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Lampi di femminismo Il testo che segue è tratto dal libro Senza collare. Vita complicata di una donna alla ricerca della sua liberazione pubblicato da Savelli, collana «Il pane e le rose», nel novembre del 1977. L’autrice è Camilla. La storia che racconta è ambientata nell’agosto del 1976. Camilla scrive a un’altra donna raccontando le sue giornate, ciò che la tocca nel corpo e nella mente, nella memoria e nel presente, nel bel mezzo della fine del suo consunto rapporto con un marito preso a simbolo del potere e insieme della miseria del genere maschile. Lo stralcio proposto è quello di apertura della narrazione. Camilla è alle prese con una riunione di «autocoscienza» con il suo piccolo gruppo femminista. Il linguaggio utilizzato è semplice, diretto, spontaneo, a tratti elementare e schematico, eppure crediamo riesca a narrare aspetti fondamentali del femminismo negli anni della sua esplosione e massificazione all’interno dei sommovimenti rivoluzionari del decennio Settanta. «Ci scazziamo: bisogna parlarne o è meglio tacere e offrire al pubblico una faccia serena, forte, compatta? Non si getterà merda sul movimento parlando delle proprie incertezze e contraddizioni? Non mi getterò merda addosso parlando del mio privato? Dicendo che alcune di noi sono lesbiche e parlando di separatismo non allontaneremo le “altre” donne? Che significato hanno, allora, la “presa di coscienza” e la “messa in discussione”? Meglio tacere: sono ancora una volta condizionata al silenzio. No, meglio raccontare e raccontarsi, magari con un po’ di ironia. Al diavolo tutte le possibili strumentalizzazioni commercialpornopersonalcontro consuperdevianti». Cara Lilli, sono qui sulla terrazza della radio, arroventata dal sole. Appena mi sono accorta di potermi gestire un po’ di spazi e di tempi miei (mia figlia è in campagna) ho deciso di scriverti un diario di quello che succede mentre non ci sei, un po’ per tenerti al corrente, un po’ per continuare un confronto con te, un po’ perché mi diverto. Un diario circostanziato, documentato, fantasticato, allegro e incazzato. Voglio partire dal vissuto, dal vivente, o almeno, dal vivibile. Prima di tutto mi auguro che il Portogallo sia bello e le tue passeggiate in Algarve con Othelo proficue. Ieri io e Pina ti abbiamo mandato i mortacci più sentiti perché ci hai abbandonate nell’incasinamento più totale. Ma di questo parleremo dopo. Ogni tanto qualche sopravvissuto all’estate e al 20 giugno si affaccia alla porta della terrazza, strizza gli occhi per vedere chi c’è e se ne torna nelle ombre interne. Io mi sono quasi denudata. Ho arrotolato i calzoni fino alle cosce, ho slacciato la camicia e mi lascio travolgere dal languore, dal casino, dalla raferazione estiva, dagli odori e dalle voci che salgono dal mercato di Campo de’ Fiori. Mi sento quasi una escrescenza della terrazza, un sasso, un pezzo di cielo, (l’altra metà?!), che vorrei abbracciare tutto, dissolvendomici. Sono una parte di un tutto universale. Guardo i tetti di Roma e penso a quante donne in questo momento staranno pulendo i cessi di casa loro, o le cucine; ad alcune finestre ci sono le lenzuola stese al sole. Io ho la mia penna in bocca e medito su come cominciare degnamente questa mia opera prima. La mia creatività è un buco nero. Accidenti! L’ho detto! Ecco da dove comincia la nostra castrazione. Ho detto buco nero come dato negativo; siamo tutte un buco nero, la cui creatività deve essere rivendicata, esaltata, nobilitata. W I BUCHI NERI. La mia creatività sarà un dolce, fertile, misterioso, ricco, variegato buco nero. Il vissuto, abbiamo detto: allora comincio da ieri sera, domenica, perché siamo riuscite, dopo tanto tempo, a fare il piccolo gruppo. Eravamo io, Fina, Serena e Marina. Ci sono sempre un po’ di reticenze quando si cerca di far partire un piccolo gruppo, così abbiamo parlato prima della radio (il nostro centro vitale, la nostra ragione d’essere), poi abbiamo cazzeggiato. In questi preliminari e in genere nella prassi quotidiana, emergono spesso le «differenze» fra «noi» e le «altre», mentre, in teoria, sosteniamo di essere tutte uguali, tutte vittime, tutte ugualmente oppresse. Ci escono battute di una cattiveria e di un sadismo del tutto «maschili».«Porcoddio, finiamola di pensare che siamo in un’isola felice di donne tutte uguali, e che il solo fatto di essere donne ci nobiliti automaticamente. Diciamocelo: ci sono donne stronze e donne non stronze», dice Marina. Iniziamo una breve discussione su questo, ma, anche se ci dispiace porre questa discriminante, riconosciamo alla fine che anche alle donne capita, talvolta, di essere stronze. La discussione era sorta perché una collega di Marina, cattolica (l’anno scorso è stata a Lourdes per una parente), contraria all’aborto e incinta, sapendola femminista e «democratica», si è rivolta a lei per sapere dove andare ad abortire. Il tutto ribadendo il suo orrore e la sua ostilità per l’aborto. Marina ci chiede dunque consiglio sulle persone più adatte dalle quali mandarla e un terzetto unanime ha risposto di mandarla a Lourdes. Ci ridiamo sopra, poi ci battiamo il petto in un mea culpa, perché tutto ciò è «poco femminista», e parliamo dell’aborto e di quello che significa per noi. (Grumi di sangue rappreso, angoscia, le gambe che tremano, il sapore-odore dolciastro dell’anestesia, precipitare all’indietro, la morte, il vuoto, incomprensibili spiegazioni del perché). Una violenza inaudita che però a volte evita altre violenze. Non aveva poi tutti i torti la collega cattolica di chiederlo, rifiutandolo. Dopo, tutte abbiamo sentito l’esigenza di parlare della sessualità. Sesso, lesbismo, orgasmo, masturbazione, condizionamenti oppure liberazione? PINA: Non so per voi, ma per me la sessualità è una cosa totale, generale, investe tutto. Non so se sono chiara. Non è una cosa che riguarda gli organi genitali e basta. Comprende tutto il corpo e anche la mente. Io vivo la mia sessualità facendo una passeggiata, chiacchierando, guardando un film, tenendo qualcuno per mano. La vivo più come dolcezza e amicizia che come rapporto sessuale; perciò la vivo raramente con gli uomini, che sono in gran parte, diciamo grandissima parte, dei figli di mignotta. Scusate compagne, non per dir male delle mignotte, ma in questo momento, non mi viene in mente niente di più adatto. Loro scopano, poi chiudono il circuito fino alla prossima volta. Tutti i rapporti che possono avere con noi non contano, sono marginali rispetto agli altri loro interessi; praticamente non esistono. Io poi, dopo il mio aborto, non sopporto più la penetrazione, ho paura di rimanere incinta, sento male alla vagina, mi viene mal di stomaco, mi succedono le peggio cose. Peppe, poveraccio, a volte è dolce, sa che non posso prendere la pillola e dice che ci sta attento lui. Io però sto male lo stesso e lui che, come tutti gli uomini, si identifica col suo cazzo, sentendosi rifiutato nel cazzo, si sente rifiutato tutto. Mi pianta certi musi che non finiscono più, si incazza; a volte ho l’impressione che mi odi e mi oppone un rifiuto totale. Proprio non ne vuol sapere. Se lo tocco io, diventa un pezzo di ghiaccio. L’altro giorno eravamo andati a letto dopo mangiato e ho cominciato a accarezzarlo. Sembra che andasse tutto bene. Un’ottima occasione per recuperare. Cazzo, mi chiamano al telefono. Vado a rispondere perché era una cosa urgente e vi giuro, compagne, che non ci sono stata più di due minuti. Beh, quando sono tornata si era addormentato. Era lì che russava. Io mi sono incazzata da morire. Mi sono sdraiata vicino a lui e ho cominciato a masturbarmi come una pazza. Poi ho pianto ed è tutto il giorno che sto male, anzi, questa sera quasi non volevo venire. Non so bene perché l’ho fatto: se per fargli rabbia, pensando che si svegliasse, per fargli vedere che posso essere autonoma sessualmente, o se l’ho fatto per me, perché mi andava. Lui ha continuato a dormire tranquillamente. O non si è accorto di niente o ha finto bene. Io, comunque, mi masturbo spesso, perché mi piace, perché mi conosco meglio di tutti gli altri, perché mi esaurisco in me stessa, senza avere tutti i problemi che vengono fuori quando si hanno rapporti con gli altri. Il lato negativo che riconosco nella masturbazione, almeno per me, è che la sento un po’ masochisticamente, come consapevolezza della mia inadeguatezza. Insomma, ho paura di non essere all’altezza di un rapporto con gli altri, ho paura di essere rifiutata e questo con la masturbazione non succede. Ho fatto anche un’esperienza omosessuale e mi sono trovata molto bene. Forse è un altro modo di esaurirmi in me stessa, uno specchio, ma non so. So soltanto che non mi sono mai sentita così «completa» e senza tensioni. Poi si sono ricreati i ruoli, come nel rapporto di coppia tradizionale; ho scoperto che facevo spesso «il maschio» della situazione, che opprimevo, stabilivo, ordinavo, e allora mi sono detta che non ne valeva la pena. SERENA: Non sono d’accordo col rifiuto della penetrazione e del maschio per quanto riguarda la sessualità. Posso rifiutarlo in altri campi, ma nel campo specifico non me la sento. Certe formule di rifiuto mi ricordano molto la mia infanzia, quando mia madre mi diceva che tutti gli uomini sono dei porci e che vogliono tutti la stessa cosa. («Perché, che altro vogliono?» l’ha interrotta Marina polemicamente, «Quando non la vogliono è perché hanno paura della fica dentata»). O le suore a scuola che mi dicevano: «Guai a toccarsi o a farsi toccare», perché ci sarebbero venute malattie innominabili, saremmo diventate cieche, o delle poco di buono e avremmo subìto punizioni eterne. Oppure le compagne di classe al liceo che mi consigliavano di fare «tutt » ma non «quello», perché finché una era vergine, aveva la patente. Mi ricordo ancora la frase: «Quando un uscio è aperto non si può più controllare quanta gente ci passa». Io, quindi, il sesso col maschio l’ho vissuto come liberazione da tutti questi condizionamenti e lo sento in modo positivo. Il mio uomo del momento non è che sia la fine del mondo, anzi diciamo pure che è un po'’stronzo, un impasto di zen, filosofie orientali e marxismo, però a me piace lo stesso scopare; anzi, vi dirò di più, mi piace anche essere sodomizzata. È ugualmente bello e non mi pone problemi di contraccettivi. Per quanto riguarda la masturbazione io non la pratico. Perché preferisco scopare con gli altri che da sola, dato che, come adulta, ho la possibilità di una vita sociale «normale». Penso che sia giusto che la pratichino i bambini, perché li aiuta a conoscere meglio il proprio corpo, ad avere fiducia in loro stessi, a superare remore e condizionamenti, a vivere il sesso in modo diverso da come l’ho vissuto io: ma in una persona adulta mi sembra un limite, più che una maggiore libertà di espressione. Sarà una forma di narcisismo, ma io ho bisogno dell’apprezzamento e del riconoscimento dell’altro e nell’altro. Avendo bisogno di «riconoscimenti», il maschio me ne dà di più, perché non sono ancora riuscita a rinunciare ai parametri secondo i quali il maschio vale di più e quindi il suo apprezzamento è più gratificante. E rapporto con una donna mi metterebbe in uno stato di insicurezza pazzesco, senza contare che sono convinta anch’io che i ruoli oppressore-oppresso all’interno di una coppia non si cancellano facilmente, anche fra donne. MARINA: Io mi sono accorta soltanto dopo mesi che per me la penetrazione era violenza. Non lo avevo capito quando Roberto mi entrava dentro dicendo «voglio spaccarti in due, infilzarti come uno spiedino, entrarti dentro tutto intero», in una specie di parto alla rovescia. La violenza di Roberto era anche ad altri livelli, ma a livello sessuale era più evidente. A un certo punto ho cominciato a vivere anch’io l’orgasmo come violenza che si faceva su di me, come appropriazione, come ulteriore schiavizzazione. Roberto era convinto che siccome mi scopava e mi faceva godere, poteva anche permettersi qualunque sopraffazione. Effettivamente, finché ci sono aspetti piacevoli in qualcosa, accetti con maggior tolleranza anche quelli spiacevoli. Quando gli aspetti spiacevoli erano diventati troppi e non riuscivo più a vivere bene nemmeno quelli piacevoli, sono diventata frigida, un pezzo di marmo. Mi sentivo rifiutata a troppi livelli per godermi il sesso. Mi sentivo brutta e avevo paura che Roberto scopasse con me soltanto per farmi piacere. Ho sempre creduto di essere brutta, fin da piccola, perché sono nera, ho i peli e sono bassa. Insomma, il mio corpo non corrisponde per niente ai canoni che ci vogliono imporre. A me sarebbe piaciuto essere Marilyn Monroe e mi ritrovavo senza petto, con le gambe storte e tutto il resto. Credevo di aver superato, crescendo, questi complessi, invece Roberto me li aveva fatti rivenire fuori tutti. Allora, frigidità. È vero, io sono completamente d’accordo che «la frigidità è una resistenza contro la sessualità come violenza». L’ho sperimentato fino in fondo. La frigidità non è un rifiuto masochistico del piacere, ma semplicemente il rifiuto di un piacere, perché è collegato a mille altri dispiaceri. Tutto qua. Roberto, poi, è il fallocrate in perenne erezione. Si considera bellissimo e dice che a lui le donne «la fica gliela sbattono in faccia». Io ero semplicemente una delle tante. Adesso non me ne frega più niente, le cose sono cambiate, ho una mia autonomia: però, fino a un anno fa, dipendevo psicologicamente da lui in modo totale. Mi chiedeva di spogliarmi in bagno, mentre lui guardava dal buco della serratura e quello stronzo si eccitava così. Io seduta sulla tazza del cesso che mimavo le spogliarelliste del Volturno e mi sentivo come una deficiente; non capivo perché lo facevo, ma lo facevo lo stesso. Riempiva la casa di pornoromanzi e io mi ci eccitavo sopra. Solo da poco riesco a vedere tutta la brutalità e la violenza fine a se stessa di quel tipo di sessualità; allora mi stava bene. C’aveva pure un bel cazzo di plastica bianco; insomma, tutti i sussidi elettrovisivi. E io facevo la casalinga: di giorno, mentre lui era a lavorare, stavo a casa a pulire, poi la spesa, la cucina, il figlio da allattare, portare al parco e la sera dovevo, secondo lui, essere una specie di odalisca, misteriosa, esotica, affascinante, truccata, che non appena lui metteva la chiave nella serratura, doveva mollare tutto e improvvisare una bella danza del ventre. Non dico niente di nuovo. Era il classico matrimonio borghese, col classico maschio borghese, «aperto» a sinistra. Poi c’erano altre donne, perché, mi diceva che una donna che si riduce «così», non può interessare nessuno. La morale di questi maschietti è che quando ci sono difficoltà e le cose non vanno, non si deve perdere tempo ad aggiustare i cocci, anzi, è meglio prendere il largo finché non si aggiustano da soli. E se non si aggiustano, si butta via il tutto e si compra una casa nuova. Io sono stata l’oggetto totale e mi sono subita tutta la mancanza di rispetto che implica questo ruolo: disinteresse per quello che facevo, dicevo o pensavo; per tutto quello che succedeva a casa. Una volta, quando io dormivo già nella stanza del bambino, s’è portato una donna a letto. Il bambino è andato la mattina a salutare il padre ed è corso da me a dire: «Mamma, c’è una bionda nel letto di papà». Io li ho sbattuti fuori tutti e due, ma non l’ho fatto per gelosia; l’ho fatto perché quello stronzo mi lascia già così pochi spazi, che non mi può togliere anche quelli che mi sono creata a casa mia. Per dirvene un’altra che aiuta a definire il tipo, una volta, tempo fa, mettendo a posto le sue camicie, mi sono accorta che il cazzo di plastica non c’era più. Era già il periodo in cui si scopava poco, quindi non lo usavamo da un bel po’. Gli ho chiesto dov’era. «Non c’è più?» mi fa con la tipica tattica maschile di rispondere a una domanda con un'altra domanda: «E dove lo hai messo?». «Dove l’hai messo te lo domando io», faccio. «E io che ne so? L’avrai messo tu da qualche parte, magari per nasconderlo e adesso te ne sei dimenticata. Sarà una tua rimozione inconscia. Vedrai che prima o poi salterà fuori». Questa frase è stata l’unica verità che mi ha detto. Ho accettato la sua spiegazione di tipo para-psicoanalitico e la cosa è finita lì. Dopo qualche mese, il giorno di Natale, stavo per andare a prendere Antonello da mia madre e mi trovo un bel pacchetto natalizio per terra, carino, ben confezionato, con slitte e renne. Credo che le renne fossero allusive a corna, vista la finezza di chi mi aveva mandato il regalo. Sopra c’era un cartoncino, indirizzato alla famiglia P. Guardo meglio. Il pacco aveva un’aria casareccia, la carta doveva essere un avanzo dei regali dell’anno precedente. Penso subito a una bomba, ai fasci, a qualcosa di politico. Roberto è conosciuto nel quartiere. Citofono alla portiera per sapere se qualcuno ha portato un pacco. Non ha visto nessuno, ma aggiunge che chiunque per entrare sarebbe dovuto passare sul suo cadavere; giura che è impossibile che ci sia un pacco e vuole venire su a vedere. È molto compresa del suo ruolo di artificiere. Anche lei sa che Roberto ha già avuto grane con i fasci. Scruta il pacco da lontano con occhio di falco, ci gira intorno. Poi si china ad annusarlo e auscultarlo e mi guarda scuotendo la testa. Alla fine, sulla paura ha prevalso per tutte e due la curiosità. Ruvidamente decide di passare all’azione. Abbiamo indugiato fin troppo. Si rimbocca le maniche e comincia a disfare, cautamente, il pacco. Sulla parte opposta del cartoncino era scritto «... ma il tuo è migliore...». Guardo di nuovo il pacco, ormai aperto. Una custodia di plastica, di quelle in cui di solito si mettono le orchidee, lasciava vedere qualcosa di lungo e cilindrico avvolto in velina bianca; quella delle scarpe o dei regali raffinati. Cazzo, era il cazzo di ritorno! Certe sagome sono inconfondibili. Era sicuramente Lui. Riguardo: «... ma il tuo è migliore...». Io non sono d’accordo, ma l’allusione è chiara. Mi fiondo sulla portiera che l’aveva già preso in mano e lo soppesava guardandolo perplessa. Glielo strappo e dico con voce esagitata: «È... è meglio che lo apra mio marito, non si sa mai. Potrebbe essere pericoloso. Lo ributto nella scatola, lo incarto di nuovo. Appena la portiera se ne è andata diffidente e perplessa ho aperto ed era proprio Lui. Anche i cazzi di plastica hanno le loro caratteristiche. Il mio aveva un neo proprio a metà che lo rendeva inconfondibile. Stronzo, penso; l’avevo nascosto e me ne ero dimenticata, per una mia rimozione inconscia! Vaffanculo. Non c’è più niente di sacro! Il Nostro cazzo nelle mani e nella fica di un’altra! E con che solerzia mi aveva aiutata a cercarlo. Io arrampicata sulla scala che lo cercavo nell’armadio in alto e lui che mi diceva dove dovevo guardare. Una bella presa per il culo, non c’è che dire! Esco sbattendo la porta, per smaltire la rabbia e mi imbatto nella portiera che mi guarda interrogativa. «Ha aperto?». «Era una bara». Butto là la prima cosa che mi viene in mente. «Una bara?!» fa lei con l’occhio rotondo per lo stupore. «Sì, una bara» rispondo io strafottente, «proprio una bara... sa di quelle in legno con dentro uno scheletro». «Uno scheletro?» L’occhio è sempre più rotondo. L’eccitazione e la curiosità la fanno saltellare di qua e di là. «Sì... il tuo è migliore allude probabilmente al Destino di mio marito e a quello dello scheletro. Che vuole, uno scherzo di cattivo gusto... Con la gente che gira al giorno d’oggi... Lei poi sa che mio marito ha già avuto minacce...». Abbasso gli occhi come sopraffatta dalla preoccupazione. «Anzi, volevo dirle... ecco, non ne parli con mio marito. Probabilmente è solo uno scherzo e mi sembra inutile preoccuparlo». «Certo, certo... Stia tranquilla... Io sono una tomba... cioè, volevo dire...». L’ho lasciata a meditare sulla sua gaffe e ho passeggiato pensando al che fare. Non mi è venuto in mente niente di abbastanza violento, se non di metterglielo in culo dritto dritto e fino in fondo, sussurrandogli che l’avevo ritrovato. Avevo pensato di non parlargliene neppure, ma non ho resistito. Che volete, ho sempre la mania di volere capire e chiarire, anche se non ci riesco mai. La sera, ho preparato la tavola e ho messo il cazzo dritto davanti al suo piatto, legato con un fiocco azzurro. «Secondo te, in linea teorica, è possibile che un cazzo di plastica metta le ali, sparisca e ritorni autonomamente il giorno di Natale?». «Tornato? Come» fa lui con aria finto-ottusa di chi vuol guadagnar tempo per trovare una balla plausibile. «Io non ne so niente. Sarà qualche scherzo. E poi perché dovrebbe essere proprio il nostro. Magari qualcuno ci ha voluto fare un regalo e l’ha comprato...». Si accorge anche lui che non regge, perché la voce gli si spegne mentre parla. Mi guarda in tralice per vedere se ho abboccato. Continuiamo per una mezz’ora. Gli dico che mi feriscono molto di più le bugie e l’equivoco che non il sapere che aveva un’altra. Tanto più che ci ero abituata. Niente da fare. È rimasto arroccato sul fatto che non ne sapeva niente e a un certo punto mi ha fatto anche pena, perché raccontava le peggio stronzate, le più implausibili pur di non dire la verità. Verità che ho saputo per caso qualche mese dopo. Vi risparmio i particolari, ma vi assicuro che non era molto edificante. Beh, è stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ho cominciato a prendere le distanze, a uscire, a trovare qualcosa da fare che non fosse soltanto il ragazzino, la casa e la scopata. Lilli mi è stata molto vicina. Poi è venuto il femminismo e Roberto sono riuscita finalmente a mandarlo affanculo. Appena mandato affanculo, scopre che mi ama e che senza di me non può stare. Tu Camilla ne sai qualcosa. Prima scopavamo ogni morte di papa; adesso è arrivato al colmo di infilarsi nel mio letto la mattina, per «sentire il mio calore e il mio odore» e di masturbarsi lì, da solo, come uno stronzo. Adesso, aboliti i rapporti umani e di amicizia con i maschi, abolito il rapporto sessuale, non è rimasto più niente. Abbiamo proprio due concezioni della vita opposte. Per me sono tutti fascisti, perché non sanno cos’è la collaborazione, ma conoscono soltanto o la prevaricazione o la sudditanza. Conoscono soltanto il «prendere» e non il dare, non «l’amore», ma il sesso nel modo più bieco e restrittivo. Io non ho ancora vissuto un rapporto lesbico, perché non sono mai andata a letto con una donna, ma mi sento lesbica, perché non scambierei una passeggiata, un film o un pranzo con un’amica col maschio più fico di Roma. Io con i maschi sono stata soltanto male. Il fatto è che siamo così condizionate, che se non soffriamo, siamo convinte di non amare sul serio; è perciò, forse, che a Serena piace prenderselo in culo. Guardavo le compagne che parlavano e mi piacevano tutte in un modo o nell’altro. Pina per la sua bionda, lattea fragilità: Marina per quei suoi riccioli neri da zingara, gli occhi stupendi, intensi, nerissimi, per il fatto che è piccola, scattante, per la sua robusta stretta di mano. È lei che mi è piaciuta di più nel collettivo, appena l’ho vista. È stata una attrazione istintiva e mi ha stupito che si sentisse brutta. E Serena, per la sua foga nel combattere contro i mulini a vento e per il suo amore-odio per il partito, il sindacato e il giornale. Abbiamo filosofeggiato un po’ su come il cattolicesimo ci ha inculcato la concezione dell’amore-passione sessuale, come qualcosa che è peccato e che quindi deve essere punito, appunto con la sofferenza. IO: Sarò una stronza, ma ho una visione della coppia un po’ alla Carosello. Vedo due allegri, saltellanti, sorridenti, con molta gioia di stare assieme, perennemente abbracciati. Vedo anche solidarietà quando c’è qualcosa che non va, aiuto, appoggio, ma l’ideale è essere allegri. In realtà questa situazione ottimale non l’ho mai trovata, eppure insisto col mio inguaribile fantasioso ottimismo. Andando indietro nel tempo, mi sono sempre sentita in qualche modo infelice nei miei rapporti sentimentali. Non riuscivano ad appagarmi, ma li cercavo. Dai tredici anni in poi, la mia vita è stata un perenne rapporto sentimentale insoddisfacente. Anche per me la sessualità comprende tanti livelli diversi, mentre col maschio è quasi sempre la scopata e basta. Scopata triste, poi, perché magari una non la vorrebbe fare, ma ci tiene all’amicizia o al rapporto intellettuale e sa che spesso quello passa attraverso la scopata, altrimenti il maschio si sente rifiutato e molla tutto. Così assieme al cervello, e all’amicizia, ti devi prendere anche il cazzo, sennò non vale. È un’offerta speciale, o tutto in blocco o si perde l’affare. Gli amici che non vogliono scopare io li conto sulle dita di una mano. Allora ci incastriamo in questi rapporti affettivi che si rinchiudono e si esauriscono in se stessi, eliminando o riducendo «l’esterno». O almeno, io mi sono sempre incastrata, perché evidentemente, il maschio mi dà delle sicurezze. Io ho rifiutato a lungo il sesso, per tutti i tabù che mi sono portata dietro, figuriamoci l’orgasmo! Ho vissuto male «il femminile», cioè le mestruazioni, per esempio, o il sesso, in cui, per me il maschio si prendeva un suo piacere e la donna no, ma lo subiva e non capivo bene perché. Da piccola avevo interiorizzato che bisognava sposarsi e avere dei figli, perché questo era il destino ottimale di una donna; sapevo che per avere tutto questo bisognava passare attraverso quella cosa turpe, misteriosa e inevitabile che era il sesso. L’ho sempre negato, quindi. A me nessun uomo mi avrebbe toccata; mio marito, l’unico autorizzato, avrebbe dovuto superare immani difficoltà, che io avrei messo sulla sua strada. Fantasticavo di tute inaccessibili con chiusura lampo e lucchetto, del quale avrei ingoiato la chiave. Questo atteggiamento era unito al desiderio di piacere, a una civetteria che mi dicevano fosse innata, ma che invece mi avevano insegnato. Ai maschi piacevo; non ho mai trovato nessuno che io volessi e che mi dicesse di no. Venivano a grappoli («quella è bona e anche un po’ mignotta, poi la mignottella allegra, non quella problematica»), e si trovavano di fronte a un muro e allora se ne andavano, oppure, dopo lunghe fatiche e argomentazioni, mi convincevano a scopare, ma lo facevo, così visibilmente «tanto per gradire», che un paio di maschi sono rimasti nell’impotenza più totale. Anche io, come Marina ho rifiutato a lungo l’orgasmo, perché lo sentivo come cedimento e come appropriazione da parte del maschio. Adesso riesco ad averlo, ma continua a sembrarmi troppo spesso un non-essere me stessa. Allora, quando il maschio mi interessa veramente, preferisco essere io a prendere l’iniziativa. Voglio essere vincente: voglio accarezzarlo, succhiarlo, ingoiarlo, appropriarmi del cazzo che si è appropriato di me e non dare niente in cambio. Sono io, caro compagno, che per una volta ti posseggo! Io sono favorevole ai pompini. Prendermelo in culo non mi piace; non ho mai provato, non lo so, ma non mi piace il concetto. Il pompino invece è psicologicamente soddisfacente, oltre a essere contraccettivamente valido. E vi spiego perché. L’uomo deve essere forte, temperante, dignitoso, silenzioso, deve comandare e non essere comandato, essere attivo e non passivo. Su questa ruolizzazione è basata la nostra oppressione sessuale Quindi vedo tutto ciò che può sconvolgere queste ruolizzazioni come qualcosa di positivo. La scopata «normale», è quasi più un bisogno corporale che affettivo per il maschio. Arriva, scopa, si rilassa, fuma una sigaretta e se ne riparte. È riuscito a riconstatare in poco tempo, con poca fatica e con sicurezza, che può facilmente tornare alla Madre quando vuole. Si riappropria della sua matrice e delle sue origini in cinque minuti; riacquista forza e certezza. «Lì ero, lì sono e lì tornerò», in un rispecchiamento ciclico. Una volta un compagno mi ha detto che agli uomini piace la fica perché da lì seno usciti. Lo trovo molto vero. La scopata è il rito di riapprcpriazione, è la sfida al Padre, allaltro Uomo che potrebbe essere al suo posto in quel momento, ma che non c’è, perché Lui è stato scelto, e quindi è Privilegiato. Che possiamo fare per non essere oggetto di riappropriazione, noi che non abbiamo niente di cui vogliamo veramente riappropriarci, perché ci hanno negate, sottovalutate ed espropriate così bene, che spesso non sentiamo nemmeno l’esigenza di riappropriarci di noi stesse? Si può, ovviamente, evitare la scopata e ogni rapporto col maschio, ma per chi non ci riesce, secondo me, il pompino è l’ideale perché dice tante cose: «Il tuo pene non serve alla riproduzione perché io non voglio figli, e neanche per il piacere, perché quando mi penetri non sento niente. Non serve per trovare in me tua Madre, perché io ti chiudo la porta in faccia e non ti lascio entrare. Questo mondo oscuro e senza fondo che ti sbigottisce e ti attrae è mio e soltanto mio. Tu, con quel tuo inutile e ridicolo battacchio non avrai più campane da suonare. Se nessuna te lo invidia più, puoi andare a seppellirti. Se vuoi ti dono la mia bocca, ugualmente umida e calda, che però non è riservata a te, perché tu entri col pane, la carne, l’acqua, la frutta; vieni come loro succhiato, bevuto, deglutito. Così tu mi restituisci il latte che io, Madre, ti ho dato. Sei il mio biberon tiepido e ti voglio vuotare fino all’ultima goccia. Posso consentirti di entrare un attimo in me, ma solo per poter sentire sul cazzo il mio sapore di donna, mescolato al tuo. Non sei tu ad appropriarti di me, non mi schiacci, non mi semini; sono io che ti prendo, ti sento tremare, ti gestisco. Sei passivo, cadi nell’irrazionale, che tanto detesti e che rimuovi, perché «femminile», urli, ti rubo il tuo potere. Sei stato «mio». Ne sono così convinta che sono arrivata a forme di espressione direi quasi sublimi in questo campo. Una volta ho fatto un pompino subacqueo in apnea, dando dei numeri a Maiorca. La fine del mondo! Ho vissuto fino in fondo l’eros come tanatos: stavamo per annegare tutti e due. Un’altra volta ricordo un pompino al miele di castagno dei frati di Camaldoli, delizioso. Così ho concluso la mia orazione. Le compagne mi sono state a sentire a bocca aperta; dopo qualche secondo di silenzio, Marina mi ha mandata affanculo. Ha detto che la mia è pura e semplice idolatria del cazzo; è instaurare una dipendenza edipica dal maschio. Immaginarselo come un biberon, vuol dire rendersi piccoli e dipendenti di fronte a un adulto che ti mette qualcosa in bocca e ti obbliga a succhiare. È il voler regredire a quando erano gli altri a darti tutto», a pensare a te e tu ricevevi, senza dover pensare a niente. Ho ammesso che quelle fantasie mi erano venute guardando mia figlia succhiare il biberon la mattina, ma ho negato che si trattasse di idolatria, perché idolatrare vuol dire adorare da lontano, vuol dire «non toccare». Io, al contrario, mi sento attiva e cerco una riappropriazione, seppure per procura fallica. Pina è intervenuta dicendo che lei un’analisi così approfondita sul pompino non l’aveva mai fatta e che non aveva niente in contrario a farli, però non li sente come una cosa sua, ma piuttosto come una cosa fatta per far piacere al partner. Tant’è vero che agli uomini i pompini piacciono particolarmente. Non li sentono come espropriazione, ma come un altro servizio reso a loro. Anche la parola «pompinara», gli uomini la usano con disprezzo maggiore di «puttana», proprio perché considerano il pompino uno dei servizi più sgradevoli. Io ho ribattuto che, secondo me, sono così suscettibili su «pompini e pompinare», proprio perché si sentono coinvolti ed espropriati; e più una cosa ti coinvolge, più hai bisogno, se senti il coinvolgimento come espropriazione, di minimizzarla, di dire che non conta niente, che non ti interessa e anzi che, al limite è disgustosa. Molti uomini hanno questo atteggiamento con le mogli, hanno la mania di parlar male del matrimonio, anche se poi tutto sommato sono contenti; o della donna con cui stanno, perché, minimizzando l’Altra, loro acquistano maggior autonomia e valore. Marina ha detto che io nel sesso non cerco di appropriarmi di me stessa, ma «dell’amore del proprietario del cazzo», cioè di quello che per gli altri, e anche per me, rimane un valore. E finché cercherò di appropriarmi del maschio non avrò mai né forza, né indipendenza. né libertà. La discussione è diventata un po’ un casino, perché parlavamo tutte insieme, poi è ripresa con un certo ordine. SERENA: Voi tutte avete parlato di sessualità come tenerezza. Io invece, sento il fatto di viverla come tenerezza, quasi come una deviazione dalla «spinta» naturale, che, secondo me, è volta alla soddisfazione sessuale diretta. La tenerezza, l’affettività generalizzata le sento anch’io come bisogni, ma le sento come bisogni molto «femminili», cioè indotti da una società maschile repressiva, che non vuole che la donna scopi, ma che impari a sublimare in affettività generalizzata e generica. Io voglio tenerezza e affetto, ma non sottovalutiamo il valore della semplice scopata, care compagne. Non mistifichiamo anche quella aggiungendo orpelli che, comunque, sappiamo che non riusciremo mai ad avere; anzi, direi meglio, non demistifichiamola! Io vedo in questo atteggiamento una punta di cattolicesimo. A voi la scopata non basta, perché continuate a considerarla una cosa «sconveniente» che non si giustifica in se stessa. Io ho avuto una sola storia importante con un compagno sposato e vi assicuro che non si reggeva su altro che sulla scopata. Aveva una moglie «comprensiva» che gli diceva: «Scopa, caro, scopa pure; capisco che un uomo geniale come te non può esaurirsi in un solo rapporto. Ricordati, però, che quando vuoi, qui ci sono sempre io». Lui completamente scisso fra me e la moglie. Dopo qualche mese di passione travolgente con me, ha deciso di tornare con la moglie, e fin qui tutto bene; solo che invece di affrontare chiaramente le cose, ci ha impiantato sopra un mistero gotico. «Ti amo, ma ti debbo lasciare», diceva sciogliendosi in lacrime. «Perché? Che è successo?», chiedevo io angosciata. «Non chiedermi niente, non posso dirtelo, ma tieni sempre a mente queste mie parole (attimo di sospensione)... ti amo da morire». E non ci siamo più visti. Vi ho raccontato tutta la storia per dirvi che lui era certamente uno stronzo, scorretto e incapace di affrontare le cose, però ho scopato bene lo stesso e poi lo devo ringraziare, perché è stata quella storia di merda con lui che mi ha aperto gli occhi al femminismo. Adesso non ho più vere e proprie storie, però, se mi capita, i maschi me li scopo, perché no? IO: Non sono d’accordo. Per me la scopata non ha significato se non c’è anche qualcos’altro. Forse dobbiamo capirci su cosa intendiamo dire quando parliamo di «scopata significativa» o di «scopata insignificante», quando diciamo «mi è piaciuto, non mi è piaciuto». Io scopo e magari ho anche l’orgasmo, ma può non piacermi lo stesso. La vivo meccanicamente, mi lascia con la bocca amara e un senso di vuoto, Mi è «piaciuta», ma mi sembra ugualmente inutile. Sarà che quando ho chiuso il matrimonio con Gianni mi sono buttata per cazzi, è ovvio che c’è sempre la discriminante politica; se non sono cazzi rossi niente da fare. Serena dice che rossi o bianchi sono tutti più o meno uguali. L’unica differenza è che i bianchi ti aprono le porte, ti aiutano a scendere dalla macchina, si prodigano, insomma, in mille modi. Ti considerano una minorata bisognosa di aiuto e te lo forniscono loro. I cazzi rossi ti considerano ugualmente una minorata e ti lasciano cuocere nel tuo brodo, perché loro «devono occuparsi delle loro contraddizioni». Ma, diciamo che Serena ama il paradosso. Dicevo, mi sono buttata e ho accumulato la quantità a discapito della qualità, e nessuno mi ha mai coinvolta, nemmeno in progetti per l’indomani. Con orrore e vergogna, a un certo punto mi sono anche accorta che preferivo gli «uomini di successo», quindi i più prevaricatori, arrivisti, padroni. Una rivalsa? Non lo so. Forse ho problemi col Potere. Mi devono essere venuti stando con Gianni, che si presenta come il classico uomo di potere, citato nelle antologie. Per un po’ ho subito da lui quasi tutto quello che ha ritenuto di infliggermi, quando stavamo insieme. Come diceva Marina, quando una si fa oggetto, se la prende in culo. Bisogna provarlo, per sapere cosa vuol dire essere svilita quotidianamente, subire quella violenza che non si risolve puramente semplicemente in pugni e schiaffi, ma che è data dal fatto che è Lui che decide cosa farai tu la sera, con chi uscirai e dové andrai. (Se non vai sei la solita scassacazzo che vuole rovinare la serata agli altri e lo fa solo per fare dispetto). È lui che decide quanti soldi si spendono e come, Lui che stabilisce il ritmo di vita, gli orari, le amicizie, Lui che deciderà quando scopare e come. Nel mio caso specifico, poi, la cosa era particolarmente tragica, perché io sono una a diurna» per forza di cose e lui un notturno per eccellenza; allora si scopava tardi, alle tre di notte, dopo la cena con gli amici, il cinema e non so cosa altro, quasi che non si sapesse più che fare a quel punto per non dormire, mentre io crollavo irritata e mezza addormentata e dopo quattro ore mi sarei dovuta alzare, mentre lui sarebbe rimasto a letto fino a mezzogiorno. Avrei dovuto abolire il lavoro e ogni altro interesse. La sessualità concentrata sul cazzo e sulla fica, dove tutto si svolgeva educatamente e con perizia, come il compitino fatto da uno dei bravi della classe, che condensa in poco tempo due o tre idee fondamentali. Poi di nuovo il silenzio. Io mi alzavo, la mattina, lui dormiva, tornavo da scuola, lui era appena uscito. Gli uomini poi, e generalizzo perché è una pretesa che ho trovato in molti, sono talmente convinti del potere taumaturgico del loro cazzo, che usano il sesso strumentalmente, per calmare gli animi dopo una lite, per ricucire un rapporto in crisi, per sollevare le depressioni, per farsi passare il mal di testa o di schiena, per attivare la circolazione, per stare meglio «dopo». Gli attribuiscono un potere a parte, che trascende la loro volontà. Dopo l’idea in sé, hanno scoperto il cazzo in sé». Per loro, essere un cazzo, perde la connotazione negativa. Il cazzo ha una sua esistenza razionale, autonoma, ma anche irrazionale, emotiva, impulsiva (ecco dov’è la loro irrazionalità!), quindi non colgono alcuna contraddizione, per esempio, nel fatto di non aver voglia di parlare e di avere un rapporto a livello razionale, ma di metterti con grande disponibilità il cazzo in mano. Te lo offrono su di un piatto d’argento, come la testa di San Giovanni. La parte viene accarezzata, vezzeggiata, palpita, vive, risponde e partecipa, mentre il tutto se ne sta lì, in silenzio, magari col muso a rimuginare su presunti torti subiti; «torti», che in genere sono stati sussulti di vitalità e di autonomia da parte nostra e recepiti subito come un’offesa alla loro immagine. Pero è ugualmente gratificato, perché essere «un cazzo», appunto, un dato positivo. Io cerco di fare un viaggio faticoso verso la totalità, e mi riesce inaccettabile questo smembramento. Non riesco ad accettare in un rapporto «stabile», che non si abbia voglia di giocare, di scherzare, di parlarsi, amarsi, costruire qualcosa insieme, ma solo di scopare. Quando mi sono messa ad andare per cazzi, volevo, forse, cercare di capire cosa aveva provato Gianni scopando con quella del piano di sotto, con la moglie paraplegica di un suo amico, con una sua zia, con la professoressa di tedesco, e via cazzeggiando. Volevo essere come lui, entrare nel suo ordine di idee e vedere quanto fosse gratificante la scopata emancipatoria. Sono stata soltanto male e adesso sento il bisogno di sfoltire drasticamente. Voglio scopare solo quando sono veramente io a deciderlo. Tornando a Gianni, mi diceva sempre e mi dice tuttora «io ti amo e potremmo stare tanto bene insieme», ma alla parola «amore» secondo me, bisogna dare dei contenuti. Non ha nessun valore dire «ti amo e voglio scopare con te, ma non mi interessa quello che pensi e fai, ma voglio essere libero di fare qualunque cosa, ma voglio essere io a decidere, voglio avere altre donne e tu mi devi essere fedele, altrimenti mi precipiti in un mare di insicurezze, eccetera». Dico: «No grazie, del tuo amore faccio volentieri a meno!». Verbalmente Gianni mi ha sempre amato tanto, ma quando la figlia aveva tre mesi mi ha comunicato che aveva bisogno di ritrovare se stesso, di abbandonare un ambiente di merda e condizionante, di scrivere un libro e che quindi si sarebbe trasferito nella «ville lumiere», l’ombelico del mondo, Parigi. Sapevo bene che era una fuga da una crisi in atto fra noi, che Gianni non si sentiva di discutere e che, anzi, negava. Se ne è andato (come rifiutargli una possibilità di realizzazione?!), lasciandomi addosso tutto il suo amore, sua figlia e ogni responsabilità. Poi è tomato, perché ha deciso che si sarebbe realizzato mettendo in piedi la radio e probabilmente si stuferà presto anche di quella. Mi domando: in tutte queste sue decisioni, in che modo io sono entrata, cosa c’entrava il fatto di amarmi? Siamo tutte concordi nel dire che la sessualità ha per i maschi un suo posto preciso e limitato nel quadro generale dei rapporti sociali. Loro trovano una gratificazione narcisistica in quello che sono, mentre noi ci amiamo poco, non riusciamo a trovare un’identità o la troviamo spesso soltanto in una storia sentimentale, piuttosto che nel lavoro o in altri interessi, anche perché i lavori che ci prospettano sono sempre quelli più noiosi, sottopagati e che perpetuano i nostri ruoli «femminili».Siamo anche concordi nel dire che quando abbiamo cominciato il lavoro alla radio e le cose fra noi compagne andavano bene, eravamo anche riuscite a ridimensionare il rapporto col maschio. Più il nostro «esterno» e debole, più abbiamo bisogno di identificarci con il maschio.
- fascismi
Il nuovo fascismo [2] Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento tenuto da Mikkel Bolt Rasmussen durante la presentazione del suo ultimo libro Fasciocapitalismo , pubblicato da Edizioni Malamente con una prefazione di Elia Rosati lo scorso autunno. La presentazione si è tenuta il 14 marzo nella facoltà di Lettere dell’università La Sapienza, come iniziativa di formazione in vista del corteo del 25 aprile di Roma est. Il contributo dell’autore sviluppa la tesi espressa nel libro anche alla luce della rielezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, avvenuta a novembre 2024, e gli eventi che ne sono seguiti. Dal fascismo al tardo fascismo L’enorme quantità di ordini esecutivi emessi da Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato presidenziale rappresenta un tentativo evidente di spostare la lotta di classe. È così che funziona il fascismo: di fronte alla richiesta rivoluzionaria espressa dalle proteste per l’uccisione di George Floyd (ovvero che il capitalismo razziale non può esistere senza la polizia) Trump ha risposto con una contro-richiesta altrettanto radicale: il mantenimento della supremazia bianca. Nel primo mese del suo secondo mandato, Trump ha varato un’ondata di ordini esecutivi che aprono la strada a deportazioni di massa e guerre commerciali, affidando a Elon Musk e alla sua task force DOGE l’attacco alla macchina amministrativa federale per tagliare budget e licenziare personale. Il piano è chiaramente quello di sovvertire il funzionamento ordinario dello Stato: trasformando la politica in un gioco per adulti, un’operazione terribilmente seria e una farsa. Non diversamente da quanto accaduto il 6 gennaio 2021, quando lo sciamano QAnon e migliaia di sostenitori di Trump hanno preso d’assalto Capitol Hill. Siamo in un limbo in cui la politica è ridotta a immagine: lo spettacolo di un colpo di Stato fascista. Il 6 gennaio è stato più una performance che un’insurrezione. Anche il progetto DOGE segue lo stesso schema: in parte spettacolo, in parte tentativo di sovversione istituzionale. Se nel 2021 i manifestanti indossavano i costumi di Braveheart, nel 2025 l’avanguardia si presenta come un gruppo di giovani uomini sorridenti con profili LinkedIn e curriculum.[...] Lo strano amalgama di accelerazionismo fascista online, think tank conservatori e cultura delle startup che Trump sta dirigendo mira a demolire quello che percepiscono come un apparato statale sequestrato da una sinistra impegnata in idee “degenerate” di giustizia sociale e uguaglianza. I politici tardo-fascisti fomentano il conflitto. Una parte significativa della popolazione sostiene ormai la dissoluzione del simulacro democratico e applaude alla violenza razzista e all’aumento del controllo statale. La democrazia, intesa come governo del popolo e autodeterminazione collettiva, si è trasformata in identificazione del popolo con il leader: una caricatura grottesca della <> di Rousseau. La contraddizione costitutiva della democrazia capitalista trova oggi una nuova forma, in cui il popolo, soggetto e oggetto della sovranità, esercita la propria libertà sottomettendosi a un leader grottesco. Il nuovo fascismo, naturalmente, si distingue da quello novecentesco in diversi aspetti. Anzitutto, rifiuta esplicitamente il termine <>. L’Olocausto e la Seconda guerra mondiale hanno tracciato un confine simbolico che rende oggi impensabile l’auto-definizione fascista, almeno nella maggior parte dei contesti politici. [...] Al suo posto proliferano autodefinizioni che mascherano le continuità con i fascismi storici: alt-right, patrioti, value warrior, populisti, nazionalisti. Enzo Traverso ha analizzato con finezza il passaggio dal fascismo storico ai partiti post-fascisti contemporanei, che rifiutano esplicitamente qualsiasi legame con il fascismo o, più ambiguamente, lo evocano in modo allusivo, come fanno Marine Le Pen o Giorgia Meloni. Ma, come osserva Traverso, non si possono comprendere questi fenomeni politici senza confrontarli con il fascismo del Novecento. Il post-fascismo è una forma ibrida: non si oppone alla democrazia come i fascismi tra le due guerre, ma pretende di salvarla. Non si manifesta in movimenti con milizie armate, ma in partiti che partecipano regolarmente alle elezioni. Tuttavia, sul piano ideologico, restano costanti alcuni elementi: nazionalismo, razzismo, xenofobia, culto di un leader forte. Ancora oggi questi ingredienti alimentano un discorso violento che individua un nemico esterno da neutralizzare. Il prefisso post- utilizzato da Traverso descrive efficacemente il carattere disarticolato del nuovo fascismo: meno coerente ideologicamente dei suoi predecessori, non presenta una visione del mondo strutturata come il nazismo. Trump, Orban, Le Pen o Åkesson non sembrano animati da un progetto totalitario sistematico. Il post-fascismo si presenta come una forma più aperta e adattiva, capace di inserirsi nei meccanismi della democrazia rappresentativa. Questi leader non parlano più di <> o di <>, ma si limitano a evocare temi nazionalisti, moralismo reazionario, protezionismo e sovranismo. Trump è di nuovo un caso emblematico. Un agente immobiliare e personaggio televisivo diventato presidente degli Stati Uniti: sgradevole, maleducato anche per gli standard politici statunitensi, commenta freneticamente ogni evento tramite i social, contraddicendosi e mentendo continuamente, spesso senza conoscere affatto ciò di cui parla. Non incarna un’ideologia politica coerente come Mussolini o Hitler, e, sebbene si dica che tenga una copia del Mein Kampf sul comodino, non sembra possedere alcuna conoscenza storica del fascismo europeo né tantomeno cercare di ricostruirlo consapevolmente. Il fascismo di Trump appare meno come un'ideologia coerente e più come un’accozzaglia di battute razziste, ignoranza e comportamenti misogini filtrati attraverso una cultura dell'intrattenimento che eccelle nel kitsch, nell'insensibilità, nell'eccesso e nel ridicolo. Ma è importante ricordare che il fascismo è da sempre caratterizzato come un'ideologia instabile, lo erano anche i vari fascismi del periodo tra le due guerre. Come ideologia politica, il fascismo non ha la stessa consistenza del socialismo, del liberalismo e del conservatorismo, ma è una macchina di polarità che unisce degli elementi apparentemente opposti, proponendosi contemporaneamente come reazionario e moderno. La contraddizione non è quindi niente di nuovo, ma al contrario una caratteristica costitutiva. Adorno definiva il fascismo come <>. Trump e i fascisti del tardo capitalismo non fanno che portare questa caratteristica alle estreme conseguenze. Questa apparente incoerenza non deve però indurci a pensare che siamo di fronte a qualcosa di diverso; quello che vediamo non è un’anomalia, ma l’essenza del fascismo: un’ideologia incoerente che si alimenta di rappresentazioni già circolanti, rielaborandole per produrre uno slittamento ideologico funzionale all’accumulazione del capitale e alla costruzione di capri espiatori. Incapace di affrontare le cause profonde della crisi, cioè l’economia del denaro, il fascismo non può fare altro che fomentare ulteriori conflitti. Trump, come gli altri leader del fascismo capitalista (Bolsonaro, Orban o Inger Støjberg), appare come una parodia del leader fascista, ma al tempo stesso ha dispiegato forze paramilitari nelle strade, esprime dichiarazioni xenofobe, e sta potenziando una già brutale forza di polizia di frontiera, capace di rintracciare e arrestare i migranti su una scala senza precedenti. [...] Controrivoluzione Nonostante tutto questo, le rivolte continuano. La vecchia talpa di Marx è riemersa e sta scavando. Proprio per questo il capitale sta mobilitando i settori più reazionari della grande e piccola borghesia. Negli Stati Uniti, Trump è un mezzo per questo spostamento, dove parti della classe capitalista americana e della classe media bianca reazionaria formano un'alleanza per ostacolare la trasformazione radicale che i vari movimenti di protesta insieme potenzia rappresentano. Per una classe capitalista divisa e costretta a cambiare strategia per fermare le <> Trump è un male necessario. La bizzarra personalità che Trump ha espresso nei reality TV si è dimostrata ideale per collegare il movimento alt-right, l'accelerazionismo fascista e i think tank conservatori con la piccola borghesia in un ultranazionalismo finanziato da ampi settori del capitale statunitense, come le big tech o le aziende che forniscono il complesso militare statale. Nel suo testo del 1940 La controrivoluzione fascista , il comunista tedesco Karl Korsch citava lo scrittore italiano Ignazio Silone: <>. La funzione del fascismo nel capitalismo in crisi è quella di bloccare e far deragliare una potenziale rivoluzione socio-politica. Il fascismo è reazionario, è un tentativo di sostituire lo smantellamento rivoluzionario del capitalismo. È, come scrisse Walter Benjamin, amico di Korsch, una pseudo-rivoluzione, una rivoluzione contro la rivoluzione, che prende il posto di una rivoluzione mancante: <>. Il progetto MAGA di Trump è una controrivoluzione per preservare un'accumulazione di capitale che appare indebolita e impedire l'emergere di una vera alternativa. La resistenza negli Stati Uniti non è mancata: dopo la crisi finanziaria abbiamo avuto le proteste studentesche in California nel 2009, il movimento Occupy nel 2011 e Black Lives Matter nel 2013-2014, la rivolta di George Floyd nel 2020 e la lotta in corso per difendere la foresta di Atlanta. Insieme, rappresentano la sfida più completa all'ordine dominante negli Stati Uniti dalla fine degli anni Sessanta. E a differenza di quel periodo, le proteste si svolgono sullo sfondo di un prolungato rallentamento economico. La crisi finanziaria ha messo a nudo un <> di quello che viene definito in modo fuorviante come neoliberismo che durava da quarant’anni. Questo lungo atterraggio di fortuna fornisce il contesto per il nuovo fascismo. Il sogno della borghesia di creare plusvalore senza lavoro è fallito, e ora è necessario affidare la <> ai fascisti, nella speranza che possano far fermare la fine dell'economia monetaria. La risposta del capitale alla decolonizzazione e alla resistenza dei lavoratori negli anni Sessanta è stata quella di ridurre i costi di produzione, ma ciò ha creato un'economia mondiale instabile con una concorrenza feroce, che sposta costantemente la produzione alla ricerca di salari più bassi. Il risultato è stato una sovrapproduzione e un calo dei salari, che fino al 2007- 2008 sono stati nascosti da una circolazione sfrenata di denaro e da bolle creditizie in crescita esponenziale, agevolate dalle istituzioni economiche statali per coprire il calo della domanda. Quando le bolle sono scoppiate, le contraddizioni dell'economia globale sono diventate improvvisamente evidenti. È questo lento deroute, che è diventato improvvisamente concreto con la crisi finanziaria, il contesto in cui Trump si sta muovendo. Trump è stato l'unico politico che ha affrontato concretamente l’erosione dell'economia, rivelandola nelle sue campagne elettorali. In questo modo, Trump è stato una ribellione contro il consenso politico negli Stati Uniti: Hillary Clinton, Bill Clinton e Kamala Harris rappresentavano la convinzione che fosse possibile andare avanti ancora per un po', lui invece ha riconosciuto la crisi. Trump riconosce la crisi, ma contemporaneamente elimina la lotta di classe e la sostituisce con una narrazione ideologica della vera "America". In questo modo, diventa una rivolta contro la rivolta che sta arrivando. Trump divide le <>: i bianchi americani contro i <>, aumentando la retorica razzista e la violenza che l’accompagna. Come scrivono Korsch e Benjamin, una controrivoluzione fascista è sempre conservatrice del capitale. Essa crea un’immagine di una comunità minacciata forze esterne sovversive che deve essere protetta. Il fascismo ha quindi come effetto un cambiamento in cui i problemi politico-economici <> sono "colpa" di qualcuno, in cui gli sviluppi economici strutturali sono percepiti come il risultato delle azioni o della presenza di gruppi specifici. Nel caso di Trump, ovviamente, la colpa ricade sui messicani, i canadesi, gli afroamericani, i cinesi, gli antifascisti e gli esponenti della sinistra woke.[...] Nella Germania nazista degli anni '30 i nemici erano gli ebrei, ma anche i sinti, i comunisti e altri <> che minacciavano la razza ariana. Il punto è che il fascismo sostituisce sempre la lotta di classe con l'esclusione razziale. Le contraddizioni dell'economia capitalista vengono trasferite su una figura concreta che viene a incarnare la crisi. Il dominio astratto del capitale viene tradotto nella lotta contro i nemici stranieri. I rapporti di produzione capitalistici e gli antagonismi di classe vengono così mutati in una pseudo-resistenza che assume la forma dell'esclusione dello straniero, in Europa oggi soprattutto dei musulmani e delle persone provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente, negli Stati Uniti degli afroamericani e dei latinos. Nuova normalità Il fascismo non è qualcosa di radicalmente diverso dalla democrazia borghese. Il fascismo non viene dall'esterno, ma nasce come soluzione di emergenza all'interno del capitalismo in una situazione di crisi economica, implosione politica e minacciato da una resistenza che nega il capitale. Questo è uno dei punti cardine dell'analisi di Benjamin e Korsch sul fascismo come controrivoluzione: mantenere i rapporti di produzione capitalistici, ma sospendendo le regole politico-giuridiche e usando la polizia per terrorizzare le <>. Il fascismo è in questo modo <>. Come ha detto Korsch in una critica a Marx: <>. Oggi il fascismo è la nuova normalità. Note [1] Sul rebranding del fascismo cfr: Paul Gilroy, Agonistic Belonging: The Banality of Good, the “Alt Right” and the Need for Sympathy, Open Cultural Studies, no. 3, 2019. [2] Enzo Traverso, Les nouveaux visages du fascisme: Conversation avec Régis Meyran, Textuel, Paris 2017. Trad. It. I nuovi volti del fascismo, traduzione di Gianfranco Morosato, Ombrecorte, Bologna 2017. [3] Theodor W. Adorno, Aspekte des neuen Rechtsradikalismus. Ein Vortrag, 1967. Trad. It Aspetti del nuovo radicalismo di Destra, traduzione di Silvia Rodeschini, Marsilio, Venezia 2020. [4] Karl Korsch, The Fascist Counter-Revolution, Living Marxism, Volume 5, Numero 2, 1940 pp. 29-37. [5] Walter Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936. Trad. It. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, traduzione di Enrico Filippini, Einaudi, Torino 1966. [6] Moishe Postone, Anti-Semitism and National Socialism: Notes on the German Reaction to “Holocaust”, New German Critique, no. 1, 1980. [7] Karl Korsch, op.cit. Mikkel Bolt Rasmussen insegna presso il dipartimento di Arte e studi culturali dell’università di Copenaghen, è autore di molti saggi, tradotti in italiano La controrivoluzione di Trump (Agenzia X, 2019) e Dopo il grande rifiuto (Agenzia X, 2021).
- konnektor
Gli Stati Uniti e il crollo costituzionale [1] Roberto Gelini Trump e la sua cerchia di fedelissimi stanno mettendo in discussione le basi della Costituzione Americana che ha tenuto salda la società americana. Myrdal nel 1944 affermava che “il credo americano” si basava sulla convinzione che gli Stati Uniti garantissero la libertà per tutti. Fino ad oggi, l’unica cosa che accomunava Repubblicani e Democratici era il rispetto di questo patto per lo meno nella sua narrativa e in chiave antisovietica. Per decenni è stata anche la chiave che ha visto gli Stati Uniti egemoni su scala mondiale come difensori della democrazia e quindi della libertà. Aziz Rana ci fa riflettere su un nodo cruciale: Trump non sta cambiando una Costituzione uguale a se stessa dal 1787 ma sta, invece, ripristinando quelle condizioni illiberali insite nella Costituzione stessa e superate con la giurisprudenza dopo la seconda guerra mondiale. Non sarà che chiunque abbia basato le sue sicurezze sulla Costituzione americana forse ha fatto un errore di valutazione? Pubblichiamo questo interessante e corposo contributo del professore dell’Università di Boston in due puntate uscito per Sidecar il blog di New Left Review Per gli esperti di diritto costituzionale, il ritorno al potere di Trump è stato un'esperienza vertiginosa. La sistematica violazione delle procedure legali e delle norme costituzionali di lunga data è andata avanti più velocemente di quanto si possa tenere il passo, con il risultato di oltre un centinaio di cause legali e non solo. Trump ha emesso una marea di ordini esecutivi che violano esplicitamente la legge del Congresso e il testo scritto della Costituzione, su tutto, dalla negazione della cittadinanza per diritto di nascita, alla repressione degli sforzi di inclusione basati sulla razza, sul genere e sull'orientamento sessuale, fino alla distruzione di agenzie governative autorizzate dalla legge. Allo stesso tempo, Elon Musk si è vantato di perseguire un “acquisizione aziendale” del governo federale, con l'obiettivo – attraverso licenziamenti di massa, la vendita di beni del governo (comprese “443 proprietà federali”, potenzialmente insieme a innumerevoli opere d'arte pubblica) e lo smantellamento di servizi vitali – di privatizzare “tutto ciò che può essere ragionevolmente privatizzato”: il tutto in violazione dei divieti costituzionali e del Congresso che vietano ai privati cittadini, non confermati dal Senato, di svolgere il lavoro di alti funzionari governativi. Questi sviluppi hanno portato alcuni commentatori a tracciare analogie tra l'esperienza americana e quella della Russia post-sovietica negli anni '90. Quel periodo ha comportato la privatizzazione quasi completa dello stato russo e una massiccia redistribuzione della ricchezza nelle mani di un piccolo numero di cleptocrati, esenti da qualsiasi sanzione tranne quella imposta dalla loro rivalità reciproca. Ma forse esiste un legame più profondo con la storia russa: il progetto costituzionale statunitense nel XX secolo è stato forgiato e ha acquisito significato grazie al suo antagonismo con l'Unione Sovietica. I termini fondamentali americani, che collegano il liberalismo razziale a uno stato sociale limitato, si sono consolidati nel corso di tre decenni critici, dal New Deal degli anni Trenta alla Seconda Guerra Mondiale, alla Guerra Fredda e alla rivoluzione dei diritti civili degli anni Sessanta. Oggi l'Unione Sovietica è scomparsa da tempo. E ora Trump (un miliardario eletto), Musk (un miliardario non eletto e molto più ricco) e una piccola cerchia di fedelissimi stanno perseguendo il crollo di quel modello costituzionale americano concorrente. Non è chiaro cosa comporterà ma altera fondamentalmente il terreno su cui opera la sinistra statunitense e richiederà un tipo di politica di opposizione che il paese non vede dagli anni in cui è salito al potere Franklin D. Roosevelt. Per capire cosa sta accadendo, è necessario comprendere il contenuto dell' ordine costituzionale statunitense. Questo include una serie di componenti ideologiche e istituzionali, in linea con ciò che il sociologo svedese Gunnar Myrdal nel 1944 ha notoriamente definito il “credo americano”, l'idea che gli Stati Uniti rappresentassero la promessa di pari libertà per tutti. In un periodo di rivalità globale con l'Unione Sovietica per la decolonizzazione del mondo, le élite nazionali si sono esplicitamente schierate a favore di questo quadro costituzionale basato su un credo. I suoi elementi costitutivi comprendevano una lettura della Costituzione come impegnata nel costante miglioramento della disuguaglianza razziale basata sui principi della non discriminazione; una visione antitotalitaria delle libertà civili e dei diritti di parola; una difesa del capitalismo di mercato, parzialmente coperta da uno stato sociale e regolamentare costituzionalmente radicato; un abbraccio dei controlli e degli equilibri istituzionali, con i tribunali federali, in particolare la Corte Suprema, come arbitro finale della legge; e un impegno per la supremazia globale degli Stati Uniti organizzata attraverso un forte potere presidenziale. Questa iterazione del costituzionalismo americano aveva un volto sia interno che internazionale. A livello nazionale, ha creato una serie di pratiche istituzionali e culturali condivise. Repubblicani e democratici si consideravano i custodi congiunti di un progetto egemonico americano contro l'Unione Sovietica. I funzionari potevano brindare ai loro avversari elettorali al di là delle divisioni partitiche, perché al di là delle loro differenze interne, sia i politici che i giudici avevano attinto a piene mani dall'eccezionalismo americano. Qualunque fosse l'esito delle elezioni, entrambe le parti erano legate, soprattutto, da una comune narrativa nazionale. Questa narrativa, rafforzata dalla sofferenza e dalla vittoria durante la Seconda Guerra Mondiale e messa alla prova dalla continua rivalità con i sovietici, si basava sulla genialità dei fondatori della costituzione, sulla qualità quasi ideale delle istituzioni americane e sul progresso interno della società americana. A livello internazionale, questa narrativa ha anche permesso agli Stati Uniti di proiettare la propria autorità sulla scena globale, diffondendo la mitologia secondo cui il loro impegno costituzionale per la libertà e l'uguaglianza erano interessi condivisi da tutti nel mondo. Il risultato è stato un ordine americano del dopoguerra caratterizzato da due elementi interconnessi: l'attenzione alla legalità basata sulle regole e la continua defezione americana da tali regole, che si tratti del Vietnam o di Gaza oggi. Le élite nazionali vedevano le istituzioni multilaterali create dagli Stati Uniti come espressione dei valori costituzionali americani e quindi come fondamentali da sostenere. Ma ritenevano anche che la sicurezza globale richiedesse che gli Stati Uniti fungessero da sostegno internazionale. In effetti, questo ha creato un continuo gioco di equilibrio tra la promozione dello stato di diritto e la sua disobbedienza attraverso azioni e interventi militari, segreti e palesi. Le violazioni che ne derivavano venivano giustificate come necessarie per preservare la stabilità collettiva, senza curarsi del fatto che le cose sembravano molto diverse per coloro che si trovavano nel mirino, specialmente nel mondo precedentemente colonizzato. Il fatto che un distinto ordine costituzionale statunitense del ventesimo secolo sia emerso in parallelo con l'Unione Sovietica viene spesso omesso, grazie in parte alle caratteristiche peculiari associate alle istituzioni americane e alla sua narrativa nazionale. Tanto per cominciare, la Costituzione degli Stati Uniti è nota per essere forse la più difficile da modificare al mondo. Le modifiche costituzionali non avvengono in genere attraverso alterazioni formali del documento del 1787, e tanto meno attraverso la sua sostituzione totale, ma attraverso cambiamenti nelle interpretazioni giudiziarie del testo esistente, insieme all'attuazione di atti legislativi storici che stabiliscono nuove condizioni per la vita collettiva. Infatti, l'ordine attuale è stato consolidato attraverso l'approvazione di leggi chiave della metà del secolo – il Social Security Act, il National Labor Relations Act, il Civil Rights Act, il Voting Rights Act, il Medicare Act – in concomitanza con le sentenze della Corte Suprema che ne hanno confermato la costituzionalità. Insieme, il Congresso e i tribunali hanno rotto sostanzialmente con il precedente ordine razziale ed economico (quello del 1787 ndt). Eppure, ciò significava che non c'era una Costituzione del XX secolo riscritta, separata da una precedente. Allo stesso tempo, sentimento comune era che questi cambiamenti giuridici rappresentavano la realizzazione di un'essenza nazionale intrinsecamente liberale. In verità, il consolidamento di questo ordine era stato un prodotto contingente degli sviluppi nazionali e globali della metà del XX secolo che divergevano notevolmente dalle strutture consolidate di supremazia esplicita dei coloni bianchi negli Stati Uniti. Ma questa realtà non si adattava alla narrativa nazionale emergente, che presentava gli Stati Uniti come impegnati, sin dalla loro fondazione, nei principi egualitari della Dichiarazione di Indipendenza, e quindi su un percorso ineluttabile verso questo nuovo modello. Durante i suoi primi due mesi di ritorno in carica, Trump ha esercitato una pressione esistenziale su ogni elemento di questo patto del ventesimo secolo. Mentre i suoi attacchi alla “diversità, equità e inclusione” (DEI) utilizzano il linguaggio ufficiale dell'antidiscriminazione, i suoi ordini esecutivi e le minacce del Dipartimento di Giustizia vanno oltre la semplice presentazione delle maggioranze bianche come i veri gruppi bisognosi di protezione. Rifiutano la premessa liberale della Guerra Fredda dell'inclusione razziale come pietra angolare costituzionale. Questo rifiuto della presenza non bianca è ciò che è in gioco culturalmente e legalmente quando alti funzionari neri vengono licenziati, università e aziende vengono attaccate per i loro sforzi di effettiva de-segregazione e persino i siti web del governo vengono ripuliti dai riferimenti a donne e minoranze razziali. Dagli anni Sessanta, il liberalismo razziale è stato forse la componente centrale che ha legittimato la vita costituzionale americana. Per molti americani, bianchi e non bianchi, lo sradicamento legale della segregazione è stata la prova definitiva della promessa egualitaria di fondo del Paese. Sentenze come quella della causa Brown contro il Board of Education, che nel 1954 dichiarò che il principio “separati ma uguali” era intrinsecamente iniquo, convinsero sia le élite che l'opinione pubblica che le istituzioni statunitensi, in primis la Corte Suprema, potevano guidare la barca verso il progresso. All'estero, questi stessi cambiamenti furono utilizzati per sottolineare la differenza tra l'egemonia americana e il vecchio dominio razziale europeo, e quindi la validità della leadership statunitense su un mondo in gran parte non bianco. L'attacco di Trump all'USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale creata per contrastare l'influenza dell'Unione Sovietica nel mondo ndt) è significativo in questo contesto, perché l'agenzia era un'istituzione fondamentale della Guerra Fredda, fondata nel 1961, che collegava la storia interna americana del progresso razziale a una storia globale di prosperità materiale per tutti guidata dagli Stati Uniti. La sua distruzione, insieme alla minaccia di ritiro dagli organismi multilaterali che gli stessi Stati Uniti hanno istituito, è una sfida diretta al volto globale del progetto costituzionale americano. Tutto ciò rende chiaro che non è solo il liberalismo razziale ad essere sotto attacco. I funzionari di Trump stanno scatenando il potere presidenziale in modi che sfruttano le tensioni interne dell'ordine per far crollare le disposizioni costituzionali fondamentali. Lo possiamo vedere con gli sforzi di Trump di trattenere fondi, rimuovere autorizzazioni di sicurezza, vietare discorsi “pro-diversità” o deportare e potenzialmente perseguire individui per protesta. Naturalmente, lo stesso ordine della metà del XX secolo è sempre stato caratterizzato da tattiche maccartiste e dal mancato rispetto di ideali inclusivi, sia attraverso l'internamento dei giapponesi che attraverso le violazioni dei diritti durante la “guerra al terrorismo”. Eppure, dopo la fine della paura rossa degli anni '50, il maccartismo, come progetto per alimentare la paura generalizzata, fu trattato dalle élite politiche come essenzialmente “antiamericano” e incostituzionale. Tali pratiche repressive non sono mai scomparse, ma erano tipicamente limitate a gruppi sfavoriti relativamente contenuti, come i neri radicali o i critici arabi e musulmani della politica estera statunitense (in particolare quelli di origine palestinese). In questo modo, il sostegno di Biden alla repressione delle proteste contro la guerra a Gaza era in linea con questa storia movimentata del periodo post-Red Scare. Al contrario, l'amministrazione Trump, aiutata dalle disposizioni di sicurezza inattive dell'era McCarthy e persino del 1790, ha iniziato a utilizzare l'attivismo legato alla Palestina per perseguire una repressione radicale della libertà di parola dei non cittadini. Inoltre, sta trattando quell'attivismo, così come i programmi di studio dei campus e le pratiche istituzionali relative al “DEI”, come pretesti per un attacco senza precedenti all'autogoverno interno e alla libertà accademica delle università. Questo assalto fa parte di un attacco emergente alla più ampia vita organizzativa del centro e della sinistra americana, che ora prende di mira gli studi legali allineati ai democratici e che potrebbe presto includere gruppi della società civile e piattaforme di raccolta fondi. L'uso del potere presidenziale unilaterale da parte dei funzionari di Trump per smantellare lo stato amministrativo, potenzialmente insieme alle principali conquiste del welfare sociale della metà del XX secolo, funziona in modo simile. Spinge verso l'instabilità nel rapporto costituzionale stabilito tra capitalismo e regolamentazione, potere presidenziale e potere giudiziario, in modi che rendono sempre più impossibile il mantenimento del vecchio ordine. La politica costituzionale americana ha sempre mostrato un dualismo classico. Il patto della metà del secolo era definito sia da una Corte Suprema imperiale che da una presidenza imperiale. In effetti, l'impegno condiviso dell'élite per il dominio globale americano significava che i tribunali si sottomettevano al presidente in materia di sicurezza nazionale, consentendo ai presidenti di godere di un'autorità notevolmente coercitiva all'estero o al confine e di operare in ambito estero come legislatori quasi incontrollati. Tale deferenza era il prodotto di una serie di decisioni giudiziarie risalenti alla seconda guerra mondiale e alla guerra fredda, in cui i giudici si astennero in gran parte dall'interrogare le pratiche di sicurezza, come le deportazioni comuniste o l'inizio della guerra del Vietnam. Ciò non significava che i tribunali non controllassero mai l'azione esecutiva negli affari esteri, ma significava che quei momenti di costrizione operavano in un contesto di permissivismo generale. Questa deferenza “là fuori” si combinava con l'esercizio da parte dei tribunali di ampi controlli su questioni considerate interne, al punto che la magistratura federale fungeva effettivamente da organo decisionale le cui decisioni finali nei confronti degli altri rami del governo venivano accettate senza discutere. Questo equilibrio persisteva perché sia i tribunali che i presidenti accettavano in gran parte quella divisione di base tra estero e interno. Ma man mano che la magistratura federale statunitense diventava sempre più conservatrice, il rapporto tra presidenza e magistratura assumeva una nuova dimensione. I tribunali nazionali iniziarono a utilizzare l'ampia autorità politica per ridurre la regolamentazione economica, e lo fecero ampliando il potere presidenziale anche a livello nazionale. Per decenni, gli avvocati conservatori hanno sviluppato argomentazioni legali sul perché le agenzie create per legge rappresentassero una minaccia per un “esecutivo unitario”, ovvero l'autorità interna del presidente di decidere cosa accade all'interno del ramo esecutivo, indipendentemente dalle direttive legislative. Le recenti decisioni dei tribunali potrebbero non aver smantellato le agenzie istituite. Ma hanno fatto due cose contemporaneamente: hanno dato ai giudici più autorità sui processi e sulle decisioni delle agenzie, minando i risultati normativi di lunga data. E hanno messo in discussione la possibilità che una legislazione in stile New Deal possa limitare il potere presidenziale unilaterale sulla funzione pubblica. In effetti, la giurisprudenza conservatrice stava minando silenziosamente le fondamenta dello stato amministrativo della metà del secolo, dando ai giudici di destra un maggiore potere di indebolire le agenzie e ai futuri presidenti di destra un maggiore potere di fare lo stesso. E così, proprio come in altri ambiti, gli ordini esecutivi di Trump, che smantellano unilateralmente le istituzioni federali a prescindere dalla legge del Congresso o dalle ingiunzioni dei tribunali, sfruttano le instabilità presenti nel sistema costituzionale. Come quelli intorno a Trump ben sanno, una volta che le agenzie vengono chiuse, il personale licenziato e gli edifici venduti, sarà estremamente difficile ricostituire il precedente quadro amministrativo. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da attacchi giudiziari conservatori di poco conto alle agenzie federali, aiutati dall'applicazione frammentaria delle teorie del potere esecutivo. Ora, Trump e il suo team stanno correndo con quelle teorie, applicando la mazza di un presidente imperiale senza freni – familiare dagli interventi all'estero – al funzionamento di routine della politica interna. Questo è l'autoritarismo globale che arriva a casa. Aziz Rana è professore di diritto alla Boston College Law School. I suoi studi si concentrano sul diritto costituzionale americano e sullo sviluppo politico. In particolare, analizza come le mutevoli nozioni di razza, cittadinanza e impero abbiano plasmato l'identità giuridica e politica fin dalla sua fondazione. Nel libro The Two Faces of American Freedom (Harvard University Press), colloca l'esperienza americana all'interno della storia globale del colonialismo, esaminando il rapporto intrecciato nella pratica costituzionale americana tra le interpretazioni interne della libertà e i progetti esterni di potere ed espansione. Il libro di prossima uscita, The Constitutional Bind: How Americans Came to Idolize a Document that Fails Them (University of Chicago Press, 2024), esplora l'emergere moderno della venerazione costituzionale nel XX secolo, soprattutto sullo sfondo della crescente autorità globale americana, e come tale venerazione abbia influenzato i confini della politica popolare.
- konnektor
Gli Stati Uniti e il crollo costituzionale [2] Roberto Gelini Trump e la sua cerchia di fedelissimi stanno mettendo in discussione le basi della Costituzione Americana che ha tenuto salda la società americana. Myrdal nel 1944 affermava che “il credo americano” si basava sulla convinzione che gli Stati Uniti garantissero la libertà per tutti. Fino ad oggi, l’unica cosa che accomunava Repubblicani e Democratici era il rispetto di questo patto per lo meno nella sua narrativa e in chiave antisovietica. Per decenni è stata anche la chiave che ha visto gli Stati Uniti egemoni su scala mondiale come difensori della democrazia e quindi della libertà. Aziz Rana ci fa riflettere su un nodo cruciale: Trump non sta cambiando una Costituzione uguale a se stessa dal 1787 ma sta, invece, ripristinando quelle condizioni illiberali insite nella Costituzione stessa e superate con la giurisprudenza dopo la seconda guerra mondiale. Non sarà che chiunque abbia basato le sue sicurezze sulla Costituzione americana forse ha fatto un errore di valutazione? Pubblichiamo la seconda puntata di questo interessante e corposo contributo del professore dell’Università di Boston uscito per Sidecar il blog di New Left Review Come sono arrivati gli Stati Uniti a questo punto? Prima di tutto, è fondamentale rendersi conto che le istituzioni giuridico-politiche americane sono notoriamente antidemocratiche. Sono organizzate intorno a un sistema basato sugli Stati che assegna la rappresentanza in base alla geografia piuttosto che alle persone reali, e comporta ampi punti di veto che frammentano il potere del voto. Questa frammentazione è ottenuta attraverso il Collegio Elettorale, il Senato, la struttura e il processo di nomina della magistratura federale e la capacità degli Stati di manipolare i distretti, limitare i diritti di voto o contrastare in altro modo i programmi nazionali popolari. Come abbiamo visto, è stato solo nelle straordinarie circostanze della metà del XX secolo che il limitato stato sociale del New Deal e il liberalismo razziale sono stati costituzionalizzati. Ciò richiese un livello straordinariamente alto di organizzazione e potere dei lavoratori sullo sfondo della Grande Depressione. E in seguito, si basò sullo spettro dell'Unione Sovietica, in modo che le élite politiche fossero disposte a perseguire un compromesso tra i partiti a favore delle riforme razziali, intese sia dal centro-sinistra che dal centro-destra come un imperativo di sicurezza nazionale. Ma con il ridursi del conflitto della Guerra Fredda e, soprattutto dopo il crollo dell'Unione Sovietica, la pressione su una destra sempre più audace a rimanere fedele al patto costituzionale della metà del secolo si è ridotta. Questo patto è sempre stato strenuamente contrastato dall'etnonazionalismo americano, una forza potente e persistente nella vita collettiva, che non è semplicemente scomparsa in seguito alle conquiste dei diritti civili degli anni '60. Mentre tendiamo a concentrarci su come la Guerra Fredda abbia comportato la violenta repressione negli Stati Uniti dei socialisti e di altri attivisti di sinistra, la necessità percepita di mobilitarsi contro l'Unione Sovietica ha anche indotto i politici nazionali di destra a contenere l'estrema destra, in particolare impegnandosi in una delicata danza con il nazionalismo bianco americano, usando “fischietti per cani” per segnalare affinità pur escludendo alcune posizioni ideologiche esplicite. Tuttavia, una volta scomparsa l'URSS, abbiamo assistito alla graduale comparsa di una destra reazionaria disposta a disertare sistematicamente il patto economico e razziale esistente. Strategicamente, la destra ha iniziato a utilizzare gli strumenti del governo delle minoranze nell'ordine costituzionale esistente per proiettare il potere, indipendentemente dal fatto che rappresentasse una maggioranza popolare. Nel corso del tempo, i vantaggi istituzionali nella rappresentanza statale hanno permesso di conquistare la Corte Suprema, il Senato e persino la presidenza due volte, nonostante la sconfitta al voto popolare. Più profondamente, ha costruito una cultura all'interno dell'apparato del Partito Repubblicano e della sua base elettorale che vedeva la democrazia multirazziale come una minaccia quasi esistenziale. Allo stesso tempo, l'ordine costituzionale stava soffrendo sotto il peso dei propri limiti ideologici e istituzionali. Gli ultimi due decenni sono stati segnati da una serie di crisi sociali, la principale delle quali è stata il crollo finanziario e le sue ripercussioni a catena, che hanno richiesto un rinnovamento costituzionale. Eppure i politici degli anni 2000 e 2010, che si trattasse di Bush e McCain o di Obama, dei Clinton e di Biden, erano legati al vecchio patto, incentrato sul genio delle istituzioni americane, sulla fede nel liberalismo di mercato, sul valore morale dell'interventismo globale e sulla necessità di riforme razziali solo minori. Il problema, naturalmente, era che questi impegni avevano contribuito a generare molti dei problemi endemici del paese e certamente non potevano risolverli ora. Nel frattempo, la natura sclerotica del sistema costituzionale faceva sì che anche quando i democratici avevano il controllo delle leve del governo, diventava quasi impossibile affrontare tali questioni. Senza il sostegno popolare dell'era del New Deal o gli impegni bipartisan verso il liberalismo razziale, praticamente qualsiasi iniziativa democratica significativa era destinata a fallire. Anche se fosse passata alla Camera dei Rappresentanti, per superare un Senato con un ostruzionismo servivano 60 voti su 100. Ma il Senato, a causa della sovrarappresentazione delle aree rurali e dei piccoli centri abitati, era già ampiamente sbilanciato a favore della minoranza repubblicana. Per i democratici ottenere 60 voti significava quindi conquistare una supermaggioranza oltre a una supermaggioranza. Gli strumenti che avevano forgiato il patto costituzionale di fede non erano più operativi e la situazione di stallo che ne derivava intensificava la diffusa disaffezione politica. Il risultato è stato un insieme di circostanze quasi ideali per l'ascesa e ora il ritorno di Trump. La conservazione di un rigido ordine costituzionale del XX secolo, ormai lontano dal momento storico che lo ha generato, non solo ha minato le riforme necessarie e alimentato la frustrazione nei confronti dei presidenti in carica, ma ha anche permesso a Trump di ottenere la carica nel 2016 senza vincere il voto popolare e quindi di ricostruire la Corte Suprema secondo linee che erano completamente in contrasto con l'opinione pubblica. Quando Trump ha cercato di ribaltare il risultato delle elezioni nel 2020, le istituzioni esistenti hanno reso estremamente difficile imporgli sanzioni, sia attraverso l'impeachment, l'accusa o l'esclusione dalle future votazioni. In realtà, le istituzioni stesse non avevano mai svolto il compito centrale di facilitare le riforme o di evitare crisi di successione; avevano sempre fatto affidamento su un alto grado di coesione culturale dell'élite, sia durante la prima repubblica che durante l'era dei diritti civili della Guerra Fredda. E ora quella coesione era completamente scomparsa. I fallimenti della Corte Suprema, che le élite di metà secolo avevano immaginato come un'istituzione che avrebbe inculcato valori condivisi e contenuto i conflitti, lo dimostrano. La Corte, quasi apertamente di parte, ha invece svolto un ruolo cruciale in questo crollo, dall'aver scatenato la soppressione del voto di destra al concedere a Trump un'immunità quasi totale per i suoi sforzi di rovesciare le elezioni del 2020. E anche prima di allora, le sue decisioni hanno aperto le porte elettorali al denaro delle aziende. Il risultato oggi è che qualcuno come Musk può usare la sua ricchezza illimitata per alterare da solo gli incentivi elettorali dei politici, specialmente all'interno del Partito Repubblicano, poiché la sua spesa per la campagna primaria può mettere fuori gioco i nemici presi di mira a piacimento. Trump è quindi in una buona posizione per tentare di smantellare l'ordine costituzionale degli Stati Uniti. A differenza forse di qualsiasi politico nella storia americana moderna, compreso il presidente Roosevelt negli anni '30, gode di una notevole capacità di imporre la disciplina di partito ai politici repubblicani, un potere che il portafoglio di Musk non fa che intensificare. Trump potrebbe non essere in grado di far eleggere un candidato sostenuto, ma il suo legame con la base elettorale significa che i candidati sfavoriti saranno quasi certamente scartati. Inoltre, sembra guidato da meschini risentimenti e da un desiderio personale di vendetta; da qui l'attenzione a perdonare i suoi sostenitori e a prendere di mira chiunque abbia precedentemente tentato di sanzionarlo. Questo ha sancito il valore della lealtà personale e ha assicurato ai suoi sostenitori più zelanti una significativa influenza politica. Il risultato è un secondo mandato dominato da ideologi di estrema destra come Russell Vought del Project 2025, o Ed Martin ora al Dipartimento di Giustizia, che sono molto meno motivati da calcoli elettorali rispetto al tipico funzionario repubblicano. Allo stesso modo, Musk sembra votato all'accumulo di potere personale e all'arricchimento personale, e guidato dal relativo obiettivo di eliminare i vincoli dello stato amministrativo statunitense sulle imprese private. I suoi tentativi di licenziare in massa i dipendenti federali sono degni di nota in questo senso. Anche se il New Deal non ha mai sistematicamente previsto l'impiego “a volontà” nella sfera privata, ha avviato protezioni federali dell'occupazione che hanno limitato le forme di dominio del datore di lavoro sperimentate altrove. L'obiettivo di Musk è porre fine a tale vincolo e ridurre tutto l'impiego, pubblico o privato, al diktat del datore di lavoro. Sebbene questi siano chiaramente obiettivi di lunga data della destra, anche Musk sta operando in modi solo tangenzialmente guidati da calcoli elettorali. Il partito per Musk sembra soprattutto uno strumento utile per liberare le imprese dal controllo democratico. Questa congiunzione di fattori ha prodotto la volontà di spingersi ben oltre le tipiche barriere che hanno frenato i repubblicani in passato. Tuttavia, l'amministrazione sta affrontando seri venti contrari. Tanto per cominciare, nonostante Trump parli di un mandato, rimane storicamente impopolare, non riuscendo a raggiungere il 50% di sostegno nelle elezioni di novembre. La sua vittoria è stata essenzialmente per default: un rifiuto del presidente in carica in una votazione con un'affluenza inferiore rispetto al 2020. E nonostante la retorica dei repubblicani secondo cui Trump sta mantenendo le sue promesse elettorali, in realtà ha negato di perseguire elementi chiave di questa rottura costituzionale quando si è candidato, dichiarando sul palco del dibattito che “non ho nulla a che fare con il Progetto 2025”. Per molti elettori, Trump è stato visto nel 2024 come un “ moderato” e non particolarmente impegnato ideologicamente, una percezione che ha aiutato la sua campagna. Anche se può contare su una base potente, si tratta comunque di una minoranza di americani. Non c'è nemmeno un sostegno di maggioranza per questo progetto di estrema destra. In effetti, nell'ultimo decennio la visione deregolamentatrice dell'era neoliberista è caduta sempre più in disgrazia. Attuarne una versione estrema è possibile solo a breve termine, grazie alla disciplina che Trump e Musk possono imporre al partito. Ma il tempo stringe, sia per l'età di Trump che per il limite di due mandati (il narcisismo del presidente sembra non interessarsi a un piano di successione). In effetti, un probabile risultato a medio termine dell'assalto trumpista è il successo democratico alle elezioni di medio termine del 2026 e un ritorno al potere presidenziale nel 2028, data la prevalenza del sentimento anti-incumbent. Finché gli Stati Uniti avranno elezioni più o meno competitive, non ci sarà un percorso chiaro per Trump, Vought, Musk, Martin e altri per consolidare un nuovo ordine costituzionale che sostituisca quello vecchio. Questo è forse uno dei motivi per cui i trumpisti stanno potenziando la macchina dello Stato per attaccare l'infrastruttura istituzionale del Partito Democratico: i suoi avvocati, la sua capacità di far uscire il voto e le sue reti di ONG. Oltre a punire gli oppositori di Trump, uno degli obiettivi potrebbe essere quello di limitare la forza elettorale democratica in modi che gli sforzi di soppressione degli elettori del 2010 sono stati in definitiva limitati nel raggiungimento. Anche se è troppo presto per prevedere come andrà a finire, è chiaro che la base trumpista non è neanche lontanamente abbastanza grande da autorizzare e ri-autorizzare tali azioni attraverso elezioni competitive. Questo non significa, tuttavia, negare i potenziali effetti dell'attacco in corso all'ordine costituzionale esistente. Se Vought e Musk riusciranno a smantellare gran parte dell'apparato normativo e di welfare sociale dello Stato, sarà probabilmente impossibile ricostituirlo nella sua forma precedente. Dato il controllo trumpista della Corte Suprema, si può quindi immaginare un risultato misto, in cui alcune delle azioni dell'amministrazione saranno alla fine ritenute incostituzionali, mentre altre saranno consentite. Sebbene questo risultato possa essere sufficiente a soddisfare i centristi che l'ordine precedente rimanga, la situazione sul campo sarà comunque quella di una capacità normativa decimata, oltre all'ulteriore svuotamento delle riforme razziali e dei diritti fondamentali per i non cittadini. Fondamentalmente, mentre i principi fondamentali del liberalismo razziale e della libertà civile erano stati un tempo parte di un patto condiviso dall'élite, ora potrebbero reggere o cadere ad ogni stagione elettorale. Un simile risultato dimostra come l'attacco costituzionale di Trump sia in realtà un attacco culturale alle fondamentali convinzioni religiose forgiate nel corso del XX secolo. La politica di estrema destra negli Stati Uniti abbraccia una visione di etno-nazionalismo cristiano esplicito insieme a un individualismo intenso e avido. La normalizzazione di tali opinioni è una parte fondamentale della politica generale. Lo si può vedere nei video realizzati o promossi dalla Casa Bianca che si dilettano nella crudeltà verso gli immigrati o che trasformano la pulizia etnica dei palestinesi in uno scherzo sulle Trump Tower a Gaza. In effetti, gli attacchi concreti allo stato amministrativo e alle università sono in linea con questo obiettivo di ricostituire la vita collettiva in termini di estrema destra. Anche dopo un'ampia privatizzazione, lo stato trumpista avrebbe ancora un ruolo da svolgere, ma come luogo di potere coercitivo contro i nemici e gli estranei percepiti e come fonte per il sovvenzionamento corrotto degli addetti ai lavori cleptocratici. Anche l'università trumpista avrebbe la sua funzione, ma come motore neoliberista ancora più estremo del ritorno sugli investimenti e legato alla promozione culturale della “civiltà occidentale”. Quali sono le implicazioni per la sinistra? Una risposta comune alle azioni di Trump è stata quella di schierarsi a favore della Costituzione e persino della fiducia che i tribunali salveranno il Paese. Lo si vede nell'affermazione che, rifiutandosi di rispettare le ordinanze del tribunale, Trump ha scatenato una “crisi costituzionale” o uno “stress test costituzionale”, con l'implicazione che tutto potrebbe ancora tornare alla normalità, purché i funzionari ascoltino i giudici. Contro questa idea, dobbiamo riaffermare il fatto che il sistema costituzionale è ciò che ha posto le basi per l'ascesa, il ritorno e l'attuale assalto di Trump. Dato il grado di influenza della destra sulla magistratura federale, non si può contare sul fatto che questa tenga duro, tanto meno che funga da sede di riforme positive. Qualsiasi rinascita della fiducia nei giudici ha più di un sentore del desiderio dell'establishment democratico di convincere un numero sufficiente di buoni repubblicani a seguire la loro natura migliore e a disertare Trump, un progetto che ha fallito ripetutamente. La ragione per opporsi alla violazione delle ordinanze del tribunale da parte di Trump non è dovuta a una fiducia generale nei giudici o nelle norme costituzionali. La natura paralizzata del sistema costituzionale, completa di un processo di emendamento inattuabile, ha fatto sì che molti dei successi democratici del paese, dalla Ricostruzione al New Deal, richiedessero essi stessi un certo grado di violazione delle norme. I grandi movimenti sociali del passato, dall'abolizione dei diritti civili, al lavoro, al suffragio femminile, hanno notoriamente invocato la sfida alle ingiuste sentenze dei tribunali che hanno sostenuto la schiavitù, la segregazione e la privazione dei diritti, o criminalizzato l'organizzazione sindacale. Considerando l'attuale controllo della destra sui tribunali, la sinistra potrebbe trovarsi in una situazione simile nei prossimi anni, chiedendo la disobbedienza civile all'autorità giudiziaria. La sinistra dovrebbe comunque sostenere con forza gli sforzi legali e condannare la sfida di Trump ai tribunali, ma per motivi diversi. Questi sforzi sono uno strumento, anche se limitato, per proteggere i più diseredati dalla violenza incontrollata. E più in generale, la sfida trumpiana dimostra l'impegno generale dell'amministrazione verso l'impunità, sia che si tratti di cercare di rovesciare le elezioni, di impegnarsi in corruzione di massa, di licenziare lavoratori a piacimento o di prendere di mira nemici politici. Nessun sistema democratico, liberale o socialista, può funzionare se una potente cricca può sistematicamente esentarsi dalla legge mentre utilizza la macchina dello Stato per diffondere paura e intimidazione. L'esempio del New Deal sottolinea anche la necessità per la sinistra americana di costruire il tipo di base di massa che può autorizzare cambiamenti significativi nell'ordine costituzionale. Anche prima dell'attuale assalto di Trump, quell'ordine aveva fallito come meccanismo per affrontare le crisi intrecciate della nostra epoca: economica, ecologica, razziale. Qualsiasi reale prospettiva di cambiamento positivo richiederà una maggioranza duratura, anche se non raggiungerà le supermaggioranze che abbiamo visto nella prima metà del XX secolo. Questo è un prerequisito essenziale per infrangere le norme dalla sinistra, ma a favore della democrazia. È certamente possibile che la debolezza dei democratici porti a un'altra vittoria repubblicana alle prossime elezioni. Tuttavia, se i democratici dovessero ritrovarsi al potere, la loro vittoria potrebbe rivelarsi vuota come quella di Trump: una vittoria per default, per chi non è in carica. Anche se potrebbero arrestare gli elementi peggiori dell'estrema destra americana a breve termine, senza una vera trasformazione all'interno del partito stesso, ripeteranno semplicemente il ciclo di disaffezione e anti-incumbenza. Purtroppo, non c'è nulla nell'attuale Partito Democratico che suggerisca che comprenda il compito che lo attende o che sia in grado di operare come un'opposizione organizzata e integrata. La recente defezione di Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, dagli sforzi compiuti dalla leadership eletta del partito per rifiutare di aiutare Trump a far passare un bilancio, parla di una mancanza di coerenza interna e di forza d'animo. L'establishment democratico sembra prendere decisioni basate sui suoi orizzonti elettorali immediati, indipendentemente dal più ampio contesto politico. Mentre Trump e i suoi fedelissimi agiscono come un'avanguardia, la burocrazia democratica è stata così condizionata dalle restrizioni del vecchio patto costituzionale che sembra incapace di deviarne. Questo crea una potenziale apertura per la sinistra americana. Mentre i democratici centristi cercano invano di sostenere il vecchio ordine costituzionale e l'estrema destra non riesce a sostituirlo con qualcosa che vada oltre la predazione e la xenofobia, il ruolo delle forze democratico-socialiste potrebbe essere quello di proporre un'alternativa valida. Un tale sforzo deve assumere molte forme. Richiede la difesa di coloro che sono particolarmente vulnerabili agli attacchi trumpiani, come i non cittadini, le persone transessuali e gli attivisti per i diritti dei palestinesi, tra gli altri. I politici e i commentatori centristi sono stati particolarmente disposti a mettere da parte tutti questi gruppi, in parte per un sincero sospetto ideologico, in parte per puro opportunismo elettorale. Ma una lezione di lunga data dell'opposizione politica in condizioni autoritarie, sia nel Sud degli Stati Uniti dell'era della segregazione che al di fuori degli Stati Uniti, è che un mezzo fondamentale per costruire la fiducia e la solidarietà tra i gruppi, anche in periodo elettorale, è la volontà di difendere i propri principi. Ciò significa correre dei rischi anche quando non è nel proprio interesse immediato. E il fallimento di molti democratici nel fare proprio questo è la sua stessa apertura alle formazioni di sinistra. In secondo luogo, la sinistra deve perseguire il tipo di costruzione istituzionale che possa gettare le basi per cambiamenti trasformativi, alla Costituzione e alla società in generale. Ciò comporta la protezione e l'espansione di istituzioni che creano significato – sindacati dei lavoratori e degli inquilini, formazioni di partito di ogni tipo, quei siti nelle università di libertà accademica e responsabilizzazione dei lavoratori, per citarne solo alcuni – che incorporano i valori della democrazia e della solidarietà nella vita quotidiana. Possiamo prendere come esempio la politica dei partiti. I partiti, sia nel passato americano che in varie parti del mondo, hanno agito a lungo come comunità sociali, fornendo una serie di servizi e programmi e integrando gli individui nei loro contesti sociali più ampi. Ma negli Stati Uniti il partito non è una vera e propria organizzazione associativa, tanto meno una comunità sociale. È esclusivamente un veicolo per le élite collegate all'apparato ufficiale per candidarsi e ricoprire cariche pubbliche. Gli americani interagiscono raramente con il partito, tranne durante la stagione elettorale, quando vengono spese ingenti somme a beneficio dei potenziali titolari di cariche pubbliche. Kamala Harris è riuscita a raccogliere oltre un miliardo di dollari nella sconfitta. Immaginate se un partito impiegasse invece le sue vaste risorse per costruire istituzioni a livello locale. Ovviamente esistono regole elettorali federali statunitensi, volte a limitare l'acquisto diretto di voti, anche se queste regole hanno reso estremamente facile per le società e i miliardari fare effettivamente lo stesso. Ma si potrebbe ancora pensare in modo creativo all'infrastruttura comunitaria più ampia in cui opera un partito. Le Pantere Nere hanno senza dubbio commesso numerosi errori strategici e persino etici, ma si consideravano una formazione di opposizione radicata nella società civile. Tra i loro risultati concreti più duraturi vi è la fornitura di servizi ad alcuni dei membri più emarginati del paese (attraverso colazioni per bambini, cliniche sanitarie, ambulanze, vestiti, autobus, sostegno ai detenuti e centri educativi). Si trattava di risposte a reali esigenze sociali, nel tentativo di integrare gli elettori sul campo nel quadro istituzionale del partito. Cercavano di creare, secondo le parole dello storico del populismo Lawrence Goodwyn, una “ cultura di movimento ” parallela in opposizione a quella tradizionale. È una lezione che la sinistra potrebbe seguire, visti i tentativi paralleli dell'estrema destra di egemonizzare una cultura di opposizione. Se il successo elettorale di Trump è dovuto in parte alla capacità dell'estrema destra di creare un mondo basato sulla sua persona, la sinistra deve perseguire un progetto di compensazione. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare il mondo che le persone vivono organicamente attraverso le istituzioni di mediazione: al lavoro, a scuola, nei loro quartieri. Dovrebbero contestare la realtà a questo livello di base. Il problema, ovviamente, è che l'attuale terreno politico, plasmato dal lungo contenimento del lavoro e dalla ricchezza e dal potere della classe miliardaria, è altamente inospitale. Gli attivisti di sinistra all'interno e all'esterno del Partito Democratico devono anche affrontare continui attacchi da parte dei loro avversari centristi più potenti e coordinati, dalle manovre per sconfiggere le campagne presidenziali di Sanders alla repressione delle proteste nei campus contro Gaza. La battaglia è in salita. Ma resta il fatto che né il centro né l'estrema destra possono offrire una via d'uscita dal declino istituzionale dell'America. Un mondo culturale di sinistra è già stato costruito in passato, negli Stati Uniti e altrove, e non c'è alternativa a ricostruirlo. Aziz Rana è professore di diritto alla Boston College Law School. I suoi studi si concentrano sul diritto costituzionale americano e sullo sviluppo politico. In particolare, analizza come le mutevoli nozioni di razza, cittadinanza e impero abbiano plasmato l'identità giuridica e politica fin dalla sua fondazione. Nel libro The Two Faces of American Freedom (Harvard University Press), colloca l'esperienza americana all'interno della storia globale del colonialismo, esaminando il rapporto intrecciato nella pratica costituzionale americana tra le interpretazioni interne della libertà e i progetti esterni di potere ed espansione. Il libro di prossima uscita, The Constitutional Bind: How Americans Came to Idolize a Document that Fails Them (University of Chicago Press, 2024), esplora l'emergere moderno della venerazione costituzionale nel XX secolo, soprattutto sullo sfondo della crescente autorità globale americana, e come tale venerazione abbia influenzato i confini della politica popolare.
- fascismi
Il nuovo fascismo [1] Pubblichiamo la prima parte dell’intervento tenuto da Mikkel Bolt Rasmussen durante la presentazione del suo ultimo libro Fasciocapitalismo , pubblicato da Edizioni Malamente con una prefazione di Elia Rosati lo scorso autunno. La presentazione si è tenuta il 14 marzo nella facoltà di Lettere dell’università La Sapienza, come iniziativa di formazione in vista del corteo del 25 aprile di Roma Est. Il contributo dell’autore sviluppa la tesi espressa nel libro anche alla luce della rielezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, avvenuta a novembre 2024, e gli eventi che ne sono seguiti. Sicurezza dello Stato La militarizzazione della democrazia nazionale in occidente sta conoscendo oggi un’accelerazione sempre più rapida, in particolare negli Stati Uniti. Si tratta di uno sviluppo storico di lungo periodo, la cui origine risale almeno al 2001 e alla cosiddetta “guerra al terrore”, durante la quale le libertà civili sono state sistematicamente sospese nella maggior parte dei paesi occidentali, concedendo alle forze di sicurezza maggiore agibilità e potere di sorveglianza. La pandemia e le sue ricadute economiche, legate ai lockdown del 2020, hanno ulteriormente spianato la strada a un'estensione dei dispositivi securitari, di controllo e repressione. Rispetto a quello che dicono i commentatori liberal e mainstream, la svolta securitaria di Trump non è un fenomeno radicalmente nuovo, riconducibile esclusivamente ai "nuovi fascisti". Piu che una rottura qualitativa, ci troviamo davanti all’intensificazione di tendenze già esistenti. Basti pensare alla Francia nel 2019, dove la polizia ha brutalmente represso le manifestazioni dei Gilet Gialli: diverse persone sono rimaste uccise e centinaia sono state mutilate, perdendo arti o la vista. Ovviamente esistono differenze significative tra gli Stati Uniti e la Francia (nella storia coloniale, nell’organizzazione e nel funzionamento delle forze dell’ordine) ma l’intensificazione della violenza poliziesca sembra rappresentare oggi un principio trasversale a molte democrazie occidentali: da Portland a Parigi. La funzione della polizia resta quella di garantire il monopolio della violenza da parte dello Stato e man mano che crescono i conflitti sociali e si acuiscono le contraddizioni del sistema, aumenta anche la repressione. Questa risposta violenta da parte degli Stati va compresa nel quadro di uno sviluppo più profondo e di lungo periodo. La pandemia ha infatti messo a nudo ciò che era in corso da decenni nelle cosiddette “economie avanzate”: l’evoluzione delle istituzioni politiche e giuridiche del capitalismo occidentale. Lo Stato sociale del dopoguerra è stato progressivamente smantellato: la sanità e i servizi pubblici sono stati oggetto di tagli prolungati, mentre in parallelo si è intensificata, in modo silenzioso ma costante, la funzione securitaria dello Stato. Con i tagli del welfare, è cresciuta l’urgenza di contenere e neutralizzare le cosiddette “classi pericolose”. Certo, lo Stato ha sempre esercitato la funzione di mantenere l’ordine pubblico, reprimere i conflitti e proteggere la proprietà privata; tuttavia, come hanno osservato studiosi come Peter Mair e Wendy Brown, negli ultimi decenni lo Stato si è sempre più svuotato di contenuti politici, riducendosi a un apparato tecnico-amministrativo e repressivo. Il compromesso di classe del dopoguerra, che aveva parzialmente integrato le classi subalterne all'interno della democrazia liberale, attraverso accordi con le loro organizzazioni rappresentative, garantendo l’accesso alla cultura, al lavoro e all’istruzione, è oggi venuto meno. A prevalere è ora la dimensione poliziesca e di sorveglianza. Quando la repressione “morbida” del dissenso non è più possibile, lo Stato si affida alla coercizione. La democrazia nazionale è sempre in grado di inasprire la propria componente repressiva, a prescindere da chi sia al governo, che si tratti della “destra” o della “sinistra”. Negli Stati Uniti, il processo di accumulazione del capitale è sempre stato profondamente violento: dallo sterminio dei popoli indigeni alla schiavitù, fino al sistema carcerario contemporaneo. Le “classi pericolose” sono sempre state represse o rigidamente controllate, e la polizia, o diverse forme di milizie, ufficiali o informali, sono sempre state la risposta sistemica ai “problemi sociali”. Non è un caso se W.E.B. Du Bois definì gli Stati Uniti un “dispotismo democratico” [1]. Disintegrazione Ci troviamo in una fase tumultuosa, in cui le certezze del passato si dissolvono rapidamente. Pochi avrebbero previsto un ritorno del fascismo in Occidente, ma il costante peggioramento di una crisi economica prolungata (quella che gli economisti borghesi definiscono oggi "stagnazione secolare"), dopo oltre trent’anni di calo dei tassi di profitto, non solo ha generato fratture all’interno delle classi capitalistiche nazionali, ma ha anche portato un numero crescente di persone a scendere in piazza. L’ordine dominante quindi è minacciato non solo dall’implosione interna (tra lotte geopolitiche e la disintegrazione di una politica nazionale coerente) ma si trova a fronteggiare anche le rivolte che, in modo disomogeneo e intermittente, si ripetono in tutte le parti del mondo. Questo è il quadro almeno dal 2011. Tali rivolte non si sono coagulate in un fronte rivoluzionario organico, ma costituiscono un’alternativa in potenza. Per il potere costituito è quindi diventato cruciale prevenire che queste rivolte si sviluppino in un movimento rivoluzionario. Le forze paramilitari di Trump e le sue truppe d’assalto non ufficiali, come i Proud Boys che hanno partecipato all’assalto del Congresso nel gennaio 2021, sono una manifestazione concreta di questa strategia di cancellazione della resistenza antisistemica, che mira a neutralizzare rapidamente le proteste. Il problema, tuttavia, è che l’ordine dominante fatica a proporre una reale alternativa. È per questo che la polizia oggi appare sempre più come un esercito di occupazione piuttosto che come un garante della “legge e dell’ordine”, ammesso che questo “ordine” abbia ancora un significato condiviso. L’imperialismo sta tornando a casa e macchina da guerra e controinsurrezione si fondono [2]. Il centro politico è imploso, e l’establishment cerca oggi nuove soluzioni. Il nazionalismo estremo dei politici tardo-fascisti si insinua in questo vuoto. L’egemonia del capitale finanziario è giunta al termine, e la xeno-transfobia dei tardo-fascisti detta la linea da seguire in questa crisi. Quello che era il sistema della “globalizzazione” non funziona più e viene oggi smantellato o irrigidito attraverso la xenofobia e il nazionalismo. Trump incarna perfettamente questa evoluzione. È, allo stesso tempo, il sistema (in quanto presidente) ma appare anche come una ribellione contro l’establishment politico. Rappresenta una rottura con il precedente consenso politico, esplicitando apertamente il razzismo strutturale e la crescente militarizzazione dello Stato. Il razzismo non si maschera più dietro il linguaggio dell’umanesimo, della democrazia o dello sviluppo. Mentre Obama, al Cairo nel 2009, parlava di “un nuovo inizio”, Trump minaccia il mondo intero di bombardamenti e invasioni. Dall’uso intensivo, quasi clandestino, dei droni da parte di Obama e dalla giustificazione moralistica dell’assassinio del “terrorista” Bin Laden, si passa all’invio di truppe paramilitari nelle città statunitensi, alla detenzione da parte dell’ICE di studenti che protestano contro il genocidio a Gaza, fino alle proposte di prendere il controllo della Groenlandia e del Canada e ai deliri quotidiani contro l’UE, la Cina, il Messico e praticamente chiunque nel mondo, fatta eccezione per Putin. Naturalmente, gli Stati Uniti sono stati fin dalle origini uno Stato coloniale di stampo razzista e, dagli anni Venti, un impero, intervenendo innumerevoli volte in tutto il mondo per rovesciare governi eletti secondo i propri interessi. Ora, le invasioni che si compivano in Afghanistan e in Iraq stanno tornando a casa: il nemico non è più soltanto il musulmano o lo straniero, ma anche il manifestante, il dissidente, chiunque si opponga. “Make America Great Again” significa oggi moltiplicare le esclusioni. Il ritorno della storia Se il XX secolo è stato segnato dal dominio degli Stati Uniti, il nuovo secolo si prospetta come un doloroso e contraddittorio declino per la superpotenza mondiale dichiarata. Trump rappresenta una risposta aggressiva e ambivalente a questo processo [4]. Egli promette, o minaccia, di ripristinare la grandezza americana. A differenza di Clinton, Biden, Harris e del resto della classe politica, Trump riconosce apertamente che gli Stati Uniti sono in crisi, e questo è parte della sua attrattiva, ciò che lo distingue dall’élite di Washington DC. La sua soluzione consiste nel mobilitare la classe media attraverso un ultranazionalismo palingenetico fondato su razzismo, misoginia e cristianesimo evangelico [5]. Trump si propone come l’uomo in grado di fare il “lavoro sporco” rafforzando l’esclusione e la repressione; sarà lo Stato autoritario a gestire la situazione e a invertire la rotta. Così facendo, ovviamente, Trump non fa che aggravare la crisi e intensificare i conflitti. Qualsiasi analisi della sua rielezione deve partire dalle rivolte seguite all’omicidio di George Floyd, che resta l’evento “politico”, o meglio antipolitico , più rilevante della storia americana recente. A Minneapolis e in altre città, nel 2020, il potere statale ha incontrato una sfida radicale. [...] La portata delle proteste è stata impressionante: si è trattato dell’ondata di mobilitazioni più esplosiva della storia americana recente. Le lotte contro il razzismo strutturale negli anni Sessanta o la resistenza alla guerra in Vietnam impiegarono molto più tempo per raggiungere un’intensità simile. Dalle testimonianze e dai resoconti dei partecipanti emerge una composizione molto più multietnica e variegata rispetto al passato. Occupy Wall Street era rimasto perlopiù composto da giovani studenti bianchi, e Black Lives Matter era stato inizialmente a prevalenza afroamericana; le nuove proteste, invece, hanno unito una folla più eterogenea di malcontenti, determinati a non farsi intimidire né dalla polizia, né dai coprifuoco, né dal rischio di contrarre il Covid, né dalla violenza statale. È stata una sfida diretta alla repressione e alla politica della paura. Le proteste del 2020 hanno rivelato una crisi politica e sociale, oltre che economica, di dimensioni enormi. L’economia statunitense è in contrazione sin dagli anni Settanta, e una quota crescente di valore prodotto (peraltro in progressiva diminuzione) è finita nelle mani di una ristretta élite. Gli Stati Uniti sono oggi una società profondamente diseguale. Per lungo tempo, una parte della classe operaia ha potuto sopravvivere grazie all’accesso ai prestiti, ma la crisi finanziaria ha messo fine anche a questo. Sempre più persone sono state costrette a ricorrere al lavoro precario e in nero o alla criminalità. Il risultato è stato un’esplosione della popolazione carceraria [6]. In particolare, le persone nere sono state le principali vittime di questo processo. Quando l’ennesimo afroamericano è stato ucciso dalla polizia, è stato un omicidio di troppo. George Floyd è stato solo l’ultimo anello in una catena apparentemente infinita di esecuzioni da parte delle forze dell’ordine. La storia è tornata, sotto forma di vendetta. Note [1] William E. B. DuBois, African Roots of War , “Atlantic Monthly”, Maggio 1915, pp. 707-714. [2] Stuart Schrader, Badges without Borders: How Global Counterinsurgency Transformed American Policing , University of California Press, Oakland 2019. [3] Nikhil Pal Singh, Race and America's Long War , University of California Press, Oakland 2017. [4] Come mostra Greg Grandin nel suo The End of the Myth, Trump è sintomo della fine del sogno dell’eccezionalismo americano, dove la frontiera è sostituita dal muro. La visione progressista ed espansiva (che ha assunto la forma della guerra e del mercato capitalista) è stata sostituita dal nazionalismo razzista. Greg Grandin, The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America , Metropolitan Books, New York 2019. [5] Ultranazionalismo palingenetico è la definizione di fascismo proposta da Roger Griffin. Roger Griffin, The Nature of Fascism , Routledge, Londra e New York 1993. [6] Ruth Wilson Gilmore, Golden Gulag: Prisons, Surplus, Crisis, and Opposition in Globalising California , University of California Press, Berkeley e Londra 2007 Mikkel Bolt Rasmussen insegna presso il dipartimento di Arte e studi culturali dell’università di Copenaghen, è autore di molti saggi, tradotti in italiano La controrivoluzione di Trump (Agenzia X, 2019) e Dopo il grande rifiuto (Agenzia X, 2021).
- archivi
La rivista DeriveApprodi [1] All’inizio del 1990, tra vecchi e giovani compagni sparsi per l’Italia, si discuteva delle necessità di tentare il riavvio di un percorso di riflessione critica dopo la terribile stagione della desertificazione mentale del decennio Ottanta. A tal fine si riteneva che lo strumento principe fosse ancora quello della «rivista politica». Il primo testo che qui si presenta racconta in sintesi gli antefatti che portarono al varo della rivista «DeriveApprodi» e nello specifico l’esperienza precedente di «Luogo comune». Il testo di Primo Moroni che segue ha contribuito alla fondazione della rivista, il cui numero zero fu pubblicato nel luglio del 1992 con in copertina la frase: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». A questo testo fa seguito l’editoriale del numero zero di «DeriveApprodi» dal titolo omologazioni resistenze esodi, che non reca firma perché frutto di una discussione collettiva. Gli antefatti [1989] Cadde il Muro e subito dopo arrivò la Pantera. Quel movimento che aspettavamo, che chiuse quei mai abbastanza maledetti Ottanta aprendo insieme orizzonti e scenari nuovi. In un battibaleno rinacquero le riviste: «Futur antérior» a Parigi, «Altre ragioni» e «Millepiani» a Milano e molte altre più effimere. A Roma nacque «Luogo Comune», e lì dentro ci ritrovammo io, Mauro Trotta e Benedetto Vecchi. Una redazione assembleare (troppo assembleare per garantirne la continuità) composta da Paolo Virno, Marco Bascetta, Andrea Colombo, Papi Bronzini, Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Franco Piperno, Lanfranco Caminiti, Giorgio Agamben, Massimo De Carolis, Enzo Modugno, Giovanni Giannoli, Franco Lattanzi, Massimo Ilardi e molti altri. Tra il meglio del «pensiero critico» romano. Le donne però erano pochissime: Alessandra Castellani, Bia Sarasini, Angela Scarparo. Quasi una totalità di uomini. Eggià… qualcosa voleva pur dire. «Luogo Comune» fu uno spartiacque, in soli quattro numeri costruì i paradigmi teorici che fecero da base a molto dell’agire dei movimenti nel quindicennio a venire. Seminari, riunioni, presentazioni si susseguivano. Avevamo la netta sensazione di essere finalmente usciti dal pantano, di aver ricostruito delle nuove idee-forza capaci di diffondersi socialmente. Ma dopo tre numeri la macchina si inceppò. L’assemblea redazionale era troppo ampia e i suoi discorsi prendevano direzioni disomogenee che rischiavano di creare confusione annullando la forza dei paradigmi fin lì costruiti. O almeno così pensarono alcuni, i più autorevoli però. Forse la vecchia idea che il partito epurandosi si rafforza li convinse. Così, mentre il grosso della partecipazione andava in dispersione, prepararono il quarto numero. Senz’altro il migliore, ma per paradosso anche l’ultimo. Dopo il terzo numero non passò la proposta di formalizzare una redazione motivata con le ragioni di rendere il lavoro più efficiente e coeso. Benedetto, Mauro e io eravamo i più giovani e in accordo con la proposta della formalizzazione della redazione, pur sapendo ovviamente che non ne avremmo fatto parte, o forse Benedetto sì. Infatti poi lui seguì la fattura del quarto numero, mentre io e Mauro ci mettemmo a delirare sull’ipotesi di una nuova rivista tutta da inventare. Non avevamo il minimo dubbio sul fatto che il punto più alto dell’intelligenza analitica e della conseguente elaborazione teorica stesse nella componente, diciamo così, più omogenea di «Luogo Comune», ma eravamo anche convinti che le altre soggettività in dispersione erano comunque preziose. Inoltre, forse per il semplice fatto di essere più giovani, avevamo un occhio più attento e una qualche concreta internità a quel che il movimento della Pantera aveva prodotto, al fatto che i suoi animatori si stavano riversando nei centri sociali alfabetizzandoli, togliendoli da un difensivismo autoreferenziale che li aveva fin lì obbligati a un isolamento e a una scarsa significanza nei conflitti sociali. In sostanza pensavamo che quel ribollire di nuova soggettività in costruzione era una referenza diretta e di massa a quanto «Luogo comune» aveva elaborato. Certo, esisteva il problema di come organizzare il lavoro progettuale, e poi redazionale, evitando il guazzabuglio assembleare, di come tenere insieme e ricavare ricchezza teorica da una partecipazione larga e anche disomogenea senza che ciò fosse di impedimento alla realizzazione concreta del progetto. Discutemmo per settimane su quel rompicapo finché una sera capimmo che l’uovo di Colombo era lì a portata di mano: non si sarebbe fatta alcuna redazione fissa ma redazioni specifiche numero per numero in base alle tematiche scelte. E quella fu la formula che funzionò per 26 numeri, dal 1992 al 2005 […]. Ci diedero retta Lanfranco Caminiti e Lucio Castellano, insieme a Bifo da Bologna. Ma soprattutto sapevamo di avere l’appoggio concreto di quel placido leone di Nanni Balestrini, che di riviste ne aveva fatte fin dagli anni Cinquanta, e di Primo Moroni che scrisse il testo «fondativo» dal quale venne tratta la frase che comparve nella copertina del n. 0: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente».Mentre tessevamo la rete delle collaborazioni e il recupero dei testi da pubblicare (tra i quali anche quelli di Agamben e di Negri) assistevamo sbigottiti alla velocità con la quale si sbriciolava il sistema dei partiti della prima Repubblica. Stampammo il numero 0 nell’improbabile mese di luglio del 1992. Un classico formato A4 impaginato con uno dei primi programmi di computer grafica da Massimo Kunstler, che fu autore anche del logo della testata DeriveApprodi, nominazione che decisi io col consenso di Mauro, ma che però fece incazzare Bifo che la riteneva, chissà perché, di «sapore cattolico». Riuscimmo a convincere il distributore Joo a mandarne nelle librerie 700 copie. Una roba da matti, a luglio, un prodotto del genere mischiato alle letture da ombrellone. Andarono esaurite in una settimana. Benedetto scrisse poi la recensione alla rivista su «il manifesto» dove sottolineava il fatto che quel progetto nasceva da un ambito collettivo del tutto informale costituto da quella che cominciava a delinearsi come la nuova forza-lavoro cognitiva in formazione. Il progetto consolidò una propria continuità costruendo a ogni numero della rivista una specifica rete che andava a relazionarsi alle altre già esistenti. In quegli anni il movimento era come un aereo che dalla Pantera aveva cominciato a correre sulla pista acquisendo sempre più velocità senza però riuscire a decollare. Finché arrivò la rivolta zapatista e la prospettiva di un nuovo, inedito, internazionalismo. E lì l’aereo, magicamente, si staccò da terra. È possibile pensare che… Primo Moroni Si intende partire dal dato reale che considera il 1990 come massimo zenith dei processi di innovazione e modernizzazione che hanno interessato il paese Italia. I caratteri di mondializzazione delle economie occidentali hanno costretto le forze produttive locali a un processo estremamente accelerato di trasformazioni radicali che hanno sconvolto soprattutto l’universo dei «lavori» con effetti visibili e rilevanti nella sfera del sociale e – per ora – non del tutto avvertiti nella sfera culturale. L’impatto delle nuove tecnologie ha disegnato uno scenario di «innovazione autodistruttiva» che assume sempre più frequentemente i contorni di una metafora di «fine d’epoca». La rapida «decostruzione» della città fordista trasforma la metropoli nel luogo critico del moderno costringendo uomini e donne a continue risposte affermative o negative. Tutto ciò che sembrava solido e convincente si dissolve in continuazione trasformandosi nel suo contrario. L’infinita avventura del presente genera omologazione o – al contrario e insieme – angoscia, inquietudine come forma dell’intelligenza nel moderno. Nello spazio vuoto della perdita di riferimenti, di bisogni post-acquisitivi, il diritto alla felicità viene surrogato dalla «merce eccellente» eroina. La forza innovativa delle trasformazioni materiali si trasforma in geroglifico sociale, diventa linguaggio. I suffissi post (post-moderno, post-industriale ecc.) sono segni vuoti che occultano i processi reali, il «pensiero debole» l’ideologia che legittima il quadro generale. Città dell’eccellenza, città delle regole, città neofondamentalista, città di frontiera, convivono negli spazi della decostruzione. Simulazione e falsificazione, vero o falso, visibile e invisibile possono assumere valenze opposte e rovesciate. Dentro questo universo di segni e significati non esistono nicchie di serenità che non siano – ancor più e in quanto tali – minacciate da eventi rovinosi. L’unica possibilità che individuiamo risiede nell’accettare l’avventura del moderno collocandosi nelle linee (border-line) della frontiera. Marginalità come scelta cosciente – qui e ora – progetto esistenziale che generi culture e nuove intelligenze del mondo nell’epoca della produzione immateriale. Una rivista che da sismografo delle «mutazioni» in corso aspiri a divenire sguardo freddo, ironico e partecipato dei processi reali che non sono mai – particolarmente ora – ne positivi, né negativi, ma appunto processi. Una rivista che si inserisca – come parte del mosaico – in quel vasto anche se minoritario e di esordio, movimento di «marginalità colta» in formazione nelle metropoli europee e americane. Per la prima volta nella storia dell’uomo il nucleo centrale della produzione viene spostato dal corpo alla mente con effetti straordinari sulla vita e l’immaginario collettivi. A fianco dei processi di liberazione dei corpi (ingegneria genetica, body-building, steroidi, transessualità ecc.) non più indispensabili all’igienismo taylor-fordista, si sviluppano nuovi territori di schiavitù o libertà che hanno come obiettivo la mente. La produzione di saperi come «merce di eccellenza direttamente produttiva» domina strategicamente il quadro dei nuovi poteri tecno-imprenditoriali. La scienza – vissuta spesso come dato cieco – abbatte tutti i confini tradizionali della produzione intellettuale: arte e tecnologia, parola scritta e immagine, pensiero umanistico o scientifico non sono più coppie separabili e distinte, ma l’uno sfuma nell’altro e viceversa sconvolgendo la vis-immaginativa e l’universo esistenziale dei soggetti sociali. In questo ultimo decennio intere sezioni di culture sociali, politiche, artistiche sono state spazzate via dai processi alti di modernizzazione. Ciò ha innescato contemporaneamente risposte omologanti e rifiuti nichilistici. Oggi pensiamo che sia in fase di completamento quel segmento di tempo storicamente e socialmente utile ai soggetti per metabolizzare la comprensione dei processi reali. Cogliere la vitalità di queste intelligenze in formazione è l’obiettivo ambizioso e senza soverchie illusioni di questa rivista. Con l’intenzione di diluire queste prime ipotesi sicuramente espresse in forma fredda e necessariamente schematica, si possono indicare alcuni possibili percorsi. È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli europee stia emergendo una nuova percezione del presente? – l’intelligenza tecnico-scientifica dei «grunen» tedeschi? – la sottocultura metropolitana che si trasforma in «cultura altra» dei processi di produzione immateriale? – la frantumazione delle rappresentanze politiche come espressione dell’incapacità di governare i processi reali? – lo sviluppo apparentemente «infinito» del progresso tecnico-scientifico che si sofferma a riflettere su se stesso per non aver contemplato nel piano l’elemento umano? – l’economia criminale come elemento storicamente necessario al ciclo di accumulazione ovvero il paradosso della sfera delle leggi? – la possibilità di leggere la città attraverso i labirinti successivi? – è possibile cioè attingere dal passato per inventare il futuro. Un passato e un futuro che convivano con il moderno? – il sostanziale passaggio del controllo dal corpo alla mente apre spazi di libertà o terribili ipotesi di controllo globale dove il media manipolatorio assume la fisionomia del «grande fratello»? – nelle fasi di transizione si genera la paura prodotta dal vuoto e dal vissuto di perdita delle acquisite culture precedenti. In questo vuoto si inserisce frequentemente l’artista diventando il sismografo delle mutazioni in atto. Chi sono oggi coloro che si muovono in questa direzione? – Nelle fasi di frattura dello sviluppo del moderno esistono solo i processi alti e la loro ricaduta nella sfera dell’esclusione. In mezzo ci sono i «coni d’ombra» della «classe della maggioranza». Vi sono risorse in quei «coni d'ombra»? La «marginalità colta» è l’unica scelta possibile per interagire coscientemente con lo scenario generale? omologazioni resistenze esodi I testi che compongono questo fascicolo non sottendono alcun intento costitutivo di un qualche «organico» progetto di ricerca culturale e politica alternativa, anche se siamo convinti che di qualcosa di simile si avverte sempre di più un diffuso bisogno. Qui si tratta piuttosto di qualcosa di molto più semplice e modesto: un punto di incontro di alcune derive esistenziali e di alcuni percorsi di ricerca, un contributo affinché nuove scoperte maturino, altre avventure comincino. Crediamo che i temi qui trattati, anche se talvolta in forme contraddittorie e confuse, siano comunque importanti e vadano perciò, per quanto possibile, divulgati. Gli interventi che abbiamo raccolto provengono da un’area riconoscibile ma largamente differenziata. In queste pagine la memoria dell’epoca delle rivolte egualitarie non è perduta, ma neppure feticizzata, perché quello che oggi più ci interessa è gettare uno sguardo su quei panorami apparentemente emergenti oltre la densa cortina di banalità che soffoca le intelligenze in questa lenta lunga agonia della modernità. In queste pagine non trovano invece alcun spazio i reiterati psicodrammi altrove messi copiosamente in scena da dirigenti e intellettuali di quel «glorioso popolo comunista» reso orfano dalla dissoluzione dei regimi totalitari dell’est europeo. Radicalmente altra è la cultura a cui si fa qui riferimento, una cultura nata proprio dallo schieramento, in tempi non sospetti, contro quegli stessi regimi la cui dissoluzione rappresenta semmai la fine tardiva di un equivoco. Del panorama culturale italiano non ci sembra ci sia molto da dire: ai laceranti tentativi di elaborazione del lutto da parte dell’intellettualità ex e neo «comunista» fa da contraltare la continuità della chiacchiera insulsa di quell’intellettualità cortigiana nonché mediocre e volgare che, mossa dalle pulsioni della modernizzazione galoppante, negli ultimi dieci anni ha servito con zelo gli interessi del potere d’impresa, somma di tutti gli altri poteri. Immediatamente al seguito di queste due polarità corre con fiato affannoso la marea della piccola intellettualità questuante presso il ceto politico istituzionale: «un popolo di aspiranti al contributo, di subalterni che sgomitano per accaparrarsi le briciole di elargizione lasciate dalle grandi lobby, quelle che succhiano senza pietà le infinite mammelle dell’ente pubblico» (Sergio Bologna, Sulla necessità di creare un polo culturale, inedito). Interloquire in questo panorama né ci piace né ci interessa. D’altronde la cultura dell’aggressività e della competizione al comando nel decennio passato scricchiola vistosamente, seminando il panico nel corteo di quegli squali finanziari, padroni di ferriere televisive, mafiosi e narcotrafficanti di vario genere, che si sono accompagnati in lucrosi affari con buona parte del ceto politico istituzionale. Per quel che ci riguarda non nascondiamo la speranza che la falla si allarghi e che questo funereo barcone affondi con tutto il suo infame carico e la sua ancor più infame ciurma e sotto ciurma comprensiva di lacchè, portaborse, sarti, presentatori televisivi e sedicenti artisti comunque prezzolati. Amen. Alzato lo sguardo oltre questa immediata linea di orizzonte ci si scontra con l’orrida realtà di popoli che ormai quotidianamente si macellano in nome di un’appartenenza etnica, di un fondamentalismo religioso o ideologico. Mentre frotte di incoscienti imbecilli si ostinano a definire queste carneficine «lotte di liberazione nazionale» condotte in nome dell’«autodeterminazione dei popoli», produttori e trafficanti riforniscono di armi agguerrite schiere neonaziste di mezza Europa. E a est la fioritura di nuovi Stati «indipendenti» comporta, ben al di là delle fascinazioni per il libero mercato, una proliferazione nucleare difficilmente controllabile. Il tutto sovradeterminato da quanto va configurandosi sotto il nome di «Nuovo Ordine Mondiale». Piaccia o no, questi, e altri non meno preoccupanti, sono gli scenari con cui un pensiero critico e alternativo deve fare i conti, e nel cominciare a farli crediamo valga il metodo del pensare innanzitutto in maniera libera da ogni compromesso con quegli stessi poteri che hanno concorso a determinare una situazione planetaria di cui non è avventato prefigurare un collasso. Pensare in libertà, dunque, cominciando col porsi delle domande che siano all’altezza della portata delle trasformazioni attivate dalla fine del bipolarismo e dalla terza rivoluzione industriale, avendo a riferimento l’ipotesi che l’intelligenza creativa, la forza produttiva tecnico-scientifica dispiegata nel sociale dà segni sempre più evidenti di insofferenza verso la sua unica finalizzazione economica, verso qualsivoglia gerarchia politica e forma di organizzazione statuale. Da qui l’inizio delle domande e il percorso tutto in salita che può portare alla costruzione di un’alternativa. Sergio Bianchi nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista ; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie , voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani. È autore dei saggi: Storia di una foto ; (con Raffaella Perna) L e polaroid di Moro; Figli di nessuno . Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice (Sellerio).
- guerre
Produzione e guerre di classe Roberto Gelini Il testo che vi proponiamo è stato letto (in parte) al convegno «Negri au-delà de Negri, Subjectivités, travail et critique du capital» Paris, 15-16 juin 2025. Lazzarato recupera il concetto marxiano di « accumulazione originaria » e lo mette al centro della sua elaborazione non come processo storico già dato ma come una delle tappe fondamentali del ciclo capitalistico. La guerra non è altro che il punto in cui il capitalismo ritorna al suo momento iniziale: <>. La sua critica va alla svolta etico-politica delle teorie che si sono occupate di superare i limiti del marxismo sin dagli anni Sessanta. Il vero problema non è più la macro-politica ma la produzione di soggettività senza rottura: il momento costituente senza considerare <>, senza lo scontro tra classi. Per Lazzarato escludere la guerra e le guerre civili dalla teoria critica vuol dire non considerare la possibilità della rivoluzione. L’attuale impotenza politica è la conseguenza dell’esclusione delle guerre e delle guerre civili dalla teoria critica, che è a sua volta il risultato di un’altra esclusione, quella della rivoluzione. Esclusioni condivise da tutte le diverse teorie della «produzione» che, sin dagli anni Sessanta, hanno arricchito, ampliato, contestato e cercato di superare i limiti del marxismo: l’economia libidinale (Lyotard), l’economia degli affetti (Klossowski), il discorso del capitalista (Lacan), la produzione desiderante (Deleuze e Guattari), la biopolitica (Foucault), l’Essere come produzione ontologica spinoziana di Negri. «Un fantasma pervade l’immaginario rivoluzionario, è il fantasma della produzione», dirà Baudrillard, senza però uscire, con il suo ricorso al simbolico, alla cultura e alla semiotica, dalla pacificazione che questi concetti di produzione implicano. L’attuale regime di guerra è, da un lato, un risultato evidente della produzione capitalista; dall’altro è inspiegabile con le sole categorie della critica dell’economia politica, della produzione desiderante o biopolitica, o ancora con l’ontologia spinoziana. Questi nuovi concetti di produzione pretendono di superare i limiti del dualismo della lotta di classe attraverso l’affermazione della molteplicità, mentre nel capitalismo quest'ultima è necessariamente intrappolata nel rapporto strategico delle guerre di classe. La produzione – che sia materiale o immateriale, affettiva o desiderante, cognitiva o biopolitica – presuppone sempre la produzione extra-economica, extra-affettiva, extra-cognitiva delle classi sociali. Prima di produrre merci, è necessario prendere, appropriarsi, espropriare con la forza e la violenza dello Stato e dei capitalisti terre, popolazioni, corpi, mezzi di produzione, risorse, e dividere ciò che è stato preso. Storicamente, il capitalismo è nato da una triplice conquista: la conquista delle terre e l’espropriazione dei contadini in Europa, la conquista delle donne (la caccia alle streghe è il segno della loro espropriazione), la conquista delle «terre libere» del Nuovo Mondo, con l’asservimento degli indigeni – colonizzati – e degli africani resi schiavi. Senza queste guerre di conquista dei corpi, che dividono i vincitori e i vinti in proprietari e non proprietari, nessuna produzione può avere luogo. Le divisioni tra proprietari e non proprietari, la dominazione dell’uomo sulla donna, del bianco sul non bianco, non sono il risultato della produzione, ma ciò che essa presuppone. Queste guerre e divisioni si verificano ogni volta che il capitale passa da un regime di accumulazione a un altro. Hans Unger Krahl è l’unico marxista che, negli anni Sessanta, invece di pacificare la produzione, cerca di articolare la violenza della lotta di classe, della guerra civile, della rivoluzione e la costrizione «silenziosa» dei rapporti di produzione, pensando insieme rivoluzione e produzione. In una polemica con Habermas attorno a Marx, interroga ciò che pone problema in quest’ultimo: «La produzione è il principio della storia, tuttavia la storia nel suo insieme è la storia della lotta di classe». Egli vede nel marxismo due princìpi euristici diversi: la produzione e i suoi «soggetti» (forze produttive e rapporti di produzione) e la lotta di classe e i suoi «soggetti» (l’opposizione politica oppressori-oppressi) che non si articolano facilmente tra loro. La soluzione di questa contraddizione è indicata da Krahl nell’accumulazione primitiva che si ripete («processo terroristico di espropriazione dei piccoli proprietari della terra e la trasformazione dei campi in allevamenti, la costituzione delle grandi monarchie assolute, la cui violenza di coercizione extra-economica ha, a quell’epoca, una potenza direttamente economica» ( Costituzione e lotta di classe , Jaca Book, 1971) dove coglie le forze extra-economiche e politiche che agiscono come presupposti dell’accumulazione del capitale : le classi sociali (proletariato e borghesia) nascono da queste guerre civili. L’accumulazione primitiva consiste nella «distribuzione primaria dei mezzi di produzione e della proprietà privata» e nella creazione delle classi proprietarie e non proprietarie che ne discendono. Pertanto, «il concetto di distribuzione primaria dei mezzi di produzione – risultato della guerra di appropriazione – deve essere, a mio avviso, sussunto nel concetto di produzione, soprattutto se questo comprende, come in Marx, dal punto di vista categoriale e materiale, non solo il lavoro inteso come attività strumentale, ma anche il lavoro e la divisione del lavoro» (divisione del lavoro politica e non tecnico - strumentale). Carl Schmitt è molto vicino al punto di vista di Krahl. Riassume la costruzione di ogni «Nomos» della terra, cioè di ogni ordine politico e sociale, con tre verbi, tre azioni : prendere/dividere/produrre. Utilizza il concetto di «divisio primaeva» (divisione primaria) di Tommaso d'Aquino e Thomas Hobbes per descrivere ciò che la distribuzione primaria presuppone, e aggiunge: <> e il <>presuppongono la presa di ciò che c'è da dividere; in altre parole, presuppongono un'occupazione o un'appropriazione primaeva» («Appropriazione /divisione/ produzione» in «Le categorie del politico» , Il Mulino, 1972). Prima della produzione, c'è quindi una distribuzione primaria, che a sua volta presuppone un'appropriazione primaria. Il capitalismo, a differenza di quanto afferma o trascura il pensiero del '68, non può fare a meno dell'imperialismo. L'essenza dell'imperialismo risiede nel primato dell'appropriazione sulla divisione e sulla produzione<<. La conseguenza politica di questa affermazione è notevole: la marxiana <>. Michel Foucault, invece, esprime la stessa incomprensione di Habermas riguardo a Marx e al suo concetto di produzione, che egli separa dal rapporto di potere che la fonda. Distinguendo le relazioni di lavoro, le relazioni di comunicazione e le relazioni di potere, attribuisce a Marx, anche se non è nominato nel testo, una concezione strumentale del lavoro. Il potere del lavoro è quello che si «esercita sulle cose e che conferisce la capacità di modificarle, utilizzarle, consumarle o distruggerle» (Il soggetto e il potere, Dits et Ecrits, Gallimard, 2001). «Ciò che caratterizza invece il «potere» è che mette in gioco relazioni tra individui (o tra gruppi)» (Ibidem) . Marx e la «distribuzione sociale» Nella Einleitung, manoscritto del 23 agosto 1957, Marx generalizza teoricamente i risultati del suo lavoro storico sull’accumulazione primitiva, il che consente di mettere in luce il malinteso di Foucault. La distribuzione che egli non chiama primaria, è una «legge sociale»: l’individuo «che non possiede alcun capitale, nessuna proprietà fondiaria, nascendo, è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale». Questa distribuzione non solo precede e determina la produzione, ma costituisce «un fatto pre-economico», assegnando nel contempo le funzioni «economiche» alle classi nella produzione. David Ricardo, considerato da Marx «l’economista per eccellenza della produzione», considera per questo stesso motivo non la produzione, ma la distribuzione come la vera tematica dell’economia moderna, poiché «la produzione inizia con la distribuzione dei mezzi di produzione» e assegna in questo modo il posto e le funzioni degli agenti nella produzione. Marx riconosce che la distribuzione primaria «precede la produzione e ne costituisce il presupposto». La divisione politica tra proprietari e non proprietari è la condizione della produzione capitalista, ma quest’ultima, una volta installata, trasforma questi presupposti nei suoi risultati. Leggendo queste pagine, si ha l’impressione che l’accumulazione primitiva e le divisioni prodotte dalle guerre di appropriazione e di assoggettamento costituiscano il passato che il capitale ha definitivamente superato. Anche per Tronti, sotto l’influenza del «bisogna essere assolutamente moderni» di Operai e Capitale, l’accumulazione primitiva fa parte di ciò che Marx chiama la «preistoria del capitale da cui bisogna avere il coraggio critico di liberarsene senza pietà». Krahl, al contrario, sposta radicalmente il punto di vista di Marx e di Tronti: «L’accumulazione originaria, lo stato di natura del capitale, è il prototipo della crisi capitalista». Le crisi sistemiche che costellano la storia del capitale devono sempre essere comprese dal punto di vista politico, come manifestazione della guerra civile che è alla base della relazione di potere. Il ciclo del capitale inizia con guerre e termina con guerre. Le due crisi egemoniche dell’imperialismo statunitense, quella degli anni Sessanta e Settanta e quella che si svolge sotto i nostri occhi, costituiscono due forme diverse di accumulazione primitiva. L’azione di Trump per la costruzione di un nuovo Nomos della terra economico / politico può’ essere riassunta e sintetizzata con i tre verbi di Carl Schmitt : prendere / dividere / produrre. I dazi (come il desiderio di prendersi Groenlandia, Il Canada, Panama), la raccolta di promesse di investimento negli emirati, di acquisto di merci americane imposte agli Europei, l’accordo sulle terre rare con l’Ucraina, ecc., sono forme di appropriazione (fare cassa per colmare il deficit). Contemporaneamente utilizza la forza, la minaccia, il ricatto, soprattutto con i suoi sudditi europei, per imporre una nuova divisione del otere a livello mondiale. Soltanto tramite la violenza coercitiva extra economica che si manifesta come una potenza direttamente economica, si potrà imporre nuova, eventuale, produzione (industrializzare gli Stati Uniti). Che il progetto sia irrealistico e che il suo insuccesso prepari la guerra mondiale non più a pezzi, non toglie il fatto si svolge nel modo descritto da Marx, Krahl, Schmitt. L’azione produttiva potrà funzionare solo dopo che l’azione politica ha ridisegnato il mondo e i suoi attori. Negli anni Settanta, la riconfigurazione delle classi e della proprietà che la nuova produzione basata sulla finanza e sul debito richiedeva è stata anche più violenta. Non è emersa in modo immanente alla produzione fordista, ma da una contro-rivoluzione (Nixon/Kissinger/Volcker) che ha utilizzato alti livelli di forza armata (colpi di stato, dittature, strategie della tensione, repressioni violente, sconfitte politiche del movimento operaio) su tutto il pianeta. Ne è emerso un Nomos della terra che distruggeva Bretton Woods, costruendo le premesse della globalizzazione, oggi, a sua volta in crisi sistemica. La produzione fordista non poteva più riprodurre le proprie divisioni, e tuttavia era incapace di organizzare il passaggio al capitalismo finanziarizzato e alla sua governance, il neoliberismo (da non confondere, assolutamente). Tra le due si crea una discontinuità e un’inedita accumulazione primitiva deve necessariamente intervenire. È all’interno di questa contro-rivoluzione violenta che la rivoluzione mondiale e, con essa, i movimenti politici italiani sono stati sconfitti militarmente e politicamente. Spinoza e lo strano tentativo di salvare la rivoluzione Si potrebbe interpretare il passaggio di Toni [Negri, N.d.T.] attraverso l’ontologia di Spinoza come un tentativo disperato di salvare la rivoluzione dalla sua sconfitta storica. Toni pretende di risolvere la contraddizione marxiana tra produzione e lotta di classe messa in luce da Krahl, attraverso l’ontologia spinoziana che, ai suoi occhi, riesce a tenere insieme la produzione e il politico in un modo nuovo. Tentativo molto problematico, poiché, secondo Krahl, in Marx «la teoria della società, fin dall’inizio, supera le implicazioni ontologiche dal punto di vista della produzione pratica dell’oggettività e queste stesse implicazioni diventano critiche dell’ontologia». Tanto più che in Lenin, Mao, Ho Chi Minh non c’è alcuna problematica ontologica, ma una serie di grandi invenzioni strategiche (ciò che Foucault ha perseguito per tutta la vita e non è stato in grado di concettualizzare e praticare). Un insieme di problemi politici sono risolti dall’installazione di un doppio regime: ontologico e storico. L’«accumulazione dell’essere» avviene a livello ontologico in modo tale che c’è progressione, intensificazione, mutazione, nonostante le sconfitte che la Moltitudine subisce a livello storico-politico. Dietro la disfatta è in corso una metamorfosi ontologica; la produzione di un nuovo essere e di nuove soggettività si fabbricano incessantemente, poiché la loro produzione è inestinguibile: «nulla può far tornare indietro» il divenire della Moltitudine. Il lavoro su Spinoza «era un tentativo di dire: d’accordo, siamo stati sconfitti, ma siamo ancora qui, l’ontologia ci permette di produrre un’etica». La rivoluzione non è più «politica» come nella tradizione rivoluzionaria europea, ma prima di tutto etica. La misteriosa rivoluzione che sarebbe già avvenuta e che si tratta solo di realizzare «è il segno che rende etico l’agire». La svolta etico-politica è comune a Foucault, Deleuze e Guattari, il cui unico vero problema sarà quello della produzione di soggettività, delle forme di vita, delle nuove possibilità di vita scollegate dalla rivoluzione macro-politica. L’ontologia spinoziana consente una nuova definizione del politico come «potere costituente», molto lontano dalla concezione dialettica che si trova in Marx e nei marxisti rivoluzionari del XXº secolo. È il potere costituente, espressione della potenza della Moltitudine, che «trasferisce il politico sul terreno dell’ontologia». Ribaltando il punto di vista dei costituzionalisti, e persino dei rivoluzionari per i quali il potere costituente viene dopo una rottura radicale, si sviluppa all’interno di uno stato di eccezione, si instaura dopo che la guerra civile ha designato vincitori e vinti; «il potere costituente viene prima, è la definizione stessa del politico». Invece del rapporto strategico tra classi, la Moltitudine contiene in sé il rapporto dell’uno e della molteplicità, che si esprime nell’espansività senza limiti dell’essere. Si libera continuamente dagli ostacoli posti da vincoli esterni. Il negativo, che non ha esistenza ontologica, è confinato nell’azione del potere, incapace di produrre un nuovo essere, prerogativa riservata alla Moltitudine. Toni sembra identificare una potenza acquisita nella contingenza di un rapporto politico tra classi, sempre alla mercé del «caso» e della imprevedibilità dello scontro, consolidata storicamente dalle rivoluzioni e dalle lotte del Novecento, con l’ontologia. Durante tutto il secolo, il proletariato sembrava poter rovesciare il rapporto di subordinazione a cui è assegnato dal dualismo della guerra di classe: l’«autovalorizzazione» del proletariato mondiale entrava in competizione / scontro con la valorizzazione del capitale, accumulando salario, welfare, rivoluzioni vittoriose e pareva «separarsi dal capitale» per dispiegarsi in modo autonomo. Toni teorizza la Moltitudine e la sua separazione dal capitale e dallo Stato proprio nel momento in cui questo processo rivoluzionario è prima bloccato e poi pesantemente sconfitto dalla contro-rivoluzione. La traduzione storica di questa potenza ontologica avviene in modo duplice: il proletariato, nonostante la sconfitta, esprime, attraverso il lavoratore cognitivo, un grado superiore di potenza, la cui forza produttiva è incomparabile a quella dell’operaio fordista; il capitale, al contrario, è identificato come un semplice «parassita», privo di qualsiasi capacità di produrre un nuovo essere poiché non ha alcuna realtà ontologica. Ritorno alla dialettica ? Se per me questo passaggio attraverso lo spinozismo è molto problematico, poiché il proletariato che esce dalla sconfitta degli anni Settanta si trova in una condizione di impotenza raramente riscontrata nella storia del capitalismo, penso che nell’ultima parte del suo lavoro Toni abbia tracciato un ritorno ai dualismi, alle classi e alla dialettica che è necessario continuare a interrogare e sviluppare. Lo spinozismo politico è costruito sull’opposizione uno/molteplicità, mentre la molteplicità, nel capitalismo, è sempre intrappolata nel dualismo politico, cioè nella dialettica non hegeliana di classe contro classe. È assumendo questa dialettica col nemico di classe e praticandola che il capitale e lo Stato dal ’68 non smettono di vincere. La politica spinoziana non rimanda ai dualismi della lotta di classe, né ai due termini della relazione schmittiana amico-nemico, che fa della guerra una possibilità sempre presente del politico. Essa si propone come una critica radicale di ogni dialettica. Toni, al crepuscolo della sua vita, constatando le difficoltà politiche della Moltitudine nell’organizzare il proprio processo costituente, cerca di definire una nuova dialettica. La Moltitudine ora non è più il tutto positivo che cresce su se stesso espellendo tutto ciò che lo contraria, ma è piuttosto «caos», molteplicità che, per costituirsi, deve passare attraverso la classe, deve cioè passare per il «due». La critica per potersi esprimere necessita di un «contesto dialettico» e di ritrovare un «realismo» politico perduto, si legge in una delle ultime interviste. La dialettica dell’«uno si divide in due» dei rivoluzionari del XXº secolo, come la dialettica schmittiana, come la dialettica della guerra civile (Koselleck), non ha come motore la contraddizione, ma il conflitto, la guerra e la strategia delle classi in lotta. Invece di espellere la polarità negativa, bisogna riconoscere la sua realtà irriducibile, poiché ogni nuova strategia del capitale e dello Stato la dispiega ancora e sempre (si manifesta come polarità di reddito, di proprietà, ecc, ma è di potere). Allo stesso modo il progetto politico del proletariato deve passare per la volontà di distruzione del rapporto di capitale. La dialettica della lotta di classe non mira alla sintesi dei contrari, alla loro riconciliazione; non è animata dalla negazione della negazione (la sintesi secondo Mao: «Le loro armate avanzavano e noi le divoravamo, le mangiavamo pezzo per pezzo»). Il proletariato ha stabilito la sua forza, non contraddicendo il capitale e lo Stato, ma volendo distruggere entrambi e con questi le classi e la loro subordinazione. La contraddizione è un concetto strutturale, la strategia è un punto di vista soggettivo. Strategia e soggettività La dialettica della guerra civile è oggi animata dalla strategia di Trump, che ha creato possibilità che semplicemente prima non esistevano, aprendo un periodo carico di καιρός (cairns), di opportunità da cogliere. Intervenire su questi orizzonti (il crollo possibile del capitalismo, della finanziarizzazione, della globalizzazione, ecc.) significa orientare, in base all’obiettivo ricercato, cio’ che sta accadendo, perché l’accaduto modifichi i rapporti di forza, ora in movimento continuo. Così ragionavano i rivoluzionari della prima metà del Novecento: l’esplosione delle contraddizioni capitaliste non era che la condizione necessaria ma non sufficiente dell’azione rivoluzionaria, il cui successo non era garantito da alcuna filosofia della storia, da alcun aufhebung dialettico, ma dalla strategia politico-militare e da una accanita lotta contro il nemico. Il capitalismo è profondamente cambiato, ma provoca ancora e sempre questa accelerazione del tempo, in cui il conflitto amico-nemico, come suggeriva Toni negli anni Settanta, «ritrova sul suo cammino chi decide della guerra». È molto difficile definire il capitalismo semplicemente come un «modo di produzione», come ha fatto Marx, poiché economia, guerra, politica, Stato e tecnologia agiscono insieme. Non solo l’accumulazione primitiva si ripete, ma sin dall’avvento dell’imperialismo, produzione e guerra, produzione e rapina, produzione e espropriazione extra - economica coesistono, come ci ha insegnato Rosa Luxemburg : nel mercato mondiale « i metodi impiegati sono la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere d’interesse e la guerra. La violenza, l’inganno, l’oppressione, la predazione si sviluppano apertamente, senza maschera, ed è difficile riconoscere le leggi rigorose del processo economico nell’intreccio della violenza economica e della brutalità politica». Queste parole potrebbero essere ancora utilmente usate per descrivere quello che sta accadendo dal 2008, quando il neo liberalismo ha esaurito la sua funzione di governo mondiale. L’azione di Trump ha definitivamente lasciato cadere il velo ipocrita del capitalismo del mercato e della libera concorrenza, svelandoci il segreto dell’economia reale gestita e comandata dai monopoli e dagli oligopoli: può’ funzionare solo a partire da una divisione internazionale della produzione e della riproduzione definite e imposte politicamente, cioè con l’uso della forza che implica anche la guerra. La volontà di sfruttamento e di dominio, gestendo contemporaneamente rapporti politici, economici e militari, costruisce una totalità, che non può mai chiudersi su se stessa, ma resta sempre aperta, scissa da conflitti, guerre, predazioni perché la società capitalista è divisa. Non c’è esodo, non c’è diserzione, non ci sono vie di fuga, ma solo la capacità di affrontare il tragico delle relazioni di potere, di evitare la «paura del due». «La storia è un disordine, non è un ordine. Bisogna cogliere i momenti di disordine più acuti per intervenire e per cambiare, altrimenti si sta dentro una cosa che non finisce mai, che va avanti per sempre, come è nell’intenzione di chi gestisce la presente forma sociale» (Tronti). L’attualità dello scontro di classe ci fa toccare con mano un’altra realtà emersa con la fine del neoliberalismo, colpevolmente confuso con l’azione del capitale e dello stato che hanno proceduto, contro la sua ideologia della libera concorrenza, a delle centralizzazione economiche e politiche senza precedenti. La molteplicità di attori che si stanno agitando dal 2008 è tenuta insieme non dagli automatismi della finanza, del consumo e della produzione, ma da una strategia. C’è quindi un elemento soggettivo che interviene in maniera fondamentale nelle relazioni di potere. Anzi due. Dal punto di vista capitalistico è in corso una lotta feroce tra il «fattore soggettivo» Trump e il «fattore soggettivo» delle élite sconfitte nelle elezioni presidenziali, ma che hanno ancora forti presenze nei centri di potere negli Usa e in Europa. Ma perché il capitalismo funzioni dobbiamo prendere in considerazione anche un fattore soggettivo proletario. Gioca un ruolo decisivo perché o si farà il portatore passivo del nuovo processo di produzione / riproduzione del capitale in costruzione o tenderà a rifiutarlo e a distruggerlo. Se non riuscirà a opporre una sua strategia alle continue innovazioni strategiche del nemico che subisce dagli anni 70, capace lui, di rinnovarsi continuamente cambiando strategia, cadremo dentro una asimmetria di rapporti di potere che ci riporterà a prima della rivoluzione francese, in un nuovo / già visto <>. La guerra non è una continuazione della politica. Agisce insieme a essa. E alla produzione. Ed esprime il momento più soggettivo della lotta tra le classi. Maurizio Lazzarato è sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. È autore di numerosi e importanti saggi sul tema della guerra. Ha pubblicato per DeriveApprodi la trilogia sulla guerra Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023), Guerra civile mondiale? (2024)
- il secondo senso
The Masters and the chefs, ovvero sulla cucina come totem del lavoro riproduttivo Arianna Pasquini inizia il suo lavoro di curatrice del comparto “il secondo senso” parlando di sè. Utilizza, come delle ricette creative, le teorie di alcune delle più importanti femministe italiane e internazionali e le riporta a terra lasciandoci assaggiare uno spaccato di vita quotidiana per molto tempo dato per scontato; così come l’intera sfera della riproduzione sociale. Le donne storicamente costrette nella sfera domestica hanno affidato la loro creatività ai fornelli producendo meraviglie: ”Chissà cos’altro avrebbero potuto creare se solo avessero avuto accesso libero a tutte le sfere della società” Nel sogno di un’era a venire nella quale uno possa andare a caccia la mattina, a pesca nel pomeriggio ed essere un critico dopo cena, non viene mai menzionato chi debba cucinare la cena [1]. Sono passati parecchi anni da quando una giovane Selma James appena ventenne, madre e operaia, scrisse A Woman’s Place (Il posto della donna) nel 1952 e sono passati tanti anni anche da quando Mariarosa Dalla Costa scrisse Potere femminile e sovversione sociale , vent’anni dopo. Questi due scritti brevi, densi e preziosi, rappresentano alcuni dei mattoni su cui è stata edificata la costellazione di pratiche e teorie femministe della cosiddetta “riproduzione sociale”. La riproduzione, come il leggendario continente sommerso di Atlantide, descrive l’insieme di tutte quelle attività invisibilizzate e coperte che sostengono la produzione e ne permettono l’esistenza. Se la produzione è il pilastro pratico (lavoro) e simbolico (organizzazione sociale e famigliare, cultura) su cui si fondano le civiltà capitaliste moderna e contemporanea, edificate sul primato dell’accumulazione, la riproduzione è il loro presupposto taciuto ma indispensabile. Seguendo la definizione che ne ha dato di recente Nancy Fraser (2016), questo termine descrive quindi «un insieme fondamentale di capacità sociali: quelle necessarie a generare e a crescere i figli, a prendersi cura degli amici e dei familiari, a mantenere le famiglie e le comunità più ampie e, più in generale, a sostenere i legami sociali. Questa attività che chiamerò di riproduzione sociale è stata storicamente assegnata alle donne, sebbene anche gli uomini ne abbiano sempre svolto una parte. Tale lavoro, sia affettivo sia materiale, è indispensabile alla società, pur essendo spesso eseguito senza alcuna remunerazione. In sua assenza non ci potrebbe essere alcuna cultura, economia, né organizzazione politica. Nessuna società che mettesse sistematicamente a repentaglio la riproduzione sociale potrebbe durare a lungo». Il paradigma della riproduzione sociale è stato abbandonato, recuperato, rinnovato e aggiornato più volte nel corso delle decadi dagli anni Sessanta del Novecento a oggi. In alcuni casi le stesse protagoniste della prima stagione delle lotte internazionali per il salario al lavoro domestico, hanno aggiornato questa lente alla luce di profondi cambiamenti sociali nel ruolo della femminilità, della produttività, del lavoro casalingo e della figura della badante a partire dagli anni Ottanta, che impartiscono un nuovo ciclo del lavoro di cura e delle catene globali della cura (e del relativo sfruttamento) [2]. In altri casi la riproduzione sociale ha subìto uno slittamento linguistico andando sempre più a collimare con la sfera semantica della cura, per lo più utilizzata nella sua versione anglosassone di care , che però, nelle sue ricadute materiali, non coincide esattamente con la descrizione del lavoro riproduttivo femminilizzato e migrante né del lavoro domestico. In altri casi ancora il pensiero riproduttivo del sociale è stato fatto proprio da autrici e attiviste come l’australiana Ariel Salleh, che oggi si muovono tra materialismo, critica femminista all’operaismo e a Marx, sociologia della conoscenza ed ecofemminismo, accostando al mondo sommerso delle attività riproduttive femminilizzate, quelle rigenerative della biosfera e della natura in senso stretto. Secondo questa visione, i corpi delle donne così come i terreni ricchi di terre rare, sarebbero a parimerito obiettivi di conquista e di estrazione di valore per sostenere l’ordine economico e l’organizzazione sociale del suo privilegio, che senza questi non può sopravvivere, accostando dunque donne e natura in modo non deterministico. Grazie alla crescente sensibilità conquistata con le lotte transfemministe e con il contributo delle teorie queer , anche l’analisi dei soggetti delle forze della riproduzione, cioè chi svolge oggi le attività riproduttive, è andata ridefinendosi in base a una riconfigurazione generale del termine “donna” e del concetto di femminilità. Infatti oggi viene generalmente individuato un ombrello molto ampio di soggettività che non includono più solo la donna biologicamente intesa (se mai questo abbia avuto senso) ma anche domestici, badanti, baby sitter, lavoratori agricoli che spesso sono migranti, sottopagati e in nero, per svolgere attività di cura prima svolte dalle donne nell’ambito privato, le stesse donne occidentali che oggi sono entrate nel mondo del lavoro e pagano con il proprio stipendio terzi per svolgere un lavoro indispensabile ma che tende a ricascare sempre più in basso nella catena globale della cura. Infine molti teorici contemporanei dell’ecologia politica, cioè gli autori che oggi si occupano del cambiamento climatico in chiave non neoliberista e fuori dal disegno del capitalismo green , tendono a saccheggiare a man bassa le teorie della riproduzione sociale senza riconoscerne - a volte scientemente, a volte ingenuamente - la maternità, per poter spiegare perché l’uomo moderno si è dedicato alla riproduzione delle merci e di oggetti inerti e non del vivente e delle sue condizioni di prosperità, dove crisi climatica e crisi di cura sono due facce della stessa medaglia. Quindi certe intuizioni dei femminismi sopravvivono al cambiamento dei tempi, si rinnovano e non spariscono, anzi permangono, si insinuano in luoghi molto distanti dal loro punto di partenza originario e prosperano. Perché anche se la bestia contro cui si scagliavano inizialmente ha cambiato pelliccia, coda e orecchie, non si è ancora estinta. Io faccio di lavoro la cuoca, mestiere che mi ha dato da mangiare (in tutti i sensi) negli ultimi quattordici anni. Un po’ mi è capitato di iniziarlo per caso, un po’ mi appassiona, alcune volte è estenuante e altre volte è semplicemente un lavoro come un altro. Eppure in certi casi non lo è, perché vivo in un paese come l’Italia, vestito di forti stereotipi culturali spesso co-creati con gli italiani all’estero (soprattutto con gli italoamericani); perché sono figlia di madre femminista con origini partenopee molto modeste, che non cucina quasi mai, che ha riscattato una condizione di disagio famigliare e sociale a suon di dure lotte personali e dunque politiche – inorridita all’idea che di tutti i mestieri possibili la figlia scegliesse l’attività archetipica dello sfruttamento delle donne in casa – e perché sono nipote di una donna fuori dal comune, creativa ma violenta e distruttiva – la madre di mia madre – il cui risentimento per la sua condizione femminile in un contesto bigotto della provincia di Napoli l’ha portata ad allontanarsi dall’amore per gli esseri umani per darne spesso solo in cucina. Ecco per tutti questi motivi, etici, sociali, generazionali e contestuali, cucinare non mi è mai sembrata un’attività neutra, e più diviene un feticcio in questo paese e più mi interessa indagarne la matrice per me problematica. A volte mi sembra che la cucina e tutta la galassia di chiacchiere che le gira intorno in questo paese, assolva a un ruolo totemico che maschera la narrazione di una storia di fondamentale ingiustizia. Mentre la pratica di cucinare in ambito privato, in casa, come servizio indispensabile al nutrimento del nucleo famigliare o della comunità, è una mansione storicamente svolta quasi sempre dalle donne (madri, nonne, figlie, balie, casalinghe, e così via) fin dall’origine della divisione sessuale dei ruoli agli albori del capitalismo, altrettanto storicamente il cuoco, come mestiere moderno, come lavoro retribuito e in alcuni casi anche prestigioso e degno di fama, è quasi sempre stato una faccenda da uomini. In modo emblematico, nella società italiana, dove il cibo, il cucinare e il mangiare, svolgono notoriamente un ruolo molto più articolato e complesso del mero nutrimento, l’icona della matrona, della mamma e ancor più della nonna ai fornelli, nutre un immaginario collettivo radicatissimo, che valica i confini nazionali ed esalta quest’idolatria. Così mentre si erge a simbolo la donna in cucina, nel contempo, si riserva il lavoro privilegiato, e a volte molto ben pagato, dello chef, ancora in prevalenza agli uomini. Così come tantissime altre capacità degli uomini e delle donne, cucinare, nonostante abbia a che fare con un indispensabile bisogno umano di nutrirsi, può anche essere un’attività estremamente creativa e molto soddisfacente, tanto che alcuni la definiscono una vera e propria “arte”; il problema risiede invece nel fatto che tale attività, così come crescere un figlio o prendersi cura di un qualsiasi rapporto di amore, se inquadrata in uno schema gerarchico delle parti, che la comanda e la impone, diviene una schiavitù. Uno dei motivi per cui si è generato questo immaginario legato all’anziana parente italiana del caso, che con i suoi manicaretti compie delle magie in cucina, che vengono addirittura portate in giro e narrate dai figli o dai nipoti come veri capolavori, è che per secoli le donne hanno avuto come esclusivo ambito di espressione lo spazio casalingo privato e in particolare la cucina, che ha costituito per loro uno dei pochissimi luoghi accessibili all’estro e alla sperimentazione, dove a volte queste donne, è vero, hanno creato dei magnifici capolavori. E chissà cos’altro avrebbero potuto creare se solo avessero avuto accesso libero a tutte le sfere della società, se non fosse esistita la divisione tra pubblico e privato, produttivo e improduttivo, femminile e maschile. In Europa, fin dalla nascita del capitalismo, le donne che invece si sono rifiutate di assolvere ai compiti prescritti dalla divisione gerarchica dei ruoli suddetta, o che hanno rivolto le loro capacità (come cucinare) a scopi considerati illeciti (medicamenti, erboristica, ecc.), sono state tacciate di stregoneria e bruciate al rogo nel fenomeno di genocidio femminile più sistematico e taciuto (se non in termini folkloristici) della storia d’Europa (Federici, 2004). Note [1] M. Mellor, An ecofeminist proposal, Sufficiency Provisioning and Democratic Money, «New left review», Debating Green Strategy—7, 116/117, march-june 2019, pp. 189-200, (traduzione mia dall’inglese). [2]Un esempio di questo aggiornamento teorico si trova nel report del discorso tenuto da Mariarosa Dalla Costa, intitolato Autonomia della donna e retribuzione del lavoro di cura nelle nuove emergenze, come relazione del convegno “La autonomia posible”, Universidad autonoma de la Cìudad de Mexico, 24-25-26 ottobre 2006. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- konnektor
Il fuoco e la scintilla: le Big Tech e le leggi del capitalismo Roberto Gelini Le leggi del capitalismo si impongono per l'incapacità delle classi dominanti di concepire un modello di accumulazione che non produca valore negativo, la cui intensità aumenta esponenzialmente con l'aggravarsi dei problemi di sovra-accumulazione e sovrainvestimento di capitale nell'economia mondiale capitalista e della crisi ecosistemica irrisolvibile del capitalismo realmente esistente . Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review , edito a Madrid dall'Instituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Per tutti gli anni 2010 Larry Summers, economista capo della Banca Mondiale (1991-1993), sottosegretario al Tesoro (1995-1999) e segretario al Tesoro (1999-2001) sotto Bill Clinton e direttore del Consiglio economico nazionale sotto Obama (2009-2011), ha ripetutamente insistito sul fatto che le leggi del progresso tecnologico hanno eliminato il problema dell'eccesso di investimenti. Come presunta fonte di ispirazione, Summers citava l'idea di Alvin Hansen (1887-1975) secondo cui le aziende erano gravate da enormi investimenti fissi, incapaci di godere della corrispondente mobilità e quindi intrappolate nel pantano del lungo periodo. Ora, continuava la favola di Summers, gli smartphone e le app, le chiamate Zoom e gli uffici affittati a ore avevano cambiato l'equazione, tanto che uno studio legale poteva essere gestito dal seminterrato di casa propria. In questa perfetta e paradossale inversione della formula originale di Hansen, la stagnazione secolare del periodo contemporaneo era dovuta alla facilità con cui si poteva avviare uno studio legale e al poco capitale necessario per farlo. Il capitale non era attaccato alle sue condizioni materiali di esistenza; era semplicemente diventato superfluo. Oh, che differenza a pochi anni di distanza! Quando DeepSeek ha cancellato 600 miliardi di dollari dalla capitalizzazione di mercato di Nvidia, ha reso evidente che gli enormi investimenti dei giganti dell'intelligenza artificiale - tutti quei centri dati e chip acquistati a caro prezzo - potevano diventare inutili. Se i padroni della Silicon Valley si fossero presi la briga di leggere l'economista francese Albert Aftalion (1874-1956), si sarebbero imbattuti nel suo paragone tra il ritmo degli investimenti e l'attività di un gruppo di persone che accatastano ceppi nel camino di una stanza fredda fino a trasformarla improvvisamente in una sauna soffocante. L'unica soluzione? Correre verso le porte d'uscita, cioè ridurre gli investimenti e difendere il valore di ciò che hanno. Ma no, i padroni della Silicon Valley non si erano mai imbattuti nella metafora dell'economista francese, né l'avevano compresa o, se l'avevano compresa, l'avevano dimenticata. Così hanno semplicemente fatto ricorso al bigottismo xenofobo. Insistevano sul fatto che i cinesi non potevano essere “creativi” come i californiani. La loro tecnologia era falsa; i test erano pura simulazione; avevano beneficiato dell'aiuto del loro governo, di cui avevano contribuito a diffondere la propaganda (presumibilmente, i padroni della Silicon Valley erano fiduciosi che nessuno avrebbe guardato troppo da vicino la loro posizione compromessa a questo proposito). Uno dei piccoli piaceri dialettici che ancora rimangono per quelle intelligenze che non si sono sottomesse alle concezioni e ai disegni delle grandi corporazioni commerciali è osservare, in questo momento, quanto i capitalisti odino il capitalismo, governato da tutte le sue inviolabili leggi e contraddizioni. E così, a ulteriore dimostrazione dell'importanza della non linearità, torniamo ancora una volta al signor Ulyanov e alle sue disquisizioni sulle fasi superiori del capitalismo e sulla trasmutazione della lotta economica in lotta direttamente politica. Aspettiamo la scintilla, caro compagno, aspettiamo la scintilla! Consigliamo la lettura di Cédric Durand, «¿Frágil Leviatán? Trump y las Big Tech» , Diario Red, Cédric Durand, « Explorando las fronteras del capital » , NLR 136, y « El retorno viciado de la política industrial », El Salto; Evgeny Morozov, « Crítica de la razón tecnofeudal », NLR 133/134; Dylan Riley, « Sermones para príncipes » , NLR 143, y « Anegados en liquidez », El Salto; y Robert Brenner, Dylan Riley et al., Sobre el capitalismo político: El nuevo debate Brenner (2024). Dylan Riley è professore presso il Dipartimento di Sociologia della UC Berkeley. È membro del comitato editoriale della New Left Review. Autore, tra gli altri, di Perdita: On Loss ( 2024), Microverses (2022), How Societies and States Count: A Comparative Genealogy of Censuses (con Rebecca Jean Emigh e Patricia Ahmed, 2016) e The Civic Foundations of Fascism in Europe: Italy, Spain, and Romania 1870-1945 (2010).
- exlet
in memoria di Nanni Balestrini In occasione del sesto anniversario della scomparsa di Nanni Balestrini “ahida” gli dedica un ricordo Le scale Saliamo piano le scale larghe in penombra. Un silenzio irreale rotto all’improvviso da alcuni rimbombi lontani. Due, tre, quattro rampe e siamo nell’ampio corridoio del reparto. Il buio è intervallato da fasci di luce provenienti da alcuni ingressi delle stanze a sinistra e a destra. Si avvicina la sagoma di una giovane infermiera. Ci parla sottovoce con un filo di commozione: – Ero passata e mi pareva tranquillo. Sono ripassata una mezz’ora dopo e non respirava più. Entriamo nella piccola stanza illuminata da un neon basso. È lì, sotto un lenzuolo che lascia scoperti i piedi nudi e la testa. Lei lo bacia sulla bocca con discrezione. Poi appoggia le spalle al muro e recita sottovoce la sua preghiera. Resto ai piedi del letto. Gli prendo i piedi tra le mani. Sono tiepidi. Mi viene in mente una cosa assurda. Che forse non è morto. Muovo due, tre passi. La sua testa immobile mi pare come rimpicciolita. Lo prendo per le spalle e lo scuoto leggermente, due, tre volte. No, non è vivo. Gli chiudo del tutto gli occhi, gli sistemo i capelli, lo bacio sulla fronte. Lei ha gli occhi lucidi. È concentrata su di lui e su se stessa. Penso al lungo e lento strascico divenuto man mano agonia. Usciamo nel corridoio. Mi pare ancora più buio. Si riavvicina l’infermiera. È gentile e premurosa. Ci informa sulla procedura. Lei pare non ascoltarla e sussurra: – Chissà il casino domani. Con la gente e i giornali… L’infermiera ci guarda interrogativa. Potrei non risponderle ma poi le dico: – Era un poeta. Niente da dire Dopo la scoparsa di Nanni ho curato e pubblicato un testo : nanni balestrini – millepiani. Nanni Balestrini è stato poeta, scrittore e artista visivo di fama internazionale. Nella sua figura si riassume un’intera stagione di storia e di cultura, italiana ed europea, di compresenza e reciproca influenza tra avanguardie artistiche e avanguardie politiche: quel magico tempo degli «intellettuali militanti» che hanno agito dentro una temperie di lotte operaie e giovanili che hanno fatto epoca, e che hanno segnato il destino delle successive generazioni. Per oltre sessant’anni Balestrini ha progettato e organizzato un infaticabile lavoro culturale, utilizzando una molteplicità di piani: poesia, narrativa, cinema, audiovisivo, teatro, musica, collage, pittura, scultura, editoria, impegno politico. Balestrini, cioè, uomo-rete dei millepiani. Come epigrafe ho scelto due righe che a mio parere riassumono in modo perfetto tutto ciò che è stato l’operare nella sua vita: «Io, non ho niente da dire. Voglio raccontare e combinare le cose dette da altri, e stare a vedere cosa succede». Che cos’è per Balestrini la poesia La poesia fa male Generazioni di ipocriti di insegnanti di imbecilli di baciapile di pedagoghi di pedofili di perecottari di animebelle puzzolenti Hanno continuamente cercato di in cularci con una visione edificante patetica piagnucolosa buonista di quella cosa Che per sua natura è un affronto all’esistente per mezzo della parola Micidiale e inesorabile indecorosa e sfrontata impudìca e corrosiva la poesia è l’apocalisse del linguaggio È un urlo selvaggio che strappa brandelli di cervello ammuffito fa sanguinare i corpi anestitizzati dai soldi trafigge i cuori impotenti cancerizzati La poesia è un’ interminabile apocalisse O non è La poesia è continua esplosione è continua rivoluzione è continuo rifiuto è continua distruzione della merda accumulata dal perbenismo criminale dell’homo economicus globalizzato La poesia è sputare parole infuocate avvelenate nei suoi occhietti melensi La poesia è la pioggia di sangue di fuoco di piscio che sommergerà l’infame razza bastarda del maschio bianco occidentale con le sue bombe le sue banche i suoi culi griffati La poesia è anche farla finita con tutti i miserabili sciacalli che sulle sofferenze che hanno dato una mano a infliggere intonano inni pietosi agli squartati e ai fuggiaschi mentre li derubano anche dei pacchi dono La poesia è una roba che non ve l’immaginate nemmeno La poesia è il giubileo delle energie vitali che dilagano sul pianeta avvelenato La poesia Fa Malissimo Cagatevi sotto La bestia dell’apocalisse è arrivata Nanni B. uomo d’ingegno, non di istituzioni Letizia Paolozzi Quando eravamo giovani, quando ci divertivamo a vivere, quando andavamo di qua e di là. Riavvolgere il nastro dell’esistenza? Nei tempi crudeli del virus, l’operazione sa di ridicolo. Non stringi nulla di reale a pescare nei ricordi. Come giocassi in borsa, oppure al lotto, il pensiero magico si impadronisce di te. Ma non importa, provi comunque. E allora, Nanni B. fu povero, inventivo, protervo. Tacere appartenne al suo stile. Mai imbarazzato dall’inclinazione al silenzio, convinto di non inibire gli altri, ogni volta puntò su qualcuno, qualcuna che funzionasse da ripetitore, capace di ascoltare e apprezzare. Lesse i testi di amici poeti, romanzieri, narratori, critici. Non riuscì mai a immaginarsi senza il suo insieme di relazioni, legami, rapporti: Piero Manzoni, Luigi Pestalozza, Luigi Nono, Emilio Vedova, Ingeborg Bachmann, Maria Corti, Emilio Villa; poi gli autori/autrici che leggerete su questo libro di «Machina»; poi ancora i compagni di Potere operaio. Tanti? Pochi in fondo dal momento che la sua visuale si limitò a loro. E con loro progettò, propose, varò leggere imbarcazioni. Sempre agili, sempre adatte a reggere l’urto. Fino a scomparire, improvvisamente, dall’orizzonte. Una volta, si scoperse attratto dalla fenomenologia: do you remember la dimensione corporea della coscienza, il linguaggio secondo Maurice Merleau-Ponty? Se la cavò senza rimpianti, eppure, imparò a radicarsi nel cuore del mondo vissuto. Evitò di puntare su un ego spropositato rifiutando il tono solenne del condottiero sulla statua equestre. Cominciò ad agire prima del ’68, continuò dopo il ’77. Ebbe scambi con diversi modelli di comunicazione. Non si sognò di negare la tradizione benché preferisse trovarsi in anticipo sui tempi. Si proiettò in avanti navigando tra i generi. Rimase stretto alla classe operaia nonostante l’avanzare del vetrinismo protestatario di Ai Weiwei, gli strepiti neo-barocchi di Matthew Barney, il postmoderno della coppia Fedez-Ferragni. Sfuggì alla macina della mercificazione. Con il linguaggio provò a cambiare lo stato delle cose presenti. Non da solo, sempre in gruppo. Difese i propri ritmi. Non conobbe l’ideologia minoritaria. Si mosse dalla scrittura di un testo alla preparazione di una tela all’esaltazione di un oggetto, simile in questo – forse non solo in questo – agli inuit che saltavano da una struttura sociale all’altra a seconda delle stagioni. Ascoltò sino allo sfinimento la canzone Azzurro (Celentano, Pallavicini, Conte). Si affidò all’utopia tuttavia non perse l’aspro profilo della concretezza. La vecchiaia non gli suscitò ansia, disperazione, lamenti. Non prese sul serio il suo corpo. Lo trascurò. Si ritagliò un suo modo di vivere. Difese per anni i rapporti applicando alla lettera il monito di Adorno: l’infedeltà, l’irriflessività dei sentimenti equivale a sottomettersi alla società dei consumi, dunque, siate fedeli. Non inciampò nel maschilismo, non occhieggiò alla schiera degli uomini prepotenti. Fu d’accordo con le donne del MeToo. Si intrattenne con i discorsi sulla parità. Ci ficcò una determinata quantità di moralismo. Mai fece parte della classe dirigente, eppure la costeggiò, le passò accanto. Miracolosamente. Senza compromettersi. Votò Pci, Pds, Ds, Pd senza entrare nel merito dei problemi, trattati anzi da questioni di lana caprina. La politica la tagliò con l’accetta: stai di qua o stai di là. Fu un oppositore da anni Sessanta. Eversivo, con l’aiuto delle parole, poco o niente si appassionò alle lotte per il potere. Quando andò in Cina, ne rimase entusiasta. Anche lui, come Antonio Rezza, appartenne al genere di «persone che amano quello che amano fare». Mai marginale, sempre aggrappato alla concretezza, alla cronaca dei fatti, scelse un modo seriamente giocoso di prendere le cose. Quel modo aiuterebbe, se ancora fosse qui. Ritratto di un poeta Giosetta Fioroni Il poeta Nanni Balestrini è bello. Ha gli occhi socchiusi, lievemente strizzati come di fronte a una eccessiva luminosità. Dalle palpebre filtrano circolari raggi azzurri che si allungano tra le ciglia. I capelli biondi e lisci sono spruzzati d’oro. La bocca è atteggiata a un perenne immobile sorriso, anzi un accenno di sorriso. Il volto soave esprime un sentimento di tenero distacco, di gentile supremazia. I lineamenti sono composti, armonici. Una fredda mobilità anima i gesti misurati che non rivelano nulla. Un velo protegge questo nulla, la decisione del nulla, l’ironia del nulla. Ma, ogni tanto, il velo si solleva e qualcosa di molto ingegnoso, complesso, stratificato e multiplo traspare. Si può intravedere, ma solo intravedere, tutta l’attenzione. La furiosa, capillare attenzione di cui è dotato. Possiede una lente nascosta nelle pieghe, nel drappeggio. Una lente di ingrandimento. La muove da sempre, recondito. La sposta languidamente, in ispirato sonnambulismo, su molteplici forme. La punta su eventi minimi e grandi. Il tempo e la storia non fanno parte del gioco. Dal poema di Nanni Balestrini Blackout, scritto nel 1979, subito dopo il suo espatrio in Francia per evitare l’arresto ordinato nel quadro dell’inchiesta denominata 7 aprile. io ti scrivo dirimpetto al balcone donde miro la eterna luce che si va poco a poco perdendo nell’estremo orizzonte tutto raggiante di fuoco spesso mi figuro tutto il mondo a soqquadro e il cielo e il sole e l’oceano e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla mi assumo mille argomenti mi si affacciano mille idee scelgo rigetto poi torno a scegliere scrivo finalmente straccio cancello e perdo spesso mattina e sera forse mi reputo molto ma mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita se io avessi venduta la fede rinnegata la verità trafficato il mio ingegno credi tu ch’io non vivrei più onorato e tranquillo perseguitate con la verità i vostri persecutori ma quando mi passa dinanzi la venerabile povertà che mentre s’affatica mostra le sue vene succhiate dalla onnipotente opulenza e quando vedo tanti uomini infermi imprigionati affamati e tutti supplichevoli sotto il terribile flagello di certe leggi ah no io non mi posso riconciliare io grido allora vendetta il mio nome è nella lista di proscrizione lo so La procura generale della repubblica visti gli atti del procedimento penale n. 710/79 A visti gli artt. 252 253 254 del codice di procedura penale ordiniamo la cattura di non leggi ma tribunali arbitrari non accusatori non difensori bensì spie di pensieri delitti nuovi ignoti a chi n’è punito e pene sùbite inappellabili il mio nome è nella lista di proscrizione lo so frattanto l’occasione mi ha smascherato tutti quei signorotti che mi giuravano sviscerata amicizia perseguitate con la verità i vostri persecutori del resto io vivo tranquillo per quanto si può tranquillo ma a dire il vero penso e mi rodo mandami qualche libro spesso mi figuro tutto il mondo a soqquadro e il cielo e il sole e l’oceano e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla imputato di reato procedura penale dagli artt. 110 112 n. 27 del codice penale per avere in concorso fra loro e con altre persone essendo in numero non inferiore a cinque da eseguirsi anche in abitazioni e luoghi chiusi a essi adiacenti anche in tempo di notte organizzato e diretto un’associazione denominata potere operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate visti gli artt. 252 253 254 del codice di procedura penale ordiniamo la cattura di ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta autonomia operaia organizzata dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato dirigi le tue lettere a Nizza di Provenza perch’io domani parto verso la Francia e chissà forse assai più lontano perseguitate con la verità i vostri persecutori sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato attentati a carceri caserme sedi di partiti e di associazioni e ai cosiddetti covi del lavoro nero espropri e perquisizioni proletarie incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati rapimenti e sequestri di persone e ferimenti sia mediante l’addestramento all’uso di armi munizioni esplosivi e ordigni incendiari visti gli articoli 252 253 254 del cod. di procedura penale ordiniamo la cattura di sia infine mediante il ricorso a atti di illegalità violenta e di attacco armato contro taluni degli obiettivi sopra precisati e è comunque imposta dall’eccezionale gravità del fatto dalla gravissima minaccia allo stato e alle sue istituzioni la cattura è obbligatoria in considerazione del titolo di reato da eseguirsi anche in abitazioni e luoghi chiusi a essi adiacenti anche in tempo di notte dall’elevato grado di pericolosità sociale insita nella scelta dei mezzi e dalle modalità esecutive espropri e perquisizioni proletarie incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati rapimenti e sequestri di persone e ferimenti sussistono sufficienti indizi di colpevolezza in ordine a quanto formulato in rubrica desumibili da eseguirsi anche in abitazioni e luoghi chiusi a essi adiacenti anche in tempo di notte 1) dalla copiosa documentazione sequestrata o acquisita soprattutto nelle parti in cui si esalta e si programma la violenza e la lotta armata nel fine ultimo di sovvertimento generale del sistema vigente si preannunciano e si rivendicano atti di carattere eversivo si promuove e si incita al sovvertimento violento del sistema dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato 2) dalle riviste rosso autonomia controinformazione e da numerosi altri giornali opuscoli volantini e scritti di evidente contenuto eversivo e è comunque imposta dall’eccezionale gravità del fatto dalla gravissima minaccia allo stato e alle sue istituzioni 3) dalle testimonianze assunte e dalle risultanze delle indagini di procura generale comprovanti sia la natura le modalità e i mezzi dell’attività criminosa svolta da ciascun imputato e è comunque imposta dall’eccezionale gravità del fatto dalla gravissima minaccia allo stato e alle sue istituzioni sia i rapporti associativi intercorrenti fra l’uno e l’altro e il comune disegno antigiuridico nel fine ultimo di sovvertimento generale del sistema vigente sia infine la loro consumata e attuale partecipazione in qualità di dirigenti e organizzatori all’associazione delittuosa meglio configurata nel capo di imputazione espropri e perquisizioni proletarie incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati rapimenti e sequestri di persone e ferimenti nel fine ultimo di sovvertimento generale del sistema vigente Gatto nero no. Coniglio sì Nell’inverno dell’83 abitavo con Nanni in una casa nella campagna provenzale, a Puyricad, un villaggio vicino a Aix-en-Provence dal quale si poteva vedere la sagoma netta della Saint Victoire, la montagna di Cézanne. Eravamo entrambi esuli o, con un termine meno elegante, latitanti, per via delle vicende politiche di quegli anni. Lui stava nella casa vera e propria con la compagna Gilles e il figlioletto Morgan, io con Marina – una donna bella, scura, ombrosa nello sguardo come nell’anima – in un ampio monolocale attiguo, con un camino e una grande finestra che dava su una campagna piatta a perdita d’occhio. C’erano giorni in cui soffiava il Mistral, il vento freddo, secco e cattivo della Valle del Rodano. Le sue raffiche spazzavano via tutto, a volte per due tre giorni di fila. E nei giorni seguenti il sole nel cielo terso conferiva al paesaggio colori di un nitore che solo là era possibile vedere. Quelle stesse tonalità sono negli acquerelli che Nanni ha dipinto in quel periodo. Il giardino e la casa erano frequentati da sette o otto gatti con nomi di pani francesi: Ficelle, Baguette, Bignè, Croissant, Macaron, Brioche… Nanni era riservato. Aveva un passo leggero come quello dei suoi gatti, tanto leggero da non avvertire del suo arrivo. Così a volte compariva d’improvviso sulla soglia del monolocale per propormi di andare a prendere del vino rosso sfuso, il Côtes de Provence. Ne vendevano di buono a pochi franchi in cantine disseminate per la campagna. Ma era anche un pretesto per scorrazzare in quelle distese disseminate del viola della lavanda, del giallo e verde dei girasoli, del rosso dei papaveri. Così viaggiavamo per ore nei pomeriggi per strade strette e poco trafficate sulla sua R4 bianca. Una volta un gatto nero ci attraversò la strada a una decina di metri. Nanni inchiodò di colpo e con un sospiro spense il motore. Non diceva niente, fissava la strada. Tolse le mani dal volante e incrociò le dita. La strada era deserta e c’era un silenzio irreale. Aspettammo un quarto d’ora ma non passava nessuno. Lui non diceva niente e io neanche. Poi, lontano, in fondo in fondo, un puntino nero si avvicinava molto lentamente. Dopo cinque minuti si riuscì a distinguere la sagoma di un trattore che avanzava traballante. Altri dieci minuti e ci passò finalmente a fianco. Allora Nanni riavviò il motore, fece un altro sospiro e ripartì verso casa. Tutte le domeniche mattina andavamo nella fattoria di Albert, a qualche chilometro da casa, per prendere uno dei suoi conigli nostrani da cucinare a pranzo. Albert era il marito separato di Lìli che da molti anni conviveva con Margaret, di fianco a casa nostra. Avevano entrambe tra i sessanta e i settant’anni, portavano i capelli cortissimi e di mestiere modellavano, decoravano e cuocevano in un forno a legna delle bellissime ceramiche. Margaret da giovane era stata modella e compagna dello scultore Giacometti. Era taciturna e riservata quanto Lìli era all’opposto gentile, espansiva e premurosa, anche se mai invadente. Saprò solo molti anni dopo che lei e Albert, negli anni della Seconda guerra mondiale, erano stati a capo del movimento di resistenza comunista all’occupazione tedesca in quel territorio. La casa era un via vai di poeti e intellettuali francesi, oltre che di compagni che arrivavano in visita dall’Italia, o di esuli parigini in transito per una vacanza in Corsica. Così erano frequenti le cene affollate nelle quali però le discussioni finivano ossessivamente sulla situazione politica italiana incancrenita tra un movimento ormai al tracollo, una lotta armata sempre più omicidiaria e una repressione sempre più efficace. In quel periodo che Nanni scrisse i 49 sonetti poi pubblicati col titolo Ipocalisse . Di questi qui di seguito Passaggio. Passaggio pieno di mosche nel paese immobile diluita dimentica la fase precedente si dividono in lupi nella gabbia e sciacalli intorno strillano la fine della non fa niente senza attesa ne che mai più le ri vedrò anche se sembra sparita se nero spenge e tutto finisce per perdersi senza fine ma quante parole rifioriscono incessanti il giardino dipinto pippoli ad esempio il melone vada come vada indelebile e soprattutto e lì appoggiato leggermente senza toccare ora che non sono lunga fila leggera filamenti lungo le bruscamente interr senza l’ombra tutto passa senza afferrare quando ci siamo l’ultima volta situazione confusa nessun contatto l’importante sembrava cosi mentale mentre ritagliando tutto e poi ci siamo e poi non c’era la rotolando dal in fondo alla azzurro liquefazione con tracce di e altre tracce tutto disfandosi quando tutto cambia non la voglia di o la mia rovesciata verticale aprendosi da una parte all’altra mancava poco nel paesaggio necessario mancava molto nel passaggio possibile contorni sfocati movimento perpendicolare non è finita pentiti solo di non averlo fatto abbastanza senza lineamenti passando oltre appariva ogni tanto lungo la dove consunta appena lì così morti colori mordi appena a testa in giù sempre più forte attraversando ma è tutto vero basta toccare non trovando altre parole questo e tutto per ora in questo momento e come se fossimo già invece siamo appena e ciò che è più strano è che uno non se lo immagina bene dove potrebbe essere arrivata la lunga attraversata Tornammo in Italia qualche anno dopo e ci vedemmo a Milano con Primo Moroni nella sua libreria Calusca. Nanni aveva combinato con la casa editrice Sugarco la pubblicazione di un libro sul ventennale del ’68. Ci mettemmo al lavoro e ne venne fuori L’orda d’oro, un libro non dimenticato che qui ricordo in un passaggio che ho scritto poco dopo la morte di Primo, nel 1998. Primo… mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Già, gli anni Ottanta, anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza derivata dal sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. Una catena di montaggio come disse Sergio Bologna che per alcuni giorni ci ospitò nella sua casa. Già con Gli invisibili, e poi con L’orda d’oro, avevamo contribuito a riaprire faticosamente dei pertugi in quell’industria culturale che era stata complice del massacro del movimento. Occorreva insistere, e Nanni in questo era segugio ostinato, tenace. In occasione del ventennale della morte di Primo Moroni Nanni gli dedicò questa poesia Per Primo Prima non c’era niente le parole volavano via i fogli appassivano i libri s’impolveravano poi Primo ha aperto i grandi occhi sulle pagine gonfie di visioni e verità con Primo le voci rimbalzano compagne da cori lontani sempre più vicine con Primo nessuno era più solo nella lotta tutti si parlavano tutti ascoltavano tutti con Primo la storia del movimento è adesso il mito moderno di un mondo che cambia senza fine con Primo l’orda d’oro galoppa l’orizzonte lontano illumina e splende Di seguito una poesia che Nanni ha dedicato agli anni Ottanta C’è chi loda il letamaio Qual è il segno culturale del nostro tempo il bello di cattivo gusto cioè la merda le belle pubblicità di merda i bei abiti di merda il bell’erotismo di merda le belle barche di merda i bei romanzi di merda il bel giornalismo di i bei talk show di merda insomma tutti i belli super professionali di merda prodotti dalla cultura spettacolo di merda con quella incancellabile e richiesta vena di cattivo gusto cioè di merda diciamo la cultura dei professionisti di massa di merda che lavorano per le masse di merda è difficile diciamo noi disobbedire al proprio tempo ci sono tempi che danno licenza di buon gusto e tempi di merda che la tolgono e chi contravviene alla merda se va bene sarà apprezzato dai posteri oggi i buoni professionisti della merda selezionati dai grandi media di merda sanno mettere insieme colori immagini di merda luci effetti di merda tridimensionali belli bellissimi sanno organizzare i bei dibattiti sado-maso di merda le belle inchieste tutte ritmo e suspense ma mettendoci quel tanto di cattivo gusto cioè di merda che hanno coltivato invece che soffocare per piacere allo spettatore massa di merda e senza un po’ di cattivo gusto cioè di merda oggi si campa male a noi tocca vivere nella cultura spettacolo di merda del bello di cattivo gusto cioè di merda ben retribuiti e puniti ogni giorno dalla fama di merda è difficile disobbedire al proprio tempo di merda non curarsi del suo segno culturale di merda oggi uno che non ha successo perché guarda in alto e comunque non nel letamaio non viene guardato dalla merda come un’intelligenza esigente come il portatore di una grande ambizione ma come un corpo estraneo alla merda vivere in sintonia con la cultura di massa di merda è vivere nel migliore dei mondi di merda oggi possibile è quasi impossibile sottrarsi alla cultura del proprio tempo di merda i compensi agli intelligenti perché producano merda per i rozzi e volgari sono ottimi e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda. Cip ciop Negli ultimi anni io e Nanni facevamo il Natale insieme, a casa mia. olo noi due. All’inizio cucinavamo insieme, poi, ci ho pensato io. Cucinavo sempre pesce e apparecchiavo col meglio che avevo. Lui arrivava puntuale. Posteggiava la sua auto rossa in divieto di sosta e saliva con lo champagne. Dopo aver parlato come al solito di lavoro ci buttavamo sui piatti, in silenzio. Arrivati al secondo io gli dicevo: Cip. E lui mi rispondeva: Ciop. Ridevamo e facevamo un brindisi. L’ultimo aprile Era l’ultimo suo aprile. Era a casa, in una pausa tra un ospedale e l’altro. Seduto sul divano del salottino guardava fisso dalla finestra socchiusa le foglie fresche del vecchio platano. Sbottò di colpo: «Non se ne può più di questi leghisti, fascisti, razzisti. Dobbiamo fare qualcosa di più duro di quel che abbiamo fatto finora. Non ce ne facciamo niente di questi vecchi intellettuali decotti di sinistra. Abbiamo visto come è andata a finire con «alfabeta 2». Tempo sprecato. E questi giovani intellettuali? Quasi tutti professorini presi solo dai loro interessi di carriera accademica, sono solo dei piccoli individualisti narcisisti. Niente. C’ho pensato su: rifacciamo «Compagni,». Non devo chiedere il permesso a nessuno, l’ho fatta io, la testata è mia». Rimasi un attimo interdetto. «Compagni,» – conosciuta e denominata «Compagni virgola» – era una rivista che Nanni aveva fatto nel 1970 con il supporto economico di Giangiacomo Feltrinelli, e dell’editore aveva pubblicato una lunga intervista in concomitanza con la sua entrata in clandestinità. Ne erano usciti solo due numeri. Un grande formato e una grafica elegante e austera, in bianco e nero. Di fatto era una rivista ascrivibile all’area politica di Potere operaio. Rifarla oggi? Con una testata dal sapore così desueto? Sembrava un’idea del tutto inattuale, commercialmente fuori target. Glielo dissi. Ma lui era convintissimo del contrario: «Proprio perché le cose stanno come stanno bisogna fare un’operazione di schieramento culturale militante, non opinionistico. Basta con le buone maniere. E bisogna fare un prodotto cartaceo, non in elettronica. Dobbiamo tornare e stare nelle edicole, e con una proposta non effimera. Fai fare subito dalla tipografia dei preventivi per una tiratura minima di 30.000 copie. Stesso formato e fogliazione della testata originale. Io chiamo subito Toni, Piperno e gli altri. Intendeva i vecchi di Potere operaio, quelli rimasti. Mah… mi incammino verso l’ufficio con un unico pensiero in testa: e adesso? dove si trovano i soldi? Mentre faccio i preventivi lui fa il giro dei siti internet e compra per 300 euro le uniche due copie della rivista disponibili. Il giorno dopo vado a trovarlo. Si alza dal divano, va in cucina e torna con una bottiglia di champagne e due flute. – Ma Nanni… non puoi bere… – Ti immagini… due dita… Ho sentito tutti, e ci stanno tutti… Brindiamo a «Compagni,». Sarà un rivistone. Nessuno si ribella Nessuno si ribella ci infangano la vita ci mordono le budella ci strappano il futuro i ricchi ci rubano tutto la scuola l’ospedale la scienza anche il mangiare e nessuno che si ribella la vita non era bella ma qualcosa ci restava adesso i ricchi vogliono tutto ma nessuno qui si ribella ci lasciano miseria fame tristezza e vuoto se crepiamo tanto meglio proprio nessuno che si ribella a furia di lasciarli fare ci dovremo tutti suicidare per farli ancora più ingrassare perché nessuno qui si ribella non c’è proprio più niente da fare per non farci più massacrare come pecore mandate al macello non c’è n’è una che si ribella bisognerà proprio aspettare che ci portino via proprio tutto anche la voce per protestare tanto nessuno qui si ribella Una delle ultime poesie di Nanni, secondo me tra le più belle e di straordinaria attualità. Istruzioni preliminari il nostro mondo sta scomparendo i tramonti succedono ai tramonti si può sentirne lo strappo silenzioso scorrere il sangue la vita che fugge su fogli di carta corrosi sbiaditi accarezzando le parole ancora visibili accarezzando le parole ancora visibili supreme famose finzioni si dissolvono su fogli di carta corrosi sbiaditi i tramonti succedono ai tramonti in una realtà caotica ostile immensa non sappiamo chi siamo né dove andiamo non sappiamo chi siamo né dove andiamo le vecchie certezze se ne vanno in una realtà caotica ostile immensa supreme famose finzioni si dissolvono la nostra urgenza di ordine si annulla in un reticolato di possibilità infinite in un reticolato di possibilità infinite proviamo ogni volta con parole diversel a nostra urgenza di ordine si annulla le vecchie certezze se ne vanno tutto si ramifica si scompone si mescola gli esperimenti non producono un sì o un no gli esperimenti non producono un sì o un no ma un continuo flusso di probabilità tutto si ramifica si scompone si mescola proviamo ogni volta con parole diverse nessuna ricerca di risposte assolute poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo nessuna ricerca di risposte assolute ma un continuo flusso di probabilità il punto è dove la catena può essere spezzata la contraddizione principale muta continuamente la contraddizione principale muta continuamente nella violenza che stravolge la quotidianità il punto è dove la catena può essere spezzata rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo teoria materialista della contingenza il tempo in cui l’uno si spacca in due il tempo in cui l’uno si spacca in due guardando l’evento da prospettive parziali teoria materialista della contingenza nella violenza che stravolge la quotidianità nella durata mutevole delle congiunture forze eterogenee si compongono su una linea comune forze eterogenee si compongono su una linea comune secondo una relazione non predeterminata nella durata mutevole delle congiunture guardando l’evento da prospettive parziali scomporre e ricomporre in equilibri alternativi la scrittura come un flusso non come un codice la scrittura come un flusso non come un codice costruzioni associative e accumulative scomporre e ricomporre in equilibri alternativi secondo una relazione non predeterminata arricchisce il significato rendendolo plasmabile la forma liberata dalla palude delle sintassi la forma liberata dalla palude delle sintassi sequenza di immagini sparate come slogan arricchisce il significato rendendolo plasmabile costruzioni associative e accumulative rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso non più dominanti e dominati ma forza contro forza rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio sequenza di immagini sparate come slogan l’attacco va minuziosamente preparato secondo una prospettiva rivoluzionaria secondo una prospettiva rivoluzionaria un altro mondo sta apparendo l’attacco va minuziosamente preparato non più dominanti e dominati ma forza contro forza si può sentirne lo strappo sonoro scorrere il sangue la nuova vita che arriva Sergio Bianchi nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani . È autore dei saggi: Storia di una foto ; (con Raffaella Perna) Le polaroid di Moro; Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice (Sellerio).
- post-poetica
flooded area. Sostituendo le cose con le loro descrizioni Alessandra Greco Proponiamo la poesia della poetessa fiorentina "flooded area" riportando l'immagine stessa della poesia. Fondamentale è nella composizione la disposizione dei versi. La forma e l'estetica della poesia è sostanza tanto quanto il significato delle sue parole. shoulder bags | school bags | swims as the leaves of an aquatic plant possono scattare di colpo in alto giunture la pronuncia indistinta sfondo costitutivo di un nervo di moto sea stock piegandosi in fuori di sé l'atto iniziale figura traverso scissure - sloga livello sotto-tempo - l’onda unica che li avvolge e li svolge --- tmesi – - ( quella d'aria è più breve - --- - - l'apertura del suggeritore ) - --- una luce elettrica tenuta in mano e puntata alle cose tutto - - e intorno occhi -- - palpebre - -- ciglia - - bruciano vampe così com'è il filo aderente al rocchetto - svolgendo -- --- - rigmarole di corpi slegati - --- - art du déplacement - -- - salto tenuto alto - -- - arriva al cromatismo di soglia dove la linea tra credulità e ingegno e ilarità si trasformi | si assottigli de-essere | mancare - venire a shock-like coinvolti in espressioni linguistiche - – esondando risposte senso-motorie --- - – – - - piane abissali – - - interrompersi - - – – - - in discontinui segnali - --- - e l'illusione che fai un affare - - – - - – – - - che se passa la testa, passa anche il corpo --- Alessandra Greco vive a Firenze. Fra le pubblicazioni più recenti, Stellare nero (Fogli Benway Series, 2023) e la silloge intitolata “__ _ ” (Anterem, 2023). È antologizzata in Continuo. Repertorio di scritture complesse ([dia•foria, , 2023). È fra gli autori di BAU Contenitore di Cultura Contemporanea , n. 19, Viareggio, 2023. Ha scritto NT (Nessun Tempo) (Arcipelago Itaca, 2020) e Del venire avanti nel giorno, Libro Azzurro (Lamantica Edizioni, 2019). Suoi testi sono tradotti in Babel, Stati di alterazione, Antologia plurilingue a cura di Enzo Campi (Bertoni Editore, 2022), e in oomph! – contemporary works in translation / a multilingual anthology, vol. 2 (2018). Ha realizzato performance e letture con attenzione al suono e la sua ricerca si è estesa alla fotografia. Sue scritture e immagini sono apparse in varie riviste e lit-blog.
- selfie da zemrude
Ancora su Gli uomini pesce di Wu Ming1 Spagnul continua le sue riflessioni sulle presentazioni milanesi (qui trovate il primo contributo insieme a Sara Molho ) dell’ultimo libro di Wu Ming 1 "Gli uomini pesce". Una potente opera - sostiene Spagnul - che si potrebbe definire un esoterismo di sinistra. Il testo che segue si interroga sul bisogno di creare un'immaginario che disincanti il capitalismo e la sua egemonia. Ma come? Di fronte alla fine del mondo bisogna che abbia un'efficacia qui e ora. Nella recensione su Jacobin , Enrico Manera ci dice che Wu Ming con il loro lavoro sull’immaginario delineano «progressivamente una prospettiva di costruzione finzionale e simbolica, una mitologia della ragione adatta al nuovo millennio che, senza cadere nell’irrazionalismo regressivo e reazionario, sappia offrire le risorse di un reincantamento capace di far uscire l’utopia emancipativa dalle secche del razionalismo calcolante e del nichilismo disperante». Gli uomini pesce si muove dunque dentro quello che si potrebbe definire un esoterismo di sinistra. Una vera e propria incursione in quello che viene comunemente considerato territorio privilegiato della destra e quindi, vista da sinistra, come una pericolosa concessione al campo avversario, per definizione oscurantista e irrazionale. A tal proposito possiamo ricordare la condanna ufficiale di Togliatti alle ricerche sulla magia di Ernesto De Martino. Manera prosegue nella sua recensione precisando che questa mitologia della ragione viene anche definita come una «Mitocrazia che si interroga su se stessa e cerca di non prendersi troppo sul serio», aggiungendo: «Basta che funzioni». La funzione a cui deve assolvere deve essere quella di reincantare qualcosa che si è disincantato. Avevamo un mondo incantato e qualcuno, un guastafeste, ce l’ha rovinato; tocca ora a noi provare a reincantarlo di nuovo. Non credo di condividere questa idea di un mondo disincantato e non credo che questo libro ci parli di questo, ma è importante partire da qui per riuscire a evidenziare uno dei nodi più importanti, a parer mio, di quest’opera, di questo lavoro sull’immaginario. Isabelle Stengers, filosofa della scienza, amica e sodale di un’altra ribelle della scienza ufficiale, Donna Haraway, ci dice che il mondo è tutt’altro che disincantato, è piuttosto avvolto da un incantesimo estremamente potente: quello del capitalismo. Non è una nuova mitologia che potrà reincantare un mondo già fin troppo incantato, e neanche farci uscire dal nichilismo prodotto dalla disperazione. Concedetemi di ripetere quella formula ormai stantia, ripetuta fino alla noia: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Ebbene, questa citazione, che è stata ripresa (e resa famosa) da Mark Fischer, viene in origine da Fredric Jameson, in un articolo scritto nel 2003, ed è importante allora ricordarla nella sua versione originaria e integrale: «Una volta, qualcuno ha detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Una volta, cioè ancora prima di adesso, in un passato non meglio precisato, qualcuno ha detto, cioè un autore anonimo: in pratica non è difficile intuire che questo autore anonimo altri non sia che il sentire comune di una data epoca, di un determinato periodo storico facilmente individuabile in quegli anni di passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio. Ma la cosa più importante è quello che Jameson scrive a seguire e che raramente viene riportata: «Possiamo ora riformulare la frase e testimoniare il tentativo di immaginare il capitalismo attraverso l’immaginazione della fine del mondo». Cioè, se il pensiero comune non riesce più a immaginare la fine del capitalismo (un prodotto storico che come ha avuto un inizio deve avere per forza una fine) il motivo va ricercato nell’incapacità di immaginare il capitalismo stesso. Ne siamo troppo coinvolti, troppo avvolti dal suo incantesimo pervasivo, capillare. L’unico modo che abbiamo per provare a immaginarlo, distanziandolo da noi stessi, è attraverso l’immaginazione della fine del mondo: perché il capitalismo è la fine del mondo. Un’apocalisse senza riscatto, senza rigenerazione alcuna come invece era nelle apocalissi millenaristiche del passato. Quello che ci troviamo di fronte è la consumazione totale del mondo che abitiamo, di cui facciamo parte integrante e da cui non c’è uscita possibile: «Lo abbiamo scoperto da poco (…) quanto siamo tutt’uno con il nostro pianeta, e dunque quanto saremmo, letteralmente, fuori luogo nello spazio esterno. Il mito del volo spaziale è stato fondato sull’incomprensione, sull’ignoranza del nostro essere. Il problema è che nel frattempo quel mito ha reso pensabile la rinuncia alla Terra . Invece di cambiare il mondo, ormai ci immaginiamo, in un giorno magari lontanissimo ma che prima o poi arriverà, di cambiare pianeta , di trovarne uno nuovo da colonizzare, sfruttare e consumare (è entrata in uso, credo, ormai la parola terraformare) come abbiamo sfruttato e consumato questo di cui siamo parte, questa Terra che secondo alcuni ideologi del malaugurio possiamo abbandonare come un cumulo di rifiuti» (pag. 400). Nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle il più grande lavoro di immaginazione è stato quello relativo alla conquista dello spazio da una parte e quello relativo a tutti gli scenari possibili di distruzione del nostro pianeta. Una potente macchina mitologica (per usare un concetto formulato da Furio Jesi), nata negli Stati Uniti negli anni venti, che si è data il nome di Science Fiction (in italiano tradotta, all’incirca, con Fantascienza) a opera di uno sparuto gruppo di radiotecnici, piccoli inventori, scrittori ed editori improvvisati, critici, fan, lettori si è attivata per far funzionare questo dispositivo che ha saputo operare, a livello globale, sulle nostre soggettività, al seguito dell’evoluzione accelerata della tecnoscienza e a convincerci che fine del mondo e conquista dello spazio fossero il destino ineluttabile dell’intera umanità. E ci sono riusciti. Non più la salvezza in un’utopia, ormai trasformatasi sempre più in distopia, ma in un fuori, in un altrove nell’immensità dello spazio. È per noi tutti ormai familiare la disabitudine ad abitare i nostri luoghi, la nostra terra, e la fine del mondo è stata esautorata da ogni possibile idea di salvezza: apocalisse e rinnovamento non stanno più insieme. Quel mondo che alla protagonista della storia, Antonia, (una geografa, mentre la protagonista di Ufo 78, ricordiamocelo, era un’antropologa) sembrava rinnovato dopo la bomba d’acqua, questa reminiscenza in piccolo dell’antica idea di apocalisse, non può più essere sentito come tale, l’apocalisse è definitiva senza riscatto alcuno. Allora se torniamo alla recensione da cui siamo partiti possiamo dire che non c’è nessun reincantamento possibile da fare, perché il capitalismo è già un potente incantamento che ci fa immaginare ciò che non è e non sarà mai. Non lasceremo mai questo pianeta perché non c’è nessun altro pianeta di riserva, né per noi né per quei quattro super ricchi che pensano di potersi salvare a spese degli altri. Occorre invece disincantare (Antonio Caronia in una delle sue ultime interviste parlava di una grande pars destruens da fare), nel senso di dismettere le illusioni false a favore delle illusioni vere. Perché è certo che stiamo parlando sempre di illusioni: «Una donna cammina tra le pietre, controvento, guardando dove mette i piedi. Ha i capelli bianchi e corti. Mi raggiunge, mi si affianca e mi prende la mano, come se ci conoscessimo. Di fronte a noi, le prime luci di Gaeta e la massa del Monte Circeo. -Tu sei la morte? – le chiedo. Lei ride, rovesciando la testa all’indietro. -Ma no, che stereotipo... Io sto sognando e tu fai parte del mio sogno. -Anch’io sto sognando. Ecco, tutto si spiega: è l’intersezione dei rispettivi sogni.- E fissa il mare, rapita dalle onde che si alzano e riabbassano. -Chissà perché, mormora, e col rombo che fa il mare, per udirla devo porre attenzione – quando diciamo «un sogno» è implicito che sia bello, e se non lo è specifichiamo: «un brutto sogno». Sogni che potessi dire belli, io non ne ho fatti mai. I sogni mi mettono sempre a disagio, perché sono bislacchi, imbarazzanti, e se me li ricordo è perché svegliandomi li ho interrotti, così non hanno nemmeno una fine. Pure per te è così? Non saprei dire meglio – rispondo (pag. 458). La vita che noi stiamo sognando è l’unica che abbiamo, ed è l’unica che ci è data da vivere. È il dono terribile e doloroso quanto meraviglioso, di un’avventura che sta a noi scegliere di vivere o meno. Alla sofferenza solo l’immaginazione può fornire la capacità di trasformarsi in lavoro etico, di costruzione di un’etica per nuovi modi di vita, non di mondi nuovi ma di nuovi modi di vivere il mondo che ci è dato di vivere, l’unico possibile, ma con diversi modi possibili di viverlo. «Per l’alchimista, il mezzo più saggio per bandire la morte, per cacciare la melancolia, non è dire e ripetere, come il mistico, che il mondo è mortale, che si vive nel mondo dell’inferno e della corruzione, nel regno delle catastrofi, delle guerre e delle persecuzioni, ma di nutrire un sogno ben altrimenti ambizioso: la Terra intera, mediante la sua sofferenza e mediante l’umano stesso che soffre, può innalzarsi, si innalza verso la vita e la salvezza. Questa salvezza noi stessi la creiamo, noi possiamo affrettarla, scatenarla. Una visione piena di speranza e di ottimismo, anche se si deve attraversare la Nigredo, la morte, la putrefazione...» (pag. 584). Questa è la grande opera alchemica, il nostro «che fare» che non deve essere solo «efficace», ricordate sempre la recensione dell’inizio: «purché funzioni», ma deve anche essere bella, cioè secondo un’estetica che nel significato profondo di questa parola vuol dire: capacità di percepire ed essere coinvolti. Percepire il luogo in cui si abita ed esserne coinvolti insieme a tutti gli altri umani e non che come noi lo abitano. Ricordo infine che questo è stato il trentaduesimo anno di occupazione di Cascina Torchiera senz’acqua, anno che è stato dedicato al sogno. E possiamo allora dire con Wu Ming che stiamo sognando un’intrapresa in cui realizzarci dal punto di vista scientifico, spirituale e, come avrebbe aggiunto Ilario (il protagonista di questo libro), politico.












