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186 risultati trovati con una ricerca vuota

  • post-poetica

    Due testi da Gli insetti   Roberto Rup Paolini I testi sono <> La loro operazione di scomposizione e ricombinazione dei materiali consente di trattare delle fonti di natura filosofica o informativo-scientifica come pagine da manipolare, disintegrando l’ordine logico e formale originario per generare dei cortocircuiti, delle sfasature del senso. I testi si comportano come meccanismi che si inceppano, che decostruiscono i diversi linguaggi settoriali in quanto strumenti di potere e di controllo tramite cui le istituzioni (siano esse politiche, legali, educative o religiose) esercitano una forma di autorità che può risultare opaca o pervasiva. Gli insetti è lo spin-off inedito di Animali domestici (e non), che uscirà nel 2026. A maggio, un estratto è stato pubblicato sul blog di Gorilla Sapiens. In estrema sintesi, l’idea di elemento fluttuante nasce congiuntamente al suo sciame potenziale nell’aria, e cioè il libero insetto pensante, spesso pensante contro il suo stesso sciame della maggioranza dei membri. È il caso, ad esempio, delle locuste migratorie.  Parecchi insetti si sentono partecipi di una posizione proprio scomoda perché ritengono di prendere la sorte del proprio sciame.   Spesso, nel loro sciame, prendono atto che, dal fatto che le radici non sono le loro, si estendono nel terreno, e sono anzi ben altre. Come sempre, alla fine gli insetti fanno ciò che gli è stato ordinato di fare e pensano ciò che gli è stato ordinato di pensare.  Il non aver paura di essere vivace e indipendente, dunque, l’essere in minoranza, purché venga vissuto, il tratto distintivo, però, con disagio e insoddisfazione, ogni insetto è in minoranza.  * In seguito all’interesse della domanda di fonti alternative, di alimenti crescenti, all’aumento di insetti commestibili, che possono essere cucinati, con le unghie e con i denti, da parte di chi lo subisce. Ad esempio, i grilli dal sapore delicato e nocciolato si preparano alla griglia, sono squisiti se bolliti o tostati al forno con spezie tipo paprika e lime, simile ai popcorn. Le cavallette, le larve della farina fritte o essiccate in padella e poi saltate. I bachi da seta, cotti al vapore, dal gusto forte e la consistenza morbida, o le camole del miele che vanno messe, prima di mangiare, simili a nocciole, a digiuno in un contenitore pulito, per circa 24 ore a svuotare l’intestino, lavate più volte sotto acqua corrente, per rimuovere i residui del freddo, le parti non digeribili, il latte condensato, i rimasugli, come ali, zampe e esoscheletri duri, possono essere snack, mescolate come topping per insalate o zuppe, mangiate con la frutta secca, o frullate per ottenere farine o essere conservate in barattoli o, per lunghi periodi, sottovuoto e surgelate, a chiusura ermetica.  Andrea Piccinell i (1980) è laureato in storia dell’arte. Quattro raccolte di poesie: Aporie spurie (Oedipus, 2016), Degenza autoptica (Sigismundus, 2017), Note sul funzionamento di una macchina gigante (Transeuropa, 2019), Diverse congiunzioni (Oedipus, 2020). In rete ha pubblicato su Nazione Indiana, Poesia del nostro tempo, Utsanga, la morte per acqua, slowforward, il cucchiaio dell’orecchio, Blogorilla sapiens, Esiste la ricerca, Poesia ultracontemporanea . Nel 2024 il testo Desideri e ragionamenti è stato incluso nell’antologia L’ordine sostituito , curata da Carlo Sperduti per déclic edizioni. Si occupa anche di ricerca nel campo delle scritture asemantiche e verbo-visive. Una sua opera originale è stata inclusa nel numero 19 del contenitore di cultura contemporanea <>.

  • fascismi

    Fuoco e ghiaccio: lezioni dalla battaglia di Los Angeles M Ismet Arca Il testo analizza l’esplosione del movimento contro le deportazioni di massa negli Stati Uniti, con epicentro a Los Angeles, dove proteste e scontri con la polizia si sono intensificati in risposta ai raid dell’ICE. Le proteste si sono rapidamente diffuse in decine di città, coinvolgendo diversi settori sociali. Vengono delineate ventuno lezioni strategiche derivate da questi eventi, evidenziando l’importanza della disobbedienza di massa, dell’espansione territoriale, del blocco delle infrastrutture logistiche e della spontaneità organizzata. Il documento sostiene che solo attraverso una mobilitazione ampia, radicale e determinata sarà possibile fermare la macchina delle deportazioni e aprire spazi di insorgenza. Il testo è apparso sulla rivista <>. Pubblichiamo dietro gentile concessione dell'editore. <> Diane Di Prima, <>   Il momento stava crescendo nel movimento contro le deportazioni di massa . Da San Diego a Martha’s Vineyard, erano già scoppiati scontri spontanei con agenti dell’ICE. Parallelamente, c’erano state azioni coordinate da parte di attivisti e reti di risposta rapida, tra cui tentativi di bloccare i furgoni dell’ICE nel centro di Manhattan. Tutti sapevano che stava per esplodere. Poi, a Los Angeles, è successo davvero. Folle si sono radunate in risposta ai raid dell’ICE in diversi quartieri. A ciò sono seguite proteste notte dopo notte fuori dal Metropolitan Detention Center, dove erano detenuti i migranti arrestati. I tentativi di bloccare i raid e il centro di detenzione hanno portato a scontri con la polizia. Le folle si sono diffuse nel centro e in altri quartieri. I manifestanti hanno bloccato strade e autostrade, hanno lanciato pietre e fuochi d’artificio contro la polizia, costruito barricate e incendiato diverse auto. La domenica sera, il capo della polizia ha annunciato che il LAPD [Los Angeles Police Department] era sopraffatto. Trump aveva già deciso di inviare la Guardia Nazionale e, poco dopo, i Marines. L’esplosione sarebbe iniziata comunque a Los Angeles. Ma ora che l’incendio è divampato, sta iniziando a espandersi. Le proteste si sono diffuse in decine di città in tutto il paese. Oltre mille arresti, e il numero continua a salire. Texas e Missouri hanno schierato la Guardia Nazionale. I disordini si sono estesi anche all’interno dei centri di detenzione per immigrati. Una rivolta al Delaney Hall Detention Facility a Newark, New Jersey, ha portato alcuni migranti ad abbattere un muro e fuggire. Il centro, appena riaperto, potrebbe ora essere chiuso. Ecco alcune lezioni dalla battaglia di Los Angeles che potrebbero essere utili oggi, mentre il movimento contro la macchina delle deportazioni inizia a espandersi e consolidarsi: I. Le proteste sono efficaci solo se sono dirompenti. Il movimento contro l’ICE è stata la sfida più importante alla nuova amministrazione Trump. Interrompendo il funzionamento della macchina delle deportazioni, il movimento rivela l’unica vera fonte di potere che ha la gente comune. II. Per continuare ad essere efficace, la protesta deve espandersi. I disordini si sono diffusi da un quartiere all’altro a Los Angeles, poi in decine di città. Ma ora le proteste sono in gran parte contenute nei centri urbani. Per avere successo, il movimento deve continuare a espandersi in ogni città e in tutto il paese, coinvolgendo strati sociali più ampi. III. Bloccare tutto. Durante la battaglia di Los Angeles, i blocchi si sono diffusi dai quartieri al centro di detenzione, poi alle autostrade e alle linee ferroviarie. Le barricate si sono moltiplicate in tutta la città. Mentre il movimento si espande, i blocchi devono continuare a diffondersi dai quartieri ai centri di detenzione, alle autostrade e le linee di trasporto pubblico, fino agli aeroporti e altre infrastrutture in tutto il paese. IV. Il potere è logistico: risiede nelle infrastrutture. La macchina delle deportazioni si basa su infrastrutture e un vasto apparato logistico. Questa logistica può essere studiata e le infrastrutture mappate. Questo rivelerà i punti deboli e aprirà la strada a nuove tattiche. V. Un ritmo costante dà al movimento un orientamento, consentendo una più ampia auto-organizzazione. I centri di detenzione e gli edifici federali sono simbolici e infrastrutturali. Protestare ogni sera davanti a questi luoghi può aprire spazio a un movimento diversificato e auto-organizzato. Ma questo ha i suoi limiti. Può facilmente intrappolare i partecipanti in un’estenuante guerra di logoramento con rendimenti decrescenti. VI. L’intera città è un terreno di lotta. Diffondere i disordini in tutta la città interromperà il funzionamento della macchina delle deportazioni, anche quando non si colpiscono direttamente le sue infrastrutture. VII. La spontaneità è spesso già organizzata. I movimenti mobilitano le persone sulla base delle reti esistenti nella vita quotidiana. Dietro la spontaneità delle rivolte ci sono livelli di organizzazione invisibile: gruppi Whatsapp, famiglie, associazioni di inquilini, gang. VIII. Sostenere il momento richiede organizzazione. Le rivolte iniziano spesso in modo spontaneo. Ma l’organizzazione può contribuire alla loro diffusione, estensione e intensità. A Los Angeles le folle si sono radunate spontaneamente in risposta ai raid; poi i gruppi attivisti hanno convocato proteste al centro di detenzione. Questo ha contribuito a mantenere lo slancio e a diffondere l'attività in tutta la città. Le proteste continueranno a emergere come risposta spontanea alle retate. Ma il movimento dovrà imparare a prendere l'iniziativa e a stabilire il proprio ritmo. IX. Gli attivisti possono aiutare la diffusione del movimento. Canali di comunicazione chiari, affidabili e coerenti sono essenziali. Servono per aumentare i partecipanti e creare un’ecologia dove molteplici iniziative e forme di auto-organizzazione siano possibili. X. È emersa una nuova generazione militante. Secondo il capo del LAPD, le folle erano piene di <> che si spostano tra diversi momenti di disordini sociali. Una generazione a Los Angeles e altrove ha fatto esperienza nelle tattiche di strada difendendo gli accampamenti studenteschi lo scorso anno. XI. Una folla determinata può sopraffare la polizia. Il LAPD è stato sopraffatto da una folla combattiva, ma anche eterogenea, creativa, imprevedibile, decentralizzata e dispersa. XII. La repressione può far espandere le proteste. A volte l’invio della Guardia Nazionale reprime i disordini. Altre volte, rende le proteste più ampie e intense, spingendo più persone a scendere in strada. XIII. Una situazione rivoluzionaria si apre quando le forze armate vengono schierate nelle strade. Non siamo ancora a quel punto. Ma è il momento di iniziare a riflettere sulle domande che questo comporta. XIV. L’infrastruttura per le deportazioni di massa non esiste ancora. Sta venendo costruita pezzo per pezzo. Per ora, l’obiettivo è creare uno spettacolo. Ma proprio su quel palcoscenico, possono essere sconfitti. XV. La strategia dell’amministrazione Trump è aumentare polarizzazione e disordine. Trump sta rendendo ingovernabili le città americane. Questo può ritorcersi contro di lui. Spesso, gli aspiranti autocrati cadono per i loro stessi errori. Le rivolte portano sempre a una maggiore polarizzazione: è inevitabile, ma diventerà un limite. XVI. Le tensioni tra governi locali e l’amministrazione Trump hanno creato spazi per le rivolte di George Floyd. Il movimento attuale può trarre vantaggio da queste contraddizioni. Ma bisogna evitare che la lotta venga risucchiata nel voto. I Biden, le Kamala, i Newsom di questo mondo non hanno nulla da offrire. XVII. Le rivolte spesso iniziano da un gruppo sociale specifico, ma devono espandersi. La lotta contro l’ICE è nata nelle comunità migranti. Ma per vincere dovrà coinvolgere settori molto più ampi della società. XVIII. I governi imparano dai successi e fallimenti delle rivolte. Gli insorti dovranno fare lo stesso. Trump si è spesso lamentato per non aver inviato prima la Guardia Nazionale a Minneapolis. Se il governo federale agirà più rapidamente e con più decisione nei disordini locali, le rivolte avranno meno tempo per agire. Gli insorti dovranno imparare ad agire con sicurezza e decisione. XIX. Il futuro appartiene a chi osa. Il movimento deve prendere e mantenere l’iniziativa, imponendo il proprio ritmo agli eventi. Una volta iniziata una rivolta, bisogna agire con la massima determinazione e, con ogni mezzo, passare all’offensiva. Cogliere il nemico di sorpresa, approfittare del momento in cui le sue forze sono disperse. Cercare successi quotidiani, anche minimi, e mantenere il morale superiore a ogni costo. XX. Nessun metodo da solo è sufficiente. Ci vorranno tutte e tutti noi, spingendo da ogni lato, per abbattere il sistema. XXI. <>. Servirà aprire nuovi fronti e diffondere tattiche sempre più dirompenti per tirare il freno d’emergenza alla macchina delle deportazioni. La scelta è chiara: deportazione o insurrezione.

  • konnektor

    La vittoria di Zohran Mamdani segna la fine del ruolo centrale di Israele nella politica statunitense Viscount Kit Kellen La vittoria di Mamdani su Cuomo segna una svolta storica per la Palestina nella politica statunitense. Riflette una crescente stanchezza per il ruolo di Israele nella vita americana e la lenta implosione del sionismo sotto il peso dei suoi stessi eccessi. A prima vista può sembrare irrilevante, persino assurdo, che una corsa a sindaco di New York o il destino elettorale di una consigliera di Brooklyn debbano dipendere dalla propria posizione sulla Palestina. Dopo tutto, che cosa ha a che fare la governance municipale – la zonizzazione, i servizi igienici, l'accessibilità delle abitazioni – con la devastazione di Gaza, la fame di un popolo, lo spettacolo a ralenti  della morte sotto i bombardamenti? Eppure, questo apparente scollamento tra la vicinanza delle questioni locali e l'enormità della violenza geopolitica è proprio la condizione in cui opera la politica statunitense. È anche in questa disgiunzione tra scala e intensità, tra distanza geografica e prossimità ideologica, che diventa visibile qualcosa di fondamentale. In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani su una figura emblematica della continuità istituzionale e del potere dinastico come Andrew Cuomo non è un semplice dettaglio elettorale. È un evento politico, che deve essere interpretato non attraverso il filtro del carisma della persona ovvero i meccanismi della campagna elettorale, ma attraverso la grammatica simbolica di ciò che è ora esprimibile, rappresentabile ed elettoralmente praticabile.  Il trionfo di Mamdani segnala un cambiamento di orizzonte in cui la Palestina – a lungo trattata nella politica statunitense come una questione letale per chiunque ne voglia affrontare la condizione – non fulmina più chi osi toccarla. Forse non è ancora un consenso morale maggioritario, ma neanche più una garanzia di suicidio politico. Chiaramente, Mamdani non si è presentato come un agitatore per un antisionismo impenitente. Ha ceduto, simbolicamente e retoricamente, alle preoccupazioni di una parte dell'elettorato sionista liberale. Ha cercato una via di mezzo, temperando i propri impegni morali con gesti di rassicurazione e adottando una posizione che non si allontanasse dalla propria biografia di solidarietà con la Palestina né abbracciasse in solido la chiarezza intransigente che la Palestina spesso richiede.  E anche questo è significativo, perché è stata proprio questa calibrata ambivalenza – questa oscillazione tra l'affermazione senza mezzi termini e la calma riparatrice – a suscitare critiche anche tra i membri dello staff di Mamdani e tra coloro che hanno lavorato con lui per costruire e diffondere il movimento palestinese.  L’irresolutezza della campagna sulla questione del "diritto all'esistenza" di Israele e l’esitante invocazione di una lunga storia di politica pro-Pal hanno provocato disagio. Per alcuni assomigliava alla nota mise-en-scène  della ritirata morale: un gesto di concessione che rischia di diventare postura, poi posizione e infine principio. Il timore – espresso non per cinismo ma per pura memoria storica – è che una concessione porti a un'altra e che, nel tempo, il peso accumulato di queste aperture finisca per piegare Mamdani a quello stesso establishment che la sua vittoria sembrava sfidare.  In altre parole, c'è una profonda ansia che la dialettica dell'incorporazione sia già in corso: che nell’incapacità di neutralizzare completamente la Palestina come questione politica, la assorba invece come discorso, sterilizzato, privato della forza e leggibile solo attraverso la grammatica dell'"equilibrio", dell'equidistanza e della mancanza di empatia per la Palestina. Il successo elettorale di Mamdani può segnare la fine della Palestina come tema venefico per coloro che la affrontino, ma solleva anche la preoccupante possibilità che questa normalizzazione avvenga a costo della radicalità.  Entrare nel mainstream politico significa anche l’azzardo di venirne sfibrato e di cedere troppo terreno. La vittoria alle primarie, quindi, non è solo un'approvazione della Palestina come causa, ma una testimonianza del cambiamento dello status della questione palestinese: non è più una linea che non può essere oltrepassata, ma è diventata un terreno conteso, in cui i candidati possono impegnarsi, aggirare, affermare o eludere senza essere automaticamente squalificati.  Questo è un cambiamento monumentale. Parla della forza accumulata in decenni di organizzazione, della ricaduta morale dell'insopportabile visibilità di Gaza e della stanchezza degli elettori più giovani e di molti progressisti nei confronti delle fredde evasioni procedurali dei loro predecessori. In questo senso, l’ outcome di Mamdani non è dovuto solo a ciò che ha detto, ma a ciò che non deve più essere taciuto. I silenzi imposti si stanno sfaldando, non con una rottura rivoluzionaria ma con il lento ed estenuante logorio del consenso imperiale. Ciò che un tempo doveva essere celato ora può essere nominato, anche se accompagnato da concessioni formali.  Ciò che un tempo segnava il limite di ciò che era accettabile si è ora intrecciato – in modo goffo, cauto, ma inesorabile – al regno del politico. Per evitare ogni ambiguità, bisogna riconoscere a questa vittoria delle contingenze, molte: il trionfo di Mamdani non può essere astratto dalle particolarità di questa corsa pre-elettorale.  Dopotutto, si è scontrato con un ex governatore il cui nome – un tempo sinonimo di dominio incontrastato a New York – ora è caratterizzato dall'odore stantio dello scandalo e dalla teatralità esausta della redenzione del potere.  Inoltre, la campagna di quello che sembrava giocare da sfidante è stata insolitamente precisa nella sua architettura. Si è mossa con chiarezza, disciplina e con un ritmo comunicativo distintivo: serio ma sereno, chiaro ma tatticamente agile. Il suo fascino non è stato coltivato attraverso la demagogia o il carisma settario, ma attraverso una fedeltà quasi anacronistica al programma: autobus pubblici gratuiti, assistenza all'infanzia ampliata, stabilizzazione degli affitti. Non richieste politiche isolate, ma parte di un più ampio immaginario morale e politico plasmato dall’impegno socialista.  Il fatto che questo messaggio abbia risuonato e risuoni non solo nelle enclave progressiste, ma anche in circoscrizioni urbane disparate – giovani, immigrati, inquilini, operatori culturali, disillusi dalla politica – è di per sé un segno. Non una candidatura messianica, ma una fame più profonda. Una fame di coerenza, di principi e di una politica che non abbia paura di nominare il potere, ma anche abbastanza disciplinata da parlare di ciò che possa essere costruito.  Sempre più palpabile, anche se in toni sommessi e impliciti, è una crescente stanchezza negli Stati Uniti. Una sorta di sfiancamento politico e psichico emergente – all'inizio flebile, ma ora innegabile – ha iniziato ad agitarsi intorno al ruolo di Israele nella vita pubblica americana. Tra gli opinionisti, i podcaster  e la costellazione di figure mediatiche che orbitano attorno ai centri d’informazione alternativi, si avverte un crescente disagio, se non addirittura un'irritazione, per l'ossessiva centralità di Israele nell'identità americana, nei suoi rituali politici e nelle asfissianti manifestazioni di fedeltà che richiede. Non si tratta solo dello scontro prevalente a destra tra un "America First" che esclude Israele dal suo seminato ed uno che lo include. Non è solo il crescente numero di voci che si concentrano sulla Palestina, ancora marginali ma sempre più stentoree. È anche nell'emergere stesso della questione – il "diritto all'esistenza" di Israele, la fedeltà obbligatoria dei politici, le dichiarazioni rituali di sostegno – che si manifesta un disagio più profondo. Ciò che un tempo era considerato assodato, assiomatico, sacro, ora è appesantito dalla sua stessa carica performativa. Queste domande non fluttuano più come verità auto-evidenti, ma cadono sotto il peso del loro stesso esaurimento. L'atto stesso di sollevarle ora significa riconoscere che qualcosa è cambiato, che queste affermazioni, ripetute ad nauseam , sono diventate significanti non di chiarezza morale, ma di bancarotta ideologica. Sempre più spesso, l'insistenza su Israele come ultima cartina di tornasole non è più percepita come un segno di serietà morale, ma come il riflesso logoro di una classe dirigente politica, mediatica e istituzionale le cui coordinate etiche stanno franando sotto il peso delle proprie contraddizioni. La ripetizione della lealtà funziona ormai meno come indicatore di convinzione che come sintomo: di paura, di decadenza ideologica, di un disperato aggrapparsi a un ordine i cui miti fondativi cominciano a sgretolarsi.  Basta esaminare l'implicito appoggio del «New York Times» ad Andrew Cuomo e la sua antipatia poco velata nei confronti di Zohran Mamdani, un gesto che denota non un disaccordo politico ma una dimostrazione di disprezzo vendicativo per il solo fatto di essere a favore della Palestina. Oppure possiamo rivolgerci, senza illusioni, a personaggi come Tucker Carlson, le cui osservazioni sull'ossessiva centralità di Israele nella vita politica americana al senatore Ted Cruz non nascono dalla solidarietà con la Palestina, ma dalla stanchezza…che è comunque sintomatica. Sia chiaro che non si tratti dell'emergere di una corrente filo-palestinese coerente. Tutt'altro. Ma comincia a erodersi la sacralità del posto di Israele nella vita morale americana. Il passaggio – in questa fase – non è dalla marginalità della Palestina alla sua centralità, ma del peso specifico d’Israele – sinora indiscusso – al suo scomodo depotenziamento. Dobbiamo resistere alla tentazione di supporre che l'incessante dispiegamento di accuse di antisemitismo da parte dell' hasbara  israeliano sia principalmente finalizzato a mettere a tacere le critiche. Al contrario, stiamo assistendo a qualcosa di molto più interessante: l'eccesso osceno di questa strategia retorica sta iniziando a ritorcersi contro, non perché le persone siano diventate improvvisamente più pro-Pal, ma perché si stanno disgustando di compiere il rituale dell'eccezionale preoccupazione per il primato simbolico di Israele. Fuor di metafora, non stiamo assistendo ad un risveglio decoloniale. È, piuttosto, il risultato inevitabile di una sovrapproduzione ideologica. Quando ogni critica diventa in nuce crimine d'odio, quando ogni appello al cessate il fuoco viene etichettato come incitamento all’odio e quando ogni protesta viene presentata come un raduno antisemita, qualcosa inizia a cambiare nell'ordine discorsivo.  La stessa macchina progettata per preservare la posizione egemonica del popolo eletto nella vita morale americana inizia a sgretolarsi. Più Israele insiste sulla propria unicità, più la violenza che agisce diventa visibile.  Più accusa, più rivela. Più chiede silenzio o lealtà, più si indebolisce.  Ed ecco il colpo di scena: l'attuale dislocazione di Israele nell'immaginario americano non è solo il risultato dell'attivismo a favore della Palestina. È anche – e forse soprattutto – il risultato della sottolineatura incessante dell’eccezionalità israeliana, il genocidio in corso a Gaza e il tentativo di trascinare gli USA in una guerra nella regione. Il cambiamento a cui stiamo assistendo non è in definitiva il trionfo di una narrazione alternativa, ma la lenta implosione di quella dominante sotto il peso dei suoi stessi eccessi. Non è solo una crisi di legittimità, ma una crisi di leggibilità, un momento in cui le coordinate che un tempo facevano sembrare naturale, ineccepibile – persino inevitabile – il sostegno a Israele cominciano a sfumare. Non è il discorso antisionista ad aver prodotto questa rottura, ma il sionismo stesso, la saturazione dello spazio simbolico, la sua pretesa di essere unità di misura della qualità morale, la sua coazione a parlare anche quando nessuno lo chiede.  Sovrapproduzione ideologica: accade quando un sistema non può più sostenere le proprie finzioni, non perché siano state confutate, ma perché sono state ripetute troppo spesso, troppo forte e con troppo poco pudore.  L’ideologia quindi cessa di funzionare come dogma e inizia a cedere alla farsa.  Forse è proprio qui che ci troviamo: non di fronte a una contro-egemonia vittoriosa, ma tra le macerie di una mitopoiesi consumata dai propri eccessi. Consigli di lettura. R. Khalidi - T. Ali, The neck and the sward , in «NLR» n. 147.  A. Zevin, Gaza and New York , in «NLR» n. 144. P. Anderson, The house of Zion , in «NLR» n. 96.  I. Pappé, The Collapse of Zionism , in «NLR» n. 147; Can Zionism Survive the Current War in Gaza?  in «Middle East Eye», 4 novembre 2024. O. Barghouti, Why I Believe the BDS Movement Has Never Been More Important than Now , in «The Guardian», 16 ottobre 2023. Abdaljawad Omar è uno studioso e ricercatore palestinese il cui lavoro si concentra sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e lotta palestinese. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Mondoweiss» e viene qui riproposto con l'espresso consenso del suo editore.

  • post-poetica

    Oil, Gas & Tapes_ (core sampling) Il testo di Antonio Syxty, che tiene insieme (e prende spunto dalla complessità e le vicende di quarant'anni di storia, si confronta con le radici del contemporaneo peggiore: petrolio, denaro, mezzi militari, distruzione e in sostanza morte altrui. E, questo, non senza mescolare il male con frammenti, più o meno apparentemente irrelati, di pseudo vita e banalità (un discorso funebre, un museo delle auto, un diario personale, una sorta di canovaccio sospeso tra soggetto e sceneggiatura, con varie schegge di azioni). Le pagine funzionano così come un rapido costante cambio di canale o affaccendarsi di interferenze su una sequenza di 'frame' tratti da quel ben noto film horror che l'occidente è. Antonio Syxty nasce a Buenos Aires e vive a Milano dove si dedica all’arte visiva, alla performance e alla regia. Nel 1978 fonda Oh-ART! , manifesto concettuale, e crea l’ Antonio Syxty Fan Club , progetto autobiografico volutamente fittizio. Alla fine degli anni ’70 si afferma come performer in gallerie e spazi underground, collaborando con figure di rilievo dell’arte, del design e della musica. Negli anni ’80 espone opere su carta e tela nei circuiti artistici milanesi, con un linguaggio influenzato dall’arte concettuale, comportamentale, con richiami alla body art. Parallelamente realizza scritture visive e intrattiene carteggi con Ugo Carrega, Arrigo Lora-Totino, Emilio Isgrò, Adriano Spatola, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta. Il suo lavoro di scrittura rimane principalmente inedito con rare eccezioni. Negli anni ’90 si concentra sulla regia teatrale e multimediale. Collabora con RAI e Mediaset per progetti di regia facendo cinema, televisione, pubblicità, moda, concerti, eventi live e installazioni. Ha pubblicato Syxty sorriso & altre storie  (Yard Press, 2017), Il pacco  (Zacinto/Biblion, 2021), Antonio Syxty Fan Club  (Tic, 2023), NZ  (ikonaLíber, 2025), The Forty Years Later Project  ([dia•foria, 2025). È coordinatore artistico di MTM – Manifatture Teatrali Milanesi della Fondazione Palazzo Litta per le Arti e svolge attività di content creator su canali digitali. Il suo sito è  https://antoniosyxty.com

  • selfie da zemrude

    Oltre il giardino # 3: American Fiction contro il kitsch redentivo: Il cinema che consola e quello che libera Il saggio confronta American Fiction  e The Holdovers  come simboli di due estetiche opposte: una critica e dissacrante, l’altra consolatoria e rassicurante. American Fiction  smonta la retorica woke e la mercificazione del trauma, mentre The Holdovers offre un racconto emotivamente calibrato ma poco sovversivo. L'autore invita a riscoprire un cinema che interroga e disturba, invece di confortare. Introduzione Nel confronto tra American Fiction  e The Holdovers  si gioca una partita estetica e politica che va ben oltre il cinema: riguarda la retorica della rappresentazione, la mercificazione del trauma, il bisogno di verità scomode in un’epoca anestetizzata dalla correttezza.                                     American Fiction  non è solo un film, è un dispositivo critico che smonta l’intero impianto simbolico della Woke Era. In questa analisi, attraverso i due film e i rispettivi protagonisti, Jeffrey Wright e Paul Giamatti, interroghiamo il senso stesso del racconto oggi: a chi serve, chi lo autorizza, e soprattutto se ha ancora la forza di liberare. Dove brucia il linguaggio C’è qualcosa di estremamente liberatorio nel vedere American Fiction  dopo anni di cinema moraleggiante, pedagogico, annegato nel miele della rappresentazione corretta. Un film che riesce a ridere del feticcio identitario senza negare l’identità, che smonta il trauma come capitale simbolico e rifiuta l’idea che un artista debba produrre “libri neri” per risultare nero abbastanza. Monk, il protagonista, scrittore nero intellettuale e disilluso, è uno di quei personaggi rari che mettono in crisi chi guarda, ma anche chi scrive, perché pongono una domanda centrale: «che cosa vogliamo davvero dall’arte? Verità o consolazione » ? La risposta implicita nel film è brutale. Come si scrive in un articolo uscito su The Free Press  (“ American Fiction Is a Masterpiece ”, gennaio 2024): «White people think they want the truth, but they don’t. They just want to feel absolved». Frase che andrebbe incisa sulla porta d’ingresso di ogni casa di produzione Europea, perché American Fiction , come nota quel articolo con lucidità rara, è un film che ci mostra cosa sia stata davvero l’estetica woke nel cinema: «un grande dramma evangelico di redenzione, più che una reale rappresentazione di complessità». È un film satirico e insieme profondamente etico, che mette a confronto due approcci alla narrazione nera. Da un lato Monk, che rivendica il diritto a scrivere un romanzo su Eschilo  senza ambientarlo nel ghetto, dall’altro Sintara, la scrittrice diventata famosa con un libro intitolato “ We’s Lives in Da Ghetto” , che, pur con intelligenza, accetta di nutrire il mercato con ciò che il mercato si aspetta. Tra i due si gioca una partita che è anche una domanda al pubblico: «quando il sistema ti chiede di trasformare il dolore in intrattenimento, vendi, resisti o lo prendi per il culo?» Passando da American Fiction  a The Holdovers , il salto è netto, quasi coreografico, si passa dal cinema critico all’estetica della carezza. The Holdovers  è un film gentile, tenero, ambientato in un interno congelato dove si confrontano un professore scorbutico e un ragazzo problematico che si scoprono simili, imparano ad accettarsi, e si stringono la mano alla fine. È il tipo di cinema che, per usare una formula forse ingiusta ma efficace, scalda il cuore senza scaldare l’intelletto . Anche qui, però, qualcosa non torna. Come già accadeva nel mio saggio su Emilia Perez , dove affrontavo il doppio vincolo tra rappresentazione LGBTQ+ e appetibilità di mercato, ci troviamo davanti a un’estetica che apparentemente include, ma che in realtà filtra tutto secondo ciò che può   essere digerito . I neri saggi, i professori scorbutici, le trans col cuore d’oro, tutti perfettamente ottimizzati per commuovere senza disturbare. Anche The Holdovers  ha il suo personaggio nero strategico , Mary, la cuoca della scuola, figura materna, saggia, piena di dolore e dignità. Il figlio è morto in Vietnam, unico ragazzo nero tra tanti bianchi. Messaggio chiaro, forte, ma anche compresso in una struttura stereotipica. Come scrive in The Free Press , persino i line cooks neri in cucina sembrano migliori  dei bianchi. È l’altra faccia del razzismo sistemico;   la beatificazione dell’altro come espiazione estetica. Eppure The Holdovers  ha un piccolo sussulto etico, un guizzo che quasi lo salva: quando Paul, il professore, mente su Harvard e al ragazzo che chiede «perché?», risponde «Quella storia è mia».Lì, il film tocca un punto potente, non tutto va detto, non tutto va convertito in spettacolo, il trauma può restare muto, privato.   E proprio lì, come scrivevo nel mio precedente articolo ( Il cinema come volontà di rappresentazione ), si riattiva per un attimo la possibilità di un montaggio che fa inciampare , un cinema che non accompagna, ma interroga. Jeffrey Wright, in American Fiction , costruisce un personaggio refrattario alla simpatia, sarcastico, frustrato, lucido e sgradevole. Non chiede al pubblico di amarlo. Giamatti, in The Holdovers , fa il contrario: ti porta per mano, ti consola. Il confronto tra i due attori, entrambi candidati all’Oscar, è anche il confronto tra due estetiche politiche , quella che si fa amare e quella che ti costringe a scegliere. Il centro emotivo di American Fiction  non è Monk, ma sua sorella Lisa. Il suo testamento è una bomba quieta «Non piangete troppo. Ho amato e sono stata amata. Ho fatto il possibile». È la voce di un’etica perduta: vivere bene, senza audience.  Cliff, il fratello queer e squilibrato, è l’unico che non cerca di farsi perdonare. Non fa la morale. Non vende niente. Tagliare di nuovo C’è un momento in cui bisogna smettere di parlare di cinema e iniziare a parlare di potere.Non solo cosa raccontano i film, ma chi li autorizza a parlare , chi viene escluso, cosa ci permette di sentirci giusti  guardandoli. La Woke Era  ha costruito una montagna di storie corrette, ma raramente necessarie. Ha preferito rassicurare, ripulire, e poi vendere. Abbiamo scambiato la rappresentazione per giustizia, l’empatia per soluzione, il kitsch per liberazione . In questo panorama, The Holdovers  non è un film dannoso. È solo pavido. È una carezza ben recitata, capace qua e là di un brivido vero. Ma rimane dentro la gabbia. Racconta, ma non disobbedisce, se non in un gesto minimo, quando Paul rivendica il diritto al silenzio, lascia passare un soffio di disordine . È poco, ma è qualcosa. American Fiction  invece spacca .  Non ti vuole amico. Non ti accompagna alla morale. Ti guarda e ti dice che stai sbagliando tutto. Che il dolore non è un prodotto. Che l’identità non è una concessione. Che la verità non si impacchetta. In fondo, è qui che si gioca la posta già aperta nell’articolo precedente, ossia che non si tratta più di scegliere che immagini produrre, ma di quali fratture semanticamente riattivare . Perché se l’immagine non fa più male, il potere può dormire tranquillo, e noi continuiamo a raccontare non per mostrare, ma per non vedere. Ecco perché oggi servono film come American Fiction, non per insegnare a piangere meglio, ma per ricominciare a guardare come se il montaggio fosse ancora un atto politico. Franco Bocca Gelsi  è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica , L'Estate d'Inverno , Fuga dal Call Center , La Festa , Blind Maze , e in post-produzione Rumore  e Gli Assenti .  Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo  - Gualtiero Jacopetti , Linea Rossa , La via del Ring , l’Ultimo Pastore , Treno di Parole , La Nuova Scuola Genovese  e in preparazione E’ la vita che sogna . Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’ European Producer Club , membro dell ’European Film Academy , e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.

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    Il falcone maltese # 4: La grande letteratura morale della nostra epoca Roberto Gelini Il nuovo giallo americano, sviluppato da autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, si distingue dal poliziesco classico per il suo realismo crudo e per una visione profondamente pessimista della società. Nei romanzi noir, il crimine non viola un ordine giusto da ripristinare, ma avviene in un contesto sociale già corrotto e dominato dal male. Il detective privato, figura centrale del genere, agisce da outsider cinico e disilluso, consapevole dell’impossibilità di una vera giustizia. Il noir assume così un valore simbolico e morale, raccontando una società segnata dalla sconfitta delle masse e dal trionfo del capitalismo. La lotta di classe non è negata, ma rappresentata come una battaglia persa, rendendo questi romanzi espressione della crisi politica e sociale tra le due guerre mondiali — una condizione che riecheggia ancora nel presente. L’elemento fondamentale del nuovo giallo all’americana, creato da Dashiell Hammett e Raymond Chandler non è, però, soltanto il suo insistere sul realismo, presentando delitti e situazioni in qualche modo più veri, più sporchi e più neri rispetto al classico romanzo poliziesco. Quello che forse meglio esprime il suo carattere di novità rivoluzionaria è il discorso simbolico che è sotteso alla struttura delle sue storie. Il delitto della stanza chiusa, con i suoi personaggi, i suoi eroi, i suoi riti e i suoi modi di presentarsi e di essere risolto allude a un mondo che viene sconvolto, ferito dall’omicidio e alla necessità improrogabile di ristabilire l’ordine violato, risolvendo il mistero ed eliminando – punendo – l’assassino per ritornare alla situazione, di benessere, di partenza. Tutto questo muta radicalmente, invece, nel caso del nuovo filone romanzesco americano. Qui tutto cambia. L’ordine garantito dalle leggi, violato dal delitto, è presentato in contraddizione con se stesso. Non c’è giustizia, il male domina tutto. La società viene presentata come marcia, corrotta, un luogo in cui il potere è in mano a capitalisti senza scrupoli, per niente differenti dai gangster e dalle organizzazioni criminali, con cui, anzi, spesso si ritrovano a essere alleati. Non è, dunque, possibile alcun risarcimento di un ordine violato. Si può soltanto combattere il male, ma essendo drammaticamente consapevoli che ogni vittoria può essere al massimo parziale, senza che avvenga nessun cambiamento profondo. Siamo, insomma, totalmente all’interno di quello che già nel cinema di quegli anni e, più tardi, con il polar  francese, sarà chiamato noir . È da questa situazione sociale e politica, descritta in questi romanzi, che deriva il carattere principale, più evidente dell’eroe del nuovo romanzo, ovvero il cinismo. Sam Spade o Marlowe non sono soltanto detective privati – quindi estranei alle istituzioni, se non in aperto contrasto con esse – sono soprattutto uomini cinici, amareggiati e disillusi, fondamentalmente perché sono consapevoli di combattere una guerra che, da soli, non potranno mai vincere. Ma il fatto che l’eroe si alzi a combattere il male, pur sapendo di non poterlo mai sconfiggere – come ha notato in maniera acuta Jean-Patrick Manchette, praticamente il «papà» del noir  francese – rende il giallo, questo tipo di crime , un genere morale, «la grande letteratura morale della nostra epoca». Inoltre – nota sempre Manchette – nel giallo americano non avviene che sia assente o venga mistificata la lotta di classe, come invece accade nel poliziesco tradizionale, dove pure sono narrati conflitti e rivalità anche forti, ma mai nell’ottica dello scontro di classe. Succede semplicemente che il conflitto sociale risulti come infiacchito, perché oppressi e sfruttati hanno subito una pesante sconfitta e sulla scena dominano sfruttatori e criminali. Eppure soltanto pochi anni prima la rivoluzione aveva trionfato in Russia. Cosa è successo per giungere a questa situazione? L’epoca d’oro del noir , secondo l’analisi di Manchette, coincide con gli anni che vanno dal 1920 al 1950. Sono gli anni in cui Dashiell Hammett e Raymond Chandler producono i loro libri, rinnovando quello che fino al quel momento era stato il poliziesco classico. Violenza, realismo, visione morale e lotta disperata al Male che domina la società sono le caratteristiche del nuovo giallo all’americana. La lotta a gangster e a sfruttatori senza scrupoli risulta essere disperata perché viene portata avanti dal singolo individuo, il detective privato, e non da un’azione di classe. È possibile, allora, portare rimedio a singole situazioni, raddrizzare qualche torto, ma non cambiare il quadro generale, abbattendo un sistema fondato sullo sfruttamento. Da qui nasce il cinismo degli eroi hammettiani e chandleriani, che possiedono una visione morale – sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato – se non addirittura politica del mondo, ma sono in una situazione oggettiva in cui il Male domina. Il tutto, per di più, ambientato in quello che è il paese ormai all’avanguardia per quel che concerne la struttura sociale ed economica: gli Stati Uniti d’America, dove il capitalismo appare in tutta la sua forza dirompente. Dall’altra parte della barricata, dopo la vittoria della rivoluzione in Russia, siamo nella fase, per citare ancora Manchette, della «controrivoluzione trionfante», che arriverà al suo culmine negli anni del nazifascismo e della guerra. L’ondata rivoluzionaria appare ormai conclusa, la sconfitta appare tangibile in vari paesi e anche la repubblica socialista sovietica non è che se la passi troppo bene sotto il dominio dello stalinismo. Il noir , dunque, nel suo sviluppo appare naturalmente legato – come del resto avviene sempre per l’arte e la letteratura – a quelli che sono i processi storici e politici dell’epoca. Non evita, perciò, di occuparsi della lotta di classe, come fa, per scelta politica, il romanzo poliziesco a enigma, quello classico, in genere ambientato in Inghilterra e che, negli stessi anni, continua il suo percorso. Il nuovo romanzo giallo, così, si trova a narrare storie ambientate nell’epoca in cui le classi dominanti appaiono vittoriose, il sistema capitalista sembra trionfare e, volendo ancora una volta citare Manchette, «il proletariato, battuto dal nemico e sodomizzato dai suoi stessi capi, ha cessato di opporgli resistenza (ma ci riproverà, è già successo)». È il tempo in cui la resistenza, l’opposizione sono appannaggio di individui singoli o, al massimo, di piccoli gruppi scollegati tra loro. Gli sfruttati, le masse non appaiono più come il Soggetto della Storia, ma soltanto come vittime dei potenti. Situazione, questa, registrata anche all’interno dei romanzi, ricchi di figure come disoccupati, vagabondi, operai, sempre soggetti a soprusi e angherie da parte di boss, criminali e padroni. Sembra quasi di trovarsi in un periodo storico sorprendentemente somigliante a quello attuale, un tentativo precedente di quella rivoluzione dall’alto, di quella lotta di classe vinta dai ricchi che, secondo vari intellettuali caratterizza i nostri tempi. E forse questo potrebbe anche contribuire a spiegare il successo del poliziesco ai nostri giorni. Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

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    Notifiche a Trump dalla destra conservatrice Brigitte Tye L’articolo analizza l’uso politico dei dazi da parte di Donald Trump, inserendolo in una più ampia genealogia del protezionismo nella storia americana. Lungi dall’essere una misura puramente economica, la tariffa doganale assume nei secoli una funzione identitaria e simbolica, strumento di coesione o frattura all'interno delle coalizioni politiche. Con Trump, il dazio diventa gesto sovrano, slegato da ogni coerenza strategica, ma carico di significato politico: è espressione di una volontà di rottura con l’ordine internazionale basato sulle regole. Tuttavia, la sua applicazione solleva tensioni non solo con le élite economiche, ma anche all’interno della destra conservatrice, dove settori legati al diritto e al capitalismo giudiziario – sostenuti da figure come Charles Koch e Leonard Leo – si mobilitano per limitarne i poteri. La questione tariffaria si rivela così sintomo di una più profonda crisi di rappresentanza e di equilibrio tra i poteri dello Stato, segnando il ritorno del protezionismo come campo di battaglia politica e ideologica nell’America contemporanea. Questo articolo è comparso su <> il blog di <> . «Tariffa – ha detto Donald Trump – è la parola più bella del dizionario». Chissà se ne sarebbe ancora convinto una volta conosciutane l’origine. Dall'arabo. Ta'rīf  è una notifica; 'arrafa  significa rendere noto.  Nonostante le numerose sortite, Trump non ha realmente reso noto il motivo per cui stia imponendo le tariffe o perché le abbia tanto velocemente sospese.  I trumpologi  credono di avere una risposta. Il Presidente odia l'ordine internazionale basato sulle regole. Ama la “virilità” dell'industria manifatturiera. Spera di scambiare l'accesso ai mercati americani con la svalutazione del dollaro. Ha bisogno di entrate per pagare i tagli fiscali. Vuole accordi migliori e deficit commerciali più bassi. La crudeltà è il pivot . Con Trump tutto è possibile, quindi tutto è plausibile. Quello che è innegabile è che abbia toccato una vena – a lungo ritenuta sepolta – che può ancora tracimare con una forza senza pari. I dazi occupano un posto sproporzionato nell'immaginario a stelle e strisce. La prima proposta accolta dal neonato Congresso fu un dazio. Il Sud schiavista meditò per la prima volta la secessione, nel 1832, a causa di un dazio. Dopo la guerra civile, i repubblicani dichiararono la politica dei tributi “la pietra angolare” della crociata contro i democratici. Nel 1896, William McKinley si candidò con lo slogan “protezione e prosperità”. Nel 1930, Herbert Hoover distrusse ogni chance di rielezione per amore delle tariffe doganali. Teddy Roosevelt colse la folle deriva del paese quando dichiarò – in merito ai dazi –  «non sto rispondendo a un'esigenza materiale, ma a un atteggiamento mentale», surrogato dell’altrui veleno.  Dipendenti fatalmente dall'esportazione di prodotti agricoli verso un mercato globale, gli schiavisti del Sud vedevano in tali misure una “guerra di sterminio” alla proprietà ed al proprio stile di vita. Durante la Golden Age  – ha scritto il politologo Richard Bensel –  i dazi erano uno strumento di coesione politica per i repubblicani che non una strategia di sviluppo industriale. Le élite repubblicane erano economicamente impegnate a favore del gold standard e di un mercato interno non regolamentato. Entrambe le misure ridistribuivano la ricchezza verso l'alto, sia socialmente che geograficamente. E nessuna era popolare tra i legislatori che dovevano conquistare voti al di fuori dei centri urbani del Nord-est e dei poli manifatturieri dell'alto Midwest. I gravami, in special modo sullo zucchero ed i capi ovini, garantirono ai repubblicani quei voti: i produttori dell'ovest apprezzavano le tariffe sulla lana; i veterani dell'Unione – che vivevano per lo più nelle zone rurali – si beavano delle pensioni della guerra civile finanziate dalle tariffe sullo zucchero. Prima del New Deal , la politica doganale articolava il conflitto tra i due partiti. Poi scomparvero. Dopo aver perso ripetutamente contro Roosevelt, i repubblicani persero la febbre tariffaria. Ogni presidente – democratico o repubblicano che fosse – era fautore del libero scambio. Sebbene il protezionismo potesse suscitare occasionali lamentele da parte di qualche Congressman , la questione dei dazi era diventata, secondo le parole del politologo David Mayhew, «l’arto contorto di un rettile smembrato». E così rimase, anche quando i sindacati americani – colpiti dalle importazioni – si rivoltarono contro il libero scambio negli anni '70, portando con sé gli alleati eletti nel Partito Democratico. La base invertì la propria posizione sul protezionismo: i democratici a favore, i repubblicani contrari. Accadeva che si riaprisse il confronto al riguardo, come fecero i democratici al congresso sul NAFTA all'inizio degli anni '90. Complice tuttavia la Guerra Fredda – e la posizione egemone degli Stati Uniti a garante della stabilità monetaria a spese della Gran Bretagna – le élite dei partiti e i presidenti rimasero fedeli al libero scambio. Fino ad oggi. I trumpologi  paragonano il Presidente a McKinley. Mentre McKinley però utilizzava i dazi come strumento di coesione sociale, Trump – e i mercati che sta sconvolgendo – minaccia di creare una frattura nella propria coalizione, separando i sostenitori del Make America Great Again –  MAGA – dagli elettori afroamericani indecisi e le élite del Partito Repubblicano che lo hanno sostenuto per il secondo mandato. Wall Street ed i CEO non gradiscono i dazi. E nemmeno Walmart o Elon Musk. I politici Con – tra cui il senatore del Texas Ted Cruz – hanno iniziato a criticarle. Sette senatori repubblicani stanno sponsorizzando un dispositivo normativo per limitare il potere presidenziale di imporre dazi. Potrebbero unirsi alla causa fino a una dozzina di repubblicani alla Camera. Negli USA, ha osservato con rammarico il politologo Louis Hartz, la legge prospera “sui cadaveri” dell'immaginazione politica. Ogni antagonismo sociale viene alimentato dalle fauci della Costituzione o dei tribunali. Ogni testo di legge e ogni tribunale contiene una scintilla di attrito sociale, pronta a incendiare il campo politico. Il trucco sta nel trovarla. Il giorno dopo il “Liberation Day”, un'azienda di articoli di cancelleria della Florida, di proprietà di gruppo di donne con un debole per il design floreale (!) e l'approvvigionamento dalla Cina, ha intentato una causa contro Trump e le misure protezionistiche. Prendendo di mira la base giuridica dei dazi sulla Cina – imposti tra febbraio e marzo e da allora aumentati in modo muscolare, senza alcun segno di pausa o tregua – Emily Ley Paper (questo il nome della società, N.d.T.) sostiene che Trump abbia ecceduto la sua autorità ai sensi dell' International Emergency Economic Powers Act  del 1977. Sebbene dalla presidenza si dichiari di rispondere in tal modo ad una “emergenza nazionale” – la «minaccia straordinaria rappresentata dagli immigrati clandestini e dalle droghe, compreso il fentanyl  letale» – nessun presidente ha mai utilizzato la citata norma per imporre strozzature doganali, per il semplice motivo che il testo non ne fa menzione. Trump dispone di altre fonti di autorità legale che ha largamente invocato durante il primo mandato. Ma queste richiedono che si segua un processo di deliberazione e progettazione “poco trumpiano”: nessuna conferisce a Trump i poteri di emergenza che ama tanto esercitare. Dietro Emily Ley Paper  c'è una piccola no profit poco conosciuta chiamata New Civil Liberties Alliance  (NCLA). Avvocati specializzati in cause civili nell'ecosistema conservatore, la NCLA ha silenziosamente assunto un ruolo di primo piano nella decostruzione dello “Stato amministrativo”. L'anno scorso, la NCLA ha convinto la Corte suprema a ribaltare il suo precedente Chevron, che garantiva alle agenzie esecutive ampia libertà di interpretazione delle leggi ambigue e limitava il potere dei giudici di invalidarne la lettura. La Corte ha stabilito che non solo i tribunali di grado inferiore possano decidere autonomamente il significato delle leggi a maglie larghe che il Congresso spesso approva, ma possono anche ribaltare il giudizio degli esperti funzionari incaricati dell’applicazione. D'ora in poi saranno i giudici Con – piuttosto che i tecnocrati liberali – a guidare la struttura amministrativa. Dietro la NCLA – ancora – ci sono il miliardario Charles Koch e Leonard Leo, probabilmente il più influente broker della destra legale dai tempi di Edwin Meese. Leo è il principia mechanica  della magistratura di Trump, non solo alla Corte Suprema, ma in tutta l’articolazione federale. Attraverso la sua rete di donatori, avvocati, giudici e docenti di diritto, Leo ha pilotato la nomina di cinque dei nove attuali membri della Corte suprema – dal conservatore Samuel Alito al più cauto John Roberts, compresi i giudici nominati da Trump – e di oltre 200 giudici federali durante il primo mandato di Trump. In altre parole, un potente settore della destra sta parlando attraverso Emily Ley Paper . Dicendo cosa? Che schiererà le medesime truppe contro Trump e i suoi repubblicani pro-dazi. Già in questa causa, la destra legale sta usando le stesse armi – la dottrina delle questioni importanti, la dottrina della “non delegabilità” – già affilate contro l'Agenzia per la protezione dell'ambiente e il programma di condono dei prestiti studenteschi di Joe Biden. Se il Congresso vuole avallare al presidente di prendere «decisioni di vasta portata economica e politica –  come l'imposizione di dazi – [dovrà prima] esprimersi chiaramente». Ad oggi non ha detto nulla. Inoltre, qualsiasi atto che deleghi all’autorità presidenziale i poteri costituzionalmente attribuiti al Congresso senza linee guida o restrizioni è incostituzionale. I tribunali di cui Leo si è circondato negli ultimi vent'anni possono pronunciarsi contro Trump in due modi: invocando l’illegalità ovvero l’incostituzionalità. Se il caso dovesse arrivare alla Corte suprema, gli osservatori, compresi quelli vicini a Trump, prevedono che perderà. L'unica alea è di quanto. Al culmine dell’Età dell'oro, uno dei “partiti del capitale” amava dileggiare la parte avversa dando ai suoi dei “cospiratori confusi”, riconducendo ogni male politico ed economico degli States al protezionismo. «Con lui tutte le strade portano alla tariffa», disse il repubblicano dell'Ohio John Sherman del democratico del Kentucky James Beck. Oggi, nella nuova Golden Age , la questione delle tariffe – e la sua derisione – è tornata agli allori della politica.  Solo che tocca ora ai democratici a punzecchiare i repubblicani che – invece di usare i dazi per consolidare la propria coalizione – stanno permettendo che, piuttosto, la facciano saltare.  Cosa comporterà per il rapporto tra politica partitica ed economia politica – e le questioni di politica monetaria e potere nazionale che vi si celano – è difficile a dirsi. Corey Robin è professore emerito di Scienze politiche al Brooklyn College e al CUNY Graduate Center. È autore di The Enigma of Clarence Thomas  (2019), The Reactionary Mind  (2011) e Fear: The History of a Political Idea (2004). Attualmente sta lavorando al suo prossimo libro, King Capital , in cui discute una possibile teoria politica del capitalismo.

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    Stati canaglia: l'illegalità degli attacchi isreliani contro l'Iran con il sostegno degli Stati Uniti  Thomas Berra L’ attacco contro l’Iran è solo l’ultimo crimine nella traiettoria distruttiva del regime israeliano nel Medio Oriente. L’impunità connivente dell’Occidente si è declinata in una minaccia globale. Questo articolo è stato tradotto e adattato dall’inglese. Pubblicato originariamente su << Mondoweiss.net >> viene qui riprodotto con il consenso esplicito del suo editore. Il regime israeliano – inebriato dall'impunità complice dell'Occidente, carico di armi fornite dall'Occidente e spinto da un'ideologia razzista violenta figlia dell’Occidente – sta devastando il Medio Oriente, lasciando dietro di sé una scia di sangue e distruzione. Il flagrante atto di aggressione contro l'Iran è solo l'ultimo crimine perpetrato nella attuale orgia di violenza, che da venti mesi devasta la regione. Ma Israele non è un canaglia solitaria. Non potrebbe sfuggire alla sanzione per i propri crimini se non avesse il sostegno di un attore potente. Gli Stati Uniti hanno dato il via libera per l’attacco a sorpresa, hanno ordito il diversivo di conversazioni diplomatiche (forse false) per facilitarlo, hanno speso i dollari dei contribuenti per finanziare l'operazione, hanno fornito l'intelligence necessaria per individuare gli obiettivi, hanno consegnato armi e munizioni per uccidere, hanno offerto la copertura diplomatica dalle misure del Consiglio di sicurezza, hanno mobilitato le forze armate per intercettare la risposta difensiva dell'Iran, hanno certificato la promessa di sostegno militare diretto – se Israele lo richiedesse – e hanno dispiegato la copertura mediatica delle testate complici. Ora, gli USA sembrano disposti a entrare direttamente in agone. Ancora una volta sono complici dei crimini di Israele. L'impunità che ne discende, principale sottoprodotto della collaborazione con Israele, non solo minaccia l'autodeterminazione palestinese e la sovranità dei paesi della regione, ma anche la pace e la sicurezza mondiali. 
 La minaccia globale dell'impunità israeliana Negli ultimi mesi, Israele ha perpetrato il crimine di genocidio e la condizione di apartheid in Palestina; ha compiuto un attacco terroristico transnazionale attraverso cercapersone esplosivi in Libano, ha lanciato ordigni contro Beirut, Siria, Yemen e Iran, ha intensificato l'occupazione illegale di territori palestinesi, libanesi e siriani, ha operato esecuzioni extragiudiziali in territorio straniero. Ancora, ha proceduto all'assalto e alla requisizione della nave della flottiglia umanitaria Madleen , ha attaccato innumerevoli volte il personale e le strutture delle Nazioni Unite.  Ha mobilitato i propri delegati nei paesi occidentali per intralciare i difensori dei diritti umani e corrompere i governi. 
 Israele possiede arsenali di armi convenzionali ad alta tecnologia, nucleari, chimiche e biologiche, non ne consente ispezioni internazionali e si rifiuta di ratificare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Inoltre, è governato da un regime di estrema destra, profondamente razzista e fondamentalmente violento, non soggetto ad alcuna norma del diritto ovvero della diplomazia internazionale. Nemmeno della morale comune.  L’impunità è l’ingrediente principale nella ricetta per un disastro globale. Quella garanzia di immunità dall'Occidente di cui ha goduto ne ha favorito la criminalità seriale, minacciando l'intera regione e – potenzialmente – il mondo intero. 
 Peggio, per proteggere ulteriormente Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno corrotto, catturato o schiacciato sistematicamente i governi della regione e colpito gli attivisti del Libano (Hezbollah) e dello Yemen (Ansar Allah), che ancora sfidano il violento progetto egemonico israeliano. Rimane solo l'Iran in piedi. Un elemento intollerabile: la possibile deterrenza. 
 Una guerra per l'egemonia dell'asse USA-Israele 
 Pertanto, l'Iran è nel mirino, ultimo stato indipendente nella regione dopo la corruzione e la cooptazione della maggior parte dei governi arabi da parte degli Stati Uniti e l’annientamento sistematico di quelli che inizialmente si sono rifiutati di calare il capo – Iraq, Libia e Siria, ad esempio –. L'essenza di questo piano è stata rivelata più di due decenni fa dal generale statunitense ed ex comandante della NATO Wesley Clarke, quando descrisse i piani degli Stati Uniti per «attaccare sette paesi musulmani in cinque anni». Nella lista figuravano Iraq, Libia, Siria, Libano, Somalia, Sudan e – naturalmente – Iran. 
 Anche dopo decenni di sanzioni, sabotaggi, aggressioni, sforzi di destabilizzazione e l'intromissione delle intelligence occidentali, l'Iran si è rifiutato di inchinarsi agli USA.  Nonostante la pressione costante, la Repubblica Islamica non ha abbandonato il popolo palestinese, né ha inteso normalizzare il colonialismo e l'apartheid israeliano, o girare lo sguardo dall'altra parte mentre “il popolo eletto” perpetra un genocidio. Ha negato all'impero statunitense il controllo delle proprie risorse naturali – comprese importanti riserve di petrolio e gas –.  E, come è ben noto, non rinunciare al diritto, come stato sovrano, di sviluppare energia nucleare pacifica a beneficio della propria economia in via di sviluppo. 
 Poiché i decenni di sforzi dell'asse USA-Israele nello strangolare e destabilizzare il paese – con grande sofferenza per la popolazione civile – non sono riusciti a sottomettere l'Iran, si passa ora ad un'aggressione militare su larga scala, riesumando le vecchie e false giustificazioni delle "armi di distruzione di massa", che tanto bene servirono a sostenere la necessità dell’attacco nel vicino Iraq più di venti anni fa. 
 Oggi, tuttavia, l'argomento è portato al parossismo: non che l'Iran possieda armi di distruzione di massa, ma che possa acquisirle un giorno. Un'accusa che risulta ancora più ridicola dato che gli stessi aggressori – sia gli Stati Uniti che Israele – possiedano tali arsenali e siano colpevoli di atti di aggressione continuati, l'Iran no. 
 Ius ad bellum: il reato di aggressione 
 L'attacco non provocato contro l'Iran per mano d’Israele con il sostegno americano, è un reato secondo il diritto internazionale: un atto sleale, durante le trattative in corso con gli States e persino diretto contro il funzionario iraniano incaricato delle negoziazioni. (E, per inciso, proprio dopo che Israele ha sospeso i servizi di rete a Gaza, innalzando un bastione digitale attorno al genocidio incrementale in quei territori). 
 L'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto alla legittima difesa solo in risposta ad un <> o quando specificamente autorizzato dal Consiglio di sicurezza. Diversamente, costituisce reato di aggressione ai sensi del diritto internazionale. Quindi il regime israeliano sta utilizzando la forza contro l'Iran in violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce la minaccia o l'uso della forza, commettendo reato di aggressione. Giuridicamente, dunque, il diritto all'autodifesa appartiene all'Iran e, decisamente, non a Israele (né agli Stati Uniti).  Inoltre, contrariamente a quanto asserito dai portavoce israeliani in Occidente, il diritto internazionale non consente una <> né i cosiddetti <>. 
 Il governo Bush – nel periodo precedente all'aggressione contro l'Iraq – ha cercato di sostenere che la legittima difesa anticipata fosse ammissibile. Argomento ampiamente respinto, poiché l'intento della Carta delle Nazioni Unite era quello di proibire le petizioni di legittima difesa a meno che non si fosse verificato un attacco armato, ovvero che il Consiglio di sicurezza avesse autorizzato l'uso della forza militare. Neppure l'idea di legittima difesa anticipata del diritto internazionale consuetudinario del XIXsimo secolo, sostenuta da alcuni studiosi prima dell'adozione della Carta delle Nazioni Unite, arrivava così lontano come la torsione operata da Bush. Prima dell'adozione della Carta, il Caroline test  consentiva una sorta di legittima difesa anticipata, ma solo se la minaccia si fosse configurata  «immediata, schiacciante e non lasciava altra opzione né tempo per deliberare», cosa insussistente nel caso contro l'Iran. Altri analisti hanno cercato di trovare un compromesso, affermando che l'azione anticipata possa ammettersi purché si consideri che l'attacco sia "imminente". Argomento dubbio, poiché non c'è traccia di tale eccezione nel diritto internazionale. 
 Naturalmente, Israele – il regime canaglia per eccellenza, schermato dall'armatura dell'impunità garantita dagli Stati Uniti – si preoccupa poco della legalità. Rappresentanti e delegati non rinunciano tuttavia a costruirne un'apparenza di legalità, quale parte degli sforzi propagandistici nei media occidentali. Così l’istituto della legittima difesa anticipata si flette a favore dei <>, insieme al diritto di attaccare chiunque possa decidere di colpire il paese in futuro. Dichiarano che l'Iran possa un giorno sviluppare armi nucleari, usarle contro Israele e che – pertanto – quest’ultimo non abbia altra scelta che attaccare la Repubblica Islamica ora. Se questa fosse la norma, qualsiasi stato potrebbe legalmente attaccane altri in ogni momento, semplicemente sostenendo una potenziale minaccia futura. E ciò annullerebbe effettivamente la Carta delle Nazioni Unite. 
 Per Israele ha senso.  Israele è, essenzialmente, uno stato annientatore. Creato con la violenza, si è espanso attraverso la violenza e si mantiene attraverso l’esercizio costante della violenza. L’ideologia ufficiale si basa su una concezione militarizzata della sicurezza che, in sostanza, postula che chiunque non soggiaccia debba essere distrutto affinché non tenti di difendersi un giorno. Così, tutta la storia del regime israeliano è stata definita dalla militarizzazione, dalla conquista, dalla colonizzazione, dall'espansione e dall'aggressione. In termini pratici, ciò ha significato il genocidio del popolo indigeno della Palestina e attacchi costanti contro i territori vicini. Ma anche nella slabbratura più audace dell’istituto della legittima difesa anticipata – che, giova ancora una volta ripetere, è respinta da quasi tutta la professione e la disciplina del diritto internazionale – . L’uso della forza contro l'Iran rimarrebbe illegale. 
 Non è difficile da dirimere: 1) l’Iran non possiede armi nucleari; 2) non ci sono prove che le stia sviluppando;  3) non ci sono prove che le utilizzerebbe contro il regime israeliano, anche se le ottenesse;  4) non esisteva una minaccia imminente;  5) il regime israeliano non ha esaurito i mezzi pacifici.  In sintesi, si tratta di un'aggressione par excellence  – reato supremo nel diritto internazionale – dallo stesso regime che sta commettendo il crimine dei crimini, il genocidio. In questo contesto, la complicità dagli Stati Uniti li rende altrettanto colpevoli. 
 Jus in bello: attacchi contro civili e infrastrutture 
 Oltre al crimine di aggressione, gli attacchi contro l'Iran hanno incluso altre gravi violazioni. Al momento della redazione di questo articolo, Israele ha già ucciso centinaia di iraniani, per la maggior parte civili. Ha attaccato edifici residenziali, sedi dei media e almeno un ospedale. E ha assassinato diversi scienziati iraniani. È superfluo dire che tali atti violino il principio di distinzione e il divieto di attaccare persone e infrastrutture civili protette. 
 La strage di scienziati è esemplare. Qualora uno di questi fosse membro dell'esercito – non un civile – allora, in alcune circostanze, può considerarsi un obiettivo legittimo. Ma la maggior parte, anche in Iran, sono professionisti non graduati, prestati a questioni di armamento…e gli scienziati iraniani neanche lavorano su questo, ma solo sull'energia nucleare.  Pertanto, attaccarli è illegale. E, superfluo dirlo, è inammissibile dal punto di vista giuridico attaccare persone nelle proprie case perché possiedano competenze che un giorno forse possano applicarsi su questioni militari.  Più semplicemente: si tratta di omicidio. Allo stesso modo, gli attacchi di Israele contro infrastrutture civili – residenziali, ad esempio – per annientare professionisti del nucleare, siano questi civili o militari, non potrebbero superare i criteri del diritto internazionale umanitario in materia di «precauzione, distinzione o proporzionalità». Pertanto, illegali. Accettare gli scandalosi argomenti del regime israeliano equivarrebbe ad adottare una norma secondo la quale sarebbe permesso sparare a qualsiasi essere umano, semplicemente perché un giorno potrebbe diventare soldato.  È superfluo sottolineare che non sia consentito? 
 Gli attacchi contro l'infrastruttura energetica sono comunque illeciti. Simili impianti sono generalmente protetti dal diritto internazionale umanitario, poiché essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile. Su ciò concorda anche l'Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche in questo caso, in via speculativa, possono esserci circostanze in cui tali azioni siano consentite: nella pratica sarebbe quasi impossibile per una parte belligerante soddisfare le condizioni necessarie per attaccare di diritto tali impianti.  Solo in casi molto circoscritti possono considerarsi obiettivi militari, ad esempio quando dei soldati vi si acquartierino con intenti offensivi. Condizioni che qui non sussistono. Riguardo poi i criteri di «precauzione, distinzione e proporzionalità»…in un impianto nucleare – con il rischio di fuoriuscite e diffusione di radiazioni e danni alla popolazione civile – sono insussistenti.  Il diritto di neutralità richiede che le parti in conflitto non causino poi danni trans-frontalieri ad uno stato neutrale per l’impiego di un'arma da parte di uno stato belligerante, il che sarebbe inevitabile se si verificasse il rilascio di emissioni da atomica. 
 Fermare le canaglie 
 La spudorata illegalità di Israele e dei suoi rooters  ha causato devastazione sia nei paesi e nei popoli del Medio Oriente che alla stessa legittimità del diritto internazionale. Denunciarne i crimini e chiedere di risponderne è essenziale per la causa della giustizia.  L’Occidente si ossessiona con i rischi dei programmi nucleari pacifici mentre la vera minaccia per la sicurezza mondiale oggi non risiede nei reattori e nelle centrifughe iraniane, ma nell'aggressione, nel genocidio e nell'impunità.  Contenere queste minacce è un imperativo globale. Consigli di lettura: C. Mokhiber, The People vs. The Abyss: The Sarajevo Declaration of the Gaza Tribunal , in «Mondoweiss » .  T.Ali, Conquered Lands , in «NLR», n. 151 e Los caminos a Damasco , in «Diario Red».  E. Sadeghi-Boroujerdi, Iran e Israel al borde del abismo , in «Diario Red»; Control de daños en la República Islámica de Irán  e Las reglas del juego , in «El Salto».  S. Mourad, Hezbolá embridado , in «Diario Red».  S. Watkins, The Nuclear Non-Protestation Treaty , in «NLR», n. 54. Craig Gerard Mokhiber è un attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni ’80, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

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    Oltre il giardino # 2: Emilia Pérez, cinema pop vs kultura woke Andrea Wöhr e H.Peter Vogel Una recensione del film Emilia Pérez, regia di Jacques Audiard, che ha collezionato il più alto numero di candidature nella storia del Premio Oscar: 13. Emila Pérez  fa discutere. Molti critici queer sono preoccupati se non sconcertati dal successo di questo film. Gli attivisti woke sono furiosi, nonostante abbia come protagonista un’attrice transgender il cui percorso è al centro del film e si tratti di una storia di riscatto dalle forche caudine del Messico più decadente. L’organizzazione LGBTQ «GLAAD» ha bollato il film come una cattiva rappresentazione delle persone trans. Critici e registi in Messico sono stati altrettanto schietti, lo sceneggiatore messicano Héctor Guillén ha definito il film una «presa in giro razzista eurocentrica», sostenendo che è stato girato in uno studio in Francia da uno scrittore-regista che non parla spagnolo e ha solo un’attrice messicana, Adriana Paz; nel cast principale Gascón è spagnola, mentre Saldaña e la co-protagonista Selena Gomez sono entrambe nate negli Stati Uniti. È stato anche accusato di banalizzare la portata della violenza nelle guerre della droga del paese che ha fatto 350.000 morti . GLAAD sostiene che nessuna delle recensioni entusiastiche di Emilia Pérez  sia stata scritta da persone trans, che sarebbe solo «un ritratto profondamente retrogrado di una donna trans», sostenendo che un’associazione problematica dell’identità trans con la criminalità è «un passo indietro per la rappresentazione trans». In un articolo per «The Cut», lo scrittore Harron Walker ha criticato l’uso dell’identità trans da parte di  Emilia Pérez  facendo l’esempio della scena in cui il chirurgo sostiene che anche «se cambi il corpo non puoi cambiare l’anima», a cui Rita replica: «Cambiare il corpo cambia l’anima, cambiare l’anima cambia la società», sostenendo che le due persone che discutono dell’etica della transessualità sono due cisgender, senza nessuna persona trans presente a controbattere. Insomma, sulla carta questo film non dovrebbe funzionare, ma in realtà piace assai. Il film è stato deriso dai conservatori come un film woke, mentre i veri woke insaziabili sostengono non soddisfi le loro stesse richieste, malgrado Emilia Pérez  sembri avere i tratti distintivi di un film che i woke dovrebbero amare, e che alcuni conservatori invece dovrebbero odiare.  Ma un regista non ha forse il diritto di scegliersi il cast, le location e la crew che vuole? Questo film non si può negare sia per un «mercato internazionale», e un mercato dove l’80% degli utenti guarda i film doppiati il problema del falso accento è un problema irrilevante, di solo gusto artistico. Dovrebbe essere il pubblico a decidere quanto questo nell’equilibrio generale incida, e a parte i messicani mi sembra che nessuno abbia rifiutato il film. Il fatto che nessuno abbia approfondito troppo la tematica dei desaparecidos può sembrare non bello ma c’entra poco col tipo di film, e che un regista debba chiedere a degli attivisti messicani il permesso prima di fare un film sul Messico mi sa tanto di censura preventiva. Emilia Pérez  è un musical molto più centrato di quanto Wicked  (film gradito agli attivisti LGBTQ) possa sperare di essere. Non si può negare che il film abbia un messaggio importante di tolleranza, che spezzi una lancia a favore della comunità LGBTQ, che contenga una speranza di cambiamento, e che la vera forza del film sia nella regia che comprende la scelta degli attori, la loro direzione, la performance cantata, la scelta della colonna sonora, le coreografie, insomma tutto ciò che ha a che fare con la pura creatività e con il linguaggio cinematografico. Il film è un esperimento di ibridazione tra cinema e opera lirica e la sceneggiatura, in quattro atti, è tipica della lirica e fonda la sua originalità sul paradosso, su cui fa perno, e non manca di fare buon uso della struttura della tragedia. Il finale è ben chiaro, nessuno sfugge al proprio destino, ma tutti hanno il diritto di sognare e desiderare <> da ciò che il fato ha in serbo per loro. Si tratta di un film che vuole essere dichiaratamente empatico e misericordioso, non è il classico musical hollywoodiano, semmai un melodramma pop che ricorda più un redivivo Mario Merola che non il brillantinante Grease , un film ricco di sottogeneri, giocoso, drammatico, farsesco.  Ciononostante «PinkNews» caldeggia l’idea che la sceneggiatura sia «cisgender», in quanto il personaggio trans principale trasuda una sorta di sicurezza che è quasi nauseabonda quando non dovrebbe esserlo, oltreché risultare superficiale e non riuscire a catturare le complessità delle esperienze transgender.   Paul B. Preciado, del «Pais», ha definito il film «transfobico» perché riduce la transizione di genere a un espediente narrativo piuttosto che a una vera e propria esplorazione dell’identità. Insomma il film è accusato dai progressisti woke di tokenismo, un fenomeno attraverso cui le maggioranze recluterebbero gruppi di minoranze per lanciare un messaggio di inclusività che molto spesso si rivela essere falso (vedi ad esempio The Smurfette principle , «il principio di Puffetta», unica donna in un gruppo di maschi bianchi! Ah no, erano celesti. Quindi mentre i conservatori considereranno la nomination all’Oscar di Karla Sofía Gascón come un’ulteriore prova dell’agenda di Hollywood gli altri la dichiarano tokenism. Quel che è peggio è che è vero è che l’Academy ha istituito precise regole sull’inclusività dei generi sotto-rappresentati che impongono determinati requisiti di diversità, equità e inclusione per poter essere presi in considerazione per il premio come miglior film. Nel caso di Gascón, i conservatori potrebbero liquidare la sua candidatura come meno legata alla sua performance e più al desiderio dell’industria di essere vista come woke. Gli attivisti progressisti invece sembrerebbe non riescano a essere soddisfatti. Questa indignazione dei progressisti nei confronti di Emilia Pérez  risulta surreale, dimostrando ancora una volta che nulla potrà mai soddisfare certe richieste che celano in realtà la ricerca di una malcelata conflittualità sociale che purtroppo non essendo radicata nel cuore del problema, la lotta di classe, le disparità di reddito, la rappresentatività politica, non squisitamente culturale, non basta mai, per fortuna. Così un film interpretato ottimamente da un’attrice trans, brillante, divertente e a tratti commovente, finisce per non soddisfare tutti i requisiti richiesti. Insomma, un boss del cartello che affronta i suoi demoni è sì un essere umano complesso, ma non  abbastanza  complesso, quindi rappresentare una persona trans come chiunque altro in un film, difetti compresi, diventa offensivo. Dopo che per anni si volevano personaggi trans interpretati da attori trans (ed Emilia Pérez  lo fa) non è ancora abbastanza.  Per fortuna che Emilia Pérez  è un film, non il libretto rosso woke.  Il dibattito è aperto, la «cancel culture» incombe, si trovano decine di articoli in rete. La Yourcenar non avrebbe dovuto scrivere Le memorie di Adriano  che parla di un imperatore uomo bisex e Memorie di una Geisha  non sarebbe dovuto esistere perché scritto da un cis bianco, che dovremmo poi dire di Salgari?   Andando avanti così uno scrittore gay non potrà far altro che scrivere storie sui gay, e un regista cis fare solo film sui cis, per fortuna ognuno di noi dal punto di vista animico e psicologico può avere in sé diverse parti, farne una questione di genere in questi termini diventa auto-ghettizzazione. Il fatto che gli attivisti ne siano sconvolti dice più di <> che <>, predicano tolleranza e inclusione e offrono intolleranza e censura. Diventa poi difficile biasimare i coatti di destra per aver criticato Emilia Pérez  e le nomination agli Oscar come segno della Hollywood soggetta all’ideologia woke, soprattutto se nessuno da sinistra lo sostiene.  Per tornare al film, c’è anche una ricerca del divertissement  (come diceva Pascal «l’uomo cerca il divertimento per distrarsi dalla noia e dalla tristezza della vita quotidiana») in questa operazione, fatta da un regista oltre i 60 che ha voluto dar sfogo alla sua vena creativa con un ottimo risultato. La cifra stilistica del film risiede nella retorica dell’opera <>, lì va cercato il senso del film, il quale va scomposto nella sua struttura, predisposta con cura da Audiard in questo modo. C’è la ricerca di uno schema metrico, vi è un’alternanza tra duetti, assoli e pezzi col coro dove i brani sono quasi parlati proprio come nell’opera (in molte opere liriche infatti vi è una suddivisione in brani separati da un recitativo, un tipo di canto drammatico che si avvicina al discorso, oppure al dialogo parlato), che poi sia riuscito, per gli intenditori della Lirica non saprei, purtroppo non sono un intenditore della Lirica, ma resta un ottimo film. Audiard ha fatto qualcosa che nessuno aveva fatto prima, ha saputo scegliere e mixare sapientemente gli attori i musicisti e le coreografie unite a ottime scenografie e una fotografia al servizio di una teatralità meravigliosa, ma le fanfare woke vogliono inchiodarlo sulla croce della mancanza di verosimiglianza al <>, quel <> che si rifiutano di guardare in faccia, che crea lotte intestine tra i red-neck e i migrantes, sacrificati sull’altare della produttività e della ricchezza dei plus a sfavore dei minus. Prossima puntata American Fiction, storia di un libro-parodia degli stereotipi della cultura black, vista da parte di uno scrittore con aspettative woke e molto <>, che si rivela un bestseller contro le sue stesse convinzioni.

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    Quarticciolo e il modello Caivano Il testo analizza il Decreto Legge <> e il suo impatto su Quarticciolo, una delle periferie urbane italiane coinvolte nelle politiche emergenziali del governo Meloni. L'autrice critica l'approccio del governo, definendolo emergenziale, punitivo ed eterodiretto , sottolineando come l'uso di nomi di quartieri nei decreti contribuisca a stigmatizzare e marginalizzare  intere comunità. A Quarticciolo, la risposta della cittadinanza è stata di resistenza attiva: è nato un Polo Civico  che ha proposto un piano di riqualificazione dal basso, puntando su casa, lavoro, servizi e inclusione. Il testo mette in luce come l'intervento governativo, anziché rispondere ai bisogni reali, appaia guidato da logiche di consenso politico e controllo sociale, mentre la comunità locale rivendica il diritto a decidere il proprio futuro e gli abitanti a non essere trattata come <>.   Qualche giorno fa è stata celebrata la prima Giornata Nazionale delle Periferie Urbane  dal governo e dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La proclamazione di questa giornata ci fa riflettere sull’attenzione che viene data a queste aree e sull’approccio differenziale a cui sono destinate. Anche in questo caso ( legge 5 novembre 2024, n. 170 ) si parla di <> come se le periferie fossero qualcosa di distinto dal resto della città. Questo approccio enfatizza lo stato di abbandono in cui sono state lasciate per decenni ma anche la concezione secondo la quale le periferie sarebbero un corpo estraneo e separato dalla città di cui preoccuparsi nel momento in cui sono troppo evidenti le manifestazioni di conflitto, di disagio e le evidenze di eccessiva disuguaglianza con il resto del territorio urbano. La Giornata Nazionale delle periferie ricade il 24 giugno, giorno in cui si è verificato uno stupro di gruppo nel quartiere parco verde di Caivano, da cui è scaturito il decreto Legge <>. Il nome del decreto-legge è emblematico. L’intento sembra essere quello di individuare zone speciali d’intervento con l’effetto negativo di contribuire a stigmatizzare i luoghi e le persone che vi abitano. Denominare un decreto con il nome del luogo al quale è destinato rimarca la differenza con il resto dei territori. Come se ci fosse un peccato originale dalla quale non si può sfuggire. Implicitamente si configura un luogo incivile, depresso, abitato da abitanti immeritevoli, da cittadini di serie b. Le violenze di genere sono trasversali alla società e spesso vengono utilizzate opportunisticamente proprio per giustificare interventi di questa natura. Il dl Caivano propagandato dal Governo Meloni come intervento in contrasto al disagio giovanile e alla dispersione scolastica sembra piuttosto pensato per allargare il consenso in aree dove il tasso di partecipazione al voto è bassissimo. Infatti, il criterio di scelta di queste aree rimane ancora del tutto opaco. Sembra rispondere più a fatti di cronaca che a un’effettiva conoscenza del territorio e delle sue problematiche. Tanto è vero che il commissario straordinario per la protezione civile, Fabio Ciciliano, nominato anche commissario per la gestione del Decreto "Caivano Bis", ha dichiarato, come riportato da il Post ,  quasi in contraddizione con il suo stesso partito, che il modello Caivano non può essere considerato un vero e proprio modello, ma solo un approccio. Questo sembrerebbe essere dovuto, principalmente, alla difficoltà che ha riscontrato a replicare le misure adottate a Caivano in altre aree, che sono effettivamente molto diverse tra loro. Caivano, Quarticciolo, Scampia-Secondigliano, Rozzano, San Ferdinando, Orta Nova, Borgo Vecchio e San Cristofaro non sono luoghi sovrapponibili. Il mantra che viene utilizzato e che li descrive sembrerebbe quello della sicurezza. Un tema che tocca le corde di tanti e tante. La percezione del bisogno di sicurezza nelle periferie, se da un lato è stato indotto da decenni di propaganda della destra italiana (e non solo) sull’individuazione del nemico interno (soprattutto immigrati e giovani); dall’altro questa stessa percezione è realistica perché, se è vero che sono diminuiti i reati in valore assoluto è anche vero che decenni di politiche neoliberali hanno fatto in modo che nelle periferie si concentrasse tutto quello che la borghesia delle metropoli non vuol vedere. Le caratteristiche del dl Caivano e del dl emergenze <> - dunque non il <> - del governo Meloni sulle periferie, veicolato dai decreti-legge Caivano e Caivano bis (il nome ufficiale è dl emergenze), ha quindi tre caratteristiche principali è emergenziale, eterodiretto e punitivo . È emergenziale  perché non risponde a politiche pubbliche universali che pensano a un intervento strutturale ma si concentra su interventi limitati nel tempo e nello spazio e, quindi, di efficacia dubbia. Sembra essere quasi un <> tipico di periferie di altri paesi con una tradizione di immigrazione più lunga della nostra come paesi del nord Europa o gli Stati -Uniti. Inoltre, gli interventi a seguito di fatti di cronaca violenti ne giustificano l’immediatezza e quindi trovano il consenso nello scavalcare iter legislativi più lunghi che necessitano di un dibattito parlamentare. Anche qui sembra che Meloni non si sia inventata niente. Abbiamo già visto come l’applicazione di leggi emergenziali in Francia o durante la pandemia da Covid 19 sia stata il pretesto per accentrare sempre di più i poteri in mano all’esecutivo. Non stupisce, infatti, che una delle riforme costituzionale che Meloni vorrebbe portare avanti riguarda proprio l’elezione diretta del Presidente della Repubblica avvicinandosi al presidenzialismo d’oltralpe. La socialdemocrazia macroniana ha, in questo caso, perfino fatto scuola all’estrema destra italiana. Un altro aspetto di questa emergenzialità riguarda uno degli obiettivi del Decreto <>. In teoria lo stanziamento di 180 milioni di euro sarà utilizzato allo scopo di combattere la dispersione scolastica e il disagio giovanile. Tuttavia, in maniera schizofrenica a conferma che la scelta d’intervento è arbitraria oltre che nociva, il Ministro Valditara ha disposto l’ennesimo accorpamento delle scuole (tra cui l’unica scuola del Quarticciolo), che porterà ulteriore dispersione scolastica e probabilmente la chiusura di altri plessi così come abbiamo visto per altre stagioni di dimensionamenti scolastici. Questa si che sembra essere una politica nazionale e con un effetto sul lungo periodo! L’approccio del governo Meloni, e qui veniamo al secondo punto, è più punitivo  che intento ad avere effetti positivi sui territori. Sembra avere lo scopo di controllare che tutto quello che succede nelle periferie non travalichi i territori di marginalità. Il decreto Caivano prevede il carcere per i genitori che non obbligano i figli ad andare a scuola e inasprisce le pene a carico dei giovani. E’ notizia di questi giorni che la Consulta, su sollecitazione del Tribunale di Padova e Bolzano, ha dichiarato incostituzionale l’articolo 3 che prevede l’esclusione dalla messa alla prova coloro che sono accusati di “piccolo spaccio” o “spaccio di lieve entità”. Allo stesso tempo la retorica sulla legalità vede equiparare pratiche di illegalità diffusa come le occupazioni abitative al business degli stupefacenti, portando avanti attraverso <> perquisizioni di cantine e arresti sommari a sfratti e sgomberi. Questo tipo di approccio contribuisce al consolidamento delle condizioni delle periferie precarizzando ancora di più le condizioni di chi vi abita che risultano ancora più ricattabili sia dai business illegali sia all’interno della compagine del lavoro povero. Infatti, il governo Meloni e chi l'ha preceduto non sembra avere a cuore la sicurezza della casa, della sanità pubblica, dell’educazione di qualità, della paga giusta e delle condizioni di lavoro dignitoso. La maggior parte degli abitanti delle periferie vengono sfruttati nella ristorazione del centro turistificato della città, nel comparto delle pulizie, nei servizi alla persona. Tutti lavori essenziali per il funzionamento della città; eppure, trattati come abitanti di serie b, come parassiti. Sarà che questo sventolare sicurezza, questa stigmatizzazione, questo approccio sia funzionale al tenere intatto il sistema economico di potere? E a mantenere le periferie dipendenti e in questa dipendenza, subordinate? Terza e ultima caratteristica di questo approccio è l’eterodirezione . Il dl Caivano pretende di decidere quali sono gli interventi da far atterrare su una periferia attraverso una presunzione a priori di quello che abitanti hanno bisogno per poter migliorare le loro condizioni di vita. Come voler dire che non sono solo abitanti di serie b ma anche incapaci di esprimere un’opinione su stessi e sulla loro condizione. L’esperienza del Quarticciolo A partire da questi presupposti quando il governo Meloni ha deciso di intervenire su Quarticciolo, è diventata subito una sfida per la comunità. Quarticciolo e la sua ricca presenza di esperienze politiche e sociali è passata dal non essere preso in considerazione come parte integrante di una città ad avere a che fare direttamente con il Governo. Commissariato il quartiere, i suoi interlocutori non erano più i funzionari locali ma gli alti dirigenti politici governativi e comunali. Quarticciolo però non era e non è un deserto. Decenni di politiche neoliberali hanno distrutto i territori, hanno distrutto il tessuto economico, quello sociale, quello politico, hanno imposto individualismo e logica della sopraffazione. Basti pensare all’epidemia di crack che imperversa in tutte le città analizzata bene nell’articolo “Walking Dead Quarticciolo”  apparso su Jacobin. Da queste macerie però sono nate anche tante esperienze, in diverse città italiane, di resistenza e riscatto. Il tema, infatti non è solo quello di resistere alle politiche securitarie e punitive ma anche quello di utilizzare il dl Caivano e le risorse stanziate per ottenere il cambiamento radicale del quartiere che è evidente che così com’è non è accettabile, ma come e perché deve avvenire questo cambiamento lo decidono gli abitanti. I tentativi del Governo di dividere il quartiere sul tema legalità e illegalità, sicurezza e degrado ha retto per i primi periodi. Nel momento in cui il primo provvedimento a supporto del dl Caivano ha visto lo sfratto di due donne con figlie, una delle quali prelevata a lavoro come una criminale, ha reso subito evidente a tutti e tutte che dovevamo stare insieme per affrontare questa sfida. Insieme, uniti ma senza eludere le fratture interne alla società, tra abitanti di lunga data e nuovi arrivati, tra garantiti e precari, tra vecchi e giovani, tra donne e uomini, anzi affrontandole e raccontando anche la frammentarietà e le contraddizioni delle periferie. Data questa capacità insita al quartiere non stupisce, infatti, che le prime dichiarazioni dei Fratelli d’Italia sul Quarticciolo dopo la pubblicazione del dl emergenze in gazzetta ufficiale si concentrassero sull’attacco alle realtà politiche e sociali del quartiere che effettivamente rappresentavano e rappresentano un’alternativa concreta alle politiche securitarie del governo. L’unico presidio che ha garantito un argine al business del crack, alla dispersione scolastica, alla desertificazione del quartiere. Nei mesi successivi al decreto, le realtà del territorio si sono costituite in Polo Civico raccogliendo sotto questo nome tutte le realtà politiche, sociali e religiose del quartiere. Ha presentato alle istituzioni un piano dal basso di riqualificazione del quartiere dal nome <> che prevede il completamento delle opere di ristrutturazione delle case popolari, la creazione di nuove economie di quartiere e la ricaduta della creazione di possibili posti di lavoro tra i residenti. Gli abitanti di Quarticciolo non vogliono solo che il quartiere venga recuperato dal punto di vista esclusivamente fisico ma chiedono che le risorse investite per realizzare le infrastrutture siano utilizzate per migliorare la vivibilità del quartiere non per espellere chi ci vive. La lotta per la ristrutturazione delle case popolari, il completamento delle opere incompiute va di pari passo alla regolarizzazione delle famiglie sotto sfratto. Per evitare che queste vengano espulse dalle case popolari è fondamentale preservare il quartiere da una possibile gentrificazione dovuta alla riqualificazione urbana. I servizi, le attività sportive, le nuove economie devono essere realizzate <> come recita un antico slogan del quartiere. Il corteo organizzato il 1° marzo ha visto la partecipazione di 5.000 persone, provenienti anche da altre città, dimostrando che anche le parzialità possono diventare al centro della discussione politica nazionale. Per la prima volta dopo tanto tempo, <> si era riversata sulla periferia e la periferia era diventata al centro della metropoli. A questo proposito, fondamentale è stato anche il coinvolgimento attivo di pezzi di società: associazioni del terzo settore, centri sociali, movimenti femministi e ambientalisti, sindacati ma anche artisti, premi Nobel, studiosi, università, musicisti. Ognuno ha partecipato al processo di costruzione della battaglia del Quarticciolo con quello che sapeva fare e poteva/voleva mettere a disposizione. Il quartiere sa che è una battaglia difficile e che oggi <>. Come ci insegnano i lavoratori e le lavoratrici della Gkn, presenti con i loro tamburi il primo marzo, la convergenza delle lotte sgombera il campo dai microcosmi identitari e fa emergere lo scambio vincente di pratiche che rendono la lotta capace di ottenere risultati tangibili. Il Quarticciolo è riuscito a vincere ancora per metà la sua battaglia a sei mesi dal decreto-legge. Il piano del Governo ha rispettato le richieste di intervento degli abitanti ma tanta strada rimane da fare per poter avere la garanzia della casa, della sanità, di un’educazione di qualità e di un lavoro dignitoso.   La battaglia di Quarticciolo per un cambiamento radicale è ancora lunga, come quella di molte altre periferie italiane. Può essere un’occasione per riaffermare il principio che la lotta territoriale è essenziale per contrastare la marginalizzazione e rompere la dipendenza delle periferie e i suoi abitanti dai centri di potere e di dominio prevedendo delle infrastrutture presenti sul quotidiano capaci di organizzare un conflitto per troppo tempo dispiegato sul livello orizzontale.

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    Oltre il giardino # 1: Il cinema come volontà di rappresentazione Andrea Wöhr e Peter H.Vogel Il saggio riflette criticamente sullo stato attuale del linguaggio cinematografico e audiovisivo, denunciando una deriva verso un’estetica dell’anestesia e della neutralizzazione del conflitto. In un contesto dominato da algoritmi e mercato, il cinema tende oggi a lisciare le fratture, a evitare lo strappo, e a produrre senso preconfezionato, disinnescando ogni tensione. Il montaggio, un tempo luogo di crisi e pensiero, è ora solo continuità. Tuttavia, sopravvive una contro-estetica marginale, frammentaria, che abita la soglia, rompe il flusso e interroga ancora il presente. Non nei grandi film, ma in spazi liminali – cineforum digitali, newsletter, microcomunità – si cerca di riattivare un rapporto vivo con l’immagine, capace di generare nuove domande collettive. Il testo chiude con un invito: non a rifondare il cinema, ma a ridefinire lo sguardo, il gesto, l’intenzione, affinché l’immagine torni a essere atto condiviso, simbolico, intensamente presente. Questo articolo fa parte della rubrica <> curata da Franco Bocca Gelsi C’è una zona d’ombra nel logos dell’immaginario poetico dell’audiovisivo moderno che sta sotto la soglia della visibilità, sotto la soglia dell’urgenza. È quella parte di immaginario che non grida, non denuncia, non si offre come contenuto, ma pulsa: come un infrasuono del non detto, come una termoregolazione simbolica che mantiene ogni forma narrativa entro limiti accettabili di calore. Non esplode, non deflagra, niente. Il senso è temperato, la visione è raffreddata con cura. Le fratture si suturano in automatico, le contraddizioni si dissolvono in estetica, la tensione si attenua prima ancora di nascere. Questo regime di immagini non sembra nemmeno più il prodotto di una volontà esterna. La narrazione si è autocostruita per non urtare, per scorrere fluidamente, per rassicurare, per consolare come un algoritmo emotivo di superficie. Il potere simbolico non vieta, attenua, non impone, regola, non urla: modula. Eppure, da qualche parte qualcosa scarta ancora dal flusso.Un’estetica molecolare, fatta di frammenti affettivi, gesti minimi, vibrazioni laterali, continua a disarticolare la forma dominante. Una contro-semiosi che non conferma, non vive nel flusso centrale, nella narrazione condivisa, nella sintassi dell’approvazione; è un détournement lento, quasi inavvertibile, ma ostinato, un battito fuori campo, un gesto fuori asse, un non-allineamento semantico che non si oppone, che disarma la coerenza del visibile.Un modo di abitare il linguaggio senza permesso, senza approvazione, senza share. Cinematograficamente se pensiamo al linguaggio strutturato possiamo riferirci alla Corea del Sud, dove film come Parasite , Decision to Leave , Burning  riescono a lasciare ancora un segno, o pensando al cinema iraniano clandestino a Panahi o Rasoulof, dove ogni inquadratura è un détournement reale, un’immagine che non può fluire, e proprio per questo torna ad avere peso, o al cinema colombiano recente, Laura Mora, Ruiz Navia, dove il racconto non si redime, si disperde, ma non si neutralizza. In entrambi i casi, è la frattura stessa che viene abitata come linguaggio, cinema che riesce a tenere la ferita aperta, non a ricucirla, non è nostalgia del trauma, è dissonanza attiva. Una forma di racconto che non si lascia anestetizzare, che non accetta la regolazione, che non vuole fluire verso il lieto fine, non per recuperare un linguaggio perduto, ma per riattivare l’intervallo, la soglia, il margine ustionante in cui il bordo, o la marginalità torna a farsi presenza. Negli anni Venti, alcuni teorici e cineasti russi – Kulešov, Ejzenštejn, ma anche Šklovskij in filigrana – avevano cominciato a trattare il cinema non come narrazione, ma come dispositivo di pensiero.Il montaggio non era una tecnica di raccordo, ma una frizione intenzionale: un varco nella percezione ordinaria, una tensione impressa alle immagini per costringerle a rivelarsi, infatti Kulešov lo dimostrava con la giustapposizione, un volto, poi una tomba, e lo spettatore leggeva il lutto, ma non era nel volto, e nemmeno nella tomba. Il senso si generava nell’intervallo, nello scarto. Ejzenštejn andò oltre, per lui, il montaggio era il punto in cui il visibile diventava ideogramma. Non un modo per mostrare la realtà, ma per piegarla finché non ammetteva di essere costruita. Il cinema non rappresentava il mondo, lo esponeva a una prova, lo disallineava, lo sottoponeva a una crisi di senso reinventandolo, una nuova semiosi. Quel gesto, così materiale, così formale – non era estetizzante, non c’era decorazione, né compiacimento, c’era la volontà di ferire lo sguardo, di interpellarlo senza dargli risposte. Non per mostrargli la verità, ma per togliergliela da sotto i piedi. Oggi del montaggio non è scomparsa la tecnica, ma la funzione. Il montaggio non cerca più la frattura: cerca la continuità, non costruisce crisi di senso, ma le assorbe, sutura, ammorbidisce, accompagna, non interrompe più il flusso, lo regola. Oggi quella tensione non è più attiva perché è stata neutralizzata attraverso un immaginario addomesticato, afásico, televisivo. Non ha perso soltanto la voce, ha smarrito la facoltà di nominare ciò che racconta, di riconoscere ciò che accade, non riesce più a dare forma nemmeno al proprio silenzio. La sensazione, inquieta, sfuggente, è che qualcosa si sia smorzato, non c’è più lo strappo, non c’è più nemmeno la pretesa di generare materiale mitopoietico, la lingua cinematografica si è lasciata addomesticare, forse perché i temi sono stati sospinti fuori campo, ma più ancora perché il potere che plasma l’immaginario non ha più il volto della borghesia, perché la borghesia ha smesso di interrogarsi sul suo ruolo, è stata superata dal mercato stesso e inglobata nell'algoritmo finanziario. Non è più il capitale con volto umano, né il paternalismo culturale delle classi dominanti. Oggi il potere è una funzione che sta nel codice che ordina le immagini, nell’indice che detta la visibilità, nel calcolo che trasforma lo spettatore in profilo. E allora la domanda diventa: come si fa a montare nuovo senso ancora? Non a montare immagini, ma a montare discontinuità, a costruire dispositivi che non uniscano, ma disarticolino, che non pacifichino, ma sospendano il senso finché non diventa nuovamente cosa viva, corpo estraneo, linguaggio ritrovato. Il vuoto come funzione semantica C’è un vuoto, lo sentiamo, sarebbe ingenuo pensarlo come una semplice mancanza, una disattenzione collettiva o una crisi di ispirazione.Il vuoto, oggi, non è un effetto collaterale del sistema, è parte del sistema, non è lo spazio che il cinema non riesce più a colmare, semmai è la zona che deve restare vuota perché tutto ciò che è esterno al cinema continui a funzionare. Le immagini non tacciono: parlano, scorrono, si moltiplicano, ma parlano d’altro, parlano intorno, parlano senza toccare il centro, e se lo toccano lo disconoscono. E in questa proliferazione narrativa, il cuore tematico si è dissolto, non perché non ci siano storie da raccontare, ma perché ci sono troppe condizioni implicite su ciò che si può mostrare, e come. La rimozione non è censura, è pre-configurazione dell’accesso. I film non vengono vietati, semplicemente, non accadono, l’autocensura è interiorizzata per la sopravvivenza professionale. Il potere non si impone più come forza impositrice gerarchica, ma agisce come un custode del margine, flessibile, modulare, incorporato nella logica e negli stilemi narrativi che regolano il visibile, incorporato nella logica e nelle micro-forme retoriche del racconto visivo contemporaneo. Si è persa la sacralità dello sguardo indagatore a fronte di una semplificazione eccessivamente disincantata e fintamente dissacrante. Il sistema valoriale in cui siamo immersi non dice mai <>, ma orienta impercettibilmente verso l’insignificante, ecco perché certe sceneggiature o progetti non entrano nei fondi pubblici, perché non girano nei pitch di mercato, perché non attivano l’interesse delle piattaforme. E allora non esistono, e se non esistono, il mondo che avrebbero potuto far emergere resta silente, non rappresentato, e quindi sempre meno pensabile. Ciò che chiamiamo <> è una zona cieca prodotta attivamente, una zona ottimizzata dal punto di vista industriale, innocua dal punto di vista culturale, impossibile da sovvertire narrativamente senza perdere l’accesso al sistema. Non è che il vuoto non ci fosse prima, è la sua funzione che è cambiata, prima era uno spazio di attrito, una zona di rischio, qualcosa che il cinema provava ad attraversare. Oggi quel vuoto viene sigillato prima che qualcuno possa anche solo puntarci una macchina da presa, o forse nessuno riesce più a uscirne, o peggio, ci entriamo senza accorgercene, e non troviamo più niente da dire, come se tra noi e l’immagine si fosse inserita una membrana invisibile, un sistema operativo che decide in anticipo quali fratture sono compatibili, quali contraddizioni sono raccontabili, quali traumi possono diventare contenuto e quali, invece, devono restare esterni al campo simbolico. La crisi del cinema, allora, non è la crisi delle storie, ma la crisi della possibilità di produrre discontinuità semantiche. Se il linguaggio smette di fare male, il potere può dormire tranquillo, non ha più bisogno di censurare, basta che resti al centro, silenzioso, fuori fuoco. Siamo noi a renderlo invisibile, ogni volta che montiamo senza fratture, scriviamo senza frizioni, raccontiamo senza chiederci se stiamo solo omaggiando Kronos. La domanda vera è questa, cosa succede quando il cinema smette di togliere il velo e inizia a cucirlo? Non raccontiamo più per mostrare, raccontiamo per non vedere. Il cinema, oggi, non occulta, protegge. Protegge il vuoto come luogo semantico da abitare, protegge l’assenza di conflitto, anche di classe, protegge una falsa convinzione che tutto sia già stato detto, che non resti più nulla da interrogare, solo da rappresentare con cura, una sorta di nichilismo soft, travestito da finta maturità culturale disincantata, un dissenso stilizzato, civile, produttivo e finalizzato alla ricomposizione e all’eliminazione del conflitto visto come forma infantile e ribelle, quindi un’omologazione perfettamente funzionale al potere. Quindi cosa stiamo davvero proteggendo? Estetica dell’anestesia: la forma come neutralizzazione Nel vuoto che abbiamo cominciato a descrivere, un vuoto attivo, funzionale, sistemico, qualcosa è però subentrato, non è il silenzio, non è il buio, è la pienezza. Film che filano lisci come codice ottimizzato, trame che incrociano linee temporali, dispositivi, identità. Regie che giocano con il tempo, con il corpo, con il fuori campo, tutto è a posto, ben confezionato, ritmato, vendibile; eppure nulla rimane. Come se l’immagine fosse stata riempita non per dire di più, ma per neutralizzare il vuoto, uno spazio che non deve essere riempito con domande, urgenze, riflesioni, come se la forma fosse diventata una capsula sensoriale, levigata, autoreferenziale, autoconclusiva. Non è formalismo, è <> percettiva. Non è ricerca è ricorsività algoritmica, lo spettatore ama ciò che ha già visto, e lo rivede con una variazione del 3%, ogni frame promette qualcosa, ma niente sposta davvero l’asse. E in questo eccesso di senso (fabbricato, calibrato, profilato), si compie una delle operazioni più sofisticate del nuovo potere; non vietare nulla, ma soffocare tutto nel visibile.Nessun contenuto è proibito, ma tutti vengono pre-digeriti.Un film può parlare di guerra, di fine del mondo, di apocalisse sociale, ma lo farà senza dissonanza, senza rischio semantico, senza generare cortocircuito. Il risultato è un paradosso, estrema ricchezza formale, estrema povertà percettiva. Il cinema italiano, salvo rare eccezioni che non fanno massa, sembra vivere pienamente questo scollamento.Si muove dentro una grammatica post-borghese, non più legata alla rappresentazione della società o al dramma dell’individuo moderno, ma del rampollo che non trova uno spazio nel mondo senza interrogassi ne su quale debba esser il mondo ne perché lui dovrebbe avere uno spazio, soprattutto senza essere mai nemmeno veramente pop, né veramente sperimentale. Piuttosto una superficie mid-level, fluida, educata, che non disturba né interroga, e che per questo risulta perfettamente funzionale a ciò che il potere semantico contemporaneo richiede. Oggi il potere non cerca più l’egemonia culturale, cerca l’abbassamento del livello di soglia. Vuole che si guardi tutto, purché niente ci riguardi davvero. Il montaggio, un tempo, faceva inciampare, oggi ricuce, liscia, chiude. Lo spettatore non viene più convocato, ma accompagnato, e in questo accompagnamento, in questo <>, si gioca la grande scommessa dell’anestesia estetica, un’arte che non disturba, un’immagine che non devia, un cinema che ha smesso di chiedere <> e ha cominciato a chiedere soltanto <>. Le sopravvivenze minime: dove ancora si pensa guardando Se tutto sembra anestetizzato, se il cinema industriale non ferisce più e quello d’autore spesso non osa oltre la rottura programmata in cerca di visibilità, resta da chiedersi dove si sia rifugiato lo sguardo vivo. Non lo sguardo esperto dei critici polverosi da cineteca chiusa per inattività, non lo sguardo colto troppo colto, nemmeno lo sguardo radicale all’osso e oltre. Ma lo sguardo che cerca ancora di trasformare la visione in una domanda collettiva popolare nel senso gramsciano o pasoliniano del termine. Forse non si è rifugiato, si è naturalmente ritirato, sottratto, riformulato altrove. Fuori dalla sala, fuori dai festival, fuori dalla liturgia della critica, in luoghi più intermittenti, meno istituzionali, più banali apparentemente. Vive in attesa di nuove rotture, cercando di generare un proprio codice nei gruppi Telegram, nei blog che sopravvivono a bassa frequenza, nelle rassegne senza glamour, nei cineforum digitali, nelle newsletter che sparano nel buio e parlano a duecento, forse trenta persone. E perfino nei filmati auto-celebrativi di TikTok e Instagram: banali, ripetitivi, ma forse, in qualche modo, sottratti allo sguardo censorio del liminale. Non si tratta di eroismo, né di qualche strana mitologia della resistenza. È solo un gesto quotidiano che continua a scorrere sotto traccia, che insiste anche quando sembra inutile, una forma minima di prossimità che, ogni tanto, fa ancora la cosa più semplice, condividere qualcosa insieme, fosse anche solo il tormentone del momento. Non sono comunità, almeno non nel senso pieno, sono microclimi simbolici, fili di senso che si tengono solo se qualcuno li tiene. Nessuna legittimazione culturale, nessuna spinta algoritmica se non l’assonanza che ti porta a visualizzare sempre gli stessi contenuti, ( che non è poco mi rendo conto) ma, ogni tanto, accade qualcosa, una conversazione attorno a un film che non funziona ma dice, una visione condivisa non in streaming, ma in simultaneità emotiva, una recensione che non spiega il film, ma apre un varco dentro chi l’ha letta. Qui sopravvive qualcosa che assomiglia a un’ecologia della visione, non tanto uno spazio alternativo, quanto un diverso rapporto con le immagini, non più contenuto da consumare, ma incontro da abitare, seppur ripetitivo, disorganico, sbilenco, nevrotico nel proprio isolamento da dispositivo auto-consolatorio, auto-affermativo, auto-narrante, auto-algoritmico, e proprio per questo, non ancora disattivato, creduto dismetabolizzato. Non si tratta di nostalgia, questi spazi non sono migliori, né più puri, ma non sono ancora completamente integrati, stanno a metà, sono il purgatorio semantico dell’audiovisivo popolar-populista, tra il nerd e il pop, tra lo specialista e l’ossessivo, tra il dispersivo e il ritualistico. Ed è proprio questa ambivalenza a renderli fertili, e non sappiamo se da qui nascerà un nuovo linguaggio, ma è qui che il linguaggio, oggi, si interroga ancora su di sé, e seppur senza coscienza, è proprio qui che si produce, in modo confuso, fragile, a bassa definizione, quella funzione critica dell’immagine che il mercato non sa più generare, e il potere preferirebbe non dover disinnescare. Soglia aperta: che fare con le immagini, adesso Non si tratta di concludere, un pensiero critico che si rispetti non tira mai le somme, circoscrive il campo dell’analisi, solo per scoprire cosa resta fuori. E ciò che resta fuori, oggi, è proprio la domanda su cosa possiamo fare, ancora, di nuovo, diversamente con le immagini e l’immaginario. Non l’industria, non le piattaforme, non il feticcio della qualità, del campionato del botteghino o del desueto passeggiare su un tappeto rosso in cerca di scatti auto-celebrativi, ma l’immagine come atto collettivo possibile e condivisibile, come frammento di senso che non si lascia chiudere, che chiede risposta, che apre a nuovi legami, una nuova alchimia delle immagini e dell’immaginario. Perché se abbiamo attraversato un vuoto riconoscendo che è funzionale, se ne abbiamo visto il rivestimento estetico e anestetico, e se ne abbiamo intravisto gli spazi in cui qualcosa sopravvive, allora non ci resta che interrogarci su quale gesto può riattivare il cinema come spazio di soglia. Il gesto non è necessariamente produttivo, non è <>, né <>. Il gesto può essere guardare in altro modo, scrivere diversamente, tacere dove tutti parlano, inquadrare dove nessuno guarda.Il gesto è una piccola sabotatura del flusso, una deviazione nel campo del visibile, una faglia dentro l’evidenza, la vera questione da porre non è più dove si guarda, ma con chi si sogna.Non in senso lirico, ma ontologicamente politico; esiste ancora una sfera simbolica condivisa?Un campo in cui la visione non sia solo esperienza individuale, ma riconoscimento reciproco, possibilità di coesistenza e  tensione vettoriale. Alla fine del secolo scorso, il cinema affrontava la questione chiedendosi se la coscienza del mondo potesse essere una coscienza di classe, soprattutto quello italiano, ma oggi quella domanda sembra evaporata, non perché sia stata superata, piuttosto perché non sappiamo più dove collocarla. Come se il cinema, travolto dalla fine delle ideologie ma ancora di più dal crollo dell’idealità sostituita dall’edonismo, dalla personalizzazione, dalla profilazione, dalla neutralizzazione algoritmica, non potesse più interrogare il mondo, se non dentro i limiti imposti dal codice che lo struttura. Eppure qualcosa continua a deviare sotto soglia, forse non più nel cinema come apparato, forse nel gesto che lo sfiora, che lo disarma, che lo riattiva in altra forma. Scrivere, parlare, discutere, mostrare, non per ripetere l’estetica della frattura, ma per ritrovare un’intensità del presente che non sia né nostalgica né digitale, ma incarnata, condivisa, frammentata, reale. Non si tratta di correggere il mondo attraverso il cinema, ma di incontrarlo ancora, dentro uno specchio deformato o deformante, che proprio perché imperfetto riesce, a volte, a riflettere ciò che non vogliamo vedere. L’audiovisivo non va purificato, né rifondato, va rifocalizzato. Come una lente troppo satura, che ha bisogno di un filtro nuovo, non per selezionare, ma per trattenere ciò che può ancora precipitare in senso semantico, depositarsi, condensarsi, opporsi alla trasparenza vacua del superficiale travestito da senso civico e finta retorica epico istituzionale.  Non rigettiamo il genere, il codice, la forma, chiediamo però alle immagini di aprire spazio, di costruire contenitori tridimensionali in cui l’immagine non scorra, ma si comprima, si rifranga, torni a pensare e pesare, come in un filtro polarizzante sul tempo che lasci passare solo ciò che brucia abbastanza da farsi memoria iconografica, impronta. Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica , L'Estate d'Inverno , Fuga dal Call Center , La Festa , Blind Maze , e in post-produzione Rumore  e Gli Assenti .  Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo  - Gualtiero Jacopetti , Linea Rossa , La via del Ring , l’Ultimo Pastore , Treno di Parole , La Nuova Scuola Genovese  e in preparazione E’ la vita che sogna . Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’ European Producer Club , membro dell ’European Film Academy , e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.

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    La G di Giovenale: Statue linee Dominique Evrard Statue linee  di Marco Giovenale, analizzato da Gian Luca Picconi, è un esempio di « prosa in prosa » che decostruisce la rappresentazione letteraria attraverso ironia, autocontraddizione e linguaggio minimo. L’opera mette in crisi i confini tra letterario e non-letterario, linguaggio e metalinguaggio, rivelando la natura politica e antimercantile della scrittura sperimentale. In un frammento dedicato alla prosa in prosa, Jean-Marie Gleize utilizza, per caratterizzare questo fenomeno, l’aggettivo antirappresentativo . Ora, in che senso la prosa in prosa può essere considerata antirappresentativa? Per dare una risposta a questa domanda, proviamo a prendere in esame un’opera come Statue linee , di Marco Giovenale. Fin dal titolo, il libro giustappone, senza virgole, dimensioni estetiche incompossibili: il riferimento alle linee riporta infatti a un paradigma bidimensionale, contraddetto dalla tridimensionalità della rappresentazione statuaria. Ma l’assenza di coesione del titolo è anche figlia di un refuso, poi promosso a chiave d’accesso comica: Statue li g nee. In questo senso non si può dire che la possibilità della rappresentazione sia assente, ma piuttosto che sia posta in crisi attraverso strategie antinomiche. Per meglio individuare alcune di queste strategie, conviene citare integralmente almeno uno dei brevi testi che compongono la silloge: «questa prosa non contiene glutine, può essere mangiata e digerita agevolmente da persona intollerante al glutine, non contiene poesie, è una prosa, si è già premesso, è anche senza lattosio e senza lieviti, così non può crescere più di tanto, e non contiene soia né tracce di frutta a guscio, né arachidi né olio, né burro di arachidi, è completamente libera da olio di palma, frumento, farro, miglio, avena, brassicacee, riso, non ci sono fave, chi è malato di favismo può stare tranquillo, questa prosa è senza parabeni, non è assolutamente insolubile, si scioglie in un momento, tuttavia è insolvente, non paga, non può pagare, non ha i soldi, è rettangolarmente povera, fatta con mezzi molto poveri, può essere esposta all’acqua, anche al sole, non scotta, può essere toccata anche senza guanti perché non sporca, non va in giro per casa lasciando inopportuni escrementi, neanche fuori casa, questa prosa è capace di grande ritegno addirittura ritenzione così non emette liquidi, non contiene elementi radioattivi o infiammabili, questa prosa è semplice, non contiene complessità, non ha in mente alcuna complessità, non ha mente, non pensa, non contiene, in assoluto, non ha un contenuto» In questo esempio di parlar disgiunto e oratio soluta , l’autore presenta una sequenza di asserti giustapposti tali che definirebbero, in una chiave parodicamente metatestuale, i caratteri precipui del testo stesso. È indubbiamente significativo che anche un autore di per sé allergico alla metatestualità ne fornisca un campione così evidente. L’operazione consiste nell’attribuire alla prosa una serie di prerogative normalmente connesse con l’etichettatura dei prodotti alimentari. Nella conclusione, la evidente irrelatezza dei predicati di natura commerciale che vengono attribuiti alla prosa (quasi tutti significativamente espressi in forma negativa) torna, ancora metatestualmente, a trovare una sua forma di coerenza: «questa prosa è semplice, non contiene complessità, non ha in mente alcuna complessità, non ha mente, non pensa, non contiene, in assoluto, non ha un contenuto». Ma questa coerenza, in forza di una serie ulteriore di slittamenti semantici, per una deriva letteralista, sprofonda il testo nuovamente in una serie di contraddizioni che lo rendono nonsensical . Risultano infatti equiparate le caratteristiche che devono contrassegnare il cibo per poterlo vendere a un certo pubblico di consumatori, e quelle che deve avere la prosa di ricerca per poter attivare l’interesse del proprio pubblico di fruitori. Ecco che la metatestualità confluisce in questo testo autorizzata dalla sua funzione comica. Che il comico e l’(auto)ironico rivestano un ruolo non di secondo piano nel libro, è cosa evidente e insieme da discutere. Che significato (anche politico) ha, infatti, questa curiosa operazione comica e autoironica? La prima cosa che si potrebbe dire, è che in un’opera caratterizzata da un apparentemente debole livello di organizzazione macrotestuale, l’elemento comico realizzato attraverso una gamma disparata di incoerenze e inappropriatezze, fa sì che Statue linee  possa comunque essere letto come una totalità di senso. Giovenale gioca non solo a lenire i confini tra oggetto letterario e oggetto non letterario, intervenendo a modificare gli elementi che consentono la distinzione tra i due oggetti; riduce anche o trasforma le modalità di delibazione dello statuto aletico dell’opera, attraverso l’ostensione di autocontraddizioni che l’ironia non basta a riscattare completamente: è l’applicazione di questa strategie lungo tutto il libro a conferirgli una sua consistenza macrotestuale. Ma se l’autore di un testo che si confronta indubbiamente con l’orizzonte d’attesa della poesia si rivela autocontraddittorio, se l’opera dunque non contiene una sua verità lirica, questo è evidentemente un atto politico, anche perché ciò che si sottolinea è la natura mercantilistica, solo finzionalmente disinteressata, della poesia. Questa critica viene espressa non su un piano di immediata assertività, quanto su un piano di costruzione testuale, e quindi a livello metapoetico. È quindi probabilmente in questa dimensione dell’autocontraddizione che si annida la antirappresentatività del libro di Giovenale: si tratta di un libro che rinuncia a curare gli assi cartesiani della testualità, ossia coesione e coerenza; ma – in modo uguale e contrario –  è d’altro canto la sua successione di microelementi di incoerenza, situabili a livello di ogni singola prosa, a dare una sorta di coerenza (e quindi di chiusura) al libro. Il che significa che il volume di Giovenale ha per lo meno il non piccolo merito di farci scoprire che, in qualche modo, la coerenza e la coesione non sono nient’altro che una forma della clôture . Ma non si tratta solo di questo. È soprattutto questa clôture recuperata a forza di infrazioni alle regole che consente, in combinazione con l’ampia instabilità nell’uso delle persone dell’enunciazione, la proiezione di simulacri di soggettività: ed è proprio nella produzione di soggettività che il testo si rivela rappresentativo. Clôture e intenzionalità sono strettamente legati all’idea di rappresentazione. Ma la rappresentazione viene messa in crisi e insieme continuamente riattivata dagli effetti di slittamento nell’autocontraddizione che l’autore dissemina nel testo. Questa tecnica dello slittamento torna anche nel seguente frammento: « Marco Giovenale scrive testi che non li capiscono. Vede dei video su youtube e dicono che sono lo stesso, ma non sono lo stesso. Non lo credete. Se vedo un video lo capisco, se vedo Giovenale non lo capisco. Se lo leggo. Scrive che tutti fanno su twitter ma se io faccio twitter lo ascolto e lo capisco, ma Giovenale io non lo capisco. Scrive delle parole astruse nei libri, ma anche le parole semplici non si capiscono, e questo è un modo speciale di scrivere che ha lui. Anche quando parla non si capiscono. Allora sono andato da Marco Giovenale e gli ho detto: Marco Giovenale, volevo sapere, ma perché parli così? Lui non ha capito la mia domanda, allora finalmente siamo pari » Naturalmente, l’elemento di scarto in cui ci si imbatte dapprima è l’uso incoerente del plurale. Ma la sua vera spina dorsale è il riferimento alla figura autoriale da parte di una piattaforma enunciativa che si rivela ideologicamente a lui contraria. Proprio da questo – ossia dal fatto che la piattaforma enunciativa proietta come simulacro di soggettività la voce di un detrattore dell’autore – consegue un testo dal marcato carattere comico. La temperatura comica – una proprietà del testo, si direbbe, intensiva – è tutta data da singoli elementi continuamente rilevabili, di cui la boutade  finale – «siamo pari» –, orchestrata secondo la tecnica classica del fulmen in clausula , mentre ritornando sul verbo « capire »  dà forma a una Ringkomposition , costituisce la divisa che si riverbera mnesticamente su tutto il resto del testo. Si può poi ravvisare nell’impasto lessicale uno degli elementi cruciali di unitarietà del volume: lessemi da italiano dell’uso medio e strutture che linguisticamente tendono all’oralità producono una sensazione totalizzante di grado zero del linguaggio. Questa sensazione di un grado zero – che non è la stessa cosa di una tabula rasa – pare giustificare – comicamente – l’andamento autocontraddittorio del libro. Il lettore, nel riconoscere gli effetti di intenzionalità di questo dispositivo, giustifica allora in base a principi che trascendono la compagine testuale, le infrazioni alla coerenza individuabili nel testo. Quello che il buon vecchio Garroni chiamava «costellazioni semantiche primitive» qui produce, anziché i più consueti effetti emotivi di identificazione, disidentificazioni comiche a mezzo di minime incoerenze, anche e soprattutto per l’uso di lessemi che non sono collocabili nella tradizione del testo lirico. Del resto, l’unico problema di ogni linguaggio poetico è la determinazione della sua separatezza rispetto al linguaggio fattuale. Ma questa separatezza può essere di due tipi: per intensificazione, o per deintensificazione; e, ovviamente, alla deintensificazione segue la disidentificazione. Qui, pare prodursi seguendo il principio dettato dal suffisso de- , inducendo il fruitore al riadattamento continuo delle proprie metarappresentazioni. Il grado zero, in questo modo, come forma primitiva di straniamento, produce un effetto ulteriore: la continua trasformazione del linguaggio in metalinguaggio, o, per dir meglio, un lavoro costante di messa in rilievo della funzione metalinguistica anche quando risulta in qualche modo implicita. L’idea di rappresentazione che in qualche modo è postulata all’interno di questa prosa, attraverso una piattaforma di enunciazione che promuove l’idea di un locutore polemico con  l’autore, l’idea di personaggi, una struttura potenzialmente finzionale dai confini chiusi, viene appunto messa in crisi attraverso l’ embedding  del metalinguaggio. Grado zero più metalinguaggio però, cosa produce? Si direbbe che la piattaforma pragmatico-enunciativa allestita dalla prosa in prosa produca non solo la trasformazione ma l’identificazione di funzione poetica e funzione metalinguistica (per usare le ben note categorie jakobsoniane), la neutralizzazione della loro differenza. È allora in questo senso che si realizza la crisi della dimensione rappresentazionale del testo: nell’indistinzione tra letterario e non-letterario combinata con l’indistinzione tra linguaggio e metalinguaggio. Di questo grado zero dell’espressività, della finzionalità, della rappresentazionalità, di questa distruzione dei confini tra linguaggio poetico e metalinguaggio, testimoniano programmaticamente frammenti come i seguenti: « chiesero al Maestro: Maestro, come com-patire? rispose: evitando la mimesi, forma debole dell’irrisione » o, altrove: « la sintassi è meno importante dei vocaboli, che sono meno importanti degli spazi che li separano » Ne risulta un libro che oggi ha un carattere di necessità: nella misura in cui Statue linee  è anche un’opera didascalicamente impegnata a mostrare quali confini può avere la cosiddetta prosa in prosa. Confini che, poiché il linguaggio della prosa in prosa ha natura intensionale e non estensionale, sono, come ben sa Giovenale, interni al testo stesso: «Sulla pellicola la seconda immagine dell’incendio si sovrappone alla prima e la brucia». Statue linee  insomma dimostra che realtà e testualità letteraria non sono mondi separati e separabili, ma si coimplicano continuamente e la loro interrelazione funziona, in modo paradossale, come una sorta di nastro di Möbius. Proprio questa peculiarità di funzionamento della testualità letteraria non-assertiva è capace però allora di revocare in causa un concetto così in voga nella cultura odierna come quello di patto, quando sia applicato alla dimensione della letterarietà: il principio della coimplicazione mostra che, in fin dei conti, in letteratura, non c’è patto più di quanto non vi sia patto tra predatore e preda. Trarre le debite conseguenze teoriche  da questa impostazione sarà la sfida che la critica dovrà affrontare, se il mercato simbolico e materiale della letteratura glielo consentirà, nei prossimi anni. Gian Luca Picconi ha conseguito nel 2010 il dottorato di ricerca in Filologia, interpretazione e storia dei testi italiani e romanzi presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo  Poesia in forma di rosa di Pasolini: saggio di commento . Ha pubblicato il volume La cornice e il testo. Pragmatica della non-assertività (Tic edizioni, 2020), e saggi sulla letteratura contemporanea in volumi collettanei, riviste scientifiche e militanti.

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