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- periferie
Numeri, paura, crimini e città: per avviare un discorso Il testo analizza la contraddizione tra la diminuzione effettiva dei reati in Italia e la crescente percezione di insicurezza da parte della popolazione, come emerso nel report Eurispes 2023. Questa discrepanza rischia di alimentare una domanda sociale di maggiore repressione, anche in assenza di un reale aumento della criminalità. L’autore ripercorre l’evoluzione degli strumenti e delle politiche di controllo del crimine, dalla criminologia welfarista alle attuali tecniche predittive basate su big data e intelligenza artificiale, evidenziando come queste possano generare distorsioni e rafforzare stigmi territoriali. Viene infine mostrato un esempio concreto, il caso della caserma Levante di Piacenza, per illustrare come i dati sulla criminalità possano essere manipolati o influenzati da pratiche di polizia distorte, mettendo in discussione l’oggettività dei numeri e la narrazione dominante sulla sicurezza. Nel 2023 l’Eurispes, pubblicò con l’ausilio della Polizia di Stato, un report sulla criminalità in Italia [1]. Il contenuto principale veicolato all’esterno era che, sebbene i reati stessero scendendo la percezione degli stessi fosse in aumento, e questo fosse un problema, quasi altrettanto grosso, per l’equilibrio dell’ordine sociale. Presa dal lato reazionario la tacita conseguenza di questa divergenza criminologica è che, sebbene si constata – o piuttosto proprio perché si constata – il buon lavoro delle forze dell’ordine nel controllo della criminalità, se ne deduce la necessità di una dose maggiore, capace di sedare la crescente paura del crimine. Negli anni seguenti mi è capitato di ascoltare spesso tesi simili, in questa o altre formulazioni, l’ultima in un editoriale di Walter Veltroni, ex segretario del Pd e sindaco di Roma, che sosteneva che «mai la percezione di insicurezza su tutti i fronti sia stata così alta, anche in Italia. Nonostante lo sforzo gigantesco delle forze dell’ordine, la vita degli italiani è attraversata da una crescente sensazione di ansia e di disagio per l’incolumità delle persone e dei loro beni» [2]. È davvero paradossale il fatto che alcuni paradigmi criminologici tra il crimine come fatto reale scientificamente analizzabile e la percezione dello stesso – al fine di relativizzare la repressione della norma e delle sue applicazioni – possa generare il suo opposto: l’aumento della repressione anche in assenza del fenomeno stesso. Una delle tante dimostrazioni che il problema di ogni decostruzionismo è, evidentemente, la posizione da cui viene agito. Per fare un excursus su questo problema partiremo da lontano e chiariremo che cosa significa parlare di criminalità. La facilità con cui si parla di aumento o diminuzione della stessa deriva dall’immediata identificazione dell’andamento del crimine con il conteggio delle denunce per la violazione di determinati dispositivi normativi (solitamente articoli del Codice Penale). Questa identificazione però è tutt’altro che scontata. L’ossessione del crimine e gli strumenti di osservazione: dalle vittime ai Big Data Durante i decenni del welfarismo fordista l’espressione classica del progressismo criminologico, soprattutto in UK, non era l’ossessione di placare la paura del crimine. Al contrario una corrente, cosiddetta realista, non negava il crimine come fatto positivo, sottolineava invece come a esserne vittima in misura sproporzionata fossero proprio le classi inferiori. Era un discorso teso a tutelare le popolazioni operaie (preferibilmente bianche) delle abitazioni di edilizia residenziale, con una maggiore attenzione del pattugliamento urbano delle forze di polizia. Negli anni successivi però questo stesso discorso si trasferì pervertito nella crociata contro gli anti-social behaviour che «infestavano» le città, e che trasformavano gli abitanti delle stesse aree urbane da vittime certificate ad autori potenziali. Di questa crociata l’alfiere forse più rilevante fu Tony Blair, modello politico e –f orse – esistenziale di Veltroni, che come tutti gli esterofili, è in fondo un provinciale che importa le mode estere con un certo margine di ritardo. Tra l’attenzione ai crimini nelle periferie e la repressione degli anti-social behaviour in mezzo era passata la crisi industriale che aveva reso agli occhi delle classi dirigenti britanniche le file di case popolari, un covo di disoccupati inviperiti piuttosto che di lavoratori da proteggere. Con l’arrivo del XXI° secolo e della Guerra globale al terrore l’approccio securitario si è ulteriormente pervertito. Si è aggiunta infatti all’identificazione di figure problematiche – che nell’Europa continentale e negli Stati Uniti includevano oltre ai giovani problematici gli immigrati e le persone non bianch – l’ossessione per la previsione dell’accadimento del crimine. Una ossessione parallela all’identificazione dell’ambiente urbano come criminogeno. Ognuna di queste fasi ha avuto i suoi strumenti di lettura, come la criminologia lombrosiana rappresentava l’approccio sanitario alle classi pericolose, la criminologia welfarista ha affidato alle istituzioni pubbliche lo svolgimento di grandi indagini statistiche di vittimizzazione che indagassero la quota di reati contro la persona e la proprietà, reati che non erano stati denunciati alla polizia, per avere appunto una dimensione realistica del problema, non solo nella sua quantità, ma soprattutto nel profilo delle vittime. Nella post-modernità il rapporto tra numeri dei crimini e della repressione cambia definitivamente. Ed è abbastanza significativo che l’esempio su cui si è costruito questo rapporto sia New York, il territorio che ha affrontato senza soluzione di continuità una guerra al crimine e la «guerra al terrore» post 11 settembre. La crociata contro il crimine fu l’eredità della crisi urbana degli anni Settanta che aveva unito altissimi livelli di povertà a un sistema di forte segregazione residenziale. L’economia legata al commercio di stupefacenti e la circolazione delle armi avevano fatto il resto alzando il tasso di densità criminale della città, soprattutto in alcune sue aree. L’allora capo del Dipartimento di polizia decise di cambiare il sistema di registrazione dei reati creando CompStat. CompStat non era nient’altro che un sistema digitale che riusciva a ricondurre la registrazione della denuncia di un crimine immediatamente al luogo e alla stazione di polizia che l’aveva raccolta. Successivamente tutte le polizie nazionali degli Stati occidentali hanno adottato dei sistemi che sono stati largamente ispirati a quel modello. In qualche misura, ma con significative differenze, anche lo SDI adottato dal Ministero dell’Interno negli anni 2000 in Italia a quel modello si è ispirato. Quello strumento di supporto solo apparentemente banale aveva innescato la possibilità di un confronto simultaneo tra le aree del crimine. Ogni giorno si registrava il luogo a maggior densità di accadimenti. Questo, da una parte, aveva rafforzato il pensare luogo e crimine come indissolubili, dall’altro aveva sconvolto le prassi operative della polizia. Ogni graduatoria infatti diventa immediatamente un sistema di registrazione della performance, e un sistema di registrazione della performance diventa immediatamente un sistema normativo. Le indicazioni sul contrasto al crimine indicate dalla Procura (negli Usa la persecuzione penale non è obbligatoria, e la sua priorità è frutto di scelte politiche che fanno parte dei programmi elettorali degli organismi rappresentativi) diventano immediatamente soglie quantitative da raggiungere, fissando il livello di repressività richiesto ai corpi di polizia. Per altro l’incentivo al rispetto quantitativo delle indicazioni si può trasformare non solo in persecuzione arbitraria durante il pattugliamento di strada, ma anche alla misclassificazione delle condotte. Negli Usa è stato riscontrato che le imputazioni dei reati derivavano anche dall’ansia di mostrare risultati coerenti con quanto dichiarato (in questo quadro, ad esempio, la detenzione di sostanze stupefacenti può facilmente diventare spaccio). I sistemi informatici di archiviazione e catalogazione dei reati non sono stati però l’ultimo stadio dell’intreccio tra quantificazione, ossessione securitaria e cambiamento dell’ordine pubblico. A partire dalla pratica di controllo dei luoghi di maggiore concentrazione del crimine (resa più comune – come detto sopra – dai sistemi informativi) si è naturalmente scivolati nell’ossessione per la capacità di previsione del crimine. Il celebre film tratto dal racconto di Dick, è stato girato quando l’intelligenza artificiale generativa era ancora di là da venire, ma oggi sembrerebbe più una cronaca che una distopia. Le polizie dei paesi di mezzo Occidente sono impegnate a utilizzare risorse per identificare, in futuro, i luoghi di probabile maggiore accadimento dei reati. Il punto è che per quanto questi sistemi possano attingere all’impiego di nuove risorse di dati (ad esempio la concentrazione di segnali di aggancio a una cella telefonica), il calcolo si rifarà comunque a modelli computazionali in cui viene aggiornata un’esperienza data precedentemente [3]. Oltre ad avere limitata capacità previsionale nei casi in cui l’evento criminale non segua un pattern precostituito, si noti che nei Paesi in cui vengono utilizzati questo tipo di sistemi lo stigma spaziale dei quartieri a più alta concentrazione criminale viene rafforzato perché quegli stessi luoghi indicati come pericolosi saranno soggetti a più intensi controlli di polizia, e necessariamente anche a evidenze ed emergenze criminali più alte che non deriveranno necessariamente dal più alto numero relativo di crimini ma dalle pratiche di polizia concentrate in quei luoghi, istituendo così il più classico dei meccanismi circolari. Un esempio di confusione Chiudiamo infine con un esempio concreto sulla confusione tra numeri di panico morale e crimine. L’esempio lo abbiamo preso qui in Italia, tratto non dai territori metropolitani, ma dalla grassa e ricca provincia padana, dedita, come e più di altri territori, al consumo di stupefacenti. Nel 2020 la caserma dei carabinieri Levante, sita in via Caccialupo a Piacenza, salì agli onori della cronaca. Cinque militari con diverse responsabilità avevano instaurato un sistema di terrore che, oltre a trattenere per fini e profitto personali una parte degli stupefacenti sequestrati, torturava gli spacciatori arrestati perché potessero allargare con le loro deposizioni il coinvolgimento ad altre persone, a prescindere dal loro grado di effettivo coinvolgimento nelle organizzazioni di distribuzione degli stupefacenti. Questo, oltre a guadagnare alla caserma una menzione speciale nel 2018 per «attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti», restituiva nei dati del Ministero dell’Interno fino al 2020 (anno dell’inchiesta) questo livello di spaccio: quasi doppia delle altre medie città del Nord padano. Dopo l’inchiesta, al contrario, Piacenza resta sotto il livello di criminalità dell’area. Chissà che avrebbe detto Veltroni guardano questo grafico. Note [1] www.interno.gov.it [2] È sbagliato ignorare la sicurezza, «Corriere della Sera» 12 agosto 2025. [3] Senza addentrarsi nello specifico notiamo velocemente che questo accade sia che si impieghino modelli di serie storica, sia che se impieghino algoritmi di auto-apprendimento Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.
- scienza e politica
# 3. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute Caracol Olol Jackson e Clinica Popolare Azadî Caracol Olol Jackson (Vicenza) e la Clinica Popolare Azadî (Padova) sono due realtà associative nate per offrire risposte concrete e dal basso ai bisogni sanitari e sociali, in un contesto di crescente esclusione e crisi del sistema sanitario pubblico. Caracol, fondata nel 2018 in memoria di Olol Jackson, è uno spazio sociale che promuove mutualismo, cultura e diritti, e ospita l’Ambulatorio Popolare, attivo dal 2019, che offre cure gratuite e supporto sanitario a persone escluse dal SSN. La Clinica Popolare Azadî nasce invece nel 2025 nel quartiere Palestro di Padova come progetto transfemminista e intersezionale, offrendo servizi di cura accessibili e attenti alla complessità delle persone, in particolare migranti e soggetti marginalizzati. Entrambe le esperienze si fondano su volontariato, reti territoriali e una visione politica della salute come diritto universale e pratica collettiva di solidarietà. Caracol Olol Jackson è un’associazione senza scopo di lucro nata a Vicenza nel 2018 in memoria di Olol Jackson, sindacalista e attivista per i diritti umani, improvvisamente scomparso nel 2017. Con Olol abbiamo lottato per anni per una società più giusta, solidale e libera, e a partire da quel patrimonio di esperienze condivise – come il presidio No Dal Molin – abbiamo deciso di costruire qualcosa che potesse proseguire il suo impegno concretamente.Nel 2019, grazie al sostegno di oltre 200 soci e a un lungo percorso di autofinanziamento, siamo riusciti ad acquistare un edificio nella periferia di Vicenza. È lì che ha preso forma Caracol: non solo un’associazione, ma uno spazio sociale vivo, aperto, costruito dal basso, dove coltivare relazioni, mutualismo e sperimentazione. La nostra missione è promuovere un modello di sviluppo sociale ed economico equo, basato su pratiche mutualistiche e partecipazione dal basso. Vogliamo rispondere in modo concreto, condiviso e solidale alle difficoltà delle persone e del territorio. I nostri progetti si concentrano su temi come i diritti, la salute, la cura, l’arte e la cultura. Il concetto di «Comunità che cura» è il filo conduttore che guida ogni nostra attività e obiettivo, cercando di creare uno spazio dove il singolo non può dirsi felice se non lo sono anche gli altri, che si autosostiene e non dona quello che non gli serve più ma condivide quello che ha, che crea relazioni e condivide esperienze, che lotta insieme per i diritti dei pochi valorizzando e integrando le diversità. Caracol è uno spazio di benessere, incontro e condivisione, dove sperimentare nuove pratiche sociali, culturali e artistiche. È un luogo dove costruire insieme un senso di appartenenza e stimolare forme di cittadinanza attiva. È il sogno di una società inclusiva e accogliente che proviamo a realizzare ogni giorno, dentro e fuori le nostre mura, con battaglie che vanno dal diritto alla salute alla giustizia ambientale, dalla parità di genere alla lotta contro la guerra.Nel tempo, quel luogo è diventato casa di tanti progetti, tra cui un ambulatorio popolare, un banco alimentare popolare, un mercato contadino, una bibliosteria, uno spazio per concerti e performance oltre che spazi di aggregazione per assemblee politiche, incontri fra donne di varie nazionalità, collaborazioni con altre realtà del territorio come ADL Cobas, Collettivo Rotte Balcaniche, Associazione Avvocato di Strada. L’Ambulatorio Popolare, attivo dal 2019, è nato per garantire il diritto alla salute anche a chi ne viene escluso. È uno spazio dove ricevere accoglienza, ascolto, orientamento, informazioni e cure mediche gratuite, grazie al lavoro volontario di personale sanitario e amministrativo. L’ambulatorio è un presidio contro le disuguaglianze sanitarie, e allo stesso tempo uno spazio di relazione e accoglienza. Conta uno staff altamente qualificato con esperienza pluriennale, è composto da 40 volontari tra operatori sanitari e non che operano in cinque ambulatori attrezzati con strumentazioni, magazzino, spogliatoio per personale sanitario e bagno attrezzato per uso disabili. Prima ancora degli ambulatori di Medicina Generale, Psicologia, Ginecologia, Oculistica, Otorinolaringoiatria, Medicina del Dolore e Odontoiatria, è lo Sportello Informativo e di Accoglienza il primo luogo dove gli utenti interagiscono con gli operatori dell’Ambulatorio, dove viene stabilita con loro una prima relazione conoscitiva e vengono ascoltati nei bisogni emergenti in un ambiente inclusivo e aperto alla proattività. Lo Sportello fornisce altresì informazioni utili sui servizi del territorio e sull’assistenza amministrativa, si occupa direttamente di avviare le pratiche per l’ottenimento e il rilascio della tessera STP/ENI. L’Ambulatorio partecipa alla Rete Internazionale delle Cliniche Sociali (INOSC – International Network of Social Clinic) e ha contribuito alla scrittura del Manifesto delle Cliniche Sociali, che è stato presentato nel 2024 presso la sede dell’Associazione con partecipazioni da tutta Europa. Partecipa anche alla Rete Regionale veneta che ha già prodotto un documento descrittivo degli ambulatori di prossimità del territorio veneto, presentato in Regione nella primavera del 2024 alla presenza dell’ass.re Lazzarin. L’Ambulatorio collabora anche con l’ULSS 8 Berica, in quanto ha siglato un accordo per l’istituzione dell’ Ambulatorio STP, e, in accordo il Comune di Vicenza, a partire dal 2021 ha avviato e attivato percorsi che vanno dalla vaccinazione Covid-19 per persone senza dimora alla formazione ed educazione alla sessualità e alle malattie sessualmente trasmissibili con attività di screening per diabete e HIV e relativa presa in carico delle persone senza dimora, passando per l’informazione sull’igiene orale di adulti e bambini, la partecipazione ai Tavoli di lavoro coordinati dal comune di Vicenza e collaborazioni con altri ETS del territorio di Vicenza. Dalla data della sua apertura a oggi l’Ambulatorio ha registrato circa 4000 accessi a fronte di più di 900 utenti. Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza il contributo volontario di tante persone che ogni giorno si spendono con passione e cura. Negli anni, Caracol è cambiato: alcune progettualità sono finite, altre sono nate. Alcune si sono allontanate, altre sono arrivate. Ma ciò che non cambia è la volontà collettiva di costruire uno spazio accogliente, libero, sicuro. Caracol è un’associazione di persone, una casa, un sogno che prova a diventare realtà. Ogni giorno in cui apriamo la porta di viale Crispi e costruiamo insieme questo spazio aperto, inclusivo e solidale, crediamo che quel sogno si stia già realizzando. Clinica popolare Azadì Per una cura diversa, accessibile e resistente alle dinamiche di potere ed esclusione Il SSN Veneto, nonostante venga descritto dal Governatore della Regione come molto efficiente e pur avendo nei suoi ospedali delle eccellenze dal punto di vista clinico, soffre degli stessi mali noti a tutte le altre regioni d’Italia: grave carenza di figure infermieristiche e, seppur in misura minore, di medici (sia ospedalieri che medici di medicina primaria); povertà di assistenti sociali con conseguente inefficienza dei centri operativi territoriali che dovrebbero fungere da trait d’union tra ospedale e territorio; assenza, nel pubblico, di servizi di sostegno psicologico con riduzione di investimenti nella salute mentale.L’allungamento delle liste d’attesa costringe le persone a rivolgersi al privato, che in Veneto negli ultimi anni ha aumentato a dismisura i suoi investimenti, o le obbliga in molti casi a rinunciare alle cure per difficoltà economiche. I presidi territoriali (case della comunità e ospedali di comunità) costituiti con i fondi del PNRR esistono strutturalmente e nominalmente, ma nella maggior parte dei casi sono privi di personale e quindi inutili. Qui a Padova, dove risiedono un ospedale d’eccellenza e un’università antica e prestigiosa, l’aria che respiriamo è tra le più inquinate d’Italia e i medici ginecologi obiettori continuano a essere la stragrande maggioranza nelle corsie degli ospedali veneti. Come operator* di salute, medic* infermier* e psicolog* verifichiamo che l’organizzazione del lavoro delle cosiddette «aziende sanitarie» si fonda sostanzialmente su costi e tempistiche, negando totalmente il fattore umano e la relazione con l* pazient*. Da queste considerazioni, nasce a Padova la Clinica Popolare Azadî, a partire da un percorso iniziato nel 2023 con l’Assemblea Salute e Cura Padova, che riuniva medic*, psicolog*, operator* sanitari* e cittadin*. Con questo progetto abbiamo provato a rispondere alla necessità di aprire spazi di discussione e dibattito sulla salute in città; negli ultimi due anni, abbiamo infatti organizzato diverse assemblee cittadine, focalizzandoci su vari temi, tra cui medicina di genere e violenza ginecologica, razzializzazione e decolonizzazione della medicina, salute mentale e detenzione, nonché vari laboratori su sessualità, visita ginecologica, ecc. In parallelo a queste occasioni di confronto e dialogo, sentivamo anche il desiderio di mettere le «mani in pasta», di concretizzare i nostri discorsi per creare un’alternativa a quella che è oggi la sanità che fosse reale e coerente con le nostre idee. Abbiamo potuto fare ciò all’interno del quartiere Palestro, grazie allo spazio messo per noi a disposizione dall’associazione sportiva dilettantistica Quadrato Meticcio (QM), attiva da anni nel rione per sostenere l’attività sportiva giovanile, organizzare scuole d’italiano e doposcuola e affrontare le problematiche abitative dovute alle politiche antipopolari di gestione del patrimonio pubblico. Nel quartiere è infatti presente un importante nucleo di case popolari amministrate dall’ATER; la popolazione comprende molti anziani e persone con background migratorio ed è dunque caratterizzata da un’importante multiculturalità. La clinica come tale è attiva da marzo 2025, quando si è organizzata in associazione APS. Il nostro obiettivo non è diventare un’estensione del Sistema Sanitario Nazionale, ma esercitare una cura diversa, accessibile e resistente alle dinamiche di potere ed esclusione che caratterizzano troppo spesso i contesti ospedalieri, in particolar modo nei confronti dei soggetti marginalizzati. Vogliamo dare vita a pratiche di cura democratiche, intersezionali e transfemministe, basate sulla condivisione orizzontale dei saperi e capaci di guardare alla persona nella sua interezza e complessità. La nostra pratica è sicuramente influenzata dal luogo in cui si colloca, in particolare quello appena descritto del quartiere Palestro, territorio con forte presenza di persone migranti e di anziani. Siamo in rete con altre realtà associative che agiscono sul terreno dell’accoglienza e del supporto alle persone migranti con e senza permesso di soggiorno, con cui collaboriamo per fornire assistenza medica e psicologica e redigere relazioni da presentare in commissione territoriale per la richiesta dei documenti. Abbiamo anche intrapreso percorsi di autoformazione con il fine di relazionarci al meglio con persone con esigenze sanitarie e background socioculturali differenti.Attualmente, la clinica è aperta due giorni a settimana: l* utenti vengono accolt* e mess* per quanto possibile a proprio agio; l’obiettivo di questa prima «visita», per noi, è conoscere la persona e capire i suoi bisogni. Per fare ciò, abbiamo costruito un triage che comprende non solo la classica anamnesi medica e psicologica, ma anche le condizioni di vita (lavoro, situazione abitativa, socialità, presenza di una rete di supporto…). Dopo aver effettuato il triage, in base alle necessità riscontrate vengono forniti servizi gratuiti di ascolto psicologico e percorsi psicologici brevi, aiuto nella lettura e comprensione dei referti, consigli nella gestione/consultazione di terapie, consulenze mediche. Grazie alla rete con altre realtà e associazioni operanti a Padova in quest’ambito, inoltre, possiamo reindirizzare l* utenti a servizi accessibili o gratuiti.Presso la clinica si trovano: Medici di medicina generale/internisti, Cardiologi, Neurologo, Fisiatra/Fisioterapista, Ginecologo, Psicologi/Psicoterapeuti, Infermieri. In contemporanea, ci impegniamo nell’organizzazione di eventi culturali centrati sul tema della salute e dei diritti di cittadinanza, incontri divulgativi sulla prevenzione, eventi sociali in cui continuare a intessere e rafforzare le relazioni con l* abitanti del quartiere; sono inoltre in cantiere molti nuovi progetti, tra cui un gruppo di auto-mutuo-aiuto per persone con patologie croniche e un gruppo di photovoice. Oltre a ciò, partecipiamo a manifestazioni politiche e festival in giro per l’Italia, portando le nostre esperienze e le riflessioni che ne derivano, nel tentativo di creare una rete forte che possa portare avanti unitamente le varie vertenze. In conclusione vogliamo essere al servizio di un bisogno personale, collettivo, sanitario e sociale, denunciando il collasso del Sistema Sanitario Nazionale, per attivare dinamiche di solidarietà lottando per un sistema sanitario pubblico, gratuito e universale; la creazione di relazioni di solidarietà tra le persone; la salute come bene sociale ed ecologico.
- konnektor
# 3 L’alternativa. Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito Intervista a Zarah Sultana Franco Panella Il declino e la corruzione del Partito Laburista guidato da Starmer e la virulenza della crisi politica rendono urgente la creazione di un partito di sinistra nel Regno Unito. Zarah Sultana, deputata ed ex militante del Partito Laburista, spiega i fondamenti e le condizioni di possibilità di questo nuovo partito di sinistra in fase di costituzione. Zarah Sultana è una delle leader socialiste più in vista della Gran Bretagna. Nata a Birmingham nel 1993, ha iniziato la sua attività politica nel movimento studentesco e in seguito si è unita al movimento scatenato dall'ascesa del corbynismo: ha fatto parte dell'esecutivo nazionale dello Young Labour, ha lavorato come organizzatrice comunitaria per il partito e infine si è candidata alle elezioni parlamentari, dove ora rappresenta Coventry South. La sua elezione ha coinciso con l'ingresso di Keir Starmer alla guida del Partito Laburista, che Sultana ha duramente criticato per la sua visione reazionaria e il suo meschino autoritarismo. Nell'ultimo anno, il suo profilo ha acquisito grande notorietà grazie alla sua netta opposizione alla complicità del governo Starmer nel genocidio di Gaza. Il suo dissenso le è valso la sospensione dal gruppo parlamentare laburista e da allora è diventata una paladina dell'alternativa di sinistra in fase embrionale, diventando una delle figure più giovani e popolari che partecipano alla sua formazione. Sultana ha proposto di co-dirigere il nuovo partito insieme a Corbyn e fa parte di un gruppo che lavora alla conferenza fondativa dello stesso, che si terrà questo autunno. Per la terza puntata di questa serie ideata da «Sidecar», e pubblicata anche da «Diario Red», Oliver Eagleton ha parlato con Sultana del nuovo partito di sinistra, affrontando in questa intervista diversi temi ad esso correlati: perché è necessario questo nuovo partito, che tipo di strutture democratiche dovrebbe avere, quali dovrebbero essere i suoi obiettivi parlamentari ed extraparlamentari, come dovrebbe rispondere all'estrema destra, quali sono gli argomenti a favore della direzione congiunta del partito e come dovrebbe essere organizzata la sua conferenza fondativa. Questo testo è apparso su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'«Istituto Repubblica & Democrazia» di Podemos e da «Traficantes de Sueños», ed è qui pubblicato con l'espresso consenso del suo editore. Oliver Eagleton: Cominciamo dalla tua carriera politica e dal tuo rapporto con il Partito Laburista. Come si sono evoluti nel tempo? Cosa ti ha spinto a decidere di lasciarlo all'inizio di quest'anno? Pensi che altri membri della cosiddetta "sinistra laburista" seguiranno il tuo esempio e lasceranno il Partito Laburista? Zarah Sultana: La mia formazione politica è nata a partire dalla guerra al terrorismo e dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008. La prima volta che mi sono interessata alla politica parlamentare è stato quando il governo di coalizione di David Cameron (Partito Conservatore) e Nick Clegg (Liberaldemocratici) ha lanciato un attacco diretto contro la mia generazione nel 2012, triplicando le tasse universitarie; io facevo parte della prima classe che ha dovuto pagare 9000 sterline all'anno per accedere all'istruzione superiore. Ho deciso di iscrivermi al Partito Laburista a 17 anni, perché all'epoca sembrava che nessun altro partito potesse fungere da veicolo di cambiamento. Non ho mai pensato che fosse perfetto. La mia sezione locale nelle West Midlands era controllata da uomini anziani, che non volevano che i giovani, e ancor meno le giovani donne di sinistra, fossero coinvolti nell'attività del partito. Quando sono andata a studiare a Birmingham nel 2012, i club e le associazioni laburiste non facevano altro che organizzare conferenze di deputati di destra, quindi ho dovuto cercare altri canali di espressione politica. Durante la mia prima settimana all'università, mio padre ed io ci siamo uniti a una delegazione di consiglieri comunali e attivisti laburisti in viaggio verso la Cisgiordania occupata, e quel viaggio ha cambiato il modo in cui vedevo me stessa. Non mi ero mai considerata privilegiata prima, ma mi sono resa conto che, per il semplice fatto di essere nata dove sono nata e di avere il passaporto che ho, le autorità israeliane mi trattavano in modo diverso. Durante il viaggio nei territori occupati ho visto come le forze israeliane molestavano e maltrattavano i palestinesi e poi si comportavano con me come se fossi un essere umano normale. Sono andata a Hebron e ho visto le strade riservate agli ebrei, le comunità che subivano attacchi quotidiani da parte dei coloni e dei soldati. Tutto questo era difficile da comprendere, ma era ancora più sconcertante che noi, il nostro Paese, la nostra società, permettessimo che ciò accadesse. Questo ha risvegliato in me un approccio nettamente internazionalista: una profonda opposizione al potere imperiale, all'apartheid, al colonialismo e all'occupazione militare. Poi, quando mi sono impegnata nella National Union of Students, mi sono resa conto che non ero l'unica a pensarla così. È un momento davvero magico, quando scopri di non essere sola nelle tue idee politiche. Ho iniziato a fare campagna su temi come l'istruzione gratuita, le borse di studio, l'antirazzismo, l'alloggio, il boicottaggio, le campagne BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). Tuttavia, è stato solo dopo la laurea che mi sono resa conto di quanto fosse inefficace il nostro contratto sociale. Ho faticato molto a trovare lavoro. Andavo all'ufficio di collocamento, controllavo il mio curriculum e mi chiedevo perché, nonostante la mia laurea e la mia esperienza, non avessi un posto in questa economia. E, naturalmente, avevo anche un debito di 50.000 sterline. Quando Jeremy ha vinto le elezioni alla presidenza del Partito Laburista nel 2015, la prima cosa che ho pensato è stata: «Mio Dio, finalmente un'operazione politica nazionale che non odia i giovani!». Così ho dedicato tutte le mie energie alla sezione giovanile del partito. Avevo già visto Jeremy parlare dei temi che mi stavano più a cuore durante proteste, eventi e picchetti, il che naturalmente mi ha fatto sentire il Partito Laburista come un luogo a cui appartenevo. Jeremy ha creato la Community Organising Unit (COU) con l'obiettivo di sviluppare un tipo di politica diversa, radicata nelle preoccupazioni concrete della gente, e io ho iniziato a lavorarci, il che mi ha permesso di iniziare a svolgere attività organizzativa nella mia regione natale: zone come Halesowen, Wolverhampton e Stourbridge, che avevano votato all'unanimità a favore della Brexit. Abbiamo fatto campagna su temi locali, tenuto corsi di formazione, identificato leader e costruito potere nella comunità. Da lì, ho avuto l'opportunità di candidarmi alle elezioni europee e poi alle elezioni nazionali del 2019, ed è così che sono diventata deputata. Ma oggi abbiamo un Partito Laburista molto diverso: un partito che applica l'austerità, indebolisce i progetti di legge sui diritti dei lavoratori e sostiene attivamente il genocidio. Ho passato mesi a fare pressione sul governo di Starmer affinché prendesse in considerazione politiche popolari come le tasse ai super ricchi, la nazionalizzazione dei servizi pubblici e la gratuità universale dei pasti scolastici. Ho anche combattuto alcuni dei suoi peggiori eccessi, come il mantenimento del limite di due figli per ricevere i sussidi sociali introdotto dal governo conservatore di Theresa May nel 2017, il taglio dei sussidi per il riscaldamento invernale e delle indennità di invalidità approvato dal governo Starmer, oltre alla vendita di armi alla macchina bellica israeliana. Di conseguenza, sono stata una delle deputate sospese dal gruppo parlamentare laburista lo scorso anno. L'ultima volta che ho parlato con il capogruppo parlamentare, ha insinuato che non sarei mai stata riammessa, perché avevo criticato la sua complicità nei crimini di guerra di Israele. Ma, contrariamente ad alcune false informazioni che sono circolate, non sono mai stata espulsa dal gruppo parlamentare; avevano intenzione di tenermi in un limbo permanente. Ho tenuto duro. Ho detto al capogruppo parlamentare che il genocidio perpetrato in Palestina era una prova del fuoco, non solo per me, ma per milioni di persone in tutto il Paese, e che era molto più importante per me della mia carriera politica. Quindi lasciare il partito era da tempo una questione di quando, non di se lo avrei fatto davvero. Ma per me era importante andarmene di mia spontanea volontà e alle mie condizioni, perché altrimenti si concede alla leadership del partito la capacità di controllare la narrativa. Ho deciso di farlo in una settimana significativa, quando il governo ha deciso di attaccare le prestazioni di invalidità e di dichiarare illegale Palestine Action. Non potrebbe esserci un riflesso più chiaro di dove è finito il Partito Laburista. Questo è un partito che vuole imporre tagli ad alcune delle persone più emarginate della nostra società per compiacere gli investitori. Questo è un partito che, per la prima volta nella storia britannica, sta criminalizzando un gruppo di attivisti non violenti, utilizzando gli elementi più repressivi dello Stato per proteggere i margini di profitto dei produttori di armi. Se queste non sono linee rosse per te, allora, francamente, non ne hai nessuna. Il Partito Laburista è morto. Ha distrutto i suoi principi e la sua popolarità. Alcuni deputati laburisti, che si considerano di sinistra, continuano ad aggrapparsi al suo cadavere. Dicono che, se rimangono, potranno conservare la loro influenza politica. La mia risposta è semplice: non siete stati in grado di fermare i tagli alle persone con disabilità, non siete stati in grado di fermare il flusso di armi verso uno Stato genocida e organizzato attorno a un regime di apartheid, quindi dov'è questa influenza di cui parlate? Non ha senso restare ad aspettare un cambio di leadership mentre la gente muore, non solo a Gaza, ma anche in questo Paese per questioni legate alla povertà. È ora di andarsene, di costruire qualcosa di nuovo e di invitare tutti a unirsi. Oliver Eagleton: Per molte persone della nostra generazione, il corbynismo ha stabilito un paradigma per la politica radicale. Tuttavia, considerando il divario storico esistente tra il 2015 e il 2025, come dovremmo adattarlo al presente? Zarah Sultana: Credo che ci troviamo in un momento politico molto diverso. Dobbiamo sfruttare i punti di forza del corbynismo – la sua energia, il suo fascino nei confronti delle masse e il suo audace programma politico – ma dobbiamo anche riconoscerne i limiti. Il corbynismo ha ceduto alla definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che, come è noto, lo equipara all'antisionismo e che è stata persino criticata pubblicamente dal suo principale autore, Kenneth Stern, e si è mostrato ambiguo e contraddittorio riguardo alla Brexit, allontanando così un gran numero di elettori. Ha anche abbandonato la pratica di sottoporre al voto dei membri del partito la nomina di tutti i potenziali candidati alle elezioni, in favore del cosiddetto “trigger ballott”, ovvero una votazione che decide se il candidato possa presentarsi direttamente o debba essere sottoposto al giudizio dei membri del partito, il che ha contribuito a mantenere molte delle strutture antidemocratiche esistenti nel Partito Laburista. Non ha fatto uno sforzo reale per incanalare il suo gran numero di affiliati verso il movimento operaio o i sindacati degli inquilini, sforzo che avrebbe arricchito la base sociale del partito. Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, il corbynismo avrebbe dovuto contrattaccare, dato che si trattava dei nostri nemici di classe. Ma invece si è spaventato e si è mostrato troppo conciliante, il che è stato un grave errore. Se vogliamo contendere il potere allo Stato, dobbiamo essere pronti ad affrontare una forte reazione e avere la resilienza istituzionale necessaria per resistere. Non si può cedere di un millimetro a queste persone. Tra il 2015 e il 2019 ho avuto amici e colleghi che lavoravano ai vertici del Partito Laburista e loro possono dirvi che, in parte, era un ambiente di lavoro molto disfunzionale, caratterizzato da tossicità e intimidazioni, non da parte di Jeremy, ma da parte di alcune persone del suo entourage. Il potere era troppo centralizzato. Questo non è ciò di cui abbiamo bisogno per questo progetto emergente. Ora abbiamo una generazione più giovane molto politicizzata a causa delle politiche disastrose dell'establishment in materia di alloggi, istruzione, occupazione e guerra. Chiederanno un posto al tavolo e la possibilità di esercitare un potere reale, e a ragione. La mia visione per il nuovo partito si basa su questo tipo di partecipazione attiva, perché è così che io stessa ho iniziato a fare politica: non attraverso la via tradizionale della candidatura come consigliera comunale, ma attraverso i movimenti sociali. Tutti devono sentirsi coinvolti e l'organizzazione deve essere rappresentativa della società in generale. Ciò significa anche che non possiamo attenuare il nostro antirazzismo. Alcuni vorrebbero che ci concentrassimo esclusivamente sulle "questioni economiche", ma se la politica di classe viene separata dalla politica razziale, è destinata al fallimento, perché quando i nostri vicini sono contemporaneamente oggetto di sfratti e deportazioni, la lotta è la stessa. Oliver Eagleton: Hai ragione nel dire che qualsiasi progetto di sinistra che tracci una linea divisoria illusoria tra razza e classe finirà per dividere la sua base, degenerando al contempo politicamente. Ma vorrei anche chiederti quale dovrebbe essere la posizione del partito nei confronti di Reform UK. Alcuni dei suoi messaggi finora hanno sottolineato la necessità di fermare l'estrema destra e sconfiggere Nigel Farage. Credo che siamo tutti d'accordo sul fatto che ciò sia necessario. Ma non c'è il pericolo che, presentandosi principalmente come un partito antifascista, si distolga l'attenzione dal governo come nostro principale avversario o, addirittura, si legittimi il Partito Laburista come parte di una sorta di fronte popolare? Zarah Sultana: Non credo che si debba scegliere tra concentrarsi su Reform UK o sul Partito Laburista. Possiamo opporci a Farage e spiegare cosa farebbe al Paese, e possiamo anche attaccare il governo per aver agito come una versione annacquata di Reform UK. Ricordiamoci di cosa diceva Ambalaner Sivanandan: «Ciò che dice Enoch Powell oggi, lo dice il Partito Conservatore domani e lo legifera il Partito Laburista il giorno dopo». Se non sfidiamo questa politica powellista ovunque essa appaia, danneggeremo le persone che vogliamo rappresentare. È vero che non possiamo trattare l'ascesa del nazionalismo razzista come una semplice questione morale; dobbiamo affrontarne le cause strutturali: il modo in cui si nutre della rabbia e della disperazione in zone che sono state devastate dal sistema inglese, il cosiddetto Westminster consensus. Ma la destra non ha il monopolio di questa rabbia. Anch'io sono arrabbiata. Dovremmo essere tutti arrabbiati, quando pensiamo a ciò che è successo a queste comunità della classe operaia, e dovremmo sfruttare questi sentimenti per avanzare un'argomentazione molto chiara: il problema non è la manodopera migrante, ma i proprietari immobiliari sfruttatori, le avide compagnie energetiche e i servizi privatizzati. Non dobbiamo essere paternalisti con le persone e dire loro che le loro frustrazioni sono sbagliate, né dobbiamo essere compiacenti con alcun tipo di nazionalismo. Possiamo avere fiducia nella nostra politica e comunicarla attraverso campagne locali e conversazioni persuasive. Si tratta di un processo lungo, che richiede mesi e persino anni, soprattutto in luoghi dove questi argomenti non sono familiari alla maggior parte delle persone. Ma ci sono modi per farli arrivare. Uno è parlare del tipo di società che vogliamo davvero e descriverla in dettaglio, invece di limitarci a lanciare slogan. Quali sono i nostri obiettivi a lungo termine? Più tempo con i nostri cari, più spazi verdi, centri di istruzione infantile universali, trasporti pubblici gratuiti, non preoccuparci delle bollette. Queste sono cose di cui Farage e Starmer non parlano, il che ci permette di contrapporre la nostra visione positiva alla loro, totalmente negativa. E poi sorge sempre la domanda: come pagheremo tutto questo? Beh, possiamo porre fine alla spesa militare eccessiva; possiamo tassare le compagnie petrolifere e del gas; possiamo invertire il passaggio della sanità dal settore pubblico a quello privato, che ha subito un'accelerazione dal Covid-19. Dobbiamo impegnarci a finanziare il trasporto pubblico gratuito invece di finanziare guerre infinite. Queste sono politiche che hanno senso per la gente. Dobbiamo difenderle con la stessa aggressività con cui la destra difende le proprie. Oliver Eagleton: Questa è una buona descrizione dell'orizzonte a lungo termine. Quali sono gli obiettivi a breve termine del progetto? Zarah Sultana: Siamo ancora in una fase embrionale, ma abbiamo già più di 700.000 persone che hanno mostrato interesse, quindi il nostro lavoro in questo momento deve concentrarsi sull'attivazione della nostra base e sull'articolazione di chi siamo, che è, tra l'altro, il motivo per cui credo che dovremmo chiamarci “The Left”, perché è un'espressione senza complessi di ciò che difendiamo. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di reclutare persone in tutto il paese, in zone che non hanno lo stesso livello di attività politica di Londra. Abbiamo riscontrato un grande interesse nel nord-ovest e nel nord-est, il che è molto emozionante, e naturalmente mi piacerebbe che più persone si impegnassero nelle West Midlands. La mia opinione è che dovrebbe esserci un alto grado di autonomia anche per la Scozia e il Galles. Da quando abbiamo annunciato la creazione del partito, sono sorti molti gruppi locali non ufficiali, ma formalizzeremo le nostre strutture nella prossima conferenza. La struttura generale del partito deve essere unitaria, altrimenti non sarà un progetto coeso in grado di unire lo spettro esistente di movimenti e lotte. Una federazione non sarebbe in grado di galvanizzare le persone né di passare all'offensiva; potrebbe finire per essere poco più che un insieme di gruppi diversi invece che un blocco potente e unito. Per stabilire tutto questo, abbiamo bisogno di una conferenza totalmente democratica, cosa che dipende da diversi fattori. Innanzitutto, non può essere guidata solo dai deputati. Al momento, ci sono sei deputati nell'Independent Alliance, cinque dei quali sono uomini. Questo non dovrebbe essere ciò che caratterizza il nostro partito in futuro, quindi il comitato che organizza la conferenza dovrebbe essere equilibrato in termini di genere, nonché diversificato in termini di origine etnica e regionale, e tutti i suoi membri dovrebbero avere gli stessi diritti e lo stesso peso al momento del voto. Qualunque cosa al di sotto di queste condizioni sarebbe un club per soli uomini. In secondo luogo, coloro che partecipano alla nostra conferenza inaugurale devono farlo in modo consapevole e questo può significare solo una testa, un voto. La conferenza dovrà essere tenuta in un luogo accessibile e svolgersi sia in presenza che da remoto, con poche barriere all'ingresso. Dobbiamo sforzarci di ottenere una partecipazione di massa piuttosto che optare per una struttura ridotta di delegati, che potrebbe non essere rappresentativa della nostra base. Infine, dobbiamo avere un forum autentico per il dibattito e la discussione, e non trovarci in una situazione in cui le decisioni vengono prese da un gruppo esecutivo e gli altri si limitano ad approvarle. Tutto questo è fondamentale, perché se non avremo processi democratici interni adeguati fin dall'inizio, sarà molto più difficile per il partito agire da catalizzatore di qualsiasi forma più ampia di democratizzazione; al contrario, se organizzeremo una conferenza aperta e pluralistica, avremo già infranto le convenzioni della politica britannica, il che rappresenta un primo passo verso la sua riorganizzazione. Allora potremo stabilire non solo un programma che risponda alle preoccupazioni quotidiane della gente, ma anche ottenere una presenza significativa nei movimenti che sorgono in tutto il paese. Non vogliamo solo elettoralismo, vogliamo un progetto legato ai sindacati degli inquilini, all'organizzazione della classe operaia, alla lotta per difendere il Sistema sanitario nazionale dalla privatizzazione e al movimento di solidarietà con la Palestina. Per condurre una campagna efficace su tutti questi fronti, dobbiamo stabilire una serie di rivendicazioni chiare. Pensiamo a Zohran Mamdani a New York; anche molti di noi qui in Gran Bretagna conoscono le sue principali promesse. Le ha espresse in modo che tutti possano capirle e risuonano a un livello molto più profondo rispetto alla maggior parte dei discorsi politici. Se iniziamo a farlo, ci renderemo conto che non dobbiamo necessariamente sottostare alle tradizioni arcaiche di Westminster, che sono progettate per rendere la politica esclusiva. Oliver Eagleton: Una delle questioni che abbiamo discusso in questa serie finora è il giusto equilibrio tra potere popolare e potere parlamentare. James Schneider ha sostenuto che il nuovo partito dovrebbe essere una leva per la mobilitazione popolare, la cui funzione principale è quella di rafforzare o creare istituzioni della classe lavoratrice come prerequisito per future campagne elettorali. Andrew Murray afferma che la priorità è creare un blocco parlamentare di rilievo, in grado di intervenire in modo efficace e vincere le elezioni, il che, a sua volta, avrà un effetto spontaneo di dinamizzazione della vita civica della classe lavoratrice. Qual è la tua posizione in questo dibattito? Zarah Sultana: È una falsa dicotomia. Ritengo che il mio lavoro a Westminster sia quello di gettare ponti tra i movimenti sociali, i sindacati e il Parlamento. Le leggi progressiste che oggi diamo per scontate – la tutela dei lavoratori, il congedo di maternità, il fine settimana festivo, persino il diritto di voto – sono state ottenute solo perché i deputati sono stati costretti a rispondere a pressioni più ampie. Le lotte che hanno portato a queste concessioni sono spesso cancellate dalla storia. Oggi vediamo deputati e deputate laburisti mostrare il loro sostegno ai «diritti delle donne» indossando fasce suffragiste e, allo stesso tempo, votare a favore messa fuori legge di Palestine Action. Non dobbiamo seguire il loro esempio comportandoci come se esistesse una necessaria separazione tra i campi del potere popolare e del potere parlamentare. Un partito che si preoccupa solo delle elezioni sarà irrilevante al di fuori del ciclo elettorale. E un partito che ignora il Parlamento creerà un vuoto che inevitabilmente sarà occupato dall'estrema destra. Quello che voglio – e mi è difficile immaginare come si possa creare un partito di sinistra di successo in altro modo – è un orientamento verso l'organizzazione di campagne e movimenti sociali combinato con una solida presenza parlamentare: una situazione in cui i nostri deputati e le nostre deputate siano in prima linea negli scioperi e nelle mobilitazioni antifasciste. Se ci si concentra esclusivamente sul Parlamento invece di sviluppare capacità e risorse di più ampio respiro, si opta per un approccio molto miope, perché cosa succederà quando quei deputati saranno attaccati dall'establishment? Cosa succederà se perderanno i loro seggi o andranno in pensione? È necessario costruire l'infrastruttura sociale che li sosterrà nella loro carica e identificare nuovi leader che li sostituiranno nei loro seggi. È questo tipo di potere comunitario che sostiene i politici socialisti e li rende responsabili. Senza di esso, o si capitola o si ottiene una sinistra dominata da poche figure di vertice, che la rende formalmente indistinguibile da qualsiasi altro partito. Il punto è che la gente riconosce quando i politici non sono autentici, quando non hanno alcun legame con la base popolare. Lo capiscono immediatamente. Al contrario, quando sei un politico come Jeremy, John McDonnell o Diane Abbott, la cui autorità è profondamente radicata nelle lotte comunitarie, hai un profilo molto diverso e puoi ottenere progressi molto più significativi. Oliver Eagleton: Tuttavia, quando si tratta di certe decisioni strategiche, possono esserci alcune scelte binarie. Ad esempio, il partito dovrebbe creare una propria unità di organizzazione comunitaria, come quella in cui lavoravi tu, o dovrebbe lasciare l'organizzazione comunitaria nelle mani delle comunità? Zarah Sultana: In teoria, mi piace molto l'idea che l'organizzazione comunitaria di massa faccia parte del DNA del partito. Ci sono persone che già svolgono il lavoro quotidiano di assicurarsi che nessuno nella loro comunità soffra la fame o che l'estrema destra non possa attaccare gli hotel dove alloggiano i richiedenti asilo. Il nuovo partito dovrebbe trovare queste persone, che non necessariamente corrispondono alle nozioni tradizionali di leader politico, coinvolgerle, chiedere loro di dare forma all'organizzazione e prepararle ad assumere posizioni di autorità. Ma questo dovrebbe assumere la forma di un'unità di organizzazione comunitaria come quella che avevamo nel Partito Laburista? Qui credo che ci siano alcuni limiti. In base alla mia esperienza personale nelle unità di coordinamento comunitario, istituzione creata da Corbyn, queste non sempre hanno ottenuto le vittorie che meritavano, in parte perché quando questo tipo di lavoro comunitario è legato a un partito, comporta immediatamente alcune connotazioni che possono risultare sgradevoli a coloro che, comprensibilmente, sono stanchi della politica di parte. Si sono anche verificate situazioni in cui l'unità di coordinamento comunitario è entrata in conflitto con altri settori del Partito Laburista, ad esempio quando i comuni non pagavano un salario equo ai propri lavoratori. Non sto dicendo che questo accadrà con il nuovo progetto, ma c'è sempre il rischio che, quando un partito nazionale svolge diverse attività di organizzazione, queste non si integrino perfettamente e sorgano tensioni. L'organizzazione comunitaria sarebbe più efficace se, invece di essere guidata da un'unità specifica, diventasse una pratica radicata in tutto il partito, come avviene, ad esempio, per il modo in cui conduciamo le riunioni, le sessioni di formazione, la raccolta dei voti e le campagne politiche. Il ruolo del partito potrebbe essere quello di sviluppare questo tipo di cultura politica di massa: rendere naturale per le persone partecipare alla politica sul campo, in modo che si organizzino sindacati di inquilini, club di lettura, gruppi contro le retate o qualsiasi altra cosa che soddisfi le loro esigenze locali. In questo modo, il partito svolgerebbe un ruolo nello stimolare le lotte popolari senza doverle gestire o controllare. L'educazione politica sarebbe una parte fondamentale di questo: tradurre il senso istintivo delle persone su ciò che non va nella società in una visione radicale. Se riuscissimo a far sì che metà delle persone che si sono iscritte come simpatizzanti del nuovo partito ricevessero un'educazione politica, gli effetti sarebbero eclatanti . È impossibile prevedere dove questo ci porterebbe. Oliver Eagleton: È interessante. Quindi il partito non avrebbe necessariamente il compito di formare queste istituzioni, ma non darebbe nemmeno per scontato che sorgeranno spontaneamente. Al contrario, il partito utilizzerebbe le sue strutture democratiche locali e le sue iniziative educative per creare la cultura politica in grado di spingere le persone ad agire. Una cosa che sicuramente ostacolerà tutto questo è il frazionismo inutile. Che dire delle divisioni che hanno influenzato il progetto fino ad ora? Zarah Sultana: Dopo aver annunciato le mie dimissioni dal Partito Laburista e la mia intenzione di co-dirigere la fondazione di un nuovo partito di sinistra con Jeremy, le fughe di notizie contro di me sono state quasi immediate. Un piccolo numero di persone coinvolte nel partito ha diffuso informazioni in forma anonima, facendo commenti ostili e implicitamente islamofobi su di me al Sunday Times e a Sky News. Questo comportamento è assolutamente inaccettabile in qualsiasi contesto, ma soprattutto in uno in cui stiamo cercando di creare una nuova cultura politica. È sorprendente che persone che si suppone siano di sinistra pensino che sia appropriato utilizzare la stampa di Murdoch per diffondere calunnie. Si tratta dello stesso tipo di media che ha cercato di distruggere la reputazione di Jeremy e la politica che egli rappresenta. Non c'è posto per questo tipo di comportamento in ciò che stiamo costruendo. Tutti comprendiamo il disaccordo tra compagni e compagne, ma è diverso quando si superano i confini di classe per motivi di faziosità e psicodramma. I militanti non lo vogliono; è un elemento molto demotivante per loro. Personalmente, non ho tempo per questo tipo di molestie e intimidazioni e non permetterò che sabotino un progetto che è molto più grande di tutti noi. Il fascismo sta ruggendo alle porte; gli ego non hanno posto in questa lotta. Oliver Eagleton: Se mi permetti di giocare a fare l'avvocato del diavolo, un argomento contro il modello di partito totalmente guidato dai suoi membri potrebbe essere espresso come segue. Poiché non abbiamo ancora una cultura politica di massa, molte persone che vogliono essere politicamente attive non sanno bene cosa ciò implichi. Pertanto, potrebbero preferire che la loro energia venga incanalata piuttosto che doverla incanalare da soli. L'assenza di una politica di massa significa anche che la sinistra organizzata è composta da diversi gruppi relativamente piccoli, ciascuno con le proprie priorità, che saranno difficili da riunire in una struttura unificata senza un intervento dall'alto. Esiste anche il rischio che alcune di queste priorità non siano particolarmente rappresentative della società nel suo complesso. Cosa ne pensi? Zarah Sultana: Se seguiamo questo ragionamento, finiremo per riprodurre i problemi di tutti gli altri partiti politici: controllo verticale, decisioni prese senza rendere conto a nessuno, dispute interne, distribuzione di cariche tra amici. Mi sembra strano argomentare contro la democrazia guidata dai militanti, dato che il nostro obiettivo è quello di responsabilizzare le persone ed è impossibile raggiungerlo senza coinvolgerle e senza dare loro il controllo delle politiche, della strategia e della leadership. Questo porterà inevitabilmente a situazioni difficili, con posizioni e prospettive diverse che si scontreranno, ma c'è da aspettarselo. Se ci sono alcune questioni su cui non riusciamo a convincere la maggioranza, non possiamo semplicemente eluderle o ignorarle; sarebbe una rinuncia alla responsabilità politica. Dobbiamo invece lavorare più duramente. Ad esempio, non ho alcuna esitazione a difendere un programma socialista decisamente antirazzista e pro trans, anche se alcuni aspetti di esso possono risultare controversi per alcune persone. Solo attraverso dibattiti aperti e attraverso i canali adeguati potremo creare qualcosa che sia fondamentalmente diverso, che sia percepito come fondamentalmente diverso, dagli altri partiti di Westminster. Se questo non è l'obiettivo, cosa ci facciamo qui? Oliver Eagleton: A proposito degli altri partiti, cosa ne pensi delle alleanze elettorali? Zarah Sultana: Sono aperta alle alleanze elettorali, a condizione che abbiano il sostegno dei militanti. In generale, credo che dovremmo essere disposti a lavorare con chiunque ci aiuti a sconfiggere la destra e l'establishment. Dobbiamo essere pragmatici, soprattutto finché continueremo a lavorare con il sistema maggioritario in ambito elettorale, anche se la riforma elettorale deve essere un obiettivo. Ma in questo momento sarebbe prematuro iniziare a scegliere i collegi elettorali, decidere dove presentarci e dove ritirarci, quando non abbiamo ancora compreso appieno la portata di ciò che stiamo costruendo. Finché non avremo realmente creato il partito e non avremo un'idea delle sue capacità e dei suoi limiti, non potremo entrare nei dettagli. Mancano quattro anni alle prossime elezioni generali. Prima dobbiamo sviluppare le strutture del partito e poi, se gli iscritti lo approveranno, verranno le negoziazioni su questo tipo di strategia. Oliver Eagleton: Quali sono i vantaggi di un modello di leadership condivisa, con te e Corbyn alla guida? Zarah Sultana: Se ci sono più voci al vertice, se evitiamo di concentrare il potere in una sola persona, saremo più rappresentativi del nostro movimento e più responsabili nei suoi confronti. Creare un nuovo partito non è cosa da poco, c'è molto da fare e abbiamo bisogno di condividere il lavoro. Pertanto, sembra naturale che due persone con gli stessi valori e principi, e la stessa fede nel progetto, lo facciano insieme. Abbiamo molto da imparare l'uno dall'altro; io imparo sempre da Jeremy e mi piace pensare che anch'io possa dargli qualcosa. Una leadership condivisa con poteri uguali significherebbe che nessuno dei due sarebbe una figura simbolica. Ci permetterebbe anche di trasformare in realtà quello che spesso non è altro che uno slogan liberale su "più donne in posizioni di leadership", minando i pregiudizi che spesso frenano le giovani donne: che non sono abbastanza serie, che mancano di esperienza, ecc. La gente è già molto entusiasta di questa idea e ci ha contattato in gran numero. Non si tratta di rifuggire da una leadership forte, ma di raddoppiarne la forza. Oliver Eagleton:Cosa possono fare i sostenitori prima della conferenza? Come possono essere più utili? Zarah Sultana: Il reclutamento di massa è fondamentale. Dovremo organizzare eventi nel periodo precedente alla conferenza per entusiasmare i sostenitori e reclutare più persone. Una delle parti migliori del corbynismo erano i comizi, la musica e gli spettacoli. Dobbiamo recuperare tutto questo. Ciò di cui abbiamo bisogno è una politica divertente e allegra. Non ci interessano le riunioni in cui tutti hanno qualcosa da dire e parlano per venti minuti. Pensate che i sedicenni che presto avranno diritto di voto vorranno sedersi ad ascoltare tutto questo? Il nuovo progetto deve attrarre quella generazione integrandosi nella cultura di massa. Abbiamo già visto musicisti, artisti e attori fare la fila per partecipare. Jade Thirlwall ci ha sostenuto, così come Amiee Lou Wood e Ambika Mod, persone di quella fascia d'età più giovane che sono in contatto con il sentimento popolare e sanno quanto sia lontano dalla politica decadente dell'establishment. Dobbiamo fare politica in modo diverso, e questo non è un cliché, ma un prerequisito di questo partito. L'obiettivo è cambiare la politica per sempre. Quando abbiamo un governo che incita al genocidio e muove guerra ai propri cittadini, e un'estrema destra che si prepara a entrare a Downing Street, non possiamo negare l'urgenza. Ecco perché sono disposta a dare tutto in questa lotta. È quello che devo alla mia comunità e alla mia classe. Ora è il momento. Testi consigliati Oliver Eagleton, Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito: intervista a James Schneider (1), Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista ad Andrew Murray (2) Tom Hazeldine, Il New Labour al timone, «Diario Red/New Left Review» 20/02/25 Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua?, in «New Left Review» 125 Novembre-Dicembre 2020 Goran Therborn, Il futuro e la sinistra, in «New Left Review» 145 Marzo-Aprile 2024, e Il mondo e la sinistra, in «New Left Review» 137 Novembre-Dicembre 2022 Daniel Finn, «Contracorrientes», in «New Left Review» 118 Luglio-Agosto 2019, e Lo stesso filo del rasoio: Starmer contro la sinistra 19 luglio 2024, Torturare le prove, lawfare e mediafare nel Regno Unito 31 luglio 2023, e Starmer contro Corbyn: gli usi politici dell'antisemitismo 11 oct 2022, tutti pubblicati su El Salto Pablo Iglesias, Capire Podemos e La Spagna al bivio, in «New Left Review» 93 Luglio-Agosto 2015 Eric Hobsbawm, «La società, la nuova e la vecchia», NLR 142 Maurizio Lazzarato, I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale, «Diario Red» 02/03/25 Oliver Eagleton è membro e redattore associato della «New Left Review» e autore di Starmer Project: A Journey to the Right (2025).
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In ricordo di Giovanna Ferrara. La paura dura a lungo e la rivoluzione è di tutti Giovanna Ferrara (1978–2023) è stata una giornalista e intellettuale acuta, attenta alle lotte sociali e alla crisi della politica. La sua scrittura, intima e politica al tempo stesso, ha rappresentato per lei una forma di amore, resistenza e indagine collettiva. Ne L’innocenza dei dinosauri, la parola diventa atto politico e gesto affettivo, capace di raccontare il mondo e le sue ferite. La malattia e la pandemia hanno acuito il suo sguardo sul dolore e sulle disuguaglianze, trasformando la scrittura in un ponte tra sé e un “noi” fragile ma possibile. Ispirata da autrici come Annie Ernaux, Ferrara ha cercato un’espressività radicale e inclusiva, dove la memoria diventa presente e la vita si fa linguaggio. Giovanna Ferrara (nata a Cava de’ Tirreni nel 1978 e morta a Padova nel 2023) è stata una giornalista attenta a insorgenze e disobbedienze, allegra scopritrice di libri e visioni, testimone caustica della decadenza della politica di palazzo. Ha collaborato a «il manifesto», alle riviste «operaviva» e «Outlet», alla Radiotelevisione svizzera, al Breve dizionario dell’ideologia italiana (manifestolibri, 2016). Ha dedicato gli ultimi anni allo studio delle figure di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, alle radici di quell’europeismo rivoluzionario di Ventotene il cui spirito ha cercato di infondere nell’Europa malata di oggi. Non dirò, qui, di cosa parla L’innocenza dei dinosauri di Giovanna Ferrara (Fuorilinea, 2024), ma di come parla. C’è una storia d’amore, carsica e travolgente, che sorregge ogni sillaba di questo libro: quella tra l’autrice e la scrittura. Una storia affollata perché intima, politica perché privata. Come ogni relazione, anche questa aveva rituali e giorni di festa; seguiva le mutevoli ispirazioni delle stagioni e degli umori. Sapeva circondarsi di comparse e convocare testimoni, sobbollire continuamente per la bellezza del mondo e rovesciarsi in rabbia per non cedere all’impotenza. Ridere dei tradimenti e flirtare periodicamente con un certo bisogno di dispersione. Un dispendio caotico di energie e obiettivi che ci imputavamo reciprocamente a giorni alterni. Anche se di tracce sulla carta, di posizionamenti netti, di ricerche appassionate Giovanna è stata maestra. Dal laboratorio pulsante di «operaviva», alle pagine affilate per «il manifesto», a quelle della sua tesi di dottorato, dedicata allo straordinario progetto collettivo di Ventotene. A un sogno d’Europa rimasto intentato. A Eugenio Colorni e soprattutto a Ursula Hirschmann che ha amato tanto per quel suo modo di «mettersi a disposizione della storia con tutto quello che si ha». Di diari, poi, Giovanna ne ha scritti moltissimi, ma sempre in forma di dialogo. Epistolari portatili che scorrevano a volte rapidi, arrabbiati, effervescenti, altre sfiniti, delusi, sugli schermi e nelle chat di gruppo come spartiti di un concerto esistenziale. Brevi messaggi che arrivavano improvvisi, inanellati gli uni negli altri. Veloci, irriverenti, come se fossero indirizzati alla luna. Ironici, comici, intelligenti per dissolvere malintesi o crearne, con quella leggerezza luccicante con la quale si prendeva cura di tutti e di ognuno. Le parole, quindi, erano la materia vivida delle (sue) relazioni, nell’abbraccio e nella protesta. E avevano lo strano potere di certe piante esotiche dotate di uno speciale sistema nervoso e affettivo, che attirano insetti con colori e profumi variopinti. Estrarre parole dal mondo – senza protezioni, senza alibi, senza maschere – e decifrare tesori tra le macerie, è stato inequivocabilmente il suo mestiere. La scrittura come immersione nell’io, come denuncia e pratica politica, come resistenza alla morte, come descrizione fedele del mondo o come esplorazione e creazione di mondi. Quando le sembrava di aver finalmente afferrato le sue ragioni per scrivere, al netto di falsi miti come la predestinazione, o di favole troppo rassicuranti come il talento, Giovanna ricominciava daccapo. Abbiamo allestito stradari, urbani e domestici, per percorrere insieme questa inquietudine – bar, panchine, teatri, divani, parchi, fontane – invitando un ampio parterre di autori – Julio Cortazar, Roland Barthes, Bohumil Hrabal… – e soprattutto autrici – Goliarda Sapienza, Irene Brin, Patrizia Cavallo, Annamarie Schwarzenbach… Incontri che hanno moltiplicato a dismisura le domande e approfondito l’esplorazione, stravolgendo superficie e profondità. Tutto sembrava influenzare irrimediabilmente le parole, ma quante possibilità c’erano che accadesse il contrario? Quanto conveniva mascherarsi? Quanto la finzione poteva proteggere dalla vita? Come regolare la distanza tra la carta e il mondo? Da quali prospettive, con quale sguardo mettersi a raccontare? E ancora. Farlo dalle bacheche affollate e distratte dei social nelle quali Giovanna si muoveva con disinvolta mondanità, instillando folgoranti scatti di penna? O misurare forza e respiro partendo per destinazioni più lente, più lunghe, senza tuttavia allontanare lo sguardo degli altri? Scrivere per sé e di sé, lasciandosi corrompere dalla folgorante dolcezza con la quale, talvolta, la vita si e ti allontana dal mondo, per caso o per necessità? Abbandonarsi al pericolo della scrittura in alto mare, senza appigli, navigando a vista in quello che pensiamo essere il vero Io (narrante) che si appresta a diventare l’Autore? O, al contrario, rifiutare l’autorialità come fosse l’astuzia più insidiosa che la scrittura ci gioca contro? Cosa accade davvero quando la scena di un immaginario pieno di mondo si fissa alla quinta di una pagina bianca? Se non ci sono scorciatoie, quando ci si trova in quel punto della storia, quali vie ci si aprono dinanzi? Molto prima che fosse insignita del Nobel, siamo precipitate senza impegno, dalla noia estiva alle opere di Annie Ernaux, guidate solo da un puro istinto di sopravvivenza. Ci eravamo arrivate, come spesso accadeva, ognuna per proprio conto, lei dalla sua Costiera io dalla mia Tuscia. Trascorremmo l’estate a leggere voracemente e a telegrafarci di visioni e improvvisi disvelamenti. Fu un’estate felice, di grandi progetti e discussioni. La scrittura di Annie rimescolava le carte, ma sul tavolo giusto. Quella sua maniera di disperdere l’io in una realtà più ampia, di condurre indagini biografiche, al limite del poliziesco, in modo del tutto impersonale, senza iscriverle in un quadro finzionale, era sorprendente. Per Giovanna fu un cambio di prospettiva radicale. Se non una ricompensa o l’accenno di una salvezza, certamente la via per scrivere la vita e vivere la scrittura con un’intensità ancora del tutto inesplorata. Niente è retrospettivo, e tutto lo è, diventò presto il tormentone di quell’afa agostana. Senza alcuna violenza, le emozioni ritornavano politiche. La realtà, che era sempre stata nella scrittura di Giovanna, riconquistava un valore collettivo. Usare se stessi come sonda, come radar o sirena per svelare un mondo collettivo, la sua irriducibile permanenza. Una diagnosi, terribile e rimossa, si incrociava con l’evento pandemico. La malattia vissuta cominciava a specchiarsi nelle crepe e nelle lacerazioni sociali. Nelle logiche estrattive del capitale, nei conflitti di classe. In un diffuso bisogno di cambiamento che Giovanna ha messo insieme, avvistandolo ovunque, pagina dopo pagina, a ogni corsia di ospedale percorsa. Le parole facevano esistere le cose. Quelle che nessuno vuole vedere. La sofferenza, la solitudine, l’abbandono, le diseguaglianze, la vulnerabilità di tutti e di ognuno. La violenza meschina dell’interesse. Da lavoro per sé, la scrittura diventava lavoro per un noi che stentava a riconoscerci, a sapersi ancora in vita. Tutto senza disfarsi mai dell’impronta inconfondibile che sapeva lasciare di sé. Una scrittura clinica, sì, ma non alla maniera della scrittura bianca di Barthes, né della scrittura piana di Annie, pensata per dare notizie essenziali con una lingua dura, svestita. Giovanna mirava alla foto di gruppo, senza escludere nessuno. Un Io impresso nel primitivo, fiabesco chiaroscuro della vita e della realtà. Un’espressività infantile, dove la paura dura a lungo e la rivoluzione è di tutti. Dove la vera felicità, come scriveva Jules Reanard, sarebbe ricordare il presente. Graziella Durante ha collaborato con l’Università di Napoli, Salerno, Parigi e con diversi Istituti di ricerca scrivendo e curando numerose edizioni scientifiche di giurisprudenza dei corpi e filosofia politica. Traduttrice, giornalista e scrittrice, i suoi più recenti lavori sono apparsi per Dedalo, Mondadori, Einaudi e Cairo. Nel tempo libero, vive a Roma.
- konnektor
# 2 Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito Intervista ad Andrew Murray Franco Panella Abbiamo parlato con Andrew Murray, leader politico e sindacale, giornalista e scrittore britannico, della rifondazione dello schieramento politico di sinistra nel Regno Unito. Il numero di persone che si sono iscritte al nuovo partito di sinistra britannico ha superato le 650.000 unità, una cifra che eclissa l'affiliazione di qualsiasi altro partito presente a Westminster. In questo momento sono in corso i lavori preliminari per l'organizzazione della conferenza fondativa, che si terrà probabilmente a novembre e durante la quale gli iscritti decideranno il programma iniziale e definiranno alcune delle strutture democratiche. Nell'ambito del dibattito in corso su questi temi, «Sidecar» e poi «Ahida» hanno recentemente pubblicato un'intervista a James Schneider, ex direttore della comunicazione del Partito Laburista di Corbyn, in cui questi ha esposto le sue argomentazioni a favore di un'organizzazione che eviti le trappole elettorali del decennio 2010 e che, per raggiungere questo obiettivo, dovrebbe radicarsi principalmente al di fuori di Westminster e impegnarsi a costruire diverse forme di potere popolare. Per la nuova puntata della serie, ci rivolgiamo ad Andrew Murray. Nato nel 1958, Murray è entrato a far parte del «Morning Star» come giornalista parlamentare all'età di diciannove anni. Negli anni '80 è entrato a far parte del movimento operaio, svolgendo un ruolo chiave nella fondazione di Unite, uno dei più grandi sindacati del paese, ricoprendone in seguito la carica di capo di gabinetto. Negli anni 2000 è stato nominato membro del comitato esecutivo del Partito Comunista Britannico e ha partecipato alla fondazione di Stop the War Coalition, creata per opporsi alle invasioni dell'Iraq e dell'Afghanistan. Murray, uno dei primi sostenitori della leadership di Corbyn, è stato distaccato da Unite per aiutarlo nella campagna elettorale del 2017, prima di entrare a far parte del suo team come consulente politico speciale. È anche autore di numerosi libri sulla politica britannica, tra cui la sua devastante denuncia della privatizzazione delle ferrovie britanniche, Off the Rails (2002), la sua analisi dei processi strutturali che hanno generato il progetto di Corbyn, The Fall and Rise of the British Left (2019) e la sua analisi delle lezioni politiche che si possono trarre da quell'esperienza, Is Socialism Possible in Britain? (2022). Murray ha parlato con Oliver Eagleton della politica del partito nascente, delle sue priorità in questa fase iniziale, dei dibattiti sulla sua leadership e dell'atteggiamento che dovrebbe assumere nei confronti dei movimenti sociali e delle istituzioni della classe lavoratrice. Questo testo è apparso su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'«Istituto Repubblica & Democrazia» di Podemos e da «Traficantes de Sueños», ed è qui pubblicato con l'espresso consenso del suo editore. Oliver Eagleton: Perché ritieni che ci sia un'opportunità politica per la creazione di questo nuovo partito? Quali fattori presenti nell'attuale situazione della Gran Bretagna gli conferiscono possibilità di successo? Andrew Murray: Si potrebbe dire che l'attuale opportunità politica è stata creata dalla crisi del 2008. Da allora, la classe dirigente non è stata in grado di gestire il modello economico neoliberista in modo da soddisfare le aspirazioni della gente, né è stata disposta a sostituirlo con un quadro diverso. Ciò significa che la politica britannica è rimasta più o meno in una situazione di stallo durante questo periodo. La leadership di Corbyn nel Partito Laburista ha ampliato la cosiddetta finestra di Overton, overo l’insieme di ciò che è ideologicamente accettabile, allontanandosi dagli stretti parametri del thatcherismo e del blairismo, con l’idea che una socialdemocrazia radicale – che era stata completamente emarginata fin dagli anni ’70, alla fine del periodo postbellico – potesse tornare ad essere maggioritaria, posizione rafforzata dai movimenti di massa contro la guerra e l'austerità, che avevano generato un'enorme energia politica. A partire dal 2020, il Partito Laburista di Starmer ha cercato di chiudere questa opportunità. Ma non ha cercato di chiuderla vincendo un dibattito. Si è invece limitato a ricorrere alla coercizione: ha sospeso i deputati, espulso Corbyn dal partito, negato alle sezioni locali il diritto di eleggere il o i propri candidati e, in seguito, ha adottato lo stesso approccio autoritario nei confronti della società in generale, con una repressione straordinariamente dura contro la solidarietà con la Palestina. Come possiamo vedere dalla risposta all'annuncio del nuovo partito, con oltre mezzo milione di persone che si sono già iscritte come simpatizzanti, la strategia di Starmer è fallita. Le forze mobilitate dalla leadership di Corbyn, e potenziate dal movimento intorno a Gaza, sono ancora presenti, ancora attive e cercano una qualche forma di espressione politica in un contesto in cui sia i laburisti che i conservatori si sono rifiutati di affrontare i problemi emersi a partire dalla crisi finanziaria globale. Oliver Eagleton: Come può il partito dare spazio a questo tipo di espressione politica? Andrew Murray: Beh, questa è la domanda principale. I dibattiti sulla struttura dell'organizzazione (federale, coalizionista, centralizzata) o anche sulla sua leadership (unica, congiunta, collettiva) sono secondari rispetto al suo posizionamento politico. Il nuovo partito deve essere assolutamente e chiaramente anticapitalista e anti-imperialista. Deve considerarsi il creatore dello spazio per una transizione al socialismo. Forse alcune parti del suo profilo politico possono essere date per scontate: senza dubbio la sua posizione su Gaza e la sua opposizione all'austerità. Ma, a mio parere, deve andare oltre, generalizzando a partire da queste due questioni urgenti e offrendo un'alternativa sistemica. Questo è, in termini generali, ciò che vogliono i sostenitori del partito. È anche ciò che desiderano milioni di persone in tutto il Paese, compresi molti di quelli che propendono per Reform, il partito di Farage. Nell'attuale panorama politico, abbiamo un centrismo in fase di disgregazione rappresentato da Starmer e, prima di lui, da Rishi Sunak, che adotta un approccio manageriale ai colossali problemi che si sono accumulati dal 2008, e poi abbiamo la pseudo-opposizione di destra, descritta accuratamente da Martin Wolf del Financial Times come «populismo plutocratico», che ricorre a ogni tipo di demagogia, persino fingendo di essere il paladino della classe operaia, quando in realtà è il progetto dei milionari thatcheristi. Data l'attuale polarizzazione, la sinistra ha un'opportunità unica per ridefinire le linee di demarcazione: collocare il centro e l'estrema destra da una parte e se stessa dall'altra. Le questioni che può utilizzare per raggiungere questo obiettivo sono chiare: opposizione all'austerità, opposizione ai livelli medievali di disuguaglianza sociale e opposizione alla guerra. Il nostro slogan nella Coalizione Stop the War è «Welfare not Warfare» [Politiche sociali, non politiche di guerra]. Quello dell'attuale governo britannico potrebbe benissimo essere «Make the Poor Pay For War» [I poveri paghino per la guerra]. In questo momento, Starmer sta intraprendendo un importante aumento della spesa militare, tagliando al contempo la spesa sociale, e lo fa in sintonia con i plutopopulisti, che non fingono nemmeno di avere le stesse inclinazioni non interventiste dei nazionalpopulisti di Trump negli Stati Uniti. Quindi, senza dubbio, c'è uno spazio politico da occupare. La leadership di Corbyn lo ha occupato tra il 2015 e il 2019, ma era legata al Partito Laburista, che aveva già una posizione radicata nello status quo britannico e che molti dei suoi parlamentari e funzionari erano determinati a difendere. Il nuovo partito si trova in una situazione molto diversa. Non sarà frenato da questi problemi; sarà una forza nuova e galvanizzante. Ma allo stesso tempo non avrà la forza conferitagli dal fatto di far parte del tessuto politico britannico da centoventi anni, né le radici storiche e le basi di potere che, sebbene siano state enormemente atrofizzate nel Partito Laburista, non sono scomparse del tutto. Oliver Eagleton: Approfondiamo ciò che significherebbe per il partito articolare un'alternativa sistemica, soprattutto per quanto riguarda l'economia britannica. La leadership di Corbyn ha cercato di stabilire distinzioni tra capitale produttivo e capitale predatorio nella speranza di potenziare il primo a scapito del secondo: contrapponendo l'industria verde alla grande finanza, ecc. Ma, per certi versi, si trattava più di un'estensione radicale del tiepido programma nazionale di Ed Miliband che di un programma decisamente socialista. Conteneva una critica strutturale al capitalismo britannico, attribuendo enorme importanza al potere smisurato della City, ma rifletteva anche la straordinaria pressione politica a cui era sottoposta la tua squadra in quel momento: capitolare, adeguarsi, ammorbidire la propria posizione. Dato che il nuovo partito non dovrà affrontare lo stesso tipo di pressione al suo interno, pensi che sarà più facile adottare posizioni più audaci rispetto a quelle adottate dal corbynismo 1.0? Andrew Murray: Rompere il potere del capitale sarà una sfida enorme, per dirla in modo ovvio. La mia opinione era che, se Corbyn fosse salito al potere, avremmo dovuto portare avanti il nostro programma sulla base del nostro mandato democratico e poi affrontare gli ostacoli man mano che si presentavano, fossero essi sollevati dalla Camera dei Lord, dalla City di Londra, dai servizi di sicurezza o da Washington. John McDonnell è stato molto fermo come ministro ombra delle Finanze; devo solo elogiarlo per come ha svolto il suo ruolo. Ma non ero d'accordo con lui quando ha detto che il Partito Laburista non avrebbe applicato controlli sui capitali, perché affermare questo ti colloca necessariamente nella posizione di Starmer-Reeves, ovvero di operare entro i limiti stabiliti dai mercati. Se non si rinuncia ai controlli sui capitali, si adotta immediatamente un approccio molto più conflittuale con il capitale e diventa imperativo pensare a come rispondere alla sua resistenza. Il fatto è che qualsiasi movimento verso il socialismo in questo Paese dovrà passare attraverso un periodo di relativa autarchia e disimpegno dal sistema mondiale. Durante questo periodo, l'obiettivo dovrebbe essere quello di incoraggiare le persone a prendere il controllo del proprio destino politico ed economico, approfittando della bassissima considerazione di cui già gode il parlamentarismo. Hai ragione quando dici che il nuovo partito ha l'opportunità di realizzare questo tipo di agenda senza essere soggetto a sabotaggi interni. Fin dall'inizio, Corbyn ha dovuto affrontare un'intensa opposizione da parte della maggioranza dei deputati laburisti, dell'apparato del partito e di tutta una serie di strutture e procedure consolidate che hanno interferito con la sua leadership, nonché delle forze esterne che cercavano di minarla. Tuttavia, uno dei fattori decisivi che ha portato al crollo del progetto, forse il più decisivo, è stata la sua posizione sulla Brexit. In questo caso, la politica totalmente incoerente e inutile che il Partito Laburista ha finito per assumere nel 2019 è stata promossa in parte dall'establishment, ma anche dai membri del partito. Sei anni dopo, la Brexit non sarà un problema per il nuovo partito; nessuno sta facendo campagna per revocarla. Ma potrebbero riemergere tensioni interne simili su altre questioni e di conseguenza dobbiamo pensare e organizzare la loro gestione. Potrebbe sembrare che stiamo anticipando gli eventi e discutendo di come prendere il potere, quando, per il momento, questa entità non ha un nome, né un leader, né una struttura reale. Ma dobbiamo pensare in grande e affrontare questi dibattiti strategici ora, invece di aspettare che sia troppo tardi. Oliver Eagleton: Anche se questo nuovo progetto si libererà dai vincoli del Partito Laburista, dovrà comunque operare entro i limiti ristretti dello Stato britannico. Sarà ostacolato dal sistema elettorale maggioritario uninominale e dalle strutture politiche altamente centralizzate di Westminster, che in passato hanno già soffocato i tentativi della sinistra di sviluppare un programma popolare e indipendente. Questo nuovo partito non dovrebbe quindi puntare esplicitamente su questi ostacoli antidemocratici, sostenendo la riforma elettorale e la rottura dell'Unione come elementi chiave del suo programma? Andrew Murray: Gli argomenti a favore della rappresentanza proporzionale diventano sempre più forti man mano che il sistema politico si frammenta. Ora ci troviamo di fronte a una scena politica con cinque partiti in Inghilterra e a sei in Scozia e Galles, quindi la rappresentanza proporzionale dovrebbe essere chiaramente all'ordine del giorno del prossimo Parlamento, e credo che il nuovo partito dovrebbe difenderla. Anche se comporta dei problemi, è chiaramente preferibile al mantenimento del sistema attuale. D'altra parte, nulla cambierà prima delle prossime elezioni, che si terranno con il sistema maggioritario uninominale, il che condizionerà alcune delle decisioni immediate che il nuovo partito dovrà prendere: dove può ottenere la maggioranza e in quali seggi concentrare le proprie forze. L'unione del Paese è una questione più complicata. La maggior parte del movimento operaio, e persino del Partito Laburista, si è espressa a favore della riforma elettorale, ma permangono profonde divisioni tra i lavoratori e i socialisti sul futuro dello Stato multinazionale stesso. Ritengo quindi che il nuovo partito debba lasciarsi guidare dai propri membri in Scozia e Galles, che, ovviamente, potrebbero giungere a conclusioni diverse. Nel 2019, la mia opinione era che il Partito Laburista avrebbe dovuto adottare la posizione secondo cui, se il prossimo Parlamento scozzese avesse ottenuto, dopo la sconfitta del precedente nel 2014, una maggioranza a favore di un nuovo referendum sull'indipendenza sarebbe stato un errore ostacolarlo. Questa è stata una delle poche questioni in cui credo che abbiamo avuto un deficit democratico, e spero che il nuovo partito lo corregga istituendo strutture che consentano di prendere una decisione politica legittima. Ma credo che al momento questo problema sia ancora lontano. Oliver Eagleton: Hai detto che la politica debba avere la priorità sulle questioni organizzative. Ma non è necessariamente facile elaborare una concezione astratta della politica che riunisca tutti i diversi gruppi della sinistra, dai deputati indipendenti ai sindacati degli inquilini e ai partiti socialisti oggi esistenti. Data questa situazione frammentata, non è prioritario determinare quale tipo di organizzazione consentirebbe la coabitazione di queste forze affinché poi esse stesse possano decidere collettivamente il proprio programma? Andrew Murray: È vero fino a un certo punto. Le politiche possono essere determinate solo in un forum democratico, presumibilmente la conferenza fondativa, che si terrà questo autunno. Ci auguriamo che ciò doti il partito di basi solide e determini le sue prime posizioni, o piuttosto un elenco esaustivo di queste, oltre ad adottare una costituzione iniziale. Quindi sì, dobbiamo iniziare con alcuni passi strutturali. Dobbiamo trovare il modo di organizzare queste 650.000 persone, presumibilmente su base geografica, in modo che possano esprimere la loro opinione: forse un sistema di voto elettronico, forse una serie di riunioni più localizzate, o entrambe le cose contemporaneamente. Ma in questo momento non abbiamo bisogno di stabilire come funzionerà esattamente l'organizzazione o come affronterà tutte queste inevitabili sfide. Ad esempio, sono in qualche modo agnostico sulla questione dell'alleanza elettorale rispetto al partito. Una versione flessibile della prima potrebbe non riuscire ad articolare una politica coerente, mentre una versione molto centralizzata della seconda potrebbe avere difficoltà ad attrarre forze indipendenti; abbiamo bisogno di qualcosa che sia in grado di fare entrambe le cose. Quello che credo vogliano la maggior parte dei potenziali membri, così come i cittadini in generale, è avere un'idea chiara della posizione del partito. Alcuni ricorderanno la leadership laburista di Corbyn e la vedranno come un punto di riferimento, ma altri forse no. Alcuni sapranno che il partito è di sinistra, ma forse non avranno chiaro ciò che questo termine significa. Dobbiamo quindi stabilire il nostro orientamento socialista. Ci sarà una gamma di opinioni, naturalmente, ma possono essere incorporate in questo quadro antisistemico. Oliver Eagleton: Qual è la base sociale del nuovo partito? Nella precedente intervista, James Schneider ha suggerito che le tre categorie dei lavoratori con pochi o nessun bene, dei laureati in declino sociale e delle comunità razzializzate potrebbero costituire una possibile maggioranza elettorale. Andrew Murray: Non c'è dubbio che abbiamo bisogno di un'alleanza che possa vincere a Bristol, Birmingham, nella zona est di Londra e a Brighton, e che abbia un impatto anche a Burnley e Barnsley, rispettando le diverse composizioni sociali di questi luoghi. Per raggiungere questo obiettivo, si può sostenere la necessità di diversi tipi specifici di strategie elettorali che tengano conto, ad esempio, delle dimensioni della comunità musulmana in una determinata circoscrizione. Ma per quanto riguarda la nostra visione e strategia politica, non sono davvero d'accordo con questa disaggregazione della classe lavoratrice, che spesso sembra essere a pochi passi dal parlare della "donna di Worcester" e dell'"uomo della Mondeo", cioè degli stereotipi associati all'elettore medio. Non vedo il valore dell'uso di termini come "lavoratori con pochi o nessun bene", per esempio. La caratteristica distintiva della classe operaia è che vive della vendita della propria forza lavoro salariata; nessuno dei suoi membri sopravvive contando esclusivamente sui propri beni. Dobbiamo aspirare a essere un partito della classe operaia e non dobbiamo sottostare alla frammentazione politica di quest'ultima, dividendola e compartimentandola sociologicamente in modo permanente. James presenta una serie di argomenti validi nella sua intervista, ma su questo punto c'è un certo paradosso, perché inizia dicendo che dobbiamo seguire una strategia di «densità» elettorale in cui conduciamo campagne elettorali in luoghi dove questi tre gruppi sono numericamente predominanti. Ma poi suggerisce che vincere le elezioni non dovrebbe essere una delle priorità principali del nuovo partito, dato che la sua preoccupazione principale dovrebbe essere quella di costruire il «potere popolare» in contrapposizione al potere parlamentare. Non sono sicuro che queste due posizioni siano del tutto conciliabili. Oliver Eagleton: A mio avviso, il punto è che il partito deve essere una leva per la mobilitazione popolare. In altre parole, deve rafforzare le istituzioni operaie esistenti e crearne di nuove al fine di gettare le basi sociali per contendere il potere statale. Cosa ne pensi di questo approccio generale? Andrew Murray: Ciò che James sta dicendo, anche se non usa questa espressione, è la ricostituzione della classe operaia come classe per sé. Non sottovaluto l'importanza fondamentale di questo. Il Manifesto comunista esorta i socialisti a organizzare in primo luogo il proletariato come classe ed è evidente che questo compito deve essere riproposto. Le vecchie organizzazioni e istituzioni, sia quelle formali esistenti all'interno del movimento operaio che quelle informali presenti all'interno delle comunità, si sono disintegrate negli ultimi quarant'anni. Ribaltare questa situazione, anche se solo parzialmente, è indispensabile per avanzare verso il socialismo. Ma un'altra questione è se si debba sovraccaricare il nuovo partito con questa responsabilità concepita come qualcosa di opposto al compito di dotarlo di un quadro e di articolarne il progetto. La mia opinione è che, articolando una politica di classe forte, portando questo messaggio alle elezioni, al parlamento, ai media e alla sfera pubblica, contribuiremo già a questo processo di ricostituzione. Diffonderemo l'idea che esiste un progetto di classe coerente che potrebbe salvare la società dalle sue attuali devastazioni, senza il quale l'idea di una classe per sé non ha senso. E questo avrà effetti politici a cascata. Le mobilitazioni popolari non richiedono necessariamente la leadership di un nuovo partito. Il movimento di Gaza non aveva alle spalle un apparato partitico eppure ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade di Londra ogni poche settimane per un anno e mezzo, oltre a generare un'intensa attività locale. Mobilitazioni di questo tipo tendono a svilupparsi in modo naturale. Se sono necessarie, i lavoratori e le lavoratrici troveranno il modo di articolarle. Non si può avere figure del partito che dicono loro di attivarsi, se non ne sentono il bisogno. Un potenziale risultato indesiderato del considerare il partito come un vettore dei movimenti sociali è che finisca per assumere la leadership di tutto ciò che si muove nella sinistra progressista, il che implica una capacità che semplicemente non ha. Si finirebbe quindi con un leninismo di bassa lega in un partito che non è ideologicamente preparato per tale impresa. Naturalmente, i socialisti hanno un ruolo importante da svolgere in questi movimenti. Prendiamo ad esempio la Stop the War Coalition: abbiamo riunito organizzatori di diverse tradizioni – comunisti, trotskisti, laburisti – e abbiamo creato una struttura unificata, che ha contribuito a dare forma e scopo alla resistenza di massa contro la guerra in Iraq. Se non l'avessimo fatto, quella resistenza avrebbe potuto essere più frammentata, con diversi blocchi di musulmani, pacifisti e sindacalisti che andavano in direzioni diverse. Ma la cosa fondamentale è che il movimento sarebbe comunque nato. Sarebbe comunque nato in qualche modo, perché l'urgenza era già abbastanza sentita. I socialisti possono dare forma alle lotte, ma non possono inventarle dal nulla. Il partito deve agire come forza di opposizione in tutti i punti di intervento politico efficace. Non fraintendiamoci, il partito deve rimanere molto vicino ai movimenti di massa. Mentre Starmer dice ai suoi deputati «Non partecipate ai picchetti!», il nostro partito dovrebbe dire loro «Dovete partecipare ai picchetti!». Le sue sezioni locali dovrebbero associarsi al movimento di solidarietà con la Palestina, alle campagne per la casa, ai gruppi di pensionati. Non sto presentando il mio punto di vista come opposto a quello di James. Ma credo che tradurre queste molteplici lotte in un'unica forma di partito sarebbe molto difficile. E non credo che dovremmo considerarlo un prerequisito per concorrere alle elezioni e promuovere la nostra politica al più alto livello. Sebbene la speranza sia quella di trasformare la classe lavoratrice in un attore sociale molto più potente, dobbiamo anche pensare a ciò che è possibile e fattibile in questa fase iniziale. Oliver Eagleton: Lo stesso ragionamento si applicherebbe ai sindacati o li metteresti in una categoria diversa da quella del movimento palestinese, ad esempio, per quanto riguarda il loro rapporto con il nuovo partito? Andrew Murray: A breve termine, non vedo i sindacati, in quanto organismi collettivi, mantenere un rapporto formale con il nuovo partito. È evidente che un gran numero di sindacalisti si sono affiliati, il che potrebbe avere un'influenza positiva sulla politica del movimento operaio; e, naturalmente, si devono incoraggiare i membri del nuovo partito a partecipare attivamente ai sindacati: infatti, è probabile che uno dei risultati immediati di questo processo di fondazione sia che persone che attualmente non partecipano al movimento operaio vi si impegnino. Ma l'idea che dovremmo replicare la vecchia e spesso caricaturizzata strategia del Partito Comunista – riunire i membri del partito che appartengono a un determinato sindacato in una sorta di conclave e ordinare loro di seguire una linea specifica – non sembra praticabile. In seguito, se il governo di Starmer continuerà a vacillare e il nuovo partito sarà gestito adeguatamente, è possibile che vedremo i sindacati allontanarsi dal suo partito e avvicinarsi al nostro. In tal caso, potremmo riflettere sulle caratteristiche precise di tale relazione istituzionale. Oliver Eagleton: È paradossale che una concezione più movimentista dello scopo del partito rischi di sfociare nel leninismo, poiché ciò potrebbe significare l'imposizione di una direzione centralizzata alle diverse lotte popolari. E, viceversa, una prospettiva più leninista, che mette in primo piano la leadership elettorale del partito, rischi di diventare movimentista, perché si basa sull'idea che le lotte popolari efficaci sorgeranno semplicemente in modo spontaneo o «naturale», per usare le tue parole. Andrew Murray: Non è che la strategia di ottenere la rigenerazione di classe attraverso una serie di forme organizzative diverse sia sbagliata, ma faccio fatica a vedere come il nuovo partito possa renderla una priorità effettiva. Ricordo McDonnell, Jon Lansman e altri compagni seduti nel mio ufficio dell'edificio Unite nel 2015 a parlare di come volevano che Momentum, la nuova organizzazione creata per sostenere la leadership di Jeremy, fosse un movimento sociale. La mia risposta fu che il ruolo necessario di Momentum era quello di difendere Jeremy all'interno del Partito Laburista. Alla fine lo fece in modo abbastanza efficace ed ebbe un intervento potente nelle elezioni del 2017. Non è mai diventato un movimento sociale, perché non era politicamente imperativo in quelle circostanze. Per quanto riguarda il leninismo, esso richiede un grado di militanza ideologica e di unità molto maggiore fin dall'inizio di quello che probabilmente otterremo con questo nuovo partito. Credo che al momento siamo molto lontani dal centralismo democratico... Oliver Eagleton: Se parliamo di come il partito possa realizzare gli interventi elettorali più efficaci, allora il suo modello di leadership è importante. Qual è la tua opinione al riguardo? Andrew Murray: Qualsiasi dibattito in questa fase sarà provvisorio fino a quando non si terrà una conferenza o si terranno le elezioni per la leadership per risolvere la questione in modo democratico. Ma il comitato organizzativo creato per cercare di promuovere questo processo ha preso in considerazione diverse possibilità di leadership, tra cui quella di Jeremy come leader ad interim insieme a diversi vice, e quella di Jeremy come co-leader insieme a Zarah Sultana. La maggioranza ha votato a favore di quest'ultima opzione, che è quella che io sostengo. Naturalmente, nessuno può nominare co-leader persone che non vogliono esserlo, quindi ciò dipende dal consenso attivo degli interessati. Ma Jeremy e Zarah sono chiaramente complementari. La loro politica è la stessa. Le loro caratteristiche personali, il loro approccio al progetto, il loro modo di intervenire in Parlamento, le questioni che considerano prioritarie: sono allineati su tutti questi fronti. Pertanto, questo sembra essere l'approccio più progressista. A sinistra diciamo spesso che non possiamo fingere di essere ancora nel 1917, ma non possiamo nemmeno fingere di essere ancora nel 2017. Nessuno può razionalmente desiderare di ripetere l'esperienza del 2015-2019. Onorare il passato, affrontare il futuro. Oliver Eagleton: Le recenti voci anonime contro Sultana sembrano estremamente distruttive. Andrew Murray: Non ne esagererei l'importanza. Sono opera di tre o quattro persone. Sarebbe auspicabile che smettessero di farlo, ma non diminuiranno l'enorme entusiasmo per il progetto e, secondo le mie informazioni, anche coloro che finora erano su fronti opposti stanno ora lavorando insieme: mettendo in atto l'infrastruttura finanziaria, giuridica e organizzativa affinché la conferenza – e ciò che verrà dopo – sia un successo. Le voci non avranno un grande impatto sull'opinione pubblica, soprattutto quando le figure di spicco presentano un fronte unito. Oliver Eagleton: Molti degli esempi internazionali spesso citati come modelli per la sinistra britannica hanno un'applicabilità limitata. Le tradizioni relativamente deboli di lotta popolare esistenti nel Regno Unito suggeriscono che sarebbe difficile sviluppare qualcosa di simile ai partiti di maggior successo delle rivoluzioni bolivariane; il sistema parlamentare e l'equilibrio delle forze politiche fanno sì che qualsiasi alleanza elettorale di sinistra non funzionerebbe come funziona La France Insoumise, che manca anche una base sociale adeguata per creare un'organizzazione come il Partito dei Lavoratori Belga... Andrew Murray: Tutti nella sinistra continuano a cercare una via verso il socialismo che non sia semplicemente quella di eleggere una maggioranza parlamentare o assaltare il Palazzo d'Inverno. E, purtroppo, abbiamo pochissimi esempi storici di come farlo: quale combinazione di pressione di massa, lavoro parlamentare, lotta organica e forse qualche forma di coercizione permette davvero di oltrepassare il confine. Il nuovo partito deve aprire uno spazio in cui possano essere sollevate queste questioni, che erano molto vive negli anni '70, ma che da allora sono scomparse dal radar della gente. Fortunatamente, abbiamo una grande quantità di esempi negativi che dobbiamo evitare di ripetere. Con Syriza, abbiamo assistito a un'esplosione politica che ha portato alla rapida formazione di un governo guidato dalla nuova sinistra, che è presto finito nell'ignominia capitolando davanti all'UE, riproducendo i problemi della socialdemocrazia greca classica invece di superarli. Podemos aveva radici deboli fin dall'inizio; è stato descritto come un partito creato in alcuni uffici di professori dell'Università Complutense. Quando è diventato socio di minoranza di un governo socialdemocratico, ha imparato che, senza basi sociali profonde, non poteva essere davvero efficace. In Germania, la sinistra si è divisa in parte per questioni culturali, ma anche per questioni più sostanziali, come la guerra, la Palestina e il problema dei migranti, che hanno portato alla fuoriuscita di BSW da Die Linke. Tale scissione ha notevolmente ridotto la sua influenza politica. Ci sono quindi diversi modi in cui i partiti di sinistra europei hanno mostrato la strada verso la rovina: capitolando davanti al capitale monopolistico, fallendo nel tentativo di radicarsi nella classe operaia, frammentandosi su questioni concrete come la guerra imperialista e i migranti. Il Partito dei Lavoratori belga è interessante. Quando li ho conosciuti, erano ancora seguaci di Mao, ma questo non ha ostacolato il loro progresso. C'è molto da studiare su come riescano a unire le lotte parlamentari, comunitarie e sindacali. Ma ciascuno di questi partiti è un partito sui generis e anche il nostro lo sarà. E così, tra le sue specificità, voglio ricordare che nel nostro protopartito cinque dei sei membri del suo gruppo parlamentare iniziale sono musulmani, che la sua stessa esistenza è il prodotto di precedenti movimenti di massa, che il suo legame con i movimenti attuali è forte e che si ispira alla leadership di Corbyn alla guida del Partito Laburista, quindi dobbiamo partire da queste caratteristiche particolari che lo definiscono. Testi consigliati Oliver Eagleton, Costruire il partito di sinistra nel Regno Unito: intervista a James Schneider (1) Tom Hazeldine, Il New Labour al timone, «Diario Red/New Left Review» 20/02/25 Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua?, in «New Left Review» 125 Novembre-Dicembre 2020 Goran Therborn, Il futuro e la sinistra, in «New Left Review» 145 Marzo-Aprile 2024, e Il mondo e la sinistra, in «New Left Review» 137 Novembre-Dicembre 2022 Pablo Iglesias, Capire Podemos e La Spagna al bivio, in «New Left Review» 93 Luglio-Agosto 2015 Maurizio Lazzarato, I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale, «Diario Red» 02/03/25 Oliver Eagleton è membro e redattore associato della «New Left Review» e autore di Starmer Project: A Journey to the Right (2025).
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Diritto penale disuguale, garantismo del privilegio e carcere disumano Pubblichiamo uno stralcio del libro di prossima pubblicazione per Milieu Il ritorno della crudeltà. Il diritto come tormento, di Massimo La Torre, Charlie Barnao, Attilio Alessandro Novellino. Quando la legge viene impiegata non per misurare, ma per scuotere; non per contenere, ma per esibire la forza e aggirare la discorsività, la crudeltà si trasforma in un messaggio politico da trasmettere, uno strumento di governo delle emozioni collettive, un apparato simbolico che ambisce alla mobilitazione totale. Una ferocia che camuffa la sua azione con i panni della razionalità, si organizza in procedura e si legittima nella forma stessa della legge. È il segnale di una crisi profonda che investe il senso stesso del diritto come istituzione civile, della giustizia come istanza simbolica, della legalità come promessa di eguaglianza. […] Il carcere è il luogo contro cui si è maggiormente esercitata la crudeltà istituzionale. Benché la criminalità in Italia sia crollata – meno di 300 l’anno gli omicidi, metà dei quali femminicidi, contro i 1938 del 1991 – la popolazione carceraria è quasi raddoppiata. I detenuti, che erano 31.053 il 30 giugno 1991, alla data del 31 maggio 2024 erano 61.547 (ben oltre il numero dei posti, che è di 51.178). Di essi, alla data del 22 agosto 2023, ben 1867 erano ergastolani, quasi cinque volte più degli ergastolani nel 1992 che erano solo 408. Come mostra l’aumento enorme dei suicidi in carcere (11,4 persone ogni 10.000 detenuti, esattamente il doppio della media europea che è di 5,7 e 5 volte di più della media dei suicidi negli anni Sessanta), si sono inoltre aggravate le condizioni di vita in carcere, sia rispetto al passato che rispetto agli altri paesi europei. Soprattutto, hanno fatto la loro comparsa, in Italia, ben due regimi carcerari speciali, di cui l’uno è di solito il presupposto dell’altro. Il primo è il carcere duro, detto «ostativo» perché ostacola la concessione ai detenuti dei permessi e delle misure alternative al carcere: introdotto dal decreto legge n. 152 del 1991 con l’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario che condizionava tale concessione, per i delitti di mafia, all’inesistenza di collegamenti con la criminalità organizzata; aggravato all’indomani della strage di Capaci dal decreto-legge n. 306 del 1992, che trasformava la condizione negativa dell’assenza di collegamenti esterni al carcere con quella positiva della «collaborazione con la giustizia»; allargato infine, dalle leggi n. 92 del 2001, n. 279 del 2002, n. 11 del 2012, n. 19 e n. 43 del 2015 ad altri svariati reati, dalle associazioni terroristiche all’associazione finalizzata al contrabbando di tabacchi e al favoreggiamento di ingressi illegali di stranieri. Il secondo regime carcerario speciale è quello ancora più duro previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento carcerario. Introdotto dalla legge Gozzini n. 663 del 1986, originariamente si limitava, «in casi eccezionali di rivolte o di altre gravi situazioni di emergenza», ad affidare al ministro della giustizia, cui spetta la gestione delle carceri, il potere di «sospendere, nell’istituto interessato o in parte di esso, l’applicazione delle normali regole di trattamento». Con il decreto n. 306 del 1992, questo potere è stato trasformato nell’incredibile «facoltà» del ministro di «sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al primo periodo del comma 1 dell’art. 4-bis», o comunque per delitti di favoreggiamento della mafia, «l’applicazione delle regole di trattamento» ordinarie. Prorogato più volte, questo regime speciale è stato reso permanente dalla legge n. 279 del 2002; è stato inasprito da una legge n. 94 del 2009, che in deroga ai principi costituzionali del giudice naturale e del divieto di giurisdizioni speciali ha affidato al Tribunale di sorveglianza di Roma la competenza a decidere su tutti i reclami contro la sua applicazione e ha inoltre aggiunto una lunga serie di inutili vessazioni che nulla hanno a che fare con le esigenze della sicurezza. Dunque questo art. 41-bis fa dipendere la maggiore afflittività della pena per determinati delitti da un provvedimento del Ministro della giustizia; non quindi da una legge o da una pronuncia giudiziaria, ma da un atto amministrativo che così interferisce nell’esecuzione penale. Si tratta di un’incredibile violazione della separazione dei poteri e, inoltre, dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, secondo cui «non è ammessa forma alcuna di detenzione... né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Entrambi questi regimi carcerari aggravati sono inoltre in contrasto con la Costituzione sotto due profili. Sono incostituzionali perché consistono, anche a causa della lunga durata e delle possibili proroghe, in «trattamenti contrari al senso di umanità» vietati dal terzo comma dell’art. 27 Cost. Ma lo sono anche perché, in contrasto con il principio di legalità penale previsto dal secondo comma dell’art. 25 Cost., non ricorre quale loro presupposto nessun «fatto commesso» ma solo la valutazione della pericolosità del detenuto. D’altro canto, il numero sempre più alto dei detenuti sottoposti a questi regimi – 9369 persone sottoposte al regime ostativo previsto dall’art. 4-bis, tra i quali 1267 dei 1867 ergastoli, solo perché colpevoli, pur dopo la condanna, di mancata collaborazione con la giustizia, e 728 persone sottoposte al regime previsto dall’art. 41-bis, cioè a una «pena nella pena» stabilita dal ministro della giustizia – non si spiega se non con il carattere burocratico, arbitrario e vessatorio dell’applicazione delle norme che lo prevedono. Peraltro il garantismo della disuguaglianza della destra attualmente al governo si è manifestato platealmente nella legge di conversione n. 199 del 30.12.2022: da un lato in norme come l’aumento da 26 a 30 anni della pena espiata dagli ergastolani prima che si possa loro concedere la liberazione condizionale e come la pena da 3 a 6 anni per le occupazioni «di terreni o edifici altrui al fine di realizzare un raduno musicale»; dall’altro in un regalo ai soli condannati per peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione, consistente nella soppressione, per tutti costoro, del regime del carcere ostativo previsto dall’art. 4-bis che ad essi era stato esteso dalla legge n. 3 del 9.1.2019.Se è vero che la civiltà di un paese, come scrisse Montesquieu, si misura dalla mitezza delle sue pene, questi crudeli inasprimenti punitivi segnalano una pesante regressione civile del nostro paese e un abbassamento della cultura garantista e del senso di umanità dei nostri magistrati. Ricorderò solo un fatto che attesta la misura di questa regressione. Ancora negli anni Novanta la grande maggioranza dei parlamentari italiani era favorevole all’abolizione dell’ergastolo, che infatti fu approvata il 30 aprile 1998 dal nostro Senato con 107 voti favorevoli, 51 contrari e 8 astenuti. Oggi quasi tutte le forze presenti in Parlamento respingono con fermezza – come è avvenuto a seguito dell’aggressione del coordinatore del principale partito di governo a taluni deputati dell’opposizione, insultati come possibili conniventi con il terrorismo per aver fatto visita al detenuto Alfredo Cospito, in fin di vita dopo 100 giorni di sciopero della fame per protesta contro il regime previsto dall’art. 41-bis – l’accusa di essere a favore dell’abolizione non diciamo dell’ergastolo, ma perfino del regime previsto dall’art. 41-bis. Le misure di prevenzione personale Il terzo capitolo dell’odierno diritto disumano è quello espresso dallo sviluppo di un sistema investigativo e punitivo ante o extra delictum : il sotto-sistema delle misure di prevenzione, giustificate non già dalla commissione di un reato bensì dalla supposta pericolosità dei loro destinatari, prevalentemente poveri ed emarginati. Questo diritto penale preventivo, in forza del quale si è puniti non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è, contraddice tutti i principi garantisti del diritto penale. Le misure di prevenzione sono infatti misure ante o praeter delictum , irrogate in assenza di tutte le garanzie che del reato sono gli elementi costitutivi – la materialità dell’azione, l’offensività dell’evento e la colpevolezza dell’autore – grazie alla loro collocazione, quali misure amministrative , in una sorta di limbo. Questa truffa delle parole le ha sostanzialmente sottratte al dibattito giuridico: concepite dagli amministrativisti come misure punitive di competenza dei penalisti e da questi trascurate perché misure formalmente non penali, esse sono ignorate dal dibattito pubblico perché destinate, oltre che a persone sospette di appartenere ad associazioni mafiose o terroristiche, soprattutto a persone colpevoli solo della loro emarginazione: disoccupati, vagabondi, prostitute, immigrati e tossicodipendenti. L’origine di queste misure è ottocentesca. In Italia compaiono per la prima volta nel capo III del titolo VII del libro II del codice penale sardo del 1839, dedicato agli «oziosi, vagabondi, mendicanti ed altre persone sospette». Dopo svariate modifiche – nel 1852, nel 1854 e nel 1859 – vengono riorganizzate nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1889, in occasione della simultanea approvazione, il 30 giugno, del codice penale Zanardelli. Il sistema punitivo viene così diviso in due: le pene e il codice penale per fatti qualificati come reati; le misure di prevenzione dell’ammonizione, della vigilanza speciale e del domicilio coatto, previste invece, per i pericolosi e i sospetti, dal titolo terzo del Testo unico intitolato «Disposizioni relative alle classi pericolose della società». Il regime fascista confermò questa spartizione classista con il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza emanato un anno dopo il codice penale Rocco con il regio decreto n. 773 del 1931. In questo si prevedevano: a) il «ricovero» in istituti di assistenza delle persone inabili al lavoro e prive di mezzi di sussistenza; b) il «rimpatrio con foglio di via obbligatorio» delle non meglio precisate persone «sospette» per la loro «condotta» e delle persone «pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità» inclusi, «se necessario», i non più detenuti dopo l’uscita dal carcere; c) l’«ammonizione» per gli «oziosi», «i vagabondi... sospetti di vivere col ricavato di azioni delittuose» e per «le persone designate dalla pubblica voce come pericolose socialmente o per gli ordinamenti politici dello Stato»; d) il «confino di polizia» da uno a cinque anni «in una colonia o in un comune del regno» dei «pericolosi alla sicurezza pubblica» e di «coloro che svolgono o abbiano manifestato il proposito di svolgere un’attività» contro i poteri dello Stato, in breve degli antifascisti. Questo edificio poliziesco, che molti – si pensi al confino – associano solo a un lontano passato fascista, ha subito, nel 1956, un salto di qualità. Fino ad allora la prevenzione ante delictum era solo materia di polizia, essendo la giurisdizione penale competente unicamente alla repressione di reati già commessi in accordo con i principi nulla poena sine crimine e nullum crimen sine lege . Successe invece una singolare vicenda. All’indomani della sentenza n. 2 del 23.6.1956 con cui la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità del rimpatrio con foglio di via obbligatorio per contrasto con gli artt. 13 e 16 della Costituzione, la legge n. 1423 del 27.12.1956 ha affidato al tribunale la competenza a disporre, su proposta dell’autorità di polizia, la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno (art. 3 e 4). Ha invece lasciato in capo al questore la competenza a decidere il foglio di via obbligatorio (art. 2), destinato a «gli oziosi e i vagabondi», ai «dediti a traffici illeciti», ai sospetti di sfruttamento della prostituzione e a quanti «svolgono abitualmente altre attività contrarie alla morale pubblica e al buon costume» (art. 1). Questo affidamento al Tribunale della competenza a ordinare le misure di prevenzione personali più importanti fu letto come una garanzia, quella della riserva di giurisdizione imposta dall’art. 13 della Costituzione. In realtà iniziò allora, all’ombra di questa «garanzia», una progressiva espansione, sia di tipo quantitativo che di tipo qualitativo, delle misure di prevenzione personali ante delictum , che hanno finito per imprimere alla giurisdizione penale un’innegabile impronta poliziesca. Questa espansione, secondo il metodo già illustrato dei progressivi ampliamenti e inasprimenti punitivi, inizia con la legge antimafia n. 575 del 31.5.1965, che estese tali misure anche «agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose» e, soprattutto, attribuì al procuratore della Repubblica, oltre che al questore, la facoltà di proporre la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno, cioè il confino. Prosegue, nel corso degli ultimi decenni, con la produzione incessante di leggi di pubblica sicurezza, fino all’ultima sistemazione organica operata con il decreto legislativo n. 159 del 2011, intitolato Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione . Tale codice prevede tre classi di misure di prevenzione: a) le misure di prevenzione personali applicate dal questore (artt. 1-3) e consistenti nel foglio di via obbligatorio con cui i soggetti che si suppone vivano «abitualmente con i proventi di attività delittuose» o siano «dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica», vengono rimandati nei loro luoghi di residenza per un periodo non superiore a tre anni»; b) le misure di prevenzione personali applicate dall’autorità giudiziaria (artt. 4-15), che riguardano, oltre a tutte le persone sopra indicate, gli indiziati di appartenenza ad associazioni mafiose, ma anche di una lunga serie di altri reati, e consistono nella sorveglianza specia- le, con o senza divieto di soggiorno in uno o più comuni, oppure nell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza disposti dal Tribunale su proposta del questore o del procuratore della Repubblica; c) le misure di prevenzione patrimoniali, inflitte anch’esse da un tribunale (artt. 16-65) alle persone passibili di misure di prevenzione personali e consistenti nel sequestro o nella confisca di beni su proposta del questore o del procuratore della Repubblica. È chiaro che il giudizio richiesto dall’applicazione di queste misure ante delictum ha una chiara valenza inquisitoria, avendo come oggetto non già un fatto ma la personalità sospetta o pericolosa dei loro destinatari. Inoltre la figura del pubblico ministero ne risulta gravemente deformata. È infatti evidente che la «proposta» di misure di prevenzione non può che essere facoltativa, essendo fondata su incontrollabili motivi di sospetto. Con la conseguenza che con essa si è indebolito il più potente fondamento costituzionale dell’indipendenza del pubblico ministero, che consiste nell’«obbligo di esercitare l’azione penale» stabilito dall’art. 112 della Costituzione a garanzia altresì della sua soggezione alla legge e dell’uguaglianza dei cittadini. La forma giurisdizionale del procedimento di prevenzione, d’altro canto, non ne cambia la sostanza poliziesca, consistente nella penalizzazione di persone pericolose o sospette. Al di là delle etichette – «misure di prevenzione» anziché «pene» – ci troviamo di fronte a limitazioni extra delictum delle libertà fondamentali che contraddicono tutti i principi elementari del modello garantista del diritto penale, primo tra tutti quello di retributività, nulla poena sine crimine , stabilito dall’art. 25, secondo comma della Costituzione. A questo armamentario di misure di prevenzione personali si è poi aggiunto, in questi ultimi anni, un’altra lunga serie di misure cosiddette «atipiche», prodotte tutte dalla solita, compulsiva decretazione d’urgenza: i cosiddetti «daspo». Nato con il cosiddetto «daspo sportivo» introdotto dalle leggi n. 377 del 2001 e n. 210 del 2005 (quale «divieto di accesso alle manifestazioni sportive» dei violenti), questo strumento di controllo sociale ha avuto un’enorme espansione con l’introduzione del cosiddetto «daspo urbano» nel decreto-legge Minniti n. 14 del 20.2.2017, convertito nella legge n. 48 del 18.4.2017, che ha aumentato l’indeterminatezza sia dei suoi presupposti che dei suoi destinatari e dei luoghi tutelati. Creata a tutela della «sicurezza urbana» e del «decoro» della città, questa nuova figura si articola in una serie di misure di crescente gravità: l’ordine municipale di allontanamento per 48 ore di quanti impediscano o limitino il libero accesso a determinati spazi con parcheggi o commerci abusivi o atti contrari alla pubblica decenza; il divieto di accesso a uno o più d’uno di tali spazi emesso dal Questore, in caso di reiterazione di tali condotte, per una durata non superiore a sei mesi e da sei mesi a due anni ove il malcapitato sia stato condannato negli ultimi cinque anni per reati contro la persona o il patrimonio; il divieto di accedere o di avvicinarsi a locali pubblici da uno a 5 anni, emesso dal Questore contro chi sia stato condannato per vendita di stupefacenti, unitamente talora all’obbligo di presentarsi almeno due volte la settimana presso gli uffici della polizia e al divieto di allontanarsi dal comune di residenza. Ovviamente anche i destinatari di queste misure sono persone emarginate – prostitute, clochard, mendicanti, immigrati, tossicodipendenti – oppure attivisti politici colpevoli di manifestazioni di protesta in tema di ambiente, o in difesa dei diritti dei migranti o del diritto alla casa. Ad essi il decreto-legge n. 123 del 2023 ha aggiunto i minorenni trovati in possesso di droga, per i quali viene previsto il daspo da un uno a tre anni, oltre all’arresto in flagranza ove siano sorpresi a spacciare stupefacenti anche di lieve entità oppure in caso di violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Ha inoltre previsto, per i genitori che non mandino i figli alla scuola dell’obbligo, la pena fino a due anni di reclusione. L’argomento demagogico a sostegno di tutto questo diritto della crudeltà è la sicurezza, che non vuol più dire, nel lessico populista, sicurezza sociale del lavoro e della sussistenza, né tanto meno sicurezza delle libertà contro gli abusi giudiziari e polizieschi, secondo la nozione di Montesquieu, ma unicamente sicurezza dalla sola criminalità di strada, e non certo da quella dei potenti. È questo il messaggio classista delle campagne sulla sicurezza, favorite dalla centralità che, come ha ben mostrato Tamar Pitc, è stata assunta nell’immaginario penalistico dalle vittime, tanto visibili nei reati di strada quanto invisibili nei delitti dei potenti, come le corruzioni, le bancarotte, le evasioni e le frodi fiscali e perfino il crimine organizzato. Con due effetti regressivi: l’identificazione illusoria, nel senso comune, tra sicurezza e diritto penale e la rimozione, dall’orizzonte della politica, delle politiche sociali di inclusione, certamente assai più costose e impegnative ma anche le sole in grado di aggredire e ridurre le cause strutturali della criminalità. Luigi Ferrajoli è un giurista ed ex magistrato italiano, filosofo del diritto e allievo di Norberto Bobbio.
- konnektor
The other side of the moon # 3 Asia Meridionale, dove l’insurrezione è la regola La protesta non va radicalizzata, si vince al centro, senza una chiara linea politica non si va da nessuna parte, se non ricordiamo da dove veniamo non sapremo mai dove andiamo, abbiamo bisogno di un partito strutturato, i social media distruggono la teoria e impediscono la prassi, ci vogliono sempre prudenza, lungimiranza, preparazione dei dirigenti. Gli asiatici poi sono indolenti, contadini dediti al lavoro nei campi e alla preghiera. Infatti: tre insurrezioni in tre anni. Impreviste, esplosive, vittoriose. Tutte nel sub-continente indiano, ai margini dell’ex impero britannico dissoltosi con l’indipendenza e la nascita di nuovi Stati nel 1947. Il Nepal è un paese himalayano incastonato tra la Cina a nord e l’India a sud. Ha 32 milioni di abitanti; è grande metà dell’Italia. Nel 2008, dopo 240 anni, l’ultima dinastia monarchica è stata abbattuta da una rivoluzione guidata da un partito comunista maoista. Da allora è in vigore una costituzione democratica e le urne vedono l’alternarsi di compagini alla guida del paese, tutte di sinistra: dal Congresso (modellato su quello indiano), ai comunisti, ai marxisti-leninisti. Il 12 settembre 2025 l’esecutivo si è dimesso, dopo che la protesta di piazza era divenuta ingestibile. Tutto era cominciato pochi giorni prima. Il governo aveva messo fuori legge le piattaforme social, per un cavillo legale. Sì è trattato della miccia che dava fuoco alla prateria ormai secca. La rabbia di non poter dialogare, la violazione di diritti di base, l’impossibilità di comunicare con la diaspora che sorregge l’’economia nepalese è diventata incontenibile. I figli delle élite ostentavano invece – proprio sugli stessi social media – la loro vita lussuosa, lontana sideralmente dalle privazioni della popolazione. La miscela della rivolta è stata completata dalle accuse di incompetenza, corruzione e nepotismo che i governi nepalesi debbono regolarmente fronteggiare. I giovani della Gen Z (qualsiasi cosa voglia dire) hanno capeggiato la rivolta. Sono scesi in strada e hanno lasciato molte vittime sull’asfalto, uccise dalle forze dell’ordine. Poi hanno ripreso vigore e attaccato il parlamento, la Corte Suprema, i Ministeri, le sedi dei partiti di governo. Hanno travolto i militari di guardia, dato fuoco ai palazzi, saccheggiato gli uffici, distrutto le automobili. Negli scontri di quei giorni sono morti almeno 72 dimostranti e 3 agenti. L’ex Primo Ministro KP Sharma Oli – capo di un partito m-l – si è rifugiato in una caserma dell’esercito. Il divieto sui social media è stato revocato, i rivoltosi hanno contribuito a scegliere un nuovo Primo Ministro, ad interim, lontano dalla gerarchia dei partiti. Si tratta di Sushila Karki, un ex alto magistrato, prima donna a capo dell’esecutivo che ha promesso una ricompensa per le vittime della repressione e libere elezioni nel marzo del 2026. L’immagine più diffusa della protesta ritrae i giovani rivoltosi che puliscono con la ramazza le strade di Kathmandu dopo la fine degli scontri. Il Bangladesh ha la stessa superficie del Nepal, ma registra 180 milioni di abitanti. Fino al 1971 faceva parte del Pakistan, del quale costituiva la porzione orientale. La sua geografia è dominata dai fiumi Gange e Brahmaputra, il cui delta si trova nel Golfo del Bengala. Nel luglio 2024 la protesta sociale era diventata diffusa, radicata, incontrollabile. Il governo della Lega Awami veniva accusato platealmente di incapacità, appropriazione, favoritismi, cessione sospetta di risorse nazionali, brogli elettorali. Gruppi di studenti, militanti di gruppi di estrema sinistra, si erano uniti ai diseredati e ai contadini delle campagne che non trovavano lavoro in città. In un clima incandescente il governo ha scelto di intervenire con una repressione brutale. Luglio è stato il mese della rivoluzione per la democrazia e del massacro. Più di mille manifestanti hanno perso la vita durante gli scontri durati per più di 2 mesi. In seguito, il movimento di protesta ha scelto due strade: la sfida pacifica con assemblee permanenti e occupazioni e la risposta militante. Sono state attaccate caserme di polizia e centri di detenzione. Il 4 agosto l’ex Primo Ministro Sheikh Hasina (al potere da 15 anni, dopo quattro mandati elettorali, figlia dell’eroe dell’indipendenza del 1971, Sheikh Mujibur Rahman) si dimette e fugge in India. Il caos che ne consegue cede poco alla volta spazio a un tentativo di normalizzazione. Il movimento di protesta – incarnato dalla Lega degli Studenti – propone e ottiene la nomina a Premier di Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace, inventore del microcredito, unico ritenuto in grado di curare le ferite di un paese disunito, povero e che a stento riesce a intercettare i vantaggi della globalizzazione asiatica. Sri Lanka, l’ex Ceylon, ha una popolazione di 24 milioni di abitanti, con una superficie pari a ⅕ dell’Italia. È un’isola nel versante meridionale del sub-continente, chiamata La lacrima dell’India. È un paese ancora povero, ma con livelli di reddito superiori al Nepal e al Bangladesh. Fino al 2022 la vita politica – anche qui scadenzata da competizioni elettorali – è stata dominata dalla famiglia Rajapaksa. Dopo la sconfitta militare delle Tigri Tamil – la cui insurrezione militare nel nord-est del paese è durata 26 anni – la repressione è continuata, mentre il paese non è riuscito a sconfiggere il sottosviluppo. Sono emersi costantemente i limiti di una politica clientelare, dominata dal clero buddhista, incapace di una visione per una crescita solida e costante. La corruzione e stravaganti ambizioni economiche – come l’imposizione di rigide misure ambientali che hanno proibito i fertilizzanti e ridotto le produzioni agricole – hanno condotto il paese verso una crisi economica devastante, con inflazione, svalutazione della rupia, carenza di elettricità, scaffali vuoti e povertà diffusa. Il default del paese era dietro l’angolo, le proteste popolari, ininterrotte, aumentavano di intensità, mentre il Presidente – insensibile alle domande di dimissioni e di nuove elezioni – continuava a scegliere ministri dal suo entourage. Il 9 luglio 2022 i manifestanti si avvicinano alla residenza presidenziale, travolgono le postazioni della polizia a protezione e irrompono nel palazzo. Lì bivaccano, presso un’ostentazione di ricchezza a loro sconosciuta, si fotografano, addirittura si bagnano nella piscina e si esibiscono nella palestra. Il Presidente Gotabaya Rajapaksa si dimette, si nasconde per 4 giorni e vaga in alcuni paesi vicini. Dopo 52 giorni rientra pacificamente a Colombo, atteso da un Presidente a tempo, figura navigata del tradizionale milieu. Due anni dopo, al termine di una incessante campagna elettorale, si insedia un nuovo Presidente. Il 23 settembre giura a Colombo Anura Kumara Dissanayake, dopo aver vinto il ballottaggio con il 60% dei voti. È esponente del Janatha Vimukthi Peramuna (in inglese People’s Liberation Front), una formazione marxista-leninista che ha dato vita a due lunghe guerriglie negli anni ’70 e ’80. Dopo aver attenuato il suo fervore rivoluzionario, il movimento ha intrapreso la via parlamentare, pur se il Presidente continua a definirsi marxista. È probabile che il suo pragmatismo continuerà a prevalere sulla precedente impostazione teorica perché i problemi di lunga data di Sri Lanka avranno bisogno di un approccio realista e di una politica conseguente per bilanciarsi tra le ambizioni egemoniche sull’isola di India e Cina. Per non ricadere in luoghi comuni speculari a quelli sopra menzionati, vanno evitate facili associazioni analitiche. I tre paesi sono diversi tra loro e le insurrezioni non sono minimamente paragonabili a quelle di Washington e Brasilia. Fanno leva su uno scontento per le condizioni di vita, l’esclusione dalla ricchezza prodotta, l’emarginazione delle campagne. Inoltre, hanno avuto luogo nei paesi politicamente più deboli dell’area e dell’intera Asia Orientale. Sia in paesi vicini dove l’esercito svolge un ruolo importante – come in India e in Pakistan – sia in altri paesi più strutturati seppur coinvolti dalla protesta – come Thailandia e Indonesia – i ricambi istituzionali sembrano più difficili da raggiungere fuori dalle urne. Infine, gli esiti anche di breve periodo rimangono incerti: certamente insurrezione non è sinonimo di rivoluzione. Eppure qualche filo lega le esperienze, qualche insegnamento può essere tratto. Le cause della protesta: l’esclusione, la disuguaglianza, la sfiducia nella rappresentanza politica. Le caratteristiche della lotta: politica più che ideologia, pratica dell’obiettivo, assenza di leader designati, affermazione generazionale. È lo youth dividend, in paesi dove il 40% della popolazione ha meno di 18 anni. Per quanto possa sembrare eccentrico, questo arsenale ha funzionato, almeno nel breve periodo. Se il fardello del passato risulta troppo pesante, per un’insurrezione vittoriosa può essere sufficiente uno zaino leggero. Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.
- scienza e politica
# 1. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute Miekal And Di fronte alla situazione critica del Sistema Sanitario Nazionale italiano (impoverimento del settore pubblico, aumento del settore privato, crisi della medicina territoriale, insopportabilità delle lunghe liste d’attesa, esclusione di fasce cospicue della popolazione dall’accesso alle cure) si è formata in Italia una rete, che si va infittendo, d’iniziative e di strutture che propongono servizi sanitari, cure di prima necessità e un sostegno alle persone per accedere ai servizi del SS. Sono create e gestite in maggioranza da associazioni caritative, confessionali come la Caritas, o ONG indipendenti, come Emergency, e sono a volte integrate in strutture ufficiali, come le ULSS. Questi ambulatori del volontariato hanno una funzione di sostegno del SS, in sostituzione di strutture mancanti e di servizi carenti. Gli Ambulatori Popolari Gratuiti (APG), di cui il veterano è l’Ambulatorio Medico Popolare di Milano, aperto trent’anni fa, occupano un posto a parte. Queste strutture, che stanno nascendo a ritmo accelerato in questi ultimi anni e sono ormai presenti in molte città, si muovono all’interno di progetti politici che vanno al di là dell’assistenza sanitaria. Vengono create in quartieri svantaggiati e non si limitano alla funzione primaria degli ambulatori di dispensare cure e aiutare le persone a usufruire del Servizio Sanitario, ma tentano di radicarsi nei quartieri, a collegarsi alle iniziative di lotta per la casa, i servizi sociali, il reddito, gli spazi verdi e le condizioni ambientali. Pongono correttamente la salute in un quadro più generale di benessere dell’individuo. I termini che li caratterizzano sono autogestione, autonomia, partecipazione, decisionalità collettiva, condivisione orizzontale dei saperi, democrazia dal basso, tutti termini e valori in totale opposizione a quelli del sistema in cui viviamo. Con il loro operare, che coinvolge attivamente le comunità e offre dei modelli di strutture sociali anti-autoritarie, partecipative, eque, gli APG costituiscono dei presidi sociali che indicano modi alternativi di generare e gestire la salute in modo indipendente dalle logiche di mercato. Laddove, il povero, il marginale, il migrante o semplicemente l’ammalato sono fragili nella loro individualità e non hanno peso nel dibattito e nelle scelte sociali e politiche, la loro aggregazione intorno agli APG, partendo dal tema della difesa della salute, fa potenzialmente di loro un soggetto capace di lottare e di esercitare pressione politica. Gli ambulatori popolari non esistono solo in Italia. Esperienze analoghe sono sorte in vari paesi d’Europa e hanno dato vita a un coordinamento, The International Network of Social Clinics (InoSC), a cui fanno riferimento alcuni degli ambulatori italiani sottocitati. Il 26, 27 e 28 settembre 2025 si terrá il quarto meeting internazionale a Bologna. (A questo link é possibile visionare il programma) Pubblichiamo questo dossier con l’augurio che la sua preparazione sia una tappa decisiva per la costituzione di un coordinamento nazionale degli APG italiani già esistenti e in costruzione. Questo dossier è stato costruito grazie al contributo dei seguenti APG (lista in ordine casuale): Clinica Popolare Azadî, Padova; Laboratorio di Salute Popolare, Bologna; Ponticelli di cura, Napoli; Villa Medusa, Napoli; Ambulatorio Medico Popolare, Milano; Ambulatorio Popolare Caracol Olol Jackson, Vicenza; Microclinica Fatih, Torino; Ambulatorio popolare Roma Est, Roma; Ambulatorio di Quartiere BorgoVecchio, Palermo e del International Network of Social Clinics (INoSC). La lotta per il diritto alla salute. Perché un ambulatorio popolare? Ambulatorio Popolare Roma Est L’ambulatorio popolare Roma Est è uno spazio di cura nato durante il Covid che ha trovato poi casa a Quarticciolo, uno dei quartieri investiti brutalmente dal decreto Caivano e dalla militarizzazione statale. Qui ha saputo moltiplicarsi e diventare uno sportello medico, pediatrico, psicologico, nutrizionale e di ginnastica dolce.Integrato nel discorso collettivo di Quarticciolo Ribelle prova a mettere al servizio delle lotte di quartiere personale sanitario, convint* che non c’è lotta per un mondo migliore che non passi per il diritto alla salute. Non ci dilungheremo molto sulla situazione attuale del nostro Sistema Sanitario Nazionale: la criminale aziendalizzazione, feroci tagli, la strisciante privatizzazione stanno smantellando pezzo dopo pezzo un servizio invidiabile.Se la situazione è così disastrosa perché non si massifica una rivendicazione dal basso che imponga un diritto alla salute per tutti e tutte? Come viene percepito dalla popolazione questo smantellamento? Come dalle operatrici e dagli operatori sanitari? Quali sono gli elementi che impediscono l’accesso ad un sistema di qualità?Prima di costruire il nostro ambulatorio popolare avremmo risposto in una maniera ancor più parziale a queste domande. Perché non avevamo un punto di vista collettivo sui bisogni di salute di un pezzo di periferia romana. Avevamo solo punti di vista parcellizzati all’interno dei nostri posti di lavoro. Per noi l’ambulatorio popolare in primo luogo è uno spazio di inchiesta per rispondere a queste domande camminando e domandando insieme alla borgata che viviamo. Difficoltà e accesso Nel nostro Paese aumentano ogni anno le persone che rinunciano alle cure per motivi economici, ci sono differenze di tassi di mortalità del 25% tra un quartiere povero e uno ricco, per pazienti con diabete o ipertensione questo tasso arriva all’80%, le disuguaglianze in salute aumentano di anno in anno.Sicuramente una parte importante di questo dato risiede nelle difficoltà di accesso a prestazioni di cura. Queste ricalcano le profonde disuguaglianze sociali presenti, rappresentando enormi barriere per molte fasce di popolazione, tra cui le persone straniere senza tessera sanitaria, o le persone che vivono in occupazione, le quali, dopo la legge Renzi-Lupi non hanno più la possibilità di ottenere una residenza e di conseguenza avere un medico di base o un pediatra di libera scelta. Ci sono poi motivi più subdoli come le liste d’attesa infinite: spesso si è incastrati in un girone kafkiano che va da un medico di base che si limita a ricettare una visita specialistica, difficile da ottenere in tempi congrui se non ci si può permettere di pagare in intramoenia o privato puro, e a cui normalmente seguono richieste di esami per cui si aspetta altrettanto tempo se non si paga per eseguirli. Da qui ricomincia poi la caccia alla visita specialistica di controllo, che non viene direttamente prenotata dal servizio in questione. Il problema, dunque, non si limita alle liste d’attesa, ma sta anche frequentemente nella mancata presa in carico del paziente. Entrambe le cose sono illegali a livello giuridico, per questo abbiamo utilizzato l’ottima pratica strategica di fare pressione tramite PEC reclamando il rimborso per una visita privata se non viene offerta la prestazione nei tempi prevista dall’impegnativa come è definito dal d.lgs. n.124/1998 o reclamando l’appuntamento quando ci viene indebitamente risposto che le agende sono chiuse (tramite legge 23 dicembre 2005, n 266, articolo 1, comma 282).Altra barriera è quella della distanza, che in contesti di provincia o di periferia diventa insormontabile, soprattutto per una popolazione che va invecchiando, in territori con scadenti servizi di trasporto pubblici. L’assenza di servizi pubblici di taxi sanitari fa sì che molte persone debbano rinunciare a prestazioni anche indispensabili.In alcuni campi della salute non si può parlare di difficoltà di accesso quanto più di una vera e propria assenza del servizio. Nella nostra regione accedere a psicoterapie pubbliche è praticamente impossibile, persino per chi ha ricevuto una diagnosi psichiatrica ed è in carico presso il CSM di zona. Ciò rende ancora più impensabile la possibilità d’accesso a persone con esigenze personali e senza una sintomatologia psichica manifesta. Sono quasi del tutto assenti percorsi di supporto socio-economico e abitativo, anche per i pazienti più gravi, e in contesti marginalizzati se ne risente ancora di più. Il servizio di nutrizione è solo appannaggio di grandi centri ospedalieri, per lo più per nutrizioni enterali o parenterali, mentre nel campo della prevenzione o della cura di sindromi metaboliche è praticamente inesistente. Le cure odontoiatriche pubbliche si limitano al trattamento dell’urgenza e di pochi altri problemi cronici. Si potrebbe parlare di molte altre terapie validate scientificamente ma non offerte dal sistema pubblico, ma dovremmo parlare solo di questo. Normalizzazione della privatizzazione Di fronte alle difficoltà di accesso, di cui sopra, dilaga il privato, la spesa out of pocket cresce di anno in anno, per la gioia di Angelucci – deputato e milionario imprenditore della sanità privata, gruppo San Raffaele, oltre che editore di vari giornali –, Chiesa Cattolica – proprietaria di centinaia di cliniche e ospedali in Italia – e compagnie assicurative varie.Molti contratti di dipendenti pubblici prevedono come integrazione salariale un’assicurazione sanitaria privata per il dipendente e i suoi figli.L’intervento privato in sanità viene rappresentato dai media conniventi come salvifico. Quando uno di questi soggetti apre un centro in un quartiere di periferia le persone lo salutano con gioia perché prevede prestazioni in offerta, in alcuni casi anche a prezzi accessibili e in poco tempo. Appare efficace a differenza del pubblico. Se si prova a volantinare contro l’apertura di un servizio del genere ci si vedrà osteggiati dal quartiere.D’altronde come potrebbe essere altrimenti se di fronte alla chiusura di centri pubblici, l’unica soluzione è sempre l’intervento del capitale privato (vd esempio del Forlanini a Roma regalato alla fondazione Gemelli).Spesso in ospedali pubblici vi sono cooperative private di personale medico, infermieristico, oss, barellieri, personale di pulizia, gestione della biancheria. Tutto è subappalto. Servizi dell’SSN come la riabilitazione post-acuzie, sono pressoché al 100% appaltati a privati. A volte negli ospedali pubblici solo le mura sono pubbliche. Malfunzionamento cup La prima interfaccia con il sistema pubblico, oltre i Pronto Soccorso, con l’abbondante quota di disagio che comporta entrarvi, passa per i CUP. Dei servizi telefonici per lo più assegnati alla gestione di «cooperative» o aziende private. Per chiamarlo il paziente deve essere tale, potrebbe essere necessario stare al telefono anche più di un’ora per riuscire a parlare con un operatore.Ovviamente se la priorità è la massimizzazione dei profitti, il numero di operatori e operatrici è ridotto all’osso, con contratti precari, sottopagati, a volte pagati in ritardo: varie, infatti, sono le istanze sindacali mosse da queste lavoratrici nella città di Roma.Gli stessi operatori e operatrici in condizioni di precariato, inoltre, devono lavorare con agende incomplete, molte delle società private pagate dal SSN per erogare prestazioni pubbliche non comunicano le proprie agende al CUP. Quest’ultimo, si ritrova a lavorare con agende ridotte e dunque ad assegnare appuntamenti anche a più di un anno dalla chiamata. Rinuncia alle cure Oltre 2 milioni di cittadini tra i 18 e i 74 anni (pari al 5,3% della popolazione) nel 2024 hanno rinviato visite mediche o cure dentistiche perché non potevano permettersele. E la situazione è ancora più grave tra chi soffre di malattie croniche, dove la percentuale sale al 9,2%. È quanto emerge dall’ultimo report dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), basato sui dati dell’Indagine PLUS.Il fenomeno cresce anno dopo anno, la soluzione sono le polizze integrative che aumentano di pari passo, che però non tutti possono permettersi. Possiamo affermare che l’universalità del SSN non esiste più. Perché quindi creare ambulatori popolari? Innanzitutto, come dicevamo poc’anzi, per comprendere le sfaccettature del mancato accesso alle cure non bastano i dati, bisogna fare inchiesta, «camminare domandando».Analizzare anche la sfiducia nei quartieri popolari verso il pubblico, così come quella degli operatori e operatrici sanitarie.Le centrali sindacali più rappresentative del personale sanitario richiedono, tutte, la possibilità di più privato, che sia in forma di intramoenia o in forma di privato puro. Su questa richiesta v’è sicuramente una motivazione economica, ma crediamo ci sia anche la volontà di avere la possibilità di un’assistenza più umana, associata a un ascolto e ad un tempo più consono al nostro lavoro. Concentriamoci su questa richiesta, evidenziando la barbarie di lottare per poterlo dare solo a chi se lo può permettere.Ci è capitato di organizzare assemblee con abitanti del quartiere per difendere un centro pubblico in chiusura, i primi commenti da parte loro erano: «Perché dovremmo difendere un posto dove veniamo trattati male?». Durante i nostri circoli di salute sul vissuto di malattie cardiovascolari abbiamo ascoltato come chi subisce un infarto è grato di poter aver avuto uno stent in tempi rapidi, ma rimane scosso dal non ascolto che ottiene nel processo, da un percorso diagnostico terapeutico che non prevede assolutamente una personalizzazione dell’assistenza, ma anzi è completamente spersonalizzato.Questa disumanizzazione allontana il paziente, ma disamora anche il personale. Forse sta qui il nocciolo del problema delle aggressioni al personale sanitario, altro che carenza di forze dell’ordine negli ospedali!Creare un ambulatorio popolare per noi è provare a immaginare un modo altro di creare salute, che passa dall’integrazione tra salute mentale e fisica, dal dare importanza al cibo e a tutti gli aspetti della vita, a partire dalle necessità abitative o lavorative. Per questo nei nostri sportelli si passa dalla dottoressa, alla psicologa, al nutrizionista o allo sportello casa durante la stessa visita. Impagabile per il paziente ma anche per l’operatore sanitario.Fare advocacy su ogni prestazione negata rivendicandola nel pubblico, costruire campagne di prevenzione con il fine di reclamarle dal SSN, evidenziare i bisogni di salute mentale del territorio che non vengono nemmeno presi in considerazione dal CSM, sottolineare come riusciamo a educare sull’alimentazione senza alcun finanziamento mentre dal pubblico questo bisogno è praticamente inascoltato. Studiare il territorio, aprire circoli di parola per capire i problemi, e poi proporre soluzioni da rivendicare al settore pubblico e da costruire dal basso. Organizzare circoli di autocoscienza del corpo, facendo ginnastica posturale, perché la salute è ascoltare il nostro corpo, non solo leggere le analisi. Queste sono alcune delle pratiche che mettiamo in campo.Alcuni dicono che questo possa, soddisfacendo un bisogno, far abortire una conflittualità, ancora latente, che invece potrebbe rivoluzionare l’istituzione pubblica. Per noi questa critica rimane sterile per due ordini di motivi.Per prima cosa se mancano prospettive di lotte tra operatori/operatrici sanitari e pazienti è perché manca un orizzonte di immaginario comune. Difficile convincerci di lottare insieme per questo sistema sanitario, assoggettato alle case farmaceutiche, sordo alle richieste della popolazione, un mero prestazionificio. È più facile, al contrario, convincerci di lottare per una cura diversa che iniziamo a sperimentare qui e ora, da rivendicare poi in forma sistemica. In aggiunta, se non ci sono istanze sindacali di massa non corporative, ci sembra l’unica strada quella di partire da un territorio in una lotta fatta da pazienti e operatori sanitari insieme. Fare advocacy su ogni prestazione negata, mentre costruiamo campagne di prevenzione multidisciplinari, richiedere l’apertura o la non chiusura di centri pubblici mentre si evidenzia come con pochi soldi si riesce ad avere un’assistenza integrata, dimostrando nei fatti che il problema è politico e non economico. Nei quartieri più che una conflittualità latente riscontriamo persone isolate, disorientate, senza alcun riferimento organizzativo. Un ambulatorio radicato in quartiere può evidenziare le necessità di salute, coagulare il malcontento, dirigerlo verso rivendicazioni e azioni vincenti.Senza alcuna convinzione di avere noi la risposta in tasca su come potremmo riprenderci il diritto alla salute, apertissime a metterci in discussione, per ora rimaniamo convint* che il processo debba partire unendo sperimentazione dal basso a mobilitazione e che l’ambulatorio popolare possa essere uno strumento per farlo. Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia. Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi. «Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»
- post-poetica
Serie limitrofa, 2-3 Federico Federici Luca Zanini, come già nel primo testo della sequenza "Serie limitrofa" ospitata da ahida a giugno (https://ahidaonline.com/post/post-poetica-lucazanini), continua - in queste parti seconda e terza - a porre in piena attività le sue parentesi quadre <>, separatori energici, mettendo ulteriormente in crisi ogni già frammentata forma paratattica. Anche grazie a queste sincopi del dettato, i nomi della contemporaneità denunciata (<>, <>, <>, <>, <>) affiorano dalla scrittura persino <>: <>. 2 après tout [insomma in conclusione alla fin fine” il ghiaccio con le prese qualche rimasuglio optical in cerchio si fanno i gridi beat le caravelle] in bonaccia dove] vanno i tovaglioli a tavola] [il lato positivo della pila la prolunga il contapassi fuori] spostano la siepe il corbezzolo i] buchi vanno numerati segnati su carta termica le braccia allenate i] rametti peer to peer l’] occhio mensore del tecnico in camera lo scenario è ristretto fa] pazienti come pieghe chiamate] [raggiungibile da un raggio rohmeriano il bivacco sotto un getto di petrolio misto a gas fanno microtrincee contro i millepiedi l’effetto scade in salita o in doppia salita] l’ oblato il porcospino scriveva le didascalie i] ruoli invertiti trasforma il mondo del] il settore non statica ma panoramica la] * pellicola che si taglia le sarte formano dagli sbavi in modo andante a proporzioni a salire certe impervie certe macchine da mais ora] le previsioni coprono i pomeriggi i casellanti ai bordi le pignatte piene gli invasi] [conserve nel cruscotto file di manovali circondati spalmano le ferie il] filo sottile l’inserto scrive sembra] ieri le nubi tossiche il toxoplasmolo mutilazioni copie in gesso biacco cere modellate ex] voto arti petardi serali bimandrino veloce -stacco] [la nota è sostenuta fa] [una strada alla volta il] banco rimesso in posizione la] morte dell’aforisma l’atto] [amministrativo scrive sembra ieri] senza strati solo osservando] da sotto si accorgono stanno] in stanze perlinate li filmano mettono filtri con abilità d’insetto apre una sede per mantenere una sede in previsione di nuove sedi aprono si] [fanno simulazioni di traslochi reti a strascico bidet chimici le nuove sedi si aprono con un tocco al visore con il permesso del catering 3 multivan con scaltrezza plutocrati a razzo in eccesso di zelo] il tecnico con ferite riprodotte nell’arco di] un chiodo un] ponte termico i milioni di batteri] nella lavatrice sono potenziali sono] scarico refluo cartine da tabacco con credito illimitato sono esposti i] gessi dei protomartiri di presocratici fanno i falò le trombe] il modulo del perito l’abile col ferro] colandolo negli intervalli offerta pazzesca depuratori per ogni] [intervallo di tempo mezzetinte di mezzi a nafta retroguardie collocate confuse per dire i] magazzini a farine integrali le somme fatte polverando o] l’allarme scatta in sessanta secondi chiude i battenti balordi per ogni ordine di] posto il buco nero in black che minimizza nel] traffico i fori sono segnati uguali sono] [praticabili nella camera -a] scoppio gli invertebrati sono] intelligenti pieni di ghiaccio nelle] cassette blocco la] galleria bloccata i pochi neon pochissimi la] cena fredda l’uscita dove l’acqua caccia da un alto arco di betone brutale ma] galleggia fa] [flutti come] fischi schivano non] [pioveva affatto” Luca Zanini, Bergamo bassa, 1963. Scritture di ricerca, alcuni riferimenti: slowforward.net (fa parte della redazione) https://slowforward.net/tag/luca-zanini/; suoi materiali in gammm.org, ilcucchiaionellorecchio.it, lamorteperacqua.wordpress.com, utsanga.it, multiperso.wordpress.com, pontebianco.noblogs.org, compostxt.blogspot.com, e in altri spazi, come Utopie del desiderio, Esiste la ricerca / MTM - manifatture teatrali milanesi, Poème de Terre. La sequenza «Delle vite scientifiche» è leggibile in mastodon.uno/@gregorsx. Una serie di materiali continui e discontinui è in noblogo.org/lucazanini/. Altre partecipazioni: «L’intervallo», n. 382 di Antonio Syxty, 2024, Briefe in «Bina» n. 83, «La parola s’industria», in «l’immaginazione», n. 326, 2021. «Sotto_controllo», in «l’immaginazione», n. 342, 2024. Un testo in «Multiperso», antologia di microfinzioni (pièdimosca, 2022) e «L’ordine sostituito» (déclic edizioni, 2024). Su invito è presente a RicercaBO 2015 Laboratorio di nuove scritture. Ha letto anche nella rassegna Riassunto di Ottobre, voci della scrittura contemporanea, Bologna, 2017.
- scienza e politica
Il declino della differenza e della identità Christian Pinçon «Nel tempo d’oggi l’essere persona si presenta in prevalenza estremistica in questi modi: apatia e “anestesia” del proporsi in un eterno presente nei modi giovanili fino alla dipendenza di personalità, perché ciò è stato prodotto da decenni di distorsioni educazionali e “vantaggi” familiari e sociali non conquistati (assistenzialismo di ogni tipo con recite adeguate che ormai fanno rivendicare diritti in eccesso); poi c’è l’estremismo all’altro capo dei comportamenti: contenuti di parole e azioni con volontà di potenza come da homo sapiens arcaico: con attivazione del cervello primitivo, della chimica dell’impulsività e della gratificazione rapida e non già del cervello neocorticale superiore. Differenza e identità vanno indifferenziandosi, non comunicano più o sono nevrotiche per tutti i motivi oggettivi e soggettivi richiamati. Infine proiettiamo sempre sull’altro (bisogno del nemico?) la colpa di tale comportamento incivile auto eleggendoci giusti (chiamasi identificazione proiettiva)». In «Viaggi tra due secoli e un millennio» trattate in precedenza esistono temi che vanno osservati a parte per valore e significato. Uno fondamentale è la diade differenza/identità, che nelle varie accezioni culturali e politiche va ormai appassendo e declinando. Il verbo latino differre vuol dire portare (ferre) da un’altra parte (dis) cioè separare l’uno dall’altro conducendo l’identico altrove mutandone la collocazione. Questa diade è coppia concettuale particolare: ove ciascun termine è indispensabile per definire l’altro. Non c’è identità personale se non per differenza né c’è differenza senza identità singole o plurali. Ciò vale al livello della persona dalla infanzia alla vecchiaia in senso ontologico. Ma sul piano delle culture prevalenti e dei valori, dell’etica, della normalità relazionale di convivenza, cosa sta succedendo alla differenza e alla identità: esempio nei ruoli affettivi o professionali vissuti o nella lungovivenza attuale? Lo sviluppo dell’identità non è solo conquista dell’Io e della persona attraverso un difficile cammino conflittuale tra ciò che vorremmo essere e l’adattamento obbligato ai contesti ambientali e interpersonali non da noi completamente determinato, in cui passato e presente plasmano la formazione del futuro possibile. Altresì l’identità è originalità, creatività, revisione, cioè entità riconosciuta e riconoscibile da noi e altri per le qualità psicofisiche espresse; presentate al mondo con comportamenti autentici o con recite: cioè l’identità è distinzione e differenza: è possibile protagonismo della propria storia, è processo dinamico dell’Io che diviene nel tempo della storia personale (se non appassita e omogeneizzata dai poteri economici e culturali). Vale la pena ricordare come per le teorie della biologia evoluzionista, la differenza e la identità si sono formate attraversando vari oceani: imperfezione (vedi Elogio dell’imperfezione, di Rita Levi Montalcini), mutazioni genetiche, deviazioni, divergenze, differenze e determinismo genetico ed epigenetico adattivo (con dissonanze e sfasature) al mutare delle circostanze ambientali: proprio le imperfezioni, i compromessi biologici e le differenze, consentono all’uomo soluzioni creative possibili per adattamenti progressivi (esempio scrivere poesie, risolvere un problema pratico, ridere di noi stessi, avere buon senso, operare insomma). La genetica cerebrale va «imponendo» la sua ambiguità costitutiva; è molto rigida, cioè fissa e immutabile ma nel contempo è diveniente, grazie al rapporto con la epigenetica cioè l’esperienza e la cultura biopsichica scambiate con l’ambiente fino a produrre una ri-regolazione dei vissuti personali. Forse siamo invarianti psicofisicamente, ma anche pur raramente flessibili e modulabili. Gli studi su genetica/epigenetica ci daranno negli anni risposte alle fissità e al divenire possibile della coscienza: con ovvia fiducia critica in questi studi.Attraverso una biologia del cervello unica tra gli esseri viventi, homo sapiens ha vinto l’adattamento ovunque nel pianeta in modi efficaci. Ciò è dovuto 1) alla Neotenia, cioè alla maturazione molto lenta delle funzioni psichiche (dalle inferiori, v. riflessi ed emozioni su su fino ai linguaggi gestuali e simbolici neocorticali e prefrontali). L’uomo è un animale in ritardo; anche perché 2) le funzioni cerebrali (tramite trilioni di connessioni sinaptiche per mediazione elettrochimica e produzione dei vissuti psichici) – ciò chiamasi Neuroplasticità – maturano in tempi lunghi per la qualità complessa delle funzioni superiori (memorie, comprensione critica, cognizione, linguaggi). Questa diacronia di maturazioni delle basi funzionali neuropsichiche (ad oggi della durata dei primi trent’anni di vita), consente al sistema nervoso centrale di essere più modulabile alle variazioni ambientali, materiali e immateriali, nel quale si va evolvendo. Apprendimento e memoria, riflessione e linguaggi sono basi essenziali a che il cervello rimanga plastico a lungo e gestisca al meglio la complessità umana che ci caratterizza. La «cultura» che il cervello umano produce è detta in biologia (semplifico moltissimo) Epigenetica: scienza che chiarisce come l’ambiente fisico (vedi ad esempio macrobioma intestinale e Immunità) e immateriale (vissuti astratti simbolici, formazione critica) interagisca con la nostra genetica cerebrale formando identità e differenze delle persone. Queste scoperte spiegano meglio il travaglio umano personale che va facendo declinare la «formazione critico culturale» della personalità vs una normalità che oggi sfiora la «disidentità». La civiltà personale come conquista di identità migliore per merito e dovere (già di per sé difficile e affascinante) è in stasi e declino: risente di corruzioni mentali, economiche, valoriali, illusioni di potere o poteri politici culturali veri, che vogliono affermarsi sull’altra persona con aggressività, con ignoranza arrogante, con ipocrite recite, con impulsività (vedi come si gestiscono i conflitti personali in famiglia, negli ambienti di lavoro o tra nazioni e potentati economici): «Perché la guerra?» si chiedevano nel 1932 Einstein e Freud. Nei luoghi dell’esprimersi con se stessi e con gli altri, spesso si afferma la volontà di potenza, la parola è violenta come l’azione. Mai se non raramente vince l’equilibrio del comportamento se non la pace, la dignità di un modulato compromesso, della mediazione, dell’ascolto, di verità possibili diverse da quelle insanamente egoistiche ora così frequenti. Nel tempo d’oggi l’essere persona si presenta in prevalenza estremistica in questi modi: apatia e «anestesia» del proporsi in un eterno presente nei modi giovanili fino alla dipendenza di personalità, perché ciò è stato prodotto da decenni di distorsioni educazionali e «vantaggi» familiari e sociali non conquistati (assistenzialismo di ogni tipo con recite adeguate che ormai fanno rivendicare diritti in eccesso); poi c’è l’estremismo all’altro capo dei comportamenti: contenuti di parole e azioni con volontà di potenza come da homo sapiens arcaico: con attivazione del cervello primitivo, della chimica dell’impulsività e della gratificazione rapida e non già del cervello neocorticale superiore. Differenza e identità vanno indifferenziandosi, non comunicano più o sono nevrotiche per tutti i motivi oggettivi e soggettivi richiamati. Infine proiettiamo sempre sull’altro (bisogno del nemico?) la colpa di tale comportamento incivile auto eleggendoci giusti (chiamasi identificazione proiettiva) che solo i giovani possono in parte usare con ragione dando a noi genitori, all’amministrazione politica, alla scuola e agli esempi formativi la responsabilità del loro comportamento. Ma tutti i postgiovani di età e troppi adulti a me sembrano come vecchi già arresi passivamente al vivere: ove vi è ormai l’incapacità di ricreare il passato nel presente con nuove rappresentazioni mentali verso il futuro: rompere le barriere per formare nuove belle differenze e identità, non interessa più. E come i vecchi ci ripetiamo: ognuno è laudator temporis acti o di un presente immobile, per molti difficile da vivere in ogni senso, per altri con lauti vantaggi psicologici o economici (non ho ambizioni, non fatico, non sento il dovere di essere migliore per me e per gli altri ). C’è per la verità un’osservazione finale da fare: il ruolo che le democrazie autoritarie svolgono nel combattere frontalmente la differenza fino a deformarla e reprimerla. Le decisioni strategiche si basano sempre più – in mancanza di un progetto governato dello sviluppo del mondo – sugli umori di una singola persona o ridotti gruppi di potere. Non c’è competizione tra visioni del mondo, interessi diversi o conflitti di civiltà; l’antagonismo tra democrazia e autoritarismo è legata sempre più a singoli leader con scambi caotici, inconcludenti, di scarsa credibilità, mutevoli giorno per giorno. Le grandi questioni – pace e guerra – sono più spettacolari ma certo meno leggibili. L’effetto è una assoluta imprevedibilità, instabilità e precarietà decisionali. Abolendo così la differenza vince l’indistinto ormai nei modi ambigui del govemo: si perdono così la memoria individuale e collettiva della storia con sole narrazioni ufficiali e al massimo sempre parziali verità.Per capire da protagonisti la certezza democratica dell’autenticità e delle recite nel film della storia, i robot delle deliziose Fiabe per robot e Ritorno dall’universo, di S. Lem di circa cinquant’anni fa ci aiuterebbero molto. Fu distopia o preveggenza? So che questo attacco delle democrazie autoritarie alle differenze era già stato descritto esemplarmente. Mia umile postilla: ma nemmeno la pace vissuta per 80 anni dopo la Seconda guerra mondiale ci dà la motivazione verso la «belle difference»? La «trappola» tecnologica e la società desiderante e consumistica globalizzata e il benessere di base diffuso, politica e cultura impoverite sono così onnipotenti nel ritardare la civiltà personale nelle nostre menti? Forse se differenza, identità e rispetto ormai corrono verso l’indifferenziato e si confondono per paura della speranza o di un compromesso o di una mediazione migliore, dovremmo interrogarci e non recitare troppo: forse ciò non ci conviene più? Occorre inventare forme creatrici di senso per evitare alla persona di essere normalmente incivile, insignificante e indifferenziata, con le conseguenze sociali degenerate in essere. Dove sono modi, luoghi, allievi e maestri per questa civiltà personale riformata? Freud nel Disagio nella civiltà nel 1930 a ciò aveva richiamato. Giovanni Mastrangeli (1944) si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1969 divenendo poi specialista in neuropsichiatria e psicoterapia presso l’Università di Siena nel 1974. È stato medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale della città di Reggio Emilia dal 1971 al 1976. Dal 1976 al 1989 medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale di Viterbo. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Consulente in Psicogeriatria e in comunità psichiatriche come psicoterapeuta e psicofarmacologo clinico.
- konnektor
# 1 Costruire il partito della sinistra nel Regno Unito Intervista a James Schneider Franco Panella La profondità della crisi del capitalismo storico, concomitante al disastro causato dalle politiche radicalmente neoliberiste e che guardano a destra che governano tutti i paesi europei e la stessa Unione Europea, oltre alla deriva autoritaria e genocida del mondo atlantico richiedono urgentemente la rifondazione del campo politico della sinistra. Negli ultimi mesi, diversi gruppi della sinistra organizzata britannica hanno discusso la formazione di una nuova organizzazione politica nazionale sotto forma di partito politico o di alleanza elettorale. Le ragioni per creare un’istituzione di questo tipo non potrebbero essere più chiare. L’attuale governo laburista è caratterizzato dalla sua deferenza verso gli interessi corporativi-imprenditoriali, dalla sua complicità con il genocidio e dalla repressione della dissidenza. Nel frattempo, l’opposizione conservatrice continua a essere ossessionata dalle guerre culturali e segnata dalla sua lunga storia di malgoverno, mentre l’estrema destra di Reform UK sembra essere sulla buona strada per ottenere la maggioranza dei voti popolari, con la sua concezione legata all’ideologia fortemente anti-immigrazione e pararazzista del vecchio Enoch Powell presentata come l’unica politica praticabile. I sondaggi suggeriscono che un partito di sinistra potrebbe ottenere tanti voti quanto il partito al governo: entrambi raggiungerebbero circa il 15% dei voti. Questa percentuale potrebbe aumentare ulteriormente se il partito riuscisse a radicarsi in circoscrizioni chiave e lanciasse un attacco deciso al cosiddetto Westminster consensus, ovvero la sostanziale convergenza delle politiche di tutti i partiti presenti in Parlamento. Tutto ciò costituirebbe un evento che comporterebbe un grande passo avanti per il blocco socialista storicamente frenato nel Regno Unito dai vincoli imposti dal Labour. Sebbene i politici e gli attivisti che partecipano in prima linea a questa nuova organizzazione non abbiano ancora elaborato un programma chiaro, la nota deputata socialista Zarah Sultana e l’ex leader laburista Jeremy Corbyn hanno annunciato una conferenza inaugurale, da tenersi in autunno, in cui saranno decise democraticamente le politiche e i modelli di leadership. In meno di 24 ore si sono iscritte ben 200.000 persone. Uno degli organizzatori che ha lavorato a questo progetto è James Schneider. Nato nel 1987, Schneider ha iniziato ad assumere posizioni più radicali con la guerra in Iraq e la crisi finanziaria mondiale. Nel 2015 ha partecipato alla fondazione del movimento Momentum per il sostegno popolare alla leadership di Corbyn e, un anno dopo, è diventato direttore della comunicazione strategica del partito, propugnando una sorta di populismo di sinistra senza complessi, cercando, alla fine invano, di resistere alle pressioni contro la direzione del partito guidata da Corbyn perché capitolasse davanti alla destra laburista su questioni chiave come la Brexit. Da allora ha pubblicato Our Bloc: How to Win (2022), il suo progetto per il futuro della sinistra britannica, e ora lavora come direttore della comunicazione di Progressive International. Schneider ha parlato con Oliver Eagleton dei punti fondamentali nel processo di costruzione di un partito: come il rapporto tra il potere popolare e il consenso elettorale, le strutture organizzative da costruire, i fattori che in precedenza sono stati di ostacolo a una tale impresa e gli esempi internazionali a cui potersi rifare. Questa è la prima di una serie di riflessioni sulle prospettive della sinistra post-Corbyn, che appariranno su «Sidecar» e «ahida». Questo testo è apparso su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’«Istituto Repubblica & Democrazia» di Podemos e da «Traficantes de Sueños», ed è qui pubblicato con l'espresso consenso del suo editore. Oliver Eagleton: Cominciamo con la descrizione generale di ciò che un ipotetico partito di sinistra dovrebbe aspirare a realizzare nel panorama politico da qui al 2030, specialmente in paesi come la Gran Bretagna, dove dovrebbe affrontare una serie di ostacoli importanti, che vanno dal controllo dei media esercitato dall’establishment al sistema antidemocratico di Westminster, passando per la divisione delle forze situate alla sinistra del Partito Laburista. James Schneider: Il compito di questo partito dovrebbe essere quello di intraprendere diverse forme di «costruzione politica». In primo luogo, dobbiamo affrontare la costruzione dell’unità popolare: prendere i gruppi di affinità socio-elettorale, che attualmente costituiscono una maggioranza a livello sociale, e tradurli in una maggioranza politica. In Gran Bretagna, si tratta della classe operaia priva di beni, dei laureati in declino sociale e delle comunità razzializzate. La maggior parte delle persone pensa ai gruppi di affinità socio-elettorale in termini puramente elettorali: «Come possiamo guadagnare qualche seggio in più?», ecc. Ma, in fondo, non importa se hai cinquanta, cento o duecento deputati, se la tua strategia elettorale non è legata a questo progetto sociale più ampio. Poi occorrerebbe passare alla costruzione del potere popolare: costruire organizzazioni strutturate che le persone possano utilizzare per controllare democraticamente diversi aspetti della propria vita, sia ottenendo concessioni dal capitale e dallo Stato, sia andando parzialmente oltre, attraverso il passaggio da merce a bene comune di determinate risorse o la creazione di spazi autonomi. Ciò consentirebbe alle persone di legiferare collettivamente dal basso, creando al contempo le condizioni affinché il loro partito attui interventi legislativi dall’alto. Il movimento operaio e le cooperative britanniche hanno tradizionalmente perseguito tale scopo. Altri paesi hanno tradizioni più variegate di creazione di potere popolare attraverso, ad esempio, gruppi di inquilini, collettivi agricoli, sindacati di debitori o occupazioni di terreni, solo per citarne alcune. Questo ci porta alla forma finale di costruzione politica: quella di un’alternativa popolare. L’unità popolare e il potere popolare dimostrano che esistono forme alternative di organizzazione della società nel suo complesso, mentre si costruisce un programma di governo maggioritario in grado di soddisfare le esigenze della popolazione a breve e medio termine. Se seguiremo questa strategia tripartita, inizieremo a vedere l’emergere di nuove forme di protagonismo popolare, che diffondono la lotta e il controllo in tutta la società. Permettimi di farti due esempi dalla Colombia. Storicamente, questo Paese è stato uno dei principali bastioni dell’imperialismo nel continente, dominato da un’élite conservatrice. Tuttavia, da oltre settant’anni il petrolio del Paese è di proprietà pubblica, perché nel 1948 i lavoratori petroliferi hanno indetto uno sciopero a tempo indeterminato che ha costretto lo Stato a creare un’azienda nazionalizzata, e la pressione delle masse ha continuato a essere tale da impedire la possibile revoca di questa decisione da parte dei successivi governi colombiani. Più recentemente, nel 2010, è stata creata un’istituzione chiamata Congresso Popolare per riunire diversi movimenti sociali e lotte territoriali: urbani, contadini, indigeni. Una delle sue iniziative è stata creare territori di produzione alimentare controllati dai contadini, che collegavano i piccoli agricoltori ai poveri delle città, iniziativa che alla fine ha costretto il governo a riconoscere e sostenere questi territori in espansione, concepiti dal movimento come «baluardi del potere popolare». Questa strategia di legiferare dal basso ha contribuito all’elezione del primo governo di sinistra della Colombia nel 2022, guidato da Gustavo Petro. In sintesi, il nostro partito deve essere un veicolo per instaurare l’unità, un catalizzatore dell’organizzazione e una leva per la mobilitazione popolare verso un’alternativa sociale. Il nostro obiettivo a lungo termine, ben oltre ciò che può essere realizzato nel decennio 2020, deve essere quello di stabilire una società che riconosca la dignità essenziale di ogni persona. Sebbene questo principio sia evidente per molti, le macrostrutture del nostro sistema globale vi si oppongono fermamente. L’ordine attuale si basa su una triade formata da capitale, nazione e Stato. Il nostro obiettivo deve essere quello di sostituirlo con un altro, fondato sul sociale, l’internazionale e il democratico, tre logiche interconnesse che aprono spazi a nuove forme di vita al di là dello sfruttamento, dell’impero e del controllo verticale. Ciò significa socializzare l’economia, trasformare la nostra posizione nella catena delle relazioni imperiali e nella divisione globale del lavoro, e democratizzare lo Stato. Non c’è alcuna strada verso un futuro ecologicamente sostenibile senza queste trasformazioni. In questo Paese non abbiamo mai avuto un’organizzazione che abbia cercato di realizzare questo tipo di cambiamento attraverso la politica di massa. Nessuno dei piccoli gruppi di sinistra lo ha fatto. Nemmeno sotto la guida di Corbyn del Partito Laburista abbiamo concepito il nostro obiettivo in questi termini. Ciò che serve è un partito popolare, supportato da un insieme di organizzazioni, che possa conquistare il potere in tutti i sensi: sociale, culturale, politico e industriale. Oliver Eagleton: Puoi dirci qualcosa di più su come questa strategia affronterebbe le realtà pratiche dell’attuale politica britannica? James Schneider: I gruppi sociali che ho descritto sopra, cioè i lavoratori senza beni, i laureati in declino sociale e le persone razzializzate, sarebbero i principali beneficiari di un movimento organizzato per abolire lo stato di cose presente. Naturalmente, un partito di sinistra deve anche cercare sostegno al di là di questi gruppi: ci sono elementi progressisti al di fuori di essi, così come ci sono elementi reazionari al loro interno, quindi non può essere un processo rigido o meccanico. Ma questi sono i tre attori principali attraverso i quali si può costruire l’unità popolare. Alcune delle ragioni per cui essi costituiscono una maggioranza numerica sono legate alla posizione globale della Gran Bretagna come economia avanzata al centro dell’economia capitalista, ma altre sono più specifiche: ad esempio, le politiche promosse dal New Labour in materia di istruzione superiore, alloggi e modello industriale, che hanno creato la categoria dei laureati in declino sociale (il che è paradossale, dato che il New Labour era in parte il progetto di una classe di laureati in ascesa sociale). Sempre più spesso, le azioni dell’establishment, in particolare quelle attuate dall’attuale governo laburista, stanno consolidando un interesse comune tra questi gruppi. I partiti di Westminster hanno impoverito i più svantaggiati e i giovani laureati e hanno cercato di dare la colpa alle persone razzializzate, comprese quelle che non rientrano in queste altre due categorie sociali, fornendo loro una base comune per rovesciare lo status quo. Quindi il potenziale c’è. Quello che manca è la capacità. Per quanto riguarda il potere popolare, partiamo da un livello molto basso. La vita sociale in Gran Bretagna, come in gran parte del Nord del mondo, è stata ridotta a un residuo. La vita associativa della classe operaia è stata distrutta; non solo i sindacati e le cooperative, ma anche le biblioteche, i pub, i club, le bande musicali, le squadre sportive. Sono sempre meno le persone che ricordano questa cultura politica del passato. La manifestazione più forte del potere popolare è stato il movimento operaio e la condizione principale che questo ha vissuto negli ultimi cinquant’anni è stata la sconfitta, il che naturalmente determina un atteggiamento difensivo. Come superare tutto questo? Beh, il potere popolare si basa sempre sulla densità. C’è un motivo per cui la fabbrica crea opportunità politiche per la sinistra; e lo stesso vale per i quartieri operai, intesi come luoghi in cui le persone si riuniscono in modo naturale. In Gran Bretagna, questo ha chiare implicazioni per la strategia elettorale a causa del sistema elettorale maggioritario secco. Non sono un sostenitore di questo sistema, ma è quello attualmente in vigore e dobbiamo lavorare al suo interno per il momento, il che ci obbliga a seguire una strategia di densità: radicare il nostro progetto in aree specifiche in cui questi tre gruppi socio-elettorali hanno una maggioranza qualificata. Analizziamo le elezioni dello scorso anno, in cui i cinque candidati indipendenti che si sono presentati a sinistra del Partito Laburista hanno ottenuto seggi in Parlamento: un guadagno relativamente piccolo, ma anche storico, dato che dalla Seconda Guerra Mondiale c’erano stati solo tre parlamentari indipendenti a sinistra del Partito Laburista. La situazione a Islington North, dove Corbyn ha battuto il candidato laburista con un margine schiacciante, era in un certo senso sui generis, poiché il vincitore era un candidato con un profilo nazionale e una notorietà personale al 100%. Tuttavia, ha implicazioni più ampie, poiché ha mobilitato fino all’ultimo elemento di potere sociale a sostegno della campagna, proprio perché la gente lo vedeva come un’espressione della propria vita sociale. Ogni gruppo di giardinaggio, ogni chiesa, ogni moschea, tutte le sezioni sindacali della zona: tutti hanno riconosciuto che Corbyn era la loro incarnazione politica e quindi sono andati a votare per lui, quasi indipendentemente da ciò che pensavano delle politiche concrete. Anche gli altri quattro candidati indipendenti hanno vinto in gran parte grazie al potere sociale reale delle loro comunità, che si basa in gran parte sulle moschee, anche se, naturalmente, molti non musulmani e musulmani non praticanti hanno anche fatto campagna e votato per loro. La gente va in moschea ogni settimana. È un luogo di socializzazione, un luogo di benessere, un luogo di orientamento morale. Quindi, anche se questi candidati indipendenti sarebbero i primi ad ammettere di non avere esperienza politica, di non aver presentato campagne ingegnose, forme di comunicazione innovative o un programma politico completo, hanno ottenuto la vittoria grazie a questa identificazione con il centro di potere della comunità, che ha contribuito a canalizzare il loro comune disgusto per il genocidio di Gaza, oltre ad altre questioni. Questo è proprio il motivo per cui l’establishment ha reagito con tanto spavento. Non si trattava solo di islamofobia, ma anche della terrificante consapevolezza che il potere popolare può eludere le strutture che dovrebbero neutralizzarlo. Oliver Eagleton: Se la vostra ambizione è quella di creare un qualche tipo di legame vincolante tra un partito politico e forme più ampie di vita associativa, allora forse è necessario distinguere tra movimenti e istituzioni. I primi possono essere effimeri e amorfi, incapaci di creare forme durature di potere popolare in assenza dei secondi. Si potrebbe dire che, quando si tratta di questioni come il genocidio di Gaza, è il movimento che attiva le persone come soggetti politici, l’istituzione che traduce questa politicizzazione in potere popolare e il partito che sfrutta questo potere per influenzare lo Stato o conquistarlo. Il che mi porta a chiedermi: se la cultura istituzionale della classe operaia britannica è stata in gran parte distrutta nell’ultimo mezzo secolo, lasciando solo enclavi isolate, non stiamo forse perdendo un anello cruciale in questa sequenza? Come dovrebbe affrontare questo problema un nuovo partito di sinistra? James Schneider: Dobbiamo costruire più istituzioni. Per me, questo è il compito strategico più importante per il partito e anche quello che normalmente si tende a trascurare. Oltre a rafforzare le manifestazioni di potere popolare, che sono sopravvissute tra le rovine del neoliberismo, dobbiamo crearne di nuove. Il numero di famiglie in affitto nel Regno Unito è di 8,6 milioni. Il numero di persone iscritte ai sindacati degli inquilini è di circa 20.000. Solo il 38% degli inquilini ha votato alle ultime elezioni. Se durante il periodo in cui Corbyn era alla guida del Partito Laburista avessimo deciso di bussare alle porte e organizzare gli inquilini, quanti leader proveniente dal movimento degli inquilini avremmo ora? Come avremmo potuto cambiare la coscienza della sinistra laburista, allontanandola dall’incoraggiare un partito parlamentare su Twitter e avvicinandola alla costruzione di istituzioni proprie e forti? Le stesse domande potrebbero essere poste su altre questioni. Con 600.000 membri laburisti, 450.000 dei quali di sinistra, avremmo potuto decidere che era una priorità politica organizzarci attorno alla questione X o Y. Se avessimo mobilitato anche solo il 10% di questi esponenti della sinistra, avremmo potuto creare nuove organizzazioni popolari: cooperative alimentari, sindacati di utenti dei servizi o gruppi di salute mentale. Avremmo potuto organizzare campagne per uno sciopero per il clima o per cercare di rendere effettivamente pubblici i servizi pubblici attraverso boicottaggi di massa. Le possibilità non mancano, e non spetta a me dire quali dovremmo privilegiare nei prossimi anni. Queste decisioni devono essere prese democraticamente da un partito politico di portata nazionale. Se il nuovo partito passerà tutto il tempo a elaborare la perfetta politica di welfare per il nostro immaginario futuro tecnocratico di sinistra quando governeremo lo Stato, non arriverà da nessuna parte. Se questo nuovo partito si percepirà come un Partito Laburista 2.0, con una politica migliore di quella attuale, ma senza creare vie per una reale partecipazione popolare, sarà distrutto dalle forze che si oppongono a esso. Durante il periodo di Corbyn, ci siamo trovati intrappolati in una situazione in cui i membri del Partito Laburista erano spesso costretti ad aspettare che una manciata di persone al vertice prendesse le decisioni invece di diventare essi stessi attori e leader. Non possiamo ripetere quell’errore. Credo sia importante ricordare che, al di fuori dell’Europa e del Nord America, le riunioni politiche non sono noiose. Non sono noiose. Sono vivaci, partecipative e radicate nella cultu ra popolare, circondate da musica, buon cibo e persino balli. La gente comune vi partecipa perché si sente parte di esse. Ci sono diversi modi di partecipare. E sono così perché il loro obiettivo è rafforzare i legami di solidarietà e unità affinché le persone possano uscire e partecipare alla costruzione del potere popolare. Oliver Eagleton: Come dovrebbe agire il nuovo partito che stai immaginando per creare questo tipo di cultura politica non tradizionalmente britannica? James Schneider: Nella Gran Bretagna contemporanea, l’establishment non ha nulla da dire: dice che tutto va fondamentalmente bene e che non bisogna parlare dei problemi realmente esistenti. Il blocco reazionario, dal canto suo, dice che tutto va male: non si riesce a ottenere un appuntamento nel servizio sanitario pubblico, gli alloggi sono inaccessibili, i salari sono diminuiti e la colpa di tutto questo è dei musulmani, degli immigrati e delle minoranze. Quando queste sono le uniche due narrazioni che ci vengono offerte, è probabile che vinca la seconda, perché almeno risponde ad alcune lamentele reali. Ma la verità è che attaccare le minoranze è di per sé una posizione minoritaria. Forse in Gran Bretagna esiste un certo razzismo diffuso, ma la maggior parte delle persone non passa la giornata a pensare a quanto odia gli stranieri, il che dimostra che c’è chiaramente spazio per costruire una narrativa diversa. Quello che dovremmo offrire invece è una «lotta di classe con il sorriso». Dobbiamo rifiutare tutte le ipocrisie della classe politica, dei media e dello Stato, poiché sono odiate dai cittadini, e a ragione. Dobbiamo creare conflitti invece di evitarli. Questo stile comunicativo è spesso definito populismo di sinistra. Implica tracciare una linea di antagonismo ampia e audace in cui c’è unità nella nostra fazione e divisione in quella avversaria. Questa linea di antagonismo è estremamente semplice: la causa dei nostri problemi sono i banchieri e i miliardari. Sono in guerra con noi, quindi noi entreremo in guerra con loro. Dobbiamo aspirare a sconcertare e indignare i media con uno stile politico combattivo, ma anche allegro. Dobbiamo organizzare incontri come quelli che ho descritto, con musica, cibo gustoso e gruppi di discussione, da cui le persone possano uscire con azioni chiare da intraprendere. Ciò significa, naturalmente, che il partito deve avere la sua base principalmente al di fuori di Westminster; non deve associarsi a tipi in giacca e cravatta che passano la giornata a mormorare ipocritamente davanti alle telecamere. Il mio sogno è un brano che abbia lo stesso impatto di "Turn the Page", la prima canzone dellalbum di debutto dei The Streets, Original Pirate Material. Qualcosa che non hai mai sentito prima, ma che riconosci immediatamente; inconfondibilmente britannico e radicato nella vita quotidiana, dai pub ai marciapiedi. Un suono o, nel nostro caso, una politica, che mescola senza sforzo culture e tradizioni, ancorata alla classe e alla comunità, ma che avanza con sicurezza e stile. Abbiamo bisogno di abitare questo tipo di registro nazional-popolare. Per dirla in modo più teorico, l’efficacia di questo tipo di politica deriva dal liberare il potenziale progressista della dimensione «nazionale» della triade capitale-nazione-Stato. Su «Sidecar/Diario Red» avete pubblicato alcune settimane fa un breve e stimolante articolo di Dylan Riley intitolato «Lenin negli Stati Uniti», che, seguendo Gramsci, sosteneva che Lenin oggi cercherebbe un «rapporto produttivo e creativo con la specifica cultura politica rivoluzionaria nazional-democratica in cui si opera». La sinistra britannica deve pensare in questa direzione. Oliver Eagleton: Hai citato la Colombia come modello, ma pensiamo per un momento alle differenze storiche e contestuali. Lì c’era uno Stato dominato da due partiti principali, i liberali e i conservatori, che per decenni hanno collaborato con gli Stati Uniti per mantenere il Paese in una situazione di dipendenza periferica, escludendo dal potere i settori popolari. Di conseguenza, molti di questi settori erano in gran parte esclusi dai processi di accumulazione economica e di partecipazione politica, il che ha contribuito a creare alcune tradizioni autonome di lotta: movimenti guerriglieri, che controllavano gran parte delle zone rurali, campagne contro l’estrattivismo, gruppi che difendevano i territori indigeni. Petro è riuscito a unificare molte di queste forze nel suo progetto elettorale, portando gli emarginati – i «don nadie», come venivano affettuosamente chiamati – al cuore del governo. In Gran Bretagna, al contrario, il problema di lunga data è stato non l’esclusione popolare ma l’assimilazione popolare. Il Partito Laburista è stato tradizionalmente uno strumento per sussumere la classe operaia nello Stato e riconciliarla con l’imperialismo, il che ha reso la nostra cultura di lotta popolare meno attiva, le nostre riunioni di sinistra più noiose e la base organica per questo tipo di politica di massa molto più debole. La leadership di Corbyn ha fatto una valutazione sobria di queste condizioni. Il suo obiettivo non era necessariamente quello di dare potere alla «base» e sperare che lo portasse alla vittoria. Si trattava piuttosto di approfittare di una situazione di crisi politica, conquistare il potere statale e attuare un programma di riforme non riformiste che, a sua volta, galvanizzasse ampi settori della popolazione, rafforzando i lavoratori, gli inquilini, i migranti, ecc. Questo approccio, in cui la politica dall’alto precede la politica dal basso, non è stato semplicemente un errore strategico. Era un riflesso della nostra particolare situazione storica e delle possibilità politiche che essa generava. Si potrebbe sostenere che quelle stesse condizioni hanno anche determinato il modo in cui si è sviluppato finora il piano per creare un nuovo partito di sinistra, il che ha comportato il processo decisionale da parte di uno strato relativamente piccolo di operatori politici, che sperano, non senza ragione, di utilizzare le vittorie elettorali per stimolare lotte più ampie. James Schneider: La spiegazione che offri è nel complesso corretta e aiuta a capire perché la coscienza predominante nella sinistra britannica sia altamente elettoralistica. Non sono contrario a vincere le elezioni o a entrare nel governo. Credo che sia essenziale. Ma ci sono due ragioni per cui questo può e deve essere combinato con altri processi di costruzione politica fin dall’inizio. In primo luogo, la sussunzione della classe operaia britannica non solo attraverso il Partito Laburista, ma anche attraverso i sindacati durante il periodo corporativista, non è mai stata totale: ci sono sempre state rivolte popolari e focolai di resistenza. Esistono quindi tradizioni radicali su cui costruire. In secondo luogo, ci stiamo avvicinando alla fine di un’offensiva capitalista durata decenni, il cui obiettivo era quello di distruggere tale resistenza, cosa che è stata in parte raggiunta attraverso la sussunzione, ma principalmente attraverso la forza bruta: l’esclusione violenta delle masse sia nel Nord che nel Sud del mondo, come testimoniano i minatori britannici a cui venivano spaccate le teste e i militanti di sinistra argentini gettati dagli elicotteri. Quello a cui assistiamo oggi è che questa offensiva sta iniziando a rallentare, non a causa dell’opposizione esterna, ma per i suoi stessi limiti interni: l’incapacità degli Stati Uniti di frenare lo sviluppo sovrano della Cina, soprattutto dopo il 2008, e la crescente pressione sulle risorse con l’accelerarsi della crisi ecologica. Questo crea un’opportunità vitale per un partito di sinistra. Ma non possiamo limitarci a ripetere il corbynismo in questo contesto. Non siamo alla guida di un partito di governo e non abbiamo alcuna possibilità di diventarlo nel prossimo futuro. Pertanto, quella scommessa esclusivamente elettoralistica, che è già stata sconfitta in passato, è ancora meno praticabile ora. Il numero di persone che erano consapevoli della strategia 2015-2019 così come la descrivi era anche molto limitato: solo una manciata di membri del gabinetto ombra e di consulenti di alto livello l’avrebbero articolata in questo modo. La logica del socialismo parlamentare è rimasta praticamente intatta. Credo che abbiamo bisogno di un cambiamento fondamentale nella nostra visione strategica per creare un consenso nella sinistra che riconosca l’importanza del potere popolare. Se vuoi un esempio negativo, puoi guardare al Partito dei Verdi. Il loro approccio consiste nello scegliere i propri candidati per ricoprire cariche pubbliche in modo che possano usare il loro profilo per difendere politiche progressiste. Secondo i loro stessi termini, hanno avuto un certo successo, poiché hanno eletto un deputato nel periodo 2019-2024 e quattro da allora, oltre a molti consiglieri comunali. Ma quale impatto hanno avuto sulla coscienza pubblica? Praticamente nessuno. Extinction Rebellion e Fridays for the Future hanno avuto un effetto molto più tangibile sulla politica ambientale di massa. L’approccio «matematicisticoo» dei Verdi, secondo cui più rappresentanti eletti ci sono meglio è, ha duecento anni e risale all’epoca delle rivoluzioni liberali, quando il dibattito pubblico si svolgeva nei parlamenti e nelle assemblee di recente formazione, dove i numeri contavano davvero. È del tutto inadeguato per il decennio attuale. Il portavoce più importante del partito non è nemmeno un deputato. Ultimamente si sentono dire cose del tipo: «Insieme ai Verdi, un partito di sinistra potrebbe mantenere l’equilibrio di potere a Westminster». È lo stesso tipo di sciocchezze autoillusorie che alcuni membri del Socialist Campaign Group ripetono da anni: «Se restiamo nel Partito Laburista e teniamo la testa bassa, forse potremo mantenere l’equilibrio di potere». E cosa è successo? Oliver Eagleton: Si tratta di un modello liberale di fronte popolare, che implica implicitamente l’impegno della sinistra a sostenere il corrispondente governo laburista, il che sarebbe un suicidio morale e politico. Ma soffermiamoci un attimo sulle lezioni del corbynismo: la maggior parte delle persone ha riconosciuto che una delle ragioni principali della sua sconfitta è stata la mancanza di una solida base sociale, che ha reso difficile la lotta contro le campagne di diffamazione e il sabotaggio politico a cui è stato sottoposto. Ma dopo il 2019, molte di queste persone si sono dedicate a «costruire la base» in modo slegato da qualsiasi infrastruttura nazionale più ampia, il che ha portato a una serie di iniziative disparate – un sindacato comunitario qui, un gruppo di azione diretta là – che il governo in carica ha per lo più ignorato o represso. Ora è ampiamente accettato che sia necessaria una sintesi tra organizzazione elettorale e organizzazione popolare, come dici tu, ma non c’è ancora consenso sulla forma che questa dovrebbe assumere. Si è discusso molto se questa nuova organizzazione debba essere un partito fin dall’inizio o se debba iniziare come un’alleanza elettorale. I sostenitori di quest’ultima opzione sostengono che la frammentazione della sinistra britannica, e della vita sociale britannica nel suo complesso, rende necessaria una struttura di coalizione, in grado di abbracciare le lotte locali e sostenere i leader comunitari che, pur non identificandosi esplicitamente con «la sinistra», condividono in linea di massima la nostra politica. Tuttavia, allo stesso tempo, una coalizione poco coesa rischia di istituzionalizzare la frattura della sinistra invece di ripararla. Qual è la tua posizione al riguardo? James Schneider: Non sono favorevole a nessuna delle due posizioni, almeno non nella loro versione estrema. Da un lato, si corre il rischio di avere un Labour «riscaldato», con politiche migliori, ma con una forma di partito simile, la cui priorità principale è trovare candidati da presentare alle elezioni locali. Dall’altro, il pericolo è quello di finire con una coalizione di indipendenti senza una direzione precisa, che non offre alcuna prospettiva di governo per provocare un cambiamento reale. Nessuna di queste opzioni costruirà un potere autentico nella società. Nel libro che ho scritto dopo la sconfitta di Corbyn nel 2019, Our Bloc: How We Win (2022), sostenevo la necessità di una federazione dei movimenti, delle organizzazioni strutturate e delle forze esistenti della sinistra, che potesse fungere da blocco iniziale per costruire un progetto più ambizioso. Oggi è ancora perfettamente plausibile che un’organizzazione federata di questo tipo possa svolgere questo ruolo: gettare le basi per i diversi tipi di costruzione politica che ho menzionato in precedenza. Ma, da un lato, sarebbe ancora necessaria una struttura decisionale unificata per poter stabilire qualsiasi tipo di struttura più ampia, sia essa federale, confederale o centrale. Optare per una coalizione piuttosto che per un partito non cambierebbe il fatto che prima è necessario che le persone si incontrino, si uniscano e si mettano d’accordo sulle linee di base, e finora questo non è avvenuto. Non c’è nemmeno alcun motivo per cui un partito non possa rispettare posizioni diverse, con tendenze diverse e pluralismo interno. Un marchio politico locale già esistente dovrebbe poter continuare a funzionare con un alto grado di autonomia, se lo si desidera. Si tratta, francamente, di questioni di secondaria importanza, che possono essere risolte una volta stabiliti i canali deliberativi adeguati. Il mio modello preferito sarebbe una struttura in cui la strategia sia affidata ai membri e la tattica alla direzione. Le questioni strategiche importanti – quale tipo di costruzione del potere sociale privilegiare, come distribuire le risorse tra gli attivisti di tutto il paese, quale tipo di istruzione e formazione politica fornire, quale deve essere il contenuto del programma politico – sarebbero decise collettivamente. Le tattiche, ovvero come realizzare questi obiettivi strategici, possono essere determinate in larga misura dagli organizzatori o dai politici in prima linea. Affinché ciò funzioni, dovrebbe esserci un sistema di leadership collettiva, che potrebbe assomigliare al seguente: una lista di dodici o quindici leader presenterebbe una proposta strategica e forse anche una proposta politica, che sarebbe sottoposta ai membri, i quali esprimerebbero voti per la loro strategia preferita e i relativi candidati. Ciò darebbe luogo a un comitato nazionale composto da leader di diverse liste, che sintetizzerebbero le varie proposte e le sottoporrebbero alla conferenza dei membri, dove potrebbero essere approvate, modificate o respinte. Il comitato eleggerebbe anche persone per diverse funzioni nazionali: il nostro portavoce principale, il nostro organizzatore principale, il nostro collegamento con i movimenti progressisti, il nostro direttore del partito, ecc. In questo modo, ci sarebbero ancora persone in posizioni di leadership identificabili, ma non si tratterebbe solo di una gara di popolarità. Si creerebbe uno strato di leader in grado di prendere decisioni agili e tattiche, ma si promuoverebbe anche la partecipazione popolare trasformando la strategia in uno sforzo collettivo. Oliver Eagleton: Se un’organizzazione di sinistra fosse stata lanciata prima, si sarebbero potute sfruttare diverse opportunità politiche emerse di recente. A livello delle élite, si sarebbe potuto approfittare della decisione presa da Starmer lo scorso luglio di sospendere sette deputati, tra cui Sultana, dal gruppo parlamentare laburista, magari convincendo altri membri dello stesso a lasciare la nave. A livello di massa, si sarebbe potuta organizzare una risposta unitaria della sinistra alla crescente ondata di violenza razzista incitata sia da Starmer che da Farage. Perché, secondo te, il progetto ha tardato così tanto a vedere la luce? James Schneider: Ci sto lavorando da circa un anno e credo che ci siano fattori strutturali che rendono difficile il lancio di qualsiasi iniziativa: non solo del tipo specifico di partito di sinistra che ho difeso, ma di qualsiasi tipo di partito di sinistra. Come ho già detto, tutto si riduce alla questione del processo decisionale. Quali decisioni sono legittime? Chi può prenderle e chi può attuarle? Si tratta di un dilemma simile a quello dell’uovo e della gallina: non si possono prendere decisioni finché non si dispone di una struttura, ma per avere una struttura bisogna prendere decisioni. In altre situazioni equivalenti, questo problema viene aggirato in tre modi. Il primo è l’intervento di un iperleader. Jean-Luc Mélenchon dice: «Il Parti de Gauche non funziona, costituirò La France Insoumise», ed è quello che succede. La gente lo segue. In Gran Bretagna non abbiamo questo tipo di figura. Abbiamo una sorta di iperleader in Jeremy, una persona la cui autorità morale e politica è superiore a quella di chiunque altro, ma lui non agisce in questo modo. Non è nel suo stile. Il secondo è un’organizzazione strutturata preesistente con una capacità decisionale disciplinata. Potrebbe essere un sindacato o un movimento politico. In Sudafrica, Abahlali baseMjondolo, un movimento di persone che vivono in baraccopoli informali, conta 180.000 membri presenti in centodue insediamenti e sta effettuando occupazioni di terreni in quattro province. Ho partecipato alla sua assemblea generale, mentre osservavo le elezioni in Sudafrica lo scorso anno, e ho assistito alle discussioni sulla creazione di un proprio strumento elettorale. Possono utilizzare i loro meccanismi democratici esistenti, che consentono di prendere decisioni, contestarle e revocarle nell’ambito di un processo aperto in cui tutti conoscono la propria posizione. Anche questo manca in Gran Bretagna. La terza soluzione è un piccolo gruppo di persone molto affiatate e politicamente avanzate, in grado di prendere decisioni collettivamente. Nel corso della storia ci sono stati molti partiti comunisti formati da una dozzina di persone sedute attorno a un tavolo, che in breve tempo sono diventati organizzazioni di massa. Ma qui i dibattiti avvengono tra persone con background e priorità molto diverse, che non hanno questa visione collettiva. Come risultato di questi tre fattori strutturali, emerge un altro fattore contingente, che assume grande importanza. In realtà, è il fattore determinante, anche se cronologicamente successivo agli altri. Si tratta della questione delle personalità. In momenti di insufficienza collettiva come questo, i problemi individuali passano in primo piano. Ciò diventa molto più decisivo in condizioni di paralisi oggettiva. Ma ora, fortunatamente, sembra che stiamo facendo progressi. Nonostante questi ostacoli, sta prendendo forma un nuovo partito, perché sia la necessità politica che la pressione esterna sono schiaccianti. Non si può non costruire un nuovo partito, quando questo partito, che non ha ancora un nome, è già alla pari con il partito al governo nei sondaggi. Succederà in un modo o nell’altro. Oliver Eagleton: Quali sono i piani per il lancio ufficiale, ora che Corbyn e Sultana hanno annunciato questa conferenza? James Schneider: In realtà, purtroppo, il partito è già stato lanciato, anche se non esiste ancora. Ci è stato negato un lancio accuratamente pianificato, ma possiamo conviverci. Quello che dobbiamo fare ora è minimizzare l’importanza del fattore umano contingente, creando un tipo diverso di autorità sovrana: un organo che abbia il potere di guidare il processo. In pratica, questo si traduce in questa conferenza democratica. Può occuparsi di creare un comitato che abbia una reale legittimità nel processo decisionale. Tutte le persone che si iscrivono come membri del partito dovrebbero avere pieno diritto di partecipare. La conferenza dovrebbe riunire tutti, con strutture ibride e votazioni completamente online. Potrebbe scegliere un direttivo collettivo di cui ci si fida per sviluppare l’organizzazione nel corso del prossimo anno e poi potremmo sviluppare strutture e culture che consentano di prendere decisioni più significative. Niente di tutto questo sarebbe perfetto. In realtà, sarebbe ben al di sotto dell’ottimale, poiché significa fondamentalmente costruire l’auto mentre si guida. Si potrebbero commettere errori di ogni tipo, che potrebbero avere ripercussioni in futuro. Ma almeno questo approccio accelererebbe il processo. Offrirebbe qualche speranza in un momento politico in cui questa scarseggia disperatamente. E questo sarebbe qualcosa di molto significativo. Testi consigliati Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua?, in «New Left Review» 125 novembre-dicembre 2020 Goran Therborn, El futuro y la izquierda, in «New Left Review» 145 marzo-aprile 2024, e El mundo y la izquierda, in «New Left Review» 137 novembre-dicembre 2022 Pablo Iglesias, Entender Podemos, in «New Left Review» 93 luglio-agosto 2015 Maurizio Lazzarato, I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale, in «Diario Red» 02/03/25 Oliver Eagleton è membro e redattore associato della «New Left Review» e autore di Starmer Project: A Journey to the Right (2025).
- scienza e politica
Vivere in viaggio tra due secoli e un millennio Christian Pinçon Alcune acute riflessioni sulla formazione critica dell’Io: «Ricordiamo sempre che l’identità critica matura non è mai un dono ma è perenne conquista dell’Io: ci piaccia o no». Si vorrà proporre un viaggio attraverso la coscienza in questo momento particolare: per forme, contenuti della normalità confusa, conflittuale, infelice e declinante; premessa di impotenza e di patologie e di indifferenze dei poteri istituzionali e culturali. Verranno esaminati due gruppi di cause di ciò determinanti: la sostanziale scomparsa negli ultimi cinquant’anni della formazione critica dell’io unico mezzo e fine per superare le crisi per il ruolo dei poteri culturali; nonché le cause neuropsichiche che riguardano il rapporto sistema nervoso centrale-ambiente, i suoi pregi ed errori scelti non solo inconsciamente. La prima etiologia riguarda gli «organizzatori esterni» della coscienza personale nelle loro funzioni e modi di essere esempi (esercizio della politica, della gestione amministrativa e delle istituzioni formative), la vita familiare obbligata e scelta che non ha potuto e saputo arricchirsi di qualità educative adeguate, ma soprattutto lo sguardo va su tutto ciò che chiamiamo cultura nei valori trasmessi ai giovani in questa epoca nuova, società postbellica ricca, desiderante, come un eterno presente ove vede immagini, illusioni, compera di oggetti, resa dell’Io a vantaggi personali come nuova «religione», con marcato ritardo dell'Io che riflette e inventa con coraggio modi di affrontare rinunce, incoerenze, differenze. Nella cultura che respiriamo le certezze della normalità Io-mondo sono ridefinite da decenni in termini sociali, di gestione politica e sulla persona (v. per es. la dissociazione tra soddisfazione economica e sicurezza sociale e l’inadeguatezza dell’Io ove mezzi e fini del vivere sono in «perverso» rapporto tra cervello e tecnica v. dopo). Il tutto comporta stato confuso dell’Io: ricordate la coscienza avvolta nei molti «noi» collettivi della seconda metà del Novecento e la coscienza in solitudine attuale per il mutato troppo rapido percepire delle persone e delle cose di oggi? Il tema è che la coscienza personale vive ciò in stato di precarietà e forse di rimpianto e con presenza di alternanti modi di autenticità e recite intrapsichiche e interpersonali. Ci vorrebbe una ginnastica mentale viva di cognizioni, interpretazioni, rimodulazione, curiosità, arricchimenti del senso di noi stessi e delle cose. A completamento di questi fattori di coscienza critica in prevalenza scomparsa (ove vince il concreto, e il limite e la morale sono sempre più indefiniti) va aggiunto il degrado dei contenuti e forme della cultura in ogni sua accezione: modi relazionali intra ed extra familiari, gestioni delle istruzioni formative scolastiche, ruolo martellante dei mass media (pubblicità, audience ecc...), ruolo degli intellettuali all’opera (di vecchia sgradevole storia).La seconda etiologia a onor del vero riguarda la storia del cervello che dalla fine della seconda metà del Novecento ha per paradosso, buone e drammatiche responsabilità: si producono vere illusioni, si propalano finte verità attraenti, ci si alimenta meglio, l’igiene migliora, vaccini e farmaci si inventano, il benessere materiale migliora. Ciò ha fatto uscire l’uomo e interi popoli dal caso e dalla necessità materiale psichica (ma oggi verso quale libertà, quella dei desideri materiali e di possesso?); infine tutto questo si colloca in una lungovivenza imponente (la vita media si è più allungata negli ultimi settant’anni che nei precedenti duemila) con gravi problemi di welfare nelle democrazie. Ma la plasticità interattiva genetica ed epigenetica al livello biopsichico come vedremo, ci prende, ci attrae, ci porta con sé: la «dissonanza cerebrale» prodotta dopo migliaia di anni a partire da ’90 circa, ha inventato macchine operazionali che trascendono velocità, efficienza operativa del cervello prefrontale, progettuale, lento, progressista, che ormai controlla sempre meno la sua stessa fisiologia. È avvenuta la formazione e la mediazione culturale da umanistica a informatica: si sono così facilitate apatia e impulsività estreme del cervello primitivo, condizionando lo sviluppo della personalità, ritardando e deviando lo stile maturo del proporsi (vedi alterazione delle mediazioni, della parola, dei linguaggi, delle azioni non posticipate con compimento alterato dei significati). La vita non è più «paideia» stimolante la soggettività con invenzioni, creazioni, fantasie, con progetti verificabili. Prevale l’imitazione, la recita, il ruolo inconsciamente obbligato. Va prevalendo il tempo vissuto come eterno presente immediatistico: qui vincerà il piacere rapido, il consumismo di oggetti, il mercato dei desideri e di diritti; ormai differire ad esempio una gratificazione è considerato come disvalore. Si va perdendo interesse del passato e del presente verso il futuro, compensato da un tempo immobile, reiterato, dove prevale l’uso e non lo scambio delle relazioni personali, sconvolgendo il ruolo della memoria collettiva matrice di identità e riducendo l’essere ad avere. Sapremo riamare la pazienza come attendere e il conoscere come co-nascere diverso dall’immediato?Infine qualche postilla a questo mio atto d’amore per la formazione critica dell’Io: Il nuovo pubblico di massa così acculturato crede, per meccanismi inconsci di spostamento e sublimazione, che siano prodotti e merci anche le qualità soggettive (i vissuti vari, i sentimenti, i conflitti e le differenze) e per di più questo avviene in tempi di convivenza lunghi dei rapporti affettivi. Tutto questo è trattato ormai con linguaggi degli oggetti d’uso. Il cervello sottocorticale è all’opera, appare vincente, la chimica dell’impulsività, del piacere rapido, della decadenza dei gesti e dei linguaggi, rendono quella cultura di massa prevalente; ormai computer, telefonini, tv obbligano un Io ritirato, sempre meno relazionale in modo molto diffuso. C’è anche un secondo aspetto con altra conseguenza: si è formata una piccola media borghesia culturale tramite i poteri tecnologici della comunicazione e dell’informazione, per di più a carattere interclassista e trasversale e dipendente (osservante bene ruoli e poteri). a tutto ciò che non è adatto e funzionale ai poteri economici e culturali (i disagi, i disturbi, le impotenze umane), la politica amministrativa e istituzionale risponde con le ore di educazione affettiva a scuola, oppure si formano giuridicamente certi comportamenti o si delega l’infelicità e l’insoddisfazione agli specialisti della psiche e della morale, ormai a-morale (v. Cardinal Ravasi). Dunque la formazione critica dell'Io è sempre più lontana e precaria nelle sue certezze.Senonché la civiltà personale come scriveva Freud ad Einstein è contradditoria, è ambigua biopsichicamente a livello genetico ed epigenetico. E tutt’ora per fortuna non è così facilmente riducibile a oggetto. Dovremmo ritrovare la gioia della parola, la riflessione che non si compera, riamare lo studio, divenire persone protagoniste della propria storia con speranza e pazienza, oltre Il disagio nella civiltà che Freud nel 1930 volle lasciarci: mi pare questa la più appropriata qualificazione di Cultura.Ricordiamo sempre che l’identità critica matura non è mai un dono ma è perenne conquista dell’Io:ci piaccia o no. Giovanni Mastrangeli (1944) si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1969 divenendo poi specialista in neuropsichiatria e psicoterapia presso l’Università di Siena nel 1974. È stato medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale della città di Reggio Emilia dal 1971 al 1976. Dal 1976 al 1989 medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale di Viterbo. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Consulente in Psicogeriatria e in comunità psichiatriche come psicoterapeuta e psicofarmacologo clinico.












