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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: La sfera autonoma e gli Alieni untori; Solo i nostri nemici ci capiscono. EPISODIO-8-HgH_(A)IM-AX_1_IA5 PARTE PRIMA La sfera autonoma e gli Alieni untori Il Boomernauta, che in giovinezza aveva sicuramente fatto parte della Sfera Autonoma, dedica a essa gran parte di questo capitolo. Ciò forse spiega che lasci ripetutamente trasparire la sua ostilità congenita alle Gov capitaliste. Davanti alla diffusione del morbo nekomemetico che trasforma gli umani in agenti patogeni, Gaia reagisce come può all’infezione che l’ha attaccata, ma non tutti gli umani si comportano nello stesso modo distruttivo. La Sfera Autonoma era da sempre l’ambiente dove prendevano vita i movimenti provenienti dal basso. Anche prima di conoscere l’esistenza del morbo nekomemetico, i movimenti della Sfera Autonoma avevano opposto resistenze sintomatiche per bloccare i danni fatti dai contagiati, ma nel suo seno perduravano anche teorie cosiddette “progressiste” che, continuando a concedere al capitale un ruolo di “innovatore”, favorivano la diffusione dei nekomemi morbosi in tutti gli strati sociali. Man mano che si avanza nel Neolib la pandemia peggiora anche a causa dei Grandi Progetti devastatori imposti dall’alto. I “progressisti” di ogni genere, politici o sindacalisti, entrano inoltre a far parte della Governance e si comportano da Grandi Malati che diffondono il morbo nelle classi lavoratici e disagiate da cui spesso provengono. La patologia nekomemetica era la prima fase di una malattia autoimmunitaria a due stadi e colpiva gli umani trasformandoli in anticorpi che attaccano le componenti sane di Gaia, provocando una setticemia. Nonostante la gravità della situazione restavano però vari livelli di resistenza che si opponevano alla pandemia e all’infezione. La prima difesa naturale di Gaia, contro la sepsi che la consumava, era di diminuire se non eliminare gli agenti attivi dell’infezione. Le difese non erano però in grado di fare distinzione fra i tanti umani infettati e il resto del vivente. In ogni caso, anche se non c’era nessuna intenzionalità da parte di Gaia, la specie umana era una di quelle che avrebbe più sofferto, proprio per la sua densità e invasività. Molti segni facevano pensare che il peggio dovesse venire. Poi c’erano anche le immunità e le resistenze al morbo nekomemetico le cui origini si perdevano in tempi lontani. Ben aldilà dei Cantici delle Creature di Francesco o dell’Illuminazione del Buddha sotto l’albero della Bodhi, in molti umani erano rimasti i riverberi delle ere di progressivo allontanamento dalla natura o dall’appartenenza a Gaia se preferisci. Non voglio certo rimettere in discussione l’esistenza di costanti e tratti comuni che caratterizzano l’essenza dell’umanità, né l’unità psicologica di quella contemporanea con quella preistorica, ma quest’ultima viveva in un mondo molto diverso dal nostro e non solo oggettivamente. Un mondo costellato di luoghi e momenti in cui avvenivano intra-azioni dirette e non mediate degli umani con il resto di Gaia. In effetti molte di quelle che poi abbiamo chiamato intra-azioni erano le storie che ogni vivente raccontava all’interno di Gaia e di cui il morbo nekomemetico fece perdere la percezione. Storie che attraversavano Gaia e parlavano dell’incontro continuo con i nonumani o del ritrovamento di una sorgente, di una fonte di cibo, di una grotta accogliente, di un albero ombroso o, ancora, di un fulmine che rischiara la notte e incendia la boscaglia e così via. Come le altre specie, gli umani facevano parte di un ciclo di vita e morte che, fino all’apparizione della metatecnica, non aveva prodotto patologie per la biosfera. Le cose erano cominciate a cambiare quando si era passati dall’unità prodigiosa di queste reticolazioni allo sviluppo del pensiero tecnico e di quello religioso. Il Maestro Simondon 1 aveva avuto l’intuizione di questo passaggio che si era realizzato non certo all’improvviso, ma in un periodo senz’altro molto più lungo della storia umana tramandata. Era senza dubbio troppo presto per ammettere quello che poi si dovette affrontare: sin da quell’epoca queste due mediazioni opposte e simmetriche facevano parte di un entanglement quantistico dinamico e mutevole. Secondo la definizione datane dal Maestro, la nascente relazione di tecnoscienza e religione non era solo quella di due fasi indissolubilmente legate fra loro, esse non erano entità astratte, ma agenti materiali intrecciati, avviluppati che emergevano e si alimentavano nella relazione reciproca. Più prosaicamente, le conseguenze si rivelarono importanti perché quando le storie che raccontavano i momenti e i luoghi delle intra-azioni primordiali vennero sostituite dalle meccaniche della metatecnica allora, fra l’altro, non c’era più stato bisogno del fulmine per accendere il fuoco. Ma anche per questo ci sarebbe stato un prezzo da pagare. A posteriori si poteva costatare che da allora si erano prodotte nella Storia innumerevoli lotte e battaglie per contrastare il diffondersi del morbo, combattendo non i nekomemi, di cui non si conosceva l’esistenza, ma i sintomi che essi producevano, facendo degli umani dei distruttori di Gaia. Erano episodi che appartenevano a quella caratteristica dell’animale sociale homo di reagire davanti a grandi catastrofi o flagelli mettendo in gioco tutte le risorse compresa ovviamente la metatecnica. Forse questa capacità a non soccombere davanti alle crisi aveva contribuito a rinforzare il ricorso alla tecnica, come appare anche in certe narrazioni archetipiche fra cui quella del Diluvio Universale. In quei tempi remoti la propagazione del morbo nekomemetico era lenta e sotterranea per cui probabilmente il mito del Diluvio nacque da una catastrofe naturale derivata da cause abiotiche, ma il riflesso di utilizzare la metatecnica – in questo caso l’arca – per sopravvivere era ormai impiantato nella mente umana. Questa volta anche chi negava l’esistenza del morbo nekomemetico non poteva negare l’origine biotica, e in particolare umana, della setticemia di Gaia che veniva descritta in vari modi: dal deterioramento ecologico al cambiamento climatico. Era questo il caso dell’ AltaSfera Ecofin che, nel dubbio, preparava la Grande Fuga e il tentativo di colonizzare lo spazio. Ma in Terra, invece, c’era anche un’altra sfera ben più antica che, al contrario della prima, non era di governance perché non gestiva nulla, e spesso neanche sé stessa, contraddicendo la sua propria definizione: la Sfera Autonoma , di cui ti ho già parlato in precedenza. La sua nascita si perdeva, come i miti, nella notte dei tempi ed era sicuramente esistita in ogni epoca umana, anche se, sia nel passato che nel presente, veniva chiamata in molti altri modi. Io ho scelto questo perché più consono alla mia generazione boomer.Era la sfera di tutte le tendenze centrifughe che cercavano di sottrarsi e di contrastare dal basso le istanze di potere. Certamente non era una sfera paragonabile a quelle delle élite perché si poteva quasi sempre entrare e uscire liberamente. Non era neanche veramente una sfera perché non c’erano confini e i flussi di input/output erano continui. Talvolta poteva essere veramente autonoma, almeno nel senso proprio del concetto, che designa un potere subordinato a un altro potere superiore, ma con la capacità di darsi la propria legge di vita; o comunque di cercarne una diversa da quella considerata normale da un potere superiore come quello sovrano. Ma in certi casi all’interno della Sfera si manifestavano tendenze che auspicavano la distruzione del potere superiore o addirittura di ogni potere. La Sfera Autonoma era in realtà un insieme complesso di processi dinamici, che non preesisteva alle interazioni col mondo circostante, ma emergeva attraverso e come parte di intrecci relazionali di ogni natura, inclusa quella conflittuale, che la riconfiguravano continuamente all’interno delle vicende della specie. In determinate circostanze di alcune fasi del capitalismo, questa ontologia della Sfera Autonoma sembrava marcata proprio dalla coppia di opposti, da un dentro-contro il capitale che la legava indissolubilmente a quest’ultimo e quindi sembrava (de)perire con lui, come rischia di succedere nella storia che ti sto raccontando. Mi pare presuntuoso, nella mia posizione di Boomernauta, dare per scontato che la Sfera Autonoma umana sarebbe stata in grado di uscire non solo dalla gabbia del realismo capitalista neolib, ma anche da ogni altra camicia di forza che la costringeva a relazionarsi solo all’interno della specie. Vedremo in seguito come la grave patologia di Gaia e poi soprattutto la scoperta della pandemia nekomemetica la costrinsero a tentare di squarciare questa coercizione. In questo processo dinamico nascevano comunque grandi e piccoli movimenti con le loro contestazioni, sommosse, rivolte. Tuttavia, solo in circostanze particolari queste forze autonome riuscivano a organizzarsi e agire in modo tale da innescare grandi cambiamenti che gli umani chiamavano rivoluzioni.Alla Sfera Autonoma avevano appartenuto i movimenti che nel XX secolo, muniti della teoria marxista, avevano realizzato le grandi rivoluzioni proletarie. Rivoluzioni che avrebbero anche segnato il secolo successivo con la nascita di nuove grandi potenze (imperialiste!). In seguito lo slancio si sarebbe rinnovato nel lungo Sessantotto che, pur nell’ignoranza del morbo nekomemetico, aveva oggettivamente opposto qualche resistenza alla sua diffusione proprio quando il virus stava entrando nella sua fase di maggiore intensità. Ma in quella fase l’attenzione e le priorità dei movimenti erano concentrate nel braccio di ferro con il capitalismo: si era ancora nella fase del radioso avvenire che si sarebbe potuto costruire solo dopo aver sconfitto il capitalismo. Il sogno di sovvertire il capitalismo dappertutto, soprattutto nel suo feudo del Nord, non si era mai realizzato. Le forze che ostacolavano una rivoluzione globale erano state a lungo troppo forti, troppo presenti, troppo radicate e il capitalismo aveva superato tutte queste crisi.Quando si era chiusa l’epopea del lungo Sessantotto era cominciata l’era della controrivoluzione neolib. Il rosso della Sfera Autonoma era diventato quasi trasparente e il suo polso politico si era allora talmente affievolito da non essere quasi più percettibile. Uno storico americano oriundo giapponese aveva addirittura decretato la fine della Storia. In realtà la Sfera non solo era viva anche se malconcia, ma, con l’estendersi delle reti, si sarebbe coperta di una maglia brulicante di attività e iniziative che non volevano più porsi il problema di una strategia politica rivoluzionaria. Questo non-volere avrebbe potuto essere uno dei postumi della pseudo-profezia pronunciata dall’incantatore francese della biopolitica con la formula magica: « Mais je crois qu’il n’y a pas de gouvernementalité socialiste autonome […] il n’y a pas derationalité gouvernementale du socialisme » 2 . Negli anni della fine del XXI secolo, di cui ti sto parlando, l’eco lontana di questa profezia non risuonava più nel Palazzo d’Inverno, ma si poteva ancora sentire in alcuni anfratti della Grande Muraglia, sugli altipiani del Tibet e persino in certe rovine delle manifatture di Shenzhen nelle notti di plenilunio. Sortilegi a parte, questa apparente impotenza era una debolezza, ma anche una forza. Una debolezza perché ogni qualvolta che un atomo della Sfera Autonoma entrava in conflitto frontale con istanze reali del potere era istantaneamente carbonizzato emettendo una fioca luce rossa. La forza era l’instancabile motore che faceva muovere la Sfera alla ricerca ostinata e cocciuta di autonomia dalle forme di comando dei dominanti e di escape dal basso da uno sfruttamento del mondo fatto passare per libertà e progresso. E nella sua complessità ed estensione questo motore emetteva giganteschi flussi che nel contesto sempre più deteriorato della biosfera erano effettivamente in grado di allentare i livelli di controllo generalizzato.Fu probabilmente questa la ragione per cui, anche a distanza di decenni, sorsero periodicamente movimenti effimeri, preoccupati delle condizioni di Gaia, che riuscirono a spegnere dopo ardue lotte qualche focolaio del morbo nekomemetico 3 , di cui non erano ancora coscienti, senza per questo fermare il contagio. Per lo più si trattava di megaprogetti, che erano consustanziali alla Gov Neolib, non perché fossero indispensabili o anche solo importanti dal punto di vista funzionale, ma perché lo erano da quello del controllo dei flussi finanziari. I Grandi Progetti erano inoltre necessari in quanto politicamente propedeutici alla Grande Fuga . Questo sarebbe diventato l’unico vero megaprogetto ormai vitale per la Governance e le élite. Un piano che avrebbe permesso loro di continuare la politica di produzione-distruzione sino al limite del possibile per poi abbandonare tutto tramite gli Ascensori Spaziali, quando il caos fosse diventato incontrollabile e la vita impossibile. A quell’epoca nella Sfera Autonoma molti erano convinti della validità dell’ipotesi del Capitalocene : ma ormai solo pochi attivisti, persuasi della prossima caduta del sistema, cercavano soluzioni strategiche, globali ed energiche che smentissero le profezie dell’incantatore francese della biopolitica. Le altre forze, più che al tradizionale modo rivoluzionario dei secoli precedenti, sembravano interessate a fondare nell’orizzontalità delle contaminazioni reticolari le basi per ripartire sulle rovine del capitalismo. Effettivamente i cento fiori di questi tentativi, progetti, processi ecologici si moltiplicarono ed erano di fatto una modalità di cura contro il virus nekomemetico. Non c’erano nostalgie di un mondo arcaico e si cercava di orientare e usare la metatecnica in modo appropriato e conforme a una visione non gerarchica, orizzontale . Era anche un tentativo per cercare di smentire l’ineluttabilità del legame esistente fra metatecnica e virus nekomemetico. Dove queste forze autonome si istallavano e riuscivano a far funzionare i loro microprogetti, di solito l’infezione di Gaia arretrava. Era una strategia a lungo termine, si sperava diventasse l’ultimo ricorso quando la setticemia di Gaia non avrebbe lasciato più scampo alla vita in fasce intere del pianeta. O forse si sognava che il riprodursi senza limiti di questi tentativi avrebbe finito per svuotare le istanze della Governance quasi senza colpo ferire. Un po’ com’era avvenuto in Russia nell’improvviso crollo del regime Sovietico per invecchiamento e logoramento. C’era quindi un’ipotetica possibilità di recessione della setticemia, ma sarebbe bastato? Sarebbe arrivata a tempo prima che fosse troppo tardi?Ma come un kitsuné , la mitologica volpe giapponese capace di cambiare aspetto e di assumere sembianze umane, non era nella natura del capitale (né del virus nekomemetico che da lui traeva vantaggio) di perdere il controllo della metatecnica e di cessare di esistere come un volgare regime politico. D’altronde l’ignoranza del morbo era stata probabilmente la ragione per cui i rivoluzionari del XX secolo e prima ancora i grandi teorici antagonisti al capitale, fra cui proprio il nostro beneamato patriarca barbuto, non avevano potuto intuire la pericolosità di concedere un ruolo d’innovatore al capitale stesso prima di tentare di sconfiggerlo, e di condividere troppo a lungo con lui il mito della produzione e del progresso. È vero comunque che il capitale, nello sconvolgimento delle prime guerre globali da lui generate e poi sfruttate per un ulteriore salto di paradigma, non aveva lasciato scelta ai Paesi dove la rivoluzione cosiddetta proletaria aveva vinto: produrre secondo i modi capitalisti o soccombere, senza che nessuno o quasi si rendesse conto che si trattava di una produzione di morte. E fu da quella scelta obbligata, ma consensuale, e dal malinteso che l’accompagnava, che rimase nell’animo di tanti rivoluzionari la convinzione dell’inevitabilità del dentro-contro il sistema del capitale. Una scelta che avrebbe aperto alla contaminazione nekomemetica le porte delle frontiere di classe.Si arrivò, fra certi epigoni del grande filosofo barbuto, alla stravaganza, un po’ masochista, di mettersi ad adorare il vitello d’oro dell’accelerazionismo che predicava l’assunzione forzata di forti dosi di tecnologie techno-tycoon. Speravano così di capovolgere la partita con l’overdose, ma la rivolta contro il progetto Lunga Primavera , prima, e le rivelazioni della time machine sull’esistenza del morbo nekomemetico poi, misero fine a ogni velleità di questo tipo. Fu questo il paradosso della ricerca di un’immunità di gruppo per una malattia autoimmune. Intanto il virus ovviamente circolava più intensamente in tutti gli ambiti della Gov Neolib, dove pullulavano i Grandi Malati dall’altissima carica virale. Come nel paradosso dell’uovo e della gallina, era impossibile decidere se la Governance e le sue sfere producessero i Grandi Malati o viceversa. Probabilmente entrambi gli aspetti si integravano e questo era stato un booster della diffusione generalizzata del virus, vista la scarsa resistenza incontrata. Ti ho già spiegato che pure nelle attività cognitive, come in quelle industriali, i lavoratori delle classi assoggettate erano involontariamente esposti a cariche nekomemetiche. Si trattava di un’esposizione ancora più subdola e invasiva, che li rendeva agenti patogeni della sepsi di Gaia. Dalle fila della classe operaia e dei lavoratori subordinati erano uscite generazioni di attivisti, di sindacalisti e di politici, fra cui quelli che avevano fatto le grandi rivoluzioni del XX. I loro epigoni dell’epoca neolib, forse a causa della grande intimità con i Grandi Malati , quali i manager di Ecofin e i politici della Gov, vennero pesantemente contaminati. Spesso la loro carica virale superava ogni limite: vollero farsi chiamare riformisti democratici e progressisti (un termine, quest’ultimo, divenuto sinonimo di forte positività nekomemetica). I sindacalisti erano talmente contagiati che, con il pretesto di proteggere i posti di lavoro, erano pronti a difendere con le unghie e coi denti qualsiasi tipo di attività comprese quelle che più avrebbero alimentato la setticemia di Gaia: industrie estrattive e chimiche o centrali atomiche. Tutto andava bene per loro.Era di pubblico dominio che erano diventati ingranaggi del sistema. In particolare la Gov Neolib, in entrambe le sue componenti, ma soprattutto l’ AltaSfera Ecofin , li aveva da tempo adottati e cooptati per la loro capacità di interfacciarsi e di manipolare le masse e le classi subordinate da cui provenivano. Poi, nonostante la promessa di associarli alla Grande Fuga , quando non servirono più per la produzione o per altro vennero messi da parte senza tanti complimenti. In realtà proprio come nei film di fantascienza di quell’epoca, in cui alieni malintenzionati prendono sembianze antropiche per sterminare più facilmente l’umanità, così i progressisti di ogni genere si erano furtivamente trasformati in Grandi Malati , superdiffusori del morbo nekomemetico per introdurlo in modo occulto nelle masse che dicevano di rappresentare e difendere. Allora venne spontaneo di chiedersi se il morbo, oltre a rendere gli umani zombi dell’ambiente, potesse intaccare anche quel senso di appartenenza e di solidarietà esistente nelle classi subalterne che aveva caratterizzato buona parte del XX secolo. Può darsi, che fosse così, ma in quanto boomer rivoluzionario sono più propenso a credere che sia stato preponderante l’imprinting dell’individualismo, a cui tante generazioni erano state sottoposte. La simultaneità di questi due effetti non poteva essere casuale. Nel passato non era proprio da quel senso di appartenenza che erano partiti i movimenti che avevano cambiato il corso della Storia del XX secolo? Perché ora che la situazione era ben più grave non succedeva nulla o quasi? L’allargarsi del morbo a tutte le fasce delle popolazioni grazie anche agli alieni malati travestiti da sindacalisti o politici progressisti indusse un aumento delle mutazioni dei nekomemi infetti che diventarono più contagiosi e peggiorarono la gravità delle conseguenze sulla biosfera. Più tardi quando, a discapito dei progressisti , la realtà del morbo nekomemetico venne riconosciuta nella Sfera Autonoma i primi sostenitori dell’ipotesi, benché stretti fra i due estremi del tutto genetico (antropocene) e del tutto politico (capitalocene) , cominciarono a portare avanti una nuova strategia di lotta contro la catastrofe della setticemia di Gaia e ammisero il loro errore: «Non avevamo capito che il virus nekomemetico umano, all’origine della setticemia di Gaia, esisteva sin dalle origini mentre, nella storia dell’umanità e ancor più in quella di Gaia, il capitalismo è solo una breve e feroce parentesi che ha aggravato la situazione sino a renderla critica. Comprendendo il nostro errore d’inversione di causa ed effetto abbiamo intuito che la vecchia strategia di abbattere il capitalismo in un improbabile scontro finale era vana. Bisognava piuttosto trovare l’antidoto, non solo per farla finita con il capitalismo, ma soprattutto per evitare vie d’uscita caotiche, autodistruttive e in fin dei conti suicide 4» .Dopo il fallimento del post-sessantotto, a parte sporadiche ed effimere ondate, per più di mezzo secolo nella Sfera Autonoma si erano prodotti solo movimenti e attività a legami laschi, agiti su mille piani produttivi che spesso erano tangenziali a quelli gestiti dal potere. Molte di queste attività volevano prefigurare nuove modalità di evasione dallo spaziotempo politico ed economico determinato dal potere. Produrre miele, fabbricare raku nel proprio angolo preservato, o cercare funghi matsutaké, stando sui limiti della foresta e della legalità, permetteva di sperimentare approcci forse utilizzabili nei collassi a venire. Ma in quel momento non doveva troppo infastidire l’AltaSfera Ecofin o i PoSt/ati, che forse non se ne accorgevano proprio, come l’elefante non si accorge della mosca, salvo quando l’insetto gli ronza attorno all’orecchio. Anzi talvolta il lavoro comune nella Sfera Autonoma , anche quando non era subito e immediatamente sottomesso alla logica dell’accumulo capitalista, era ben visto dal potere e in particolare dai techno-tycoon. Veniva considerato un humus benefico per fare del washing multicolore, riciclare, recuperare iniziative, ricerche e attività nel calderone del mercato da dove l’ AltaSfera Ecofin avrebbe potuto continuare a succhiare il sostanzioso midollo. Non era stato proprio questo il caso del famoso sistema operativo Linux da tempo indispensabile al funzionamento dell’infrastruttura tecnologica di rete che innervava il bioipermedia? Inizialmente era stato concepito e implementato nella Sfera Autonoma e in seguito recuperato gratis et amore dei dai techno-tycoon al momento opportuno. Note: Non dimentichiamoci che il Boomernauta aveva una formazione tecnologica ed informatica ed è quindi comprensibile che conoscesse ed ammirasse questo filosofo della tecnica. «non credo che esista una governamentalità socialista autonoma […] non c’è una razionalità governativa del socialismo».Secondo il Boomernauta che l’aveva molto studiato ed ammirato, prima di staccarsene, la frase è stata pronunciata al Collège de France da Michel Foucault che lui definiva come «il famoso clairvoyant incantatore del XX sec. Molto popolare presso gli accademici della fu-sinistra e non solo». Vengono citati dal Boomernauta: Gardaremlu Larzac contro l’espansione dell’esercito francese, Centrali nucleari di Montalto di Castro in Italia e di Plogoff in Bretagna, Aeroporto di Nantes, ecc. Quaderni nekomemetici , N° 63 p. 21 9/2035. Solo i nostri nemici ci capiscono Il Boomernauta evoca il dilemma finale dei suoi antichi compagni di lotta. Arrivando a fine corsa i boomer che avevano partecipato al lungo Sessantotto (del XX s’intende) sono molto combattuti sul significato delle loro vite. Non sanno se compiacersi del fatto di aver tanto lottato contro un sistema dalle conseguenze più nefaste di quanto da loro previsto in gioventù, oppure se disperarsi per i nipoti infelici che subiscono la norma capitalista.Solo nel più decrepito paese dell’Occidente, i rari boomer sopravvissuti ogni tanto facevano ancora notizia, con loro grande disappunto. Tutti noi boomer che in gioventù avevamo invano tentato l’assalto al cielo, non avremmo mai immaginato che cielo e pianeti sarebbero stati invasi dall’ AltaSfera Ecofin con l’apporto dei techno-tycoon che stavano fornendo le tecnologie necessarie per farvi entrare il mercato in gran pompa. Ora gli ultimissimi sopravvissuti, quelli che nel Sessantotto forse erano appena adolescenti, si chiedevano se la realtà non fosse ancor peggio della barbarie che paventavano e contro la quale si erano battuti. A quell’epoca non potevano avere una visione completa delle minacce reali perché non erano ancora al corrente della potenza sotterranea del morbo nekomemetico, né del fatto che questo si sarebbe tanto diffuso grazie ai vari passaggi che avevano portato al comando l’ AltaSfera Ecofin . Quello che li destabilizzava maggiormente nella fragilità dell’età avanzata era la mutua incomprensione con la generazione di nipoti e pronipoti. Non sapevano darsi pace della loro apparente accettazione o rassegnazione della norma capitalista. Lo scambio di precarietà per un’immaginaria libertà? Competitività e meritocrazia come valori assoluti? E le mille altre regole che l’ AltaSfera era riuscita sul filo dei decenni a far passare come canone senza alternativa nella più grande tradizione della flessibilità e dell’apparente laisser faire . Un tarlo lavorava nei loro cervelli ormai un po’ arrugginiti: come riuscire a far capire che quella regola non era sempre esistita e che i giovani avrebbero potuto vivere emozioni un po’ più forti delle infime disobbedienze che erano loro permesse? Soprattutto era impossibile far credere agli scettici nipoti che c’era stata un’epoca in cui le fond de l’air était rouge 1 e un’incredibile (per i nipoti) energia comune li aveva sospinti costringendo il capitale ad arretrare e trincerarsi. Tuttavia si rendevano conto che, come succede ai cuccioli, si impara soprattutto dalle proprie esperienze.Temevano che la sussunzione del bioipermedia, operata dai techno-tycoon sterilizzando il futuro, fosse memeticamente irreversibile e questo era inquietante. Per la prima volta infatti avevano intuito l’importanza dei flussi memetici manipolati dalle megapiattaforme dei techno-tycoon. Era stato un primo passo sulla strada della scoperta di una pandemia incorporea che aveva radici ben più profonde del capitalismo.Sul pianeta nel frattempo nessuno si preoccupava troppo di una generazione sconfitta o convertita che stava ormai scomparendo col favore di nuove pandemie. Questi virus, fra l’altro, per un’opportuna coincidenza alleggerivano un carico sociale che diminuiva la competitività generaleFaceva eccezione un solo Paese il cui potere politico locale aveva ancora un gran bisogno di questi anziani attivisti che ogni tanto cercava di organizzare retate per riunirli in luoghi sicuri come le carceri. Forse perché il Paese era fra i più demograficamente vecchi al mondo e anche fra i più perversi – non per questo che le due cose si implicassero – il governo di questo PoSt/ato in decadenza infinita faceva finta di credere che i venerabili rivoluzionari falliti potessero ancora corrompere una giovinezza così indifferente e ben addestrata a obbedire di propria volontà.Ma sotto sotto si trattava di gratitudine. Questa veniva soprattutto da quella parte della classe politica, giudiziaria e mediatica che aveva fatto fortuna e prosperato su quella sconfitta lontana dei loro coetanei. Al punto che anche i succedanei avevano adottato con entusiasmo per decenni questa gallina dalle uova d’oro e, ora che cominciava a essere proprio vecchia, per finire avrebbe fatto buon brodo.Bisogna anche riconoscere che nei membri anziani di quella casta sussistevano anche motivi psicologici più profondi, esenti da qualsiasi grettezza. Anche loro sicuramente si ricordavano di aver vissuto quell’epoca che per molti coetanei era stata esaltante, e sentendosi esclusi in quanto ligi alle norme e al regime ne avevano anche un po’ sofferto. Ma ora in tarda età si compiacevano di avere questa opportunità di riallacciare i rapporti (di forza) a parti invertite. E non era poi tanto diverso dal ritrovare vecchi amici, partiti lontano e fatti rientrare di forza, per poi rievocare i bei tempi sui media mainstream. Insomma fra coetanei implicati nelle stesse vicende distanti non c’erano tante difficoltà di comunicazione ci si poteva capire senz’altro e questo era molto bello e gratificante per gli uni, un po’ meno per gli altri. Nota: Il Boomernauta si riferisce qui a un documentario costituito dalle immagini simboliche e salienti del decennio rosso dell’assalto al cielo. Le fond de l’air est rouge, Scènes de la Troisième Guerre mondiale (1967- 1977) Regia di C. Marker, 1977.
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Fantascienza: cento anni per invadere il reale! Il testo propone una riflessione critica sulla fantascienza come genere letterario e culturale, interpretandola non tanto come anticipazione del futuro, quanto come dispositivo capace di restituire un’immagine compiuta del presente. Attraverso il riferimento alla metafora della <>, la fantascienza viene letta come archivio delle ansie, delle paure e delle promesse della modernità, in un’epoca in cui la nozione stessa di futuro appare dissolta in un presente permanente e frammentato. Riprendendo il pensiero di Antonio Caronia e l’esperienza della rivista Un’Ambigua Utopia , il lavoro intende riaprire un dibattito critico sul genere, interrogandone l’origine, il funzionamento, la modernità e la sua presunta fine. Il saggio ricostruisce la nascita <> della fantascienza all’interno delle riviste pulp statunitensi degli anni Venti, mettendo in luce il suo legame con l’immaginario tecnoscientifico, il consumo di massa e la crisi del mito della frontiera. Al tempo stesso, smaschera la genealogia <> europea del genere come costruzione retrospettiva, funzionale a legittimarlo culturalmente. La fantascienza emerge così come un campo contraddittorio, segnato da una tensione costante tra razionale e irrazionale, critica e mercificazione, immaginazione e potere. Il testo si propone infine come un work in progress volto a riappropriarsi della pratica dell’immaginare come strumento critico, riconoscendo però i propri limiti, in particolare l’assenza di una riflessione sulla fantascienza femminile e femminista. [up IT – down Eng] Premessa ...invadere il reale e, soprattutto, riportare al presente l'immagine compiuta della nostra epoca: le meraviglie insieme ai terrori e alle ansie che abbiamo ereditato da quel senso del futuro che si è andato via via esaurendo fino alla sua definitiva scomparsa. La fantascienza oggi è diventata come quella time capsule 1 che nell'esposizione universale del 1939 a New York venne interrata a una quindicina di metri di profondità, contenente gli oggetti più ordinari, come banconote, carte da gioco, stoviglie, abiti, perfino un'immagine di Mickey Mouse, ecc. per trasmettere ai futuri storici quell'immagine compiuta dell'epoca che ha aperto e definitivamente chiuso i giochi col futuro, «è la stessa nozione di futuro una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi. Il sentimento del tempo di questa tarda modernità, di questa rivoluzione postindustriale promossa dall'espansione delle tecnologie e non governata da nessuno, è un espandersi indefinito e fisso del presente a cui tutto viene commisurato. Oggi né passato né futuro sembrano più essere presenti al sentire collettivo: tutto è già stato non solo pensato e agito, ma sentito. (…) Il futuro ci è crollato addosso, si sta già realizzando ora: non solo, ma questo non è il futuro , sono già i cento, mille, possibili futuri ognuno dei quali trova, nella complessità e nella segmentazione sempre maggiore della società postindustriale, un suo spazio di realizzazione e di coesistenza accanto ad altri» 2 . Nei sei capitoli a seguire, una serie di riflessioni critiche sul genere fantascientifico: la sua nascita, cosa lo distingue da altri generi, il suo funzionamento, ciò che lo caratterizza, la sua modernità e infine la sua vera o presunta fine. Il tentativo è quello di riaprire una serie di discussioni provando a riprendere quel filo avviato dall'esperienza di una rivista degli anni Settanta, «Un'Ambigua Utopia » , e poi in solitaria da Antonio Caronia, per tentare di uscire dalle paludi di un immaginario che è andato letteralmente al potere espropriandoci, di fatto, di qualunque capacità autonoma di immaginazione. Occupare l'immaginario , per usare un nuovo slogan emergente 3 , non per reclamare un’ingenua pretesa di volerlo occupare da sinistra, in una sorta di presa egemonica, ma come riappropriazione di una pratica dell'immaginare imprescindibile da un'opera di critica e di demolizione di quell'illusorio mondo di immaginario coatto in cui siamo sempre più immersi e che ci esautora, sempre più, dal poter essere parte attiva nelle storie che modificano il mondo in cui viviamo. Ancora la distruzione della fantascienza annunciata nel manifesto di «Un'Ambigua Utopia» datata, non a caso, 1977, risuona nella sua attualità. E da qui occorre ripartire. P.S.: Il presente lavoro è un work in progress che necessita di aiuto, discussioni e ovviamente, critiche. Va detto inoltre che manca di una parte essenziale: quella sulla fantascienza delle donne e quella femminista, che potrebbero, forse, mettere in discussione molte delle cose qui dette. Si spera di potervi porre rimedio con l'aiuto di compagne disponibili a discettare su un genere che è nato, occorre dirlo, essenzialmente come gioco onanistico per maschietti. E che nelle enclave del fandom, tale è, con ogni probabilità, rimasto. Note: [1] un'altra capsula venne realizzata nel 1965, entrambe destinate ad essere aperte dopo 5000 anni. https://en.wikipedia.org/wiki/Westinghouse_Time_Capsules [2] Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992, https://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza [3] Occupare l'immaginario è il titolo del convegno su Antonio Caronia tenutosi a Olinda nel 2023 https://occuparelimmaginario.noblogs.org/ I° Una nascita imbarazzante È stato detto, del tutto a ragione, che la fantascienza è sintomo di schizofrenia, che è un’infinita ed infima proliferazione di liquami maniacali, che sfama la nostra fame di follia. Vero, verissimo; ed appunto per questo intendo renderle omaggio. Rozza, elementare, ripetitiva, appunto come la demenza e, possiamo aggiungere, come la morte. In un tempo in cui l’ottimismo riposa su un ingegnoso sistema di lapsus, scotomi, dimenticanze ed omissioni, la fantascienza parla di qualcosa che tutti gli esseri umani mediamente ragionevoli hanno in mente: parla dell’Apocalisse - Giorgio Manganelli Quel genere letterario infimo, infantile, fracassone e demente che in quasi italiano si chiama fantascienza 1 . Viene coniato per la prima volta in America nel 1926 (prima Scientifiction e subito dopo Science fiction ) in una rivista di bassa qualità, (sia nella sua materialità cartacea e grafica che nei contenuti e stili letterari e/o di divulgazione scientifica). Riviste di pochi soldi per una grande massa di lettori, riviste popolari, pulp. Riviste di avventura, western, polizieschi, qualunque cosa che soddisfacesse il bisogno di immaginazione di una società in fase di crescente sviluppo; una popolazione che proveniente dalla stanca e decadente Europa si trovava a fare i conti con un mondo nuovo , da conquistare, da scoprire. E che però agli inizi del nuovo secolo cominciava a fare i conti con la fine della sua storia fondativa: quella del mito della frontiera. E in cui il progresso andava a coincidere, al contrario del continente materno lasciato alle spalle, con la possibilità di un consumo di beni materiali e non materiali, per una parte maggioritaria della popolazione. Un consumo che si immaginava illimitato e a disposizione di tutti, almeno idealmente. La cosiddetta fantascienza europea (i cosiddetti padri nobili della fantascienza: Mary Shelley col suo Frankenstein, Verne, Wells, Capek, Zamjatin, e tanti altri, anche scendendo giù verso gli antichi ancora più nobili ed esotici, da dante a Luciano di Samosata) è un'acquisizione che la neonata fantascienza (cioè l'unica forma di narrativa fantastica che possa definirsi appunto fantascienza) fa per conferirsi dei natali che in un qualche modo potessero nobilitarla di fronte al disprezzo che la cultura ufficiale le riservava 2 . Il primo racconto fantastico ambientato in un futuro lontano Ralp 12C41+: A Romance of the Year 2660 , viene pubblicato in una rivista di radiotecnica «Modern Electris» nel 1911 a firma di Hugo Gernsback che era anche l'editore della rivista: «L'avventura futuristica, permeata da sfrenate estrapolazioni di E se... , fu accolta sorprendentemente bene all'interno di una rivista che fino ad allora si era occupata solo di fatti concreti. Ma si dovette arrivare all'aprile del 1926 perché Hugo Gernsback avesse l'idea di fondare la prima rivista pulp interamente dedicata alla SF in lingua inglese: Amazing Stories. E fu Gernsback che, a partire dal termine scientifiction , consacrò la SF col nome che le rimase impresso» 3 . Se insistiamo qui su una collocazione temporale precisa per la nascita della fantascienza non è perché si voglia dire che le sue immagini, i suoi topoi compaiano per la prima volta allora, ma perché all'improvviso esse trovano un nome, una forma di inquadramento teorico che le fa emergere in una ben definita, per quanto povera e infima si voglia, categoria letteraria. Quindi la tradizione, gli antecedenti di questo nuovo genere letterario rimandano non a qualcosa di preesistente bensì a qualcosa di inventato e costruito man mano che il genere stesso si va formando. L'ascendenza che rivendica è così tanto fittizia quanto reale nella sua giustificazione a posteriori. Le riviste tecniche, quelle che si occupavano solo di fatti concreti furono l'incubatrice dell'immaginario tecnoscientifico che avrebbe traghettato il XIX° secolo, intriso di positivismo e spiritismo, verso un futuro in cui la crisi della scienza classica avrebbe trovato un nuovo e inquietante, tanto quanto proficuo, connubio tra razionale e irrazionale, smantellando le indiscusse certezze della fisica classica e sostituendo il mondo dei fantasmi con i meno eterei, di natura artificiale, oggetti non identificati: gli ufo, con tanto di alieni più o meno pericolosi. Philip K. Dick testimonia magistralmente questo approccio quando racconta che all'età di dodici anni si imbatté, per caso, nella rivista «Stirring Science Stories»: «stavo cercando, in realtà, Popoular Science . Ne fui colpito. Racconti scientifici? Di colpo, vi riconobbi la magia che avevo trovato nei libri di Oz, non più però, associata alle bacchette magiche, bensì alla scienza (…) In ogni caso, nella mia opinione, magia divenne uguale a scienza... e scienza (del futuro) uguale a magia» 4 . Una nascita certamente sporca quella della fantascienza, che per decenni avrebbe imbarazzato gli stessi autori (e critici) del genere; almeno quelli che avrebbero col tempo acquisito caratteristiche più marcatamente autoriali 5 . Note: 1. Giorgio Manganelli, L’oroscopo? No, meglio Guerre stellari, Corriere della Sera 10 novembre 1977 2. Per una breve ma accurata e incisiva storia della letteratura di fantascienza: A. Caronia, La fantascienza fra letteratura e industria editoriale , in Variazioni cosmiche , Nord, Milano 1988 http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/10/antonio-caronia-la-fantascienza-fra.html 3. Lawrence Sutin, Divine invasioni , Fanucci, Roma 2001, p. 22 4. Ivi, p. 21 5: «Una gran parte di quello che va sotto il nome di 'fantascienza' è spazzatura, diciamo pure il 95%» (Theodore Sturgeon). Ursula K. Le Guin, nel 1975, citando questa che ormai veniva definita come la legge di Sturgeon rincarò la dose: «il 95% della fantascienza è porcheria, bene liberiamoci di quella roba! Apriamo la finestra e liberiamoci di questa immondizia!». Peccato però, che tagliar via quel 95% sarebbe stato come tagliare il ramo su cui gli stessi Sturgeon e Le Guin stavano comodamente seduti. Sci-Fi: a century to overrun the present! The text offers a critical reflection on science fiction as a literary and cultural genre, interpreting it not as a means of predicting the future, but as a device capable of conveying a fully formed image of the present. Drawing on the metaphor of the <>, science fiction is understood as an archive of the anxieties, fears, and promises of modernity, in an era in which the very notion of the future has dissolved into an expanded and fragmented present. Building on the thought of Antonio Caronia and the experience of the journal Un’Ambigua Utopia , the work seeks to reopen a critical debate on the genre by examining its origins, mechanisms, modernity, and its alleged end. The essay traces the <> birth of science fiction within U.S. pulp magazines of the 1920s, highlighting its ties to the technoscientific imagination, mass consumption, and the crisis of the frontier myth. At the same time, it exposes the genre’s so-called European <> as a retrospective construction aimed at cultural legitimation. Science fiction thus emerges as a deeply contradictory field, shaped by a persistent tension between rationality and irrationality, critique and commodification, imagination and power. Conceived as a work in progress, the text ultimately calls for a reappropriation of imagination as a critical practice, while explicitly acknowledging its own limits—most notably the absence of a discussion on women’s and feminist science fiction. Preface …to invade the real and, above all, to bring to the present the fully‑formed image of our era: the marvels together with the terrors and anxieties we have inherited from that sense of the future that has gradually exhausted itself until its ultimate disappearance. Science‑fiction today has become like that time capsule¹ that, at the 1939 World’s Fair in New York, was buried fifteen meters underground, containing the most ordinary objects—banknotes, playing cards, dishes, clothing, even an image of Mickey Mouse—to transmit to future historians a complete picture of the age that opened and finally closed the games with the future. «It is the same notion of future, a key notion of modernity on which science‑fiction relied to a very great extent, that is dissolving. The feeling of time of this late modernity, of this post‑industrial revolution promoted by the expansion of technologies and governed by no one, is an indefinite and fixed expansion of the present to which everything is measured. Today neither past nor future seem to be present in the collective feeling: everything has already been not only thought and acted upon, but felt. (…) The future has collapsed onto us; it is already materializing now: not only that, this is not the future, it is already the hundred, the thousand, possible futures, each of which finds, in the ever‑greater complexity and segmentation of post‑industrial society, its own space of realization and coexistence alongside the others»². In the six chapters that follow, a series of critical reflections on the science‑fiction genre: its birth, what distinguishes it from other genres, its mechanics, its defining traits, its modernity, and finally its true—or presumed—end. The aim is to reopen a series of debates by picking up the thread started by a 1970s magazine, «An Ambiguous Utopia» [Un’Ambigua Utopia, N.d.T.], and later pursued alone by Antonio Caronia, in order to escape the swamps of an imagination that has literally seized power, depriving us of any autonomous capacity to imagine. To occupy the imagination, using a newly emerging slogan³, not to claim a naïve left‑wing entitlement to “occupy” it in a hegemonic sense, but as a reclamation of the indispensable practice of imagining—through a work of critique and demolition of that illusory, imposed imaginary world in which we are increasingly immersed and which increasingly deprives us of the ability to be active participants in the stories that reshape the world we live in. The destruction of science‑fiction announced in the manifesto of «An Ambiguous Utopia», dated—no coincidence—1977, still resonates today. And from here we must start again. P.S.: This work is a work‑in‑progress that needs help, discussion, and, of course, criticism. It also lacks an essential part: the section on women’s and feminist science‑fiction, which might, perhaps, challenge many of the statements made here. It is hoped that the help of willing collaborators can remedy this, as the genre—born, it must be said, essentially as a masturbatory game for boys—has, in fandom enclaves, probably remained so. Notes [1]. A second time capsule was created in 1965, both intended to be opened after 5 000 years. https://en.wikipedia.org/wiki/Westinghouse\_Time\_Capsules [2] Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992. https://www.academia.edu/318211/Risposte\_a\_un\_questionario\_sulla\_fantascienza [3] Occupare l’immaginario is the title of the conference on Antonio Caronia held in Olinda in 2023. https://occuparelimmaginario.noblogs.org/ I° A cringe come to life It has been said—rightly so—that science‑fiction is a symptom of schizophrenia, an endless and lowly proliferation of manic excretions that starve our hunger for madness. True, absolutely; and precisely for this reason I intend to pay it homage. Crude, elementary, repetitive—just like dementia, and, we may add, like death. In an age where optimism rests on a clever system of lapses, scotomata, forgetfulness and omissions, science‑fiction speaks of something that every reasonably minded human keeps in mind: it speaks of the Apocalyps». - Giorgio Manganelli That «lowly, childish, noisy, and insane [literary genre] that in almost every Italian context is called fantascienza »¹ was coined for the first time in America in 1926 (first Scientifiction and shortly thereafter Science Fiction ) in a low‑budget magazine—both in its paper quality and graphic design and in its literary and scientific‑popular content. Cheap pulp magazines aimed at a mass readership: adventure, western, detective, anything that satisfied the imagination of a society in rapid development; a population that, fleeing a tired, decaying Europe, was confronting a new world to conquer and explore. Yet, at the dawn of the new century, it also began to reckon with the end of its founding myth: the frontier legend. Progress now coincided, opposite the abandoned mother continent, with the possibility of consuming material and immaterial goods for the majority of the populace. Consumption was imagined as unlimited and, at least ideally, available to all. The so‑called European science‑fiction (the noble fathers of the genre: Mary Shelley with Frankenstein , Jules Verne, H.G. Wells, Karel Čapek, Yevgeny Zamyatin, and many others, even tracing back to the older, more exotic figures from Dante to Lucian of Samosata) is an acquisition that the newborn science‑fiction (the only form of fantastic narrative that can truly be called science‑fiction) makes to grant itself a lineage that might somehow ennoble it against the contempt of official culture ². The first futuristic short story, Ralp 12C41+: A Romance of the Year 2660 , appeared in the radio‑technology magazine «Modern Electris» in 1911 under the byline Hugo Gernsback, who also edited the periodical. «The futuristic adventure, saturated with wild “ what‑if… ” extrapolations, was surprisingly well received in a magazine that until then had dealt only with concrete facts. Yet it was not until April 1926 that Gernsback conceived the first pulp magazine entirely devoted to English‑language SF: «Amazing Stories». From the term scientifiction , Gernsback cemented the name that would stick— science‑fiction » ³. Insisting on a precise chronological placement for the birth of science‑fiction is not to claim that its images or topoi first appeared then, but that they suddenly received a name and a theoretical framing that lifted them into a defined, however modest, literary category. Thus, the tradition and antecedents of this new genre do not point to a pre‑existing phenomenon but to something invented and constructed as the genre itself formed. The claimed ancestry is as fictitious as it is real in its post‑hoc justification. Technical magazines—those dealing solely with concrete facts—served as the incubator of the technoscientific imagination that would carry the nineteenth century, steeped in positivism and spiritualism, toward a future where the crisis of classical science would find a new, unsettling yet fruitful union of rational and irrational, dismantling the unquestioned certainties of classical physics and replacing the world of ghosts with less ethereal, artificial entities: UFOs, with alien beings of varying danger. Philip K. Dick illustrates this approach masterfully when he recounts that at age twelve he stumbled upon the magazine «Stirring Science Stories»: «I was actually looking for Popular Science . I was struck by it. Scientific stories? In an instant I recognized the magic I had found in the Oz books, no longer linked to wands but to science… In any case, in my view, magic became equal to science… and future science became equal to magic.» ⁴ A certainly dirty birth, the birth of science‑fiction, one that for decades embarrassed its own authors (and critics) of the genre; at least those who would later acquire more distinctly authorial characteristics ⁵. Notes Giorgio Manganelli, L’oroscopo? No, meglio Guerre stellari , Corriere della Sera , 10 Nov 1977. Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992. https://www.academia.edu/318211/Risposte\_a\_un\_questionario\_sulla\_fantascienza La fantascienza fra letteratura e industria editoriale , in Variazioni cosmiche , Nord, Milan 1988. http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/10/antonio-caronia-la-fantascienza-fra.html Lawrence Sutin, Divine invasioni , Fanucci, Rome 2001, p. 22. Ivi, p. 21. Theodore Sturgeon: «A large part of what goes under the name ‘science‑fiction’ is trash—let’s say 95 %». Ursula K. Le Guin (1975), citing Sturgeon’s “law”, amplified it: «95 % of science‑fiction is filth… let’s open the window and get rid of this garbage!» (Note the irony that cutting away that 95 % would have removed the very branch on which Sturgeon and Le Guin were comfortably seated).
- konnektor
Il Venezuela all'ora dei forni* Thomas Berra L’articolo analizza l’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela del gennaio 2026, interpretandolo come una svolta storica nella geopolitica latinoamericana. Pur riconoscendo il successo tattico dell’operazione statunitense, culminata nel rapimento del presidente Nicolás Maduro, l’autore sostiene che Washington non abbia ottenuto il controllo politico, militare o territoriale del Paese, che rimane saldamente nelle mani dello Stato venezuelano e delle forze chaviste. L’intervento non viene descritto come un’invasione totale, bensì come un’azione mirata volta a decapitare la leadership politica e a provocare fratture interne nelle forze armate e nel blocco civico-militare, obiettivo che, almeno inizialmente, non si è realizzato. Il testo esplora le possibili evoluzioni del conflitto, tra cui un’escalation militare, il tentativo di controllo delle risorse petrolifere o strategie di destabilizzazione a lungo termine, sottolineando l’assenza di una forza oppositiva interna in grado di legittimare un cambio di regime. Nelle conclusioni, l’autore denuncia il carattere imperialista dell’azione statunitense, attribuendola agli interessi del complesso militare-industriale e delle grandi compagnie petrolifere, e critica l’inerzia o la complicità della comunità internazionale. L’articolo invita, infine, l’America Latina e i Caraibi a superare divisioni e ingenuità politiche, avvertendo che la disunità regionale rende i Paesi più vulnerabili in un contesto di transizione egemonica globale. In questo momento ogni analisi è necessariamente fallibile e provvisoria, ma possiamo già iniziare a organizzare i fatti incontrovertibili, elaborare ipotesi ragionevoli e abbozzare alcune conclusioni generali su una giornata fatidica. I fatti Al di là di tutto ciò che è stato detto, insinuato e nascosto da Donald Trump nella lunga conferenza stampa di sabato, i fatti indicano che, nonostante il successo militare dell'<> per <> Nicolás Maduro Moros (come recita l’eufemistico gergo militar e -imperiale), né gli Stati Uniti né tantomeno i loro vassalli locali detengono il controllo politico, economico o militare del Venezuela. Le istituzioni governative, le risorse strategiche e i territori del Paese, colpiti o meno dall'impatto, rimangono nelle mani del governo e sotto il controllo assoluto dello Stato. Impressionante e vertiginosa com'è stata, l'aggressione militare diretta, la prima del suo genere in trentacinque anni di storia continentale, si è concentrata su obiettivi specifici – soprattutto basi e installazioni antiaeree – e ha fatto da fuoco di copertura al rapimento del presidente venezuelano, fine ultima dell'attacco, strumento di pressione in seguito, ed eventuale moneta di scambio della strategia dichiarata di <>. Trump, un po' sfacciato, non si è trattenuto dal raccontare alcuni dettagli dietro le quinte dell'operazione, come la presunta infiltrazione in agosto di agenti della CIA nell'entourage presidenziale. Tuttavia non si è cercato né eseguito nulla di simile a un'invasione totale come quelle della Repubblica Dominicana, Grenada o Panama, gli ultime interventi del Pentagono nel XX secolo. Nemmeno la totalità delle risorse militari dispiegate negli ultimi mesi nei Grandi Caraibi è sufficiente a prendere il controllo anche solo della capitale Caracas e dei suoi immensi quartieri popolari, bastioni storici dell'organizzazione popolare dove si trovano ancora i nuclei chavisti più irriducibili, senza parlare della complessa ed estesa geografia venezuelana – ricca di giungle e montagne accidentate –. Per avere un'idea della scala di dimensioni di cui stiamo parlando, l'invasione del piccolo territorio istmico di Panama nel dicembre 1989 ha richiesto la mobilitazione di poco meno di 30.000 soldati statunitensi; oggi ne occorrerebbero centinaia di migliaia per prendere il controllo dei 916.000 chilometri quadrati di territorio venezuelano in una guerra più o meno convenzionale. Ciò che è successo non è per questo meno grave, è solo diverso. Tutto ciò spiega una verità paradossale ma incontrovertibile. In questa strana partita di scacchi geopolitica, gli Stati Uniti hanno dato scacco matto al re (hanno catturato Maduro), ma non per questo hanno vinto la partita. Per il momento (tutto può cambiare da un momento all'altro) il controllo di Caracas e del Paese da parte delle forze fedeli allo Stato è totale, o almeno questo è ciò che si può concludere dopo aver parlato con diverse decine di venezuelani e venezuelane, di diversa estrazione ideologica, situati in diversi punti della capitale e del Paese, che ricoprono diversi ruoli politici e sociali. In questo momento non ci sono combattimenti tra fazioni militari, tentativi di ribellione o <> (*protesta o sollevazione politica) di alcun tipo (il 2026 non è il 2014 né il 2017). Le uniche concentrazioni e mobilitazioni, a piedi o con mezzi motorizzati, si stanno verificando nel campo del chavismo, anche se ovviamente non siamo nel 2002, quando ci fu il colpo di Stato e la restituzione di Chávez tra l'11 e il 13 aprile. Considerando la gravità delle circostanze, regna una relativa calma, con l'eccezione delle ovvie code delle famiglie per rifornirsi di generi alimentari in un contesto di incertezza generalizzata. Le ipotesi Una volta definiti i fatti nudi e crudi, possiamo valutare le ipotesi in modo più responsabile. L'obiettivo non è mai stato – anche se non si può escludere in futuro – quello di prendere d'assalto il Paese, ma di decapitare la leadership politica del processo. E soprattutto indurre la frattura della catena di comando della Forza Armata Nazionale Bolivariana, nonché dell'unione civico-militare-poliziesca, vera e propria spina dorsale del chavismo negli ultimi decenni, che è l’eterno desiderio dell'opposizione locale e della politica estera imperiale. Il tallone d'Achille dell'aggressione imperiale contro il Venezuela è – e lo è stato almeno dall'ultimo ciclo di grandi <> nel 2017 – l'assenza di una forza vassalla endogena, con potere di fuoco e capacità di mobilitazione di massa, che possa proclamare qualcosa di simile a una ‘legittima’ ribellione nazionale contro la <>, fornendo un alibi pseudo-democratico all'intervento neocoloniale. Il Venezuela, a volte paragonato alla Siria, alla Libia o ad altri paesi, è lontano da questi scenari sotto molti aspetti, ma soprattutto per la sua maggiore omogeneità politica, etnica, culturale e territoriale. E anche se confrontiamo le regioni nel loro insieme (Asia occidentale e America Latina), la specifica storia coloniale e la precoce storia postcoloniale dell'America Latina e dei Caraibi hanno dotato la nostra regione di un senso dello Stato un po’ più robusta che in altre periferie globali. Tornando ai veri e specifici obiettivi dell'intervento, che non era fine a se stesso, ma il ricercato catalizzatore di processi di ribellione, frattura e defezione interni, possiamo quindi capire perché Trump abbia minacciato un altro ciclo di attacchi, cosa che non si può affatto escludere, soprattutto se la <> – e in particolare le grandi potenze emergenti dell'ordine multipolare – non riescono o non vogliono esercitare un'azione dissuasiva efficace, in campo diplomatico o in qualsiasi altro. Come linea guida, la nostra regione farebbe bene a considerarsi abbandonata al proprio destino, costretta a cavarsela da sola, senza aspettare l'intervento salvifico di alcun deus ex machina. Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza convocato per lunedì sarà un buon termometro degli umori intorno a un Paese che fino ad oggi (o fino a ieri?) era ancora considerato uno stretto alleato dell'ordine internazionale emergente. L'ipotesi successiva è che, poiché l'azione di sabato mattina ha cercato senza riuscirci per ora di indurre un fatto soprattutto politico, la leva civile e militare in grado di favorire un cambio di regime, o la capitolazione più o meno incondizionata della leadership politica del chavismo di fronte all'esercizio attuale della <> concepibile (blocco navale petrolifero, sequestro presidenziale e bombardamenti), c'è da aspettarsi che la pressione armata, o una nuova aggressione diretta, cerchi di compensare con mezzi militari ciò che non si sta ottenendo in ambito politico. Non sappiamo cosa stia succedendo all'interno degli uffici governativi, e soprattutto all'interno delle caserme, ma è un dato di fatto che, a molte ore dall'attacco, il processo del chavismo continua a procedere all'interno e che, se ci sono fratture significative, non si sono ancora manifestate. Anche la conferenza stampa di Delcy Rodríguez ha smorzato notevolmente le speculazioni su tradimenti e divisioni intestine, abilmente alimentate da Trump e Marco Rubio, quando tutti volevano affibbiare alla ex vicepresidente il marchio dell’eresia. Riteniamo ragionevole, e questa è un'altra ipotesi - anche se non troppo audace - che, una volta catturato Maduro, leader e arbitro del processo, sia ovvio che gli Stati Uniti cercheranno di inserire un cuneo tra i principali quadri, soprattutto tra il capitano Diosdado Cabello, l'onnipotente ministro dell'Interno (con una grande influenza sul movimento sociale e sulla corporazione militare) e i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez (quest'ultimo presidente dell'Assemblea Nazionale). Il discorso di Delcy ha portato un po' di calma con un messaggio abbastanza chiaro: <>. Ora, la sua nomina a presidente incaricata dalla Corte Suprema di Giustizia considera <> l'assenza di Maduro, il che permette a Rodríguez di assumere le funzioni presidenziali per 90 giorni prorogabili. Prova delle debolezze interne che abbiamo menzionato prima è il fatto che, invece di riconoscere o imporre un <>, Trump si è incaricato ancora una volta di ignorare María Corina Machado, principale leader dell'opposizione, che ha considerato sostanzialmente incompetente per prendere le redini del Paese. Per questo motivo il leader repubblicano ha annunciato, con grande sorpresa del mondo intero, che gli Stati Uniti si sarebbero occupati per il momento della <>, transizione che – insistiamo – è ancora un'utopia. Tuttavia, non possiamo escludere che in futuro, se i negoziati non soddisfacessero Trump e i suoi falchi, l’agressore possa tentare di prendere il controllo dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere, e persino di altre infrastrutture critiche, per rendere impossibile la resistenza e finanziare così la costosa operazione militare (almeno se teniamo conto del processo di militarizzazione dei Grandi Caraibi iniziato ad agosto). E che si decidesse perfino di avviare quella che potrebbe essere una lunga e imprevedibile strategia di balcanizzazione territoriale, come è stato fatto spesso in altri teatri operativi (anche se, ancora una volta, l'America Latina non è l'Asia occidentale). Ricordiamo che secondo il <> alla Dottrina Monroe, le risorse strategiche del Venezuela sarebbero state ‘rubate’ agli Stati Uniti, forse in virtù delle nazionalizzazioni concordate e pagate a partire dagli anni '70, o della <> di Chávez all'inizio di questo secolo, benché per la Costituzione venezuelana – e per tutte le sue predecessori dai tempi di Bolívar – le risorse del suolo e del sottosuolo siano completamente inalienabili. Un altro degli argomenti che ha suscitato maggiore interesse, e persino morbosità, sono stati i sospetti sull'apparente <> con cui Maduro sarebbe stato rapito. Tuttavia, è stato lo stesso Trump a fornire i dettagli di un'operazione tutt'altro che pacifica, caratterizzata da combattimenti, bombardamenti e, secondo le stime attuali, almeno 40 morti. Al di là delle logiche speculazioni, ciò che non va perso di vista è la schiacciante superiorità militare convenzionale che separa la principale potenza armata del pianeta dal Venezuela o da qualsiasi altra delle nostre repubbliche periferiche. Gruppi d'élite come la Delta Force sono altamente specializzati in queste operazioni di <>, come si è visto nella cattura di Manuel Noriega a Panama, per citare un caso emblematico nella regione. Inoltre, dobbiamo ricordare che la capacità militare difensiva venezuelana è stata rapidamente neutralizzata dagli attacchi dei droni. Le conclusioni Una delle prime conclusioni è che gli Stati Uniti sono ben lungi dall'essere un paese democratico in cui vige pienamente lo Stato di diritto. Dall'omicidio extragiudiziale di presunti narcotrafficanti, e talvolta di semplici pescatori caraibici (quando la legge statunitense non punisce con la morte il traffico di droga), all'atto di guerra contro il Venezuela, non approvato dal Congresso come previsto dalla costituzione, è ovvio che non è la sovrastruttura politica a prendere le grandi decisioni, ma i poteri più concentrati. Forse i due più importanti da analizzare in relazione all'affaire Venezuela sono il vecchio complesso militar e -industriale, che deve rendere la guerra uno stato cronico per garantire la sua riproduzione ampliata, così come le grandi compagnie petrolifere con interessi multimilionari nei giacimenti del Venezuela. Un'altra conclusione, può sembrare inopportuna, ma non possiamo evitare di menzionare che questa aggressione è stata preparata e annunciata per mesi sotto gli occhi di tutti, dalle dichiarazioni dell'ex capo del Comando Sud Laura Richardson all'Atlantic Council alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, dalla concentrazione di risorse militari nella regione alla prima formulazione del <> sul social network Truth Social, dalle oltre 100 esecuzioni extragiudiziali nei Caraibi e nel Pacifico all'annuncio dell'Operazione Lancia del Sud. Eppure, Trump ha continuato a sbucciare e gettare uno strato dopo l'altro della cipolla dell'<>, senza che nessuno, o quasi, se ne scandalizzasse. La maggior parte degli attori di una certa rilevanza internazionale (governativi, multilaterali, imprenditoriali, comunicativi) ha deciso di fare orecchie da mercante ai tamburi di guerra che risuonavano nel Mar dei Caraibi; o peggio ancora, hanno scelto di prendersela con il messaggero, accusando di essere fabulatori, complottisti o anti-imperialisti antiquati coloro che analizzavano e annunciavano la possibilità – e persino l'imminenza – di un'aggressione militare come quella che alla fine si è verificata. C'è ancora tempo per rimediare agli errori e correggere le interpretazioni errate, ma ciò richiederà un'azione forte e decisa su tutti i fronti, in particolare da parte degli altri paesi messi alla gogna dall'impero, in particolare Messico, Colombia, Brasile, Cuba e Nicaragua, oggi pubblicamente minacciati da Trump e già in allerta. In questi anni e nelle ultime settimane sono stati versati fiumi di inchiostro con l’idea peregrina che l'ossessione americana per il Venezuela fosse basata sulle velleità della democrazia liberale, sul rispetto dei diritti umani o sulla persecuzione delle economie illecite, dei cartelli della droga o delle organizzazioni terroristiche transnazionali. Ma non sono stati solo i neoliberali estremisti e i falchi del Pentagono a diffondere queste narrazioni: non sono mancati nemmeno coloro che se le sono appropriate dal centro politico o dal liberal-progressismo. Oggi, con una chiarezza accecante, è diventato evidente che si è sempre trattato del rilancio della geopolitica imperiale più spietata e bellicosa in un mondo che assomiglia sempre più alla <> del classico storico Tucidide (sì, il famoso inventore della <>. Nelle battaglie tra Atene e Sparta, come oggi, i neutri furono sottomessi. Ma se, a seconda dei casi, la debolezza dei nostri paesi è un fatto storico e oggettivo derivante dall'eredità coloniale, dalla dipendenza economica, dal ritardo tecnologico, dall'impotenza militare, dalla ristrettezza territoriale, dalla scarsità di risorse o da una demografia limitata, la stupidità non si eredita, ma si coltiva. I deboli possono essere nati deboli, ma possono anche aspirare a unirsi e diventare più forti, ma ciò che non possono mai permettersi è di essere sciocchi o ingenui. Un'America Latina e i Caraibi disuniti saranno facile preda dell'avidità imperiale in una transizione egemonica che tutto sembra indicare stia iniziando a chiudersi senza di noi. D'altra parte, coloro che dal centro, dal progressismo o dalla sinistra credono che un intervento <> in Venezuela risolverà magicamente l'impasse politica o migliorerà la democrazia liberale e le istituzioni del Paese, devono sapere che la loro teoria è di una negligenza criminale. In primo luogo perché tali operazioni non esistono; una delle ultime, quella in Iraq, è costata un milione di vittime e più di 4 milioni di sfollati. Le nazioni o gli <> di cui ha parlato Trump sono profezie che si autoavverano: l'imperialismo definisce questo o quel Paese avversario come tale e poi fa tutto il possibile per rendere impraticabile la sua normale organizzazione statale e la vita delle sue popolazioni. Faremmo bene a chiedere agli abitanti dell'Iraq, della Libia o di Haiti la loro esperienza al riguardo. * L'espressione <> è ispirata a una frase di José Martí: <<È l'ora dei forni e non si vedrà altro che la luce>>. Si riferisce a un periodo di lotta rivoluzionaria in cui si deve scegliere fra oppressione e liberazione e cercare la luce della verità. È stata popolarizzata dal documentario argentino <> di Solanas e Getino (1968). Lautaro Rivara è sociologo, dottore in storia e post-dottorato presso l'UNAM. Giornalista e analista internazionale specializzato in geopolitica e storia dell'America Latina e dei Caraibi. Ha realizzato reportage ad Haiti, Colombia, Ecuador, Venezuela, Paraguay, Panama, Repubblica Dominicana, Messico e altri paesi della regione. Co-coordinatore dei libri El nuevo Plan Cóndor e Internacionalistas . Editore e poeta. Questo testo è stato pubblicato in Diario Red e si publica con permesso espresso del suo autore.
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Memoria viva? Il testo riflette sul ruolo di Bibliotork Interzona Caronia e della Collettiva Interzona come archivi viventi, collocati in una zona di giuntura tra passato e presente. I documenti custoditi non sono intesi come memoria statica, ma come materiali attivi che producono effetti sull’attualità quando vengono interrogati e riattivati collettivamente. L’archivio emerge come spazio di conflitto, dissenso e contraddizione, lontano da narrazioni lineari e neutre. Attraverso pratiche di autodocumentazione e autogestione, questi archivi di movimento assumono una valenza politica, permettendo contro-narrazioni e genealogie alternative. In questo senso, la conservazione diventa parte integrante delle lotte sociali e della produzione di senso nel presente. Quello che sento di poter dire che stiamo provando a fare con Bibliotork Interzona Caronia e conCollettiva Interzona è stare su un punto di giuntura e di cesura insieme; mi provo a spiegare: i documenti che sono custoditi qui a Cascina Torchiera appartengono a un passato più o meno recente ma continuano ad avere un'agency sul presente, hanno delle conseguenze dal momento che ci parlano se e quando interrogati in modi diversi; perciò diciamo che con la Collettiva stiamo provando a lavorare con questi documenti e su una loro possibile attualità, anche attraverso il coinvolgimento dei soggetti che li hanno prodotti. I documenti sono anche memoria fisica di qualcosa che non c'è più, tra noi e loro spesso si instaura la cesura di una distanza temporale; ecco l'archivio con tutto quello che contiene e che non contiene definisce reti e discorsi e permette di cogliere il mormorio intorno a pubblicazioni, a eventi, a esperienze, permette di cogliere corrispondenze rapporti discussioni dibattiti. Secondo Foucault l'analisi dell'archivio riguarda un luogo vicino ma differente dalla nostra attualità ed è il «bordo del tempo che circonda il nostro presente sviluppa le sue possibilità dei discorsi che hanno appena cessato di essere nostri, la sua soglia di esistenza è instaurata dalla frattura che ci separa da ciò che non possiamo più dire ma ci riguarda da vicino». Come avrebbe detto un artista milanese, Vincenzo Agnetti, riguarda qualcosa che abbiamo dimenticato a memoria, che abbiamo metabolizzato o che possiamo indagare alla ricerca di genealogie, domande, questioni per l’attuale. Appunto in archivio c'è spazio per contraddizioni e idiosincrasie e ci sono, di nuovo per Foucault, «spazi di dissenso». L'archivio in qualche modo quindi è una è memoria, certo, ma è memoria viva che viene riattivata a ogni lettura, a ogni interrogazione, a ogni apertura e a ogni cambiamento, tant'è che questo archivio come alcuni di voi sanno sta crescendo, è un archivio una biblioteca avviata diversi anni fa non direttamente da me ma da altre persone che sono state presenti tra ieri e oggi e ed è in continua evoluzione visto che nel 2024 sono state spostate da Ri-maflow numerosissime scatole e solo in minima parte installate nella Sala Fly che abbiamo inaugurato pochissime settimane fa, in questo senso mi vengono in aiuto alcune righe scritte da Federico Valacchi, un archivista, a proposito dei cosiddetti Living Archives ; dal momento che appunto gli archivi non sono fermi per quanto si basino sulla conservazione e su un’idea di origine comune, di comune provenienza da un unico soggetto, non sono fissi, spesso riguardano da vicino, quando si tratta di archivi di movimento , l'autonarrazione o la controinformazione, potremmo dire in generale l'autogestione dell'informazione e, citando Valacchi, l’autodocumentazione: «L’idea che determinate comunità vogliano rappresentarsi fuori dagli schemi del mainstream documentario – e di una storia raccontata a tavolino dai presunti vincitori di un lungo conflitto sociale ed economico – ci riporta alle radici politiche dell’arma documentaria. Certe aggregazioni possono alimentare e sostenere una vera e propria controcultura, un antagonismo (anche) archivistico capace di testimoniare l’esistenza e la persistenza di idee e persone altre dalla narrazione che il pensiero unico occidentale continua a proporre ad ogni livello» [1]. Ecco per cui secondo Valacchi, continuo a citare, l’archivio non è più « il luogo dove l’ordine è dato ma piuttosto il luogo del disordine costituito, in cerca di nuove possibili letture delle relazioni sociali. L’archivio non è più semplice mediazione dei fatti ma diventa un luogo immediato dove fare politica, semplicemente accumulando testimonianze documentarie» [2]. Un altro archivista, Leonardo Musci, ha segnalato in anni recenti che «il conflitto è la dimensione permanente che lega momento produttivo e momento illustrativo e di studio di queste carte» e la matassa riguarda, sempre secondo Musci, la «coppia concettuale memoria/conflitto e cioè con una concezione non pacificata della memoria (…) laddove la conservazione è organica alle lotte sociali in corso di svolgimento» [3]. Ora ecco che in questo senso Bibliotork Interzona Caronia non racconta storie lineari, appiattite a un'unica dimensione, mentre piuttosto rileva fratture, differenze, dislivelli, moltissime contraddizioni e quindi la sua importanza risiede diciamo un pochino nel fatto che come tanti altri archivi di movimento dimostra continuamente di non essere neutrale – nessun luogo è neutrale ovviamente, come sappiamo chi dice di esserlo spesso lo è meno di tutte. Questa cascina e il modo in cui abbiamo allestito collettivamente queste sale credo che rendano ancora più importante il fatto che autogestiamo questa documentazione e proviamo a interrogarla secondo direttrici diverse, rispettando domande future e che non ci sono ancora venute in mente, non imponendoci di rispettare un ordine costituito. Siamo immerse in un archivio vivente, che produciamo noi stesse con aggiunte e scarti, che proviamo a rinegoziare ogni giorno, che si incastra con altri archivi e altre storie (penso al Laboratorio Intergalattico Giacomo Verde Artivista ). Quindi credo che l'esercizio di raccolta e documentazione del presente, insieme alla conservazione di un passato prossimo, abbia rilevanza anche politica e ci permetta di non silenziare, ma anzi di autonarrare le proposte che nascono appunto nei luoghi di autogestione. Riprendendo le parole di Musci, «gli archivi non dicono la verità, però senza gli archivi è impossibile ricercarla» [4]. Note: [1] F. Valacchi, La stagione degli archivi viventi: una provenienza generativa , “ JLIS.it ”, vol. 15, no. 2, maggio 2024, p. 54. [2] Ivi, p. 57. [3] L. Musci, Movimenti e archivi. Punti fermi e questioni aperte , in E. Boldrini – L. Conigliello , a cura di, Tramandare la memoria sociale del Novecento. L’archivio di Gino Cerrito presso la Biblioteca di scienze sociali dell’Università di Firenze. Atti della giornata di studio , Firenze, 21 novembre 2019, 2021, p. 82. [4]Ivi, p. 85 Sara Molho è dottoranda in Arti visive, performative, mediali presso l’Università di Bologna. Si occupa di questioni tra arti visive, comunità, gruppi e tecnologie tra gli anni Settanta e Novanta in Italia. Dal 2023 è parte di Collettiva Interzona. Collettiva Interzona nasce nel 2023 a Bibliotork Interzona Caronia presso Cascina Autogestita Torchiera di Milano. Zone metamorfiche, di passaggio, in cui il transitare non sia per occupare un posto o un’identità ma la propria vita, seguendo l’invito di Antonio Caronia a “occupare l’immaginario”. Lavora sull’archivio, sull’autogestione della memoria, riflette sul necessario oblio e su possibili nuovi orizzonti del sapere.
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RISONANZE SONORE # 2. Dove il linguaggio non arriva: il territorio condiviso di Hello Halo Ruby Colley Hello Halo Il 14 novembre è uscito Hello Halo, l’ultimo lavoro di Ruby Colley: un’uscita che porta con sé non solo un nuovo capitolo musicale, ma anche una serie di domande sul modo in cui la musica può farsi relazione, memoria e sguardo critico sulla comunicazione umana. Hello Halo è un progetto che nasce da un’intuizione forte ma anche rischiosa: trasformare la comunicazione non verbale di Paul, fratello di Ruby Colley, in materia sonora. È un gesto che si muove su un terreno sensibile, perché intreccia dimensione familiare, rappresentazione dell’alterità e scelta artistica. Colley decide di non adattare Paul a un codice comprensibile, ma di accogliere i suoi suoni nella loro natura irregolare, costruendo una partitura che li mantiene vivi, non levigati. Il lavoro assume la forma di un archivio dinamico: raccoglie vocalizzi, gesti, tracce quotidiane, e li reinserisce in un tessuto musicale che alterna prossimità e distanza. Ma il nodo più interessante non è la raccolta dei materiali, bensì ciò che Colley fa con essi. La compositrice insiste sul fatto che questo sia il suo lavoro più autentico, e questa affermazione apre interrogativi su come i suoi progetti precedenti si collocassero rispetto al rapporto fra vita vissuta e costruzione artistica. L’opera oscilla continuamente tra documento e narrazione. Da un lato, è presentata come uno scatto d’archivio della vita di Paul; dall’altro, è una composizione che richiede scelte precise, punti di vista, una regia sonora che non è mai neutrale. Quando Colley parla di metanarrazione , tocca un punto centrale: non stiamo semplicemente ascoltando Paul – stiamo ascoltando le sue decisioni su come Paul diventa udibile. È qui che l’idea stessa di autenticità va messa in discussione e non semplicemente celebrata. Il centro critico dell’album riguarda la comunicazione stessa. Colley dichiara di voler mettere in discussione l’idea che il linguaggio articolato sia la base dell’umanità. La relazione con Paul - costruita attraverso movimenti, suoni frammentati, gesti - diventa un campo di prova concreto. Tuttavia, questa scelta apre un’altra questione: fino a che punto un’opera può restituire l’umanità di qualcuno senza filtrarla attraverso la sensibilità, le intenzioni e i limiti dell’autrice? Hello Halo non elude questa complessità: la espone, la fa sentire, e proprio per questo invita a una lettura più stratificata. In conclusione, Hello Halo non è un semplice omaggio né un diario sonoro. È un esperimento che mette in discussione categorie come voce, presenza, autenticità, e soprattutto il ruolo dell’artista quando lavora con ciò che è fragile, reale, condiviso. Non offre risposte nette - e forse è qui che risiede la sua forza: costringe a restare nella zona intermedia delle relazioni, dove comunicare non significa necessariamente parlare, ma esserci, e accettare che la complessità non si possa ridurre a un’unica forma. https://rubycolley.bandcamp.com/album/hello-halo Buon ascolto Where Language Cannot Reach: The Shared Territory of Hello Halo by Franco Oriolo Artwork by: Paul Colley On November 14, Hello Halo was released, the latest work by Ruby Colley: a release that brings with it not only a new musical chapter, but also a series of questions about the ways music can become relationship, memory, and a critical lens on human communication. Hello Halo is a project born from an idea that is both powerful and risky: transforming the non-verbal communication of Paul, Ruby Colley’s brother, into sonic material. It is a gesture that moves across sensitive terrain, intertwining family bonds, the representation of otherness, and artistic choice. Colley decides not to adapt Paul to a more comprehensible code, but instead to welcome his sounds in all their irregularity, building a score that keeps them alive and unpolished. The work takes the form of a dynamic archive: it gathers vocalisations, gestures, everyday traces, and reinserts them into a musical fabric that shifts between closeness and distance. But the most interesting point is not the collection of these materials - it is what Colley does with them. The composer emphasizes that this is her most authentic work, and this statement raises questions about how her previous projects positioned themselves in relation to lived experience and artistic construction. The piece moves constantly between document and narrative. On the one hand, it is presented as an archival snapshot of Paul’s life; on the other, it is a composition that requires precise choices, points of view, a sonic direction that is never neutral. When Colley speaks of metanarrative , she touches on a central point: we are not simply listening to Paul - we are listening to her decisions about how Paul becomes audible. Here, the very idea of authenticity must be questioned rather than simply celebrated. The critical core of the album concerns communication itself. Colley states that she wants to challenge the idea that articulated language is the foundation of humanity. Her relationship with Paul - built through movement, fragmented sounds, gestures - becomes a concrete testing ground. Yet this choice raises another question: to what extent can a work convey someone’s humanity without filtering it through the artist’s sensitivity, intentions, and limits? Hello Halo does not avoid this complexity: it exposes it, makes it felt, and precisely for this reason invites a more layered interpretation. In conclusion, Hello Halo is neither a simple homage nor a sonic diary. It is an experiment that challenges categories such as voice, presence, authenticity, and above all the role of the artist when working with what is fragile, real, and shared. It does not offer clear answers - and this may be where its strength lies: it compels us to remain in the in-between of relationships, where communicating does not necessarily mean speaking, but being present, and accepting that complexity cannot be reduced to a single form. https://rubycolley.bandcamp.com/album/hello-halo Enjoy listening! Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
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Raniero Panzieri. Prima durante e dopo «Quaderni rossi» I materiali qui raccolti sulla figura di Raniero Panzieri sono divisi in due parti. La prima, a cura di Alessandro Marucci, riguarda un’indagine sulla formazione di Panzieri dagli anni della Seconda guerra mondiale al suo impegno nel Partito socialista con ruoli di direzione sia culturale che politica. La seconda è invece concentrata su una interpretazione e i contenuti della straordinaria esperienza della rivista «Quaderni rossi», da Panzieri ideata e fondata. Gli autori dei testi in questione, oltre a Panzieri sono: Marco Scavino, Alessandro Marucci, Stefano Merli (dalla rivista «Quaderni piacentini»), Toni Negri (dalla rivista «aut-aut»). Qui sotto è possibile scaricare il libro in Pdf:
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Il rumore è il messaggio, Andrea Inglese L’articolo legge Il rumore è il messaggio di Andrea Inglese come una riflessione sulla comunicazione contemporanea, in cui il centro non è più il contenuto ma l’atto stesso dell’enunciazione. Attraverso ironia, reiterazione e una forte sperimentazione formale, il libro mette in scena l’esaurimento del messaggio e il suo svuotamento referenziale nell’era dei media. Spingendo oltre la lezione di McLuhan, Inglese individua nel rumore – l’alone di senso non pienamente codificato che circonda messaggi e media – il luogo stesso del significato, collocando la scrittura nelle frequenze disturbate dell’iper-comunicazione. Osservazione critica Ciò che davvero è centrale, nell’era della comunicazione, non è ciò che si dice, ma il dire in sé, l’enunciazione. I social, ovviamente, sono la rappresentazione più chiara – anzi, l’attuazione – di questo spostamento: spingono a enunciare, non importa cosa; l’importante è postare, non uscire mai dal flusso della comunicazione. Con Il rumore è il messaggio ( [dia•foria, 2023, vincitore del IX Premio Pagliarani) Andrea Inglese punta a esplorare questa contraddizione attraverso la (post-)poesia. Le sezioni che compongono il libro, stilisticamente molto diverse tra loro, sono infatti unite dalla coincidenza tra vuoto referenziale e pervasività del messaggio. «Aspetto che il messaggio sorga in me / non devo correre devo starmene buono / il più possibile cavo / affinché il messaggio si formi / con tutta la pazienza dell’interiorità»: questo il motivo che apre e attraversa il libro, un messaggio generico di cui non si esplicita il contenuto ma capace, proprio in quanto messaggio, di colonizzare la persona, il corpo dell’emittente («questo è quello che io posso fare / facendo circolare me stesso / tutto interamente nella voce […] mi lascio trascinare via dal messaggio»). Obiettivo di Inglese, del resto, è anzitutto quello di esaurire il concetto stesso di messaggio. Questo si ottiene in primis attraverso una carica ironica che corrode dall’interno l’assertività della voce parlante e la fa risultare allucinata, inaffidabile, lontana da ciò che sostiene. A ciò si aggiunge la reiterazione: nella sezione il messaggio è lo spettatore una insistita serie di definizioni del messaggio («Il messaggio non deve impensierire lo spettatore. // Il messaggio non è un messaggio di morte. // Il messaggio invita lo spettatore a guardare dentro il giardino») ne svuota completamente la capacità referenziale. Infine, a livello tematico, Inglese convoca i media come contesto principale in cui il messaggio viene assottigliato e disinnescato. Così il messaggio è porno e western , ovvero è sempre «visibilmente detto, […] diurno», ma, paradossalmente, anche «ammantato da una patina opaca». A partire da questi elementi, l’autore può quindi giocare con le possibilità di esaurimento della scrittura. Accanto a sezioni in versi ne compaiono alcune in prosa, in altre la distinzione tra poesia e prosa è fatta saltare e in altre ancora il testo dialoga con l’immagine. Qui, come scrive nella prefazione Chiara Portesine, «la pagina si apre alla trappola degli iconismi [e] Inglese tortura la parola, la spezza e la revoca con la legge dell’immagine». Vale ad esempio per ambienti , dove stringhe di testi si accostano a foto di pagine stropicciate: nella cultura dell’immagine, viene da dire, l’icona soppianta la sintassi, ma anche, parallelamente, il rumore della comunicazione ipertrofica inquina l’immagine. Ecco, il rumore. Se la massima di McLuhan spostava il focus dal messaggio al medium, Inglese estremizza la posizione: il messaggio – il significato, il significativo – è nel rumore, in quell’alone di senso non pienamente codificato che si produce attorno al messaggio mentre viene espresso e attorno al medium mentre viene adoperato. Si parla sempre più spesso di cognitariato: nell’iper-comunicazione la dialettica non è più tra emissione e ricezione dei messaggi, ma tra la loro generazione e l’insignificanza. E Inglese sembra voler portare la ricerca della sua scrittura lì, nel serbatoio dell’insignificato, nelle frequenze disturbate della comunicazione. Testi Aspetto che il messaggio sorga in me non devo correre devo starmene buono il più possibile cavo affinché il messaggio si formi con tutta la pazienza dell’interiorità quando è perfettamente cava da dentro per progressivi palpiti fuori da ogni possibile interferenza fuori da ogni corsa da ogni ascolto indiscriminato il messaggio sale con una forza apodittica ha una sua muscolosità chiaroveggente e acerba lo porto fino all’ultimo fiato quando giù nel cortile in mezzo ai viavai degli adolescenti io parlo di quello che ho sentito ho sentito pochissime cose come il tremore del tempo o forse il tremore degli alberi o forse il tremore delle membra perché siamo tutti sottoposti a qualche sforzo a qualche maligno sforzo questo è universalmente chiaro universalmente fresco nel mio messaggio di poche parole * Non è che io attendo io non attendo proprio niente non devo neppure pensarci io non penso proprio a niente il messaggio è pronto come fosse alle mie spalle già caricato teso puntato attesissimo è un messaggio al passo coi tempi o meglio sarebbe dire è la voce dei tempi il tono il timbro che essi prendono avvolgendoci tutti se i tempi sono neri il messaggio è nerissimo perché il messaggio è nei tempi ma li trascende sempre di un poco se i tempi sono rosei il messaggio è estremamente rosa un rosa oltre il rosa che trascende il bene nel bene perché così è del messaggio fa corpo con tutto me stesso e tutto me stesso fa corpo coi tempi e i tempi sono un corpo fluente ma non sempre benigno i tempi hanno anche dell’oscuro tagliano ma non bene quando i tempi sono oscuri piovono colpi di scure a casaccio sono metafore violente quelle che la mente espelle quelle che la parola dice portando un poco più oltre la violenza sulla punta tagliente del messaggio questo è quello che io posso fare facendo circolare me stesso tutto interamente nella voce ma anche nei gesti nella camminata nelle mani avanti balzando avanti con il cuore i nervi la pianta dei piedi mi lascio trascinare via dal messaggio che non rimanga nulla indietro nulla d’indeciso di poco chiaro di non ferocemente convinto non ci dev’essere nemmeno un velo un’ombra un ritardo nella voce questo non è sopportabile per chi porta tutto se stesso nel tempo del messaggio. * Dopo la nascita è importante migliorare, questo me l’hanno detto senza equivoci. È importante migliorare, con le proprie forze, per la valutazione continua. L’ascoltare, ad esempio, deve essere correttamente migliorato alla perfezione. Apprezzare il momento sonoro, quando si cammina o si incespica, e organizzare suoni e silenzi, affinché ritorni il tema principale dopo ogni digressione (lo scalpiccio rasoterra, lo scontro di suola e asfalto). È importante organizzare l’ascolto della propria camminata, apprezzare il rondò della camminata, fare molti pezzi di una camminata. È importante migliorare il momento del suono. Il suono che sale quando si cammina, la camminata sonora. È dentro quel suono che bisogna adattare l’ascolto, raffinarlo, guidarlo al compimento: si può farne qualcosa: 1) scalpiccio, 2) battito, 3) tacchettare. Se non c’è ancora un buon camminare, perché si va carponi, in modo inefficace, se più che altro uno si trascina, o rimane ostacolato dalle proprie gambe, il momento sonoro lo si fa da fermi, pestando per terra, o poggiando un piede e poi l’altro, con grande pazienza. Ogni moto a lungo va perfezionato, nel senso sia musicale che atletico, d’avventura. bibliografia Inglese A., Il rumore è il messaggio , [dia•foria , Pisa, 2023. Antonio Francesco Perozzi (Subiaco, 1994) vive in provincia di Roma e insegna nella scuola secondaria. Ha pubblicato Lo spettro visibile (Arcipelago Itaca, 2022), bottom text (in Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano , marcos y marcos, 2023), soluzioni per ambienti (Zacinto, 2024), on land (Edizioni Prufrock Spa, 2024) e Tranquillità assoluta (Pidgin, 2025). Collabora con varie riviste tra cui Il Tascabile e Le parole e le cose. Cura il blog La morte per acqua e il podcast Spara Jurij.
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: L’Autoimmunità di Gaia ; Tutte le Pandemie finiscono? VLVRV-PLSTYK L’Autoimmunità di Gaia In questo capitolo il Boomernauta dà per scontata “l’ipotesi Gaia”, che considera la biosfera come un’entità vivente.Il morbo nekomemetico ha la specificità di diffondersi fra gli umani rendendoli agenti della setticemia (o sepsi) di Gaia. Il Boomernauta sottolinea le responsabilità delle élite della Gov Neolib nella diffusione cosciente della malattia. Due infatti sono le caratteristiche esclusive di questo strano virus immateriale: i portatori umani sono in grado di provocarne le mutazioni e inoltre ogni contagiato contribuisce indirettamente a generare la rottura della tolleranza dell’umanità a sé stessa. In sostanza la setticemia di Gaia è una malattia autoimmune in cui gli umani agiscono come anticorpi terrestri che la aggrediscono. Un aspetto che diede un’ulteriore credibilità all’ipotesi di una malattia nekomemetica era l’impronta lasciata dai memi-internet nei media attraverso i quali si propagavano. Il fatto che tali luoghi altamente contaminanti fossero tracciabili e analizzabili confermò allora il dubbio che la sepsi della biosfera, generata dalla pandemia nekomemetica in corso, fosse una malattia autoimmune. C’era stata già da tempo una crescita inarrestabile di malattie autoimmuni che colpivano i singoli umani e si erano fatte molte congetture su questo fenomeno. Secondo una definizione scientifica la malattia autoimmune è una rottura della tolleranza di sé stessi, un’affermazione che può avere anche una portata politica. Il fenomeno nuovo risiedeva nel fatto che il virus immateriale nekomemetico non era una malattia autoimmune rispetto al singolo individuo, in cui produceva solo sintomi d’ordine comportamentale e relazionale, ma lo era per la biosfera di cui l’umanità faceva parte. Si trattava quindi di una componente della biosfera, l’umanità, che, una volta infettata, diventava patologica per l’intero sistema. Nonostante ciò, all’interno di questa componente, vi erano resistenze e persino battaglie vinte in cui i corpi si ribellavano a questa tendenza apparentemente inarrestabile, simile alla lava che scende da un vulcano. Nella contaminazione nekomemetica la riproduzione e le mutazioni dei memi infettivi erano spesso prodotte proprio dai contagiati al fine in/conscio di una massima diffusione. È come se i malati potessero intervenire nelle mutazioni dei virus comuni, come quello dell’influenza, per renderli ancor più contagiosi e partecipare a nuove forme di contaminazione. D’altronde per un certo tempo nel diffondersi della setticemia della biosfera c’era stata confusione sui ruoli rispettivi delle modalità capitaliste di regolazione e di organizzazione economica da un lato e del contagio nekomemetico dall’altro. Questo si chiarì quando fu più evidente che l’azione del capitale anestetizzava gli umani contagiati. Toglieva loro ogni transindividualità 1 , rendendoli incapaci di condividere tutto quello su cui non potevano agire in quanto individui isolati. Di conseguenza impediva loro di sentire tutta la sofferenza causata dalla loro trasformazione in agenti di distruzione della vita della biosfera, mentre il contagio nekomemetico avrebbe agito sull’autoimmunità-mondo. Sulla consapevolezza umana della pandemia nekomemetica, potevano inoltre intervenire molte altre variabili e in particolar modo quelle delle classi di appartenenza. Chi era più povero, più discriminato, più emarginato o anche solo più asservito dalle pratiche d’influenza che caratterizzavano l’estensione neurocapitalista era meno cosciente del contagio e del fatto che sia lui che la sua discendenza avrebbero subito le conseguenze più dure e dirette. All’altro estremo i Grandi Malati agivano soprattutto in un’ottica puramente individuale incuranti di tutto, in quanto certi di potersela cavare a qualsiasi costo ecologico. Questa contaminazione aveva qualcosa in comune con quella al centro dei racconti e film di zombi, entrati nella cultura popolare del XXI secolo e forse ne spiegava il successo. In film come World War Z 2 terribili infezioni trasformano gli esseri umani in zombi aggressivi che a loro volta cercano di trasmettere il contagio mordendo chiunque capiti sotto mano. Anche se nel nostro caso tutto succedeva in modo molto più soft, ci sarebbe da chiedersi se, come zombi, i contaminati perdessero ogni coscienza di sé stessi e diventassero macchine di contaminazione. Sì e no. I contagiati dal morbo nekomemetico erano effettivamente degli zombi dal punto di vista del loro rapporto con la biosfera, distruttivo e inquinante, ma non perdevano ogni coscienza. Anzi molti erano anche consenzienti. La problematica di una sorta di accettazione cosciente del morbo nekomemetico fu rilevante nel declino della civilizzazione, che costituisce un filo conduttore del mio racconto. Il fatto che, a differenza dei virus materiali, il morbo nekomemetico coinvolgesse la sfera cognitiva e la coscienza, e che teoricamente ci fosse la possibilità di combatterlo o controllarlo a questo livello, era un aspetto cruciale per contrastare le critiche. Una parte della Sfera Autonoma , in particolare i sostenitori del Capitalocene , sollevava l’ipotesi che, se l’umanità stava diventando un distruttore della biosfera a causa di un morbo comune , ciò avrebbe esentato i Grandi Malati e il potere economico-politico da ogni responsabilità, poiché l’ammalarsi di solito non era una scelta consapevole.Le élite e le istanze di governo, al contrario, avrebbero potuto accettare il fatto che nessuna classe o comunità potesse essere considerata più responsabile di altre nella crisi globale, dal momento che era causata dal virus. Tuttavia, preferirono negarne l’esistenza per timore che si potesse dimostrare la loro accettazione connivente. Ma per tornare al nostro dilemma sulle autoimmunità alcuni ricercatori pensarono che bisognava estendere il concetto all’immunità-mondo. Che, a pensarci bene, era qualcosa di grande evidenza. Per arrivarci bastava considerare l’immunità a livello globale, almeno per quanto riguardava la biosfera. Certo avremmo potuto andare aldilà e considerare addirittura un’immunità-universo, ma col forte rischio di finire solo in diatribe filosofiche o religiose. Per l’immunità-mondo bastava riferirsi alla biosfera come a un’entità vivente. Già nel XX secolo c’era stato chi, riprendendo dalla mitologia greca il nome di una dea, l’aveva denominata Gaia 3 . Si trattava di un’idea del mondo come un insieme vivente dove tutto si tiene in un equilibrio delicato e instabile che ora sembrava irrimediabilmente compromesso. E quindi, a maggior ragione, si poteva parlare di un’infezione grave e quindi di una setticemia di Gaia perché trattandosi di un sistema vivente sembrava plausibile che si potesse infettare e ammalare. Dopo aver chiarito non pochi dei miei dubbi e vinto i pregiudizi ideologici di gioventù, ho aderito a questa ipotesi, non rinunciando per questo a denunciare le responsabilità delle Governance. A partire da qui preferisco riferirmi a Gaia nel resto della mia storia. Alcuni criticavano però in questa visione della biosfera un qualcosa di trascendentale e poi si rimproverava agli intellettuali del vecchio mondo di restare eurocentrici anche etimologicamente, scegliendo il nome di una divinità dell’antica Grecia. In ogni caso sarebbe stato difficile attribuirle nomi presi da altre cosmogonie come l’andina di Pachamama (Madre Terra) che le avrebbero attribuito ruoli o intenzioni che non poteva avere. Se non era una divinità generatrice o distruttrice, Gaia non era neanche, all’opposto, lo sfondo passivo del potere d’azione degli umani. La pandemia nekomemetica, che aveva messo in luce le connessioni e le retroazioni in cui si trovavano legate le componenti di Gaia, aveva chiuso una volta per tutte, per chi voleva intendere, la credenza di una natura al solo servizio degli umani. Il morbo nekomemetico poteva quindi essere definito come una prima fase di un’autoimmunità a due stadi della biosfera: diffondendosi fra gli umani li rendeva agenti della setticemia di Gaia, che pur non essendo mortale per lei lo era per tante reti della vita. Quindi, per ribadire quanto ti stavo già accennando, è proprio Gaia, in quanto entità sistemica del vivente, che stava subendo una rottura della tolleranza di sé stessa generata da una delle specie che vivevano in lei. Gli umani contagiati dai nekomemi sono gli anticorpi che l’aggrediscono, ma che poi subiscono un effetto boomerang, trascinando con loro una parte della vita di Gaia, che, per la prima volta, era attaccata da una malattia auto-immune. E ciò avrebbe potuto avere conseguenze paragonabili alla famosa caduta del meteorite gigante… La perniciosità di questo strano nuovo contagio sembrava proprio essere generata dall’interferire dell’azione umana nella mutazione dell’agente patogeno nekomemetico. Per cui in fin dei conti l’infezione biosferica sarebbe stata generata da un virus immateriale reso intelligente e pericoloso dalla specie stessa che ne era portatrice, senza però poter dire se tale intelligenza fosse inconscia o volontaria. Una situazione paradossale in cui non sembrava che ci fosse capacità di cura o di vaccino. Note: Il Boomernauta con questo concetto indica che il sé è un’entità relazionale, socialmente e culturalmente costruita dalle intra-azioni con gli altri e con l’ambiente circostante. Fa riferimento a: M. Brooks, World War Z: An Oral History of the Zombie War, Crown Publishing Group, Danvers: 2006. E inoltre al film: World War Z , regia di M. Forster, 2013. Il Boomernauta dava per scontato che io conoscessi perfettamente l’ipotesi Gaia emessa negli anni ‘60 da James Lovelock e Lynn Margulis per descrivere la peculiarità della Terra. Secondo tale ipotesi, gli organismi viventi e il loro ambiente fisico agiscono come un sistema unico, e regolano l’atmosfera, il clima e l’ecosistema per mantenere le condizioni favorevoli alla vita. Ad esempio, le piante producono ossigeno e assorbono anidride carbonica, mentre gli organismi marini regolano la salinità e i nutrienti nell’oceano. Per dare qualche dettaglio di un elemento che diventa fondante della parte di racconto che segue:«L’atmosfera terrestre contiene ossigeno grazie a batteri e piante fotosintetiche. Allo stesso modo, l’acqua sulla Terra sarebbe dovuta tornare da tempo alla terra. Il motivo per cui non lo ha fatto è che il plancton, i batteri e le piante si muovono costantemente verso l’alto. Ciò significa che gli esseri viventi non solo abitano la Terra, ma la trasformano per renderla più adatta alla vita.»«Il concetto di Gaia permette a Lovelock e Margulis di attirare la nostra attenzione sulla particolarità del nostro pianeta: attraverso tutti gli esseri viventi che lo compongono, è diventato esso stesso vivo; è reattivo, sensibile, estremamente sensibile . Le azioni umane ricevono una risposta da Gaia quando un numero anomalo di specie viventi scompare, quando il livello del mare sale o quando i grafici mostrano che le temperature aumentano.»«… Gaia, invece, non è immateriale. Infatti, è composta da tutti gli esseri che la abitano. Tuttavia, questi esseri non possono vivere senza Gaia. Tuttavia, Gaia non è una totalità che determina le parti. Gaia e i terrestri esistono solo attraverso le connessioni. A seconda delle connessioni, alcune forme di vita emergono, altre scompaiono e, ogni volta che le forme di vita cambiano, Gaia cambia o meglio cambiano», se vogliamo rispettare l’abitudine di Latour di coniugare i verbi relativi a Gaia al plurale per sottolineare la molteplicità di questa figura.B. Latour, Face à Gaïa , La Découverte, Paris 2015. Tutte le Pandemie finiscono? Il Boomernauta descrive le conseguenze del morbo nekomemetico. Sin dai tempi di H(eidegger) era circolata l’idea di una minaccia della civilizzazione portata da una presunta autonomia delle tecnologie e ora corre voce che la causa della pandemia immateriale nekomemetica abbia questa origine. Ma probabilmente si tratta di una manovra per dissimulare la gestione politica effettuata dai techno-tycoon e dalla Gov Neolib. Comunque gli umani si trovano senza risorse davanti all’assoluta novità di una pandemia così diversa dalle altre e di un virus avviluppato alla metatecnica che, invece, avrebbe dovuto combatterlo. Benché si conoscesse ancora poco del morbo immateriale nekomemetico, si suppose che avesse un comportamento simile a quello di molte altre malattie infettive conosciute, per cui anche in questo caso agenti di varia natura sarebbero intervenuti per modificarne gravità, contagiosità e decorso. Già in passato, c’erano state talvolta reazioni scomposte o anche violente di fronte alle tecnologie, che prendevano il posto di stregoni o untori come responsabili di malefici e diffusori di epidemie. In certi ambienti, questo avvenne con più virulenza quando si scoprì il morbo nekomemetico. In apparenza i sospetti sembravano giustificati. Ma, ancora una volta le apparenze avevano obnubilato il giudizio: le tecnologie anche quando avevano acquisito sembianze di intelligenza artificiale generativa e autonoma, non erano mai state in grado di avere un’autonomia tale da determinare da sole pandemie né altri grandi fenomeni riguardanti la specie. Nel decennio dopo la nascita di internet, inizio di una fase di connessione universale fra umani, si venne quasi travolti da una valanga di opinioni e tesi sulla potenza delle tecnologie. Si giunse a paventare che queste ultime potessero arrivare a una loro autonomia capace di dominare chi le aveva inventate. Ma probabilmente si trattava d’un escamotage dei techno-tycoon per creare un polverone attorno alle funzioni delle loro megamacchine, di cui la prima era di mantenere la technè al servizio del profitto, praticando ed estendendo lo sperimentato controllo neurale. Maneggiando le tecnologie, l’ AltaSfera Ecofin aveva senz’altro fatto suo il monito del rivoluzionario presidente cinese: la politica al primo posto! La politica creava e utilizzava la technè e non viceversa, ma nonostante questo essa era sempre lì, dietro l’angolo, e sotto l’influenza transumanista, era pronta a far credere il contrario, rivendicando implicitamente la sua consustanzialità con la religione. Dietro questa generalità però si nascondevano spesso complessità che se trascurate rischiavano di falsare la percezione della situazione. La pandemia nekomemetica poteva avere un andamento simile a tutte le altre? Seguendo il loro decorso naturale, le epidemie e il loro agente patogeno di solito si sviluppavano e raggiungevano un apice per poi declinare e, talvolta, estinguersi. Spesso non erano i virus più morta- li quelli che si diffondevano rapidamente. Il morbo nekomemetico stava avendo indirettamente questa funzione: trasformando gli umani in agenti patogeni della setticemia di Gaia avrebbe contribuito a distruggerli in massa. Ma, anche se un’ipotetica drastica riduzione della presenza umana avesse annientato la civilizzazione della Gov Neolib, tutto non sarebbe ricominciato in un nuovo ciclo? Non si sarebbe prima o poi resuscitato un sapiens augmented grazie alle tecnologie di editing genetico 1 ? Le malattie epidemiche erano comuni nel regno animale. La Storia indicava che i cinesi furono i primi a cercare prevenzioni 2 . Ma forse mai come nel caso del morbo nekomemetico ci si trovò inermi di fronte al diffondersi incontrollato di una malattia endemica sconosciuta, mai immaginata e pertanto sempre esistita. Tale situazione stava portando gli umani verso una direzione che assomigliava a un caos depressivo controllato, in fondo non così inviso all’ AltaSfera Ecofin . Alcuni cominciavano a capire che gli anticorpi impazziti che devastavano Gaia erano proprio loro. Già sin dagli inizi del XXI secolo, alcuni teorici dell’Antropocene, che avevano contribuito a rivitalizzare il concetto di Gaia, avevano sottolineato le responsabilità del (sedicente) sapiens nel deterioramento del proprio ambiente. Ma restava una dose d’indeterminatezza nei loro propositi. Era sensato denunciare già allora l’aggravamento della situazione e cercare le cause nei comportamenti umani acuiti dalla forte crescita demografica che stava per culminare prima del declino. Ma poteva questo esimere l’ AltaSfera Ecofin e le sfere dirigenti dei PoSt/ati 3 dalle loro responsabilità nell’accelerare la pandemia diluendole in una generica condanna di tutti gli umani? Ed anche non volendo riconoscere questi aspetti politici non si sarebbe già dovuto indagare sull’origine patologica dei comportamenti dei Grandi Malati e del loro stretto legame con l’ AltaSfera Ecofin ? Comunque sia, i fatti sembravano se non altro confermare l’ineluttabilità di una decrescita forzata. La situazione era arrivata a un punto in cui, prima si era arrestata la crescita e poi era cominciato il declino demografico, economico e dell’organizzazione sociale degli umani. Lo stress collettivo, dovuto al deterioramento delle condizioni di vita sul pianeta, venne aggravato da segnali d’ostilità delle altre specie. Non che si trattasse di qualcosa di oggettivamente grave, ma questa aggressività si sommava a quella tradizionale interumana, già inasprita con l’intensificarsi di una violenza diffusa. Una violenza contro le popolazioni gestita innanzitutto dall’alto con varie modalità, da quelle immateriali del reddito e del debito, a quelle molto materiali e repressive praticate dalle onnipresenti forze dei SecurServ 4 . Tuttavia anche di fronte al moltiplicarsi dei conflitti locali non emergeva il filo rosso della necessità o anche solo della possibilità di una rivoluzione globale. Lo stress generalizzato aumentò quando apparvero ricerche che documentavano come il declino demografico e il dislocamento del sistema non sarebbero stati sufficienti per fare diminuire la sepsi di Gaia. Per quanto imprecise e non molto affidabili, le previsioni di una scomparsa, a termine del ciclo, dei tre quarti dei mammiferi e in varie misure di molte altre specie erano quelle che più circolavano. Note: Secondo il Boomernauta negli anni della seconda metà del XXI secolo tali tecnologie, formalmente controllate quasi ovunque, continuavano a circolare liberamente sottobanco. Credo che il Boomernauta facesse riferimento alle ricerche ed ai reperti come gli scritti su osso della dinastia Shang (XVII-XI secolo a.C.) e poi nei riti della dinastia Zhou (1046-256 a.C. e inoltre nel 1350 A. C. l’epidemia di Megiddo, la città stato cananea. PoSt/ati: cfr. glossario. SecurServ: cfr. glossario.
- selfie da zemrude
Toni mio padre. Il divario che ci ha tolto la storia di mano Il documentario di Anna Negri Toni, mio padre porta in scena una ferita privata che diventa specchio di una frattura collettiva: la difficoltà contemporanea di trasformare il dolore in lettura politica. Messo accanto a Il frastuono e Il silenzio di Giampaolo Penco, che ricostruisce la figura teorica e politica di Toni Negri, il film di Anna mostra quanto oggi sia difficile collegare biografie e storia. La distanza tra padre e figlia rivela così lo scarto tra due mondi. Uno in cui la storia era ancora un campo di possibilità, l’altro in cui il conflitto è stato privatizzato e ridotto a trauma individuale. Guardare i due film insieme significa interrogare il nostro presente più che il loro passato. Anna Negri, Giampaolo Penco e il ritorno impossibile di una storia che abbiamo scordato Di Toni Negri, in Italia, si è sempre saputo troppo ma anche troppo poco. Troppo, quando bastava pronunciare il suo nome per evocare teoremi giudiziari, processi interminabili, emergenze costruite a tavolino; troppo poco, quando si trattava di guardare l’uomo che invecchiava lontano dai figli anche come corpo simbolico a cui passare uno scomodo testimone. Oggi, davanti a due documentari, Toni, mio padre di Anna Negri e Il frastuono e il silenzio di Giampaolo Penco, non si riapre tanto il processo a Negri, quanto il processo al nostro modo di guardare la storia. Due film quasi opposti: uno si muove dentro una ferita familiare, l’altro prova a rimettere Toni nel paesaggio teorico e politico del suo tempo. Ma entrambi raccontano lo stesso paradosso, Negri è diventato il simbolo di qualcosa che non sappiamo più nominare, perché ci mancano sia il linguaggio che l’immaginario. In un Paese che ha trasformato Pasolini in un’icona solo dopo averlo isolato da vivo, non stupirebbe se anche Negri venisse riscoperto tra cinquant’anni, quando sarà abbastanza lontano per non fare più paura. Parlare di Negri oggi significa misurarsi con una frattura generazionale che separa chi ha tentato, goffamente, coraggiosamente, talvolta rovinosamente, di spingere la storia verso un esito diverso, da chi è nato dopo e ha trovato solo le macerie, senza strumenti per trasformare il dolore in comprensione politica. La staffetta non si è spezzata perché qualcuno ha lasciato cadere la fiaccola, ma perché la fiaccola è stata spenta: repressione giudiziaria, demonizzazione mediatica, trionfo culturale del capitalismo dagli anni Ottanta in poi, una sconfitta che non si misura solo nelle sentenze, ma nell’immaginario perduto. Ciò che manca nel film non è lo sforzo affettivo, quello c’è, ed è sincero, ma l’accensione di una sinapsi politica, il passaggio di un linguaggio, di una semantica nuova, da un corpo storico a un altro. In questo vuoto simbolico si colloca il film di Anna Negri. Un racconto intimo, vulnerabile, attraversato dalla domanda che ritorna come un mantra: «Dov’eri quando io ero bambina?». Domanda legittima, dolorosa, sospesa in un’aria rarefatta, lontana ormai da un contesto storico in cui posarsi. Il punto non è giudicare il padre, né contestare il dolore della figlia, il punto è la cornice, l’individualismo terapeutico contemporaneo, incapace di trasformare il personale in politico. Dove era naturale per la generazione di Negri pensare la libertà come conflitto costituente, Anna sente l’aporia affettiva, dove Negri vede l’individuo come nodo di una rete sociale, Anna legge un microcosmo affettivo psicologico trascurato, Negri parla di general intellect, Anna parla di lontananza, assenza, ferita. La scena più brutale del film arriva quando Toni, vecchio e stanco, dice ad Anna «Io non capisco cosa vuoi tu da me», non è solo la confessione di un uomo stanco che si sente sotto accusa, è la diagnosi involontaria di una frattura epocale, infatti lui intravede che il senso politico di una vita intera che è diventato incomprensibile, percepisce che il dolore dei figli è più grande di quello dei padri perché non ha più un orizzonte collettivo in cui inscriversi. Il risultato è un silenzio che non è mancanza di parole, ma mancanza di mondo. La generazione che ha provato a scardinare il mondo ha perso, ma quella venuta dopo ha perso ancora di più, ha perso la capacità di leggere e metabolizzare la sconfitta. Nietzsche scriveva che il corpo fa Io più di quanto l’Io creda. Guardando Toni nella vecchiaia questa frase diventa fisica, è un corpo che ha fatto storia più di quanto abbia potuto raccontarla. La politica funziona allo stesso modo, non è solo ciò che pensiamo, è ciò che il potere imprime sui corpi. La generazione 68-77 aveva un corpo politico teso, conflittuale, imperfetto, vivo, voleva determinare ciò che lo determinava. Autonomia, biopolitica, il personale è politico non erano slogan, erano posture materiali, forme di vita, contraddittorie free, ma sentite e cercate. Poi è arrivata la sconfitta, soprattutto nell’immaginario, il capitalismo vincente degli anni Ottanta e Novanta non ha solo vinto sul piano economico, ha colonizzato la lingua, le forme di vita, il senso del possibile. Ha sussunto non solo la forza-lavoro, ma tutto il general intellect , i desideri, la cooperazione sociale. Negri lo aveva visto, il potere non si limita a reprimere, produce mondo. E quel mondo, da allora, è stato edificato come uno spazio in cui l’alternativa sembra impensabile prima ancora che irrealizzabile. Qui entra in gioco la miseria di posizione di Bourdieu, una povertà non di reddito ma di mondo, in cui il soggetto non riesce più a percepirsi come forza storica. Il dolore si privatizza, l’ingiustizia diventa destino individuale. Il G8 di Genova è stato l’ultimo tentativo di ricomporre i corpi in moltitudine, la risposta dello Stato, fisica e simbolica, è stata un messaggio: la politica come conflitto non è più ammessa, da lì in poi il collettivo diventa minaccia, l’individuo l’unico orizzonte di lettura. Il dominio non reprime i corpi, reprime le interpretazioni, non impedisce di soffrire, impedisce di collegare la sofferenza al mondo. È dentro questa trasformazione che Toni, mio padre prende forma. Anna guarda il padre con gli strumenti di questo presente, una grammatica emotiva, terapeutica, introspettiva, il dolore è un fatto che decade nello psicologico, l’assenza è una ferita privatizzata. Toni, in quella cornice, appare come l’uomo che non c’era , non come il corpo schiacciato da un processo storico che ha travolto migliaia di vite. È un limite, sì, ma è un limite generazionale, non morale. Ciò che resta di Toni è un corpo anziano, fragile, che si portava addosso la mappa di una sconfitta collettiva, non solo sua ma di una generazione intera, il cui immaginario è stato prima incendiario e poi impalpabile decennio dopo decennio. Il suo valore non è ciò che dice su Toni, ma ciò che rivela sulla nostra incapacità di assimilare il politico quando si presenta nella forma dell’intimo. Il film finisce così per funzionare come sintomo, ogni volta che Anna tenta di riportare il padre dentro la cornice dell’intimità, lui scivola fuori e non perché non voglia rispondere, ma perché non può farlo in quella lingua che non è la sua. È la lingua di un mondo che ha cancellato l’idea stessa che la vita di un individuo possa essere un pezzo di storia collettiva, perché l’assenza, per Anna, è trauma biografico mentre per Toni è l’effetto di una temperie storica vissuta con lucidità e sulla propria pelle, due registri che non si incontrano ancora. Ed è proprio qui che si apre un altro livello del discorso, quello che Gibo e Alisa mi hanno aiutato a mettere in luce, la trama degli affetti, la fatica di tenere insieme storia e vita, pubblico e intimo. Non è un’aggiunta sentimentale al quadro, è un elemento strutturale della vicenda. Perché la vita di Toni non ha inciso soltanto sulla biografia politica del Paese, ha inciso sui legami, sui figli, sulle compagne di strada, non nel senso lui fa politica, le donne subiscono la sua vita avventurosa , ma in un modo molto più complesso dove le vite intrecciate vengono attraversate dalla stessa tempesta, ma non nello stesso modo. Paola, per esempio, non era una figura laterale, era una compagna nel senso pieno, politico e quotidiano che condivideva assemblee, picchetti, conflitti e la frattura che attraversa quella famiglia non nasce da un uomo che non vede il privato, ma da un tempo storico che ha chiesto tutto a chi lo abitava senza offrire quasi nulla in cambio in certi momenti, ed è li che le differenze di genere si facevano sentire in quella società, al di la delle posizioni personali. Se c’è un privato che è politico , è anche in quelle vite spezzate, in quella fragilità che anticipa e riassume il crollo di un immaginario collettivo. Questa parte, nel film, resta in ombra, relegata a un personale troppo privatistico, ma non per distrazione, semmai per un limite del dispositivo scelto laddove lo sguardo di Anna è concentrato forse troppo sul proprio dolore, sulla ferita del suo femminile, sul recinto affettivo in cui tenta di includere retrospettivamente un padre troppo lontano, ed è legittimo, autentico, talvolta commovente, ma rischia di essere anche inevitabilmente parziale. Qui la regia mostra una sua debolezza intrinseca, perché Toni, mio padre è si un film che trova momenti potenti, soprattutto quando il corpo di Toni, quello delle foto di Tano D’Amico, sprezzante dietro le sbarre, e quello dell’anziano che beve con la cannuccia, si sovrappongono nel nostro immaginario, ma quei momenti nascono più dalla forza umana dell’uomo ritratto, che non dalla costruzione filmica. La promessa del film è quella di un ricongiungimento, ma il ricongiungimento non accade appieno, non si intellegge chiaramente né sul piano del montaggio né su quello narrativo. La distanza resta tale, non trasformata, non lavorata, non inscritta in una forma. È come se il film oscillasse tra due movimenti, la confessione intima e la lettura politica, senza riuscire a farli reagire davvero. Rimane un ponte incompiuto, un gesto, non un attraversamento. E tuttavia questa incompiutezza, più che un difetto, diventa una rivelazione. Perché mostra la difficoltà contemporanea di fare i conti con un passato che ci sfugge, non abbiamo più la lingua per raccontarlo, né la capacità di trasformare il dolore in comprensione. Anna cerca il padre, Toni cerca una lingua comune, il film cerca una tesi che non arriva. In questo vuoto, si vede la crisi del presente più chiaramente che altrove. Qui sta anche la forza paradossale del film, nella sua sospensione. Toni, mio padre è girato dentro una frattura che non riesce a chiudere, oscilla tra intimo e politico senza riuscire a farli reagire davvero e quello che manca non è lo sforzo affettivo, ma l’accensione di una sinapsi semantica, la possibilità di trasformare il trauma in comprensione, il rancore in linguaggio. Il controcampo arriva dal film di Penco, Il frastuono e il silenzio , che prova a restituire a Toni la sua densità politica, il teorico dell’autonomia, il pensatore della moltitudine, l’intellettuale che legge il capitalismo come macchina di cattura del comune. Non è un film commovente, ma offre ciò che al racconto della figlia manca quasi del tutto e forse non può che essere così, un contesto politico-sociale. La verità, allora, non sta nel film più bello , ma nello scarto tra i due, in quello spazio dove si vede una frattura che attraversa la sinistra, la cultura, la famiglia, il nostro modo di pensare la politica. Per capire fino in fondo cosa sta succedendo in questo scarto, è utile ricordare ciò che Massimo Cacciari scrisse omaggiando Negri alla sua morte. Per Negri, la libertà non è uno stato ma una tensione, la pratica di forzare il presente, di incrinare l’ordine dato, di non credere mai che così è naturale . Chi lo guarda da fuori lo prende per teorico della sovversione, chi lo legge dall’interno capisce che pensa la contingenza, la transizione permanente, la storia non come esito, come processo. Negri ha vissuto in un tempo in cui questa tensione era percepibile, perfino nel conflitto violento, si poteva credere che l’alternativa esistesse. La generazione di Anna è cresciuta nell’epoca opposta, quella che Negri e Hardt chiamano Impero, un potere che non vieta ma ingloba, non censura ma monetizza, non schiaccia ma assorbe (sussume). Il documentario di Anna, allora, legge Toni come esito, non come processo, come padre mancante, non come uomo trascinato dentro una transizione che lo eccede, come sconfitta compiuta, non come sconfitta che continua a interpellarci. Non è un merito stilistico, non è un’intuizione registica, è una crisi che diventa documento, è un film che crede di parlare solo di un padre, ma ci parla anche e soprattutto di un’epoca post-politica, in cui la vita di un singolo viene relegata dall’immaginario a caso psico-affettivo e non riconosciuta come nodo dolente di un corpo storico ferito e irrisolto. C’è poi un altro nodo, forse il più rimosso. Nel film non c’è mai la coscienza piena di chi ha prodotto quella frattura. Padre e figlia appaiono come due rive lontane, ma il fiume che le separa non nasce in casa loro, perché è stato scavato dallo Stato, dalla repressione, da un potere che ha deliberatamente spezzato biografie, comunità, possibilità di vita. Anna non riesce a rivolgere o a mostrare quantomeno chiaramente la sua rabbia verso il dispositivo che ha creato quella distanza, la concentra sul padre, perché è l’unico bersaglio concreto, mentre il potere, intanto, resta sullo sfondo, innocente per omissione. Chi oggi ha 60 anni, 50, 40, è cresciuto dentro un immaginario dove il conflitto non è più una categoria del reale, ma è diventato un problema caratteriale, dove la repressione è paternalismo di ritorno da parte della sinistra istituzionale, dove la sconfitta collettiva diventa irrisolto individuale, laddove il dominio non impedisce di soffrire, ma impedisce di collegare la sofferenza al mondo così come si è costituito. Per questo Toni, mio padre è un film rivelatore non perché spieghi l’universo che Negri simbolicamente rappresenta, ma perché mostra la nostra incapacità di comprendere , un’incapacità quasi ontologica, un dialogo impossibile tra due mondi, uno in cui la libertà è potenza collettiva, l’altro in cui è mancanza affettiva, il risultato è la documentazione di un salto semantico. Forse per uno come me resta, e forse resterà anche al lettore, quella domanda che Toni, stremato, rivolge alla figlia: «Che cosa vuoi tu da me?». Non riguarda solo Anna, riguarda tutti noi che abbiamo ereditato un mondo in cui la storia è stata abolita come esperienza vivente, e ci muoviamo tra traumi privati senza più categorie per leggerli per storicizzarli, al massimo li spiritualizziamo. Forse saranno proprio i ventenni e i trentenni, cresciuti dentro un’altra crisi, a ricominciare a formulare domande politiche là dove la generazione di mezzo ha alzato le mani, sono forse loro, oggi, a intuire di nuovo che il dolore non è solo privato, che la rabbia può tornare ad avere un oggetto, che la storia, ostinatamente, può ancora essere nominata. I due documentari su Toni Negri, messi uno accanto all’altro, non ci offrono una riconciliazione. Ci offrono qualcosa di più scomodo e più utile, la radiografia di un abisso tra generazioni, linguaggi e mondi. Da lì, se vogliamo, si può ricominciare, non per assolvere Toni, ma per non assolvere il presente. Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica , L'Estate d'Inverno , Fuga dal Call Center , La Festa , Blind Maze , e in post-produzione Rumore e Gli Assenti . Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo - Gualtiero Jacopetti , Linea Rossa , La via del Ring , l’Ultimo Pastore , Treno di Parole , La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna . Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’ European Producer Club , membro dell ’European Film Academy , e fo ndatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.
- konnektor
Iron-Ass: Dick Cheney (1941-2025) Ritratto di un protagonista indiscusso della vita politica statunitense negli anni ‘90 e 2000, che rappresenta in modo paradigmatico il profilo di una classe dirigente (Reagan, Bush Sr & Jr, Clinton, Obama, Biden), la cui visione del mondo ha prodotto un modello di capitalismo, una politica e una concezione delle relazioni internazionali, il cui prodotto ultimo (almeno finora) è rappresentato da Donald Trump. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar » , il blog della « New Left Review » , pubblicato a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Nel gennaio 2022 Richard Bruce Cheney ha fatto un’apparizione a sorpresa al Congresso degli Stati Uniti. Il suo ritorno al Campidoglio è coinciso con l’anniversario dei disordini che hanno brevemente ritardato la certificazione dei risultati elettorali dell’anno precedente. Cheney, abituato alle dure parole dei suoi oppositori, si è trovato di fronte a un improvvisato corteo di benvenuto. «Nessun membro del Partito Repubblicano si è presentato», ha riferito il «New York Times»: [...] ma i democratici della Camera, compresa la presidente Nancy Pelosi, erano euforici. Dopo tredici anni di pensionamento e cambiamenti quasi inimmaginabili nella vita americana causati dall’ascesa e dalla caduta del presidente Trump, Cheney e la figlia Liz sono stati circondati da una folla di entusiastici sostenitori democratici, molti dei quali in passato avevano definito l’ex vicepresidente un criminale di guerra. I democratici hanno stretto la mano a Cheney e alcuni hanno abbracciato sua figlia, che lo ha presentato ai suoi ex colleghi dicendo: «Questo è mio padre. Questo è papà». È stato un momento impressionante e un simbolo di quanto fossero cambiate le cose nell’era Trump. Pelosi ha elogiato la sua presenza e ha dichiarato che, indipendentemente dalle controversie del passato, non si sono mai trovati in contrasto sull’impegno a «onorare il nostro giuramento di sostenere e difendere la Costituzione». Steny Hoyer ha elogiato Liz Cheney «per aver avuto il coraggio di difendere la verità»; Adam Schiff ha ricordato con gli occhi lucidi «un’epoca in cui c’erano grandi differenze politiche, ma non c’erano differenze nella fedeltà di entrambi i partiti all’idea di democrazia». «È un evento storico importante», ha spiegato Cheney quando gli è stato chiesto cosa lo avesse portato a Washington DC per commemorare l’«insurrezione» del 6 gennaio: «Mi sentivo onorato e orgoglioso [...] di celebrare questo anniversario, di elogiare le azioni eroiche da parte delle forze dell’ordine in quel giorno e di riaffermare il nostro impegno nei confronti della Costituzione». Il sostegno dei media non ha salvato il seggio di sua figlia al Congresso nella sfida lanciata dal movimento MAGA alle primarie, anche se il «circuito della Resistenza» le ha offerto un lucroso piano B come docente presso l’University of Virginia Center for Politics. Quando ha appoggiato la candidatura di Kamala Harris alla presidenza, Dick Cheney ha detto di Trump che «non c’è mai stata una persona che rappresentasse una minaccia maggiore per la nostra Repubblica». Venticinque anni fa Cheney aveva mostrato un atteggiamento diverso nei confronti dei sacri riti della transizione democratica. Mentre gli avvocati contestavano lo stretto margine di voti ottenuto da George W. Bush in Florida, il suo candidato alla vicepresidenza si occupò di un’operazione finanziata con fondi privati dalla sua residenza di McLean (Virginia), mettendo insieme una squadra presidenziale prima che fosse ufficialmente dichiarato il vincitore delle elezioni. I conteggi si erano bloccati a Miami-Dade e i tribunali stavano deliberando sui «voti nulli»; Cheney, tuttavia, andava avanti, arruolando Ari Fleischer come portavoce ed esaminando candidati per il governo, mentre la General Services Administration si rifiutava di rendere disponibili le risorse federali. Cheney dichiarò che la certificazione della Florida era definitiva, respinse i ricorsi di Gore come puri esercizi legali di negazione e avvertì che qualsiasi esitazione nella formazione di un governo avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Seguirono incontri con i leader del Congresso ad Austin, ad indicare che il governo in formazione intendeva comportarsi come se la questione fosse già stata risolta. La fretta non era improvvisata. In realtà, il vicepresidente eletto aveva dedicato gran parte della sua lunga carriera a riflettere sui passaggi di potere. Non era nato per questo. Cresciuto nel Wyoming da genitori sostenitori del New Deal , Cheney riuscì ad entrare a Yale grazie ai contatti della sua futura moglie, Lynne, ma fu espulso due volte. Un periodo di derive e piccoli problemi legati all’alcol nell’Ovest ebbe fine quando lei insistette affinché seguisse un percorso di vita più regolare. Dopo cinque rinvii del servizio militare, a oltre trent’anni Cheney lavorava all’Office of Economic Opportunity come assistente di Donald Rumsfeld, che seguì quando questi entrò a far parte del governo di Gerald Ford e che alla fine sostituì come capo di gabinetto del presidente. Sopravvissuto al Watergate, imparò la lezione dal crollo di Nixon: «Don e io siamo sopravvissuti e abbiamo prosperato in quell’ambiente, perché non abbiamo lasciato molti documenti in giro», osservò . Alla Casa Bianca dimostrò di essere un virtuoso delle manovre burocratiche. Lui e Rumsfeld fecero fuori Rockefeller dal ticket per le presidenziali del 1976, emarginarono Kissinger e cospirarono per porre fine alla distensione. Silenzioso e implacabile, Cheney raramente si attribuiva un merito; mostrava interesse per i dettagli e grande resistenza per il lavoro poco affascinante, come controllare che l’impianto idraulico dell’ala ovest della Casa Bianca fosse a posto o che le saliere e le oliere sul tavolo presidenziale fossero riempite. I suoi colleghi lo ricordano come un uomo discreto, dall’aspetto prematuramente invecchiato, con un sorriso beffardo e «occhi freddi come quelli di un giocatore d’azzardo di Cheyenne», secondo quanto ricordava un altro consigliere di Ford. A partire dalla metà degli anni ‘70, la principale preoccupazione di Cheney era il bilanciamento dei poteri all’interno dello Stato americano, che egli interpretava in una prospettiva presidenzialista espansionistica. La riaffermazione dell’autorità del Congresso dopo la guerra del Vietnam – con il War Powers Act (1973), le restrizioni all’attività dei servizi di intelligence, l’aumento della supervisione e del controllo – gli sembrò un’ingerenza illegittima nell’ambito costituzionale del potere esecutivo. L’ottenimento dell’unico seggio del Wyoming nelle elezioni alla Camera dei Rappresentanti nel 1978 gli fornì l’occasione per occuparsi di tali questioni. Durante la presidenza Ford, Cheney aveva collaborato con l’ufficio legislativo della CIA (di cui faceva parte anche il giovane William Barr) per determinare quali documenti l’agenzia dovesse consegnare alla Commissione del Senato per lo studio delle operazioni governative di intelligence, presieduta dal democratico Frank Church; era stato nominato membro della Commissione intelligence della Camera; aveva sviluppato il suo interesse per le informazioni grezze provenienti dai servizi di intelligence e fatto da collegamento tra la sede della CIA a Langley e i leader repubblicani. Le operazioni clandestine si adattavano al temperamento taciturno di Cheney. Arruolò nel suo staff un altro giovane avvocato della CIA, David Addington, che sarebbe rimasto al suo fianco fino alla fine della sua carriera. Insieme lavorarono per frenare gli sforzi dei democratici di esaminare e controllare le operazioni segrete. Il rapporto di minoranza di Cheney del 1987 sul caso Iran-Contra confermò tali posizioni, arrivando alla conclusione che il problema non dipendeva dalla Casa Bianca, ma dal potere legislativo che aveva oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora i poteri della presidenza fossero interpretati in modo troppo restrittivo, concludeva il documento, «il capo dell’esecutivo allora sarebbe costretto a far valere una prerogativa quasi monarchica, come la dichiarazione dello stato di emergenza, che gli avrebbe permesso di aggirare la legge». In qualità di segretario alla Difesa durante la presidenza di George H. W. Bush, Cheney supervisionò le operazioni militari a Panama e nel Golfo in un momento in cui l’autostima dei militari del Pentagono era al culmine. Ha costantemente insistito per opzioni più efficaci, come piani di emergenza per l’uso di armi nucleari sul campo di battaglia nel caso in cui l’Iraq dovesse ricorrere alla guerra chimica e sostenendo, unico alto funzionario, la volontà di Israele di reagire agli attacchi missilistici subiti nel gennaio 1991. Il risultato dell’operazione Desert Storm confermò l’opinione che nutriva fin dagli anni ‘70: la supremazia americana richiedeva di essere pronti ad agire con decisione e a scoraggiare i potenziali rivali dimostrando una capacità schiacciante. Da questo punto di vista, la disintegrazione dell’Unione Sovietica apriva la porta a un progetto più ambizioso. Basandosi sullo studio di Zalmay Khalilzad sulla Jugoslavia, Cheney riteneva che proprio la grande frammentazione della Russia costituisse una garanzia essenziale contro la rinascita delle sue ambizioni egemoniche. Questa concezione trovò espressione nel Defense Planning Guidance del 1992 elaborato da Khalilzad, allora impiegato nell’ufficio di Paul Wolfowitz al Pentagono, che postulava un mondo basato su una singola potenza determinata a impedire l’emergere di concorrenti e disposta all’attacco preventivo. Quando ne trapelò una bozza, categorica nella sua affermazione della supremazia statunitense e nel suo disprezzo per le sensibilità degli alleati, che provocò reazioni rabbiose, Cheney lodò il suo autore per aver «indicato una nuova giustificazione del nostro ruolo nel mondo» e pubblicò la versione finale con la propria firma. Sebbene il documento fosse stato ammorbidito per placare i critici, la struttura era rimasta invariata: il team di Clinton mantenne le sue premesse fondamentali, garantendo che alla fine degli anni ‘90 il presupposto dell’indispensabilità americana fosse diventato ormai un fatto condiviso. L’incrollabile conservatorismo occidentale di Cheney non escludeva cambiamenti dettati dalla convenienza o dal calcolo. Il suo apprendistato con il deputato del Wisconsin William Steiger lo aveva convinto a un tipo di repubblicanesimo che valorizzava il pragmatismo e il bipartitismo, atteggiamento che portò con sé durante gli anni con il presidente Ford, quando, secondo quanto lui stesso racconta, teneva per sé le proprie opinioni al fine di mantenere un proprio margine di manovra. Al Congresso, Cheney accumulò un numero record di voti che lo ponevano più a destra di Gingrich, anche se i suoi colleghi lo consideravano il più conciliante tra i due. Si unì a Bush e Powell per opporsi a qualsiasi attacco a Baghdad nel 1991, fatto che portò Clinton a rimproverare il governo per aver fallito nel rovesciare Saddam e aver abbandonato «i poveri curdi e sciiti al loro destino». Il periodo di Cheney alla Halliburton nella seconda metà degli anni ‘90 comportò nuove prese di posizione: criticò aspramente la politica statunitense «favorevole alle sanzioni» nei confronti di Teheran e Tripoli, evidenziando il fatto che «il buon Dio non ha ritenuto opportuno mettere sempre le risorse petrolifere e di gas dove ci sono governi democratici» e sollevò obiezioni alle richieste di un intervento statunitense in Iraq. Nonostante la sua lunga collaborazione con neoconservatori come Wolfowitz, Khalilzad e Lewis Libby – uomini che gli erano utili e con cui condivideva l’impegno per un’indiscussa supremazia degli Stati Uniti – Cheney non ha mai adottato il loro linguaggio dai toni quasi missionari riguardo all’esportazione delle istituzioni liberali o sulla riorganizzazione degli stati stranieri. La sua prospettiva rifletteva un nazionalismo inflessibile adattato alla situazione della potenza statunitense dopo la Guerra Fredda, rafforzato dai legami con l’apparato di sicurezza israeliano e dall’ammirazione per coloro che al suo interno rifiutavano il compromesso e diffidavano della diplomazia. Osservatori come William Burns hanno sottolineato che questa affinità non presupponeva una particolare simpatia per lo Stato ebraico. In linea con le sue inclinazioni, Cheney favoriva coloro che erano disposti a usare la forza e scettici nei confronti delle restrizioni multilaterali. Ha legato il suo nome al Project for a New American Century e attingeva al loro staff, ma secondo Scowcroft non era né dottrinario né motivato da una crociata morale, più vicino nello spirito al «meta-realismo» di Dean Acheson. Victor Davis Hanson, che Cheney ha consultato durante i preparativi della seconda guerra in Iraq, lo ha descritto come un realista della vecchia scuola, che è cambiato grazie all’esperienza accumulata. Lui ha guardato indietro e ha riesaminato tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento, elaborando così un nuovo realismo. Non ha in mente un mondo che deve essere sempre mantenuto così com’è. Ha in mente un mondo che può essere cambiato. Dopo una breve iniziativa esplorativa nel 1996, Cheney abbandonò l’idea di candidarsi alla presidenza. Quattro anni dopo, invitato dal giovane Bush a esaminare i candidati alla vicepresidenza, lo trovò un compito consono alle sue doti: lavorare dietro le quinte gli consentiva di raccogliere voluminosi fascicoli incriminanti sui possibili candidati. Le accuse secondo cui Cheney si sarebbe ritagliato il posto come vicepresidente nel ticket per le elezioni non hanno un fondamento più solido di quelle, caricaturali, che lo descrivono come un burattinaio che manipola lo sfortunato “W”; a quanto pare, l’attrazione era reciproca. Ma la vicepresidenza offrì a Cheney un ruolo istituzionale senza precedenti. Nei settori che gli stavano più a cuore – l’intelligence e la sicurezza nazionale – esercitò un’influenza che spesso superava quella dei membri del governo. Operando attraverso nomine di medio livello e una rete di subordinati fidati inseriti in tutto l’apparato burocratico, ha lasciato un segno nelle decisioni relative ad ogni aspetto, dalla tassazione alle normative ambientali, fino alla preparazione delle emergenze, il tutto in un regime di opacità che è diventato il suo marchio di fabbrica. Nascondeva la verità anche quando gli sarebbe stato utile rivelarla. La divulgazione comportava un controllo; il controllo comportava porre limiti; i limiti mettevano a repentaglio la carica. Le pubbliche relazioni contavano poco. «Non gliene importava un fico secco della politica», affermò una fonte interna. Con gli attentati dell’11 settembre 2001, la predilezione di Cheney per l’esercizio illimitato dell’autorità e del potere forte trovò un nuovo campo d’azione. Nel corso degli anni ‘80, scomparve dalla scena pubblica per diversi giorni consecutivi, unendosi a Rumsfeld e ad alcuni funzionari selezionati in esercitazioni clandestine progettate per preservare un nucleo di governo dopo un attacco termonucleare. Le linee generali di questi piani esistevano fin dall’inizio della Guerra Fredda, ma la presidenza Reagan gli aveva dato nuovo slancio, integrando la pianificazione della « continuità del governo» (COG) con una dottrina strategica che anticipava una guerra nucleare prolungata. Vecchi bunker furono riadattati, le reti di comunicazione criptate ampliate e furono tracciate catene di comando alternative per aggirare la catena di comando stabilita dalla legge. Queste esercitazioni si basavano sul presupposto che le istituzioni non fossero in grado di riunirsi e che anche il solo tentativo di farlo avrebbe potuto portare a scontri tra gruppi rivali che rivendicavano l’autorità. Cheney prosperò in quell’ambiente. Si immerse nel programma, che operava in un ufficio anonimo con un budget riservato, che secondo quanto riferito ammontava nel 1984 a 1 miliardo di dollari all’anno. I suoi piani di emergenza più controversi, elaborati da Oliver North e da figure di quando Reagan era governatore della California, prevedevano la sospensione delle libertà civili, l’insediamento di amministratori militari a livello statale e locale, nonché detenzioni di massa senza processo. Le esercitazioni del COG continuarono senza interruzioni durante le presidenze di Bush padre e Clinton; dopo l’attentato di Oklahoma City nel 1995, il capo dell’antiterrorismo Richard Clarke ne ampliò notevolmente il campo d’azione. Quando arrivò il momento, le simulazioni di catastrofi legate alla Guerra Fredda servirono da modello. Mentre le televisioni trasmettevano le immagini del crollo del World Trade Center, Cheney dirigeva le misure di emergenza da un bunker situato sotto l’ala est, mentre il presidente rimaneva sul suo aereo in volo e gli alti funzionari venivano rapidamente trasferiti in rifugi sulle montagne. Alla notizia di nuovi dirottamenti, diede l’ordine di abbattere gli aerei civili sospetti. In meno di un’ora, iniziò a organizzare un’amministrazione ausiliaria per assumere le funzioni essenziali dello Stato nel caso in cui la capitale cadesse. Addington improvvisò una catena di comunicazione con il centro di crisi del Dipartimento di Giustizia, convocando un gruppo di avvocati – Alberto González e Timothy Flanigan alla Casa Bianca e John Yoo all’Office of Legal Counsel – che avrebbero fornito supporto legale per qualunque cosa potesse accadere. Il programma di messa in sicurezza dei politici, distribuendoli in vari luoghi, si estese ben oltre il governo degli Stati Uniti. I leader del Congresso furono esortati a lasciare Washington DC e rimasero in gran parte esclusi dalla gerarchia che doveva gestire l’emergenza. «Uno dei problemi più grandi è convincere le persone che dovrebbero recarsi nei luoghi alternativi e portare i loro inutili sederi fuori di qui», si lamentò il generale Wayne Downing, consigliere principale del presidente in materia di terrorismo. «Potremmo perdere due terzi o tre quarti del Congresso, e non tentatemi a dirlo, ma potrebbe essere un cavolo di miglioramento». Lo stesso Cheney trascorse un periodo a Camp David, vicino al complesso nelle caverne sotto Raven Rock, uno tra i vari «luoghi non rivelati», partecipando alle riunioni tramite un collegamento video sicuro. Nei mesi successivi, il «governo ombra» svanì, mentre la pianificazione del COG passava dalle prove generali alla politica effettiva. Il Congresso, lavorando a pieno ritmo, approvò il Patriot Act alla fine di ottobre; due senatori dapprima scettici cambiarono idea dopo aver ricevuto posta contaminata con antrace, la cui provenienza inizialmente fu attribuita a Baghdad, ma in seguito ricondotta a Fort Detrick, la struttura del Dipartimento della Difesa responsabile della guerra biologica. L’ufficio del vicepresidente stabilì il quadro normativo per detenzioni a tempo indeterminato, sorveglianza interna ad ampio raggio e i raccapriccianti apparati per «gli interrogatori avanzati» e «le estradizioni extragiudiziali», le famose extraordinary rendition . Creato nel 2002, il NORTHCOM integrò le forze armate nella sicurezza interna, collegando risorse militari alle forze dell’ordine federali, alla polizia statale e agli appaltatori militari privati attraverso centri di intelligence condivisi. Allo stesso tempo, Bush proclamava lo stato di emergenza ed emetteva due ordini esecutivi, che sono ancora in vigore un quarto di secolo dopo – venendo rinnovati ogni anno dai successivi governi – il primo consentiva la mobilitazione dei riservisti, la proroga del servizio militare e il dispiegamento flessibile delle unità della Guardia Nazionale, il secondo delineava le linee guida del regime di sanzioni «antiterrorismo» gestito dal Dipartimento del Tesoro. L’ossessione di Cheney per l’intelligence si intensificò durante questo periodo. Mentre si delineavano gli scenari di un possibile intervento in Iraq, Cheney supervisionò un canale parallelo organizzato attraverso l’Office of Special Plans di Douglas Feith, che riciclava frammenti di rapporti provenienti da servizi stranieri vicini agli Stati Uniti, li ritrasmetteva tramite i circuiti alleati e, attraverso la ripetizione, trasformava congetture in fatti classificati. Cheney poi rilanciò queste affermazioni in pubblico con incrollabile sicurezza: nel settembre 2002, a Meet the Press , dichiarò con «assoluta certezza» che Saddam stava acquisendo l’attrezzatura necessaria per arricchire l’uranio e fabbricare la propria bomba atomica. Dal crollo sovietico aveva ricavato la convinzione che gli stati ostili potessero cadere rapidamente una volta esercitata la pressione necessaria, il che contribuì alla sua preferenza – già espressa nel 1991 –di prescindere dall’approvazione dell’ONU e passare direttamente all’uso delle armi. Netanyahu coniò l’azzeccata espressione «coalizione dei volonterosi». La debacle che ne seguì non mise fine all’entusiasmo per il cambio di regime. Quando la presidenza Bush volgeva al termine, l’attenzione di Cheney si spostò su Teheran. Parlava sempre più spesso della possibilità di lanciare attacchi preventivi per eliminare gli impianti nucleari iraniani. Nella sua cerchia, la frustrazione per la riluttanza di Bush a intensificare l’escalation diede luogo alle idee più elaborate. I consiglieri abbozzarono uno scenario in cui un attacco israeliano, di effetto limitato ma simbolicamente potente, avrebbe potuto provocare una risposta iraniana contro gli asset statunitensi nella regione e quindi costringere Washington ad agire. David Wurmser, che aveva appena lasciato il team di Cheney, ha delineato questo piano davanti a un pubblico ridotto nel maggio 2007, sostenendo che anche un attacco simbolico contro Natanz avrebbe potuto innescare la ben nota reazione a catena. Ma l’influenza del vicepresidente aveva cominciato a diminuire durante il secondo mandato di Bush. La destituzione di Rumsfeld e l’uscita di scena di Wolfowitz, Feith e Bolton lo avevano privato di alleati chiave. Ancora più duro fu il colpo rappresentato dalla perdita del suo fidato capo di gabinetto, Libby, accusato di spergiuro nell’indagine sulla rivelazione dell’identità dell’agente della CIA Valerie Plame, come rappresaglia al fatto che il marito avesse messo in dubbio le affermazioni del governo statunitense sulle armi di distruzione di massa in possesso dell’Iraq. Questa violazione contro i servizi segreti superava ogni limite. Bush commutò la pena, ma non concesse la grazia (concessa successivamente da Trump), per cui Cheney lo rimproverò per aver «lasciato un buon uomo ferito sul campo di battaglia». Al di là dell’incarico, il rapporto tra i due uomini, stretto ma mai intimo, sembrò raffreddarsi. Il padre di Bush riteneva che, nel decennio successivo alla sua presidenza, Cheney fosse diventato «un sostenitore della linea più estrema», «un tipo davvero duro» [ iron-ass ], una trasformazione che attribuiva in parte a Lynne, sua moglie, «vera eminenza grigia, una donna di ferro, una iron-ass, dura come una roccia». A Cheney piacque l’epiteto e lo fece suo. Senza alcun rimorso, ha sempre ritenuto che a proposito della guerra in Iraq «ne fosse valsa la pena». Nonostante tutte le critiche ricevute negli ultimi anni della presidenza Bush – dalla repulsione dei liberali per l’uso della tortura e della sorveglianza alla preoccupazione dei conservatori per l’aumento di importanza dell’esecutivo – l’architettura di potere progettata da Cheney si è dimostrata notevolmente duratura. L’ascesa di Obama non ha portato ad alcun ripensamento al riguardo. Avendo cambiato idea come senatore nel 2008 sul fatto di legalizzare la sorveglianza senza mandato e garantire l’immunità alle società di telecomunicazioni da qualsiasi procedimento giudiziario, il 44° presidente degli Stati Uniti ha assunto la carica dichiarando che né gli interrogatori della CIA né i loro sponsor civili sarebbero stati sottoposti ad alcun controllo legale e ha lasciato che a Guantánamo tutto continuasse come prima. Obama ha ampliato radicalmente il programma di omicidi mirati ereditato, ha riattivato le commissioni militari, ha rafforzato la segretezza invocando motivi di sicurezza nazionale e ha creato una nuova categoria di detenuti a vita, i cui casi non potevano essere giudicati in tribunale. La retorica – con espressioni come «matrice di disposizione», «azione cinetica», «detenuti di alto valore» – si è evoluta attraverso cambiamenti solo eufemistici. Alla riunione della Conservative Political Action Conference (CPAC) del 2011, in cui Cheney ha consegnato al suo ex capo il premio «Difensore della Costituzione» dell’American Conservative Union, Rumsfeld si è concesso il lusso di lanciare alcune frecciatine: Osservo i numerosi cambiamenti di rotta dell’attuale governo rispetto alle politiche annunciate in materia di sicurezza nazionale: Guantanamo, commissioni militari, detenzioni a tempo indeterminato, attacchi con droni della CIA. Tutto ciò mi porta a chiedermi se Dick abbia più influenza sul presidente Obama rispetto alle persone che lo hanno eletto. Durante i due mandati presidenziali successivi e fino ad oggi, lo stesso sistema ha seguito un unico e ininterrotto percorso. Il primo mandato di Trump ha mantenuto in gran parte l’apparato che aveva ereditato: le uccisioni selettive sono continuate sotto le stesse autorità; l’«emergenza» alle frontiere ha dimostrato quanto fosse facile piegare i poteri di bilancio e di emergenza nazionale di lungo periodo alla volontà del potere esecutivo; l’utilità di Guantánamo è stata confermata invece che essere messa in discussione; e le prerogative del governo in materia di raccolta di informazioni sono state riconfermate. Biden ha preservato l’essenziale. La sua amministrazione si è basata sull’articolo II e sulle vecchie autorizzazioni sull’uso ripetuto della forza militare (AUMF), ha difeso i segreti di Stato davanti alla Corte Suprema, ha mantenuto Guantánamo come strumento esecutivo e ha nuovamente ampliato l’autorità centrale di sorveglianza, una linea ininterrotta dall’inizio degli anni 2000. Il secondo mandato di Trump è rimasto all’interno dello stesso quadro, rendendo esplicito in alcune occasioni ciò che era già latente: operazioni letali giustificate da ragioni in vigore dall’11 settembre, rinnovata ricerca delle fonti e dei documenti in possesso dei giornalisti, un uso più incisivo della macchina del DHS-ICE [Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale statunitense del Department of Homeland Security (DHS), responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e il controllo delle frontiere negli Stati Uniti] istituita due decenni fa, manipolazione tattica dei privilegi dell’esecutivo e i consueti sforzi per rimodellare il bilancio attraverso decreti esecutivi. La sceneggiatura può essere diversa, ma la gestione è la stessa. Cheney comprendeva perfettamente l’immagine che proiettava: scherzi di Halloween con il suo cane travestito da Darth Vader, discorsi con il sottofondo della Marcia Imperiale di Guerre stellari , battute laconiche sull’essere un «genio malvagio... che nessuno vede uscire dalla sua tana». Nei giorni successivi all’11 settembre, Cheney ha dato il tono: «Dobbiamo lavorare anche noi, però nel lato oscuro», ha detto al pubblico televisivo, insistendo sul fatto che la vittoria richiedeva di passare «del tempo nell’ombra». All’interno del governo, ha mantenuto la stessa linea. Quando Robert Gates, sotto pressione da parte del governo affinché prendesse pubblicamente posizione contro la Convenzione di Oslo, chiese indignato se la Casa Bianca si aspettasse che lui diventasse «l’icona delle munizioni a grappolo», Cheney sorrise e rispose: «Sì, proprio come io lo sono stato per la tortura». Quel sottile odore di zolfo che lo perseguitava era legato alla sua carica. «Il mio lavoro era fare ciò che il presidente aveva bisogno fosse fatto», sosteneva. Preferiva scelte difficili, valutava alternative agghiaccianti e considerava coercizione e occultamento come normali metodi di governo. Si assumeva le colpe che altri non volevano assumersi. Lungi dall’essere il tipo fuori dall’ordinario che immaginavano i suoi critici, Cheney esprimeva un atteggiamento tipico delle alte sfere della politica statunitense, dove la necessità sostituisce il lessico più conciliante della moderazione. Testi consigliati Grey Anderson, L’impero allo scoperto , «New Left Review»147 e Arma di potere, matrice di gestione: la formula egemonica della NATO , «New Left Review» 140-141 Ed McNally, Strumenti dell’impero , «New Left Review» 152. Grey Anderson ha conseguito un dottorato in Storia presso la Yale University
- selfie da zemrude
Donne chiuse in casa, sottomesse e soddisfatte. La donna perfetta di Ira Levin Giorni fa, un mio giovane lettore entusiasta della serie televisiva Black Mirror, mi ha chiesto se mi andasse di consigliargli un film distopico e, benché avessi in mente Arancia meccanica di Stanley Kubrick, La decima vittima di Elio Petri, Blade runner di Ridley Scott e Fahrenheit 451 di François Truffaut, qualcosa in testa mi ha fatto rispondere La fabbrica delle mogli di Bryan Forbes. La fabbrica delle mogli è un film del 1975, tratto da un romanzo del ’72 di Ira Levin, La donna perfetta. Il libro è ambientato nel 1972, e inizia a New York, una città troppo pericolosa per crescerci dei figli; per questo, Joanna – moglie, madre e fotografa dilettante – si trasferisce con la famiglia nell’idilliaca cittadina (immaginaria) di Stepford, nel Connecticut. Joanna è una giovane americana degli anni Settanta, figlia di un’epoca in cui le femministe si ribellano all’ingrato destino di graziosi angeli del focolare, mettono al bando busti, giarrettiere, pinzette e reggiseni; dunque, è naturale che, una volta arrivata a Stepford, stringa amicizia con Bobbie e Charmaine, le sole donne che, arrivate anche loro da poco nella cittadina, appaiono emancipate e brillanti come lei. A Stepford, le mogli sembrano tutte stranamente calme, deliziose e avvenenti, bambole insulse che adorano fare shopping, pulire la casa e piegarsi senza batter ciglio ai voleri dei loro uomini. Nell’idilliaca cittadina ha sede un misterioso Club degli uomini ; si dice che uno dei membri sia un esperto di materie plastiche, un altro un pioniere della tecnologia robotica, un altro ancora uno studioso eminente del linguaggio umano e uno, infine, pare essere un illustratore bravissimo nell’accentuare i tratti femminili, capace di trasformare in autentiche bellezze tutte le donne ritratte, esagerandone capelli, occhi e labbra – questo elenco verrà utile più avanti. Il Club è frequentato anche dall’avvocato Walter Eberhart e da Dave, mariti rispettivamente delle Joanna e Bobbie citate prima. Pubblicato per la prima volta nel 1972, in piena rivoluzione femminista, La donna perfetta apparve allora come un agguato al movimento di liberazione della donna, un irresistibile racconto sulla rivincita degli uomini; oggi, a oltre cinquant’anni di distanza, in un’epoca in cui Stepford è un po’ dappertutto, l’opera di Ira Levin appare come un inquietante libro profetico. A Stepford, mentre gli uomini escono tutte le sere, le donne restano a casa, magari per dare la cera al pavimento del tinello: «Quella Carol Von Sant è da non credersi» raccontò Joanna, «Non può venire a bersi un caffè perché deve dare la cera al pavimento del tinello. Ted va al Club degli uomini tutte le sere e lei rimane a casa a sbrigare le faccende» […] «In confronto a lei» continuò Joanna, «mia madre è una donna emancipata». A Stepford, cittadina intrisa di sessismo retrogrado, non esiste un’organizzazione femminile: Discussero la faccenda: l’assurdo di quel settarismo e di quel sessismo retrogrado, l’ignobile ingiustizia di una città priva di organizzazioni femminili, dove non c’era neppure una Lega delle elettric i. «Credimi, sono andata in perlustrazione» assicurò Bobbie. «Ci sono il Circolo di giardinaggio, qualche gruppetto parrocchiale costituito da vecchie galline… […] E infine c’è la Società di Studi Storici , molto liberale e aperta a entrambi i sessi. Facci una capatina per salutarli. Mummie che fanno finta di essere vive».Dave si era iscritto al Club degli uomini e, come Walter, credeva di poterlo modificare dall’interno . Ma Bobbie la pensava diversamente: «Vedrai, dovremo incatenarci ai cancelli per ottenere qualcosa […]». Discussero la possibilità di organizzare un incontro con le vicine di casa, per renderle consapevoli del ruolo più attivo che potevano ricoprire nella vita cittadina; ma gli esemplari che avevano conosciuto, convennero entrambe, non sembravano tipi da reagire positivamente anche a un’iniziativa così modesta sulla via dell’emancipazione. Di certo, le due donne – Bobbie e Joanna – non sono tipe da starsene con le mani in mano, passive: […] si ribellò Bobbie «Dovremmo almeno fare un tentativo. Parliamo a queste brave massaie, deve pur essercene qualcuna che non digerisce bene la situazione. Che ne dici? Non sarebbe bello se riuscissimo a mettere insieme un gruppetto, e magari addirittura organizzare un incontro sull’emancipazione femminile, per dare una buona scrollata a quel Club maschile ? Dave e Walter si fanno delle illusioni: non cambieranno mai niente, a meno che non ci siano costretti. È sempre così, con queste organizzazioni di prepotenza istituzionalizzata. Tu che ne dici, Joanna? Sentiamo un po’ in giro?» Joanna assentì: «Proviamoci pure. Non possono essere tutte soddisfatte come appaiono». Ma nonostante tutti i loro sforzi, raccolgono ritorni poco incoraggianti; pare che a Stepford le donne non sentano il bisogno di svagarsi:Incontrò Mary Ann Stavros in una corsia del supermercato «No, non ho proprio tempo per simili faccende [ incontrarsi con altre donne ]. Ci son sempre tante cose da fare in casa, sai com’è». «Ma uscirai pure qualche volta, no?» insistette Joanna, «Ma certo» replicò Mary Ann, «In questo momento sono fuori, no?» «Intendo per conto tuo . Per svagarti». Mary Ann sorrise e scosse la testa, facendo ondeggiare la massa di capelli biondi e lisci «No, non spesso» rispose «Non sento un particolare bisogno di svagarmi. Arrivederci». E si allontanò spingendo il carrello; poi si fermò, prese un barattolo dallo scaffale, lo guardò, lo mise nel carrello e proseguì. In quest’idilliaca cittadina del Connecticut, le mogli sembrano tutte attrici bellocce di spot pubblicitari, dal seno generoso ed estasiate da detersivi e cere per pavimenti: «Intanto io ripiego questa roba» si scusò Kit, allontanandosi dal tavolo. […] «Com’è bianco e pulito questo bucato, vero?» Sorridendo sistemò nel canestro la maglietta ripiegata. Come un’attrice della pubblicità. Ecco cos’è, capì all’improvviso Joanna. Ecco che cosa sono tutte queste alacri mogli di Stepford: attrici di spot pubblicitari, estasiate da detersivi, cere per pavimenti, smacchiatori, shampoo e deodoranti. Attrici bellocce, dal seno generoso ma dal talento limitato, che recitano la parte di massaie suburbane in modo poco convincente, troppo caramellose per essere autentiche. Sì, tutte le donne di Stepford paiono un ammasso di banali casalinghe, e con tette strepitose: «Dev’esserci qualcosa» riprese Bobbie «nel terreno, nell’acqua, nell’aria… Non so. Qualcosa che riduce le donne a interessarsi solo di faccende domestiche. Chi conosce gli effetti di certi prodotti chimici? Neanche i premi Nobel li sanno con precisione. Magari ha a che fare con gli ormoni; così si spiegherebbero quelle tette strepitose. Le avrai notate anche tu», «certo che sì!» esclamò Joanna «quando metto piede nel supermercato mi pare di essere tornata alla preadolescenza», «anche a me, perdiana». Ma c’è una spiegazione a tutto questo. Le mogli tutte casa e figli, grosse tette e nessuna pretesa, sono ridotte in quelle condizioni perché non sono più esseri umani, vere donne, e questo grazie al Club degli uomini che è in grado di sostituire… diciamo così… l’originale: «Quanto ti costa? Me lo vuoi dire? Muoio dalla voglia di saperlo. Qual è il prezzo di mercato per una moglie tutta casa e figli, con delle grosse tette e nessuna pretesa? Un patrimonio, ci giurerei. O la forniscono a un prezzo stracciato, fedeli allo spirito del buon vecchio Club degli uomini ?» Non era, quindi, un caso che il Club degli uomini vantasse fra i propri membri – lo ricordo – un esperto di materie plastiche, un pioniere della tecnologia robotica, uno studioso eminente del linguaggio umano e un illustratore bravissimo nell’accentuare i tratti femminili il quale, esagerando le proporzioni di capelli occhi e labbra, trasforma tutte le donne in autentiche bellezze. E così anche Dave, il marito di Bobbie, sostituirà la moglie con questa specie di robot identico in tutto e per tutto alla consorte, ma più avvenente e molto più remissiva: Nella cucina immacolata la nuova Bobbie ammise : «Sì, sono cambiata. Mi sono resa conto di essere terribilmente sciatta e trascurata. Non c’è da vergognarsi di essere una brava donna di casa. Ho deciso di svolgere coscienziosamente il mio lavoro, così come Dave fa il suo, e di curare di più il mio aspetto […]». Infine, anche Walter, il marito di Joanna, farà lo stesso:«Ha una bella moglie. Graziosa, servizievole, sottomessa al suo signore e padrone. Lei è un uomo fortunato». «Lo so» rispose Walter, roseo in volto. Poi annuì a occhi bassi. «Questa è una città piena di uomini fortunati» riprese la nuova Joanna. Che fine fanno le mogli in carne e ossa non ve lo dico, ma credo avrete già immaginato: oggi come oggi, è cronaca di tutti i giorni. E così, finalmente, tutta Stepford torna alla normalità, a essere abitata da donne che trovano più che sufficiente svolgere i lavori di casa: «Cosa fai allora, oltre i lavori di casa?» le chiese Ruthanne . «Niente, in realtà » disse Joanna «i lavori di casa sono più che sufficienti. Un tempo mi pareva di dover curare altri interessi, ma ora sono più tranquilla. E molto più soddisfatta, e così la famiglia. È questo che conta, no?». Cosa c’entra tutto questo coi giorni nostri? Mi risulta sia ancora il sogno di tanti quello di chiudere le donne in casa, sottomesse e soddisfatte . Soddisfatte loro e, a ruota, la famiglia intera. La famiglia del Mulino Nero, ovviamente. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com
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