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    Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di classe  Pubblichiamo una scheda sulla rivista «Primo Maggio» scritta da Primo Moroni per il catalogo della mostra, presentata a Tradate (Va) nel 1983, Gli anni affollati. La rivista politica antagonista negli anni 70, a cura del Centro sociale di Tradate e del Centro di documentazione di Varese. È, negli anni Settanta, la più ragguardevole espressione teorica dell’operaismo italiano. «Primo Maggio» nasce nel 1973 come rivista dedicata soprattutto alla riflessione teorica e storico-politica. Si colloca, fin dall’inizio, in una posizione autonoma all’interno del Movimento, cercando di muoversi negli spazi aperti dalla frattura culturale e politica mondiale degli anni Sessanta e per quanto riguarda l’Italia, dalle specificità delle esperienze di operai e studenti e dei gruppi extraparlamentari. Si tratta di spazi che la rivista riesce a occupare con la sua funzione critica, anche se con una periodicità non proprio martellante. L’intenzione su cui «Primo Maggio» nacque era stata quella di rivisitare i temi principali della storia del rapporto tra classe e capitale e delle strutture istituzionali e politiche attraverso le quali esso si era espresso nel Novecento. L’idea cardine di «storia militante», attorno a cui si sviluppava una parte del lavoro della rivista in quella direzione, veniva dal rapporto intellettuali-politica definitosi negli anni Sessanta e dalle opinioni maturate sull’esperienza dei gruppi extraparlamentari nei primi anni Settanta. Nuovi temi vennero quindi imposti rapidamente dal golpe cileno, dalla crisi petrolifera, dalla ristrutturazione mondiale dell’economia e della finanza. E il modo in cui crisi e scontro di classe si sviluppavano in Italia portò a sua volta su «Primo Maggio» l’analisi più ravvicinata del sistema politico e della composizione di classe e un intervento più diretto nel dibattito politico corrente. Per questi temi e per il modo in cui sono trattati, la rivista trova un ventaglio di lettori molto ampio, anche se non particolarmente numeroso, visto che venderà al massimo 4300 copie.Nella storia della rivista stessa, pubblicata sul numero 19/20, a conclusione dell’esame dei suoi lettori, gli estensori del saggio affermano abbastanza giustamente che «Primo Maggio» ha trovato aree di consenso in tutta la sinistra, istituzionale e no, e in tal senso è stata una rivista unica nel suo genere. Tra i contributi maggiori di «Primo Maggio» l’analisi della forma denaro in quanto chiave di lettura sia del nuovo imperialismo monetario, sia delle nuove egemonie politiche sul piano internazionale, i contributi alla storia del movimento operaio internazionale – valga su tutti la prolungata attenzione sull’Industrial Workers of the World – e gli esempi di impiego delle fonti orali. Inoltre la proposizione di temi trascurati dalla sinistra, come quello dei trasporti, l’analisi delle trasformazioni tecnologiche e i loro risvolti sociali, la ricostruzione storico-politica dei percorsi individuali e collettivi che hanno attraversato il Movimento e la sinistra negli ultimi vent’anni.  In allegato i pdf dei 29 numeri della rivista, i 2 quaderni e i 2 opuscoli.

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    Il culmine del potere, della distruzione e della guerra in Medio Oriente Roberto Gelini Israele, Stati Uniti e Unione Europea intendono subordinare il Medio Oriente al disegno imperiale e coloniale occidentale attraverso la distruzione o la cooptazione servile: la sottomissione dell'Iran è il correlato geopolitico esatto del genocidio di Gaza. I disegni del potere geopolitico occidentale smentiscono assolutamente qualsiasi pretesa democratica di un ordine internazionale praticabile e l'impossibilità di quest'ultimo indica con estrema chiarezza quale sia il modello che le classi dominanti e dirigenti europee e statunitensi hanno in mente per organizzare internamente le rispettive società, ancora definite nazionali per pura pigrizia mentale e politica. Questo articolo è apparso su Sidecar , il blog della New Left Review  ed è pubblicato con il permesso espresso del suo editore. L'attacco israeliano contro l'Iran, lanciato mentre continua il genocidio contro il popolo palestinese, segue un copione tristemente familiare. Come nelle precedenti campagne perpetrate in Libano e Gaza, Israele sta applicando la ben nota strategia della «decapitazione», concepita per procedere all'eliminazione di figure chiave dell'establishment politico e della sicurezza del Paese, terrorizzando al contempo la popolazione civile. Sebbene sia inquadrata nel linguaggio ingannevole della «prevenzione» o della «non proliferazione», l'escalation israeliana mira a un progetto molto più ampio e ambizioso: non solo fermare il programma nucleare iraniano, ma smantellare l'Iran come attore regionale sovrano in grado di resistere al dominio statunitense-israeliano. Questo programma di cambio di regime non dovrebbe sorprendere nessuno che conosca la storia recente della regione. Ha lasciato una scia di distruzione in Iraq, Libia, Siria, Palestina e Libano. In una sola notte, Israele è riuscito ad assassinare Hossein Salami, comandante in capo dei Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica (CGRI); Mohammad Bagheri, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane; Amir Ali Hajizadeh, comandante delle Forze Aerospaziali del CGRI; Fereydoun Abbasi, ex capo dell'Organizzazione per l'Energia Atomica Iraniana, e Mohammad Mehdi Tehranchi, presidente dell'Università Islamica Azad. Ali Shamkhani, ex segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e consigliere principale della Guida Suprema, che aveva svolto un ruolo centrale nei recenti negoziati con gli Stati Uniti, era stato inizialmente dato per morto, ma ora si ritiene che sia sopravvissuto per miracolo all'attentato contro la sua vita. Oltre ad attaccare impianti nucleari e militari, Israele ha lanciato una pioggia di bombe su edifici residenziali in zone densamente popolate, uccidendo 224 persone e ferendone circa 1200 nei primi tre giorni di ostilità. Il fatto che un'operazione di così alto livello abbia potuto essere condotta senza essere rilevata dall'Iran evidenzia una grave falla dei servizi segreti iraniani e indica probabilmente una profonda infiltrazione del Mossad, insieme all'intelligence statunitense. Gli attacchi sono avvenuti dopo la ripresa dei negoziati sul nucleare tra Teheran e Washington, iniziati a metà aprile. È passato quasi esattamente un decennio da quando il governo Rouhani ha firmato il Piano d'azione congiunto globale (PAIC), in base al quale si concordava di limitare l'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni: un accordo che è rimasto in vigore fino al 2018, quando Trump si è ritirato unilateralmente e ha adottato la strategia della “massima pressione”, imponendo sanzioni volte a impoverire la popolazione iraniana e ad alimentare i disordini interni. Durante questo periodo, l'Iran ha continuato a cercare vie diplomatiche per preservare il proprio diritto all'arricchimento dell'uranio per scopi civili sotto il regime di supervisione internazionale. Ha dovuto affrontare una pressione considerevole, sia da parte delle élite che della popolazione in generale, per ripristinare un qualche tipo di accordo negoziato. Così, quando Trump è tornato alla Casa Bianca quest'anno e ha dato segnali che un nuovo accordo poteva essere raggiunto, il governo di Pezeshkian ha accettato di avviare nuovi colloqui. Ora è assolutamente chiaro, tuttavia, che questa diplomazia non è mai stata seria. Per gli Stati Uniti, l'obiettivo non era quello di raggiungere un accordo, ma di forzare la resa. Dietro il discorso di Trump sulla «negoziazione di accordi» si nascondeva una richiesta massimalista: non solo che l'Iran abbandonasse il suo programma nucleare civile, ma anche che smantellasse il suo arsenale missilistico e sciogliesse le sue alleanze regionali. Questo è ciò che Netanyahu ha ripetutamente definito «l'opzione Libia». Non si tratta di una distensione o di una normalizzazione, ma di una capitolazione totale, qualcosa che Teheran non avrebbe mai accettato. Alla luce di tutto ciò, la teatralità della presunta «rottura» di Trump con Netanyahu sembra ora più una manovra strategica che una vera divergenza politica: un mezzo per disorientare gli iraniani mentre si preparava la guerra. Gli attacchi aerei, gli omicidi e gli atti di sabotaggio di Israele, volti non solo a degradare le capacità difensive del suo nemico, ma anche a seminare paura e confusione tra la sua popolazione, hanno colto di sorpresa l'Iran. I suoi leader hanno tardato a rispondere, ma si sono gradualmente adattati alla nuova realtà. La strategia a lungo termine sviluppata a Washington e Tel Aviv è consistita nell'utilizzare la guerra ibrida come mezzo per invertire lo sviluppo: svuotare lo Stato e la società iraniani, isolarli diplomaticamente e renderli vulnerabili all'incursione militare, affinché la Repubblica Islamica potesse essere finalmente rovesciata. Israele ha anche utilizzato vari metodi di soft power, come il sostegno fornito al figlio in esilio dell'ex scià, una figura con scarso peso politico in Iran, ma utile alla propaganda straniera, poiché appare spesso sui media occidentali per annunciare che gli iraniani stanno per sollevarsi per rovesciare «il regime» e sostituirlo con un altro allineato con l'Occidente. Questa fantasia porta il marchio inconfondibile del neoconservatorismo dei primi anni 2000. Si tratta di una versione riscaldata delle stesse illusioni che hanno sostenuto l'invasione statunitense dell'Iraq: che uno Stato distrutto e frammentato potrebbe, con l'acquiescenza o addirittura il sostegno della sua popolazione, ricostituirsi come un docile avamposto per il capitale occidentale, aperto alla privatizzazione, disposto a consentire il saccheggio dei beni del Paese e gestibile per organizzare la proiezione del potere geostrategico. È tornata di moda anche la tattica di utilizzare la disinformazione per fabbricare il consenso alla guerra, come nel caso delle affermazioni di Netanyahu secondo cui l'Iran possiede già l'arma nucleare e intende fornirla ad Ansarallah nello Yemen. Stiamo entrando in un territorio talmente fantastico che il «dossier sospetto» iracheno e le «armi di distruzione di massa che Saddam Hussein avrebbe potuto utilizzare in 45 minuti» sembrano quasi pittoreschi al confronto. Tuttavia, Netanyahu e Trump sembrano aver sottovalutato la resilienza del nazionalismo iraniano nelle sue varie forme. I loro attacchi hanno già avuto un importante effetto di unione attorno alla bandiera. Anche tra coloro che sono profondamente delusi dalla Repubblica Islamica, compresi ex prigionieri politici, hanno risuonato gli appelli all'unità nazionale e alla difesa del Paese. È sempre più evidente che non si tratta semplicemente di una guerra contro la Repubblica Islamica, ma contro l'Iran stesso, che mira a trasformare il Paese in un mosaico di enclave etniche, divise al loro interno e troppo deboli per godere di uno sviluppo sovrano, figuriamoci per lanciare una sfida regionale. Saddam Hussein nutriva ambizioni simili, ma non sono mai state realizzate. Israele, a quanto pare, spera di trionfare dove altri hanno fallito.  Con l'aumentare del numero delle vittime civili, circolano ampiamente immagini dei defunti: un bambino con la sua uniforme di taekwondo, una bambina ballerina con un vestito rosso, una pattinatrice artistica di 16 anni, un grafico affiliato a un'importante rivista, una giovane poetessa. Il dolore e l'indignazione si sono diffusi in tutto il Paese mentre Israele ha ampliato la sua campagna contro le infrastrutture civili iraniane, compresi depositi di carburante e aeroporti, attacchi ai quali si aggiunge il bombardamento in diretta della televisione nazionale. Il governo ha risposto all'aggressione lanciando attacchi contro Tel Aviv e Haifa, dimostrando la sua capacità di infliggere costi prima impensabili per Israele, ma l'asimmetria rimane profonda. L'Iran non ha un ombrello nucleare, né alleanze permanenti, né la NATO; Israele ha il sostegno incondizionato degli Stati Uniti, difese aeree avanzate, scambio di informazioni in tempo reale e quasi totale impunità diplomatica. L'Iran lotta per la deterrenza; Israele, per il dominio illimitato. Le implicazioni sono ovvie. Per decenni gli esperti hanno avvertito che trattare la diplomazia come una trappola e i negoziati come una copertura per la coercizione avrebbe costretto l'Iran a optare per la deterrenza nucleare. Ora ci stiamo avvicinando a quella soglia. Al momento della stesura di questo articolo, non vi sono ancora indicazioni che l'Iran abbia deciso di fabbricare un'arma nucleare e il Paese continua a cooperare, sebbene sotto una pressione crescente, con quella che molti considerano un'Agenzia internazionale per l'energia atomica politicamente compromessa. Tuttavia, sono sempre più numerose le voci iraniane, sia nell'élite politica che nell'opinione pubblica in generale, che sostengono che se l'Iran avesse compiuto questo passo molto tempo fa, non si troverebbe in una situazione così precaria. La Corea del Nord, sostengono queste voci, ha compreso meglio la logica del potere statunitense e ha agito di conseguenza. L'opinione prevalente in questi ambienti è che, se l'Iran continua ad avere la capacità tecnica, ora è il momento di usarla per ottenere l'arma atomica. Nel frattempo, una questione fondamentale è se l'Iran possa mantenere la sua attuale campagna di ritorsioni. A meno che non imponga un costo sufficientemente alto a Israele, rischia di incoraggiare il suo nemico e aumentare l'intensità dei nuovi attacchi. È probabile che i pianificatori iraniani stiano valutando se sia possibile mettere in piedi la loro base industriale, seguendo l'esempio della Russia. Si tratta di un compito difficile per uno Stato da tempo indebolito dalla corruzione e dalla cattiva gestione endemica, ma la necessità può essere madre dell'invenzione. Decenni di sanzioni hanno costretto l'Iran a coltivare un nascente complesso militare-industriale nazionale che, sebbene lungi dall'essere perfetto, è in grado di esercitare una deterrenza asimmetrica pagando un alto costo in termini di vite umane. C'è anche grande incertezza sul fatto che la strategia di decapitazione di Israele porterà alla frammentazione e alla paralisi della fazione iraniana, o se darà il via a una generazione più giovane di guardie rivoluzionarie meno caute e più disposte a intensificare il conflitto. Anche se è improbabile che si verifichi un cambiamento di regime su larga scala, una guerra di questa portata rimodellerà quasi certamente la Repubblica Islamica. Potrebbe approfondire la militarizzazione dello Stato e della società e rafforzare ulteriormente i Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica al centro della vita politica ed economica iraniana. Come ha osservato Charles Tilly, «la guerra ha creato lo Stato e lo Stato ha creato la guerra». L'idea che una forza democratica solida o un movimento sociale progressista possano fiorire in tali condizioni sembra fantasiosa. In ogni caso, questa svolta degli eventi probabilmente ritarderà di decenni la lotta per i diritti civili e per l'instaurazione di un sistema più democratico in Iran. L'Iran ha anche un'opzione di ultima istanza per difendersi: la chiusura dello Stretto di Hormuz, un punto strategico attraverso il quale transitano ogni giorno circa 21 milioni di barili di petrolio, una cifra che rappresenta circa il 20% del consumo mondiale di petrolio liquido e di gas naturale liquefatto. I mercati sono già nervosi di fronte alla possibilità che tale misura venga adottata. Anche se si tratterebbe di un'escalation estrema, l'Iran potrebbe considerarla necessaria se gli Stati Uniti decidessero di intervenire militarmente a favore di Israele. A quel punto, entreremmo in un terreno pericoloso e senza precedenti. Lo Stato-caserma israeliano ha chiarito che non si accontenta di una superiorità militare schiacciante nella regione, ma mira anche a rendere i suoi vicini permanentemente incapaci. Israele e il suo padrone supremo non tollereranno un Iran sovrano e indipendente in grado di limitare, anche se modestamente, la loro libertà d'azione. Non si tratta di un fallimento diplomatico. È la chiusura calcolata della diplomazia. Non è una deviazione dalla politica abituale, ma il culmine logico di un consenso che dura da decenni a Washington e Tel Aviv, secondo cui nessuna potenza indipendente in Medio Oriente deve trovarsi in condizioni di sfuggire all'architettura della subordinazione. Note Si consiglia la lettura di Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, « Iran e Israele sull'orlo del baratro », Diario Red; Controllo dei danni nella Repubblica Islamica dell'Iran » e « Le regole del gioco », El Salto. Souleiman Mourad, « Hezbollah imbrigliato » e Tariq Ali, « Le vie per Damasco », Diario Red. Susan Watkins, « Il trattato di non protesta contro le armi nucleari », NLR 54.

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    Perché rileggere «Primo Maggio» white Questo testo è in relazione alla pubblicazione del podcast Primo Moroni editore della rivista «Primo Maggio» È negli anni Settanta la più ragguardevole espressione teorica dell’operaismo italiano, e mantiene la propria presenza anche nei momenti più duri degli «anni di piombo». «Primo Maggio» nasce nel 1973 come rivista dedicata soprattutto alla riflessione teorica e storico-politica. Si colloca, fin dall’inizio, in una posizione autonoma all’interno del Movimento, cercando di muoversi negli spazi aperti dalla frattura culturale e politica mondiale degli anni Sessanta e per quanto riguarda l’Italia, dalle specificità delle esperienze di operai e studenti e dei «gruppi». Si tratta di spazi che la rivista riesce sostanzialmente a occupare con la sua funzione critica, anche se con una periodicità non proprio martellante: nei primi dieci anni della sua vita ne escono 20 numeri. L’intenzione su cui «Primo Maggio» nacque era stata quella di rivisitare i temi principali della storia del rapporto tra classe e capitale e delle strutture istituzionali e politiche attraverso le quali esso si era espresso nel Novecento. L’idea cardine di «storia militante», attorno a cui si sviluppava una parte del lavoro della rivista in quella direzione, veniva dal rapporto intellettuali-politica definitesi negli anni Sessanta e dalle opinioni maturate sull’esperienza dei gruppi nei primi anni Settanta. Nuovi temi vennero quindi imposti rapidamente dal golpe cileno, dalla crisi petrolifera, dalla ristrutturazione mondiale dell’economia e della finanza. E il modo in cui crisi e scontro di classe si sviluppavano in Italia portò a sua volta su «Primo Maggio» l’analisi più ravvicinata del sistema politico e della composizione di classe e un intervento più diretto nel dibattito politico corrente. Per questi temi e per il modo in cui sono trattati, la rivista trova un ventaglio di lettori molto ampio, anche se non particolarmente numeroso, visto che venderà al massimo 4300 copie. Nella «storia» della rivista stessa, pubblicata sul numero 19/20, a conclusione dell’esame dei suoi lettori, gli estensori del saggio affermano abbastanza giustamente che «Primo Maggio» ha trovato aree di consenso in tutta la sinistra, istituzionale e no, e in tal senso è stata una rivista unica nel suo genere. Tra i contributi maggiori di «Primo Maggio»: l’analisi della forma denaro in quanto chiave di lettura sia del nuovo imperialismo monetario, sia delle nuove egemonie politiche sul piano internazionale Quindi, i contributi alla storia del movimento operaio internazionale – valga su tutti la prolungata attenzione sull’ Industrial Workers of the World – e gli esempi di impiego delle fonti orali. La proposizione di temi trascurati dalla sinistra, come quello dei trasporti. Infine, nei suoi ultimi numeri «Primo Maggio» – a fianco dell’analisi delle trasformazioni tecnologiche e dei loro risvolti sociali – ha iniziato un coraggioso lavoro di ricostruzione storico-politica dei percorsi individuali e collettivi che hanno attraversato il Movimento. Che cos’è la storiografia militante [1] Bruno Cartosio, introducendo sul numero 1 della rivista un saggio sulle lotte guidate dagli anarco-sindacalisti americani nel primo quindicennio del Novecento, scrive che «l’insorgenza di nuovi modi di lottare e di nuovi soggetti sociali a protagonisti delle lotte impose allora, come ora, la modifica delle categorie di giudizio necessarie per l’organizzazione del nuovo». Centrale, nel brano, e nell’impostazione del lavoro storiografico di «Primo maggio», è proprio quel ora come allora; la produttività-legittimità dell’indagine esige questo nesso («molto di quello che loro hanno portato nella fabbrica va riportato dentro la fabbrica e attorno ad essa», p. 44), in quanto la storiografia militante pone al suo centro le lotte, e lotte che hanno per protagonisti «dell’insubordinazione capitalistica» la figura «dell’operaio massa dequalificato, sprofessionalizzato, del disoccupato bianco e nero, del sottoproletariato nero dei ghetti urbani». Si tratta insomma di rintracciare e valorizzare nella storia di classe americana situazioni, comportamenti, modelli d’organizzazione del tutto alternativi al modello europeo e terzinternazionalista, soprattutto in quanto sembrano fortemente anticipatori della situazione italiana degli anni Sessanta e Settanta). Ciò coincide con il porre come indispensabile un nesso tra storiografia e lotte presenti: le lotte presenti e passate reciprocamente si spiegano; sono le urgenze pratiche e teoriche del presente a spingere sulle tracce delle lotte passate utili a rileggere il presente, e viceversa. Per esempio, una rassegna storiografica dal titolo Per la storia degli anarchici spagnoli è introdotta da questa considerazione: si tratta della storia «più vicina alla nostra storia recente, alle scoperte e alle speranze legate alle lotte del 1968-69 e poi ai tentativi di organizzazione e di progetto politico scaturiti da quegli anni» (numero 6, p. 79); e così Marco Revelli introduce un suo saggio notevole, dal titolo Fascismo come rivoluzione dall’alto , affermando che «tentare di leggere con l’occhio di oggi il ciclo di lotte degli anni ’20 non è forse operazione scorretta»; saggio dichiaratamente in risonanza con l’analisi dell’«uso capitalistico della crisi» degli anni Settanta che la rivista va conducendo sul piano della crisi finanziaria e dei mutati rapporti fra politica ed economia. I tratti fondativi della concezione storiografica di «Primo Maggio» trovano un’ulteriore limpida esemplificazione nell’uso della storia orale, che diviene una delle novità metodologiche di maggior rilievo della rivista, soprattutto grazie alla partecipazione al lavoro redazionale di Cesare Bermani. La fonte orale viene presentata e vissuta come lo strumento più adatto, per sua natura, a permettere una ripresa della parola dal basso, sottraendo la storia del proletariato e delle sue lotte al dominio delle verità ufficiali, e delle distorsioni che le carte di polizia o le memorie di funzionari e dirigenti di partito implicano. Bermani scrive, paradigmaticamente, che «la storia orale sarà attendibile solo se il ricercatore è anche un militante, e in quanto tale riscuote la piena fiducia del testimone. La storia del e per il movimento operaio e contadino non può che essere una storia scritta da un militante per i militanti» (…) «la funzione che viene ad assumere lo storico di portavoce e generalizzatore di esperienze non è di poco conto se è vero, come è vero, che soltanto se ciò avviene va avanti la scienza operaia, una scienza che è sempre in funzione di un’attività pratica, una scienza che denuncia, trasforma, genera lotta» per cui allo «storico, militante tra i militanti, è demandato il compito di farsi portavoce delle esperienze della classe e di apprestare canali idonei alla loro circolazione e generalizzazione all’interno di essa e nelle sue organizzazioni». Sullo stesso argomento, Bologna scrive, in una lettera a Bermani, «mi sembra importante sottolineare come la storia orale implichi un rapporto fiduciario che ne fa uno strumento valido solo di una storia militante, di una storia di compagni scritta da compagni. Non ci interessa la fonte orale “in sé” ma la fonte orale come rapporto di militanza».Ciò che qui viene affermato per la storia orale è in realtà estensibile alla intera concezione di storiografia militante come viene propugnata dalla rivista, fin dall’incipit della quarta di copertina: «storia di lotte, scritta da compagni per compagni».In sintesi, alla ricerca storiografica sembra dunque competere una funzione di laboratorio, di riflessione che deve prima di tutto rispondere alle urgenze delle lotte in corso. Questo strettissimo nesso fra lotte presenti e riflessione storiografica rappresenta, dal mio punto di vista, la principale spiegazione del fascino della concezione del lavoro storiografico propugnata da «Primo Maggio»; collocandosi nel punto più lontano da qualunque esigenza di neutralità e di asettica scientificità (liquidate con un certo sprezzo come tipiche della «storiografia accademica»), questa impostazione abolisce d’un sol tratto, per chi vi aderisca, domande ricorrenti tra gli storici (almeno quando sono giovani e idealisti) grossolanamente riassumibili nella questione «a che serve, a chi serve il mio lavoro?». Legittimità, utilità, correttezza dell’agire storiografico sono qui verificate esclusivamente dal suo essere interno e in risonanza con le lotte in corso. Dunque, nell’accezione proposta da «Primo Maggio», la committenza era indiscutibilmente data, studiare la classe coincideva con lo studio delle sue lotte, della sua alterità, verificando la capacità delle lotte di produrre identità e organizzazione (o studiando i motivi per cui questi passaggi non si erano determinati); dunque studiare la classe, ben più che un mestiere, diveniva un prender parte, pur con vari distinguo e perplessità, alla lotta in corso; né era allora dubitabile, per me e per molti altri, che di lotta di classe si trattasse, e che l’alterità operaia rispetto al capitale fosse, oltre che una realtà, una buona causa. Questo nesso strettissimo tra ciclo di lotte e lavoro storiografico era appunto ragione di fascino, ma, come spesso accade, coincideva anche con la massima debolezza di questa impostazione. Debolezza ben visibile soprattutto su due piani. 1. Anzitutto, come lo stesso Bologna avrebbe sottolineato di lì a pochi anni, i tempi della ricerca e della riflessione storiografica sono per loro intima natura diversi da quelli delle lotte operaie e del conflitto sociale; ancor più lo sono i tempi in cui la riflessione storiografica può essere metabolizzata, entrare in circolo, interagire effettivamente con i movimenti, con le lotte, con gli ipotetici, e normalmente inconsapevoli, committenti di quelle indagini e di quelle riflessioni. Non è dunque un caso che pressoché tutti i saggi storiografici presentati su «Primo Maggio» siano caratterizzati dall’essere, più che il risultato di indagini originali, proposte interpretative, riletture, secondo prospettive a volte radicalmente innovative, di questioni ampiamente note e già dibattute; oppure sintesi, rassegne, a volte molto stimolanti, di problemi di storia operaia fino a quel momento del tutto trascurati dalla storiografia nazionale (è il caso, soprattutto, delle incursioni nella storia delle lotte negli Stati Uniti). Ma proprio l’urgenza, il legame strettissimo con l’attualità e la qualità delle lotte in corso abolisce il tempo e lo spazio per progettare, promuovere, mettere in circolo ricerche innovative e originali all’altezza delle ambizioni della rivista.2. Né è questo il limite maggiore, se è vero che a partire da questa impostazione diventa ineludibile la domanda: che si fa, quando arriva una sconfitta epocale, quando le lotte si frantumano e poi si inabissano? Se storiografia operaia e storiografia militante coincidono, e sono una funzione delle lotte e della costruzione di una «scienza operaia», in assenza di un soggetto collettivo che esprima una potenzialità di lotta, la storiografia militante sarebbe priva di senso e di scopo, e a essa subentra la «storiografia accademica», che si occupa di operai, mestieri, storie e memorie individuali, trattando di storia operaia come di un qualunque altro oggetto. Con tipica, radicale consequenzialità, nel 1984 Sergio Bologna, in uno degli ultimi numeri di «Primo Maggio», constatata la pesantezza della sconfitta politica che si è consumata nel decennio trascorso, scrive: «dobbiamo ammainare la bandiera straccia di “storia militante”, bruciarla. Tanto, sappiamo come vanno le cose: ci sarà sempre qualche raccoglitore di cimeli che le conserverà nel cassetto». Affermazione particolarmente amara e drastica, che implicherebbe la rinuncia alla possibilità di una qualunque storiografia operaia non accademica. I progetti della storiografia militante si erano fondati sull’ipotesi di una propria immediata utilità, nel dotare le lotte in corso di modelli teorici e di esperienze storiche, in una fecondazione continua. Venuta meno la composizione politica di classe, e poi lo stesso aggregato di forza lavoro che la esprimeva, vengono meno la possibilità e l’utilità di una storiografia operaia militante. Almeno, di quella accezione di storiografia militante. In realtà, come lo stesso Mario Tronti ha sottolineato qualche anno fa, è facilmente constatabile «la presenza, l’esistenza, nascosta nelle pieghe della cultura contemporanea, di una serie di ricerche, di ricostruzioni, di analisi, di riflessioni, riguardanti la storia della classe operaia. Questi studi sono più diffusi di quanto non si creda. È solo il clima culturale, e il dominio in esso di un punto di vista superficialmente post-operaio, che non li fa vedere». Di che storie si tratti, se coloro che se ne fanno carico si sentano raccoglitori di cimeli, o piuttosto protagonisti di una battaglia di lungo corso, di resistenza culturale, a queste questioni forse il convegno offrirà qualche risposta. Resistere alla rimozione delle lotte, della loro legittimità e grandezza, delle potenzialità, delle contraddizioni che hanno innescato, resistere al trionfo dell’esistente come dotato di necessità e di razionalità indiscutibile, rappresenta, a mio avviso, una forma di militanza, che fa della storiografia operaia una pratica comunque dotata di una sua specificità.Per altro, resta vero che in assenza di un ciclo di lotte, di un movimento chiaramente identificabile, qualunque militanza diviene più difficile da precisare, da definire, e resta potenzialmente sospesa tra un volontarismo individuale e un lavoro intellettuale onesto ma autoreferenziale. Insomma, secondo me potrebbe non essere inutile tornare a riflettere, anche, sulle possibili declinazioni del concetto di militanza dello storico di classe operaia, o anche, naturalmente, dell’obsolescenza del concetto stesso.  Note [1] da: Santo Peli, La rivista «Primo Maggio» (1973-1989), DeriveApprodi (prima gestione), 2010 Sergio Bianchi  nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro  a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista ; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie , voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani. È autore dei saggi: Storia di una foto ; (con Raffaella Perna) L e polaroid di Moro; Figli di nessuno . Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice  (Sellerio).

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    Al limite: su Trump e la socialdemocrazia Thomas Berra Matthew Karp analizza la politica di Trump negli Stati Uniti a partire da una profonda critica alle compagini democratiche. Trump svolge il ruolo di rivitalizzare una sinistra americana che soffre di una importante empasse interna. L'articolo è uscito per la prima volta su Sidecar la rivista di New Left Review Il mondo politico statunitense oggi può dirsi diviso non solo tra destra e sinistra, ma anche lungo un altro asse: i massimalisti e i minimalisti di Trump. I massimalisti tendono a vedere il tycoon come un agente o un tramite di una rottura storica improvvisa – che si tratti della trasformazione del sistema partitico, della distruzione della democrazia americana o dell'implosione dell'ordine mondiale liberale – . I minimalisti non vedono il presidente USA come una rottura fondamentale, piuttosto come un simbolo raccapricciante di sviluppi di lungo corso, o un sintomo di crisi che affliggono altri settori: un buco nero che distoglie l'attenzione dai veri problemi politici. Non si tratta di una distinzione puramente partitica o ideologica, il che è uno degli aspetti che la rende interessante. Ci sono molti massimalisti liberali ben noti, naturalmente – alcuni di loro si sono recentemente trasferiti in Canada per paura o in segno di protesta contro lo status quo – e ci sono anche massimalisti conservatori, per lo più editorialisti di destra che hanno mobilitato pochi voti ma hanno avuto un impatto enorme sulla struttura e sul tenore della politica anti-Trump. Nonostante alcuni disaccordi, i massimalisti liberali e conservatori sono uniti nel considerare il presidente stesso come la questione principale – spesso l'unica – della politica nazionale; entrambi si sono affrettati inoltre ad arruolarsi nella “guerra al fascismo”, spesso brandendo la parola con la “F” come un bastone per disciplinare la sinistra alle elezioni e altrove. Tuttavia, esiste anche un minimalismo contrapposto del centro, articolato da James Carville, che a febbraio ha consigliato ai democratici di “girarsi e fingersi morti” – cosa che, a quanto pare, sanno fare bene – perché l'amministrazione Trump sarebbe “crollata” nei trenta giorni successivi. Anche il Senato democratico sembra contenere una buona dose di minimalisti. Secondo loro, Trump è il peggior nemico di se stesso e in ogni caso non rappresenta una vera rottura con la politica tradizionale; i democratici devono semplicemente tenere un profilo basso e prepararsi per una vittoria schiacciante nelle elezioni di medio termine del 2026. I massimalisti di sinistra si dividono sostanzialmente in due fazioni. Quelli che hanno celebrato Trump per aver demolito l'ordine neoliberista, dipingendo il presidente del reality show come una figura storica di grande importanza – «l'anima del mondo che cavalca una scala mobile dorata», come ha detto lo scorso novembre il podcast Aufhebunga Bunga. Poi, i sinistroidi dell'«emergenza nazionale» che vedono l'attacco del presidente agli attivisti studenteschi, all'immigrazione clandestina e ai diritti civili come una crisi urgente che supera ogni altro livello di analisi e richiede una risposta immediata. Entrambi vedono in Trump una chance per la sinistra. Per i primi, le conseguenze offrono la possibilità di raccogliere alcuni frammenti del malcontento nel sistema neoliberista ormai in frantumi, aprendo la possibilità di una sorta di riallineamento con la rivolta della classe operaia contro i democratici. Per il secondo, è l'occasione per un ampio fronte popolare contro Trump in nome di una forma di antifascismo che permetterà alla sinistra di esercitare una certa influenza insieme agli alleati liberali. Qui, tuttavia, intendo sostenere un minimalismo progressista – critico e qualificato – facendo luce su alcune questioni chiave dei primi mesi dell’attuale presidenza. In primo luogo, i dazi. Nel «giorno della liberazione», Trump sembrava aver dato il via alla demolizione dell'economia internazionale che molti massimalisti temevano e alcuni speravano. Tuttavia, al primo segnale di nervosismo dei mercati obbligazionari, ha cambiato rotta, passando dal riallineamento commerciale globale a una semplice guerra commerciale con la Cina, per poi fare marcia indietro anche su questo poche settimane dopo. Restano in vigore dazi significativi sulla Cina e sono probabili ulteriori manovre tariffarie, ma un cambiamento trasformazionale sembra fuori discussione. A Wall Street, quello che il Financial Times ha soprannominato “il commercio del taco”, basato sulla teoria che Trump si tiri sempre indietro, ha riportato i mercati ai livelli pre-dazi. In secondo luogo, il DOGE (Department of Government Efficiency) [1]. Con Elon Musk che ha ufficialmente lasciato il progetto, non è troppo presto per valutarne l'impatto. Secondo il tracker del NYT, oltre 58.000 dipendenti federali sono stati licenziati e altri 149.000 sono in programma per essere tagliati (metterei i dipendenti che hanno accettato il buyout in una categoria leggermente diversa). Ciò equivale alla cessazione di circa il 7% di una forza lavoro civile federale di 3 milioni di persone; il 7%, forse non a caso, corrisponde all'aumento della forza lavoro federale nell'era post-Covid, tra il 2019 e il 2023. Non si tratta di un semplice ritorno al Trump 1.0. Il DOGE ha distrutto l'USAID oltre ogni possibilità di rinascita giudiziaria, ha quasi strangolato i finanziamenti federali alla scienza e ha lasciato una scia di caos, disfunzioni e sofferenza in tutto il servizio civile. Ma suggerisco di prendere sul serio il verdetto dei sostenitori ideologici più accaniti dei tagli al governo, come Jessica Riedl del Manhattan Institute, che hanno definito l’iniziativa come “teatro politico” piuttosto che un vero tentativo di riorganizzare la forza-lavoro federale, per non parlare di ridurre lo Stato. Il risultato più significativo è stato il traumatismo dei dipendenti federali liberali. Nella misura in cui aveva una qualche logica, al di là della gratificazione dell'ego di un importante donatore, il DOGE è servito a Trump per colpire bersagli facili, infuriare i democratici e poi dire alla propria base e alle frange ideologiche della coalizione: «Non dobbiamo fare tutti questi tagli a livello legislativo, non saremo in grado di farlo, perché invece stiamo facendo il DOGE». I numeri sono minimi, i sentimenti no. Poi c'è il Congresso: remissivo, inerte, quasi patetico. Ma ciò che il Congresso non ha fatto è significativo. Rispetto ai primi cento giorni di Roosevelt, Reagan e persino Obama nel 2009, l'azione del Congresso è stata praticamente nulla. I repubblicani hanno apparentemente una tripletta di governo, ma la blitzkrieg di Trump è avvenuta quasi interamente tramite ordini esecutivi, un segno di debolezza, non di forza. Il <> che è stato approvato a fatica dalla Camera  rappresenta probabilmente il culmine, se non la summa, dell'agenda legislativa del primo mandato di Trump. È un brutto pasticcio, ma anche estremamente familiare. Vasti regali alle aziende e ai ricchi, simbolici doni per i lavoratori e tagli crudeli per i poveri, pagati con un'esplosione del debito e mascherati dal linguaggio del patriottismo: non si tratta di una rottura storica, ma del modello prevedibile di governo repubblicano da oltre mezzo secolo. L'elemento di gran lunga più rilevante del disegno di legge è la proroga di 3,8 trilioni di dollari dei tagli fiscali di Trump del 2017, di per sé un commento alla mancanza di nuove priorità sostanziali da parte dell'amministrazione. Altre disposizioni, come una tassa sulle dotazioni destinata alle “élite woke” dell'Ivy League, sono più simboliche che realmente trasformative. La caratteristica più dura del disegno di legge della Camera – i tagli al Medicaid che potrebbero negare l'assistenza sanitaria a milioni di persone – potrebbe non sopravvivere al Senato. Ma anche questo attacco diretto ai poveri e ai malati non è un artefatto del trumpismo, bensì il feroce anti-welfarismo che ha governato la destra repubblicana sin dall'era di Newt Gingrich. Se nel 2025 ci sarà un riallineamento ideologico degno di nota, sarà solo sotto forma di una ribellione MAGA contro i tagli al Medicaid. Infine, ci sono le elezioni speciali dello scorso aprile. I democratici sono diventati un partito che prospera su questi eventi in deroga: più bassa è l'affluenza, meglio è. In questa occasione, sembrava possibile che, dopo tutto il clamore e i milioni investiti da Musk nel Wisconsin, le dinamiche potessero essere diverse, che potesse esserci un'ondata di sostegno popolare per l’operato del presidente. Ma mentre i repubblicani sono riusciti a generare un'affluenza più alta, c'è stata anche un'affluenza più alta per i democratici, il che ha significato che praticamente tutti i margini di Trump, compresa la Florida, sono stati dimezzati. A questo proposito, comunque, Chuck Schumer de i minimalisti del Senato democratico hanno ragione: le leggi della gravità politica sembrano rimanere le stesse del 2022 e del 2018. Secondo i mercati delle scommesse, le probabilità che i democratici riconquistino la Camera nel 2026 sono ora circa dell'80%. Riflettendo sul “fenomeno Trump”, mi è venuto in mente Lost Highway (1997) di David Lynch. La pellicola inizia con un musicista jazz che vive in una versione asettica e ultramoderna della California. Non ha un legame profondo con la moglie e non riesce a dare il meglio di sé nel talamo. L'atmosfera del film è pesante, il ritmo lento. È una serie di sequenze opprimenti e soffocanti in cui l'eroe non riesce a superare lo stallo. A metà del film – con la cifra tipica del regista – il protagonista si trasforma senza alcuna spiegazione in un altro personaggio, un giovane meccanico catapultato in una classica trama noir, con tanto di triangolo amoroso. La moglie si reincarna in una femme fatale disperatamente innamorata di lui. Lui finalmente la ricambia, ma è minacciato da un gangster feroce, un cattivo caotico e ringhioso che lo bracca. Slavoj Žižek – che ha scritto un intero libro su Lost Highway – vede questa trasformazione come una sorta di slittamento, il gangster come una proiezione delle inibizioni e delle ansie che tormentavano il musicista jazz. Il fallimento nell'agire, nell'essere un agente nel mondo, è stato trasposto sulla figura criminale.  Questa è la funzione che Trump svolge oggi per molti, non solo nel mondo liberale ma anche tra alcuni massimalisti di sinistra. Trump incarna l'azione, il potere, il movimento, l'eccitazione: un incitamento all'insurrezione aperta contro i fascisti, forse, o almeno un sintomo del crollo del liberalismo. Ma questo potrebbe essere in definitiva un modo attraente e conveniente per esternare una empasse interna: la profonda e scoraggiante frattura tra la sinistra storica e la classe operaia. Questa è <> storia della politica americana e del privilegio dagli anni '70: un dramma cupo e di lunga durata in cui Trump non è il protagonista. Il mostruoso spettacolo del trumpismo, che è già riuscito a rivivificare Canada ed Australia, offre certamente opportunità politiche di qualche tipo. Ma per coglierle dobbiamo riconoscere e affrontare questa marea prossima a travolgerci. Note [1] Il Department of Government Efficiency (lett. "Dipartimento dell'Efficienza Governativa"), in sigla: DOGE, formalmente US DOGE Service Temporary Organization (lett. "Organizzazione temporanea del servizio DOGE negli Stati Uniti"), è un'organizzazione temporanea nata su iniziativa della seconda amministrazione Trump e guidata da Elon Musk.  Matthew Karp è professore associato di storia all'Università di Princeton, specializzato nello studio della guerra civile americana e del suo rapporto con il mondo del XIX secolo. È autore di This Vast Southern Empire: Slaveholders at the Helm of American Foreign Policy (2016).

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    Il falcone maltese # 3: dal ritorno all’ordine alla critica sociale: manieri, cottages e bassifondi Roberto Gelini Mauro Trotta nella sua rubrica <> ci porta ad esplorare un altro tipo di letteratura crime noto come hard boiled . Si passa da un romanzo giallo dove l’indagine è mirata a ripristinare l’ordine costituito in un ambiente patinato e borghese, ad un ambiente fatto di bassifondi e dove i protagonisti sono gangstar, criminali, dark lady. Gli esponenti principali di questo filone sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Chandler non scriverà solo romanzi ma sarà anche sceneggiatore di diversi film tra cui lavorerà alla sceneggiatura di una delle pellicole più note di Alfred Hitchcock, L’altro uomo . Al momento della nascita del poliziesco, è possibile rintracciare nelle opere elementi di resistenza all’avvento del capitalismo. Elementi che abbiamo visto all’opera nel singolo autore – da Poe a Conan Doyle – ma che possiamo ritrovare anche nella costellazione di personaggi che, all’inizio del Novecento, si affiancano a Sherlock Holmes nel raggiungere elevatissimi livelli di popolarità all’interno del panorama narrativo del crime . Condividono, infatti, il grande successo del detective per eccellenza, figure che non si ergono assolutamente a difensori della società ma, all’opposto, sono criminali, nemici pubblici. Certo, si tratta di villain  particolari, ladri gentiluomini e spietati trasformisti come Arsène Lupine, ideato da Maurice Leblanc, e Fantômas, creatura di Marcel Allain e Pierre Souvestre. Ben presto, però, anche la letteratura di consumo, e il poliziesco in particolare, dovrà essere adeguato alla nuova ideologia che va informando il mondo sviluppato.  Dal 1848, l’anno delle rivoluzioni, si erano viste all’opera le nuove classi rivoluzionarie. Non solo la borghesia, che ormai reclamava la totalità del potere politico dopo aver conquistato quello economico, ma soprattutto il proletariato che spingeva nel nome di una società socialista. Si affermava la cultura di massa, ma sulla scena della storia si affacciavano anche e soprattutto quelle che qualcuno ha definito «le classi pericolose». Si trattava, allora, di difendere lo stato delle cose, garantire la nuova morale borghese e, soprattutto, consolidare il potere acquisito anche a livello dell’immaginario collettivo. È in questo contesto che prende piede il poliziesco classico, il whodunit , l’enigma della camera chiusa. Lo schema di base è semplice: il delitto mette in crisi l’ordine costituito, che deve essere restaurato scoprendo il colpevole ed «eliminandolo» dalla scena sociale. La razionalità – la stessa razionalità del sistema capitalistico – consente all’investigatore di svelare l’arcano e ripristinare l’ordine violato. Certo, da sempre, il delitto rappresenta una ferita dell’ordine sociale, anche in Poe o Conan Doyle. Adesso, però, la garanzia di difendere lo status quo, a livello simbolico, diventa centrale nell’economia di valori trasmessi dal romanzo poliziesco. Non a caso le storie si svolgono sempre in un contesto borghese o aristocratico, quasi a sottolineare quale ordine è in pericolo e quale società è sempre comunque in grado di difendersi. Gli autori sono quelli del periodo d’oro del giallo, scrittori del livello di Agatha Christie, con i suoi Hercule Poirot e Miss Marple, S. S. Van Dine, creatore di Philo Vance e autore delle Venti regole per scrivere romanzi polizieschi . Ambientati originariamente in Inghilterra o negli Stati Uniti, i romanzi di questo tipo, incentrati comunque su un mistero, continuano ancora oggi – chiaramente con le dovute modifiche – a essere prodotti. Inoltre, nel periodo d’oro, va diminuendo l’opposizione protagonista-poliziotti, fino ad arrivare a una sorta di integrazione con Ellery Queen, dove il protagonista è il figlio dell’ispettore capo della squadra Omicidi e chiaramente collabora con la polizia.  Del resto, forse, il genere poliziesco potrebbe nascere da un’altra integrazione in qualche modo sorprendente, quella tra ladro e gendarme. Si tratterebbe di spostare la sua origine più indietro nel tempo, prima di Poe fino al periodo napoleonico, a François Vidocq, ladro, criminale, evaso, capo e fondatore della Sûreté  francese, in cui arruolò parecchi ex criminali. Nel 1828, dopo essersi ritirato dalla polizia, Vidocq pubblicò le sue memorie, che ebbero un grandissimo successo. Fondò nel 1833 anche il Bureau de renseignements pour le commerce, la prima agenzia di investigatori privati di Francia. Mentre il giallo – incentrato sulla risoluzione di un mistero, di un crimine che viola l’ordine del mondo e che va dunque ricostruito scoprendo e punendo il colpevole – continua per la sua strada arrivando fino a oggi, qualcosa di nuovo si affaccia sulla scena del romanzo poliziesco.  Si tratta di un nuovo tipo di crime story, completamente agli antipodi di quello che è ormai il romanzo poliziesco tradizionale. Se questo si svolge in ambienti medio alto borghesi o addirittura aristocratici, il romanzo nuovo spesso vede personaggi che si muovono nei bassifondi, nei luoghi più pericolosi della città. Protagonisti e comparse non sono gentiluomini azzimati e gentildonne sofisticate, circondati dalla loro servitù, ma in genere gangster o mezze tacche del crimine. L’azione non si sviluppa seguendo esclusivamente le volute dei ragionamenti del detective, ma per tentativi concreti, andando a cercare indizi e risposte nei luoghi più diversi e consumando la suola delle scarpe, per così dire, e facendo a botte più che mettendo in moto «le celluline grigie». Emerge, poi, una figura ormai mitica della letteratura poliziesca – e non solo – la «dark lady», la «femme fatale».  Il nuovo giallo nasce negli Stati Uniti ed è subito noto col nome di «hard boiled». I suoi esponenti più importanti sono senza dubbio Dashiell Hammett e Raymond Chandler. La sua nascita è rintracciabile a partire dagli anni Venti del Novecento. Hammett crea Continental Op nel 1923 e Sam Spade (il detective protagonista di The Maltese Falcon ) nel 1929. È stato lui stesso investigatore privato e ha lavorato per la mitica agenzia Pinkerton. Ha un’esperienza diretta, dunque, della materia che tratta nei suoi libri. È stato iscritto al Partito comunista degli Stati Uniti d’America. Negli anni Cinquanta si rifiutò di rispondere alla commissione per la repressione delle attività antiamericane del famigerato senatore Joseph McCarthy e fu condannato a sei mesi di carcere per oltraggio alla corte.  Raymond Chandler inventa la figura di Philip Marlow tra il 1938 e il 1939. Nel suo saggio La semplice arte del delitto  attacca soprattutto per il suo scarso realismo il romanzo poliziesco tradizionale ed esalta la figura del suo predecessore Dashiell Hammett: «Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali». Lavorerà come sceneggiatore a Hollywood e non si occuperà soltanto della versione cinematografica dei propri romanzi, ma parteciperà alla sceneggiatura di altri capolavori del cinema giallo. Collaborerà, infatti, con Billy Wilder alla sceneggiatura di La fiamma del peccato , tratto dal romanzo di un altro grande esponente dell’ hard boiled, James M. Cain, e lavorerà alla sceneggiatura di uno dei film più noti e più belli di Alfred Hitchcock, L’altro uomo , noto anche col titolo di Delitto per delitto , ispirato abbastanza liberamente da Sconosciuti in treno  di Patricia Highsmith. Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

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    Istanbul: cronaca di una generazione dietro le sbarre momenti in cui un giovane in costume da derviscio rotante si annoiava, immortalati dal fotoreporter della Reuters Ümit Bektaş L’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu candidato del CHP all’elezioni presidenziali del 2028 ha innescato una serie di proteste che si sono diffuse in tutta la Turchia. Il sindaco di Istanbul,  ancora in carcere, insieme ad altri suoi sostenitori è stato accusato di favoreggiamento al terrorismo. Ceyda Baytas ci racconta i giorni della protesta, del protagonismo dei giovani, degli artisti e della generazione Gezi Park. Ci racconta che in Turchia si scende in piazza per denunciare l’autoritarismo di Erdogan ma è la protesta di tutti coloro che nel mondo assistono alla trasformazione delle democrazie in finzione: <<[...] se c’è qualcosa che la Generazione Z ha insegnato al pubblico è come la repressione generi reinvenzione. Non è solo la rabbia a essere diversa, è l’articolazione di quella rabbia. E non si tratta solo una storia turca, ma di una storia globale.>>. Sì, tutto questo è iniziato con İmamoğlu. Sì, riguarda Istanbul. Sì, a vent’anni non ci si aspetta che io scriva questo articolo. Eppure, lo faccio. Eppure, riguarda ogni città sotto il peso di un governo che ha dimenticato di essere al suo servizio. Riguarda ogni studente che continua il proprio percorso quando il diploma che otterrà non sarà nemmeno certo di essere valido tra qualche anno. Riguarda ogni donna che marcia, ancora e ancora, rifiutandosi di essere messa a tacere. Ogni artista che continua a dipingere. Il mondo dovrebbe guardare. Non solo per la storia distopica di Türkiye, ma perché offre uno specchio a ciascuno. Uno specchio che riflette quanto fragile diventi una democrazia quando le definizioni di diritti, legge e giustizia si confondono, quando la finzione diventa legge. Quello che verrà dopo non è scritto. Ma non sarà silenzioso. Non più. Sono stata picchiata e arrestata. Dopo il mio arresto, un poliziotto barbuto, alto un metro e novanta, mi ha toccato il seno. Ho avuto paura e mi sono fatta la pipì addosso. Le poliziotte mi hanno pressata per non fare denuncia... Sono stata ammanettata dietro la schiena e un poliziotto ha premuto il piede sulla mia testa... La mia famiglia non è stata avvisata. Ho dovuto aspettare 24 ore in una cella di detenzione con i vestiti bagnati di urina.  Testimonianza di una manifestante di Istanbul Istanbul non è mai stata estranea alla resistenza. Eppure, l’attuale ondata di disordini è diversa da qualsiasi altra. È una reazione esplosiva dopo anni di oppressione politica, depressione economica e di palese smantellamento della democrazia, che ora sta raggiungendo un punto di rottura di fronte alla brutalità dello Stato. Il grilletto? Il bersaglio politico di Ekrem İmamoğlu, sindaco di opposizione di Istanbul, candidato per le prossime elezioni presidenziali del 2028. Per anni, il governo ha cercato di rimuoverlo dalla sua posizione, temendone l’influenza sul cuore della cultura e dell’economia della Turchia. Dopo la vittoria alle municipali del 2019, dove ha vinto non una, ma due volte con una percentuale del 54,22%, gli attacchi alla sua persona hanno preso una brutta piega. Il culmine è stato quando le autorità dell’Università di Istanbul hanno dichiarato che la sua laurea non era valida, ostacolando così la sua possibilità di candidarsi alle elezioni presidenziali. Lo scandalo ha suscitato un’immediata indignazione popolare che si è espressa inizialmente attraverso i social. Invalidare la laurea di İmamoğlu significava cancellare la scelta democratica e inaugurare un pericoloso precedente per il quale nulla sarebbe stato più certo. Se è possibile alterare un diploma, cos’altro si può manipolare? La situazione è peggiorata quando, nel giro di pochi giorni, il 19 marzo alle 7.00 del mattino, Ekrem İmamoğlu è stato arrestato con l’accusa di «costituzione e guida di un’organizzazione criminale, frode e appropriazione indebita, collaborazione con organizzazioni terroristiche». Mentre il Tribunale ha respinto l’accusa di terrorismo, İmamoğlu è stato ritenuto colpevole di altri reati. Nella stessa operazione sono stati arrestate oltre un centinaio di persone. I leader del CHP hanno condannato gli eventi etichettandoli come «tentativo di colpo di stato». Nel giro di pochi giorni, Istanbul è diventata irriconoscibile. Milioni di abitanti hanno occupato le strade. Tra studenti, lavoratori, insegnanti, c’erano i figli di coloro che una volta avevano protestato al Gezi Park. E, oggi come allora, l’attuale sfida riecheggia quella dei genitori e il governo risponde con la forza, ignorando le istanze collettive. La risposta è stata rapida e spietata. Migliaia di poliziotti dispiegati durante la notte hanno trasformato le aree chiave delle proteste in zone militari. Il ruolo della polizia è andato oltre il controllo della folla: cannoni ad acqua, gas, lacrimogeni, proiettili di gomma. La volontà era quella di disumanizzare le persone con arresti privi di accuse e detenuti privi di avvocati. Le stazioni di polizia erano sovraffollate, mentre gli agenti recintavano letteralmente la folla chiudendola in spazi pubblici e parchi. Le barricate di veicoli blindati bloccavano piazza Taksim, le aree di protesta venivano interrotte. L’accesso ai social media, come X, è stato interdetto. Il messaggio di chi detiene il potere è chiaro: qualsiasi forma di resistenza è accolta con la più feroce brutalità. Ma gli abitanti di Istanbul hanno rifiutato il silenzio. Le proteste si sono rapidamente diffuse in tutta la Turchia e nel mondo. Man mano che crescevano, anche le tattiche di forza aumentavano. Il silenzio non era più un’opzione e la gente trovava nuovi modi di protestare, scioperare e farsi sentire. momenti in cui un giovane in costume da derviscio rotante si annoiava, immortalati dal fotoreporter della Reuters Ümit Bektaş Nel processo di arresto di Ekrem İmamoğlu, gli studenti hanno marciato con slogan e striscioni vicino all’Università di Istanbul, a Saraçhane e in piazza Beyazıt. La polizia antisommossa, equipaggiata con caschi e scudi, ha cominciato a usare una violenza sproporzionata per disperdere i gruppi. Ogni civile è stato trattato come minaccia da neutralizzare. I manifestanti si rifugiavano negli androni, alcuni negli alberghi. Non importava dove cercassero rifugio, nessuno si sentiva davvero al sicuro. La polizia arrestava chiunque rifiutandosi di fornire giustificazioni legali chiare. 301 studenti sono stati arrestati. Tuttavia ai sensi dell’articolo 3 della legge turca sulle riunioni e le manifestazioni (2911 sayılı Toplantı ve Gösteri Yürüyüşleri Kanunu), tutti hanno il diritto di organizzare dimostrazioni e marce pacifiche senza autorizzazione preventiva, purché siano disarmate e non violente, per scopi non considerati criminali dalla legge. Costoro provenivano da diversi background, in vari settori di studio e regioni, con un pensiero comune: l’impegno per i valori democratici e la volontà di opporsi all’ingiustizia del governo. Mentre urlavano a gran voce «hak, hukuk, adalet (diritti, legge, giustizia)», 301 di loro venivano caricati e fermati. In carcere alle donne è stato negato l’accesso ai prodotti igienici essenziali durante il ciclo mestruale. Sono state lasciate senza cibo e acqua fino a 18-20 ore. Alcuni rapporti indicano che gli studenti condividevano la cella con assassini e criminali di professione. Il gruppo di advocacy legale SOL Hukuk ha denunciato gli abusi da parte dei «capi-cella» e ha richiesto il trasferimento degli studenti. Alla Centrale della polizia di Vatan, le condizioni erano ancora peggiori: temperature sotto lo zero, nessun letto e isolamento. Domenica 23 marzo, quindici milioni di cittadini di tutta la Turchia e del mondo hanno partecipato a un voto ufficiale per esprimere il loro sostegno a Ekrem İmamoğlu mentre protestavano contro l’invadenza del governo. Le primarie inizialmente pianificate dal CHP per nominare İmamoğlu candidato presidenziale, si sono trasformate in un atto di solidarietà non solo nelle 81 province della Turchia, ma anche all’estero. Da Londra a Boston, file interminabili di persone hanno espresso il proprio voto simbolico. È stato implementato un sistema a doppia sezione per garantire l’inclusività. Una sezione era designata ai membri registrati del CHP, mentre una sezione di «Sostegno e Solidarietà» accoglieva i non membri e i sostenitori internazionali. I risultati hanno segnato una vittoria collettiva. In molti luoghi, le schede stampate con un solo nome – Ekrem İmamoğlu – sono finite rapidamente, e il tempo di votazione è stato prolungato a causa della folla. I video hanno inondato i social media dove, in più epicentri del movimento, come Kadıköy a Istanbul, le file si estendevano per interi isolati sin dalla luce dell’alba. Tuttavia, i momenti più toccanti sono stati quelli delle storie personali. Votanti anziani, in sedia a rotelle o con serbatoi di ossigeno portatili, insistevano per partecipare di persona. In ogni fila c’erano anche adolescenti che non potevano votare, ma volevano fare il loro «coming of age» politico. Saraçhane resistance. Source unknown I media filogovernativi hanno ignorato il voto, le proteste e gli arresti. In alcuni casi li hanno dipinti come «provocazione». Le principali fonti di informazione sono rimaste in silenzio sull’argomento, mentre altre trasmettevano soap opere. Le proteste principali, come quelle a Saraçhane, con milioni di persone in strada brutalmente picchiate, hanno avuto una copertura quasi nulla sui canali statali. Questi si sono concentrati su storie neutre o irrilevanti, creando l’illusione di una provocazione da parte dei manifestanti. Solo una manciata di piattaforme giornalistiche come Sözcü TV e Halk TV ha osato documentare le proteste con piena trasparenza. La loro ricompensa? Divieto di pubblicazione.Nello stato distopico della Turchia di oggi, i paralleli con 1984 di George Orwell sono innegabili. RTÜK (Consiglio Supremo della Radio e della Televisione) ha inflitto multe a stazioni come Now TV o Halk TV per violazioni gravi e ha imposto un blackout di dieci giorni a Sözcü TV per la sua trasmissione in diretta delle proteste. Accusando di «incitare l’odio e l’ostilità pubblica», RTÜK ha anche dichiarato che se le violazioni fossero continuate per una terza volta, Sözcü TV sarebbe stata soggetta a una sanzione di revoca della licenza. Dopo il riconoscimento del crescente blackout mediatico, il leader del CHP, Özgür Özel, ha dichiarato pubblicamente che stavano monitorando le emittenti che censuravano le proteste e gli incontri dell’opposizione. Contemporaneamente veniva compilata una lista. Per indebolire l’influenza del governo sui media e sul commercio, Özgür Özel ha organizzato un boicottaggio nazionale di diverse aziende e marchi visti come sostenitori del potere centrale. Tra i principali obiettivi c’erano anche i media compiacenti. La lista di Özel comprendeva il boicottaggio di aziende come Espressolab, una catena di caffè molto popolare per i suoi legami con il governo, e D&R, una catena filogovernativa di librerie. Lo sciopero dei consumi non è stato solo un atto simbolico, ma un tentativo di sfidare le strutture di potere che sostengono la narrativa ufficiale. Per il pubblico, si è trattato di un’opportunità di partecipare a un’azione diretta contro il mantenimento di un regime autoritario e violento. Rifiutandosi di comprare dalle aziende in elenco, i cittadini hanno inviato un potente messaggio. La gente consumava quello che aveva in casa, si scambiava i prodotti, non comprava più arrangiandosi alla meglio per giorni. I siti web di diverse aziende sono stati temporaneamente chiusi, causando significative interruzioni nelle vendite. Il punto di svolta è arrivato il 2 aprile, quando il boicottaggio economico si è esteso su larga scala in tutto il Paese. Una rete interuniversitaria, composta da studenti provenienti da vari istituti della Turchia, ha proclamato la data del 2 aprile, come giorno ufficiale per un boicottaggio economico nazionale. Questo non si è limitato alle sole attività commerciali menzionate da Özgür Özel, ma ha interessato tutto il paese. Con l’aumentare del tempo trascorso in carcere dai loro compagni, la Generazione Z è diventata sempre più consapevole del potere che deteneva. Questo innovativo appello all’azione si è diffuso a macchia d’olio. Migliaia di persone hanno condiviso i dettagli dello sciopero dei consumi sui social media. Grazie alla tecnologia, gli studenti hanno raggiunto milioni di utenti in tutto il Paese. I social media sono diventati la spina dorsale di questo movimento, con video virali, storie e post ripubblicati, e audaci scritti sul boicottaggio che sono circolati alla velocità della luce, superando i tradizionali mezzi di organizzazione delle proteste. Nati nell’era digitale, gli studenti hanno sfruttato le loro capacità su internet per mobilitarsi e coordinarsi in modo più efficace di qualsiasi generazione precedente. Tra i più accesi critici della repressione governativa figurano artisti, attori e altre personalità culturali. In Turchia, dove l’arte svolge da tempo un ruolo cruciale nel plasmare l’opinione pubblica, molti di questi individui hanno offerto il loro sostegno allo sciopero economico sui social. Attori e attrici di spicco, in spettacoli in corso, sono stati licenziati e arrestati. Questo approccio punitivo non si è limitato a loro ma ha coinvolto anche i loro partner e sostenitori incappati in reazioni analoghe. Fan e concittadini si sono mobilitati sui social media esprimendo loro solidarietà. L’atto riflette un modello più ampio degli sforzi governativi volti a mettere a tacere e censurare le voci dei cittadini. Eppure, nonostante queste difficoltà, i social media hanno fornito immagini di bar, attività commerciali e mercati chiusi, a testimonianza del successo dello sciopero. Il 2 aprile, la spesa con carta di credito in Turchia è diminuita significativamente rispetto alle medie nazionali di gennaio e febbraio. È stata registrata una diminuzione di circa il 38% delle transazioni. Ciò che ha distinto la protesta sono stati i metodi avanzati di organizzazione e mobilitazione. A differenza delle generazioni precedenti, che si affidavano alla leadership dei politici, gli attivisti di oggi sono sempre più lontani dai partiti convenzionali. Non aspettano che i politici costruiscano il loro futuro, ma desiderano costruirlo insieme, mano nella mano. Molti studenti hanno espresso la loro crescente frustrazione all’idea di seguire ciecamente figure politiche, che ritengono lontane dal comprendere i loro bisogni. Non hanno paura di far sentire la propria voce, nonostante i tentativi di metterla a tacere. Stanno ridefinendo il panorama politico, rimodellando il significato di «apoliticità» nel mondo distopico della Turchia, poiché per molti il ​​silenzio non è più tollerato.Quello che succederà in seguito è incerto. Ma una cosa è chiara: c’è speranza nonostante la risposta del presidente, il quale ha intimato altri arresti se dovessero esserci nuove proteste. Seguiranno ancora i blackout mediatici e il tentativo di mettere a tacere. Ma se c’è qualcosa che la Generazione Z ha insegnato al pubblico è come la repressione generi reinvenzione. Non è solo la rabbia a essere diversa, è l’articolazione di quella rabbia. E non si tratta solo una storia turca, ma di una storia globale. Riguarda la lenta combustione dell’autoritarismo, la normalizzazione della brutalità della polizia, i modi del silenzio venduti come scudo. Riguarda i giovani che dovrebbero essere a scuola, uscire con gli amici, trascorrere il Bayram a casa con la famiglia, incontrandosi per strada anziché dietro le sbarre. Sì, tutto questo è iniziato con İmamoğlu. Sì, riguarda Istanbul. Sì, a vent’anni non ci si aspetta che io scriva questo articolo. Eppure, lo faccio. Eppure, riguarda ogni città sotto il peso di un governo che ha dimenticato di essere al suo servizio. Riguarda ogni studente che continua il proprio percorso quando il diploma che otterrà non sarà nemmeno certo di essere valido tra qualche anno. Riguarda ogni donna che marcia, ancora e ancora, rifiutandosi di essere messa a tacere. Ogni artista che continua a dipingere. Il mondo dovrebbe guardare. Non solo per la storia distopica di Türkiye, ma perché offre uno specchio a ciascuno. Uno specchio che riflette quanto fragile diventi una democrazia quando le definizioni di diritti, legge e giustizia si confondono, quando la finzione diventa legge. Quello che verrà dopo non è scritto. Ma non sarà silenzioso. Non più. Ceyda Baytaş è una giovane artista e narratrice turca. Studia alla NABA di Milano. Questa è la sua prima pubblicazione.

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    Il popolo vs l'abisso: la Dichiarazione di Sarajevo del Tribunale di Gaza Thomas Berra Di fronte al genocidio perpetrato dall'Occidente e da Israele contro il popolo palestinese e all'inerzia dei governi, il Tribunale di Gaza riconosce che la sfida della giustizia spetta al popolo, alla resistenza legittima, agli atti di solidarietà, alla società civile, ai movimenti sociali e alle persone coscienti di tutto il mondo. Questo articolo originariamente pubblicato su Mondoweiss  è stato ripubblicato con l'espressa autorizzazione del suo editore Un tribunale del popolo  Quasi sessant'anni fa il mondo ha assistito con orrore alla brutale aggressione perpetrata dagli Stati Uniti nel corso di una serie infinita di atrocità commesse contro il popolo vietnamita. Queste atrocità, e l'apparente impunità di cui godevano gli Stati Uniti nel commetterle, erano davvero intollerabili per un numero immenso di persone. Poiché nessuno Stato, gruppo di Stati o istituzione internazionale venne in aiuto del popolo vietnamita, fu presto chiaro che la libertà sarebbe potuta arrivare solo dalla resistenza popolare organizzata all'interno del Vietnam e da un movimento di solidarietà globale organizzato al di fuori dei suoi confini. In questo contesto, Bertrand Russell, eminente filosofo e intellettuale britannico, istituì il primo “tribunale popolare” come espressione organizzata dell'indignazione morale. Nel 1967 il filosofo si presentò davanti al Tribunale Russell e dichiarò: «Noi non siamo giudici. Siamo testimoni. Il nostro compito è quello di rendere l'umanità testimone di questi terribili crimini e di unirla a favore della giustizia».  Oggi, un altro tribunale popolare segue le orme di Russell, questa volta per affrontare il genocidio che il regime israeliano sta commettendo in Palestina, l'ideologia razzista che lo sostiene e la complicità delle potenze e delle corporazioni imprenditoriali occidentali che lo rendono possibile. Il Tribunale di Gaza  Costituito nel novembre 2024 e riunito per la prima volta a Londra nel febbraio 2025, il Tribunale di Gaza ha appena tenuto la sua prima riunione pubblica a Sarajevo (26-29 maggio 2025), durante la quale ha adottato la Dichiarazione  di Sarajevo. Il Tribunale di Gaza è stato creato da un altro celebre intellettuale pubblico, questa volta il professor Richard Falk, eminente professore di diritto internazionale, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina e attuale presidente del Tribunale di Gaza. Il Tribunale di Gaza riunisce pensatori e attivisti palestinesi e di tutto il mondo per affrontare non solo gli orrori coloniali e genocidi perpetrati dal regime israeliano in Palestina, ma anche la complicità degli Stati, delle grandi aziende, dei media e dei gruppi di potere che agiscono come delegati di Israele in Occidente, nonché l'inerzia o la risposta inadeguata della maggior parte dei paesi e delle istituzioni del mondo, sia a livello nazionale che internazionale.  Il Tribunale di Gaza è strutturato in tre “sezioni” ed esamina questioni relative (1) al diritto internazionale, (2) alle relazioni internazionali e all'ordine mondiale, e (3) alla storia, all'etica e alla filosofia, analizzando tutti gli aspetti coinvolti nella lotta contro il genocidio e per la libertà della Palestina. Tenendo conto delle testimonianze dei sopravvissuti, delle testimonianze degli esperti e dell'analisi dei suoi membri, il Tribunale di Gaza convocherà infine un “giuria di coscienza”, che si pronuncerà alla fine di quest'anno. Al momento, il Tribunale sta raccogliendo il relativo fascicolo probatorio. La Dichiarazione  di Sarajevo, adottata dal Tribunale di Gaza il 29 maggio 2025, riassume la sua concezione della risposta morale globale adeguata alla Nakba, che oggi si sta perpetrando in Palestina. Perché un tribunale?  Il lavoro del Tribunale di Gaza si basa su una premessa fondamentale: che il popolo palestinese è costituito da esseri umani dotati di diritti umani, tra cui il diritto all'autodeterminazione, il diritto di tornare alle proprie case in qualsiasi parte della Palestina storica, il diritto all'uguaglianza davanti alla legge e il diritto di vivere liberi dalla paura e dal bisogno. Il Tribunale di Gaza riconosce che l'allineamento delle forze reazionarie che stanno perpetrando il genocidio in Palestina rappresenta attualmente una minaccia esistenziale per la sopravvivenza del popolo palestinese, per la pace e la sicurezza internazionali e per il progetto di un ordine internazionale giusto. Il Tribunale di Gaza parte ugualmente dal riconoscimento che i governi e le istituzioni internazionali, apparentemente istituiti per mantenere la pace e la sicurezza e promuovere i diritti umani e il diritto internazionale, hanno fallito nel porre fine all'impunità del regime israeliano e nel rispondere in modo efficace al genocidio e a un secolo di persecuzione coloniale in Palestina. In quanto tale, il Tribunale di Gaza riconosce che la sfida della giustizia spetta al popolo, alla resistenza legittima, agli atti di solidarietà, alla società civile, ai movimenti sociali e alle persone coscienti di tutto il mondo. Comprende la necessità di mobilitare il potere di milioni di persone per sfidare i crimini del regime israeliano e dei suoi complici, per isolarlo e per dissentire attivamente dalla complicità dei nostri governi e delle nostre istituzioni. Il Tribunale di Gaza intende contrastare le forze del male con le forze della giustizia, esercitando pressione su tutti i settori coinvolti e chiarendo in modo inequivocabile che il genocidio non sarà normalizzato, che l'apartheid non sarà normalizzato, che il colonialismo non sarà normalizzato e che la Palestina sarà libera. Questo è il grido di coscienza del Tribunale di Gaza. Un appello a tutte le persone perbene affinché si oppongano all'anarchia e alla brutalità dei potenti attori coinvolti nel genocidio perpetrato in Palestina, in primo luogo il regime israeliano, ma anche gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania e i loro collaboratori.  Cosa non è il Tribunale di Gaza  Sebbene il Tribunale di Gaza possa contare su alcuni dei più competenti avvocati e giuristi internazionali del pianeta, non è un meccanismo giudiziario o giuridico formale, ma un'assemblea della società civile, dei movimenti, dei pensatori e degli attivisti, e delle persone coscienti determinate a porre fine agli orrori che tutti siamo costretti a vedere in Palestina. Il Tribunale di Gaza non ritiene inoltre che per agire debba attendere che si pronunci uno o l'altro dei tribunali internazionali esistenti, il che potrebbe richiedere anni. Di fronte a un'esigenza storica come il genocidio, i membri del Tribunale di Gaza ritengono che la deferenza passiva nei confronti delle istituzioni ufficiali sia moralmente indifendibile.  A differenza di un tribunale, il Tribunale di Gaza parte dal riconoscimento della realtà del genocidio, dell'apartheid e del colonialismo dei coloni, che i suoi membri considerano realtà innegabili. Questi crimini sono stati confermati da tempo da importanti organizzazioni per i diritti umani, da organismi delle Nazioni Unite e da esperti di genocidio e non ammettono più alcun ragionevole dubbio. Infatti, questa aggressione perpetrata a Gaza è stata giustamente definita «il primo genocidio trasmesso in diretta su Internet». Mentre le istituzioni ufficiali discutono all'infinito, se sta calando la notte, il popolo palestinese sa che l'oscurità è già qui e questo significa che tutti noi abbiamo l'obbligo morale di trovare il modo di riportare la luce. Pertanto, il Tribunale di Gaza ritiene che sia un imperativo morale urgente affrontare questi crimini ora, con tutto il potere e la determinazione che possono essere mobilitati nella società.  Il Tribunale di Gaza si differenzia anche da molte istituzioni ufficiali perché non cade nell'evasività morale così comune tra i governi e le istituzioni ufficiali, compresi gli uffici politici delle Nazioni Unite. Il Tribunale di Gaza rifiuta l'applicazione retorica dell'approccio “di entrambe le parti” a una situazione come quella che prevale in Palestina, in cui le due parti sono la parte colonizzatrice e la parte colonizzata, la parte occupante e la parte occupata, la parte oppressiva e la parte oppressa, la parte perpetratrice del genocidio e la parte vittima dello stesso. Il Tribunale di Gaza non riconosce inoltre alcuna eccezione che esenterebbe Israele dal rispetto del diritto internazionale, così spesso invocata dalle potenze occidentali sia per rafforzare l'impunità dello Stato israeliano, sia per proteggere i singoli autori israeliani dalla corrispondente responsabilità. Ma o la legge è reale e si applica a tutti allo stesso modo, oppure è una menzogna, un'arma perfida di oppressione e sottomissione nelle mani del potere. Il Tribunale di Gaza si schiera chiaramente dalla parte dello Stato di diritto. Il Tribunale di Gaza respinge infine gli ordini di silenzio imposti dal regime israeliano, dai suoi alleati occidentali e dai suoi rappresentanti, nonché dai media complici. Il Tribunale di Gaza parla apertamente delle cause profonde, delle parole che gli Stati e le istituzioni ufficiali spesso si rifiutano di pronunciare, come sionismo, colonialismo dei coloni, etnosupremacismo e apartheid, perché sono alla radice del problema. Il Tribunale di Gaza affronta direttamente il genocidio, senza distogliere lo sguardo, senza ricorrere ai soliti trucchi retorici («solo un tribunale può dichiarare il genocidio»), che i funzionari dell'ONU usano spesso per eludere la questione.  Il Tribunale di Gaza lo fa non solo perché è moralmente giusto, ma anche perché riconosce la semplice verità che nessun conflitto può essere risolto senza prestare attenzione alle sue cause profonde. E a questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti che la crisi palestinese non si risolverà riportando in vita il cadavere putrefatto del processo di Oslo, istituendo bantustan palestinesi o brandendo la promessa amorfa di una soluzione a due Stati in un momento indeterminato del futuro. Come dimostra la sua Dichiarazione  di Sarajevo, il Tribunale di Gaza dice la verità ad alta voce e ha il coraggio di esigere giustizia reale invece di retorica vuota o premi di consolazione assolutamente privi di significato. Una dichiarazione di coscienza e un appello all'azione.  La Dichiarazione  di Sarajevo si propone quindi come antidoto alla confusione morale, alle narrazioni distorte e alla complicità silenziosa che hanno dominato le posizioni ufficiali negli ultimi diciannove mesi, anzi, negli ultimi settantasette anni. La Dichiarazione  di Sarajevo è un appello alla coscienza, che affronta direttamente la lotta contro l'oscurità, la malvagità del regime israeliano, la sua ideologia e le sue azioni, nonché contro i suoi collaboratori. E fornisce una piattaforma per l'azione collettiva su cui le persone possono organizzarsi. Pertanto, nella Dichiarazione  di Sarajevo, il Tribunale di Gaza dichiara la sua indignazione morale per il genocidio e gli innumerevoli crimini commessi dal regime israeliano, la sua solidarietà con il popolo palestinese e il suo impegno a lavorare con i partner della società civile mondiale per porre fine al genocidio e garantire che i responsabili e i facilitatori siano chiamati a rispondere delle loro azioni, che le vittime e i sopravvissuti ottengano riparazione e che sia creata una Palestina libera. La Dichiarazione  di Sarajevo chiede la fine immediata di questi crimini, compresa l'occupazione, l'assedio, l'apartheid e il genocidio, nonché la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. Essa invita inoltre tutti i governi e le organizzazioni internazionali ad agire. Denuncia tutti coloro che si sono resi complici dei crimini del regime israeliano, dagli Stati alle aziende mediatiche, alle industrie belliche e agli innumerevoli altri attori coinvolti nel genocidio palestinese. È importante sottolineare che la Dichiarazione  di Sarajevo esprime la convinzione che la lotta contro tutte le forme di razzismo, intolleranza e discriminazione includa necessariamente il rifiuto egalitario dell'islamofobia, del razzismo anti-arabo e anti-palestinese e dell'antisemitismo, nonché il riconoscimento dei terribili effetti del sionismo, dell'apartheid e del colonialismo dei coloni sul popolo palestinese. La Dichiarazione  di Sarajevo rifiuta esplicitamente «l'ideologia distruttiva del sionismo, come ideologia ufficiale del regime israeliano, delle forze che hanno colonizzato la Palestina e hanno stabilito lo Stato di Israele sulle sue rovine, e delle attuali organizzazioni e rappresentanti filoisraeliani». Chiede inoltre la decolonizzazione di tutto il territorio, la fine dell'ordine etnosupremazista e la sostituzione del sionismo con un sistema basato sull'uguaglianza dei diritti umani per cristiani, musulmani, ebrei e membri di altre confessioni. La Dichiarazione  di Sarajevo, esprimendo preoccupazione sia per le carenze del sistema internazionale che per gli attacchi contro le istituzioni internazionali che hanno sfidato il genocidio e l'apartheid in Palestina, chiede misure immediate per isolare, contenere e chiedere conto al regime israeliano. A tal fine, chiede il boicottaggio universale, il disinvestimento, le sanzioni, l'embargo militare, la sospensione della sua presenza nelle organizzazioni internazionali e il perseguimento penale degli autori di crimini di guerra, crimini contro l'umanità, genocidio, gravi violazioni dei diritti umani e complicità. La Dichiarazione  di Sarajevo denuncia l'ondata di persecuzioni e repressioni scatenata contro i difensori dei diritti umani, gli attivisti per la pace, gli studenti, gli accademici, i lavoratori e i professionisti, e rende omaggio a coloro che, nonostante queste persecuzioni, hanno avuto il coraggio e la convinzione morale di alzarsi e far sentire la propria voce. La Dichiarazione  di Sarajevo denuncia anche la tattica di diffamare come “antisemiti” o “sostenitori del terrorismo” tutti coloro che osano alzare la voce contro il regime israeliano e i suoi crimini. La Dichiarazione  di Sarajevo onora «la coraggiosa resistenza e la resilienza del popolo palestinese, nonché il movimento di milioni di persone che si solidarizzano con esso» e riconosce il diritto del popolo palestinese alla resistenza armata in conformità con il diritto internazionale. Ricorda che il diritto palestinese all'autodeterminazione è «jus cogens erga omnes, non negoziabile e assiomatico». La Dichiarazione  di Sarajevo rispetta ugualmente «le aspirazioni palestinesi e riconosce la piena capacità di azione e leadership del popolo palestinese su tutte le decisioni che riguardano la sua vita». Sebbene la Dichiarazione  di Sarajevo critichi l'incapacità della maggior parte delle istituzioni internazionali di agire in modo efficace contro il regime israeliano e i suoi crimini, riconosce anche gli attori internazionali che hanno agito con principi. Elogia la Corte internazionale di giustizia per la sua storica causa di genocidio contro il regime israeliano e per i suoi pareri consultivi storici sulla Palestina. Riconosce il Sudafrica per aver portato la causa di genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia. E chiede che venga accelerato il procedimento dinanzi alla Corte penale internazionale contro i responsabili israeliani, che gli Stati membri adempiano al loro obbligo di arrestarli e che gli Stati Uniti cessino la loro persecuzione della Corte. Anche le procedure speciali indipendenti del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sono oggetto di elogio e la Dichiarazione  di Sarajevo le riconosce «per i loro contributi esperti e per le loro voci forti e fondate sui principi nel chiedere conto al regime israeliano e nel difendere i diritti umani del popolo palestinese». La Dichiarazione  di Sarajevo dichiara inoltre il suo particolare sostegno agli attori umanitari e agli organismi internazionali che hanno agito in difesa dei diritti del popolo palestinese, tra cui spicca l'UNRWA.  Non desisteremo dal nostro impegno: le parole finali della Dichiarazione  di Sarajevo La Dichiarazione  di Sarajevo si conclude con un monito: «Il mondo si sta avvicinando a un precipizio pericoloso, il cui bordo si trova in Palestina». Ritiene che le principali organizzazioni internazionali e la maggior parte dei paesi del mondo abbiano fallito nella difesa dei diritti umani del popolo palestinese e nella risposta al genocidio perpetrato dal regime israeliano in Palestina. E conclude dichiarando:  La sfida della giustizia spetta ora alle persone coscienti di tutto il mondo, alla società civile e ai movimenti sociali, a tutti noi. Come tale, il nostro lavoro nei prossimi mesi sarà dedicato ad affrontare questa sfida. Sono in gioco le vite dei palestinesi. È in gioco l'ordine morale e giuridico internazionale. Non dobbiamo fallire. Non desisteremo dal nostro impegno.  Craig Mokhiber è un avvocato internazionale specializzato in diritti umani ed ex alto funzionario delle Nazioni Unite, nonché membro del Tribunale di Gaza. Mokhiber ha lasciato l'ONU nell'ottobre 2023, dopo aver scritto una lettera molto diffusa in cui denunciava il genocidio a Gaza, criticava la risposta internazionale e chiedeva un nuovo approccio nei confronti della Palestina e di Israele basato sull'uguaglianza, i diritti umani e il diritto internazionale.

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    Indifendibili Sull’onda degli attacchi al sistema carcerario firmati Difesa dei Diritti dei Prigionieri Francesi Thomas Berra Pubblichiamo un testo di Alessandro Stella pubblicato lo scorso 13 maggio sulla rivista francese «lundimatin». Si ringrazia l’autore e la testata. Il mese scorso, un’ondata di azioni ha preso di mira il sistema carcerario francese. Ogni volta, sulla scena è stato rinvenuto l’acronimo DDPF (Difesa dei Diritti dei Prigionieri Francesi). Contemporaneamente, un canale Telegram ha rivendicato la responsabilità di questa campagna e ne ha spiegato le rivendicazioni: il rispetto dei diritti dei detenuti, descritti come sistematicamente violati. Lo storico Alessandro Stella torna su questa vicenda per ricontestualizzarla sia nel momento politico attuale sia, più in generale, nella storia del «traffico di droga» e della politica penale che ha cercato di reprimerlo in tutto il mondo a partire dagli anni Sessanta. Stella sottolinea inoltre la mancanza di sostegno ricevuto dai detenuti, nonostante per decenni la questione carceraria sia stata riconosciuta come un pilastro dell’ordine costituito. I fatti Scorso aprile, la stampa locale – ripresa poi nel circuito nazionale – riportava una serie di episodi di incendi ad auto di guardie carcerarie, attacchi contro le loro abitazioni, colpi esplosi sulle porte degli istituti penitenziari. Da Agen a Lione, da Tolosa a Tolone, da Grenoble a Lille, da Nanterre a Luynes: ovunque in Francia gruppi di individui hanno attaccato non solo i luoghi di detenzione ma anche agenti della Penitenziaria, in servizio o in formazione. Sui luoghi degli attacchi gli assalitori avevano scritto una sigla, DDPF – Difesa dei Diritti dei Prigionieri Francesi – . Sigla ripresa da un account Telegram, rapidamente chiuso dalle autorità, in cui si denunciavano le violenze quotidiane esercitate dai sorveglianti sui reclusi. «Questo canale è un movimento dedicato a denunciare le violazioni dei nostri diritti fondamentali dei quali il ministro Gérald Darmanin intende privarci». «Contattaci tramite messaggio privato per unirti al movimento DDPF. Unisciti al movimento».Le lettureDopo aver considerato azioni dell’ultrasinistra o ingerenze straniere (intelligence russa o algerina), agenti e procuratori hanno concluso che l’ipotesi più plausibile fosse quella del narcotraffico. Così, attraverso un’operazione su scala nazionale, il 28 aprile la polizia ha arrestato 30 persone, tra cui 21 sono state messe sotto accusa il 2 maggio, 7 già detenute. Riassumendo le conclusioni degli investigatori, «Le Monde» datato 4 maggio titolava: «Dietro gli attacchi alle prigioni, l’ombra della Mafia DZ e del narcotraffico». Il quotidiano francese riprendeva quindi le conclusioni e il registro dei dicasteri dell’interno e della giustizia: Mafia, gruppi criminali organizzati. Sottolineando peraltro che tra i 21 sospetti deferiti – di cui due donne e due minorenni – «molti, presentano profili di esecutori, piccoli pesci del traffico di droga». Inoltre, gli arrestati vivevano nelle regioni scenario degli attacchi a loro contestati. Il presunto capo della rete, committente e organizzatore degli attentati dalla sua cella di Avignone, sarebbe un certo Imran A., di 23 anni.Gli episodi sarebbero quindi stati commissionati da boss della droga incarcerati. Eseguiti da manovalanza, sicari, a volte reclutati sui social in cambio di alcune centinaia di euro. Una strategia mafiosa volta a intimidire l’amministrazione penitenziaria mentre il Ministero della giustizia si prepara a istituire prigioni speciali, ultra-sicure, destinate ad accogliere i narcotrafficanti più pericolosi.Le interpretazioni di poliziotti, giudici e giornalisti mainstream, sono convergenti. Come per la Mafia italiana, i Cartelli colombiani o messicani, anche in Francia l’economia sotterranea degli psicotropi vietati sarebbe controllata e diretta da capi, una cupola centralizzata, un deus ex machina che dall’alto della sua organizzazione piramidale muove i fili di tutte le sue ramificazioni criminali. Narcotraffico Il termine – ormai sfinito – rinvía a un immaginario popolato da Pablo Escobar o da El Chapo Guzmán e reso noto dalle serie Netflix sui narcos. Grandi criminali che si godono la vita in ville tropicali o in loft a Dubai. Molto patinato, in effetti. Se l’economia delle droghe illegali non differisce molto dall’economia capitalista legale, la realtà della produzione, del commercio e del consumo di queste droghe è assai più complessa.1Se i grandi esportatori e importatori sono ovviamente dei milionari (con un capitale a rischio elevato...) e la vendita all’ingrosso consente a un certo numero di soggetti di vivere comodamente, per la massa di produttori, trasformatori, corrieri e distributori al dettaglio non è che un modo per guadagnarsi da vivere. Un lavoro spesso faticoso e sempre pericoloso. Studi di sociologia e antropologia hanno ben dimostrato che la massa di contadini che coltivano cannabis in Marocco, coca in Colombia o papavero in Afghanistan sono lavoratori agricoli poveri che producono queste piante proibite solo in virtù di un miglior rapporto rispetto ad altre colture praticabili. Quanto alle migliaia di persone che si occupano quotidianamente di tutte le attività del commercio al dettaglio, si potrebbe parlare di operai a cottimo. Chi si occupa del trasporto, del confezionamento, della custodia della merce. Poi ci sono quelli che – dalla mattina alla sera dal lunedì alla domenica con bel tempo o sotto la pioggia – gestiscono un punto di spaccio, e quelli che effettuano consegne a domicilio. Oltre alle difficoltà della vedetta, questi operatori del commercio al minuto di prodotti illeciti sono quotidianamente esposti alla repressione, regolarmente oggetto di retate, sistematiche perquisizioni, vessazioni, umiliazioni – a volte di fermi e detenzione –.Bisognerebbe ridimensionare l’entità del traffico di sostanze, troppo spesso presentato come un mercato dai profitti giganteschi. Dati alla mano, i servizi dello Stato stimano che il fatturato annuale delle droghe illegali in Francia sia dell’ordine di 3 miliardi di euro. Quanto la Coca Cola, legale e dannosa per la salute più di alcune sostanze illegali. Quanto la Française des jeux [l’impresa che detiene il monopolio delle lotterie e delle scommesse sul territorio francese, N.d.T.] – temibile, illusoria, capace di indurre a dipendenza e rovina. Ancora, un fatturato ben inferiore a quello del tabacco – 20 miliardi – e del vino – 90 miliardi – : alla fine di una giornata di lavoro ci sono molti più soldi nella cassa di un bar-tabac che nelle tasche dei gestori di un «forno» [punto fisso di spaccio] di quartiere. Il confronto più pertinente sarebbe con il fatturato delle grandi aziende farmaceutiche, che producono e commercializzano le droghe legali. Il caso più emblematico è certamente quello dell’americana Purdue Pharma, di proprietà della famiglia Sackler. Al culmine della propria ascesa, nel 2017, aveva raggiunto un fatturato annuale di 35 miliardi di dollari in particolare grazie alla vendita di oppioidi, tra cui l’OxyContin, destinato da terapia ai malati di cancro in fase terminale. Il forte marketing ha tuttavia fatto esplodere le prescrizioni mediche per ogni tipo di dolore, provocando negli Usa, tra il 1999 e il 2022, circa 700.000 morti per overdose. Inseguita da migliaia di cause penali, nel gennaio 2025 la famiglia Sackler ha concluso un accordo con il tribunale per il pagamento di 7,4 miliardi di dollari di indennizzi alle famiglie delle vittime. Guerra ai narco o guerra ai neri? Fino agli anni Sessanta, il consumo e il commercio di cannabis, coca, oppio e altre piante psicotrope facevano parte delle culture locali, tradizionali, consuetudinarie e ancestrali. Come vino e alcol in Occidente, cannabis, coca, oppio – e funghi psilocibi, peyotl, ayahuasca, betel, iboga, quât, amanita muscaria, et cœtera – sono stati considerati come «aiuti» nella vita. «Cacciatori di preoccupazioni», per dirla con Freud, medicine per il corpo e per l’anima. Nonostante la consapevolezza dei possibili pericoli del consumo di psicotropi, in tutto il mondo le popolazioni si erano adattate e avevano imparato a convivere con le droghe. La proibizione delle droghe de «l’Altro» era iniziata con un editto della Santa Inquisizione nel Messico del 1621, che vietava il peyotl e altre piante magiche. Poi oggetto di decreti imperiali in Cina nei secoli XVIII e XIX – stavolta contro l’oppio – senza grandi conseguenze. Dopo le cosiddette «guerre dell’oppio» (1839-1856), che opponevano le potenze occidentali al Celeste Impero per il controllo del mercato orientale, a cavallo della Prima guerra mondiale, vennero le leggi di proibizione del commercio illegale di alcol (negli Usa) e di oppio (in Cina), con l’eccezione della quota parte per usi farmaceutici. Fino agli anni Settanta, la repressione del consumo e dei consumatori non aveva una posizione prioritaria nelle agende politiche degli Stati. I consumatori problematici venivano guardati con una certa benevolenza, a volte assistiti da associazioni caritatevoli o da relazioni di prossimità. È a partire dalla legge promulgata dal presidente Nixon – il 31 dicembre 1970, seguita subito dalle altre nazioni occidentali – che si abbatte la grande repressione.  Perché? Dichiarando la droga come il principale nemico della nazione e dando la caccia a trafficanti e tossici, il governo americano dichiarava guerra sia alle minoranze razziali – neri e ispanici – che alla generazione hippie. Pericolosi per lo spirito WASP, suprematista e virile. Da cinquant’anni la guerra agli stupefacenti ha provocato centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, in America Latina in particolare, in scontri tra poliziotti, militari, trafficanti e bande rivali, senza contare gli innocenti. Molto più delle morti per overdose da ero o altre sostanze. Senza però mettere fine al commercio né ridurre la domanda. Al contrario, il consumo di psicotropi illeciti è esploso negli ultimi decenni, quanto il relativo sanzionamento con pene capitali – come in Cina, Iran, Arabia Saudita, Usa e altrove2 – ed esecuzioni sommarie: nelle Filippine di Duterte o nelle favelas di Rio. Di temibili criminali responsabili di omicidi e atrocità, oltre che di traffico di stupefacenti? Sì, anche, ma costituisce una minoranza dei reclusi. Il resto sono pedoni, lavoratori a rischio in questa economia sotterranea; delinquenti, forse, ma non criminali. Condannati a pene severe, spesso sovradimensionate rispetto all’entità dei reati.3 Qual è il profilo dei condannati per traffico di stupefacenti? Lo studio condotto da Michelle Alexander sulla popolazione carceraria negli Stati Uniti ha concluso che la guerra alla droga è una guerra razziale e sociale. Su 31 milioni di persone detenute negli States dagli anni Ottanta alla prima decade degli anni Duemila gli afroamericani e gli ispanici rappresentano la maggioranza. In Francia, dove i condannati per traffico di droga costituiscono circa il 20% dei detenuti, anche se le statistiche su base etnica sono vietate possiamo fondarci sulle origini geografiche dei prigionieri. In gran parte provengono dalle periferie di Sevran, Aulnay, Nanterre, Champigny, Bagneux, Créteil, per l'Île de France. Per Marsiglia, Grenoble, Tolosa, Lione l’esito è lo stesso: provengono da quartieri fondamentalmente neri e arabi. Chi difende gli indifendibili? Alla luce di queste evidenze plateali, certo in contrasto con tanti fantasmi sul mostro moderno chiamato «narcotraffico», possiamo riesaminare il fenomeno degli attacchi contro l’amministrazione penitenziaria. Appare chiaro che coloro che si scagliano contro i secondini sono solidali coi detenuti. Portatori di un messaggio semplice: «i nostri amici in prigione non sono soli, ci sono persone fuori che li sostengono e cercano di aiutarli».Come spiegare allora il silenzio dei social, di norma attestati contro le violenze di Stato? Perché né i siti dell’ultrasinistra, né i comitati contro le violenze poliziesche, né legali ovvero associazioni a tutela dei diritti dei prigionieri (OIP, LDH) sono intervenuti? Perché i trafficanti sarebbero indifendibili? Perché l’alcool è socialmente ammissibile e le sostanze no?Anche i familiari delle vittime delle violenze di Stato non osano mettere in discussione il pregiudizio della polizia: «già noto negativamente ai servizi di polizia per traffico di stupefacenti». Che giustifica la repressione più brutale, fino all’omicidio. Perché spacciare è vergognoso, indifendibile: «La droga è spazzatura, i trafficanti sono venditori di veleni, senza scrupoli, che intossicano i ragazzi». Dei criminali senza appello, contro i quali si dà carta bianca alle forze di polizia per fermarli a tutti i costi.Difendere i «tossici», gli «spaccia» – soprattutto quando si ribellano e affrontano i poteri istituzionali – sembra ancora una battaglia inconcepibile, tanto la stigmatizzazione e la criminalizzazione hanno imposto un pensiero dominante e non suscettibile di messa in discussione. I solidali che hanno cercato di avviare un movimento a difesa dei diritti dei reclusi hanno osato questa sfida. Sotto un logo che dice molto – DDPF, Difesa dei Diritti dei Prigionieri Francesi –. Come un appello un po’ naïf allo stato di garanzia, al rispetto dei detenuti, ponendo l’accento sul fatto che si tratti di connazionali, di francesi, non di stranieri. Come il Comitato Adama e altri collettivi di tutela contro gli abusi di polizia, chiedono di essere trattati come cittadini francesi, a pieno titolo. Non discriminati, razzializzati, inferiorizzati.  Una questione di dignità. Anzitutto. Di rispetto, semplicemente.Azioni chiare, esemplari, riproducibili attorno a tutti gli istituti di pena. Auto-organizzate da gruppi locali. Azioni politiche, diciamolo. Con l’intenzione – come chiarito dal primo comunicato – di creare un movimento. Note [1] Mi permetto di rinviare all’opera collettiva dal mio seminario (2015-2021) all’EHESS: A. Stella e A. Coppel (a cura di), Vivre avec les drogues, Paris, L’Harmattan, 2021 (edizione inglese: Living with Drugs, Londra, ISTE, 2020). [2] Secondo l’associazione Ensemble contre la peine de mort, probabilmente metà dei giustiziati al mondo sono condannati per traffico di droga. [3] M. Alexander, La couleur de la justice. Incarcération de masse et nouvelle ségrégation raciale aux Etats-Unis, Paris, Syllepse, 2017 (prima edizione negli Usa nel 2010). Alessandro Stella è stato membro di Potere operario e poi dell’Autonomia. Rifugiatosi in Francia all’inizio degli anni Ottanta, è oggi direttore di ricerca in Antropologia storica presso il CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. Tra i suoi libri: La Révolte des Ciompi (1993); Histoires d’esclaves dans la péninsule ibérique (2000); Amours et désamours à Cadix.

  • post-poetica

    E' un ponte di barche Proponiamo la seconda poesia di Alessandra Greco. Come per flooded area riportiamo anche l'immagine della poesia per rimanere fedeli all'impostazione della poetessa fiorentina. è un ponte di barche | adnexio | ădhaerēre | l'impalcato | il limo | sopra la terra   marna  si arriva in mille rivoli  in certo grado |  tagli scontornati da antiche alluvioni | segnano la riva delle cose |  atto scevro di impegno nella postura | sloga muto articolare parlare | né cosa ne avrebbe bisogno | sine die voci già golene alternanze | in stilate consecutive |  pre-comprensione che di per sé continua         babble di ciottolo     |     serto    |     tagliatura     |      dice l'atto la nudità lo stato l'implicazione zitta nel luogo dove si guarda quel che prolunga e si contiene alle cose   il filo d'acqua che passa tra i capelli | particolato plastico dissolto | con triggers nei primi secondi | per vari gradi    si cambia e si espande  non divenire altro che bugie     di piccoli fogli di cartone ben lisci, da un lato coperti di carta marezzata e dall'altro di carta con vari segni e figure, di cui ci serviamo per fare moltissimi giochi se ne andarono senza che la loro voce vedesse  |  che con la voce dimorano  |  in ondulazioni  di veglia diverse | figurati tremolii di immagini | cadute asfittiche di fiori, cuori, campanelli, ghiande, foglie e due jolly (uno dei quali più colorato dell'altro) Alessandra Greco vive a Firenze. Fra le pubblicazioni più recenti, Stellare nero  (Fogli Benway Series, 2023) e la silloge intitolata “__ _ ” (Anterem, 2023). È antologizzata in Continuo. Repertorio di scritture complesse ([dia•foria, , 2023). È fra gli autori di BAU Contenitore di Cultura Contemporanea , n. 19, Viareggio, 2023. Ha scritto NT (Nessun Tempo)  (Arcipelago Itaca, 2020) e Del venire avanti nel giorno , Libro Azzurro (Lamantica Edizioni, 2019). Suoi testi sono tradotti in Babel, Stati di alterazione , Antologia plurilingue a cura di Enzo Campi (Bertoni Editore, 2022), e in oomph! – contemporary works in translation / a multilingual anthology , vol. 2 (2018). Ha realizzato performance e letture con attenzione al suono e la sua ricerca si è estesa alla fotografia. Sue scritture e immagini sono apparse in varie riviste e lit-blog.

  • konnektor

    Le cause della guerra in Congo Roberto Gelini L’articolo che segue pubblicato sul blog di New Left Review Sidecar, analizza il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo. Dietro le elite militari che basano la loro ricchezza sulla sicurezza si trovano le multinazionali che estraggono tantalio, stagno, oro e altri minerali. La Repubblica Democratica del Congo è nuovamente in preda a una violenta escalation. Nel novembre 2021, un'organizzazione nota come M23 ha lanciato una ribellione nelle zone di confine orientali della RDC, la quinta insurrezione di questo tipo sostenuta dal Ruanda negli ultimi trent'anni. Il gruppo ora controlla un'area grande all'incirca quanto il Connecticut. Nel gennaio 2025 ha conquistato le città di Goma e Bukavu, che insieme contano circa tre milioni di abitanti. Il governo congolese ha risposto in modo maldestro, fornendo armi a milizie locali indisciplinate. Il suo esercito regolare ha fallito clamorosamente, nonostante il sostegno delle forze di pace dell'ONU, delle società di sicurezza private e delle truppe straniere. C'è stata una feroce guerra di parole tra il presidente del Congo Felix Tshisekedi e il leader ruandese Paul Kagame – Tshisekedi ha paragonato Kagame a Hitler, Kagame ha bollato Tshisekedi come un “idiota” – oltre a un'immensa quantità di sofferenze umane, con migliaia di morti e milioni di sfollati solo negli ultimi mesi. Mentre ci avviamo verso il quarto decennio del conflitto, è necessario guardare oltre i titoli dei giornali, concentrandosi sui fattori strutturali più profondi in gioco. Di seguito ne esaminerò tre: il desiderio dei paesi vicini, in particolare il Ruanda, di proiettare potere e influenza nella RDC; la paralizzante debolezza dello Stato congolese; e il rapporto tra l'attuale crisi e l'economia mondiale. Ogni volta che il Ruanda ha invaso la RDC ha appoggiato un gruppo armato interno. Ci sono state due incursioni importanti: una nel 1996-1997, in cui l'Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo ha rovesciato il governo di Mobutu Sese Seko, e un'altra nel 1998-2003, in cui il Congolese Rally for Democracy ha preso il controllo di un terzo del paese. A queste sono seguite due ribellioni minori, guidate dal Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo nel 2006-2009 e dall'M23 nel 2012-2013, che sono riuscite a conquistare solo una piccola porzione di territorio nella parte orientale. L'interferenza del Ruanda negli affari congolesi è tanto più notevole se si considera che il Ruanda è 88 volte più piccolo del Congo e la sua popolazione è un ottavo di quella del Congo. Come ha scherzato un ex presidente congolese: “Avete mai visto un rospo ingoiare un elefante?” Le motivazioni del Ruanda non sono chiare e le sue giustificazioni ufficiali spesso non corrispondono alla realtà. È chiaro che considera la proiezione di potere nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo una questione di vitale importanza, persino esistenziale. Ma la minaccia alla sicurezza che la Repubblica Democratica del Congo rappresenta per il Ruanda è esagerata. L'ultima grande invasione del Ruanda risale al 2001, quando i ribelli noti come Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR), alcuni dei quali avevano partecipato al genocidio del Ruanda del 1994, lanciarono un'incursione che provocò un migliaio di morti tra le fila dei ribelli. Da allora, le FDLR sono state in grado di effettuare solo piccole incursioni oltre confine; l'ultimo attacco grave è avvenuto nell'ottobre 2019, quando un gruppo separatista avrebbe ucciso quattordici civili. Anche così, il Ruanda cita la “dottrina dell'uno per cento” di Dick Cheney, sostenendo che se c'è anche una minima possibilità di una minaccia, questa deve essere trattata come una certezza assoluta. È disposto a spostare centinaia di migliaia di persone per salvaguardare anche solo alcuni dei suoi stessi cittadini. La sproporzione è parte integrante della sua politica di difesa. L'altro motivo spesso citato per l'intervento ruandese è la protezione della popolazione congolese di lingua kinyarwanda, in particolare la comunità tutsi, che si ritiene rappresenti circa il 15-20% della popolazione in Ruanda e circa l'1% nella Repubblica Democratica del Congo. È certamente vero che la comunità tutsi congolese è stata a lungo vittima di abusi e discriminazioni. Eppure, prima della rinascita dell'M23, non ci sono molte prove di un aumento della violenza anti-Tutsi nell'est del Paese. Né lo Stato ruandese può vantare un record perfetto nella difesa di questa comunità, per non dire altro. Nel 2001, quando i combattenti della popolazione tutsi del Sud Kivu, conosciuta come Banyamulenge, si ribellarono contro una ribellione sostenuta dal Ruanda, Kigali lanciò una violenta repressione contro di loro. Il governo ruandese ha anche represso i rifugiati banyamulenge sul proprio territorio, reprimendo le proteste contro le pessime condizioni di vita nei loro campi. Dal 2016, la principale violenza contro le popolazioni tutsi nella RDC orientale ha preso di mira i banyamulenge, ma il Ruanda ha detto poco su questa situazione fino a poco tempo fa. Le motivazioni del Ruanda possono essere spiegate solo dando uno sguardo più da vicino alla sua cultura politica. Il genocidio del 1994 rimane il fondamento del discorso pubblico nel paese: la legittimità del Fronte patriottico ruandese al potere si basa in gran parte sul suo ruolo nel porre fine al massacro e nel garantire stabilità in seguito, eliminando le libertà civili e ogni traccia di opposizione democratica nel processo. Alcuni membri dell'élite ruandese probabilmente ritengono che i loro interventi nella Repubblica Democratica del Congo rimangano giustificati in nome della sicurezza e della solidarietà etnica. Ma se i principali responsabili delle decisioni, compreso lo stesso Kagame, ne siano veramente convinti o se lo stiano semplicemente usando come mezzo per rafforzare il loro potere interno, è un'altra questione imponderabile. C'è anche la questione dell'economia. Prima che scoppiasse la crisi nel 2021, i legami finanziari tra i regimi del Ruanda e della RDC sembravano essere relativamente forti. Tshisekedi aveva concesso preziose concessioni aurifere a una società vicina al partito al potere in Ruanda; la compagnia aerea nazionale ruandese aveva iniziato a volare verso Kinshasa, la capitale del Congo; e gli imprenditori ruandesi stavano diventando attivi in varie parti dell'economia congolese. Perché Kigali avrebbe dovuto rinunciare a tutto questo lanciando un altro attacco tramite l'M23? Non abbiamo tutte le risposte. Ma un elemento critico sono stati gli interventi militari del 2011 nella Repubblica Democratica del Congo lanciati da Uganda e Burundi. All'epoca, il Ruanda aveva rapporti tesi con entrambi i paesi e si sentiva minacciato. Potrebbe quindi essere stato desideroso di riaffermare la sua influenza regionale. Kigali potrebbe anche essere stata preoccupata dai crescenti tentativi della Repubblica Democratica del Congo di assumere il controllo del proprio settore aurifero. Poiché il Congo non è in grado di governare efficacemente il proprio territorio, i suoi vicini hanno tratto profitto da tali minerali preziosi: Ruanda, Uganda e Burundi hanno tutti beneficiato del massiccio contrabbando di oro congolese attraverso il confine. In effetti, dalla ribellione dell'M23, il valore dei minerali nell'economia del Ruanda è aumentato notevolmente: dal 50% delle esportazioni nel 2021 all'80% nel 2023. Le esportazioni di oro, di gran lunga la maggiore fonte di valuta estera, sono nel frattempo salite da 368 a 885 milioni di dollari. Questo è particolarmente importante per le élite militari ruandesi, poiché le fonderie di stagno e oro del paese sono entrambe in parte di proprietà dell'esercito. Anche il governo congolese è complice nel protrarsi della guerra, anche se in modo molto diverso. Dalla creazione dello Stato Libero del Congo nel 1885, come feudo privato del re belga Leopoldo II, l'apparato amministrativo del paese è stato poco più di un veicolo per l'accumulazione. È stato dominato da società occidentali fino al 1908 e successivamente dal governo belga, che ha gestito la colonia fino al 1960. Per un breve periodo nel decennio successivo, il presidente Mobutu Sese Seko sfruttò gli alti prezzi del rame per promuovere uno sviluppo statalista. Il servizio sanitario pubblico era relativamente buono e l'esercito nazionale era uno dei più forti della regione. Ma a causa dell'eredità del periodo coloniale, il Congo continuò a dipendere quasi interamente dalle materie prime non lavorate per le sue entrate, il che lo rese estremamente vulnerabile agli shock esterni. La crisi petrolifera dell'OPEC del 1974, insieme al crollo dei prezzi del rame e alla prodigalità di Mobutu, fece precipitare l'economia. Ostacolato dal debito, abbandonò il progetto di costruire uno stato e un esercito forti, rivolgendosi invece al favoritismo etnico e alla politica clientelare come modalità di governo. Ridusse drasticamente la spesa pubblica su incoraggiamento del Club di Parigi, della Banca Mondiale e del FMI. Più o meno nello stesso periodo, diversi tentativi di colpo di stato, reali e immaginari, convinsero Mobutu a frammentare le sue agenzie di sicurezza, mettendole l'una contro l'altra e privilegiando la lealtà rispetto alla competenza. In questo modo, la Repubblica Democratica del Congo si è evoluta nella struttura capitalista-affittuaria vuota che vediamo oggi, con le élite politiche e militari che continuano a preferire uno Stato debole a uno forte. Lo Stato congolese spende la maggior parte delle sue entrate semplicemente per sostenersi. La spesa per i salari è compresa tra il 30% e il 40% del bilancio; insieme alle spese operative e al servizio del debito, ciò rappresenta circa il 75% della spesa pubblica, anche se gran parte dell'assistenza sanitaria e delle infrastrutture è finanziata da prestiti o sovvenzioni esteri. Circa la metà delle entrate statali proviene dal settore minerario, dominato dalle grandi multinazionali: Glencore (Svizzera), Ivanhoe (Canada), CMOC Group (Cina), Zijin Mining (Cina) e China Nonferrous Metal Mining (Cina). Anche gran parte del resto dell'economia, in particolare i settori manifatturiero, immobiliare ed edile, è dominato da imprese straniere o da famiglie di origine libanese, indiana o belga che vivono nella Repubblica Democratica del Congo da generazioni. Al di sopra di questa classe imprenditoriale si trova la classe politica, che estrae risorse e distribuisce favori. Nel 2022, quasi un miliardo di dollari è stato stanziato per la sola presidenza: un decimo dell'intero bilancio statale, più della sanità, della giustizia e delle infrastrutture messe insieme. Fin dal governo di Mobutu, questo modello ha dato origine a una borghesia militare nel settore della sicurezza. Anch'essa riceve circa un decimo del bilancio nazionale. Gli ufficiali possono arricchirsi attraverso indennità di rischio e bonus, sottraendo denaro agli stipendi e alle indennità delle truppe, creando racket di protezione locali ed estorcendo denaro alle popolazioni e ai commercianti locali. Gran parte di questa economia è legata al conflitto, il che significa che le élite militari trarranno vantaggio dalla sua continuazione. Sebbene questo strato sia relativamente piccolo, è politicamente importante data la sua influenza nell'inquieto Oriente. Inoltre, sembra sorprendentemente disinteressato a consolidare il controllo dello Stato. Sono pochissimi gli ufficiali militari o i comandanti di gruppi armati che hanno ottenuto posizioni di rilievo nel governo o nelle aziende statali, né l'esercito ha cercato di egemonizzare il settore privato. Eppure, la borghesia militare è riuscita a rimodellare le società locali in linea con i propri interessi finanziari, militarizzando l'economia e collegando capi consuetudinari e imprenditori ai gruppi armati. Il suo investimento in racket ed estorsione, insieme alle sue catene di comando sovrapposte e al privilegio della lealtà personale, ha minato le sue funzioni militari fondamentali – da qui la sua rapida ritirata di fronte all'M23. La sua debolezza è una caratteristica, non un difetto. Spesso ci viene detto che, nella Repubblica Democratica del Congo, il conflitto è alimentato dalle multinazionali che sostengono le milizie, o sono altrimenti complici di esse, per assicurarsi l'accesso ai minerali del paese. La realtà, tuttavia, è più complicata. I minerali sono una parte importante dell'economia di conflitto e sono effettivamente legati alle catene di fornitura internazionali, con tantalio e stagno che entrano nel mercato globale attraverso aziende manifatturiere nel sud-est asiatico e in Asia orientale. Ma sarebbe riduttivo suggerire che questo sia ciò che ha causato la guerra. Le aziende rimangono lontane dalla violenza per diverse transazioni, acquistando generalmente minerali che vengono estratti dalla RDC orientale con picconi e pale e che a un certo punto vengono tassati da gruppi armati. Insieme, il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo forniscono circa il 63% del tantalio, raffinato dalla colombo-tantalite, o coltan in breve, che viene utilizzato nell'elettronica. All'inizio degli anni 2000, un picco nella domanda globale ha portato a enormi profitti nel mercato del coltan in un momento di escalation nella Repubblica Democratica del Congo. Oggi, la più grande miniera di tantalio del mondo a Rubaya è nelle mani dell'M23. Gli investigatori delle Nazioni Unite stimano che i ribelli guadagnino circa 800.000 dollari al mese dalla tassazione del coltan a Rubaya. Tuttavia, sebbene questa sia un'importante fonte di finanziamento per l'M23, la sua importanza per l'industria globale sta diminuendo. Il suo prezzo è molto più basso rispetto all'inizio degli anni 2000. Le miniere sono state chiuse in altre parti del mondo a causa della mancanza di domanda e gran parte del tantalio utilizzato nella produzione può ora essere ottenuto attraverso il riciclaggio. Anche l'economia mineraria regionale è cambiata nell'ultimo decennio. Mentre il tantalio e lo stagno costituivano un tempo la quota maggiore delle esportazioni di minerali dalla RDC orientale e dal Ruanda, ora l'oro ha preso il loro posto. Nel 2023, dall'Uganda, dal Ruanda e dal Burundi sono stati esportati oltre 4 miliardi di dollari di oro, rispetto ai soli 50 milioni di dollari di stagno e ai 102 milioni di dollari di tantalio e altri minerali. Viene esportato principalmente a Dubai, dove le aziende sono state accusate di utilizzarlo per riciclare ingenti somme di denaro provenienti da organizzazioni criminali. Anche in questo caso, tuttavia, i legami causali con il conflitto sono complessi. Se è innegabile che l'economia degli Emirati Arabi Uniti tragga vantaggio dal saccheggio dell'oro congolese e che i suoi leader non siano interessati a promuovere la responsabilità nella catena di approvvigionamento, è meno chiaro se abbiano adottato misure attive per alimentare il conflitto. In effetti, questo boom dell'oro nella regione dei Grandi Laghi in Africa è iniziato intorno al 2014, molto prima della rinascita del M23. Per comprendere i legami tra l'economia globale e il conflitto dobbiamo guardare più indietro nel tempo. Mobutu legalizzò l'estrazione mineraria artigianale nel 1983, incoraggiando decine di migliaia di giovani a prendere picconi e pale e ad entrare direttamente nel commercio globale dei minerali. Mentre l'estrazione mineraria industriale diminuiva sotto il peso della corruzione e della cattiva gestione, intraprendenti uomini d'affari nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo iniziarono a stringere legami commerciali con la Cina sudorientale, insieme alle città portuali in India e Dubai, esportando minerali e importando motociclette, elettronica, tessuti e materiali da costruzione. Gran parte di questo commercio era informale e avveniva sotto il radar dei funzionari governativi predatori, dando vita a circuiti commerciali che i gruppi ribelli e gli eserciti stranieri iniziarono successivamente a sfruttare. I massicci flussi di oro, stagno, tantalio, legname e cacao che giocano nel conflitto attuale sono quindi legati a questo processo più ampio: il declino del progetto statalista, l'ascesa della predazione e il boom dell'estrazione e del commercio informali. La liberalizzazione dell'economia ha raggiunto il suo apice dopo le due grandi guerre del Congo del 1996-2003. La prima vide una coalizione regionale rovesciare Mobutu e insediare Laurent-Désiré Kabila; la seconda iniziò quando Kabila si scontrò con i suoi sostenitori ruandesi, innescando una guerra più lunga e più letale. Questo conflitto si concluse con una cosiddetta “pace liberale”, costruita sulla promessa di una governance democratica e di un libero mercato. La Banca Mondiale contribuì a elaborare una legge mineraria che concedeva ampie esenzioni fiscali ai capitali stranieri, incoraggiandoli a investire in questo settore rischioso ma altamente redditizio. Fino ad allora, le miniere erano state quasi esclusivamente di proprietà dello Stato, che le gestiva in modo molto inefficiente, se non addirittura inesistente. Nel corso del decennio successivo, la maggior parte delle concessioni redditizie furono vendute a società svizzere, canadesi, cinesi e kazake. Di conseguenza, miliardi di dollari furono rubati dalle élite congolesi, spesso con la complicità di società straniere, e nascosti in paradisi fiscali. Nessuna di queste cose doveva essere pianificata da una cabala oscura di élite o dirigenti aziendali. Questo è il bello della struttura di potere neoliberista: in nome dell'efficienza, assegna risorse e disciplina i governi in modo tale da produrre un'enorme prosperità per pochi eletti. Dall'avvento della “pace liberale”, l'economia congolese è cresciuta di quasi dieci volte, sostenuta da investimenti stranieri nel settore minerario, bancario e delle telecomunicazioni, ma non c'è stato un parallelo calo della povertà. Nel 2004 il 91% della popolazione viveva in condizioni di estrema povertà; ora è circa il 79%. Se si tiene conto della crescita demografica, ciò significa che il numero assoluto di persone estremamente povere, quelle che riescono a malapena a mantenersi, è aumentato. Oggi le entrate del paese sono 20 volte inferiori a quelle di Glencore, la più grande società mineraria attiva nel paese. La debolezza della RDC, la sua relegazione ai margini dell'economia globale, ha quindi avvantaggiato le élite da Kinshasa a Kigali, da Shanghai a New York. Un Congo forte cercherebbe di controllare le proprie risorse, aggiungere valore ad esse e utilizzare i ricavi per investire in beni pubblici, dalle infrastrutture alla sanità alla sicurezza. L'effetto sarebbe quello di ridurre i margini di profitto e ridistribuire il potere. Anche se a molti diplomatici e donatori potrebbe non dispiacere a livello individuale, il sistema in cui sono coinvolti – definito da mercati liberi, paradisi fiscali, commercianti di materie prime e società minerarie cowboy – offre una serie di incentivi per mantenere le cose come sono. Questo approccio strutturale aiuta quindi a chiarire le principali caratteristiche della crisi congolese. Le sue origini risiedono in un'élite ruandese intenzionata a proiettare il proprio potere nel paese confinante; un'élite congolese impegnata a frammentare e indebolire lo stato; e un sistema internazionale che sostiene questo status quo traendo profitto dalle risorse del Congo. Un cambiamento significativo è possibile solo attraverso una riforma dello stato congolese che ponga fine al modello corrotto del rentier. Nel breve termine, la pressione esterna potrebbe costringere il Ruanda a ritirare le proprie truppe, soprattutto perché il paese rimane fortemente dipendente dagli aiuti stranieri. Ma una pausa nelle ostilità durerà solo per un certo periodo e i paesi confinanti con la RDC avranno tutte le ragioni per intervenire nuovamente. A lungo termine, solo investendo in beni pubblici, in particolare nella sicurezza, la RDC può sperare di respingere sia i gruppi armati che i profittatori stranieri. Jason K. Stearns è uno scrittore americano che ha lavorato per dieci anni in Congo, di cui tre anni durante la seconda guerra del Congo. Stearnsè autore del libro, Dancing in the Glory of Monsters: The Collapse of the Congo and the Great War of Africa , e del blog, Congo Siasa

  • periferie

    Leggendo l’ultimo Tronti Una riflessione dopo la lettura del libro postumo di Mario Tronti, Il proprio tempo appreso col pensiero, a cura di Giulia Dettori, Il Saggiatore, 2024 Una premessa è necessaria se ci apprestiamo a leggere uno scritto di Mario Tronti, il più raffinato interprete del pensiero politico del Novecento. Non siamo più nel Novecento, nel secolo del primato della politica, della centralità  della fabbrica con dentro il rifiuto del lavoro della classe operaia, degli immensi latifondi con dentro la fame di contadini esasperati e dispersi, dei grandi partiti di massa la cui forza dipendeva da una rigida  coesione interna, dal consenso assoluto alle loro ideologie e dall’ubbidienza alle loro gerarchie e, infine, non siamo più nel secolo di una società  che esisteva come tale perché forgiata e organizzata dai partiti, dai padroni, dalla religione o dalle istituzioni dello Stato. Questa società è esplosa, disintegrata dall’emergere incontrastato di una cultura del consumo che ha le sue chiavi di lettura nell’individualismo, nella negazione della memoria, nella domanda di libertà, nel presente come unico tempo di vita degno di essere vissuto e nella rivolta come forma conflittuale che non si trasforma mai in rivoluzione o lotta di classe per l’abbattimento del sistema ma per l’appropriazione del presente e delle sue risorse. Il sistema non si abbatte ma si sfrutta è la parola d’ordine dei nuovi soggetti antagonisti. Non ci piace, è legittimo ma è comunque da qui che deve partire un pensiero critico come quello di Tronti che vorrebbe trasformare il mondo. Pur rifiutandolo si deve imparare a conoscerlo e accettare le sue sfide, non fosse altro perché è l’unico mondo in cui il destino ci ha costretto a vivere. Non si cambia nulla e neanche ci si difende rifugiandosi nella propria interiorità, nella libertà del proprio spirito come sceglie di fare invece lo stesso Tronti, perché prima o poi il mondo ci raggiunge e ci costringerà a fare i conti con lui. Tanto vale affiggere la propria interiorità sulle porte della chiesa di Wittenberg per verificare se ha la forza di combattere le forme di vita del proprio tempo. Solo così forse una interiorità fortemente critica del proprio tempo può trasformarsi in una eredità. Se questo è realismo politico, allora partiamo da qui, dalla definizione di realismo politico fatta proprio da Mario Tronti. È un buon inizio, secondo me, per riflettere sul suo ultimo libro uscito postumo, curato da Giulia Dettori, Il proprio tempo appreso col pensiero, Il Saggiatore, 2024: «Realismo politico – scrive Tronti – è lucida analisi dei rapporti di forza in campo, giudizio disincantato sugli interessi in conflitto, calcolo delle possibilità di successo di un’iniziativa, a difesa o all’attacco. Suo luogo di elezione è lo stato di eccezione, dove c’è spinta oggettiva a salire di livello. Ma vale anche per lo stato normale, dove è necessaria una sapienza soggettiva per non rimanere chiusi dentro una situazione bloccata. Può essere dunque sia la presa del Palazzo d’Inverno in uno spazio e tempo che improvvisamente la rendono possibile, sia la cura attenta di un necessario sforzo di lunga durata per far maturare gradualmente le condizioni di un salto di sistema» E seguita: «Agisci efficacemente sul presente se hai una visione di futuro. Mentre ti sporchi le mani con la realtà, devi avere, e coltivare, una riserva di idee per un oltre, per un al di là» (p. 22). Il salto di sistema, il suo superamento, l’andare oltre: obiettivi questi che costituiscono la ricerca ossessiva di un pensatore politico del Novecento che in questo caso però si confronta con una realtà sociale che non è più quella novecentesca. Non solo la coesione sociale rimane un lontano ricordo,  ma gli stessi partiti sono stati spazzati via dalla formazione di una miriade di gruppi e di minoranze tra loro culturalmente e territorialmente ostili e il conflitto, come già scritto, esplode oggi non più per vendicare il passato dei vinti o per prefigurare e costruire un futuro per gli ultimi della terra ma per appropriarsi del presente e delle sue pratiche, prima tra tutte quelle di una libertà  che non vuole ostacoli e responsabilità e che può agire solo qui e ora. E libertà non vuol dire democrazia, uguaglianza o giustizia sociale. Libertà è libertà, punto e basta. E soprattutto non si apprende con il pensiero: è solo il territorio, la sua occupazione, la sua appropriazione, il suo attraversamento che ci dà la misura della sua potenza.  Non la libertà astratta dei diritti, non quella dello spirito, non quella della persona, dunque, ma quella individuale e materiale che si manifesta appunto sul territorio e che non vuole nella sua azione alcun impedimento e alcun rimando al futuro e che proprio per questo si contrappone all’agire politico.                                                                                                                                                                                                Quel realismo politico che Tronti definisce in maniera così lucida e decisa perché non lo applica anche alla società per leggere il mutamento antropologico che negli ultimi decenni l’ha trasformata profondamente? Tronti non lo fa né in questo suo ultimo libro né in quelli precedenti perché forse si rende conto che il suo pensiero tutto piantato nella cultura del Novecento non riesce a leggerla, o, se lo fa, capisce che non riuscirà a redimerla con quelle stesse categorie novecentesche di cui era un insuperabile interprete. Non a caso ha scelto la via dello spirito e della sua libertà. Ma senza una nuova teoria della soggettività e una nuova teoria del conflitto che possano innescare, insieme a un pensiero della decisione, «un radicale cambiamento di orizzonte» non c’è modo di oltrepassare questo «presentismo assoluto», come lo chiama Tronti, non c’è un’alternativa a questo «miserabile», anarchico, volgare e distruttivo presente. Ma la responsabilità non va solo attribuita, come Tronti afferma, al «lento graduale totalizzante processo di imborghesimento dei ceti politici e intellettuali che pure provenivano dalla grande storia del movimento operaio» (p. 27), perché se così fosse si rimarrebbe ancora in quell’ottimismo di una volontà rivoluzionaria che prima o poi tutto travolgerà e tutto trasformerà. E non si tratta neanche e solo di crisi delle forme organizzative del partito e del crollo dei suoi istituti per la rappresentanza, né del «malfunzionamento delle democrazie contemporanee e della loro crisi di autorità», anche se tutto ciò è vero, si tratta di qualcosa di più: di mancanza di una cultura all’altezza dei tempi e che rende insensibile la vecchia cultura a quel mondo della pura contingenza, dell’intensità dei desideri, dell’eccesso di presente che sono le modalità in cui le vite di uomini e donne oggi si danno. A questi comportamenti che fondano una società del consumo, la tradizione politica non sa rispondere, si rifugia nell’autoreferenzialità, trova più comodo accusare di antipolitica quello che si sottrae alle sue briglie e a un mondo di valori precostituiti, che prende corpo fuori della tutela non solo formale della legge e della legalità, che rinnega il passato trasmesso come pura eredità. Questi stessi valori, questa stessa legalità, questo stesso passato che invece la tradizione politica vuole ancora usare come fattori immutabili di coesione e di ordine. Coesione e ordine dettati appunto dalla tradizione che comanda, ad esempio, che la sola contraddizione fondamentale rimanga quella tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive e che l’economia e il lavoro siano gli unici contenitori dove possa esplodere la conflittualità sociale. Diventa evidente allora come quei cambiamenti sociali e antropologici non solo vengono sottovalutati nella loro importanza ai fini della nascita di nuove soggettività, ma non si riesce nemmeno a leggerli, né nella loro forza dirompente, né nei linguaggi delle culture che li provocano. La conseguenza più drammatica è che la politica rimane inchiodata là dove, almeno per il momento, il conflitto non c’é più, e che di conseguenza e ancora una volta verrà «bollita e fatta a pezzi».  Il fatto è che la politicizzazione del sociale, che é da sempre per la sinistra lo strumento essenziale per esercitare la sua egemonia, passa, ben prima di sognare un altro mondo possibile, attraverso la capacità di tradurre in politica quello che già c’é. E quello che già c’è non è forse disegnato dal consumo e dalle pratiche di libertà che hanno reso anacronistico ogni valore e, dunque, ogni istanza di «dover essere»?  Allora a quando una lettura politica del consumo e della libertà senza la quale un ritorno in campo della stessa politica equivale a zero? Massimo Ilardi, già docente di Sociologia Urbana presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino. È stato direttore delle riviste «Gomorra», «Outlet», «Asfalto magazine». Attualmente è nel collegio docenti del Dottorato di ricerca in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica, Sapienza Università di Roma. Le sue ultime pubblicazioni sono: Il tempo del disincanto (manifestolibri, 2016), Potere del consumo e rivolte sociali. Verso una libertà radicale (DeriveApprodi, prima gestione, 2017), Sinistra. La crisi di una cultura (manifestolibri, 2019), Le due periferie. Il territorio e l’immaginario (DeriveApprodi, prima gestione, 2022).

  • periferie

    Periferia come nuova centralità Pubblichiamo il primo contributo del comparto <> che inquadra la cornice all’interno della quale si concentrerà l’analisi e la ricerca dei contributi che verranno pubblicati. La e le periferie sembrano assumere una nuova centralità, sono oggetto di contesa all’interno dello spazio urbano e quindi sede di conflitti. Nella fase capitalistica di nuova accumulazione e quindi di trasformazione, i governi che si succedono cercano di consolidare il ruolo dello Stato nonostante sia in profonda crisi. Abbiamo scelto di dedicare un comparto specifico alle periferie nell'area <> perché ci sembra che assumano una nuova centralità. Analizzare questi contesti vuol dire immergersi in un flusso non ancora compiuto di spostamenti: dal centro verso la periferia a causa dell’espulsione di abitanti dal centro della città; dalla periferia verso il centro di migliaia di persone ormai da decenni in fuga da contesti ancora più marginalizzati. Quando parliamo di periferie visualizziamo nella nostra mappa mentale dei territori specifici che non sempre corrispondono alla loro collocazione geografica, ma molto spesso si. Sgomberiamo il campo da fraintendimenti, la periferia è prima di tutto ciò che può essere area di abbandono o area sacrificabile. Abbiamo imparato che la dove c’è sviluppo ci devono essere aree depresse perché il primo non può esistere senza le seconde (Visalli, 2020). Ritornare a parlare in questi termini vuol dire riconoscere nuovamente una gerarchia e le forme del dominio in campo. C’è una guerra interna  nella fase di accumulazione (originaria) capitalista (Lazzarato, 2024) in cui ci troviamo che sta riassestando i luoghi in cui abitiamo. L’esito di questa guerra consoliderà o meno queste gerarchie. Quindi periferie anziché periferia, perché le periferie sono quelle della metropoli, quelle abbandonate delle aree interne, quelle sacrificabili dove si possono costruire opere inutili, seppellire tonnellate di rifiuti, seppellire migliaia di morti del mare, asservite alle esercitazioni e alle sperimentazioni militari, dove estrarre terre rare e fonti di energia. Ma all’interno delle periferie stesse esiste una gerarchia e in quanto tali osservabili come interconnesse. Noi ci concentreremo soprattutto sulle periferie della metropoli occidentali – concedendoci anche delle incursioni <> - dove è in corso una trasformazione, come è troppo presto dirlo, l’intenzione è quella di anticiparla. Questi luoghi per troppo tempo abbandonati a se stessi dove i ricchi nascondono quello che non vogliono vedere, oggi, sono al centro della cronaca dei principali notiziari locali e nazionali. Se la periferia per certi versi è un luogo statico perché la mobilità sociale per chi nasce e cresce in questi luoghi è rara, bisogna immaginarla anche come luogo di contesa e, quindi, di conflitti tra e internamente agli abitanti marginalizzati, chi sarà costretto a vivere in questi luoghi, il business del narcotraffico e lo Stato o quel che rimane di esso. Le governance di questi territori introdotta dai vari governi del paese è andata dall’ignorare le crescenti disuguaglianze in seno alle città o a costruire programmi di integrazione e di intervento che nel tempo hanno mantenuto invariata la dipendenza strutturale di questi luoghi dalle zone della valorizzazione e dallo Stato, consolidandola. Oggi ci ritroviamo un governo di estrema destra che utilizza il tema della sicurezza e dell’individuazione del nemico interno come espediente narrativo-mediatico per applicare sulle periferie decreti speciali che contribuiscono alla stessa logica. Sono decreti calati dall’alto, emergenziali e puntivi (Wacquant, 2022). Lo scopo è consolidare il dominio dello Stato sul territorio ma è lo Stato stesso ad essere in crisi, le sue agenzie, i suoi istituti sanitari, educativi, le forme di partecipazione e di decisione, il processo elettorale. Per questo motivo non può che esprimersi nella maniera più autoritaria, punitiva e securitaria incarnata dalle derive a destra delle democrazie occidentali. Le profonde fratture interne alla composizione sociale di classe, di genere e di razza se non ignorate ma agite possono essere terreno di ricomposizione per verticalizzare un conflitto tutto schiacciato verso il basso e in linea orizzontale all’interno delle periferie. Su questo terreno si sperimentano diverse esperienze, alcune embrionali alcune consolidate, di organizzazione dei territori. Luoghi deterritorializzati (Magnaghi, 2000) , all’interno dei quali prima di tutto ci sembrano fondamentali i tentativi di ricostruirne un’identità, di recuperare capacità politica a partire da quello che già c’è per costruire una trasformazione radicale e non subire quella che consolida le forme del dominio in campo. Partiremo analizzando i territori coinvolti dal dl Caivano e dal dl emergenze (dl Caivano bis) attraverso contributi di chi vi abita e li attraversa. Per approfondire Lazzarato M., Guerra civile mondiale? , DeriveApprodi, Bologna, 2024 Magnaghi A., Il progetto locale. Verso la conoscenza di luogo , Bollati Boringhieri, Roma, 2000 Visalli A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare , Meltemi, Milano, 2020 Wacquant L., Bourdieu va in città. Una sfida per la teoria urbana , Edizioni Ets, Pisa, 2022 Alessia Pontoriero è un’attivista di Roma. Ha svolto la sua attività politica a partire dai collettivi studenteschi e da dieci anni si occupa delle attività e dei progetti collettivi nella borgata del Quarticciolo di Roma, dove vive. Studia i territori e i processi sociali urbani legati alle periferie. È dottore di ricerca in Scienze Sociali Applicate conseguito all’Università di Roma La Sapienza e ha lavorato presso il Dicea. Si occupa anche di una libreria a Centocelle. Per «ahida» cura il comparto «periferie».

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