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- scienza e politica
# 7. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute. Sedici anni di cura e lotta La Microclinica Fatih a Torino Italo Carrarini La Microclinica Fatih è un ambulatorio popolare e collettivo attivo dal 2009 all’interno del CSOA Gabrio, nel quartiere San Paolo di Torino. Nata per rispondere ai bisogni di salute delle persone escluse dal Servizio Sanitario Nazionale — in particolare migranti e richiedenti asilo — la clinica fonda la propria azione su tre principi cardine: una concezione sociale e collettiva della salute, l’orizzontalità nelle decisioni e l’indipendenza economica dalle istituzioni. Nel tempo, la Microclinica ha adattato le proprie pratiche ai cambiamenti sociali e territoriali, affrontando nuove forme di disagio psicologico e sociale e sviluppando percorsi di cura collettiva, prevenzione e riparazione. Tra le iniziative più recenti figurano la campagna <>, contro la violenza medica, e la Consultoria FAM, progetto transfemminista autogestito dedicato alla salute sessuale e ginecologica. Le attività della Microclinica si intrecciano con quelle del centro sociale e di altri collettivi, promuovendo azioni di solidarietà, eventi comunitari e campagne per la difesa della sanità pubblica. Dopo sedici anni di esperienza, la clinica rappresenta un laboratorio di pratiche di salute autonome e mutualistiche, che si pongono in tensione critica e complementare rispetto a un sistema sanitario pubblico sempre più smantellato. L'ambulatorio popolare "Microclinica Fatih" è uno spazio e un collettivo che si occupa di diritto alla salute e salute comunitaria nella città di Torino, a partire dal 2009. L'approccio alla salute dell'ambulatorio si riflette in primo luogo nel nome. Il termine “Microclinica” richiama le pratiche di resistenza e di vita comunitaria delle comunità zapatiste del Chiapas, dove le microcliniche fanno parte del sistema sanitario autonomo del Caracol (i municipi) e sono spazi aperti, inclusivi, di accoglienza e cura per tuttə. “Fatih”, invece, era un uomo di 38 anni morto dopo essere stato privato di assistenza medica nel centro di detenzione di Torino (oggi CPR). Ciò rivela, da un lato, la tensione legata al desiderio di costruire pratiche di salute comunitaria in risposta ai meccanismi di esclusione del sistema sanitario e, dall’altro, la connessione con una prospettiva e una lotta antirazzista. La costruzione di intersezioni tra diverse lotte sociali è centrale nelle attività della Microclinica e del centro sociale autogestito di cui da sempre fa parte, il CSOA Gabrio, situato nell'ex quartiere operaio di San Paolo, a Torino. Tra il 2009 e il 2010, la città ha vissuto una fase intensa di occupazioni abitative e di lotta per la casa. Il CSOA Gabrio faceva parte di queste mobilitazioni e in alcune occupazioni cominciarono a emergere problemi di salute a causa dell'insalubrità e dell'assenza di riscaldamento dello stabile. Le persone occupanti erano per lo piu persone con background migratorio e richiedenti asilo con difficoltà e impedimenti - formali o sostanziali - di accesso al SSN. è in questo contesto che è nata l'idea di aprire un ambulatorio popolare dentro al Gabrio. L'ambulatorio era la forma di azione diretta che piu di altre permetteva di rispondere a diversi bisogni e obiettivi: seguire e curare persone che non potevano accedere ai servizi e permettersi le medicine, e costruire lotte per rivendicare il diritto alla salute per tuttə. Il funzionamento della Microclinica si fonda su tre principi fondamentali. Il primo è una concezione sociale della salute, che si riflette in diversi aspetti dell’organizzazione. L'ambulatorio è aperto una o due volte la settimana, con accesso libero e senza prenotazione. Al suo interno possono svolgersi sia visite mediche, sia momenti di orientamento sociosanitario e, in ogni caso, con nessuno che indossa un camice. Durante le consultazioni mediche, l’obiettivo è quello di raccogliere e interpretare i sintomi delle persone all’interno del contesto fisico, sociale ed economico in cui si sono manifestati, così da evitare letture e soluzioni esclusivamente medicalizzanti e centrate sul farmaco. Quest’ultimo, infatti, è spesso percepito come la risposta più immediata, concreta ed efficace, anche da parte delle/gli stessə utenti. Il secondo principio è l’orizzontalità, si concretizza nei modi in cui la Microclinica prende le decisioni e organizza la sua azione, ovvero con un’assemblea mensile aperta a militantə e utenti. Per far fronte al fatto che alcunə utenti possano incontrare ostacoli legati alle norme implicite di partecipazione o al ritmo specifico dell’impegno militante, sono state introdotte forme alternative di coinvolgimento, come i pasti collettivi o le attività di autofinanziamento. Infine, il terzo principio centrale è quello dell’indipendenza: la Microclinica rifiuta qualsiasi finanziamento proveniente da istituzioni pubbliche, donazioni o fondazioni private, garantendo così la propria autonomia, che tuttavia comporta una precarietà strutturale e che può tradursi in oscillazioni del numero di attività organizzate o dei giorni di apertura, passando in alcuni periodi da due giorni a uno solo. La traduzione concreta di questi tre principi, pur costitutiva dell’identità del centro, è costantemente attraversata da tensioni e contraddizioni. Queste riguardano, ed esempio, la difficoltà di conciliare i tempi di vita e di militanza per chi porta avanti l'ambulatorio, o le diverse aspettative e possibilità di partecipazione di chi vi prende parte. Lungi dall’essere visti come ostacoli, tali tensioni rappresentano un terreno di confronto costante su cosa significa costruire azione politica diretta nel campo della salute e delle forme autogestite di cura. Mettere in primo piano questi nodi problematici è fondamentale: significa non cristallizzarsi in pratiche routinarie e non rimanere immobili di fronte a un mondo che cambia. Al contrario, l’interrogarsi continuamente su ciò che si porta avanti costituisce una condizione necessaria per comprendere come immaginare e tradurre in pratiche modalità di cura collettiva che siano al tempo stesso efficaci e trasformative. Infatti, nel tempo, le principali aree di intervento dell'ambulatorio sono cambiate, anche adattandosi ai mutamenti del nostro quartiere e della nostra città. Oggi, ad esempio, pur continuando a vedere persone con background migratorio, incontriamo sempre più spesso persone con fragilità psicologica e psichiatrica, persone da "aggiustare" in un sistema che ci vuole efficienti, produttivə, adattatə alle richieste di sfruttamento e consumo della nostra società ultra-capitalista. I cambiamenti intercorsi fuori di noi ci hanno interrogato anche sulle nostre pratiche, portando a profonde mutazioni. Quello che portiamo avanti oggi all'interno della Microclinica è il tentativo di fornire un sapere medico e sociale e un modello di cura che rompe il rapporto di potere medico-paziente (cosi come medico-altro sanitario non sanitario), portato avanti da microequipe di lavoro orizzontale (persona sanitaria -altro profilo professionale- persona con bisogno di cura). Condividendo un sapere che è di pochə, ma che coinvolge tuttə e deve essere distribuito e rimesso in discussione nel come è pensato ed usato. La cura inoltre non è solo quella dell'acuzie, ma deve essere estesa alla prevenzione (con attenzione particolare sui determinanti sociali)e prolungarsi anche oltre, con un processo riparativo e di riattivazione. Di questo in particolare ci stiamo occupando con la campagna "Luoghi di cura, non di paura", un percorso politico incentrato sul tema della violenza medica, attraverso il quale abbiamo raccolto e dato voce a testimonianze di violenza medica subite in ambito ginecologico, psichiatrico, oncologico e in generale negli ambienti di cura. A queste testimonianze abbiamo dato eco e lettura tramite presidi sotto gli ospedali, in radio, nei nostri spazi. La campagna si pone l'obiettivo di mappare luoghi di salute sicuri, e di formare il futuro personale sanitario partendo dalle testimonianze stesse di violenza medica. Qui le pratiche della Microclinica Fatih si intrecciano con quelle del più ampio movimento transfemminista, che porta avanti lotte e campagne pubbliche contro le restrizioni al diritto all’aborto, la violenza ostetrica e il medical gaslighting. Un altro esempio della costruzione di pratiche partecipative “dentro e oltre” la Microclinica Fatih riguarda la collaborazione con un’esperienza nata quest’anno nel centro sociale autogestito CSOA Gabrio a seguito di un processo di co-costruzione: la “Consultoria FAM”, un’iniziativa autogestita volta a offrire consulenza in ambito sessuale e ginecologico, promossa dal collettivo transfemminista Non una di meno, dal collettivo Sei Trans? e dalla stessa Microclinica Fatih. La Consultoria FAM organizza consulti ginecologici, gruppi di mutuo aiuto e di auto-esplorazione, e sviluppa pratiche di prossimità e partecipazione accanto a iniziative politiche e pubbliche rivolte a donne, persone trans e non-binarie assegnate femmine alla nascita. La Microclinica Fatih e la Consultoria FAM si incontrano periodicamente in assemblee condivise e molte persone che accedono all’una si rivolgono anche all’altra. Vengono regolarmente organizzate iniziative di coinvolgimento comunitario: un esempio recente è stato un festival pubblico, aperto al quartiere, promosso congiuntamente dalla Consultoria FAM e dalla Microclinica Fatih, che ha posto al centro temi legati alla prospettiva dell’impegno comunitario: “La salute come benessere comunitario”; “La salute come lotta collettiva contro le disuguaglianze”; “L’arte come cura”; “Riprendiamoci i nostri corpi”. Le attività hanno incluso laboratori teorici e pratici sul rapporto tra salute e alimentazione, gruppi di mutuo aiuto per persone con malattie difficili da diagnosticare – portatrici di difficoltà sociali, economiche e relazionali connesse – laboratori costruiti insieme alle donne che frequentano la Microclinica Fatih per definire i loro bisogni di salute e sociali, e infine una passeggiata pubblica e comunicativa nel quartiere. Costruire un festival come questo ci permette di rafforzare il coinvolgimento con il quartiere, accrescere la consapevolezza sull’impatto degli aspetti sociali sulla salute, e mappare le risorse comunitarie necessarie per affrontare le disuguaglianze e contrastare l’esclusione sociale e la marginalizzazione. Svolgere le attività all’interno di un centro sociale non solo permette un’azione coordinata con altre lotte sociali, ma facilita anche i collegamenti con altre esperienze che si svolgono dentro e intorno allo spazio della clinica. Nella stanza accanto alla clinica si trova, ad esempio, lo sportello legale, dove si offre assistenza legale gratuita e si organizzano iniziative antirazziste e contro i centri di detenzione. Allo stesso modo, durante la pandemia come Microclinica Fatih abbiamo collaborato con il gruppo solidale “SOS spesa”, nato durante il lockdown per sostenere persone e famiglie del quartiere attraverso la distribuzione di alimenti. Accanto alle iniziative rivolte al più ampio ecosistema dell'ambulatorio, abbiamo costruito altre pratiche di partecipazione e coinvolgimento, specialmente per gli utenti, con cui vengono organizzate cene sociali di autofinanziamento. La partecipazione e la costruzione condivisa di iniziative di diverso tipo aiutano a mettere meglio a fuoco come l’investimento nella costruzione di processi di coinvolgimento comunitario non riguardi soltanto le pratiche mediche, ma la questione della salute nel suo complesso. Il filo conduttore di questi processi comunitari è la costruzione di una (ri)presa di parola sulla salute, tanto individuale – nelle consultazioni mediche – quanto collettiva – nelle iniziative pubbliche. La lotta per la salute passa anche attraverso la difesa e la rivendicazione di un servizio sanitario pubblico, universale e finanziato. Per questa ragione, come Microclinica abbiamo sempre partecipato alle mobilitazioni per la sanità pubblica, come nel caso della campagna per la riapertura del Maria Adelaide – un ex ospedale chiuso da anni – che durante la pandemia è divenuto simbolo della necessità di risorse pubbliche per affrontare l’emergenza. Un altro nodo centrale, che ha rappresentato negli anni una tensione generativa, è il rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale. Uno degli slogan fondativi della Microclinica Fatih era infatti “Aprire per chiudere”: l’idea non era sostituirsi alle istituzioni pubbliche, ma offrire una risposta alle loro mancanze, rivendicando al contempo il diritto incondizionato alla salute e il rafforzamento del servizio pubblico. Dopo sedici anni di vita della Microclinica, tuttavia, questo orizzonte si è trasformato. Il processo sempre più capillare e violento di smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale e l’avanzata della sanità privata nelle sue diverse forme (cliniche, assicurazioni, etc.) non solo contribuiscono a rendere sempre piu difficile la presa in carico sociosanitaria delle persone, ma cambiano gli stessi fondamenti organizzativi ed epistemici del sistema sanitario pubblico, sostenendo la crescite di logiche biomediche , individualizzanti e poco sensibili alle dimensioni sociali, relazionali e collettive della cura. Dopo sedici anni, possiamo dire che la Microclinica non è piu una risposta puntuale ad un'emergenza perchè la sua azione collettiva è inserita in un processo di lunga durata, ma, allo stesso tempo, non vuole agire in una logica di supplenza e compensare le mancanze del pubblico e la mancata presa in carico sociosanitaria di gruppi sociali marginalizzati. In questo contesto, il motto «aprire per chiudere» non scompare, ma si trasforma: cessa di essere un orizzonte programmatico immediato per diventare un principio costantemente messo in tensione dallo stato attuale del sistema sanitario pubblico italiano e che contribuisce a mantenere viva la domanda politica su come intrecciare pratiche di cura autonome e mutualistiche con la difesa collettiva di un servizio pubblico di salute.
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# 6. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute L’esperienza del ‘laboratorio’ di Ponticelli Miekal And Da circa un anno e mezzo, il Laboratorio di partecipazione – Ponticelli di cura riunisce pazienti, operatrici sanitarie e abitanti del quartiere di Ponticelli (Napoli) in un percorso partecipativo volto a leggere i bisogni del territorio e promuovere azioni condivise per la salute. Il progetto nasce nell’ambito della Sperimentazione di Cure Primarie di Ponticelli, ispirata ai principi della Primary Health Care e finalizzata a costruire un modello di cura integrato, multidisciplinare e partecipato. Il laboratorio assume una prospettiva critica e politica della salute, riconoscendola come diritto collettivo e frutto di relazioni solidali, non di logiche di profitto o gerarchie medico-paziente. A Ponticelli, contesto segnato da forti disuguaglianze sociali e sanitarie, la partecipazione diventa strumento di empowerment comunitario e di “salute dal basso”. Attraverso attività come focus group, mappature partecipate e progetti di rigenerazione urbana (tra cui la riqualificazione di un parco pubblico), il gruppo ha attivato iniziative di socialità e benessere — come il Gruppo di camminata, il Gruppo di lettura e collaborazioni con l’orto urbano locale — con l’obiettivo di rafforzare i legami di comunità e riscoprire la cura come pratica collettiva e trasformativa. Da circa un anno e mezzo, come gruppo misto composto da pazienti, operatrici sanitarie e abitanti del territorio di Ponticelli, stiamo portando avanti un processo partecipativo volto alla lettura dei bisogni del quartiere e alla costruzione di azioni condivise per la promozione della salute. Il gruppo, che si riunisce nella forma di “Laboratorio di partecipazione - Ponticelli di cura” è stato promosso dalla Sperimentazione di Cure Primarie di Ponticelli, una collaborazione tra la medicina generale e il privato sociale, con l’obiettivo di favorire il coinvolgimento attivo della popolazione. La Sperimentazione si ispira ai principi della Primary Health Care di tipo “comprensivo”, e tenta di costruire un modello di cura integrato, multidisciplinare, multisettoriale e partecipato. Questa impostazione “sperimentale” nasce dal desiderio (e dalla necessità) di portare all’interno di un servizio dell'Azienda Sanitaria Locale (ASL) - come la medicina generale - un approccio maturato negli anni attraverso esperienze di autogestione nei collettivi, negli ambulatori popolari e in altri spazi di attivismo per la salute. Per il momento infatti nonostante nella Sperimentazione ci lavorino attori istituzionali, non viene riconosciuta dall’ASL in tutte le sue attività di partecipazione e promozione della salute, che sono pertanto rimaste su base volontaria. In questo senso, il nostro lavoro rappresenta un tentativo concreto di adottare una prospettiva critica, che riconosce il potere come una variabile centrale nella ricerca, nella politica e nella programmazione sanitaria. Il quartiere dove è nata la Sperimentazione è Ponticelli — periferia est di Napoli — un quartiere in cui le difficoltà legate a carenze nei servizi e nei trasporti, all’elevata densità abitativa e alla forte presenza di disoccupazione e povertà si traducono in una qualità e aspettativa di vita significativamente inferiori rispetto ad altri contesti cittadini. Un territorio dove le disuguaglianze in salute sono così evidenti che impongono una revisione radicale della pratica di cura in connessione con le istanze di trasformazione dell’esistente. Gli anni di attivismo all’interno degli ambulatori popolari e nei percorsi di autogestione ci hanno infatti insegnato ad inquadrare le problematiche di salute a partire dai determinanti sociali da cui derivano, a organizzare i servizi in base ai bisogni e a trovare le soluzioni con chi vive quei bisogni quotidianamente, mettendo in discussione l’autorità del sapere medico e il rapporto gerarchico medico-paziente. Riconoscere che la salute e la malattia non sono dominio esclusivo della biomedicina significa valorizzare quei saperi che agiscono oltre il corpo fisico e che, in una prospettiva interdisciplinare, tengono presente la complessità della persona e del contesto sociale, politico e culturale. Nel nostro lavoro di équipe all’interno della Sperimentazione di Cure Primarie, questa tensione si traduce nella costruzione di un percorso animato da diverse figure professionali — non solo sanitarie, ma anche psicologiche, antropologiche e sociali — che operano in rete con i servizi socio-sanitari del territorio (strutture intermedie, ospedali, pediatria di base, centro di salute mentale, ambulatori specialistici per patologie croniche, strutture riabilitative per adulti e bambini). In un processo di confronto continuo tra noi, i servizi di salute e chi ne usufruisce. La partecipazione viene spesso utilizzata come metodo per migliorare l’efficacia o l’accesso ai servizi. Nel nostro percorso abbiamo piuttosto osservato le forme che rafforzano i legami tra le persone al fine di promuovere “la salute dal basso”. Il processo partecipativo che stiamo costruendo vuole rompere con la tradizionale relazione medico-paziente, attivando invece un coinvolgimento reale delle comunità nella costruzione condivisa della salute stessa: non più oggetti della scienza e utenti dei servizi di salute ma soggetti attivi dei processi di cura. La dimensione etica di questo approccio si fonda sull’idea che la salute sia un diritto collettivo, realizzabile solo all’interno di comunità di cura solidali. Per questo, le forme istituzionali e le reti che generano cura non possono basarsi su logiche di profitto, ma devono fondarsi su servizi socializzati, in cui le abitanti partecipano attivamente alla pianificazione e alla realizzazione. La salute è una questione politica e quindi di partecipazione: da questa idea nasce il laboratorio Ponticelli di cura. Gli incontri del Laboratorio si tengono mensilmente ed in quest’anno il gruppo ha realizzato un riconoscimento dei bisogni di salute nel quartiere, attraverso focus group e mappatura partecipata, e sulla base di questo lavoro ha poi identificato possibili aree di intervento. Tra le priorità emerse, il gruppo ha deciso di dedicarsi alla riqualificazione di un parco del quartiere come luogo di aggregazione sociale, avviando un processo di partecipazione comunitaria al suo interno. Dopo una fase di indagine sul campo ed incontri con le associazioni del terzo settore già attive, il gruppo ha realizzato una “mappa del cambiamento desiderato”, mediante la definizione di obiettivi e strategie a lungo termine. Sono stati organizzati eventi di promozione della salute con chi vive questo spazio, come i volontari dell’orto urbano, in modo da farlo conoscere nel quartiere, rendendolo piú attraversabile e valorizzandolo come luogo di aggregazione. Da gennaio 2025 ad oggi, le strategie proposte hanno portato alla formazione del “Gruppo di camminata autorganizzato” e del “Gruppo di lettura”. Altre idee sono ancora in cantiere: l’organizzazione di momenti di scambio e socialità con le realtà dell’orto urbano, l’allestimento di un forno comunitario, interventi di abbellimento e pulizia del parco, l'organizzazione di un cinema all’aperto e del “Festival della salute”. Seppur non sia passato molto dall’inizio del processo, riteniamo che questa esperienza sia uno stimolo per riflettere e ripensare ai modi attraverso cui possiamo riappropriarci di uno spazio collettivo. E a partire da qui stiamo cucendo i nostri legami con il territorio. Non è forse anche questo che genera salute?
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Intervista a Antonello Pasini Autore de «La sfida climatica» (Codice Edizioni, 2025) Michele Podesto L’intervista esplora il ruolo della scienza nel dibattito sul cambiamento climatico e nel rapporto con la politica, la società e le nuove generazioni a partire dal libro di Antonello Pasini <> (Codice Edizioni, 2025). L'autore sottolinea come la crisi climatica richieda una risposta multilaterale e di lungo periodo, ostacolata oggi dall’ascesa dei nazionalismi e da un approccio politico concentrato sulle emergenze immediate. Viene messo in luce il valore della “spinta dal basso”, cioè l’azione dei cittadini e soprattutto dei giovani, considerata decisiva sia per alimentare una cultura scientifica diffusa sia per sollecitare scelte politiche più ambiziose. L’intervista affronta inoltre lo stallo nell’istituzione del Consiglio Scientifico Clima e Ambiente, promosso da Scienza al Voto, e la difficoltà della politica italiana nel dare priorità alla questione climatica. Pasini evidenzia l’importanza di un dialogo trasversale tra scienza e politica e mette in guardia contro pratiche di greenwashing che distorcono le reali necessità di intervento. Viene affrontato anche il tema dell’educazione e del coinvolgimento dei giovani: dalla partecipazione ai movimenti climatici alla necessità di introdurre corsi interdisciplinari sul clima nelle università. L’intervista si chiude con una riflessione più ampia: il cambiamento climatico non è solo una sfida scientifica, ma anche filosofica, politica e comunicativa, che richiede una revisione del nostro modo di stare nel mondo e di immaginare il futuro. GP: Nel suo discorso dell'otto ottobre, la direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, non ha mai pronunciato la parola "clima". Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, si sono ritirati dal trattato di Parigi, il loro Dipartimento dell'Energia sta operando per favorire lo sviluppo delle energie fossili. Al vertice per il clima del 24 settembre l'Unione Europea non ha presentatoalcun obiettivo fisso per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, ma una semplice dichiarazione d'intenti. Quali prospettive si possono immaginare per la lotta contro il cambiamento climatico in questa fase? AP: è ovvio che se guardiamo tutto questo le prospettive non sono rosee. Il cambiamento climatico è un problema globale che necessita del multilateralismo per una sua soluzione. È ovvio che i paesi industrializzati sono i primi a dover agire, perché hanno la responsabilità storica della situazione attuale. Comunque dobbiamo salire tutti sulla stessa barca, anche le economie emergenti, quindi ci vuole una visione multilaterale come è venuta fuori dopo la seconda guerra mondiale sostanzialmente dall'ONU. Il problema è che adesso siamo in preda a una sorta di egoismo spazio-temporale, perché i nuovi sovranismi guardano all'interno delle proprie frontiere, quindi al benessere della propria nazione o anche soltanto delle proprie classi superiori. Quindi a qui e a ora, senza pensare alle future generazioni. Come diceva Groucho Marx, perché dovrei preoccuparmi delle future generazioni se loro non hanno fatto niente per me? Purtroppo siamo in un momento in cui il sovranismo va contro a quella che è la soluzione multilaterale che deve essere adottata per un problema come questo. Guardare soltanto all'interno è una visione miope, nel senso che spesso e volentieri si cerca di avere tutto subito, risolvere alcune emergenze attuali senza guardare la crisi di lungo periodo che invece potrebbe essere aggravata dalla soluzione maldestra proprio di queste emergenze attuali. Prendiamo soltanto l'esempio dell'Italia che vuole diventare un hub del gas col piano Mattei in l'Africa: questo vuol dire in qualche modo porre un freno alla mancanza del gas russo, ma in questo modo noi continuiamo a bruciare un combustibile il cui consumo aggrava la situazione climatica di lungo periodo. Una crisi che poi, io dico sempre, non ha colore perché impatta su tutte le visioni del mondo quelle di destra, di centro e di sinistra e quindi, ecco, è una situazione problematica. In questo momento è chiaro che la spinta dal basso deve fare molto, cioè ognuno di noi deve innanzi tutto prendere coscienza del problema perché magari così si comincia a cambiare direttamente il proprio stile di vita, ma da solo ovviamente non vai da nessuna parte, devi metterti in gruppo: di risparmio energetico, consumo sostenibile, produzione distribuita di energia. Oggi si parla molto di queste comunità energetiche che fanno comunità e insieme tendono a dare un contributo per la soluzione del problema. Inoltre, occorre anche spingere dal basso i nostri politici perché siano più sensibili a problemi di questo tipo. Sono problemi che vanno al fuori dello spazio temporale della legislatura e quindi devono avere qualcuno che li aiuti nell’affrontarli: da una parte i giovani e dall'altra gli scienziati perché entrambi abbiamo questa visione di lungo periodo: i giovani perché hanno tutta la vita davanti; noi perché siamo abituati a convivere con questi sistemi complessi, sappiamo qual è la loro dinamica e sappiamo che soluzioni attuali maldestre possono aggravare tantissimo la crisi climatica di lungo periodo. GP: Veniamo appunto ai politici di cui stai parlando. Il 23 sett 2022, sotto l'impulso di Scienza al Voto, la grande maggioranza dei partiti politici ha sottoscritto un accordo per istituire un Consiglio Scientifico Clima e Ambiente. A tre anni di distanza il Consiglio non è stato ancora creato. Come giudichi questo ritardo? AP: Lo giudico ovviamente come un'inerzia della politica a risolvere problemi di questo tipo, ma anche a trovare una soluzione che sia trasversale perché noi a quello confidiamo. Come citavo prima, io dico sempre che il clima non ha un colore politico perché influisce su tutti. Quando parlo con un politico di destra, che magari è più incline alla competitività e al libero mercato, io gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori il PIL crollerà. Quando parlo con un politico di sinistra, che è più incline alla redistribuzione del reddito e a limare le diseguaglianze, gli faccio vedere che con gli scenari climatici peggiori invece le disequità a livello mondiale, ma anche all'interno della singola nazione, diventerà ancora più grande. Ecco quindi che c'è questa necessità di mettersi intorno a un tavolo e a fare qualche cosa, uno zoccolo duro di azioni per risolvere tutti insieme un problema che va a impattare tutte le visioni future di qualsivoglia parte politica. Anche questo dire continuamente che il cambiamento climatico è un problema ideologico va purtroppo nel senso di uno scontro frontale con una polarizzazione enorme, e questo ovviamente è assolutamente negativo. GP: Appunto La Scienza al Voto ha fatto la scelta di sfidare la politica istituzionale ad assumere la priorità climatica. Tuttavia l'Italia fa parte dei paesi che frenano l'obiettivo di riduzione dei gas di serra del 90% per il 2040. Qual è il vostro bilancio e quali saranno le prossime iniziative per sbloccare questa situazione? AP: Il bilancio è in parte positivo e in parte negativo. Siamo riusciti per esempio a presentare un progetto di legge, aiutati da costituzionalisti, da amministrativisti, da giuristi di grande peso, che, in un'audizione alla Camera che ho fatto un annetto fa, ha avuto un successo a livello trasversale. Ora però c'è un problema di fondo: l'ho presentato in Commissione Ambiente della Camera, ma in Commissione Ambiente del Senato si sta discutendo una legge clima che in realtà si sta istruendo per modo di dire in quanto non è mai stata calendarizzata, probabilmente in quanto presentata dall’opposizione. C'è un regolamento parlamentare, per cui due rami del parlamento non possono parlare dello stesso argomento, per cui, in questo momento, siamo in una situazione di stallo. Quindi da un lato dei risultati positivi ci sono stati perché siamo riusciti a parlare con tutti e andare avanti. Adesso però c’è una situazione di stallo, dovuta al fatto che probabilmente i politici di entrambe le fazioni hanno priorità diverse. Questo Consiglio evidentemente non è sentito come priorità. Invece dovrebbe esserlo, tanto più che non è che stiamo dicendo ai politici cosa devono fare, non è che vogliamo prendere il loro posto, perché giustamente chi deve gestire la cosa pubblica deve avere le competenze per farlo. Io non ce le ho come scienziato. Però, noi scienziati possiamo sicuramente quantificare l’efficacia delle azioni da intraprendere, siamo bravi a fare i conti e possiamo fornire un ventaglio di strumenti che siano efficaci per affrontare il problema del cambiamento climatico. Attenzione, perché ci sono tante cose che vanno nel giusto verso per il green, ma alcune cose pesano e sono efficaci, altre non pesano e quindi sono greenwashing. Quindi noi possiamo presentare un ventaglio di soluzioni scientificamente fondate e ovviamente quali scegliere rimane compito della politica. Come dire: noi facciamo il nostro lavoro, poi voi dovete fare il vostro. GP: Negli ultimi anni in Francia si sono sviluppate molte iniziative ambientaliste dal basso. Non pensi che sia opportuno rivolgersi alla società più che al mondo politico? AP: Penso che vadano fatte entrambe le cose. La società è, come dicevo prima, quella che deve prendere coscienza, e infatti uno dei punti che occorre mettere in agenda per agire nella giusta direzione è quella della spinta dal basso. La spinta dal basso è fondamentale: lo dico anche in questo mio ultimo libro (1), in cui faccio vedere l'esempio della Cina. Io sono stato là nel 2007-2008 perché ero il responsabile delle previsioni meteo-ambientali sul villaggio olimpico. C'erano le olimpiadi, e i cinesi hanno appaltato a noi questo lavoro. Quindi ho avuto possibilità di leggere i giornali, ovviamente scritti in inglese, di parlare con i colleghi. Vedevo che tutti i giorni c'era un occhiello in prima pagina su un problema ambientale e due paginoni nel compartimento interno, in un paese dove c'è la censura. Parlando con i colleghi, chiedevo: com'è possibile? Qui c’è la censura! In realtà, c'è stata una spinta dal basso molto forte, la gente non ce la faceva più, si moriva d'inquinamento, s'imponeva la mascherina a Pechino contro lo smog. I capi del partito hanno capito che così non si poteva andare avanti, bisognava dare una svolta. Dopodiché a un certo punto è arrivato Trump negli Stati Uniti e loro si sono buttati a capofitto sulle rinnovabili. E adesso, quando sento dire: ma noi Europa siamo l'8% e la Cina non fa niente, dico che questo è assolutamente un alibi. La Cina sta facendo più di qualsiasi altra nazione per la rivoluzione delle rinnovabili. Ecco, vorrei dire questo: se lì la spinta dal basso ha fatto veramente tanto, cosa può fare la spinta dal basso nei paesi democratici? Io credo che sia assolutamente fondamentale. Quindi, passando o non passando per i partiti, questa è un'azione che probabilmente potrebbe smuovere le cose. Certo, bisogna riprendere quelle frange di studenti che sono interessati a questo. Però, l'interesse sta montando. È vero che anche i Fridays sono un po' in reflusso, però c'è un interesse forte perché i giovani capiscono che ne va del loro futuro. GP: Voi scienziati come pensate di entrare in contatto con questi giovani e incoraggiare iniziative dal basso? AP: Certo, questo noi in qualche modo lo facciamo tutti i giorni, nel senso che molti di noi fanno un'attività di educazione nelle scuole, ma non soltanto, anche con i movimenti giovanili. Io stesso, per esempio, sono stato l'unico adulto a parlare dal palco di Piazza del Popolo quando è venuta Greta nel 2019. Il giorno prima è andata in Senato a dire: scusate, io vengo qui a bastonarvi, a dirvi delle cose che non volete sentire e voi volete fare i selfie con me. Poi il giorno dopo c'è stato l'incontro con i ragazzi e devo dire, loro mi vogliono molto bene. Tornando al Consiglio scientifico che si dovrebbe istituire, ci sarà tutta una parte di connessione con la popolazione, con eventualmente didattica e tutorial, affinché si possa sentire una fonte autorevole nel marasma mediatico attuale. Vorrebbe essere non soltanto un punto di riferimento. Si tratterebbe infatti di un organismo di consulenza per il governo e il Parlamento, ma anche per i singoli cittadini. Un punto di riferimento, una voce importante che aiuti a evolvere nella conoscenza il governo e il Parlamento, ma anche l'intero Paese. GP: Intervenite anche nelle università? AP: Alcuni di noi sono universitari, io sono CNR. Diciamo che si cerca di costituire dei corsi che siano trasversali alle varie facoltà. Io insegnavo fino all'anno scorso fisica del clima all'ultimo anno della magistrale in fisica, un corso estremamente specialistico, assolutamente non fruibile da altre facoltà della stessa università. Adesso si comincia a pensare a fare dei corsi che siano attingibili da altri curricula, di giurisprudenza, scienze ambientali, biologia, geologia, ovviamente tutte le facoltà STEM, ma anche al di fuori. Questo ovviamente è importante perché gli intellettuali di domani devono avere comunque una formazione anche di questo tipo. Tra l'altro, in questo nuovo libro, io faccio vedere come tutti i problemi partano dalla complessità del sistema clima, perché noi non siamo abituati a risolvere problemi in un ambito complesso, ma tendiamo solo a risolvere l'emergenza attuale: c'è un buco qui? Lo tappo e penso di aver risolto tutto. In un sistema complesso, invece, qualche volta se tappi il buco qui ti si apre una voragine dall'altra parte. GP: Hai qualcosa da aggiungere a queste osservazioni? AP: Abbiamo parlato un po' di tutto. Diciamo che nel libro c'è anche la parte filosofica, cioè come dobbiamo porci noi nel mondo, non come padroni del mondo, ma come un anello della rete di relazioni che ci relaziona non soltanto con la natura, ma anche con gli altri umani sulla Terra. Il cambiamento climatico si appalesa come una sfida scientifica, ovviamente, perché devi studiare il sistema complesso con nuove tecniche, ma è anche una sfida filosofica e di visione del mondo, una sfida comunicativa, una sfida politica e poi c’è una sfida del che fare, perché sia che vinciamo o non vinciamo queste sfide precedenti, bisogna comunque (pragmaticamente) agire in qualche modo, serio ed efficace. "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento". Codice edizioni di Torino. Antonello Pasini: Fisico climatologo del CNR, docente di Fisica del clima all’università Roma Tre. Si occupa in particolare di elaborare e applicare modelli matematici nell’ambito dello studio del clima, con lo scopo principale di individuare le cause dei cambiamenti climatici a scala globale e regionale, e per studiare gli impatti a scala regionale e locale. È autore di numerosi articoli su riviste internazionali e ha pubblicato vari libri divulgativi. La sua opera più recente è "La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento", 2025. Codice edizioni. Torino. È autore del primo blog italiano sul clima, Il Kyoto fisso, pubblicato dal 2007 al 2012 su Il Sole 24 ore e ora (dal 2012) pubblicato sulle pagine web di Le Scienze (edizione italiana di Scientific American). Il blog ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica nel 2016.
- il secondo senso
The Masters and the chefs, ovvero sulla cucina come totem del lavoro riproduttivo Arianna Pasquini inizia il suo lavoro di curatrice del comparto “il secondo senso” parlando di sè. Utilizza, come delle ricette creative, le teorie di alcune delle più importanti femministe italiane e internazionali e le riporta a terra lasciandoci assaggiare uno spaccato di vita quotidiana per molto tempo dato per scontato; così come l’intera sfera della riproduzione sociale. Le donne storicamente costrette nella sfera domestica hanno affidato la loro creatività ai fornelli producendo meraviglie: ”Chissà cos’altro avrebbero potuto creare se solo avessero avuto accesso libero a tutte le sfere della società” Nel sogno di un’era a venire nella quale uno possa andare a caccia la mattina, a pesca nel pomeriggio ed essere un critico dopo cena, non viene mai menzionato chi debba cucinare la cena [1]. Sono passati parecchi anni da quando una giovane Selma James appena ventenne, madre e operaia, scrisse A Woman’s Place (Il posto della donna) nel 1952 e sono passati tanti anni anche da quando Mariarosa Dalla Costa scrisse Potere femminile e sovversione sociale, vent’anni dopo. Questi due scritti brevi, densi e preziosi, rappresentano alcuni dei mattoni su cui è stata edificata la costellazione di pratiche e teorie femministe della cosiddetta “riproduzione sociale”. La riproduzione, come il leggendario continente sommerso di Atlantide, descrive l’insieme di tutte quelle attività invisibilizzate e coperte che sostengono la produzione e ne permettono l’esistenza. Se la produzione è il pilastro pratico (lavoro) e simbolico (organizzazione sociale e famigliare, cultura) su cui si fondano le civiltà capitaliste moderna e contemporanea, edificate sul primato dell’accumulazione, la riproduzione è il loro presupposto taciuto ma indispensabile. Seguendo la definizione che ne ha dato di recente Nancy Fraser (2016), questo termine descrive quindi «un insieme fondamentale di capacità sociali: quelle necessarie a generare e a crescere i figli, a prendersi cura degli amici e dei familiari, a mantenere le famiglie e le comunità più ampie e, più in generale, a sostenere i legami sociali. Questa attività che chiamerò di riproduzione sociale è stata storicamente assegnata alle donne, sebbene anche gli uomini ne abbiano sempre svolto una parte. Tale lavoro, sia affettivo sia materiale, è indispensabile alla società, pur essendo spesso eseguito senza alcuna remunerazione. In sua assenza non ci potrebbe essere alcuna cultura, economia, né organizzazione politica. Nessuna società che mettesse sistematicamente a repentaglio la riproduzione sociale potrebbe durare a lungo». Il paradigma della riproduzione sociale è stato abbandonato, recuperato, rinnovato e aggiornato più volte nel corso delle decadi dagli anni Sessanta del Novecento a oggi. In alcuni casi le stesse protagoniste della prima stagione delle lotte internazionali per il salario al lavoro domestico, hanno aggiornato questa lente alla luce di profondi cambiamenti sociali nel ruolo della femminilità, della produttività, del lavoro casalingo e della figura della badante a partire dagli anni Ottanta, che impartiscono un nuovo ciclo del lavoro di cura e delle catene globali della cura (e del relativo sfruttamento) [2]. In altri casi la riproduzione sociale ha subìto uno slittamento linguistico andando sempre più a collimare con la sfera semantica della cura, per lo più utilizzata nella sua versione anglosassone di care, che però, nelle sue ricadute materiali, non coincide esattamente con la descrizione del lavoro riproduttivo femminilizzato e migrante né del lavoro domestico. In altri casi ancora il pensiero riproduttivo del sociale è stato fatto proprio da autrici e attiviste come l’australiana Ariel Salleh, che oggi si muovono tra materialismo, critica femminista all’operaismo e a Marx, sociologia della conoscenza ed ecofemminismo, accostando al mondo sommerso delle attività riproduttive femminilizzate, quelle rigenerative della biosfera e della natura in senso stretto. Secondo questa visione, i corpi delle donne così come i terreni ricchi di terre rare, sarebbero a parimerito obiettivi di conquista e di estrazione di valore per sostenere l’ordine economico e l’organizzazione sociale del suo privilegio, che senza questi non può sopravvivere, accostando dunque donne e natura in modo non deterministico. Grazie alla crescente sensibilità conquistata con le lotte transfemministe e con il contributo delle teorie queer, anche l’analisi dei soggetti delle forze della riproduzione, cioè chi svolge oggi le attività riproduttive, è andata ridefinendosi in base a una riconfigurazione generale del termine “donna” e del concetto di femminilità. Infatti oggi viene generalmente individuato un ombrello molto ampio di soggettività che non includono più solo la donna biologicamente intesa (se mai questo abbia avuto senso) ma anche domestici, badanti, baby sitter, lavoratori agricoli che spesso sono migranti, sottopagati e in nero, per svolgere attività di cura prima svolte dalle donne nell’ambito privato, le stesse donne occidentali che oggi sono entrate nel mondo del lavoro e pagano con il proprio stipendio terzi per svolgere un lavoro indispensabile ma che tende a ricascare sempre più in basso nella catena globale della cura. Infine molti teorici contemporanei dell’ecologia politica, cioè gli autori che oggi si occupano del cambiamento climatico in chiave non neoliberista e fuori dal disegno del capitalismo green, tendono a saccheggiare a man bassa le teorie della riproduzione sociale senza riconoscerne - a volte scientemente, a volte ingenuamente - la maternità, per poter spiegare perché l’uomo moderno si è dedicato alla riproduzione delle merci e di oggetti inerti e non del vivente e delle sue condizioni di prosperità, dove crisi climatica e crisi di cura sono due facce della stessa medaglia. Quindi certe intuizioni dei femminismi sopravvivono al cambiamento dei tempi, si rinnovano e non spariscono, anzi permangono, si insinuano in luoghi molto distanti dal loro punto di partenza originario e prosperano. Perché anche se la bestia contro cui si scagliavano inizialmente ha cambiato pelliccia, coda e orecchie, non si è ancora estinta. Io faccio di lavoro la cuoca, mestiere che mi ha dato da mangiare (in tutti i sensi) negli ultimi quattordici anni. Un po’ mi è capitato di iniziarlo per caso, un po’ mi appassiona, alcune volte è estenuante e altre volte è semplicemente un lavoro come un altro. Eppure in certi casi non lo è, perché vivo in un paese come l’Italia, vestito di forti stereotipi culturali spesso co-creati con gli italiani all’estero (soprattutto con gli italoamericani); perché sono figlia di madre femminista con origini partenopee molto modeste, che non cucina quasi mai, che ha riscattato una condizione di disagio famigliare e sociale a suon di dure lotte personali e dunque politiche – inorridita all’idea che di tutti i mestieri possibili la figlia scegliesse l’attività archetipica dello sfruttamento delle donne in casa – e perché sono nipote di una donna fuori dal comune, creativa ma violenta e distruttiva – la madre di mia madre – il cui risentimento per la sua condizione femminile in un contesto bigotto della provincia di Napoli l’ha portata ad allontanarsi dall’amore per gli esseri umani per darne spesso solo in cucina. Ecco per tutti questi motivi, etici, sociali, generazionali e contestuali, cucinare non mi è mai sembrata un’attività neutra, e più diviene un feticcio in questo paese e più mi interessa indagarne la matrice per me problematica. A volte mi sembra che la cucina e tutta la galassia di chiacchiere che le gira intorno in questo paese, assolva a un ruolo totemico che maschera la narrazione di una storia di fondamentale ingiustizia. Mentre la pratica di cucinare in ambito privato, in casa, come servizio indispensabile al nutrimento del nucleo famigliare o della comunità, è una mansione storicamente svolta quasi sempre dalle donne (madri, nonne, figlie, balie, casalinghe, e così via) fin dall’origine della divisione sessuale dei ruoli agli albori del capitalismo, altrettanto storicamente il cuoco, come mestiere moderno, come lavoro retribuito e in alcuni casi anche prestigioso e degno di fama, è quasi sempre stato una faccenda da uomini. In modo emblematico, nella società italiana, dove il cibo, il cucinare e il mangiare, svolgono notoriamente un ruolo molto più articolato e complesso del mero nutrimento, l’icona della matrona, della mamma e ancor più della nonna ai fornelli, nutre un immaginario collettivo radicatissimo, che valica i confini nazionali ed esalta quest’idolatria. Così mentre si erge a simbolo la donna in cucina, nel contempo, si riserva il lavoro privilegiato, e a volte molto ben pagato, dello chef, ancora in prevalenza agli uomini. Così come tantissime altre capacità degli uomini e delle donne, cucinare, nonostante abbia a che fare con un indispensabile bisogno umano di nutrirsi, può anche essere un’attività estremamente creativa e molto soddisfacente, tanto che alcuni la definiscono una vera e propria “arte”; il problema risiede invece nel fatto che tale attività, così come crescere un figlio o prendersi cura di un qualsiasi rapporto di amore, se inquadrata in uno schema gerarchico delle parti, che la comanda e la impone, diviene una schiavitù. Uno dei motivi per cui si è generato questo immaginario legato all’anziana parente italiana del caso, che con i suoi manicaretti compie delle magie in cucina, che vengono addirittura portate in giro e narrate dai figli o dai nipoti come veri capolavori, è che per secoli le donne hanno avuto come esclusivo ambito di espressione lo spazio casalingo privato e in particolare la cucina, che ha costituito per loro uno dei pochissimi luoghi accessibili all’estro e alla sperimentazione, dove a volte queste donne, è vero, hanno creato dei magnifici capolavori. E chissà cos’altro avrebbero potuto creare se solo avessero avuto accesso libero a tutte le sfere della società, se non fosse esistita la divisione tra pubblico e privato, produttivo e improduttivo, femminile e maschile. In Europa, fin dalla nascita del capitalismo, le donne che invece si sono rifiutate di assolvere ai compiti prescritti dalla divisione gerarchica dei ruoli suddetta, o che hanno rivolto le loro capacità (come cucinare) a scopi considerati illeciti (medicamenti, erboristica, ecc.), sono state tacciate di stregoneria e bruciate al rogo nel fenomeno di genocidio femminile più sistematico e taciuto (se non in termini folkloristici) della storia d’Europa (Federici, 2004). Note [1] M. Mellor, An ecofeminist proposal, Sufficiency Provisioning and Democratic Money, «New left review», Debating Green Strategy—7, 116/117, march-june 2019, pp. 189-200, (traduzione mia dall’inglese). [2]Un esempio di questo aggiornamento teorico si trova nel report del discorso tenuto da Mariarosa Dalla Costa, intitolato Autonomia della donna e retribuzione del lavoro di cura nelle nuove emergenze, come relazione del convegno “La autonomia posible”, Universidad autonoma de la Cìudad de Mexico, 24-25-26 ottobre 2006. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
- graphic journalism
dossier italia Orwell a Torino
- fascismi
dossier italia Potere, censura, egemonia. Curvature del linguaggio nell’Italia dell’etnofascismo Gianni Emilio Simonetti, La lingua tagliata L’ inquietante ondata etnofascista in corso passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima. Ddl Antisemitismo: Noi, sovranisti per USraHell Il 4 marzo il Senato ha approvato il Ddl antisemitismo, un provvedimento che di fatto blinda qualsiasi critica allo Stato illegittimo di Israele e segna un ulteriore scatto in avanti nelle politiche securitarie, repressive e censorie del governo più a destra della storia repubblicana. Ma, come forse l’Italia più di altri paesi ci ha abituato, le differenze tra destra e sinistra all’interno della politica istituzionale si fanno sempre più inesistenti e di superficie. Il testo base, a firma del capogruppo della Lega M. Romeo, ha trovato infatti entusiasti firmatari anche tra i senatori Pd (per la maggior parte astenutosi), con Graziano Delrio in testa, in verità tra i primi e più attivi promotori dell’iniziativa. Tra i nodi irricevibili del Ddl, la piena accoglienza della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (IHRA); come ricorda Amnesty International Italia sulla base di tale definizione, le attuali attività di monitoraggio già qualificano il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) come una forma di lotta antisemita contro Israele. […] vengono ricondotti tra le matrici del cosiddetto antisemitismo moderno anche alcuni rapporti critici sulle politiche israeliane, tra cui il rapporto di Amnesty International sulle violazioni della Convenzione sul Genocidio da parte dello stato di Israele nella Striscia di Gaza e quello sulle pratiche di discriminazione razziale e di apartheid. Tra le pratiche di apartheid non si può non ricordare la recente (31 marzo 2026) approvazione della pena di morte per i soli detenuti palestinesi. Delrio invita però a festeggiare: dal provvedimento sono stati stralciati, grazie all’infaticabile lotta magnifica e progressiva del Pd, il divieto di manifestazione e le condanne penali, pratiche nelle quali il governo Meloni pare eccellere e puntare al podio, almeno europeo. L’IHRA è da tempo in prima fila nella protezione legale di Israele ogniqualvolta le sue politiche di rapina e oppressione siano oggetto di controlli internazionali, delegittimando costantemente gli organismi preposti al rispetto di regole universali e condivise. In casa nostra, il Ddl antisemitismo rischia di declassare la Costituzione italiana e ribaltare la gerarchia delle fonti: se inserita nel codice penale, attraverso tentativi come il Ddl s. 1627/2025 a firma di Maurizio Gasparri (pene fino a sei anni di reclusione per chi critica «il diritto all’esistenza dello Stato di Israele» o inneggia alla «sua distruzione»), configurerebbe un attacco diretto all’articolo 21 del dettato costituzionale. Nel frattempo, già nella versione presentata da Delrio, il Ddl propone controlli preventivi sulle università e online, favorendo un clima di autocensura già documentato in altri paesi, come Regno Unito, Germania, Francia: il Parlamento tedesco ha reso l’adesione ai principi dell’IHRA condizione necessaria per l’accesso ai finanziamenti pubblici, mentre in Gran Bretagna l’adozione dell’IHRA ha già portato a cancellazioni di eventi e repressione «indiretta». L’Italia, anche se non isolata, scivola su questo crinale in maniera pericolosamente rapida: l’inserimento dell’IHRA direttamente nel codice penale, porterebbe di fatto, da parte del governo dei patrioti sovranisti, a piegare l’interesse nazionale alla propaganda filoisraeliana e a privilegiare la difesa di Israele rispetto alla salvaguardia dei diritti costituzionali degli italiani. A caccia di «Antifa»: i mastini di Trump e Orbàn Eugenio Zoffili (Lega) il 22 marzo 2026 annuncia fiero la proposta di un disegno di legge che inserirebbe nel codice penale una nuova fattispecie sui collettivi «anarchici militanti con finalità di terrorismo anche internazionale». La reclusione prevista va da 7 a 15 anni per «chiunque organizza, recluta, addestra, radicalizza o dirige associazioni o gruppi anarchici militanti denominati Antifa o simili o assimilabili». Come questo governo ci ha abituato, le proposte di legge giungono sempre sulla scorta di commenti emozionali e viscerali a marginali fatti di cronaca portati ad esempio nazionale: in questo caso, lo stesso 22 marzo, un’aggressione alla troupe del Tgr Lazio da parte di militanti anarchici giunti a Roma per commemorare la morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, intenti a costruire ordigni e ritenuti legati al gruppo di Alfredo Cospito, detenuto (del tutto sproporzionatamente) al 41-bis. Ai militanti è stato poi impedito di partecipare alla commemorazione funebre domenica 29 marzo, utilizzando il nuovo strumento repressivo del secondo pacchetto sicurezza, quello del fermo preventivo – che, il giorno precedente, aveva permesso alla Polizia di perquisire e fermare per oltre due ore l’europarlamentare Ilaria Salis, alla vigilia della manifestazione No Kings, con palese atto intimidatorio. L’ispirazione, evidente e dichiarata, arriva tanto dagli Stati Uniti di Trump, quanto dalla «democratura» ungherese di Orbàn, i due modelli politici del governo Meloni. Trump ha infatti firmato, il 22 settembre 2025, un ordine esecutivo che designa Antifa «organizzazione terroristica domestica» (notare come questo identico sintagma sia stato poi utilizzato dall’amministrazione americana per definire le due vittime di omicidio da parte di agenti dell’ICE, Renée Good il 7 gennaio e Alex Pretti il 24). Il testo descrive il movimento come «un’iniziativa anarchica militarista che invita al rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle forze dell’ordine e del nostro sistema legale», e ordina alle polizie federali di attenzionare e sanzionare chiunque operi per conto di Antifa. È solare come questa azione legislativa di Trump non abbia in realtà basi giuridiche. Vari istituti di ricerca e agenzie governative (come la CRS) hanno già affermato l’ovvio: l’antifascismo è un’ideologia, un credo politico, non un’organizzazione e dunque l’identificazione di capi, strutture organizzative o elenchi degli iscritti sono semplicemente impossibili da realizzare e senza senso. Come da noi la Costituzione, negli Usa di Trump è il Primo Emendamento a essere sotto attacco diretto del governo. Ma è evidente come Trump non voglia fare della giurisprudenza, quanto soffiare sul fuoco della sua base elettorale e dei suoi supporter (cosa alla quale ci ha già abituato con il macroscopico caso dell’assalto a Capitol Hill del 2021).Anche l’Ungheria si è accodata entusiasta all’iniziativa legislativa degli Usa: pochi giorni dopo l’annuncio di Trump, Orbàn ha affermato di voler proseguire sulla stessa linea, agganciandosi in modo del tutto propagandistico alla serie di processi che si stanno svolgendo a Budapest per i fatti arcinoti della Giornata dell’Onore. Per quelle vicende, Ilaria Salis è stata salvata in extremis da una condanna del tutto pretestuosa, condanna che, purtroppo, ha colpito un’altra attivista, la tedesca Maja T., estradata dalla Germania in circostanze del tutto illegali, con una pena in primo grado di 8 anni, da scontare di fatto in regime di isolamento (comminati 7 anni anche agli antifascisti Gabriele Marchesi, mai stato estradato e Anna M., alla quale è stata sospesa la pena). L’ordine esecutivo di Trump, così come l’entusiasmo di Orbàn o l’iniziativa di Zoffili, vengono usati dalle realtà dell’estrema destra globale come dispositivo propagandistico per spostare il dibattito dalla minaccia (abbastanza evidente) di un nuovo e montante neofascismo, a quella della sinistra extraparlamentare.L’egemonia culturale del nuovo etnofascismo passa soprattutto da queste pratiche linguistiche.A oggi, primi giorni di aprile, il testo di Zoffili risulta privo di numero di protocollo e debolissimo nelle sue basi giuridiche: l’individuazione dei membri Antifa al fine di garantire indagini efficienti è, per ammissione della proposta stessa, quasi impossibile dato che la realtà in questione è «composta da decine di piccoli collettivi e reti studentesche che si mobilitano in modo autonomo e si sviluppano, spesso, all’interno dei centri sociali, cioè dentro spazi occupati e autogestiti, che nel nostro Paese sono circa duecento». Non interessa la fattibilità legale del procedimento, bensì la sua vaghezza, funzionale ad attaccare i movimenti sociali dal basso, privi di un recinto istituzionale rassicurante integrato nel «gioco delle parti». Quei movimenti che hanno costruito le mobilitazioni contro il genocidio Palestinese, per il salario minimo e per il clima, per il No al Referendum e che hanno fatto tremare più di una volta il governo Meloni. Non c’è da stare tranquilli, anzi: la distinzione tra un annuncio del politico di turno (magari fatto sui social o nelle pattumiere del talk televisivi) e una legge approvata è, nella nostra storia recente, meno netta di quanto la normativa preveda. Il meccanismo già ricordato si ripete: si costruisce un’emergenza cavalcando il micro fatto di cronaca, si legittima un nemico, si lancia una soluzione che è immancabilmente repressiva; la legge che ne deriva, a questo punto, viene presentata come conseguenza tecnica, senza valore politico. È la pacificazione nazionale a suon di emergenze. Il governo delle emergenze È, a ben vedere, il solo e unico modo con cui la destra ha governato il paese negli ultimi anni. Eccone una parziale cronistoria: ● Il decreto sicurezza Salvini, approvato il 4 ottobre 2018 dal governo giallo-verde, venne partorito dopo mesi di feroce campagna mediatica di criminalizzazione sull’immigrazione: il migrante diventava automaticamente un problema di ordine pubblico. A dispetto dei pareri della Corte Costituzionale, il decreto diventò poi legge con il solito voto di fiducia e trasformò tragicamente in peggio il sistema di accoglienza e la vita delle persone migranti: venne abolita la protezione umanitaria, aumentarono vertiginosamente da un giorno all’altro gli stranieri privi di permesso di soggiorno e si condannò così migliaia di «irregolari» a una vita di criminalità e illegalità. ● Il primo effettivo decreto del governo Meloni è il DL 162/2022 «anti-rave party» (convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani di oltre 50 persone, punita tra le altre cose con la reclusione da 3 a 6 anni. Anche questa misura, repressiva e chiaramente diretta a colpire movimenti e controculture sorte dal basso, sfruttò un caso di cronaca: il free-party organizzato il 30 ottobre 2022 a Modena. Alla creazione del caso contribuirono a dovere i quotidiani locali e nazionali, non tanto complici quanto vero e proprio strumento tra i principali nella creazione dell’egemonia culturale dell’ultradestra di governo. ● Il decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), approntato come risposta a uno dei più tragici naufragi di migranti nel Mediterraneo, costato la morte ad almeno 180 persone, e utilizzato in realtà per inasprire le pene contro gli scafisti, le Ong e i flussi migratori. A questo decreto ne sono seguiti altri, all’interno di una linea adesso sposata anche dall’Unione Europea, per «esternalizzare» la gestione dell’immigrazione in paesi terzi come l’Albania. Come è evidente, il passo verso la deportazione (oggi chiamata eufemisticamente «remigrazione») è brevissimo. ● Ancora, il decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito a un caso di stupro particolarmente scabroso, che vedeva coinvolti minorenni, e che ebbe lungo eco nel dibattito nazionale, grazie anche alla strategica presenza di Giorgia Meloni nella città, amplificata dalle televisioni. Adottato per contrastare la criminalità giovanile, il decreto ha di fatto avuto buon gioco nello spostare il dibattito pubblico sul fenomeno, connotato razzisticamente, delle «bande di maranza» e ha avuto come risultati effettivi, tra le altre cose, l’abbassamento della soglia per l’entrata in carcere dei minorenni e l’introduzione del daspo urbano per i cittadini sotto i 18 anni. Dal fatto di cronaca allo stato di polizia in meno di tre mesi. ● Il primo decreto sicurezza, dl 48/2025 (poi l. 80/2025), ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, punendo anche la resistenza passiva e di fatto restringendo enormemente il campo per le azioni nelle piazze. Il decreto nasce in seguito alla solita campagna di criminalizzazione delle manifestazioni e delle azioni pacifiche soprattutto sorte nell’ambito delle iniziative per la Palestina e per il clima, nelle quali i blocchi stradali sono una pratica frequente. Immancabili poi i continui attacchi al diritto di sciopero e i continui allarmi a un inesistente problema delle «occupazioni». Mentre l’utilizzo sproporzionato della forza è sempre più frequente per «gestire» le proteste pacifiche, secondo Amnesty International «esprimere il proprio dissenso in Italia è diventato rischioso». ● E arriviamo al secondo Pacchetto sicurezza, approvato in febbraio sulla scorta della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Quella volta, tenendo in un unico discorso gli attacchi alla magistratura in vista del Referendum sulla giustizia e la criminalizzazione di Antifa”e Centri sociali, la Presidente del Consiglio sbraitò di «terroristi interni» (richiamandosi in modo inquietante alle definizioni dell’amministrazione Usa già ricordate) e costruì parallelismi insensati con la stagione degli anni di piombo e le Brigate rosse. Il livello dello scontro non venne alzato solo dall’utilizzo di un linguaggio violento, ma dalla stessa gestione securitaria e repressiva della piazza da parte della Polizia. La sera stessa del corteo, poi, il ministro Crosetto (insieme al parlamentare anti-notav del Pd Stefano Esposito) rilanciò il famoso video dell’aggressione con il martelletto, permettendo a Meloni una nuova escalation verbale, consigliando ai giudici di indagare i manifestanti per «tentato omicidio». Per quegli stessi manifestanti il ministro Salvini affermò che «per questa gentaglia il carcere non basta». Forse il ministro aveva in mente alcune pratiche dell’esercito israeliano o della polizia di frontiera degli Stati Uniti? Tra le altre cose che questo secondo pacchetto sicurezza ci ha regalato abbiamo il fermo preventivo legato alle manifestazioni e l’arresto in flagranza differita. Del buon uso delle parole Questa inquietante ondata etnofascista passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima.Ma, quelle che ormai quasi con vergogna chiamiamo «le sinistre»? In Italia sembra pacifica la scomparsa della sinistra istituzionale, almeno nei fatti. I temi sono sempre quelli della destra, narrati in chiave progressista. E se le sinistre, all’alba della timida vittoria del No al Referendum, non sanno fare altro che ciarlare di leader e primarie, i molti che hanno contribuito a questa piccola vittoria sanno che serve parlare di un programma, e un programma passa in primo luogo dalle parole. E allora, ripartiamo dalle parole, senza paura di pronunciarle, di posizionarsi, di affermarle senza indugio: smettiamo di avere paura di dichiararci marxisti, almeno come strumento di lettura socio-economico. Rivendichiamo lo strumento dello sciopero radicale e dei blocchi a oltranza. Acceleriamo la retorica del governo: non scioperare il venerdì per il week-end lungo, ma scioperare dal lunedì al venerdì.Contro il razzismo dilagante dobbiamo affermare con forza che nessuno è illegale e il concetto di persona illegale (in Italia presente almeno dalla Bossi-Fini, un duo mai vituperato abbastanza) va decostruito nella sua assurdità. Forse è il caso di rispolverare i canti anarchici e socialisti dell’800, quelli che hanno accompagnato alcune delle stagioni di lotta più decisive per i diritti di cui oggi godiamo. Forse è il caso di ricordare Pietro Gori quando cantava Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà. Contro la discriminazione di genere di una società ancora profondamente patriarcale, dobbiamo rivendicare un transfemminismo convinto. Non sono vizi progressisti, ma lotte fondamentali e trasversali. Siamo a tutti gli effetti dentro la «terza guerra mondiale a pezzi» (e che il Papa sia stato tra i politici più progressisti degli ultimi anni, almeno a parole, la dice lunga sullo stato deteriorato delle cose): la nostra posizione contro il riarmo, l’economia bellica, l’espansionismo imperialista deve affermare fieramente il pacifismo, altro che preparare la guerra per fare la pace. Allo stesso tempo la questione climatica va rimessa al centro del dibattito e di un lavoro operativo su azioni volte alla ahimè gestione di esso: grazie alle destre la questione ambientale è sparita dal discorso pubblico.Essere pacifisti non significa essere contro la violenza o cadere nelle retoriche (ancora di destra) sulle proteste accettabili e quelle non accettabili. Lotta di classe, è un’altra di quelle cose che bisogna ricominciare a dire. E la lotta si porta dietro, inevitabilmente, odio e violenza, sì. «Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto?» (Edoardo Sanguineti, 2007). Francesco Scapecchi (1992) si è laureato in triennale a Pisa con una tesi su I Canti di Maldoror, e a Bologna in Filologia Moderna con una tesi sui romanzi di Carmelo Bene. Insegna nelle scuole secondarie di secondo grado. Fa parte del collettivo che organizza il Borda!Fest, un festival underground delle autoproduzioni che si svolge in contemporanea e in critica al Lucca Comics & Games. È il bassista del progetto musicale punk hardcore Nido di Vespe, una formazione attiva dal 2009 con alle spalle cinque dischi e tre tour europei. Nel 2018 ha pubblicato una raccolta di racconti, Brevi storie senza significato (con illustrazioni di Samuele Recchia) per Prott Edizioni. Nel maggio del 2022 pubblica il suo primo libro di poesie, Il sentimento non dicibile dell’oggi, con Transeuropa.
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Il falcone maltese # 2: La nascita dell’industria culturale. Tra industria e mito Roberto Gelini Continua il piccolo viaggio di Mauro Trotta nella letteratura noir. La crime story che ci appassiona in tante serie tv di successo, ha origini nell‘800 dentro quel capitalismo industriale che sconvolge le principali città europee. Nasce proprio a Parigi e gli investigatori, cercando i colpevoli, raccontano la nuova società e tutte le sue crudeltà: il delitto è una forma di conflitto sociale e va al di là del bene e del male. In questa seconda puntata, Trotta spiega come dalla capacità di immaginare possibili scenari del primo detective della letteratura, Auguste Dupin, si passa a Sherlock Holmes. L’investigatore inglese sostituisce il virtuosismo dell’artista o dell’artigiano con il dominio della tecnica basata sulla scienza. Come Allan Poe che non contemplava repressione, Holmes ha una scarsa considerazione della polizia che fallisce in quanto troppo convenzionale La figura centrale all’interno del romanzo poliziesco diventa, fin da subito, quella dell’investigatore. È lui il protagonista, l’eroe, il soggetto che vive le vicende che lo porteranno alla risoluzione del caso, all’identificazione dell’assassino. E se il primo detective della storia del giallo è Auguste Dupin, quello che senza dubbio è arrivato ad incarnare questa figura diventando l’investigatore per antonomasia è Sherlock Holmes. Certo, la figura di Holmes appare molto più caratterizzata di quella di Dupin. Del resto, quest’ultimo è apparso soltanto in tre racconti, mentre l’inquilino del 221B di Baker Street, oltre ai quattro romanzi e 56 racconti scritti da Conan Doyle, è stato ed è protagonista di innumerevoli altri libri, romanzi, racconti, opere teatrali e cinematografiche, fumetti e videogiochi. Insomma si tratta di un’icona a livello planetario. In ogni caso, però, la creatura di Arthur Conan Doyle ha preso molto dal personaggio di Edgar Allan Poe: entrambi vivono con un coinquilino che è il narratore delle loro avventure, entrambi conducono un’esistenza abbastanza appartata e si mettono in moto soltanto quando decidono di occuparsi di un caso che, oltre tutto, deve colpirli, solleticare il loro interesse. Entrambi, poi, usano le proprie facoltà intellettive per arrivare alla soluzione dei delitti affrontati. Mentre, però, nel caso del detective francese sembra essere la fantasia, l’immaginazione – certo accoppiata all’analisi rigorosa – a consentire la soluzione delle inchieste, per Holmes tutto, invece, è legato all’utilizzo del metodo scientifico. È il ragionamento, la deduzione come la chiama Conan Doyle, l’analisi dei particolari indizi per arrivare al quadro generale (il ragionamento induttivo, insomma) a permettere di arrivare al quadro generale e scoprire la verità. Cosa è successo? In pratica sono passati neanche 50 anni tra l’esordio di Dupin e il debutto di Holmes in Uno studio in rosso del 1887. Sono avvenuti cambiamenti epocali, di cui questa piccola, a prima vista trascurabile differenza nella concezione del lavoro di indagine del detective è una spia significativa. L’avvento, soprattutto in Inghilterra, del sistema industriale modifica tutto. Nasce l’industria culturale. La cultura di massa si afferma costruendo le proprie regole, i propri modi di funzionamento. Al virtuosismo dell’artista o dell’artigiano si va sostituendo il dominio della tecnica basata sulla scienza. Ma, anche se si vanno affermando nuovi modelli culturali ed artistici, nascono nuove forme di comunicazione e di intrattenimento, si va costruendo un nuovo immaginario collettivo, parallelamente la vecchia talpa, per dirla con Marx, continua a scavare. Sotto la superficie si muovono elementi di resistenza ai nuovi rapporti capitalistici, emergono segnali di contrasto e di lotta alla nuova realtà che va affermandosi. Insomma, la fantasia non è al potere, ma comunque gioca le sue carte all’interno del conflitto politico e culturale che è in atto e va sempre più affermandosi. La figura di Sherlock Holmes gode fin da subito di un immediato e travolgente successo. La sua ascesa, all’interno dell’immaginario collettivo, può essere considerata quasi una perfetta rappresentazione della nascita dell’industria culturale. Vengono, infatti, stabiliti una serie di elementi fondanti della nascente fabbrica dell’entertainment, oltre a sancire l’importanza del genere poliziesco all’interno di tale sistema. Un sistema che vede la partecipazione di tutti i differenti canali di comunicazione: dalla letteratura al teatro, poi al cinema, alla radio, alla televisione, al fumetto, ai videogames. E Holmes sarà presente in tutti questi media. Anzi, alcuni degli elementi che più caratterizzano il detective di Baker Street non vengono dai libri. Così l’espressione «elementare, Watson», la caratteristica pipa ricurva o il cappellino da cacciatore, il deerstalker, nascono a teatro e vengono ripresi nelle illustrazioni e al cinema. Fondamentale, poi, è l’utilizzo della serialità, ovvero la produzione di una serie di opere, potenzialmente infinita, con la presenza del protagonista. Ma anche con la riproduzione di una serie di elementi, sempre gli stessi, come la coppia Holmes Watson, il delitto, il metodo di indagine e ben presto anche l’avvento di un arcinemico, il professor Moriarty, che instaura una nuova coppia con Holmes, e così via. Elementi, questi, che garantiscono al fruitore il piacere dato dalla ripetizione di forme conosciute, rassicuranti, all’interno di un quadro caratterizzato dal nuovo, dall’inaspettato, ovvero dal crimine e dall’esistenza di un colpevole. Ma la serialità è anche espressione del nuovo quadro socio-economico caratterizzato dall’avvento dell’industria. Non a caso la produzione industriale è seriale, si producono in serie merci che creano un proprio pubblico. Ed il rapporto di Holmes con il suo pubblico è un altro elemento fondamentale. La gente si scopre legata al brand – diremmo oggi – Sherlock Holmes. Tanto che quando il suo creatore decide di farlo morire in un ultimo scontro con Moriarty, il pubblico si ribella e Conan Doyle è costretto a resuscitare la propria creatura. Allora il personaggio diventa mito, mito d’oggi. Del resto lo star system hollywoodiano, che tra un po’ vedrà la luce, si muoverà sempre tra l’industria e il mito. E l’espressione «industria culturale» non vede forse insieme le parole industria e cultura? Siamo forse agli albori del tentativo da parte del capitale di mettere al lavoro non solo i corpi, ma anche le menti? Insomma, prime prove del frammento marxiano sul general intellect? Intanto, però, elementi di resistenza sono rintracciabili nella figura del grande detective. L’uso della cocaina, ad esempio. Certo all’epoca non era vietata, però… Oppure l’avere come alleati i cosiddetti Irregolari di Baker Street, di sicuro non buoni borghesi. Il rapporto conflittuale con il fratello Mycroft, legato al governo Britannico. E, ancora una volta, come nel caso del Dupin di Poe, la scarsa considerazione della polizia – espressione dell’ordine costituito – incarnata soprattutto dall’ispettore Lestrade, che fallisce proprio perché, come afferma lo stesso Holmes, è «convenzionale, terribilmente convenzionale». Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.
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Il racconto del Boomernauta Parte Seconda: Games Transp e Human Stranding Games e Agency «Per mangiarsi bene a vicenda bisogna incontrarsi bene a vicenda, e questo richiede una sincronia sufficiente.»D. Haraway, op. cit., p. 108 «Il rapporto fra arte e attivismo è radicale e non mercificabile e si fonda sul rifiuto che tutto sia un interessante gioco combinatorio che esprime possibili scenari virtuali, stando solo all’interno di un gioco linguistico e simbolico. Non ci interessa giocare coi codici, ma ci interessa lottare per un mondo diverso. I codici alternativi nascono solo attraverso questo processo di lotta. Se i codici che inventiamo, i linguaggi che si generano, valgono la pena di essere inventati è solo perché le lotte e i rapporti di forza materiali che esprimono valgono la pena di essere agite.»E. Braga, Moleculocracy, Nero, Roma 2023, p. 95 In questa terza parte del racconto comincia l’esposizione del Boomernauta sulle evoluzioni dei Games che avranno una parte importante nel futuro di Gaia. Anche se era stato fra i primi a utilizzare uno schermo catodico per comunicare con un computer e in seguito a giocare a Pong, Space Invaders o Pac-Man, il Boomernauta ovviamente non apparteneva alle generazioni native dei Games. Probabilmente da adulto, prima di essere costretto a diventare viaggiatore del tempo, aveva giocato con figli e nipoti, ma questo limitato approccio tardivo non poteva cambiare il dato generazionale. Che quindi il lettore odierno abbia una certa tolleranza per le eventuali imprecisioni o i limiti con cui ci descrive l’epopea dei Games Transp. Colonizzazione Spaziale Verso gli anni ’30 del XXII secolo, la Gov Q ha finalmente iniziato a sperimentare gli ascensori spaziali, con i quali l’élite e i suoi addetti sperano di poter abbandonare la casa che brucia. Con la loro messa in funzione si potranno costruire abbastanza in fretta, vista l’urgenza, le prime vere colonie umane nello spazio da situare nei punti lagrangiani di equilibrio fra Terra e Luna. Per raggiungere questo obbiettivo, la Gov Q usa tutti i mezzi a sua disposizione per mantenere al lavoro le grandi masse di precari ormai da tempo uberizzati, tramite un management gestito da una specifica IA1, gestita dai techno-tycoon. Da buon boomer mi sono chiesto se in tale situazione agli umani non sarebbe bastato spegnere le TAM per arrestare perlomeno la malinconia e tornare al punto di partenza. Era una situazione complessa. Se da un lato desideravano sfuggire la malinconia che li attanagliava, dall’altro sentivano per la prima volta, nel profondo del loro corpo, la spina mortale della sepsi di Gaia. Anche se le TAM producevano affetti meno oppressivi o, raramente, addirittura piacevoli, non potevano estrarre la spina dolorosa senza tagliare l’ultimo cordone ombelicale che ancora li legava a Gaia. Le TAM facevano parte della loro vita quotidiana. Erano una forma di internet dei sensi: si poteva essere connessi in qualsiasi momento del quotidiano e alcuni avevano tendenza a mantenere una connessione permanente. In quell’epoca, si avanzava ormai oltre primi decenni del XXII secolo e, da molte generazioni, non esistevano più distinzioni nette tra vita e lavoro, anche per chi non era stato costretto ad abbandonare la terra natale a causa della setticemia di Gaia. Questo era da intendersi ovviamente nel senso che la vita era lavoro. Salvo qualche eccezione nessuno avrebbe più pensato che il lavoro fosse vita, neanche nella Gov Q, così tesa nello sforzo supremo della Grande Fuga… D’altronde l’ascensore spaziale, il progetto che stava alla base della Grande Fuga, entrava nella fase di collaudo del primo prototipo operativo. C’erano voluti decenni per trovare un materiale abbastanza leggero e resistente con cui produrre decine di migliaia di chilometri di cavo. Dopo aver scartato i nanotubi di carbonio e il grafene la scelta cadde sui nanofilamenti di diamante (diamond nanothread). Poi venne lanciato un veicolo spaziale in orbita geostazionaria2 da cui inviare un primo cavo finissimo, di spessore d’un micrometro, proiettato verso Terra. Quando il cavo scese, il veicolo spaziale si allontanò ulteriormente dalla Terra per mantenere l’equilibrio e raggiungere così una distanza doppia di quella dell’orbita geostazionaria. Una volta ormeggiato a Terra, questo primo cavo venne utilizzato per allestirne altri e formare il cavo finale, compito che divenne la priorità critica per la Gov Q. Procurarsi la materia prima e soprattutto produrre l’immensa quantità di nanofilamenti per costruire il cavo era un obiettivo possibile solo ricalibrando tutti gli algoritmi quantistici che gestivano alla meno peggio il lavoro e la produzione mondiale. Al di là della difficoltà di costruzione del cavo, uno dei passaggi più difficili era costituito dal contrappeso necessario alla sua sostentazione. Un asteroide, recuperato da veicoli spaziali telerobotici3, sarebbe servito come porto d’approdo dell’ascensore spaziale e avrebbe funzionato da base logistica e operativa per ricevere passeggeri e merci che arrivavano con l’ascensore spaziale. Da lì, a basso consumo di energia, sarebbero partite le spedizioni per costruire le prime strutture destinate ad accogliere le colonie spaziali. Un vecchio progetto teorico del XX secolo4, basato sui cosiddetti cilindri ruotanti di O’Neill, venne riesumato e sottoposto a un completo re-engineering.Ogni colonia sarebbe stata composta da due cilindri in controrotazione, lunghi diverse decine di chilometri e organizzate in modo tale da avere spazi in cui abitare, praticare l’agricoltura, disporre di un’attività di produzioni automatizzate, sfruttare opportunamente la luce e l’energia solare con sistemi di specchi e di finestre, ecc. La rotazione sarebbe servita per simulare una forza di gravità grazie alla forza centrifuga sulla superficie interna dei cilindri che avrebbero costituito l’habitat spaziale. Le prime colonie spaziali si sarebbero situate nei punti L4 e L5 che, come era stato scoperto secoli prima dal matematico italo-francese Lagrange, erano zone in cui i grandi cilindri avrebbero potuto mantenersi in posizione stabile fra Terra e Luna, consumando pochissima energia. Attualmente, gli sforzi si stavano concentrando sulla sperimentazione dei cosiddetti climber, ovvero gli ascensori in grado di trasportare materiali verso una stazione spaziale geostazionaria. Una volta costruito il porto d’attracco, sarebbe stato possibile inviare carichi di grandi dimensioni nello spazio con un costo energetico notevolmente inferiore rispetto ai tradizionali razzi. Il porto sarebbe stato il punto di partenza per la costruzione di colonie umane e di stazioni di ricerca nello spazio, nonché per le missioni di esplorazione del sistema solare. In particolare, la colonizzazione di Marte sarebbe stata uno degli obiettivi principali di questa nuova frontiera spaziale. Nel frattempo nell’AltaSfera si era deciso di far partire la fase di concezione di moonstalk, l’ascensore spaziale lunare che, se mai ci fosse stata la capacità, ma soprattutto il tempo per portarla a termine, avrebbe fatto della Luna una piattaforma logistica più agevole e affidabile della Terra. Speravano fra l’altro di recuperare e riattivare Artemis la base lunare abbandonata dagli occidentali dopo la caduta dell’Impero di Sbieco5. L’enorme quantità di lavoro richiesta da questo progetto, sommata alla logica dell’accumulo, aveva fatto sì che tutte le forme di reddito sociale ottenute con tante lotte, soprattutto nei paesi ricchi del Nord, non fossero più tali. C’era sempre un qualche tipo di contributo, o di produzione sociale astratta da fornire. I flussi finanziari erano tesi verso la realizzazione della Grande Fuga. Al di là di questo la Gov Q ormai non erogava, né sgocciolava più. Né avrebbe potuto farlo visto che, ritirandosi da intere regioni a causa dell’avanzare della malattia di Gaia, aveva perso parte del lavoro e delle risorse che era abituata a estrarre gratuitamente o quasi ormai da qualche secolo… Paradossalmente anche l’entertainment dominante, i Games, erano entrati a far parte della produzione (e della distruzione come ti dirò in seguito). Questo aspetto era diventato molto più tangibile da quando si erano cominciati a effettuare esperimenti di gamification del lavoro sul miliardo e più dei cosiddetti lavoratori autonomi. Essi costituivano una moltitudine eterogenea, che sostituiva sempre più i salariati tradizionali nelle regioni sviluppate e che era composta principalmente da lavoratori precari gestiti da istanze d’IA management messa in campo, come al solito, dai techno-tycoon. Coprivano ogni tipo di lavoro, quelli manuali e di prossimità, come gli artigiani che si vendevano all’ora, quelli industriali e impiegatizi tramite agenzie interinali robotiche, sia quelli immateriali e a distanza, come i lavoratori del clic, senza dimenticare quelli nel settore dei servizi di cura retribuiti a cottimo. Si trattava dell’istituzionalizzazione globale di quel processo cominciato in un’altra epoca col nome di uberizzazione, nessuna categoria ne era esente. Molti di loro lavoravano in subappalto nei grandi progetti spaziali della High Frontier e alla Grande Fuga, pur avendo coscienza che, nonostante promesse e lusinghe, non avrebbero fatto parte di quelle missioni. Note: IA: cfr. glossario. Il Boomernauta dava per scontato che si sapesse che l’orbita geostazionaria, è quella di un oggetto, per esempio un satellite, che per un osservatore sulla Terra appare fermo in cielo, sospeso sempre al di sopra del medesimo punto dell’equatore poiché ruota, con moto circolare uniforme, alla stessa velocità angolare della Terra. L’orbita geostazionaria si situa a circa 36000 Km dalla terra. Termine per designare il telecomando di un robot. In un aparté il Boomernauta mi confessò che in gioventù era rimasto impressionato da un libro sulla colonizzazione spaziale e che era rimasto molto colpito dal fatto che i principi di quell’opera fossero poi realmente utilizzati nella Grande Fuga.G.K. O’Neill. Op. cit. Gli Stati Uniti. Human Stranding Games e Agency Per realizzare la Grande Fuga, la Gov Q deve accelerare il ritmo di estrazione e produzione ottenuti dal lavoro precario globale. Questo tipo di lavoro è caratterizzato dalla gamification, che invade ogni aspetto della vita e del lavoro, tanto che ormai è difficile distinguerli. I giochi sono diventati parte integrante non solo della vita e del lavoro, ma anche della guerra. La gamification e la memification del reale, teorizzate in passato, hanno assunto un’importanza sempre maggiore. Gli Holo Reality Games, in cui i personaggi sono ologrammi che si muovono in spazi non più limitati, dominano la scena. Nella Sfera Autonoma emergono i Political Games (PolGames), che cercano di insufflare forza alla rivolta. Al crocevia tra i giochi e l’arte nasce anche una nuova forma di avanguardia politica chiamata Gamartivist. Ma con o senza giochi, le sollevazioni sono effimere e molti non credono ai cambiamenti radicali, soprattutto perché anche i giochi più rivoluzionari veicolano il virus nekomemetico, così letale per le reti della vita di Gaia… La gamification del lavoro non era un fenomeno nuovo e risaliva a tempi precedenti al Progetto Primavera. In particolare, si era avuta una prima sperimentazione con Uber e le altre imprese del settore, sui milioni di driver e rider, che in seguito furono messi in concorrenza con le robocar autonome e i delivery drone. L’adozione di elementi ludici, tipici dei Games, da parte delle piattaforme globali di trasporto aveva consentito loro di ottenere significativi aumenti di produttività e di profitto. In particolare, gli autisti androidizzati erano coinvolti in competizioni ludiche basate su punteggi, badges, classifiche, obiettivi da raggiungere, e altre modalità tipiche dei giochi. In pratica, i ritmi di lavoro incalzanti, anche con l’automatizzazione di molte funzioni di guida, erano stati trasformati in una sorta di gioco, con obiettivi da raggiungere quotidianamente e l’assenza di una seconda vita in caso di incidenti gravi. Data la relativa efficacia ottenuta nelle piattaforme di trasporto, in tutti i settori e gli ambiti queste tecniche vennero gradualmente integrate ai bot-manager che organizzavano le ore di lavoro e produzione. La gamification si diffuse tra i rider, gli studenti, i ricercatori, i militari, i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore, così come tra gli utenti delle app, diventando la nuova normalità. Inoltre, le piattaforme ampliarono la gamma di vantaggi che derivavano dall’utilizzo di questa pratica. Oltre all’aumento della produttività con il pretesto del divertimento, si cercava di aggirare ostacoli, resistenze e dimissioni in aumento. Questa situazione aveva contribuito a mantenere i Giochi come una forma di evasione predominante. Di conseguenza, intere generazioni si erano abituate, sin dai tempi della Great Resignation, a cercare fughe temporanee dai problemi che li affliggevano e li tormentavano, e i Giochi erano diventati una delle scappatoie più comuni e popolari. I vecchi videogames erano già stati per i Neet1 dei primi decenni del XXI un modo per evadere da un mondo che trovavano sgradevole, stressante, condizionante e da una vita avara di riconoscimenti per rifugiarsi in universi che permettevano di assumere altre identità e vivere altri destini rimanendo sé stessi. A quell’epoca il virus nekomemetico si sviluppava in modo sotterraneo e continuo, ma non aveva ancora preso le dimensioni assunte in seguito, la setticemia di Gaia era in palese incremento, ma non dilagava senza limiti e i resti del welfare ottenuto dalle lotte del XX lasciavano ancora qualche spazio di evasione limitata e virtuale. Ora si trattava di tutt’altro: oltre all’aggravarsi delle condizioni generali di vita, l’apatia malinconica indotta dalle TAM se da un lato dava un po’ di respiro alla biosfera dall’altro induceva molti a lasciarsi andare definitivamente. I Games avevano fatto enormi progressi dall’epoca dei videogiochi bidimensionali e persino delle prime esperienze di realtà virtuale (VR) in cui ci si trovava intrappolati in tute da palombaro. Tutto era rapidamente cambiato quando la VR e l’augmented reality (AR) erano state integrate alle evoluzioni delle nuove tecnologie olografiche che permettevano di vivere in multiversi misti, in cui non c’era quasi più soluzione di continuità fra reale e virtuale. Inizialmente gli ologrammi in tre dimensioni dei personaggi erano limitati a spazi circoscritti. In seguito vennero introdotte le tecniche 3D multi-sense2 in cui tutti i sensi dei gamers erano sollecitati in una realtà mista (mixed reality) tramite un dispositivo leggero che funzionava da addestratore neuronico, di cui poi i gamers in certi casi riuscivano a fare a meno. In pratica i Games erano sempre più integrati alla vita e viceversa, i gamers potevano restare a lungo immersi in questo mondo ibrido e i Reality Games3, che esistevano da diverse generazioni, erano stati un ulteriore passo in questa direzione. Sin dall’inizio erano basati su narrazioni online che si servivano del mondo reale e della vita dei giocatori come piattaforma, combinando le narrazioni transmediali per creare una storia coinvolgente e interattiva. Questi giochi spaziavano dalla caccia al tesoro alle avventure a tema giallo-poliziesco, coinvolgendo i giocatori in modo sempre più profondo nella trama. Successivamente, c’erano state estensioni per renderli utilizzabili da certe istanze della Governance, come per esempio, le aziende universitarie nell’industrializzazione dell’apprendimento. La Gov Q tendeva così a far diventare i giochi un nuovo modo di estrarre valore dalla cooperazione, magari meno doloroso dei precedenti, ma sicuramente più efficace. La nuova generazione dei giochi era stata chiamata Holo Reality Games (HRG) proprio perché lo svolgimento delle vicende era immerso nel reale e allo stesso tempo influenzato da esse. Gli HRG4 erano fondati sugli stessi canali di rete che poi sarebbero stati usati per la rivoluzione delle TAM e basati su un machine learning che avveniva in real time. Gli HRG più evoluti erano in grado di captare parametri molto diversificati, sia nel quotidiano che su un arco di tempo più lungo, sia di un sito specifico che di un vasto territorio. Questi Games immersi nei Data Tsunami, che utilizzavano e alimentavano nel contempo, erano informati online dell’attualità e delle tendenze sociopolitiche, economiche, tecnoscientifiche e le integravano in tempo reale negli scenari dei games. Eventi importanti o minori entravano a far parte di un game collettivo che variava di conseguenza; poteva trattarsi di avvenimenti di portata globale legati alla biosfera o alla geopolitica o anche di semplici fatti di cronaca locale o di tendenza sociale, che venivano a interagire con i Games e condizionare il gioco collettivo, con conseguenti variazioni della trama. Cominciava a esistere anche un effetto inverso anche se nei primi tempi pareva più limitato. Accadeva infatti che gli Holo Reality Games più popolari potessero effettivamente influenzare o modificare il mondo materiale. Questo gamificare il reale non era una novità. Sin dall’inizio del XXI l’allora imperante neurocapitalismo aveva integrato nelle sue pratiche multiformi elementi di gamification del reale con l’obbiettivo di consolidare la sua influenza e di alimentare la competitività, ispirandosi a quella che caratterizzava i Games prodotti dall’entertainment post-hollywoodiano. Consumismo, produttività e normalizzazione del tardo Neolib trovavano giovamento da questa operazione. Ora però non si trattava più di semplici trasposizioni limitate, ma di vere e proprie intrusioni dei Games nel reale. Gli epigoni del neurocapitalismo avevano aggiornato la riflessione di Baudrillard, il filosofo francese che avevo incontrato a Parigi, prima di essere trasformato in viaggiatore obbligato del tempo. E così si era espresso: «Vorrei innanzitutto evocare la natura perversa della relazione fra l’immagine e il suo referente, l’ipotetico reale; sulla virtuale e irreversibile confusione fra la sfera delle immagini e la sfera della realtà, di cui siamo sempre meno in grado di afferrare la natura. […] Più di ogni altra cosa deve essere messo in dubbio il principio di referenza delle immagini, questa strategia grazie alla quale sembrano […] riprodurre qualcosa di logicamente e cronologicamente a loro anteriore. Nulla di tutto questo è vero. In quanto simulacri, le immagini precedono il reale al punto da invertire l’ordine causale e logico del reale e della sua riproduzione»5 Le considerazioni sulla natura perversa delle immagini che precedevano il reale avevano ispirato anche Hideo Kobayashi, uno dei primi Chief Influencer Officer (CIO) della WorldForce ed eminenza grigia nelle sfere di potere, che le aveva applicate ai Games.Gli HRG da lui creati per conto di certe piattaforme globali potevano e anzi dovevano precedere la realtà. Kobayashi era stato influenzato da molti episodi di memification del reale in cui una realtà, prima di essere performata, esisteva e proliferava esclusivamente sotto forma di immagini e simulacri6. Si trattava di eventi avvenuti molto tempo addietro: l’invasione di Capitol Hill, il Campidoglio di Washington, e quella dei Três Poderes a Brasilia. In entrambi i casi orde golpiste-complottiste, eccitate da presidenti fascisti elettoralmente sconfitti e popolate da strani personaggi come il cornuto sciamano trumpista Jake Angeli e il suo equivalente bolsomerdista, occupano e devastano le più simboliche sedi del potere, sotto l’occhio benevolente di polizie impotenti perché conniventi. Introducendo le pratiche dei Games nella vita corrente, Kobayashi non proponeva mai narrative definitive. Nelle sue cornici tematiche preferite, come a esempio la caccia all’immigrato clandestino o all’immaginario terrorista islamo-gauchista, non indicava mai direttamente che esisteva un legame strutturale fra le due figure, ma dava piste da seguire, disseminava elementi nel corso del gioco lasciando all’utente la libertà di sviluppare una sua storia per arrivare alle conclusioni volute. In fondo non era che una riedizione in scala ridotta dello stesso principio che aveva portato il morbo nekomemetico ad agire sul reale nel modo che poi aveva condotto alla grave infezione di Gaia. Sul versante opposto alle attività top-down di Kobayashi e soci si era sviluppato un filone bottom-up di Games antagonisti all’interno dei movimenti sociali e politici, spesso effimeri e che periodicamente emergevano nella Sfera Autonoma. Vennero chiamati Pol(itical) Games e contribuirono talvolta a diffondere i movimenti in cui nascevano, facendo in modo che idee, comportamenti, espressioni artistiche e modalità che li caratterizzavano entrassero a far parte del gioco.Anche per i PolGames7, in un contesto di promiscuità fra movimenti reali e gioco, si manifestò la tendenza inversa per cui non era più il terreno sociopolitico a influenzare i Games, ma piuttosto il contrario. Da che mondo è mondo c’erano sempre stati precursori, avanguardie artistiche e scientifiche e attivisti, anche se nel lontano e moderatamente noioso periodo politico dell’orizzontalità nella Sfera Autonoma si volle credere, con un po’ di ingenuità, alla fine delle gerarchie; ma proprio dalle ceneri dell’orizzontalità risorsero degli innovatori politici che, al contrario dei vecchi attivisti e militanti, non si battevano su un fronte unico. I Gamartivist8 furono i primi a prendere l’iniziativa di concepire e utilizzare i Games come strumenti di innesco e di coinvolgimento in nuovi movimenti di gamification autonoma del reale. Essi rappresentavano una nuova generazione di attivisti, emersa all’interno della società dei Games, che condensava caratteristiche ereditate dalle generazioni precedenti di attivisti e di artisti antagonisti e comunque non complici delle Governance. Sembrava che i Gamartivist cercassero di fondere nel crogiuolo dei Games le iniziative e i comportamenti ritenuti più efficaci per scuotere dal torpore, dalla paura, dall’indifferenza, dalla propensione alla servitù volontaria, mentre la setticemia di Gaia avanzava e le oligarchie si preparavano alla Grande Fuga. Certe volte questi tentativi non facevano presa e restavano limitati a cerchi ristretti e militanti; ma altre volte trovavano i toni giusti per alimentare con nuovo combustibile la rivolta che covava sotto le ceneri lasciate dall’infezione biosferica. In questi casi ci pensava il franchising locale della security, i SecurServ della Gov Q (o la WorldForce quando le proporzioni dei movimenti erano troppo vaste) a cercare di spegnere la fiamma con forme di repressione normative e poliziesche, talvolta condotte come guerre contro le popolazioni o spezzoni di esse. I Games diventavano allora un vettore della ribellione e soprattutto della sua diffusione. Tuttavia, com’era già avvenuto in passato, l’indignazione e il coinvolgimento inizialmente travolgenti si spegnevano non solo e non tanto per l’intervento della Gov Q, ma principalmente per la mancanza di prospettive che andassero aldilà della denuncia, della rabbia e della sommossa. E i Games, che a quell’epoca non possedevano un’intelligenza propria, nonostante usassero i Data Tsunami, non potevano certo supplire a questa mancanza. Così andarono le cose per decenni anche prima dell’arrivo delle TAM e addirittura prima che l’ipotesi del morbo nekomemetico prendesse consistenza. Tali esperienze effimere dimostrarono che, anche se l’idea di un attacco globale e decisivo al sistema capitalistico fosse tornata d’attualità (cosa che non stava accadendo), essa non avrebbe potuto porre fine alla diffusione della crisi ecologica in corso e ciò contribuiva all’impotenza strategica dei vari movimenti. Questo feeling purtroppo tendeva a fare tutt’uno con la vecchia profezia resa celebre da Mark Fisher, ormai radicata da parecchie generazioni, che fosse più facile immaginare la fine del mondo umano9 che quella del capitalismo. A prima vista i fatti sembravano confermare questa ipotesi pessimista. Tuttavia, mi sembra importante sottolineare che ciò accadeva prima, quando ancora non esisteva il presentimento che solo focalizzando la lotta principalmente contro la pandemia nekomemetica le Governance avrebbero perso il loro potere, non senza infliggere micidiali colpi di coda. Ed anche per questo che i PolGames per quanto ribelli si afflosciavano assieme ai movimenti. Molti altri HRG non politici risentivano delle prospettive dark e inducevano spesso a processi assai rischiosi e autodistruttivi per i partecipanti. In alcune regioni vennero considerati sovversivi e vietati, ma tale attitudine più che altro contribuì a creare curiosità, interesse, e quindi in fin dei conti, a promuovere nuove forme di diffusione. Questi Games vennero adottati come sfida verso le istituzioni anche se di fatto non costituivano alcun pericolo per il potere. Anzi, si potrebbe dire che avvenisse proprio il contrario. Tra l’altro quasi tutti i Games di quella fase spesso erano vettori e amplificatori della pandemia nekomemetica. Al loro interno infatti veicolavano una gran quantità di memi contagiosi senza che nessuno o quasi se ne rendesse conto. E questo avveniva anche nei PolGames più rivoluzionari o legati all’ecologia politica. In quest’ultimo caso il paradosso era veramente forte. I PolGames e i movimenti dell’ecologia politica certo avrebbero potuto combattere con le migliori intenzioni, anche se non era sempre il caso, battaglie per impedire che l’infezione di Gaia distruggesse molte reti della vita, ma, salvo rari esempi, si trattava di cure sintomatiche. Non riuscivano a indirizzarsi veramente contro la causa prima dell’infezione: la pandemia nekomemetica. Non la bloccavano, ma alimentavano inconsapevolmente, questo sì, il flusso nekomemetico che trasformava gli umani in agenti primi dell’infezione. Note: Not in Education, Employment or Training. 3D multi-sense tecnologie basate sulle holograhic plasma technologies. Qui il Boomernauta, che pur potendo viaggiare nel tempo non era un gamer native, credo facesse riferimento ai nostri Alternate Reality Game (ARG). Nota dell’A. HRG: cfr. glossario. il Boomernauta aveva imparato quasi a memoria una citazione di Baudrillard un filosofo che aveva influenzato la sua gioventù. Io ho ritrovato quella originale e l’ho tradotta. https://monoskop.org/images/4/47/Baudrillard_Jean_The_evil_demon_of_images_1987.pdf Il Boomernauta mi disse che Kobayashi avesse ritrovato in un SSD abbandonato questo vecchio articolo, il primo a parlare della memificazione del reale che riapparve in rete: https://not.neroeditions.com/memificare-il-reale/ PolGames: cfr. glossario. Gamartivist: cfr. glossario. Il Boomernauta mi fa notare qui che era stato lui ad aggiungere l’aggettivo umano all’affermazione originale di Fredric Jameson resa universalmente nota da Mark Fisher che era a suo parere inesatta ed antropocentrica perché la fine dell’umanità non avrebbe certo implicato la fine della biosfera.
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La guerra contro l’Iran e le sue conseguenze Intervista a Wolfgang Streeck L’attuale guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran dimostra inequivocabilmente che le potenze europee vassalle e le loro classi dirigenti negligenti e indolenti non possiedono la minima capacità di analisi e di elaborazione teorica su ciò che comporta la disintegrazione dell’attuale sistema di potere. E soprattutto la loro incapacità di delineare uno scenario alternativo al caos imposto all’umanità intera da tale volatilizzazione dell’ordine globale e dalla crisi del capitalismo storico. Questo testo è stato originariamente pubblicato sulla «Frankfurter Rundschau» lo scorso 27 marzo ed è qui riprodotto con l’espressa autorizzazione dell’autore. I mercati finanziari sono in piena agitazione e cresce la preoccupazione nelle economie nazionali di fronte alla guerra lanciata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. Questo ti ricorda gli anni ’70 e la crisi del prezzo del petrolio di quel periodo? Non molto, a dire il vero. Allora la situazione era ancora relativamente gestibile, perché in fin dei conti, si trattava di un cartello di produttori con sede principalmente in Medio Oriente. Oggi, grazie al fracking, gli Stati Uniti sono autosufficienti dal punto di vista energetico e possono permettersi qualsiasi tipo di follia, compresa la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche non solo dell’Iran, ma di tutti gli Stati del Golfo e, come bonus aggiuntivo, l’annientamento della società iraniana nel suo complesso. A quell’epoca, al contrario, Nixon e Kissinger preparavano un riavvicinamento alla Cina, mentre in Germania il governo social-liberale di Brandt/Scheel attuava dal 1969 una nuova politica di distensione, che portò alla fine del blocco dell’Est due decenni più tardi. La guerra contro l’Iran potrebbe finire per essere il più grande errore della presidenza Trump? È evidente che ha sottovalutato il potenziale di escalation di questa guerra. Lo fanno tutti, almeno gli americani; non c’è bisogno di Trump per questo. Guardate Biden in Ucraina; ma anche gli europei commettono lo stesso errore e così nel 2022 si sono lasciati convincere dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che la guerra in Ucraina sarebbe finita nel giro di pochi mesi (i russi, tra l’altro, la pensavano in modo simile). Oggi l’Unione Europea ha preso il posto degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina e insiste che debba continuare nonostante gli americani abbiano perso ogni interesse e i russi, in generale, abbiano già vinto la guerra. Perché? Presumibilmente perché non vogliono ammettere di aver «sottovalutato il potenziale di una sua escalation», come dici tu, o perché sperano di ottenere benefici tecnologici ed economici, nonché una maggiore coesione interna da una guerra che altri stanno combattendo per conto loro. Questo non funzionerà, ma la speranza muore più tardi degli ucraini, i quali, secondo von der Leyen, stanno «morendo per i nostri valori». C’è chi sospetta che Trump potrebbe utilizzare la guerra per manipolare in qualche modo le elezioni di medio termine che si terranno il prossimo novembre. Potrebbero averlo incoraggiato a entrare in guerra considerazioni politiche interne? È possibile: le guerre si combattono anche per consolidare la propria fazione e neutralizzare l’opposizione bollandola come traditrice. Ma la guerra contro l’Iran non è popolare negli Stati Uniti, dove l’ipotesi prevalente è che Israele e la lobby israeliana abbiano convinto Trump a entrare in guerra con la promessa che la questione iraniana si sarebbe risolta in pochi giorni. Non sappiamo, ovviamente, quale materiale compromettente Netanyahu possa avere contro Trump. C’è qualcosa che va sicuramente tenuta in considerazione, qualcosa che spesso viene trascurata in Germania: che gli Stati Uniti sono, in linea di principio, imbattibili nel proprio continente, situati tra due oceani e con solo due Stati confinanti, uno a nord e uno a sud, entrambi sotto il loro totale controllo. Motivo per cui possono permettersi qualsiasi cosa in materia di politica estera o dal punto di vista militare, qualsiasi assurdità, come la guerra del Vietnam o l’invasione dell’Iraq: iniziative completamente inutili, messe in atto semplicemente perché sì; e se le cose vanno male, se ne tornano semplicemente a casa, dove nemmeno il vincitore più vittorioso può seguirli. Questo spiega anche perché gli Stati Uniti mantengano abitualmente vecchie ostilità verso Stati che in qualche modo si sono mostrati recalcitranti – Cuba, Iran, Afghanistan – per decenni. Per quante volte falliscano le loro crociate, non hanno niente da ricostruire, niente per cui fare ammenda, niente da imparare. A gennaio Trump ha chiesto l’aumento del bilancio della difesa per il 2027 fino a 1,5 trilioni di dollari, il che comporta un incremento di oltre il 50% rispetto al 2026, raggiungendo così il bilancio militare più alto della storia dell’umanità (900 miliardi di dollari). Immagino che sia così che intende evitare che i vertici militari gli chiedano perché dovrebbero bombardare l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra: quel paese non ha fatto nulla agli Stati Uniti e non potrebbe mai farlo. Molti sospettano che ci siano motivi personali dietro la decisione di Netanyahu di entrare in guerra; più precisamente, che stia cercando di salvarsi dalle accuse di corruzione attraverso guerre continue. O per assicurarsi la rielezione. Sì, è possibile. D’altra parte, non bisogna sopravvalutare l’elemento personale. La distruzione dell’Iran è un’ambizione israeliana a lungo accarezzata e ampiamente condivisa. Israele vuole continuare a essere l’unica potenza nucleare in «Asia occidentale» (come la chiamano gli iraniani). Se gli Stati Uniti dovessero mai abbandonare la loro alleanza con Israele, quest’ultimo non esiterebbe, se le cose si mettessero male, a usare le sue armi nucleari. A cos’altro servirebbe tutto il denaro investito in esse? (Anche tenendo conto che i sottomarini equipaggiati con sistemi di lancio nucleare sono un regalo della Repubblica Federale di Germania.) Non posso escludere che Trump stia partecipando all’attacco contro l’Iran perché i suoi servizi segreti o lo stesso Netanyahu lo abbiano informato che Israele non esiterebbe, in caso di emergenza, a dispiegare i propri missili, bombardieri e navi con armamenti nucleari. Il discorso si sta facendo ora molto speculativo. È fondamentalmente Putin a minacciare l’uso di armi nucleari nella guerra in Ucraina, non Israele. Perché Israele si esporrebbe a una pericolosa logica di escalation nucleare? È strategicamente sensato essere preparati a tutto, quando è in gioco la propria esistenza. A differenza della Russia e delle altre potenze nucleari, Israele non ha nessuna dottrina nucleare, ma chiunque ne capisca della materia sa che proprio questa è la sua dottrina nucleare. Ancora una volta, l’Unione Europea dà un’immagine di debolezza, se ci si fosse aspettata una maggiore resistenza di fronte a Trump. Solo il presidente del governo spagnolo parla con chiarezza. Perché l’UE è così debole nei momenti cruciali? L’UE non è uno Stato e non lo sarà mai. Né in questo caso ha importanza, perché nessuno le presta la minima attenzione. Per quanto riguarda i suoi Stati membri, le loro premesse differiscono radicalmente. La Francia mantiene stretti legami con il Libano e, tradizionalmente, si sopravvaluta come sua protettrice. La Spagna ha legami di lunga data, soprattutto culturali, con il mondo musulmano. La Germania ha una ben nota relazione speciale con Israele e difende un «diritto all’esistenza» per Israele, la cui definizione è lasciata alla discrezione di quest’ultimo, sia in termini di estensione territoriale che di assetto interno dello Stato israeliano. Prima di ricorrere alle armi nucleari, Israele chiederebbe senza dubbio alla Germania, in nome della «ragione di Stato» tedesca, un sostegno militare; nessun altro Stato membro dell’UE, salvo forse i Paesi Bassi, sarebbe disposto a farlo. Non posso essere d’accordo con te quando dici che Israele ricorrerebbe alle armi nucleari. Israele si comporta con la stessa razionalità delle altre potenze nucleari. Ciò significa che si riserva il diritto, proprio come le altre potenze nucleari, di utilizzare le proprie armi nucleari, se fosse necessario. Per quale altro motivo le avrebbe? Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dapprima espresso la sua comprensione per l’attacco, per poi affermare che non era «la nostra guerra». Sta seguendo le orme di uno dei suoi predecessori, Gerhard Schröder? Dipende da come si interpretino quelle orme. Schröder si rifiutò, insieme a Chirac, di unirsi a Bush II nell’invasione dell’Iraq. In generale, tuttavia, lui – e la Repubblica Federale sotto la sua guida e quella di Fischer – hanno fornito ogni tipo di sostegno agli Stati Uniti, specialmente nella cosiddetta «guerra al terrorismo», quando Steinmeier, in qualità di capo della Cancelleria federale, dovette approvare l’uso della base aerea di Ramstein, se non ricordo male, per ogni singolo volo statunitense, compresi quelli utilizzati per trasferire i prigionieri al centro di detenzione di Guantánamo. Anche la Merkel, a volte con Sarkozy, a volte con Hollande, ha cercato ripetutamente di tenersi in disparte da singole operazioni statunitensi, come in Siria e in Ucraina (Minsk I, Minsk II, insieme al presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier). Ci sono altri esempi? Vale anche la pena ricordare Guido Westerwelle, che, in qualità di ministro degli Esteri tedesco, nel 2011 si astenne in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu al momento di approvare il disastroso intervento americano in Libia. In Germania, nell’ambito della Nato, sono di stanza 40.000 soldati statunitensi, insieme a numerosi bombardieri dotati di capacità nucleare e alle relative armi nucleari, e a Wiesbaden si trova il centro di comando delle forze statunitensi per tutte le operazioni in Medio Oriente, compreso l’attuale bombardamento dell’Iran. Nessuna parola di obiezione da parte di Merz; in termini generali, quindi, l’attuale cancelliere tedesco sta seguendo le orme di Schröder – e della Merkel –, ma gli storici del futuro dovranno determinare esattamente in che modo lo stia facendo. Merz non dovrebbe opporsi a Trump e Netanyahu con maggiore fermezza? Dopotutto, gli esperti temono la peggiore crisi energetica di tutti i tempi. Dovrebbe opporsi, sì, dovrebbe farlo senza alcun dubbio. Soprattutto perché non si tratta più soltanto di una crisi energetica, per quanto possano dire gli «esperti». Stiamo parlando di una conflagrazione globale; si è tentati di dire che, se necessario, alla fine compreremo semplicemente quel petrolio dai russi. Possiamo solo speculare su ciò che Trump e Netanyahu faranno dopo. Quello che sappiamo è che, qualunque cosa decidano, non daranno ascolto a un cancelliere tedesco, perché è certo che, alla fine, questi starà al loro gioco, qualunque cosa accada. Il mondo è in guerra, anche se non ci sono blocchi opposti che si affrontano, come accadeva nelle due guerre mondiali. Si tratta già della Terza guerra mondiale? Tutte le guerre sono diverse. Nella Prima guerra mondiale crollarono gli imperi; nella Seconda guerra mondiale si trattava di sconfiggere due grandi potenze regionali, la Germania e il Giappone, che volevano soggiogare le rispettive «sfere d’influenza». Il risultato fu un mondo diviso con due potenze vittoriose, gli Stati Uniti e l’Urss, ciascuna dotata del proprio impero: una in espansione, l’altra limitata da sé stessa e dalla politica di «containment» portata avanti dalla rivale, fino a che non si dissolse in modo sorprendentemente pacifico alla fine del XX secolo. Seguirono più di tre decenni di un ordine mondiale unipolare in cui non passava un solo giorno senza che la potenza egemonica combattesse una guerra o l’altra in qualche parte del mondo. E questo si chiamava «stabilità». Oggi assistiamo alla disintegrazione di quella superpotenza, che non riesce a decidere tra se ritirarsi o resistere, mostrando una marcata tendenza verso quest’ultima opzione. Come sarebbe una Terza guerra mondiale in queste circostanze? Gli Stati Uniti potrebbero attaccare molto presto la Cina nel tentativo di fermare la sua ascesa, fino a quel momento inarrestabile. (Secondo l’attuale dottrina di sicurezza americana, non deve esserci alcuna potenza sulla Terra pari agli Stati Uniti.) A tal fine, tra le altre cose, eserciterebbe pressioni sulla Russia dall’Europa occidentale – o farebbe in modo che la Nato le esercitasse – in primo luogo per impedirle di aiutare la Cina e, in secondo luogo, per costringere la Cina a dirottare risorse per sostenere la Russia. Il Giappone e l’Europa della Nato, in particolare la Germania, sarebbero indotti a schierarsi con gli Stati Uniti. Israele coglierebbe l’occasione per distruggere irrimediabilmente gli Stati e i popoli che lo circondano; anche adesso, la guerra con l’Iran non sarà mai abbastanza lunga per Israele, perché alla sua ombra possono continuare, senza che vengano notate, l’annessione totale e la pulizia etnica di Gaza, della Cisgiordania e del sud del Libano. Tutto il resto si trova, per dirla con Clausewitz, avvolto nella nebbia di questo campo di battaglia che si espande inesorabile davanti ai nostri occhi. Testi consigliati Wolfgang Streeck, ¿Cómo terminará el capitalismo?, (2017), Comprando tiempo: La crisis pospuesta del capitalismo democrático (2016); Progreso tecnológico y cambio histórico: Engels, la guerra y la hipertrofia del Estado en el siglo XX, «NLR» 123, ¿Cómo terminará el capitalismo?, «NLR» 87; No se vislumbra un final: reflexiones sobre la literatura reciente en torno a la destrucción de Gaza, La Unión Europea en guerra: dos años después, Violencia estadounidense: entrevista a Wolfgang Streeck e La coyuntura leída por Wolfgang Streeck, articoli e interviste pubblicati su «Diario Red»; El retorno del rey, El belicismo suicida de las democracias autoritarias occidentales, Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos e La Unión Europea, la OTAN y el próximo orden mundial, articoli e interviste pubblicati su «El Salto». Wolfgang Streeck è direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, dopo aver insegnato Sociologia presso lo stesso Istituto e presso la Facoltà di Economia e Scienze Sociali dell’Università di quella città tra il 1995 e il 2014. Inoltre è membro del Consiglio di Ricerca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole dal 2012 e ha insegnato Sociologia e Relazioni Industriali all’Università del Wisconsin-Madison tra il 1988 e il 1995. ● Traduzione di Mauro Trotta
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Tra psiche e composizione: pratiche liminali dell’ascolto Ricerca e psiche nel lavoro di Elena Gigante Ghigas All’interno della rubrica Risonanze Sonore, che si occupa di esplorare le forme più aperte e liminali della ricerca sonora contemporanea, il lavoro di Elena Gigante, conosciuta anche come Ghigas, appare come un territorio in cui musica, psiche e spazio percettivo entrano in risonanza reciproca. La sua pratica non nasce infatti da un unico campo disciplinare, ma si sviluppa all’incrocio tra composizione elettroacustica, ricerca scientifica e pratica psicoanalitica. In questo intreccio il suono non è semplicemente materiale musicale, ma diventa una soglia attraverso cui interrogare i processi della percezione, della memoria e dell’esperienza interiore. Elena Gigante, Ghigas, si è formata tra musica, psicologia e neuroscienze, sviluppando un percorso che tiene insieme studio accademico e ricerca artistica. Dopo il diploma in pianoforte e gli studi in psicologia clinica, ha conseguito un dottorato in neuroscienze presso l’Università Sapienza di Roma, concentrandosi sugli effetti dell’allenamento musicale sulla plasticità cerebrale e sui processi di percezione del movimento sonoro. Parallelamente ha continuato a muoversi nel campo della composizione contemporanea, partecipando a workshop e progetti con alcune delle figure più rilevanti della musica sperimentale internazionale. Questo doppio movimento – scientifico e artistico – costituisce uno degli elementi più riconoscibili del suo lavoro: una ricerca che non separa l’indagine sul suono dall’indagine sulla mente che lo ascolta. Accanto alla composizione, Gigante esercita come psicoanalista junghiana ed è impegnata nella formazione e nella didattica. Insegna progettazione del suono nello spazio all’Accademia di Belle Arti di Bari e tiene corsi sulla fenomenologia dell’arte presso il Centro Italiano di Psicologia Analitica. Anche qui la dimensione sonora non viene trattata come un oggetto isolato, ma come un campo di esperienza in cui percezione, immaginazione e simbolizzazione si intrecciano. Il suono diventa così una forma di ascolto ampliato, capace di mettere in relazione dimensione estetica e dimensione psichica. Le sue opere sono state presentate in numerosi contesti internazionali dedicati alla musica contemporanea e alla ricerca audiovisiva, tra cui i Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image a Londra e Tempo Reale in Italia. Tuttavia, la traiettoria di Gigante non si definisce tanto attraverso il circuito festivaliero quanto attraverso una ricerca che tende deliberatamente verso zone periferiche dell’esperienza sonora. La sua pratica esplora infatti ciò che resta ai margini della percezione: suoni fragili, imperfetti, spesso sporchi, che sembrano situarsi in una zona di instabilità tra ciò che può essere ascoltato e ciò che sfugge all’ascolto. In questa prospettiva l’ascolto non è mai un atto puramente passivo. È piuttosto un processo liminale, una soglia in cui il suono emerge e scompare, lasciando affiorare dimensioni spesso invisibili dell’esperienza. Non sorprende che molte delle sue installazioni e composizioni nascano da contesti inattesi. Gigante ha spesso collocato le proprie sculture sonore in ambienti non convenzionali, trasformando spazi tecnici o scientifici in luoghi di ascolto. In uno dei suoi progetti, ad esempio, un tubo per risonanza magnetica diventa una sorta di camera acustica in cui il corpo dell’ascoltatore è immerso in una condizione percettiva radicalmente diversa. Come ricercatrice in Neuroscienze alla Sapienza e alla Fondazione Santa Lucia IRCSS di Roma dal 2013 al 2015, ha progettato esperimenti sonori proprio all’interno del tubo di risonanza: il soggetto volontario, disteso nella posizione canonica di una qualsiasi risonanza magnetica, riceveva tramite cuffie stimoli sonori corrispondenti a un paesaggio in movimento, costruito attraverso un software come Matlab. In questa situazione estrema e controllata, il suono non solo attraversa il corpo, ma diventa uno strumento per indagare le dinamiche profonde della percezione, mettendo in relazione spazio acustico e attività cerebrale. In questi dispositivi lo spazio non è un semplice contenitore, ma una materia attiva della composizione. L’impiego di tecniche come l’Ambisonico consente di articolare il suono come campo tridimensionale, avvolgente, in cui la posizione e il movimento dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera. L’attenzione alla dimensione corporea dell’ascolto si traduce così in una pratica installativa che lavora sulla prossimità, sull’immersione e sulla dislocazione percettiva. Il suono non si limita a essere ascoltato: attraversa il corpo, lo orienta nello spazio, lo espone a micro-variazioni che sfuggono a una percezione immediatamente cosciente. Questi dispositivi non cercano l’effetto spettacolare, ma aprono situazioni in cui il suono può essere percepito come evento fisico, mentale e simbolico allo stesso tempo. Proprio in questa tensione tra presenza e sottrazione si attiva una possibilità più profonda: quella di entrare in relazione con ciò che normalmente resta invisibile o inconscio, lasciando emergere zone latenti dell’esperienza. L’ascolto diventa allora uno spazio di trasformazione della percezione, in cui ciò che non è immediatamente dicibile può comunque essere attraversato e, in qualche modo, sentito. La sua ricerca si muove dunque lungo una linea sottile tra musica, installazione e indagine psicologica. Più che produrre oggetti sonori chiusi, Gigante sembra interessata a costruire condizioni di ascolto, situazioni in cui l’esperienza sonora diventa uno spazio di trasformazione. In questo senso il suo lavoro si inserisce pienamente nella sensibilità che attraversa molta della musica sperimentale contemporanea: un’attenzione al suono come fenomeno situato, inseparabile dal contesto, dal corpo e dalla memoria di chi ascolta. Accanto alla pratica artistica, Gigante ha sviluppato anche una riflessione teorica sul rapporto tra musica e psiche, pubblicando diversi libri e saggi in cui il suono viene pensato come esperienza capace di attraversare dolore, assenza e processi di elaborazione simbolica. Anche in questo caso la scrittura non appare come un’attività separata dalla composizione, ma come un’altra forma di esplorazione dello stesso territorio: quello in cui il suono diventa una modalità di pensiero. All’interno di Risonanze Sonore, il lavoro di Elena Gigante si rivela dunque particolarmente significativo perché mette in luce una dimensione spesso trascurata della ricerca sonora: la sua capacità di interrogare non soltanto le forme della musica, ma le modalità stesse attraverso cui ascoltiamo e diamo senso a ciò che ascoltiamo. In questo spazio di confine tra udibile e inaudibile, tra esperienza sensoriale e dimensione psichica, il suono smette di essere semplicemente un oggetto estetico e diventa una pratica di attenzione, un modo di entrare in relazione con ciò che, dentro e fuori di noi, continua a chiedere di essere ascoltato. In coda, l’ascolto dei lavori di Elena Gigante restituisce una sensazione precisa: il suono non si impone, ma si avvicina lentamente, si muove nello spazio e modifica l’ascolto in modo quasi impercettibile. Le sue composizioni lavorano su piccoli scarti, su variazioni minime che chiedono attenzione e tempo. Più che essere comprese subito, sembrano agire in profondità, lasciando una traccia che continua anche dopo. È una pratica essenziale, che non riempie ma apre: uno spazio in cui l’ascolto cambia forma e diventa più consapevole, più sensibile a ciò che normalmente resta ai margini. Buon ascolto: https://elenaghigas.bandcamp.com/ di Elena Gigante anche: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante Between psyche and composition: Liminal Practices of Listening Research and Psyche in the Work of Elena Gigante Ghigas by Franco Oriolo Within the framework of Risonanze Sonore, a column devoted to exploring the most open and liminal forms of contemporary sound research, the work of Elena Gigante, also known as Ghigas, emerges as a territory where music, psyche, and perceptual space resonate with one another. Her practice does not originate from a single disciplinary field, but rather develops at the intersection of electroacoustic composition, scientific research, and psychoanalytic practice. Within this interplay, sound is no longer merely musical material; it becomes a threshold through which to question processes of perception, memory, and inner experience. Elena Gigante’s (Ghigas) background spans music, psychology, and neuroscience, shaping a path that brings together academic study and artistic research. After graduating in piano and clinical psychology, she obtained a PhD in neuroscience at Sapienza University of Rome, focusing on the effects of musical training on brain plasticity and on the perception of sound motion. At the same time, she continued her work in contemporary composition, participating in workshops and projects with some of the most significant figures in experimental music. This dual trajectory—scientific and artistic—represents one of the most distinctive aspects of her work: a research approach that refuses to separate the investigation of sound from the investigation of the mind that listens to it. Alongside her compositional activity, Gigante works as a Jungian psychoanalyst and is actively involved in teaching and training. She teaches spatial sound design at the Academy of Fine Arts in Bari and lectures on the phenomenology of art at the Italian Center of Analytical Psychology. Here too, sound is not treated as an isolated object, but as a field of experience in which perception, imagination, and symbolization intertwine. Sound thus becomes an expanded form of listening, capable of connecting aesthetic and psychic dimensions. Her works have been presented in numerous international contexts dedicated to contemporary music and audiovisual research, including the Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image in London, and Tempo Reale in Italy. Yet Gigante’s trajectory is not defined primarily by the festival circuit, but by a research practice that deliberately moves toward the peripheral zones of sonic experience. Her work explores what remains at the margins of perception: fragile, imperfect, often “dirty” sounds that inhabit an unstable zone between what can be heard and what escapes listening. From this perspective, listening is never a purely passive act. Rather, it is a liminal process, a threshold where sound emerges and disappears, allowing often invisible dimensions of experience to surface. It is no coincidence that many of her installations and compositions originate in unexpected contexts. Gigante has frequently placed her sound sculptures in unconventional environments, transforming technical or scientific spaces into sites of listening. In one of her projects, for instance, an MRI scanner tube becomes a kind of acoustic chamber in which the listener’s body is immersed in a radically altered perceptual condition. As a neuroscience researcher at Sapienza University and at the Santa Lucia Foundation IRCCS in Rome between 2013 and 2015, she designed sound experiments precisely inside the MRI tube: the volunteer subject, lying in the standard position used for medical scans, received through headphones a series of sonic stimuli corresponding to a moving soundscape, constructed using software such as Matlab. In this extreme and controlled setting, sound not only passes through the body, but becomes a tool to investigate the deeper dynamics of perception, placing acoustic space in direct relation with brain activity. In these dispositifs, space is not a neutral container but an active material of composition. The use of techniques such as Ambisonics allows sound to be articulated as a three-dimensional, enveloping field in which the position and movement of the listener become integral to the work. Attention to the bodily dimension of listening translates into an installation practice that operates through proximity, immersion, and perceptual dislocation. Sound is not simply heard: it traverses the body, orients it in space, and exposes it to micro-variations that elude immediate conscious perception. These dispositifs do not aim at spectacle, but rather open up situations in which sound can be experienced simultaneously as a physical, mental, and symbolic event. It is precisely within this tension between presence and withdrawal that a deeper possibility emerges: that of entering into relation with what normally remains invisible or unconscious, allowing latent zones of experience to surface. Listening thus becomes a space for the transformation of perception, where what cannot be immediately articulated can nevertheless be encountered, and in some way, felt. Her research therefore unfolds along a subtle line between music, installation, and psychological inquiry. Rather than producing closed sonic objects, Gigante seems interested in constructing conditions for listening—situations in which sonic experience becomes a space of transformation. In this sense, her work fully resonates with a broader tendency in contemporary experimental music: an attention to sound as a situated phenomenon, inseparable from context, from the body, and from the memory of the listener. Alongside her artistic practice, Gigante has also developed a theoretical reflection on the relationship between music and psyche, publishing several books and essays in which sound is conceived as an experience capable of traversing pain, absence, and processes of symbolic elaboration. Here too, writing does not appear as a separate activity from composition, but as another way of exploring the same territory: one in which sound becomes a mode of thought. Within Risonanze Sonore, the work of Elena Gigante thus proves particularly significant in that it highlights a dimension often overlooked in sound research: its capacity to question not only musical forms, but the very ways in which we listen and make sense of what we hear. In this space of tension between the audible and the inaudible, between sensory experience and psychic dimension, sound ceases to be merely an aesthetic object and becomes a practice of attention—a way of entering into relation with what, both within and outside us, continues to ask to be heard. In closing, listening to Elena Gigante’s works conveys a clear sensation: sound does not impose itself, but approaches slowly, moves through space, and subtly reshapes perception. Her compositions work through small shifts and minimal variations that require attention and time. Rather than being immediately understood, they seem to act more deeply, leaving a trace that lingers beyond the listening moment. It is an essential practice that does not fill but opens up a space where listening changes form, becoming more aware and more sensitive to what usually remains at the margins. Enjoy listening: https://elenaghigas.bandcamp.com/ by Elena Gigante also: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante
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Civil War Garland, lo spettacolo e la forza bruta Roberto Rup Paolini Ho visto Civil War di Alex Garland e non mi ha deluso. È un film che sa fare il suo mestiere, tiene la tensione, costruisce sequenze memorabili, e lascia addosso un'inquietudine che non si dissolve facilmente uscendo dalla sala. Un'inquietudine che però, a rifletterci, non nasce tanto da ciò che il film dice, quanto da ciò che sceglie deliberatamente di non dire. Due scene su tutte mi sono rimaste impresse. La prima: il gruppo di giornalisti si imbatte in una piccola formazione paramilitare. Non sappiamo chi siano, per chi combattano, cosa vogliano difendere o conquistare. Non lo sanno probabilmente nemmeno loro. Quel che è chiaro è che hanno un fucile e il controllo di un pezzo di territorio. Basta questo. Il potere qui non è ideologia, non è programma, non è nemmeno odio organizzato, è pura forza di fatto, esercitata nel raggio di cento metri. Una feudalità improvvisata e feroce. La seconda: la scena finale. Lee, la fotografa veterana interpretata da Kirsten Dunst, si lascia fotografare in punto di morte dalla giovane Jessie, la sua allieva. Il testimone passa. Ma non passa un'etica, passa una tecnica. Jessie impara a scattare, non a vedere. E Lee, che per tutto il film ha guardato il mondo attraverso un obiettivo tenendosi a distanza dall'orrore, diventa essa stessa immagine. Da soggetto a oggetto. L'ultimo atto di un giornalismo che si autocannibalizza. Per capire perché la scelta di Garland sia tutt'altro che innocente, bisogna fare un passo indietro di un secolo. I maestri del montaggio sovietico, Ejzenštejn, Kulešov, Vertov, avevano già dimostrato negli anni Venti che le immagini non parlano mai da sole. È il celebre effetto Kulešov: lo stesso identico volto, neutro, inespressivo, acquista significati radicalmente diversi a seconda dell'immagine che gli viene accostata. Accanto a un piatto di minestra comunica fame, accanto a una bara comunica dolore, accanto a una bambina che gioca comunica tenerezza. Il significato non abita nell'immagine, abita nel taglio, nella giustapposizione, nella sequenza. Ogni scelta di montaggio è già una posizione. Ogni inquadratura è già un giudizio. Garland lo sa. Non può non saperlo. E allora la sua pretesa di neutralità, mostrare la guerra così com'è, lasciare che siano le immagini a parlare, non è ingenuità. È una posizione mascherata da assenza di posizione. Il che, come vedremo, è esattamente il cuore del problema. Ryszard Kapuściński, il più grande reporter del Novecento, aveva un'idea radicalmente diversa del mestiere. Per lui il giornalista non poteva permettersi il lusso della distanza. Doveva entrare nella realtà, viverla dall'interno, sporcarsi. «Per fare questo lavoro», scriveva, «bisogna amare gli esseri umani». Non fotografarli. Non immortalarli. Amarli. Il che implica una posizione morale, un giudizio, una scelta di campo. Implica, in una parola, tutto ciò che Lee ha progressivamente dismesso nel corso del film e che Jessie non ha mai nemmeno iniziato a costruire. Quello che passa di mano nell'ultima scena non è il testimone del giornalismo, è la sua pietra tombale. E quella fotografia finale, Lee morente nell'obiettivo di Jessie, è già, nel momento stesso in cui viene scattata, un'altra cosa rispetto a ciò che ritrae. Accostata alla gloria del reportage, diventa icona. Accostata alla sua inutilità, diventa epitaffio. Kulešov lo sapeva: l'immagine non ha un significato, ne ha tanti, tutti dipendenti da chi la monta, da chi la distribuisce, da chi decide la cornice. Oggi quella cornice si chiama algoritmo, si chiama piattaforma, si chiama propaganda. E l'immagine che parla da sola è solo un'immagine che parla con la voce di qualcun altro. Da queste due scene si può partire per leggere qualcosa di più largo. C'è una scena all'inizio del film che molti hanno liquidato come dettaglio: il presidente tiene un discorso alla nazione. Lo vediamo provato e riprovato, corretto, ridimensionato. «La più grande vittoria dell'umanità» diventa «la più grande vittoria bellica». Una recita nella recita. La propaganda che si aggiusta in tempo reale davanti ai nostri occhi. L'America che Garland mette in scena è un paese in cui il potere si è concentrato fino a spezzarsi. Quello che vediamo, e che riconosciamo perché il film è dichiaratamente un'allegoria del presente, è il risultato di una torsione autoritaria che ha progressivamente eroso gli apparati democratici di concertazione, quegli ammortizzatori istituzionali che in una democrazia funzionano da cuscinetto tra il leader e la base, tra la decisione e le sue conseguenze. Vale la pena dirlo chiaramente: ciò che Trump mostra come esercizio personale e solitario del potere è anch'esso, almeno in parte, spettacolo. Dietro c'è un apparato, ci sono interessi, una macchina che lavora. Ma la forma conta. E la forma della concentrazione, anche quando è rappresentazione, produce effetti reali. Difficile non pensare a ciò che accade oggi. Trump governa a colpi di post, di tweet, di dichiarazioni che si contraddicono da un giorno all'altro senza che nessuno sembri chiedere conto della contraddizione. Non è disorganizzazione, è tecnica. La saturazione informativa, la velocità, l'incoerenza sistematica sono strumenti di potere: rendono illeggibile la realtà, esauriscono l'attenzione critica, normalizzano l'assurdo. La forma è già essa stessa spettacolo, nel senso più debordiano del termine, una rappresentazione che si sostituisce alla realtà e la governa. Del resto le etichette del conflitto si svuotano sempre, prima o poi. I guelfi e i ghibellini del Trecento erano già in larga parte finzione politica, contenitori che il potere riempiva di volta in volta con interessi diversi, alleanze mutevoli, convenienze locali. La fedeltà all'imperatore o al papa era spesso un'etichetta dietro cui si nascondevano faide familiari, controllo del commercio, rivalità di campanile. La propaganda del potere ha sempre avuto bisogno di queste semplificazioni, destra e sinistra, rossi e blu, noi e loro, per rendere illeggibile il conflitto reale, quello economico, quello di classe. E la parola feudale non è usata qui come metafora pittoresca, è una descrizione strutturale. Quando il potere centrale si sgretola, quando vengono meno le istituzioni che mediano tra il sovrano e il territorio, ciò che emerge non è il nuovo, è l'antico. L'Europa del Trecento ce lo ha già mostrato: l'impero che scende in Italia per tenere insieme un regno che si dissolve, il papato ostaggio della corona di Francia ad Avignone, e nel mezzo la penisola spaccata tra guelfi e ghibellini. Ogni signore, ogni comune, ogni capitano di ventura si ritagliava il suo pezzo di territorio e lo difendeva con la forza. Non c'era un progetto, non c'era una visione, c'era un fucile e il controllo di cento metri di strada. Oggi come allora. Quando quel potere collassa, come nel film, non genera un vuoto che si riempie di coscienza collettiva, di organizzazione dal basso, di movimento. Genera frammentazione. Ognuno si prende il suo piccolo potere locale, e lo esercita con lo stesso DNA da cui si è generato: la forza bruta. Il paramilitare incontrato dai giornalisti non è un'anomalia del sistema, è il sistema ridotto alla sua essenza, privato di ogni mediazione. Il collasso del potere autoritario non genera dal basso nulla di nuovo. Non nasce un movimento, non emerge una coscienza collettiva, non si organizza una resistenza. Il potere si frantuma, e ogni frammento replica il DNA originario, quello della sopraffazione, del controllo senza legittimità, della forza come unico argomento. Non è anarchia nel senso nobile del termine. È la stessa violenza, rimpicciolita e moltiplicata, distribuita capillarmente sul territorio come un franchising del terrore. È qui che il film smette di essere distopia e diventa diagnosi. Non di un futuro possibile, ma di un presente già in corso. E questo vale anche su scala globale. Gli apparati internazionali nati dal secondo dopoguerra, l'ONU, la NATO, il sistema dei veti al Consiglio di Sicurezza tra le cinque potenze permanenti, non hanno mai funzionato come promesso. Le risoluzioni venivano ignorate, i veti usati cinicamente, la legittimità invocata a corrente alternata a seconda degli interessi. Era ipocrisia istituzionalizzata, nessuno lo nega. Ma l'ipocrisia ha una funzione. Obbliga almeno alla finzione del rispetto, impone una forma, crea uno spazio in cui il conflitto può essere nominato senza esplodere immediatamente in forza bruta. Oggi quella finzione si sta sgretolando, e c'è chi lo celebra come un atto di onestà storica, finalmente si vede il mondo com'è davvero, senza ipocrisie. Ma vedere il mondo com'è davvero, senza nessun ammortizzatore, senza nessuna mediazione, significa esattamente quello che Garland mostra nel film: il paramilitare con il fucile e il controllo di cento metri di strada. Solo che su scala planetaria. Non è la fine dell'ipocrisia. È la fine del limite. Quello che manca, nel film come nel dibattito pubblico contemporaneo, è una lettura politica di ciò che la società produce. Non nel senso partitico del termine, destra contro sinistra, rossi contro blu, ma nel senso strutturale: chi beneficia del conflitto, quali interessi economici lo alimentano, dove si annidano le cause reali dietro le narrazioni spettacolari. La guerra, ogni guerra, compresa quella immaginaria di Garland, non è mai solo ideologia. È la continuazione con altri mezzi di dispute economiche che il sistema non riesce più a risolvere al proprio interno. Quando la crescita rallenta, quando i mercati si saturano, quando le élite non trovano sbocchi sufficienti all'accumulazione, il conflitto diventa uno strumento di redistribuzione violenta delle risorse. Lo sapeva Clausewitz, lo sapeva Lenin, lo sa chiunque guardi ai conflitti contemporanei senza il filtro della propaganda. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Pacifico, il caos mediorientale, dietro le bandiere ci sono gasdotti, rotte commerciali, terre rare, sfere di influenza economica. Le etichette, democrazia contro autoritarismo, occidente contro oriente, sono i guelfi e i ghibellini di oggi. Contenitori utili a mobilitare le masse, svuotati di ogni contenuto reale. E nel frattempo la macchina mediatica lavora instancabilmente per rendere illeggibile questa struttura. Non attraverso la censura, quella è rozza e riconoscibile, ma attraverso la saturazione, la velocità, la frammentazione. Un post di Trump, un video su TikTok, una dichiarazione smentita il giorno dopo: non è informazione, è rumore. E il rumore non informa, distrae, affatica, scoraggia la lettura critica. Guy Debord lo aveva capito già nel 1967, quando scrisse che nella società dello spettacolo tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. Non è che la realtà sparisce, è che viene sostituita da una sua immagine gestita, distribuita, monetizzata. E chi controlla le immagini controlla la percezione del reale. Ma Debord scriveva prima di internet, prima dei social, prima che lo spettacolo diventasse partecipativo e interattivo. Il suo spettacolo era ancora verticale, prodotto dall'alto e consumato dal basso. Oggi è orizzontale, diffuso, capillare. Ognuno è al tempo stesso produttore e consumatore di spettacolo. Ognuno si schiera, posta, commenta, si indigna, replicando il DNA dello scontro senza mai nominarne le cause reali. I guelfi e i ghibellini di oggi non aspettano che il potere assegni loro un'etichetta: se la scelgono da soli, con la stessa inconsapevolezza di fondo. È qui che entra Toni Negri, e il suo concetto di Impero scritto con Michael Hardt. Negri vedeva già nei primi anni Duemila l'emergere di una sovranità globale decentrata, non più lo Stato-nazione come centro del potere, ma una rete diffusa di poteri economici, militari, mediatici, senza un centro identificabile. L'Impero non ha capitale, non ha sede, non ha un volto. Si esercita attraverso flussi, di denaro, di immagini, di informazioni, e si riproduce attraverso il consenso tanto quanto attraverso la forza. Quello che Garland mostra nel film, il presidente asserragliato, il potere frantumato in mille piccoli signori della guerra, le istituzioni svuotate, non è il crollo dell'Impero. È la sua forma più matura: quando la facciata democratica non serve più, resta la forza. Nuda, diretta, senza mediazioni. E il cinema, in tutto questo, dove si colloca? Civil War vorrebbe essere uno specchio. Ma uno specchio che non nomina ciò che riflette è già parte dello spettacolo. Garland ha fatto un film sull'America in guerra senza chiedersi perché c'è la guerra. Ha fatto un film sul giornalismo senza chiedersi a chi serve il giornalismo. Ha lasciato che le immagini parlassero da sole, e abbiamo visto, con Kulešov, che le immagini non parlano mai da sole. Parlano sempre con la voce di qualcun altro. Forse è questo il limite più profondo del film, e insieme la sua involontaria onestà: Civil War è lo spettacolo di una società che ha perso gli strumenti per raccontare se stessa. E noi, seduti in sala, siamo già dentro quello spettacolo. Anche mentre lo guardiamo. Note Saggi e libri 1. G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2002 (ed. orig. 1967). 2. M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002 (ed. orig. 2000). 3. R. Kapuściński, Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo, e/o, Roma 2000. 4. C. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1997 (ed. orig. 1832). Film 5. Civil War, regia di Alex Garland, USA/UK, 2024. 6. S. M. Ejzenštejn, Il senso del film, Abscondita, Milano 2003. Civil War Garland, spectacle and brute force by Franco Bocca Gelsi I saw Civil War by Alex Garland and it did not disappoint me. It is a film that knows how to do its job: it sustains tension, builds memorable sequences, and leaves you with a sense of unease that does not easily fade when you leave the theater. A sense of unease that, on reflection, arises not so much from what the film says, as from what it deliberately chooses not to say. Two scenes above all stayed with me. The first: a group of journalists comes across a small paramilitary unit. We do not know who they are, who they fight for, what they want to defend or conquer. They probably do not know either. What is clear is that they have a rifle and control of a piece of territory. That is enough. Power here is not ideology, not a program, not even organized hatred; it is pure de facto force, exercised within a radius of a hundred meters. An improvised and ferocious feudalism. The second: the final scene. Lee, the veteran photographer played by Kirsten Dunst, allows herself to be photographed at the point of death by the young Jessie, her student. The baton passes. But what is passed is not an ethic; what is passed is a technique. Jessie learns to shoot, not to see. And Lee, who throughout the film has looked at the world through a lens, keeping her distance from horror, becomes an image herself. From subject to object. The final act of a journalism that cannibalizes itself. To understand why Garland’s choice is anything but innocent, one must take a step back a century. The masters of Soviet montage—Eisenstein, Kuleshov, Vertov—had already demonstrated in the 1920s that images never speak on their own. It is the famous Kuleshov effect: the exact same face, neutral and expressionless, acquires radically different meanings depending on the image it is paired with. Next to a bowl of soup it communicates hunger; next to a coffin, grief; next to a child playing, tenderness. Meaning does not reside in the image; it resides in the cut, in the juxtaposition, in the sequence. Every editing choice is already a position. Every shot is already a judgment. Garland knows this. He cannot not know it. And so his claim to neutrality—to show the war as it is, to let the images speak—is not naivety. It is a position disguised as the absence of a position. Which, as we will see, is precisely the heart of the problem. Ryszard Kapuściński, the greatest reporter of the twentieth century, had a radically different idea of the profession. For him, the journalist could not afford the luxury of distance. He had to enter reality, live it from within, get his hands dirty. «To do this job» he wrote, «you have to love human beings». Not photograph them. Not immortalize them. Love them. Which implies a moral position, a judgment, a choice of side. It implies, in a word, everything that Lee has progressively abandoned over the course of the film and that Jessie has never even begun to build. What is passed from hand to hand in the final scene is not the baton of journalism; it is its tombstone. And that final photograph—Lee dying in Jessie’s lens—is already, at the very moment it is taken, something else from what it depicts. Placed next to the glory of reportage, it becomes an icon. Placed next to its uselessness, it becomes an epitaph. Kuleshov knew it: the image does not have one meaning; it has many, all depending on who edits it, who distributes it, who decides the frame. Today that frame is called algorithm, it is called platform, it is called propaganda. And the image that speaks on its own is only an image that speaks with someone else’s voice. From these two scenes one can begin to read something broader. There is a scene at the beginning of the film that many have dismissed as a detail: the president delivers a speech to the nation. We see it rehearsed over and over, corrected, toned down. «The greatest victory of humanity» becomes «the greatest military victory». A performance within a performance. Propaganda adjusting itself in real time before our eyes. The America that Garland puts on screen is a country in which power has concentrated to the point of breaking. What we see—and what we recognize, because the film is explicitly an allegory of the present—is the result of an authoritarian turn that has progressively eroded the democratic structures of mediation, those institutional shock absorbers that, in a democracy, function as a buffer between the leader and the base, between the decision and its consequences. It is worth stating clearly: what Trump presents as a personal and solitary exercise of power is itself, at least in part, spectacle. Behind it there is an apparatus, there are interests, a machine at work. But form matters. And the form of concentration, even when it is representation, produces real effects. It is difficult not to think of what is happening today. Trump governs through posts, through tweets, through statements that contradict one another from one day to the next, without anyone seeming to demand an account of those contradictions. It is not disorganization; it is technique. Informational saturation, speed, systematic incoherence are tools of power: they make reality unreadable, exhaust critical attention, normalize the absurd. Form is already spectacle in itself, in the most Debordian sense of the term: a representation that replaces reality and governs it. After all, the labels of conflict always empty themselves, sooner or later. The Guelphs and the Ghibellines of the fourteenth century were already largely political fictions—containers that power filled from time to time with shifting interests, alliances, local conveniences. Loyalty to the emperor or the pope was often just a label behind which family feuds, control of trade, and local rivalries were hidden. Power has always needed these simplifications—right and left, red and blue, us and them—to render the real conflict unreadable: the economic one, the class one. And the word feudal is not used here as a picturesque metaphor; it is a structural description. When central power collapses, when the institutions that mediate between the sovereign and the territory disappear, what emerges is not the new—it is the old. Fourteenth-century Europe already showed it: the empire descending into Italy to hold together a dissolving kingdom, the papacy held hostage in Avignon by the French crown, and in between a peninsula split between Guelphs and Ghibellines. Every lord, every commune, every mercenary captain carved out his own piece of territory and defended it by force. There was no project, no vision; there was a rifle and control over a hundred meters of road. Today as then. When that power collapses, as in the film, it does not generate a void filled with collective consciousness, bottom-up organization, or movement. It generates fragmentation. Everyone seizes their own small local power and exercises it with the same DNA from which it was generated: brute force. The paramilitary encountered by the journalists is not an anomaly of the system; it is the system reduced to its essence, stripped of all mediation. The collapse of authoritarian power does not produce anything new from below. No movement emerges, no collective consciousness forms, no resistance organizes itself. Power fragments, and each fragment replicates the original DNA: domination, control without legitimacy, force as the only argument. It is not anarchy in the noble sense of the term. It is the same violence—reduced in scale and multiplied—distributed capillarily across the territory like a franchise of terror. This is where the film stops being dystopia and becomes diagnosis. Not of a possible future, but of a present already underway. And this also applies on a global scale. The international structures born after the Second World War—the UN, NATO, the system of vetoes in the Security Council among the five permanent powers—have never functioned as promised. Resolutions were ignored, vetoes used cynically, legitimacy invoked intermittently depending on interests. It was institutionalized hypocrisy. No one denies it. But hypocrisy has a function. It enforces at least the fiction of respect, imposes a form, creates a space in which conflict can be named without immediately exploding into brute force. Today that fiction is crumbling, and some celebrate it as an act of historical honesty: finally, the world is seen as it really is, without hypocrisy. But seeing the world as it really is—without any buffer, without any mediation—means exactly what Garland shows in the film: the paramilitary with a rifle controlling a hundred meters of road. Only on a planetary scale. It is not the end of hypocrisy. It is the end of the limit. What is missing, in the film as in contemporary public debate, is a political reading of what society produces. Not in the partisan sense—right against left, red against blue—but in the structural sense: who benefits from the conflict, which economic interests fuel it, where the real causes lie behind the spectacular narratives. War—every war, including Garland’s imagined one—is never only ideology. It is the continuation by other means of economic disputes that the system can no longer resolve internally. When growth slows, when markets saturate, when elites can no longer find sufficient outlets for accumulation, conflict becomes a tool of violent redistribution of resources. Clausewitz knew it, Lenin knew it; anyone who looks at contemporary conflicts without the filter of propaganda knows it. The war in Ukraine, tensions in the Pacific, the chaos in the Middle East—behind the flags there are pipelines, trade routes, rare earths, spheres of economic influence. The labels—democracy versus authoritarianism, West versus East—are today’s Guelphs and Ghibellines: containers useful for mobilizing the masses, emptied of real content. And in the meantime the media machine works tirelessly to make this structure unreadable. Not through censorship—that is crude and recognizable—but through saturation, speed, fragmentation. A post by Trump, a video on TikTok, a statement denied the next day: it is not information, it is noise. And noise does not inform; it distracts, exhausts, discourages critical reading. Guy Debord had already understood this in 1967, when he wrote that in the society of the spectacle everything that was directly lived has moved away into a representation. Reality does not disappear; it is replaced by its image—managed, distributed, monetized. And those who control images control the perception of reality. But Debord wrote before the internet, before social media, before spectacle became participatory and interactive. His spectacle was still vertical, produced from above and consumed from below. Today it is horizontal, diffuse, capillary. Everyone is at once producer and consumer of spectacle. Everyone takes sides, posts, comments, becomes indignant, replicating the DNA of conflict without ever naming its real causes. Today’s Guelphs and Ghibellines do not wait for power to assign them a label: they choose it themselves, with the same underlying unawareness. This is where Toni Negri enters, with his concept of Empire, developed with Michael Hardt. Negri already saw, in the early 2000s, the emergence of a decentralized global sovereignty: no longer the nation-state as the center of power, but a diffuse network of economic, military, and media powers without an identifiable center. Empire has no capital, no headquarters, no face. It operates through flows—of money, of images, of information—and reproduces itself through consent as much as through force. What Garland shows in the film—the barricaded president, power fragmented into a thousand small warlords, emptied institutions—is not the collapse of Empire. It is its most mature form: when the democratic façade is no longer needed, what remains is force. Naked, direct, without mediation. And cinema, in all this—where does it stand? Civil War would like to be a mirror. But a mirror that does not name what it reflects is already part of the spectacle. Garland made a film about an America at war without asking why there is a war. He made a film about journalism without asking who journalism serves. He let the images speak on their own—and we have seen, with Kuleshov, that images never speak on their own. They always speak with someone else’s voice. Perhaps this is the deepest limit of the film—and at the same time its unintended honesty: Civil War is the spectacle of a society that has lost the tools to tell itself. And we, sitting in the theater, are already inside that spectacle. Even as we watch it. Notes Books 1. Guy Debord, The Society of the Spectacle, Baldini Castoldi Dalai, Milan, 2002 (original edition 1967). 2. Michael Hardt & Antonio Negri, Empire, Rizzoli, Milan, 2002 (original edition 2000). 3. Ryszard Kapuściński, The Cynic Is Not Suited for This Profession: Conversations on Good Journalism, e/o, Rome, 2000. 4. Carl von Clausewitz, On War, Mondadori, Milan, 1997 (original edition 1832). Films 5. Civil War, directed by Alex Garland, USA/UK, 2024. 6. Sergei Eisenstein, Film Form, Abscondita, Milan, 2003.
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Il racconto del boomernauta Parte terza: Games Transp. Per mangiarsi bene a vicenda Il Boomernauta comincia a raccontare gli effetti provati dai gamers T. Dal modo in cui ne parla, sembra che abbia vissuto personalmente l’inquietante esperienza di questi giochi, nonostante la sua condizione speciale di viaggiatore temporale. Il coinvolgimento dei gamers e soprattutto dei Gamartivist sembrava trasportarli in una nuova dimensione che richiamava quella di un comune primordiale forse già esistito. Ma non tutto andava per il meglio… La nuova percezione del comune, trasmessa agli umani dalle entità nonumane come simbionti, olobionti e altre, attraverso interazioni affettive e ludiche, aveva implicazioni che coinvolgevano non solo la vita, ma anche la morte. Questo concetto richiamava le parole di nonna Haraway: «per mangiarsi bene bisogna incontrarsi bene, per vivere insieme bisogna morire insieme». Per «vivere insieme» in seno a un ecosistema condiviso nessuna specie poteva arrivare a una supremazia globale senza distruggere le altre entità e compromettere gli equilibri. Nel passato preumano, le rotture brutali che portarono alla scomparsa di gruppi, specie e interi ecosistemi erano causate da eventi naturali. Nessun essere vivente possedeva capacità metatecniche così potenzialmente devastanti, né esisteva ancora un morbo nekomemetico capace di scatenarle. Durante queste immersioni negli ecosistemi primari generate dalle relazioni ludico-emozionali digitalizzate, i gamers T riscoprivano con un senso di meraviglia i legami affettivi ed emotivi con la propria umanità primordiale. In questa dimensione temporale fluida talvolta erano catapultati di colpo in uno stato che di solito dura solo un istante, quando un sapore o un odore risvegliano, in un lampo, una sensazione legata alla prima infanzia. Ma le interfacce delle TAM e dei Games T erano state progettate per ridurre al minimo ogni umanizzazione delle emozioni provenienti da entità nonumane. In quel particolare contesto non si cercava di trasformare alcun polpo in maestro di vita, e quindi nessun gamer T umano si disperava per la morte naturale del cefalopode (1) né provava disgusto quando i pescecani attaccavano anche un loro consimile attratti dal sangue. L’intreccio intra-relazionale che si stabiliva nell’olobionte barriera corallina o dell’ecosistema foresta pluviale insegnava loro che l’esistenza non è un affare individuale. Che non ci sono individui che preesistano a tali intra-azioni; ma piuttosto l’esistenza si generava attraverso quella condizione d’intimità primordiale ristabilita nei Games T. Ogni volta che emergevano da quel coinvolgimento ludico-affettivo profondo, i giocatori assimilavano un altro elemento essenziale del comune degli ecosistemi in cui erano stati immersi. Tuttavia, non provavano una nostalgica tristezza per quel periodo primordiale, né vedevano quella realtà come un paradiso terrestre perduto. Inoltre, non accettavano di considerare la metatecnica come un peccato originale da cui redimersi. Tuttavia, ben presto si trovarono intrappolati in dilemmi che li paralizzavano. Non nutrivano alcun desiderio di tornare a un punto di partenza che, peraltro, sarebbe stato impossibile da raggiungere senza dover affrontare la probabile quasi-estinzione causata dalla crescente contaminazione della biosfera. Si stava quindi diffondendo, a partire dei Gamer T e dei Gamartivist, una coscienza dell’impossibilità ontologica dell’abbandono della metatecnica, ma non si sapeva proprio se ci fosse modo di immunizzarla o di separarla dal morbo nekomemetico, che sembrava essersi insediato al suo interno in una forma di endosimbiosi immateriale (2). Anche se il tentativo di neutralizzare il morbo pur mantenendo la metatecnica fosse stata un’ultima ambigua utopia, restava forse la possibilità di controllarlo, di confinarlo ai margini, se solo si fosse capito come farlo. L’apparentemente irrisolvibile equazione tra la potente attrazione verso il comune primario dei Games T da un lato, e l’impossibilità di trarne benefici nel caotico contesto in cui i Gamartivist vivevano dall’altro, generava una profonda frustrazione che sembrava lasciare poco spazio alla speranza. Tuttavia uno spiraglio di luce filtrava attraverso l’implicazione con modalità completamente nuove dei nonumani, ma questo avrebbe riservato sorprese… Note 1 Il Boomernauta faceva riferimento a un documentario uscito qualche tempo prima del nostro incontro: My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare), C. Foster, Netflix 2020. Quando me lo aveva confermato aveva aggiunto ironicamente che il documentario non aveva certo impedito ad audaci imprenditori di costruire giganteschi siti di allevamento intensivo dove milioni di polpi vivevano e morivano soffrendo per soddisfare la voglia di tapas spagnole o takoyaki giapponesi. 2 L’endosimbiosi è una simbiosi in cui un organismo simbionte vive all’interno di un altro ospitante in una relazione che può essere obbligata o facoltativa. Biomimesi Il Boomernauta ci illustra il ruolo fondamentale della biomimesi (1) nei Games T. Un concetto, quello della biomimesi, che in passato era spesso associato all’uso bellico, ma che qui assumeva una nuova dimensione concentrandosi sull’imitazione dei comportamenti collettivi dei nonumani. I Gamartivist intuirono l’importanza di questo aspetto per creare una cooperazione e un comune all’interno di Gaia al fine di attenuare l’effetto devastante della pandemia nekomemetica. Sfruttando i canali di intra-azione offerti dai Games T, cercavano di trovare, una biomimesi dei comportamenti “emergenti” delle grandi collettività nonumane e del comune della swarm intelligence. Erano inoltre alla ricerca di un’emulazione degli equi- libri che caratterizzavano i rari ecosistemi non ancora attaccati dalla setticemia. La Gov Q se da un lato tollerava la bio-rete e i Games T giudicandoli una distrazione funzionale al loro progetto di Grande Fuga, dall’altro temeva i risvolti politici insiti nella ricerca di biomimesi operata dai Gamartivist. In un paradosso sorprendente, erano proprio i dispositivi più avanzati e sofisticati della metatecnica, i Games T, a offrire una possibilità di speranza all’umanità. Ed è proprio grazie alle proprietà di questi ultimi che venne in mente di guardare in direzione della biomimesi. Effettivamente, la biomimesi aveva radici storiche nell’ispirazione tratta dal mondo vivente. Verso la fine del XX secolo la biomimesi cominciò a emergere come una disciplina alla ricerca di soluzioni sostenibili, un aggettivo molto di moda a quell’epoca nel mondo del green-washing. Si diceva che la biomimesi emulava i progetti e i processi della natura e, a differenza della rivoluzione industriale, si concentrava non su ciò che si poteva estrarre dalla natura, ma su ciò che si poteva imparare da lei. In particolare si erano approfonditi i modi con cui erano stati risolti molti problemi di bioingegneria, di architettura, d’ottica e di altre discipline nell’evoluzione e nella selezione naturale. La biomimesi aveva studiato e tratto ispirazione da principi e meccanismi presenti in Gaia, come l’aerodinamica degli uccelli, che aveva portato allo sviluppo di nuove tecnologie per migliorare l’efficienza aerodinamica degli aeroplani. Si erano esaminati i meccanismi di accumulo di energia nelle piante e negli animali per creare soluzioni innovative nel campo delle batterie e dello stoccaggio energetico. Si era guardato alla struttura delle conchiglie marine per sviluppare materiali autoriparanti e alla fotosintesi delle piante per creare dispositivi più efficienti di cattura dell’energia solare. Due esempi erano stati simbolici di due secoli: nel XX la semplice, ma geniale invenzione del velcro derivata dall’osservazione di fiori capaci di attaccarsi ai tessuti e all’inizio del XXI si era addirittura arrivati al punto di clonare capre modificate introducendo geni del cosiddetto ragno della seta d’oro (2) per produrre, via il loro latte, quantità industriali di seta di ragno. Un biomateriale stupefacente – cinque volte più forte dell’acciaio e molto più elastico ed estensibile di qualsiasi fibra precedentemente inventata – creato milioni di anni fa dall’evoluzione naturale e ora con una serie di applicazioni mediche, industriali e appunto… militari. Il problema abituale era proprio questo: la biomimesi, come il resto della metatecnica, manipolata, potenziata e accelerata dalla razionalità accumulatrice del capitalismo veniva sistematicamente corrotta dal morbo nekomemetico contribuendo anzi alla sua diffusione. Questa perversione morbosa era stata magistralmente dimostrata proprio dalla più famosa delle scoperte biomimetiche: l’aeroplano. L’invenzione dei fratelli Wright, che avevano osservato aquile e avvoltoi per imitarne il veleggio e la portanza, era stata felicemente inaugurata nel 1903 e nel 1914 gli aerei avevano cominciato a sganciare bombe! Nelle circostanze straordinarie dei Games T, la biomimesi si aprì a un nuovo orizzonte. Gli umani avrebbero potuto rivalutare regole e modalità dei comportamenti individuali o collettivi di certe specie nonumane. In precedenza, la biomimesi era stata esplorata principalmente in modo intuitivo o scientifico, ma senza poter accedere ai meccanismi biologici complessi che animavano questi comportamenti. I Gamartivist avevano inoltre ideato strategie per acquisire una maggiore comprensione di un patrimonio comune rappresentato dalle dinamiche e dalle intra-azioni all’interno di ecosistemi e comunità nonumane. Queste relazioni erano state conosciute e assimilate dagli umani in passato, ma poi dimenticate o trascurate nel corso del tempo. L’umanità aveva trovato modi di cooperazione straordinari, ma quasi esclusivamente al suo interno, considerando il resto della biosfera solo una risorsa da sfruttare. E poi con l’affermarsi del capitalismo anche gli umani divennero soprattutto oggetti di sfruttamento e furono considerati a loro volta risorse da utilizzare per il vantaggio delle classi dominanti. Un’umanità culminata a dieci miliardi di individui nella seconda parte del XXI secolo e da allora in una continua decrescita per nulla felice. La cooperazione di cui si nutriva la Gov Q tramite l’AltaSfera Ecofin era un comune corrotto dalla malattia nekomemetica a sua volta alimentata dall’individualismo e dall’attribuzione di un valore assoluto alla proprietà. I Gamartivist intuivano confusamente che, tramite la biomimesi, avrebbero potuto trovare dentro il comune di altre specie l’equazione mancante, la chiave di volta che avrebbe evidenziato forme di cooperazione capaci di alleviare la pressione e poi forse di contenere il morbo nekomemetico. La loro strategia si basava su un’ipotetica remissione dal morbo senza dover rinunciare alla metatecnica. In questa ipotesi, si prospettava l’ultima opportunità di evitare il peggiorare dei collassi e dell’olocausto che si profilava all’orizzonte. Allo stesso tempo, questa rivoluzione avrebbe inflitto un colpo mortale alla Gov Q e alle sue sfere che erano sull’orlo della fuga verso lo spazio. Più che di compromesso sembrava si trattasse di una pista di ibridazione con il resto di Gaia che prometteva d’essere molto più lunga e ardua dei brevi passi fatti con le TAM. Una sorta di dis/umanizzazione che avrebbe portato tutti verso orizzonti sconosciuti. Tuttavia, se i Games T rappresentavano un’altra modalità d’ibridazione, non si sarebbe ricaduti nella stessa trappola delle forbici genetiche usate indiscriminatamente e senza alcuna preoccupazione etica? Non avrebbero dovuto essere, invece, un’opportunità di intraprendere un percorso inverso a quello che aveva portato alle aberrazioni dei pocoumani (i nonumani modificati geneticamente per diventare prodotti)? Un percorso dove non si trattava più di potenziare, aumentare o continuare a mettere bio-patch a corpi sempre più in una competizione incompatibile con l’ambiente circostante. Ma come (ri)trovare un comune appartenente alla biosfera da cui gli umani si erano esclusi? Quali sarebbero state le caratteristiche? Davanti al diffondersi di quest’amalgama di teoria politica e prassi ludica portata dai Gamartivist, le sfere della Gov Q e i loro algoritmi quantistici cominciarono ad andare in overload. Reagirono preparando e attuando alla radice livelli progressivi di limitazione e repressione dell’espressione e dell’azione. Questo avveniva tanto localmente nei PoSt/ati che globalmente dove la WorldForce interveniva in funzione dell’estensione del problema. Il loro obbiettivo non era di frenare la diffusione delle TAM e dei Games T, il che non sarebbe stato possibile anche volendo, ma di proteggere i loro interessi. Pensavano che queste distrazioni fossero funzionali o perlomeno compatibili con il loro progetto d’un ipercontrollo, limitato al tempo necessario per preparare la Grande Fuga. Ciò che li preoccupava era proprio il rischio, teorizzato dai Gamartivist, che il gioco prendesse una piega più politica. Il rischio che la distrazione diventasse una nuova ontologia, scatenando un’esplosione d’intensità più terrificante delle rivoluzioni del XX secolo. Quei movimenti avevano coinvolto principalmente una sola classe, quella operaia, che all’epoca era predominante. Tuttavia, non erano riuscite o non avevano voluto coinvolgere altre classi che, seppur in modo diverso, erano altrettanto subordinate e sfruttate. Ora, queste moltitudini diverse si trovavano riunite in un calderone in cui si manifestavano una serie di problematiche: persistevano discriminazioni di genere, il lavoro gratuito dei razzializzati, la situazione dei Neet e dei ludaddicts e molte altre questioni. Senza dimenticare lo sfruttamento dei nonumani e della biosfera. I Gamartivist pensavano che se grazie ai Games T i nonumani fossero riusciti ad accendere sotto il calderone una fiamma di consapevolezza riguardo al virus nekomemetico, allora nuove possibilità di guarigione si sarebbero aperte. Per evitare gli errori del passato i Gamartivist si impegnarono a fondo nella biomimesi e cercarono d’immedesimarsi nei comportamenti collettivi all’interno di Gaia che si dividevano in due grandi categorie. La prima riguardava i modi di agire che avvenivano in una stessa specie, la seconda – più inesplorata anche dalla biomimesi classica – comprendeva i comportamenti e le relazioni simbiotiche complesse fra specie diverse. Nel primo caso si trattava di approfondire conoscenze provenienti dagli studi, dalle esperienze e dalle applicazioni dell’intelligenza degli sciami. Era soprattutto l’AltaSfera Ecofin, versione spazializzata della macchina del capitale, che sino ad allora aveva orientato e messo a profitto le tecnologie derivate dalla biomimesi in questo campo specifico. In tutti i sensi, ma soprattutto in quello della guerra: la robotica degli sciami era stata tra l’altro utilizzata dall’industria militare. Sciami di droni o di micro robots, per esempio, erano diventati strumenti di polizia e di guerra e di quest’ultima avevano cambiato le caratteristiche fondamentali. Sciami di missili robotizzati o di droni aerei, terrestri o navali, rendevano indifendibili molti dei dispositivi chiave delle guerre classiche, dalle portaerei ai carrarmati. La capacità di coordinazione e di azione collettiva degli sciami conferiva loro un vantaggio strategico e destabilizzava i paradigmi bellici convenzionali. Ma ora, con le tecnologie delle TAM e le interazioni dei Games, i Gamartivist prendevano l’iniziativa per esplorare meglio aspetti del comune degli sciami, anche quelli composti da nonumani dalle limitate capacità neuronali singole. Cercavano ispirazione nei comportamenti emergenti (3) e in particolare quello di specie come gli insetti sociali che riescono collettivamente ad affrontare problemi complessi nonostante la mancanza di un ordine centralizzato (4). Avevo intuito da tempo che quest’ultimo aspetto era particolarmente attraente per i Gamartivist, poiché sollecitava una subliminale inclinazione anarchica presente negli anfratti della loro indole. Si cominciava addirittura a parlare di un comune dei comportamenti emergenti che avrebbe fermato l’irresistibile diffusione del morbo nekomemetico e forse sconfitto la setticemia di Gaia. Il secondo caso, quello delle relazioni simbiotiche fra specie diverse, sembrava di approccio più complesso. Si cercava di coinvolgere interi ecosistemi non umani nei Games T, sviluppando inter- facce estremamente complicate. La complessità poteva aumentare a causa della posizione geografica degli ecosistemi e della vasta diversità e quantità di specie animali, vegetali o ibride che li costituivano. Alcuni gruppi di Gamartivist pensarono che sarebbe stato necessario portare i Games Transp più in prossimità degli ultimi santuari ecosistemici che ancora erano stati risparmiati dalla setticemia di Gaia almeno in parte. Nella bio-rete delle TAM e dei Games T si creavano dinamicamente dei sottoinsiemi virtuali di ecosistemi reali. Potevano essere porzioni di foreste vergini o dei loro equivalenti marini, come i frammenti di quel che restava delle grandi barriere coralline oceaniche. Per raggiungere queste entità i Gamartivist potevano disporre di una base ormai variegata ed estesa di dispositivi di clairvoyance tecnologica e di Data Tsunami di fronte ai quali i big data dell’era pionieristica avrebbero fatto la figura di un laghetto alpino. Tuttavia, nonostante la disponibilità di tali tecnologie avanzate, ci vollero molto tempo e numerosi tentativi infruttuosi per creare interfacce capaci di cogliere in tempo reale le complesse sensibilità e gli scambi all’interno di questi mondi lontani e complessi. Era una sfida affrontata con estrema cautela, poiché c’era il rischio paradossale, ma sempre presente di introdurre involontariamente il morbo nekomemetico in spazi incontaminati. Di solito si trattava di ecosistemi naturali di limitate dimensioni e cioè di insiemi composti da una comunità di organismi viventi in un ambiente fisico che li circondava. L’obbiettivo non era quello di interfacciare i singoli componenti dell’insieme, ma piuttosto di creare un sistema di canali attraverso i quali potessero fluire percezioni, sensazioni, vibrazioni, perturbazioni di campi elettromagnetici e quant’altro fosse adeguato a un coinvolgimento nell’azione ludica. Era un fenomeno provocato dalla presenza stessa della bio-rete e delle sue componenti, un insieme che ormai disponeva di una sua autonomia grazie alle componenti AI di trasformazione generativa multispecie, di cui gli stessi sviluppatori avevano perso il controllo. Talvolta i Gamartivist e altri gamers T riuscivano, con difficoltà e superando prove imprevedibili e rischiose, a entrare in contatto con questi ecosistemi. Allora venivano investiti dai flussi che attraversavano questi spazi e in tal modo entravano in un ambiente inesplorato dei Games T per loro sorprendente e sconosciuto. Solo in seguito sentivano emergere il sentimento, quasi una convinzione, che non si trattasse solo di un gioco, ma che si stesse producendo qualcosa di ignoto in cui sentivano di far parte di comunità inaspettate, di appartenere a realtà ecosistemiche coinvolgenti che andavano oltre le loro precedenti concezioni e prospettive. Note 1. La biomimesi è l’emulazione di modelli, sistemi ed elementi della natura allo scopo di risolvere problemi umani complessi. 2. Clavipes Trichonephila: ragno che produce una seta particolarmente resistente. 3. Il Boomernauta dava per scontato che io conoscessi bene cosa fossero i comportamenti emergenti ma non era il caso, quindi aggiungo qui parte della definizione data da Wikipedia. «Un comportamento emergente o proprietà emergente può comparire quando un numero di entità semplici (agenti) operano in un ambiente, dando origine a comportamenti più complessi in quanto collettività. La proprietà stessa non è facilmente predicibile, e rappresenta un successivo livello di evoluzione del sistema. Si applica tanto a termitai e formicai che a sistemi complessi come Wikipedia o il WWW. Questi progetti decentralizzati e distribuiti non sono possibili senza un gran numero di partecipanti, nessuno dei quali conosce da solo l’intera struttura.» https://it.wikipedia.org/wiki/Comportamento_emergente 2/2/21 4. Ibidem. «le colonie di formiche esibiscono un comportamento complesso ed hanno dimostrato la capacità di affrontare problemi geometrici. Ad esempio, localizzano un punto alla distanza massima da tutte le entrate della colonia per disporvi i corpi morti.»












