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  • guerre

    Quanto sono allineati gli obiettivi di Stati Uniti e Israele sull’Iran? Dixie Denman Junius Sebbene gli Stati Uniti e Israele condividano l’obiettivo di indebolire l’unico Stato che ha sfidato la loro agenda in Medio Oriente, il progetto dello Stato sionista di raggiungere l’egemonia regionale con ogni mezzo necessario potrebbe rivelarsi svantaggioso per gli interessi degli Stati Uniti. La situazione venutasi a creare nel Golfo Persico e in Medio Oriente dopo l’attacco criminale perpetrato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Ira – compiuto nel pieno di una crisi ecosistemica, legata alla situazione di biforcazione del modello di accumulazione, produzione e accaparramento del reddito e della ricchezza da parte delle classi dominanti globali e di fronte alle incertezze che gravano sull’economia globale e sull’esaurimento del capitalismo come sistema storico – pone sotto una luce grottesca e sinistra gli interessi branditi dagli Stati Uniti e da Israele, frutto delle loro rispettive distopie, considerati dal punto di vista del loro impatto e delle loro conseguenze per il resto dell’umanità. Allo stesso tempo, è sorprendente che le loro azioni e giustificazioni non abbiano ricevuto una risposta da parte di Stati, organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu, attori politici, sindacali e sociali, oltre che partiti politici e movimenti. Forse la domanda «cos’è la politica oggi?» potrebbe iniziare a trovare una risposta a partire da una presa di posizione esplicita rispetto alla cosiddetta politica nazionale o sovranazionale, nel caso dell’Unione Europea. Chuck Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, è preoccupato per il rapporto esistente tra Stati Uniti e Israele. Ritiene che gli obiettivi israeliani e statunitensi nell’attuale guerra contro l’Iran stiano divergendo. Osserva che l’impegno di Donald Trump per il cambio di regime in Iran sta vacillando e definisce questo fenomeno come «[…] la prima e preoccupante frattura emersa tra i due Paesi». Secondo Freilich, gli obiettivi statunitensi e israeliani in questa guerra erano inizialmente allineati. Tali obiettivi, ha scritto, includevano: «il rovesciamento del regime iraniano, la drastica riduzione della sua capacità missilistica per un lungo periodo di tempo, la distruzione definitiva del suo programma nucleare e l’ulteriore indebolimento degli alleati regionali dell’Iran». Tralasciando la presunta questione del programma nucleare iraniano, dato che il Paese non persegue l’obiettivo di sviluppare un’arma nucleare almeno dal 2003, gli altri tre obiettivi potrebbero essere condivisi da Stati Uniti e Israele, ma nessuno di essi costituisce un interesse così imperativo per gli Stati Uniti da rendere necessaria questa guerra, con tutti i suoi rischi e le sue conseguenze globali. Ciò che Freilich non sottolinea è che, sebbene l’amministrazione Trump abbia imprudentemente adottato in questa guerra obiettivi simili a quelli di Israele, gli interessi statunitensi e israeliani sono sempre stati molto diversi a questo riguardo, da qualsiasi punto di vista si consideri la questione. Ma Freilich ha ragione a essere preoccupato. L’immagine di Israele nell’opinione pubblica statunitense si è gravemente deteriorata e ora un secondo presidente americano, dopo quanto accaduto al suo predecessore per la sua posizione su Gaza e in generale sulla Palestina, rischia di pagare un elevato prezzo politico a causa del suo cieco sostegno alle mostruose e impopolari politiche israeliane. Israele voleva questa guerra per sbarazzarsi dell’unico Stato della regione in grado di sfidare in modo significativo la sua agenda. Gli Stati Uniti condividono questo obiettivo, ma gli attribuiscono una valenza diversa. Per gli Stati Uniti, l’Iran rappresenta un simbolo dell’antiamericanismo e il nemico assoluto dal 1979. Il cosiddetto «principale Stato sponsor del terrorismo» rappresenta un funzionale obiettivo politico, ma difficilmente può essere considerato una minaccia reale per gli Stati Uniti, trovandosi dall’altra parte del mondo. Per Israele, l’Iran è il motore che alimenta l’opposizione alle sue ambizioni regionali e che fornisce il sostegno – e ovviamente le armi – alla resistenza armata palestinese. Il vecchio cliché secondo cui «non c’è alcuna differenza apprezzabile» tra Stati Uniti e Israele in materia di politica di sicurezza, non considera i diversi livelli di minaccia che l’Iran costituisce per i due Paesi. A meno che, ovviamente, non si consideri legittimo basare la politica estera statunitense sugli interessi di Israele, indipendentemente dalle conseguenze che ciò comporta per gli Stati Uniti. La maggioranza della popolazione statunitense non condivide questa opinione. L’idea che gli interessi statunitensi e israeliani coincidano è smentita ulteriormente se si esaminano le diverse visioni dei due Paesi per il futuro del Medio Oriente. Gli Stati Uniti, in generale, perseguono la stabilità, condizione necessaria per proteggere i mercati e garantire il libero afflusso di risorse dalla Regione verso le imprese occidentali. Israele, al contrario, ricerca l’egemonia regionale non attraverso alleanze, bensì mediante la forza e le minacce, atteggiamento evidente nel suo rifiuto di partecipare diplomaticamente all’Iniziativa di Pace Araba del 2002, che offriva una normalizzazione con tutti i Paesi della Lega Araba in cambio dell’accettazione da parte di Israele di un accordo basato sui parametri della soluzione dei due Stati, così come nel suo rifiuto di prendere seriamente in considerazione un compromesso sulla questione dell’occupazione e della spoliazione del popolo palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita. Israele accetta di firmare trattati di pace con le nazioni arabe a patto che queste non richiedano garanzie specifiche o tutele per i diritti dei palestinesi. Così è avvenuto con l’Egitto, la Giordania e per i recenti «Accordi di Abramo». Per Israele la stabilità regionale non è una priorità. Al contrario, la sua stessa esistenza si basa sul presupposto che i cittadini ebrei siano minacciati, ed è questa condizione di insicurezza che garantisce a Israele l’appoggio dei suoi sostenitori, ebrei e non ebrei, in tutto il mondo. Di conseguenza, gli obiettivi, le strategie, le tattiche e le decisioni specifiche di Israele non sempre coincidono con quelli degli Stati Uniti. Minaccia alla produzione petrolifera iraniana La propensione all’aggressione e all’instabilità non riguarda solo Benjamin Netanyahu e i suoi compatrioti di destra, ma anche figure di spicco dell’opposizione. Yair Lapid, che mantiene un rapporto generalmente cordiale con il Partito democratico statunitense – che Netanyahu si è sforzato con tanto successo di alienare – ha chiesto lo scorso fine settimana il lancio di un attacco su larga scala contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran. Lapid ha twittato: «Israele deve distruggere tutti i giacimenti petroliferi iraniani e l’industria energetica dell’isola di Kharg; questo consentirà di mettere in ginocchio l’economia iraniana e di rovesciare il regime». L'isola di Kharg è la principale fonte delle esportazioni petrolifere dell’Iran. La sua distruzione farebbe sprofondare l’economia iraniana, già indebolita, in una spirale negativa, da cui il Paese potrebbe riprendersi, ammesso che ci riesca, solo dopo decenni, Significherebbe anche un duro colpo per l’approvvigionamento mondiale di petrolio a lungo termine. Questa richiesta non è stata ben accolta a Washington. Poco dopo il tweet di Lapid, Israele ha messo alla prova la risposta statunitense a un attacco contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran attaccando raffinerie di petrolio a Teheran, sprigionando nell’aria sostanze tossiche in un raggio di decine di chilometri. La risposta degli Stati Uniti è stata rapida e chiara. Lindsey Graham, in una rara critica a Israele, ha rimproverato Tel Aviv, twittando: «Per favore, siate cauti con gli obiettivi che scegliete. Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano senza comprometterne la possibilità di una vita nuova e migliore, quando questo regime crollerà. L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per raggiungere questo obiettivo». Possiamo scartare a priori l’idea che a Graham, un sostenitore di lunga data delle sanzioni e della guerra contro l’Iran, importi minimamente della sorte del popolo iraniano. Graham stava chiaramente parlando a nome di Trump e inviando un messaggio a Israele sulla necessità di evitare la distruzione della ricchezza petrolifera dell’Iran. Ma Netanyahu e i leader israeliani in generale sono, prima di tutto, tattici. Senza dubbio comprendono che distruggere i giacimenti petroliferi dell’Iran non solo paralizzerebbe la Repubblica Islamica, ma renderebbe anche estremamente difficile per qualsiasi governo, per quanto amico dell’Occidente, ricostruire l’economia iraniana. Questa non è la ricetta per la stabilità che desiderano Trump e i suoi alleati delle monarchie del Golfo. È la ricetta per il caos e per il fallimento dello Stato iraniano. La disintegrazione di Stati molto più piccoli in Siria, Libia, Afghanistan e Iraq ha dato origine ad alcuni dei gruppi più radicali e le guerre che ne hanno destituito i governi hanno generato innumerevoli conflitti regionali. Un Iran fallito sarebbe molto peggio. Questo scenario non è funzionale agli interessi degli Stati Uniti e indica un’altra grande divergenza tra i loro interessi e quelli degli israeliani. Ciò è risultato evidente quando Trump ha menzionato la sua volontà di identificare «un buon leader» per l’Iran, mentre il ministro della Difesa israeliano Israel Katz dichiarava senza mezzi termini che, indipendentemente da chi l’Iran avesse scelto per ricoprire tale ruolo, Israele lo avrebbe assassinato. Entrambi i Paesi volevano una guerra per provocare un cambio di regime, ma su come raggiungere l’obiettivo le loro visioni sono divergenti. Non è il finale che vuole Israele Trump ha inviato messaggi contraddittori e deliranti sulla guerra. Lunedì 9 marzo ha dichiarato che gli Stati Uniti erano «molto vicini a concludere» la guerra, ma che «non si sarebbero fermati». La settimana precedente aveva dichiarato che l’obiettivo era la «resa incondizionata» dell’Iran, obiettivo chiaramente irraggiungibile. Sicuramente, nemmeno Netanyahu vorrebbe provare a prevedere fino a che punto si potrebbe spingere il volubile, spesso confuso e male informato presidente statunitense. Ma se la guerra finisse presto, che Israele o gli Stati Uniti vogliano ammetterlo pubblicamente o meno, questa guerra sarà stata un clamoroso fallimento. Certamente, se la guerra finisse ora, l’Iran avrà subito un’altra battuta d’arresto, avrà perso molte vite innocenti e avrà subito gravi danni. Ma ne uscirà anche con un leader come Mojtaba Khamenei, che onorerà gran parte dell’eredità di suo padre e agirà in modo ancora più intransigente. Mojtaba intrattiene stretti rapporti con la Guardia Rivoluzionaria e si oppone al dialogo con l’Occidente, preferendo una posizione più militante. Indipendentemente dal merito, la posizione di Mojtaba Khamenei è stata rafforzata dal tradimento statunitense, che ha sferrato due volte attacchi a sorpresa contro l’Iran, quando i negoziati non solo erano in corso, ma stavano procedendo proficuamente. Mojtaba, noto per essere stato una forza chiave dietro l'ascesa di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza iraniana nel 2005, ha perso sua moglie, uno dei suoi figli, sua madre e una delle sue sorelle, oltre che suo padre, nei recenti attacchi statunitensi e israeliani. È improbabile che sia incline a simpatizzare con le posizioni israeliane o statunitensi. L’Iran ricostruirà il proprio arsenale missilistico e rifornirà, con ancora maggiore facilità, la propria scorta di droni. Sotto il comando di Mojtaba Khamenei, rafforzerà senza dubbio i rapporti con le varie milizie filo-iraniane della regione. Infine, gran parte del sostegno allo sviluppo di un’arma nucleare proveniva dalla Guardia Rivoluzionaria Islamica. La fatwa di Ali Khamenei ha impedito che ciò diventasse qualcosa di più di un dibattito teorico in pubblico. Pur non essendo nota l’opinione di Mojtaba su questa questione, ora egli dispone del potere di revocare la fatwa di suo padre. In questo contesto, gli attacchi di Stati Uniti e Israele, Paesi dotati di armi nucleari, rafforzano in larga misura la logica secondo cui l’Iran non può scoraggiare futuri attacchi senza dotarsi di armi nucleari. L’esempio della Corea del Nord, valutato a fronte degli esempi di Iraq e Libia, costituisce un solido argomento. Pertanto, dal punto di vista di Israele, porre fine alla guerra ora è una prospettiva terrificante. Il nuovo Leader Supremo si sentirebbe incoraggiato dal fatto che la struttura statale iraniana sia rimasta del tutto intatta durante questo massiccio bombardamento. Il sentimento antigovernativo che ha portato alle proteste di massa in Iran rimarrebbe e, data l’ulteriore pressione sull’economia iraniana, potrebbe persino crescere, ma questi oppositori saranno molto più vulnerabili alle accuse di aver incoraggiato gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, soprattutto considerando quanto sia Trump che Netanyahu abbiano fatto leva sulla retorica di «liberare il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica» prima della guerra e persino durante la stessa. Israele sa che deve distruggere il governo iraniano per vincere questa guerra, ma non potrà farlo dall’alto. E certamente non può farlo senza la partecipazione diretta degli Stati Uniti, motivo per cui Israele non aveva attaccato l’Iran prima. Ma la resistenza negli Stati Uniti a un’invasione terrestre è, se possibile, ancora più forte di quanto non fosse prima dell’inizio della guerra. Non c’è mai stata una buona ragione per cui gli Stati Uniti iniziassero questa guerra. Non c’è alcun risultato, nemmeno nel migliore dei casi per i pianificatori bellici statunitensi, che potrebbe costituire per il Paese un vantaggio. Anche se l’operazione di cambio di regime avesse successo, il danno alla reputazione degli Stati Uniti nel mondo, l’impatto sull’economia globale e l’imprevedibilità nel Golfo annullerebbero qualsiasi vittoria fittizia che Trump possa celebrare. Non si può dire lo stesso di Netanyahu. Se l’Iran venisse distrutto come Paese funzionante, l’instabilità regionale gioverebbe molto alla posizione di Netanyahu. Se l’attuale governo venisse rovesciato, sia durante la guerra che dopo di essa, la situazione rimarrebbe di instabilità persistente, ma il principale rivale regionale di Israele sarebbe scomparso. Ma, in questo momento, l’andamento della guerra non è quello che Netanyahu desidera. L’Iran sta riuscendo ad aumentare il costo dell’attacco contro di esso e se la Repubblica Islamica supererà questa tempesta, la probabilità di una futura azione militare statunitense sarà significativamente ridotta. Ciò è significativo, considerando che tutti i precedenti presidenti statunitensi si sono rifiutati di intraprendere questa avventura. Se Trump opta per l’uscita, sia che proclami la vittoria o meno, l’Iran continuerà ad avere i suoi missili, i suoi partner regionali, il suo petrolio e un leader supremo ancora più intransigente a cui sono state date tutte le ragioni del mondo per cercare un’arma nucleare. Trump può nascondere gran parte di tutto ciò e dichiarare vittoria. Ma anche con la censura imperante in Israele, che si è inasprita molto, Netanyahu non potrà presentare questo risultato come una vittoria. Trump sta perdendo terreno politicamente a causa di questa guerra e gli conviene porvi fine. Netanyahu ha bisogno che si protragga abbastanza a lungo da portare l’Iran al punto di rottura o, in mancanza di ciò, per seminare nel Paese quanta più distruzione possibile. Gli interessi statunitensi e israeliani, contrariamente a quanto lascia intendere Freilich, non erano gli stessi all’inizio di questa guerra, ma ora lo sono ancora meno. Si consiglia di leggere Ervand Abrahamian, «Iran Under Fire», NLR 157, Susan Watkins, «Israel después de Fordow», NLR 155, y «Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo», NLR 45. Arron Reza Merat, «Los equilibrios estratégicos de la guerra contra Irán», Sidecar/New Lef Review, «El laberinto de la escalada bélica en Irán y Oriente Próximo: Entrevista a Trita Parsi», Kate McMahon, «El objetivo de Israel en Irán no es conseguir un cambio de régimen, sino provocar el colapso total del Estado iraní», Alí Abunimah, «¿Han juzgado erróneamente a Irán Estados Unidos e Israel?», Mitchell PLitnick, «Desmontando las mentiras de la guerra contra Irán», Layla Yammine, «Millones de personas en riesgo de desplazamiento mientras Israel bombardea el Líbano», Farsi Giacaman, «Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán», Suleiman Mourad, «Hezbolá embridado», Tariq Ali, «Las consecuencias del asesinato de Nasralllah», tutti pubblicati su Diario Red. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss e viene ripubblicato qui con l'esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso Nota della redazione Quest'articolo era già in via di pubblicazione quando, l'otto aprile, è intervenuto l'accordo per un cessate il fuoco di quindici giorni fra gli Sati Uniti e l'Iran. Malgrado l'accordo, Israele ha deciso di continuare la guerra a suo modo e ha accentuato i bombardamenti sul Libano, seminando ancora morte e distruzione. Questi avvenimenti confermano le divergenze crescenti fra gli interessi statunitensi e israeliani che sono messe in evidenza dall'analisi di Mitchell Plitnick

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    Il racconto del Boomernauta Parte Seconda: Divagazione sulla Storia delle Interfacce e Interfacce Transp Divagazione sulla Storia delle Interfacce «Lo slime è il materiale delle interfacce biologiche, comprese quelle che stanno tra le sfere dell’aria, dell’acqua e del suolo. Rimane spesso nascosto, ma influisce in ogni iterazione.»S. Wedlich, Vischioso-Storia naturale dello slime, Nottetempo, Milano 2023, p. 289 In quanto attivista tecno-intellettuale, una figura tipica della sua epoca, il Boomernauta iniziò a spiegare le interfacce, un dispositivo fondamentale della metatecnica. Si trattava di un argomento centrale per la sua visione del mondo, visto che le interfacce erano parte essenziale dei dispositivi di intra-azione tra l’individuo e il mondo esterno, tra la mente e la macchina, tra l’umano e la natura. Ebbi l’impressione che per il Boomernauta, le interfacce non fossero semplici strumenti tecnologici, ma vere e proprie porte di accesso a nuovi modi di pensare e di agire, in grado di ampliare la percezione e la capacità di intra-agire con il mondo, e inoltre che si trattasse di una metafora del cosiddetto divenire macchina del vivente. In seguito compresi che questa non era la sua intenzione, voleva solo farmi capire come questi artefatti permettessero intra-azioni prima impensabili. Per lui le interfacce non erano solo componenti tecnologiche ma avevano sfaccettature biologiche (la citazione in esergo è sua), economiche, sociali, politiche, etiche, estetiche e così via… Non me la sono sentita di censurare un ospite tanto speciale e inatteso ma gli ho fatto solo notare che si trattava di un discorso un po’ tecnico. Secondo lui questa diversione era necessaria per capire come poi si sarebbe arrivati a concepire le interfacce che avrebbero riconnesso gli umani con Gaia, impresa considerata impossibile… Chi non fosse interessato a questa divagazione sugli aspetti, anche storici, di questa componente tecnologica può saltare al prossimo capitolo, ma sarebbe un peccato… Le interfacce della metatecnica umana erano i dispositivi dell’interoperabilità/intra-azione fra sistemi diversi. Come vedremo in seguito, grazie alla biomimesi della robotica morbida sarebbero state in grado di integrare anche lo slime. Nelle interfacce ogni sistema espone un suo aspetto, con il suo particolare protocollo di comunicazione e il dispositivo viene interposto fra di esse creando un nuovo potenziale flusso di comunicazione e di intra-azioni. Verso la metà del XX secolo, le prime interfacce con lo spaziotempo del reale (Real Time Computing) avevano permesso ai computer e poi alle macchine computerizzate di interagire direttamente col mondo esterno e, fra l’altro, di cominciare a raccogliere dati. Ora i semio-hacker della Sfera Autonoma come d’altronde la moltitudine dei tecnici che lavoravano nell’AltaSfera Ecofin (i due mondi, benché fondamentalmente antagonisti, erano spesso in osmosi o avevano dei sottoinsiemi comuni) sapevano benissimo che di tutti i programmi, moduli o applicazioni, le interfacce erano forse le componenti più delicate e difficili da concepire, sviluppare e rendere operative. Tramite un’interfaccia si poteva accedere dall’esterno alle risorse centrali di una macchina complessa e in caso di errore si potevano avere conseguenze imprevedibili o a volte disastrose per le funzionalità e le stabilità di uno o più sistemi interconnessi. Un principio chiave della concezione consisteva nel limitare l’accesso alle risorse delle entità da interfacciare, consentendo solo di farlo attraverso punti di ingresso ben definiti, ossia usando metodi d’incapsulamento il cui principio teorico era basato sull’occultamento dell’informazione (information hiding). Da un punto di vista generale l’incapsulamento poteva essere visto come la suddivisione di un sistema complesso in unità modulari aventi ciascuna una funzionalità ben definita. Ad esempio un’automobile era un macchinario piuttosto complesso. Per facilitarne il progetto, la fabbricazione e la manutenzione la si era suddivisa in moduli dotati di mutue interfacce, in modo che la progettazione dell’insieme potesse prescindere dalla definizione dei dettagli dei singoli moduli, rendendo in questo modo l’insieme più facile da progettare, più economico da produrre, più semplice da riparare. Sin dall’epoca del neurocapitalismo, sotto la Gov Neolib, i techno-tycoon delle platform globali avevano capito l’importanza delle interfacce. Erano i milioni e in certi casi i miliardi di utenti umani a fornire gratuitamente l’energia e l’immateriale merce emozionale, affettiva e cognitiva che faceva funzionare le loro megamacchine socio-tecnologiche e da esse erano integrati. Senza questo combustibile immateriale le platform sarebbero rimaste semplici macchine inanimate. L’apparato megamacchina c’era già agli albori della storia: in Egitto questo dispositivo aveva reso possibile la costruzione di opere gigantesche, come piramidi e sfingi, apparentemente irrealizzabili con le tecniche rudimentali dell’epoca. Gli schiavi erano gli ingranaggi di base di quelle megamacchine mentre nelle platform dei techno-tycoon erano gli utenti. In entrambe le situazioni schiavi e utenti (la cui schiavitù era spesso volontaria) non erano più individui, ma dividuali1 e cioè unità ibride e, secondo l’epoca, composte da elementi biologici, mu- scolari, cognitivi, meccanici o algoritmici intercambiabili e sostituibili, di cui contava la quantità. Poiché le platform sarebbero state solo scatole vuote e inanimate senza il lavoro degli utenti/dividuali era evidente che le interfacce-utenti erano essenziali. Gli utenti/dividuali erano trattati alla stregua di componenti software o unità di codice e le interfacce dovevano permettere le intra-azioni riducendo al minimo le probabilità che un dividuale anomalo potesse perturbare il funzionamento sistemico. Una volta interfacciato, l’utente/dividuale non doveva avere alcuna possibilità di accedere alle risorse riservate della macchina e per questo i flussi di comunicazione erano incapsulati. L’inverso, e cioè l’accesso a quanti più dati sul comportamento psicofisico degli utenti da parte delle platform, era invece non solo tollerato, ma anche sistematicamente ricercato e andava a ingrossare i Data Tsunami. Nello stesso tempo uno dei compiti più difficili al tempo della Gov Neolib era proprio di ridurre al minimo le possibilità di perturbare le platform e i loro sistemi a risorse riservate. Non si trattava tanto del movimento hacker in provenienza dalla Sfera Autonoma, ma di certe tensioni provenienti proprio dalle due principali componenti della macchina bicefala (a quell’epoca la WorldForce non esisteva): Stati e capitale (ovvero PoSt/ati e Ecofin per dirla con la nuova nomenclatura della Gov). La Gov Q, che viveva altre contraddizioni era riuscita grazie alle tecniche di cybersicurezza della computazione quantistica a proteggere meglio i nodi centrali delle sue modalità operative e dei suoi progetti, in primo luogo quello della Grande Fuga. Il termine Human Computer Interaction (HCI) – ovvero interfaccia uomo-macchina – era volutamente generico e includeva le macchine in generale di qualsiasi epoca, tipo e genere. L’HCI2 era diventata particolarmente importante nel capitalismo industriale che aveva preceduto la Gov Neolib. Secondo il vecchio metodo di noi boomer operaisti, occorreva risalire alla HCI di quell’epoca, caratterizzata dal metodo di organizzazione scientifica del lavoro e simboleggiata da assurdità quali la catena di montaggio. Quell’interfaccia rispecchiava la sua epoca, essendo basata su una razionalizzazione del ciclo produttivo secondo criteri dell’ottimizzazione del profitto. La scomposizione e la parcellizzazione dei processi di lavorazione nei singoli movimenti costitutivi, cui venivano assegnati tempi standard di esecuzione, erano fondati sul principio dell’adattamento umano alla macchina. Questa modalità aveva caratterizzato la formazione dei dividuali dell’epoca industriale che nel nostro gergo politico del ‘68 avevamo denominato operaio-massa. I primi passi nel campo dell’ergonomia3 erano cominciati durante la seconda guerra mondiale del XX secolo. L’idea di adattare la macchina produttiva alla natura psico-fisiologica umana non era nata da un’improvvisa conversione umanista del capitalismo, ma piuttosto da esigenze belliche. Le accresciute performance degli aerei da guerra diedero vita a studi dell’industria aeronautica per far fronte alle necessità di coordinamento del processo decisionale, dell’attenzione, della consapevolezza situazionale e dell’azione del pilota. Era stata quindi necessaria una ricerca approfondita per determinare le capacità umane e le limitazioni su ciò che doveva essere compiuto in tempi di decisione sempre più corti. Forse la dicotomia dell’enunciato Uomo-Macchina cominciò a ridursi4 man mano che si sviluppava un nuovo concetto in cui l’organizzazione del sistema macchina da guerra/aereo-uomo era visto come un singolo organismo ed era possibile studiarne il comportamento nel suo complesso. Avevamo letto anche McLuhan e la sua riflessione sui media elettrici che inauguravano, con la TV, la prima interfaccia visuale di massa in tempo reale anche se il flusso restava unidirezionale. I mass media erano stati concepiti appunto per agire a senso unico sulla figura centrale dell’epoca, l’operaio-massa come ti dicevo. Il reale salto di paradigma delle HCI lo avevamo vissuto in prima persona sin dalla sua genesi con il concatenamento tecnologico che partendo dai PC si era allargato alle reti locali prima e a internet poi, sino ad arrivare ai flussi multicanale e alle ergonomie del bioipermedia. L’emergere delle interfacce grafiche utente (in inglese GUI, Graphical User Interface)5 era stato decisivo nell’affermare l’importanza della produzione biocognitiva. HCI e GUI erano nuove dimensioni delle interfacce che scavalcavano gli scambi codificati dalla rigidità del linguaggio scritto, allargandoli ai sensi con estensioni e interazioni visive, uditive e tattili6. A questo si aggiunsero gli scambi che avvenivano sotto la soglia di percezione cosciente, come la geolocalizzazione delle posizioni, le funzioni di SOS, di comunicazione di emergenze e rilevamento di caduta e poi l’auscultazione di ritmi e stati biologici. Infatti dalla prima parte del XXI sec., con i comuni smart/watch/phone si potevano effettuare monitoraggi del funzionamento cardiaco e dello stress, di temperatura, pressione, sonno, attività fisica e altri sensori biochimici sempre più sofisticati per controllare la glicemia, il livello di ossigeno nel sangue, la frequenza respiratoria, ecc. E poi il passaggio all’internet of everything (l’internet in cui qualsiasi tipo di oggetto era connesso) aveva costituito lo zoccolo su cui le TAM avevano potuto funzionare. Ma solo a partire dal nuovo secolo, il XXII, il misurare, l’intercettare e il captare ogni variazione somatica e psichica dovuta ai comportamenti di umani e nonumani diventa parte integrante della bio-rete. L’insieme di queste informazioni è incorporato nei processi di mutua interfaccia di emozioni, affetti e sentimenti fra differenti specie che intra-agiscono nell’ambito delle TAM. Note: Qui ancora una volta il Boomernauta, si riferisce agli intellettuali della sua epoca: il termine dividuale viene utilizzato p. es da Gilles Deleuze in La società del controllo. HCU: cfr. glossario. Meglio definita dal termine: Ergonomics & human factor (E&HF). Qui il Boomernauta sembra anticipare la riduzione delle altre dicotomie quali innato-acquisito, natura-cultura, corpo-mente o addirittura di vita-morte come Philip Dick magistralmente evoca nel suo capolavoro Ubik. P.K. Dick, Ubik, Fanucci, 2007. Cfr. «L’era della grafica fa saltare il catenaccio della razionalità imposto dalla scrittura e fa entrare il rapporto uomo-computer in una nuova dimensione. Il mouse, che libera parzialmente dall’utilizzo della classica tastiera, partecipa a questo mutamento grazie a un’utilizzazione largamente intuitiva anche per un bambino, o una persona che non conosca la lingua di interfaccia.» G. Griziotti, Neurocapitalismo, mediazioni tecnologiche e vie di fuga, Mimesis, Milano 2016, p. 46. L’interfaccia degli schermi tattili, dopo una genesi durata circa 20 anni, viene adottata inizialmente su computer palmari (Casio PB 1000 nel 1987) e diviene realmente popolare con la console mobile di videogiochi Nintendo DS (2004) con più di 180 milioni di esemplari venduti. Interfacce Transp Un capitolo fondamentale per capire il resto del racconto. Secondo il Boomernauta le interfacce Transp erano destinate a implementare nuove intra-azioni fra specie. Si sarebbe passati dai semplici scambi affettivi ed emozionali a un’agency con vere e proprie azioni/produzioni comuni e ludiche. La concezione di interfacce che avrebbero permesso di creare nuovi e rivoluzionari livelli di intra-azione cooperativa si presenta come un compito arduo e tenuamente legato alla razionalità.Nel frattempo la Gov Q, in difficoltà, investe massicciamente in nuove molecole psicoattive per esercitare un controllo più fine dei relativi segmenti delle classi subordinate. I Gamartivist e i bio–hacker riescono con successo a hackerarle e a utilizzarle per proprio uso e consumo nello sviluppo delle interfacce dei Games Transp. Vengono coinvolte anche specie apparentemente lontane dagli umani, appartenenti per esempio al “viscidume” e ai nonumani senzienti più “alieni”. Così facendo si opera una specie di destrutturazione del dominio esercitato dagli umani con il rischio di sconvolgere i rapporti all’interno di Gaia. Ma, d’altro canto questo sembrava il prezzo da pagare per arrestare la distruttiva pandemia nekomemetica. L’obbiettivo dei Gamartivist impegnati nello sviluppo delle interfacce Transp era di allargare dal basso la gamification ad altre componenti di Gaia. Attraverso questo approccio avrebbero potuto raggiungere due obiettivi complementari. Innanzitutto, contrastare l’invadente depressione causata dalle TAM, mantenendo al tempo stesso legami vitali con i nonumani e con Gaia nel suo insieme e, in secondo luogo, difendere la funzione ludica e politica dei Games, opponendosi frontalmente alle modalità di gamification gestite dalle sfere del sistema capitalista Ecofin. Nello stesso periodo, gruppi di opportunisti vicini al potere delle Gov erano invece alla ricerca di una rivalsa sull’umiliazione di dover subire senza poter reagire ai flussi di malinconia paralizzante emanata dai nonumani. Come era cambiata la situazione per coloro che erano abituati a considerare le altre specie del vivente come risorse da sfruttare attraverso l’industrializzazione della messa al lavoro e/o a morte! Questa mentalità includeva l’appropriazione, il commercio e l’utilizzo o consumo di tutto ciò che veniva da loro prodotto, incluso i loro corpi. Il compito dei Gamartivist si era rivelato però molto arduo: il bio-design delle interfacce concepite per permettere ai nonumani d’entrare nel mondo dei Games si era rivelato più complesso del previsto. Con le loro platform dell’entertainment, i techno-tycoon avevano già tentato di sfruttare gli affetti e le emozioni nonumane per dare una nuova dimensione ai Reality Games, ma, nonostante i mezzi dispiegati, non erano riusciti nel loro intento. I nonumani non cooperavano e i classici metodi dell’addestramento si dimostravano inutili in questo contesto. Le TAM avevano creato una nuova dimensione aprendo un canale diretto di connessione emotiva tra le diverse specie. Ora si trattava di integrare azioni, emozioni e affetti nelle macchine ludiche. Queste avrebbero rappresentato il contrappasso delle macchine belliche dispiegate dalla Gov Q. Bisognava innanzitutto che le varie specie ritrovassero negli scenari e negli ologrammi 3D multi-sense di questi nuovi Games i comportamenti che riflettevano gli affetti che scambiavano. Ciò avrebbe consentito ai nonumani di intervenire attivamente e autonomamente nel cuore di una delle principali attività umane, creando una nuova dinamica. D’altronde questa partecipazione attiva avrebbe permesso a molte specie di assumere ruoli e caratteri in funzioni che finora erano limitate agli umani. Da diversi millenni, esistevano forme di interazione ludica tra gli esseri viventi. Questo significa che erano presenti conoscenze riguardanti la fisiologia, il comportamento e la neurologia per sviluppare programmi capaci di virtualizzare rappresentazioni multimediali e renderle significative per le specie animali addomesticate. Tuttavia si trattava di operazioni limitate, in generale le interfacce per i nonumani avrebbero richiesto una comprensione approfondita delle peculiarità e delle modalità di comunicazione di ogni specie coinvolta. Sarebbe stato anche necessario studiare i loro comportamenti, i segnali che utilizzavano, le modalità di percezione dell’ambiente e molto altro ancora. Solo così sarebbe stato possibile progettare interfacce che fossero veramente significative per i nonumani e che permettessero loro di esprimersi e interagire in modo autentico e naturale. L’aspetto più complesso consisteva nello sbarazzare le interfacce intra-specie degli ostacoli razionali, dei retaggi culturali, dei preconcetti morali e ideologici permeati di suprematismo che la cosiddetta civilizzazione aveva costruito durante i millenni. Un compito che sembrava impossibile: i pregiudizi erano apparentemente troppo forti. Nella Sfera Autonoma alcune persone si ricordarono dei racconti e delle esperienze di figure come Aldous Huxley, Carlos Castaneda e Timothy Leary, così come di molte altre persone vissute durante la nostra epoca boomer o appartenenti alla generazione precedente. Si trassero ispirazioni dalle pratiche antiche di sciamani e si riscoprirono film cult come Dersu Uzala. Si studiarono anche figure di altre epoche come Hildegard von Bingen, Mira Bai, Veena Oldenburg, Nganga Mpesha, Chizuko Mifune e Nongqawuse, ma queste ultime io non le conoscevo. Si sperimentarono anche le sostanze impiegate da maghe e ricercatrici per rimuovere gli ostacoli razionali che avrebbero impedito la concezione delle interfacce con i nonumani. Si misero a contributo le intelligenze artificiali intersezionali (IAI). Non si trattava certo di abbandonare o negare ogni razionalità per entrare in una specie di magismo, caricatura del periodo preistorico attraversato dagli Hominini1. L’uso delle sostanze psicotrope tradizionali li avrebbe forse aiutati, ma non era abbastanza focalizzato su un immaginario transpecie. Dai lontani tempi di Sigmund e Carl Gustav c’erano stati grandi approfondimenti in campo neurologico e cognitivo, effettuati sia dalla scienza ufficiale che nella Sfera Autonoma e dalle continue osmosi che si producevano fra i due campi, le cui frontiere erano porose. La scienza legata alla Gov Q come sempre agiva sotto copertura terapeutica, ma gli obiettivi economici sottintesi erano quelli abituali del capitalismo. Non era più un segreto che il settore chimico e le Huge Pharma facessero parte della ristretta cerchia dei grandi diffusori mondiali del virus nekomemetico. In particolare nel campo neurologico, la passata azione delle grandi multinazionali chimico-farmaceutiche aveva creato nuovi canali di penetrazione del virus e molti danni, fra cui quello della dipendenza di massa dagli oppioidi. D’altronde come ti ho raccontato in precedenza questo era stato uno dei flagelli che avevano contribuito a far declinare l’Impero di Sbieco. Nonostante le battute d’arresto dovute ai processi intentati dopo queste stragi causate dai loro prodotti, le Huge Pharma avevano comunque ripreso l’iniziativa per continuare nella stessa direzione, ma agendo in modo più sotterraneo e specifico. Disponevano dei Data Tsunami, provenienti quantità smisurate di individui, e ormai captati nel minimo movimento dei corpi e della psiche e in ogni sfaccettatura della personalità. Lavorando a lungo su questi elementi i loro centri di ricerca avevano sviluppato modelli cognitivi basati su convinzioni, desideri e intenzioni. Utilizzando tali modelli come base, erano riusciti a elaborare sostanze sintetiche capaci di indirizzare quasi ogni specifico segmento di una popolazione indebolita e influenzabile a causa delle crisi prodotte dalla setticemia di Gaia. La Gov Q disponeva così di vettori psicoattivi capaci di agire sui registri cognitivi in modo più mirato di quanto lo permettessero sia le sostanze psicotropiche tradizionali che quelle sintetiche. L’impiego di questi vettori avrebbe rappresentato un mezzo per ridare un nuovo impulso a un controllo biopolitico in difficoltà. Attraverso l’introduzione di sostanze, molecole e nanoparticelle all’interno dei corpi e specialmente dei sistemi nervosi delle persone, la Gov Q avrebbe cercato di mantenere il controllo sulla situazione. Invece si produsse un risultato non previsto grazie alle capacità di biohacking presenti nella Sfera Autonoma, che permisero di modificare le sostanze più nocive e di creare degli usi alternativi se non antagonisti. In tal modo una nuova generazione di molecole cyber-psicotropiche (cyberpsy) passò nelle mani dei Gamartivist. In questa situazione sviluppatori, grafici, designer, creativi ed esperti funzionali dei Games si sottoposero volontariamente a sperimentazioni con le molecole cyberpsy prodotte dai biohackers al fine di sviluppare le interfacce necessarie per i Games Transp. Nonostante il rischio di danni cognitivi permanenti e di viaggi senza ritorno riuscirono a imparare alcuni segreti di concezione molecolare da Gaia stessa e ad innescare meccanismi neuronali che emulavano certi modelli cognitivi e comportamentali di altre specie. Cominciarono a comprendere le diverse modalità di percezione dell’ambiente da parte di altre specie e integrarono una vasta gamma di segnali e modalità di comunicazione adattate alle esigenze e alle capacità sensoriali dei nonumani. Sperimentarono, a esempio, la simulazione della danza oscillante delle api per comunicare la posizione di un fiore o dei feromoni usati dalle formiche per tracciare i percorsi. Riuscirono a risolvere l’equivalente del cosiddetto effetto cocktail party nella comunicazione animale, in cui è difficile discernere quale individuo stia emettendo vocalizzazioni in un branco o gruppo rumoroso. Impiegarono nelle interfacce neuroelettroniche multispecie i dispositivi di nanotecnologia computazionale e di bio-nanotecnologia sottraendoli ai centri di ricerca delle multinazionali delle Gov, dov’erano destinati a riprodurre i processi vitali per meglio piegarli alle logiche dell’accumulazione. Grazie a queste modalità borderline, furono create le prime interfacce in grado di includere nuovi partecipanti nonumani. Questi ultimi furono attivamente coinvolti e il loro contributo si rese possibile grazie a sensori in grado di raccogliere i loro movimenti, pulsioni emotive e altro ancora. Il contesto tecnico-funzionale dei Reality Games si adattava perfettamente a queste innovazioni, che coinvolgevano attivamente anche i nonumani. Le interfacce dei Games erano altamente somato-sensibili, in alcuni casi bastava un semplice gesto o uno sguardo per interagire e, inoltre, certi flussi potevano essere attivati direttamente attraverso la mente dell’utilizzatore. L’uso dei tradizionali gamepad era diventato raro, poiché molti degli altri controller erano già integrati negli oggetti di uso quotidiano. Questi oggetti erano già predisposti al collegamento in rete sin dalla nascita dell’Internet of Things (IoT) e le funzioni di controllo per i Games, anche quando non native, erano facilmente implementabili da software. A questo punto i Games presero un’ulteriore dimensione. Rispetto alle TAM le interfacce per coinvolgere i nonumani non rappresentavano solo una prodezza tecnica, ma un nuovo salto comunicativo e di intra-azione nelle reti della vita. Come si può immaginare era un lavoro in continua evoluzione in cui si trattava di aggiungere delle caratteristiche uniche per ogni specie raggiungibile direttamente2 e questo era qualcosa di estremamente più complesso dei driver e delle interfacce concepite sino ad allora. All’inizio esistevano interfacce per poche specie, di solito mammiferi, e comunque vertebrati. Fu solo in un secondo tempo che si riuscì a crearne per il viscidume3 e a risolvere le complessità aliene, ma non inconcepibili, dei nonumani split-brain; questo era, per esempio, il caso di certi cefalopodi, che hanno un sistema nervoso distribuito e non dispongono della consueta separazione corpo cervello dei cordati. Uno dei più grandi exploit dei Games T fu di riuscire a coinvolgere i polpi, le cui unità neuroniche distinte pilotano i tentacoli, che agiscono in modo relativamente autonomo per poi riunirsi e coordinarsi sotto il comando del cervello centrale. Questo meccanismo permette loro di reagire rapidamente ai pericoli e sfuggire a un predatore. Per spiegare il loro modo di funzionamento i ricercatori avevano fatto ricorso alla metafora di un’orchestra in cui il cervello era il direttore e le centrali neuroniche dei tentacoli erano dei musicisti jazz inclini all’improvvisazione4. Situandosi a un altro estremo una certa tradizione filosofica occidentale aveva invece considerato il cervello umano un dirigente con pieni poteri, il direttore d’orchestra del corpo che sceglie gli esecutori e li dirige a bacchetta. Prima di affrontare l’estraneità dei cefalopodi, semio-hacker e Gamartivist si erano già dovuti cimentare nel costruire le interfacce con un gran numero di problematiche come, per esempio, nei casi di nonumani con occhi laterali che inviano l’informazione esclusivamente a un lato del cervello. Solo le molecole e i dispositivi cyber-psicotropici, di cui disponevano, combinati con l’enorme potenziale accumulato dalla cooperazione comune, fra cui spiccavano le IAI, permisero di integrare il vasto mondo nonumano nei Games T. Le TAM e la bio-rete avevano aperto il varco ristabilendo sensazioni forse esistite in tempi immemorabili e preistorici. Come abbiamo visto, grazie agli scambi affettivi senza barriere e alla nuova capacità di recepire senza mediazioni le emozioni degli altri viventi, anche gli umani coinvolti avevano finalmente interiorizzato la gravità della situazione e il contraccolpo di questo shock aveva innescato la malinconica depressione/diserzione collettiva che accelerava il declino demografico. Le TAM avevano anche radicalmente modificato le dinamiche nelle reti della vita: gli umani in grande difficoltà non riuscivano più a esercitare quel dominio, che si voleva assoluto, sugli altri viventi. Al contrario, in certi contesti, si assisteva quasi a un rovesciamento dei rapporti di potere. Non si trattava di una rivalsa brutale sull’incessante sfruttamento e massacro perpetrato dagli umani per millenni, ma di qualcosa di più sottile che si stava insinuando. La malinconia e talvolta la paura emanate nelle TAM si stava rivelando una forma di controllo neuro-psichico forse più forte di quello esercitato dal capitalismo. Questi meccanismi d’influenza agivano in modo sottile, penetrando le menti umane e influenzando le loro percezioni, emozioni e comportamenti. Gli umani si trovavano a confrontarsi con una realtà in cui i confini tra sé e gli altri esseri viventi sfumavano, in cui l’interconnessione e l’interdipendenza erano più evidenti che mai. Nella transizione verso i Games T, i nonumani non erano più solo emozionalmente connessi, ma grazie alle nuove interfacce potevano effettivamente entrare in azione. Nelle TAM i partecipanti erano piuttosto passivi, mentre l’azione dei Games T avrebbe fortemente cambiato le cose. Nei Games l’esperienza soggettiva dei nonumani coinvolti si sarebbe fondata sull’interazione fra comportamenti e sensazioni andando oltre agli scambi emotivi. Questo avrebbe generato un continuo feed-back fra azione e input sensoriale in un flusso di interazioni con gli umani. Era questo il meccanismo fondatore sul quale contavano i Gamartivist per modificare la coscienza dei partecipanti umani, convinti che gli input in provenienza dai nonumani nell’azione del gioco sarebbero diventati così potenti da trasformare radicalmente l’esperienza soggettiva, inibendo definitivamente la riproduzione del morbo nekomemetico. Note: In realtà il Boomernauta aveva parlato di ominidi, mi sono permesso di modificare in Hominini che si riferisce più precisamente alla tribù degli umani e dei progenitori estinti come p. es. l’Australopiteco. Il Boomernauta aveva spiegato in precedenza che molte specie semplici così come il mondo vegetale non erano direttamente interfacciabili, ma partecipavano indirettamente ai Games influenzando o agendo sulle altre specie e sull’ambiente in generale. Viscidume: cfr. glossario. Mi sembra proprio che il Boomernauta si sia ispirato alle indagini scientifiche dell’epoca in cui il polpo era al centro di molte ricerche in quanto considerato il nonumano senziente ed intelligente con la cognizione incarnata più lontana da quella umana.

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    Antonio Caronia: l’immaginario e la fantascienza Breve antologia di scritti in tre step #2 Il testo sostiene che, in un mondo ormai completamente esplorato, il viaggio si sposta dall’esterno all’interno: l’immaginario non è un semplice surrogato della realtà, ma interagisce con essa e la modella. La fantascienza, infatti, non anticipa tanto il futuro quanto analizza il presente, facendo emergere le trasformazioni profonde legate alla tecnologia e ai media, come il cyberspazio. Essa nasce dal rapporto tra sviluppo scientifico e bisogni immaginari collettivi, ma è un genere storico, destinato a mutare o persino a scomparire. Nell’epoca dell’accelerazione tecnologica, il futuro si dissolve in un presente continuo e molteplice, rendendo difficile la funzione predittiva della fantascienza. Infine, con la fusione tra reale e possibile, viene meno quella distanza necessaria che permetteva alla fantascienza di esistere, mentre la tecnologia diventa una <> sempre più autonoma e incontrollabile. 2/3 step Innerspace1 il pianeta è ormai tutto cartografato. Non si viaggia più per scoprire qualcosa che non si conosce, ma per confermare de visu (e rimanerne spesso disillusi) quanto si è letto sulle guide o visto in tv. Bene: non ci rimane forse la grande riserva dell'immaginazione? Se non siamo più capaci di fare davvero dei viaggi nella realtà, non possiamo ancora viaggiare con la fantasia? Chi ponesse la domanda in questi termini, dimostrerebbe di soffrire di quella diffusa distorsione ottica, che consiste nel considerare l'immaginario come un ersatz, un surrogato del reale, tanto rigorosamente separato quanto facilmente intercambiabile.[...]e l'immaginario non se ne sta lì a coprire i buchi della realtà, ma interagisce con essa, la legge, in qualche modo perfino la determina.[...][Ballard] il suo interesse andava ai nuovi miti dell'era tecnologica e ai depositi fossili – così li definiva – che si depositavano nella psiche umana. Così riprese il tema del viaggio fantascientifico e lo rivoltò come un guanto: i viaggi dei suoi personaggi sono itinerari in cui le tappe della peregrinazione fisica corrispondono alle tappe di un'esplorazione interna.[...]Dalla peregrinazione nel labirinto della città all'immersione nell'interno del corpo umano, il passo non è così lungo come sembra.[...]Se le interiora sono l'ambiente del solo viaggio oggi possibile, non si possono escludere quelle delle macchine che mediano ormai la nostra percezione del reale. Anche il viaggio all'interno del computer è ormai stato scritto. Sono i primi passi in quella che sarà forse la vera interiorità, anche in senso psichico, degli anni a venire. Neuromante (1984) e Count zero (1986) di William Gibson presentano l'invenzione forse più potente e visivamente più forte della fantascienza degli ultimi anni, il ciberspazio. Il sistema dei media nell'universo della fantascienza2 la fantascienza, più che veicolo di anticipazione, più che discorso futurologico divulgativo, usa il presente, lo scava, ne estrae tendenze e caratteristiche sotterranee, in una competizione/emulazione inevitabile fra parola e immagine. Ne è testimonianza la produzione più recente dei narratori americani cosiddetti cyberpunk, in particolare di William Gibson; questi nei suoi romanzi introduce una nuova figurazione che sta già diventando convenzione narrativa, quella del cyberspace, lo spazio virtuale interno al computer nel quale si muovono gli operatori più abili connessi alla macchina per via neuronale. Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza3 Tutti i generi letterari o artistici (senza distinzione fra letteratura o arte colta e popolare, da quando questa distinzione ha acquistato un senso, cioè con l’età moderna e la formazione di un pubblico nel senso in cui lo intendiamo oggi), tutti i generi, dico, nascono per separazione da una situazione precedente di indistinzione, e muoiono per un fenomeno analogo ma rovesciato, che possiamo chiamare di contaminazione o di fusione.[...]dobbiamo abbandonare la velleità definitoria e onnicomprensiva e concentrarci sul sistema di attese dei lettori, che è ciò che storicamente determina i generi e le loro caratteristiche (e che, insieme ai concreti modi di produzione culturale di una data epoca, costituisce ciò che chiamiamo immaginario: un termine che dovremmo forse abbandonare da quando se ne sono impadroniti ciarlatani e burocrati televisivi[...]se proprio volessimo una formula, potremmo dire: la fantascienza è quella forma di narrativa popolare che elabora l’esigenza di fiction collegata al nuovo ruolo della scienza nel sistema concettuale occidentale e della tecnologia nella vita quotidiana.[...]Fantastico e immaginario tecnologico non sono due cose sostanzialmente diverse che vanno collegate: la fantascienza nasce proprio perché la scienza e la tecnica hanno un certo ruolo, e questo ruolo è percepito dall’uomo comune (o da certi strati dell’uomo comune) come parte della sua vita e come generatore di bisogni immaginari. Non è certo la fantascienza che familiarizza i lettori con le scoperte scientifiche e tecnologiche: elettricità, telegrafo, telefono, radio, televisione, si impongono per conto loro come mezzi di comunicazione e tecnologie di uso sempre più quotidiano. La fantascienza elabora un bisogno fantastico, finzionale, legato a queste innovazioni: e questo è già immaginario tecnologico.[...]Se la fantascienza è un genere storico, quindi soggetto a vita e morte come tutti gli enti storici, non c’è da meravigliarsi non solo che la fantascienza di oggi sia diversa dalla fantascienza di ieri (cosa che anche il meno dotato dei lettori capisce), ma anche che essa possa estinguersi.[...]La fantascienza (si capirà che intendo il genere come determinato nel mercato editoriale della letteratura popolare di questo secolo) nasce in una fase culminante della modernità, una fase che (parafrasando e correggendo Virilio) si potrebbe chiamare un’era della velocità.[...]La bomba apre quella che potremo definire l’era dell’accelerazione: progressivamente, negli anni Sessanta e Settanta, il parametro su cui giudicare il mutamento sociale non è più la sua velocità (per esempio la densità di innovazioni tecnologiche - o la variazione di prodotto interno lordo - per unità di tempo, o qualsiasi altro indicatore economico e sociale), ma la sua accelerazione (cioè l’aumento di quella velocità per unità di tempo). L’effetto sociale che ne deriva è quello che Alvin Toffler ha definito, nel titolo di uno dei suoi libri più famosi, Lo shock del futuro. Certo, il ritmo dell’innovazione tecnica (più che della scienza vera e propria) subisce una tale accelerazione che la classica funzione predittiva di certa fantascienza (non di tutta) cade completamente.[...]e è la stessa nozione di futuro, una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi. Il sentimento del tempo di questa tarda modernità, di questa rivoluzione postindustriale promossa dall’espansione delle tecnologie e non governata da nessuno, è un espandersi indefinito e fisso del presente a cui tutto viene commisurato. Oggi né passato né futuro sembrano più essere presenti al sentire collettivo: tutto è già stato non solo pensato e agito, ma sentito (traggo queste considerazioni dall’ultima interessante opera di Mario Perniola, che si chiama appunto Del sentire). Il futuro ci è crollato addosso, si sta già realizzando ora: non solo, ma questo non è «il futuro», sono già i cento, mille, possibili futuri ognuno dei quali trova, nella complessità e nella segmentazione sempre maggiore della società postindustriale, un suo spazio di realizzazione e di coesistenza accanto ad altri.[...]fantascienza tradizionale: un genere, cioè, che può essere ancora grato a certi strati di lettori, ma che sopravvive ormai a se stesso, come quel cavaliere dell'Ariosto che 'andava combattendo ed era morto'.[...]Nella letteratura di genere, più ancora che nella letteratura alta, è fuorviante cercare il capolavoro. La fantascienza è una costellazione di immagini che passano di opera in opera, e così facendo si amplificano, si arricchiscono, si trasformano. Questo non vuol dire che non si possano formulare giudizi di valore anche nella letteratura di genere.[...]Mi dispiace per chi non lo ha capito, ma Gibson e Sterling sono stati (insieme a Shepard e a Kim Stanley Robinson) gli autori di fantascienza più significativi degli anni Ottanta perché hanno visto i processi sociali e le ristrutturazioni dell’immaginario con grande acutezza. E possono quindi essere messi sullo stesso piano di Thomas Harris, di Ellroy, di Skipp e Spector, di David Schow, degli altri grandi rinnovatori di generi degli anni Ottanta. Ma anche (fuori dai generi) di Don De Lillo e di Brett Easton Ellis. Quello che bisognerebbe chiedersi è forse proprio come è cambiato, in relazione a queste trasformazioni, il pubblico della fantascienza. Un lettore tipo forse non esiste oggi (in Europa, negli USA e in Giappone), come non esisteva negli anni Venti. Seri studi sociologici in questo senso ce ne sono pochi, e nessuno in Italia. L'insostenibile naturalità della tecnica4 La fantascienza (non si può non essere d’accordo con Ballard) è stata l’immaginario portante del XX secolo. Ci ha fornito un riassunto e un’epitome della storia precedente del mondo vista dal punto di osservazione di un presente in preda a una continua mutazione, ci ha fornito innumerevoli squarci di alterità, ci ha abituati a vedere il futuro non come uno sviluppo lineare del passato e del presente ma come una costellazione di possibilità; nel volgere di pochi decenni ha cantato l’ultimo inno, il definitivo, alle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, e ha irriso quel mito come nessun altro ha saputo fare, corrodendolo dall’interno e nutrendoci dell’immaginario della catastrofe e del dramma insito nella potenza della tecnologia. La domanda è: la fantascienza sarà ancora l’immaginario portante del nuovo secolo? La risposta è più probabilmente no che sì. La fantascienza cadrà vittima (forse è già caduta vittima) di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale. La fantascienza, infatti, non può vivere se non c’è quel minimo scarto fra progettualità e realizzazione, se non c’è una distanza sia pur piccola fra l’esistente e il germe della novità (il novum di cui parla Darko Suvin) che fra le pieghe dell’esistente matura. La fantascienza ha bisogno di questo scarto, di questa distanza, per instaurare il suo sguardo sul mondo, che poi può essere profetico o ironico, catastrofico o consolatorio, ma è lo sguardo che vede allargarsi le due sfere, quella del reale e quella dell’immaginario, e in quell’allargamento vede confondersi i loro confini, vede crescere la zona di intersezione fra i due, fino a che questa zona, in cui reale e immaginario si fondono, ricopre tutto il nostro mondo, diventa l’unica zona a cui ha accesso la nostra esperienza. La fantascienza può vedere e descrivere il processo di conversione del virtuale nel reale solo finché questo processo è ai suoi inizi, solo finché esistono luoghi da cui vedere quella zona di confusione e distinguerla per differenza dalle altre in cui la distinzione fra reale e immaginario è ancora relativamente salda. Ma quando i confini del reale sono tanto allargati da coincidere con quelli del possibile, quando il possibile non è più definibile in opposizione a un impossibile - se non in termini puramente logici - qual è il punto di osservazione che adotteremo? [...]Musil. «Il possibile non comprende soltanto i sogni delle persone nervose, ma anche le non ancor deste intenzioni di Dio». Un’esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a un’esperienza reale e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione. Chi poteva trattare la realtà come un compito e un’invenzione, come si suggeriva all’inizio di L’uomo senza qualità, era ancora e pur sempre un soggetto, era l’uomo «per il quale una cosa reale non vale di più che una immaginaria», e che proprio per questo «dà finalmente senso e determinazione alle nuove possibilità, e le suscita». Le cose, lo vediamo, non stanno affatto andando così. Le nuove possibilità che giornalmente vengono suscitate sulle reti telematiche, grazie alle interazioni di milioni di individui (uomini, donne, transgender, knowboat, cyborg), appaiono più come un processo continuo e impersonale che come un insieme di progetti riconoscibili dotati di senso e determinazione. Non è in discussione la ricchezza di questo processo, né la sua ineludibile realtà. La risposta non può quindi essere quella di resuscitare categorie nate e sviluppate in una situazione completamente diversa dall’attuale, come appunto quelle di soggetto, progetto, e simili, del tutto inefficaci se maneggiate senza profondi ribaltamenti. La proposta di Donna Haraway di lavorare su saperi situati, di mettere in luce la «radicale specificità storica e quindi la contestabilità di ogni livello dell’edificio scientifico e tecnologico» si è rivelata, come lei stessa ammette, più ambigua e più difficile di quanto il femminismo storico non avesse pensato. Paradossalmente, infatti, la moltiplicazione dei punti di vista e la distruzione del centro, processi che la tarda modernità ha esaltato e diffuso, non portano da soli a un arricchimento del senso e a una dialettica, per dirla con Musil, fra consapevoli utopismi. La moltiplicazione delle legittimazioni è infatti puramente formale, avviene in un contesto in cui le pratiche discorsive situate acquistano diritto di esistere (e anche una relativa visibilità) solo a prezzo di perdere ogni carattere operativo, ogni efficacia come proposte universali. I discorsi delle donne, dai gay, delle lesbiche, dei neri, possono naturalmente circolare, anzi in certo modo devono circolare, ma diventano elementi del rumore di fondo diffuso che costituisce l’acqua in cui naviga la società dell’informazione. Questo mi sembra, (...) uno degli effetti più generali e gravidi di conseguenze del mutamento delle tecnologie. A questo punto la continuità che pure esiste fra la selce e il computer non ci aiuta a capire. La sfera della tecnica è oggi diventata una seconda natura non più nel senso di un ambiente umanizzato, e quindi per definizione controllabile: il mondo delle tecnologie sta acquistando, come e più di quello della natura originaria, un carattere oggettivo nel senso di incontrollabile. Note: Pubblicato in Strip n. 3, luglio/agosto 1998 https://www.academia.edu/322992/Innerspace Pubblicato in La rappresentazione verbale e iconica: valori estetici e funzionali. Atti dell’XI Congresso nazionale dell’A.I.A., Bergamo 24-25 ottobre 1988, a cura di C. De Stasio, M. Gotti, R. Bonadei, Guerini Studio, Milano 1990 https://www.academia.edu/317038/Il_sistema_dei_media_nelluniverso_della_fantascienza 1992 https://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza Pubblicato in Jean Baudrillard, Cyberfilosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999 https://www.academia.edu/314713/Linsostenibile_naturalit%C3%A0_della_tecnica Antonio Caronia: The Imaginary and Science Fiction A brief anthology of writings in three steps, edited by Giuliano Spagnul Step 2/3 Innerspace1 The planet is now entirely mapped. We no longer travel to discover something unknown, but to confirm de visu—and often remain disillusioned by—what we have read in guidebooks or seen on TV. Well then: does the great reserve of the imagination not perhaps remain for us? If we are no longer capable of truly making journeys into reality, can we not still travel with fantasy? Anyone posing the question in these terms would demonstrate that they suffer from that widespread optical distortion which consists of considering the imaginary as an ersatz, a surrogate for the real, as rigorously separated as it is easily interchangeable. […]The imaginary does not sit there to fill the holes of reality; rather, it interacts with it, reads it, and in some way even determines it.[…][Ballard’s] interest was directed toward the new myths of the technological age and the fossil deposits—as he defined them—that settled within the human psyche. Thus, he took the theme of the science fiction journey and turned it inside out like a glove: the journeys of his characters are itineraries in which the stages of physical wandering correspond to the stages of an internal exploration. […]From wandering through the labyrinth of the city to immersion into the interior of the human body, the step is not as long as it seems.[…]If the entrails are the environment of the only journey possible today, we cannot exclude those of the machines that now mediate our perception of reality. Even the journey inside the computer has now been written. These are the first steps into what will perhaps be the true interiority, even in a psychic sense, of the years to come. William Gibson’s Neuromancer (1984) and Count Zero (1986) present perhaps the most powerful and visually striking invention of recent science fiction: cyberspace. The Media System in the Universe of Science Fiction2 Science fiction, rather than a vehicle for anticipation or a popularizing futurological discourse, uses the present, hones into it, and extracts its underground trends and characteristics in an inevitable competition/emulation between word and image. This is evidenced by the most recent production of the so-called cyberpunk American narrators, particularly William Gibson. In his novels, he introduces a new figuration that is already becoming a narrative convention: cyberspace, the virtual space inside the computer in which the most skilled operators, connected to the machine via neural pathways, navigate. Responses to the Round Table on Science Fiction3 All literary or artistic genres arise by separating from a previous situation of indistinction, and they die through an analogous but reversed phenomenon, which we can call contamination or fusion. […]We must abandon the pursuit of all-encompassing definitions and focus on the readers' system of expectations, which is what historically determines genres and their characteristics (and which, together with the concrete modes of cultural production of a given era, constitutes what we call the imaginary: a term we should perhaps abandon since charlatans and television bureaucrats have taken possession of it).[…]If we truly wanted a formula, we could say: science fiction is that form of popular narrative that processes the need for fiction linked to the new role of science in the Western conceptual system and of technology in daily life. […]The fantastic and the technological imaginary are not two substantially different things that must be linked: science fiction is born precisely because science and technology have a certain role, and this role is perceived by the common man as a part of his life and as a generator of imaginary needs. It is certainly not science fiction that familiarizes readers with scientific and technological discoveries. Science fiction processes a fantastic, fictional need linked to these innovations: and this is already the technological imaginary.[…]If science fiction is a historical genre, and therefore subject to life and death like all historical entities, it is no wonder not only that today's science fiction is different from yesterday's, but also that it may become extinct. […]Science fiction was born in a culminating phase of modernity—an era of speed. The [atomic] bomb opened what we could define as the era of acceleration: progressively, in the sixties and seventies, the parameter for judging social change was no longer its speed, but its acceleration. […]The resulting social effect is what Alvin Toffler defined as Future Shock. The pace of technical innovation undergoes such acceleration that the classic predictive function of certain science fiction falls away completely. The very notion of the future—a key notion of modernity upon which science fiction largely based itself—is dissolving.The feeling of time in this late modernity is an indefinite and fixed expansion of the present to which everything is measured. Today, neither past nor future seem present to the collective feeling: everything has already been not only thought and acted, but felt. The future has collapsed upon us; it is already being realized now. Moreover, this is not the future, but rather the hundred, thousand possible futures, each of which finds its own space of realization and coexistence within the increasing segmentation of post-industrial society. Traditional science fiction survives itself, like Ariosto’s knight who «went on fighting and was dead».[…]In genre literature, even more than in high literature, it is misleading to seek the masterpiece. Science fiction is a constellation of images that pass from work to work, and in doing so, they amplify, enrich, and transform. This does not mean that value judgments cannot be formulated. Gibson and Sterling were the most significant science fiction authors of the 1980s because they saw social processes and the restructuring of the imaginary with great acuity. They can thus be placed on the same level as Thomas Harris, Ellroy, or even Don DeLillo and Bret Easton Ellis. We should perhaps ask ourselves how the science fiction audience has changed in relation to these transformations. A typical reader perhaps does not exist today. The Unbearable Naturalness of Technology4 Science fiction has been the foundational imaginary of the 20th century. It provided us with a summary of the world's history seen from a present in the grip of continuous mutation; it provided us with countless glimpses of otherness and accustomed us to seeing the future not as a linear development, but as a constellation of possibilities. It sang the final hymn to the magnificent and progressive fates of humanity and mocked that myth like no other could, corroding it from within.The question is: will science fiction still be the foundational imaginary of the new century? The answer is more likely no than yes. Science fiction will fall victim to the process of the falling of the sky of the imaginary onto the earth of the real. It cannot live if there is not that minimum gap between planning and realization, a distance between the existing and the germ of the new (novum).Science fiction needs this gap to establish its gaze on the world. It can describe the process of converting the virtual into the real only as long as this process is in its infancy. But when the boundaries of the real are expanded so much that they coincide with those of the possible—when the possible is no longer definable in opposition to an impossible—what point of observation will we adopt?.Musil suggested that the possible comprises not only the dreams of nervous people but also the not-yet-awakened intentions of God. A possible experience has something divine in it, a conscious utopianism that treats reality as a task and an invention. The one who could treat reality this way was still a subject. Things, as we see, are not going that way at all. The new possibilities aroused on digital networks through the interaction of millions of individuals (men, women, transgender, knowbots, cyborgs) appear more as a continuous and impersonal process than as a set of recognizable projects.The multiplication of points of view and the destruction of the center do not lead by themselves to an enrichment of meaning. The multiplication of legitimizations is purely formal. The discourses of women, gays, lesbians, and Black people can circulate—indeed, they must—but they become elements of the diffuse background noise of the information society. This is one of the most general effects of the change in technologies.The sphere of technology has today become a second nature, but no longer in the sense of a humanized and controllable environment. The world of technologies is acquiring an objective character in the sense of being uncontrollable, much like—and even more so than—the world of original nature.

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    Ai compagni che non mangiano di quel pane # parte seconda La seconda parte di un testo sul tema della «cultura materiale» di Gianni-Emilio Simonetti, artista, scrittore e saggista, esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus e autore di numerosi testi di impegno teorico. Per il mese di giugno 2026 è prevista la pubblicazione del suo libro Racconti gourmaund seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxsus. In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari Non Identificabili). Truismi L’espressione «truismo» viene dalla lingua inglese, è formata dalla parola true (verità) con il suffisso ismo (dal greco, ismós), serve a formare, partendo da aggettivi o da sostantivi, parole astratte che indicano dottrine, atteggiamenti e anche peculiarità o caratteri del linguaggio. Che cosa significa in modo specifico «truism»? I truismi sono le verità banali, evidenti, senza importanza, scontate, ma anche indiscutibili, di cui appare superflua ogni spiegazione. Sono nel metodo le verità della politica: ribadiscono l’ovvio per rimuovere ciò che implica la contingenza, richiamano la coerenza per escludere la conseguenza e, con essa, la prassi. Che cos’è la verità non lo sappiamo, sappiamo che un tempo esisteva una «scienza» – scrive Aristotele – che la possedeva come fine, la filosofia. Sappiamo anche che ci sono stati e ci sono ancora dei tentativi per trasformarla in un valore assoluto a cui sottomettere tutti gli altri. Era il sogno di Kant e dei neo-kantiani. Meglio avere a che fare con gli assoluti che con il reale. In ogni modo questa espressione, come quella di libertà, trascina tutti al suo seguito, dai filosofi, ai politici, ai profeti, ai moralisti, agli artisti, agli asceti, compresi i pessimisti, che pretendono di dire la verità quando affermano che la verità non esiste. Eccepisce divertito Nietzsche: «Mai un uomo, alla fine, si è sacrificato per la verità». Anche se non ce ne rendiamo conto il linguaggio comune è spontaneamente metafisico e tende a confondere il vero con il reale. In questo senso è ancora platonico. Un punto che non interessa nessuno. Per l’idealismo è la stessa cosa. Da tempo nel linguaggio si addensano i rischi del buon senso che interroga il mondo. Per questo se il mondo risponde positivamente allora l’ipotesi e la conseguente teoria sono vere. Se risponde negativamente allora sono false. Anche questo è un abbaglio pragmatico. Una guarigione a Lourdes o per merito della psicoanalisi non prova la giustezza né la validità dell’esistenza della Vergine o della teoria freudiana. Così come, nella fattispecie, un esperimento realizzato in una certa parte del mondo non prova che esso sia possibile dappertutto. C’è d’aggiungere che quando la verità di un esperimento complesso è formata anche dalle proposizioni delle scienze cosiddette esatte occorre distinguere tra la precisione, che è un valore della tecnica, dall’esattezza che è un valore della logica. Vero e falso sono termini contrari. Vero e non vero sono termini contraddittori. Questo ci fa comprendere che il falso fa parte del non vero, ma non lo esaurisce. Ci sono degli enunciati che non sono né falsi né veri. Bianco e nero sono contrari, ma non è perché un oggetto non è bianco che è nero. Dunque, un enunciato può essere vero o non essere vero, il falso è solo un elemento del non-vero. Il falso, poi, non necessariamente è un errore, soprattutto nella tecnica. L’errore, insomma, manca il bersaglio della verità, la menzogna lo contraddice o perlomeno, quando è performata lo relativizza, la dissimulazione lo nasconde. Mescolateli e avrete le ideologie, anche quelle salvifiche dei riformismi. Nella società dello spettacolo, dove la metafisica ha il suo reame, dopo che questi ha preso il posto dello spiritualismo attraverso la banalità si possono costruire dei truismi per i quali il vero appare come un momento del falso. E si può fare di meglio, con la dissimulazione il vero si perde nel falso, consentendo di pensare il falso come se fosse vero o verosimile. Autorizza ogni delirio e ogni miraggio. Concede di sognare, d’illudersi che un milionario è un vagabondo che ha raccolto un milione di monetine. Abbiamo già detto che il linguaggio è metafisico e che la metafisica fa le capriole, così, spesso si ritiene corretto affermare che una cosa può essere vera in teoria ed essere falsa nella pratica, dimenticando che una teoria non è vera se la prassi non la conferma. In ogni modo da tempo il problema non è più quello di falsificare i dettagli, ma gli insiemi in attesa di falsificare la società per quello che è. L’opinione pubblica è un fenomeno recente, contemporanea delle democrazie borghesi e dell’economia di mercato. A che cosa è servita in principio? A dare dignità e legittimità popolare alle altre due, dimenticando che nella storia la democrazia che conosciamo è quella che disegnano i suoi predicati. Anche per questo lo stesso Platone detestava la democrazia e i suoi lacchè. Nello spettacolo l’opinione serve a banalizzare il pensiero e la verità, a narcotizzare il reale, soprattutto è impiegata per distrarre. Dentro questo scenario tutto può essere smentito e la manipolazione delle opinioni può infine riposare sul niente assoluto. Dimenticato Marx oggi è un luogo comune pensare che la democrazia è inseparabile dalla ragione mercantil-popolare, nonostante l’inconciliabilità dei due termini. Nella fattispecie, questo luogo comune diventa nel sistema capitalistico un postulato ritagliato sulla figura del consumatore, gabbato due volte, perché è indotto al consumo e perché gli si fa credere che il suo comportamento è «razionale». A essere pignoli è preso in giro tre volte, perché viene anche educato a credere che consumo ed elezioni «democratiche» gli riconoscano le «sue» ragioni. È una amara lezione quella che insegna come non sia sufficiente che un’opinione appaia «soggettiva» per essere «personale», non c’è nulla di più impersonale di un’opinione condivisa da milioni di persone. Da almeno un secolo esiste il problema della credibilità delle opinioni. La credibilità è come il panico, si alimenta da se stessa. In genere non si crede una cosa perché l’abbiamo verificata, ma perché gli altri lo credono. La credulità ha finito per diventare, sotto l’effetto moltiplicatore dei mass-media, il suo proprio criterio di validità. In altre parole, non è vero che gli individui agiscono in funzione dei propri interessi, ma in funzione delle idee che essi hanno dei loro interessi, che è tutta un’altra cosa. Blaise Pascal diceva che anche chi sta per essere impiccato non può rinunciare alla speranza di un futuro migliore. Il linguaggio economico, che ha una forte capacità di sintesi tra la realtà materiale e le idee, ha fatto dell’espressione «speculazione» (che deriva dalla parola latina «speculum») qualcosa che va più in là del pensiero dell’azione, trasformandolo in un atto che sfugge al reale e teso ad acquisire dei vantaggi. In genere le credenze innocue hanno un effetto «placebo», come gli oroscopi le credenze collettive sono delle rappresentazioni che diventano ideologie, con il risultato di apparire più convincenti delle teorie stesse. In questo contesto a cosa servono? A totalizzare abusivamente gli oggetti che stanno dietro le formule di comando e di controllo, come sono il paese, lo «Stato», il popolo, la nazione, il territorio. Così il tutto viene preso come se fosse una parte e la parte come se fosse un tutto. Questa figura della retorica si chiama «sineddoche». È l’arma preferita dallo spettacolo per i suoi colpi di Stato! Nella società dello spettacolo, in tempo di «pace», cioè, in tempo di consumi non depressi e di speculazioni finanziarie, le ideologie preferiscono dissimulare piuttosto che mentire. Del resto, le ideologie moderne hanno diligentemente appreso a coltivare gli effetti senza le cause e a manovrare le emozioni senza la comprensione. In questo contesto, l’apparente eguaglianza sociale e la generale miseria della vita corrente si realizzano senza difficoltà, perché viviamo in un mondo senza trascendenza. Tutto questo non ha che due possibili esiti, o apre le porte alla derisione, o alla povertà che ha il potere di dilagare dappertutto molto velocemente nella vita civile come in quella sociale. Intermezzo Il mondo non si merita di durare se non nella misura in cui gli individui ragionevoli che lo popolano sono degni delle ragioni della vita. Lo affermò Kant pensando all’apocalisse. Quando queste ragioni spariscono non c’è motivo che lo spettacolo continui. Questa idea della fine del mondo riposa su un assunto: che la storia abbia delle finalità umane. Dobbiamo preoccuparci? No. La forma di capitale ha saldato queste finalità alla sua idea di progresso, senza tener conto dei costi umani. Le apocalissi storiche postulavano un giudizio morale sul carattere corrompibile del mondo e la punizione era meteorologica. Tutto poteva finire o con un diluvio, o con un incendio, o con il buio di un sole che precipitava. L’apocalisse moderna arriverà nella forma di una modernità invivibile di cui vediamo già i segni alla periferia dell’impero delle merci. In questa prospettiva cosa sono mai gli assalti giovanili ai bastioni metropolitani del consumo? Se è vero che nei miti noi vediamo la storia delle nostre origini, il bagliore dei fuochi di questi assalti non sono che la rivelazione della fine. Essi non provano la propensione a delinquere di una generazione, ma piuttosto il fatto che la tecnica – dietro cui si nasconde l’idea di progresso – conferisce all’azione dei poteri occulti una capacità di distruzione che va ben oltre il potere di effrazione del chiavistello brechtiano. Su questo punto occorre essere chiari. Non si tratta di un’escatologia millenarista, ma di quello che già ci mostrano le utopie culturali dello spettacolo. Tutto concorre e converge verso il medesimo orrore. Se non abbiamo ancora guardato in faccia questo orrore è perché non basta eliminare la parte di esistenza umana che non serve più, occorre allo stesso tempo eliminare l’insieme delle condizioni che l’hanno prodotta. Alla luce di tutto ciò il fatto che i paesi della fascia temperata del pianeta terra consumino decine di volte più energia di quelli che si trovano alla periferia dell’impero delle merci non è più così importante, esattamente come non contò più per i vari clan dell’isola di Pasqua il volume delle loro deforestazioni. La tecnica fatica ad accettare i limiti del suo potere, anche perché, etero-guidata da poteri o che non controlla o che serve per interesse, non sa quali essi sono, eppure basterebbe un piccolo e prevedibile aumento della temperatura della terra, logica conseguenza delle dissennate politiche nazionali e internazionali sull’ambiente, perché la zona tropicale si allargasse quel tanto per il quale il problema non sarebbe più tanto la siccità che rallegra da tempo i nostri giornali televisivi, ma lo scatenarsi mortifero e incontrollabile d’insetti, parassiti e virus patogeni. Tutto questo lo sappiamo già, fingiamo solo di non saperlo, i dati dell’OMS, infatti, continuano a ripetere che la mortalità a causa delle malattie infettive e in aumento dappertutto nel mondo. Un dato che andrebbe messo a confronto, se questo è il fronte del nemico esterno, con i dati che sottolineano il diffondersi dei nostri nemici interni. A oggi sono più di cinquecento milioni le persone che soffrono di un disturbo psicologico e quasi il doppio quelli che hanno un disturbo della personalità. L’OMS stima che prima della fine di questo decennio la depressione sarà molto probabilmente la seconda causa di morte, appena dietro le patologie cardio-vascolari. Nel segreto si sta correndo ai ripari con le cosiddette «nanotecnologie», non risolveranno molto, ma una cosa è certa, costituiranno un nuovo capitolo della dominazione totalitaria della vita corrente attraverso il ricondizionamento genetico della nostra natura. La fame di merci inutili, la fame di avere tutto non è altro che l’altra faccia dell’angoscia di non essere niente. Le merci sono le isole di chi si trova in balia dei flutti dello spettacolo, di chi avverte l’incompiutezza sociale dell’epoca e i morsi del desiderio di vivere. Spaccare una vetrina in nome del popolo e di una giustizia proletaria è ancora un miracolo della democrazia borghese, riafferma l’illusione che essa esista al prezzo di un po’ di vetri rotti, confonde il tutto con la parte, l’estasi con l’esaltazione, il momento con l’esperienza. Meglio il non sapere che genera la coscienza di non avere un futuro. Questa libido sciendi che ci sottrae all’amore per le merci e al gusto della tragedia come un sintomo della decadenza. L’universo mercantile in cui siamo costretti a vivere è un’illusione di totalità, ma l’illusione tradisce sempre il desiderio da cui deriva. Di spezzare con il desiderio il potere dell’alienazione sociale. Si brucia una vetrina per ratificare, anche se inconsciamente, l’esclusione dal paradiso terrestre e godere dei frutti del peccato lasciando ai moralisti di decidere della sua utilità politica. Abbiamo chiamato nichilisti coloro che vogliono abolire le gerarchie di valori, come dobbiamo chiamare quelli che ci vogliono imporre le loro? Ieri il senso della natura dava alla cultura degli uomini e alla vita corrente la loro unità di senso. Oggi tutto questo è sostituito con una grande recita in cui i miti e i valori dei poteri costituiti hanno preso il posto che fu della storia, intervenendo con lo strumento delle comunicazioni di massa a creare degli insiemi spettacolari coerenti. Questi insiemi all’inizio del diciannovesimo secolo servivano più che altro a conciliare e dissolvere l’eredità dell’Illuminismo nel movimento generale dell’economia che la borghesia nascente esprimeva attraverso la sua filosofia della vita: il capitalismo. Lo scopo a posteriori appare chiaro a tutti, allora le avanguardie del comunismo che lo denunciarono furono derise: distruggere la solidarietà tra gli uomini che questi avevano ereditato dalla natura. Un atteggiamento che oggi spiega il modo di trattare l’ambiente, proteggerlo, perché il suo destino preoccupa, ma come si fa con gli animali nei giardini zoologici o con le specie arboree nei parchi con la complicità interessata di certe élite. Come l’università delle scienze gastronomiche di Pollenzo, questa San Patrignano del culatello! Quello che conta è che tutti s’illudano sulla libertà di credere, di pensare e di fare. Che nessuno metta in dubbio il primato del frammento sul tutto, della parte sull’insieme, dunque della menzogna sul vero di cui un tempo era la parte. Un’illusione costosa che ha coinvolto anche la poesia, la letteratura e l’arte, pagate per scagliarsi contro una tradizione che non esiste più, una morale che non serve più a nessuno, dei tabu che forse farebbero meno danno se restassero. Che dire? Le parodie culturali di quella che un tempo era la Bella Totalità non fanno più ridere nessuno. Rivendicare l’intolleranza della storia sociale è un modo per dire che è divenuto intollerabile veder precipitare la cultura materiale nella miseria dei ghetti televisivi. Che non si possono più difendere le merci superflue delle élite spacciate per prodotti di qualità, che è venuto il momento di diffidare di coloro che si sono dati il compito di mutare in piacere della nostalgia la sorda inquietudine delle cose lasciate incompiute. Il sistema mercantile è una macchina che digerisce tutto, soprattutto quando è oliata con le idee dei suoi avversari quando questi vaneggiano di una contro-cultura del gusto e degli stili di vita. Digerisce tutto, ma non il materialismo che lo infastidisce con le sue diagnosi critiche della vita corrente e con le sue puntualizzazioni sugli esiti catastrofici dei conflitti tra reale e rappresentazione. Conflitti in cui ritroviamo la formazione dei deliri che la cultura non sa più cavalcare. La cultura materiale L’espressione di cultura materiale è per i domesticati tanto evidente nel suo significato astratto quando imprecisa e ambigua in quello concreto o per causa. La si è usata in numerose discipline come se fosse un segnalibro. Sia per classificare gli oggetti anonimi delle civiltà preistoriche che per indicare gli animali studiati da Darwin. Per definire i manufatti materiali di una civiltà, come per indicare il naturalismo di Émile Zola. Durkheim, usando una definizione marxiana, la intende come una sovrastruttura. Gli archivisti del colonialismo europeo come la sezione dedicata alle collezioni antropologiche. Da qualche anno a questa parte compare spesso anche negli studi di housing per pensionati, serve a convincerli che la socialità si sviluppa anche a partire dalla condivisione materiale di beni e servizi al limite della miseria. In ogni modo è con la rivoluzione bolscevica che questa espressione divenne popolare e si politicizzò, tanto che in una prospettiva metodologica fu da molti considerata come ciò che definiva gli aspetti materiali del comunismo. Nel 1919 su decreto di Lenin fu inaugurata l’Akademija istorii material’noj kul’tury. Non ebbe il successo che si meritava, in compenso fece il suo ingresso ufficiale nei libri di storia moderna e di antropologia. Per il gruppo di Annales, già innamorati della cronaca sociale, era la disciplina che avrebbe restituito la voce ai «muti della Storia» coniugandosi con l’antropologia culturale dove già l’aveva parcheggiata, come una voce secondaria, Marcel Mauss. Di contro, André Leroi-Gourhan, la mise al centro dei suoi studi e soprattutto delle sue preoccupazioni cucinarie, «visto che l’arte culinaria sfugge alla caratteristica di tutte le altre arti, cioè alla possibilità figurativa, non affiora al livello di simboli». Evidentemente in tutta la vita non s’imbatté mai in una giovinetta che mangiava un cono di gelato. In Italia solo di recente è divenuta un capitolo della sociologia della cultura, serve agli antropologi del mondo del lavoro rurale per esaltarne gli strumenti, le strutture sociali e gli apparati simbolici che definiscono l’identità dei localismi. Oggi l’espressione di cultura materiale esprime la tridimensionalità della cultura e, fuori dai circuiti accademici, è confusa con la cultura popolare, il folklore e l’archeologia minore. Poi, con i cultural studies, il primato della mano sul pensato, le tecniche del corpo, si è di nuovo imbarbarita a teoria degli oggetti. A utensile che tiene separato in una vantaggiosa dicotomia spirituale l’unità critica di teoria e praxis e più in là, ogni giudizio sul divenire merce degli oggetti manifatturieri dal punto di vista della loro inutilità culturale e nocività morale. Le attività della vita corrente sono per lo più ignorate dalla storia. L’espressione di «vita privata» ha fatto il suo tempo e le sue cronache sono state soprattutto declinate al femminile. Pochi sono gli studi sul vissuto sociale o su quello materiale, si preferisce una storia di oggetti. Lo storico della cultura rurale, Jean-Marie Pesez coniò alla fine del secolo scorso una definizione di cultura materiale che ancora non ha perso nulla della sua algida eleganza: L’histoire de la culture matérielle n’à pas d’autre objet que la condition humaine. Per l’archeologia questa cultura rappresentava il racconto di cinque modelli: natura, uomo, tecnica, oggetti, consumi. Poi, con il tempo, la narrazione si è arricchita con i concetti di quadri, maniere e stili. Nella cultura materiale sono oggi confluiti, citando alla rinfusa – grazie alla storia sociale – la morte, l’alimentazione, la moda, i rapporti di potere, le forme di giustizia, i charivari, le superstizioni e la cartografia delle pestilenze, fino arrivare alla paleo-parassitologia. In altri termini è un modo per riconoscere agli oggetti il potere di incarnare il religioso, lo spirituale, il sapienziale e di esprimere il sistema di norme e di valori che sono la sorgente delle pratiche e delle rappresentazioni dei membri di una società. A nord-est di tutto questo c’è un modo di definire la cultura materiale che brilla nella sua ovvietà radicale nonostante i numerosi tentativi di occultarlo: è considerarla una forma critica di cultura materialista. Una cultura che pone la materia all’origine dei poteri endogeni della coscienza senza negoziare deroghe, là dove le passioni incontrano i deliri e i furori o, più semplicemente, la cultura materiale è quella cultura che considera lo spirito e le sue rappresentazioni mondane, a cominciare dall’anima, un’infezione della materia. Gli argomentisti e i sociologi contrappongono spesso la cultura materiale a quella non-materiale – o, immateriale – definendo la prima una cultura delle cose, dei manufatti e delle merci e la seconda una cultura dei significati, dei valori, delle cerimonie e dei linguaggi. Questa contrapposizione serve a esaltare i residui antropologici degli antichi folclori banalizzati dall’imperialismo e a celare il fatto che i valori immateriali come le merci hanno un senso solo se hanno un significato noto e riconosciuto. Il senso di un frigorifero è estraneo a chi abita la foresta amazzonica esattamente com’è un ossimoro il concetto di cultura immateriale. La distinzione serve a inserire nei truismi che infestano la modernità la nozione di obsolescenza intesa come un carattere intrinseco della forma di merce estensibile a tutto ciò che la riguarda, lavoro dell’uomo compreso. In realtà all’origine questa nozione misurava la perdita di valore dell’utilità dovuta all’accumulazione dei saperi e dell’esperienza, non la loro degradazione. Le forme immateriali della cultura sono divenute un patrimonio dell’umanità da quando la società mercantile-spettacolare le accumula intorno a sé. Facendolo si verifica un effetto paradosso, si svilisce la loro mediazione simbolica, vale a dire la mediazione di quel contenuto espressivo che attraverso il linguaggio si configura come una rappresentazione materiale della realtà. Di più, queste forme immateriali, siano esse rappresentazioni religiose, scientifiche, filosofiche, politiche, artistiche o semplicemente del comportamento, sono assunte dallo spettacolo nella forma di spettacoli tra di loro concorrenti destinati a dare un’illusione di libertà di giudizio. Le rappresentazioni materiali della realtà sono state per millenni i modi attraverso i quali l’essere senziente è divenuto cosciente di sé, per mezzo delle quali ha mediato il rapporto con l’Altro da sé, l’ambiente e gli avvenimenti. In questo modo i processi di mediazione simbolica si ponevano come il contrario del determinismo biologico che guida la vita animale. Su questo crinale la forma dello spettacolo integrato è la realizzazione con i mezzi mediali di massa di quel determinismo immateriale che ha costretto la mediazione simbolica a mutarsi in mediazione ideologica, infettando la gnosi. In questo senso l’obiettivo della cultura materiale è quello di riannodare una dipendenza causale fondamentale, quella tra vita sociale e coscienza dell’esserci, perché una volta perse le catene l’essere sociale tornerà a determinare la coscienza sociale, altrimenti detto comunismo o comunità dell’essere. La vulnerabilità è l’aspetto soggettivo più evidente dell’infantilizzazione prodotta dall’idealismo, l’uomo che non cresce perché costretto a regredire è messo nella condizione di essere ferito dalla vita corrente. Lo si vede con chiarezza nell’arte moderna. La sua radice infantile la fa convergere verso espressioni psicopatologiche fondate sul disagio sociale e sulle patologie dell’Io, a cominciare dal narcisismo che invano i manuali diagnostici han cercato di far sparire. Un tempo il sogno di un mondo alla rovescia era il mito di un’utopia salvifica, il «rovescio» del mondo è il suo inferno. La cultura era stata descritta dalla psico-analisi come una manifestazione dell’eros, la condensazione sociale di una pulsione libidica, che cosa resta di essa se lo spettacolo la estetizza? Se la pubblicità la trasforma in una merce che condiziona le scelte? Il suo legame con l’eros la fece diventare un processo vitale, una Ananké, quello con le merci la metamorfizza in un disagio della civiltà. Per la forma di spettacolo è vitale il controllo dell’incessante interazione delle relazioni libidinali, infatti un’immaturità dell’eros produce un’immaturità culturale e viceversa, facile da gestire, ancora più facile da sfruttare. Questa immaturità storicizzata, poi, si può trasmettere nello spazio e nel tempo storico. L’infantilizzazione può essere trattata come se fosse un fattore biologico, al pari di quella che un tempo era la maturazione. Come questa agisce sulle forme culturali e sui loro processi di mediazione sociale. Quando agisce ha i caratteri di una pulsione innata che solo la cultura materiale può smascherare. L’Ananké è stata fino a ieri condizionata dall’ambiente in cui il soggetto si trovava, oggi ha una forma economica immateriale attraverso la quale s’intreccia con le forme specificatamente culturali, obbliga a introiettare le forme dell’aggressività, e crea una pericolosa equivalenza tra nevrosi e forme di sviluppo della socialità. In altri termini è una mania, cioè, un pilastro dell’irrazionalità.

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    Blackout a Berlino

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    Israele sta applicando la «dottrina di Gaza» in Libano e in Iran Viscount Kit Kelen L’articolo interpreta l’evoluzione della strategia militare israeliana all’interno della logica storica del capitalismo globale e della lotta di classe, sostenendo che essa si sia trasformata in una forma di guerra contro intere società. Dopo il 7 ottobre 2023, Israele avrebbe abbandonato la precedente <>, basata su operazioni militari intermittenti e sull’uso di forza sproporzionata, per adottare un approccio di annientamento prolungato e sistematico, sperimentato a Gaza e poi esteso a Libano e Iran. Secondo questa analisi, i civili non sono più considerati danni collaterali ma obiettivi strategici, nell’ottica di provocare il collasso sociale delle comunità considerate ostili. Il conflitto viene quindi descritto non come uno scontro tra Stati o gruppi armati, ma come una guerra tra società, inserita in un più ampio contesto di crisi dell’ordine globale e di declino dell’egemonia statunitense. La logica del capitalismo storico, che è per definizione un sistema-mondo globale, è la logica della lotta di classe, la cui espressione si è spesso concretizzata nel colonialismo, nell’imperialismo e nella guerra, contrastati solo dall’incessante ondata della lotta di classe e dalla sua complessa stratificazione delle diverse modalità di costruzione delle gerarchie, delle subalternazioni e delle stratificazioni del valore sociale. E la logica attuale del progetto dello Stato israeliano è intimamente inserita nella storia del capitalismo storico e delle sue classi dominanti. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore. All’inizio di marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha visitato il confine con il Libano e ha promesso che «molto presto Dahiya [il quartiere sciita a sud di Beirut] assomiglierà a Khan Younis». Con queste parole ha espresso il cambiamento storico che si è verificato negli ultimi due anni nel modo in cui Israele si relaziona con i popoli della regione. L’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione generale per tutto il distretto meridionale di Dahiya, dove vivono più di mezzo milione di persone, mentre il panico si diffondeva in città. Ordini di evacuazione simili sono stati emessi per il sud del Libano, la cui popolazione, insieme a quella di Dahiya, costituisce la base del sostegno sociale di Hezbollah. I paragoni con Gaza aleggiavano nella mente della gente, che temeva che Beirut potesse subire la stessa sorte di annientamento totale, come hanno sottolineato alcuni commentatori. Varie analisi individuano un modello simile nelle scene «apocalittiche» che si stanno svolgendo a Teheran. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito questo un «piano tornado» per «distruggere Teheran» e ha descritto una strategia consistente nell’annientamento di obiettivi ad «alta visibilità nell’ambiente civile» della città. Nel bel mezzo di questa campagna, altre due scuole sono state attaccate di recente nel sud-ovest di Teheran. Mentre la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran continua e Hezbollah apre un secondo fronte in Libano, Gaza è diventata il nuovo modello di come si combattono le guerre asimmetriche. Si tratta di un cambiamento qualitativo rispetto al modo in cui Israele era solito condurre le sue azioni militari, anche se segue una logica simile. La vecchia dottrina di Israele Nei decenni precedenti, la strategia militare di Israele si basava su una politica che richiedeva l’uso di una forza sproporzionata contro i suoi nemici. Le azioni militari non miravano solo ai gruppi di guerriglieri, ma anche a punire le comunità da cui provenivano. La prima volta che un ufficiale dell’esercito ha esposto esplicitamente questa strategia è stato nel 2008, quando l’allora capo del Comando Nord, Gadi Eisenkot, disse che la distruzione totale di interi quartieri nel distretto di Dahiya durante la guerra del Libano del 2006 sarebbe stata applicata ovunque. Il ragionamento dell’esercito israeliano era semplice: anche la società che costituiva la base popolare di Hezbollah doveva essere punita. Attaccare i civili a Dahiya non era un «danno collaterale», perché il danno collaterale era l’obiettivo. Eisenkot si era assicurato di trasmettere questo messaggio, dichiarando: «Ciò che è accaduto nel quartiere di Dahiya a Beirut nel 2006 accadrà in tutti i villaggi da cui si spara contro Israele». E affermando: «Useremo una forza sproporzionata [contro quei villaggi] e causeremo grandi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, non si tratta di villaggi civili. Si tratta di basi militari». Il sistema divenne noto come «dottrina Dahiya», ma non si limitò al Libano. Israele applicò lo stesso modello a Gaza tra il 2008 e il 2023, lanciando periodici massacri volti a infliggere danni sia a Hamas che alla sua base sociale. Un altro nome per questa politica fu «tagliare l’erba», poiché il suo obiettivo era quello di mantenere la capacità di resistenza al di sotto di una determinata soglia. Un aspetto fondamentale di questo uso sproporzionato della forza – e ciò che lo differenzia dal modo in cui Israele conduce la guerra oggi – era il suo orizzonte temporale limitato e la sua applicazione intermittente. Ad eccezione della guerra della Nakba nel 1948, tutte le guerre combattute da Israele prima del 2023 sono state relativamente brevi, nonostante fossero altrettanto distruttive. La loro breve durata era dovuta al presupposto che Israele non potesse tollerare una guerra di logoramento prolungata contro i suoi nemici e, forse in secondo luogo, al fatto che i limiti imposti dall’ordine post-seconda guerra mondiale non potevano giustificare la normalizzazione indefinita di una devastazione così profonda. Il 7 ottobre ha cambiato questa equazione. «Tagliare l’erba» non era più sufficiente, né lo era tenere la popolazione bloccata in una prigione a cielo aperto. La nuova fase della dottrina Dahiya è diventata il genocidio di Gaza. Dopo due anni di punizioni catastrofiche alla popolazione civile, sostenute dalla generosità finanziaria e militare degli Stati Uniti, Israele intende applicare elementi del suo comportamento a Gaza al di fuori dei confini della Palestina. Ora vediamo questa nuova dottrina, caratterizzata da un annientamento totale e prolungato, applicata in Libano e in Iran. La nuova dottrina Nonostante tutta la bassezza che rivela il commento di Smotrich, viene sottolineata una verità fondamentale sulla natura di questa guerra: non è un conflitto tra Stati e gruppi politici, ma una guerra contro società. Queste società non sono divise per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Le vere linee di demarcazione sono tracciate tra società che resistono alla dominazione straniera, società che la accettano e società che cercano di dominare altre società. I contorni del nuovo approccio di Israele nei confronti delle società nemiche hanno preso forma poco dopo il 7 ottobre. «È un'intera nazione là fuori che è responsabile», ha dichiarato il presidente israeliano Isaac Herzog il 12 ottobre 2023. «Quello che stiamo facendo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut», ha affermato il ministro della Difesa Yoav Gallant un mese dopo. «A pagare il prezzo saranno, in primo luogo, i cittadini del Libano». L’influente generale israeliano in pensione Giora Eiland ha descritto questa politica in modo più esaustivo in un articolo pubblicato nel novembre 2023 in cui sosteneva la necessità di affamare i palestinesi di Gaza. «Chi sono le “povere” donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas», ha scritto Eiland. «Sono parte dell’infrastruttura che sostiene l’organizzazione». Secondo lui, provocare una «grave epidemia» a Gaza «avvicinerebbe la vittoria», poiché «i combattenti di Hamas e i comandanti di rango inferiore comincerebbero a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie». Eiland considerava «legittima» la «pressione umanitaria», perché Israele non intende combattere solo i combattenti di Hamas, ma «l’intero sistema di opposizione» con l’obiettivo di provocarne «il collasso civile». Ma Eiland è andato ancora oltre: «Quando le alte autorità israeliane dicono ai media “o noi o loro”, dobbiamo chiarire chi sono “loro”. “Loro” non sono solo i combattenti di Hamas armati, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli amministratori di ospedali e scuole, e anche l’intera popolazione di Gaza, che ha sostenuto con entusiasmo Hamas». Eiland non era una figura marginale. L’articolo che ha scritto è diventato il modello per un piano messo in atto a un anno dal genocidio e presentato da un gruppo di generali israeliani per spopolare il nord di Gaza. Il cosiddetto «Piano dei Generali», che ha iniziato ad essere attuato nell’ottobre 2024 ed è continuato fino al primo cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025, comporta campagne di sterminio di massa nel nord della Striscia e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili necessarie alla vita. Questa è la logica alla base della dottrina di Gaza: condurre una guerra contro una società non solo per sottometterla, ma per distruggerla e impedirle di vivere. In Libano e in Iran questa politica è caratterizzata dalla rinnovata ambizione sionista di conquistare il «Grande Israele», consacrata in una nuova era di espansionismo israeliano localizzato nella vasta geografia di questa parte del mondo. Israele non si fermerà finché non sarà il padrone indiscusso in un’era in cui l’unipolarità americana è in declino. Mentre la scommessa degli Stati Uniti in Iran rappresenta la condanna a morte della Pax americana, per Israele costituisce l’assalto finale alla rete di resistenza che permea le società di questa regione. Testi consigliati Ali Abunimah, Un crimen enorme contra Irán, Estados Unidos e Israel lanzan otra guerra contra Irán mientras se desploma el apoyo de la opinión pública estadounidense al Estado terrorista israelí e La Junta de Paz de Trump: multimillonarios, compinches y genocidas; Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, Irán, crisis de régimen, intervención imperial y dinámica geopolítica; Michael Arria, Los medios de comunicación estadounidenses declaran la guerra a Irán; Craig Mokhiber, Comprender las dimensiones de la ilegalidad del ataque terrorista de Estados Unidos e Israel contra Irán, El mundo de rodillas: la «Junta de Paz» de Trump y los tiempos oscuros que se avecinan e La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza; Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria armamentística israelí; Michael Arria, Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento; tutti pubblicati su «»Diario Red. Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Faris Giacaman è direttore editoriale di Mondoweiss per la Palestina. ● Traduzione di Mauro Trotta

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    I 50 anni di Radio Alice /2: intervista a Valerio Minnella Pubblichiamo questa intervista del 12 ottobre 2015 contenuta nella tesi di laurea di Francesco Gualdi dal titolo Radio Alice: tra avanguardia e rivoluzione, anno accademico 2014/2015, Università di Bologna Vorrei cominciare l’intervista con una tua dettagliata storia della radio, dall’idea al progetto, alla nascita vera e propria. Vorrei subito puntualizzare che, contrariamente a quanto si crede, Radio Alice non nasce come radio politica. Nasce come radio, punto. È un esperimento nato anche per una serie di fattori casuali, per cui una serie di persone si sono incontrate e l’han messa su dopo una serie di incontri, discussioni e background culturali che ci portavamo dietro. Io venivo dall’esperienza di Danilo Dolci in Sicilia: nel ’70 ero andato giù a organizzare la renitenza alla leva dei giovani della Valle del Belice dopo il terremoto, e lavoravo con un Centro Studi e Iniziative che era nato da una costola di quello di Partinico. Ci trovavamo a Partanna. Danilo Dolci, che io non conosco perché ho sempre lavorato solo con questi, mi è stato descritto come una persona un po’ accentratrice, per cui ovviamente ogni tanto qualche gruppo si staccava e avviava una propria strada partendo da quell’esperienza. Però le cose che aveva Dolci, tra cui quella radio, mi avevano stuzzicato molto. Poi ero con Faenza in quei tre giorni di trasmissione con Radio Bologna per l’Accesso Pubblico, che era un esperimento dei socialisti, nel 1974. E insomma pensavo di mettere su una radio anch’io, che vagamente nella mia testa era politica, ma io di mestiere mi occupavo di musica e non di altro, perciò non avevo neanche ben chiaro come fare. Poi c’erano altri che venivano da esperienze diverse, soprattutto c’era un nucleo forte e compatto che veniva una parte da Potere operaio e un’altra dal Dams, studenti che avevano lavorato con Umberto Eco sui linguaggi. Credo che una delle cose fondamentali di Radio Alice sia stato il fatto che siamo riusciti a lavorare bene insieme con molto rispetto e senza porci il problema di chi eravamo, pur avendo mille anime diverse. E questo è stato una ricchezza enorme. Ci siamo incontrati con Nanni Ricordi, della Ricordi Dischi, un intellettuale milanese, per discutere di questa radio che voleva essere un evento unico ed eclatante. Ci trovavamo sempre al Gatto selvaggio, che era uno dei cosiddetti Circoli del proletariato giovanile. È capitato però che un gruppetto che aveva cominciato con l’idea della lotta armata e delle rapine venne arrestato e in tasca a qualcuno di questi trovarono la tessera del Gatto selvaggio, di conseguenza tutto il Circolo e quello che gli stava intorno venne criminalizzato. Ma il circolo era semplicemente un posto dove si beveva e si mangiava. Stava in una cantina in via San Vitale. Era fatto in parte a salette, e quindi andava bene per ritrovarsi a chiacchierare e a discutere con chiunque. Insomma ci bloccammo perché tutto venne criminalizzato. Fatto sta che per un po’ non si mosse niente, finché io, alla fine del ’75 chiedo che mi venga consegnato il trasmettitore. Al che tutti si svegliano e dicono che vogliono partecipare nuovamente anche loro. Il gruppo si ricompatta e a febbraio ’76 partiamo con le trasmissioni. Un anno in ritardo rispetto a quanto pensavamo all’inizio. In cosa consisteva quindi tutto il lavoro iniziale di discussione e di progettazione? Innanzitutto, prima di partire dovemmo pensare a come farla nella pratica la radio. Costituimmo una cooperativa. La Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico nasce alla fine del ’74. La scelta del nome della Cooperativa è indicativa del nostro obiettivo: noi non ci poniamo come radio che vuole fare controinformazione (come poi ne nacquero tante), ma nasciamo come radio che lavora sul linguaggio, sulla comunicazione e quindi sulla cultura. Che poi la cultura era strettamente quella dadaista, perché quel gruppo legato a Potere operaio, che si definiva maodadaista, ha portato grossi elementi dadaisti all’interno della radio. Comunque ci abbiamo lavorato e discusso per un anno su questa radio: come la facciamo, chi parla e soprattutto chi parla a chi – che è anche lo slogan del manifesto della radio, «Ki informa ki» – cosa e come trasmettiamo. E alla fine del percorso avevamo proprio chiarissimo questo concetto che la radio come tutti i mezzi di comunicazione fino a quel momento era sempre stato un mezzo monodirezionale, con un parlatore ed “n” ascoltatori. Invece a noi interessava rendere il mezzo multidirezionale. Quindi ci siamo posti il problema: cos’è che impedisce agli altri di parlare? E appunto partendo dalle analisi di quel gruppo di compagni che nasce dalle lezioni di Umberto Eco sulla comunicazione, cominciamo ad analizzare il fatto che esistono tutta una serie di censure, che non sono solo quelle dello Stato che tutti conosciamo e che siamo in grado di combattere, ma che ci sono delle censure molto più forti, le auto-censure, che sono quelle determinanti. E quindi lì cominciamo a ragionare su quali sono le auto-censure. La prima è il linguaggio. Decidiamo di abbattere il muro del linguaggio colto, del linguaggio pulito e di sponsorizzare il linguaggio sporco, il linguaggio di tutti i giorni, perché uno non deve pensare che può parlare solo se sa parlare, uno deve essere in grado di parlare anche se non sa parlare, e bisogna quindi abbattere la lingua. Per me l’esempio più bello rimane quelli del Val Camonica, che facevano le trasmissioni in stretto dialetto camune, e non si capiva veramente nulla, non era possibile capire una parola, salvo questa frase che ripetevano come un tormentone, «... Perché noi camunisti!». Quale radio si può permettere di fare delle trasmissioni dove non si capisce quello che trasmetti? Seconda censura, il palinsesto. E qui in realtà io ero di un’idea contraria, ero più a favore del palinsesto strutturato; solo dopo mi son reso conto del valore di quest’altra proposta, ma in un primo momento ero contrario. Quindi questa storia che uno trasmette solo se ha il suo spazio prestabilito prima, che può trasmettere solo se arriva nel momento giusto, ecc. doveva crollare, cioè uno doveva poter trasmettere quando voleva e come voleva. Terzo tipo di censura è quello del luogo, cioè che puoi trasmettere solo se sei lì davanti al microfono, che noi abbiamo in un primo momento aperto, letteralmente aprendo la porta, nel senso che chiunque poteva venire dentro e mettersi lì a trasmettere. E poi, primi al mondo, abbiamo collegato il telefono in maniera fissa al mixer. Infatti, prima la gente registrava dal telefono e poi, se voleva trasmettere la telefonata, portava la bobina sul mixer. In questa maniera c’era però sempre la possibilità di censurare in qualche modo la chiamata, nel senso che potevi far sentire solo il pezzo che volevi. Noi invece colleghiamo totalmente il telefono al mixer. È poi scelta di quello che è lì in quel momento mandare o meno in diretta le telefonate, per cui capita che andasse in onda di tutto, anche cose che non c’entravano, come ad esempio «Sto arrivando, butta la pasta». Quindi noi non ci poniamo il problema di fare una radio politica, ma ci poniamo il problema di fare una radio che cambi la cultura e la comunicazione. Che è assolutamente un atto politico, ma non della politica tradizionale, non è il problema del partito o della linea politica. Ed essendo la radio aperta a tutti, automaticamente non può essere la radio di un partito o di una linea politica, anche se nel tempo ci sono stati gruppi che in qualche maniera hanno tentato di egemonizzare la radio, perché nella loro cultura era giusto così, e quindi facevano discorsi della serie «Dobbiamo fare una radio più comprensibile all’operaio» o cose del genere, però nella pratica non ci sono mai riusciti perché la radio era troppo fluida, viveva di vita propria. Quindi la radio non è una fucina politica in senso tradizionale, ma è una fucina culturale. Radio Alice è davvero il centro culturale della città. Tutti i gruppi musicali passavano o si formavano dentro Alice: gli Skiantos, i GazNevada; poi tutto il gruppo degli artisti del fumetto come Filippo Scòzzari, Andrea Pazienza, Bonvi, Magnus; anche i grandi cantautori frequentavano la radio, come Claudio Lolli o Francesco Guccini, e ogni tanto passavano anche gli scrittori. All’interno di Radio Alice nasce di tutto, tutti i gruppi che si occupano di boicottaggio e di riappropriazione, cioè ad esempio della stampa dei falsi biglietti del treno, o della distribuzione a tutti gli studenti della chiave per aprire la gettoniera delle cabine del telefono, ottenuta grazie a un compagno interno alla Sip. È ovvio che culturale e politico sono, se parliamo di politica in senso lato, la stessa cosa. Uno dei miei slogan era «Notizie a volte vere, a volte false, comunque tendenziose», in quanto siamo tendenziosi, perché tendiamo sempre a fare qualcosa, ma non ci poniamo come radio politica in senso stretto. Come fa dunque Radio Alice, che è ritenuta una delle radio più politicizzate, a fare politica senza fare propriamente politica? Occorre sapere che in quel momento il Pci non aveva capito nulla del mondo. Il Pci nel ’77 bolla il Movimento studentesco come un movimento borghese, un movimento di figli di papà che giocano a fare i rivoluzionari, non capendo assolutamente che, per la prima volta, il Movimento studentesco non è un movimento borghese perché è fatto sì da studenti figli di borghesi, come sempre, ma anche da moltissimi studenti figli di operai e di proletari che non si erano mai visti prima all’università. È la prima volta che succede questo, o perlomeno è la prima volta che succede in massa: parliamo di centinaia di migliaia di giovani figli di operai. Per la prima volta in quegli anni si realizza la famosa strofa di Contessa di Pietrangeli, «anche l’operaio vuole il figlio dottore». Peccato che il figlio dell’operaio si muova esattamente da figlio dell’operaio, cioè con molta meno delicatezza del figlio del gentiluomo, e quindi diventa iper-critico e si contrappone: ha assaggiato la libertà e la vuole conquistare; ha assaggiato la possibilità di vivere meglio e vuole vivere meglio; ha visto il padre spaccarsi la schiena in fabbrica per anni e arrivare alla fine della sua vita distrutto senza mai aver vissuto bene, e non vuole fare la stessa fine. Oggi ha gli strumenti culturali e le capacità per riconoscere la possibilità di una vita migliore; non ha più la rassegnazione del servo della gleba, che sa che per tutta la vita dovrà rimanere sempre lì. E quindi un posto dove il giovane può andare a parlare e liberare le idee che ha in testa diventa automaticamente il punto di incontro di tutti quelli che hanno qualcosa da dire, qualcosa da discutere o per cui protestare.Quindi è il punto di incontro contemporaneamente per tutti quelli che vogliono fare arte e vogliono parlare della propria arte, della propria cultura e delle cose che gli girano per la testa; è il punto di incontro di quelli che la mattina vanno in università e il pomeriggio e la sera lavorano, che sono in maggioranza fuori sede che si mantengono da sé. Questi ragazzi, per la prima volta, riescono a capire che è possibile mantenersi non lavorando sempre, ma avendo solo un lavoro saltuario, e questo cambia completamente la prospettiva perché comincia a mettersi in testa l’idea che io lavoro quando mi pare. E questa è una rivoluzione. Ma non nostra, questa è una rivoluzione dei nostri padri. Sono stati loro dopo la guerra a darsi gli strumenti per mandare a scuola i figli. È assolutamente una rivoluzione dei nostri padri, che secondo me il Partito comunista poteva tranquillamente sbandierare come una sua vittoria, perché ha partecipato in forze a questa rivoluzione. Il problema è che non aveva proprio capito niente, l’unica cosa che capiva era la logica di governo, del fatto che, per fare una società giusta, bisognasse che il partito andasse per forza al potere. Ed è stato il momento in cui ha cominciato a distruggere tutto quello che era stato fatto prima. E se oggi noi siamo in questa situazione è soprattutto per colpa di Berlinguer, ma non di Berlinguer in quanto persona, ma della sua logica di «compromesso storico», di accettare qualsiasi cosa pur di andare al governo. Che è una logica che poteva andare bene nell’Ottocento; Mazzini poteva dire: vado al governo perché una volta che sono là riesco a imporre qualcosa di socialista al re. In quel momento non aveva più senso. E quindi la logica del compromesso storico o del governo di unità nazionale porta a una contrapposizione frontale con il Movimento giovanile; contrapposizione che a Bologna si sfoga culturalmente, e su questo io rivendico il ruolo di Radio Alice, cioè, se Bologna non è stata una delle città con le pistole e le Brigate rosse, o perlomeno è stata solo toccata di striscio da questo, io rivendico che molto sia merito di Alice che ha fornito un’alternativa culturale di lotta e di contrapposizione. Altre città invece che non hanno avuto questa valvola di sfogo così importante, purtroppo hanno spesso convogliato questo scontro in uno scontro fisico-militare vero e proprio. Il collettivo redazionale di Alice, pubblicava già la rivista «A/traverso». Quali sono state le motivazioni che vi hanno spinti a impegnarvi anche sul fronte radiofonico? La radio ha delle potenzialità che sono uniche. La prima è che è un mezzo economico, o perlomeno allora lo era. Bastava poco per trasmettere. Il nostro trasmettitore lo abbiamo comprato per 10-15 mila lire di allora; andò Maurizio Torrealta a prenderlo in bicicletta, anche se pesava tantissimo, da quelle aziende che vendevano surplus militare americano per l’intrattenimento delle truppe. L’antenna era di un carro armato militare che avevamo tagliato per portarla alla misura giusta, perché risuonasse bene con le frequenze, il suono e tutto quello che ci va dietro. Quindi tutto sommato era un mezzo economico, la cosa più complicata era avere un posto dove mettersi. Poi la radio permetteva potenzialmente a chiunque di parlare, e arrivava potenzialmente a tutte le case senza bisogno di comperare o di ricevere il mezzo di carta. Quanto si sentiva lontana la radio? Allora arrivava anche fino a Mezzolara e oltre. Devi tenere presente che eravamo in un momento in cui le radio erano poche e di bassa potenza. Con soli 10 watt noi coprivamo praticamente tutta la provincia, salvo le valli. La cosa è cambiata quando le radio son diventate mille e i trasmettitori tutti da un kilowatt. Perché a quel punto tu vieni schiacciato e per farti sentire come ci facevamo sentire noi, oggi ci vogliono mille watt. Ma è solo un effetto abbagliamento: una lampadina in mezzo a tante altre non la vedi, perché le altre le abbagliano, ma se ci fosse solo una lampadina piccolissima tu la vedresti anche da lontano. Comunque a quel tempo era davvero una cosa economica. Oltre al fatto che le persone erano all’incirca le stesse, in che rapporto era Radio Alice con «A/traverso»? Erano le stesse persone, sempre quel gruppo che veniva da Potere operaio, con idee culturali di tipo dadaista: facevano la rivista e partecipavano anche alla radio. Per il resto non c’era nessun rapporto strutturato. «A/traverso» non scriveva necessariamente di quello che diceva la radio, e se lo faceva era solo perché in quel momento gli interessava parlare di quello. Perché Alice? Diciamo che è stata una scelta felice senza una motivazione vera e propria. Tutti gli altri nomi non ci piacevano, finché una sera, durante una riunione a casa mia, qualcuno ha proposto di chiamarla Alice. E noi siamo rimasti interdetti, stupiti, perché conteneva tutto: conteneva Lewis Carrol, dietro lo specchio, la rottura dello specchio, che era strettamente connesso con quello che noi volevamo dire; poi era anche un nome di donna, così ci fu chi disse che almeno le femministe sarebbero state d’accordo. Era proprio un bel nome, evocativo, a cui dopo abbiamo trovato tutte le ragioni e i collegamenti. Avevamo pensato anche ControRadio, Radio Cento Fiori, Radio Radiosa... Tutti nomi che dopo abbiamo visto usare nelle radio successive. Ne avevamo pensati davvero tanti, ma non ce n’era nessuno che ci piacesse, fino appunto alla proposta di Alice. Certo, non era un nome da radio, era altro, era al tempo stesso bello, evocativo e completamente libero sia nei significati psicologici che nei significati culturali. D’altronde era quasi automatico: eravamo un gruppo di persone creative, con una gran cultura e così via; una scelta felice del nome era inevitabile. Quale fu il ruolo di Radio Alice all’interno del Movimento? Quale fu il ruolo di Radio Alice all’interno del Movimento o quale fu il ruolo del Movimento all’interno di Radio Alice? Perché non c’è differenza, non c’è cesura tra il Movimento e Radio Alice; l’uno è la prosecuzione dell’altro. La radio nasce come emanazione di un piccolo gruppo, che noi teorizzavamo come logica del «piccolo gruppo in moltiplicazione». Però viene immediatamente espropriata. Tanto è vero che la maggior parte delle persone che facevano parte del gruppo fondante, già tre mesi dopo non partecipavano più e se ne erano andate a fare altro. Io sono forse l’unico che ha seguito la radio dalla nascita, dal progetto d’apertura alla chiusura manu militari, e poi dalle trasmissioni successive alla chiusura definitiva. Gli altri sono via via sempre persone nuove o anche persone che fanno parte del gruppo fondante, che vanno e vengono. Bifo, ad esempio, è uno che c’è per tutto il processo della radio, ma con una frequentazione discontinua, com’era nei suoi interessi e nel suo modo di fare. La radio di fatto vive per conto suo, e vive gestita dal Movimento in senso ampio. Che non era solo studentesco, ma dentro c’erano altri che studenti non erano mai stati, tipo me che non sono neanche diplomato, perché nel ’69 non ho finito il liceo e non ho dato la maturità, in quanto avevo già un lavoro e ho sempre lavorato. E poi c’erano gli operai, gli intellettuali, gli artisti, le casalinghe... era veramente un movimento eterogeneo, dove la componente principale era quella studentesca, perché è normale che la componente principale nei movimenti antagonisti sia giovanile e in quel momento i giovani, a Bologna, erano in grossa parte studenti. E quindi la radio si rapporta al Movimento come il Movimento si rapporta alla radio; sono fondamentalmente un’unica cosa. E in che momento il piccolo gruppo si espande e si rende conto di avere un largo seguito? Quale fu la vostra reazione? Sicuramente non ci pensavamo neanche alla lontana che diventasse una roba così, proprio non ci pensavamo. Però non so neanche quanto ce ne siamo resi conto. Perlomeno io ho fatto fatica a rendermene conto, forse perché eravamo impegnati a farla e non ad analizzarla. D’altronde era anche un periodo in cui tutti si viveva in casa di tutti. Io non andavo mica a dormire tutte le sere a casa mia, andavo a dormire anche a casa di altri e altri venivano a dormire a casa mia, e così via. Ci si incontrava in piazza e si stava insieme, era tutto molto fluido e senza schemi. Poi anche il fatto di trovarsi 50-60 persone in radio tutte le sere non ci sorprendeva tanto, perché vivevamo già così. E quindi è per questo che non me ne sono accorto subito. È stato dopo, quando abbiamo cominciato ad analizzare la cosa che ci siamo resi conto di quale meccanismo avevamo messo in piedi. Quale fu il ruolo di Radio Alice durante il marzo? Radio Alice trasmetteva semplicemente quello che succedeva fuori, ma non perché le persone della radio andavano in giro a raccogliere testimonianze nella zona degli scontri, ma perché era la zona degli scontri, nel senso delle persone che erano lì, che entravano nella cabina telefonica e chiamavano la radio e raccontavano quello che stava succedendo. Radio Alice in realtà non fa quindi nessuna azione particolare, se non quelle che ha sempre fatto; si comporta come ogni altro giorno, ma il giorno è cambiato... il giorno è cambiato perché hanno ucciso Francesco, che è una cosa che traumatizza la città: nessuno pensava di poter vedere un compagno ucciso dalla polizia a Bologna. Da sempre sapevamo che a Pisa succedeva, a Milano anche, ma a Bologna non ce lo saremmo mai aspettati. È uno di quei momenti in cui ti rendi conto che qualcosa è cambiato, che il mare in cui stai nuotando è diverso da quello a cui sei abituato. Per i bolognesi, tutti, è stato un vero shock. Lo conoscevi Francesco? Personalmente no, anche se qui a Bologna conoscevi tutti e non conoscevi nessuno, nel senso che in piazza Maggiore tutte le sere c’erano davvero tutti. Ad attraversare la piazza ci voleva veramente un quarto d’ora perché ti dovevi muovere schiacciato tra le persone. La piazza era davvero gremita; che poi è un’antica tradizione, non è una cosa inventata dagli studenti. Se la domenica pomeriggio o la sera tu andavi in piazza, potevi trovare i bolognesi; gli studenti hanno solo acquisito questa modalità, e lì si parlava di tutto, di calcio e di politica. Poi usciva il sindaco dal palazzo comunale e la gente lo braccava e gli diceva di tutto, lo riempiva di domande. Era un altro modo di fare, oggi è inimmaginabile, difficile da raccontare. Cosa mi puoi dire di tuo fratello invece? Che mio fratello Mauro è sempre stato uno un po’ più defilato, uno che si faceva più i fatti suoi; sempre politicamente impegnato, certo, però è sempre stato uno a cui interessava fare le sue cose, i suoi progetti elettronici e così via. Per cui dava una collaborazione non costante e regolare, ma quel giorno non era in giro in città, bensì da noi in radio. Infatti l’unica volta che l’ho sentito nelle registrazioni è durante la chiusura del 12 marzo. In particolare quella sera c’era un problema tecnico, per cui io l’avevo coinvolto dato che era molto più preparato di me. Avevamo deciso infatti di modificare alcuni ricetrasmettitori CB per riuscire a fare dei ponti radio in città, cioè volevamo andare a trasmettere dai luoghi in cui succedevano i fatti. E quella sera quindi gli ho detto di venire queste lavorazioni. Mauro era lì, non dico per caso ma quasi. Comunque lui con la radio c’entrava, anzi il mixer l’aveva costruito lui, ma appunto era un elettronico e collaborava soprattutto per i singoli progetti che gli chiedevamo o che gli interessavano. Non aveva una frequentazione quotidiana. Invece io ero lì tutte le sere. Cosa avvenne esattamente alla chiusura? E i giorni dopo? Noi e tanti altri del Movimento eravamo in carcere. A noi della radio ci hanno arrestato in cinque, quattro più Paolo che saliva casualmente in quel momento. Una ventina sono scappati dai tetti. Il giorno dopo hanno arrestato anche Stefano Saviotti e altri redattori, insieme a Giancarlo Busi e a altri redattori dell’A-Radio Ricerca Aperta, colpevole di aver ospitato la ripresa delle trasmissioni di Alice. Centinaia di persone erano invece state arrestate durante le manifestazioni. E Radio Collettivo 12 Marzo? Il 13 marzo Maurizio Torrealta e altri, con un secondo trasmettitore che avevamo di scorta, si sono collegati all’antenna che era rimasta sul tetto, sono rientrati nei locali e hanno trasmesso. Poi sono scappati quando è tornata la polizia. Lo stesso giorno altri si sono fatti ospitare dall’A-Radio, e sono stati arrestati là. La radio ha riaperto qualche giorno dopo, intorno alla Feste alle Repressioni, perché una serie di intellettuali, Federico Stame, Roversi, Celati, Bolognesi, hanno deciso di costituire una nuova cooperativa – hanno fatto in fretta perché Stame faceva il notaio di mestiere – che invece di chiamarsi Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico, come la nostra, si chiamava solo Ricerche sul Linguaggio Radiofonico, o comunque un nome simile ma non identico. La nuova cooperativa, formata tutta da intellettuali, quindi da personaggi che era più difficile arrestare o incriminare perché avevano partecipato a una manifestazione, ha riaperto Radio Alice e l’ha riconsegna nelle mani di quelli che erano rimasti fuori. Poi ci fu il Convegno a settembre, e lì voi eravate già stati liberati. Sì, tranne Stefano Saviotti, forse. Io sono stato liberato perché ho avuto la “fortuna” di essere stato picchiato, ed era metà o fine giugno. Stefano è rimasto in carcere qualche altro mese dopo di me, quindi forse a settembre era ancora in carcere. Lo fanno restare di più perché si era scontrato, anche caratterialmente, con il giudice Catalanotti, una roba disgustosa. Si può dire che il Convegno è stata la fine del Movimento? Io direi di no. Sicuramente al Convegno c’è fu uno scontro tra le due anime: quella culturale-creativa e quella militarizzata; ci fu tensione tra il gruppo di Autonomia operaia, legato alla logica della P38 e delle azioni violente, e il gruppo che invece si poneva un problema legato soprattutto ad azioni culturali e creative. Certamente in quel momento si chiarì che le due anime erano veramente due anime diverse. Direi che il Convegno fu l’inizio della fine. E la fine vera e propria? La vera fine del Movimento è il rapimento Moro, che rende chiaro a tutti che c’è gente che non ha nulla a che fare con noi. Il rapimento Moro sgomenta sia quelli che vedono il discorso in maniera creativa, sia quelli che lo vedono in maniera militare, perché è un salto di qualità troppo forte, è davvero qualcosa che non riguarda nessuno. Il rapimento Moro è il salto nell’assurdo. Quello secondo me è il momento in cui cambia tutto, è il punto di non ritorno.

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    Obbedire o morire: la grammatica del potere nell’America di oggi. La vita nella morte seminata dal fascismo trumpiano School of Shodo La violazione della Costituzione americana da parte di Trump e del suo esecutivo è talmente mostruosa che solo una reazione sociale di proporzioni così imponenti come quella che si intravede negli ultimi mesi – tradotta poi in un'enorme dose di innovazione politica – può distruggere il blocco di potere che le brutali classi dominanti statunitensi hanno costruito attorno a questo soggetto corrotto, immorale e dittatoriale, che pretende, come Israele, che il mondo assomigli sempre più a lui e al suo sistema fascista. «Se non vuoi che ti sparino, ti fulminino, ti spruzzino con spray al peperoncino, ti picchino con un manganello o ti buttino a terra, fai quello che ti dico». — Sunil Dutta, agente di polizia di Los Angeles, The Washington Post, 2014. «Obbedire o morire» è un’espressione usata spesso per descrivere l'esperienza dei neri americani nel loro rapporto con le forze dell'ordine. L'agente Dutta, un poliziotto di Los Angeles, professore e appassionato di musica, cercava sinceramente di essere d'aiuto quando, più di dieci anni fa, scrisse un editoriale nel pieno delle proteste nazionali per l'uccisione di Michael Brown a Ferguson, nel Missouri. Dutta non intendeva sostenere l'uso eccessivo della forza; voleva semplicemente che la gente comprendesse una verità brutale: la vita dipende dall'obbedienza. Era qualcosa che Michael Brown — un adolescente disarmato ucciso a colpi d'arma da fuoco in mezzo alla strada — non aveva compreso. Non lo aveva compreso Eric Garner, che poche settimane prima aveva pronunciato le parole «non riesco a respirare» mentre la polizia lo soffocava su un marciapiede di Staten Island durante un arresto per vendita di sigarette di contrabbando. Né lo avevano compreso migliaia di individui prima e dopo di loro, in modo sproporzionato uomini neri. Il più tristemente noto tra questi è George Floyd, ripreso mentre soffocava per nove minuti sotto il ginocchio dell'agente Derek Chauvin nell'estate del 2020 a Minneapolis. Proprio non lontano da lì, il 7 gennaio scorso, Renée Good — bianca, lesbica e madre di tre figli — è stata colpita al braccio, al seno e al viso dall'agente dell'ICE Jonathan Ross. Diciassette giorni dopo Alex Pretti, un infermiere di un ospedale per veterani, anch'egli bianco, si è aggiunto alla lista dei morti: gli agenti della polizia di frontiera Jesus Ochoa e Raymundo Gutierrez gli hanno sparato dieci volte alla schiena. L'amministrazione Trump ha definito sia Pretti che Good come «terroristi». L'ICE: il volto nudo del potere paramilitare In senso sia metaforico che letterale, «obbedisci o muori» è l'etichetta più appropriata per definire lo stile di governo di Donald Trump, incarnato in modo lampante dalle sue forze paramilitari. Qualunque sia la denominazione ufficiale dei loro agenti, l'ICE (Immigration and Customs Enforcement) è diventata il simbolo dell'intero sistema. Agendo spesso a volto coperto, senza targhette identificative o numeri di matricola, talvolta in abiti civili e alla guida di veicoli anonimi, questi agenti non rispondono alle autorità locali o statali: rappresentano il volto del potere senza maschera. Impiegati originariamente per dare la caccia agli immigrati provenienti da paesi a maggioranza nera, gli agenti dell'ICE mirano oggi a seminare il terrore: presidiano i tribunali per l'immigrazione, occupano le strade cittadine, prendono di mira principalmente — ma non solo — la comunità latina. Le immagini li mostrano mentre placcano passanti, trascinano persone fuori dalle auto infrangendo i finestrini, strappano i genitori dalle braccia di bambini urlanti, usano prese di strangolamento o premono il ginocchio sul collo dei manifestanti. In alcuni quartieri, la popolazione si è ormai isolata in casa: si seguono le lezioni online, si ordina cibo a domicilio e si permette a un solo membro della famiglia di uscire, solo se strettamente necessario. La vigilia di Natale a Yakima, nello Stato di Washington, l'ICE ha letteralmente rapito un uomo nel parcheggio di un Walmart, portando via con lui la spesa appena fatta per la sua famiglia. Spinta dalla necessità di raggiungere quote prefissate e incoraggiata all'improvvisazione, l'ICE ha stabilito nuove prassi per prelevare le persone dalle proprie case senza mandato giudiziario, istruendo gli agenti a usare «solo la forza necessaria e ragionevole» per entrare nelle residenze. Questa spirale di violenza si è conclusa con la morte di trentotto immigrati nell'ultimo anno. Geraldo Lunas Campos, cittadino cubano arrestato a Rochester e morto il 3 gennaio in un campo di detenzione nel deserto vicino a El Paso, è stato visto l'ultima volta mentre lottava con le guardie: «No puedo respirar», ripeteva ossessivamente, secondo quanto riferito da un altro detenuto al Washington Post. Segnali di discontinuità: la resistenza inaspettata Nonostante l'orrore perpetrato da un regime concepito per stordire gli oppositori — come iguane paralizzate dal freddo — questo periodo sembra di transizione. La disobbedienza di massa ha riacceso una promessa di vita in mezzo alla morte. Come già accaduto durante la pandemia dopo l'omicidio di George Floyd, il Minnesota ha modificato il clima politico. Se dopo l'esecuzione di Renée Good i media mainstream si erano concentrati prevedibilmente sulla mancanza di addestramento degli agenti, ora, con l'ampliarsi della resistenza, ci si aspetta l'imprevedibile. Il 4 febbraio, i cori di «F*** ICE» intonati dal pubblico di un incontro di wrestling a Las Vegas hanno interrotto la trasmissione televisiva nazionale. È ironico, se si pensa che è stato proprio Trump a portare il wrestling e le arti marziali miste nell'arena politica. Oggi, il vincitore di quell'incontro, Brody King, vende magliette con lo slogan «Abolish ICE» per aiutare le comunità somale e latine. Lo spettacolo di Bad Bunny al Super Bowl è stato una dichiarazione d'amore al suo nativo Porto Rico e all'umanità latina, battendo ogni record di ascolti, mentre Trump, incollato al telefono, liquidava quella cultura come un affronto alla grandezza dell'America. La continuità del sistema e l'immunità del privilegio Tuttavia, esiste una continuità che nessuno può onestamente ignorare. Dopo l'uccisione di Good, Trump ha pubblicato un delirio in cui prometteva «il giorno della resa dei conti e della punizione». La deportazione di massa è la sua promessa principale; la punizione degli avversari politici la seconda. Il suo programma economico si riduce ad affamare le agenzie federali non repressive per arricchire se stesso e i suoi sodali, minacciando dazi doganali per pura vendetta o gratificazione dell'ego. La forza lavoro dell'ICE è raddoppiata e il personale militare è l’unico ad aver ricevuto aumenti salariali adeguati al costo della vita. «Avete l'immunità per svolgere i vostri doveri», ha detto Stephen Miller, l'architetto nazionalista della guerra agli immigrati. Miller ha assicurato agli agenti che nessun funzionario o tribunale potrà fermarli. In questo contesto, i cognomi latini di molti agenti (come Ochoa o Gutierrez) non sono una contraddizione: una forza d'attacco multiculturale serve a rendere «normale» l’entusiasmo per la violenza contro un nemico disumanizzato. La crepa nel consenso Esiste però anche una discontinuità, forse provvisoria. «Agli americani non piace quello che stanno vedendo», ha dichiarato Kevin Stitt, governatore repubblicano dell'Oklahoma, dopo l'uccisione di Alex Pretti, mentre masse di persone scendevano in strada sotto la neve nonostante i gas lacrimogeni. Governatori repubblicani e grandi aziende hanno chiesto una «de-escalation». Le figure dello sport professionistico hanno alzato la voce. Bruce Springsteen ha composto una canzone. Joe Rogan, storico sostenitore di Trump, ha scherzato sul paragone tra l'ICE e la Gestapo. Alcuni rappresentanti repubblicani eletti hanno chiesto un'indagine indipendente. Questa reazione non è scattata subito dopo l'uccisione di Renée Good, quando l'ICE era stata scagionata dal Dipartimento per la Sicurezza Interna. Ma di fronte all'omicidio di Pretti — ucciso mentre era a terra e disarmato — persino i sostenitori del diritto alle armi hanno gridato all'indignazione. Questa situazione non è stata gradita da Trump, un uomo per il quale la rilevanza dei fatti è subordinata alla loro capacità di dominare il ciclo mediatico. Il presidente ha dapprima tentato la strategia della distrazione, pubblicando su Truth Social che il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) avrebbe dovuto vantarsi delle «migliaia di animali feroci sequestrati in Minnesota», affinché «la gente iniziasse a sostenere i patrioti dell'ICE». Successivamente è passato all'estorsione: poche ore dopo l'omicidio di Pretti, il Procuratore Generale Pam Bondi informava il governatore del Minnesota, Tim Walz, che avrebbe potuto «porre fine al caos» consegnando le liste elettorali, così da permettere all'FBI di setacciarle alla ricerca di elettori «non aventi diritto». Il Segretario di Stato del Minnesota, Steve Simon, ha liquidato l'iniziativa paragonandola a una «richiesta di riscatto». Trump ha poi individuato un capro espiatorio nel comandante della Pattuglia di Frontiera, Greg Bovino — un uomo dai modi spietati che si era limitato a eseguire gli ordini e che ora si ritrova in esilio. Ha infine tentato una riconciliazione di facciata con Walz e con il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, soggetti che fino a poco prima aveva solo minacciato e insultato, stringendo al contempo un accordo con i senatori democratici, che continuano a dimostrarsi privi di spina dorsale. Mentre i suoi luogotenenti alla Casa Bianca si scontravano nel tentativo di riscrivere la storia, Trump ha imputato il tumulto nel Paese — e all'interno del suo stesso partito, solitamente remissivo — a una mera questione di cattiva gestione delle pubbliche relazioni. La postura ontologica del regime, quel «A chi credi: a me o ai tuoi occhi bugiardi?», potrebbe aver finalmente raggiunto il suo limite. Discontinuità nella continuità La maggior parte degli americani bianchi non ha esperienza del potere nella sua veste più nuda. Eppure, secondo i dati raccolti dal 2014, i bianchi uccisi dalle forze di polizia negli Stati Uniti sono numerosi; sebbene in percentuale pro capite il dato sia inferiore rispetto ad altri gruppi, in termini assoluti resta elevato. Semplicemente, i loro nomi non emergevano nel contesto delle proteste. Ora ne conosciamo due. Renée Good, 37 anni, ha sorriso a un agente dell’ICE dicendo «Ehi, non sono arrabbiata con te» un istante prima di essere trafitta dai proiettili. Non era stata educata al fatto che, nel confronto con le autorità, le cose possono sempre precipitare. È stata uccisa per essersi frapposta: aveva ricevuto l’ordine simultaneo di restare in auto e di scendere, un paradosso a cui non avrebbe potuto obbedire nemmeno volendo. Alex Pretti, anch’egli trentasettenne, si era interposto tra gli agenti e una donna che era stata scaraventata nella neve. Non era nuovo a tensioni fisiche, ma portava un’arma regolarmente detenuta, come consentito dalle leggi sul porto occulto del suo Stato. Probabilmente non immaginava che il solo fatto di possedere una pistola e di averlo comunicato agli agenti — dopo essere stato aggredito con spray urticante e immobilizzato a terra — avrebbe innescato la sua esecuzione. Pretti non avrebbe mai conosciuto un’America in cui il possesso di armi non fosse considerato la massima forma di protezione o, per citare il deputato repubblicano Thomas Massie, «un diritto divino». A meno che, forse, non si sia neri. È arduo osservare un civile ucciso per strada da chi agisce sotto l’egida della legge senza evocare la scia di morte dei neri e quel grido, «Dite i loro nomi», che risuona da oltre vent’anni. Il pensiero corre a Philando Castile, ucciso a Minneapolis dopo aver educatamente dichiarato di avere una pistola in auto, o al piccolo Tamir Rice, abbattuto a Cleveland entro due secondi dall'arrivo della polizia per una pistola giocattolo. L'ICE non è la polizia locale. La differenza è plastica a Minneapolis, dove gli agenti federali superano i poliziotti in un rapporto di tre a uno e dove il dipartimento locale è stato costretto a riforme strutturali dopo l'incendio del suo quartier generale nel 2020. Nonostante Trump abbia ritirato gli osservatori federali dagli accordi di riforma nel suo zelo di cancellare ogni traccia dell’amministrazione Biden, la popolazione è rimasta vigile. Sebbene gli afroamericani subiscano una brutalità storica tale da rendere comprensibile la loro reazione, l’attuale definizione dell’ICE come «squadrone della morte» o «rete di rapitori» scaturisce dalla familiarità con il terrore di Stato. I bianchi non insegnano ai propri figli che un banale controllo stradale può rivelarsi fatale; forse oggi inizieranno ad avvertirli che può esserlo anche una protesta. Il messaggio della Casa Bianca — cristallizzato nell’ultimatum sulla Groenlandia: «Se non lo facciamo nel modo più semplice, lo faremo in quello più difficile» — è che il regime può colpire chiunque. Continuità e cambiamento Il 23 gennaio, nelle Twin Cities, la mobilitazione è stata totale: studenti in sciopero, decine di migliaia di manifestanti, membri del clero arrestati all'aeroporto e 600 attività commerciali chiuse per solidarietà. Pretti è stato ucciso la mattina seguente. A livello nazionale, il gruppo Indivisible ha indetto una terza protesta «No Kings» contro quella «polizia segreta che terrorizza le comunità». Ciò che accade in Minnesota trascende la consueta prassi della sinistra. La storia del movimento operaio, l’impegno per i diritti degli immigrati e i metodi organizzativi nati dopo George Floyd — basati su reti di mutuo soccorso e alleanze sindacali multietniche — hanno generato una risposta iper-locale e spontanea. Come osserva un veterano: «Alla gente non piace l’infusione quotidiana di sofferenza ai danni dei propri vicini, colleghi o fedeli, al punto da correre verso un pericolo mortale per proteggere gli obiettivi del regime». Solo a Minneapolis si stima che 5.600 persone scendano in strada ogni giorno, organizzate in reti clandestine ma formalizzate. Se il Minnesota è stato scelto come bersaglio punitivo per il suo progressismo e per l'influenza politica della sua comunità somala, esso è diventato il simbolo di un'opposizione che cresce ovunque: dalle congregazioni religiose ai gruppi di «ICE Watch», composti da insegnanti, anarchici, operai o pensionati del settore finanziario. Un’opposizione invisibile ma potente, armata di fischietti, telecamere e comunicazioni crittografate. Qualcuno doveva pur morire. Continuità (per quanto tempo?) Sotto la messinscena dell'ICE pulsa una sottostruttura di crudeltà. Trump la incarna e prospera nel caos, ma sarebbe un errore credere che l'abbia creata lui. Durante l'era Reagan, Alexander Cockburn osservò che, in assenza di un programma sociale, lo Stato adotta sempre un programma di violenza. Reagan, che ridusse il welfare a gesti simbolici e ignorò l'ecatombe dell'AIDS mentre devastava l'America Centrale, è oggi ricordato con nostalgia persino da certa stampa progressista. Trump è fiorito in quella stessa cultura che pone i valori militari al di sopra di quelli umani. Richard Nixon inventò la guerra alla droga per colpire le opposizioni; i presidenti successivi hanno bombardato nazioni con noncuranza; Bill Clinton ha avallato l'espansione del sistema carcerario sulle ceneri delle economie locali; George W. Bush ha normalizzato la sorveglianza di massa e la tortura attraverso il Patriot Act. Barack Obama, pur fregiato del Nobel, è stato il «deportatore in capo», e l'amministrazione Biden-Harris ha finanziato il massacro di Gaza. Nessuno di loro è stato processato per crimini contro l'umanità. La criminalità, paradossalmente usata come pretesto per espellere gli immigrati, sembra essere la clausola non scritta del mandato presidenziale. Trump ha semplicemente riproposto questo schema di disumanizzazione con una retorica più roboante. Eppure, la resistenza in Minnesota ha aperto una finestra di immaginazione in un tempo che la voleva superata. Le strade e la cultura sono diventate terreni d'azione. Il successo travolgente di Bad Bunny al Super Bowl — una celebrazione dei lavoratori e della gente comune cantata in spagnolo — suggerisce un desiderio di solidarietà e dignità che il regime vorrebbe obliterare. Dopo l'omicidio di George Floyd, la sua immagine è diventata un simbolo universale, dai muri di Minneapolis a quelli dei Territori Occupati. La domanda resta: di chi è la vita sacrificabile? Qual è il dovere dei vivi verso l'umanità? «Vediamo lo spargimento di sangue... il silenzio è il nemico». Lo schema interconnesso della violenza è il nemico che gli americani spesso non vedono. Ora, però, qualcosa sta cambiando. Le voci si sono fatte più forti. Questo non è il momento del dolore, ma quello della preparazione. Cosa succederà dopo? Consigli di lettura D. Riley, Material Interests, in «NLR», 29 October 2025 (accesso 21/03/2026); — Contra Arendt, in «NLR», 03 October 2025 (accesso 21/03/2026); — Post-Mass Culture, in «NLR», 26 September 2025 (accesso 21/03/2026); — Lenin in America, in «NLR», 09 May 2025 (accesso 21/03/2026); — Seven thesis on american politics, in «NLR» 138, gennaio-febbraio 2023 (accesso 21/03/2026); — Sermons for princes, in «NLR» 143, novembre-dicembre 2023 (accesso 21/03/2026); — Faultline, in «NLR» 126, gennaio-febbraio 2021 (accesso 21/03/2026); — Real utopia or abstract empiricism, in «NLR» 121, marzo-aprile 2020 (accesso 21/03/2026); D. Riley - R. Brenner, The Long Downturn And Its Political Results, in «NLR» 155, settembre-ottobre 2025 (accesso 21/03/2026); J. Wypijewski, Life in Death, in «Sidecar», 11 febbraio 2026 (accesso 21/03/2026); — Disposable, in «Sidecar», 11 aprile 2025 (accesso 21/03/2026); — Rule of Law?, in «Sidecar», 7 giugno 2024 (accesso 21/03/2026); — What about…, in «Sidecar», 8 dicembre 2023 (accesso 21/03/2026); — Smart People, in «Sidecar», 14 novembre 2023 (accesso 21/03/2026); — America Again, in «Sidecar», 7 luglio 2023 (accesso 21/03/2026); — Mike, in memory, in «Sidecar», 4 novembre 2022 (accesso 21/03/2026); — In Buffalo, in «Sidecar», 7 dicembre 2021 (accesso 21/03/2026). JoAnn Wypijewski è una giornalista indipendente e columnist per la rivista Mother Jones. Per diciotto anni, dal 1982 al 2000, è stata redattrice presso The Nation, testata per la quale ha continuato a scrivere insieme, come per Harper’s, CounterPunch, The New York Times Magazine e il Guardian di Londra. Vive a New York, dove dal 1980 è attiva nelle battaglie per il diritto alla casa e per la salvaguardia del Lower East Side. È inoltre tra i fondatori e presidente di Kopkind, un progetto estivo per giornalisti radicali e attivisti con sede a Guilford, nel Vermont, dedicato alla memoria di Andrew Kopkind. Questo testo è stato originariamente pubblicato su Sidecar, il blog della «New Left Review».

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    Antonio Caronia: l’immaginario e la fantascienza. Breve antologia di scritti in tre step Il testo presenta il pensiero di Antonio Caronia sull’immaginario e sulla fantascienza, mettendo in luce una visione centrata più sulla trasformazione dell’individuo che sulle discipline stesse. Caronia rifiuta etichette rigide, sostenendo che ciò che conta non è la fantascienza o la filosofia, ma il cambiamento che producono in chi le attraversa. Il rapporto tra scienza e fantascienza viene reinterpretato: entrambe costruiscono modelli di realtà, differendo solo per metodi e criteri di verifica. La fantascienza emerge così come una metafora del metodo scientifico e come pratica narrativa che coinvolge attivamente il lettore nella costruzione del mondo. Infine, il genere è visto come uno strumento per immaginare il futuro e comprendere il presente, in un contesto di trasformazione culturale e tecnologica Per presentare questa miscellanea di brani tratti da alcuni dei numerosi articoli di Antonio Caronia sul tema dell'immaginario e in particolare sulla fantascienza, credo giusto porci la domanda: «Chi era Antonio Caronia?». Volendo evitare una risposta esaustiva, che ci rassicuri sulla sua esistenza passata, su ciò che ha, o non ha, fatto, riporto qui un suo piccolo frammento che può essere utile per intravederne la figura riflessa e, in quanto tale, forse più affine a quella parresia a cui, nei suoi ultimi anni di vita, Antonio cercava sempre di più di avvicinarsi. Nel 1999 all'inaugurazione della mostra Per Primo Moroni: Philip Dick, i centri sociali e gli ombrelli di luce al Leoncavallo, di Marisa Bello e mia*, Antonio ci fece una dedica che, volendo azzardare un paragone tra vita e finzione cinematografica, potrebbe considerarsi una sorta di piccolo cammeo che lo inscrive come figurante partecipe all'interno dello stesso evento/mostra/istallazione lì allestita: «Grazie per un tuffo nel passato, che non esiste, e una proiezione nel futuro, che non esisterà. Grazie per aver assemblato dei fatti della mia vita assemblando la vostra. Grazie per il coraggio dei piccoli vasai, dei piccoli costruttori di giocattoli, dei piccoli artigiani, dei piccoli assemblatori di parole.IO NON SONO NIENTE DI PIU'». Quattordici anni dopo Antonio Caronia termina la sua avventura terrestre e così possiamo aggiungere anche il suo nome al finale della dedica in cui ci racconta che: «Primo e Philip non ci guardano da nessun cielo: sono diventati dei piccoli pezzi di noi». Giuliano Spagnul * https://giuliano-spagnul-photo.blogspot.com/2020/05/per-primo-moroni-philip-dick-i-centri.html 1/3 step «Fantascienza? Non me ne sono mai occupato!» Antonio Caronia Tutta la mia vita è riportarla nell'indeterminato. (…) Mi incazzo quando mi dicono che mi occupo di fantascienza; non è vero, non mi sono mai occupato di fantascienza, non mi sono mai occupato di filosofia... mi sono occupato, credo, in primo luogo di me stesso, come tutti noi dobbiamo fare. (…) Quello che conta non sono la letteratura, la filosofia ecc. ma sono le trasformazioni attraverso queste esperienze che facciamo su noi stessi (letterarie, artistiche, filosofiche ecc.). La cosa più importante nella vita di un essere umano è l'essere umano... non è quello che lui è, quello che lui diventa1 1. Le scienze della fantascienza2 Quando si vuole caratterizzare precisamente l’atteggiamento scientifico di contro ad altri (precedenti, o soltanto diversi) atteggiamenti conoscitivi, si è soliti far riferimento a una rigorosa separazione fra indagine del reale e fantasticheria, fra esplorazione del documentato (o del documentabile), e congettura sul possibile. Una tale separazione non è rintracciabile in tutte le culture umane conosciute, né la si ritrova, nella storia della cultura occidentale, in tutte le epoche. Essa è caratteristica del metodo di indagine e del modo di pensare che si introdusse, e non senza difficoltà e sconvolgimenti, come sappiamo, fra il XVI e il XVIII secolo ad opera dei fondatori di quella che è stata chiamata la rivoluzione scientifica. [...] sembrerebbe davvero non esservi alcun contatto possibile tra la scienza e la fantascienza, e sarebbe del tutto giustificata la diffidenza con cui questa forma narrativa è guardata in molti ambienti scientifici. Già il porre il problema richiede però una spiegazione. Perché ci si interroga sulle possibili relazioni tra scienza e fantascienza, in modo più preciso, poniamo, che non sulle relazioni tra scienza e letteratura fantastica, o ancora più in generale fra scienza e arte? La risposta sta già nel nome, ibrido e pretenzioso, di questa moderna versione della narrativa popolare fantastica: fantascienza, appunto, o science fiction, come più precisamente dicono gli anglofoni ponendoci da sempre difficili problemi di traduzione. [...] nella fantascienza è potenziato al massimo un procedimento di costruzione progressiva da parte del lettore dell’universo della narrazione, che non viene presupposto a priori come in altri generi letterari (il romanzo realistico, o novel, per esempio). L'atteggiamento diffidente [degli ambienti scientifici] trova allora una prima spiegazione in un equivoco: sembra che si richieda alla fantascienza un elemento di coerenza, o di plausibilità scientifica che, in fondo, non le compete. A meno di considerarla (ma è evidentemente un punto di vista riduttivo) divulgazione scientifica. La coerenza e la plausibilità che vanno richieste alla fantascienza si situano, evidentemente, a un livello diverso: non quello dei contenuti scientifici, ma quello della sintassi del testo, del meccanismo narrativo. [...] La fisica moderna, con Galileo e Newton, si è costituita contro il senso comune dell’epoca, non al seguito di esso: e se oggi l’astronomia copernicana o la legge di gravitazione non ci appaiono intuitivamente assurde, questo misura le trasformazioni storiche della nozione di senso comune, più che l’avvicinamento alla verità delle teorie scientifiche (e chi, del resto, si sentirebbe di misurare sull’intuizione il valore della teoria relativistica o di quella quantistica?). Se abbandoniamo, perciò, il pregiudizio realistico secondo cui la scienza serve per descrivere nel modo più preciso possibile la realtà, e consideriamo come meno impegnativa e più ricca l’ipotesi che ogni teoria scientifica costruisca da sé la propria realtà, conformemente ai dati disponibili e alle ipotesi che devono essere confrontate con essi, ci accorgeremo forse che questo atteggiamento non è poi cosi diverso da quello di chi, come lo scrittore di fantascienza, costruisce romanzo per romanzo o racconto per racconto l’universo entro cui far svolgere le proprie storie e far agire i suoi personaggi. Cambiano, naturalmente, le regole del gioco, la natura dei controlli, i parametri in base ai quali si giudica riuscita l’estrapolazione o il riorientamento generale che viene proposto. Ma è simile l’atteggiamento di fondo. «La scienza» ha scritto Giorgio Celli «procede per salti quantici, intuizioni da provare in seguito, usa il metodo per assurdo, ha il coraggio di anticipare e inferire, adotta pericolanti ipotesi euristiche, costruisce schemi e modelli immaginari». «La scienza è una fantascienza che ha deciso di ridurre, operativamente, le sue ipotesi al minimo: è una fantascienza economica o, se preferite, povera». Ecco perché mi piace pensare, sempre con Celli, alla fantascienza come a una ipotesi romanzata del metodo scientifico, a una metafora epistemologica. La fantascienza, che uccide per sua natura la metafora a livello del significante, che ri-letteralizza il linguaggio, e fa vivere ogni similitudine, ogni iperbole, di vita propria, mantiene forse il meccanismo metaforico nella sua struttura di genere, nelle convenzioni che la rendono riconoscibile, facendosi leggere come una grande volgarizzazione della scienza, del suo procedere, delle condizioni che la hanno resa possibile. 2. La fantascienza come genere letterario3 ...lettori di fantascienza che passano alla letteratura alta e lettori normali che passano a leggere fantascienza. Questi passaggi sono forse interessanti per comprendere il meccanismo di fruizione (e quindi di costruzione) delle opere di fantascienza. Un caso concreto ci è raccontato, in un suo saggio, da Samuel Delany, scrittore americano di fantascienza e sulla fantascienza: «Non molto tempo fa ho parlato con uno storico che un tempo leggeva moltissima letteratura, ma che si era accorto di aver cominciato a leggere sempre più fantascienza, al punto che, negli ultimi due anni, a parte le riviste e i saggi, non aveva letto assolutamente altro», continua, «Ero un po’ spaventato all’idea di fare marcia indietro e rimettermi a leggere un romanzo serio», mi disse, «non avevo idea di quello che mi sarebbe successo. Ma alla fine, trepidante, mi decisi a tirare giù dallo scaffale Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, che è sempre stato uno dei miei preferiti. Ebbene, mi è piaciuto davvero, l’ho apprezzato più di ogni altra volta. Però mi sono accorto che qualcosa era cambiato. Prima leggevo un romanzo e pensavo a come era il mondo all’epoca in cui il romanzo era stato scritto. Questa volta, leggendo il libro, mi chiedevo che tipo di mondo avrebbe dovuto esistere perché la storia di Jane Austen potesse aver luogo: ed è un mondo, ti assicuro, completamente diverso da come era realmente in quell’epoca. Tu sai che la conosco bene, quell’epoca, perché è quella che studio abitualmente. Per quanto mi riguarda» continua Delany «io direi che questa persona ha cominciato a leggere i romanzi di Jane Austen come se fossero fantascienza.» Se ci pensiamo un momento, questo aneddoto ci porta a porci il problema della definizione della fantascienza in un modo forse più complicato, ma certo più fruttuoso. Siamo cioè portati a chiederci non solo: che cosa rende un testo di fantascienza diverso da un testo non di fantascienza, che cosa rende diverso l’insieme dei testi di fantascienza da altri insiemi di testi, non di fantascienza? Ma anche: che cosa c’è, nella fantascienza, che rende possibile leggere testi non fantascientifici secondo un modo fantascientifico? [...] Un problema di definizione è sempre un problema di demarcazione, soprattutto rispetto a campi (o generi, in questo caso) contigui. Il problema della definizione della fantascienza è perciò, in prima approssimazione, il problema di come distinguerla rispetto ai generi che si possono chiamare, grosso modo, realistici e fantastici, perché di entrambi la fantascienza sembra conservare e trattenere qualcosa (dei primi, la minuziosità descrittiva di ambienti e situazioni, la preoccupazione per la plausibilità o la verosimiglianza; dei secondi, l’irruzione di elementi non coerenti con il mondo dell’esperienza quotidiana, strani o meravigliosi), senza identificarsi con nessuno dei due. [...] l’enorme influenza del modo fantascientifico, che dalle pagine dei libri dilaga su quelle delle riviste a fumetti, sugli schermi cinematografici e televisivi, nutre il nostro immaginario non più solo con i contenuti o gli intrecci dei racconti, ma anche e soprattutto con l’estensione della tecnologia a strumento di percezione del mondo e di mediazione con la realtà, all’interno della più grande rivoluzione culturale, materiale, scientifica e tecnica che l’umanità sta probabilmente conoscendo: quella che prepara una integrazione fra uomo e macchina, fra naturale e artificiale, mai vista prima. E non è detto che debba essere per forza un’apocalisse. Cultura e immaginario scientifico4 Nei loro studi Mary B. Hesse e Thomas S. Kuhn, soprattutto, hanno mostrato che anche lo scienziato fa uso di metafore, descrive cioè un oggetto facente parte di un certo ordine di discorso con termini appartenenti a un ordine diverso. La metafora dello scienziato non è puramente divulgativa, ma ha un reale potere esplicativo: la metafora ci dice su quell’oggetto più di quanto prima non sapessimo, è in qualche modo il germe di una nuova teoria. E perciò, una volta che abbia superato i test di coerenza teorica o di adeguatezza sperimentale, può essere - come dire? - letteralizzata, presa alla lettera per essere assunta all’interno della sistemazione finale del discorso scientifico. È da rilevare qui un’altra interessante analogia con le osservazioni sulla fantascienza fatte da una studiosa americana, Teresa De Lauretis. Anche De Lauretis parla di una letteralizzazione della metafora come procedimento tipico della fantascienza: questa, nel costruire l’universo del testo (che non è, in questo genere letterario, lo stesso universo reale in cui vivono l’autore e il lettore) è costretta a far uso di procedimenti che, metaforici nell’universo reale, non lo sono più nell’universo della narrazione. I problemi di coerenza e di compatibilità interna di questo universo si pongono successivamente a questa opzione di fondo e non sono, è chiaro, risolti una volta per tutte, ma fanno parte dei problemi propri della strategia narrativa. L’analisi di Teresa De Lauretis si ricollega a quella di un autore e critico di fantascienza, Samuel Delany, che vede la specificità di questo genere letterario nella progressiva costruzione di un mondo fantastico (con una sua fisica, una sua cosmologia, una sua antropologia, una sua storia) da parte del lettore che utilizza le tracce e gli indizi disseminati nel testo dell’autore. Una vera e propria collaborazione semiotica fra autore e lettore, peraltro già ampiamente esaminata da Eco, un protocollo di scrittura che genera un protocollo di lettura che finisce poi per rendersi autonomo dai testi che lo hanno prodotto e può essere applicato ad altri testi. Prevedere con la fantasia5 La fantascienza è quello strano tipo di romanzi in cui l’autore si diverte a raccontarci quello che succederà nel futuro. Così la pensa di solito la gente: più i non lettori che i lettori di fantascienza, bisogna dire. [...] La fantascienza è una forma di narrativa, o, per usare il termine anglosassone che ha un significato più vasto e preciso, di fiction. La fiction, parli del passato, del presente o del futuro, è un atto di immaginazione, di finzione, di invenzione, e di per sé non ha alcun vincolo di verosimiglianza, o di aderenza alla realtà, neppure a ciò che si suppone sarà la realtà fra un certo numero – di anni o di decenni. Eppure non ci si può sottrarre alla sensazione che, in qualche modo, alla fantascienza sia intrinsecamente connesso un qualche atteggiamento di aspettativa nei confronti del futuro. Perché altrimenti uno scrittore dovrebbe scrivere proprio storie di questo genere, ambientate per il novanta per cento nel futuro, e non invece romanzi storici, o gialli, o comunque ambientati nel presente? E perché un lettore dovrebbe leggerle? Lo scrittore di fantascienza non può non essere, in qualche modo, interessato in maniera speciale al futuro. Lo sarà per insofferenza verso il presente, addirittura per una profonda forma di disadattamento; per pura fantasticheria; o anche (perché no?) per capire meglio il presente. Note: Seminario a Macao su Arte e follia, 2012 https://archive.org/details/Macao_Arte_e_follia_2012_Caronia/CaroniaMacao291012.mp3 pubblicato in Biblioteca e territorio n. 6 aprile 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza pubblicato in Biblioteca e territorio n. 6 aprile 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza Pubblicato in SE Scienza Esperienza, febbraio 1986 https://www.academia.edu/344397/Cultura_e_immaginario_scientifico Pubblicato in SE Scienza Esperienza, settembre 1987 https://www.academia.edu/344482/Dossier_Futurologia Antonio Caronia: The Imaginary and Science FictionA brief anthology of writings in three steps edited by Giuliano Spagnul To introduce this collection of excerpts from various articles by Antonio Caronia on the themes of the imaginary and science fiction, it seems fitting to ask: «Who was Antonio Caronia?» Rather than providing an exhaustive answer that would reassure us about his past existence or his accomplishments, I will share a brief fragment of his work that offers a glimpse into his character and aligns with the parrhesia he sought to embody in his later years. In 1999, at the opening of the exhibition Per Primo Moroni: Philip Dick, Social Centers, and Umbrellas of Light at the Leoncavallo, curated by Marisa Bello and myself (https://giuliano-spagnul-photo.blogspot.com/2020/05/per-primo-moroni-philip-dick-i-centri.html), Antonio dedicated a small note that, if we dare to draw a parallel between life and cinematic fiction, could be seen as a kind of cameo, casting him as a participant in the very event/exhibition/installation on display: «Thank you for a dive into the past, which does not exist, and a projection into the future, which will not exist.Thank you for weaving the threads of my life into your own.Thank you for the courage of the small potters, the small toy makers, the small artisans, the small weavers of words.I AM NOTHING MORE» Fourteen years later, Antonio Caronia concluded his earthly journey, and we can add his name to the end of the dedication where he tells us that:«Primo and Philip do not watch us from any sky: they have become small pieces of us.» 1/3 step «Science Fiction? I’ve never dealt with it!» Antonio Caronia «My entire life has been about embracing the indeterminate. (...) I bristle when people say I deal with science fiction; it’s not true. I’ve never engaged with science fiction or philosophy. I believe I’ve primarily focused on myself, as we all must. (...) What truly matters are not literature, philosophy, etc., but the transformations we undergo through these experiences—literary, artistic, philosophical, etc. The most important thing in a human being’s life is the human being... not what they are, but what they become.»1 1.The Sciences of Science Fiction2 When attempting to precisely define the scientific attitude in contrast to other cognitive approaches, one often refers to a strict separation between the investigation of reality and fantasy, between exploring documented facts and speculating about possibilities. This distinction is not universal across all known human cultures nor consistent throughout the history of Western thought. It emerged, with considerable difficulty and upheaval, between the 16th and 18th centuries, thanks to the founders of what is known as the scientific revolution. [...] It seems there is little common ground between science and science fiction, and the skepticism with which this narrative form is viewed in many scientific circles is justified. However, posing the question itself requires an explanation. Why do we inquire about the possible relationships between science and science fiction more than, say, the relationships between science and fantastic literature, or more broadly, between science and art? The answer lies in the name itself: fantascienza, or science fiction, as the English-speaking world more precisely calls it, presenting us with perennial translation challenges. [...] In science fiction, the reader's role in progressively constructing the narrative universe is maximized, unlike in other literary genres (such as the realistic novel) where this universe is presupposed a priori. The skeptical attitude [of scientific circles] finds an initial explanation in a misunderstanding: it seems that science fiction is required to adhere to a level of scientific coherence or plausibility that, in reality, it does not need to meet. Unless, of course, we consider it (though this is a reductive view) a form of scientific dissemination. The coherence and plausibility demanded of science fiction lie at a different level: not that of scientific content, but that of textual syntax and narrative mechanics. [...] Modern physics, with Galileo and Newton, was established in opposition to the common sense of the time, not in alignment with it. Today, Copernican astronomy or the law of gravitation do not strike us as “intuitively” absurd, reflecting the historical evolution of the concept of common sense rather than the approximation to truth of scientific theories. If we abandon the realistic prejudice that science serves to describe reality as precisely as possible, and instead consider the hypothesis that every scientific theory constructs its own reality based on available data and hypotheses, we may realize that this approach is not so different from that of a science fiction writer. The writer constructs novel after novel or story after story, creating the universe within which their narratives unfold and their characters act. The rules of the game change, naturally, as do the nature of the controls and the parameters for judging the success of the proposed extrapolation or reorientation. But the underlying attitude is similar. «Science — wrote Giorgio Celli — proceeds by quantum leaps, intuitions to be proven later, uses the method of the “absurd”, has the courage to anticipate and infer, adopts risky heuristic hypotheses, constructs imaginary schemes and models». «Science is a form of science fiction that has decided to reduce, operationally, its hypotheses to a minimum: it is an “economical” or, if you prefer, a frugal science fiction». That is why I like to think, always with Celli, of science fiction as a novelized hypothesis of the scientific method, as an epistemological metaphor. Science fiction, which by its nature kills the metaphor at the level of the signifier, re-literalizes language, and makes every simile, every hyperbole, live its own life, perhaps maintains the metaphorical mechanism in its genre structure, in the conventions that make it recognizable, making itself read as a great popularization of science, of its process, of the conditions that have made it possible. 2. Science Fiction as Literary Genre3 ...readers of science fiction who transition to high literature and ordinary readers who begin to read science fiction. These transitions are perhaps interesting to understand the mechanism of enjoyment (and therefore of construction) of science fiction works. A concrete example is recounted in an essay by Samuel Delany, an American writer of science fiction and on science fiction: «Not long ago, I spoke with a historian who once read a lot of literature but had noticed that he had begun to read more and more science fiction, to the point that, in the last two years, apart from magazines and essays, he had read absolutely nothing else — he continues — I was a bit scared at the idea of going back and starting to read a serious novel again — he said — I had no idea what would happen to me. But in the end, trembling, I decided to take down from the shelf Pride and Prejudice by Jane Austen, which has always been one of my favorites. Well, I really liked it, I appreciated it more than ever before. But I noticed that something had changed. Before, I read a novel and thought about how the world was at the time the novel was written. This time, reading the book, I wondered what kind of world would have to exist for Jane Austen's story to take place: and it is a world, I assure you, completely different from how it was in that era. You know that I know that era well, because it is the one I usually study. For my part — Delany continues, — I would say that this person has begun to read Jane Austen's novels as if they were science fiction». If we think about it for a moment, this anecdote leads us to pose the problem of the definition of science fiction in a perhaps more complicated, but certainly more fruitful way. We are led to ask not only: what makes a science fiction text different from a non-science fiction text, what makes the set of science fiction texts different from other sets of non-science fiction texts? But also: what is there, in science fiction, that makes it possible to read non-science fiction texts in a science fiction way? [...] A problem of definition is always a problem of demarcation, especially with respect to contiguous fields (or genres, in this case). The problem of defining science fiction is therefore, in a first approximation, the problem of how to distinguish it from genres that can be called, roughly, realistic and fantastic, because from both science fiction seems to retain and hold something (from the first, the descriptive minuteness of environments and situations, the concern for plausibility or verisimilitude; from the second, the irruption of elements not coherent with the world of everyday experience, strange or wonderful), without identifying with either. [...] The enormous influence of the science fiction approach, which spreads from the pages of books to those of comic magazines, on cinema and television screens, nourishes our imagination no longer only with the contents or plots of the stories, but also and above all with the extension of technology as a tool of perception of the world and mediation with reality, within the greatest cultural, material, scientific, and technical revolution that humanity is probably experiencing: the one that prepares an integration between man and machine, between natural and artificial, never seen before. And it is not said that it must necessarily be an apocalypse. Culture and Scientific Imagination4 In their studies, Mary B. Hesse and Thomas S. Kuhn, especially, have shown that even scientists use metaphors, describing an object belonging to a certain order of discourse with terms belonging to a different order. The scientist's metaphor is not purely divulgative but has a real explanatory power: the metaphor tells us more about that object than we knew before, is in some way the germ of a new theory. And therefore, once it has passed the tests of theoretical coherence or experimental adequacy, it can be - how to say? – literalized, taken literally to be assumed within the final arrangement of the scientific discourse. Here it is worth noting another interesting analogy with the observations on science fiction made by an American scholar, Teresa De Lauretis. Also De Lauretis speaks of a literalization of the metaphor as a typical procedure of science fiction: this, in constructing the universe of the text (which is not, in this literary genre, the same real universe in which the author and the reader live) is forced to make use of procedures that, metaphorical in the real universe, are no longer so in the universe of the narrative. The problems of coherence and internal compatibility of this universe are subsequently posed to this fundamental option and are not, it is clear, resolved once and for all, but are part of the problems proper to the narrative strategy. Teresa De Lauretis' analysis connects with that of a science fiction author and critic, Samuel Delany, who sees the specificity of this literary genre in the progressive construction of a fantastic world (with its own physics, its own cosmology, its own anthropology, its own history) by the reader who uses the traces and clues scattered in the author's text. A true semiotic collaboration between author and reader, moreover already widely examined by Eco, a writing protocol that generates a reading protocol that ends up becoming autonomous from the texts that produced it and can be applied to other texts. Predicting with Imagination5 Science fiction is that strange type of novels in which the author has fun telling us what will happen in the future. That's how most people think: more non-readers than readers of science fiction, it must be said. [...] Science fiction is a form of narrative, or, to use the Anglo-Saxon term that has a broader and more precise meaning, of fiction. Fiction, whether it speaks of the past, the present, or the future, is an act of imagination, of fiction, of invention, and in itself has no bond of verisimilitude, or of adherence to reality, not even to what is supposed to be reality in a certain number – of years or decades. And yet one cannot escape the feeling that, in some way, science fiction is intrinsically connected to some attitude of expectation towards the future. Otherwise, why would a writer write stories of this kind, set for ninety percent in the future, and not instead historical novels, or thrillers, or in any case set in the present? And why would a reader read them? The science fiction writer cannot but be, in some way, specially interested in the future. He will be for intolerance towards the present, even for a deep form of maladjustment; for pure fantasy; or also (why not?) to understand the present better. Glossary notes Parresia: This term refers to the ancient Greek concept of frankness or candor, particularly in speaking truth to power. It is used here to describe Antonio Caronia's approach to his work and life. The term "fantascienza" is a direct translation of "science fiction" and is used interchangeably in the text. It is important to note that the Italian term carries a slightly different connotation, often being more closely associated with the literary and philosophical aspects of the genre. Notes Seminar in Macao on Art and Madnesshttps://archive.org/details/Macao_Arte_e_follia_2012_Caronia/CaroniaMacao291012.mp3 In Biblioteca e territorio, n. 6, aprile 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza Ibidem In SE Scienza Esperienza, febbraio 1986 https://www.academia.edu/344397/Cultura_e_immaginario_scientifico In SE Scienza Esperienza, settembre 1987 https://www.academia.edu/344482/Dossier_Futurologia

  • konnektor

    L’azienda israeliana che vende tecnologia di spionaggio, corteggia la polizia europea Rene Rig L’esposizione generalizzata sui social media, sulle piattaforme digitali e sui nuovi servizi di messaggistica offre una quantità monumentale di dati, che vengono scansionati, scrutati e classificati in modo assolutamente autoritario con l’aiuto dell’IA. Lo Stato genocida israeliano si candida come produttore, fornitore e consulente dei molteplici governi e leader che cavalcano o desiderano cavalcare l’attuale ondata reazionaria: bisogna socializzare i big data e distruggere i software di sorveglianza. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Electronic Intifada ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore. La tecnologia di spionaggio israeliana è stata esposta in una mostra organizzata dal governo britannico a marzo. La presenza all’evento di una delle aziende invitate, denominata PenLink, avrebbe dovuto essere vietata, per non dire altro. Cinque anni fa, Meta ha vietato all’azienda israeliana Cobwebs Technologies, successivamente acquisita da PenLink, di raccogliere informazioni attraverso le piattaforme della società. Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, aveva scoperto che Cobwebs Technologies utilizzava centinaia di account dei suoi social network per sorvegliare attivisti, funzionari pubblici e politici dell’opposizione in Messico e Hong Kong. I dettagli forniti su PenLink sul sito web della mostra Security and Policing sono fuorvianti. PenLink viene presentata come un’azienda britannica, quando invece ha sede in Nebraska e mantiene stretti legami con Israele. Omri Timianker, uno dei fondatori di Cobwebs Technologies, è uno dei vari israeliani che fanno parte del team dirigenziale di PenLink. Non molto tempo fa, Timianker era stato presentato come veterano delle «forze speciali» dell’esercito israeliano e dei «servizi segreti israeliani». Nei suoi interventi in varie conferenze, è stato lodato come pioniere all’interno dei «servizi segreti israeliani» nell’uso del «SIGINT tattico». Dato che l’intelligence dei segnali (SIGINT) implica l’intercettazione delle comunicazioni, si tratta in realtà di un termine elegante per riferirsi allo spionaggio. È molto probabile che qualsiasi innovazione che Timianker abbia contribuito a sviluppare sia stata testata sulla popolazione palestinese che vive nella ben nota situazione di occupazione illegale. A gennaio Timianker ha ricevuto negli uffici di PenLink in Israele Michael Mann, ambasciatore dell’Unione Europea a Tel Aviv. Secondo le informazioni fornite da Timianker, i due hanno discusso della «rapidità con cui sta cambiando la realtà e di quanto sia importante dotare le persone non solo di strumenti, ma anche della capacità di pensare, mettere in discussione e rimanere vigili in un mondo modellato da algoritmi e narrazioni». In seguito a una richiesta effettuata in nome della libertà di informazione, ho appreso che Mann aveva incontrato un rappresentante di PenLink durante un evento tenutosi a novembre nella città israeliana di Herzliya. In una successiva corrispondenza via e-mail, Mann ha affermato che sarebbe stato «lieto di organizzare una visita» per poter conoscere gli uffici di PenLink. Dopo che avevo inviato una richiesta di informazioni a Mann, l’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha descritto il suo incontro con Timianker come una «visita di cortesia». Secondo l’ambasciata, la visita «ha comportato una conversazione informale sulla tecnologia e la disinformazione». Per inciso, non va dimenticato che l’UE accusa sempre più spesso di «disinformazione» i giornalisti e gli accademici con cui non è d’accordo. Tra questi c’è il cittadino tedesco Hüseyin Dogru, soggetto a sanzioni imposte dall’Unione Europea, che mettono a rischio il suo sostentamento e quello della sua famiglia per aver pubblicato su «Red», un media creato da lui stesso, articoli critici nei confronti di Israele e della violenza esercitata dallo Stato tedesco contro gli attivisti solidali con la Palestina. «L’ambasciatore Mann non ha discusso di opportunità commerciali concrete per l’azienda in Europa o altrove», ha aggiunto l’ambasciata. Tuttavia, è indiscutibile che l’incontro con Mann abbia avuto luogo nel contesto degli sforzi compiuti da PenLink per guadagnarsi il favore delle forze dell’ordine europee. PenLink, ad esempio, ha esposto i suoi prodotti al Congresso europeo di polizia tenutosi lo scorso anno a Berlino. Vendite all’ICE statunitense Cobwebs Technologies, l’azienda israeliana ora di proprietà di PenLink, aveva già tentato in precedenza di promuovere la propria attività illustrando come uno dei propri sistemi potesse essere utilizzato contro i manifestanti del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. Tangles, così si chiama il sistema, analizza i post sui social media per scoprire a quali eventi abbiano partecipato le persone oggetto di indagine e poi incrocia questi dati con informazioni su queste persone raccolte su Internet. L’ICE, il famigerato e letale Servizio Immigrazione e Controllo Dogane degli Stati Uniti (US Immigration and Customs Enforcement), ha speso circa 5 milioni di dollari per l’utilizzo di Tangles, in particolare per una funzione specifica chiamata Webloc. Molto prima di essere nominato ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, Michael Mann aveva instaurato cordiali relazioni con Israele e la sua rete di lobby. Prima di ricoprire la sua attuale carica, era una delle figure di spicco che si occupavano del Medio Oriente nell’amministrazione del servizio diplomatico dell’UE con sede a Bruxelles. Un’altra figura di spicco di quel servizio è Hélène Le Gal, ex ambasciatrice di Francia in Israele e Marocco. Grazie a un’altra richiesta di accesso alle informazioni, ho appreso che Le Gal ha accettato di ricevere a novembre una delegazione dell’American Jewish Committee (AJC), un importante gruppo filoisraeliano. La delegazione aveva richiesto un incontro per discutere «l’attuale situazione in Medio Oriente, nonché la guerra in corso tra Russia e Ucraina e la posizione sempre più aggressiva della prima nei confronti dell’Europa». La guerra in corso della Russia contro l’Ucraina è senza dubbio una questione grave, oltre ad essere una conseguenza della posizione aggressiva dell’Occidente nei confronti della Russia (circostanza che i rappresentanti dell’UE e della NATO non riconoscerebbero mai). Tuttavia, il raggiungimento di una risoluzione giusta e sostenibile di tale guerra non è la priorità principale dell’agenda dell’AJC, che in realtà ha approfittato dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia per cercare di distogliere l’attenzione dal genocidio che Israele sta commettendo a Gaza. I lobbisti sanno anche molto bene che la rapida crescita della spesa militare occidentale causata dal conflitto tra Russia e Ucraina offre opportunità per promuovere le esportazioni di armi da parte di Israele. Israele e la sua rete di sostegno prosperano grazie alla guerra. Dato che i principali attori dell’UE sono impegnati a costruire un’economia di guerra, è triste ma logico che cerchino ispirazione e aiuto da Israele e dai suoi sostenitori. Testi consigliati Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí, Michael Arria, Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento, Ali Abunimah, La UE sanciona a Hüseyn Dogru, periodista alemán, por sus impactantes reportajes sobre Gaza, tutti pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). David Cronin è redattore di «The Electronic Intifada». Ha scritto tra l’altro Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • preprint/reprint

    Ai compagni che non mangiano di quel pane # parte prima Un testo sulla «cultura materiale» di Gianni-Emilio Simonetti, artista, scrittore e saggista. Esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus, è autore di numerosi testi di impegno teorico in campo artistico, politico e sociale. Per il mese di giugno 2026 è prevista la pubblicazione del suo libro Racconti gourmaund seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxsus. In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari Non Identificabili). Non esiste forma di controllo più efficace dell’insicurezza seminata tra i domesticati. B. Rosenthal Premessa C’è una memoria collettiva che irrompe dal passato e che le ideologie del potere si accaniscono a deformare, falsificare, irridere, far apparire anacronistica. Questo patrimonio della coscienza proletaria non ha bisogno di essere obiettivo, perché è di classe. Non ha bisogno di essere imparziale perché è la parte che si fa tutto e che scende nelle strade. Al punto in cui siamo a questa memoria collettiva non interessa mostrare le cose come sarebbero potute andare. Lo sa già. Preferisce riflettere sul perché la società di oggi è diventata quello che è nonostante il movimento operaio, come soggetto, abbia fatto di tutto per evitarlo. Intenderlo significa per essa liberarsi da ciò che le è capitato di essere e dalla sua infanzia. Questa memoria collettiva considera la forma di storia come il campo di battaglia della vita corrente, che racconta il vivere, l’abitare, il mangiare, l’amare, il battersi, il morire. Ha dalla sua l’esperienza per comprendere e comprende per giudicare. Ciò nonostante non si fa giudice. È capace di essere violenta senza amare la violenza, si trova a suo agio nelle jacqueries, sa essere furiosa. Le avventure di questa memoria collettiva – che interpreta la società nello spazio e nel tempo come coscienza dell’ambiente sociale per mezzo dei sensi – confluiscono nella storia sociale dei popoli e dell’umanità nel suo insieme, ma non è una visione del mondo, come il materialismo non è una questione di materia. La storia sociale a cui facciamo riferimento non si compromette con nessuna storia che giudica da secoli e con fastidio il movimento operaio e le sue lotte, non si allea con nessuna cronaca che vorrebbe ridurre le giovani generazioni a rappresentazione passiva della crisi sociale che attraversa la modernità. È una storia che non ha un principio da difendere, né regole storiografiche da rispettare, piuttosto è in grado di disattivare il discredito degli studi di storia a favore di quei sociologismi alla moda che vorrebbero giudicarla senza studiarla. Essa è totalmente estranea all’esistenza di un qualche dio e, di conseguenza, è indifferente a ogni morale degli altri. In L’ideologia Tedesca Marx e Engels scrivevano che quasi tutte le ideologie si riducono a una concezione falsa della storia o a farne totalmente un’astrazione, oggi molta parte di questo lavoro è affidato alla retorica delle avanguardie che educano agli spazi in rovina, al tempo che si è fermato, alla frammentarietà del visuale nel quale l’uovo di serpente della confusione rafforza ogni rassegnazione. Perché questo ruolo delle avanguardie? Non è difficile spiegarlo. Ci sono voluti secoli per convincere gli uomini a inchinarsi davanti a delle creazioni di cui erano i creatori, per obbligarlo a inchinarsi davanti alla decomposizione del reale – se non si vuol perdere tempo – occorre poter controllare fino in fondo i processi culturali e il potere «performante» delle menzogne. La storia sociale insegna che non c’è nessuna politica da sostenere, né alcuna estetica da rivendicare, piuttosto c’è un mondo da disprezzare che le è nemico. Non occorre neppure che essa sia ragionevole con gli avversari, perché non ci sono ragioni da condividere. Il disprezzo è una virtù partigiana in un’epoca nella quale i politici e gli intellettuali non solo non si ascoltano mai, ma non sono in grado neppure intendersi! I protagonisti della storia sociale non si sono mai sottratti allo scontro, nonostante i rischi che questo comporta, non è detto che l’epoca che non torni ad esigerlo. Quando il destino della ragione o i suoi interessi sono minacciati, chiaramente e distintamente, occorre espugnare l’indifferenza. A differenza della prosa dei ministri di polizia, la storia sociale giudica che certi comportamenti bollati di asocialità sono opere d’arte che illustrano e rafforzano le sue decisioni, rinsaldano le sue posizioni. Queste opere d’arte non hanno bisogno di critici e se si prendono certe libertà saranno giudicate dagli stessi “artisti”. In questo particolare momento che stiamo attraversando non servono le tesi dei signori dello spirito, ma occorre operare per definire degli scopi. Non servono analisi, piuttosto parole d’ordine capaci d’incendiare i luoghi comuni e tracciare i percorsi del riscatto. La storia sociale e la cultura materiale hanno una prosa attraverso la quale si esprimono. Questa prosa è tanto lontana dal senso comune infettato dalla forma di merce quanto è capace di portare alla luce ciò che rende il tempo storico inverificabile. È una prosa che non ha nulla di filosofico. È una legittima suspicione spiccata contro i limiti della filosofia in un momento nel quale il rumore di fondo del politico rende equivalenti tutte le informazioni e tutti i valori. Ha scritto il barone d’Holbac: «Non c’è una sola azione, una sola parola, una sola volontà una sola passione in coloro che concorrono alla rivoluzione sociale, non importa se come distruttori o vittime… che non provochi infallibilmente gli effetti che essa deve provocare, secondo il posto che occupano questi protagonisti in questa tempesta morale». Questa certezza è tutt’altra cosa del fatalismo borghese che teme la casualità e stempera nello spettacolo la necessità. Avere una visione del mondo e un’esperienza della vita corrente in un mondo in rovina divenuto un genere letterario è un’impresa specifica del materialismo, significa avere la capacità di fare ogni cosa, sia come distacco che riconciliazione. Il mondo come lo concepiscono gli avversari della cultura materiale è un’idea à rebours. Per il funzionalismo che abita le piramidi d’aria condizionata delle città questa idea è un’infezione idealistica, un luogo d’inimicizie profonde e di sospetti che l’odio spacciato per benevolenza guida intanto che costruiscono cupole per quegli edifici sui quali innalzano le statue dei loro idoli. Piuttosto, la storia materiale ha un desiderio, rendere il negativo accessibile ai suoi amanti. Che la cultura materiale sia senza un principio non significa che non abbia dei princìpi. Essa esige la singolarità, ma non teme la moltitudine. Il suo enunciato di base è di natura teoretica o, meglio, ontologica, poi vengono i princìpi che, in sé, sono una forma di pratica. La cultura materiale in questo contesto storico dispone le sue idee in forma diversa dalla doxa, seguendo un ordine differente, assecondando la sua natura sociale che le consente di suddividere la storia tra quello che rimane costante e quello che si ripete. A differenza dell’idealismo che non vuole sapere niente della materia per meglio ignorarla, il materialismo vuole riconoscerla e nominarla. Questo in altri momenti della storia sociale europea ha rappresentato la differenza. Ma perché l’idealismo vuole ignorare la materia? Perché pretende di manipolarla come se fosse una teologia rozza, mutilarla delle sue radici in nome delle sue illusioni. Per questo la cultura materiale insiste sulla sua natura di paradigma impresentabile e imperdonabile. Meglio così che essere messa tra le parentesi di una qualche teoria, teologia o utopia postmoderna. Da tempo siamo indifferenti a qualunque distopia che pretenda di salvare l’apparente, un luogo estremamente spiacevole. Siamo invece disposti ad attribuire all’empirismo il privilegio di un valore assoluto, come fecero a loro tempo Herbert Spencer, Émile Durkheim, Max Weber. Per la cultura materiale il sasso tirato contro i fortilizi del potere è un modo per rigettare la morale come strumento che vuole regolare i comportamenti attraverso i divieti. Che non ammette equanime che le sue regole. Queste però non disciplinano niente, servono solo a reprimere. Produrre, riposare dopo aver ingerito antidepressivi, consumare lo stretto necessario alla sopravvivenza psico-fisica, abitare nei dormitori-carceri delle periferie dove tutto concorre a umiliare il dispiegarsi delle passioni, circolare rapidamente, transitare e aspettare nei non-luoghi ciò che non arriverà mai è la realizzazione di una perversa carta di Atene. L’epoca ha già regolato i suoi conti con il politico nel corso del biennio terribile. Molta acqua è passata sotto al Pont Mirabeau. Non si può più accettare che le sue ideologie siano confuse con la virtù e il desiderio di felicità, con l’arte di ricomporre le contraddizioni tra verità e interesse. Non è più tollerabile addomesticare sul filo della speranza dei riformismi. Il materialismo è la sola espressione filosofica di ciò che possiamo definire politica in un’epoca in cui i proletari non hanno più neppure le catene da perdere. Nulla da sperare o da disperare. È la sola espressione estetica che può coniugare il buono con il giusto e che denuncia la miseria che imputridisce ogni rappresentazione. La cultura materiale è l’impugnatura del rasoio di Ockam. Regola i conti con le istanze del buon senso borghese nello stesso movimento in cui afferma che non c’è ordine se non a partire dal principio. Non ci sono ferrovie che un pugno di una certa polvere non possa fermare. Qui occorre intendersi, il problema non è la violenza, ma lo sforzo dello spettacolo di renderla cieca invece che sociale. Se non c’è materia il lavoro dello Zeitgeist non ha senso! Del resto, come ha già ampiamente dimostrato Karl Marx, la parola lavoro è il modo più semplice per definire che cos’è lo spirito attraverso la materia. Al di là di questo un termine vale l’altro e non rinvia che alla forza delle armi con la quale la “santità” dello spirito si fa ascoltare. Ma c’è di più. La materia liberata dallo spirito è di per sé capace di rifiutare ogni rappresentazione, di giudicare l’immaginario e di controllare i guasti del simbolico. Che cosa comporta? Che non si deve cadere nella trappola di un ragionamento che discute delle sue decisioni a partire dal discutibile uso della forza. La vita materiale è soprattutto il processo sociale della produzione materiale, la base di ogni interazione culturale. I proletari conoscono bene la legittimità dei mutamenti che avvengono nella società. Dopo Marx chiamiamo questa concezione della vita materiale e delle categorie che la esprimono: dialettica. Spesso ciò che è discutibile è solo improbabile. In breve, la materia è l’astuccio che contiene le categorie della vita corrente anche a dispetto della scienza borghese e delle sue definizioni. Ha il grande merito di non privare l’azione degli uomini del suo carattere creativo. La dignità del materialismo storico dialettico è tutto contenuto in questo superamento del pensiero metafisico. Lungi dall’essere una teoria dell’essere, una illusione ontologica, un’istanza che istituisce la materia è semplicemente l’istituto che mette la materia al principio di tutte le cose. Un arché con il quale il pensiero si misura. Se ne deduce che ciò che distingue il materialismo da ogni altro modello di pensiero è la sua ostilità ad ogni principio, a ogni obbligazione e a ogni decisione che si appoggia all’essere per meglio metterlo sotto il tacco degli stivali. Aveva concluso Epicuro nella sua lettera a Pitocle: «Non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi…». Per altri versi, i comunisti non si lasciano incantare da nessun spiritualismo perché è una forma di pensiero che non sta in piedi senza dover essere costretto a postulare un origine. Non si lasciano sedurre da nessun idealismo che concepisce la materia in rapporto allo spirito come se fosse una rappresentazione che deve convincerci che il confronto di materia e spirito conduce necessariamente al tutto. Il materialismo ha smesso da tempo di credere che la trascendenza porti da qualche parte. Che il pragmatismo che la rifiuta, dopo averla maritata con l’empirismo, non debba pagare i suoi errori sognando l’Assoluto! Questo ci permette di chiarire le ragioni di un’accusa che si muove alle giovani generazioni quando scendono in strada. Di essere spontanee. La materia è spontaneità se lo spirito è ordine, soprattutto quando si oppone a quest’ultimo. Ciò che si obietta alla spontaneità e, dunque, al pensiero – come la realtà che fa germogliare i desideri – non è che infantile spiritualismo. Non è che un riflesso dell’uomo macchina. L’ombra di una statua di marmo. In questa prospettiva lasciamo volentieri agli dei l’illusione di pensare, alla materia basta l’esistenza. Siamo convinti di tutto questo? Sì, perché abbiamo nelle orecchie il fou rire di Platone. Il materialismo è storico, ma la pretesa che dipenda dalla storicità delle teorie è un’ossessione dei suoi nemici. Perché è la sola condizione con quale lo spirito si può illudere di separarlo dalla storia sociale degli uomini e soprattutto dalla forma di lavoro. Se non si teme di essere se stessi non si teme neppure di essere agli occhi dell’idealismo incoerenti. Quanto all’essere conseguenti è un’altra storia! Come diceva Friedrich Nietzsche, è l’innocenza che protegge il materialismo dal doversi storicizzare. Basta leggere Marx se non si ha tempo per Aristotele! In ogni modo Eraclito, Anassagore e Empedocle risolvettero in maniera impeccabile la questione del principio, della sua unicità è quella dell’essere. Un principio che possiamo definire epicureo se lo consideriamo in una prospettiva ontologica. «Wir wollen hier auf Erden schon/ Das Himmelreich errichten», ha scritto Heinrich Heine rivendicando alla terra il dovere di essere il regno del cielo. Il fattore determinante della concezione materialistica della storia, ha osservato Friedrich Engels è, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione della vita reale. Un punto ancora controverso nonostante il fatto che una parte integrante del materialismo è tutt’ora implicato nelle politiche di resistenza alla conservazione. Da questo punto di vista i comunisti sono da tempo coscienti del fatto che uno dei costi sociali più odiosi che pesa sulle spalle degli sfruttati e raramente preso in considerazione è quanto ci costano gli dei. Julien Offray de la Mettrie, in anni più felici dei nostri, aveva concluso che Dio è un’ipotesi troppo costosa che i proletari non possono permettersi. Se ne intendeva, era un medico materialista. La tentata sostituzione nel corso dell’Ottocento dello spiritualismo con l’idealismo ha qui le sue ragioni. Occorreva neutralizzare Marx accusandolo di aver ridotto la produzione a feticismo. Rovesciare l’accusa che l’economia, come scienza in sé, a partire dalle dabbenaggini dei fisiocratici, è matematizzabile con la piccola computisteria delle massaie. Occorreva mostrare il materialismo come un “meccanicismo” e distogliere l’attenzione dalla sua evidenza dialettica. Dal fatto che in movimento nel mondo non c’è che la materia e che la lotta rivoluzionaria di classe è l’unico mezzo che consenta di risolvere i problemi giunti a maturazione dello sviluppo sociale ed economico. Qui c’è un metodo sicuro per riconoscere l’idealismo è il criterio con cui affronta il tema della contraddizione. Non potendone accettare la sua natura dialettica la rigetta nell’esteriorità, la estirpa dal movimento delle cose, l’allontana dalla questione sull’origine delle idee. Per questo gli idealisti sono così sensibili al tema del linguaggio. Con esso si possono manipolare le contraddizioni ed avanzare ogni ipotesi – soprattutto se astratta – sul fatto che tutto è possibile. In particolare il linguaggio è usato per contrapporre la natura alla società, considerando la prima da un punto di vista materialistico e la seconda da un punto di vista idealistico. Insomma, nelle sacrestie si oppone lo spirito alla materia per poter opporre lo spiritualismo ieri e l’idealismo oggi al materialismo e al principio per il quale la cultura prima di essere un modello di condotta è un modello dell’agire condizionato dalle esigenze sociali. L’idealismo ha compreso da tempo il rischio di una capitolazione dello spirito come totalità, il suo concetto di cultura gli serve solo per respingere l’idea dell’unità della storia sociale dei diseredati. Infine, uno dei compiti dell’idealismo è di ingarbugliare le direzioni di marcia delle idee. Lo dice il positivista Auguste Comte. Il materialismo spiega costantemente il superiore con l’inferiore e in questo è una volontà di potenza nel senso nietzschiano del termine. Che cosa c’è di esplosivo in questa affermazione di Comte? Che all’analisi di classe basta un minimo di dialettica per arrivare a formulare il massimo delle congetture, scoprire gli interessi reali delle classi in lotta anche a dispetto della capacità del politico di significare l’insignificanza. Non dobbiamo dimenticare, che il materialismo è il partito del “reale”, l’unico partito possibile che non potrebbe ricevere nessun altro nome e l’unico con un futuro senza un destino. Il solo che può difendere la ragione dalle minacce dei suoi nemici che da secoli mescolano l’astio delle religioni, degli idealismi e dei diktat economici del liberalismo con i loro interessi oscuri, i loro sentimenti confusi e i loro egoismi. Se la produzione materiale, osserva Marx, non si considera nella sua forma storica specifica, è impossibile comprendere i tratti caratteristici della produzione culturale ad essa corrispondente, né l’interazione dell’una e dell’altra. In breve possiamo affermare, con il cinismo di Hegel, che un popolo vive nella storia solo quando si libera dalla peste spirituale della classe dominante, dal suo passato e dalle ideologie che di essa si servono per precipitare gli uomini nella mortale religione dello spettacolo. Di contro, il materialismo è senza passato perché si reinventa in ogni momento, non è mai l’erede di qualcuno, in questo è sinonimo di avvenire. Se la pratica genera la coscienza e contribuisce all’interpretazione delle condizioni sociali della vita degli uomini, questi non hanno bisogno né di cospirazioni, né di sette giurate o di brigate, tutti strumenti di un passato che ha fatto il suo tempo. Le cospirazioni, infatti, fanno i cospiratori come l’abito fa il monaco. Ma la cospirazione, in sé, è un ideale da operetta. Dal punto di vista materialistico per realizzare una cospirazione ci vogliono dei cospiratori e non viceversa. Noi viviamo nel peggiore dei mondi ideali. Lo sapeva bene Wilhelm von Leibniz quando si augurava una cospirazione dappertutto come volontà di potenza. Lo si arguisce dalla sua lettera a Magnus Wedderkopf. Una cospirazione per eliminare Dio, l’alleato del Principe contro l’idea di giustizia. Solo in questo modo la cospirazione può esprimersi per ciò che è: un modo di riunire gli uomini contro i formalismi del consenso politico e dei parlamenti borghesi che si ergono ad amici delle differenze sociali. Ecco perché la guerra contro i “gruppuscoli”, definiti sbrigativamente terroristi, è il ferro di lancia dei complotti orditi dai ministri di polizia. Come ha affermato Gilbert Keith Chesterton in The man Who Was Thrusday spiegarlo è addirittura triviale nella sua ovvietà. L’essenza di ogni complotto è prima di tutto la divisione, che è lo strumento omeopatico di chi trama contro tutto ciò che sale dal basso e si fa democrazia, non importa se in una città o sui fianchi di una montagna. In questo senso la cultura materiale è anche contro ogni moralità come forma estrema di violenza, come ideologia. Per questa cultura il problema del valore è al centro dell’esperienza del vivere, ma essa è anche cosciente che la morale inventa dei problemi per rendere questa esperienza insopportabile. Diceva Arthur Schopenhauer, è inutile coltivare il mito della sopravvivenza se continuiamo a ignorare ciò che ci potrebbe unire in una umanità.

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    I 50 anni di Radio Alice /1 Intervista a Franco Berardi Bifo Pubblichiamo questa intervista del 19 agosto 2015 contenuta nella tesi di laurea di Francesco Gualdi dal titolo Radio Alice: tra avanguardia e rivoluzione, anno accademico 2014/2015, Università di Bologna Partiamo subito dal Settantasette. In cosa consiste la sua vera innovazione/rivoluzione e perché ha una presa così forte sui giovani? Possiamo dire che la vera innovazione del Settantasette si ha nell’unione di tre differenti ambiti. Partiamo dal primo. In quel momento, nel 1976, che è l’anno culturalmente più significativo, l’esperienza di lotta politica dei gruppi extraparlamentari entra in una fase di crisi molto evidente: al congresso di Rimini Lotta continua si scioglie, alle elezioni Democrazia proletaria si presenta ma ha una cocente sconfitta... Emerge quindi una nuova componente che è l’Autonomia, che poi è un’espressione che non si sa bene dove comincia e dove finisce, perché implica e coinvolge una quantità di forze anche molto diverse sul piano delle strategie politiche, ma soprattutto sul piano dei riferimenti immaginari. Questo è il primo filone, quello politico. Poi si ha un fenomeno nuovo a carattere tecnico, cioè vengono commercializzati e resi disponibili in maniera relativamente accessibile dei trasmettitori radiofonici e dei registratori ad alta qualità. Inoltre, cosa decisiva, si comincia ad avere, da parte dei giovani e degli studenti, una capacità tecnica che non esisteva prima. L’elettronica entra nel campo dell’immaginario culturale a metà degli anni Settanta. Questo è il secondo elemento che spiega il perché tanta gente in giro per l’Italia riesca a creare una radio, che oggi può apparire una cosa semplice, ma quella volta la mia prima reazione fu di sbigottimento, come se oggi mi si proponesse di costruire un’astronave. Invece, in tre mesi abbiamo trovato tutto: dagli oggetti utili ai tecnici, cioè dei compagni di ingegneria che erano disponibili a lavorare gratuitamente per un progetto di quel tipo. Infine il terzo elemento, che è quello più complesso, ma che ti spiega e ti motiva le interrelazioni esistenti tra i vari fattori in gioco, è l’aspetto filosofico, teorico, psicanalitico, cioè il fatto che comincia a esistere un’attenzione molto forte nei confronti di quella dimensione che possiamo chiamare la soggettività, o i processi di soggettivazione. Temi che la tradizione politica dei movimenti aveva sempre considerato marginali, e che invece diventano la questione centrale. E in questo gioca sicuramente un ruolo fondamentale la lettura dei libri di Deleuze-Guattari, L’Anti-Edipo prima di tutto. Ora questi tre elementi che giocano nella formazione di un ambiente nuovo rispetto alla tradizione novecentesca, li trovi più visibili nelle riviste che nella radio. Nel cd con le registrazione di Radio Alice, contenuto nel libro Alice è il diavolo, ti puoi fare un’idea semmai del carattere improvvisato, ironico, frenetico della radio, però non puoi avere lo spessore della ricerca o del collegamento con alcuni filoni della filosofia del post-strutturalismo ad esempio, o insomma di tutto quello che ci stava dietro, e che invece ritrovi e rivedi con più facilità nelle riviste di quegli anni. La soggettività, il soggetto, il bisogno, il desiderio: quanto erano centrali nella vostra formazione e nella vostra lotta politica? Anche se questa base filosofica si nota più dalle riviste che dalla radio, ce l’avevano comunque tutti come background o solo chi seguiva certi studi, come nel tuo caso, ad esempio? Intanto, vorrei puntualizzare quale è il significato di questa terminologia, la quale è il contributo che il movimento italiano riceve dal pensiero francese di quegli anni (per fare dei nomi da Deleuze, Guattari, Foucault, Lacan), e quale è il suo tema, evitando però di addentrarci troppo nei dettagli filosofici della questione. Il tema è che il concetto di bisogno o di mancanza è legato a una condizione, che è la condizione proletaria classica ottocentesca o novecentesca; nella società ad alto sviluppo, e nella «società dello spettacolo» (per usare un’espressione debordiana) diventa però sempre più importante una dimensione che non è riducibile a un bisogno e che non è definibile come mancanza. Ma cos’è la mancanza? È il fatto che c’è qualcosa di cui appunto hai bisogno. Ma non è la causa del desiderio. Il desiderio non ha niente a che fare con la mancanza, e rigorosamente parlando neppure col bisogno: il desiderio è una tensione che produce, che crea qualcosa attorno a sé. Sul piano psicanalitico, il discorso passa da quella che è la dimensione del bisogno, una condizione nella quale ti manca qualcosa di basilare e te ne devi appropriare, alla dimensione del desiderio, che è una condizione di proiezione di un mondo possibile, che tu immagini e che non ti viene trasmesso dalla pubblicità. E dunque hai la tensione a raggiungerlo... Esattamente. Il Movimento in quegli anni (o meglio, alcune parti del Movimento) si propone di spostare l’attenzione da una dimensione di mancanza materiale-economica, a una dimensione di piacere del rapporto fra gli esseri umani, quindi la scoperta della sessualità come dimensione che appartiene interamente al campo del sociale. Ovviamente il movimento femminista e il movimento gay sono decisivi in quel passaggio. E, rispondendo alla tua domanda, questo appartiene al movimento in senso ampio? Ovviamente no, non tutti avevano letto Deleuze-Guattari, ecc. Anche se comunque, prima si leggevano Che Guevara, Carlo Marx, Mao Tse-Tung, poi dal ’75-76 in avanti, molti leggono quegli autori e si avvicinano a forme particolari di psicanalisi (magari non nel senso più classico e freudiano), o psicanalisi collettiva, o la seduta di autocoscienza collettiva, insomma, e si ha un lavoro sulla dimensione soggettiva che entra negli ambienti del movimento. Questi, nel ’75-76, probabilmente erano un piccolo gruppo di persone, ma già nel ’76 si ha il momento in cui questa tematica esplode, e negli anni successivi è proprio un fenomeno di massa. Poi nel ’77 quando questo tema entra nei giornali e nelle riviste: si distribuiscono giornali in cui invece di scriverci «Prendiamo il potere!», viene scritto «Battiamoci contro la dittatura del Significante!». Questo passaggio non è ovvio, perché naturalmente si scontra contro l’eredità del marxismo tradizionale, ma Bologna è il posto in cui queste tematiche hanno una maggiore importanza. Il movimento desiderante e creativo, infatti, quello che faceva riferimento ad «A/traverso» e a Radio Alice, è maggioritario a Bologna, ma non lo è a Roma ad esempio, dove i Volsci, che sono la componente maggioritaria e autonoma, hanno una posizione molto più classica e considerano questi temi come temi per signorine. Però poi nel corso degli anni successivi, quando il movimento defluisce, sul piano più ampio della riflessione sociale, i temi della soggettività acquistano un’importanza sempre più rilevante, fino al punto che, negli ultimi quindici anni, le nuove esperienze di movimento da Seattle in poi, hanno una continuità più con i temi della soggettività che con quelli del marxismo classico. In questo senso c’era lo slogan «Il personale è politico»? Inteso come la soggettività che entra nel sociale? Esattamente questo è lo slogan che viene attribuito al movimento femminista, e sta a significare che la dimensione del personale, della soggettività, della sessualità, della sofferenza e del desiderio, entra nella formazione del politico e della dimensione sociale. Parliamo di Umberto Eco: al tempo, dibatteste a lungo con lui, dalle colonne dell’«Espresso» lui e di «A/traverso» voi, finché nel 1997, in un’intervista a Smargiassi tu dicesti «Eco ha scritto in quegli anni cose molto intelligenti, anche quelle in polemica con me, e aveva quasi sempre ragione lui». Ecco, vorrei sapere che rapporto c’era tra te ed Eco, e tra Eco e il Movimento. [M. Smargiassi, ‘Povera città, metafora di oppressione’, in «la Repubblica», 6 marzo 1997]Intanto devi tenere conto dell’importanza che Eco ha avuto sulla situazione bolognese. Lui è il fondatore del Dams, o comunque colui che ne ha avuto l’idea e ha dato forma a quella istituzione. Inoltre Eco è quello che introduce in Italia il tema della semiologia, cioè lo studio dei segni, non solo linguistici, ma in generale, della corporeità, ecc. Perché Bologna diventa il posto in cui esplode il tema desiderante, nasce Radio Alice e così via?Per tante ragioni, difficili da capire, ma anche e forse soprattutto perché c’è il Dams. Tant’è vero che, diciamo pure la metà delle persone che hanno avuto un ruolo in «A/traverso» e in Radio Alice prima e in tutte le esperienze che hanno avuto rilievo nella situazione bolognese poi, sono tutte persone uscite dal Dams. Quindi questa è la cosa che va maggiormente riconosciuta a Eco a Bologna. Poi, ovviamente scherzavo, non credo che Eco avesse sempre ragione, però c’è da dire che all’interno del campo semiologico, in quegli anni si manifesta una scissione. Da una parte c’è un discorso più classico, più ortodosso che è quello di Eco, e dall’altra parte c’è un discorso post-strutturalista, che viene giù da Derrida, Deleuze-Guattari, Foucault, ecc. E qual è la differenza tra i due? In modo molto semplice: per Eco la dimensione semiologica è una dimensione di segni, per gli altri la dimensione semiologica è una dimensione di corpi che, fra le altre cose, fanno dei segni. Che è quello che pensava il Movimento... Esattamente. Guattari accentua infatti l’elemento della corporeità, del desiderio, della sessualità, del carattere essenzialmente desiderante del Movimento. Bisogna inoltre aggiungere che Eco era politicamente vicino al Pci, anche se io credo che in realtà non lo fosse intimamente, però è comunque un uomo di potere e istituzionalmente gli era vicino. Per cui, anche per questo, in molte occasioni in quegli anni c’è stato uno scontro fra alcuni di noi e alcuni della scuola di Umberto Eco, lui in primis. Ora, aveva ragione lui o avevamo ragione noi? Politicamente avevamo ragione noi: in quel momento bisognava rompere con la tradizione del movimento operaio, bisognava rompere con le istituzioni, bisognava rompere con il quadro culturale esistente, rompere senza compromessi.Sul piano filosofico però, in alcuni casi Eco aveva visto più profondamente di noi. Ad esempio, la definizione della radio che lui dà: lui parla della radio come del «terzo occhio»; non è importante che sia di destra o di sinistra, che dica questo o quello, l’importante è che la radio ci fornisca un nuovo occhio sulla realtà. Che poi in fondo è il discorso classico di McLuhan, «the medium is the message», l’importante non è cosa dice la televisione, l’importante è che la televisione sia lì e noi stiamo qui come degli allocchi a guadarla. Questo è il fatto, poi che ci sia dentro buona o cattiva roba non è il punto. Il punto è come la televisione risegmenta lo spazio della comunicazione. E quindi Eco ripete questa cosa. Noi gli rispondiamo, e io in particolare lo accuso di fare l’entomologo, di trattarci come se fossimo degli insetti. Noi non siamo insetti, e quello che conta non è semplicemente la disposizione tecnica della comunicazione, quello che conta di più sono le nostre intenzioni. Da un punto di vista teorico aveva più ragione Eco che me, in quella occasione. Perché se oggi pensi alla trasformazione digitale, non è che internet sia buono o cattivo, o che ti dia dei videogames violenti piuttosto che wikipedia. Certamente, questo è importantissimo, ma il problema è che internet ha ridisegnato la relazione fra gli esseri umani, ha aperto orizzonti di relazione che non esistevano prima e al tempo stesso ha chiuso delle possibilità di incontri fra corpi. Concludendo, a mio parere Eco è molto più importante di quanto lui stesso non sarebbe disposto ad ammettere, nella formazione della cultura di movimento. Poi in realtà, c’è anche un problema legato alle forme dell’azione: il ’77 aveva una forte componente di violenza, di bisogno di violenza, che noi non abbiamo mai smentito. Cioè, Radio Alice non era parte delle formazioni armate e non le difendeva teoricamente, però neppure avremmo mai pensato di condannarle. Nel senso che rifiutavamo di assumere un ruolo giudicante interno al movimento. Tant’è che è quello di cui si lamentava il Pci, per non farvi entrare in piazza e per non farvi partecipare alle manifestazioni. Certamente. Ci rimproveravano di non condannare le Br, e noi rispondevamo che non eravamo né con le Br né con lo Stato, salvo poi doverci subire i biasimi del Pci. Ora, questo è il livello più superficiale, più giornalistico della questione, ma dentro ci stava una quantità di questioni più complesse, come ad esempio la dinamica del movimento e il pensare a un movimento con centinaia di migliaia di persone. E poi c’è il fatto che il Movimento del Settantasette non era solo centomila persone in piazza: era centomila persone in piazza e due milioni di persone che si facevano le canne in giro, pensando che tutto questo avesse un rapporto. L’innovazione della vita quotidiana era la cosa più importante di quel movimento. Ecco, in questo, il rapporto con le posizioni di Eco era un rapporto ambiguo. Io non so se oggi, Eco, alla domanda se aveva più ragione lui o aveva più ragione il movimento, risponderebbe come me, che il movimento aveva molte ragioni. Però le ragioni del Movimento le conosco, quelle di Umberto Eco le ho scoperte invece un poco alla volta. E sempre con Umberto Eco discutesti di Majakovskij. Sì, anche, ma nel senso che lui ha citato Majakovskij per prendermi in giro. Però in ogni caso Majakovskij era una figura di riferimento per Radio Alice. Ecco, perché proprio lui? In cosa vi rivedevate del suo pensiero? Dunque, io ho scritto un librettino che è uscito nel ’77, che si chiamava Chi ha ucciso Majakovskij? [Squi/libri Edizioni, Milano, 1977] che è un librettino che oggi non ripubblicherei, ma in cui immagino che Majakovskij continua a vivere attraverso tutte le lotte dei movimenti. Oppure che è morto, e chi lo ha ucciso è stata la burocratizzazione dello Stato sovietico. Però d’altra parte non è un libro giallo, e quindi questo ci interessa relativamente. Majakovskij ha dentro di sé due cose. La prima è che un vero poeta, il quale ha scritto sia cose retoriche che anche cose molto poco retoriche, molto di elaborazione di un linguaggio che è l’elaborazione dei futuristi russi e l’elaborazione del simbolismo russo. In lui c’è una coscienza di un linguaggio non più denotativo, non più rappresentativo, non più realistico, che è ai livelli più alti della ricerca del suo tempo. E accanto a questo, Majakovskij è anche un comunista non stalinista non allineato con il partito, sempre ribelle nei confronti della direzione sovietica. Per questo per noi aveva tutti i titoli per essere un punto di riferimento. Aveva dei titoli politici perché era un comunista ma non era mai stato dalla parte della dittatura sovietica o almeno aveva avuto con essa un rapporto molto conflittuale, al punto che probabilmente l’hanno ammazzato loro, direttamente o indirettamente. Ma anche l’altro elemento era importante, cioè il suo lavoro sul linguaggio. Bisogna anche tenere conto del fatto che nel ’77 inizia una riscoperta del futurismo che diviene molto problematica, perché il Pci si rivolge a noi come dei diciannovisti, come dei fascisti, anzi c’è proprio un’esplicita posizione di Amendola che dice «Questi del ’77 sono i nuovi squadristi». A noi Marinetti non piaceva, non erano i futuristi italiani che ci interessavano, ma il futurismo sì, perché il futurismo è un certo discorso sulla modernità, sull’avanguardia, ma è anche un tentativo di decomposizione del linguaggio e di ricostruzione del linguaggio secondo modalità che non sono di tipo rappresentativo, ma sono di tipo essenzialmente pragmatico, cioè il linguaggio come concetto da manipolare. Il futurismo in Italia è l’anticipazione del linguaggio pubblicitario degli anni ’60-70. Questa è la ragione per cui c’è un interesse per Majakovskij. Dopodiché Umberto Eco, scrivendo quell’articolo Sono seduto a un caffè e piango [«L’Espresso», 31 luglio 1977, in Sette anni di desiderio] finisce dicendo qualcosa come «Apro casualmente le lettere di Majakovskij: sono seduto a un caffè e piango» che è il suo modo di dire che questi del movimento sarebbero sulla strada giusta ma non hanno capito qualcosa di essenziale... e io me ne dispiaccio molto! Le avanguardie, il dadaismo, il maodadaismo, in molti scritti si parla di superare l’arte, di abolire l’arte... Cosa intendevate esattamente? Guy Debord, ne La società dello spettacolo, e tutto il situazionismo in generale, si può considerare come una attualizzazione negli anni Sessanta del dadaismo anni Venti. Il dadaismo poi, è in qualche modo indefinibile. Tristan Tzara, Duchamp, Man Ray lo fondano e lo fanno proprio, ma essenzialmente qual è la poetica, il nucleo dell’intenzione dada? Lo dice proprio Tzara, «Noi intendiamo abolire l’arte, abolire la vita quotidiana, abolire la separazione fra l’arte e la vita quotidiana».Cos’è dunque la vita quotidiana? La vita quotidiana è la nostra sopravvivenza senza significato. E che cos’è l’arte? È il significato senza sopravvivenza, senza vita.Ora, l’intenzione dei dadaisti è rompere questa separazione per cui l’arte deve diventare un elemento di significato all’interno della vita quotidiana. Se ci pensi gran parte della produzione spettacolare pubblicitaria del nostro tempo realizza l’intenzione dadaista; noi viviamo in un mondo in cui l’arte entra sempre di più nei nostri stili di vita, attraverso la pubblicità ad esempio, o nei nostri vestimenti che diventano sempre di più una sorta di auto-significazione artistica. Nel ’77 il riferimento al dadaismo (che porta dentro di sé un’ambiguità che siamo in grado di capire solo oggi) è proprio rivolto contro la tradizione del movimento operaio. Il movimento operaio ha sempre considerato l’arte come un’attività separata e la lotta politica come qualcosa che è fatta per la materialità dei bisogni quotidiani. Solo quando saremo in grado di fare dell’arte un elemento che caratterizza il movimento, solo a quel punto il movimento diventerà una vera trasformazione della vita quotidiana. In questo senso, devo dire che quella idea oggi è largamente passata, solo che se ne sono appropriati Google e le grandi corporation pubblicitarie. Però quella intuizione era un’intuizione che lavorava veramente sulla trasformazione che la società aveva in quegli anni. E il maodadaismo? Maodadaismo è un modo per ironizzare sulla serietà del movimento operaio tradizionale. Sarebbe questo prendere l’arte e farne lotta politica? Sì, però al tempo stesso significa anche dire «Non prendiamo troppo sul serio Mao Tse-tung». Al tempo, noi della redazione di «A/traverso» lavoravamo molto con la fotocopiatrice, cioè facevamo collage e giochi simili. E c’è un numero di «A/traverso», con una immagine che ho fatto io e che mi piace moltissimo. Praticamente mia sorella era maoista quindi io prendevo in giro lei. Così ho preso una foto di Mao Tse-Tung, l’ho messa nella fotocopiatrice, e poi l’ho tirata, quindi è venuto Mao con una lunghissima testa. Mao testa di cazzo si chiamava quella foto. E quella era l’immagine che in qualche modo giocava con la sacralità di Mao, senza l’intenzione di insultare la sua figura, ma solo di giocare con un’immagine sacra per il movimento operaio. Il titolo del numero è Uno spettacolo agghiacciante, e in ultima pagina c’è scritto Game Over e c’è Mao con la testa allungata. [«A/traverso», estate 1981]. Quindi una definizione di maodadaismo non esiste? In realtà, maodadaismo non significa niente, cioè è una commistione tra la storia politica del movimento operaio e la storia delle avanguardie artistiche. In questa commistione noi tentiamo di politicizzare le avanguardie artistiche, ma al tempo stesso di ironizzare sulla sacralità del movimento operaio e di Mao. All’interno del Movimento c’erano due anime, quella creativa e quella militarista. Questa differenziazione si avvertiva molto? Ci furono anche dei veri e propri scontri? A Bologna, no. A Bologna fino al ’76 c’è un’esperienza simile alle altre città, poi dal ’76 (anche grazie alla nascita di Radio Alice) si crea la percezione del fatto che il Movimento è una cosa del tutto nuova, e così anche l’unione delle varie strutture organizzate che lo componevano. A Bologna ce n’erano molte, Rosso ad esempio, ma le strutture dell’Autonomia organizzata qui non hanno mai avuto un atteggiamento polemico. Naturalmente c’era discussione, ma non c’è mai stata una spaccatura nelle assemblee tra queste due componenti. Anche perché il grado dello scontro con il Partito comunista è diventato così forte che in qualche modo si faceva fronte comune. Altrove sì, come a Roma, dove il rapporto con i Volsci qualche volta è stato difficile, di scontro. Nel ’77 le dimensioni del Movimento erano tali che in fondo gli scontri fra i gruppi diventavano poca cosa al confronto. E poi c’è questa costante richiesta da parte del Pci e della stampa di prendere posizioni contro i violenti che noi non accettammo mai. La discussione era assolutamente aperta. Poi al di là della discussione ciascuno faceva la sua scelta e nessuno mi ha trascinato verso scelte che non condividevo. Però certamente da un certo momento in poi l’azione armata diventa un elemento catastrofico per il Movimento, e quando viene sequestrato Moro tutti noi abbiamo capito che era finita, che non c’era più niente da fare, che quello era uno spostamento dell’asse tale per cui il Movimento era destinato a scomparire come infatti è accaduto subito dopo. Ecco, tornando alla radio, perché «Alice»? La risposta è duplice. La ragione ufficiale è che molti stavano leggendo Lewis Carrol, particolarmente Alice al di là dello specchio, e quindi il riferimento a Carroll è decisivo: l’idea secondo cui la realtà non è quello che ci appare, l’idea che c’è un mondo al di là della realtà, l’idea che l’alterazione psichedelica ci permette di vedere qualcosa che non vediamo abitualmente... Alcuni della redazione poi, studiavano con Gianni Celati [Alice disambientata, cit.], quindi portavano questo riferimento a Lewis Carroll. La seconda ragione, più banale, è che il posto in cui abbiamo fatto le prime riunioni di Radio Alice era la casa in cui io abitavo allora [in via Marsili], e in quella casa era nata una bambina da tre-quattro mesi [era la figlia di Dadi Mariotti, una delle fondatrici della radio, NdA]. Quella bambina l’avevano chiamata Alice, e quindi abbiamo unito le due cose ed è nata Radio Alice. Cosa significava per «A/traverso» e per Radio Alice attraversare lo specchio? Lo specchio può essere considerato come il linguaggio della rappresentazione, il linguaggio nel quale ci specchiamo.Se il linguaggio è ciò in cui noi ci specchiamo non accadrà mai niente, occorre perlomeno che cambiamo la posizione dello specchio per riuscire a vedere qualcosa che non abbiamo visto ancora, o addirittura si deve andare «oltre lo specchio», e quindi fare del linguaggio, immaginazione di mondi che non esistono ancora.Ma poi c’è un’altra possibilità di intendere questa idea, in cui lo specchio è lo schermo, lo specchio è la televisione, lo specchio è il dominio dei media di regime. Quindi naturalmente Radio Alice e le radio in generale in quel periodo portavano una critica molto radicale nei confronti della televisione, che non era solo critica dei contenuti, era proprio critica del medium televisivo. E per fare questo andavano appunto «oltre lo specchio» inteso come schermo televisivo di regime. Dopo che Radio Alice è stata chiusa, con quali mezzi è sopravvissuta prima di appoggiarsi ad altre radio locali? Radio Alice viene chiusa la sera del 12 marzo, ma riapre immediatamente la mattina del 13 in un altro locale, sempre con nostri mezzi. Durante la notte viene infatti ricostruito il trasmettitore. La polizia però lo chiude di nuovo e a quel punto si trasferisce a Radio Ricerca Aperta, per una o due volte. Dopodiché viene nuovamente occupata e i redattori arrestati. A quel punto si costituisce il Collettivo 12 Marzo [in realà il Colettivo 12 marzo è il soggetto che dà vita alla radio il giorno dopo la sua chiusura, NdA]. Te però in quei giorni non c’eri... Esatto, io sono scappato. Due giorni dopo, quando ho capito che stavano arrestando tutti, insieme ad altre quattro persone siamo fuggiti in Francia. Infatti non ti hanno arrestato, ma comunque in prigione c’eri già stato l’anno prima, come riportano le lettere che hai spedito alla redazione della radio e che sono raccolte in Alice è il diavolo. Sì, sono stato arrestato nel marzo del ’76 con l’accusa di essere un referente Br, perché avevano trovato un’agenda di un brigatista, con sopra scritto «B. B.», e poi un numero di telefono. E allora per loro «B. B.» era Bifo Berardi. In realtà so che era uno che si chiamava Battista e poi il cognome non ha importanza. E quindi non hai partecipato nemmeno al convegno di settembre... Eh no, perché ero in Francia. Sono andato a Parigi subito dopo la chiusura della radio e sono rimasto lì un anno. Infatti ho letto che il convegno fu aperto, dopo l’intervento iniziale, da una tua lettera. Esattamente. E ho letto anche che al convegno gli Autonomi fecero una pessima figura, avanzando la pretesa di dirigere gli interventi e talvolta occupando la sala. Sai, io credo che lì tutti abbiamo fatto una figura un po’ magra, perché il convegno di settembre è stato un’occasione gigantesca, che abbiamo perduto, ma forse non potevamo che perderla. Noi abbiamo convocato il convegno da Parigi, a luglio, come «convegno contro la repressione». Questo è stato un errore, probabilmente il più grave errore della mia vita. Perché non ha senso un convegno contro la repressione, avremmo dovuto fare un convegno sull’immaginazione, sul futuro. E invece abbiamo in qualche modo convocato lo Stato, il potere, la violenza, la repressione, il carcere, ecc. In quel momento c’erano 300 persone in galera, quindi c’erano mille ragioni per fare questo, ma non dovevamo farlo, dovevamo considerarlo uno dei tanti temi da affrontare. Quindi la convocazione ha predisposto le cose in una maniera sbagliata fin dall’inizio. Al tempo stesso il convegno ha suscitato un’attesa enorme, perché il Movimento di Bologna (anche quello di Roma e di Milano certamente, ma quello bolognese soprattutto) aveva suscitato una grande attenzione negli ambienti filosofici parigini ad esempio, o in larga parte del movimento verde tedesco. Quindi c’erano molte aspettative ed è arrivata gente da tutta Europa, che in qualche modo si aspettavano, loro come tutti, un’indicazione per il futuro. In realtà ci abbiamo anche provato, abbiamo fatto una nuova Costituzione della Repubblica Italiana basata sul non-lavoro, però aveva il carattere dello scherzo più che altro. Al centro del Convegno c’era questa mega assemblea al Palazzo dello Sport, dove naturalmente si è verificato uno scontro stupido, prevedibile, tra quelli che dicevano che bisognava organizzarsi militarmente contro lo Stato e quelli che dicevano che invece non bisognava accettare il terreno della lotta armata. E poi c’eravamo noi che abbiamo abbandonato: quelli di Radio Alice non stavano nell’assemblea del Palazzo dello Sport, erano in piazza Verdi e in altri posti. Però di fatto la scena è stata occupata da una discussione vecchia, antica, per cui subito dopo c’è stato un fenomeno, da una parte di depressione, l’eroina che dilaga come non era mai avvenuto prima; dall’altra un fenomeno di abbandono: molte persone, poche da Bologna, ma molte da altre città, che hanno deciso di entrare nelle Brigate rosse, in Prima linea o in altre formazioni combattenti, dicendosi che se il movimento era finita, ora era necessaria una presa di posizione più forte. L’attesa era troppo alta al convegno di settembre e noi l’abbiamo impostato male. Io ne sono cosciente, lo so, è la cosa che mi rimprovero di più: avrei dovuto proporre un altro tema, non la repressione, e sarei dovuto tornare a Bologna e farmi arrestare, ma questo è un altro discorso. E invece no, abbiamo ragionato in termini ancora un po’ vecchi; abbiamo detto che dovevamo difendere le nostre strutture contro la repressione, e anche io volevo rimanere a Parigi perché pensavo di, in qualche modo, servire a qualcosa; abbiamo perso anche il gusto dello spettacolo. Si trattava di giocare l’ultimo grande colpo... ma non mi ci far pensare che mi metto a piangere.

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