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  • post-poetica

    Oil, Gas & Tapes_ (core sampling) Il testo di Antonio Syxty, che tiene insieme (e prende spunto dalla complessità e le vicende di quarant'anni di storia, si confronta con le radici del contemporaneo peggiore: petrolio, denaro, mezzi militari, distruzione e in sostanza morte altrui. E, questo, non senza mescolare il male con frammenti, più o meno apparentemente irrelati, di pseudo vita e banalità (un discorso funebre, un museo delle auto, un diario personale, una sorta di canovaccio sospeso tra soggetto e sceneggiatura, con varie schegge di azioni). Le pagine funzionano così come un rapido costante cambio di canale o affaccendarsi di interferenze su una sequenza di 'frame' tratti da quel ben noto film horror che l'occidente è. Antonio Syxty nasce a Buenos Aires e vive a Milano dove si dedica all’arte visiva, alla performance e alla regia. Nel 1978 fonda Oh-ART! , manifesto concettuale, e crea l’ Antonio Syxty Fan Club , progetto autobiografico volutamente fittizio. Alla fine degli anni ’70 si afferma come performer in gallerie e spazi underground, collaborando con figure di rilievo dell’arte, del design e della musica. Negli anni ’80 espone opere su carta e tela nei circuiti artistici milanesi, con un linguaggio influenzato dall’arte concettuale, comportamentale, con richiami alla body art. Parallelamente realizza scritture visive e intrattiene carteggi con Ugo Carrega, Arrigo Lora-Totino, Emilio Isgrò, Adriano Spatola, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta. Il suo lavoro di scrittura rimane principalmente inedito con rare eccezioni. Negli anni ’90 si concentra sulla regia teatrale e multimediale. Collabora con RAI e Mediaset per progetti di regia facendo cinema, televisione, pubblicità, moda, concerti, eventi live e installazioni. Ha pubblicato Syxty sorriso & altre storie  (Yard Press, 2017), Il pacco  (Zacinto/Biblion, 2021), Antonio Syxty Fan Club  (Tic, 2023), NZ  (ikonaLíber, 2025), The Forty Years Later Project  ([dia•foria, 2025). È coordinatore artistico di MTM – Manifatture Teatrali Milanesi della Fondazione Palazzo Litta per le Arti e svolge attività di content creator su canali digitali. Il suo sito è  https://antoniosyxty.com

  • konnektor

    Notifiche a Trump dalla destra conservatrice Brigitte Tye L’articolo analizza l’uso politico dei dazi da parte di Donald Trump, inserendolo in una più ampia genealogia del protezionismo nella storia americana. Lungi dall’essere una misura puramente economica, la tariffa doganale assume nei secoli una funzione identitaria e simbolica, strumento di coesione o frattura all'interno delle coalizioni politiche. Con Trump, il dazio diventa gesto sovrano, slegato da ogni coerenza strategica, ma carico di significato politico: è espressione di una volontà di rottura con l’ordine internazionale basato sulle regole. Tuttavia, la sua applicazione solleva tensioni non solo con le élite economiche, ma anche all’interno della destra conservatrice, dove settori legati al diritto e al capitalismo giudiziario – sostenuti da figure come Charles Koch e Leonard Leo – si mobilitano per limitarne i poteri. La questione tariffaria si rivela così sintomo di una più profonda crisi di rappresentanza e di equilibrio tra i poteri dello Stato, segnando il ritorno del protezionismo come campo di battaglia politica e ideologica nell’America contemporanea. Questo articolo è comparso su <> il blog di <>. «Tariffa – ha detto Donald Trump – è la parola più bella del dizionario». Chissà se ne sarebbe ancora convinto una volta conosciutane l’origine. Dall'arabo. Ta'rīf è una notifica; 'arrafa significa rendere noto. Nonostante le numerose sortite, Trump non ha realmente reso noto il motivo per cui stia imponendo le tariffe o perché le abbia tanto velocemente sospese. I trumpologi credono di avere una risposta. Il Presidente odia l'ordine internazionale basato sulle regole. Ama la “virilità” dell'industria manifatturiera. Spera di scambiare l'accesso ai mercati americani con la svalutazione del dollaro. Ha bisogno di entrate per pagare i tagli fiscali. Vuole accordi migliori e deficit commerciali più bassi. La crudeltà è il pivot. Con Trump tutto è possibile, quindi tutto è plausibile. Quello che è innegabile è che abbia toccato una vena – a lungo ritenuta sepolta – che può ancora tracimare con una forza senza pari. I dazi occupano un posto sproporzionato nell'immaginario a stelle e strisce. La prima proposta accolta dal neonato Congresso fu un dazio. Il Sud schiavista meditò per la prima volta la secessione, nel 1832, a causa di un dazio. Dopo la guerra civile, i repubblicani dichiararono la politica dei tributi “la pietra angolare” della crociata contro i democratici. Nel 1896, William McKinley si candidò con lo slogan “protezione e prosperità”. Nel 1930, Herbert Hoover distrusse ogni chance di rielezione per amore delle tariffe doganali. Teddy Roosevelt colse la folle deriva del paese quando dichiarò – in merito ai dazi – «non sto rispondendo a un'esigenza materiale, ma a un atteggiamento mentale», surrogato dell’altrui veleno. Dipendenti fatalmente dall'esportazione di prodotti agricoli verso un mercato globale, gli schiavisti del Sud vedevano in tali misure una “guerra di sterminio” alla proprietà ed al proprio stile di vita. Durante la Golden Age – ha scritto il politologo Richard Bensel – i dazi erano uno strumento di coesione politica per i repubblicani che non una strategia di sviluppo industriale. Le élite repubblicane erano economicamente impegnate a favore del gold standard e di un mercato interno non regolamentato. Entrambe le misure ridistribuivano la ricchezza verso l'alto, sia socialmente che geograficamente. E nessuna era popolare tra i legislatori che dovevano conquistare voti al di fuori dei centri urbani del Nord-est e dei poli manifatturieri dell'alto Midwest. I gravami, in special modo sullo zucchero ed i capi ovini, garantirono ai repubblicani quei voti: i produttori dell'ovest apprezzavano le tariffe sulla lana; i veterani dell'Unione – che vivevano per lo più nelle zone rurali – si beavano delle pensioni della guerra civile finanziate dalle tariffe sullo zucchero. Prima del New Deal, la politica doganale articolava il conflitto tra i due partiti. Poi scomparvero. Dopo aver perso ripetutamente contro Roosevelt, i repubblicani persero la febbre tariffaria. Ogni presidente – democratico o repubblicano che fosse – era fautore del libero scambio. Sebbene il protezionismo potesse suscitare occasionali lamentele da parte di qualche Congressman, la questione dei dazi era diventata, secondo le parole del politologo David Mayhew, «l’arto contorto di un rettile smembrato». E così rimase, anche quando i sindacati americani – colpiti dalle importazioni – si rivoltarono contro il libero scambio negli anni '70, portando con sé gli alleati eletti nel Partito Democratico. La base invertì la propria posizione sul protezionismo: i democratici a favore, i repubblicani contrari. Accadeva che si riaprisse il confronto al riguardo, come fecero i democratici al congresso sul NAFTA all'inizio degli anni '90. Complice tuttavia la Guerra Fredda – e la posizione egemone degli Stati Uniti a garante della stabilità monetaria a spese della Gran Bretagna – le élite dei partiti e i presidenti rimasero fedeli al libero scambio. Fino ad oggi. I trumpologi paragonano il Presidente a McKinley. Mentre McKinley però utilizzava i dazi come strumento di coesione sociale, Trump – e i mercati che sta sconvolgendo – minaccia di creare una frattura nella propria coalizione, separando i sostenitori del Make America Great Again – MAGA – dagli elettori afroamericani indecisi e le élite del Partito Repubblicano che lo hanno sostenuto per il secondo mandato. Wall Street ed i CEO non gradiscono i dazi. E nemmeno Walmart o Elon Musk. I politici Con – tra cui il senatore del Texas Ted Cruz – hanno iniziato a criticarle. Sette senatori repubblicani stanno sponsorizzando un dispositivo normativo per limitare il potere presidenziale di imporre dazi. Potrebbero unirsi alla causa fino a una dozzina di repubblicani alla Camera. Negli USA, ha osservato con rammarico il politologo Louis Hartz, la legge prospera “sui cadaveri” dell'immaginazione politica. Ogni antagonismo sociale viene alimentato dalle fauci della Costituzione o dei tribunali. Ogni testo di legge e ogni tribunale contiene una scintilla di attrito sociale, pronta a incendiare il campo politico. Il trucco sta nel trovarla. Il giorno dopo il “Liberation Day”, un'azienda di articoli di cancelleria della Florida, di proprietà di gruppo di donne con un debole per il design floreale (!) e l'approvvigionamento dalla Cina, ha intentato una causa contro Trump e le misure protezionistiche. Prendendo di mira la base giuridica dei dazi sulla Cina – imposti tra febbraio e marzo e da allora aumentati in modo muscolare, senza alcun segno di pausa o tregua – Emily Ley Paper (questo il nome della società, N.d.T.) sostiene che Trump abbia ecceduto la sua autorità ai sensi dell'International Emergency Economic Powers Act del 1977. Sebbene dalla presidenza si dichiari di rispondere in tal modo ad una “emergenza nazionale” – la «minaccia straordinaria rappresentata dagli immigrati clandestini e dalle droghe, compreso il fentanyl letale» – nessun presidente ha mai utilizzato la citata norma per imporre strozzature doganali, per il semplice motivo che il testo non ne fa menzione. Trump dispone di altre fonti di autorità legale che ha largamente invocato durante il primo mandato. Ma queste richiedono che si segua un processo di deliberazione e progettazione “poco trumpiano”: nessuna conferisce a Trump i poteri di emergenza che ama tanto esercitare. Dietro Emily Ley Paper c'è una piccola no profit poco conosciuta chiamata New Civil Liberties Alliance (NCLA). Avvocati specializzati in cause civili nell'ecosistema conservatore, la NCLA ha silenziosamente assunto un ruolo di primo piano nella decostruzione dello “Stato amministrativo”. L'anno scorso, la NCLA ha convinto la Corte suprema a ribaltare il suo precedente Chevron, che garantiva alle agenzie esecutive ampia libertà di interpretazione delle leggi ambigue e limitava il potere dei giudici di invalidarne la lettura. La Corte ha stabilito che non solo i tribunali di grado inferiore possano decidere autonomamente il significato delle leggi a maglie larghe che il Congresso spesso approva, ma possono anche ribaltare il giudizio degli esperti funzionari incaricati dell’applicazione. D'ora in poi saranno i giudici Con – piuttosto che i tecnocrati liberali – a guidare la struttura amministrativa. Dietro la NCLA – ancora – ci sono il miliardario Charles Koch e Leonard Leo, probabilmente il più influente broker della destra legale dai tempi di Edwin Meese. Leo è il principia mechanica della magistratura di Trump, non solo alla Corte Suprema, ma in tutta l’articolazione federale. Attraverso la sua rete di donatori, avvocati, giudici e docenti di diritto, Leo ha pilotato la nomina di cinque dei nove attuali membri della Corte suprema – dal conservatore Samuel Alito al più cauto John Roberts, compresi i giudici nominati da Trump – e di oltre 200 giudici federali durante il primo mandato di Trump. In altre parole, un potente settore della destra sta parlando attraverso Emily Ley Paper. Dicendo cosa? Che schiererà le medesime truppe contro Trump e i suoi repubblicani pro-dazi. Già in questa causa, la destra legale sta usando le stesse armi – la dottrina delle questioni importanti, la dottrina della “non delegabilità” – già affilate contro l'Agenzia per la protezione dell'ambiente e il programma di condono dei prestiti studenteschi di Joe Biden. Se il Congresso vuole avallare al presidente di prendere «decisioni di vasta portata economica e politica – come l'imposizione di dazi – [dovrà prima] esprimersi chiaramente». Ad oggi non ha detto nulla. Inoltre, qualsiasi atto che deleghi all’autorità presidenziale i poteri costituzionalmente attribuiti al Congresso senza linee guida o restrizioni è incostituzionale. I tribunali di cui Leo si è circondato negli ultimi vent'anni possono pronunciarsi contro Trump in due modi: invocando l’illegalità ovvero l’incostituzionalità. Se il caso dovesse arrivare alla Corte suprema, gli osservatori, compresi quelli vicini a Trump, prevedono che perderà. L'unica alea è di quanto. Al culmine dell’Età dell'oro, uno dei “partiti del capitale” amava dileggiare la parte avversa dando ai suoi dei “cospiratori confusi”, riconducendo ogni male politico ed economico degli States al protezionismo. «Con lui tutte le strade portano alla tariffa», disse il repubblicano dell'Ohio John Sherman del democratico del Kentucky James Beck. Oggi, nella nuova Golden Age, la questione delle tariffe – e la sua derisione – è tornata agli allori della politica. Solo che tocca ora ai democratici a punzecchiare i repubblicani che – invece di usare i dazi per consolidare la propria coalizione – stanno permettendo che, piuttosto, la facciano saltare. Cosa comporterà per il rapporto tra politica partitica ed economia politica – e le questioni di politica monetaria e potere nazionale che vi si celano – è difficile a dirsi. Corey Robin è professore emerito di Scienze politiche al Brooklyn College e al CUNY Graduate Center. È autore di The Enigma of Clarence Thomas (2019), The Reactionary Mind (2011) e Fear: The History of a Political Idea (2004). Attualmente sta lavorando al suo prossimo libro, King Capital, in cui discute una possibile teoria politica del capitalismo.

  • konnektor

    Stati canaglia: l’illegalità degli attacchi isreliani contro l’Iran con il sostegno degli Stati Uniti Thomas Berra L’ attacco contro l’Iran è solo l’ultimo crimine nella traiettoria distruttiva del regime israeliano nel Medio Oriente. L’impunità connivente dell’Occidente si è declinata in una minaccia globale. Questo articolo è stato tradotto e adattato dall’inglese. Pubblicato originariamente su <> viene qui riprodotto con il consenso esplicito del suo editore. Il regime israeliano – inebriato dall'impunità complice dell'Occidente, carico di armi fornite dall'Occidente e spinto da un'ideologia razzista violenta figlia dell’Occidente – sta devastando il Medio Oriente, lasciando dietro di sé una scia di sangue e distruzione. Il flagrante atto di aggressione contro l'Iran è solo l'ultimo crimine perpetrato nella attuale orgia di violenza, che da venti mesi devasta la regione. Ma Israele non è un canaglia solitaria. Non potrebbe sfuggire alla sanzione per i propri crimini se non avesse il sostegno di un attore potente. Gli Stati Uniti hanno dato il via libera per l’attacco a sorpresa, hanno ordito il diversivo di conversazioni diplomatiche (forse false) per facilitarlo, hanno speso i dollari dei contribuenti per finanziare l'operazione, hanno fornito l'intelligence necessaria per individuare gli obiettivi, hanno consegnato armi e munizioni per uccidere, hanno offerto la copertura diplomatica dalle misure del Consiglio di sicurezza, hanno mobilitato le forze armate per intercettare la risposta difensiva dell'Iran, hanno certificato la promessa di sostegno militare diretto – se Israele lo richiedesse – e hanno dispiegato la copertura mediatica delle testate complici. Ora, gli USA sembrano disposti a entrare direttamente in agone. Ancora una volta sono complici dei crimini di Israele. L'impunità che ne discende, principale sottoprodotto della collaborazione con Israele, non solo minaccia l'autodeterminazione palestinese e la sovranità dei paesi della regione, ma anche la pace e la sicurezza mondiali. 
 La minaccia globale dell'impunità israeliana Negli ultimi mesi, Israele ha perpetrato il crimine di genocidio e la condizione di apartheid in Palestina; ha compiuto un attacco terroristico transnazionale attraverso cercapersone esplosivi in Libano, ha lanciato ordigni contro Beirut, Siria, Yemen e Iran, ha intensificato l'occupazione illegale di territori palestinesi, libanesi e siriani, ha operato esecuzioni extragiudiziali in territorio straniero. Ancora, ha proceduto all'assalto e alla requisizione della nave della flottiglia umanitaria Madleen, ha attaccato innumerevoli volte il personale e le strutture delle Nazioni Unite. Ha mobilitato i propri delegati nei paesi occidentali per intralciare i difensori dei diritti umani e corrompere i governi. 
 Israele possiede arsenali di armi convenzionali ad alta tecnologia, nucleari, chimiche e biologiche, non ne consente ispezioni internazionali e si rifiuta di ratificare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Inoltre, è governato da un regime di estrema destra, profondamente razzista e fondamentalmente violento, non soggetto ad alcuna norma del diritto ovvero della diplomazia internazionale. Nemmeno della morale comune. L’impunità è l’ingrediente principale nella ricetta per un disastro globale. Quella garanzia di immunità dall'Occidente di cui ha goduto ne ha favorito la criminalità seriale, minacciando l'intera regione e – potenzialmente – il mondo intero. 
 Peggio, per proteggere ulteriormente Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno corrotto, catturato o schiacciato sistematicamente i governi della regione e colpito gli attivisti del Libano (Hezbollah) e dello Yemen (Ansar Allah), che ancora sfidano il violento progetto egemonico israeliano. Rimane solo l'Iran in piedi. Un elemento intollerabile: la possibile deterrenza. 
 Una guerra per l'egemonia dell'asse USA-Israele 
 Pertanto, l'Iran è nel mirino, ultimo stato indipendente nella regione dopo la corruzione e la cooptazione della maggior parte dei governi arabi da parte degli Stati Uniti e l’annientamento sistematico di quelli che inizialmente si sono rifiutati di calare il capo – Iraq, Libia e Siria, ad esempio –. L'essenza di questo piano è stata rivelata più di due decenni fa dal generale statunitense ed ex comandante della NATO Wesley Clarke, quando descrisse i piani degli Stati Uniti per «attaccare sette paesi musulmani in cinque anni». Nella lista figuravano Iraq, Libia, Siria, Libano, Somalia, Sudan e – naturalmente – Iran. 
 Anche dopo decenni di sanzioni, sabotaggi, aggressioni, sforzi di destabilizzazione e l'intromissione delle intelligence occidentali, l'Iran si è rifiutato di inchinarsi agli USA. Nonostante la pressione costante, la Repubblica Islamica non ha abbandonato il popolo palestinese, né ha inteso normalizzare il colonialismo e l'apartheid israeliano, o girare lo sguardo dall'altra parte mentre “il popolo eletto” perpetra un genocidio. Ha negato all'impero statunitense il controllo delle proprie risorse naturali – comprese importanti riserve di petrolio e gas –. E, come è ben noto, non rinunciare al diritto, come stato sovrano, di sviluppare energia nucleare pacifica a beneficio della propria economia in via di sviluppo. 
 Poiché i decenni di sforzi dell'asse USA-Israele nello strangolare e destabilizzare il paese – con grande sofferenza per la popolazione civile – non sono riusciti a sottomettere l'Iran, si passa ora ad un'aggressione militare su larga scala, riesumando le vecchie e false giustificazioni delle "armi di distruzione di massa", che tanto bene servirono a sostenere la necessità dell’attacco nel vicino Iraq più di venti anni fa. 
 Oggi, tuttavia, l'argomento è portato al parossismo: non che l'Iran possieda armi di distruzione di massa, ma che possa acquisirle un giorno. Un'accusa che risulta ancora più ridicola dato che gli stessi aggressori – sia gli Stati Uniti che Israele – possiedano tali arsenali e siano colpevoli di atti di aggressione continuati, l'Iran no. 
 Ius ad bellum: il reato di aggressione 
 L'attacco non provocato contro l'Iran per mano d’Israele con il sostegno americano, è un reato secondo il diritto internazionale: un atto sleale, durante le trattative in corso con gli States e persino diretto contro il funzionario iraniano incaricato delle negoziazioni. (E, per inciso, proprio dopo che Israele ha sospeso i servizi di rete a Gaza, innalzando un bastione digitale attorno al genocidio incrementale in quei territori). 
 L'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto alla legittima difesa solo in risposta ad un <> o quando specificamente autorizzato dal Consiglio di sicurezza. Diversamente, costituisce reato di aggressione ai sensi del diritto internazionale. Quindi il regime israeliano sta utilizzando la forza contro l'Iran in violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce la minaccia o l'uso della forza, commettendo reato di aggressione. Giuridicamente, dunque, il diritto all'autodifesa appartiene all'Iran e, decisamente, non a Israele (né agli Stati Uniti). Inoltre, contrariamente a quanto asserito dai portavoce israeliani in Occidente, il diritto internazionale non consente una <> né i cosiddetti <>. 
 Il governo Bush – nel periodo precedente all'aggressione contro l'Iraq – ha cercato di sostenere che la legittima difesa anticipata fosse ammissibile. Argomento ampiamente respinto, poiché l'intento della Carta delle Nazioni Unite era quello di proibire le petizioni di legittima difesa a meno che non si fosse verificato un attacco armato, ovvero che il Consiglio di sicurezza avesse autorizzato l'uso della forza militare. Neppure l'idea di legittima difesa anticipata del diritto internazionale consuetudinario del XIXsimo secolo, sostenuta da alcuni studiosi prima dell'adozione della Carta delle Nazioni Unite, arrivava così lontano come la torsione operata da Bush. Prima dell'adozione della Carta, il Caroline test consentiva una sorta di legittima difesa anticipata, ma solo se la minaccia si fosse configurata «immediata, schiacciante e non lasciava altra opzione né tempo per deliberare», cosa insussistente nel caso contro l'Iran. Altri analisti hanno cercato di trovare un compromesso, affermando che l'azione anticipata possa ammettersi purché si consideri che l'attacco sia "imminente". Argomento dubbio, poiché non c'è traccia di tale eccezione nel diritto internazionale. 
 Naturalmente, Israele – il regime canaglia per eccellenza, schermato dall'armatura dell'impunità garantita dagli Stati Uniti – si preoccupa poco della legalità. Rappresentanti e delegati non rinunciano tuttavia a costruirne un'apparenza di legalità, quale parte degli sforzi propagandistici nei media occidentali. Così l’istituto della legittima difesa anticipata si flette a favore dei <>, insieme al diritto di attaccare chiunque possa decidere di colpire il paese in futuro. Dichiarano che l'Iran possa un giorno sviluppare armi nucleari, usarle contro Israele e che – pertanto – quest’ultimo non abbia altra scelta che attaccare la Repubblica Islamica ora. Se questa fosse la norma, qualsiasi stato potrebbe legalmente attaccane altri in ogni momento, semplicemente sostenendo una potenziale minaccia futura. E ciò annullerebbe effettivamente la Carta delle Nazioni Unite. 
 Per Israele ha senso. Israele è, essenzialmente, uno stato annientatore. Creato con la violenza, si è espanso attraverso la violenza e si mantiene attraverso l’esercizio costante della violenza. L’ideologia ufficiale si basa su una concezione militarizzata della sicurezza che, in sostanza, postula che chiunque non soggiaccia debba essere distrutto affinché non tenti di difendersi un giorno. Così, tutta la storia del regime israeliano è stata definita dalla militarizzazione, dalla conquista, dalla colonizzazione, dall'espansione e dall'aggressione. In termini pratici, ciò ha significato il genocidio del popolo indigeno della Palestina e attacchi costanti contro i territori vicini. Ma anche nella slabbratura più audace dell’istituto della legittima difesa anticipata – che, giova ancora una volta ripetere, è respinta da quasi tutta la professione e la disciplina del diritto internazionale – . L’uso della forza contro l'Iran rimarrebbe illegale. 
 Non è difficile da dirimere: 1) l’Iran non possiede armi nucleari; 2) non ci sono prove che le stia sviluppando; 3) non ci sono prove che le utilizzerebbe contro il regime israeliano, anche se le ottenesse; 4) non esisteva una minaccia imminente; 5) il regime israeliano non ha esaurito i mezzi pacifici. In sintesi, si tratta di un'aggressione par excellence – reato supremo nel diritto internazionale – dallo stesso regime che sta commettendo il crimine dei crimini, il genocidio. In questo contesto, la complicità dagli Stati Uniti li rende altrettanto colpevoli. 
 Jus in bello: attacchi contro civili e infrastrutture 
 Oltre al crimine di aggressione, gli attacchi contro l'Iran hanno incluso altre gravi violazioni. Al momento della redazione di questo articolo, Israele ha già ucciso centinaia di iraniani, per la maggior parte civili. Ha attaccato edifici residenziali, sedi dei media e almeno un ospedale. E ha assassinato diversi scienziati iraniani. È superfluo dire che tali atti violino il principio di distinzione e il divieto di attaccare persone e infrastrutture civili protette. 
 La strage di scienziati è esemplare. Qualora uno di questi fosse membro dell'esercito – non un civile – allora, in alcune circostanze, può considerarsi un obiettivo legittimo. Ma la maggior parte, anche in Iran, sono professionisti non graduati, prestati a questioni di armamento…e gli scienziati iraniani neanche lavorano su questo, ma solo sull'energia nucleare. Pertanto, attaccarli è illegale. E, superfluo dirlo, è inammissibile dal punto di vista giuridico attaccare persone nelle proprie case perché possiedano competenze che un giorno forse possano applicarsi su questioni militari. Più semplicemente: si tratta di omicidio. Allo stesso modo, gli attacchi di Israele contro infrastrutture civili – residenziali, ad esempio – per annientare professionisti del nucleare, siano questi civili o militari, non potrebbero superare i criteri del diritto internazionale umanitario in materia di «precauzione, distinzione o proporzionalità». Pertanto, illegali. Accettare gli scandalosi argomenti del regime israeliano equivarrebbe ad adottare una norma secondo la quale sarebbe permesso sparare a qualsiasi essere umano, semplicemente perché un giorno potrebbe diventare soldato. È superfluo sottolineare che non sia consentito? 
 Gli attacchi contro l'infrastruttura energetica sono comunque illeciti. Simili impianti sono generalmente protetti dal diritto internazionale umanitario, poiché essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile. Su ciò concorda anche l'Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche in questo caso, in via speculativa, possono esserci circostanze in cui tali azioni siano consentite: nella pratica sarebbe quasi impossibile per una parte belligerante soddisfare le condizioni necessarie per attaccare di diritto tali impianti. Solo in casi molto circoscritti possono considerarsi obiettivi militari, ad esempio quando dei soldati vi si acquartierino con intenti offensivi. Condizioni che qui non sussistono. Riguardo poi i criteri di «precauzione, distinzione e proporzionalità»…in un impianto nucleare – con il rischio di fuoriuscite e diffusione di radiazioni e danni alla popolazione civile – sono insussistenti. Il diritto di neutralità richiede che le parti in conflitto non causino poi danni trans-frontalieri ad uno stato neutrale per l’impiego di un'arma da parte di uno stato belligerante, il che sarebbe inevitabile se si verificasse il rilascio di emissioni da atomica. 
 Fermare le canaglie 
 La spudorata illegalità di Israele e dei suoi rooters ha causato devastazione sia nei paesi e nei popoli del Medio Oriente che alla stessa legittimità del diritto internazionale. Denunciarne i crimini e chiedere di risponderne è essenziale per la causa della giustizia. L’Occidente si ossessiona con i rischi dei programmi nucleari pacifici mentre la vera minaccia per la sicurezza mondiale oggi non risiede nei reattori e nelle centrifughe iraniane, ma nell'aggressione, nel genocidio e nell'impunità. Contenere queste minacce è un imperativo globale. Consigli di lettura: C. Mokhiber, The People vs. The Abyss: The Sarajevo Declaration of the Gaza Tribunal, in «Mondoweiss». T.Ali, Conquered Lands, in «NLR», n. 151 e Los caminos a Damasco, in «Diario Red». E. Sadeghi-Boroujerdi, Iran e Israel al borde del abismo, in «Diario Red»; Control de daños en la República Islámica de Irán e Las reglas del juego, in «El Salto». S. Mourad, Hezbolá embridado, in «Diario Red». S. Watkins, The Nuclear Non-Protestation Treaty, in «NLR», n. 54. Craig Gerard Mokhiber è un attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni ’80, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

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    La G di Giovenale: Statue linee Dominique Evrard Statue linee  di Marco Giovenale, analizzato da Gian Luca Picconi, è un esempio di « prosa in prosa » che decostruisce la rappresentazione letteraria attraverso ironia, autocontraddizione e linguaggio minimo. L’opera mette in crisi i confini tra letterario e non-letterario, linguaggio e metalinguaggio, rivelando la natura politica e antimercantile della scrittura sperimentale. In un frammento dedicato alla prosa in prosa, Jean-Marie Gleize utilizza, per caratterizzare questo fenomeno, l’aggettivo antirappresentativo . Ora, in che senso la prosa in prosa può essere considerata antirappresentativa? Per dare una risposta a questa domanda, proviamo a prendere in esame un’opera come Statue linee , di Marco Giovenale. Fin dal titolo, il libro giustappone, senza virgole, dimensioni estetiche incompossibili: il riferimento alle linee riporta infatti a un paradigma bidimensionale, contraddetto dalla tridimensionalità della rappresentazione statuaria. Ma l’assenza di coesione del titolo è anche figlia di un refuso, poi promosso a chiave d’accesso comica: Statue li g nee. In questo senso non si può dire che la possibilità della rappresentazione sia assente, ma piuttosto che sia posta in crisi attraverso strategie antinomiche. Per meglio individuare alcune di queste strategie, conviene citare integralmente almeno uno dei brevi testi che compongono la silloge: «questa prosa non contiene glutine, può essere mangiata e digerita agevolmente da persona intollerante al glutine, non contiene poesie, è una prosa, si è già premesso, è anche senza lattosio e senza lieviti, così non può crescere più di tanto, e non contiene soia né tracce di frutta a guscio, né arachidi né olio, né burro di arachidi, è completamente libera da olio di palma, frumento, farro, miglio, avena, brassicacee, riso, non ci sono fave, chi è malato di favismo può stare tranquillo, questa prosa è senza parabeni, non è assolutamente insolubile, si scioglie in un momento, tuttavia è insolvente, non paga, non può pagare, non ha i soldi, è rettangolarmente povera, fatta con mezzi molto poveri, può essere esposta all’acqua, anche al sole, non scotta, può essere toccata anche senza guanti perché non sporca, non va in giro per casa lasciando inopportuni escrementi, neanche fuori casa, questa prosa è capace di grande ritegno addirittura ritenzione così non emette liquidi, non contiene elementi radioattivi o infiammabili, questa prosa è semplice, non contiene complessità, non ha in mente alcuna complessità, non ha mente, non pensa, non contiene, in assoluto, non ha un contenuto» In questo esempio di parlar disgiunto e oratio soluta , l’autore presenta una sequenza di asserti giustapposti tali che definirebbero, in una chiave parodicamente metatestuale, i caratteri precipui del testo stesso. È indubbiamente significativo che anche un autore di per sé allergico alla metatestualità ne fornisca un campione così evidente. L’operazione consiste nell’attribuire alla prosa una serie di prerogative normalmente connesse con l’etichettatura dei prodotti alimentari. Nella conclusione, la evidente irrelatezza dei predicati di natura commerciale che vengono attribuiti alla prosa (quasi tutti significativamente espressi in forma negativa) torna, ancora metatestualmente, a trovare una sua forma di coerenza: «questa prosa è semplice, non contiene complessità, non ha in mente alcuna complessità, non ha mente, non pensa, non contiene, in assoluto, non ha un contenuto». Ma questa coerenza, in forza di una serie ulteriore di slittamenti semantici, per una deriva letteralista, sprofonda il testo nuovamente in una serie di contraddizioni che lo rendono nonsensical . Risultano infatti equiparate le caratteristiche che devono contrassegnare il cibo per poterlo vendere a un certo pubblico di consumatori, e quelle che deve avere la prosa di ricerca per poter attivare l’interesse del proprio pubblico di fruitori. Ecco che la metatestualità confluisce in questo testo autorizzata dalla sua funzione comica. Che il comico e l’(auto)ironico rivestano un ruolo non di secondo piano nel libro, è cosa evidente e insieme da discutere. Che significato (anche politico) ha, infatti, questa curiosa operazione comica e autoironica? La prima cosa che si potrebbe dire, è che in un’opera caratterizzata da un apparentemente debole livello di organizzazione macrotestuale, l’elemento comico realizzato attraverso una gamma disparata di incoerenze e inappropriatezze, fa sì che Statue linee  possa comunque essere letto come una totalità di senso. Giovenale gioca non solo a lenire i confini tra oggetto letterario e oggetto non letterario, intervenendo a modificare gli elementi che consentono la distinzione tra i due oggetti; riduce anche o trasforma le modalità di delibazione dello statuto aletico dell’opera, attraverso l’ostensione di autocontraddizioni che l’ironia non basta a riscattare completamente: è l’applicazione di questa strategie lungo tutto il libro a conferirgli una sua consistenza macrotestuale. Ma se l’autore di un testo che si confronta indubbiamente con l’orizzonte d’attesa della poesia si rivela autocontraddittorio, se l’opera dunque non contiene una sua verità lirica, questo è evidentemente un atto politico, anche perché ciò che si sottolinea è la natura mercantilistica, solo finzionalmente disinteressata, della poesia. Questa critica viene espressa non su un piano di immediata assertività, quanto su un piano di costruzione testuale, e quindi a livello metapoetico. È quindi probabilmente in questa dimensione dell’autocontraddizione che si annida la antirappresentatività del libro di Giovenale: si tratta di un libro che rinuncia a curare gli assi cartesiani della testualità, ossia coesione e coerenza; ma – in modo uguale e contrario –  è d’altro canto la sua successione di microelementi di incoerenza, situabili a livello di ogni singola prosa, a dare una sorta di coerenza (e quindi di chiusura) al libro. Il che significa che il volume di Giovenale ha per lo meno il non piccolo merito di farci scoprire che, in qualche modo, la coerenza e la coesione non sono nient’altro che una forma della clôture . Ma non si tratta solo di questo. È soprattutto questa clôture recuperata a forza di infrazioni alle regole che consente, in combinazione con l’ampia instabilità nell’uso delle persone dell’enunciazione, la proiezione di simulacri di soggettività: ed è proprio nella produzione di soggettività che il testo si rivela rappresentativo. Clôture e intenzionalità sono strettamente legati all’idea di rappresentazione. Ma la rappresentazione viene messa in crisi e insieme continuamente riattivata dagli effetti di slittamento nell’autocontraddizione che l’autore dissemina nel testo. Questa tecnica dello slittamento torna anche nel seguente frammento: « Marco Giovenale scrive testi che non li capiscono. Vede dei video su youtube e dicono che sono lo stesso, ma non sono lo stesso. Non lo credete. Se vedo un video lo capisco, se vedo Giovenale non lo capisco. Se lo leggo. Scrive che tutti fanno su twitter ma se io faccio twitter lo ascolto e lo capisco, ma Giovenale io non lo capisco. Scrive delle parole astruse nei libri, ma anche le parole semplici non si capiscono, e questo è un modo speciale di scrivere che ha lui. Anche quando parla non si capiscono. Allora sono andato da Marco Giovenale e gli ho detto: Marco Giovenale, volevo sapere, ma perché parli così? Lui non ha capito la mia domanda, allora finalmente siamo pari » Naturalmente, l’elemento di scarto in cui ci si imbatte dapprima è l’uso incoerente del plurale. Ma la sua vera spina dorsale è il riferimento alla figura autoriale da parte di una piattaforma enunciativa che si rivela ideologicamente a lui contraria. Proprio da questo – ossia dal fatto che la piattaforma enunciativa proietta come simulacro di soggettività la voce di un detrattore dell’autore – consegue un testo dal marcato carattere comico. La temperatura comica – una proprietà del testo, si direbbe, intensiva – è tutta data da singoli elementi continuamente rilevabili, di cui la boutade  finale – «siamo pari» –, orchestrata secondo la tecnica classica del fulmen in clausula , mentre ritornando sul verbo « capire »  dà forma a una Ringkomposition , costituisce la divisa che si riverbera mnesticamente su tutto il resto del testo. Si può poi ravvisare nell’impasto lessicale uno degli elementi cruciali di unitarietà del volume: lessemi da italiano dell’uso medio e strutture che linguisticamente tendono all’oralità producono una sensazione totalizzante di grado zero del linguaggio. Questa sensazione di un grado zero – che non è la stessa cosa di una tabula rasa – pare giustificare – comicamente – l’andamento autocontraddittorio del libro. Il lettore, nel riconoscere gli effetti di intenzionalità di questo dispositivo, giustifica allora in base a principi che trascendono la compagine testuale, le infrazioni alla coerenza individuabili nel testo. Quello che il buon vecchio Garroni chiamava «costellazioni semantiche primitive» qui produce, anziché i più consueti effetti emotivi di identificazione, disidentificazioni comiche a mezzo di minime incoerenze, anche e soprattutto per l’uso di lessemi che non sono collocabili nella tradizione del testo lirico. Del resto, l’unico problema di ogni linguaggio poetico è la determinazione della sua separatezza rispetto al linguaggio fattuale. Ma questa separatezza può essere di due tipi: per intensificazione, o per deintensificazione; e, ovviamente, alla deintensificazione segue la disidentificazione. Qui, pare prodursi seguendo il principio dettato dal suffisso de- , inducendo il fruitore al riadattamento continuo delle proprie metarappresentazioni. Il grado zero, in questo modo, come forma primitiva di straniamento, produce un effetto ulteriore: la continua trasformazione del linguaggio in metalinguaggio, o, per dir meglio, un lavoro costante di messa in rilievo della funzione metalinguistica anche quando risulta in qualche modo implicita. L’idea di rappresentazione che in qualche modo è postulata all’interno di questa prosa, attraverso una piattaforma di enunciazione che promuove l’idea di un locutore polemico con  l’autore, l’idea di personaggi, una struttura potenzialmente finzionale dai confini chiusi, viene appunto messa in crisi attraverso l’ embedding  del metalinguaggio. Grado zero più metalinguaggio però, cosa produce? Si direbbe che la piattaforma pragmatico-enunciativa allestita dalla prosa in prosa produca non solo la trasformazione ma l’identificazione di funzione poetica e funzione metalinguistica (per usare le ben note categorie jakobsoniane), la neutralizzazione della loro differenza. È allora in questo senso che si realizza la crisi della dimensione rappresentazionale del testo: nell’indistinzione tra letterario e non-letterario combinata con l’indistinzione tra linguaggio e metalinguaggio. Di questo grado zero dell’espressività, della finzionalità, della rappresentazionalità, di questa distruzione dei confini tra linguaggio poetico e metalinguaggio, testimoniano programmaticamente frammenti come i seguenti: « chiesero al Maestro: Maestro, come com-patire? rispose: evitando la mimesi, forma debole dell’irrisione » o, altrove: « la sintassi è meno importante dei vocaboli, che sono meno importanti degli spazi che li separano » Ne risulta un libro che oggi ha un carattere di necessità: nella misura in cui Statue linee  è anche un’opera didascalicamente impegnata a mostrare quali confini può avere la cosiddetta prosa in prosa. Confini che, poiché il linguaggio della prosa in prosa ha natura intensionale e non estensionale, sono, come ben sa Giovenale, interni al testo stesso: «Sulla pellicola la seconda immagine dell’incendio si sovrappone alla prima e la brucia». Statue linee  insomma dimostra che realtà e testualità letteraria non sono mondi separati e separabili, ma si coimplicano continuamente e la loro interrelazione funziona, in modo paradossale, come una sorta di nastro di Möbius. Proprio questa peculiarità di funzionamento della testualità letteraria non-assertiva è capace però allora di revocare in causa un concetto così in voga nella cultura odierna come quello di patto, quando sia applicato alla dimensione della letterarietà: il principio della coimplicazione mostra che, in fin dei conti, in letteratura, non c’è patto più di quanto non vi sia patto tra predatore e preda. Trarre le debite conseguenze teoriche  da questa impostazione sarà la sfida che la critica dovrà affrontare, se il mercato simbolico e materiale della letteratura glielo consentirà, nei prossimi anni. Gian Luca Picconi ha conseguito nel 2010 il dottorato di ricerca in Filologia, interpretazione e storia dei testi italiani e romanzi presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo  Poesia in forma di rosa di Pasolini: saggio di commento . Ha pubblicato il volume La cornice e il testo. Pragmatica della non-assertività (Tic edizioni, 2020), e saggi sulla letteratura contemporanea in volumi collettanei, riviste scientifiche e militanti.

  • konnektor

    Hugh Roberts, la storia e la politica araba nel cuore Donata Vanerio Il saggio ricorda la figura di Hugh Roberts, uno dei più acuti studiosi della politica araba contemporanea, scomparso nel 2023. Tracciando la sua biografia intellettuale e politica, Tom Hazeldine ne evidenzia l’approccio critico, indipendente e profondamente anti-conformista, dalla militanza nella Ernest Bevin Society alla critica radicale delle politiche occidentali in Medio Oriente. Dopo un legame iniziale quasi casuale con l’Algeria, Roberts si è dedicato a una lunga ricerca sulla Cabilia e sull’eredità politica berbera, sfidando paradigmi accademici dominanti. I suoi interventi sulla Primavera araba, raccolti nell’ultimo libro Loved Egyptian Night (2024), offrono una lettura lucida e disillusa delle rivolte in Egitto, Libia e Siria, viste come movimenti rivoluzionari incompiuti, ostacolati dall’intervento esterno e da strutture di potere locali. Il saggio ne celebra l’eredità intellettuale, il rigore analitico e la fedeltà al principio gramsciano secondo cui <>. Questo articolo è apparso su «Sidecar», la rivista di «New Left Review». Pubblichiamo per concessione dell'editore. Con la morte di Hugh Roberts, il mondo ha perso uno dei massimi studiosi della politica e della storia araba contemporanea. Il suo ultimo libro, Loved Egyptian Night (2024) – una retrospettiva sulle rivolte della Primavera araba in Egitto, Libia e Siria – mostrava la lucidità adamantina che ha caratterizzato il suo lavoro: «Se la politica – nel senso della pratica politica – è, come dichiarava Bismarck, un'arte e non una scienza, lo studio della politica deve essere una branca della critica», esordiva. Quindi, si richiedeva che fosse intellettualmente rigorosa e indipendente. A suo avviso, i commenti sulla politica internazionale somigliavano troppo spesso ad un coro. E Roberts non aveva tempo per i cori. Nato nel 1950 in una famiglia laburista di Hull, figlio di un docente universitario, si trasferì con la famiglia nel Middlesex e frequentò la St Paul's School come borsista. Poi, dopo un anno sabbatico a Parigi presso la rivista L'Express, che gli permise di imparare il francese, andò a Oxford, sempre con una borsa di studio. L'approccio di Hugh al mondo arabo fu quasi casuale. La sorella maggiore Ceridwen ottenne di recarsi in Algeria per una ricerca sulla gestione industriale cooperativa. Si ammalò e chiese se il fratello fosse potuto andare al suo posto. Erano i primi anni Settanta e fu l'inizio di un legame che sarebbe durato tutta la vita. Per la tesi di dottorato Roberts aveva progettato di studiare la rivoluzione agraria intrapresa dal regime di Boumédienne; si poi appassionò allo sviluppo politico della ribelle regione della Cabilia – nelle montagne del Tell Atlas e iniziò a indagare le relazioni tra le popolazioni berbere ed i conterranei di lingua araba. Roberts vi individuò la sopravvivenza di istituzioni politiche pre-coloniali, il che lo portò a mettere in discussione l'applicabilità locale del modello di Ernest Gellner in Saints of the Atlas (1969) di un «popolo senza governo». Trascorse un anno insegnando inglese a Bouïra, all'estremità meridionale della regione, ottanta miglia a sud-est di Algeri, e un altro anno conducendo ricerche sul campo durante le lunghe vacanze universitarie. Ai Kabyles – cruciali nel Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) durante la guerra – Roberts, che ne ammirava la chiarezza strategica nella lotta armata contro il colonialismo francese (1954-1962), dedica le parole a seguire. «[…] abbandonando l'agitazione nel quadro della legalità francese perché ritenuta inutile e dichiarando invece guerra alla Francia, il FLN dava prova di un realismo spietato, traendo insegnamento dalle ripetute delusioni, riconoscendo che si trattava di un vicolo cieco e ri-posizionandosi su un terreno molto diverso, quello della guerriglia, il maquis o, come lo chiamano gli algerini, al-jebel («la montagna»). In questo modo, i fondatori del FLN rivoluzionarono la loro prassi e se stessi, trasformando il nazionalismo algerino da movimento rivendicativo a movimento che creava fatti, e i suoi attivisti da supplicanti ad agenti di liberazione». Posizione, questa, in contrasto con la politica laburista di Roberts nel proprio paese, dove era membro della Ernest Bevin Society, un'emanazione del marxismo anglo-irlandese filo-unionista che prendeva il nome, in onore retrospettivo, dal Ministro degli esteri di Attlee durante la Guerra Fredda. Roberts esaltava quella che considerava il pragmatismo, la forza e i valori della classe operaia di Bevin. Ne discutemmo a pranzo a Soho, dove ci incontrammo nel 2022 mentre stavo curando Loved Egyptian Night. Era un punto su cui dissentivamo, educatamente ma con fermezza. Kenneth Morgan, che non era certo un à outrance di sinistra, aveva da tempo richiamato l'attenzione – in Labour in Power (1984) – sull'anticomunismo grossolano di Bevin, che – «cupamente soddisfatto» dal discorso di Churchill a Fulton – era un uomo dalle «opinioni forti ma senza grandi riserve di conoscenza». «Istintivamente impegnato» nell'intervento militare britannico in Medio Oriente, il suo atteggiamento nei confronti del mondo coloniale era «praticamente indistinguibile da quello delle amministrazioni conservatrici o imperialiste del passato». D'altra parte, Roberts vedeva chiaramente attraverso le banalità mediatiche di Kinnock. Più tardi, scrivendo su Prospect verso la fine del mandato di Blair nel 2006, critica aspramente il New Labour definendolo «un guscio vuoto, svuotato, disorientato, compromesso, corrotto, abbandonato nella disperazione e nel disgusto». Mi disse che un vero partito teneva le grandi truppe sulle ali e si lanciava al centro per la battaglia, non per la triangolazione. Quello fu il nostro unico incontro. Roberts aveva opinioni salde eppure uno slancio curioso, e la conversazione fu molto ampia, pronta ad intraprendere qualsiasi direzione. Disse che scriveva racconti per svago e mi diede un'idea del suo background. Il primo incarico da insegnante lo ebbe alla School of Development Studies dell'Università dell'East Anglia dal 1976 al 1988. Aveva legami familiari con King's Lynn e il nord-ovest del Norfolk e un affetto duraturo per quei luoghi, ma trovava la vita universitaria a Norwich opprimente. Come scrisse in seguito: «Non riuscivo a impedirmi di pensare in termini politici alle materie della mia ricerca accademica, e non ero disposto a limitare il mio pensiero o i miei scritti ai parametri mentali e ai protocolli terminologici di nessuna delle scuole di pensiero esistenti che avevo incontrato nel mondo accademico. Di conseguenza, ho scoperto che era molto difficile pubblicare i miei pensieri in forma accademica e che le mie prospettive di una carriera accademica soddisfacente erano nulle. Quando mi sono reso conto che era così, ho lasciato l'insegnamento e sono andato alla scoperta del mondo». Prima a Londra come scrittore freelance e consulente per la BP – colosso del petrolio – , quindi curatore della rivista Labour and Trade Union Review della Bevin Society, seguì da vicino la crisi in Algeria, dove fece ritorno numerose volte dal 1992, pubblicando le riflessioni su quegli sguardi ravvicinati in diverse testate. Poco dopo l'11 settembre, Tariq Ali ha commissionato a Hugh un libro per i tipi della Verso durante una cena a Il Cairo. The Battlefield (2003) – sottotitolato Studies in a Broken Polity – raccoglie i suoi puntuali scritti sull'Algeria per International Affairs, Middle East International, Times Literary Supplement, tra gli altri, dalle rivolte del 1988 scatenate dalle misure di liberalizzazione capitalista di Bendjedid fino alle elezioni legislative del maggio 2002, quando il FLN ha riconquistato il primato. Roberts rifiutava di classificare questo «terribile dramma» come«guerra civile», poiché non erano emersi nuclei opposti nella costruzione di una forma di governo. Lo definiva piuttosto una «tracimazione» di conflitti tra fazioni distorta dai poteri forti coloniali, a seguito dell'esaurimento intellettuale del FLN, del crollo del nazionalismo come forza politica organizzata e della sua eclissi da parte dell'islamismo. Né una democrazia tantomeno un governo all’insegna della legalità sarebbero stati imposti dall'esterno, ha insistito. «La pressione esterna è servita solo a indurre le autorità algerine a fare bella figura o a concedere ulteriori concessioni sul fronte economico». Tornato alla vita accademica nel 1997 come ricercatore senior presso la London School of Economics and Political Science (LSE), quattro anni dopo si trasferisce a Il Cairo occupandosi di public advocacy come direttore per il Nord Africa dell'International Crisis Group (ICG), una ong atlantista per la «prevenzione dei conflitti». Il suo primo briefing per il Crisis Group valutava la Primavera nera in Cabilia, un enorme movimento di protesta scatenato dalla brutalità della Gendarmeria nazionale algerina nella peggiore repressione dall'indipendenza. Il rapporto formulava una ventina di raccomandazioni, di cui solo un paio erano rivolte a una potenza esterna, l'Unione Europea. L'onere di trovare l'immaginazione e la determinazione necessarie per risolvere i propri problemi doveva ricadere sulle forze politiche algerine. In privato Roberts era molto critico nei confronti dell'ICG, che a volte sosteneva le operazioni militari offensive degli USA, a partire dalla Jugoslavia negli anni Novanta. Nel 2007 si risolve infatti a rimettere l’incarico dedicandosi nuovamente alle ricerche sulla storia della Cabilia. Quattro anni dopo, con l'accelerazione della Primavera araba, torna brevemente nell'ICG ponendo la condizione che non avrebbe raccomandato un intervento militare occidentale in Nord Africa. Ben Ali fugge da Tunisi il 14 gennaio 2011 e Mubarak è costretto a dimettersi l'11 febbraio, accelerando l’escalation dei disordini contro Gheddafi a Bengasi. (Per quanto riguarda l'Algeria a ovest, Roberts ipotizza che le prime proteste di piazza siano state istigate dall’intelligence di regime «per farle sgonfiare al momento giusto»). Il 22 febbraio viene licenziato il dossier Riflessioni sulla crisi libica – per uso interno alla ong: «1. Ieri è stato il mio primo giorno di ritorno al lavoro come direttore del progetto Nord Africa. Ho avuto molto da fare, da qui la mia lentezza nel reagire alla situazione libica. Ora mi sento come se stessi guardando un treno in corsa. Potrebbe essere troppo tardi per me per convincere l'ICG a fermarsi prima di agire, ma ci proverò. 2. Con le notizie delle violenze in Libia, e in particolare della risposta repressiva del regime alle proteste, i colleghi sembrano molto agitati, il che è naturale. Ma l'agitazione – e l'orrore è ovviamente una forma di agitazione – non è uno stato d'animo che favorisce decisioni politiche sagge. Condivido la lamentela di Rob [Malley] riguardo alla «cacofonia». 3. Sia all'interno che all'esterno dell'ICG sembra esserci un forte sostegno a favore di un intervento internazionale serio e di tipo più pesante, che comporti una violazione piuttosto esplicita della sovranità nazionale libica (ad esempio, zone di interdizione al volo) per ragioni essenzialmente (o almeno dichiaratamente) umanitarie. Prima che l'ICG si schieri apertamente a favore di questa posizione, suggerisco di riflettere un attimo sul risultato che desideriamo ottenere e che è realisticamente possibile ottenere con la politica, sulla base delle informazioni affidabili (e non di quelle inaffidabili) a nostra disposizione.» Sebbene abbia tratto energia dalle rivolte nei vicini Tunisia ed Egitto, l'ondata di proteste in Libia si è «scagliata contro uno scoglio di tutt'altro tipo». Il regime del Colonnello era una struttura personalista e improvvisata, nettamente diversa dallo stato-esercito egiziano, non riducibile al mandato di Mubarak. «La minaccia di Mubarak «o me o il caos» poteva essere considerata un bluff – osserva Roberts – ma c'è un pericolo molto reale che la Libia precipiti in un caos reale, prolungato ed estremamente violento se il regime di Gheddafi cade in questo momento». Profetico. Sarkozy e Cameron hanno sostenuto con entusiasmo la guerra di bombardamenti della NATO contro la Libia, rovesciando Gheddafi – catturato e ucciso il 20 ottobre – consegnando il paese all'anarchia dei signori della guerra e delle milizie. Roberts ha scritto un memorabile articolo e un'esposizione storica per la London Review of Books. «Quindi Gheddafi è morto e la NATO ha combattuto una guerra in Nord Africa per la prima volta dal 1962, quando il FLN sconfisse la Francia – esordisce, chiedendo provocatoriamente – cosa ha ottenuto la Libia in cambio di tutta la morte e la distruzione che le sono state inflitte negli ultimi sette mesi e mezzo?». Sempre per la LRB, riconosce ai giovani dietro le prime proteste a Tahrir uno stato di «rivoluzionari nello spirito». Tuttavia, la destituzione di Mubarak recava i segni di un rimpasto militare, non di un rovesciamento rivoluzionario. Che la politica egiziana fosse ancora vincolata alla logica dello stato dei Liberi Ufficiali – istituito nel 1952 – è stato chiarito dal golpe del generale Abdel Fattah al-Sisi contro il successore eletto di Mubarak, Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani, il 3 luglio 2013. Roberts ha poi affrontato la guerra civile per procura in Siria, «terminale della Primavera araba», criticando aspramente il Segretario di Stato Clinton e i suoi tirapiedi europei per aver cercato di riciclare a Damasco la politica di cambio di regime già attuata in Libia, chiudendo la porta a qualsiasi tentativo di negoziare una soluzione prima che il Paese fosse in gran parte distrutto: «La politica occidentale è stata una vergogna e il contributo della Gran Bretagna dovrebbe essere motivo di vergogna nazionale». Alla fine del 2011 Roberts lascia l'ICG un’ultima volta per assumere una cattedra alla Tufts University. Nel 2014 sono stati pubblicati due libri, Berber Government: The Kabyle Polity in Pre-Colonial Algeria e Algérie-Kabylie, études et interventions. Il primo costituisce un ampliamento della sua ricerca di dottorato, che cercava di cogliere i meccanismi interni della politica cabila nel tardo periodo ottomano. Il secondo è una raccolta di saggi che coprono il periodo dal 1994 al 2010, molti già editi per la rivista algerina Insaniyat, insieme a interviste, conferenze e riflessioni su Gellner e Bourdieu. Nel 2021, prossimo alla pensione, è pronto a rileggere la Primavera araba a dieci anni di distanza – «Il gufo di Minerva vola al tramonto» – offrendone alla Verso il progetto di indagini approfondite su due momenti cruciali, Tahrir Square nel gennaio-febbraio 2011 e Bengasi nel febbraio-marzo. Voleva inoltre rivedere criticamente il lavoro di altri commentatori, tra cui Marc Lynch a Washington, Gilbert Achcar a Londra e Jean-Pierre Filiu a Parigi. Cos’era stata la Primavera araba? Il movimento di protesta tunisino si era configurato come una rivoluzione, perché aveva superato il quadro politico-costituzionale del regime autoritario tracciando una via verso la democrazia. Oltre le somiglianze formali, secondo Roberts le rivolte in Egitto, Libia e Siria non hanno superato l’adolescenza della rivolta, nonostante l’enorme simpatia riconosciuta ai manifestanti e la sincera ammirazione del loro coraggio. Un fattore decisivo è stato il fatto che in ciascuno di questi casi attori esterni hanno influenzato il corso degli eventi. L'amministrazione Obama ha sollecitato la destituzione sommaria di Mubarak, abbandonando l’alleato quando il gioco sembrava ormai finito, senza mostrare alcun interesse a facilitare una transizione democratica. Era ridicolo aspettarsi che le potenze occidentali sponsorizzassero autentiche rivoluzioni democratiche in qualsiasi parte del mondo, men che mai in Medio Oriente. «L'estrema desolazione in cui è stato ridotto il Medio Oriente arabo – sosteneva Roberts – [era la conseguenza della] neutralizzazione immediata e della sconfitta finale delle aspirazioni rivoluzionarie ovunque a est della Tunisia». Nel 2023 torna a Londra, più vicino alla figlia Leila, complici le condizioni di salute che lo obbligano a ripetuti soggiorni ospedalieri per le cure del cancro. A parte una recensione critica sul TLS, Loved Egyptian Night è stato ignorato dalla stampa britannica all’uscita, lo scorso anno. Penso che Hugh avesse ragione nella valutazione del silenzio: «Il mio libro formula critiche estremamente severe alla politica britannica, fornendo al contempo una storia politica dettagliata e coerente di ciò che è realmente accaduto […] Ci aspettiamo davvero che ciò che resta dell'establishment britannico, sempre più disperato, apprezzi tutto questo o reagisca in modo corretto?» È perciò entusiasta per l’invito del Middle East Studies Group della LSE – di cui era membro dal 1978 – a tenere una conferenza a novembre: «sembra che qualcuno abbia visto il mio libro e voglia discuterne. È una svolta incoraggiante». La conversazione lo lasciò di buon umore, anche se poco dopo la salute peggiorò ulteriormente. Mi scrisse «Mi rendo conto che Gaza oscura completamente le preoccupazioni persistenti sulla Primavera araba, ma la cinica realtà e la brutalità del potere occidentale in Medio Oriente, ora così pienamente smascherata, è un tema centrale del mio libro». Le conclusioni erano cupe, ma l'intelletto che le sosteneva era irriducibile. Ancora: «Con la mia interpretazione cupa dei veri scopi e obiettivi della politica che ha effettivamente determinato i risultati, sto cercando di fare luce, non di deprimere, e di salvare ciò che può essere salvato. Il motto di Gramsci, «la verità è rivoluzionaria», è stato il mio motto in tutto ciò che ho scritto per molti anni». Stava scrivendo di Gaza quando è mancato. Tom Hazeldine è editor presso la testata «New Left Review», dove tiene inoltre una rubrica per il blog «Sidecar». Scrive per «The Guardian», «Red Pepper» e «Tribune».

  • fascismi

    Note preliminari per una riflessione sul fascismo white Il seguente testo intende chiarire alcuni elementi preliminari sulla base dei quali si svilupperà il lavoro di questo comparto. L’obiettivo preposto è quello di procedere a un’analisi che indaghi le sfumature della complessa e controversa categoria di fascismo nel presente. L'articolo è stato elaborato dalla redazione del comparto <> curato da Giacomo Rinalduzzi 1. La parola fascismo è sulla bocca di tutti. Dai talk show alle discussioni al bar, dai quotidiani alle manifestazioni, dai cartelli pubblicitari ai comunicati politici, è oggi diventato un termine vuoto: passepartout utilizzato per chiudere conversazioni scomode o torcere le argomentazioni a proprio favore, ricordo di sostituzione o bandiera dei partiti politici, spesso rivendicazione senza storia di chi è in cerca di identità, del termine non si comprendono più i confini, le particolarità e la pregnanza. In un’epoca in cui è la pubblicità dei discorsi a dominare sulla consistenza delle idee questo non può stupirci. I termini si appiattiscono, le parole sono fiato, le riflessioni diventano, appunto, discorsi. Il termine in questione può essere impiegato come concetto, a patto di seguire l’indicazione che ogni concetto debba rinviare ad un problema. Questa accortezza non cade nel pragmatismo ingenuo, né tanto meno in una critica semplicistica al linguaggio filosofico, essa risponde piuttosto ad una questione che ci sembra importante sottolineare: oggi la macchina discorsiva produce concetti senza presa diretta sui problemi. Così il fascismo è sintomo di questa tendenza epocale, dove la confusione viene mascherata da semplificazioni estreme. La vuotezza di un concetto, di cui la saturazione è manifestazione, impone, se lo si vuole riafferrare nel suo contenuto, un lavoro decostruttivo. Affinché possa essere utilizzato come categoria analitica, utile a comprendere le forme di potere contemporanee, è necessario dunque fare un passo indietro, sospendere l’ovvietà presupposta dei valori in gioco per poter ricostruire una sua possibilità d’uso. La direttrice che guida questo lavoro è quindi una: prendere atto della sterilità pubblica del termine fascismo, demistificare i falsi nessi che esso comporta, tentare di riconnetterlo a un problema tangibile. 2. Il dibattito pubblico, e spesso anche militante, sul tema finisce per polarizzarsi in due discorsi formalmente avversi ma in realtà complementari. Una prima posizione vede il fascismo come un fenomeno concluso nel 1945, e considera tutto quello che è venuto dopo come qualcosa di essenzialmente diverso, se non irrilevante: in altre parole considera esaurita la possibilità di utilizzare la categoria di fascismo per interpretare fenomeni contemporanei. La seconda invece utilizza il termine fascismo per parlare praticamente di qualsiasi cosa contenga in sé il gene del dominio, della prevaricazione o della violenza. Si badi bene che entrambe le posizioni vengano usate tanto dalla «sinistra» quanto dalla «destra». Da sinistra si utilizza la prima argomentazione per sostenere che quello che ci troviamo ad affrontare oggi non abbia nulla a che fare con il fascismo storico, e sia al contrario riconducibile a nuove categorie analitiche, connesse a una vaga quanto indefinita crisi della democrazia. Mentre da destra viene utilizzata come retorica per sminuire la gravità di qualsiasi postura o posizionamento, azione politica o dichiarazione marcatamente autoritaria, razzista o sessista, sostenendo che il fascismo sia stata una parentesi buia, ma conclusa, e parlarne sia compito esclusivo degli storici o degli invasati. La seconda argomentazione invece, viene usata da una certa sinistra per denunciare atteggiamenti prevaricatori, o qualsiasi politica che attacca le libertà sociali e i diritti civili, un jolly da spendere contro ogni avversario, ignorando che spesso ad aver sostenuto questi atteggiamenti o politiche siano gli stessi partiti che si rifanno ad una tradizione di sinistra. Al tempo stesso, la destra arriva a utilizzare questa retorica per denunciare un improbabile «fascismo degli antifascisti», ergendosi a paladina di un’ultra-libertà di parola, di azione, quindi di prevaricazione. In ogni caso, entrambi i discorsi, e i relativi utilizzi, producono uno stato di confusione diffuso riguardo al concetto stesso di fascismo contemporaneo, impedendo una presa diretta tra il concetto e la realtà. 3. Tali discorsi risultano non solo fuorvianti ma addirittura controproducenti, strutturati attorno ad una polarizzazione fittizia, contribuiscono ad annientare il valore analitico del termine fascismo, rendendolo inutilizzabile. Preso atto di ciò, riteniamo sia necessario sospendere due ulteriori presupposti: l’utilizzo delle categorie di destra e sinistra e l’opposizione manichea tra democrazia e fascismo. Questa duplice operazione rappresenta il punto di partenza teorico e metodologico della nostra analisi. Con questo non si intende dire che non esista alcuna differenza oggettuale tra le politiche e le retoriche delle forze di destra e della sinistra. Così come è sciocco affidarsi a esse per comprendere la natura del fascismo, ancora più sciocco sarebbe non notare le differenze che intercorrono tra i due. È evidente che un Trump sia diverso da un Biden, che Meloni sia diversa da Schlein o Conte, come che il sogno globalista di un nomade digitale che gira il mondo in birkenstock sia diverso dal neovittorianesimo di un ultranazionalista che invoca Dio, Patria e Famiglia. Non coglierne le differenze e inserire tutti nello stesso calderone sarebbe, oltre che ingenuo, controproducente. Tuttavia va riconosciuto il tratto comune a entrambi, cioè l'integrazione alla comunità del capitale, che sia in chiave spiccatamente repressiva e conservatrice della destra, o apparentemente riformista e «progressista della sinistra. Per sciogliere l’impasse manichea sarà necessario partire dall’assunto che il fascismo è una venatura propria della democrazia liberale, non semplicemente una sua degenerazione. Con ciò non intendiamo riferirci esclusivamente ai successi elettorali dei partiti nazionalisti, quanto a meccanismi e dinamiche proprie delle forme di governo liberali. Il fascismo, tanto quello storico quanto quello contemporaneo, non compare come un corpo alieno, ma nasce, cresce e si sviluppa all’interno, in relazione, alle democrazie liberali. Siamo convinti che questa opposizione paralizzante tra democrazia e fascismo oscuri la prospettiva sui loro punti di intersezione. 4. Si sarà quindi compreso che non intendiamo il fascismo in un rimando a specchio con i regimi degli anni Trenta, ma come un elemento paradigmatico della modernità, che emerge e sommerge lungo uno sviluppo diacronico e non cronologico, in una temporalità dissestata che va dal colonialismo europeo al presente. Come fenomeno che assume questo nome, il fascismo nasce in un determinato momento storico. Questo momento sorgivo raccoglie nervature diverse della cultura europea. Alcune più evidenti come l’antisemitismo, il colonialismo, riconducibili ad un certo suprematismo legato all’esaltazione della nazione. Altre, meno evidenti, che costituiscono la fibra del fascismo, si intrecciano al modo in cui la composizione sociale si è modificata a seguito delle rivoluzioni borghesi. In questo senso il termine fascismo è da considerare come eminentemente moderno ed occidentale, come punto di convergenza delle tendenze di una determinata storia, il quale, travalicando l’esperimento politico disastroso degli anni trenta, contiene in sé le venature di una determinata cultura. Queste insistenze sulla determinazione sono volontarie, intendiamo con ciò situare il campo in cui il concetto possa trovare una presa diretta nella realtà: questo campo è il risultato della storia di una cultura, la nostra. 5. A differenza dei discorsi vagliati precedentemente, non si andrà alla ricerca di una definizione specifica e delimitata del fascismo. L’errore di queste letture è stato proprio quello di cercare IL Fascismo, come realtà univoca e singolare. Così facendo ci si dimentica che quello che si ha davanti è un fenomeno sfuggente, ambiguo e mutevole, pronto a rivelare nuove facce per adattarsi a una situazione specifica: un’eterna contraddizione, come la modernità di cui è emblema. Nonostante questa sua natura camaleontica, il fascismo è un fenomeno tangibile, concreto e materiale. Talvolta in maniera evidente, come in un'adunata di Casapound, o dissimulata, come in un comizio di Fratelli d’Italia, altre ancora in maniera subdola o apparentemente ignara, come nei discorsi di un manager di azienda. Non esiste quindi un solo Fascismo, ma tante forme di fascismo possibili, e questo proprio perché il fascismo in sé si dispiega come una forma capace di evolversi radicandosi in discorsi e pratiche inedite. Il compito non sarà quindi la ricerca spasmodica di confini netti o definizioni, ma la comprensione di come e perché ad oggi queste forme continuino a manifestarsi come fascismi. L’utilizzo del termine, seppure depotenziato dalla macchina discorsiva contemporanea, sarà imprescindibile per definire un tratto specifico, una formulazione di verità, una certa idea di mondo. 6. Per riconoscere queste manifestazioni l’analisi dovrà essere differenziata. Nello specifico si partirà da una prima tesi, secondo la quale per poter comprendere il dispiegarsi del fascismo contemporaneo è necessario distinguere due piani che nella movenza reale si rimandano a vicenda. Esiste infatti un fascismo che si muove sul piano molecolare, legato alla forme di vita, che si diffonde e circola passando per battute, commenti, chiacchiere, discussioni a cena o sull’autobus. Un fascismo strisciante a cui nessuno può dirsi veramente immune. Sorvolando la problematicità di alcune derive psicologizzanti, è innegabile che, per comprendere il fascismo nel suo aspetto molecolare, si debbano indagare le modalità attraverso cui fa presa sui desideri, sugli ideali, sulle strutture psichiche dei soggetti, dando una forma a quelle vite che altrimenti sembrano abbandonate alla deriva. In altre parole, la domanda a cui l’interpretazione molecolare del fascismo potrebbe rispondere è: come e perché quei desideri specifici e quegli ideali che danno forma alle vite si diffondono e si radicano nella quotidianità? Distinguiamo da questo un secondo piano, definibile molare, che emerge nelle forme governamentali dei paesi occidentali. Tanto dai governi guidati dalle nuove destre, quanto nelle fumose strutture della governance. Questo secondo piano di analisi implica la necessità di osservare prospetticamente le tecniche attraverso le quali operano le diverse forme di governo. Un'interpretazione molare aiuterà a sciogliere punti solo apparentemente contraddittori, offrendoci uno strumento attraverso il quale indagare il rapporto tra le politiche identitarie, securitarie e l’attuale ordine economico. Questi due piani di analisi partono da uno stesso movimento, dove il molare e il molecolare sfumano continuamente, si intersecano e si fondono, partecipando alla costruzione di un mondo. 7. Il lavoro da intraprendere, attraverso diversi strumenti di analisi, dalla produzione di testi critici a conversazioni informali, sarà quello di liberarsi dal discorso inquinato che ruota intorno al termine fascismo e risemantizzarlo, riallacciando concetto e realtà per indagare come i fascismi emergano nel presente.

  • il secondo senso

    Ritorno al presente Nostalgia is killing the future white Nel racconto di una passeggiata solitaria a New York, l’autrice riflette su un poster che recita «Nostalgia is killing the future», innescando una profonda analisi sulla nostalgia culturale, in particolare quella delle comunità italoamericane e più in generale dell’Occidente. Attraverso riferimenti a Mark Fisher, esplora il legame tra la retromania culturale, la crisi dell’immaginazione del futuro e le derive conservatrici e autoritarie contemporanee. Il testo denuncia una tendenza regressiva che, nella paura del futuro, idealizza il passato e legittima guerre e nazionalismi sotto forma di un millenarismo apocalittico. Nel mezzo di settembre di due anni fa mi trovo a camminare sola per New York. Come spesso accade mi perdo, perdo le ore, ma soprattutto mi perdo nella geografia reticolata – per me incomprensibile in quanto severamente geometrica – di Manhattan. Torno violentemente catapultata nel presente quando il mio sguardo incrocia lui: Scatto velocemente questa foto con il cellulare per cristallizzare l’immagine, poi contestualizzo lo spazio-tempo precedentemente perduto: è un poster attaccato su un muro dell’ormai «ex» Little Italy di New York (da tempo ingoiata da China Town), che mi turba e mi affascina, e continua a farlo, sia per l’immagine – ambientata probabilmente durante il Thanksgiving supper (la cena del ringraziamento) – sia per la frase emblematica che riporta: «Nostalgia is killing the future». Quindi innanzitutto mi rendo conto che sulle mappe del mio telefono il muro che sto osservando è segnato come parte di Little Italy ma intorno a me è tutto palesemente scritto in cinese. Scoprirò solo in seguito che le comunità italoamericane di New York si trovano oggi soprattutto nel West Bronx, a sud di Brooklyn vicino Coney Island, nel Queens e a Staten Island. Sulla relazione tra la nostalgia degli italoamericani per un passato mal vissuto in patria e un futuro per i figli cresciuti nel nuovo continente come veri americani, tornerò nel prossimo articolo, che ho pensato come la seconda puntata di questo. Ma per ora basti dire che dopo anni di lavoro come cuoca per turisti e di ricerca personale con diverse generazioni di famiglie italiane emigrate all’estero a partire dagli anni Cinquanta, soprattutto italoamericani, mi sento di affermare che oggi esiste una forte connessione tra il pensiero conservatore della «tradizione» degli italiani all’estero e le derive nazionalistiche e revansciste degli italiani dentro l’Italia. Tornando però al poster, l’immagine, come detto, mi ha subito evocato il pasto del giorno del Ringraziamento tanto caro agli statunitensi, soprattutto a quelli bianchi, che lo celebrano dall’Ottocento per esaltare la storia dei primi pellegrini (pilgrim fathers) che si insediarono nell’East Coast in uno dei capitoli della storia moderna americana attualmente più controversi e contestati, soprattutto dalla popolazione afro e latino discendente. Ritratti qui nell’atto di sporzionare un lucente tacchino, i membri di questa famiglia come da tradizione per questa festività, si accalcano intorno a un padre ben vestito a capo tavola che onorerà il primo taglio del tacchino da bravo capo famiglia e una madre in grembiule da cucina che serve le portate. Questa iconografia risulterebbe piuttosto vintage, da pubblicità americana degli anni Sessanta, se non fosse che, a oggi, molti americani cosiddetti wasp (White Anglo-Saxon Protestant) ancora celebrano tale festività nazionale con la stessa estetica e gli stessi usi dell’Ottocento. Ma ancora più intrigante risulta questa faccenda della «nostalgia che sta uccidendo il futuro» nella frase riportata sotto la tavola imbandita. In un libro molto dark e molto bello scritto nel 2009, Mark Fisher (alias K-punk) parlando delle espressioni contemporanee della cultura pop angloamericana, approfondisce una tendenza – già individuata da Reynolds in ambito musicale – alla Retromania, ovvero ad abbandonare le tensioni underground avanguardiste, come era potuto essere per la cultura e le musicalità elettroniche dei rave negli anni Novanta – abbondantemente vissuti da Fisher nella sua adolescenza inglese – per favorire il ritorno di sonorità pop di decadi passate (il cosiddetto revival), come nel fenomeno della moda della musica trash ancora in voga oggi qui in Italia, che funzionerebbero, secondo lui, come una sorta di copertina di Linus per l’ansia di un futuro precario. Fisher nella sua hauntologia, cioè nella sua ricerca dei fantasmi che infestano la cultura postmoderna, attribuisce a un piano politico le cause di questo maniacale rivolgersi al passato, e in particolare all’oracolare monito thatcheriano del «there is no alternative» pronunciato dalla prima ministra inglese al volgere del secolo per sancire che non vi è alternativa possibile al neoliberismo. Margaret Thatcher sintetizza così una tendenza imperante nel pensiero delle destre e nella fifoneria delle sinistre occidentali ancora oggi, ovvero che la spinta ai futuri possibili garantita dalla sperimentazione e dalla fantasia senza briglie, così come avveniva per i movimenti della cultura rave in Europa, restando sull’esempio di Fisher, deve, per necessità di ordine e controllo, infrangersi sulla monolitica e prudente garanzia della conservazione dello status quo in tempi di incertezza economica e politica. Questa nostalgia per il futuro che non c’è più, la malinconia per tempi in cui si poteva proiettarsi in là con le proprie aspettative di vita ma anche con i movimenti culturali di massa «mentre oggi non si può!» che invita a ritirarsi in passati presunti migliori senza mai scagliarsi nell’angoscioso e temutissimo ignoto del futuribile, funziona da ossatura massiccia per il pensiero conservatore, oscurantista e guerrafondaio occidentale del presente. I corollari di questa postura culturale sono, a livello molto più materiale, il bisogno indotto e auto-indotto di sicurezza, di perimetri chiari, di spazio privato, di riconoscimento sanguigno, di razza e dinastia, ma, soprattutto, il rivolgersi alla guerra come strumento risolutore che ristabilirà un equilibrio nuovo ma su basi evangeliche e con in mente scenari biblici post-apocalittici, che non sono altro che nomi diversi per la nostalgia del futuro. Di recente Naomi Klein e Astra Taylor hanno parlato di «fascisti dell’apocalisse» (Musk, Netanyahu, Trump, ecc.) o «fascisti millenaristi», per descrivere coloro che come nell’interpretazione cristiana fondamentalista del rapimento biblico vogliono ascendere alla città dorata del cielo mentre i dannati rimangono ad affrontare una battaglia apocalittica sulla terra. Molti politici e imprenditori vicini a Trump che le autrici definiscono «sionisti cristiani», plaudono in questa chiave all’operato di Israele e al genocidio di Gaza, non negandolo bensì accogliendolo esplicitamente come segno positivo di un avvenire prossimo, con la guerra «finale» in terra santa, dell’accesso a pochi eletti alla città dorata che meritano per divino disegno (leggiprivilegio). In un momento di crisi profonde su scala globale (ecologica, bellica, psicologica, umana, economica, di cura, sanitaria, scegliete voi quale estrarre dal mucchio), mi chiedo, da dove origina e su cosa fa presa l’irrefrenabile attrattiva per la nostalgia del futuro? Ciò che è certo è che bisogna ricreare delle condizioni per un presente molto meno crudele e securitario che permetta di ricostruire l’abitudine a pensare un futuro degno di essere definito tale, e non un mezzo futuro-passato, liberandosi dalle paure ancestrali che oggi vediamo sedimentarsi attraverso l’inevitabilità biblica delle guerre del fascismo millenarista. Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

  • konnektor

    India e Pakistan: verso il disastro Roberto Gelini Il conflitto tra India e Pakistan del 2024, innescato da un attentato a Pahalgam, ha riacceso la crisi del Kashmir, coinvolgendo scontri aerei, minacce nucleari e interventi diplomatici USA. Alla base del conflitto ci sono questioni storiche irrisolte, come la negazione dell’autodeterminazione del Kashmir, il nazionalismo autoritario indiano e la competizione geopolitica tra USA e Cina. Entrambi i paesi affrontano gravi crisi interne che alimentano l’instabilità regionale. Questo articolo è apparso su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'Instituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños, ed è pubblicato con l'espressa autorizzazione del suo editore. Ora che si sono calmate le acque dopo la battaglia tra India e Pakistan – il conflitto aereo più significativo tra i due paesi ad oggi – vale la pena riflettere sul suo significato più ampio. Quali sono state le origini e come influenzerà la politica della regione? L'innesco immediato è stato l'attacco terroristico a Pahalgam perpetrato dai militanti del Kashmir alla fine di aprile, in cui sono stati uccisi 26 turisti. Il governo indiano ha accusato la controparte pakistana di aver orchestrato la sparatoria. Il Pakistan ha negato le accuse offrendosi per avviare un'indagine congiunta, ma la classe politica indiana si è dimostrata irremovibile e ha iniziato a battere i tamburi di guerra. L'alto comando militare pakistano ha dichiarato che il paese avrebbe reagito a qualsiasi aggressione, sollevando la possibilità di uno scontro nucleare. Non è trascorso molto prima che le due parti iniziassero a scambiarsi colpi, causando 31 morti nei quattro giorni successivi. Il conflitto è scoppiato il 7 maggio, quando l'India ha lanciato una raffica di missili contro i cosiddetti «siti terroristici» all'interno del Pakistan. Sono stati uccisi più di due dozzine di civili, tra cui almeno un bambino. L'esercito pakistano ha risposto schierando aerei J10 di fabbricazione cinese armati con missili PL-15, il che stava a significare che la conflagrazione fosse – almeno a un certo livello – una prova dell'equipaggiamento militare della Repubblica Popolare Cinese contro quello occidentale. Quando hanno cominciato a circolare notizie secondo cui cinque jet indiani erano stati abbattuti, alcuni analisti della difesa hanno osservato che il vero vincitore della scaramuccia era la Cina. Entrambe le parti hanno immediatamente rivendicato la vittoria dopo questo primo round di ostilità. Tuttavia, le speranze di una rapida soluzione negoziata sono state deluse l'8 maggio, quando l'India ha inviato un gran numero di droni di fabbricazione israeliana nel territorio pakistano. L'esercito pakistano ha affermato di averne intercettati quasi tutti prima che potessero danneggiare infrastrutture civili o militari. Ma l'attacco è stato intensificato due giorni dopo, con altri droni e missili indiani che hanno colpito aree civili densamente popolate nelle principali città pakistane. A questo punto, i vertici militari pakistani hanno deciso di reagire con attacchi aerei e con droni, alcuni dei quali hanno preso di mira basi aeree indiane. I timori di un'escalation nucleare sono diventati improvvisamente credibili e ha cominciato a diffondersi il panico. I resoconti di ciò che è accaduto dopo sono differenti. Una versione suggerisce che, dopo aver sventato il tentativo dell'India di affermare la propria superiorità aerea, il Pakistan abbia effettivamente costretto il vicino ad accettare un cessate il fuoco. Altri sostengono che il Pakistan si sentisse con le spalle al muro e abbia segnalato la sua disponibilità a ricorrere all'opzione nucleare se il conflitto fosse continuato, il che ha accelerato i colloqui per porre fine ai combattimenti. In ogni caso, i negoziati segreti con Washington hanno portato a una fragile pace, annunciata da Donald Trump sui social media, che si è attribuito il merito dell'accordo. In India, i critici hanno affermato che il governo avesse ceduto alle pressioni degli Stati Uniti senza raggiungere alcuno dei propri obiettivi bellici. In Pakistan, l'atmosfera era euforica. Molti ritengono che l'aviazione militare, sostenuta dalla Cina, sia ora riuscita a ristabilire l'equilibrio militare e a minare la pretesa di egemonia regionale dell'India. Il recente conflitto fa seguito a decenni di tensioni, periodicamente sfociate in violenze, sullo status conteso del Kashmir. Sia l'India che il Pakistan hanno rivendicato la sovranità sul territorio a maggioranza musulmana dopo la divisione del 1947 – il primo ha conquistato i due terzi dell'area, mentre il secondo ha rivendicato il terzo restante – e da allora lo hanno trasformato in una delle regioni più militarizzate al mondo. Dopo quattro decenni di rabbia e agitazione nella valle occupata, il presunto broglio elettorale dell'esercito indiano nel 1987 ha provocato una serie di rivolte di massa. Queste culminarono nel 1989 in un'insurrezione armata guidata dal Fronte di Liberazione del Jammu e Kashmir (JKLF), che mira a istituire uno stato laico indipendente. Nel corso degli anni '90, molti dei gruppi che combattevano nel territorio ricevettero addestramento in campi militanti in tutto il Pakistan. L'esercito indiano rispose ai disordini con una brutale strategia di controinsurrezione che prevedeva uccisioni extragiudiziali, violenze sessuali e torture. Nel 2001, lo stesso Pakistan ha cercato di reprimere i gruppi militanti del Kashmir e li ha designati come organizzazioni terroristiche, pur continuando a mantenere il suo sostegno ufficiale al diritto all'autodeterminazione del Kashmir. (Il Pakistan è sempre stato convinto che la stragrande maggioranza dei kashmiri sarebbe favorevole all'adesione al Pakistan se potesse scegliere, ma questo non è più certo, poiché il malcontento per l'inflazione e la repressione ha accentuato il fascino delle forze nazionaliste che chiedono uno stato separato per il Kashmir). Tuttavia, questi gruppi kashmiri mantenevano profonde radici in Pakistan, il che li rendeva difficili da smantellare. Questa difficoltà è stata percepita dallo stato indiano come una riluttanza da parte del Pakistan a combattere il terrorismo, il che ha approfondito l'animosità tra i due paesi. La questione è finalmente diventata un punto caldo a livello globale nel 2019, quando il governo Modi ha abolito l'articolo 370, una disposizione che garantiva una notevole autonomia allo stato del Kashmir. Delhi ha affermato che si trattava semplicemente di un tentativo di normalizzare lo status politico del Kashmir, ma la maggior parte dei kashmiri lo ha visto come un attacco diretto alla loro identità e alle loro libertà civili. La resistenza è stata accolta con una repressione sempre più dura, che negli ultimi sei anni è riuscita a soffocare gran parte del dissenso pubblico. Il regime di Modi è riuscito ad affermare la propria vittoria, sostenendo di aver stabilizzato la situazione e ripristinato l'ordine nel territorio conteso. Solo gli attacchi di Pahalgam hanno minato questa narrativa. Tre fattori cruciali costituiscono lo sfondo del conflitto. Il primo, e più longevo, è la negazione del diritto all'autodeterminazione del popolo kashmiro. Il secondo è il carattere dei regimi di Delhi e Islamabad, entrambi ricorsi a metodi sempre più autoritari con l'indebolirsi della loro legittimità politica. Il terzo è la nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, che ha ridefinito il ruolo della regione nel sistema mondiale. Insieme, queste dinamiche interconnesse hanno spinto l'India e il Pakistan verso il disastro. Come si sono sviluppate storicamente? L'India indipendente era inizialmente uno stato «dirigista», guidato da una forte etica sviluppista ed egualitaria emersa dalla lotta anticoloniale. Il progetto di Nehru prevedeva un'ambiziosa politica industriale, il sostegno statale ai contadini del Paese e un approccio non allineato agli affari esteri. Nehru assunse un ruolo di primo piano nella Conferenza di Bandung del 1955 e divenne uno dei principali sostenitori della causa palestinese. Tuttavia, fin dall'inizio, questa visione soffrì di varie incongruenze. Nehru e il suo partito, il Congress, non riuscirono a intraprendere una radicale ristrutturazione della terra, delle caste e delle relazioni industriali. Le lotte dei contadini e dei lavoratori, in particolare quelle guidate dai comunisti, furono represse violentemente. Il presunto impegno dell'India nei confronti della solidarietà con il Terzo Mondo fu minato dalle guerre con la Cina (1962) e il Pakistan (1965-71), nonché dal suo rapporto colonialista con il Kashmir a partire dal 1948. Tali contraddizioni generarono una forte opposizione sia da parte della destra che della sinistra, aprendo la strada a nuovi movimenti basati sulla classe, la casta e la religione, che alla fine fecero a pezzi il consenso nehruviano. Il risultato fu il trionfo del Bharatiya Janata Party, un'organizzazione nazionalista indù di destra fondata su una profonda ostilità nei confronti dei musulmani e del Pakistan. Dopo aver ottenuto solo due seggi nelle elezioni del 1984, il BJP balzò alla ribalta nazionale dopo aver guidato la folla alla distruzione di una moschea che secondo loro era stata costruita sul sito dello storico tempio indù di Ayodhya. Quando all'inizio degli anni '90 il governo guidato dal Partito del congresso liberalizzò l'economia e smantellò lo Stato dirigista, molti influenti gruppi imprenditoriali si allinearono con questa corrente nazionalista indù in ripresa come alternativa alle forze organizzate di sinistra. Narendra Modi – ex ministro capo del Gujarat, accusato di aver supervisionato l'omicidio di oltre un migliaio di musulmani mentre ricopriva tale carica – è diventato l'incarnazione di questa «alleanza tra Hindutva e corporazioni» ed è stato eletto primo ministro nel 2014. Le multinazionali, da Microsoft e Amazon a CitiBank e JPMorgan Chase, hanno così sviluppato legami più stretti con l'élite indiana e aumentato gli investimenti nel suo mercato emergente. L'effetto è stato quello di globalizzare l'economia del Paese e contribuire a riorientare la sua politica verso Washington, culminato nell'incontro Modi-Trump all'inizio del 2025, in cui i due leader hanno firmato un «Partenariato di difesa tra Stati Uniti e India». L'America ha dichiarato esplicitamente che il suo obiettivo è quello di rafforzare il contenimento della Cina trasformando l'India in un contrappeso regionale, un programma che Delhi abbraccia pienamente. Il governo di Modi spera che ingraziandosi gli Stati Uniti possa affermare l'India come potenza incontrastata della regione. Ciò, a sua volta, ha portato a un rafforzamento delle relazioni tra Israele e India, compresa la cooperazione militare e i piani per la costruzione del «corridoio economico India-Medio Oriente-Europa» per contrastare la Belt and Road Initiative cinese. Molti sostenitori dell'Hindutva hanno definito l'attacco di Pahalgam «il nostro 7 ottobre» e hanno chiesto che il Pakistan venga «ridotto a Gaza». Il Pakistan è rimasto saldamente schierato con gli Stati Uniti sin da quando ha firmato i patti militari SEATO e CENTO con gli Stati Uniti nel 1954 e nel 1955. In prima linea nella strategia americana di contenimento del comunismo, il Pakistan ha beneficiato di ingenti aiuti americani durante tutto il periodo della Guerra Fredda. L'unica sfida seria all'egemonia statunitense dalla nascita dello stato è stata il governo di sinistra di Zulfikar Ali Bhutto, rovesciato da un violento golpe sostenuto dagli States nel 1977. Da allora, l'economia pakistana è fortemente dipendente dai proventi delle guerre imperialiste in Medio Oriente. Uno degli aspetti più oscuri di questa eredità è stata la cosiddetta «jihad afghana», un'operazione clandestina sostenuta dalla CIA che ha trasformato il Pakistan in un campo-base per le organizzazioni militanti che combattevano contro il governo afghano sostenuto dall'Unione Sovietica durante gli anni '80. Alimentati dai dollari statunitensi e dal patrocinio saudita, migliaia di pakistani si sono uniti a una rete globale di militanti islamici che comprendeva centinaia di madrasse e campi di addestramento jihadisti. I politici pakistani hanno regolarmente utilizzato la minaccia dell'aggressione indiana per giustificare il processo di militarizzazione e securitizzazione – dipingendo qualsiasi forza di opposizione significativa come un agente di Delhi, rafforzando la morsa dell'esercito sulla politica – riuscendo a schiacciare il dissenso, in particolare nelle province ribelli del Balochistan e del Khyber Pakhtunkhwa. Con l'inizio della «guerra al terrorismo», tuttavia, le priorità regionali degli USA sono cambiate. L’islamismo militante non era più un utile bastone contro il comunismo, ma il nemico numero uno dell'umanità. L'esercito pakistano è stato quindi costretto a invertire la politica di sostegno alle forze islamiste ed a iniziare a combatterle. Compito non semplice. I militanti erano ormai profondamente radicati nelle istituzioni statali, nella società civile e nelle reti transnazionali di traffico d'armi del Pakistan. La controinsurrezione degenera rapidamente in un bagno di sangue, causando la morte di 40.000 civili tra il 2001 e il 2018. Anche le relazioni strategiche del Pakistan con la Cina sono state sottoposte a crescenti tensioni con il mutare degli obiettivi degli Stati Uniti. Dopo la rottura sino-sovietica e la guerra sino-indiana del 1962, il Pakistan iniziò a coltivare stretti legami con la Repubblica Popolare Cinese come mezzo per contrastare il suo vicino orientale; Washington, che sotto Nixon aveva avviato un proprio riavvicinamento alla Cina, non si oppose. Fino al 2015, il Pakistan era ancora in grado di occupare una posizione privilegiata tra queste due potenze mondiali: aderendo al Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), un progetto multimiliardario, pur continuando a fungere da principale canale di rifornimento della NATO alle basi militari statunitensi in Afghanistan. Tuttavia, nell'ultimo decennio questo approccio sembra aver fatto il suo corso, poiché il Pakistan ha dovuto affrontare le pressioni incessanti degli Stati Uniti affinché abbandonasse le sue relazioni strategiche con la Cina e si allineasse chiaramente con l'Occidente. L'élite pakistana è divisa tra fazioni filo-occidentali e filo-cinesi, minacciando la capacità dello stato di pianificare a lungo termine. Poiché la sua posizione geopolitica di lunga data è diventata sempre più insostenibile, il regime pakistano ha anche subito una grave crisi di legittimità sul fronte interno. Sta lottando contro un'inflazione galoppante, compresi forti aumenti dei prezzi dell'energia, e severi tagli ai bilanci della sanità e dell'istruzione imposti dal FMI. Con Imran Khan e il suo partito PTI in corsa per vincere le elezioni dello scorso anno, il governo ha ricorso a brogli elettorali palesi per tenerlo lontano dal potere. Ha affrontato le proteste e le critiche che ne sono seguite incarcerando gli oppositori, tra cui Khan, e vietando i social media. Tutto ciò ha coinciso con l'intensificarsi degli attacchi dell'esercito separatista Baloch Liberation Army e del Tehreek-e-Taliban Pakistan, un'organizzazione militante di estremisti religiosi impegnati a rovesciare lo stato federale. Il popolo del Kashmir rifiuta di rinunciare al proprio diritto all'autodeterminazione, nonostante sia brutalmente represso dall'India e in gran parte abbandonato dal Pakistan, e continua a opporre resistenza con forme violente e non violente. L'aggressività dell'India è chiaramente legata ai calcoli elettorali del partito al potere, il BJP, la cui politica nazionalista indù si basa sulla punizione di vari gruppi «estranei». Allo stesso tempo, il Pakistan è scivolato ulteriormente nel militarismo, accelerando la guerra contro gli oppositori interni e consolidando il ruolo dell'esercito come potere decisionale supremo, il che ha creato un consenso falco ai vertici dello stato. Infine, gli Stati Uniti sono determinati a trasformare l'India in un baluardo contro la Cina, mentre i cinesi stessi stanno cercando di impedire l'accerchiamento da parte dell'Occidente costruendo alleanze strategiche con paesi come il Pakistan. Queste dinamiche hanno ulteriormente destabilizzato le già tese relazioni tra India e Pakistan. Il fervore bellico può solo fornire una distrazione temporanea dalle profonde contraddizioni sociali che affliggono entrambi i paesi. L'agenda economica di Modi, basata sulla privatizzazione e la deregolamentazione, non ha dato risultati per la maggioranza degli indiani. Oggi, l'1% più ricco del paese detiene il 40% della ricchezza. I sindacati hanno indetto uno sciopero generale per il 6 giugno per protestare contro l'eccessivo potere del capitale aziendale, mentre gli agricoltori continuano a organizzare una forte resistenza comunitaria. Il governo non ha altra risposta che continuare la repressione dei musulmani e dei dissidenti, soprattutto in Kashmir, dove nelle ultime settimane sono state arrestate o rapite diverse persone nell'ambito di una vasta operazione di «controinsurrezione». Il Pakistan, d'altra parte, rimane uno rentier state dipendente dalle guerre per procura e dalla supersfruttamento a breve termine, governato da un esercito che può mantenere il potere solo attraverso brogli elettorali. Le élite del Paese stanno ora progettando di vendere altre risorse naturali e di aprire il territorio alle compagnie minerarie internazionali, nella speranza che maggiori investimenti stranieri possano arrestare la spirale economica in corso. L'anno scorso, una versione di questo programma è stata introdotta nella provincia del Sindh, dove il governo ha tentato di deviare sei canali del fiume Indo per attirare capitali stranieri nel settore dell'agricoltura industriale; il progetto è stato poi bocciato da un movimento di massa che ha portato in piazza milioni di persone. Per evitare il ripetersi di questo scenario, il governo sta intensificando la repressione in altre zone che intende saccheggiare. Gruppi come l'Awami Action Committee, un piccolo partito politico della regione himalayana del Gilgit-Baltistan che ha criticato apertamente questo programma di appropriazione delle terre, sono stati messi al bando e i loro attivisti arrestati. Resta da vedere se il governo riuscirà a mettere a tacere i suoi critici con tali mezzi coercitivi. Non c'è dubbio che nei prossimi anni la lotta contro l'estrazione mineraria senza consenso diventerà uno dei principali punti focali dell'opposizione al regime militare. Il trattamento severo riservato ai dissidenti dimostra quanto il discorso sull'«unità nazionale» –utilizzato sia dall'India che dal Pakistan nelle ultime settimane – sia in contrasto con la realtà della regione: povertà, disuguaglianza, predazione. Dunque, l'escalation militare all'estero è legata all'irrigidimento del potere statale all'interno. In questa regione di due miliardi di persone, ben il 40% vive ancora al di sotto della soglia di povertà, subendo il peso del sottosviluppo e dei conflitti comunitari. Solo agendo contro lo sfruttamento potranno cambiare le condizioni che conducono alla guerra.

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    Casino Conolly di Mariangela Guatteri Tzara O Hâra Casino Conolly  di Mariangela Guatteri esplora il legame tra spazio, potere e linguaggio attraverso la descrizione di edifici dell’ex manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia, trasformati in dispositivi di controllo. Con una prosa che simula il linguaggio tecnico, il libro denuncia la violenza del potere istituzionale e la sua incidenza sui corpi e sulla lingua. L’osservazione critica di Antonio Francesco Perozzi evidenzia come la scrittura stessa diventi campo di resistenza e interrogazione del dominio. Osservazione critica Forse è anche pensando al Foucault di Sorvegliare e punire , e all’Agamben di Che cos’è un dispositivo? , che ci si può avvicinare filosoficamente a Casino Conolly  di Mariangela Guatteri, pubblicato da il verri nel 2024. Le prose che lo compongono sono del resto tutte legate alla sovrapposizione inquietante tra potere, luogo e lingua: ogni capitolo del libro ( Villino svizzero, Villa Valsalva, Villa di salute Esquirol …) fa riferimento a un edificio del vecchio ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia e ne descrive, mettendole in relazione, l’architettura e le attività che in quegli edifici si svolgono. Ciò che si attraversa sfogliando il libro, dunque, non è solo una forma aliena di topografia; è soprattutto un campionario delle modalità con cui il luogo incide sulle persone e attiva un meccanismo di potere. Gli edifici acquisiscono quindi lo status di dispositivi, si identificano con la propria funzione e la propria ragione, che non è abitativa: nella Sezione Lombroso , ad esempio, «non basta lo stato di morte, ci vuole, per restare coerenti, un’esperienza di mortificazione della carne per potersi riunire nuovamente a sé»; nella Colonia-Scuola Marro l’esercizio fisico serve «per modificare la tendenza dell’umano alla perversione» e quindi a una «modificazione dello spazio di esistenza»; per la Villa di salute Esquirol «la villa, la strada che arriva alla villa e il muro che la circonda sono opere del metodo umano». Al di sotto dei luoghi, insomma, e tramite essi, agisce la necessità di una rieducazione e reintegrazione forzata del patologico, per via di «un lento assoggettamento tecnico delle energie naturali». E a questo assoggettamento consegue l’interdipendenza tra gli umani che subiscono il trattamento – slavati, spersonalizzati, senza nome – e l’edificio, da cui a un certo punto non possono più prescindere («Se si tenta di uscire da questo spazio contrattuale si perde identità. Uscendo dal progetto si muore per sempre.»). È importante tuttavia evidenziare lo strumento linguistico con cui Guatteri esplora questa violenta opera di condizionamento antropologico. Pur riferendosi a una realtà storicamente accertabile, e pur avendo le potenzialità tematiche del racconto espressionista, Casino Conolly rifiuta sia il reportage sia la storiografia sia l’intreccio narrativo; e, con essi, ogni forma di pathos testimoniale o drammatico. La prosa di Casino Conolly simula e/o preleva quella del manuale tecnico e, secondo un meccanismo frequente nella scrittura di ricerca, la porta in primo piano con effetto straniante (non a caso il libro si chiude con delle Tavole sinottiche  asemiche, che andranno perciò lette non come appendice visiva, bensì come controprova dell’inaffidabilità, non leggibilità, in un certo senso, della scrittura). La liquidità del dettato, la linearità dei suoi ragionamenti e delle sue descrizioni, insomma, mimano contemporaneamente il rigore dell’argomentazione saggistica e il candore della coercizione, suggerendo come tutta l’operazione vada guardata nell’inscindibilità tra potere esercitato sui corpi e potere esercitato sulla lingua. Alla (post-)poesia, allora, il compito di stralunare una lingua che risulta al servizio del potere proprio nel suo (presunto) uso neutrale. Testi Figura 7. La famiglia dei serventi Gli uomini hanno una divisa. Le donne una sopraveste. La libertà è subordinata a una certa legge e disciplina. I letti sono tutti di noce col saccone alto, la coperta a dadi bianchi e turchini. Camere di forza, letti di forza, bagnarole di forza, pettorali, guanti, cinturoni, muscoliere, collari. Un’ultima ripulita di questi arnesi nell’alto di una parete a forma di bassorilievo. Parentesi d’ombra Confitti in camicia, incamiciolati. Una redenzione. Nei giusti limiti il sistema della libertà e della fiducia. Camere tutte lucide veramente areate, in mezzo ai prati, ai campi. Sono tutti liberi, sciolti. Il terminale Nelle loro residenze a 3 piani i dipendenti ripetono l’esercizio ogni giorno, 3 volte al giorno, per 30 giorni. Ogni esercizio comporta 6 prostrazioni in ginocchio. 6 volte il ginocchio si piega tentando di appiattire l’angolo tra la gamba e la coscia, e altrettante si rialza di 90 gradi. Devono contare ogni genuflessione, il numero di volte che piegano e raddrizzano il ginocchio. Questo è un modo efficace per modificare la tendenza dell’umano alla perversione che si manifesta in esistenze ostinate che si ritengono dedite alla costanza, stabili nelle abitudini; ma è ostinazione. Umani pieni di certezze, soprattutto affamati di emozioni. Per tale motivo il metodo prescritto prevede di spostare la percezione dello spazio nella dimensione del tempo, precisamente in quello sequenziale: una sequenza prescritta di una ritualità a termine. Terminale del medicamento è la conclusione di un processo a gradini dove l’inizio del piegamento – che è sottomissione –, la conclusione del piegamento – che è la causa della sottomissione – e daccapo ripetutamente, producono il ribaltamento totale, cioè la liberazione. Ecco il terminale! Si passa da una dimensione all’altra, dallo spazio al tempo, dal movimento perpetuo della follia all’arresto della mente. Tutti i segni di queste pieghe sono ora impressi nella memoria dei muscoli, sul sistema nervoso e su tutti gli altri plessi, compreso quello respiratorio. Tutto si riassume in una naturalità che infine ha una sua grazia, e non sembra neppure rieducata. L’articolazione Allenatore  – Tra parentesi, in francese, il ginocchio è indicato da una parola che si pronuncia jenù , un suono che significa anche Io ( Je ) Noi ( Nous ). Quando le ginocchia diventano improvvisamente dolenti o bloccate, è forse in atto una crisi che ha a che fare con una relazione umana importante che si è disarticolata. Questo lo sentii dire per la prima volta direttamente dalla bocca di Monsieur MB . In pratica la questione si può affrontare indipendentemente dalla lingua con cui si indica il ginocchio. Il linguaggio si articola e si disarticola. Il francese è un esempio che calza a pennello, io-noi  è proprio come un ginocchio: una parola sola per indicare qualcosa visto come unità: il noi . Ma il ginocchio non esiste se non ci sono almeno due elementi che si articolano – magari qualche altro osso di complemento –, quindi, se uno dei, poniamo, due elementi si disarticola ovvero uno degli io se ne va – magari morendo ma anche no –, l’articolazione è compromessa il ginocchio non funziona. Magari poi si mette una protesi o un chiodo che ne scaccia un altro, o si fa un ritiro spirituale. Non c’è più questo ginocchio! – magari ce ne sarà un altro. Un altro noi. Insomma, un ginocchio che perde la dignità di ginocchio di disperde – magari si alcolizza, va in coma etilico, lo attaccano a un tubo lo nutrono a forza gli pompano il sangue e una serie di altri protocolli o magari lo lasciano lì –, è nullo. Bibliografia Agamben G., Che cos’è un dispositivo? , Nottetempo, Roma, 2006. Foucalt M., Sorvegliare e punire , Einaudi, Torino, 2003. Guatteri M., Casino Conolly , il verri, Milano, 2024. Antonio Francesco Perozzi (Subiaco, 1994) vive in provincia di Roma e insegna nella scuola secondaria. Ha pubblicato Lo spettro visibile  (Arcipelago Itaca, 2022), bottom text  (in Poesia contemporanea . Sedicesimo quaderno italiano , marcos y marcos, 2023), soluzioni per ambienti (Zacinto, 2024), on land  (Edizioni Prufrock Spa, 2024) e Tranquillità assoluta  (Pidgin, 2025). Collabora con varie riviste tra cui «Il Tascabile» e «Le parole e le cose». Cura il blog «La morte per acqua» e il podcast «Spara Jurij».

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    Iran e Israele di fronte all’ordine geopolitico occidentale Donata Vanerio L'Iran si trova di fronte alla volontà delle potenze occidentali di distruggere ogni dissenso al proprio feroce ordine economico, sociale e geopolitico, mantenuto a tutti i costi nella profonda irrazionalità e palese ingiustizia – da Gaza alle politiche migratorie alla gestione del cambiamento climatico o all'approfondimento delle disuguaglianze –. Decenni di politica aggressiva da parte delle potenze statunitensi ed europee nella regione – che hanno lasciato un'enorme scia di sangue e una pericolosa destabilizzazione in Medio Oriente e nel sistema capitalista globale – non hanno prodotto alcun cambiamento nella postura dell'Occidente. Questo articolo è apparso su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall'Instituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños, ed è pubblicato con l'espressa autorizzazione del suo editore. L'allargamento della guerra dalla Palestina all'Iran, iniziata il 13 giugno, evidenzia un'ossessione israeliana che dura da quattro decenni. Mentre l'amministrazione USA negoziava in malafede con l'Iran sul suo programma nucleare, il regime israeliano ha approfittato di una pausa nei negoziati per bombardare Teheran, assassinando scienziati di spicco, un alto militare e funzionari, alcuni dei quali partecipanti attivi ai colloqui. Dopo diverse smentite poco convincenti, Trump ha ammesso che gli Stati Uniti fossero informati in anticipo dell'attacco. Ora l'Occidente appoggia l'ultima offensiva di Israele, nonostante ciò che Tulsi Gabbard, il direttore dell'intelligence nazionale nominato dal thycoon, abbia dichiarato il 25 marzo: «La comunità dei servizi [che riunisce le attività delle diciotto agenzie di spionaggio statunitensi, tra cui la CIA e la NSA] continua a credere e a ritenere che l'Iran non stia costruendo un'arma nucleare e che il leader supremo Khamenei non abbia autorizzato il programma di armi nucleari, che ha sospeso nel 2003». Gli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica sanno perfettamente che non esistano armi nucleari. Hanno semplicemente agito come insider complici di Stati Uniti e Israele, fornendo i ritratti degli scienziati senior, uccisi nei raid. L'Iran si è tardivamente avveduto dell’insensatezza della loro presenza nel paese, redigendo un dispositivo normativo per l’espulsione. I leader non avevano nulla da guadagnare sacrificando questa parte della propria sovranità, ma si sono aggrappati alla flebile speranza, per metà pura convinzione, che – se avessero fatto ciò che volevano gli americani – avrebbero potuto ottenere la revoca delle sanzioni e una pace garantita dagli States. Il passato in tal senso non è stato foriero di buoni consigli. Il governo eletto dell'Iran fu rovesciato nel 1953 con l'aiuto occulto di Stati Uniti e Gran Bretagna e l’opposizione laica interna fu distrutta. Quando, dopo un quarto di secolo di dittatura sostenuta dall'Occidente, la dinastia Pahlavi fu finalmente rimossa – un anno dopo la rivoluzione del 1979 – l'Occidente, di concerto con l'Arabia Saudita e il Kuwait, finanziò l'Iraq per lanciare una guerra contro l'Iran e rovesciare il nuovo regime. Otto anni, mezzo milione di morti, la maggior parte iraniani. Centinaia di missili iracheni colpirono città e obiettivi produttivi, per lo più petroliferi. Nelle battute finali, gli Stati Uniti distrussero quasi metà della marina iraniana nel Golfo e – non modo, sed etiam – abbatterono un aereo di linea civile. La leale Gran Bretagna contribuì ad insabbiare il tutto. Da allora, la politica estera della Repubblica islamica ha sempre messo al centro la sopravvivenza del regime. Durante la guerra Iran-Iraq, i chierici non hanno esitato a comprare armi dai nemici dichiarati, compreso Israele. La solidarietà con le forze di opposizione è stata frammentaria e opportunistica, priva di una strategia antimperialista coerente, se non quella dimostrata nel ruolo solitario – ma cruciale – di difensori dei diritti dei palestinesi in una regione in cui tutti i governi arabi hanno capitolato di fronte alla potenza egemone. Il 15 giugno, poco dopo l'attacco israeliano, si è svolta a Gaza una straordinaria processione di più di cinquanta asini, guarniti e drappeggiati con mantelli di seta e raso; mentre venivano condotti per le strade, i bambini li accarezzavano con autentico affetto. Perché? «Perché – ha spiegato l'organizzatore – ci hanno aiutato più loro di tutti gli Stati arabi messi insieme». Dopo le invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq a guida stelle e strisce, gli iraniani speravano senza dubbio che – dopo aver collaborato con Washington al rovesciamento di Saddam Hussein e del Mullah Omar – questo avrebbe dato loro un po' di respiro. Per molti versi, la "guerra al terrorismo" non è stata una circostanza sfavorevole per la Repubblica islamica. Il suo prestigio nella regione è salito insieme ai prezzi del petrolio, i suoi nemici a Baghdad e Kabul sono stati brutalmente eliminati e i gruppi sciiti che aveva sostenuto dal 1979 sono saliti al potere nel vicino Iraq. È difficile credere che né il Politbjuro di Bush (Cheney, Rumsfeld, Rice) né i consiglieri arabi non ufficiali con sede negli Stati Uniti (Kanaan Makiya, Fouad Ajmi) potessero prevedere questo esito, ma sembra che sia stato così. Il primo straniero non occidentale a visitare la Zona Verde come ospite d'onore è stato il Presidente Ahmadinejad. Sia i nazionalisti sunniti che quelli sciiti si sono uniti per opporsi alle forze di occupazione, lanciando razzi e mortai contro l'ambasciata statunitense. È stato l'intervento dello Stato iraniano a dividere questa opposizione, facendo sì che un movimento di resistenza unito degenerasse in una guerra civile auto-distruttiva. Muqtada al-Sadr, uno dei principali leader sciiti in Iraq, era rimasto scioccato dalle atrocità di Fallujah e aveva guidato una serie di rivolte popolari contro la coalizione statunitense. Al culmine del conflitto, fu invitato a visitare l'Iran e finì per rimanervi – per esservi detenuto – nei successivi quattro anni. L’ingresso dell'ISIS sul campo di battaglia poi ha rafforzato questa alleanza tattica tra USA e Iran, con il Pentagono a fornire supporto aereo ai 60.000 militanti sciiti sul campo. La maggior parte di queste forze era sotto il comando indiretto di Qassem Soleimani, in regolare comunicazione con il generale David Petraeus. Soleimani era uno stratega di talento, ma suscettibile alle lusinghe, soprattutto da parte del Grande Satana. È stato il principale ideologo di Teheran dopo l'11 settembre, ma la vanità ostentata con le controparti statunitensi ne ha alienato alcune, soprattutto quando ha spiegato nei dettagli come gli iraniani avessero previsto e sfruttato la maggior parte degli errori dell'America nella regione. La descrizione di Spencer Ackerman è appropriata: «È stato abbastanza pragmatico da cooperare con Washington quando ciò si adattava agli interessi iraniani, come nel caso della distruzione del Califfato, e disposto a confrontarsi con Washington quando ciò si adattava agli interessi iraniani, come nel caso del sostegno di Soleimani a Bashar al-Assad in Siria o, prima, quando ha introdotto modifiche agli ordigni esplosivi improvvisati che hanno ucciso centinaia di soldati statunitensi e ne hanno mutilati molti altri. L'impunità di Soleimani ha fatto infuriare lo Stato di sicurezza e la destra. Il suo successo ha fatto male». Tuttavia, mentre il potere regionale dell'Iran cresceva, le tensioni interne erano in aumento. La Rivoluzione aveva alimentato speranze disattese poi dal conflitto con l'Iraq. Anche per questo motivo, l'Iran ha adottato una posizione più dura sulla questione nucleare, affermando il proprio diritto sovrano di arricchire l'uranio e galvanizzando così la sfiancata popolazione. In politica estera, aveva e ha uno scopo difensivo perfettamente logico: il paese si trova in una posizione vulnerabile, circondato da stati atomici – India, Pakistan, Cina, Russia, Israele – e da basi statunitensi con arsenali nucleari potenziali o effettivi in Qatar, Iraq, Turchia, Uzbekistan e Afghanistan. Portaerei e sottomarini statunitensi equipaggiati di testate atomiche pattugliano le acque al largo della sua costa meridionale. In Occidente si è completamente dimenticato che il programma nucleare fosse un'iniziativa del Sah lanciata negli anni '70 con il sostegno degli USA. Una delle società coinvolte era un feudo dello squallido Cheney – vice di Bush. Quando Khomeini è salito al potere ha bloccato il progetto ritenendolo non islamico, ha in seguito ceduto e le operazioni sono riprese. Con l'intensificarsi del programma a metà degli anni 2000, l'Iran e la sua Guida suprema hanno solo potuto constatare quanto l’Iran non si fosse spostato dal mirino di Washington. La Casa Bianca di Bush trasmetteva l'impressione che in qualsiasi momento ci sarebbe potuto essere un attacco all'Iran, diretto o per il collaudato proxy regionale, Israele – oppositore dal canto suo a chiunque ne sfidasse il monopolio nucleare in Medio Oriente –. Il governo israeliano e le sue fedeli reti mediatiche hanno descritto il leader iraniano come uno “psicopatico”, un “nuovo Hitler”. Una crisi, questa, confezionata in fretta e furia: specialità occidentale. Gli Stati Uniti dispongono dell’atomica, così come UK, Francia ed – appunto – Israele; eppure il perseguimento da parte dell'Iran della tecnologia necessaria per il livello più elementare di autodifesa ha provocato un panico morale. Mentre le potenze europee si affannavano a migliorare la posizione nei confronti di Washington dopo l'invasione dell'Iraq, Francia, Germania e Gran Bretagna erano ansiose di dimostrare il proprio valore costringendo Teheran ad accettare limiti severi all’attività nucleare. Il regime di Khatami capitolò immediatamente, immaginando di essere invitato a uscire dall'isolamento e dall'ostilità quasi totale. Nel dicembre 2003 l'Iran ha firmato il “Protocollo aggiuntivo” richiesto dall'UE-3 (Germania, Francia e Regno Unito), accettando una sospensione “volontaria” [sic!] del diritto all'arricchimento garantito dal Trattato di non proliferazione nucleare. Ancora, nulla di fatto: nel giro di pochi mesi, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica condannò l'Iran per non averlo ratificato, mentre Israele si vantava dell’intenzione di “distruggere Natanz”. Nell'estate del 2004, un'ampia maggioranza bipartisan del Congresso americano approvò una risoluzione per adottare «tutte le misure appropriate» per impedire il programma di armamento dell'Iran e si ipotizzò una «sorpresa di ottobre» in vista delle presidenziali di quell'anno. All'epoca, ho sostenuto sul Guardian che «affrontare i nemici schierati contro l'Iran richiede una strategia intelligente e lungimirante, non l'attuale miscuglio di opportunismo e manovre, determinato dagli interessi immediati dei chierici». Diversi intellettuali iraniani liberali e socialisti hanno risposto da Teheran per esprimere il loro forte accordo, soprattutto con le mie conclusioni: «L’aver spianato la strada al rovesciamento del regime baathista iracheno e di quello talebano afghano, oltre ad aver appoggiato le occupazioni statunitensi, non ha dato tregua all'Iran. Il vice segretario di Stato americano ha parlato di “aumentare la pressione”. Il Ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz ha dichiarato che “Israele non accetterà che l'Iran abbia risorse nucleari. Da parte nostra, dobbiamo avere la capacità di difenderci con tutto ciò che questo comporta e va da sé che ci stiamo preparando per questa eventualità”. Hillary Clinton ha accusato l'amministrazione Bush di “minimizzare la minaccia iraniana” e ha chiesto di fare pressione su Russia e Cina per imporre sanzioni a Teheran. Chirac ha parlato di usare le armi nucleari francesi contro uno “Stato canaglia” come l'Iran. Forse si tratta semplicemente di retorica guerrafondaia, volta a spaventare Teheran e a costringerlo alla sottomissione. È improbabile che l'intimidazione abbia successo, quindi l'Occidente si imbarcherà in una nuova guerra?» La politica estera degli Stati Uniti è stata perfettamente riassunta dalla laconica dichiarazione di Bush nel 2003: «Se non siete con noi, siete contro di noi». Gran Bretagna, Canada, Israele, Arabia Saudita ed Australia non avevano bisogno di essere convinti. Ad oggi, l'Iraq non ha riacquistato la stabilità sociale ed economica prima del “cambio di regime”: più di un milione di vittime e cinque milioni di orfani sono stati il prezzo che dopo che il governo è stato falsamente accusato di possedere armi di distruzione di massa. Le compagnie occidentali ora si appropriano, in modo più o meno irregolare, della maggior parte del petrolio iracheno. A Gaza, poi, l'orrore continua. Bombe, morte, fame e una crudeltà che ricorda il trattamento riservato dalla Wehrmacht nazista agli Untermenschen – sottoproletari – slavi. Il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un editoriale, più duro di una qualsiasi delle testate liberali della zona euro-atlantica, attaccando la patetica decisione dei leader europei di sanzionare solo i due “fascisti dichiarati” del governo di Netanyahu, chiedendo invece sanzioni complete contro Israele. Questo è ciò che i veri sostenitori di Israele dovrebbero chiedere, invece di incoraggiarne la politica kamikaze e le campagne genocide. Dopo il successo nel radere al suolo la Striscia di Gaza e sterminarne decine di migliaia di abitanti, il governo Netanyahu ha chiaramente ritenuto che fosse giunto il momento di espandere il conflitto ad altri obiettivi. La prima è stata la campagna dell'esercito israeliano contro Hezbollah, che ha ucciso gran parte della sua leadership e ha lasciato l'organizzazione gravemente indebolita, sottomettendo il Libano – e non c'è quindi da stupirsi se da allora i giovani libanesi salgano sui tetti delle case per applaudire i droni iraniani –. Poi è stata la volta della Siria, dove Israele ha lanciato diversi attacchi senza fingere nemmeno di essere in assetto di difesa. In collaborazione con la Turchia poi – membro della NATO – e con i resti dell'apparato baathista, ha contribuito all'installazione di un governo fantoccio sotto il comando di uno scagnozzo statunitense ben addestrato, l'ex agente di Al Qaeda Jolani. La scena era pronta per l'assalto all'Iran. Come sempre, i doppi standard occidentali entrano in gioco quando si tratta d’Israele. Non ha aderito al Trattato di non proliferazione nucleare, non ha firmato la Convenzione sulle armi biologiche o la Convenzione di Ottawa sulla proibizione della produzione, dello stoccaggio e dell'uso di mine personali. Ancora, non ha ratificato la Convenzione sulle armi chimiche e ha ignorato il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite per decenni. Un record, che ora è aggravato dai mandati di arresto emessi dalla Corte internazionale di giustizia contro Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, oltre a un'indagine in corso per genocidio... Questo sì che è l'aspetto di uno stato canaglia. Attualmente Iran e Israele comunicano tramite droni, F35 e missili. Sia Teheran che Tel Aviv sono state colpite. L'obiettivo israeliano dichiarato di distruggere i reattori nucleari non è stato raggiunto e il vanto di Bibi di provocare un cambiamento di regime ha avuto l'effetto opposto. Le donne senza hijab hanno manifestato per le strade scandendo «Brandite l’atomica!» Una di loro ha detto a un giornalista: «In parlamento stanno discutendo della chiusura dello Stretto di Hormuz. Non c'è bisogno di discuterne. Deve essere chiuso e basta». Trump insiste che la guerra potrà finire solo quando Teheran si arrenderà completamente. Molti iraniani ora credono che i recenti negoziati sul nucleare non siano stati altro che una manovra diversiva. Tattiche simili per realizzare l'assassinio di Soleimani nel 2020, convincendo il primo ministro iracheno a mediare i colloqui tra Stati Uniti e Iran per attirare il generale a Baghdad. Gli iraniani finora hanno resistito all'attacco. È Israele il paese che ha urgente bisogno di un cambio di regime. Note Del medesimo autore si consiglia la lettura di Lands Conquered in NLR n. 151 e The Roads to Damascus in Red Journal. Ancora: di Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, Iran e Israele sull'orlo del baratro in Diario Red; Controllo dei danni nella Repubblica Islamica dell'Iran e Le regole del gioco in El Salto. Di Souleiman Mourad, Hezbollah imbrigliato in Red Newspaper. Di Susan Watkins, Il Trattato di non proliferazione contro le armi nucleari in NLR n. 54.

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    Terroristi Donata Vanerio Proponiamo un nuovo articolo di Alessandro Stella, pubblicato su Lundimatin, che analizza criticamente l’uso del termine terrorismo. L'autore evidenzia come questa parola venga spesso impiegata per etichettare, screditare e criminalizzare gli oppositori politici, oltre che per legittimare interventi militari e guerre in diverse parti del mondo. Questa strategia comunicativa è trasversale e viene adottata tanto dai regimi democratici quanto da quelli autoritari. Torniamo così a puntare l’attenzione sulla Palestina, dove i riflettori sono nuovamente accesi: i bombardamenti sulla Striscia di Gaza continuano senza sosta, mentre circa 6.000 prigionieri palestinesi restano detenuti nelle carceri israeliane. Dal 7 ottobre 2023, quando i militanti di Hamas e di altri gruppi della resistenza palestinese hanno sfondato in vari punti i muri del ghetto-prigione a cielo aperto che li rinchiudeva da 17 anni, per poi colpire a morte 1200 israeliani tra militari e civili e rapirne 240, il mondo intero è chiamato a qualificare questi atti come terroristici. Chi non lo farebbe si renderebbe complice dei suddetti terroristi e sarebbe condannato al silenzio e all'infamia pubblica. È evidente che uccidere non solo soldati – ma anche altri uomini, donne e bambini – sia un'azione terroristica. Secondo il Larousse: «il terrorismo è un insieme di atti di violenza (attentati, prese di ostaggi, et cœtera) commessi da un'organizzazione per creare un clima di insicurezza, esercitare un ricatto su un governo o soddisfare un odio nei confronti di una comunità, di un paese, di un sistema». Il significato non ammette ambiguità: è ben più che fare paura, è inculcare terrore nell’altro, nel nemico designato. Seguendo questa definizione, è patente che le azioni commesse il 7 ottobre 2023 dalla Resistenza palestinese siano state azioni terroristiche. Allo stesso tempo, dovrebbe essere altrettanto ovvio qualificare i bombardamenti indiscriminati dell'esercito israeliano su Gaza, che – dalla fatidica data – hanno già ucciso e ferito almeno dieci volte più palestinesi, come atti terroristici. Distruggere con le bombe interi quartieri, seppellirne sotto le macerie gli abitanti, bombardare ospedali, scuole, luoghi di culto, affamare, privare d'acqua, spingere le popolazioni all'esodo, sono ovviamente atti terroristici.Allora perché tutti i media mainstream d'Europa e degli Stati Uniti riprendono e rimbalzano la distinzione posta dal governo israeliano e dai capi di Stato occidentali, parlando di «terrorismo di Hamas» e della «inevitabile risposta», della «legittima difesa di Israele», della «guerra Israele-Hamas»? Basterebbe volgere lo sguardo verso i paesi d'Africa, d'America Latina, d'Asia, dove non solo le popolazioni ma anche i loro leader rifiutano questa dicotomia semantica di parte. È che, dalla sua invenzione e utilizzo, la qualificazione di terrorismo ha servito a delegittimare e criminalizzare individui e gruppi di opposizione ai regimi in carica che hanno fatto ricorso alla violenza. Passando oltre l'etimologia del lemma, che lo farebbe risalire all'epoca giacobina – alla ghigliottina – al terrore esercitato dallo Stato francese post-rivoluzionario, «terrorista» è stato utilizzato in Europa per più di un secolo prima per designare gli anarchici regicidi, poi i resistenti ai nazisti e fascisti, poi i resistenti algerini e altri militanti dei movimenti anti-colonialisti, successivamente applicato ai militanti dell'ETA, dell'IRA, della RAF, delle Brigate Rosse, di Action Directe. Ma – ed è importante sottolinearlo in questo momento storico – anche per stigmatizzare gruppi sionisti (in particolare l'Irgoun, guidato da Menahem Begin dal 1944 al 1948) che combattevano contro il colonialismo britannico in Palestina. Poi contro i resistenti palestinesi alla colonizzazione sionista (Fatah e Yasser Arafat). La traiettoria, il destino di questi due uomini – Menahem Begin e Yasser Arafat – illustra compiutamente la questione del cosiddetto «terrorismo». Begin, il 22 luglio 1946, coordinò l'attentato dell'Irgoun contro l'hotel King David a Gerusalemme che causò 92 morti, tra cui 28 britannici, 41 arabi, 17 ebrei e 5 non censiti. Begin è stato anche considerato responsabile del massacro di Deir Yassin, il 9 aprile 1948, con un bilancio di oltre100 palestinesi nel villaggio prossimo a Gerusalemme. Impegnato nella guerra del 1967, divenne poi Primo ministro di Israele, negoziando gli accordi di pace con l'Egitto e, nel 1978, ricevette perciò il premio Nobel per la pace.Quanto a Yasser Arafat, dopo trent'anni di lotta contro lo Stato colonialista di Israele, dall'Egitto a Gaza, dalla Cisgiordania alla Giordania, dalla Siria al Libano, classificato come «terrorista» per decenni, ricevette anch'egli il premio Nobel per la pace nel 1994, insieme a Shimon Peres e Yitzhak Rabin, per gli accordi di Oslo. Allora? Fin dall'inizio «terrorismo» è sempre stato utilizzato dalle Istituzioni per designare, screditare, criminalizzare gli oppositori che – vessati, discriminati, esclusi, uccisi e imprigionati – hanno finito per imbracciare i fucili per difendersi. Ogni Stato ha costruito i propri terroristi per delegittimare i propri oppositori, per poterli annientare, per mantenersi al potere. La nazione turca ha designato così il PKK; la Siria le SDF e le YPG; la Russia i ribelli ceceni. Ancora, per la Cina lo sono i resistenti uiguri, per il Myanmar i resistenti rohingya, le FARC in Colombia, il Sendero Luminoso in Perù, il FPMR in Cile et cœtera. Lo Stato di Israele ne ha fatto una strategia sistemica – estensiva ed eccessiva – contro Fatah, FPLP, Hamas, la Jihad islamica. Fino a dichiarare – nell'ottobre 2021, sotto il governo di Naftali Bennett-Yaïr Lapid – «terroriste» sei ONG palestinesi a difesa dei diritti umani. È per ciò, con scandalo, che l'AFP ha tratto le conclusioni e recentemente dichiarato che: «L'uso della parola terrorista è estremamente politicizzato e sensibile. Molti governi qualificano di organizzazioni terroristiche i movimenti di resistenza o di opposizione nei propri paesi. Molti movimenti o personalità provenienti da una resistenza un tempo qualificata come terroristica sono stati riconosciuti dalla comunità internazionale e sono diventati attori centrali della vita politica del proprio paese. L'AFP non descrive gli autori di tali atti, passati o presenti, come “terroristi”. Ciò include gruppi come l'ETA, i Tigri di Liberazione dell'Eelam Tamil, le FARC, l'IRA, Al-Qaeda e i vari gruppi che hanno condotto attacchi in Europa nel secolo scorso, tra cui le Brigate Rosse, la Banda Baader Meinhof e Action Directe» [1]. n effetti, per poter parlare liberamente di terrorismo (un approccio in principio osteggiato nei nostri Stati di diritto, dove la libertà di espressione è suppostamente sacra e iscritta nella Costituzione) bisognerebbe rimuovere i segni “più” e “meno”, gli attributi “legale” e “illegale”, “istituzionale” e “non istituzionale”. Solo a queste condizioni si potrebbe allora guardare a tutti i massacri che hanno avuto luogo nella storia senza allinearsi sulla versione fornita dai poteri dominanti. Soprattutto, bisognerebbe poter parlare di terrorismo di Stato, ben più potente e mortale del terrorismo praticato dai suoi oppositori. Così potremmo leggere diversamente i massacri di massa di popolazioni civili, commessi da Stati e dalle loro armate in nome delle «imperiose necessità della guerra». Come, ad esempio, i bombardamenti delle città francesi – soprattutto in Bretagna e in Normandia – nel 1944-45 dall'aviazione anglo-americana, gli Alleati, per estromettere le truppe tedesche, causando nel contempo la morte di decine e decine di migliaia di civili francesi, vittime di «danni collaterali».«Fortemente colpito, il paese ha ricevuto il 22% del tonnellaggio di bombe sganciate dagli Alleati sull'Europa durante la guerra. Spesso maldestre, queste operazioni non hanno mancato di colpire i civili e edifici che non avevano nulla a che fare gli obiettivi dichiarati. È l'intero territorio francese a essere interessato. Oltre alle città portuali di Lorient o Brest, ad esempio, basi dei sottomarini tedeschi il cui attacco intensivo era atteso, molti altri centri urbani importanti del paese hanno subito una grande violenza. È il destino di città come Nantes, Caen, Le Havre e Marsiglia, per citarne solo alcune. Molte piccole municipalità sono state fortemente colpite, talvolta quasi completamente distrutte. I bombardamenti strategici effettuati dagli Alleati sono stati quindi un evento fondamentale della Seconda guerra mondiale per la Francia. Tuttavia, l'argomento sembra generalmente ignorato»[2]. Se partissimo dal principio umanitario che un morto è un morto, un ferito è un ferito, indipendentemente da chi l'ha provocato, dalla sua legittimità o legalità, bisognerebbe guardare allo stesso modo i massacri di civili commessi dai bombardamenti degli Alleati sulle città tedesche, Dresda e Berlino in particolare. Infine, si deve dire che le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki non sono state il ricorso obbligato della guerra per piegare il nemico giapponese, ma un mostruoso massacro della popolazione nipponica – tra 100 e 200.000 morti in un solo evento – per seminare terrore e costringerla alla capitolazione, gli Stati Uniti hanno senza dubbio commesso l'atto terroristico più mortale della storia. Che dire, infine, delle centinaia di migliaia di morti sotto le bombe in Iraq, in Afghanistan, in Siria, per combattere i terroristi e portare la «democrazia» tra i «barbari»? È che tutti questi massacri di massa commessi da Stati e dalle loro armate, infinitamente più mortali di tutte le azioni di guerriglia dei combattenti resistenti, sono rimasti e rimarranno impuniti. Perché considerati – da questi stessi Stati – commessi in nome del diritto, della giustizia, della libertà. È inconcepibile incriminare e portare in giudizio dei «liberatori», come Churchill, Roosevelt, Truman, Bush, Blair, Obama, Sarkozy, Hollande. Mentre le prigioni di tutto il mondo sono piene di «terroristi» condannati a anni e anni di detenzione, o che aspettano un eventuale processo. È il caso in particolare di 6000 prigionieri politici rinchiusi nelle prigioni israeliane, ai quali si aggiungono 2500 altri palestinesi della Cisgiordania arrestati dal 7 ottobre scorso, a volte accusati di atti terroristici e più spesso incriminati di complicità o apologia del terrorismo. Per spaventare i resistenti, le loro famiglie e i loro amici, per impedire loro di continuare la lotta. Per imporre il silenzio e la sottomissione, il ricorso allo spettro del terrorismo appare la regola di tutti gli stati, siano essi definiti dittatoriali o democratici. Note [1] Cfr. il sito dell’AFP. [2] V. Bissonnette, « Une violence sous silence : le bombardement de la France par les Alliés », Cahiers d’histoire, vol. 36, numero 2, 2019, pp. 153–178. Alessandro Stella è stato membro di Potere operario e poi dell’Autonomia. Rifugiatosi in Francia all’inizio degli anni Ottanta, è oggi direttore di ricerca in Antropologia storica presso il CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. Tra i suoi libri: La Révolte des Ciompi (1993); Histoires d’esclaves dans la péninsule ibérique (2000); Amours et désamours à Cadix.

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    Scoraggiare ogni iniziativa, ogni attività umana Paolini Marco Sommariva ci porta ad esplorare un Primo Levi sconosciuto, diverso dal suo romanzo più conosciuto Se questo è un uomo. Quando pubblicava sotto lo pseudonimo Damiano Malabaila raccontava di mondi distopici. Raccontava di noi. Lo scrittore torinese Primo Levi è molto conosciuto per alcuni suoi romanzi – Se questo è un uomo, La tregua, Se non ora, quando? – molto meno, purtroppo, per i suoi racconti: quindici di questi sono stati scritti nell’arco di vent’anni (1946-1966) e raccolti nel volume Storie naturali, pubblicato sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila, cognome che in piemontese significa «cattiva balia». In questi scritti si trova di tutto, anche l’anticipazione di un avvenire non sempre rasserenante. Mentre oggi ci troviamo a fare i conti con romanzi scritti dall’intelligenza artificiale, in questo libro Primo Levi già ci raccontava di poesie che sarebbero state prodotte, a breve, da un macchinario capace di scriverle in tutte le lingue europee vive o morte: «Se lei cerca un poeta meccanico vero e proprio, dovrà aspettare ancora qualche mese: è in fase di avanzata progettazione presso la nostra casa madre, a Fort Kiddiwanee, Oklahoma. Si chiamerà The Troubadour, <>: una macchina fantastica, un poeta meccanico heavy-duty, capace di comporre in tutte le lingue europee vive o morte, capace di poetare ininterrottamente per mille cartelle, da -100° a +200° centigradi, in qualunque clima, e perfino sott’acqua e nel vuoto spinto. […] È previsto il suo impiego nel progetto Apollo: sarà il primo a cantare le solitudini lunari». Mentre oggi qualcuno si sorprende nel leggere che è in atto un boom di richieste per l’ibernazione post-mortem, lo scrittore torinese ci raccontava di persone congelate e scongelate alla bisogna, in quel di Berlino nell’anno 2115: «[…] Patricia ha 163 anni, di cui 23 di vita normale, e 140 di ibernazione. Ma scusatemi, Ilse e Baldur, credevo che conosceste già questa storia. Scusatemi anche voi, Maria e Robert, se ripeto cose che già sapete: cercherò di mettere al corrente in breve questi cari ragazzi. Dunque dovete sapere che la tecnica dell’ibernazione fu messa a punto verso la metà del XX secolo, essenzialmente a scopo clinico e chirurgico. Ma solo nel 1970 si arrivò a congelamenti veramente innocui e indolori, e quindi adatti a conservare a lungo gli organismi superiori. Un sogno diveniva così realtà: appariva possibile «spedire» un uomo nel futuro. Ma a quale distanza nel futuro? Esistevano dei limiti? E a quale prezzo? Appunto per istituire un controllo a uso dei posteri, che saremmo poi noi, fu bandito nel 1975, qui a Berlino, un concorso per volontari. […] E Patricia è uno di questi […]. A quanto risulta dal suo libretto personale, che sta nel frigo con lei, è anzi stata la prima classificata. Possedeva tutti i requisiti, cuore, polmoni, reni ecc. in perfetto ordine; un sistema nervoso da pilota spaziale; un carattere imperturbabile e risoluto, una emotività limitata, e infine una buona cultura e intelligenza. Non che la cultura e l’intelligenza siano indispensabili per sopportare la ibernazione, ma, a parità di condizioni, furono preferiti soggetti di alto livello intellettuale, per evidenti ragioni di prestigio nei confronti nostri e dei nostri successori». E ancora… nel 2018 una rivista americana ha pubblicato un articolo intitolato «Anche se l’intelligenza artificiale potesse curare la solitudine dovrebbe farlo?», e la domanda nasceva dal fatto che già si riconosceva ai sistemi intelligenti la capacità potenziale di far compagnia alle persone, che già esistevano intelligenze artificiali capaci d’imparare dai comportamenti degli esseri umani e di adeguare le proprie risposte a quelle che l’utilizzatore preferisce. Bene, anche in questo caso, circa il sentirsi dare ragione da un circuito stampato, ne aveva già scritto Levi: «Ho già preparato una bozza del volantino pubblicitario che vorrei diffondere per le prossime feste […]. Una volta che la moda sia lanciata, chi non regalerà a sua moglie (o a suo marito) un Calometro tarato su una sua fotografia? Vedrà, saranno pochi a resistere alla lusinga del K 100: ricordi la strega di Biancaneve. A tutti piace sentirsi lodare e sentirsi dare ragione, anche se soltanto da uno specchio o da un circuito stampato». Per non parlare di come lo scrittore torinese sia stato capace di anticipare uno dei fenomeni più allarmanti dei nostri giorni, ossia la facilità di tarare l’uomo medio facendogli credere ciò che si vuole, compreso che un certo partito è il solo depositario della verità: «Ho insistito su quello che ritengo il fenomeno più allarmante della civiltà d’oggi, e cioè che anche l’uomo medio, oggi, si può tarare nei modi più incredibili: gli si può far credere che sono belli i mobili svedesi e i fiori di plastica, e solo quelli; gli individui biondi, alti e con gli occhi azzurri, e solo quelli; che è solo buono un certo dentifricio, solo abile un certo chirurgo, solo depositario della verità un certo partito […]». Fra le varie anticipazioni di Primo Levi c’è anche quella letta ultimamente sui giornali, la possibilità di confessarsi senza la reale presenza di un prete; oggi è l’intelligenza artificiale a entrare in un confessionale, così com’è successo a Lucerna dove un ologramma di Gesù consente ai fedeli di confessarsi virtualmente, in un racconto di Storie naturali è un confessore portatile approvato dalla Chiesa a risolvere il problema: «Mi aveva […] telefonato verso Ferragosto, per chiedermi se mi interessava un Turboconfessore: un modello portatile, rapido, assai richiesto in America e approvato dal cardinale Spellman». Infine, l’ennesimo colpo di genio: il casco da indossare per catapultarsi in qualsiasi realtà virtuale dove ogni desiderio verrà assecondato lasciandoti comodamente chiuso in camera tua. Leggete questo dialogo: «Col Torec, concluse Simpson, uno è a posto. Lei comprende: qualunque sensazione uno desideri procurarsi, non ha che da scegliere il nastro. Vuole fare una crociera alle Antille? O scalare il Cervino? O girare per un’ora intorno alla terra, con l’assenza di gravità e tutto? O essere il sergente Abel F. Cooper, e sterminare una banda di Vietcong? Ebbene, lei si chiude in camera, infila il casco, si rilassa e lascia fare a lui, al Torec». Rimasi in silenzio per qualche istante, mentre Simpson mi osservava attraverso gli occhiali con curiosità benevola. «Lei mi sembra perplesso,» disse poi. «Mi pare» risposi, «che questo Torec sia uno strumento definitivo. Uno strumento di sovversione, voglio dire: nessun’altra macchina della NATCA, anzi, nessuna macchina che mai sia stata inventata, racchiude in sé altrettanta minaccia per le nostre abitudini e per il nostro assetto sociale. Scoraggerà ogni iniziativa, anzi, ogni attività umana: sarà l’ultimo grande passo, dopo gli spettacoli di massa e le comunicazioni di massa. A casa nostra, per esempio, da quando abbiamo comperato il televisore, mio figlio gli sta davanti per ore, senza più giocare, abbacinato come le lepri dai fari delle auto. Io no, io vado via: però mi costa sforzo. Ma chi avrà la forza di volontà di sottrarsi a uno spettacolo Torec? Mi sembra assai più pericoloso di qualsiasi droga: chi lavorerebbe più? Chi si curerebbe ancora della famiglia?». A parer mio, Primo Levi aveva visto lontano: «scoraggerà ogni iniziativa», «[scoraggerà] ogni attività umana», «mi sembra assai più pericoloso di qualsiasi droga». Non conoscete nessuno affetto da una di queste tre «sindromi», se non addirittura da tutte e tre? E proprio perché di droga si tratta, è perduto chi ne fa uso e anche chi vorrebbe smettere di utilizzarla: «[…] Simpson non prova noia durante la fruizione, ma è oppresso da una noia vasta come il mare, pesante come il mondo, quando il nastro finisce: allora non gli resta che infilarne un altro. È passato dalle due ore quotidiane che si era prefisso, a cinque, poi a dieci, adesso a diciotto o venti: senza Torec sarebbe perduto, col Torec è perduto ugualmente. In sei mesi è invecchiato di vent’anni, è l’ombra di se stesso. […] S’avvia verso la morte, lo sa e non la teme: l’ha già sperimentata sei volte, in sei versioni diverse, registrate su sei dei nastri dalla fascia nera». Nel risvolto della prima edizione Einaudi del 1966 di Storie naturali, fra le altre cose, leggiamo che «I quindici “divertimenti” che compongono questo libro ci invitano a trasferirci in un futuro sempre più sospinto dalla molla frenetica del progresso tecnologico, e quindi teatro di esperimenti inquietanti o utopistici, in cui agiscono macchine straordinarie e imprevedibili. Eppure non è sufficiente classificare queste pagine sotto l’etichetta della fantascienza». Nella prefazione di Se questo è un uomo pubblicata nel ’47, Primo Levi ha scritto: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, […], allora, al termine della catena, sta il Lager». Cosa c’entrano adesso il risvolto del ’66 e la prefazione del ’47? Forse solo a dimostrare a certi agenti letterari sempre intenti ad appiattire ogni battito di penna, che non è vero che un autore debba scrivere sempre con identico stile e per lo stesso genere – «se scrivi gialli non puoi scrivere di Resistenza, e viceversa» – perché, sappiatelo, questo è quanto ci si sente dire negli uffici di tali signori, gli unici autorizzati a presentare un tuo dattiloscritto alle grandi case editrici. Diversamente, ce lo meritiamo che un’intelligenza artificiale ci sostituisca: è un attimo risultare più brillanti di determinati plot consolidati – pensa te! – e «suggeriti» da certi agenti letterari. E se fosse proprio il progresso tecnologico un’infezione latente che ogni tanto si manifesta e a cui spianiamo la strada? E se gli atti saltuari e incoordinati con cui ogni tanto si manifesta, fossero gli esperimenti inquietanti a cui il Potere ci sottopone quotidianamente? E se alla fine di tutto questo ci attendesse il lager? E se il Potere si fosse evoluto e affinato a tal punto da essere già riuscito a rinchiuderci in un lager senza che noi, distratti da una realtà virtuale e ammansiti da un circuito stampato che ci dà sempre ragione, ce ne rendessimo conto? Di un’altra interessante raccolta di racconti di Primo Levi, Vizio di forma, ve ne parlerò un’altra volta. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com

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