’Iniziativa di Pace Araba del 2002, che offriva una normalizzazione con tutti i Paesi della Lega Araba in cambio dell’accettazione da parte di Israele di un accordo basato sui parametri della soluzione dei due Stati, così come nel suo rifiuto di prendere seriamente in considerazione un compromesso sulla questione dell’occupazione e della spoliazione del popolo palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita. Israele accetta di firmare trattati di pace con le nazioni arabe a patto che queste non richiedano garanzie specifiche o tutele per i diritti dei palestinesi. Così è avvenuto con l’Egitto, la Giordania e per i recenti «Accordi di Abramo». Per Israele la stabilità regionale non è una priorità. Al contrario, la sua stessa esistenza si basa sul presupposto che i cittadini ebrei siano minacciati, ed è questa condizione di insicurezza che garantisce a Israele l’appoggio dei suoi sostenitori, ebrei e non ebrei, in tutto il mondo. Di conseguenza, gli obiettivi, le strategie, le tattiche e le decisioni specifiche di Israele non sempre coincidono con quelli degli Stati Uniti. Minaccia alla produzione petrolifera iraniana La propensione all’aggressione e all’instabilità non riguarda solo Benjamin Netanyahu e i suoi compatrioti di destra, ma anche figure di spicco dell’opposizione. Yair Lapid, che mantiene un rapporto generalmente cordiale con il Partito democratico statunitense – che Netanyahu si è sforzato con tanto successo di alienare – ha chiesto lo scorso fine settimana il lancio di un attacco su larga scala contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran. Lapid ha twittato: «Israele deve distruggere tutti i giacimenti petroliferi iraniani e l’industria energetica dell’isola di Kharg; questo consentirà di mettere in ginocchio l’economia iraniana e di rovesciare il regime». L'isola di Kharg è la principale fonte delle esportazioni petrolifere dell’Iran. La sua distruzione farebbe sprofondare l’economia iraniana, già indebolita, in una spirale negativa, da cui il Paese potrebbe riprendersi, ammesso che ci riesca, solo dopo decenni, Significherebbe anche un duro colpo per l’approvvigionamento mondiale di petrolio a lungo termine. Questa richiesta non è stata ben accolta a Washington. Poco dopo il tweet di Lapid, Israele ha messo alla prova la risposta statunitense a un attacco contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran attaccando raffinerie di petrolio a Teheran, sprigionando nell’aria sostanze tossiche in un raggio di decine di chilometri. La risposta degli Stati Uniti è stata rapida e chiara. Lindsey Graham, in una rara critica a Israele, ha rimproverato Tel Aviv, twittando: «Per favore, siate cauti con gli obiettivi che scegliete. Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano senza comprometterne la possibilità di una vita nuova e migliore, quando questo regime crollerà. L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per raggiungere questo obiettivo». Possiamo scartare a priori l’idea che a Graham, un sostenitore di lunga data delle sanzioni e della guerra contro l’Iran, importi minimamente della sorte del popolo iraniano. Graham stava chiaramente parlando a nome di Trump e inviando un messaggio a Israele sulla necessità di evitare la distruzione della ricchezza petrolifera dell’Iran. Ma Netanyahu e i leader israeliani in generale sono, prima di tutto, tattici. Senza dubbio comprendono che distruggere i giacimenti petroliferi dell’Iran non solo paralizzerebbe la Repubblica Islamica, ma renderebbe anche estremamente difficile per qualsiasi governo, per quanto amico dell’Occidente, ricostruire l’economia iraniana. Questa non è la ricetta per la stabilità che desiderano Trump e i suoi alleati delle monarchie del Golfo. È la ricetta per il caos e per il fallimento dello Stato iraniano. La disintegrazione di Stati molto più piccoli in Siria, Libia, Afghanistan e Iraq ha dato origine ad alcuni dei gruppi più radicali e le guerre che ne hanno destituito i governi hanno generato innumerevoli conflitti regionali. Un Iran fallito sarebbe molto peggio. Questo scenario non è funzionale agli interessi degli Stati Uniti e indica un’altra grande divergenza tra i loro interessi e quelli degli israeliani. Ciò è risultato evidente quando Trump ha menzionato la sua volontà di identificare «un buon leader» per l’Iran, mentre il ministro della Difesa israeliano Israel Katz dichiarava senza mezzi termini che, indipendentemente da chi l’Iran avesse scelto per ricoprire tale ruolo, Israele lo avrebbe assassinato. Entrambi i Paesi volevano una guerra per provocare un cambio di regime, ma su come raggiungere l’obiettivo le loro visioni sono divergenti. Non è il finale che vuole Israele Trump ha inviato messaggi contraddittori e deliranti sulla guerra. Lunedì 9 marzo ha dichiarato che gli Stati Uniti erano «molto vicini a concludere» la guerra, ma che «non si sarebbero fermati». La settimana precedente aveva dichiarato che l’obiettivo era la «resa incondizionata» dell’Iran, obiettivo chiaramente irraggiungibile. Sicuramente, nemmeno Netanyahu vorrebbe provare a prevedere fino a che punto si potrebbe spingere il volubile, spesso confuso e male informato presidente statunitense. Ma se la guerra finisse presto, che Israele o gli Stati Uniti vogliano ammetterlo pubblicamente o meno, questa guerra sarà stata un clamoroso fallimento. Certamente, se la guerra finisse ora, l’Iran avrà subito un’altra battuta d’arresto, avrà perso molte vite innocenti e avrà subito gravi danni. Ma ne uscirà anche con un leader come Mojtaba Khamenei, che onorerà gran parte dell’eredità di suo padre e agirà in modo ancora più intransigente. Mojtaba intrattiene stretti rapporti con la Guardia Rivoluzionaria e si oppone al dialogo con l’Occidente, preferendo una posizione più militante. Indipendentemente dal merito, la posizione di Mojtaba Khamenei è stata rafforzata dal tradimento statunitense, che ha sferrato due volte attacchi a sorpresa contro l’Iran, quando i negoziati non solo erano in corso, ma stavano procedendo proficuamente. Mojtaba, noto per essere stato una forza chiave dietro l'ascesa di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza iraniana nel 2005, ha perso sua moglie, uno dei suoi figli, sua madre e una delle sue sorelle, oltre che suo padre, nei recenti attacchi statunitensi e israeliani. È improbabile che sia incline a simpatizzare con le posizioni israeliane o statunitensi. L’Iran ricostruirà il proprio arsenale missilistico e rifornirà, con ancora maggiore facilità, la propria scorta di droni. Sotto il comando di Mojtaba Khamenei, rafforzerà senza dubbio i rapporti con le varie milizie filo-iraniane della regione. Infine, gran parte del sostegno allo sviluppo di un’arma nucleare proveniva dalla Guardia Rivoluzionaria Islamica. La fatwa di Ali Khamenei ha impedito che ciò diventasse qualcosa di più di un dibattito teorico in pubblico. Pur non essendo nota l’opinione di Mojtaba su questa questione, ora egli dispone del potere di revocare la fatwa di suo padre. In questo contesto, gli attacchi di Stati Uniti e Israele, Paesi dotati di armi nucleari, rafforzano in larga misura la logica secondo cui l’Iran non può scoraggiare futuri attacchi senza dotarsi di armi nucleari. L’esempio della Corea del Nord, valutato a fronte degli esempi di Iraq e Libia, costituisce un solido argomento. Pertanto, dal punto di vista di Israele, porre fine alla guerra ora è una prospettiva terrificante. Il nuovo Leader Supremo si sentirebbe incoraggiato dal fatto che la struttura statale iraniana sia rimasta del tutto intatta durante questo massiccio bombardamento. Il sentimento antigovernativo che ha portato alle proteste di massa in Iran rimarrebbe e, data l’ulteriore pressione sull’economia iraniana, potrebbe persino crescere, ma questi oppositori saranno molto più vulnerabili alle accuse di aver incoraggiato gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, soprattutto considerando quanto sia Trump che Netanyahu abbiano fatto leva sulla retorica di «liberare il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica» prima della guerra e persino durante la stessa. Israele sa che deve distruggere il governo iraniano per vincere questa guerra, ma non potrà farlo dall’alto. E certamente non può farlo senza la partecipazione diretta degli Stati Uniti, motivo per cui Israele non aveva attaccato l’Iran prima. Ma la resistenza negli Stati Uniti a un’invasione terrestre è, se possibile, ancora più forte di quanto non fosse prima dell’inizio della guerra. Non c’è mai stata una buona ragione per cui gli Stati Uniti iniziassero questa guerra. Non c’è alcun risultato, nemmeno nel migliore dei casi per i pianificatori bellici statunitensi, che potrebbe costituire per il Paese un vantaggio. Anche se l’operazione di cambio di regime avesse successo, il danno alla reputazione degli Stati Uniti nel mondo, l’impatto sull’economia globale e l’imprevedibilità nel Golfo annullerebbero qualsiasi vittoria fittizia che Trump possa celebrare. Non si può dire lo stesso di Netanyahu. Se l’Iran venisse distrutto come Paese funzionante, l’instabilità regionale gioverebbe molto alla posizione di Netanyahu. Se l’attuale governo venisse rovesciato, sia durante la guerra che dopo di essa, la situazione rimarrebbe di instabilità persistente, ma il principale rivale regionale di Israele sarebbe scomparso. Ma, in questo momento, l’andamento della guerra non è quello che Netanyahu desidera. L’Iran sta riuscendo ad aumentare il costo dell’attacco contro di esso e se la Repubblica Islamica supererà questa tempesta, la probabilità di una futura azione militare statunitense sarà significativamente ridotta. Ciò è significativo, considerando che tutti i precedenti presidenti statunitensi si sono rifiutati di intraprendere questa avventura. Se Trump opta per l’uscita, sia che proclami la vittoria o meno, l’Iran continuerà ad avere i suoi missili, i suoi partner regionali, il suo petrolio e un leader supremo ancora più intransigente a cui sono state date tutte le ragioni del mondo per cercare un’arma nucleare. Trump può nascondere gran parte di tutto ciò e dichiarare vittoria. Ma anche con la censura imperante in Israele, che si è inasprita molto, Netanyahu non potrà presentare questo risultato come una vittoria. Trump sta perdendo terreno politicamente a causa di questa guerra e gli conviene porvi fine. Netanyahu ha bisogno che si protragga abbastanza a lungo da portare l’Iran al punto di rottura o, in mancanza di ciò, per seminare nel Paese quanta più distruzione possibile. Gli interessi statunitensi e israeliani, contrariamente a quanto lascia intendere Freilich, non erano gli stessi all’inizio di questa guerra, ma ora lo sono ancora meno. Si consiglia di leggere Ervand Abrahamian, «Iran Under Fire», NLR 157, Susan Watkins, «Israel después de Fordow», NLR 155, y «Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo», NLR 45. Arron Reza Merat, «Los equilibrios estratégicos de la guerra contra Irán», Sidecar/New Lef Review, «El laberinto de la escalada bélica en Irán y Oriente Próximo: Entrevista a Trita Parsi», Kate McMahon, «El objetivo de Israel en Irán no es conseguir un cambio de régimen, sino provocar el colapso total del Estado iraní», Alí Abunimah, «¿Han juzgado erróneamente a Irán Estados Unidos e Israel?», Mitchell PLitnick, «Desmontando las mentiras de la guerra contra Irán», Layla Yammine, «Millones de personas en riesgo de desplazamiento mientras Israel bombardea el Líbano», Farsi Giacaman, «Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán», Suleiman Mourad, «Hezbolá embridado», Tariq Ali, «Las consecuencias del asesinato de Nasralllah», tutti pubblicati su Diario Red. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss e viene ripubblicato qui con l'esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso Nota della redazione Quest'articolo era già in via di pubblicazione quando, l'otto aprile, è intervenuto l'accordo per un cessate il fuoco di quindici giorni fra gli Sati Uniti e l'Iran. Malgrado l'accordo, Israele ha deciso di continuare la guerra a suo modo e ha accentuato i bombardamenti sul Libano, seminando ancora morte e distruzione. Questi avvenimenti confermano le divergenze crescenti fra gli interessi statunitensi e israeliani che sono messe in evidenza dall'analisi di Mitchell Plitnick

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